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Siamo di fronte a una crisi che investe l’esistenza umana. L’individualismo e l’edonismo di massa non sono una risposta.

 

Il mondo globalizzato vive alla mercé quotidiana dell’economia e del denaro come fini di questa esistenza terrena. Allora, come ripartire? Anzitutto attraverso una nuova classe dirigente capace e culturalmente formata per operare nel sociale a vantaggio di tutti e non delle semplici lobby economiche.

 

Paolo Frascatore

 

 

Durante gli anni Ottanta chi non ricorda il famoso slogan di Comunione e Liberazione: “Più società meno stato”. Il riferimento è calzante se si considera l’attuale situazione politica ed economica mondiale; anzi, appare sempre più evidente come quello slogan ciellino abbia influito su tutta una serie di eventi storici che si sono verificati a cavallo tra il secondo ed il terzo millennio.

 

La crisi delle ideologie che avevano segnato quasi tutto il corso del secolo breve, la fine dei partiti di massa con le conseguenti lobby ad indirizzare i nuovi partiti ormai vuoti in ordine ai valori forti di riferimento. La crisi della sinistra storica, il crollo del muro di Berlino nel 1989 hanno palesato che il mondo non ha più un centro, condiviso più o meno da tutti, ma che è diventato un insieme di periferie, con l’aggiunta di contrasti e di guerre, nei quali la componente religiosa, sorprendentemente, ha ripreso importanza, ma contribuendo al conflitto, non alla ricomposizione dell’umanità.

 

Quello a cui si assiste oggi, ossia una componente religiosa che giustifica la guerra e la supremazia di un popolo su un altro non fanno altro che aggravare la situazione socio-economica della stragrande maggioranza degli individui. I richiami di Papa Francesco sembrano cadere nel nulla. Eppure, proprio da questi ultimi dovrebbe ripartire una iniziativa politica forte, capace di ridisegnare i contorni di un mondo globalizzato che vive alla mercé quotidiana dell’economia, del denaro come fini di questa esistenza terrena.

 

Si avverte anche l’insufficienza di una classe dirigente che, dismessi i panni del cattolicesimo democratico, arranca non sapendo più quale sia la vera bussola di un percorso politico legato a valori sempre validi: la solidarietà sociale, la fraternità, la giustizia sociale ed economica. Siamo di fronte, in altre parole, ad una crisi che è totale e che riguarda la stessa esistenza dell’uomo che non ha più motivi veri per portare avanti un percorso di vita consono con quella pace sociale che dovrebbe rappresentare il valore più alto dell’esistenza terrena. Una eticità privata e pubblica dovrebbe essere alla base di una nuova proposta politica (anche di ricomposizione di un’area che avrebbe senso e motivo di esistere), ma che si scontra però con un individualismo esasperato e privo di un programma adeguato e consono ai problemi del mondo contemporaneo.

 

Si dirà: sono pensieri che appartengono ormai ad una mentalità socio-politica del secolo scorso e che non possono trovare riscontro in questa società sempre più veloce e sempre più esigente. Ma se ci si ferma un attimo a riflettere non è difficile ipotizzare che con questa corsa continua verso un appagamento economico, verso un edonismo che cancella ogni sentimento di solidarietà tra gli uomini, con una classe politica che ormai non fa altro che ordinaria amministrazione; non solo non si intravvede un futuro roseo per l’intera umanità, anzi si prospetta una sua agonia mortale.

 

Ed allora, come ripartire? Anzitutto attraverso una nuova classe dirigente capace e culturalmente formata per operare nel sociale a vantaggio di tutti e non delle semplici lobby economiche che si spostano, di volta in volta, secondo convenienza, da destra a manca. In questo quadro non è fuori luogo richiamare i pensieri ed i programmi di un uomo, Aldo Moro, che ha saputo disegnare un progetto politico vasto, di ampio respiro, che, a ben guardare, ridisegnava l’allora divisione dei due blocchi secondo nuovi canoni non più legati all’imperialismo delle due super potenze, ma con nuove prospettive economiche e sociali per tutti gli Stati, avendo come fine supremo ed inderogabile di ogni azione politica quello del bene supremo di tutti i cittadini.

Gli Amici di Piazza Nicosia non coltivano l’apologia della Dc romana. Propongono semmai un confronto rispettoso della storia.

 

L’amministrazione civica democristiana si è snodata per lungo tempo e attraverso passaggi fondamentali, che hanno inciso in misura considerevole sulla realtà sociale e la struttura urbanistica di Roma. Nel corso del tempo sono avvenuti cambiamenti straordinari. Tuttavia, il bilancio di questo periodo storico non è stato oggetto di studio, rimanendo piuttosto impigliato, ieri come oggi, in un involucro di saltuarie reminiscenze, perlopiù afferenti alla “mitologia politica” elaborata e diffusa dalle forze di opposizione. Di seguito riportiamo l’introduzione del documento che il 3 maggio, data dell’assalto nel 1979 alla sede del Comitato romano della Dc, è stato diffuso dagli Amici di Piazza Nicosia. In fondo si può cliccare sul link per leggere il testo completo. 

 

Redazione

 

Con il crollo della Dc si è perso anche il gusto di conoscere le vicende caratterizzate a Roma dall’azione pubblica dei cattolici. Adesso il tempo è maturo per fare un bilancio, sebbene a grandi linee, avendo alle spalle un’esperienza che ha esaurito ampiamente il suo ciclo.

 

Bisogna farlo con discrezione, dal momento che la ricognizione del passato esige quella obiettività di cui si perde facilmente traccia non appena s’affacciano le passioni di sempre. Tuttavia, il problema è che a scarseggiare è proprio l’obiettività della critica elaborata a sinistra, posto che a destra è mancata persino la configurazione di una seria dialettica con la Dc. Il mondo comunista ha preteso di sopravvivere alla sua sconfitta in virtù della convinzione che comunque il passaggio alla cosiddetta seconda repubblica avrebbe consacrato la “verità” della lotta alla Dc, tanto da poter archiviare, molto semplicemente, la stessa realtà coincidente con la gestione politica e amministrativa dello Scudo crociato.

 

In realtà, l’amministrazione civica democristiana si è snodata per lungo tempo e attraverso passaggi fondamentali, che hanno inciso in misura considerevole sulla realtà sociale e la struttura urbanistica di Roma. Nel corso del tempo sono avvenuti cambiamenti straordinari. Tuttavia, il bilancio di questo periodo storico non è stato oggetto di studio, rimanendo piuttosto impigliato, ieri come oggi, in un involucro di saltuarie reminiscenze, perlopiù afferenti alla “mitologia politica” elaborata e diffusa dalle forze di opposizione.

 

Occorre anzitutto evitare che si cada nell’inganno delle semplificazioni. Al pari di altri Comuni, quello di Roma ha conosciuto la dinamica propria dell’alternativa di potere,  mentre notoriamente l’irrisolta “questione comunista” la rendeva impraticabile a livello centrale. Dunque, la logica della forzata continuità di direzione politica, anche a fronte di governi instabili, non ha riguardato la gestione amministrativa locale. Una più fluida dialettica tra maggioranza e opposizione si è tradotta nel rovesciamento delle alleanze, con formule amministrative diversificate, anche arricchite di attese e prospettive palingenetiche. Ciò ha significato più competizione e meno uniformità, tanto che si presentano agli studiosi linee più chiare di confronto per stabilire – volendo farlo con accuratezza –  se e come le alternative abbiano prodotto guadagni effettivi o svolte efficaci. Di questo, in fondo, dobbiamo occuparci, chiarendo subito come sia necessario espungere la pretesa di contrassegnare un prima e un dopo a piacimento, con una metaforica distinzione tra medioevo (a egemonia DC) ed evo moderno (a egemonia PCI) applicata ai cicli amministrativi romani.

 

Non è un problema del passato. Finita la Prima repubblica, quella pretesa si è fatta luogo comune e implicito dispositivo di rimozione, sicché non viene più percepito l’abuso che interviene laddove nel dibattito pubblico si dà per scontata la cesura con la vicenda democristiana. Certo, ogni tanto subentra qualche riconoscimento, ma sembra piuttosto il frutto, in generale, di una graziosa concessione. Ne deriva la vocazione a ricominciare sempre daccapo e sempre con l’idea falsificata di “fare nuove tutte le cose”, dando vita a un girotondo che si perde nei meandri della fantasia al potere. Roma è ferma perché, in definitiva, è ferma la politica.

 

Per altro, la fine dell’esperienza democristiana ha dato lustro a un racconto superficiale, specie nella descrizione dei rapporti tra partito e mondo cattolico, una volta perché si addebita (o addebitava) al gruppo dirigente democristiano la prolungata subalternità all’invadenza clericale; un’altra, viceversa, perché si proclama (o proclamava) la sua incapacità a cogliere in tempo gli aspetti profetici della Chiesa locale. È stato perciò un partito, secondo questa lettura, in perenne debito di coscienza e rappresentatività: una sorta di iceberg galleggiante senza nemmeno la parte immersa, dunque senza consistenza effettiva e autonomia reale. Quasi un partito ombra che ha fatto della sopravvivenza, assicurata dal potere, la sua specifica ragion d’essere.

 

Siamo distanti dalla realtà, anzi, in questo modo, ne travisiamo l’aspetto più autentico. La DC romana, in effetti, attende ancora di essere ricompresa in un discorso di verità, non per sancire l’assolutezza di condotte virtuose, mai riscontrabili nell’agire pratico dell’umanità, bensì per discernere quel tanto di bene e quel tanto di male compresenti nella natura di una vistosa e complessa esperienza. Serve a priori un’opera di riconciliazione intellettuale, per spiegare e per capire, a benefico di tutti. D’altronde la cosiddetta “quarta Roma” dei cattolici, identificabile concretamente nel vissuto democristiano, richiede una considerazione più serena e distaccata, fuori dalle passate polemiche e dal possibile revanscismo odierno.

Per altro, anche nella dimensione specificamente romana, la DC non è stata un monolite. La sua identità plurale, per dirla con linguaggio odierno, e quindi il suo impianto strutturalmente dialettico hanno dato luogo a impegnativi processi di trasformazione la cui trama è ascrivibile comunque a un disegno di più alta qualificazione di vita urbana. Basti ricordare, a riguardo, il passaggio dalle giunte centriste a quelle di centro-sinistra, come pure, sotto diverso orizzonte, il ritorno alla guida del Campidoglio nella seconda metà degli anni ‘80, con l’accordo di pentapartito che poi ha visto, per la prima e ultima volta nella storia della città, l’avvento di un sindaco socialista. In maniera imperfetta, eppure con aspirazioni legittime, si è dispiegato nell’arco di più decenni un progetto politico dai contorni mobili, a misura cioè della mobilità di una metropoli sui generis.

 

La formula democristiana è consistita nell’accompagnare l’evoluzione della comunità romana, sicché la ricerca del consenso, lungi dall’essere esclusivamente un mezzo di autoriproduzione elettorale, corrispondeva ben più alla visione di un governo a misura delle istanze di partecipazione. Infatti, pur essendo centrale nella gestione del potere, la DC non si è mai pensata al riparo da un dovere di condivisione. Finché è valso questo modello, la Città ne ha ricavato un indubbio beneficio. È vero, non sempre le scelte si sono dimostrate giuste o hanno rispettato le loro stesse premesse; e non sempre la qualità dell’amministrazione ha prevalso sull’indistinta e finanche caotica “voglia di fare”; ma nell’insieme ha tenuto un principio di orientamento, una consapevolezza politica e amministrativa circa le urgenze e le necessità dell’ora, un criterio direttivo in ordine alle soluzioni da mettere in campo.

 

Questo patrimonio non va disperso. L’impegno pubblico deve riscoprire, secondo il modello sperimentato dalla DC, l’importanza di una limpida e sapiente mediazione tra le diverse istanze sociali, per dare respiro alla domanda di coinvolgimento nell’approntare le decisioni più adeguate agli interessi della comunità. Con la DC la mediazione ha fluidificato il meccanismo della rappresentanza e ha innervato di potenzialità ideali la costruzione di una Città più moderna e più umana. Se una storia si è interrotta, non per questo ha cessato di fornire motivi di riflessione e di giudizio. Pertanto, lo  sforzo di riprendere il cammino si palesa come suggerimento e incitazione, specie per le nuove generazioni, essendo chiaro a tutti gli effetti il limite che accompagna un esercizio disinteressato, ma anche giustamente determinato di riscoperta e rivitalizzazione della memoria.

Per leggere il testo integrale del documento – La Dc e i cattolici a Roma nel secondo 900

Taxila, una nuova chiesa nel luogo dove predicò l’apostolo Tommaso (AsiaNews).

 

Inaugurata solennemente dall’arcivescovo mons. Joseph Arshad in quello che oggi è un distretto industriale nell’area di Rawalpindi, vicino al sito archeologico dell’antica Sirkab (Pakistan). Il parroco p. Shamaun: “Qui non c’è mai stata una chiesa, un miracolo vederla completata dopo 25 anni di battaglie”. Accoglierà la comunità locale ma anche pellegrini.

 

Shafique Khokhar

 

Il 2 maggio 2022, l’arcivescovo mons. Joseph Arshad insieme ai sacerdoti della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, ha solennemente inaugurato e benedetto la nuova chiesa cattolica di San Tommaso Apostolo situata nel Taxila Cantonement, una località dove secondo la tradizione san Tommaso arrivò nel 33 d.C. e predicò il Vangelo ai poveri.

 

Taxila si trova nel distretto di Rawalpindi, nella provincia del Punjab, ed è nota per le sue industrie pesanti nel settore della difesa militare e dell’ingegneristica.

 

L’arcivescovo – dopo aver benedetto le porte e l’altare – ha presieduto la celebrazione eucaristica nella nuova chiesa, alla presenza di un gran numero di suore di diverse congregazioni, catechisti e fedeli.

 

Tommaso è considerato l’apostolo dell’Asia: secondo le fonti storiche dopo la resurrezione di Gesù avrebbe raggiunto l’area dell’attuale India e Pakistan come architetto e sarebbe stato molto ammirato per la sua abilità in questo campo. A quel tempo governava il re Gondophares che aveva un trono nella città di Sirkab, un sito archeologico che si trova sulla riva opposta alla città di Taxila, a 35 km da Islamabad.

 

Il parroco p. James Shamaun, racconta che il luogo dove è stata costruita la chiesa si trova vicino a quello  dove l’apostolo era solito predicare. “l’inaugurazione di questa bella chiesa – racconta – è un momento storico; prima non esisteva nessuna chiesa a Taxila. Tutti noi pregavamo e celebravamo la Messa all’aperto. È un vero miracolo che Dio ci abbia donato questo terreno e dopo più di 25 anni di battaglie abbiamo ottenuto l’approvazione del progetto”.

 

Ora la chiesa di San Tommaso è, dunque, completa.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Taxila,-una-nuova-chiesa-nel-luogo-dove-predicò-l’apostolo-Tommaso-55745.html

Il populismo di Conte è la conferma della natura profonda del M5S. L’Italia non può concedersi il lusso della demagogia.

 

I 5 stelle hanno sistematicamente e scientificamente rinnegato tutto ciò che hanno sbraitato, urlato e giurato in tutte le piazze italiane per svariati anni. Tuttavia lunico cemento unificante di tutta la comunità grillina resta il populismo. Orbene, come può il Partito democratico individuare nel partito oggi guidato da Conte un alleato strategico, se non addirittura storico, per dare una prospettiva riformista e democratica allintero paese?

 

Giorgio Merlo

 

 

Dunque, il partito dei 5 stelle è ancora un partito populista? Messa così, la risposta è addirittura scontata perchè, come tutti sanno, il partito populista per eccellenza, i 5 stelle appunto, difficilmente rinunciano ad essere quello che sono sempre stati. Dall’inizio della loro esperienza e e dal “vaffaday” in poi del padre/padrone/fondatore Grillo, il populismo è sempre stato la cifra distintiva ed originale di questa formazione politica.

 

Ora, è pur vero che il medesimo partito è quello che ha praticato e declinato concretamente la più sfacciata prassi trasformistica nel nostro paese dal secondo dopoguerra in poi. Un comportamento politico che tutti abbiamo potuto conoscere e sperimentare in questi anni di governo del paese. Detto in termini più semplici, hanno sistematicamente e scientificamente rinnegato tutto ciò che hanno sbraitato, urlato e giurato in tutte le piazze italiane per svariati anni. È persin inutile ricordare questi passaggi talmente sono noti e conosciuti.

 

Adesso, però, abbiamo la gestione politica di Conte. Un personaggio che pochi sino ad oggi hanno potuto capire chi realmente è l’avvocato di Volturara Appula. Sotto il profilo politico, come ovvio. Certo, è un esponente politico che cambia opinione così rapidamente che diventa anche imbarazzante tentare di comprendere qual’è il reale progetto politico che persegue. Per non parlare della cultura politica che lo ispira. Ovvero, della non cultura politica perchè quel partito resta sostanzialmente senza una cultura politica di riferimento. Il che lo giustifica di fronte ai suoi elettori a dire che sono un partito nè di centro, nè di sinistra e tantomeno di destra. Insomma, nessuno sa cosa sia realmente.

 

Ma c’è un elemento che continua a rappresentare una sorta di bussola di riferimento di questo singolare ed anacronistico partito. E la bussola, almeno così ci pare di capire, è la necessità di rideclinare e rifondare una politica e una prassi di matrice populista. È appena sufficiente verificare il comportamento concreto del nuovo capo dei 5 stelle per rendersi conto che in mancanza di un progetto politico definito, di una cultura politica di riferimento e di una classe dirigente preparata e radicata nel territorio, l’unico cemento unificante di tutta quella comunità resta il populismo. Ovvero la radice originaria di quel partito. Dopodichè, resta sempre più curioso capire quali siano le ragioni politiche, culturali e programmatiche che portano un partito storicamente di potere e governista come il Partito democratico ad individuare nei 5 stelle un alleato strategico se non addirittura storico per dare una prospettiva riformista e democratica all’intero paese.

 

E questo al di là delle battute sulla ennesima modifica del sistema elettorale perchè, come quasi tutti sanno, la legge elettorale per svariate motivazioni resterà quella attuale. Probabilmente questo irrigidimento affonda le sue radici nella solita e ormai anche un po’ noiosa e patetica motivazione dell’unità antifascista e del rischio della vittoria delle forze “sovversive ed illiberali”. E questo credo sia l’unico motivo che possa spiegare l’alleanza con un partito – o quel che resta di quel partito – che resta dichiaratamente ed esplicitamente populista. Al di fuori delle dichiarazioni ufficiali.

 

Ecco perchè non è poi così difficile decifrare il cosiddetto “nuovo corso” del partito di Grillo e di Conte. Si tratta, tutto sommato, di una reinvenzione e riproposizione della prassi populista seppur con un linguaggio leggermente diverso rispetto al passato. Almeno per ora. Ma quello che è importante evidenziare è che non cambia il modello e il profilo che caratterizza quel partito. L’abbandono, almeno per ora, del triviale e violento linguaggio del passato è solo una variabile indipendente ai fini del messaggio politico.

 

Insomma, i 5 stelle restano sempre quelli. Anche e soprattutto con Conte a capo. C’è, per il momento, meno violenza verbale ma più trasformismo politico. Del resto, la classe dirigente a livello nazionale come a livello locale è sempre quella. È difficile che ci sia, ad un certo punto, una conversione improvvisa, collettiva e condivisa di tutti quelli che si riconoscono in quel partito. Quella appartiene al mondo della propaganda, dei social e delle favole. Ma non della politica e, soprattutto, della serietà e della coerenza della politica stessa.

L’ultima intervista, curata da Eugenio Scalfari, di Aldo Moro in via Savoia:  “formiche.net” ne ripropone ampi stralci.

 

Quello che può essere considerato il resoconto dellultimo colloquio” tra Moro e un giornalista viene pubblicato solo dopo la morte del politico democristiano su la Repubblica, col titolo: Lultimo messaggio politico”. Accade il 14 ottobre del 1978 ed Eugenio Scalfari, che firmò gli appunti di quella intervista postuma”, lo intervistò a Via Savoia il 18 febbraio 1978, ventotto giorni prima del suo rapimento.

 

Antonello Di Mario

 

Quando mi trovo a passare per via Savoia alzo lo sguardo verso le finestre al primo piano di quello che è stato lo studio privato di Aldo Moro a Roma.

Via Savoia è anche il titolo dell’ultimo romanzo di Marco Follini, pubblicato il mese scorso ed edito da La nave di Teseo, dedicato alla vita dello statista. Quante persone sono passate in quell’appartamento. Anche Eugenio Scalfari che intervistò il presidente della Dc. Quello che può essere considerato il resoconto dell’ultimo “colloquio” tra Moro e un giornalista viene pubblicato solo dopo la morte del politico democristiano su la Repubblica, col titolo: “L’ultimo messaggio politico”. Accade il 14 ottobre del 1978 ed Eugenio Scalfari, che firmò gli appunti di quella “intervista postuma” racconta: “L’avevo incontrato – scrive il fondatore del quotidiano romano che aveva la propria sede in piazza Indipendenza – dopo molti anni di polemiche, seguite allo scandalo del Sifar e del generale De Lorenzo, il 18 febbraio del 1978, esattamente ventotto giorni prima del rapimento di via Fani. L’incontro era avvenuto nel suo ufficio privato, in via Savoia. Conversammo per due ore e Moro mi autorizzò a prendere appunti di quanto mi diceva. ‘Le serviranno prima, o poi, ma non subito; interviste in questo momento non sono opportune’‚ disse”.

Rispetto al riferimento che l’allora direttore di Repubblica fa al Sifar e a De Lorenzo, occorre ricordare che nel marzo 1968 Scalfari, a quel tempo direttore de l’Espresso e il giornalista Lino Iannuzzi furono condannati rispettivamente a un anno e cinque mesi e un anno e quattro mesi di reclusione (più una pena pecuniaria) nel processo intentato contro di loro da De Lorenzo in seguito alle rivelazioni sul presunto golpe del luglio 1964 e che aveva visto implicato, nel successivo scandalo provocato dall’inchiesta del settimanale romano, anche l’allora Presidente della repubblica Antonio Segni.

 

Un anno prima, in aprile, De Lorenzo era stato destituito da capo di Stato maggiore dell’esercito. Il 10 marzo 1968 l’Espresso pubblicò “Lettera di un condannato”, scritta da Scalfari indirizzata a Moro, responsabile degli omissis con i quali egli aveva coperto i documenti richiesti dal collegio di difesa dei due giornalisti. In quest’articolo s’addossava a Moro la responsabilità di aver fatto condannare i due giornalisti: “È stato – scrisse Scalfari – uno dei più gravi peccati che lei abbia commesso nel corso del lungo periodo di governo che porta il suo nome.

 

Nei passaggi trascritti da Scalfari, nel “pezzo” pubblicato solo nell’ottobre del 1978, compaiono i temi dominanti dell’intervento di Moro la sera del 28 febbraio a Roma, solo dopo dieci giorni da quell’incontro al civico 66 di via Savoia: la considerazione sul ruolo del Pci, quella sui rapporti che esso aveva con la Dc, con le istituzioni; l’ipotesi sul possibile passaggio nella maggioranza che avrebbe sostenuto il quarto governo Andreotti; la riflessione sulla fase ancor più avanzata di responsabilità dirette ed, infine, “dopo la fase dell’emergenza, quella dell’alternanza”. Moro sottolinea all’allora direttore di Repubblica: “Non è affatto un bene che il mio partito sia il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana. Noi governiamo da trent’anni questo Paese. Lo governiamo in stato di necessità, perché non c’è mai stata la possibilità reale di un ricambio che non sconvolgesse gli assetti istituzionali ed internazionali”.

 

“Quando noi parliamo di spirito di servizio‚ so bene che molti dei nostri avversari non ci prendono sul serio. Pensano che sia una scusa comoda per non cedere nemmeno un grammo del potere che abbiamo. So anche che per molti del mio partito questo stato di necessità è diventato un alibi alla pigrizia e qualche volta all’uso personale del potere. Sono fenomeni gravi, ma marginali. Resta il fatto che la nostra democrazia è zoppa? No fino a quando lo stato di necessità durerà. Fino a quando la Democrazia cristiana sarà inchiodata al suo ruolo di unico partito di governo. Questo è il mio punto di partenza: dobbiamo operare in modo che ci siano alternative reali di governo alla Dc. Se non si è profondamente convinti di questa verità non si può capire il perché della mia politica di questi anni e di questi mesi”.

 

Moro individua l’interesse egoistico del suo partito premettendo che “se l’interesse egoistico c’è, quella è la garanzia di miglior sincerità”. Il presidente del consiglio nazionale dello scudo crociato si domanda e subito riflette rispondendosi: “E qual è l’interesse ‘egoistico’ della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza. Se continua così, questa società si sfascia, le tensioni sociali, non risolte politicamente, prendono la strada della rivolta anarchica, della disgregazione. Se questo avviene, noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del paese. E affonderemo con esso. Ecco l’interesse ‘egoistico’ della Dc. Perciò ho il dovere di essere creduto se affermo che noi vogliamo preparare alternative reali alla Dc”.

 

Lo schema del ragionamento è proprio lo stesso con cui convincerà i democristiani riottosi dieci giorni dopo. I parlamentari che nicchiavano rispetto all’ingresso del Pci nella maggioranza che avrebbe sostenuto il nuovo governo, quelli che concretizzavano la loro opposizione firmando il documento presentato da Carlo Donat Cattin e fatto circolare dal suo fidato parlamentare Vito Napoli, verranno quasi presi per mano dalle argomentazioni morotee e condotti sul terreno dell’unità con le stesse criticità, con le stesse paure, con le stesse motivazioni che avrebbero voluto usare contro la strategia di Moro per stopparlo. Moro esorcizza i dubbi e dimostra che la Dc non può e non deve avere titubanze.

 

Sul Partito comunista l’intervistato è lapidario: “No, non credo che il Pci sia già un partito con tutte le carte in regola per governare da solo. Data la situazione internazionale non lo sarà ancora per un pezzo. Ma il Pci può fin d’ora essere associato al governo insieme a noi e alle altre forze democratiche. Questo è possibile. Questo è anzi necessario. Noi non siamo più in grado di tenere da soli un paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle due maggiori forze politiche stia all’opposizione. Su questo punto il mio ed il suo pensiero sono assolutamente identici. Aggiungo: è impossibile anche che i socialisti stiano all’opposizione. Sono tre partiti legati alla stessa catena”.

 

Moro delinea a Scalfari quello che potrebbe essere il prossimo scenario politico: “La Dc marcerà sull’ingresso del Pci nella maggioranza subito. Ma poi credo che ci debba essere una seconda fase, non troppo in là, con l’ingresso nel Pci nel governo. So benissimo che sarà un momento ‘stretto’ da superare. Bisognerà superarlo”.

 

Poi, il riferimento alla terza fase: “Soltanto dopo che avremo governato insieme e ciascuno avrà dato al Paese le prove della propria responsabilità e della propria capacità, si potrà aprire la terza fase, quella delle alternanze al governo”. Nel finale del colloquio col direttore di Repubblica Moro si dichiara “assolutamente contrario” al progetto di compromesso storico sostenuto dal Pci, perché “la società consociativa non è un modello accettabile per un paese come il nostro”.

 

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https://formiche.net/2022/05/moro-scalfari-intervista-via-savoia/

In cerca di una teoria del tutto. La portata della recente scoperta della Specola Vaticana nel commento dell’Osservatore Romano.

 

Ancora oggi la fisica rimane alla ricerca di una cosiddetta Teoria del Tutto”, che possa spiegare in modo formale la relazione fra le quattro forze fondamentali finora identificate, ossia: la forza di gravità, la forza elettromagnetica, la forza nucleare forte e la forza nucleare debole. Ha scritto Laurent Lafforgue: “La realtà è che la materia è sottomessa a leggi matematiche ma non si riduce a queste leggi. E questo è un mistero. In sé la relazione della matematica col mondo fisico resta un mistero”.

 

Carlo Maria Polvani

 

Ha creato un certo scalpore la notizia della pubblicazione, il 15 aprile scorso sulla prestigiosa rivista «Physical Review», di un articolo nel quale padre Gabriele Gionti e don Matteo Galaverni hanno proposto una nuova comprensione matematica del momento iniziale dell’universo. I media italiani, di solito, non danno molto rilievo ai lavori dei ricercatori della Specola Vaticana; si pensi che si è parlato poco delle recenti scoperte del padre Richard Boyle e del padre Richard D’Souza che aiuteranno la delucidazione dei meccanismi di formazione del Sistema Solare e della Via Lattea. Forse l’attenzione dei media nazionali è stata attratta dal fatto che i lavori di Gionti e di Galaverni hanno a vedere con la teoria del Big Bang, il cui padre fu una figura leggendaria della ricerca scientifica vaticana, monsignor Georges Lemaître. Ma per comprendere meglio la portata della loro scoperta — che si potrebbe riassumere nella loro frase «contrariamente a quanto gli scienziati credono, il riferimento di Jordan e quello di Einstein non sono sempre matematicamente equivalenti» — potrebbe essere utile una contestualizzazione.

 

La fisica è con la chimica e la biologia, una “scienza fondamentale”, in quanto studia la composizione dell’universo, il moto degli elementi che lo costituiscono in termini spaziali e temporali e, infine, le forze e l’energia connesse a tale moto. Tuttavia, la fisica, molto di più della biologia e anche della chimica, possiede la peculiare caratteristica di poter esprimere le sue leggi attraverso il linguaggio formale della matematica. Infatti, molte grandi scoperte della fisica sono state accompagnate dallo sviluppo di strumenti matematici specifici: un buon esempio è il calcolo infinitesimale sviluppato da Newton e Leibniz, nel Seicento, senza il quale non sarebbe stato possibile descrivere i principi della meccanica classica. Grazie a questa strettissima relazione fra la matematica e la fisica, quest’ultima ha potuto fregiarsi del titolo di “scienza esatta”. Ma, al contempo, questa intima connessione è stata anche fonte di dibattiti giacché una formalizzazione matematica ha obbligato i fisici ad armonizzare le loro varie scoperte non solo a livello sperimentale ma anche a livello formale: un esempio significativo al riguardo è il passo compiuto da Maxwell quando, a fine Ottocento, sulla base dei lavori di Faraday, disegnò le equazioni differenziali che illustrarono il collegamento fra il magnetismo e l’elettricità, dando fondamento alla teoria dell’elettromagnetismo.

 

Agli inizi del Novecento la fisica compì due passi da gigante: la teoria della relatività che riscrisse i segreti dell’immensamente grande (correlazione spazio-tempo, costante universale della velocità della luce, fenomeni gravitazionali) e la teoria quantistica che scoperchiò i segreti dell’immensamente piccolo (struttura degli atomi, interazioni e proprietà delle particelle subatomiche, natura dell’energia subatomica). I grandi scienziati che furono protagonisti di questi avanzamenti (Einstein, De Broglie, Dirac, Schrödinger, Curie, Bohr, Pauli, Heisenberg solo per citarne alcuni) nei loro famosi incontri alle Conferences Solvay, si resero presto conto della necessità di fornire una spiegazione matematica che coniugasse le formalizzazioni aritmetiche sulle osservazioni sulle galassie con quelle sulle particelle. Il compito, però, si rivelò difficilissimo.

 

Ancora oggi, infatti, la fisica rimane alla ricerca di una cosiddetta “Teoria del Tutto”, che possa spiegare in modo formale, la relazione fra le quattro forze fondamentali finora identificate, ossia: la forza di gravità (che si manifesta nell’attrazione fra due corpi sulla base della loro massa e distanza), la forza elettromagnetica (che si osserva nell’interazione fra due corpi dotati di cariche), la forza nucleare forte (che garantisce la coesione della struttura atomica) e la forza nucleare debole (che si rivela, invece, in caso di un suo decadimento). Varie strade sono state considerate, ad esempio: la supergravità, la teoria delle stringhe, la cosmologia ciclica uniforme e la gravità quantistica. La matematica dietro ognuna di queste teorie è estremamente complicata; talmente complicata da dover cercare delle convergenze complessissime fra le equazioni usate nei diversi settori. Nel caso della gravità quantistica, questo percorso è talmente arduo da necessitare la formulazione di modelli matematici d’approssimazione; uno di questi è conosciuto come la teoria di Jordan-Brans-Dicke. Gionti e Galaverni hanno dimostrato che, nel contesto delle fasi iniziali del nostro universo, tale avvicinamento matematico non è equivalente a quello della relatività generale di Einstein, aprendo quindi la strada alla ricerca soluzioni alternative e innovative.

 

Non sorprende che la cosmologia (che deve fare i conti con altre realtà nell’universo, spesso prima postulate e solo dopo confermate, quali i buchi neri) sia in questo senso un terreno fertile per testare le teorie che cercano di comprendere l’origine delle forze fisiche che oggi osserviamo come separate. Visto che il nostro universo è in espansione e in raffreddamento, la maggior parte degli scienziati si accordano nel supporre che esso sia sorto con una esplosione. Dopo questo momento iniziale brevissimo, caratterizzato da un calore intensissimo e da una densità altissima, la materia concentrata in uno spazio minuscolo, si sarebbe espansa rapidamente costituendo l’universo attuale e tutto quello che lo compone. Una delle difficoltà nella teoria del Big Bang, però, consiste nel spiegare come questo stato iniziale si sia trasformato per mezzo di un’espansione controllata, evitando così di collassare su sé stesso. Per giustificare questo successo sono state, anche in questo caso, proposte varie ipotesi, fra cui quella della “inflazione cosmica”.

 

Si pensi metaforicamente al lancio di un razzo: è relativamente facile fare esplodere del carburante, ma è estremamente difficile fare bruciare del combustibile in un razzo per lanciarlo su una traiettoria esatta. Molti ritengono che le probabilità di successo del Big Bang fossero molto basse e, soprattutto, che esso fu un momento di singolarità, durante il quale le leggi della fisica sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo erano tutte convergenti. Il Big Bang, quindi, sarebbe il punto di origine di tutte le forze fisiche che oggi caratterizzano il comportamento della materia su larga scala e su scala microscopiche, visto che, in quel brevissimo momento, esse non erano ancora differenziate.

 

Detto questo — e tenendo sempre presente che il concetto di Big Bang rimane scientifico e che quindi non andrebbe confuso con quello teologico di creazione — si intuisce perché per i credenti esso incarnerebbe un segno di un’intelligenza superiore, mentre per i non credenti costituirebbe semplicemente l’inizio plausibile dell’unico universo finora conosciuto. Ma per entrambi i credenti e i non credenti, i recenti lavori della Specola Vaticana possono essere meglio inquadrati nella frase del matematico cattolico laureato della Medaglia Fields del 2002, Laurent Lafforgue: «Da un certo punto di vista sarebbe tutto più semplice se il mondo fosse solo una struttura matematica o se la matematica non avesse nulla a che vedere con il mondo fisico. La realtà è che la materia è sottomessa a leggi matematiche ma non si riduce a queste leggi. E questo è un mistero. In sé la relazione della matematica col mondo fisico resta un mistero».

 

Detto in maniera più prosaica, pertanto, fra il linguaggio della fede e quello della scienza, non va sottovalutato quello della matematica.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 4 maggio 2022.

Cerroni plaude agli Amici di Piazza Nicosia. Non parla di “monnezza” ma di “damnatio memoriae”. Eppure Gualtieri sappia…

 

Parole di elogio per il documento – La Dc e i cattolici a Roma nel secondo ‘900 – diffuso nei giorni scorsi (in fondo alla pagina il link per accedere al testo integrale). Cerroni distilla considerazioni da vecchio saggio. Sullo sfondo resta comunque la controversia sull’inceneritore da realizzare a Roma. È corretto il metodo che discende, almeno sembra, dall’affidamento di poteri speciali al Sindaco Gualtieri?

 

Romano Contromano

 

 

 

Manlio Cerroni, solitamente definito dalla stampa il Re di Malagrotta, non è citato nel documento diffuso martedì 3 maggio dagli Amici di Piazza Nicosia. Nel testo si fa solo un rapido cenno alla soluzione a suo tempo adottata dalle amministrazioni capitoline a guida Dc per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Per molto tempo ha rappresentato agli occhi della pubblica opinione un esempio di gestione appropriata ed efficiente.

 

 

Forse anche per questo richiamo del tutto implicito alla sua azione imprenditoriale, Cerroni ha voluto limitarsi a un elogio distaccato, con il probabile intento di non seminare inutili polemiche. Queste le sue parole: “Mi complimento con tutti i firmatari ed estensori del documento. Speriamo che la Vostra riflessione comune consegua l’obiettivo di combattere la “damnatio memoriae” così imperante di questi tempi e contribuisca a riportare l’attenzione su quella “voglia di fare” che ha contraddistinto tutti quegli anni e che ha fatto di Roma un modello riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo e che oggi ci fa dire amaramente “come cadesti o quando da tanta altezza in così basso loco?”.

 

Cerroni ha tempra di combattente. Chapeau! In questo caso assume la veste del saggio, non entra nella disputa, fresca di battute e contro battute, sulla scelta dell’inceneritore. Si sa però che nella missiva indirizzata al Sindaco alcuni giorni fa messo i piedi nel piatto – o per meglio dire nella mondezza – per indicare la via di una soluzione tecnologica che azzera i rischi connessi all’incenerimento dei rifiuti. Per i cultori della materia si tratta nella sostanza di una modalità consistente nella gassificazione di tutto ciò che usualmente, in epoca precedente, veniva conferito in discarica.

 

Non entriamo nel merito. A questo stadio della discussione è lecito comunque sollevare un dubbio circa il criterio che sembra dominare lo scenario della controversia. Ammettiamo pure che sia valido – il che non significa negare che si tratti di un approccio quanto meno originale – attribuire al Sindaco il potere d’intervenire straordinariamente, in deroga alla legge regionale, per risolvere il problema della pulizia della città. Resta in ogni caso da decidere se sia giusto immaginare preventivamente, come si evince dal dibattito in corso, il ricorso a una tecnica di gestione.

 

Senza cadere nel tipico omaggio alla concorrenza dei liberisti ad oltranza, spetterebbe al mercato mettere a disposizione dei decisori politici le proposte più confacenti, secondo la logica di una sana e autentica competizione tra le imprese. Questo farebbe il bene della città. Invece si parte dall’assunto che sia l’inceneritore la panacea del disastro ambientale della capitale e si prefigura uno schema di gestione, ovvero l’affidamento a una newco che Acea ed Ama dovrebbero quanto prima costituire, proprio in funzione della preventiva opzione tecnologica. È questo il metodo per accertare quali siano le convenienze migliori, in primis per la salute di cittadini, che la Giunta Gualtieri è chiamata a individuare?

 

Insomma, si tratta di non eccedere in semplificazioni avvalendosi della presunta bacchetta magica dei poteri speciali. Gualtieri non deve cadere in questa trappola. È un uomo che nella sua sobrietà mostra il gusto del buon senso. Faccia in fretta, tenga a bada gli estremisti, scelga per il meglio: il tutto, però, nella cornice di una limpida e corretta procedura di governo.

La Dc e i cattolici a Roma nel secondo ‘900

La politica, i giovani e il primato della “libertà”.

 

La pandemia ha svelato una specie di “nuovo blocco” in embrione, la cui forza motrice sembra essere un popolo, soprattutto (ma non solo) giovanile, che pare accomunato in primo luogo dal primato dell’aperitivo. Niente passato, zero futuro. E la politica? Dovrebbe riflettere su stessa, per riprendere a tessere una trama, con l’ambizione di decifrare il cambiamento e poi riuscire magari ad orientarne il corso.                                                                                                             

 

Gabriele Papini

 

Maggio è il mese delle “grandi riaperture”, ma le divisioni pesano ancora, eccome, e non si lasciano derubricare al rango di politique politicienne. Anzitutto c’è da rilevare che destra e sinistra esistono ancora. Solo che i loro ruoli sembrano essersi quasi capovolti. La sinistra che voleva, se non proprio dare l’assalto al cielo, quanto meno cambiare il mondo, e che aveva l’assembramento (l’assemblea, la piazza, il corteo) nel suo codice genetico, adesso viene percepita come nostalgica del “tutti a casa”, dell’obbligo delle mascherine, oltre che, ovviamente, come paladina delle tasse: quasi la reincarnazione dello sceriffo di Nottingham. La destra conservatrice, che la piazza la detestava, adesso invece la solletica e la cavalca, in nome della caduta di norme e ordinanze che hanno regolato gli ultimi due anni della nostra vita.

 

In ballo non ci sono solo le riaperture, la patrimoniale, le tasse di successione, che pure sono, si capisce, aspetti importanti; c’è  anche, in forma decisamente inedita, quella che un tempo veniva considerata la questione delle questioni, e magari un po’ enfaticamente, veniva chiamata la “libertà”.

 

La sinistra, in materia, pare afflitta da afasia. La destra, al contrario, ne fa una bandiera. Non è la prima volta, nel lontano 1994 Berlusconi scese in campo e vinse le elezioni in nome della «libertà» insidiata dal «comunismo» (peraltro appena crollato). Ma dal 1994 il mondo è profondamente cambiato, neanche la «libertà» della destra è quella di una volta. Per dire. Qualche tempo fa è comparsa su un muro di Roma una frase che la dice lunga: «Alla mia salute ci penso da solo. Lo Stato stia lontano dalla mia libertà e dalla mia famiglia. Abbasso (in realtà l’espressione è più colorita) il comunismo».

 

Parole, appunto, in «libertà»? Certo. Ma forse c’è qualcosa di più profondo. Così profondo, così inquietante, che replicare indignati in nome dei valori e dei principi (il rispetto delle regole, la solidarietà tra le generazioni, la libertà e i diritti che hanno per limite la libertà e i diritti degli altri) è doveroso, ma non basta. Anche perché (lo sa benissimo chiunque ci abbia provato) nessuno di questi argomenti, da solo, ha molte possibilità di far breccia. Per trovarne di più convincenti, bisognerebbe provarsi a indagare (umilmente, ma impietosamente) su come, quando e perché una simile idea della «libertà» si sia diffusa fin quasi a divenire egemone.

 

E visto che, parlando di egemonia, molti sono portati a citare Gramsci (spesso a sproposito) bisognerebbe chiedersi come, quando e perché abbia cominciato a prendere corpo quella specie di “nuovo blocco” in embrione svelato dalla pandemia, la cui forza motrice sembra essere un popolo, soprattutto (ma non solo) giovanile, che pare a prima vista accomunato in primo luogo dal primato dell’aperitivo e della “birretta a Campo” (‘de Fiori, s’intende). Niente passato, zero futuro. Con tutto quello che ne consegue anche sul piano “ideologico”, nel senso di coltivare un’idea minima di Paese, e prima ancora della concezione di sé stessi e della vita sociale.

 

Ci sarebbe di che discutere, ma purtroppo è difficile, per non dire impossibile, che una simile riflessione prenda corpo, almeno sul piano sociale. Un po’ perché una politica disattenta purtroppo non dispone da un pezzo (e non se ne fa un cruccio) degli strumenti, intellettuali e non solo, utili a “poggiare l’orecchio alla terra” (come avrebbe fatto il rabdomante nel Contadino della Garonna di Jacques Maritain) cioè a cogliere quei cambiamenti della società che un tempo cercava di promuovere, di indirizzare e, nel caso, di contrastare sul campo, e che adesso invece si limita a subire almeno finché non le si ritorcono apertamente contro.

 

Molto perché, per avviarla, la politica dovrebbe (anche se la storia contemporanea non va più di moda) riflettere a fondo e dolorosamente su se stessa, sulla desertificazione che ha vissuto e sul deserto che ha prodotto. Alzi la mano chi intravede qualcuno che abbia la testa, il cuore e, perché no, lo stomaco necessari alla bisogna.

Esiste lo spazio per il “centro” a patto che si rompano gli schemi. Ci vuole intelligenza e coraggio.

Se prevale il tatticismo, ogni discorso rimane sospeso a metà. E il tatticismo, a ben vedere, consiste anche nel prefigurare comode scorciatoie, come quando si ipotizza la candidatura di Draghi nel 2023 in funzione di animatore e guida di uno schieramento neocentrista. Piuttosto servirebbe tradurre in una efficace “politica di centro” le scelte – non prive, il più delle volte, di lungimiranza – che Draghi offre al Paese con la sua azione di governo.

 

Giuseppe Davicino

 

Mi pare che la reiterata critica di Giorgio Merlo al bipolarismo selvaggio, colga bene tre elementi con cui, volenti o nolenti, si dovrà fare i conti: la disillusione profonda di una buona metà dell’elettorato, le dimensioni incommensurabili della crisi e la necessità che la politica esca dal cantuccio in cui è stata relegata. Se vogliamo evitare che la politica ritorni solo nel tempo in cui non resterà che ricostruire sulle macerie, allora credo che sì dovrebbe prendere molto sul serio la suddetta critica.

 

Una metà circa dell’elettorato disilluso, perché si è sentito ingannato, rappresenta una mina vagante, passibile di nuove manipolazioni da parte di chi dispone dei mezzi e della cattiva volontà per farlo, ma anche il rischio di un Aventino dai processi elettorali di metà dei cittadini, come peraltro già accaduto alle ultime Comunali. Come si parla a questo elettorato? In modo alternativo sia al populismo che ai progetti che lo hanno alimentato. Vale a dire ripristinando il dibattito, il pluralismo dei punti di vista, le mediazioni e la sintesi della politica. Perché a ben vedere il giudizio su questo bipolarismo che delegittima e distrugge l’avversario, appare, purtroppo, cogliere una caratteristica del clima generale del momento, oserei dire dello spirito del tempo. Dove impera un solo messaggio, una sola verità, una rigidissima selezione delle opinioni ammesse, si parli di guerra, di economia, di energia, di ambiente, di sanità, di tecnologie o di qualunque altro argomento fondamentale per definire il progetto di società.

 

L’auspicio allora qual è? Che il “centro” sappia interpretare questa enorme esigenza di confronto, di dibattito, di ponderazione, di giudizi non univoci, di mettere in egual risalto i pro e i contro di qualsiasi progetto in relazione alla complessità sistemica.

 

Anziché coltivare qualche residua speranza di candidare Draghi, le forze che si muovono per rinverdire il senso politico del centro, credo farebbero meglio a cogliere e imitare lo stile di Draghi. Che, ad esempio, gli permette di ricordare con pragmatismo e capacità di visione al Parlamento Europeo le cose da cambiare in Europa, proprio mentre la Germania subisce un duplice condizionamento, dagli anglo-americani che la vogliono più refrattaria alle prospettive di pace in Europa, e nel contempo dalla Bce dalle cui cure ormai dipende come fosse un’Italia qualsiasi. E gli permette nel contempo di osare politiche energetiche “africane” e “matteiane” secondo una precisa idea del ruolo dell’Italia nell’Europa e nel mondo multipolare che verranno dopo la guerra.

 

Con la stessa attenzione questo centro, come peraltro auspicato dallo stesso Giorgio Merlo relativamente alla sua componente cattolica, dovrebbe guardare al magistero e alla strategia diplomatica di Papa Francesco a partire dall’approccio alla guerra in Europa. Per fare ciò però occorre rompere col conformismo, relativizzare il clima di isteria, di intolleranza, di propaganda che spadroneggia sui media per dedicarsi ai nodi cruciali la cui soluzione non passa dal compiacere a priori chi ci ha spinto sull’orlo del baratro, ma da un paziente lavoro politico senza il quale si va a sbattere.

 

Manca poco alle elezioni, ma il tempo per qualificare il “centro” come luogo in cui si affrontano i problemi, si disinnescano le tensioni, si fissano le priorità anziché farsele dettare da chi ha più voce, c’è. E l’elettorato che più è sensibile a questo stile di serietà, lo percepisce allorquando ne vede dei segni di vita.

Il “benessere/disagio” delle famiglie: aggiornamento del IV trimestre 2021 del Barometro nazionale Cisl.

 

Lo studio, curato dalla Fondazione Ezio Tarantelli per conto della Cisl, si articola nei seguenti capitoli.

 1 – Il barometro delle famiglie: è terminata la ripresa, inizia una nuova fase di peggioramento? 2 – Le incertezze del quadro economico. 3 – L’evoluzione della pandemia e le strozzature d’offerta. 4 – L’aumento dei prezzi dell’ energia e l’aumento dell’inflazione. 5- La guerra in Ucraina e i prezzi dell’energia in Europa. 6 – Le prospettive per le famiglie italiane: gli effetti dell’aumento dell’inflazione sui salari. 7 – Le tendenze del mercato del lavoro. 8 – Le dinamiche territoriali dell’occupazione e della disoccupazione. 9 – Retribuzioni lorde, nette e prezzi.

Di seguito riportiamo i primi due capitoli, dando altresì la possibilità di accedere al testo completo attraverso il link a fondo pagina.

 

Redazione

 

1 – Barometro delle famiglie: è terminata la ripresa, inizia una nuova fase di peggioramento?

  

Nel corso del 2021 tutti i Paesi europei sono stati attraversati da una fase di rafforzamento dell’economia dopo la forte contrazione osservata nel 2020. Molte econo- mie hanno raggiunto, quindi, i livelli del Pil prevalenti prima della crisi, e altre, fra cui l’Italia, si sono portate poco al di sotto di tali livelli.

 

La ripresa del 2021 in Italia ha anche permesso di migliorare le condizioni di benessere delle famiglie. Il Barometro Cisl ha continuato a migliorare nel corso dell’anno, superando nel quarto trimestre i livelli pre-pandemia.

 

Tale miglioramento non investe in maniera uniforme le diverse componenti dell’indice. È prevalentemente trainato dall’indicatore del dominio “Attività economica”, che ha beneficiato del recupero dei livelli del Pil. Ha visto anche un rafforzamento del dominio della “Coesione sociale”, soprattutto a seguito di un andamento relativamente meno negativo delle regioni del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord, e della riduzione delle distanze fra giovani e adulti; ma soprattutto sembrano ridimensionarsi le distanze di genere in tutte le ripartizioni territoriali. Tuttavia, il miglioramento dell’economia ha sinora avuto effetti limitati sul dominio dei “Redditi”, dove si sono già avvertiti i primi effetti degli aumenti dell’inflazione, e dove in prospettiva la tendenza non potrà che peggiorare ulteriormente. Inoltre, il quadro del mercato del lavoro è ancora molto incerto: a fronte di evidenti miglioramenti nelle misure relative alla quantità di lavoro, soffrono tutti gli indicatori della qualità del lavoro, principalmente a causa dell’aumento dei contratti a termine e quindi dell’incidenza del lavoro precario.

 

2- Le incertezze del quadro economico

 

Dopo la fase di miglioramento osservata lo scorso anno, l’economia ha iniziato di nuovo a perdere terreno. In particolare, le prospettive, che già scontavano una elevata incertezza per effetto della pandemia, sono peggiorate a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina. Gli straordinari elementi di incertezza che condizionano le prospettive aprono alla possibilità di diversi scenari, anche di estrema gravità se le cose dovessero evolvere nella direzione peggiore. È importante che la politica eco- nomica sappia affrontare questa nuova fase di crisi dotandosi di strumenti adeguati per scongiurare i rischi di una nuova recessione, che potrebbe avere conseguenze gravi sul tessuto socio-economico del Paese.

 

Le caratteristiche della crisi stanno, infatti, cambiando. Nel passato biennio le interruzioni della produzione sono state legate soprattutto alle misure di restrizione all’attività, introdotte allo scopo di limitare la diffusione del contagio. La politica economica è intervenuta soprattutto attraverso misure di ristoro a favore dei lavoratori e delle imprese dei settori bloccati dalle misure di distanziamento.

 

La fase attuale vede invece materializzarsi soprattutto uno shock energetico, che impatta sull’inflazione determinando una contrazione ampia del potere d’acquisto delle famiglie. Uno shock di questa natura richiede sforzi nella direzione della sostituzione delle fonti di approvvigionamento, in modo da ridimensionare la dipendenza energetica dalla Russia. Inoltre, come si sta già facendo, occorre rafforzare le misure di attenuazione dei rincari dei prezzi a carico delle famiglie, e di limitazione dei costi per le imprese, anche per spegnere sul nascere i rischi di una spirale inflazionistica.

 

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Le “idee ricostruttive” della nuova Italia. Lo sforzo programmatico della Dc di De Gasperi all’alba della Repubblica.

 

Pubblichiamo la parte finale della relazione tenuta da Alessandro Forlani al convegno “Con le lenti di Alcide De Gasperi” (Viterbo, 1-3 Aprile 2022) promosso da “Il Domani d’Itsalia” e dal “Centro Studi Aldo Moro-Viterbo”. In fondo è possibile cliccare sul link per leggere il testo completo.

 

Alessandro Forlani

Con riferimento al nascente partito della Democrazia Cristiana, i contenuti delle Linee di ricostruzione furono ripresi e collegialmente rielaborati, tenendo conto dei documenti che erano nel frattempo pervenuti al gruppo dirigente centrale da diverse parti d’Italia e trovarono definitiva collocazione in un nuovo documento programmatico, ormai consegnato alla storia, l’opuscolo “Idee ricostruttive della Dc”, a firma Demofilo.  Il documento riprendeva le indicazioni espresse nelle Linee di ricostruzione, insistendo, in particolare, sulla necessità di difendere i princìpi e le norme costituzionali da tentativi di forzatura e stravolgimento – come era accaduto per lo Statuto Albertino, da parte del regime fascista – e quindi veniva sottolineato il valore del ruolo della futura Corte Costituzionale, proprio a presidio delle regole fondamentali che avrebbero ispirato la nuova democrazia italiana.  Rispetto alle “Linee di ricostruzione”, venivano maggiormente accentuati i temi inerenti alla giustizia sociale, con le proposte di estensione e semplificazione delle assicurazioni sociali, arrivando ad evocare, addirittura, la “soppressione” del proletariato.

 

Un’integrazione significativa si registrava anche sotto il profilo del sistema tributario, con la proposta di unificazione delle imposte e di semplificazione del sistema di accertamento. Il fondamento del sistema stesso avrebbe dovuto ravvisarsi nel principio di progressività, per favorire una più equa redistribuzione della ricchezza. Troviamo, inoltre, auspici particolarmente avanzati, come l’idea della successione dei lavoratori nella proprietà delle imprese o delle terre dagli stessi lavorate. Veniva proposta la creazione di istituti di credito specializzato e di banche regionali, ai fini di incentivare la capitalizzazione e lo sviluppo delle attività produttive di rilevanza locale che realizzassero nuova ricchezza nei rispettivi territori. Emergeva dal testo un chiaro monito verso una democrazia inclusiva, in grado di coinvolgere nella gestione della cosa pubblica le masse popolari e di consentire al Paese di riconquistare rispetto e prestigio nella comunità internazionale. Accanto a temi cari alle antiche battaglie di Murri e di Sturzo, si colgono anche suggestioni e indicazioni innovative, frutto di elaborazioni successive, maturate nella “lunga vigilia”.

 

Alla stesura dell’opuscolo, insieme a De Gasperi, che aveva concorso in larga misura, ai suoi consueti devotissimi amici degli anni difficili della dittatura, Scelba, Gonella e Spataro, ad altre figure del vecchio PPI e delle organizzazioni cattoliche, collaborarono giovani emergenti che si avvicinavano in quella fase al nascente partito (ricordiamo il futuro fondatore e Presidente della Coldiretti, Paolo Bonomi e il giurista napoletano Stefano Riccio). Alla definizione dei contenuti prese parte anche il professor Pasquale Saraceno, l’economista e meridionalista che era stato tra i principali promotori e ispiratori dell’iniziativa di Camaldoli, a testimonianza dello stretto legame intercorrente tra i programmi della Dc e il Codice scaturito dal seminario casentino che, peraltro, aveva avuto luogo proprio pochi giorni prima della diffusione delle Idee Ricostruttive.  Infatti, è in data 26 luglio 1943 – proprio il giorno successivo alla destituzione di Mussolini, sempre nel pieno di quella fase storica di “nuovo inizio”, così drammatica e così straordinaria – che l’infaticabile Giuseppe Spataro, l’avvocato abruzzese che aveva tenuto vivi, tra mille difficoltà, i contatti tra gli ex popolari, durante la dittatura e aveva poi ospitato, nella sua abitazione romana, le riunioni costitutive del nuovo partito, inviava in tipografia le “Idee ricostruttive”.

 

Il documento fu poi diffuso clandestinamente in tutta Italia, ne furono distribuite decine di migliaia di copie. De Gasperi inserì poi ulteriori integrazioni e, fin dal 1944, l’opuscolo fu considerato il programma ufficiale della Dc. Nel luglio di quell’anno si svolse il Congresso interregionale della Dc a Napoli, con i rappresentanti dell’Italia già liberata e, in quell’occasione, De Gasperi, investito, per acclamazione, della segreteria politica, riaffermò la natura popolare e personalista del partito. L’identità ideale e culturale, delineata a Napoli, in quella circostanza, dal leader trentino e le linee programmatiche verranno ulteriormente approfondite e rafforzate, in una formulazione ancor più organica e articolata, dopo la fine del conflitto mondiale e l’avvento di De Gasperi alla guida dell’Esecutivo, nel “discorso delle libertà”(o “Relazione Gonella”), pronunciato da Guido Gonella, su incarico dello stesso statista trentino, al primo Congresso Nazionale della Dc, alla fine di aprile del 1946.

 

 

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Terrorismo, ritorsione, legittima difesa, guerra e pace. Il discorso del card. Martini dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2001.

 

Nellintervista al «Corriere della Sera» il Papa ha fatto riferimento al discorso rivolto il 6 dicembre 2001 alla città di Milano dallallora cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini. Ne pubblichiamo di seguito uno stralcio – la parte conclusiva: Alcuni imperativi immediati – rinviando al link a fondo pagina per leggere il testo integrale.

 

 

Carlo Maria Martini

 

  1. Abbiamo anzitutto un grande bisogno di percepire dentro di noi una fontana zampillante di pace che ci apra alla fiducia nella possibilità di passi concreti e semplici verso un cambiamento di stile di vita e di criteri di giudizio, unica via a un cammino serio di pace. Evitiamo di lasciarci intorpidire da un clima consumistico prenatalizio che rischia di farci rimuovere le domande serie emerse da questi fatti drammatici.

 

  1. Per evitare di essere trascinati, anche non intenzionalmente, in uno scontro di civiltà, occorrerà esercitarsi nell’arte del dialogo, che parte da una chiara coscienza della propria identità e della ricchezza dei linguaggi con cui esprimerla e renderla accessibile smontando i pregiudizi, i cavilli e le false comprensioni.

 

  1. Per questo sarà importante imparare a conoscere le altre religioni, in particolare l’Ebraismo e l’Islam, scrutando di ciascuna la storia, letteratura, le ricchezze spirituali, le profondità mistiche, il pluralismo espressivo, anche quello sociale e politico.

 

  1. Ma soprattuto occorrerà educare a gesti, pensieri e parole di perdono, di comprensione e di pace, usando tolleranza zero per ogni azione che esprima sentimenti di xenofobia, di antisemitismo, di minor rispetto di qualunque sentimento e tradizione religiosa. Questo richiede che anche gli altri rispettino e apprezzino quei segni religiosi che sono stati e sono tuttora per noi la via e il simbolo che ci permette oggi di offrire a tutti ospitalità e pace.

 

  1. È superfluo ricordare quanto la scuola e l’università siano chiamate a educare al dialogo, al confronto sereno, per aiutare a riflettere motivatamente sui gravi problemi in discussione a livello internazionale ma anche nazionale e regionale (e non soltanto perciò sui temi della pace e della guerra, ma anche oggi su temi per noi gravi e urgenti come la giustizia e la sanità). Grande sarà in questo senso il compito e la responsabilità dell’autonomia scolastica.

 

Ci conforta e ci fa ben sperare l’anniversario che si ricorderà domani, quello dell’apertura, 80 anni fa, proprio a pochi metri da questa Basilica di Sant’Ambrogio, in via Sant’Agnese, dei corsi della neonata Università Cattolica del Sacro Cuore. Incominciò con 68 iscritti. Oggi sono oltre 40.000. Auguriamo ad essi e a tutti i giovani del mondo di essere, per il millennio che inizia, come le “sentinelle del mattino” che annunciano il giorno della tanto desiderata pace.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 3 Maggio 2022

 

 

Il testo integrale del Cardinal Martini

Pensiero cristiano e modernità. Torresi ricostruisce l’ambiente intellettuale da cui uscirà nel dopoguerra la classe dirigente cattolica.

 

Per gentile concessione pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione a La scure alla radice. «Studium», la cultura cattolica e la guerra (1939-1945), Studium, 2022, ultimo lavoro d’indagine e ricostruzione storica di Tiziano Torresi. Alleghiamo al testo la foto che campeggia in copertina del volume (presente già sulle piattaforme digitali, in primis su Amazon).

 

Tiziano Torresi

Paolo VI, in un discorso rivolto alla «benemerita famiglia» di Studium, nel febbraio 1964, ne qualificava la storia con un ossimoro: modesta e gloriosa. Il ricordo della penuria di risorse degli intellettuali a lui vicini sin dalla giovinezza amplificava il loro merito agli occhi del Papa: aver contribuito a dare una cittadinanza al pensiero cattolico nella cultura italiana. Eppure, nonostante i protagonisti dell’impresa abbiano spesso vantato questo merito, la storia su Studium, al pari di quella sui movimenti intellettuali dell’Azione cattolica, resta oggi alquanto modesta e bisognosa di verificare in maniera neutrale, complessiva e documentata se la loro fu vera gloria.

 

Da un lato l’importanza dell’elaborazione culturale del gruppo di Studium, editrice e rivista, per la maturazione del laicato intellettuale in Italia e per la diffusione di un sapere cristiano qualificato è nota da tempo agli studiosi. Dall’altro nella storiografia sul movimento cattolico i riferimenti a Studium sono apparsi quasi sempre sullo sfondo di altre vicende, le voci parziali, i pochi contributi d’insieme segnati da una prospettiva autoreferenziale. Negli ultimi anni, anche con l’accrescersi dell’interesse per la storia dell’editoria italiana, il quadro si è però arricchito.

 

[…] La storiografia ha portato alla luce gli obiettivi di questo ambiente intellettuale: conciliare il pensiero cristiano con la modernità, coniugare fede e cultura, propiziare una maturazione teologicamente fondata dell’impegno morale del cristiano e della sua coscienza civile. Gli studi restituiscono l’immagine di un gruppo di redattori e di autori consapevole del valore pionieristico di questi obiettivi. Un gruppo determinato a evitare ogni preclusione settaria, aperto a nuove contaminazioni, a un approccio interdisciplinare agli argomenti, al contatto con personalità di altri circuiti ecclesiali, ma senza eclettismo.

 

L’attenzione riservata dalla storiografia al rapporto tra la cultura cattolica e il fascismo ha inoltre permesso di indagare il campo che questo gruppo coltivò con più fervore, complice il progressivo restringimento degli spazi di libertà: quello della moralità professionale. La formazione di un ceto intellettuale professionista aveva una potenziale proiezione nella vita pubblica che rappresentò uno dei motivi di maggiore tensione con il fascismo. Sebbene negli anni Trenta il significato politico della strategia degli intellettuali cattolici vicini a Studium restasse indeterminato, si delineò un’alternativa dentro il sistema dalla quale scaturì una ricerca di nuove prospettive per il cattolicesimo.

 

Conferme sul ruolo svolto da Studium nella cultura cattolica dell’epoca si ricavano anche dal recente volume di Renato Moro, Il mito dellItalia cattolica. Lo storico propone infatti una riconsiderazione globale e, per molti aspetti, sorprendente di come, nel gioco di riflessi tra fede nazionale, fede cattolica e fede fascista, si sia in larga misura plasmata l’identità stessa del popolo italiano. Egli spiega come l’uso politico della religione negli anni Trenta e l’identificazione tra nazione e cattolicesimo difesa dal fascismo e apparentemente trionfante con la Conciliazione, finì col ritardare la presa di coscienza della reale natura ideologica e sostanzialmente pagana del regime da parte dei cattolici e celò, sotto la maschera di una presunta etica collettiva cattolico-nazionale, diffusa a livello popolare, una drammatica, inesorabile scristianizzazione della società. Dal volume emerge in modo chiaro come, in tutto questo, il cenacolo di Studium abbia rappresentato una significativa area di minoranza all’interno del cattolicesimo italiano, nella quale si espresse ripetutamente la preoccupata consapevolezza del pericolo di un’involuzione totalitaria del regime. La rivista, in particolare, fu in prima linea nel denunciare i rischi delle nuove religioni politiche neo-pagane e dimostrò un’acuta sensibilità verso gli scarsi e talvolta controproducenti esiti della stessa politica concordataria.

 

Uno sguardo complessivo degli studi sulla prima fase della vita di Studium permette di cogliere anche un altro aspetto: rivista, editrice e Laureati, fino al 1939, non sono che gli strumenti diversi di un unico impegno alla mobilitazione di idee che si riassume in un nome solo. Quello di Igino Righetti. La sua personalità domina gli intellettuali dell’Ac, guida la redazione, determina lo stile dell’editrice; nel passaggio della rivista dalla Fuci ai Laureati, nonostante precarietà e incertezze, egli scommette su un progetto culturale non più affidato all’alternarsi delle generazioni studentesche ma proiettato nei tempi lunghi dell’impegno civile e professionale; intuisce che l’attenzione alla storia del movimento cattolico – si pensi alla determinazione con la quale a metà degli anni Trenta egli cerca la collaborazione di Stefano Jacini – è alimento per un nuovo protagonismo nella storia.

 

Cosa accadde a questa impresa culturale quando morì il suo giovane artefice e mutò il contesto ecclesiale in cui era cominciata? In che modo Studium, entrando nella sua «vita adulta», restò fedele alla missione originaria e durante la bufera della seconda guerra mondiale diventò una voce autorevole della cultura cattolica? E in che misura, in una lenta gestazione di idee, contribuì alla rinascita democratica e alla definizione delle coordinate della ricostruzione? È possibile illuminare, attraverso il prisma di Studium – editrice e rivista considerate come la duplice espressione di un medesimo gruppo, con una sensibilità, un orientamento e uno stile propri e riconoscibili – i connotati di un periodo del cattolicesimo italiano troppo spesso considerato come l’epilogo di una storia già nota o il preludio di nuovi sviluppi, e, dall’altro, a collocare la riflessione del gruppo nel contesto ecclesiale, politico e culturale in cui essa si svolse.

 

Anche su quest’ultimo si conta oggi un numero significativo di studi, in larga misura dedicati all’azione diplomatica della Santa Sede, ai pronunciamenti dell’episcopato, al sentimento verso la patria in armi, alla religiosità popolare. Sebbene la storiografia abbia chiarito la necessità di verificare la diversità delle posizioni rispetto a ciascuna fase del conflitto, da un quadro complessivo emerge che il mondo cattolico fu disciplinato nell’obbedire ai doveri della patria ma sostanzialmente tiepido, «agnostico» verso le parole d’ordine del regime, fu contrario al bellicismo fascista, rifiutò l’odio al nemico e la guerra come condizione normale della vita dei popoli, interpretandola piuttosto come il castigo rigeneratore di una civiltà in crisi […]. L’atteggiamento di Pio XII, il principale ispiratore di questa visione, è stato anch’esso analizzato e così lo sviluppo delle iniziative della cultura cattolica durante la guerra.

 

Dagli studi sul contributo dei cattolici alla rinascita democratica e civile del Paese e dalle ricerche, ancora lacunose, sulla storia degli intellettuali dell’Ac appare perciò promettente approfondire le posizioni di Studium per capire meglio come l’editrice e la rivista raccolsero energie, intuirono soluzioni alla crisi bellica, propiziarono contatti e feconde relazioni tra il mondo ecclesiale, politico ed economico, nell’arco di tempo in cui maturò il pensiero di autori e redattori destinati a partecipare da protagonisti alla successiva ricostruzione.

 

Resta sullo sfondo il «Codice di Camaldoli» che, a partire dagli anni Ottanta, ha invece primeggiato nella pubblicistica su questo milieu. è vero che nel volume Per la comunità cristiana vennero convogliate molte risorse del gruppo di Studium. Tuttavia, più per riprendere – in larga misura invano – un discorso comune sui fondamenti morali dell’impegno dei cristiani in politica che per rispondere ad autentici interessi storiografici, il «Codice» è stato un magnete che ha paradossalmente distolto lo sguardo proprio dal sostrato profondo e complesso di valori e di idee, dal fervore di iniziative programmate e realizzate nel lungo periodo, dall’intreccio di fatti e di personalità che lo ispirò e lo rese possibile.

 

Indagando la fase progettuale del lavoro su libri, su collane, su convegni ed articoli, cogliendo sintonie e dissonanze con la cultura del tempo, è possibile verificare come Studium fu capace di incidervi e di costituire un punto d’incontro di libere intelligenze cristiane nelle controverse questioni spirituali e materiali che impegnarono le sentinelle del mondo cattolico tra il crepuscolo del regime, la notte della guerra e l’aurora della liberazione.

Quel mattino di sangue a Piazza Nicosia. Giubilo, ex sindaco, ricorda l’azione terroristica delle BR contro la Dc romana.

 


Nell’attentato morirono gli agenti di PS Antonio Mea e Pierino Ollanu. Un terzo, Vincenzo Ammirata, sebbene gravemente ferito, si salvò. Il primo a recare alla Dc romana i sentimenti di vicinanza e  solidarietà fu il segretario del PSI Bettino Craxi. Poco dopo fu la volta di Benigno Zaccagnini, ancora segnato dal dolore per la vile uccisione del Presidente del partito, Aldo Moro, nella tragica primavera del 1978.

 

Pietro Giubilo

 

Come altre volte, anche quella mattina, in una stanza di Piazza Nicosia accanto a quella del segretario politico, mi attendeva la paziente attività di elaborazione delle tesi con le quali la Dc romana, per la prima volta e da tre anni all’opposizione in Campidoglio, si confrontava con la “giunta rossa” di Petroselli, che Elia Baffoni avrebbe definito un po’ di anni dopo, non senza amorevole enfasi, “il sindaco di Roma morto sul lavoro  come un edile”.

 

Il gruppo consiliare all’opposizione incalzava la nuova giunta con puntualità. L’Ufficio programma l’aveva voluto il segretario Aldo Corazzi, perché la vittoria delle sinistre nel 1976, con la sua ondata elettorale, era partita dalle periferie e si presentava con l’ambizione di una diversa, anche se poco chiara, proposta urbanistica. L’azione di Petroselli, da lì a poco sarebbe subentrato al “lento incedere” di Argan, intendeva, infatti,  misurarsi proprio sul terreno sul quale il partito aveva lavorato intensamente, con i sindaci Amerigo Petrucci e Clelio Darida, approvando il Nuovo Piano Regolatore Generale del 1965, ricco di una visione strategica ed avviando il Piano di Risanamento delle Borgate che, partendo dalla previsione e  realizzazione dei depuratori,  si irradiava a portare acqua, luce, collettori e servizi nelle tante zone spontanee di una Città cresciuta tumultuosamente non solo per demografia e immigrazione, fenomeni che il primo Piano di Edilizia Economica e Popolare, pur puntuale e di ampia previsione, non riusciva ad assorbire adeguatamente.

 

Poi era in corso la campagna elettorale delle politiche che si sarebbero svolte un mese dopo. Su Roma ci dovevamo impegnare per il necessario recupero del  “gap” di consensi rispetto al PCI;  ma l’appuntamento delle urne coinvolgeva soprattutto la struttura regionale, tanto è vero che in sede era presente, già al suo posto, il segretario Bruno Lazzaro. Invece, l’abitudine tutta romana di “prendersela comoda”, cioè di iniziare a lavorare non troppo presto e di fare qualche giro a piedi nei dintorni, insieme ai più vicini collaboratori – un amico consigliere municipale che poi ebbe un ruolo nell’ufficio sanità del partito nazionale e un altro di originale intellettualità che venne eletto parlamentare più di una decina di anni dopo – ci aveva portato a colloquiare, “facendo due passi”, dando un’occhiata alle bancarelle dei libri di Piazza Fontanella Borghese.

 

Ad un tratto, sentimmo nettamente ripetuti colpi di arma da fuoco provenire dalla non lontana Piazza Nicosia. Sovrastavano il rumore dell’intenso e regolare traffico che si produceva per la confluenza di auto e mezzi pubblici, anche a rotatoria, tra via della Scrofa e via del Clementino e che poi si snodava, dopo la piazza, verso il lungotevere, con la breve via dei Somaschi o verso la storica Piazza Umberto I,  percorrendo via di Monte Brianzo. Perché il Comitato romano della Dc, insieme a quello regionale, occupava nella piazza, ove in altro edificio alloggiavano gli austeri uffici del  Tar del Lazio, due piani di un palazzo piacentiniano nel centro della città storica. Non erano lontani il Senato e la Camera, la sede della potente corrente dorotea di Piazza Cardelli e, a Fontanella Borghese, la facoltà di Economia e commercio della Sapienza dove insegnava il professor  Amintore Fanfani.

 

Insomma quella piazza era nel cuore della città con il suo intenso e caotico traffico. Più incuriositi e non ancora sgomenti ci affrettammo a raggiungerla ed assistemmo ai  drammatici, successivi momenti del conflitto a fuoco avvenuto tra alcuni brigatisti rossi e una pattuglia della Digos che era sopraggiunta sul posto a seguito dell’allarme lanciato per l’invasione della sede del partito. Colpendo gli agenti, parte del commando terrorista rimasta fuori dell’edificio in funzione di copertura aveva consentito agli altri brigatisti, infiltrati all’interno del palazzo, di scendere in strada e riuscire, nonostante il caos veicolare, a dileguarsi.

 

Il corpo dell’agente ucciso giaceva sul luogo dove era stato colpito, un altro, più lontano, ferito, morì qualche giorno dopo in ospedale: ambedue mostravano plasticamente  l’audacia di una azione condotta nel cuore della Città. Erano vicini all’angolo della piazza, dove, sul muro sovrastante, il partito volle affiggere qualche tempo dopo una targa in ricordo, sotto la quale ieri, dopo la cerimonia ufficiale della Polizia di Stato, con alcuni colleghi che sono stati amministratori e parlamentari, abbiamo deposto un mazzo di fiori bianchi con la scritta “Gli Amici di Piazza Nicosia”.

 

Aspettammo solo poco tempo prima che ci fosse consentito di raggiungere le stanze della sede per constatare il bilancio dell’azione brigatista: avevano  portato via qualche documento, tracciato scritte inneggiati alle Br e lasciato dei volantini che giustificavano l’assalto; gli impiegati erano scossi, ma non disperati. Mentre svolgevamo questo primo sopralluogo giunse inaspettato e per primo il segretario nazionale del PSI Bettino Craxi, avvertito e probabilmente già al lavoro nella non lontana sede del suo partito in via del Corso. L’uomo politico che più di ogni altro si era battuto per tentare la liberazione di Aldo Moro era teso, con lo sguardo di chi intravedeva il senso angosciante della continuità dell’azione terroristica. Poi intervennero gli esponenti nazionali del partito a cominciare da Benigno Zaccagnini, segnato da questa ulteriore  vicenda,  mentre ancora gli  si leggeva in viso  la desolazione per la fine, un anno prima, dello statista democristiano.

 

Fu un’azione seconda solo, per efferatezza e tecnica operativa, a quella militare di via Fani che ancora desta stupore e dubbi, cioè il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione degli uomini della scorta.

 

Da tempo sezioni, militanti, esponenti del partito romano erano oggetto di attentati e di ferimenti, soprattutto nelle zone periferiche dove la Dc romana aveva una importante rete organizzativa e politica, attenta alle esigenze di una Città cresciuta negli anni ’50 e ’60 con rapidità, e in vaste zone, spontaneamente. Alcune di queste sezioni avevano subito vere e proprie devastazioni, ma non si  piegavano e continuavano l’impegno e il lavoro politico, di  quadri locali consapevoli di difendere una condizione di libertà.

 

L’attentato costituì un brusco innalzamento del livello “militare” delle azioni intimidatorie e devastanti fino a quel momento portate avanti contro le sedi democristiane. La Questura invitò i dirigenti del Comitato romano e gli esponenti locali “più in vista” ad usare cautela negli spostamenti e a tenere un costante, se pur non facile, collegamento con gli uffici, al fine di organizzare improbabili forme di protezione. Il segretario Corazzi fu invitato ad allontanarsi dalla sua residenza a Roma e per alcune settimane alloggiò in un appartamento sul litorale dove più di una volta lo raggiunsi alla sera per cenare insieme e rendere meno penosa la sua condizione di isolamento.

 

La cerimonia di ieri ci ha riportato al ricordo di quella lontana sofferenza e a confermare la grande, sempre viva,   riconoscenza per quei due eroici difensori dello Stato. Questi non esitarono, per impedire quell’azione proditoria dei brigatisti, ad agire con quell’alto senso del dovere che albergava nel loro animo generoso, umile e splendido. E ci sono tornate nelle mente le immagini di amici, luoghi, tragedie e smarrimenti di quegli anni difficili nei quali l’azione eversiva tentò di cancellare una realtà politica e organizzativa che, invece, dimostrò di non essere senza radici profonde, ritornando in maggioranza in Campidoglio sei anni dopo, con un ritrovato vasto consenso popolare, sentendo di avere ancora la fiducia dei cittadini romani e di voler compiere ancora la sua funzione rappresentativa.

No al bipolarismo selvaggio, sì alla formazione di un vero “centro”. S’annuncia, dice Merlo, una nuova fase politica.

 

È giunto il momento di voltare pagina. Certo, molto se non tutto dipende dal futuro sistema elettorale. In questo contesto s’impone la presenza di un “centro” politico, riformista, democratico e liberale. Bisogna restituire alla politica il suo ruolo, la sua funzione e la sua “mission” al di là dei populismi, dei sovranismi e del “nulla della politica” per dirla con l’indimenticabile Mino Martinazzoli.

 

 

Giorgio Merlo

 

L’attuale bipolarismo non può essere la prospettiva della politica italiana. Veniamo da una stagione contrassegnata da un bipolarismo che ha un solo ed esclusivo obiettivo: la sostanziale distruzione e delegittimazione dell’avversario/nemico. Una distruzione non solo politica ma soprattutto morale. Non a caso, soprattutto nel campo della sinistra, la coalizione del centro destra viene spesso e volutamente confusa ed interpretata come una sorta di coalizione sovversiva, illiberale e con una difficoltà a rinnegare un passato oscuro ed autoritario. Un ritornello ormai ridicolo e stantio che però, puntualmente, riemerge alla vigilia di ogni consultazione elettorale con l’altrettanto puntuale accompagnamento e sostegno dello stuolo di giornalisti e conduttori al servizio della “causa”. Un dèjà vu persin troppo collaudato per essere ulteriormente descritto ed approfondito. Sull’altro versante la solita solfa sul “ritorno della sinistra comunista” che, con l’avallo del populismo grillino, si presta ancor più a questa interpretazione. Ma anche questo è un tasto ormai noioso e ripetitivo che non offre alcunchè di costruttivo e di politicamente rilevante.

Insomma, si tratta di un impianto politico che non regge più alle sfide importanti ed inedite della politica contemporanea. Perchè è una risposta politica sbagliata e non più corrispondente alle dinamiche e alle attese della società italiana. Soprattutto dopo la pandemia sanitaria e quella sociale in pieno svolgimento e le ricadute pesantissime che ci saranno con la guerra russo-ucraina. Una situazione che non può più tollerare pregiudiziali ideologiche, contrasti dello scorso secolo e contrapposizioni frontali attorno a tematiche e temi ormai del tutto archiviati e già consegnati agli archivi. Sarebbe curioso, al riguardo, assistere dopo le vacanze natalizie – e puntualmente alla vigilia delle prossime elezioni generali – all’eterno duello tra gli intramontabili “post fascisti” e i tardo “ex comunisti”.

 

Ecco perchè è giunto il momento di voltare pagina. Certo, molto se non tutto dipende dal futuro sistema elettorale. Ma anche su questo versante – e alla luce della deriva trasformistica ed opportunistica di questa legislatura caratterizzata dalla presenza dei populisti – occorre essere chiari perchè le regole si possono sempre aggirare. Come, ripeto, ci hanno confermato le vicende politiche di questi ultimi quattro anni che dovevano “rivoluzionare” la politica italiana, archiviando definitivamente il passato e tutto ciò che lo aveva contraddistinto. Tutti sappiamo, invece, com’è finita questa cosiddetta e ridicola “rivoluzione” politica. Un sistematico e scientifico rinnegamento di tutto ciò che era stato solennemente promesso e giurato nelle piazze italiane. Ma, al di là di questa sceneggiata che, purtroppo, ha convinto ed affascinato quasi la metà di chi si era recato al voto nel marzo del 2108, forse è giunto il momento anche per cambiare il sistema elettorale prendendo atto che questo bipolarismo è ormai fuori luogo e fuori tempo e che, di conseguenza, l’unico elemento che può smuovere le acque – oltrechè essere utile e forse anche indispensabile – è il ritorno di un sistema proporzionale. Un sistema, cioè, che permetta a tutte le forze politiche di valorizzare la propria ricetta di governo da un lato e che, dall’altro, faccia decollare una coalizione che non è più imprigionata da regole astruse e coercitive estranee ed esterne a ogni riferimento politico, culturale e minimamente programmatico. Un sistema, detto in altri termini, che restituisca alla politica il suo ruolo, la sua funzione e la sua “mission” al di là dei populismi, dei sovranismi e del “nulla della politica” per dirla con l’indimenticabile Mino Martinazzoli.

 

Ed è proprio in questo contesto che si impone la presenza di un “centro” politico, riformista, democratico e liberale. Un partito e un progetto politico di “centro” che metta definitivamente in discussione quel “bipolarismo selvaggio” e ormai finto che resta all’origine del crisi della politica contemporanea, della scarsa credibilità dei partiti e dello stesso fallimento dell’azione di governo. Al punto che è stato necessario ricorrere ai “tecnocrati”, e quindi alla sostanziale sospensione della politica, per poter dare un governo degno di cronaca al nostro paese. Una situazione, comunque sia, che non può essere definita normale anche perchè, prima o poi, la politica deve riprendere il ruolo che le spetta. Cioè contribuire al governo del paese attraverso il ruolo e la funzione dei suoi attori principali, ovvero i partiti.

 

Per questi semplici motivi è giunto il momento di liquidare definitivamente ed irreversibilmente questo “bipolarismo selvaggio”. Con la precisa consapevolezza che siamo anche alla vigilia di una nuova fase della politica italiana. Che non va più affrontata con strumenti e metodologie vecchie, desuete e ormai inservibili.

Perché è necessario avviare una riflessione sui cinquant’anni di presenza organizzata dei cattolici a Roma.

 

Gli “Amici di Piazza Nicosia” hanno scelto di chiamare così la loro Associazione per dare un segno immediato – nella piazza era la sede del partito romano – della loro attenzione al grande fenomeno, ormai sedimentato storicamente, dell’impegno pubblico dei cattolici nella Capitale, specie sotto le insegne dello scudocrociato. Riportiamo di seguito il comunicato del gruppo promotore, mettendo a disposizione anche il documento elaborato a seguito di un lungo confronto interno.

 

Redazione

 

Il 3 Maggio, data scelta per il “battesimo” del documento da noi elaborato attraverso un confronto durato mesi, coincide con l’anniversario dell’attentato brigatista al Comitato romano. L’episodio sanguinoso risale al 1979. Lo scontro a fuoco sulla piazza coinvolse alcuni agenti della Polizia di Stato sopraggiunti in soccorso: Antonio Mea morì sul colpo, mentre Pierino Ollanu, ferito gravemente, ne seguì la sorte appena qualche giorno dopo, il 10 maggio. Un terzo agente, Vincenzo Ammirata, venne colpito dal fuoco dei terroristi ma fortunatamente si salvò.

Va ricordato che il Comitato romano della Dc si trasferisce da Via del Corso 337 (sede scelta all’indomani stesso della liberazione di Roma) a Piazza Nicosia 20 nella seconda metà del 1952, esattamente 70 anni fa. Poi gli uffici vennero spostati nell’adiacente immobile di Via dei Somaschi, ma nella memoria collettiva rimase impresso il riferimento a Piazza Nicosia. D’altronde le due unità immobiliari risultano accorpate grazie a una struttura ad arco che sormonta la stradina (Via dei Somaschi) di collegamento tra la Piazza e il Lungotevere Marzio.

Vogliamo anche memorizzare un dato altamente simbolico. Nel salone delle riunioni, al secondo piano del Comitato romano, faceva bella mostra un bassorilievo bronzeo in ricordo di Aldo Moro. L’opera, voluta dal segretario Aldo Corazzi e realizzata dall’artista Benedetto Robazza, per fortuna non è andata dispersa. Oggi, per effetto della donazione di chi ne aveva garantita fino a quel momento la tutela, è presente infatti all’ingresso dell’Aula Aldo Moro della sede di Bruxelles del Parlamemto europeo. La cerimonia ufficiale di scoprimento del bassorilievo si svolse il 24 febbraio 2016 alla presenza, oltre che di una folta e qualificata delegazione italiana, del Presidente del Parlamento Martin Schulz.

Dunque, a chiusura del documento (qui sotto in allegato) abbiamo scritto che intende essere l’invito a una ricerca di cui sono state tracciate solo le linee generali, con inevitabile approssimazione, tralasciando fatti e questioni che meritano più documentazione e più sforzo analitico.

La filosofia che anima lo scritto consiste essenzialmente nell’onesto tributo alla capacità di dialogo che la classe dirigente democristiana mise a disposizione di una politica inclusiva, volta a benefico della crescita e dello sviluppo della città.

Interi capitoli di questa ricerca dovranno riempire gli attuali vuoti, per adesso coperti dalla coltre di silenzi o censure.

La ricostruzione materiale della Roma uscita martoriata dalla guerra; il grande sforzo compiuto con le Olimpiadi del 1960, anche portando l’Eur a dignità di valido esempio di urbanizzazione; l’operazione del Piano Regolatore (1962-1965) per dare un assetto moderno alla realtà urbana; le trasformazioni che hanno interessato i servizi a rete, dagli ospedali alle scuole ai presidi sociali, dal risanamento delle Borgate all’allestimento di opere fondamentali, come i depuratori e la prima moderna gestione dei rifiuti; il modello (sobrio) di sostegno alla organizzazione dei Giubilei e gli interventi strategici per i Mondiali del ‘90, senza contraccolpi giudiziari (malgrado l’imminente di Tangemtopoli); il lavoro attorno al profilo internazionale di città «capitale europea e mondiale», a partire dal lontano gemellaggio esclusivo con Parigi; il profondo riassetto amministrativo, in specie con il decentramento circoscrizionale (oggi municipale); tutte cose, e non sono tutte, che possono e debbono perlomeno incuriosire, farsi materia di confronto culturale e politico, servire alla “lettura” dei problemi affrontati e alla formazione, indirettamente, di possibili strategie a venire.

L’unico impegno che prendono gli estensori del documento è aggiungere nel prosieguo del confronto, grazie all’auspicata disponibilità di interlocutori vicini e lontani, una più accurata verifica tematica, per grandi settori, al fine di stimolare un processo di chiarificazione sul ruolo svolto dalla classe dirigente cattolica.

Hanno elaborato e sottoscritto il documento

Franco Cioffarelli, Lucio D’Ubaldo, Pietro Giubilo, Elio Mensurati, Gabriele Mori, Massimo Palombi.

La Dc e i cattolici a Roma

Giornalismo e libertà d’informazione.

 

La rete spiazza il giornalismo “tradizionale”. E’ un problema. In effetti, leggere è una delle ultime frontiere della libertà individuale. Ma viviamo davvero – si chiede l’autore – la stagione della democrazia della parola? Oppure esistono regie occulte che sapientemente tessono ordito e trama di un gigantesco e incontrollato network dell’informazione?

 

Francesco Provinciali

 

Oggi il giornalismo subisce l’assalto della rete, è marginalizzato dalla rapidità di accesso all’informazione da parte dell’utenza, dalla simultaneità tra eventi e notizie, dalla diffusione planetaria dei nuovi media.

 

Non credo però che si tratti di una sfida persa in partenza, non è ancora venuto il momento di gettare la spugna. La lettura di un quotidiano, di una rivista, di un magazine conserva una sua specifica originalità, assolutamente ineguagliabile anche sotto il profilo della piacevole fruizione che origina da una misurata metabolizzazione dei suoi contenuti.

 

Leggere è una delle ultime frontiere della libertà individuale.

Ma viviamo davvero la stagione della democrazia della parola? Oppure esistono regie occulte che sapientemente tessono ordito e trama di un gigantesco e incontrollato network dell’informazione?

 

Non esiste solo un problema di qualità dell’informazione ma anche una enorme questione ad esso correlata, che è in primis etica, deontologica ed educativa, e che si esplicita nel concetto di  ‘controllo’ di questa qualità.

 

Come possono competere sul piano formativo famiglia e scuola, ad esempio, rispetto all’assalto della TV generalista, della pay-TV e dell’accesso indiscriminato ad internet? Negli anni ’60 M.Mc Luhan teorizzava sul villaggio globale e sui media ‘caldi’ e ‘freddi’ ed è stato proprio Z. Bauman a dimostrare che il melting-pot culturale della ‘società liquida’ deriva dalla fine della differenza tra culture alte e culture basse: una sorta di miscellanea informativo-formativa non sorretta da alcuna gerarchia valoriale.

 

Ma quando il negazionismo attacca i giornalisti per screditarli non rende un buon servigio alla democrazia.

Ecco che allora torna a riemergere la potenzialità straordinaria dell’informazione attraverso la quale un professionista esercita e garantisce il diritto-dovere della trasparenza sui fatti avendo la possibilità di valutarne gli esiti e l’impatto presso il grande pubblico.

 

Pensiamo a questa evidente contraddizione in termini: più si ramifica e si diffonde la maxi-rete di internet e della libera circolazione delle notizie e più si crea una sorta di mercato globalizzato dove la fruizione della notizia assume una forte connotazione individuale, carica di imprevedibili suggestioni.

 

Altrimenti non si spiegherebbe il paradosso per cui la rete viene utilizzata come strumento di catalizzazione del consenso o come camera di compensazione delle solitudini e dell’incomunicabilità tra le persone.

 

Viceversa una buona, seria informazione può anche svolgere un’importante funzione di socializzazione e aggregazione per favorire lo scambio delle idee e l’incontro, le relazioni umane. Ricordo gli insegnamenti del filosofo Pietro Prini: non rifiutare la modernità ma utilizzarla a piene mani per realizzare il bene. Credo che un buon giornale, sia esso cartaceo oppure on line, possa svolgere un ruolo informativo e formativo aperto a tutti gli apprendimenti della vita.

La guerra mette a nudo la dialettica tra stati e potenze finanziarie sovranazionali: l’occidente deve porsi il problema.

 

Esiste nel campo occidentale ed europeo un conflitto di priorità. Tra gli interessi dei cittadini e quindi degli stati, componibili con la definizione di un accordo di pace, e gli interessi di chi comanda nei fatti e che persegue finalità puramente di parte, incompatibili con una pace in verità né cercata né desiderata fino in fondo. La tesi dell’autore coincide solo in partire con quella della redazione, essendo quest’ultima più dura e severa circa le responsabilità della Russia, ma sollecitano comunque una riflessione sulla complessità dell’attuale crisi geopolitica.

 

Giuseppe Davicino

 

Nell’intervista di Fubini a Jeffrey Sachs, apparsa il Primo Maggio sul Corriere, l’economista americano ha affermato in modo chiaro ciò che non è consentito sostenere in sede politica, ovvero che è “l’America” a non volere una soluzione diplomatica alla guerra. Ove per “America” egli intende, con tanto di nomi e cognomi, i politici bipartisan che hanno seguito una determinata agenda, da Bush a Biden. E si può aggiungere, che ha trovato dei valenti collaboratori oltreché a Londra, anche tra Parigi e Bruxelles. Se questa analisi, di un insider oltretutto, è fondata, nel senso che ci porta sulla strada giusta da seguire pur nel grande aggrovigliamento della situazione reale, come credo che lo sia, ne derivano conseguenze politiche di primaria importanza.

 

La prima, esplicitando il riferimento del prof. Sachs, è quale sia l’agenda che segue l’Occidente e che diverge in modo così evidente dalle dichiarazioni pubbliche dei suoi leader. Perché questa intransigenza che ha portato negli anni a una presenza così rilevante e non sempre trasparente dell’Occidente in Ucraina? Uno stato ex sovietico che avrebbe avuto bisogno di stabilizzazione e non di disintegrazione della sua sovranità, condita pure da un colpo di stato nel 2014 che diede il via alla guerra civile. Perché aver rifiutato sempre, negli anni scorsi una soluzione pacifica che era a portata di mano, pur sapendo che un giorno la Russia, pur sbagliando enormemente, avrebbe perso la pazienza? Temo che se non ci si pone questo ordine di domande, poi non si riesca ad afferrare la ratio che guida la risposta occidentale all’invasione russa. Perché adottare sanzioni che hanno rafforzato la valuta russa come mai prima e che invece nuocciono pesantemente all’economia e alla stabilità in Europa? Perché esporre addirittura il Vecchio Continente al rischio di guerra totale?

 

E così, grattando sulla generica espressione “l’America”, viene fuori il volto dei poteri che la comandano. Che sono di natura privata, di circoli esclusivi di detentori del potere economico-finanziario, mediatico, tecnologico, auto-investitisi di un ruolo di embrione di governo mondiale. Solo riconoscendo che siano tali ambienti gli ispiratori delle scelte occidentali, si può riuscire a comprenderne la logica. Si può arrivare a capire come mai la Russia, come porta dell’Asia, e con essa i BRICS, rispetto a un programma già definito, e nelle sue linee essenziali reso anche pubblico, di gestione centralizzata, privata e tecnocratica, del potere mondiale attraverso una riformattazione dell’essere umano e dell’economia, sia considerata un nemico mortale.

 

Senza l’adesione di Mosca e dei giganti asiatici non sarà possibile instaurare un completo tracciamento bio-tecnologico su tutto il genere umano, abolire il contante sostituendolo col “marchio della Bestia”, attuare il tanto agognato, in questi ambienti, programma di depopolamento mondiale. Altrimenti non si potrebbe spiegare come mai Stati Uniti ed Europa, pur non avendo interessi sempre coincidenti, si ostinino in modo così miope a guastare le loro relazioni col resto del mondo che comprende oltre l’80% della popolazione globale, ad opporsi a un assetto multipolare che implica un reciproco riconoscimento fra le potenze.

 

Il dato politico appare dunque essere il riconoscimento che esiste nel campo occidentale ed europeo, un conflitto di priorità. Tra gli interessi dei cittadini, degli stati, componibili con la definizione di un accordo di pace, e gli interessi di chi comanda nei fatti e che persegue finalità puramente di parte, che sono inompatibili con una pace che non viene né cercata né desiderata. Non siamo dunque in presenza, come vuole la propaganda mediatica, di un conflitto fra democrazia e barbarie, bensì di una dialettica che sbrigativamente si può definire fra miliardari e bene comune dei cittadini e degli stati occidentali, dalla quale passa la via della pace. Ed anche la via per un riscatto della politica dal ruolo ancillare in cui è stata relegata in Occidente.

Anche i vigilantes in sciopero nazionale: oltre 10.000 lavoratori si sono radunati a Roma per protesta.

In centinaia di luoghi di lavoro, tra cui porti, aeroporti, banche, stazioni ferroviarie e metropolitane, si è sentita l’assenza di questi lavoratori, il cui apporto è stato più che necessario nei due anni di pandemia.

 

Danilo Campanella

 

Una fiumana di vigilantes, armati e non, si sono riversati ieri, 2 maggio, sulle strade del centro nella Capitale, per manifestare contro il mancato rinnovo del loro contratto collettivo nazionale. Da oltre sei anni, infatti, guardie giurate e operatori fiduciari (non armati) attendono il rinnovo del contratto; una speranza che sembra per il momento sfumare, complice il tavolo di contrattazione dei sindacati confederali “saltato” con le parti datoriali. Un colpo di arresto che ha reso necessario, da parte di Cigil, Cisl e Uil, proclamare un giorno di sciopero nazionale per la categoria della vigilanza privata e addetti alla sicurezza.

 

“Sono passati circa 2 anni dall’ultimo sciopero … e dopo 2 anni ci ritroviamo in una situazione peggiore rispetto all’ultima volta! Visto che il nostro salario non è aumentato, diversamente dal costo della vita. Siamo più volte scesi in piazza per rivendicare il rinnovo del contratto, e ora dobbiamo difendere il diritto ad averlo un contratto!” ha gridato la giovane guardia giurata Sabrina Ghignati, rappresentante sindacale Fisascat Cisl Roma Capitale e Rieti, dal palco della protesta collettiva, “Noi che con uno stipendio inadeguato, per le guardie giurate e soprattutto per la parte dei colleghi fiduciari, ogni mese con estrema difficoltà, a malapena riusciamo a far fronte agli aumenti del costo della vita!” ha continuato la lavoratrice, tra gli applausi e le grida di acclamazione dei presenti.

 

Le guardie si sono addensate in oltre diecimila, a Roma, giunti da tutta Italia, decisi a protestare, in questo giorno di sciopero. In centinaia di luoghi di lavoro, tra cui porti, aeroporti, banche, stazioni ferroviarie e metropolitane, si è sentita l’assenza di questi lavoratori, il cui apporto è stato più che necessario nei due anni di pandemia. Nonostante essi abbiano prestato sempre la loro opera, anche in condizioni di precaria sicurezza sul luogo di lavoro, persino con turni da dodici ore e più, non gli è stato riconosciuto un salario adeguato.

 

A peggiorare la loro situazione vi sono anche le stazioni appaltanti che, pur di risparmiare, acuiscono questa situazione di gravità. Per questi motivi gli addetti alla vigilanza sono costretti, loro malgrado, a concedersi in turni massacranti, fatti di ore infinite, per gonfiare, a colpi di ore straordinarie, uno stipendio insufficiente. Un’indulgenza a cui ora dicono: “basta!”.

La storia non può essere distorta o ignorata. Ricordare La Torre vuol dire anche riconoscere l’impegno della Dc contro la mafia.

 

Non è accettabile questa tendenza a cancellare il contributo determinante del mondo democristiano alla definizione di strumenti legislativi idonei a combattere i fenomeni di stampo mafioso. I fatti stanno a dimostrare che la Dc ebbe idee chiare e apprezzabile coraggio.

 

Maurizio Eufemi

Leggevo ieri sulla rassegna stampa un articolo di Giancarlo Caselli, commemorativo del compianto Pio La Torre, che merita qualche puntualizzazione.

 

È veramente curioso assistere a uno stravolgimento della storia. Mi limiterò ad alcune osservazioni elementari. Cominciamo dal titolo della legge, che Caselli assegna a La Torre; riscontriamo perfino la rimozione di Virginio Rognoni, Ministro dell’Interno, promotore della iniziativa governativa sottoscritta anche da Clelio Darida e Rino Forrmica, rispettivamente Ministri della Giustizia e delle Finanze.

 

Anche uno studente delle medie sa che senza l’avallo del governo quella legge non avrebbe fatto passi avanti. Al contrario, c’era la ferma volontà della Dc di portare rapidamente all’approvazione quel provvedimento in materia di legislazione antimafia. È sufficiente leggere gli atti parlamentari. La legge Rognoni-La Torre fu approvata in sede legislativa, quindi in commissione, sia alla Camera che al Senato.

 

Anche un bambino sa che basta il diniego di un gruppo parlamentare per non concedere la sede legislativa, determinando di conseguenza il passaggio “normale” in Aula (con allungamento dei tempi e incertezza sull’esito). Il gruppo Dc fu in prima fila e con tutto il suo peso parlamentare, avendo presentato una mozione di indirizzo firmata da tutto il Direttivo, con un ruolo determinante di Calogero Mannino nella stesura, al fine di sostenere e strutturare una strategia di lotta alla mafia dopo l’uccisione di Piersanti Mattarella.

 

Per capire il contesto è sufficiente leggere la relazione  Rognoni che accompagna il testo dell’articolato, compresi gli interventi nel processo penalistico. I relatori Dc furono Giovannino Fiori alla Camera e Learco Saporito e Mario Valiante al Senato. Nicola Mancino motivò la dichiarazione di voto Dc in Senato. Per la Dc intervennero nel dibattito La Penta, Agrimi, Coco, Vitalone, Calarco, La Russa e alla Camera Raffaele Russo, Zolla, Carlo Casini, De Cinque, Gitti, oltre ai Ministri anche i sottosegretari Giuseppe Gargani e Angelo Sanza.

 

Nelle commissioni riunite l’esame del testo inizia il 3 marzo 1982. Il 5 agosto viene esaminato in sede legislativa, poi subentra l’interruzione per la pausa estiva. A settembre sarà approvata. Dunque, molte congetture e scarsa adesione alla realtà: dobbiamo invece rendere omaggio all’impegno dei parlamentari Dc facendo ricorso correttamente, a dispetto di quanto detto o non detto da Caselli, a un atto di verità e di giustizia.

 

Semmai verrebbe da chiedersi, in questo frangente, dove sono gli amici di Virginio Rognoni. Perché non sentono il dovere di difendere la storia, prima ancora dell’ex Ministro? Per ora mi fermo più. Aggiungo solo che molti di questi avvenimenti li ho illustrati al Tribunale di Palermo sotto giuramento in un giorno particolarmente triste per me, il giorno successivo ai funerali di mio padre. E poi sono argomenti e rilievi che direttamente proposi, con precisione, al dott Caselli in un pubblico dibattito a Venaria Reale di fronte a centinaia di studenti. Troppo spesso, non potendo riconoscere i meriti della Dc, si tende a ignorare la storia.

3 maggio 1979. Assalto delle Br al Comitato romano della Dc, cadono nello scontro a fuoco due agenti di PS.

 

La cerimonia in memoria di Antonio Mea e Piero Ollanu si svolgerà domani mattina, alla ore 10.30, con la deposizione da parte della Polizia di Stato di una corona sotto la targa in marmo che ricorda il sacrificio degli agenti. Subito dopo l’associazione “Amici di Piazza Nicosia”, recentemente costituita sulla base di un ampio documento di analisi e considerazioni sulla esperienza democristiana a Roma, testimonierà egualmente la commossa riconoscenza per l’atto eroico compiuto 43 anni fa da servitori dello Stato in divisa.

 

Redazione

 

Tornare ai quei giorni di violenza, con il terrorismo brigatista apparentemente inarrestabile, è un duro esercizio di memoria. Dopo l’eliminazione di Moro si voleva colpire direttamente la Dc, le sue strutture fisiche, minando il rapporto che essa aveva con il tessuto civile della nazione e della città in particolare. Molti sono gli interrogativi ancora aperti sul “caso Moro” e quindi sull’episodio cruento del 1979 nel cuore della capitale. Forse l’agguato di Piazza Nicosia si sarebbe potuto evitare se fosse stato scoperto, in base a una segnalazione del generale Dalla Chiesa, emersa nei lavori della Commissione Moro 2 presieduta da Giuseppe Fioroni, il covo brigatista di via Montalcini, non tanto in quanto presunta prigione di Moro, ma in quanto appartamento in cui aveva vissuto il vertice della colonna romana delle Br già dal 1977 e fino al 1979, in particolare: Mario Moretti, Prospero Gallinari, Anna Laura Braghetti. La Braghetti comprò l’appartamento nel 1977, ospitò Gallinari anche la sera prima del sequestro di via Fani e un anno dopo, nel 1979 a Piazza Nicosia. La stessa brigatista fece fuoco per prima nel 1980 contro Vittorio Bachelet, uccidendolo.

 

 

Ecco cosa hanno scritto a riguardo Giuseppe Fioroni e Maria Antonietta Calabrò nel libro che ha sintetizzato le nuove scoperte della Commissione Moro 2.

 

 

 

  1. A. Calabrò – G. Fioroni, Moro. Il caso non è chiuso. La verità non è detta, Lindau, 2019, capitolo II – Il box, una scatola troppo piccola (pp. 37-38).

 

Tuttavia, se il covo vicino a Villa Bonelli fosse stato scoperto nell’estate del 1978, parte della successiva storia italiana sarebbe stata diversa. Altro sangue forse non sarebbe stato versato.

 

La Braghetti, diventata clandestina subito dopo la tragica conclusione del sequestro dello statista Dc, partecipò in prima persona ad alcune delle più cruenti azioni della colonna romana delle Br. In particolare, il 3 maggio 1979 durante l’irruzione in una sede della Dc, in Piazza Nicosia a Roma, aprì il fuoco contro la volante della Polizia di Stato accorsa dopo l’allarme. Nella sparatoria rimasero uccisi i due agenti Antonio Mea e Piero Ollanu.

 

E forse si sarebbe salvato Vittorio Bachelet. Iscritto alla Democrazia Cristiana, amico e ammiratore di Aldo Moro, Bachelet nell’immediato dopoguerra era stato redattore capo della rivista di studi politici «Civitas», diretta da Paolo Emilio Taviani, e dal 21 dicembre 1976 vice presidente Consiglio Superiore della Magistratura, del quale fece parte come membro «laico», cioè eletto dal Parlamento in seduta comune con un’amplissima maggioranza costituita praticamente da tutte le forze che componevano il cosiddetto «arco costituzionale».

 

Il 12 febbraio 1980, al termine di una lezione, mentre conversa con la sua assistente Rosy Bindi, viene assassinato da un nucleo armato delle Brigate Rosse, sul mezzanino della scalinata che porta alle aule professori della facoltà di Scienze politiche della Sapienza, colpiti con sette proiettili calibro Winchester.

 

A sparare per prima fu proprio la Braghetti.

Il fenomeno editoriale del giornalista-scrittore. Su “Vita e Pensiero” si prende in esame una tendenza sempre più forte.

Il fenomeno editoriale del giornalista-scrittore. Su “Vita e Pensiero” si prende in esame una tendenza sempre più forte.  

Non basta più il quotidiano nel quale si presta servizio con l’osservanza di un rapporto esclusivo e circoscritto con il proprio editore. In effetti, i giornalisti sempre più manifestano la volontà di estendere il loro impegno, ad esempio scrivendo saggi o instant book, anche a rischio di provocare un certo sovraffollamento nella produzione libraria.

 

Giuliano Vigini

 

La frammistione e linterazione fra giornali, gruppi editoriali e società pubblicitarie dello stesso gruppo, da qualche tempo stanno determinando una svolta nelleditoria di consumo. Prima i giornalisti di un determinato giornale scrivevano libri per gruppi diversi dal proprio; adesso, per convinzione, convenienza o per garbati suggerimenti, molti sono tornati a casa. Magari, quando scrivevano libri, erano dei best-seller anche prima; ma ora hanno la consapevolezza di una sicurezza e di una continuità maggiore (scrivere, ad esempio, su più giornali del gruppo, tenere rubriche, fare pubblicità, avere garantita una presenza frequente ai talk-show, condurre trasmissioni ecc.).

 

Non sono più semplici giornalisti, che più spazio di tanto non possono avere sui loro quotidiani o giornali dinformazione o nei loro programmi. C’è bisogno per loro di un libro ad hoc. Così i giornalisti-scrittori si moltiplicano, perché si aprono per loro nuove strade nel romanzo, nella saggistica, nell’inchiesta, e ci riescono bene, un po’ perché sono bravi (alcuni anche dei fuoriclasse), un po’ perché l’attualità li sollecita e il loro gruppo li “spinge”, li “propone” o li “impone” in modo adeguato. Basti pensare ai 56 libri che, nel giro di poche settimane, sono usciti sulla guerra in Ucraina, su Putin, gli oligarchi e via dicendo.

 

Naturalmente, niente di male né per scrittori né per editori. Fa parte di un’evoluzione naturale della concorrenza e delle convenienze personali dei singoli. Fatto sta che il giornalismo librario – ossia tutta quellofferta libraria prodotta da giornalisti – ha preso uno spazio rilevante in tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche, secondo un meccanismo ormai ben collaudato. Tu fai gioco a me che ti ospito, perché sei conosciuto e parli bene di qualche argomento di attualità che sto trattando; io faccio gioco a te perché approfitto della tua presenza per presentare il tuo nuovo romanzo o saggio. Niente di sorprendente in questo, perché si tratta di un gioco di specchi, da cui tutti traggono vantaggio, senza particolari costi.

 

Continua a leggere

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-il-fenomeno-editoriale-del-giornalista-scrittore-5830.html

 

Chi è Giuliano Vigini
Autore di saggi sull’editoria ed esperto di editoria (disciplina che insegna all’Università Cattolica di Milano) e mercato del libro, è membro di vari premi e comitati editoriali. Ha pubblicato anche numerose opere sulla letteratura cristiana antica, moderna e contemporanea. Collabora con giornali e riviste, tra cui il «Corriere della Sera», «Avvenire», «Famiglia cristiana» e «Vita e Pensiero».

 

Corea del Sud, è finito il boom dei cattolici? Il focus di AsiaNews.

 

I dati dell’annuario statistico diffuso dalla Conferenza episcopale registrano per il 2021 una crescita dei fedeli che non va oltre lo 0,2% contro il 3% di appena qualche anno fa. I cattolici sono oggi l’11,3% della popolazione, ma l’età media dei fedeli si fa più avanzata e diminuiscono le nuove vocazioni al sacerdozio. Resta però alto il contributo alla missione con 1115 missionari coreani che svolgono il loro ministero in 80 Paesi del mondo.

 

Asia News

 

 

 

La crescita impetuosa della comunità cattolica coreana sembra essersi praticamente arrestata. Frenata dal Covid-19 ma anche dal declino demografico e dalle trasformazioni sociali che le nuove generazioni stanno vivendo a Seoul. A rivelarlo sono i dati dell’annuario statistico della Conferenza episcopale della Corea del Sud, il rapporto che dal 1954 ogni anno fotografa i numeri delle comunità locali alla data del 31 dicembre dell’anno precedente. Tabelle diffuse in questi giorni da cui emerge anche la diminuzione delle ordinazioni sacerdotali; mentre in tutte le diocesi della penisola, ormai, si fa i conti con l’invecchiamento dell’età media dei fedeli.

 

Fino a qualche anno fa l’annuario statistico della Chiesa coreana era il documento che certificava l’avanzata del cattolicesimo di Seoul, con una crescita del numero dei fedeli che ancora all’inizio degli anni 2000 superava abbondantemente il 3% annuo. Già da qualche tempo, però, il numero dei nuovi battesimi aveva iniziato a rallentare e il fenomeno si è ulteriormente accentuato con la stagione del Covid-19. Secondo gli ultimi dati diffusi al 31 dicembre 2021 i cattolici coreani erano 5.938.045, vale a dire l’11,3% della popolazione del Paese. Rispetto ai dodici mesi precedenti il saldo è positivo di 14.745 unità (+0,2%). E visto che dal 2020 anche in Corea del Sud il crollo delle nascite sta portando a una diminuzione del numero complessivo degli abitanti, il numero dei battezzati è comunque aumentato di un decimale rispetto allo scorso anno. Ma si tratta di una crescita percentuale molto più piccola rispetto al +0,8% fatto registrare ancora nel 2019, l’anno precedente alla pandemia.

 

Il Covid-19 ha lasciato il segno in maniera molto forte anche sul tasso di partecipazione alla Messa domenicale, sceso all’8,8% dei fedeli contro il 18,3% del 2019. Un crollo che appare particolarmente evidente soprattutto nelle diocesi delle aree metropolitane, quelle maggiormente colpite dalla diffusione del contagio.

 

Ma il dato che in assoluto sta facendo maggiormente riflettere la comunità cattolica coreana è quello sull’età media dei propri fedeli: il 23% dei battezzati ha ormai più di 65 anni e non esiste più diocesi in cui questa fascia d’età non rappresenti almeno il 20% della comunità. Per contro nella fascia d’età tra i 20 e i 24 anni i giovani cattolici rappresentano il 9,2% della popolazione, cioè oltre due punti percentuali in meno rispetto al dato generale dell’11,3%.

 

Ad aumentare è anche l’età media del clero coreano: con sole 93 ordinazioni sacerdotali il 2021 per le diocesi della Corea del Sud è stato l’anno con meno preti novelli dell’ultimo decennio. Il 30% dei sacerdoti coreani ha ormai tra i 40 e i 50 anni. E anche il futuro prossimo non sembra promettere inversioni di tendenza: nel 2021, infatti, nei seminari diocesani risultavano esservi 883 studenti e altri 254 in quelli degli ordini religiosi. Un dato che – complessivamente – corrisponde a un -28,4% rispetto ai 1317 seminaristi che venivano registrati dall’annuario del 2011.

 

Su un dato, però, la Chiesa cattolica coreana non smette di mostrare tutta la sua vitalità: quello dell’apertura alla missione “ad gentes”. In un Paese che complessivamente conta in tutto appena 5.626 sacerdoti, i missionari coreani continuano a partire per il mondo intero. Attualmente sono 1.115 di cui 237 preti, 57 religiosi, 815 suore e 6 laici. Svolgono il loro ministero in 80 diversi Paesi e nell’ultimo anno hanno aperto nuove presenze missionarie in Liberia, Egitto, Venezuela e Pakistan.

 

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Corea-del-Sud,-è-finito-il-boom-dei-cattolici-55701.html

Il Sindacato nella vita del Paese. Il discorso di Pastore in occasione della fondazione della CISL settantadue anni fa.

Pubblichiamo, nella giornata in cui si celebra la Festa dei Lavoratori, il discorso tenuto da Giulio Pastore (uomo politico cattolico e fondatore della CISL – Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori) all’Assemblea Costitutiva della CISL il 30 aprile 1950 e ripreso sul numero 18 di “Conquiste del Lavoro” del 7 maggio 1950.

Il lavoro condotto per alcuni mesi, dai dirigenti centrali e periferici dei tre organismi che oggi si unificano non poteva trovare per la sua felice conclusione, giorno migliore del primo maggio, festa del lavoro.

Vi è in questa coincidenza di date un auspicio; se è vero, come è vero, che il primo maggio rappresenta l’annuale rassegna delle conquiste che la classe lavoratrice realizza, possiamo ben affermare che questa nostra Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori costituisce una vitale conquista. Dovrei parlarvi di un programma, ma voi avete già ascoltato dalla viva voce dei colleghi la sostanza di questo programma. È indubbio che la CISL nasce in un’ora perigliosa per il mondo. Affermare oggi in Italia che la classe lavoratrice si batte per il pane, non è certamente un modo di dire. Chi nei contrasti sociali mostra di resistere alle rivendicazioni dei lavoratori indicando come slogan questa diuturna affermazione dei sindacalisti, sa di errare o comunque sa di essere fuori della realtà. Anche se molto cammino è stato percorso nel nostro paese, sul piano della ripresa economica, e noi ne diamo volentieri atto, resta pur sempre come dolorosa realtà la crisi che investe oggi tutta la nostra economia.

Amici lavoratori, in questo momento vada il nostro pensiero solidale ai lavoratori disoccupati che sono al centro di questa crisi, alle centinaia di migliaia di pensionati il cui reddito risulta falcidiato dalla depressione economica e finanziaria che ha colpito il nostro paese. È sempre possibile parlare ai lavoratori che hanno la fortuna di avere una possibilità di lavoro; ma è indubbiamente difficile parlare a coloro che questa fortuna non hanno. Noi desideriamo, come primo atto della nostra Confederazione democratica, manifestare vivo il proposito di fraterna solidarietà verso i fratelli disoccupati e pensionati. 

La crisi permane non è uno slogan. Coloro che si occupano di economia e di lavoro conoscono l’infinita serie di contrazioni nelle possibilità di lavoro: riduzioni di orari, licenziamenti. Sindacalisti, nei vostri centri, piccoli o grandi non importa, voi siete testimoni del perdurare di tali eventi, per resistere ai quali siete giornalmente impegnati in una dura battaglia. Del resto per rilevare la pesantezza dell’economia italiana basta scorrere i giornali e le riviste, comprese quelle che non traggono alcuna ispirazione dai lavoratori, basta avere contatti con chi dirige oggi la vita economica del paese; è permanente la denuncia per un’economia che non sa rifarsi. Ecco perché la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori non esita a schierarsi con quella parte di pubblica opinione che afferma l’esigenza di una maggiore produttività. Siamo freschi di un dibattito in ordine agli indirizzi di politica economica del governo. Sono intervenuti elementi di margine in questo dibattito e non sono valsi a distogliere l’attenzione dell’intero popolo dalla realtà di questo problema. Finanche il governo ha dovuto soggiacere ad una crisi e se anche ad un certo momento sembra doversi dare ad essa una giustificazione di rapporti interni tra partiti componenti la compagine governativa, in verità è apparsa chiaramente come il risultato la pesantezza dell’economia nel nostro paese. In questo dibattito noi prendiamo decisamente la posizione dei produttivisti. 

Noi chiederemo e premeremo con tutte le nostre forze perché divenga una realtà la politica di investimenti privati e pubblici che da molte parti è stata richiesta. Lotteremo contro il troppo facile trasferimento di capitali all’estero; gli organi governativi che presiedono alla politica finanziaria del paese, sanno che gli evasori sono una realtà: è pertanto loro dovere dar luogo ad energici, a fermi e preventivi interventi contro coloro che puntano allontanare le loro possibilità economiche dagli investimenti nell’economia del nostro paese. Noi siamo contro i tesaurizzatori e gli esportatori del denaro. Noi non esitiamo a definire costoro come traditori della patria e degli interessi del paese. 

Dalla crisi governativa è venuto fuori un programma. Ebbene noi prendiamo atto di quel programma e soprattutto prendiamo atto che finalmente, svincolandosi da strumenti che fino ad oggi erano preposti all’impiego dei mezzi finanziari messi a disposizione del Mezzogiorno, si è dato luogo ad una iniziativa che consideriamo come strumento di progresso e di garanzia. V’è ora da sperare che il denaro che si spende per il Mezzogiorno non andrà più al servizio di particolari interessi, ma conseguirà scopi prettamente sociali, a favore di quei nostri lavoratori. Il governo deve vigilare: se è vero che un programma c’è, seppure minimo, se è vero che tale programma ha già acquisito la forma tecnica dei provvedimenti di legge, bisogna nulla tralasciare perché sia tradotto nella realtà dei fatti…

Lavoratori, l’ora è delicata anche sul piano internazionale; ci sono troppe frontiere politiche che si riscaldano. Abbiamo creduto per alcuni mesi, dinanzi allo spettacolo delle distruzioni della guerra ed ai lutti delle nostre case, di fronte allo sconquasso di questo nostro paese e dell’Europa, abbiamo creduto che  veramente la guerra potesse considerarsi bandita dal consesso civile. Amici, altra delusione. Ci sono frontiere che si riscaldano, frontiere economiche che resistono. L’ultima guerra ha almeno permesso che si riaccendesse nel cuore degli uomini il sentimento della solidarietà. Si è così avuto un movimento verso l’unità europea ed io credo che quest’assemblea possa proclamare la sua piena adesione a questo obiettivo. Noi siamo per l’unità europea perché i lavoratori hanno istintivamente una visione contraria a qualsiasi impostazione di sapore nazionalistico. E siamo anche per un abbassamento delle frontiere economiche, anche se non ci nascondiamo i rischi che possono derivare ai paesi poveri da una liberalizzazione degli scambi. Tuttavia non crediamo possibile frenare il naturale orientamento dell’Europa verso un allargamento dei commerci, anche perché abbiamo la convinzione che da ciò non potrà che derivarne vantaggio per il popolo che lavora…

Lavoratori, di fronte ai cavilli politici o giuridici che ritardano l’unità europea sul piano politico vale la pena di affermare che permettere ai lavoratori di liberamente circolare nel mondo, è il solo mezzo per determinare la necessaria reciproca comprensione tra paese e paese. Il lavoratore è sempre messaggero di fraternità, di solidarietà, di pace. Ecco adunque il nostro programma ed ecco i nostri obiettivi. In una parola noi vogliamo donare sicurezza ai lavoratori… 

Esistono questi fenomeni e li abbiamo più volte denunciati. Ma non v’è alcun dubbio che il maggiore problema resta sempre quello di vincere i mercati internazionali. Ecco perchè il comandamento di una più alta produttività deve essere anche nostro: è questa certamente una delle strade che portano a vincere la battaglia dei costi. Non dobbiamo perdere le poche possibilità di lavoro poiché, amici, non si tratta solo di trovare lavoro ai disoccupati, ma si tratta di difendere quel poco lavoro che ancora abbiamo. Dobbiamo dunque trovare ad ogni costo nuovi strumenti, nuove possibilità di lavoro ed è in questo senso che la nostra impostazione si differenzia dall’indirizzo sindacale comunista…

Cerchiamo di riassumerle queste caratteristiche della nuova Confederazione. Innanzi tutto unità nella indipendenza. Entri questo fondamentale principio nel cuore di ciascuno di voi. Un giornale di Roma ha scritto che in Italia non c’è alternativa in campo sindacale sostenendo che l’Italia si è soltanto il sindacalismo comunista. La fonte è tale che non fa onore ai sindacalisti comunisti. Con tale perentoria affermazione si vorrebbe accreditare l’insinuazione che i sindacati democratici sono privi di una loro linea e di un loro indirizzo e proprio perché andiamo proclamando la nostra indipendenza dalle ideologie e dalla politica. Ebbene è questa l’occasione propizia per riaffermare che essere noi fuori dalla politica dei partiti, non vuol significare che manchiamo di un nostro indirizzo che può anche essere chiamato politico purché si riferisca ad una politica del lavoro, cioè a dire ad una politica che unisce i lavoratori e non ad una politica che li divida. E qui lasciatemi rilevare che questa nostra proclamata Indipendenza ci costa non poco in quanto suscita diffidenza negli stessi Partiti democratici… 

La nostra forza non è frutto di coercizione politica: ma deriva da un accorrere spontaneo e volontario dei lavoratori che esattamente credono nella indipendenza… 

E qui è la seconda caratteristica della CISL che si afferma: mi riferisco al pieno diritto delle categorie all’autogoverno. Nessun vincolo porrà la CISL alle categorie; si chiameranno come vorranno e tratteranno i loro problemi come vorranno. Questo è il nostro metodo: le categorie deboli debbono saper fare da sole; alla Confederazione verranno soltanto quando avvertiranno il bisogno di un consiglio, oppure necessiteranno della solidarietà operante delle altre categorie…

Stamani abbiamo visto molte bandiere tricolori e soltanto bandiere tricolori. Abbiamo sentito gli inni nazionali: non è ostentazione. Nessuno pensi che si voglia fare del nazionalismo; nel tono della nostra manifestazione abbiamo voluto dimostrare che noi vogliamo recare nell’azione la nostra massima comprensione per gli interessi del paese. Del resto, amici, non è difficile innalzare questa bandiera in nome dei lavoratori: l’Italia è un paese proletario, identificare gli interessi di chi lavora con gli interessi del paese è tener fede al comandamento di ogni autentico sindacalista che vive per difendere gli interessi dei lavoratori…

Amici, nella mozione votata vi sono dei magnifici principi. Includeremo anche questa promessa affinché nella nuova Confederazione nulla ci divida; nel suo seno siamo tutti sullo stesso piano. E permettetemi ora di dire a me ed a voi di non essere superficiali. Si è creduto dopo la liberazione che fare il sindacalista fosse una cosa facile; l’esperienza ha dimostrato il contrario. Ricordiamoci che non si risolvono i problemi con una infarinatura di nozioni. Lo so, studiare costa, costa molto. Ma il fine per cui operiamo è così nobile che non ci deve far paura il sacrificio. 

Ed ora una parola per i troppi lavoratori assenti dal sindacato: ci sono gli sfiduciati, gli egoisti, i traditi, soprattutto i traditi illusi. Ebbene volgiamo il nostro occhio a loro: sviluppiamo una intensa opera di proselitismo, di conquista, di formazione. Deve finire la mortificazione di un proletariato che non vuol capire che soltanto il sindacato gli renderà giustizia. Parliamo ai lavoratori il linguaggio dell’amore. 

La Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori vuole inaugurare questa politica dell’amore, e verso tutti, anche verso coloro che una predicazione d’odio ha posti contro di noi. Soltanto così, lavoratori e sindacalisti, adempiremo a tutto il nostro dovere; soltanto così faremo un sindacato forte. E sarà il sindacato forte, libero e democratico che realizzerà per i lavoratori la giustizia, soltanto il sindacato forte presidierà la libertà, soltanto il sindacato libero forte e democratico, formerà la base di una sicura pace.

 

Un ringraziamento particolare a Francesco Marcorelli per il contributo dato alla riproposizione di questo discorso. Egli, del resto, può vantare una specifica conoscenza del tema essendo l’autore di Giulio Pastore e il Nuovo Osservatore. Storia di un uomo e di una rivista che hanno cambiato il cattolicesimo politico italiano, Emia edizioni. Il libro è presente sulle principali piattaforme digitali (Amazon, Ibs, ecc…)

 

“Centro”, cresce la domanda. Un dibattito interessante attorno all’analisi di Pregliasco.

Dopo il tramonto del populismo di matrice grillina, il “centro politico” si attesta attorno al 10% dell’elettorato italiano. Un dato che può crescere ulteriormente se subentrassero condizioni politiche favorevoli. Ad oggi un elettore su dieci si sente “di centro” e rispedisce al mittente il “bipolarismo selvaggio”.

In un affollato dibattito sulle “ragioni del centro” che si è svolto a Torino e a cui hanno partecipato esponenti di vari partiti, è emerso un in modo chiaro e netto un elemento suggerito attraverso l’analisi precisa e puntuale del sondaggista e politologo Lorenzo Pregliasco.

Due i punti centrali evidenziati da Pregliasco e che vedono concordi quasi tutti i sondaggisti e gli esperti del “mercato elettorale” sul centro.

Innanzitutto, e dopo il tramonto dell’illusione e della sub cultura populista di matrice grillina, il “centro politico” si attesta attorno al 10% dell’elettorato italiano. Un dato che può crescere ulteriormente se ci sono le condizioni politiche che possono favorire un incremento più significativo. Ma, ad oggi, comunque sia, un elettore su dieci si sente “di centro” e rispedisce al mittente il “bipolarismo selvaggio” che ormai da troppi anni caratterizza il sistema politico italiano. Un “centro”, come ovvio, nè statico e nè immobile ma, al contrario, innovativo e moderno capace di esprimere un progetto di governo e alimentato da una precisa “cultura politica”.

In secondo luogo un “centro politico” può realisticamente decollare in vista delle prossime elezioni politiche se, sempre secondo Pregliasco, riesce a riconoscersi in un leader credibile da un lato e ad esprimere, al contempo, una posizione politica ricca di contenuti e di scelte programmatiche nette e comprensibili. Un “centro”, cioè, che riesce ad interpretare quella domanda di buon governo e di competenza e preparazione che dopo anni di improvvisazione, di casualità e di “fantasia al potere” hanno squalificato la politica, fiaccato l’azione di governo, ridicolizzato le istituzioni democratiche ed indebolito la stessa qualità della democrazia italiana.

Due indicazioni, dunque, largamente condivisibili ed indispensabili se non si vuole ridurre il tutto ad una mera operazione nostalgica e geometrica o all’ennesimo tentativo testimoniale o dopolavoristico che abbiamo conosciuto a grappoli in questi ultimi lustri.

Ora, se è di tutta evidenza che l’unità delle forze di “centro” che non si riconoscono in questo “bipolarismo selvaggio” è un’operazione abbastanza facile da centrare perchè, come si suol dire, si farà “di necessità virtù” in vista delle prossime elezioni politiche, è altrettanto vero che non si potrà rinunciare a costruire anche una alleanza credibile che individui proprio nella forza di “centro” un protagonista decisivo. Soprattutto in una fase come questa. E non solo perché in Italia, per dirla con Martinazzoli, “la politica è sempre stata politica delle alleanze” ma anche per la ragione che sarà proprio la politica il discrimine decisivo per dare vita ad una alleanza politica credibile, seria e costruttiva. Nulla a che vedere, quindi, con alleanze/pallottoliere o con coalizioni unite solo e soltanto dall’odio nei confronti dei “nemici” da annientare e da combattere secondo una vulgata populista ed irresponsabile. Una concezione che, purtroppo, ha segnato la politica italiana con il risultato di ingrossare le fila dell’astensionismo allontanando sempre di più i cittadini dalla politica stessa.

Perché, in ultima analisi – com’emerso dal dibattito torinese e dalle stesse considerazioni del sondaggista Pregliasco – ci sono settori sociali, culturali e politici del nostro paese che chiedono adesso una nuova e diversa rappresentanza politica. Quella di “centro”, appunto. Toccherà a tutti coloro che si riconoscono in quest’area dare gambe organizzative e struttura politica e culturale a questa domanda. Che esiste e che non può più essere elusa o abbandonata. Pena diventare complici dei populisti nostrani – grillini e non solo – che puntano deliberatamente a rilanciare una nuova stagione anti politica, demagogica, qualunquista, giustizialista e manettara. Ovvero, l’esatta alternativa di un “centro” politico, democratico, riformista e liberale.

Spazzata via la Dc, è venuta avanti una presunta classe dirigente senza preparazione. È giunto il momento di fare chiarezza.

Vogliamo dirlo – si domanda l’autore –  a questi nuovi leader autoproclamatisi e formatisi al di fuori del confronto democratico? Una volta era questo che caratterizzava la vita e le dinamiche interne dei partiti.

Pietro Tamponi

Ci siamo lasciati intimidire da eventi che riguardavano la condotta di pochi esponenti del nostro partito e non abbiamo avuto il coraggio di fare un’autocritica che salvasse la vera essenza dell’esperienza democratico cristiana, senza stravolgerla e violentarla, come di fatto hanno imposto forze esterne non disinteressate. 

Alcuni di noi si sono lasciati coinvolgere in azioni autodistruttive e parricide che hanno condotto a “buttare il bambino con l’acqua sporca!”. Ora, guardiamo in faccia la realtà politica di oggi: sarebbe la stessa se la Dc non fosse stata spazzata via da un’ondata populista, massimalista e giustizialista, che ha voluto fare di ogn’erba un fascio, interrompendo di fatto anche un normale rinnovamento ed avvicendamento della classe dirigente, che comunque un partito come il nostro era capace di formare e promuovere? È bastato cambiare casacca e mettersi a disposizione di nuovi progetti politici, interpretati da movimenti o organizzazioni personalistiche, per continuare a difendere i valori per i quali ci eravamo impegnati e battuti per più di un secolo di impegno politico e sociale? 

È una domanda che pure dobbiamo porci.

Dopo trent’anni ci ritroviamo coinvolti, almeno nelle conseguenze, in una guerra assurda e disumana che la classe dirigente subentrata al governo del paese e dell’Europa non ha saputo prevedere ed impedire. Vogliamo dirlo a questi nuovi leader autoproclamatisi e formatisi al di fuori del confronto democratico? Una volta era questo che caratterizzava la vita e le dinamiche interne dei partiti. Non è altezzoso indicare perciò nella loro pochezza, nella loro impreparazione, nella loro mancanza di un reale ancoraggio ai valori e alle idee, che sempre devono essere alla base di ogni azione politica, il fatto di essere ripiombati in uno scenario di guerra?

È indispensabile considerare quanto sia importante avere una politica democratica che metta in primo piano gli interessi generali e gli obiettivi di crescita e arricchimento collettivo di una società e di una comunità piccola, come può essere quella di un comune minore, o grande, come può essere quella  nazionale od europea. Sì, quelli che come noi hanno maturato esperienze politiche in un periodo straordinario, dal dopoguerra agli anni novanta, devono riflettere e  tentare di far riflettere sulle azioni e sulle responsabilità della classe politica attuale. Mi riferisco a quella più recente e comunque, nel complesso, a quella nata da una falsa rivoluzione nata nel sistema politico italiano ed europeo agli inizi degli anni novanta.

*Pietro Tamponi, ex parlamentare.

Non scatta la retroattività delle norme a tutela dei lavoratori fragili. Qual è la ragione?

La questione dei lavoratori fragili si trascina tra indifferenza, pressapochismo, fake news. Un calvario che dura da due anni. Ora si è giunti alla conclusione…con la dimenticanza di rendere retroattive le tutele a decorrere dal 1 aprile u.s.

Il Parlamento ha approvato tutti gli emendamenti al DL 24/3/2022 n.°24, ivi compreso il ripristino delle tutele a favore dei lavoratori fragili rinnovellando i commi 2 e 2/bis dell’art. 26 del DL 17/3/2020 n.° 18. In questo senso si era anche pronunciato in sede di audizione della Commissione per la semplificazione lo stesso Ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, recependo l’esplicita richiesta avanzata dall’On.le Massimiliano De Toma, poi condivisa e sostenuta da tutti i gruppi politici.

In sede di commento della bozza riassuntiva del Governo avevamo espresso apprezzamento per la sensibilità e la lungimiranza del Ministro Brunetta che non aveva esitato a smontare l’ipotesi di un “onere finanziario” di tale provvedimento di ripristino delle tutele, inizialmente stimato dalla Ragioneria dello Stato in 60 milioni di euro. 

Un errore di valutazione a cui il Ministro Brunetta ha posto rimedio di propria iniziativa, con coraggio.

Avevamo apprezzato che il provvedimento predisposto quindi a nome del Governo – recependo l’emendamento De Toma e i sostegni successivi – prevedesse l’estensione delle tutele di cui ai commi 2 e 2/bis citati (lavoro agile ove possibile ed equiparazione della eventuale malattia al ricovero ospedaliero,  per evitare di attingere al cd. “periodo di comporto contrattuale”) fino al 30 giugno p.v.

Infatti le preesistenti, analoghe tutele sopra citate erano scadute con il termine dello stato di emergenza, vale a dire il 31 marzo 2022. Per questo motivo avevamo sollecitato che il provvedimento di ripristino e proroga delle tutele avesse decorrenza retroattiva, vale a dire dal 1° aprile u.s., proprio per dare continuità alle equivalenti, previgenti statuizioni normative.

Così purtroppo al momento non è stato.

Infatti il provvedimento approvato entrerà in vigore il giorno della pubblicazione sulla G.U. previa definitiva approvazione, il che potrebbe avvenire entro il 23 maggio p.v.  È di tutta evidenza che quella finora conseguita è una sorta di vittoria di Pirro, che rischia di tranciare di netto con una forte decurtazione rispetto ai termini temporali di vigenza la validità delle coperture garantite dalle tutele ora ripristinate.

Non era mai accaduto nei precedenti rinnovi di validità – pur se tardivi e lungamente, di volta in volta attesi,  dal popolo dei fragili in perenne stato ansiogeno sui provvedimenti da confermare e prorogare – che fosse stato eluso il principio di continuità della protezione legislativa: alcune volte la proroga era stata successiva alla precedente scadenza ma poi sempre con efficacia retroattiva, per una logica continuità.

Ci si chiede il perché di una tale scelta. Forse si tratta di una disattenzione o di una dimenticanza? 

Sarebbe forse, se mai, ancora più grave. Proprio nei giorni scorsi ad esempio – sentiti i sindacati –  il Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha rinnovato per quattro mesi il contratto dei cd. “navigator” in scadenza il 30 aprile. Possibile che ci si sia dimenticati che le previgente tutele dei lavoratori fragili – essendo scadute il 31 marzo u.s. andavano prorogate dal giorno successivo?

Ora, quali sono le conseguenze di questo vulnus al quale ci si augura venga posto rimedio? Nel periodo dal 1° aprile  e fino a quando entrerà in vigore la legge di conversione del DL 24/2022 (e abbiamo notato che ciò potrebbe avvenire a maggio inoltrato…) un lavoratore fragile che avesse dovuto o dovesse nel frattempo ricorrere all’assenza per malattia sarebbe costretto a farlo nell’ambito del periodo di comporto o – se esaurito (ad un chemioterapico, ad un cardiopatico o ad un immunodepresso può capitare….) –ricorrendo a giorni di permesso o di ferie.

Vorremmo ricordare ai Signori componenti del Governo e ai parlamentari tutti che il D.M. 4 febbraio 2022 del Ministro della salute, proprio al fine di render certo e stabilito con provvedimento normativo che facesse testo e riferimento, ad evitare dubbi interpretativi, aveva esplicitato l’elenco della patologie considerate caratterizzanti la condizione di fragilità. Una volta acclarata tale condizione ci si chiede come le tutele sanitarie conseguenti possano decorrere molto tempo dopo la scadenza dello stato di emergenza. In altri termini lo status di “fragilità” certificato dal Decreto Ministeriale è esso stesso motivo di tutela sanitaria: non è necessario avere il Covid ma fare tutto il possibile affinchè un soggetto fragile non ne sia facilmente contagiato.

Per questo motivo è logico e conseguenziale che non ci sia un periodo di sospensione delle tutele, come invece la mancata retroattività delle stesse al 1° aprile u.s. di fatto determina. Violando in tal senso una espressa previsione normativa che determina e certifica ex nunc (cioè dal 4/2/2022, data di emanazione del Decreto Speranza) uno stato di fragilità sopra il quale lo Stato deve aprire subito – senza differimenti di sorta-  il proprio ombrello protettivo, facendo decorrere il giorno successivo alla fine dell’emergenza le tutele ora rinnovate.

Inevitabilmente, necessariamente e normativamente con effetto retroattivo. Ci si chiede perché in ogni legge, decreto ecc. ci sia sempre qualcosa che rende imperfetto o carente tale atto: bisogna fare presto a porre rimedio per evitare sovraesposizioni per i fragili e contenziosi per le amministrazioni o gli enti di cui sono dipendenti.

 

Ucraina – Mentre la guerra continua, il clima politico fra Mosca, Washington e gli alleati si fa incandescente. 

La crisi ucraina si acuisce sempre più, assumendo le sembianze di uno scontro senza quartiere tra la Russia e l’Occidente guidato da Washington e Londra, il cui esito e conseguenze restano ancora pericolosamente incerte. 

Alla missione di pace effettuata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite a Mosca – tra la più assoluta indifferenza di tutte le parti in causa (!?) – ha fatto riscontro il proclama di guerra ad oltranza espresso dal Segretario di Stato americano Blinken e dal suo autorevole compagno di viaggio, Segretario alla Difesa, Austin, al vertice di Ramstein (Quartier Generale delle basi americane in Germania). Vi hanno partecipato i Ministri della Difesa dei Paesi NATO, Paesi Baltici, Giappone, Sud Corea, Australia, Nuova Zelanda, Israele, Giordania, Qatar, Kenya, Liberia, Marocco e Tunisia. Quarantatré paesi in tutto, apertamente schierati contro la Russia. Un ampio allineamento che prefigura agli occhi dell’opinione pubblica una significativa ed inquietante scelta di campo anche bellica… 

Infatti, mentre Guterres, nel chiedere a Putin di fermare l’invasione, contestandone la legalità in base al diritto internazionale ed alla Carta dell’Organizzazione, riceveva un sostanziale fermo rifiuto, nell’adunata convocata dal presidente americano Biden, si è parlato, senza mezzi termini, di sempre più consistenti forniture d’ armi all’Ucraina (sulla base di una “shopping list” presentata dalle competenti autorità ucraine) per arrestare l’offensiva russa e, in prospettiva, impedire a Putin di restaurare una supremazia in Europa orientale.

Quasi automaticamente, si è innescata una sequenza di azioni e reazioni, che ha portato ad altissimo livello la tensione fra Mosca, Washington e i suoi Alleati e lo spettro di una terza guerra mondiale e dell’impiego di armi nucleari è angosciosamente di nuovo tornato ad aleggiare. 

Per (improbabile?) coincidenza, nella Transnistria, la striscia di terra moldava confinante con l’Ucraina proclamatasi da tempo indipendente, dove la componente filorussa spadroneggia, si sono verificati degli insoliti attentati, fra cui l’attacco (senza vittime) al locale centro di emissione radio in lingua russa, ad opera di ignoti sabotatori. I fatti hanno riportato alla mente quanto affermato pochi giorni prima dal Vice Comandante delle forze armate russe ossia che l’operazione militare in corso prevederebbe l’occupazione dell’intera fascia costiera meridionale proprio fino alla Transnistria. Al riguardo, gli osservatori non escludono l’ipotesi di un tentativo (riconducibile ad uno dei due belligeranti) di creare disordini a livello locale per giustificare una estensione del conflitto in corso. 

Al termine della stessa giornata, il Vice Ministro della Difesa inglese dichiarava pubblicamente che gli armamenti forniti all’Ucraina avrebbero potuto essere utilizzati anche per colpire obiettivi sul territorio russo, ottenendo prontamente una risposta di pari tenore ossia che la Russia potrebbe decidere, in tal caso, di colpire analoghi obiettivi sul territorio dei paesi fornitori di quegli stessi armamenti. 

Nel continuo susseguirsi di eventi, Gazprom ha annunciato l’interruzione delle forniture di gas a Polonia e Bulgaria per la volontà da loro espressa di non pagare in rubli. Puntuale la risposta di Bruxelles attraverso la voce della von der Leyen, che, definendo inaccettabile questo ultimatum, confermava la volontà della Unione Europea, se necessario, di assistere in ogni modo possibile tutti i propri membri. Putin stesso, poco dopo, scendeva in campo per minacciare in maniera criptica gli Stati che interferissero nell’offensiva militare con l’immediato impiego contro di loro di armi di cui la Russia disporrebbe l’esclusiva (…).

È stata poi di nuovo la volta di Guterres (spostatosi a Kiev, come da programma) a dichiarare ai giornalisti, prima di vedere Zelensky, che Putin non aveva dimostrato con lui alcuna intenzione di arrestare l’offensiva. Dopo l’incontro, egli tracciava, in estrema sintesi, il quadro di una situazione estremamente deteriorata con prospettive di composizione pacifica della crisi ucraina molto poco incoraggianti. Poco dopo, due missili russi colpivano il centro urbano della capitale, quasi a ribadire minacciosamente l’attuale chiusura di Mosca ad ogni tipo di soluzione negoziata.

Nel frattempo, sul campo i bombardamenti russi sono continuati con sempre maggiore intensità, estendendosi in varie aree del territorio ucraino e prendendo di mira soprattutto le infra strutture ferroviarie nel tentativo di interrompere o comunque ostacolare il trasporto di armamenti forniti dall’Occidente. Gli osservatori segnalano una lenta, seppur continua, avanzata dell’esercito russo nell’area meridionale del paese, in attesa prevedibilmente dell’afflusso di forze fresche cui affidare il compito di abbattere una volta per tutte la resistenza locale e, tentativamente, spianare la strada almeno fino ad Odessa.

Dunque, la crisi ucraina si acuisce sempre più, assumendo le sembianze di uno scontro senza quartiere tra la Russia e l’Occidente guidato da Washington e Londra, il cui esito e conseguenze restano ancora pericolosamente incerte. 

Da più parti si sostiene che, fino ad oggi, sia stata data da tutte le parti in causa maggiore importanza all’impiego delle armi per porre fine al conflitto, trascurando troppo l’uso della diplomazia. Si ribatte che Putin abbia fin dall’inizio voluto utilizzare unilateralmente proprio la forza per raggiungere i suoi obiettivi e stia mostrando l’intenzione di continuare nello stesso modo, rifiutando un negoziato dal quale, anche nella migliore delle ipotesi, non riuscirebbe ad ottenere per intero quanto si era prefisso. 

Del resto, si rileva che anche l’intransigenza di Zelensky, molto esplicito nel rifiutare ogni eventuale amputazione territoriale a beneficio degli invasori, ostacoli notevolmente l’avvio di fruttuose conversazioni. 

Infine, anche l’Occidente (soprattutto Stati Uniti e Regno Unito), deciso a contrastare energicamente le intenzioni di Mosca ed impegnato in una complessa attività di sostegno militare all’Ucraina nonché di attuazione delle sanzioni economiche, non sembrerebbe incline all’avvio di una attività negoziale tra le parti belligeranti, poiché ritenuta al momento destinata a fallire.

In conclusione, mentre appare chiaro a molti qualificati analisti, “rebus sic stantibus”, il possibile punto di approdo di un eventuale negoziato ossia cessione alla Russia del Donbass (a seguito di consultazione referendaria) ed eventuale neutralità permanente dell’Ucraina, restano però ancora oscuri i tempi e le modalità per portare i belligeranti intorno a un  tavolo, anche per normalizzare la situazione in un territorio che due mesi di guerra hanno già letteralmente sconvolto sia nelle infrastrutture che, soprattutto, nello spirito della popolazione, causando enormi danni economici e materiali, migliaia di vittime e otto milioni di esuli. 

Trattasi di afflizioni superabili soltanto nell’arco di più generazioni e di cui la Russia (grazie a Putin) dovrà inevitabilmente, prima o poi, farsi carico. Comunque vadano le cose.  

 

*Giorgio Radicati, Ambasciatore

L’Italia, Paese delle mille proroghe più una: quella dei navigator.

Questa proroga suggerisce una serie di considerazioni sulla produttività, l’efficienza- efficacia del sistema, che include i percettori del reddito di cittadinanza e i navigator stessi come potenziali procacciatori di posti lavoro, di  concerto con i fatiscenti “Centri per l’impiego”. I risultati sembrano deludenti e comunque al di sotto delle aspettative attese, specie nel rapporto tra reddito di cittadinanza e occupazione lavorativa. Siamo nell’alveo tipico del modus operandi italiano: quello dei “bonus senza controllo”.

È stato raggiunto in sede di Ministero del Lavoro l’accordo per il rinnovo di 4 mesi (due più due) del contratto che riguarda 1900 navigator , quella categoria dei “procacciatori di impiego” per i percettori del reddito di cittadinanza voluti tenacemente dai 5S e da Di Maio e Conte in particolare.

Nati nel 2019 per supportare i Centri per l’impiego in relazione all’applicazione della normativa che prevede un supporto a favore dei beneficiari del RdC, i loro contratti a termine erano in scadenza il 30 aprile.

La progressiva stabilizzazione dei navigator attraverso la ristrutturazione e  il rafforzamento dei centri per l’impiego da parte delle Regioni, prevede a regime un organico complessivo di ulteriori 11600 unità.

Si registra il commento raccolto dalla stampa del segretario generale della UIL Pierpaolo Bombardieri: “C’è un primo risultato positivo. Il Ministro Orlando si è assunto l’impegno a ricontrattualizzare con Arpal i servizi per questi lavoratori con una proroga di due mesi più due mesi, per avere la possibilità in questi giorni di discutere come utilizzare questi professionisti rispetto ai tanti impegni delineati anche dal PNRR….il Ministro Orlando ci ha messo la faccia e si è impegnato personalmente. È una parziale vittoria”.

Al riguardo, premesso che occorrerebbe specificare a quale professionalità faccia riferimento il Segretario generale della UIL , visto che i navigator hanno finora “navigato” a vista e “motu proprio” (cioè dandosi da fare per orientarsi in un ginepraio di burocrazia, toccando con mano lentezze procedurali, labilità di posti di lavoro da reperire per i percettori del RdC) all’interno dell’inefficienza del Centri per l’impiego, noi che ci siamo occupati per due anni delle problematiche relative alle tutele dei lavoratori fragili, non abbiamo mai registrato tanta solerzia e soddisfazione ne’ da parte del Ministro del Lavoro né dei suoi colleghi della Salute e delle Disabilità, né da parte dei Sindacati sulla continua rincorsa (spesso con effetti retroattivi recuperati in extremis) per mettere al sicuro lavoratori chemioterapici, invalidi ed immunodepressi: forse ci sarà sfuggito ma non abbiamo letto su organi di stampa un commento, una rassicurazione, una presa di posizione, un sollecito, una proposta o una protesta.

Ciò premesso siamo ben lieti che dei navigator buttati allo sbaraglio del “fai da te” qualcuno cominci a pensarci seriamente: il problema del loro utilizzo è stato sempre accantonato o rinviato, così come il controllo che dovrebbe essere esercitato su chi beneficia del reddito di cittadinanza rifiutando opportunità di lavoro non gradite inoltre su come vengano assegnate e con quali criteri le quote di reddito.

In un Paese dove il decreto milleproroghe è ormai un elemento fisso a latere del DEF, un bacino di ripescaggio per oboli, concessioni, rinnovi di spesa pubblica infilando nel calderone degli emendamenti parlamentari provvedimenti in extremis e spesso prebende di tipo clientelare, un malcostume ormai consolidato, si crea l’immagine di una Italia dei “bonus senza controllo”. 

C’è un contentino, un bonus appunto, per ogni occasione. Sul RdC infatti è opportuno ricordare la Ricerca della Sapienza del 2020 su “Politiche e misure della povertà: il reddito di cittadinanza”. Il decreto che introduceva il RdC prevedeva infatti il “principio di condizionalità” cioè l’obbligo di accettare almeno una delle tre offerte di lavoro congruo proposto. Ciò si scontra con la realtà sociale del Paese, dove il lavoro è carente e non può essere inventato per giustificare l’erogazione del RdC, ciò che non scioglie i dubbi di identità su una politica attiva del lavoro e una misura assistenzialistica. In un sistema Paese in cui la ricerca di un lavoro segue per il 90% dei casi dei percorsi informali (conoscenze, famiglia, amicizie ecc), il RdC risulta una misura ambigua, peraltro supportata da Centri per l’impiego fatiscenti, da ricostruire poiché avulsi dal nesso che lega domanda e offerta. 

Ma non potrebbe esser stata scritta conclusione più eloquente e pertinente di quella usata dal compianto Prof. Sgritta, alla quale mi affido ancora oggi per ogni opportuna riflessione. “Che il Rdc sia finanziariamente sostenibile prima e dopo il 2021, stante la situazione economica e l’instabilità del quadro politico, è al momento imprevedibile; che possa contribuire a semplificare la giungla delle indennità, degli assegni, dei sussidi nazionali e locali, anche questo è, allo stato, improbabile. Ciò che certamente non potrà fare è abolire la povertà”. 

Nell’incipit della Ricerca ci si chiedeva peraltro come mai, anziché imbarcarsi in una nuova previsione normativa densa di incognite per la politica, l’amministrazione e gli stessi aspiranti beneficiari, non sia stato dato seguito ad un ampliamento migliorativo del REI (il reddito di inclusione) già esistente: soluzione più semplice e consequenziale rispetto a questa nuova via intrapresa che evidenzia d’impatto lacune di stima e procedurali in ordine alla visione istituzionale e alla realtà sociale del Paese.

Questa riflessione dovrebbe indurre ad un radicale ripensamento sul Reddito, i criteri di assegnazione, la correlazione tra dazione e opportunità di occupazione (nel discrimine tra assistenzialismo e offerta di lavoro), responsabilità, professionalità e competenze manifeste dei ‘navigator’, oltre ai criteri per il loro reclutamento, per l’indirizzo e  il controllo della loro attività da parte dei Centri per l’impiego affinchè non siano considerati ‘liberi professionisti a gettone’ per ogni lavoro procacciato ma dipendenti pubblici con diritti e doveri definiti.

Per come sono andate finora le cose non basta una semplice proroga: sarebbe opportuna una Commissione parlamentare ‘ad hoc’ di indagine, raccolta e analisi dei dati, comparazioni statistiche e valutazione dell’efficienza-efficacia di questo sistema affinchè non scivoli lentamente nel dimenticatoio delle consuetudini senza controllo, ad impinguare e ulteriormente rallentare una burocrazia già negativamente mastodontica, improduttiva ed eloquente di per sé.

Suprematisti xenofobi razzisti, la “rete nera” che minaccia il mondo. Il nuovo libro di Luca Mariani al vaglio di BeeMagazine.

Movimenti, personaggi, attentatori hanno i loro riferimenti politici e ideologici. Nel discorso c’entra anche Putin. Libro utile (Rete nera. Non ci sono lupi solitari) a tutti coloro che vogliono “sapere che” ma soprattutto a chi vuole “sapere perché”, secondo una celebre distinzione di Aristotele. A leggere il testo tra le pieghe delle tante suggestioni è il direttore di BeeMagazine (progetto culturale ed editoriale fondato da The Skill nel 2021). Di questa “lettura” riproponiamo, per gentile concessione dell’autore, un ampio stralcio.

Mario Nanni

“Nessun uomo è un’ isola e non ci sono lupi solitari. Chi lo sostiene mente o è complice. Da Utoya a Christochurch c’è un filo nero che ha insanguinato il pianeta, uccidendo innocenti nel silenzio generale. Una rete che si nutre sul web, odia il diverso, condivide ideologie suprematiste di estrema destra e gode di appoggi insospettabili”.

Questo brano, come un refrain, compare all’inizio di ognuno dei quattro densi capitoli del libro Rete nera – 293 pagine, Futura Editrice – con il quale Luca Mariani getta uno sguardo illuminate su una fenomenologia terroristica che sui media è tenuta (volutamente?) un po’ in ombra. Il ragionamento da cui l’autore, giornalista parlamentare dell’Agenzia Italia e autore di numerosi libri, di cui alcuni sono stati premiati, è questo: il terrorismo islamico e il terrorismo suprematista alimentano allo stesso modo lo scontro di civiltà teorizzato da Samuel P.Huntington. E allora perché i media e l’opinione pubblica danno un peso diverso alle due facce della stessa medaglia?

Inoltre il libro cita un brano tratto da un report delle Nazioni Unite del relatore speciale sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza correlata. Questo brano dice: “Un attacco ha maggiori probabilità di essere considerato un atto di terrorismo se eseguito da un musulmano. Al contrario, le minacce poste dalla violenza di destra sono spesso sottovalutate e non considerate terrorismo”.

Ecco, il libro di Luca Mariani è un grido contro questa sottovalutazione, e un meritorio tentativo, sicuramente ben riuscito, di invertire la tendenza nella percezione dei pericoli passati e in atto provenienti da forme esasperate di nazionalismo, sovranismo, che poi sono il brodo di coltura di organizzazioni estremiste ed eversive.

Con questo libro, ricco di dati, cifre, fatti, l’autore documenta i misfatti del terrorismo suprematista, tratteggia le figure e le idee di alcuni suoi capi e agitatori, fa una tragica contabilità delle stragi, delle violenze messe in atto, e squaderna sotto gli occhi del lettore una tale messe di informazioni da indurlo ad approfondire la conoscenza di fatti e fenomeni poco noti e soprattutto poco raccontati, e a fare le sue riflessioni. E lo aiuta anche con una bibliografia posta in appendice.

Il libro poi riporta i risultati di una iniziativa dello stesso autore. Quasi a prevenire obiezioni o dubbi su realtà peraltro documentate, Mariani presenta i risultati di una personale indagine fatta tra viaggiatori in partenza e in arrivo alla Stazione Termini di Roma. Un sondaggio allarmante per le risposte: da esse esce confermata quella che è poi la tesi, ampiamente documentata del libro, di una scarsa o nulla conoscenza dei fenomeni di violenza suprematista, xenofoba e razzista registrati in varie zone del mondo.

Alcune risposte ad esempio: le stragi di Utoya e quelle di Christcuhurch? Furono stragi dell’Isis (sic).

Riassume Mariani: i colloqui in una stazione non sono un sondaggio e non hanno alcuna pretesa statistica. Emerge comunque un dato certo: gli intervistati ricordano molto meglio gli attentati  del Bataclan e di Nizza del 2015 e del 2016 piuttosto che quelli del 2019 di Christchurch ed El Paso. Anche l’attentato islamista  al concerto della popstar Ariana  Grande è più vivo nelle menti degli intervistati rispetto alla strage di Utoya, dove vennero sterminati 69 ragazzi per estirpare alla radice le loro idee.

L’autore si domanda: ci sono responsabilità per tutto ciò? In Italia, due giorni dopo la strage di Utoya, quando tutti i fatti erano chiari e inoppugnabili, il quotidiano “Libero” intitolò: “Il killer non è di Al Qaeda, ma l’islam resta il problema”. Che sia  forse questo uno dei motivi per cui si sono persone che attribuiscono sempre all’Islam tutti gli attentati del globo?

Di domande Mariani se ne pone tante e il libro aiuta a trovare anche delle risposte. Un’altra domanda per esempio che si pone, ed è del resto in linea con il report già citato dell’Onu, è la seguente: perché per i brigatisti rossi e per il terrorismo di estrema sinistra si parlò giustamente del loro “brodo di coltura” (e di “album di famiglia”, aggiungiamo noi) e nessuno si pone la stessa domanda per i nazionalisti xenofobi? “Quali studi, quali frequentazioni, quali idee politiche, quali valori, quali canali di comunicazione condividono i killer razzisti, contrari al multilateralismo e al multiculturalismo?”.

E allora seguiamo alcune tragiche sequenze, enumerate nel libro, di un elenco non esaustivo, dato che gli attentati suprematisti sono decine e decine.

Oslo e Utoya: 22 luglio 2011. Il trentaduenne norvegese Anders Behring Breivik uccide con un’autobomba 8 persone nel palazzo del governo di Oslo e poi 69 giovani, perlopiù adolescenti, nell’isola di Utoya, dove si svolge il tradizionale raduno estivo dei socialisti e laburisti di tutta Europa. L’obiettivo dello stragista è quello di estirpare alla radice il marxismo/multiculturalismo, che favorisce l’invasione islamica dell’Europa. Gli immigrati vanno cacciati dal Vecchio Continente entro il 2083, quattro secoli dopo il fallito assedio degli Ottomani a Vienna.

Breivik ha stilato un suo “manifesto”, manco fosse Carlo Marx, si definisce  nazionalista e cavaliere templare, cita fra gli altri Timothy McWeigh (un signore che ritroveremo autore di un’altra strage), la Russia Unita di Putin, il Likud di Netanyahu, Le Pen, la Lega, il leader di Forza nuova Roberto Fiore e l’English Defence League.

Christchurch (Nuova Zelanda) 15 marzo 2019. Il ventottenne australiano Brenton Harrison Tarrant uccide con armi da fuoco 51 fedeli della moschea “Al Noon” e nel centro islamico di Linwood, tra cui un bambino di tre anni. Quale l’obiettivo del carnefice? Fermare The Great Replacement, La Grande sostituzione, che è peraltro il titolo del suo “manifesto” (anche lui ne ha uno). C’è a suo dire un piano per il genocidio dei bianchi tramite l’invasione degli immigrati.

Tarrant, che si definisce un “ecofascista”, afferma di aver preso ispirazione da Breivik e cita tra gli altri Luca Dylann Roof e Luca Traini, un personaggio che si rese protagonista di un attentato a Macerata a sfondo razzista: sparò e ferì sei immigrati neri, a un mese dalle elezioni del 2018.

El Paso (Texas) 3 agosto 2019. Il ventunenne americano Patrick Crusius uccide con armi da fuoco 23 persone, tra cui otto messicani e un quindicenne, nel centro commerciale Walmart di El Paso. L’obiettivo è fermare l’invasione ispanica del Texas. Crusius si definisce un sostenitore di Tarrant e cita il suo “manifesto”. Lo stragista di El Paso vuole incentivare il ritorno  degli ispanici nei loro Paesi d’origine.

Queste sono le stragi più recenti e cruente, ma negli anni ’90 c’è stato un fitto stillicidio di atti di violenza terroristica in Svezia, Germania, Austria, Cisgiordania, Georgia, e Alabama (Usa), Tel Aviv, Londra, e di nuovo in Svezia e Germania.

Una scia impressionante di sangue, che comprende  in primis Oklahoma City e la strage di 169 persone per un autobomba lanciata da un ventisettenne americano, Timothy McWeigh (che abbiamo trovato  tra i riferimenti di Breivik). L’obiettivo della strage è vendicare il massacro di Waco, avvenuto due anni prima, quando le forze dell’ordine avevano assediato la sede della setta dei davidiani (una setta religiosa avventista) e c’erano stati 76 morti. Mc Weigh legge vari scritti di estrema destra tra cui The Turner Diaries, di William Luther Pierce: un romanzo del 1978, considerato la bibbia della destra suprematista.

Gli attacchi dei killer suprematisti, nazionalisti e xenofobi, spesso lasciano un segno politico. A volte, per fortuna non sempre, influiscono sui destini di un intero Paese. Qualche esempio: le stragi di Utoya e di Oslo avvengono nel 2011 con il laburista Stoltenberg a capo del governo. Nelle elezioni due anni dopo va al governo il centrodestra, che ha in maggioranza anche il partito del progresso frequentato in gioventù da Breivik.

Il massacro di Christchurch è del marzo 2019 ma un anno e mezzo dopo alle elezioni neozelandesi il premier laburista  riesce nell’impresa di ottenere la maggioranza assoluta. Nella parte finale del libro c’è una intervista molto importante a don Giulio Albanese, sacerdote cattolico dal 1986, missionario in Uganda, Kenya, Sudan in molti altri Paesi africani.

L’intervista è lunga, va letta e meditata, ma segnaliamo almeno un paio di risposte significative alle domande che Mariani gli rivolge.

 

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https://beemagazine.it/suprematisti-xenofobi-razzisti-la-rete-nera-che-minaccia-il-mondo/

Un carisma laicale vissuto con radicalità evangelica. Oggi a Milano la beatificazione di Armida Barelli. 

“Il suo passaggio nelle diocesi – scrive l’autore -, la sua parola in un convegno, lasciavano una traccia. Vi è una stima che si fonda nel tratto umano della Barelli, nella sua capacità di entusiasmare con la parola, di coinvolgere, di sollecitare e disporre all’impegno, ma unanime è il riconoscimento di un carisma religioso-spirituale…”. Questo ritratto della Barelli è apparso sull’Osservatore Romano di ieri. Per gentile concessione, l’articolo viene qui riprodotto integralmente.  

 

Si può riconoscere in Armida Barelli un particolare carisma? Uno di quei doni straordinari, dati dallo Spirito, che rappresenta un elemento dinamico, capace di rinnovare il popolo di Dio.

Parlando al Forum internazionale di Azione cattolica (Fiac) Papa Francesco ha detto che il carisma dell’associazione «è il carisma della stessa Chiesa incarnata profondamente nell’oggi e nel qui di ogni Chiesa diocesana che discerne in contemplazione e con sguardo attento la vita del suo popolo e cerca nuovi cammini di evangelizzazione e di missione a partire dalle diverse realtà parrocchiali». Il Pontefice ha citato in proposito quattro pilastri costanti: la preghiera, la formazione, il sacrificio e l’apostolato. Oggi l’apostolato missionario ha bisogno di preghiera, formazione e sacrificio. «C’è un dinamismo integratore nella missione», quindi ci sono dei doni, dei pilastri: tocca a ciascuno, nel momento storico, trafficarli, trovare le priorità.

 

La biografia della Barelli, la sua ricerca vocazionale la porta verso quello che può essere considerato il suo carisma: vivere nel mondo con radicalità evangelica spendendo la propria vita nell’annuncio missionario. È in qualche misura una novità che si affianca all’intuizione che era stata già della Gioventù cattolica maschile e che aveva costituito, a metà dell’Ottocento, il carisma fondativo dell’Azione cattolica visto da Mario Fani nella «carità verso i giovani» verso cui esercitare una missionarietà evangelizzatrice, sulla scia delle prime generazioni apostoliche, da cui prende vita un’azione formativa e organizzativa inedita per il laicato.

 

Santificarsi stando nel mondo


Armida vive la sua vocazione in una secolarità che percorre una strada non battuta, prendendo i voti, ma non facendo vita comune in un ordine religioso e di cui, in certa misura, è debitrice anche a un’intuizione di Agostino Gemelli il quale, il 10 agosto del 1910, le indica una strada nuova: «Si può rinunciare al mondo e consacrarsi a Dio, senza bisogno di entrare in convento», e di lì a poco, in un’ulteriore lettera le consiglia di entrare nel Terz’Ordine francescano: «Prenda come protettrice, oltre santa Elisabetta, la beata Rusconi, patrizia milanese del Terz’Ordine, che si è santificata stando nel mondo».

 

Ancora Gemelli in una lettera da Bonn del 1913, le ribadisce: «Il Signore l’assista e faccia di lei una santa laica nel vero senso della parola, non come “le suore in casa”, ma com’erano le prime vergini e martiri cristiane, che hanno ingigantito la missione della donna nel mondo. E chissà quale parte hanno avuta nella diffusione del cristianesimo. Così deve fare lei: laica, ma santa».

 

Il suo carisma matura quindi come risposta a una esigente ricerca vocazionale a partire da una chiamata che viene dalla Chiesa, ma anche da un “sentirsi chiamata” «a collaborare più immediatamente con l’apostolato della Gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto per il Signore» (Lumen gentium, n. 33). Il modo radicale in cui lo vive apre la strada a tante vocazioni femminili e contribuisce a dare un nuovo volto all’associazionismo cattolico. In lei sono riconoscibili alcune caratteristiche frutto di un dono e che manifestano il suo carisma. In primo luogo la fede intesa come fiducia in Dio e perciò fiducia negli esseri umani e nel mondo. La passione per il mondo, per la storia, per le vicende umane, da cui trarre tutto il bene possibile; poi la fraternità-sororità vissuta in relazioni profonde di amicizia, nella Gioventù femminile, con grandi figure del suo tempo come padre Gemelli. 

 

Nel suo caso la testimonianza di vita cristiana, la pratica dei consigli evangelici rimanendo nel mondo, il sostegno alla dimensione missionaria della Chiesa, la partecipazione attiva, alla vita delle Chiese particolari, così come l’animazione cristiana della società sono altrettanti carismi laicali da lei vissuti nel servizio alla comunità ecclesiale. Sono quei doni particolari (1 Cor 12, 11), che lo Spirito Santo, «che già opera la santificazione del popolo di Dio per mezzo del ministero e dei sacramenti, elargisce ai fedeli» perché mettendo «ciascuno a servizio degli altri il suo dono al fine per cui l’ha ricevuto, contribuiscano anch’essi, «come buoni dispensatori delle diverse grazie ricevute da Dio» (1 Pt 4, 10), all’edificazione di tutto il corpo nella carità (cfr. Ef 4, 16)» (Apostolica actuositatem, 3).

 

La chiamata dei laici all’apostolato


È un dono da lei vissuto radicalmente nella sua famiglia spirituale, che si estende poi, attraverso la Gioventù femminile fino a coinvolgere migliaia di donne.

 

Il legame che unisce Armida Barelli all’Azione cattolica, intesa — prima che come organizzazione — come vera e propria vocazione, come chiamata dei laici all’apostolato, è un punto essenziale della sua biografia. Ed è su questo punto, poco studiato, che il suo contributo alla più generale storia dell’associazione e dell’intero movimento cattolico, risulta innovativo e ricco di sviluppi.

 

Lei, estranea alle forme intransigenti proprie di fine Ottocento, si avvia verso un nuovo impegno, si identifica in questo ideale di vita, al punto da immergersi totalmente, in una dedizione vocazionale capace di motivare in profondità generazioni di giovani donne, di riunirle, di formarle, di guidarle. Intravede una nuova strada per un apostolato vissuto dalle donne in prima persona, con genialità e forme inedite. La collaborazione con la gerarchia ecclesiastica, pur rispettando le forme, vede nascere un protagonismo laicale nuovo, più ancora perché vissuto da donne. L’organizzazione è solo uno strumento che consente di diffondere e strutturare una esperienza centrata sulla nota religiosa che caratterizza l’Azione cattolica a partire dal suo sorgere.

 

La fondazione della Gioventù femminile cattolica e il lungo percorso che Barelli compie nell’associazione sono il punto centrale della sua esperienza cristiana. Delle varie opere in cui si concretizza il progetto Barelli, «la Gioventù femminile — dirà Lazzati — occupa senz’altro il primo posto, cronologicamente e quantitativamente. Essa offre infatti lo strumento più articolato per agire nel profondo della società italiana».

 

La Gioventù femminile segna in tal senso un passaggio rilevante nella vicenda dell’Azione cattolica contemporanea, nel chiarire la natura vocazionale del carisma dell’associazione, dando così un contributo determinante alla maturazione del laicato nella stagione che precede il Concilio.

 

Il Vaticano ii, richiamando l’insegnamento paolino, valorizzerà la dimensione carismatica dei laici: «Ogni laico, in virtù dei doni che gli sono stati fatti, è testimonio e insieme vivo strumento della stessa missione della Chiesa “secondo la misura del dono del Cristo” (Ef 4,7)» (Lumen gentium, 33).

 

«Vederla e sentirla ti cambiava la vita»


Il riconoscimento del suo carisma ha una conferma di cui si ha traccia nelle molte lettere inviate a lei nei primi anni della Gioventù femminile delle socie di tutt’Italia. (Cara Sorella maggiore… La nascita della Gioventù Femminile. Lettere ad Armida Barelli dalle diocesi italiane [1918-1921], Vita e Pensiero, 2022)

 

Il suo passaggio nelle diocesi, la sua parola in un convegno, lasciavano una traccia. Vi è una stima che si fonda nel tratto umano della Barelli, nella sua capacità di entusiasmare con la parola, di coinvolgere, di sollecitare e disporre all’impegno, ma unanime è il riconoscimento di un carisma religioso-spirituale che risveglia il desiderio di “farsi sante”.

 

Molte si rivolgono a lei per avere un consiglio nella ricerca vocazionale: «Cara Signorina, nostra buona sorella, ci aiuti a scoprire la via che dobbiamo percorrere!». Senza nulla togliere al ministero specifico del sacerdote, si diffonde una possibilità di consiglio e di cura spirituale anche a misura di laici all’interno dell’associazione.

 

Camilla Milesi scrive da Ancona: «Forse tutte le giovani d’oggi non possono capire e sentire cosa è stato il movimento al suo sorgere e quale forza di attrazione Dio avesse dato a quella creatura per toccare i cuori, per imprimere nelle volontà la forza di darsi all’ideale che Ida impersonava, per volontà di Dio. Vederla e sentirla era molte volte un’impressione che decideva dell’orientamento di tutta una vita».

 

[Fonte: L’Osservatore Romano, venerdì 29 aprile 2022]

 

Ernesto Preziosi ha scritto un’ampia biografia della Beata per conto della casa editrice San Paolo. Per saperne di più clicca qui https://www.sanpaolostore.it/armida-barelli-biografia-ernesto-preziosi-9788892228061.aspx

Università Europea e Fondazione De Gasperi mettono a fuoco la questione dell’impegno politico dei cattolici.

Riportiamo il breve comunicato di presentazione del convegno. Con l’occasione riteniamo utile riproporre il testo della cosiddetta “Boarding Card” di Viterbo attraverso il seguente link https://ildomaniditalia.eu/a-viterbo-a-chiusura-del-convegno-su-de-gasperi-e-stata-presentato-il-documento-definito-boarding-card-idee-ricostruttive-oggi/

L’Università Europea di Roma, in collaborazione con la Fondazione De Gasperi, propone per martedì 4 maggio p.v. l’incontro sul tema: “L’impegno dei cattolici in politica. Dalla costituente a mani pulite: gli ideali, la rappresentatività, gli orientamenti”. 

Si tratta di un convegno che vuole illustrare, specie a beneficio dei più giovani, il rilievo di una straordinaria esperienza politica, quella della Democrazia Cristiana, ad 80 anni dalla sua genesi.

Il mondo cattolico, pur nella dialettica delle sue componenti interne, fu in grado di esprimere una classe dirigente che, sebbene non priva di difetti ed involuzioni, appare di un livello molto alto, se confrontata a quella odierna.

All’incontro interverranno i professori Gerardo Bianco ed Ortensio Zecchino, già ministri DC della Pubblica Istruzione e dell’Università, nonché il prof. Tommaso Baris, studioso.

Abbiamo citato, nella presentazione di questa nota, la “Boarding Card” di Viterbo. Il testo integrale si può leggere cliccando sul link indicato sopra. Per esteso riportiamo le conclusioni del documento perché possono contribuire, con qualche originalità, a dare forza all’iniziativa dell’UniversitàEuropea e della Fondazione De Gasperi. 

[…] Non possiamo stare fermi, ma non dobbiamo cedere all’improvvisazione: per questo, invece di proporre una ennesima “carta dei valori” per l’ennesima rifondazione di partito, suggeriamo di adottare una sorta di “carta d’imbarco” in attesa di affrontare il “viaggio”, usando la bussola della coerenza, verso la meta di una politica democratica più corrispondente alle nostre attese e soprattutto, se ciò non suona eccessivamente ambizioso, alle attese del popolo italiano.

Alla ripresa della vita democratica, dopo la liberazione di Roma, De Gasperi si dichiarava in questo modo: «Io mi sento un cercatore, un uomo che va a scovare e cercare i filoni della verità della quale abbiamo bisogno come l’acqua sorgente e viva delle fonti. Non voglio essere altro». Anche noi viviamo oggi da “cercatori” l’impegno che serve a dare forma, con fedeltà creativa, a nuove “Idee ricostruttive”.

 

Per saperne di più

https://www.fondazionedegasperi.org/events/limpegno-dei-cattolici-in-politica/

Luigi Gui e la formazione di una generazione di leaders cattolici democratici. L’intervento di Renato Moro al convegno della Lumsa.

Un disguido, senza colpa di nessuno, ha portato alla pubblicazione non corretta del testo del prof. Renato Moro. La relazione che egli ha tenuto l’altro giorno (mercoledì 27 aprile) presso la Lumsa, è stata presentata in forma ridotta, con l’estrapolazione della sua prima parte. Ora, ritenendo questa soluzione non adatta alla lettura sul web, il prof. Moro ha chiesto di superare l’inconveniente attraverso la semplice sostituzione del testo: dunque, al posto dello stralcio viene qui riprodotta, sotto la responsabilità dell’autore, un’ampia sintesi della relazione. Si è altresì convenuto, in conclusione e comprensibilemte, di togliere dal sito la versione integrale della relazione.

Quello della formazione della generazione cattolica che entrò nella Dc al termine della seconda guerra mondiale e che sarebbe stata destinata a un ruolo di primo piano nella storia del paese rappresenta un problema affascinante al quale ho dedicato buona parte della mia attività di studioso.

In effetti, dopo il 1943, accanto agli ex-popolari, emerse, e fu decisiva (prima, nella fase costituente, poi all’interno del partito di governo e in una vasta serie d’istituzioni e associazioni), anche una élite realmente nuova. Luigi Gui fu uno di quei «giovani». Quello che sappiamo della sua formazione giovanile – lo vedremo immediatamente – corrisponde profondamente, direi quasi perfettamente, all’itinerario complessivo. Quali sono i caratteri di questa generazione?

Come tanti dei suoi giovani coetanei, Gui si forma essenzialmente all’interno del mondo cattolico, nelle sue associazioni e istituzioni, nella Gioventù Cattolica e nella FUCI, la Federazione universitaria cattolica. L’associazionismo giovanile cattolico degli anni del fascismo, dati gli spazi ristretti concessi dal regime, puntò necessariamente sulla formazione individuale dei giovani, sulla dimensione spirituale, sulla pratica caritativa. Parlare dunque dell’associazionismo cattolico degli anni trenta come di una realtà antifascista sarebbe assurdo. 

Certo, c’è nell’esperienza familiare di alcuni di questi giovani qualcosa che li riconnette al passato pre-fascista e introduce qualche riserva verso il regime. Per Gui conta molto il ricordo della «reazione psicologica familiare» – sono sue parole – per l’assalto quadrista alla tipografia dove lavorava suo padre, ex-popolare: «una mattina, – racconta Gui -, andando a scuola insieme con lui all’angolo di Via Dietro Duomo, vidi tutto il materiale della tipografia rovesciato dagli squadristi sul selciato». Molti di questi giovani (e anche Gui, come Moro) faranno la «dura» esperienza – così si esprime ancora Gui – dell’aggressività fascista verso l’Azione Cattolica nel corso della crisi del 1931. Tuttavia, per loro, ormai, è l’orizzonte fascista l’unico orizzonte conosciuto, tanto che sembra pressoché impensabile che si possa prescindere da esso. 

Un amico fraterno di Gui come Giuseppe Dossetti, un amico che, per ammissione di Gui stesso, avrà un’influenza politica su di lui e che ha posizioni profondamente critiche verso il fascismo, ha raccontato di aver, un volta, fatto «i baffi» a un ritratto di Don Sturzo trovato sulla copertina di un libro. Gui, nelle sue memorie, usa un tono più misurato ma riconosce anche lui che, ancora alla fine del 1944, non aveva letto Sturzo. I giovani, insomma, non riuscivano a comprendere come si potesse restare ancorati a quelle che sembravano, al più, generose illusioni di un passato seppellito e destinato a non ritornare. 

Detto tutto ciò, però, la questione di una qualche «incompatibilità di carattere» tra Azione Cattolica e fascismo, come la chiamò il conte Dalla Torre, direttore dell’«Osservatore Romano», rimane. È vero: la formazione che si riceveva in essa era, quasi esclusivamente, religiosa. Tuttavia, è evidente che questa formazione, tutta spirituale, poteva giocare anche come una diaframma differenziante dal regime totalitario. 

Se le cose stanno in questo modo, quali sono, allora, i momenti decisivi e i contenuti determinanti per il passaggio di questi giovani dall’appartenenza religiosa all’impegno politico? 

La nuova generazione era stata abituata a filtrare l’attualità politica e sociale attraverso la propria mentalità religiosa. L’unico elemento stabile della loro cultura, immutato dal 1936 al 1943, fu l’anti-nazismo. Anche Gui racconta di essere progressivamente divenuto «specialmente antinazista». Emblematicamente, questo elemento fondamentale non era frutto di una precisa cultura politica, ma era eminentemente pre-politico, nasceva cioè dall’applicazione immediata di una sensibilità religiosa che vedeva nei nazisti i protagonisti di un rigurgito neo-pagano e anti-cristiano. 

Fu dunque la guerra, la guerra di un’Italia alleata del nazismo, a mettere in discussione l’autosufficienza della formazione religiosa. Quando nel 1939 Gui partecipò ai Littoriali, lo fece «per sostenere che l’Italia non doveva entrare nella guerra già iniziata dalla Germania di Hitler». Contrari all’intervento (anche Moro scrisse in quella fase parole eloquenti per la pace e contro la guerra), questi giovani, una volta che il paese entrò nel conflitto, sentirono che la nuova drammatica realtà imponeva una presa di coscienza e una qualche assunzione di responsabilità. Molti di loro parteciparono personalmente alla guerra, e lo fecero con patriottismo. Fecero però anche diretta esperienza dell’impreparazione, della vuota retorica, del militarismo fascista. Ho lavorato intensamente negli ultimi anni nell’archivio personale di Aldo Moro. Esso conserva migliaia di lettere degli anni di guerra di questo giovani. 

Ebbene, il fascismo, Mussolini, il regime non vi hanno alcun posto. Anche coloro che sono in procinto di partire per il fronte e che si dichiarano pronti a sacrificarsi per i compagni e per la patria, chiedono semplicemente vicinanza umana e preghiera, esigono al posto del “cameratismo” attenzione personale e affetto, non parlano di vittoria, esprimono, invece che il mussoliniano «odio al nemico», condivisione per le sofferenze di tutti i popoli, e addirittura simpatia per tutti i ragazzi che combattono come loro anche dall’altra parte della barricata, si augurano una pace prossima. Questi ragazzi non fanno e non farebbero mai azione clandestina antifascista; riaffermano però la lontananza dei loro ideali (quelli di un mondo futuro più giusto e più libero) da quelli, come dicono per sfuggire alla censura, «della massa». È un po’ come se, tra il fascismo e l’anti-fascismo politico, questa generazione fosse “altrove”, portatrice di un rifiuto morale ed esistenziale, e, in un certo senso, proprio per questo, ancora più abissale, della prassi e dei valori fascisti.

Gui fu ufficiale degli Alpini, fu destinato tra fine ’42 e inizio ’43 sul fronte russo. Racconterà di aver sentito quale odio i contadini russi nutrissero insieme per i tedeschi invasori della loro terra e per il tirannico regime comunista. La guerra dell’Asse non aveva dunque alcun significato. Quando, la sera del 25 luglio 1943, i suoi alpini andarono da Gui «a gridare esultanti sotto le finestre: “Sior tenente, i gà butà zo ganassa!», lo fecero sapendo che la loro felicità era pienamente condivisa. 

Il patriottismo, l’antinazismo, la rottura con i valori del fascismo, ma (almeno in questa prima fase) l’assenza di un orientamento politico preciso, sono dunque caratteri largamente ricorrenti nella esperienza non solo di Gui ma di tutti gli esponenti della futura seconda generazione democristiana. Il ruolo della guerra nel favorire il passaggio verso l’impegno politico fu infatti essenzialmente negativo. Essa costruì una nuova sensibilità, ma solo in senso pre-politico. Gui partecipò, anche se sporadicamente, tra il 1942 e il 1943, all’iniziativa di riflessione che si tenne a Milano, a casa di uno dei suoi professori, Umberto Padovani, nella quale erano presenti i suoi amici Dossetti, Lazzati e La Pira. L’obiettivo era quello di riflettere sulla situazione italiana e «ristudiare il pensiero cattolico alla luce della dottrina tomista», senza però entrare direttamente in politica: si trattava solo di fornire un «servizio culturale per i cattolici italiani». 

Dopo l’8 settembre, la scelta della Resistenza si collocherà essenzialmente sulla scia di queste premesse. All’inizio, la maggioranza di questi giovani (da Dossetti, a Moro, a La Pira, a Fanfani) avrebbe voluto continuare a dedicarsi all’impegno religioso e agli studi. Gui stesso ricorda «allora era fortemente attratto da un serio impegno spirituale nell’Azione Cattolica». Si convinsero poi all’impegno politico, con l’argomento della necessità di una testimonianza dei cattolici nell’opposizione al nazifascismo, dell’«esigenza pressante» – come ricorda Gui –  che l’Italia potesse risorgere «dai disastri di Mussolini e Hitler». Difficoltà con la politica di partito, insomma, permanevano, ma fu proprio il contesto resistenziale a fungere da acceleratore e a spingere definitivamente verso la politica e verso la DC, pur con una autonomia nettissima. 

Gui entrò dunque nella Resistenza. L’opuscolo che scrisse nel dicembre 1944, La politica del buon senso, costituisce una vera piattaforma delle posizioni della giovane generazione cattolica.

Cominciava programmaticamente con una riaffermazione del valore dello stato. Gui rifiutava nettamente la visione fascista di uno stato che si faceva «tutto» o rivendicava a sé l’individuazione della legge morale, ma ribadiva che lo stato era «indispensabile per il bene dell’individuo». Secondo punto era la riflessione sul «regime democratico-liberale», considerato, senza messi termini, «benefico», ma allo stesso tempo, caratterizzato da imperfezioni profonde, sia sul piano della mancanza di eguaglianza reale sia sul piano dell’autorità di governo minacciata dal prepotere dei partiti. Gui esaminava quindi le grandi alternative ideologico-politiche sul tappeto, riconosceva i loro valori innegabili, ma metteva in evidenza i loro precisi limiti: il liberalismo aveva sganciato la libertà dalla giustizia «trasformandola in licenza sfrenata» e aveva reso lo stato «superfluo e indifferente di fronte ai problemi che agitano la società»; la democrazia cercava l’uguaglianza ma mancava di dare al popolo una vera coscienza dei suoi doveri; il socialismo voleva la giustizia ma finiva per trasformare il cittadino in «uno schiavo, un numero, una semplice rotella dell’immensa macchina». 

Il fascismo si era proposto di «rafforzare l’autorità dello Stato e la solidità del governo» ma aveva finito per sopprimere e opprimere la libertà e negare i principi di uguaglianza. Non si poteva però tornare semplicemente indietro. L’esigenza posta malamente dalle dittature autoritarie di rafforzare lo stato era giusta: occorreva dunque rafforzare il potere esecutivo, assicurandogli una sufficiente indipendenza dal potere legislativo e dai partiti, come avveniva nella democrazia presidenziale americana. Gui suggeriva quindi – e la cosa non stupirà, se si è compresa la prospettiva di questa generazione – di guardare agli unici due partiti “nuovi” emersi sulla scena: la Democrazia Cristiana e il Partito d’Azione.

Partendo dallo scritto di Gui è facile comprendere perché una vera e propria querelle generazionale divise «giovani» e «anziani» (come li chiamava lo stesso Programma della Democrazia cristiana del 1943). Gli ex-popolari pensavano al cattolicesimo politico come ad un quid unitario, mentre i giovani sentivano come naturale la pluralità delle opzioni politiche. I primi pensavano al primato della politica, mentre i secondi preferivano il lavoro culturale e avevano una concezione della democrazia stessa in cui si insisteva sulla sua natura educatrice più che sulle regole del gioco ed il pluralismo (e proprio Gui, assieme ad Aldo Moro, sarà tra i più convinti e impegnati sostenitori della funzione centrale della scuola in questo senso). 

I primi proponevano come un dovere l’agitazione antifascista, mentre i secondi sentivano ancora un vincolo patriottico che impediva loro di sottrarsi al destino comune del paese. I primi guardavano al fascismo come a una parentesi, mentre i secondi ritenevano che il fascismo avesse dato risposte sbagliate a problemi nuovi e veri, ragion per cui non si poteva semplicemente «tornare indietro». I primi avevano come bussola la libertà politica, mentre i secondi insistevano sulla necessità di evitare il modello liberale in favore di una libertà “ordinata”. I primi volevano un sostanziale ritorno alla democrazia parlamentate, mentre i secondi consideravano quest’ultima responsabile della stessa vittoria dei fascismi, criticavano la «democrazia della scheda» e dei partiti, e preferivano forme nuove, «organiche», «economiche» di democrazia basate sulla rappresentanza professionale o tecnica, dai contorni – bisogna dirlo – piuttosto confusi. I primi insistevano sulla necessità di riportare lo stato super partes, i secondi insistevano sul grande valore di promozione, di mediazione, di iniziativa, di potenziamento e di completamento delle possibilità individuali fornito da uno «Stato nuovo» che risolvesse il problema cardine della politica del Novecento, quello del rapporto con le masse, trascurato dagli ex-popolari. I primi rivendicavano il primato dell’antifascismo nel suo complesso, mentre i secondi, pur non essendo nati antifascisti ma essendolo divenuti con la guerra e la Resistenza, insistevano sulla natura antifascista del partito cattolico, e sulla necessità di una dichiarazione antifascista di principio nella costituzione. I primi avevano un programma di restaurazione democratica, mentre i secondi aspiravano a dare un carattere “rivoluzionario” alla loro visione, anche con venature anticapitalistiche, e insistevano su un’idea della DC come partito “programmatico”. I primi si confrontavano con le sinistre nei termini politici dello scontro, del confronto o dell’alleanza, mentre i secondi provavano un’ansia di assimilazione dei valori del socialcomunismo e sentivano che la vera lotta non era sul terreno della repressione ma era essenzialmente battaglia sociale in mezzo alla classe lavoratrice. 

I «giovani» si collocarono non a caso pressoché tutti, come Gui, a sinistra nell’articolazione del panorama democristiano. Guido Formigoni, delineando il quadro politico dell’Italia della Guerra Fredda, ha delineato due grandi tendenze: il “partito dell’immobilismo”, che intendeva innanzitutto garantire lo status quo, e il “partito dell’evoluzione”, che pensava che, pur nelle condizioni difficili del paese, fosse possibile una strategia di riforme che allargassero gli spazi della democrazia. Luigi Gui, con il suo amico Aldo Moro, è stato certamente uno dei protagonisti di questo “partito dell’evoluzione”. Credo che questo non piccolo significato storico gli vada pienamente riconosciuto.

Tutele dei lavoratori fragili: il Governo si sta impegnando per un loro ripristino?

In effetti il Ministro Brunetta si muove in sintonia con l’originaria proposta di emendamento che a suo tempo, su queste pagine, è stata ben illustrata. Ricordiamo che il suddetto emendamento, presentato inizialmente dall’On.le De Toma come relatore (e poi sottoscritto da tutti i gruppi parlamentari),  prevede le due tutele di cui ai commi 2 e 2/bis dell’art. 26 del DL 17 marzo 2022 n.° 18.

Dopo l’impegno – in sede di audizione presso la Commissione parlamentare sulla semplificazione-  ad occuparsi del tema scottante dei lavoratori fragili (ai quali la fine dello stato di emergenza ha procurato la decadenza delle tutele preesistenti) il ministro Renato Brunetta  sta predisponendo un emendamento governativo volto a sanare il vulnus e a recepire altri emendamenti sostenuti da tutti i gruppi parlamentari per risolvere questa sorta di vacatio legis. In ciò mantenendo quanto promesso nella fattispecie e a mettere al primo posto il tema delle disabilità nel più ampio piano di governance del PNRR  che riguarda la gestione del capitale umano, la semplificazione e la digitalizzazione.

Leggendo la bozza dell’emendamento governativo dovrebbero essere recepite le due richieste condivise dai gruppi parlamentari, sulle quali l’On.le De Toma aveva chiesto lumi al Ministro proprio in sede  di Commissione: il ripristino delle tutele ex comma 2 e 2/bis dell’art. 26 del DL 17/3/2020 n.° 18, in un primo tempo estromesse dal DL del 24/3/2022.

Vale a dire la proroga dello smart working e dell’equiparazione dello stato di malattia degli immunodepressi e di coloro che sono stati individuati come portatori di fragilità dal Decreto Ministeriale predisposto dal Ministero della salute in data 4 febbraio 2022 (“Individuazione delle patologie croniche con scarso compenso clinico e con particolare connotazione di gravità ”)

Esaminando la bozza in lavorazione ho avuto modo di apprezzare la puntualità e la pertinenza delle motivazioni argomentate dal Ministro Brunetta che recepisce nel merito le richieste provenienti dal mondo dei lavoratori fragili e l’originaria proposta di emendamento preparata da Francesco Comellini e dal sottoscritto. Importante che il rinnovo delle tutele venga esteso- come scritto nel testo – al 30 giugno 2022: si auspica naturalmente una decorrenza retroattiva a partire dal 1° aprile u.s. poiché le tutele preesistenti avevano cessato il loro effetto con il  31 marzo 2022.

Importante questo passaggio in particolare per il mondo della scuola poiché consente di chiudere l’anno scolastico con una ‘copertura normativa’ sui due versanti considerati: la proroga del lavoro agile (con modalità operative che saranno specificate) e quella dell’equiparazione della malattia dei fragili al ricovero ospedaliero.

A mio parere tale malattia è supportata dalla condizione di fragilità descritta del D.M 4 febbraio 2022  del Ministro della salute: in altra parole non pare proprio necessario essere affetti da Covid poiché la ratio della tutela intende prevenirlo, proteggendo le condizioni di fragilità e di patologia certificata, in tal modo sottratte ad una facile sovraesposizione al contagio.

Che fare? Il fiume carsico del cattolicesimo democratico e sociale cerca faticosamente un sbocco possibile. 

“Siamo tutti convinti – dice l’autore – che la premessa per un processo di ricomposizione politica della nostra area sia costituita dall’approvazione di una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento e introduzione del sistema delle preferenze e dell’istituto della sfiducia costruttiva”. Bisogna lavorare a un nuovo programma.

Parafrasando il celebre saggio di Lenin, con cui il leader sovietico delineò l’organizzazione e la strategia rivoluzionaria del suo partito, credo sia giunto il tempo di tentare di delineare come potremmo e/o dovremmo procedere chi, come molti di noi, si sentono di appartenere a quel vasto e articolato fiume carsico dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale. 

Sono oltre vent’anni che ci proviamo, un tempo nel quale sono prevalsi sin qui le ambizioni e i tentativi di sopravvivenza di molti amici combattenti e reduci della “Prima Repubblica”, i quali, finita politicamente l’esperienza della Dc, scelsero di appartenere “al nuovo che avrebbe dovuto avanzare”: chi a destra e chi a sinistra e quanti, come il sottoscritto, hanno tentato di dare attuazione pratica e politica alla sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010, secondo cui la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta.

Tentativo avviato nel 2011, concretizzato nel 2012 col XIX congresso nazionale convocato dal consiglio nazionale del partito, autoconvocatosi a norma di statuto, nel quale congresso venne eletto alla segreteria del partito Gianni Fontana, così come nel XX Congresso nazionale dell’ottobre 2018, eleggemmo Renato Grassi come (attuale) segretario.

Dobbiamo riconoscere onestamente che non siamo stati capaci di raggiungere l’obiettivo originario, nonostante il coraggioso ultimo tentativo della Federazione Popolare Dc  promosso dall’amico Gargani, tenendo presente il permanere della questione dello storico simbolo scudocrociato, utilizzato come sicura rendita di posizione personale dagli eredi di Casini e Follini dell’Udc, finiti dal Pdl al PD, con Cesa, vittima del predominio del padovano De Poli, al ruolo di reggicoda della destra veneta di Galan prima e della Lega salviniana attuale. 

Una posizione che, con quella di Rotondi, sempre organico al Cavaliere, ha di fatto reso impraticabile il disegno di Gargani e di altri amici ( Tassone, Eufemi, Gemelli…) della Federazione Popolare. Sono stati dieci anni (2012-2022) nei quali, rispetto alla ricomposizione, ha continuato a perpetuarsi la diaspora che tuttora persiste, accentuata dai velleitari tentativi di altri personaggi minori, capaci solo di amplificare la confusione di un’eterna “Demodissea” Dc. 

Tutto ciò in un Paese caratterizzato dal prevalere di una condizione etica, culturale, sociale ed economica di anomia (assenza di regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno del ruolo dei gruppi sociali intermedi), vittima di una crisi di sistema che si esprime nel forte astensionismo elettorale (quasi il 50%) e con molta parte delle diverse componenti del sistema sociale, in primis quelle del terzo stato produttivo e delle classi popolari, alla ricerca di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista, ai diversi populismi e a una sinistra tuttora alla ricerca di una propria identità nell’età della globalizzazione. 

Trattasi della  ricerca di un nuovo equilibrio politico, tanto più necessario in questo tempo caratterizzato dalla tragica guerra russo ucraina, destinata a mettere a soqquadro gli equilibri che avevano retto l’Europa e il mondo da Yalta (4-11 Febbraio1945) e dalla nascita dell’OCSE, dopo la conferenza di Helsinki del 1975.

Credo che, a qualunque partito, gruppo o movimento si appartenga, siamo tutti convinti che la premessa per un processo di ricomposizione politica della nostra area sia costituita dall’approvazione di una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento e introduzione del sistema delle preferenze e dell’istituto della sfiducia costruttiva.

In secondo luogo, si fa sempre più condivisa l’opinione che, prima di dividersi sul tema delle alleanze, sia indispensabile concordare una piattaforma programmatica che, come nei tempi migliori della storia politica dei cattolici (Idee ricostruttive di De Gasperi e Codice di Camaldoli) sia in grado di intercettare i bisogni emergenti soprattutto dalle classi popolari e dai ceti medi produttivi, dalla saldatura degli interessi e dei valori dei quali, dipende la tenuta stessa del sistema sociale, politico e istituzionale del Paese.

Quanto al tema del programma, tenterò in un prossimo articolo di proporre alcune idee, anticipando che, con un gruppo di esperti dell’Università di Padova, stiamo redigendo un questionario con il quale ci proponiamo di raccogliere con metodo bottom up le richieste prevalenti esistenti tra i nostri potenziale elettori nelle diverse realtà italiane. 

Concordata la proposta di programma, si potranno definire le regole per la convocazione di un’assemblea nazionale costituente del nuovo centro democratico, popolare, liberale e riformista, nel quale potrà riconoscersi la maggioranza del popolo italiano. Solo allora, dalla volontà della base, sarà decisa la nuova classe dirigente da proporre alla guida del partito e al giudizio degli elettori.

 

Quale sistema elettorale? Sembra un interrogativo vecchio, ma incide fortemente sulle prospettive del Paese.

Con le leggi elettorali nascono e muoiono partiti, emergono e cadono leader politici e, soprattutto, si costruiscono o meno coalizioni compatte e credibili. Ma, al di là del sistema elettorale, quello che conta ai fini della composizione del Parlamento è come si votano e come si scelgono i parlamentari.

Il tema è vecchio ma, purtroppo, sempre attuale. Anche perché da quando è tramontata la tanta biasimata prima repubblica, c’è il persistente vizio di cambiare la legge elettorale alla fine di ogni legislatura. L’obiettivo è sempre lo stesso: come punire gli avversari dell’opposizone e come premiare chi sta momentaneamente al governo. Certo, adesso c’è una difficoltà in più. Con l’arrivo dei tecnocrati la politica è stata di fatto sospesa ed è sempre più difficile tracciare la divisione tra la maggioranza e l’opposizione. E questo fatto, di conseguenza, comporta la crescente difficoltà a modificare la legge e a cambiare i rapporti di forza. E quindi la sostanziale impossibilità di “punire” gli avversari e di “favorire” gli amici.  

Ora, tutti noi sappiamo che la legge elettorale è in grado di modificare in profondità il sistema politico. Perché con le leggi elettorali nascono e muoiono partiti, emergono e cadono leader politici e, soprattutto, si costruiscono o meno coalizioni compatte e credibili. Perché, per fare un solo esempio, se con il maggioritario secco o prevalente le coalizioni si formano prima del voto e somigliano sempre più in Italia a pallottolieri o cartelli elettorali, con il proporzionale le alleanze si formano dopo il dopo e, di norma, non ci sono regole ferree e definite nel costruirle.

Ma, al di là del sistema elettorale – che, come diceva Carlo Donat-Cattin “è la madre di tutte le riforme” – quello che conta ai fini della composizione del Parlamento è come si votano e come si scelgono i parlamentari. Tema non indifferente perchè attiene anche e soprattutto alla qualità della democrazia e allo stesso rapporto tra i cittadini e la politica.

Al riguardo, sono sostanzialmente quattro i modelli a cui si può fare riferimento. I parlamentari si possono scegliere con la preferenza unica – indubbiamente il sistema peggiore per i costi che comporta e per le divisioni che provoca all’interno dei partiti e delle coalizioni -, con le preferenze multiple, con i collegi uninominali o attraverso le cosiddette “liste bloccate”. A seconda di queste quattro modalità tecniche si capisce anche come si costruisce il rapporto con i cittadini che si recano ai seggi.

Se il sistema delle preferenze apparentemente appare il migliore perchè permette al cittadino di scegliersi il suo rappresentante, è indubbio che oggi dietro quella patina di democrazia si nascondono alcune trappole. Innanzitutto il costo della campagna elettorale perché se con le preferenze multiple – come avveniva ai tempi della prima repubblica che è durata quasi 50 anni – è possibile costruire delle alleanze e delle collaborazioni politiche concrete all’interno dei singoli partiti, con il sistema della preferenza singola i costi della campagna elettorale lievitano sempre di più con il rischio, abbastanza concreto, di esporsi anche ad episodi di corruzione e di malcostume politico. In molte aree del paese e non solo in quelle più tradizionalmente vulnerabili sotto questo profilo.

Il metodo delle cosiddette “liste bloccate” è persin troppo noto per essere descritto. E cioè, le liste vengono stilate dalle segreterie centrali dei partiti e, di conseguenza, c’è un controllo scientifico e ferreo dei futuri eletti. Un meccanismo che in questi ultimi anni ha avuto il sopravvento per un motivo molto semplice: ovvero, scomparendo di fatto i partiti organizzati sostituiti dai partiti personali e dai cartelli elettorali, la selezione della classe dirigente si è ridotta al criterio della “fedeltà” e della sottomissione nei confronti del “capo” politico di turno. Un meccanismo, quindi, che non si espone al rischio della corruzione e del malcostume ma che, al contempo, priva il cittadino della reale scelta dei suoi rappresentanti.

In ultimo resta la modalità forse più funzionale e sicuramente più efficace. Ovvero, il metodo del collegio uninominale. Sia che prevalga il sistema maggioritario e sia che si scelga quello proporzionale. Nel primo caso il ricordo va al cosiddetto “mattarellum” che ha fatto il suo esordio nel nostro paese con le elezioni del 1994 ed è scomparso con l’introduzione del “porcellum” e delle liste bloccate in occasione delle elezioni del 2006. Nel secondo caso il sistema sarebbe quello delle vecchie Provincie dove la competizione era all’interno del partito di appartenenza ma non attraverso il sistema delle preferenze o della preferenza unica ma con quello dei collegi uninominali.

Ecco perchè il capitolo della legge elettorale, anche se resta un tema per addetti ai lavori, non può non essere nuovamente affrontato. Con serietà e con senso di responsabilità. E questo perché, è inutile negarlo, il tema della legge elettorale si trascina dietro il nodo decisivo e qualificante di quanto pesa il cittadino/elettore nella scelta della futura classe dirigente. In fondo, delle due l’una: o conta il cittadino o decide il capo partito. Una terza strada è sostanzialmente impossibile. Per questo motivo è bene continuare a parlarne.

Gubert, «sono entrato da “esterno” in politica. La Dc ha rappresentato molto per l’Italia. De Gasperi? Un faro anche per l’oggi».

Renzo Gubert sociologo, agricoltore e politico. Nato a Primiero, provincia di Trento, l’11 agosto 1944, primo di dieci figli e, a sua volta, padre di nove figli. Si laurea in sociologia nel 1969 con il prof. Franco Demarchi riportando il massimo dei voti e la lode. Si divide tra Tonadico, dove vive e fa agricoltore part-time con la collaborazione di moglie e figli, producendo per i consumi della famiglia, e Trento, dove si immerge nei suoi studi di sociologia. Il nostro dialogo si tiene dopo un pomeriggio dedicato alla coltura della vite. 

Gubert ha operato una scelta educativa forte per la famiglia: quella di fare a meno della Tv come modello divulgativo e consumistico.  Il suo percorso professionale lo vede, dopo i perfezionamenti in Sociologia all’Università Cattolica di Milano e a New York, nell’insegnamento di Sociologia alla Cattolica di Milano dal 1973; nel 1980 diventa professore ordinario e nel 1991 succede a Franco Demarchi nella cattedra di Sociologia II; per quasi dieci anni è Direttore di uno dei due Dipartimenti di ricerca sociale dell’Università di Trento.

Compie numerosi studi e ricerche di rilievo nazionale sui temi delle relazioni etniche, dei valori in Italia e in Europa, dei giovani, dello sviluppo nelle aree marginali di montagna, del rapporto tra valori e sviluppo nelle diverse aree del pianeta. Con Gubert rivisitiamo alcuni passaggi della sua storia politica. 

Caro Renzo, tanto per cominciare: come ha avuto inizio  il tuo coinvolgimento nella Dc? 

Con l’Assemblea degli Esterni, voluta dalla segretaria Piccoli per aprire e rigenerare il partito, nel novembre del 1981. Mi avevano nominato appunto come “esterno” in quanto professore. Non ero iscritto. Mi hanno cooptato nel Comitato regionale. In precedenza avevo militato nell’Azione Cattolica e sono stato anche presidente diocesano della FUCI. Direi l’ultima FUCI, poi è morta. In quel momento esplodeva il ‘68 e, per parte mia, sono rimasto nel gruppo dei giovani Cattolici universitari a fare attività. Avevamo una cooperativa e organizzavamo le vacanze e gli esercizi spirituali con gli universitari a San Martino di Castrozza. 

Ero uno dei capi dei studenti contro i contestatori a Trento, poi nel 1969 sono andato alla Cattolica di Milano. Ho visto da vicino il movimento di Capanna, poi la reazione di Cl. Ho vissuto le turbolenze nella Cattolica dove sono andato con il prof. Franco Demarchi che insegnava sociologia urbano- rurale a Trento e sociologia generale a Milano e a Trieste. Poi nel ‘74 ho iniziato a insegnare a Trento. 

Dunque, negli anni ‘70 hai vissuto la contestazione, il periodo delle violenze… Accennavi alla risposta che seppe organizzare CL (Comunione e Liberazione) agli estremisti di sinistra, rischiando molto. 

Sì, ho vissuto tutta quella fase e anche quella antecedente. Mi sono battuto per la difesa della democrazia e del diritto allo studio, contrastando ideologia e pratiche del Movimento Studentesco degli anni ‘67-‘69. 

Come li vedevi i leader della Dc di Trento, Piccoli e Kessler? 

Il primo rapporto è stato con Flaminio Piccoli che mi ha coinvolto – come dicevo all’inizio – nell’Assemblea degli Esterni. Indubbiamente era lui il capo della Dc, il vero riferimento per molta parte dei trentini. C’era anche Bruno Kessler, ma non lo frequentavo stando nel partito…sull’altro versante. Devo dire però che non sono mai stato doroteo. In realtà a Trento ho fondato insieme ad altri il Movimento popolare, che ha finito per appoggiare Piccoli e i dorotei. In sostanza, il mio rapporto con loro passava attraverso il Movimento Popolare di Formigoni, molto forte a Trento avendo una quota rilevante di iscritti al partito e con ciò garantendo ai dorotei una larga maggioranza interna. Non era molto forte in sè, il Movimento popolare, ma lo era abbastanza per suscitare l’interesse di altre correnti democristiane. 

Dopo l’Assemblea degli Esterni sono stato cooptato nella direzione regionale. Poi mi hanno chiesto di candidarmi alle Regionali, nel 1983, ed ho ottenuto un buon risultato: primo dei non eletti. Ero un “esterno”, tutti i voti che presi venivano dal mondo cattolico. Per me fu un notevole successo personale. 

Mi sono trovato allora a intensificare il mio impegno nel Movimento popolare: ho fatto il sindacato delle famiglie, portando avanti tematiche sociali, mi sono occupato di scuola… 

Hai avuto esperienze sul territorio, nelle istituzioni e ancora nel partito? 

Ho ricoperto vari incarichi di amministratore locale: prima consigliere comunale a Tonadico e a Fiera di Primiero, poi capogruppo Dc al Comprensorio di Primiero, infine Assessore comprensoriale all’Urbanistica.

Anche nel partito sono stato chiamato a ruoli di una certa responsabilità. Nel 1992 sono stato eletto direttamente segretario provinciale della Dc. Serpeggiava il disagio nella base del partito a causa di Tangentopoli, soprattutto il disagio attraversava i dorotei, non a caso i più decisi sulla strada del rinnovamento. Puntavano ad eleggere al ballottaggio un segretario “nuovo”. 

Successivamente, nel 1994, mi sono candidato con il Ppi di Martinazzoli, risultando eletto nel proporzionale. 

Purtroppo è seguita la scissione. La storia la sai, la conosci bene. Nel 1994 era stato Buttiglione a caldeggiare la mia candidatura, nonostante avessi manifestato il desiderio di non abbandonare l’insegnamento universitario. Quindi sono stato rieletto nel 1996 e nel 2001 nelle liste del Popolo delle Libertà, facendo campagna elettorale nel collegio che fu di Alcide De Gasperi. Devo riconoscere, a scanso di equivoci, che Buttiglione mi è stato sempre vicino in tutte le vicende appena descritte. 

Ecco, a proposito, nei giorni scorsi lo abbiamo ricordato: che rapporto ideale hai avuto con De Gasperi? 

La memoria di De Gasperi ha guidato la mia azione. Da noi lo si ricorda anche per gli accordi sull’Alto Adige. Ogni volta, ad agosto, le tradizionali commemorazioni che cadono in coincidenza con la scomparsa, illuminano di luce nuova la sua sua opera. Nell’occasione mi è stato anche possibile conoscere i familiari dello statista.

Per noi trentini De Gasperi rappresenta un simbolo dell’autonomia di questa terra. In fondo, perché era contrario alla guerra nel 1914? L’interventismo, sostenuto da Cesare Battisti, trascurava fatalmente la primaria esigenza del Trentino: quella, cioè, dell’autonomia. Invece per De Gasperi, a fronte della retorica bellicista, contava anzitutto la difesa dell’autonomia.

Alla luce della guerra in Ucraina che ne pensi? 

Nel secondo dopoguerra le grandi scelte dell’Italia hanno tutte il timbro di De Gasperi. Guardiamo alla Nato e pensiamo a lui, alla determinazione che mise nel sostenere l’ingresso dell’Italia: la sua fu preveggenza. Anche i Paesi che stanno fuori ora vogliono entrare nell’Alleanza! 

Come sono i rapporti politici con la Südtiroler  Volkspartei? 

Buoni. In Alto Adige era forte la destra nazionalista. Ebbene, la Dc è sempre stata vicina alle minoranze. L’idea del “Pacchetto” per garantirne le tutele è nata in ambito Dc. Tra i protagonisti di quella soluzione ci fu anche Aldo Moro. Occorre riconoscere che nella comunità degli italiani dell’Alto Adige si manifestò un certo disappunto, ma il consenso adesso è largamente consolidato.  

Torniamo al partito. Dossetti come lo vedevi?

Ero troppo giovane per avere contatti con Dossetti politico, all’epoca della sua battaglia all’interno della Dc in nome della “rivoluzione cristiana”. Da adulto ho potuto intrattenere rapporti di collaborazione e amicizia con Achille Ardigò, sociologo e soprattutto antico sodale di Dossetti. Mi capitò, nel 1974, di recarmi insieme Demarchi a Gerusalemme e li ho conosciuto di persona Dossetti: non il politico, ma…il monaco. 

Che impressioni ti ha fatto quella volta? 

Certamente la mia simpatia era per De Gasperi. Devo dire però che in quell’incontro Dossetti mi fece una bella impressione: mostrava chiaramente di essere un uomo di profonda fede. Non imbastì nessun discorso politico, mai. Il dialogo si svolse sul piano della riflessione religiosa. Demarchi voleva capire da Dossetti come si atteggiava rispetto al cristianesimo il mondo arabo. Ne scaturì una discussione ricca di spunti. Dossetti era molto interessato a fare da ponte tra mondo cristiano e mondo musulmano, avendo particolarmente a cuore il dialogo interreligioso. 

Hai alle spalle una bella esperienza politica. Puoi darne un giudizio sintetico? 

La politica è passione e sacrifico. Spesso ti porta a “vivere fuori” e a trascurare qualche impegno familiare. A queste carenze ha supplito mia moglie, che riconosco essere stata molto brava. Ciò è valso anche nell’educazione dei figli, nel senso che non hanno avuto un atteggiamento di distacco. Penso, in definitiva, di non aver rubato nulla al contesto familiare e forse ho anche dato qualcosa. Il rapporto in casa è stato sempre molto intenso. 

Invece cosa pensi dei politici di adesso? 

Sono degli improvvisati, se non degli incapaci. Seguono i sondaggi, prendono posizione a seconda dell’umore prevalente nella pubblica opinione, danno spazio al peggio del peggio. 

Se dovessi fare un bilancio, che diresti del tuo impegno nella vita politica? 

Positivo. Ho solo un rammarico, quello che ancora pesa per l’avvenuta scomparsa della Dc. Ritengo infatti che sia utile per l’Italia un partito di ispirazione cristiana. Abbiamo una tradizione molto lunga di storie e personaggi. Il fatto che sia svanito tutto e si faccia fatica a ricostruire, costituisce davvero un motivo di rammarico! Mi sono messo a piangere quando c’è stata la scissione del 1994 del Ppi, con una parte di qua e una di là. È stato come affrontare la morte, vivere un lutto… 

A cosa è imputabile la fine, così repentina e rovinosa, della Dc?

Ancora oggi considero un errore il cedimento a sinistra. Ognuno aveva la sue ragioni, ma nella scelta ulivista ho visto il distacco dai nostri valori.

Non credi, con il senno di poi, che la scissione sia stata comunque una decisione sbagliata? Non si poteva combattere da dentro?

Si sono sommate due reazioni, senza che qualcuno abbozzasse una seria mediazione. La prima affondava le radici nella decadenza di un partito che non mostrava più un vero attaccamento agli ideali; la seconda, più legata alla contingenza del momento, prendeva corpo in ragione di atteggiamenti ostili nei confronti di quella che all’epoca rappresentava una minoranza. La posizione di Rosy Bindi, soprannominata finanche benevolmente la “pasionaria”, ha spezzato la trama dell’esperienza democristiana e ha colpevolizzato senza giustificazioni valida un’intera classe dirigente.

Chi erano i tuoi riferimenti nella Dc?

Ho stimato Piccoli, ma avevo pure grande considerazione per Donat Cattin. Nella sinistra sociale ritrovavo una forte connotazione di autonomia politica, con legami e sentimenti popolari, come pure con valori propriamente “nostri”. Non è accettabile che siano le alleanze a innervare e qualificare i programmi di un partito. La Dc aveva un suo bagaglio di idee ed esperienze, aveva per così dire una storia…Noi dovevamo difenderla.

E l’esperienza dell’Udc come l’hai vissuta? 

In realtà non l’ho vissuta appieno. Sono rimasto nel Centro Popolare, un partito che intendeva conservare la propria autonomia, in Trentino, rispetto all’Udc. Ed è stata l’Udc a rifiutare la formula del patto federativo. Ciò nondimeno, a livello parlamentare, ho fatto parte del gruppo Udc. Insomma, la distinzione ha riguardato un aspetto particolare, l’appartenenza cioè all’Udc in quanto partito, essendo vincolante per me l’esperienza autonoma del Centro Popolare.

Renzo Gubert è questo, un signore della politica, uno studioso, un cattolico impegnato. Ha completato da poco un’ultima ricerca sociologica sul Brasile e l’Argentina. Questa conversazione è avvenuta in un assolato pomeriggio trentino, mentre uno sguardo restava comunque rivolto al frutteto, alla vigna e agli animali domestici. Traspare nel suo habitat contadino l’amore per le tradizioni della terra, che si ravviva anche grazie alla passione della moglie, Maria Silvia, per le scienze naturali. Ciò nondimeno, il “contadino” non rinuncia mai a tuffarsi nelle sue letture e nelle sue riflessioni, quindi nel lavoro di ricerca, per mettere a fuoco i fenomeni sociologici emergenti, anche a livello globale.

Francia, lavori in corso in vista di legislative. Un esame dettagliato dell’Agenzia Italia (AGI)

Al centro, a sinistra e a destra, in Francia tutte le forze politiche sono impegnate in serrate trattative per le legislative di giugno, da molti considerate il “terzo turno delle presidenziali”.  

 

Agenzia Italia


Il presidente Emmanuel Macron ha avviato consultazioni con personalità di spicco della sua maggioranza, ma ai primi confronti non sono stati convocati l’ex premier Edouard Philippe, fondatore del partito Horizons, né François Bayrou (MoDem), alimentando speculazioni sui media. Oggi ha invece visto la luce un nuovo partito pro Macron, Refondation républicaine, che ha nominato come suo presidente l’ex ministro Jean-Pierre Chevènement. Volto storico della politica francese, Chevènement, sovranista di sinistra, ha parlato di “mosaico macronista” al posto di “maggioranza presidenziale”, desideroso di “unire i repubblicani delle due sponde” per dare a Macron “la possibilità di proseguire la sua impresa di rilancio della Francia”. Refondation républicaine diventa così la nona formazione politica dalla parte del presidente riconfermato e alle legislative del 12 e 19 giugno intende presentare una decina di candidati.  


A sinistra le trattative sono capitanate da La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon, giunto al terzo posto alle presidenziali con 22% dei consensi. Al termine di un primo incontro di tre ore con una delegazione del Partito socialista (PS), il capo negoziatore socialista Pierre Jouvet ha dichiarato che “la discussione è stata costruttiva, non esistono ostacoli insuperabili” per arrivare ad un accordo con la sinistra radicale.

Già di per sé l’incontro è stato definito “storico”: da quando Mélenchon uscì dal PS 14 anni fa, tra le due forze politiche non c’erano più stati contatti ufficiali. Soddisfatto anche il capo negoziatore di LFI, Manuel Bompard, secondo cui “non abbiamo avuto l’impressione di parlare con lo stesso PS di 3 anni fa”, complimentandosi con i socialisti per un cambio di linea politica rispetto a quando furono al potere con François Hollande (2012-2017).

Un prossimo appuntamento è stato fissato durante il fine settimana per portare avanti il confronto in merito a punti di convergenza per un programma comune e sul tipo di alleanza. Tra i socialisti, l’idea di un’unione con il partito di Mélenchon viene ostacolata da alcuni, ma il segretario generale Olivier Faure tira dritto. “Se pensate che il PS è morto, che non c’è più nulla da fare, che non appartenete più alla sinistra, allora andatevene” ha detto il capofila del PS, invitando chi fosse contrario al negoziato con LFI a lasciare il partito, a raggiungere En Marche, “altrimenti se rimanete dovete lottare con noi, questo potrà cambiarci”. Un’alleanza con Mélenchon rappresenterebbe una svolta maggiore per i socialisti, di cui buona parte è consapevole che, con solo 1,7% ottenuto alle presidenziali dalla candidata Anne Hidalgo, lo storico partito rischia di scomparire dallo scacchiere politico francese. Uno dei nodi delle trattative, sia con i socialisti che con gli ambientalisti di EELV, riguarda l’assegnazione delle circoscrizioni elettorali a ciascun candidato. La grande forza dei socialisti risiede in una presenza più sedimentata e capillare a livello territoriale: nell’Assemblea uscente ha 28 seggi contro 17 per LFI, su un totale di 577 deputati. 

Con gli ambientalisti del candidato sconfitto alle presidenziali, Yannick Jadot, ci sono una serie di divergenze sul programma, ma i negoziati continuano per riuscire a formare una coalizione, a patto di poter aver candidati in 15-20% delle circoscrizioni. Messi tutti insieme, i voti delle forze di sinistra alle presidenziali raggiungono oltre il 30% dei consensi, dando alla ‘gauche’ buone speranze di avere un certo peso nel prossimo parlamento. Ne è consapevole il presidente Macron che per conquistare voti e simpatie a sinistra ha annunciato che il suo prossimo primo ministro dovrà essere “legato a temi sociali e all’ambiente”.      

A destra c’è una grande frammentazione con i gollisti  Républicains (LR) reduci del peggior risultato della loro storia – 4,78% per Valérie Pécresse – e divisi tra quanti puntano a riconfermarsi come principale partito di opposizione in Parlamento – in quello uscente aveva un centinaio di seggi – e quelli propensi ad allearsi con Macron, come dichiarato apertamente dall’influente ex presidente Nicolas Sarkozy. C’è il rischio di una spaccatura interna a LR e di uscita dal partito della destra tradizionalista degli esponenti più conservatori. Il presidente dei Republicains, Christian Jacob, dopo una riunione dei vertici del partito ha dichiarato ai media locali che nella sua famiglia politica “non c’è doppia appartenenza e non ce ne sarà mai, non si può essere repubblicani e membri della Republique en Marche, così come non si può essere repubblicani e membri di Reconquete”. 

 

Jacob ha voluto quindi chiudere sin da subito la strada a una collaborazione con Macron in vista delle legislative – avvertendo che chiunque entri nel governo sarà espulso – sia a un accordo con l’estrema destra di Marine Le Pen e Eric Zemmour, sottolineando che i candidati della destra gollista “costituiranno in Parlamento in un gruppo indipendente, stando all’opposizione”, ma che voteranno le riforme “se andranno nella giusta direzione”.I Republicains cominceranno la campagna elettorale per le legislative sabato 7 maggio con un raduno del Consiglio nazionale, a cui saranno presenti gli alleati centristi e i candidati. Sul versante dell’estrema destra, Zemmour di Reconquete ha annunciato che il suo partito non presenterà candidati nelle stesse circoscrizioni di quelli di Le Pen, Eric Ciotti e Nicolas Dupont-Aignan. Il polemista, che ha ottenuto 7,07% dei voti al primo turno delle presidenziali, è tornato a rilanciare il suo appello all’unione nazionale con il Rassemblement national (RN) di Le Pen, Debout la France (DLR) di Dupont-Aignan e i Republicains patrioti, le cui linee politiche sono “compatibili” con il progetto di Reconquete.

Finora l’appello di Zemmour non è stato accolto dallo storico partito di estrema destra. Secondo un sondaggio, il 93% degli elettori di Reconquete sarebbe favorevole ad un’alleanza alle legislative e lo sarebbe anche il 70% di quelli RN. I dirigenti del partito di Le Pen rimproverano a Zemmour le critiche nei confronti della candidata al ballottaggio e per giunta, storicamente, si oppone agli “accordi tra partiti”. Una posizione criticata da Marion Maréchal, nipote di Marine Le Pen, vice presidente di Reconquete, che ha accusato la sua ex famiglia politica di cercare un “pretesto” per non allearsi.

[Fonte: Agenzia Italia]

Università Lumsa, convegno su “Luigi Gui (1914-2010). La Dc, il Centro-sinistra e le riforme della scuola”.

Il convegno, in programma stamane, riporta l’attenzione sull’uomo politico democristiano che esercitò al fianco di Moro una funzione importante nel partito e nelle istituzioni. Per opportuna documentazione riportiamo l’omelia che nel 2010 pronunciò in occasione delle esequie Mons. Mattiazzo.

“Luigi Gui (1914-2010). La Dc, il Centro-sinistra e le riforme della scuola”. Questo il tema del convegno in programma oggi, mercoledì 27 aprile, all’Università Lumsa di Roma. Sarà l’occasione per ricordare la figura e l’azione politica di Luigi Gui, padovano, uno dei protagonisti della Democrazia cristiana. Attivo nella Resistenza e membro della Assemblea costituente, fu più volte ministro. 

Gui ha legato il suo nome al decennio degli anni Sessanta del secolo scorso, l’epoca del Centro-sinistra, un momento decisivo nella storia politica repubblicana. Ministro della Pubblica istruzione nei governi Moro, fu protagonista della riforma della scuola media unica nel 1962-63 e della istituzione della scuola statale dell’infanzia nel 1968. Al convegno, che si terrà dalle 11 in sala Pia, sarà possibile partecipare anche online su Google Meet. “La mattinata, dedicata a un uomo di grande sensibilità democratica, vedrà riuniti testimoni ed esperti di storia politica e di storia della scuola anche in occasione della uscita, a cura della Camera dei deputati, dei volumi che raccolgono tutti gli interventi della sua lunga carriera di parlamentare”, spiega una nota della Lumsa. 

I lavori saranno aperti dai saluti di Francesco Bonini, rettore dell’Università Lumsa, e saranno presieduti e conclusi da Giuseppe Tognon. Tra gli interventi in programma quelli di Francesco Gui (La Sapienza Università di Roma), Renato Moro (Università Roma Tre) e Daria Gabusi (Università Giustino Fortunato di Benevento). Porteranno la propria testimonianza Gerardo Bianco e Daniele Gui.

Di seguito l’omelia integrale di Mons. Antonio Mattiazzo alla celebrazione funebre (venerdì 30 aprile 2010) per l’ex ministro democristiano.

Lunedì 26 aprile Luigi Gui ha chiuso per sempre gli occhi alla luce di questo mondo che tramonta per aprirli a contemplare e godere quella Luce che non conosce tramonto.

Aveva raggiunto la veneranda età di 95 anni.

Vorrei presentare le più vive condoglianze ai figli Benedetto, Francesco e Daniele, ai familiari e parenti tutti, agli amici che gli sono stati vicini specialmente negli ultimi anni, senza dimenticare la signora Ludomila per la premurosa assistenza che gli ha prestato quando le sue forze erano declinanti.

Noi siamo qui riuniti come comunità cristiana, per celebrare l’Eucaristia di commiato, di ringraziamento e di suffragio.

Al centro della Liturgia di esequie vi è il Cristo vivo, il Figlio di Dio fatto carne che ha assunto la nostra natura umana mortale, che ha voluto sperimentare l’abisso della morte, ma che è risorto da morte con la potenza divina e ha fatto risplendere per noi la risurrezione e la vita immortale.

Il segno che indica il Cristo è il cero pasquale. Ci richiama le parole di Cristo: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11, 25); «Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12).

La fede in Cristo morto e risorto è il fondamento della più alta speranza, l’unico sicuro fondamento della speranza di fronte alla morte. Nello stesso tempo, la fede cristiana pone in vivida luce il senso, il valore, la responsabilità della vita terrena. La vita è dono ed è missione da compiere, davanti a Dio, davanti agli uomini e alla storia. E alla fine, il vero Giudice del nostro operato sarà Dio stesso. Guardando alla vita, alle opere e ai giorni di Luigi Gui, per quanto è possibile alla nostra comprensione umana, sempre incerta e limitata, possiamo dire che ha vissuto esemplarmente la sua vita come uomo e come cristiano, assolvendo con profondo senso di responsabilità ai suoi molteplici doveri

Ricordiamo sinteticamente alcuni dati della sua biografia.

Luigi Gui ha ricoperto cariche parlamentari e politiche del più alto grado sulla scena nazionale. Ma non è questo il luogo per trattare e tanto meno esprimere una valutazione storica sull’argomento.

Ritengo invece importante evocare alcuni aspetti significativi ed esemplari della sua ricca personalità. Per il futuro della persona è fondamentale la radice familiare e la prima educazione. Sotto questo profilo è da rilevare il ruolo che per lui hanno svolto, come scuola di vita, la famiglia e poi le associazioni di Azione Cattolica, gli Scouts e la FUCI, di cui ha fatto parte finché il regime fascista l’ha consentito. Egli conservò un ottimo ricordo dei sacerdoti assistenti, degli animatori, delle attività.

Scrive nella sua autobiografia: «Fin dall’inizio della mia vita sociale, le condizioni modeste e le qualità eccellenti dei miei genitori, le realtà formative ed educative nelle quali fui immesso, la forte e affettuosa personalità di mia madre, Angela Pinzan, il lavoro non comune di mio padre Corinto, operaio linotipista presso la Tipografia Vescovile di Padova (del settimanale ‘Difesa del Popolo’ e per qualche tempo del quotidiano del Partito Popolare Italiano ‘Il Popolo Veneto’), gli ambienti che ho frequentato fin da molto giovane, mi hanno spinto, gradualmente a un crescente impegno in vari campi e aiutato a coltivare un forte interesse culturale e religioso, da singolo e da associato[…]. Mentre quindi attendevo a una preparazione culturale seria, cresceva in me l’attenzione alla situazione politica. […]. Fu naturale che quell’ambiente favorisse il formarsi in me di una sensibilità viva per la politica di ispirazione cristiana, democratica». Questo elemento attinente alla educazione e agli ambienti educativi è di notevole importanza per noi oggi che ci troviamo ad affrontare una grave crisi educativa che affonda le sue radici nella crisi della famiglia e del ruolo educativo della scuola e dell’associazionismo.

Altro elemento di notevole valore per la sua formazione intellettuale, culturale e il delinearsi di una visione della vita e della storia fu la frequentazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove studiò dal 1933 al 1937, grazie ad una borsa di studio. In questo ambiente conobbe personalità di rilievo come Dossetti e Lazzati e si formò in lui una sensibilità e apertura per l’impegno politico, per il bene comune di ispirazione cristiana e di orientamento democratico, «molto aperta – egli annota – ai problemi dei lavoratori e delle classi popolari» (dall’Autobiografia, cinquant’anni da ripensare).

Arruolato nell’esercito nella II Guerra Mondiale, fece parte degli alpini inviati sul fronte russo. Rientrato in Italia, prese parte alla Resistenza. È di questo periodo una delle prime pubblicazioni sulla democrazia, diffusa clandestinamente col titolo “La politica del buon senso”.

Dopo la liberazione partecipò alla organizzazione del Centro di accoglienza presso il Collegio Barbarigo degli ex internati che tornavano dai campi di concentramento in Germania.

Comincia allora la sua partecipazione attiva alla vita politica nazionale. Eletto deputato all’Assemblea Costituente, negli anni ’60 diviene Ministro della Pubblica Istruzione, Ministro della Difesa e, nel 1974, Ministro della Sanità.

Ha assolto queste alte responsabilità con uno spiccato senso del dovere, un comportamento morale integro, con generosa dedizione di tempo e di energie, alieno dalla vita mondana di salotti e feste. Per lui l’esercizio dell’autorità consisteva nel servizio al bene comune, fondato sulla giustizia, la verità, la solidarietà.

Aveva un carattere forte, deciso, che andava alla sostanza delle cose, senza indulgere a sentimentalismi o ad un superficiale cameratismo.

Ritiratosi per l’età dalla vita politica attiva, e rimasto vedovo, trascorse gli ultimi anni a Padova nel silenzio, nel raccoglimento e nella preghiera. Sostenuto dalla fede e dalla speranza cristiana, ha accettato con serenità il declino fisico, amorevolmente assistito dai figli e dalla signora Ludomila, come anch’io ho potuto constatare in una visita che gli feci. A volte, uscendo dall’episcopio lo vedevo incamminarsi a passi lenti o uscire dalla Cattedrale, dove, finché le forze lo permisero, partecipava alla S. Messa.

Manifestava così una fede viva e profonda nella parola di Cristo che abbiamo ascoltato dal S. Vangelo: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo […] chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò all’ultimo giorno» (Gv 6, 51.54).

La nostra vocazione suprema è la vita eterna, vita di perfezione assoluta e di felicità piena e duratura nella festosa comunione della Gerusalemme del cielo, nei nuovi cieli e nella nuova terra che Dio ha preparato per coloro che l’hanno adorato, amato e servito, in questa vita terrena. Alla risurrezione finale partecipa anche il corpo, parte integrante della persona, per cui anche «il corpo corruttibile sarà vestito di incorruttibilità» (cf 1Cor 15, 54). Per questo il celebrante benedirà e incenserà il corpo di Luigi Gui.

Teniamo presente che questo compimento immortale e felice della vita terrena è possibile in virtù della fede e della comunione di vita con Cristo.

 questa S. Messa, come comunità cristiana presentiamo al Signore della vita il nostro fratello Luigi, supplicandolo di purificarlo dai suoi peccati con il suo sangue prezioso e di ammetterlo alla pienezza di vita e di gioia nella pace del suo Regno.

Fanfani, l’impazienza della Dc. L’uomo fu un importante modernizzatore animato da una fede profonda.

Il ritratto del leader aretino, pubblicato sull’Osservatore Romano, mette in evidenza le sue notevoli capacità realizzative. Seppe conquistare grandi consensi e suscitare asperrime polemiche. “Il suo attivismo – scrive Follini –  gli valse un’infinità di volte le diffidenze dei più pigri e l’ironia dei più cinici”.

Fanfani fu l’impazienza della Dc. E cioè l’impazienza di un partito che alla pazienza doveva la sua identità e parte delle sue fortune. Non suoni troppo paradossale. Quella attitudine fanfaniana a fare, a fare tanto (troppo, qualche volta), a fare in fretta, a disfare e a rifare di continuo è stata anch’essa una parte della virtù politica democristiana. Che come ogni umana virtù conteneva il risvolto di qualche vizio e di molte imperfezioni.

Andando a ritroso nel tempo la storia a volte consente di illuminare le cose che l’attualità rende spesso piuttosto oscure. E dunque, si può dire che nella Dc di quel tempo ci fu chi si incaricò di pensare, chi si dedicò alla strategia, chi ebbe cura del consenso, chi si limitò alla gestione, chi provvide a tenere insieme uomini e forze. E chi, come Fanfani appunto, si fece punto d’onore di tradurre la fatica di governare nella moneta sonante delle cose concrete.

Il piano casa, innanzitutto. La prima grande riforma che De Gasperi affidò alle cure fanfaniane e che finì per essere il passo iniziale, decisivo del percorso di ricostruzione che prese forma all’indomani della guerra (e nel pieno della guerra fredda). Di lì in poi Fanfani si dedicò alle opere. L’agricoltura. L’industria pubblica. L’autostrada del Sole. La Rai. Tutte cose a cui diedero mano tante altre figure politiche di quel tempo, ovviamente. Ma nelle quali la capacità realizzativa di Fanfani fu tale molte volte da fare la differenza.

Anche il partito, nella visione fanfaniana, era fatto di “cose”. Cose strettamente legate a “persone”, ovviamente. Progetti da elaborare. Congressi da celebrare. Sezioni da aprire. Campagne da vivificare. Tessere da accumulare. E poi, lì vicino, a pochi passi, terreni da bonificare, fabbriche da costruire, strade da asfaltare, impianti da realizzare, cantieri da aprire, progetti da mettere in pratica. Una infinità di realizzazioni che dovevano, tutte insieme, modernizzare il paese e migliorare il destino dei cittadini.

Partito e governo, secondo il magistero fanfaniano, erano strettamente connessi. E quando nel ‘59 si trovò ad assommarli nella sua persona, e ad essere per qualche settimana a capo dell’uno e dell’altro, egli non pensava di violare le regole della collegialità. Semmai riteneva proprio così di poter far meglio il suo lavoro, costruendo quelle sinergie operative che nel lessico dei suoi colleghi implicavano un eccesso di spirito accentratore, mentre nel suo sottintendevano solo un di più di spirito pratico.

Fanfani passò quasi spavaldo (ma non indenne) nel bel mezzo delle tempeste ideologiche di quegli anni. Fu accusato prima di essere troppo di sinistra, poi di essere troppo di destra, non essendo mai fino in fondo né l’una né l’altra cosa. Fu considerato un accentratore, con tratti quasi autoritari, ritratto come una sorta di De Gaulle italiano, quando ancora la quinta repubblica francese era oggetto di molte diffidenze dalle nostre parti. Il suo carattere e un certo suo peculiare gusto della controversia fecero il resto.

In realtà egli fu piuttosto uno straordinario modernizzatore del nostro sistema paese. E un custode tutt’altro che irenico della sua sovranità in un mondo attraversato dalle molte dispute del dopoguerra. Fu europeista senza troppa retorica e atlantista senza troppa acquiescenza. Ma convinto al fondo che la “sua” Italia non dovesse mai rinunciare a una certa vocazione, quasi nazionalistica, a far le cose a modo suo. Senza timidezze e senza velleitarismi, viene da dire. Ma con una certa intraprendenza nello sperimentare nuovi percorsi e far sentire la propria voce. Insomma, fu un guerriero che combatté di malavoglia nelle trincee della guerra fredda, pur senza mai venir meno agli obblighi geopolitici che comportava.

Di lui si può dire senza tema di sbagliare che restò fino all’ultimo dei suoi giorni un uomo ispirato da una fede profonda, più forte di ogni controversia e di ogni delusione. Il suo attivismo gli valse un’infinità di volte le diffidenze dei più pigri e l’ironia dei più cinici. Tutte cose di cui forse si sarebbe compiaciuto e contro cui però avrebbe sempre combattuto strenuamente.

E forse proprio quel suo carattere, così “ingombrante”, e quella sua frenesia, e perfino una certa impetuosità, servirono ad accendere all’epoca le luci dello sviluppo del nostro paese.

 

[Fonte: L’Osservatore Romano – 27 aprile 2022]

Il primato della politica e la gestione del primo centro-sinistra. Nei diari di Bernabei. La recensione sull’Osservatore Romano.

I diari ripercorrono tutto il percorso politico (ma anche giornalistico e manageriale) di Ettore Bernabei. Il “potere” da lui raccontato è strutturalmente diverso dall’attuale: la politica del dopoguerra non presentava l’articolazione di poteri diffusi come oggi, e soprattutto l’economia rimaneva in un ruolo subordinato e di sostegno all’azione politica “pura”. 

Roberto Cetera

Tempi migliori? Tempi diversi. Scorrendo le intense pagine dei diari di Ettore Bernabei curate da Piero Meucci per i tipi di Marsilio—Specchi (Ettore Bernabei il primato della politica. La storia segreta della Dc nei diari di un protagonista) si riaffaccia un mondo che, seppur cronologicamente vicino, è ormai lontano anni luce dalle dimensioni attuali della società italiana e della sua politica. Un intrigante flavour di quegli anni, e del ruolo di “protagonista nascosto” di Bernabei era stato già dato dall’ottimo libro—intervista di Giorgio dell’Arti L’uomo di fiducia del 1999.

 

I diari ripercorrono tutto il percorso politico (ma anche giornalistico e manageriale) di Ettore Bernabei. Dagli anni giovanili a Firenze in vicinanza a La Pira, alla direzione —a soli 26 anni— del Popolo, ai 13 anni trascorsi al vertice della Rai, alla fondazione della casa di produzione cinematografica LUX, ma soprattutto nella lunga militanza nella Dc e al sodalizio forte con Amintore Fanfani.

 

A differenza del libro di Dell’Arti, questi diari offrono ovviamente un racconto in presa diretta, che sgombrano il campo dalle mediazioni narrative proprie dell’intervista in vita. Alcuni ambiti costituiscono, non solo materiale interessante per gli storici, ma spunti di riflessione utili per l’oggi. Il primo — come pure recita il titolo del libro — è quello del primato della politica. Il “potere” raccontato da Bernabei è strutturalmente diverso dall’attuale: la politica del dopoguerra non presentava l’articolazione di poteri diffusi come oggi, e soprattutto l’economia rimaneva in un ruolo subordinato e di sostegno all’azione politica “pura”. 

 

Vi sono alcuni ambiti delle relazioni descritte nel libro, e che hanno visto Bernabei protagonista, che costituiscono materiale sicuramente interessante per l’indagine storica di quegli anni. La gestazione, non lineare, del primo centro-sinistra. E con esso, il formarsi di una possente impresa pubblica, peculiare nella storia economica del dopoguerra europeo. Il rapporto tra pubblico e privato, nell’oscillazione mai compiutamente definita tra liberalismo e solidarismo. La concezione “educativa” della televisione pubblica, principale agente della formazione di una vera identità culturale nazionale. Le tensioni interne indotte dalla guerra fredda, e il “dietro le quinte” della vicenda della crisi dei missili russi a Cuba. Fino al dramma di Aldo Moro, e poi al precipizio istituzionale dei primi ’90.

 

Particolarmente interessante risulta poi, nello specifico del punto di osservazione del nostro giornale, la ricostruzione delle relazioni tra la politica italiana e la Segreteria di stato vaticana, allora fortemente presente nell’orientare l’azione dei cattolici in politica. Relazioni spesso improntate ad una dialettica anche vivace, e che non ha mai visto la Dc impegnata ad un “collateralismo” acritico. Il tutto sovrastato da azzeccate (e molto toscane) pennellate sugli innumerevoli personaggi che hanno incrociato la vita di Ettore Bernabei: politici italiani, statisti internazionali, presuli vaticani, imprenditori pubblici e privati e giornalisti. Nella confidenzialità della scrittura diaristica, le annotazioni di Bernabei evidenziano profili umani a volte inaspettati. Nell’insieme un libro che, ulteriormente all’interesse evidente che può suscitare agli storici, costituisce un’interessante lettura per chi — pur non avendo vissuto quei tempi — voglia comprendere da dove venga questo mondo attuale, così diverso. Non peggiore forse, ma neanche migliore.

 

[Fonte: L’Osservatore Romano – 27 aprile 2022]

Macron salva l’Europa. Ma i problemi restano tutti.

Anche il sistema francese mostra i suoi limiti. Ora alle legislative di giugno sia Le Pen sia Mélenchon chiederanno un voto per “ingabbiare” il Presidente, che ha un dominio pressoché assoluto sulla politica estera ma non così su quella interna. Pertanto l’esecutivo non è automaticamente così forte come spesso si vorrebbe far credere. Questo per dire che ogni sistema ha, inevitabilmente, i suoi limiti, con i problemi connessi.

Come già cinque anni fa Emmanuel Macron salva l’Europa. E’ chiaro a chiunque, infatti, che se le elezioni presidenziali francesi le avesse vinte Marine Le Pen il futuro dell’Unione sarebbe stato assai cupo. E’ inimmaginabile una UE senza la Francia o anche solo con una Francia in perenne posizione critica verso Bruxelles. Ci sono state nel tempo crisi ripetute fra Parigi e la Commissione UE (celebre è rimasta quella della “sedia vuota” del generale De Gaulle) ma mai, nemmeno per un giorno, si è pensata possibile una UE senza la Francia. Nella storia dell’Unione infatti Parigi non è Londra e se l’abbandono di quest’ultima – ancorché doloroso – ha potuto essere assorbito, un’eventuale dissociazione della prima non potrebbe essere sopportato dalle istituzioni comunitarie. Bene così, dunque. Anche perché il Presidente francese è di sicuro il più europeista della storia, pur senza mancare di toni anche nazionalistici come è tradizione nella patria della Marsigliese.

Sarebbe però un grave errore sottovalutare sia il risultato elettorale ottenuto dalla candidata sconfitta al ballottaggio sia l’elevato livello raggiunto dall’astensionismo, un fenomeno che si sta espandendo un po’ in tutti i Paesi. Cominciamo proprio da quest’ultimo dato.

Quasi il 30% di non votanti al ballottaggio presidenziale è una percentuale assai alta, mai raggiunta negli ultimi 50 anni. Sintomo di un disagio evidente, anche se ormai dobbiamo cominciare a considerare come un dato di partenza nelle democrazie occidentali un tasso di astensionismo fisiologico prossimo ad un quarto degli aventi diritto al voto. Persone che in larga misura non meriterebbero, per il loro menefreghismo, di godere dei benefici della democrazia ottenuti grazie al sacrificio di molti martiri della libertà. (Questo articolo è scritto i a ridosso del 25 aprile, e quindi questa affermazione ha un suo evidente perché).

Ci sono però, indubbiamente, anche le astensioni “politiche” derivanti dalla mancata fiducia nei confronti dei partiti in lizza o, come in questo caso, dei candidati al ballottaggio. E dunque pure il sistema elettorale della V^ Repubblica pare presentare qualche crepa. Il Presidente eletto, alla fine, ha ottenuto al primo turno una percentuale inferiore a un terzo degli elettori e al ballottaggio ha superato, bene, la metà dei medesimi ma su una base elettorale ridotta da un così elevato fenomeno astensionista.

Quindi molti cittadini che al primo turno hanno votato per la loro opzione favorita non si sono recati alle urne per il secondo turno. Non solo. Molti che hanno votato al ballottaggio per Macron lo hanno fatto solo per sbarrare la strada a Le Pen e non per fiducia nei confronti del Presidente. Un voto contro, insomma.

Certo, il vantaggio del sistema, dal punto di vista dell’esecutivo, è che il Presidente al di là di tutte queste considerazioni è da subito operativo a tutti gli effetti e dotato di un ampio potere così come definito costituzionalmente. Mentre un eventuale sistema proporzionale, di cui legittimamente si discute in Italia, trasferisce poi la trattativa fra i partiti in Parlamento, col rischio di comporre governi deboli e sottoposti al perenne ricatto del voto parlamentare su questa o quella decisione da adottare o legge da approvare.

Resta però il fatto che anche il sistema francese mostra i suoi limiti. Ora alle legislative di giugno, ad esempio, sia Le Pen sia Mélenchon chiederanno un voto per “ingabbiare” il Presidente, che ha un dominio pressoché assoluto sulla politica estera ma non così su quella interna, come è giusto che sia nel gioco democratico dei pesi e dei contrappesi istituzionali. Pertanto l’esecutivo non è automaticamente così forte come spesso si vorrebbe far credere. Questo per dire che ogni sistema ha, inevitabilmente, i suoi limiti, con i problemi connessi.

La seconda questione è più strettamente politica. Il 41% di Le Pen è un risultato importante. Che va considerato congiuntamente a quello manifestatosi al primo turno, quando la somma dei voti ottenuti dai tre principali candidati dalla radicale o quanto meno forte contestazione al sistema (Zemmour e Le Pen a destra, Mélenchon a sinistra) ha sostanzialmente raggiunto il 50% dei consensi. Un segno inequivocabile di sfiducia nella tradizionale tessitura della politica transalpina testimoniata per di più dal crollo dei protagonisti di oltre 50 anni di V^ Repubblica, i socialisti e i gollisti. 

Il disagio prodotto nel tempo dalla crisi economico-finanziaria iniziata ormai 15 anni fa ma non del tutto superata ancor oggi; dalla crisi determinata da due anni di pandemia (una crisi anche sociale e psicologica individuale, non solo economica) pure questa non definitivamente superata; e ora una possibile crisi recessiva indotta dalla terribile guerra russa all’Ucraina e dalle conseguenti azioni europee a sostegno di Kiev: ebbene quel disagio si è ampliato producendo sfiducia nelle istituzioni rappresentative, rabbia sociale anche violenta (proprio in Francia lo si è visto col movimento dei Gilet Gialli), volontà di alternatività assoluta al sistema (con prevalente matrice di destra autoritaria, ma non solo), sottovalutazione quando non addirittura interesse o sostegno per gli autocrati incuranti dei principi liberali e democratici.

Insomma, un ulteriore aspetto di una possibile (o incipiente?) crisi delle democrazie occidentali delle quali più volte abbiamo parlato su queste pagine. È anche su questo che ha scommesso Vladimir Putin.

Chi era Moro? Una trama leggera di pensieri ed emozioni. Follini ricorre alla fantasia per spiegare la realtà.

Il libro di Marco Follini (Via Savoia. Il labirinto di Moro, La Nave di Teseo) gira attorno alla postura classica dell’eroe scespiriano – in questo caso il leader dc – solo di fronte alle decisioni e solo anche di fronte alle avversità. Follini smonta e rimonta in continuazione la quinta teatrale che fa da cornice a questa solitudine problematica. Si tratta di un lavoro eccellente, forte di una sua elegante originalità, sicuramente godibile.

Maneggiare la storia richiede un certo distacco critico per individuare, oltre gli eventi e i personaggi, oltre la stessa storia casualmente ordinata, il filo rosso delle vicende. È un esercizio senza sicurezze dal momento che può anche non approdare a conclusioni incontrovertibili. La fantasia spesso è chiamata a riempire i vuoti.

Perché questa premessa? C’è un motivo semplice, legato in particolare al duplice sentimento di ammirazione e stupore per il coraggio di Follini nel dare alla figura di Aldo Moro quel tipo di profondità che solo l’ambiente del romanzo può rivelare. E solo la fantasia ci regala. Spetta ai critici letterari stabilire se poi di romanzo – e quale – nella fattispecie si debba parlare. In ogni caso “Via Savoia” (La Nave di Teseo) è scritto bene, con sapiente dosaggio di finzione e realtà, in uno stile levigato che illude sulla spontaneità di un linguaggio ben altrimenti elaborato e complesso, frutto di vigilanza sulla propria attitudine alla scrittura.

L’ammirazione riguarda l’elegante impianto stilistico, specie se correlata all’autenticità dello sforzo letterario. Di questi tempi non ci si meraviglia più se dietro la firma dell’autore di un testo si cela l’opera di un scrittore anonimo. Invece, stavolta come in altre significative prove saggistiche, l’autore del libro è proprio lui, Marco Follini, raffinato costruttore di una trama che abbraccia e contempla la politica, effettivamente intrisa di bene e di male, e con il cuore della scena occupato dal martire per eccellenza della democrazia italiana, quale fu il leader della Dc assassinato dalle Brigate rosse.

Poi, in aggiunta, ecco lo stupore: non è un azzardo assoggettare alla descrizione romanzata l’identità di Moro, assegnando alla fantasia il compito di illuminare i contrasti interiori, le speranze e le delusioni, i timori nascosti? Follini si assume la responsabilità di questa più intima rappresentazione e ci invita a prendere confidenza, pagina dopo pagina, con i pensieri e i sentimenti del politico meno incline a toni e maniere confidenziali che l’Italia democristiana abbia mai conosciuto. Moro si svela lucido contraente di un impegno persino involontario, vista l’inclinazione giovanile a coltivare un’aspettativa di carriera universitaria, per andare incontro ben presto, come chiosa Follini, a una vita fatta di “emozione e razionalità”: la vita della politica.

Il racconto gira attorno alla postura classica dell’eroe scespiriano, solo di fronte alle decisioni e solo anche di fronte alle avversità. Follini smonta e rimonta in continuazione la quinta teatrale che fa da cornice a questa solitudine problematica. Ad ogni passaggio vi è un tormento, una percezione dell’insufficienza e della instabilità, un “andare oltre” il contingente; al tempo stesso vi è la rivendicazione di un ruolo e di una responsabilità che l’essere cristiani allega ai compiti della politica; e infine, laboriosamente articolata, vi è un’etica che limita la forza della sicurezza e della convinzione, per un difetto di fiducia sulle umane risorse di bontà. 

E qui spunta il dilemma che ruota attorno alla vicinanza o al distacco rispetto al potere: quali misure e contromisure Moro giustappone ad esso? Quale regola adotta per renderlo agibile moralmente? Nel Consiglio nazionale del partito, il 18 gennaio 1969, le sue parole caddero come macigni su un uditorio a dir poco sorpreso, visto che colpivano al cuore il sistema doroteo: “Ci deve pur essere, più in fondo – disse – una ragione, un motivo ideale, una finalità umana per i quali ci si costituisce in potere ed il potere si esercita”. 

Orbene, a un giornalista che chiedeva se per caso i maligni non sbagliavano a definire Moro un uomo di potere, Corrado Guerzoni, suo stretto collaboratore, rispondeva con un’iperbole: Moro è il potere. In effetti la biografia, anche quella romanzata di Follini, ne rende facile testimonianza. Non si sta al governo del partito e del paese per tanto tempo senza avere dimestichezza con gli ingranaggi dell’amministrazione e tutto ciò che ne deriva in termini di pratiche correnti. A dispetto dei ritratti oleografici, Moro non riduceva la politica a predicazione, ma nemmeno la dequalificava a strumento di comando. Mediazione, equilibrio, prudenza rimbalzano nel racconto di Follini come vocaboli evocativi di un modus operandi di Moro; sono i cardini della sua politica non ideologica e quindi del suo lucido realismo; vocaboli in sostanza che incarnano un dovere che non deprime ma innerva, piuttosto, una strategia di avanzamento democratico.

Il libro traccia un profilo che convince largamente, pur con qualche dubbio secondario. È innegabile che l’uomo si spese, non senza audacia, per ampliare le basi democratiche dello Stato. Questa fu sempre la bussola della sua politica di rinnovamento. Poi lo si può anche definire un conservatore, ma a patto di riconoscere giustamente che in un mondo in cui la conservazione mancava di intelligenza, egli appariva finanche avventuroso. Tanto avventuroso da sentirsi spaesato e avvertire l’impossibilità, per dirla con l’autore, di “dimettersi da se stesso”. E probabilmente, come ancora rileva Follini, si sarà trovato a disagio nell’essere ritenuto un teorico del consociativismo, quando al contrario, dinanzi all’espressione massima del consociativismo rappresentata dal compromesso storico, fu decisamente maldisposto. 

Lascia invece un po’ disorientati il rinvio a quel “troncare e sopire” del Conte Zio, perché serpeggia nella nota locuzione manzoniana un istinto opportunistico alla mitigazione dei contrasti, quale ne sia la ragione e la finalità, laddove nulla di simile o di paragonabile rinviene effettivamente nell’affresco biografico di “Via Savoia”. Moro non era un Conte Zio democristiano. Cauto certamente sì, ma per discernimento e strategia, ovvero per andare avanti e non per sopravvivere nell’immobilismo. Per questo ha pagato un prezzo molto alto.

In ultimo, vale la pena chiedersi se l’immaginazione di Follini non avesse l’obbligo di spingersi più in là rispetto alla consolidata rappresentazione del “caso Moro”. Noi, in verità, non sappiamo a tutt’oggi quale sia stata la mano che ha diretto il colpo di Stato di Via Fani. Ora, un uomo così cauto ed avveduto fino all’estenuazione della manovra politica e minacciato, oltre tutto, dai suoi interlocutori internazionali, al punto di far trapelare la volontà di abbandonare la scena pubblica; come mai quest’uomo accorto cambia la linea di condotta, dismette ogni prudenza e lancia la sfida della cooptazione dei comunisti nell’area della maggioranza di governo? È un buco nero nella nostra conoscenza. E come mai, dopo cinquantacinque giorni di prigionia, pur essendo ormai politicamente morto, lo si vuole morto anche fisicamente, senza pietà? L’accanimento polemico è sulla trattativa mancata o fallita, ma non sul perché sia stato comunque dato dal vertice brigatista l’ordine di eliminazione del prigioniero.

Follini rinuncia a porsi queste domande e spende più volentieri il suo talento nell’illuminare il labirinto degli ultimi pensieri di Moro. Al lettore giunge pertanto il soffio leggero della compartecipazione a uno stato d’animo che solo la scrittura aiuta a penetrare nella spirale di dolore e abbandono. “In quei giorni, in quelle ore, la sua fine dovette sembrargli la fine del mondo. O forse era il segno che quel mondo non era mai davvero cominciato”.

O forse, più semplicemente, che non potesse cominciare a causa del disvolere di occulti decisori.

I giochi di Erdogan tra Mosca e Kiev (AsiaNews) 

I giochi di Erdogan tra Mosca e Kiev (AsiaNews) 

Secondo il politologo russo Ivan Preobraženskij, “Erdogan cerca di trarre il massimo profitto da questa guerra, che si svolge su un territorio molto legato nel passato alla Turchia, che potrebbe perfino rivendicarne alcune parti”.

Vladimir Rozanskij

Con l’eccezione della Turchia i Paesi Nato, insieme a Giappone e Australia, hanno condannato fermamente l’invasione russa dell’Ucraina. Il resto del mondo si mantiene invece su posizioni neutrali, a partire da Cina, India e monarchie del Golfo Persico.

Gli analisti di Radio Svoboda si chiedono se siano gli interessi economici o una naturale affinità tra il sultano e lo zar a mantenere Ankara in questa condizione di neutralità. I turchi hanno condannato a parole l’azione militare di Putin, ma poi si sono ben guardati dall’applicare le sanzioni decise dai suoi stessi alleati, proponendosi continuamente come mediatori tra Mosca e Kiev.

Ancora in questi giorni il presidente turco Recep Tayyp Erdogan e il suo ministro degli Esteri, Mevlüt Çavuşoğlu, hanno ribadito la loro convinzione sulla possibilità di risolvere la crisi per via diplomatica.

Secondo Çavuşoğlu, “alcuni Paesi della Nato non vogliono la pace, ma soltanto indebolire la Russia, e non si interessano veramente dell’Ucraina, altrimenti accompagnerebbero il ritiro delle truppe russe con l’alleggerimento del regime delle sanzioni”. Egli ha anche aggiunto che la Turchia ha evacuato dal territorio ucraino 17mila cittadini turchi dall’inizio della guerra, per sottolineare quanto effettivo sia il coinvolgimento di Ankara nella regione.

Il portavoce del presidente, Ibrahim Kalin, ha spiegato che “stiamo in entrando in una nuova fase della guerra fredda, e dobbiamo prepararci a tutte le conseguenze negli ambiti della produzione, dell’energia, della sicurezza informatica e in molte altre questioni”.

L’economia turca era già in crisi prima della guerra russa, anche per via del coronavirus, e oggi sente ancor di più le conseguenze del conflitto; è il periodo peggiore del lungo regno del sultano Erdogan. Il Paese è scosso da tensioni politico-sociali, l’inflazione ha raggiunto i massimi dell’ultimo ventennio, la disoccupazione è tra il 15 e il 20%, i prezzi di beni e servizi sono saliti tra il 30 e il 50%, e l’anno prossimo si terranno le elezioni parlamentari, in cui il partito al potere rischia di perdere molti consensi.

Mosca e Ankara hanno stretto molti affari di ampia prospettiva negli ultimi anni, tra cui la costruzione della centrale nucleare Akkuyu con la partecipazione di Rosatom, che garantirà il 10% del consumo energetico della Turchia. È un progetto da 20 miliardi di dollari, che Erdogan ha detto di voler realizzare in ogni modo. Per non parlare del turismo russo, che ora si riverserà sempre più sulle coste turche; solo l’anno scorso erano arrivati 4 milioni e mezzo di turisti, per i quali esistono compagnie aeree dedicate per i voli dalla Russia.

Anche l’Ucraina, del resto, è un partner importante della Turchia, con investimenti da 4,5 miliardi di dollari lo scorso anno; l’ultimo incontro tra Erdogan e Zelenskyj risale al 3 febbraio, poco prima dell’invasione russa, per firmare accordi commerciali da 10 miliardi. Ankara è da anni uno dei principali fornitori di armi a Kiev, e in questa guerra si sono particolarmente distinti i droni turchi Bayraktar TB2.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/I-giochi-di-Erdogan-tra-Mosca-e-Kiev-55656.html

 

Monda, “Se perdiamo le lacrime”. L’editoriale del direttore dell’Osservatore Romano.

La “desertificazione” dell’emozioni – scrive Monda – ha prodotto un uomo squilibrato, armato solo della fredda razionalità, ma che ha perso il cuore dell’umanità. Riportiamo per gentile concessione l’editoriale che appare nell’edizione del 25 aprile del giornale ufficioso della Santa Sede. 

«Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere», è la famosa frase di Baruch Spinoza, anche facile da tradurre: «Non ridere, non piangere né detestare ma (cerca solo di) capire». Il grande filosofo olandese si riferiva alle “cose umane” che dovevano essere oggetto di comprensione, di intelligenza appunto, a condizione di asciugare però prima l’emotività. Parole molto sagge, ovviamente. Quando sono state pronunciate forse erano anche un grido rivolto ai contemporanei al fine di farli fermare dalla follia dell’incessante guerra che in quei secoli insanguinava l’Europa. Quel grido è diventato una specie di profezia rovesciata nel senso che si è, purtroppo, avverato. L’uomo contemporaneo ha asciugato l’emotività a favore del raziocinio, in questo senso Spinoza appare “padre” dell’Illuminismo, ma in modo così radicale da aver prodotto un deserto. Non sappiamo più ridere né piangere ma abbiamo tutti la pretesa di capire. È il momento storico degli “esperti” e tutto è lasciato alle loro fredde analisi. Le lacrime, di gioia o di dolore, sembrano le grandi assenti.

Sulla crisi del senso dell’umorismo su questo giornale si è già parlato più volte, proprio perché l’umorismo è in realtà una virtù che i cattolici non possono trascurare. Un pensatore come Jacques Maritain avvertiva che «una civiltà che ha perso il senso dell’umorismo si prepara al suo funerale» e tutti gli ultimi pontefici, e Papa Francesco in particolare, hanno spesso parlato della fondamentale importanza per il cristiano del coltivare il buon umore, del saper ridere. «Si conosce un uomo dal modo in cui ride», osservava Dostoevskij ma questo è forse ancora più vero rispetto al pianto: sono proprio le lacrime a rivelare se in un uomo è rimasto qualcosa dell’essere umano. Al contrario del luogo comune, bisogna affermare che un vero uomo piange.

Oggi, dal punto di vista della guerra, la situazione non è molto diversa dal ’600 di Spinoza: il sangue ancora scorre nel cuore dell’Europa. Mancano però le lacrime. Così ha detto il Papa sabato ricevendo in udienza la comunità pastorale del Santuario della Madonna delle Lacrime di Treviglio: «La nostra civiltà, i nostri tempi, hanno perso il senso del pianto». Anche per Francesco, grande lettore del romanziere russo, è il “modo” a essere molto importante: «Io credo che noi, il nostro tempo — parlo in genere —, abbiamo perso l’abitudine di piangere “bene”. Forse piangiamo quando succede qualcosa che ci tocca o quando tagliamo la cipolla. Ma il pianto che viene dal cuore, il pianto vero come quello di Pietro quando si pentì, come quello della Madonna». Maria piange e in genere le donne sanno piangere più degli uomini, hanno il dono delle lacrime. Perché il pianto è un dono, una grazia dice il Papa: «noi dobbiamo chiedere la grazia di piangere davanti alle cose che vediamo, davanti all’uso che si fa dell’umanità, non solo le guerre — ne ho parlato — ma lo scarto, i vecchi scartati, i bambini scartati anche prima di nascere… Tanti drammi di scarto: quel povero che non ha da vivere è scartato; le piazze, le strade piene di persone senza fissa dimora… Le miserie del nostro tempo dovrebbero farci piangere e noi abbiamo bisogno di piangere».

Lugere è ancora necessario. Al “profeta” olandese dell’Illuminismo rispondeva indirettamente lo scrittore inglese Chesterton ribaltando un altro luogo comune: «il pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto tranne la ragione». La “desertificazione” dell’emozioni ha prodotto un uomo squilibrato, armato solo della fredda razionalità, ma che ha perso il cuore dell’umanità. Sempre Chesterton afferma che «sono le fate a custodire la ragione», se si perde l’immaginazione e il sentimento l’uomo, quest’essere così ricco e complesso, rimane come “sfigurato”, e paradossalmente anche incapace di “intelligere”. Durante la conversazione tra il cardinale Tolentino de Mendonca e l’allenatore di calcio Josè Mourinho quest’ultimo ha ricordato una battuta del filosofo portoghese Manuel Sergio: «chi sa tutto di calcio ma solo di calcio, non sa niente di calcio». Soffriamo per eccesso di “esperti” e insieme per difetto di “esperienza”, quella condizione che permette all’uomo di cambiare, di essere (com)mosso, possibilmente fino alle lacrime. 

È possibile l’eutanasia cristiana? L’editore Gabrielli manda in libreria un volume destinato a far discutere.

L’eutanasia/buonamorte nel senso antico indica essenzialmente il modo umano, non estraneo e indifferente di morire. Di questo modo umano oggi l’uomo contemporaneo sente la mancanza…L’approccio del libro “non è tanto quello medico e giuridico, quanto soprattutto quello etico e religioso, o in generale quello dei quattro aspetti messi insieme. Un modo per fare i conti con la complessità della vita degli esseri umani leggendola nella dimensione duplice, tra terra e cielo, come ricerca del valore di una laicità condivisa da credenti e non credenti“.

Il volume La morte buona di Giuseppe Deiana, con la Prefazione di Vittorio Bellavite (Movimento Noi Siamo Chiesa), si propone di dare al cittadino comune una comprensione basilare del problema dell’eutanasia volontaria e di ciò che ad essa è connesso, nella convinzione che di fronte alla buona morte nessuno può restare indifferente. Perché c’è di mezzo il senso della condizione umana, fondato sul principio di responsabilità che, in condizioni di sofferenza estrema, consente di sostenere la legittimità morale dell’eutanasia responsabile, su cui possono convergere credenti, non credenti e diversamente credenti, sulla base del denominatore comune di una laicità condivisa come valore.

«Il libro di Deiana è un libro coraggioso perché non si tira indietro nel confrontarsi con franchezza con la linea dei vescovi e del Vaticano sul problema del fine vita e perché contrasta, con delicatezza, la timidezza psicologica (non altro) di ognuno di noi di fronte a qualcosa che abbiamo vissuto e viviamo come una specie di tabù, quello dell’eutanasia. […] Quello dell’eutanasia era una specie di confine non superabile. E invece il confine si può superare. Nella ricerca di Deiana, insieme all’orientamento di fondo, c’è una documentazione a tutto campo sulle diverse posizioni esistenti ed un ragionare pacato che conduce ad indicazioni che possono essere utili e convincenti anche per chi non si dice cristiano.» (dalla Prefazione di Vittorio Bellavite)

Hans Küng

«Quando arriva il momento, ho il diritto, qualora ne sia ancora in grado, di scegliere con la mia responsabilità quando e come morire […]. Vorrei offrire a un pubblico ampio – e, date le attuali discussioni nei parlamenti, nelle associazioni di categoria, nei tribunali e nelle chiese, soprattutto a politici, medici, giuristi e consulenti spirituali – un po’ di materiali per una serie di riflessioni critiche e autocritiche.  Tutto ciò con la speranza di alimentare un dibattito attento e, allo stesso tempo, indulgente.» (Hans Küng 2015)

DAL LIBRO LA MORTE BUONA

«L’argomentazione qui proposta verte su alcuni punti di riferimento del mondo cristiano, più precisamente su tre posizioni di punta: prima di tutto, la lunga e complessa elaborazione del teologo cattolico Hans Küng, che all’argomento della possibilità dell’eutanasia cristiana ha dedicato, in un quarto di secolo, due importanti libri di rottura sul tema; in secondo luogo, la sintesi teorico-pratica condensata in alcuni documenti ufficiali: quelli della Commissione bioetica delle Chiese Battiste, Metodiste e Valdesi in Italia del 1998 e del 2017; inoltre, i documenti della sezione italiana del movimento internazionale di base Noi Siamo Chiesa (NSC), del 2019 e 2021, motivati e orientati a perseguire la riforma della Chiesa cattolica. Quindi, mondo cattolico e mondo protestante a confronto, uniti dal riconoscimento del valore di un principio comune, l’etica della responsabilità, che fa da filo rosso e legame.» (La morte buona, Premessa “La ricerca di un percorso condiviso sulla sofferenza inutile”, p. 15).

                 

Attualità del 25 aprile

Attualità del 25 aprile

Il segretario della DC, ex partigiano, scriveva su “Il Popolo” nel giorno della Festa della Liberazione questo editoriale (qui riproposto) che conserva ancora aspetti interessanti e suggestivi. L’Italia attraversava una crisi grave, originata anni prima dalla fine della convertibilità del dollaro e dalla impennata dei prezzi del petrolio a causa delle tensioni in Medio Oriente. Premeva, in quel momento, anche la minaccia crescente della violenza, tanto sul versante dello stragismo nero che del terrorismo brigatista. Zaccagnini invocava una disponibilità a concorrere a uno sforzo collettivo, invitando di fatto il PCI a prendere sul serio la politica della “solidarietà nazionale”. Quella politica che dopo le elezioni, nel giugno dello stesso anno, avrebbe preso iniziale forma con il governo Andreotti della “non sfiducia”.

Questo 25 aprile – che celebriamo ormai da trent’anni – non è soltanto una ricorrenza civile tra tante altre: e non è nemmeno soltanto memoria e simbolo di un giorno indimenticabile per tutto il popolo italiano. Il tempo non ha affievolito il ricordo e l’emozione di quella grande vicenda popolare che fu la Resistenza. Essa riacquista, anzi, con gli anni, contorni sempre più precisi e marcati, come il principale momento creativo della democrazia repubblicana, che nasce dall’incontro di forze politiche e culturali diverse tra loro, ma unite da una medesima ansia di rinnovamento e di libertà.

Questo è – secondo noi – il significato più profondo del 25 aprile, che di anno in anno invita tutti a rimeditare sul cammino percorso, a confrontare la realtà di oggi con le speranze e gli ideali di allora, a verificare anche con spirito critico la rispondenza tra la generosa immagine di un’Italia che tutti volevano libera, prospera e giusta, e l’Italia che si dibatte oggi in una delle crisi più gravi di questo dopoguerra.

Siamo convinti che anche di fronte alle difficoltà attuali, gli ideali della Resistenza – pur rivissuti nella singolarità e nella originalità delle sue varie componenti politiche e popolari – rappresentino un punto di riferimento necessario e inevitabile.

Vi sono valori – la pace, l’indipendenza nazionale, una più concreta e autentica giustizia sociale – che non possono non essere condivisi da tutti come obiettivi generali di una politica democratica. E la stessa situazione di oggi preme nel senso di una più attiva presa di coscienza che vi sono dei momenti nella vita di un popolo, vi sono circostanze e obiettivi particolari, per i quali è indispensabile la collaborazione di tutti, pur senza confusione di ruoli e senza rinunce alle proprie convinzioni profonde.

La Liberazione fu uno di questi momenti; la Ricostruzione nasce anch’essa come incontro creativo di tutte le forze sociali del Paese. Oggi, proprio la più grave crisi che l’Italia si sia mai trovata a dover affrontare impone a tutti un nuovo senso di solidarietà che deriva da una interdipendenza di massa di fronte ai grandi fenomeni politici, sociali ed economici del nostro tempo. Abbiamo insieme progredito, talvolta forse disordinatamente, con ritardi e lacune purtroppo innegabili; insieme dobbiamo affrontare il riflusso di una crisi che parte da lontano e che impegna duramente anche talune strutture del sistema.

Questo è oggi più che mai il prezzo della comune salvezza: e questo è il senso dell’iniziativa che la Democrazia cristiana ha voluto assumere in questi giorni, nella convinzione che non vi sono alternative reali a questo rinnovato spirito di solidarietà nazionale. In ciò la DC non guarda ai suoi interessi di parte: siamo certi – qualcunque sia l’esito finale di questo nuovo sforzo – che esso rimarrà come indicazione di una via che resta obbligata e come testimonianza di buona volontà.

Ciò che sta avvenendo oggi nel nostro Paese potrebbe anche rappresentare un’occasione valida, se il senso comune del pericolo – che investe le stesse istituzioni – ci porterà a ripristinare il circuito di un vitale ed effettivo solidarismo, che sollecita revisioni e correzioni dello stesso modello di sviluppo. Proprio questa crisi deve indurci a rimeditare insieme sul tipo di società che noi vogliamo e che è in qualche tratto abbastanza diversa da quella che è venuta talora tumultuosamente crescendo in questi trent’anni. Proprio lo sforzo comune per superare le difficoltà di questo frangente nazionale, grave per tutti, può offrirci la chiave per porre le premesse di una società più progredita, più equilibrata e più giusta.

Queste sono alcune delle considerazioni che ci suggerisce questo 25 aprile 1976. Il ricordo di che cosa fu e rappresentò allora, nell’ormai lontano 1945, ci incoraggia ad avere ancora fiducia nelle capacità di sacrificio, di lotta e di ripresa del popolo italiano, di fronte al quale la DC non è sola o isolata, e rappresenta anzi ancor oggi l’espressione più articolata e sensibile di una realtà nazionale travagliata, ma che ha ancora in sé forze sociali ed energie morali sane e decise ad operare per la comune rinascita.

 

(Fonte: Il Popolo, 25 aprile 1976)

La guerra compromette il dialogo ecumenico. Un altro Muro si alza, quello tra la Chiesa di Roma e il Patriarcato di Mosca. 

Il Patriarca Kirill ha chiesto ai fedeli russi di “unirsi e combattere i nemici interni ed esterni di Mosca”. Non potevano esserci parole più lontane ed ostili rispetto non solo alla cultura democratica europea ed ai suoi principi di laicità, ma anche e sopratutto agli accorati appelli alla Pace di Papa Francesco.

La Guerra di invasione di Putin contro l’Ucraina non produce solo effetti devastanti sul piano umanitario, economico e politico. Ha effetti terribili anche nei rapporti tra le Chiese cristiane. Il dialogo tra cattolici ed ortodossi era una grande speranza per una Europa alla ricerca di un proprio profilo di valori e di umanesimo. Da tale rapporto ci si attendeva un contributo importante al recupero di un “senso” anche spirituale della vita civile, in questo tempo di crisi dei consolidati paradigmi antropologici e culturali.

Kirill invece, brucia ogni ponte possibile e ogni forma di dialogo. I vertici della Chiesa Ortodossa Russa (diversamente da molti preti di base sopratutto di Mosca e di San Pietroburgo: non a caso delle città, non delle grandi aree interne più controllate dal regime) hanno scelto la strada opposta. Il patriarca ha lanciato un appello per “unirsi e combattere i nemici interni ed esterni di Mosca”. Ed ha aggiunto: “In questo periodo difficile per la nostra patria, possa il Signore aiutare ognuno di noi a unirci, anche attorno al potere. È così che emergerà la vera solidarietà nel nostro popolo, così come la capacità di respingere i nemici esterni e interni e di costruire una vita con più bene, verità e amore”.

Non potevano esserci parole più lontane ed ostili rispetto non solo alla cultura democratica europea ed ai suoi principi di laicità, ma anche e sopratutto agli accorati appelli alla Pace di Papa Francesco. Nel giorno della Pasqua Ortodossa, invano evocato da più parti come occasione di tregua, sono apparse sconcertanti le immagini dei bombardamenti russi e quelle del Patriarca di Mosca che benedice lo Zar, con la sua candelina accesa. Il nazionalismo armato del dittatore di Mosca si nutre da tempo di questa blasfema sinergia tra “trono e altare”, fondata sulla ricerca di un fondamento “spirituale” del proprio potere autocratico interno e della visione imperialista e antagonista ai valori delle democrazie europee.

Questo atteggiamento di totale adesione al potere del Cremlino, anche in questa guerra criminale, radicalizza lo scontro con il Patriarcato Ortodosso di Costantinopoli e rende molto arduo il cammino ecumenico con la Chiesa di Roma. Non a caso è stato “sospeso” il previsto incontro a Gerusalemme tra Kirill e Francesco. Un altro “Muro” si va costruendo in Europa. Non meno devastante di quello politico-economico-militare. Un Muro che corrode principi e valori che sono stati “costituivi” della cultura europea.

 

I cattolici e la pace. Si avverte un rischio di dissociazione: da una parte i principi, dall’altra i comportamenti.

Cresce la sensazione che ormai i cattolici impegnati in politica vanno in una direzione e il magistero della Chiesa in un’altra. Una dissociazione che non può non preoccupare chi crede ancora nella tradizione del cattolicesimo politico.

La guerra russo-ucraina ha sconvolto il mondo. Certo, molti sanno che ci sono molti conflitti in altri paesi che vengono sistematicamente censurati dai grandi organi di informazione. E, sotto questo versante, è inutile fingere che non esistono e concentrare l’attenzione solo e soltanto su alcune guerre. Ovvero, quelle che riscuotono maggior scandalo mediatico e su cui si vuole richiamare maggiormente l’attenzione. Una contraddizione che non può non farci riflettere…

Ora, però, al di là delle motivazioni – misteriose sino ad un certo punto, come tutti sappiamo… – sulle guerre che vengono descritte ed analizzate a fondo e in tutti i dettagli e quelle che vengono sistematicamente taciute, è indubbio che uno dei temi che merita di essere approfondito lungo questo versante è il rapporto che intercorre tra la guerra e i cattolici. O meglio, come i cattolici, seppur nella loro multiforme e pluralistica espressione e composizione, pensano, vivono e affrontano il capitolo drammatico e complesso dello scontro bellico. Un rapporto difficile perchè, purtroppo, continuiamo ad assistere ad una radicale dissociazione tra ciò che predicano il Papa, i vescovi, i sacerdoti, la stampa cattolica, i movimenti ecclesiali e religiosi e ciò che, invece, concretamente pensano e decidono i cattolici impegnati nelle istituzioni. Locali come nazionali.

Certo, nella politica come nelle istituzioni democratiche esiste l’assunzione di responsabilità personale dei cattolici impegnati nel pubblico. Frutto di una concezione che affonda le sue radici nella laicità dell’azione politica, nel rispetto delle istituzioni democratiche e nelle decisioni autonome che prescindono dal condizionamento – diretto o indiretto – delle autorità ecclesiastiche. E questo perchè il clericalismo e il confessionalismo sono due derive che restano estranee ed esterne alla lezione conciliare e allo stesso insegnamento della Chiesa Cattolica.

Detto questo, comunque sia, non possiamo non rilevare che esiste ormai una divaricazione politica crescente e profonda tra ciò che sta predicando oggi la Chiesa – in particolare gli interventi ripetuti di Francesco e di molti alti prelati – e ciò che decidono concretamente i cattolici impegnati in politica. Sia quelli che sono impegnati nei partiti governisti e di potere come il Partito democratico e sia quelli che, storicamente, si collocano all’opposizione e si riconoscono più in una prospettiva politica populista o sovranista. Una dissociazione, però, che non può non fare riflettere. Anche perchè se questa divaricazione tra ciò che si professa e poi come si agisce concretamente e laicamente cresce progressivamente e addirittura si consolida attorno ad un tema peraltro decisivo per la comune convivenza e per lo stesso ordine nazionale, europeo ed internazionale come la guerra o i rapporti tra i popoli, è di tutta evidenza che si corre il rischio che una politica di ispirazione cristiana si inaridisca sempre di più e forse anche definitivamente. 

Un rischio, cioè, che mette in discussione la stessa specificità della presenza politica e culturale dei cattolici. In questo caso dei cattolici italiani. Certo, anche nel passato non mancavano questa dicotomia e questa difficoltà di relazione. Se non addirittura di sostanziale incomunicabilità. Ma il contesto storico era molto diverso e meno conflittuale. Oggi, invece, si è preso tranquillamente atto che tutto ciò che arriva dal magistero della Chiesa si rispetta ma, al contempo, si può farne tranquillamente a meno. Ovvero, una sorta di grande rispetto per un insegnamento che, però, non può che essere un mero richiamo testimoniale. E poco più.

Per questi motivi, proprio partendo dalla guerra russo-ucraina e tutto ciò che comporta e determina questo conflitto nell’economia regionale ed internazionale e anche e soprattutto nel futuro assetto politico mondiale, è indubbio che il rapporto tra i cattolici e l’impegno politico si fa sempre più difficile e complesso. Nello specifico, cresce la sensazione che ormai i cattolici impegnati in politica vanno in una direzione e il magistero della Chiesa in un’altra. Una dissociazione che non può non preoccupare chi crede ancora nella tradizione del cattolicesimo politico, democratico e sociale e che ha contribuito in modo decisivo a fare crescere e consolidare la democrazia nel nostro paese. E che non può, al contempo, non suggerire una domanda profonda e di merito. Sul versante della coerenza, dei contenuti e della lettura della società.

Sondaggi e social alimentano il negazionismo: le evidenze soccombono alle fake news.

La distorsione dell’informazione e della comunicazione, l’incertezza dell’autenticità delle fonti, la distribuzione massiva di notizie senza controllo sono un residuo negativo della globalizzazione. Geopolitica e geoeconomia usano i media per interessi di parte. La formazione della consapevolezza individuale e della coscienza collettiva dipende oggi in larga parte dall’uso strumentale della parole da parte di affabulatori, influencer e sedicenti esperti, che creano un immaginario privo di qualsivoglia ancoraggio con la realtà. Significativo e pedagogico il passaggio conclusivo dedotto dall’opera ‘Aut-Aut’ di Soren Kierkegaard, sulla confusione tra credenze e miscredenze, illusione e verità.

La globalizzazione non ha esaurito i suoi effetti nefasti e raccoglie proseliti nel mondo della comunicazione e dell’informazione. In rete circola di tutto e di più, l’uno vale uno smentisce le fonti ufficiali e presta credito alle notizie create ad arte per disorientare la gente e portare i cervelli all’ammasso.

Studiare le cause di questo fenomeno impegnerebbe molte discipline, certamente interessa la dimensione psicologica, quella sociologica, politica, economica e tutti i relativi cascami specialistici.

La compresenza simultanea della totalità della realtà dentro una dimensione spaziale ubiquitaria in tempo reale genera fenomeni distorsivi, poiché può essere vero tutto e il suo contrario, in genere non c’è un uso fisiologico del confronto come pure del necessario controllo. I network si rendono garanti della velocità e quantità di diffusione delle informazioni ma non della loro corrispondenza al reale, non ci sono soggetti terzi deputati al riscontro, qualunque filtro farebbe gridare allo scandalo i paladini della trasparenza.

La dimensione etica viene espunta dalla comunicazione come un orpello fastidioso e inutile: contano molto gli effetti speciali.  Il concetto stesso di democrazia si sostanzia di un principio (stigmatizzato come astratto e pericoloso dallo stesso Max Weber che degli studi sulla democrazia moderna fu uno dei padri) in base al quale le opinioni che circolano saturano il concetto di uguaglianza: ognuno ha la sua e vale tanto quanto un’ altra.

Si fa presto a passare dal mondo reale alla fogna virtuale, la cultura dei fatti letti attraverso l’uso del pensiero critico cede il passo a rappresentazioni effimere e artefatte della cronaca e della storia, basta seguire le narrazioni dei media o consultare il proprio smartphone.

Ideologie-ideali-idee: una sequenza circolare che non funziona più, ogni epoca si sa ha le proprie peculiarità, quella attuale sembra dominata da opinioni che si susseguono ad un ritmo frenetico, il soggettivismo autoreferenziale ci rende depositari di convincimenti e verità che sovente radicano nel nulla e sono pregiudizialmente preclusi ad approfondimenti e riscontri, i dettagli prevalgono sulla lettura oggettiva dei fatti, ci mettiamo molto della nostra diffidenza nell’osservare, conoscere il mondo intorno a noi, l’asse verticale del passaggio generazionale, del tramandare, dell’esperienza maturata cede il passo all’azzeramento determinato da una sorta di eterno presente prevaricante: il mondo gira vorticosamente aggrappato ad una sola dimensione temporale.

La globalizzazione della comunicazione e dell’informazione produce uno stato di sospensione senza ancoraggi: i concetti di vero, normale, reale sono deprivati del loro valore oggettivo, prevale invece un atteggiamento diffuso che va dall’indifferenza, al sospetto, alla miscredenza, al nichilismo, al negazionismo. Il dubbio – che tutto pervade e che rende incerto e labile il presente, inutile il passato e impensabile il futuro – non è cartesiano ne’ popperiano: la diffidenza e la dietrologia finiscono proprio per negare la riflessione e il pensiero critico come fonte di conoscenza, per smentire pregiudizialmente la scienza, per leggere la realtà non per quello che è ma per come soggettivamente e per motivi imponderabili appare a ciascuno che diventa così depositario di una verità indimostrabile e aprioristicamente preclusa ad ogni riscontro. In un tempo contratto ma pervasivo abbiamo vissuto la pandemia come sortilegio e menzogna da confutare, la scienza come costrutto liberticida, ora stiamo toccando con mano una guerra devastante generata da un’aggressione unilaterale eppure vittime e carnefici diventano soggetti intercambiabili, pare che un italiano su quattro metta in dubbio ciò che sta accadendo, i torti e le ragioni, le immagini di un orrore evidente. 

I dibattiti televisivi replicano con accanimento i toni del conflitto, tutto viene messo in discussione, la carneficina dei militari e dei civili non placa gli animi, li aizza. Come si si vivesse da lontano la trama quotidiana di una fiction, un teatro dell’assurdo che non ci rende consapevoli di quanto vicino e imminente, esteso e planetario sia il pericolo di un improvviso cupio dissolvi. C’è persino chi enfatizza i sondaggi d’opinione e quelli politici: chi avanza e chi perde, chi manovra dietro le quinte, chi sulla tragedia umanitaria costruisce teoremi e quasi si sofferma nell’immaginare vincitori e vinti, come pedine sulla scacchiera in cerca di primazie, ricadute elettorali, alleanze. Dubitare di tutto ci rende spettatori increduli che qualcosa di ciò che sta accadendo possa riguardare anche noi. Il gioco delle parole cala le sue carte.

Nella produzione, distribuzione e fruizione massiva di informazione e comunicazione non contano le gerarchie valoriali, la certificazione delle fonti, l’uso della ragione, la cultura consolidata: è cambiato il concetto di esperienza e di esperto, il merito è soggettivo ed autocertificato, la memoria si accorcia e l’oblio avvolge il passato, la diffidenza è un atteggiamento che prende corpo e si diffonde, possiamo anche contare su una congerie infinita di affabulatori, influencer, opinionisti, comici e buffoni che usano l’ironia, l’ilarità e la miscredenza come strumento di persuasione occulta.

Sono questi gli apostoli del nuovo, mettendo tutto in discussione rafforzano l’autostima che deriva dai propri soggettivi convincimenti, fatto salvo un tardivo ravvedimento. “In teatro scoppiò un incendio dietro le quinte. Un clown uscì sul palcoscenico e avvisò il pubblico. Gli spettatori pensarono che si trattasse di uno scherzo e applaudirono. Il clown ripetè l’annuncio. Con sempre maggior divertimento dei presenti. È così, immagino, che il mondo finirà distrutto: tra l’ilarità generale dei buontemponi, convinti che sia tutto un gioco” (SФren Kierkegaard 1813-1855 – “Aut-aut, 1843).