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Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia degli auguri da parte del Corpo Diplomatico.

Con il suo carico di sofferenza – ha detto Mattarella –  per milioni di nostri concittadini, la pandemia ci ha dolorosamente ricordato che la cooperazione internazionale e la solidarietà non sono soltanto opzioni possibili bensì esigenze risolutive. Riportiamo il testo integrale dell’intervento.

Eccellentissimo Decano,

Signor Ministro,

Signore e Signori Ambasciatori,

desidero ringraziare l’Eccellentissimo Decano per le sue riflessioni e per gli auguri davvero molto graditi che, a nome del Corpo Diplomatico, ha voluto rivolgere all’Italia e a me personalmente.

È con grande piacere che torno ad accogliervi al Quirinale per il saluto di fine anno. Oggi, per me, è anche l’occasione di un commiato.

Vorrei esprimere a voi tutti e ai cittadini dei vostri Paesi, che rappresentate qui a Roma, gli auguri più cordiali per le prossime festività.

Nell’anno che volge al termine gli effetti della pandemia hanno continuato a colpire indistintamente tutti noi, in ogni Continente, rendendo sempre più evidente che le risposte alle sfide del momento presente trascendono i confini nazionali.

I nostri destini, quelli del pianeta e dell’intera umanità, sono inestricabilmente legati.

Con il suo carico di sofferenza per milioni di nostri concittadini, la pandemia ci ha dolorosamente ricordato che la cooperazione internazionale e la solidarietà non sono soltanto opzioni possibili bensì esigenze risolutive.

Ci si può salvare soltanto agendo tutti insieme.

È una considerazione, quest’ultima, più volte ricordata nei nostri incontri, ben prima dell’avvento della pandemia.

La realtà dei nostri giorni ci lascia intendere come in ogni ambito delle relazioni internazionali approcci esclusivamente nazionali non abbiano speranza di successo.

Stiamo fronteggiando – con sofferenza ma con crescente efficacia – un comune pericolo per il genere umano che ha provocato ovunque lutti e ha posto in crisi le economie e le società di tutti i continenti. Fronteggiarla è stato reso possibile dall’opera della comunità scientifica internazionale che ha collaborato in maniera aperta e integrata al di sopra dei confini, scambiando conoscenze, esperienze, scoperte.

Questa pandemia fa temere che possano insorgerne altre ed è indispensabile che alla collaborazione scientifica internazionale, che sta proseguendo, si affianchi l’apertura reciproca alla collaborazione da parte degli Stati nella comunità internazionale. In ogni ambito.

Quale richiamo più convincente dei gravi comuni pericoli che corriamo insieme per sollecitare in questa direzione?

Va avvertita l’esigenza di rilanciare, a tutte le latitudini, la riflessione sul ruolo che attualmente svolge il sistema multilaterale con le sue istituzioni e circa le prospettive di riforma che si possono presentare per renderlo più efficace.

Per la Repubblica italiana, i padri costituenti affermarono la strada del multilateralismo.

Un ordinamento internazionale che rifiuti la violenta composizione delle controversie e che assicuri – tramite la certezza del diritto – pace, libertà e rispetto dei diritti umani, è l’unico nel quale tutti i popoli della terra possano rispecchiarsi adeguatamente.

Per questo, e nonostante le numerose problematiche che hanno minato la cooperazione al livello globale, la promozione di un multilateralismo imperniato sulle Nazioni Unite rimane priorità dell’Italia.

Auspichiamo che le Nazioni Unite divengano un’organizzazione sempre più efficiente, trasparente, rappresentativa e responsabile.

Per questo, forti del nostro ancoraggio ai valori della democrazia, della libertà e della dignità della persona, restiamo impegnati in uno scambio costruttivo con gli attori globali affinché si trovi insieme risposta alle più vive istanze della comunità internazionale.

Una risposta per ridurre le diseguaglianze e migliorare i meccanismi di governance globale che le stesse Nazioni Unite stanno provando a delineare, come viene dimostrato da quel “New Global Deal” auspicato dal Segretario Generale Guterres.

Di fatto, senza un multilateralismo interconnesso, sensibile alle istanze dei Paesi in via di sviluppo e di tutti gli attori sociali, non riusciremo a risolvere pacificamente le crisi, non avranno esito gli sforzi per difendere efficacemente i diritti umani, né quelli diretti a generare opportunità di sviluppo così necessarie a tutte le latitudini. Non riusciremo a lasciare in eredità alle prossime generazioni un pianeta abitabile.

La gestione condivisa e pacifica dei beni pubblici globali, che appartengono all’intera umanità, non potrà essere garantita.

Le crisi in atto hanno generato lo scorso anno, secondo le Agenzie delle Nazioni Unite, un incremento del fenomeno migratorio, che ha raggiunto un livello che supera i 280 milioni di essere umani, mentre i profughi, nello stesso periodo, hanno superato gli 82 milioni di persone.

E’ evidente che non possiamo chiudere gli occhi, ripiegarci su noi stessi, ma dobbiamo avere il coraggio di raccogliere le sfide, elaborando congiuntamente soluzioni all’altezza degli impegni liberamente assunti a livello internazionale.

Eccellentissimo Decano, Autorità, Signore e Signori Ambasciatori,

la salute, un bene così prezioso e di così immediata percettibilità da parte di ciascun abitante del globo, è un ambito dal quale possiamo iniziare il cammino per un’azione multilaterale produttiva e giusta.

Le drammatiche differenze nella distribuzione dei vaccini, nella disponibilità di cure e posti letto a livello globale e perfino nel reperimento di dati affidabili hanno posto in evidenza carenze dell’attuale governance della sanità. È dunque necessario rafforzare l’architettura sanitaria globale, come abbiamo affermato nella Dichiarazione di Roma, dello scorso maggio al termine del Vertice sulla Salute Globale.

Desidero ricordare, a questo proposito, che l’Italia sostiene un approccio solidale e cooperativo nella lotta al virus, e il rinnovato impegno dell’Unione Europea, nell’ambito del progetto Covax, volto a conseguire nel 2022 l’obiettivo di vaccinare il 70% della popolazione mondiale.

Dobbiamo impegnarci a fondo per rispettare gli impegni presi al Vertice del G20 – che l’Italia ha avuto l’onore di presiedere – e accompagnare con determinazione gli sforzi per accrescere i tassi di immunizzazione, particolarmente nel Continente africano.

Un secondo ambito di lavoro che richiede risposte comuni e concertate, risultato di uno sforzo multilaterale aperto e costruttivo, è il cambiamento climatico. Da questo, e dalle connesse sfide della transizione energetica e tecnologica, come anche della sicurezza alimentare e della difesa della biodiversità, dipende il futuro dell’umanità.

Nel 2015, anno di inizio del mio mandato, è stato negoziato da oltre 190 Paesi l’Accordo di Parigi.

Ricordo che prima della COP21 gli scenari più pessimistici ci ponevano di fronte a un possibile aumento della temperatura globale fino a sei gradi centigradi, con conseguenze catastrofiche.

L’accordo raggiunto alla recente Conferenza di Glasgow ci fa sperare di poter contenere l’aumento della temperatura entro due gradi o, con uno sforzo ulteriore, entro un grado e mezzo.

Mantenere credibile questo scenario è di vitale importanza.

Dietro modeste variazioni si celano implicazioni e conseguenze reali per tutti, e in particolare per i più vulnerabili.

La strada è ancora lunga, ma abbiamo compiuto passi importanti. E questo attraverso il dialogo e la diplomazia multilaterale, e anche grazie a una sempre più ampia divulgazione scientifica che informa l’opinione pubblica, divulgazione scientifica che stimola la partecipazione. La partecipazione di tutti, a partire dalle nuove generazioni che hanno infuso nuovo vigore in questi dibattiti, è essenziale se vogliamo giungere ai traguardi che ci siamo posti.

Perché la sfida per la salute della Terra riguarda ciascuno di noi, personalmente e direttamente.

Il cambiamento climatico va affrontato con politiche ambientali eque e sostenibili.

Il necessario processo di transizione energetica può rappresentare un vero e proprio acceleratore per una rafforzata cooperazione tecnologica internazionale che tenga conto degli interessi di tutti e non lasci indietro nessuno.

Gli investimenti richiesti possono apparire ingenti ma il “ritorno” in termini di salute pubblica, di occupazione, di qualità della vita e di salvaguardia dell’ambiente è – e sarà – certamente superiore.

Raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica al 2050 è una missione che richiede determinazione e coerenza.

Presuppone mirati interventi nel breve termine, significative modifiche nelle abitudini personali nel medio e ampi cambiamenti strutturali nel lungo periodo. Offre in cambio, tuttavia, grandi opportunità in termini di crescita inclusiva e sostenibile nonché di equità sociale e intergenerazionale.

Se sulla protezione dell’ambiente siamo riusciti a compiere alcuni passi avanti significativi, un’area nella quale il nostro comune impegno deve ancora prendere forma è il governo della transizione digitale.

I nuovi strumenti tecnologici, dalla pervasività dei social media al futuro dell’informatica quantistica, passando per il cruciale settore dell’intelligenza artificiale, stanno, ogni giorno, in maniera recondita, condizionando e modificando i comportamenti della nostra vita.

I singoli Stati e i consessi internazionali faticano a cogliere e regolamentare fenomeni di questa portata, per renderli coerenti con gli obiettivi del bene comune propri a ciascuna comunità.

Si è aperto un vuoto normativo che la comunità internazionale deve saper colmare al più presto, nel nome del diritto dei cittadini alla conoscenza e alla trasparenza.

Le regole non possono essere dettate dalle tecnologie: è imperativo lavorare per applicazioni che abbiano ben chiaro che è la persona – con i suoi inalienabili diritti e le imprescindibili tutele di questi diritti – a essere il punto di riferimento centrale.

Non sono gli algoritmi a poter decidere la nostra esposizione alle informazioni, a influenzare le nostre preferenze, a incanalare le nostre scelte.

La tecnologia è un formidabile strumento a disposizione dell’umanità. Non può accadere il contrario.

Sotto un altro profilo, mi sia permesso aggiungere che noto, con piacere, come negli ultimi sette anni, anche tra le vostre fila, la presenza femminile sia andata aumentando.

Questo è uno sviluppo importane, positivo. Sono profondamente convinto che il contributo delle donne nelle nostre società sia prezioso e sia interesse di tutti che venga maggiormente valorizzato.

Il mondo ha bisogno del contributo attivo e partecipato di tutti.

E penso anche a quello delle giovani generazioni.

Eccellentissimo Decano, Autorità, Signore e Signori Ambasciatori,

all’Unione Europea, contesto irrinunziabile dell’azione internazionale dell’Italia e orizzonte della prosperità che desideriamo costruire per il nostro Continente, vorrei dedicare una riflessione conclusiva.

In questo 2021 l’Unione ha saputo svolgere un ruolo determinante al fine di coordinare e rafforzare la risposta comune alla pandemia e alle sue pesanti conseguenze economiche e sociali.

Il Next Generation EU, concreta e autentica dimostrazione di solidarietà tra gli Stati Membri, ha avuto altresì il valore di catalizzatore del processo d’integrazione continentale, per compiere un salto di qualità.

Nei grandi scenari internazionali, la voce dell’Europa, con la sua vocazione di pace, stabilizzazione e testimonianza di valori di libertà, è essenziale.   Con gli strumenti del Next Generation EU sarà possibile acquisire una più marcata autonomia strategica, coerente e complementare, nel settore della difesa, con l’Alleanza Atlantica che contribuirà a rafforzare.

L’Unione potrà consolidare così un ruolo positivo al livello internazionale, a partire dal suo vicinato – dal Mediterraneo alle sue frontiere orientali – testimoniando in modo efficace la saldezza dei suoi valori, fondati sul fondamentale rispetto della dignità di ogni persona e di ogni popolo, in ogni condizione.
Anche sullo scacchiere mondiale l’Europa potrà esprimere la sua opinione più di quanto sinora non abbiano saputo fare singolarmente i suoi membri.

L’Unione Europea è geneticamente multilaterale e il suo più efficace contributo sarà realmente positivo e determinante.

Eccellentissimo Decano, Autorità, Signore e Signori Ambasciatori,

il mio auspicio è per un 2022 che consenta ai nostri popoli di far tesoro delle lezioni che abbiamo appreso in questi due anni, per un futuro migliore.

La Repubblica Italiana vi è grata per l’amicizia e la cooperazione che i Paesi che rappresentate ci esprimono.

In questo spirito rinnovo a tutti voi i miei migliori auguri per il Natale ormai prossimo e per il nuovo anno.

Auguri.

Ricordi di quel dicembre 1971, quando prevalse Leone nella scelta per il Quirinale.

Ricorda icasticamente l’autore che fino al “9 dicembre il candidato era Fanfani, il 21 dicembre divenne Leone”. In realtà, nelle votazioni interne al gruppo dei Grandi Elettori democristiani, la competizione si svolse tra il futuro Presidente della Repubblica e Moro. Su quest’ultimo pesava la pregiudiziale di quanti ritenevano troppo condizionata dal Pci la sua candidatura. Tuttavia, come ricorderà anni dopo Giorgio Amendola, l’unico a non chiedere nel 1971 l’appoggio dei comunisti fu proprio Moro.

L’intervista di Giancarlo Leone, ieri sul Mattino di Napoli, a proposito della elezione del padre Giovanni, già senatore a vita, a Presidente della Repubblica, mi ha fatto aprire il cassetto dei ricordi su quel dicembre del 1971. 

Posso dire di essere uno dei testimoni diretti. Partecipai infatti al rito della distruzione delle schede con le quali i grandi elettori della Dc avevano indicato alla delegazione composta da Forlani, Segretario Politico, i due presidenti dei gruppi camera e Senato, Andreotti e Spagnolli, e Benigno Zaccagnini presidente del Consiglio nazionale del partito, il nominativo del designato. Non doveva rimanere traccia del voto per non indebolire la candidatura, garantendo perciò unità e compattezza. 

Le schede di colore diverso tra Camera e Senato, tutte timbrate e vidimate dai componenti del seggio, dei 423 grandi elettori Dc, dopo  il voto espresso nella sala che sarà poi dedicata ad Aldo Moro al secondo piano, furono bruciate nella segreteria del Gruppo parlamentare al primo piano del Palazzo dei Gruppi in via Uffici del Vicario. Guidava le operazioni Luigi Salsedo, un napoletano di origine ma teutonico nel lavoro avendo sposato una bolzanina, mitico capo della segreteria del Gruppo insieme a Mario Salerno e al sottoscritto. In seguito ci saremmo dotati di macchine distruggi documenti, come avvenne per Cossiga nel 1995 e Scalfaro nel 1992, ma quella volta (si finì a notte inoltrata intorno alle tre del mattino) le schede furono bruciate a piccoli blocchi in un piccolo contenitore di metallo tenendo bene aperte le finestre per potere fare uscire il fumo, evitando che potessero scattare i dispositivi antincendio. Va detto che c’era un turno di notte dei commessi che ad orari prestabiliti faceva il giro degli uffici per marcare l’orario nei diversi ambienti e verificare lo stato dei luoghi. 

Giancarlo Leone ha fatto bene a ricordare la sua trepidazione. Ricordo che il fratello Mauro, già giovane docente universitario, venne al Gruppo e restò per molte ore nel salottino in attesa dei risultati degli incontri della delegazione. Non dimentichiamo che i figli di Leone erano cresciuti a Montecitorio e, raccontavano i commessi, da ragazzi andavano a giocare a pallone sulle terrazze. 

Ma veniamo alle questioni politiche. Durante la prima fase, quella della contrapposizione tra Fanfani e De Martino, pesarono i tentativi diretti ad incrinare l’unità della Dc. Fu pubblicata sull’Avanti la notizia che Scelba non avrebbe votato Moro come possibile candidato gradito alle sinistre, con conseguente rinuncia alla “opzione De Martino”. 

Mario Scelba  venne al Gruppo. Scrisse di suo pugno una smentita che chiese di far pubblicare sul Popolo, garantendo quella unità che fu poi mantenuta negli scrutini fino alla elezione. 

Andreotti rivelerà nel suo libro De prima Repubblica che il margine a favore di Leone “non fu  molto alto”. Giocarono a suo vantaggio la compattezza dei senatori e per taluni la preclusione verso Moro per la sponsorizzazione comunista.  Il 9 dicembre il candidato era Fanfani, il 21 dicembre divenne Leone. 

Se c’è un insegnamento da quelle vicende riguarda il metodo e le procedure, soprattutto quelle interne che erano granitiche in tutte le fasi. Elezioni interne a scrutinio segreto, mandato alla delegazione convocata in permanenza, riunione degli organi direttivi congiunti interni ai gruppi parlamentari, riunione della direzione. I grandi elettori venivano costantemente informati da circolari che venivano inviate nelle caselle dell’ufficio Postale al Piano dell’Aula. Tutte le regole erano rispettate. La democrazia interna della Dc non era un optional, ma un metodo! 

Chiarire bene i diritti dei lavoratori fragili

Sarebbe auspicabile che entro la fine dell’anno si sappia con esattezza quale sia il trattamento riservato, in maniera puntuale ed organica, a questa categoria debole del mondo del lavoro.

In un articolo (inviato al Ministro per le disabilità Erika Stefani e all’Ufficio disabili di Palazzo Chigi) avevamo recentemente sollecitato la proroga dello stato di emergenza, in considerazione dell’aumento esponenziale dei contagi e dei ricoveri ospedalieri a causa della quarta ondata pandemica e della variante Omicron. 

Da tempo ci battiamo per la tutela dei fragili, in particolare di quei lavoratori che a motivo della loro condizione di salute (immunodepressi, affetti da artrite reumatoide, chemioterapici, invalidi ex legge 104/92) sono stati dichiarati inidonei al lavoro attivo per evitare di essere sovraesposti al rischio di contrarre il Covid. “Stato di emergenza per i fragili significa smart working ed assenza equiparata a ricovero ospedaliero senza computo nel cd. ‘periodo di comporto’ “: queste erano le parole che avevamo usato, per sostenere numerose richieste avanzate da singoli o da associazioni , a cominciare dall’ANMIC. 

Il Presidente Draghi, confutando le dicerie sui calcoli  “quirinalizi”, ha raccolto la richiesta avanzata da chi come noi ci ha messo la faccia, da alcune forze politiche e da una parte dei suoi stessi Ministri.

Con provvedimento di cui si attende la pubblicazione sulla G.U. il Consiglio dei Ministri ha dunque deciso la proroga dello stato di emergenza fino al 31 marzo 2022: un atto coraggioso e consapevole della delicatezza del momento. Per l’aspetto sopra richiamato, che tanto ci sta a cuore, la bozza di Decreto Legge testualmente recita: “art.9 (Prestazione lavorativa dei soggetti fragili e congedi parentali) comma 1). È prorogato l’articolo 26, comma 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino alla data di adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque non oltre il 31 marzo 2022”. 

Questa dovrebbe essere – salvo sorprese – la normativa che regolamenterà questa fattispecie, come parte del più ampio corpo dei provvedimenti assunti. Ora, poiché le prime agenzie di stampa hanno dato notizia di una sola delle due tutele da noi richiamate – vale a dire la possibilità di avvalersi del “lavoro agile” più noto come “smart working” –  pare necessario chiarire se anche la seconda (“equiparazione del periodo di malattia al ricovero ospedaliero, fuori dal periodo di comporto”) sia stata o meno rinnovata, essendo in vigore, tra alti e bassi, fino al 31 dicembre 2021.  Vale dunque la pena, per precisione e completezza, di richiamare la fonte normativa che il Decreto in fieri promette di rinnovare: “Decreto legge 17 marzo 2020 n 18 art 26 – comma 2 bis: Fino al 30 aprile 2020 per i lavoratori dipendenti pubblici  e privati  in  possesso   del   riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché per i lavoratori in possesso di certificazione rilasciata dai competenti organi medico-legali, attestante una condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o  dallo  svolgimento  di  relative terapie salvavita, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, della medesima legge n. 104 del 1992, il periodo di  assenza  dal  servizio  è equiparato al ricovero ospedaliero di cui all’articolo 87, comma 1, primo periodo, del presente decreto ed è prescritto dalle competenti autorità sanitarie, nonché  dal medico di assistenza primaria che ha in carico il paziente, sulla base documentata del riconoscimento di disabilità o delle certificazioni dei competenti organi medico-legali di cui sopra, i cui riferimenti sono riportati, per  le verifiche  di   competenza, nel medesimo certificato” . 

Se il Decreto in via di pubblicazione richiama  – come pare – il testo sopra riportato non sembra esservi dubbio alcuno sul fatto che i lavoratori fragili possano avvalersi di questa facoltà, a loro tutela sotto ogni profilo di considerazione: ci sono situazioni infatti in cui lo “smart working” non è applicabile a certe tipologie lavorative e finora saggiamente la normativa ha previsto in alternativa la facoltà di avvalersi  di quanto sancito dall’art.26 -comma 2 del D.L. 17/3/2020 n. 18 che si va a rinnovare.

Per non saper né leggere né scrivere a noi pare che il rinnovo delle tutele per i lavoratori fragili in via di emanazione e fino al termine dello stato di emergenza appena stabilito (31 marzo 2022) comprenda dunque senza dubbi interpretativi anche quanto sopra riportato e ora in via di proroga. Forse questa fattispecie può apparire un dettaglio tecnico di cui non dare notizia, per enfatizzare il cd. “smart working”: sarebbe secondo noi un limite interpretativo decisamente incompleto, riduttivo e per certi aspetti inspiegabile. Confidiamo dunque che il testo che verrà pubblicato sulla G.U. sia recepito nella sua integralità, a confutare dubbi, timori e ansie.

Almeno entro Natale, senza aspettare Capodanno o la Befana, che si sappia che cosa attende i lavoratori fragili nei primi tre mesi dell’anno nuovo: è un auspicio che rinnoviamo con forza e confidiamo che sia recepito e scritto a chiare lettere.

Gerusalemme, mons. Marcuzzo: quartiere cristiano ‘zona speciale’ a tutela dell’identità (AsiaNews).

Il presule rilancia la proposta formulata nella lettera di Natale dai patriarchi e capi delle Chiese di Terra Santa. Un passo “necessario” per preservarne la presenza, tutelare lo status quo e la sua universalità. “Assalti fisici e per vie legali” mettono in pericolo il futuro della comunità. Critiche per l’arrivo di ebrei americani, mentre resta il blocco per i pellegrini. 

Riconoscere al quartiere cristiano di Gerusalemme la natura di zona di “salvaguardia” è fondamentale per “preservare la presenza” dei suoi abitanti e lo “status quo”, che tutela tanto i cristiani quanto gli stessi ebrei e i musulmani. È quanto sottolinea ad AsiaNews l’ex vicario patriarcale di Gerusalemme dei Latini mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, ancora oggi attivo nella pastorale, rilanciando la richiesta avanzata nei giorni scorsi da patriarchi e capi delle Chiese della città santa nella lettera-appello per il Natale. “Siamo a favore di questo documento – aggiunge il presule, da decenni nella regione di cui è profondo conoscitore – ma restano i dubbi sul fatto che verrà ascoltato dalle autorità israeliane”. 

Nel documento pubblicato il 13 dicembre scorso, i leader cristiani di Gerusalemme chiedono di intavolare un dialogo per dare vita a una “zona speciale” con l’obiettivo specifico di “salvaguardare l’integrità” del quartiere cristiano nella città vecchia. L’obiettivo, prosegue la lettera, è quello di garantirne l’unicità e di preservarne il patrimonio per il bene “della comunità locale, della vita della nazione e del mondo intero”. Un intervento che si è reso necessario, proseguono, dopo i numerosi episodi degli ultimi anni che costituiscono una “minaccia” alla presenza stessa dei cristiani. 

Una richiesta formulata in passato anche da emissari vaticani e dalla Santa Sede, a garanzia dei luoghi santi di Gerusalemme che rappresentano un unico per i fedeli delle tre grandi religioni monoteiste di tutto il mondo. Ed è anche il modo per difenderli da atti “unilaterali” e a sfondo politico che ne stravolgono l’equilibrio ad opera di singole nazioni o realtà politico-religiose locali. 

Il 9 dicembre scorso i rappresentanti delle Chiese cristiane della Terra Santa si sono riuniti nella sede del patriarcato greco-ortodosso. In quell’occasione il patriarca Theophilos III dal balcone dell’Imperial Hotel alla porta di Jaffa, uno degli ingressi al quartiere cristiano, aveva voluto ricordare il valore della presenza cristiana e le minacce all’identità, alle proprietà e agli abitanti del quartiere. In particolare attraverso “gli atti di gruppi nazionalisti ebrei radicali” che, mediante “l’acquisto di case palestinesi”, mirano a ridurre la popolazione non ebraica a Gerusalemme.

Il nostro obiettivo, sottolinea mons. Marcuzzo, è di “preservare presenza cristiana e status quo, a tutela di tutti”. Tutto ciò è “messo quotidianamente in discussione” da “assalti fisici e per vie legali” col proposito di rilevare la proprietà di case e beni “nei territori musulmani e cristiani” di Gerusalemme. “Questo ci fa paura – prosegue il prelato – perché mette in pericolo la stessa coesione nazionale: Israele è e deve essere aperta, universale, ma se si chiude in se stessa, in piccoli ghetti dominati da autorità locali” sarà una sconfitta per tutti. 

Il pericolo è costituito da gruppi “radicali” e fanatici che assaltano, attaccano, impediscono il regolare svolgimento delle celebrazioni o persino il passaggio in certi punti della città. Non sono rari, avverte, i casi accaduti di recente in cui “monaci armeni” sono stati presi di mira da questi gruppi. “Il senso di questa zona speciale – avverte – è proprio quello di impedire lo svuotamento a livello di territorio e di popolazione”, perché nel lungo periodo ”le persone si stancano delle vessazioni e dei maltrattamenti”, eliminando al contempo “disparità di trattamento e illegalità“. In tema di disparità, il presule non risparmia una “critica” finale alle autorità israeliane che “concedono permessi di ingresso ad ebrei americani” nonostante le chiusure imposte per bloccare la variante Omicron del Covid-19, ma non applicano la stesso criterio ai pellegrini cristiani per Natale.

In merito alla questione relativa agli ingressi nel Paese, l’ambasciata israeliana presso la Santa Sede precisa in una nota che eventuali eccezioni vengono concesse “senza discriminazioni” di natura “religiosa”.

 

La politica ricominci dalla classe operaia

Perché la politica di professione non ritrova fiducia nei cittadini? Semplice, perché la politica – soprattutto quella che si definisce “di sinistra” – si è imborghesita.

La crisi di partecipazione politica, causata, da un lato, dall’assenza di figure carismatiche di spessore, dall’altro, dalla sfiducia della cittadinanza in quei rappresentanti istituzionali che dovrebbero garantirne benessere e diritti, ha prodotto quel malcontento popolare oramai divenuto trasversale. Nessuno crede più alla cosiddetta “ultima spiaggia” ossia a quel partito o movimento che, volta per volta, si sono avvicendati, promettendo la risoluzione dei problemi sociali, politici, economici. 

I grandi partiti e movimenti tentano di costituire, volta per volta, associazioni, liste civiche, piccoli “partitini” e movimenti trasversali che, in apparenza, nascono spontaneamente dal basso. In realtà sono il goffo tentativo di illudere la cittadinanza, captando il malcontento e riportandolo ubbidiente al voto. Il risultato è l’inesorabile “inciucio” finale con i vecchi partiti di maggioranza, sfiduciati in precedenza dai cittadini che, beffati una seconda volta, se li ritrovano, ancora, al potere. I partiti politici, di destra e di sinistra, hanno demandato, di fatto, i loro compiti a governi tecnici i quali, avvicendandosi, hanno operato quelle misure aggressive e muscolari che “i politici” non avevano il coraggio di operare. Lo abbiamo constatato negli ultimi decenni, con la progressiva erosione dei diritti nel mondo del lavoro e delle pensioni. 

Perché la politica di professione non ritrova fiducia nei cittadini? Semplice, perché la politica – soprattutto quella che si definisce “di sinistra” – si è imborghesita. È distante dalla vita dell’uomo della strada, lontana dalle sofferenze quotidiane del sottoproletariato urbano. Non esistono giovani politici “figli di povera gente”, che si ergono in mezzo al marasma dei lavoratori della base. Tutti i giovani candidati sono, a loro modo, dei privilegiati, che parlano, si vestono, da persone semplici ma, di fatto, non hanno faticato un solo giorno. A nulla serve creare questo, o quel movimento politico, che organizza sit-in e gazebi, anche nelle periferie, se i rappresentanti istituzionali vengono sempre da quella piccola o media borghesia, se non addirittura dalla classe agiata. Una volta eletti, non sanno, non capiscono, non sentono il bisogno di estirpare in concreto i problemi degli elettori. Una politica che voglia, ancora una volta, attrarre l’attenzione della cittadinanza, deve ricominciare dalla classe operaia. 

Che cos’è oggi la classe operaia? Non è più quel sentimento di categoria che animava tutti i lavoratori, e che li univa, in un intento comune. Oggi questa “classe” è semplicemente quel gruppo di persone i cui individui privilegiano come fonte di reddito il lavoro, rispetto ai redditi finanziari e di tipo imprenditoriale. I voti sono lì: sono, in particolare, nel nuovo sottoproletariato dell’era digitale (logistica, Amazon); tra gli operai della vigilanza, Guardie Particolari Giurate (vigilanza armata) e Servizi Fiduciari (vigilanza non armata); tra gli Oss (operatori socio-sanitari); e tra gli operai delle cooperative sociali. Queste figure rappresentano, in modi diversi, la stessa faccia dello sviluppo economico-finanziario che, nell’era pandemica, hanno faticato più di altri, assumendo nuovi, gravosi compiti, senza tuttavia ricavarne nulla in merito a retribuzione e di diritti. Bisogna tornare a dare dignità agli operai; ma per farlo dobbiamo dare loro attenzione. Dare attenzione alla classe operaia.

Per l’Azione. Non un sottotitolo, ma una storia.

Cos’è stata e cosa ha rappresentato la rivista del Movimento giovanile Dc? Rifarsi a questa storica testata, aggiungendo “Per l’Azione” sotto “Democraticicristiani”, l’organo dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), vuol dire collegarsi idealmente a una feconda stagione dell’impegno dei cattolici democratici. In effetti, lo slancio delle nuove generazioni si qualificava per la fatica della ricerca, con un generale sforzo di approfondimento, delle motivazioni e delle scelte politiche. È possibile leggere l’intera pubblicazione dell’ANDC – dove è ospitato, appunto, il pezzo di Eufemi – cliccando qui.

Non è soltanto un sottotitolo, ma qualcosa di più. “Per l’Azione” è stata una rivista e un luogo di elaborazione culturale; è stato lo spazio anche critico dei giovani dc, il confronto intergenerazionale tra ex popolari e i nuovi fermenti della società civile; era un “crocevia affollato di gioventù che non è mai stato uno spazio per trasmigrare, ma un vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del mondo nuovo’’.

È oggi anche il riferimento, per il nostro periodico, ad un preciso momento storico, quello del dopoguerra del Novecento definito il “secolo delle riviste”. “Per l’Azione”, come organo di stampa dei giovani democristiani guidati da Franco Maria Malfatti, rientra tra queste. Dopo gli anni della limitazione della libertà, quando l’organo di divulgazione clandestino era La Punta diretto da Giorgio Tupini (ne erano protagonisti i liceali del sant’Apollinare e del San Gabriele), che sospese le pubblicazioni nel giugno 1947 il dibattito si fece vivace, coinvolgendo il mondo cattolico nelle attività culturali, politiche e religiose, sia con la ripresa di tante pubblicazioni di tante riviste prima sospese, poi con la nascita di tanti nuovi quotidiani a Torino Firenze e Napoli. 

Dopo “Cronache Sociali” di Lazzati, Fanfani, Dossetti e La Pira, che dal 1947 al 1951 si poneva in modo critico rispetto alla linea del quotidiano ufficiale della Dc “Il Popolo”, emergeva la contrapposizione tra la “democrazia governante” di De Gasperi, con una gestione efficiente del potere, e la “democrazia partecipata”, con il partito inteso come collegamento tra Governo e società civile. Sullo sfondo v’era la concezione del rapporto con il Pci, non di semplice contrapposizione ma, per i dossettiani, di competizione intellettuale e politica. 

In quel tempo nasceranno anche il settimanale “La Discussione” di De Gasperi e il quindicinale “Concretezza” di Giulio Andreotti. Su posizioni più articolate “Tempo Nuovo”, “San Marco”, “Humanitas”, “Adesso”, quest’ultimo orientato da don Primo Mazzolari, e per breve tempo la “Voce Operaia” di Franco Rodano, Adriano Ossicini e Felice Balbo. 

Se si pensa a “Per l’Azione” non si può non pensare a Bartolo Ciccardini che ne fu direttore nel periodo 1950-1952 prima di dirigere “Terza Generazione” (1953-1954 e “La Discussione” (1969-1977) Bartolo Ciccardini fece proprie le tesi di  Balbo. A scorrere i nomi di quelle vicende vengono i brividi: Nicola Signorello (il primo direttore), Gianni Baget Bozzo, Franco Nobili, Ettore Ponti, Franco Evangelisti, Pietro Scoppola, Carlo Donat Cattin, Arnaldo Forlani, Nino Andreatta, Giovanni Galloni, Attilio Ruffini, Achille Ardigò, Tommaso Morlino, Leopoldo Elia, Franco Grassini…e altri ancora. Non si può non riandare con la memoria alla Comunità del Porcellino, alla Chiesa nuova, alle Sorelle Portoghesi, alla Congregazione dei Filippini, alla colonia dei bresciani. 

Il leit motiv era la “dichiarata autonomia dal partito”, con una linea politica spostata a sinistra. Il pensiero ci riporta al confronto intellettuale di quegli anni in cui la libertà di pensiero era più forte di qualsiasi compromesso. Bartolo Ciccardini ha voluto ricordare quando nonostante il Congresso di Venezia (1949) e il tentativo di pacificazione tra De Gasperi e Dossetti, con Fanfani chiamato al ministero del lavoro, La Pira sottosegretario e Dossetti vicesegretario del Partito, Cronache Sociali esce con una minuscola didascalia “soluzioni di fondo che non si lasciano catturare”. De Gasperi si irrita. Ci sono momenti di tensione anche artatamente alimentate. Tutto sembra precipitare. Quei momenti vengono vissuti da molti dei protagonisti al tavolo delle sorelle Portoghesi. 

Bartolo Ciccardini, assumendo la direzione di “Per l’Azione”, un titolo dolcemente leninista, scriverà di “avere pagato un prezzo a De Gasperi”. Per Bartolo i gruppi giovanili non dovevano essere una specificazione organizzativa, bensì uno strumento, cioè una funzione specifica per insegnare un metodo di formazione. Fa proprie le tesi del filosofo Balbo; nel frattempo un gruppo di giovani cattolici comunisti torinesi nel travaglio  “dell’inveramento  del Pci” scende a Roma in dissenso con il Partito;  una rottura che avvenne per usare le parole di Del Noce perche “non si è cattolici comunisti, ma comunisti perché cattolici”. Felice Balbo cercherà di dare una nuova interpretazione del comunismo, sostituendo al materialismo dialettico una teoria dello sviluppo dell’essere, non più fondata sul contrasto fra tesi e antitesi di Hegel, ma fondata sulla filosofia dell’essere di San Tommaso. Si intensifica in quella fase il dialogo con Terza Generazione (dopo quella fasciste quella antifascista) e con quanto ruota intorno a quella rivista e alla influenza di padre Gino Del Bono. 

Andreotti nella sua biografia autorizzata di Massimo Franco ricorderà di avere visto due volte piangere De Gasperi e furono lacrime…dossettiane.

 

Don Sturzo e il «fegato nero» della politica. Quarant’anni fa lo sceneggiato Rai (L’Osservatore Romano).

Per gentile concessione riportiamo questo articolo che appare nell’edizione del 15 novembre del foglio ufficioso della Santa Sede. L’idea alla base del documentario, ricorda l’autore, “era di Giovanni Di Capua, la sceneggiatura di Italo Alighiero Chiusano, la regia di Giovanni Fago e la consulenza storica di Gabriele De Rosa, che di Sturzo — interpretato con misura e partecipazione da Flavio Bucci — fu amico, e sul quale ha scritto molto”.

È classico ed eterogeneo, lo sceneggiato Don Luigi Sturzo, che quarant’anni fa (il 10 dicembre del 1981) iniziava il suo viaggio in tre puntate su RaiUno. L’idea era di Giovanni Di Capua, la sceneggiatura di Italo Alighiero Chiusano, la regia di Giovanni Fago e la consulenza storica di Gabriele De Rosa, che di Sturzo — interpretato con misura e partecipazione da Flavio Bucci — fu amico, e sul quale ha scritto molto.

È classico perché, in linea con la lunga stagione degli sceneggiati Rai, impasta essenzialità e densità verbale, rigore filologico e dialoghi materici pregni di informazioni, dal peso specifico abbondante, impegnativo. È consueto per l’assenza di divagazioni dal cuore del soggetto, in questo caso dal nucleo spirituale e politico del personaggio. Lo è per l’avanzare didascalico della narrazione in funzione didattica, educativa, consapevolmente scolastica. È eterogeneo, invece, perché nella sua terza parte smonta le scenografie della finzione e abbandona i costumi e gli interni d’epoca – anche un po’ spiazzando – per aprirsi alla forma del documentario.

Nel raccontare l’ultima fase della vita e dell’attività del sacerdote fondatore del Partito Popolare Italiano nel 1919, infatti, quella che va dalla seconda guerra mondiale al suo rientro in patria nel 1946 dopo l’esilio a Londra e in America, fino alla sua morte nel 1959, Flavio Bucci smette l’abito talare e veste panni borghesi. Lo fa leggendo, tra le mura e i giardini del convento delle Canossiane a Roma – dove Sturzo visse dal rientro in Italia fino ai suoi ultimi giorni – lettere e pensieri di questo fondamentale e straordinario prete siciliano. La voce dell’attore si accompagna a quella narrante spalmata sopra immagini di repertorio in bianco e nero: un tappeto di volti e di paesaggi umani su quel delicato momento storico; ma entrambe si sospendono per lasciare posto ad altri documenti: alla lettura delle parole di Aldo Moro per la commemorazione di don Sturzo al Teatro Eliseo, il 24 settembre 1959; alle interviste a Giulio Andreotti – sul rapporto tra Sturzo e De Gasperi – a Guido Gonella e allo stesso Gabriele De Rosa, che riassume e commenta, nei minuti finali del programma, i tre episodi dello sceneggiato dedicato a questo presbitero la cui scelta della via politica era legata all’essere – ricorda lo storico – «un prete del pontificato di Leone XIII: uno di quelli che uscivano dalla sagrestia per accostarsi alla società civile». 

Nel primo episodio si fa più volte riferimento all’enciclica Rerum novarum dello stesso Leone XIII e viene mostrato il discorso tenuto da don Sturzo a Caltagirone nel 1905, per le elezioni comunali: sono le parole di un programma e di un pensiero col quale Sturzo «riesce ad aggregare – spiega De Rosa – la coscienza politica non solo di tanta parte del movimento cattolico, ma di quella parte del nostro paese che era rimasta esclusa dalle scelte fondamentali del nostro Stato unitario». 

Il secondo episodio è sulla dimensione europea di Sturzo, sul suo fiero antifascismo, sulla sua lotta contro i totalitarismi, fino alla terza parte sul suo rapporto con l’Italia e la politica del dopoguerra, con la sintesi, conclude De Rosa, che «o è democrazia morale o non è democrazia». Cambia l’approccio, dunque, la forma, anche se in tutte le puntate rimane la voce narrante ad aumentare la chiarezza e la precisione di un testo sanamente concepito il grande pubblico. Non cambia, in ogni caso, la sostanza, che rimane quella di un racconto attento a descrivere l’uomo nel suo percorso politico costruito sulla relazione costante con la fede: «È il mio dovere di cristiano», risponde don Sturzo a chi gli chiede, nel primo episodio, perché si impegni in politica, lotti coi pastori e si faccia il «fegato nero». Su questo principio pone la sua passione, le sue idee, la fatica di portare avanti l’alto senso di responsabilità e di impegno civile, il suo delicato rapporto con la chiesa di quegli anni, il suo legame profondo con la storia: lo Sturzo di questo sceneggiato è ovviamente quello del 18 gennaio 1919, della fondazione del Partito Popolare con l’appello a tutti gli uomini «liberi e forti», ed è quello che incontra Giolitti, Turati, Salvemini; è uomo che attraversa i momenti più drammatici della storia italiana e mondiale del Novecento. 

Si muove col suo tempo sempre addosso, palpabile, pressante: sfondo avvolgente e cornice ricca di dettagli che contribuiscono a rendere ancora oggi la visione di questo “quarantenne” don Luigi Sturzo — con la sua scrittura copiosa e le qualità immersive intrinseche al prodotto audiovisivo — valida per iniziare, o per accompagnare, una ricognizione sulla statura, l’attualità, l’importanza, la lezione del presbitero nato a Caltagirone nel 1871, e insieme sulla complessità dei decenni che egli ha nobilmente, cristianamente, duramente attraversato.

 

L’attesa e il potere. Una riflessione di Raniero La Valle. 

Il rovesciamento del potere in diaconia, in  testimonianza, in martirio e dono di sé è l’apice del paradosso cristiano, mentre l’ideologia machiavelliana che fa del potere un idolo ne è la massima contraddizione.

Raniero La Valle

Se c’è un periodo dell’anno, almeno fino a quando resti una sopravvivenza di memorie cristiane, contrassegnato da un senso di attesa, questo è il tempo di Avvento  che stiamo vivendo: un tempo liturgico tradizionalmente esteso alla stagione civile, in cui si parla della venuta di qualcuno, dell’accadere di qualcosa, da cui il futuro sarà modificato. Si tratta del Natale, di cui qualcuno dice  che non si dovrebbe neanche parlare, per alludere invece a più generiche “feste”. 

L’attesa che quest’anno attraversa tutto il mondo è per la fine della pandemia, ma essa per un verso è legata a fattori imprevedibili, per un altro verso è legata alla sola cosa che sarebbe risolutiva e che non vogliamo fare, cioè la soppressione dei brevetti sui vaccini e i farmaci salvavita , la vaccinazione universale e drastiche riforme per rendere salubre l’aria che respiriamo come abbiamo reso potabile nei tubi l’acqua che beviamo. 

L’altra attesa che domina oggi in Italia i discorsi della politica è quella dell’elezione del presidente della Repubblica, a cui sembra che tutto drammaticamente sia sospeso, compresa la durata della legislatura, mentre dovrebbe essere un evento ordinario della vita democratica. Draghi ne approfitta per ignorare i sindacati, la destra la enfatizza come il passaggio cruciale della sua acquisizione definitiva del potere: Renzi, che non ne possiede affatto le chiavi, ha già regalato la presidenza alla destra come se le toccasse per diritto di successione, la Meloni la rivendica come sua, ne fa l’architrave della “casa dei conservatori”, la ordina al presidenzialismo  e la riserva a un “patriota” che nella sua semantica sembra parola molto affine a “fascista” e lo fa come se non fosse per Costituzione dovere non solo di un presidente ma di ogni titolare di funzioni pubbliche adempierle con disciplina ed onore, cioè per la “patria”. 

Quello che si dimentica, e proprio nel momento in cui si fa appello a una millantata identità liberale e cristiana, è che se il potere è mitigato dalla tradizione liberale esso è addirittura rovesciato nel suo contrario dalla tradizione cristiana; c’è scritto nel Vangelo che Pilato non avrebbe nessun potere se non gli fosse dato dall’alto, che essere re vuol dire stare nel mondo per dare testimonianza alla verità, sta scritto nelle lettere di san Paolo che il Verbo di Dio svuotò se stesso e che la forma di Dio ha preso la forma del servo; mentre a conclusione del suo “Funzioni e ordinamento dello Stato moderno” Giuseppe Dossetti sottolineò che secondo il greco della “Lettera ai Romani” coloro che esigono i tributi devono essere considerati come “liturghi di Dio”. Il rovesciamento del potere in diaconia, in  testimonianza, in martirio e dono di sé è l’apice del paradosso cristiano, mentre l’ideologia machiavelliana che fa del potere un idolo ne è la massima contraddizione; all’opposto i controlli, i limiti e le garanzie nei confronti del potere sono il massimo inveramento che le Costituzioni moderne e soprattutto il costituzionalismo postbellico, che ora vogliamo proiettare verso una Costituzione mondiale  realizzano di una rivoluzione non più solo religiosa e politica, ma antropologica. 

Contro questa conversione del potere assistiamo alle sfide più dure. Su tutti i fronti la destra è all’attacco per dare perennità ai poteri esistenti, potere del denaro sulla politica, potere dei padroni sui servi, potere delle cose sull’uomo, potere dei cittadini sugli stranieri. Secondo il quotidiano britannico “Guardian” il 6 gennaio scorso ci sarebbe stato un piano  che avrebbe dovuto consentire a Trump di perpetuare il suo potere invalidando l’elezione di Biden, quando esplose l’attacco dei “patrioti” al Campidoglio; sui collegi elettorali americani il sistema sta lavorando per configurarli in modo che ne sia scontata l’assegnazione alla destra; in Inghilterra un tribunale decide l’estradizione di Assange per esecrare lo svelamento dei crimini del potere, mentre come ha denunciato il papa all’Angelus le statistiche dicono che quest’anno si sono fatte più armi dell’anno scorso, ultima istanza di un potere incondizionato.

È contro questo dilagare inarginato del potere che le risorse dell’etica, della politica, del costituzionalismo e del diritto devono essere mobilitate perché la democrazia resti nell’attesa dei futuro.

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Uno sciopero complicato. Non a caso la Cisl ha scelto di non aderire. Dopo il 16 bisognerà tornare al tavolo delle trattative.

A differenza di altri Paesi del centro e del nord Europa, l’Italia registra una differenza più marcata nelle fasce dei redditi. Si comprende allora la presa di posizione di Cgil e Uil relativa allo sciopero del 16 dicembre. Ma in questa fase, come sostiene la Cisl, occorre equilibrio e moderazione. Il, dialogo con il governo non va interrotto.

Siamo alla vigilia dello sciopero indetto da due forze sindacali, la Cgil e la Uil. Non è la prima volta che il fronte sindacale si divide. In più circostanze questo fenomeno ha dimostrato comportamenti opposti: più oltranziste le prime due sigle; meno feroce la Cisl.

Hanno ragione o hanno torto?

Perché queste due domande? Perché potrebbero avere ragione e torto; oppure torto e anche ragione. Non c’è alcun dubbio che i sindacati fanno gl’interessi dei lavoratori. La loro funzione è quella. Non per questo però, sono un corpo estraneo dalla società. Cioè non sono un insieme astratto, in quanto sono anch’essi calati nel tessuto del Paese.

Da questa breve osservazione, si può allora dare una risposta alle due domande. Se viste separatamente dal contesto, non c’è alcun dubbio che (Cgil e Uil) abbiano ragione; calate nell’orizzonte complessivo invece, emergerà il loro torto. Come si comprende la cosa è piuttosto complessa. Ad esser sinceri, il nostro Paese, a differenza di altri del centro e del nord Europa, registra una differenza più marcata nelle fasce dei redditi. Da noi i salari sono nettamente più bassi rispetto a Francia, Germania e Inghilterra. Da qui si giustifica la presa di posizione relativa al giorno 16 dicembre. 

 

La cosa è piuttosto chiara, la quantità di denaro che sta interessando l’Italia potrebbe essere redistribuita con maggiore equità. Questo è il problema sottolineato dalle due forze sindacali che hanno proclamato lo sciopero (Cgil e Uil). Dal loro punto di vista la pretesa è più che legittima. Accanto a questa lettura c’è poi quella più articolata e mediata di coloro i quali sostengono che, proprio perché stiamo attraversando un periodo terribile, non sia possibile scrivere manovre non in linea con i comportamenti già ben collaudati. In sostanza, è maggiorente comprensibile una lotta sindacale in tempi meno burrascosi, che nei frangenti attuali dove un po’ tutti vano soffrendo una malessere in ogni angolo palpabile e vero. È ciò che sostiene la Cisl e quanti ci richiamano alla moderazione quando si tratta di ridisegnare i flussi della redistribuzione dei redditi.

Come ben capite, non mi sento di dare né torto né ragione, né agli uni né agli altri. Tutti hanno dalla loro parte un bel sacco di motivi per spingere verso la propria direzione, e nel contempo, soffrono anche per avere un bel numero di contrarietà a frenare i propri andamenti. 

Sta di fatto che la contraddizione non verrà sciolta prima dell’evento. Che coloro i quali tentavano di mediare non sono riusciti nell’impresa. Quindi, lo sciopero si farà.

Ma dopo aver consumato questo strappo ci sarà un’altra pagina da scrivere. Foglio che dovrà essere riempito comunque, dalle controparti, perché una soluzione dovrà essere ciò nonostante trovata.

Comitato 10 Dicembre. Per squarciare il velo del silenzio e offrire un contributo alla verità sul ruolo svolto dalla Dc.

Dopo la presentazione a Mestre del libro di Giorgio Aimetti, Carlo Donat Cattin, la vita e le idee di un democratico cristiano scomodo, si è deciso di costituire il Comitato 10 Dicembre (la data in cui si è svolto l’incontro) con l’obiettivo di discutere nelle varie realtà italiane, dei personaggi più rappresentativi della storia politica democratico cristiana.

Scomparso Sandro Fontana, uno dei più illustri storici di matrice cattolica e democratico cristiana, Francesco Malgeri è probabilmente uno degli ultimi esponenti delle scienze storiche che hanno scritto della Dc con occhi non deformati dalla “damnatio memoriae”. È, infatti, questo il condizionamento ideologico che sembra orientare quasi tutti gli storici italiani che, sulla Dc e i suoi esponenti, sembra abbiano eretto un muro di silenzio, quando non si riducano a considerare la presenza della Dc come un freno alla crescita democratica del Paese. È tempo di sollevare questo velo e di sollecitare gli studiosi della storia contemporanea a un esame più rigoroso dei documenti, degli atti, degli uomini e dei fatti che hanno caratterizzato la lunga stagione della guida democratico cristiana dell’Italia (1948-1993).

 

Avendo organizzato un incontro dibattito nei giorni scorsi a Mestre, per la presentazione del libro di Giorgio Aimetti: Carlo Donat Cattin, la vita e le idee di un democratico cristiano scomodo, con Mario Tassone, Pasquale Ruga e Mario Rossi, si è deciso di costituire il Comitato 10 Dicembre (la data in cui si è svolto l’incontro) con l’obiettivo di discutere nelle varie realtà italiane, dei personaggi più rappresentativi della storia politica democratico cristiana. Un modo per avvicinare i giovani alla conoscenza di coloro che hanno contribuito alla nascita, alla difesa e al consolidamento della democrazia italiana.

 

Stimolato dalla pubblicazione dell’amico D’Ubaldo sulla testata online “Il domani d’Italia”, sul periodico “Democraticicristiani-“Per l’Azione”, voglio esprimere tutto il mio apprezzamento per una rivista che si inserisce nella migliore tradizione politica e culturale dei democratici cristiani. Ringrazio la direttrice Maria Chiara Mattesini e D’Ubaldo, per l’accostamento della testata a “Per l’Azione”, la pubblicazione che, per noi della quarta generazione Dc, costituì un punto di riferimento importante per la nostra formazione politica. Tentando di ricercare notizie su Francesco Mattioli, che di quella rivista fu la guida politico culturale (tutta la documentazione è raccolta presso l’Istituto Sturzo a Roma) per il MGDC (Movimento Giovanile della Dc, ndr) della stagione guidata da Luciano Benadusi e Gilberto Bonalumi, mi sono imbattuto casualmente anche in un libro dei “I Quaderni del Ferrari”, scritto da Dario Mengozzi su La “sinistra” cattolica modenese-Cronache di una singolare esperienza politica di base. Trattasi di una miniera preziosa di documenti e informazioni redatta nel 75° anniversario della morte di Francesco Luigi Ferrari, avvenuta a Parigi nel 1933. Com’è scritto nella prefazion, il Quaderno si colloca in questo percorso, presentandoci le vicende della sinistra modenese, una esperienza politica del movimento cattolico modenese guidata da Ermanno Gorrieri a partire dagli anni del secondo dopoguerra fino alla fine degli anni settanta. Mengozzi dice chiaramente nella introduzione che il suo lavoro non è e non intende essere un testo storiografico. Può tuttavia essere considerato una “cronaca”, o un “diario” (anche se si tratta di un “diario ex post”) le cui tappe sono scandite da un elenco di avvenimenti  e di persone .

 

Come avviene per tutti i diari, anche in questo caso l’autore ha scelto fatti e nomi soprattutto sulla base di un coinvolgimento diretto: ricordi, ideali, priorità, giudizi di valore non sono resi espliciti, ma hanno improntato la successione cronachistica e sono il vero filtro del lavoro di ricerca che ha preceduto la stesura finale. 

 

Siamo certi che in ogni città italiana siano presenti studi, documenti, testimonianze che potranno essere di stimolo per approfondire la storia del partito dei cattolici democratici e dei cristiano democratici. Siamo già pronti per concorrere con il nostro Comitato 1O Dicembre alla presentazione del prossimo libro redatto dall’amico prof Pino Nisticò, già presidente della Regione Calabria, dedicato al ricordo di Riccardo Misasi, una delle colonne portanti della sinistra Dc di Base e della guida politica demitiana della Dc. Crediamo che da ogni città, provincia e Regione si faranno avanti gli amici democratici cristiani, come il sottoscritto “non pentiti”, per offrire il proprio contributo a squarciare il velo di omertà e di falsificazione sulla storia del nostro partito. E chissà che qualche storico senza pregiudizi non raccolga il nostro invito e la nostra provocazione. Sollecitiamo anche con quest’articolo di aderire al Comitato 10 Dicembre al fine di favorire l’emersione dei tesori culturali rappresentati dalle vicende politico amministrative degli uomini della Dc che hanno contribuito alla difesa e allo sviluppo della democrazia italiana.

Franco Salvi nel centenario della nascita. Un vero maestro di coerenza nella vita politica: il ricordo di un amico.

L’impegno politico per Salvi è scaturito, come normale conseguenza, da un dovere etico profondo, attento alle necessità delle persone, nel tentativo di costruire una società giusta e generosa dove i problemi fossero considerati e affrontati indipendentemente dalla loro apparente importanza. Il testo è tratto da “Democraticicristiani-Per l’Azione”, organo dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

Alfredo Bonomi

Ci sono persone che diventano determinanti per il percorso umano di una vita. Per me Franco Salvi è stata una di queste. È datato negli ultimi mesi del 1969 il primo incontro che ho avuto con lui e da quel colloquio sono uscito con la convinzione che era necessario, per dar voce al mio desiderio di impegnarmi per la società della Valle Sabbia, un coinvolgimento diretto nel vivo dell’amministrazione pubblica.

Da questa certezza venne l’idea di dedicarmi al mio piccolo comune montano, denso di storia e di problemi, visto come concreto campo d’azione per dar senso a idealità e progettualità maturate dopo attente riflessioni.

Senza l’incontro con Franco Salvi, con molta probabilità, non avrei intrapreso quel percorso amministrativo che mi ha poi visto Sindaco per venticinque anni, attivo a livello della Comunità Montana di Valle Sabbia e nella U.S.L. n.39. Tutti gli altri impegni nei vari organismi scolastici e culturali della Valle, ed anche in un raggio più esteso, sono state ‘piste operative’ saldamente ancorate ad una visione più vasta, non limitata ad un singolo territorio. In questo ‘sguardo d’insieme’ Franco Salvi mi ha insegnato che la cultura era fondamentale per dar più valore all’impegno.

Sulla rigorosità morale di Franco Salvi è già stato detto tutto. L’impegno politico per lui è scaturito, come normale conseguenza, da un dovere etico profondo, attento alle necessità delle persone, nel tentativo di costruire una società giusta e generosa dove i problemi fossero considerati e affrontati indipendentemente dalla loro apparente importanza.

Per un giovane la vicinanza di una personalità così granitica nei valori e così misurata nel porsi, non poteva che essere percepita come una ‘folgorazione’ per impegnarsi.

Così è stato per me. I moltissimi incontri avuti con lui, non tanto i convegni ‘di grido’, ma nell’antica farmacia di via Battaglie, trasformata in studio o, meglio, in un luogo di paziente e generoso ascolto, erano un sicuro arricchimento umano, ma anche una sorta di percorso spirituale, dove la politica non si immiseriva nel contendere del potere, ma era vista come un convinto impegno quotidiano, lontano dalla fuga dalle responsabilità, che non disdegnava la legittima forza dialettica per la difesa di valori ritenuti portanti per una società più giusta.

Da questa visione veniva a noi giovani, e naturalmente a me giovane amministratore, la molla per un impegno fatto di atti concreti ed anche di decoro sul piano umano.

Non si trattava quindi di impoverire il cammino intrapreso con una disinvolta pratica nel ‘superare gli ostacoli’, ma di arricchirlo con la pazienza di rimuovere gli ostacoli di danno per una visione della società ancorata ai grandi valori cristiani e a quelli portati dalla Resistenza, tesa a creare uno Stato attento ai bisogni di tutti e rispettoso delle peculiarità personali, in un quadro complessivo di vera libertà.

Dal 1970 al 1990 i nostri incontri sono stati fitti, poi si sono un po’ diradati anche per le sue condizioni di salute.

Nella farmacia-studio di via Battaglie portavo problematiche, richieste che riguardavano anche situazioni di singole persone, che sembravano poca cosa ma che, in realtà, erano ‘grande cosa’ per chi aveva la necessità di essere considerato ed aiutato. Chiedevo pure molti consigli.

Naturalmente questa era la facciata più evidente di un rapporto ‘declinato’ nell’ottica di poter giovarsi di un parere autorevole per rispondere alle molte esigenze che si presentano quotidianamente ad un amministratore. 

A questo versante si affiancava però una dimensione più profonda.

La coerenza morale di Franco Salvi, la sua rigorosa adesione ai valori in cui credeva, il suo modo di vedere la politica, strettamente legata ad una scala valoriale da rispettare, mai da rinnegare, sono stati una ‘lezione politica’ profonda e motivante per molti anche nei momenti difficili e drammatici che ha dovuto affrontare.

La mia convinta adesione al ‘Gruppo Moroteo’ bresciano (un orientamento mai mutato durante tutto il mio ‘cammino amministrativo’) è maturata e si è consolidata, sino a diventare una ‘dominante’ nel modo di concepire l’impegno pubblico, grazie ai ripetuti colloqui avuti con Franco Salvi e al suo esempio moralmente luminoso e politicamente tutto dedito allo spirito di servizio. La sua figura è stata un punto obbligato di riferimento per un gruppo di valligiani, attivi a livello comunitario, che, pur nelle difficoltà, hanno cercato di avere una visione d’insieme nell’agire amministrativo, supportati anche da serie riflessioni culturali.

Ricordando Franco Salvi è però d’obbligo soffermarsi sulle sue caratteristiche umane. Uomo di poche ma sostanziali parole, di sguardi significativi più che di gesti teatrali, con una grande delicatezza nel porsi e nell’esprimere i sentimenti, sapeva rapportarsi all’interlocutore in maniera penetrante e coinvolgente. Quella che, ad una prima impressione, poteva sembrare timidezza, era invece una forma di rispetto per chi aveva di fronte.

La non eccelsa retorica nel parlare denotava lo sforzo continuo di trovare i vocaboli giusti e di ‘far parlare l’animo’. Teneva in alta considerazione l’amicizia. La sua semplicità nel porsi era dettata da una collaudata propensione a non voler ‘apparire’, ma a voler ‘essere’. Così era anche nei rapporti umani e nell’amicizia.

Il 21 ottobre del 1978 Franco Salvi mi accompagnò all’altare della piccola e artistica chiesa parrocchiale di Avenone per il mio matrimonio con Daniela. Io ero a quel tempo Sindaco di Pertica Bassa e lei segretaria della Sezione D.C. di Vestone-Nozza. La giornata era di quelle che mozzano il fiato tanto era bella. I picchi della Corna Blacca sembravano di cristallo, protesi verso il cielo di un azzurro totale. La tavolozza dei colori autunnali componeva una cartolina di bellezza indimenticabile. Le sfumature del colore erano in armonia con la felicità dei cuori.

Gli occhi di Franco Salvi brillavano mentre mi accompagnava in chiesa. Si era portato in quel di Pertica Bassa per essere vicino a due giovani in un momento fondamentale della loro vita.

Non ho mai dimenticato il suo volto e l’intensità del suo fugace sorriso che ha detto molto in quella giornata.

Certo, pensando a Franco Salvi, alla sua rigorosità morale, alla ‘palestra dei valori’ nella quale allenava il suo animo, ai drammi che ha affrontato per essere fedele ad una vita coerente ed ad azioni altrettanto coerenti, non si può scacciare un sottile filo di malinconia che pervade la mente. Questo filo è alimentato dalla constatazione dei ‘disastri politici’ che sono venuti dopo, dell’arroganza di ‘politicanti’ presenzialisti, della nevrosi del dover apparire ad ogni costo, della ‘solitudine della politica’, così come è stata costretta dall’attuale società, certo per ragioni che andrebbero attentamente indagate, senza però far venir meno il senso della speranza.

Per leggere la rivista “Democraticicristiani-Per l’Azione” 

 

La “buona opera” per il Natale del Circolo San Pietro

L’antico Sodalizio romano moltiplica i suoi sforzi per venire incontro alle difficoltà dei più poveri. In tutte le Cucine economiche verrà servito il pranzo di Natale, mentre a Santo Stefano e il 27 dicembre, e ancora il 1°, il 2 e il 3 gennaio, per finire con l’Epifania, resterà aperta la Cucina economica di via Adige, grazie alla scelta di soci e volontari di avvicendarsi nei turni ai fornelli. La nota appare nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano.

«Proprio oggi l’impresa edile ha finalizzato i lavori della Casa famiglia San Paolo VI e ci ha riconsegnato le chiavi della struttura di via di San Giovanni in Laterano, dove le nostre volontarie stanno facendo il possibile per terminare arredamenti, pulizie e quell’infinità di dettagli necessari ad aprirla e inaugurarla in tempi più rapidi possibili». Lo ha detto il presidente Niccolò Sacchetti al termine dell’annuale messa del Circolo San Pietro in preparazione al Natale.

I soci dell’antico sodalizio romano si sono ritrovati nella basilica papale di San Giovanni in Laterano sabato pomeriggio, 11 dicembre, per la celebrazione presieduta dall’assistente ecclesiastico, monsignor Franco Camaldo. All’0melia il prelato ha spiegato che «essenziali e inseparabili dalla preghiera sono le “buone opere”, come ricorda l’orazione della prima domenica di Avvento, con la quale si chiede al Padre celeste di suscitare in noi “la volontà di andare incontro con le buone opere” al Cristo che viene».

Per questo al termine del rito il presidente Sacchetti, ringraziando il Circolo San Pietro per l’impegno profuso nell’anno, ha messo il punto sulla “buona opera” della Casa famiglia dedicata a Papa Montini. Quindi ha ricordato l’importanza di partecipare attivamente a quella “consultazione del popolo di Dio” che è la principale novità del processo sinodale inaugurato da Papa Francesco il 9 ottobre scorso. «Si tratta di un’occasione per mettere a frutto la nostra esperienza maturata al servizio della città di Roma — ha spiegato — dando voce ai poveri e agli esclusi con cui abbiamo un contatto continuo e quotidiano, esattamente come è stato espressamente chiesto nel Documento preparatorio».

E se la messa è stata anche l’occasione per uno scambio di auguri in vista delle festività, le attività del sodalizio non vanno in vacanza. In tutte le Cucine economiche verrà servito il pranzo di Natale, mentre a Santo Stefano e il 27 dicembre, e ancora il 1°, il 2 e il 3 gennaio, per finire con l’Epifania, resterà aperta la Cucina economica di via Adige, grazie alla scelta di soci e volontari di avvicendarsi nei turni ai fornelli. Dallo scorso febbraio, alcuni di essi la domenica e in giorni festivi, cucinano in prima persona per gli assistiti, segnando di fatto un ritorno alle origini e alla tradizione della “minestra del Papa”.

«L’apertura natalizia della Cucina di via Adige — aveva dichiarato nei giorni scorsi Sacchetti — offrirà al Circolo un’occasione in più per ascoltare le esigenze degli assistiti, aiutandoli anche nel percorso della ricerca di un lavoro che possa restituire loro quella dignità che pensano perduta. Offrire un pasto, un letto per la notte, curare il prossimo malato, fragile, non basta: si tratta di prendere per mano questi fratelli e accompagnarli nella società in modo che domani possano camminare da soli nella piena dignità di figli di Dio». 

 

Mattarella a Bussone, Presidente delle Comunità montane: “La coesione è un grande obiettivo della Repubblica”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente dell’Unione Nazionale Comuni, Comunità ed Enti Montani (Uncem), Marco Bussone, il seguente messaggio, qui riprodotto integralmente, in occasione dell’Assemblea nazionale (13-17 dicembre 2021) che vede coinvolti gli amministratori di queste storiche e significative istituzioni territoriali.

Il Paese sta affrontando una stagione che invoca un’alta e condivisa responsabilità per combattere la pandemia e, insieme, costruire con coraggio la ripresa.

Autonomia e coesione sono i protagonisti di un percorso che interpella i Comuni, le Comunità e le Unioni Montane, gli enti che a vario titolo sono chiamati a concorrere alla realizzazione nelle aree montane del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Si tratta di un’impresa a cui tutte le istituzioni, e ogni espressione della società civile, sono chiamate a partecipare: la sfida è di riorganizzare i nostri modelli di vita, di sostenere una innovazione finalmente attenta agli equilibri ecologici, di ridurre le diseguaglianze economiche e quelle territoriali che così pesantemente comprimono opportunità e diritti.

L’Assemblea nazionale Uncem è un’occasione preziosa di confronto per far crescere la consapevolezza di questo passaggio storico e per allargare la base della partecipazione. Innovazione e sostenibilità sono parole divenute familiari perché costituiscono un traguardo: esse sono già parte, da tempo, del lavoro quotidiano per contrastare lo spopolamento, per agevolare l’accesso ai servizi, per estendere le reti in modo da accorciare divari nei tempi e nelle opportunità.

Nelle strategie e nelle missioni del Pnrr i piccoli Comuni, le aree rurali, i territori montani potranno e dovranno contribuire con idee ed esperienze, concorrere al raggiungimento degli obiettivi. La coesione è un grande obiettivo della Repubblica e, in questo momento, deve essere ancor più il metodo di lavoro, di collaborazione leale e costruttiva, di partecipazione al bene comune, come chiedono i nostri concittadini.

Sono certo che i lavori della vostra Assemblea andranno in questa direzione ed è con questo spirito che formulo a tutti i partecipanti gli auguri più cordiali.

Ormai è finita l’anti-casta. Il ritorno alla politica è nei fatti. Non c’è spazio più per la demagogia. L’opinione di Merlo.

Lunico elemento positivo che emerge dopo questa campagna contro l’establishment, spenta per motivazioni molto concrete e del tutto comprensibili, consiste nel lento ma inesorabile ritorno della politica. Nel momento in cui declina il populismo anti parlamentare e giustizialista,  vieppiù manettaro, si può ricominciare a ritessere il filo pazientedella politica e dei suoi strumenti.

C’è stato un tema – che poi era “il” tema per eccellenza – che ha permesso ad un partito, i 5 stelle, di imporsi nelle elezioni del 2013 e di stravincere in quelle del 2018. Quel tema si chiama “anti casta”. Era il compendio di insulti, diffamazioni, urla, schiamazzi, offese e attacchi personali di ogni tipo e di ogni sorta rivolti a tutti quelli che avevano preceduto gli alfieri e i protagonisti di quella cosiddetta rivoluzione democratica. Un contesto che ha fatto irruzione nel nostro paese travolgendo tutto ciò che era lontanamente riconducibile alla politica. E quindi partiti, classe dirigente, culture politiche, competenza, preparazione, rispetto della democrazia, senso dello Stato e soprattutto rispetto delle persone. Tutto travolto e riassunto nel micidiale slogan coniato dal guru del partito dei 5 stelle. Ovvero “vaffanculo”. Certo, il tutto è stato preparato, oliato e pianificato da una orchestra di insultatori seriali presenti in vari organi di informazione che hanno cavalcato quell’onda trasformandola in un potente movimento politico. Non possiamo definirlo culturale perchè sarebbe un oltraggio alla cultura e a tutto ciò che ha rappresentato la cultura nel nostro paese.

Ora, però, quell’onda – come tutte le mode che si sono imposte nel nostro paese – si è affievolita se non addirittura scomparsa. I grandi pifferai dell’informazione hanno cessato di cavalcare quell’onda e il partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, com’era facile prevedere, si sono trasformati in in partito che non solo non contesta più la casta ma che si è trasformata casta per eccellenza. Al punto che oltre ad utilizzare tutti i benefit, i privilegi e le comodità che il potere offre e dispone, sono i più accaniti sostenitori di tutto ciò di cui la casta ha sempre ottenuto. Introducendo, come da copione, quel malcostume politico che, pur di restare al potere ed ottenere gli svariati benefit, li inchioda nel palazzo. Parlo del trasformismo parlamentare e dell’opportunismo politico. Cioè, detto in altre parole, allearsi con tutti pur di restare al potere. Non a caso, per la prima volta nella storia repubblicana italiana, cioè dal secondo dopoguerra, ci troviamo di fronte ad un partito che, misteriosamente e collettivamente, ha rinnegato tutto ciò che ha urlato, sbraitato, giurato e promesso in tutte le piazze italiane per oltre 15 anni. Tutto è cambiato improvvisamente, tutto è stato cancellato e tutto è stato rimosso.

Ecco perchè c’è una domanda attorno alla quale sarà pur necessario dare una risposta. E cioè, la tanto sbandierata anti casta che ha fatto la fortuna di un partito e soprattutto di uno stuolo di personaggi che hanno campato sulla criminalizzazione politica della cosiddetta casta per svariati lustri, è scomparsa del tutto dall’orizzonte politico italiano oppure corre ancora in modo carsico nel nostro paese? Credo sia una domanda legittima perchè, pur trattandosi di una moda del tutto strumentale e finalizzata a colpire determinati avversari per avvantaggiare una precisa parte politica, non può scomparire del tutto dopo una criminalizzazione martellante e persistente e che nel nostro paese – è inutile negarlo – ha sempre trovato facile accoglienza e disponibilità ad essere cavalcata.

In attesa di dare una risposta a questa legittima domanda, credo che l’unico elemento positivo che emerge dopo questa campagna che ormai si è spenta per motivazioni molto concrete e del tutto comprensibili, consiste nel lento ma inesorabile ritorno della politica. Quando parlo di potenziale e possibile ritorno della politica, intendo “la politica dei partiti”, la consapevolezza che senza un minimo di preparazione e di competenza ci si affida “all’uno vale uno”, cioè alla improvvisazione e alla casualità della classe dirigente, alla centralità delle culture politiche e a ciò che storicamente hanno rappresentato nel nostro paese e, in ultimo, ad un decoro pubblico che nei tempi del populismo si è del tutto smarrito e perso per strada.

Perchè, infine, tutto ruota attorno al declino del populismo di marca grillina. Nel momento in cui declina il populismo anti politico, demagogico, anti parlamentare e giustizialista manettaro, si può ricominciare a ritessere il filo paziente, operoso e fecondo della politica e dei suoi strumenti. Speriamo sia la volta buona.

Come nascono le idee. Parisi, Premio Nobel, spiega la forza dell’imprevedibilità nel processo della conoscenza scientifica. 

Nel suo libro appena pubblicato, lo scienziato italiano prende per mano il lettore e lo guida nella intricata foresta del sapere. “Le idee – egli sostiene – spesso sono come un boomerang: partono in una direzione ma poi vanno a finire altrove. Se si ottengono risultati interessanti e insoliti, le applicazioni possono apparire in campi assolutamente imprevisti”. 

Leggere il libro di Giorgio Parisi, Premio Nobel 2021 per la Fisica assegnatogli per la sua ricerca sui “sistemi complessi” ,e rimanerne affascinati è un tutt’uno: c’è la sua biografia accademica e ci sono le descrizioni scientifiche. Tuttavia, la vita di uno scienziato va oltre. Non basta la passione, serve il talento: una dote intuitiva e folgorante che il giovanissimo studente universitario dimostrò di possedere allorquando, incerto tra il corso di matematica e quello di fisica, scelse la seconda. Forse per il fatto che, come spiega nel libro, la fisica può essere considerata una sorta di matematica applicata, aprendo vasti orizzonti deduttivi e applicativi.

Già a 25 anni sfiorò il medesimo Premio, ma per studi in un campo diverso della fisica: mentre si lavava nella vasca da bagno della casa dei suoi genitori, si soffermò a guardare le piastrelle colorate del muro e fu colto da una intuizione che può scaturire solo da una mente geniale: non proviamo neanche a descriverla, ogni tentativo sarebbe riduttivo. Ma ciò dimostra (e lui lo spiega più volte) come la lampadina dell’eureka possa accendersi all’improvviso, una volta in casa, in altre occasioni leggendo, un’altra volta ancora mentre si è al volante dell’auto: a lui successe proprio così. Conquistare il Nobel  oggi, ad alcuni decenni di distanza. è il risultato di anni di ricerche e applicazioni portate avanti con una grande carica motivazionale, con tenacia, apertura mentale, curiosità, pensiero divergente non disgiunto da un sicuro possesso del metodo scientifico, tra dubbi (in senso ‘popperiano’), intuizioni, prove, tentativi, ripensamenti, illuminazioni improvvise. Scorrendo le pagine del libro si coglie una vocazione che attraversa la sua vita di uomo di scienza: trovo che sia una storia esemplare per i giovani, oggi. Il cammino descritto non era in discesa: sono stati necessari lo studio, la ricerca, la tenacia, l’impegno, il sacrificio. In genere si valuta il risultato finale che si consegue, nel suo caso l’Accademia dei Lincei, il prestigio della docenza universitaria, il Nobel.

Diverse molle lo hanno spinto a guardare in avanti, oltre i risultati o le incertezze del momento: la soddisfazione di risolvere problemi, il poter teorizzare spiegazioni e regole, la semplice (lui dice persino ‘divertente’) curiosità, perché la scienza è un enorme puzzle (Richard Feynman). Riportando l’affermazione di un suo collega: ”i Fisici non lavorano solo, lavorano divertendosi”. Nella scheda editoriale che accompagna il volume c’è scritto che il professor Parisi a un certo punto volse il suo interesse verso i sistemi complessi perché quelli semplici gli sembravano quasi noiosi.

Secondo le regole della fisica sono definiti sistemi complessi quei fenomeni che non riguardano un solo oggetto di studio: come gli storni in volo o il gregge di pecore che si muovono con movimenti sincroni, cambiando direzione, mantenendo le distanze, organizzandosi in modo da proteggersi dai predatori semplicemente disponendosi in modo diverso. O come il dover collocare in un contenitore oggetti di forma diversa, in modo da raggiungere la massima capienza. Un volo di storni può ispirare una pagina letteraria, una poesia, una metafora. Ma può anche essere approcciato dalla biologia, dagli studi sui comportamenti degli animali. Farne oggetto di approfondimenti secondo le regole e le applicazioni della fisica credo sia una straordinaria novità dal punto di vista scientifico: Parisi, al riguardo, sostiene che “il futuro ci sorprenderà”, consapevole che ciò sarà dovuto anche ai suoi studi e alle sue intuizioni, grazie all’apertura di indagine sui sistemi complessi.

Da grande studioso – presupposto imprescindibile per raggiungere lo status di scienziato – Parisi dimostra perchè il  ‘metodo’ sia un pilastro della scienza: però aggiunge che “il lavoro migliore di una vita di ricerca può saltare fuori per caso”, in ciò evidenziando quanto conti il fattore imponderabile, l’aggancio di una intuizione geniale, la sorpresa di una scoperta non ancora immaginata ma sedimentata nella mente e a portata di mano. Senza contare anche la fase di latenza dell’inconscio, il pensiero che diventa folgorazione, parola, azione. Leggendo queste riflessioni dello scienziato Parisi ricordo ciò che mi disse Rita Levi Montalcini: “Oggi c’è un’enfasi molto forte sulle dotazioni scientifiche, sulle attrezzature, sui mezzi e gli strumenti di cui la scienza può disporre in qualunque campo. Ebbene io credo che tutto ciò conti ma che conti e serva ancor di più lo sforzo dell’immaginazione, l’intelligenza dell’uomo. E’ la mente umana il motore della ricerca scientifica, il pensiero e l’intuizione la nobilitano sopra ogni cosa”. Lei mi parlava di “imagination” mentre lo stesso Einstein sosteneva che “la fantasia è più importante della conoscenza”.

Ora, leggendo Parisi e cogliendo tra le pagine da lui scritte molte riflessioni illuminanti, ho trovato una interpretazione quasi sovrapponibile circa l’importanza dell’intuizione rispetto sia alla metodica per regole consolidate che alle conoscenze codificate. Con una importante deduzione che avanza lui stesso: “Il pensiero verbale deve essere preceduto da un pensiero non verbale”. È dunque vero, anche secondo il suo punto di osservazione della realtà, che “il pensiero pensante” conta più del “pensiero pensato”.

Se è la mente umana il motore della ricerca scientifica, se  il pensiero e l’intuizione la nobilitano sopra ogni cosa, si può attribuire anche un valore etico a questo assioma. Ad esempio, mai arrestarsi di fronte alle difficoltà ma utilizzarle per superare il momento critico, essere capaci di rimettere in discussione ciò che potrebbe sembrare una conquista, utilizzare proprio l’errore come motivo di apprendimento, per ripartire da capo. Parisi non disdegna di considerare e stigmatizzare gli atteggiamenti antiscientifici della nostra epoca e di questa contingenza pandemica: si pensi al negazionismo, alle pregiudiziali ideologiche dei no vax, al terrapiattismo.

Lo stesso, recente,  55° Rapporto del Censis stima che circa il 5,9 % degli italiani sia orientato su queste posizioni. Ed egli si chiede come sia possibile negare le evidenze scientifiche, i Rapporti degli Organismi internazionali sulla sostenibilità ambientale, le derive demografiche esponenzialmente crescenti.

Il nostro Premio Nobel è convinto tuttavia che sopravviveremo al nichilismo e all’incoscienza autodistruttiva, perchè fare opera di pedagogia sociale non è una scelta perdente in partenza. Ciò che conta per uno scienziato e per un fisico in particolare è l’evidenza delle cose, la realtà nel suo porsi oggettivo, l’acquisizione di conoscenze e di regole, di spiegazioni, dimostrazioni. In un bellissimo passaggio del suo libro scrive : “Bisogna difendere la cultura italiana su tutti i fronti. Se gli italiani perdono la loro cultura, che cosa resta del Paese?”.  Verrebbe  allora da chiedergli perché – a partire dalla scuola  – ignoriamo la storia fino ad espungerla dal tema di maturità, inoltre perché importiamo a livello formativo anglicismi, sostituiamo la narrazione con i test a crocetta e inventiamo neologismi che lentamente dissolvono l’importanza della nostra straordinaria cultura tramandata.

La prestigiosa Accademia dei Lincei – di cui Parisi è oggi Vice Presidente dopo averla presieduta dal 2018 al 1° agosto 2021 – è una della più antiche d’Europa essendo stata fondata nel 1603, un vero “tempio del sapere”, considerata la massima istituzione culturale italiana: la sua finalità istituzionale è di “promuovere, coordinare, integrare e diffondere le conoscenze scientifiche nelle loro più elevate espressioni nel quadro dell’unità e universalità della cultura”. Se un membro autorevole di questa èlite culturale di scienziati come il professor Parisi, ora Premio Nobel, afferma che “tutte le attività culturali italiane sono da tempo in lento, costante declino”, credo che questa riflessione vada assunta come interrogativo che riguarda i destini  della società, della politica, del mondo della cultura e della ricerca del nostro Paese e direttamente il futuro di ciascuno di noi.

 

Giorgio Parisi, In un volo di storni, Rizzoli, 2021, 14 €.

 

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GIORGIO PARISI 
si è laureato alla Sapienza di Roma nel 1970 e ha lavorato
come ricercatore presso i Laboratori nazionali di Frascati dal 1971 al 1981.
In cattedra nel 1981, è stato professore ordinario di Fisica teorica presso l’Università di Roma II Tor Vergata e poi di Teorie quantistiche presso La Sapienza. 
Dal 1988 è membro dell’Accademia nazionale dei Lincei (di cui è stato presidente ed è ora vice presidente), dal 1992 della National Academy of Sciences americana,
dal 1993 dell’Académie des Sciences francese, dal 2013 della American Philosophical Society. Nell’ottobre 2021 ha ricevuto il premio Nobel per la Fisica «per la scoperta dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria», sesto fisico italiano premiato dall’Accademia svedese.

Un accordo bilaterale con la Germania, dopo quello tra Italia e Francia? L’idea non convince. Draghi si muove in altra logica.

A consigliare estrema prudenza nei rapporti con Berlino vi è la crisi strutturale del suo modello economico mercantilista che sta dimostrando di non reggere l’onda d’urto inflazionistica delle politiche espansive americane.

Il triangolo no. Anche se in geometria… non è reato, nella geopolitica europea credo che per l’Italia nel migliore dei casi potrebbe rivelarsi solo un’illusione procedere nella direzione indicata da Romano Prodi, e auspicata dall’amico Enrico Farinone in una sua peraltro autorevole, ricca e stimolante analisi su “Il Domani d’Italia”, quella di procedere alla stipula di un nuovo trattato bilaterale italo-tedesco dopo il trattato franco-tedesco di Acquisgrana e quello italo-francese del Quirinale.

Proprio perché la situazione italiana, come osserva Farinone  appare caratterizzata da un livello di qualità dei partiti scadente e di converso da un ruolo di Draghi che risulta indiscutibile di certo in questa e verosimilmente anche nella prossima legislatura, non paiono sussistere le condizioni per l’attuazione di una tale proposta. Il trattato del Quirinale è un progetto che Draghi ha ereditato dall’accomodante Gentiloni e che l’attuale Presidente del Consiglio ha trasformato in qualcosa di molto diverso da ciò per cui era stato originariamente pensato, e che appare inserito in una strategia di accordi bilaterali, con la quale il nostro Paese intende cooperare al benessere e alla sicurezza, tutelando i propri interessi, in Europa e nel mondo. Per questo tutto lascia supporre che il prossimo grande trattato bilaterale, se Draghi resterà a lungo a Palazzo Chigi, sarà con il Regno Unito prima che con la Germania.

Il ruolo e la leadership in Europa dell’ex presidente della Bce dipendono più da un suo comune sentire con Washington che da velleità di inserimento nel direttorio europeo che si snoda tra Parigi e Berlino, dal quale sempre, seppur erroneamente, l’Italia viene considerata il parente povero. L’Italia è al centro del Mediterraneo, al centro della civiltà,  non ha bisogno di elemosinare riconoscimenti che fanno da sempre parte di un disegno geopolitico, quello neo-carolingio, alternativo agli interessi italiani i quali possono esser meglio tutelati da una relazione strategica con la “quarta Roma” che sorge al di là dell’oceano.

D’altra parte, anche ammettendo per mera ipotesi, la necessità del completamento del triangolo italo-franco-tedesco, il rafforzamento dell’intesa fra Francia ed Italia appare per molti versi giustificabile, essendo i due popoli cugini uniti nel bene e nel male da un comune destino, che in questo decennio potrebbe finire per esser rinforzato oltre ogni previsione.

Ma la necessità di un nuovo trattato italo-tedesco che non sia la conferma della capitolazione della nostra economia a vantaggio di quella tedesca, avvenuta tramite una interpretazione egoistica e miope dei Trattati Europei, durante l’«eraMerkel» (una figura che presto gli eventi storici riporteranno alla sua effettiva dimensione) come si potrebbe mai giustificare? A consigliare estrema prudenza nei rapporti con Berlino vi è la crisi strutturale del suo modello economico mercantilista che sta dimostrando di non reggere l’onda d’urto inflazionistica delle politiche espansive americane. E sotto questo profilo anche il nuovo cancelliere Scholz non potrà fare miracoli se non cercare di gestire nel modo meno doloroso una situazione difficile, sebbene tutt’altro che imprevista, e cercare di procrastinare il più possibile il momento in cui la Germania dovrà scegliere fra rinunciare al proprio sistema che ha imposto ai propri partner, per salvare l’Europa, oppure seguire il suo secolare modello economico e geopolitico che tante tragedie ha provocato.

Sempre più l’Europa dovrà cercare di sopravvivere nonostante la Germania: per questo un’Italia non subalterna, capace di esprimere con autorevolezza la propria visione dei problemi europei e globali, che è l’Italia di Draghi, appare preferibile a innaturali triangolazioni.

Il Mattarella bis e l’ombra dei due Mattei. Scrive La Palombara su “formiche.net”.

Mai come oggi l’elezione del Capo dello Stato ha avuto così tante implicazioni internazionali. A Washington come nelle cancellerie europee si fa il tifo per un secondo mandato di Sergio Mattarella, messo in dubbio dai giochi dei due “Mattei”. Di seguito il commento di Joseph La Palombara, professore emerito di Scienza politica a Yale. Anche “Il Domani d’Italia”, come è noto ai suoi elettori, condivide l’idea della rielezione di Mattarella. 

Nonostante la dichiarata opposizione di Sergio Mattarella a un bis, sarebbe comunque necessario convincerlo ad accettare. Il suo Paese, la comunità atlantica, l’Unione europea ne hanno bisogno. Raramente infatti la campagna per la presidenza della Repubblica italiana ha avuto così tante implicazioni.

Il presidente sa certamente cosa è ovvio agli occhi di Washington, dell’Ue e di tanti altri Paesi che osservano da vicino l’Italia. E cioè che, forse più che mai in passato, i prossimi sette anni del Quirinale avranno conseguenze internazionali. Sotto questa luce è visto oggi all’estero l’attuale Capo dello Stato.

Per quali ragioni? La prima: nonostante Mario Draghi sia la persona più ovvia da spedire al Quirinale, la sua provvidenziale leadership politica, necessaria tanto in Europa quanto in Italia, può essere espressa in modo molto più dinamico dal suo ufficio di presidente del Consiglio a Palazzo Chigi. L’Ue, prima ancora che l’Italia, richiede che Draghi rimanga esattamente dove è ora. È fin troppo banale da ricordare.

Due, non meno importante: l’Italia deve evitare a tutti i costi la leadership politica dei due Mattei, Renzi e Salvini. Matteo Renzi è già stato presidente del Consiglio. È visto da tutti come un politico che è molto più bravo a parlare in tutte le lingue di “rivoluzione” che a farne una, in Italia o all’estero. In poche parole, quella di Renzi oggi si deve considerare un’esperienza politica fallimentare. Questa è di certo l’opinione che ne hanno fuori dall’Italia. E l’Italia farebbe bene a prenderne atto.

Da una prospettiva politica, la leadership di Matteo Salvini può rivelarsi anche peggiore. Nonostante la sua recente svolta retorica, che sembra indicare una riconciliazione, il suo euro-scetticismo è ormai agli atti. E oggi che il Regno Unito non ne fa più parte, l’Ue ha bisogno più che mai dell’Italia e della sua leadership.

Né sfugge a qualcuno che il recente tentativo di Salvini di mettere insieme i partiti politici italiani, di qualunque dimensione, non è altro che uno stratagemma. Salvini è il fiero leader della destra italiana. E a dispetto del suo apparente, aperto sostegno a Silvio Berlusconi, rimane lui il vero aspirante alla leadership del Paese: gli italiani lo sanno.

 

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https://formiche.net/2021/12/mattarella-bis-ombra-mattei/

Per l’Azione. Introduzione di Alessandro Forlani al saluto che Moro indirizzò nel 1961 ai giovani dc. 

Riportiamo un ampio stralcio del testo che introduce e commenta sull’organo dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani) – inglobante da questo numero la scritta “Per l’Azione” sotto la testata “Democraticicristiani” – un editoriale di Aldo Moro apparso nel 1961 sulla rivista del Movimento Giovanile DC. 

Dalle parole di Aldo Moro, rivolte dalle pagine di Per l’Azione, nel lontano 1961, ai giovani democratici cristiani impegnati nel rilancio della rivista, riaffiora un linguaggio che, per lunghi anni, ha accompagnato e motivato la militanza di partito di più generazioni. Troviamo esortazioni alla tensione morale e spirituale, nella preparazione “ideologica e politica”, ai fini della proficua integrazione nella società e all’assunzione di pubbliche funzioni (tema della formazione culturale, già ricorrente negli scritti di Romolo Murri, agli albori del movimento democratico cristiano). E sottolinea, al riguardo, la necessità di arrivare alla politica con “idee chiare e precise” e “con uno sforzo di coerenza”, auspici che i trasformismi disinvolti dei nostri giorni sembrano relegare addirittura su un altro pianeta.  

E riemerge, più vivo che mai, da questi moniti dello statista pugliese, il valore, direi la forza, della funzione del partito, come strumento di crescita democratica, ma anche di diffusione di una cultura politica e istituzionale necessaria per favorire il ricambio generazionale delle classi dirigenti.   Un valore che può essere riaffermato, naturalmente, qualora i partiti non si discostino dalla propria naturale vocazione e rifuggano da tentazioni fuorvianti e, in particolare, dall’impropria sovrapposizione alle pubbliche istituzioni nella concreta gestione del potere, paventata costantemente da Luigi Sturzo, dopo il rientro dal lungo esilio, nei suoi articoli sul Giornale d’Italia. 

Come appaiono lontane le esortazioni di Moro rivolte ai giovani dagli slogan dell’antipolitica, delle piazze telematiche, della Rete sovrana su qualsivoglia tematica, con l’insistenza sull’esaurimento della funzione dei partiti, magari con il pretesto dei vituperati “costi della politica” !!     Nel suo appello a quei ragazzi di sessant’anni fa, Moro sottolinea il valore dell’esperienza di Per l’Azione, nella sua precedente stagione, tra il 1948 e il 1953. In quella fase, nell’Italia appena uscita dai tunnel della dittatura e del conflitto mondiale, i Gruppi Giovanili dc – come li chiamavano allora – erano animati da un intenso fervore di iniziative, di ricerca intellettuale e di approfondimento culturale, misurandosi con le nuove frontiere del pensiero filosofico e sociologico (da Sturzo a Maritain), ma anche dell’arte e della letteratura e analizzando gli scenari internazionali, così come le evoluzioni storiche del proprio paese, per interpretarne bisogni ed aspirazioni.    

Per l’Azione, sotto la direzione di figure significative come Nicola Signorello, Franco Nobili, Franco Maria Malfatti e Bartolo Ciccardini, rappresentò, in quegli anni, il luogo di dibattito su questi temi e lo strumento di divulgazione delle ansie e dei fermenti che investivano quella gioventù così forgiata dalle tragedie di un recente passato e intenta a delineare le prospettive future.    

 

Il pdf di “Democraticicristiani-Per L’Azione” sarà distribuito ai lettori de “Il Domani d’Italia” già a partire dalla serata di oggi, lunedì 13 dicembre 2021.

Franco Salvi a 100 anni dalla nascita. Tino Bino: “Visse come un samurai, una vita dedicata alla moralità dei fini”.

Riportiamo la seconda parte del testo di Tino Bino, autorevole esponente del cattolicesimo democratico bresciano, che ricorda sull’organo dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani) – inglobante da questo numero la scritta “Per l’Azione” sotto la testata “Democraticicristiani” – la figura di Franco Salvi nel centenario della sua nascita (13 dicembre 1921)

Dopo la guerra Franco Salvi si impegnò immediatamente nella ricosruzione. Fu vice-presidente nazionale della FUCI per volere di Montini, poi Paolo VI. E in breve, iscritto alla Dc, divenne responsabile della Camilluccia, la scuola quadri del partito. Passò da lì l’intera classe dirigente democristiana, metà del giornalismo italiano, tutta la dirigenza dell’industria pubblica. Fu a lungo parlamentare, primo collaboratore di Aldo Moro, responsabile dei morotei, fondatore del moroteismo, e dei rapporti, per conto di Moro, con i leader della sinistra, e le figure d’oltre Tevere, le teste pensanti del Vaticano. Incarnò in prima persona la linea politica del cattolicesimo democratico. 

Gettò a lungo lo sguardo sui problemi internazionali con collaborazioni dirette e indirette, promosse movimenti, fu presidente di associazioni per l’Africa e per l’Est Europa. E alla fine accettò ruoli secondari, incarichi di modeste identità. Non chiese mai nulla per sé, la sua carriera, il suo prestigio. Ho incontrato due anni fa, poco prima che morisse, Nicola Rana, l’intellettuale di Moro. Abbiamo  parlato a  lungo di Franco. Mi ha confermato che Franco Salvi è stata una delle personalità più rigorose e cristalline della Dc italiana e che non ebbe ciò che meritava. Molte volte il suo nome figurava nella lista dei ministri da nominare, ma lo stesso Moro ne chiedeva la rinuncia. Franco, diceva, doveva stare al partito, doveva dirigere il gruppo, essere il riferimento delle mille controversie che nascevano in ogni parte d’Italia. La  fedeltà, il coraggio, la testimonianza, lo sguardo al futuro, la passione per il rigore   e la verità, l’assunzione del rischio personale, sono tutte qualità che si trovano intatte nel discorso storico che Franco pronuncia dalla tribuna del XIV congresso del febbraio 1980. 

Lo ricorda in una bella pagina Corrado Belci nella biografia dedicata a Franco. Fu deriso, insultato, fischiato dai dorotei e da quanti stavano aderendo ad una linea che era un insulto alla memoria di Moro. Denunciò l’ipocrisia, il potere fine a sé stesso, il trasformismo imperante, le congiure, il capovolgimento e il tradimento  della linea di Moro e Zaccagnini. Faticò a terminare l’intervento. Le sue parole erano sommerse da urla e minacce. In tribuna stampa, dove io sedevo, arrivavano solo echi e stralci del discorso. Ma Salvi, un piccolo punto grigio, isolato e solitario sulla tribuna al centro di una assemblea babelica, non si intimidì. “Amicus Plato, concluse, sed magis amica veritas. Per questo, amici, ho parlato, ho creduto doveroso dire quello che vi ho detto”. Ed era come un addio, un congedo limpido in una stagione che avrebbe cominciato il declino finale di una lunga storia.

 

Il pdf di “Democraticicristiani-Per L’Azione” sarà distribuito ai lettori de “Il Domani d’Italia” già a partire dalla serata di oggi, lunedì 13 dicembre 2021.

Il Pnrr e il riformismo in Italia. L’intervento di Gallo, ex Presidente della Consulta, sul Working Paper della Fondazione Ezio Tarantelli. 

Il Pnrr e il riformismo in Italia. L’intervento di Gallo, ex Presidente della Consulta, sul Working Paper della Fondazione Ezio Tarantelli. 

Pubblichiamo di seguito la parte conclusiva del contributo di Franco Gallo. Di rilievo, nella prima parte, l’affermazione seguente: “La pandemia ci costringe a constatare che non esiste un capitalismo davvero praticabile senza un forte sistema di servizi pubblici e senza una protezione dei beni (comuni) globali di interesse collettivo, quali sono appunto non solo la salute, ma anche l’istruzione, l’ambiente, la cultura e la biodiversità”. 

 

Franco Gallo

 

[…] nonostante le disponibilità offerte dal Recovery Fund e, in particolare, in Italia dal Pnrr, il costo di tutti questi impegnativi interventi non sarà in futuro di facile copertura; basti tenere presente che la «manovra 2020» pensata dal Governo prevedeva per la riforma fiscale un fondo di soli 2,3 Mld «liberi». Come è evidente che, nell’attuale contingenza, l’unico strumento fiscale per finanziare il rilancio della produttività, dare una direzione alla crescita e ridurre il più possibile le disuguaglianze dovrebbe essere il recupero dell’evasione. Ma tutti sappiamo che tale strumento, anche se ci fosse una reale volontà politica di realizzarlo, non potrebbe fornire, nel breve e medio termine, le necessarie, consistenti maggiori entrate.

Stando così le cose, la via da seguire non può che essere quella di considerare la relativa spesa per quella che è: una spesa per investimenti pubblici da finanziare con il debito (c.d. spesa pubblica qualificata). Il che non sarà facile perché richiederebbe l’esclusione di questo tipo di spesa dall’applicazione dell’aurea regola comunitaria del pareggio di bilancio, quando e se questa sarà reintrodotta alla cessazione della crisi pandemica.

Se comunque, dopo e a causa di tale crisi, l’Ue si dimostrasse incline a concedere tale esclusione e quindi a ripensare, seppure parzialmente, il Patto di stabilità e crescita, anche riguardo ai paesi fortemente indebitati come l’Italia, mi pare però inevitabile che essa richiederebbe al nostro paese l’impegno a definire dette spese secondo stringenti regole comuni. Tra tali regole, la più importante sarebbe quella di sottoporre la relativa decisione sia a controlli rigorosi sulla loro destinazione d’investimento da parte della Commissione, sia a forme di copertura comunitaria a debito, nonché a forme di garanzia, diretta e indiretta, del bilancio europeo. 

Come ci avvertono gli economisti keynesiani, l’esito positivo di una tale operazione dovrebbe essere (quasi) scontato. Se gli investimenti consentiti in deficit fossero oculati e produttivi, il tasso di crescita del reddito da essi prodotto sarebbe, infatti, superiore al tasso di interesse pagato sul debito, con la conseguenza di ridurre col tempo il rapporto tra debito pubblico e Pil. Non sappiamo se gli altri Stati membri dell’Ue saranno disposti in futuro ad accettare una siffatta eccezione al principio del pareggio e, in caso positivo, sela maggioranza delle forze politiche italiane, accetteranno gli stretti controlli europei sopra ricordati. 

Ho però l’impressione che, quando gli effetti dell’applica- zione del Recovery Plan saranno esauriti e il nostro paese dovrà puntare alla ripresa economica senza avere più il sostegno di aiuti eccezionali e senza poter realizzare una riforma impegnativa che garantisca un consistente aumento di entrate fiscali, il non poter fruire anche della possibilità di effettuare questi tipi di spesa a debito aggraverà – nonostante lo scudo che la Bce potrebbe offrire – la sua già critica situazione economica e finanziaria.

 

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(Testo integrale – pp. 11/14 del Working Paper)

 

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/12/n.-23-del-Working-Paper.pdf

Il triangolo europeo: ora serve il terzo Trattato.

Berlino assiste al passaggio di consegne da Merkel a Scholz. Parigi è già catapultata nella campagna per le presidenziali. Roma si ritrova al bivio fra la possibilità – unica – di assumere un ruolo primario nella politica europea in questo delicato momento di transizione in virtù del prestigio e delle capacità del suo Presidente del Consiglio.

Se qualcuno immaginava che il Trattato del Quirinale firmato da Italia e Francia avrebbe incrinato l’asse franco-tedesco che da sempre guida la politica europea una risposta l’ha ricevuta già al secondo giorno di cancellierato di Olaf Scholz, speso a Parigi non certo per caso né per pura formalità o cortesia. Ma proprio questo viaggio-lampo dà ragione a quanti, in primis Romano Prodi, giustamente sostengono che ora l’Italia debba lavorare di gran lena ad un patto-bis, proprio con la Germania.

Il momento è perfetto, l’attimo va colto. Il neo Cancelliere deve disegnare, fra le altre cose, la sua idea di Europa e per quanto possa forse essere riluttante a farlo causa le note ritrosie tedesche a divenire il faro dell’Unione generate dal cupo retaggio storico egli non potrà esimersi da questa incombenza. L’eredità lasciatagli dal lungo cancellierato di Angela Merkel del resto è tanto ingombrante quanto prestigiosa, perché è a tutti chiaro chi nell’ultima decade ha dominato politicamente la scena continentale.

Al tempo stesso la contingenza elettorale ha determinato un vuoto (che ci si deve augurare possa essere limitato ad un tempo che in ogni caso si protrarrà per qualche mese) nella conduzione dell’Unione, e realisticamente non si può pretendere che esso venga interamente riempito dalla Presidente Von der Leyen: non per mancanze proprie, tutt’altro; bensì per fragilità strutturale della costruzione comunitaria, ancora imperniata sul potere effettivo degli Stati, e quindi perennemente indefinita, alla ricerca di una prospettiva federalista che si intravvede in lontananza senza comprendere però se è reale o se piuttosto è un miraggio.

Dunque, Berlino ha un nuovo leader dopo sedici anni: un tempo di avvio e di impostazione generale deve essergli evidentemente concesso. Parigi si sta immergendo in una campagna elettorale presidenziale che dovrà testare alla prova del voto popolare francese le ambizioni sovranazionali di Macron. Roma si ritrova al bivio fra la possibilità – unica – di assumere un ruolo primario nella politica europea in questo delicato momento di transizione in virtù del prestigio e delle capacità del suo Presidente del Consiglio e quella al contrario di precipitare nella solita crisi di governo che conduce ad elezioni anticipate teatro di uno scontro fra partiti oggettivamente scadenti.

L’intrecciarsi di queste contingenze nei tre Stati principali dell’Unione, ora che la Gran Bretagna non è più un suo membro, produce un’opportunità unica: ovvero un loro coordinamento stretto, ratificato da appositi Trattati, capace di guidare la UE attraverso gli stretti varchi che gli eventi internazionali stanno determinando: dal nuovo atteggiamento statunitense al rapporto col Drago cinese, dalle migrazioni al cambiamento climatico, dalle questioni di confine territoriale con la Russia a quelle di confine marittimo con la difficile area nord-africana. Nonché capace di affrontare, all’interno di una logica davvero unitaria, consapevole della necessità storica di lavorare ad un destino comune perché così impone la nuova realtà mondiale e perché questo era il mandato storico lasciato ai posteri dai padri fondatori della Comunità europea, tutti quei temi che la pandemia ha clamorosamente e drammaticamente fatto emergere dalla pigra gestione nazionalistica cui ci eravamo conformati: la indispensabilità di una politica comune di difesa; il superamento della rigida e immobilistica regola dell’unanimità su varie questioni primarie, a cominciare dalla politica estera; la riforma in senso solidale – di fatto già anticipata da Next Generation UE – del Patto di Stabilità e delle sue regole ormai superate; l’individuazione delle spese utili per tutti da sterilizzare nei singoli debiti nazionali.

Ora, questa “guida forte” dell’Unione, indispensabile per darle un orizzonte, una prospettiva politica, un futuro, per completarsi necessita di un terzo Trattato dopo quello del Quirinale e dopo quello di Aquisgrana firmato nel 2019 fra Germania e Francia. Un Trattato fra Roma e Berlino. Vi si può lavorare da subito. La contingenza, si è detto, è favorevole. Unica. E non si tratterebbe solo di agevolare un interesse comune ai due Paesi perché le loro credenziali in tema di democrazia, rispetto dei diritti umani, difesa della pace e dello stato di diritto, libertà di pensiero sono tali da garantire il loro ancoraggio in tutta l’Unione, senza compromessi. Un’agenda globale sulla quale anche Washington intende puntare senza riserve. 

Sarebbe un peccato, imperdonabile, se miseri calcoli da politica di serie B, purtroppo nient’affatto impossibili nello scenario italiano, dovessero pregiudicare questa straordinaria opportunità.

Il riformismo «sindacale»: spirito e ancoraggi. Carera espone la sua idea sul Working Paper della Fondazione Ezio Tarantelli.

Nel mondo della rappresentanza «riformista» del lavoro – sostiene in conclusione l’autore rifacendosi ad Albert Hirschman – ci sono sempre antiche eredità corporative e particolaristiche da superare e nuove esigenze da soddisfare, nuove aspirazioni cui corrispondere con misura e buon senso per incidere significativamente, senza farsi travolgere dai cicli della storia, sul proprio tempo storico e oltre la quotidianità.

Aldo Carera

Albert Hirschman affermava che «in ogni condizione c’è una riforma possibile». Secondo l’illustre economista di Harvard ogni processo di sviluppo suppone strette relazioni cicliche tra la razionalità dei comportamenti individuali e le passioni suscitate dall’agire sociale. Nel loro alternarsi, successi e fallimenti mettono alla prova l’elasticità e l’apertura mentale, l’attitudine a concentrarsi sulla possibile soluzione di problemi, piuttosto che a far prevalere gli schieramenti e le tradizioni di appartenenza. Così inteso, il concetto di riformismo conferma la sua originaria venatura polisemica anche nella pur ristretta accezione sindacale (dunque in chiave Cisl), fatte salve le sostanziali differenze delle sue manifestazioni nel caso delle rappresentanze del lavoro, delle aggregazioni politiche o di ogni altra più generica espressione no profit.

In realtà il termine, utilizzato per la prima volta in un dibattito sul tema, ancor oggi implica il nesso tra ordinamento giuridico, azione politica e trasformazioni sociali. Nel dibattito politico il riformismo può dunque apparire come un’in- distinta configurazione che include il paternalismo statalista alla Bismarck, qualche sua formulazione liberale, piuttosto che le istanze di trasformazione dall’interno del capitalismo secondo la più diffusa accezione socialista.

Per quanto brillante e seducente, quest’ultima, come tutte le formulazioni teoriche, è esposta alla caducità indotta dal- le turbolenze dei processi di trasformazione propri della società contemporanea. Interferenze che investono ogni forma stabilmente organizzata di convivenza umana e modificano gli elementi che l’hanno fatta nascere, crescere, evolvere o invecchiare. All’eventuale obsolescenza della componente ideologica fortunatamente non è detto corrisponda il tramonto delle visioni, delle idee e dei valori riformistici alimentati alla fonte inesauribile della natura dell’uomo.

La prassi riformista suppone che i valori siano iscritti nella coscienza individuale e vengano prima della libera organizzazione della società. Per differenziarsi dalle derive estreme del neoliberismo e dai massimalismi ideologici, il riformismo dispone di un accostamento comunitario alla contemporaneità, fondato su una comprensione personalistica delle diverse manifestazioni dei rapporti tra libertà e democrazia, individuo e società, legalità e solidarietà, istituzioni e sussidiarietà. La pluralità delle sue possibili declinazioni, all’interno di una medesima organizzazione, consente di avvalersi dello scambio culturale e di esperienze che ne ampliano gli orizzonti identitari.

Aldo Carera, Presidente della Fondazione Giulio Pastore e docente presso il Dipartimento di Storia dell’economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Continua a leggere (pp. 21-25 del Working Paper)

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/12/n.-23-del-Working-Paper.pdf

Il periodico dell’ANDC cambia gerenza: alla direzione Maria Chiara Mattesini, “Per l’Azione” nel corpo della testata.

Da domani sarà distribuito il periodico – quest’anno come unico numero, ma il proposito è quello del rilancio editoriale nel 2022 – dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). 

Sebbene ancora in fase di studio, il rilancio della testata dell’ANDC – “democraticicristiani” – presenta le prime novità. La giovane ricercatrice, Maria Chiara Mattesini,  impegnata come storica anche nell’Istituto Sturzo, prende in carico la direzione effettiva. Di particolare rilievo appare l’integrazione della testata con riferimento a “Per l’Azione”, strumento di comunicazione per molti anni della gioventù democristiana. Anticipiamo qui i saluti del responsabile si fini di legge, Lucio D’Ubaldo, e della nuova titolare del periodico.  

Nuova direzione 

Lucio D’Ubaldo

Maria Chiara Mattesini ha raccolto, mesi fa, l’invito a presentare una figura femminile che ha onorato la politica del nostro Paese: Angela Maria Guidi Cingolani, militante fin da giovane nelle fila del Ppi e poi della Dc, prima esponente di governo per volere di De Gasperi.

Ora, con l’uscita di questo numero di “democraticicristiani”, Maria Chiara ne assume la direzione – in altri tempi si sarebbe detto “politica” – per avviare una nuova fase di questo impegno editoriale. Merita un ringraziamento sincero.

La testata, per giunta, si presenta adesso con un sottotitolo – Per l’Azione – che “aggancia” la storia dell’organo ufficiale, edito a fasi alterne, dei Gruppi Giovanili della Dc. Di questa storia abbiamo voluto rintracciare i motivi essenziali, andando anche a recuperare in questo numero un editoriale di Aldo Moro.

Il cammino continua.

Uno spazio di riflessione

Maria Chiara Mattesini

Con piacere ho accettato di assumere la direzione di questo foglio, che nelle nostre intenzioni vuole rappresentare un contributo per ricordare e problematizzare in chiave attuale la memoria storica del movimento democratico di ispirazione cristiana, attraverso la valorizzazione degli uomini e delle donne che vi hanno preso parte. 

Nostra cura sarà rafforzare, perciò, questo strumento di comunicazione, pur considerando l’esiguità delle risorse.

Proseguiremo in questo sforzo nella speranza di offrire uno spazio di riflessione e conversazione su ciò che il pensiero politico cattolico ci ha insegnato, attraverso l’analisi e l’interpretazione di ciò che è stato pensato e realizzato, nonché sulle questioni che ci lascia in eredità quali possibili chiavi di lettura per i tempi presenti.

Santa Sede all’Osce: combattere intolleranza e discriminazione religiosa (Radio Vaticana).

“I crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale”: lo ha detto l’Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Osce, intervenuto il 9 dicembre ad una riunione dell’organismo europeo.

Isabella Piro 

Crescono in Europa l’intolleranza e le discriminazioni motivate da antisemitismo e pregiudizi religiosi: a lanciare l’allarme è monsignor Janusz Urbańczyk, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna), nel corso della 1348.ma riunione del Consiglio permanente dell’organismo, svoltasi il 9 dicembre. Il presule sottolinea, in particolare, che “i crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale”; pertanto, tutti gli Stati membri sono invitati ad affrontare “senza pregiudizi o selettività gerarchica” tali fenomeni contro cristiani, ebrei, musulmani e membri di altre religioni.

No ad approcci parziali

Non solo: gli ultimi dati raccolti, sottolinea il presule, indicano che “le comunità cristiane sono ampiamente vittime di crimini d’odio e di incidenti motivati da pregiudizi anti-religiosi anche negli Stati in cui esse sono in maggioranza”. Nel 2020, infatti, in Europa, sono stati segnalati 980 casi di crimini d’odio contro i cristiani, quasi il 25 per cento del totale, ovvero più di qualsiasi altro gruppo religioso e con un aumento di quasi il 70 per cento rispetto all’anno precendete. Per questo la Santa Sede auspica “la stessa attenzione per tutte le forme di intolleranza religiosa e di discriminazione”, indipendentemente dal fatto che siano dirette contro maggioranze o minoranze. In sostanza, afferma l’Osservatore permanente, bisogna escludere “qualsiasi approccio parziale o selettivo”.

In aumento attacchi contro luoghi di culto

C’è poi un altro numero in crescita ed è quello degli “attacchi terroristici, crimini d’odio e altre manifestazioni di intolleranza che prendono di mira sinagoghe, moschee, chiese, luoghi di culto, cimiteri e siti religiosi”. Di qui il richiamo del presule all’Osce affinché si elaborino linee guida specifiche per garantire “la sicurezza delle comunità cristiane, in aggiunta e sulla base di quanto già svolto” per la tutela delle comunità ebraiche e musulmane.

Preconcetti e stereotipi sulla fede

Per conto della Santa Sede monsignor Urbańczyk si dice preoccupato anche per l’intolleranza e le discriminazioni crescenti che deve affrontare “chi vuole vivere e agire secondo coscienza, ispirato dal proprio credo religioso”. In questo caso, spiega il presule, entrano in gioco “stereotipi negativi sulla fede”, secondo cui “i comportamenti di ispirazione religiosa, come la circoncisione, la macellazione rituale, l’abbigliamento religioso o l’obiezione di coscienza non dovrebbero avere spazio nella società moderna e secolarizzata”. Ma questi sono “preconcetti”, afferma l’Osservatore permanente, preconcetti che “ignorano che la religione può essere un fattore positivo e stabilizzante per le nostre democrazie”.

Tutelare libertà di religione

Per questo, conclude il presule, la Santa Sede sostiene l’impegno dell’Osce contro il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo, l’intolleranza e la discriminazione contro i musulmani, i cristiani e i membri di altre religioni e ribadisce che tale impegno “non può essere separato da quello in favore della libertà di religione o di credo”.

 

Galantino, i cattolici e la politica. Confrontare con i segni dei tempi l’invito a ragionare sul partito d’ispirazione cristiana.

La categoria  del  pluralismo  politico  ed  elettorale  ha  segnato in profondità l’area cattolica italiana. Un  pluralismo  che,  di  fatto, ha  bloccato all’origine  qualsiasi  tentativo  di  organizzare un  partito o un soggetto politico credibile e competitivo. Qualunque sia la collocazione politica di  ciascuno di noi, quello che conta è conservare,nella  concreta azione politica il proprio riferimento culturale,  etico  ed  ideale.  

Alcuni  amici  su  queste  colonne  hanno,  giustamente,  richiamato l’attenzione sulla sostanziale assenza del  dibattito  dopo  le  parole,  misurate  e  responsabili,  di  Monsignor  Galantino  in  merito  ad una  eventuale  ed  ipotetica  presenza  politica  dei  cattolici  nella  società  contemporanea. Un’assenza  di  dibattito  e  di  confronto  che  però,  almeno  dal  mio  punto  di  vista,  non  stupisce affatto. Per due motivi semplici ma altrettanto oggettivi. Il  primo  è  che  un  partito  identitario  –  parlando  di  cattolici,  come  ovvio  –  almeno  in  questi  ultimi anni  non  ha  avuto  alcuna  ricaduta  concreta  nella  cittadella  politica  italiana.  Né  in  termini  politici né,  tantomeno,  sotto  il  profilo  elettorale.  Certo,  non  si  può  addossare  la  responsabilità  di  questi ripetuti  fallimenti  politici  ed  elettorali  a  tutti  coloro  che  hanno  intrapreso,  in  buona  fede  e  con grande  passione,  il  progetto  di  dar  vita  ad  una  sorta  di  Democrazia  Cristiana  o  di  Partito  Popolare Italiano in miniatura.  

In  secondo  luogo  la  categoria  del  pluralismo  politico  ed  elettorale  ha  segnato  in  profondità  l’area cattolica  italiana.  Proprio  perché  si  tratta  di  un’area  culturale,  sociale  e  politica  fortemente articolata,  vasta,  composita  e  frammentata  al  suo  interno.  Un  pluralismo  che,  di  fatto, ha bloccato all’origine qualsiasi tentativo di  organizzare  un  partito  o  un  soggetto  politico  credibile  e competitivo.  Anche  perché,  in  un  quadro  del  genere,  non ci sarebbe una sola associazione di ispirazione  cattolica,  o  una  sola  parrocchia  o  un  solo  movimento  che  sceglierebbe  unitariamente  e seccamente  un  partito.  Per  non  parlare,  come  ovvio  e  scontato,  della  Chiesa  nella  sua  vasta articolazione centrale e periferica. 

Due  elementi, questi, che bloccano all’origine un  confronto costruttivo e fecondo sul futuro della presenza  politica dei cattolici nellasocietà  pubblica  contemporanea.  Detto  in  altri  termini,  sono temi  che  non  fanno  più  notizia  perchè, semplicemente, hanno ormai scarsa  attinenza con il dibattito politico che si è sviluppato dalla  fine del Partito Popolare Italiano in poi, cioè dall’inizio degli anni duemila. Ora, però, è pur vero che le recenti riflessioni  di Monsignor Galantino non possono e non devono passare  inosservate.  Sono  importanti,  degne  di  nota  e  meritano  di essere approfondite ognuna nei propri luoghi di  impegno,  di  elaborazione e di presenza nella società.  Ad  una  condizione, almeno  a  mio  parere.  Qualunque  sia  la  collocazione  politica  di  ciascuno  di  noi  –  al  riguardo,  io credo  che  oggi  sia  importante  e  decisivo  rafforzare  una  presenza  politica  di  “centro” attraverso la riscoperta di  una  “politica  di  centro”  dopo la lenta ma inesorabile  deriva del populismo di sinistra e del sovranismo di alcuni  settori della destra – quello  che  conta  è  conservare  nella  concreta azione politica il proprio riferimento culturale, etico  ed ideale.  

Non c’è alcuna ragione che possa far sì che si debba  rinunciare,  per  convenienza o per tatticismo, ad una  cultura politica o ad un patrimonio ideale. E questo non  solo per rispetto di chi ci ha preceduto e del loro  magistero, ma anche, e soprattutto, per la propria coerenza personale. Per questo le osservazioni di Monsignor  Galantino non vanno né sottovalutate e né banalizzate. Semmai, vanno affrontate confrontandole con i “segni dei tempi”.   

Non sprechiamo l’occasione del Pnrr: la Cisl ha chiesto da tempo un nuovo patto sociale. Il Working Paper della Fondazione Tarantelli.

Il «riformismo nazionale» si è sempre arenato di fronte ad alcuni ostacoli in apparenza insuperabili, anche perché condizionati da pregiudizi e da un’assenza di visione prospettica del paese; oggi le forze parlamentari e i corpi intermedi della società sono forse di fronte ad un’opportunità irrepetibile nel breve-medio periodo. A questi temi è dedicato il n. 23 del Working Paper – edizione Novembre Dicembre 2021 – e la presentazione che si svolgerà il prossimo lunedì 13 dicembre, alle ore 15.30, su piattaforma Zoom. In fondo le istruzioni per accedere al webinar. 

Qualche commentatore ha definito il Next Generation Eu un «nuovo piano Marshall»; siamo in un contesto diverso, ma il tema del ripartire e del ricostruire è ben presente anche in questa fase di coda della pandemia. Un motivo conduttore globale, che impegnerà l’intero scenario internazionale, nel quale l’Unione europea ha scelto di adottare un nuovo approccio alle dinamiche economiche e finanziarie, puntando sugli investimenti ed accelerando i processi di transizione verso un nuovo modello di sviluppo con al centro la trasformazione digitale ed ecologica, nuove infrastrutture ed interventi significativi per il potenziamento dei servizi educativi, di assistenza sanitaria e per la coesione sociale e territoriale. 

L’economia italiana, oltre al «rimbalzo» positivo di questi mesi, dovrà pertanto consolidare un modello strutturale di crescita, cercando di recuperare le distanze accumulate negli anni precedenti, superando gli ostacoli che si sono frapposti in questo lungo periodo e che hanno mostrato le debolezze e le contraddizioni del nostro sistema amministrativo, istituzionale e fiscale. Il paese dovrà dimostrare pertanto di essere all’altezza dei compiti assegnatigli, di saper spendere bene i fondi attribuiti e di farlo anche alle condizioni poste dalla Commissione europea, affrontando i nodi al momento irrisolti. L’Unione europea vincola infatti l’erogazione dei fondi messi a disposizione dal programma Ngeu, all’approvazione di una serie di riforme ritenute fondamentali: • riforme di contesto (pubblica amministrazione e giustizia, alle quali si aggiunge anche quella fiscale); • riforme abilitanti (semplificazione e concorrenza); • riforme settoriali, individuate nelle sei missioni del Pnrr. 

Siamo pertanto di fronte ad un impegno nel merito di questioni irrisolte e alle quali il Parlamento ed il «sistema paese» dovranno rispondere con efficacia istituzionale e con determinazione politica. Questa serie di obblighi impone poi, sul piano politico e culturale, un carattere riformista alla stagione di gestione del Pnrr. Il «riformismo nazionale» si è sempre arenato di fronte ad alcuni ostacoli sembrati insuperabili, anche perché condizionati da pregiudizi e da un’assenza di visione prospettica del paese; oggi le forze parlamentari e i corpi intermedi della società sono forse di fronte ad un’opportunità irrepetibile nel breve-medio periodo e che non si potrà sprecare. Per rendere efficace questa delicata fase di ricostruzione e rilancio,  oltre  l’attenta  regìa  del  Governo,  sarà necessario il massimo coinvolgimento  delle forze  sociali  a  tutti  i  livelli;  le  riforme,  oltre  ad essere  approvate,  avranno  un  loro  vissuto,  soltanto  se  accompagnate  da  una  condivisione nel territorio e tra le categorie del paese. Su queste basi si realizza una proposta riformista,  partecipando  alla  sua  costruzione  senza ideologismi,  con  competenza  e responsabilità. La  Cisl,  dimostrando  lungimiranza,  ha  ormai da  tempo  chiesto  un  nuovo  «patto  sociale», che  possa  mettere  assieme  il  Governo,  gli  Enti locali,  le  forze  parlamentari  e  quelle  sociali, favorendo  il  massimo  del  dialogo  e  del  confronto,  per  governare  i  processi  e  le  ricadute delle  riforme  e  con  l’obiettivo  di  rendere  fruibili equamente i risultati che si otterranno. 

Con  queste  caratteristiche  saremo  in  grado di  favorire  i  processi  innovativi  richiesti  per migliorare  la  struttura  produttiva,  culturale  e sociale  del  paese,  rafforzandone  l’immagine sul  piano  internazionale,  giocando  un  ruolo da  protagonista  a  garanzia  della  nuova  impostazione  emersa  nell’Unione  europea  e  garantendo  l’impegno  ad  una  progressiva  riduzione delle diseguaglianze. In  questo  numero  approfondiremo  le  connessioni  tra  le  dinamiche  derivanti  dalla  realizzazione  degli  obiettivi  del  Pnrr,  le  riforme da  realizzare  e  l’esperienza  del  riformismo italiano  con  i  contributi  di  eminenti  personalità  del  diritto  e  dell’economia,  del  mondo  accademico,  di  rappresentanti  delle  istituzioni e attraverso la linea retta tracciata dalla  Cisl. 

 

Antonello Assogna, Coordinatore di redazione della collana Working Paper, formatore della Fondazione Ezio Tarantelli Centro Studi Ricerca e Formazione.

 

Istruzione per seguire il webinar

Presentazione del Working Paper n. 23
13 dic 2021 15:30 Roma
Entra nella riunione in Zoom
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ID riunione: 843 6597 8185

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Irpef 2022: le novità, i rischi, le prospettive concrete. Bonus Renzi, addio.

MODULISTICA CONTRIBUTI F24 F 24 SEMPLIFICATO MODELLO DI PAGAMENTO UNIFICATO TASSE

Le riforme delle pensioni, i governi tecnici, l’aumento del costo della vita, hanno anticipato l’amaro calice post-Covid che, dal punto di vista economico, costerà fior di quattrini.

È la recessione, bellezza! Le tre grandi crisi della globalizzazione rappresentano un giro di vite spalmato per decenni. Le riforme delle pensioni, i governi tecnici, l’aumento del costo della vita, hanno anticipato l’amaro calice post-Covid che, dal punto di vista economico, costerà fior di quattrini. Come conseguenza della riforma dell’Irpef, infatti, nel 2022 le nostre buste paga saranno in apparenza (e in sostanza) più leggere. Quegli 80 (Governo Renzi) e poi 100 euro (Governo Conte) in più al mese che i lavoratori aventi diritto (con reddito da 8.174,00 euro ed entro i 26.600 euro) erano abituati a vedersi elargiti dal 2016 prenderanno il volo, o meglio, verranno trasformati in una detrazione. Questa manovra, all’apparenza soltanto formale, porterà un risparmio per le casse dello Stato di circa 16 miliardi di euro.

Un ulteriore aspetto di cui tenere conto è la “no tax area”: quella fascia di reddito che non viene tassato, in quanto i redditi risultano inferiori ad una certa cifra. Per tutti i lavoratori dipendenti, al momento questa soglia è fissata intorno a 8.130 euro annui, mentre per gli autonomi è di 4.800 euro annui.

Questo comporterà anche un riordino delle aliquote, proposte come segue: la fascia di reddito più bassa, fino a 15mila euro, resta invariata al 23%. Quella di 15-28mila euro scenderà dal 27% al 25%. Quella da 28mila a 50mila euro sarà spostata dal 38% al 35%. Oltre i 50mila euro si passerà direttamente al 43%. 

Questo significa che al di sotto di questi importi di reddito complessivo annuo non viene applicata alcuna tassazione, quindi non vi è un rientro nelle aliquote Irpef. Questa soglia, tuttavia, potrebbe anche subire delle variazioni con l’anno nuovo, in base alle decisioni che verranno prese dalla parte governativa.

Verrà cancellato il “bonus Renzi?” Oltre a semplificare il sistema, trasformare il bonus in detrazione eviterebbe di creare salti di aliquota marginale effettiva, in favore di una detrazione strutturale unica, “incastrata” nel sistema fiscale, più difficile da elidere, in futuro. Una magra consolazione, dunque.

 

La crisi del Meazza ed il sapore sconosciuto del dissenso. Analisi di “ArcipelagoMilano”

Dopo il plebiscito, Beppe Sala assaggia per la prima volta il gusto amaro della distanza dalla città.

Giuseppe Ucciero

Il tempo passa e la questione del Meazza diventa ogni giorno più delicata ed ingombrante. Beppe Sala ne pare ormai consapevole e le sue mosse goffe sono segno di crescente nervosismo. Si può parlare della prima vera crisi di rapporto con la città?

Il fatto è che, per la prima volta dall’inizio del suo regno, prende forma un dissenso ampio e trasversale, nato in sordina nella società ma, qui sta il nocciolo della questione, in avvicinamento verso la politica. Così Beppe un po’ sbotta e un po’ si riposiziona: passa dall’ “allora compratevelo”(lo stadio)  all’ “io sono nel mezzo” (tra società calcistiche e città). Tocca a Milan ed Inter di convincere i “loro” tifosi della bontà del “loro” progetto. Come se avendo preso la decisione in giunta, non toccasse principalmente a lui l’onere della difesa del “suo” provvedimento. 

Intanto, il dibattito pubblico, pur malamente abortito come “debat publique”, e silenziato finora nell’aula comunale, prende forma e decolla nella città: Berlusconi e Moratti, tanto lontani per stile e simpatie politiche, hanno preso posizione bipartisan contro la demolizione del “vecchio” stadio. Forse Beppe pensava, come per gli scali ferroviari, di aver a che fare solo con le resistenze di qualche illuminato urbanista, ed ha tirato diritto, dimenticando che qui si tratta di calcio, una passione così forte da chiamare tutti in campo a dire la loro. Se poi i Presidenti delle maggiori glorie calcistiche cittadine si muovono di conserva, questo pesa, eccome se pesa, nella forza simbolica e negli assetti di potere. 

Nella grande pancia della città, nei bar del centro e delle periferie, luoghi elettivi della formazione del consenso o della sua crisi, cresce la sgradevole percezione che l’operazione, presentata come grande occasione di rigenerazione urbana e di ritrovata potenza calcistica, sia in realtà principalmente utile ad arricchire le poco amate proprietà cinesi ed americane dei club e, con loro, gli attori della speculazione immobiliare (pardon transizione urbana) in servizio permanente effettivo. 

Ci si chiede, in breve, per quale motivo si debba abbattere uno stadio recentemente ristrutturato e funzionante, e se non sia preferibile semmai migliorarlo con minor spesa, piuttosto che distruggere un simbolo caro ai milanesi negli ultimi 70 anni. Ci si domanda se l’abbattimento del Meazza non sia distruzione non solo della memoria ma anche di un rilevante valore patrimoniale del Comune. Quel che è peggio, per gli amici del progetto, la bolla comincia ad attrarre e contaminare molti esponenti della vita pubblica, passata e presente, fino ad assumere una inevitabile fisionomia politica, pur non ancora partitica: attorno al Meazza, accanto a chi ha a cuore la tutela di un bene pubblico di grande valore o della qualità urbanistica cittadina, si aggiungono figure che Beppe, nel suo non sempre delicato incedere, ha messo da parte o addirittura triturato. 

I nomi, per chi sa qualcosa della vita degli ultimi 10 o 20 anni della cronaca cittadina, non hanno bisogno di presentazioni particolari. La slavina si muove e scendendo a valle si ingrossa, inglobando quanto incontra, riempiendosi di umori negativi che vanno aldilà della questione specifica, accrescendo forza e virulenza. Ed il segno politico è, aldilà delle intenzioni dei singoli, contrario al Sindaco.

Né lo aiutano i poco eleganti commenti: risuona ancora quel “fuori dalle grotte” urlato ai dipendenti comunali ancora attardati, per lui, nel comodo smart working di casa, ed il ricordo non fa piacere. Ecco, per molti questo stile di comunicazione poco si conforma alla misura che dovrebbe ispirare un primo cittadino e segnala un’arroganza decisionista non appropriata, limite pesante nella sua azione politica. 

Non sembrano accettabili ad un pur moderato sentimento democratico la sottrazione sistematica della questione al dibattito pubblico e la tentata delegittimazione del referendum cittadino, incautamente motivata con l’inedita e sorprendente teoria dell’oggetto ammissibile solo in materia “etico-morale” (???). Una fesseria assoluta non solo sotto il profilo giuridico (*) ma anche del senso comune, per di più clamorosamente smentita dalla precedente prassi referendaria (i quesiti del 2011 per intenderci), focalizzata su problematiche ambientali e specifiche iniziative progettuali.

Il fastidio mostrato verso la discussione pubblica, nelle sedi istituzionali e non, contraddice anche le recenti simpatie per il colore verde, sensibilità politica che presuppone il coinvolgimento dei cittadini nei processi deliberativi, trattandosi della loro vita. Così anche l’iscrizione ai verdi europei corre il serio rischio di trovarsi derubricata da conversione miracolosa sulla via di Damasco a spregiudicata capriola, utile forse nel breve a ramazzare qualche voto, ma inevitabilmente incapace di esorcizzare il sentimento di distacco che il mondo ambientalista sta maturando sempre più, in Comune ma non solo. Prendono crescente distanza Monguzzi e Fedrighini, un tempo vicini.

 

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https://www.arcipelagomilano.org/archives/59501?utm_source=Newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=20210812

 

Riflessioni sul Quirinale. Il Paese reale si riconosce in Mattarella e chiede al più l’elezione di uno come Mattarella.

Ci auguriamo – dice l’autore –  che le prossime settimane possano servire, senza dover tirare nessuno “per la giacchetta”, a individuare una figura di riferimento condivisa che possa essere “come l’attuale inquilino del Quirinale”(Liliana Segre).

L’ultimo rapporto pubblicato dal Censis mostra alcune tendenze del Paese il cui andamento è stato persino accelerato dalla pandemia: la dispersione scolastica e universitaria, la disoccupazione femminile e giovanile, lo scetticismo nei confronti della scienza e dei vaccini, l’attribuzione al virus di una serie di mali “storici” del Paese. Ancora, lo scollamento tra cittadini e istituzioni e la “fuga” dalla politica. L’unica figura cui viene ancora riconosciuta una qualche autorevolezza, assieme al Pontefice, è il Presidente della Repubblica. 

Nel giorno di sant’Ambrogio, a Milano, si è avuta la dimostrazione pratica del “metodo Ambrogio” di cui parlava Paolo Mieli in un editoriale di qualche settimana fa. I dieci minuti di applausi in occasione della prima alla Scala sono un apprezzamento tangibile per il lavoro svolto dal Presidente durante il settennato. Si è visto – all’opera – il Paese “reale”, quello fotografato dal Censis ma che spesso non riesce ad uscire dalle statistiche ufficiali o dalle analisi dei sociologi.

Come ha scritto Ubaldo Alessi sul nostro giornale: “Mattarella ha conquistato la fiducia di un Paese che pure viene dal contagio di un populismo abbarbicato alla rabbia antipolitica. Rappresenta la controspinta della nazione che ripudia la propaganda e la rassegnazione, vuole riprendere dimestichezza con un potere misurato ed efficace, spera di partecipare alla bella risalita dopo la caduta nel tormento sociale e sanitario della pandemia. Attorno al Presidente della Repubblica si respira l’aria pulita di un’Italia volenterosa, pronta a rimboccarsi le mani, a fare squadra”.

Nelle prossime settimane ci saranno alcuni snodi cruciali relativi alle attribuzioni dei fondi del Pnrr: sarebbe utile arrivarci con Palazzo Chigi e Quirinale nella pienezza dei rispettivi poteri. Invece l’incertezza attuale non aiuta il “discernimento” da parte delle forze politiche (e non solo) sulle questioni vitali del Paese. Ci auguriamo che le prossime settimane possano servire – senza dover tirare nessuno “per la giacchetta” – a individuare una figura di riferimento condivisa che possa essere “come l’attuale inquilino del Quirinale” per utilizzare le parole della senatrice Liliana Segre.

 

Riflettiamo sull’amore politico, teniamo a mente le sollecitazioni dell’Enciclica Fratelli Tutti.

Le istituzioni, e quindi anche la politica, devono riconoscere che l’amore politico è pieno di piccoli e grandi gesti “di cura reciproca, anche civile e politica”.

Ma come, non c’è giornale, social o dibattito televisivo che non presentino politici in contrasto e si può azzardare l’espressione “amore politico”? È quello che fa Papa Francesco nella enciclica Fratelli tutti, intitolando il n.180 “L’ amore politico”. Altri Papi – Pio XI, Paolo VI – hanno espressamente definito carità politica l’attività di operare per il bene comune, in istituzioni sane, gestendo servizi a favore dei cittadini. E l’attuale Papa non manca, dall’inizio del suo magistero, di invitare i giovani a dedicarsi alla politica.

Come decifrare questa forte affermazione?

Il Magistero, in realtà, non ha mai sfuggito il rapporto con la politica, a cominciare da quel preciso invito: “restituite a Cesare quello che è di Cesare e date a Dio quello che è di Dio”.

Le istituzioni dell’impero romano potevano anche essere oppressive, tuttavia San Pietro nella sua prima lettera scrisse: ”State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. (…) onorate il re. Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili” (in latino, etiam discolis).

Inoltre, nella lettera a Timoteo, San Paolo spiega che i superiori devono essere attenti ai collaboratori, ricordando il centurione che prega per il suo servo.

Le istituzioni sono garanzia e scudo per tutti, potenti e popolo. Oggi sembra che questa consapevolezza si sia persa nel volgere del tempo. La contestazione ai vaccini, agli scienziati che assicurano sui risultati della ricerca, ai governi che assumono deliberazioni per proteggere la popolazione, segnala una insofferenza da parte di porzioni di cittadini – minoritarie ma vivaci fino alla violenza – che ritengono limitata la libertà personale dalle regole imposte. È un epifenomeno che ha molti antecedenti ma affrontati senza approfondimenti nel recente passato, quando non con sufficienza, con la sicumera di poterli dominare.

Le istituzioni, e quindi anche la politica, devono riconoscere che l’amore politico è pieno di piccoli e grandi gesti “di cura reciproca, anche civile e politica, che si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore”. Bella questa indicazione della finalità della politica che, secondo l’enciclica spinge a realizzare grandi obiettivi, con uno sguardo realistico, al di là di interessi di parte. Oggi ci troviamo in una situazione particolare in tal senso, infatti l’attuazione del PNRR ci offre l’occasione per progettare e attuare importanti obiettivi di sviluppo e modernizzazione del Paese. Anzi: ci inserisce in un quadro di cooperazione attiva –  aiuti stanziati notevoli – con l’Europa.

 

Serve una condivisione diffusa anche da parte dei cittadini perché non tutti i risultati si ottengono solo con la mano pubblica. Siamo tutti chiamati a farci carico dei propri doveri per portare la nostra tessera a completare un grande mosaico, l’immagine dell’Italia e dell’Europa nel mondo. Lo strumento principe per esprimere amore per il prossimo è la partecipazione: richiede volontà, tempo e competenza, che deve essere coltivata e acquisita, perché non siamo ‘imparati’, tuttologi. Invece assistiamo al fenomeno della incompetenza divulgata come valore perché è esemplarmente raffigurata da certa classe dirigente. L’opinione pubblica, tuttavia, sta dimostrando di apprezzare la competenza, la prudenza insieme alla fermezza del presidente Draghi ed anche i partiti della maggioranza che lo sostiene, sembra riconquistino consenso. Quindi arriva un messaggio per tentare di ridurre l’astensionismo che, per ora, è ancora il partito maggioritario.

Spiegare e far accompagnare passo passo l’attuazione del Pnrr potrebbe risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica, frastornata dalla bulimia comunicativa sui vaccini e sul toto presidente della Repubblica. Si aspettano idee chiare sulle pensioni, sulle tasse, sulla occupazione.

Su questo fronte ci sono importanti bisogni e deboli risposte. In sanità mancano decine di migliaia di professionisti – dai medici ai tecnici – e siccome per formare un medico servono almeno sei anni e gli interventi strutturali previsti dalla missione 6 del Pnrr hanno la scadenza al 2026, chi occuperà i posti necessari al funzionamento? Le confederazioni degli industriali e degli artigiani segnalano un fabbisogno di manodopera in tutte le specializzazioni per centinaia di migliaia di unità ma manca una forte iniziativa a far incontrare domanda e risposta e soprattutto la nostra organizzazione scolastica si sta preparando a programmare la formazione per i cittadini che entreranno nel mondo del lavoro nei prossimi decenni? Salute e formazione, sanità e cultura sono i pilastri dello sviluppo: il resto segue.

Non ci sono più barriere, giocoforza le intelligenze si propongono in Italia e fuori, liberamente. Il progetto Studanteum.

In apertura dei lavori del Convegno “Dante ed il Quadrivio delle Scienze – Il progetto Studanteum”, svoltosi ieri, 9 dicembre 2021, nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza, dopo gli interventi della Magnifica Rettrice dell’Ateneo (Sapienza) Antonella Polimeni, del Presidente Fondazione (Sapienza) Eugenio Gaudio e del Preside di Architettura (Sapienza) Orazio Carpenzano, ha portato il saluto il vice presidente della Associazione “Svegliamoci Italici” Umberto Laurenti. Riportiamo di seguito il testo del suo intervento.

Non è il caso di approfittare dello spazio di un saluto a questa vostra iniziativa, per esporvi le origini, gli obiettivi, le attività fin qui svolte dall’Associazione Svegliamoci Italici, della quale Piero Bassetti è presidente ed io vice; mi limiterò a dire che da poche settimane abbiamo dato il via concreto alla costituzione della Italica Global Community, lasciando agli atti di questo evento poche pagine tratte dalla nostra rassegna stampa. Né ho le competenze per affrontare credibilmente temi rilevanti quali il contributo di Dante al formarsi della cultura che ci unisce e contraddistingue, o le caratteristiche innovative e di eccellenza proprie della architettura di Giuseppe Terragni e degli altri componenti della scuola razionalista italiana. 

Mi limiterò a sottolineare alcuni elementi che accomunano il percorso di studio e ricerca da voi compiuto per arrivare al progetto Studanteum come luogo dedicato al fondersi e compenetrarsi del pensiero scientifico e umanistico, ed il percorso da noi avviato per favorire la creazione della Comunità di tutti coloro che nel mondo apprezzano la cultura italica.

La fuga (che più propriamente definirei circolazione) dei cervelli, c’è sempre stata. Tale fenomeno trae le proprie radici nella nascita delle Università  che ha gradualmente rimesso in circolazione, fuori dalle mura dei conventi dove avevano trovato protezione nei secoli più bui, i testi antichi e, con essi, la conoscenza del sapere e la produzione culturale. Tanti studiosi e tanti artisti hanno lasciato la propria terra  di nascita per andare ad accrescere il proprio sapere e la propria maestria altrove, determinando al contempo l’arricchimento culturale dei nuovi luoghi di attività. In genere si è trattato di vite coronate dal successo che, attraverso un percorso ricco di sacrifici, hanno quasi sempre riportato lo studioso o l’artista a casa.  Non è potuto invece tornare a casa il trentenne italico Davide Giri, ricercatore alla Columbia University di New York, ucciso a pochi passi dalla sua residenza universitaria. 

Dunque la circolazione di cervelli ha sempre contraddistinto l’Europa e, in particolare, l’Italia, coinvolgendo poeti, letterati, medici, musicisti, uomini d’armi e di chiesa, artisti e, in questi ultimi anni,…chef e stilisti! Negli  anni ’60, ’70, ’80, fino all’avvento generalizzato del web, l’accesso alla conoscenza scientifica avveniva esclusivamente attraverso il percorso scolastico ed universitario e l’approfondimento individuale mediante i testi scritti.  Tante le problematiche conseguenti: accesso elitario agli studi, scarsa disponibilità di laboratori ed attrezzature, qualità non omogenea del corpo docente, sostanziale esclusione di gran parte dei cittadini residenti nelle aree rurali e nelle periferie urbane. Poi è arrivato il web e, contemporaneamente, si è avviata una pressoché totale globalizzazione dell’economia e  della scienza. Pertanto non ci sono più di fatto barriere per l’accesso alla conoscenza scientifica ed alla cultura in generale, non esistono  confini nazionali per la circolazione delle idee, delle acquisizioni scientifiche, dell’innovazione. Alla stessa stregua non ci sono più barriere per la circolazione e l’emigrazione dei cervelli, degli scienziati, dei protagonisti della ricerca in qualsiasi campo. 

Gli Italici: non solo coloro i cui avi sono emigrati nei vari continenti nel corso dell’ultimo secolo, ma anche e, direi, a maggior ragione, poiché è il risultato di una libera scelta individuale, di coloro che si riconoscono  nello spirito italico: persone spesso che neppure sono in grado di parlare la lingua italiana ma certamente riconoscono ed amano il linguaggio italico. E per capire quanto conta la cultura, basti pensare all’influenza che la Rai esercita con le sue trasmissioni in tutto il bacino Mediterraneo ed anche nel resto del mondo. Gli Italici sono sempre stati europei, e tra essi Dante Alighieri, italico-europeo, già dal cognome, che vuol dire tedesco di origine, glocale ante-litteram, poiché legato al proprio territorio ma proteso nel mondo, padrone della cultura dell’intero mondo allora conosciuto. Ed il legame con il territorio di origine ed al contempo con il mondo intero, dovrà essere un tratto distintivo dello Studanteum, favorendo l’interazione tra le diverse culture e l’unione tra Accademia e società civile. 

Fa un po’ impressione dover richiamare di continuo la funzione sociale dell’Università, i cui costi non possono venir sopportati solo dalle famiglie degli studenti, e leggere invece nelle cronache di Tuscania, una città allora di 3 mila abitanti: “Nel febbraio 1510 Tommaso di Vincenzo Tome era iscritto al secondo anno di giurisprudenza dell’Università di Siena ed ottenne dalla comunità di Tuscania i 15 fiorini, relativi al primo anno, previsti dalla norma statutaria che stabiliva un sussidio triennale di 15 fiorini annui per gli studenti di giurisprudenza e 12 fiorini per quelli di medicina. Inoltre gli studenti erano esenti dalle prestazioni personali dovute alla comunità e da qualsiasi imposta. L’anno successivo, alla fine di ottobre, Vincenzo ottenne il sussidio per il secondo e terzo anno, precisamente 30 ducati d’oro camerali, equivalenti a 30 fiorini”.

Scrivevo in una intervista dell’ottobre 2018: “Sul piano del business, della diffusione della cultura Italica nel mondo, delle ricadute positive per il turismo ed il consumo dei prodotti italici, è tutto facilmente intuibile, ma anche sul piano squisitamente politico, non ho paura a dire che ne potrà derivare un grande vantaggio: quando servirà,  saranno gli Italici a salvare gli italiani”. 

Possiamo dire che abbiamo gettato un seme, in questi quattro anni, se abbiamo potuto leggere sul “Sole 24 Ore” del 4 dicembre scorso, un articolo dell’economista bocconiano Severino Salvemini, del quale riporto alcune righe: “Secondo Piero Bassetti siamo oggi in presenza di un foltissimo pubblico internazionale che adora lo stile italiano, inteso come comune sentire, come modo di stare al mondo, come atteggiamento di fondo. E condivide valori, modelli di consumo, modalità di fare business, di mangiare e bere, di vivere l’arte, e così via. Sono gli italici, parlano lingue differenti, ma condividono il gusto della lingua italiana come elemento rilevante per comprendere la storia e la contemporaneità dell’Italia”. “I fattori che rendono vincente l’affermazione del prodotto italiano nel mondo sono molto legati a componenti immateriali difficilmente narrabili: il cosiddetto soft power o, all’italiana, il potere morbido e garbato”. “Pertanto capire a quali condizioni la lingua italiana incorpori, anche se intangibilmente, i valori del Made in Italy e della creatività italiana, è di sicuro un esercizio conveniente. Approfondire i percorsi di successo delle aziende italiane, individuarne i tratti distintivi e socializzarli con il vasto pubblico straniero degli “italici” aiuta a far capire meglio il nostro Paese contemporaneo e a consolidare la giusta reputazione del brand Italia”.

Germania: inizia l’era Scholz. Daily focus dell’ISPI.

Olaf Scholz si insedia come nono cancelliere della Germania dal dopoguerra: il suo governo ‘semaforo’ si trova già ad affrontare sfide urgenti.

Antonio Villafranca 10

Olaf Scholz, leader dei Socialdemocratici e vincitore delle elezioni dello scorso settembre, si è insediato come nono cancelliere della Repubblica federale tedesca dal secondo dopoguerra. “Sarà un nuovo inizio per il nostro paese, io farò di tutto per riuscire”, ha detto il neocancelliere prendendo il testimone da Angela Merkel, protagonista assoluta della politica tedesca (ed europea) che si appresta a uscire di scena dopo 16 anni di governo. Il Bundestag, il parlamento tedesco, ha eletto Scholz cancelliere con 395 voti su 735. A 63 anni, il leader dei socialdemocratici diventa così il quarto cancelliere dell’Spd dopo Willy Brandt, Helmut Schmidt e Gerhard Schroeder. Si troverà alla guida di un esperimento politico inedito: la cosiddetta coalizione ‘Semaforo’, costituita da Spd, Verdi e Liberali, i cui 16 ministri hanno prestato giuramento ieri diventando il primo governo tedesco a includere tante donne quanti uomini. Riguardo all’emergenza pandemica ancora in corso, Scholz ha sottolineato che “il passaggio di consegne avviene nel mezzo di una crisi non chiusa e questo comporta costanza e comunanza”. Ma nonostante i messaggi di continuità non c’è dubbio che la fine dell’era Merkel segni una svolta a Berlino e in Europa.

Prima la pandemia?

Il governo di Olaf Scholz ha piani ambiziosi per combattere il cambiamento climatico, eliminando il carbone e spingendo sulle energie rinnovabili, e dovrà preso concentrarsi sulle tensioni alla frontiera tra Russia e Ucraina, ma la sua priorità iniziale sarà senza dubbio la pandemia di coronavirus. La Germania si trova infatti nel pieno della quarta ondata di contagi. Le autorità sanitarie hanno registrato altri 69.601 casi nelle ultime 24 ore e altri 527 decessi, il numero più alto dallo scorso inverno. A fronte di un tasso di vaccinazione molto più basso rispetto ad altri paesi europei come Danimarca e Belgio, il nuovo cancelliere si è detto favorevole ad introdurre la vaccinazione obbligatoria per tutti. Ma anche coloro che sono disposti a vaccinarsi devono affrontare numerosi ostacoli: dalle lunghe code fuori dai centri di vaccinazione alla carenza di dosi vaccinali e personale medico. Un contesto generale in cui le tensioni sociali stanno aumentando: la scorsa settimana manifestanti no vax e anti-lockdown hanno tenuto una fiaccolata davanti alla casa del ministro della Sanità regionale della Sassonia. La protesta – rivendicata da alcune sigle dell’ultradestra – ha generato molto clamore ed è stata condannata dai principali partiti tedeschi.

Sfida economica

La seconda sfida che il governo si troverà ad affrontare riguarda l’economia: se Scholz il mese scorso ha promesso la “più grande modernizzazione industriale della Germania in più di 100 anni” e la sua coalizione sembra determinata a investire miliardi per rendere più verde l’economia tedesca e aggiornarne le infrastrutture, il quadro generale appare ben più cupo rispetto a quando l’Spd ha vinto le elezioni in settembre. I dati più recenti mostrano un crollo degli ordini di fabbrica molto maggiore di quanto previsto dagli analisti. L’industria è afflitta da carenze di materie prime e prodotti come i microchip, che hanno portato a colli di bottiglia nelle consegne e problemi di produzione nell’industria automobilistica. Nel frattempo, l’inflazione ha toccato il 6%, il livello più alto dai primi anni Novanta. Gli esperti ora ritengono che la Germania potrebbe impiegare più tempo rispetto all’intera zona euro per tornare ai livelli di crescita economica pre-pandemia. I gruppi imprenditoriali temono anche che le nuove restrizioni sui non vaccinati, introdotte il mese scorso, possano scoraggiare i consumi nel periodo prenatalizio.

 

*Antonio Villafranca, direttore della ricerca ISPI

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/germania-inizia-lera-scholz-32593

 

Perchè continuare ad allearsi con i populisti?

Serve un disegno politico alternativo. Allora, si tratta d’indebolire quella logica degli “opposti estremismi” che continua a caratterizzare il comportamento delle due coalizioni principali; mettere in campo una iniziativa ‘centrista’, democratica, riformista e plurale, capace di contrastare tali dinamiche; favorire pertanto lo sviluppo di un progetto che assomigli ad una sorta di “Margherita 2.0”

Dunque, se non sbaglio, la stragrande maggioranza degli italiani conosce i danni politici, sociali, culturali, istituzionali, economici e di costume provocati dalla sub cultura del populismo in questi ultimi anni. Oltre ad aver profondamente inquinato la democrazia, ridicolizzato la credibilità della classe dirigente politica ed amministrativa e volgarizzato le stesse istituzioni democratiche. Perchè è indubbio che con il carico di antipolitica, antiparlamentarismo, demagogia, qualunquismo e mancanza di cultura di governo che il populismo si trascina dietro, è la stessa qualità della democrazia a pagarne il prezzo più duro e più arduo.

Ora, c’è una domanda alla quale prima o poi occorrerà dare un risposta politica seria e concreta. Ovvero, come si può siglare un’alleanza politica e programmatica, addirittura organica e storica per citare il guru della sinistra romana, cioè Bettini, con il partito populista per eccellenza, ovvero i 5 stelle? Com’è possibile individuare nel populismo decadente e ormai persin patetico l’alleato con cui intraprendere un progetto riformista, democratico e socialmente avanzato nel nostro paese? Come può essere credibile progettare una riforma istituzionale con un partito che, come l’esperienza concreta ha confermato – e non pregiudiziali politiche o pregiudizi culturali – pratica disinvoltamente il trasformismo parlamentare e l’opportunismo politico? E, infine, come può un partito cosiddetto riformista e di sinistra come il Pd pensare che la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e un progetto di sviluppo economico/sociale può essere fatto di comune accordo con un partito che nell’arco di pochi giorni ha cancellato in modo misterioso, nonchè improvviso e collettivo, tutto ciò che ha sbraitato, urlato, scritto e giurato in tutte le piazze italiane per oltre 15 anni?

Sono sufficienti queste poche, e persin banali domande, per arrivare ad una conclusione altrettanto scontata e banale. E cioè, non può arrivare da un partito populista – convertito o meno che sia ha poco importanza al riguardo – una spinta per rilanciare la cultura e un progetto riformista, democratico e anche costituzionale nel nostro paese. Altrochè il cosiddetto “campo largo” della sinistra italiana o, addirittura, un “Nuovo Ulivo 2.0”. Qui, molto più semplicemente, ci troviamo di fronte alla solita ed antica logica del pallottoliere dove pur di vincere con un voto in più rispetto agli avversari/nemici, si è disposti ad allearsi con chiunque e con chicchessia a prescindere da qualsiasi giudizio di valore.

Per questi semplici motivi, e per indebolire quella logica degli “opposti estremismi” che continua a caratterizzare, purtroppo, il comportamento concreto delle due coalizioni principali, è necessario mettere in campo una iniziativa ‘centrista’, democratica, riformista e plurale, capace di contrastare tali dinamiche. E l’iniziativa di un progetto politico che assomigli ad una sorta di “Margherita 2.0” risponde, appunto, a quel postulato. Non può essere il populismo anti politico, demagogico, giustizialista e qualunquista la frontiera della miglior politica italiana. Serve altro. Ed è giunto il momento di provarci.

L’Italia ha bisogno ancora di Mattarella. I cattolici si propongano come avanguardia di un grande compito di riscatto nazionale.

L’accoglienza ricevuta alla Scala di Milano dimostra quanto sia apprezzata la condotta del nostro Presidente della Repubblica. Nel frattempo, lasciando da parte l’idea di un partito identitario, destinato a raccogliere consensi molto esigui, spetta ai cattolici proporsi alla guida di una svolta di civiltà, come sarebbe, ad esempio, lo sradicamento della mala pianta dell’evasione fiscale.

Chi si fosse aspettato che la politica, anzi, direi i politici, prendessero coscienza della realtà storica che stiamo vivendo, non può che essere deluso. Un segnale netto c’è lo hanno dato i cittadini che, alle ultime amministrative, sono rimasti a casa, rinunciando al diritto di voto. Abbiamo un Paese, se posiamo lo sguardo a prima della pandemia, disastrato, con problemi gravi di efficienza: la pubblica amministrazione pronta solo ad esercitare la burocrazia, la magistratura che non tranquillizza chi ha bisogno di giustizia, uno stato sociale in agonia, l’informazione al lumicino, se non del tutto spenta. Senza dimenticare una Europa attraversata come non mai da forti correnti egoistiche. Un Paese, insomma, che richiederebbe una politica responsabile con partiti orientati, tutti, a salvare l’Italia. In questo quadro, due anni fa, si è scatenata la pandemia, che ci ha trovati impreparati ed inizialmente scettici sul da farsi. 

Abbiamo pagato duramente e ci siamo resi conto di quanti disastri avevamo realizzato “giocando” a rimpiattino. Per fortuna c’è stato un certo risveglio che ci ha portato ai vaccini e a capire che la solidarietà fra paesi e cittadini è irrinunciabile. Presa di coscienza, soprattutto fra i paesi a più alto reddito, che esclude la parte di mondo più povera, ma che ha gli stessi diritti. Se non sarà così ci ritroveremo travolti dalla disperazione della povertà. In questo stato di grave emergenza, per nostra grande fortuna, abbiamo al Quirinale un grande presidente. Con mossa politicamente all’altezza ha coinvolto l’unica personalità che poteva esercitare il ruolo che all’Italia serviva. I partiti, nel vuoto pneumatico che li avvolge, non hanno che potuto fare buon viso e Mario Draghi ha preso su di sé la responsabilità di dare una svolta alle condizioni critiche del Paese, anche in vista della montagna di soldi che l’Europa si è resa disponibile a concederci a fronte di un cambiamento radicale del nostro paese. Cambiamento che solo una persona di grande prestigio e considerazione internazionale poteva garantire.

Purtroppo tutto questo accade in scadenza di mandato di Mattarella e a fine legislatura. Coincidenza esplosiva che rischia di mandare a monte tutto ciò che si è impostato perché il cambiamento riuscisse. Su questo punto il dibattito è iniziato da tempo. Ma più che dibattito somiglia sempre più a cicaleccio insensato che rischia di minare il lavoro del governo. La posizione di Mattarella è la più controversa e piena di agguati. Il Presidente in diverse occasioni ha esplicitato la volontà di evitare un secondo mandato. Ma, viene da pensare, che altro poteva dire con un quadro politico così frammentato e privo di visione. Un Pd che non ha avuto parole vicinanza, anzi non ne vuole parlare. Il mondo del cattolicesimo politico, tramite documenti varati in altrettante occasioni di confronto e che avrebbero dovuto, secondo il mio modesto pensiero, fare sentire la propria vicinanza, speranza e il proprio forte desiderio di una disponibilità a guardare questa prova con occhi più benevoli, si sono subito affrettati a ringraziamenti di ben servito. Altri, che “la democrazia ha le sue regole”. 

Anche lo stato di necessità e l’emergenza hanno le proprie regole. Regole che dovrebbero far guardare lontano chi invece ha sempre lo sguardo sulla punta del proprio naso e sugli interessi del proprio “giardinetto”. Questo punto cruciale (il Quirinale) trascina inevitabilmente con sé il capo del governo e tutta l’architettura politica che è alla base del rinnovamento del nostro Paese. Vogliamo fare sentire tutta la nostra solidarietà al nostro presidente per permettergli di prendere in serenità qualunque decisione? Noi speriamo in una riconferma! Quanto è amato e stimato nel Paese lo prova l’accoglienza che riceve nelle uscite pubbliche, l’ultima la “standing ovation” del teatro la Scala.

Sul panorama del cattolicesimo sentirei di dire che, proprio dalla sua prospettiva, sarebbe auspicabile evitare ulteriori passi che frammentino ancora di più il quadro politico. Mi chiedo perché piuttosto che insistere con la formazione di partiti identitari, che raccoglierebbero le briciole e che sarebbero granelli di sabbia fra gli ingranaggi del parlamento, non si spendano nella società civile e anche in partiti di riferimento per rigenerare quel senso di responsabilità utile affinché alcuni malcostumi, origine di grande ingiustizia sociale, finiscano. Mi permetto una provocazione di cui chiedo preventivamente scusa se percepita poco rispettosa del contributo che il cattolicesimo ha dato alla politica, in tempi non recenti.

Chiedo, perché le energie che si stanno investendo nel parlare di “centro” e di partito identitario – a questo proposito viene da chiedersi se Mons. Galantino è la voce di una certa gerarchia nostalgica di un tempo che lo stesso  Papa Francesco ha detto non essercene bisogno – non vengono indirizzate altrove? Per esempio progettando una incisiva campagna contro un “peccato” che costa alla nostra comunità nazionale più di 100 miliardi di euro l’anno: l’evasione fiscale. Una grande campagna etica e morale, questa sì, per sconfiggere povertà e rendere il Paese più civile. Andare di porta in porta, di parrocchia in parrocchia, a raccomandare di chiedere scontrini, fatture, di non pagare in nero, giacché pagare le tasse è un atto di amore per il prossimo oltre che etico. Che grande servizio al Paese!

Super green pass o pensione? Stiamo manifestando per il problema sbagliato.

Chi scamperà al Covid non scamperà alla vecchiaia. Le generazioni che in questo momento hanno 20-30 anni costituiranno una bomba sociale che esploderà al momento del loro pensionamento. È logico che debbano, già da ora, sforzarsi di costruirsi un portafoglio previdenziale. Occorre tener desta la riflessione su questa incombenza difficile e tuttavia ineliminabile.

Il “Super Green Pass” è senza dubbio la questione del momento, il problema più angosciante per chi non ha proprio voglia di vaccinarsi e per chi, fatte le prime due vaccinazioni contro il Covid-19, non vuole “osare” di più con il richiamo. Fra decine di fake news, che vanno dal grafene nei vaccini fino alla teoria sul dimezzamento della popolazione mondiale (che avrebbero fatto prima a non darlo, il vaccino …) i contagi non si fermano e decine di gruppi si stanno organizzando per manifestare, anche violentemente, contro un sistema politico e sanitario giudicato oppressore, che vuole obbligare, di fatto, i propri cittadini, ad un vaccino non risolutivo e deleterio per la salute: insomma, parliamo di un t.s.o. mondiale a cui simo tutti sottoposti. Eppure, c’è una malattia ancora più pericolosa che nessuno ha calcolato e che era già comparsa prima del Coronavirus e prima dei vaccini: la vecchiaia.

Contro questa si era trovato un rimedio grossolano ma tuttavia efficace: la pensione. Uno Stato, il cui Welfare State era tanto forte da poter retribuire i propri cittadini nell’ultima parte della loro vita con un decoroso assegno di mantenimento, aveva, di fatto, permesso ad intere generazioni di anziani un riparo contro la malattia, un andare incontro all’inesorabile fine in maniera dignitosa. Ora non più.

Con la tanto vituperata “riforma Fornero” le pensioni non sono state cancellate. Eppure, come il green pass accompagna calorosamente al vaccino, pur non essendo obbligatorio, la riforma delle pensioni di fatto elargirà una pensione così miserevole da necessitare il correr ai ripari con una forma di previdenza integrativa, versando noi stessi i nostri contributi, non verso l’Inps, piuttosto, verso una compagnia assicurativa, ente privato a cui lo Stato riconosce questo officio di utilità pubblica. Eppure, in Italia, i giovani che sono preparati a questo discorso sono assai pochi. Innanzitutto, perché non esiste, da noi, una cultura liberista, che porti a riflettere sulla necessità di contribuire direttamente alla nostra sussistenza, senza l’onnipresente apporto dello Stato. Noi siamo abituati allo Stato “mettiti la maglia di lana che fa freddo”, che si curava dei suoi sudditi dalla culla alla bara. La previdenza complementare (pensione privata), disciplinata dal D.lgs. 5 dicembre 2005 n. 252, rappresenta il secondo pilastro del sistema pensionistico. Il suo scopo è quello di integrare la previdenza di base obbligatoria, o di primo pilastro, la pensione statale. Ha come obiettivo quello di concorrere ad assicurare al lavoratore, per il futuro, un livello adeguato di tutela pensionistica, insieme alle prestazioni garantite dal sistema pubblico di base, sempre più carenti e lacunose. Oltre a una mancanza di mentalità tale da voler riflettere su questi temi, le nuove generazioni non hanno contratti di lavoro e stipendi così forti da potersi permettere di “pagarsi” la pensione. 

La previdenza complementare è basata su un sistema di forme pensionistiche (fondi di categoria, fondi assicurativi, etc.) incaricate di raccogliere il risparmio previdenziale mediante il quale, al termine della vita lavorativa, si potrà beneficiare di una pensione integrativa.

Al raggiungimento dell’età pensionabile il lavoratore raccoglie quanto versato nella polizza di previdenza complementare: la compagnia gli riconosce: o tutto quanto versato in un’unica soluzione inclusi gli interessi, oppure un assegno annuale/mensile a vita che può anche superare quanto versato dal lavoratore.

Essendo le pensioni contributive contemporanee non adeguate all’aspettativa di vita media futura (media 850 euro per 40 anni di contributi per un lavoratore operaio), nel costruire la sua pensione privata il lavoratore deve calcolare alcune variabili che poteva vantare al momento dello stipendio e che vengono a mancare con la pensione, incluse le esigenze medico-farmaceutiche che si andranno a creare con l’avanzare dell’età. Nella costruzione di una pensione futura, il lavoratore o la lavoratrice devono calcolare: una somma media mensile da destinare alla spesa alimentare (ad esempio 150,00 euro al mese) e una per le utenze (ad esempio, 200,00 euro di “spese parte padronale”) che includono le spese di casa in generale. Questo, nel caso in cui la persona possa vantare una casa di proprietà, mettendosi al riparo da ulteriori preoccupazioni. In questo esempio, dovrà costruirsi una pensione integrativa di 350,00 euro, che andrà a coprire il cibo e le spese vive di quando sarà anziano/a, potendo utilizzare la “pensione statale” per tutte le altre incombenze come, ad esempio, le medicine, i guasti domestici, o un badante. 

Strumenti per la costruzione della previdenza integrativa sono: il trattamento di fine rapporto (Tfr) e la contribuzione volontaria. Calcolando un versamento annuale di euro 840,00 euro, pari a 70,00 euro mensili, per anni 40, si avrà un cumulo finale di circa 33.600 euro che con gli interessi andranno probabilmente a sfiorare i 40.000 euro. Si richiederà al fondo assicurativo di versare la somma in un premio annuale o mensile, oppure in un’unica soluzione. L’ideale sarebbe quello di versare non 70,00 euro, ma 500,00 euro al mese: ma chi ha la forza economica per poterselo permettere? Le generazioni che in questo momento hanno 20-30 anni costituiranno una bomba sociale che esploderà al momento del loro pensionamento. Chi li sfamerà? È logico che devono, già da ora, sforzarsi per costruirsi un portafoglio previdenziale. Allo stipendio, un lavoratore deve decurtare la spesa dell’affitto o del mutuo, le utenze, gli abbonamenti al telefono e a internet, le spese della macchina, o del motorino, il cibo, nonché preoccuparsi di mettere da parte una somma mensile per la costituzione di un fondo di emergenza per le “varie ed eventuali”. Vien da sé che soltanto uno stipendio di oltre duemila euro potrebbe sopportare la decurtazione mensile necessaria per costituire, in un arco di tempo non inferiore ai quarant’anni, una pensione privata minimamente decorosa. Si dirà che queste righe servono solo ad aggiungere preoccupazioni per le menti di giovani già preoccupate. Tutt’altro: non lo sono abbastanza. Queste righe servono a creare la pre-occupazione necessaria a una vera riflessione su quali siano le priorità che le persone, soprattutto le più giovani, dovrebbero avere in questo momento. Chi scamperà al Covid non scamperà alla vecchiaia. Questa, senza una situazione economica che consenta l’autonomia personale, sarà dolorosa, triste e greve. Il punto, quindi, non è “se moriamo” (a causa di…) ma piuttosto: se per disgrazia campiamo.

Mattarella strappa l’applauso. Il Paese si riconosce in lui, meriterebbe di essere rieletto.

Standing ovation al Teatro alla Scala di Milano allorché il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è affacciato al palco reale da dove si accingeva a seguire la Prima di Macbeth. Il pubblico presente in sala gli ha tributato sei minuti di applausi. In aggiunta, dalla platea si è levato più di un “Bis” rivolto al Capo dello Stato. Successivamente il direttore musicale del Teatro alla Scala, Riccardo Chailly, ha diretto l’inno di Mameli e immediatamente dopo si è alzato il sipario per dare inizio all’opera. 

Non saranno gli applausi della Scala a modificare l’atteggiamento di Mattarella. L’uomo appartiene all’universo della sicilianità orgogliosa e risoluta, in parte mitigata dall’educazione ricevuta da ragazzo, a Roma, all’Istituto San Leone Magno diretto dai Padri gesuiti, un tempo sulla Nomentana. Il suo pensiero è chiaro, la sua volontà ancora più chiara: dopo sette anni il Presidente della Repubblica non deve aspirare alla rielezione e quindi, in vista della scadenza, urge che si accinga ai preparativi del trasloco. Ha fatto anche sapere di un appartamento già preso in affitto, così da evitare l’ansia di frettolose incombenze dell’ultimo minuto.  

Questo sul piano personale, come cifra di moralità che permea la coscienza di un cattolico con indubbio senso dello Stato; poi c’è la politica, un certo culto del diritto, la conoscenza dei Palazzi e quindi del potere, con le sue insidie, spesso occulte. C’è l’istintiva riluttanza a subire l’onta di compromessi poco nobili, per contrattare all’occorrenza la rielezione a termine, con l’idea di legare il mandato presidenziale a una scadenza comandata da future convenienze. Di chi, si vedrà. No, chiedere questo a Mattarella sfiora l’offesa, anzi la contempla e la propone spudoratamente.

Ora, se la platea milanese del tempio della musica, alla prima del Macbeth, si alza in piedi e applaude, non è per nulla un fatto secondario o, per così dire, incidentale. Non è fortuito che lasci risuonare un “bis” semplice e inequivocabile. Mattarella ha conquistato la fiducia di un Paese che pure viene dal contagio di un populismo abbarbicato alla rabbia antipolitica. Rappresenta la controspinta della nazione che ripudia la propaganda e la rassegnazione, vuole riprendere dimestichezza con un potere misurato ed efficace, spera di partecipare alla bella risalita dopo la caduta nel tormento sociale e sanitario della pandemia. Attorno al Presidente della Repubblica si respira l’aria pulita di un’Italia volenterosa, pronta a rimboccarsi le mani, a fare squadra.

Per questo occorre ringraziare Mattarella. È stato fedele a una missione che ha significato, innanzitutto, la custodia e la promozione dei valori della Carta costituzionale. Meriterebbe di essere rieletto…lui malgré.               

 

Ha deluso l’attuale bipolarismo. Al centro convergono in molti, anche troppi. Chi tirerà le fila? L’opinione di Provinciali.

Se l’obiettivo non è il potere ma il radicamento territoriale, l’ispirazione ideale, la difesa di valori a rischio di estinzione, il “corto raggio” e la filiera politica del fiduciariato locale potrebbero concorrere a rivitalizzare il Paese, metodo peraltro indicato dal recente Rapporto Censis.

Numerosi e sempre interessanti gli articoli ospitati su Il Domani d’Italia in tema di impegno politico dei cattolici. Motu proprio o tirati per la giacca dalle sollecitazioni delle gerarchie della Chiesa (ultima quella di Mons. Galantino ma non  dimentichiamo quelle dei Card. Bagnasco e Ruini, per fermarsi all’ieri o all’altro ieri), molti si esprimono con una pluralità di idee e valutazioni che significano fermento, ricchezza culturale, desiderio latente, legittima consapevolezza di un bisogno che sta nei cassetti della storia o nelle corde delle analisi politiche e sociali del ns. tempo. Trovo che queste considerazioni abbiano il pregio della coerenza dei valori che non ci sono più e di quelli che dovrebbero sostituire il caravanserraglio della partitocrazia nazionale, con una spinta che nasca dal basso, dai bisogni della gente, della partecipazione popolare per troppo tempo conculcata. 

In un Paese in cui si votano parlamentari già designati dai proprietari dei partiti – coloro che mettono nome e ipoteca sui simboli elettorali – dove l’astensionismo si avvia a superare i voti espressi, la riduzione di deputati e senatori, voluta da un referendum improvvido e demagogico, legittimerà il passaggio dalla democrazia virtuale alla oligarchia sostanziale. Basta osservare le manovre in atto a Montecitorio e a Palazzo Madama per capacitarsi del fatto che ogni congettura sul prossimo inquilino del Quirinale sottende l’implicito non detto: “esserci”, “restare”, “trovare uno spazio” per sopravvivere alla falcidie del taglio prossimo venturo. 

Ad essere realisti, osservando la mappa attuale degli schieramenti, lo sparigliamento dei gruppi specie al centro – da sempre determinante per alleanze, bilanciamenti e quorum necessari – potrebbe scoraggiare il più audace teorico di una nuova rappresentanza politica identitaria del cattolicesimo social-liberale: il rassemblement che si va configurando per fare spazio ad un tertium genus politico è luogo di incroci, provenienze e identità diverse, convergenze ispirate da temperante moderazione. Si tratta di un centro che è già affollato e lo sarà ancora di più: tutti si stanno muovendo in questa direzione, c’è dunque spazio tra gli opposti populismi di destra e sinistra. 

Con una rappresentanza parlamentare ridotta, compressa ed eterodiretta dalle segreterie dei partiti, il centro sopravvive se si ricompatta: poco importa se questo avviene per una spinta alla sopravvivenza autoreferenziale, si smussano gli angoli, si attenuano gli attriti, si persegue l’istinto federatore. I dettagli che dividevano ora potrebbero unire. L’esistente è già ampiamente debordante rispetto alle potenzialità ricettive degli scranni parlamentari: basta osservare la variegata presenza, ufficiale o occultata dentro partiti più consistenti, per rendersi conto di quanti inquilini attuali vogliano rinnovare il contratto di locazione. Udc, Coraggio Italia, Italia viva, Azione e +Europa, Maie-PSI-Facciamo Eco, Minoranze linguistiche, gruppo misto, Centro democratico, Noi con l’Italia, Rinascimento-Usei,-Adc, Alternativa, Democrazia Cristiana, senza contare deputati e senatori non iscritti ad alcun gruppo ma in attesa di più sicura collocazione. 

Si aggiungano aggregazioni attualmente non rappresentate ma foriere di nuove adesioni – come ‘Noi del centro’ di Mastella, a cui guardano futuri adepti (ma lui che si dichiara copernicano, cioè inclusivo, non accetterebbe ad esempio Calenda definito tolemaico) in un rimescolamento dove conteranno più i numeri delle idee. C’è poi chi spinge per convergere nelle aggregazioni che si compongono per accorpamenti scissioni e fissioni: molti guardano con interesse ad iniziative come Base Italia di Marco Bentivogli, ex FLM Cisl, ad Insieme o all’Associazione dei popolari, mentre si affacciano nuovi o vecchi coaguli, come Cambiamo, Idea, il Popolo della famiglia, i Popolari di Giovanardi, il CDU di Mario Tassone. Il fermento è notevole, segno di vitalità e coraggio, fedeltà ai valori tramandati dagli esempi del passato. Ma con questo sistema elettorale si resta o si entra solo se ci si unisce: la storia parlamentare dal Risorgimento ai giorni nostri insegna che “navigare necesse est”, una volta dentro, poi, il rimescolamento di carte e appartenenze è assoggettato a variabili empiriche imprevedibili e altrimenti spiegabili.

Ora io credo che chi convintamente si esprime in questa effervescente fucina di idee che sono i magazine di ispirazione cattolica – e tra questi “Il Domani d’Italia” catalizza interventi autorevoli – sia animato da sentimenti onesti e da intendimenti coerenti con il passato: ricorrono i nomi di Sturzo, De Gasperi, La Pira, Dossetti, Moro, Donat Cattin, Zaccagnini, Martinazzoli e mi scuso per le omissioni non volute per ragioni di spazio. Credo inoltre che chi scrive mettendoci la faccia tenga conto delle sollecitazioni della Chiesa ad una presenza politica incisiva, ispirata ai valori del Vangelo, al fondamento cristiano e cattolico delle idee, pur nel grande contenitore della laicità dello Stato, un ‘valore’, una ‘conquista’ di cui la Chiesa stessa ha preso atto. Personalmente, genovese di nascita e di formazione politica, debbo a Paolo Emilio Taviani questo rigoroso insegnamento che è la base fondativa di un partito che guardi alla società civile e plurale. 

La percezione prevalente – tuttavia – è che le redini del gioco saranno tenute dai politici attuali, coloro che siedono in Parlamento, molti di lungo corso, altri dotati di raffinata lungimiranza tattica, specie al centro del centro parlamentare, sostenendo il metodo e la rotta intrapresi da Mario Draghi. Scrivere a lungo su teoremi ipotetici in cantiere non costa nulla, ma temo possa essere alla fin fine ininfluente. Come al solito prevarranno la scelta dei capi carismatici e il saltare alla svelta sul carro vincente, perché in fondo si tratta anche di risveglio preelettorale.

Solo un sistema proporzionale puro potrebbe anche in un Parlamento ridotto, consentire di aspirare ad una pur minima rappresentanza. Ma se l’obiettivo non è il potere ma il radicamento territoriale, l’ispirazione ideale, la difesa di valori a rischio di estinzione, il “corto raggio” e la filiera politica del fiduciariato locale potrebbero concorrere a rivitalizzare il Paese, metodo peraltro indicato dal recente Rapporto Censis, e con esso anche la presenza del cattolicesimo sociale innervato nei gangli e nei cenacoli dell’associazionismo che sopravvive alle derive di omologazione di basso profilo culturale.

50 anni del Nobel, poi “Delitto Neruda”: l’autore Roberto Ippolito racconta tutta la storia a Dottor Libro.

Giovedì 9 dicembre alle 18.00 nella ricorrenza della consegna del Premio, evento all’Ospedale Israelitico all’Isola Tiberina a Roma per la rassegna dedicata ai pazienti e ai sanitari. L’organizzazione dona ai ricoverati covid un grande numero di copie.

È il poeta dell’amore, dell’impegno civile e della vita, amato nel mondo intero. Esattamente cinquanta anni fa il cileno Pablo Neruda ricevette il premio Nobel per la letteratura. L’avvenimento viene celebrato e rievocato insieme alla tragica morte nemmeno due anni dopo. È Roberto Ippolito, autore di “Delitto Neruda”, pubblicato da Chiarelettere, a raccontare tutta la storia giovedì 9 dicembre 2021 alle 18.00 in coincidenza con la ricorrenza all’Ospedale Israelitico all’Isola Tiberina a Roma con l’organizzazione di Dottor Libro, gli appuntamenti letterari dedicati a pazienti, familiari, medici e personale sanitario e aperti a tutti promossi nelle strutture sanitarie da Claudio Madau.

Per l’occasione Dottor Libro dona ai ricoverati covid dell’ospedale un grande numero di copie di “Delitto Neruda”, il libro che con vaste ricerche internazionali smentisce la versione ufficiale della morte per il cancro alla prostata. “Il poeta Premio Nobel ucciso dal golpe di Pinochet” si legge sulla copertina.

L’incontro, in presenza con i limiti dell’attuale situazione sanitaria, è realizzato in collaborazione con il Festival Mondo Eco che lo trasmette sui propri canali social, così come fanno “Dottor Libro” e l’Ospedale Israelitico.

Il Nobel, consegnato a Stoccolma il 10 dicembre 1971, suggellò la luminosa carriera culturale di Neruda, consacrato senza confini a soli vent’anni con “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, pubblicato nel 1924.  Dal “Canto generale” alle “Odi elementari”, Neruda è “uomo fra gli uomini” come disse l’ispanista e traduttore Giuseppe Bellini. Un uomo legato alla sua terra, che inneggia all’America Latina, con forti passioni, battagliero politicamente. “Una specie di re Mida che trasformava in poesia tutto quello che toccava” lo definì Gabriel García Márquez, a sua volta poi vincitore del Nobel nel 1982.

Roberto Ippolito ricorda tutto questo, mettendo in evidenza con “Delitto Neruda” come i suoi versi siano finiti nel mirino del regime autoritario che ha sconvolto il Cile. Con l’instaurazione della dittatura militare di Augusto Pinochet, in Cile l’11 settembre 1973, finisce un sogno. Le case di Pablo Neruda devastate, i suoi libri incendiati nei falò per le strade. Ovunque terrore e morte. Anche la poesia è considerata sovversiva. A dodici giorni dal golpe che depone l’amico Salvador Allende, Neruda muore nella Clinica Santa María di Santiago. La stessa in cui, anni dopo, morirà avvelenato anche l’ex presidente Frei Montalva, oppositore del regime. Il decesso di Neruda avviene alla vigilia della sua partenza per il Messico, ufficialmente per il cancro. Ma la cartella clinica è scomparsa, manca l’autopsia, il certificato di morte è sicuramente falso.

Ippolito ha raccolto le prove sostenibili, gli indizi e il movente della fine non naturale di Neruda, sulla scorta dell’inchiesta giudiziaria volta ad accertare l’ipotesi di omicidio, e per questo contrastata in ogni modo da nostalgici e negazionisti. Per la sua drammatica ricostruzione, l’autore si è avvalso di una vasta documentazione proveniente dalle fonti più disparate: archivi, perizie scientifiche, testimonianze, giornali cartacei e on-line, radio, televisioni, blog, libri, in Cile, Spagna, Brasile, Messico, Perù, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Italia.

“Delitto Neruda” è scritto con il rigore dell’inchiesta e lo stile di un thriller mozzafiato. Protagonista, una figura simbolo della lotta per la libertà, non solo in Cile, vittima al pari di García Lorca, suo grande amico e illustre poeta, ucciso dal regime franchista. “Il mondo deve sapere la verità sulla morte di mio zio Pablo” afferma Rodolfo Reyes, nipote di Pablo Neruda e rappresentante legale dei familiari.

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La proprietà privata è solo un diritto secondario. I beni comuni negli Atti degli Apostoli e in “Fratelli tutti”. Approfondimento dell’Osservatore Romano.

Riproduciamo per gentile concessione l’articolo che appare nell’edizione del 6 dicembre del giornale ufficioso della Santa Sede. Gli esseni – scrive l’autore – che vivevano nella comunità di Qumran rinunciavano al diritto di proprietà privata e stabilivano un fondo comune e, così facendo, tutti i membri ricevevano la stessa somma per soddisfare i propri bisogni. Nel caso della comunità ecclesiale cristiana, l’equazione della destinazione comune dei beni seguiva una logica diversa. Gli apostoli raccomandavano di condividere su base volontaria i propri averi, non di abolire il diritto di proprietà.

Marcello Figueroa 

Nella parte «Le pandemie e altri flagelli della storia» dell’enciclica Fratelli tutti, al numero 36 leggiamo: «Se non riusciamo a recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni, l’illusione globale che ci inganna crollerà rovinosamente e lascerà molti in preda alla nausea e al vuoto. Inoltre, non si dovrebbe ingenuamente ignorare che «l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca». Il “si salvi chi può” si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia».

Dopo l’evento della Pentecoste, che segnò l’inizio della Chiesa come comunità di battezzati dallo Spirito Santo, che proclamava il Vangelo di Cristo e conviveva secondo i principi del Padre amorevole, i progressi furono asimmetrici. Da un lato nei primi anni il numero dei credenti aumentò in modo esponenziale, mentre dall’altro l’ordinamento sociale ed economico alternò progressi a battute d’arresto. Si dovette esercitare la pazienza per soddisfare le necessità di tanti bisognosi, molti dei quali erano convertiti, specialmente tre le vedove e gli emarginati. Da un punto di vista meramente correlativo, dobbiamo attendere fino al capitolo sesto del libro degli Atti degli Apostoli per trovare un ordine diaconale in grado di porre rimedio a questa asimmetria che sfiorava la discriminazione e il pregiudizio.

Ai nostri tempi, dopo l’enorme impatto del covid-19, che si è propagato in maniera esponenziale in tutto il mondo, anche le disuguaglianze sociali e le asimmetrie economiche sono apparse più evidenti, soprattutto nei confronti dei vulnerabili. Una volta superata la pandemia, non dobbiamo sperare di riuscire a creare in poco tempo economie e società giuste e sostenibili. Lo Spirito ci può tuttavia aiutare con il frutto della pazienza a mettere in moto processi positivi e ad attendere che si sviluppino. Nel frattempo dobbiamo cercare di ricostruire una società economicamente più equilibrata, rinnovare i valori della solidarietà e ristabilire vincoli d’interconnessione rispetto ai beni del pianeta. Dobbiamo aderire al principio della destinazione comune dei beni e in tal modo costruire — con i frutti dello Spirito Santo, la sovranità di Cristo, la benedizione del Padre e l’insegnamento apostolico della Chiesa primitiva — una nuova generosità in un mondo che è per tutti.

Facendo nuovamente riferimento a Fratelli tutti, al numero 120 Papa Francesco afferma: «Di nuovo faccio mie e propongo a tutti alcune parole di san Giovanni Paolo II , la cui forza non è stata forse compresa: “Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno”». In questa ottica ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale, è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, “non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione”, come affermava san Paolo VI . Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica».

In tal senso il libro degli Atti degli Apostoli viene nuovamente in nostro aiuto. Dal secondo al quinto capitolo del secondo libro di san Luca troviamo alcuni paragrafi eloquenti. Si tratta di tre riassunti narrativi che, a mo’ di separatori tematici, ci danno indicazioni precise su come si svolgeva la vita all’interno della comunità cristiana che viveva con pazienza la comunione eucaristica e la destinazione comune dei beni. Il testo biblico ci dice che: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (Atti degli Apostoli, 2, 44-46). Sulla stessa linea, il secondo separatore tematico del libro testimonia che «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (ibidem, 4, 32-35).

Per quanto riguarda l’accompagnamento testimoniale dello Spirito Santo dinanzi a tali esperienze comunitarie, il racconto lucano nel terzo riassunto ci dice che «molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti» (Atti degli Apostoli, 5, 12-16).

Gli esseni che vivevano nella comunità di Qumran rinunciavano al diritto di proprietà privata e stabilivano un fondo comune e, così facendo, tutti i membri ricevevano la stessa somma per soddisfare i propri bisogni. Nel caso della comunità ecclesiale cristiana, l’equazione della destinazione comune dei beni seguiva una logica diversa. Gli apostoli raccomandavano di condividere su base volontaria i propri averi, non di abolire il diritto di proprietà. In tal modo si cercava, come frutto della pazienza, della carità e della giustizia, di rafforzare l’unità e l’armonia nella comunità di fede.

I cristiani praticavano l’uso comune dei loro averi e non la comproprietà. In tal modo persino l’ombra degli apostoli che la luce del Vangelo proiettava sul loro pellegrinare risanava al loro passaggio le disuguaglianze, gli squilibri e le ingiustizie di una società che apparteneva a un altro regno. Quanto noi oggi dobbiamo comprendere e apprendere da loro, specialmente in questi tempi di pandemia e di post-pandemia mondiale!

 

Il Pd ha grandi responsabilità di fronte al Paese, non può rifugiarsi nella logica del tatticismo e del temporeggiamento.

La candidatura di Conte, sfiorita in poche ore, fornisce lo spunto per riflettere sul modo di agire del Pd. La linea politica appare incerta, se non contraddittoria. Tutto questo pesa sulla vicenda del Quirinale.

Le interpretazioni possono essere molte, anche sofisticate, ma la vicenda riguardante la candidatura di Conte nel collegio di Roma Centro pesa come un macigno sulla bontà e la coerenza della politica delle alleanze portata avanti dal Pd. Anzi pesa, a rigore, sulla politica tout court della segreteria Letta. Quel che resta dopo la rapida conclusione degli eventi, con gli avversari a gongolare per il ritiro del candidato in pectore, è un deficit di padronanza. Conte ha reagito con il solito sussiego, pur celando a fatica il fastidio per un’operazione che nelle forme ricorda il fallimento della mediazione sul ddl Zan: stessa sbrigatività nel gesto e nell’esito. 

Dunque, che cosa accade al Nazareno? È una domanda che merita una riflessione, dentro e fuori le mura del partito.

Se si vuole costruire un’alleanza larga, giocando sull’idea di un Ulivo tutto nuovo, bisogna allora cominciare da un limpido processo dì coinvolgimento, senza pregiudiziali, per dare respiro alla manovra. Gli interlocutori non si individuano a priori, né si scelgono sulla base delle convenienze: in realtà sono quelli che occupano, con la loro autonomia, uno spazio largo abbastanza perchè non sembri all’occorrenza una finzione. Invece la proposta, così come viene normalmente intercettata dalla pubblica opinione, consiste in un amalgama di persistente debolezza ed equivocità, limitandosi a prefigurare la mescola vagheggiata degli elettorati di Pd e 5 Stelle.

Suscita anche perplessità la tendenza a sperimentare sottobanco l’alleanza con Forza Italia, o meglio con gruppi di potere locale che guardano al dopo Berlusconi, puntando a sostituire i Renzi e i Calenda, e nondimeno i riformisti del Pd, nella rappresentanza dell’area più centrale dell’elettorato. Il fenomeno ha preso corpo nelle ultime settimane e impatta, qui e là, sulle imminenti elezioni provinciali. Non si capisce se Letta ignori o faccia finta d’ignorare l’insorgere di questo trasformismo molecolare, a lento rilascio, che sprigiona tossine pericolose per la democrazia. Non dice nulla l’abnorme crescita dell’astensionismo?                     

Tutto questo s’intreccia con l’appuntamento più complicato, quello che riguarda la scelta del nuovo Presidente della Repubblica. È vero, la partita si apre formalmente a gennaio; adesso, ad aprirla, si rischierebbe un contraccolpo sulla legge di bilancio, vista anche l’improvvida rottura di Cgil e Uil sulla manovra finanziaria; tuttavia, come si sa, la partita è in pieno svolgimento. E come giocarla? Fa bene il Pd a voltare le spalle alla ridda delle candidature, ma farebbe altrettanto bene a dichiarare l’inamovibilità di Draghi da Palazzo Chigi. Ecco, questo trincerarsi dietro un giusto riserbo, non garantisce tuttavia il necessario raffreddamento delle spinte più infuocate. In sostanza, il Pd dovrebbe anteporre la stabilità – vale a dire la stabilità di governo – a qualsiasi altro obiettivo politico.

Letta, in conclusione, non può continuare a traccheggiare.

La Cisl? Sbarra…la strada allo sciopero generale. Stupore del governo per la scelta “incomprensibile” di Cgil e Uil. 

Cgil e Uil proclamano lo sciopero generale di 8 ore per il prossimo 16 dicembre, con manifestazione nazionale a Roma e con il contemporaneo svolgimento di analoghe e interconnesse iniziative interregionali in altre 4 città. La Cisl si dissocia per bocca del Segretario generale, Luigi Sbarra,  mettendo in risalto l’azione “responsabile e costruttiva” del sindacato, con esiti favorevoli per i lavoratori a seguito di forti e serie trattative portate avanti in queste settimane. 

Draghi non se l’aspettava. C’è anche il sospetto che alcuni settori sindacali, contigui alla sinistra più barricadiera e meno responsabile, vogliano forzare la mano nell’ottica di una radicalizzazione della lotta e quindi di una inevitabile rottura del precario equilibrio di governo, spingendo verso le elezioni anticipate. Sta di fatto che la decisione appare francamente sproporzionata, se non ingiustificata.

Venerdì scorso, la Cgil, e ieri sera, la Uil, hanno riunito i propri organismi statutari per una valutazione sulla manovra economica varata dal Governo.  “Pur apprezzando lo sforzo e l’impegno del premier Draghi e del suo esecutivo – spiegano i sindacati – la manovra è stata considerata insoddisfacente da entrambe le organizzazioni sindacali, in particolare sul fronte del fisco, delle pensioni, della scuola, delle politiche industriali e del contrasto alle delocalizzazioni, del contrasto alla precarietà del lavoro soprattutto dei giovani e delle donne, della non autosufficienza, tanto più alla luce delle risorse, disponibili in questa fase, che avrebbero consentito una più efficace redistribuzione della ricchezza, per ridurre le diseguaglianze e per generare uno sviluppo equilibrato e strutturale e un’occupazione stabile”.  

Pertanto, avendo ricevuto dai propri rispettivi organismi il mandato pieno a dare continuità alla mobilitazione, le due segreterie confederali nazionali hanno proclamato lo sciopero.

I segretari generali di Cgil e Uil, Maurizio Landini e PierPaolo Bombardieri, interverranno dalla manifestazione di Roma, che si svolgerà a Piazza del Popolo.

Oggi, alle ore 17,30, presso l’Hotel Londra in Piazza Sallustio a Roma, i segretari generali di Cgil e Uil terranno una conferenza stampa per illustrare le ragioni e le modalità dello sciopero.

Invece la Cisl, sempre oggi, riunirà la segreteria per compiere una valutazione sulla decisione delle altre sigle sindacali. A riguardo, il sindacato ha diffuso una nota del segretario Luigi Sbarra: “La Cisl considera sbagliato ricorrere allo sciopero generale e radicalizzare il conflitto in un momento tanto delicato per il Paese, ancora impegnato ad affrontare una pandemia che non molla la presa e teso a consolidare i segnali positivi di una ripresa economica e produttiva che necessita di uno sforzo comune per essere resa strutturale. Tanto più considerati i rilevanti passi avanti fatti nell’ultimo mese sui contenuti della legge di bilancio”.

Secondo Sbarra ci sono stati “risultati che valutiamo in modo positivo e che garantiscono avanzamenti su riduzione delle tasse ai lavoratori e pensionati, risorse per gli ammortizzatori sociali e contratti di espansione, maggiori stanziamenti per la sanità, importanti risorse per non autosufficienza, pubblico impiego, assegno unico per i figli, uniti all’impegno forte assunto dal Governo di aprire al più presto un confronto con il sindacato sulle rigidità della Legge Fornero e di accelerare la riforma fiscale”.

Inoltre, a giudizio del Segretario generale della Cisl, “la manovra di oggi è molto diversa e migliore di quella di un mese fa: merito di una mobilitazione sindacale intransigente, responsabile e costruttiva, che ha puntato a riallacciare i fili dell’interlocuzione senza conflitti sterili”.

“I risultati sono arrivati – sottolinea – sulla via del dialogo e del confronto e su questa via la Cisl intende proseguire, in una fase decisiva per il futuro del nostro Paese, rinsaldando il dialogo sociale per ottenere nuovi avanzamenti e continuando ad esercitare pressione sul Parlamento  per migliorare ulteriormente la Manovra e la politica di sviluppo  su lavoro e pensioni, politiche industriali e scuola, sostegno al reddito e caro-bollette, per assicurare nuove e maggiori opportunità ai nostri giovani”.

“Per arrivare a traguardi concreti e duraturi – ha concluso il leader Cisl – non serve incendiare lo scontro in modo generalizzato: rischiamo di spezzare i rapporti sociali e industriali trasformando i luoghi di lavoro in campi di battaglia. Quello che serve oggi è l’esatto opposto: coesione, responsabilità e partecipazione sociale”.

In ultimo, da Palazzo Chigi filtra lo stupore per l’iniziativa di Cgil e Uil. Fonti della Presidenza del Consiglio fanno presente che la manovra è fortemente espansiva, sicché lo sciopero non appare comprensibile. È una manovra – aggiungono le stesse fonti – che traghetta il Paese verso la ripresa e sostiene famiglie, lavoratori e pensionati.

 

Centro e federazione, ecco come nasce una “Margherita 2.0”. Merlo risponde a Bonalberti.

Il messaggio emerso dal Brancaccio è quello di unire i vari riformismi delusi dal massimalismo della sinistra e dal populismo dei 5 stelle da un lato e dal sovranismo di alcuni settori della destra dall’altra. E unire i vari riformismi significa, appunto, dar vita ad una “federazione” – una sorta di “Margherita 2.0” – capace di ricostruire realmente quel “centro” attraverso un partito organizzato, espressivo di interessi sociali e profondamente radicato nel territorio.

Innanzitutto va dato atto al mio grande amico Ettore Bonalberti – di radice politica e culturale ‘forzanovista’ come il sottoscritto, cioè quella sinistra sociale democristiana guidata dal nostro antico maestro Carlo Donat-Cattin – di avanzare sempre riflessioni ispirate alla correttezza, alla trasparenza e alla grande passionalità che da sempre lo caratterizza. Lo ricordo perchè è un atteggiamento non comune anche fra i vecchi democristiani o meno vecchi democratici cristiani. Quello di Bonalberti è un atteggiamento, invece, proiettato sempre in avanti. Cioè non si limita a contemplare l’esistente o ad essere catturato dalla regressione nostalgica o passatista.

Detto questo, veniamo al merito. Sabato si è svolta a Roma una importante ed interessante iniziativa promossa dall’amico Clemente Mastella al Teatro Brancaccio e da molti altri amici di quasi tutte le regioni italiane con centinaia e centinaia di persone con due grandi obiettivi politici: innanzitutto rideclinare, concretamente, nel nostro paese le ragioni di una “politica di centro” che in questi ultimi anni è stata sacrificata sull’altare del populismo grillino. Perchè a forza di rincorrere un partito che ha fatto dell’antipolitica, della demagogia, del populismo, dell’antiparlamentarismo, del giustizialismo manettaro e della liquidazione di tutte le culture politiche – salvo, poi, con l’arrivo del simpatico Conte innescare una misteriosa ‘conversione’ collettiva, improvvisa e alternativa a quello che hanno scritto, urlato, sbraitato e giurato in tutte le piazze italiane – si rischia di scimmiottare quel comportamento e quella prassi politica e, mi permetto di aggiungere, sub culturale. E, per declinare una vera ed autentica ‘politica di centro’, è altresì necessario mettere in campo una organizzazione politica reale. Cioè non virtuale o dopolavoristica come abbiamo assistito in questi ultimi anni. Tentativi tutti nobili ma politicamente inconsistenti ed elettoralmente fallimentari.

In secondo luogo il messaggio emerso dal Brancaccio, almeno a mio parere, è quello di unire i vari riformismi delusi dal massimalismo della sinistra e dal populismo dei 5 stelle da un lato – uniti in una alleanza “storica e organica” come direbbero Zingaretti e Bettini – e dal sovranismo di alcuni settori della destra dall’altra. E unire i vari riformismi significa, appunto, dar vita ad una “federazione” – che noi abbiamo definito, per rendere meglio l’idea, una sorta di “Margherita 2.0” – capace di ricostruire realmente quel “centro” attraverso un partito organizzato, espressivo di interessi sociali e profondamente radicato nel territorio che adesso è addirittura invocato, evocato ed auspicato dai suoi maggiori e storici detrattori. Verrebbe da dire, quando tramontano le mode, ritornano i “fondamentali”.

Dopodiché, si chiede correttamente Ettore nel suo bell’articolo su queste colonne, non si potrebbe prima “ricomporre tutta la vasta e articolata area cattolico sociale, democratico e popolare”? Domande giusta e anche legittima, dal punto di vista di Ettore perchè lui ci ha sempre creduto e si è sempre battuto disinteressatamente per raggiungere questo obiettivo. Purtroppo questo tentativo è stato perseguito per svariati lustri e non è riuscito a fare passi in avanti significativi. Ma questa volta, forse, siamo giunti ad una svolta. Non solo per fermarsi a ricomporre quest’area in chiave esclusivamente testimoniale ma per portare, con altri, un contributo decisivo che faccia di questo filone culturale – o almeno per chi ci sta, come ovvio e scontato – un asset qualificante del nuovo e futuro soggetto federativo. Insomma, se c’è la volontà di difendere un patrimonio culturale e politico che non sia svenduto per un piatto di lenticchie con il populismo giustizialista dei grillini o con il sovranismo di alcuni settori della destra, forse si può centrare l’obiettivo. È solo una questione di volontà e di guardare in avanti, come ci dice giustamente anche Ettore.

Nato vs Russia. Biden a Putin: “Dobbiamo parlare”. Il commento dell’ISPI.

Oggi i leader di USA e Russia terranno un vertice virtuale. Gli americani denunciano le manovre militari russe al confine con l’Ucraina, e ne temono un’imminente invasione.

Eleonora Tafuro Ambrosetti

Il presidente statunitense Joe Biden e quello russo Vladimir Putin si incontreranno virtualmente [oggi] martedì 7 dicembre. La notizia del vertice è stata confermata sia dalla Casa Bianca che dal Cremlino. I due leader discuteranno di quanto sta accadendo a ridosso del confine ucraino, dove – stando ad alcuni rapporti dell’intelligence USA – si starebbero ammassando fino a 175mila soldati russe. Gli Stati Uniti temono che la Russia possa presto invadere l’Ucraina e minacciano sanzioni. La replica del Cremlino: “Abbiamo il diritto di muovere le truppe all’interno del nostro territorio”. Mosca avrebbe negato di pianificare un attacco all’Ucraina ma il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha parlato delle necessità della Russia di difendere la propria sicurezza e la propria sovranità, invitando l’Occidente a interrompere l’espansione verso est della NATO. Un progetto a cui Kiev, invece, non vuole rinunciare. Gli USA hanno informato anche i partner europei e provano a creare un fronte diplomatico compatto con l’Unione Europea, i cui paesi membri inizialmente erano poco convinti sul reale pericolo della situazione, affinché cessino le tensioni.

Secondo un rapporto dell’intelligence USA, filtrato dal Washington Post, il Cremlino starebbe pianificando un’invasione su più fronti da compiere a gennaio 2022 con l’impiego di 175mila militari. La relazione si fonda su una serie di foto satellitari che attesterebbero la presenza di 50 battaglioni a ridosso del confine orientale ucraino, a cui si sarebbero recentemente aggiunti carri armati ed artiglieria pesante. Al momento, i militari russi si concentrerebbero in tre aree distinte del territorio della Federazione che confina con l’Ucraina e si tratterebbe di 70mila unità a cui si potrebbero velocemente unire i riservisti, raggiungendo il numero di 175mila truppe. Kiev parla invece di 94mila soldati. Numeri che, ad ogni modo, lasciano pochi dubbi sulle intenzioni di Mosca: le manovre militari rispondono all’esigenza strategica di scoraggiare l’allargamento ad est della NATO. Quella di Putin sarebbe quindi innanzitutto una mossa per mostrare i muscoli all’Occidente a cui chiede “precise garanzie legali” affinché l’Alleanza atlantica interrompa la propria espansione verso i paesi del vecchio Patto di Varsavia. D’altronde, non è la prima volta che la Russia dispone i propri soldati in quella regione. Lo scorso aprile, Mosca spostò rapidamente e senza preavvisi, 100mila truppe, insieme a carri, velivoli, ospedali da campo ed altra attrezzatura militare. Come allora, anche quella di oggi sembra un’esercitazione provocatoria, dal retrogusto di Guerra fredda, che indirettamente serve per riportare le parti in causa al tavolo dei negoziati.

“Quello che farò è mettere insieme ciò che credo sia una serie completa e pertinente di iniziative che rendano molto, troppo difficile a Putin di proseguire con ciò che la gente teme”, ha detto il presidente USA Biden, alludendo a nuovi cicli di sanzioni. La Casa Bianca è consapevole che quello russo è un copione già visto della strategia di deterrenza contro la NATO e invita l’Ucraina a non cedere in provocazioni che possano giustificare l’escalation. Ciò che Washington non sembra voler fare, invece, è escludere un futuro ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica. “Sono i paesi della NATO a decidere chi sarà un membro della NATO, non la Russia”, ha detto l’addetto stampa della Casa Bianca Jen Psaki, aggiungendo che “è importante ricordare da dove arrivano le provocazioni. Non dagli Stati Uniti. Non dall’Ucraina.” Provocazioni che vorrebbero provare a forzare quanto non è stato raggiunto negli anni coi negoziati. Gli accordi di Minsk del 2014 sono rimasti lettera morta, ma le sue disposizioni potrebbero funzionare nel dare le garanzie che Mosca cerca: innanzitutto l’autonomia delle regioni secessioniste del Donbass. Anche gli americani confidano nel rilancio di quegli accordi: “Il tango si balla in due, e se i nostri amici russi sono pronti ad impegnarsi con quanto previsto a Minsk, e i nostri amici ucraini fanno lo stesso, noi daremo pieno supporto, [perché] quello è il modo migliore per evitare una nuova crisi in Ucraina”, ha detto il segretario di stato USA Antony Blinken.

A cura di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale, ISPI

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-putin-dobbiamo-parlare-32578

 

La prossima pandemia potrebbe essere peggiore

Wuhan, China - East Asia, Corona virus, Pneumonia

La ricercatrice Sarah Gilbert, che ha scoperto il vaccino AstraZeneca avverte che: “non sarà l’ultima volta che un virus minaccia “le nostre vite e il nostro mondo”. La verità, ha detto, è che la prossima potrebbe essere peggiore. “Potrebbe essere più contagioso o più letale, o entrambi”, ha detto.

Attualmente la ricercatrice è professoressa di Vaccinologia presso lo Jenner Institute dell’Università di Oxford, un istituto di ricerca indipendente che deve il suo nome proprio a Edward Jenner, l’inventore della vaccinazione.

Ha inoltre co-fondato, insieme al professor Adrian Hill, Vaccitech, una società di biotecnologia che sviluppa vaccini e immunoterapie per tumori e malattie infettive.

Se l’insegnamento scade a servizio sociale a subirne il danno sono i ragazzi. Mastrocola e Ricolfi dialogano sulla crisi della scuola.

Intervista agli autori di un libro da poche settimane in libreria (Paola Mastrocola, Luca Ricolfi, Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza, La Nave di Teseo, 2021), che fa il punto sulla decadenza dell’istituzione scolastica.

 

Il vostro libro mette il dito sulla piaga: quella di un progressivo impoverimento culturale del sistema scolastico italiano, un fenomeno che ha radici forse ancor più lontane di quelle da Voi evidenziate, quando vi riferite alla cosiddetta Riforma Berlinguer che aveva introdotto la “scuola dell’autonomia” nel 2000: quella dei progetti extracurricolari, della valutazione oggettiva e del successo formativo. Guardando a ritroso già successivamente ai decreti delegati del 1974 si colgono segni di un cedimento strutturale: allargando la gestione della scuola a componenti interne ed esterne si sono alzati i piani della partecipazione democratica (e in questo ci abbiamo creduto) ma si sono abbassate le altezze delle professionalità e dello studio inteso come impegno e motivazione. Si tratta dunque di una deriva che abbandona i fondamentali della scuola creando l’illusione dell’uguaglianza semplificata? Ricordo una frase di Antonio Gramsci: “Dobbiamo evitare la tendenza a render facile quello che non può esserlo senza esserne snaturato”: possiamo applicarla anche alla scuola?

La strada intrapresa dalla scuola, negli ultimi decenni, secondo noi è chiara: per aiutare i ceti svantaggiati, abbassare il livello d’istruzione, puntando a una scuola facile, divertente, flessibile, assistenziale. L’arricchimento culturale, che era basato sul valore del sapere e della conoscenza e quindi sullo studio sistematico delle varie discipline, cede il posto a una scuola accogliente, che si occupa del benessere psicologico dei ragazzi innanzi tutto, evitando loro frustrazione e fatica, e noia. Già. L’insegnamento tradizionale è stato bocciato come noioso: meglio allargare a progetti extracurricolari, a laboratori e uscite, meglio abolire la lezione (per molti un versamento di nozioni negli allievi-imbuti). Peccato, perché così i ragazzi vengono illusi e danneggiati: credono di avere una preparazione che invece non hanno; e proprio quelli che si voleva aiutare, cioè i figli delle famiglie meno avvantaggiate culturalmente ed economicamente, quelli che cui sarebbe giovato un’istruzione altissima, spesso non sono in grado di continuare, per impreparazione, studi più complessi.  

Riporto solo una parte delle sigle e degli acronimi che circolano nella scuola 4.0: una babele semantica e simbolica che sopravvive e anzi prolifera. Eppure chi non sa o non parla di BES, DaD, DDI, RAV, GLO, PEI, POF, FO, DOS, DSA, ADHD, FAD, FIS, GLH, GLIP, GOP, IOP; LEA, MOF, LIM, LIS, NAV, GAV, OSA, OF, PAF, PDF, PDP, PECUP, PMOF, PIA, PEP, PNF, POR, PON, PTOF, PSP, ROL, RAV, RE, RSPP, SASI-S, TIC, UdA, USR, UST….è considerato un troglodita. Didattica e corsi di formazione del personale si basano su un impianto costruito su autoreferenzialità e anglicismi, teoremi studiati a tavolino come gli incastri di un mosaico astratto, transfert da logiche aziendalistiche: Prof. Ricolfi in che cosa difetta questa impostazione, analizzando dati e risultati? 

Quando, come oggi accade, gli adempimenti burocratici e il tempo necessario per assimilare le innovazioni (per lo più calate dall’alto), assorbono più del 5% del tempo di lavoro, c’è qualcosa che non va. E quel qualcosa che non va è semplicemente la volontà di potenza e di sorveglianza degli apparati, che ha trasformato la nostra società in una “gabbia d’acciaio”, come a suo tempo previde Max Weber. La burocrazia ha reso la vita sociale profondamente alienante e repressiva, e lo ha fatto senza mantenere la promessa di una maggiore razionalità, come può constatare chiunque osservi le assurdità delle norme che gli apparati pubblici impongono in ogni angolo della nostra vita, non solo sul lavoro.

Trovo che la scuola della mia adolescenza sapeva affiancare la vita, senza forzature: svolgeva la sua parte, in genere con umiltà e in silenzio. Non erano tutte rose e fiori, c’erano difficoltà, ingiustizie, discriminazioni: qualcuno l’ha poi ben evidenziato, scrivendo la sua lettera ad una professoressa e il sessantotto ha scoperchiato molte viltà ma le ‘vestali della classe media’, cioè gli insegnanti di quel tempo, erano le prime vittime della situazione dovendo vivere come i fedeli depositari di una cultura da tramandare in un mondo dove stavano emergendo con forza dei valori diversi: il successo, l’arrivismo, i lesti guadagni, la facilitazione, la stagione dei diritti, l’apertura al sociale, l’egualitarismo irriverente che ha poi partorito i mostri sacri della trasparenza e della privacy, mettendo di fatto le manette ai polsi delle relazioni personali e della comprensione tra la gente. Professoressa Mastrocola, che cosa è successo?

È successo un progressivo svilimento della figura dell’insegnante. Come dice lei, prima svolgeva un lavoro anche umile e sommesso ma enorme, che era quello di insegnare le nozioni basilari del sapere e tramandare l’immenso patrimonio culturale, scientifico e artistico, che ci viene da millenni; un lavoro il cui valore gli era infinitamente riconosciuto dalle famiglie. Ora la società è cambiata, e la cultura oggi non interessa quasi più a nessuno. Molte famiglie, spesso disgregate, distratte, o attratte dalle sirene del consumismo e dei social, demandano tutto alla scuola, chiedono aiuto e sostegni, non certo cultura. Così la scuola si adegua alle esigenze della cosiddetta “utenza” e si piega a essere, perlopiù, un servizio educativo e sociale ad ampio raggio. L’insegnante diventa un educatore, un facilitatore, una figura multi-funzione. E non so come si sentano oggi gli insegnanti, forse molti ondeggiano confusi su quale ruolo interpretare. Ma è certo che di questa confusione paghiamo tutti un prezzo. 

Da quando la scuola – che è luogo di relazioni umane, di socializzazione e di apprendimenti, di conoscenza e trasmissione del sapere – è stata snaturata dalle teorie nuoviste di matrice aziendalista (ben descritta nelle metafore del ‘preside-sceriffo’ e poi ‘capitano della nave’, degli insegnanti funzioni-obiettivo e poi funzioni-strumentali) vi si respira un’aria di irreggimentazione, con una minuziosa parcellizzazione dei ruoli, una logica preordinata e sequenziale di azioni e procedure studiate a tavolino, con un effetto moltiplicatore della burocrazia decentrata secondo i dettami di una malintesa autonomia, una fucina di progetti effimeri e spesso senza esito dove l’enfasi è posta più sul preparare che sul fare. Tutto deve essere misurato, previsto, programmato. C’è gran fervore nel progettare una complessità virtuale che con fatica si trasferisce poi sul piano fattuale: molte riunioni, molte circolari, più tempo dedicato ai corollari che alla didattica in classe: Prof. Ricolfi, l’OCSE pone il sistema scolastico italiano agli ultimi posti delle classifiche sulla solidità della formazione impartita. Non Le sembra da analista dei dati che manchi una rigorosa cultura  della verifica? Del controllo tecnico “esperto”? Di concorsi selettivi per il personale scolastico ed  esami seri per gli alunni? Promuovere tutti non è forse un inganno in danno dei più deboli?

Sì, ma credo anche che i confronti internazionali possano riservare delle sorprese. La scuola italiana è sicuramente più burocratizzata, e più oppressa dalla venerazione delle procedure, di quanto lo sia la scuola in altre società moderne. E’ anche vero che nessun sistema scolastico di tipo occidentale è iniquamente selettivo come il nostro. Però esiste anche un’altra faccia della medaglia, quella che potremmo chiamare delle “minoranze eccellenti”. Nei casi in cui gli insegnanti non rinunciano a trasmettere conoscenze, e nei casi in cui gli studenti sono animati da un genuino desiderio di apprendere, la scuola italiana fornisce ancora livelli di preparazione più alti di quelli della maggior parte degli altri paesi, come testimonia lo stupore dei nostri ragazzi di ritorno da un anno in una scuola secondaria all’estero per il basso livello dei programmi svolti in quelle scuole. E’ questo uno dei motivi per cui, quando emigrano, spesso i nostri ragazzi hanno buone chance di successo (l’altro motivo è che il lusso di andare all’estero se lo possono permettere soprattutto i figli dei ceti medio-alti). Il guaio è che, da noi, tutto il sistema dell’insegnamento è progettato non per includere, bensì per ritardare l’esclusione. Ti promuovo oggi anche se non sai niente, perché sono un insegnante democratico. E me ne infischio che tu domani debba fermarti per le lacune che io ti ho permesso di accumulare, perché a me interessa solo non passare dalla parte dei cattivi. E’ paradossale, ma gli insegnati più severi sono l’unico baluardo contro l’uscita precoce dal sistema dell’istruzione (la cosiddetta dispersione, termine orribile usato per le perdite delle condotte idriche).

La scuola sta perdendo le sue radici storiche e culturali, la tradizione e l’esperienza sono irrazionalmente sostituite hic et nunc dalla folle e spesso improduttiva logica dell’ innovazione tout court. Lungo questa strada stiamo abbandonando discipline come la geografia, espunta dai programmi di studio delle superiori (la sua presenza è ridotta al lumicino: 1 ora la settimana in alcuni istituti tecnici, 3 ore nel biennio del liceo ma trasformata in geo-storia, un mostro culturale riduttivo e tutto da inventare), mentre la storia è quasi estromessa dalle tracce dei temi di maturità (peraltro statisticamente la meno scelta dai maturandi, circa il 3% tra gli ambiti proposti negli ultimi anni) e raramente viene fatta oggetto di approfondimenti che vadano oltre le allegorie delle guerre e delle battaglie. Sta venendo meno il fondamento formativo e l’inquadramento spazio-temporale della cultura tramandata: geografia e storia si stanno spegnendo come gli zolfanelli della piccola fiammiferaia, grammatica, ortografia, sintassi sono orpelli inutili. Prof.ssa Mastrocola conferma questa deriva di impoverimento culturale?

Non sapremo più collocare nello spazio e nel tempo. Più o meno sta già avvenendo: molti, al nome di uno stato o città o catena montuosa, annaspano nel vuoto, non hanno la minima idea del paese, spesso continente, al quale quel luogo appartenga. Poco male, si dice: c’è internet. In effetti uno digita e in tre secondi ha la risposta. Che bisogno c’è di studiare per anni geografia o storia? Così dicono, e così stanno impostando anche la scuola. Il fatto è che la nostra mente è molto più potente di un motore di ricerca: perché elabora nel tempo le nozioni apprese, e questo le consente di fare collegamenti imprevedibili e spesso vincenti: è vedendo i legami nascosti tra cose lontane che l’uomo ha sempre creato, inventato, scoperto. Questa è la forza del pensiero, che noi stiamo azzerando. Lo diceva già FinkielKraut, in un sublime libro nel cui titolo c’era già tutto: La défaite la pensée. Era il  1987! In quanto a ortografia, grammatica e sintassi: fine, le si ritengono cose superate, di una scuola vecchia, antiquata, reazionaria. Già negli anni ’70 la scuola democratica predicava la loro sparizione. Io penso invece che una scuola moderna dovrebbe mantenere in piedi alcuni pilastri imprescindibili, ad esempio l’uso della parola, la capacità verbale, in tutte le sue espressioni. Mettere gli accenti giusti, riconoscere un pronome, sapere il senso di un avverbio, essere capaci di coordinare e subordinare le frasi in un periodo non è semplicemente un frivolo esercizio formale, ma vuol dire possedere uno schema mentale logico, col quale cogliere i livelli polisemici e metaforici di un testo, quindi affrontare meglio gli studi, e la vita.

Prof.ssa Mastrocola, c’è un punto nella sua immaginaria lettera ad un genitore che spiega molto di quanto è accaduto e rende conto di un iniziale barlume di consapevolezza “Lentamente , si comincia a comprendere che programmazione, burocrazia test a crocette hanno spento ogni passione negli insegnanti non meno che negli allievi. Che l’esaltazione degli strumenti digitali a danno dei libri ha impoverito la scuola. E che la guerra dei pedagogisti contro la lezione (bollata spregiudicatamente come frontale) ha reso difficilissima la trasmissione delle conoscenze e delle passioni che alimentano la voglia di conoscere”. Ciò che Lei scrive tocca il cuore del problema e spiega il danno educativo provocato da tutto ciò che in questi anni si è interposto nel rapporto insegnamento-apprendimento (che si sintetizza nella didattica). Un rapporto fondamentalmente umano, che implica consapevolezza dei ruoli, autorevolezza della formazione, comprensione e condivisione nei percorsi di acquisizione e trasmissione del sapere. Da sempre ho in mente una bellissima metafora di cosa è o dovrebbe essere una classe. Quella del pedagogista Luigi Lombardi Vallauri  che pensa alla scuola come “astronave di assorti”: un luogo dove insegnanti ed allievi sono idealmente uniti nell’impegno della meditazione intesa come riflessione sulla vita e sul mondo. Ecco, ci aiuta a comprenderne appieno il significato?

Non so davvero come un insegnante possa insegnare e appassionare senza far lezione! La lezione è il nucleo del suo lavoro, il momento in cui attua al massimo livello l’interazione con gli allievi; è un incontro, un passaggio diretto, una trasmissione, anche emotiva. Lo dice anche Recalcati, nel suo L’ora di lezione (2014), il cui sottotitolo è illuminante: Per un’erotica dell’insegnamento. In una società che non ha più né padri né maestri, l’insegnante può essere quella guida ideale, che trasforma l’oggetto del sapere in un oggetto del desiderio, erotico nel senso più alto della parola eros. Invece ora vogliono fare dell’insegnante un puro trasmettitore di informazioni, un valutatore di competenze, un burocrate, uno che conta le crocette in un test  e compila schede, al massimo un intrattenitore. La pedagogia ha oggi un ruolo eccessivo, predominante e soffocante. Insegnare non è (solo) conoscere i metodi e innovare didattiche: è passare dei contenuti e, per farlo, occorre innanzi tutto una preparazione culturale. “Astronave di assorti” è una definizione che mi piace molto: ripensare la classe come un insieme di persone assorte, pensose, studiose, e non come un gruppo di lavoro impegnato solo in un continuo problem solving. A scuola non si impara (solo) a risolvere problemi, si impara prima di tutto a pensare. Bisogna dare più fiducia al pensiero, dei ragazzi e degli insegnanti: anche se il pensiero è per definizione aereo e imprendibile, non valutabile e non “spendibile” (orrenda parola!) nell’immediato, è un tesoro che si accumula in segreto e che poi darà i suoi frutti. Ma poi, nel tempo. Bisogna dare fiducia anche al tempo, alla lenta maturazione che, come i frutti di un albero, ha bisogno di pioggia e di sole, di concime, di vento e bufere, di estati e di inverni: in una parola, di tempo…

La scuola è stata forse in questi anni il contesto sociale più attraversato dalla massa d’urto del cambiamento ed è successo di tutto, un vero ribaltone generale: molti somari sono passati dai banchi direttamente alle cattedre, molti insegnamenti sono stati giudicati inutili e superflui, molti libri sostituiti dai giornali e dalla ‘cultura della realtà’, molti soloni hanno fatto a gara per stabilire più aggiornati paradigmi culturali fino alle recenti derive delle ‘tre i’ e dell’ondata delle nuove tecnologie, delle nuove educazioni e dei ‘progetti’. Nel vostro libro sostenete una tesi “forte”: che proprio questo tipo di scuola, progressista e basato sulla prevalenza dei diritti sui doveri, sia stata in realtà “una macchina di disuguaglianza sociale”. Il figlio dell’idraulico o dell’operaio non vi trovano più supporti compensativi alle diversità (sociali, di censo, di possibilità economiche) , il diritto allo studio finisce per essere vanificato poiché lo studio e la formazione non sono più mezzi di riscatto e di elevazione sociale.Prof. Ricolfi, ci sono dati su questo vero e proprio fallimento del sistema scolastico?

Certo che ci sono dati, l’ultimo capitolo del libro è dedicato precisamente a ricostruire – dati alla mano – i meccanismi che conducono a infliggere un danno, spesso irreparabile e non risarcibile, innanzitutto ai figli dei ceti popolari. E’ il grande limite della cultura dei diritti nella scuola: il “diritto al successo formativo”, di berlingueriana memoria, si può anche provare ad esigerlo, e magari riuscire ad usufruirne infilando una promozione dietro l’altra.  Quel che si dimentica, però, e che con il diritto al lavoro le cose si complicano: il lavoro cui si ha accesso dipende dalla preparazione, non dal titolo di studio. Cancellare il dovere di studiare, sostituendolo con il diritto al successo formativo, significa far evaporare il diritto al lavoro. L’articolo 1 e l’articolo 34 della Costituzione sono interdipendenti, nel senso che solo se assicura ai capaci e meritevoli la possibilità di raggiungere i gradi più altri degli studi (art. 34), la Repubblica può dirsi compiutamente fondata sul lavoro (art.1). I padri costituenti avevano ben chiaro il nesso fera diritti e doveri, e avrebbero visto con orrore l’ideologia del diritto al successo formativo.

Se al venir meno della funzione di compensazione delle disuguaglianza di opportunità formative aggiungiamo quel mondo esterno a cui i giovani prestano ascolto, quello degli influencer e degli imbonitori di ogni schermo (dalla TV agli smartphone) che raccolgono milioni di followers su tematiche surreali e spesso demenziali, ci si chiede come la scuola potrebbe mai competere rispetto ad apprendimenti fugaci e a nuovi linguaggi. Essa subisce le contraddizioni di  una dimensione virtuale basata su impressioni, opinioni, approssimazioni emendabili, cancellazione della memoria, oblio. Nel nome della semplificazione del presente e della rimozione del passato rischieremo dunque di formare menti acritiche e prive di ogni motivazione alla conoscenza? La scuola perderà anche questa battaglia con il mondo concorrente del web?

La scuola deve competere tenacemente con i social, non adeguarsi o asservirsi! La scuola è esattamente ciò che può offrire ai ragazzi un’alternativa, un altro modo di stare al mondo. Visto che i social invadono già la nostra vita, lasciamo che la scuola sia un luogo totalmente diverso, alieno, non contaminato, non omologato: libero! Solo a scuola si leggono libri, ci si sofferma su una parola, una frase, una pagina, un pensiero, un’idea… Solo a scuola si studiano le poesie, la filosofia, la letteratura antica e tutte le infinite e mirabili opere che l’ingegno umano, in tutti i campi, ha prodotto nei secoli. Se non a scuola, dove mai un ragazzo può incontrare Omero, Dante, Montale, Shakespeare, Thomas Mann (per parlare solo della mia materia…)? Dove? In famiglia? nei centri commerciali? in tivù? su twitter o instagram? per strada? sui giornali? La scuola è un altro luogo, deve conservare la sua specificità, e puntare esattamente a quella, e crederci. E avere quindi il coraggio di lasciar fuori i social, il web, gli smartphone e gli influencer e tutti gli annessi: non sarà per questo meno innovativa e moderna, anzi! La scuola sia una zona libera, un momento di silenzio e riflessione e studio, una pausa di qualche ora al giorno dal caos assordante che c’è fuori. E smettiamola con questa insulsa contrapposizione vecchio/nuovo: ci sono pilastri eterni, su cui dobbiamo continuare a poggiare l’istruzione dei nostri giovani. Altrimenti ne faremo dei servi e dei consumatori seriali, li abbandoneremo all’appiattimento del presente, alla mera e pappagallesca ripetizione di formule preconfenzionate e vuote di ogni senso. La scuola è il luogo dove ritrovare un senso. Abbiamo una cultura sterminata da trasmettere ai ragazzi, che farà migliore la loro vita e li renderà delle persone libere e pensanti, cioè pensanti e quindi libere.

Prof. Ricolfi, la cultura cosiddetta “progressista” ha deriso e demolito la scuola degli apprendimenti basilari: il leggere, scrivere e far di conto sono stati sostituiti dai  “nuovi saperi” che spesso si risolvono in costrutti opinabili, effimeri e senza esito. Un progettificio on-demand dal fiato corto e dagli esiti fallaci. Da quando la scuola organizza corsi di educazione stradale ci sono più incidenti tra i giovani dovuti allo “sballo”, da quando si inocula l’idea dell’identità di genere fluttuante e a libera scelta o si attivano corsi di educazione sessuale crescono gli episodi di bullismo, stalking e stupri di gruppo. Per muovere l’ascensore sociale fermo al piano terra in una società aperta o fluida occorre possedere una cultura solida, una diligente applicazione negli studi, una tassonomia tra gli apprendimenti fondamentali e quelli superflui. Recuperare il senso della vera meritocrazia. Il sistema deve garantire effettiva uguaglianza delle opportunità di accesso e di uscita. In questo ha dunque fallito la scuola progressista della facilitazione e della semplificazione culturale?

Mi pare evidente. Quel che mi stupisce è che ci sia voluto un libro per dimostrare una cosa che è sotto gli occhi di tutti. E ancor più mi stupisce che, a dispetto della quantità di prove che abbiamo riportato, sia sotto forma di ricostruzioni storiche sia sotto forma di analisi statistiche, ci sia ancora qualcuno che non vuole riconoscere nemmeno il nucleo minimo della nostra analisi, che riassumerei in due punti: in cinquant’anni il livello culturale della scuola e dell’università è crollato, e il crollo ha danneggiato soprattutto i ceti popolari. Finché la cultura progressista non riconoscerà questo errore, la macchina della diseguaglianza continuerà a mietere le sue vittima.

L’insegnante deve essere sollevato dal sovraccarico di burocrazia autogeneratasi in questi decenni, deve tornare ad essere l’artefice della didattica intesa come sintesi di insegnamento e apprendimento. E gli alunni devono essere motivati allo studio come fonte di emancipazione personale e riscatto sociale. Il Rinascimento italiano che da più parti si postula come via d’uscita dalla crisi pandemica passa necessariamente da una scuola che sappia recuperare i fondamentali del rapporto educativo. Per fare questo bisogna riconsegnare – metaforicamente – ai docenti le chiavi di accesso alle aule, ai libri, al sapere, alla conoscenza da stimolare e trasmettere e insieme a questo il “gusto” di farlo. Restituendo loro l’immedesimazione in un compito professionale (che è anche funzione sociale) che è andato spegnendosi in una deriva di omologazione culturale. La grande bellezza della scuola    italiana è il sapere ereditato, la formazione del pensiero critico, la cultura che entra passando   attraverso la storia e le tradizioni. Prof.ssa Mastrocola, chiedo a Lei che oltre che docente è anche scrittrice e come tale può creativamente leggere e intercettare le derive future: tutto questo è un’utopia o una speranza?

Temo che sia una splendida utopia. I segnali che vedo intorno a me indicano tutt’altra strada, che poi è la strada intrapresa già da anni. Tecnologia, innovazione, sperimentazione didattica, pedagogismo a gogò, e soprattutto educazione e non istruzione, apprendimento e non insegnamento. Una scuola del fare e dell’utile, rivolta solo al mondo del lavoro. Non una scuola della conoscenza, e del sapere fine a se stesso, non immediatamente spendibile, ma patrimonio culturale cui attingere nella vita, nel tempo. Soprattutto mi pare che la scuola oggi voglia essere più che altro un’agenzia psico-socio-pedagogica, di aiuto e sostegno, non un luogo di trasmissione del sapere millenario. Un luogo di inclusione (parola totem, mille volte al giorno ripetuta come un mantra): ma cosa vuol dire? Nulla più della cultura include, e accoglie, tutti. Ma se voglio solo includere, senza dare cultura, creerò una specie di grande asilo-nido, dove tenere tutti insieme, ma a fare che? Tutti vogliamo includere, nessuno vuole escludere: ma allora perché non farlo proprio attraverso la cultura? Perché la parola cultura non viene mai pronunciata nei discorsi sulla scuola? Eppure la scuola è – è stata e dovrebbe essere sempre – il luogo primo della cultura, primo anche nel senso temporale, perché è il luogo dove prima s’incontra.  Bisognerebbe che gli insegnanti si riprendessero il loro ruolo culturale, che amassero loro per primi lo studio e la conoscenza, che insorgessero contro questo asservimento passivo alla società. È dagli insegnanti che deve partire la rivolta, secondo me, riconquistando una loro dignità professionale. Questa è l’unica speranza che ho. E la speranza non muore mai. Non saremmo qui a parlare ancora di scuola, se non avessimo speranza.

 

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Paola Mastrocola

Paola Mastrocola ha esordito con il romanzo La gallina volante (2000), vincitore del premio Calvino. Finalista al premio Strega nel 2001 con Palline di pane e vincitrice del premio Campiello nel 2004 con Una barca nel bosco, ha pubblicato, tra gli altri, La scuola raccontata al mio cane (2004), Che animale sei? (2005), Più lontana della luna (2007), La felicità del galleggiante (2010), Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (2011), Non so niente di te (2013), L’esercito delle cose inutili (2015), La passione ribelle (2015), L’amore prima di noi (2016) e Leone (2018).

Luca Ricolfi

Luca Ricolfi (Torino, 1950), sociologo e docente di Analisi dei dati, ha fondato la rivista di analisi elettorale “Polena” e l’Osservatorio del Nord Ovest. Attualmente è presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume. Fra i suoi libri: Perché siamo antipatici? (2005), Tempo scaduto. Il contratto con gli italiani alla prova dei fatti (2006), Illusioni italiche (2010), Il sacco del Nord (2012), La sfida. Come destra e sinistra possono governare l’Italia (2013), L’enigma della crescita (2014, 2020), Sinistra e popolo (2017). Per La nave di Teseo ha pubblicato La società signorile di massa (2019), vincitore del premio Biella letteratura e industria – Giuria dei lettori e del premio Città di Como – Sezione Saggistica.

Il rapporto alunno-docente: da crisi ad opportunità. Il punto di vista di “Comunità di Connessioni”.

Riportiamo un ampio stralcio del testo pubblicato nel Dossier di ottobre di Vita Pastorale, curato da Comunità di Connessioni. Come rendere la scuola un luogo attrattivo per le ragazze e i ragazzi? “Credo che un nuovo approccio –  sostiene l’autrice – possa e debba esistere, prendendo le forme del modello partecipativo”.

Assia Maria Sciolari

Nel passaggio da sfera familiare a dimensione pubblica, la scuola assume il ruolo essenziale di essere il primo spazio intermedio dove incontrare laltro e scoprire così i nostri limiti. Le fondamenta della relazione in società, del vivere insieme con responsabilità e cooperazione si costruiscono infatti proprio a scuola dove comprendiamo innanzitutto noi stessi: perché è proprio dalla presa di coscienza di chi siamo che possiamo capire cosa desideriamo portare nella società in cui viviamo. Il suo essere un ponte tra privato e pubblico rende però la scuola anche unistituzione fragile, indebolita sia dalle fratture che dividono la società che da quelle della famiglia, come dimostra la crisi innanzitutto relazionale che oggi sta attraversando la sfera educativa in Italia, in cui spesso oltre 600.000 giovani allanno abbandonano la scuola prima del diploma.

Tuttavia, è proprio nei periodi di crisi che si ha lopportunità di fermarsi ad osservare ed analizzare ciò che non funziona, con lobiettivo di progettare insieme il cambiamento. Per questo motivo, la speranza e la positività non devono abbandonarci alle difficoltà: perché solo attraverso una presa di coscienza collettiva di ciò che non funziona, è possibile trovare la forza che la società necessita per affrontare i cambiamenti sistemici di cui ha bisogno. In tal senso, è bene cercare di rispondere ad alcune domande che devono interrogare il sistema educativo: qual è il ruolo della scuola e dellinsegnante nella società? Come possiamo restituire alla scuola la sua capacità attrattiva e di forza catalizzatrice di energie e desideri per la società? Sono convinta che la risposta a queste domande si trovi nel modello relazionale che abita la scuola.

Vorrei quindi iniziare con lanalizzare il modello relazionale che oggi abita la scuola per poter poi delinearne uno nuovo, in grado di rispondere ai bisogni e alle necessità di questo periodo. Potremmo definire il modello relazionale maggiormente presente oggi nella scuola italiana, un modello cattedratico: dove i docenti insegnano e gli alunni apprendono in una relazione unidirezionale. Lobiettivo in questo modello è infatti lacquisizione delle cosiddette competenze di base” e, di conseguenza, le ragazze e i ragazzi sono valutati su quello che sono in grado di fare e su come lo fanno. Nella mia esperienza di insegnante allinterno della scuola, ho potuto constatare che questo modello è stato superato per tre motivi principali. Il primo motivo è legato ad internet: oggi reperire le informazioni è diventato estremamente facile. Basta avere un cellulare o un tablet per ottenere nel giro di pochi secondi tutte le informazioni che ci interessano, persino spiegate in maniera chiara e attendibile, come dimostrano siti di divulgazione come Wikipedia o, ancora, le video lezioni degli youtubers”, dove ragazzi appassionati di una materia decidono di mettere a disposizione le loro competenze in rete, rendendo le lezioni spesso molto più coinvolgenti e chiare di quelle che si svolgono tradizionalmente a scuola o in DAD.

Il secondo motivo è invece legato alla digitalizzazione: se prima la risoluzione di un esercizio o di una traduzione era fonte di soddisfazione e acquisizione di una competenza, che sarebbe tornata utile nella vita professionale, oggi esistono applicazioni digitali che risolvono problemi di matematica, fisica e che traducono gli antichi scritti in pochissimi secondi. Non è difficile comprendere quindi come, agli occhi dei più giovani, alcuni degli esercizi e delle nozioni che vengono insegnate a scuola sembrino una mera perdita di tempo.

Infine, la presenza massiva dei social network nella vita di tutti noi ha abituato i ragazzi ad esprimere sempre la propria opinione su qualsiasi tipo di argomento, anche quando non si possiedono le competenze specifiche che servono a vagliare ed orientare le opinioni verso la verità. Appare quindi chiaro come una scuola dove il flusso di informazioni è unidirezionale (docente verso studente), dove occorra prendere per buono ciò che linsegnante spiega senza poter mettere in discussione le conoscenze presentate, appaia poco coinvolgente alle nuove generazioni.

Quale può essere allora un modello alternativo che sia in grado di rispondere a questi cambiamenti, rendendo la scuola un luogo nuovamente attrattivo per le ragazze e i ragazzi? Credo che un nuovo approccio possa e debba esistere, prendendo le forme del modello partecipativo. In questo modello, lobiettivo è la crescita ontologica della ragazza e del ragazzo e non solo quella conoscitiva. Il docente viene considerato come un magister, un maestro e una guida che condivide con lallievo obiettivi comuni, fornendogli strumenti, ma soprattutto un metodo. Il magister non è più una figura di fronte, al di là dellalunno, ma si trova accanto per cercare di valorizzare quelli che sono i suoi punti di forza, donandogli soprattutto gli strumenti che gli permettano di prendere coscienza di sé. Quando poi si condividono obiettivi comuni si crea uno spirito di complicità, che porta gli alunni ad apprendere con molta più facilità e a superare limiti alle volte impensabili. Le materie in questa prospettiva diventano quindi strumenti e le diversità punti di forza e non più di debolezza.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/rapporto-alunno-docente/

Come al palio di Siena. Considerazioni sull’iniziativa di Clemente Mastella: è questa la via della ricomposizione politica?

Prima di avviare un altro partito di centro, non sarebbe meglio tentare – scrive l’autore – la ricomposizione di tutte le diverse espressioni del cattolicesimo democratico e sociale? Continuare a giocare da soli potrà garantire un ruolo subalterno in qualche lista-rifugio, ma ciò non risolve il problema storico politico italiano.

Tutti alla ricerca del miglior allineamento  come i fantini con i loro cavalli al palio di Siena. Qui non si tratta di fantini assoldati dalla propria contrada e disponibili alla compravendita fedifraga del miglior offerente, ma di diversi “conducator” alla ricerca delle possibili alleanze pre elettorali.

La “giostra” era iniziata con l’incontro dell’on Gianfranco Rotondi con il suo nuovo movimento-partito, “Verde popolare”, foriero di una possibile alleanza elettorale bianco verde. Resta il dubbio se potrà coesistere una coalizione tra un amico, ancora organicamente legato a Berlusconi e a Forza Italia e l’on Bonelli, la cui rappresentanza reale dei verdi italiani è tutta da verificare.

Scontata la posizione a destra del trio dell’Udc – Cesa, De Poli, Saccone – ridotto al ruolo di ruota di scorta della Lega salviniana (spiace che su tali posizioni non si dissoci quella nobil donna della senatrice Binetti), dall’assemblea nazionale di Noi Di Centro, riunitasi sabato mattina a Roma su invito dell’on. Clemente Mastella,  è giunto un segnale di orientamento opposto, ossia quello di costruire una sorta di Margherita 2.0, essenziale, a detta del sindaco di Benevento, per garantire maggioranza e governabilità al Pd, al quale si richiede un ritorno all’Ulivo dei tempi prodiani. Anche qui un centro subalterno, smemori del fatto che,  come ci ha insegnato Donat Cattin, è sempre il cane che muove la coda, specie nelle condizioni attuali, tanto a sinistra che a destra.

Come a Venezia, negli anni’ 50, andava di moda la SVAC (Società Veneziana Aspiranti Conti), l’aspirazione nostalgica di una media borghesia di parvenu agli usi e costumi dell’antica aristocrazia, così, da diverso tempo, a Roma sembra sorta la SIAC (Società Italiana Aspiranti Conducator), particolarmente diffusa tra esponenti ex democratico cristiani. Ciascuno è impegnato a costruire un proprio partito/ino, col bel triste risultato che a furia di costruzioni, il villaggio delle diverse formazioni conta ormai un numero impressionante di casematte, molte delle quali senza alcuna prospettiva elettorale concreta. 

Ha un bel gridare Merlo, che ha aperto i lavori dell’assemblea, contro i partiti personali, se, alla fine, nel simbolo di Noi dì Centro, appare in bella evidenza il nome di Mastella. Noi vecchi democristiani siamo stati allevati in una scuola dove i partiti, non solo erano rispettosi dell’art. 49 della Costituzione, ma nei quali le leadership si conquistavano sul campo, nel duro lavoro del confronto politico anche più serrato.  Credo sia stato un errore inserire il nome di Mastella nel simbolo del partito, se si voleva evitare la critica di un ennesimo tentativo di personalizzazione della politica. Altro errore non aver esteso l’invito ai tanti amici di area Dc e popolare che, anche per questo, non erano presenti.

Sabato il Teatro Brancaccio era, comuqnue, al completo, nel rispetto delle regole anti-covid, e forte è stata la risposta delle “truppe mastellate”, sempre pronte a raccogliere l’invito del loro leader. Donne e uomini di tutte le estrazioni sociali, con molti giovani – prevalevano gli accenti meridionali, ma erano presenti anche amici di altre realtà territoriali italiane.

Occhio benevolo rivolto ai renziani e ad altri gruppi di un centro politico in movimento, con un netto rifiuto per l’asino di Buridano, Calenda, il quale, a furia di considerarsi al centro del mondo, a detta di Mastella, rischia di finire, appunto, come quell’asino triste. Netta la disponibilità a raccordarsi con Renzi, ma, è proprio di oggi (ieri per chi legge, ndr) la notizia che Italia Viva intende unificarsi in Parlamento col gruppo di Toti e Brugnaro. Manovre dei fantini prima del Palio del Quirinale?

Un’osservazione espressa anche da diverse persone che ho avuto modo di sentire al Brancaccio era la seguente: ma perché non impegnarsi innanzi tutto a ricomporre la vasta area cattolico democratica e cristiano sociale, aperti alla collaborazione con espressioni culturali dell’area liberale e riformista socialista e repubblicana, in alternativa alla destra nazionalista e populista e alla sinistra ancora in cerca della propria identità, piuttosto che continuare a frazionarsi in mille rivoli ?

In questo assai confuso allineamento, manca il mossiere del Palio, che, allo stato degli atti, potrà dare il via, solo dopo l’elezione del Presidente della repubblica e la decisione definitiva di governo e parlamento sulla legge elettorale. Al,riguardo, è positiva la conferma di Mastella a favore della legge elettorale proporzionale, purché combinata con le preferenze, ma, mi permetto di insistere: prima di avviare un altro partito di centro, non sarebbe meglio tentare la ricomposizione di tutte le diverse espressioni della nostra area sociale, culturale e politica? Continuare a giocare da soli potrà, forse, anche garantire un ruolo subalterno in qualche lista-rifugio, ma non risolve il problema storico politico italiano e della sua crisi di sistema; una crisi che non è solo riconducibile all’assenza di un centro in grado, come seppe fare la Dc, di saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, dando loro efficace rappresentanza politica, ma anche e, soprattutto, è legata all’esigenza del ritorno in campo di una cultura politica cattolico democratica e cristiano sociale ispirata dai valori e orientamenti espressi dalle ultime encicliche sociali dell’età della globalizzazione.

Guai se, tra l’egoistica volontà di competizione alla ricerca di un’affermazione personale o di un ristretto gruppo di aficionados e la necessità della collaborazione, prevalesse la prima. L’antropologia culturale ci ricorda che nell’isola di Pasqua, esempio del prevalere dello scontro, la competizione tra i diversi clan portò i Rapa Nui ad esaurire le risorse sino alla scomparsa della loro civiltà. Per costruire le grandi statue lipidee utilizzarono, infatti, grandissime quantità del legno dei boschi dell’isola sino all’esaurimento di quelle risorse e al progressivo depauperamento della biodiversità e della loro stessa civiltà. L’Isola di Anita, invece, sopravvive tutt’oggi, grazie alla collaborazione di tutti i suoi abitanti. Essa è la dimostrazione antropologica che la collaborazione vince sulla competizione. Vale sempre l’aforisma secondo cui da soli si va più veloci, insieme si va più lontano.

Sono anni che, da profeta disarmato, auspico questa ricomposizione della nostra area, per cui  formulo anche agli amici Clemente Mastella e al neo presidente dell’assemblea costituente di Noi di Centro, Giorgio Merlo, i migliori auguri, nella speranza che anche il loro encomiabile sforzo possa facilitare quell’unità possibile di un’area politica decisiva per il superamento della crisi di sistema dell’Italia.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti) (www.alefpopolaritaliani.it)

 

Renatino e il formaggio che non caglia. Cosa ne pensa Campanella.

La pubblicità del formaggio parmigiano con loperaio sfruttato dal padrone ha un sottile risvolto nel sottotesto. Oggi il vero svantaggiato non è – solo – lui ma tutti i ragazzi che ambiscono a qualcosa che non avranno mai. 

Reggiano o no, il formaggio piace a tutti. Il tanto lacrimevole operaio caseario che 365 giorni allanno lo lavora – ed è stato più volte specificato, in quella ormai famosa e tanto vituperata pubblicità – si sente felice. Lo è pur non avendo mai visto il mare, come detto ai giovinastri borghesi che, increduli, lo incalzano di domande. 

Alla loro logorrea Renatino risponde a monosillabi, abituato alla concretezza, a non perdere tempo, ad avere una visione solida della vita. I ragazzi che ambiscono a un posto di chef verranno, nella realtà, delusi; sappiamo che solo uno ce la fa. Gli altri dovranno ripiegare” a un posto di lavoro come quello di Renatino. Un posto che però non è libero. Li hanno tanto illusi che ora tutti sperano di diventare il prossimo Bottura. 

Già lo predisse Andreotti: non possiamo pretendere una società di pesi massimi. In tanti ridemmo sulle disgrazie di unaltra celebre macchietta: Fantozzi. C’è poco da ridere: lui aveva famiglia, automobile, casa di proprietà e un lavoro stabile, ferie pagate e la pensione. I ragazzi di oggi se lo sognano. Ciò che è cambiato nel tempo è stata la reazione del pubblico, non la realtà delle cose. Gli operai, gli impiegati, i lavoratori tutti, sono ancora sfruttati ma, se prima si rideva, oggi ci si indigna. Lindignazione rivela una non esigua fetta di ipocrisia, o di distrazione: vogliamo il formaggio ma non vogliamo sapere come viene fatto. Gli antichi romani conoscevano bene il lavoro degli schiavi. Noi oggi preferiamo non sapere quante persone sottopagate ci vogliono per confezionare un pacco, cucinare un panino, costruire un cellulare. 

Quanti lavoratori delle pulizie, della vigilanza, del commercio, nei supermercati vivono come Renatino? E quando ce lo fanno notare ci arrabbiamo. Ci inquieta, mortifica, sconvolge, sapere che c’è gente che lavora così perché nostro figlio, nostro nipote, nostro cugino, nostra sorella, la nostra fidanzata o noi stessi sbarchiamo il lunario lavorando come ciucci senza un giorno di riposo fisso e col minimo salariale. Oppure ci indignano perché conoscere lo sfruttamento altrui ci dovrebbe in qualche modo attivare, organizzarci, chiamare lamico avvocato, scrivere ai sindacati, organizzare manifestazioni (ormai tutte contro i vaccini) per cercare di porre rimedio alla situazione. Però non vogliamo uscire dalla nostra zona confort, dalla nostra bolla. 

Non vi preoccupate: Renatino è il vero privilegiato. I sogni di gloria dei ragazzi ridanciani nello spot verranno delusi. Renatino preferisce farsi bastare la sua concretezza. Ognuno con le sue illusioni; ma alcuni a stomaco pieno.

Nessuno risponde a Mons. Galantino? Forse è un bene. Le astrazioni non danno forza a un nuovo partito d’ispirazione cristiana.

Nessuno risponde a Mons. Galantino? Forse è un bene. Le astrazioni non danno forza a un nuovo partito d’ispirazione cristiana.

Delle Foglie ha rilevato un sottile disagio dinanzi alle affermazioni di Mons. Galantino sulla opportunità di riprendere il tema dell’impegno politico dei cattolici, anche attraverso la costituzione di un nuovo partito. Non è un male, di per sé, il silenzio finora registrato. Chi non ha parlato avverte probabilmente il disagio di operazioni surrettizie, con scarsi riferimenti concreti alla realtà del Paese.

Lucio D’Ubaldo

L’ex Presidente dell’Mcl, il giornalista Domenico Delle Foglie, osserva in un articolo che appare su “formiche.net” come la recente uscita di Mons. Nunzio Galantino a proposito della ricostruzione di un partito d’ispirazione cristiana non abbia suscitato particolari reazioni.

Scrive testualmente a riguardo: “La verità è che la diaspora politica dei cattolici è un fatto. Mentre la presenza politica dei cattolici (addirittura nella forma di un partito) resta solo una vaga speranza. Forse più viva all’interno dei Palazzi apostolici (sia pure senza alcuna benedizione) che nel corpaccione del cattolicesimo italiano. A questo punto della nostra storia, cioè nel contesto di una società fortemente secolarizzata e adeguatasi a vivere “senza Dio”, forse la domanda più giusta è un’altra: davvero il sistema Italia ha bisogno di un partito di ispirazione cristiana? La domanda non solo è legittima. È ineludibile”.

Certo, la domanda se non giusta è perlomeno fondata. Ma lo è soprattutto in relazione al fatto che fondatamente Mons. Galantino non ha dato una ricetta, ma ha suggerito una riflessione. A nessuno può sfuggire che il suo invito a riflettere è stato accompagnato dalla premessa circa la necessità di un discorso laico, con tutte le implicazioni e le conseguenze del caso, per il quale un partito di valori adeguati all’insegnamento della Chiesa possa o debba sperimentare un nuovo impegno sulla scena pubblica italiana.

Non è un male, di per sé, questo silenzio finora registrato. Chi non ha parlato avverte probabilmente il disagio di operazioni surrettizie, con scarsi riferimenti concreti alla realtà del Paese e senza una robusta mediazione, intellettuale e politica, che si mostri e si percepisca all’altezza dei problemi. L’astrattezza consiste in primo luogo nella rimozione della straordinaria vicenda del cattolicesimo politico del Novecento. Si vuol ricominciare a prescindere dalla storia, tanto che citare Sturzo o De Gasperi si applesa come dato incidentale, ancorchè esibito con sussiego in alcune circostanze.

Eppure una nota di ottimismo ci vuole. Non è vero che i cattolici rimangano incatenati a un silenzio di prescrizione, guardando di sottecchi la politica e ciò che si muove attorno ad essa, così d’apparire intristiti o sfiduciati. Questo è il tempo dell’accumulazione, per essere domani più generosi, forse anche più maturi. Ogni fuga in avanti nasconde un errore di valutazione e mina alla radice la prospettiva di ripresa del “discorso politico” dei cattolici. Dobbiamo avere fiducia. A patto comunque di essere fedeli alla cultura del dialogo e del pluralismo come orizzonte imprescindibile di qualsiasi operazione concepita e vissuta nel tempo nuovo della Chiesa.

Il social-liberalismo di Sturzo. Il confronto con John Rawls e Amartya Sen sul rapporto tra giustizia e solidarietà. 

 

Sturzo non fu mai un liberale classico, ma di certo fece sue alcune posizioni come la difesa della proprietà privata e della libertà economica. Fu uno studioso originale e un  politico capace. Lo si comprende bene in questo confronto a distanza con due eminenti intellettuali del Novecento. Il link a fondo pagina consente di vedere la registrazione del dibattito, promosso dall’ANDC, sul libro di Alfonso D’Amodio.

 

Rita Padovano

 

Indagare la quotidianità, è questo lo spazio in cui si colloca l’iniziativa dell’Associazione Democratici Cristiani del 26 novembre u.s., voluta anche per analizzare, nel giorno che ricordava il centocinquantesimo anniversario della sua nascita, le corrispondenze tra Luigi Sturzo, John Rawls e Amartya Sen.

L’occasione è,stata fornita da un lavoro di recente pubblicazione (marzo 2021) di Alfonso D’Amodio, edito da Solfanelli, Libertà, giustizia e sviluppo, Sturzo, Rawls e Sen: un dialogo inaspettato.

Si tratta di figure eminenti che, distanziate nel tempo e con stili diversi, contribuiscono a forgiare la connessione tra democrazia, giustizia e libertà. Gli ultimi due, Rawls e Sen, emergono come grandi intellettuali del Novecento le cui teorie sono ancora utili a comprendere la complessità del nostro tempo.

Anzi di più.

Se si esplorassero i concetti capisaldi del loro pensiero, contenuti anche nel sottotitolo di questo volume, se si inverassero le loro idee, potremmo individuare gli elementi utili a tracciare un nuovo percorso, ideale e  politico.

Perché la politica è tradurre i principi in sentieri percorribili, quelli che il nostro tempo va cercando.

Il perno da cui partire è proprio l’idea di giustizia che Rawls definisce essere “la prima virtù delle istituzioni sociali e che nel caso in cui risultino ingiuste devono essere eliminate oppure riformate”. Invece, sul piano economico, Sen propone un nuovo concetto di sviluppo, che non coincide con un aumento del reddito ma della qualità della vita.

Dentro questo spartiacque si pone l’opera di Luigi Sturzo che a differenza degli altri due viene ancora oggi, a torto, non sufficientemente studiato in maniera sistemica, tanto da non essere percepito come autore di riferimento per l’intera cultura politica nazionale e internazionale.

La teoria della giustizia sociale elaborata da Rawls resta ancora oggi quella più solida e meglio sviluppata tra quelle oggi a nostra disposizione, e per questo di maggior riferimento, sebbene nemmeno essa vada esente da critiche.

Come afferma lo stesso autore, il confronto tra Rawls e il sacerdote calatino fa sì che questo volume inserisca in un quadro teorico più ampio il pensiero di Sturzo e concorra a meglio comprenderlo, gettando luce su quegli elementi rimasti finora controversi riguardo alla sua adesione ai principi liberali.

Sturzo non fu mai un liberale classico ma di certo fece sue alcune posizioni come la difesa della proprietà privata e della libertà economica. Uno studioso originale. Un politico capace che restituì ai cattolici lo spazio della politica sottraendoli così all’insidiosa contesa tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica che animava o meglio tormentava quel periodo storico.

 

Rita Padovano è la Segretaria generale dell’Associzione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC)

 

Il link per il video

Dibattito sul libro di Alfonso D’Amodio, Libertà, giustizia e sviluppo. Sturzo, Rawls e Sen: un dialogo inaspettato, 2021, Edizioni Solfanelli.

https://youtu.be/yKNQA49r5P0