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Centro, le novità dopo le amministrative.

Le prossime elezioni amministrative saranno uno spartiacque importante per la politica italiana nel suo complesso. E questo non solo perchè è tradizione italiana che anche quando si vota in una manciata di comuni disseminati lungo lo stivale diventa immediatamente un test per la politica nazionale. Ma per il semplice motivo che questa importante consultazione, che vede protagoniste tutte le principali città del nostro paese con il rinnovo dei rispettivi consigli comunali, è lultima che precede le elezioni politiche generali. E quindi diventa decisivo capire da un lato gli equilibri delle varie forze in campo, misurare il peso e la solidità delle rispettive coalizioni e, soprattutto, individuare le debolezze che emergeranno nella capacità di saper intercettare pezzi di società. E quindi pezzi di elettorato. In altre parole, dopo le amministrative capiremo quali forze/soggetti/liste nasceranno in vista delle elezioni politiche.

Perchè un fatto è chiaro e forse anche irreversibile. Lalleanza tra il partito riformista per eccellenza, cioè il Pd, e il partito populista per antonomasia, cioè quello di Conte e di Grillo, lascia poco spazio e poco ruolo a partiti/liste/movimenti di centro che hanno come obiettivo prioritario quello di declinare una politica di centro. E quindi su questo versante è abbastanza probabile che possano decollare forze in grado di farsi carico, appunto, di un elettorato altrimenti non rappresentato. Come sul versante del centro destra è inevitabile che la forza dirompente della Meloni e, comunque sia, la tenuta – almeno stando sempre ai sondaggi di opinione – della Lega di Salvini comprime sempre di più chi, sul versante del centro moderato e riformista, pensa di riconoscersi in quellarea politica. Anche da quelle parti, com’è ovvio e scontato, la presenza di una lista/movimento/forza di centro si imporrà. A prescindere da quelle sigle con percentuali di consenso da prefisso telefonico che non sono destinate a passare alla storia. Nè politica e nè elettorale.

Ecco perchè le elezioni amministrative saranno un autentico banco di prova politico da un lato e innescheranno un processo, forse lennesimo, funzionale alla formazione di una nuova e rinnovata presenza politica dallaltro. Questa volta, però, non allinsegna del populismo antipolitico, demagogico e qualunquista. Quellarea è già fortemente rappresentata, soprattutto nel campo della sinistra. Ma anche, seppur in minor misura, nellarea politica alternativa. No, questa volta le novità arriveranno sul versante del centro. Lappuntamento, quindi, è dopo il voto di ottobre. Ballottaggi compresi.

Senza il verde non si passa? Bisogna stare attenti al “green caos”.

Entra in vigore il tanto discusso Green Pass, la carta verde che permetterà agli italiani in regola con il bollo salutedi avere accesso a tutti i luoghi pubblici. La carta verde si ottiene con una dose di vaccino, oppure con un tampone rapido antigenico (valido per sole 48 ore) o con un certificato di avvenuta guarigione da Covid-19, in attesa di vaccinazione. Quindi, come si sospettava, la norma non impone e non prevede alcun obbligo vaccinale ma soltanto, per laccesso ad alcune attività e luoghi al chiuso, la verifica dei requisiti di cui sopra. Lunico settore in cui era previsto lobbligo vaccinale era quello sanitario, a cui si aggiunge, ora, anche il settore scolastico e universitario. Molti sono gli italiani che, nellultima settimana, sono corsi ai ripari prenotando la prima dose di vaccino, in modo tale da poter accedere a qualsiasi luogo senza dover prendere una laurea breve in giurisprudenza o un master in diritto sanitario. Altri, invece, per ragioni di salute o per convinzioni ideologiche, legate più che altro ai dubbi sulle contro-indicazioni del siero vaccinale, hanno deciso di resistere o più semplicemente di attendere. In questo caso il governo non si è avvalso di un Dcpm (decreto attuativo e atto amministrativo) ma di un Dl, nello specifico, del Decreto legge del 23 luglio 2021 n. 105 (Dl 105), visionabile nella Gazzetta Ufficiale.

Il decreto legge è un atto che ha valore di legge previsto dalla Costituzione, che il governo può adottare in casi straordinari (come unemergenza sanitaria, per intendersi), e decade se, entro 60 giorni, il Parlamento non lo converte in legge. Sostanzialmente, la differenza tra i due sta nel fatto che mentre il dcpm è un atto meramente amministrativo, il dl, sempre emanato dal presidente del Consiglio, è una legge, dunque con maggiore forza rispetto al decreto. C’è chi dice che questo decreto legge sia un pasticiaccio, perché di fatto non garantisce altro se non linvivibilità della vita civile, ledendo persino i sacri principi della libertà personale sancita dalla Costituzione. Cosa comporta, di fatto, il Green Pass? Come ci si dovrà comportare nei luoghi pubblici? Chi dovrà farlo rispettare? Il Dl 105, riguardante misure urgenti per fronteggiare lemergenza epidemiologica Covid-19, è una misura emergenziale forteche durerà due mesi ed a cui, al contrario del dcpm, alla violazione non ci si potrà opporre per via amministrativa, datosi che se una violazione, nel dcpm, è di natura puramente amministrativa, nel secondo caso la stessa violazione diviene reato.

Dunque il Green Pass previsto nellattuale Dl 105 non può essere eluso in alcun modo. Ma chi controlla ed eventualmente sanziona il reo? Vi è un vulnusallinterno della normativa (non si sa bene se voluta dal legislatore o se accidentale) che potrebbe tramutare il Green Pass in un green caos. La norma prevede che al controllo della carta verde vi sia il gestore dellattività (ad esempio un bar o una palestra) o i suoi delegati. Ciò è previsto e il gestore-proprietario-delegato del negozio-luogo al chiuso non può sottrarsi. Tuttavia non si parla di controllo delle forze dellordine. Quindi, in teoria, potrebbe svilupparsi questa assurda condizione interpretativa: il gestore del locale, a cui è in capo il controllo, per tenersi buona la clientela, omette di chiedere il Green Pass. Arriva un controllo della polizia che chiede a campione il pass ai clienti, che rispondono, grossomodo: voi non potete farlo, il dl 105 stabilisce che lunico a chiedere il passa sia il gestore del locale. A voi, se me lo chiedete, debbo solo fornire le generalità per la mia identificazione. Lagente, forse insolentito, non potrebbe che sottostare alla norma, andando perciò dal gestore del locale, chiedendogli se quella persona sia fornita di pass, per farsi rispondere si. Caso chiuso.

Aspettiamoci quindi una valanga di no, a lei non devo far vedere il green passe le relative sanzioni che potranno essere tentate, con il relativo ricorso. Il titolare dellattività, o un suo delegato, dovranno scaricare lapp per smartphone governativa Verifica C19e verificare allingresso del locale la carta verde dei clienti. Altra nota importante: è stato permesso al titolare/delegato del locale richiedere, assieme alla verifica del Green Pass in corso di validità, anche lesibizione di un documento di identità, per la doppia verifica dei dati, come si legge altresì nelle indicazioni duso in schermata della app. Non tutti i lavoratori però potranno chiedere il green pass ai cittadini, soltanto coloro che verranno formalmente nominati dal datore di lavoro secondo lart. 13 comma 3 del 17 giugno 2021. Quindi tutti possono scaricarsi lapp di verifica, ma se non sono nominati per iscritto dal datore di lavoro, possono controllarsi soltanto la loro stessa certificazione, non quella degli altri. Ciò che appare surreale” è che laddetto al controllo del green pass non ha alcun obbligo alla vaccinazione, sempre che non lavori nei settori ospedaliero, scolastico o universitario: limportante è che anche lui/lei rispetti i tre requisiti previsti dalla normativa.

La maggior parte di noi tuttavia non saranno a conoscenza di questi meccanismi e si andranno a creare situazioni come questa: Lei è vaccinato?chiederà il cliente al controllore degli accessi, No, ma ho il green passrisponderà quello, Me lo mostrichiederà il primo, Non sono tenuto a mostrarglieloribadirà il secondo, Mi mostri allora la delega del suo datore di lavoro che le consente di effettuare la verifica del mio Green Pass!insisterà il cliente, e così via. Ecco alcune situazioni che vedremo crearsi. Ci sono comunque altre dinamiche che occorre tenere presenti, in particolare, riguardo i rapporti tra lavoratore e datore di lavoro. Il datore di lavoro non può richiedere la vaccinazione ai suoi collaboratori ma nemmeno che essi facciano un tampone. Lo screening rimane su base volontaria. Lo stesso valga per il Green Pass, che può essere richiesto/esibito soltanto da chi ha la legittimazione a trattare i dati sanitari del lavoratore, ovverosia il medico del lavoro. Questi vulnuso vizi di formasembrano essere una malcelata volontà di tirare avanti un paio di mesi, sperando che oltre il novanta percento della popolazione si vaccini (oggi è il settanta percento) e che la curva dei contagi si abbassi notevolmente. Al mese di ottobre lardua sentenza. Per ora si raccomanda calma. Calma e cautela.

La democrazia oltre la rivoluzione. Le iniziative sociali e socio-economiche del riformismo cristiano tra anni Sessanta e anni Novanta del Novecento.

In occasione del suo Sessantesimo anniversario, lArchivio per la Storia del movimento sociale cattolico in Italia Mario Romanipropone un convegno internazionale di studi sull’azione delle forze sociali nel periodo tra anni Sessanta e Novanta del Novecento. L’incontro vuole approfondire la conoscenza sulla natura, sul ruolo e sui fini delle autonome realtà ed esperienze sociali che hanno contribuito alla salvaguardia e alla promozione di una democrazia sostanziale, costruendo spazi reali di partecipazione nella vita socio-economica e civile. Si tratta di realtà che hanno promosso esperienze di rappresentanza e/o istanze di partecipazione riconducibili alle molteplici e differenziate espressioni della democrazia sostanziale, operando anche in contesti non democratici, come libera integrazione della sfera pubblica.

Oggi, a fronte delle evidenti difficoltà di realizzare una cittadinanza compiuta e delle debolezze delle esperienze di democrazia diretta, il ruolo delle libere associazioni e degli autonomi soggetti sociali costituisce ancora una questione centrale per lo sviluppo economico e sociale.

Limpostazione del convegno si ispira alle convinzioni che hanno portato nel 1951 il fondatore dellArchivio, Mario Romani, professore di Storia economica allUniversità Cattolica del Sacro Cuore di Milano, a studiare questi fenomeni a partire dallanalisi dei fatti storici in prospettiva comparata, aperta allanalisi interdisciplinare nellambito delle scienze sociali.

Su queste basi metodologiche il convegno si propone di mappare e studiare le esperienze realizzate dagli attori sociali e socio-economici di matrice cristiana, ma non solo, in particolare nel contestoeuro-atlantico, in America Latina e nei paesi dOltrecortina. Esperienze associative o movimenti, radicati nel contesto di appartenenza, quali i sindacati, i movimenti contadini e operai, le realtà della cooperazione e le iniziative socio-economiche promosse dalle congregazioni religiose e dai movimenti ecclesiali. Oggetto privilegiato di analisi possono essere anche i protagonisti, sia maschili che femminili, di tali esperienze.

Nei lunghi anni Sessanta molte di queste realtà subirono forti cambiamenti, cambi di rotta o ripensamenti, frutto delle repentine accelerazioni e regressioni dei processi di democratizzazione e delle temperie culturali che scuotevano il mondo. In particolare, gli anni Sessanta e parte degli anni Settanta furono attraversati dalla crisi della maggior parte delle visioni e delle sensibilità riformistiche, a favore di più radicali istanze di superamento degli assetti democratici ed economici che avevano preso forma nel secondo dopoguerra. I due decenni successivi hanno visto il riemergere carsico sia di esperienze, sia di prospettive riformistiche che sembravano dissolte e che al contrario sono state in grado di riproporsi, aggiornando la propria identità e il proprio ruolo sociale.

Il convegno offrirà loccasione di realizzare una prima analisi sia dellevoluzione interna di tali realtà, sia del ruolo giocato da queste nel dibattito culturale, politico, sociale ed economico del periodo considerato, con particolare riferimento alle diverse concezioni di democrazia che ne hanno guidato lazione. Una speciale attenzione sarà rivolta agli studi che indagheranno la dimensione transnazionale, al fine di comprendere le reciproche influenze tra esperienze apparentemente distanti che agivano in contesti politici ed economico-sociali eterogenei.

Possibili campi di indagine

Azione, riflessione e formazione sociale ed economica dei movimenti associativi; movimenti sociali femminili; azione sociale delle congregazioni religiose; sindacati e movimenti dei lavoratori; esperienze di cooperazione nazionali e internazionali; iniziative in campo sociale economico e finanziario; centri culturali, uffici studi e fondazioni interessati al mondo del lavoro.

Comitato organizzativo: Cecilia Maria Bravi, Marta Busani, Nicola Martinelli, Paolo Valvo. Comitato scientifico: Nicola Antonetti, Claudio Besana, Aldo Carera, Kim Christiaens, Massimo De Giuseppe, Mario Del Pero, Gerd-Rainer Horn, Andrea Maria Locatelli, Marta Margotti, Renato Moro, Claudia Rotondi, Matteo Truffelli.

La conferenza si svolgerà presso lUniversità Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in modalità dual mode il 10 e 11 marzo 2022. Le lingue ammesse per gli interventi saranno litaliano, linglese e lo spagnolo.

Le proposte dovranno giungere entro il 15 novembre 2021 al seguente indirizzo di posta elettronica: democracyconference2022@gmail.com. Esse dovranno contenere il titolo dellintervento, un abstract di max. 500 parole che descriva gli scopi della ricerca, le metodologie e le fonti utilizzate e un breve CV dei proponenti.

Le proposte saranno valutate e selezionate sulla base della loro rilevanza scientifica e della innovatività del tema proposto. Lesito della selezione sarà comunicato entro il 31 dicembre 2021.

I risultati del convegno saranno pubblicati a cura dellArchivio.

Per ulteriori informazioni contattare democracyconference2022@gmail.com.

Secondo i sondaggi, Fratelli d’Italia resta la prima la forza politica. Supermedia AGI/Youtrend sulle intenzioni di voto degli italiani

Lultima Supermedia prima della pausa estiva ci regala uno scenario estremamente aperto: si conferma il primato (acquisito due settimane fa) di Fratelli dItalia di primo partito nelle intenzioni di voto degli italiani, ma il suo vantaggio sulla Lega è infinitesimale, pari a un solo decimo di punto percentuale.

Entrambi i partiti, in ogni caso, paiono essersi attestati poco al di sopra della soglia del 20%, con il Partito Democratico in terza posizione distanziato di un solo punto (19,3%). Riduce un poil distacco dal terzetto di testa il Movimento 5 Stelle, che risale al 16% nei giorni dellapprovazione del nuovo statuto della (ormai scontata) elezione di Giuseppe Conte a nuovo leader.

Alle spalle dei primi quattro partiti il quadro resta piuttosto stabile, come del resto avviene da molte settimane a questa parte. Forza Italia galleggiatra il 7 e l8 per cento, staccando la pattuglia dei partiti minori capitanata da Azione di Carlo Calenda (unico di questa pattuglia stabilmente sopra il 3% attuale soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale per il Parlamento nazionale), con tutti gli altri dal 2% in giù. La storia ci ha però insegnato che durante la pausa estiva possono accadere molte cose (il 2019 è ancora lì a ricordarcelo), quindi non possiamo escludere che il quadro appena visto possa cambiare in modo significativo già a inizio settembre.

Nel complesso, le forze che sostengono il governo Draghi in Parlamento raccolgono i consensi di quasi 3 italiani su 4 (73,2%). Si tratta di un consenso inferiore di oltre 5 punti rispetto a quello registrato al momento della nascita dellesecutivo, avvenuta ormai sei mesi fa. A beneficiare di questa flessione sono state le opposizioni a destra (FDI +3,8%) e a sinistra (con SI che ha divorziatoda MDP, ed è oggi quotata al 2,1%). Uno sguardo più approfondito alle diverse componenti della maggioranza a sostegno di Draghi tuttaltro che monolitica, trattandosi di un governo di unità nazionale consente però di apprezzare come le variazioni non siano state omogenee.

Di fatto, mentre larea giallorossa(ossia PD, M5S e LeU-MDP) è rimasta nel complesso stabile, maggiori difficoltà ha avuto larea di centrodestra (Lega, Forza Italia e altre liste minori) che ha lasciato sul terreno tre punti e mezzo. Non è andata meglio allarea liberale, in cui si è registrata una perdita di consensi che ha colpito in particolare Italia Viva di Renzi e +Europa (che peraltro ha da poco riconfermato alla segreteria Benedetto Della Vedova in occasione del suo secondo congresso, convocato dopo un piccolo terremoto [LINK https://www.agi.it/politica/news/2021-03-15/caos-europa-emma-bonino-benedetto-della-vedova-11773847/ ] avvenuto lo scorso marzo).

Quello che non è cambiato, durante questi primi sei mesi di Governo Draghi, è il rapporto di forza tra le diverse aree politiche, riaggregate in base alle coalizioni che si sono fronteggiate in occasione delle ultime elezioni politiche (4 marzo 2018).

Il centrodestra, infatti, nonostante i rimescolamential suo interno, continua a essere la coalizione sulla carta più competitiva: da oltre due anni, questarea vale poco meno del 50% dei consensi, mostrando una stabilità sorprendente. Molto staccata è larea di centrosinistra (PD e centristi alleati dei democratici nel 2018) che nel corso di questa legislatura non ha mai raggiunto il 30%, raccogliendo ad oggi i consensi di poco più di un italiano su quattro. Certo, un centrosinistra allargato al Movimento 5 Stelle e alla sinistra radicale potrebbe valere sulla carta oltre il 45% e risultare competitivo con il centrodestra: ma mettere insieme una simile coalizione, che vada da Renzi e Calenda alla sinistra di Fratoianni, appare unopzione politicamente ben poco percorribile, per usare un eufemismo.

Al momento, comunque, eventuali elezioni politiche anticipate non sono uno scenario realistico. E questo perché siamo appena entrati nel cosiddetto semestre bianco, ossia gli ultimi sei mesi di mandato del Presidente della Repubblica [LINK https://www.agi.it/politica/news/2021-08-03/semestre-bianco-molti-poteri-restano-intatti-13456510/ ]. Da Costituzione, durante questo periodo il Capo dello Stato non può sciogliere le Camere, a meno che tale periodo non coincida con la scadenza naturale della legislatura. Questo significa che lattuale Parlamento potrà in effetti essere sciolto solo a partire da febbraio 2022, quando si sarà insediato il successore di Sergio Mattarella (e anche in quel caso non è affatto scontato che la maggioranza dei parlamentari sia ansiosa di andare a nuove elezioni, con un solo anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale).

Continua a leggere (anche per vedere le tabelle illustrative)

https://www.agi.it/politica/news/2021-08-05/sondaggi-partiti-fratelli-italia-lega-13493892/

Sete di verità: Draghi desecreta i documenti di Stato riguardanti la Loggia P2 e Gladio.

Era il 2 agosto 1980 quando, alle ore 10:25, nella sala daspetto di seconda classe della Stazione di Bologna, esplose un ordigno che causò la morte di 85 persone e il ferimento o la mutilazione di altre 200. 

Si tratta del più grave attentato avvenuto in Italia nel dopoguerra. 

Dagli innumerevoli processi che sono seguiti risulta che gli esecutori materiali dellattentato sono stati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, tutti militanti di estrema destra appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar).

Nel 2020 la Procura generale di Bologna ha concluso che Paolo Bellini, ex appartenente al gruppo di estrema destra Avanguardia Nazionale, è stato uno degli autori della strage in concorso con i militanti Nar condannati e con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto DAmato e Mario Tedeschi, individuati quali mandanti, finanziatori e organizzatori dellattentato.

Licio Gelli e Umberto Ortolani sono stati i capi della potentissima Loggia massonica P2; Federico Umberto DAmato è stato dirigente generale di pubblica sicurezza e direttore dellUfficio Affari Riservati del Ministero dellInterno; Mario Tedeschi, dopo l8 settembre 1943, si arruolò nel battaglione Barbarigo della Xa Flottiglia MAS e combatté nellAgro Pontino a fianco delle truppe naziste, contro le forze angloamericane.

Nel dopoguerra Tedeschi divenne direttore del settimanale di destra Il Borghese, fu deputato per il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, e membro della P2.

Indipendentemente dallefferato episodio dellattentato alla stazione di Bologna, Gelli, Ortolani, DAmato e Tedeschi sono stati indicati come i dirigenti di una rete di gruppi eversivi di estrema destra, collegati con la criminalità organizzata, i servizi segreti deviati e frange militari golpiste.

Tale rete avrebbe ideato, diretto e finanziato una serie di attentati allinterno di una operazione politica nota come strategia della tensione, che ha funestato i cosiddetti Anni di Piomboed ha pianificato i drammatici attentati che hanno colpito lItalia: dalla strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) fino alla strage di Bologna (2 agosto 1980).

La struttura dirigente e la capacità operativa di questa rete poggiava sulla Loggia massonica P2 e sullorganizzazione paramilitare Gladio.

Il grande numero di attentati, operazioni finanziarie illecite, assassini politici, complicità con i terroristi e la criminalità organizzata, sono stati giustificaticome necessari per contrastare quella che veniva indicata come la minaccia comunista.

In occasione della commemorazione della strage di Bologna (2 agosto) è accaduto un fatto insolito, inaspettato e foriero di sviluppi che potrebbero essere dirompenti per laccertamento della verità in merito alle strategie eversive che hanno provocato così tante vittime negli anni Settanta.

In una nota pubblicata sul sito della Presidenza del Consiglio si legge che «il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha siglato oggi una Direttiva che dispone la declassifica ed il versamento anticipato allArchivio centrale dello Stato della documentazione concernente lOrganizzazione Gladio e la Loggia massonica P2».

«Si tratta continua la nota di una iniziativa che va ad ampliare quanto già stabilito con una precedente Direttiva del 2014, con riferimento alla documentazione relativa agli eventi stragisti di Piazza Fontana a Milano (1969), di Gioia Tauro (1970), di Peteano (1972), della Questura di Milano (1973), di Piazza della Loggia a Brescia (1974), dellItalicus (1974), di Ustica (1980), della Stazione di Bologna (1980), del Rapido 904 (1984), conservata negli archivi degli Organismi di intelligence e delle Amministrazioni centrali dello Stato».

«Con questa nuova Direttiva sottolinea la nota della Presidenza del Consiglio il Presidente Draghi ha ritenuto doveroso dare ulteriore impulso alle attività di desecretazione. Liniziativa adottata potrà rivelarsi utile ai fini della ricostruzione di vicende drammatiche che hanno caratterizzato la recente storia del nostro Paese».

Non sappiamo quali saranno gli sviluppi di questa iniziativa, certo è che non si era mai visto un Presidente del Consiglio che desecreta documenti così importanti e segreti. Siamo in presenza, dunque, di una grande novità. 

Per comprendere meglio le implicazioni della P2 e di Gladio nella strategia della tensione, consigliamo ai lettori di leggere il saggio Alcune chiavi di lettura sulluso del terrorismo stragista negli anni Settanta e Ottanta, scritto da Claudio Nunziata, già Sostituto procuratore della Repubblica a Bologna.

Il magistrato Claudio Nunziata, ora in pensione, ha svolto le prime indagini relative alle stragi del treno Italicus, della Stazione di Bologna e del Rapido 904. 

Link al saggio di Claudio Nunziata (Sistema Archivistico Ministero della Cultura):

http://www.memoria.san.beniculturali.it/web/memoria/approfondimenti/scheda-ricerche?p_p_id=56_INSTANCE_Rb5v&articleId=246547&p_p_lifecycle=1&p_p_state=normal&groupId=11601&viewMode=normal

 

 

 

 

Ddl Zan, manca l’intesa tra i gruppi parlamentari. In Senato se ne riparlerà a settembre.

Nel 1990 lOMS ha eliminato lomosessualità dallelenco delle malattie mentali. Nonostante questo nella cultura comune essere gay è ancora un tabù, che la legge Mancino ha tentato di scardinare con una presa di posizione netta sulla violenza; tuttavia i reati dodio, intesi ancora in forma generica, necessitano della presenza di forme giuridiche apposite. Tale proposta si è incarnata, per così dire, nel ddl Zan, a sua volta conseguenza di una serie di proposte avanzate dal 2018. Tuttavia laltro ieri il Ddl Zan è “scomparsodal calendario di luglio di Palazzo Madama. Le divisioni interne fra Pd e M5S hanno fatto naufragare nei giorni scorsi lapprovazione in Senato del provvedimento: se ne riparlerà a settembre.

Un centro destra silente ha portato a casa un punto a suo favore, quello per un discusso disegno di legge contro la discriminazione, in particolare, degli omosessuali, tema non particolarmente gradito a buona parte del suo elettorato conservatore. Una legge che, a detta di alcuni, lede il principio della libertà di espressione. Quello che sembra, invece, è che le forze di governo vogliano dedicarsi al più urgente e imminente caso del Green Pass, il quale porterà un grande cambiamento nella quotidianità di tutti i cittadini. I dieci articoli del ddl Zan non hanno convinto quasi nessuno e c’è chi propone di riscriverlo. Unaltra volta. Dai partiti sono stati proposti un numero esorbitante di modifiche (emendamenti), ovvero 700 dalla Lega, 134 da Fi e 127 da Fdi: 80 presentati da Paola Binetti (Udc), mentre i renziani si sono accontentati di presentarne quattro. Volontà di migliorare la legge oppure di abortirla?

Nel frattempo il Ddl finisce nellarmadietto parlamentare. Non è la prima volta che, nel nostro Paese, la montagna partorisce il topolino. Molto rumore per nulla. Il disegno di legge che si prefiggeva di proteggere dai reati di odio nei confronti di categorie particolarmente deboli come i disabili, le donne (femminicidio) e gli omosessuali (ancora bistrattati nella quotidianità sociale) è come un feto in travaglio e che rischia di non vedere la luce. La proposta di legge, sommersa dalle richieste di modifica dei partiti, viene rinviata: occorre troppo tempo per studiare tutte le proposte di rettifica e mediare fra le parti. 

Siena e dintorni: brevi cenni per memoria.

Cera un volta il Monte dei Paschi. Poi venne lacquisto di Antonveneta, poi venne la crisi, poi furono chiamati i risanatori, che incapparono in condanne, poi la banca divenne pubblica quando il Ministro delleconomia era Padoan, poi Padoan fu eletto nel collegio di Siena, poi si dimise per diventare presidente di UniCredit ora in procinto di acquistare Mps, poi nel collegio di Siena si candida il segretario del Pd Enrico Letta, allievo di Andreatta, che volle il divorzio tra Tesoro e Banca dItalia e si batté perlautonomia delle banche dal potere politico.

Questo in sintesi. Ora vorrei però ricordare, in proposito,alcuni momenti che mi hanno visto protagonista in ambito parlamentare.

Durante la riforma della legge sul risparmio posi il problema di rispettare la legge Ciampi sulla presenza delle Fondazioni nelle aziende bancarie. Se ricordo bene la questione riguardava MPS, con Genova e Rimini che detenevano oltre il 50 per cento del capitale. Proposi di scendere al 30 per cento per i diritti di voto salvaguardando i diritti patrimoniali.

Ciò avrebbe consentito di aprire ad una maggiore trasparenza, con lingresso di nuovi soci, e forse impedito operazioni devastanti come quella di Antonveneta, che lassenza di controlli ha agevolmente determinato.

La norma fu approvata dal governo Berlusconi con Tremonti ministro dellEconomia, ma il successivo governo Prodi utilizzò la delega prevista dalla legge 262 per cancellare proprio quella norma. Loperazione fu possibile grazie a un dispositivo inserito nel decreto legislativo, per il quale era necessario il voto solo in commissione alla Camera. Si trattò, a mio giudizio, di una evidente forzatura politica e regolamentare.

Questa è la storia di quanto avvenuto nel 2005. Se quella norma fosse rimasta, MPS avrebbe avuto un destinodiverso. In sostanza, la Fondazione avrebbe mantenuto un più ricco patrimonio e avrebbe potuto proseguire nella erogazione di risorse importanti per il territorio toscano, di cui hanno beneficiato molte comunità locali. Oggi invece si parla di difendere il marchio, di salvaguardare i posti di lavoro,  al bancomat che non c’è più. Forse una autocritica di chi ha compiuto scelte politiche scellerate non guasterebbe.

[Il testo è tratto, su segnalazione dellautore, dalla pagina Fb dello stesso]

Santa Maria Maggiore, la Basilica “nata” da una nevicata d’agosto. Uno schizzo storiografico di “Famiglia Cristiana”.

La Basilica patriarcale maggiore arcipretale di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “Basilica di Santa Maria Maggiore”, è una delle quattro basiliche papali di Roma. Collocata sulla sommità del colle Esquilino, è la sola ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. L’arciprete della basilica è il cardinale Santos Abril y Castelló, mentre il protocanonico onorario è di diritto il re di Spagna. Considerata il più antico santuario mariano d’Occidente, fu eretta, sul precedente edificio liberiano che era un tempio pagano, da papa Sisto III (432-440) dedicandola a Dio e intitolandola alla Vergine, proclamata solennemente dal concilio di Efeso (431) Madre di Dio.

La Porta Santa

Essendo Basilica papale, anche qui c’ è la Porta Santa che il Papa ha aperto solennemente il 1° gennaio 2016, festa di Maria Ss. Madre di Dio, per dare inizio al Giubileo della Misericordia. Hanno una porta santa le quattro basiliche papali di Roma: San Pietro (opera dello scultore Vico Consorti, aperta dal Pontefice l8 dicembre scorso) San Giovanni in Laterano (opera dello scultore Floriano Bodini, aperta il 13 dicembre), San Paolo fuori le mura (qui l’autore della Porta Santa fu Enrico Manfrini), e appunto Santa Maria Maggiore (opera dello scultore bolognese Luigi Enzo Mattei, unico vivente tra gli artisti autori di queste Porte Sante). Questa Porta Santa fu benedetta da Giovanni Paolo II l’8 dicembre del 2001 e offerta alla basilica dall’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Perché fu costruita e quando si festeggia la dedicazione di questa Basilica?

Il 5 agosto si festeggia la Dedicazione di questa Basilica. Narra una tardiva leggenda che la Madonna, apparendo nella stessa notte del 5 agosto del 352 a papa Liberio e a un patrizio romano, li avrebbe invitati a costruire una chiesa là dove al mattino avrebbero trovato la neve. Il mattino del 6 agosto una prodigiosa nevicata, ricoprendo l’area esatta dell’edificio, avrebbe confermato la visione, inducendo il papa e il ricco patrizio a metter mano alla costruzione del primo grande santuario mariano, che prese il nome di S. Maria “ad nives”, della neve. Poco meno di un secolo dopo, papa Sisto III, per ricordare la celebrazione del concilio di Efeso (431) nel quale era stata proclamata la maternità divina di Maria, ricostruì la chiesa nelle dimensioni attuali.

Di quest’opera rimangono le navate con le colonne e i trentasei mosaici che adornano la navata superiore. All’assetto attuale della basilica contribuirono diversi pontefici, da Sisto III che poté offrire al popolo di Dio” il monumento “maggiore” al culto della beata Vergine (alla quale rendiamo appunto un culto di iperdulia cioè di venerazione maggiore a quello che attribuiamo agli altri santi), fino ai papi della nostra epoca. La basilica venne anche denominata S. Maria “ad praesepe”, già prima del secolo VI, quando vi furono portate le tavole di un’antica mangiatoia, che la devozione popolare identificò con quella che accolse il Bambino Gesù nella grotta di Betlemme. La celebrazione liturgica della dedicazione della basilica è entrata nel calendario romano soltanto nell’anno 1568.

Quali sono le altre chiese mariane sorte a Roma su templi pagani?

Sono diverse. Bastano pochi nomi, tra i cento titoli dedicati alla Vergine, per avere le dimensioni di questo omaggio alla Madre di Dio: S. Maria Antiqua, ricavata dall’Atrium Minervae nel Foro romano; S. Maria dell’Aracoeli, sulla cima più alta del Campidoglio; S. Maria dei Martiri, il Pantheon; S. Maria degli Angeli, ricavata da Michelangelo dal “tepidarium” delle Terme di Diocleziano; S. Maria sopra Minerva, costruita sopra le fondamenta del tempio di Minerva Calcidica; e, più grande di tutte, come dice lo stesso nome, S. Maria Maggiore, la quarta delle basiliche patriarcali di Roma, detta inizialmente Liberiana, perché identificata con un antico tempio pagano, sulla sommità dell’Esquilino, che papa Liberio (352-366) adattò a basilica cristiana.

Perché una delle campane è detta la “Sperduta”?

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https://m.famigliacristiana.it/articolo/giubileo-santa-maria-maggiore-la-basilica-nata-da-una-nevicata-d-agosto.htm

Siamo tutti Marcell! Il messaggio lanciato da “Orbisphera”.

Nato a El Paso (Texas), Marcell è il giovane che pochi giorni fa ci ha preso il cuore, facendolo battere a 100 allora e regalando allItalia loro nei 100 metri piani. 

Qualcuno ha titolato a ragione: «Vince lItalia dellintegrazione».

A tale proposito, il Presidente del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) Giovanni Malagò ha dichiarato: «Non riconoscere lo ius solisportivo è aberrante e folle».

Accade infatti che ci sono circa 800mila ragazze e ragazzi, nati in Italia da genitori stranieri, i quali non possono vestire la maglia della nostra nazionale nelle competizioni internazionali perché la cittadinanza italiana verrà concessa loro soltanto dopo aver compiuto i 18 anni.

Emblematico il caso di Great Nnachi: nata in Italia da genitori nigeriani, un talento nel salto con lasta, nominata dal Presidente Mattarella alfiere della Repubblica, ma non può gareggiare per lItalia perché ha solo sedici anni.

Luniverso dei figli dItalia non riconosciuti, inoltre, è molto più vasto e variegato di quello degli atleti.

Molti sono bravi nelle discipline sportive, molti altri eccellono in quelle musicali, e i più sono come siamo tutti: cioè, esseri umani.

Non sanno correre come il vento, non hanno una storia interessante da raccontare, parlano dozzine di dialetti variegati e abitano terre che vanno dalle Dolomiti alla Sicilia. Crescono, studiano e lavorano. Silenziosamente.

«Purtroppo s’è fatta lItalia, ma non si fanno gli italiani», diceva Massimo dAzeglio poco dopo il 1861.

Oggi quasi due milioni di persone che vivono, studiano e lavorano in Italia sono senza cittadinanza. Per lo più giovani. Ragazze e ragazzi nati nel nostro Paese ma privati del più elementare dei diritti: quello di cittadinanza. 

Eppure lItalia è la loro patria. Lunica patria che conoscono. Quella che rappresentano e per la quale molti di loro gareggiano.

Marcell Jacobs, nato negli Stati Uniti, padre americano e madre italiana, È ITALIANO, parla italiano, è lorgoglio dellItalia alle Olimpiadi.

Ma quanti altri ragazzi e ragazze non avranno mai la possibilità di sentirsi chiamare italiani?

Dichiara il Movimento Italiani Senza Cittadinanza: «Siamo per il DIRITTO ad esercitare a pieno ogni sport, fino ai livelli agonistici. Ma laccesso alla Cittadinanza DEVE ESSERE per tutti. Anche per chi tra noi non eccelle negli sport».

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https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5334/Siamo_tutti_Marcell!

Gualtieri non trova il bandolo di una proposta politica all’altezza della sfida per il Campidoglio

Attorno a Gualtieri si va formando unombra di declino. Fatica a reggere, più o meno, il gruppo dirigente che ha sostenuto negli anni le candidature di Veltroni e Marino per il Comune di Roma, di Zingaretti per la Provincia prima e la Regione dopo. Cambiano gli equilibri delle frazioniin campo, ma sempre di ex Ds si deve parlare. In questa fase, appannata la stella di Bettini, i giochi sono in mano alla corrente che una volta si riconosceva nella leadership di DAlema.  

Perché il declino? Incide senza dubbio lanagrafe: le nuove leve di un tempo ora che non lo sono più denunciano la perdita, almeno in parte, di quello smalto che in genere ricopre e impreziosisce lazione giovanile. Tuttavia c’è anche un tarlo che logora una lunga esperienza politica alla cui origine si deve rintracciare la tipica formazione del mondo comunista, ovvero labnegazione fino al sacrificio, ma anche la chiusura psicologica, prima ancora che politica, nel proprio ambito identitario. Qui c’è un limite che tende a manifestarsi con sempre maggiore consistenza.

Sembra infatti che il concetto di pluralismo, mai acquisito correttamente da un partito comunque a base marxista-leninista, stenti a materializzarsi oggi nellorizzonte di una classe dirigente che pure ha fatto i conti, spostando in avanti lidea di cambiamento e inserendola in un processo non più rivoluzionario, con la storia della sinistra di opposizione. Lo si vede nel modo in cui si è plasmato finora il quadro politico-organizzativo del candidato sindaco, con il Pd contratto nellimmobilismo e una coalizione senza spessore. È il risultato – per adesso? – di questa reminiscenza anti pluralismo, per cui il controllo delle operazioni diventa infine un meccanismo di mera gestione degli organigrammi di potere (reale o presunto).

Prevale insomma il desiderio di uniformità, come se essa afferisca a un universo di superiore garanzia e maggiore sicurezza. Orbene, si potrebbe notare che non così fu pensato lUlivo, né così tanto meno il Pd; che anzi, affidandosi i più alla energia vitale del pluralismo, nelle diverse  stagioni del centro sinistra ha operato lambizione di fare nuove tutte le coseproprio in virtù di una felice contaminazione di tipo ideale. Certo, poi si è constatato che dietro lambizione non cera la formula capace diinverarne il contenuto, sicché è iniziato un difficile e non concluso esame di coscienza, con alti e bassi, senza una direttrice chiara. La crisi del Pd sta in questa irrisolta  controversia, aggravata dallultima secessionein chiave lib-lab di Calenda.      

Gualtieri non si avvede del pericolo? Probabilmente è alla ricerca di una leva che possa (ri)sollevare un mondo bloccato, impoverito culturalmente, persino depresso. Un mondo, tuttavia, che sfoga nel pragmatismo la voglia di vincere, tralasciando la preliminare necessità di convincere, come se la Città Eterna non avesse maturato nel frattempo, lungo tutto il quinquennio grigio e improduttivo della Raggi,  il bisogno di un di più”, vale a dire di una nuova sintesi popolare (vedi Sturzo e la sua nozione di riformismo). Ecco, questa lezione esalta opportunamente la centralità del programma, vero perno della visione sturziana del progresso. E proprio a questa cultura riformatrice popolare, degna di stare al passo con i tempi, il possibile sindaco di Roma dovrebbe guardare con interesse e in fondo con rispetto.

Spiace dirlo, ma finora non ne ha dato prova.

Con la pandemia gli italiani riscoprono il mutualismo. Il punto su “Vita”.

Tre quarti degli italiani pensano che ci sia bisogno di imprese mutualistiche, che hanno cioè lo scopo di ripartire tra i soci tutto il valore prodotto dalla realizzazione di un bene o dallerogazione di un servizio, oltre la metà è convinta che rappresentino un bene per lintero sistema economico e un terzo le considera come le più adatte a gestire i fondi del PNRR. È quanto risulta da un sondaggio condotto nellambito dellOsservatorio Legacoop, ideato e realizzato dallAreaStudi dellassociazione insieme con il partner di ricerca IPSOS.

La prima evidenza che risulta dal sondaggio è quella di un bisogno diffuso, tra gli italiani, di cooperazione (70%), condivisione (69%) e mutualismo (61%). Mutualismo che, per il 40% degli intervistati, è una forma di assistenza e aiuto reciproco, per il 19% un patto tra persone per condividere benefici e vantaggi; mentre il 5% lo identifica nellassistenza sanitaria pubblica.

Su questa premessa, il 74% degli intervistati ritiene che nella nostra economia ci sia bisogno di imprese mutualistiche; il 42% le vede come unopportunità per migliorare le cose, il 23% come una necessità per il futuro, il 21% una visione rivoluzionaria. Di parere opposto il 13%, che le considera una visione sorpassata e vecchia. Inoltre, per 1 italiano su 4 il modello mutualistico è applicabile in tutti i settori di attività, per 4 su 10 al mondo dei servizi sociali e per 3 su 10 al mondo della produzione di beni e servizi.

Rilevante il dato relativo allutilità del modello: oltre la metà degli intervistati (51%) ritiene che dare vita a imprese mutualistiche sia un bene per leconomia del Paese (il 35% solo per le persone, il 27% per il mercato). Un dato che trova conferma nella fiducia riposta dai cittadini nelle imprese mutualistiche per la gestione delle risorse del PNRR, espressa dal 32% degli intervistati, seconda solo a quella per lo Stato (44%) e decisamente superiore rispetto a quella verso le imprese private (14%).

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http://www.vita.it/it/article/2021/08/04/con-la-pandemia-gli-italiani-riscoprono-il-mutualismo/160179/

Ma le tasse delle Province sono costituzionali? Un interrogativo arguto su “Lavoce.info”.

Dove nasce il problema

La legge Delrio, per espressa indicazione del legislatore, era una disciplina transitoria: avrebbe dovuto fungere da pontetra il previgente sistema di organizzazione degli enti locali e quello che sarebbe conseguito al procedimento di revisione costituzionale, avviato con il disegno di legge costituzionale Boschi-Renzi, poi respinto dagli italiani in sede referendaria.

La formulazione dellattuale articolo 114 della Costituzione, in combinato disposto con gli articoli 1 e 5, che definisce le province come enti autonomi, con propri statuti, poteri e funzioni, finisce per rappresentare un ostacolo non facilmente aggirabile. Infatti, se il modello di elezione (diretta, o di secondo grado, dei titolari degli organi di governo) non appare formalmente vincolato dalla Costituzione (Corte costituzionale. sentenza n. 50/2015), è però certo che le province sono configurate come enti rappresentatividelle popolazioni locali, e non come enti espressione associativadei comuni.

La natura giuridica

Il mancato colpo di spugnacostituzionale non è rimasto ininfluente e non solo perché il legislatore è stato costretto a mantenere in vita lintelaiatura istituzionale delle province, con tutto ciò che ne consegue anche in termini di spesa pubblica, ma anche per i riflessi sulla natura giuridica del nuovo ente intermedio.

La nuova provincia, infatti, avvicinandosi più a un modello di autonomia funzionale e strumentale (al pari della camera di commercio), presenta solo due tipi di autonomia, quella amministrativa e quella finanziaria, risultando sprovvista della terza, quella politica, di cui sono invece dotati gli enti ad autonomiacostituzionalmente protetta. Nellassetto delineato dalla riforma Delrio, la vocazione della provincia è diventata essenzialmente, se non esclusivamente, tecnica e funzionale: la disponibilità delle funzioni fa sì che il suo scopo non sia più quello di rappresentare lidentità politica di una comunità territoriale di area vasta, ma quello di offrire un supporto e un coordinamento ai comuni del territorio o un punto di caduta razionale di competenze regionali. È così scivolata fuori dal circuito della sovranità” consacrato negli articoli 5 e 114 della Costituzione, per rispondere esclusivamente a esigenze organizzative di buon andamento e di più razionale gestione delle funzioni amministrative, anchesse peraltro sensibilmente ridotte rispetto al passato.

La funzione impositiva

La legge di riforma Delrio non ha tenuto conto che le funzioni amministrative di tipo impositivo non possono essere esercitate da un ente sprovvisto dello status di ente territoriale di governo, cioè di ente per antica dottrina sede propria di policentrismo autonomistico o, come si dice oggi, di federalismo(Consiglio di giustizia amministrativa, sent. n. 48/2009). Il soggetto attivo del rapporto tributario (sia in relazione allan che in relazione al quantum) non può che essere un ente pubblico dotato dello specifico imperium (potestà impositiva); potere che deve essere necessariamente esercitato dagli organi elettivi, secondo le procedure democratiche e non mediante delega a soggetti consortili, o associativi, quali sono i nuovi enti intermedi, politicamente irresponsabili verso gli elettori perché sprovvisti di autonomia politica.

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https://www.lavoce.info/archives/89035/ma-le-tasse-delle-province-sono-costituzionali/

Conte e il Pd. Una intesa ormai solida e granitica.

Dunque, stando al sondaggio Demos pubblicato recentemente su Repubblica, lex premier Conte, il nuovo capo dei grillini – la votazione in rete, come ovvio e come sempre, è solo una pura formalità – riscontra un gradimento che tocca quasi il 90% nellelettorato del Pd. Per lesattezza, l87%. Addirittura di più dellattuale segretario del partito, Letta, che si ferma all86%. Certo, si tratta di semplici numeri che vengono sfornati e non si sa mai se sono rispondenti al vero o se servono solo per giustificare e rafforzare la strategia politica della sinistra italiana.

Ma, al di là dei numeri e dei sondaggi che ormai escono a getto continuo, il dato politico vero che emerge – e su cui non ci sono dubbi alcuno al riguardo – è la sostanziale continuità di vedute, di strategia, di approccio e di prospettiva che ormai accomunano i due partiti: e cioè, il Pd delle molte correnti e il partito di Grillo e di Conte. Due partiti che, come dicevano allunisono Zingaretti e il suo stratega Bettini già alcuni mesi fa, possono tranquillamente siglare una alleanza organica, strategica e storica. Due partiti accomunati, pertanto, da una sostanziale somiglianza politica, culturale, valoriale e programmatica. E sin qui nulla di strano visto che lex premier Conte era stato addirittura definito dal Pd come il punto di riferimento politico più autorevole per i progressisti italiani.

Lunico elemento su cui è lecito, tra i tanti per la verità, farsi una domanda è un altro. E cioè, anche il populismo è un elemento che accomuna la prospettiva politica e storica di questi due partiti? Perchè, se non vogliamo essere ipocriti o ingenui, solo un marziano può condividere e avallare la tesi che il partito di Grillo, ora guidato pro tempore da Conte, abbia gettato alle ortiche e definitivamente tutto larmamentario che lo ha contraddistinto sin dal suo esordio. Solo un ingenuo, cioè, può pensare che i 5 Stelle improvvisamente e misteriosamente non siano più un partito anti politico, anti casta, anti sistema, anti parlamentare, giustizialista, demagogico, qualunquista, senza alcun riferimento culturale, e con una classe dirigente improvvisata e casuale, figlia dellormai celebre uno vale uno. Ovvero, che il partito di Grillo e di Conte non è più statutariamente un partito populista. Per dirla in altri termini, non vorrete mica farci credere che è sufficiente abolire per statuto gli insulti, lattacco personale, la demonizzazione delle persone e dei partiti, la criminalizzazione politica degli avversari e dei nemici praticati in modo sistematico e permanente in questi lunghi quindici anni per arrivare alla conclusione che si tratta di un partito riformista, democratico, liberale, moderato?

Ecco, se il gradimento di Conte nella base del Pd è così alto; se lintesa politica e di governo tra il Pd e i 5 Stelle è coerentemente così solida e se i valori che accomunano i due partiti sono così sistematici e lineari, non c’è più da stupirsi se anche lidentità del Pd con il tempo si è progressivamente ed irreversibilmente trasformata. Come diceva laltro ieri un autorevole commentatore, si avvicina il tempo per una potenziale confluenza politica ed elettorale degli uni con gli altri. Ormai il populismo – quello più accentuato di Grillo o quello più “dolcedi Conte – è diventato il cemento ideologico unificante delle due formazioni politiche. A volte, nella politica, il tempo cambia le coordinate dei partiti. In questa occasione, la mutazione politica profonda ha coinvolto organicamente il partito riformista per eccellenza, il Pd, e quello populista per eccellenza, i 5 Stelle. Così va il mondo. E così va la politica, in Italia.

Una scelta “sui generis”, ovvero il distacco ideologico dall’identità sessuale.

Sullhome page di RADfem Italiasolo con donneche si definiscono femministe radicali gender critical italiane, contrarie allautocertificazione di generee che si oppongono a qualsiasi forma di sfruttamento sessuale e commerciale e a ogni manipolazione dei corpi di donne e bambine/-i, è ancora visibile una notizia pubblicata in data 8 aprile u.s.: California, 261 detenuti che si identificanocome donne chiedono il trasferimento in carceri femminili. Segue un articolo con testimonianze argomentate sulle conseguenze che questa autopercezione vera o presuntaha determinato sulle condizioni di vita delle donne nelle carceri femminili: viene tra laltro ripreso e citato il caso del Canada, dove il trasferimento in carceri femminili di uomini self-identificati come donne ha comportato un netto peggioramento delle condizioni di vita delle detenute. Ci sono stati casi di stupro e perfino di gravidanze indesiderate. Là dove le legislazioni introducono lidentità di genere – come nel caso del ddl Zan in discussione al Senato.la condizione delle donne peggiora drasticamente. In fondo alla strada c’è questo. Limpatto di queste leggi su molti aspetti della vita delle donne è drammatico.

La citazione è meritevole della massima attenzione poiché proviene da un sito che ospita resoconti ed espone riflessioni a difesa delle donne e quindi della specificità non negoziabile dellidentità femminile.

La stampa, la Tv e i social stanno riservando particolare considerazione a questo tema, ora enfatizzandone i risvolti socio-psicologici ora dando spazio alle notizie più disparate, in un mix di vero-falso che asseconda una iperbole tematica improvvisamente esplosa in tutta la sua ubiquitaria rilevanza: potremmo definirla uno scoppio ritardato, o un epifenomeno emergente risultato di una lunga deriva di lento e progressivo sgretolamento dellio, che ha attraversato tutto il 900 in un percorso di profondo e sincero travaglio culturale – ed è giunta ai nostri giorni dando risalto agli aspetti più coreografici, consegnandoci prevalentemente liconografia delle apparenze, come in un casting mediatico globalizzato e tinteggiato di arcobaleni.

Tra echi di cronaca, iniziative provocatorie, autodifese intellettuali e fake news ne abbiamo sentito di tutti i colori, come se fosse emersa in simultanea compresenza una serie persino non del tutto definita di contraddizioni legate allidentità di genere e alle sue molteplici digressioni.

Alla base della pedagogia gender c’è quello che gli esperti della compensazione di genere (quello assegnato dalla natura) e i paladini dellautodeterminazione definiscono un atto di libertà: non si è ciò che si è nati, ma ciò che si autopercepisce di essere. Gli influencer più avvertiti e pseudo-acculturati si sono spinti a ritenere un dovere dei genitori lassecondare eventuali cangianze di identità nei propri figli in modo che raggiungano una consapevole autodeterminazione, attraverso posizionamenti e riposizionamenti in itinere nel percorso di formazione della propria identità sessuale. Peraltro sempre rivedibile in età adulta.

Ascoltarsi nelle percezioni più sfumate ed essere suggestionati da una visione transeunte e situazionista del sé corporeo e del sé psichico, per ricollocarsi assumendo sembianze diverse da quelle date dalla natura.

Non tutti hanno capito i reconditi impliciti di questa scelta pedagogica di assecondamento, attuata creando un contesto di vita che offra molteplici possibilità in fatto di abbigliamento, di giochi o amicizie: in genere quel che resta delle famiglie tradizionali aveva sempre lasciato che la natura compisse il suo corso.

Ma ad esempio giunge da Debbie Hayton – uninsegnante britannica peraltro transgender – la notizia di un commercio di peni finti fatti alluncinetto che solerti madri aperturiste hanno messo sul mercato per far vivere alle proprie figliolette la sensazione di trovarsi a vivere in un corpo maschile. O, al contrario, di mutandine contenitive reperibili sul sito Transkids per consentire ai maschietti di occultare il proprio organo genitale. (Il Giornale del 1° luglio 2021).

Persino le fiabe della nostra inconsapevole infanzia vengono rivisitate dalla censura antisessista: sempre in California, con una recensione fatta sul sito Sfgate, il San Francisco Gate, l1 maggio u.s , ha aperto il caso. Katie Dowd e Julie Tremaine hanno sollevato un problema: quel bacio finale a Biancaneve non va bene. Il principe le dà un bacio senza il suo consenso”, scrivono, “mentre lei dorme. Non può essere vero amore se soltanto uno dei due è consapevole di quello che sta accadendo. Probabilmente siamo cresciuti senza aver contezza che quello che ci era stato insegnato come un gesto damore (valga anche per la Bella addormentata nel bosco) era in realtà una violenza di genere, un marchio della sottomissione femminile, un abuso sessuale verso una persona inconsapevole, magari un preliminare ad uno stupro dietro le quinte, calato il sipario.

La maggior parte di noi non si è accorta a suo tempo di questa violenza fisica e simbolica, anche perché genitori e insegnanti lhanno sempre descritta come un atto salvifico: dovremmo essere grati a chi ci ha finalmente aperto gli occhi? Non si è tuttavia notato altrettanto livore verso i cartoons dove gli eroi dellinfanzia 4.0 se le danno di santa ragione, con armi estreme e distruttive o nei giochi di emulazione del Tik Tok dove i partecipanti possono provare lebbrezza di un soffocamento virtuale che può diventare reale.

Lautopercezione e la scelta di sentirsi diversi da ciò che si è ribalta i concetti di realtà e di apparenza, e questo viene vissuto come un diritto. Il DDL Zan intende legittimare una superiorità del diritto umano sulle leggi di natura, con tutti i cascami esistenziali che ne derivano. Ci si chiede come una legge dello Stato possa basarsi sul principio della percezione mutante di una identità indefinita, fondata su istinti, pulsioni, sensazioni anziché assecondare la consacrazione giuridica di una condizione determinata dalla natura.

Ciò che andrebbe rafforzata è la normativa a tutela delle vittime di violenza, specie a sfondo sessuale e in danno dei più deboli, la lotta senza quartiere allomofobia, che implica il rispetto della persona a prescindere dalla sua identità biologica, senza alcuna distinzione di sesso, credenza, religione, come afferma la Costituzione. Una legislazione che favorisca la rimozione di ogni pregiudizio e discriminazione deve assolutamente tutelare le situazioni oggettive di crisi identitaria, non quelle fraudolente.

Ci sono persone che compiono lunghi percorsi di travaglio e sofferenza perché la loro identità di genere, intesa come sensazione soggettiva e profondamente radicata di essere uomo o di essere donna, non corrisponde al loro sesso biologico. E difatti la legge 14 aprile 1982, n. 164, vigente in Italia, che reca le “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”, successivamente modificata dallart.10, D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 considera questa fattispecie e consente e agevola il percorso di transizione.

Ma da qualche tempo percepiamo una sorta di ossessione compulsiva verso i concetti di identità e di normalità, ciò che viene descritto per genere definito è avversato come espressione di discriminazione sessista: sia esso il jack di una prolunga del PC o il maschio-femmina di una spina elettrica. La Lufthansa ha invitato il personale di bordo ad evitare il rituale saluto di accoglienza: Signore e Signorinon si può più dire per non urtare le varie suscettibilità, di chi pensa di essere ma non è, di chi vorrebbe ma è in percorso di mutazione di genere, di chi era e non vuole più essere. Forse resisterà ancora per poco se la Chiesa non prende le distanze da questo nichilismo deprivato dellidentità il fratelli e sorellecon cui il sacerdote si rivolge ai fedeli. La realtà intorno a noi, i libri, i modi di dire, luso materiale delle cose viene scandagliato alla ricerca di una palese o occulta lesione del principio di libertà di genere, assunto nella totalità della sua estemporanea cangianza. Si tratta di una deriva che fa parte di una più ampia visione negazionista della realtà, fino ad inglobare la medicina alternativa, i no-vax o il terrapiattismo. Forse linizio di una nuova era, certamente lincipit di un soggettivismo che diventa situazionismo, lassoluto-relativo, la falange di un esercito che prende corpo al processo di estinzione della vita stessa affiancando la sconfitta delluomo provocata da una natura violata che si ribella, che è poi la vera eziopatogenesi della pandemia.

Forse linizio della fine di un percorso. Se le differenze di sesso sono realtà mutevoli e intercambiabili, estremi che si toccano di una dissoluzione identitaria, viene ad affievolirsi il ciclo generativo della vita.

Si apre allora lo scenario più inquietante perché la mutevolezza dei generi cancella identità e ruoli genitoriali: la famosa definizione anagrafica di genitore 1 e genitore 2’ è una falsificazione ideologica e materiale dei concetti di paternità e maternità. Girano sul web immagini di uomini incinti come aspirazione conclusiva di un percorso di mutazione genetica: forse aiutato, forse immaginato dalla scienza intesa come strumento di delegittimazione della natura. Intanto il tema dellutero in affitto come passaggio strumentale per dar vita ad una creatura che sarà proprietà di soggetti terzi è un abominevole preambolo alla mercificazione del corpo femminile. Lesperienza di ascolto in tribunale delle narrazioni di disagio esistenziale dei minori rivela un bisogno organico ed emotivo della prole di avere riferimenti genitoriali sicuri: in genere un bambino o una bambina esprimono chiaramente ciò che si aspettano distintamente dal padre e dalla madre.

Ed è forse questo il vero convitato di pietra di un provvedimento normativo che pensa a soddisfare le pulsioni e i desideri degli adulti piuttosto che a dare rassicurazioni affettive di cui sono titolari i minori. Ovunque sono assunti provvedimenti legislativi che incentivano la trasformazione identitaria per autopercezione, subentra la dimenticanza dei diritti e delle esigenze dei minori, tanto che essi sono espunti da qualsivoglia legittimazione delle scelte degli adulti. Spesso ne sono vittime, in quanto soggetti non interpellati, più deboli, estranei alla nuova realtà che viene a determinarsi. E insieme a loro soccombono in genere le donne, come nel caso delle conversioni carcerarie citate o quando sono fatte oggetto di violenza.

Urge un profondo ripensamento alla luce della ragione e della scienza.

  1. Fonte: Istituto Bruno Leoni.

[Il testo è pubblicato su Il Domani dItaliaper gentile concessione dellautore]

L’ideologia alla base dell’olimpismo moderno. Il “Tascabile” della Treccani fornisce una interessante chiave di lettura.

Nel 1733, quando era alla corte di Vienna, Pietro Metastasio scrisse il dramma per musica lOlimpiade, esempio paradigmatico duna complessa tipologia operistica, il dramma dintrigo, tra le più popolari dellepoca. Dalla capitale asburgica Metastasio esercitò una sorta di dittatura letteraria sullintero mondo operistico europeo, conservando il titolo di poeta cesareoper più di cinquantanni e rappresentando un punto di riferimento per chiunque nel Settecento si avvicinasse al mondo del dramma per musica. Per il prestigio del suo autore e per la qualità letteraria, lOlimpiade fu un modello fra i più ammirati del suo tempo, ed ebbe un rilievo musicale non comune. La sua fortuna si estese dal Settecento allOttocento, e contribuì a prefigurare e trasmettere quella particolare visione degli antichi Giochi ellenici che condusse Pierre de Coubertin alla definizione del moderno olimpismo. 

La prima dellopera, con musiche di Antonio Caldara, andò in scena a Venezia il 28 agosto 1733 su commissione dellimperatore Carlo IV, per celebrare il compleanno della consorte, Elisabetta Cristina. Nel corso dei decenni a seguire furono realizzati più di 50 lavori a partire dal libretto di Metastasio: la maggior parte dei compositori mise in musica il testo integralmente (tra questi Vivaldi, Pergolesi, Hasse, Jommelli, Cherubini, Paisiello); altri (come Gluck, Mozart e Beethoven) si limitarono a musicare singole arie. Superata in popolarità solo da Artaserse e Alessandro nelle Indie, e acclamata al pari di Demofoonte e Didone abbandonata, LOlimpiade fu considerata per tutto lOttocento uno dei drammi metastasiani più riusciti e importanti: come scrisse Giosuè Carducci, il Diciottesimo e Diciannovesimo secolo si accordarono nellacclamare la divina Olimpiade, dove la melica e la melopea italiana raggiunsero certo una perfezione inarrivata e inarrivabile. 

Lopera seria fu il genere operistico più importante del Settecento; ciò assicurava ai lavori acclamati circolazione ampia e duratura. Fu questo il caso dellOlimpiade, che fu rappresentata e replicata in tutti i teatri dEuropa(scrisse Metastasio in una lettera a Saverio Mattei). Ad ampliare la fama giunsero poi i pasticci (opere in cui si assemblavano pezzi originali con parti daltri autori) che ne utilizzarono il titolo: sul solo palco del Kings Theatre di Londra ne andarono in scena circa 40 tra il 1770 e 1780. E non mancarono i balletti (Les Jeux Olympique, Les Fêtes grecques et romaines) con specifiche coreografie a imitazione delle gare. Il successo si riverberò infine dalle scene alla letteratura, fungendo da ispirazione a versi di Milton e Keats in Inghilterra, Ronsard e Du Bellay in Francia, Kochanowski e Szymonowic in Polonia, Hölderlin e Goethe in Germania.

Ma LOlimpiade ebbe un ruolo più grande nelle coscienze europee del semplice fornire un nome al ricordo dei Giochi ellenici. Lazione del dramma si svolge nelle campagne dellElide, nei pressi della città di Olimpia, sulle sponde del fiume Alfeo. Attraverso i personaggi di Clistene (re di Sicione), della figlia Aristea, di Licida (figlio ignoto di Clistene), della dama cretese Argene e dellateniese Megacle (plurivincitore di gare olimpiche), la vicenda presenta una sintesi perfetta degli elementi tipici dei drammi metastasiani: il conflitto amore-dovere, complicato dai risvolti affettivi dellamicizia; la struttura della doppia coppia di innamorati che funziona come un meccanismo perfetto, con i protagonisti maschili legati da una profonda amicizia messa in crisi dallamore per la stessa donna (Aristea); le donne animate dalla accorata difesa delle proprie inclinazioni contro le convenzioni sociali. A questi elementi si aggiungono i rimandi alla solennità degiuochi olimpiciche col concorso di tutta la Grecia, dopo ogni quarto anno si ripetevano.

Il momento culminante della vicenda è il riconoscimento di Licida come Filinto, figlio di Clistene (il riconoscimento è uno dei topoi più frequenti della drammaturgia dellepoca), mentre lazione prende le mosse dal suo desiderio sbagliatodi partecipare ai giochi olimpici e conquistare Aristea (desiderio sbagliatoperché Licida dimentica così Argene, e allo stesso tempo perversoperché Aristea è in realtà sua sorella). A questi livelli della trama Metastasio ne aggiunge uno intermedio e subalterno in cui trovano spazio i Giochi olimpici, e che risponde allesigenza di favorire la varietà. Grazie alla presenza di questi livelli Metastasio può razionalmente tenere in equilibrio esigenze diverse, quali la raffigurazione del conflitto umano tra sfera razionale ed emotiva (con la vittoria finale della prima), tra ragion di stato e affetti privati, tra etica e passione, ma anche tra ordinamento monarchico e spinte democratiche. Più che una storia di atleti e atlete, lOlimpiade è, dunque, un dramma sul conflitto tra onore, amicizia e amore, in cui il dovere morale trionfa sulle passioni: le gare sono solo rievocate dallazione e le vicende a esse connesse restano sullo sfondo. Il ruolo dei Giochi olimpici è quello di fornire, attraverso unambientazione eroica che supporti in maniera convincente levolversi dellazione, modelli di virtù, resistenza danimo e forza morale che assicurino stabilità e progresso sociale.

Pur se la ricostruzione delle gare, e dei rituali a esse connesse, fornita da Metastasio fu imprecisa e in gran parte non veritiera, essa divenne una sorta di memoria storica credibile, a cui poi attinsero la maggior parte di quelli che si avvicinarono al mondo olimpico nei decenni successivi. E ciò accadde proprio per il portato ideale una cosmologia morale positiva e progressiva, preservata dalla regalità che caratterizzò la versione dei Giochi offerta dal poeta cesareo. Del resto, la verosimiglianza, più che lattenta ricostruzione del soggetto storico, era una peculiarità del dramma settecentesco, attento a soddisfare le esigenze delle commissioni aristocratiche e le convenzioni scenico-musicali del tempo, meno a fornire versioni attendibili delle vicende storiche scelte per soggetto.  

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Antropologia sentimentale della bicicletta. Una recensione di “Doppiozero”.

Come dichiara apertamente il titolo è un saggio che indaga il mondo della bicicletta, attraversandone le stagioni storiche per arrivare alla visione contemporanea del mezzo a due ruote, protagonista ormai da qualche tempo di una palingenesi socio-culturale che trova nel calembouresco neologismo francese, Vélorution, una felice sintesi semantica.

 

Una bicicletta salverà il mondo” è un facile slogan dei nostri tempi, al punto che, come tutti gli slogan il bio, il vegetarianesimo, il chilometro zero porta con sé il rischio di svuotarsi della sua potenziale carica, appunto, rivoluzionaria e rotolare inutilmente nella retorica della comunicazione. 

In verità il concetto di Vélorution ha quasi mezzo secolo, come spiega Le Breton: nacque infatti nel clima post-sessantottesco che argomentava la necessità di un ritorno alla qualità della vita, soprattutto urbana, opponendosi radicalmente al predominio della società dei consumi, alla crescita produttiva incondizionata e al ricorso frenetico a tecnologie ecologicamente non sostenibili. I semi di quella protesta, che aveva in movimenti come i Provos olandesi e gli Amis de la Terre francesi gli esponenti più combattivi, hanno attecchito solo decenni dopo, quando le politiche, dapprima a livello locale e quindi con un sempre maggior respiro territoriale, hanno sposato, in modo più o meno efficace, la causa della viabilità sostenibile, e in particolar modo nei principali centri urbani. Dal pionierismo nordeuropeo di nazioni come Danimarca e Paesi Bassi, il fenomeno si è esteso ad altre geografie, arrivando anche alle nostre latitudini, con qualche discreto successo negli ultimi quindici anni, grazie anche alla sempre più diffusa presenza di un associazionismo di base in grado di giocare un ruolo di pressione sempre più efficace sulle decisioni politiche.

 

Al netto di uninevitabile prospettiva francocentrica in particolare i riferimenti alla storia sociale e sportiva del fenomeno bicicletta, oltre che alla vasta ricaduta del tema negli ambiti dellimmaginario letterario, iconografico e cinematografico sono nel libro quasi esclusivamente transalpini il merito del saggio di Le Breton è quello di fare ordine in una materia che spesso è stata affrontata settorialmente. I saggi sulla bicicletta, o sul ciclismo, hanno 

prevalentemente un passo di ricostruzione storica dei fatti, sia che essi abbiano un taglio tecnico o sociale, se non esclusivamente sportivo. Nella bibliografia italiana ci sono illustri ed efficaci esempi nella produzione di apprezzati storici come Daniele Marchesini e Stefano Pivato. Tuttavia spesso queste prove non si spingono a “fotografare” la realtà contemporanea, materia più indagabile attraverso gli strumenti dell’osservazione antropologica.

 

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https://www.doppiozero.com/materiali/antropologia-sentimentale-della-bicicletta

Ridare forza alle istituzioni e autonomia ai corpi intermedi: due facce della medesima medaglia.

Anche nell’articolo dedicato ieri (su queste colonne) alla necessità di un nuovo preambolo culturale e politico, vengono centrate da Giorgio Merlo con straordinaria lucidità questioni decisive per la qualità e il futuro della democrazia.

Credo anch’io che occorra interrogarsi sulla necessità di rilancio della credibilità delle nostre istituzioni democratiche. La loro credibilità risulta indebolita dai limiti di un populismo che maschera il proprio deficit di visione politica con l’appiattimento opportunistico sull’equilibrio di potere del momento. L’antidoto a ciò si chiama autonomia culturale, progettuale e di pensiero politico delle culture politiche, in particolare di quelle riformatrici.

Ben venga, dunque, la proposta di un preambolo su queste basi a condizione di saper dare prova di autonomia nei suddetti livelli.

Perché ciò che alla radice logora la credibilità delle istituzioni è un modello discutibile e inadeguato di governance, causa vera dei populismi. Un modello che tradisce il principio di sussidiarietà, sostituendolo nei fatti, nei reali meccanismi in cui si articolano le funzioni decisionali, con quello della volontà di potenza, che consente ai soggetti (pochissimi) che si trovino nelle condizioni e dispongano dei mezzi e delle tecnologie, di imporre delle decisioni senza condivisione e senza doversene accollare la responsabilità.

Cosicché alle istituzioni democratiche ai vari livelli rimane solo la responsabilità su un progetto di società, su scelte strategiche di vasta portata, su cui di fatto non hanno più voce in capitolo ma che devono solo far eseguire.

Di qui la pressione crescente sulle istituzioni – che si tratti delle ripercussioni sociali delle filiere del lavoro e della produzione, della gestione di emergenze di vario tipo, più o meno inevitabili, delle linee direttrici delle politiche monetarie –  e la loro impossibilità a dare risposte capaci di modificare la sostenibilità sociale ma anche il grado di giustizia e di compatibilità con lo stato di diritto dei fini a cui i suddetti fenomeni sono orientati.

Qui si genera un enorme problema di credibilità delle istituzioni democratiche che può esser superato soltanto con il riappropriarsi delle loro prerogative e con la riscoperta dell’autonomia di analisi e di elaborazione politica da parte dei corpi intermedi e dei partiti a vocazione popolare.

In assenza di un tale recupero di iniziativa della politica, non ci si dovrà meravigliare dell’accentuarsi della perdita di credibilità dei partiti e delle istituzioni. Né potrà esser visto come un lampo a ciel sereno il surriscaldarsi delle piazze, con effetti differenti nei vari popoli e paesi: rivoluzionari in quelli che hanno una grande dignità di popolo, tendenti al caos e alla guerra fra bande in quelli meno provvisti di coscienza nazionale e inclini per natura e storia al particolarismo.

In questa prospettiva il preambolo contro il populismo assume il senso di un preambolo contro derive purtroppo non impossibili, e senza ritorno. Un preambolo che richiede interpreti impavidi, lungimiranti, tenaci e disposti al sacrificio, e per questo responsabili e fiduciosi in una non lontana rinascita civile e democratica, adeguati alla durezza dei tempi.

Lavoratori Fragili: Normativa rinnovata ma incompleta

Con precedente articolo del 30 luglio u.s.  abbiamo dato notizia dei provvedimenti assunti dal recente D.L. 105 del 23 luglio 2021 in materia di tutela dei cd. “lavoratori fragili”.

Il citato Decreto legge “recupera” la possibilità di avvalersi per loro della condizione lavorativa dello smart working, interrotta il 30 giugno u.s. ed ora ripristinata addirittura con effetto retroattivo dal 1* luglio e fino  al 31 ottobre p.v.

Non facendo menzione della possibilità di beneficiare dell’assenza per malattia equiparata al ricovero ospedaliero, certificata dal medico di base con la dicitura ‘Covid19 – Codice V07’ (come era stato riconosciuto dal cd. Decreto sostegni varato dal Governo il 19 marzo u.s. che consentiva di usufruire a richiesta del congedo per gravi motivi sanitari senza utilizzare il congedo per salute del rispettivo CCNL fino al 30 giugno 2021) se ne deduce che – al momento- resta la finestra dello smart working per evitare il lavoro in presenza.

Tuttavia si rileva una discrasia tra la data di possibile utilizzo in smart working  (come detto per ora fissata al 31 ottobre 2021) e  il termine temporaneo dello “stato di emergenza” prorogato fino al 31 dicembre 2021.

Si deduce intuitivamente che il Governo possa equiparare la durata dello smart working a quella dello stato di emergenza pandemica: sarebbe sufficiente che prima del 31 ottobre venisse approvato un nuovo provvedimento estensivo in tal senso, fino a far coincidere le due fattispecie (smart working e stato di emergenza in un’unica data) : il 31 dicembre 2021.

Un problema per ora rinviato e non si capisce perché questa coincidenza della scadenza temporale non sia stata decisa già adesso.

Si tenga infatti presente una circostanza che forse è sfuggita all’esecutivo: i lavoratori fragili finora riconosciuti tali in via temporanea dal medico competente o dalle AST di appartenenza sono in possesso di un certificato che attesta lo stato di inidoneità al lavoro ordinario “fino al termine dello stato di emergenza”.

Quindi, allo stato attuale, fino al 31 dicembre 2021.

Non si capisce perciò se l’accesso allo smart working sia una facoltà di cui avvalersi oppure un obbligo da adempiere.

Balza agli occhi in tutta la sua evidenza la discrasia tra le due date.

Inoltre – riassumendo- ci si chiede perché anche la tutela del congedo per gravi motivi sanitari non sia stata rinnovata, come opzione al lavoro agile, nel caso in cui ciò non sia accessibile (anche perché comporta la sottoscrizione di un contratto ad hoc con il datore di lavoro, che indichi contenuti dell’attività ed orario di espletamento del servizio differito).

Assumendo determinazioni normative con scadenze non coincidenti si rimanda solo il problema e si complica il da farsi.

Prendiamo ad esempio la scuola. Con in mano un certificato sanitario che li dichiara inidonei “fino al termine dello stato di emergenza”, come dovranno comportarsi gli insegnanti alla ripresa dell’anno scolastico?

Un problema in più (per gli interessati ma anche per i Dirigenti Scolastici) che con un po’ di buon senso si poteva evitare, in un Paese dove la variante Delta costituisce ormai  il 94,8% dei casi di Covid e in un contesto lavorativo dove il tema dell’obbligo vaccinale (solo per i docenti o anche per gli alunni?) deve essere ancora valutato e deciso.

Speriamo che i Ministri della Salute e dell’Istruzione se ne accorgano per tempo.

La scientificità dell’impatto sociale che serve al Pnr. Un dibattito su “Vita”.

C’è un bug di sistema negli ESG? Cioè nei criteri di valutazione dellimpatto a livello ambientale, sociale e di governance dai quali dipende, o dovrebbe dipendere, un radicale riorientamento dellindustria finanziaria? Possiamo muovere innumerevoli critiche ai sistemi di valutazione degli operatori di mercato, ma non possiamo perdonare la falla alla voce S dellimpatto sociale oggetto di una proposta per la social taxonomyda poco pubblicata a cura della piattaforma per la finanza sostenibile.

Un gruppo di esperti istituito della Commissione europea con il compito di informare il processo di policy making per una finanza più inclusiva e dimpatto. In che cosa consiste lerrore e perché è di sistema è presto detto: non riguarda infatti gli esiti della tassonomia, ma il modo in cui è stata costruita. Nel documento di lavoro si legge infatti che mentre i criteri ambientali sono scientificamente validati ad esempio in termini di limitazioni alle emissioni nocive nel caso degli obiettivi sociali non si può contare su una medesima base scientifica. Come conseguenza di questo limite limpatto sociale diventerebbe soprattutto un affare tra stakeholderche attraverso il loro dialogo socialedefiniscono norme e standard che alimentano i cardini della tassonomia.

Echiaro quindi che al di là dellesito, a contare sono le condizioni di processo e quindi è necessario chiedersi come si sia originata questa falla in termini di evidenze scientifiche e, una volta comprese le ragioni, se è possibile in qualche modo colmarla consentendo così un più efficace confronto tra i portatori di interesse, considerato il ruolo assai rilevante che potranno svolgere su questo fronte.

Rispetto ai limiti della produzione di evidenze in tema dimpatto sociale, il documento della piattaforma sulla finanza sostenibile non propone una interpretazione definitiva. Da una parte lascia intendere che a differenza di quanto avviene in campo ambientale la scienza non è sistematicamente in grado di svolgere un ruolo simile per i fattori sociali. Daltro canto evidenzia che esiste un’abbondante ricerca sui fenomeni sociali all’interno delle scienze sociali che influenzeranno lo sviluppo di una tassonomia socialema che comunque la scienza non svolgerà lo stesso ruolo che svolge nella tassonomia ambientale. In sintesi sembra affermare che esistono elementi di complessità tali da non poter elaborare e condividere una conoscenza base, ma che daltro canto c’è margine per migliorare.

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http://www.vita.it/it/article/2021/08/02/la-scientificita-dellimpatto-sociale-che-serve-al-pnrr/160172/

Sudamerica: il clima continua a mandare avvisi. Su “Città Nuova” una fotografia dei mutamenti ambientali.

Non è normale che in Brasile nevichi. Sebbene il clima del sud del Paese sia meno tropicale e dinverno possa fare abbastanza freddo, la neve è un fenomeno eccezionale. E così è stato infatti per una dozzina di cittadine dove le temperature sono scese fino a meno sette gradi, mentre in altre si registrava una pioggia gelata.

La notizia non avrebbe suscitato molta sensazione se una nevicata si fosse prodotta a Buenos Aires, in Argentina. Lestesa pianura della Pampa non interpone ostacoli alle masse di aria fredda provenienti dallAntartide. L8 luglio del 2007, la capitale argentina si ammantò di bianco come non avveniva da decenni. Ma la particolarità delle grandi pianure a nord e a sud di questa capitale, fa sì che nella stessa data dellanno precedente, laria calda proveniente dal nord, che pure non trova ostacoli, aveva elevato la temperatura in pieno inverno fino a 28 gradi. Fenomeni insoliti, legati alla peculiare geografia locale.

Ma questanno non siamo solo di fronte allinsolito che a volte la natura ci riserva, quanto a possibili squilibri climatici che non possono non preoccupare. Londata di freddo polare abbattutasi sul Brasile era stata prevista dai meteorologi, ma ciò che sta superando le previsioni degli esperti è lintensità e la frequenza di questi fenomeni estremi. Francisco de Assis, dellIstituto Nazionale di Meteorologia del Brasile, fa notare che si tratta della terza maggiore massa fredda abbattutasi sul Paese questanno. In genere ciò può avvenire una o due volte lanno, ma non tre. Lespero ricorda poi che uno degli effetti del cambiamento climatico sono appunto i fenomeni estremi: il caldo intenso nellemisfero nord, il freddo polare in Brasile.

Il freddo polare brasiliano si è verificato in contemporanea con il bassissimo livello che sta registrando il fiume Paranà.  Questo gigante dacqua di quasi 5 mila km di lunghezza, con una portata media di oltre 17 mila metri cubi al secondo, nasce nel sud del Brasile, costeggia il Paraguay per poi entrare in territorio argentino, attraversando città come Rosario, Corrientes, la omonima Paranà, per poi unirsi al fiume Uruguay col quale forma il Rio de la Plata, limmenso estuario che separa Uruguay e Argentina. Da 77 anni non si registrava una siccità così intensa da ridurre notevolmente questo canale navigabile percorso da decine di navi al giorno, che è anche unimportante fonte di approvvigionamento idrico, sia per le popolazioni che per lattività agricola.

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https://www.cittanuova.it/sudamerica-clima-continua-mandare-avvisi/?ms=003&se=001

Due Agosto: l’assurda strage di Bologna. Dal dolore alla speranza, per un nuovo progetto di comunità.

Chi scrive, bolognese di nascita e di “vita quotidiana”, ha riflettuto molto sull’opportunità o meno di scrivere un contributo su quanto accaduto il due agosto 1980 alla Stazione Centrale di Bologna.

Chiunque all’epoca dei fatti fosse solo un bambino, come il sottoscritto, corre infatti l’insostenibile rischio di sminuire o banalizzare l’enormità di quanto è stato perpetrato a danno di persone inermi, dell’impatto psicologico causato ad una intera generazione già duramente provata da un periodo storico tragico e da cui stava faticosamente uscendo.

Credo francamente che per quelli della mia generazione, e di quelle successive, sia più serio, rispettoso e responsabile prodigarsi nell’impegno attivo a tenere vivo il ricordo di quella strage voluta da un piano eversivo neofascista, a difenderne la memoria da qualsiasi tentativo di revisionismo, continuando a pretendere la completa verità (processuale e storica), preservando le testimonianze dirette di chi, suo malgrado, è stato vittima e testimone diretto di tale efferatezza.

Non del due agosto 1980 in sè, quindi, si vuole qui riflettere, ma di quanto questo evento o, meglio ancora, le reazioni collettive che ne seguirono, possano, anzi debbano guidarci in questo due agosto del 2021.

Anche oggi, quarantuno anni dopo, il Paese sta uscendo faticosamente da un periodo altrettanto drammatico, anche se ovviamente per motivi radicalmente differenti: una lotta contro un nemico che, oltre alle 135 mila e più vittime italiane, ha evidenziato quanto siano presenti, diffusi e gravi (non solo nel nostro Paese, chiaramente) fenomeni che denotano forme talmente estreme di paure e di individualismi da mettere in discussione regole di convivenza come quelle di sanità pubblica o addiritura le verità medico-scientifiche.

Anche oggi, come allora, il Paese è chiamato a compiere un grande sforzo comune e ad attingere alla proprie migliori riserve, ma è chiamato a farlo in un contesto forse ancor più difficoltoso: un contesto in cui la consapevolezza del momento appare meno diffusa e più diluita.

Su cosa, allora, è prioritario e fondamentale richiamare ogni soggetto pubblico e privato, singolo e plurale, a concentrare i propri sforzi al fine di farli diventare efficace impegno comune?

Ebbene, una salda e radicata coesione sociale è, senza dubbio alcuno, il principale obiettivo a cui si deve tendere: duramente messa alla prova negli ultimi decenni, essenza stessa di comunità, elemento basilare raggiungibile esclusivamente attraverso una paziente, ma non per questo meno intensa, opera di ricucitura delle molteplici e profonde lacerazioni e situazioni di tensione sociale che la pandemia ha ulteriormente aggravato in ogni ambito.

Senza una ritrovata e piena coesione sociale potrebbe risultare un grave azzardo il confidare ancora una volta sulla capacità di “tenuta” del popolo italiano di fronte alle difficoltà. Il rischio, più concreto di quanto si pensi e per questo da ribadire con forza, è che le libertà e le garanzie democratiche potrebbero non essere più percepite come intoccabili a fronte di facili, quanto pericolose, promesse di predatori elettorali.

L’opera di ricucitura del tessuto sociale deve diventare quindi non solo l’imperativo ineludibile per offrire la maggiore garanzia possibile di tenuta democratica del Paese, ma anche la vera bussola da seguire per mettere a frutto nel miglior modo possibile quella epocale opportunità di sviluppo economico equo e sostenibile che ci viene offerta, guarda caso, proprio da un esempio concreto di “coesione sovranazionale”: i fondi del PNRR dell’Unione Europea.

Un’opportunità su cui abbiamo il dovere di vigilare affinchè non prevalgano tradizionali e miopi interessi di bottega.

Si pone davanti a noi la possibilità storica di ridefinire le fondamenta del nostro intero sistema economico e, conseguentemente, anche la responsabilità di farlo realmente a beneficio comune.

È noto infatti che un sistema con un basso tasso di diseguaglianza, con poche rendite di posizione, un sistema che, invece di estemporanei e timidi tentativi di redistribuzione delle ricchezze accumulate da pochi, in modo deciso e costante si occupi della redistribuzione del reddito (in particolare di quello da lavoro), è anche un sistema complessivamente molto più performante.

Ecco quindi che il ricordo delle vittime di ieri e di oggi non si deve esaurire nello sguardo a ciò che è stato, ma deve spingerci con forza e determinazione a ragionare e ad operare come comunità coesa. Nell’analisi del passato, nell’azione del presente, nel progetto del futuro.

Don Giuseppe Morosini tra mito e realtà nel libro di David Tesoriere

C’è molta storia, minuziosamente descritta attraverso la rievocazione di fatti ed episodi che hanno vergato con il sangue dei martiri la lotta di Liberazione e la Resistenza al nazi-fascismo, nel bel libro di David Tesoriere.

Ma c’ è anche nella narrazione e tra le righe tutta lumanità con cui lautore tratteggia la nobile figura di Don Giuseppe Morosini, esaltata da sentimenti forti e alti, testimoniata dallintenso ricordo che ne fece Sandro Pertini incontrandolo nel carcere di Regina Coeli (il volto tumefatto come Cristo dopo la flagellazione ma la luce della sua fede che brillava negli occhi)  e dalla trasposizione cinematografica di Roberto Rossellini nel celebre film Roma città aperta, una vera icona del cinema italiano di ogni tempo, dove Don Morosini assume le sembianze di Don Pietro, interpretato da un magnifico Aldo Fabrizi.

Tesoriere spiega che in realtà lattore sacerdote avrebbe dovuto evocare la figura di Don Pietro Pappagallo, trucidato alle fosse Ardeatine ed accenna sommessamente a questa sostituzione in corsacon Don Morosini, per togliere alla trama ogni  imbarazzo politico’  dopo lattentato di Via Rasella (ideato da Giorgio Amendola) , come lo definisce in sintesi Giuseppe Sangiorgi nella sua prefazione.

Soprattutto c’è – al centro del racconto tra vicende della storia (anche nei suoi crudi dettagli) e sentimenti di profonda e vivida umanità – la persona di Don Giuseppe Morosini: cappellano militare, sacerdote e partigiano, con il suo sguardo dolce e mite, il suo carattere incline alla benevolenza, un sacerdote fanciullocon la vocazione per la musica, animato da spirito vincenziano, che amava stare nel mondo dei giovani, tra i bambini e gli adolescenti, unanima pura e ricca di gioiosa sensibilità, incapace di rancori, luminosa ed esemplare.

Tesoriere ricorda il contributo dei sacerdoti e dei religiosi alla lotta di Liberazione: furono molti e tutti coraggiosi e partecipi, nel nascondere o far espatriare gli ebrei, nel fornire documenti falsificati, nel recupero e la custodia delle armi, la raccolta delle informazioni, nellassistenza spirituale e morale: Don Morosini fece parte della cd. Banda Fulviche operava nella zona settentrionale della Capitale.

Determinante fu la sua abilità nellentrare in possesso di una copia del piano operativo dello schieramento tedesco a Cassino, fornitagli da un ufficiale austriaco ricoverato nellospedale militare.

Recentemente la Rivista Patria indipendente, organo ufficiale dellANPI ha dedicato un saggio sul determinante apporto che preti e suore offrirono alla Resistenza partigiana, restituendo a questa presenza e militanza frutto di una scelta netta e convinta, il decisivo valore del sostegno e dellazione alla lotta di Liberazione nazionale.

David Tesoriere ripercorre e rivaluta questo determinante apporto, restituendoci una verità storica nel tempo assodata ma nellimmediato dopoguerra ancora motivo di distinguo e di primazie ideologiche.

E riesce in questo compito, donandoci con questo suo libro un tassello importante per rivisitare con dovizia di particolari e una minuziosa ricerca documentaristica gli anni a un tempo bui e ricchi di fulgidi esempi di amor di Patria e altruismo della Resistenza.

Ma la narrazione degli eventi della cronaca e della storia non nasconde mai il nobile scopo per cui lautore ha speso tanto impegno nella ricerca e nella ricostruzione della trama: collocare al centro del libro la figura di questo umile e straordinario uomo-sacerdote-partigiano, anche e soprattutto nelle pagine più cruente che ne raccontano larresto e la fucilazione, dunque il martirio.

Nella descrizione del succedersi dei fatti Tesoriere non disdegna di esaltare la rettitudine e il comportamento esemplare e colmo di onore di Don Morosini: mai un cedimento, mai una parola estorta sotto tortura, mai un tradimento (pur essendo stato a sua volta tradito nella circostanza dellarresto frutto di un tranello) , fino allestremo martirio, quando cadde esangue sotto i colpi di arma da fuoco del plotone desecuzione.

In ogni libro di valore che si occupa di storia e di vicende umane (che ne costituiscono lordito e la trama) un bravo autore riesce a bilanciare la fedeltà della narrazione per sequenze e fermo immaginecon il dovere di collocare le persone al centro del racconto. Questo libro, così intenso e ricco di spunti di approfondimento storiografico offre dunque il valore aggiunto dellesaltazione dei valori più alti e più nobili che caratterizzarono la pur breve parabola esistenziale di Don Morosini.

In ciò donando al lettore attraverso la riproposizione di numerosi discorsi di commemorazione –  la centralità delluomo (evocata nel commento del Prof. Augusto Dangelo dellUniversità La Sapienza) rispetto allazione dello Stato, esaltando lamore per la Patria a costo dellestremo sacrificio, la solidarietà umana, la fede come sentimento di appartenenza e atto damore del vero eroe.

Soprattutto piace il riferimento costante, cercato e ripetuto da parte dellautore del valore pedagogico dellesempio, quasi un monito e un invito che vengono rivolti con bonaria determinazione, mai con alterigia, alle giovani generazioni: per ricordare pur non avendo conosciuto quei tempi di lotta e sofferenza le pieghe della Storia come pagine da cui trarre insegnamenti preziosi per la vita. In epoca di effimere illusioni, di superficialità, di miscredenza Tesoriere ci fa dono di un bel libro che vale la pena di leggere e meditare.

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Preambolo, confronto e progetto.

Sulle colonne del Domani dItalia si è sviluppato uninteressante dibattito dopo un mio articolo/ provocazione sulla necessità di riscrivere un preambolonellattuale contesto politico italiano. Certo, il vocabolo preamboloassociato alla politica italiana fa scattare immediatamente – e non solo per noi democratici cristiani – il confronto con la grande iniziativa intrapresa nel congresso Dc del 1980 da Carlo Donat-Cattin quando bloccò lintesa con i comunisti del tempo per aprire, invece, una nuova fase della politica italiana dopo gli anni della solidarietà nazionale.

Ma il nodo politico di oggi, come ovvio e persin scontato, non è quello di contrapporre la politica del preambolocon la strategia del confronto– figli di una stagione, comunque sia, ricca di contenuti e di grande cultura politica con una classe dirigente di straordinaria levatura – ma, semmai, come rilanciare un progetto che prescinda radicalmente del nemico più acerrimo per la qualità delle democrazia. E il vulnus più pericoloso – e questo è un fatto oggettivo – resta il populismo, al di là di come viene declinato e praticato dai vari soggetti politici che si richiamano a questa malapianta e a questa subcultura. Tutti abbiamo conosciuto bene in questi anni gli asset costitutivi di questa pericolosa deriva che, come tutte le mode, sono destinate a tramontare in poco tempo ma che, nel frattempo, hanno prodotto danni irreparabili e che sono destinati a durare anche oltre il tramonto di questa subcultura. Dalluno vale unoalla demagogia più sfrenata, dallesaltazione della incompetenza e della inesperienza alla demolizione di tutto ciò che è riconducibile al passato, dalla negazione delle culture politiche al giustizialismo manettaro, dal moralismo più becero al trasformismo e allopportunismo politico e parlamentare. Tutti elementi che abbiamo potuto registrare e constatare in questi lunghi anni di dominio incontrastato del populismo.

Una deriva che, è sempre bene non dimenticarlo, ha avuto un largo ed acritico sostegno da parte della stragrande maggioranza degli organi di informazione con tonnellate di articoli e libri che hanno esaltato questa deriva squisitamente antidemocratica e sottilmente anticostituzionale.

Ora, di fronte ad una stagione e ad una moda che si stanno per chiudere – anche se i suoi effetti dureranno ancora a lungo – è indispensabile attivare una iniziativa politica dei vari soggetti in campo che sia in grado di bloccare definitivamente questa deriva e, al contempo, di rilanciare un progetto autenticamente democratico, riformista, costituzionale e socialmente avanzato. Certo, nel rispetto delle ricette politiche alternative ma con la convinzione che senza archiviare definitivamente questa malapianta qualunque progetto politico è destinato ad inciampare. Stupisce, al riguardo, che un partito storicamente di potere e con una profonda cultura democratica come il Pd individui nel partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, lalleato più credibile e quasi storico per far decollare un progetto politico di lungo termine.

Quando la priorità, in questa precisa fase storica, è quella invece di gettare alle ortiche il recente passato e avviare una stagione che abbia al centro il ritorno della politica con i suoi tradizionali istituti e, soprattutto, una rinnovata qualità della democrazia e un conseguente rilancio della credibilità delle nostre istituzioni democratiche. In questa cornice si colloca la necessità di un nuovo preambolopolitico e culturale. E non quello ricordato del 1980 che, comunque sia, è stato un atto politico e di governo di straordinaria importanza e di grande intelligenza politica e culturale

Piedi per aria: l’Italia in dieci minuti. Una nota a caldo, dopo gli ultimi ori conquistati a Tokio, di “Succede Oggi”.

Gente comune, della porta accanto: uomini e donne che faticano, 6 o 7 ore al giorno di allenamento, spesso in orari che non intralcino il lavoro o lo studio. Laureati, impiegati, studenti, disoccupati: gente che incontri per strada.

Jacobs e Tamberi che si avvinghiano sotto il tricolore come fosse una capannella ricordano Mancini e Vialli che si abbracciavano e piangevano dopo la vittoria di Wembley. Non sono Fiona May, ma anche io mi sono messo ad urlare ad ogni salto di Gimbo, quel «seeee…» gridato che fa sobbalzare il mio carissimo cane ogni volta che il Napoli fa gol. Nei novi secondi di corsa di Jacobs non ce n’è stato bisogno: partenza perfetta, in testa da subito o quasi, «è primo, è primo», ho continuato a gridare verso chi mi stava vicino in quei 100 metri che fanno cronaca e storia, quella minima, quella dello sport.

Siamo tutti esperti, tutti atleti, tutti campioni, tutti allenatori. Si fa presto a dire vince o perde, sbracati sul divano con un podi rosso di Montalcino nelle vene. Sabato avevo visto mezza partita del Napoli a Monaco, mezza perché Sky non mi faceva vedere lamichevole con il Bayern, una cosa che solo un matto tifoso come me può concepire, una cosa che non sha da vedere a fine luglio con squadre che non sono ancora squadre, i muscoli appena imbastiti, il mercato, i procuratori che ricattano, insomma un film horror. Eppure mero arrabbiato: 9,99 euro, signori di Sky, perché non me la fate vedere questa cavolo di partita. Forse perché non sono a Roma ma in Toscana nella mia seconda casa (non ne ho altre, eh) e qui, sulle colline amiatine, pure per vedere RaiUno a volte si fanno i salti mortali. Il telefono mi dirotta in Albania, la signora con difficoltà a parlare litaliano (ed io figuratevi con lalbanese ma anche con linglese) capisco che ci sono problemi tecnici, che la partita non la trasmettono. Mah, strano. Dopo un porifaccio il numero ma cambio lultimo numero in cui mi indirizza il disco registrato che mi tiene mezzora a spiegarmi le meraviglie della prossima stagione calcistica che ha messo in mutande Sky. Nel frattempo, il primo tempo sta quasi per finire. Finalmente risponde un signore che tomo tomo cacchio cacchio mi dice: come, non vede la partita? Aspetti un attimo: et voilà, ecco Osimhen che si mangia un gol di testa. Non solo ma il signore, lavoratore di Sky mi offre gratis anche la prossima amichevole del Napoli, visto che non sono riuscito a vedere mezza partita. Chissà.

La Rai è gratis, si fa per dire. Puoi anche spegnere laudio come faccio spesso la mattina quando ci sono le gare di tuffi, o di tiro con larco, o i piattelli. Perdonatemi, ma la freccia che centra il 10 non mi fa sobbalzare dalla sedia, il piattello che si sgretola dopo il pum pum mi lascia come lo stoccafisso in bianco con olio e limone.

Io vado cercando la nazionale di basket, quella di pallavolo maschietti e quella di Paola Egonu. Vado a caccia del punto a punto, di quello che si alza e tira da 3, di una schiacciata che buca il parquet. Di una bracciata più possente e veloce di unaltra nel nuoto, di una palombella, di una beduina, di un tiro a schizzo con il portiere che va dallaltra parte. Il carpiato no, un diretto con i guantoni sì.

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http://www.succedeoggi.it/2021/08/litalia-in-10-minuti/

L’aumento del Pil dice tutto e niente. Una nota di “Agensir”.

Dopo la pandemia, con la spinta degli investimenti e dei flussi di denaro europeo in arrivo, l’attività produttiva dovrà riguadagnare normalità gestendo un’accelerazione digitale che non sarà indolore.

 

Paolo Zucca

 

Le imprese chiedono di superare il blocco dei licenziamenti che tanto ha aiutato nell’emergenza. Senza la rete di protezione, gli indicatori di occupazione e disoccupazione (comprese le voci degli inattivi e inoccupati) segnaleranno mese per mese la qualità vera della ripresa.

 

E se provassimo a leggere la ripresa del Pil (Prodotto Interno Lordo, la ricchezza economica creata in Italia nell’arco di un anno) con l’incremento delle ore lavorate? Con l’aumento dell’occupazione e degli indicatori di fiducia? Fino a che punto, e con che tempi, l’indicatore primario si riflette in un aumento del benessere di chi contribuisce al rimbalzo e sulle categorie più fragili, quelle contrattualmente deboli o prive di ogni garanzia?

 

Il Pil in ripresa è una gran bella notizia (a fine anno è atteso un +5% circa), più concreta dell’evoluzione finanziaria di una Borsa al rialzo per i tassi di interesse bassi e i grandi flussi di denaro in cerca di guadagni. Eppure la schiarita non basta a trascinare un miglioramento reale percepito.

 

Sono altri gli indicatori da seguire, ad esempio l’occupazione e anche i consumi delle famiglie che non sono sinonimo di spreco. Più che mai, dopo la grande gelata, saranno soprattutto acquisti di sostituzione. Un’automobile, un frigorifero, migliorie per la casa.

 

Nella lunga e non conclusa pandemia, sono state rinviate scelte ancor più rilevanti come l’avvio di nuove famiglie e la gioia dei figli. Possono bastare due dati: nel 2020 sono nati 404mila bambini, record storico negativo dall’Unità d’Italia. I consumi finali delle famiglie sono calati nello scorso anno del 10,9% la maggior contrazione dal Dopoguerra. Chi ha potuto ha risparmiato, per scelta o per l’impossibilità di viaggiare, frequentare cinema o teatri e vivere tanta altra parte della normalità degli italiani.

 

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L’aumento del Pil dice tutto e niente

Libertà individuali e tutele collettive, specie sulla salute. Un’importante decisione del Tribunale di Modena.

Un lavoratore indisponibile a vaccinarsi può essere sospeso, senza stipendio, dalle sue mansioni. La sentenza obbliga a questo punto il governo ad assumere decisioni chiare.

 

Raffaele Bonanni

 

In questo tempo di pandemia le forze politiche intervengono su ogni aspetto derivante da questa avversità. Può accadere, come accade, che si possono anche saltare a piè pari i problemi temi che possono provocare per loro stessi qualche fastidio da parte di una fetta, anche minuta, del proprio elettorato. Lo stesso Governo, molto variegato per composizione, sempre a rischio di rottura improvvisa della coalizione, preferisce soprassedere o aspettare tempi migliori per trovare soluzioni mediate.

 

È il caso degli obblighi a cui il lavoratore deve pur assoggettarsi per proteggersi e proteggere i propri compagni di lavoro dagli effetti negativi che la pandemia procura nelle sue sempre più minacciose varianti. Sinora ci si è guardati bene dal dare direttive post vaccinazioni riguardo a garanzie che devono offrire e ottenere i lavoratori nei posti di lavoro; direttive utili alle precauzioni per contrastare le infezioni, che in generale sinora hanno provocato molti lutti, paralizzato il mondo intero, bruciato montagne di denaro per mancati guadagni e per tutela dei cittadini, compreso i costi delle vaccinazioni.

 

Tuttavia, come si sa, ogni vuoto viene riempito. Nel caso nostro ci ha pensato il Tribunale di Modena, stabilendo nella sostanza che il lavoratore non vaccinato possa essere sospeso dal lavoro senza alcuna retribuzione. Infatti l’obbligo poggia sull’assunto che l’azienda, poiché è chiamata ad assicurare la sicurezza dei propri lavoratori dipendenti ai sensi dell’art. 2087 del codice civile, ha il dovere di premunirsi dal rischio che la mancata vaccinazione di taluni possa provocare nuove infezioni per la circolazione di varianti del COVID. Il giudice, nella ordinanza, precisa che la libertà di autodeterminazione deve essere bilanciata con altri diritti di rilievo costituzionale, come la salute dei clienti, degli altri dipendenti, e con il principio di libera iniziativa economica fissato dall’articolo 41 della Costituzione. E dunque il magistrato afferma che qualora l’azienda non disponga di mansioni che nella organizzazione del lavoro non prevedano contatti con l’utenza e con compagni di lavoro, può decidere di sospendere chi non voglia vaccinarsi.

 

Ed allora se si lavora in smart working o in altre mansioni non svolte in ambienti chiusi, come pure non in contatto con altre persone, l’impresa può sì soprassedere, ma nei casi contrari, invece, i lavoratori non vaccinati possono essere allontanati dalle attività sino alla loro avvenuta vaccinazione. In circostanze simili dunque, prevale il diritto-dovere alla salute che la Costituzione sottolinea come principio di solidarietà collettiva. A questo punto credo che sia arrivato il momento per il Governo e le parti sociali di fornire indicazioni precise a imprese e lavoratori delle attività private e pubbliche, a partire dagli ospedali e dalle scuole, in modo da regolare la vita comunitaria nello stesso modo e con lo stesso spirito che ha animato nel passato ogni attività collettiva. Va ripetuto fino alla noia: mai in una democrazia efficiente è accaduto che il volere di una piccola minoranza abbia potuto prevalere sugli interessi generali e a scapito della grande maggioranza dei cittadini.

Moderata tranquillità. Le fibrillazioni del quadro politico dipendono dalla partita del Quirinale. Chi sarà il nuovo Presidente?

Si possono fare diverse congetture. L’ipotesi della elezione di Draghi non appare molto convincente. In ogni caso, il nuovo inquilino del Quirinale non potrà che essere un “moderato”.

 

Gianfranco Moretton

 

L’autorevolezza di Mario Draghi è stata largamente impiegata in questi suoi primi cinque sei mesi del suo Governo. Il vero problema, detto in modo schietto, era definire il piano di utilizzo dei 209 miliardi di euro che da qui ai prossimi cinque sei anni giungeranno in Italia dall’Europa. Ad essere cinici, e in questo caso io lo sono, credo che questo fosse il vero e unico perno che ha giustificato il cambio del Governo precedente.

 

Fatto questo, si tratta ora di trasportare l’Italia fuori da questa pandemia, di riordinare i registri del rilancio economico, di mettere benzina nel motore dello sviluppo e riapprodare in una normalità che ormai da diverse stagioni sembra essere smarrita.

 

Le difficoltà di questo Governo sono comunque sempre riconducibili alla sua stranezza: mettere assieme il diavolo e l’acqua santa è una complicazione non da poco. Centro destra e centro sinistra “uniti” nella lotta, mette sicuramente a dura prova le virtù di Mario Draghi. Virtù che dovranno essere via via sempre più smaglianti perché i contendenti saranno indotti a suonarsele sempre più intensamente.

 

Siamo però vicini al traguardo del cosiddetto semestre bianco. Periodo in cui il Presidente della Repubblica non può per alcun motivo sciogliere le Camere. Ne deduco che, per quanto indotti a procurare all’avversario ferite via via più estese, la compagine governativa dovrà necessariamente fare buon viso a cattiva sorte. Fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, ricordo che l’evento cadrà tra la fine dell’inverno e inizio della primavera, non capiterà nulla di particolarmente sconvolgente nella nostra bella Italia.

 

Il vero problema è sapere chi prenderà il posto di Sergio Mattarella. Il gioco è: sarà Draghi o un’altro?

 

Propendo per la seconda ipotesi. Se voi però mi chiedete chi possa mai essere questo soggetto, non mi arrischio a fare alcun nome. Posso solamente dire che, stando così le cose, il possibile candidato a Presidente della Repubblica, dovrà essere un personaggio in grado di raccogliere tanto i consensi del campo x quanto del suo campo opposto y. In sostanza, un moderato in senso strettissimo.

 

Nel panorama italiano di personaggi in grado di vestire questo stile ce ne sono diversi. 

Calasso e l’aura di Adelphi. Perché i libri pubblicati dal grande editore sono più pop che snob. Un’analisi di “Studio”.

Il fondatore e la sua casa editrice hanno saputo ascoltare il mondo cangiante, restituendolo in varie forme. Da qui la loro forza, anche suscitatrice di inquietudini letterarie (e non).

 

Antonio Pascale

 

 

Ho conosciuto persone che avevano letto un solo libro. Non per modo di dire, proprio uno solo e tuttavia quel libro gli aveva cambiato la vita. Ne ricordo due, un amico biologo che lesse Bruce Chatwin e se ne andò in Australia e un altro che girava sempre – pure alla feste – con un libro di Robert M. Pirsig che parlava di zen e motociclette. Ecco, quel tizio, d’un tratto chi lo vide più. Dicevano che, appunto, in moto era partito per un viaggio: un tipo un po’ strano, un po’ filosofo e un po’ chi lo capisce a quello. Erano gli anni ’80, c’era il riflusso, così dicevano, era cominciato, così dicevano, il crollo delle ideologie. E insomma in generale c’era tanta voglia sia di partire per le vacanze (l’aereo diventava mezzo di consumo di massa) sia fuggire in posti lontani: ebbene, Adelphi/Calasso con questi due libri, sulla via dei canti e lo zen e l’arte della manutenzione delle motocicletta offrivano una guida pronta all’uso.

 

Poi, vero, quei due avevano letto un solo libro ma in quel libro c’era un po’ di romanzo, un po’ di riflessione, un po’ di descrizioni e magari i critici avrebbero parlato di forma sperimentale, mista, saggio personale, ma quella struttura narrativa rispecchiava anche la poetica di quei due, cioè segnavano un tratto antropologico di un’epoca: annoiati dalla provincia, dalle ristrettezze, dalle strade ingolfate perché tanto nelle piccole città si facevano le vasche oppure con la macchina si andava da quel bar all’altro. Ecco, quei due parlavano sempre di viaggi, annotavano le proprie impressioni su taccuini che certo non erano i moleskine ma quaderni comprati in cartolibreria: quei due si rispecchiavano in Chatwin e Pirsig e ringraziavano Adelphi/Calasso per averli portati in libreria: gli avevano davvero cambiato la vita.

 

Ho conosciuto scrittori che detestavano fortemente altri scrittori di successo che uscivano per Adelphi, però desideravano fortemente pubblicare per Adelphi. Perché non si sa come, vuoi i titoli sempre indovinati, vuoi le copertine che erano una garanzia e che comunque facevano arredo, insomma Adelphi e Calasso riuscivano sempre nell’intento di creare dei casi editoriali (dando al libro un’aura difficile da descrivere). Ma non con le solite, assurde, inverosimili e per quanto mi riguarda noiose saghe familiari, famiglie del sud, o borboniche oppure lombarde, ma con argomenti considerati difficili, prendi la fisica classica o quella quantistica o riflessioni intorno alle domande principali: ma l’origine del tutto, come è andata? Perché c’è qualcosa e non il nulla?

 

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Calasso e l’aura di Adelphi

Più del “preambolo” c’è bisogno del “confronto”

Una domanda svetta su tutto: a cosa servirebbe un nuovo preambolo rispetto a forze politiche populiste e nazionaliste come Movimento Cinque Stelle e Lega Nord di Salvini?

 

Paolo Frascatore

 

Nel dibattito politico contemporaneo teso all’ennesimo tentativo della ricostituzione di un Partito di centro. la nostalgia intrisa di lettura errata della storia e dei fatti politici, spesso gioca tiri mancini anche a personalità di indubbio spessore politico-culturale. Evocare quel preambolo, figlio di Carlo Donat Cattin, come paradigma per diversificarsi e quindi contrastare i populismi e i sovranismi contemporanei, appare fuori da una logica politica concreta e tesa alla costruzione di un nuovo centro politico.

 

Il punto di paragone sono le idee ed i valori. Ed allora è opportuno innanzitutto esaminare il preambolo di Donat Cattin dal punto di vista storico-politico-ideale. Siamo agli inizi del 1980, Benigno Zaccagnini alla festa dell’amicizia a Modena nel settembre del 1979, annuncia la sua volontà di non ricandidarsi alla guida della DC. Ma la sinistra politica democristiana lo convince a non abbandonare il campo e a ricandidarsi alla guida del Partito.

 

In questo scenario, gioca un ruolo determinante l’altra sinistra democristiana, quella sociale che fa capo a Donat Cattin. Quest’ultimo, sin dagli anni Sessanta, è sempre stato un fermo oppositore della corrente dorotea, ma stavolta stranamente si sposta clamorosamente a destra per contribuire all’elezione di Flaminio Piccoli (doroteo) contro Benigno Zaccagnini.

 

La giustificazione di questa posizione del politico piemontese viene raccolta in un documento che stila con la denominazione di “preambolo”. Si tratta quindi di una semplice introduzione all’alleanza interna democristiana (moderata e conservatrice) per sconfiggere la linea politica del confronto e tornare alla collaborazione con l’area laica e socialista, escludendo di fatto il Partito Comunista anche da possibili convergenze parlamentari.

 

La degenerazione politica e partitica degli anni Ottanta sino a tangentopoli degli anni Novanta ormai è patrimonio storico anche delle nuove generazioni. Oggi si ripropone la linea del “preambolo” per escludere i partiti populisti e nazionalisti in funzione di un nuovo Partito di centro che si annuncia ad ogni tornata elettorale, ma che poi nel giro di qualche settimana dall’appuntamento elettorale naufraga immancabilmente.

 

Ma al di là di queste osservazioni, a cosa servirebbe questo nuovo preambolo rispetto a forze politiche populiste e nazionaliste come Movimento Cinque Stelle e Lega Nord di Salvini? Sarebbe a dire che la classe dirigente che dovrà governare questo Paese, al di là delle legge elettorale, non viene decisa da nessun preambolo, ma dalla scelta libera dei cittadini.

 

Allora, più che del prembolo c’è bisogno del confronto, perché quest’ultimo (così come immaginato da Moro e da Zaccagnini) impegna tutte le forze politiche (nessuna esclusa) a confrontarsi sulla base dei programmi, dei valori e delle idee. Solo in tal modo ognuno, ogni Partito o Movimento ha l’obbligo di assumersi le proprie responsabilità di fronte al corpo elettorale nell’indicare cosa si intende fare per il futuro e quali alternative portare avanti rispetto alle proposte delle altre forze politiche.

La crisi sanitaria cambia il paradigma del tempo presente e delle aspettative future

Oggi siamo costretti al presente. Prendiamolo come un esercizio.

 

 

Danilo Campanella

 

La terza crisi della postmodernità non è economica o terroristica; la stiamo vivendo: è una crisi sanitaria. Essendo causata da un virus è quanto mai definibile una crisi epidemica. Le generazioni più mature mal sopportano le conseguenze di queste restrizioni e mal sopporteranno i cambiamenti che verranno. I più giovani crescono invece in un tempo in cui, dovendo navigare a vista, non si possono fare progetti nel lungo periodo.

 

Si vive nel presente, con ansie presenti, non future. La generazione del ‘50 fino a quelle degli anni ‘90 erano legate ai modelli del passato. Idealizzavano il proprio futuro. I genitori ci hanno insegnato a fare le cose “come Dio comanda” e ad aspettarci un futuro per come “dovrebbe essere”. Nulla da quasi vent’anni è più come dovrebbe essere. Auspico la fine di ogni ansia da prestazione generazionale. Chi cresce ora sperimenta una società, un mondo, da cui ci si può aspettare di tutto. Si vivrà senza aspettarsi nulla dalla vita? Forse.

 

Siamo stati abituati a seguire una perfetta adesione al modello che avevamo in testa dimenticandoci che vi sono cose che vanno e che sono oltre la nostra volontà. Ad esempio: se io sogno di diventare un dirigente statale ma ho la fortuna di fare carriera come libero professionista, o nel settore privato, per me non sarà la stessa cosa e nemmeno per i miei genitori. Siamo pieni di aspettative e, quel che è peggio, ci portiamo dietro anche quelle degli altri. Tutto questo ci ha distratto dal godere del tempo presente. Aspettarsi qualcosa d’altro rispetto a ciò che si ha e si vive significa sradicarsi dal presente e vivere nel futuro, in un tempo che non c’è.

 

Ciò aumenta quella tensione che è alla radice del disagio mentale. Sarò felice soltanto quando…il Coronavirus ha posto uno stop a ogni aspettativa. Non sono qui per fare l’apologia di una malattia. Piuttosto a riflettere con voi sulla necessità di non dimenticarci di questi giorni quando sarà finita. Oggi programmiamo la nostra vita da un Dcpm a un altro. Non smettiamo di fare progetti nel breve periodo, se questo ci permette di assaporare meglio il tempo a noi prossimo. Oggi siamo costretti al presente. Prendiamolo come un esercizio.

 

Non viviamo di aspettative. Basta un niente e svaniscono.

Manifesto per il Sud. Ci sono priorità che devono essere rispettate se davvero si vuole rilanciare lo sviluppo delle aree meridionali del Paese.

La Svimez e l’Animi hanno promosso nei mesi passati un Manifesto che suona come un appello al governo per rafforzare e qualificare gli interventi a favore del Mezzogiorno. Si può aderire firmando il documento che l’Animi pubblica sul suo sito (http://www.animi.it).

 

Svimez e Animi

 

Il Recovery Fund (Programma Next Generation EU), varato dall’UE, destina 209 dei 750 miliardi di euro (28%) all’Italia, con l’esplicito mandato di promuovere lo sviluppo sostenibile, di ridurre le disuguaglianze territoriali e sociali, di sostenere l’innovazione tecnologica e accrescere la competitività: condizioni per far fronte all’emergenza del “grande malato” d’ Europa. Coesione, disuguaglianze, sviluppo sostenibile e tecnologico – in chiaro – si chiamano Mezzogiorno. Con i parametri scelti per attribuire le risorse, (disoccupazione, reddito pro-capite, popolazione, perdita cumulata di PIL) 111 dei 209 miliardi di euro sarebbero riconducibili al Sud. Un dato, non una rivendicazione; una denuncia, che invita a por fine allo spreco di enormi potenzialità, ad arrestare la disgregazione frutto del crescente divario Nord-Sud e di quello, ancor più allarmante, tra Italia ed Europa, che coinvolge anche le regioni settentrionali. Il soccorso europeo non è filantropia, ma la presa in carico di una crisi verticale che viene da lontano, che la pandemia mette a nudo e che minaccia gli equilibri dell’Unione.

 

Consapevoli della necessità, delle motivazioni di un così rilevante soccorso e fidando sul controllo rigoroso, costante, efficace dell’uso dei fondi, i sottoscritti chiedono con forza quanto segue: 1) che le risorse siano utilizzate, in coerenza con i criteri individuati dall’ UE (in quota ben superiore al 50%), per promuovere la crescita economica del Meridione e riallinearne l’economia alle altre regioni italiane ed europee, affinché il Sud torni a contribuire allo sviluppo del Paese; 2) che le risorse siano prioritariamente indirizzate a bloccare il crescente divario infrastrutturale tra regioni meridionali e settentrionali d’Italia: colmare il deficit di reti stradali, ferrovie veloci, infrastrutture portuali e autostrade del mare, è essenziale per mettere a sistema un territorio oggi frantumato con aree costiere, porti ed aree interne reciprocamente inaccessibili; 3) che le infrastrutture siano funzionali alla rigenerazione urbana, alla mitigazione dei rischi naturali e in particolare del rischio vulcanico, che deve realizzarsi con la progressiva riduzione della residenzialità e densità abitativa nelle zone rosse, da riconvertire a vocazioni turistiche, culturali, di terziario avanzato e ad attività economiche compatibili con la natura dei territori. Tali interventi strutturali dovranno anche fornire un contributo decisivo alla mitigazione del rischio sismico ed idrogeologico.

 

Il deficit di infrastrutture, materiali e immateriali, specie di tipo logistico, è cresciuto a dismisura nell’arco di oltre un ventennio, ostacolando lo sviluppo imprenditoriale ed industriale, disarticolando il territorio, pregiudicando la funzionalità dei porti del Sud, nonostante la posizione ideale per fruire dell’enorme sviluppo dei traffici che, dopo secoli, ha nuovamente posto il Mediterraneo al centro del commercio internazionale. Anche per effetto della pandemia, del re-shoring e dell’accorciamento delle “catene del valore”, questa centralità lo impone non solo come mare di transito, ma anche come area di scambio a servizio delle economie che su di esso si affacciano. Un mercato in crescita, in rapido sviluppo demografico, in stretta relazione con economie mature, ad alta tecnologia e industrializzate.

 

L’imperdonabile miopia che ha determinato, con la ghettizzazione del Mezzogiorno, la dissipazione della “rendita mediterranea”, pone l’assoluta priorità al Recovery Plan di avviare la necessaria integrazione logistica per fruire appieno della “rendita posizionale” del Mediterraneo. Bloccare la crisi verticale dell’Italia, perno dello scacchiere, significa salvaguardare l’agibilità dell’Unione sul fronte Sud, di vitale importanza perl’appuntamento della UE del 2050. Queste considerazioni sulle grandi opportunità non ancora raccolte impongono un’assoluta determinazione a dar corpo alla opzione euro-mediterranea, finora elusa, che si realizza nella “rivoluzione logistica” del Paese, sostenuta dal forte sviluppo delle energie rinnovabili, reso possibile dalle grandi risorse nazionali e dai carburanti alternativi, dalle connesse tecnologie sostenibili, per un minore impatto ambientale. I necessari interventi infrastrutturali, di sistema, si accompagnano a importanti esternalità, come nel caso della TAV Salerno-Reggio Calabria, indispensabile fattore di perequazione del diritto alla mobilità nel Paese o, parimenti, della linea ferroviaria TAV-TAC Napoli-Bari, funzionale al ‘quadrilatero’ delle Zone Economiche Speciali dei porti di Napoli, Bari, Taranto, Gioia Tauro e che, al contempo, recupera Irpinia, Sannio e Murge dalla condizione di marginalità delle aree interne.

 

La messa a sistema di collegamenti rapidi tra le ZES del meridione continentale e insulare contribuisce a completare le grandi direttrici d’Europa, mentre l’attivazione delle linee Tirrenica ed Adriatica di “autostrade del mare” integra Nord e Sud in un sistema logistico mediterraneo, sostenibile e multimodale, che offre all’ Europa un inedito, indispensabile Southern Range. Esso segna la rinascita del Sud come secondo-motore del Paese e conferisce contenuto effettivo alla opzione euromediterranea. Su queste linee, i sottoscrittori chiedono al Governo di far proprie le priorità esposte e di onorarle per le evidenze che la Ragione impone, con l’urgenza che la situazione comanda.

La barba russa. Una pillola di storia, gustosa e allarmante, proposta da “Nota Diplomatica”.

James Douglas Hansen


La storia insegna che finita l’emergenza i governi – in particolare i governi autoritari – tendono a conservare i poteri straordinari utilizzati fino a quel momento, dichiarando di voler promuovere nuove battaglie di civiltà. Per fortuna oggi non è più così semplice, specie nei Paesi democratici.

 

La storia abbonda di governi restii a cedere, a fine emergenza, i poteri acquisiti per contrastare gravi crisi sistemiche come guerre, crolli economici e, ovviamente, epidemie. Le misure “straordinarie” col tempo diventano permanenti e così pure i nuovi controlli sociali: spesso con ottime motivazioni, come la necessità di stabilizzare l’economia o, più in generale, di “ricostruire meglio”.

 

La disponibilità di poteri speciali offre una meravigliosa opportunità per raddrizzare problemi sociali non direttamente affrontabili con metodi democratici e la tendenza di utilizzarli – a fin di bene, naturalmente – è forte. Il Governo inglese ora ha lanciato un ballon d’essai sull’opportunità di usare i sistemi anti-Covid per combattere un’altra “epidemia” – l’obesità – con strumenti che riducono la tendenza popolare a mangiare alimenti “poco sani”…

 

Il primo caso moderno – o almeno il più bello – di questo tipo di ingegneria sociale in scala fu la guerra contro le barbe condotta dall’Imperatore russo Pietro I, “il Grande” (1672-1725), che aveva visto nell’eccessiva villosità dei propri soggetti un ostacolo alla modernizzazione del paese. Volendo ricreare il “paesaggio umano” che aveva osservato nel corso dei suoi viaggi nella più evoluta Europa Occidentale, nel settembre del 1698 decretò una “tassa universale” sulle barbe.

 

L’aspetto “moderno” consisteva nell’usare il sistema di tassazione contro l’eccessiva peluria. Era permesso continuare a portare la barba, proprio volendo, ma di colpo diventò un vizio molto caro. La tariffa annua variava in base al censo. I “barbuti” appartenenti alla Corte, gli ufficiali militari e i funzionari governativi dovevano pagare 60 rubli l’anno. I mercanti “ricchi”, 100 rubli, mentre i mercanti minori e gli abitanti metropolitani pagavano 30 rubli. Per i “vilici” barbuti delle campagne la tassa era di due “mezzi-copechi” ogni volta che entravano in città.

 

Il calcolo dei cambi storici è un’impresa ardua e soprattutto futile, ma – per andare molto a spanne – un rublo dell’epoca di Pietro valeva 12 grammi d’argento. Ai nostri tempi l’argento vale poco, ma allora il cambio era di circa 15 a 1 rispetto all’oro e se l’oro oggi vale quasi €50 al grammo, allora l’ipotetico costo annuo dei peli facciali era davvero molto al di là delle tasche comuni. Chi pagava comunque otteneva come ricevuta un gettone metallico raffigurante una barba – in argento per gli aristocratici, in rame per la plebe. Molti dei gettoni riportavano sul retro un’iscrizione in russo che diceva “la barba è un peso superfluo”. Sono comprensibilmente rari al giorno d’oggi e molto ricercati dai collezionisti.

 

L’ipotesi corrente inglese non riguarda i peli facciali. Comporterebbe invece una sorta di monitoraggio degli acquisti alimentari allo scopo di poter “premiare”, forse con sconti fiscali di qualche tipo, quelli che, secondo il tracciamento, fanno tanto movimento o comprano molte verdure e di “non premiare” – diciamolo così – i sedentari e chi invece insiste a consumare la carne.

 

Che il progetto vada a buon fine è improbabile. Tra l’altro, implicherebbe vietare subito anche l’utilizzo dei contanti. Altrimenti i furbastri userebbero i pagamenti elettronici per acquistare il verdume e la cartamoneta per ingozzarsi di hamburger.

 

 

Informazioni su “Nota Diplomatica”

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Quel silenzio del Papa nell’abisso di dolore di Auschwitz. Una nota di “Radio Vaticana”.

Cinque anni fa, la visita di Francesco nel lager nazista nell’ambito del suo viaggio in Polonia per la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia del 2016. Meno di due ore trascorse tra luoghi di morte e persecuzione, che il Pontefice volle condurre nel silenzio più assoluto, comunicando il dolore per l’orrore della Shoah solo attraverso simboli e gesti.

 

Salvatore Cernuzio

 

Cinque anni dopo, rimangono solo queste poche parole in spagnolo impresse sul Libro d’Onore a ricordare la visita che Papa Francesco compì in quel luogo di orrore e dolore che fu e che tuttora rappresenta il lager di Auschwitz-Birkenau. Tra la musica e il chiasso festoso dei giovani di tutto il mondo venuti in Polonia per la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia, il Pontefice volle incastonare, il 29 di luglio del 2016, un momento di assoluto silenzio nel campo di sterminio nazista. Il primo e probabilmente finora l’unico in cui il Pontefice argentino non proferì parola.

 

La preghiera nella cella di San Massimiliano Kolbe

 

Di quel giorno si ricorda infatti la preghiera solitaria di Francesco seduto su una panca, accanto al muro delle esecuzioni, dove ancora sono visibili le chiazze di sangue rappreso dei prigionieri colpiti a morte con un proiettile alla nuca. E rimane lo sguardo commosso durante i quindici minuti trascorsi nella penombra della cella 18 – la cosiddetta “cella della fame” – in cui fu rinchiuso san Massimiliano Kolbe, il francescano che scelse di sacrificare la propria vita a favore di quella di un padre di famiglia, tra i dieci prigioneri del Block 11 a cui i nazisti imposero la morte.

 

Un messaggio urlato nel silenzio

 

Una scelta mirata e ragionata quella del Pontefice di condurre le circa due ore di visita ad Auschwitz nel totale silenzio. Un modo per urlare al mondo che, ancora, dopo quasi ottant’anni, non c’è alcun verbo sufficiente a descrivere la logica perversa che generò quell’abisso di crudeltà ricordato nella storia come Shoah. Capitolo così drammatico da lasciare sempre fisicamente muto il Papa argentino, come si è visto pure recentemente nell’incontro, a margine di un’udienza generale, con Lidia Maksymowicz, sopravvissuta polacca di origine bielorusse. Anche con lei Francesco non proferì parola, ma comunicò solo con un gesto: il bacio sul numero tatuato sul braccio.

 

Il Venerdì Santo degli innocenti

 

E di gesti il Papa ne fece tanti in quella mattinata di cinque anni fa in quei luoghi di morte e persecuzione. Un venerdì, quasi un Venerdì Santo – a cui seguì la visita in un ospedale pediatrico e la Via Crucis con i giovani della Gmg – durante il quale il Pontefice, seppur con le labbra serrate, fece risuonare il grido di ogni innocente salito verso il suo Golgota o che continua a salirci ancora oggi, perché vittima di una “terza guerra mondiale a pezzi”.

 

L’abbraccio ai sopravvissuti

 

Sin dal suo lento incedere, a capo chino, all’ingresso di Auschwitz, sotto l’ombra della scritta sbilenca Arbet Macht Frei (“il lavoro rende liberi”), la visita nel lager di Jorge Mario Bergoglio è stata costellata da gesti e simboli. Il primo fu il bacio ad una delle travi del palo delle impiccagioni, poi il capo poggiato sul freddo muro della Piazza dell’Appello e il sobrio abbraccio ad ognuno dei dieci superstiti, tra cui Helena Dunicz Niwinska, ex violinista sopravvissuta che il giorno successivo avrebbe compiuto 101 anni. A lei una carezza sul capo da parte del Papa. La stessa carezza ripetuta, pochi minuti dopo, alle pareti della cella di Massimiliano Kolbe, dove il frate incise alcuni graffiti, tra cui una croce a cui guardare durante le preghiere recitate tra i morsi della fame.

 

Tappa a Birkenau

 

Impressionò all’epoca, a chi ha avuto la fortuna di prendere parte a quell’evento, come tutti i presenti – dai gendarmi, che comunicavano con gli occhi, ai cronisti al seguito del Papa, che trasmettevano le loro dirette Tv mostrando solo le immagini – si raccolsero insieme al Santo Padre in questo pellegrinaggio della memoria e vollero rispettarne il silenzio. Solo un neonato, con il suo pianto spontaneo, ruppe la quiete nell’esatto momento in cui il Pontefice, dopo aver percorso in auto elettrica il rettilineo di oltre un chilometro fiancheggiante le rotaie che partono dalla cosiddetta “Porta della Morte”, varcava la soglia del memoriale di Birkenau.

 

Dopo le baracche in legno e mattoni di Auschwitz, il Papa volle infatti fare tappa anche nel vicino campo di concentramento, teatro della “soluzione finale”, lo sterminio di massa che i nazisti realizzarono sistematicamente attraverso le camere a gas. In quei 173 ettari, trovarono la morte milioni di ebrei e di prigionieri stranieri, avvelenati dallo Zyklon B.

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-07/papa-cinque-anni-fa-la-visita-ad-auschwitz.html

Italia Green, dopo il G20 la speranza di una “transizione” in tempi relativamente brevi.

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore l’editoriale che apre il n. 122, in uscita in questi giorni della rivista “Ambiente-Comunità e Salute” edito dal Politalia Comunicazioni iatituzionalime patrocinata dall’Unione delle Province Italiane (UPI).

 

Marco Frittella

 

La recente conferenza del G20 a Napoli dedicata all’ambiente ha dimostrato come la diplomazia degli Stati sia insufficiente a garantire una accelerazione del passaggio ad un nuovo modello di sviluppo ecosostenibile, unico in grado di limitare i danni del Climate Change. Benchè la presidenza italiana  possa vantare degli indubbi successi nell’aver fatto approvare un testo finale coinvolgendo i grandi inquinatori come Cina e India su temi  dai quali si sarebbero ritratti solo fino a qualche anno fa, tuttavia quando si è cercato di stringere un accordo sull’accelerazione della decarbonizzazione entro il 2025, si è stati costretti a rimandare la discussione  a nuovi appuntamenti, ed è purtroppo prevedibile  che con questo rinvio si arriverà sino a COP26 di Glasgow di novembre 2021: appuntamento che definiamo certamente cruciale ma su cui forse si appuntano soverchie speranze. Cosa ne possiamo dedurre?

 

Ne possiamo dedurre che se abbiamo una speranza di compiere la transizione in tempi relativamente  brevi, questa risiede nella forza della società e dell’economia, nella pressione dei giovani e delle associazioni ambientaliste, nella dinamica inarrestabile del green business e nell’avanzamento della ricerca tecnologica e della scienza. C’è una forza delle cose che supera anche il più sofisticato accordo diplomatico e c’è una forza della natura che rischia di stravolgere la nostra vita e quella del Pianeta: tutto sta a capire chi vincerà questa corsa contro il tempo. Del resto, non è forse vero che proprio negli anni della presidenza negazionista di Donald Trump, l’utilizzo del carbone negli Stati Uniti sia tornato ai livelli del 1995?

 

Questo non lo diciamo, beninteso, perché sottovalutiamo il peso della politica degli Stati ma perché ricordiamo che lo storico accordo di Parigi di sei anni fa non è servito a imprimere  la decisa sterzata che era necessaria, e oggi paesi come la Cina, l’India, l’Australia, il Brasile continuano a dipendere largamente dal carbone e non accettano di accelerare la conversione delle loro economie per fermare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi Celsius, oltre il quale i danni diventeranno ingestibili.

 

Se le leadership sono deboli, i popoli possono manifestare la loro forza. Nei comportamenti individuali e nell’azione collettiva. In questo fortunatamente l’Italia, per il terzo anno di seguito leader europeo di economia circolare e di riciclo dei rifiuti, è in prima fila: con le sue contraddizioni, certo, ma anche con tante potenzialità.

Lavoratori fragili e Smart working: si riparte da capo.

Francesco Provinciali

 

Con il prolungamento dello ‘stato di emergenza’ pandemica fino al 31 dicembre 2021 si ripropongono alcune questioni legate alla categoria dei lavoratori fragili e dei titolari delle tutele di cui alla legge 104/92, nel settore pubblico e in quello privato.

 

Con Decreto Legge-COVID19 n.° 105 del 23 luglio 2021 viene infatti prorogata la possibilità di accedere allo smart working per i lavoratori certificati temporaneamente inidonei alla normale attività lavorativa, ‘provvidenza’ che era stata sospesa dopo il 30 giugno u.s.

 

L’art. 9 del citato decreto – infatti- ripristina retroattivamente la facoltà di avvalersi del lavoro agile nel periodo compreso tra il 1° luglio u.s. e il 31 ottobre p.v. Tutta la normativa relativa alla tutela dei lavoratori cd. “fragili” ha seguito peraltro l’evoluzione della pandemia e -in modo diversificato- è stata correlata allo stato di emergenza, considerando che i soggetti affetti da invalidità riconosciuta, malattie autoimmuni, cure chemioterapiche, artrite reumatoide, situazioni di tutela personale previste dall’art.3 comma 3 della legge 104/1992  ecc. avrebbero corso un rischio elevato di contrarre il Covid19 nel proprio ambiente di lavoro.

 

La campagna vaccinale in atto ha interessato anche i lavoratori fragili che – se vaccinati  con una o due somministrazioni o in possesso della “Green card” presentano adesso una esposizione al rischio teoricamente meno compromessa in partenza, ferme restando le incognite della variante Delta (e di altre possibili a motivo della mutazione genetica del virus) tenuto conto dei contesti lavorativi dove si presentano di norma situazioni di promiscuità e quindi di potenziale compromissione.

 

La possibilità di accedere allo smart working con domanda da presentare al datore di lavoro , previo possesso del certificato di inidoneità temporanea legata al perdurare dello stato di emergenza, rilasciato dal medico competente o dall’autorità sanitaria della AST, risolve dunque se pur parzialmente questo potenziale vulnus.

 

In passato, tuttavia, ai lavoratori fragili era consentito di avvalersi dello stato di malattia equiparato al ricovero ospedaliero e non computabile nel periodo di comporto del rispettivo CCNL : questa forma di ulteriore tutela (ad evitare contagi in situazioni in cui l’attivazione dello smart working avrebbe comportato difficoltà operative) era stata concessa , poi rimossa, poi ancora ripristinata.

 

Per ricordare i passaggi più recenti il Decreto sostegni varato dal Governo il 19 marzo u.s. prevedeva la piena tutela per i lavoratori fragili del settore pubblico e privato, con l’estensione fino al 30 giugno 2021 del periodo utile ad usufruire a richiesta del congedo per gravi motivi sanitari equiparato al ricovero ospedaliero.

In questo modo veniva sanato un vulnus che il DPCM 2 marzo 2021 non aveva previsto, non rinnovando analoga previsione normativa che invece era contemplata all’art. 481 della legge di bilancio 2021 n°178 del 30/12/2020.

Ne conseguiva che i lavoratori fragili che non potevano essere adibiti a lavoro agile e che erano stati riconosciuti “inidonei temporaneamente al servizio ordinario”, con certificazione della Commissione ATS o del medico competente, potevano chiedere di usufruire fino al 30 giugno del congedo per motivi di salute – “prevenzione COVID 19” , con certificato del medico di base purchè riportasse il codice V07.

 

Allo stato attuale – tuttavia – il citato D.L. 105 del 23 luglio 2021 non contempla più questa possibilità. Quindi, di fatto e in diritto, lo smart working rimane l’unica forma di tutela applicabile per questa categoria di lavoratori. Per ora, tuttavia: infatti un eventuale ripristino di questa fattispecie normativa resta legato all’evoluzione della pandemia e ai risultati della campagna vaccinale, che non prevede per ora l’obbligo di sottoporsi alla somministrazione del vaccino.

 

Ne deriva che la “partita” resta aperta e in predicato di ulteriori, eventuali provvedimenti e tutele legati all’andamento della pandemia. Non mancheremo di seguire gli sviluppi della questione per la quale in passato avevamo interpellato la Presidenza del Consiglio dei Ministri con esito, come sopra descritto, favorevole.

Sviluppare un network pubblico-privato per finanziare ricerca e sviluppo. Il punto su “Italia informa”.

Riportiamo il testo integrale dell’articolo scritto dal prof. Pertile, vicino a “Rete Bianca” e a “Insieme”,  che appare sul numero di luglio-agosto’ di “Italia informa. Magazine economico-finanziario”.

 

Roberto Pertile

 

Come scrive Jeremy Rifkin in “Un green new deal globale”, quattro tra i principali settori produttivi (tecnologie dell’in- formazione, energia e elettricità, mobilità e logistica, edilizia), stanno disinvestendo dai combustibili fossili optando per le nuove tecnologie “verdi”. In altri termini, settori industriali fondamentali per lo sviluppo si affidano all’energia proveniente, ad esempio, da fonti rinnovabili, il cui costo di impiego è in continua diminuzione.

 

Le componenti tradizionalmente più aggressive del mercato puntano ad un sistema produttivo a zero emissioni di carbonio, in quanto valutato, in più sedi, più redditizio rispetto al tradizionale utilizzo delle tecnologie al carbonio, e più idoneo a fornire opportunità occupazionali. Potrebbe essere l’inizio di una massiccia campagna di progressivo disinvestimento/reinvestimento.

 

Rifkin giudica che è imminente la trasformazione della infrastruttura tradizionale, ormai desueta, basata sui combustibili fossili, in una ad emissioni zero nel ragionevole arco temporale di un ventennio.

 

In un contesto ecosostenibile l’economia circolare assume un ruolo di fondamentale importanza: le risorse vengono riutilizzate il più a lungo possibile, attraverso processi di riconfigurazione dei materiali riutilizzabili.

 

L’economia circolare è un classico modello di economia “verde” in cui l’impresa si dovrebbe caratterizzare per investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) e in attrezzature digitali, in un orizzonte temporale di medio-lungo periodo, (cosa non sempre perseguita dall’imprenditore attuale, poco propenso in genere ad assumere rischi di lungo periodo).

 

Questo processo di risanamento dell’ambiente trova poco consenso nel mercato attuale, che non riconosce il margine relativo ai costi sostenuti per annullare l’impatto ambientale negativo. Si tende, cioè, a non far ricadere sul prezzo finale dei prodotti i maggiori investimenti in tecnologie sostenibili.

 

Di conseguenza, si cerca di valutare l’opportunità di un intervento pubblico di sostegno agli investimenti in R&S e nella formazione in capitale umano, nonché in infrastrutture digitali.

 

Attualmente, i modelli di business prevedono costi di transizione all’economia verde non sempre coperti dai prezzi di mercato. A questo proposito, è ormai prioritario sviluppare un network di collaborazione tra pubblico e privato allo scopo di ottenere investimenti a lungo termine in attività di impatto ambientale, a discapito di condotte aziendali non più sostenibili.

 

Partendo dagli investimenti delle,aziende “a zero ossido di carbonio” si può ipotizzare una strategia di uscita dalla civiltà

dei combustibili fossili. Con una dose significativa di risorse impiegate con responsabilità sociale, si può promuovere l’avvio di un auspicabile capitalismo sociale. Parliamo di un modello economico in grado di accelerare la transizione ad una economia a zero emissioni.

Come e dove trovare le risorse? Serve una finanza strutturata a medio-lungo termine. Jeremy Rifkin, nel testo citato, riporta che Bill Gate e Warren Buffett hanno dichiarato che si potrebbe pensare ad un aumento delle aliquote fiscali per i “super ricchi” da destinare al finanziamento dell’economia verde. Tuttavia, questa fonte di entrate non basterebbe.

 

Il piano nazionale di ripresa e resilienza (Next Generation Italia) prevede un significativo finanziamento alla digitalizzazione, in- novazione e competitività nel sistema produttivo, nonché all’economia circolare. Ha il limite di avere una durata temporale limitata, a fronte di un fabbisogno di lungo periodo.

 

Si potrebbe anche ricorrere allo strumento del credito d’imposta, quale mezzo di raccolta per un arco di tempo di almeno venti anni. C’è da progettare, dunque, una “manovra di sistema” per una solida e innovativa formazione di un mercato del solare, dell’eolico e di aziende circolari. Spetta alle imprese, ai lavoratori e alle comunità locali di costruire insieme un modello di capitalismo sociale per una società “green”.

Fondazione Gimbe: “Siamo entrati nella quarta ondata”

“Siamo entrati nella quarta ondata”, dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, commentanto i nuovi dati elaborati dalla sua organizzazione.

Infatti, nella settimana 21-27 luglio, rispetto alla precedente, in tutte le Regioni eccetto il Molise l’elborazione della fondazione ha rilevato un incremento percentuale dei nuovi casi.

Non solo: il monitoraggio di Gimbe rileva che nella settimana 21-27 luglio 2021, rispetto alla precedente, vi è stato  un incremento di nuovi casi (31.963 contro i 19.390) e decessi (111 contro i 76).

In aumento anche i casi attualmente positivi (70.310 conto i 49.310), le persone in isolamento domiciliare (68.510 vs 47.951), i ricoveri con sintomi (1.611 vs 1.194) e le terapie intensive (189 vs 165).

E rispetto alla settimana precedente, si registrano le seguenti variazioni: decessi: 111 (+46,1 per cento); terapia intensiva: +24 (+14,5 per cento); ricoverati con sintomi: +417 (+34,9 per cento); isolamento domiciliare: +20.559 (+42,9 per cento); nuovi casi: 31.963 (+64,8 per cento); casi attualmente positivi: +21.000 (+42,6 per cento).

La cerimonia del Ventaglio al Quirinale. Il discorso del Presidente della Repubblica.

Si è svolta ieri, al Palazzo del Quirinale, la tradizionale cerimonia di consegna del “Ventaglio” al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da parte del Presidente dell’Associazione Stampa Parlamentare, Marco Di Fonzo, alla presenza dei componenti del Consiglio direttivo, degli aderenti all’Associazione e di personalità del mondo del giornalismo. Si seguito il saluto del Presidente della Repubblica rivolto a Di Fonzo.

 

 

Grazie caro Presidente,

 

il suo intervento, così puntuale, ha toccato diversi punti di grande interesse. Ne raccoglierò alcuni, quelli su cui posso esprimermi, evitando argomenti strettamente politici, cui devo rimanere rigorosamente estraneo.

 

Lei ha ricordato il periodo di straordinaria e grave emergenza pandemica che stiamo purtroppo ancora vivendo, lo stiamo vivendo a livello mondiale. Un fenomeno a livello mondiale che ha colto il mondo di sorpresa.

 

In poche settimane, con il dilagare di questo virus sconosciuto e insidioso, i bisogni e le domande dei cittadini di tutto il mondo si sono riversate sui governi con una drammaticità inedita. Richieste essenziali – la sopravvivenza, l’accesso alle cure e agli ospedali, la protezione della salute propria e dei propri cari, la tutela dei redditi e del lavoro – che hanno sottoposto a uno stress molto duro le complesse dinamiche che presiedono un mondo che si è mostrato sempre più interdipendente.

 

Ne risulta evidente la necessità di un profondo ripensamento verso forme di ampia e crescente cooperazione internazionale e mi auguro che questa esigenza venga compresa nella comunità internazionale.

 

Abbiamo vissuto un anno difficile, mesi drammatici.

 

Lentamente e non senza contraddizioni – dovute all’eccezionalità della situazione da affrontare del tutto ignota – grazie a uno sforzo straordinario di collaborazione scientifica a livello globale e anche di collaborazione economica, sono stati individuati due filoni che ci hanno permesso di incamminarci sulla via dell’uscita dalla crisi. La campagna di vaccinazione e la scelta di mettere in campo ingenti sostegni pubblici per contenere le conseguenze delle chiusure e dei distanziamenti a livello economico, produttivo e occupazionale.

 

Due strade che hanno consentito speranza e fiducia, quei segni positivi di cui lei ha parlato.

 

La vaccinazione e gli interventi di rilancio economico continuano a essere gli indispensabili strumenti per assicurare sicurezza e serenità.

 

La pandemia non è ancora alle nostre spalle. Il virus è mutato e si sta rivelando ancora più contagioso. Più si prolunga il tempo della sua ampia circolazione e più frequenti e pericolose possono essere le sue mutazioni. Soltanto grazie ai vaccini siamo in grado di contenerlo.

 

Il vaccino non ci rende invulnerabili ma riduce grandemente la possibilità di contrarre il virus, la sua circolazione e la sua pericolosità.

 

Per queste ragioni la vaccinazione è un dovere morale e civico.

 

Nessuna collettività è in grado di sopportare un numero di contagi molto elevato, anche nel caso in cui gli effetti su molta parte dei colpiti non fossero letali. Senza attenzione e senso di responsabilità rischiamo una nuova paralisi della vita sociale ed economica; nuove, diffuse chiusure; ulteriori, pesanti conseguenze per le famiglie e per le imprese, che possono essere evitate con attenzione e senso di responsabilità.

 

La pandemia ha imposto grandi sacrifici in tanti ambiti. Ovunque gravi. Sottolineo quelli della scuola. Ne abbiamo registrato danni culturali e umani, sofferenze psicologiche diffuse che impongono di reagire con prontezza e con determinazione. Occorre tornare a una vita scolastica ordinata e colmare le lacune che si sono formate. Il regolare andamento del prossimo anno scolastico deve essere una priorità assoluta.

 

Gli insegnanti, le famiglie, tutti devono avvertire questa responsabilità, questo dovere, e corrispondervi con i loro comportamenti.

 

Auspico fortemente che prevalga il senso di comunità, un senso di responsabilità collettiva.

 

La libertà è condizione irrinunziabile ma chi limita oggi la nostra libertà è il virus non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo.

 

Se la legge non dispone diversamente si può dire e pensare: ” In casa mia il vaccino non entra”. Ma questo non si può dire per ambienti comuni, non si può dire per gli spazi condivisi, dove le altre persone hanno il diritto che nessuno vi porti un alto pericolo di contagio; perché preferiscono dire:” in casa mia non entra il virus”.

 

 

 

Sull’altro versante, sappiamo che, dall’Unione Europea, sono in procinto di giungere le prime risorse del programma Next Generation.

 

Gli interventi e le riforme programmate devono adesso diventare realtà. Non possiamo fallire: è una prova che riguarda tutto il Paese, senza distinzioni. Quando si pongono in essere interventi di così ampia portata, destinati a incidere in profondità e con effetti duraturi, occorre praticare una grande capacità di ascolto e di mediazione. Ma poi bisogna essere in grado di assumere decisioni chiare ed efficaci, rispettando gli impegni assunti.

 

Desidero dare atto alle forze politiche e parlamentari, in maggioranza e in opposizione, ai governi che si sono succeduti durante la pandemia, alle strutture dello Stato e ai nostri concittadini di aver compreso la gravità della situazione sanitaria, economica e sociale, manifestando complessivamente – al di là di inevitabili differenze di toni e di opinioni – uno spirito di sostanziale responsabilità repubblicana.

 

Anche per questo conto che le forze politiche, di fronte a un tempo che sembra volgersi verso prospettive migliori, continuino a lavorare nella doverosa considerazione del bene comune del Paese.

 

Conto che non si smarrisca la consapevolezza della emergenza che tuttora l’Italia sta attraversando, dei gravi pericoli sui versanti sanitario, economico e sociale.  Che non si pensi di averli alle spalle. Che non si rivolga attenzione prevalente a questioni non altrettanto pressanti.

 

Abbiamo iniziato un cammino per uscire dalla crisi, ma siamo soltanto all’inizio. Ci siamo dati obiettivi ambiziosi e impegnativi, di medio e lungo periodo. Perseguirli con serietà e con responsabilità significa anzitutto guardare con il realismo necessario all’orizzonte che abbiamo davanti.

 

Presidente Di Fonzo, lei ha auspicato che si possano recuperare completamente gli spazi di agibilità nella vostra professione. In un mondo dell’informazione – in particolare quello della carta stampata – che ha subito anch’esso le conseguenze della pandemia.

 

Gli effetti di questa si sono aggiunti a fenomeni già in corso che producono fratture dei nostri modelli di sviluppo e di convivenza, sfidandoci a un loro ripensamento complessivo.

 

Questa capacità di lettura dei tempi nuovi e del bisogno di adeguamento rappresenta un impegno essenziale per le democrazie.

 

Un ripensamento di modello non può prescindere dalla riaffermazione dei fondamentali diritti di libertà che sono il perno della nostra Costituzione e dell’Unione Europea.

 

Prendo a prestito, a questo riguardo, le parole della risoluzione che il Parlamento Europeo ha dedicato alla relazione della Commissione sullo Stato di diritto, in cui viene definita centrale “la protezione della libertà e del pluralismo dei media” e “la sicurezza dei giornalisti “.

 

Va assicurata la massima attenzione alla proposta annunciata dalla Commissione Europea di un provvedimento normativo per la libertà dei mezzi di espressione, così come l’annuncio della presentazione, il prossimo autunno, di una Direttiva per la protezione dei giornalisti contro le azioni “bavaglio” dirette a far tacere, o a scoraggiare, le voci dei media.

 

Alla cornice di sicurezza entro cui devono poter operare i giornalisti, in virtù della loro specifica funzione, si aggiunge l’esigenza di agire affinché il processo di ristrutturazione e di riorganizzazione del comparto industriale dei media non veda indebolirsi il loro contributo alla vita democratica del Paese.

 

La riforma recente dell’Ordine ha consolidato l’autonomia della professione giornalistica, ribadendone il carattere di professione intellettuale. Questo significa che non ci sono scorciatoie in virtù delle quali tutti siano “caballeros” secondo quanto viene attribuito a Carlo V nella sua visita ad Alghero.

 

Garantire rigore e autonomia significa prendere atto che ai giornalisti iscritti all’Ordine e, dunque, chiamati a operare nell’ambito di specifiche regole deontologiche, vanno applicate doverosamente garanzie eguali a quelle di altre categorie di lavoratori, a partire dall’ambito previdenziale, nel quale è ragionevole che valga, per la prestazione pensionistica, la garanzia pubblica assicurata a tutti i lavoratori dipendenti.

 

Lo stesso criterio è bene che trovi applicazione in materia di ammortizzatori sociali, destinati ad affrontare crisi aziendali per superarle e anche per accompagnare la trasformazione dei supporti tecnologici che assicurano la circolazione delle notizie.

 

È un compito, quest’ultimo, che si riconduce all’applicazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

 

Importante e significativo è stato, inoltre, l’intervento della Corte Costituzionale.  Confido che il Parlamento saprà completare il necessario percorso di riforma, assicurando che non si possa mettere il bavaglio alla ricerca della verità e sapendo bilanciare correttamente questo valore con la tutela della reputazione e della dignità delle persone.

 

 

 

Nell’occasione dell’incontro con i “quirinalisti” e con l’Associazione della Stampa Parlamentare, desidero esprimere il mio ringraziamento per aver seguito con puntualità, in questi quasi sette anni, il percorso comune, e per avermi prospettato, nel tempo, significative sollecitazioni.

 

 

 

Vorrei aggiungere una considerazione di tono più leggero.

 

In ogni ambito circola il virus – un altro virus – dell’autoreferenzialità, della configurazione del proprio ruolo come centrale nella vita sociale. Questo rischio è molto presente notoriamente nella politica: personalmente rammento continuamente a me stesso di tenerlo lontano.

 

Mi permetto di segnalarlo anche al mondo del giornalismo, dove affiora, talvolta, l’assioma che un’affermazione non smentita va intesa come confermata, così che una falsa notizia può essere spacciata per vera perché non risulta smentita.

 

Nell’ormai innumerevole elenco esistente di testate stampate, radiotelevisive e online, di siti, di canali social, si tratta di una pretesa davvero piuttosto stravagante.

 

Ad esempio, vista la diffusa abitudine di trincerarsi dietro il Quirinale fantasiosamente quando si vuole opporre un rifiuto o di evocarlo quando si avanza qualche richiesta, il Presidente della Repubblica sarebbe costretto a un esercizio davvero arduo e preminente: smentire tutte le fake news, fabbricate, sovente, con esercizi particolarmente acrobatici.

 

Faccio appello, dunque, alla professionalità dei giornalisti e alla loro etica professionale.

 

Vi ringrazio per questo bel Ventaglio e formulo i miei complimenti a Virginia Lorenzetti e all’Accademia di Belle Arti di Roma. Esprime con efficacia i sentimenti di speranza che coltiviamo.

 

Grazie e buone vacanze!

Sinistra sociale, il momento è adesso.

Dobbiamo fare i conti con la desertificazione culturale della politica contemporanea. Anche la cultura e la tradizione del cattolicesimo sociale e popolare sono di fatto scomparse dallorizzonte politico contemporaneo. In ogni caso, c’è bisogno di una nuova e moderna sinistra sociale.

 

 

Giorgio Merlo

 

Nel frastuono e nella confusione che caratterizzano questa fase politica difficile e complessa, mancano all’appello varie categorie politiche. O meglio, per essere più precisi, alcune culture politiche. Tra queste, la cultura e la tradizione della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Quello che un tempo veniva definito e denominato come cattolicesimo sociale. Un filone che, all’interno del cattolicesimo politico italiano, ha contribuito nel tempo a dare risposte politiche e legislative alle istanze, alle domande e alle esigenze concrete che provenivano dai ceti popolari e da tutti coloro che nei periodi di trasformazione sociale e di profondo cambiamento nella redistribuzione della ricchezza erano ai margini o rischiavano di diventare periferici rispetto ai modelli di sviluppo che si andavano delineando. Sinistra sociale di ispirazione cristiana che ha trovato nella prima repubblica un preciso riferimento politico e culturale nella sinistra sociale Dc di Forze Nuove guidata da Carlo Donat-Cattin e poi da Franco Marini nelle esperienze politiche e partitiche successive. Sinistra sociale di ispirazione cristiana che, nella concreta azione politica e legislativa, ha trovato forti e significative convergenze con altre esperienze culturali: a cominciare dal pensiero socialista, socialdemocratico e, più in generale, della sinistra post comunista. Un pensiero, comunque sia, animato e caratterizzato dalla cultura cattolica di matrice sociale e solidaristica. La cosiddetta, per semplificare, “dottrina sociale cristiana”.

 

Ora, è un fatto oggettivo che dobbiamo fare i conti con la desertificazione culturale della politica contemporanea. Nello specifico, della politica italiana. Un contesto in cui i riferimenti culturali ed ideali dell’azione politica sono stati semplicemente rispediti al mittente. Del resto, con l’avvento del populismo grillino sono state rase al suolo le culture politiche tradizionali e la politica è diventata quello che ormai è sotto i nostri occhi da molti anni: violenza verbale; delegittimazione morale e politica dell’avversario, che poi è il nemico per antonomasia; giustizialismo manettaro; esaltazione della incompetenza e della inesperienza e, infine, una classe dirigente che prescinde radicalmente da ogni riferimento ideale e culturale. Ma, detto questo, sarebbe puerile riversare le cause di questa assenza politica e culturale alla sola irruzione del populismo e dei vari populisti. C’è anche una precisa responsabilità dell’area cattolica italiana, almeno di quella socialmente più avanzata, che non ha più scommesso sulla politica e sull’impegno politico concreto. Al punto che coloro che si autodefiniscono cattolici nei vari partiti non sono altro che espedienti strumentali per giustificare la propria candidatura e conservare il proprio seggio parlamentare. Con nessuna ricaduta politica significativa. Non a caso, la cultura e la tradizione del cattolicesimo sociale e popolare sono di fatto scomparse dall’orizzonte politico contemporaneo.

 

Eppure c’è bisogno di una nuova e moderna sinistra sociale. Anche di ispirazione cristiana per chi è credente. Una esperienza laica ma profondamente radicata nella cultura cattolica del nostro paese. E questo perchè è ormai scoppiata – ce lo dicono tutti i dati al di là della preziosa ed importante azione del governo Draghi – una dura e spigolosa “questione sociale”. Che non è quella ridicola polemica dei no vax nelle varie piazze italiane ma, semmai, della dura condizione di vita, e anche di sopravvivenza, di milioni di persone. Uomini e donne, giovani e anziani, laureati e non scolarizzati che per motivazioni diverse e a volte contrastanti sono uniti da un disagio sociale e da una condizione di marginalità che la politica nel suo complesso stenta ad interpretare, a leggere e a rappresentare sul terreno dell’azione concreta e legislativa.

 

Ed è partendo da questa semplice considerazione che si impone la necessità di rideclinare, oggi, nella cittadella politica italiana, quella esperienza di una “sinistra sociale” che sola può nuovamente affrontare una condizione sociale, appunto, che coinvolge nuovamente milioni di persone. Certo, sarebbe auspicabile avere anche un partito di riferimento. Ma le condizioni politiche cambiano ed è inutile vivere con lo sguardo rivolto all’indietro. Ma una esperienza politica che innovi e rilanci una tradizione che conserva tuttora una bruciante attualità è quantomai necessaria ed utile al paese. Non per quella cultura o quella tradizione ma per la stessa qualità della nostra democrazia e per la credibilità della stessa politica. E la rilettura del magistero politico, sociale, culturale e legislativo di uomini e donne come Carlo Donat-Cattin, Franco Marini, Tina Anselmi e Ermanno Gorrieri – solo per citarne alcuni – può essere un elemento decisivo per riprendere il filo di una storia che si è spezzato ma che non è stato sconfitto. E i cattolici popolari e sociali disseminati in tutto il paese nelle molteplici espressioni dell’associazionismo cattolico hanno il dovere di riprovarci.

Il paradigma della cittadinanza: i dilemmi del caso israeliano. Il punto su “Il Mulino”.

Affrontare il tema della cittadinanza in Israele significa porre il problema del modo in cui i criteri di inclusione sociale possano influenzare giuridicamente e politicamente la forma di Stato, nonché il conflitto israelo-palestinese.

 

Enrico Campelli

 

Il tema della cittadinanza, e dunque della definizione del perimetro della comunità politica di uno Stato, seppure istituto giuridico di lontanissima origine, costituisce nondimeno uno dei grandi protagonisti del dibattito contemporaneo sui diritti. Nonostante le semplificazioni frequenti, che tendono a darne un’immagine univoca e perfettamente definita dal suo ben sperimentato significato burocratico, infatti, la nozione di cittadinanza è piuttosto un indicatore critico, un punto di convergenza cruciale di processi giuridici, politici e sociali di particolare intensità, nonché di complesse negoziazioni di senso. Cittadinanza suppone infatti anche appartenenza – o inversamente, esclusione – rispetto a un universo di cultura e di simboli centrale per la vita di individui o gruppi. Cittadinanza implica altresì identità, e dunque modi e confini della percezione di sé: l’apolide – la persona senza cittadinanza – costituisce l’archetipo stesso dello sradicamento e della solitudine sociale.

 

I mutamenti profondi che stanno ridefinendo il mondo globalizzatole impongono peraltro nuove considerazioni e una sostanziale ritaratura di questa nozione tradizionale. I fenomeni complessi di interconnessione economica e politica, gli irreversibili flussi migratori, i processi di funzionalizzazione o defunzionalizzazione dei confini fra Stati, la perdita di nitidezza dell’immagine classica dello Stato-nazione sono realtà evidenti e straordinariamente modificative da cui deriva una quantità di effetti inattesi, e di conseguenze latenti di lungo periodo.

 

Ecco perché la cittadinanza è oggi un universo semantico particolarmente polimorfo, e per così dire irrequieto. Lo Stato riconosce all’individuo uno specifico status giuridico, un particolare «pacchetto» di diritti e di doveri idoneo a distinguere tale individuo (il cittadino, appunto) da chi di tali diritti e doveri è sprovvisto. Non vi è dubbio, tuttavia, che questa rappresentazione di una comunità dai connotati esclusivamente formali – e per così dire «verticali» – lasci fuori dal contesto una serie di variabili fondamentali. Il medesimo istituto della cittadinanza appare infatti sostanzialmente diverso qualora si faccia riferimento al comune vincolo di identità – politica, sociale, etnica, religiosa, culturale – che unisce un individuo ai suoi concittadini. Questo vincolo, a differenza del precedente, non presuppone necessariamente l’esistenza di un legame verticale con lo Stato, ma si manifesta e articola in un insieme di rapporti di tipo orizzontale. Ebbene, nessuna delle due dimensioni può oggi essere considerata di per sé sufficiente a cogliere la complessità multiforme di una realtà tanto complessa e dinamica. La cittadinanza come processo, piuttosto che semplicemente come dato, si impone dunque, necessariamente all’attenzione degli studiosi.

 

Di questo complesso dibattito in transizione Israele rappresenta un caso particolarissimo, e nello stesso tempo ricco di indicazioni, possibilità e suggestioni di portata ampiamente generale. È proprio qui che il problema antico della cittadinanza mostra con straordinaria evidenza la sua modernità sorprendente, tutte le dimensioni appena accennate. Il caso israeliano, con i suoi molteplici clivage identitari, fa emergere le difficoltà e, ancora di più, i dilemmi di una definizione puramente giuridica e costituzionale del concetto, e del fatto stesso, della cittadinanza, in quanto – contemporaneamente – norma e cultura, struttura giuridica e vincolo di senso. La legge del Ritorno del 1950, che stabilisce il diritto di ogni persona di religione ebraica nel mondo a immigrare e (successivamente) a ottenere la cittadinanza israeliana, rappresenta il vero pilastro del fondamento ebraico dello Stato di Israele, la cui complessa definizione legale ne sancisce il carattere ebraico e democratico (si veda a questo proposito la Dichiarazione di indipendenza del 1948 e la Basic Law Human Dignity and Liberty del 1992). Quali siano le reali possibilità di esistenza di un equilibrio reale tra i due principi in questione è certamente il dibattito costituzionale di maggior rilievo in Israele, e una delle discussioni più complesse nelle analisi contemporanee dei rapporti tra Stato e religione. A questo proposito va ricordato come il recente dibattito circa l’approvazione della Basic Law: Israel as the Nation-State of the Jewish People, che stabilisce che «L’esercizio del diritto di autodeterminazione nazionale è unicamente del popolo ebraico» (Art 1. Com. C) e il respingimento del disegno di legge Basic Law: A Country of All Its Citizens (proposto da alcuni parlamentari della Joint List araba), rappresentino solo l’ultima, «caldissima», tappa del complesso processo di individuazione di una formula giuridica che possa essere appropriata per lo Stato di Israele.

 

Lo studio dell’istituto di cittadinanza e dei suoi relativi meccanismi di inclusione nella ed esclusione dalla comunità politica, assume in questo caso l’interesse cruciale di un vero laboratorio concettuale, le cui implicazioni, utili per comprendere la realtà giuridica e politica israeliana – contro le narrazioni facili, monodimensionali e spesso distorte – rivestono anche una particolare rilevanza teorica generale.

 

È proprio a causa della difficolta oggettiva di conciliare il carattere ebraico con il carattere democratico del Paese che negli scorsi anni si è sviluppato il teso dibattito che ha visto alcuni autori definire Israele come una «democrazia etnica». Sammy Smooha, coniando questa definizione, intende un sistema di piena democrazia combinato peraltro con l’esistenza di un gruppo etnico maggioritario in posizione dominante rispetto ad altri gruppi minoritari. Questi ultimi tuttavia, nella sua interpretazione, sono in grado di utilizzare ogni elemento del sistema democratico nel quale sono collocati, compresa la possibilità di agire per una sua trasformazione.

 

A questa posizione, altri autori (tra cui As’ad Ghanem, Oren Yiftachel, Nadim Rouhana e Masri Mazen), oppongono una lettura teorica sostanzialmente diversa, ritenendo non accostabili – da nessun punto di vista – il concetto di ethnos, selezionato in base a una appartenenza originaria, e quello di demos, inclusivo di individui di origine diversa e trasversale, cittadinanza e cultura. Israele come «democrazia etnica» sarebbe – da questo punto di vista – un coacervo di elementi contraddittori, ai quali tuttavia mancherebbe il carattere transitorio e una reale possibilità di sviluppo, così da consegnare l’assetto attuale a una sorta di paradossale normalità giuridica. Sarebbe piuttosto la nozione di «etnocrazia» a descrivere la specificità dello Stato di Israele, rimarcando dunque una forte distanza da qualsiasi modello pienamente democratico.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/per-un-nuovo-paradigma-della-cittadinanza-i-dilemmi-del-caso-israeliano?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+20-26+luglio+%5B7968%5D

I terreni della cooperazione tra Europa e Africa. L’opinione di Padre Giulio Albanese su “InTerris”.

L’Africa non ha solo bisogno di grandi investimenti nello sviluppo infrastrutturale. Servono anche strutture educative, servizi sanitari e sociali, in primo luogo per infanzia e donne. Allora, va sostenuta la società civile, limplementazione di sistemi democratici stabili e di apparati pubblici affidabili, nonché il riconoscimento di diritti civili e umani a volte negati.

 

 

Giulio Albanese

 

Chiunque oggi abbia una rudimentale conoscenza della geopolitica internazionale non può fare a meno di riconoscere la centralità dell’Africa. Le ragioni sono molteplici e meritano un’attenta disanima.

 

Anzitutto occorre sottolineare la crescente attenzione che i grandi player mondiali rivolgono al continente, anche se poi spesso si evidenziano delle competizioni economiche di matrice straniera in controtendenza rispetto alle istanze delle sfide globali. Ecco che allora la cooperazione con l’Africa rappresenta per molti governi un asse strategico irrinunciabile, soprattutto per quanto concerne l’approvvigionamento delle cosiddette commodity. Al contempo, però, all’interno dei singoli Stati africani, in particolare nella macro-regione subsahariana, si assiste ad una crescente parcellizzazione degli interessi causata da attori esterni i quali prediligono, in molti casi, il cosiddetto bilateralismo. Di conseguenza, chi decide di investire nel continente si prefigge di consolidare il proprio interesse nazionale attraverso un’espansione della propria agenda politica nei territori del continente africano.

 

Tuttavia la competizione nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni sempre più globali tanto da confermare la presenza, con declinazioni diverse, di attori consolidati (come Cina, Stati Uniti, Francia…) o di segnare la scesa in campo di alcuni in costante ascesa (Russia, India e Turchia su tutti). Una centralità geo-strategica, quella africana, trascurata spesso dai media internazionali, ma in continua evoluzione rispetto ad altri e più noti scenari di crisi e di competizione come, ad esempio, quello mediorientale.

 

Che in Africa si giochi il futuro del mondo è peraltro reso evidente dalle dinamiche demografiche, economiche e sociali che ridisegnano il profilo del continente africano. Da oggi alla fine del secolo la popolazione africana passerà da 1 miliardo 300 milioni a quattro miliardi su una popolazione mondiale che nel 2100 sarà di 11 miliardi. Questo in sostanza significa che più di un terzo degli abitanti del pianeta saranno in Africa. Basti pensare che la Nigeria alla fine di questo secolo sarà il terzo paese a livello mondiale per dimensioni demografiche dopo India e Cina.

 

Le previsioni delle grandi istituzioni internazionali, prima che scoppiasse la pandemia di Covid-19 stimavano che circa la metà delle economie a più rapida crescita sarebbero state africane, portando con sé un’espansione della classe media e un incremento nelle capacità di spesa dei Paesi africani. Questa evoluzione socio-economica ha certamente subito una battuta d’arresto a causa della circolazione del Coronavirus che non solo ha penalizzato il già precario sistema sanitario continentale, ma ha frenato il commercio e incrementato il debito estero.

 

Ciò non toglie che la recente nascita dell’Area di libero scambio continentale africana (African Continental Free Trade Area, Afcfta nell’acronimo inglese) ha suscitato l’interesse di non pochi attori globali come la Cina, soprattutto in termini di commercio e investimenti. Per non parlare degli interessi securitari che investono la Coalizione internazionale Anti-Daesh. A questo proposito è bene rammentare che la linea di faglia tra Oriente e Occidente che un tempo era localizzata in Medio Oriente, oggi attraversa l’Africa da Meridione a Settentrione. L’azione espansiva di movimenti jihadisti nella fascia saheliana la dice lunga.

 

L’Europa — per contiguità territoriale, legami storici e intensità di relazioni — più di ogni altra realtà statuale deve essere attenta al futuro dell’Africa, anche perché tutto ciò che vi accade investe per induzione il continente europeo come i flussi migratori dimostrano. E in questo caso la vera sfida, prima ancora che essere politica, sociale o economica è culturale. Un salto di prospettiva certamente non scontato che richiede a ciascuno — europei e africani — di lasciarsi alle spalle stereotipi, pregiudizi e diffidenze. Il presente è già così carico di incognite che non ci consente ripiegamenti, recriminazioni o nostalgie. La sfida è costruire un futuro di sviluppo, diritti e benessere condiviso.

 

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https://www.interris.it/intervento/cooperazione-europa-africa/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=giornaliera

L’Fmi ha alzato le stime per il Pil italiano, crescerà del 4,9% quest’anno (Nota Agi).

L’istituto di Washington avverte: con i vaccini aumentano le divergenze tra i Paesi ricchi e quelli poveri. La sintesi è riportata, come da testo che segue, dall’Agenzia Italia.

 

Gianluca Maurizi

 

Chi ha il vaccino e chi no. È questa la vera “linea di frattura” che puo mettere a rischio la ripresa dell’economia mondiale. Il Fondo monetario internazionale, nell’aggiornamento del suo World economic outlook, lascia invariata al 6% la stima di crescita dell’attività globale nel 2021. “Ma a cambiare”, osserva la capo economista Gita Gopinath, “è la sua composizione”.

 

Mentre per le economie avanzate le previsioni migliorano dello 0,5% a +5,6%, i Paesi emergenti e in via di sviluppo subiscono un taglio dello 0,4% a +6,3%. Per il 2022, il Fondo stima una crescita mondiale del 4,9%, lo 0,5% in più rispetto ad aprile, ma anche in questo caso grazie soprattutto all’impulso dei Paesi più ricchi (+0,8% a +4,4%) rispetto a quelli meno sviluppati (+0,2% a +5,2%).

 

A trainare la ripartenza sono gli Stati Uniti, dove l’istituto di Washington si attende un incremento dell’attività economica pari al 7% quest’anno (+0,6% rispetto ad aprile) e del 4,9% il prossimo (+1,4%). L’economia dell’Eurozona crescerà invece del 4,6% (+0,2%) nel 2021 e del 4,3% (+0,5%) nel 2022. Restano invariate le previsioni per quest’anno di Francia e Germania, rispettivamente a +5,8% e +3,6%. Brilla l’Italia, che vede il suo dato migliorare dello 0,7% a +4,9% nel 2021 e dello 0,6% a +4,2% nel 2022. Vola la Gran Bretagna, il cui prodotto potrebbe salire del 7% nei 12 mesi in corso (+1,7%).

 

Tra le principali economie emergenti e in via di sviluppo, la Cina registra una sforbiciata dello 0,3% a +8,1% quest’anno e un rialzo di appena lo 0,1% a +5,7% il prossimo. L’India, travolta dalla variante delta del coronavirus, subisce una revisione al ribasso del 3% a +9,5% per il 2021.

 

A pesare, sottolinea Gopinath, sono anche le “divergenze nelle politiche di sostegno” all’economia. Mentre nelle economie avanzate continuano a registrarsi aiuti, con 4.600 miliardi di dollari di stimoli ancora in campo per quest’anno e oltre, in molti dei Paesi meno sviluppati la maggior parte delle misure si è esaurita nel corso del 2020.

 

Per questo, Gopinath lancia un appello affinché “l’azione multilaterale assicuri un accesso rapido e globale ai vaccini, alle diagnosi e alle terapie. Questo”, sottolinea, “salverebbe innumerevoli vite, preverrebbe nuove varianti che potrebbero svilupparsi nei Paesi emergenti e aggiungerebbe migliaia di miliardi di dollari alla crescita economica globale”. Per raggiungere questi obiettivi, calcola, “almeno un miliardo di dosi dovrebbero essere condivise dai Paesi che hanno un surplus di vaccini e i produttori dovrebbero rendere prioritarie le consegne ai Paesi a basso e medio reddito”.

 

Alle banche centrali il Fondo chiede di non lasciarsi spaventare dall’impennata dell’inflazione. I recenti picchi toccati dai prezzi, sostengono i tecnici dell’istituto di Washington, “riflettono inusuali sviluppi collegati al periodo post-pandemico e transitori disallineamenti tra forniture e domanda”. Il costo della vita, sostiene il rapporto, “è atteso ritornare ai livelli pre-pandemia nel 2022, una volta che questi elementi di disturbo cesseranno”. L’imperativo è dunque “evitare un irrigidimento” della politica monetaria, “finché non ci sarà più chiarezza sulle dinamiche dei prezzi sottostanti”.

 

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https://www.agi.it/economia/news/2021-07-27/fmi-previsioni-pil-italia-13405896/

Ratzinger torna a parlare e punta il dito contro lo spirito mondano della Chiesa. Una nota di Formiche.Net.

Lintervista rilasciata dal papa emerito allHerder Korrespondenz tocca temi del confronto ecclesiale, alcune problematiche specifiche e indica un metodo che può aiutare a uscire dalle contrapposizioni ideologiche che nelle fasi di avvio di un confronto facilmente prevalgono

 

Riccardo Cristiano

 

Il papa emerito rompe il silenzio per dare indicazioni importanti alla Chiesa tedesca, che affronta con divisioni e tensioni una stagione di discussioni aperte a tutti i fedeli in un momento di crisi.

Questa stagione si chiama sinodo della Chiesa tedesca, dove progressisti e conservatori si affrontano con agende molto diverse. Alle spalle di tutto questo rimane la durezza dell’esperienza dei casi di abusi che hanno coinvolto molte diocesi.

Dunque come ridare smalto a una Chiesa provata? Qui entrano anche specificità organizzative. Organizzata in modo molto diverso da quella italiana, la Chiesa tedesca ha un gran numero di funzionari laici, quasi sempre regolarmente retribuiti. Molti osservatori ritengono che questo sistema che voleva coinvolgere maggiormente il laicato nella vita della Chiesa abbia creato in alcuni settori una mentalità burocratica.

 

Joseph Ratzinger nella sua intervista non ha fatto ovviamente riferimento né a questi percezioni di alcuni né al sinodo. Il periodico Herder Korrespondenz ha anticipato alla stampa quanto pubblicherà a giorni e comunque ha rilievo che il papa emerito affermi: “Nelle istituzioni ecclesiali – ospedali, scuole, Caritas – molte persone sono coinvolte in posizioni decisive che non supportano la missione della Chiesa e quindi spesso oscurano la testimonianza di questa istituzione” e poi aggiunga che “i testi ufficiali della Chiesa in Germania sono in gran parte scritti da persone per le quali la fede è solo ufficiale”. Ma Ratzinger mette in guardia anche da una fuga nella pura dottrina, visto che la dottrina deve “svilupparsi nella e dalla fede, non accanto ad essa”. Perché una “dottrina che dovesse esistere come una riserva naturale, separata dal mondo quotidiano della fede e dalle sue necessità sarebbe allo stesso tempo una rinuncia alla fede stessa”.

 

I toni dello scontro tra le parti echeggiano invece in un altro passaggio, dove il papa emerito ricorda la lezione dell’unità, quella che non considera giusti gli uni e ingiusti gli altri: “La Chiesa è fatta di grano e pula, pesci buoni e pesci cattivi. Quindi non si tratta di separare i buoni dai cattivi, ma di separare i fedeli dagli infedeli”. L’invito di Ratzinger è a scegliere davvero il noi, con toni complessivi che appaiono nettamente ispirati alla lezione del Concilio Vaticano II.

 

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https://formiche.net/2021/07/ratzinger-papa-emerito-chiesa-mondanizzazione/

Covid può aiutarci a ripensare la città: non perdiamo l’occasione. L’intervento di Luciana Castellina su “Bo Live”.

Il dibattito animato da Franco Vaio su “La città dopo la pandemia” si sospende a ridosso delle ferie con questo ultimo contributo.

 

Luciana Castellina

 

Non sono né architetto né urbanista, sebbene sappia parecchie cose delle due materie perché nella mia adolescenza queste professioni avevano conquistato piena egemonia culturale sulla sinistra della nostra generazione. Forse era perché le città erano state distrutte dalla guerra, e però a pochissimi veniva in mente di fare il medico per via dei tanti morti che lo stesso evento aveva provocato: più che agli umani si pensava alle città, perché in qualche modo erano un modello di società ravvicinato. E questo è quello che allora ci interessava in primo luogo.

 

Ci piacevano molto anche la filosofia e la storia, ovviamente, visto che stavamo cercando di capire il mondo nuovissimo che si era affacciato all’orizzonte e di raccapezzarsi fra un passato oscuro e un futuro anche più ingarbugliato. Ma comunque erano soprattutto l’architettura e l’urbanistica che ci intrigavano, non in quanto possibili professioni, ma come qualcosa che somigliava a ciò di cui eravamo affamati: la politica. E fare case e immaginare città era una grande operazione pratica e collettiva, cioè politica.

Insomma, non lo so spiegare, so solo che i concorsi per i primi progetti di edilizia popolare li seguivamo con reale passione anche noi che quegli studi non li avevano seguiti perché reinventarsi il modo di abitare era, appunto, parte della passione che ci aveva travolti: cambiare il modo di vivere dell’umanità.

 

L’ho capito meglio un po’ di anni fa quando Francesco Indovina, al termine della sua lunga docenza veneziana, fu chiamato a insegnare nella nuova facoltà di Alghero; e siccome chi voleva iscriversi doveva superare un test chiese a me e ad altri personaggi simili di tenere ciascuno una lezione per preparare i candidati e far loro capire di che si trattava. «Devi spiegargli cosa è la politica – mi disse – perché senza questa non si può fare l’architetto».

 

Vi ho raccontato tutto questo per giustificare la mia presenza in questo dibattito cui non ho titoli accademici per partecipare, solo un grande interesse da quando avevo 17 anni ed era pressappoco il 1946.

 

Covid-19, questo virus maledetto, all’inizio mi è capitato talvolta di definirlo “compagno” per le non irrilevanti positive reazioni che ha suscitato, e fra queste innanzitutto la scoperta di non poter sopravvivere senza gli altri, e dunque dell’insensatezza della convinzione ormai dominante dell’«io me la cavo da solo», prodotto da un virus altrettanto orrendo: quello dell’individualismo.

 

In questa discussione voglio dunque portare qualche considerazione sulla mia esperienza politica post Covid, direttamente legata all’abitare, che è funzione eminentemente sociale.

 

Purtroppo l’attenzione che il virus ha suscitato si è subito spostata sulla malattia e pochissimo sulle cause che l’hanno prodotta. Insomma: sul come se ne esce, niente o quasi sul come ci si è entrati. Solo il Papa, da tempo il più lucido dei nostri uomini politici, ha detto in due parole di che si trattava: «in una Terra malata non possono esserci umani sani».

 

Vorrei che si ripartisse proprio da qui, dal come si può cercare di far guarire la Terra, e non solo dal come ci si accomoda nella sua malattia.

 

E fra i tantissimi aspetti della questione, il come abitiamo ha un grande spazio di cui tuttavia ci si occupa ben poco: le nostre città consumano quasi tutta l’energia e producono una quantità di veleni, mentre potrebbero non solo ridurne il consumo, ma concorrere a produrre cose necessarie ma non inquinanti. Purtroppo, invece, un tema così importante come quello delle comunità energetiche – per esempio – è nella pratica quasi ignorato. E con questo la necessità non solo di installare ovunque possibile pannelli solari, ma di riaggiustare i fabbricati (il “cappotto”, gli infissi, ecc.). Quanto ai rifiuti, anziché alla loro riduzione ci si sta paradossalmente concentrando sulla loro produzione, puntando al loro riciclaggio, così aiutando a dimenticare che la stessa produzione di rifiuti tossici, anche se poi riciclati, è gravemente dannosa.

 

E così nulla si fa per cambiare la loro canalizzazione, con l’inserimento di depuratori adatti (i quali o non ci sono affatto o sono vecchissimi e inservibili). Non solo: i rifiuti organici hanno origine nella terra e a questa andrebbero restituiti perché ne ha bisogno; invece la restituzione è oggi pari al 2%. Sembra un dettaglio, ma non lo è, perché evoca uno dei grandi problemi che si devono affrontare: cambiare l’orrendo rapporto che ha finito per instaurarsi fra città e campagna, e cioè riportare nella quotidianità della nostra vita l’agricoltura e gli animali non umani che la abitano. Che non è solo questione di ripopolare le zone rurali, ma di far capire ai cittadini che gli umani sono solo lo 0,6% delle specie viventi, una bazzecola, e non possono continuare ad ignorare i tanti coabitanti della Terra che concorrono a renderla quella che è.

 

Quando giro le periferie dove vivono bambini che non vanno in villeggiatura mi rendo conto che molti, ora che neppure i nonni vivono più in campagna, non hanno mai visto una gallina viva e forse pensano che il latte lo fa il frigorifero e non le mucche. Vado perciò proponendo manifestazioni con corteo di animali, l’ho detto persino parlando a Roma nella consueta manifestazione ANPI del 25 aprile. Perché ogni stagione ha le sue sfide, e salvare la Terra passa anche per una rinnovata attenzione alla natura. Per questo penso che non si possa parlare di abitare senza porsi come obiettivo quello di riportare la natura fra le nostre case. Non solo come fa – e comunque ne sono contenta – Stefano Boeri con le sue piante, ma proprio come attività agricola.

 

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https://ilbolive.unipd.it/it/news/covid-puo-aiutarci-ripensare-citta-non-perdiamo

Lettera a Mirko Zanni, medaglia di Bronzo a Tokio. Il testo riportato da Agensir.

Giochi olimpici di Tokyo. “Oggi, dice il direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale del tempo libero, turismo e sport – cappellano della squadra italiana, ho deciso di scrivere a Mirko Zanni, medaglia di bronzo nel sollevamento pesi, con una richiesta ben precisa: Spiegaci larte dello slancio e dello strappo”.

 

Gionatan De Marco

 

Carissimo Mirko,

 

penso che tu sia contentissimo per il meraviglioso risultato raggiunto con la tua arte di sollevare pesi che ti renderà indimenticabili le Olimpiadi di Tokyo avendoti appeso al collo la medaglia di bronzo e avendoti permesso di segnare un ennesimo primato nazionale con quei 322 kg complessivi che ti sei caricato addosso!

 

Sai, Mirko, in giro se ne trova tanta di gente che vive atterrata dalle tante fatiche quotidiane! Gente che non riesce a sopportare quell’agonismo sociale in cui conta solo chi ha. Gente che non riesce a sollevare i sogni perché c’è sempre qualcosa che li intorbidisce. Gente che non riesce più a vivere con la schiena dritta, dovendosi sempre piegare e asservire per veder riconosciuti i propri diritti. E i pesi non atterrano solo, atterriscono pure! Viviamo atterriti dal domani che spesso sembra scuro. Viviamo atterriti negli affetti che fanno fatica a essere trasparenti e veri. Viviamo atterriti nei desideri e la delusione e la malinconia rendono l’aria sempre più pesante.

 

Spiegaci l’arte dello slancio… Facci riscoprire la forza che abbiamo dentro, quella che ci fa fare lo scatto al momento giusto, che dà l’avvio al riscatto! Quella forza che vince la tentazione della rassegnazione e ci spinge a cercare e trovare un posto in cui diventare star… piccole, ma sempre star, capaci di fare luce con il nostro stare al mondo da protagonisti di bene!

 

Spiegaci l’arte dello strappo…Facci riscoprire la voglia di far volare gli asini! Sì, facci riscoprire la voglia di credere che a chi ama nulla è impossibile (san Francesco di Paola) e la voglia di realizzare ciò che sembra impossibile, a cominciare dalla nostra felicità!

 

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Lettera a Mirko Zanni

Notizie e commenti all’insegna della manipolazione: un vulnus alla democrazia. Subiamo l’ibrido costante di vero e falso.

Da tempo va in scena l’uso smodato e dilagante delle fake news. Attraverso i social ne siamo tutti interessati e coinvolti. Ciò si riferisce alla discussione sui vaccini e sulla loro eventuale obbligatorietà ma può essere declinata rispetto ad altri ambiti della vita sociale dove si assiste ad un lento sgretolamento delle evidenze a favore di una narrazione dubitativa e negazionista.

 

Francesco Provinciali

 

Secondo il Prof Ruben Razzante –  docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e al Master in giornalismo dell’Università Lumsa di Roma “si è avuta l’impressione, soprattutto dopo la prima ondata del Covid, che il ‘Festival della virologia a reti unificate’, alimentato in modo incosciente dal circuito mediatico, sia stato funzionale alla narrazione dominante della pandemia e quindi si sia rivelato un elemento di propaganda.

 

Un vero vulnus alla democrazia, questa comunicazione autoreferenziale e persuasoria che ha preso il sopravvento sulla comunicazione di pubblica utilità, contribuendo a destabilizzare le persone sul piano psichico. E’ un abuso del quale pagheremo le conseguenze per anni, anche se ora nessuno ne parla. E’ mancata la democrazia dell’informazione, intesa come garanzia del diritto dei cittadini ad essere informati correttamente senza spettacolarizzazioni, allarmismi ma anche senza sottovalutazioni. Ha difettato l’equilibrio nei flussi comunicativi, improvvisati, schizofrenici e contraddittori”.

 

Una tendenza che non si è interrotta e cresce esponenzialmente con il pericolo di una nuova ondata pandemica: secondo un report dagli USA  pubblicato dal Corriere della sera il 25/7 u.s esiste una vera e propria rete della disinformazione, che si avvale di consulenze scientifiche mirate a diffondere falsità sui vaccini. “Sotto accusa come al solito, soprattutto Facebook che veicola attraverso le sue diverse reti, da Instagram a Whatsapp, circa i tre quarti del traffico sui social media”. Dietro la diffusione delle fake news c’è soprattutto la ricerca del profitto, che si realizza nella negazione della scienza ufficiale e si alimenta attraverso la messa in circolazione di cure e farmaci alternativi, quanto inefficaci.

 

Esiste poi il cotè politico di questa informazione distorta che mira a recuperare consensi facendo leva sulle paure della gente. Va sottolineato tuttavia come la scienza ufficiale abbia avuto modo in diverse occasioni di contraddirsi: questa mancanza di univocità ha gonfiato la bolla speculativa del dissenso e del negazionismo. Senza contare che i decisori politici hanno difettato in coerenza e lungimiranza, mettendosi al rimorchio delle notizie anziché gestirle in modo oculato, senza sensazionalismi e – soprattutto- senza frammentarietà e contraddizioni. La stagione dei DPCM incalzanti è stata forse necessitata ma  disastrosa: si voleva regolamentare tutto ma inevitabilmente si produceva una burocrazia paralizzante, tra conflitti Stato-Regioni, colorifici territoriali, notizie indecifrabili, ordini e contrordini, aperture e chiusure.

 

Certamente lo spartito imposto da Draghi e Figliuolo ha cambiato la musica: tuttavia lo zoccolo del negazionismo, delle valutazioni sommarie, dell’ignoranza resta in tutta la sua inscalfibile durezza.

 

Prevedere tutto e su tutto dare informazioni tempestive e chiare, utilmente declinabili in comportamenti individuali e sociali è certo un’utopia irrealizzabile, fare opera di pedagogia sociale pure: ma si ha l’impressione che governi e forze politiche di opposizione di tutto il mondo, ivi comprese le istituzioni terze come l’OMS, le agenzie dei farmaci e le stesse case farmaceutiche abbiano costruito una narrazione poco coerente, con fughe in avanti, conferme e poi smentite, rocamboleschi dietro- front. Ciò dimostra – come il Prof Razzante ha evidenziato- che l’informazione (spesso confusa con la mera e aleatoria comunicazione) di fatto si sta ponendo come un crocevia decisivo in tema di scelte da compiere tra dettami scientifici rassicuranti e mercato mondiale della persuasione occulta o della strumentalizzazione preconcetta.

 

È questo dunque il potere latente più forte, perché simultaneo e pervasivo, liquido direbbe Bauman. Quando il dibattito politico è condizionato da interessi capziosi vuol anche dire che la scienza non ha (non è supportata ad esserlo) l’autorevolezza necessaria per metabolizzare convincimenti suffragati dall’evidenza della ricerca e della medicina. La globalizzazione ha generato omologazione e luoghi comuni ma anche soggettività distorte che si alimentano di molti diritti e di pochi doveri. Esiste dunque un difetto di informazione a cui si affianca la narrazione negazionista rispetto alle evidenze: si pensi all’Olocausto, al terrapiattismo, al misconoscimento della medicina ufficiale della comunità internazionale. Ma c’è anche un problema di metabolizzazione individuale e collettiva che radica nel sospetto e nella miscredenza come fonti di conoscenza, nella disobbedienza civile, nell’assenza di pensiero critico.

 

Tutto è falsato, contestato, ribaltato e ciò non riguarda solo la questione della pandemia o l’efficacia dei vaccini, ci sono diversi fronti aperti dove ora si decide il futuro dell’umanità. La forza di penetrazione delle fake news è devastante, facilitata dall’onda lunga dei social e della digitalizzazione raggiunge ogni angolo del pianeta e fa proseliti: spesso è preponderante rispetto alle tutele della trasparenza e della privacy, le stesse istituzioni ne sono vulnerate. Dietro ad essa ci sono mani sapienti che gestiscono l’informazione, per questo è necessaria un’etica della responsabilità. Oscillando nell’ibrido del vero e del falso siamo tutti alla ricerca – per dirla con Battiato – di un centro di gravità permanente: ‘Over and over again’.

Sul Green Pass serve chiarezza

Non mancano, come sempre, le contraddizioni. Illudersi che la lotta anti pandemia passi per l’approntamento di “atti a metà”, più morali che giuridici, reca solo danno alla comunità. Se i cittadini devono essere responsabili, anche le autorità, ben più pesantemente, lo devono essere.

 

Danilo Campanella

 

Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio su “l’invito a non vaccinarsi è un invito a morire” rendono necessaria una posizione chiara attorno all’obbligo di vaccinazione contro il virus influenzale Covid-19. O sì o no. Non è più possibile percorrere il crinale dell’obbligo morale e non giuridico. Ma se il governo pone allo Stato ogni obbligo, si assuma anche ogni responsabilità sulle conseguenze, anche negative, anche rare, che seguiranno a questo obbligo.

 

Che vi siano “effetti collaterali” sulla reazione dell’organismo umano a uno dei sieri creati dalle case farmaceutiche pare essere fuor di dubbio; ma come è stato molto ben detto gli effetti collaterali ci sono sempre e per ogni vaccino, anche per quelli anti influenzali che sono stati prodotti negli anni addietro, contro quei virus influenzali stagionali che portarono “milioni di italiani a letto con l’influenza”, come si legge nei quotidiani stampati ogni anno prima del 2019. Allora, forse, eravamo troppo distratti per capirlo, o forse inconsapevoli.

 

Il governo italiano ha ora il dovere di prendere una decisione sola, univoca, sul vaccino, anziché imporre passaporti verdi a macchia di leopardo, che a nulla aiutano se non ad una inesorabile confusione generale. Il green pass può essere uno strumento temporaneo efficace per promuovere l’azione di quegli indecisi, fra le classi di età più avanzate, ad approfittare del vaccino. Non può tuttavia essere uno strumento definitivo e universale per sottomettere milioni di persone al filtro della temperatura corporea, non oltre i 37,6° per accedere agli spazi chiusi, per mezzo di migliaia di vigilantes che, rilevando la temperatura, sulla mano (polso) o sulla fronte, ci dicono se possiamo passare oppure no.

 

Ci dica, il nostro governo, se, e quanti obblighi, e diritti, avremo con il green pass, il quale potrebbe, o dovrebbe, garantire il transito, l’accesso ai negozi, l’usufruire di beni e servizi: in definitiva, se potremo ancora comprare, o vendere. Decida il governo se intende obbligare tutti, grandi e piccoli, ricchi e poveri, liberi professionisti e lavoratori, a sottostare a questo marchio di governo. Ma decida in fretta, assumendosi le responsabilità del caso, quanto i cittadini se ne assumeranno il rischio e l’onere.

A Palestrina per ricordare Maria Angela Guidi Cingolani: “Un esempio di donna da dare alle nuove generazioni”.

La consigliera del Comune di Viterbo ha ricordato ieri, nella veste di rappresentante dell’Anci e davanti alle autorità cittadine, anzitutto il Sindaco Mario Moretti, la prima esponente femminile ad entrare in un Governo: “Una donna straordinaria, un esempio per le nuove generazioni. Il lavoro di riscoperta e divulgazione del suo lascito politico è appena agli inizi”.

 

Luisa Ciambella

 

Sono molto orgogliosa di essere riuscitamcome membro dell’Anci, insieme al Comune di Palestrina, ad organizzare questa giornata in ricordo di Maria Angela Guidi Cingolani. In soli 20 giorni abbiamo messo a punto l’evento, che è solo l’inizio di un percorso di approfondimento su questa donna di grande spessore morale e politico.

 

La sua opera è stata ammirevole, ma ciò non evita, purtroppo, che resti un po’ nell’ombra quanto da lei rappresentato e quanto ancora possa rappresentare, con i necessari adeguamenti, nelle vicende del tempo attuale. Certo si fatica a rintracciare nell’odierno dibattito storico-politico un’adeguata attenzione alla esperienza della Cingolani. Quando si citano le donne che hanno illustrato la Repubblica, subito si fa appello al ricordo di persone come Tina Anselmi e Nilde Iotti. Eppure, con il suo ingresso al Governo nel 1951, è stata lei – Maria Angela – a stabilire un salto di qualità circa il coinvolgimento femminile nelle istituzioni.

 

È per noi un dovere morale tramandare modelli positivi alle nuove generazioni come nel caso, appunto, di questa bella figura del cattolicesimo sociale e democratico.

 

Non amo declinare al femminile i sostantivi e i ruoli, tendenza ormai in voga nel mondo femminile e che, a mio giudizio, tende a non aggiungere nulla alla battaglia per l’affermazione delle donne, se non a farci indugiare più sull’apparenza che sulla sostanza. Ecco, è credibile che Angela Maria fosse preoccupata di come la chiamavano, se ‘sindaca’ o ‘sindaco’, allorché Scelba la propose ai compagni di partito come la più adatta a guidare la ricostruzione di Palestrina dopo i bombardamenti angloamericani che l’avevano quasi competamente distrutta? E prima ancora, poteva forse interrogarsi su come la si appellava, se ‘sottosegretario’ o ‘sottosegrataria’, quando, una volta entrata al Governo, ha sentito sulle sue spalle tutto il peso di rappresentare le donne italiane, allora percepite, anche in termini giuridici, semplicemente come “parte” del nucleo familiare o “appendice” del proprio marito?

 

Non era nella sua mentalità e nel suo stile, non era cioè espressione della sua autentica vocazione. Maria Angela è stata rivoluzionaria e moderna, avendo ingaggiato fin da giovane battaglie importanti come quelle per il lavoro, anche con il ricorso esplicito e diretto alla sindacalizzazione del lavoro mfemminile, per altro in tempi in cui il profilo delle lavoratrici era descritto e percepito nei termini di una pressoché evidente anomalia.

 

Ora, per noi l’impegno è quello di approfondire il tratto umano è la dimensione pubblica di Maria Angela. Magari, dopo l’estate, varrebbe la pena promuovere un seminario di studio. Non basta esercitarsi fugacemente nella commemorazione, sebbene anche di questo ci sia urgenza in un tempo che rende instabile e vacua la valorizzazione della memoria. Alle nostre spalle abbiamo un passato che esige rispetto ed umiltà: la prima cosa, necessaria per il riguardo che si deve a persone straordinarie, degne di essere appunto ricordate; la seconda, a specchio, per imparare a misurarci con esempi di elevato valore, sapendo che il più delle volte abbiamo molto da imparare.

 

Maria Angela Guidi Cingolani è stata una donna che si è posta all’attenzione di tutti e il suo splendido cursus honorum ne ha dato pienamente la misura. Indubbiamente, la sua fortuna è stata quella di aver incontrato uomini di singolare levatura intellettuale e politica, uomini che hanno dato un contributo decisivo alla costruzione della nostra Italia democratica. Tuttavia se De Gasperi – ed era De Gasperi! – l’ha voluta nel suo governo, ufficialmente varato il 26 luglio del 1951, è perché sapeva di poter contare sulla tempra e sull’intelligenza di una vera combattente. Non è stato un premio, ma un riconoscimento. E lei, Maria Angela, lo meritava.

Azione cattolica. Una risorsa chiamata Sud. Due riflessioni a partire dalla “Lettera alla Politica” di mons. Mimmo Battaglia.

L’Azione cattolica ha ripreso e rilanciato il dibattito aperto dalla Lettera dell’Arcivescovo di Napoli. Riportiamo l’introduzione che appare sul sito dell’Ac e quindi i riferimenti per accedere ai contributi degli autori.

 

Simona Loperte e Renato Meli

 

Lo scorso 21 luglio, mons. Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, in una “Lettera alla Politica” pubblicata dal quotidiano Avvenire, ha denunciato «come prete e come uomo del Sud» la mancanza del Sud in «questo Piano “nazional-europeo” (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – PNRR): manca «il Sud nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica. E se manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica peculiarità».

 

Piuttosto, prosegue il presule: «Ho visto, e vedo, le ingiustizie inflittegli anche da chi – a causa di un antico e reiterato preconcetto – considera il Sud una zavorra e non una risorsa, e crede di poter agganciare il treno dell’Europa abbandonando sul binario morto quella parte del Paese che in più di mezzo secolo gli ha offerto non soltanto le braccia per le industrie, ma anche le intelligenze».

 

Nel rilanciare la Lettera e la sua legittima richiesta di attenzione per il nostro Mezzogiorno, ricordando con mons. Battaglia quanto speranza e fiducia siano le vere risorse assenti nelle nostre comunità, e quanto occorra ripartire dalle relazioni, dai legami solidali tra i cittadini, dalla dignità di tutti, vi offriamo due riflessioni a commento di Simona Loperte, ingegnere per l’ambiente e il territorio e ricercatrice del CNR, già segretaria nazionale del Mlac, e Renato Meli, biblioteconomo e sociologo, Consigliere nazionale Ac per il settore Adulti; impegnati nel percorso di preparazione che condurrà alla Settimana sociale di Taranto il prossimo ottobre.

 

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https://azionecattolica.it/una-risorsa-chiamata-sud

«Difficilmente le donne possono fare peggio di quanto abbiano fatto finora i maschi». Il discorso della Cingolani alla Consulta.

Nel pomeriggio del primo ottobre 1945, nell’aula di Palazzo Montecitorio, Angela Maria prende la parola tra gli applausi dei colleghi. È un intervento, ricordano i testimoni, che pronuncia con voce calma e forte. Ecco di seguito un ampio stralcio pubblicato dalla Fondazione Nilde Iotti.

 

 

L’ntervento di Nagela Maria Guidi Cingolani

 

Colleghi Consultori, nel vostro applauso ravviso un saluto per la donna che per la prima volta parla in quest’aula. Non un applauso dunque per la mia persona ma per me quale rappresentante delle donne italiane che ora, per la prima volta, partecipano alla vita politica del Paese.

 

Ardisco pensare di poter esprimere il sentimento, i propositi e le speranze di tanta parte di donne italiane. Credo proprio di interpretare il pensiero di tutte noi Consultrici invitandovi a considerarci non come rappresentanti del solito sesso debole e gentile, oggetto di formali galanterie e di cavalleria di altri tempi, ma pregandovi di valutarci come espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire, che ha lavorato con voi, con voi ha sofferto, ha resistito, ha combattuto, con voi ha vinto e ora con voi lotta per una democrazia che sia libertà politica, giustizia sociale, elevazione morale.

 

Io amo credere che per questo e solo per questo ci abbiate concesso il voto.

 

È mia convinzione che se non ci fossero stati questi venti anni di mezzo, la partecipazione della donna alla vita politica avrebbe già una storia e vi dirò che forse è bene che noi entriamo nella vita politica in questa tragica ora che vive l’Italia.

 

Noi donne che siamo temprate a superare il dolore e il male con la nostra operosità e con la nostra pietà, siamo fiere di essere in prima linea nell’opera di resurrezione a favore del popolo nostro.

 

Non si tema, per questo nostro intervento quasi un ritorno a un rinnovato matriarcato, seppure mai esistito! Abbiamo troppo fiuto politico per aspirare a ciò; comunque peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini noi certo non riusciremo mai a fare!

 

Il fascismo ha tentato di abbrutirci con la cosiddetta politica demografica considerandoci unicamente come fattrici di servi e di sgherri, sicché un nauseante sentore di stalla avrebbe dovuto dominare la vita familiare italiana. La nostra lotta contro la tirannide tramontata nel fango e nel sangue, ha avuto un movente eminentemente morale, poiché la malavita politica che faceva mostra di sé nelle adunate oceaniche, fatalmente sboccava nella malavita privata.

 

Per la stessa dignità di donne noi siamo contro la tirannide di ieri come contro qualunque possibile ritorno ad una tirannide di domani. Non so se risponda a verità la definizione che della donna militante è stata data: “la donna è un istinto in marcia”. Ma anche così fosse, è l’istinto che ci fa essere tutrici della pace. È anzitutto pace serena delle coscienze [da cui] deriva la pace feconda delle famiglie, infine, pace operosa del lavoro. Questa triplice finalità della pace l’Italia di domani la raggiungerà se noi sapremo essere l’anima, la poesia, la sorgente della vita nuova del risorto popolo italiano.

 

Colleghi Consultori, ho finito; ma come donna e come italiana figlia del mio tempo, sento di non poter meglio concludere se non col sostituire alla mia parola quella ardente della grande popolana di Siena che, a distanza di secoli ed in analoga situazione catastrofica per il nostro Paese, incita ed esalta le donne italiane ad una intrepida operosità, fonte di illuminato ottimismo: “traete fuori il capo e uscite in campo a combattere per la libertà. Venite, venite e non andate ad aspettare il tempo, che il tempo non aspetta noi.

 

Fondazione Nilde Iotti. Il ricordo di Graziella Falconi.

http://www.fondazionenildeiotti.it/pagina.php?id=408