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Verso un trattato internazionale sulle pandemie

Molti leader di tutto il mondo si sono associati al presidente del Consiglio europeo Charles Michel e al direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus nel richiedere apertamente, il 30 marzo scorso, un trattato internazionale sulle pandemie, sulla base degli insegnamenti tratti durante la pandemia di COVID-19.

“Ci saranno altre pandemie – si legge nella dichiarazione congiunta – e altre gravi emergenze sanitarie. Il punto non è se succederà, ma quando. Insieme dobbiamo essere maggiormente preparati a prevedere, prevenire, individuare e analizzare le pandemie e a gestire una risposta efficace in modo strettamente coordinato.

La pandemia di COVID-19 ci ha ricordato in modo chiaro e doloroso che nessuno è al sicuro finché non lo saremo tutti.

Ci impegniamo quindi a garantire un accesso universale ed equo a vaccini, medicinali e strumenti diagnostici sicuri, efficaci e a prezzi accessibili, per questa pandemia e per le pandemie future. L’immunizzazione è un bene pubblico globale e dovremo essere in grado di sviluppare, fabbricare e distribuire i vaccini il più rapidamente possibile. (…)

Per realizzare questo obiettivo siamo convinti che le nazioni
debbano lavorare insieme all’elaborazione di un nuovo trattato internazionale per la preparazione e la risposta alle pandemie.”(…)

Obiettivi del trattato

  • Promuovere un approccio che coinvolga l’intero apparato governativo e tutta la società, in modo da rafforzare le capacità e la resilienza alle future pandemie sul piano nazionale, regionale e mondiale
  • Rafforzare la cooperazione internazionale per migliorare, ad esempio:
    – sistemi di allerta
    – condivisione dei dati
    – ricerca
    – produzione e distribuzione a livello locale, regionale e globale di contromisure mediche e di sanità pubblica (vaccini, medicinali, strumenti diagnostici e dispositivi di protezione individuale).
  • Riconoscere un approccio basato sul principio “One Health” che connetta la salute delle persone, degli animali e del nostro pianeta
  • Accrescere i livelli di responsabilità reciproca e responsabilità condivisa, trasparenza e cooperazione all’interno del sistema internazionale e nell’ambito delle sue regole e norme.

“A tal fine lavoreremo con i capi di Stato e di governo a livello mondiale e con tutte le parti interessate, società civile e settore privato inclusi. Riteniamo sia nostra responsabilità, in quanto leader di nazioni e di istituzioni internazionali, garantire che il mondo apprenda gli insegnamenti della pandemia di COVID-19. (…)”

La richiesta congiunta (qui il testo completo) è stata firmata da oltre 20 leader internazionali, tra cui il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Mario Draghi:

Di J. V. Bainimarama, primo ministro delle Figi; Prayut Chan-o-cha, primo ministro della Thailandia; António Luís Santos da Costa, primo ministro del Portogallo; Mario Draghi, presidente del Consiglio dei ministri dell’Italia; Klaus Iohannis, presidente della Romania; Boris Johnson, primo ministro del Regno Unito; Paul Kagame, presidente del Ruanda; Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya; Emmanuel Macron, presidente della Francia; Angela Merkel, cancelliera della Germania; Charles Michel, presidente del Consiglio europeo; Kyriakos Mitsotakis, primo ministro della Grecia; Moon Jae-in, presidente della Repubblica di Corea; Sebastián Piñera, presidente del Cile; Carlos Alvarado Quesada, presidente del Costa Rica; Edi Rama, primo ministro dell’Albania; Cyril Ramaphosa, presidente del Sud Africa; Keith Rowley, primo ministro di Trinidad e Tobago; Mark Rutte, primo ministro dei Paesi Bassi; Kais Saied, presidente della Tunisia; Macky Sall, presidente del Senegal; Pedro Sánchez, presidente del governo della Spagna; Erna Solberg, prima ministra della Norvegia; Aleksandar Vučić, presidente della Serbia; Joko Widodo, presidente dell’Indonesia; Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina; Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Credito e liquidità per famiglie e imprese. I prestiti garantiti raggiungono i 22,8 miliardi

Le moratorie tuttora attive riguardano prestiti del valore di circa 158 miliardi, a fronte di 1,5 milioni di sospensioni accordate; superano quota 155 miliardi le richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese presentati al Fondo di Garanzia per le PMI. Attraverso ‘Garanzia Italia’ di SACE i volumi dei prestiti garantiti raggiungono i 22,8 miliardi di euro, su 1.838 richieste ricevute.

Sono questi i principali risultati della rilevazione effettuata dalla task force costituita per promuovere l’attuazione delle misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19, di cui fanno parte Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero dello Sviluppo Economico, Banca d’Italia, Associazione Bancaria Italiana, Mediocredito Centrale e Sace.

La Banca d’Italia continua a rilevare presso le banche, con cadenza settimanale, dati riguardanti l’attuazione delle misure governative relative ai decreti legge ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’, le iniziative di categoria e quelle offerte bilateralmente dalle singole banche alla propria clientela. Sulla base di dati preliminari, riferiti al 9 aprile, sono ancora attive moratorie su prestiti del valore complessivo di circa 158 miliardi, pari a circa il 56% di tutte le moratorie accordate da marzo 2020 (circa 280 miliardi). Si stima che tale importo faccia capo a circa 1,5 milioni di richiedenti, tra famiglie e imprese. L’importo delle moratorie in essere differisce da quello delle moratorie concesse per vari motivi, tra cui il venire a scadenza di una parte di esse.

Le moratorie attive a favore di società non finanziarie riguardano prestiti per circa 123 miliardi. Per quanto riguarda le PMI, sono ancora attive sospensioni ai sensi dell’art. 56 del DL ‘Cura Italia’ per 121 miliardi. La moratoria promossa dall’ABI riguarda al momento 5 miliardi di finanziamenti alle imprese.

Sono attive moratorie a favore delle famiglie a fronte di prestiti per 29 miliardi di euro, di cui 5 per la sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa (accesso al cd. Fondo Gasparrini). Le moratorie dell’ABI e dell’Assofin rivolte alle famiglie riguardano circa 6 miliardi di prestiti.

Sulla base della rilevazione settimanale della Banca d’Italia, si stima che le richieste di finanziamento pervenute agli intermediari ai sensi dell’art. 13 del DL Liquidità (Fondo di Garanzia per le PMI) abbiano continuato a crescere fino al 9 aprile, a 1,69 milioni, per un importo di finanziamenti di circa 144 miliardi. Sono stati erogati prestiti a fronte di oltre il 91% delle domande, e a fronte di circa il 94% nel caso delle domande per prestiti interamente garantiti dal Fondo (art. 13, lettera m)).

Il Ministero dello Sviluppo Economico e Mediocredito Centrale (MCC) segnalano che sono complessivamente 1.899.371 le richieste di garanzie pervenute al Fondo di Garanzia nel periodo dal 17 marzo 2020 al 20 aprile 2021 per richiedere le garanzie ai finanziamenti in favore di imprese, artigiani, autonomi e professionisti, per un importo complessivo di oltre 155,8 miliardi di euro. In particolare, le domande arrivate e relative alle misure introdotte con i decreti ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’ sono 1.889.896 pari ad un importo di circa 154,9 miliardi di euro. Di queste, 1.126.104 sono riferite a finanziamenti fino a 30.000 euro, con percentuale di copertura al 100%, per un importo finanziato di circa 21,9 miliardi di euro che, secondo quanto previsto dalla norma, possono essere erogati senza attendere l’esito definitivo dell’istruttoria da parte del Gestore e 315.169 garanzie per moratorie di cui all’art. 56 del DL Cura Italia per un importo finanziato di circa 7,0 miliardi. Al 21 aprile sono state accolte 1.882.453 operazioni, di cui 1.873.259 ai sensi dei Dl ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’.

Salgono a circa 22,8 miliardi di euro, per un totale di 1.838 operazioni, i volumi complessivi dei prestiti garantiti nell’ambito di “Garanzia Italia”, lo strumento di SACE per sostenere le imprese italiane colpite dall’emergenza Covid-19. Di questi, circa 8,8 miliardi di euro riguardano le prime nove operazioni garantite attraverso la procedura ordinaria prevista dal Decreto Liquidità, relativa ai finanziamenti in favore di imprese di grandi dimensioni, con oltre 5000 dipendenti in Italia o con un valore del fatturato superiore agli 1,5 miliardi di euro. Crescono inoltre a 14 miliardi di euro circa i volumi complessivi dei prestiti garantiti in procedura semplificata, a fronte di 1.829 richieste di Garanzia gestite ed emesse tutte entro 48 ore dalla ricezione attraverso la piattaforma digitale dedicata a cui sono accreditate oltre 250 banche, istituti finanziari e società di factoring e leasing.

Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile: Le sfide della transizione ecologica

Il 29 aprile si svolgerà in diretta streaming, dalle 17.00 alle 18.30 sul profilo Facebook della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile un dibattito su opportunità e sfide della transizione ecologica , si tratta del primo appuntamento di presentazione del nuovo libro di Edo Ronchi “Le sfide della transizione ecologica” (Ed. PIEMME). Moderati da Donatella Bianchi (Presidente WWF Italia e giornalista RAI), ne discuteranno con l’autore Roberto Cingolani, Ministro per la Transizione ecologica, Beppe Sala, Sindaco di Milano, Simona Bonafé, Vicepresidente del Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo, Andrea Illy, Presidente di Regenerative Society Foundation e Monica Frassoni, Presidente European Alliance to save energy, già copresidente dei Verdi Europei.

Nel suo nuovo libro Edo Ronchi affronta le principali sfide che dobbiamo affrontare per attuare una transizione ecologica: quella climatica con la connessa transizione energetica, quella della transizione verso una green economy, circolare, rigenerativa e decarbonizzata, compresi nuovi avanzamenti nella gestione dei rifiuti e il radicamento di queste sfide nelle città. Una lettura utile per l’aggiornamento e la riflessione su un tema di attualità, ormai molto discusso, quello della transizione ecologica, al centro del Green Deal e del Piano europeo per la ripresa e la resilienza ”Next Generation EU”.

Come scrive Ronchi nel libro, “La novità forse più importante che si va delineando per la transizione ecologica è l’iniziativa europea di Green Deal e del Recovery Plan lanciato con Next Generation EU, per affrontare, congiuntamente e in modo più incisivo, la crisi climatica e la ripresa dalla grave recessione economica generata dalla pandemia. Questa novità, pur con tutti i suoi limiti e le incertezze sulla sua attuazione, può alimentare quel salto di qualità per le sfide della transizione ecologica che è, oltre che necessario, ormai possibile“.

La Trombosi

La trombosi è la terza malattia cardiovascolare più comune e comprende due condizioni interconnesse: l’embolia polmonare e la trombosi venosa profonda. A determinarla è la presenza di un trombo (coagulo di sangue) in un’arteria o in una vena. Il coagulo può essere composto da un’aggregazione di cellule ematiche che ostruiscono o rallentano la normale circolazione sanguigna e che possono migrare e spostarsi in un organo vitale, con conseguenze potenzialmente fatali.

I trombi possono formarsi in qualsiasi punto del sistema cardiovascolare e sono sempre ancorati alla parete del vaso.

Nella pratica clinica si riconoscono numerose forme di trombosi, sia venose sia arteriose sia sistemiche, tra cui:

Trombosi venose
Flebotrombosi
Trombosi venosa profonda
Tromboflebite
Sindrome della classe economica
Sindrome di Paget-von Schroetter (I82.8)
Trombosi arteriose

Trombosi ascendente dell’aorta addominale: si ha quando una placca aterosclerotica interessa cronicamente la biforcazione aortica oppure le arterie iliache comuni. Mentre circoli collaterali sostengono il flusso all’arto, evitando di dare una sintomatologia importante, a monte della stenosi aterosclerotica si ha flusso turbolento e stasi ematica che causano trombosi.

Trombosi sistemiche
Trombocitopenia indotta da eparina
Phlegmasia coerulea dolens
Sindrome da anticorpi antifosfolipidi

Se la trombosi non causa morte del soggetto, il trombo può evolvere in quattro situazioni:

Ulteriore accrescimento;
Embolia trombotica: è la complicazione più ingravescente, la situazione in cui un trombo si stacca dalla parete del vaso che la contiene e migra in altra regione del circolo, potendo ostruire altri vasi in distretti più importanti. Le più frequenti embolie venose sono le embolie polmonari; quelle arteriose sono spesso destinate a causare ictus cerebrale o infarti;

Dissolvimento: la fibrinolisi attivata dall’organismo può distruggere i trombi recenti, ma con il progredire delle ore essi diventano sempre più stabili e resistenti;

Cicatrizzazione: all’interno di un trombo vecchio, cellule quali i fibroblasti, le cellule endoteliali e le cellule muscolari lisce formano piccoli capillari e trasformano la massa di fibrina e piastrine in un tessuto connettivo che sarà reintegrato nella parete del vaso.
Le complicanze più frequenti nella storia di un trombo sono la calcificazione, in caso di necrosi delle piastrine e dei globuli, e la tromboflebite, in caso di infezione del trombo.

Ricordo di un incontro con Rita Levi Montalcini

IMAGINATION

La straordinaria opportunità di un’intervista con Rita Levi Montalcini mi ha lasciato in dono una sua considerazione, che trovo a un tempo altissima nella sua sintesi culturale  e pratica nella gamma infinita delle sue possibili declinazioni. “Pensare può essere utile mentre parlare non sempre è necessario” : si tratta di un’affermazione che nella sua apparente e sorprendente semplicità esprime in realtà un concetto denso di implicazioni utili nelle quotidiane circostanze della vita. In genere accade infatti il contrario: si dicono e si ascoltano molte cose senza avere l’esatta percezione del loro significato. In occasione  del mio incontro con la scienziata  per la commemorazione presso l’Università di Pavia di Camillo Golgi – premio Nobel per la Medicina nel 1906 – la Prof.ssa Montalcini  (che aveva  poi ricevuto lo stesso riconoscimento esattamente 80 anni dopo, nel 1986) nel corso della Sua prolusione, parlando a braccio per oltre mezz’ora in perfetto inglese, aveva stupito tutti insistendo in modo coerente e articolato nel Suo discorso sul concetto di “pensiero pensante” utilizzando più volte il termine “imagination”, per sottolineare che lo sforzo della ricerca, ma anche l’intuizione, la riflessione, il dubbio come forma di ripensamento (in sintonia con le teorie di Karl Popper) , la stessa “fantasia” in quanto pensiero divergente (e qui mi piace ricordare che lo stesso Albert Einstein aveva sottolineato che a volte la fantasia è più importante della conoscenza) ha un valore tassonomico persino superiore alla stessa scienza codificata. Non vi è progresso scientifico infatti se le teorie consolidate non vengono continuamente sottoposte alla prassi della loro sistematica revisione alla luce del pensiero critico. Ne deriva che l’educazione è umanizzazione, non addestramento, la cultura è comprensione che integra la mera  conoscenza, non è il prodotto di un marketing commerciale: non si trova negli scaffali degli ipermercati né viene elargita attraverso corsi accelerati di formazione che rilasciano patentini di idoneità. 

Trovo che siamo circondati da un desolante panorama di semplificazione culturale, dominato dall’uso disinibito e inconsapevole della parola e contraddistinto da una deriva di omologazione al relativo, al facile e al peggio. Scriveva Max Weber, già all’inizio del Novecento, che la ‘razionalizzazione’, cioè l’ottimizzazione delle potenzialità intellettuali dell’uomo, “non è la progressiva conoscenza generale delle condizioni di vita che ci circondano”. La vera razionalizzazione consiste invece nel “disincantamento del mondo”, in altri termini nella consapevolezza che attraverso la ragione e il pensiero si stabiliscono e si applicano le regole che ci permettono di conoscere la realtà, partendo sempre dal nostro punto di osservazione. E’ più utile, cioè, rafforzare le nostre personali dotazioni strumentali – l’intelligenza e il carattere – che possedere una dimensione quantitativamente estesa della conoscenza delle cose. 

Ci si chiede spesso, in questa epoca di comunicazione globalizzata, se la libertà di informazione sia un valore sussistente e difendibile: la risposta non è semplice ma risiede nel rapporto che c’è tra il pensiero e la parola.  Se la seconda è il risultato di un ragionamento, la concretizzazione di un’idea, se esprime un concetto chiaro a chi la pronuncia e al suo interlocutore, allora ‘parlare’ significa favorire la comunicazione e il dialogo tra le persone. 

Prevale oggi la teoria della democrazia della parola: più cose si dicono o si riescono a dire, più tavole rotonde si imbandiscono, più circolano notizie e informazioni, nel più breve tempo possibile e più – di conseguenza – dovremmo rafforzare la nostra percezione di essere uomini liberi. Si finisce così con il parlare molto, con il parlare tutti, con il parlare sempre, senza domandarci cosa alla fine resti di questo grande fervore del dire. Ma se il pensiero – cioè la riflessione, la consapevolezza, la comprensione- giace inerte e silente, se non precede ciò che si dice o non vaglia in modo critico ciò che si ascolta, la parola resta un’inebriante e spesso insensata anestesia collettiva che ci illude su una realtà che non esiste. Resta quella che i latini chiamavano con somma saggezza “flatus vocis”: una inutile, eterea e a volte fastidiosa e stancante emissione di fiato. Per chi parla e per chi in qualche modo è costretto ad ascoltare.

INTERVISTA

Professoressa Montalcini durante la Sua lunga permanenza negli USA Lei condusse studi e ricerche di laboratorio sul sistema nervoso, fino alla scoperta del fattore denominato ‘NGF’ che gioca un ruolo essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Questa scoperta Le valse il premio Nobel per la medicina nel 1986. Quali sono stati i risultati clinici più evidenti e utilizzati di tale scoperta, quali gli sviluppi più recenti di queste ricerche e quali gli obiettivi futuri per le neuroscienze?

Negli ultimi anni le ricerche condotte sulla molecola NGF  hanno avuto come oggetto non soltanto lo studio dei meccanismi di azione sulle cellule nervose che sono recettive alla sua attività, ma anche mettere in evidenza il suo effetto su quelle dei sistemi endocrino e immunitario dato che i tre sistemi, nervoso, endocrino e immunitario sono strettamente interconnessi. I risultati conseguiti da ricerche condotte in questi ultimi anni hanno dimostrato imprevedibili attività svolte dall’NGF nelle ulcere della cornea e nelle piaghe da decubito.

Poiché nulla accade per caso, nel campo almeno delle ricerche scientifiche e di laboratorio che richiedono ingegno, intuizione, dedizione e applicazione metodologica, quali sono i requisiti essenziali per un buon ricercatore? Quali sacrifici e rinunce impone la ricerca e quali gioie soddisfazioni può dare?

La ricerca scientifica, pura e applicata, può dare soddisfazioni enormi e risultati commisurati all’impegno che richiede e merita. Occorre costanza, metodo, applicazione, studio, volontà. Però vede, oggi c’è un’enfasi molto forte sulle dotazioni scientifiche, sulle attrezzature, sui mezzi e gli strumenti di cui la scienza può disporre in qualunque campo.  Ebbene io credo che tutto ciò conti ma che conti e serva ancor di più lo sforzo dell’immaginazione, l’intelligenza dell’uomo. E’ la mente umana il motore della ricerca scientifica, il pensiero e l’intuizione la nobilitano sopra ogni cosa. Vedo anche un valore etico in questo: mai arrestarsi di fronte alle difficoltà ma utilizzarle per superare il momento critico, essere capaci di rimettere in discussioni ciò che potrebbe sembrare una conquista, utilizzare l’errore come motivo di apprendimento, per ripartire da capo. Sono dunque soprattutto l’immaginazione, la fantasia, l’intuizione del pensiero che regolano le conoscenze, le scoperte scientifiche e le loro applicazioni.

Il novecento è stato caratterizzato da un progresso scientifico straordinario le cui applicazioni sociali hanno consentito all’umanità di elevare e rendere più dignitose le condizioni di vita generali. Permangono tuttavia laceranti e irrisolti problemi planetari di diseguaglianza, miseria, fame, povertà, emarginazione. Come si può superare questo gap che produce discriminazioni inaccettabili sotto il profilo etico? Quali doveri ha la politica?

Oggi il divario che separa il Nord dal Sud del mondo si è fatto sempre più profondo. Le ineguaglianze sono cresciute e i paesi più poveri non hanno la stessa capacità di affrontare i rischi dell’economia globale e partecipare ai suoi benefici: questo alimenta conflitti sociali spesso armati. La costruzione della pace ha bisogno di rapporti cooperativi incentrati sulla libertà e sulla solidarietà. Per consentire ai paesi in via di sviluppo di partecipare pienamente al sistema economico mondiale senza distruggere le risorse naturali e senza compromettere la sopravvivenza del genere umano, è imperativo coinvolgere istituzioni internazionali, governi e autorità locali pubbliche e private.

Professoressa Montalcini a Suo parere sono sufficienti le risorse che vengono destinate alla ricerca scientifica nel nostro Paese? Esiste ancora un problema di fuga di cervelli? E il sistema scolastico – nel suo complesso – dalla scuola primaria all’Università è in grado di offrire una formazione umanistica o scientifica adeguata alle esigenze dell’epoca contemporanea?

Valuto positivamente il nostro sistema scolastico, che è ottimo, trovo che la formazione sia adeguata in tutti i suoi livelli. Il problema della ‘fuga dei cervelli’ non ha origini da una inidoneità della nostra scuola e della nostra università che restano tra le migliori al mondo. Ci sono altre motivazioni, prevalentemente di tipo economico e motivazionale.

Posso chiederLe quali sono stati gli autori del Novecento che ha personalmente e maggiormente apprezzato nell’ambito artistico e letterario? 

Primo Levi, un autore che ho avuto il privilegio di conoscere, mi ha profondamente colpito. I resoconti degli episodi da lui vissuti nel libro “Se questo è un uomo”, hanno affascinato migliaia di lettori: è riuscito a descrivere ogni genere di esperienza, da quelle più comuni a quelle più traumatiche, con straordinaria onestà e naturalezza, senza giudizi morali.

Professoressa Montalcini, mi permetta di chiudere questa interessante intervista con la richiesta di un messaggio di speranza per le giovani generazioni. Le chiedo di indicare ai giovani almeno tre cose che contano e per le quali vale la pena di vivere e di spendersi.

Veda, essere catastrofici vuol dire perdere in partenza, anche in momenti difficili come quello che viviamo e io ne ho vissuto di ben più difficili di questo. La ‘speranza’ è essenziale, è importante per continuare a credere in quello che si deve fare. Dunque credere nei valori, credere nella ricerca e non perdere mai la speranza. Se noi non crediamo nei valori siamo morti in partenza, è questa è la prima cosa per cui vale la pena di vivere e combattere. Secondo: aiutare chi ha tanto bisogno di aiuto, in particolare le popolazioni dell’Africa e dei Paesi del sud del mondo. Infine vivere con onestà e dare alle donne la certezza delle loro enormi capacità mai riconosciute.  Io mi batto per questo, specie per le donne dell’Africa: la donna ha meno forza fisica ma uguali capacità rispetto all’uomo. Non è la forza fisica il metro di misura delle potenzialità. Un facchino ha più forza fisica ma un professore universitario ha sviluppato le meglio le sue facoltà mentali, pur avendo entrambi pari diritti umani. La donna ha sempre sofferto di questo: che la sua scarsa forza fisica è stata considerata scarsa forza mentale, cosa assolutamente non vera. Io stimo moltissimo i giovani di oggi e li invito ad avere fiducia e coraggio, ad andare avanti: sono la nostra vera speranza in un futuro migliore.

 

La sinistra gronchiana

La sinistra gronchiana, come può ben intendersi dalla denominazione, era una corrente interna alla Democrazia cristiana che si raccolse intorno alla figura del leader Giovanni Gronchi.

La figura ed il pensiero politico di Gronchi sono stati spesso oggetto di critiche e di giudizi negativi in merito alla sua prassi politica: spesso è stato definito un “opportunista”, un carattere della più retriva destra democristiana che per pura convenienza amava definirsi di sinistra.

Atteggiamenti e prese di posizione che risultano essere del tutto avulse da una ricostruzione storico-ideale conforme a quelle che erano allora le posizioni interne delle sinistre democristiane.

Ma, al di là di questi atteggiamenti storiografici del passato, vogliamo mettere in luce con questa riflessione il contributo che ha dato la sinistra gronchiana (o se si preferisce la corrente democristiana gronchiana) all’interno dell’intero dibattito politico di allora.

Da questa visuale non è difficile rilevare come le idee dei gronchiani (soprattutto quelle del leader) costituivano senza dubbio una rivoluzione democratica per il movimento politico dei cattolici italiani.

In realtà, pur non disconoscendo un atteggiamento politico a volte opportunistico o spregiudicato del gruppo gronchiano, tutta la storiografia che si è cimentata in questa distorsione del pensiero e degli atteggiamenti politici concreti di Gronchi, spesso è stata al soldo del potere economico.

Il pensiero di Gronchi, invece, si poneva (parallelamente al dossettismo) in alternativa a quello di De Gasperi.

E’ opprtuno ricordare che già durante la Resistenza, Gronchi era collegato ad alcune esperienze sindacaliste: nei primi anni della Repubblica, egli rappresentò una tra le figure di spicco della cosiddetta ala sindacalista della Democrazia cristiana. In seguito, quando Giulio Pastore monopolizzò la corrente sindacalista della Dc, Gronchi, insieme ai suoi amici più fedeli, dava vita al gruppo che, per l’appunto, prese da lui la denominazione.

Gronchiani erano Cappugi, Di Lisa, Morelli, Gatto, Colasanto, Folchi, Rapelli, Rubinacci; gronchiano era all’inizio Nicola Pistelli, collegandosi dopo alla giovane sinistra democristiana de “La Base”.

I gronchiani pubblicavano una rivista settimanale dalla significativa denominazione “Politica Sociale” (ripresa da Giovanni Galloni quando, nel marzo 1994, usciva il primo numero di “Nuova Fase”, nella cui prefazione si faceva espresso riferimento ad “organi di stampa, tra i quali ebbe un posto particolare Politica Sociale”).

Politica Sociale” iniziava le pubblicazioni sin dal 1946 e continuava fino ai primi del 1955. Dal 1951 la direzione del settimanale era del molisano Eny Nicola Di Lisa che, quando il settimanale cessa le pubblicazioni, insieme a Nicola Pistelli decise il nome della rivista che quest’ultimo stava fondando a Firenze (la rivista assunse la denominazione di “Politica” proseguendo le pubblicazioni sino al 1964, anno di morte del Pistelli).

Il gruppo gronchiano si caratterizzava soprattutto a livello parlamentare: la figura di Gronchi (essendo egli prima presidente del Gruppo parlamentare democristiano alla Camera dei deputati e poi presidente della stessa Camera) suscitava un certo fascino sui parlamentari per la sua oratoria limpida, fluente, ben accetta anche agli uditi più reticenti.

A livello di partito, il gruppo gronchiano non riusciva, però, a far presa sugli iscritti. In realtà, come mi testimoniò uno dei protagonisti di quella vicenda, Eny Nicola Di Lisa (in un gentile colloquio a Roma nel giugno del 1987 e poi come scrisse in un articolo su “Civitas Humana” lo stesso anno), Gronchi, già all’atto di annodare le fila della Dc, si mostrò sempre contrario a “versare le sue ragioni politiche nella tramoggia del tesseramento”.

Pertanto, tutta l’azione politica di Gronchi, la sua elezione alla Presidenza della Repubblica, costituirono il filo conduttore di una scelta politica precisa, coerentemente derivata da un pensiero limpido, mai incline ai compromessi.

Giovanni Gronchi era uno tra i primi democristiani ad avvertire i problemi dello Stato sociale: nei primissimi anni della ricostruzione, egli era convinto che la Dc doveva adoperarsi per una rivoluzione cristiana che abbattesse i vecchi privilegi dello Stato liberale, al fine di coinvolgere le masse popolari nella vita dello Stato.

Da qui la distinzione ed il conflitto con De Gasperi. Tutta l’azione politica di Gronchi, sia nel partito (egli propose al congresso di Napoli del 1954 l’adozione del sistema proporzionale, respinto dal correntone di Iniziativa democratica), sia nel campo più propriamente istituzionale, aveva questo cruccio, questa insofferenza, questo desiderio che gli rodeva dentro: far riscoprire alla maggioranza dei notabili Dc le origini popolari e antifasciste del Partito.

Letta da questo punto di vista, la vicenda della sinistra gronchiana mostra tutta la sua chiarezza, la sua disinteressata forza di impegno.

Perché sinistra? La risposta a questa domanda nel 1987 la dava il già citato Di Lisa che riprendeva un pensiero di Tarcisio Pacati (un deputato bresciano) che verso la fine del 1949 definiva la sinistra democristiana in questi termini: “una sinistra denocristiana implica atti fra interessi in gioco con il vincolo che, essendo il potere di scelta conferito dal popolo, debbano gli interessi popolari avere sempre la prevalenza e la precedenza”.

Una sinistra, dunque, che si connotava sul piano sociale. Il problema dello Stato sociale, infatti, era il tema caro alla componente gronchiana. Gronchi e i suoi amici sentivano costantemente l’assillo per una Dc che, pur definendosi Partito di ispirazione cristiana, dimenticava questa connotazione o troppo concedeva ai potentati economici sul piano delle riforme sociali.

A giudizio di Gronchi, lo Stato democratico nato dopo il ventennio fascista non poteva rifarsi tout court all’esperienza liberale. Stato democratico e Stato liberale non potevano coincidere.

E’ questo un filo rosso ideale che caratterizzava tutte le varie esperienze di sinistra democristiana.

La sinistra gronchiana, pur nella sua breve esistenza, ha rappresentato quella esigenza sociale della ispirazione cristiana della politica che lo stesso Gronchi individuava, nella congiuntura politica di allora, nel famoso radiomessaggio di Pio XII del Natale 1942.

Il radiomessaggio del Pontefice, in uno dei suoi passaggi essenziali, metteva in luce i disagi dell’operaio quando questi tentava di migliorare la propria condizione sociale.

Questi disagi, lungi dall’essere fenomeno naturale, cioè insiti nella vita sociale, costituivano la barriera appositamente creata da quanti agivano nella società in vista del semplice profitto personale.

Ora (sosteneva Gronchi) questa struttura sociale, questo desiderio puro di profitto economico, contrastavano con la missione che Dio ha affidato all’uomo: quella cioè di operare ovunque, in ogni campo della vita in vista del bene comune.

Perciò il passaggio dallo Stato liberal-borghese a quello “sociale” non costituiva per Gronchi una “interpretazione arbitraria o forzata”, ma si inseriva direttamente sulla stessa posizione di identità dei cattolici, quando dovevano scontrarsi, da un lato, con il dato di un magistero ecclesiale che indicava loro la strada di quale dovesse essere l’orientamento ed il conseguente impegno nella vita pubblica; dall’altro, invece, di militare nella stragrande maggioranza in un Partito politico (la Dc) che troppo spesso segnava il passo nella concretizzazione dei principi propri della dottrina sociale cristiana.

Il filo conduttore del pensiero di Gronchi può essere individuato nel suo discorso pronunciato al V congresso della Dc nel 1954 a Napoli.

Egli, in quell’occasione, attaccava senza mezzi termini i sistemi economici monopolistici retaggio del vecchio Stato liberale: perché il monopolio non solo distruggeva la media e piccola azienda, ma, eliminando il principio della concorrenza, di fatto produceva un danno notevole alla massa dei consumatori, costretti a vedersi imposto un prezzo ed un prodotto senza alcuna possibilità di scelta.

Ma la critica serrata allo Stato liberale, certamente non portava Gronchi ad assumere una posizione statalista tipica dei sistemi socialcomunisti. Anzi, anche su quest’altro versante il pensiero grochiano si snoda lungo un percorso originale e chiaro: “lo statalismo – affermava – è una degenerazione delle funzioni dello Stato”.

Una concezione, dunque, che rifiutava sia il liberismo che lo statalismo, individuando una finalità positiva dello Stato nella funzione di intervenire nella vita economica del Paese per rimuovere gli ostacoli di ordine economico-sociale che relegavano le masse popolari in una condizione di indigenza, condannandole così ai margini della vita dello Stato ed impedendo a quest’ultimo di evolvere in senso democratico.

In conclusione, possiamo dire che la vicenda della sinistra grochiana ha rappresentato un tratto di storia politica ideale per la Dc che certamente non andò disperso (basti pensare alla rivista dei basisti “Stato Democratico” fondata da Luigi Granelli e a tutte le battaglie condotte per l’autonomia della politica dagli stessi basisti tra i quali è d’obbligo ricordare figure come Aristide Marchetti e Gian Maria Capuani), ma che ha continuato lungo il sentiero dei cattolici democratici all’interno della Dc nella Prima Repubblica e poi con il Partito Popolare Italiano.

Su Gronchi e sulla sua corrente ci sono state in passato diverse critiche, spesso senza costrutto e con motivazioni che non avevano niente sul piano ideale. Basti pensare ad autori come Giorgio Galli e Paolo Facchi, ma anche allo stesso Gianni Baget Bozzo, che etichettarono l’esperienza gronchiana come “spregiudicata” e “velleitaria”.

E pur tuttavia, volendo anche riconoscere una certa spregiudicatezza dei gronchiani a livello parlamentare, si è trattato in larga misura di critiche gratuite se si analizzano con la dovuta attenzione il pensiero di Gronchi ed i temi affrontati dalla rivista “Politica Sociale”.

Non è stato certamente un caso se quando nasceva la rivista “Nuova Fase”, nel marzo del 1994, sia nella prefazione che nell’introduzione di Giovanni Galloni, si faceva esplicito riferimento a “Politica Sociale non per mero gusto di rievocazione, – si leggeva nella prefazione – bensì per l’esigenza di attingere ad un patrimonio di idee indispensabili al risanamento ed al recupero di efficienza del sistema politico democratico.”

Ed alla stessa guisa l’introduzione di Galloni iniziava affermando che “Nel momento in cui entriamo in una nuova fase della politica e forse della stessa civiltà, l’uscita di una Rivista che si richiama a politica sociale può apparire come una provocazione e una sfida al pensiero oggi dominante, secondo il quale la crisi ormai irreversibile del comunismo internazionale e i limiti della politica del Welfare State, avrebbero ormai condannato ogni prospettiva di Stato e quindi di politica sociale.”

L’attualità delle idee di “Politica Sociale” può essere colta già con queste autorevoli citazioni; ma più in generale dai fenomeni sociali e politici contemporanei, dalle condizioni di quasi povertà in cui vive la maggioranza del popolo italiano, con gli attuali “Partiti” che non riescono ad essere convincenti sul piano dei programmi e delle proposte.

I tempi cambiano, certamente, ma i poveri sono sempre gli stessi, ieri come oggi; per questo sono ancora valide le idee di “Politica Sociale” che spetta ai cattolici democratici riprendere con forza e con coraggio nell’attuale congiuntura economica e sociale.

Franco Marini il Popolare. Il nuovo libro di Giorgio Merlo

Giorgio merlo, nel suo ultimo libro “Franco Marini il Popolare“, edizioni lavoro rende omaggio al leader popolare da poco scomparso.

Una pubblicazione in cui vengono richiamati ed evidenziati i passaggi salienti che hanno caratterizzato il cammino politico di Franco Marini che trasmette una grande eredità alle giovani generazioni. Un’eredità politica e culturale decisiva non solo per il futuro del cattolicesimo popolare e sociale ma per la stessa prospettiva della nostra democrazia.

Già nella presentazione ad opera di Annamria Furlan si può notare come “Franco Marini è stato ed è sempre rimasto, prima di tutto, un sindacalista, come si definì lui stesso rispondendo ad una domanda in occasione dell’elezione a Presidente del Senato.

I suoi tratti fondamentali erano la semplicità riscontrabile persino nelle abitudini quotidiane, il pragmatismo tipico dell’alpino, la paziente operosità, la tenacia tipica di chi proviene da terra di emigranti, l’inclinazione alla ricerca della condivisione attraverso il confronto, senza per questo diluire l’identità valoriale che lo ha contraddistinto per tutta la vita“.

Un vero leader Popolare come lo definisce l’autore.  Vero. Autentico. Coerente e coraggioso. Un uomo che non mai scalfito o attenuato questa sua cultura politica, questo pensiero politico nei partiti che lo hanno visto protagonista.

Era convinto che i valori della tradizione Popolare dovessero essere conservati, a partire dall’idea di Europa e da quella dell’economia sociale di mercato.

 

Luigi Covatta e la sinistra cattolica

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Libertà Eguale a firma di Paolo Pombeni

Su Luigi (Gigi per tutti noi) Covatta si è scritto da più persone, testimonianza del credito e anche dell’affetto di cui godeva, sicché molte cose sono state dette. Senza ripeterle, vorrei soffermarmi su un aspetto che è stato toccato tangenzialmente o anche talora ignorato: il suo inserimento in quella piccola minoranza di cattolici che negli anni Settanta scelse di militare nel partito socialista. La gran parte era di formazione aclista, ma non tutti. Lo erano sicuramente Gennaro Acquaviva, che con Gigi ebbe un ruolo importante negli anni di Craxi, ma anche, sia consentito ricordarlo perché quasi dimenticato, Gabriele Gherardi a Bologna, ex direttore de Il Regno, poi vicesindaco socialista con Zangheri e consigliere regionale.

Gigi come quei cattolici veniva da un percorso nella sinistra cattolica che è una cosa parzialmente diversa da quel socialismo cristiano su cui si favoleggia a volte: una sorta di rivisitazione del messianesimo di Prampolini, un empito verso i poveri e gli emarginati, che è senz’altro cosa nobilissima, ma che non deve fermarsi a un po’ di romanticismo o al massimo ad un coraggioso utopismo. La sinistra cattolica ha una storia lunga: viene dalla riscoperta post 1945 della possibiltà/dovere di creare un’Italia diversa, dall’esperienza attorno alle Cronache Sociali di Dossetti, e poi al movimento complesso dentro la DC (una scelta allora obbligata per i cattolici) per la famosa apertura a sinistra, quella che portò al grande esperimento riformista dei primi governi di centrosinistra. È nella crisi di quell’esperienza, nello shock del ritorno al centrodestra di Andreotti nel 1972, che si radica l’esperienza di quella generazione, che Covatta visse come leader della formazione degli universitari cattolici, l’Intesa, prima che il 1968 spazzasse via i parlamentini studenteschi.

Nella mia modestissima esperienza ho incontrato Covatta dapprima da lettore del settimanale Settegiorni, diretto da Ruggero Orfei e finanziato da Donat Cattin. Era il giornale che testimoniava la voglia di far politica e non utopia della giovane sinistra cattolica, ed è da quel retroterra che si mosse l’iniziativa, affrettata e prematura, di Labor di dare vita al partitino del Movimento Politico dei Lavoratori. Intanto era però arrivato il 68 e i giovani cattolici dentro e fuori delle università si misuravano con la domanda di «essere realisti e volere l’impossibile», di promuovere l’incontro fra marxismo e cristianesimo, e in definitiva di scegliere la propria collocazione fra i movimenti dell’estrema sinistra extraparlamentare e il PCI.

Covatta, Acquaviva e altri, fallita l’esperienza del MPL scelsero di entrare nel PSI. Una decisione davvero controcorrente, perché all’epoca il PSI tutto pareva tranne che un partito del riformismo socialista e certo era una formazione poco interessata al dialogo coi cattolici per antichi retaggi massonici e anticlericali, per quanto ormai inciviliti. Ma il partito era ai minimi storici, sicché non si permetteva di avere la puzza sotto il naso se arriva qualche sostegno imprevisto: mostrare che si può reclutare fuori dei propri territori fa sempre fino.

Se non si tiene conto di questo contesto non si capisce il retroterra intellettuale che portò poi Covatta e quel gruppo ad aderire alla prospettiva di Craxi. Al di là della damnatio memoriae a cui il leader socialista è stato condannato, sarebbe tempo di capire che Craxi, con tutti i suoi limiti, aveva avuto l’intuizione che fosse finita un’epoca. È in questa svolta che c’era davvero posto per tutti coloro che avessero voluto provarci a fare delle riforme, a riprendere, mi permetto dire io, perché all’epoca non sarebbe stato accettato, il cammino del primo centrosinistra.

Covatta si è speso con generosità, così come i suoi amici che venivano dalla sua stessa storia, in questo lavoro che era prima di tutto un lavoro culturale nel senso pieno del termine. Non c’è solo la conferenza di Rimini, a cui molti hanno fatto riferimento nei ricordi che gli sono stati dedicati, c’è anche la sua partecipazione dal 1992 al 1994 alla Commissione per le riforme istituzionali di cui fu vicepresidente. Covatta credeva che il nostro sistema politico e il nostro stato avessero bisogno di ripensarsi, di ristrutturarsi superando i molti ritardi che aveva accumulato.

Sono questa convinzione e questa consapevolezza che lo mantengono protagonista attivo della politica italiana anche dopo la conclusione infelice dell’età craxiana. Non cerca revanche come non pochi hanno fatto, non cerca accettazioni nei nuovi santuari della politica, dove rivivono più le utopie postsessantottine o la resa alla damnatio memoriae dell’avventura socialista che non la ripresa di una riflessione sui problemi del nostro paese e dunque non si è accettati se non col capo cosparso di cenere. Questa sua coerenza andrebbe riconosciuta e giustamente rimarcata non perdendo memoria di decenni della cosiddetta seconda repubblica che per tanti aspetti non sono stati affatto splendidi.

Qui l’articolo completo

E’ online il portale della Conferenza sul futuro dell’Europa

E’ stata inaugurata  la piattaforma multilingue digitale per la Conferenza sul futuro dell’Europa.

Disponibile in 24 lingue, il portale consentirà ai cittadini di tutta l’Unione di presentare le proprie idee e commentare le iniziative proposte da altri, ma anche creare e partecipare ad eventi.

Il comitato esecutivo della Conferenza sul futuro dell’Europa – composto da esponenti del Parlamento europeo, del Consiglio dell’Unione europea e della Commissione europea – ha invitato tutti i cittadini dell’UE a contribuirvi per dar forma al loro futuro e a quello di tutta l’Europa.

Nella conferenza stampa di lancio della piattaforma i rappresentanti delle tre Istituzioni hanno incoraggiato i cittadini a partecipare attivamente e con fiducia a questo vasto, inedito processo di democrazia deliberativa, che si svilupperà lungo un anno solare.

La piattaforma è quindi uno strumento pionieristico, che permetterà una discussione aperta, inclusiva e trasparente, su una serie di priorità e sfide fondamentali per l’Unione. Persone di ogni estrazione sociale, in tutti gli Stati membri, avranno la possibilità di esprimere ciò che si aspettano dall’UE: una voce che influirà sull’orientamento futuro e sul processo decisionale dell’Unione. La presidenza congiunta si è impegnata a dar seguito ai risultati della Conferenza.

Il portale sarà promosso sui social media con l’hashtag #TheFutureIsYours

Contesto

La piattaforma garantirà piena trasparenza – principio fondamentale della Conferenza – poiché tutti i contributi e i risultati degli eventi saranno raccolti, analizzati, monitorati e resi pubblici. Le principali idee e raccomandazioni scaturite dalla piattaforma saranno dibattute nei comitati europei di cittadini e nelle sessioni plenarie, che condurranno successivamente alle conclusioni della Conferenza.

Tutti gli eventi registrati sulla piattaforma saranno visualizzati su una mappa interattiva, che permetterà ai cittadini di navigare e registrarsi per gli eventi online. Per predisporre e promuovere le proprie iniziative, gli organizzatori potranno usare il kit di strumenti disponibile sulla piattaforma. Tutti i partecipanti agli eventi dovranno rispettare la Carta della Conferenza sul futuro dell’Europa, che stabilisce le norme per un dibattito paneuropeo rispettoso.

La piattaforma è organizzata attorno ad alcuni temi chiave: cambiamenti climatici e ambiente; salute; un’economia più forte ed equa; giustizia sociale e occupazione; l’UE nel mondo; valori e diritti, Stato di diritto, sicurezza; trasformazione digitale; democrazia europea; migrazione; istruzione, cultura, giovani e sport. Questi temi sono integrati da una “casella aperta” per temi trasversali (“altre idee”), affinché i cittadini siano liberi di sollevare qualsiasi questione di loro interesse, secondo un approccio realmente dal basso verso l’alto.

La piattaforma fornisce inoltre informazioni sulla struttura e le attività della Conferenza è aperta a tutti i cittadini dell’UE, nonché alle istituzioni e agli organi dell’UE, ai parlamenti nazionali, alle autorità nazionali e locali e alla società civile e rispetta pienamente la riservatezza degli utenti e le norme dell’UE sulla protezione dei dati.

Oggi è la giornata della salute della donna

L’attuale situazione pandemica ha notevolmente accentuato le differenze di genere. Le donne hanno scoperto che spesso i loro lavori sono più precari ed è aumentato il loro carico di responsabilità familiari e attività casalinghe. In molti casi la DAD è stata motivo di disagio per le madri, che hanno dovuto organizzarsi per seguire i ragazzi, sacrificando le proprie attività. Ciò ha reso le donne più fragili, meno autonome, costrette spesso ad accettare situazioni di violenza psicologica e fisica. Malgrado tutto ciò molte donne hanno proseguito, con forza e tenacia, il loro impegno, in prima linea, nelle corsie degli ospedali o in altre occupazioni essenziali del Paese.

“In questo quadro preoccupante – dice la Presidente di Atena Donna Carla Vittoria Maira -si inserisce l’ulteriore aspetto che riguarda il particolare momento che stiamo vivendo, e cioè il fatto che la pandemia ha interrotto i consueti iter di prevenzione riguardo la salute in genere e quella femminile in particolare, proprio per le tante problematiche che le donne hanno dovuto affrontare e spesso per la difficoltà ad accedere all’assistenza sanitaria, per motivi economici, logistici o per paura di contrarre il virus. Di conseguenza, molte donne potranno scoprire di avere una malattia in fase più avanzata, e molte altre avranno dovuto rinviare un trattamento necessario o non saranno state in grado di effettuare visite di controllo regolari. Sono estremamente preoccupanti i dati relativi all’oncologia, alla salute cardiovascolare e ad altre patologie come il diabete, che dall’inizio della pandemia registrano un calo costante dell’accesso alla diagnosi e ai trattamenti”.

Il 22 aprile, data di nascita del Premio Nobel Rita Levi Montalcini, ricorre la Giornata Nazionale della Salute della Donna, voluta dal Comitato Atena Donna insieme al Ministero della Salute, che rappresenta un momento importante per porre al centro dell’attenzione i temi legati alla salute della donna. In questa occasione, negli anni, molti ospedali hanno aperto le loro porte e i loro ambulatori per permettere di effettuare screening e visite gratuite. “Atena da sempre promuove la cultura di una corretta informazione e prevenzione sanitaria, essenziali per intercettare in tempo molte patologie, prima che diventi difficile combatterle – prosegue Carla Vittoria Maira – La Giornata Nazionale deve essere quest’anno l’occasione per lanciare un messaggio forte, che raggiunga tutte le donne, ricordando loro di non trascurare l’agenda della prevenzione e di eseguire gli esami di screening consigliati per fasce di età, nonostante le difficoltà che questo momento comporta”.

Quando la Cultura sconfigge il Covid-19. Il premio cultura + impresa

Colpiti dall’emergenza del Covid-19, nel 2020 gli Operatori culturali pubblici e privati hanno dovuto cambiare il modo di “fare Cultura” e, anche grazie alla collaborazione con il mondo delle Imprese, hanno realizzato progetti che hanno reinventato e talvolta potenziato la relazione con il pubblico. Il 2020 si è così rivelato un anno ricco di iniziative culturali innovative e 134 di queste si sono candidate per l’ottava edizione del Premio CULTURA + IMPRESA, il riconoscimento che valorizza la cooperazione tra il “Sistema Impresa” (aziende, fondazioni erogative, agenzie di comunicazione) e il “Sistema Cultura” (istituzioni e organizzazioni culturali pubbliche e private, operatori culturali del terzo settore, fondazioni culturali).

Di queste 134 candidature, ora viene presentata la Short List dei 22 progetti del Premio CULTURA + IMPRESA 2020-2021. 11 le iniziative in gara per la categoria “Sponsorizzazioni e Partnership Culturali”, 8 per le “Produzioni Culturali d’Impresa” e 3 per “Art Bonus”. Ai 31 componenti della Giuria (un altro record, che conferma l’importanza assunta dal Premio nel panorama culturale nazionale) il compito di individuare i vincitori che saranno presentati e celebrati durante il consueto Workshop di premiazione, previsto nel mese di giugno 2021.

Mai come quest’anno, il Premio CULTURA + IMPRESA si conferma come l’Osservatorio di benchmarking  del rapporto tra Cultura e Impresa, raccogliendo i dati, le novità e i nuovi trend di settore. La Short List contiene una fotografia emblematica dei contesti, dei protagonisti e delle modalità in cui l’Impresa affianca la Cultura e viceversa: investimenti insieme a teatri, compagnie, gallerie e musei per diffondere l’arte attraverso i canali digitali; innovativi modelli di fundraising; la promozione congiunta di culture differenti come quelle gastronomico-artistica e botanico-musicale; l’arte come percorso di cura per i malati; la narrazione della cultura d’impresa; la promozione e il restauro di monumenti e opere d’arte… Questo scenario racconta di un sistema di iniziative culturali che ha svoltato decisamente verso il digitale a causa delle ristrettezze imposte dalla pandemia del 2020, così da arrivare capillarmente nelle case di tutti. Questo cambiamento non è stato solo un potenziamento dei propri canali divulgativi, ma ha portato anche a un ripensamento strutturale delle progettualità della Cultura per sfruttare le peculiarità del digitale e di internet come l’interattività con gli utentil’accesso continuo h24 e una fruizione culturale mirata e più consapevole.

Per valorizzare le nuove formule di produzione e divulgazione della Cultura sorte durante il periodo dell’emergenza pandemica, quest’edizione si arricchisce della Menzione Speciale Resilienza 2020/Covid-19”; mentre a chi ha creato e gestito con particolare efficacia pool di partner privati a supporto di un progetto culturale andrà la nuova Menzione Speciale Networking in Arts”. Sono confermate le Menzioni Speciali: “Corporate Cultural Responsibility”, per la valorizzazione dei progetti che hanno investito nella responsabilità sociale in collaborazione con Il Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale; “Under 35”, in collaborazione con Patrimonio Cultura e dedicata ai prodotti culturali realizzati dai giovani under 35; “Digital Innovation in Artstema centrale e di crescente attualità per l’innovazione dell’Arte e della Cultura del nostro Paese, al quale sono riservate per la prima volta 2 riconoscimenti.

Ai vincitori delle tre categorie principali verranno consegnati i Premi d’Artista, mentre alle Menzioni Speciali saranno riservati premi formativi, master in comunicazione, management e promozione culturale concessi da 24 Ore Business SchoolFondazione FitzcarraldoIULMScuola di Fundraising di Roma e UPA. Inoltre, chi ha partecipato ai 134 progetti candidati a questa edizione del Premio può accedere ai Master part time della 24 Ore Business School dell’area “Arte, Cinema e Design” con uno sconto del 20%. Un sostegno concreto a favore di chi vuole approfondire le proprie competenze in alcune delle principali industrie culturali e creative, un settore sempre più strategico per il Paese.

Ceccanti [Pd], Grave errore esternare su parere in dissenso nel Consiglio dei ministri.

Dichiara il deputato Pd Stefano Ceccanti, capogruppo in Commissione Affari Costituzionali:
“In Consiglio dei Ministri si può certo votare e le forze politiche possono anche confrontarsi su posizioni diverse, ognuna convinta della propria, ma non è affatto un caso se il Dpcm di funzionamento interno del Consiglio dei Ministri preveda il divieto di esternare all’esterno i voti in dissenso.

La norma è molto chiara al comma 3 dell’articolo 7 del Dpcm di funzionamento interno del Consiglio: ‘In ogni caso non è consentita la pubblica comunicazione o esternazione dell’opinione dissenziente’ e discende dal principio di responsabilità collegiale per gli atti del Consiglio dei Ministri stabilito dall’articolo 95 della Costituzione.

Chi vuole che il Governo sia efficace e stabile nell’interesse del Paese deve lavorare rispettando questo principio e queste regole.”

Qui testo del Dpcm

George Floyd: condannato l’ex agente Derek Chauvin

Colpevole per tutti i capi d’accusa, il poliziotto ha lasciato l’aula di Minneapolis in manette mentre la folla applaudiva

Nessun populismo sarà mai popolare

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano in data 19 Aprile a firma di Flavio Felice Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche, Università del Molise

Nel videomessaggio che Papa Francesco ha indirizzato al Centro per la Teologia e la Comunità, in occasione della conferenza «Una politica radicata nel popolo», svoltasi a Londra il 15 aprile scorso, il Pontefice afferma che «La “vera risposta” al populismo non è l’individualismo ma “una politica di fraternità”» e con riferimento alla nozione di “populismo inclusivo”, proposta dal reverendo Angus Ritchie, direttore del Centro, Papa Francesco risponde in maniera inequivoca: «A me piace usare “popolarismo”». Tale dichiarazione ci consente di intervenire su queste due categorie del pensiero politico oggetto di qualche fraintendimento.

In una intervista rilasciata oggi, 19 aprile 2021, a «Vatican News», il capo ufficio stampa del Quirinale, Giovani Grasso, parlando della pièce teatrale scritta da lui stesso — Fuoriusciti — racconta del sodalizio intellettuale che Luigi Sturzo e Gaetano Salvemini strinsero durante il loro esilio negli anni della dittatura fascista. Grasso ci ricorda che il 26 novembre del 2021 si compirà il 150° anniversario della nascita di Sturzo, teorico e padre del popolarismo, l’“apostolo” dell’impegno dei cattolici in politica, un «Himalaya di volontà» per Salvemini o, per usare la significativa definizione di Gobetti: il «messianico del riformismo».

Il riferimento del Papa al “popolarismo” e il ricordo da parte di Grasso che siamo nel 150° anniversario della nascita di Sturzo ci invitano a una breve riflessione sul significato della categoria politica di “popolarismo”, come alternativa irriducibile a qualsiasi forma di “populismo”. Correttamente, Maurizio Serio, su queste colonne, lo scorso 17 aprile, ha mostrato l’inadeguatezza della nozione di “populismo inclusivo”, per la semplice ragione che la qualifica di “inclusivo”, oltre a non emendare quella di “populismo”, non ci dice ancora nulla sulle politiche d’inclusione. Possiamo avere un’inclusione frutto del paternalismo, dell’assistenzialismo, del clientelismo, di pratiche che si risolvono nella «trappola del popolo-sovrano etero-diretto dal paternalismo politico», piuttosto che espressione del libero e responsabile coinvolgimento dei tanti attori civili in un programma che si possa definire popolare, in quanto capace di demolire la pretesa monopolistica ed estrattiva di singoli gruppi di potere.

Questa è stata la grande intuizione di Sturzo agli inizi del XX secolo, la possibilità di immaginare le masse popolari non più dipendenti dalla benevolenza del feudatario illuminato e, in seguito, da una classe politica divenuta padrona dello Stato, autoproclamatosi “padre virtuale”, che assiste con la frusta e con un pezzo di pane i suoi figli condannati alla minorità perpetua. L’alternativa proposta da Sturzo è espressa dallo stesso prete di Caltagirone, allorché, introducendo a Londra nel 1936 l’esperimento politico antifascista People and Freedom Group, scriveva: «Popolo e libertà è il motto di Savonarola; popolo significa non solo la classe lavoratrice ma l’intera cittadinanza, perché tutti devono godere della libertà e partecipare al governo. Popolo significa anche democrazia, ma la democrazia senza libertà significherebbe tirannia, proprio come la libertà senza democrazia diventerebbe libertà soltanto per alcune classi privilegiate, mai dell’intero popolo».

Di tutt’altro tenore è il populismo, in tutte le sue salse e possibili declinazioni. Esso si pone come un superamento della democrazia rappresentativa, perché mira a sovvertire le basi della rappresentanza, sostituendola con il principio di identità: il leader parla come il popolo, mangia come il popolo, presenta i vizi stessi del popolo e, in nome di tale identità, pretende di governarlo come il pastore governa il suo gregge; la concezione dello stesso popolo, inteso come comunità organica coesa (gregge) confina ogni opposizione politica dietro la categoria discriminante di non-popolo. Di contro, il popolo in Sturzo è un concetto “plurarchico” e non si identifica con il capo, in quanto lo controlla e lo limita. Il limite e il controllo che esso esercita sono di ordine giuridico, istituzionale e culturale, andando ben oltre la distinzione dei poteri di matrice classico-liberale e fornendo la possibilità di coniugare libertà e uguaglianza, ricorrendo alla nozione di fraternità, in virtù della quale siamo tutti uguali, ma non identici, come i figli di uno stesso padre.

Il problema di fronte al quale Sturzo pone i cattolici di tutti i tempi riguarda la domanda se, in tutta coscienza, i cattolici dovrebbero accettare o magari promuovere un regime politico che nega le libertà politiche, economiche e civili, in cambio di privilegi, per semplice quieto vivere, rinunciando in tal modo a nutrire il terreno dal quale attingere le risorse necessarie per difendere e promuovere i valori che dovrebbero stare loro a cuore. Una rinuncia che, inevitabilmente per Sturzo, comprometterebbe la disponibilità dell’antidoto contro la violenza politica, contro la sopraffazione economica e che sappia opporsi alla prepotenza culturale di chi, avendo conquistato lo “Stato”, sarà nelle condizioni di determinare la vita, gli ideali e gli interessi delle singole persone.

Roma il coraggio di cambiare. Cosa fare per rendere la città moderna, sostenibile, europea. Uno studio di Claudio Cipollini

Roma ha alle spalle un coraggio mancato e di fronte un coraggio possibile. Negli ultimi venti anni hanno governato tutte le parti politiche vecchie e nuove, ma i numeri ora strillano con forza la situazione drammatica in cui versa la città eterna. Ecco allora il primo saggio scritto da un manager che ha lavorato sul campo che affronta la crisi che attanaglia la capitale d’Italia con metodologie innovative per la politica romana in grado di svegliare il gigante che dorme da oltre un decennio. 

Scrive Innocenzo Cipolletta nella prefazione: “Cipollini avanza diverse critiche a quello che oggi è Roma, ma sa che questa città non ha solo una grande storia ma anche un grande futuro che aspetta solo di essere avviato. Come? Cipollini risponde con un approccio che coniughi la politica con il management. Lascio volentieri al lettore di scoprire cosa si intende per un mix tra politica e management, ricordando che Cipollini è un esperto di management e, con generosità, ha riversato questa esperienza nelle problematiche di gestione di una città”

Roma da cinquant’anni è ferma a 2,8 milioni di abitanti e il confronto con le altre città nel mondo, secondo le più recenti classifiche internazionali, non la posiziona mai tra le prime sia se si tratti di turismo (solo 10ema in Europa), sia di competitività (49esima su 120 città nel mondo), sia di sostenibilità (40esima su 100 città nel mondo) o se si consideri il PIL pro-capite (265esima su 1.348 provincie in Europa). Le 19 università (purtroppo poco presenti nel complesso nelle classifiche internazionali) e alcune eccellenze imprenditoriali creano annualmente solo un quarto di start up innovative rispetto a quelle di Amsterdam e di Londra e sono oltre il 30% i giovani disoccupati contro una media del 15% in Europa. E, per finire, due terzi degli abitanti sono insoddisfatti in generale e tanto più lo sono per la mobilità (solo il 7% dei romani dà un voto superiore a 8/10) o per la situazione ambientale (il 45%), con una fiducia nei partiti che crolla a 2,7/10. 

Dati che fotografano una capitale piena di ferite e alle quali le ultime cure degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso non sono bastate. Insomma, una bellissima città ricca di storia ma povera di idee, senza una visione, senza un progetto.

Fare della storia della città e delle sue pur latenti potenzialità e non della sua conservazione il trampolino per il futuro: questa la sfida se si vuole una città sostenibile, europea e moderna nei prossimi dieci-venti anni. Per Roma la sfida è e sarà difficile. Esempi positivi da prendere ci sono in molte città nel mondo e conoscerne i progetti migliori dovrebbe essere il pane quotidiano di qualsiasi amministrazione e classe dirigente seria, competente e focalizzata sul bene comune. 

Claudio Cipollini propone allora un cambiamento vero indicando alla politica un metodo (composto da vari strumenti quali, tra gli altri, la certificazione dei processi di attuazione degli interventi) che consentirebbe di fare piani attuabili, un metodo che viene dalla cultura della complessità e della programmazione, arricchito da competenze e responsabilità. Un sistema che, anche grazie a tecniche manageriali, sarebbe in grado di contribuire ad attuare concretamente i programmi elettorali troppo spesso frutto della ricerca del consenso e delle pressioni delle lobby, più che dell’impegno su un progetto per il bene comune come dimostrano i confronti tra il prima e il dopo di questi ultimi venti anni e le tante occasioni perse (dalla cura del ferro al piano quadro di Rifkin per la terza rivoluzione industriale a Roma, dallo scheletro di Calatrava allo stadio della Roma).

Una proposta quella di Cipollini innovativa e praticabile, un metodo che, esaltando l’ascolto e la partecipazione dei cittadini e nel rispetto del ruolo della politica (pur nella sua fase di crisi ideale), lo porta nel saggio a individuare le sette priorità sulle quali intervenire con urgenza: un progetto generale a medio-lungo termine; la vitalizzazione delle periferie dotandole di servizi, di poli culturali e di un’identità; un’accessibilità basata su una rete su ferro e su parcheggi idonei; la pulizia come presupposto per il ben vivere; la promozione di una cultura viva atta a generare innovazione; la modernizzazione delle piccole e medie imprese che altrimenti rischiano di morire di conservazione; la valorizzazione dei beni culturali e del turismo con approcci e progetti innovativi e attraenti. 

Cipollini propone quindi le leve necessarie per avviare il cambiamento quali la capacità e le competenze per gestirne l’attuazione, un nuovo indispensabile “patto di condivisione” tra le élite e i cittadini, la riorganizzazione della macchina comunale con una proposta specifica per affrontare la ricostruzione post Covid-19 anche con i fondi che arriveranno con il Recovery Plan.

Utile per Cipollini è, infine, la costituzione di un organismo neutrale per analizzare i progetti e i programmi dei candidati e monitorare quello del Sindaco che verrà eletto, valutandone i livelli di attuabilità e credibilità attraverso la verifica della fattibilità e della sostenibilità, dei tempi, dei costi e della soddisfazione dei cittadini. 

Gli italiani sono entrati in possesso di Roma e mai veramente la storia ha affidato ad una nazione una sede tanto sublime e mai ha imposto un compito più difficile e un dovere più severo: conservare e rinnovare la città di Roma, ridiventare grandi a contatto con la sua grandezza”, scriveva nella seconda metà dell’800 lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius. 

Spostamenti tra regioni, arriva il pass

Tra le varie misure preannunciate dal Governo per la prossima fase di tendenziale apertura secondo un piano di “rischio ragionato”, per usare le parole di Draghi, si ipotizza un pass sanitario cartaceo per spostarsi da una regione all’altra a seconda dei colori: necessario per quelle rosse e arancioni, forse non previsto per quelle gialle. Questo attestato dovrebbe dimostrare il possesso di uno di questi tre requisiti: essere guariti dal Covid da almeno sei mesi (con certificato medico) , essere vaccinati, aver fatto un tampone (prevedibilmente molecolare) nelle precedenti 48 ore. Il pass andrebbe a sostituire l’autocertificazione, redatta in precedenza in almeno una dozzina di modelli, sempre aggiornati e resi più restrittivi dai vari DPCM: una forma di attestazione che si era rivelata autoreferenziale, demagogica e inutile se non per sanzionare a posteriori eventuali dichiarazioni non veritiere.

Pare che si tratti dell’anticipazione di un tesserino magnetico che sarà adottato nei Paesi dell’U.E. tra un paio di mesi. Questa misura potrebbe avere un senso se non comportasse un coacervo di ulteriore burocrazia che si aggiunge a quella esistente, già soffocante. L’intendimento percepibile è di razionalizzare e rendere omogenei i criteri di spostamento delle persone ma ciò avviene in un quadro geografico oggettivamente disomogeneo e mutevole. In questo lungo periodo di pandemia si sono riscontrate situazioni di diaspore e di conflitti tra Stato e Regioni: siamo tornati ad un contesto pre-risorgimentale, con i Presidenti di Regione che si autopromuovono Governatori e legiferano in dissenso dalle disposizioni generali che il Ministero della Salute dovrebbe stabilire (ma molto  spesso si astiene dal fare). Non si può governare una pandemia tra minacce di ricorsi al TAR e disposizioni che si accumulano al centro e alla periferia creando una sorta di confusione normativa: la prima obiezione che viene in mente è legata alla cangianza dei colori. Se uno si sposta oggi tra regioni gialle rischia di dover rincorrere attestazioni e certificati nel momento in cui dovesse affrontare un viaggio di ritorno, se le zone nel frattempo avessero cambiato colore: circostanza non infrequente, che riscontriamo quasi quotidianamente, tra varianti del virus, sfumature (arancione, arancione intenso, rosso, rosso scuro, rosso pompeiano, viola topo funebre, direbbe Fantozzi), ordinanze, decreti, circolari, veti, divieti, aperture, chiusure, con limitazioni e disposizioni ai limiti dell’assurdo biologico come il cd. “coprifuoco”, come se il virus si svegliasse di notte.  Muoversi diventerà difficile, complicato e foriero di sovrapposizioni o sostituzioni di norme. Le disposizioni diverse e contrastanti tra le Regioni non aiutano e frantumano l’unità nazionale, sotto il profilo decisorio e normativo

Chi redige il certificato medico se uno si trova fuori casa? Cosa vuol dire “essere vaccinati” se siamo ancora agli inizi della fase della somministrazione del primo vaccino? Fare ricorso ad un tampone PCR comporta code e attese oltre a spese non indifferenti. La domanda sorge spontanea: perchè il Governo, sulla scorta di tutte le possibili raccomandazioni scientifiche del CTS, dell’Ist. Superiore di Sanità, delle autorità che coordinano a livello nazionale il contrasto alla diffusione del virus, secondo le attribuzioni che la Costituzione assegna allo Stato, non adotta provvedimenti validi sull’intero territorio nazionale?

Ci sono le difficoltà oggettive dovute alla pandemia, ci sono le ansie, le paure, le insicurezze, i timori e i turbamenti di chi cerca di non ammalarsi, se incrementiamo anche il peso della burocrazia rischiamo un quadro d’insieme estremamente labile, fluttuante, incerto, mutante come le varianti del virus che stiamo combattendo. Le contraddizioni non mancano e si evidenziano da sole: questa politica del rincorrere gli eventi, anziché anticiparli come sottolineato con sagacia dal Presidente del CENSIS De Rita, produce distorsioni, distinguo, cambiamenti repentini che non giovano alla coerenza dell’insieme. Ne veniamo da un periodo in cui era vietato spostarsi tra regioni mentre era consentito fare viaggi di turismo all’estero.

Ci sono invece italiani che all’estero lavorano o hanno parenti, altri che dall’estero dovrebbero rientrare per ragioni personali: quali saranno le regole per costoro? Vorrei sottolineare i costi di queste operazioni: un tampone PCR costa in media 130/150 euro ma vale solo 48 h. Uno rischia di doverne fare una mezza dozzina se deve spostarsi fuori i confini dello Stato o semplicemente da una zona all’altra. 

Draghi ha giustamente biasimato coloro che non si presentano all’appuntamento vaccinale nel timore di aver somministrato un vaccino anziché un altro. Ma non si spiega perché un giorno quel vaccino era destinato dal Ministero della Salute agli under 60 e il giorno dopo dirottato sulla fascia degli over 65.

Senza contare le dimenticanze sui fragili, ora parzialmente recuperate.

Forse all’origine di questa confusione che non aiuta la gente a capire ne’ la educa a fare il proprio dovere è l’assenza di un organico piano vaccinale. Prima chiarire idee e indirizzi al centro e poi informare i cittadini.

Più telecamere contro l’omertà diffusa

Non terminano certo con la pandemia di Covid-19 i reati contro la persona e il patrimonio. I reati predatori, detti in gergo criminologico “Street Crimes”, sono connotati da una forte carica di violenza sia fisica che non. Rispetto ad altri reati vengono percepiti dalla collettività in maniera più grave.

Questi tipi di reati di “criminalità diffusa”  sono i furti, i borseggi, le rapine, etc. Ledendo tanto la persona quanto il suo patrimonio, creano uno stato di inquietudine diffusa tale da essere questi reati il miglior indicatore della sicurezza/insicurezza di un determinato quartiere, città, Paese. Questi dati, raccolti dalle forze di polizia, erano raccolti fino al 2000 per mezzo del “Modello 165”, basato unicamente sul dato statistico. Dal 1 gennaio 2004 il modello 165 è stato sostituito dal “Sistema di Indagine” (SDI).

Quest’ultimo prevede una partecipazione di tutte le forze di polizia (anche municipale, forestale e guardia costiera) e viene detto quindi “Sistema informatico interforze CED – SDI”. In questa grande banca dati, equivalente dell’ “Anagrafe Tributaria” per il fisco, le polizie, lavorando in concerto, raccolgono le informazioni e i dati acquisiti nel corso di attività amministrative e di prevenzione o repressione dei reati, aggiungendovi altresì informazioni socio-demografiche sia sulle vittime dei reati sia sugli autori di tali reati. Da alcuni dati: lo stile di vita, le opportunità di vita, ed in generale tutto ciò che riguarda la “prevenzione situazionale” (sia lato autore, sia lato vittima), si ricavano gli elementi per mettere in campo una efficace azione di prevenzione.

La “prevenzione situazionale della criminalità” (PSC) si distingue da altri orientamenti criminologici attraverso un procedimento che parte dall’analisi delle circostanze che conducono ad un certo tipo di crimine, introducendo cambiamenti di carattere gestionale o ambientale, al fine di ridurre le possibilità che quel crimine si verifichi. La PSC dunque si concentra sull’opportunità di commettere un reato, ed è quindi portatrice si successi nel campo della prevenzione della criminalità diffusa.

Ospedali, ristoranti, scuole, uffici, negozi, fabbriche, ed altre organizzazioni ed agenzie, dovrebbero attuare le precauzioni più efficaci (ad esempio: videosorveglianza, badge, controllo degli accessi, portierato, etc.) per salvaguardare la loro attività, i dipendenti e i clienti dal crimine. Oggi la videosorveglianza, sia privata (casa, negozio, condominio) sia quella posta dalle forze di polizia e dagli enti locali per i siti istituzionali sensibili, per essere efficace impone un corretto posizionamento delle telecamere, che assicurino una loro visibilità e che evitino che la luce del sole possa oscurare le immagini; la chiara definizione delle immagini; i tempi di acquisizione delle immagini affinché chi visiona i filmati abbia la percezione esatta dei momenti in cui un certo accadimento registrato si è svolto; ed altro. Il supporto che questi sistemi hanno in campo sia preventivo che repressivo è enorme.

E’ necessaria quindi una maggiore conoscenza delle possibilità che il mercato della sicurezza offre al comune cittadino e alle istituzioni, che possono esternalizzare, per quanto possibile, la sicurezza dei loro siti. Una città più controllata è anche più sicura. Un nido in cui la videosorveglianza non è un “occhio indiscreto” ma è essa stessa un metodo di prevenzione sociale del fatto-reato.

Si possono riaccendere i termosifoni a Roma?

I cambiamenti climatici sono evidenti ormai a tutti, e anche Roma risente pesantemente di queste condizioni meteo molto strane. Il 15 aprile sono stati spenti gli impianti di riscaldamento nelle abitazioni private, sembrava ancora inverno. Ci si dimentica spesso, ma è previsto dalle norme, che in presenza di abbassamento delle temperature sul territorio comunale, rispetto alle medie stagionali, il Sindaco può firmare un’ordinanza per il prolungamento del periodo di accensione degli impianti di riscaldamento.

In alcuni comuni dell’Area Metropolitana di Roma, i sindaci hanno utilizzato l’ordinanza sindacale per l’accensione degli impianti di riscaldamento in questa situazione anomala, le sollecitazioni non sono mancate, nel comune di Roma, perché la sindaca Raggi non ha provveduto? Le condizioni ci sono tutte per firmare il provvedimento! Che interessa soprattutto bambini, anziani e malati!

Eppure c’è il limite di 6 ore nella riaccensione e non  12 ore, e  per legge negli alloggi ci sono le valvole termostatiche per i termosifoni, e gli amministratori di condominio senza ordinanza non possono autorizzare l’accensione delle caldaie.

Cosa ci vuole per far predisporre un’ordinanza sindacale dell’Amministrazione Capitolina per il prolungamento del riscaldamento fino a fine aprile? Nei giorni scorsi la grandine caduta a Roma, sembrava neve! Stare dalla parte dei cittadini e tutelarli, non può essere solo uno slogan, quando le esigenze sono ignorate.

Cubismo e Cubisti. Un percorso nella grafica.

Per celebrare i dieci anni di attività, Spazio heart di Vimercate (MB) ospita una mostra rara e preziosa, dedicata alla produzione grafica del Cubismo, con più di 40 opere originali dei principali esponenti del  movimento: da Picasso a Braque, da Gris a Léger, da Gleizes a Marcoussis, da Delaunay a Villon, da Archipenko a Laurens con un occhio di riguardo anche ad artisti meno noti (quali Gallien e Csaky) e a quegli artisti che al nuovo linguaggio si sono avvicinati pur seguendo altre strade (come Severini, Goncharova, Puni).

Cubismo e Cubisti esplora la grafica cubista: un mondo poco noto, un tema che il panorama (anche quello internazionale) delle mostre ha raramente raccontato. In Italia, questa mostra rappresenta la prima occasione per indagare questo aspetto poco consueto della produzione cubista.

Sebbene sia stata una pratica meno diffusa che per altri movimenti, quali ad esempio l’Espressionismo, la grafica ha comunque avuto un significato importante per i cubisti, che hanno incoraggiato anche una certa sperimentazione nel versante delle tecniche.

Gli esemplari noti di grafica cubista dimostrano che le tecniche calcografiche offrirono un ottimo strumento di indagine agli artisti del movimento. Inoltre la circolazione dei fogli, ovviamente più ampia di quella delle opere pittoriche, produsse una diffusione straordinaria del nuovo linguaggio, stimolando molti artisti.

Gli incisori cubisti erano dei coraggiosi sperimentatori. Le tecniche a stampa permettono all’artista la possibilità di concentrarsi sull’essenziale, sulla struttura compositiva, sugli effetti delle superfici. La linearità del segno inciso offre uno strumento ideale per esaminare le strutture compositive.  Nell’incisione si esalta anche la neutralizzazione del colore, un elemento tipico del Cubismo.

La grafica cubista può essere letta, dunque, come un ripensamento della ricerca cubista, un punto di vista differente sui concetti espressi dalla ricerca pittorica e scultorea degli artisti del movimento. Essa rappresenta senza dubbio un’opportunità di approfondimento su alcuni aspetti essenziali del nuovo linguaggio.

Come nella consuetudine delle mostre organizzate da heart – pulsazioni culturali, il percorso espositivo è pensato anche per un pubblico di non addetti ai lavori. Attraverso l’opera grafica si ripercorrerà la storia del movimento cubista nelle sue diverse espressioni, raccontando le ragioni e gli elementi di novità di questo linguaggio destinato a cambiare l’approccio e lo sguardo di molti artisti. Partendo da Braque e Picasso, si arriverà al gruppo di Montparnasse e alla Section d’Or, con particolare attenzione alla figura di Jacques Villon, geniale interprete e straordinario realizzatore di opere a stampa.

I fogli esposti in mostra sono tutti originali d’epoca, talvolta prove d’autore o pezzi unici, spesso molto rari. Essi offrono una preziosa testimonianza della ricerca degli artisti delle avanguardie di inizio Novecento e dell’uso sperimentale e libero che essi fecero delle tecniche a stampa.

Nel corso della mostra saranno previsti incontri di approfondimento sul tema ed eventi dedicati.

 

PA: semplificazione, digitalizzazione e nuove competenze

Semplificazione amministrativa e sburocratizzazione dei processi e delle procedure nei rapporti fra PA e imprese è da sempre al centro del dibattito pubblico e rappresenta un punto cardine del programma governativo del Presidente Draghi. Deloitte Consulting ha avviato uno studio (PDF) sulla complessità amministrativa nei rapporti fra PA e imprese, con l’obiettivo di analizzare il fenomeno, evidenziandone cause ed effetti, e individuare direttrici strategiche di azione per semplificare e snellire la burocrazia.

Dallo studio emerge che l’amministrazione pubblica italiana è poco efficiente perché troppo frammentata: la PA conta in totale circa 10.500 istituzioni, molte delle quali diverse tra loro nelle modalità operative e con competenze che spesso tendono ad accavallarsi. Infatti, solo l’1,7% degli organi burocratici è centralizzato, mentre il rimanente circa 98% è sparpagliato in organi locali. Il risultato è un eccesso di norme e soggetti regolatori che rende difficile la vita alle imprese. Un vero e proprio labirinto amministrativo che costringerebbe ogni impresa a spendere fino a 1200 ore in iter amministrativi e comporterebbe un costo annuale della burocrazia per oltre 57 miliardi di euro.

 

Covid: In Gran Bretagna cercano giovani guariti da reinfettare

Giovani sani guariti da Covid-19 verranno riesposti al coronavirus pandemico per capire come il sistema immunitario reagisce a un ‘nuovo incontro’ con il patogeno.

Lo studio partirà questo mese nel Regno Unito, con l’obiettivo di progettare test, terapie e vaccini più efficaci contro l’infezione.

Il trial – sostenuto dal Wellcome Trust e coordinato da Helen McShane dell’università di Oxford – arruolerà fino a 64 volontari di età compresa fra 18 e 30 anni, che trascorreranno 17 giorni in un’unità di quarantena allestita in contesto ospedaliero e saranno sottoposti a numerose analisi, inclusi esami polmonari. La reinfezione deliberata avverrà in un “ambiente sicuro e controllato”, riferisce la Bbc online, “sotto stretto controllo medico”.

I partecipanti verranno esposti al ceppo originario di Sars-CoV-2, il coronavirus di Wuhan. La prima fase dello studio intende stabilire qual è la ‘dose’ più bassa di virus che può contagiare i volontari, iniziando a replicarsi nell’organismo bersaglio, ma dando origine a un’infezione asintomatica o paucisintomatica. Questa dose virale verrà poi usata per infettare i partecipanti a un secondo step della ricerca, che dovrebbe cominciare in estate. I volontari che sviluppano sintomi riceveranno un trattamento a base di anticorpi e verranno dimessi solo quando non saranno più in grado di trasmettere il coronavirus.

I cosiddetti “studi challenge ci dicono cose che altri studi non possono dirci – spiega McShane – perché, a differenza delle infezioni naturali”, quelle indotte in questo genere di trial sono “strettamente controllate. Quando reinfettiamo questi volontari sapremo esattamente come il loro sistema immunitario ha reagito alla prima infezione, quando si verifica la seconda e con quanto virus sono entrati in contatto. Oltre a migliorare la nostra comprensione della malattia, questo tipo di ricerche può aiutarci a progettare test in grado di prevedere con precisione se le persone sono protette”.

Secondo Lawrence Young della Warwick University, questi studi “miglioreranno in modo significativo la nostra comprensione delle dinamiche dell’infezione virale e della risposta immunitaria, oltre a fornire informazioni preziose per aiutarci a sviluppare nuovi vaccini e terapie antivirali”.

Essere cattolici e essere politici. La profezia di don Sturzo. Intervista a Giovanni Grasso.

Riportiamo un ampio stralcio dell’articolo pubblicato sulle pagine di https://www.vaticannews.va/ a firma di Laura De Luca

Basandosi su testi originali di entrambi i personaggi storici, Giovanni Grasso, portavoce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha immaginato in un atto unico dal titolo ‘Fuoriusciti’, un incontro negli USA degli anni venti-trenta, quando entrambi, don Luigi Sturzo e Gaetano Salvemini, erano esuli dall’Italia fascista. Prodotto dallo Stabile di Brescia per la stagione 2019 -2020 con le interpretazioni di Antonello Fassari (don Sturzo) e Luigi Diberti (Salvemini) lo spettacolo è stato purtroppo sospeso causa pandemia e presenta due figure per molti versi speculari in quanto opposte, ma soprattutto documenta un rapporto basato su una grande capacità di dialogo, nonostante tutte le differenze. Ne parliamo con lo stesso Giovanni Grasso:

Sturzo e Salvemini: due personaggi meno lontani di quanto si possa immaginare… E in che cosa furono vicini?

R. – Io credo che i grandi personaggi della storia (Sturzo e Salvemini sono protagonisti forse non troppo conosciuti del secolo scorso) mostrino la loro grandezza proprio nella capacità di superare i limiti temporali della loro vicenda personale e lasciare insegnamenti anche a chi viene dopo. Credo che da entrambi venga un lascito universale che va oltre i loro tempi, forse da Sturzo di più perché era un teorico, un filosofo della politica, Salvemini invece spese la sua vita nella politica contingente, non fece progetti a lunghissima scadenza…

Definirli universali ci impedisce però di definirli attuali o di pensarli comunque modelli anche per un tempo come il nostro che, al netto dell’emergenza sanitaria planetaria, non sembrerebbe presentare affinità con il loro tempo. Allora si viveva in una dittatura dichiarata. E dunque quali suggerimenti possono provenire da Sturzo e Salvemini per il nostro presente?

R. – L’insegnamento fondamentale è questo amore fortissimo, senza mediazioni nè compromessi, per la libertà. La libertà e la democrazia vengono prima di qualsiasi altro pensiero o progetto. Ora, se questo è facilmente comprensibile per un personaggio come Salvemini, che veniva dal socialismo liberale, che era un democratico, nel caso di Sturzo è ancora più interessante perché a quel tempo non tutti i religiosi avevano un’idea così forte della libertà e della democrazia. Al contrario: c’erano fortissime tendenze teocratiche contro cui Sturzo però si è sempre battuto. Del resto, nella storia, quasi mai si possono fare paragoni fra diverse epoche. Però alcuni aspetti sono interessanti. Per esempio si discute oggi – ed è uno dei maggiori crinali di divisione fra i vari Paesi – fra approccio multilaterale e nazionalista (o sovranista). Tutta la predicazione di Sturzo, fin dagli anni dell’esilio, ovvero dal 1924 in poi, è fortemente critica verso il nazionalismo, che si cominciava a manifestare nelle varie dittature. E su questo il discorso è attuale ancora oggi. Comunque non mi spingerei oltre nel cercare similitudini fra le due epoche. Vorrei solo sottolineare che coloro che hanno combattuto per la libertà, che hanno preferito la via dell’esilio piuttosto che “accomodarsi” in Italia contro la propria coscienza e il proprio sistema di valori (una scelta storica che avrebbe potuto portare anche al sacrificio della vita) sono persone che meriteranno sempre nei secoli futuri il diritto alla memoria.

C’è un passaggio del suo testo in cui lei mette in bocca a don Sturzo (quasi tutta la pièce è basata su testi originali, NdR) l’accusa contro la classe politica post-unitaria di aver imposto dall’alto modelli uguali per tutti. Una unificazione rigida e centralizzata. Questo “errore” è ancora il nostro?

R. – Naturalmente è nota la polemica di Sturzo sullo stato accentratore, sui piemontesi che arrivano in Italia e impongono regole uguali per tutti in un territorio geograficamente ma anche socialmente e culturalmente molto diverso. Da quello che leggo sui giornali mi sembra che il tema oggi sia un po’ all’opposto: si dovrebbero riportare allo stato centrale alcune competenze che sono state elargite con eccessivo ottimismo alle regioni. E lo si è visto con la pandemia. Oggi poi usiamo erroneamente il termine “federale”, visto che il federalismo è un movimento verticale, che unisce stati divisi. Sturzo stesso infatti parlava piuttosto di regionalismo, della possibilità di dare più poteri alle regioni, e alle comunità locali la possibilità di organizzarsi autonomamente. Un tema, come lo pone Sturzo, molto attuale. Certamente sono molto attuali le denunce che sia Sturzo che Salvemini facevano sull’arretratezza del meridione. E va ricordato che erano entrambi meridionali e meridionalisti (Sturzo siciliano, Salvemini pugliese, NdR). Questa arretratezza – oggi si direbbe questo divario economico Nord-Sud – è ancora uno dei problemi irrisolti dell’Italia contemporanea.

Qui l’articolo completo

Barometro Cisl e Crisi pandemica: la stratificazione delle diseguaglianze.

Il Barometro Cisl, seguendo l’ispirazione e l’impostazione del Benessere Equo e Sostenibile (BES), non si limita ad analizzare il PIL e le variabili macroeconomiche ad esso correlate.

Mira, infatti, ad elaborare una misura, sufficientemente rigorosa, del benessere o del disagio sociale delle famiglie italiane attraverso l’analisi di cinque domini (Lavoro, Attività economica, Istruzione, Redditi, Coesione sociale) e la costruzione dei loro indici ponderati specifici che concorrono a definire l’indice ponderato sintetico del benessere o del disagio delle famiglie italiane.

Entra, conseguentemente, nella struttura cellulare dei fenomeni economici, sociali, culturali che determinano il grado di benessere-disagio della società italiana, offrendo un contributo conoscitivo prezioso, a maggior ragione nelle fasi di crisi come quella che stiamo vivendo.

Amartya Sen (insieme a Joseph Stiglitz ed a Jean Paul Fitoussi protagonista della Commissione Sarkozy nel 2008) è stato uno dei padri riconosciuti del BES. A lui siamo debitori del celebre chiasmo: “Noi non misuriamo ciò che siamo, ma siamo ciò che misuriamo”. che, al di là dell’apparente assonanza enigmatica, significa che assumere il benessere come oggetto di analisi significa creare le condizioni teoriche per dotarsi della strumentazione strategica necessaria per realizzarlo, per cui noi , in ultima istanza siamo potenzialmente ciò che misuriamo.

Il Barometro, in base ai dati Istat del quarto trimestre 2020 ed all’indice sintetico che ne consegue (al di sotto del valore 90 fatto 100 il 2007) ci dice che la crisi economica e sociale scatenata dalla pandemia è inedita e particolarmente grave. Non nasce direttamente nel circuito finanziario, economico, commerciale. E’ un effetto indiretto dei “danni collaterali “ di un modello di crescita e di società che ha distrutto, sistematicamente, gli ecosistemi sino a produrre, certamente per le pandemie “zoonotiche “ dell’ultimo trentennio, quella contiguità fisica, prima assente, con gli animali portatori di virus che ha fatto dell’uomo l’ospite supplente ottimale.

Il canale di trasmissione dalla crisi pandemica alla crisi economica e sociale è rappresentato dalle restrizioni che la strategia sanitaria di difesa dal contagio ha richiesto ai sistemi di produzione, distribuzione, consumo di beni e servizi.

Ne sono derivate profonde differenziazioni negli squilibri reddituali, economici e patrimoniali fra:

settori nei quali la produzione, la distribuzione, il consumo dei servizi sono tutt’uno e che necessitano di un alto grado di concentrazione e di prossimità fisica delle persone (turismo, alberghi, ristorazione, spettacoli, manifestazioni culturali, scuole ed istituti di formazione, meeting aziendali, sport, moda, fiere) che hanno subito chiusure e restrizioni molto stringenti e prolungate;
settori che non avendo un grado così elevato di esposizione pandemica (manifattura) hanno risentito degli effetti, comunque meno gravi e transitori, dell’andamento della domanda internazionale e del crollo dei consumi interni;
settori che hanno migliorato, notevolmente, le performance (chimico-farmaceutico, informatico).

Le differenziazioni settoriali hanno trascinato profonde differenziazioni territoriali. La crisi economica e sociale si è, infatti, distribuita sul territorio nazionale seguendo la traiettoria del grado di specializzazione delle economie regionali e locali, secondo la regola: quanto maggiore la presenza di attività ad alto rischio di moltiplicazione del contagio, come quelle citate, tanto più tassative le chiusure e le restrizioni, tanto più grave la crisi. Con differenze accentuate anche fra territori contigui delle stesse regioni.

Le profonde segmentazioni economiche e sociali che storicamente distanziano il Centro-Nord dal Sud-Isole sono state: ulteriormente e trasversalmente segmentate al loro interno, dopo la crisi 2008-2009, fra territori integrati nelle catene globali del valore e territori che vivono negli interstizi del mercato interno;
la differenziazione settoriale e territoriale aggiuntiva generata dalla pandemia, configurando una stratificazione di diseguaglianze, approfondita;
dall’area sociale precaria dei contratti a termine, donne e giovani, che hanno pagato il prezzo più alto della disoccupazione e dalla povertà assoluta in crescita elevata.

Il gioco combinato e cumulativo di una tale stratificazione di diseguaglianze e la loro crescente pervasività è destinato a rafforzare la tendenza alla disgregazione sociale del nostro Paese.

Il Barometro Cisl segnala, a questo proposito, che l’indice ponderato del dominio coesione sociale, nel 2020, dopo ampie oscillazioni verso il basso sino a sfiorare il valore 85 fatto 100 il 2007, ha registrato una ripresa significativa negli ultimi due trimestri.

E’ il risultato dell’imponente e lungimirante impegno strategico della Cisl e del Sindacato confederale a favore di una politica monetarie e fiscale straordinariamente espansiva per sostenere il lavoro, le famiglie, le imprese. Basti considerare che gli occupati equivalenti alle ore, effettivamente utilizzate, di cassa integrazione nel 2020 sono pari a 1,2 milioni. Quanti sarebbero stati i licenziamenti senza il blocco degli stessi e la Cassa integrazione Covid 19?

E’ stato sufficiente che l’Istat abbia cambiato i criteri di calcolo della disoccupazione, adeguandosi alle regole europee e contabilizzando fra i disoccupati i lavoratori in cassa integrazione assenti dall’impresa da oltre tre mesi, per farla raddoppiare a 945.000 unità.

Dati così dirompenti incorporano una chiara indicazione strategica: non è possibile allentare né abbandonare gli strumenti di protezione sociale operanti sino a quando non sarà superato il punto di non ritorno sia dell’uscita dalla pandemia, sia di una solida ripresa strutturale che incorpori il codice genetico di un modello di sviluppo socialmente responsabile ed ambientalmente sostenibile.

In questa, necessaria, prospettiva il monitoraggio e la valutazione dello stato di realizzazione degli obiettivi del Piano Nazionale di Ripartenza e di Resilienza e delle Riforme, richiesto dalla Commissione Europea, adottando il modello del BES, risulterebbe, quanto mai, coerente ed efficace.

Superlega, quando la rivoluzione (non) è un pranzo di gala

Scriveva Mao Tse Tung nel famoso Libretto rosso che “la rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo: non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza e magnanimità”. Oggi le stesse parole si potrebbero applicare al progetto Superlega. Al di là della prova di forza, è un disegno rozzo e poco convincente: quindici grandi club europei (con l’esclusione eloquente dei top team francesi e tedeschi) hanno firmato un contratto per dare vita, a partire dalla prossima stagione, ad un “supercampionato” continentale. Naturalmente chiuso e su invito, senza cioè tenere conto delle classifiche dei campionati nazionali, che determinano l’accesso alle Coppe europee. Cui prodest?

E’ significativo che a capo dei “rivoltosi” della Superlega attuale ci sia Andrea Agnelli, cioè un discendente della famiglia torinese proprietaria della Juventus da più di un secolo. Il quale forse dimentica (o finge di non ricordare) come lo zio Gianni promosse una discreta ma incisiva moral suasion per bloccare il precedente progetto di Superlega europea. Sì, perché l’iniziativa in cantiere non è neanche nuova. Correva infatti l’anno 1999 e alla guida dei “rivoltosi” c’era Sergio Cragnotti, patron della Lazio, fresca vincitrice della Coppa delle Coppe (non a caso ritirata subito dopo). Lo scopo era esattamente lo stesso: la nascita della Superlega europea. Il presidente del Bayern Monaco, a nome della potente Bundesliga tedesca, diffidò i club ribelli dal procedere oltre. Nel 1999 come nel 2021. La guerriglia calcistica si risolse allora in una migliore spartizione degli introiti commerciali a favore dei club più ricchi e a un diverso format della Champions League (in vigore fino ad oggi).

Bisogna anche considerare che dietro le decisioni importanti di Sergio Cragnotti c’era spesso Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, main sponsor e primo azionista della società biancoceleste. Così come alle spalle di Andrea Agnelli non è difficile intravedere la sagoma imponente di Florentino Perez, suo grande alleato. Anche il patron del Real Madrid vuole terremotare il calcio europeo, auto-proclamandosi presidente della costituenda Superlega. Ha anche messo nel mirino Autostrade per l’Italia, dicendosi convinto che valga 10 miliardi di euro, più dell’offerta concorrente formulata da Cassa Depositi e Prestiti (che vuol dire Ministero del Tesoro) senza neanche chiedere una due diligence. Naturalmente non gliene importa nulla se il resto del calcio europeo uscirebbe distrutto dall’operazione: qui conta solo stare bene a tavola e mangiare tanto (in pochi).

Questo passaggio porta con sé ulteriori considerazioni. Fiat-Fca vende automobili in Europa e nel mondo e risponde essenzialmente al gradimento della propria clientela. Non può prescindere dalla propria accountability. Rovesciare il mondo del calcio (con i suoi riti e le sue tradizioni) per un puro scopo economico, avendo contro milioni di persone in ogni parte d’Europa, non sembra una felice operazione di marketing. Assomiglia più a un azzardo. Il calcio è una delle poche sfumature della vita rimaste ancora sentimento (perfino in quest’anno segnato dalla pandemia), ma colpito alle spalle può sprigionare rabbia e rancore. E’ un affare? Può facilitare la vendita di automobili? Sarebbe interessante conoscere al riguardo il parere di John Elkann: difficile pensare che il cugino Andrea, prima di dimettersi dall’Esecutivo Uefa (l’organizzazione calcistica continentale), non lo abbia neppure consultato. A giudizio di chi scrive, l’atteggiamento “piratesco” da parte dei club ribelli non avrà lunga vita. Per varie ragioni. Mettendo da parte l’aspetto emotivo (proprio delle tifoserie), bisogna considerare che i broadcaster televisivi non sono ingenui. Sanno perfettamente che il valore commerciale (e di relativa audience tv) della Champions League è oggi probabilmente superiore a quello di un’eventuale Superlega. Dunque al momento sembra più un golpe “da operetta” che un progetto serio, di lungo periodo. Si torna così alla domanda iniziale: cui prodest?

“L’Italia che verrà” . Parla Renzo Gubert.

Pubblichiamo un estratto dell’articolo apparso sulle pagine della rivista https://www.ilpopolo.cloud/ a firma di Luigi Rapisarda

In una ridente giornata di aprile, ancora attanagliati dalle restrizioni anti-covid, in attesa che il piano vaccinale si dispieghi nella sua massima potenzialità, con l’arrivo di nuove forniture, ho avuto il piacere di soffermarmi,via web,con il Sen. Renzo Gubert, Presidente del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana , discutendo sugli attuali scenari dell’azione di governo e sulle dinamiche future che si intravedono necessarie in una visione di paese che riescano, finalmente, a dare una inversione di tendenza capace di farsi artefice di un armonico processo di sviluppo e di progresso per l’intero territorio.

Oltre a non trascurare uno sguardo alle dinamiche geopolitiche.  E abbiamo concentrato la nostra conversazione in dieci domande.

1) Con il big bang che si è abbattuto sul nostro sistema politico, giunto in questa ultima crisi di governo ad un allarmante stallo e con esso all’incapacità di creare una maggioranza politica per la formazione di un nuovo esecutivo, risolta solo ad opera del diretto intervento del Quirinale,con la formazione del governo Draghi, si è innescato un forte processo di riconversione organizzativa e strutturale in alcune forze politiche e molta importanza sembra assumere, in prospettiva, la formazione di una nuova classe dirigente fondata sugli assi della competenza, dell’etica pubblica e del senso civico.

Quale soluzione identitaria sta privilegiando il partito in questa fase riorganizzativa e propositiva, rispetto al tradizionale assetto che caratterizzò’ la vecchia DC, ove le correnti,che erano in primo luogo laboratori di idee e non strumenti di potere furono l’espressione più alta di pezzi di territorio e di società, e quale indirizzo prioritario sta imprimendo alle nascenti scuole di formazione nei territori?

Di partiti in Italia ce ne sono molti, piccoli, medi e grandi e un movimento che alle ultime elezioni aveva ottenuto la maggioranza relativa si sta trasformando in partito. La loro identità è individuabile solo con riferimento alla collocazione nel continuum destra-sinistra in combinazione con l’identificazione  più o meno forte in un leader che ambirebbe ad essere carismatico o, invece, con residui richiami alla democrazia interna. Lungo il continuum destra-sinistra si constata come cambi il rilievo di alcune posizioni. A destra assumono più rilievo concetti come sovranità nazionale, libera iniziativa economica, attenzione ai valori della tradizione, anche quelli relativi alle relazioni uomo-donna, famiglia, religiosità, mentre a sinistra quelli di cosmopolitismo, di gestione di economia e servizi da parte di enti pubblici, di sostegno alle tendenze individualiste e relativiste per quanto concerne i valori tradizionali, in nome della modernità. Lungo il continuum tra leaderismo personalizzato e democrazia partecipativa si è notata una collocazione verso il primo degli estremi (anche nel partito-movimento che ha fatto della democrazia diretta un principio fondamentale), contravvenendo al dettato costituzionale che prevede la strutturazione democratica dei partiti. Lei mi chiede quale soluzione identitaria stia privilegiando il partito, anche rispetto alla “vecchia DC”. In primo luogo l’identità non è definita dal continuum destra-sinistra, bensì dal fare riferimento al pensiero sociale cristiano maturato di fronte alle sfide della modernità. E non solo codificato in documenti di pontefici e vescovi, ma anche dal movimento cattolico nelle sue esperienze storiche. Tale pensiero intende approfondire le questioni di che cosa richieda la ricerca del bene comune per quella parte che dipende dalla politica e dall’azione sociale. Questo il compito fondamentale delle scuole di formazione. Non che manchino scelte conformi all’etica sociale cristiana nei vari partiti esistenti. Ciò che manca è un partito che si ispiri al pensiero sociale cristiano nella sua integralità, evitando di sottolineare una posizione e di trascurarne altre. E ciò porta a una posizione di centro, di centro per l’equilibrio tra istanze diverse, da contemperare.Quanto al secondo continuum la DC non può  che voler essere un partito democratico, evitando leaderismi, forme di democrazia plebiscitaria, correntismi per garantirsi posizioni di potere, centralismo democratico. La democraticità partecipativa è principio forte del pensiero sociale cristiano e deve innanzitutto valere   per le strutture associative, partiti compresi, che ad esso si ispirano.     Finora il processo di ripresa della DC ha seguito questo principio, ma non è sempre facile farlo da parte di tutti.     

2)Assistiamo sempre più a sottrazioni di funzioni e responsabilità in capo alle istituzioni rappresentative dei poteri fondamentali dello Stato. Al punto che si rafforzano tendenze nel istituire task force e tavoli di esperti per la gestione ed il monitoraggio, ora per l’attuazione del Recovery plan, poi chissà per quali altri progetti di ammodernamento, che invece sarebbero di specifica pertinenza del governo e delle sue articolazioni dipartimentali.  Decisioni che svuotano di responsabilità concreta la politica e fanno perdere credibilità ed autorevolezza ai poteri dello Stato. Ritiene che si debbano arrestare queste prassi che deviano dal dettato costituzionale o ritiene, invece, che debba essere assecondata per una diversa articolazione delle competenze e delle responsabilità?

Nella mia esperienza prima amministrativa locale e poi politica ho quasi sempre dovuto constatare come i meccanismi democratici di elezione non selezionano le persone più esperte, ma quelle che hanno saputo conquistare la fiducia degli elettori, basata molto sulla capacità di intessere rapporti, di costruire influenza tramite associazioni e capacità comunicativa nei mezzi di comunicazione di massa ed ora anche nei mezzi di comunicazione via internet. Ma la complessità della società contemporanea richiede che le decisioni siano prese conoscendo bene la situazione e sapendo quali siano le “variabili strumentali” da manovrare per modificarla in relazione ai fini desiderati. E la complessità del campo scientifico e tecnico è tale che solo più specialisti insieme possono scegliere, meglio di uno. Giusto, quindi, che scienziati e tecnici, riuniti in comitati, preparino le decisioni. Certamente la decisione spetta agli organi politici e istituzionali e perché questi non siano meri dipendenti delle strutture di esperti occorre che i politici che li compongono ne capiscano e sappiano capire la portata sociale, economica, culturale, politica delle scelte proposte. Un modo per agevolare tale vaglio politico è chiedere alle strutture di esperti di proporre più alternative, con analisi costi-benefici di ciascuna. Necessario sempre è che i responsabili politici e istituzionali definiscano gli obiettivi da raggiungere. La tecnocrazia è un pericolo reale, ma buoni politici sanno evitarlo proprio per il rispetto del principio del primato del bene comune definito in modo democratico.

3) Uno degli effetti deleteri della pandemia è stato l’affievolimento del ruolo del parlamento nel dibattito sulle misure da adottare e sui piani vaccinali.  E molta parte di questo squilibrio tra i poteri, ove sembra aver dominato un facile ricorso a strumenti normativi (Dpcm)agili ma di natura secondaria e quindi non titolati a derogare e incidere sui diritti fondamentali, non pare difficile individuarlo nella competizione disarmonica tra Stato e Regioni per effetto di una distribuzione di competenze e titolarità normative, irrazionali e sproporzionate, soprattutto quando si presentano eventi che mettono a dura prova l’interesse nazionale.  Ritiene ancora spendibile tale assetto organizzativo e di ripartizione dei poteri normativi nel territorio o non appare più aderente alle nuove prospettive di crescita, come l’attuazione del Recovery plan prefigura, accarezzare l’idea di una diversa forma di “decentramento” con l’istituzione di macroregioni, se non addirittura pensare ad un modello federativo di nuovo conio,con meccanismi di perequazione e di compensazione capaci di ridurre il divario tra i territori?

Uno dei principi di fondo del pensiero sociale cristiano è quello della sussidiarietà, nelle sue dimensioni orizzontale (rapporti tra struttura pubblica e iniziativa sociale) e verticale (rapporti tra diversi livelli territoriali di organizzazione politico-amministrativa). L’Italia è nata centralista 160 anni fa e poi ha maturato maggiore aderenza al principio di sussidiarietà verticale, cedendo competenze a livelli sovrastatali e infrastatali. Sono stati grandi passi avanti, compresa l’ultima riforma costituzionale che il centro-sinistra ha voluto per rafforzare le competenze regionali, molto striminzite nella riforma che nel 1970 ha istituito le regioni ad autonomia ordinaria, con grande apporto della DC e in conformità alla previsione costituzionale. Lei lamenta le difficoltà evidenziate dalla gestione della sanità  in materia di pandemia covid 19. Il nodo viene da qualcuno rintracciato nelle cosiddette “competenze concorrenti” di stato e regioni. Si può semplificare la ripartizione delle competenze, riducendo il numero di quelle concorrenti? Probabilmente sì, ma ricordo in Parlamento il dibattito al riguardo. Se per risolvere un problema v’è necessità di un concorso di stato e regioni, proprio anche per le diversità socio-economiche e culturali sul territorio, non vedo perché Stato e regioni non possano collaborare e integrarsi. Se poi sono in gioco valori fondamentali per la popolazione intera già nel testo costituzionale vigente è previsto che lo Stato possa assumere su di sé responsabilità esclusive.Più che sulla struttura istituzionale punterei il dito nei confronti di concreti comportamenti di presidenti di regione per un verso e di ministri per un altro. Fa riflettere che mentre finalmente il Governo fissa principi validi in tutta Italia per il piano vaccinazioni, vi sia un presidente di regione che si dissocia e segue sue vedute. Meglio abolire le regioni e puntare su macroregioni? Le due strutture non sarebbero in contraddizione: diversi gli ambiti territoriali e quindi le competenze meglio esercitate a ciascun livello. Semmai riprenderei un dibattito che negli anni ’70 era vivace, con grande ruolo della DC, sull’ente intermedio tra regione e comuni. Il modo nel quale si è intervenuti sulle Province certamente non è razionale e deve far guida il principio di sussidiarietà.

 4)Un altro effetto distorcente della pandemia è stato il ribaltamento delle tradizionali alleanze geopolitiche.  Anche se non sono state ininfluenti le linee di indirizzo impresse da quattro anni di presidenza Trump nel dichiarato disimpegno su alcune tradizionali alleanze.  Fatto è che con il forte indebolimento del fianco Atlantico dell’Europa si è finito per aprire ampi varchi al già insidioso e temibile espansionismo cinese che ha trovato ponti d’oro nel pressappochismo geopolitico del partito di maggioranza relativa.  Ed anche le politiche di attenta cooperazione dell’Italia con i paesi del mediterraneo, a cominciare dalla Libia, il cui territorio appare oramai ripartito sotto la tutela armata di Russia e Turchia, mentre il nostro paese sconta una politica estera superficiale, hanno perso gran parte del potere di mediazione.  Su quali assi portanti si dovrebbero indirizzare le proposte di politica estera in questo nuovo scenario post-pandemico ove grande importanza assume la questione mediterranea legata principalmente alla soluzione del conflitto interno libico?

Sono stato su spinta dell’on, Vittorino Colombo, DC, già Presidente del Senato e del sociologo don Franco Demarchi, promotore e Presidente dell’Associazione Parlamentare “Amici della Cina” (ora Presidente onorario). La Cina con le liberalizzazioni economiche introdotte da Deng Xiaoping è riuscita a portare oltre un miliardo di uomini da una situazione di grande povertà a una situazione di moderato benessere, pur con zone ancora povere nelle aree rurali, specie nell’ovest. Grazie anche ad apertura e grandi investimenti occidentali ha compiuto un miracolo economico. E’ un paese governato da un partito, comunista, che è fortemente cambiato. Si può vedere cosa non va, rispetto ai canoni democratici occidentali, ma è giusto anche vedere ciò che è migliorato, anche in termini di democrazia e di libertà. La sua domanda pone l’accento sull’espansionismo cinese e in effetti da non pochi anni da paese che chiedeva aiuto allo sviluppo la Cina è diventata paese che investe all’estero e con ciò aumenta la sua influenza politica ed economica. La “nuova Via della Seta”, sostenuta agli inizi anche dai parlamentari dell’Associazione che presiedevo, con la comunicazione porta anche l’apertura a processi di aumento di influenza. Il modo per non diventare dipendenti non mi pare però quello della chiusura, ma quello del dialogo, sulla base dei valori che lo stesso governo cinese afferma di sostenere, come il multilateralismo a livello internazionale, la corretta competizione evitando dumping sociale e ambientale, tutela delle minoranze, ecc.. Condivido le valutazioni sul caso della Libia e in generale sulla politica mediterranea. L’aggressione a Gheddafi sostenuta da alcuni paesi nostri alleati e dall’Italia obtorto collo accettata, ha cambiato il quadro, neppure a vantaggio dei paesi aggressori, ma di Russia e Turchia. I nuovi sviluppi politici potrebbero essere un buon inizio di un cambiamento, come la recente  visita del Presidente del Consiglio Draghi aiuta a sperare. Più in generale va continuata la valorizzazione della NATO come strumento di  difesa e di controllo dei conflitti su mandato ONU, va potenziato il “governo globale” dell’ONU e di altre istituzioni globali, nel rispetto del principio di sussidiarietà, va potenziato l’impegno a favore dei paesi poveri del mondo, aiutandoli  in materia di debito, di lotta alla fame e alle malattie, in materia di sviluppo eco-sostenibile attento ai bisogni di sussistenza delle popolazioni locali.

Qui l’articolo completo 

Scuola: Andis, delegare ai presidi la scelta su percentuale alunni in presenza

“Tra il personale scolastico e le famiglie continua a diffondersi un forte sentimento di preoccupazione e di ansia circa i possibili rischi connessi alla ripresa, dal prossimo 26 aprile, delle lezioni in presenza anche per le secondarie di II grado, senza che siano stati predisposti servizi aggiuntivi e più efficaci interventi di prevenzione”. Ad affermarlo in una nota è Paolino Marotta, presidente di Andis, Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici.

“L’Andis – spiega il presidente Marotta – ribadisce la necessità e l’urgenza di emanare alcune misure indifferibili, fra le quali aggiornare il protocollo di sicurezza anche in relazione alla diffusione delle varianti COVID; delegare ai dirigenti scolastici il compito di definire, in rapporto al protocollo di sicurezza e alla capienza dei locali, la percentuale di alunni, a partire dal 50%, da ammettere alle lezioni in presenza; prevedere la somministrazione di tamponi periodici agli alunni e al personale della scuola”.

Fondamentale, conclude il rappresentante dei Presidi, “definire efficaci misure di tracciamento, emanare linee guida unitarie all’indirizzo di ASL/USL, completare la vaccinazione del personale scolastico, aumentare i mezzi di trasporto scolastico, affidare alla Protezione Civile e alle organizzazioni di volontariato il controllo sugli assembramenti”.

Confesercenti: nel 2021 a rischio chiusura definitiva 70mila attività commerciali

Le restrizioni per il Covid spingono le vendite online e affossano quelle di negozi e supermercati e questo, insieme alla crisi dei consumi innescata dalla pandemia, sta mettendo in grave difficoltà l’intero comparto del commercio al dettaglio. Lo evidenzia un’analisi di Confesercenti, secondo le cui stime sono circa 70mila le attività commerciali che, senza una decisa inversione di tendenza, potrebbero cessare definitivamente nel 2021. A rischio soprattutto le 35mila attività nei centri e gallerie commerciali, dice Confesercenti, che chiede che “anche i centri commerciali” vengano “inseriti nel piano delle riaperture”.

Nel primo bimestre del 2021, evidenzia l’analisi di Confesercenti, gli acquisti presso la grande distribuzione e le piccole superfici si sono ridotti, rispettivamente, del 3,8 e del 10,7%, mentre le vendite sul canale on-line sono aumentate del 37,2%. Significativamente, l’espansione del commercio elettronico ha segnato un’accelerazione a partire dallo scorso ottobre, quando le misure adottate per contrastare la seconda e poi la terza ondata del contagio hanno piegato vero il basso le vendite nei canali tradizionali, spiega lo studio, precisando che si tratta di un’evoluzione già osservata in occasione del primo lockdown di marzo-aprile 2020.

Lo spostamento delle quote di mercato a vantaggio dell’online, unitamente alla crisi dei consumi innescata dalla pandemia, sta mettendo in grave difficoltà l’intero comparto del commercio al dettaglio.

“Di fatto, le misure di restrizione, per le modalità con cui continuano a essere attuate, stanno determinando una strutturale e non governata redistribuzione delle quote di vendita verso il canale on-line”, commenta Confesercenti. “A rischio sono soprattutto le 35mila attività collocate dentro i centri e gallerie commerciali. L’obbligo di chiusura nel fine settimana, che rappresenta il 40% delle vendite di queste attività, è un cataclisma sul comparto. Un divieto – puntualizza Confesercenti – che ignora gli alti standard di sicurezza, dall’areazione al controllo degli ingressi, disposti da centri e gallerie e che genera una perdita di almeno 1,5 miliardi di euro per ogni weekend, in buona parte a vantaggio del canale di distribuzione online”.

L’Emilia-Romagna guida la sperimentazione dell’intelligenza artificiale e dei big data nella PA

Trasformazione digitale della Pubblica amministrazione, per servizi innovativi e risposte rapide ed efficaci a beneficio di cittadiniimpreseterritori. Un traguardo a cui lavoreranno dodici Regioni europee, insieme a partner privati, guidate dalla Regione Emilia-Romagna, che ha vinto la call della Commissione Europea per sperimentare l’applicazione dell’intelligenza artificiale e dei Big data nei processi organizzativi e operativi della Pa.

Per la nuova programmazione europea 2021-2017, la Commissione Europea ha stanziato oltre 7 miliardi su Digital Europe e pubblicherà bandi a gestione diretta destinati a diversi ambiti tra cui calcolo ad alta prestazione, intelligenza artificiale, cybersecurity, competenze ed interoperabilità. Ciò a complemento degli obiettivi e delle risorse previste dai fondi strutturali e dal programma Horizon Europe.

L’Emilia-Romagna e i suoi partner europei avviano quindi una collaborazione strategica in settori chiave – Intelligenza artificiale e Big Data – per cambiare le organizzazioni pubbliche, anche valorizzando imprese e centri di ricerca dei territori delle Regioni.

A vincere il bando per l’Azione Preparatoria “Intelligenza Artificiale e Big Data nella Trasformazione Digitale della Pubbliche Amministrazioni in Europa” della Commissione Europea è il progetto DT4Regions, con capofila la Regione Emilia-Romagna, su proposta della Direzione generale Risorse, Europa, Innovazione e Istituzioni. La comunicazione arrivata oggi, vede la Direzione Generale “Comunications networks, content and technology” della Commissione Europea riconoscere il valore della proposta progettuale presentata dalla Regione Emilia-Romagna.

Nella cordata, assieme all’Emilia-Romagna e a rappresentanti del mondo privato e di reti europee, vi sono fra le altre Catalogna e Paesi Baschi (ES)Fiandre (BE)Helsinki-Uusimaa (FI)Nouvelle-Aquitaine (FR)Greater London (GB)South Moravia (CZ), alcune delle Regioni ed enti locali più competitivi d’Europa. Si aggiungono altri soggetti aziendali tedeschi, con in più importanti imprese multinazionali ed emiliano-romagnole. Accanto alla Regione Emilia-Romagna – che ha a disposizione 850mila euro per gestire la rete, risorse destinate a crescere – ci sono le società Art-ER e Lepida.

Il ruolo della Regione sarà quello di guidare questa nuova piattaforma, che è il frutto di un lavoro avviato nel 2019 con la presentazione di una azione preparatoria al Parlamento Europeo, che ha assicurato un supporto determinante. L’obiettivo della piattaforma sarà individuare soluzioni concrete per il settore pubblico, sviluppando prodotti innovativi basati su Intelligenza artificiale e Big data nonché processi, strutture organizzative tipo, per erogare i servizi pubblici locali. Questo attraverso la condivisione di informazioni ed esperienze tra amministrazioni ed ecosistemi regionali, per rispondere ai nuovi bisogni. L’emergenza in corso ha ulteriormente ribadito il ruolo trainante della Pubblica amministrazione nell’individuare risposte innovative attraverso la trasformazione digitale.

Per l’Emilia-Romagna si tratta di un nuovo e ulteriore riconoscimento dell’azione svolta a livello europeo in settori chiave per la ripresa dell’Unione Europea e dei suoi territori: la trasformazione digitale della Pubblica amministrazione, Big data e Intelligenza artificiale che sono anche al centro dell’agenda politica o europea, nazionale e regionale.   La trasformazione digitale – assieme alla trasformazione verde e al Green Deal Europeo – è il cuore di Next Generation EU e, in particolare, del nuovo strumento Dispositivo per la ripresa e la resilienza. Come noto, in risposta all’emergenza Covid-19, la Ue stanzierà risorse senza precedenti per traghettare l’Europa fuori dalla crisi mentre le priorità individuate a livello europeo si rifletteranno nei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR) dell’Italia e degli Stati membri, in fase di elaborazione.

In linea con le priorità europee, la Regione Emilia-Romagna si è impegnata con il Patto per il Lavoro e il Clima in un progetto di rilancio e sviluppo fondato sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica, da realizzare attraverso l’innovazione tecnologica e digitale ed altri processi trasversali tra cui semplificazione e legalità. La Data Valley emiliano-romagnola, concentrando il 70% della capacità di calcolo di tutta Italia è pronta a svolgere un ruolo di protagonismo in questa rivoluzione digitale di respiro europeo e internazionale e a diventare un nuovo hub europeo della ricerca con il Big Data Technopole di Bologna.

Immunità di gregge entro settembre

Mentre l’Italia ha superato quota 15 milioni di vaccini anti-covid somministrati, l’Ue fa sapere che arriveranno più dosi del previsto. ”

“Io credo che in questa fase dobbiamo tenere insieme due parole: fiducia e prudenza, che devono guidarci nelle prossime settimane”, ha spiegato il ministro della Salute Roberto Speranza’.

“Siamo in una fase diversa, con una campagna di vaccinazione che va avanti – ha evidenziato -, negli ultimi tre giorni abbiamo fatto un milione di somministrazioni, c’è un’accelerazione in corso”. Ma serve ancora tanta prudenza: guardare avanti ma con i piedi ben piantati per terra facendo un passo alla volta perché se facciamo un passo troppo lungo rischiamo poi di dover tornare indietro”.

“Abbiamo trovato un punto di equilibrio – ha proseguito – non c’è un ‘giorno x’ in cui d’incanto scompaiono tutte le misure. Ora possiamo guardare con più fiducia, possiamo permetterci alcune aperture”.

Torino, il metodo è anche merito.

Le elezioni comunali di ottobre si presentano all’insegna della confusione. Soprattutto nel campo  dell’ex centro sinistra. Ce lo raccontano le cronache giornalistiche quotidiane. E, nello specifico,  in due grandi ed importanti realtà del nostro paese: la città di Roma e la città di Torino.  Fermiamoci, per il momento, a Torino. La situazione è sufficientemente nota, almeno per i pochi o  tanti che seguono le vicende politiche subalpine. Il centro destra si trova di fronte ad un candidato  a Sindaco, il civico Paolo Damilano. Un imprenditore di qualità, un uomo moderato, una  espressione di quella Torino che lavora senza propaganda, senza arroganza e senza supponenza.  Certo, non c’è ancora l’ufficializzazione della candidatura a Sindaco della città da parte del centro  destra. Ma è a tutti noto, credo, che ormai quella sarà la scelta. Una scelta, del resto, che gli  stessi sondaggi – anche quelli non compiacenti – definiscono azzeccata perchè competitiva sul  terreno politico ed amministrativo con gli altri schieramenti che saranno in campo.  

Ma quello che incuriosisce di più è la situazione che alberga nel centro sinistra, cioè nel Pd. È da  mesi, infatti, che i vertici locali di quel partito annunciano la candidatura imminente del candidato  a Sindaco. Ma, purtroppo, la guerra per bande, le infinite rivalità personali, la voglia di primarie e  poi puntualmente smentite, la necessità di fare una “sintesi” attorno ad un nome – il più quotato  resta, tra varie e simpatiche autocandidature, quella del capogruppo uscente Stefano Lo Russo –  che viene rinviato ormai da mesi, bloccano di fatto qualsiasi scelta. Il top lo si è raggiunto con la  visita a Torino di Boccia, su mandato del segretario Letta. Questo dirigente, venuto a Torino per  dirimere la intricata matassa se ne è tornato a Roma con le pive nel sacco, come si suol dire. In  sostanza, Boccia ha detto che a Torino si deve fare l’alleanza organica con i 5 stelle, come vuole  Letta a livello nazionale. Che le primarie sono e restano la strada principale per scegliere il  candidato a Sindaco e che l’accordo con il partito di Grillo lo si deve fare già al primo turno. La  risposta, com’era prevedibile, è stata la bocciatura di tutte e tre le richieste. Con il silenzio  tombale dei torinesi che a Roma sostengono una tesi e a Torino, forse, se ne vergognano un po’ e  quindi tacciono. È inutile fare nomi e cognomi perchè sono notissimi…. E il povero Boccia se l’è  cavata con una riflessione straordinaria. In sintesi, ha detto, se i vertici locali non assecondano la  volontà romana del partito, si assumeranno la responsabilità totale della eventuale sconfitta. Un  discorso da vero dirigente…  

Con l’aggiunta, infelice e alquanto penosa, che il candidato civico del centro destra Damilano –  sempre che venga confermato da quella coalizione – sarà circondato addirittura dai “fili spinati  della destra”. Cioè, pare di capire, dalla Lega e da Fratelli d’Italia.  

Ecco, ho voluto richiamare sommariamente lo stato delle cose per arrivare ad una semplice  conclusione. Se da una parte, ovvero il centro destra, c’è un candidato che corre da mesi  all’insegna della correttezza, del rispetto degli avversari e con contenuti precisi a livello  amministrativo – con cui, semmai, occorrerebbe confrontarsi senza insulti e senza distribuire  moralisticamente, e come sempre, le pagelle – dall’altra assistiamo ad uno spettacolo alquanto  singolare nonchè curioso, anche se non nuovo per la verità. E cioè, l’alleanza va imposta a livello  locale come avrebbero deciso le due caste romane dei partiti, ossia Pd e 5 stelle. Anche quando a  livello locale, come è evidente a quasi tutti, questa alleanza non è condivisa da entrambi i  contendenti che, del resto, se le danno di santa ragione da ormai cinque lunghi anni di  amministrazione pentastellata. Il candidato, inoltre, non può essere espressione della volontà  locale perchè il dio primarie non può e non deve essere messo in discussione. Primarie che, pare  di capire, continuano ad essere considerate come un “dogma”. Infine, permane il vecchio vizio  della delegittimazione morale, politica e culturale degli avversari. Che, in questo caso sono  autentici nemici. Come le parole di Boccia hanno confermato nell’attacco a freddo e senza alcuna  motivazione nei confronti dell’imprenditore Damilano. Ovvero, il solito e ormai collaudatissimo  vizio della “superiorità morale” da un lato e della presunzione di possedere la verità politica  dall’altro. Argomenti da sempre gettonatissimi a sinistra, e non solo. 

Ecco perchè la competizione politica per la guida del comune di Torino resta aperta come  confermano tutti i sondaggi. Ma quello che vale, ancora una volta, sottolineare è la volontà della  sinistra di imporre le soluzioni politiche senza prendere atto che, a volte, basterebbe un semplice  buonsenso per dirimere le controversie. A volte, appunto, il metodo è più importante del merito. O  meglio, vanno di pari passo. Perchè anche il metodo è un fatto politicamente rilevante che entra a  pieno titolo nelle scelte politiche. Come il caso di Torino platealmente conferma.

La democrazia possibile

Il fenomeno della globalizzazione ha contribuito a scardinare dalle fondamenta il concetto di democrazia sociale, cioè del protagonismo politico delle classi meno abbienti che si riconoscevano in passato sia nelle posizioni della sinistra storica, ma anche in quelle componenti democristiane meglio conosciute come sinistra sociale e sinistra politica.

Il discorso è ampio e non può essere scisso dall’attuale congiuntura politica che vede la destra sempre più rafforzarsi, a danno proprio delle sinistre.

Si dice spesso che la fine delle ideologie ha contribuito anche a rendere labili le varie posizioni politiche, un tempo contrapposte ed antagoniste nella conquista del consenso e, quindi, del potere.

Quest’ultima constatazione è ancor più vera se si guarda non solo alle varie realtà politiche dei Paesi europei, ma soprattutto all’Italia dove, sin dalla nascita della prima Repubblica, prese consistenza e si affermò in maniera progressiva una posizione di centro che aveva come motivo di fondo l’affermazione e la realizzazione di una democrazia politica e sociale che era antagonista alle posizioni radicali di destra e di sinistra.

Se si analizzano attentamente i vari passaggi politici avvenuti negli anni della prima Repubblica in Italia, si constata come l’affermazione della democrazia (intesa nella sua accezione etimologica di governo del popolo) si è venuta via via realizzando sulla base di alleanze che si spostavano man mano verso sinistra (pur avendo il centro democristiano una funzione essenziale di guida del processo democratico), perché l’obbiettivo era tutto in funzione del principio di allargamento della base democratica dello Stato.

In questo quadro, non era un caso se la DC aveva chiuso (soprattutto per merito della sinistra interna che si affermava sempre più all’interno del Partito), a partire dalla metà degli anni Sessanta, ogni possibilità di collaborazione con una destra che era prettamente totalitaria e nostalgica, rivolgendo invece lo sguardo a quello che avveniva a sinistra (soprattutto nel Partito Comunista che ad opera di Berlinguer avviava la propria revisione critica di impostazioni ideologiche che si erano realizzate soprattutto nell’Unione Sovietica) perché era lì, cioè in un confronto tra forze politiche popolari, che si giocava il futuro della democrazia italiana e la realizzazione di riforme sociali che guardavano sempre più alle posizioni ed alle condizioni dei meno abbienti, in antitesi proprio a quel liberismo che, certo, non era estraneo ad alcuni ambienti democristiani.

Erano gli anni in cui Aldo Moro, con la sua lucida visione politica, affermava che la democrazia italiana era una “democrazia difficile” per la impossibilità di realizzare quell’alternanza al potere che avrebbe consentito all’Italia di arrivare a quella “democrazia compiuta” per la concreta realizzazione della completa integrazione delle masse popolari nella vita dello Stato repubblicano nato dalla Resistenza.

Il tramonto delle ideologie, dovuto soprattutto al crollo del muro di Berlino e del regime comunista nell’ex Unione Sovietica, se da un lato ha aperto una nuova fase della vita politica, con la revisione critica dell’intero sistema dei Partiti del Novecento e con la democratizzazione delle posizioni più significative della sinistra e della destra che oggi  possono legittimamente alternarsi alla guida del Paese; dall’altro ha aperto in Italia un profondo dilemma legato sia all’intreccio spesso perverso tra economia e politica, sia una sorta di ingovernabilità politica.

Certo, la crisi economica e poi sanitaria apre oggi molteplici interrogativi sul futuro della stessa umanità, ma appare sempre più, anche al cittadino comune, che questa politica, questo sistema di partiti risultano essere inadeguati ed incapaci nel saper affrontare i problemi e nel saper ridisegnare un nuovo modello di società con il quale bisognerà ben presto fare i conti.

I moniti di Papa Francesco su questo versante sono illuminanti, ma rischiano di cadere nel vuoto se la classe politica non sarà rinnovata sulla base dei valori della competenza e dell’onestà.

Aleksey Navalny sta morendo

Secondo l’agenzia Adnkronos, Dasha Navlnaya, figlia studentessa del dissidente russo Aleksey Navalny avrebbe lanciato un appello alle autorità russe affinchè il padre –dopo l’arresto del 31 gennaio, su ordine della Procura di Mosca per il Fondo anti-corruzione capeggiato dal dissidente, mentre faceva  ritorno dalla Germania dove era stato per curare il suo avvelenamento e poi detenuto da febbraio nella prigione  di Pokrov -Ik-2 della regione di Vladimir a 100 km da Mosca , un penitenziario dal regime carcerario durissimo e infine in sciopero della fame dal 31 marzo u.s.  – possa essere subito visitato un medico. Intanto  la portavoce di Navalny – Kira Yarmish- ha annunciato che Aleksey “sta morendo e che ciò, nelle condizioni in cui si trova, è ormai solo questione di giorni”. Circostanza peraltro confermata dal medico personale di Navalny, la dottoressa Anastasia Vasilyeva, sostenuta in questa valutazione da altri tre colleghi sanitari, tra cui un cardiologo. Il pericolo incombente – aggravato da una presenza eccessiva di potassio nel sangue – è quello di un arresto cardiaco che può avvenire in qualunque momento, data la concomitante compromissione della funzionalità renale e il pregresso lento avvelenamento che Navalny accusa di aver subito e che gli ha provocato dolori alla schiena e una riduzione di sensibilità agli arti. 

Circostanza che sarebbe inevitabilmente acclarata in tutta la sua evidenza clinica da una visita medica “terza” che dunque al momento viene  ancora negata. 

Nel frattempo cresce la mobilitazione tra i sostenitori del dissidente russo, capeggiati  da Leonid Volkov che sui social ha invitato i russi a scendere in ogni piazza e a manifestare: ormai non è più solo questione di esprimere un dissenso sulla violazione delle libertà personali e ideologiche dalla linea dura di Putin che punta alla emarginazione di coloro che si oppongono al regime: è questione di vita o di morte senza ulteriori interlocuzioni di tipo politico.

Proprio nei prossimi giorni, forse mercoledì 21 aprile, è previsto un discorso alla nazione di Putin ed è intenzione di Volkov, considerato l’erede politico di Navalny se il dissidente dovesse veramente perdere la vita in carcere, organizzare in tale circostanza la più eclatante, diffusa e sostenuta espressione di protesta per la quale pare abbia raggiunto finora circa 500 mila firme di adesione.

Insomma il tempo stringe per salvare in extremis la vita di Navalny, circostanza che i suoi più fedeli amici e sostenitori ritengono purtroppo  improbabile considerate le notizie che filtrano dal carcere.

Lo stesso Presidente americano Biden ha definito inaccettabile, inappropriata e ingiusta questa situazione di detenzione, di incuria e di stato di debilitazione del detenuto per ragioni di opposizione alla linea assunta da anni dal leader russo: peraltro già da giorni aveva pubblicamente definito Putin “un assassino” e aveva approntato sanzioni contro la Russia. Gelida e raggelante la risposta del numero uno del Cremlino: “gli auguro di stare bene”, che potrebbe persino sinistramente suonare come una sorta di velata minaccia personale. Ma il commento del Consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden – Andrew Sullivan- non lascia spazio ad ammorbidimenti nella linea che gli USA stanno tenendo sulla vicenda: egli infatti ha reso noto di aver comunicato al governo russo che le modalità durissime di detenzione del prigioniero politico sono inaccettabili e che la custodia inadeguata e disumana di Navalny sarà oggetto di reprimenda da parte dell’intera comunità internazionale. “Ci saranno conseguenze politiche se Navalny muore in carcere, misure durissime che stiamo valutando”.

Come riferisce “Il Fatto quotidiano” …. “La mobilitazione per Navalny è arrivata anche da settanta artisti , scrittori e attori, fra cui i premi Nobel per la letteratura Svetlana Alexievitch Salman Rushdie, che hanno pubblicato un appello a Vladimir Putin affinché vengano prestate cure mediche urgenti all’oppositore” mentre  oltre ad essi si registra la presa di posizione pubblica di Vanessa Redgrave a favore dell’oppositore detenuto.

Il mondo segue con il fiato sospeso questa vicenda personale del dissidente russo.

Ad est dell’Europa non sembrano giungere buone notizie:  il mismatch tra geopolitica e geoeconomia ha creato scompiglio e disallineamenti coperti da molti coni d’ombra. Il ritrovato interesse degli USA verso una ‘politica di attenzione’ nei cfr del vecchio continente e di rafforzamento delle alleanze internazionali potrebbe essere un segnale di svolta rispetto al cedimento dimostrato da alcuni Paesi dell’U.E nei cfr. di disegni economici risultati prevalenti sugli assetti politici consolidati. Mentre resta tutta da chiarire l’origine della pandemia che ha sconvolto il pianeta.

Il green pass dal 1° giugno vale 11,2 mld di turismo estivo

Il green pass vaccinale che consente gli spostamenti tra Paesi dell’Unione Europea salva l’estate degli stranieri in vacanza in Italia che vale 11,2 miliardi per il sistema turistico nazionale in spese per alloggio, alimentazione, trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Bankitalia in riferimento all’annuncio del commissario Ue per il Mercato interno, Thierry Breton sul fatto che il sistema operativo del pass sarà pronto il 1 giugno.

L’Italia – sottolinea la Coldiretti – è fortemente dipendente dall’estero per il flusso turistico con ben 23,3 milioni di viaggiatori stranieri che la scorsa estate hanno dovuto rinunciare a venire in Italia per effetto delle limitazioni agli spostamenti e per le preoccupazioni sulla diffusione del contagio. Si tratta un vuoto pesante nel periodo da giugno a settembre che purtroppo non è stato compensato dalla svolta vacanziera patriottica degli italiani. L’assenza di stranieri in vacanza in Italia grava sull’ospitalità turistica nelle mete più gettonate che risentono notevolmente della loro mancanza anche perché – sottolinea la Coldiretti – i visitatori da paesi europei hanno tradizionalmente una elevata capacità di spesa.

Ad essere avvantaggiate saranno soprattutto le città d’arte, che sono le storiche mete del turismo dall’estero, ma anche gli oltre 24mila agriturismi nazionali dove gli stranieri in alcune regioni secondo Campagna Amica rappresentano tradizionalmente oltre la metà degli ospiti. E’ importante che con l’avanzare della campagna di vaccinazione e l’apertura delle frontiere si proceda anche alla ripartenza delle attività di ristorazione a pranzo e cena, nel rispetto di tutte le norme di sicurezza. Il cibo infatti – conclude la Coldiretti – è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa un terzo della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche.

Internet: Roma, nelle scuole il Light Fidelity senza radiofrequenza

Il Li-Fi è una tecnologia wireless innovativa che utilizza le onde luminose emesse da una lampadina per trasmettere dati e informazioni, rispetto al Wi-Fi non utilizza la trasmissione nel campo delle radiofrequenze, beneficiando di diversi vantaggi. I trasmettitori sono in grado di fornire maggiore banda ed eliminano i potenziali rischi per la salute delle persone che stazionano nell’area oggetto della trasmissione.

Inoltre, si parla di maggiore sicurezza in termini di “safe connection” in quanto è possibile collegarsi all’hotspot Li-Fi solo se ci si trova nel cono di luce dell’emettitore. Il progetto Scuola Li-Fi ha visto coinvolti partner industriali e strategici come Signify (già Philips Lighting) e TecnoElectric Srl per l’implementazione di un sistema capace di connettere fino a 20 postazioni computer e garantire una connessione innovativa e sicura in modalità wireless”. “Prosegue l’opera di innovazione portata avanti dal Dipartimento trasformazione digitale che ha voluto sperimentare questa nuova tecnologia per verificarne sul campo le caratteristiche e creare il know-how per progettare ulteriori servizi a beneficio dei cittadini e city-users di Roma Capitale”, dichiara il Direttore infrastrutture fisiche ICT di Roma Capitale, Giovanni Fazio.

Fondazione Veronesi: torna il pomodoro buono per la ricerca

Sabato 24 e domenica 25 aprile 2021 si terrà la quarta edizione de “Il Pomodoro. Buono per te, buono per la ricerca”.

Durante le due giornate i volontari di Fondazione Umberto Veronesi scenderanno in piazza e, a fronte di una donazione minima di 10 euro, distribuiranno una confezione composta da tre lattine di pomodoro: pelati, polpa, pomodorino.

Si tratta di un evento di raccolta fondi,  organizzato da Fondazione Umberto Veronesi grazie al contributo dell’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali (Anicav) e del Consorzio nazionale riciclo e recupero imballaggi acciaio (Ricrea), per garantire le migliori cure possibili ai bambini malati di Leucemia Linfoblastica Acuta (LLA), la tipologia di tumore più frequente in età pediatrica.

18 Aprile. La Democrazia Cristiana ha vinto

Nell’anniversario della vittoria del 18 aprile 1948 riproponiamo l’editoriale di Attilio Piccioni, all’epoca segretario politico della Dc, apparso sul “Popolo” il 21 Aprile 1948.

La vittoria, la grande vittoria della Democrazia Cristiana: ecco la conclusione dell’ardente lotta elettorale. Ci domandano: l’avevate prevista! Sì, l’avevamo prevista nelle dichiarazioni scritte, sulle piazze, nelle conversazioni, nel convincimento della nostra coscienza. Ma il popolo italiano in uno slancio di comprensione e di fiducia che non ci stupisce, ha voluto consacrarla in misura tale da renderla decisiva. Pietosi appariscono di fronte ad essa i contorcimenti avversari e superflue le analisi sottili o sofistiche. La vittoria, la grande vittoria della Democrazia Cristiana assurge ad avvenimento storico di prima grandezza nell’evoluzione sociale e politica del nostro paese. Essa rappresenta la perenne fecondità, la modestia della concezione democratica cristiana che associa in maniera indissolubile libertà e giustizia, interpreta e risolve armoniosamente, organicamente, le più profonde esigenze del tempo moderno.

Essa è il frutto della fede che anima il Partito, dell’organizzazione che il Partito lievitato dalla fede che ha saputo darsi, dello spirito coraggioso di affermazione e di conquista con il quale ha voluto combattere, della concretezza delle sue impostazioni, delle verità svelate al popolo. E il popolo italiano — in tutti i suoi strati più laboriosi, consapevoli, responsabili — ha sentito tutto questo, ha reagito positivamente, si è sentito attratto dalla grande impresa di vincere la paura, di distruggere il nuovo incubo totalitario che gli si era addensato d’intorno, di rimettere in luce e in onore gli esaltanti valori della coscienza cristiana e della Patria Immortale.

Ma li popolo italiano, oltre questo, con la comprensiva intelligenza di cui Dio lo ha dotato e della quale molti scettici dubitavano, ha interpretalo esattamente i sostanziali aspetti del momento storico che il Paese attraversa, le esigenze economiche, sociali e politiche, che sommuovono il Paese, i pericoli cui andava incontro, le offese alla sue dignità e ha votato per la libertà, ha votato per la democrazia, ha votalo per la pace sociale nella giustizia, per la cooperazione dei popoli liberi, contro la guerra.

La vittoria, la grande caloria della Democrazia Cristiana chiude un periodo, ne apre un altro nella storia del nostro Paese. Pone problemi gravi dl responsabilità, di maturità, di capaciti politica: non ce li dissimuliamo, né andiamo incontro ad essi a cuor leggero: ma non ce li dissimuliamo, non ci intimidiscono, non ci fiaccano. Averne chiara coscienza è già garanzia di saperli risolvere. Li risolveremo nel rispetto del metodo della libertà, e con l’ausilio delle utili collaborazioni democratiche, avendo come unica meta il bene supremo del popolo italiano, Il suo risorgimento immancabile.

La Democrazia Cristiana è fiera di questo suo compito: non deluderà la fiducia che il popolo italiano ha riposto in essa, si dimostrerà pari alla sua grande responsabilità: ne prende solenne responsabilità, ne prende solenne consapevole impegno.

 

L’insidia delle Fake news

Si è detto più volte che nell’attuale mondo reso un villaggio dalla potenza delle nuove tecnologie digitali e dai sistemi di collegamento in genere, seppur siamo avvantaggiati fortemente da una enorme massa di informazioni possiamo tuttavia essere assoggettati e confusi da notizie dalla dubbia provenienza, ed ancor peggio da una falange di informazioni intenzionate a confondere pericolosamente quel nostro bagaglio personale di buone nozioni e convinzioni che contribuiscono a interpretare ogni fenomeno che si presenta a noi.

Ormai da tempo assistiamo a questo fenomeno, fortemente influenzato dalle guerre non dichiarate attraverso piattaforme segrete dei paesi più potenti, dalle pressioni subliminali tendenti a a svegliare i turbamenti del nostro inconscio lanciate dai loro “presidi” di gestione dei social ed altre strutture di comunicazione culturale, dagli stessi partiti politici, come accade anche in Italia, nella ricerca spasmodica di screditare gli avversari o di accreditare opinioni più o meno vere.

Nel lungo ed estenuante periodo di pandemia, abbiamo potuto ancor più che nel passato renderci conto come le fake news possono essere insidiosi per disorientare le persone ed alimentare psicosi, rabbia, convinzioni infondate. Le ultime vicissitudini sulla idoneità dei vaccini in generale, sono la dimostrazione di come possano influenzare nei comportamenti persone ed addirittura gli orientamenti dei singoli Stati. Il polverone che ha colpito Astrazeneca, indicata responsabile di trombosi così come i sospetti caduti successivamente su Johnson&Johnson per lo stesso motivo, hanno dato un saggio di come si possano gonfiare oltre misura le cautele sulla vaccinazione pur in presenza di un sparutissimo numero di malore avuti tra milioni di vaccinati, che probabilmente potrebbero rientrare più nella statistica dei colpiti correntemente da quella patologia, che provocati dai vaccini. Ed intanto questa bolla mediatica ha spinto molti a rifiutare la vaccinazione, mentre i programmi tanto necessari per raggiungere finalmente la immunità di gregge si procrastineranno ancora una volta più in là nel tempo, con danni incalcolabili per le vite umane e per i costi economici per la sanità e per la ripresa piena della produzione di beni e servizi.

Se poi dovessimo tornare ai primi mesi della pandemia, potremmo facilmente ricordare il fenomeno di depistaggio del negazionismo promosso da certi ambienti con ‘bufale’, poi non potendo negare la evidenza scientifica e di esperienza si sono subitamente adattati alla incessante richiesta di riaperture di tutte le attività, aldilà di ogni oggettiva valutazione dei rischi ed opportunità. Ebbene, questi fatti ci possono spingere facilmente a richiedere, come accade, norme draconiane come deterrente, ma dobbiamo stare attenti ad allestire soluzioni persino peggiori del male che vogliamo combattere.

E certamente importante responsabilizzare con sistemi efficaci e stringenti i big tech, con accordi e normative stringenti, come la stipula diffusa di accordi internazionali tra Stati per la sorveglianza degli abusi e uso distorto della rete. Ma una legislazione nazionale draconiana sulle fake news di natura penale, come taluni chiedono, estesa oltre i reati già previsti, potrebbe così pesantemente agire nella concretezza al punto da trasformarsi in censura . D’altronde si sa, essendoci convinzioni sempre più larghe di cittadini che vivono la ‘informazione storica’ come mezzo al servizio dei poteri forti, è meglio consolidare l’idea che il pluralismo dialettico nella ‘rete’, può sviluppare positivamente il senso critico dei cittadini, quale barriera per filtrare notizie dubbie. Si potrebbe dunque dire, che la verità assoluta non potendola assicurare nessuno, è più saggio affidarla ai complessi ma più sicure vie della Democrazia ed alle sue realtà vive da tenere sempre più efficienti e vigili.

Il vero senso del populismo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Maurizio Serio

L’intenso videomessaggio che il Santo Padre ha inviato ai partecipanti alla Conferenza internazionale “A Politics Rooted in the People” ci consente di fare un po’ di chiarezza intorno alla pretese di inclusività del populismo e alle necessità di declinare questo concetto per antonomasia vischioso in maniera differente, a seconda del contesto storico-spaziale di riferimento. Secondo lo studioso argentino Ernesto Laclau, alla base del populismo ci sarebbero delle domande popolari insoddisfatte. Quanti sperimentano l’assenza di una risposta alle proprie domande, e si percepiscono dunque come esclusi dal campo sociale, si costruiscono e si costituiscono come popolo attraverso un “processo di soggettivazione”, imputando ai responsabili di queste mancate risposte di aver rotto il legame sociale che dovrebbe tener unita la comunità. Da qui nasce la delegittimazione delle istituzioni, della classe politica, delle élites, ecc.

Certo, proprio perché prende in considerazione antagonistica tutti questi elementi, questo processo è strettamente dipendente dal contesto locale in cui viene avviato e dal modo in cui, in quest’ultimo, essi si trovano declinati e combinati, a seconda della tradizione costituzionale e culturale di un popolo, non meno che della situazione politica ed economica contingente.

Perciò, un luogo comune da sfatare a proposito del populismo riguarda la possibile comparazione fra i casi europei e quelli dell’America latina. Qui il populismo, in quanto offerta politica, deve rispondere alle domande di chi non ha mai avuto nulla — e ora pretende, dal momento che il suo salario medio è in ascesa; in Europa, il populismo deve invece rispondere a quanti hanno avuto in passato (col welfare) e ora non hanno più. Nel Sud America, parlando genericamente, il populismo deve dunque fare i conti con delle aspirazioni di status da parte di nuovi segmenti della società; nel contesto europeo, il populismo servirebbe a fronteggiare una perdita di status. Per questo è più facile che nel primo caso sia radicalmente e socialmente aggressivo nelle sue rivendicazioni e aperto al cambiamento. Nel secondo caso invece sarà più facilmente conservatore ed ostile a riforme che possano aumentare il tasso di competitività interno. Il primo è un populismo inclusivo, mira cioè a rendere popolo la maggior parte dei cittadini. Il secondo è un populismo esclusivo, perché si arrocca attorno ad alcuni ceti “perdenti” rispetto alla globalizzazione e ne discrimina altri (politici, intellettuali).

Con ciò intendo dire, che la linea di inclusione/esclusione non passa, ad esempio, da una discriminante ideologica come nel caso del populismo di sinistra che si ritiene, a torto, più inclusivo di quello di destra: nei fatti la sinistra radicale esclude chi non si riconosce nel suo modello di integrazione sociale, allo stesso modo della destra sovranista. Piuttosto, pare più corretto affermare che la linea inclusione/esclusione passa dalle modalità di soggettivazione del popolo.

Questo ci aiuta a capire meglio cosa sia dunque il populismo: un dispositivo politico “neutro”, che cioè può incarnarsi in diverse posizioni politiche, tipico delle fasi di modernizzazione, e che controlla e governa il processo di soggettivazione del popolo.

È questa dunque un’interpretazione ben distinta da quella operata da quanti si soffermano solo sul dato fenomenologico o tipologico del populismo, come da chi lo studia solo come “stile politico” o come strategia dei partiti o dei leaders. Ciò condurrebbe piuttosto a soffermarsi solo al livello dell’offerta politica, sottostimando la rilevanza della “domanda” di populismo presente nella società. Essa pone un grosso problema, sia alle democrazie mature e avanzate che a quelle più recenti o instabili. In realtà neanche Laclau definisce bene cosa sia la domanda sociale, né ne approfondisce i contenuti, ovvero gli elementi simbolici e materiali.

Occorre dunque un passo ulteriore per approdare ad una più compiuta analisi dei processi di formazione della domanda populista, iniziando dalle condizioni materiali di partenza che la stimolano, al fine di poter organizzare un’adeguata risposta istituzionale. Solo così si potrà evitare di cadere nella trappola del popolo sovrano etero-diretto dal paternalismo politico, individuando piuttosto, anche nelle società occidentali, attori credibili di un popolarismo sempre più necessario.

Dopo la pandemia: è in gioco la libertà e la dignità umana?

Mi scuso per la parresia, o linguaggio franco, che tende ad essere impolitico, ma credo che se non ci si affranca ogni tanto dal politicamente corretto, alla fine anche i ragionamenti politici diventano impossibili. Il carattere “umanitario” dell’iniziativa per la sospensione dei brevetti dei vaccini non rassicura su quali siano le reali finalità della prima vaccinazione di massa dell’umanità.

Già solo che vi sia qualcuno (con le mani in pasta come Bill Gates e soci) capace di formulare il suddetto proposito non dovrebbe far rabbrividire? Ma come? I detentori della sovranità, usurpata ai legittimi titolari che sono le istituzioni, dopo avere realizzato il più grande trasferimento di ricchezza della storia, aver ridotto al minimo vitale i salari, essersi impossessati delle banche centrali e della catena globale dell’informazione, ora si mostrano all’improvviso così sensibili non allo sviluppo integrale di tutti i popoli ma al solo fatto che non si venga contagiati da un virus influenzale che nei paesi a rischio malaria, dove si fa largo uso della clorochina, è pressoché inesistente, e che nelle altre regioni è a un livello che non desta alcuna preoccupazione.

Strano. Meno strano, se si considera la già annunciata dipendenza da questi vaccini per il raffreddore negli anni a venire, da cui dipenderà l’inclusione nella società, garantita da microchip e dispositivi via via più invasivi che si propongono di annullare non solo ogni forma di libertà e di privacy ma anche di annullare il libero arbitrio attraverso il controllo mentale. La vaccinazione di massa va di pari passo con la moneta digitale e la patente di cittadinanza e costituisce una infrastruttura necessaria ad instaurare la più grave forma di tirannia che vi sia mai stata (molto, molto peggiore di nazismo e stalinismo).
Per cui, in una situazione in cui tutti i partiti, da LeU a FdI, appaiono, almeno tra i loro vertici, allineati a un tale progetto totalitario (ma con un premier interessante che invece appare deciso a sbeffeggiarlo per la semplice ragione che non ne è, più, subalterno), credo che l’unica arma che rimanga ai cittadini per opporsi a una tale deriva sia quella di considerare un preciso dovere morale e democratico, e per chi è credente, di fedeltà al Vangelo, il rifiuto di vaccinarsi.

Se la maggioranza della popolazione, o comunque una buona fetta, non si vaccinerà contro il covid, non solo si sottrarrà ai possibili effetti a lungo termine dei vaccini, ma fermerà questo piano globale di distruzione della libertà e della democrazia, e di impossibile, e perciò malvagio e diabolico, tentativo di scardinare la struttura ontologica dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, per ridurlo a un banale dispositivo telecontrollato da pochissimi figli e adoratori delle Tenebre ai quali, colpevolmente, dopo aver sconfitto il nazifascismo, dopo la seconda guerra mondiale, si è permesso, quando non addirittura teorizzato, che dovessero tornare a governare il mondo.

Contributi a fondo perduto del Decreto Sostegni. Pagamenti a quota 3 miliardi di euro per un milione di destinatari

A 16 giorni dall’apertura del canale telematico per l’invio delle domande, i pagamenti eseguiti dall’Agenzia delle Entrate a favore di imprese e lavoratori autonomi sono più di un milione, per un importo complessivo che supera i 3 miliardi di euro (3.045.127.656 euro).

Rispetto all’importo totale, circa 625 milioni di euro hanno raggiunto gli esercenti del commercio all’ingrosso e al dettaglio di autoveicoli e motocicli, 608 milioni sono stati destinati alle attività dei servizi di alloggio e ristorazione, 336 milioni a quelle manifatturiere, 324 milioni al settore dell’edilizia.

A livello regionale, i mandati di pagamento più numerosi sono stati inviati in Lombardia (circa 173mila soggetti che hanno ricevuto il contributo), seguono il Lazio (108mila), la Campania (103mila), il Veneto (75mila) e la Toscana (74mila). Fra le altre regioni spiccano la Sicilia (71mila), l’Emilia-Romagna (71mila), la Puglia (70mila) e il Piemonte (69mila).

Più di un milione le domande già lavorate – Sono 987.616 le istanze di contributo a fondo perduto per le quali è stato già inviato l’ordine di accredito sul conto corrente. A queste si i aggiungono i 22.269 contributi riconosciuti in forma di crediti di imposta da utilizzare in compensazione, per un totale di 1.009.885 contributi erogati. L’importo complessivo liquidato supera quota 3 miliardi di euro, precisamente 3.045.127.656, destinato alle partite Iva che hanno presentato la domanda sulla piattaforma informatica delle Entrate, gestita dal partner tecnologico Sogei, entro il 12 aprile 2021.

Il contributo per tipologia di attività – Sono circa 200mila i pagamenti eseguiti nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio di autoveicoli e motocicli (19,71% sul totale), oltre 180mila (17,87%) quelli relativi alle attività professionali, scientifiche e tecniche, 136mila quelli che riguardano i servizi di alloggio e ristorazione (13,52%). Per quanto riguarda gli importi, circa 625 milioni di euro interessano il commercio all’ingrosso e al dettaglio di autoveicoli e motocicli, 608 milioni sono destinati ai servizi di alloggio e ristorazione, 336 milioni alle attività manifatturiere, 324 milioni al settore dell’edilizia, 288 milioni alle attività professionali, circa 195 milioni alle agenzie di viaggio e ai servizi di supporto alle imprese.

Gli operatori interessati regione per regione – Sul totale dei soggetti richiedenti, oltre 170mila svolgono la loro attività in Lombardia, seguono il Lazio con 108.070 operatori economici, la Campania (103.565), il Veneto (75.575), la Toscana (74.342). Fra le altre regioni spiccano la Sicilia (71.051), l’Emilia-Romagna (71.032), la Puglia (70.418) e il Piemonte (69.021).

Nelle tabelle seguenti sono riportati i dettagli delle attività e di tutte le regioni.

Tabella 1
Istanze di richiesta Importo Bonus
A – Agricoltura, silvicoltura e pesca 35.825 80.837.987
B – Estrazione di minerali da cave e miniere 274 2.942.601
C – Attività manifatturiere 64.440 336.099.634
D – Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata 1.242 4.299.593
E – Fornitura di acqua-reti fognarie, attività di gestione dei rifiuti e risanamento 770 6.009.988
F – Costruzioni 95.274 324.896.696
G – Commercio all’ingrosso e al dettaglio-riparazione di autoveicoli e motocicli 199.018 625.449.152
H – Trasporto e magazzinaggio 25.549 92.369.046
I – Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione 136.527 608.616.912
J – Servizi di informazione e comunicazione 25.790 63.584.988
K – Attività finanziarie e assicurative 11.130 16.986.076
L – Attività immobiliari 29.175 120.352.376
M – Attività professionali, scientifiche e tecniche 180.467 288.413.038
N – Noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese 46.022 194.852.622
O – Amministrazione pubblica e difesa-assicurazione sociale obbligatoria 61 175.367
P – Istruzione 15.241 26.420.148
Q – Sanità e assistenza sociale 53.633 71.137.754
R – Attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento 30.040 88.152.859
S – Altre attività di servizi 59.155 93.094.178
T – Attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico-produzione di beni 11 17.411
Z – Assente / Non disponibile 241 419.230
Codice Attività 1.009.885 3.045.127.656
Tabella 2
Regione Istanze di richiesta Importo Bonus
Abruzzo 23.995 60.247.095
Basilicata 7.983 20.260.249
Calabria 31.261 64.806.694
Campania 103.565 296.822.273
Emilia-Romagna 71.032 220.924.357
Friuli-Venezia Giulia 14.857 43.743.601
Lazio 108.070 349.963.819
Liguria 26.030 67.806.097
Lombardia 173.357 603.838.187
Marche 25.384 73.629.079
Molise 5.124 11.039.933
Non disponibile 16 47.288
Piemonte 69.021 187.403.138
Puglia 70.418 172.093.093
Sardegna 26.399 68.312.324
Sicilia 71.051 170.400.172
Toscana 74.342 254.244.943
Trentino-Alto Adige 15.324 58.597.145
Umbria 14.409 38.845.620
Valle D’Aosta 2.672 6.623.399
Veneto 75.575 275.479.150
Territorio 1.009.885 3.045.127.656

I cibi stranieri sono 6 volte più pericolosi

I cibi e le bevande stranieri sono sei volte più pericolosi di quelli Made in Italy con il numero di prodotti agroalimentari extracomunitari con residui chimici irregolari che è stato pari al 5,6% rispetto alla media Ue dell’1,3% e ad appena lo 0,9% dell’Italia. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sulla base dell’ultimo rapporto Efsa appena pubblicato sulla presenza di pesticidi rilevati sugli alimenti venduti in Europa. Il Made in Italy a tavola risulta dunque – sottolinea la Coldiretti – molto più sicuro degli alimenti che arrivano dall’Unione Europea e di quelli provenienti da Paesi extracomunitari. Una buona notizia che – sottolinea la Coldiretti – viene certificata dal rapporto dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) che ha analizzato capillarmente 96.302 campioni di alimenti in vendita nell’Unione Europea fornendo uno spaccato della presenza dei residui di pesticidi su frutta, verdura, cereali, latte e vino prodotti all’interno dei Paesi dell’Unione o provenienti dall’estero.

Il primato nazionale – sottolinea la Coldiretti – è una ragione in più per sostenere il lavoro e l’economia del territorio scegliendo prodotti Made in Italy in un momento difficile per l’emergenza Covid che ha tagliato nel 2020 del 12% i consumi alimentari degli italiani che sono scesi al minimo del decennio per effetto delle chiusure delle ristorazione e il crollo del turismo che hanno messo in ginocchio l’intera filiera dei consumo fuori casa che vale 1/3 della spesa alimentare degli italiani fuori casa. Una situazione difficile che ha portato però secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ l’82% degli italiani ha privilegiare l’acquisto di prodotti nazionali.

Di fronte a questi risultati occorre avanzare nel percorso per la trasparenza sull’obbligo di indicare la provenienza degli alimenti in etichetta che grazie alle battaglie della Coldiretti ha raggiunto ormai i 4/5 della spesa (dalla carne al latte, dall’ortofrutta fresca alle conserve di pomodoro, dai formaggi ai salumi) anche se non è ancora possibile conoscere l’origine per prodotti come la frutta trasformata in succhi e marmellate, verdure e legumi in scatola o, zucchero.

L’agricoltura italiana è prima in Europa per valore aggiunto ma è anche la più green  e può contare – riferisce la Coldiretti – sulla leadership indiscussa per la qualità alimentare con 313 specialità Dop/Igp/Stg, compresi grandi formaggi, salumi e prosciutti, riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con circa 80mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari. E l’Italia è anche leader nella biodiversità ma può anche contare sulla rete di vendita diretta degli agricoltori più estesa del mondo grazie alla Fondazione Campagna Amica che ha sempre continuato a garantire prodotti sani, genuini e a chilometri zero alla popolazione.

“E’ necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri, garantendo che dietro gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel commentare i risultati dell’indagine Efsa. Serve reciprocità come evidenziato in un recente pronunciamento della Corte dei Conti in cui si evidenzia il mancato rispetto nei cibi di provenienza extraUe degli stessi standard di sicurezza Ue sui residui di pesticidi.

Nominati i Commissari per lo sblocco di 57 opere pubbliche per un investimento stimato di circa 83 mld

Ventinove Commissari straordinari sono stati nominati per gestire 57 opere pubbliche da tempo bloccate a causa di ritardi legati alle fasi progettuali ed esecutive e alla complessità delle procedure amministrative. Si tratta di 16 infrastrutture ferroviarie, 14 stradali, 12 caserme per la pubblica sicurezza, 11 opere idriche, 3 infrastrutture portuali e una metropolitana, per un valore complessivo di 82,7 miliardi di euro (21,6 miliardi al Nord, 24,8 miliardi al Centro e 36,3 miliardi al Sud) finanziate, a legislazione vigente, per circa 33 miliardi di euro. Il finanziamento sarà completato con ulteriori risorse nazionali ed europee, compreso il Next Generation EU.

Con i Dpcm firmati dal Presidente del Consiglio dei Ministri, a seguito del parere positivo espresso dalle commissioni competenti di Camera e Senato, parte ufficialmente l’iter previsto dal decreto-legge n.76 di luglio 2020, anche se diversi Commissari hanno già avviato le attività. In questo modo sarà possibile accorciare i tempi di realizzazione di importanti interventi infrastrutturali attesi da anni in diverse aree del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno. I Commissari sono figure di alta professionalità tecnico-amministrativa, immediatamente operative, scelte per assicurare la migliore interlocuzione con le stazioni appaltanti di ANAS e RFI e con le varie amministrazioni pubbliche coinvolte. Solo in un caso, come previsto da una delibera Cipe, è stato nominato commissario straordinario il Presidente della Regione Siciliana.

E’ un passo importante per il rilancio delle opere pubbliche in Italia. Si tratta di infrastrutture attese da tempo da cittadini e imprese, in gran parte già finanziate”, commenta il Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini. “L’attuazione delle opere commissariate determinerà anche importanti ricadute economiche e occupazionali. Considerato che una parte significativa delle opere è localizzata al Sud, ci aspettiamo impatti positivi in termini di riduzione del gap infrastrutturale tra i territori del nostro Paese. In due mesi abbiamo completato un processo che era fermo da tempo, ma ora occorre procedere velocemente all’attuazione dei cronoprogrammi e a tal fine intendo incontrare al più presto i commissari. Il Ministero monitorerà trimestralmente la realizzazione delle diverse fasi, così da rimuovere tempestivamente eventuali ostacoli”.

Per quanto riguarda le tipologie di interventi soggetti a commissariamento, le infrastrutture ferroviarie hanno un valore di 60,8 miliardi, quelle stradali 10,9 miliardi, i presidi di pubblica sicurezza 528 milioni, le opere idriche 2,8 miliardi, le infrastrutture portuali 1,7 miliardi, la metropolitana 5,9 miliardi. Per accelerare la realizzazione di tali interventi, a dicembre 2020 è stato firmato con le organizzazioni sindacali un Protocollo d’intesa che prevede l’ottimizzazione dei turni di lavoro su 24 ore.

Diverso è lo stato di attuazione delle infrastrutture. Per alcune opere il commissariamento consentirà di avviare la progettazione, per altre l’avvio in tempi rapidi dei cantieri. Sulla base dei cronoprogrammi disponibili, nel corso del 2021 si prevede l’apertura di 20 cantieri, cui se ne aggiungeranno 50 nel 2022 e ulteriori 37 nel 2023. La realizzazione delle opere commissariate avrà una ricaduta significativa sui livelli occupazionali: secondo una valutazione condotta da RFI e Anas, l’impatto occupazionale delle sole opere ferroviarie e stradali è valutabile in oltre 68.000 unità di lavoro medie annue nei prossimi dieci anni, con un profilo crescente fino al 2025, anno in cui si stima un impatto diretto sull’occupazione di oltre 100.000 unità di lavoro.

Quelle che vengono “sbloccate” sono opere caratterizzate da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico-amministrative ovvero che comportano un rilevante impatto sul tessuto socioeconomico a livello nazionale, regionale o locale. Alcune delle opere erano in parte già pianificate nel documento “Italia veloce”, allegato al Documento di Economia e Finanza 2020 e trovano corrispondenza anche nella proposta del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Tra le opere ferroviarie principali oggetto del commissariamento si segnalano: le linee AV/AC Brescia-Verona-Padova, Napoli-Bari, Palermo-Catania-Messina; il potenziamento delle linee Orte-Falconara e Roma-Pescara; la chiusura dell’anello ferroviario di Roma; il potenziamento con caratteristiche di AV della direttrice Taranto-Metaponto-Potenza-Battipaglia. Tra le opere stradali principali rientrano: la SS Ionica 106; la E 78 Grosseto-Fano; la SS 4 Salaria e la SS 20 del Colle di Tenda; la SS 16 Adriatica; la SS 89 Garganica. I presidi di pubblica sicurezza verranno realizzati a Palermo, Catania, Reggio Calabria, Crotone, Napoli, Bologna, Genova e Milano. Gli altri interventi riguardano l’Acquedotto del Peschiera e numerose dighe in Sardegna, i porti di Genova, Livorno e Palermo.

“Come annunciato in Parlamento – aggiunge il Ministro Giovannini – proporrò nelle prossime settimane una nuova lista di opere da commissariare, ma bisogna ricordare che il commissariamento è un atto straordinario. Per questo, abbiamo elaborato una serie di interventi normativi e procedurali volti a ridefinire le regole esistenti per la realizzazione delle infrastrutture, a partire da quelle previste nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La Commissione che abbiamo istituito alcune settimane fa con Il Ministro Brunetta ha completato i suoi lavori e le numerose proposte formulate per rendere più veloci i percorsi di tutte le opere pubbliche sono ora al vaglio dei competenti uffici”.

I Commissari straordinari, cui spetta ogni decisione per l’avvio o per la prosecuzione dei lavori, provvedono all’eventuale rielaborazione e approvazione dei progetti non ancora appaltati, insieme ai Provveditorati interregionali alle opere pubbliche e mediante specifici protocolli per l’applicazione delle migliori pratiche. È previsto che l’approvazione dei progetti da parte dei Commissari, d’intesa con i Presidenti delle regioni territorialmente competenti, sostituisca a effetto di legge ogni autorizzazione, parere, visto e nulla osta occorrenti per l’avvio o la prosecuzione dei lavori, salvo che per quelli relativi alla tutela ambientale e dei beni culturali e paesaggistici, per i quali è definita una specifica disciplina.

Per l’esecuzione degli interventi, i Commissari straordinari possono assumere direttamente le funzioni di stazione appaltante e operano in deroga alle disposizioni di legge in materia di contratti pubblici, fatto salvo il rispetto di una serie di principi e di disposizioni, tra cui quelli relativi all’aggiudicazione e l’esecuzione di appalti e concessioni, alla sostenibilità energetica e ambientale, al conflitto di interesse. Inoltre, un ulteriore limite è quello relativo alle disposizioni del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione e del subappalto.

In allegato la lista delle opere commissariate, il costo stimato e la stima dell’impatto occupazionale.

Cartabellotta (Gimbe): “Riaperture? Senza rispetto regole ci giochiamo l’estate”

“Se non osserviamo scrupolosamente i comportamenti, ci giochiamo l’estate”. Lo twitta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, all’indomani dell’annuncio delle riaperture di ristoranti, piscine e palestre e altre attività, a partire dal 26 aprile.

“Perché il rischio ragionato delle riaperture viaggia sul filo del rasoio”, sottolinea aggiungendo: “Draghi non ha parlato di ‘rischio calcolato’, ma di ‘rischio ragionato’ che va incontro alle aspettative dei cittadini”.

“Il rischio – conclude Cartabellotta – si può tradurre in opportunità di ripresa economica e della vita di ciascuno di noi, solo se tutti osserviamo scrupolosamente i comportamenti”.

La lezione di Zaccagnini

L’articolo qui riproposto, senza modifiche, è stato pubblicato in occasione dei 100 anni dalla nascita del politico ravennate. 

Nel 1912 nasceva Benigno Zaccagnini. A cento anni da quella data, numerose sono state le occasioni per ricordare l’uomo politico che più di altri e con lucida determinazione ha saputo incarnare lo spirito di rinnovamento dei cattolici impegnati nella vita pubblica. Dopo la morte di Moro, si era convinto che il contributo dei democratici cristiani dovesse mirare al superamento della “democrazia bloccata” ed essere lievito, dunque, di una nuova dialettica tra riformisti di matrice socialista e riformisti di ispirazione cristiana. Era il disegno di un bipolarismo, ancora condizionato dalla pregiudiziale anticomunista, che doveva rompere le gabbie delle vecchie contrapposizioni ideologiche. Invece con l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica abbiamo conosciuto un bipolarismo ancora immaturo.

Ogni anniversario costituisce un’occasione per intrecciare nuovi pensieri tra passato e futuro. E’ uno stimolo a scrollarsi di dosso la pigrizia del quotidiano, quel senso di ripetizione che opacizza l’impegno politico. A cent’anni dalla nascita, Benigno Zaccagnini è presente davanti a noi con il suo esempio e la sua testimonianza di rettitudine, passione e generosità.

Come parlare di lui senza retorica e con precisione? Oggi si fa presto a ricordarne insieme la mitezza e la forza di uomo volutamente distante dalla ribalta, fino a quando le circostanze non glielo imposero. E’ stato il Giovanni XXIII della Democrazia Cristiana, il Papa laico del “rinnovamento democristiano” nelle istituzioni e nella società, l’interprete della politica del confronto – espressione del lessico moroteo – che doveva segnare il passaggio dal vecchio centro-sinistra alla stagione, breve e drammatica, della solidarietà nazionale. Aveva il carisma di chi non cerca il consenso, ma lo suscita man mano con la sincerità della parola e dell’azione.

“La vita di Zaccagnini, ha scritto Corrado Belci, può essere tradotta con la sintetica e assai semplice espressione di Dietrich Bonheffer – che Benigno rileggeva proprio negli ultimi giorni – per definire in termini di coerenza una vita da cristiano: «esserci-per-altri». Gli “altri” sono stati gli uomini e le donne di tutte le comunità cui egli ha destinato le sue energie e il suo amore: la famiglia, la comunità di Ravenna, l’Azione Cattolica, la Fuci di Righetti e Montini, le cooperative, l’Ospizio di Santa Teresa e i suoi malati poveri, le formazioni partigiane, la Costituente, il Parlamento, la Democrazia cristiana, il Paese, i giovani, il Terza Mondo”. Non si poteva tratteggiare meglio, in poche frasi, l’esperienza privata e pubblica di Zaccagnini.

Giunto inaspettatamente alla guida del partito, prese su di sé la responsabilità di cambiare linea e condotta politica, dando in questo modo ai cattolici democratici l’orgoglio disperso nella lunga pratica di potere e infine mortificato, nel biennio della Segreteria Fanfani (1973-1975), da eventi epocali come la vittoria del No al referendum sul divorzio. Doveva essere un segretario di transizione, invece a Piazza del Gesù vi rimase molto più a lungo del previsto, sempre con l’ansia di promuovere un’altra idea di Democrazia cristiana. Aveva dalla sua il lungo sodalizio con Moro, di cui si avvalse per incidere sul modo d’essere di un partito infiacchito e demotivato. Un cambiamento non solo di stile – pure essenziale per rispondere in quel frangente di tempo  alle accuse di corruzione che piovevano sul principale partito di governo – ma anche e soprattutto di tenore politico. Con la Segreteria Zaccagnini trova accoglienza l’intuizione per la quale Moro aveva misurato la sua distanza dal doroteismo, prospettando all’intero partito l’esigenza di essere all’opposizione di sé medesimo. Con questo spirito la novità zaccagniniana tramuta il moroteismo in capacità di movimento e forza di suggestione, restituendo anzitutto dignità ai militanti delle sezioni. 

Vale la pena citare solo un episodio. Quando il 5 ottobre del ’75 l’esule democristiano cileno Bernardo Leighton subì a Roma un grave attentato, i giovani del partito scesero in piazza con le bandiere bianche in una manifestazione che si snodò dal Colosseo a SS. Apostoli, coinvolgendo nella denuncia del regime fascista di Pinochet rappresentanti della resistenza cilena e uomini della società civile italiana, come il segretario generale della Cisl, Luigi Macario. Partendo da quel momento di grande partecipazione emotiva, Zaccagnini mostrava di essere pronto a schierare il partito sulla linea della coesione nazionale tra tutte le forze di matrice popolari. Da ex partigiano, aveva tutta la credibilità necessaria per evocare e riproporre la natura antifascista della Democrazia cristiana. 

Al XIII Congresso (18-24 Marzo 1976) viene rieletto segretario e nel catino del Palasport dell’Eur, la sera dei risultati, la sua vittoria di misura su Arnaldo Forlani è festeggiata al canto di “Bella ciao” dai congressisti. Dopo qualche mese, alle elezioni politiche, la Democrazia Cristiana riconferma il suo primato e blocca il paventato sorpasso delle sinistre. Da qui si dipana la tela delle alleanze di Moro, fatta di dialogo e fermezza, apertura e intransigenza. Nasce dunque la Terza Fase, con l’avvento del governo Andreotti della “non astensione” e la costruzione in Parlamento di un rapporto inedito con il Partito comunista. 

Come è noto, alla fine l’operazione subì il colpo mortale del sequestro e martirio dello stesso Moro nella cupa  primavera del 1978. Zaccagnini visse con tormento e lucidità la scelta della fermezza, giacché sentiva il dovere di non cedere al ricatto dei brigatisti e, al tempo stesso, la responsabilità di non spezzare il tenue filo di speranza per la salvezza del prigioniero. Da quella vicenda uscì provato, consapevole di portare su di sé il carico di un fallimento politico. Non abbandonò il campo. Ma forse perché indurito, senza più fiducia in quell’arte della mediazione che solo Moro poteva assumere come anima della strategia democristiana, prese a forgiare l’ipotesi di un congresso in cui sancire l’esistenza, come mai nella storia dello scudo crociato, di una maggioranza assoluta delle componenti di sinistra. Era a suo giudizio l’unica condizione per salvaguardare il disegno avviato nel ’75, così da proseguire nel solco della politica del confronto con i comunisti. 

Fu un errore. Il cartello della sinistra e degli andreottiani perse nel 1980 il XIV congresso e con il “Preambolo” decollò – ancora in chiave anticomunista – la nuova alleanza di pentapartito. Proprio questo giudizio sul carattere caduco dell’esperienza democristiana in mancanza di un ruolo guida della sinistra interna, trasforma la sconfitta nella vocazione latente di alcuni settori della cosiddetta “area zac” a riorganizzare fuori dal partito le istanze più avanzate e dinamiche del cattolicesimo politico. Piuttosto, in questo epilogo della segreteria Zaccagnini si coglie l’aspetto negativo della caduta nel pessimismo e nell’irrequietezza, non un salto verso la maturità che pure il suo progetto politico poteva validamente conseguire. Da qui la frantumazione di quella geometria di valori, di procedure e di equilibri entro cui la dirigenza più vicina alla lezione di Moro aveva prefigurato e diretto la collaborazione tra cattolici e comunisti. 

Si deve per altro a Zaccagnini l’invenzione di un nuovo linguaggio, se è vero che a un Berlinguer assertore della funzione “rivoluzionaria e conservatrice” del Partito comunista egli opponeva l’ardita definizione della “sua” Democrazia cristiana come forza politica “gradualmente rivoluzionaria”. Cosa significava? Null’altro che un germoglio di sana e concreta competizione democratica. Infatti, oltre le Colonne d’Ercole della guerra fredda, la Terza Fase avrebbe dovuto favorire un confronto – per contiguità di aspirazioni e sensibilità, non per rigido antagonismo ideologico – tra due diverse opzioni politico-programmatiche: l’una ancorata al popolarismo cristiano e l’altra al solidarismo di matrice socialista. 

In questo modo Zaccagnini aboliva l’ipotesi di un cattolicesimo politico risucchiato nella palude del moderatismo e fatalmente cristallizzato nella pregiudiziale anticomunista. A lui premeva che fosse riconosciuta l’originalità della vocazione democratica dei cristiani e dunque riconosciuta parimenti la plausibilità di un’altra dialettica politica rispetto a quella incentrata sull’asse destra-sinistra o conservatori-progressisti del modello liberale classico. 

Questo, in definitiva, è il lascito di un pensiero non corroso dall’usura del tempo. Vi si scorge in filigrana un’utopia concreta che ancora può dare, in termini di stimolo e suggestione, un senso forte alla costruzione di un  bipolarismo dei valori e della responsabilità. 

 

Il funambolismo di Letta non salva il Pd

L’ospitata a “Piazza Pulita”, l’altra sera, del segretario Letta mi ha trasmesso la netta sensazione del declino inarrestabile del PD e la sua fine. L’impressione dell’assoluta mancanza di consapevolezza di sé, di cosa vuole e di cosa vuole che sia questo Paese.

Impressionante la spiegazione di come evitare che ci sia una sovrapposizione di area fra il PD e i Cinque Stelle! Non attraverso la propria identità politica e programmatica, ma la speranza che nel nuovo statuto dei Cinque Stelle continui ad esserci l’affermazione che quel movimento non è né di sinistra né di destra.

E poi, ribadire con forza che la sua linea è nella continuità della linea di Zingaretti? Cioè, il nulla! Infatti non una risposta politica (sic!) sulle prossime amministrative, l’assoluta incapacità di esprimere candidati all’altezza delle sfide che si pongono prima di tutto a Roma e poi a Bologna.

Letta invoca le primarie, ma questo strumento, senza una azione politica forte e una visione altrettanto forte del futuro è solamente un pilatesco sciacquarsi le mani in attesa che (ad esempio a Roma) la Raggi faccia un passo indietro, mancando il coraggio di dire che non la si vuole ricandidata.

Insomma, i Dem si sono fatti impastoiare dai Cinque Stelle. A Bologna, per evitare un candidato di Italia Viva, la vendetta contro l’odiato Renzi si potrà trasformare nella sconfitta del centrosinistra. A meno che i cittadini di Bologna, stanchi di questa insipienza e non sapenfo dove andare, decidano autonomamente di votare il merito e non il poltronismo.

Può essere Letta il segretario di un partito che dovrebbe avere l’ambizione di vincere le prossime elezioni, sottilizzando e mettendo in mora Draghi, sulla definizione di Erdogan? Autocrate?! Ma sguaini il coraggio politico e appoggi incondizionatamente il capo del governo! Lo deve dire il “New York Times” che Draghi sta facendo dell’Italia una potenza in Europa?
Ma davvero la lotta politica può essere racchiusa nel, pur sacrosanto, recinto culturale dello ius soli e del voto ai sedicenni?

Poi dibattiamo ancora del perché venne sfiduciato quando era capo del governo, facendo della gretta ironia sullo “stai sereno”?
Qualcuno, nella variegata popolazione degli opinionisti, aveva azzardato e detto che Letta è per il PD ciò che Draghi è per la politica. Mi scaturisce un sorriso, ma è piuttosto un urlo… di Munch!

La battaglia contro la pandemia passa dal rispetto della natura

Il tempo dell’incipit del Covid  19 sembra appartenere alla preistoria, ciò che interessa in questo momento è concentrare risorse ed energie sui piani vaccinali: fase dirimente per vincere questa lunga battaglia anche se risalire alle origini e capire sarebbe utile per evitare che essa diventi l’episodio di una guerra più lunga e indefinita. Per metterla sul banale guardare al presente per ipotecare il futuro senza cogliere la causa che ha scatenato il putiferio è come tappare un lavandino senza chiudere il rubinetto. Non tutti i Paesi del mondo usano la stessa strategia per battere il virus e questo in epoca di globalizzazione dovrebbe indurre ad approfondire i fenomeni demografici previsti entro la metà di questo secolo: non si può blindare una intera popolazione nei confini nazionali rispetto a flussi etnici che diventeranno stanziali.

E’ stato per me interessante approfondire questo argomento con l’illustre demografo e Presidente ISTAT Prof Giancarlo Blangiardo. Ma intanto andiamo avanti a tutto spiano con le somministrazioni: raggiunte le immunità di gregge difendibili solo rendendo difficili gli spostamenti da Paese a Paese vedremo quanto questa trincea potrà reggere. Esattamente il contrario del paradosso che si è materializzato in questi giorni: bloccati in casa in una Italia tutta rossa mentre sono ammessi i voli verso l’estero, pur con le precauzioni dei tamponi e delle quarantene. Alle origini del Coronavirus ci sono sostanzialmente tre ipotesi in campo: la prima è quella del “contadino di Wuhan” che avendo mangiato carne di pipistrello ed essendo stato ammorbato dal virus animale per zoogenesi, avrebbe poi trasmesso la malattia alla moglie e di lì a tutto il pianeta. Il filmato che girava in rete sul mercato degli animali di Wuhan (cani, gatti, topi, pipistrelli, serpenti ecc.) era eloquente ma il Direttore di TGCOM24 Paolo Liguori a cui lo avevo inviato me lo aveva restituito con un laconico “fake cinesi”. La seconda cavalca l’ipotesi complottista di un orchestrato progetto politico di contaminazione del mondo (e dell’Occidente in particolare) con il famoso “virus costruito in laboratorio” come arma letale. Roba da fantascienza ma mica tanto, che ricorda le trame di certi film dove le armi convenzionali e le bombe sono sostituite dalla guerra batteriologica, silente e persino più devastante.

Lo stesso Paolo Liguori non ha mai nascosto di averne parlato per primo. Questa tesi è avvolta in misteri imperscrutabili: dai ritardi nella denuncia al mondo da parte della Cina circa la “fuga” del virus nei famosi “11 giorni di Wuhan”, ai complici silenzi dell’OMS, alle omissioni della Cina stessa rispetto ai protocolli internazionali sugli scambi commerciali e di persone: ne aveva sottoscritto uno anche con noi ad aprile 2019, un mese dopo il Memorandum sulla “via della seta” ma non l’aveva poi rispettato. Senza dimenticare la ricerca dell’Università di Southampton secondo cui se la Cina avesse agito con tre settimane di anticipo rispetto alla data del 23 gennaio, il numero di casi complessivi di Covid-19 si sarebbe potuto ridurre del 95%. Ma anche una sola settimana avrebbe ridotto il contagio globale del 66%”.

E il successivo rapporto del Centro Studi “Henry Jackson Society” intitolato: “Risarcimento da Coronavirus? Stabilire la potenziale colpevolezza della Cina e le vie di una azione legale” paventava la potenziale responsabilità della Cina e la via di una azione giudiziaria. Ma – come ho dedotto da una intervista realizzata con il Prof Lucio Caracciolo Direttore di Limes – l’Italia non percorrerà mai la via del risarcimento avendo essa stessa optato per una svolta filocinese a livello di scambi commerciali e di geoeconomia.

La teoria dell’anticipo rispetto ai dati ufficiali segnalati all’OMS circa l’incipit pandemico troverebbe riscontro in una ricerca dall’Istituto tumori di Milano che, in collaborazione con l’Università di Siena, aveva sottoposto a screening tumorale ai polmoni un migliaio di pazienti tra settembre 2019 e marzo 2020. Come riferito dal quotidiano Repubblica l”l’11,6% di questi pazienti aveva gli anticorpi del virus: il 14% di questi già a settembre 2019, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020 e il maggior numero del totale (53,2%) dimorava in Lombardia.

Questo ultimo dato spiegherebbe in modo empirico come tale regione sia stata fin dall’inizio l’epicentro del contagio, dal caso di Codogno a febbraio a quelli successivi di Bergamo e provincia, a Milano e ora a Monza e Varese. Probabilmente potrebbe suggerire anche una spiegazione al fatto che la Lombardia sia stata  ininterrottamente da allora ad oggi la regione con il maggior numero di persone contagiate e decedute: è questo il senso che può essere attribuito al termine “focolaio”, anche se poi si propaga altrove, con una espansione esplosiva e puntilliforme.

La terza ipotesi è forse la più convincente: essa è stata ampiamente spiegata da David Quammen nel suo libro Spillover nel 2014, commentato lo stesso anno dal Prof. Benini Emerito all’Università di Zurigo sul Domenicale de IL SOLE24ORE e poi ripreso in due interviste per il Domani d’Italia. Si basa sulla  teoria della rottura della sostenibilità ambientale, studiata dall’ONU nel Rapporto 2019, ripreso in sede OCSE e da molti scienziati: la contaminazione virale passa dall’animale all’uomo perché si spezza un equilibrio che si basa sul principio della tolleranza eco-sistemica. L’incremento demografico, la distruzione della natura, l’estinzione graduale di certe forme di vita sul pianeta, la deforestazione galoppante, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei mari, il rialzo termico: sono tutti fattori di indebolimento del genoma umano di fronte alla ribellione della natura violata.

Secondo il biologo Edward O. Wilson alla presenza di 6 miliardi di esseri umani sul pianeta è scattato un semaforo rosso di non-sostenibilità ambientale. Consideriamo che ora siamo 7,5 miliardi e a fine secolo diventeremo 11 miliardi : la conclusione dell’ONU è raccapricciante, se non si fa qualcosa per fermare la devastazione del pianeta potremmo arrivare ad un big crash finale, la sesta estinzione della vita sulla Terra, la prima per mano dell’uomo. L’estinzione graduale di alcune specie animali è già in atto: il grande rischio è quello di una alterazione del genoma umano non controllabile con i mezzi attuali. Si profila dunque l’ipotesi di un conflitto decisivo tra natura e sua sistematica alterazione, intesa come cambiamento radicale e indotto dello statuto biologico dell’essere umano.

Una materia dibattuta a livello accademico che dovrebbe essere spiegata alla gente attraverso una informazione puntuale, scientifica pur se in modo divulgativo e traducibile in stili di vita che non violentino la natura e rendano sostenibile la vita dell’uomo sul pianeta.

Il paradosso più evidente che stiamo vivendo consiste nel fatto che il virus rappresenta la natura che cerca spazi vitali di difesa dall’invasione di un ecosistema a struttura esclusivamente umanocentrica: il fatto che finora la natura abbia sempre vinto, ribellandosi alle alterazioni prodotte dall’espansione materiale e tecnologica dovrebbe indurre qualche riflessione se vogliamo dare un senso a parole come “green economy” o “riconversione ecologica”.

La forza degli orientamenti ideali

Viviamo una fase politica caratterizzata da partiti che, in larga misura, sono molti distanti da quanto indicato dall’art.49 della Costituzione in materia dei democrazia interna.

Lo sfascio dei partiti della Prima Repubblica (1948-1993) e l’avvento del partito-azienda berlusconiano sino al partito etero diretto del M5S della Terza Repubblica, dopo la lunga stagione forza-leghista della seconda, segna il suo limite nella crisi della politica, dopo le soluzioni trasformistiche dei governi giallo verde-Conte 1 e giallo rosa-Conte 2, e la formazione del governo Draghi “senza vincoli di formula politica”.

Trattasi di un momento nel quale si assiste a un tentativo di riposizionamento delle forze politiche, interessate da processi di riassestamento delle loro leadership, tanto nel PD, come nel M5S e nella stessa Lega. Discorso a parte per la destra estrema di Fratelli d’Italia saldamente ancorata alla leadership dell’On Giorgia Meloni.

Analogo processo è da diverso tempo avviato nell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale italiana, nella quale si assiste a un grande fermento nei diversi movimenti, gruppi, associazioni che costituiscono il retroterra sociale e culturale di quest’area, mentre sul piano più propriamente politico e partitico, più avanzato è il progetto di ricomposizione avviato dalla Federazione Popolare dei DC e dagli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni: Insieme, Rete bianca e Costruire insieme.

Di fronte al dominio esercitato a livello globale, almeno sul fronte occidentale, dal turbo capitalismo finanziario, le uniche due culture che in questo momento si affermano come alternative, sono quelle espresse dagli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana e quelle ecologiste che trovano la loro traduzione politico partitica nei diversi movimenti Verdi presenti in Europa, specie in Germania e Francia. Diffusa e importante è anche la tradizione verde italiana, seppur frastagliata nelle sue diverse espressioni; originalissima negli orientamenti espressi sin dagli anni’80 da Alexander Langer, Gianfranco Amendola ed Enrico Falqui, i primi tre eurodeputati verdi, insieme a quelle vissute dagli amici fratelli Boato della mia città di Venezia : dallo scomparso Stefano, a Marco e a Michele. Di più antica derivazione quella politica cattolica democratica e cristiano sociale, che affonda le sue origini nella dottrina sociale cristiana: dalla Rerum Novarum, prima enciclica che, con Papa Leone XIII affrontò i temi connessi alla prima rivoluzione industriale, che ispirò la formazione del PPI di Sturzo; alla Quadragesimo Anno e le successive giovannee ( Mater et Magistra e  Pacem in terris) e paolina ( Populorm progressio) e a quella di Papa San Giovanni Paolo II: Centesimus Annus. Quest’ultima è la prima che affronta i temi collegati al fenomeno della globalizzazione; temi che sono più direttamente oggetto delle analisi e degli orientamenti pastorali della “Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI e “Laudato Si” e “Fratelli tutti” di Papa Francesco.

Ecco perché, oggi come nel passato, spetta a  noi, eredi del cattolicesimo politico democratico e cristiano sociale, il dovere di tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali indicati, soprattutto, dalle due ultime encicliche, che, accanto alla cultura dell’area ecologista-verde, costituiscono le interpretazioni più avanzate del pensiero critico rispetto alla storture presenti nell’età del turbo capitalismo finanziario. Un capitalismo che ha rovesciato, come sostiene il prof Zamagni, il principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteria). Un rovesciamento che ha determinato l’egemonia-dominio della finanza sull’economia reale e la subordinazione, fino a un ruolo del tutto subordinato e ancillare della politica, con la riduzione della stessa democrazia e un ectoplasma, sempre più privo di significato e di ruolo autonomo prevalente.

Molto opportunamente l’amico Gianfranco Rotondi, nel Novembre scorso, ha organizzato a St Vincent un seminario nel quale ha chiamato a confrontarsi una serie di esponenti rappresentanti delle culture democratiche, popolari, ecologiste, liberali  e riformiste, sui temi indicati dalla “Laudato SI”. Credo si debba proprio ripartire da lì, tanto sul piano degli incontri possibili tra i diversi movimenti e gruppi delle diverse aree politiche in sede locale, quanto a livello dei  parlamentari che si richiamano a queste stesse culture, interessati a dar vita a un gruppo parlamentare di centro, alternativo alla destra populista e nazionalista e distinto e distante da una sinistra senza più identità. A livello locale si potrebbero sperimentare, sin dalle prossime elezioni amministrative, liste unitarie civiche, così come a livello parlamentare un rinnovato centro come auspicato. Al deserto delle culture politiche degli attuali partiti, l’avvio di un progetto popolare, ecologista, liberale e riformista, sostenuto dagli orientamenti ideali descritti, rappresenterebbe un bel salto in avanti per la politica, corrispondente alle attese di una vasta platea di cittadini, elettrici ed elettori dell’Italia, al Nord come al Sud del Paese.

 

Il mondo digitale non è sostenibile

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Tascabile a firma di Alessio Giacometti

La foto è del 1994: un giovane e intrepido Bill Gates si cala con fune e imbragatura in un bosco di abeti. Nella mano sinistra tiene bene in vista un iridescente CD-ROM, la destra è poggiata su una pila di fogli di carta che pareggia in altezza il fusto degli alberi. Il messaggio del ragazzo che vuole portare un calcolatore elettronico su ogni scrivania d’America e del mondo non chiede spiegazioni: guardate quanta informazione ci sta in un disco compatto di memoria, quanta carta ci farà risparmiare l’archiviazione digitale dei dati informatici. Basta già poca immaginazione per intravedere un futuro sfavillante in cui l’informazione, ormai quasi del tutto smaterializzata, viaggerà dal centro pulsante di un microchip fino allo schermo luminoso di un computer che potremo tenere in tasca. Alleggeriremo così la nostra impronta sull’ambiente, muoveremo i dati e non le cose, ci faremo efficienti e sostenibili. È la promessa spregiudicata di una rivoluzione digitale ed ecologica assieme.

A distanza di quasi trent’anni da quello scatto divenuto nel frattempo celebre, il savio e visionario Gates ama ancora farsi passare per guru della sostenibilità digitale, eppure la sua profezia pare essersi realizzata soltanto per metà. La rivoluzione digitale si è in effetti compiuta, almeno in larga parte, mentre la crisi climatica è sempre lì che incombe, anzi: sempre più. Ridimensionato l’ottimismo acritico della prima ondata per l’innovazione digitale – già messo in discussione, su basi economiche e politiche, da autori come Evgeny Morozov – le cosiddette ICT (information and communications technologies) hanno alla fine deluso le aspettative più rosee di riduzione dell’impatto ambientale.

La moneta digitale non è altro che l’energia impiegata per produrla, e più ne viene estratta più calcoli (ed energia) sono necessari per generarne di ulteriore.
Negli anni, le tecnologie informatiche e digitali sono diventate, anzi, per certi versi, parte del problema. Qualche dato: per fabbricare un computer si utilizzano 1,7 tonnellate di materiali, compresi 240 chili di combustibili fossili. Internet da sola succhia il 10% dell’elettricità mondiale e rispetto a dieci anni fa inquina sei volte di più, con un monte emissioni che eguaglia oggi quello dell’intero traffico aereo internazionale. Due ricerche su Google rilasciano anidride carbonica al pari di una teiera d’acqua portata a ebollizione, Netflix consuma da sé l’energia di 40mila abitazioni statunitensi. Mezz’ora di streaming emette quanto dieci chilometri percorsi in automobile (secondo altre fonti, non più di un chilometro e mezzo ), mentre un solo ciclo di training linguistico di un algoritmo arriva invece a inquinare come cinque automobili termiche lungo il loro intero ciclo di vita. Complessivamente, i consumi energetici dell’intelligenza artificiale raddoppiano ogni 3,4 mesi, e per risolvere in pochi secondi il cubo di Rubik a un algoritmo serve l’elettricità prodotta in un’ora da tre centrali nucleari.

Ci sono poi i videogiochi: complici la pandemia di coronavirus e le conseguenti restrizioni, il 2020 è stato un anno da record per l’industria videoludica, che nei soli Stati Uniti assorbe il 2,4% dell’elettricità domestica, più di quanto facciano congelatori e lavatrici, generando tante emissioni quante quelle di 55 milioni di automobili a motore termico. Per ridurre consumi ed emissioni Sony e Microsoft hanno introdotto una modalità di utilizzo a risparmio energetico nella loro ultima generazione di console, rispettivamente, e tuttavia la sensazione è che l’intero settore stia rapidamente avanzando verso il più energivoro cloud gaming multipiattaforma.

 

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Banche e Sostenibilità: la transizione verde

Il tema della sostenibilità è sempre più presente nell’agenda di investitori e policy maker. La transizione verde necessita di ingenti finanziamenti ed il settore bancario gioca un ruolo fondamentale in questo processo.

Uno studio dell’Università “La Sapienza” dal titolo Banks and Environmental, Social and Governance Drivers: Follow the Market or the Authorities?, mette in luce le principali motivazioni che inducono le banche ad attuare scelte in favore dell’ambiente e del sociale.

Mario La Torre, Ida Panetta e Sabrina Leo, hanno studiato un campione composto da 43 banche (quotate sullo STOXX Europe 600) rappresentative di 14 Paesi europei; i risultati  confermano come le iniziative avviate dagli intermediari bancari in tema di finanza sostenibile non siano correlate né a miglioramenti di performance, né a significativi apprezzamenti dal mercato; l’input delle autorità di vigilanza di puntare tutto sui rischi climatici ed ambientali sembra, al momento, essere la determinante più convincente per spingere le banche a sostenere la transizione green.

Nello studio dei tre ricercatori emerge uno spiraglio di ottimismo, valido anche per i banchieri più tradizionali: implementando convinte strategie di sostenibilità, la correlazione positiva tra i fattori ESG (environment, social and governance) e l’EVA spread (Economic Value Added) lascia intendere che i fattori ESG possano essere una importante leva di creazione di valore.

Il lavoro suggerisce tre livelli di azione future: 1) sul piano della ricerca, occorre produrre ulteriori evidenze, ed avanzare sul terreno dei modelli di contabilità integrata che leghino le variabili finanziarie ai fattori ESG; 2) sul piano della regolamentazione, occorre, tra l’altro, creare un quadro armonizzato di rating ESG ed incentivare business models impact-oriented; 3) sul piano del business, occorre migrare dal risk management a strategie e business model ESG-driven.

Lo studio è disponibile open source al link: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/csr.2132?af=R

Joe Biden e il problema Taiwan

Questa settimana, il presidente Joe Biden ha inviato a Taiwan un gruppo bipartisan di ex alti funzionari del governo come “segnale personale” del suo sostegno e impegno per l’isola che si autogoverna.

Taiwan è una società democratica di quasi 24 milioni di persone che si trova a sole 80 miglia dalla Cina continentale. Sebbene abbia un presidente eletto dal popolo e un ramo legislativo, il governo della Repubblica popolare cinese (RPC), però, considera Taiwan una provincia rinnegata. Pechino ha insistito affinché gli Stati Uniti osservassero la cosiddetta “One China “.

La One China Policy è il frutto di una lunga trattativa diplomatica avviata sin dall’inizio degli anni settanta, a seguito della rottura tra Pechino e Mosca. Il “Joint Communiqué degli Stati Uniti d’America e della Repubblica Popolare Cinese” del 1972, stilato durante la storica visita presidenziale di Nixon in Cina, contiene tutti gli elementi che caratterizzeranno la politica nei confronti di Taiwan per i decenni successivi.

Con questo documento Pechino sottolineò come la questione taiwanese fosse cruciale nella normalizzazione delle relazioni sino-statunitensi mentre Washington riconobbe sia l’esistenza di una unica Cina sia l’appartenenza di Taiwan alla “entità unica cinese”.

La storia poi andò avanti per molti anni e potrebbe essere così riassunta:

  1. Gli Stati Uniti non hanno dichiarato esplicitamente lo stato sovrano di Taiwan nei tre comunicati congiunti USA-RPC del 1972, 1979 e 1982.
  2. Gli Stati Uniti “hanno riconosciuto” la posizione “Una Cina” di entrambi i lati dello Stretto di Taiwan.
  3. La politica statunitense non ha riconosciuto la sovranità della RPC su Taiwan;
  4. La politica statunitense non ha riconosciuto Taiwan come paese sovrano; 
  5. La politica statunitense ha considerato lo status di Taiwan instabile.

Tuttavia, ora, durante un periodo in cui il bipartitismo a Washington, DC, è stato praticamente inesistente, il sostegno a Taiwan è il raro problema che ha riunito repubblicani e democratici. In effetti, i membri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti e del Senato degli Stati Uniti si sono uniti nel 2020 per approvare all’unanimità il TAIPEI Act , che cerca di espandere il sostegno americano alla partecipazione di Taiwan alle organizzazioni internazionali.

Ora però bisognerà capire se Biden riuscirà a mantenere un forte sostegno americano a Taiwan mentre cercarà anche di ricucire le relazioni con la Cina.