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Gianfranco Rotondi, il Crispolti dell’Irpinia: “Meloni? Non c’è di meglio”.

Finalmente le riflessioni politiche più strategiche, frutto delle sue meditazioni estive, sono state consegnate ieri dall’on. Rotondi sul sito dell’Huffington Post. Di riflessivo però hanno poco, limitandosi a fotografare l’esistente, con tutto quello che attiene all’arido percorso della destra post democristiana; di strategico ancor meno, essendo una risciacquatura dell’anticomunismo che sopravvive comunque alla fine del comunismo, con la stilizzazione di una Dc rimpannucciata in abiti di partito genericamente “anti sinistra”. Verrebbe voglia di passarci sopra, lasciando all’interessato la personale convinzione di stare, con queste acrobazie retoriche, nel cuore della politica di rifacimento dell’edificio democratico in virtù della sudditanza garantita alla Premier Meloni. 

In fondo, questo è il messaggio che sorregge l’uscita estiva dell’on. Rotondi: “Non vedo in giro di meglio, e penso che lo svolgimento della leadership di Giorgia – così nel testo dell’Huffington Post – si sincronizzi coi tempi di una possibile ricostruzione democristiana: la nostra è la cultura di riferimento che ha retto il Paese per sette decenni”.

Ora, una precisazione va fatta per onestà e per chiarezza. Quando si descrive la storia della Dc come presidio stabile della politica alternativa alla sinistra, ovviamente senza specificarne bene la sostanza, si cade nell’abbaglio tipico di chi ama farsi abbagliare da una comoda alterazione della verità storica. Se una costante è possibile ricavare dalla vicenda democristiana è semmai lo sforzo di mantenere ferma la chiusura a destra, operando affinché l’alternativa alla “sinistra comunista” tenesse dentro – prima con i socialdemocratici ai tempi del centrismo di De Gasperi, poi anche con i socialisti ai tempi del centro-sinistra di Fanfani e Moro – la cosiddetta “sinistra democratica”. Persino il pentapartito, pure a dispetto di certe ambiguità craxiane, ha garantito il dogma della inconciliabilità con il Msi di Almirante, un partito oscillante tra neofascismo e postfascismo.  

Questo pilastro è saltato con la seconda repubblica. Il risultato? Dopo trent’anni è arrivata al potere una destra ancora almirantiana, senza nessuna emendazione apprezzabile sul piano culturale e politico. Una destra che piace all’on. Rotondi, il quale auspica, come massima aspirazione, la rinascita di un centro “alla Crispolti” (ovvero filofascista, come si ebbe con l’involuzione del senatore transfuga dal Ppi). 

Esattamente quello che non piaceva ai Popolari, giusto un secolo fa; a quei Popolari rimasti fedeli a Sturzo e impegnati, per questo, nella battaglia antifascista; una dura battaglia che per la penna di Igino Giordani, primo biografo di De Gasperi, si traduceva appunto nel ripudio della “crispoltizzazione” del movimento politico dei cattolici. 

Sulla scia di questa lapidaria definizione del Giordani, possiamo dunque asserire che le meditazioni estive dell’on. Rotondi (il Crispolti dell’Irpinia) hanno poco di nuovo e molto di antico: sono il richiamo ad una vocazione di subalternità alla destra, anche quella più opaca e insidiosa, oggi emarginata non a caso dagli stessi Popolari europei. In Italia si fa finta di non vedere e non capire. Ma fino a quando? Il problema è che ci si impanca a custodi dell’ortodossia cattolico popolare, ma nei fatti si deforma colpevolmente una limpida tradizione democratica a vantaggio di una nuova crispoltizzazione. Alla Rotondi. 

 

N.B. Il riferimento alla “crispoltizzazione” è contenuto nell’articolo scritto da Igino Giordani su Il Popolo di Giuseppe Donati il 15 agosto del 1924. L’articolo è stato riproposto il giorno di ferragosto, a 100 anni di distanza, su questo blog.

 

https://ildomaniditalia.eu/ai-fiancheggiatori-di-ogni-risma-viva-la-liberta-noi-siamo-antifascisti/

Dove può andare il liberale e liberista Marattin?

Luigi Marattin è uno dei quei tanti parlamentari italiani che sono stati “nominati” dal capo partito. Nel caso specifico, dal capo di un partito personale, quello di Renzi. Ora, come a volte capita – seppur raramente – il “nominato” ad un certo punto rinnega il capo e, di norma, viene indirettamente, ma gentilmente invitato ad andarsene dal partito. Anche perché, appunto, nei partiti personali la base deve semplicemente applaudire il verbo del capo mentre chi dissente, come si suol dire, deve andare “a cantare in un altro cortile”.

Ma, per tornare a Marattin, da tempo ci spiega che, giustamente, si deve superare la radicalizzazione della lotta politica nel nostro paese e questo perché l’attuale bipolarismo non è né utile e neanche più funzionale per dare stabilità e rappresentatività al sistema politico italiano.

Da qui, dice il Nostro, si deve lavorare per “rifare un partito liberal democratico”. E quindi dar vita ad un partito di centro che esprima quei valori e quella progettualità che non collimano affatto con chi concepisce la politica come un’eterna e strutturale contrapposizione tra gli opposti schieramenti che hanno come unico ed esclusivo obiettivo quello di annientare e distruggere definitivamente il nemico politico giurato.

Ora, senza approfondire ulteriormente il progetto di questo Marattin, almeno su due questioni è bene richiamare l’attenzione. Innanzitutto Marattin adesso ricorda che i “partiti personali vanno definitivamente superati” perché i partiti devono essere, appunto, democratici e collegiali. E sin qui tutto bene. Peccato che Marattin scopra con un pizzico di ritardo questa profonda degenerazione della democrazia italiana. E questo perché il punto più squallido e meno nobile, per la qualità della democrazia, dei partiti personali è quando vengono compilate le liste elettorali. Cioè quando il capo del partito personale “nomina” i suoi adepti. In quelle occasioni Marattin, purtroppo, non s’è accorto di nulla e tutto filava liscio. “Tutto va bene, madama la marchesa”.

In secondo luogo, e qui non centra più il metodo ma il merito politico, Marattin dimentica – forse con un deficit eccessivo di memoria storica o per una disinvolta capriola politica – che il Centro, o un luogo politico centrista o liberal democratico, non è politicamente credibile né realisticamente percorribile senza la presenza attiva e feconda del pensiero, della cultura e della traslazione del cattolicesimo popolare sociale. E questo non solo per ragioni politiche e culturali storiche ma per motivazioni che rispecchiano l’identità stessa del nostro paese e il cammino concreto della democrazia italiana. Senza la presenza di questa cultura politica, un potenziale centro nel nostro paese si riduce ad essere di matrice puramente tecnocratica, alto borghese ed aristocratica, oppure è destinato a replicare piccoli – seppur significativi – esperimenti politici ed elettorali. E cioè, per essere ancora più chiari, la riproposizione in miniatura di un piccolo partito liberale, o repubblicano o tardo azionista.

Ecco perché, anche per chi si accorge oggi che esistono i partiti personali e per chi pensa di voler mettere in piedi una iniziativa politica vagamente centrista, forse è il momento decisivo per non dimenticare tutto il passato. Sia quello più recente dell’esistenza dei partiti personali e sia quello più antico, ma sempre moderno ed attuale, del ruolo e della presenza della cultura e della tradizione del cattolicesimo popolare e sociale per la costruzione di un progetto politico centrista, di governo, moderato e profondamente democratico.

Siamo nello scenario della terza guerra mondiale a pezzi

Sono trascorsi dieci anni da quando Papa Francesco, nell’agosto del 2014, espresse la sua opinione circa lo svolgimento in atto di una “terza guerra mondiale a pezzi”. Un’espressione che in molti, i più, interpretarono come originale, e forse non perfettamente rispecchiante il suo vero pensiero a causa della sua buona ma non eccellente conoscenza della lingua italiana, e comunque più una battuta che una precisa fotografia della realtà in essere, o in divenire. E invece il Santo Padre aveva esattamente colto il punto, primo fra tutti.

I numerosi focolai di guerra e i conflitti che già si svolgono da tempo nel mondo si stanno lentamente ma inesorabilmente saldando con la tensione crescente fra diversi blocchi di nazioni nei cinque continenti generando così una situazione invero preoccupante per il futuro dell’umanità. Da quell’agosto di un decennio fa la condizione umana sulla Terra è peggiorata, perché sono oltre 50 i conflitti attualmente in corso, anche se solo due fra questi suscitano l’interesse preoccupato della comunità internazionale. 

Ogni scontro armato, inclusi quelli principali, ad una prima analisi ha evidentemente un’origine locale e una motivazione geopolitica regionale. Dotte dissertazioni ci hanno spiegato negli ultimi due anni le ragioni che inducono il risveglio egemonico del Russkij Mir, il Mondo Russo, con la conseguente venatura neo-imperiale venuta alla luce con la tentata e in parte riuscita invasione dell’Ucraina, a cominciare dalla Crimea proprio dieci anni fa. E dopo il 7 ottobre tutti abbiamo riscoperto la mai risolta questione palestinese e la connessa questione ebraica, accantonate per anni nonostante i periodici sussulti di un territorio, quello che genericamente viene definito Medio Oriente, che non conosce vera pace da troppo lungo tempo.

In realtà, però, si intravede a livello globale un quadro generale più complesso, nel quale il peso della questione demografica diviene preminente e si innesta con quello della questione ambientale, clamorosamente evidente con il continuo manifestarsi di un cambiamento climatico ormai difficile da negare (anche se i professionisti del negazionismo sono tuttora numerosi e ancora forti politicamente ed economicamente). E ciò che si intravede, alla luce di quelle due questioni, è la nuova versione dello scontro fra Nord e Sud del mondo – denunciato già oltre mezzo secolo fa in una realtà però assai diversa dall’attuale – che poi oggi è forse più corretto indicare come il possibile isolamento dell’Occidente ad opera di un “Mondo Contro” (efficace definizione apparsa sulla rivista di geopolitica Domino, diretta da Dario Fabbri) che in varia guisa e con diverse e differenti punte d’ariete (dalla Cina alla Russia) o ambigue cooperazioni competitive (dall’India all’Arabia, al Brasile) reclama un ruolo da protagonista sinora negatogli dall’unipolarismo culturale ed economico occidentale, definito e guidato dagli Stati Uniti d’America.

E forse è proprio questo che un decennio fa il Papa venuto “dalla fine del mondo” aveva compreso, avvertendo l’umanità dei rischi che il non controllato sfruttamento del bene più prezioso, il nostro pianeta, la Madre Terra, avrebbe comportato: rischi non solo ambientali ma finanche, appunto, di guerra fra le nazioni. E avvertendo con ciò in primis gli occidentali, alle prese con un processo di inarrestabile e profonda secolarizzazione tendente a emarginare completamente il divino dalle loro vite, non consapevoli che la demografia mondiale stava assumendo contorni per loro inquietanti.

L’Occidente in senso lato, alle prese inoltre con un tasso di denatalità crescente, cuba una percentuale sempre minore della popolazione mondiale. Una percentuale destinata a scendere ulteriormente nel corso del secolo secondo ogni proiezione demografica. In una realtà tecnologicamente interconnessa è impensabile che la più larga parte dell’umanità continui ad accettare condizioni di vita mediamente miserevoli in confronto a quelle vissute (e ora, a differenza di ieri, note a tutti) dalla minoranza benestante. Occidentale.

È questa la base fondante il tentativo di unificazione differenziata delle nazioni di quello che veniva chiamato Terzo e Quarto Mondo al quale sta mirando la Cina, utilizzando i suoi strumenti più peculiari, che sono eminentemente commerciali. Ed è questa altresì pure la linea del ragionamento della Russia, alla ricerca di alleanze in funzione anti-occidentale.

E così, dopo aver pagato un prezzo altissimo allo sviluppo impetuoso del Nord del mondo, sia nel periodo coloniale sia in quello post-coloniale, ora i paesi del Sud rifiutano di pagarne un altro sull’altare dell’ambientalismo, della lotta al cambiamento climatico la cui consapevolezza è invece crescente nei paesi che quel cambiamento hanno indotto. Ed è questo – oltre e al di là dei posizionamenti geopolitici, pur enormemente importanti nelle dinamiche mondiali – il tema più rilevante che oggi i “sapiens” devono affrontare per garantire un loro futuro, attraverso nuove generazioni, sul pianeta Terra. Se non lo faranno, come tutto purtroppo lascia intendere, la “guerra mondiale a pezzi” potrebbe presto aggiungere altri “pezzi”, sino a congiungerli tutti.

Dalle baraccopoli al successo: come aiutare i giovani Kenioti.

In occasione della Giornata internazionale della gioventù di questa settimana, la ong CFK Africa evidenzia quattro modi per dare potere ai giovani negli insediamenti informali in Kenya e nel mondo, dove i residenti vivono in estrema povertà e non hanno accesso a un’assistenza sanitaria e un’istruzione di qualità, a una corretta alimentazione e a servizi igienici adeguati, rendendoli vulnerabili a malattie prevenibili e ad altri problemi di salute.

Nelle quattro soluzioni compaiono iniziative di leadership e istruzione.

Questa giornata – celebrata a livello mondiale – è designata dalle Nazioni Unite per aumentare la consapevolezza delle sfide che circondano la prossima generazione. “I problemi affrontati dai giovani oggi sono i problemi che affronteranno tutti domani”, afferma il direttore esecutivo di CFK Africa Jeffrey Okoro. “In occasione della Giornata internazionale della gioventù, dobbiamo tutti prenderci un momento per pensare in modo critico a come possiamo supportare i giovani nelle nostre comunità e rimuovere le barriere che ostacolano il loro successo, consentendo loro di costruire vite sane e vivaci”.

Il Kenya è considerato un partner importante per l’Italia ed è un attore strategico per la stabilità e lo sviluppo economico e sociale dell’Africa Orientale. I nostri connazionali residenti in Kenya peraltro rappresentano la seconda comunità italiana più grande nell’Africa Sub-Sahariana e, dopo quella britannica, la collettività più numerosa in Kenya.

Il primo modello è relativo alle ragazze e alle giovani donne che negli insediamenti informali affrontano sfide come la violenza contro le donne, la gravidanza adolescenziale, il matrimonio precoce e l’accesso iniquo all’istruzione. I programmi Girls Empowerment di CFK Africa, come la sua iniziativa Girls Parliament, sostengono i problemi che interessano di più alle ragazze e alle adolescenti amplificando le loro voci attraverso la formazione alla leadership e il tutoraggio.

Bisogna poi coinvolgere i giovani attraverso lo sport. Lo sport è uno strumento potente. Coinvolgere i giovani negli sport di squadra promuove il lavoro di squadra, la leadership giovanile, l’integrità, la cooperazione della comunità e l’uguaglianza di genere. I programmi di calcio giovanile della comunità di CFK Africa fungono da porta d’accesso per collegare i giovani ai servizi, tra cui assistenza sanitaria, istruzione e opportunità economiche, e forniscono una piattaforma di advocacy per il suo club di calcio femminile professionistico Kibera Soccer per promuovere l’emancipazione delle ragazze e il cambiamento sociale.

Serve poi un aumento delle opportunità di lavoro. I giovani kenioti costituiscono oltre il 75 percento della popolazione, ma devono affrontare alti livelli di disoccupazione. Riconoscendo questi problemi, il nuovo progetto TechCraft di CFK Africa sta sviluppando la forza lavoro giovanile dagli insediamenti informali in Kenya e mettendoli in contatto con lavori nel settore tecnologico e nei mestieri qualificati. TechCraft prepara i giovani a lavori nell’informatica, lavori artigianali come cucito e creazione di gioielli e lavori qualificati come meccanici ed elettricisti, aumentando il loro potenziale di guadagno nel corso della vita.

C’è poi la salute mentale che è un problema di salute pubblica negli insediamenti informali a causa dello stress continuo e della mancanza di risorse e opportunità. CFK Africa offre servizi di salute mentale per i giovani presso il suo Youth Friendly Services Center a Kibera, il più grande insediamento informale del Kenya, e attraverso la sua rete di Youth Peer Provider, che offrono supporto individuale. I servizi includono campi sanitari, consulenza e supporto psicosociale di gruppo.

“Supportare i giovani nel loro percorso per migliorare la salute mentale, aumentare l’equità di genere e trovare buoni lavori li metterà sulla strada per un futuro più luminoso”, ha aggiunto Okoro. “Programmi come questi sono essenziali per garantire che superino le sfide della vita in un insediamento informale e prosperino”. 

Fondata nel 2001, CFK Africa lavora per migliorare la salute pubblica e la prosperità economica negli insediamenti informali in Kenya attraverso iniziative integrate di salute e leadership giovanile. Utilizzando un approccio di sviluppo partecipativo, l’organizzazione lavora direttamente con i residenti della comunità per sviluppare e implementare programmi sostenibili.

Dopo aver festeggiato 20 anni di servizio a Kibera nel 2021, CFK ha iniziato ad espandersi in 25 insediamenti informali in otto contee in Kenya, tra cui Kajiado, Kiambu, Kilifi, Kisumu, Machakos, Mombasa, Nairobi e Nakuru.

Giuseppe Donati isolato in Francia dai massoni: una pagina nera dell’antifascismo.

Gli anni trenta si aprono con una storia davvero spiacevole. L’avversione dei fuoriusciti a Parigi, socialisti e repubblicani, verso il cattolico Giuseppe Donati è infatti una delle pagine nere della loro vicenda emigratoria. Questi, già seguace di Romolo Murri ed esponente della Lega democratica nazionale, poi legato a Sturzo e direttore del «Popolo», ha un passato di democratico e di antifascista fuori discussione. Memorabili sono le denunce contro De Bono per il delitto Matteotti e contro Italo Balbo per l’uccisione di Don Minzoni, veri atti di coraggio contro il già avviato regime fascista. Denunce che gli fanno onore ma che lo costringono a sfuggire alle vendette.

Emigrato a Parigi, Donati si dimostra disponibile all’unità delle forze antifasciste, disponibilità per nulla scontata. Fa così parte degli ambienti del fuoriuscitismo, collabora alla «Libertà», settimanale diretto dal socialista Claudio Treves, su sollecitazione di Turati, e si dimostra attivo nelle battaglie contro la dittatura. Aderisce anche alla Concentrazione antifascista e alla Lega dei diritti dell’uomo (Lidu).

Nel 1929, però, in occasione dei Patti Lateranensi, prende una posizione anomala. Li condanna perché favoriscono un  regime dittatoriale, ma li approva perché pongono fine alla questione romana. Insomma una posizione tutt’altro che insensata e anzi storicamente fondata.

Drastica è però l’indignazione generale. Si risveglia l’anti-clericalismo dei socialisti e si arriva a sostenere l’incompatibilità dei cattolici con la cultura dell’antifascismo dell’esilio.

Donati viene espulso dalla Concentrazione antifascista, dalla Lidu, dall’Unione dei giornalisti italiani “Giovanni Amendola” e così via. Insomma viene emarginato come un appestato e indicato come traditore. Questo dovrebbe essere l’antifascismo dell’esilio che si fa vanto del rigore morale!

Il 18 aprile del 1930, nel caffè “La chope de Strasbourg” (il boccale di Strasburgo), ritrovo abituale degli antifascisti, si tiene l’adunanza della sezione parigina della Lidu. Tra i presenti vi è il solito informatore che prende nota di tutti gli interventi e poi invia un telegramma all’ambasciata italiana a Parigi. Per gli storici è una grande fortuna, altrimenti non si saprebbe quasi nulla di certe riunioni.

Oltre alla spia vi sono circa una trentina di partecipanti; vi è anche Giuseppe Donati, il quale giustifica la sua partecipazione in quanto, non essendogli stata notificata alcuna decisione relativa all’espulsione, a suo dire fa ancora parte di diritto della Lidu e non intende dimettersi.

A quel punto Giuseppe Emanuele Modigliani, altra figura storica del socialismo riformista, chiede spiegazioni all’anconetano Alessandro Bocconi, nella sua qualità di presidente della sezione parigina della Lega. Chiede la ragione della mancata notifica. Aggiunge poi che prima di cominciare la discussione dell’ordine del giorno l’intruso venga espulso dalla sala.

Il nostro Bocconi, in evidente imbarazzo, risponde che probabilmente il segretario della sezione, dimissionario, aveva dimenticato di notificare a Donati le decisioni della commissione esecutiva e cioè l’espulsione senza ricorso. Contro Bocconi si scagliano Modigliani e Vittorio Picelli (fratello del più noto Guido, e già stretto collaboratore dell’espulso), definendo inetti lui e i membri del comitato e invitandoli a dimettersi. E pensare che tra loro vi è una stretta amicizia che Vera Modigliani, moglie del deputato, ha esaltato più volte nelle sue memorie. Ma, come si sa, l’amicizia è un fiore esposto alle tempeste di vento. 

A quel punto proprio Donati si alza chiedendo di parlare, dato che vuole chiarire pubblicamente la sua posizione riguardo al Concordato, evitando così che si diffondano malintesi. Per dei democratici il diritto di parola è sacro, ma non è per tutti così. Tanto più che un cattolico è stato sopportato per fin troppo tempo!

Turati e Treves (due giganti rispetto agli altri), presenti nella sala, intervengono affermando che Donati ha pieno diritto di parlare, mentre Bocconi (che proprio non ci fa una bella figura) e Modigliani, così come la maggioranza dei presenti, sostengono che tale diritto non gli debba essere concesso, dato che è stato espulso.

A quel punto gli animi si accendono e si leva un tale clamore da far accorrere lo stesso proprietario del locale, il quale fatica a riportare la calma; tanto più che nel frattempo si è accalcata una folla di curiosi fuori della sala, attirata dalle grida dei litiganti.

Turati e quelli che sono d’accordo con lui si alzano per uscire sostenendo l’impossibilità di continuare la discussione in tale atmosfera. Per questo la seduta viene sciolta e rinviata a data da destinarsi. I cantori dell’antifascismo dell’esilio non ripescheranno mai questo episodio, non certo esaltante.

L’anno successivo Donati, sempre più isolato per aver difeso le sue idee, per la sua onestà intellettuale, costretto alla fame (nonostante qualche aiuto economico fattogli arrivare da Sturzo e da Salvemini, che gli permette una breve parentesi di insegnante a Malta), distrutto nel morale, anche per il distacco dalla sua famiglia rimasta in Italia, muore a Parigi nel 1931 [precisamente il 16 agosto, ndr].

Resta la percezione piuttosto fondata di una egemonia massonica all’interno della Lidu. Se tali sono i dirigenti, come Luigi Campolonghi, Alceste De Ambris, Mario Angeloni, ne sono influenzati molti esponenti. Per di più i finanziamenti provengono dagli ambienti democratico-radicali francesi. Per questo un antifascista come Donati, in quanto cattolico, costituisce un’anomalia in tale organizzazione. Resta la delusione per la contraddizione di un’associazione che si vuole battere per la libertà e la dignità di ogni uomo e non rispetta questo principio per uno dei suoi adepti.

Per quel che riguarda Bocconi, ha già avuto e avrà modo di riscattarsi. Anche lui paga con più di quindici anni di esilio la sua fermezza antifascista, arrivando a respingere l’offerta di Mussolini in persona a tornare in Italia e ad abbandonare la militanza politica. Non a caso emula un caso affine, quello del suo amico Sandro Pertini.

Sarà poi Bocconi, bruciando le tappe ed entrando in polemica con Nenni, che a metà anni trenta, nell’esilio parigino, aprirà ai comunisti in vista della nascita del Fronte Unico, diventando così un tramite nei rapporti dei socialisti sia con Giustizia e Libertà sia con il Pci.

Ritornato in auge dopo la guerra, chissà se avrà parlato di Mussolini con Angelica Balabanoff, quando lei tornerà ad Ancona il 3 aprile 1947 e terrà un discorso dal balcone della Provincia. Era stata infatti una delle amanti del duce quando questi era socialista e Bocconi era stato testimone della loro separazione turbolenta proprio ad Ancona, in occasione del congresso nazionale del 1914. Si era alla vigilia della Settimana rossa e il rivoluzionario Mussolini aveva vinto la battaglia per l’incompatibilità tra socialismo e massoneria!

 

[Il testo qui proposto è il capitolo – intitolato “Donati a Parigi vittima della massoneria” – facente parte del libro Il fattore umano. Storie nella storia, pp. 61-66, Affinità Elettive Edizioni, 2023. Si ringrazia l’autore e l’editore per l’autorizzazione accordata alla pubblicazione su questo blog.]

Maria

C’è un’ora che fa sbiancare tutto il resto. È un tempo che si toglie per sempre di mezzo, avendo ormai compiuto la sua missione. 

La decisione arrivò dall’Alto non del tutto inaspettatamente. Da giorni si monitorava la sua situazione. Il sentore, che si era sul compimento del fatto, rubava spazio alle incertezze che tentavano di confondere ancora le idee per procrastinarne l’accadimento.

Maria era pronta per lasciare la sua chiesa. Aveva dato seguito alle indicazioni di suo Figlio e tutto ormai era compiuto.  

C’era assai più di un’aria di commiato che circolava sospesa in attesa di atterraggio. Le sue parole si facevano di maggior peso, meno frequenti e con un calibro che non mancava di andare a segno alle orecchie degli apostoli che le erano attorno. Quelli fingevano di non aver ben compreso perché Lei si ripetesse e si guadagnassero altri giorni di sua presenza.

Era il modo per dirle che non erano pronti a camminare da soli e che lo Spirito Santo, senza di Lei, non era sufficiente a sostenerli. Avevano bisogno del suo sguardo che aveva il peso di carezze che valevano ogni sacrificio. Non era un ricatto ma suppliche, di quelle che si fanno sapendo di andare contro corrente ad una storia che non poteva essere rimandata.

Avrebbero voluto trattenerla e mandarono a Dio invocazioni per questo tentando di ragionarci, smentendo l’obbedienza a cui erano avvezzi. Il loro Maestro era morto e risorto dopo tre giorni per poi lasciarli a sbrigarsela da soli. Era asceso al cielo con le nuvole a fargli da rampa di lancio. 

Per sua madre non poteva andare nello stesso modo. La morte non doveva scalfirla perché il mondo, malgrado Gesù a vegliare, avrebbe tremato anche soltanto un istante senza di lei. Questa volta, quello stesso mondo non si sarebbe ripreso più dal dolore.

Dio accettò le argomentazioni che gli avevano opposto, mettendoci su una via d’uscita che avrebbe salvato la situazione. Maria si sarebbe soltanto addormentata, la spina sarebbe rimasta fissa al posto suo per dare una continua corrente d’amore al creato.

Gli apostoli accettarono di buon grado il compromesso raggiunto, tirare oltre la corda sarebbe stato impossibile. Lei era pervasa dall’emozione, altre ne aveva già sopportate di meravigliose e di terribili. Questa che l’attendeva era l’ultima alla quale era destinata. Le cose si misero in maniera che gioie e dolori dovessero interferire in un miscuglio che impedisse il prevalere delle prime o dei secondi. 

Lasciare gli apostoli era una pena inesprimibile. Già una volta aveva perduto un Figlio e non c’è da abituarsi ad altri abbandoni. In compenso, a breve Maria si sarebbe però ricongiunta al suo Gesù, ritrovando anche il suo sposo Giuseppe. 

Avrebbero rimesso insieme i pezzi di una famiglia che non aveva di certo avuto vita facile. Gli apostoli, consolandosi si dissero che erano ormai intessuti nel suo cuore, tanto che Lei, per il dopo, non avrebbe dovuto scomodare alcuna memoria per essere con loro.

Gli angeli sono puri spiriti con i vantaggi e gli svantaggi della loro natura.  A loro fu affidato l’ambizioso compito di vigilare Maria nel suo sonno e dolcemente curarne l’Ascensione, risvegliandola alla fine del viaggio. 

Si presero tutto il tempo necessario, non avevano fretta. Si erano preparati al meglio, con voce di canti che solo in Paradiso potevano ascoltare e con note appartenenti esclusivamente a sinfonie celesti.  Musica nuova, neanche il Padre ne conosceva un accenno. La sorpresa doveva essere totale anche per Lui, che ne sarebbe rimasto sconvolto di delizie.

Dovettero accordare i loro strumenti al battito del cuore di Maria decifrandone l’intonazione della quale non si riconoscevano mai sufficientemente degni.

Stavolta erano loro i protagonisti e si muovevano premurosi e raggianti come, per magia, avessero loro stessi un corpo e una mente in agitazione, al pari degli uomini. 

Finalmente, oltre a confidare sulla compagnia dell’Onnipotente, ora avevano vicino una Madre che li amasse alla stregua di figli. Le avrebbero obbedito punto per punto, compiaciuti che Lei si esprimesse solo con preghiere e non in comandi.

Gli angeli avevano smesso di essere orfani di una parte e quel giorno non ci furono più classificazioni di Serafini, Cherubini, Troni e quant’altro li distinguesse. Rompendo le regole erano tutti attorno a Maria con le lacrime di gioia che miracolosamente sgorgavano dalle loro forme invisibili. 

Con la sua carne, una donna stava riempendo il loro vuoto, la loro impalpabile essenza, dando inediti connotati a ciò che erano. Non conoscevano la morte ma andò come fossero anche loro risorti ad una vita nuova. In più, una donna con la sua immensa umanità compensava un Paradiso a corto di terra e forse anche di piena confidenza con gli uomini.

Dio aveva predisposto un piano, che adesso, superando con Maria ogni aspettativa, tracimava con effetti imprevedibili di bene.

Lei rendeva visibile il Paradiso agli abitanti dabbasso. È come ne avesse dato materia in modo che fosse intravisto, se soltanto si fossero fermati a contemplarlo.

Gli angeli erano felici. Per la circostanza trovarono addirittura voce e Dio Padre li lasciò fare. 

Alla fine dei tempi potevano restare com’erano. Non c’era più bisogno di aggrapparsi a fantasticherie, forse aspirando di essere tradotti, uguali agli altri appartenenti ad un cielo che con Maria aveva trovato il definitivo equilibrio.

C’era anche chi da Lei se ne teneva alla larga, il più lontano possibile. Si trattava dei diavoli che alla sua sola vista scappavano a gambe levate. La causa era in un odio che si alimentava continuamente per frustrazione. Non avrebbero potuto resisterle, non nel tentativo di prevalerle in combattimento, quanto invece per ammirazione. 

Al suo cospetto non si sarebbero arresi ma dismesso i panni del male per invocarne piuttosto la sua benedizione. Lei ne soffriva, non disperando che un giorno qualcuno di essi sarebbe tornato sulla retta via. A suo Figlio avrebbe estorto il permesso per riaccoglierli in casa. Se l’Inferno resterà vuoto sarà per mano di Maria.

Da allora è passato del tempo. In Paradiso corre una grande confusione. L’amore si muove con frenesia in un gioco di specchi che pare impazzito. Maria insegna come si debba avere occhi solo per il Figlio che a sua volta indica la via della salvezza soltanto se si ascoltano le raccomandazioni di sua Madre. 

Gli angeli respirano tranquilli. il più è fatto, hanno un posto lassù che li appaga smisuratamente, come altrimenti non si potrebbe. Non si distaccano da Maria, la loro Regina, di un millimetro. 

La obbligano costantemente ad una leggera fatica. Ricorda sempre di non adagiarsi ma di perdersi totalmente nel suo Figlio. Talvolta gli uomini ed anche gli angeli si fermano estasiati vicino a Lei, senza andare oltre. Con la dolcezza che smonta ogni resistenza, Maria li rimbrotta, esortandoli sempre a procedere al passo seguente e determinante per la felicità, Gesù.

Dio stesso non si capacita come tutto questo sia potuto accadere, come una donna di Nazareth abbia potuto travolgere un ordine che pure sembrava del tutto bastare a se stesso, aggiungendo un fermento di cui non si conosceva esigenza. 

Maria ha perfezionato la creazione sia in terra che in cielo. Dio ha preso atto che senza di Lei mancava qualcosa di necessario alla sua opera. Gli angeli, non conoscono sonno e riposo, non vogliono mandare a vuoto neanche un fiato della sua vicinanza. Il loro Paradiso non può attendere.

Ai fiancheggiatori di ogni risma: Viva la libertà. Noi siamo antifascisti.

Non si capisce perché proprio nel campo cattolico debbano tentarsi allevamenti su vasta scala d’invertebrati, quasiché le norme evangeliche fossero zozza pel rammollimento della specie e decotti depauperativi dell’organismo sociale, giuste le frenesie aristocratiche di quell’ariano selezionato che fu Federico Nietzsche.

Un organo già fasciofilo, oggi affaticato a resecarsi tutti i connotati per tema d’essere individuato vuoi a destra vuoi a manca, e che perciò, fatto incolore e anodino, non è possibile definire politicamente — si potrebbe qualificarlo cattolico nazionale: ma (vedi Nemesi) questa determinazione un tempo applicata per strazio dai pennaioli di Bismarck ai cattolici che avevano disertato il Centro nel suo duello poliennale col Cancelliere di Ferro, oggi è stata riesumata per un pari scempio morale ai danni di coloro i quali hanno disertato il P.P.I. nel suo duello con (i mani di Bismarck non mi tirino pei capelli) Benito Mussolini, e suona quindi vilipendio… —; quest’organo dunque affermava che, dinnanzi alla rissa divampante presentemente in Italia, dovere di cattolici fosse di ritirarsi in finestra, a vedere…

Immortale anima di don Abbondio, per cui vari leaders mancati sono manzoniani! A tenere un bimestre il cervello in salamoia, una risoluzione così limpida, precisa, coraggiosa, machiavellica, non sarebbe colata dai nostri sforzi associati. Ecco filtrata agli alambicchi gementi da esperienze plurisecolari, la quintessenza della vera, assortita arte politica. La politica semita della diaspora, il cui manichino ideale è il cittadino ottuso, acefalo, smidollato e asessuale: quando ne va la vita, il furbo lascia i rissanti a ruzzare sul selciato, sguiscia in casa, si tira dietro pali e chiavistelli e salta in finestra, a riguardare, tra carole di rondoni, omericamente.

L’uomo bennato lascia agli scamiciati, poco di buono, di scavezzarsi il collo per le vie; e se i più scalmanati dànno fuoco alla casa, lui si ritira al quinto piano, all’ultima finestra, e si riscalda allo scoppiettante incendio che divora i piani sottostanti. Furbo, l’amico!…Dotato di sottilità sillogistica, opina che quando poi avrà visto da che parte la vittoria pieghi, egli scenderà per imbrancarsi dietro il più forte, ad acchiappar coriandoli. Come si vede, un sistema profilattico a prova di cannone.

Però la va male per il duce, se i suoi meditano certe ritirate; si vede che costoro sentono puzzo di cadavere.

La rissa furibonda, per la quale i sacerdoti della dea Cibele si sbracciano a predicare lo spirito rinunciatario, l’abbiosciamento graduale sino alla crispoltizzazione nazionale [riferimento a Filippo Crispolti, uscito nel 1923 dal Partito Popolare per aderire al filofascista Centro Nazionale Italiano, ndr] della specie cattolica, sarebbe alla fin fine il processo Matteotti. Un processo nel quale sopra tutto è impregnata una questione di morale. E la morale, come si sa, non ha a che vedere col cristianesimo! La morale — lo dice anche la Teodicea bandita a puntate sull’organo siderurgico che spappagalla seralmente stracchi rimasticamenti dell’ateo Maurras e del pornografo Daudet, due fratelli siamesi ai quali il cattolicismo di Europa dovrebbe, come giustamente si pretende, firmare una cambiale in bianco per la rifabbricazione dell’etica cristiana negli Stati moderni, — la morale o coincide con le opere, parole e omissioni del Governo di partito o, pari a vile mima, deve rimpiattarsi a sbertucciare da una finestra.

Come i preti: se scrivono lettere a Cremona Nuova parificando il ras disoccupato massimo della guerra civile a Cristo nel tempio, sono archetipi di virtù civica e religiosa; se sottoscrivono per la vita del Popolo diventano ribelli alle norme dei superiori. Come noi: se ci azzardiamo a dire su una rivista cattolica che «uccidere per il partito» è un comandamento non contemplato nei Testamenti, incappiamo ipso facto nella violazione dell’apoliticità voluta dall’Azione Cattolica. Cioè la morale è subordinata alla politica, proprio come vuole Macchiavelli coi suoi preludiatori. Si può ammazzare, violare le libertà, strillare «Viva Dumini», minacciare i plotoni d’esecuzione: ma la morale cattolica non deve ficcarvi il becco: altrimenti fa della politica.

Ci dispiace per il carico della mula di don Abbondio; ma non ci associamo. La carriera d’Arcigallo non è per noi. Non ci crispoltizziamo; non diventiamo mucillagine, che cede alle pedate e si conforma agli spigoli. Se c’è da lottare, non scappiamo. Nella lotta conflagrante è in gioco la patria, e con la patria gl’interessi ideali più augusti. Si capisce, il compito è duro: ne va la vita: pazienza. Summum crede nefas animam praeferre pudori: e noi dovremmo essere meno…cristiani del poeta pagano?

Il processo Matteotti è il vaglio che cribra i valori tutti; perciò lo si paventa e sabota. È la meta intorno a cui ha da girare il carro governativo, nella sua corsa pazza. Ma oltre tutto è un processo di valori spirituali. Questo delitto balza logicamente dalla prassi del governo di parte: un governo per di più che ha fatto proprie caoticamente le dottrine di Stato più in contrasto coi principii cattolici. Quando il giovane deputato socialista fu assassinato, era ministro dell’Istruzione Pubblica, cioè dell’educazione della generazione presente, un uomo che aveva codificata la paurosa identità della predica col manganello, (è bene ripeterlo, cioè dell’idea con la rivoltella).

Estrema applicazione neo-hegeliana di quel sistema dell’identità che si piazza sulla negazione di Dio con l’assurdo cardinale: l’Essere e il Nulla son la stessa cosa. Questa dottrina, ridrogata e rimestata ha pervaso, con brivido di terzana, le coscienze e s’insinua, come tignola, nello Stato moderno portando in metafisica l’ateismo; in logica l’abolizione della ragione; in etica la polverizzazione della coscienza e della distinzione tra bene e male; in politica l’arbitrio. Se Proudhon ne deduceva le «identità »: la proprietà è il furto, la religione è l’ateismo, il governo è l’anarchia; i ministri fascisti ne hanno dedotto l’eguaglianza surriferita.

Ancora una volta il governo dittatoriale s’informa a una dottrina eversiva dei principii cristiani, e, al di là dei possibili favori e ossequi, dannosa alla cattolicità. Le tirannidi degli Stati odierni sono costrutte sull’assurdo, sul rinnegamento della ragione (vedi ordinanze contro la stampa).

In altra epoca si combatteva il cristianesimo in nome della ragione e della libertà. Oggi possiamo affermare questo, che non si può più combattere il cristianesimo se non distruggendo la ragione e la libertà.

Prima che gli aristarchi in caricatura, messisi tra i nostri piedi, si lancino ad arraffare il superiore periodo, per esibirlo al loro padrone come cimelio benemerenziale, avverto che è tratto di peso da un libro cattolico, il quale tali asserzioni prova con una dialettica mirabile. 

Ora noi cattolici dovremmo, nei casi in cui ci fosse da turbare i duci e i sottoduci viventi «pericolosamente», abdicare alle ragioni primordiali della coscienza, e ritirarci in canonica, ad aspettar che spiova…

Non abbocchiamo: e sapendo, non stiano zitti. — Chi è in grado di dire la verità e non la dice, sarà giudicato! —   ammoniva uno scrittore cristiano, martirizzato a Roma nel Il secolo, per non aver taciuto la verità.

A Torino si sta per adunare la nostra Settimana Sociale. Si occuperà dello Stato. Certo nessun Narsete vi porterà uno spirito rinunciatario e sedativo: giacché non si tratta tanto di definire i concetti cristiani di autorità ecc. ormai precisati sulla scorta tomistica dai Padri Gesuiti, dal Taparelli al Rosa, quanto di studiare la preparazione per la conquista dello Stato. Perché si può disquisire sinché si vuole: ma lo Stato non sarà mai quale i cattolici lo vagheggiano, se essi non si risolvono a impadronirsene. Il che non si ottiene evidentemente standosene al davanzale, come gli allocchi del melodramma, o appollaiandosi in un canestro appeso al solaio, ad acciuffar le nuvole, come il Socrate aristofanesco nel suo Pensatoio.

De Mita, ovvero la politica come elaborazione di scenari e prospettive.

Raccontava la sorella di Riccardo Misasi che invitare a casa Ciriaco De Mita era sempre un problema. De Mita e Misasi si erano conosciuti a Milano, all’Università Cattolica, ed erano diventati subito amici. Così, se a casa Misasi si dava una festa, va da sé che De Mita era fra gli invitati. Il fatto è che queste feste servivano anche, in quell’Italia ormai lontana, a far conoscere fra loro ragazzi e ragazze, e poi magari chissà. Ma quando arrivava De Mita, racconta la sorella di Misasi, e cominciava a parlare – di politica è ovvio – i ragazzi invece di fare la corte alle ragazze si mettevano ad ascoltarlo.

Questa capacità di fascinazione era una caratteristica tutta sua. All’università, si riunivano a discutere nella stanza da studenti di uno di loro lui, Gerardo Bianco, Biagio Agnes, Giovanni Di Capua, Misasi, gli amici di una vita, fra alterne vicende, insieme con Nicola Mancino, Antonio Aurigemma, altri ancora … Anche in collegio, quando De Mita parlava gli altri restavano affascinati ad ascoltare. Giovanni Di Capua raccontava così quegli incontri: “Adesso apriamo la finestra e De Mita vola”.

I ragionamenti di De Mita erano una forma di pedagogia politica. Non era semplice seguirli, per questo li accompagnava con certe immagini, del medico, del nonno, tratte da un mondo fantastico popolare che aiutava a comprendere. Citava don Lorenzo Milani: “quando si sceglie insieme si fa politica, quando si sceglie da soli si è egoisti”. E’ il principio del processo democratico tante volte richiamato da Aldo Moro, altro suo costante riferimento: la democrazia intesa come “il tempo della decisione”, il tempo necessario a spiegare, convincere, e dunque a scegliere insieme, recuperando il senso classico della saggezza romana: “quod omnes tangit, ab omnibus approbari debet”. Sta qui il senso di quegli interminabili incontri tenuti con la base del partito in tutta Italia, alla ricerca di una consapevolezza comune. 

Citava don Luigi Sturzo, De Mita: durante tutto il tempo della segreteria politica dal  maggio 1982 al febbraio 1989 e sempre nella sua vita, è stato  grande sostenitore del popolarismo sturziano, con il suo carico di ispirazione cristiana da tradurre nella sfera politica. L’ispirazione cristiana come mediazione fra cielo e terra, fra amore divino e giustizia umana, tra fede e ragione, solidarietà e interesse, fra il senso ultimo del destino dell’uomo e i conflitti legati all’esistenza quotidiana. La sfida di raggiungere l’impossibile della politica attraverso quell’altro impossibile proprio di un politico cattolico: la fede in Dio. Se perdiamo questo collegamento con  l’identità cattolica, diceva, la Democrazia cristiana diventa inutile.

Spiegava così De Mita il suo cercare di immedesimarsi nella realtà del Paese: “Non basta capire da soli. Il problema è che la nostra comprensione diventi il fatto, il sentimento della gente. Noi vinciamo, spieghiamo, dimostriamo che la nostra intuizione è giusta, che la nostra missione funziona, quando la nostra idea, la nostra motivazione si traduce nel sentimento delle persone. Sturzo aveva pensato tutto questo con straordinaria lungimiranza prima ancora di fare il Partito popolare”.  

Uno dei riferimenti culturali iniziali di De Mita – con Antonio Rosmini, Guido Dorso, Piero Gobetti, Antonio Gramsci – era stato Guido De Ruggero con la sua Storia del liberalismo europeo. Lo affascinava il grande affresco tracciato da De Ruggero sui modi nei quali il liberalismo si fosse sviluppato nei Paesi europei, con quali differenze legate ai diversi vissuti storici dei Paesi nei rapporti fra aristocrazia, borghesia e monarchia. Quella lettura era il suo grande salto culturale dal contesto sapienziale, ma anche ingenuo della piccola realtà montanara dalla quale proveniva, la Nusco a mille metri d’altezza in provincia di Avellino dove era nato il 2 febbraio 1928, alla comprensione del più vasto mondo intorno a lui.

Era quanto gli aveva preparato il destino, lui figlio di don Peppino, modesto sarto e portalettere di Nusco. Il suo ascensore sociale fu azionato dal parroco del paese. “Don Peppino – disse questo sacerdote al padre – tuo figlio è troppo intelligente, deve continuare a studiare, lo aiuterò io”. Fu così che De Mita prese da privatista la licenza liceale, ed ebbe poi la borsa di studio per frequentare l’Università Cattolica a Milano.

I suoi professori l0 avrebbero voluto assistente universitario, ma lui una volta laureato in giurisprudenza tornò nella sua terra, il suo orizzonte era la politica. Oltre De Ruggero, un altro riferimento culturale intorno a cui ruotò questa predisposizione fu L’ordinamento giuridico di Santi Romano. Mutuò da Santi Romano l’idea, che è stata poi un’altra costante della sua visione politica, dei partiti come “istituzioni della democrazia”, nella pienezza della scarna, ma altrettanto incisiva indicazione dell’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Questi riferimenti culturali trovarono il loro compimento nel popolarismo di Sturzo, che diventa il suo popolarismo. De Mita lo ricordava nell’ultima conversazione politica avuta con lui nel febbraio del 2022, tre mesi prima della morte il 26 maggio, pubblicata a cura di Andrea Manzella e del sottoscritto nel fascicolo di luglio-settembre 2023 di Nuova Antologia: “Io penso di avere svolto una funzione da frate predicatore, perché è un peccato non ricordarlo: non c’è altro pensiero politico più vivo del popolarismo, ma come momento della politica, non la sua fine. Può arricchirsi o modificarsi: e se si modifica vuol dire che il pensiero va avanti. Diversamente, presto o tardi noi annulliamo tutto e non si sa che cosa possa succedere. Perciò ripeto da tempo che la vera novità che può essere introdotta nella politica italiana è rifare il pensiero dei popolari come Sturzo ha insegnato. Lo spirito politico è fatto così, di umiltà e di grande ambizione …”. 

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1530-ciriaco-de-mita-e-il-suo-popolarismo.html

Il nuovo Fronte popolare e il ritorno del trasformismo.

Che il futuro “Fronte popolare”, sempre che decolli, rappresenti uno dei momenti più alti della caduta di credibilità della politica, della sua progettualità e dei suoi contenuti non c’è alcun dubbio. Del resto, la logica della sommatoria, dei pallottolieri e dei cartelli elettorali storicamente è la dimostrazione plastica della negazione della politica. Perché, infatti, l’unico filo rosso che lega e cementa questi vari escamotage è l’odio implacabile nei confronti del nemico politico di turno.

Che, di conseguenza, va annientato e distrutto politicamente facendo ricorso a tutti i mezzi a disposizione. Di norma, sono operazioni politiche che non hanno nulla a che fare con la cultura di governo ma sono, e restano, degli strumenti a cui si fa ricorso per distruggere il nemico.

Al riguardo, è appena sufficiente registrare il confronto – si fa per dire, come ovvio – tra alcuni protagonisti di questo “Fronte popolare” per rendersene conto. Renzi e Conte sono i casi più eclatanti. Il capo di un piccolo partito personale, da un lato, e il leader del populismo anti politico e demagogico dall’altro, da anni sono agli antipodi nel circo della politica contemporanea. Eppure, e magicamente, da alcuni giorni dal primo piovono attestati di stima e di sostanziale condivisione politica nei confronti del leader populista mentre dal secondo, in attesa che vengano superati – ma è questione di settimane se non addirittura di giorni – gli ultimi veti personali, si apprezza il profilo del futuro “Fronte popolare” che, unito, può battere il solito nemico alle porte, cioè l’ormai collaudatissima e sempre attuale “deriva fascista”.

Ora, al di là della bontà del progetto di questo nuovo ed inedito “Fronte Popolare”, molto meno serio di quello originario guidato dai comunisti di Palmiro Togliatti nell’aprile del 1948 contro la Dc di Alcide De Gasperi e i partiti alleati occidentali e democratici, è indubbio che nessun nodo politico sul tappeto viene affrontato e risolto perché il tutto si limita a dar vita ad un cartello elettorale per battere un nemico con nessun impegno programmatico e, tanto meno, di governo.

Ma il limite di fondo di queste operazioni, che in Italia periodicamente fanno capolino, è che viene sdoganato e riproposto il trasformismo più sfacciato come regola aurea del comportamento concreto tra i partiti e nei partiti. E proprio l’esempio concreto di Renzi e di Conte, al riguardo, è il più plateale a conferma di questa deriva e di questo strisciante malcostume. E questo perché quando si sommano esperienze, partiti e movimenti che per anni hanno predicato e sbandierato che tra di loro non si sarebbero “mai e poi ancora mai” alleati, l’unica conclusione credibile è quella che ci troviamo di fronte ad un semplice e banale capolavoro di trasformismo ed opportunismo politico. E le prediche settimanali del sempreverde comunista romano Goffredo Bettini sono, al riguardo tra il patetico e il ridicolo. Per la semplice e persin scontata ragione che non si può dare una cornice politica e, men che meno, culturale ad una operazione brutalmente trasformistica e di mero potere.

Perché l’unica cosa certa, come emerge con rara chiarezza dall’ultima intervista di Conte alla “Stampa”, è che le ammucchiate elettorali sono, di fatto, incompatibili con qualsiasi cultura di governo perché non hanno alcuna valenza politica e progettuale comune. Ovvero, si tratta di cartelli elettorali che vengono costruiti per battere un nemico, il più delle volte pianificato a tavolino perché virtuale, ma che poi non sono in grado di dispiegare un programma politico a media/lunga scadenza perché manca quel tassello decisivo per cementare un’alleanza, cioè la cultura di governo.

Per queste semplici ragioni la deriva del trasformismo non può mai rappresentare un tassello qualificante per chi persegue una ‘buona politica’. Semmai, e al contrario, se si vuole ridare credibilità alla politica, serietà ai partiti e, soprattutto, centralità ai programmi, l’unica strada che non si può battere è quella di praticare la scorciatoia del trasformismo e dell’opportunismo.

Perché questi percorsi, purtroppo, segnano la decadenza etica e progettuale della politica oltre ad accrescere e consolidare l’allontanamento dei cittadini dalle urne.

In Terris | Intervista sul fine vita al prof. Francesco Farri.

Giacomo Galeazzi

 

“Per ragioni ontologiche e scientifiche, recentemente ribadite anche da un parere del Comitato Nazionale di Bioetica, nel concetto di trattamenti di sostegno vitale non dovrebbe essere ricompresa una serie di strumenti che la legge sulle DAT vi ha ricondotto, a cominciare da nutrizione e idratazione artificiali, e che la giurisprudenza ha impropriamente esteso anche al campo del suicidio assistito”, spiega a In Terris il professor Francesco Farri, docente al Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Genova e membro del Centro Studi Livatino.

 

Il tema del fine vita è tornato di stringente attualità. I mass media hanno enfatizzato il fatto che, dopo gli interventi della Corte Costituzionale, in determinate condizioni il suicidio assistito non deve più considerarsi reato in Italia. È davvero così?
“Esattamente. Nella ricorrenza delle condizioni fissate dalla Corte Costituzionale, l’assistenza al suicidio allo stato attuale non è più punibile secondo l’ordinamento italiano”.

 

Quali sono queste condizioni poste dalla Corte Costituzionale, in presenza delle quali l’assistenza al suicidio può ritenersi non punibile in Italia?
“L’art. 580 c.p. punisce con la reclusione da cinque a dodici anni chi aiuta altri a realizzare il proprio proposito suicidario. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 242/2019, ha dichiarato incostituzionale tale disposizione, e quindi legalizzato l’aiuto al suicidio, quando ricorrono congiuntamente quattro condizioni: 1) il proposito suicidario sia manifestato da una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili; 2) il proposito suicidario sia frutto di una decisione pienamente cosciente, autonoma, libera e consapevole da parte del soggetto; 3) il malato sia coinvolto in un appropriato percorso di cure palliative; 4) le condizioni e le modalità di esecuzione del suicidio assistito siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. Il che non implica, naturalmente, che l’esecuzione materiale del suicidio assistito debba avvenire presso strutture del sistema sanitario nazionale, dai cui compiti e obiettivi di cura esso esula secondo l’attuale ordinamento. La Corte Costituzionale ha confermato l’impianto della decisione 242/2019 anche nelle occasioni successive, in cui era stata sollecitata a estendere ulteriormente il perimetro di liceità del suicidio assistito in Italia (cfr. specialmente Corte Cost., n. 50/2022 e 135/2024)”.

 

Nel panorama europeo come è regolamentata una materia così eticamente sensibile?
“L’approccio degli Stati europei in questa materia non è uniforme. Alcuni Stati confermano la punibilità del suicidio assistito, mentre altri lo hanno legalizzato, in termini più o meno ampi a seconda dei casi. La materia è estranea alle competenze attribuite all’Unione Europea. Quanto al sistema della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la Corte EDU ha recentemente affrontato la questione nel caso Karsai c. Ungheria, nel quale è intervenuto anche il Governo Italiano. Nella sentenza, pubblicata il 13 giugno 2024, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha confermato che nessuna norma internazionale impone agli Stati di depenalizzare l’aiuto al suicidio e che sanzionarlo penalmente è “senza dubbio” una misura intrinsecamente legittima, in quanto persegue gli obiettivi pienamente legittimi di proteggere la vita delle persone vulnerabili a rischio di abuso, di mantenere la piena integrità etica della professione medica e anche di tutelare la morale della società nel suo insieme per quanto riguarda il significato e il valore della vita umana (par. 137 della sentenza).

 

Qual è la situazione negli Stati dove esiste una legge in materia?
“Negli Stati dove l’aiuto al suicidio e l’eutanasia, che all’aiuto al suicidio è oggettivamente affine, sono stati legalizzati da più tempo, come i Paesi Bassi e il Belgio, i casi di ricorso a tali pratiche sono aumentati esponenzialmente nel tempo, estendendosi anche a depressi o semplici anziani che ritengono compiuto il loro percorso di vita. Può infatti crearsi quella che la Corte Costituzionale italiana, nella sent. n. 135/2024, ha definito una “pressione sociale indiretta su altre persone malate o semplicemente anziane e sole, le quali potrebbero convincersi di essere divenute ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, e di decidere così di farsi anzitempo da parte”.

 

Oggi vede margini in Italia per una mediazione tra le opposte posizioni che consenta un intervento legislativo sul fine vita, come ipotizzato da un recente documento vaticano?
“Una legge che sostanzialmente positivizzi il contenuto della decisione della Corte Costituzionale, n. 242/2019, come ad esempio quella proposta con A.S. 104, primo firmatario sen. Bazoli, non costituisce a mio avviso una mediazione, ma il recepimento di una delle posizioni del dibattito. Una simile operazione di positivizzazione mi sembra poco utile, se non controproducente. Poco utile perché, come ho detto, l’effetto scriminante già si produce allo stato attuale per effetto diretto della sentenza. Controproducente perché, fissando tali principi in una legge, si segna un passaggio sul quale può innestarsi una dinamica di nuove fughe in avanti da parte della giurisprudenza. La vicenda della legge sulle DAT è emblematica: per positivizzare un precedente orientamento giurisprudenziale, essa ha costituito la base per lo sviluppo della giurisprudenza con cui la Corte Costituzionale ha scriminato l’aiuto al suicidio. Un testo normativo di lodevole mediazione poteva essere A.C. 1888 della scorsa legislatura, primo firmatario on. Pagano, ma su questi temi “di bandiera” i progressisti non vedono di buon occhio mediazioni. Adesso peraltro il quadro è mutato per effetto della decisione della Corte Costituzionale”. […]

 

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Mondo, dove sei? Bambini sudanesi in agonia.

“La crisi umanitaria del Sudan per i bambini è, per numeri, la più grande al mondo. È anche una crisi di negligenza. Molte delle innumerevoli atrocità commesse sui bambini in Sudan non sono state denunciate, spesso a causa di un accesso molto limitato. Migliaia di bambini sono stati uccisi o feriti nella guerra del Sudan. La violenza sessuale e il reclutamento sono in aumento. E la situazione è ancora più grave laddove la presenza umanitaria continua a essere negata”. È quanto ha dichiarato oggi il portavoce dell’Unicef, James Elder.

“Cinque milioni di bambini sono stati costretti a fuggire dalle loro case, una media impressionante di 10.000 bambine e bambini sfollati ogni giorno, rendendo il Sudan la più grande crisi di sfollamento di bambini al mondo. Molti di loro hanno dovuto farlo più volte”, ha ricordato Elder.

“Ieri ho parlato con una esperta operatrice sanitaria che mi ha illustrato l’entità della violenza sessuale durante questa guerra. Mi ha spiegato che ha avuto contatti diretti con centinaia di donne e bambine, alcune anche di 8 anni, che sono state violentate. Molte sono state tenute prigioniere per settimane e settimane. Ha anche parlato dell’angosciante numero di bambini, nati dopo uno stupro, che vengono abbandonati. Per più di un anno abbiamo detto che i bambini del Sudan non possono aspettare. Ebbene, ora stanno morendo”, ha aggiunto, sottolineando che “senza un accesso sicuro e senza ostacoli, e senza la rimozione degli ostacoli, in particolare quelli transfrontalieri e di linea, l’accertamento della carestia di questo mese in una parte del Sudan rischia di diffondersi e di portare a una perdita catastrofica di vite umane.

Perché oltre al campo di Zamzam, “altre 13 aree del Sudan sono sull’orlo della carestia”. Aree in cui “vivono ben 143.000 bambini che già soffrono del tipo di malnutrizione più letale”. Per questo l’agenzia Onu ha chiesto ai “governi influenti e ai donatori di riconoscere che senza un’azione decine di migliaia di bambini sudanesi potrebbero morire nei prossimi mesi. Decine di migliaia. E questo non è affatto lo scenario peggiore”.

“Qualsiasi epidemia farà salire la mortalità alle stelle – ha ammonito Elder – le malattie sono la nostra grande paura. Se si verifica un’epidemia di morbillo, di diarrea o di infezioni respiratorie, ricordando che nelle attuali condizioni di vita, e con le forti piogge e le inondazioni, queste malattie si diffondono a macchia d’olio, le terrificanti prospettive per i bambini del Sudan peggiorano drammaticamente”.

In questa situazione, ha concluso il portavoce, “i bambini e le famiglie del Sudan hanno urgentemente bisogno di un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli attraverso tutte le vie, attraverso le linee di conflitto (in particolare Darfur, Khartoum e Kordofan) e attraverso i confini del Sudan; del rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani; di un aumento massiccio dei finanziamenti da parte dei donatori per evitare il collasso dei sistemi essenziali, pagando gli operatori in prima linea, fornendo forniture salvavita e mantenendo le infrastrutture critiche. E di un cessate il fuoco immediato”.

Dibattito | Capire De Gasperi: in origine c’è la questione sociale.

Le letture possibili come ‘di destra’ o ‘di sinistra’ dell’operato di giganti come De Gasperi, Togliatti, Pacelli e Montini è anti-storica, considerato soprattutto il loro naturale relativismo. Un aspetto di questo relativismo è stato colto da Aldo Cazzullo argomentando che in Europa le coordinate e i riferimenti avrebbero potuto portare a giudizi differenti rispetto a quelli correnti sulla collocazione di De Gasperi.

Nei giorni scorsi si è acceso pubblicamente un equivoco che ne compone diversi: se De Gasperi fosse di sinistra, di destra o di centro; se il suo partito fosse di sinistra, di destra o di centro; su chi fosse più di sinistra tra Togliatti, De Gasperi e Papa Pacelli (Pio XII). Comunemente si pensa che Alcide De Gasperi sia stato l’inventore del ‘centro’ dove collocare la sua Democrazia Cristiana – tra destra (liberali) e sinistra (comunisti, socialisti e liberalsocialisti-azionisti). Non è così. De Gasperi per sé e per il partito non voleva né destra, né sinistra, né centro. L’equivoco di un centro politico che ha qualche cosa a che dire e a che fare con la sinistra (direzione dello sguardo, direzione di marcia o del procedere e così via: qualsiasi cosa si voglia dire in proposito) figura esplicitamente in scritti di Andreotti e di Fanfani degli anni Quaranta. Essi vogliono spiegare le ragioni di politiche favorevoli alle classi popolari e ai gruppi sociali più disagiati.  

Dobbiamo identificate le ragioni che a suo tempo hanno reso necessari questi scritti. Il malinteso è semplice da spiegare. Seguendo l’impegno politico dei cattolici francesi e belgi del secolo XIX – il testo fondamentale di questa fase in Italia è quello di Giuseppe Toniolo -, la caratteristica distintiva delle formazioni politiche cattoliche in Europa è il primato del sociale. Solo i cattolici democratici lo proclamano come elemento di base dei loro movimenti in aggiunta a politica ed economia. È una precisa ispirazione che deriva dalla mente di Papa Leone XIII. Tutti gli altri partiti traggono i loro fondamenti esclusivamente da politica e da economia, anche (e soprattutto) quando parlano di classi sociali, di riscatto sociale, di lotta sociale. Ne danno un’interpretazione esclusivamente economica e politica. (Pensiamo a Karl Marx). I cattolici sono gli unici ad avere il terzo riferimento in più, la materia sociale, in completa autonomia rispetto agli altri due, e addirittura lo mettono il primo posto. Essi si pongono il problema di capire, prima di passare all’azione, i principi primi che devono ispirare la scelta di parte, la professione di fede politica. Attenzione: evitando i comodi schemi dell’ideologia. La condizione nella quale essi vorrebbero veder prosperare l’umanità è la condizione di giustizia sociale. Che non può essere un dato o una situazione statica. Ma va guadagnata. Si intende, accanto a libertà, uguaglianza, democrazia.

 

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…

Stefano Baietti ha pubblicato di recente L’idea di ricostruzione. Gli anni della prepolitica, Eurilink, 2024, 95€.

Dibattito | La qualità politica del centro proposto da De Gasperi.

 

Propongo un piccolo contributo all’approfondimento puntualmente promosso da Lucio D’Ubaldo per non lasciare senza replica una discutibile definizione data da Aldo Cazzullo (valido e stimato giornalista) su De Gasperi come “uomo di centrodestra”. La riflessione, in queste calde giornate di Agosto che ci avvicinano al settantesimo anniversario della scomparsa dello statista trentino, parte dalla nota frase con la quale De Gasperi definì la Democrazia Cristiana come “partito di centro che cammina verso sinistra” (Il Messaggero, 17 aprile 1948), una frase che è poi stata riproposta in diverse versioni nel corso degli anni, a volte addirittura cercando di negarne l’esistenza o la diretta attribuzione allo statista trentino. E al riguardo è bene chiarire subito che non risulta agli atti alcuna smentita di quella frase da parte dello stesso De Gasperi, ma anzi una conferma che lui stesso fece successivamente per confermarne il senso politico.

Ma aldilà della formalità di conferme o smentite è il contesto storico che non può lasciare dubbi sulla “qualità politica” di quella frase e sull’idea progettuale che De Gasperi immaginava per la Democrazia Cristiana e per la sua funzione politica al servizio del Paese. Alla vigilia delle elezioni del 1948 e dopo il ventennio fascista la Democrazia Cristiana, partito di centro che aveva scritto insieme alle altre forze democratiche e antifasciste la Costituzione Repubblicana, si candidava a governare il Paese e non poteva che guardare alla sua sinistra per costruire rapporti di confronto e di collaborazione; non poteva certo rivolgere la stessa attenzione al versante destro che risultava presidiato dal MSI formazione-rifugio per molti ex-repubblichini di Salò ed altre persone fortemente compromesse con il regime fascista.

Si consideri poi che in quel momento storico i comunisti appartenevano al fronte dei “vincitori” grazie ai quali in Europa erano tornate la libertà e la democrazia, senza peraltro che fosse ancora stata scoperchiata in Unione Sovietica la pentola dei gravi crimini di Stalin (cosa che avverrà solo successivamente con l’arrivo di Krusciov). Il confronto e le politiche sociali che seguiranno negli anni successivi, nonostante gli inevitabili momenti di asprezza, confermeranno l’impostazione di fondo che era contenuta nella famosa frase di De Gasperi e nelle intenzioni che l’accompagnavano, per non lasciare al solo Pci la difesa delle fasce più deboli della società.

Chi avesse dubbi su queste valutazioni può rileggere le pagine della cosiddetta “Operazione Sturzo” con la quale nel 1952, in occasione delle elezioni comunali di Roma, la parte più conservatrice del clero romano (verosimilmente incoraggiati anche da Pio XII) cercò di dare vita ad una coalizione che mettesse la Dc ed altri partiti laici insieme al MSI, in contrapposizione alle forze della sinistra comunista e socialista; quell’operazione naufragò per la ferma opposizione ed il diretto intervento di De Gasperi che non ritenne assolutamente praticabile una soluzione di quel genere. 

Sono considerazioni che hanno una forte connotazione di attualità. Ad oggi una significativa parte di opinione pubblica e di elettorato che si definisce genericamente “di centro” o “moderato” fatica a riconoscersi nelle posizioni di una destra che mostra di non essere riuscita ad accettare la Costituzione Repubblicana, non avendo ancora fatto i conti fino in fondo con la storia e in modo particolare con il suo passato.

Un’estate di guerre che non accennano a finire

Pare stiano prevalendo gli oltranzisti, quelli che non intendono assolutamente trovare una mediazione. L’estremismo peggiore, quello che intende cancellare totalmente la presenza dell’altro. Una grave malattia infantile, che troviamo tanto in medio oriente quanto nel centro orientale del’Europa. 

Le notizie che giungono fanno capire che i falchi non intendono indietreggiare e che il pensiero opposto non sia in grado ancora, di dettare le proprie leggi. Le colombe per adesso sembrano voler restare in piccionaia. Non va bene.

In primis perché questo si traduce in morti e dolore; in secondo ordine perché deprime ulteriormente lo spirito di fratellanza; terzo perché incrementa la spesa per armamenti. Potrei scrivere altre ragioni, ma quelle elencate sono sufficienti per dimostrare la negatività del momento. 

Qualche giorno fa avevo già scritto qualcosa in merito, pensavo che gli eventi negativi avessero trovato la loro massima espressione, ma così non è. La recrudescenza dei due conflitti è li a testimoniare che questa estate è ancora più velenosa del solito. 

Immagino che il teatro di guerra non sia che la manifestazione di un grande conflitto che nel sottofondo caratterizza il tempo attuale. Abbiamo sostanzialmente a che fare con lapilli di una condizione magmatica in grande evoluzione. 

Siamo a metà agosto, possiamo pensare che in Europa ad ottobre sia la natura a porre fine alle attuali violenze, ma in medio oriente la stagione per la guerra, purtroppo, non ha limiti di carattere ambientale. 

Pochi sono i Paesi che si mettono di traverso, parlo di quelli a caratura più elevata, e si lascia solo alle proteste interiori e a qualche manifestazione cittadina il grido di contrarietà a questo miserrimo stato di cose.

 

[Il testo è tratto dal blog dell’autore]

Le Chiese del Medio Oriente pregano per la pace nella festività dell’Assunta

Da Baghdad alla Terra Santa, per la festa dell’Assunta il prossimo 15 agosto le Chiese del Medio oriente promuovono numerose iniziative di preghiera per la pace, rilanciando i ripetuti appelli di papa Francesco l’ultimo dei quali [l’altro] ieri all’Angelus, in cui ha parlato anche di atomica. Le violenze legate alla guerra a Gaza fra Israele e Hamas, che in 10 mesi hanno causato la morte dell’1’8% della popolazione originaria della Striscia, le tensioni con l’Iran e i suoi alleati Hezbollah in Libano e Houthi nello Yemen rischiano di far precipitare la regione in un conflitto globale. Da qui la rinnovata richiesta alla preghiera che unisce il patriarca caldeo, il primate latino di Gerusalemme e il Custode di Terra Santa. 

In un messaggio inviato per conoscenza ad AsiaNews il primate caldeo, il card. Louis Raphael Sako, sottolinea che “a causa della situazione preoccupante” in Medio oriente il patriarcato “sta organizzando una preghiera per la pace e la stabilità”. “Poiché il raggiungimento della pace è responsabilità di ogni persona e di ogni Paese, siete cordialmente invitati – prosegue la dichiarazione – a unirvi a noi in una preghiera a Dio Onnipotente”. La speranza, aggiunge, è che “questi conflitti non si trasformino in una guerra regionale” che finirà per essere “disastrosa per tutti”. La funzione si terrà la sera del 14 agosto presso la cattedrale caldea di san Giuseppe a Karrada, secondo la frase tratta dal Vangelo di Matteo (5,9) “Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. 

Nel fine settimana un invito alla preghiera era giunto anche dal card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che nel messaggio ai fedeli della Terra Santa ha evidenziato come odio, rancore e disprezzo alimentino la violenza e allontanano possibili soluzioni al conflitto. Il porporato ha manifestato profondo dolore per la “terribile guerra” in atto nella Striscia e che ha già causato enormi sofferenze. E oggi, aggiunge, “è sempre più difficile infatti immaginare una conclusione di questo conflitto, il cui impatto sulla vita delle nostre popolazioni è il più alto e doloroso di sempre”. Inoltre, è “sempre più difficile trovare persone e istituzioni con le quali sia possibile dialogare di futuro e di relazioni serene” in un presente che appare “impastato da così tanta violenza e, certo, anche da rabbia” da sopraffare anche la più flebile speranza di dialogo. 

Da qui il richiamo al 15 agosto, alla solennità dell’Assunta, che diventa uno di quei giorni che possono essere “importanti per riuscire a dare una svolta al conflitto” rivolgendosi alla Madonna per “un momento di preghiera di intercessione”. Un momento da condividere con “parrocchie, comunità religiose contemplative ed apostoliche, e anche i pochi pellegrini presenti tra noi, si uniscano nel comune desiderio di pace che affidiamo alla Vergine santissima”. “Non ci resta che pregare” conclude il primate latino, invitando ad “aiutare ed essere vicini a tutti, in particolare a quanti sono colpiti più duramente” perché il mondo intero possa scorgere “uno squarcio di luce”.

Infine, fra quanti richiamano alla preghiera vi è anche il custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, che nei giorni scorsi ad AsiaNews aveva espresso tutta la sua preoccupazione per la situazione di tensione nella regione in clima “surreale”. Per questo egli si rivolge ai frati della Custodia chiedendo di recitare una “Supplica per la pace a Maria Assunta al cielo” durante le celebrazioni in programma il 14 e 15 agosto come segno di speranza e affinché le parti in causa possano riprendere i colloqui per una tregua a Gaza.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Assunta:-da-Baghdad-alla-Terra-Santa,-i-cristiani-pregano-per-la-pace-61317.html

Card. Parolin: “La guerra è una sconfitta per tutti”.

“Da Assisi, in occasione di questa festa, voglio lanciare una forte preghiera e appello per la pace in tutto il mondo. Come ha più volte ribadito il Santo Padre, la guerra è una sconfitta per tutti e non porta benefici a nessuno”.  È quanto ha affermato il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, [ieri 11 agosto], ad Assisi dove ha presieduto in mattinata la solenne concelebrazione per la festa di Santa Chiara, nella basilica a lei dedicata.

 

Preoccupazione per l’offensiva a Kursk

Il porporato, reduce da una missione a luglio in Ucraina che lo ha portato a Kyiv, Odessa e Lviv, a margine della celebrazione ha risposto alle domande di alcuni giornalisti locali, tra cui una sulla offensiva lanciata dall’Ucraina nella regione russa di Kursk. “Sono sviluppi molto preoccupanti, perché significa aprire nuovi fronti”, ha detto il cardinale. “In questo senso le possibilità della pace si allontanano sempre di più”.

Il cardinale Parolin con il vescovo di Assisi-Nocera-Gualdo Tadino, Domenico Sorrentino

 

Amare in un mondo affamato d’amore

Di guerra Parolin ha parlato anche nella sua omelia, durante la quale ha rilanciato l’appello per la pace nel mondo. Nel ringraziare il vescovo, monsignor Domenico Sorrentino, le clarisse, i francescani, i religiosi e religiose, le massime autorità civili, militari e migliaia di fedeli presenti alla celebrazione, il segretario di Stato ha poi voluto sottolineare la necessità di amare “in un mondo sempre più povero d’amore e, nello stesso tempo, sempre più affamato d’amore”.

 

L’esempio di povertà di Santa Chiara

Continuando sul concetto di amore il cardinale ha posto l’accento sulla scelta radicale alla povertà di Chiara, “che si pone come esempio di vita nella nostra società, contrassegnata dal consumismo, ossia dalla sfrenata ricerca di soddisfare i bisogni indotti dalla pressione della pubblicità e da fenomeni d’imitazione sociale, con gli inevitabili sprechi economici, l’inquinamento e l’edonismo, che considera il piacere come il bene sommo dell’uomo e il fine esclusivo della vita”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-08/parolin-assisi-celebrazioni-santa-chiara.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Esistono principi e contenuti, ma la politica è anche metodo.

La politica, come tutti ben sappiamo, è “merito”. Cioè, contenuti, proposte, progetti e concrete iniziative politiche. Perlomeno, è anche e soprattutto queste cose quando non si riduce ad essere solo populismo, spettacolarizzazione, faziosità, settarismo, personalizzazione, propaganda e attacchi personali. 

Elementi, questi, che da ormai troppi anni hanno purtroppo il sopravvento rispetto alle tradizionali categorie che hanno storicamente accompagnato e condizionato la dialettica democratica nel nostro paese. Ma, al di là di queste considerazioni, se si vuole ridare slancio, vigore e credibilità alla politica nel suo complesso non si può non ripartire dalla fondamenta. Cioè da quel “merito” che resta uno degli elementi costitutivi del confronto tra i partiti per costruire, insieme, il “bene comune”.

Se questo è vero, com’è vero, è altrettanto indubbio che la politica è anche e soprattutto “metodo”. Cioè inverare concretamente le regole che rafforzano quella che Guido Bodrato definiva insistentemente come “qualità della democrazia”. Che sono poi quei tasselli costitutivi che differenziano la ‘buona politica’ dalla ‘cattiva politica’. E dove, guarda caso, è proprio la cultura cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale a giocare un ruolo decisivo se non addirittura determinante. Ed è appena sufficiente ricordare i capitoli principali ed essenziali di questo “metodo” per rendersi conto che la democrazia è, appunto, sostanza ma anche procedura.

E quindi, per riassumere questi tasselli che differenziano profondamente la concezione democratica da altre derive che hanno avuto il sopravvento in questi ultimi anni, li potremmo definire così e pur senza una gerarchia prioritaria: rispetto dell’avversario che non è mai un nemico; senso dello Stato; cultura di governo; cultura della mediazione; approccio riformista; ricerca della sintesi; respingimento di qualsiasi radicalizzazione del conflitto politico; rifiuto della personalizzazione spietata nel confronto politico; esaltazione dei corpi intermedi; centralità del dialogo e del confronto e in ultimo, ma per ordine di importanza, autorevolezza e rappresentatività della classe dirigente.

Insomma, una serie di elementi che contribuiscono a rafforzare e a consolidare gli istituti centrali della democrazia nel nostro paese. In perfetta coerenza con i valori e i principi scolpiti nella Carta Costituzionale. E, soprattutto, a differenziare i custodi della democrazia rappresentativa e costituzionale dai precursori di un modello populista, vagamente autoritario e sicuramente non liberale e partecipativo.

Anche per queste motivazioni, certamente nè peregrine e nè secondarie, è sempre più importante e decisivo il contributo e la presenza nella cittadella politica italiana della tradizione, della storia, del pensiero e della cultura del cattolicesimo politico italiano. Non per regressione nostalgica ma, al contrario, per rafforzare e consolidare lo “spirito dei costituenti” contro ogni maldestro e blasfemo nuovismo.

Politicainsieme | Dibattito aperto, ma sul fine vita la Chiesa non cambia rotta.

No all’eutanasia. In qualunque forma. No al suicidio assistito. Punti fermi. La vita è un dono ed, anche per chi non crede, un bene indisponibile. E’, infatti, anzitutto, non un che di autoreferenziale, un possesso esclusivo, ma, piuttosto, una responsabilità nei confronti di sé stessi ed, a stesso titolo, degli altri.

Mai si nasce, si vive e neppure si muore da sé, ma nel vivo delle relazioni, anzitutto affettive, che costruiscono la personalità unica ed irripetibile, nonché la dimensione sociale di ognuno. E si deve partire da qui per leggere correttamente e comprendere la recente intervista di Mons. Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Susciterà commenti e reazioni di diverso segno, perfino a dispetto del “generale Agosto”. Qualcuno vi leggerà una cocciuta rivendicazione delle posizioni tradizionali della Chiesa e continuerà a scorgervi tracce evidenti di oscurantismo. Altri vi vedranno un cedimento al “mondo”, un timido e timoroso accostamento a tesi laiche o laiciste. Insomma, gli opposti estremismi di cui parla Mons. Paglia e, d’istinto, verrebbe da dire – a costo di mutuare dal linguaggio della politica – che la verità sta nel mezzo, secondo, perfino qui, la dannata ossessione per il “centro”. Ma non è così.

Mons. Paglia non va alla ricerca né di una mediazione, né, tanto meno, di un compromesso, neppure di un aggiustamento allo spirito del tempo, in sostanza al prevalente sentimento individualista dei nostri giorni.

Mai come in questo caso la verità non sta nel mezzo. Sta al di sopra. E non nel senso della mediazione, per quanto ogni mediazione sia verticale ed, al contrario, ogni compromesso sia, invece, orizzontale.

Qui siamo su un altro piano, in un diverso contesto di riflessione e di argomentazione, alla ricerca tutt’altro che strumentale, opportunistica o capziosa di quel sottile, quasi impalpabile discrimine in cui la vita trova e riconosce il rapporto più intimo e delicato con la sua stessa dignità.

Nulla di nuovo in quanto a principi e dottrina della Chiesa, ma, piuttosto, un’attenta ricognizione del momento in cui la cura ed il prendersi cura rischiano di scivolare in un accanimento che diventa offensivo. Non a caso, Mons. Paglia torna ad insistere sulle cure palliative e sull’accompagnamento. Due versanti cui non bastano né le competenze professionali né le risorse delle tecnica se non sono accompagnate da un’attitudine all’empatia nei confronti del paziente.

Vuol dire che fare il medico o, comunque, ad ogni livello, anche il più semplice, l’operatore sanitario non è un mestiere come gli altri. Richiede un’apertura ed una capacità di ascolto e di accoglienza che, a sua volta, esige un lavoro di affinamento della propria umanità.

 

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https://www.politicainsieme.com/i-punti-fermi-sul-fine-vita-di-domenico-galbiati/

USA, i Repubblicani con JD Vance ammorbidiscono la linea sull’aborto.

Il candidato repubblicano alla vicepresidenza americana JD Vance ha dichiarato in numerose interviste andate in onda oggi [ieri per chi legge, ndr] che un’amministrazione Trump non ricorrerebbe alla FDA* per bloccare l’accesso al farmaco abortivo mifepristone e che le decisioni sulla politica in materia di aborto spettano ai singoli stati. Il tutto mentre le questioni relative all’aborto acquistano sempre più peso nella corsa alla Casa Bianca.

Vance ha detto a Dana Bash della CNN che se fosse rieletto, l’ex presidente Donald Trump non cercherebbe di bloccare il farmaco.

Tuttavia, Vance ha detto che l’ex presidente “lascerebbe che gli stati prendano la decisione sulla politica sull’aborto”, una posizione che ha riconosciuto avrebbe portato a un mosaico di politiche, tra cui stati blu con meno restrizioni e stati rossi con più restrizioni.

In un’altra intervista andata in onda domenica, Margaret Brennan della CBS ha fatto notare a Vance che solo dopo che la sentenza Roe contro Wade è stata ribaltata, la Corte Suprema ha preso in esame il caso contestando l’approccio della FDA alla regolamentazione del mifepristone. A giugno, la corte ha infine stabilito che i dottori e i gruppi anti-aborto dietro la causa non avevano titolo per intentarla.

“Quando gli stati e gli elettori di quegli stati prendono decisioni, ovviamente vogliamo che gli stati e il governo federale rispettino quelle decisioni. Ed è quello che ha detto il presidente Trump… Dobbiamo uscire dal lato della guerra culturale sulla questione dell’aborto”, ha detto Vance a “Face the Nation”. “Dobbiamo lasciare che gli stati decidano la loro politica specifica sull’aborto”.

*FDA è l’acronimo di Food and Drug Administration. Si tratta di un’agenzia governativa degli Stati Uniti responsabile della regolamentazione di un’ampia gamma di prodotti che possono avere un impatto sulla salute pubblica.

Appello del Card. Pizzaballa per rilanciiare il dialogo in M.O.

Odio, rancore e disprezzo aumentano la violenza e allontanano la possibilità di individuare soluzioni al conflitto in Medio Oriente. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, si rivolge ai cristiani di Terra Santa con un accorato messaggio, in occasione della Festa dell’Assunzione, per esprimere il dolore per una “terribile guerra” che ha causato sofferenza e sgomento che, nonostante i molti mesi passati, “sono ancora integri”. 

Ad oggi, indica il porporato, “è sempre più difficile infatti immaginare una conclusione di questo conflitto, il cui impatto sulla vita delle nostre popolazioni è il più alto e doloroso di sempre”. Ed è anche “sempre più difficile trovare persone e istituzioni con le quali sia possibile dialogare di futuro e di relazioni serene”. Questo presente, è la considerazione, “impastato da così tanta violenze e, certo, anche da rabbia”, sembra schiacciare tutti.

 

La preghiera alla Vergine

Pizzaballa guarda al 15 agosto, solennità dell’Assunzione di Maria Vergine, come uno dei giorni che “sembrerebbero essere importanti per riuscire a dare una svolta al conflitto”. 

In quel giorno il Patriarca invita i fedeli “ad un momento di preghiera di intercessione per la pace alla Vergine Santissima Assunta in cielo”, esprimendo inoltre il desiderio “che parrocchie, comunità religiose contemplative ed apostoliche, e anche i pochi pellegrini presenti tra noi, si uniscano nel comune desiderio di pace che affidiamo alla Vergine santissima”. “Non ci resta che pregare”, è la sua invocazione, dopo aver speso tante parole e dopo “aver fatto il possibile per aiutare ed essere vicini a tutti, in particolare a quanti sono colpiti più duramente”. 

È la preghiera alla Vergine Assunta, “fatta di parole riconciliazione e pace” da opporre “alle tante parole di odio, che vengono pronunciate troppo spesso”, che può aprire per il mondo intero “uno squarcio di luce”.

Fonte: https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2024-08/pizzaballa-medio-oriente-appello-pace-messaggio-festa-assunzione.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

L’Osservatore Romano | Sangiorgi racconta i cattolici e la Dc attraverso il padre.

 

C’è sempre un che di romanzesco, quando si rievocano epoche passate, ricordi legati all’infanzia, suggestioni di una mitica età dell’oro nella quale tutto era più lucente, più bello e più vero. Si tende ad ammantare la realtà dei fatti con la patina aurea della nostalgia e si rischia di fare torto alla verità. 

Però… Ci sono momenti della storia nei quali in effetti le condizioni generali e particolari si combinano dando vita a fasi, epoche realmente notevoli e tali da lasciare effetti a lungo. 

Il periodo della Seconda guerra mondiale, ad esempio, che in Italia ha coinciso in parte con il ventennio fascista, pure essendo un tratto drammatico della storia del Paese, ha fatto lievitare ideali e azione, irrobustito fede e convinzioni, fornito una solida base di valori condivisi e irrinunciabili, il patrimonio che rende nazione una comunità.

È anche per questo che il libro di Giuseppe Sangiorgi Babbo Sangiorgi. Il romanzo di una generazione (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024, pagine 182, euro 15) supera, come dichiarato sin dal titolo, ogni tentazione agiografica e sentimentale per diventare il racconto di un’epoca come detto tragica e difficilissima, a partire da quella del regime fascista, nella quale alcune persone che ne divennero protagoniste si trovarono dalla parte della democrazia e della libertà.

Si scrive qui «si trovarono» non con superficialità. Ogni nostra azione, ogni giorno, è frutto di una scelta e noi siamo in ultima analisi ciò che scegliamo di essere, pur essendo immersi in un caos di influenze e condizionamenti.

Quello che qui si vuol dire, e che lo stesso libro di Sangiorgi conferma, è che una robusta identità culturale, costruita attorno a un nucleo di valori morali e in questo caso religiosi, edifica una persona a tal punto da rendere quasi impossibile che possa tradire se stessa e a spingerla ad azioni che solo a distanza di anni potranno rivelarsi per quelle che sono: autenticamente umane, profondamente civili, eroiche sotto molti aspetti. Scrive per esempio l’autore, segretario generale dell’Istituto Sturzo, Commissario dell’autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, già presidente dell’Istituto Luce e curatore del documentario La Storia d’Italia del XX secolo con Valerio Castronovo, Renzo De Felice, Pietro Scoppola e la regia di Folco Quilici, a proposito dei tanti rischi corsi da molti durante il fascismo: «Nella stagione della lotta clandestina questi pericoli sono stati corsi da tanti uomini e donne delle diverse matrici politiche del Paese. Si deve all’eroismo e al sacrificio della vita di molti di loro la rendita democratica della quali siamo diventati immemori, in cui era normale restare normali facendo cose fuori del normale. Così queste storie nel loro insieme sono il romanzo di una generazione. Le culture di riferimento dell’antifascismo erano quella cattolica, quella liberale, quella socialista e quella comunista, che si riassumono nelle fi- gure di Luigi Sturzo, Piero Gobetti e Antonio Gramsci, con l’intreccio dei loro destini nella Torino politica del primo Novecento».

«Era normale restare normali mentre si facevano cose fuori del normale». Un concetto che, fortunatamente, è sconosciuto a molti, essendo proprio di momenti tragici come quelli di una guerra. È in questi casi che, per esempio, si approfitta anche del funerale di una neonata per trasportare, nella piccola bara, documenti riservati che non dovevano assolutamente finire nelle mani tedesche. O si passa in un momento dalle risate di un contesto domestico al terrore di una perquisizione in casa che poteva significare deportazione e morte.

Il libro di Sangiorgi è dedicato chiaramente al “babbo” Giovanni, militante dell’Azione cattolica e della Fuci, giornalista de «L’Osservatore Romano», tra i fondatori della Democrazia Cristiana, confidente di Alcide De Gasperi e di Giovanni Montini e poi dirigente nazionale delle attività artistiche dello stesso partito e fondatore e segretario generale dell’ente Premi Roma che nel dopoguerra ebbe il merito di scoprire fra i maggiori scultori e pittori dell’epoca. Una memoria che, spulciando fra documenti personali e pubblici, ritagli di giornale tenuti da parte dallo stesso protagonista del libro, legati ad avvenimenti ai quali in maniera diretta o indiretta, prese parte, diventa, come dichiarato, il racconto, il romanzo di una generazione. Romanzo, come detto, non per detrimento della verità dei fatti, ma per attenzione ai sentimenti umanissimi ed epici di tante persone che hanno contribuito a formare e ad affermare l’Italia democratica, libera e repubblicana di cui ha potuto godere la generazione successiva.

Si tratta naturalmente di un romanzo cattolico. Di un cattolicesimo curioso ed edificante, non cristallizzato e non pericolosamente reazionario, nello scenario instabile del dopoguerra e della guerra fredda. «È stata la riserva di inquietudine che il cattolicesimo ha al proprio interno — scrive l’autore — a evitare che la spinta verso queste posizioni di integralismo prevalesse sul rispetto del pluralismo in quegli anni del dopoguerra decisivi per la costruzione del nuovo equilibrio politico del Paese. Alcune figure riassumono nei loro percorsi questa inquietudine, una venatura del cattolicesimo vissuta lungo traiettorie di fede non sempre benedette dalle gerarchie, anzi in più casi condannate ma che hanno saputo imporsi nell’immaginario cattolico come la vera via da seguire nella dialettica politica, perché lo scontro non degenerasse nella rinuncia alla democrazia. E perché il cattolicesimo politico non si sganciasse dal senso profetico più profondo e intimo del cristianesimo».

Accanto a questo romanzo c’è sempre quello familiare, a partire dal caro ricordo di “mamma Sangiorgi”, donna impegnata quanto l’amatissimo consorte e in più divisa fra dimensione domestica e pubblica, alle memorie lucenti delle vacanze estive con il babbo impegnato altrove, con l’attesa da parte dei bambini delle golose mandorle salate che lui immancabile riusciva a trafugare da ogni banchetto pubblico.

È il romanzo, insomma di un’Italia che è stata, che ancora è da qualche parte, nei suoi comportamenti più virtuosi dell’oggi. E che magari potrebbe ancora essere, nelle modalità e declinazioni che l’attualità richiede.

Nel libro si riporta una nota scritta dallo stesso Giovanni Sangiorgi per una campagna elettorale degli anni Cinquanta, alla quale si presentava: «Sangiorgi è padre di 6 figli. Ha lavorato sempre: per la libertà, la dignità, la cultura, le fede cristiana in cui è nato e in cui vive da militante». In fondo, non serve di più. E non pare certo poco.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 10 agosto 2024.

Titolo originale: Restare normali fscendo cose fuori del normale.

[Testo qui riproposto per gentild concessione del direttore del quotidiano ufficioso della Santa Sede]

Luigi Granelli e la Base: l’impegno nella Dc come “sinistra degasperiana”.

Luigi Granelli si colloca tra i maggiori dirigenti della DC lombarda e nazionale. Estremamente forte fu il suo legame con Marcora, senza che sfociasse mai in forme di servilismo. Bergamasco, nato alla fine degli anni Venti, è stato uno dei più̀ giovani partigiani della sua zona e militò, data la sua educazione cattolica, nelle brigate dei partigiani bianchi. 

Ancora ragazzo, alla fine della guerra ritornò a lavorare con il padre, esercitando il mestiere di imbianchino. A sedici anni verniciava di minio i cancelli della Dalmine. Di media statura, aveva lineamenti fini ed era dotato di una straordinaria intelligenza dialettica e oratoria. Per queste ragioni, agli inizi degli anni Cinquanta fece una rapida carriera nella DC di Bergamo, ricoprendo il ruolo di direttore del giornale locale Il Campanone e collaborando con altri personaggi dotati di una cultura più̀ vasta della sua, come Beppe Chiarante e Luigi Magri, futuri parlamentari del PCI. 

Granelli si formò da solo e quando la stima nei suoi confronti crebbe cominciò a essere chiamato fuori dalla sua provincia. Dopo la fondazione della corrente di Base fu avvicinato da Marcora, che gli propose di dirigere una rivista chiamata proprio La Base. In quella redazione incontrò la giovane dottoressa Adriana Guerrini, assistente alla cattedra di Diritto costituzionale alla Cattolica di Milano, con la quale si sposò. Impegnati entrambi in politica, ebbero un solo figlio.  

Quando Fanfani divenne segretario al congresso nazionale di Trento, si scontrò subito con Granelli che lo accusava di voler fare e agire senza pensare e progettare. In modo sprezzante Fanfani gli rispose: «Non si preoccupi, per voi faremo un pensatoio!» In seguito Fanfani sospese dal partito Granelli, Magri, Chiarante, l’onorevole Bartesaghi di Lecco e Mario Melloni, che con lo pseudonimo di Fortebraccio sarebbe diventato un bravissimo umorista dell’Unità, famoso per le sue vignette e le sue battute. 

Mentre Magri, Chiarante e Bartesaghi finirono nel PCI, Granelli resistette nella DC con l’aiuto di Marcora, di sua moglie e della professoressa Brisca Menapace, di origine trentina e docente alla Cattolica di Milano. Quest’ultima finirà̀ anche lei nel PCI e poi al manifesto. 

Granelli si trasferì̀ a Milano dove, a metà degli anni Cinquanta, Marcora aveva vinto il congresso provinciale, dando respiro a nuove e importanti prospettive. Divenne, come capiterà̀ più̀ tardi a chi scrive, prima dirigente degli enti locali e in seguito direttore del Popolo Lombardo, il settimanale della DC milanese. 

Granelli tentò, ancora giovanissimo, di presentarsi candidato alle elezioni del 1958, sfruttando le sue capacità dialettiche e di abile giornalista. Purtroppo, in quella circostanza si scontrò con il vicario della diocesi di Milano monsignor Manfredini, futuro vescovo e delegato dall’arcivescovo Montini ai rapporti con il laicato cattolico milanese. Granelli era convinto sostenitore di quell’apertura a sinistra che prevedeva un accordo con il PSI, rifacendosi alla famosa frase di De Gasperi: «La DC è un partito di centro che guarda a sinistra».

Per lui, la Base era la sinistra degasperiana, cioè̀ una sinistra più̀ laica di quella aclista di Vittorino Colombo a Milano o di La Pira a Firenze. Monsignor Manfredini, invece, era su posizioni decisamente diverse, che lo portavano a caldeggiare il mantenimento del centrismo sia al comune di Milano sia in provincia. Nel momento cruciale delle elezioni del 1958 ebbe luogo un disastroso confronto tra Granelli da una parte e l’arcivescovo Montini, destinato alla carica di pontefice come Paolo VI, dall’altra. Dopo un incontro privato con Montini, Granelli pubblicò un comunicato nel quale diceva che le divergenze erano state chiarite in modo positivo. Gli piombò addosso una pesantissima smentita della curia milanese, nella quale si negava non solo l’esito positivo del suddetto chiarimento, ma proprio che il chiarimento ci fosse stato. 

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1523-luigi-granelli-l-intellettuale-autodidatta-2.html

Ponte di Messina? Ciucci: “Le code agli imbarchi dimostrano che serve”.

“Qualsiasi manifestazione pacifica è legittima, perché esternare le proprie opinioni non è mai sbagliato e la Stretto di Messina è sempre aperta al dialogo e all’ascolto”. Lo ha sottolineato in una nota Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina.

“Ma le lunghe code agli imbarchi di Villa San Giovanni, registrate in questo sabato [ieri, ndr] di esodo da bollino nero – ha aggiunto – dimostrano a tutti l`importanza di avere un collegamento continuo tra le due coste, aperto 365 giorni l`anno 24 ore al giorno. È evidente l`incidenza che l`opera avrebbe sulla riduzione dei tempi e dei costi del trasporto”.

“Si continuano purtroppo a ripetere le solite dichiarazioni prive di fondamento tecnico-scientifico, mirate a creare confusione e ingenerare dubbi inesistenti. Si contesta un`opera, fattibile da vent`anni, il cui progetto è stato redatto dai migliori esperti al mondo per quanto riguarda i ponti sospesi e le grandissime infrastrutture: ogni possibile aspetto è stato affrontato, studiato e risolto, come il transito delle più grandi navi e dei più pesanti convogli ferroviari, la resistenza a violentissimi terremoti, a onde di tsunami e a venti mai registrati nello Stretto”, ha evidenziato Ciucci.

“La società lavora con impegno e nel pieno rispetto delle norme, ascolta le richieste del territorio, dialogando costantemente con le istituzioni locali”, ha aggiunto l’ad.

“Il ponte è un`opera del territorio e per il territorio – ha concluso Ciucci – che porterà con sé anche una metroferrovia con tre fermate metropolitane e il prolungamento della tangenziale autostradale di Messina fino a Ganzirri, con due nuovi svincoli a Sant`Agata e Granatari. Apparterrà alla popolazione che vive sulle due sponde dello Stretto. E apparterrà anche a coloro che, oggi, sono scesi in piazza”.

Aggiornamenti Sociali | La democrazia oggi: fare i conti con la violenza.

Giuseppe Righio

«Continuano a dire che sono una minaccia per la democrazia. Ma io dico: che cosa diavolo ho fatto per la democrazia? La scorsa settimana ho preso una pallottola per la democrazia». Pronunciate nel corso di un comizio, le parole di Donald Trump rievocano l’attentato subito il 13 luglio scorso a Butler, in Pennsylvania, dandogli un’interpretazione particolare. Il tentativo di ucciderlo, fallito per un’inezia, diviene un argomento per smentire chi lo descrive come un pericolo per la tenuta democratica degli Stati Uniti. La frase utilizzata da Trump è suggestiva e fa leva sulle emozioni, ma è ambigua e rischia di essere fuorviante. Che cosa rivela, in effetti, «prendere una pallottola per la democrazia» quando si è candidati alle elezioni presidenziali e al centro di vari procedimenti giudiziari, tra cui quello per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2020? Che cosa si può dedurre, quando a sparare è un ventenne incensurato, apparentemente sano di mente e senza una ragione politica? Più in generale, quale significato riveste la violenza rivolta contro le istituzioni politiche?

 

Un’onda di crescente violenza 

Quanto accaduto a Trump non è un episodio isolato nella storia degli Stati Uniti, visto che quattro Presidenti sono stati uccisi durante il loro mandato: Lincoln (1865), Garfield (1881), McKinley (1901) e Kennedy (1963). In anni più recenti, sette degli ultimi nove Presidenti sono stati vittime di attentati. Le aggressioni e le minacce non riguardano solo i vertici. Un recente articolo del New York Times descrive la «nuova normalità» in cui politici, giudici e pubblici funzionari si trovano a svolgere le proprie attività (Hakim D. – Bensinger K. – Sullivan E., «‘We’ll See You at Your House’: How Fear and Menace Are Transforming Politics», 19 maggio 2024). Nel 2023, le minacce ai membri del Congresso sono state oltre 8mila (il 50% in più rispetto al 2018) e più di 450 giudici federali hanno subito intimidazioni (circa il 150% in più rispetto al 2019). Il fenomeno riguarda anche i funzionari locali, come emerge da un’inchiesta del 2021 della National League of Cities. I giornalisti osservano preoccupati che «la raffica di minacce, spesso mascherata dall’anonimato online e spinta da opinioni politiche estreme, ha cambiato il modo in cui i funzionari pubblici svolgono il loro lavoro, terrorizzando le loro famiglie e allontanando alcuni dalla vita pubblica». 

Non si tratta di un fenomeno solo statunitense, dovuto a una storia segnata fin dalle origini dalla violenza o dalle scelte politiche sul possesso di armi da fuoco. Anchel’Europa non è esente. Ricordiamo l’aggressione contro Silvio Berlusconi a Milano nel 2009 o l’uccisione della parlamentare inglese Jo Cox nel 2016. Il caso più recente è il ferimento del primo ministro slovacco Robert Fico del 15 maggio scorso. Gli episodi di violenza contro i rappresentanti dello Stato sono in aumento, come testimoniano i dati recenti di due grandi Stati europei. In Germania, secondo la polizia, nel 2023 sono stati commessi 2.790 reati contro i politici: i casi di violenza fisica o verbale sono in aumento rispetto al 2022 e quasi raddoppiati negli ultimi cinque anni. Anche in Francia vi è una crescita continua di denunce e segnalazioni, oramai stabilmente oltre la soglia dei duemila casi all’anno.

 

Una democrazia violenta? 

Come ogni sistema politico, anche le democrazie occidentali hanno dovuto fare i conti con la violenza presente nella società, a cui hanno cercato di dare risposte proprie e originali, partendo da una lettura delle cause che possono scatenarla. Tra le soluzioni emerse ne ricordiamo alcune. Innanzi tutto, l’elaborazione del concetto di Stato di diritto come criterio fondamentale nell’azione politica, quale presidio a difesa dei diritti civili, politici e sociali dei cittadini secondo una visione garantista dello Stato. Poi la scelta del meccanismo della rappresentanza parlamentare, ampliatasi progressivamente attraverso l’estensione del diritto di voto a fasce sempre più ampie della popolazione, e il riconoscimento e il sostegno da parte dello Stato ai corpi intermedi, a quelle espressioni organizzate della società civile, che rendono possibile la partecipazione dei cittadini alla vita politica al di là del circuito del voto in occasione delle elezioni. 

In filigrana, riconosciamo il bando della violenza, che non può essere una dimensione ordinaria della vita insieme. Questo vale per i membri della collettività, che non possono farvi ricorso per rivendicare i propri diritti o cercare giustizia, e anche per l’esercizio del potere da parte dello Stato democratico, a cui è riconosciuto il monopolio dell’uso legittimo della forza per evitare, secondo la lezione di Hobbes, il tutti contro tutti, senza però che sia arbitrario e violento e a patto che sottostia a regole e limitazioni. 

Il modo in cui è stata intesa la violenza nella democrazia, in particolare quella che si manifesta in politica, si può equiparare a una febbre che scuote il corpo sociale. Non è la malattia, ma la manifestazione di un malessere con una radice più profonda: l’esclusione o l’irrilevanza, oggettive o percepite, in cui alcune fasce della società si sentono confinate quando si tratta di affrontare le questioni che riguardano la vita pubblica. Se in politica la dimensione conflittuale è intrinseca, occorre individuare gli strumenti opportuni affinché non deflagri in violenza. La scelta delle democrazie è stata di dotarsi di strumenti che favoriscono un’ampia partecipazione individuale (ad esempio il riconoscimento e la tutela dell’eguaglianza tra i cittadini, dei diritti civili e politici) e collettiva (la libertà di associarsi, di costituire partiti, di informare). La costruzione progressiva delle istituzioni democratiche non è avvenuta ignorando la violenza, come attesta la riflessione filosofica dall’esperienza ateniese fino all’Europa sconvolta dalle guerre nei secoli scorsi, ma cercando di comprenderla per dare una risposta all’altezza, che non fosse a sua volta violenta come accade quando si fa ricorso a politiche repressive.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/disinnescare-la-retorica-della-violenza-in-politica/

La credibilità di una coalizione non sta nella logica dell’ammucchiata

La coalizione politica, o l’alleanza poltica e di governo, non possono trasformarsi in semplici e banali pallottolieri. E questo per una ragione molto semplice. E cioè, una coalizione è seria e credibile e può ambire a svolgere un ruolo di governo solo se c’è una comune convergenza politica e programmatica. Insomma, l’esatto opposto di ciò che sta facendo l’attuale cartello delle sinistre. Se è vero, com’è vero, che c’è un comune quadro valoriale, culturale e politico delle tre sinistre esistenti – cioè quella radicale e massimalista della Schlein, quella populista e demagogica dei 5 Stelle e quella fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – è altrettanto indubbio che tutto ciò che si aggiunge a questo campo appartiene alla sfera del trasformismo e dell’opportunismo politico. Appunto, la logica del pallottoliere. 

Del resto, è quasi patetico leggere ogni giorno le reazioni dei maggiori esponenti delle tre sinistre di fronte all’ultima piroetta politica del capo di Italia Viva, Renzi. Una piroetta del tutto comprensibile per poter mantenere in Parlamento una manciata di amici cari alle prossime elezioni politiche ma che prescinde, com’è ormai evidente a tutti, da qualsiasi valutazione politica, culturale e programmatica. In attesa, è solo questione di tempo, che la stessa operazione la faccia anche Calenda. Ovvero, e sintetizzando, dire l’esatto contrario per anni e poi, d’incanto, cambiare radicalmente opinione perchè, guarda caso e all’improvviso, c’è un nemico irriducibile alle porte che va combattuto con tutte le forze e con tutti i mezzi a disposizione. E il nemico, almeno così pare di capire, sarebbe quello che siamo ormai alla vigilia – cioè siamo sempre alla vigilia…- di una svolta illiberale, di una deriva dittatoriale, di una torsione autoritaria, di una negazione delle libertà democratiche e di espressione, di una sostanziale cancellazione dei valori e dei principi costituzionali. In sintesi, siamo alla vigilia di una piena ed organica regressione fascista.

Ora, al di là di queste baggianate, è di tutta evidenza che ci troviamo di fronte ad una vera e propria caduta di credibilità della politica e delle regole elementari della democrazia. E cioè, ci si inventa un nemico mortale che ovviamente non esiste perchè è del tutto virtuale, si monta una propaganda martellante attraverso il sistema mediatico amico – i soliti e notissimi quotidiani e gli altrettanto noti talk televisivi – e il gioco è fatto. C’è solo un piccolo particolare, come la concreta esperienza insegna. E cioè, la logica del pallottoliere – qualunque sia la stagione poltica in cui la la pratica – è semplicemente incompatibile con la cultura di governo. Perchè, appunto, unendo il diavolo e l’acqua santa, come si suol dire, tutto si può fare tranne una cosa: garantire un governo serio e credibile al paese.

Ecco perchè, almeno questa è la speranza, mancando ancora un po’ di tempo in vista delle prossime elezioni politiche, auguriamoci che il cartello delle sinistre impari la lezione. Del resto, è appena sufficiente guardarsi indietro per evitare ulteriori figuracce.

La Ragione | I dieci buoni motivi dell’offensiva Ucraina contro la Russia

[…] esistono almeno dieci buoni motivi per cui il blitz ucraino in territorio nemico costituisca un fattore conveniente per Kyiv.

Anzitutto serve ad allentare la presa sui territori martoriati dell’obla-st’ di Sumy, travolti per mesi da centinaia di bombe plananti e colpi d’artiglieria tanto da doverne sfollare 23 insediamenti evacuando oltre 6mila civili. Senza quest’intervento, anche quell’area avrebbe presto fatto la fine della zona grigia contesa a Nord di Kharkiv.

In secondo luogo, con ogni probabilità quest’incursione preluderà ad altre ancor più massicce condotte – secondo lo stile di Syrskyj – su fronti anche molto distanti da quello settentrionale. Quello da cui scrivo potrebbe ad esempio riservare altrettanti eventi inaspettati che potrebbero aprire la strada a Kyiv verso una Crimea ormai sempre più indebolita e isolata.

Come sottolineato dallo stesso Presidente Zelenskyj, ogni elemento strappato ai russi aumenta inoltre il potere negoziale dell’Ucraina nell’ottica di futuri colloqui con Mosca. «La guerra è guerra» ci ricorda Podoliak «e chi aggredisce deve aspettarsi reazioni simmetriche».

Il fattore psicologico gioca poi un ruolo molto importante per un popolo e un esercito che da quasi due anni si trova a resistere traendo ben poche soddisfazioni da un fronte ormai in stallo perenne. L’offensiva in territorio russo costituisce un elemento di rottura rispetto alla strategia precedente in grado di dare nuova linfa a morale e aspettative ucraine.

Il quinto elemento importante è una conseguenza del fatto che quel territori russi che l’Ucraina ha occupato fossero sguarniti: la coperta è corta e giocoforza Putin sarà costretto ad allentare la presa sul vicino fronte orientale. I wagneriti richiamati dall’Africa non sono certamente abbastanza per far fronte alle tre brigate (da 2mila soldati ciascuna) che Kyiv ha dirottato su Kursk e presto i generali russi si troveranno di fronte a scelte più radicali.

Ne consegue la sesta deduzione, che vede il consenso interno di Putin sgretolarsi sempre di più: i video diffusi in queste ore dai civili di Kursk e i commenti dei militari sopravvissuti all’assalto ucraino sono impietosi nei suoi confronti e alimentano certamente il seme della discordia contro il suo regime.

Sette: più pressione viene esercitata sull’aggressore, più s’avvicina la pace. Basta ricordarsi le volte in cui Putin ha aperto a possibili negoziazioni quando s’è trovato col fiato sul collo durante la controffensiva ucraina del 2022. Putin comprende solo il linguaggio della forza, è un dato ormai assodato. L’ottava osservazione è costituita dal fatto che l’Ucraina sta lavorando coi Paesi della Nato per l’attuazione della difesa congiunta contro i missili russi: mostrare agli alleati che si può osare li aiuterà certamente a compiere un passo decisivo in tal senso.

Il nono in esame è il fattore economico: se l’Ucraina aveva già la possibilità d’interrompere il flusso d’idrocarburi russi verso l’Europa, ora ha la mano posata sul rubinetto del gas dello snodo di Sudzhe ed è a un passo dalla centrale nucleare di Kursk: tenerla in scacco mettendola in shut-down ribalterebbe specularmente la situazione patita a Zaporizhzhia.

In ultimo: come hanno ribadito il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller e il portavoce della Commissione eu-ropea, «l’Ucraina sta combattendo una legittima guerra di difesa contro l’aggressione illegale della Russia. Nel quadro di questo legittimo diritto a difendersi, ha il diritto di colpire il nemico ovunque ritenga necessario sul suo territorio ma anche nel territorio nemico».

Ecco perché, senza esser stata troppo preannunciata, la tanto a lungo attesa offensiva ucraina è finalmente iniziata.

Umanità e intelligenza artificiale: un dialogo teologico sotto il cielo di Palermo

Era una calda serata estiva a Palermo, la città illuminata dalla luce dorata del tramonto, quando mi trovai per l’ultima volta con un caro amico, un dichiarato non credente, prima della sua partenza. Sotto un cielo trapunto di stelle, iniziò una conversazione che avrebbe scosso le fondamenta della nostra comprensione dell’umanità e del divino. Il tema? La valorizzazione dell’umano nella teologia cristiana e il sorprendente ruolo dell’intelligenza artificiale (IA).

“Nella storia della teologia cristiana,” cominciai, “ci si è sempre impegnati a valorizzare l’umano, a riconoscere in ogni persona l’immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,27). Ma non è ironico,” chiesi al mio amico, “che oggi sembra che anche l’IA sostenga ciò che è umano?”

Il mio amico sorrise, sorseggiando il suo bicchiere di vino bianco. “Forse,” rispose, “ma questa valorizzazione dell’umano tramite l’IA non rischia di svuotare l’essenza stessa dell’umanità? Se deleghiamo alle macchine ciò che ci rende unici, cosa rimane della nostra dignità?”

Questa provocazione aprì una discussione che andava ben oltre la semplice dicotomia tra fede e tecnologia. La teologia cristiana, con il suo profondo impegno nella valorizzazione dell’umano, ha sempre visto l’essere umano come un’entità unica, dotata di ragione, volontà e spirito. La dignità dell’essere umano, radicata nella sua creazione divina, implica una vocazione alla santità e alla partecipazione attiva nella creazione.

“Ma considera questo,” risposi, “l’IA, nelle sue applicazioni più avanzate, è progettata per migliorare la nostra vita, dalla medicina alla comunicazione. Non sta forse, in modo indiretto, sostenendo e valorizzando ciò che è umano?”

Il mio amico alzò un sopracciglio, pensieroso. “Forse l’IA può migliorare aspetti della nostra esistenza,” ammise, “ma non dobbiamo dimenticare che è una nostra creazione. Non ha coscienza, non ha anima. Può davvero sostituire l’essenza dell’umanità che la teologia cristiana cerca di elevare?”

Questo punto era cruciale. La teologia cristiana ci insegna che l’essere umano non è solo un insieme di cellule e sinapsi, ma un essere dotato di un’anima immortale e di una connessione unica con il divino. L’IA, per quanto avanzata, manca di questa dimensione spirituale.

“Tuttavia,” continuai, “l’IA potrebbe costringerci a riscoprire e rivalutare ciò che significa essere umani. Se riusciamo a creare macchine che imitano aspetti della nostra intelligenza, dobbiamo chiederci cosa davvero ci distingue. Forse, in questo confronto, possiamo riscoprire la profondità della nostra dignità e della nostra vocazione.”

Il mio amico rifletté per un momento. “Può darsi,” disse lentamente. “Forse l’IA può servirci da specchio, mostrando non solo la nostra intelligenza, ma anche i nostri limiti e fallimenti. In questo, potrebbe insegnarci l’umiltà.”

La notte avanzava, e il nostro dialogo si addentrava sempre più nei meandri della filosofia e della teologia. L’IA, pur essendo una creazione umana, ci spinge a riflettere sulle questioni fondamentali della nostra esistenza. La valorizzazione dell’umano nella teologia cristiana non è solo un riconoscimento della nostra intelligenza e delle nostre capacità, ma una chiamata a vivere in comunione con Dio e con gli altri, a perseguire la verità, la bellezza e la bontà.

“Se l’IA può emulare aspetti della nostra intelligenza,” dissi, “forse è un invito a riscoprire la nostra essenza spirituale. La vera sfida non è tanto nelle capacità tecniche dell’IA, ma nella nostra capacità di rimanere fedeli alla nostra vocazione umana e divina.”

Il mio amico annuì. “Forse, in fondo, l’IA può aiutarci a riflettere più profondamente su cosa significhi essere umani. Ma non dobbiamo mai dimenticare che la nostra dignità deriva dalla nostra connessione con il divino, non dalle macchine che creiamo.”

Con il mare che rifletteva la luce delle stelle, ci rendemmo conto che il vero dialogo tra teologia e tecnologia è appena iniziato. L’IA, con tutte le sue potenzialità e i suoi pericoli, ci invita a una rinnovata comprensione della nostra umanità. In questo dialogo, possiamo riscoprire la bellezza dell’essere creati a immagine di Dio e trovare nuovi modi per valorizzare ciò che è autenticamente nostro.

Sotto il cielo di Palermo, mentre il mio amico si preparava a partire, ci salutammo con una consapevolezza rinnovata. La sfida della nostra epoca non è solo tecnica o intellettuale, ma profondamente spirituale. E forse, proprio attraverso questo confronto con l’IA, possiamo riscoprire la nostra vera vocazione: essere riflessi viventi della bellezza e della dignità divina.

 

Simone Billeci (Palermo, 21 aprile 1984) ha conseguito il Dottorato in Teologia dogmatica (2018), la Laurea magistrale in Filosofia (2021), la Laurea magistrale in Scienze Pedagogiche (2023) e la Specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità (2024).

Nel 2018 ha conseguito il Diploma Master peracti in Studiis de Doctrina et Spiritualitate J. Ratzinger e nel 2024 il Master di I livello in Metodologie didattiche per l’integrazione degli alunni con disturbi specifici di apprendimento (DSA).

Dal 2022 è Socio Straordinario della Società Italiana per la Ricerca Teologica e dal 2024 è Socio della Fondazione MAiC onlus di Pistoia.

Dal 2022 insegna religione cattolica presso la diocesi di Pistoia, presso cui altresì collabora con la Scuola di formazione teologica diocesana e con il settimanale “La Vita”.

Dalla protesta studentesca alla guida del Bangladesh: la parabola di Yunus

A Manila, il mese scorso ho avuto occasione di incontrare nuovamente l’amico Muhammad Yunus, economista Premio Nobel per la Pace, oggi alla guida del Bangladesh. L’occasione è stata il Social Business Day, evento che convoca da tutto il mondo accademici, imprenditori, startupper, operatori economici e sociali che si richiamano al pensiero dell’economista. Solo un mese fa, a cena insieme, eravamo decisamente in apprensione, per la persecuzione subita da Yunus in Bangladesh, persecuzione politica e giudiziaria, che ne minacciava la libertà personale e l’intensa attività nel guidare i giovani verso un nuovo modello economico e sociale. Ricordo però le parole di fiducia di Yunus sul ruolo cruciale delle nuove generazioni nel produrre cambiamenti sociali.Oggi, quel presagio si è concretizzato in modo straordinario. Non ci ha stupiti quindi vedere le folle di giovani universitari nelle piazze di Dhaka invocare il nome di Yunus: il legame tra il Professore, ormai 84enne, e le masse di giovani che chiedono il cambiamento è forte in tutto il mondo e ancor di più lo è nel suo Paese.

Gli eventi degli ultimi giorni in Bangladesh hanno segnato una svolta storica. La pressione esercitata dalle proteste studentesche ha portato alla caduta del governo della premier Sheikh Hasina, costringendola a dimettersi e a lasciare il Paese. L’onda di un movimento guidato da giovani studenti ha fatto crollare un sistema che sembrava inamovibile, spingendo il presidente Mohammed Shahabuddin a sciogliere il Parlamento e a trovare un’alternativa. In questo contesto tumultuoso, è emersa la figura di Muhammad Yunus, che ha accettato l’incarico di Chief Adviser, ovvero di capo del governo ad interim per un periodo di 90 giorni. Yunus, conosciuto come il “banchiere dei poveri” per il suo lavoro rivoluzionario con il microcredito, si è detto onorato della fiducia riposta in lui dai giovani manifestanti. La sua esperienza e il suo prestigio internazionale sono elementi chiave per guidare il Paese attraverso una transizione pacifica e democratica. Basti pensare che, quando Yunus veniva trascinato nei Tribunali per motivi politici a mobilitarsi furono centinaia di personalità di caratura internazionale, tra cui 100 premi Nobel. Il movimento “Students Against Discrimination” è stato il motore della rivoluzione. La loro mobilitazione ha portato a gravi scontri di piazza e violenze, ma anche a un cambiamento politico significativo. Gli studenti hanno dimostrato un’incredibile capacità di organizzazione e un forte senso di determinazione, riuscendo a far dimettere un governo e a influenzare direttamente la formazione di un nuovo esecutivo.

Una delle ragioni della riscossa studentesca va cercata nella demografia del Bangladesh. Con una popolazione di oltre 171 milioni di abitanti (più del doppio del più grande Paese europeo),il Bangladesh è una nazione giovane: l’età media è di soli 27 anni. Questo dato è in netto contrasto con la media italiana che supera i 48 anni e quella europea che si avvicina ai 45. In un Paese dove i giovani sono la maggioranza, il loro peso politico e sociale può esercitare una pressione significativa e ottenere risultati concreti.La situazione nelle strade di Dhaka è ora relativamente calma. Dopo gli scontri che hanno causato la morte di almeno 122 persone, il traffico è ripreso, i negozi hanno riaperto e i voli internazionali sono tornati operativi. Tuttavia, la comunità internazionale osserva con apprensione, ma Yunus ha davanti a sé il compito non facile di favorire la transizione verso una nuova stabilità del Paese e l’affermazione di un’autentica democrazia. Il generale Waker-Uz-Zaman, capo dell’esercito bangladese, ha espresso fiducia nella capacità di Yunus di guidare il Paese attraverso un processo democratico. Questa transizione rappresenta una svolta epocale per un Paese spesso intrappolato tra dittature militari e leadership autocratiche. 

Un aspetto fondamentale è l’importanza del legame tra economia e democrazia. I regimi non autenticamente democratici tendono a limitare le libertà economiche, soffocando l’innovazione e impedendo forme di crescita inclusive. Yunus ha sempre sostenuto che i diritti sociali possono essere garantiti solo attraverso un’economia equa e inclusiva. Il suo lavoro con il microcredito è un esempio concreto di come sia possibile promuovere l’equità economica, permettendo ai più poveri di migliorare la propria condizione attraverso l’iniziativa economica. La soggettività economica chiama quella politica e viceversa. 

Per l’Europa, questa relazione tra economia e democrazia è una lezione da tenere in considerazione. Le politiche economiche devono essere orientate a garantire opportunità per tutti, riducendo le disuguaglianze e promuovendo uno sviluppo sostenibile. Forme economiche che garantiscano giustizia sociale ed equa distribuzione delle opportunità reggono il patto sociale democratico, in cui tutti i cittadini possano partecipare pienamente alla vita politica ed economica.

L’esperienza di Yunus ci ricorda che la credibilità dei leader dipende dalle esperienze reali del curriculum, non dalle promesse. Il microcredito promosso dalla Grameen Bank ha permesso a milioni di persone di uscire dalla povertà, dimostrando che una nuova economia può essere uno strumento di inclusione e di sviluppo sostenibile. 

Il Bangladesh si trova ora davanti a un’opportunità storica. Con Muhammad Yunus alla guida del governo ad interim, il Paese ha la possibilità di avviare un processo di rinnovamento democratico e di costruire una società più giusta e inclusiva. Tuttavia, le sfide rimangono enormi e la strada verso la stabilità e la prosperità non sarà facile.

La comunità internazionale dovrà non esitare a sostenere questo processo, offrendo assistenza e monitorando da vicino gli sviluppi. È fondamentale che le nuove elezioni siano libere e trasparenti, e che tutti i cittadini bangladesi possano partecipare senza timori di repressioni o violenze. L’impegno concreto dei giovani e la leadership di figure come Yunus, giovane da più tempo, sono segnali di speranza importanti, anche per noi europei.

 

Giuseppe Torluccio, professore ordinario Università di Bologna e vicepresidente Fondazione Yunus Italia

Auto, il Vento dell’Est fra timori e opportunità

Non è semplice parlare di politiche industriali adeguate alle molteplici sfide attuali senza impattare nelle rigidità di narrazioni concorrenti nelle quali i protagonisti della politica globale rischiano di rimanere incastrati con reciproci danni.

Eppure, nonostante la guerra fratricida in Europa e in un Medio Oriente che in questi giorni sembra appeso al senso di responsabilità di un Paese membro  dei Brics e della Sco quale è l’Iran, non si deve cessare di guardare alle politiche economiche nella speranza che il mondo superi le gravi tensioni in corso.

Uno dei requisiti di ritrovata normalità nelle relazioni economiche, dopo gli anni d’inizio secolo della prima globalizzazione all’insegna della mera massimizzazione dei profitti, è dato dall’instaurazione di filiere economiche e catene di approvvigionamento dove il rispetto dei diritti dei lavoratori, la sostenibilità sociale e ambientale insieme alle vocazioni produttive di ogni Paese e Regione vengono rafforzate da scambi commerciali equi e paritari. Stiamo, nonostante tutto, passando da un mondo diviso in Paesi produttori e Paesi trasformatori e consumatori, in un mondo dove ogni stato tende ad assumere in modo più equilibrato ognuna delle suddette funzioni e ambisce a qualificarsi sui segmenti economici in cui si sente più forte in modo complementare e reciproco con le economie delle altre regioni del mondo.

In questo senso credo si debba guardare alle relazioni economiche fra Italia e Cina (in attesa che si arrivi a parlare con Pechino più come Unione Europea che come Germania, Francia, Italia) che hanno avuto nella visita della premier Meloni nel Paese asiatico alla fine del mese scorso l’occasione per il rinnovo della ventennale partnership strategica fra i due Paesi. 

Tra gli obiettivi dichiarati di questa rinnovata intesa vi è quello di ridurre lo squilibrio nella bilancia commerciale e di assicurare reciprocamente condizioni di pari opportunità agli operatori economici nel rispetto dell’autonomia, della sicurezza e della sovranità dei due Stati, a cui da parte italiana gli ultimi due governi Draghi e Meloni hanno prestato grande attenzione. In questo quadro emerge la presa d’atto – che è dettata da ragioni primariamente economiche e non geopolitiche – che nei settori in cui un’economia eccelle, conviene attivare forme di compartecipazione, piuttosto che pensare a una incerta rincorsa. Un principio seguito da decenni da grandi economie come quelle del Giappone, della Corea del Sud, ma a ben vedere anche del Regno Unito. Così, ad esempio, anche se in Italia se ne parla poco, avviene che le tecniche per la sostenibilità dei grandi scali aeroportuali, che hanno portato Fiumicino in vetta alle classifiche globali, sono riconosciute come le migliori al mondo e la Cina, anziché competere, ha attivato delle forme di collaborazione con la parte italiana per i suoi grandi aeroporti. Così ora potrebbe avvenire nell’automotive. Le macchine di nuova generazione a basso impatto ambientale e a un prezzo abbordabile per i ceti lavoratori, vedono il primato dei costruttori cinesi. L’industria europea è posta di fronte all’alternativa se venire inevitabilmente ridimensionata oppure venire ridotta al puro assemblaggio. Ecco allora il progetto che sembra farsi strada da parte del governo. Perché non collaborare con un grande costruttore cinese (si parla di Dongfeng, nome aziendale che tradotto significa Vento dell’Est) magari con una nuova società  compartecipata dallo stato, attraverso cui la tecnologia cinese si incrocia con il design, la precisione e l’eccellenza della componentistica italiana per avviare la produzione in Italia di auto modernissime e a prezzi contenuti per tutta l’Ue?

Le ricadute interne di un secondo produttore di auto in Italia sono evidenti sul piano socio-economico ma anche su quello dello stimolo, derivato dalla concorrenza, con Stellantis. Le ripercussioni europee e quelle transatlantiche, se ben gestite dalla politica, potranno non essere negative. Anche perché la Germania non potrà rimanere a lungo, per una ragione di sostenibilità sociale e democratica, nell’angolo, assai imbarazzante, in cui è stata cacciata all’inizio di questi anni Venti. La mossa italiana, se ben gestita, potrà essere la molla di una nuova politica industriale finalmente comunitaria.

La Voce del Popolo | De Gasperi, uomo lungimirante.

Il ritratto

Ricorrono quest’anno i 70 anni della scomparsa di Alcide De Gasperi, a cui tanto l’Italia deve. La sua vicenda umana è iniziata e terminata nelle valli del Trentino, una delle principali vie di transito tra nord e sud dell’Europa e tra mondo germanico e latino. Suddito dell’Impero austro ungarico, poi di un Regno che con Mussolini gli ha inflitto un’umiliante pena detentiva e cittadino, in ultimo, di questa nostra Repubblica, che egli ha costruito e amato. Nato nel 1881 a Pieve Tesino, si era formato come Adenauer e Schuman negli anni a cavallo della prima guerra mondiale. Perse una patria – l’Impero austro ungarico dove fu per dieci anni parlamentare della minoranza italiana a Vienna – per ricostruirne un’altra. È stato deputato in tre parlamenti diversi, sempre al servizio di una democrazia che desiderava legata ai valori dell’umanesimo laico e cristiano. Ha costruito la nuova Italia tenendo conto dei due assi principali della storia europea: uno quello latino germanico, l’altro quello franco tedesco. Gli toccò in sorte di parlare alla Conferenza di pace di Parigi a nome di una nazione sconfitta militarmente e moralmente. Si scrollò di dosso una Monarchia che non era stata all’altezza della storia e lo fece con grande coraggio politico, fondando il più grande partito di ispirazione cristiana dell’Occidente. Guidò il passaggio alla nuova fase repubblicana e, dopo le decisive elezioni del 1948, segnò con i suoi governi la rinascita del Paese. Oggi è assodato riconoscergli l’onore di Padre della Repubblica.

Il cambiamento

In pochi anni mutò l’immagine dell’Italia, facendola diventare un grande paese occidentale e cambiando radicalmente il quadro di riferimento delle alleanze internazionali. Si adoperò perché l’unità politica dell’Europa non fosse improvvisata immaginandola fondata essenzialmente su tre assi: pace, sicurezza e lavoro. Ancora negli ultimi giorni della sua vita terrena confidava di vedere la nascita della Ced, la Comunità europea di difesa, che invece il parlamento francese bloccò. Sapeva che la ricchezza da sola non avrebbe mai potuto essere il collante di una grande comunità politica. “Se noi costruiremo – disse nel 1951 – soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali si incontrino (…) rischieremo che questa attività europea appaia, al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale: potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva”. Parole profetiche.

Il dovere morale

De Gasperi era anche portatore di un messaggio più profondo, quello che implicava il riconoscimento del dovere morale come perno della convivenza umana. Per questo, dichiarandosi un “vecchio combattente del movimento sociale e politico dei cattolici”, rivolgeva l’invito ai credenti a non estraniarsi dalla vita politica, dando forza alla democrazia e alle libere espressioni. Di fronte ai problemi attuali, difficili ma non certo più di quelli che De Gasperi dovette affrontare nel suo tempo, abbiamo il dovere di guardare al suo insegnamento e al suo coraggio per trarre indicazioni e ispirazioni, recuperando quello “spirito degasperiano” che non si accontenta di osservare i problemi ma si sforza, al contrario, di individuare le possibilità che si aprono dentro i vincoli che la storia impone. Su una parete del Museo di Pieve Tesino, realizzato nella casa natale, sono riportate alcune frasi dello statista che ci ricordano come in democrazia siamo tutti legati e, dunque, tutti corresponsabili della cosa pubblica. L’attualità di De Gasperi sta forse in questo esempio di massima dedizione al bene comune, elemento centrale nella sua formazione di cattolico e popolare. Nella bella biografia su De Gasperi, Piero Craveri conclude scrivendo: “Ancor oggi ciò che di stabile e sicuro l’Italia può contare nel campo della politica, delle istituzioni e dei legami internazionali, le idee stesse che reggono, o dovrebbero reggere, la nostra convivenza civile, il progresso e l’unità della nazione, risalgono innanzitutto alla sua epoca e all’opera che egli vi svolse”.

 

Franco Franzoni, Vice Presidente del Centro De Gasperi di Castegnato

 

Fonte: La Voce del Popolo – 8 agosto 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

VaticanNews | La vita è un dono: Paglia e il Papa contro l’eutanasia.

Salvatore Cernuzio

Assoluta contrarietà a suicidio assistito ed eutanasia; difesa del diritto alla vita, soprattutto per i più deboli; una necessaria valutazione dei trattamenti non proporzionati; maggior cura dei malati; collaborazione tra Chiesa e politica sui temi del fine vita.  Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, chiarisce alcuni punti del “Piccolo lessico del fine vita”, glossario di 88 pagine edito dalla LEV sulle tematiche ad alta densità etica relative al dibattito sul fine vita: dall’eutanasia e il suicidio assistito, alle cure palliative e la cremazione. Pubblicato a inizio luglio, l’opuscolo è tornato alla ribalta in queste ore dopo che alcune testate ne hanno evidenziato quelle che sarebbero le “aperture” da parte della Santa Sede. In realtà, spiega Paglia ai media vaticani, si tratta di indicazioni che trovano radici negli ultimi settant’anni di magistero dei Papi e della Chiesa. Una copia del “Lessico” l’arcivescovo l’ha consegnata questa mattina mattina, 8 agosto [ieri mattina per chi legge, ndr] , a Papa Francesco che lo ha ricevuto in udienza nel Palazzo Apostolico.

Monsignor Paglia, oggi ha incontrato il Papa e gli ha consegnato il “Piccolo lessico del fine vita”. Cosa ha detto a riguardo Francesco che ha sempre insistito a difendere la vita in ogni fase del suo sviluppo?

Papa Francesco ha ribadito l’apprezzamento verso il lavoro che la Pontificia Accademia per la Vita sta portando avanti. Certo il tema del fine-vita è complesso e la Chiesa ha dalla sua un Magistero ricco, da Pio XII nel 1957 fino ad oggi. La vita va difesa in tutto l’arco dell’esistenza, non solo alcuni momenti particolari. Va soprattutto difeso il diritto alla vita e in particolare la vita delle persone deboli, per contrastare quella “cultura dello scarto” che si nasconde dietro la pretesa di autosufficienza e autonomia delle donne e degli uomini di oggi.

C’è chi afferma che questo vademecum rappresenta una apertura della Santa Sede alla sospensione di nutrizione e idratazione. È così?

Ricordo che già Pio XII nel 1956 – come si riporta nel Lessico – affermò la liceità della sospensione della ventilazione se ricorrevano alcune gravi condizioni. E già nel 2007 la stessa Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo aver affermato una presupposizione positiva per il loro utilizzo, ha riconosciuto che possano essere lecitamente interrotte (o non iniziate) quando comportano “un’eccesiva gravosità o un rilevante disagio fisico”. Sono due criteri che fanno parte della definizione dei trattamenti non proporzionati, cioè quelli che sono da sospendere. È una valutazione che richiede sempre, per quanto possibile, il coinvolgimento della persona malata. Il Lessico va letto tutto.

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Benigno Zaccagnini volle definire la Dc un partito gradualmente rivoluzionario

Benigno Zaccagnini, medico e partigiano, è stato costituente, a lungo deputato e senatore, tre volte ministro, presidente del Consiglio nazionale e infine segretario della Dc. Una carriera politica, la sua, che fino all’ultimo resta limpida e originale, persino austera, staccandosi dal modello della lenta marcia lungo i sentieri del potere. Infatti, fedele ai suoi principi, Zaccagnini il potere l’ha incrociato senza averne ritorni, davvero in spirito di servizio. Difficile ignorare perciò la bella testimonianza che egli ha trasmesso all’insieme del partito, al di là delle sue correnti.

Era nato a Forlì nel 1912 ed era cresciuto in quella terra di Romagna dove agli inizi del Novecento l’anticlericalismo di repubblicani e socialisti non si era scontrato con il vecchio clericalismo, ma con le forze giovani e intraprendenti della democrazia cristiana di Murri. Un altro faentino, Giuseppe Donati, morto a Parigi nel 1931 da fuoriuscito antifascista, fino all’ultimo aveva tenuta accesa la fiammella della libertà e della democrazia. Potremmo dire che il vissuto della “Romagna bianca” incise profondamente nella coscienza di Zaccagnini. Sarà il substrato della sua politica. Nel 1977, da segretario del partito avrà cura di inviare pubblicamente gli auguri per i suoi 80 anni a Domenico Ravaioli un altro faentino indomito, anche lui murriano in gioventù e vicino, sul letto di morte, all’amico Donati.   

Zaccagnini, eletto in Parlamento, si avvicina a Giuseppe Dossetti. Quando questi comunica nel 1951 la decisione di ritirarsi dalla vita politica, ha una solo parola per descriverne le conseguenze: “baratro”. È questo il pericolo che vede, da cui saprà uscire con la frequentazione sempre più assidua di Moro, senza passare per l’esperienza della sinistra (o meglio delle sinistre) dc. Poi l’altro “baratro” dopo il rapimento e l’assassinio proprio di colui che considerava il punto di riferimento più alto sul piano politico e personale. Zaccagnini, carico di responsabilità, proverà a vincere lo sconforto, per recuperare e andare avanti. Lo farà esteriormente, per senso del dovere, ma non con la necessaria sicurezza interiore.    

Come parlare di lui senza retorica e con precisione? Oggi si fa presto a ricordarne tanto la mitezza quanto la forza tipiche di un uomo volutamente distante dalla ribalta…fino a quando, però, le circostanze non glielo imposero. È stato il Giovanni XXIII della Democrazia Cristiana, il Papa laico del “rinnovamento democristiano” nelle istituzioni e nella società, l’interprete della politica del confronto – espressione del lessico moroteo – che doveva segnare il passaggio dal vecchio centro-sinistra alla stagione, breve e drammatica, della solidarietà nazionale. Aveva il carisma di chi non cerca il consenso, ma lo suscita con la sincerità della parola e dell’azione.

“La vita di Zaccagnini, ha scritto Corrado Belci, può essere tradotta con la sintetica e assai semplice espressione di Dietrich Bonheffer – che Benigno rileggeva proprio negli ultimi giorni – per definire in termini di coerenza una vita da cristiano: «esserci-per-altri». Gli “altri” sono stati gli uomini e le donne di tutte le comunità cui egli ha destinato le sue energie e il suo amore: la famiglia, la comunità di Ravenna, l’Azione Cattolica, la Fuci di Righetti e Montini, le cooperative, l’Ospizio di Santa Teresa e i suoi malati poveri, le formazioni partigiane, la Costituente, il Parlamento, la Democrazia cristiana, il Paese, i giovani, il Terza Mondo”. Ecco, non si poteva tratteggiare meglio, in poche frasi, l’esperienza privata e pubblica di Zaccagnini.

Giunto inaspettatamente alla guida del partito, ne interpretò  l’istanza di cambiamento offrendo agli iscritti e ai simpatizzanti l’orgoglio compresso dalla lunga pratica di potere e infine mortificato, nel biennio ’73-’75, da eventi epocali come la vittoria del No al referendum sul divorzio. Doveva essere un segretario di transizione, invece a Piazza del Gesù vi rimase molto più a lungo del previsto, sempre con il desiderio di promuovere un’altro modello di fedeltà, se così si può dire, alla missione della Democrazia cristiana. Con la Segreteria Zaccagnini trovava accoglienza l’intuizione per la quale Moro aveva misurato la sua distanza dal corpaccione moderato del partito, prospettando l’idea di una Dc capace di essere anche “opposizione a se stessa”. Con questo spirito la novità zaccagniniana tramuta il moroteismo in capacità di movimento e forza di suggestione, restituendo anzitutto la dignità dell’essere democristiani in un tempo di feroce (e violenta) lotta al cosiddetto regime della Dc. […]

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1525-benigno-zaccagnini-la-dc-gradualmente-rivoluzionaria.html

Stragi di Stato, Sansonetti accusa la Dc. È delirio o superficialità?

Il salone della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana dopo l'attentato, Milano, 12 dicembre 1969. +++ Il 12 dicembre 1969 un ordigno esplode nella Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana: 17 morti, 84 feriti.+++ ANSA

Dunque, la Dc è stato un “partito stragista”. La sentenza arriva da Piero Sansonetti, direttore della “L’Unità” nonché ottimo giornalista e osservatore politico. Ma questa volta l’ha fatta davvero grossa. Attenzione, non è il solo esponente che proviene dall’universo della sinistra ex e post comunista a dare questa lettura della storia democratica del nostro paese. 

Lo dico però con le parole di Sansonetti per evitare equivoci e interpretazioni distorte: “Qual era il riferimento politico di quel pezzo di borghesia che si mise alla testa della strategia della tensione e della teoria degli opposti estremismi?…La verità è cristallina. Il riferimento politico era la Democrazia Cristiana. Il partito-stato. Era stata la Dc a disegnare la strategia della tensione. Fu la Dc a guidarla e a coprirla. Fu la Dc ad ottenerne i vantaggi”. Per poi concludere con una ferocia inaudita che “Nel terrorismo di Stato la responsabilità principale è quella della Dc”. Fin qui Sansonetti. Per la verità, alle stesse conclusioni arriva anche il direttore del “Fatto Quotidiano” Marco Travaglio il quale, candidamente, sostiene che fu la Dc ad ottenere i maggiori vantaggi politici dalle stragi di Stato.

Ora, è anche imbarazzante replicare a chi propugna questa versione della storia repubblicana più recente, versione per la quale la Dc sarebbe stata una sorta di mandante politico delle stragi di stato. Un partito, quindi, che avrebbe ricevuto enormi vantaggi politici nel pianificare, progettare o coprire le stragi di Stato. Un partito, infine, che sostanzialmente ha governato il nostro paese di comune accordo con stragisti, criminali e malfattori di ogni genere.

Dunque, un partito criminale.

Ecco perché, a fronte di una lettura politica della Dc e sulla Dc che non è affatto univoca o inedita nel campo della sinistra italiana – seppur, e come ovvio, molto articolata e variegata – mi limito a porre alcune domande essendo talmente macroscopiche le accuse che diventa anche difficile offrire una risposta sufficientemente argomentata e puntuale attraverso un semplice articolo.

Qual è stato il partito italiano che ha pagato con più sangue – attraverso i suoi esponenti nazionali e locali – la brutale stagione del terrorismo e della violenza politica nel nostro paese? La Democrazia Cristiana. Chi è stato il Ministro del Lavoro, pardon “dei lavoratori”, che ha raccolto la protesta dei lavoratori italiani e della classe operaia alla fine degli anni ‘60 per “far entrare la Costituzione nelle fabbriche” varando lo “Statuto dei lavoratori”? Carlo Donat-Cattin, leader della sinistra sociale di Forze Nuove e statista della Dc. Qual era il partito che, insieme al Pci di Berlinguer, ha varato i governi di “solidarietà nazionale”? La Democrazia Cristiana. Fuorchè si pensi che per il Pci era normale governare il paese con un “partito stragista”. Quale fu il partito che nel corso della sua esperienza cinquantennale ha rappresentato, seppur con alti e bassi, un vero argine democratico e costituzionale contro la deriva illiberale ed autoritaria – quella sì che era veramente illiberale ed autoritaria – proveniente tanto dalla destra quanto dalla sinistra? Il partito della Democrazia Cristiana anche, e soprattutto, attraverso la proficua collaborazione con i suoi storici alleati di governo.

Infine, senza il ruolo, la presenza, il progetto e l’azione politica e di governo della Dc quale sarebbe stato l’orizzonte e la prospettiva del nostro paese? Con i “se” non si ragiona mai ma non è affatto difficile immaginare quale sarebbe stato l’epilogo…Ora, con buona pace del Direttore Sansonetti e di tutti coloro che continuano a coltivare i soliti e ben noti ed atavici pregiudizi politici, ideologici e culturali sulla Dc, resta un’ultima domanda: ma secondo tutti costoro l’Italia dal 1945 al 1994 da chi è stata guidata, governata, amministrata e indirizzata? Questa volta non lo dico perchè quasi mi vergogno nel pensare alla risposta che costoro avanzerebbero…

Stati Uniti, il ticket democratico è più forte di quello repubblicano.

L’imprevedibilità di un mondo complesso come quello degli orientamenti elettorali non impedisce di individuare alcune costanti della condotta politica americana. La prima consiste nel bilanciamento o nella integrazione tra le due figure del ticket presidenziale, vuoi per armonizzare qualità e caratteristiche diverse dei candidati, vuoi per rafforzare, al contrario, il messaggio politico con un vice che replica e consolida l’immagine del candidato presidente.

Ebbene, balza evidente che il vice di Donald Trump (J. D. Vance) in pratica è un suo clone, in tutto simile per visione e postura politica, mentre il vice di Kamala Harris, Tim Walz, pur intransigente nella tutela dei diritti individuali, in primis quelli di genere, si caratterizza per un certo spirito di mediazione non facilmente riscontrabile nella volitiva candidata presidente. Viene perciò da dire che tra i due modelli quello scelto dai Democratici appare più efficiente o almeno più attrattivo per una complessa e diversificata platea di elettori.

In effetti Kamala sta già recuperando, anche per il contributo evidente che le assicura un Biden tutt’altro che in ritirata. Lo scambio, senza precedenti, di detenuti politici con la Russia dimostra quanto l’attuale inquilino della Casa Bianca intenda sfruttare i margini di una possibile intesa per il cessate il fuoco in Ucraina, anche a prescindere dalla Cina (tuttora oscillante se non ambivalente). Allo stesso modo, in Medio Oriente pesano i tentativi della Casa Bianca volti ad arginare in queste ore l’escalation militare tra Israele e l’Iran, nonché, in un ottica di pacificazione della regione, a ricomporre il disegno dei “due popoli e due Stati”  mettendo fine alla dolorosa “questione palestinese” (in specie nei territori di Gaza).

Se Biden dovesse riuscire nei suoi intenti passerebbe alla storia, anche a dispetto delle sue precarie condizioni di salute, come uno dei più grandi Presidenti d’America. E sarebbe, questa impresa così importante per le vicende del mondo intero, il viatico più efficace per la corsa vittoriosa della Harris. Perché no?

In Argentina scatta l’allarme dei sacerdoti per l’aggravarsi della disoccupazione

Il lavoro è un “criterio organizzatore” della vita individuale e delle famiglie. organizzatore della vita e della famiglia. Ma oggi in Argentina le possibilità di lavoro “stanno cadendo come le tessere nel gioco del Domino”. Lo affermano con preoccupazione i sacerdoti delle Villas Miseria e dei quartieri popolari argentini, in un appello diffuso in occasione della festa di San Gaetano di Thiene, il “Santo del Pane e del lavoro” caro alla spiritualità del popolo argentino, celebrato con particolare devozione il 7 agosto da moltitudini di pellegrini che accorrono al santuario di a lui dedicato nel Barrio Lieners, alla periferia d Buenos Aires.
Quello di San Cayetano è un Santuario caro alle classi popolari e operaie argentine fin dai tempi d’oro del sindacalismo peronista. Al Santo vicentino, amico delle prostitute e dei disgraziati tartassati dagli usurai, gli argentini chiedono da sempre “pan y trabajo”, pane e lavoro.
Senza fare riferimenti diretti alle politiche governative in materia economica, l’equipe di sacerdoti coinvolti nell’opera pastorale dei quartieri popolari descrive con dati preoccupanti gli effetti sulla vita delle misure messe in atto in campo economico sulla vita di settori sempre più ampi del popolo argentino: “Impiegati statali” riferisce il loro documento “sono stati licenziati e non riescono a trovare lavoro. Molte persone nei nostri quartieri popolari erano occupati nei cantieri o in lavori saltuari che ora non esistono più. Molti lavoratori delle cooperative che sono a cui sono stati annullati i contratti sono caduti nell’indigenza. Le grandi aziende lasciano fuori i lavoratori o rallentano a causa della recessione, oppure scelgono di lasciare il Paese, Nella nostra missione pastorale” aggiungono i sacerdoti “vediamo l’urgente necessità di unirci come società per fare dell’occupazione una priorità”. Il declino dell’industria argentina, dei mercati locali e dell’economia popolare ”ha lasciato una scia di persone sul ciglio della strada”. E l’economia – insistono i sacerdoti “non viene rimessa in carreggiata solo aggiustando i grandi numeri della macroeconomia”.
I sacerdoti delle Villas Miseria e dei quartieri popolari fanno appello a “coloro che governano nelle diverse giurisdizioni”, agli “uomini d’affari” e ai “diversi attori sociali” affinché si cerchi un consenso diffuso “per adottare misure positive a favore dei nostri fratelli e sorelle disoccupati”. Il documento dei sacerdoti si chiude con un invocazione a San Cayetano, affinchè il Santo del ‘pan y Trabajo’ “riceva la gratitudine di coloro che hanno un lavoro dignitoso e interceda per coloro che non ce l’hanno”.

 

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http://fides.org/it/news/75285-AMERICA_ARGENTINA_Nella_festa_di_San_Cayetano_i_sacerdoti_dei_quartieri_popolari_lanciano_l_allarme_su_lavoro_e_disoccupazione

A Marina Berlusconi: opportuna la riedizione della biografia di De Gasperi.

Proponiamo di seguito il testo integrale della lettera indirizzata il 5 agosto a Marina Berlusconi, Presidente del Gruppo Mondadori.

Gentile Presidente,

ricorre quest’anno il 70º anniversario della scomparsa di Alcide De Gasperi, l’uomo di governo e di partito che più ha inciso nella Ricostruzione dell’Italia dopo l’avventura bellica e la lotta di liberazione dal regime fascista. Un grande democratico, un insigne statista, un coraggioso europeista: merita certamente di essere ricordato per l’eccezionalità del suo impegno nella stessa formazione di una nuova coscienza nazionale.

Nel 1954, prima dei funerali di Stato, la Direzione nazionale della Dc incaricò Igino Giordani – deputato alla Costituente e poi eletto nella prima legislatura, ma anche co-fondatore del Movimento dei Focolari – di scrivere una biografia ufficiale, essendo stato lui un collaboratore stretto, nonché un amico sincero di De Gasperi. Ne uscì un agile volumetto delle Cinque Lune (agosto 1955), la casa editrice della Dc, che però fu preceduto (gennaio 1955) da un’opera più completa, portata in libreria dalla Mondadori. 

Ora, anche se la storiografia ha sviluppato analisi e riflessioni più ricche, con significativi aggiornamenti, il contributo di Giordani alla conoscenza di De Gasperi rimane una pietra miliare negli studi che continuano ad essere dedicati alla figura dell’uomo e del politico oggi riconosciuto come padre della repubblica. Sarebbe allora interessante riproporre in veste rinnovata quella che in proposito, e a giusta ragione, potremmo definire una sorta di “biografia fondativa”, valorizzando in questo modo il prezioso lavoro di Igino Giordani. 

Desideriamo pertanto rivolgerLe un caloroso appello affinché sia benevolmente valutata questa opportunità. Tanto l’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori quanto l’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) si dichiarano pronti a collaborare sul piano organizzativo per la promozione del volume. Sono molti gli amici interessati a coltivare e promuovere la memoria di De Gasperi, punto di riferimento, ancora oggi, di tutti coloro che hanno a cuore il futuro democratico dell’Italia.

Cordialmente

Le correnti dc animavano e definivano l’azione del partito

Amava dire Guido Bodrato, uno dei leader storici della sinistra democristiana, “che la storia della Dc è la storia delle sue correnti”. Una osservazione semplice ma quanto mai calzante e pertinente. Ma accanto a questa riflessione, è indubbio che resiste una vulgata tanto squallida quanto reticente. E cioè, ogniqualvolta si parla e si approfondisce il tema delle correnti democristiane ci si limita a giudizi liquidatori. Anche volgari. Ovvero, puri strumenti di potere, gruppi di malaffare, e organizzazioni che avevano come unico ed esclusivo obiettivo la lottizzazione del potere, la distribuzione degli incarichi e l’occupazione delle istituzioni e del sottogoverno. Ed è un peccato che il profilo, la natura e la consistenza politica e culturale delle suddette correnti continuino a non voler essere compresi per il ruolo politico che hanno avuto nella storia democratica del nostro paese.

E questo per due ragioni fondamentali. Da un lato le storiche correnti della dc, salvo casi eccezionali e sempre possibili, rappresentavano pezzi della società italiana. E, al contempo, avevano la capacità – attraverso le rispettive classi dirigenti – di trasferire le domande, le attese, i bisogni e le istanze di quei segmenti sociali nel partito e di trasformarli in un progetto politico e di governo complessivo. Non è difficile fare degli esempi concreti. Fra i tanti, per citarne uno, la sinistra sociale di ispirazione cristiana, cioè la tradizionale corrente di Forze Nuove di Carlo Donat-Cattin e di Franco Marini, rappresentava nella Dc il mondo del lavoro e dei lavoratori. E non solo, come ovvio e scontato, dei lavoratori cattolici. Era il punto di riferimento di moltissimi cislini e, soprattutto, si faceva carico delle esigenze e delle domande di quell’universo all’interno del partito attraverso l’elaborazione di proposte ed iniziative che diventavano parte del progetto politico complessivo della Democrazia Cristiana. E lo stesso discorso vale per molte altre correnti e per il ruolo che giocavano i rispettivi leader: dalla Base ai fanfaniani; dalla corrente di Giulio Andreotti ai dorotei di Bisaglia, Rumor, Piccoli e Colombo; dalla destra democristiana di Scalfaro alla vasta, composita e qualificata sinistra democristiana. Insomma, un mosaico ricco di cultura, di progettualità politica e di concreta elaborazione culturale.

In secondo luogo le correnti della Dc non si fermavano al solo perimetro del partito. Erano oggetto e soggetto di confronto politico con tutti i partiti dell’arco costituzionale, come si chiamava un tempo. Anche su questo versante non mancano gli esempi. Dalle molteplici riviste d’area ai tradizionali convegni di corrente. Laboratori di politica che diventavano, di conseguenza, anche strumenti di formazione di classe dirigente.

Ecco perché anche gli storici detrattori della Dc e, in particolare, delle correnti della Dc, dovrebbero prestare maggiore attenzione quando affrontano il profilo e la natura degli attuali partiti personali, o del capo o proprietari. C’è sempre tempo per capire la differenza tra i partiti autenticamente democratici, collegiali e rispettosi del dettato costituzionale e i partiti che sono solo espressione degli umori e dei voleri del capo indiscusso e indiscutibile. È solo questione di volontà e di onestà intellettuale.

Roma, un tesoro nascosto: la mostra di Ferretti al Maxxi.

Una straordinaria mostra al Maxxi di Roma vede materializzato un inatteso quanto maiuscolo contributo  “sottovoce” del grande maestro italiano della scenografia Dante Ferretti, malgrado le ridotte dimensioni dell’allestimento da lui firmato; e suscita paralleli e confronti impietosi con la scenografia magniloquente degli spazi vasti e affascinanti della Parigi olimpica. 

“Passeggiate romane” (questo il titolo della mostra, con chiara reminiscenza stendhaliana) appare anche un’istanza di metodo: nel poco spazio occupato nell’organismo espositivo di via Guido Reni potrebbe esserci per i prossimi anni una sorta di rubrica fissa affidata al maestro della visione contemporanea Dante Ferretti per educarci alla ricerca visiva e alla scoperta di dove si nasconde il bello nella nostra complessa civiltà contemporanea.

Per sua fortuna, l’Italia ha sempre un Dante che ne tira sù le sorti, anche agli effetti  dell’orgoglio nazionale. Dante Ferretti è il maestro italiano di scenografia e production design celebrato in tutto il mondo, insignito di tre premi Oscar e di decine di altri riconoscimenti importanti. Una parte sostanziosa della migliore storia del grande cinema italiano nelle sue memorabili immagini è legata alla mano del maestro Ferretti; che è stato il compagno di lavoro prediletto, praticamente fisso, di Federico Fellini, di Pier Paolo Pasolini, di Martin Scorsese, oltre che di tutti i migliori registi, italiani e non, in singoli capolavori. Uno dei massimi costruttori di immaginario viventi. Ora, egli ci offre un nuovo inedito impegno come inventore e allestitore di una mostra al Maxxi che il maestro dedica a Roma, alla capacità della Città Eterna di contenere, velare e nascondere inusitate bellezze trattate sempre come oggetti comuni, magari da trascurare, visto che Roma ne dispone in numero così considerevole. L’allestimento ferrettiano, ospitato coerentemente non in uno spazio principale del complesso progettato da Zara Hadid, quasi paracadutato casualmente e in punta di piedi, come di chi vuole non dare fastidio e non farsi notare, è in realtà un dono prezioso fatto a Roma, al suo ideale, e al pubblico dei visitatori, che si sorprende dell’incontro inaspettato: uno specchio – di quelli che una volta  si regalavano alle signore molto belle – nel quale si riflettono le bellezze particolari e la travolgente trasandataggine generale, il ritrovarsi, lì dove si trovano i tesori, di fronte a continue schermature lasciate a privarci della vista e della fruizione di capolavori artistici  senza uguali. Roma è l’anti-museo per eccellenza. Espone e nasconde. Se il Mosè o la Pietà di Michelangelo fossero esposti all’aperto, per strada, li troveremmo schermati da una folla di auto parcheggiate. E magari da cassonetti della nettezza urbana.

 

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Rota (Fai Cisl): stop alle irregolarità, via libera ai lavoratori regolari.

“Se veramente vogliamo valorizzare la parte sana della nostra agricoltura e debellare le irregolarità serve un approccio sistemico, come chiediamo da tempo, non singole misure, seppure positive. Restiamo convinti che serva un cronoprogramma per realizzare con tempi certi una strategia complessiva, e da questo punto di vista è positivo l`annuncio di un nuovo incontro nei primi di settembre. Date le aperture riscontrate oggi su diversi punti che avevamo posto, come la valorizzazione degli enti bilaterali, le restrizioni alle imprese senza terra, agevolazioni per alloggi e trasporti e per favorire l`iscrizione alla Rete del lavoro agricolo di qualità, auspichiamo che anche con la prossima legge di bilancio si possa intervenire positivamente purché le risorse non arrivino più alle imprese che fanno dumping e violano le norme sul lavoro. Per noi rimane prioritaria comunque anche una revisione delle concessioni dei permessi di soggiorno, visti i tanti lavoratori stranieri che diventano irregolari sul nostro territorio mentre le imprese lamentano la mancanza di manodopera”.

Lo afferma il Segretario generale della Fai Cisl, Onofrio Rota, a margine dell`incontro appena svolto al Ministero del Lavoro tra i sindacati di categoria, i ministri del Lavoro Elvira Calderone e dell`Agricoltura Francesco Lollobrigida, la Sottosegretaria al ministero dell`Interno Wanda Ferro e altri rappresentanti delle istituzioni componenti del Tavolo anticaporalato.

“Consideriamo positivo – ha affermato il leader della Federazione agroalimentare della Cisl intervenendo all`incontro – che il Decreto Agricoltura abbia previsto un migliore incrocio dei dati, è da tempo tra i punti primari delle nostre richieste, però se vogliamo che funzioni occorrono risorse in termini di strumentazioni e personale. Ma uno dei nodi principali rimane il lavoro degli immigrati: quanto emerso anche con le ispezioni effettuate dopo la morte di Satnam Singh a Latina, con livelli altissimi di irregolarità riscontrati, dimostra che bisogna offrire a chi entra legalmente per lavori stagionali la possibilità di rimanere con un`altra occupazione regolare, ma soprattutto che bisogna tutelare chi denuncia e concedere permessi di soggiorno di lavoro a chi da anni lavora in Italia.

Quanto al superamento del click day, occorre assicurare un diritto di precedenza ai lavoratori che hanno già lavorato nel nostro paese con competenze certificate dagli enti bilaterali, perché troppi lavoratori non arrivano al rilascio del nulla osta, e troppi non fanno ingresso in Italia pur avendo completato il processo”.

“Altro punto chiave da realizzare – ha concluso Rota – è spendere in maniera efficace e trasparente i 200 milioni del Pnrr stanziati per superare i ghetti dei braccianti: non ci risulta speso ancora un solo centesimo sul territorio”.

Iran e Israele, la guerra può essere ancora evitata?

Ci domandavamo qui, in occasione del recente incontro a Washington fra Netanyahu e Biden, cosa il premier israeliano avrebbe rivelato al presidente americano circa la possibilità di un prossimo conflitto con l’Iran, una eventualità divenuta drammaticamente possibile dopo l’assassinio a Teheran del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh.

Ormai è chiaro a chiunque che la parte più oltranzista del governo e della società israeliana e Netanyahu medesimo (costui anche per problemi di personale sopravvivenza politica) hanno interiorizzato se non addirittura deciso la certezza di uno scontro con il regime degli ayatollah, padrino neanche tanto nascosto dei nemici più prossimi dello stato ebraico: le tre H (Hamas, Hezbollah, Houthy) e la Jihad Islamica. In altre parole, Gerusalemme è convinta della ineluttabilità – e forse pure della necessità – di una guerra con l’Iran.

Uno scenario tragico che gli Stati Uniti oggi non sono in grado di evitare, complice la loro particolare condizione interna attuale. Netanyahu non si spaventa delle minacce di Biden perché sa che ormai è una “anatra zoppa” e sa pure che il tempo dell’azione è adesso, perché dal prossimo gennaio e di fatto in realtà dalla seconda settimana del prossimo novembre la Casa Bianca sarà occupata da un/una presidente neoeletto/a e dunque in grado di farsi ascoltare e rispettare, anche da Netanyahu.

E così Israele prosegue la distruzione di Gaza, incurante del discredito internazionale nel quale è sprofondato dopo aver subìto, lo scorso 7 ottobre, una mattanza che aveva sollevato profonda indignazione anche presso stati non sempre suoi amici. E prosegue con le incursioni mirate, clamorosamente efficaci e provocatorie, in territorio iraniano, addirittura nella capitale. Come a voler reclamare un attacco da Teheran, pronto poi a rispondere in maniera più che proporzionale. Avviando una guerra regionale avente riflessi mondiali che infatti le Borse stanno già scontando. 

Del resto, il fulcro del problema – ritengono a Gerusalemme – è proprio Teheran. Il suo obiettivo rimane l’annientamento di Israele. E per raggiungerlo si avvale di organizzazioni islamiste sciite (Hezbollah, Houthy) e anche sunnite (Hamas, Jihad Islamica) il cui statuto recita il medesimo obiettivo. Organizzazioni estremamente attive sul territorio come si è visto dal 7 ottobre in avanti. I ribelli yemeniti minacciano costantemente il commercio internazionale con i loro droni e le incursioni sul Mar Rosso. Le milizie irachene sciite minacciano la Giordania e le truppe USA presenti nell’area. Hezbollah ha aumentato gli attacchi verso il nord israeliano sino alla strage dei bambini sul Golan e pare sempre più risoluto nella sua azione antiebraica. Hamas riesce a reggere l’urto devastante che sta ricevendo nella Striscia al punto da poter ancora lanciare qualche attacco contro l’odiato nemico. Tutto ciò senza il sostegno attivo dell’Iran non sarebbe possibile, assicurano gli israeliani. Che non potendo più accettare tutto ciò, dopo il 7 ottobre, si sono convinti che l’unica soluzione sia la guerra.

Se di questo, al di là della esibizione oratoria contro il “nemico sionista” da colpire e abbattere prodotta dal leader supremo Ali Khamenei, si fossero convinti pure a Teheran, come ormai pare possibile anche se non certo, la regione più esplosiva del globo precipiterebbe in un conflitto dagli esiti imprevedibili ma con conseguenze immediate sicure: tensione geopolitica mondiale alle stelle; crisi finanziarie; distruzione del Libano, terreno di scontro iniziale e vittima sacrificale della guerra. E molto altro ancora. Uno scenario terribile.  

Appello alla pace delle Associazioni cattoliche: “Non possiamo rimanere indifferenti”.

“Non possiamo non raccogliere questo ulteriore appello di Papa Francesco, Angelus domenica 4 agosto: ‘Basta, fratelli e sorelle! Basta! Non soffocate la parola del Dio della Pace ma lasciate che essa sia il futuro della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero! La guerra è una sconfitta!’”. Lo scrivono in una nota congiunta Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, Francesco Scoppola e Roberta Vincini, presidenti del Comitato nazionale Agesci, Matteo Fadda, presidente della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Cristiana Formosa e Gabriele Bardo, responsabili nazionali del Movimento Focolari Italia, mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi.

“I giorni che stiamo vivendo sono sempre più carichi di sofferenza e morte. Soffiano forti venti di guerra. Quella Terza Guerra mondiale a pezzi ci sembra sempre più vicina e angosciante. Troppi popoli in molti luoghi del mondo sono dilaniati dalla guerra. Possiamo restare indifferenti o spettatori? O peggio ancora complici?”, si chiedono i firmatari della nota congiunta, che aggiungono: “Uniamo le nostre voci e il nostro impegno per chiedere ai responsabili delle sorti del mondo: basta, cessate il fuoco! Già più volte in questi ultimi anni abbiamo unito le nostre voci e le nostre forze per chiedere un impegno concreto di disarmo”.

“Sono i giorni dell’anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki – fanno notare i firmatari del documento -. Come vivere questi anniversari se non rinnovando la richiesta all’Italia di aderire al Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari? Lo chiediamo da anni con la campagna ‘’Italia ripensaci’. Proprio in questi primi giorni di agosto denunciamo la follia della corsa al riarmo, come già richiamato da Papa Francesco nel discorso al Corpo diplomatico, lo scorso 8 gennaio: ‘Occorre perseguire una politica di disarmo, poiché è illusorio pensare che gli armamenti abbiano un valore deterrente”.

 

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https://www.agensir.it/quotidiano/2024/8/5/guerra-presidenti-e-responsabili-associazioni-cattoliche-con-il-papa-diciamo-basta-prima-che-sia-troppo-tardi/

Dibattito | A Trieste la Chiesa ha parlato d’impegno politico, non di partito cattolico.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

Sono certo che gli incontri  saranno  presto dimenticati. Ma bisognerebbe lo stesso ringraziare la Chiesa cattolica italiana per iI tema – molto serio – che ha proposto a Trieste in occasione della 50° edizione delle sue “Settimane Sociali”. Si tratta della partecipazione democratica, una questione che riguarda l’essenza della democrazia di tutti i tempi, senza la quale non avrebbe senso parlare di democrazia: “Al cuore della democrazia – Partecipare tra Storia e Futuro”.

Ha creato molta sorpresa  che un argomento  di tale portata e d’incredibile attualità, sia stato individuato e promosso dalla Chiesa italiana. Non è il presente della democrazia che ha interessato di più la Chiesa, ma il suo ormai prossimo futuro, già iniziato. E meno male che non c’è stato nessuno che ha rampognato Zuppi e la Cei invitandoli a non immischiarsi della politica e della democrazia, cioè a farsi…i fatti propri! Ma andiamo avanti. 

C’è da supporre che il tema sia stato forse suggerito dalla buona partecipazione e dall’interesse che la Chiesa ha suscitato con il suo Sinodo ancora in corso. Ma da come stanno andando le cose della politica, e non solo in Italia, mi sono invece molto stupito che la palese crisi della nostra democrazia, assieme al suo atavico vizio di  guardare solo al presente e alle elezioni più vicine, li abbia dovuto affrontare e discutere la Chiesa. E non sia stata invece  proposta e dibattuta  dall’insieme di tutti i partiti politici italiani, con lo stesso spirito unitario, per esempio,  profuso nel corso dell’Assemblea Costituente.

Una pia illusione, la mia? Certo! Perché mi riferisco a tutti i partiti: quelli che ancora oggi si definiscono di sinistra, quelli di destra e quelli di centro. Distinzioni, queste ultime, che appartengono alla storia e a quel “Passato che non passa”; distinzioni ancora vive e vegete nel dibattito pubblico e  politico quotidiano, che con i tempi che corrono servono solo a semplificare i confronti e le posizioni. Utilizzate solo nel clima di odio sotteso nelle parole offensive che ormai si usano ogni santo giorno nei confronti del…”nemico” politico. E  lontanissime da una auspicabile e sana dialettica democratica, da un dialogare e un confrontarsi tra “diversi”, come pensava Aldo Moro rimettendoci la vita. Ma che – senza  dimenticare le minoranze estremiste e aggressive, che pur esistono –  sono distinzioni da ridefinire completamente. Tenendo possibilmente sempre  la barra dritta verso l’uguaglianza e la libertà: non lo dico io, ma lo ha detto molti anni fa, uno studioso di prim’ordine come Norberto Bobbio.

Il disinteresse che l’intera società politica dimostra nei confronti della crisi in atto della democrazia, e di quella più seria che l’attende, fa allora verificare solo un fatto: quello che non si vola più in alto e che ormai lo sguardo è rivolto  sempre verso il  basso. Verso il proprio orticello. Senza mai pensare di unire due orticelli vicini per avere più terra, per esempio. Senza mai alzare lo sguardo verso il cielo per osservare se piova o non piova: dal momento che la mancanza di pioggia è indice di crisi generale, e riguarderebbe tutti i piccoli (o piccolissimi) orticelli piantati ed esistenti, vicini e lontani. Non solo quello di proprietà tenuto sotto chiave. Oggi orticelli recintati rigidamente, e quasi sempre nelle mani di un singolo ortolano geloso. Con  una gestione personalizzata, anche con la poca terra a disposizione e con i pochissimi frutti prodotti, senza essere arata, seminata, e allargata. 

Una metafora bucolica, questa, che mi ha sempre aiutato  a leggere la tenacia da una parte, e le decine di tentativi falliti  dall’altra, fra diverse associazioni, gruppi cattolici, partiti e partitini italiani, per far rinascere un Partito popolare cattolico-democratico, che qualcuno ha voluto posizionare  nel vecchio centro Dc (quando non definendolo moderato, che io ho sempre tradotto con comportamenti moderati, e mai con politiche moderate). 

Devo dire che ho sempre seguito con interesse questi tentativi, sperando che il mio auspicato bipolarismo fosse sbagliato. Mi ha convinto invece la metafora di Bergoglio  sull’unica e sola barca dove siamo ormai tutti indistintamente imbarcati. Il nostro è il tempo in cui si sta irragionevolmente scegliendo di scendere sul mare in tempesta della storia, con tante piccole e fragili barchette. Ognuna “…autonoma e differenziata” dall’altra. E oggi diversa solo perché sono diversi il viso, il nome, la maglietta e le braccia del rematore. Un pluralismo solo di facce e solo virtuale, quello dei tanti partiti di oggi, e dei tanti leader insomma. Vera parodia e totale offesa di un autentico pluralismo di valori, che ci evita di prendere coscienza sulle sfide che la storia ci sta porgendo. Ci nega la possibilità di remare il più possibile tutti insieme, per uscire fuori in qualche modo dai  “cambiamenti epocali”, dalle rivoluzioni tecnologiche, antropologiche e culturali in corso che interessano tutti e non una sola parte. Quelle già iniziate, ma soprattutto quelle, chiamate “metamorfosi” da Bergoglio – che ci aspettano. Ebbene, nei confronti di questi profondi cambiamenti, un minimo di buon senso dovrebbe far pensare che sia difficile avere  soluzioni molto divaricate e profondamente distanti: quelle di Sinistra, quelle di Centro, e quelle di Destra. 

L’Europa politica e federata è ancora lontana. Mentre la crisi globale e generale della democrazia politica è sotto i nostri occhi. Ad iniziare dalla partecipazione al voto. Non trascurando la variabilità liquida dello stesso voto da una elezione all’altra, una volta messo in cantina il partito solido di massa, e una volta accantonata la vecchia classe operaia e i vecchi ceti medi, da ridefinire sociologicamente assieme al protocapitalismo industriale. 

E una volta in mano ai robot, e all’IA, alle inarrestabili migrazioni; coscienti del capitalismo finanziario globale ingovernabile; pieni sino al collo di Co2 con i suoi 49 gradi registrati in Sicilia un paio di anni fa. E, non per ultimo, una volta consapevoli dei forti venti di guerra che spirano dal Medio oriente, dei tragici conflitti religiosi montanti con sullo sfondo un razzismo postmoderno e postdemocratico e un terrorismo vagante. 

Ecco, di fronte a queste gigantesche e inattese questioni, cosa succede alla democrazia? Succede che i suoi caposaldi irrinunciabili – il partito politico e la partecipazione democratica – sono entrati in una totale crisi che ha spinto  qualche studioso a definire i nostri tempi come tempi  post-democratici. E con qualche altro che sta pensando di risolvere la crisi con un nuovo partito digitale a distanza. Mancano al partito infatti  le sezioni territoriali. E mancano gli iscritti. Non parliamo delle scuole di formazione aperte ai giovani, perchè il prepolitico è roba superata. Ci pensano i social. Un partito ormai tutto nelle mani di un personale politico occasionale, col cellulare in mano. E un partito gestito da casa, attraverso interazioni digitali, attraverso interviste dei segretari messe sul proprio sito. Spesso con notizie false e attacchi scurrili al supposto avversario. 

Insomma un partito senza più comunità locali e civiche, scomparse dall’orizzonte della democrazia, tutto raccolto nelle mani del segretario-leader di turno. Auspicabile uomo forte. Una democrazia politica in discesa libera, insomma. Mentre salgono a passi da giganti le “democrature” politiche. Quel mix cioè, fra democrazia e dittatura, che consacrano  la crescita di personalità autoritarie e maniacali che a partire dagli Usa, transitando per la Russia e la Cina, fanno temere il peggio. Una “democratura”, per intenderci, venduta come democrazia apparente e formale, ma tutta nelle mani di un leader, finanche prepotente. O di qualche premier in attesa del premierato e del presidenzialismo. Depositata, infine, nel contatto del leader – lui e solo lui – con i suoi potenziali elettori e con il mondo attraverso i media vecchi e nuovi. E attraverso un sofisticato marketing politico.

Era stato solennemente annunciato che l’incontro di Trieste doveva assolutamente evitare di soffermarsi su un nuovo partito cattolico italiano. E che doveva battersi per incentivare ed aiutare la partecipazione alla democrazia  politica dei “diversi” cattolici. A prescindere dalla loro appartenenza. Quei cattolici che sin dal 1905, con il discorso di Caltagirone, Luigi Sturzo spaccò in due sin da quei tempi, chiarendo senza troppi giri di parole che avremmo avuto sempre a che fare con “…cattolici sinceramente democratici” e “…cattolici sinceramente conservatori” (cosi Giorgio Campanini riportava nel suo bel libro su Sturzo). E questo anche e non solo in virtù di una secolarizzazione crescente, sottovalutata da quelle anime pie che osservano, con un approccio luterano e calvinista, solo l’individuo chiuso su se stesso, nella sua intimità spirituale, e con la grazia avuta in dono. Anime pie che si  dimenticano del noi, ovvero della persona posta in relazione con l’altro e con gli altri, di quella fraternità ed uguaglianza usurpate alla filosofia cristiana dalla Rivoluzione francese. Di quella amicizia sociale chiesta invece ad alta voce da Bergoglio nella sua enciclica “Fratelli Tutti”. Quel noi sempre comunità e mai un io sempre singolarità. D’altronde, definire nell’anno del Signore 2024 chi è il cattolico italiano, e cosa è oggi il voto cattolico, anche facendo leva su quanti dichiarano di frequentare la messa domenicale – quasi tutti ultra sessantenni – è una impresa ardua e difficilissima. 

I cattolici, insomma, devono essenzialmente impegnarsi perché, “(…) la partecipazione alla vita politica è ai minimi storici, (e) rischiamo una deriva in cui il potere viene esercitato da élite ristrette. I cattolici devono battersi con intelligenza e coraggio e senza inseguire il mito del partito unico». Questo è quanto ha detto monsignor Luigi Renna, presidente del Comitato organizzatore della 50 ° Settimana sociale, nel presentare gli incontri di Trieste. Una raccomandazione che spero ci accompagni per molto tempo.

Gli dèi ritornano a Reggio Calabria: un’esperienza unica tra storia e mito.

È stata inaugurata ieri, 5 agosto 2024, al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria (MArRC) la mostra “Gli dèi ritornano – I bronzi di San Casciano”, a cura di Massimo Osanna e Jacopo Tabolli, dedicata ai celebri ritrovamenti effettuati nel santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni.

Giunta alla sua terza tappa, dopo il successo di pubblico riscontrato al Palazzo del Quirinale e al Museo archeologico nazionale di Napoli, la mostra offre una nuova opportunità per immergersi nell’affascinante universo degli antichi rituali etruschi e romani legati alle acque termali.

“La mostra dedicata ai Bronzi di San Casciano, da oggi (ieri per chi legge, ndr) ospitati nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, offre ai visitatori l’opportunità di ammirare manufatti e opere di grande interesse, ma anche di apprezzare i risultati di una ricerca archeologica ancora in corso. Le statue in bronzo sono state infatti rinvenute e scavate nel loro contesto originario e questo permette di studiare e ricostruire le storie delle persone che frequentarono l’antico santuario, che dal III secolo a.C. al V

secolo d.C. fece dell’ acqua termale il suo fulcro. Il racconto di questo centro di ritualità e culto, che fu etrusco prima e romano poi, si snoda dunque attraverso il percorso espositivo come un viaggio nel paesaggio delle acque sacre, ma è al contempo un viaggio nelle tappe della più autentica ricerca archeologica”. Questo è il commento il prof. Osanna.

Per il prof. Tabolli “L’occasione della mostra si lega anche alla prosecuzione dello scavo al Bagno Grande. Nelle scorse settimane oltre sessanta studentesse e studenti da università di tutto il mondo hanno lavorato nel santuario etrusco e romano gettando nuova luce sulla fase più antica e al contempo portando alla luce nuovi ed eccezionali dati sui riti e sui culti che avevano luogo attorno e dentro la sorgente termale. Emerge sempre più chiaramente l’importanza della medicina antica pregata e praticata nel luogo di culto. Un’occasione di formazione straordinaria per giovani archeologhe e archeologi che vede in questa mostra il compimento delle loro fatiche”.

Al pubblico del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, casa dei Bronzi di Riace, vengono presentati gli straordinari ritrovamenti effettuati nell’estate 2022 e le novità venute alla luce nel 2023 nel santuario termale del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni. Uno scavo stratigrafico che ha portato alla luce il più grande deposito di statue in bronzo di età etrusca e romana mai scoperto nell’ Italia antica e uno dei più significativi di tutto il Mediterraneo. Riproduzioni di parti anatomiche, offerte per chiedere alle divinità la salute o ringraziare di una guarigione, e statue realizzate secondo i canoni della cosiddetta mensura honorata (alti tre piedi romani, equivalenti a circa un metro), che raffigurano le divinità venerate nel luogo sacro o i fedeli dedicanti. La gran parte di questi pregevoli reperti si data tra il II e il I secolo a.C., un periodo storico di grandi trasformazioni che vede la definitiva romanizzazione delle potenti città etrusche.

(Fonte Askanews)

Perché non crescono nuovi leader politici cattolici?

Ogniqualvolta si affronta il tema dei cattolici impegnati in politica – dibattiti a porte chiuse, convegni pubblici, incontri a tema e giornate di riflessione – emerge sempre, e puntualmente, un tema. E cioè, perché l’area cattolica italiana, seppur molto frastagliata e composita, non riesce più a creare e produrre leader politici? E parlo di leader e non solo di classe dirigente che, bene o male, esiste nella periferia cattolica del nostro paese. A livello nazionale come a livello locale. Ma, ed è inutile nasconderci dietro un dito, quando dobbiamo citare i leader, cioè i punti di riferimento politico, culturale e forse anche con un profilo morale, sei costretto a ricorrere ad una fase politica e storica che si è conclusa ben 30 anni fa, con la cosiddetta prima repubblica. Dico i leader perché si tratta di persone che spiccano “naturalmente” a livello politico ma che, al contempo, sono anche punti di riferimento per l’intera area cattolica. E non solo, come ovvio. Ma, visto che parliamo di leader cattolici, è all’interno di quell’area che ci rivolgiamo principalmente.

Ora, preso atto che il “magistero” politico, culturale ed istituzionale di uomini e donne come Carlo Donat-Cattin, Aldo Moro, Giovanni Marcora, Tina Anselmi, Guido Bodrato, Giovanni Galloni, Ciriaco De Mita, Maria Elena Martini, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Mino Martinazzoli, Franco Marini e molti altri ancora non si è affatto esaurito con la loro scomparsa, è altrettanto vero che un’area culturale come quella cattolica – seppur nelle sue multiformi espressioni – continua ad essere contemporanea se riesce anche a sviluppare nuove leadership. Forse meno autorevoli del passato ma altrettanto importanti per le dinamiche concrete della vita pubblica italiana.

E allora si tratta di capire, semplicemente e senza avventurarsi in analisi sociologiche ed antropologiche e consapevoli che, come amava sempre ripetere Donat-Cattin, “in politica il carisma o c’è o non c’è ed è inutile darselo per decreto”, se oggi nell’area cattolica ci sono personalità che siano in grado di rilanciare nuovamente un progetto politico di ispirazione cristiana e che, soprattutto, siano anche dei punti di riferimento per l’intero mondo cattolico. Ma questa duplice scommessa può essere affrontata e vinta ad una sola condizione: e cioè, che ci sia nella base cattolica come nel vasto associazionismo sociale, culturale e politico la volontà di rilanciare un progetto, funzionale ad un rinnovato protagonismo dei cattolici nella cittadella politica italiana. Senza limitarsi a contemplare la società e ciò che accade, senza predicare astrattamente i valori e, soprattutto, senza ridursi ad elemosinare singole candidature ai vari livelli istituzionali e nei vari partiti con l’unico obiettivo di essere gratificati personalmente ma del tutto ininfluenti nel saper condizionare la costruzione del progetto politico di quel partito.

Dopodiché, come ripeteva spesso negli ultimi anni Guido Bodrato, uno degli ultimi “maestri” del cattolicesimo democratico italiano e citando Alexis de Tocqueville, “quando c’è una strada sicura da percorrere un leader lo si trova per strada”. E questa, forse, è la strada che noi cattolici democratici, cattolici popolari e cattolici sociali dobbiamo seguire oggi se vogliamo rilanciare, tutti insieme, una storia, una cultura, un pensiero e una tradizione che sono troppo importanti per essere sacrificati sull’altare del trasformismo, del pressappochismo e dell’opportunismo politico contemporaneo.

Cazzullo e De Gasperi: valgono le categorie di destra e sinistra?

Guardiamo la realtà di oggi: il raggruppamento autoproclamatosi di centro-destra per presentarsi in forma persuasiva alla platea degli elettori ha vinto le elezioni e governa. Il restante coacervo di forze politiche, che le cronache ci insegnano quanto sia difficile chiamare di centro-sinistra, è all’opposizione. La dialettica tra le due parti del Parlamento è quanto mai sgangherata: è ‘televisiva’, assumendo che la televisione in quanto tale sia sinonimo di anti-cultura e di anti-pensiero pur di riempire alla bell’e meglio un palinsesto. Noi come pubblico non riusciamo a ricevere un contributo che si segnali per profonda conoscenza storica, riflessione maturata sufficientemente a lungo, intelligenza delle interpretazioni. 

Una circoscritta eccezione, fuori dalla battaglia politica e fuori dal l’accademia, è costituita dalla serie televisiva storica delle “Giornate Particolari” di Aldo Cazzullo. Ora, Cazzullo si cimenta con un nodo critico relativo alla biografia di De Gasperi e al senso complessivo del suo operato: dobbiamo guardare all’ispirazione del leader trentino come “di destra” o ”di sinistra”? La prossima volta che ci si voglia porre l’interrogativo su destra e sinistra riconducendo il tema a ottant’anni fa, chiedendosi chi allora era di destra e chi di sinistra, occorre mostrare minore semplificazione e maggiore cautela: ricordiamoci che De Gasperi è stato ed è ‘quello che egli ha fatto’. Destra e sinistra sono degli a priori, non dei fatti. De Gasperi, come Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Mazzini, è un vero unico padre della patria, un signore salito molto in alto, più di tutti, nel pantheon dei grandi italiani per la visione e per i valori che ha concretamente espresso e tradotto in realtà (tra i quali valori, va ripetuto, non possono esserci né destra e sinistra, né partiti). 

Chi oggi ricorda più a quale partito fossero iscritti Cavour (liberale), Garibaldi (azionista), Mazzini (azionista), Vittorio Emanuele II (monarchico)? Ed è giusto sia così. Giulio Cesare e Licinio Crasso, Pompeo e Cicerone, Clodio e Catilina erano esponenti di vertice dei loro rispettivi partiti. Nella storia, questi partiti – che erano “di destra” e “di sinistra” – sono giustamente scomparsi. Per provare a misurarci con un paradosso, si ricordi la tradizionale decodifica popolare di Cavour e di Vittorio Emanuele II come “di destra” e di Garibaldi e Mazzini come “di sinistra”. 

Un personaggio studioso di storia e acuto come Aldo Cazzullo non troverebbe soverchia difficoltà, ricordando certi episodi e nuances di autoritarismo nello stile di comando di Garibaldi e Mazzini, ascriverli a una vocazione “di destra”, mentre magari Cavour e Vittorio Emanuele II, per un loro spirito umanitario in politica, per la loro sensibilità allo sviluppo delle infrastrutture, per la fedeltà assoluta all’ideale democratico, li si potrebbe ascrivere a una sensibilità “di sinistra”. Sarebbe un errore mettere avanti le macchine-partito nella rievocazione e nei significati delle grandi anime consegnate alla storia. 

È soprattutto un grave errore voler giudicare un uomo campione assoluto dell’anti-ideologia come Alcide De Gasperi introducendo un riferimento ideologico e strettamente di estrazione politico-partitica come destra/sinistra. Per capirci, De Gasperi non attribuiva alcuna rilevanza all’essere di destra o di sinistra. Lo considerava anzi un preludio al peggio. È per questo che egli decide di fare un dono agli italiani: la Democrazia Cristiana. Il programma è di tenere il partito esente sia dal peccato di essere di destra che da quello di essere di sinistra. (Peccato che dopo sono venuti i democristiani preoccupati di essere di destra e di sinistra). Come manifesta il leader trentino la traduzione in pratica di un siffatto approccio? Lui, che fin da giovane età è coinvolto nella passione politica intesa come azione di tutela anche antropologica della comunità che lo ha eletto – certamente in chiave di interessi, ma soprattutto (udite udite) di morale e di destino -, decide di affiancare alla politica, con notevole sforzo, un alter ego di questa: la prepolitica. 

 

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Carlo Bernini e la visione di una Regione protagonista

Carlo Bernini nacque a Bondeno (Fe) il 26 maggio del 1936. Trasferitosi con la famiglia a Crocetta del Montello, a seguito del padre, caporeparto del Canapificio Veneto, conseguì la maturità classica pressi il Liceo A. Canova di Treviso e successivamente si laureò in Economia e Commercio a Venezia e in Scienze Politiche a Trieste. Si laureò inoltre in legge alla Northwood Istitute of Middland in Michigan. Fu poi docente universitario di economia dei trasporti nelle università di Padova e Trieste, insegnando infine anche alla Link Campus University of Malta a Roma. 

Esponente democristiano, dopo una prima fase di militanza nella sinistra Dc, fu membro di spicco della corrente dorotea tanto da ereditare nel 1984, la leadership di Antonio Bisaglia, morto in circostanze tragiche. Dal 1972 al 1974 Bernini fu consigliere d’amministrazione di Alitalia. La carriera politica di Bernini lo vide eletto consigliere provinciale a Treviso, dove ricoprì, dal 1971 al 1980 anno dell’elezione in consiglio regionale, il ruolo di presidente della provincia. 

Dal 1980 al 1989 fu, ininterrottamente, presidente della Giunta regionale del Veneto. Nel discorso di insediamento del 4 agosto 1980 di Bernini, che si disse di sentire forte il dovere di rappresentare tutta la comunità veneta e rispettoso delle prerogative delle opposizioni, uno dei punti più interessanti riguarda senza dubbio l’organizzazione dell’apparato regionale e delle sue funzioni: “[…] crediamo che le regioni vadano svolgendo un ruolo crescente, e che debbano essere uno strumento valido per servire meglio il popolo, altrimenti avranno una vita limitata nel tempo. Quanti organismi abbiamo visto sorgere e tramontare! Infatti, oggi abbiamo un esempio di istituzione: la Provincia, che così com’è volge inesorabilmente verso un esaurimento dei propri compiti, mentre la Regione è in avanzamento, è in espansione. […] certamente l’attenzione popolare, anche quando si manifesta attraverso una richiesta eccessiva rispetto alle nostre funzioni istituzionali, alle nostre risorse, e addirittura rispetto alle nostre capacità politiche, in realtà sta a testimoniare che questa realtà è sentita, è percepita come uno strumento di crescita democratica e di autogoverno delle popolazioni italiane e quindi anche della nostra popolazione veneta”.

In questo passaggio sta l’essenza del pensiero regionalistico di Bernini, che si doveva tradurre in interventi, da parte dello Stato centrale, per garantire una autonomia nella gestione di funzioni fondamentali alla regione. Continuava così il presidente: “Noi riteniamo che questa istituzione in crescita non possa essere trattenuta nel suo moto naturale, in senso storico positivo e in senso democratico, da legislazioni inadeguate. Da qui la necessità che noi sentiamo e quindi l’iniziativa politica che ne deve derivare, di proporre un riesame costituzionale, non una negazione dei motivi di specialità di altre regioni, ma il riconoscimento anche alle regioni a statuto ordinario di competenze a livelli di spesa che rendano giustizia ai cittadini in termini di servizi e che rendano adeguate e mature le istituzioni stesse. Abbiamo sentito, coerente a questo ragionamento, la rivendicazione del ruolo più ampio della Regione attraverso il decentramento e le deleghe. Il dibattito si è un po’ incentrato su questo tema e io ho cercato di ascoltare con la maggiore attenzione possibile questo argomento che forse è stato il più discusso e più sentito. Amici, noi siamo fermamente convinti […] che il livello decisionale determinante e definitivamente competente è quello nazionale, ossia il Parlamento. Peraltro, la Regione, così com’è, non può continuare ad operare proficuamente se non si decentra sul territorio, con istituzioni che non siano burocratiche ma affidate ad amministratori locali; né può funzionare se non delega agli enti territoriali democratici. Sono sempre stato convinto, e ho sempre ritenuto sottoutilizzata, pur nel contingente l’istituzione Provincia, che evidentemente aveva ed ha in sé, oltre alle garanzie di democrazia, una esperienza consolidata, dalle enormi risorse umane e materiali da mettere a disposizione dell’azione della Regione”.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1517-carlo-bernini-il-doge.html

L’Italia in sella: Fiorin e Facchinetti portano il tricolore fino in Cina.

Alberto Fiorin e Dino Facchinetti hanno compiuto l’impresa: i due ciclisti della spedizione Marco Polo a pedali partiti il 25 aprile da Venezia, hanno raggiunto oggi la meta finale del loro viaggio, Pechino, dopo 10.300 chilometri, 100 giorni di viaggio e un bagaglio di esperienze e di incontri inesauribile.

Il loro viaggio in bici lungo la Via della Seta è stato un omaggio a Marco Polo nel Settecentesimo anniversario della sua morte: l’ obiettivo era quello di descrivere la via carovaniera nel Terzo Millennio, attraverso i resoconti giornalieri trasmessi sui principali social media e che hanno tenuto incollate per più di tre mesi centinaia di persone che hanno vissuto la loro esperienza pedalando, virtualmente, da casa. E proprio davanti al Ponte di Marco Polo, alle porte della capitale, Fiorin e Facchinetti, 64 e 67 anni rispettivamente, hanno incontrato la stampa davanti a una folla di curiosi accorsi. Domani, venerdì 2 agosto, i due saranno ricevuti dall’ ambasciatore Massimo Ambrosetti che li accoglierà nella sua residenza assieme ai rappresentanti della Municipalità di Pechino.

Sulle orme del celebre esploratore veneziano, i due ciclisti hanno pedalato verso la Cina in un’ avventura ogni giorno più sorprendente e variopinta, attraversando tredici paesi, per una media di circa 125 chilometri al giorno. Un’esplorazione lenta e stupefacente di una parte di mondo per molti tratti ignota e lontana dallo sguardo occidentale, come testimoniato dall’assenza di turisti stranieri nella maggior parte delle località raggiunte, e che si è dischiusa ai due viaggiatori alternando cornici fiabesche a paesaggi aridi e crudi, in un instabile equilibrio tra ruralità e industrializzazione.

Eppure, dai Balcani all’Estremo Oriente, Fiorin e Facchinetti hanno potuto constatare la portata globale delle sfide che segnano i nostri giorni e il loro impatto a latitudini diverse: dall’overtourism di Samarcanda e Xi’an ai grattacieli delle innumerevoli città-satellite della Cina, passando per il complesso rapporto tra sviluppo urbano e viabilità alle porte dei grandi centri. Una pedalata lungo la storia viva e pulsante dei nostri tempi, che ha visto al centro il tema della transizione energetica e della mobilità sostenibile, di cui Fiorin e Facchinetti si sono fatti ambasciatori, osservandone il conseguente cambiamento nei comportamenti e nei consumi: in Cina, tuttavia, per decenni il paese delle biciclette per eccellenza, si pedala sempre meno e i mezzi sulle due ruote sono stati soppiantati da veicoli elettrici, motorini, motocarri, carretti a tre posti. Addirittura, i due ciclisti hanno trovato interdetto – per ragioni non specificate – l’ accesso ai pur moderni percorsi ciclabili nella provincia autonoma dello Xinjiang, costringendoli a ricorrere a un transfer via auto.

“La cosa che ci ha più colpito è stato l’incontro con le persone lungo la strada, di ogni nazionalità e ceto sociale”, commenta Fiorin. “Tutti si sono dimostrati aperti e disponibili ad aiutarci – offrendoci i pasti o semplicemente da bere, data la scarsa disponibilità di acqua potabile – solamente per il piacere di farlo. L’obiettivo di questa spedizione era di portare un messaggio di solidarietà: questo messaggio oggi ha un valore inestimabile grazie alla lezione che riportiamo a casa, ovvero che il mondo è migliore di quanto si creda, al di fuori di ogni facile retorica”.

“Dopo l’immediata curiosità per il viaggio e la meta finale, la seconda domanda che ci veniva costantemente rivolta riguardava la nostra età: lo stupore riscontrato ogni volta è la misura del nostro orgoglio di essere riusciti in questa impresa, resa possibile non solo dalla spinta delle nostre gambe, ma anche e soprattutto dalla curiosità e dalla voglia di scoprire il mondo”, afferma Facchinetti.

 

Chi sono

 

Alberto Fiorin

63 anni, scrittore specializzato nella letteratura di viaggio. Ha all’ attivo numerose pubblicazioni relative ai suoi viaggi – Salam Shalom. Da Venezia a Gerusalemme (2005), Il Vento dei Fiordi. Da Venezia a Capo Nord (2008), Carretera Austral (2021) – e oltre venti guide cicloturistiche, edite da Ediciclo. È stato Direttore Artistico del Festival Ciclomundi e collabora con quotidiani e riviste specializzate. È presidente della società ciclistica Pedale Veneziano 1913.

 

Dino Facchinetti

66 anni, tecnico elettromeccanico, oggi felicemente pensionato. Appassionato della bicicletta e dei viaggi, ha girato l’Italia e l’Europa in lungo in largo (con un occhio di riguardo alle più importanti e impegnative salite), con puntate anche in Patagonia e in America del Nord. È segretario della società ciclistica Pedale Veneziano 1913.

Un Sì convinto ai quesiti referendari per cambiare la legge elettorale

[…] In realtà, dopo la legge elettorale nota come Mattarellum solo con le elezioni europee i cittadini hanno potuto scegliere con le preferenze. Le successive leggi si sono meritate aggettivi in latinorum: Porcellum, Italicum, Rosatellum… La riduzione del numero dei parlamentari e la impossibilità di scegliere, rendono la rappresentanza una pura e vuota espressione lessicale. Penso che c’è anche di più. Oltre alla assenza di partiti strutturati, secondo il mai attuato articolo 49 della Costituzione, per cui mancano riferimenti articolati democraticamente, con programmi chiari, che offrano visione e prospettive ancorate a radici culturali, che prescindono dalla precarietà dei gruppi dirigenti, i cittadini si sentono trascurati nelle loro difficoltà quotidiane. Se i bisogni di salute non trovano risposte appropriate e nel tempo utile, se tutti i servizi arrancano perduti fra le pastoie della burocrazia, se gli amministratori locali sono imprigionati dalle infinite norme che si sovrappongono e impediscono serenità nel deliberare, ecc. ecc. Ognuno esamini la propria esperienza e compilerebbe un elenco infinito di motivi per cui non si riesce proprio a fare il tifo per le istituzioni; e quindi, perché votare?

Per partecipare occorre avere uno scopo. Milioni di cittadini dedicano tempo e passione nel volontariato ai diversi livelli e in diversificate forme di impegno, ma non avvertono la necessità di dedicarsi alla politica che “è forma esigente di carità”. Il Papa nella sua bellissima enciclica Fratelli tutti ha dedicato un punto specifico alla “amicizia politica” A Trieste per la 50ª Settimana sociale dei cattolici sono convenuti 1500 delegati, più migliaia di altre persone che hanno ascoltato due stupendi discorsi, di Mattarella e del Papa, con pressanti esortazioni a guarire “la democrazia malata”. Anche la Chiesa ha sollecitato alla partecipazione: questa è democrazia e libertà.

L’enorme assenteismo ne è la negazione e tra le molte giustificazioni gli elettori lamentano il fatto di non poter scegliere i propri rappresentanti. Non a caso, nelle tornate elettorali per le amministrative si registra una maggiore affluenza perché sono possibili le preferenze.

Ora, poiché non si vede all’orizzonte una iniziativa dei partiti per affrettare una riforma della legge elettorale, ho aderito convintamente al referendum IO VOGLIO SCEGLIERE.

Sono in atto diverse raccolte di firme e credo che nell’insieme prefigurino un diverso modo di organizzare la nostra partecipazione di cittadini attivi. Sono anche per il referendum abrogativo della legge sulla autonomia differenziata e della legge sul premierato.

Come è ben noto i referendum non sono propositivi ma abrogativi. Il referendum perciò si limita a cancellare parti della attuale legge elettorale con l’intento o la speranza che il Parlamento ponga mano alla riforma. Gli inglesi votano con una legge elettorale che risale ai tempi vittoriani, gli USA con una legge centenaria, Germania e Francia non cambiano legge ad ogni tornata parlamentare… magari imitare qualcuno dei modelli che funzionano, no?!

 

[Dalla newsletter di Mariapia Garavaglia]

Africa, Piano Mattei: la sfida della concretezza.

Il governo, ma sarebbe più corretto dire il “sistema Italia”, deve stare attento a esser concreto nel dare seguito agli impegni del Piano Mattei il quale per ora consta di pur significativi contratti energetici (con l’Algeria in primis, e non sembra una coincidenza che il caso della pugilessa algerina Imane Khelif opposta a una italiana alle Olimpiadi, sia stato montato, come ha denunciato la stampa algerina, da organi di stampa americani e inglesi) e di qualche progetto di sviluppo in Africa, soprattutto in campo agro-alimentare.

Perché c’è chi fa. E agisce seguendo le priorità definite dai Paesi africani e non le proprie. Una delle priorità per gli stati africani è la stabilizzazione delle catene di approvvigionamento, a cominciare da quelle energetiche. Perché se fai l’agricoltura biologica e poi non ti arrivano i carburanti e i pezzi di ricambio per le macchine agricole, i mezzi per la formazione del personale, costruisci cattedrali nel deserto.

Addirittura un grande Paese petrolifero come la Nigeria sconta una incredibile inadeguatezza nello sviluppo delle reti di distribuzione interna dei carburanti.

Per questo diversi stati, soprattutto quelli privi di sbocco al mare, stanno dando massima priorità allo sviluppo di linee di comunicazione, ferroviarie in particolare modo, con i porti. Il Malawi, ad esempio, dopo vent’anni ha ripristinato una linea ferroviaria dal porto di Nacala in Mozambico, che ha posto fine alla sua cronica scarsità di carburanti. Lo scorso primo agosto in Tanzania è stata inaugurata una nuova linea ferroviaria dal porto di Dar es Salaam e Morogoro alla capitale della Tanzania, Dodoma, che collega con la Tanzania Paesi che non hanno accesso all’Oceano Indiano: Burundi, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. L’infrastruttura è stata realizzata da una società turca. La stessa Turchia, già presente in Libia, pattuglia le acque della Somalia, anche per controbilanciare le pretese dell’Etiopia, per il medesimo motivo, il collegamento marittimo, attraverso il Somaliland.

La stessa Algeria sta realizzando con la Cina un ambizioso progetto di ampliamento della sua rete ferroviaria per seimila km, che la renderà l’hub ferroviario di collegamento col Mediterraneo di molti Paesi dell’Africa centro – settentrionale.

La priorità in Africa per diversi stati è ancora quella di raggiungere il pieno esercizio della sovranità statale sull’intero loro territorio, la cessazione dei conflitti. In secondo luogo non si accontentano più del cosiddetto commercio equo. Che si tratti del caffè o del litio, del cacao o del cobalto, questi Paesi intendono insediare sul loro territorio una parte delle industrie di trasformazione in modo da partecipare più equamente alla catena del valore dei prodotti che esportano, anche nell’ambito del marketing e dei servizi.

Bisogna, dunque, cercare di sintonizzarsi con queste nuove istanze, fare prima ciò di cui le nazioni africane hanno bisogno, se si vuole far avanzare il Piano Mattei in un’ottica nazionale e di Unione Europea. Perché gli altri (non solo Cina, ma anche Stati Uniti, India, Brasile, Russia, Turchia, Emirati Arabi, Arabia Saudita…) già stanno facendo così, se si vuole evitare che il Piano Mattei rimanga, non una scatola vuota, ma uno strumento al di sotto delle sue possibilità. Il tutto in uno spirito bipartisan che su una questione così centrale per il futuro come le relazioni con l’Africa, non può mancare.

Olimpiadi, Borghi (IV): la polemica sull’atleta algerina fa il gioco della Russia.

“Sintesi geopolitica della prima settimana olimpica: la Russia mette in atto azioni da manuale della guerra ibrida, mentre la Francia viene colpita da attacchi cyber e attentati alle linee ferroviarie con modalità che tradiscono estrema professionalità e capacità organizzative non banali”. Lo scrive sui social Enrico Borghi, capogruppo al Senato di Italia Viva.

“Nel mirino della parte ‘soft’ dell’attività, una lettura forzata e interessata di alcuni passaggi – sostanzialmente marginali  – della cerimonia di apertura, e l’esplosione della polemica contro l’atleta algerina. Attorno a questa iniziativa si manifesta una alleanza tra l’estrema destra europea e la Russia, che poi social come X amplificano a livelli straordinari, visto che lo stesso Musk è in prima linea nella ricondivisione di questi contenuti. E qui si realizza un passaggio chiave: è l’Italia il paese che a livello istituzionale si schiera con un peso inusitato (la seconda carica dello Stato, il primo ministro, un vicepremier oltre alla batteria mediatica di partiti di governo) su questo versante. Che per l’Italia ha un corollario tutt’altro che di secondo piano: dopo la guerra in Ucraina, abbiamo sostituito l’Algeria alla Russia come principale fornitore di gas. E in questi giorni siamo riusciti quasi a scatenare un incidente diplomatico con Algeri, per la gioia del Cremlino. Le relazioni Italo-algerine però sono molti forti, non penso che verranno danneggiate seriamente da questo incidente, ma certo, il modo in cui è stata gestita la faccenda lascerà degli strascichi…e il segreto di un’operazione ibrida di successo è proprio questo: trovare del malcontento e sfruttarlo, fare di un buchino una voragine”.

 

“I nostri vertici politico-istituzionali, spero per sola insipienza, hanno “spondato” un gioco altrui per calcoli politici miopi e ideologici – prosegue Borghi -. Manca più di una settimana alla fine dei giochi: a Palazzo Chigi e dintorni facciano tesoro degli scivoloni di queste ore, e prima di buttarsi a pesce su una polemica attizzata riflettano, comprendano e intelliggano. La coesione delle nostre società, e delle nostre amicizie e alleanze occidentali, non deve essere messa in discussione, soprattutto da chi ha alti livelli di responsabilità. Di questi tempi non si può cedere all’impulsività e allo scandalo facile, proprio perché dall’altra parte abbiamo dei freddi calcolatori che puntano ad arte sulla creazione di questo clima, e costruiscono ogni giorno trappole in tal senso”, conclude.