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Due leader, qualche analogia

Pubblichiamo uno stralcio dell’articolo apparso sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Matteo Laruffa

Il cambio di leader alla guida dei governi democratici è un evento di primaria importanza. Se in alcuni casi il cambiamento è talmente rilevante da poter dare il nome a un’intera fase politica, in altri casi si tratta dell’inizio di semplici parentesi storiche abbastanza circoscritte o di momenti di transizione. Considerando gli elementi che differenziano i vari sistemi politici e le peculiarità dei singoli casi nazionali, nel periodo attuale almeno quattro democrazie stanno vivendo un momento di rinnovamento dovuto all’arrivo di nuovi leader. Ad esempio, nel 2020 abbiamo assistito alla fine del periodo del premierato di Shinzō Abe in Giappone dopo otto anni. A gennaio è stata la volta della transizione alla Casa Bianca da Donald Trump a Joe Biden. In Italia poche settimane fa è avvenuto il collasso della maggioranza che sosteneva il secondo governo Conte e la nascita del nuovo governo presieduto da Mario Draghi. Infine, il termine del cancellierato di Angela Merkel è previsto per il prossimo semestre. Non si parla di una svolta radicale nel caso della leadership giapponese, che resta sempre in mano al partito liberal-democratico quasi ininterrottamente dal 1955, né è chiaro quello che succederà in Germania dopo l’uscita di scena di Angela Merkel, seppur molti si aspettano che il prossimo governo tedesco vorrà tentare la strada del continuismo e che le istituzioni manterranno la loro tradizionale stabilità inalterata.

Cosa si può dire dell’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca e di quello di Mario Draghi a Palazzo Chigi? Molte analisi politiche delle scorse settimane hanno sottolineato una serie di parallelismi tra i due leader, ma oltre alla visione comune dell’atlantismo e i problemi speculari che si trovano sulle loro agende (pandemia e recessione), occorre aver presenti le differenze che riguardano il loro percorso personale, le specificità dei poteri dei due governi, i ruoli dei due presidenti nella politica interna e internazionale.

Biden e Draghi arrivano ai vertici dei rispettivi Paesi, gli Usa e l’Italia, avendo percorso strade molto diverse. Il primo è un veterano della politica e del partito democratico americano, il secondo è stato chiamato dal presidente Mattarella a formare il governo dopo decenni al servizio di istituzioni tecniche di livello nazionale e internazionale. Biden si è rapportato con la logica del consenso politico, elezione dopo elezione, mentre la carriera del presidente Draghi ha sempre valorizzato gli obiettivi e le responsabilità di un mandato fondato sull’indipendenza dell’istituzione. Diverso è anche il loro ruolo nella dinamica politica interna dati i molteplici elementi di distinzione, istituzionali e costituzionali, che plasmano il potere esecutivo nei due Stati.

Cercare le analogie tra Biden e Draghi è particolarmente difficile se si considera l’architettura costituzionale in cui operano questi due leader. L’autorità del presidente americano ha una portata ben più ampia di quella di qualsiasi presidente del Consiglio italiano e il modello della separazione dei poteri del governo di Washington non è sovrapponibile a quello di Roma (che predilige la fusione dei poteri mediante il legame fiduciario tra Parlamento e governo). Negli Stati Uniti il presidente è in carica quattro anni e ha un ambito di policies sulle quali può esercitare i suoi poteri che è abbastanza chiaro – pur variando nei periodi storici e alla luce della contingenza in casi eccezionali – essendo dotato di strumenti normativi ed esecutivi molto incisivi sull’attività del governo federale. Tra l’altro, l’investitura derivata dall’incontro del principio elettorale e di quello presidenziale permette a ciascun presidente di poter prendere alcune decisioni in completa autonomia dal gioco politico tra istituzioni e partiti.

Qui l’articolo completo

Energia: i numeri del mercato

Quanti venditori sono effettivamente attivi sul mercato e dove sono più presenti? Quali società possiedono la quota maggiore di clientela? In quali province e regioni si è diffuso maggiormente il mercato libero fino ad ora? Dove si registra maggiormente il fenomeno delle morosità?

Sono alcune delle domande cui è possibile rispondere navigando attraverso tabelle, infografiche e mappe sull’evoluzione del mercato dell’energia, presenti sul sito di ARERA e scaricabili anche in forma completa in formato Excel, che ARERA ha deciso di valorizzare in occasione della pubblicazione del Rapporto annuale Monitoraggio Retail (su dati 2019).

Le famiglie che a dicembre 2020 hanno scelto il mercato libero elettrico sono oltre il 56% nella media nazionale, ma con forti differenze nel Paese: dal 70% di alcune aree del nord al 38% della provincia Sud Sardegna.

I venditori attivi di elettricità per i clienti domestici sono 380 in Lombardia, contro i 140 della Valle d’Aosta e, tra i due estremi, le diverse realtà regionali, con ad esempio i 327 del Lazio o i 287 della Calabria (dati aprile 2020).

I DATI DEL MONITORAGGIO RETAIL

Le partite iva scendono in piazza

Ad un anno dal lockdown che ha messo in ginocchio il Paese le Partite Iva italiane scendono in piazza con il primo storico sciopero che si terrà oggi dalle ore 10 a Roma a Piazza del Popolo. Un’iniziativa promossa dall’associazione Partite Iva Insieme per Cambiare, un movimento spontaneo nato un anno fa su facebook che oggi raccoglie sui social oltre 450mila iscritti, alla quale hanno aderito, fra le altre, le associazioni Apit, Pin, Movimento Impresa, Italia che Lavora, Robby Giusti Associazione Nazionale Dj, Aias, Aisp, Rete P.Iva, Mio, Conflavoro, Confsal, Fipe/Silb.

In piazza i promotori dell’iniziativa chiederanno l’apertura immediata di un tavolo di concertazione dove affrontare due aspetti principali: lo stato di emergenza sociale e piano programmatico di rilancio”, spiegano il presidente Giuseppe Palmisano e il coordinatore nazionale, Angelo Distefano. Sul palco previsti gli interventi dei coordinatori regionali dell’associazione che parleranno delle difficoltà che stanno vivendo i lavoratori autonomi, l’identità delle Pmi italiane, il fermo silente dell’indotto, il made in Italy, ma soprattutto verranno approfonditi tutti gli argomenti che, generati da un’insana gestione della pandemia, hanno ridotto al collasso oltre la maggioranza del popolo italiano. Si tratterà il tema dei dipendenti di partita iva, della tassazione iniqua, della mancanza degli ammortizzatori sociali, della burocrazia e dello spreco di denaro pubblico.

“L’Italia è il paese europeo con il più alto numero di Partite Iva, ben 4,6 milioni di lavoratori autonomi che lo Stato italiano ha da sempre vessato con tasse inique, utilizzandole come bancomat per sanare le falle delle spese folli dovute alla burocrazia. Chiederemo al governo Draghi di essere ascoltati e di avviare un percorso immediato di sostegno al lavoro che includa anche una pace fiscale”, sostengono i promotori.

 

A Roma i medici non rifiutano di vaccinare, mancano i vaccini

“I medici di famiglia, come la stragrande maggioranza dei medici iscritti all’Ordine di Roma, non hanno nessuna ‘resistenza’ a somministrare i vaccini” anti-covid. “Sono pronti. Ma servono i vaccini e la necessaria organizzazione. Non si può buttare la croce sui professionisti se non si procede spediti a causa delle carenze di dosi: servono i sieri e la possibilità di sedersi attorno a un tavolo per organizzare nel migliore dei modi”. Lo spiega all’Adnkronos Salute Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma, dopo le polemiche dei giorni scorsi dovute alla partenza lenta delle inoculazioni negli ambulatori dei dottori di famiglia.

Su circa 4mila medici di famiglia della provincia di Roma – sottolinea Magi – i mille che hanno dato immediatamente l’adesione quando sono andati a ritirare i vaccini hanno avuto un solo flaconcino con 11 dosi. Non mi sembra che così si possa incidere molto sulla campagna vaccinale”. Chi non ha aderito, precisa il numero uno dell’Omceo capitolino, lo ha fatto per motivi organizzativi come studio inadeguato, personale di studio non vaccinato, “problemi che possono essere superati organizzando le vaccinazioni in altre sedi. E anche in questo caso serve l’organizzazione, la cui mancanza non può essere imputata ai medici. Serve sapere dove, quando, quali sono i turni, quali orari per evitare di sovrapporsi agli orari di studio ordinario”.

In ogni caso, ribadisce Magi, “non mancano certo i vaccinatori. Non ci sono solo i 4mila medici di famiglia a Roma. Sono disponibili gli specialisti ambulatoriali, i liberi professionisti. All’Ordine sono arrivate tutte le disponibilità. Ma ci vuole l’organizzazione. Solo nella Capitale è pronto un esercito di 30mila medici su 46mila, tenendo conto di chi non può vaccinare per problemi di salute o età. Se si desse a tutti la possibilità di fare un vaccino al giorno ci sarebbero 30mila vaccinati nella capitale”.

“I professionisti ci sono – ribadisce – devono essere solo organizzati e, soprattutto, servono i vaccini”. Ma visto che “prima di aprile sarà difficile avere i vaccini per tutti, intanto mettiamo a punto un sistema preciso. Così non avremo perso tempo”, conclude il presidente Omceo Roma.

Al capolinea? Il PD dopo le dimissioni di Zingaretti

Il PD è al capolinea? Un segretario che si “vergogna” del suo partito non s’era mai visto. Ma è il culmine d’una vicenda durante la quale in poco più di tredici anni si sono succeduti quattro segretari-eletti (uno dei quali per due volte) e poi dimissionari nonché, se non vado errato, quattro segretari-reggenti. Un partito che divora i suoi leader.

Non solo: i due segretari che per più tempo hanno guidato il partito ad un certo punto se ne sono andati per fondarne un altro, molto più piccolo. Altri due, fra i quali il fondatore, hanno pensato bene di cambiare lavoro. Uno invece ha fatto a lungo, e fa tuttora, il ministro e questa è ora la “colpa” che va di moda attribuire al PD: quella d’essere, anche con ridotti consensi, sempre al potere. Qualcuno direbbe e dice, con un linguaggio da bar che non mi appartiene e che invece colpevolmente viene utilizzato dal ceto politico, “attaccato alla poltrona”.

Ora, al di là della soluzione transitoria che verrà adottata per superare il trauma causato dalle polemiche dimissioni di Nicola Zingaretti, è più che evidente che è giunto il tempo, per il PD, di ridefinirsi per rilanciarsi o al contrario di riconoscere che il suo progetto non si è realizzato e che dunque è meglio, nello stesso interesse del campo largo del centrosinistra, concludere l’esperienza e avviarne di nuove. Sostanzialmente, rimettere il trattino.

Un passo indietro, certamente. Una delusione, pure. Ma, nel caso, sempre meglio di un divorzio doloroso e distruttivo, che inevitabilmente lascerebbe macerie e risentimenti acri in tutto l’ambiente, con evidente vantaggio per la Destra, già ora maggioritaria nel Paese.

Che fare, quindi? Un estremo tentativo è senz’altro doveroso. Ma deve essere serio. Rigoroso. Finalizzato unicamente a salvare il partito e rilanciare il progetto di un centrosinistra autonomo e forte, presente nella società italiana. Ovvero: non unicamente teso a salvaguardare la carriera o il posto di qualche professionista della politica. Come invece spesso pare di capire dalle modalità con le quali il gruppo dirigente in senso lato si muove, a livello nazionale ma spesso pure nei livelli locali.

Un tentativo serio significa, almeno, tre cose: considerare con obiettività, lucidità e freddezza i nuovi elementi del quadro socio-politico che sono venuti a delinearsi in questi ultimi anni; porsi le domande di fondo alle quali nessun vero partito può sottrarsi; definire una modalità di discussione interna.

In rapida sintesi, e ovviamente ben sapendo che questi punti, e senza dubbio altri ancora, necessitano uno sviluppo più ampio di quello che si può fare in un semplice articolo, provo ad accennarli.

Il quadro è mutato, rispetto agli anni in cui il PD nasceva. Si veniva da un periodo di crescita durante il quale ci si era cullati nell’illusione che la globalizzazione dei mercati avrebbe generato sviluppo economico indefinito nel tempo. Ed invece, proprio in quei mesi, iniziava la crisi dei mutui subprime che in breve avrebbe travolto l’Occidente. Dalla quale non si è mai del tutto usciti sino a quando, con la pandemia da coronavirus la situazione non è ulteriormente peggiorata. Così, invece di una felice epoca di sviluppo si è dovuta affrontare una complicata fase di decrescita.

Si era immersi in una logica istituzionale ed elettorale bipolare e maggioritaria, che dava al nuovo partito la quasi assoluta certezza di poter essere l’unica formazione politica di peso di una delle due metà del campo: la “vocazione maggioritaria” ne era la traduzione operativa, divenendo dunque tratto fondativo del partito. Nel breve volgere di una legislatura, cominciata con la sconfitta subìta ad opera di Berlusconi e conclusa col governo lacrime-e-sangue di Mario Monti, si crearono invece le condizioni per la nascita di una specie di terzo polo, di mera contestazione al sistema, incarnato dal Movimento 5 Stelle.

Fiducia assoluta nella crescita e granitico credo nel bipolarismo maggioritario ben si sposavano con un’ulteriore novità, incardinata nello Statuto del nuovo partito: l’elezione di un segretario politico attraverso “Primarie” aperte sostanzialmente a tutti: quindi un’affiliazione leggera, che avrebbe incoronato un “capo” che diveniva automaticamente il candidato premier e in caso di vittoria Primo Ministro. La dura sconfitta referendaria del 2016 ha però bocciato l’ipotesi semplificatrice del sistema istituzionale aprendo di fatto lo spazio per un possibile ritorno alla logica del proporzionale (di suo antitetica alla tesi sulla quale era sorto il PD), cosa della quale si è infatti successivamente ripreso a discutere. Mentre la dura batosta alle politiche del 2018 ha da parte sua dimostrato che il leader votato alle Primarie (fra l’altro mai state realmente competitive) poteva comunque venire travolto elettoralmente da un popolo che non si riconosceva in quel rito.

Secondo punto. Un partito nasce e vive soprattutto su una qualche ispirazione ideale e su un qualche punto programmatico forte. Poi c’è l’attività quotidiana, con tutte le scelte che questa comporta, ma un’identità espressa e riconoscibile un partito che non voglia essere, per usare un’espressione in voga, “liquido”, mera espressione d’una società dell’immagine, la deve necessariamente possedere ed esprimere.

Ora, l’identità del PD originario – ovvero il proficuo incontro delle culture politiche protagoniste del Novecento italiano – da tempo ormai è assai annebbiata, per almeno due ordini di ragioni: la prima è che progressivamente si è andata affermando ovunque (nella pubblicistica, fra gli intellettuali, nel comune sentire) l’idea che esso è l’erede storico di una sola delle culture fondative, quella della Sinistra già comunista (e si osservi che paradossalmente la scelta di maggior significato politico, da questo punto di vista, è stata adottata, con l’entrata del PD nel PSE, da Matteo Renzi, un segretario, l’unico oltre a Dario Franceschini, che però resse per pochi mesi una semplice segreteria di transizione, a non provenire da quella tradizione politica). La seconda è che l’avvento delle nuove generazioni – ancorché limitato nei numeri assoluti – ha giustamente reclamato un aggiornamento identitario che però non si è saputo realizzare se non in una rivendicazione di impegno in favore dei “diritti individuali” che ha però trascurato, magari senza volerlo, una pari attenzione a quei “diritti sociali” da sempre connessi all’impegno della Sinistra e del cattolicesimo popolare e inoltre sempre associati alla coeva e indispensabile cultura dei “doveri”, oggi al contrario assai trascurata.

Allora, oggi il PD deve porsi alcune domande ineludibili alle quali fornire risposte nette se davvero vuole essere un partito credibile per un popolo che verrà poi chiamato a battersi per impedire a una Destra radicale di prendersi questo Paese. Quale identità, appunto? Quale cultura politica? Quali interessi sociali tutelare prioritariamente? E conseguentemente, nell’attualità della crisi in corso: quali proposte, quale programma per affrontare la drammatica emergenza economica del dopo pandemia? Con quali obiettivi di maggior giustizia sociale?

La questione delle alleanze, sempre decisiva e identificativa di un progetto politico (ciò non va mai dimenticato) viene a valle di queste domande e dalle conseguenti risposte. Non a monte. Aver voluto assumere l’alleanza con una formazione, il M5S, atipica e ancora indefinita sia culturalmente (non si dimentichi che il suo mantra fondativo è il “vaffa” antipolitico e populista) sia politicamente (e infatti è in corso una sua scissione) è stato un errore grave dettato forse dalla tattica ma del tutto privo di una qualsiasi motivazione logica degna di fornire basi adeguate ad una conseguente strategia politica.

Il punto conclusivo è di metodo. Questa vasta riflessione, che fra l’altro è piuttosto urgente, il PD deve farla coinvolgendo la più larga parte possibile delle persone ad esso interessate. Militanti di ogni età, intellettuali, semplici elettori, rappresentanti di associazioni e movimenti operanti sui mille territori del nostro Paese: tutti impegnati nella ricerca di quella felice sintesi culturale che era negli obiettivi del partito alle sue origini ma che poi non è stata realmente raggiunta. Un lavoro plurale e difficile, che non è affatto detto arriverà ad una conclusione in linea con le attese: perché forse quella sintesi non è possibile. Se invece lo sarà, il PD ne uscirà grandemente rinforzato. E comunque, sia in un caso sia nell’altro, sarà stato dato un contributo di rilievo ad una politica di centrosinistra che in ogni caso dovrà interloquire con la società italiana. Quello che non si può fare, che non è assolutamente ammissibile è un mediocre accordo fra qualche capocorrente utile solo a procrastinare quella che rischia d’essere un’agonia. 

Le correnti della Dc e i gruppi del Pd.

Dunque, è inutile ancora soffermarsi sulla crisi in cui versa il Pd. Al di là delle chiacchiere sempre  più stucchevoli sulle “ripartenze” e sulle “rigenerazioni” – ormai ridicole se non addirittura  grottesche – quello che conta è ciò che ha detto con inusitata franchezza l’ex numero 1 del  partito. Appunto, Nicola Zingaretti, semprechè non ritiri le dimissioni a furor di popolo. E cioè, “Mi  vergogno del Pd perchè è un partito che pensa solo alle poltrone e alle primarie”. Una frase,  pesantissima e senza precedenti, che però non ha stupito nessuno. Almeno quelli che conoscono  cos’è realmente il Pd, oggi.  

Ora, è ovvio che sul banco degli imputati è salito un solo e grande accusato: il correntismo. E,  quindi, le innumerevoli e sempre crescenti correnti del Pd che, il più delle volte e soprattutto a  livello periferico, si tratta di semplici bande che scorrazzano in un partito ormai privo di  organizzazione territoriale ma che si rendono utili e necessarie esclusivamente per il  raggiungimento e l’occupazione sostanziale e spregiudicato del potere. Come, appunto, ha detto  il suo segretario nazionale. Certo, è un esercizio difficile e di fatto sempre più misterioso capire  quali sono le reali differenze politiche tra queste innumerevoli e molteplici correnti. Si tratta, come  quasi tutti sanno, di correnti personali che, grazie alle tessere fatte e a numeri ricavati da  fantomatiche primarie, sono e restano decisive per la spartizione del potere interno al partito e  nelle istituzioni. 

Ma, al di là delle vicende domestiche del Pd, quello su cui vale la pena richiamare l’attenzione –  anche perchè campeggia qua e là su vari organi di informazione – è la profonda diversità tra le  correnti della Dc e quelle del Pd. Senza esaltare oltremisura, come ovvio e scontato, la  democrazia e l’organizzazione interna ad un grande partito popolare, interclassista e di massa  qual’era la Dc, si può tranquillamente dire che in quel partito le correnti erano anche e soprattutto  espressione di ceti sociali, di interessi reali che agivano nella società, di sensbilità politiche  diverse l’un dall’altra e, sopratutto, erano guidate da leader politici riconosciuti e riconoscibili. Poi,  com’è altrettanto ovvio e scontato, anche da quelle parti non mancavano degenerazioni e cadute  di credibilità, soprattutto quando si avvicinavano i congressi locali e nazionali. Ma il dibattito e il  confronto interno era sempre ispirato ad un dialettica fortemente politica che ricavava la sua  ragion d’essere dal fatto che le correnti, appunto, rappresentavano anche pezzi di società e non  solo somma di tessere.  

Cosa capita, invece, nel Pd al punto da far vergognare il suo segretario nazionale? Una cosa  molto semplice: più aumentano le correnti, i gruppi, i gruppuscoli e le bande interne e più si  indebolisce il confronto e svanisce il progetto politico. Al punto che, oggi, al di là delle chiacchiere  e della relativa ipocrisia, nessuno conosce quale sia il reale progetto politico del Pd. È persin  inutile snocciolare i rapidi cambiamenti di opinione e le piroette politiche che si fanno addirittura  nell’arco di pochi giorni. Solo uno come Bettini può spiegare questa rapidità nel formulare le  ricette che, di volta in volta, il Pd mette in campo e sempre diverse da quelle che erano state  precedentemente e pomposamente illustrate e magnificate. Al punto che, non è difficile  prevederlo, la prossima Assemblea nazionale finirà con un documento dove si evidenza l’unità del  partito, il suo grande radicamento sociale e territoriale, il suo spiccato riformismo di governo e la  riproposizione della tesi che si è perno dell’alternativa al sovranismo, alla destra illiberale, alla  minaccia fascista e bla bla bla. Tutti slogan che ormai conosciamo quasi a memoria e che, di  norma, hanno la durata di una settimana circa per poi cedere il passo alle diatribe tra le infinite  correnti, gruppi e bande che animano il partito. 

In conclusione, il nodo vero da sciogliere è semplice e al tempo stesso complesso. E cioè, il  correntismo violento e spregiudicato si batte solo in un modo all’interno di un partito: se la ricerca  e la conservazione del potere cedono il passo alla politica e al progetto politico. Se quello non  avviene, capita semplicemente quello che ha detto Zingaretti. E cioè, si lotta solo e soltanto per le  poltrone e per gli escamotage organizzativi che ti permettono di raggiungerlo. Amen.

Il Problema dell’identità

“…Questo non è il momento di riaffermare le nostre identità. … “. (Il Presidente del Consiglio Draghi nel suo video-messaggio intervenendo alla Conferenza promossa dalla Bonetti “Verso una Strategia Nazionale sulla parità di genere”).
Un altro (autorevole) tassello di conferma che con gli sbandieramenti sull’identità e l’appartenenza, con le declamazioni sui valori e sull’orgoglio, non si va da nessuna parte, anzi si è ridicoli.

La nostra età è la prima in cui l’identità è rivendicata dalla maggioranza, mentre fin solo all’altro ieri il problema era se caso di garantirla alle minoranze, in difficoltà e indifese rispetto alle proprie ‘regole identitarie’ in cui riposava certa la maggioranza. Adesso, e non da ora, è quest’ultima che si deve porre adeguate critiche domande, e mettersi in cammino per un Altrove che non sarà – e per fortuna – solo a immagine e somiglianza di se stessa.

Keynes e la maledizione di Carabosse

Pubblichiamo uno stralcio dell’articolo apparso sulle pagine di Aspenia on line a firma di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese

Ottantacinque anni fa, l’8 marzo del 1946, il lussuoso General Oglethorpe Hotel di Wilmington Island, nei sobborghi di Savannah, in Georgia, ospitava la riunione inaugurale dei Consigli di Amministrazione della Banca Mondiale (allora Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo) e del Fondo Monetario Internazionale, la cui istituzione era stata decisa nella conferenza tenutasi un anno e mezzo prima, nel luglio del 1944, nel fatiscente Mount Washington Hotel di Bretton Woods, nel New Hampshire, duemila chilometri più a Nord.

Bretton Woods era stato il momento culminante di un lungo confronto sull’assetto economico del dopoguerra che aveva coinvolto soprattutto Gran Bretagna e Stati Uniti. La riflessione era partita da una serie di proposte avanzate da John Maynard Keynes che, chiamato al Tesoro come consigliere del governo britannico, dal 1940 aveva intrattenuto i rapporti in materia economica e finanziaria con l’amministrazione americana. Nel negoziato, condotto per gli Stati Uniti dal Sottosegretario al Tesoro, Harry D. White, gli americani avevano accettato l’idea di dotare il mondo di istituzioni e regole capaci di imbrigliare il disordine economico e monetario che negli anni Trenta aveva esacerbato le relazioni internazionali, ma avevano rigettato la parte più innovativa del progetto di Keynes che prevedeva di affidare a una banca mondiale la creazione di una moneta fiduciaria del tutto sganciata da qualsiasi valuta, come dall’oro, in base esclusivamente ai bisogni del commercio e dell’economia mondiale.

La scelta degli americani era stata quella di attribuire al dollaro quello stesso ruolo di ancoraggio del sistema che storicamente aveva avuto la sterlina britannica. I tassi di cambio dei paesi membri del Fondo sarebbero stati fissati in dollari, mentre il dollaro sarebbe rimasto convertibile in oro al prezzo stabilito di 35 dollari per oncia. Nonostante i contrasti, Bretton Woods si era chiusa con grande ottimismo. Quando Keynes era entrato nella sala dove si svolgeva il banchetto finale, gli astanti si erano levati in piedi riconoscendo, come notò uno dei presenti, “che era entrato un uomo di statura non comune” ed egli stesso aveva condiviso quell’ottimismo.

Ombre pesanti

A Savannah, benché nel frattempo la guerra fosse ormai finita con la vittoria degli alleati, il clima era assai meno sereno. La guerra era terminata pochi mesi prima, nell’aprile-maggio del 1945 in Europa e in agosto in Asia con i due devastanti ordigni atomici su Hiroshima e Nagasaki, e pesanti ombre, a partire dalla guerra nucleare, gravavano sul mondo. La Cina era piombata nella guerra civile, la Germania era occupata e divisa non in due ma in quattro, e soltanto tre giorni prima, il 5 marzo 1946, Winston Churchill aveva pronunciato a Fulton, in Missouri, il celebre discorso nel quale sull’Europa aveva con una potente immagine fatto calare un ideale ma ben presto fin troppo reale sipario di ferro “da Stettino sul Baltico a Trieste nell’Adriatico” (“da Roma a Riga” ha detto poche settimane fa il Presidente Joe Biden riferendosi all’attualità). Ma soprattutto era scomparso Franklin Delano Roosevelt con la sua visione riformatrice e il coraggio di portare avanti la sua agenda. Anche i rapporti bilaterali anglo-americani si erano guastati intorno alla questione del prestito richiesto dal Governo britannico per concedere il quale gli americani avevano preteso la rinunzia britannica al sistema delle preferenze imperiali. Insomma, l’8 marzo del 1946 non vi erano particolari ragioni di ottimismo per il futuro, se non il fatto di essersi lasciati alle spalle una guerra devastante con il suo orrore di distruzione e morte.

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Turismo, Demoskopika: il 2021 parte con oltre 14 milioni di presenze in meno

La stima della contrazione, pari a quasi l’80%, si riferisce al solo mese di gennaio dell’anno in corso rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2020, inoltre, andati in fumo oltre 20 miliardi di spesa turistica. Sono cinque i sistemi turistici regionali più colpiti: Veneto, Toscana, Lombardia, Lazio e Emilia-Romagna. Il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio: «È ora di riavviare il processo partecipativo per redigere un nuovo Piano strategico nazionale 2022-2027 e dotare il turismo di riforme strutturali».

 Nel 2020, l’emergenza Covid-19 avrebbe provocato effetti devastanti sul turismo italiano: ben 232 milioni di presenze in meno e oltre 67 milioni di arrivi con una contrazione rispettivamente del 53,1% e del 51,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In picchiata anche la spesa turistica, con una rilevante flessione pari a poco più di 20 miliardi di euro il cui 73% è concentrata in sei sistemi turistici regionali: Veneto, Toscana, Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige.

E, intanto, anche il mese di gennaio 2021 registra una battuta d’arresto tanto allarmante quanto prevedibile: 14,4 milioni di pernottamenti e 4,8 milioni di turisti in meno con una variazione negativa pari a circa l’80% rispetto allo stesso mese del 2020.

È quanto emerge da una stima dell’Istituto Demoskopika in attesa dei dati ufficiali dell’Istat su base regionale. Per il Molise, – precisa la nota dell’Istituto di ricerca – non essendo presente l’imposta di soggiorno, si è ipotizzato uno scenario identico a quello medio italiano. Per i Comuni del Lazio, infine, l’imposta di soggiorno riguardante, nello specifico, l’ammontare più che rilevante riferito a Roma Capitale, è stata stimata, poiché la voce non è chiaramente identificabile nel sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici (SIOPE). Si precisa che la stima dei movimenti turistici può risultare “condizionata” da un eventuale blocco temporaneo dell’imposta di soggiorno deciso in qualche comune oltre che dalla mancata o parziale trasmissione degli incassi dell’imposta al sistema SIOPE.

«Se si vuole fronteggiare efficacemente l’emergenza sanitaria – dichiara il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – la politica deve avere il coraggio di fare scelte precise. C’è un problema prioritario di governance da cui consegue anche la misura dell’efficacia dei fondi messi a disposizione per la ripresa del sistema turistico. Anzi, l’Italia presenta una gestione del turismo caratterizzata da una rilevante frammentazione delle competenze che genera un coordinamento delle politiche sul comparto assolutamente inadeguato. E, così, da una parte, lo Stato centrale vara documenti strategici senza coperture finanziarie mentre, dall’altra, le Regioni, forti dell’attribuzione costituzionale del turismo quale materia di competenza esclusiva, non di rado si sentono legittimate a programmare il turismo in una “giungla normativa e attuativa”. È ora, quindi, – conclude Raffaele Rio – di riaccendere i motori del processo partecipativo per attivare alcuni interventi nell’immediato: redigere un nuovo Piano strategico nazionale 2022-2027 alla luce di quanto sta accadendo, consentire alcune riforme strutturali del comparto attraverso un nuovo Codice del Turismo e creare un’unica agenzia per la produzione dei dati statistici non soltanto statici ma anche previsionali in modo tale da rendere più consapevoli e tempestive le scelte dei portatori d’interesse del settore. Il tutto ovviamente coordinato dal ministero del Turismo che si spera venga attivato in tempi brevi». 

Flussi turistici: la pandemia manda in fumo 232 milioni di presenze turistiche. Nei dodici mesi del 2020, Demoskopika stima una diminuzione di oltre 67 milioni di arrivi pari a una flessione del 51,3 per cento rispetto allo stesso arco temporale del 2019 che hanno ridotto di quasi 232 milioni i pernottamenti nel sistema alberghiero ed extra-alberghiero italiano. Una flessione generata prioritariamente dalle destinazioni regionali che, presentando un elevato livello di internazionalizzazione turistica, risentono più delle altre della rilevante contrazione dei turisti stranieri.  Analizzando, in particolare, il quadro per singolo sistema turistico regionale emerge che il Veneto avrebbe ridotto gli arrivi di 12,2 milioni (-60,4% rispetto al 2019) e le presenze di 44,5 milioni (-62,4% rispetto al 2019). A seguire, in valore assoluto, Lombardia con una contrazione pari a 9,5 milioni di arrivi (-54,2%) e 22,4 milioni di presenze (-55,4%), Toscana con una riduzione pari a 8,3 milioni di arrivi (-58,0%) e 28,7 milioni di presenze (-59,8%), Lazio con una riduzione pari a 6,6 milioni di arrivi (-51,7%) e 19,9 milioni di presenze (-51,0%) e l’Emilia-Romagna con una riduzione pari a 6,1 milioni di arrivi (-52,9%) e 23 milioni di presenze (-57,1%). Da evidenziare che, in chiave percentuale, è la Sicilia a presentare tra i “conti più salati”, preceduta solo dal Veneto: meno 3 milioni di arrivi e meno 9 milioni di presenze con un calo rispettivamente pari al 58% e al 59,6% rispetto ai dodici mesi del 2019.

Spesa turistica: stimata sforbiciata pari a oltre 20 miliardi di euro. Per il 2020, l’emergenza coronavirus avrebbe generato una contrazione della spesa turistica di ben 20.056 milioni di euro, pari a circa l’8,6 per cento del prodotto interno lordo settoriale italiano. L’analisi per livello regionale colloca, nella sua dimensione numerica assoluta, il Veneto in testa con un decremento stimato della spesa turistica pari a 3.939 milioni di euro. Seguono, con sforbiciate rilevanti dei consumi in “viaggi e vacanze”, Toscana con 2.570 milioni di euro, Lombardia con 2.357 milioni di euro, Lazio con 2.205 milioni di euro, Emilia-Romagna con 1.820 milioni di euro e Trentino-Alto Adige con 1.610 milioni di euro.

La contrazione del consumo totale di beni e servizi da parte del viaggiatore (alloggio, pasti, intrattenimenti, souvenir, regali, altri articoli per uso personale ecc.) si sarebbe avvertita, in maniera significativa, anche in altre cinque destinazioni regionali: Campania con 892 milioni di euro, Liguria con 752 milioni di euro, Piemonte con 666 milioni di euro, Sicilia con 651 milioni di euro, Sardegna con 497 milioni di euro e Marche con 407 milioni di euro. Al di sotto della “soglia psicologica” dei 400 milioni di euro si posizionano i rimanenti sistemi turistici regionali: Puglia con 388 milioni di euro, Friuli-Venezia Giulia con 336 milioni di euro, Calabria con 284 milioni di euro, Umbria con 209 milioni di euro, Valle d’Aosta con 204 milioni di euro, Abruzzo con 156 milioni di euro, Basilicata con 95 milioni di euro e, infine, Molise con 17 milioni di euro.

La Romania chiude le porte alla Cina

La Romania sembra essere l’unica in Europa ad adottare una posizione molto più dura nel dire no alla Cina. Infatti la Romania ha escluso le aziende cinesi da settori chiave come l’energia nucleare e le telecomunicazioni.

Continuando su questa linea, il governo di coalizione di centro-destra rumeno sta ora cercando di escludere le società estere, comprese quelle cinesi, dagli appalti pubblici. Ha adottato un memorandum per bandire gli operatori di paesi extra UE che non hanno accordi di appalto con il blocco al fine di accelerare la costruzione di grandi progetti come le autostrade.

Xi ha reso l’Europa orientale una priorità strategica e sta cercando di rafforzare l’influenza nella regione promettendo investimenti attraverso la Belt and Road Initiative , un gigantesco progetto infrastrutturale per costruire un’autostrada merci tra l’Asia e l’Europa.

Ma tutto ciò non renderà più morbida la reazione di Bucarest, che ancora oggi prova disgusto nel ricordare il bullismo diplomatico della Mosca sovietica simile a quello della Cina comunista moderna.

Inoltre per Bucarest i legami militari con gli Stati Uniti sono fondamentali. La Romania intrattiene da tempo gelide relazioni con la Russia, che accusa di finanziare campagne di disinformazione online e di invadere il suo spazio aereo sul Mar Nero. 

Proprio per questo, una forza aerea della NATO che comprende piloti britannici, americani e italiani, pattuglia il confine orientale della Romania dalla base Mihail Kogălniceanu vicino alla città di Costanza.

Ma questo non vuol dire che saranno chiuse tutte le porte verso il colosso asiatico. Per quanto riguarda i rapporti commerciali con la Cina, la portavoce del ministero degli esteri ha chiesto “rispetto reciproco, trasparenza, rispetto per il libero mercato e principi di concorrenza leale, nonché reciprocità in tutte le aree … Siamo particolarmente interessati a un commercio equilibrato, comprese le esportazioni in aumento di prodotti agroalimentari rumeni al mercato cinese “.

 

Le nuove varianti del Covid impongono misure più drastiche

La seconda ondata” di coronavirus “non è mai finita, assistiamo a una ripresa molto forte dovuta all’impatto delle varianti, che ci sta portando a misure sempre più restrittive sui territori”. Così il ministro della Salute Roberto Speranza in un’intervista al Corriere della Sera. Sul lockdown nazionale, almeno nei weekend e sul coprifuoco anticipato alle 20 spiega che il Governo “ha confermato il modello per fasce perché ci sono situazioni geografiche molto diverse. È chiaro che monitoreremo giorno per giorno l’evoluzione epidemiologica, adattando le misure alla luce delle varianti”.

Speranza parla anche del ritardo dei vaccini. “I nostri numeri sono in linea con Germania e Francia – spiega – Figliuolo farà un gran lavoro, che ci consentirà di accelerare ancora di più la campagna quando finalmente avremo molte più dosi. Arcuri va ringraziato per il lavoro straordinario fatto”.

Italia: superati i 100 mila morti dall’inizio della pandemia.

Sono 13.902 i nuovi casi di coronavirus in Italia (ieri sono stati +23.641, qui il bollettino). Sale così ad almeno 3.081.368 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall’inizio dell’epidemia.

I decessi odierni sono318 (ieri sono stati +207), per un totale di 100.103 vittime da febbraio 2020.

Mentre le persone guarite o dimesse sono 2.508.732 complessivamente: 13.893 quelle uscite oggi dall’incubo Covid (ieri +13.467). E gli attuali positivi — i soggetti che hanno il virus — risultano essere in tutto 472.533, pari a -329 rispetto a ieri (+7.050 il giorno prima).

Le dosi di vaccino somministrate sono oltre 5,4 milioni. I cittadini che hanno ricevuto la seconda dose sono più di 1,6 milioni.

Draghi: “Verso una Strategia Nazionale sulla parità di genere”

Ci troviamo tutti di fronte, in questi giorni, a un nuovo peggioramento dell’emergenza sanitaria. Ognuno deve fare la propria parte nel contenere la diffusione del virus. Ma soprattutto il governo deve fare la sua. Anzi deve cercare ogni giorno di fare di più.

La pandemia non è ancora sconfitta ma si intravede, con l’accelerazione del piano dei vaccini, una via d’uscita non lontana. Voglio cogliere questa occasione per mandare a tutti un segnale vero di fiducia. Anche in noi stessi.

Ringrazio, ancora una volta, i cittadini per la loro disciplina, la loro infinita pazienza, soprattutto coloro che soffrono le conseguenze anche economiche della pandemia. Ringrazio gli studenti, le famiglie e gli insegnanti che sopportano il peso della chiusura delle scuole. Ringrazio gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, le forze armate, la Protezione Civile e tanti altri lavoratori in prima linea per la loro incessante opera. Sono anche questi esempi di responsabilità civica e professionale, di cittadinanza italiana attiva che impongono al governo di moltiplicare ogni sforzo. Siamo solo all’inizio.

Il nostro compito – e mi riferisco a tutti i livelli istituzionali – è quello di salvaguardare con ogni mezzo la vita degli italiani e permettere al più presto un ritorno alla normalità. Ogni vita conta. Non perdere un attimo, non lasciare nulla di intentato, compiere scelte meditate, ma rapide. Non voglio promettere nulla che non sia veramente realizzabile. Le mie preoccupazioni sono le vostre preoccupazioni. Il mio pensiero costante è diretto a rendere efficace ed efficiente l’azione dell’esecutivo nel tutelare la salute, sostenere chi è in difficoltà, favorire la ripresa economica, accelerare le riforme.

Il 10 marzo di un anno fa l’Italia si chiudeva diventando per la prima volta, una grande zona rossa. Un nostro concittadino su venti è stato contagiato – secondo i dati ufficiali che, come è noto, sottostimano la diffusione del virus. Mai avremmo pensato che un anno dopo ci saremmo trovati a fronteggiare un’emergenza analoga e che il conto ufficiale delle vittime si sarebbe avvicinato alla terribile soglia dei centomila morti. Dobbiamo al rispetto della memoria dei tanti cittadini che hanno perso la vita il dovere del nostro impegno. Nel piano di vaccinazioni, che nei prossimi giorni sarà decisamente potenziato, si privilegeranno le persone più fragili e le categorie a rischio. Aspettare il proprio turno è un modo anche per tutelare la salute dei nostri concittadini più deboli.

Questo non è il momento di dividerci o di riaffermare le nostre identità. Ma è il momento di dare una risposta alle tante persone che soffrono per la crisi economica, che rischiano di perdere il posto di lavoro, di combattere le disuguaglianze. In un solo anno il numero di italiani che vivono in una situazione di povertà assoluta è aumentato di oltre un milione, mentre si sono acuite altre disparità, prima fra tutte quella tra donne e uomini.

È anche per questo che oggi, Giornata Internazionale della Donna, voglio che il mio saluto accompagni la presentazione della Strategia Nazionale per la parità di genere, elaborata dalla Ministra Elena Bonetti, a conclusione di un lavoro che ha visto partecipi personalità a cui va il mio caloroso ringraziamento.

A fronte dell’esempio di molte italiane eccezionali in tutti i campi, anche nella normalità familiare, abbiamo molto, moltissimo da fare per portare il livello e la qualità della parità di genere alle medie europee.

La mobilitazione delle energie femminili, un non solo simbolico riconoscimento della funzione e del talento delle donne, sono essenziali per la costruzione del futuro della nostra nazione.

Azioni mirate e profonde riforme sono necessarie per coinvolgere pienamente le donne nella vita economica, sociale e istituzionale del Paese. Ma dobbiamo prima di tutto cambiare noi stessi nella quotidianità della vita familiare.

Lo Stato e gli enti territoriali dovranno assistere le famiglie, specie le più giovani, anche quando questa fase di emergenza sarà terminata. Gli strumenti che dobbiamo impiegare sono vari, penso tra gli altri ai congedi parentali, penso al numero dei posti negli asili nido che ci vede inferiori agli obiettivi europei, e sulla loro distribuzione territoriale che va resa ben più equa di quanto non sia oggi. Tutto ciò è obiettivo di questo governo.

Non voglio qui ripetere le bellissime parole di oggi del Presidente della Repubblica sulla condizione femminile. Voi sapete bene quanto sia dolorosa. Sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere, sono da condividere le proposte della Commissione parlamentare d’inchiesta. Oggi, per le vittime dei troppi femminicidi e anche come reazione prodotta dalla pandemia, sembra formarsi una nuova consapevolezza che trova un’opportunità straordinaria nel programma Next Generation EU per diventare realtà nell’azione di governo, del mio governo. Tra i vari criteri che verranno usati per valutare i progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci sarà anche il loro contributo alla parità di genere.

È con questo spirito di fiducia nel nostro, nel vostro, futuro e con l’impegno di questo governo a conquistarsela, che vi auguro buon 8 marzo.

8 marzo: Un racconto per tutte le donne che subiscono violenza

LIBRO “ TUTTE A CASA” – Edizioni ERGA , 2010

Il Roggione*

Era stato il vento dell’Est a portare Maruska sulle nostre strade ed era una storia uguale a molte altre: il miraggio di una vita migliore, il gusto dell’avventura, l’ottimismo sul destino che l’attendeva, così estraneo ai sentimenti che finora aveva provato nel suo paese dove l’unica certezza era la miseria e l’unica speranza consisteva nell’andare via.

Non aveva voluto neanche sentirle, quelle voci che arrivavano da lontano e che parlavano di cose andate male, di botte, di sfortuna, di ragazze tornate sconfitte e di quelle di cui non si era più saputo niente e che forse non sarebbero tornate più.

Lei era convinta che tutto quello che l’avrebbe riguardata sarebbe stato diverso: un lavoro onesto, i soldi da mandare con orgoglio a casa, magari l’incontro con un uomo per bene, una famiglia, l’altra faccia di quella vita grigia e perdente che finora l’aveva resa infelice e dimenticata.

Queste cose pensava Maruska salendo su quella rovente corriera, insieme ad altre compagne di viaggio e di sventure, su uno di quegli autobus alti e polverosi, grigi e anonimi, con le targhe tutte uguali, che portano persone e scarrozzano speranze.

Dopo pochi giorni dall’arrivo a Milano molti di quei pensieri erano già svaniti, sostituiti da una realtà fatta di salite e discese su altri mezzi di trasporto, su treni, autobus e metrò che avevano destinazioni impreviste e scomode, da nascondigli furtivi e senza un perchè, dagli odori della promiscuità, dai giacigli di quelle stanze strette dove si doveva far posto ad altre persone, sempre nuove e diverse.

Erano gli uomini a comandare, in quei posti maledetti, insieme a poche donne più anziane di lei, a dire quando si doveva entrare e quando si poteva uscire.

Maruska pensava che poi sarebbe stata meglio, capiva anche lei che in un paese straniero ci potevano essere delle difficoltà: era stata abituata ad ubbidire e anche adesso, in mezzo a quel via vai non aveva altra scelta che eseguire quello che le veniva in malo modo ordinato.

Una cosa l’aveva capita bene: non importava che si chiamasse Maruska, il suo nome serviva solo per essere chiamata ma non doveva dirlo a nessuno: per ogni cosa, per ogni necessità doveva rivolgersi a quei due o tre tipi che andavano e venivano da quelle case a tutte le ore, gli unici che potevano farlo liberamente, che avevano in tasca le chiavi della porta di ingresso.

La compagnia delle amiche con cui aveva condiviso il viaggio si era assottigliata, alcune avevano preso altre destinazioni, dov’era lei erano rimaste in poche.

Poi un giorno era venuto Ivan a prenderla e a portarla via, solo lei: le aveva detto di salire su un’auto e di non fare domande, l’avrebbe condotta in una casa sua e poi a lavorare.

Doveva fidarsi, Maruska, non aveva altra scelta: sarebbe stata sola d’ora in poi ma forse avrebbe realizzato qualcuno dei suoi desideri.

Era a quel punto impaziente di arrivare, anche se non sapeva nulla di quelle strade che scorrevano veloci dal finestrino, di quelle vie tutte uguali e larghe, dagli incroci squadrati, di quei palazzi alti e anonimi, di quelle luci e di quelle insegne che lei scorgeva rannicchiata e incredula: notava solo quanto tutto intorno a lei fosse così grande e diverso dal suo piccolo paese, dove tutti si conoscevano e si chiamavano per nome.

L’appartamento dov’era stata condotta era freddo e squallido, al quinto piano di un condominio fatto a scatola, con tanti minuscoli balconi e molti panni stesi.

Stanze piccole, disadorne, logore che mostravano i segni di un’usura dovuta più al consumo e agli innumerevoli passaggi che al tempo.

Maruska aveva sistemato le sue poche cose nella cameretta che le era stata indicata: un letto, un armadio, un comodino, pareti disadorne e consunte. 

Ivan non l’aveva importunata, quella sera, come lei temeva: era uscito in malo modo lasciando una puzza insopportabile di fumo in casa e lei si era addormentata prima che lui rincasasse a notte fonda.

Nonostante fosse stanchissima aveva faticato a prender sonno, divisa tra i pensieri su quello che aveva lasciato – il suo paese, la sua famiglia, gli incontri più recenti – e quello che l’aspettava e di cui fantasticava ad occhi aperti, seguendo le luci e le ombre delle auto di passaggio rifratte sul soffitto.

Si era assopita così, nel dormiveglia del rimuginare pensieroso e nei chiaroscuri di quei bagliori, più veloci di un battere di ciglia.

Ivan l’aspettava in cucina, il mattino dopo: in casa non c’era nulla di commestibile, il frigo vuoto.

Erano andati a far colazione, impiastricciati degli odori della notte, al bar sottocasa e poi via, a fare acquisti al supermercato.

Maruska si domandava perché non si intavolasse il discorso sul lavoro, perché Ivan non l’accompagnasse in un ufficio, da una famiglia, in un negozio ma non osava chiedere niente: lui era un tipo scorbutico, spiccio, di poche manfrine.

Il fatto che l’avesse fatta vestire tutta di nuovo, da capo a piedi, in un centro commerciale l’aveva messa di buon umore: di certo – pensava – devo rendermi presentabile.

Solo verso sera lui le aveva accennato qualcosa, dicendo che l’avrebbe condotta lui di lì a poco sul posto di lavoro.

Poi le aveva raccomandato di non fornire e non chiedere troppe spiegazioni, di non dare confidenze, di limitarsi a fare quello che le sarebbe stato chiesto, ricordandosi di farsi pagare la cifra che lui aveva stabilito.

Ivan sarebbe stato in auto lì, nei paraggi, per assisterla e vigilarla: si poteva andare a notte fonda, ci avrebbe pensato lui a riportarla a casa.

Qualcosa Maruska aveva intuito ma si sarebbe di lì a breve accorta di non aver immaginato abbastanza.

A vederla così, vestita di nuovo e impaziente come una giovane ragazza innamorata che va al suo appuntamento del cuore, era proprio un fiore da cogliere ma solo il destino quella sera poteva stabilire chi avrebbe strappato il primo petalo.

A quella volta ne seguirono molte altre, nella corolla non restavano altri petali e anche il fiore era stato reciso.

Maruska aveva imparato tutto: i luoghi, le movenze, le attese, gli incontri, gli accordi, i ritorni.

Ivan la scrutava come un felino acquattato, come una faina che vede lontano, anche nel buio della notte e la guidava con la sapiente regia di chi sa maneggiare il telecomando di un modellino di aeroplano: sempre appostato e vigile, possessivo, attento, spietato.

Faceva parte anche lui delle presenze effimere di quelle notti in pianura, dove tutto svanisce e si materializza improvvisamente nella nebbia, dove tu vedi solo ciò che ti circonda ma avverti respiri lontani e inquietanti.

Ben prima che arrivasse l’alba veniva il momento di smettere, era Ivan che dava il segnale.

All’afrore di quei minuscoli fuochi che si spegnavano lentamente subentravano gli odori della campagna: di fieno, di stalla, di bestie, di erba, mischiati ai rumori della natura che lentamente si stava svegliando, avvolta come sempre nella coltre impalpabile e pungente delle mattine in Lomellina.

Con fatica era riuscita ad abituarsi a rovesciare la sua vita, Maruska: dormire di giorno e lavorare di notte.

Possedeva infatti la vitalità esuberante di una ragazza di ventidue anni  che finora aveva dedicato le giornate ai mestieri di casa e le notti ai sogni.

Cercava di rimuovere l’umiliazione di quel lavoro che consumava la sua persona: chi sta in compagnia della sofferenza trova d’istinto un motivo per sopravvivere.

Accettava di usare il proprio corpo per aiutare la famiglia, soprattutto la madre e i numerosi fratelli, visto che suo padre si era dimostrato proprio con lei più un animale che un uomo.

Poi, un giorno, si era accorta di essere rimasta incinta.

Aveva attribuito un certo malessere alla stanchezza per quelle notti così movimentate e dense di incontri sempre diversi: una ragazza bella e giovane come lei, di ‘carne fresca’ come si dice per i maiali, faceva certamente gola ai maiali veri che si aggirano di notte per liberarsi della loro voglia e, a volte, cercano in quell’abbraccio un conforto, affidano a quel gesto l’abbandono della loro disperazione.

Era accaduto poco tempo  dopo quella prima sera, forse per dimenticanza o per inesperienza. 

Ivan le aveva fatto fare il test ed era risultato positivo ma l’aveva viscidamente rassicurata: “c’è rimedio”, le aveva detto.

Così, l’aveva portata ben presto in ospedale per abortire: pochi giorni per levare quell’ingombro e poi riprendere l’attività.

Forse era già successo con altre ragazze e lui metteva in conto una possibile reazione emotiva di Maruska, per questo si mostrava così stranamente premuroso con lei, voleva concludere in fretta.

Anche la sera del suo ricovero, a Maruska, mentre aspettava ansiosamente di incontrare una notte diversa da quelle a cui era stata abituata, era capitato di fissare intensamente il soffitto di quella stanza: più bianco, più alto, come uno schermo dove proiettare il film della sua vita. 

Velocemente aveva passato in rassegna tutti i fotogrammi di ciò che ricordava: la sua vecchia e povera casa, gli affetti, le speranze, l’inganno, la desolazione fino a quella sorpresa finale che l’aveva resa improvvisamente donna e futura madre.

Un istintivo senso di protezione verso quella vita inattesa l’aveva più sicura, cercava di respirare profondamente per contenere i battiti del suo cuore.

Poi aveva deciso.

Era scappata dall’ospedale approfittando di un momento di distrazione degli infermieri ma ben presto Ivan, che la braccava come un segugio, l’aveva rintracciata per strada e l’aveva fatta salire in auto.

Aveva provato a ribellarsi, a dire e ripetere che quella cosa non la voleva più fare, a chiedere di essere rimandata a casa, a supplicare una pietà che il suo protettore non conosceva.

Urlava che avrebbe detto tutto, che sarebbe andata dalla polizia e questo aveva mandato letteralmente in bestia Ivan, che l’aveva schiaffeggiata ed era ripartito a tutto gas sbattendola sul sedile posteriore

Era stata poi trovata con la testa fracassata nel roggio di un fiumiciattolo, uno di quei tanti corsi d’acqua che rendono umida e ricca quella terra.

Uccisa a colpi di spranga, come aveva stabilito l’autopsia e quella notizia era stata riportata dai giornali locali.

“Giovane donna trovata morta sul greto di un corso d’acqua: delitto passionale o racket della prostituzione?”, aveva frettolosamente titolato il cronista.

Domanda destinata a rimanere insoluta ai più, una delle tante brutte faccende che succedono quando la gente per bene è a dormire, e risposta riservata agli addetti ai lavori, fascicolata nei polverosi scaffali di un commissariato di periferia.

Leggendola come altri, quella notizia, ero rimasto incuriosito da una particolare e fortuita coincidenza.

Qualche anno prima ero passato da quelle parti per un impegno di lavoro.

La persona che gentilmente mi stava accompagnando aveva accostato l’auto ai margini della strada per raccontarmi un aneddoto che riguardava il luogo in cui ci eravamo fermati.

All’epoca dell’impero austroungarico, in pieno Risorgimento, quando quelle terre e l’intera Lombardia ne facevano parte e gli austriaci erano considerati degli invasori, transitò proprio di lì un reggimento dei loro soldati.

Era sera e per non farsi scorgere dalle vedette appostate nelle nicchie dei campanili – collocazione strategica per avvistare i movimenti nemici – il capitano diede ordine di far accovacciare tutti i militari nel greto del fiume, in quel momento asciutto per via dell’azionamento della chiusa: avrebbero passato la notte lì, ben occultati dalle pareti di quell’avvallamento e dalle piante che ne circondavano il margine più alto.

Ma qualcuno, dal paese, era passato quatto quatto e aveva visto. 

Allora era stato dato un ordine preciso al guardiano della chiusa: attendere la notte fonda e poi realizzare l’imboscata.

Così avvenne: con abituale destrezza il guardiano del “ruson” – il roggione – in piena notte azionò il movimento di levata della chiusa e un fiume d’acqua inondò in pochi minuti quel greto asciutto uccidendo i soldati dell’intero reggimento, più di cento uomini annegati senza scampo.

Il mio cortese accompagnatore mi spiegò che quel fatto ebbe vasta eco nel circondario e che l’autore dell’impresa fu celebrato e ricordato per lungo tempo come un eroe.

Questo tizio, il guardiano della chiusa, era un avo di chi mi avrebbe poi raccontato quella storia.

Pare che avesse trascorso il resto della sua vita roso e consumato dal rimorso di quel gesto: “i’ho masà tuch”- li ho ammazzati tutti – ripeteva a chi voleva convincerlo di aver compiuto un’impresa militare straordinaria, pentito com’era invece di aver agito contro persone inermi, che non potevano difendersi. 

La coincidenza del luogo e la notizia di quel delitto dei giorni nostri mi avevano portato ad associare le due vicende.

Avevo pensato che i due personaggi, autori di quelle azioni così lontane nel tempo, erano proprio diversi in tutto: nelle motivazioni e nei sentimenti, nel prima e nel dopo.

Uno si era pentito, l’altro sicuramente no, il primo aveva metabolizzato quel gesto come una colpa da espiare almeno con la sofferenza interiore, il secondo se n’era fatta una ragione di lurido interesse: via una l’altra, qui o altrove poco importava.

Il vento dell’Est avrebbe condotto a lui altre disgraziate.

Un giorno qualunque ero poi tornato, per conto mio, in quel punto e mi ero soffermato a lungo a osservare ciò che vedevo intorno a me: i prati verdi, le piante alte e ondeggianti, l’acqua del roggione, calma nel suo lento passaggio, quasi immobile e stagnante.

Cercando di immaginare quegli episodi così diversi e lontani nel tempo, avevo d’istinto pensato che – a guardarci intorno – ogni cosa ci parla dei misteri della vita e della morte ma che tutto alla fine si ricompone in una imperscrutabile dignità.

 

*( un roggione è un corso d’acqua di pianura, spesso creato dall’uomo per irrigare i campi)…

 

Nasce Libertà Civica – Noi Popolari

Con un forte richiamo a Toniolo e Sturzo, nasce la Federazione “LIBERTÀ CIVICA-NOI POPOLARI”. Il 3 marzo si è tenuto un convegno online di presentazione. In questo raggruppamento, fedele all’ispirazione cristiana in politica, prevale l’impronta liberale ed europeista. Si può anche dire, in fondo, che in esso opera un elemento di sostanziale distacco dalla complessa esperienza democristiana, come se un certo “ritorno a Sturzo” fosse definibile in assenza di legami con l’eredità degasperiana e morotea. Di seguito riportiamo la parte finale del comunicato stampa che fa il punto sui lavori di questo primo lancio della Federazione.

Con “Libertà Civica – Noi Popolari” uniti da un patto civico di valenza nazionale

Da anni siamo espressioni dinamiche e generative dei territori, e viviamo le nuove centralità dell’era “glaciale” del digitale. Siamo realtà culturali, sociali e di amicizia civica che sono impegnate in rete nella promozione del bene comune. Con Libertà Civica – Noi Popolari oggi siamo uniti in un patto federativo a valenza nazionale, di respiro europeo. Guardiamo con fede e amore all’Italia, addolorata e incerta in questa dura prova della pandemia, e vogliamo rendere possibile e vera un’istanza comune di partecipazione alla vita sociale e politica del nostro Paese. E guardiamo con fede e amore all’Unione Europea, il nostro destino comune, con lo sguardo e l’attenzione esigente di chi ne riconosce l’importanza e il ruolo e chiede nel contempo strategie efficaci e azioni incisive, a favore dell’intera comunità nazionale e internazionale.

Libertà Civica – Noi Popolari – I nostri principi e le nostre scelte

Come Libertà Civica – Noi Popolari – hanno comunicato i fondatori della rete federativa –
assumiamo fino in fondo i valori dell’ispirazione cristiana in politica e della Costituzione
repubblicana. La nostra scommessa esigente è di autentica libertà, che ci allontani dalle cattive pratiche e dagli egoismi di parte, ci metta nella condizione di agire per lo sviluppo integrale dell’uomo e della comunità e sia capace di realizzare tutto questo secondo uno stile di condivisione, di forte sinergia e di efficace collaborazione in rete insieme. Da cittadini, consapevoli dei diritti e dei doveri, con la cura dei progetti e delle relazioni, impegnati a costruire dimensioni nuove di soggettività e di partecipazione al governo delle città e dei territori.

La nostra impresa comune si inserisce nell’alveo di un nuovo popolarismo italiano ed europeo, che unisce in un grande abbraccio costruttivo gli uomini e le donne di buona volontà, umiltà e speranza appartenenti ai luoghi più diversi. Perché, soprattutto oggi, nessuna persona è un’isola, nessuno si salva da solo. Essa pone a suo fondamento il pensiero, l’azione e l’esempio di vita di due luminose personalità del movimento cattolico del nostro Paese, che ne hanno segnato l’intero cammino fino ai giorni nostri: Giuseppe Toniolo e Luigi Sturzo. Proprio in questo 2021 ricordiamo i 50 anni del decreto di eroicità delle virtù del beato Toniolo e i 150 anni dalla nascita di don Luigi Sturzo. Facciamo nostri i loro valori, le loro intuizioni, la forza, il coraggio e la fermezza che hanno segnato la loro opera. La grandezza delle loro visioni e delle loro realizzazioni di vero bene comune, la libertà che ha animato tutto il loro percorso esistenziale.

Una leadership plurale per cambiare insieme

Ripartiamo da qui, dalle sorgenti di un pensiero capace di affrontare le sfide della storia e di realizzare davvero cose nuove, dal riferimento a due figure illustri che sono state esemplari nella loro pienezza di vita umana e cristiana, autentici modelli di “leader” plurali di cui l’Italia oggi ha assolutamente bisogno.

Il primato della persona nella società, nell’economia e in democrazia, la centralità della vita, della famiglia e dei corpi intermedi, il valore dell’autonomia, della sussidiarietà e della cooperazione, la visione e la costruzione di un bene comune liberato dalle cattive pratiche dell’illegalità, della corruzione, dello sperpero di denaro pubblico: tutto questo è parte integrante del loro pensiero e della loro lezione di vita, di straordinaria attualità, ed è acquisito al nostro patrimonio ideale, morale e politico, per la rigenerazione di un Paese che oggi deve anche affrontare le sfide inedite della ripresa demografica, della formazione e del lavoro per le nuove generazioni, di un nuovo modello economico sostenibile, della transizione ecologica e digitale, della salute garantita a tutti, della lotta alla criminalità organizzata, della valorizzazione di cultura, bellezza e turismo, della cooperazione europea rafforzata e della pace a livello internazionale. Libertà Civica – Noi Popolari avvia il cammino, un nuovo inizio per il bene comune, e fa appello a tutti e a ciascuno all’adesione convinta, partecipe, generosa e ricca di umanità, per realizzare insieme le cose nuove che fanno bene all’Italia che amiamo.

8 Marzo: oltre 200mila imprenditrici in agricoltura

Sono oltre 200mila le donne imprenditrici in agricoltura con una presenza in tutti i settori, dall’allevamento al florovivaismo, dall’agriturismo alla coltivazione di frutta e verdura. E’ quanto emerge da un’elaborazione di Coldiretti su dati registro delle imprese in occasione della Festa delle donne dell’8 marzo.

Il protagonismo femminile – sottolinea la Coldiretti – ha rivoluzionato l’attività agricola come dimostra l’impulso dato dalla loro presenza nelle attività di educazione alimentare ed ambientale con le scuole, le agritate, gli agriasili, le fattorie didattiche, i percorsi rurali di pet-therapy, gli orti didattici, ma anche nell’agricoltura di precisione e a basso impatto ambientale, nel recupero delle piante e degli animali in estinzione fino nella presenza nei mercati di vendita diretta di Campagna Amica oltre che nell’agriturismo.

Ma la forza delle donne è anche nella capacità di mobilitazione per iniziative di solidarietà come il progetto “Prima le mamme e i bambini” con il quale le imprenditrici agricole della Coldiretti stanno raccogliendo per la costruzione in Africa di un reparto di maternità e di una scuola per neo ostetriche a Rumbek, in Sud Sudan. Una rete femminile collegata a un simbolo: un cuscino a forma di cuore realizzato dalle agrisarte di Sant’Erasmo isola della laguna di Venezia, cucendo insieme due tessuti, uno Made in Italy l’altro Wax africano la cui imbottitura è in fibra naturale di mais e ortica.

Una mobilitazione dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna alla Svizzera, alla quale hanno già aderito personaggi della cultura come la senatrice a vita Liliana Segre, dello sport come la nuotatrice Francesca Dallapé e la sciatrice Marta Bassino e dello spettacolo come Natasha Stefanenko, Elisabetta Gregoraci, Luisa Rizzitelli, Stefania Petyx di Striscia la Notizia e la ballerina Samanta Togni.

Nell’attività imprenditoriale agricola le donne – evidenzia la Coldiretti – hanno dimostrato capacità di coniugare la sfida con il mercato e il rispetto dell’ambiente, la tutela della qualità della vita, l’attenzione al sociale, a contatto con la natura assieme alla valorizzazione dei prodotti tipici locali e della biodiversità. Importante anche la “quota giovane” – sottolinea Coldiretti – con quasi 14mila aziende femminili in Italia guidate da ragazze under 35 pronte a salire sul trattore che hanno puntato sull’uso quotidiano della tecnologia per gestire sia il lavoro che lo studio, magari usando lo smartphone per controllare gli animali in stalla nelle pause di studio all’università oppure per gestire on line acquisti e prenotazioni in agriturismo.

“Oggi l’agricoltura è donna grazie alle grandi opportunità offerte in diversi settori, dall’agriturismo alla vendita diretta” afferma Floriana Fanizza, leader della imprenditrici agricole di Coldiretti nel sottolineare che “riuscire a coniugare in forma responsabile attività produttiva e servizi alla persona, impresa privata e bene comune, sviluppo economico e solidarietà, lavoro e famiglia è l’obiettivo delle donne che ogni giorno si impegnano in Italia nelle attività agricole”.

Cresce il fronte di chi vuole boicottare le Olimpiadi del 2022 a Pechino

L’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha invitato l’amministrazione del presidente Joe Biden a boicottare i Giochi olimpici invernali in programma a Pechino nel 2022.

“Spero che i nostri atleti abbiano la chance di partecipare alle Olimpiadi. Lo meritano. Ma, in fin dei conti, non possiamo permettere che gli atleti statunitensi volino a Pechino per premiare il Partito comunista cinese mentre questo è impegnato in attività ostili”.

“Le Olimpiadi – ha proseguito l’ex capo della diplomazia Usa – sono un’espressione di libertà e di talento sportivo. Organizzarle a Pechino è del tutto inappropriato”.

Già il 15 febbraio, un membro repubblicano del Congresso aveva introdotto una risoluzione che invitava gli Stati Uniti a boicottare le Olimpiadi invernali del 2022 se non venivano spostate fuori dalla Cina.

Il deputato in questione, Michael Waltz, ha dichiarato che solo nell’ultimo anno, il Pcc ha “compiuto una serie di atti atroci, che dovrebbero squalificare la Cina dall’ospitare le Olimpiadi invernali del 2022”.

Pechino, capitale della Cina, è stata scelta come città ospitante per i Giochi del 2022 già da luglio 2015; l’alternativa era Almaty, nel Kazakistan. Quando Pechino ha ospitato l’ultima volta le Olimpiadi estive nel 2008, molti hanno criticato la decisione del Cio di consentire alla Cina di farlo, date le sue gravi violazioni dei diritti umani.

Intanto la Cina difende le olimpiadi invernali di Pechino 2022 e avverte che i tentativi di boicottaggio non avranno successo. Saranno destinati a fallire nonostante le proteste a livello internazionale contro la violazione dei diritti umani tra Xinjiang, Tibet e Hong Kong.

A Varese variante rarissima

Identificata a Varese una rarissima variante del coronavirus. La mutazione del covid 19 isolata nel Laboratorio di microbiologia dell’Asst Sette Laghi, era stata descritta in un solo altro caso al mondo. Che ci fosse qualcosa di diverso in uno dei tantissimi tamponi analizzati ogni giorno a Varese, l’equipe del laboratorio guidato da Fabrizio Maggi, lo ha notato subito.

Il sequenziamento dell’intera proteina spike, quella parte del Sars Cov-2 che prende contatto con le cellule da invadere, ha rivelato infatti una struttura molecolare unica, diversa da tutte le altre, anche da quella delle altre varianti già individuate a Varese nelle settimane scorse, in alcuni casi per la prima volta in Italia.

Maggi, che è anche titolare della cattedra di Microbiologia dell’Università dell’Insubria, e la sua equipe hanno studiato questa sequenza e formulato un’ipotesi. Ipotesi poi confermata dai colleghi del San Raffaele di Milano che, in tempi brevi, hanno amplificato e ricostruito l’intero genoma del virus: quella identificata nel Laboratorio dell’Asst Sette Laghi è “una variante del virus riscontrata solo un’altra volta nel mondo, in un luogo molto lontano dall’Italia, in Thailandia, isolata in un viaggiatore di ritorno dall’Egitto”.

L’Italia della grancassa ha l’esempio virtuoso di Mattarella e Draghi

Che l’Italia fosse il paese degli eccessi e contraddizioni lo sapevamo già. Nei secoli, i più attenti commentatori stranieri e non hanno usato tanto inchiostro per descrivere ora con curioso interesse per le qualità indubbie di genialità individuali degli italici, ora con disapprovazione e stupore per la scarsa attitudine alle virtù collettive, il nostro carattere peculiare storico.

Una grande prova di eccessi, nell’ultimo quarto di secolo, l’ha data la politica con tutto quello che gli fa da contorno e grancassa come il sistema di informazione sia scritta che parlata, fenomeno che peraltro negli ultimi anni si è fortemente acutizzato. Fiumi di parole, di invettive, di promesse vuote quando non dannose, che hanno visto leader politici e rappresentanti delle istituzioni bruciare giornate e giornate senza fine in perenni tour lungo la penisola, e instancabili maratone per dichiarazioni televisive e presenze persistenti nei numerosi talk show. Io stesso mi sono chiesto spesso di come si possa in tale modo distorto impegnarsi nella gestione razionale della cosa pubblica e assolvere all’oneroso incarico di Ministro, di Presidente di Regioni e di altri incarichi pubblici che richiedono molto tempo per studiare i dossier e poi affrontarli con gli innumerevoli soggetti interessati.

Ma ormai la situazione si è così esasperata negli ultimi tempi che i primi vistosi segni del ‘contrappasso’ si stanno già manifestando. Infatti, se notiamo con fastidio che tanta classe dirigente ha propensione per la rumorosa e perditempo competizione, abbiamo potuto anche apprezzare ai massimi vertici della Repubblica due persone che per come vanno solitamente da noi le cose, sembrano marziani e tuttavia riscuotono molto consenso popolare. Ad esempio Sergio Mattarella che da circa sei anni, sta svolgendo il compito più alto della Repubblica con discrezione e interventi di grande equilibrio anche nei momenti più tormentati e difficili da governare; così come Mario Draghi giunto provvidenzialmente alla ribalta in Italia in questo ultimo mese alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che già nei primi giorni del suo impegno ha dato già segni eloquenti di non amare gli interventi mediatici come invece è stato per tutti i governanti della lunga tormentata stagione della cosiddetta seconda repubblica, e di preferire scelte anche difficili.

Penso che queste grandi personalità, nonostante tutto ciò che li circonda, possono dare aiuti sinora insperati al nostro paese in situazioni molto critiche, come governare con fermezza ed efficacia ogni piano di investimento per la ricostruzione della economia attraverso la transizione energetica e la digitalizzazioni delle funzioni produttive, amministrative e civili. Possono però anche dare una decisa spinta per rigenerare le istituzioni e la politica cosi malandate e precarie attraverso la loro autorità morale, il forte credito nazionale ed internazionale. Al punto in cui siamo, basta la loro presenza con la loro marcata diversità per contribuire a sgretolare tutto ciò che ha contribuito a far dell’Italia la malata d’Europa. Un adagio dell’antica Roma diceva: “ È sempre la ruota più malmessa del carro a fare più rumore”. Ma come si sa, per accorgersi del rumore anomalo di una ruota mal funzionante, devono esserci nel contempo altre silenziose ed efficienti. Ecco, la speranza che gli italiani possano fare la differenza tra statisti così preziosi e politici in perenne campagna elettorale per convincersi che si può fare meglio e di più recuperando alla politica responsabilità e contegno che sono il segno distintivo della buona politica, il presupposto per ricostruire fiducia e coesione sociale. Sono sicuro, anche poche rondini possono segnalare che è giunta la primavera.

Pd, però usciamo dal film su “Scherzi a parte”.

Dunque, dopo lo tsunami storico e politico – mai nessun segretario di partito, sino ad oggi, si era  “vergognato” del suo partito e della sua comunità nella lunga storia democratica italiana – adesso  siamo arrivati sul palco di “Scherzi a parte” o, nella migliore delle ipotesi, ad un film “felliniano”. E  questo perchè dopo queste inattese e paradossali dimissioni – anche se le cose dette da  Zingaretti sul suo partito sono note e conosciute, da tempo, a tutti quelli che seguono la politica  italiana – sono già capitati 3 fatti che indicano lo stato di degrado di un partito che, sulla carta,  dovrebbe essere il perno dell’alternativa al sovranismo, alla destra illiberale, alla deriva autoritaria  e neo fascista e bla bla bla.. 

Andando in ordine: si vocifera di una candidatura a reggente di Fassino, ex turbo renziano per  lunghi 4 anni durante l’intera segreteria del rottamatore fiorentino e giustamente, e  comprensibilmente, uscito illeso e ricandidato dalla tenaglia della rottamazione; l’autocandidatura  del comico Grillo a “reggente” per guardare “tutti insieme al traguardo del 2050”. Una  candidatura, ovviamente comica e paradossale, ma del tutto coerente con il progetto politico del  Pd che vede nei 5 stelle un partito con con cui costruire una alleanza politica organica, strutturale  e quindi di lunga durata e strategica. In ultimo, la discesa in campo delle simpatiche “sardine”,  una delle infinite correnti del Pd che, almeno così pare, vorrebbero scalzare le altre correnti interne  per avere finalmente un posto al sole e cominciare quella carriera politica attesa da molti dei suoi  protagonisti. 

Ecco, per non buttarla solo in caciara, basta elencare questi tre fatti per arrivare ad una  conclusione persin banale: e cioè, appunto, siamo mica su “Scherzi a parte?”. 

Ora, per evitare di inseguire la cronaca che, comunque sia, è reale e vera, almeno su un punto  vale la pena richiamare l’attenzione di tutti coloro che pensano che il Pd, partito con una cultura di  governo, e di potere, rappresenta ancora – forse – la vera alternativa al centro destra in una seria e  trasparente democrazia dell’alternanza. E cioè, il progetto politico del Pd è sostanzialmente fallito  o no?. Un progetto che, come noto a tutti, si incardinava su alcuni punti basilari: un partito a  vocazione maggioritaria; un partito riformista e autenticamente democratico alternativo alla deriva  populista e trasformistica; un partito plurale capace di contemplare al suo interno le migliori  culture politiche costituzionali e, infine, un partito fortemente radicato nella società italiana e  capace di dar vita ad una vera e propria classe dirigente che si riconosceva nel suo progetto. 

Ecco, mi sono limitato a ricordare 4 soli aspetti – tra i molti che si potevano citare – per trarre una  triste conclusione. Ovvero, per essere realisti e pur senza adoperare il linguaggio crudo e spietato  di Zingaretti, ci troviamo invece di fronte ad un partito dilaniato da infine correnti, gruppi,  gruppuscoli e vere e proprie bande; un partito che ha stretto una alleanza organica con il partito  leader del trasformismo e del populismo in versione italiana; un partito che, molto al di sotto del  20% dei consensi, è costretto a stringere alleanze per potere giustamente governare e, in ultimo,  un partito che trascorre il suo tempo prevalentemente, come dice il suo segretario, a parlare di  potere, di organigrammi, di incarichi, di poltrone e di strumenti organizzativi per accaparrarsi quel  potere. 

In ultimo, c’è ancora la possibilità concreta, e non solo formale o ipocrita, affinchè il Partito  democratico possa recuperare la sua antica vocazione originaria oppure ci dobbiamo rassegnare  al giudizio, peraltro intelligente ed oggettivo, di Massimo D’Alema quando disse che il “Pd si è  dimostrato un amalgama mal riuscito?”. 

La risposta a questa domanda risiede unicamente nelle scelte politiche concrete del Pd e nei  comportamenti futuri, altrettanto concreti, del suo gruppo dirigente. Certo, il correntismo  esasperato tra bande contrapposte, e non tra correnti ideali che contribuiscono, insieme, a  costruire il progetto politico del partito e la ricerca e la conservazione del solo potere, come dice il  segretario uscente del partito, non contribuiscono a ridare un’immagine di novità, di freschezza e  di credibilità del progetto del partito. 

Per il momento, almeno questo però, usciamo dalla ennesima gag di “Scherzi a parte”. Ve lo  chiediamo con serietà e con amicizia.

Biden e la partita asiatica

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Walton

L’amministrazione presidenziale americana guidata da Joe Biden dovrà implementare nei prossimi mesi un piano strategico credibile incentrato sul continente asiatico. In questa parte del mondo gli Stati Uniti possono contare su una serie di alleati di lungo corso come Corea del Sud e Giappone, su Paesi con cui i rapporti sono ottimi ma si sono raffreddati negli ultimi anni, come le Filippine, e su potenziali partner strategici, come l’India. Tuttavia, devono anche fronteggiare la minaccia costituita da Paesi rivali come la Repubblica Popolare Cinese. L’ex presidente Donald Trump, nel corso del suo mandato, ha avuto in più occasioni scontri con Pechino ed ha preferito puntare su un approccio unilaterale piuttosto che multilaterale.

I governi asiatici hanno mostrato un certo interesse per la nomina di Kurt Camp-bell, che ha già ricoperto cariche importanti legate alle relazioni con l’Asia durante le presidenze Clinton ed Obama e che ricoprirà l’incarico di coordinatore dell’Indo-Pacifico all’interno del Consiglio di sicurezza nazionale. Camp-bell ha influenzato la svolta di Barack Obama che, durante un discorso tenuto presso il Parlamento australiano nel novembre 2011, aveva annunciato che la politica estera americana avrebbe iniziato a focalizzarsi sull’Asia e non sul Medio Oriente. L’isolazionismo mostrato dall’ex presidente Trump ha però scombussolato il quadro complessivo. Gli Stati Uniti hanno abbandonato la Trans-Pacific Partnership, un accordo di libero scambio che include dodici nazioni della zona del Pacifico e rinunciato, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, alla guida economica della regione.

Biden cercherà, con tutta probabilità, di rafforzare le alleanze e le partnership in diverse parti dell’Eurasia. Nell’Indo-Pacifico verrà posta una certa enfasi sulla cooperazione con le nazioni insulari, la cui amicizia è fondamentale per mettere in sicurezza l’immenso Oceano Pacifico, esposto a molte insidie. Gli Stati Uniti sono legati a Corea del Sud e Giappone da accordi di difesa bilaterali che hanno reso molto forti i rapporti diplomatici tra i Paesi in questione. Non è escluso, poi, che verrà cercato un riavvicinamento con la Federazione Russa, che riveste un’importanza spesso dimenticata nel continente asiatico e che può fungere da contrappeso rispetto ad altre superpotenze della regione. Sullo sfondo, poi, c’è la grande incognita costituita dall’India, il gigante dell’Asia.

Nuova Delhi aspira al ruolo di superpotenza mondiale ed è già una potenza regionale in Asia meridionale. Le sue scelte, in politica estera, sono legate in prima battuta alla preservazione dei suoi interessi ed in più occasioni ha dimostrato di essere pronta ad aprirsi al mondo, ma sempre con una certa cautela. La cooperazione militare e l’amicizia personale nata tra Donald Trump ed il primo ministro indiano Narendra Modi ha reso le due grandi democrazie del mondo sempre più vicine.

Non è detto, però, che l’idillio sia destinato a proseguire. Secondo alcuni osservatori, infatti, Biden potrebbe osservare con occhio più critico alcuni sviluppi di politica interna dell’India, dove il partito di destra radicale del primo ministro Modi ha consolidato il potere ed è stato accusato di discriminazione nei confronti dei musulmani. L’India, però, è anche parte del Quad, il Dialogo per la Sicurezza Quadrilaterale, a cui partecipano anche Australia, Giappone e Stati Uniti da alcuni considerata alla stregua di un’Alleanza Atlantica in versione asiatica.

Il presidente Biden mostrerà di certo attenzione alla questione del radicalismo islamico che, in alcune nazioni come l’Indonesia, rischia di diventare un aspetto problematico. Jakarta ha un ruolo chiave negli equilibri dell’Asia Sud-Orientale ed un’eventuale instabilità al suo interno può pregiudicare la tenuta di una parte dell’Asia.

Esercito: ora la Cina ha la più grande flotta del mondo.

L’esercito cinese nel lontano 2015, possedeva 255 navi da battaglia, secondo l’Office of Naval Intelligence (ONI) degli Stati Uniti, ora alla fine del 2020, ne possiede 360, oltre 60 in più rispetto alla Marina degli Stati Uniti.

Tra quattro anni, secondo una previsione, avrà 400 navi da battaglia. Mentre gli Stati Uniti si dovrebbero fermare a 335.
In un rapporto di dicembre dei leader della Marina, dei Marines e della Guardia Costiera statunitensi  si può leggere che: “La forza militare della marina cinese è più che triplicata in soli due decenni”.

Questo non vuol dire che la Marina degli Stati Uniti abbia i giorni contati come principale forza combattente del mondo.

Quando si contano le truppe, la Marina degli Stati Uniti è ancora la più grande, con più di 330.000 membri del personale in servizio attivo contro i 250.000 della Cina.

E se non bastasse questo, la Marina degli Stati Uniti schiera ancora più tonnellaggio – navi armate più grandi e pesanti come cacciatorpediniere e incrociatori che possiedono un vantaggio significativo nella capacità di lancio di missili da crociera.

Secondo Nick Childs, un analista della difesa presso l’International Institute for Strategic Studies, gli Stati Uniti hanno più di 9.000 celle missilistiche a lancio verticale sulle loro navi di superficie contro le 1.000 della Cina.

Inoltre, la flotta di sottomarini degli Stati Uniti (50 barche) è interamente a propulsione nucleare, il che le offre vantaggi significativi in ​​termini di autonomia e resistenza rispetto a una flotta cinese che ha solo sette sottomarini a propulsione nucleare nella sua flotta di 62 navi.

Ma tutto ciò non rasserena la Casa Bianca che vede nubi nere all’orizzonte.

Ad esempio, se la Marina degli Stati Uniti non fosse in grado di operare nel Mar Cinese Meridionale a causa della minaccia missilistica cinese, avrebbe difficoltà a proteggere le Filippine, con le quali Washington ha un trattato di mutua difesa.

Inoltre, Taiwan sta diventando il punto di infiammabilità più pericoloso al mondo per una possibile guerra che coinvolge Stati Uniti, Cina e probabilmente altre grandi potenze.
Un Taiwan controllato dalla Cina proietterebbe la potenza navale cinese attraverso l’Indo-Pacifico e indebolirebbe la capacità degli Stati Uniti di mantenere una presenza avanzata nel Pacifico occidentale.

America Latina: la pandemia causa un aumento dei livelli di povertà senza precedenti

La povertà e la povertà estrema hanno raggiunto livelli nel 2020 in America Latina che non sono stati osservati negli ultimi 12 e 20 anni:

Si può notare anche  un peggioramento degli indici di disuguaglianza, dell’occupazione e partecipazione al lavoro in particolare tra le donne.

Secondo le nuove proiezioni ECLAC, in conseguenza della forte recessione economica nella regione, che registrerà un calo del PIL del -7,7%, si stima che nel 2020 il tasso di povertà estrema si sia attestato al 12,5% e la povertà ha raggiunto il 33,7% della popolazione. Ciò significa che il numero totale di poveri ha raggiunto i 209 milioni alla fine del 2020, 22 milioni in più rispetto all’anno precedente. Di questo totale, 78 milioni di persone sono in condizioni di estrema povertà, 8 milioni in più rispetto al 2019.

Il documento indica anche i divari tra i gruppi di popolazione: la povertà è maggiore nelle zone rurali, tra le ragazze, i ragazzi e gli adolescenti; indigeni e afro-discendenti; e nella popolazione con livelli di istruzione inferiori. 

 

In ripresa il mercato dei contratti pubblici

Nel 2° quadrimestre 2020 il mercato dei contratti pubblici ritorna a crescere, dopo la flessione del 1° quadrimestre dovuta all’emergenza sanitaria, e lo fa superando persino i numeri del periodo precedente la pandemia, sia come numero di gare che come valore economico: questo il risultato principale che emerge dal 2° rapporto quadrimestrale dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, relativo alle procedure di affidamento perfezionate di importo pari o superiore a 40.000 euro nel periodo maggio-agosto 2020.

“L’analisi congiunturale del mercato dei contratti pubblici dimostra che dopo il calo del primo quadrimestre 2020 dovuto alla prima ondata di COVID-19 vi sia stata una ripresa del settore, – ha dichiarato Giuseppe Busia, Presidente Anac – ripresa che l’Autorità ha sostenuto ed accompagnato sia con i provvedimenti ad hoc, sia fornendo continuamente alle pubbliche amministrazione indicazioni su come operare nell’emergenza utilizzando al meglio le norme già contenute nel Codice dei contratti.
Ora dobbiamo e possiamo fare di più – conclude il Presidente dell’Autorità – per rendere tutta la filiera degli appalti più snella e trasparente, efficiente ed efficace soprattutto in vista del Recovery plan, semplificandola con la digitalizzazione ed una valorizzazione e condivisione della Banca dati nazionale dei contratti pubblici. Un investimento per le future generazioni”.

Nel periodo in esame, sono state registrate nel nostro Paese 52.808 procedure di gara pubbliche (ognuna identificata da un Codice Identificativo Gara-CIG) per un importo complessivo posto a base d’asta pari a 65,4 miliardi euro, con un aumento sullo stesso quadrimestre del 2019 pari al 4,1% come numero di gare, ed un incremento del 2,8% come valore economico.

Secondo rapporto quadrimestrale 2020 – formato pdf

Covid: vicini a soglia d’allarme

L’indice Rt sale sopra l’uno. Non è una buona notizia. “L’obiettivo è riportarlo il prima possibile sotto l’uno” dice Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. “E’ un segnale importantissimo” avverte “che indica la necessità di adottare” al più presto “misure di mitigazione sul livello nazionale e regionale”.

“L’incidenza di Covid-19 sta aumentando a livello nazionale e abbiamo anche i dati proiettati a livello di questa settimana che mostrano un’ulteriore crescita. Andiamo oltre i 200” casi per 100mila abitanti, siamo quindi vicini a quella che viene identificata come la “soglia d’allarme”.

Fortunatamente “continua in maniera significativa la decrescita dei focolai nelle strutture assistenziali e nelle Rsa”, che sono state “uno dei primi obiettivi nel piano di vaccinazione” in Italia, “mentre vengono segnalati alcuni focolai presso le strutture ospedaliere”.

Verso nuove frontiere

Molti si interrogano in questo tempo dominato da una crisi economica, sanitaria, culturale e politica, quale sarà il destino dell’umanità nel prossimo futuro.

Il mondo, pur alle prese con questa pandemia che sta facendo vittime in ogni angolo della terra, deve comunque marciare in una direzione nuova.

Il capitalismo, e con esso il liberismo che lo ha generato, sono in una crisi irreversibile: corrosi giorno dopo giorno al loro interno da pseudo valori che credevano essere eterni ed immutabili.

Il denaro, la speculazione finanziaria, la mercificazione del lavoro e della persona hanno ormai raggiunto il limite della sopportabilità e della dignità civili.

Aldo Moro diceva “la persona prima di tutto”. Vi è in questo concetto un immenso patrimonio di valori che proprio il neo liberismo pensava di aver seppellito definitivamente attraverso la “cultura” dell’individualismo, della concorrenza senza regole, dello sfruttamento incontrollato della natura, dell’inquinamento dell’agricoltura e dei relativi beni prodotti, del denaro come fine e non come strumento di vita dignitosa per tutti, ossia dell’economia prima di tutto.

Il grado di ricchezza di un Paese non si misura più sulla quantità di beni e servizi prodotti, ma dalla finanza, dalle borse e si è forti a livello mondiale se queste ultime chiudono in rialzo.

Certo, si tratta di temi impegnativi, sottili, profondi, ma danno il senso e la misura di una crisi planetaria che ormai non è più solo economica, ma anche sanitaria.

La persona umana è stata relegata a semplice strumento al servizio dello Stato e dell’economia. La crisi attuale è racchiusa proprio in questo degrado.

Ecco che, allora, il concetto moroteo di persona assume oggi uno straordinario valore di riferimento che pone l’umanità ad un bivio: continuare a vivere questa crisi e la conseguente decadenza generale, oppure avere il coraggio di mettere in discussione l’attuale modello per incamminarsi verso nuove frontiere.

La fase attuale è di transizione: l’umanità dovrà trovare nuovi modelli di vita, di lavoro, di società, di politica, di economia che si ispirino proprio all’intuizione morotea di persona umana, ossia prima di tutto.

Sarà importante in questo percorso il compito della politica che dovrà ripensarsi attraverso una classe dirigente all’altezza di questa grande sfida, ma soprattutto competente ed onesta, che rifiuti l’impegno politico come carriera e come mezzo di arricchimento personale.

Le premesse per un salto qualitativo e valoriale ci sono tutte. Occorrerà il coraggio di essere autentici, umani, attraverso la proposizione di nuove idee che rispecchino il senso di questa vita per spenderla in funzione dell’altro, del diverso, dell’emarginato e per bandire la falsa cultura dell’odio in funzione di quella dell’amore.

Vincerà questa sfida chi saprà rapportarsi con l’altro, con popoli diversi attraverso la cultura dell’ascolto e della consapevolezza che, ormai, un ciclo si è concluso e bisogna necessariamente aprirne un altro che sappia rimettere al centro di ogni iniziativa la persona umana, come ci ha insegnato Aldo Moro.

Addio a Tognoli, il ricordo di Mattarella e Martelli.

Scomparso a 82 anni, Carlo Tognoli sarà ricordato per il sano riformismo che improntò la sua esperienza di Sindaco di Milano. Riportiamo di seguito due brevi commemorazioni, uno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’altro del direttore dell’Avanti, Claudio Martelli.

Mattarella

La notizia della scomparsa di Carlo Tognoli mi rattrista profondamente. Desidero esprimere anzitutto ai familiari la mia vicinanza in questo momento di dolore.
Tognoli è stato un sindaco che ha rappresentato molto per i milanesi. Ha guidato la città in una stagione difficile, di trasformazioni sociali e di riscatto dopo gli anni della violenza terroristica. Figlio della cultura del socialismo riformista, così radicata in quella realtà, ne è diventato a sua volta una espressione importante.
Dopo la lunga esperienza di sindaco ha portato la sua passione e le sue idee nel Parlamento italiano, in quello europeo e nel governo nazionale, dove ha assolto, per due volte, alla responsabilità di ministro.
La sua storia e il suo contributo resteranno nel prezioso patrimonio comune della città di Milano e del Paese.

Martelli

Addio Carlo Tognoli,
sei stato un grande sindaco per una grande Milano, un sindaco tra le cui opere non ci sono solo linee di metro e ristrutturazioni di quartieri, ma anche l’assistenza agli anziani e ai più poveri. Come sempre schivo e un po’ burbero, per riscaldare il Natale degli ultimi facevi apparecchiare su lunghe tavolate un risotto in piazza del Duomo così che almeno per un giorno gli invisibili fossero spettatori e attori al centro del più bel palcoscenico di Milano.
Bettino Craxi ti ha voluto sindaco preferendo un candidato delle periferie a quelli sponsorizzati dai quartieri alti e tu hai ripagato la sua fiducia onorando la più bella tradizione del riformismo e dell’autonomismo socialista. Socialista eri diventato a diciott’anni, socialista nenniano, cioè diverso, avverso, autonomo dai comunisti e da quei socialisti che applaudivano i carri armati sovietici mentre voi e noi trepidavamo per gli eroi della rivolta ungherese.
Quel che scegliesti di essere allora sei rimasto tutta la vita, fedele a un’idea che non è mai morta, che non può morire e non morirà.
Sei stato il primo ad accogliermi in una sezione della grande casa socialista e a guidarmi sulla sua strada maestra. Tu eri assessore e io responsabile cultura del PSI, tu sindaco e io segretario cittadino, poi tu ministro nel governo di cui io ero vice presidente.
Compagni e amici per cinquant’anni nella buona e nella cattiva sorte abbiamo entrambi appreso dal poeta e dalla vita a trattare il successo e l’insuccesso come due impostori. Quel che più conta c’è l’ha insegnato Pietro Nenni: “Fa quel che devi, accada quel che può”.
Ciao piccolo grande Carlo, mi manca tantissimo di non aver potuto abbracciarti.

Il viaggio del Papa in Iraq A colloquio con il patriarca Sako

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Stefano Leszczynski
e Debora Donnini

Il cuore dell’Iraq batte forte per l’arrivo in giornata di Papa Francesco. E se fra i cattolici è chiaramente grande la gioia e fervono i preparativi, anche fra i musulmani, che rappresentano circa il 98,5% della popolazione, e più in generale fra gli iracheni, si respira un clima di emozione.

A testimoniarlo è il cardinale Louis Raphaël Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, che intervistato da Radio Vaticana – Vatican News restituisce l’intenso clima di attesa generato dal viaggio apostolico. Una visita che è una semina di speranza tanto necessaria in quella terra per costruire un futuro migliore — perché, come affermato da Francesco stesso nel videomessaggio agli iracheni — egli viene come «pellegrino penitente per implorare dal Signore perdono e riconciliazione dopo anni di guerra e di terrorismo». Un «pellegrino di pace in cerca di fraternità» che intende pregare e «camminare insieme, anche con i fratelli e le sorelle di altre tradizioni religiose, nel segno del padre Abramo, che riunisce in un’unica famiglia musulmani, ebrei e cristiani».

Qual è lo stato d’animo con cui la comunità cristiana dell’Iraq si prepara ad accogliere Papa Francesco?

Personalmente, sono molto colpito. Già prima della visita tante cose sono cambiate. I musulmani sono entusiasti: hanno preparato le bandiere, hanno anche composto canti. Una persona ha realizzato un poster di più di 10 metri con la foto del Papa e una frase in inglese che dice «Francis, you are welcome in Iraq»! Sono cose che noi non abbiamo vissuto. Anche le strade sono state decorate; alcuni musulmani hanno scritto su Facebook: «Santo Padre, se potesse ritardare un po’ la sua visita perché possano pulire le nostre strade e restaurare le scuole eccetera…». Dunque, c’è un’attesa così forte da parte di tutti per un cambiamento. Ma anche i cristiani hanno preparato i luoghi dove andrà, le chiese, la liturgia… c’è un’attesa straordinaria!

La vita dei cristiani in Iraq, negli ultimi decenni, non è stata affatto semplice, anzi, è stata costellata di tragedie e di un forte esodo verso l’estero. Come è ora la situazione, e quali sono le attese specifiche da parte della comunità cristiana?

I cristiani, ma non solo, anche tutti, tutti gli iracheni, hanno pagato cara la situazione. Penso sia necessario chiudere questa pagina e aprirne una nuova, con tanta speranza. Tutti gli iracheni. Il Santo Padre parlerà della fraternità umana e della fraternità spirituale quando andrà a Ur, la terra di Abramo, ma parlerà anche della speranza, della fiducia, della solidarietà e della collaborazione di tutta la popolazione per un futuro migliore. I cristiani anche devono uscire dal loro complesso e dalle loro paure e preoccupazioni e devono aprirsi. Qui c’è tanta gioia da parte di tutti.

Lei ha citato le paure della comunità cristiana. Quali sono queste paure?

Sono le paure antiche: io non dico di ora, perché adesso non c’è niente contro i cristiani, non ci sono attentati, ma paure… La stabilità del futuro, i servizi, la giustizia, uno Stato di diritto, di cittadinanza dove ovunque uno si trovi, senta che l’Iraq è la sua casa e che gli iracheni sono suoi fratelli e sorelle. Uno Stato secolare e democratico… È un progetto, ma verrà, verrà: io ne sono sicuro!

Il Paese è alla ricerca di una strada per la riconciliazione nazionale. Che ruolo ha la popolazione più giovane dell’Iraq?

Hanno avuto un impatto molto grande: hanno cambiato un governo e finora le loro rivendicazioni sono attuali. Forse le elezioni future cambieranno la situazione. I giovani, dunque, sono presenti, sono forti. Anche loro hanno pagato caro, hanno pagato con il loro sangue. Dunque, il futuro non sarà come il presente.

Il Papa in Iraq per unire l’azione delle religioni e impedire un nuovo conflitto armato

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
Papa Francesco si è recato in Iraq per compiere una missione di valenza mondiale: unire in una fraterna alleanza le religioni e i diversi gruppi etnici ed evitare, così, l’esplodere di nuovi conflitti armati. Creando, al tempo stesso, le condizioni per una proficua e duratura ricostruzione di civiltà e di buone relazioni.
Un evento storico, visto che si tratta del primo viaggio di un Pontefice in Iraq.
Nella storia del mondo e delle religioni l’Iraq ha una valenza di assoluto rilievo come culla di civiltà e di spiritualità: basti pensare agli splendori di Bagdad; alla città di Najaf, meta di pellegrinaggi del mondo islamico, seconda solo a La Mecca; alla nascita dell’agricoltura alle foci del Tigri e dell’Eufrate; ai gruppi religiosi di antichissima presenza, musulmani sunniti e sciiti, cristiani, zoroastriani, bahai, yazidi; alla vicenda di Abramo, patriarca dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam. La sua storia è narrata nella Bibbia, nel Libro della Genesi e nel Corano…
Negli ultimi trent’anni l’Iraq è stato al centro di continui conflitti: prima la guerra di Saddam contro l’Iran e contro il Kuwait, poi le due guerre del Golfo, con immani distruzioni ed uno spaventoso numero di perdite umane. È stato calcolato che la seconda guerra del Golfo, quella combattuta dal 2003 al 2011, ha provocato la morte di mezzo milioni di iracheni: il 60% deceduti per scontri armati e la restante parte vittima di cause indirette, tra cui il collasso delle strutture sanitarie.
Purtroppo il Paese e l’intera regione circostante ancora non godono di una pace stabile. Proprio in questi giorni, schermaglie e focolai di guerra si sono riaccesi al confine con la Siria e con l’Iran.
In un contesto che rischia di innescare una nuova guerra mondiale, il Papa di Roma si reca in Iraq e, come San Francesco, cerca di portare pace dove c’è conflitto, cooperazione dove c’è divisione, compassione dove c’è odio, fratellanza dove c’è discordia, condivisione e dialogo dove c’è ostilità e protervia.
Il viaggio di Francesco si svolge in piena di continuità con il sogno di San Giovanni Paolo II, che nel 1999 tentò in ogni modo di recarsi in visita apostolica nella città di Ur dei Caldei, indicata dalle Sacre scritture come patria di Abramo.
Giovanni Paolo II non riuscì ad andare in Iraq e nel 2003 una coalizione guidata dagli Stati Uniti con il sostegno altri 35 Paesi scatenò la seconda guerra del Golfo.
Nel corso della presentazione del viaggio di Papa Francesco, svoltasi il 2 marzo nella Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, direttore della Sala stampa, ha spiegato che il Papa cercherà di portare «fraternità e speranza, medicine di cui oggi il mondo ha bisogno».
Bruni ha sottolineato che uno dei momenti centrali del viaggio sarà l’incontro interreligioso del 6 marzo nella città di Ur, durante il quale Papa Francesco, invocando la memoria di Abramo, incontrerà i rappresentanti ed il popolo di tutte le religioni presenti in Iraq.
In questo contesto, il Pontefice farà visita al Grande Ayatollah iracheno Ali al-Sistani, considerato uno dei maggiori esponenti della confessione musulmana di origine sciita. Uomo di grande spiritualità, candidato per due volte al Premio Nobel per la Pace.
Nel 2006 fu un gruppo di cristiani iracheni a proporre al-Sistani per il Premio Nobel, mentre nel 2014 la proposta venne rinnovata da un gruppo di parlamentari dell’Iraq.
A conclusione dell’incontro dedicato alla presentazione del viaggio apostolico, il direttore della Sala Stampa vaticana ha parlato del forte entusiasmo con il quale le comunità cristiane attendono la visita del Papa.
Il viaggio in Iraq di Papa Francesco è un «evento di pace e di consolazione per un popolo che ha molto sofferto», un viaggio che intende confermare questi fratelli nella fede, consolare le loro sofferenze e rappresentare una speranza di futuro per le comunità cristiane che vivono in questa terra.

Unicef: Sudan e Ruanda, attraverso il COVAX distribuite 800 mila dosi di vaccino contro il COVID

ltri due paesi, Sudan e Ruanda , hanno ricevuto rispettivamente 800.000 e 340.000 dosi di vaccini contro il COVID-19  da parte della COVAX Facility , l’azione globale per accelerare lo sviluppo e l’accesso ai vaccini contro il COVID, guidata da CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), Gavi , l’Alleanza per i vaccini e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ( OMS ) in collaborazione con l’UNICEF, che ha come obiettivo globale di distribuire 2 miliardi di dosi di vaccino contro il COVID-19, fra cui 1,3 miliardi di dosi a 92 paesi a reddito basso e medio, entro il 2021.

SUDAN: Il Sudan è il primo paese della regione del Medio Oriente e Nord Africa a ricevere i vaccini dalla COVAX Facility. Oltre 800.000 dosi del vaccino AstraZeneca sono arrivate all’Aeroporto Internazionale di Khartoum. Lo scorso 26 febbraio erano state fornite dall’UNICEF, per conto di COVAX, 4,5 tonnellate di siringhe e contenitori per rifiuti sanitari.
Queste dosi iniziali supporteranno la vaccinazione degli operatori sanitari e di persone con più di 45 anni con patologie croniche, che vivono in aree a forte contagio o in cui si prevede un forte contagio, segnando la prima fase della campagna di vaccinazione nazionale.
Vaccinando per primi gli operatori sanitari, questi ultimi possono continuare a fornire i servizi salvavita e mantenere il sistema sanitario funzionante.

RUANDA: In Ruanda sono state fornite 340.000 dosi di vaccini contro il COVID-19 da parte della COVAX Facility, di cui 240.000 del vaccino AstraZeneca/Oxford, su licenza e prodotto dal Serum Institute of India, mentre ulteriori 102.000 dosi del vaccino Pfizer-BioNTech.
Dopo quasi un anno di restrizioni periodiche di lockdown e altre misure di prevenzione come la chiusura delle scuole, che hanno avuto un impatto devastante sull’economia locale e sul tessuto sociale del paese, l’arrivo dei vaccini segna il tanto atteso inizio della fine della pandemia.

Queste distribuzioni ne seguono ad altre avvenute nelle scorse settimane: il 24 febbraio il Ghana ha ricevuto la prima spedizione di 600 mila vaccini COVAX, mentre il 26 febbraio sono state spedite 504.000 dosi di vaccino contro il COVID-19 e 505.000 siringhe in Costa d ’ Avorio ; fra il 2 e il 3 marzo, la Nigeria ha ricevuto 3,94 milioni di dosi, l’ Angola 624.000, la Cambogia 324.000, il Senegal 324.000 e il Gambia 36.000.

Istat: “a gennaio 2021 in calo le vendite al dettaglio”

A gennaio 2021 si stima un calo congiunturale per le vendite al dettaglio del 3,0% in valore e del 3,9% in volume. Ad una lieve crescita delle vendite dei beni alimentari (+0,1% in valore e +0,3% in volume) si contrappone una forte riduzione per i beni non alimentari (-5,8% in valore e -7,2% in volume).

Nel trimestre novembre 2020-gennaio 2021, le vendite al dettaglio diminuiscono in termini congiunturali del 6,7% in valore e del 7,3% in volume. L’andamento negativo è determinato dai beni non alimentari che calano del 13,2% in valore e del 14,0% in volume, mentre le vendite dei beni alimentari sono in crescita (+1,9% sia in valore, sia in volume).

Su base tendenziale, a gennaio, le vendite al dettaglio diminuiscono del 6,8% in valore e dell’8,5% in volume. Anche in questo caso si registra un deciso calo per i beni non alimentari (-15,5% in valore e -17,1% in volume) e un aumento per i beni alimentari (+4,5% in valore e +3,8% in volume).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di elettrodomestici, radio, tv e registratori (+11,7%) e dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+9,9%). Le flessioni più marcate riguardano calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-36,4%) e abbigliamento e pellicceria (-33,0%).

Rispetto a gennaio 2020, si registra una diminuzione assai ampia delle vendite al di fuori dei negozi (-18,7%) e di quelle delle imprese operanti su piccole superfici (-14,3%); calano lievemente anche le vendite della grande distribuzione (-1,5%). L’unica forma distributiva che segna una decisa crescita è il commercio elettronico (+38,4%).

Al via l’Alta Commissione per la qualità dell’abitare

E’ nata l’Alta Commissione per la Qualità dell’Abitare, istituita presso il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili (MIMS) per dare attuazione all’omonimo Programma innovativo nazionale, varato con il decreto interministeriale 395/2020. La Commissione, composta da professionisti ed esperti ha, tra l’altro, il compito di esaminare e finanziare progetti per la riqualificazione delle aree urbane disagiate dal punto di vista abitativo e socioeconomico.

Il prossimo 16 marzo scadrà la prima fase per la presentazione dei progetti, per i quali sono disponibili 854 milioni di euro (a cui si potranno aggiungere ulteriori risorse europee). Al bando si sono già registrati 170 enti locali e territoriali.

“Il Programma innovativo nazionale sulla qualità dell’abitare è destinato a incidere positivamente sulla qualità della vita delle persone e delle famiglie”, ha affermato il Ministro Giovannini intervenendo alla riunione di insediamento dell’Alta Commissione per la Qualità dell’Abitare. “La Commissione dovrà programmare in modo dettagliato e puntuale le proprie attività, stimolando una riflessione sul futuro delle politiche abitative, aprendo un dialogo con le organizzazioni della società civile e con le Università che sono chiamate a contribuire attivamente alla trasformazione dei territori nella direzione dello sviluppo sostenibile”.

L’8,5% dei pazienti oncologici sceglie un ospedale fuori della propria Regione

Giovane, con un livello di istruzione abbastanza alto e proveniente dal Centro e Sud Italia. È questo l’identikit del migrante sanitario, il paziente con tumore che cambia regione per farsi curare. A definirne le caratteristiche è un recente rapporto di Crea Sanità promosso dal gruppo “La salute un bene da difendere, un diritto da promuovere”, che ha analizzato la mobilità sanitaria oncologica nel 2018, stabilendo che l’8,5% delle persone che hanno un tumore sceglie di farsi curare al di fuori dei confini regionali.

Questa percentuale non considera la cosiddetta mobilità di prossimità, ovvero quegli spostamenti che, pur oltrepassando un confine regionale, non superano i 100 km.

Le regioni maggiormente penalizzate dalla migrazione sanitaria sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Lazio, mentre quelle più attrattive sono Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto e lo stesso Lazio.

 

Dopo Zingaretti ci sarà ancora il Pd?

Appena qualche mese fa, con un altro assetto politico, le dimissioni di Zingaretti avrebbero generato un’immediata rifrazione sugli equilibri di potere. Ne sarebbe scaturita l’avvisaglia di una crisi ministeriale, con tutti i commentatori impegnati a valutare la tenuta della legislatura. Certamente l’opposizione avrebbe alzato la voce per chiedere lo scioglimento delle Camere. Il terremoto politico, benché riguardante una forza di governo, non avrebbe circoscritto i suoi effetti al solo perimetro di questa, come se l’onda sismica potesse nello specifico arrestarsi al Nazareno.

Niente di tutto ciò si palesa in queste ore. Il gesto di Zingaretti mette a dura prova il partito, ne fa intravedere le difficoltà e gli affanni, certifica la sua consunzione vitale; e tuttavia, invece di costituire un problema per la politica, esorbita da essa per disperdersi nell’universo di una sconnessa invettiva moralistica, senza conseguenze sulla conduzione del governo. Draghi non dà segni di preoccupazione: va avanti, in silenzio, con imperturbabile sicurezza. Sembra addirittura che si rafforzi, agli occhi della pubblica opinione, nel momento in cui implode in maniera spettacolare la leadership del cosiddetto campo riformista.

Ora nel Pd aumenta il rischio di un confronto senza sbocco. L’invito a respingere le dimissioni del segretario segnala in fondo l’imbarazzo del gruppo dirigente. A suo carico Zingaretti ha lanciato accuse pesanti e persino ingiuriose, che mai s’erano udite in simili frangenti. Lascia, così ha detto, perché si considera il bersaglio di ogni polemica e quindi il “problema” del Pd; ma nel medesimo tempo – e qui sta il vulnus di un pronunciamento inusitato – ha detto di vergognarsi per la condotta indecorosa del partito. È come fa un partito ad accettare che il suo segretario ne infanghi l’immagine in questo modo, usando un tono da Savonarola? Come minimo, invece di piegarsi alla intemerata moralistica, dovrebbe archiviarne le incongrue pretese di superiorità. Avvenne così nella primavera del 1959 quando Fanfani, con le sue dimissioni, sfidò il gruppo dirigente della Dc: in notturna la maggioranza si riunì nel convento delle suore di Santa Dorotea e convenne di procedere alla elezione di Moro.

Si tratta di capire, a questo punto, se nel Pd esiste una nuova maggioranza in grado di sormontare, a costo di qualche sacrificio, il fallimento della gestione zingarettiana. Non è un passaggio ordinario, quello che attende un partito offeso ed umiliato, inabile a fornire per altro una connessione tra le dinamiche che lo tormentano e il percorso di un governo che lavora al futuro del Paese.  Incombe un senso di inutilità, se non altro perché, anche sul terreno strettamente politico, la transumanza verso una sinistra in gentile versione eco-populista, trova piuttosto un ancoraggio nell’iniziativa di Conte. Non c’è bisogno di una mediazione che Zingaretti ha spogliato di potenza e dignità. Il Pd vuole sciogliersi nella melassa del grillismo, visto che la sua variante ultima si avvale di nuovo, ma sempre dubbio afflato progressista? Sarebbe il tradimento di un’ambizione e la definitiva pietra tombale sulla opzione riformista. Per molti elettori è una verità acquisita da tempo, tant’è che gli ultimi sondaggi registrano persino l’ipotesi di un crollo strutturale. Adesso è tempo di scelte eccezionali. Certo, Zingaretti ha rinnovato stamane la tessera del Pd, ma dopo quanto è avvenuto il Pd resisterà all’onda d’urto di una crisi tanto grave?

Asili nido, l’utile provocazione di Cottarelli.

La provocazione contenuta nell’ultimo libro di Carlo Cottarelli “All’inferno e ritorno” sulla necessità  di avere più asili nido nel nostro paese merita una riflessione non banale nè marginale. Cottarelli  dice, in sostanza, che per “una società più giusta bisogna dare a tutti le stesse possibilità di  partenza, ma va anche innestato un maggiore premio al merito”. Una tesi che purtroppo in questi  ultimi anni è stata semplicemente accantonata ed emarginata rispetto alle politiche attive che  sono state portate avanti. E Cottarelli, anche in una recente intervista che parla del suo nuovo  libro, dice espressamente, e curiosamente, che per rifare l’Italia ci vogliono tantissimi asili nido. E  cioè, “dovremmo portare il tasso di copertura ad almeno il 60% con una uguale distribuzione in  tutte le regioni” ricordando che, invece, ad oggi, il tasso di copertura è appena il 24,7% dei  bambini sotto i due anni. E quindi molto al di sotto non solo del suo obiettivo ma anche e  soprattutto del 33% che l’Unione Europea aveva raccomandato di raggiungere nell’ormai lontano  2010. 

Ecco, la tesi di Cottarelli è molto semplice e al contempo molto complessa. Si tratta, cioè, di  rafforzare la tesi dell’uguaglianza dei punti di partenza perchè sono i primi anni di vita in cui si  possono ridurre, grazie all’istruzione, le disuguaglianze che dipendono quasi esclusivamente dalla  condizioni economiche della famiglia di nascita. Una riflessione iniziale che poi si lega a molte  altre, e tutte conseguenti e lineari: dalla garanzia di costruire un vero ascensore sociale alla  centralità del merito, dalla possibilità di fornire pari opportunità a tutte le persone alla necessità di  avere un fisco progressivo e realmente redistributivo. Insomma, dice Cottarelli, servono riforme  che guardino alla crescita e facciano decollare la crescita. E, sotto questo aspetto, la necessità di  avere più asili nido significa guardare avanti e creare le condizioni, sin dall’inizio, di avere più  uguaglianze in partenza. 

Ecco perchè l’intelligente e provocatoria riflessione di Cottarelli investe direttamente anche il ruolo  degli enti locali e il problema delle finanze pubbliche da destinare a questi enti. A volte, anche  partendo dalla richiesta di avere più asili nido in tutto il paese, forse si potrebbe centrare  l’obiettivo di creare maggior uguaglianza sociale ed economica e creare le condizioni per poi, più  avanti, puntare esclusivamente sul merito. Su questi temi sarebbe oltremodo importante che  anche chi rappresenta i comuni, cioè l’Anci, battesse un colpo. Per i contenuti e per il futuro delle  nuove generazioni e non solo per il futuro degli organigrammi dell’Associazione. 

Lucio Dalla 50 anni fa a Sanremo segna l’Italia del post boom

Paola Pallottino (1939), grande storica dell’arte, illustratrice di opere di geografia, medicina, scienze naturali, testi di matematica e tant’altra roba, e paroliera di brani di successo, scrive “Gesùbambino”, che Dalla musica e canta per la prima volta al Teatro Duse di Bologna a Dicembre del 1970.

La Pallottino, che come ogni talentuoso ed eclettico vede orizzonti e pratica strade in-comprensibili/in-comprendibili ai più, spiega ad “Avvenire” (che non a caso fino al 1968 si chiamava “L’Avvenire d’Italia” ed era sito in Bologna) di essere rimasta colpita dall’orfanezza di Dalla a 7 anni per la perdita del padre.

La canzone doveva essere dunque sull’assenza del padre. Ma viene fuori un testo sulla madre. Perché scrivendo si pensa, e ci si trova poi altrove (com’è ogni vera ricerca e ogni vera scoperta: i visionari rigenerano il mondo, sono i veri realisti). E la Pallottino si trovò a raccontare di una madre che senza padre deve crescere un figliolo. Il soldato della ballata poi muore in guerra e non tornerà più da quella ragazzina.

Diviene quindi un testo sulla perdita, e su come la vita sia esposta ad una ‘fragilità costitutiva’ da cui non si scappa.
“4/3/1943”, data di nascita di Lucio Dalla, è quindi la dichiarazione di una BREVITÀ ESISTENZIALE (la storia di questa neomamma) per chi pensa invece di avere tempo e mezzi per controllare tutto e disporre di sé in-dipendentemente da tutto.

Ma la censura di allora ci mette del suo e così il Maestro Cini suggerisce di cambiare il titolo originario, “Gesù bambino” (che suonava irrispettoso; vuoi far nascere Nostro Signore in quella condizione equivoca? sarà anche stato al freddo e al gelo ma non esageriamo… dimenticando la vera storia di San Giuseppe e il suo quattro marzo…).

Viene perciò sostituito con la data di nascita di Lucio, 4 Marzo 1943. Vengono modificati anche altri punti del testo e finalmente è presentabile al 21° Festival della Canzone Italiana, a Sanremo, a Febbraio del 1971. 50 anni fa.
Il successo è enorme e il brano arriva terzo Dalla è in coppia con la Nuova Equipe 84 di Maurizio Vandelli, Di Cioccio, Sogliani e Dario Baldan Bembo. Sono preceduti da “Che sarà” della star internazionale José Feliciano (canzone scritta da Migliacci, che fa 90 anni quest’anno, a cui Morandi deve i suoi successi, e anche Patty Pravo con “La bambola”).

La Pallottino poi, per consolidare la nuova celebrità di Dalla, gli passa “Il gigante e la bambina”, ma Dalla la lascia ad un giovane diciottenne, Rosalino Cellamare, che la porta a “Un disco per l’Estate” di quell’anno: Ron.
Chico Buarque de Hollanda, l’intellettuale della canzone brasiliana (cover “La banda” di Mina del ’67), la sente cantata da Lucio Dalla in un ristorante di Campo de’ Fiori a Roma e si mette a piangere a dirotto; la porta in Brasile, in portoghese, con “Minha história”. Poi da lì il 4 Marzo va nel mondo.

Sulle orme di Abramo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Emmanuel Levinas

Papa Francesco prende e parte. Dopo 15 mesi di pausa forzata si alza, esce dal Vaticano e si dirige in Iraq, il viaggio che forse in modo più potente rappresenta il suo pontificato giunto all’ottavo anniversario. Sono infatti quasi otto anni che il Papa invita il popolo dei cattolici a realizzare una Chiesa “in uscita”. E questo viaggio, “sulle orme di Abramo” è l’incarnazione di una Chiesa che esce. Abramo è l’uomo che riceve la chiamata e l’ascolta sul serio, prontamente, senza tentennamenti o discussioni, prende quello che ha e si mette in cammino da Ur del Caldei verso “il paese che ti indicherò”. Con questo gesto il testo biblico dona al mondo qualcosa che prima non aveva: il futuro. E quindi la speranza. Nel mondo antico, impregnato dalla saggezza greca, il futuro non era molto frequentato, perché coincideva con il ritorno del passato. Il fato in modo ineluttabile tornava ruotando ciclicamente su se stesso: l’eterno ritorno dell’identico. Già il mondo latino segna un distacco rispetto a questa visione così intrisa di nostalgia: da Ulisse, l’eroe greco, si passa ad Enea di cui Virgilio canta l’avventuroso viaggio non verso la vecchia casa ma alla ricerca di una nuova terra da scoprire per poter ripartire. Enea con il padre e il figlio “sulle spalle” e la compagnia dei Lari e i Penati, la religione. Da Abramo, passando per Enea, il tema della promessa entra nel mondo e con esso anche l’idea di avvenire, di progresso, se vogliamo anche di “millenarismo”.

Questo passaggio dal mondo greco al mondo biblico è ben illustrato dalla riflessione del filosofo ebreo Emanuel Levinas nel testo che pubblichiamo qui di seguito, dedicato alle figure di Abramo e Ulisse, una buona lettura per accompagnare il viaggio del Papa che sta per cominciare. (A.M)

Ulisse parte. Abramo parte. Un viaggio e un esilio. L’uno con la speranza di ritorno, l’altro verso un’altra terra, una terra straniera che diventerà sua. Uno ritorna, l’altro non cessa di camminare. Uno a casa sua, l’altro altrove. Uno verso l’ambiente famigliare dell’isola natale, l’altro verso l’incognita di un paese di cui non è originario. L’uno e l’altro certamente trasformati dalla strada, la polvere, le prove e gli incontri. Tuttavia, il loro cammino può essere identico? Il primo fa l’esperienza del ritorno alle stesse cose, e il secondo l’esperienza di un’alterità infinita che, alla fine, non è tanto quella della meta quanto quella di Dio. Due partenze. Poi, un ritorno e una chiamata.

Non si valuta allo stesso modo quello che si è lasciato, né il cambiamento avuto lungo il cammino, rispetto a un ritorno o rispetto a Dio. Perché Abramo, più di Ulisse, richiama la figura del pellegrino? Il viaggio di Ulisse è circolare; egli ritorna a quello che conosce, ed è appagato da questo ritorno. Abramo è libero riguardo ai luoghi: qui o là, quello che importa è Colui che guida. Il cammino di Abramo è desiderio; non ha mai finito di lasciarsi sorprendere dall’inaudito di Dio, e non vuole un luogo dove fissare Dio. Il cammino di Abramo ci insegna che Dio stesso è nomade, giacché non si lascia delimitare da nessuna nostra parola o rappresentazione: non si può dire “eccolo qui” o “eccolo là”. Dio chiama altrove. Abramo è condotto al di là di quello che pensava, di quello che avrebbe potuto prevedere ascoltando la promessa che l’ha messo in cammino. Poiché Dio stesso è sempre ancora al di là di quanto scopriremo su di lui in tal luogo o in tale passaggio: Dio è sempre più grande.

Sui passi di Abramo, il cammino ci trasforma veramente se ci lasciamo condurre al di là delle nostre attese — buone o giuste che siano —. Se non cerchiamo di tornare al già conosciuto, né di ripetere quello che fu bello in altre occasioni. Partire è perdere, perdere senza aspettare un contraccambio, senza sapere quello che si troverà o che sarà dato. Osare di essere sconfitto, rischiare di perdersi, per lasciarsi plasmare da Colui che sorprende, piuttosto che preferire la comodità delle certezze, delle tracce segnate dalle boe.

Perdere ciò che si era previsto, lasciare quello che si conosce senza la volontà di tornare indietro: è forse la condizione necessaria per “guadagnare il mondo intero”: guadagnarlo non per sé, ma lasciarsi offrire da Colui che invia. Lasciarsi inviare, per esplorare la terra intera, per cercarvi, in ogni cosa, in ogni incontro, Colui che ha promesso la sua presenza su tutta la terra. Facendo eco alla promessa che mette in cammino Abramo, il pellegrino, oggi, ascolta l’appello di Gesù “ad andare per il mondo intero” amando questo mondo come lo ama Dio.

(Dal racconto Con o senza biglietto di ritorno del filosofo ebreo Emmanuel Levinas)

Lamberto Giannini è il nuovo capo della Polizia

Il prefetto Lamberto Giannini è il nuovo capo della Polizia. Il via libera è arrivato dal Consiglio dei ministri. Giannini prende il posto di Franco Gabrielli, nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Intelligence.

Nato a Roma il 29 gennaio del 1964, dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, è entrato nei ruoli della polizia di Stato nel 1989 frequentando il 74° corso per vice-commissari presso l’Istituto Superiore di Polizia.

Per oltre 25 anni ha operato come investigatore nel mondo dell’antiterrorismo, guidando, in ordine di tempo, la Digos della Questura di Roma, il Servizio Centrale Antiterrorismo e la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, della quale è stato direttore dal 1 ottobre 2016 al 23 dicembre 2020.

Dal 2 gennaio 2021 ricopriva l’incarico di capo della Segreteria del Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

 

La spesa alimentare aumenta del 7,4%

L’emergenza Covid fa crescere la spesa alimentare delle famiglie al top del decennio con un balzo del +7,4% nel 2020 per effetto dei ripetuti lockdown che hanno spinto gli italiani tra le mura domestiche. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Ismea che evidenzia come i picchi più elevati si siano verificati a Pasqua e a Natale in corrispondenza delle stretta su uscite e spostamenti a causa della pandemia.

Le star del carrello nel tempo del Covid sono state le uova fresche che fanno registrare un balzo del 14,5% negli acquisti ma tendenze positive si registrano in tutti i comparti, con incrementi sopra la media per formaggi, carne e salumi, per i prodotti ortofrutticoli. Un andamento che non compensa tuttavia – sottolinea la Coldiretti – il crollo che si è verificato nella ristorazione dove la spesa delle famiglie si è ridotta del 42%.

Il trascorrere delle settimane in casa – precisa la Coldiretti – ha peraltro modificato progressivamente l’atteggiamento dei consumatori nei confronti del cibo a favore del paniere “cuochi fai da te” (uova, farina, lievito, burro, zucchero, olio) con un graduale ridimensionamento dell’interesse iniziale con la pandemia per i prodotti conservabili (surgelati e scatolame) e per i prodotti da “scorta dispensa” (latte Uht, pasta, passate di pomodoro).

Con lo scoppio della pandemia il rapporto con il cibo è cambiato con l’alimentazione che – continua la Coldiretti – è diventata una delle vie per cercare di mantenere la salute come dimostra il boom della domanda di arance nell’inverno 2020 che ha spinta la crescita annuale degli acquisti di frutta dell’8,9%.

Nella scelte dei luoghi di acquisto si assiste invece alla riscossa delle piccole botteghe di prossimità che si dimostrano essere le più dinamiche con un incremento del 18,4%. La pandemia ha accelerato quel processo di “deglobalizzazione” in atto da qualche tempo, alimentando interesse e voglia di “mangiare vicino”. Dal globale al locale inteso come il negozio di vicinato, come mercato rionale ma anche quello contadino o direttamente in fattoria. L’emergenza Covid-19 ha determinato un sensibile aumento del numero delle imprese agricole che praticano la vendita diretta e, di conseguenza, il fatturato di questo canale che, nel 2020, ha superato i 6,5 miliardi di euro secondo l’Ismea.

 

Smart Working, insediata la Commissione tecnica dell’Osservatorio lavoro agile

Si è insediata  su mandato del ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, la Commissione tecnica dell’Osservatorio nazionale del lavoro agile, coordinata dal presidente dell’Aran, Antonio Naddeo, e composta da altri 12 esperti tra interni alla Pubblica amministrazione ed esterni.

Compito della Commissione sarà verificare l’avanzamento delle amministrazioni nella stesura dei Piani organizzativi del lavoro agile (Pola), pubblicati sinora da 54 amministrazioni statali sulle 162 monitorate attraverso il Portale della performance del Dipartimento della Funzione pubblica.

La Commissione è chiamata a ragionare sugli strumenti di organizzazione del lavoro agile in vista del superamento della fase legata all’emergenza sanitaria.

Gli esiti delle analisi e degli studi saranno riportati all’Osservatorio, cui spetterà fornire spunti e proposte di carattere normativo, organizzativo e tecnologico per migliorare lo smart working nella Pubblica amministrazione.

Vaccino covid AstraZeneca: “in over 70 previene malattia di ogni gravità”

Il vaccino covid AstraZeneca “è efficace nel prevenire in tutte le fasce di età, in particolare negli anziani, sia le ospedalizzazioni causate dall’infezione da Covid-19 che la malattia a tutti i livelli di gravità, integrando i risultati degli studi clinici registrativi”. A riferirlo è AstraZeneca che, in una nota, parla di “evidenze cliniche” derivate dall’utilizzo del vaccino n Scozia e Inghilterra “su milioni di cittadini” e cita l’arrivo di “nuovi dati positivi” sull’efficacia. Il Public Health England (Phe) ha infatti presentato i risultati preliminari di uno studio condotto in Inghilterra su dati di real world nella popolazione over 70.

Secondo quanto riportato, l’efficacia del vaccino nel prevenire la malattia sintomatica risulta al 73% dal 35esimo giorno in poi dopo la somministrazione della prima dose. Inoltre i dati suggeriscono che, negli over 80, una singola dose di vaccino abbia un’efficacia di almeno l’80% nel prevenire le ospedalizzazioni, circa 3-4 settimane dopo la vaccinazione, si legge nella nota.

“Questi dati – commenta AstraZeneca – uniti alle caratteristiche del vaccino che consente di poter essere utilizzato senza particolari vincoli logistici e organizzativi, sono importanti per garantire un accesso ampio e rapido alla vaccinazione e aiutare così a superare le sfide di questa pandemia il più rapidamente possibile”.

I nuovi risultati resi noti si aggiungono ai recenti dati preliminari del Servizio sanitario scozzese (Public Health Scotland), che ha mostrato una riduzione del 94% del tasso di ospedalizzazione per Covid nella popolazione che ha ricevuto la prima dose di vaccino AstraZeneca. Lo stesso studio ha inoltre dimostrato un’efficacia dell’81% contro i ricoveri correlati a Covid nella fascia di età più anziana (≥80 anni).

Pd: Zingaretti si dimette

Con una nota su facebook il Segretario del Partito Democratico lascia l’incarico.
“Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni.

Sono stato eletto proprio due anni fa. Abbiamo salvato il Pd e ora ce l’ho messa tutta per spingere il gruppo dirigente verso una fase nuova. Ho chiesto franchezza, collaborazione e solidarietà per fare subito un congresso politico sull’Italia, le nostre idee, la nostra visione. Dovremmo discutere di come sostenere il Governo Draghi, una sfida positiva che la buona politica deve cogliere.

Non è bastato. Anzi, mi ha colpito invece il rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto. Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni.
Ma il Pd non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana. Questo, sì, ucciderebbe il Pd.
Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente. L’Assemblea Nazionale farà le scelte più opportune e utili.
Io ho fatto la mia parte, spero che ora il Pd torni a parlare dei problemi del Paese e a impegnarsi per risolverli. A tutte e tutti, militanti, iscritti ed elettori un immenso abbraccio e grazie.
Ciao a tutte e tutti, a presto. Nicola”.

Regione Lazio: dal Pd via libera all’alleanza con il M5s ma si creano dissapori con Base riformista.

L’apertura di Zingaretti al M5S, con l’ingresso in giunta regionale, ha trovato nella Direzione del Pd Lazio l’opposizione di Base Riformista. Ospitiamo, a riguardo, il parere di Gregori.

Partiamo dalla domanda… cos’è un partito? Un luogo dove più aree di pensiero si uniscono e riconoscono l’una all’altra il diritto ad esprimere il proprio punto di vista sulle “questioni” che, di volta in volta, si presentano.
Questo è quanto il Partito Democratico sin dalla sua origine ha fatto e deve continuare a fare.

Nella fase che stiamo attraversando tante sono le incognite e tanti i punti su cui poter discutere: così il contributo di ciascuna delle aree di pensiero diviene ancora più importante per definire scelte condivise e che prendano in considerazione ogni aspetto delle vicende.
Per quanto riguarda la decisione dell’ingresso del Movimento 5 stelle nella giunta regionale della Regione Lazio questo pare proprio non essere accaduto, dato che la notizia è stata prima appresa dai giornali e poi, a decisione già presa, è stato concesso un confronto “postumo” nella direzione regionale del Partito.

L’attuale guida del Partito Democratico – Presidente della Regione Lazio – si voleva caratterizzare per lo spirito di collaborazione che sin dalle primarie del 2019 proponeva a tutte le componenti del partito. La vicenda e soprattutto l’accelerazione che riguarda l’allargamento dell’area di governo regionale del Lazio al Movimento 5 stelle, anche se da tempo si collaborava in consiglio, non sembra andare in quel senso e ha creato sorpresa in quelli che stavano e stanno cercando di fare del confronto e della pluralità il giusto metodo per ogni decisione e percorso.

Il nostro partito ha certamente bisogno di guardare con favore ad una estensione del proprio campo politico – che deve essere ampio – nel rispetto della vocazione maggioritaria dalla quale è nata nel 2008 la nostra comune casa democratica, tuttavia ha il dovere di non dimenticare quel metodo plurale nel prendere le decisioni che ci ha sempre contraddistinto. Perché proporre, dibattere, voler dare un contributo, non vuol dire tornare indietro ma fare tutti – insieme – un passo in avanti.

La Cisl c’è e farà fino in fondo il suo dovere

Il nuovo Segretario generale della Cisl indica la strada della continuità, ma osserva che il tempo del coraggio è adesso. Riportiamo ampi stralci dell’intervento di Luigi Sbarra, svolto davanti alla platea dei delegati al termine delle votazioni che lo hanno insediato alla guida della confederazione di Via Po.

Grazie per la vostra fiducia. Per l’amicizia e l’affetto che mi state dimostrando. Grazie per l’immenso onore che mi fate. Mai avrei creduto, e nemmeno sognato, quando da giovane mi innamorai dell’attività sindacale, di poter essere eletto, un giorno. Questi ultimi giorni sono stati di grande emozione per me. Ma anche di tristezza. Una tristezza condivisa con tutti voi, per non avere qui, oggi, un grande uomo che ha fatto tanto per la Cisl, per il sindacalismo italiano, per il Paese: Franco Marini. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile. Se ne è andato un amico, un padre nobile, un grande orgoglio per la nostra Organizzazione, e una vera Riserva dello Stato. Un uomo che ha reso più forte la democrazia italiana, dedicando l’intera vita alla difesa dei lavoratori, ai più deboli, alla costruzione del bene comune. Un mediatore infaticabile, di lui mancherà tutto. L’apparente bruschezza dei modi, che nascondeva un carattere dolce, umile, umano. La capacità di leggere le complessità e di assumere decisioni giuste, lontane dalle sirene del populismo e della demagogia. La concretezza e la propensione a disinnescare conflitti e a edificare concordia sono virtù che tanto servirebbero a chi abita i palazzi della politica di oggi. Valori e insegnamenti che, dopo la grande stagione della concertazione, si sono affievoliti a vantaggio di una deriva personalistica e di una disintermediazione che ha creato 20 anni di stallo delle riforme. Ci mancherà, Franco. Ma continueremo a farlo vivere ogni giorno, con il nostro lavoro, sperando di esserne all’altezza. 

Mai avrei immaginato di poter raccogliere il testimone di grandi “costruttori di futuro” come lui, come Giulio Pastore, Bruno Storti, Pierre Carniti, Sergio d’Antoni…come te, Annamaria [Furlan, Segretario generale uscente, ndr]. A te va il senso più profondo della mia gratitudine. Grazie soprattutto per aver permesso alla Cisl, con la tua guida, di arrivare dove è oggi. Un grande sindacato-associazione, con i piedi ben piantati nel terreno dell’autonomia e della contrattazione. Un sindacato ‘del fare’, riformatore, rinnovato, ma radicato fortemente nei valori che ne hanno ispirato la nascita e l’azione. Ci hai davvero portati dentro il nuovo secolo, Annamaria. Per di più sei riuscita a farlo in tempi eccezionali e drammatici. Sulle macerie di una crisi di sistema che nel 2011 aveva fatto tremare le fondamenta del Paese, rendendo visibili i punti deboli del nostro paradigma di crescita e dell’incompleto processo di unificazione comunitaria. 

Da convinta europeista hai promosso le ragioni di una Unione più democratica, coesa, vicina ai cittadini. Un’Europa dei popoli e del lavoro, una federazione che parlasse con voce unica, autorevole, solidale alle esigenze reali delle persone. Sei riuscita, siamo riusciti, a raggiungere approdi sicuri muovendoci tra le insidie di modelli culturali d’assalto, sventolanti l’insegna falsamente moderna di una illusoria disintermediazione. Non era facile e non era scontato smontare la logica assurda e sbagliata dell’uomo solo al comando, con corpi intermedi isolati, messi all’angolo, marginalizzati nel ruolo e nella legittima funzione di rappresentanza degli interessi dei lavoratori e dei pensionati in questo Paese, che parlasse con voce unica, autorevole, solidale alle esigenze reali delle persone. 

Ecco, se noi abbiamo superato tante insidie e siamo andati così avanti, in questi anni, è perché tu sei stata, per lo straordinario equipaggio di militanti, di delegati, di quadri e dirigenti che formano la comunità della Cisl, timone e vela ineguagliabili. Perché sei stata, e sei, uno speciale insieme di ragione e di passione. Di intelligenza e di cuore. Il cuore grande di una donna coerente, coraggiosa e lungimirante. Doti che ti hanno permesso di individuare la rotta giusta e di indicarla a tutti noi. Ti abbiamo seguito, tutta la Cisl ti ha seguito. Il solco è tracciato, sia nell’impostazione sindacale e politica, sia nella dimensione e nella progettualità organizzativa. A noi, ora, il compito di proseguire, con determinazione. Cercando di allargarlo e di renderlo ancora più fertile. Passo dopo passo. Sempre avanti, come in ogni momento della vita del nostro Paese ha saputo fare la Cisl.

È tempo di costruire un Patto Sociale che coniughi solidarietà e competitività, partecipazione e produttività. L’agenda di questo Accordo deve essere scritta insieme. Solo così potrà iniziare quella “stagione dei costruttori” indicata dal Presidente Mattarella. 

Quanto al Recovery Plan, esso rappresenta davvero un’occasione storica che sarebbe un delitto non cogliere. Quello che chiediamo al Governo è concretezza progettuale, con un vero cronoprogramma e reali valutazioni d’impatto sui riflessi occupazionali, sociali ed economici di ogni progetto. E poi la pandemia: la guerra al virus non è finita. Bisogna garantire l’approvvigionamento dei vaccini e piena copertura, moltiplicando le strutture abilitate. Al Governo chiediamo di lavorare insieme, aggiornando i protocolli sulla sicurezza per facilitare la somministrazione nei luoghi di lavoro. La nostra Prima Linea è diventata una trincea di solidarietà, presidiata da delegati, operatori, quadri, dirigenti, Rls e sindacalisti dei servizi, a partire da Inas e Caf, che hanno continuato a lavorare sfidando il pericolo. Ecco cosa vuol dire per noi esserci per cambiare. La pandemia ci conferma che ci sono radicali riforme e profonde innovazioni da fare. Intanto centinaia di migliaia di posti sono andati persi. Il rischio è che senza adeguate protezioni ed investimenti nel 2021 ne scompaiano il doppio. Non possiamo permetterlo.

  L’Italia sarà tanto migliore quanto più a costruirla saranno le donne, tenuto conto della necessità di colmare il divario occupazionale e salariale, per favorire ed inconraggiare il welfare contrattuale volto alla conciliazione tra vita e lavoro. Quanto ai giovani serve un “patto tra generazioni” che garantisca equità e faccia in modo che migliaia di cervelli non debbano più essere costretti ad emigrare, cosa che potrà avvenire se miglioreranno le possibilità di accesso al mondo del lavoro. Il futuro non può che fondarsi sui giovani. 

Serve una svolta sullo stato sociale, rispetto ambientale, sostegno alla terza età, cominciando con la rivalutazione dei trattamenti delle pensioni e da una riforma della flessibilità in uscita più sostenibile che parta dal presupposto che i lavori non sono tutti uguali.

La coesione deve essere consolidata con una riforma fiscale, sgravi sui redditi da lavoro e da pensione, una battaglia contro evasione ed elusione. Sulla non autosufficienza invochiamo una svolta e giusti riconoscimenti ai lavoratori del soccorso e della sicurezza. E poi la questione del Mezzogiorno: bisogna colmare lo storico divario tra aree forti e aree deboli. È interesse di tutti. L’Italia vive della propria unità. Crescerà davvero solo se crescerà il Sud.

Quanto alla Pubblica Amministrazione non ci può essere crescita senza il rilancio della sanità pubblica, assunzioni e stabilizzazioni, senza l’ammodernamento della P.A., con più servizi al cittadino e valorizzando i lavoratori che meritano il rinnovo dei contratti, senza tutele a postali, bancari, assicurativi.

Infine le politiche  industriali. Occorre difendere e rilanciare i nostri asset strategici, dalla manifattura, a partire dall’acciaio e dall’automotive, dalla chimica e dal tessile all’elettronica, dall’agroalimentare all’artigianato, al turismo, ai servizi, dai trasporti all’edilizia. E le politiche attive e gli  ammortizzatori universali, per il sostegno al reddito, per innovare il sistema formativo dalla scuola, all’università, alla ricerca, per atipici e somministrati, per i lavoratori delle telecomunicazioni e del settore energetico. 

In conclusione, proseguiamo il cammino iniziato settant’anni fa e che ci ha portato fin qui. Continuiamo a difendere la dignità, e ad affermare i diritti, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, dei giovani e di ogni persona, specie le più deboli e fragili, che siano nate qui o che abbiano scelto di vivere in questo nostro meraviglioso Paese. 

Cambiamo il Paese in quel che c’è da cambiare, per renderlo più giusto, aperto, inclusivo, ricco di opportunità, di lavoro e di vita. Per l’Italia il tempo del coraggio è adesso. La Cisl, come sempre, c’è. E farà fino in fondo la sua parte.

Il DPCM 2 marzo 2021 fa retromarcia sulle tutele dei lavoratori fragili.

Ha avuto solo una parziale soluzione la questione dei “lavoratori fragili”,  per i quali la legge di bilancio 2021 – n.° 178 del 30/12/2020 all’art. 481 prevedeva tutele sanitarie  estese fino al 28 febbraio 2021.  

Trattasi delle tutele a suo tempo stabilite dall’art 26 comma 2 e 2 bis del cd. “Decreto cura Italia”, per le quali i lavoratori fragili erano in attesa di una proroga,  motivata dall’incremento  esponenziale dei contagi in atto, anche a causa delle numerose varianti del virus in circolazione.

Tuttavia il DPCM del 2 marzo 2021 all’art. 6 ha solo parzialmente rinnovato tali tutele, limitandole all’area del cd. “lavoro agile”: con esclusione della previsione normativa più favorevole che equiparava la condizione dei cd. lavoratori fragili al ricovero ospedaliero. (codice INPS V07) al fine di sottrarli al  pericolo di contagio.

E’ evidente che un utilizzo lavorativo in un contesto ove siano continuativamente presenti altre persone può favorire promiscuità e contatti fisici.

Ed è altrettanto evidente che una persona fragile per costituzione fisica necessiti del ventaglio più ampio di protezioni e tutele: un contagio potrebbe essere addirittura fatale.

Occorre intanto che sia chiarito il concetto stesso di “lavoro agile”: infatti è stata usata nel DPCM questa dizione, anzichè la più restrittiva e protettiva collocazione in “smart working”.

“Lavoro agile” è una definizione che può prestarsi ad interpretazioni applicative disparate, potenzialmente persino creare situazioni di prassi organizzative diverse e conflittuali tra loro, in contesti attuativi differenti.

Perché fare retromarcia rispetto a quanto previsto dall’’art. 481 della Legge di Bilancio per tutto il 2021?

Un DPCM in retromarcia ha le sembianze di un post-scriptum di Ponzio Pilato.

Inutile sottolineare che si tratta del venir meno di una condizione di protezione  poichè non tutti i lavoratori fragili possono essere utilizzati secondo la fattispecie del cd. “lavoro agile” se tale fattispecie non viene circostanziata e definita. 

Forse è sfuggita ai decisori del DPCM la gravità della loro condizione, inquadrata in un contesto normativo fortemente restrittivo e caratterizzato da limitazioni, aree a rischio, divieti, obblighi e raccomandazioni.

Al punto che la riduzione delle tutele rispetto a quanto previsto dall’ultima legge che le regolamentava, appare una contraddizione logica rispetto all’aumentata pericolosità del virus, per le varianti e per l’abbassarsi dell’età media dei contagi.

Chiudere tutto e mandare a lavorare i malati di cancro non mi pare concettualmente coerente.

Ma chi sono i lavoratori fragili? Ne abbiamo scritto a lungo ma… repetita iuvant.

Sono i malati di tumore, i chemioterapici, gli affetti da artrite reumatoide, gli immunodepressi, coloro che sono sottoposti a terapie salvavita, i tutelati dalla legge 104/92,  La loro condizione di fragilità non viene certificata da un medico di famiglia compiacente ma dalle autorità sanitarie della AST o dal cd. “medico competente” nominato dal datore di lavoro al fine di verificare in modo rigoroso e attendibile la tipologia della condizione di inidoneità al servizio normalmente svolto.

Inoltre l’inidoneità è spesso legata al dichiarato periodo di emergenza: c’è un nesso logico fin troppo evidente che lega le due condizioni: la fragilità e l’emergenza (divieti di spostamenti, di uscite, chiusura di esercizi commerciali, di attività pubbliche e sociali ecc.) .

L’emergenza è determinata dunque dalla facilità incrementale del contagio.

Mentre l’art. 481 della legge di Bilancio 2021 n.° 178 del 30/12/2020 prevedeva entrambe le possibilità (lavoro agile e – a seconda della certificazione di inidoneità al servizio- il collocamento in congedo d’ufficio senza far ricorso al  periodo di malattia contrattuale (il cd. “periodo di comporto”) , il DPCM del 2 marzo u.s.  non solo limita l’utilizzo al “lavoro agile” dei lavoratori fragili certificati inidonei ma demanda la definizione della modalità di utilizzo e della pratica attuazione del concetto stesso di lavoro agile  ai singoli dirigenti degli uffici ove il dipendente presta servizio. Si corre il concreto rischio di decisioni diverse da ufficio a ufficio e quindi una possibile, anche se non voluta, oggettiva  disparità di trattamento.

Fa specie riscontrare che mentre una legge dello Stato  ipotizzava una tutela più ampia , un atto gerarchicamente inferiore qual è il DPCM, restringa le ipotesi normative di cui possono avvalersi i “fragili”.

E ciò affidando i criteri del loro utilizzo alla discrezionalità dei singoli dirigenti i quali sono loro stessi, in questa situazione, privati di una normativa unica, legislativa e a carattere nazionale che li tuteli ope legis. 

Ed esposti quindi a possibili contenziosi, nonostante la loro volontà di ben operare.

La situazione che si viene a creare introducendo una discontinuità con la normativa precedente, l’ultima temporalmente in vigore, fino al 28/02 u.s ,  che tutti si aspettavano fosse rinnovata nella sua interezza (ed esattamente il già citato art. 481 della legge 178/2020) merita un sollecito ripensamento in sede legislativa e intanto di decreto legge governativo.

“Fratelli tutti” e “Laudato si”, bussola dei programmi delle Nazioni Unite

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«Insieme a Papa Francesco voglio che i governi ed i popoli del mondo lavorino in armonia tra loro come una famiglia di nazioni; questo è l’unico modo in cui saremo in grado di affrontare i problemi che abbiamo davanti e risolverli».
Così Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha risposto a una domanda di Paolo Mastrolilli, nel corso di una intervista pubblicata il 1° marzo dal quotidiano “La Stampa”.
«Nella sua ultima Enciclica Fratelli tutti – ha osservato Mastrolilli – Papa Francesco discute la riforma dell’Onu…».
Ha risposto Guterres: «Sono convinto che le Nazioni Unite siano l’unica organizzazione che può aiutare a riunire i Paesi del mondo per affrontare insieme le principali minacce che fronteggiamo: dal Covid-19 al cambiamento climatico al sostegno finanziario verso le nazioni che soffrono. Ma anche la nostra organizzazione ha bisogno di una riforma. Abbiamo bisogno di un multilateralismo in cui si sentano voci diverse. Un multilateralismo che produca risultati e una riforma delle strutture di “governance” basata sulla realtà del presente e orientata verso il futuro, non bloccata nel mondo di 75 anni fa. Gli Stati membri devono concentrarsi sulla riforma del Consiglio di sicurezza che va al cuore della credibilità dell’Onu. Ho avvertito che stiamo affrontando una crescente ondata di nazionalismo in un momento in cui dovremmo concentrarci sulle soluzioni multilaterali ai problemi che fronteggiamo».
Mastrolilli ha poi rivolto a Guterres una domanda in merito alla tempistica per la conversione verde e la riduzione delle emissioni che influenzano il cambiamento climatico.
«Quest’anno sarà decisivo per affrontare l’emergenza climatica generale», ha risposto il Segretario Generale delle Nazioni Unite. «Il nostro obiettivo centrale del 2021 è costruire una coalizione globale per la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050. Ogni Paese, città, istituto finanziario ed azienda dovrà adottare piani credibili per ridurre le emissioni globali del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010».
«Devo rendere onore – ha sottolineato Guterres – alla leadership costante del Santo Padre, in particolare attraverso la sua fondamentale Enciclica Laudato si’, nella lotta al cambiamento climatico e alle ingiustizie che esso comporta…».
Come rivelano queste parole, mai nella storia moderna le Nazioni Unite hanno avuto un punto di vista così vicino a quello del Pontefice romano, e mai le Encicliche scritte dal Papa sono state prese in tale considerazione.
Un nuovo mondo sta nascendo e forse è la volta buona che anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu superi le logiche del dopoguerra e si allarghi ad un arco più vasto di nazioni.

Dante e i Papi. Karol Wojtyła e la «Divina Commedia». Il dono di «trasumanare».

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo

La specola del dantismo permette di scoprire “percorsi paralleli” seguiti dai Pontefici che hanno operato sotto la stella dell’umanesimo cristiano e che, pertanto, hanno segnato profondamente la storia della Chiesa: «L’umanesimo cristiano (…) per la più grande felicità dell’uomo (…) scongiura le minacce contro la sua dignità di persona, soggetto di diritti e di doveri, e contro la sua stessa esistenza» (Messaggio al Pontificio Consiglio della cultura, 19 novembre 1999). L’essenza di codesto umanesimo è stata perfettamente delineata da Jacques Maritain (Humanisme integral. Problèmes temporels et spirituels d’une nouvelle chrétienté, 1936), complessa riflessione sul temporale e lo spirituale, secondo un punto di vista teologicamente “orizzontale”. Seguendolo, si può dire che gli eventi della vita e della storia avvicinano Giovanni Paolo II a Pio II , eletto Papa nel 1458, sia per l’importanza della formazione umanistica e letteraria sia per la partecipazione attiva al concilio di Basilea (1431-1445), da parte di Enea Silvio Piccolomini, e al concilio Vaticano II (1962-1965), da parte di Karol Wojtyła, sia perché entrambi, eletti Pontefici, hanno costituito l’ago della bilancia politica europea e non solo europea.

È il 1938 quando Karol Wojtyła si iscrive alla facoltà di Lettere dell’università Jagellonica di Cracovia: la sua personalità e la sua spiritualità vengono scolpite dagli orrori della seconda guerra mondiale, ma anche dalla vocazione religiosa che non cancella ma esalta la passione per le humanae litterae e per il teatro, grazie anche all’amicizia con Mieczyslaw Kotlarczyk fondatore del Teatro Rapsodico. Nel 1946, a Cracovia, Karol è ordinato presbitero, ma prosegue gli studi a Roma, presso l’Angelicum, dove discute la tesi di dottorato sulla dottrina della fede in san Giovanni della Croce.

Il ritorno in Polonia (1948) è caratterizzato dall’intreccio fortissimo tra missione pastorale e docenza universitaria presso l’università Jagellonica di Cracovia e l’università Cattolica di Lublino. Nel 1958 è nominato vescovo ausiliare di Cracovia e, da Paolo VI , il 13 gennaio 1964, arcivescovo della stessa città. A quello stesso anno risale il primo documento dantesco del futuro Papa, una lettera-recensione all’amico Kotlarczyk, per una messa in scena della Commedia: «Ecco che al posto di questi contorni obiettivistici, pieni di una realtà escatologica e nello stesso tempo storica, la Divina Commedia è emersa come un poema personale di Dante». Sono gli anni del concilio Vaticano II a cui Wojtyła partecipa, dando il suo contributo alla stesura della Dignitatis humanae. L’umanesimo cristiano si declina in lui in direzione cristologica, come i documenti del Vaticano II dimostrano: nel 1965 dà il suo contributo alla Gaudium et spes, pronunciando il 28 settembre un importante discorso in difesa dell’antropologia personalista. L’Imitatio Christi è il nuovo umanesimo e il nuovo stile di vita, che, all’inizio del pontificato, si tradurrà nell’accorato appello «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» (omelia del 22 ottobre 1978). Nel rapporto antropocentrismo-cristocentrismo si inserisce la fonte dantesca e non è certo un caso che le citazioni dall’opera di Dante connotino, dal 1979 al 2003, tutti gli anni del pontificato.

Il suo dantismo ha una precisa matrice teologica e sboccia, come un fiore, dal dantismo dei predecessori Giovanni XXIII e, in particolare, Paolo VI , dei quali sceglie il nome papale. La funzione retorica di codesto dantismo è la climax, che è possibile articolare in tre momenti: citazione, sviluppo, preghiera: «Mi piace ricordare un’esortazione che Paolo VI , mio venerato predecessore, (…) rivolgeva a dodicimila giovani (…). Solo in Cristo è la soluzione dei vostri problemi; è Lui che libera l’uomo dalle catene del peccato e di ogni schiavitù: è lui la luce che risplende fra le tenebre; è lui la verità che tanto ci sublima (Paradiso, XXII , 42)» (1 marzo 1979, omelia per i rappresentanti dell’esercito italiano). Le parole pronunciate da san Benedetto nel cielo di Saturno, per ribadire che la Verità innalza i credenti fino a Dio, sembrano indicare un verso-chiave del pontificato di Giovanni Paolo II , non tanto perché è citato due mesi dopo, in occasione della visita all’abbazia di Montecassino (18 maggio 1979) e ancora dieci anni dopo (19 maggio 1989), sempre a Montecassino, ma soprattutto perché è possibile leggerlo in controluce nell’avvìo dell’enciclica Fides et ratio (14 settembre 1998): «La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». L’interazione tra teologia e filosofia consente l’evangelizzazione della cultura e quindi l’evangelizzazione tout court, realizzando gli auspici dei concili Vaticano I e Vaticano II . Solo la libertà interiore permetterà la vera conoscenza, «(l’uomo) solo in questo orizzonte veritativo comprenderà il pieno esplicitarsi della sua libertà e la sua chiamata all’amore e alla conoscenza di Dio come attuazione suprema di sé»; parole che sembrano riecheggiare «Lo maggior don che Dio per sua larghezza/ fesse creando e a la sua bontate / più conformato, e quel ch’ è più apprezza / fu de la volontà la libertate» (Paradiso, V , 19-22). La memoria dantesca permette il suo sviluppo nella direzione che le è più congeniale: la preghiera. Papa Wojtyła coglie il significato teologico del Padre nostro dantesco e interpreta la «cotidiana manna» come metafora della Eucaristia: «L’aveva intuito con lucida chiarezza Dante Alighieri, uomo di mondo e di fede, genio della poesia ed esperto nella teologia, quando nella parafrasi del Padre nostro (…) insegna che nell’aspro deserto della vita senza l’intima unione con Gesù, la “manna” del Nuovo Testamento, il “Pane disceso dal cielo”, l’uomo, che vuole andare avanti con le sue forze, in realtà va indietro. «“Da’ oggi a noi la cotidiana manna / senza la qual per questo aspro deserto / a retro va chi più di gir s’affanna”(Purgatorio, XI 13-15)» (19 agosto 1979, omelia per studenti e docenti dell’Opus Dei). Nella stessa direzione la preghiera in occasione del restauro della statua dell’arcangelo Michele (29 settembre 1986). «Rivolgo anch’io al Signore la preghiera che tutte le riassume: “Come del suo voler gli angeli tuoi / fan sacrificio a te cantando osanna / così facciano li uomini de’suoi” (Purgatorio, XI , 10-12)», una preghiera culminante, nell’anno 2000, nell’auspicio dell’avvento del Regno di Dio: «Vegna ver noi la pace del tuo regno, esclama Dante nella sua parafrasi del Padre nostro ( PG , XI , 7), un’invocazione che orienta lo sguardo al ritorno di Cristo e alimenta il desiderio della venuta finale del Regno di Dio» (Udienza generale del 6 dicembre 2000). È un procedimento che raggiunge il suo apice nella preghiera di san Bernardo alla Vergine Maria nel canto XXXIII del Paradiso, versi ampiamente citati dai predecessori di Giovanni Paolo II , ma che in lui assumono un particolare significato, alla luce del suo motto apostolico. Dalla lettura in seminario del Trattato della vera devozione alla Santa Vergine di san Luigi Maria Grignon de Monfort alle parole del Testamento spirituale, «Tutto, anche questo momento, depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus» (6 marzo 1979), nel pensiero teologico del Papa santo, ogni affermazione si può collegare al culto della Madre di Dio. Particolarmente illuminanti sono le parole dell’Angelus dell’8 dicembre 2001: «Tornano alla mente le parole che Dante nel canto trentaduesimo del Paradiso si sente rivolgere da san Bernardo, ultima guida nel suo pellegrinaggio ultraterreno: “Riguarda omai nella faccia ch’a Cristo / più si somiglia; ché la sua chiarezza / sola ti può disporre a veder Cristo” (vv.85-87)». Per san Giovanni Paolo II , canonizzato da Papa Francesco il 27 aprile 2014, cristologia e mariologia coincidono proprio come nella teologia dantesca. Codesta mirabile sintesi basterebbe da sola per definire il sacro dantismo, ma manca ancora un tassello, essenziale, che si incastona come la gemma nell’anello pontificale: la dimensione estetica del pensiero teologico, così come è delineata, in generale, nella Lettera agli Artisti (4 aprile 1999) e, in particolare, nel discorso all’inaugurazione della mostra Dante in Vaticano (30 maggio 1985). Nella Lettera, partendo dal presupposto che il Bene è la condizione metafisica della Bellezza, Giovanni Paolo II afferma la possibilità di un’alleanza feconda tra Vangelo e Arte, pur rimanendo distinti i due percorsi dell’itinerario verso Dio: «Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall’intuizione artistica» (par. 6). Si tratta della dimensione estetica dell’umanesimo, che nel medioevo cristiano aveva generato l’arte romanica e gotica, «mentre un mirabile poeta come Dante Alighieri poteva comporre “il poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra” (Paradiso, XXV , 1-2)» (par. 8), e che «non è affatto un pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero dell’Incarnazione e dunque sulla valorizzazione dell’uomo da parte di Dio» (par. 9).

Si tratta di una dimensione estetica che si esprime nelle innumerevoli rappresentazioni della Vergine Santa, che «il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso, come “bellezza, che letizia / era ne li occhi a tutti li altri santi”» (Paradiso, XXXI , 134-135)» (par. 16) e che implica un sforzo al limite dell’umano: «Trasumanare. Fu questo lo sforzo supremo di Dante: fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano. Per questo il poeta lesse giustamente la propria vicenda personale e quella dell’intera umanità in chiave teologica, per questo spiritualizzò il sistema planetario, vide i cieli come narratori privilegiati della gloria di Dio, inondò di luce le balze del Purgatorio e i cieli del Paradiso» (Discorso per la mostra Dante in Vaticano, 30 maggio 1985).

Neera Tanden: la prima nomina di Biden che fa un passo indietro

Neera Tanden, direttrice del think tank progressista Center for American Progress nominata dal presidente Usa Joe Biden direttrice dell’Ufficio di gestione del bilancio, ha fatto un passo indietro e rinunciato alla nomina.

Lo ha confermato la Casa Bianca. Quella di Tanden è la prima nomina di Biden a non essere andata a buon fine.

Nelle scorse settimane diversi senatori avevano espresso riserve per una serie di commenti incendiari e insulti di Tanden rivolti a diversi parlamentari tramite Twitter. E’ stata la diretta interessata a inviare una lettera al presidente, affermando che “appare ormai chiaro che non esiste alcun percorso possibile per ottenere la conferma” della nomina.

Nella missiva, rilanciata dalla stampa Usa, Tanden afferma di non voler essere “una distrazione dalle altre priorità” della Casa Bianca.

Per gli esperti l’accanimento democratico contro questa nomina è dovuto a una vendetta postuma nei confronti di Hillary Clinton, di cui la Tanden è stata consigliera, collaboratrice, alleata, amica.

Ora per la successione le fonti del Congresso parlano  John Jones, Shalanda Young, Jared Bernstein – consigliere di lunga data di Biden- e Gene Sperling, che è stato uno dei massimi consiglieri economici degli ex presidenti Barack Obama e Bill Clinton.

Covid: il pass vaccini salverà il turismo estivo

Il green pass vaccinale che consente gli spostamenti tra Paesi dell’Unione Europea salva l’estate degli stranieri in vacanza in Italia che vale 11,2 miliardi per il sistema turistico nazionale in spese per alloggio, alimentazione, trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Bankitalia in riferimento all’importanza della presentazione da parte della Commissione europea il prossimo 17 marzo della proposta legislativa per un Digital green pass con l’obiettivo di consentire gradualmente agli europei di muoversi in sicurezza all’interno o all’esterno dell’Ue, per lavoro o turismo.

L’Italia – sottolinea la Coldiretti – è fortemente dipendente dall’estero per il flusso turistico con ben 23,3 milioni di viaggiatori stranieri che la scorsa estate hanno dovuto rinunciare a venire in Italia per effetto delle limitazioni agli spostamenti e per le preoccupazioni sulla diffusione del contagio. Si tratta un vuoto pesante nel periodo da giugno a settembre che purtroppo non è stato compensato dalla svolta vacanziera patriottica degli italiani. L’assenza di stranieri in vacanza in Italia grava sull’ospitalità turistica nelle mete più gettonate che risentono notevolmente della loro mancanza anche perché – sottolinea la Coldiretti – i visitatori da paesi europei hanno tradizionalmente una elevata capacità di spesa.

Ad essere avvantaggiate saranno soprattutto le città d’arte, che sono le storiche mete del turismo dall’estero, ma anche gli oltre 24mila agriturismi nazionali dove gli stranieri in alcune regioni secondo Campagna Amica rappresentano tradizionalmente oltre la metà degli ospiti. E’ importante che con l’avanzare della campagna di vaccinazione e l’apertura delle frontiere si proceda anche alla ripartenza delle attività di ristorazione a pranzo e cena, nel rispetto di tutte le norme di sicurezza. Il cibo infatti – conclude la Coldiretti – è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa un terzo della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche.

Sicilia: integrazione più forte con IncluCities

Migliorare l’integrazione dei migranti nelle città di medie dimensioni con un processo di formazione. È lo scopo del progetto ‘IncluCities’, che unisce otto città europee tra cui Partinico in Sicilia (in coppia con la città belga di Mechelen). Finanziato dal Fondo Amif per l’asilo, il progetto è guidato dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa (Ccre) che lo ha proposto come esempio virtuoso in un incontro online sull’impatto locale del nuovo approccio europeo alla migrazione.

All’epoca dell’inaugurazione di ‘IncluCities’ nel 2020, il portavoce del Consiglio dei comuni e delle regioni europee (Cemr), Pietro Puccio, lo aveva definito “un’opportunità per creare un territorio di dialogo multiculturale, spostando il focus dall’accoglienza, intesa come gestione dell’emergenza, a una rigorosa strategia di inclusione”. Per riuscirci sarà fondamentale la cooperazione tra le otto città, che hanno tutte diversi gradi di esperienza in questo campo, e le varie associazioni nazionali di governo locale e regionale. Opinione condivisa dal vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, che ha dichiarato: “I governi locali possono dimostrare come gestire la migrazione senza rimanere bloccati nei dibattiti”. Schinas ha inoltre sottolineato la necessità che i governi locali e regionali svolgano un ruolo cruciale nei negoziati sul nuovo patto Ue.