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Minori senza pagina

Articolo già pubblicato sulla rivista “DPU- DIRITTO PENALE e UOMO – Rivista internazionale di studi giuridici e antropologici

Le trame di tante brutte storie di violenza sulle donne scorrono agghiaccianti e quasi sovrapponibili.

Ma ci sono protagonisti altrettanto innocenti che restano nell’ombra, non sempre si parla di loro.

Perché ci sono le vittime e i carnefici, c’è Abele e c’è Caino ma poi ci sono i figli e i nipoti, i discendenti dell’una e dell’altro, ci sono minori che avevano un padre ed una madre ed ora sono rimasti orfani di entrambi, l’uno in carcere perché assassino e l’altra scomparsa perché annientata e uccisa.

Quando accade un fatto di cronaca nera ci si sofferma sui dettagli dell’episodio ma sovente ci si dimentica di considerare “chi resta” , spesso orfani privati improvvisamente di una famiglia , degli affetti quotidiani, in modo cruento.  O se lo si fa non si va oltre la retorica di una umana considerazione appena accennata e destinata a scomparire nell’oblio. Restano esistenze affidate alla solidarietà di chi può o vuole occuparsene.

Purtroppo si tratta di casi in aumento , fino a costituire una sorta di fenomeno sociale

I  colpevolisti e gli innocentisti sono troppo impegnati nel cercare buone e sostenibili ragioni di  difesa o di accusa per occuparsi di chi non ha voce o argomenti per esprimere il trauma di una nuova condizione esistenziale: spesso la schiera degli interlocutori si riduce al ristretto ambito familiare, certamente ai servizi sociali e alle istituzioni più sensibili ma il cammino della vita di queste creature  conosce un brusco, doloroso cambio di direzione.

Quando assistono alle violenze domestiche, quando vivono e percepiscono situazioni emotive insostenibili, quando sono testimoni dei conflitti e degli scontri fisici tra i loro genitori, quando sanno della soccombenza delle loro madri picchiate, violate, stuprate e uccise,  i minori sono il più delle volte soli ed essi stessi indifesi, vittime innocenti di tragedie che segneranno per sempre il loro destino.

Eppure queste sofferenze nascoste, queste ferite indelebili restano spesso sottotraccia nella narrazione delle storie di violenza familiare, nella descrizione dei fatti di cronaca nera, oppure minimamente accennate, come un inciso, un corollario, un’appendice.

Non esiste un titolo, una “prima pagina” per questi bambini, adolescenti o ragazzi che siano, eppure sono loro che – spenti i riflettori e nebulizzata l’eco della cronaca – dovranno farsi carico di un fardello insostenibile generato da una nuova, improvvisa condizione di soccombenza.

Nell’immediatezza del fatto sono solo sfiorati da un cenno di cronaca, restano ai margini della vicenda e questo per certi aspetti li mette al riparo dalla curiosità morbosa, nascosti, protetti: ma “dopo”, che ne sarà di loro? C’è da dire che neanche nella considerazione del dolore, nell’immedesimazione nei vissuti e nelle emozioni, questa società sa dare ai piccoli protagonisti di questi drammi umani la dovuta attenzione.

Molto più facile e intrigante ricostruire i moventi e dettagliare i gesti criminali – l’arma, la postura della vittima, gli aspetti più scabrosi – che occuparsi in qualche modo di aiutare, sostenere chi non riesce a capire, non può ancora farlo perché ciò che aveva e ciò che gli resta, ciò che può pensare, i dubbi, le paure, la solitudine, le angosce, i silenzi del suo cuore non sono (ancora) mediaticamente interessanti.

Sono altra cosa: storie ancora non scritte che restano  oscurate dalla preponderanza di una cronaca che spesso, e non per pudore, tace di loro.             

 

A Padova il 21 novembre Giornata nazionale degli alberi

Il Comune di Padova è all’opera costantemente nel proteggere, mantenere, curare e rafforzare il grande patrimonio verde urbano, composto da più di 49.000 alberi. Per celebrarlo e riconoscerne l’ingente valore per la collettività, l’Amministrazione promuove alcune iniziative nell’ambito della Giornata nazionale degli alberi del 21 novembre.
Il programma prevede la mostra “UrbArt – semi d’arte nei quartieri” in programma fino al 22 novembre al Cortile Pensile di Palazzo Moroni, che racconta, attraverso gli scatti di alcuni fotografi, la prima edizione del progetto “UrbArt – dare nuova forma alla città” che ha trasformato in sculture 15 ceppaie di alberi destinati all’abbattimento in luoghi in cui non era possibile piantare altre piante. La mostra, a cura delle associazioni Teatro invisibile e Marga pura, è all’aperto e visitabile ogni giorno fino alle 19 nel rispetto della normativa anti-Covid.

Al centro del programma ci sono poi tre iniziative di messa a dimora di nuovi alberi che riguardano il Parco dei Salici, il Parco Basso Isonzo e piazza Caduti della Resistenza. Nel dettaglio, il Parco dei Salici è stato oggetto di un importante intervento di riqualificazione progettato dal Gruppo 124 guidato da Renzo Piano che ha dato una nuova fisionomia al parco con la creazione, al centro dello spazio verde, di una ellissi formata da più di 160 alberi, ognuno dotato di un proprio particolare tutore in legno che può fungere anche da seduta. Il progetto prevede inoltre la realizzazione di un padiglione in legno da utilizzare come area palcoscenico per eventi e iniziative della comunità.
Una simbolica inaugurazione del parco, senza la partecipazione del pubblico, è prevista nella mattinata di sabato 21 novembre, con l’Ass. al Verde Chiara Gallani e il coordinatore del gruppo di architetti progettisti Edoardo Narne. L’ultimo intervento riguarderà piazza Caduti della Resistenza dove saranno messi a dimora cinque nuovi alberi per concludere il progetto di riqualificazione della piazza.

L’Assessore al Verde, Chiara Gallani, evidenzia come “Al fine della prevenzione di inutili rischi e del miglioramento della sicurezza di parchi e aree cittadine, il Comune metta in campo fondi e interventi di riassetto del patrimonio arboreo, come i recenti 400.000 euro dedicati a verifiche di stabilità e interventi di manutenzione. Accanto all’impegno dell’Amministrazione è doveroso sottolineare l’importanza di far crescere un’adeguata conoscenza degli alberi e una diffusa consapevolezza dei pericoli che possono rappresentare, ad esempio in determinate condizioni atmosferiche, al fine di favorire i corretti comportamenti da tenere”.

Spazio quindi anche all’approfondimento scientifico con il seminario “Alberi in città: dal vivaio al marciapiede. Criteri di scelta delle specie”, organizzato dal Tesaf dell’Università di Padova in collaborazione con il Settore Parchi del Comune e gli ordini professionali. Il seminario si terrà il 20 dalle 9 alle 13 e sarà trasmesso in diretta streaming dalla Sala Zairo della sede dell’Ordine degli Architetti di Padova su YouTube.
Infine, alla ludoteca comunale Ambarabà, un pomeriggio di educazione ambientale con una serie di laboratori sul tema dell’albero previsti dalle ore15 alle 18.30. L’ingresso alla ludoteca è contingentato e su prenotazione obbligatoria da effettuarsi tramite il form online all’indirizzo www.coopterra.it/prenotazione_ludoteca.

Il governo britannico vieterà la vendita di auto a benzina e diesel dal 2030.

Il governo britannico vieterà la vendita di auto a benzina e diesel dal 2030.

Johnson spera che le ambiziose proposte possano contribuire a mantenere gli impegni presi per ridurre la forte disuguaglianza regionale della Gran Bretagna e riparare alcuni dei danni economici provocati dalla pandemia. Proposte viste anche come un’opportunità per allinearsi alle priorità del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, prima che la Gran Bretagna ospiti i colloqui sul clima globale il prossimo dicembre.

Le proposte prevedono di quadruplicare l’energia eolica offshore entro un decennio e di aumentare la capacità di produzione di idrogeno per l’industria, i trasporti, l’energia e le abitazioni. Si investirà anche nel trasporto pubblico a emissioni zero, oltre che nella ricerca su aerei e navi a emissioni zero. Inoltre, verranno incentivati l’utilizzo della bicicletta e gli spostamenti a piedi.

Il divieto del 2030 per le auto e i furgoni a benzina e diesel segue quello che Downing Street ha definito “un’ampia consultazione con le case automobilistiche e i venditori”. Secondo i nuovi piani, il Governo investirà 1,3 miliardi di sterline per l’espansione dei punti di ricarica dei veicoli elettrici nelle case e nelle strade di tutta l’Inghilterra, e renderà disponibili 582 milioni di sterline in sovvenzioni per l’acquisto di veicoli a zero o a bassissime emissioni. Nel frattempo, nei prossimi quattro anni saranno spesi quasi 500 milioni di sterline per lo sviluppo e la produzione di batterie per veicoli elettrici.

In Europa un morto ogni 17 secondi

Un morto per coronavirus ogni 17 secondi in Europa.

Questo quanto ha spiegato Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa, durante un incontro in cui ha aggiornato sulla situazione della pandemia di coronavirus Sars-CoV-2 nel Vecchio continente.

“In Europa – ha affermato Kluge – abbiamo il 28% dei malati” di Covid-19 “del mondo” e “29 mila persone sono morte la scorsa settimana, il che vuol dire una ogni 17 secondi”.

Calabria, la protesta dei sindaci a Roma: “Vogliamo una sanità normale”. Conte: “Massima attenzione”

Articolo pubblicato sulle pagine di Rai News erano presenti per l’Anci due funzionari: Fabrizio Clementi e Danilo Moriero

Decine di sindaci calabresi, con la fascia Tricolore, si sono radunati in piazza Montecitorio per chiedere, tra le varie cose, la fine del commissariamento della sanità regionale vista l’emergenza Covid. Lo striscione portato in piazza recita “Commissariati e indebitati dallo Stato”. “Non ci interessano le diatribe politiche. Vogliamo una buona gestione della sanità in Calabria, una sanità che sia all’altezza della Repubblica Italiana di cui siamo parte. Siamo qui a ribadirlo con le nostre fasce Tricolori”, dice Francesco Candia, presidente di Anci Calabria.

“Vogliamo essere parte dello Stato e vogliamo che in Calabria ci sia una sanità normale”, ha concluso. Una delegazione è entrata a palazzo Chigi per essere ricevuta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. All’incontro partecipa il ministro della Salute Roberto Speranza. “Potete confermare alle vostra comunità  che, da parte del governo, c’è massima attenzione verso tutti i cittadini calabresi”. Così il premier Giuseppe Conte nel corso dell’incontro.

“Chiediamo condivisione e dialogo tra i territori e il Governo per la tutela del diritto alla salute. Il commissariamento deve essere provvisorio, non può durare per sempre. Noi chiediamo condivisione sulla scelta del commissario, non ci interessano i nomi ma le competenze. E chiediamo anche collaborazione per la gestione della sanità in futuro”, ha detto il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà. In pochi giorni di nomi ne sono stati “bruciati” tre: Saverio Cotticelli, che non sapeva di dover preparare il piano anti Covid; Giuseppe Zuccatelli, che a maggio durante un incontro con alcune associazioni sosteneva che le mascherine non servono a nulla; Eugenio Gaudio, rinunciatario per la contrarietà della moglie a un trasferimento a Catanzaro.

In attesa della nomina di un nuovo commissario, nella regione è già in campo Emergency di Gino Strada, che ha siglato un protocollo con la Protezione civile per affrontare l’emergenza coronavirus. “La situazione è insostenibile – ha aggiunto Francesco Mundo, primo cittadino di Trebisacce -. La gestione commissariale anziché migliorare la situazione finanziaria ha alimentato l’emigrazione sanitaria verso altre regioni mentre i servizi sono inesistenti. Oggi vengono montati ospedali da campo ma ci sono 18 piccoli ospedali chiusi che potrebbero essere riaperti”.

Politica tra unità e populismo

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella continua, giustamente, a richiamare la politica italiana nel suo complesso ad una rinnovata e consapevole unità istituzionale. E quindi politica. Al di là di ogni considerazione, ha semplicemente ragione. E questo per due motivi sostanziali.

Innanzitutto perchè le fasi storiche difficili, o drammatiche come quella che stiamo concretamente vivendo, non possono essere affrontate e governate convivendo con una polemica quotidiana. Polemiche dettate perlopiù da motivazioni di natura propagandistica e legate unicamente a ragioni di sondaggi elettorali.

In secondo luogo l’unità politica e istituzionale non si configura solo e soltanto attraverso maggioranze di governo consociative o confuse. L’unità politica, il più delle volte, e come la concreta esperienza storica ampiamente conferma, si raggiunge se i partiti – o quel che resta dei partiti – sono guidati da personalità autorevoli e qualificate che in particolari circostanze storiche sanno anteporre gli interessi generali, e quindi del paese nella sua interezza, a piccoli interessi di bottega e di natura puramente elettorale. Solo così, nel passato, si sono superate frontali contrapposizioni ideologiche e diffidenze politiche ataviche.

Ora, nell’attuale contesto politico italiano, le forze politiche – e i rispettivi capi partito, non leader politici – hanno la forza, l’autorevolezza e la capacità per recepire sino in fondo i ripetuti appelli del Capo dello Stato? Perchè questo resta il nodo politico per eccellenza. Ma la domanda di fondo, piaccia o non piaccia, è sempre la stessa. E cioè, come è possibile raccogliere e tradurre in comportamenti politici concreti gli inviti del Presidente della Repubblica quando abbiamo forze politiche, nella maggioranza di governo e nella stessa opposizione che fanno del populismo e della demagogia la loro ragion d’essere? Del resto, il voto del 2018, anche se è una data ormai lontana ma che al contempo non si può dimenticare, ha segnato la vittoria delle forze populiste e demagogiche.

Che tali erano e tali restano. E quando la cifra distintiva era e resta il populismo, più o meno enfatizzato a seconda delle convenienze momentanee, è persin ovvio arrivare alla conclusione che le ragioni della unità e della compattezza, seppur di fronte ad una grave emergenza, continuano ad essere sacrificate sull’altare dell’ideologia populista e anti politica. È sufficiente scorrere ciò che dicono alcuni organi di informazione per rendersene conto. È difficile, cioè, molto difficile, offrire una immagine e una prospettiva di vera unità quando la prassi populista continua ad avere il sopravvento.

Ecco perchè tocca, ancora una volta, alle forze democratiche e riformiste della maggioranza e dell’attuale opposizione con una spiccata cultura costituzionale, il compito di tessere la costruzione di una prospettiva di unità, di condivisione e di compattezza politica ed istituzionale. Non per la convenienza politica ed elettorale dei singoli partiti ma per cercare di raggiungere e di lavorare per il “bene comune”. Che, detto fra di noi, era e resta la cifra distintiva della storia e dell’esperienza del cattolicesimo politico italiano.

In ricordo di Bruno Lazzaro

Ieri nella chiesa di San Gregorio Nazianzeno  in Vicolo Valdina abbiamo ricordato i nostri colleghi defunti nell’anno 2020. Un lungo elenco di nomi, di uomini e donne, personaggi della prima Repubblica, ciascuno di loro con una storia imponente, straordinaria. 

Lo abbiamo fatto per rispettare una tradizione e dare continuità tra passato e presente, proprio quello che taluni vorrebbero cancellare. Ci siamo stretti insieme al celebrante don Francesco Pesce che ha avuto parole significative per tutti noi. L’elenco era interminabile e ogni figura, nota e meno nota, ha svolto un ruolo significativo nelle Istituzioni democratiche. 

La pandemia ha impedito che questi nostri defunti potessero avere la larga partecipazione di quanti ne hanno apprezzato le virtù e le opere. 

Nel leggere i nominativi l’attenzione mi è caduta su Bruno Lazzaro di cui non sapevo della scomparsa il mese scorso. Era una persona gioviale, comunicativa al tempo stesso riservata. Lo incontravo quasi quotidianamente perché abitava a pochi passi dal Senato e dalla Camera che continuava a frequentare con altri colleghi come Riccardo Triglia, già presidente dell’Anci, Alberto Spigaroli, il repubblicano Claudio Venzanzetti. Non era un tavolo di reduci ma di uomini  che avevano servito le Istituzioni  con disciplina ed onore. 

Bruno Lazzaro era un esponente della Dc del Lazio che aveva maturato la ricchezza della conoscenza dei problemi. Era stato eletto sindaco di Nettuno a 28 anni. In quella consiliatura aveva un Eufemi, non del ramo democristiano, ma laico, come assessore. Aveva affrontato i problemi dello sviluppo economico impetuoso con scelte lungimiranti, tra queste vanno ricordate l’idea del Porto turistico  di Nettuno, costruito non senza difficoltà da impregilo dell’ing. Gilardini e il Piano Regolatore comunale. Il ministro dei LLPP  Fiorentino  Sullo garantì la prima tranche di finanziamenti statali. Nettuno anticipò con quella scelta la soluzione delle problematiche che sarebbero emerse su vasta scala con la  forte diffusione della nautica da diporto. Pose attenzione alla realizzazione di infrastrutture primarie come le fognature e i servizi di pubblica utilità. 

Dopo la guida del Comune entrò  nella neonata Assemblea Regionale del Lazio dove fu eletto per tre legislature con importanti incarichi negli assessorati al Bilancio, alla Pubblica Istruzione e alla Sanità e in ultimo alla Presidenza del Consiglio Regionale. Candidato alle elezioni europee del 1989 pur prendendo oltre 120 mila voti di preferenza, fu primo dei non eletti. 

Poi l’elezione al Senato e l’esperienza della legislatura breve, quella della cancellazione della Dc. Rimase orfano, ma il suo cuore era sempre per lo scudo crociato. È in quella fase che i nostri rapporti furono più stretti perché si interfacciava con  la Camera sui problemi quotidiani. Seguiva la Commissione di inchiesta su bnl Atlanta. 

Eppure su Wikipedia di Bruno Lazzaro non troverete nulla, se non scarne notizie. Eppure Bruno Lazzaro insieme a tanti validi amministratori rappresentava il cuore pulsante della Dc quello che portava esperienza, sensibilità, saggezza nella risoluzione dei problemi della Regione e del Territorio. Quella classe dirigente,  oltre i grandi leader,  è stata la forza di un partito la Dc che portava nelle Istituzioni persone, competenti e valide, ricche di passione, capaci di affrontare la decisione politica dopo avere ascoltato gli iscritti nelle sezioni la sera, e affrontato il confronto delle correnti di partito. Era una escalation di competenze nei diversi gradi di governo locale e nazionale. 

Bruno Lazzaro anche dopo l’esperienza parlamentare, abitando a due passi dai Palazzi, della Politica voleva ancora stare dentro i problemi, viverli, parteciparli. Apparteneva a quelle persone che nella riservatezza trovavano il modo per operare concretamente come era nello stile della originaria  corrente fanfaniana. 

 

Il mercato delle auto europeo tocca nuovi minimi

Il mercato delle auto europeo tocca nuovi minimi : a ottobre sono state 1.129,223 le vetture immatricolate, il 7,1% in meno dello stesso mese del 2019. Nei primi dieci mesi dell’anno – secondo i dati dell’Acea, l’associazione dei costruttori europei – sono state vendute complessivamente 9.696.928 auto, con una flessione del 27,3% sull’analogo periodo dell’anno scorso.

Sempre nel mese di ottobre Fca ha venduto in Europa Occidentale (Ue più Efta più Regno Unito) 70.172 auto, il 3,2% in più dello stesso mese del 2019. La quota sale dal 5,6% al 6,2%. Nei dieci mesi il gruppo ha immatricolato 560.202 vetture, pari a una flessione del 30,8% con la quota che passa dal 6,1% al 5,8%.

Covid: salgono a 280mila i ristoranti in zona rossa

Con l’Abruzzo in zona rossa salgono a circa 280mila i bar, i ristoranti, le pizzerie e gli agriturismi chiusi per un crollo del 48% dei consumi fuori casa nel 2020 con una perdita di almeno 30 miliardi di fatturato. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sull’impatto delle limitazioni poste alla ristorazione con l’emergenza Covid con un drammatico effetto a valanga sull’intera filiera per il mancato acquisto di alimenti e vino.

Alle difficoltà del lockdown primaverile si sono aggiunte le chiusure a catena di ottobre e novembre, evidenziate anche da Confcommercio, ma la situazione – sottolinea la Coldiretti – potrebbe ulteriormente peggiorare nel caso in cui i vincoli al consumo fuori casa si dovessero estendere alle feste di fine anno, con Natale e capodanno alle porte.

La serrata imposta dalle misure anti contagio sin estende a regioni dove molto diffuso è il consumo alimentare fuori casa e colpisce complessivamente oltre 3 locali su 4 (75%) di quelli esistenti in Italia compresi – evidenzia la Coldiretti – oltre 20mila agriturismi.

Nelle regioni dove si registrano scenari di elevata o massima gravità – sottolinea la Coldiretti – sono sospese tutte le attività di ristorazione e, quindi, anche la somministrazione di pasti e bevande da parte degli agriturismi. Nelle zone critiche – continua la Coldiretti – è consentita la sola consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle vicinanze dei locali. Ma limitazioni permangono anche nel resto del territorio nazionale dove – evidenzia la Coldiretti – le attività di ristorazione (bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite solo dalle ore 5,00 alle 18,00 con la possibilità sempre della consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22 della ristorazione con asporto.

Gli effetti della chiusura delle attività di ristorazione – continua la Coldiretti – si fanno sentire a cascata sull’intera filiera agroalimentare con disdette di ordini per le forniture di molti prodotti agroalimentari, dal vino all’olio, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione – precisa la Coldiretti – rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato. Le limitazioni alle attività di impresa – conclude la Coldiretti – devono dunque prevedere un adeguato e immediato sostegno economico lungo tutta la filiera per salvare l’economia e l’occupazione.

 

le 10 citta finaliste alla selezione della città «Capitale italiana della cultura» 2022.

Il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, guidato dal Ministro Dario Franceschini, comunica che la Giuria per la selezione della città «Capitale italiana della cultura» 2022, presieduta dal prof. Stefano Baia Curioni, dopo aver esaminato le ventotto candidature pervenute, ha selezionato i dieci progetti finalisti, così come previsto dal bando.
Entrano, dunque, nella shortlist delle città che parteciperanno alla fase finale della procedura di selezione i seguenti Comuni e Città metropolitane, con i relativi dossier:

1.    Ancona, Ancona. La cultura tra l’altro;
2.    Bari, Bari 2022 Capitale italiana della cultura;
3.    Cerveteri (Roma), Cerveteri 2022. Alle origini del futuro;
4.    L’Aquila, AQ2022, La cultura lascia il segno;
5.    Pieve di Soligo (Treviso), Pieve di Soligo e le Terre Alte della Marca Trevigiana;
6.    Procida (Napoli), Procida – La cultura non Isola;
7.    Taranto, Taranto e Grecia Salentina. Capitale italiana della cultura 2022. La cultura cambia il clima;
8.    Trapani, Capitale italiana delle culture euro¬mediterranee. Trapani crocevia di popoli e culture, approdi e policromie. Arte e cultura, vento di rigenerazione;
9.    Verbania (Verbano-Cusio-Ossola), La cultura riflette. Verbania, Lago Maggiore;
10.   Volterra (Pisa), Volterra. Rigenerazione umana.

Le dieci città finaliste dovranno presentare i propri dossier alla Giuria in un’audizione pubblica, della durata di massimo un’ora, composta, per metà, dalla presentazione del progetto e, per l’altra metà, da una successiva sessione di domande. Gli incontri si terranno, compatibilmente con le misure di contenimento adottate dal Governo per la situazione epidemiologica in atto, presso il Collegio Romano, sede centrale del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, nei giorni 14 e 15 gennaio 2021, secondo il calendario e le modalità che verranno rese note a seguire.

Sarà compito della Giuria raccomandare al Ministro Franceschini il progetto di candidatura più idoneo alla designazione della città «Capitale italiana della cultura» per l’anno 2022 entro il 18 gennaio 2021, al fine dell’attribuzione del titolo da parte del Consiglio dei ministri.

Tumore allo stomaco. Oltre mille decessi in meno dal 2015.

Grazie a cure più efficaci e innovative i tassi di mortalità per cancro gastrico previsti per il 2020 rispetto al 2015, registrano nel nostro Paese un calo mai avvenuto prima: -20% nelle donne e -11% negli uomini.

Tuttavia questi importanti risultati rischiano di pregiudicare cure e anni di vita, ancora oggi solo un paziente su 3 sopravvive a 5 anni dalla diagnosi, per la mancanza di percorsi nutrizionali adeguati e di esperti di nutrizione clinica negli ospedali e sul territorio fin dalla diagnosi.

 

Dopo il taglio di deputati e senatori quale riforma del sistema parlamentare?

Le vicende sempre più complicate e conflittuali tra Stato e Regioni per la gestione della pandemia da Covid-19, la presentazione da parte di un gruppo di senatori del PD di una proposta di riforma costituzionale per razionalizzare il parlamentarismo, introdurre la sfiducia costruttiva e differenziare le due Camere, il risveglio dell’interesse dell’opinione pubblica per le riforme costituzionali (v., sul Corriere della Sera del 12 novembre scorso, la proposta di E. Galli della Loggia di “cancellare i localismi”)  ed, in ultimo, anche l’avvio degli incontri tra le componenti della maggioranza che sostengono il Conte II per arrivare a definire il programma delle cose da fare nella seconda parte della legislatura hanno indotto alcune Associazioni siciliane che si erano schierate per il NO al referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari del settembre scorso ad organizzare un interessante webinar tra addetti ai lavori (costituzionalisti, politologi, opinionisti, politici) ed esponenti della società civile e del mondo giovanile ‘impegnato’ per riflettere in ordine a “quale riforma del sistema parlamentare” sia, ora, auspicabile dopo il risultato referendario.

Dai numerosi interventi registrati, unanime è emersa l’indicazione che il processo di rinnovamento non si può certo fermare alla semplice riduzione del numero dei parlamentari ma deve essere sviluppato almeno nella direzione della riforma del ruolo e delle funzioni parlamentari. Per non dire della “forma di stato” e della “forma di governo”. Oltre, naturalmente, che dei sistemi elettorali. Da tutti, insomma, è emersa la falsità della critica dei fautori del SI al referendum che, durante tutto il dibattito, accusavano i sostenitori del NO di “conservatorismo” e di voler continuare ad imporre un modello di democrazia rappresentativa ormai condannato dalla storia e, comunque, in irreversibile declino di fronte all’emergente modello della democrazia diretta.

Se avessero qualche idea e quale fosse la visione di chi, comunque, criticava il sistema parlamentare per la sua crisi sempre più grave era non solo ignorato ma pregiudizialmente negato! La “democrazia dei moderni” era ormai diventata il passato e chi non si fosse aperto al nascente sole dell’avvenire popolare (rectius: populistico) non poteva essere portatore di istanze di rinnovamento. Questa era la convinzione dei sostenitori del ‘taglio’ dei parlamentari che, poi, integravano questo loro progetto con l’idea del rafforzamento dello strumento referendario e l’abolizione del divieto di mandato imperativo.

Fortunatamente, queste due ulteriori proposte di riforme costituzionali si sono via via arenate ed oggi sembrano dimenticate. Quel che resta sul campo sono, invece, tre iniziative costituzionali con le quali si intenderebbe: 1) parificare l’elettorato attivo del Senato a quello della Camera; 2) superare l’attuale base regionale per l’elezione del Senato; 3) ridurre i delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica. Inciampando così nel più classico dei casi di eterogenesi dei fini. Poiché, dopo la riduzione del numero dei parlamentari, ci si troverebbe nel bel mezzo di un processo di conferma e rilancio del bicameralismo simmetrico proprio da parte di quelle forze politiche che, in qualche modo, avrebbero voluto metterne in discussione il principio di rappresentanza.

L’indirizzo, però, pur essendo sostenuto da qualche ragionamento indubbiamente suadente (come quello di R. Dickmann su federalismi.it del 21 ottobre 2020), poggia su un assunto francamente molto debole: che sarebbe, cioè, una linea da scegliere perché si tratta “della via riformista più agevole da praticare nelle attuali contingenze storico-politiche, oltretutto fortemente condizionate dalla grave pandemia da Covid-19”. Ora, se questa è alla fine la ragione per adottare questa prospettiva, a me sembra che anche le soluzioni più sofisticate, elaborate per migliorare la reciproca collaborazione fra le due Camere, si rivelerebbero interventi privi di decisività poiché la crisi del nostro bicameralismo è una crisi molto complessa che coinvolge  l’organizzazione del governo, dello stato e dei sistemi elettorali. Il che significa anche che non potrebbe ritenersi soddisfacente né meno una conversione del bicameralismo in monocameralismo poiché quest’ultimo imporrebbe la centralità della sola rappresentanza politica mentre il pluralismo storico, culturale, sociale ed economico del nostro Paese richiede il riconoscimento anche della rappresentanza territoriale (da affidare al Senato della Repubblica).

Dunque, superando l’inconcepibile tabù dell’impraticabilità di una riforma organica, è all’intero sistema di governance che bisogna guardare, anche se si può immaginare di organizzare per singoli ambiti il processo riformistico. Cominciando dal problema della differenziazione del ruolo delle due Camere a cui bisogna volgere l’attenzione per costruire nuove istituzioni parlamentari più forti ed autorevoli delle attuali Camere.

Queste, come accennato sopra, non possono più continuare ad essere fondate sulla sola rappresentanza politica ma devono riconoscere anche quella territoriale delle Comunità regionali e locali. E per far ciò non vi è migliore opportunità di questa riduzione del Senato a 200 componenti che, diventando i rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali nel Parlamento repubblicano, potrebbero dar vita ad un luogo autonomo di espressione degli interessi territoriali dove evitare la ‘lotta continua’ tra esecutivi regionali e nazionale e praticare il dialogo ed il confronto in una sede politica e non giudiziaria o attraverso i mass-media, come invece è avvenuto finora, dalla riforma del 2001 del Titolo V della Costituzione, e si è ulteriormente accentuato, raggiungendo toni parossistici, in questi ultimi mesi a causa della pandemia in corso.

Quindi nessuna cancellazione dei cd. localismi di cui parla E. Galli della Loggia. Anzi, finalmente, la loro razionalizzazione e valorizzazione secondo l’organico disegno costituzionale dell’articolo 5.

Stabilito questo (che significa anche incidere in qualche modo sulla “forma di stato”), si dovrebbe poi -per andare ancora nella direzione della differenziazione- operare in ordine al riparto delle competenze tra le due Camere, fissando anche per la funzione di controllo e per quella legislativa dei rigidi criteri di distinzione, dei quali non è questa la sede per parlarne.

Qui, piuttosto, ciò che bisogna sottolineare è che la semplice differenziazione di ruolo e di funzioni  delle due Camere non sarebbe sufficiente al cambiamento che si rende necessario per superare la crisi che attanaglia la nostra democrazia rappresentativa e le sue istituzioni repubblicane di vertice.

Al fine del suo superamento, infatti, come dicevo sopra, altri due dovrebbero essere i settori di riforma da affrontare per avviare il processo virtuoso di rinnovamento della nostra democrazia: il primo, quello che si è soliti indicare con l’espressione “forma di governo” e che concerne la relazione parlamento-governo, il rapporto fiduciario, le modalità del voto di fiducia e di sfiducia e quant’altro; il secondo, inerente il sistema delle leggi per l’elezione delle Camere: se proporzionale con liste bloccate o con possibilità del voto di preferenza o maggioritario per effetto di collegi uninominali o di massicci premi di maggioranza.

Riferendomi ora alla forma di governo, io penso che la proposta di trasformazione del Senato in una Camera delle Autonomie (o, anche, delle Regioni) imponga il superamento del parlamentarismo e l’introduzione di un sistema di governo basato sull’autorevolezza del Premier eletto direttamente dal Corpo elettorale, innanzi tutto, per garantire la tenuta dell’unità nazionale e, poi, perché non è più possibile continuare ad imputare le decisioni politiche ad un organo parlamentare rappresentativo ma sostanzialmente irresponsabile. È arrivato infatti il tempo in cui poteri e decisioni siano chiaramente imputabili e soprattutto riconducibili a programmi sottoposti preliminarmente all’approvazione della volontà popolare e poi trasformati in progetti specifici elaborati dagli apparati tecnico-amministrativi dei quali il Governo si assume la responsabilità. Che il Parlamento potrà controllare attraverso la verifica della corrispondenza con gli interessi espressi dal corpo elettorale al momento della sua elezione.

Si realizzerebbe così, attraverso questo meccanismo non più fondato sul rapporto fiduciario ma su una relazione funzionale di controllo tra Parlamento e Governo, un sistema organizzativo capace di valorizzare il dualismo delle funzioni che Parlamento, da un lato, e Governo, dall’altro, esercitano. Non solo. Ma si creerebbe un circuito virtuoso fondato sull’interazione di questa  inedita attività di controllo del Parlamento con la rinnovata funzione di governo del Premier, che costituirebbe la vera essenza della riforma dell’attuale democrazia rappresentativa in democrazia della responsabilità. Delineando così delineando un sistema comunitario di civismo (come è stato detto per indicare qualche recentissima esperienza politica) del quale già qualche elemento di apprezzamento si può cogliere in quegli ordinamenti in cui non è solo l’organo collegiale di rappresentanza ad essere eletto direttamente dal corpo elettorale ma anche quello monocratico titolare della responsabilità di governo. (Mi riferisco, come è facile intuire, al modello di governance comunale e regionale depurato, però, delle storture più recenti).

Insomma, si riallaccerebbe così con la cittadinanza un rapporto che oltre ad essere di controllo democratico è (tramite il Parlamento) anche d’indirizzo politico e quindi in grado di consentire a cittadini ed istituzioni, governanti e governati, popolo ed èlites di sanare l’attuale frattura ed incomunicabilità e riconciliarsi in un nuovo circuito virtuoso di partecipazione e condivisione.

E vengo al secondo ‘lotto’ di riforme indispensabili, se si dovesse trasformare il Senato in  senso ‘federale’ ed introdurre il premierato. Come accennato, si tratta delle leggi elettorali per la scelta  del Senato e della Camera dei Deputati e per l’elezione del Premier che, nel contesto delle trasformazioni qui auspicate, devono certamente essere modificate ancorché con leggi ordinarie. Con una premessa che dovrebbe essere norma inviolabile. E cioè che, poiché i sistemi elettorali sono funzioni intangibili delle istituzioni a cui si applicano, i modi di eleggerne i titolari dovrebbero essere coerenti con la loro logica di funzionamento e non con gli interessi dei gruppi o dei partiti al potere per garantirne la permanenza.

Detto questo, l’altra osservazione scontata che vorrei fare con riferimento a Senato e Camera è che i due sistemi elettorali non possono essere gli stessi dovendo garantire rappresentanze diverse: territoriale il Senato della Repubblica e politica la Camera dei Deputati. Il che, riferito al Senato, consente di sostenere che il sistema elettorale da applicare a quest’ultimo, a differenza di quello della Camera ad elezione popolare diretta, dovrebbe consistere in una votazione per via indiretta con modalità di secondo grado. E ciò perché nella sua nuova configurazione, essendo il Senato chiamato a rappresentare in maniera olistica gli interessi delle Comunità regionali e locali, deve rispettare la composizione che i legittimi organi di queste ultime hanno saputo raggiungere mediando al proprio interno fra di loro. Naturalmente, si potrebbe adottare un sistema a suffragio popolare diretto ma l’argomento evocato mi sembra dirimente.

Diverso, invece, il sistema da adottare per l’elezione della Camera dei Deputati. Che, come dicevo, non può non essere che a suffragio popolare diretto perché deve dare voce e rappresentanza nelle istituzioni alla complessità del Popolo nella sua articolazione pluralistica. Articolazione pluralistica che proprio perché tale impone, poi, l’adozione del sistema proporzionale al fine di introdurla e rappresentarla all’interno delle istituzioni senza operarne alcuna forzosa e forzata riduzione all’unità. Non solo. Ma non dovendo più legittimare il Governo attraverso il suo voto di fiducia non è più necessario che al suo interno (così come, del resto, all’interno del Senato) si formi una maggioranza strutturata e stabile per il cui raggiungimento in una situazione frammentata come l’attuale è necessaria l’opzione per sistemi elettorali maggioritari. Insomma ed in definitiva, per la Camera dei Deputati il sistema elettorale che appare obbligatorio è quello proporzionale ma senza liste bloccate e con l’abbinamento ai collegi uninominali che, evidentemente, esclude il voto di preferenza altrimenti irrinunciabile.

In questo modo si realizzerebbe un Parlamento in grado di mutare pelle e, sulla base di queste inedite configurazioni di Camera e Senato, di controllare in maniera efficace l’operato del Governo con la possibilità, in ultima istanza, di poterne rimuove il Premier.

Naturalmente, un pacchetto di riforme come queste, e per la sua centralità istituzionale e per la radicale innovazione organizzativa che implica, abbisogna di un approfondimento che ne renda espliciti tutti i passaggi, chiare le varie interconnessioni e, soprattutto, evidente la migliore resa funzionale che la governance del Paese ne acquisirebbe. In particolare, comparando quest’ultima alla proposta di riforma  costituzionale presentata, lo scorso mese di ottobre, dal Gruppo del PD al Senato (AS 1960).

Proposta di riforma quest’ultima che, senza potere entrare in questa sede nel merito di un’analisi puntuale, appare francamente inefficace nel volere valorizzare la stabilità del Governo attraverso l’introduzione della sfiducia costruttiva da parte del Parlamento in seduta comune e poco convincente nel tentativo di restituire maggiore autonomia e più autorevolezza al Parlamento nell’esercizio della funzione legislativa.

 

 

Mattarella all’ANCI: “Dobbiamo far ricorso alle nostre capacità e al nostro senso di responsabilità, per creare convergenze e collaborazione”

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenendo in videoconferenza alla sessione di apertura della XXXVII assemblea annuale dell’Anci, ha tra l’altro detto:

«Questo virus è ancora in parte sconosciuto, ma, tra gli altri aspetti, ci rendiamo conto che tende a dividerci. Tra fasce di età più o meno esposte ai rischi più gravi, tra categorie sociali più o meno colpite dalle conseguenze economiche, tra le stesse istituzioni chiamate a compiere le scelte necessarie – talvolta impopolari – per ridurre il contagio e garantire la doverosa assistenza a chi ne ha bisogno.

Il pluralismo e l’articolazione delle istituzioni repubblicane sono e devono essere moltiplicatori di energie positive, ma questo viene meno se, nell’emergenza, ci si divide.

Dobbiamo far ricorso alle nostre capacità e al nostro senso di responsabilità, per creare convergenze e collaborazione tra le forze di cui disponiamo perché operino nella stessa direzione. Anche con osservazioni critiche, sempre utili, ma senza disperderle in polemiche scomposte o nella rincorsa a illusori vantaggi di parte, a fronte di un nemico insidioso che può travolgere tutti.

La libertà rischia di indebolirsi quando si abbassa il grado di coesione, di unità tra le parti. E’ questa la prima responsabilità delle istituzioni democratiche, a tutti i livelli, e questa è la lezione che la pandemia ribadisce con durezza.

Vorrei parlare anche di un altro aspetto di questa dialettica, che talvolta può rimanere in secondo piano: quel che ciascuno di noi cittadini può e deve fare per la sua comunità.

Vi sono le norme, le ordinanze, le regole dettate e applicate dalle istituzioni. Ma, insieme, è necessario l’impegno convinto di ciascuno di noi. La responsabilità personale, che in larga misura abbiamo apprezzato nei mesi scorsi.

Dobbiamo, tutti, adottare i comportamenti di prudenza suggeriti: le mascherine, l’igiene, il distanziamento, la scelta di fare a meno di attività e incontri non indispensabili.

Non per imposizione, non soltanto per suggerimento o per disposizione delle pubbliche autorità ma per convinzione. Liberi e, per questa ragione appunto, responsabili.

Con senso di responsabilità verso gli altri e anche verso se stessi. Per convenienza se non si avverte il dovere della solidarietà.

Nessuno si lasci ingannare dal pensiero “a me non succederà”: questo modo di pensare si è infranto contro casi innumerevoli di disillusione, di persone che la pensavano così e sono state investite dal coronavirus.

Abbiamo dovuto – e purtroppo dobbiamo tuttora – piangere la morte di tante persone; di ogni età, anche tra i giovani. E non dobbiamo dimenticarcene, per rispetto nei loro confronti.

In questa occasione, desidero dunque rivolgere – questa volta attraverso i sindaci – un nuovo appello ai nostri concittadini perchè ci si renda conto, tutti, della gravità del pericolo del contagio che sta investendo l’intera umanità, ovunque, mettendo in difficoltà e bloccando la normalità della vita in gran parte dei paesi in tutti i Continenti».

Aldo Moro terziario domenicano e costruttore della politica: un esempio da seguire oggi

Per gentile concessione del Prof. Giulio ALFANO – Presidente Istituto E.Mounier – pubblichiamo un estratto dell’articolo apparso sul sito dello stesso istituto

Capita, a volte, di riflettere su avvenimenti che appartengono ormai alla storia e che, nonostante tutto, fanno parte anche della nostra vita privata. E’ più o meno quanto succede a chi scrive queste brevi note ripercorrendo l’impegno politico di un protagonista sempre attuale della nostra storia politica: Aldo Moro. Ho avuto, giovanissimo, la possibilità di incontrarlo, conoscerlo condividere con lui riflessioni e giudizi e fu lui a guidarmi nei primi passi all’interno della Democrazia Cristiana. Ringrazio la casualità di questo incontro che avvenne per motivi familiari a Bruxelles, che mi ha fornito a me ragazzo la ricchezza del suo insegnamento politico, culturale e soprattutto umano, fondato essenzialmente sull’esempio e ancor oggi la sua elevata statura morale lo rende non sempre facilmente collocabile in un ambito storico tanto diverso da quell’epoca eppure altrettanto bisognoso di Maestri e di esempi.

Complessivamente la sua leadership all’interno del variegato mondo democristiano è durata vent’anni, dal 1959 al momento della sua tragica fine: si trattava tuttavia di un rilievo “etico” di uno spessore “morale” che nulla aveva in comune con il posizionismo della politica tradizionale e conservatrice perchè esprimeva un costruttivo e responsabile impegno per una concezione della politica legata alla “potestas” che egli offriva, interpretando il vissuto della società civile. Era in sostanza, un intellettuale della politica, nel quale l’epifania della parola diveniva elemento di purificazione della stessa politica, da reinterpretare alla luce delle non facili esigenze di una società in costante e rapida trasformazione.

Artefice di una concezione della politica fondata sul confronto, ricercava sempre una feconda solitudine propria del mastro di pensiero che operava per raggiungere una visione comune tra forze politiche anche alternative tra loro per concezione e retaggio storico. Ne nasceva un progetto che si alimentava della sua profonda cultura meridionale, attraverso un ermetica concezione del linguaggio che esprimeva un ascetismo sociale proprio della sua formazione per una duplicità di ragioni. Da un lato vi era l’uomo di fede che, alla vigilia della seconda guerra mondiale nel1939 e prossimo ad assumere la carica di Presidente della FUCI, avverte il bisogno spiritual di entrare nel Terz’Ordine Domenicano assumendo il nome religioso di Frà Gregorio, in onore di Padre Gregorio Inzitari, Direttore della Fraternita di S. Nicola di Bari. Dall’altro vi era l’acuto intellettuale onusto di studi giudici e filosofici improntati alla cultura di S. Tommaso d’Aquino che, osservando la realtà sociale avverte la necessità di un nuovo modo di vivere la ritrovata e sofferta democrazia rappresentativa nel secondo dopoguerra ed in questo l’insegnamento della filosofia politica dell’Aquinate gli sarà fondamentale ed indelebile: Soprattutto resterà il “metodo” politico che Moro mutua da S. Tommaso: esattamente come il Dottore Angelico avvertiva nel medioevo di svolgere un attenta “mediazione ”tra i ceti dell’epoca per pervenire alla promozione dell’uomo “gloria Dei”, così Moro trasforma quel “medium” in una attenta mediazione tra i partiti politici del secondo ‘900 portatori in democrazia di interessi sociali, culturali diversi ma non opposti: conquistare alla democrazia tutti attraverso il dialogo! Questo è l’insegnamento domenicano che resta vivo in Aldo Moro per tutta la sua attività politica ed accademica!

In un saggio pubblicato dalla rivista “Studium” di cui fu direttore, nel maggio 1945 a poche settimane e giorni dalla fine della guerra, egli sosteneva l’esigenza della “purezza” come libertà interiore e come indipendenza morale da condizionamenti esterni ed estranei alla coscienza, sottolineando come l’intelligenza non dovesse consumarsi in se stessa perchè era “doveroso” riconoscersi in quanto cristiani oltre e al di là delle divisioni ideologiche, ”tutti puri e liberi, disposti solo all’ossequio della verità che è tutto!”(“Studium,n.2,1945):altro fondamentale insegnamento della Scuola del S.Padre Domenico!

Tuttavia già allora era nitido nella sua coscienza un itinerario fondato sulla costante ricerca dell’accordo come presupposto della visione democratica oltre che cristiana, della politica, che comunque non doveva rinunciare alla difesa ed alla proposta delle proprie legittime posizioni. Lo strumento verbale perciò diventa in Moro accorta mediazione fondata sul potere orfico della parola, come capacità di svelarsi dell’uomo, segnato dalla potenzialità creaturale del “dirsi”, del dialogo chè è l’essenza della socialità. Ciò lo rendeva praticamente unico all’interno anche del suo partito al quale si iscrive con notevole sofferenza sostenuto dal mons. Marcello Mimmi, futuro Cardinale Arcivescovo di Napoli, perchè i vecchi popolari antifascisti pugliesi lo vedevano con sospetto giacché era stato Presidente della FUCI, organizzazione tollerata dal regime fascista. Ma la sua estraneità ad ogni forma di dottrinarismo, persuaso che la coscienza religiosa dovesse vivere nella politica, lo rese capace di unire in breve tempo anche nel suo territorio le forze del lavoro, nel pieno vigore della missione del cristiano nel mondo. In questo senso egli apparteneva alla cultura della mediazione politica, dell’intesa su tutto ciò che non rappresentasse un cedimento alla stanchezza della gestione ordinaria degli eventi e la lunga e sofferta vicenda dell’allargamento delle basi democratiche del nostro paese, ne è l’esempio forse piu’ nitido, per recuperare la società civile al metodo della democrazia ,non solo procedurale ma partecipata ,condizione indispensabile per tutelare e conservare la libertà. In lui proprio in virtù della formazione domenicana risaltò la lettura che del tomismo aveva dato a partire dagli anni ’30 il filosofo francese Emmanuel Mounier (1905/1950)del quale ricordava la lezione della libertà nella condizione “totale” della persona, perchè, dice Mounier:” La libertà è sorgente viva dell’essere e un atto non è propriamente umano se non trasfigura anche i dati più ribelli nella magia di questa spontaneità e la libertà dell’uomo è la libertà della persona che tuttavia è vincolata e limitata dalla nostra situazione concreta e storica”(“Il Personalismo”, ed. AVE 1964,p.97). Ecco nel personalismo di Mounier Moro trova l’humus per la sua proposta e l’attualizzazione del suo retaggio culturale. Per questo motivo agì sempre con gradualità ed attenzione, come fece sin dall’esordio del centrosinistra nella seconda e terza legislatura e quando assunse la carica di Segretario Politico della D.C. nel 1959 mentre le relazioni del partito con gli altri partners politici centristi erano in una situazione di grave deterioramento tanto che non si era riusciti a dar vita stabilmente ad una compagine governativa.

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Che cosa significa essere tedeschi

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Elsa Koester

Quando ero piccola, nessuno era tedesco. Nessuno. Sicuramente non io, figlia di una francese pieds-noirs, tornata quattordicenne dalla Tunisia in Francia, e di un frisone, il cui nonno era emigrato a New York. Nemmeno i miei compagni di scuola, con genitori arrivati dalla Polonia o dalla Grecia, erano tedeschi. E nemmeno chi aveva i genitori che vivevano in Frisia da generazioni era tedesco ma, per l’appunto, frisone. Per noi, neppure gli altri in Germania erano tedeschi. Piuttosto bavaresi. O svevi. O berlinesi. O tedeschi dell’Est: ok, loro, i tedeschi orientali, forse erano un po’ tedeschi… ma i tedeschi dell’Ovest no. Nella nostra mente i tedeschi dell’Ovest nemmeno esistevano.

Questo accadeva negli anni Novanta. E anche oggi a Neukölln, il quartiere di Berlino dove vivo, nessuno è tedesco, da sempre. Chi vive qui mangia lahmacun o pizza o humus, beve ayran, è berlinese, di Neukölln o di Kreuzberg, oppure svevo o bavarese. Noi non siamo tedeschi. Non siamo mai stati tedeschi. Finché non sono accadute un paio di cose. Anzitutto Andi Brehme segnò contro l’Argentina a Roma nei Mondiali di calcio del 1990. Poi i neonazisti marciarono con mazze da baseball nelle strade delle piccole città della Germania orientale e la sinistra tedesca divenne antitedesca. Nel 2006, i Mondiali di calcio arrivarono in Germania e i tedeschi scoprirono il loro inno nazionale. Poi arrivò la giornalista Hengameh Yaghoobifarah. Cominciamo da lei.

Noi tedeschi non siamo mai stati tedeschi. Siamo berlinesi, di Neukölln o di Kreuzberg, oppure svevi o bavaresi

Hengameh Yaghoobifarah è una tedesco-iraniana di genere non binario, che tiene una rubrica su «Die Taz». La «Taz» è nata nel corso del movimento del Sessantotto e non è mai stata un quotidiano tedesco ma è sempre stata di sinistra. Nei suoi pezzi Yaghoobifarah si fa beffe delle Kartoffel, le patate, o Almans, come oggi vengono chiamati i tedeschi bianchi senza una provenienza migratoria da una prospettiva post-migrante. Scrive a volte in modo spiritoso, altre volte con rabbia, altre volte ancora in entrambi i modi. E lascia la sinistra tedesca di stucco. Scrive cose come: «Voi ci desiderate, ma non ci rispettate. Vi vedo. Siete penosi. Compratevi pure tutto l’humus e l’ayran che volete, ma non spacciatevi sui social media come se improvvisamente foste del gruppo sanguigno ayran. L’abbiamo capito: le vostre papille gustative si attivano con un po’ di kümmel, con vent’anni di ritardo, ma è già qualcosa. E adesso levatevi dalle palle». Bere l’ayran? Mangiare l’humus? Apprezzare il kümmel? E come può essere sbagliato, di punto in bianco? La crisi di identità, che le voci post-migranti scatenano nella sinistra tedesca, non potrebbe essere più grande. Da quando si sono imposte nei media, non ci sono solo migranti, dei quali si parla, ma anche essi parlano – già, di che cosa parlano? Dei tedeschi bianchi? Quelli dovremmo essere noi, da questa parte dello specchio?

Per capire come questa identità specchiata faccia male alla sinistra tedesca occorre immergersi nella storia di un’importante corrente della sinistra di queste parti: quella degli «antitedeschi» (antideutschen), nati ufficialmente nel 1990, con la riunificazione. Ma l’orientamento antinazionale della sinistra tedesca è stato definito sin dal 1945, vale a dire nella generazione nata dopo il 1945 e, cioè, nella generazione del Sessantotto. Non essere tedeschi era, dopo il Sessantotto, l’elemento più importante della formazione della sinistra liberale nella Germania occidentale. Mai più Auschwitz. Mai più fascismo. Mai più tedeschi. Lo sviluppo di un unico argomento. La bandiera nero-rosso-oro della Germania sventolava probabilmente sul palazzo del Parlamento della piccola città di Bonn – pur sempre divenuta capitale – altrimenti da nessuna altra parte. Nella Repubblica di Bonn la questione era il ridimensionamento della Germania.

Lo stesso valeva per le discussioni a tavola sulla Repubblica, quantomeno a casa mia. Se mio padre vedeva la bandiera tedesca, bofonchiava. Se per sbaglio accendeva la Tv e trovava una partita di calcio della Nazionale, emetteva un grugnito e la spegneva. C’è voluto un po’ prima che capissi che il problema non era il pallone. Ma la bandiera tedesca. L’orgoglio nazionale suscitava in mio padre una profonda avversione. Dove sono cresciuta, si storceva il naso di fronte alla bandiera della Germania. Con il Sessantotto ci si era lasciati l’orgoglio nazionale alle spalle e lo si era scambiato con la responsabilità: la responsabilità per il «mai più». Responsabilità per Israele, che nella sinistra tedesca divenne l’unica nazione che aveva il diritto legittimo di esistere in quanto nazionale, con la bandiera nazionale e con il nazionalismo.

Per la mia mamma francese essere tedesco equivaleva a un patologico sentimento di colpa. Così lo chiamava. Non voleva che io lo ereditassi, mi diceva che non dovevo farmi convincere nella scuola tedesca a portare la colpa per Auschwitz, che in fondo ero nata negli anni Ottanta, mon-Dieu, era il momento di farla finita.

Da mia madre ho ereditato il senso di colpa verso i tunisini: colpa postcoloniale. Da mio padre la colpa per Auschwitz.

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Con gli occhi delle bambine. L’XI atlante dell’infanzia a rischio.

Il nostro non è un paese “a misura di bambino”, ma ancor meno “a misura di bambine”. Le profonde disuguaglianze che segnano il nostro Paese sin dai primi anni dell’infanzia dei bambini, sono deflagrate nel momento in cui ci siamo trovati ad affrontare la crisi Covid-19.

Con queste premesse nasce L’XI atlante dell’infanzia a rischio.

L’Atlante approfondisce il tema della condizione dell’infanzia nel nostro Paese, restituendoci una fotografia fatta di povertà minorile e disuguaglianze educative, da nord a sud e propone un focus sulla condizione di bambine e ragazze in Italia, evidenziando per loro un futuro post pandemia a rischio.

Circa 1 milione e 140 mila ragazze tra i 15 e i 29 anni rischiano, entro la fine dell’anno, di ritrovarsi nella condizione di non studiare, non lavorare e non essere inserite in alcun percorso di formazione, rinunciando così ad aspirazioni e a progetti per il proprio futuro.

Un limbo in cui già oggi è intrappolata 1 ragazza su 4, con picchi che si avvicinano al 40% in Sicilia e in Calabria, e che vede percentuali più alte per le ragazze anche nei territori più virtuosi, come il Trentino Alto Adige, dove a fronte del 7,7% dei ragazzi, le ragazze Neet sono quasi il doppio (14,6%).

Divari di genere che si ripercuotono anche sul fronte occupazionale, con un tasso di mancata occupazione tra le 15-34enni che raggiunge il 33% contro il 27,2% dei giovani maschi, un dato comunque grave.

L’istruzione resta un fattore “protettivo” per il futuro delle ragazze, ma anche le giovani che conseguono la laurea stanno pagando cara la crisi: tra le neolaureate che hanno conseguito il titolo di primo livello nei primi sei mesi del 2019, solo il 62,4% ha trovato lavoro, con un calo di 10 punti percentuali rispetto al 2019, mentre per i laureati maschi – pur penalizzati – il calo è di 8 punti (dal 77,2% al 69,1%), con retribuzioni comunque superiori del 19% rispetto alle neolaureate.

Per questo occorre invertire la rotta, per non doverci svegliare dalla pandemia in un mondo del lavoro tutto al maschile, con l’effetto di scoraggiare le ragazze che sono oggi impegnate in un percorso educativo già ricco di ostacoli.

È necessario ripartire dalle donne – e dalle bambine – non solo a parole, ma con investimenti e obiettivi precisi che riguardino il mondo del lavoro così come i servizi per la prima infanzia, i percorsi educativi all’interno delle scuole così come il contrasto ad ogni forma di violenza di genere e il sostegno al protagonismo delle stesse ragazze.

Le ACLI di Roma mettono in campo l’iniziativa MAISOLI

Le ACLI di Roma mettono in campo l’iniziativa #MAISOLI in un momento difficile per il nostro Paese e per Roma: per aiutare e sostenere le imprese, i professionisti e i singoli cittadini ad accedere ai benefici del Decreto Ristori, ma anche per garantire vicinanza alle famiglie con distribuzione di generi alimentari, kit scolastici e sostegno psicologico e allo studio.

Dal lunedì al venerdì è possibile contattare il numero unico dei servizi di Patronato e assistenza fiscale allo 06-57087028 (attivo dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 13 e dalle 14 alle 18) o scrivere una mail a info@acliroma.it.

Si può richiedere assistenza per: i contributi a fondo perduto previsti dal Decreto Ristori, la proroga della cassa integrazione, la cancellazione della seconda rata IMU, l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, il credito d’imposta locazioni, le misure a sostegno degli operatori turistici e della cultura, il reddito di emergenza, i voucher per biglietti degli spettacoli fino al 31 gennaio e le misure a sostegno del settore sportivo.

Con #MAISOLI le ACLI di Roma rafforzano le iniziative promosse fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, rilanciando anche il numero di Segretariato Sociale telefonico 06-57087051 (attivo dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13), per assistenza psicologica alle famiglie che aiutano i figli nella didattica a distanza; per consulenza legale, sostegno e orientamento allo studio; per la ridistribuzione delle eccedenze alimentari recuperate con il progetto “il cibo che serve”, non solo a Roma ma anche nella provincia grazie alla rete di oltre 55 circoli territoriali.

Grazie a questo impegno ramificato a livello territoriale, soltanto nel periodo del primo lockdown sono state oltre cinquemila le persone che ogni giorno hanno potuto nutrirsi grazie alle eccedenze recuperate e redistribuite; oltre 7.000 i pacchi alimentari e kit igienici donati alle famiglie in estrema difficoltà, raggiungendo 3.332 persone, di cui più di 1.000 minori, grazie all’aiuto circa 60 volontari, e percorrendo circa 20.000 km, in lungo e largo per la città.

Prorogati al 31 dicembre 2021 tutti i bonus per l’edilizia

Arriva il regalo di fine anno per i proprietari d’immobili che intendano effettuare ristrutturazioni e migliorie all’insegna della sostenibilità. Sono infatti prorogati al 31 dicembre 2021 l’ecobonus, il bonus ristrutturazioni, il bonus mobili, il bonus facciate e il bonus verde. Lo prevede la bozza (datata 13 novembre 2020) del Disegno di legge di bilancio 2021. Il comma 1 dell’articolo 12 della bozza (recante “Proroghe in materia di riqualificazione energetica, impianti di micro-cogenerazione, recupero del patrimonio edilizio, acquisto di mobili e grandi elettrodomestici e proroga bonus facciate”) proroga, per l’anno 2021, le detrazioni spettanti per le spese sostenute per interventi di riqualificazione energetica, di ristrutturazione edilizia e per l’acquisto di mobili di arredo e di grandi elettrodomestici a basso consumo energetico finalizzati all’arredo dell’immobile ristrutturato, disciplinate, rispettivamente, negli articoli 14 e 16, comma 1 e comma 2 del decreto legge 4 giugno 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 90.

Con le disposizioni contenute nel comma 2, inoltre, si dispone la proroga per l’anno 2021 delle detrazioni spettanti per gli interventi finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti (cosiddetto bonus facciate). L’articolo 13 della bozza del Disegno di legge di bilancio 2021 dispone la proroga per l’anno 2021 delle detrazioni spettanti per gli interventi per gli interventi di sistemazione a verde di aree scoperte private di edifici esistenti, unità immobiliari, pertinenze o recinzioni, impianti di irrigazione e realizzazione di pozzi nonché d i realizzazione di coperture a verde e di giardini pensili (cosiddetto bonus verde).

Alcuni anticorpi anti Sars-CoV-2 sono più longevi di altri

Alcuni anticorpi anti Sars-CoV-2 sembrano “più longevi e più persistenti di altri”. Lo affermano i risultati preliminari di uno studio dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e della provincia autonoma di Trento condotto in 5 Comuni della provincia che avevano registrato la più alta incidenza di casi Covid-19 nella prima fase dell’epidemia. Lo studio si è articolato in due fasi di indagine: la prima, a maggio, in cui sono state esaminate circa 6.100 persone, e a distanza di 4 mesi, quando sono stati riesaminati coloro che erano risultati positivi alla prima indagine.

Ebbene, “i risultati della prima indagine, in corso di pubblicazione sulla rivista ‘Clinical Microbiology and Infection’, hanno evidenziato che il 23% della popolazione aveva anticorpi contro la proteina nucleocapside del virus Sars-CoV-2. Nella seconda indagine – riferisce lo studio – appena conclusasi si è osservata una rapida diminuzione degli anticorpi diretti contro questa proteina in una elevata percentuale di individui inizialmente sieropositivi: il 40% dei circa 1.000 ritestati è risultato infatti sieronegativo a distanza di 4 mesi dal primo test. Analizzando gli stessi campioni di siero per un altro tipo di anticorpi, diretti contro la proteina ‘spike’, è risultato, invece, che oltre il 75% dei soggetti mostrava ancora una sieropositività”.

Per comprendere e spiegare meglio questi risultati, il gruppo di lavoro dell’Iss ha valutato la presenza di anticorpi neutralizzanti (ovvero quelli che, al momento, si possono considerare come protettivi nei confronti dell’infezione), in un sottogruppo di pazienti, utilizzando un test di sieroneutralizzazione con virus vivo su linee cellulari.

È stato osservato che, “negli esperimenti in vitro, quasi tutti i siero-positivi per gli anticorpi contro la proteina ‘spike’ sono in grado di neutralizzare l’ingresso del virus”.

D’Ubaldo: Joe Biden, l’Italia e il cattolicesimo popolare

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’intervista di Antonio Gaspari, al nostro direttore Lucio D’Ubaldo

Cambia la presidenza negli Stati Uniti. Sessant’anni dopo John Kennedy un cattolico sale alla Casa Bianca. Qual è il significato politico di questo cambiamento? Come potrebbe influenzare l’Italia e gli eventuali progetti di cattolicesimo popolare?
“Orbisphera” lo ha chiesto a Lucio Alessio D’Ubaldo, già Senatore della Repubblica, Segretario generale dell’ANCI, Assessore al Personale del Comune di Roma, Presidente di Laziosanità e attuale Direttore de “Il Domani d’Italia” (www.ildomaniditalia.eu).
Biden, cattolico alla stregua di Kennedy, è sulla scena da molti anni e con ruoli importanti, eppure l’opinione pubblica mondiale stenta ad individuarne esattamente il carattere. Cosa si può dire al riguardo? 
Biden sarà un grande Presidente. Lo sarà per gli Stati Uniti e per il mondo intero, perché il suo programma mira a sanare le ferite di una globalizzazione troppo disordinata, per molti aspetti feroce.
A me piace il suo equilibrio: vi si ritrova una sensibilità che in questi anni abbiamo fortemente trascurato, fino a dimenticarne il valore. È il sentire di un politico che accetta il limite, lo vede ad esempio nello sfruttamento delle risorse della terra, ne assume il vincolo come urgenza di un diverso protocollo dell’azione collettiva. Questa umiltà è stata negletta, ora riprende posizione sulla scena pubblica. Con Biden abbiamo l’assicurazione che questa premura diventa precetto, nel senso che il suo rispetto qualifica e determina un largo spettro di azioni.
Una frase mi ha colpito del suo primo discorso: dobbiamo guidare – egli afferma – «non con l’esempio del nostro potere, ma con il potere del nostro esempio». Frase non solo suggestiva per una certa eleganza di stile, ma anche e soprattutto per un esplicito contenuto morale. Biden non può deludere, sarebbe esiziale per tutti. Anche per chi non lo ha votato.
Su questo sfondo l’asse strategico che unisce gli Stati Uniti e l’Europa ritrova la sua ragion d’essere: da qui passa il futuro dei rapporti con la Russia e la Cina.
Ecco, si annunciano sfide enormi per l’avvenire prossimo e non è trascurabile la notizia di un’America nuovamente consapevole delle sue responsabilità planetarie.
Lei ha fatto cenno all’identità di fede del nuovo Presidente americano. Il tempo post cristiano porta alla luce eventi e figure che rinnovano la testimonianza dei credenti nel mondo. Quando in Italia si parla di cattolici in politica, la mente ci riporta al tempo della Democrazia Cristiana. Al di là delle nostalgie, che cosa di quella esperienza politica e di quegli ideali sarebbe utile riproporre oggi?
Penso innanzi tutto che vada esclusa la spasmodica parodia della Dc, come pure la sua messa al bando, in silenzio o a gran voce, voluta da un’altezzosa “ideologia ghibellina”.
Di fronte al quesito occorre porsi con spirito di umiltà, per far avanzare un pensiero costruttivo. Un fenomeno storico di vasta portata, capace di garantire più di mezzo secolo di sviluppo democratico e civile del Paese, richiede una serena valutazione.
A me non convince la riduzione dell’esperienza scudocrociata a un lungo esercizio tecnico del potere, all’incrocio di vari opportunismi, frutto della rendita di posizione assicurata dalla pregiudiziale anticomunista. E non dobbiamo nemmeno indulgere alla esaltazione di un metodo e di uno stile di governo, come se la quintessenza del “partito di ispirazione cristiana” consistesse nel galateo di un fare armonioso attorno alla composizione di equilibri, interessi, bisogni e quant’altro.
Dietro l’arte della mediazione, funzionale alla tenuta del consenso, c’erano i valori del popolarismo e del personalismo, ovvero l’armamentario culturale di quella “terza via”, irrobustita dalle intuizioni del Codice di Camaldoli, che caratterizza nel Novecento l’ingresso in scena del cattolicesimo politico.
La Dc ha rappresentato il “motore immobile” di un progresso possibile, non già imposto dall’alto, ma imbracato in una regola, semmai, di condivisione e partecipazione. A guidare le scelte era pur sempre il criterio della promozione di un’Italia migliore, più laboriosa e solidale, in sostanza più giusta. Questa lezione non può essere dimenticata.

Alle origini del Coronavirus

La notizia è uscita il 15 novembre u.s. attraverso le agenzie di stampa e –come facilmente si intuisce – ha dato una parziale risposta al quesito riguardante l’incipit della pandemia nel Paese, anche se lascia sul tappeto molti inquietanti interrogativi irrisolti.  La fonte dell’informazione viene da una ricerca dall’Istituto tumori di Milano che, in collaborazione con l’Università di Siena, aveva sottoposto a screening tumorale ai polmoni un migliaio di pazienti tra settembre 2019 e marzo 2020. Come riferito dal quotidiano Repubblica l”l’11,6% di questi pazienti aveva gli anticorpi del virus: il 14% di questi già a settembre 2019, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020 e il maggior numero del totale (53,2%) dimorava in Lombardia. Questo ultimo dato spiegherebbe in modo empirico come tale regione sia stata fin dall’inizio l’epicentro del contagio, dal caso di Codogno a febbraio a quelli successivi di Bergamo e provincia, a Milano e ora a Monza e Varese. Probabilmente potrebbe suggerire anche una spiegazione al fatto che la Lombardia sia stata  ininterrottamente da allora ad oggi la regione con il maggior numero di persone contagiate e decedute: è questo il senso che può essere attribuito al termine “focolaio”, anche se poi si propaga altrove, con una espansione esplosiva e puntilliforme.

La storia della diffusione del Covid 19 va dunque riscritta da capo? In realtà dallo studio dell’Università di Siena emerge come il test utilizzato producesse dei “falsi positivi”, per questo l’ipotesi di un virus circolante già da settembre va presa con cautela: ci sono altri studi che attesterebbero che il passaggio virale dall’animale all’uomo non sia avvenuto prima di ottobre 2019. Come riferito al quotidiano diretto da Maurizio Molinari dal Prof Massimo Galli, direttore del Reparto malattie infettive del Sacco di Milano, “è veramente difficile pensare che il virus sia così vecchio, anche perché allora non ci si spiega perchè non ha creato focolai molto prima. E’ un virus esplosivo, quando arriva in ospedale fa decine di infezioni se non lo gestisci”. Ritornano allora in mente “gli 11 giorni di Wuhan”, a partire dal circostanziato articolo del 6 aprile di Biagio Simonetta con cui il Sole24 ore ricostruiva la cronaca dell’incipit più documentato nella storia della pandemia Covid-19 che sta impestando il pianeta. Per continuare con quanto riferito da Il Domani d’Italia l’11 aprile:  “Emerge dal resoconto che la prima vittima ufficiale del coronavirus muore il 9 gennaio. Nei giorni precedenti aveva frequentato il mercato alimentare di Wuhan: il suo decesso viene reso noto dalla Commissione Sanitaria Municipale. Le autorità sono a conoscenza dell’origine animale del virus: cinque giorni dopo la morte del 61enne cittadino di Wuhan anche la moglie (che al mercato non era andata) si ammala. E’ il segnale che il virus si sta diffondendo da uomo a uomo. Sono i giorni cruciali nella storia di questa polmonite diventata tempesta sanitaria ma la Cina sceglie inizialmente la via fatale del negazionismo. Il 14 gennaio OMS rende noto che ”i cinesi non hanno trovato prove chiare della trasmissione per via umana del nuovo coronavirus isolato a Wuhan”: solo 11 giorni dopo la morte del primo contagiato l’epidemiologo cinese Zhong Nanshan ammetteva alla TV che il contagio stava diffondendosi da uomo a uomo. 48 ore dopo il Presidente Xi Jinping blindava la città e segregava in casa i suoi abitanti. In quei giorni di colpevole silenzio ci sta anche la denuncia del medico cinese Li Wenliang poi deceduto,  che aveva lanciato l’allarme in ospedale ed era stato smentito e diffamato per aver diffuso “voci false”: ora è un eroe nazionale riabilitato. Nel frattempo il sindaco di Wuhan – Zhou Xianwang- dopo aver organizzato il 18 gennaio il XXI banchetto del Capodanno cinese comunicava qualche giorno dopo che 5 milioni di abitanti avevano lasciato la città, diretti altrove in Cina e nel resto del mondo”.

Senza dimenticare la ricerca dell’Università di Southampton secondo cui se la Cina avesse avesse agito con tre settimane di anticipo rispetto alla data del 23 gennaio, il numero di casi complessivi di Covid-19 si sarebbe potuto ridurre del 95%. Ma anche una sola settimana avrebbe ridotto il contagio globale del 66%”.

E il successivo rapporto del Centro Studi “Henry Jackson Society” intitolato: “Risarcimento da Coronavirus? Stabilire la potenziale colpevolezza della Cina e le vie di una azione legale” paventava la potenziale colpevolezza della Cina e la via di una azione giudiziaria. Circostanza già considerata da diversi Stati e persino da uno Studio Legale di Parma, ma non dal Governo del nostro Paese che in questo 2020 ha rinsaldato la svolta filocinese attraverso rapporti commerciali legati ad esempio alla fornitura di presidi sanitari, sulla scia del Memorandum tra i due Paesi del marzo 2019, che prevedeva di destinare i bacini portuali di Trieste e Genova a terminali della cd. “via della seta”.

Peccato che nel frattempo Trieste abbia stretto accordi con la Germania, segnatamente con le autorità portuali di Amburgo,  che di fatto disattenderebbero tale predeterminata polarizzazione. 

Torna quindi alla mente la tesi del contagio casuale del “contadino di Wuhan” che avendo mangiato carne di pipistrello ed essendo stato ammorbato dal virus animale per zoogenesi, avrebbe poi trasmesso la malattia alla moglie e di lì a tutto il pianeta. Il filmato che girava in rete sul mercato degli animali di Wuhan (cani, gatti, topi, pipistrelli, serpenti ecc.) era eloquente ma il Direttore di TGCOM24 Paolo Liguori a cui lo avevo inviato me lo aveva restituito con un laconico “fake cinesi”.

Ma giova ricordare anche le ipotesi complottiste, di un orchestrato progetto politico di contaminazione del mondo (e dell’Occidente in particolare) con il famoso “virus costruito in laboratorio” come arma letale.

Roba da fantascienza ma mica tanto, che ricorda le trame di certi film dove le armi convenzionali e le bombe sono sostituite dalla guerra batteriologica, silente e persino più devastante.

Con tutti gli impliciti psicologici che stiamo riscontrando: la lotta ad un nemico mortale e invisibile, il disorientamento emotivo, le angosce quotidiane, i sistemi sanitari mandati in tilt, la trasformazione forse irreversibile delle nostre abitudini di vita, con tutte le degenerazioni che ci porteremo dentro e nelle relazioni umane chissà per quanto tempo. Il big –crash economico, la chiusura delle scuole, la paralisi della vita sociale: uno tsunami che mette in gioco il concetto di vivibilità, innesca un processo domino nei default e nelle chiusure delle attività produttive, si diffonde con una velocità e una virulenza distruttive.

Non si può tuttavia dimenticare la teoria della rottura della sostenibilità ambientale, sostenuta dall’ONU e da molti scienziati: la contaminazione virale passa dall’animale all’uomo perché si spezza un equilibrio che si basava sul principio della tolleranza eco-sistemica. L’incremento demografico, la distruzione della natura, l’estinzione graduale di certe forme di vita sul pianeta, la deforestazione galoppante, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei mari, il rialzo termico: sono tutti fattori di indebolimento del genoma umano di fronte alla ribellione della natura violata. Piace qui ricordare la magistrale spiegazione del Prof. Arnaldo Benini, emerito all’Università di Zurigo in una documentata e rigorosa intervista realizzata proprio con il Domani d’Italia, dal significativo titolo “Covid 19 – L’umanità impreparata” pubblicata il 30 marzo u.s.

Dove si evidenzia come sono i comportamenti umani il discrimine tra la diffusione pandemica e la battaglia per fermarla: mentre viviamo la fase drammatica del secondo lockdown, possiamo mentalmente comparare la fila sterminata di mezzi dell’esercito che trasportavano le bare e – dall’altro lato- le spiagge affollate, la movida senza mascherine, gli assembramenti, le discoteche ingolfate di giovani senza protezioni. Fino a citare i teorici del negazionismo estremo, la rappresentazione simbolica più evidente dell’imbecillità umana posta di fronte alle evidenze: degli ospedali intasati, ad esempio, dei morti e degli intubati, dei focolai riaccesi per la violazione consapevole delle raccomandazioni scientifiche.

Ma – oltre a quelle già evidenziate in questo lungo anno di DPCM incalzanti, di attese ingiustificate, di ritardi colpevoli, di inazione e di indecisione, di paralisi burocratiche e di speculazioni ideologiche – riaffiora una responsabilità di cui troppo a lungo si è taciuto.

Un mese dopo il citato Memorandum, esattamente il 28 aprile 2019 venne siglato un accordo tra Cina e Italia che prevedeva precise  “Aree di collaborazione”  (cito testualmente) : “il rafforzamento della prevenzione e del controllo in frontiera delle principali malattie infettive, il rafforzamento delle misure quarantenarie e dell’ispezione dei mezzi di trasporto internazionali, in entrata e in uscita dai territori italiano e cinese, il miglioramento dell’efficacia delle misure di disinfezione, disinsettazione e derattizzazione, la prevenzione della trasmissione transfrontaliera di malattie infettive”.

Non ci si può esimere dal chiedere ai due Governi in che modo questo accordo sia stato rispettato, quali misure di prevenzione siano state adottate, quali concrete azioni sia state poste in essere per evitare la diffusione del contagio dopo che il virus era stato isolato nei laboratori cinesi, se ci siano state informazioni provenienti dalla Cina e dall’OMS . 

Se questo Protocollo fosse stato rispettato sarebbe stato più rigoroso il controllo degli spostamenti umani e di mezzi, una barriera sarebbe stata frapposta alla diffusione del contagio.

In questa fase di recrudescenza pandemica dobbiamo gestire al meglio le risorse sanitarie e rispettare le regole che rallentano la diffusione del virus, investire sulla ricerca di un vaccino universale ed efficace, facendo il possibile affinchè arrivi presto ad evitare altre morti.

Ma trascorso questo periodo di guerra a tutto campo, con serietà e senso del dovere occorrerà riconsiderare il mancato rispetto di quell’Accordo, evidenziando eventuali responsabilità.

I giovani per un’economia sostenibile. Tre voci da Economy of Francesco

Articolo pubblicato sulle pagine di Aggiornamenti Sociali a firma di Michela Francesca DI STEFANO, Anna TERRANOVA, Joanna WDOWIN

Previsto originariamente ad Assisi alla fine di marzo, si svolgerà invece on line dal 19 al 21 novembre l’atteso evento The Economy of Francesco, in risposta all’invito che il Papa ha rivolto a giovani economisti, imprenditori e changemaker di ritrovarsi per elaborare insieme proposte per un radicale rinnovamento della logica alla base del funzionamento dell’economia.

La pandemia di COVID-19, che ha causato il cambiamento del programma, rende questa riflessione ancora più urgente. Come hanno lavorato i giovani in preparazione all’appuntamento di The Economy of Francesco? Quali novità ha permesso di introdurre il passaggio a un diverso formato? E quali direzioni prenderà l’impegno per dare attuazione alle idee elaborate in questi mesi?

Qui di seguito pubblichiamo il file Pdf con cui Aggiornamenti Sociali risponde alle domande

I-giovani-per-un’economia-sostenibile.-Tre-voci-da-Economy-of-Francesco

Continua la repressione in Bielorussia

Domenica scorsa almeno 1.000 persone sono state arrestate in tutta la Bielorussia, secondo Viasna, l’organismo di vigilanza locale per i diritti umani, durante le manifestazioni di massa contro il leader Alexander Lukashenko.

È il maggior numero di detenzioni segnalate in un solo giorno dall’inizio delle proteste. Si ritiene che il numero totale di persone detenute da agosto sia di oltre 25.000.

Le detenzioni di massa sono seguite alla morte di Roman Bondarenko, un manifestante antigovernativo di 31 anni, morto giovedì in un ospedale a Minsk dopo essere stato duramente picchiato dalle forze di sicurezza.

Secondo Viasna, si sono verificate detenzioni anche nelle città di Navahrudak, Babruisk, Vitsebsk, Homel e Svetlahorsk.

Inoltre l’Associazione bielorussa dei giornalisti fa sapere che almeno 23 giornalisti sono stati arrestati in tutto il paese.

Il programma nazionale per la gestione dei rifiuti

E’ operativo il tavolo istituzionale tra Ministero, Regioni e Province autonome per la definizione del Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti. Un piano da adottare in attuazione dell’art.198bis del Dlgs 152/06, che vede il Ministero, con il supporto dell’Ispra, impegnato a individuare i macro-obiettivi e a definire i criteri e le linee strategiche cui le Regioni e le Province autonome si dovranno attenere nella elaborazione dei Piani regionali per la gestione dei rifiuti.

«L’attivazione di un tavolo di lavoro per la stesura di un Piano Nazionale per la Gestione dei Rifiuti ha ricevuto, da subito, larghi consensi da tutte le forze politiche nazionali e locali – spiega il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – E’ bene chiarire che con questa norma la pianificazione regionale permane, ma attualmente esistono delle criticità, in talune Regioni, che intendiamo superare, estendendo a tutto il territorio nazionale i modelli più virtuosi. A tale scopo, il Piano costituisce uno strumento d’indirizzo volto a garantire criteri omogenei di applicazione sul territorio e a estendere le “best practice”».

La normativa prevede il ministero dell’Ambiente al centro di questo processo con il supporto tecnico di Ispra e con l’avallo di Regioni e Province autonome. Un tavolo di lavoro al quale il Ministero ha invitato a partecipare anche i rappresentanti dell’Anci. Inoltre, è stata approvata all’unanimità nella prima riunione anche l’ulteriore proposta di allargare i lavori ai rappresentanti del Ministero per lo Sviluppo Economico e dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente. Sono questi, pertanto, i protagonisti della definizione del programma, per il quale verrà garantita la massima trasparenza nella consultazione degli stakeholder pubblici e privati. L’obiettivo è il raggiungimento di un’adeguata rete impiantistica nazionale che consenta di superare le criticità più volte segnalate anche nell’ambito del contenzioso comunitario, migliorando gli standard ambientali dei servizi e diminuendo i costi del servizio per i cittadini.

Covid e Scuola. Riflessioni e proposte del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani

In una nota il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, considerati i dati inerenti ai contagi da Coronavirus, chiede che rientrino urgentemente tutti i docenti di ruolo esiliati- l. 107/2015 – compresi i precari, nelle proprie sedi di residenza; inoltre invita i dirigenti scolastici a non obbligare i docenti, specie se sono fuorisede, a permanere negli edifici scolastici per effettuare la DaD.

Infatti il comitato ricorda che il servizio di DaD si può tranquillamente svolgere in modalità smartworking da casa.

Infatti quanto previsto dalla recente ipotesi di CCNI-DDI pare insufficiente a garantire le necessarie tutele per il personale docente.
In primo luogo,
– pare superficiale la pretesa di voler garantire la frequenza scolastica per alunni disabili e bes, considerando che il rischio epidemiologico -alla data odierna – ha assunto dati sconfortanti,

– specialmente laddove la valutazione di opportunità ed efficacia del ritorno in classe non venga rimessa anche al docente di sostegno, che per legge è colui che partecipa alla definizione delle strategie didattico-metodologiche e che, pertanto, dovrebbe poter esprimere un proprio parere circa l’utilità di una didattica in presenza (talvolta propinata con soluzioni tutt’altro che garantiste del principio dell’integrazione, come ad esempio, quella di affiancare il docente di sostegno ad un alunno in una fredda e vuota aula della scuola, attivando un collegamento in rete con il resto della classe e con il docente curriculare…) o la prosecuzione della modalità online in relazione all’alunno o agli alunni che segue.

– pare insufficiente la negoziazione sindacale in relazione all’orario di servizio settimanale, così come l’introduzione dell’onere del docente di “utilizzare gli strumenti informatici e tecnologici a disposizione”.

– pare incomprensibile, l’introduzione dell’obbligo di assicurare la protezione da malware e attacchi informatici.

– Inesistente ogni riferimento alle indennità da conferire ai docenti che dovrebbero, poi, svolgere le attività in presenza, durante l’epidemia

– Pare, inoltre, non esserci stato nemmeno un mero tentativo da parte dei sindacati di richiedere il riconoscimento di una retribuzione/un’indennità/un bonus aggiuntivo per finanziare gli investimenti in risorse hardware e software.

Orbene, il CNDDU non può non domandarsi cosa sia stato negoziato a favore dei docenti e come non sia stato dedicato alcuna misura ai docenti fuori sede, considerato che il bonus docenti esiste già da oltre 4 anni (e che quindi non si può pretendere di ricondurre la ddi ad un bonus sorto con altre finalità) e che la posizione economica dei docenti è – anche questa volta ed a fronte di nuove e più complesse prestazioni- rimasta invariata.
A tal proposito, il CNDDU presenterà istanza di accesso agli atti per visionare i verbali dell’incontro e verificare cosa realmente abbiano chiesto i sindacati per i loro lavoratori. L’ipotesi di CCNI DDI pare stranamente sbilanciato a favore dell’amministrazione e delle decisioni dirigenziali.

Eppure, i valori riportati in riferimento all’evoluzione del Covid 19 dimostrano quanto quello che abbiamo sostenuto fosse vero: la scuola nel complesso non può costituire un territorio franco rispetto all’epidemia in quanto crocevia di infrastrutture e dinamiche relazionali troppo complesse da controllare.

Ultimamente si susseguono gli appelli per invitare le famiglie a tenere a casa i bambini ed attivare la DaD. Come dichiarato da Luigi Nigri (Vicepresidente Federazione Italiana Medici Pediatri) “…in questo momento il decorso dell’epidemia e il sistema di tracciamento non consentono di avere un’alternativa alla Dad”.

La mialgia

La mialgia è un dolore localizzato in uno o in più muscoli. I muscoli colpiti appaiono contratti, dolenti se toccati o usati. Solitamente l’insorgere del dolore è dovuto a una improvvisa contrazione involontaria del muscolo, ma può anche essere dovuta ad una rottura parziale della struttura muscolare dovuta ad un trauma.

Il dolore ai muscoli si riscontra anche in alcune forme virali come l’influenza, reumatiche o nella tensione continuata cui il muscolo è sottoposto a causa dello stress.

I sintomi della mialgia si esprimono in un forte dolore ad uno o più muscoli e, in alcune occasioni, il dolore può coinvolgere anche tendini, legamenti, tessuti molli, ossa e organi.

I sintomi si possono distinguere, in base alle cause, in due ordini:

Se le cause sono di origine traumatica o da affaticamento il o i muscoli interessati saranno confinati ad una specifica area corporea. In questo ordine rientrano i dolori provocati da traumi, sforzi eccessivi, dolori dovuti a posizioni sbagliate tenute per molto tempo, dolori da contratture da stress.

Se insorgono come complicanza di un’altra patologia, generalmente il dolore è diffuso. In questo ordine ritroviamo i dolori da assunzione di farmaci (statine), associati all’uso di cocaina, squilibri elettrolitici di sodio e potassio oppure possono essere associati ad alcune patologie quali quelle influenza, lupus eritematoso sistemico, poliomielite, trichinosi, polimialgia reumatica, polimiosite, rabdomiolisi e sindrome fibromialgica.

In caso di contratture, contusioni, traumi e distorsioni i farmaci più utilizzati sono gli antinfiammatori, gli antidolorifici e miorilassanti che possono essere formulati in compresse o granulato per uso orale o in pomate e gel per uso topico.

Per lo strappo è consigliato il riposo e impacchi freddi; per la distorsione meglio consultare il medico ricordando che la parte non va riscaldata o massaggiata.

Movimento 5 stelle. Ancora Bruchi

I movimenti sorgono per uno slancio quasi religioso. Vogliono una purificazione del mondo. Insorgono contro il cosiddetto “malaffare”. Riempiono le piazze. Trovano proseliti a non finire. Gonfiano di speranze i loro intenti e poi, lasciano al tempo il compito di togliergli certi grilli dalla testa.

Quando poi, dovessero incrociare il potere, sono presto destinati a mutare pelle. È un processo irresistibile. Non c’è nulla che tenga, il fenomeno è matematico.

Gli stati generali promossi dal M5Stelle, sono li, con le loro diverse voci, a dimostrare il cambio di natura. Dibattono se trasformarsi in partito o restare movimento; discutono se rompere gli indugi e permettere un terzo mandato; si crogiolano dentro le diatribe personali; guardano con massimo interesse alla loro presenza nel Governo nazionale.

Un fiume con diverse correnti, un classico! Io, non mi meraviglio per nulla. Ho un’età e un’esperienza che mi fa capire quali siano le evoluzioni dei comportamenti politici. Non è che in questi ultimi due giorni hanno manifestato la trasformazione; da tempo, infatti, questi sintomi si potevano leggere nei comportamenti dei grillini. La fatica del governare ha ampliato a loro gli orizzonti dello stare al mondo. E oggi, questo processo è tutto in divenire.

Sarà difficile chiosare questa storia. Prevedo grandi difficoltà. Primo, perché alle loro spalle non sembra esserci una teoria politica che Dio comandi; secondo, perché i leader sono piuttosto freschi di stampa e sembrano virgulti ancora in crescita; terzo, perché il loro leader – quello vero – ormai se l’è squagliata.

Con questi presupposti risulterà difficile passare dalla crisalide alla farfalla.

A dir il vero, ai miei occhi sembra ancora un bruco.

Le scivolate di Sorgi e Ceccarelli.

Che gli “stati generali” dei 5 stelle abbiano avuto al centro del dibattito politico il mantenimento/ superamento del secondo mandato da un lato e la permanenza al governo dall’altro per  rimandare il più a lungo possibile l’incrocio con le urne era noto, credo, a tutti. Almeno a tutti  coloro che non sono animati da particolari faziosità o da convenienze politiche momentanee.  

Comunque sia, senza approfondire quale sarà l’epilogo di questa doppia sfida – anche se non è  difficile saperlo per motivazioni umane del tutto comprensibili… – mi soffermo unicamente attorno  ad un giudizio politico che campeggiava su alcuni grandi organi di informazione, a proposito degli  “stati generali” di questo partito. Se Filippo Ceccarelli su Repubblica, in un articolo come sempre  scherzoso e sarcastico, è arrivato addirittura a paragonare il confronto politico – sic….- nei 5 stelle  con gli storici congressi della Democrazia Cristiana sostenendo la curiosa, nonchè singolare, tesi  che la cultura della mediazione e la composizione degli organigrammi interni democristiani erano  sostanzialmente simili al confronto misterioso che avviene lungo la rete dei capi penta stellati, il  bravo Sorgi – che è un ottimo analista e commentatore – arriva a scrivere sulla Stampa che il ruolo  e la funzione politica esercitata per anni da Carlo Donat-Cattin nella Dc era sostanzialmente simile  a quello che oggi fa Luigi di Maio nel partito di Grillo. 

Ora, tutti i giudizi e i confronti sono legittimi anche se opinabili. Ma questi paragoni arditi, al di là  del merito, evidenziano un solo aspetto. O non si conosce la storia della Dc e il ruolo esercitato al  suo interno da alcuni suoi statisti – a cominciare da Donat-Cattin per restare all’anacronistica  analisi di Sorgi – oppure siamo davanti ad una singolare e sempre più misteriosa esaltazione della  classe dirigente dei 5 stelle. Delle due l’una. Personalmente, e al netto della buona fede e  dell’onestà intellettuale degli illustri commentatori di Stampa e Repubblica, credo che sotto sotto  ci sia una semplice ragione che spiegano questi arditi ed inusitati paragoni. E cioè, la permanente  ed irriducibile ostilità nei confronti del ruolo politico, culturale e pubblico giocato dalla Democrazia  Cristiana nell’arco della sua esperienza cinquantennale e, nello specifico, di alcuni dei suoi  principali leader. A volte è tutto molto più semplice di quel che appare. E di quello che si scrive.

Turner: luce e vita.

“Non disprezzare la sensibilità di nessuno. La sensibilità è il genio di ciascuno di noi”. Parole che denotano un’attenta osservazione del genere umano. Sono di Charles Baudelaire, poeta e primo vero critico delle Arti, uomo di cultura dalla raffinata eloquenza e personale stravaganza. Penso siano adeguate per inoltrarci nel mondo di uno dei maggiori protagonisti del Romanticismo ed uno dei massimi artisti inglesi: Joseph Mallord William Turner (1775-1851). 

La Tate Britain di Londra (inaugurata nel 1897 con il nome National Gallery of British Art, fu rinominata Tate Gallery nel 1932 e poi Tate Britain, quando fu aperta la Tate Modern nel Duemila) ha allestito, fino al 7 marzo 2021, una grande personale di Turner con ben 160 opere. La mostra è stata organizzata in collaborazione con il Kimbell Art Museum e il Museum of Fine Arts di Boston. 

“Turner’s Modern World”, cita il titolo. Il Mondo moderno… Turner è moderno nella ricerca, nel suo ispirarsi a tutto ciò che è nuovo, attratto dalla rivoluzione industriale, che ha cercato di percepire oltre alla sua dimensione prettamente tecnica, ossia nel suo aspetto filosofico e nel mutamento della realtà britannica. Conseguentemente, egli è anche attento osservatore dei cambiamenti sociali e della politica le cui vicende rende, talvolta, pubbliche con la pittura. Come, ad esempio, gli orrori delle guerre napoleoniche (“Il campo di Waterloo”) e le sue “dichiarazioni visive” contro la schiavitù (si veda “La nave negriera” del 1840, in cui si coglie angoscia). 

Egli ama le scoperte tecnologiche. Dipinge treni a vapore che invadono la tela con il loro fumo, vortici di fuoco che sembrano uscire da bocche di draghi. Osserva con stupore navi di ultima generazione ed è curioso verso le novità, tra tutte quella relativa alla fotografia. Nel 1847, si fa immortalare in un ritratto dal fotografo John Mayall. Si narra che era terrorizzato, attratto, ma al tempo stesso impaurito, da quella macchina magica che poteva rubargli l’anima e gli imponeva di stare immobile con lo sguardo verso l’obiettivo, che fissa il momento e crea memoria. 

Turner ha un carattere irrequieto, calmato dal padre William Gayone che per anni lo seguì o lo aiutò nel suo lavoro, preparando i colori e le tele nonché affiancandolo in quella che oggi si definisce, in senso lato, “promozione”.  Padre e figlio erano uniti da grande affetto e dal ricordo di una donna, la madre, Mary Marshall, che aveva perduto una bambina e si era ammalata gravemente nel fisico e nella psiche fino ad essere ricoverata al Bethlehem Hospital, manicomio di Londra, dove moriva nel 1804. La fragilità emotiva dell’autore si coglie in tutti i suoi lavori. Egli sembra non mettere pienamente a fuoco l’atteggiamento nei confronti della vita, alternando attimi di felicità con lunghi periodi di insoddisfazione e scontrosità, dialoghi vivaci e costruttivi con prese di posizione apparentemente arroganti e trancianti. Estremo nella calma e nella violenza.

Egli è un artista che ama elaborare le tonalità, variando le vibrazioni delle tinte che rendono le sue tele estremamente realistiche e sa fondere con armonia la sfera fantastica con quella concreta. Si possono ammirare rossi che si sfaldano e colpiscono non soltanto lo sguardo dell’osservatore, ma anche gli altri suoi sensi. Materia e spirito. Ed ecco che sembra di avvertire il crepitio del fuoco immergendoti in “Incendio alle Camere del Parlamento” del 1834 (fuoco, morte, luce, amore e vita). Era il 16 ottobre e Turner era presente: tornò a casa e realizzò di getto l’acquarello esposto in mostra ed a questo fece seguire alcune pitture (tra tutte “L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni” del 1835: paesaggio e storia). Sono una sorta di realtà trascendenti, come quella di “Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi” del 1812: un elefante in lontananza ci riporta una immagine che giustifica il titolo. La dinamica di uno spazio globale fa il resto.

Lo spunto delle sue realizzazione veniva fissato attraverso una serie di schizzi, appunti, disegni, puntualmente riportati nei suoi album che portava sempre con sé. Egli rappresenta il reale (da creare e non imitare) così come lo vede e lo sente e spesso ha necessità di vivere personalmente l’emozione per poi filtrarla, mantenendo una linea soggettiva di quanto narra. Le sue sono visioni che relazionano l’interiore e l’esteriore, la passione e la ragione. Vedere ciò che succede per poi dipingere l’accaduto. Da questo atteggiamento estetico e critico nascono opere come “Tempesta di neve, battello a vapore al largo della bocca di un porto” del 1842 (si fece legare all’albero maestro ed entrò nel vortice atmosferico): le nubi scure che avanzano e si scontrano con il bianco della neve mentre la nave lotta, nelle acque burrascose, con elementi di una natura maligna e divina allo stesso tempo. Dell’anno successivo è “Luce e colore (la teoria di Goethe) – Il mattino dopo il Diluvio. Mosè scrive il libro della Genesi.” Anche in questo caso esiste una forza centrifuga, una sorta di caos dalle forti spinte astratte nate da sperimentazioni di luminosità, scelta di tinte originali e luci deviate. La radiosità della materia diventa forma che gioca con riflessi (per anni aveva insegnato prospettiva ed aveva indagato sul fenomeno della rifrazione).

Turner (che apprezzava artisti come Lorrain e Poussin ed ammirava l’arte italiana) è pittore della luce e dello spazio, che supera leggi di stampo impressionista che seguiranno, innesca un link di rimando al vissuto che egli combina con immaginazione e forza esecutiva, usando addirittura le mani per spalmare i colori, sputando sui quadri se serviva un po’ d’acqua per diluire e, forse, anche per provocare gli astanti. Insomma… azione (action) ante litteram! La sua arte sembra sempre essere manifestazione di lotta e, nonostante tutto, di fiducia e speranza. Del resto lui è inglese e non possiede quegli elementi nichilistici-pessimistici tipici di altri romantici europei (come i tedeschi).

Sicuramente una costante è il suo rapporto con la natura, con la vastità del creato, con i fenomeni oggettivi e soggettivi. Forse i suoi quadri sono stati così dipinti anche per creare un turbamento, una insicurezza, davanti ad un mondo ricco di sfumature. Le modulazioni di tonalità invadono atmosfere che alla fine sono immerse in luci, che sembrano sconfiggere tutto ciò che è materiale, mantenendo tematiche romantiche di vita e di morte. Nel periodo 1835-40 egli realizza “Barche sul mare”: uno sfondo minimalista e tre indimenticabili pennellate di un grande deviante dell’arte. Una magica visione, il sublime che ricorda la concezione del poeta romantico Percy Shelley: “tutto tende ad essere luce e tutto tende ad essere vita”. 

Sicuramente il fruitore più attento vedrà nella sua opera l’avvento dell’Astrattismo e di quella “spiritualità dell’arte” che in Kandinskij ha avuto il suo più alto esponente.

Zone colorate: teniamo duro

La differenza tra la primavera scorsa e il periodo attuale è che allora si era stabilita una misura uniforme su tutto il territorio e oggi, invece, si è scelto un altro registro: le cosiddette zone rosse-arancione-gialle.

Le rosse rappresentano una situazione meno pesante rispetto a quelle primaverili, perché allora si erano chiuse persino le produzioni industriali. Quello era un restringimento totale, mentre oggi, a moduli diversi, i limiti sono differenziati.

Pertanto, l’aiuto collettivo alle attività e ai soggetti sofferenti, sarà meno intenso. Ciò nonostante, come già abbiamo visto, il decreto Statale volto a ristorare i danni delle chiusure obbligata, incideranno meno sul debito pubblico nazionale. Ricordiamoci comunque, che il peso complessivo di quest’ultimo è pur sempre ingente e, in qualche modo, paralizza le nostre opportunità economiche.

In queste condizioni, non c’è alcun tentennamento di sorta, ogni realtà sofferenze va sorretta in modo serio e, spiegabilmente, togliendo quelle solite furbizie che, purtroppo, nella nostra atavica cultura pare siano sempre presenti. Non serve che rammenti casi di ristori passati che fanno gridare vergogna.

La nostra Regione Fvg è passata in zona arancione. I limiti imposti dai decreti sono a tutti noti. Questa stretta colpisce, sicuramente, la fascia del commercio. Bar, ristoranti e negozi sono quelli che maggiormente si troveranno nel vortice negativo.

Per tale ragione, è doveroso e necessario, aiutare queste fasce più esposte a questo triste malanno.

C’è da augurassi che da qui a dieci, quindici giorni, tutti i dati relativi al Covid-19, si abbassino e consentano in tal modo, almeno alla speranza, di togliersi da questo improvviso inferno.

Temo che il mese del Natale, il mese che chiude l’anno, risentirà ancora della cattiva sorte, ma una cosa è subire un crescente avanzamento del malanno, altra è saper guidare la realtà con maggior consapevolezza di avere dei traguardi vicini.

A tenere desta la nostra attenzione è pur sempre il terreno farmacologico. Si parla di un primo vaccino, già utilizzabile all’inizio dell’anno prossimo per le fasce a più elevato rischio di contagio. E a rendere ancora più confortevole la speranza, è la notizia che al primo se ne aggiungeranno altri tipi di vaccino.

Si deve acquisire la consapevolezza che questo è il periodo più gramo, ma proprio per questo, siamo chiamati a dare il meglio di noi stessi, sia in termini individuali, quanto in termini collettivi.

Le proposte dell’Inps per la nuova pensione

L’Inps ha avanzato delle proposte per inquadrare il problema della nuova legge pensionistica. Si possono riassumere in quattro punti.o

Fra i quattro punti c’è quello della flessibilità in uscita: ci si propone di ridurre l’età di accesso alla pensione, ma anche di utilizzare coefficienti più vantaggiosi per chi svolge lavori usuranti e gravosi. Nello specifico, con i 62 anni di età e con 20 anni di contributi, si potrebbe chiedere un anticipo del trattamento pensionistico

L’assegno verrebbe calcolato in una prima fase solo con riferimento alla parte contributiva. La parte retributiva scatterebbe invece una volta compiuti i 67 anni di età. Sarebbe inoltre possibile richiedere un anticipo del trattamento retributivo da scalare una volta maturato il diritto alla pensione piena.

Per l’Inps è necessario garantire una adeguata tutela a chi svolge lavori usuranti e a chi perde l’occupazione dopo i 60 anni. Per questo è necessario ribadire e potenziare l’Ape sociale e il trattamento anticipato per i precoci.

Bisognerebbe inoltre garantire un trattamento pensionistico adeguato alle nuove generazioni, caratterizzate troppo spesso da carriere intermittenti e precarie

Trovando il modo per colmare i buchi contributivi e stabilendo la possibilità di valorizzare, in via gratuita, i periodi di formazione anche a fini previdenziali

La dieta mediterranea è ingiustamente sotto attacco

“A dieci anni dalla proclamazione come patrimonio culturale dell’umanità da parte dell’Unesco, la dieta mediterranea è ingiustamente sotto attacco dai bollini allarmistici e etichette a semaforo che nel mondo arrivano addirittura a scoraggiare il consumo di suoi elementi base come l’extravergine di oliva. E’ quanto denuncia Ettore Prandini il presidente della Coldiretti, in occasione del decimo “compleanno” dell’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco, festeggiata con iniziative nei mercati di Campagna Amica e negli agriturismi in tutta Italia.

Si stanno diffondendo – sottolinea la Coldiretti – sistemi di informazione visiva come l’etichetta a semaforo inglese, ma anche il nutriscore francese o i bollini neri cileni fondati su parametri nutrizionali relativi a grassi, zuccheri o sale che gettano ingiustamente discredito sui prodotti base della dieta mediterranea. Basandosi sulla presenza di determinate sostanze calcolate su 100 grammi di prodotto e non sulle effettive quantità utilizzate – accusa la Coldiretti -, questo tipo di etichetta finisce per sconsigliare l’olio extravergine d’oliva e promuovere bevande gassate dietetiche prodotte con sostanze artificiali e di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta. È inaccettabile spacciare per tutela del consumatore sistemi che cercano invece di influenzarlo nei suoi comportamenti orientandolo a preferire prodotti di minore qualità anche perché – precisa la Coldiretti – l’equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera e non nel singolo alimento.

Il nutriscore nato in Francia è stato adottato con decreto governativo anche da Belgio e Germania mentre il Lussemburgo – continua la Coldiretti – è in procinto di adeguarsi e l’Olanda potrebbe farlo dal 2022. In Portogallo, Austria e Slovenia il nutriscore è stato invece adottato da grandi multinazionali alimentari, mentre la Spagna, paese mediterraneo come l’Italia, è oggetto di un acceso dibattito. Lo stesso problema presenta In Gran Bretagna il sistema del “traffic light” – rileva Coldiretti – che misura con i tre colori tipici del semaforo (verde, giallo e rosso) il quantitativo di nutrienti principali contenuti negli alimenti: grassi (di cui saturi), zuccheri e sale. Un modello che potrebbe essere adottato anche in India, mentre in Sudamerica rischia di fare scuola il bollino nero cileno – prosegue Coldiretti – che sconsiglia di fatto l’acquisto di prodotti come il Parmigiano, il Gorgonzola, il prosciutto e, addirittura, gli gnocchi, e a cui potrebbero guardare il Brasile e il Perù. L’Australia si potrebbe dotare presto di un sistema a stelle (Health star rating) che come il nutriscore sui basa sulla presenza di determinate sostanze in 100 grammi di prodotto.

I bollini allarmistici – denuncia la Coldiretti – sono sistemi fuorvianti, discriminatori ed incompleti che favoriscono prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta e finiscono per escludere paradossalmente alimenti sani e naturali. Una valida alternativa è il sistema a batteria (Nutrinform Battery), proposto dall’Italia che non attribuisce presunti “patentini di salubrità” ad un alimento ed esclude i prodotti a marchio Igp e Dop proprio per le specifiche caratteristiche di eccellenza evitando così il rischio di confondere il consumatore con ulteriori segni distintivi in etichetta. Dopo il via libera giunto dall’Ue nel luglio scorso al sistema di etichettatura italiano – ricorda la Coldiretti – è in corso di emanazione il decreto interministeriale che introduce la possibilità di informare, volontariamente, il consumatore in merito al contenuto di energia, grassi, zucchero, sale con una “porzione” denominato Nutrinform.

Solo in questo modo sarà possibile garantire un’informazione trasparente ai consumatori e difendere il l’agricoltura Made in Italy che – conclude la Coldiretti – con il Belpaese che è il primo produttore Ue di riso, grano duro e vino e di molte verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. E anche per quanto riguarda la frutta l’Italia primeggia in molte produzioni importanti: dalle mele e pere fresche, dalle ciliegie alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne. La Penisola risulta poi il secondo produttore dell’Unione Europea di lattughe, cavolfiori e broccoli, spinaci, zucchine, aglio, ceci, lenticchie e altri legumi freschi. È altresì seconda per la produzione di pesche, nettarine, meloni, limoni, arance, clementine, fragole (coltivate in serra), olive da olio, mandorle e castagne. Infine, l’Italia detiene il terzo posto in Europa per quanto riguarda asparagi, ravanelli, peperoni e peperoncini, fagioli freschi, angurie, fichi, prugne e olive da tavola, secondo la Fondazione Edison.

A Firenze i libri arrivano a domicilio

Libri come caffè e cibo, non per il corpo ma per la mente, da oggi parte il nuovo servizio di libri a domicilio e ‘da asporto’, completamente gratuito, che sarà attivo fino al 3 dicembre, data di scadenza del Dpcm che ha decretato la chiusura degli spazi culturali.

“Anche se chiuse, sottolinea l’Ass.alla cultura T. Sacchi, le biblioteche civiche vogliono continuare a fornire un servizio essenziale di conoscenza, svago e studio. Se i cittadini non possono recarsi in biblioteca andiamo da loro non interrompendo un flusso prezioso di libri e arricchimento culturale”.

Il servizio di prestito a domicilio è usufruibile da tutti i residenti e domiciliati nel Comune di Firenze, possono essere richiesti fino a 10 tra libri, riviste e multimediali e la durata del prestito è di 30 giorni. Per richiedere il servizio è necessario essere iscritti alle Biblioteche comunali, chi non è iscritto può pre iscriversi grazie al servizio Utente in linea https://servizi.comune.fi.it/servizi/scheda-servizio/sdiaf-utente-in-linea

Per richiedere i libri a domicilio è necessario contattare la biblioteca per telefono, email o tramite il servizio Utente in linea per concordare un appuntamento. Trascorsi i 30 giorni i prestiti verranno ritirati a domicilio o potranno essere riconsegnati in biblioteca, se aperta, o su appuntamento nella biblioteca che svolge prestito da asporto più vicina. Il servizio di prestito a domicilio è disponibile anche per la sola restituzione di libri presi in prestito. La consegna del materiale avviene sempre nel rispetto delle misure di sicurezza e per verificare la disponibilità dei titoli preferiti è sufficiente collegarsi al catalogo online https://opac.comune.fi.it

Disponibile anche la biblioteca digitale DigiToscana MediaLibraryOnLine che consente di accedere gratuitamente a quotidiani, riviste, ebook, musica, banche dati, film, audiolibri e corsi a distanza. Per Info www.biblioteche.comune.fi.it e https://cultura.comune.fi.it/pagina/orari-e-contatti

Chi riceverà per primo il vaccino contro il Covid-19?

A ricevere subito le dosi dovrebbero essere un milione e 700mila cittadini, che saranno scelti in base ad una serie di categorie individuate in funzione della loro fragilità e potenziale esposizione al virus.

In testa alla lista ci saranno gli operatori sanitari, per partire con la protezione alla categoria professionale più esposta, gli anziani (a partire da quelli più fragili ricoverati nelle Rsa) e le persone la cui salute è più precaria come i malati cronici. Gli ultimi saranno i giovani.

Per quando arriveranno le prime dosi non si prevedono particolari problemi: i medici dei centri vaccinali saranno i primi ad essere chiamati all’appello. Poi si dovrà ampliare la squadra dei vaccinatori con grande probabilita’ ai medici di famiglia.

 

Parolin: facciamo dell’Europa la casa di ogni persona

Aricolo pubblicato dal sito internet https://www.vaticannews.va/ a firma di Gabriella Ceraso 

Il 50.mo anniversario della presenza della Santa Sede come Osservatore Permanente presso il Consiglio d’Europa. Questa l’occasione del lungo discorso del cardinale Pietro Parolin, che ripercorre la storia del sodalizio iniziata nel 1962, “storia di interesse e sforzo in tutela dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto in tutto il continente”. Il Papa, ricorda il segretario di Stato, lo ha tante volte ribadito durante visite alle istituzioni europee e discorsi: “Il sogno dei fondatori era quello di ricostruire l’Europa in uno spirito di servizio reciproco che anche oggi, in un mondo più incline a fare richieste che a servire, deve essere la pietra angolare della missione del Consiglio d’Europa in nome della pace, della libertà e della dignità umana”. Altrettante sono state le occasioni recenti che il cardinale Parolin cita per sottolineare quanto la cura della persona sia la base su cui “continuare a costruire l’Europa dei Padri Fondatori”: cura e dignità che la Santa Sede considera la sua principale priorità e un desiderio che Papa Francesco ha chiaramente espresso nell’ultima Lettera Enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale. “Su questa comune preoccupazione – ha affermato dunque il porporato – la Santa Sede e il Consiglio d’Europa hanno lavorato insieme con successo e proseguiranno a farlo nel rispetto dei diversi ruoli e le “varie Convenzioni e gli Accordi ratificati dalla Santa Sede, così come il suo sostegno agli strumenti giuridici – che non può firmare in virtù della sua particolare natura e delle sue specifiche finalità religiose, ma di cui non manca di promuovere i valori universali – sono la prova di questo continuo interesse alla collaborazione”.

Ma assieme alla riflessione sulla dignità umana e sulla centralità della persona, in tempo di pandemia – fa notare il cardinale Parolin – occorre soffermarsi anche sul rispetto della democrazia e dello Stato di diritto, come asserito anche nelle linee guida del Segretario generale, inviate a tutti i 47 Stati membri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2020. A questo proposito, il segretario di Stato specifica come alla Santa Sede – che ha lo statuto di “Osservatore permanente presso il Consiglio” – non basti “osservare” la realtà, quanto piuttosto interessi lavorare “a costruire strutture di solidarietà a beneficio di tutti”, attraverso l’influenza morale che esprime nelle sue valutazioni, come “esperta in umanità” e nella collaborazione attiva che svolge a vari livelli decisionali.

Da qui, il cardinale Parolin si sofferma uno dopo l’altra su quelle che definisce verità specifiche, che riguardano non una persona, ma la persona umana, non solo poche persone, ma tutte le persone. Verità che non sono a beneficio di alcuni ma di tutti, dell’amata Europa come del mondo. “È mio sincero auspicio – afferma – che l’Europa diventi la casa della persona umana e che il Consiglio d’Europa, nel rispetto del suo mandato, base della sua fondazione, continui a far risplendere con sempre maggiore luce la verità della persona umana”.

La prima verità universale dell’uomo è la sua magnificenza

La nobiltà dell’essere umano, “signore della creazione” e come tale libero da ogni schiavitù sia materiale che spirituale, è la prima verità su cui riflettere e sulla quale porsi delle domande. Oggi, osserva il segretario di Stato, sono tante le forme di schiavitù che affliggono l’uomo, problematiche centrali nel lavoro del Consiglio d’Europa. Esse, sostiene il porporato, richiedono, per non restare questioni senza risoluzione, domande e risposte ponderate, ma soprattutto richiedono di porre l’uomo, ancora una volta, al “centro di tutti i nostri interessi per fare del servizio all’uomo lo scopo più importante del nostro lavoro”.

La seconda verità universale: la Terra, casa dell’uomo

A questa prima verità universale segue una seconda. Il Creatore dell’uomo ha fatto anche della Terra la casa dell’uomo. L’ha fatta diventare casa di tutti. Perciò ognuno, insieme alle istituzioni, dovrebbe prendersene cura. Anche rispondendo all’appello lanciato dal Papa nell’enciclica Laudato si‘, il Consiglio d’Europa – nota il cardinale Parolin – sta lavorando in questa direzione e la pandemia di Covid-19, è la sua raccomandazione, “non deve compromettere questo impegno”.

Terza verità universale: il servizio alla persona umana

Illustrando poi il punto del servizio alla persona umana, e riferendosi alla questione dei migranti, il segretario di Stato parte da un presupposto antropologico fondamentale, cioè riconsiderare la persona umana nella sua interezza, “non solo corpo da nutrire, ma anche un’anima, un cuore, un’intelligenza, una mente, una vocazione alla comunione, alla fratellanza universale, all’amore che non conosce limiti”. Se – riflette – applichiamo questo principio alla questione della migrazione, riusciremo a sfidare le coscienze, sia a livello personale che comunitario. Persone migranti dunque non come strumenti da usare e sottopagare, ma persone da “accogliere” con diritti e doveri. “A volte, però, questo – spiega – implica anche creare le condizioni perché una persona che ha vissuto situazioni di grande disagio possa anche recuperare tutta la sua dignità. Ed è questo che è difficile; eppure è questo che è in gioco: restituire dignità a queste persone”. Da qui l’appoggio e il favore espresso dal cardinale Parolin alle tante azioni incisive e attente del segretario generale per una migrazione sicura, ordinata e regolare. Un apprezzamento va al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, la signora Dunja Mijatović, e analogo sostegno il cardinale Parolin lo esprime ai diversi programmi centrati sull’educazione e sull’istruzione che non è solo – chiarisce – “alfabetizzazione e accesso all’istruzione, ma anche, come proposto dal Consiglio d’Europa, la non discriminazione, la cultura della pace, la protezione delle lingue e delle culture minoritarie, la promozione di percorsi culturali”.

Quarta verità universale: la valorizzazione della persona umana

La quarta verità universale riguarda la rivalità, la competizione che salverà la persona umana, quella che si gioca – spiega il segretario di Stato – sulla stima reciproca, dando dimostrazione che Stati, organizzazioni internazionali, religioni, associazioni a scopo umanitario siano mossi da una verità superiore, o dalla carità e dall’amore più perfetto per l’umanità. “E se ognuno di noi, rappresentanti di diversi Paesi – sostiene il porporato – diventasse ambasciatore di pace presso il proprio governo, allora sarebbe possibile competere creando quanta più pace possibile, per noi stessi e per gli altri Paesi vicini. In questo modo – prosegue – tutta l’Europa, unita e solidale, potrebbe mostrare questo segno di giustizia al resto del mondo”. Questo è anche nel cuore del Papa, ma è un traguardo che resta purtroppo ancora lontano dall’essere raggiunto. Tuttavia, assicura il cardinale Parolin, la Santa Sede, consapevole della sua natura religiosa e della sua missione universale, vuole dare un contributo alla causa della pace, nella convinzione che “solo un impegno unitario e mondiale, che ponga al centro la protezione della persona umana, in particolare delle donne, dei bambini e di tutte le popolazioni civili indifese, nonché la tutela dei loro diritti fondamentali, può rendere possibile la ricerca della vera pace e il progresso dei popoli”. “La pace deve essere ricercata sempre e ovunque”: lo Statuto del Consiglio d’Europa, rammenta il segretario di Stato, afferma con chiarezza che “la pace è l’obiettivo ultimo della sua azione”.

Azione e solidarietà

Ruotano intorno a due parole – azione e solidarietà – la quinta e sesta verità sulle quali il cardinale Parolin riflette per concludere il suo intervento in seno al Consiglio d’Europa. E’ necessario, dice, dare concretezza alle parole con i fatti e riconoscersi, come il virus globale sta mettendo in risalto, bisognosi gli uni degli altri, in condivisione della stessa situazione umana: “Il flagello della pandemia di Covid-19 ha mostrato al mondo la sua fragilità costitutiva e la sua impreparazione ad affrontare un futuro che può rivelarsi tumultuoso e distruttivo anche nelle vite umane”, è il pensiero del segretario di Stato. “Tutti sulla stessa barca” e tutti insieme incamminati verso l’uscita dalla crisi. “Non facciamoci illusioni”, afferma il porporato, questa è una verità incontestabile che anche il Consiglio d’Europa ha riconosciuto. Dunque, afferma il cardinale Parolin, questa “verità” deve essere vissuta “con grande carità, misericordia, perdono, sostegno e aiuto reciproco. Solo l’amore, solo lo spirito di solidarietà che da sempre contraddistingue l’Europa salverà chi è nella stessa barca, nella stessa casa, sulla stessa terra”.

Europa, modello di vera umanità

L’intervento del segretario di Stato si conclude con un augurio a quanti sono impegnati a livello istituzionale perché continuino, dice, nella “costruzione di un’Europa giusta, unita, aperta e inclusiva”, lavoro per il quale la Santa Sede rinnova il suo pieno sostegno come avvenuto da cinquant’anni in qua. “Fate dell’Europa la casa di ogni persona umana, fate in modo che ogni persona si senta a casa sua in un clima di fratellanza”, è l’auspicio finale del cardinale Parolin. “Ogni persona attende di vedere un vero modello di umanità, per potersi impegnare in prima persona”.

Dal controllo interno al controllo sociale

Articolo già pubblicato sulla rivista “DPU- DIRITTO PENALE e UOMO – Rivista internazionale di studi giuridici e antropologici

Una delle esigenze postulate con crescente enfasi in tutti i più avanzati modelli di organizzazione sociale è la possibilità di utilizzare diverse chiavi di accesso e di lettura al fine di osservarne il funzionamento, nella prospettiva della loro ottimizzazione.

Quando si parla di trasparenza si intende l’esercizio di una facoltà di penetrazione e di controllo sui meccanismi e sulle finalità del contesto istituzionale considerato.

Tanto che da tempo si insiste sul concetto di “controllo della qualità”  allo scopo di rendere tangibile e manifesta la nozione di “bene comune”: se la qualità fosse misurata soltanto dai gestori di un servizio essa avrebbe una valenza prettamente autoreferenziale e giustificativa.

Questo criterio si dovrebbe applicare con maggiore frequenza al funzionamento della complessa macchina politica, agli assetti e ai servizi resi dalla Pubblica Amministrazione, all’intero quadro istituzionale nelle sue articolazioni centrali e periferiche, in quanto una più puntuale definizione del tipo di controllo da realizzare è propedeutica e preliminare al concetto stesso di democrazia partecipata.

In una dittatura o in un sistema di oligarchie ristrette il diritto di esercitare una funzione di controllo sul potere è negato in partenza: chi lo detiene saldamente, infatti, preclude pregiudizialmente ogni accesso e la realtà visibile agli occhi dei più appare solo un triste gioco di simulazione e dissimulazione del vero.

Specularmente, in una società trasparente nulla è oscurato alla verifica dei modi e dei fini, al punto che nelle più evolute democrazie sono saldamente radicate e stabilizzate tutte le forme di controllo, verifica, accesso ai dati e alle informazioni senza che ciò costituisca configgente motivo di violazione della privacy.

In tali contesti (pensiamo alle democrazie scandinave, agli Stati Uniti al Regno Unito) il controllo è di fatto istituzionalizzato, diventa sistemico e organico: ovviamente si esercita laddove è realmente necessario, senza concessioni alla delazione, alla spettacolarizzazione o ad usi distorti e strumentali.

Pensiamo alla politica e alla Pubblica Amministrazione poichè sono questi gli ambiti di potenziale, maggiore utilità dell’azione di controllo e ciò in base a due ben precisi requisiti: il rispetto del principio di “interesse comune” e la pratica del “senso civico”, intesa come espressione di una diffusa e consolidata maturità popolare che rende implicito un forte e motivato senso di appartenenza.

Un modello istituzionale e sociale “ottimizzato” riconosce e prevede sostanzialmente tre forme di controllo: quello interno, quello esterno e quello sociale.

Il primo viene esercitato nell’ambito dell’apparato organizzativo ed ha una valenza essenzialmente tecnica ed auto regolativa: in pratica serve a registrare i meccanismi degli assetti interni e a verificarne i livelli di efficienza ed efficacia, nell’ottica della qualità del servizio reso.

Un’istituzione, un partito, un ente, un’associazione, un sindacato che non prevedano questo primo livello di verifica interna sarebbero strutturalmente monchi e – spesso – arbitrariamente gestiti: la condizione ovvia e preliminare a che il controllo tecnico venga esercitato è la sua “terzietà” rispetto agli assetti gestionali. Non sempre questa condizione si realizza: in una struttura di potere potenzialmente incline al condizionamento se non alla vera propria corruzione, il controllo interno non riesce a svincolarsi da rapporti di subordinazione e di soggezione rispetto alle gerarchie degli apparati. La verifica potrebbe allora risultare falsata da una pregiudiziale sudditanza, acquiescente, accomodante, ininfluente, oppure potrebbe essere corretta, autorevole ma inascoltata. 

Ecco allora che subentra la necessità di avvalersi di organismi esterni, autonomi e indipendenti capaci di esprimere una valutazione rigorosa, fondata su presupposti di oggettività, neutralità, competenza specifica. Si pensi alla non sempre gradita verifica delle agenzie di rating che – di fatto – esercitano un potere addirittura superiore al mandato ricevuto, poiché esprimono logiche valutative asettiche, matematiche, numeriche e classificatorie che non considerano variabili di tipo digressivo, interlocutorio, temporale e soggettivo, violando spesso o condizionando pesantemente la stessa autonomia politica degli Stati sovrani.

Si consideri tuttavia quanto sia importante in via generale per una società, un’istituzione, un ente il potersi avvalere di organismi che esercitano un controllo esterno in virtù di riconosciuti e conclamati requisiti strutturali di garanzia e di tutela quali sono la competenza, la scientificità e la responsabilità.

Ciò premesso, il processo di controllo si fa completo ed assume una valenza funzionale al perseguimento del bene e dell’interesse comune allorquando si estende a livello sociale, riguarda la collettività e viene esercitato al massimo livello di pubblicità possibile.

Il controllo pubblico esprime e rappresenta l’esigenza di restituire ai cittadini il diritto-dovere di essere informati, di valutare, di esprimere opinioni, di intervenire nelle decisioni, di formulare critiche, di esercitare la possibilità di dissentire o viceversa di condividere, di essere ascoltati.

In ciò si realizza il livello più elevato di democrazia diretta e partecipata.

Occorre che il popolo possegga un radicato senso civico per realizzare correttamente questa funzione di controllo sociale, a cominciare dal basso.

Non è infatti raro il pericolo del pre-giudizio, della valutazione sommaria e affrettata anche sulla spinta di un’informazione non sempre corretta e misurata.

Al più alto e nobile livello del controllo sociale occorre infatti che il mondo dell’informazione garantisca la massima trasparenza, obiettività e tutela dei dati sensibili per evitare sommari processi di piazza di cui è piena la cronaca e – purtroppo – anche la storia.

Decentramento e dintorni.

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Nel difficile periodo che stiamo vivendo occorre che le istituzioni siano in grado di affrontare le sfide con le quali, la pandemia ci fa misurare. I cittadini hanno ancora di più bisogno della vicinanza di istituzioni in grado di dare risposte immediate e di avere progetto a lungo termine.

Per questo è arrivato il momento di superare la fase ibrida degli attuali municipi per arrivare a quella dell’autonomia degli stessi ai quali, l’amministrazione centrale deve assegnare e non concedere, bilanci autonomi con i quali i municipi si responsabilizzano e si trasformano in portatori di istanze reali dei se territori. Allo stato attuale, i, municipi sono relegati in un ibrido che crea frustrazione da parte di chi li amministra e crea rabbia da parte dei cittadini che non vedono risposte anche quelle più minime.

Ad esempio la gestione e dell’Ama deve prevedere una maggiore partecipazione del municipio che può segnalare situazioni di degrado avvilenti in minor tempo rispetto all’attuale situazione. I consiglieri municipali, la giunta e i presidenti rischiano solo di essere la base piramidale sulla quale si crea il primo stadio di consenso per consensi di filiere che gestiscono poteri più alti, inoltre rischiano una deresponsabilizzazione ed una apatia che impedisce anche un ricambio naturale della classe dirigente.

Servono invece poteri nuovi e responsabilità diverse che portino tutti a misurarsi con le proprie idee ed le proprie capacità coinvolgendo anche persone che si sono allontanate dall’impegno politico perché allo stato delle cose anche il livello della classe politica si è livellato verso il basso.

Ricordiamoci che i municipi sono il primo segmento che unisce le istituzioni ai territori ed un loro arricchimento dei poteri e delle capacità porterà ricchezza e benefici anche ai livelli più alti. Se cosi dovessero invece restare le cose tanto vale sarebbe meglio scioglierli con risparmio di risorse e di personale amministrativo e tornare alle vecchie delegazioni con poteri consultivi.

Un improprio Red Carpet di foglie gialle su via Aquilonia

Parliamo di un problema di decoro urbano in via Aquilonia. Una strada importante del V° Municipio di Roma a Nuova Gordiani, transitata da molte centinaia di studenti che frequentano gli Istituti Tecnici Di Vittorio e Lattanzio, il Liceo Levi Civita e quelli della Scuola Media ex-Betti, oltre alle centinaia di persone che quotidianamente si recano presso gli Uffici Municipali (dipendenti e cittadini che richiedono servizi comunali).

Nel loro ruolo di pedoni molti  incontrano un bel tratto di marciapiede di via Aquilonia, dalla parte dei numeri pari, un improprio Red Carpet (tappeto rosso) un manto di foglie gialle che copre l’asfalto, e si tramuta in un potenziale pericolo per coloro che ci transitano nelle diverse ore del giorno.

Certo di fronte ai tanti, gravi e annosi, problemi che rendono il degrado cittadino causa di malessere e di disagi, come buche, rifiuti e mancate potature, questo delle foglie sui marciapiedi può apparire come una questione insignificante; ma quando degrado si aggiunge a degrado, sembra che anche la manutenzione ordinaria dei marciapiedi e delle strade, cioè la spazzatura stradale diventa una modalità e un obiettivo difficile da garantire, con conseguenze sgradevoli più generali per il decoro urbano.

Che cosa si devono aspettare i cittadini per avere una risposta, ai piccoli e grandi problemi, che assillano nelle periferie romane tante persone, in modo particolare quelle  più fragili? Non è facile rispondere, eppure nel caso specifico, il tappeto variopinto di foglie gialle di via Aquilonia è visibile ormai da molti giorni anche dagli Uffici del V° Municipio, compresi quelli della Presidenza.

Prima viene la sofferenza.Il pensiero di Dostoevskij sulla felicità

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Lucio Coco

Tra le note di carattere autobiografico pubblicate in coda al tomo 27 delle opere complete di Fedor Dostoesvskij ce n’è una del 1872 nella quale il grande scrittore russo sorprende il lettore perché afferma che «la felicità non è vantaggiosa per lui», aggiungendo «di non sopportare la felicità» (pagina 89; cito da Polnoe sobranie sočinenij, 30 tomi, 1972-1990; la traduzione dal russo è mia). A quale idea di felicità si riferisce e da quale sua immagine, in un certo qual modo degradata e corrotta, egli sta prendendo le distanze? Da questo appunto di diario non è possibile saperlo, ma diversi riferimenti nella sua opera sono capaci di chiarire meglio tale affermazione che a prima vista risulta incomprensibile e anche un po’ sconcertante.

Nel terzo taccuino dei materiali preparatori a Delitto e castigo c’è un passaggio illuminante per definire la questione. Qui infatti Dostoevskij annota che «non vi è felicità nel comfort» e che «la felicità la si compra con la sofferenza» (ibidem, 7, 154). «Non vi è felicità nel comfort»: la prima parte dell’affermazione, spiega bene quale modello di felicità egli avversa. La felicità propagandata dal mercato e dalle merci, quella che fa corrispondere il benessere e lo star bene al possesso di un prodotto o di un bene materiale, «il comfort» per dirla con lo scrittore russo. La Pietroburgo in cui egli vive della seconda metà del xix secolo è quella del Passage, del grande centro commerciale tra la Prospettiva Nevskij e la Italianskaja ulica, un modello non solo architettonico ma anche culturale, dove le merci e il commercio sembravano (e sembrano ancora oggi) poter venire incontro a tutti i bisogni dell’uomo, non solo quelli materiali ma anche dello spirito.

Contro questa cultura “commerciale” della felicità si leva la protesta di Dostoevskij il quale subito si affretta ad aggiungere che la moneta con cui si paga la felicità non è quella delle valute e delle banconote, che la felicità non la si ottiene come se fosse un bene come tutti gli altri e che anzi la felicità «la si compra con la sofferenza».

Sempre con riferimento a questa nota, ma stavolta ai margini della stessa pagina, come se fosse una spiegazione che egli ritiene necessaria, egli scrive con la sua grafia minuta e nervosa: «Tale è la legge del nostro pianeta, ma questa coscienza spontanea, percettibile attraverso il processo della vita, è una gioia così grande che può essere pagata con anni di sofferenza».

Tramite questa glossa è possibile apprendere che per Dostoevskij il fatto che la felicità passi attraverso il soffrire è una legge universale e il suo raggiungimento, a prezzo del dolore, rappresenta una gioia tale che, quando se ne prende coscienza, si è disposti a mettere sull’altro piatto della bilancia anche «anni di sofferenza». Poco più avanti nella stessa pagina di appunti lo scrittore puntualizza ancora meglio questo sui pensiero, infatti annota: «L’uomo non nasce per la felicità. L’uomo si guadagna la sua felicità e sempre con la sofferenza» (ibidem 7, 155). Ciò che in questo modo vuole mettere in evidenza Dostoevskij è la relazione tra felicità e dolore. Questo nesso è messo molto bene tratteggiato in una lettera alla nipote Sof’ja Aleksandrovna Ivanova (cui è dedicato il romanzo L’idiota) dell’agosto del 1870, nella quale Dostoevskij dà alla donna questa istruzione: «Senza la sofferenza non capirai neanche la felicità. L’ideale passa attraverso la sofferenza come l’oro attraverso il fuoco. Il regno dei cieli si ottiene con lo sforzo». In tal senso non si tratta tanto di «un tentativo di sacralizzare il dolore» (Vassena), quanto piuttosto dell’intenzione di rendere un’immagine della felicità a cui sono sempre sottesi l’impegno, il lavoro, la fatica, il cui riferimento spirituale è assai prossimo all’esempio evangelico della «porta stretta» (Matteo 7, 13), quando dice chiaramente che «il regno dei cieli si ottiene con lo sforzo».

Per Dostoevskij dunque la felicità non arriva mai gratuitamente, oppure casualmente — non è mai una fortuna — ma essa è sempre da costruire, da fare: c’è da soffrire per essa. Nel Diario di uno scrittore, proprio per sottolineare questo elemento dinamico, fattivo che la innerva, scrive con chiarezza che «la felicità non consiste in se stessa ma nel suo ottenimento», cioè nell’impegno, nella ricerca dell’uomo per superare le avversità, per migliorarsi e migliorare il mondo in cui gli è toccato vivere.

E sarà ancora lo starec Zosima a sottolineare il fatto che nella prova l’uomo fa esperienza del positivo di se stesso, quando, rivolgendosi ad Aleša, il minore dei tre fratelli Karamazov, lo invita a «cercare nel dolore cerca la felicità». Perciò, animato da queste certezze Fedor Dostoevskij, può rivolgere al fratello Michail, in una lettera indirizzatagli poco prima di partire per la Siberia nel dicembre del 1849, queste intense parole: «Essere uomo tra gli uomini e restarlo sempre, in nessuna sventura avvilirsi o perdersi d’animo — ecco in che consiste la vita, ecco il suo compito».

Questa l’idea di felicità che il grande scrittore russo propone come esempio, come «l’ideale», che per Dostoevskij rappresenta il modello a cui tendere e che egli assimila a Cristo, perché, come scrive nel Diario di uno scrittore, «non c’è felicità più grande della fede».

Le elezioni in Libia si terranno il 24 dicembre 2021

Le elezioni in Libia si terranno il 24 dicembre 2021, una data storica perché coincide con il settantesimo anniversario dell’indipendenza del Paese.

Lo ha detto l’inviato delle Nazioni Unite per la Libia, Stephanie Williams, in una conferenza stampa virtuale trasmessa sui canali web dell’Onu.

Si tratta di un risultato importante al quale sono pervenuti i 75 invitati di varie circoscrizioni e parti politiche della Libia al Forum del Dialogo politico libico riuniti a Tunisi da lunedì scorso per cercare di ridisegnare gli assetti futuri del Paese, martoriato da anni di contrapposizioni tra il governo di accordo nazionale di Tripoli, riconosciuto dall’Onu, e il potere incarnato dal generale Khalifa Haftar in Cirenaica.

 

CIPE: le misure di sostegno al sistema delle farmacie

E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 277 la delibera CIPE n. 58 che ha ripartito la somma di 4 milioni di euro provenienti dal Fondo sanitario nazionale 2020 e destinata, sulla base dei dati raccolti al 2019, alle farmacie con fatturato inferiore a 150 mila euro.

Si tratta di una misura finalizzata ad aiutare le circa 6000 farmacie ubicate per lo più in zone ad alto indice di ruralità, comprese quelle operanti nelle aree interne del Paese, fortemente disagiate perché collocate in piccole e piccolissime realtà ma che svolgono un ruolo fondamentale di presidio del territorio e di assistenza alla popolazione.

Gli adolescenti bevono e fumano di meno.

Dal nuovo Report 2019 dell’European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs (Espad) emerge che: Il fumo e il consumo di alcolici tra gli studenti europei di 15-16 anni continua a essere elevati, ma mostrano segni di declino. Una media di oltre tre quarti (79%) degli adolescenti ha fatto uso di alcol nel corso della vita e quasi la metà (47%) nel corso dell’ultimo mese, percentuali in diminuzione rispetto a quelli del 2003, quando i valori avevano raggiunto un picco rispettivamente del 91% e del 63%.
Nonostante la corsa degli adolescenti verso alcol e fumo rallenti emergono però preoccupazioni per l’uso potenzialmente rischioso della cannabis e per le sfide poste dai nuovi comportamenti a rischio di sviluppare dipendenza.

La cannabis è ancora la sostanza illecita più usata dagli studenti dei Paesi Espad. In media, il 16% dei rispondenti ha riferito di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita (11% nel 1995), mentre il 7,1% ha riferito di averne fatto uso nell’ultimo mese (4,1% nel 1995).

Mentre il gioco d’azzardo è diventato un’attività diffusa tra gli studenti in Europa, con il 22% degli intervistati che ha dichiarato di aver giocato d’azzardo almeno una volta negli ultimi 12 mesi (prevalentemente a lotterie e gratta e vinci). Espad stima inoltre che il 7,9% degli studenti abbia giocato d’azzardo online nel periodo di riferimento.

Lo studio, coordinato dal gruppo di ricerca italiano dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc) e pubblicato in collaborazione con l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Emcdda), si fonda sui dati raccolti nel 2019 in 35 Paesi europei, tra cui 25 Stati membri dell’Ue.

Trasformismo, esito inevitabile della politica italiana?

Se le cronache politiche rispondono al vero, non potremmo che arrivare ad una sola conclusione:  E cioè, nell’attuale contesto politico italiano può veramente capitare di tutto. Le elezioni del 2018  saranno, infatti, ricordate nella storia politica italiana perchè dopo la vittoria – va riconosciuta,  schiacciante – delle forze populiste e demagogiche è veramente capitato di tutto. Se dovessimo  elencare le cose realmente capitate in questi ultimi due anni si resterebbe semplicemente basiti.  Lo dico perchè abbiamo letto sugli organi di informazione che adesso, e del tutto legittimamente,  è stato presentato in Parlamento un emendamento pro Berlusconi in merito a materie riconducibili  alla sue aziende. Nulla di male e nulla di nuovo, verrebbe da dire. Ma, al di là di questo fatto  specifico che non voglio nè discutere nè approfondire, quello che emerge in modo persin plateale  è la sempre più marcata contraddizione tra ciò che si è detto per anni, se non per lustri, e ciò che  poi concretamente si fa. Dalle alleanze rifiutate senza se e senza ma, alla formazione di coalizioni  con la destra e poi con la sinistra; da giudizi sprezzanti e senza appello contro singoli esponenti  politici e poi misteriose e miracolistiche esaltazioni degli stessi; da programmi che non  prevedevano sconti a nessuno a scelte che vanno in tutt’altra direzione e via discorrendo.  L’elenco sarebbe lunghissimo e noto a molti, del resto.  

Ora, il dato politico che emerge è molto netto nonchè molto semplice. Nella politica  contemporanea, al di là dei pronunciamenti ufficiali e delle promesse pubbliche – che, com’è  ormai evidente a molti, sono per lo più farlocche – è veramente tutto possibile. Le strategie  congressuali, anche se i congressi non ci sono più perchè, come noto, non ci sono più i partiti  organizzati e strutturalmente democratici al proprio interno, si piegano alle contingenze del  momento e tutto può cambiare nell’arco di pochi giorni se non addirittura di poche ore. I  programmi di governo sono semplici annunci perchè possono essere messi in discussione con  alleanze impensabili sino a poco tempo prima. E le vecchie parole d’ordine contro tizio o contro  caio, rischiano di tradursi, per il principio dell’eterogenesi dei fini, in un poderoso boomerang  perchè prima o poi proprio con tizio o con caio ci si allea. Insomma, non lamentiamoci se poi i  sondaggisti ci dicono che la politica è sempre meno credibile e i politici e i partiti sono in caduta  libera. E questo perchè, come ci ricordava lo storico Pietro Scoppola, la politica e i partiti sono  credibili solo se, diceva il grande intellettuale cattolico democratico, si riesce a legare “la cultura  del progetto con la cultura del comportamento”. Ecco, senza quella capacità non può che  stravincere il trasformismo, la casualità, l’improvvisazione e la decadenza etica. 

Il Caso Autostrade

Ogni vicenda di grande imbarazzo ed illegalità, da che mondo è mondo, ha bisogno di un caprio espiatorio che procuri a basso costo la necessaria catarsi, che però risparmi danni e preoccupazioni per tutti coloro che hanno prosperato del delitto avvenuto, o che semplicemente non hanno né agito e ne riferito dei misfatti pur conoscendo i fatti.

Stavolta è accaduto ad “autostrade”! Dopo vari crolli, inefficienze macroscopiche, dopo costi di pedaggio ingiustificati e quant’altro, ecco l’arresto del vecchio amministratore delegato che ha esercitato la sua responsabilità presso Atlantia fino a gennaio 2019; cioè fino a 10 mesi fa. Dunque Giovanni Castellucci, viene accusato da una inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Genova, a ridosso del crollo del ponte Morandi, ma per irregolarità nella istallazione di barriere antirumore lungo l’autostrada risultate difettose, i cui costi sono stati caricati due volte sulle tasche degli automobilisti che si sono dovuti sobbarcare la spesa in più dovuta alla ricostruzione di 60 km delle barriere antitumore.

Insomma, verrebbe da dire: quando non si fa la manutenzione prevista dagli accordi contrattuali guadagna in più “Autostrade”, ma quando la Società Autostrade sbaglia essa stessa, ed è costretta a rifare un lavoro, scarica tutto sul pedaggio a carico degli utenti. Lo stesso nuovo Amministratore Delegato di Autostrade, Roberto Tommasi, ha dovuto affermare che fino all’anno scorso si spendeva per le manutenzioni poco più di 250 milioni annui, e che invece con la sua gestione si è passati a 400 milioni, ed addirittura nel 2021 si andrà oltre a 600 milioni. Poi aggiunge: “questi nuovi standard sono concordati con il Ministero delle infrastrutture”.

Da tali affermazioni, vengono spontanee i seguenti interrogativi: perché questi stardards possono modificarsi così grandemente solo ora? Perché’ sul servizio autostradale possiamo apprendere dalla pubblicità dei giornali e dagli spot televisivi solo banalità assolute? Perché mai nessuno riferisce sui meccanismi che portano al costo dei pedaggi italiani ? Perché sulle condizioni contrattuali stipulate periodicamente dai governi, nessuno riferisce? Proprio su questo ultimo quesito, che racchiude ogni ragione di quello che accade, si dimostra che i documenti, che peraltro dovrebbero essere pubblici in quanto riguardano un bene dello Stato, sono difficili da reperire come dovrebbe accadere per qualsiasi contratto tra utente e fornitore di un servizio? Ultimamente avendo voluto scrivere un libro sull’argomento, mi sono scontrato nella sostanziale impossibilità di reperire documenti riguardanti le diverse pattuizioni e regolamenti stipulate fa governi e società autostrade e non riferisco come ho dovuto fare per assicurarmi la visione di qualche frammento.

Ecco perché penso che se il pur esemplare esempio di giudizio dato dalla Procura di Genova, se non dovesse essere seguito da un cambiamento radicale della realtà di cui discutiamo, sicuramente si ricominciera’ nel medesimo modo di prima. È molto dipenderà dalla pubblicità da diffondere dei diritti e doveri degli utenti e della Impresa, a partire dal Guinness dei Guinness: il costo del pedaggio autostradale in Italia.

A titolo meramente esemplificativo

Se qualcuno pensasse che questo 2020 abbia esaurito le sorprese riservate ai medici, ecco pronto un bel “pacco” natalizio, metafora calzante di nome e di fatto. Alcune compagnie assicurative stanno infatti avvisando coloro che hanno stipulato la polizza per RC professionale per colpa grave che, al rinnovo della stessa, non saranno più coperti per le “malattie infettive, le pandemie e le epidemie”.

E sono tanto cortesi, qualora il povero medico ignorante non ne fosse a conoscenza, da allegare un foglio esplicativo di ciò che la dicitura “malattie infettive” comprende, citando testualmente, guarda caso, la patologia Coronavirus 2019 “a titolo meramente esemplificativo”.

Nel corso di quest’ultimo anno segnato dalla pandemia da COVID-19, ai medici è stato chiesto di compiere sacrifici non quantificabili, costretti molto spesso a lavorare ben oltre l’orario di servizio, in condizioni talvolta al di là di qualsiasi possibilità umana, spesso in assenza di adeguati dispositivi di sicurezza e mettendo così a repentaglio la propria salute e, di conseguenza, quella dei propri familiari. E’ stato chiesto di prestare opera con turni massacranti nei reparti dedicati a pazienti affetti da Coronavirus, indipendentemente dalle proprie competenze, poiché vista la situazione di emergenza sanitaria, tutto è stato considerato giustificabile: la presenza in ospedale anche oltre le 24 ore consecutive, l’assenza delle 11 ore di riposo obbligatorie per legge tra un turno e l’altro, la flessibilità nel sapersi plasmare ora sotto forma di internista, ora sotto forma di infettivologo, ora sotto forma di tutto-fare, per garantire in solitudine la copertura di centinaia di posti letto. E’ stato chiesto di assumersi responsabilità che ben esulavano dalla propria formazione specialistica o dal proprio contratto di lavoro. E’ stato chiesto anche di limitare i propri spazi personali, di rinunciare al proprio tempo libero e ai propri affetti; di non abbracciare i propri figli, coniugi o genitori, di essere disposti a schierarsi in prima persona, eventualmente di ammalarsi e, purtroppo, in alcuni casi, perfino di morire.

Forse un Paese civile sarebbe capace di riservare ai propri operatori sanitari un trattamento di gratitudine per tutti gli sforzi fatti, in fondo senza protestare, in nome di quell’amore per la professione vissuta come missione, senza mai tirarsi indietro nonostante la realtà fosse la più spaventosa ipotizzabile. Forse un Paese dignitoso sarebbe quello capace di offrire, “a titolo meramente esemplificativo” e quanto meno simbolico, non di certo remunerativo, un anno di copertura assicurativa gratuita ai dipendenti del proprio Sistema Sanitario.

Nella nostra realtà fatta di incongruenze e contraddizioni accade al contrario che dopo il danno arrivi anche la beffa, e succede così che quando si tratta di doversi rimboccare le maniche, tutti possono far tutto; quando invece si tratta di essere tutelati, ecco che la settorialità assume un ruolo chiave. Verosimilmente a seguito di denunce sporte per casi di COVID a decorso infausto, diverse compagnie assicurative hanno infatti deciso di ritirare dalle polizze dei loro assicurati la copertura per “malattie infettive”.

Dicitura ampia, assai ampia, talmente tanto da estendersi ad interessare qualsiasi disciplina medica: dal chirurgo all’internista, dal dermatologo all’urologo, qualsiasi medico si trova a dover trattare, pressoché giornalmente, un qualsiasi caso di infezione di svariato genere. Dunque il medico si trova ad esser posto, più che ad una scelta, di fronte ad un ricatto, perché estendere la propria copertura assicurativa alle malattie infettive, con conseguente rialzo del premio annuale, diventa vincolante per poter continuare ad esercitare la propria professione, qualunque sia la specializzazione in cui opera.

Ed ecco che, alla categoria cui son stati chiesti sudore, lacrime e sangue per mesi e mesi, adesso viene prospettato anche questo distinguo . Si badi bene, non è questione di pagare qualche soldo in più per l’estensione della polizza, è una questione di principio. Quel principio che per troppo tempo è stato calpestato, senza trovare mai alcuna forma di protesta, alcun tentativo di opposizione. La classe medica non è affetta da “sindrome da risarcimento” , piuttosto la subisce e continua ad essere bistrattata, forse con una consapevolezza ormai acquisita, che il senso del dovere che le appartiene per statuto, dal giuramento di Ippocrate in qua, è tale da proibire qualsiasi rivalsa, sciopero o ribellione.

E se al contrario questa consapevolezza si dovesse ad un tratto sgretolare? Quanto sarebbero gravi le ripercussioni se questa bomba innescata ormai da tanto, troppo tempo, dovesse improvvisamente esplodere? Certo sarebbe un problema di spessore decisamente rilevante se il Sistema si trovasse a dover fronteggiare una pandemia in assenza di personale medico. Nessuno insegni come deve funzionare un ospedale senza averci messo piede, da operatore o da paziente che vi entra in condizioni disperate.
Un ospedale non è un casting da fiction ma un luogo di erogazione di un pubblico servizio in condizioni di estrema difficoltà, specie in questa fase drammatica di pandemia dilagante.

Probabilmente è giunto il momento di fermarsi a riflettere e provare a tamponare una situazione ormai prossima al limite, in cui la classe medica ha raggiunto un livello di saturazione, frustrazione e scoramento tali da mettere in dubbio la sua stessa, umana capacità di resistenza.

Certamente non è necessario individuare un colpevole, sarebbe invece più proficuo identificare diverse corresponsabilità: lo Stato che non tutela i suoi dipendenti, le compagnie assicurative che lucrano su una situazione di oggettiva difficoltà, il cittadino mosso dallo spirito di vendetta e di rivalsa verso il medico a suo parere pregiudizialmente incriminabile.

Goccia su goccia, il vaso si è riempito e sta per traboccare. Erroneamente, durante la prima ondata pandemica, più volte gli operatori sanitari sono stati paragonati ad eroi. Non è così, non è così affatto. Bisognerebbe al contrario ricordare che si tratta prima di tutto di essere umani, come tali dotati di sentimenti e limiti. E c’è proprio un limite, quello della oggettiva resistenza psico-fisica, che rischia di essere valicato, nonostante ogni sforzo contrario.

E’ ora del MES

Pensavamo di avere la sanità italiana tra le più evolute e, invece, ci troviamo a fare i conti con delle carenze piuttosto marcate. Preciso che il territorio nazionale presenta delle notevoli differenze: le strutture del nord non possono essere in alcun modo, paragonate da quelle della parte meridionale; destino leggermente migliore sembrano possedere i servizi nel centro Italia.

Fatto salvo in alcune eccellenze, che dimostrano anche le nostre indubbie capacità operative, ci stiamo accorgendo che il sistema potrebbe franare sotto gli urti di questa insistente e cupa pandemia da Covid-19.

Bisogna prenderne atto e non fare come gli struzzi.

Prepararsi a qualsiasi evento, trattandosi di aspetti sanitari è un obbligo prima che politico, è un obbligo etico. Mettere a riparo il servizio sanitario nazionale richiederà uno sforzo ingente. Ma non possiamo tradire questa nobile finalità.

È un problema di natura finanziaria ed è un problema di natura temporale. Su quest’ultimo, non c’è alcun dubbio che riordinare al meglio la nostra capacità operativa, richiederà pazienza e tempi sicuramente non brevi.

Sul fronte finanziario, siamo alle prese con una decisione del tutto politica. Perché le fonti ci sarebbero. 36 miliardi di euro sono disponibili nelle casse europee. Ora, si tratta di decidere se impiegarli o no. Ci siamo già, qualche mese fa, pronunciati in merito. Oggi, sottolineano con più forza, l’idea di allora.

Fato salvo che l’utilizzo del denaro non comporterà aggravi sul piano dell’ulteriore indebitamento sulla quota interessata; in sostanza 36 miliardi applicheremo, 36 miliardi restituiremo, quindi vantaggiosa sotto il profilo economico e, considerata la realtà attuale, calata in un contesto di modifica dell’utilizzo delle norme del MES, non si può non utilizzarli per finalmente, riportare la sanità nazionale ad un livello consono alle attese del nostro Paese.

Ribadisco, pertanto, la necessità di compiere questo passo e di non attardarci in disquisizioni ormai largamente superate. Al Governo il compito di superare un tentennamento, ai miei occhi, del tutto ingiustificato.

Nasce, in Europa, l’Osservatorio sull’insegnamento della storia.

Nasce, in Europa, l’Osservatorio sull’insegnamento della storia. Lo scopo principale dell’Osservatorio “sarà quello di raccogliere e rendere disponibili, attraverso una serie di rapporti periodici e tematici, informazioni concrete sui modi in cui la storia viene insegnata in tutti i Paesi partecipanti”.

L’obiettivo “sarà facilitare lo scambio di buone pratiche e l’apprendimento reciproco. Servirà anche come piattaforma per lo sviluppo professionale e il networking per le associazioni professionali e gli istituti europei attivi nel campo dell’insegnamento della storia”, spiega un comunicato del Consiglio d’Europa.

Portando in primo piano pratiche che incoraggiano l’insegnamento della storia in linea con i valori del Consiglio d’Europa, l’Osservatorio contribuirà a rafforzare la resilienza contro la manipolazione e la distorsione della storia e aiuterà a promuovere la pace e il dialogo.

Scuola, le iscrizioni dal 4 al 25 gennaio 2021

È stata inviata a tutti gli istituti scolastici la nota con le indicazioni per le iscrizioni delle studentesse e degli studenti all’anno scolastico 2021/2022.

Le iscrizioni saranno online per tutte le classi prime della scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado statale. L’adesione alla procedura d’iscrizione online è facoltativa per le scuole paritarie. L’iscrizione si effettua, invece, in modalità cartacea per la scuola dell’infanzia.

Per affiancare i genitori nella scelta è disposizione un’App del portale ‘Scuola in Chiaro’ che consente di accedere con maggiore facilità alle principali informazioni relative a ciascun istituto.

Ci sarà tempo dalle 8:00 del 4 gennaio 2021 alle 20:00 del 25 gennaio 2021 per inoltrare la domanda. Ma ci si potrà registrare sul portale dedicato (www.istruzione.it/iscrizionionline/) già a partire dalle ore 9:00 del 19 dicembre 2020. Chi è possesso di un’identità digitale (SPID) potrà accedere al servizio utilizzando le credenziali del proprio gestore e senza effettuare ulteriori registrazioni.

Saranno online anche le iscrizioni ai percorsi di istruzione e formazione professionale erogati in regime di sussidiarietà dagli istituti professionali e dai centri di formazione professionale accreditati dalle Regioni che, su base volontaria, aderiscono al procedimento di iscrizione in via telematica.

Scuola dell’infanzia
Potranno essere iscritti i bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni compiuti entro il 31 dicembre 2021. Potranno essere iscritti anche i bambini che compiono il terzo anno di età entro il 30 aprile 2022.

Sarà possibile scegliere tra tempo normale (40 ore settimanali), ridotto (25 ore) o esteso fino a 50 ore.

Scuola primaria
Sarà possibile iscrivere alle classi prime della scuola primaria i bambini che compiono 6 anni di età entro il 31 dicembre 2021. Potranno essere iscritti anche i bambini che compiono 6 anni dopo il 31 dicembre 2021, ma entro il 30 aprile 2022. In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare, all’atto di iscrizione, fino a un massimo di altri due istituti.

All’atto dell’iscrizione, le famiglie esprimeranno le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può corrispondere a 24 ore, 27 ore (elevabili fino a 30), o 40 ore (tempo pieno).

Secondaria di primo grado
Nella scuola secondaria di primo grado, al momento dell’iscrizione, le famiglie esprimeranno la propria opzione rispetto all’orario settimanale, che può essere articolato su 30 ore oppure su 36 ore, elevabili fino a 40 ore (tempo prolungato). In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare, all’atto di iscrizione, fino a un massimo di altri due istituti.

Secondaria di secondo grado
Nella scuola secondaria di secondo grado, le famiglie effettueranno anche la scelta dell’indirizzo di studio, indicando l’eventuale opzione rispetto ai diversi indirizzi attivati dalla scuola. In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare, all’atto di iscrizione, fino a un massimo di altri due istituti.

La nota ricorda alle famiglie che i contributi scolastici sono assolutamente volontari e distinti dalle tasse scolastiche che, al contrario, sono obbligatorie, ad eccezione dei casi di esonero. Le famiglie dovranno essere preventivamente informate sulla destinazione dei contributi, in modo da poter conoscere le attività che saranno finanziate con gli stessi, in coerenza con il Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF).

Per la gestione delle eventuali iscrizioni in eccedenza, ciascuna scuola individuerà specifici criteri di precedenza, mediante delibera del Consiglio di istituto da rendere pubblica prima dell’acquisizione delle iscrizioni stesse. I criteri dovranno essere definiti in base a principi di ragionevolezza come, ad esempio, la viciniorietà della residenza dell’alunno o particolari impegni lavorativi delle famiglie. La nota ricorda che è da evitare il ricorso a eventuali test di valutazione come criterio di precedenza.

Biden, Trump e le resistenze del populismo in Europa

Very large 3D render of blended US and EU flags.

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Stefano De Martis

La sconfitta di Trump negli Usa non segna la fine definitiva del populismo nei Paesi occidentali. Purtroppo hanno ragione gli analisti che invitano alla prudenza nel valutare le conseguenze del voto americano sotto questo profilo. Il populismo – nella forma legata al “sovranismo” che ha caratterizzato l’ultima reincarnazione di questo fenomeno – ha radici sociali profonde e la stessa pandemia, che pure ha contribuito in questi mesi a oscurarne la stella, potrebbe avere conseguenze imprevedibili nel medio periodo, soprattutto al di qua dell’Atlantico.
Il pervicace rifiuto di Trump di accettare il responso delle urne non solo getta un’ombra sulla transizione democratica in quel grande Paese, così decisivo per gli equilibri mondiali, ma è come la rappresentazione simbolica della resistenza del populismo in larghe fasce dell’opinione pubblica. Il presidente eletto Biden è il più votato di sempre nella storia americana e ha preso molti più voti popolari del suo avversario. È il sistema elettorale per Stati a ridimensionare lo scarto. Nel 2016 anche Hillary Clinton ottenne quasi tre milioni di voti più di Trump che tuttavia venne legittimamente eletto presidente in virtù delle regole elettorali in vigore.

Per i populisti il richiamo alla volontà popolare che supera ogni regola e rende lecita ogni decisione è una finzione ideologica.

Vale solo nella misura in cui è funzionale alle proprie ragioni. L’impatto che l’esito delle elezioni americane avrà sul resto del pianeta sarà comunque rilevante, tanto più nelle aree storicamente legate agli Usa. Per la politica italiana l’effetto più consistente riguarderà il posizionamento dei diversi partiti rispetto ai nuovi equilibri internazionali. Una dinamica destinata a sovrapporsi a quanto abbiamo già visto in rapporto all’Unione europea. Soltanto l’illusione sovranista, infatti, può lasciar pensare che ogni Paese possa fare da solo in un mondo in cui anche i giganti hanno bisogno di alleanze. Figuriamoci una realtà relativamente piccola come l’Italia. Bisognerebbe soltanto provare a pensare in che situazione ci troveremmo oggi dal punto di vista finanziario senza il sostegno dell’Europa. Altro che abbassare le tasse. E non è solo una questione di soldi.

L’attuale assetto politico del Paese, non a caso, nasce proprio intorno a quella che si potrebbe definire la discriminante europeista.L’alleanza tra M5S e Pd, che costituisce il fondamento del governo in carica, è stata di fatto resa possibile dal sofferto e non del tutto maturo passaggio dei cinquestelle alla maggioranza che ha consentito la nascita della nuova Commissione europea. Mentre FdI e soprattutto la Lega si sono ritrovati e tuttora si trovano praticamente in “fuorigioco”. Forza Italia – che invece ha solidi legami europei – è rimasta nel centro-destra soprattutto a livello locale, ma sul piano parlamentare e politico generale ha conservato una certa libertà di movimento, mostrandosi assai riluttante nel seguire le sortite estremiste dei suoi alleati e offrendo talvolta una sponda al governo in alcuni passaggi delicati.

 

 

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Sbagli e redenzione. Raimondo Carver nel libro di Antonio Spadaro.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Cristiano Governa

«Dopo vent’anni di “corpo a corpo” con uno scrittore è possibile capire se e come la sua opera ci abbia “lavorato dentro”. E io non me ne sono mai liberato. Ti spia, sta in agguato con le sue suggestioni e i suoi suggerimenti. Quella di Raymond Carver è una scrittura che si apposta nel tuo quotidiano e lo spacca a metà. Compie un intimo discernimento tra ciò che è autentico e ciò che non lo è». Ecco fatto. Se non sapete come spiegare a un amico l’impatto del lavoro di Raymond Carver nella vostra vita, queste parole di Antonio Spadaro nella presentazione del suo libro Creature di caldo sangue e nervi (Milano, Ares edizioni, 2020, pagine 192, euro 13.50) sono il vostro coniglio dal cilindro.

Carver indica la vita. Tutta. Quella che ci piace, quella che non ci piace, quella che si vede, quella che non si vede. Quella che ci dispera, la stessa che saprà farci sperare: «Ogni singola esperienza: la gioia di una pesca o quella di un amore corrisposto, o viceversa l’angoscia per la malattia o per una separazione. Queste sono tra le esperienze che Carver fotografa con un understatement of emotion che fa brillare il senso e fa capire». Così la pensa Spadaro.

Più volte, sulle pagine de «L’Osservatore Romano», ci siamo occupati di Raymond Carver e della sua scrittura e dell’enorme impatto che essa ha avuto sulla letteratura contemporanea si è detto e si dirà. E noi? Dell’impatto che le sue storie, che il suo sguardo, hanno avuto su di noi che ne è stato? A questo, a tanto altro ovviamente ma di sicuro a questo, serve la riedizione dopo vent’anni del volume di Spadaro (la prima edizione s’intitolava Un’acuta sensazione di attesa). A capire non tanto il lavoro di Carver quanto il lavoro in noi del suo sguardo.

Il libro è suddiviso in tre parti, la prima esamina in maniera analitica lo svolgersi della sua produzione narrativa e poetica. A questo primo capitolo fa seguito una riflessione ampia sul senso della narrativa carveriana e, successivamente, un capitolo sulla sua poesia, così poco studiata anche negli Stati Uniti, almeno in proporzione all’impegno critico dedicato invece ai suoi racconti. Ma il tema, dicevamo brutalizzando il concetto, non è solo come Ray-mond abbia cambiato la letteratura ma se e come abbia cambiato noi.

Il saggio di Spadaro è un viaggio nei meccanismi e nelle “luccicanze” della scrittura di Carver, una serie di fotografie scattate dall’interno delle parole dello scrittore come se i suoi racconti o le sue poesie fossero l’estremità di una caverna, costantemente a ridosso dell’uscita, della luce. Un punto dell’oscurità dal quale, finalmente, vediamo fuori. Di un libro non si misura l’età ma quella “luccicante destinazione” che Carver stesso individuava come requisito necessario di un buon racconto. Pertanto, che siano passati vent’anni o meno, la destinazione del lavoro di Spadaro insiste nel luccicare, a partire da chi scrive.

Della sera in cui l’autore di Clatskaine arrivò nella mia vita ricordo tutto. Ero rimasto a casa in piena estate, come un presentimento. La prima cosa che lessi di Ray fu un racconto pescato a casaccio: Perché non ballate?. Ed ero già “fregato”. Fu poi la volta di Grasso e via via di Una cosa piccola ma buona. L’ancora definitiva che Ray calò nel mio fondale fu Legna da ardere. Tutti questi racconti, insieme alle hits dell’autore (Da dove sto chiamando e Cattedrale) passando per episodi meno noti ma non meno rilevanti (ad esempio Menudo o Elefante) vengono spalancati da Spadaro come porte che conducono altrove rispetto a quello che la storia in se stessa lasci pensare. Ci troveremo di fronte non solo le ragioni del fornaio ignaro della morte di un bambino la cui torta di compleanno non viene ritirata dai genitori (Una cosa piccola ma buona), della cameriera di Grasso e dal suo sentirsi tale senza esserlo, dell’uomo cui l’alcool ha sfasciato la vita (Da dove sto chiamando) di quelle di un tizio al quale il suo amico Alfredo dice «Per oggi la tua famiglia sono io» prima di preparagli un pasto caldo (Menudo) scoprendo che tali ragioni sono le nostre. Che gli altri ci riguardano non per somiglianza bensì per immedesimazione. Carver è un viaggio dal quale, pur sentendosi a casa, non si torna più, un’esplorazione del mondo più invisibile e allo stesso tempo più sotto i nostri occhi che si possa immaginare. La più irrintracciabile delle presenze è in primis la nostra, diventiamo invisibili a noi stessi nel pericolante auspicio che tale invisibilità travolga anche le nostre debolezze, i nostri dolori. Carver ci dice che senza quelli non si parte, che nessuna redenzione si attiva senza partire dagli sbagli. Dalle cose andate male. E che questo processo ne attiva un altro se possibile ancora più virtuoso rendendo improvvisamente vivi e avvistabili gli “altri” e il dono col quale ci vengono inconsciamente incontro: la loro storia. «La vulnerabilità è una chiave forte del suo discorso — ricorda Spadaro — i suoi personaggi sono eroi, ma brillano per la loro capacità di essere scalfiti dalla vita. E il sentimento è l’eco di questa vulnerabilità, che è anche la base di una vita felice perché premessa della tenerezza, così importante per lo scrittore. Carver ha certamente dimostrato che non c’è bisogno di allontanarsi molto dalle proprie esperienze, dalle mura di casa propria o del proprio bar o posto di lavoro, per raccontare storie che colpiscano nel profondo. Vivere significa guardarsi attorno, per trovare lì la fonte dell’ispirazione. Questo mi ha insegnato Carver in questi anni: trovare storie dappertutto. E a leggere la mia vita in termini di storie, e non certo di obiettivi e risultati raggiunti».

Raccontare non è un modo per usare le parole bensì una resa alle stesse e alla loro capacità di predisporci ad un più alto livello di comunione con gli altri, quello che si nutre della tenerezza. Spadaro stesso, dopo vent’anni di navigazione al fianco di Ray, ha tutto molto chiaro. «Nell’ultimo discorso pubblico prima della sua morte, Carver prese le mosse da un pensiero “limpido e bellissimo” di santa Teresa d’Avila tratto dal capitolo xxv della Vita scritta da sé stessa: “le parole muovono ai fatti (…) preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza”. Teresa per sé si riferiva alla parola di Dio che è sempre accompagnata da effetti: es palabras y obras, scriveva. Questo legame tra parole e opere, fatti, vita è radicale. il lavoro sulle parole per Carver è sempre un lavoro sulla vita. E viceversa».

E allora in cosa, concretamente, si manifesterebbe l’impatto della narrativa di Carver? «Carver mi ha aiutato a raccontare bene le cose — spiega Spadaro — ad andare avanti e indietro nei ricordi per aggiustare il racconto. E a capire perfino che a un certo punto puoi scoprire che il tuo racconto non regge. La vita sorprende, e allora devi capire le cose in un altro modo o almeno lasciare spazio al mistero della vita che a volte confonde. Io a 34 anni non lo avevo ancora capito. Forse lo capisco proprio adesso. E allora l’immaginazione assume il suo vero significato. Carver ha dato un metodo per il suo “uso” che io definisco “metodo Cattedrale”, dal titolo di uno dei suoi racconti più belli. Un cieco non ha mai visto una cattedrale e Robert, suo amico, cerca di descrivergliela, ma si rende conto di non saper descrivere le cose che conosce, ed è solamente disegnando con il cieco, mano nella mano, una cattedrale, e a occhi chiusi, che egli riuscirà a vedere una vera cattedrale. L’amico cieco chiede infine a Robert di aprire gli occhi per vedere che cosa avevano disegnato insieme, ma a quel punto Robert non vuole riaprirli e sente dentro di sé un’emozione che lo spinge a commentare: “grandioso”. Un’epifania».

Da un limite arriva qualcosa di grandioso, purché passi dalle mani, dagli occhi, di qualcun altro. Due sono i modi nei quali la critica potrebbe riassumere questo concetto sotteso alla letteratura dell’autore di Clatskaine; il primo è che siamo tutti soli, il secondo è che abbiamo tutti bisogno di qualcuno. Di diventare, talvolta, quel qualcuno. Spadaro nota come spesso, ai personaggi di Carver, accada di giungere al punto in cui non ce la fanno più, non da soli. Avrebbero bisogno di qualcosa, un colpo di scena. In Elefante il protagonista sogna di quando da bambino suo padre lo portava sulle spalle «Poi lui si incamminava lungo il marciapiede, allora io lasciavo la presa sulle spalle e gli mettevo le mani attorno alla fronte. “Non mi spettinare”, diceva lui. “Lascia pure”, diceva, “ti reggo io. non caschi mica”. Appena mi diceva così io mi rendevo conto che mi reggeva forte con le mani attorno alle caviglie. E allora mi lasciavo andare, mi scioglievo e allungavo le braccia di fuori, restando così per tenermi in equilibrio».

Carver, sostanzialmente, non fa altro che dirci due cose: che è ancora così e che in fondo diventiamo ogni giorno padri.