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Palermo accelera sulla digitalizzazione

Il Comune di Palermo si sta attrezzando per rendere disponibili ulteriori servizi online venendo così incontro alle esigenze della cittadinanza. E’ attivo già dal 26 ottobre il servizio di cambio domicilio direttamente tramite il sito comunale . La nuova funzione consente anche di assolvere, contestualmente, le dichiarazioni TARI correlate. Non è richiesta, pertanto, la raccolta o la riorganizzazione di eventuale modulistica perché le procedure sono interamente online e consentono di verificare lo stato dell’istanza, una volta inviata, ed eventuali richieste di integrazione da parte degli uffici comunali.

Tramite questa innovazione si otterrà una notevole semplificazione delle operazioni grazie al controllo automatico dei dati inseriti da parte dei cittadini ottemperando, nel contempo, alle prescrizioni implicite nella normativa di riferimento.Si ricorda che l”accesso al portale dedicato ai servizi online del Comune di Palermo avviene tramite SPID, l’identità digitale ormai necessaria per autenticarsi ai servizi erogati dalle PA locali e nazionali.

Un pacchetto di proposte per un rilancio in green Cinque ministri e 80 speakers nella eco due giorni

Un pacchetto di proposte per il piano italiano di rilancio con l’utilizzo dei fondi di Next Generation, sarà il tema centrale della nona edizione degli Stati Generali della Green Economy 2020 dal titolo ““Il green deal al centro del Piano di rilancio per l’Italia – Una nuova fase per la green economy”. Il pacchetto di proposte, che riguarda cinque settori strategici della green economy -energia e clima, economia circolare, green city, mobilità urbana, sistema agroalimentare – si articola in misure per incrementare gli investimenti e misure di indirizzo programmatico e di riforma.

La due giorni green, che si svolgerà il 3-4 novembre in modalità digitale in collegamento con Ecomondo Key-Energy, è organizzata dal Consiglio Nazionale della Green Economy, formato da 69 organizzazioni di imprese, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente,  con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico e della Commissione europea e il supporto tecnico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. L’ edizione di quest’ anno, con un parterre particolarmente ricco, vede gli interventi di 5 ministri, 80 speakers, rappresentanti del governo e delle istituzioni europee, studiosi.  rappresentanti di imprese green

Nella giornata inaugurale verrà presentata dal Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchi, la Relazione 2020 sullo stato della green economy che fornisce un sintetico aggiornamento sull’andamento delle tematiche e dei settori strategici. E quest’ anno racconta anche come ha influito la pandemia, in base ai dati disponibili e ancora parziali osservando che sono calati i consumi di energia e le emissioni di gas serra, le rinnovabili continuano a crescere, ma si registrano difficoltà nelle attività di riciclo, l’agroalimentare è in sofferenza.

Tra i relatori Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente; Stefano Patuanelli, Ministro dello sviluppo economico; Vincenzo Amendola, Ministro per gli Affari Europei; Dario Franceschini, Ministro per i Beni e le Attività Culturali; Sigrid Kaag, Ministro del Commercio Estero dell’Olanda Riccardo Fraccaro, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; Antonio Misiani, Vice Ministro all’Economia; Simona Bonafè, Parlamento europeo; Jeffrey Sachs, Direttore del Center for Sustainable Development, Columbia University; Sun Chengyong, Ministro Consigliere Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese e molti altri rappresentanti di Governo, Parlamento e istituzioni europee.

 

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In Europa la variante spagnola del Coronavirus

Secondo il Financial Times il Coronavirus che ora sta colpendo tutta l’Europa è una variante che ha avuto origine nei lavoratori agricoli spagnoli.

Un team internazionale di scienziati che ha monitorato il virus attraverso il suo file mutazioni genetiche ha descritto la straordinaria diffusione della variante, denominata 20A.EU1, in un documento di ricerca che sarà pubblicato a breve.

Il loro lavoro suggerisce che le persone di ritorno dalle vacanze in Spagna hanno svolto un ruolo chiave nel trasmettere il virus in tutta Europa, sollevando dubbi sul fatto che la seconda ondata che sta investendo il continente avrebbe potuto essere ridotta migliorandola screening presso aeroporti e altri nodi di trasporto.

Intanto i ricercatori svizzeri e spagnoli stanno accelerando i controlli per capire se questa variante sia più letale ed infettiva degli altri ceppi.

Mattarella: “Indispensabile creare le condizioni utili a ristabilire un clima di fiducia”

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata Mondiale del Risparmio, ha inviato al Presidente dell’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio S.p.A., Francesco Profumo,  il seguente messaggio:

Questa Giornata si tiene durante una crisi profonda, che richiede misure urgenti per salvaguardare il presente e, soprattutto, il futuro della nostra società. Il risparmio, tradizionale patrimonio del nostro Paese – la cui tutela è sancita dalla Costituzione – può concorrere alla ripartenza.

La grave situazione economica e le preoccupazioni per la diffusione dei contagi hanno indotto un sensibile aumento del tasso di risparmio di famiglie e imprese. Queste risorse, se adeguatamente utilizzate, potranno contribuire a sostenere una rapida ripresa di consumi e investimenti, una volta domata la pandemia e ridotta l’incertezza sulle prospettive future.  

È indispensabile creare le condizioni utili a ristabilire un clima di fiducia.

La robusta risposta delle Autorità monetarie e fiscali, nazionali ed europee, va in questo senso: ha prevenuto i rischi di instabilità del sistema finanziario, limitato i danni economici e avviato innovativi strumenti comuni.

La gestione dell’emergenza deve, sapientemente, saper aprire la strada a un progetto condiviso di crescita sostenibile e inclusiva, utilizzando le risorse rese disponibili anche in ambito europeo per gli indispensabili investimenti in infrastrutture, materiali e immateriali, riducendo i divari, per un Paese che torni a offrire opportunità, per un futuro dignitoso, specie alle giovani generazioni.

A fronte di un inaccettabile aumento delle diseguaglianze, è ancora più apprezzabile l’impegno delle fondazioni, che si sono mobilitate con interventi aggiuntivi nell’interesse della collettività, dei soggetti più deboli e dei settori più colpiti.

Con questo spirito rivolgo ai partecipanti un cordiale augurio di buon lavoro”.

 

Giornata Mondiale del Risparmio, Visco (Banca d’Italia): “In Europa la pandemia ha determinato una forte accelerazione della diffusione  degli strumenti di pagamento digitali”.

Questa è la dichiarazione che il  governatore di Bankitalia Ignazio Visco, intervenendo alla Giornata Mondiale del Risparmio ha rilasciato.

La congiuntura, il risparmio e la risposta delle politiche economiche 

L’economia mondiale, dopo la contrazione senza precedenti registrata  in primavera, ha segnato in estate un rafforzamento superiore alle attese; di  conseguenza, all’inizio di questo mese il Fondo monetario internazionale ha rivisto  verso l’alto le sue stime per l’anno in corso. La caduta dell’attività economica  resta tuttavia la più forte dalla Grande Depressione, con una riduzione del prodotto  dell’ordine del 4,5 per cento. L’intensità con la quale è ripresa nelle ultime settimane  la diffusione della pandemia, in particolare in Europa, e l’elevata incertezza a essa  connessa rischiano di produrre nuovi rallentamenti dell’attività produttiva e della  domanda di beni e servizi nel breve periodo, con conseguenze ancora negative per  le prospettive dell’economia globale nel prossimo anno. 

Anche in Italia il ritorno alla crescita nel terzo trimestre è stato ben più  marcato di quanto avevamo previsto in luglio. Vi ha contribuito il netto recupero  dell’industria, dove la produzione si è riportata, in agosto, sui volumi precedenti  l’inizio dell’epidemia; sembra perdurare invece la debolezza nei servizi, nonostante  la positiva dinamica, nell’estate, della spesa per le vacanze, prevalentemente di  origine interna. 

Il rafforzamento dell’attività produttiva non sarebbe stato possibile in assenza di  un orientamento fortemente espansivo delle politiche economiche; ne è conseguito,  altresì, un deciso miglioramento delle condizioni sui mercati finanziari e creditizi.  La ripresa dell’epidemia minaccia tuttavia di incidere sui risultati conseguiti: vi è il  rischio che l’aumento dei casi di contagio – anche qualora venisse contrastato con  misure meno drastiche di quelle adottate in primavera – si ripercuota negativamente  sulla fiducia e sulla spesa delle famiglie e delle imprese. 

Il maggiore pessimismo dei consumatori registrato dall’avvio della crisi si è  riflesso in un considerevole aumento della propensione al risparmio. Nel secondo  trimestre il rapporto tra risparmio e reddito disponibile lordo, prossimo al 20 per  cento, è risultato pressoché doppio rispetto alla media del 2019, risentendo in buona  parte della diminuzione degli acquisti di beni e servizi conseguente al blocco di alcune attività. Secondo le nostre valutazioni, tuttavia, il risparmio è rimasto su  valori elevati anche negli ultimi mesi sia per motivi precauzionali, connessi con  il calo del reddito disponibile e i timori per l’occupazione, sia per la persistenza  del rischio epidemiologico e le conseguenti preoccupazioni per la salute, che  scoraggiano alcune tipologie di consumi, soprattutto quelli legati a viaggi, turismo  e attività ricreative. 

Pur riducendosi nel tempo in rapporto al reddito disponibile, il risparmio  delle famiglie italiane, che costituisce la principale fonte di finanziamento per  gli investimenti, è stato storicamente un fattore di forza della nostra economia.  Ma in una fase come quella attuale, dominata dall’incertezza e dalla debolezza  della congiuntura, l’aumento della propensione al risparmio, se non si accompagna  a un’adeguata ripresa degli investimenti e dell’attività produttiva, può causare  una diminuzione della domanda aggregata e dei redditi, alimentando, a sua volta,  una ulteriore crescita delle intenzioni di risparmio per motivi precauzionali e  innescando, così, un circolo vizioso. 

Il rischio che la propensione al risparmio rimanga su livelli elevati anche nei  prossimi trimestri, frenando la ripresa, appare concreto. Esso è confermato dalle  indagini condotte dalla Banca d’Italia tra la fine di agosto e l’inizio di settembre;  la volontà di risparmiare appare diffusa anche tra i nuclei che non si attendono cali  del proprio reddito. La quota di famiglie intenzionata a ridurre gli acquisti negli  esercizi commerciali di beni essenziali (quali quelli per prodotti alimentari) e non  essenziali (quali quelli in alberghi e nella ristorazione) non solo è più alta tra i  nuclei che hanno subito una diminuzione del reddito dall’inizio della pandemia  ma tende anche a crescere con l’aumentare dei contagi nella regione di residenza. 

I provvedimenti presi dal Governo a tutela dei posti di lavoro hanno finora  limitato le conseguenze sui redditi e sull’occupazione; la sostanziale stabilità del  tasso di disoccupazione dall’inizio dell’anno riflette anche, tuttavia, il fenomeno  dello “scoraggiamento”, con una riduzione del numero di persone in cerca di  lavoro di 300.000 unità. Pur dimezzatosi rispetto al picco raggiunto nel secondo  trimestre, il numero totale di ore di cassa integrazione autorizzate rimane su un  livello particolarmente elevato. L’acuirsi dell’epidemia potrebbe avere nuove,  pesanti, ricadute sulle già fragili condizioni del mercato del lavoro. 

Se occorre evitare di ostacolare la riallocazione dei lavoratori tra imprese e  settori, la gravità della crisi richiede di continuare a offrire loro adeguata protezione fino a quando necessario; al tempo stesso, il sistema degli ammortizzatori  sociali può essere rivisto per accrescerne la copertura, la semplicità di accesso  e l’equità. In prospettiva, nella misura in cui le condizioni macroeconomiche  lo consentiranno, gli interventi straordinari a difesa delle posizioni lavorative  potranno essere progressivamente ridotti e circoscritti ai comparti più colpiti  dalla crisi, tenendo anche conto delle esigenze per le imprese più sane di poter  riorganizzare la propria attività in risposta al mutamento delle prospettive socio-economiche. Provvedimenti volti a semplificare le regole di funzionamento  del mercato del lavoro e a estendere la riduzione del cuneo fiscale potranno favorire  i piani di assunzione delle imprese. Affinché l’aumento delle opportunità di lavoro  sia permanente, deve però aumentare la capacità di sviluppo dell’economia. 

Il rischio che per l’aggravarsi della pandemia si accentuino le ripercussioni  negative sulla domanda non riguarda solo l’Italia. Il rapporto tra risparmio e reddito  disponibile lordo è raddoppiato nell’intera area dell’euro portandosi su valori  anche superiori a quelli del nostro paese. Le indagini della Commissione europea  segnalano che le intenzioni di risparmio dei consumatori dell’area sono salite ai  livelli massimi degli ultimi 20 anni. Nel settore, più esposto, dei servizi sono già  tornati a emergere segnali di rallentamento della domanda, con ripercussioni sulla  dinamica dei prezzi.  

La recente riduzione dell’inflazione nell’area dell’euro su valori negativi  riflette in larga parte l’andamento dei prezzi dei beni energetici. In settembre,  tuttavia, la dinamica della componente di fondo ha segnato il suo minimo storico,  appena sopra lo zero, per effetto della debolezza dei trasporti e del turismo, voci di  spesa particolarmente legate all’evoluzione della pandemia. 

Il rischio di deflazione è inferiore a sei mesi fa, ma non va trascurato; sulla base  dei prezzi delle opzioni è oggi pari al 20 per cento, contro oltre il 40 a metà marzo.  Per gli esperti qualificati intervistati (con la Survey of Professional Forecasters)  dalla Banca centrale europea (BCE) la probabilità di deflazione è ancora molto più  bassa; tuttavia, la quota degli operatori che si attende un’inflazione non superiore  all’1,5 per cento tra cinque anni è pari al 35 per cento, contro circa il 10 registrato  in media tra la metà del 2014 e la fine del 2018. 

Per questa ragione, nella riunione di ieri il Consiglio direttivo della BCE ha  confermato la necessità di mantenere l’orientamento molto accomodante della  politica monetaria, con acquisti di titoli che continueranno a essere condotti in modo flessibile. Nello stesso tempo, alla luce di rischi per l’attività economica rivolti  decisamente verso il basso e sulla base delle nuove proiezioni macroeconomiche  in corso di elaborazione per la riunione di dicembre, si procederà a ricalibrare gli  strumenti di politica monetaria per rispondere in modo appropriato alla rapida  evoluzione della situazione economica e finanziaria. In particolare, le condizioni  finanziarie dovranno restare espansive per contribuire alla ripresa dell’economia,  sostenendo la domanda e l’occupazione, contrastare per questa via l’impatto  negativo della crisi pandemica sulla crescita dei prezzi e favorire la convergenza  dell’inflazione verso il suo obiettivo, da perseguire in maniera sostenuta e simmetrica. 

Il conseguimento di risoluti progressi in campo sanitario resta il fattore essenziale  per superare la pandemia e la crisi da essa generata. Nel frattempo, le politiche  economiche a livello globale dovranno mantenere un’intonazione decisamente  espansiva, a sostegno delle famiglie e delle imprese. In un contesto, comune a tutti  i principali paesi avanzati, di tassi di interesse estremamente bassi, le politiche  di bilancio hanno un ruolo particolarmente importante. In questa prospettiva il  programma europeo di spesa volto a garantire il benessere delle “nuove generazioni”  deve consentire di mettere rapidamente a disposizione dei singoli paesi le risorse  previste, da utilizzare in interventi strutturali tempestivi ed efficaci. 

L’intermediazione finanziaria  

Il clima di incertezza che ha indotto un aumento del risparmio si è riflesso  anche sui bilanci bancari. Nei dodici mesi terminanti a settembre i depositi  delle famiglie sono cresciuti del 5,6 per cento (quasi 50 miliardi), quelli delle  imprese del 24,4 (70 miliardi). In quest’ultimo caso l’incremento è in buona parte  riconducibile alle misure governative di sostegno al credito, che hanno consentito  alle aziende di accumulare fondi necessari per soddisfare le esigenze di liquidità  che si manifesteranno nei prossimi mesi, col perdurare degli effetti economici  della crisi sanitaria. 

Al termine dell’emergenza le banche dovranno farsi trovare preparate per  finanziare la ripresa; va quindi mantenuta particolare attenzione tanto alla loro  capacità patrimoniale quanto alla qualità del credito erogato. A questo riguardo  gli intermediari possono contare sui progressi compiuti negli anni scorsi e sulle  misure straordinarie poste in essere dal Governo e dalle autorità di vigilanza per  fronteggiare la crisi.

Tra il 2007 e il 2019, nonostante la doppia recessione che ha colpito  l’economia italiana e grazie alle riforme regolamentari, il rapporto tra il capitale  di migliore qualità e il complesso delle attività ponderate per il rischio (CET1  ratio) è quasi raddoppiato, al 14 per cento. Nei primi sei mesi di quest’anno  è cresciuto ulteriormente, di quasi un punto percentuale; vi hanno contribuito  in misura determinante gli utili a valere sull’esercizio 2019, capitalizzati a  seguito delle raccomandazioni delle autorità di vigilanza sulla distribuzione  dei dividendi, nonché le misure poste in essere dal regolatore europeo.  La crisi, tuttavia, ha iniziato a riflettersi sul rendimento del capitale e delle riserve,  notevolmente diminuito nel primo semestre a causa soprattutto delle maggiori  rettifiche su crediti. La capacità degli intermediari di sostenere il proprio livello  di patrimonializzazione attraverso la redditività resterà sotto pressione anche nel  prossimo futuro. 

La qualità del credito migliora dal 2015. Il flusso di prestiti deteriorati resta su  minimi storici. L’incidenza della loro consistenza sul totale dei finanziamenti si è  ridotta, al netto delle rettifiche di valore, al 3,1 per cento, oltre due terzi in meno  rispetto al picco. Le cessioni sul mercato secondario finora realizzate, unitamente  a quelle che si dovrebbero chiudere negli ultimi mesi dell’anno, permetteranno  alle banche di rispettare quanto programmato all’inizio del 2020, prima dello  scoppio della pandemia. 

Nella gestione dei crediti deteriorati le banche italiane stanno raccogliendo i  frutti del lavoro fatto, anche su impulso della regolamentazione e dell’attività di  supervisione, negli ultimi anni. Sono state create strutture specifiche per dar seguito  ai piani di riduzione presentati alle autorità di vigilanza; grazie ai miglioramenti  nella qualità delle informazioni, gli intermediari sono oggi in grado di meglio  valutare le azioni da porre in essere, tra gestione interna e cessione sul mercato, per  rispondere al deteriorarsi dei prestiti; è quindi di riflesso possibile per i potenziali  acquirenti effettuare valutazioni più accurate e tempestive. 

L’ampiezza e la profondità della crisi economica che stiamo attraversando  porterà tuttavia a un aumento delle insolvenze delle imprese. Nostre analisi indicano  che nel 2020 il deterioramento della loro situazione finanziaria determinerà un  netto peggioramento della probabilità di insolvenza: la quota dei debiti finanziari  facente capo ai prenditori più rischiosi potrebbe superare il 20 per cento,  rispetto al 13 osservato prima della pandemia. Nei prossimi anni l’evoluzione  della rischiosità delle imprese dipenderà inevitabilmente dall’andamento della congiuntura, al momento assai incerto, e dalla portata ed efficacia delle  misure che potranno essere introdotte per favorire una riduzione della leva finanziaria. 

Nei prossimi mesi sarà necessario che gli intermediari esercitino al meglio  quella che è l’essenza dell’attività bancaria: sostenere i progetti imprenditoriali  meritevoli, riconoscere senza indugio le perdite derivanti da esposizioni per cui  si prevede un’elevata probabilità di insolvenza, ristrutturare i prestiti dei debitori  in situazione di difficoltà. Rispetto al passato le banche si trovano a fronteggiare  nuovi vincoli, contabili e regolamentari, in tema di riconoscimento delle perdite  e di classificazione dei prestiti. Si tratta di obblighi volti a garantire stabilità ed  efficacia dell’intermediazione creditizia; essi sono, come è noto, particolarmente  stringenti nei paesi, come l’Italia, caratterizzati da ritardi nel pagamento dei debiti  commerciali e da tempi della giustizia civile particolarmente lunghi, per quanto  migliorati negli ultimi anni. In assenza di interventi in grado di incidere in maniera  decisa su questi fronti, il peso dei vincoli sugli intermediari del nostro paese rimane  quindi più elevato rispetto alla media europea.  

Spazi di flessibilità possono essere utilizzati dalle autorità di vigilanza  per evitare effetti prociclici sull’offerta di credito, tali da produrre un ulteriore  peggioramento della qualità del credito. La flessibilità trova però un limite nella  necessità di non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili, anticipando  parte delle rettifiche di valore prima che le insolvenze si manifestino in modo  conclamato. Va contrastato il rischio che si accumuli nei bilanci delle banche un  eccesso di crediti deteriorati non adeguatamente svalutati.  

Un approccio proattivo in tema di riconoscimento delle perdite può consentire  alle banche di evitare di ritrovarsi in situazioni simili a quella che abbiamo vissuto  subito dopo la crisi dei debiti sovrani, quando solo dopo una decisa azione da parte  della Vigilanza – e non poche resistenze da parte degli intermediari – vennero  effettivamente e significativamente aumentate le rettifiche di valore. Ricordo che  nel 2012, proprio in questa sede, sottolineai l’esigenza di aumentare il tasso di  copertura dei prestiti deteriorati, sceso a livelli preoccupanti (inferiori al 40 per  cento). Poco prima avevamo avviato una serie di ispezioni mirate volte, tra l’altro,  a valutare l’adeguatezza delle politiche di accantonamento. Anche a seguito di  questa azione di vigilanza, la tendenza alla diminuzione del tasso di copertura  si invertì, anche se con risultati alquanto eterogenei; l’aumento medio superò  i 5 punti percentuali nei successivi due anni.

Nonostante la sostanziale stabilità del flusso di prestiti deteriorati, nel primo  semestre le banche italiane hanno accresciuto le rettifiche su crediti del 53 per  cento, in media, rispetto allo stesso periodo del 2019. Le svalutazioni sono state  in larga parte utilizzate per accrescere il livello di copertura sui crediti in bonis, la  cui rischiosità è aumentata a fronte del peggioramento del quadro congiunturale.  Il rapporto tra le svalutazioni contabilizzate fino allo scorso giugno relativamente  ai prestiti a famiglie e imprese che beneficiano delle moratorie, per i quali maggiore  è l’incertezza sull’evoluzione del merito di credito, e l’esposizione lorda verso il  totale di queste controparti è pari all’1,2 per cento, un valore di un terzo più alto  della media del complesso dei prestiti a famiglie e imprese. 

La crescita delle rettifiche su crediti è stata tuttavia fortemente eterogenea, in  larga parte guidata dall’azione di alcuni intermediari di grandi dimensioni. Diverse  banche, sia tra quelle significative sia tra quelle meno significative, presentano tassi  di copertura sui crediti in bonis molto inferiori alla media del sistema. È necessario  che questi divari siano colmati. Particolare attenzione dovrà essere prestata dalle  banche mediamente più esposte verso le imprese che hanno beneficiato delle  moratorie e verso i settori che hanno maggiormente sofferto degli effetti della  crisi pandemica. Non deve ovviamente trattarsi di un’azione indiscriminata ed è  necessario il raccordo attento con gli interventi di sostegno introdotti dal Governo.  La Vigilanza segue con attenzione questa tematica. 

L’ipotesi, di cui si sta attualmente discutendo a livello europeo, di creare  un network tra società di gestione dei crediti deteriorati (AMC) nazionali è da  valutare con favore. Per consentire a queste società di svolgere un ruolo efficace  in presenza di uno shock macroeconomico come quello causato dalla pandemia  sarebbe tuttavia necessario riflettere sui criteri finora utilizzati, alla luce degli  orientamenti sugli aiuti di Stato, per determinare i prezzi di cessione. Si dovrebbe  tener conto, in particolare, del fatto che i prezzi “di mercato” possono riflettere  tassi di rendimento tipici di contesti caratterizzati dalla presenza di asimmetrie  informative e di un elevato potere dei compratori. 

Come ho spesso ricordato, anche di recente, l’azione e gli interventi della  Vigilanza sono improntati a far sì che gli intermediari siano in grado di operare sul  mercato rispondendo con efficacia alle richieste di finanziamento in un contesto  di sana e prudente gestione. In alcuni casi, tuttavia, l’uscita dal mercato diviene  inevitabile. Quando ciò si verifica, è importante che la crisi sia gestita in modo  ordinato, senza ripercussioni per il finanziamento dell’economia e la stabilità  

finanziaria. È quindi auspicabile una iniziativa da parte delle autorità europee per  definire procedure armonizzate in grado di assicurare l’uscita ordinata dal mercato  di banche di piccole e medie dimensioni; il modus operandi della Federal Deposit  Insurance Corporation statunitense potrebbe costituire un modello da cui partire,  adattandolo alle specificità del contesto europeo. 

Le banche si trovano ad affrontare una serie di sfide – in particolare sui fronti  dell’innovazione, della razionalizzazione della struttura dei costi e, più in generale,  del recupero della redditività – che la pandemia rende oggi più cogenti. In un  contesto caratterizzato da bassi tassi d’interesse per un periodo presumibilmente  molto prolungato e di accesa competizione sulla digitalizzazione dei servizi offerti,  gli intermediari dovranno essere in grado di rivedere i propri modelli di attività, con  adeguati investimenti tecnologici e senza trascurare la predisposizione di sufficienti  difese rispetto ai connessi rischi sul piano della sicurezza informatica. 

Le sfide non sono ovviamente limitate al settore bancario. Negli ultimi anni  l’industria del risparmio gestito ha conosciuto un periodo di forte crescita, con  ricadute positive sulla stabilità del sistema finanziario nel suo complesso; ne hanno  beneficiato le imprese, che hanno avviato un processo di ampliamento delle fonti  di finanziamento, e i risparmiatori, che hanno potuto diversificare maggiormente  i loro investimenti. Tuttavia, la crisi in corso ha mostrato come, specialmente  in presenza di elevati livelli di leva finanziaria e di una pronunciata attività di  trasformazione delle scadenze, nell’industria dei fondi comuni possano sorgere rischi  potenzialmente sistemici. Mentre negli anni successivi alla crisi finanziaria globale la  regolamentazione del settore bancario è stata resa significativamente più stringente,  solo ora si sta affrontando con una certa decisione la questione dell’adeguamento  delle regole del comparto non bancario; è necessario continuare a lavorare a livello  internazionale, in particolare nell’ambito del Financial Stability Board, per dotarsi  di strumenti, anche macroprudenziali, che aiutino a far fronte ai rischi che possono  formarsi in questo comparto. Si tratta di un tema che la prossima presidenza italiana  del G20 intende indicare come prioritario nell’agenda delle questioni finanziarie. 

Tecnologia, finanza e pagamenti 

In Europa la pandemia ha determinato una forte accelerazione della diffusione  degli strumenti di pagamento digitali e ad alto contenuto tecnologico. Secondo  un recente sondaggio condotto dalla BCE, da marzo il 40 per cento dei cittadini dell’unione monetaria ha deciso di ridurre l’uso del contante per i propri acquisti  quotidiani, nonostante l’accresciuta domanda di banconote di taglio medio ed  elevato probabilmente connesso con l’aumento dell’incertezza. Sono cambiamenti  che stanno interessando in maniera significativa anche il nostro paese, dove si è  registrato un aumento dell’utilizzo delle carte di pagamento, soprattutto di quelle  a maggior contenuto tecnologico come le carte contactless, e una riduzione del  contante anche nei mesi estivi, durante i quali il rischio di contagio era ridotto e le  misure di distanziamento sociale erano assai limitate. Sulla base dell’esperienza  di altri paesi europei ci si può attendere che prosegua, probabilmente ancora con  una certa gradualità, il cambiamento nelle abitudini dei consumatori verso un uso  sempre più frequente di strumenti di pagamento digitali. 

Le nuove tecnologie possono apportare benefici tangibili al sistema finanziario  e per gli utenti; favoriscono l’efficienza degli intermediari e il miglioramento dei  processi di selezione e diversificazione dei rischi; contribuiscono ad arricchire il  novero di servizi disponibili per le famiglie e le imprese, a innalzarne la qualità  e a ridurne i costi. Non si può trascurare tuttavia la necessità di disporre di un  adeguato sistema di controlli, per evitare l’insorgere di rischi per gli utenti e per  l’integrità e la sicurezza del sistema finanziario.  

Nel mercato dei servizi di pagamento, l’innovazione ha finora favorito l’utilizzo  di strumenti associati a monete private emesse da operatori bancari o comunque  strettamente vigilati. Nel futuro, anche prossimo, si profila la potenziale diffusione  di strumenti ancora più innovativi, le cosiddette stablecoins, cripto-attività il cui  valore sarebbe garantito da un adeguato collaterale, emesse da società che operano  su scala regionale o addirittura globale. Questo fenomeno pone delicate questioni  riguardanti i rischi informatici, la gestione e il trattamento dei dati personali,  il corretto funzionamento del sistema dei pagamenti, la stabilità finanziaria,  la trasmissione della politica monetaria; rilevano anche i rischi di evasione fiscale,  riciclaggio e finanziamento del terrorismo. La complessità e la natura globale di  questi temi rendono indispensabili iniziative regolamentari a livello internazionale. 

L’attenzione dei regolatori, delle banche centrali, delle autorità di supervisione  a questi fenomeni è massima. I Ministri dell’economia e delle finanze dei principali  paesi europei hanno recentemente pubblicato una dichiarazione congiunta sui  rischi derivanti dalla possibile introduzione di stablecoins da parte di operatori non  bancari. La Commissione europea ha proposto una regolamentazione applicabile  agli emittenti di questi strumenti e agli operatori che forniscono servizi a essi collegati. La proposta contiene un ampio insieme di norme riguardanti, tra l’altro,  requisiti sui fondi propri, regole per la gestione della liquidità e di interoperabilità  con i sistemi di pagamento tradizionali; essa prevede inoltre obblighi supplementari  per gli emittenti e i fornitori di servizi connessi con cripto-attività garantite da  collaterale definite “significative”. Il negoziato si è appena avviato. 

Affinché la diffusione di questi strumenti avvenga in condizioni di ragionevole  sicurezza per gli utenti e per il sistema finanziario, andrà rispettato il principio  secondo cui alle stesse attività devono essere applicati gli stessi presidi regolamentari  a prescindere dal soggetto che le svolge, che vengano osservate le norme europee per  la sicurezza degli schemi di pagamento, che sia assicurata la tutela dei consumatori  e la prevenzione di abusi. Nello sviluppare un quadro regolamentare definitivo,  occorrerà valutarne anche le implicazioni per la stabilità finanziaria e monetaria. 

La BCE ha recentemente pubblicato un rapporto sulla possibilità di emettere  l’euro digitale. Lo studio, approvato dal Consiglio direttivo, è il frutto del lavoro  di una task force ad alto livello dell’Eurosistema. In particolare, in un mondo in  cui i pagamenti digitali al dettaglio siano la norma, si è considerata la possibilità  di emettere uno strumento per effettuare pagamenti in moneta di banca centrale  e, come tali, sicuri. Anche l’emissione di un euro digitale pone tuttavia diverse  questioni, di natura legale, tecnica ed economica. Gli approfondimenti in atto  riguardano, tra l’altro, le iniziative normative necessarie affinché questo strumento  possa avere corso legale; siamo altresì impegnati a risolvere, anche attraverso una  fase di sperimentazione nell’Eurosistema, questioni tecniche legate, ad esempio,  allo sviluppo di soluzioni per pagamenti in assenza di connessione alla rete  internet; ne stiamo inoltre valutando il possibile impatto sulla struttura del sistema  finanziario, sulla redditività degli intermediari e sulla trasmissione della politica  monetaria. 

L’impegno della Banca d’Italia per garantire la sicurezza e l’inclusione  finanziaria delle fasce della popolazione con minori competenze informatiche  durante la transizione verso un’economia maggiormente digitale è costante.  È in corso la realizzazione di importanti innovazioni sull’infrastruttura europea  dei pagamenti istantanei gestita dalla Banca d’Italia (TARGET Instant Payment  Settlement, TIPS), che permetteranno agli utenti di effettuare transazioni in tempo  reale utilizzando dispositivi mobili e amplieranno significativamente il novero degli  intermediari a essa connessi. Tra le iniziative del nuovo dipartimento dedicato alla  tutela del cliente e all’educazione finanziaria vi è anche l’impegno a promuovere conoscenze in campo finanziario adeguate a un contesto, come quello attuale, in  cui l’uso dei canali digitali per la fruizione di servizi di pagamento, di investimento  e di finanziamento è in crescita costante.  

Il potenziamento e il coordinamento delle nostre iniziative in materia di  innovazione tecnologica in ambito finanziario e le funzioni legate ai servizi di  pagamento al dettaglio – dalla circolazione del contante alla sorveglianza sulla filiera  dei servizi e degli strumenti di pagamento digitali – sono promossi in Banca d’Italia  da un dipartimento dedicato alla gestione integrata di queste attività. Il dialogo  continuo con gli operatori ha luogo attraverso il “Canale FinTech”, che consente  una conoscenza preventiva dei nuovi progetti per valutarne la rispondenza alla  normativa e individuarne eventuali elementi critici, e nei processi di autorizzazione  all’accesso al mercato. Le nostre iniziative di collaborazione con l’industria e di  sostegno ai progetti in grado di apportare benefici a livello di sistema, di selezione  dei contributi di esperti e società indipendenti, di attività di ricerca e di analisi svolta  con le istituzioni e le università saranno potenziate attraverso la creazione di un  centro, “Milano Hub”, che inizierà ad operare entro la fine dell’anno. 

La ripresa dell’attività economica osservata nei mesi estivi, più intensa del  previsto, evidenzia come l’economia italiana conservi significative capacità di  recupero e testimonia l’efficacia delle politiche, monetarie e di bilancio, introdotte  per tutelare le famiglie e le imprese e sostenere la domanda aggregata. Tuttavia, le  ripercussioni della crisi sanitaria sull’economia globale, sull’area dell’euro e sul  nostro paese rischiano di protrarsi ancora a lungo, anche oltre la fine dell’emergenza.  Vi contribuiranno gli stessi effetti che l’incertezza sulle prospettive dell’economia  avrà sul risparmio e sulla domanda aggregata, le difficoltà che incontreremo a uscire  dalla fase di inflazione troppo bassa, le necessità, che in ogni caso emergeranno,  di un’ampia riallocazione di risorse tra settori e imprese, quelle connesse con  la rivoluzione digitale, con le nuove modalità di lavoro e di produzione, con la  transizione a un’economia a basse emissioni di carbonio, con le sfide rivolte al  sistema finanziario. 

Proprio per questo non possiamo concentrare la nostra attenzione solo sulle  risposte all’emergenza. L’Italia deve affrontare quei nodi strutturali che per  quasi tre decenni ne hanno frenato la crescita e che la crisi ha reso più urgente  sciogliere. Le aree in cui è necessario intervenire sono note, le abbiamo ricordate in diverse occasioni anche quest’anno. Esse riguardano la qualità e i tempi dei  servizi offerti dalla pubblica amministrazione; l’innovazione in tutti i settori, con  adeguati investimenti, non solo pubblici, nelle infrastrutture di nuova generazione,  nel capitale umano e in tecnologie più rispettose dell’ambiente; la salvaguardia e  la valorizzazione del nostro patrimonio naturale e storico-artistico. L’occasione  fornita dalla disponibilità di risorse finanziarie comuni a livello europeo deve essere  sfruttata con rapidità, potrà sostenere l’attività produttiva, i redditi e l’occupazione  ben oltre gli interventi di ristoro, che pure la crisi rende necessari. 

Il Governo ha reso nota l’intenzione di avviare già dal prossimo anno  la riduzione del peso del debito pubblico sul prodotto, per riportarlo sui livelli  precedenti la pandemia entro la fine del decennio. Se la crescita nei prossimi  anni eccederà le aspettative, la discesa del rapporto tra debito e prodotto potrà  essere più veloce, con un più deciso miglioramento dell’avanzo primario. Il debito  pubblico è sostenibile, ma la sua permanenza su livelli elevati ci lascia esposti  ai rischi, e ai costi, derivanti da tensioni sui mercati finanziari o da nuovi shock  economici. Il conseguimento dell’obiettivo indicato dal Governo presuppone  l’utilizzo efficace dei fondi presi a prestito per far fronte alla crisi, nonché di  quelli messi a disposizione dai programmi europei. Non si può prescindere da  uno sforzo notevole, ma alla portata del Paese, per accrescere l’innovazione e la  capacità produttiva, gli investimenti cui destinare nei modi più sicuri e sostenibili  il nostro risparmio, le possibilità di impiego offerte dalla nostra economia e la  partecipazione al lavoro, in particolare dei giovani e delle donne.

Attacco a Nizza: morte in un luogo di amore e di consolazione

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

«Informato del feroce attentato che è stato perpetrato questa mattina in una chiesa di Nizza, causando la morte di diverse persone innocenti, Sua Santità Papa Francesco si unisce attraverso la preghiera alla sofferenza delle famiglie provate e condivide il loro dolore». Lo scrive il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in un telegramma inviato al vescovo di Nizza, monsignor André Marceau, in merito al brutale attacco compiuto nella basilica di Notre-Dame nella mattina di giovedì 29 ottobre, che ha provocato tre vittime e un ferito.

Il Pontefice, afferma il porporato nel telegramma, «chiede al Signore di recare loro conforto e raccomanda le vittime alla sua misericordia. Condannando nel modo più energico simili atti violenti di terrore, assicura della sua vicinanza la comunità cattolica della Francia e tutto il popolo francese che invita all’unità». E «affidando la Francia alla protezione di Nostra Signora», Papa Francesco «imparte di tutto cuore la Benedizione apostolica a tutte le persone colpite da questa tragedia».

Il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha dichiarato che «il Papa è informato della situazione ed è vicino alla comunità cattolica in lutto. Prega per le vittime e per i loro cari, perché la violenza cessi, perché si torni a guardarsi come fratelli e sorelle e non come nemici, perché l’amato popolo francese possa reagire unito al male con il bene». Parole di vicinanza e di speranza rilanciate poi anche in tweet sull’account Twitter @Pontifex.

È questo, ha affermato il direttore della Sala stampa della Santa Sede, «un momento di dolore, in un tempo di confusione. Il terrorismo e la violenza non possono mai essere accettati. L’attacco di oggi ha seminato morte in un luogo di amore e di consolazione, come la casa del Signore».

Si segue la pista del terrorismo

Si segue la pista dell’estremismo jihadista nelle prime indagini sull’attacco alla basilica di Notre-Dame a Nizza, che ha causato tre vittime e un ferito. «L’autore dell’attentato, dopo esser stato fermato, continuava a gridare senza interruzione Allah Akbar» ha dichiarato il sindaco di Nizza Christian Estrosi. «Non c’è dubbio sulla natura dell’attacco. Era un militante islamo-fascista». L’assalitore, immediatamente fermato, è stato trasportato in ospedale per le ferite riportate durante lo scontro con gli agenti. Parlando in arabo ad alcuni poliziotti in ospedale, avrebbe detto di aver agito da solo. Sarebbe dunque esclusa al momento la presenza di una cellula terroristica.

Il presidente francese Emmanuel Macron arriverà a Nizza nel pomeriggio. Alla notizia dell’attacco il premier, Jean Castex, ha subito lasciato l’Assemblea nazionale per recarsi alla cellula
di crisi in Place Beauvau. Nizza era già stata colpita da un attentato terrorista nel luglio del 2016.

La Conferenza episcopale di Francia ha condannato il gesto definendolo un atto «indicibile». I cristiani «non devono diventare un bersaglio da abbattere» ha dichiarato padre Hugues de Woillemont, portavoce dei vescovi francesi. Di «atti barbari» ha parlato il vescovo di Nizza André Marceau. Tutte le chiese della città — ha detto — saranno chiuse «fino a nuovo ordine».

Estate 1837, assembramenti e processioni: il colera arriva a Roma ed è dramma

A fronte di una popolazione stimata al tempo intorno alle 160.000 unità, ne restarono colpiti poco meno del 6% degli abitanti (circa 9.500 cittadini), che non fu affatto poco. Guarirono in 3.953, mentre per gli altri non ci fu nulla da fare.

Stando alle testimonianze dell’epoca, le giornate estive correvano splendide, la vita continuava nella sua frizzante quotidianità e già fervevano i preparativi per la celebrazione dell’Assunzione di Maria, che in città era tradizionalmente molto sentita e oggetto di grande partecipazione popolare. I giovani rampanti discutevano sui primi vagiti del movimento risorgimentale che stava irrompendo nelle province settentrionali della penisola. Così si presentava Roma nel luglio del 1837, quando il cosiddetto “fulmine a ciel sereno” colpì con tutta la sua virulenza e drammaticità, gettando la cittadinanza nel panico. A dire il vero, rispetto agli iniziali casi di colera riscontrati alcuni mesi prima in diverse città stato italiane del Nord (vedi Lombardo-Veneto), Roma non si era fatta cogliere impreparata: già dal 1835, infatti, una equìpe di esperti era stata delegata dalla Santa Sede a presidiare e seguire ogni caso sospetto, di vagliare bene la situazione medico-sanitaria e di intervenire qualora si fosse reso necessario. In parte, le autorità avevano già cordonato l’Urbe, ma, causa di forza maggiore, a inizio 1837 il morbo riprese a diffondersi da Napoli immediatamente a ridosso dello Stato Pontificio, sino a quel momento per grazia di Dio risparmiato.

Le cronache raccontano di un pendolare di ritorno da Ceprano che si era ripresentato a Roma con sintomi simili a quelli riscontrati negli individui affetti dalla tanto temuta malattia (ma tu vai a sapere se quel poveraccio fu veramente il primo veicolo del contagio). Di lì, il passo fu breve. La medicina e le autorità, benché fossero state adottate le dovute misure precauzionali e nonostante i dubbi sulla natura reale del morbo nutriti da alcuni tra i migliori specialisti della piazza, non ebbero il tempo materiale per intervenire in modo drastico. «Sviluppato il cholèra in questa città popolosa con porto franco, fu cinta tosto di cordone sanitario, mentre floridissimo [era] il suo commercio immediatamente cessato». Così recitava un bollettino medico ufficiale del tempo; centinaia di persone finirono in quarantena, i maggiori presidi ospedalieri vennero isolati e furono redatte le prime stime numeriche del contagio. Tra le vittime illustri, anche Giacomo Leopardi.

 Salus popoli, suprema lex, quindi. Ma a peggiorare drammaticamente la situazione fu la processione dell’Immacolata (e tutto il suo “indotto”) che il 15 agosto partì da Santa Maria Maggiore e sfilò per le vie del centro, dando luogo – vista la partecipazione di diverse migliaia di fedeli – al boom di contagi, che in breve tempo toccò quasi quota diecimila. All’epoca, nello spettacolo delle grandi lucernarie e delle fiaccole luminose esposte a Roma durante i rituali dell’Assunzione, che potevano durare giorni e giorni, molti rioni erano soliti a loro modo celebrare la ricorrenza anche a livello locale. Si trattava di una festa nella festa. La maggior parte dei malati proveniva dalla popolosa Trastevere, da Borgo e da Monti, dove i festeggiamenti si protrassero oltre modo. Il San Giacomo e il Santo Spirito andarono in tilt in poche ore coinvolgendo anche molti medici e infermieri, rimasti a loro volta colpiti dal terribile morbo (allora attribuito a un’epidemia di provenienza asiatica). L’applicazione delle cure, ancora ingenuamente olistica e povera dei mezzi adatti per fronteggiare l’epidemia, prevedeva l’ingestione «di valeriana, olio dei ricini o [anche] eziandio bibite tiepide d’infusioni di fiori di tiglio, le quali trovava di un ottimo effetto». I contagi iniziarono a diminuire in pochi mesi per interrompersi del tutto nell’anno seguente 1838.

Giueseppe Gioacchino Belli, in quei giorni, riferendosi al virus che si era attestato con velocità e ferocia e a proposito della chiusura di ogni attività di commercio, delle fiere e dei teatri, scriveva: “Inibbì le commedie?! E che magnnera/ V’immaginate sta leggiaccia infame?/ Tanto bene, sor faccia de tigame/ S’apre er teatro, e sta notizia è vera/ Ed è tragedia per il poveraccio che facendo la comparsa si guadagnava il minimo per sopravvivere/ Un povero garzon de falegname/ Che ciabbusca du’ pavoli pé ssera/ Pe nun morì domani de collèra/ S’avrebbe oggi da morì de fame?” Un modo sarcasticamente poetico per descrivere un vecchio lockdown che – senza vaccini e antibiotici – era uno dei pochissimi rimedi a disposizione per combattere le infezioni virali, anche allora subdole e fulminee come nell’attualità.

Stalinismo vero e stalinismo alla matriciana

Lo stalinismo è la pagina più tragica della storia del socialismo reale, abbiamo letto e vissuto nei racconti dei superstiti, quello che è stato, le milioni di epurazioni finite nei gulag, i famigerati campi di detenzione e di sterminio, ideati dal magnifico georgiano. E anche i dirigenti dei partiti comunisti finiti in esilio a Mosca per sfuggire alle persecuzioni nazifasciste, erano controllati per mezzo di dirigenti infiltrati che avevano il dovere di denunciare ogni tipo di deviazionismo, a volte creato ad arte per testare la fedeltà al dittatore. Ad esempio si davano, false notizie al malcapitato di turno per verificare se lo stesso denunciasse chi gliele aveva riferite, se non lo faceva veniva arrestato.

Tempi terribili che non abbiamo vissuto, ma a noi ci è toccata la seconda parte, quella alla matriciana o meglio quella pecoreccia, insomma alla romana. Di solito il dirigente apicale del partito si sceglie un interlocutore all’interno dell’area che gli è più lontana o più ostile e cerca di informarsi su quello che dicono o stanno per fare i suoi avversari interni, in modo tale da prevenire eventuali critiche. Nello stesso tempo ricompensa il dirigente dialogante affidandogli incarichi di secondo piano e promettendogli cose più importanti per il futuro; cose che puntualmente, poi, non saranno mantenute perché nessuno si fida, fino in fondo, di questo tipo di informatore.

Insomma questo tipo di soggetto può essere paragonato al partito dei contadini, organizzazione politica fantoccio organizzata nei paesi appartenenti al patto di Varsavia che, nelle prime ed uniche elezioni finte democratiche organizzate nei paesi dell’Est dopo il patto di Yalta, si candidava in alleanza con i comunisti per avvalorare la democraticità del test elettorale. Dopo questo evento il partito dei contadini fu messo fuori legge anch’esso.

Poi c’è il metodo più tecnico e più fine: quello di inviare sin dall’inizio nella Mozione congressuale avversaria uno dei propri fedelissimi che finge una rottura con la sua storia e con quei dirigenti, interviene a tutte le riunioni con accenti di radicalismo contro i suoi ex compagni non chiedendo nulla in cambio ai suoi nuovi compagni di viaggio. Di solito è una persona di mezza età al quale in cambio si sistemano i figli. Questo personaggio si infila nelle cene e nei pranzi per sapere e informare la controparte di quello che si dice, con l’abilità di accaparrarsi la fiducia assoluta dei suoi interlocutori.

Alla fine del congresso questo dirigente ha due strade davanti a sé: continuare nel suo lavoro, magari per poi essere chiamato come candidato unitario a qualche incarico elettivo,  essendo un punto di mediazione tra maggioranza e minoranza congressuale, ma sempre con il benestare del Segretario (che mette in scena l’aspro dissidio con la minoranza per poi ergersi, proprio lui, come sintesi tra le parti); oppure il dirigente in questione finge una rottura con i suoi nuovi amici, creando una divergenza insanabile condita da gesti eclatanti e toni facinorosi, per essere riammesso nel gruppo storico (e vincente).

Ora, in conclusione, mettete in fila tutti i nomi che pensate possano corrispondere a questi precisi identikit. Chissà quanti ve ne verranno a mente, un po’ per sentito dire e un po’ per diretta conoscenza.

Diamoci da fare

Se facciamo i calcoli, negli ultimi quattro giorni si sono contagiati cento mila italiani. E, ciò che più impressiona, è l’andamento esponenziale del fenomeno. Si studia a scuola le funzioni esponenziali. Sono quelle in cui il grafico parte come un razzo verso l’alto. Anche in natura, ci sono fenomeni che rispecchiano questi andamenti. Il Covid-19, in queste ultime settimane, si è messo quella divisa.

Difficilmente si riuscirà a strappargli quella velocità. Il nostro compito è di tentare questa impresa. Fino a quando non ci sarà un farmaco in grado di bloccarne l’abbrivio, tutto dipenderà dal grado di saggezza che ciascuno di noi, saprà mettere in atto.

Più volte abbiamo detto che il virus non è più letale di altri malanni. Si potrebbe dire, grosso modo, che su cento contagi, due o tre possono essere pericolosissimi. Non è questo il grosso problema che ci troviamo di fronte, anche se, come più volte scritto, anche un solo decesso provocato dal Covid, è una cosa terribile.

Il grande dilemma che attanaglia ormai l’intero mondo, è la velocità con la quale si propaga il virus e il bisogno di una gran parte di pazienti di terapie ospedaliere. Senza il pronto intervento delle macchine respiratorie, il tasso di mortalità aumenterebbe enormemente. Il problema, pertanto, è che, da qui a qualche settimana, se si dovesse mantenere la crescita che ora sembra inarrestabile, avremmo gli ospedali totalmente occupati e non vi sarebbero più possibilità di ulteriori ricoveri.

Ciò comporterebbe pure un’inevitabile trascuratezza per altre patologie. Il dramma si moltiplicherebbe.

Tutto ciò premesso, con la massima responsabilità che mi ispira, come più volte ho già sottolineato, ripeto un orientamento da rispettare in termini assoluti:

non si scordi mai di mantenere la distanza di almeno due metri, ripeto non un metro, ma due metri tra le persone;
che non è in alcun modo tollerabile una mascherina che copra solo la bocca e non anche il naso;
che in famiglia non ci si scordi le regole, perché pensiamo che vi sia in essa una protezione miracolosa; non è vero, l’attenzione non deve mai mettersi a riposo, ovunque ci si trovi.

Diamoci da fare. Forse così, potremmo sperare di evitare una chiusura totale.

Oggi l’adesione della Sapienza a “Rome Call for AI Ethics”

Oggi alle 11 sarà formalizzata l’adesione della Sapienza alla “Rome Call for AI Ethics”, con la firma del documento da parte del rettore Eugenio Gaudio, alla presenza di mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Sono previsti interventi in collegamento da remoto che sarà possibile seguire in streaming. L’apertura – informano i promotori dell’iniziativa – è affidata a Teodoro Valente, prorettore alla Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico della Sapienza, a cui seguirà un’introduzione di don Andrea Ciucci per la Pontificia Accademia per la Vita. Interverranno poi Alessandro Mei, direttore del Dipartimento di Informatica e presidente del Collegio dei direttori di Dipartimento di Sapienza; Paolo Benanti, membro corrispondente della Pontificia Accademia per la Vita e docente presso l’Università Gregoriana; Mario Morcellini, consigliere alla Comunicazione della Sapienza e già consigliere AgCom.

La “Rome Call for AI Ethics” promuove un uso dell’Intelligenza artificiale basato sui principi di trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità e affidabilità, sicurezza e privacy. Promossa dalla Pontificia Accademia della Vita, è stata presentata il 28 febbraio scorso e ha avuto come primi firmatari il presidente di Microsoft Brad Smith, il vicepresidente di IBM John Kelly III, il direttore generale della Fao Qu Dongju e il ministro per l’Innovazione del governo italiano Paola Pisano.

Lavoro: Istat, a settembre 2020 le retribuzioni contrattuali su dello 0,1%

Alla fine di settembre 2020, i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica (24 contratti) riguardano il 21,2% dei dipendenti – circa 2,6 milioni – e un monte retributivo pari al 22,2% del totale.

Nel periodo luglio-settembre 2020 sono stati recepiti tre accordi – alimentari, vetro, gomma e materie plastiche – e nessun contratto è scaduto.

I contratti che a fine settembre 2020 sono in attesa di rinnovo sono 49 e coinvolgono circa 9,7 milioni di dipendenti – il 78,8% del totale – cui corrisponde un monte retributivo pari al 77,8%. Entrambe le quote sono inferiori a quelle osservate alla fine del trimestre precedente (82,4% e 81,6% a giugno 2020) e ampiamente superiori a quelle registrate a settembre 2019 (44,0% e 46,2% rispettivamente).

Il tempo medio di attesa di rinnovo, per i lavoratori con contratto scaduto, è molto simile a quello registrato a settembre 2019 (17,9 contro 18,0 mesi), mentre l’attesa media, calcolata sul totale dei dipendenti, è quasi doppia (14,1 contro 7,9 mesi).

La retribuzione oraria media, a settembre, è cresciuta dello 0,5% rispetto allo stesso mese del 2019.

Anche l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato: dello 0,1% rispetto ad agosto 2020 e dello 0,5% rispetto a settembre 2019. Quest’ultimo è sintesi dell’aumento pari allo 0,8% per i dipendenti dell’industria e allo 0,5% per quelli dei servizi privati e della stabilità per i dipendenti della pubblica amministrazione e dell’agricoltura.

Più in dettaglio, i settori che presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono quelli dell’energia elettrica e gas (+2,8%), del credito e delle assicurazioni (+2,2%) e dell’edilizia (+1,6%). L’incremento è invece nullo per i settori agricoltura, legno, carta e stampa, commercio, farmacie private, telecomunicazioni, altri servizi privati e pubblica amministrazione.

Contact tracing, 49 mila candidature per il rafforzamento del servizio

Sono 48.736 le candidature pervenute attraverso il sito del Dipartimento al bando per l’individuazione di 1500 unità tra personale medico e sanitario e di 500 addetti all’attività amministrativa da impiegare, su base territoriale, per rafforzare l’attività di ricerca e gestione dei contatti dei casi positivi (contact tracing). Si tratta di una risposta importante che dimostra, ancora una volta, il senso di responsabilità e partecipazione collettiva nell’affrontare l’emergenza. Ai medici, gli infermieri, gli assistenti sanitari, i tecnici della prevenzione, agli studenti universitari in discipline infermieristiche e sanitarie e giovani diplomati che hanno offerto la propria disponibilità va la nostra gratitudine e quella di tutto il Paese.

Nel dettaglio, sono pervenute candidature da 9.282 medici, 2.717 infermieri, 1.982 assistenti, 8.210 studenti e 26.545 amministrativi. Complessivamente oltre il 60% delle candidature sono arrivate da donne, con punte di quasi il 75% tra gli studenti e del 70% tra gli infermieri. Il Dipartimento provvederà a redigere un elenco su base regionale che sarà trasmesso alle Regioni e alle Province autonome, le quali, previa verifica dei requisiti, provvederanno al conferimento degli incarichi.

Covid: Bambino Gesù, ecco come viaggia il virus nell’aria con un colpo di tosse

Un colpo di tosse in un pronto soccorso al tempo del COVID-19. Il viaggio nell’aria delle goccioline salivari grandi (droplet) e di quelle microscopiche (aerosol) emesse col respiro. Una simulazione in 3D realizzata dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù riproduce esattamente il movimento delle particelle biologiche nell’ambiente e l’impatto dei sistemi di aerazione sulla loro dispersione.

I risultati dello studio, condotto con lo spin-off universitario Ergon Research e la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Environmental Research, fornendo informazioni importanti per contenere la diffusione del virus SARS-CoV2 negli ambienti chiusi anche attraverso il trattamento dell’aria.

LO STUDIO

Lo studio sulla dispersione di contaminante negli ambienti chiusi è stato realizzato dagli specialisti del Dipartimento di Diagnostica per Immagini e dalla Direzione Sanitaria del Bambino Gesù, in collaborazione con gli ingegneri di Ergon Research e la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) per la supervisione tecnico-scientifica.

I ricercatori hanno utilizzato potenti strumenti di “simulazione fluidodinamica computazionale” (CFD – Computational Fluid Dynamics) per ricreare virtualmente la sala d’aspetto di un pronto soccorso pediatrico dotata di sistema di aerazione, con all’interno 6 bambini e 6 adulti senza mascherina.

In questo ambiente virtuale è stato tracciato il comportamento delle goccioline e dell’aerosol nei 30 secondi successivi al colpo di tosse in tre diversi scenari: con il sistema di aerazione spento, a velocità standard e a velocità doppia, per valutare quanta aria contaminata avrebbe respirato ogni persona presente.

Utilizzando la serie di parametri fisici che regola la dispersione aerea delle particelle biologiche (velocità, accelerazione, quantità, diametro delle droplet, turbolenza, moti connettivi generati dall’aria condizionata), i ricercatori hanno ottenuto una simulazione 3D “fisicamente corretta“, che riproduce, cioè, quello che accadrebbe esattamente in un ambiente reale.

«La nostra simulazione in 3D si basa su parametri fisici reali, come la velocità dell’aria che esce da un colpo di tosse, la temperatura della stanza e la dimensione delle goccioline di saliva. Non è una semplice animazione» sottolinea il dott. Luca Borro, specialista 3D del Bambino Gesù e primo autore dello studio. «Grazie a questi parametri e ad algoritmi complessi di fluidodinamica riusciamo ad avere una simulazione dei fenomeni studiati il più possibile vicina alla realtà».

«Siamo orgogliosi di contribuire a questo studio con le nostre conoscenze di fluidodinamica computazionale» afferma Lorenzo Mazzei, consulente CFD di Ergon Research. «L’attività ha dimostrato che, se usati correttamente, questi strumenti possono favorire una maggior comprensione del fenomeno e guidare verso un utilizzo efficace della ventilazione meccanica per migliorare la qualità dell’aria negli ambienti indoor».

I RISULTATI

I risultati dello studio confermano che i sistemi di condizionamento dell’aria svolgono un ruolo determinante nel controllo della dispersione di droplet e aerosol prodotti col respiro negli ambienti chiusi. Per la prima volta è stato documentato, infatti, che il raddoppio della portata dell’aria condizionata (calcolata in metri cubi orari) all’interno di una stanza chiusa riduce la concentrazione delle particelle contaminate del 99,6%.

Al tempo stesso, la velocità doppia causa una dispersione aerea di droplet e aerosol più rapida e a distanze più grandi rispetto all’aria condizionata con portata standard oppure spenta: a condizionatore spento le persone più vicine al bambino che tossisce (1,76 metri nella simulazione) respirano l’11% di aria contaminata mentre i più lontani (4 metri) non vengono raggiunti dalla “nube” infetta. Con il sistema a velocità doppia si abbatte la concentrazione di contaminante e le persone più vicine ne respirano lo 0,3%, ma vengono raggiunte rapidamente anche quelle più lontane che in questo caso respirano lo 0,08% di aerosol contaminato, percentuali bassissime e sostanzialmente irrilevanti ai fini del contagio.

«L’infezione da virus SARS-CoV-2 – spiega il prof. Carlo Federico Perno, responsabile di Microbiologia e Diagnostica di Immunologia del Bambino Gesù – è trasmissibile attraverso il respiro in relazione a tre elementi fondamentali: lo status immunitario della persona, la quantità di patogeno presente nell’aria, misurata in particelle per metro cubo, e l’aereazione dell’ambiente. A parità degli altri elementi, dunque, più alta è la concentrazione di virus, maggiore è la probabilità di contagio».

«Il ricambio d’aria negli ambienti – sottolinea il prof. Alessandro Miani, presidente SIMA – anche attraverso l’attivazione di sistemi scientificamente validati di aerazione, purificazione e ventilazione meccanica controllata, si rivela fondamentale nella diluizione del virus e nel suo trasferimento, per quanto possibile, all’esterno, ovverosia nella mitigazione degli inquinanti biologici aerodispersi presenti nelle droplet, riducendo significativamente la concentrazione del patogeno in aria. Questo, unitamente all’utilizzo di mezzi di barriera (mascherine, distanziamento e igiene delle mani), oggi rappresenta il principale strumento per ridurre il rischio di contagio in ambienti confinanti».

Attentato a Nizza. Mons. Eric de Moulins-Beaufort: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”

Un attacco con il coltello è avvenuto questa mattina, intorno alle 9 della mattina nella cattedrale Notre Dame nel centro di Nizza, in Avenue Jean-Medecin.

Una donna è stata decapitata e altre due persone uccise. Numerosi anche i feriti. La terza persona, forse anch’essa una donna, sarebbe deceduta dopo essersi trascinata in un bar vicino dopo essere stata gravemente ferita. Una delle vittime sarebbe il guardiano della chiesa.

“L’autore dell’attentato – ha riferito il sindaco Christian Estrosi – mentre veniva medicato dopo essere stato ferito dalla polizia, continuava a gridare senza interruzione Allah Akbar”. Per il primo cittadino di Nizza, “non c’è alcun dubbio sulla natura dell’attacco”.

L’uomo, che avrebbe rivendicato la paternità dell’attentato, avrebbe detto di chiamarsi “Brahim” e di aver agito da solo. Il presunto attentatore non ha fornito al momento ulteriori dettagli. Gli inquirenti hanno rilevato le sue impronte digitali per risalire alla sua esatta identità.

Intanto, una cellula di crisi è stata aperta a Place Beauvau, sede parigina del ministero dell’Interno, dove sono attesi il presidente Emmanuel Macron e il premier Jean Castex. Un minuto di silenzio è stato, invece, osservato all’Assemblea Nazionale.

Il presidente dei vescovi francesi mons. Eric de Moulins-Beaufort, che assicura le sue preghiere alle vittime e ai loro familiari scrive in un tweet: “Domenica, per la festa di Ognissanti, sentiremo il Signore dire: ‘Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati voi quando vi perseguiteranno a causa mia perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli”. “La mia preghiera speciale è ancora per tutti i fedeli della diocesi di Nizza e per il loro vescovo mons. Marceau. Che sappiano sostenersi in questa prova e sostenere chi è provato nella sua carne”.

È necessaria una classe dirigente di governo.

Di fronte alla tragedia che stiamo vivendo e che coinvolge tutti i cittadini e tutti i territori del nostro paese, il tema della qualità e del profilo della classe dirigente politica e di governo ritorna protagonista. Ma questa considerazione è vera ed oggettiva non solo per denunciare le lacune e le potenziali insufficienze di alcuni settori della classe dirigente contemporanea – quella, per intendersi, che ha predicato e sventolato per anni il valore della inesperienza, della incompetenza, della casualità e della improvvisazione al potere come segno concreto di discontinuità rispetto al passato da criminalizzare sempre e comunque politicamente – ma anche perchè sono proprio i momenti drammatici ed inquietanti come questi che richiedono quelle qualità indispensabili per poter governare un popolo. Un popolo che, nella sua complessità e pluralità, adesso chiede certezze e, soprattutto, una bussola di marcia chiara e percepibile. Noi abbiamo esempi nel passato, recente e meno recente, dove proprio la qualità e la professionalità del gruppo dirigente di governo sono stati elementi decisivi per affrontare le difficoltà che quella particolare stagione storica manifestava. Snodi storici e politici ben noti al cammino della democrazia italiana e che, di volta in volta, sono stati affrontati con la professionalità e le capacità che il gruppo dirigente del momento riusciva a mettere concretamente in campo.

Ora, al di là delle diverse stagioni storiche, restano sempre due gli elementi di fondo che richiedono ed invocano, auspicabilmente, una classe dirigente politica e di governo adeguata e preparata.

Innanzitutto la capacità di anticipare e di prevenire i problemi. Senza questa capacità difficilmente si riesce a mettere in campo una sana e credibile cultura di governo. Qualsiasi programmazione e pianificazione dell’azione di governo è possibile solo se è accompagnata da una capacità di anticipare e di leggere le difficoltà che possono precipitare sul nostro paese. E il capitolo drammatico della pandemia richiede, o meglio richiedeva, proprio quella capacità. Senza quella intuizione il rischio concreto è che poi i problemi si rincorrono e non si governano con una scarsa possibilità di contenere quella rabbia sociale che prima o poi esplode. E che, comunque sia, non va mai confusa con la violenza di piazza guidata e pianificata dai professionisti della violenza che, purtroppo, hanno sempre accompagnato nelle diverse fasi storiche la stessa democrazia italiana. Comunque sia, una capacità – quella di anticipare i problemi e le contraddizioni di una società complessa come la nostra – che è ben presente in alcuni settori dell’attuale governo che provengono da una antica scuola politica ma che, purtroppo, è del tutto assente in chi si è distinto e caratterizzato in questi anni solo per la demolizione e la criminalizzazione del passato e per aver introdotto, al contempo, una selvaggia cultura della conquista e dell’occupazione del potere politico.

In secondo luogo una classe dirigente adeguata e qualificata è quella che osa essere impopolare se vuole intraprendere scelte e decisioni che in quel particolare momento storico possono risultare decisivi ed importanti per il bene dell’intero paese. Categorie che qualificano una classe dirigente all’altezza della situazione. Coraggio, determinazione, coerenza e capacità sono e restano categorie fondamentali per governare una società come quella Italiana e soprattutto in un contesto come quello che stiamo vivendo. Al riguardo, su questo versante le premesse non sono così particolarmente incoraggianti. Come si può centrare questo obiettivo con un partito come i 5 stelle che strutturalmente sono nati e vivono all’insegna dell’antipolitica, dell’assecondare gli istinti primordiali della pubblica opinione e, soprattutto, di accarezzare e cavalcare tutto ciò che si scatena contro le istituzioni e contro il tanto biasimato “sistema”? Anche se, come tutti sanno, il cosiddetto “sistema” storicamente coincide e si identifica con chi gestisce il potere. Ma, al di là di questo limite oggettivo e ormai largamente condiviso, esistono nella compagine di governo qualità e talenti che però adesso devono battere un colpo e devono essere messi in campo. A prescindere dai consensi immediati che si possono riscuotere.

Comunque sia, adesso serve una classe dirigente politica e di governo di qualità, coraggiosa, determinata e capace di affrontare la dura e spietata “questione sociale” che sta per scoppiare nel nostro paese. Vivacchiare non è più possibile. Nè, tantomeno, cavalcare e assecondare le spinte demagogiche, populiste e qualunquiste che, da sempre, attraversano la nostra società. Verrebbe da dire, “se non ora quando”?

Via della seta, Trieste e Genova: chi esce e chi resta

Il Memorandum del marzo 2019 sottoscritto da Italia e Cina aveva previsto l’individuazione delle aree portuali di Genova e Trieste quali“ terminali europei della via della seta”, a significare un accordo strategico sul piano geopolitico e geoeconomico , fortemente voluto dai ‘5 stelle’ nel primo governo Conte.

Dopo lo tsunami pandemico che ha investito il pianeta, questo tema è stato accantonato per dar spazio ad emergenze sanitarie ed economiche ben più gravi e pressanti: sarebbe interessante sapere se quella destinazione d’uso dei due porti italiani sopravviverà a tutto quel che è accaduto dopo, compresi i dubbi sulla genesi della pandemia, gli altri accordi commerciali su telefonini, monopattini e mascherine non omologate UE,  le tesi complottiste sul virus da laboratorio, supportate dalle dichiarazioni della virologa cinese Ly Me Yang (intervistata a fine settembre per TGCOM24 da Maria Luisa Rossi Hawkins) : “Presto pubblicherò un altro rapporto, oltre a quello che ho già diffuso. Conterrà molti dettagli specifici su come sia stato sviluppato il virus e su chi era in possesso delle sostanze utilizzate. A quel punto tutti potranno vedere che ho ragione”. Purtroppo queste affermazioni non hanno avuto seguito e ci si chiede se la scienziata in questione fosse a libro paga di Trump (come qualcuno ha maliziosamente spifferato) oppure se sia stata zittita o punita, come accadde al primo medico cinese che rivelò l’esistenza del virus , quel Li Wenliang, deceduto troppo in fretta per la stessa malattia che aveva scoperto. Che ne è stato della ricercatrice che aveva tra l’altro sostenuto il complice silenzio dell’OMS sull’eziopatogenesi del visus Covid 19?

Molto di quello che sta accadendo al centro e nei paraggi di questa ancora non compiutamente spiegata pandemia che sta dilagando senza freni a livello planetario non viene detto o è oggetto di controverse interpretazioni sul piano scientifico e delle decisioni politiche.

In Europa – in questa fase la parte del mondo più colpita insieme agli USA (a pochi giorni dalle Presidenziali, qualcuno dubita che non sia un caso questo coincidente picco apicale) – ma giù giù a cascata guardando in casa nostra e osservando i DPCM ‘Governativi’ e le ordinanze dei ‘Governatori’ viviamo una contingenza sofferta, incerta, contradditoria che crea conflitti di potere, affermazioni e smentite, confusione, ansie e panico viscerali. Viviamo il presente con l’incertezza che il domani sia peggiore, all’evidenza di fatti, con decisioni politiche e valutazioni scientifiche che alimentano il terrore cercando di spegnere la rassegnazione.

Il tema del Memorandum andrà certamente ripreso: c’è una parte consistente di Paesi che adombrano azioni risarcitorie nei cfr della CINA: di essi non farà parte l’Italia, secondo l’autorevolissimo Direttore di Limes Prof Lucio Caracciolo: “Le strategie risarcitorie non credo abbiano grande possibilità di successo. Sono però un segnale che paesi non amici della Cina intendono lanciare a Pechino. In ciò supportati da Washington. L’Italia non sarà fra questi. A conferma della sua recente svolta filocinese” (Intervista pubblicata su Il Domani d’Italia – 15/05/2020).

Alcuni recenti articoli hanno riconsiderato il tema, alla luce di una recente novità che interessa il futuro asset strategico del Porto di Trieste.

A cominciare da quello apparso su “Italia oggi” del 29 settembre u.s.che qui testualmente replico e riporto. ”Al porto di Trieste si parlerà tedesco. Hamburger Hafen und Logistik Ag (Hhla), operatore del porto di Amburgo, d’accordo con i soci Icop e Francesco Parisi, diventerà a fine anno, con la sottoscrizione di un aumento di capitale, primo azionista della piattaforma logistica di Trieste, una delle più grandi opere marittime costruite in Italia negli ultimi 10 anni la cui realizzazione è appena terminata.
Il progetto della Piattaforma Logistica ha consentito di recuperare all’utilizzo portuale un’area di 12 ettari, che è stata successivamente integrata con l’adiacente Scalo Legnami realizzando un terminal di 27 ettari, dotato di un doppio attracco e raccordato alla ferrovia. Questo progetto, con un investimento di oltre 150 milioni reso possibile dall’apporto finanziario dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, è stato sviluppato dalla società PLT, costituita dalla impresa di spedizioni internazionali Francesco Parisi S.p.A., dall’impresa di costruzioni Icop S.p.A. e dall’interporto di Bologna.

L’integrazione della Piattaforma Logistica con le aree circostanti è stata ulteriormente rafforzata con la firma il 27 giugno 2020 del secondo Accordo di Programma per l’attuazione del progetto di riconversione industriale e sviluppo produttivo nell’area della ferriera di Servola – Trieste. Le parti pubbliche intervenute sono ministero dello Sviluppo economico, il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, l’Agenzia del Demanio, l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, il Comune di Trieste.

Le parti private sono state il Gruppo Arvedi e Icop. L’accordo di Programma rappresenta un passaggio fondamentale verso una fase di nuova industrializzazione del territorio, in cui vengono coniugati sviluppo avanzato e sostenibilità. In base all’accordo è prevista la bonifica e lo sviluppo delle aree dell’area caldo della ferriera di Servola per una superficie pari a 25 ettari con investimenti pari a € 98 milioni”.
Questo articolo fa il paio con un recente  intervento dell’editorialista Dario Di Vico su Il Punto del Corriere della sera. In esso il giornalista conferma l’interesse della Germania per il porto di Trieste – il che vuol dire acquisto di quote azionarie e investimenti- per un progetto che interessa i traffici commerciali da Trieste verso il nord Europa.

Si aggiunga la recente, interessantissima e ampia riflessione di Corrado Bianchi Porro sull’Osservatore (CH) del 24 ottobre u.s., intitolata “Il grande carro cinese: campa cavillo”, un articolo da leggere e meditare nella sua documentata e lucida concisione, come è nello stile dell’illuminato giornalista.
Ora, poichè Trieste e Genova erano state individuate come terminali portuali della “Via della seta” nel Memorandum Italia-Cina del marzo 2019 è di tutta evidenza una potenziale uscita del porto di Trieste da questo accordo, se prevarrà- come sembra dalle intese in via di definizione – un interesse prevalente della Germania.
A questo punto Genova (porto antico e PSA di Prà) resterebbe l’unico dei due bacini a rimanere nell’alveo progettuale italo-cinese della citata via della seta.
Ciò intuitivamente potrebbe significare che questo asset strategico interesserebbe l’area mediterranea dei traffici commerciali import-export dell’Europa, facendo capo a Genova che potrebbe dunque rimanere. se si intende bene il senso della bipartizione, unico terminale europeo marittimo della via della seta.
Sarebbe interessante un chiarimento politico nel medio termine, prima di ulteriori “rilanci”.

Ora dobbiamo leccarci e curarci le ferite atroci di questa pandemia devastante che sta sconvolgendo le nostre vite ma non possiamo esimerci dal riconsiderare – come direbbe il compianto filosofo Emanuele Severino- un ripensamento sullo ‘stato attuale del mondo’ e sugli sviluppi futuri, per ora coperti dai coni d’ombra di decisioni disparate, a volte confuse e prive di visione e lungimiranza, assunte dalla politica e supportate da un mondo scientifico spesso in disaccordo, nel disorientamento generale che ci pervade.

Cosa ne sarà di Genova e del suo porto non riguarda o interessa solo chi come me è genovese ma gli orientamenti geoeconomici del sistema-Italia, se saremo capaci di superare questa crisi angosciante ed epocale che ci sta tormentando.

 

L’economia di Francesco, tra capitale spirituale, condivisione e fratellanza con tutti

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
Si è svolta ieri, 27 ottobre, nella Sala Stampa della Santa Sede a Roma, la conferenza di presentazione dell’evento “Economy of Francesco – Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani”, che si svolgerà online dal 19 al 21 novembre 2020.
Padre Enzo Fortunato, direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi e responsabile della struttura informativa di “The Economy of Francesco”, ha sostenuto che siamo di fronte ad un sistema chiamato a rigenerarsi secondo l’esempio del Santo di Assisi e di Papa Francesco.
Ha scritto San Francesco: «E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare… Voglio che tutti lavorino». Un’espressione di grande attualità.
Padre Fortunato ha ricordato che i Francescani diedero vita, a partire dal 1200, ad un vasto sistema di microcredito fondato sui Monti Frumentari e sui Monti di Pietà, istituzioni senza scopo di lucro che erogavano prestiti di limitata entità a condizioni molto favorevoli rispetto a quelle di mercato.
La funzione dei Monti di Pietà era quella di finanziare persone povere e in difficoltà, fornendo loro la necessaria liquidità per iniziare un’attività economica.
I Monti di Pietà sono stati i primi finanziatori del credito al consumo ed anche banche dei poveri.
Padre Fortunato ha citato il libro “Funzionare o esistere?”, scritto dal filosofo e psicanalista argentino Miguel Benasayag, per proporre un nuovo sistema economico che accolga la sfida della inclusività e rinunci al veleno dello scartare.
In merito all’evento online, padre Fortunato ha spiegato che sono 2.000 gli iscritti e almeno 12 i collegamenti con 115 Nazioni: 4 ore al giorno più una maratona di 24 ore il secondo giorno, con il contributo di oltre 20 Paesi.
Il prof. Luigino Bruni, ordinario di Economia Politica presso la Libera Università Maria Santissima Assunta di Roma e responsabile scientifico di “The Economy of Francesco”, ha spiegato che quello che doveva essere un incontro con relatori e partecipanti è diventato, in realtà, un movimento.
Nei mesi che hanno preceduto l’incontro quasi 1.000 giovani hanno lavorato attivamente in 12 “villaggi tematici” e hanno dato vita ad un vero e proprio movimento diffuso in tutto il mondo.
«Il grido della terra e il grido dei poveri – ha detto Bruni – sono un identico grido, come ci ricordano le encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti. Una fraternità con la terra che non includa la fraternità con gli ultimi non è completa».
«La “Economy of Francesco” – ha aggiunto – è anche la costruzione di un capitale spirituale globale di cui l’economia ha estremo bisogno» perché «la coltivazione dell’interiorità è il cuore di una nuova economia» fondata sui beni invisibili, come i beni relazionali e i beni morali.
Suor Alessandra Smerilli, professore ordinario di Economia Politica presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” e componente del Comitato scientifico di “The Economy of Francesco”, ha spiegato che «Economia di Francesco significa innanzitutto dare ai giovani speranza e concretezza: non è invitare i giovani a diffondere un messaggio, ma è chiedere loro di contribuire a costruirlo».
«In un mondo malato di pensiero a breve termine e con poca visione di futuro – ha constatato suor Alessandra – dare voce ai giovani significa iniziare a costruire ponti verso il futuro».
A questo proposito ha rilevato che, in questi tempi di incertezza, «Papa Francesco invita a guardare oltre, a preparare il futuro, e a farlo in modo concreto, con lo sguardo sempre rivolto a chi è più in difficoltà».
Suor Smerilli ha poi spiegato che i giovani non presenteranno un documento, non faranno un trattato su cosa vuol dire “Economia di Francesco”, ma «prepareranno proposte, ci diranno come vogliono impegnarsi e di quale aiuto hanno bisogno».
Nei nove mesi di preparazione all’incontro, i giovani, divisi nei 12 “villaggi tematici”, hanno discusso e approfondito i seguenti temi: lavoro e cura; management e dono; finanza e umanità; agricoltura e giustizia; energia e povertà; profitto e vocazione; policies for happiness; CO2 della disuguaglianza; business e pace; economia è donna; imprese in transizione; vita e stili di vita.
Sono stati inoltre organizzati circa 300 eventi “Towards Economy of Francesco” e una serie di “on-life webinar” molto partecipati dal titolo “Moving towards a post-Covid better world”.
La fase preparatoria si è conclusa a ottobre con un totale di 27 seminari online mandati in streaming sul canale ufficiale Youtube dell’evento internazionale “The Economy of Francesco” e tradotti in 4 lingue grazie alla collaborazione di giovani interpreti. Sono stati coinvolti oltre 40 relatori senior e più di 100 giovani da tutto il mondo.
«Un tema trasversale a tanti “villaggi tematici” – ha sottolineato la Smerilli – è stato quello della rivalutazione della cura (“care”) all’interno della società e dell’economia, come chiave per modellare il futuro, insieme al bisogno di uno sguardo più femminile e di una maggiore partecipazione delle donne per una economia e una finanza più inclusive».
L’avvocato Francesca Di Maolo ha espresso il sogno dei giovani condiviso da tutti: «Un futuro senza guerre, senza abbandoni, in cui possa crescere un’economia che sappia accogliere e difendere la vita, che sia al servizio dell’uomo, inclusiva e che si prenda cura del creato».
A conclusione della conferenza stampa la dott.ssa Florencia Locascio, dello staff di “The Economy of Francesco”, intervenendo online dall’Argentina ha sostenuto che «i partecipanti latinoamericani si sentono parte di un movimento vivo, che va oltre un evento, e hanno il dedisderio di portare la riflessione di questi mesi all’azione collettiva e ad una reale incidenza sia nei territori che a livello globale, per fare un passo avanti nella trasformazione della quale abbiamo tanto bisogno».

Dopo tre mesi di lockdown a Melbourne riaprono negozi e ristoranti.

Lo stato australiano di Victoria esce dalla seconda tornata di restrizioni decise a causa della pandemia di coronavirus. Melbourne, con i suoi 4,9 milioni di abitanti, ha vissuto uno dei lockdown più lunghi al mondo.

Le prime misure risalgono a inizio luglio, quando si registravano circa 200 casi di contagio al giorno. Poi a inizio agosto, con quasi 700 casi al giorno, il premier Daniel Andrews  aveva optato per un lockdown duro.

Nelle ultime settimane alcune restrizioni erano state allentate e dalla mezzanotte Melbourne è tornata quasi alla normalità con ristoranti, bar, pub, negozi autorizzati a riaprire. Ma all’interno dei locali possono entrare ancora solo 20 persone. E per gli abitanti di Melbourne, almeno fino all’8 novembre, restano consentiti gli spostamenti solo entro i 25 km.

Resterà obbligatorio l’uso della mascherina.

Google, l’Antitrust apre istruttoria per abuso di posizione dominante

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti di Google ipotizzando un abuso di posizione dominante. La società, controllata da Alphabet Inc, avrebbe violato l’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea per quanto riguarda la disponibilità e l’utilizzo dei dati per l’elaborazione delle campagne pubblicitarie di display advertising, lo spazio che editori e proprietari di siti web mettono a disposizione per l’esposizione di contenuti pubblicitari.

Nel cruciale mercato della pubblicità online, che Google controlla anche grazie alla sua posizione dominante su larga parte della filiera digitale, l’Autorità contesta alla società l’utilizzo discriminatorio dell’enorme mole di dati raccolti attraverso le proprie applicazioni, impedendo agli operatori concorrenti nei mercati della raccolta pubblicitaria online di poter competere in modo efficace. In particolare, Google sembrerebbe aver posto in essere una condotta di discriminazione interna-esterna, rifiutandosi di fornire le chiavi di decriptazione dell’ID Google ed escludendo i pixel di tracciamento di terze parti. Allo stesso tempo avrebbe utilizzato elementi traccianti che consentono di rendere i propri servizi di intermediazione pubblicitaria in grado di raggiungere una capacità di targhettizzazione che alcuni concorrenti altrettanto efficienti non sono in grado di replicare.

Occorre considerare che la raccolta pubblicitaria online nel 2019 ha registrato in Italia un valore di oltre 3,3 miliardi, che rappresenta attualmente il 22% delle risorse del settore dei media, e il solo display advertising un fatturato superiore a 1,2 miliardi. Per importanza, la raccolta pubblicitaria online costituisce, in termini di valore, la seconda fonte di ricavi del settore dei media.

Attraverso i cookie inseriti insieme a bannerpop-up o altre forme di messaggi pubblicitari visibili durante la consultazione di un sito web è possibile per inserzionisti, agenzie e intermediari pubblicitari acquisire dati rilevanti per la scelta di consumo dell’utente e personalizzare così le successive campagne, orientando il posizionamento dei messaggi sui contenuti di interesse del singolo utente.

Oltre a questi dati rilevanti, Google dispone di molteplici strumenti che consentono di ricostruire in maniera dettagliata il profilo dei soggetti cui indirizzare i messaggi pubblicitari. Si tratta del sistema operativo mobile Android, installato sulla gran parte degli smartphone utilizzati in Italia, del browser per dispositivi Chrome mobile, per la ricerca in mobilità, del browser per personal computer Chrome, dei servizi di cartografia e di navigazione Google Maps/Waze e di tutti gli altri servizi erogati attraverso Google ID (gmail, drive, docs, sheet, Youtube).

Le condotte che saranno investigate dall’Autorità sembrano avere un significativo impatto sulla concorrenza nei diversi mercati della filiera del digital advertising con ampie ricadute sui competitor e sui consumatori. L’assenza di concorrenza nell’intermediazione del digital advertising, infatti, potrebbe ridurre le risorse destinate ai produttori di siti web e agli editori, impoverendo così la qualità dei contenuti diretti ai clienti finali. Inoltre, l’assenza di una effettiva competizione basata sui meriti potrebbe scoraggiare l’innovazione tecnologica per lo sviluppo di tecnologie e tecniche pubblicitarie meno invasive per i consumatori.

Il 27 ottobre l’Autorità ha condotto accertamenti ispettivi nelle sedi di Google, avvalendosi della collaborazione dei militari della Guardia di Finanza.

 

Commercio estero: Istat, a settembre marcato aumento per l’export (+8,3%)

A settembre 2020 si stima, per l’interscambio commerciale con i paesi extra Ue27 un marcato aumento congiunturale per le esportazioni (+8,3%) e una lieve contrazione per le importazioni (-2,7%).

L’incremento su base mensile dell’export è esteso a tutti i raggruppamenti principali di industrie ed è dovuto in particolare all’aumento delle vendite di beni strumentali (+11,5%) e beni intermedi (+10,6%); minimo è invece il contributo (0,2 punti percentuali) delle maggiori vendite di energia (+12,6%). Dal lato dell’import, si rilevano cali congiunturali per quasi tutti i raggruppamenti, i più ampi per beni di consumo durevoli (-12,1%) e beni intermedi (-4,2%); in aumento solo gli acquisti di energia (+4,2%).

Nel trimestre luglio-settembre2020, rispetto al precedente, l’export segna un aumento del 34,0%, sintesi di forti incrementi diffusi a tutti i raggruppamenti principali di industrie, i più elevati per beni di consumo durevoli (+85,7%), beni strumentali (+47,6%) ed energia (+32,6%). Nello stesso periodo, l’aumento congiunturale dell’import (+17,5%) interessa quasi tutti i raggruppamenti ed è più ampio per beni di consumo durevoli (+66,7%) ed energia (+26,7%). In lieve calo gli acquisti di beni di consumo non durevoli (-2,0%).

A settembre 2020, l’export registra una crescita su base annua del 3,0%, cui contribuisce l’aumento delle vendite di beni strumentali (+11,1%) e beni intermedi (+6,3%). L’import, invece, segna ancora una flessione ampia sebbene in attenuazione (-12,4%, da -16,6% di agosto), spiegata soprattutto dal forte calo degli acquisti di energia (-46,7%). Aumentano su base annua gli acquisti di beni intermedi (+11,1%).

La stima del saldo commerciale a settembre 2020 è pari a +5.322 milioni (era +2.785 milioni a settembre 2019). Aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da + 5.931 milioni per settembre 2019 a +7.002 milioni per settembre 2020).

A settembre 2020 l’export verso Cina (+33,0%), paesi MERCOSUR (+16,1%), Svizzera (+15,7%), Turchia (+13,8%) e Stati Uniti (+11,1%) è in forte aumento su base annua. In netto calo le vendite verso paesi OPEC (-14,8%) e paesi ASEAN (-13,3%).

Gli acquisti da Russia (-41,8%), India (-30,7%), Turchia (-16,1%), Stati Uniti (-15,8%) e Regno Unito (-15,4%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. Aumentano gli acquisti dai paesi OPEC (+6,3%).

A settembre 2020, per l’area extra Ue, al netto del Regno Unito, si stima che l’export aumenti del 10,5% su base mensile e del 3,7% su base annua. L’import registra un lieve calo sul mese (-2,5%) e un’ampia flessione sull’anno (-12,2%). Il saldo commerciale è pari a +3.974 milioni (era +1.524 milioni a settembre 2019).

La carenza di vitamina D aumenta la gravità del Coronavirus

Uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism e condotto in Spagna, dal gruppo di José Hernández,.dell’Università della Cantabria a Santander conferma che oltre l’80% dei pazienti ricoverati per Covid ha una carenza di vitamina D.

Il dato, benché relativo a un solo ospedale spagnolo, è rilevante perché conferma precedenti studi epidemiologici secondo cui la carenza di vitamina D è più diffusa nei Paesi dove il coronavirus ha mostrato un’aggressività maggiore, provocando più decessi.

È emerso inoltre che, più marcata era la carenza vitaminica, maggiori erano i marcatori infiammatori legati a grave infezione nel sangue dei pazienti. Se il ruolo protettivo della vitamina D contro la sindrome Covid 19 fosse confermato (attualmente è in corso in Gran Bretagna un vasto trial clinico per rispondere a questa domanda) un approccio preventivo potrebbe essere curare la carenza di questa vitamina.

Mons. Pierbattista Pizzaballa: “Terra Santa e Medio Oriente. Attualità e possibili prospettive”

In una conferenza on line l’amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, monsignor Pizzaballa, ha descritto l’attuale scenario del Medio Oriente ricordando le difficoltà attuali e indicando la strada per il futuro: “C’è bisogno di costruire la fiducia. Il muro è anche segno della mancanza di fiducia”

Per il rinascimento del Mezzogiorno è la strategia macroregionale che bisogna adottare

La proposta-appello, recentemente lanciata da Claudio Signorile dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno, per riscattare la condizione del Mezzogiorno inchiodata ad uno sviluppo civile, sociale, culturale, economico ed anche politico in forte ritardo non solo nei confronti degli altri Territori del Paese ma anche di quasi tutte le Regioni d’Europa, cade in un momento particolarmente felice per raccoglierne l’invito e rilanciarne la sfida che essa implicitamente contiene. Le conseguenze socio-economiche della pandemia provocata dal Covid-19, infatti, avendo determinato prima la istituzione da parte dell’Unione Europea del Recovery fund e poi l’assegnazione all’Italia di un budget di 209 miliardi di euro tra somme a fondo perduto (82 mld) e somme concesse a prestito (127 mld) per la sua rinascita, hanno indotto tutti gli operatori politici e la stessa opinione publica a convincersi che qui ‘o si rifà l’Italia o si muore’.

n particolare, che il Mezzogiorno ha l’opportunità di cambiare la propria condizione se sarà capace di cogliere l’occasione di impiegare la massa di denaro che gli dovrà essere messa a disposizione, anche sulla base delle indicazioni cogenti della Commissione dell’UE, in modo innovativo. Non guardando, cioè, esclusivamente alle situazioni ed ai (presunti) interessi delle singole regioni che lo costituiscono ma avendo la capacità di elaborare un piano complessivo che faccia perno sulla sua centralità mediterranea e si ponga l’obbiettivo di trasformarla in una “grande piattaforma economica e logistica euro-mediterranea”. Non solo. Ma il Sud d’Italia con i suoi più di 20 milioni di cittadini ricchi di una cultura critica politica ed economica può benissimo aspirare ad essere protagonista del suo futuro ed attore non secondario dello sviluppo dell’Italia e dell’Europa in un contesto in cui il Mediterraneo è destinato a diventare sempre più il crocevia non solo dei traffici internazionali ma anche delle comunicazioni intercontinentali.

Dunque, mai come in questo tornante della storia esistono le condizioni per puntare al risanamento ed al rilancio del Mezzogiorno in un quadro non autarchico ma proiettato nel Mediterraneo, nuovo cuore pulsante dell’Europa. Solo che la condizione indispensabile non è, come scrive Signorile nel suo Appello, la federalizzazione delle regioni meridionali “nei poteri e nelle istituzioni” ma la costruzione di una strategia macroregionale, questa sì in grado di unificare “la programmazione e la gestione di almeno il 70% dei fondi comunitari e nazionali, in una progettualità interregionale finalizzata all’armatura infrastrutturale e telematica del territorio” e a tutti gli altri obbiettivi di sviluppo che si dovessero individuare.

La differenza tra queste due modalità può sembrare di poco conto ma non è né meramente terminologica né semplicemente istituzionale. Essa è radicalmente metodologica. Nel senso che se si dovesse perseguire, per realizzare l’unificazione delle regioni meridionali, un’organizzazione federale ciò significherebbe optare per un’operazione secondo un modello strutturale che impone a priori la definizione di nuove figure di potere, di nuovi ruoli operativi, di nuovi spazi di competenza  entro i quali agire. Si dovrebbe, cioè, prima di ogni altra cosa, stabilire chi come e fin dove comanda. Quali sono le nuove gerarchie. E, soprattutto, quali sono i criteri con i quali sono ‘pesati’ e distribuiti i nuovi poteri. Insomma, si creerebbero tutti i presupposti per scatenare, invece di un processo cooperativo e collaborativo tra le istituzioni regionali e soprattutto i loro dirigenti politici, una vera e propria ‘guerra’ istituzionale e personale per conquistare nuove posizioni di potere o per difendere quelle ricoperte che, come è noto, sono la causa che ha trascinato il Sud in fondo alla scala dello sviluppo e del benessere.

Tutt’affatto diverso sarebbe, invece, lo scenario se ci si proponesse di costruire, per definire una grande e nuova configurazione del Mezzogiorno, una strategia macroregionale che, come la stessa denominazione indica, manterrebbe su un piano paritario istituzioni regionali e loro responsabili e soprattutto non creerebbe improprie spinte alla competizione per la conquista di ruoli considerati come centri di potere e non come condizioni funzionali per esercitare le politiche al servizio dei comuni interessi di progresso e di sviluppo delle Comunità. Anzi, proprio questa dimensione funzionale sarebbe una grande novità per l’approccio operativo alle politiche comunitarie. Che così non troverebbero ostacoli strutturali impropri alla loro definizione ed implementazione, aggregando con riferimento a questa macro-area una proposta strategica in grado  di capovolgerne subito il  modo di operare ed in prospettiva il suo destino e di promuoverla a protagonista di una Europa che ritrovi le ragioni della sua unione e della sua missione nel mondo.

Con questo cambiamento di prospettiva, che naturalmente implica una indispensabile correzione di rotta, non c’è dubbio che la proposta di una “Costituente per il Sud” si presenti opportuna e tempestiva e pertanto da sostenere, soprattutto, da parte di chi, come le forze autonomiste, ha a cuore l’avvenire delle proprie Comunità.

Come cambia la chiesa cattolica, uno sguardo ai nuovi Cardinali

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Quando domenica 25 ottobre Bergoglio ha annunciato la nomina di 13 nuovi cardinali, è stato chiaro a tutti che il Pontefice argentino sta cambiando la Chiesa cattolica come mai nella storia.
Il Collegio Cardinalizio è l’ufficio più importante della Chiesa cattolica. Definito anche “Sacro Collegio”, è composto dai porporati che sono chiamati ad eleggere il Papa.
Per secoli, fino all’elezione di Papa Francesco, il Sacro Collegio era stato composto dagli arcivescovi delle diocesi più ricche e con il maggior numero di fedeli, dai prefetti e capodicasteri della Curia romana, dai nunzi dei Paesi potenti, dai rappresentanti degli Ordini religiosi più rilevanti.
Fin dal primo Concistoro tenutosi il 22 febbraio 2014, papa Francesco ha cambiato radicalmente i criteri di scelta e la composizione geografica del Collegio Cardinalizio.
Prima che Bergoglio venisse eletto pontefice, nel Collegio Cardinalizio vi erano 48 Paesi con cardinali elettori.
Attualmente i cardinali elettori provengono da 56 Paesi, 16 dei quali non avevano mai avuto prima un cardinale.
In tutti i Conclavi la componente italiana, quella europea e i cardinali di Curia hanno sempre rappresentato il gruppo più potente in grado di orientare l’elezione del Pontefice.
I delegati degli altri continenti – America, Asia, Africa, Oceania –, oltre ad essere in numero inferiore, erano fortemente condizionati dalla predominanza culturale, spirituale ed economica dell’Europa.
In sette anni di pontificato papa Francesco ha cambiato significativamente i rapporti di forza all’interno del Sacro Collegio.
I cardinali elettori europei nel febbraio 2013 erano 61, oggi sono 54.
L’America del Nord (Stati Uniti e Canada) era presente con 14 cardinali, ora sono 15.
L’America Latina era presente con 19 cardinali, adesso sono 15.
L’Africa con 11 cardinali, adesso sono 17.
L’Asia con 11 cardinali, adesso sono 14
L’Oceania era, e rimane, con 1 cardinale.
Anche nel loro profilo e nella loro storia, i nuovi cardinali indicati domenica da papa Francesco rispondono esattamente al cambiamento in atto nella Chiesa cattolica.

Censis: il tracollo dei consumi natalizi è da evitare a ogni costo.

La metà degli italiani è disposta ad accettare i rigori della seconda ondata dell’epidemia solo perché è convinta che a breve arriverà una cura risolutiva o il vaccino. Lo dicono soprattutto i residenti del Sud (il 55,2% rispetto alla media nazionale del 49,7%) e gli anziani (il 53,5%). L’asticella è fissata a Natale: ecco esplicitato l’orizzonte massimo di tenuta psicologica degli italiani all’indomani delle nuove restrizioni. È quanto emerge dal Rapporto Censis-Confimprese «Il valore sociale dei consumi», realizzato con il contributo di Ceetrus, diffuso oggi.

Se crollano i consumi, crolla l’Italia. A fine anno, a causa della seconda ondata di restrizioni in aggiunta al primo lockdown, si stima un crollo dei consumi per un valore complessivo di 229 miliardi di euro (-19,5% in termini reali in un anno), a cui sarebbe associato un catastrofico taglio potenziale di posti di lavoro, fino a 5 milioni di unità. Il solo retail subirà una sforbiciata di 95 miliardi di euro di fatturato (-21,6%) e nel comparto si rischia la perdita di oltre 700.000 posti di lavoro. Nel periodo delle feste natalizie, restrizioni paragonabili al lockdown di primavera farebbero sfumare 25 miliardi di euro di spesa delle famiglie. Con il Natale come deadline di tenuta degli italiani, il tracollo dei consumi è da evitare a ogni costo.

E si spegne la volontà di resistere. Nella prima ondata, quasi 4 milioni di famiglie hanno già fatto ricorso a prestiti e aiuti da parte di familiari e amici, soprattutto quelle con redditi bassi (il 25%). Le reti di sostegno informale sono state spremute, ora per chi entra in sofferenza è alto il rischio di ritrovarsi soli. Così, paura e incertezza colpiscono maggiormente le persone con i redditi più bassi: il 60,3% di essi (contro il 37,2% medio) taglia i consumi per risparmiare soldi da utilizzare in caso di necessità. Ma per il 76,9% degli italiani sostenere i consumi è una priorità per il benessere delle persone e per dare un supporto concreto all’economia in questa fase difficile. Per il 15% il lockdown costa troppo, ci vogliono altre soluzioni. Per il 43,3% per garantire il giusto equilibrio tra la tutela della salute e la difesa dell’economia bisognerebbe distinguere il rischio di contagio nei diversi territori, blindando i territori ad alto rischio e allentando la presa sugli altri. Per il 30% la tutela della salute impone lacrime e sangue, quindi è inevitabile la sofferenza economica.

Dal crollo dei consumi un colpo al cuore al nostro modello di vita. Se i consumi colano a picco, la nostra vita cambia in peggio. Per il 57,1% degli italiani il benessere soggettivo dipende molto dalla libertà di acquistare i beni e i servizi che si desiderano. Per il 79,4% gli acquisti riflettono la propria identità e i propri valori. Per il 70,3% i consumi sono un pilastro della libertà personale, perché poter comprare le cose che si desiderano è una parte importante dell’autonomia individuale.

Salvaguardare il retail, motore decisivo per far ripartire l’Italia. Nell’emergenza si sono accelerati cambiamenti significativi nei comportamenti di consumo degli italiani. I consumatori sono diventati più sfuggenti e infedeli: 18 milioni hanno modificato i propri comportamenti di acquisto, cambiando negozi o brand di riferimento, gestendo diversamente la spesa, cambiando i criteri di scelta dei luoghi di acquisto. Dall’inizio della pandemia, 13 milioni hanno sostituito i negozi in cui di solito effettuano gli acquisti alimentari. Nel periodo dell’emergenza il 42,7% ha acquistato online prodotti che prima comprava nei negozi fisici, in particolare i giovani (52,2%) e i laureati (47,4%). In generale, dopo il Covid-19 il 38% degli italiani afferma che non tornerà alle vecchie abitudini di consumo. Il futuro si sta forgiando nel fuoco dell’emergenza. E il retail, motore economico e grande bacino occupazionale, sarà imprescindibile per la ripresa.

«La situazione della distribuzione e del commercio in generale», ha detto Mario Resca, presidente di Confimprese, «è già durissima oggi, con chiusure soltanto parziali, perché da quando ‒ appena una settimana fa ‒ si è cominciato a parlarne, la flessione è stata immediata, i clienti si sono diradati e la distribuzione, la ristorazione e il commercio hanno già intravisto i giorni bui di marzo e aprile. Senza contare che, in relazione al virus, la chiusura dei centri commerciali il sabato e la domenica in alcune regioni avrà risvolti incerti, in quanto concentra i già scarsi clienti durante gli altri cinque giorni della settimana, con disagi maggiori».

Corte dei conti, linee d’indirizzo sui controlli interni anti Covid

L’emergenza sanitaria indotta dalla pandemia da COVID-19, senza precedenti per imprevedibilità degli esiti, per gravità, durata e dimensioni, ha aperto scenari inediti per gli enti del settore pubblico, mettendo a dura prova la loro finanza a causa degli evidenti e immediati riflessi sulle entrate, sulle spese, sugli investimenti e, in definitiva, sugli equilibri di bilancio”.

Lo scrive la Sezione delle Autonomie della Corte dei conti nel presentare le “Linee di indirizzo per i controlli interni durante l’emergenza da Covid-19”, approvate con delibera n. 18/2020/INPR e dedicate “agli amministratori pubblici in quanto responsabili del proprio sistema di controllo interno, a tutti gli organi di controllo interno e, in particolare, a quelli di revisione economico-finanziario degli enti territoriali, nonché ai collegi sindacali degli enti del SSN”, nella convinzione che “Per affrontare la complessità, l’estensione e le criticità di tale situazione emergenziale, un contributo significativo può essere fornito dal sistema di controllo interno di ciascuna Amministrazione”.

In questo contesto, che ha finito per alterare tutti i processi di gestione del rischio esistenti, le varie componenti del sistema integrato di controllo interno sono chiamate a non affidarsi esclusivamente ai principi anteriormente vigenti e alle prassi, ma dovranno “modificare sostanzialmente l’approccio ai controlli sotto svariati profili, al fine di operare in modo efficace e rispondere tempestivamente alle emergenze attuali e future”, dotandosi anche di adeguati strumenti (organizzativi, informatici e metodologici).
Pur dovendo essere adattati dalle strutture di controllo interno allo specifico ambito dell’organizzazione presso cui operano, questi orientamenti mirano a fornire alcuni alert su aree o aspetti significativi, prendendo in considerazione tutte le tipologie di controllo interno: di regolarità amministrativa e contabile; di gestione; strategico; degli equilibri finanziari; sugli organismi gestionali esterni e sulle società partecipate non quotate; della qualità dei servizi.

Appello per il clima dal mondo delle imprese italiane

Il clima non può attendere: è il momento del fare. Cento esponenti di importanti imprese e associazioni di impresa italiane lanciano un appello per rendere gli investimenti europei più ambiziosi e adeguati alla sfida di una transizione ecologica e climatica che poggia su tre capisaldi: ambizione climatica per aumentare la quota di finanziamenti dedicati al clima del Recovery Fund, criteri climatici stringenti per indirizzare gli investimenti, una lista di esclusionedelle attività anti-clima da non finanziare.

L’ appello è rivolto ai parlamentari Italiani, ai rappresentanti italiani in Parlamento Europeo e ai membri del Governo italiano per sostenere che le proposte europee per il clima e l’ambiente siano rese più incisive, in vista della negoziazione relativa alla versione finale del pacchetto di ripresa europeo post Covid, prevista per il mese di novembre.
“La transizione verso un’economia ambientalmente sostenibile e climaticamente Neutrale – si legge nell’ appello- rappresenta una sfida epocale che cambierà il sistema energetico e i modelli di produzione e consumo in tutti i settori”.

Le tre direttrici indicate nell’ appello prevedono in particolare:

1. Ambizione climatica: per portare dal 37% al 50% la quota di investimenti del Recovery and Resilience Facility – il più importante strumento di finanziamento del pacchetto Next Generation EU – destinati a progetti favorevoli al clima, sia per realizzare il taglio delle emissioni del 55% entro il 2030 e puntare sulla neutralità climatica al 2050 che per contribuire a mobilitare i 350 miliardi di euro all’anno di investimenti per il clima e l’energia a livello europeo, stimati dalla Commissione Europea;

2. Criteri climatici per gli investimenti: adottare una metodologia chiara per riconoscere gli investimenti favorevoli al clima, come quella definita dal Regolamento europeo per la “Tassonomia per la finanza sostenibile”;

3. Una “lista di esclusione”: introdurre una lista di attività economiche che non possono accedere ai finanziamenti del Recovery and Resilience Fund perché incompatibili con il taglio delle emissioni al 2030 e con l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2050.
Questo appello italiano si sposa con numerose iniziative simili, attualmente in corso in Europa, promosse dalla comunità civile e dal mondo economico, e segue il solco tracciato dal Manifesto per un green deal, firmato nello scorso Giugno da 110 rappresentanti del mondo delle imprese.

“Puntiamo – ha detto Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile- ad avere un buon piano per la ripresa quindi ad evitare che, da una parte, si spenda per tutelare il clima e l’ambiente e, dall’altra, si finanzino, con le risorse europee, anche misure che danneggino il clima e l’ambiente. Gli investimenti nelle misure per il clima vanno aumentati perché hanno anche un grande potenziale di trascinamento economico e occupazionale in vari settori: della produzione di energia rinnovabile, del risparmio energetico negli edifici e nell’industria con l’economia circolare, nel cambiamento per una mobilità più sostenibile. Senza trascurare di finanziare anche misure di adattamento climatico che riducano la vulnerabilità delle città alle alluvioni e alle ondate di calore”.

Museo ebraico di Venezia: iniziano i lavori di restauro e nuova sede temporanea

La sede storica del museo, aperto negli anni ‘50, rimarrà chiusa per almeno sei mesi. In questo periodo verranno realizzati parte dei lavori di restauro, interamente finanziati da numerosi donatori stranieri. La Comunità ebraica di Venezia è riuscita a vincolare i fondi a un importante progetto di rilancio dell’area del Ghetto, insieme a un prestigioso progetto di restauro delle Sinagoghe e dell’area museale firmato dallo studio di architettura Apml di Venezia, con il supporto di Ronald Lauder, la Leon Levy Fondation, Save Venice, World Monuments Found, la famiglia Rothschild nei suoi rami inglese, francese e svizzero, Venice in Peril e altri.

Nella sede temporanea del museo, insieme al personale specializzato CoopCulture che da trent’anni si prende cura del museo del Ghetto di Venezia, ci sarà un ricco bookshop aperto al pubblico ed una offerta museale per raccontare da un lato gli aspetti salienti della religione ebraica; dall’altro la storia e la vita del ghetto di Venezia.

La chiusura temporanea del museo e delle sinagoghe così come fino ad ora conosciuti darà modo di scoprire altri luoghi all’interno del Ghetto. Sarà possibile, nel totale rispetto delle norme di prevenzione della pandemia da Covid19, prenotare visite guidate ai luoghi di culto, visite didattiche per le scuole da tenersi in alcuni casi anche nelle classi, visite guidate ai restauri, e, meteo permettendo, all’Antico Cimitero ebraico del Lido e al giardino segreto della scuola Spagnola.

Covid: l’anticorpo monoclonale non funziona nei malati gravi

La multinazionale americana Eli Lilly ha annunciato  che è improbabile” che l’anticorpo monoclonale bamlanivimab possa produrre “un valore clinico aggiunto” nei malati ricoverati per Covid-19 in “stadio avanzato” di patologia.

Questi i risultati negativi ottenuti dal farmaco sperimentale nello studio Activ-3 condotto dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid), parte dei National Institutes of Health (Nih) statunitensi e diretto dall’immunologo consulente della Casa Bianca Anthony Fauci.

In una nota la compagnia ha comunicato che, sulla base di un insieme di dati rivisti in data 26 ottobre, “nessun altro paziente Covid riceverà bamlanivimab nel contesto ospedaliero”. Si interrompe quindi il trial Activ-3, mentre proseguono gli altri studi in corso sul trattamento.

Nuova Costituzione per il Cile: passa il referendum sostenuto dalle forze riformatrici, con la Democrazia cristiana in prima fila.

Le forze impegnate a rinnovare le basi della democrazia cilena, e tra queste significativamente la Democrazia cristiana (PDC), hanno riportato domenica scorsa un largo successo nel referendum riguardante la proposta di una nuova costituzione al posto di quella imposta nel 1980 dal regime militare del generale Pinochet.

In primavera si svolgeranno le elezioni per dare vita a un’assemblea, cui non prenderanno parte gli attuali parlamentari, adibita alla redazione del nuovo testo costituzionale.

Nel documento guida adottato dal PDC (“Verso la Casa Comune”) si elencano le ragioni politiche e giuridiche di questo auspicato cambiamento, adesso fatto proprio dalla maggioranza del popolo cileno.

Riportiamo alcuni punti della Parte II (“Una nuova Casa Comune per il Cile”) rinviando nel caso alla lettura integrale del testo mediante il seguente link:

https://www.pdc.cl/wp-content/uploads/2020/02/Hacia-la-Casa-Común-Por-qué-una-nueva-Constitución.pdf

VERSO LA CASA COMUNE

[…]

  1. Es necesaria una Constitución acorde a los nuevos tiempos

La Constitución de 1980 fue impuesta en un contexto muy distinto al Chile actual: el mundo estaba polarizado y en medio de la Guerra Fría; Chile estaba mucho menos tecnologizado que en el presente; la sociedad era aún más patriarcal que la actual; existía poca conciencia sobre el medio ambiente y no se le daba importancia a reconocer a nuestros pueblos originarios dentro de la identidad nacional. La Nueva Constitución será una oportunidad para reflejar los cambios que ha experimentado nuestra sociedad los últimos 40 años, y reconocer nuevos derechos fundamentales para todos.

  1. È necessaria una Costituzione secondo i tempi nuovi

La Costituzione del 1980 è stata imposta in un contesto molto diverso dall’attuale Cile: il mondo era polarizzato e nel pieno della Guerra Fredda; il Cile era molto meno tecnologizzato di adesso; la società era ancora più patriarcale di oggi; c’era poca consapevolezza sull’ambiente e nessuna importanza veniva data al riconoscimento dei nostri popoli nativi nel quadro dell’identità nazionale. La Nuova Costituzione rappresenterà un’opportunità per accogliere i cambiamenti che la nostra società ha subito negli ultimi 40 anni e per riconoscere nuovi diritti fondamentali per tutti.

  1. El corazón de la Constitución de 1980 responde a la ideología de sus redactores, no a un acuerdo de una mayoría ciudadana.

Los objetivos de la dictadura cívico-militar para el orden transicional pueden resumirse en: 1) establecer en Chile una democracia protegida, donde no se consideran procesos de participación ciudadana que permitan a los chilenos tomar conocimiento de las normas y opinar adecuadamente; 2) una economía de mercado con mínima injerencia del Estado y; 3) una carta fundamental donde se respetaran los derechos fundamentales individuales, sin garantía de derechos sociales, en la medida que no afectaran los dos pilares anteriores. Todo esto está reflejado en diversas normas de la Constitución. La Nueva Constitución abre la posibilidad de tomar en libertad la decisión de cómo queremos organizar nuestra democracia, nuestra economía y el respeto a todos los derechos fundamentales

  1. Il cuore della Costituzione del 1980 risponde all’ideologia dei suoi redattori, non a un accordo della maggioranza dei cittadini.

Gli obiettivi della dittatura civico-militare, secondo un certo ordine conseguenziale, possono essere riassunti così: 1) stabilire una democrazia protetta in Cile, ignorando i processi di partecipazione dei cittadini che consentano ai cileni di prendere coscienza delle norme e di esprimere adeguatamente la loro opinione;  2) un’economia di mercato con minima interferenza da parte dello Stato e;  3) una carta fondamentale in cui vanno ad essere rispettati i diritti individuali fondamentali, senza però garanzia dei diritti sociali, nella misura in cui i due pilastri precedenti non abbiano incidenza. Tutto ciò si riflette in varie norme della Costituzione. La Nuova Costituzione apre la possibilità di decidere liberamente su come vogliamo organizzare la nostra democrazia e la nostra economia, ninché il rispetto di tutti i diritti fondamentali.

  1. Hasta ahora, los herederos de la dictadura han controlado las reformas a la Constitución

Si bien la Constitución de 1980 se ha reformado en numerosas ocasiones, no hay una sola letra de dichas reformas que no hayan sido controlada por los partidos políticos herederos de la dictadura. Los cambios logrados hasta el momento no han sido suficientes, y la ciudadanía exige hoy un texto en que realmente se pueda sentir interpretada. Las reformas han sido un avance, con la eliminación de la mayoría de los enclaves autoritarios que dejó como legado la dictadura, pero aún tiene como vicio de origen la poca participación de los chilenos. Nos merecemos la oportunidad de elaborar una Constitución que permita que en el proceso legislativo se puedan expresar efectivamente las mayorías.

  1. Fino ad ora, gli eredi della dittatura hanno controllato le riforme della Costituzione

Sebbene la Costituzione del 1980 sia stata modificata in numerose occasioni, non c’è una sola lettera di tali riforme che non sia stata controllata dai partiti politici conformi alla eredità della dittatura. I cambiamenti realizzati fino ad ora non sono bastati e oggi i cittadini chiedono un testo in cui possano sentirsi davvero interpretati. Le riforme sono state un passo avanti, con l’eliminazione della maggior parte delle enclave autoritarie lasciate in eredità dalla dittatura, ma il suo vizio originario è ancora la scarsa partecipazione dei cileni. Ci meritiamo l’opportunità di redigere una Costituzione che consenta alle maggioranze di esprimersi efficacemente nel processo legislativo.

  1. Esta es una oportunidad para corregir de forma sistemática y orgánica la institucionalidad que está en crisis

La crisis social que vivimos da cuenta de que debemos fortalecer nuestra democracia y corregir nuestras instituciones, para poder dar adecuadas respuestas a las necesidades ciudadanas. Una nueva Constitución permitirá revisar, con una perspectiva sistemática, el conjunto de los cambios necesarios para poder realizar este cometido. Esto es muy ventajoso respecto a las reformas parciales que se han hecho hasta ahora, que en ocasiones son incoherentes respecto de otras partes de la Constitución. Hay que revisar el todo, desde sus bases, y no sólo las partes.

  1. Questa è un’opportunità per correggere sistematicamente e organicamente il quadro istituzionale che è in crisi

La crisi sociale che stiamo vivendo mostra che dobbiamo rafforzare la nostra democrazia e correggere le nostre istituzioni, al fine di fornire risposte adeguate ai bisogni dei cittadini.  Una nuova Costituzione consentirà di rivedere, in un’ottica sistematica, tutte le modifiche necessarie per svolgere tale compito. Questo è di gran lunga preferibile alle riforme parziali fatte finora, che a volte sono incoerenti con altre parti della Costituzione. Bisogna rivedere il tutto, dalle sue basi, e non solo le singole parti.

Da negazionisti a guerriglieri

La protesta infuria da Nord a Sud. Ieri sera si sono registrati molti scontri nelle città alimentati da una crescente rabbia su cui soffia l’ombra del mondo dell’estrema destra.

Tutto si è svolto in poche ore.

A Milano  vi sono stati scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante un corteo non autorizzato contro il nuovo Dpcm anti-Covid. Un centinaio le persone scese in piazza per dire no alle nuove restrizioni introdotte dal governo. E’ stata persino lanciata una molotov verso un’auto della polizia locale, che fortunatamente non è stata centrata.

A Napoli in migliaia si sono radunati in piazza Plebiscito con cartelli del tipo “Reddito di salute per tutti la crisi la paghino i ricchi”; poi, autorizzati, si sono spostati davanti alla Regione urlando “dimettiti, dimettiti” all’indirizzo del governatore Vincenzo De Luca.

A Torino, invece, ci sono stati momenti di tensione quando alcune centinaia di manifestanti hanno lanciato prima dei fumogeni e poi alcuni petardi contro le forze dell’ordine, nella centrale piazza Castello, occupata in precedenza dai tassisti. Diverse vetrine sono state distrutte nel centro del capoluogo piemontese e, in alcuni casi, i negozi sono stati saccheggiati.

A Trieste. La manifestazione di piccoli imprenditori, commercianti ed esercenti ha avuto un epilogo violento quando, dopo un incontro tra gli organizzatori della manifestazione stessa e le autorità, alcuni presenti hanno lanciato fumogeni in direzione della Prefettura.

A Genova sotto la sede della Regione si sono trovate un centinaio di persone per una manifestazione non autorizzata.

Anche a Cremona i ristoratori hanno battuto le pentole davanti alla Prefettura e poi le hanno lasciate a terra come in un cimitero di stoviglie, a Catania hanno tirato bombe carta davanti alla prefettura, a Treviso in mille hanno sfilato in corteo, a Viareggio giovani hanno bloccato il traffico e lanciato fumogeni e petardi.

E se in origine questo gruppo era alimentato dai negazionisti dei gilet arancioni ora i nuovi disordini sono alimentati dall’estrema destra e dagli ultrà che vorrebbero imporre il loro pensiero con petardi, fumogeni, bombe carta, bottiglie molotov e pietre.

Renzi piccona il Dpcm. E Zingaretti chiama le opposizioni

Articolo pubblicato sul sito internet di AGI a firma di 

“Con i ministri in piazza non finisce bene”. Il precedente evocato da Andrea Orlando risale a 13 anni fa: era l’ottobre 2007 quando ministri e sottosegretari di Rifondazione scesero in piazza per reclamare un nuovo welfare. Il governo guidato da Romano Prodi cadde di lì a poco. Giuseppe Conte è, quindi, autorizzato a fare i dovuti scongiuri, anche se in questo caso non c’è una piazza – e ci mancherebbe, vista la crisi in corso e le restrizioni – ma il grado di tensione nella maggioranza è comunque altissimo.

A fare esplodere le polemiche, dopo una ridda di comunicati di parlamentari di Italia Viva – è stato l’ex premier Matteo Renzi che ha messo in rete una Enews particolarmente infuocata nella quale annuncia che chiederà al premier di cambiare il Dpcm appena varato. Nel suo post, Renzi sembra calarsi nei panni del conterraneo Gino Bartali, quando diceva “l’e’ tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Per Renzi, dalle misure sui ristoranti a quelle su cinema e teatri, dalla scuola ai trasporti, il decreto mostra lacune che farebbero pensare a un provvedimento “senza basi scientifiche”

“Mentre si chiedono (ancora) sacrifici, sarebbe molto utile, secondo me, che il Governo ci spiegasse quali sono i dati scientifici e le analisi sui quali si prendono le decisioni: i dati scientifici, non le emozioni di un singolo ministro”, scrive il leader di Iv. In particolare “la chiusura dei ristoranti alle 18” per Renzi “è tecnicamente inspiegabile, sembra un provvedimento preso senza alcuna base scientifica”.

L’attacco del leader di Italia viva è particolarmente duro sulla parte che riguarda la chiusura di cinema e teatri. Il mirino di Renzi inquadra Dario Franceschini, ministro della Cultura e capo delegazione del Partito Democratico al governo: “Mi ha colpito che proprio il Ministro della Cultura abbia giustificato la chiusura dicendo che dobbiamo salvare vite umane. Io dico che basta essere andati al cinema o al teatro, in queste settimane, per capire che non sono posti dove si rischia di morire”.

Parole, quelle di Renzi, che seguono alla presa di posizione del ministro: “Io ho l’impressione che non si sia percepita la gravità della crisi. Non si sia percepito quale sono i rischi dei contagi i questo momento“. A difendere Franceschini è anche il deputato Pd, Enrico Borghi: “Il giorno dopo, sembra che il Dpcm non abbia padri. L’unico che ha avuto la schiena dritta per difenderlo, in un video in cui è consapevole di attirarsi l’ira di un settore ad alta copertura mediatica, è stato il ministro della cultura Dario Franceschini”.

Un attacco frontale al governo e a Conte che, in ogni caso, Renzi sottolinea di continuare a sostenere. Un attacco che arriva, forse non a caso, a pochi minuti dall’intervento di Nicola Zingaretti alla direzione nazionale. Il leader dem capisce che il momento non consente tentennamenti o diplomazie e risponde con decisione: “Avere i piedi in due staffe in questo momento è eticamente intollerabile”.

Un giudizio, dunque, che va oltre quello politico e investe la sfera etica. Perché, spiega ancora Zingaretti, “siamo in un tornante drammatico della storia d’Italia. Vedo molti distinguo da parte di esponenti di governo o di forze di maggioranza, addirittura iniziative politiche che reputo incomprensibili: penso non siano mai stati seri quei partiti che, la sera, siedono ai tavoli del governo e la mattina organizzano le opposizioni alle decisioni prese“. Poi, il segretario rivolge all’alleato parole di solito riservate ai leader di opposizione: “Alla rabbia e alle paure vanno date risposte, non cavalcarle”.

Paure come quelle manifestate dal ristoratore di Treviso la cui fotografia, che lo ritrae accasciato su una sedia all’esterno del suo locale, è divenuta ormai il simbolo della sofferenza di molti imprenditori. “Dobbiamo raccogliere la preoccupazione e la disperazione di quell’imprenditore e dire che siamo noi che vogliamo tornare a vivere. Dobbiamo accompagnare fuori dalla solitudine l’imprenditore di Treviso, ma anche quello di Palermo, di Roma o Napoli. Fino a che la scienza non avrà vinto dobbiamo resistere e aiutare”.

“Tre dpcm in 11 giorni sono tanti. Mi auguro di no a livello nazionale ma non escludo che a livello regionale possano essere necessarie delle chiusure in aree o settori precisi”, ha detto il ministro Spadafora facendo autocritica. Ma il confronto nel governo resta aperto

Di fronte al ‘fuoco amico’ proveniente dalle fila di Italia Viva, Zingaretti gioca la carta della condivisione, chiamando al tavolo anche le forze sociali e le opposizioni. La posta in gioco, d’altra parte, è fin troppo alta perché sia solo la maggioranza – o parte di essa – ad assumersi l’onore e l’onere delle scelte da prendere. “Serve un nuovo clima per salvare il bene comune”.

“Noi dobbiamo in fretta verificare se si può trovare un punto di convergenza più alto per salvare la situazione. Per questo è importante coinvolgere davvero le forze sociali, con i corpi intermedi. E anche le opposizioni politiche: dobbiamo trovare le forme per far compiere un passo in avanti al rapporto fra maggioranza e opposizioni”. Certo, “non si può chiedere alla maggioranza di dichiararsi sconfitta, perché non è vero”, sottolinea Zingaretti: “Ma non si può chiedere all’opposizione solo di condividere o sottoscrivere le decisioni prese dalla maggioranza. Serve un punto di equilibrio”.

Una soluzione che tornerebbe utile anche a disinnescare i renziani in una fase in cui le scelte che la otta al coronavirus impone promettono di non bissare l’effetto ‘tonico’ sul governo visto con la prima ondata, come sembra sottolineare anche Maurizio Martina: “Tutte le forze politiche hanno l’imperativo categorico di lavorare insieme ora, ciascuno dalle proprie posizioni di maggioranza o minoranza. Nessuno può pensare di lucrare elettoralmente da una situazione senza precedenti come questa”.

Aumentano le speranze per un accordo post-Brexit

Aumentano le speranze il Regno Unito e l’Unione europea possano raggiungere un accordo commerciale post-Brexit, in seguito alla notizia che Michel Barnier, capo negoziatore europeo per la Brexit, rimarrà a Londra sino a mercoledì per continuare quelle che vengono definite “intense trattative”. Il ministro britannico per l’Irlanda del Nord, Brandon Lewis, si è esposto a nome del governo, giudicando la decisione come un “segnale molto buono”, e altrettanto ha fatto il vice primo ministro irlandese, Leo Varadkar, il quale ha mostrato “cauto ottimismo” sulla possibilità si possa ottenere un accordo che non preveda quote o dazi per quanto concerne il commercio con il Regno Unito.

Il nodo relativo all’Irlanda del Nord nei negoziati tra Ue e Regno Unito sui rapporti dopo la Brexit non è di semplice soluzione. Da una parte vi è la prospettiva di ripristinare il confine fisico, con i relativi controlli doganali, tra Irlanda ed Irlanda del Nord modificando in maniera netta quella che era la situazione prima della Brexit.

Dall’altra parte vi è la prospettiva del mantenimento dei controlli doganali tra Irlanda del Nord e Regno Unito, senza cancellare gli Accordi del Venerdì Santo del 1998 ma di fatto limitando la piena sovranità britannica.

Niente scuola a distanza e didattica on line per 1 famiglia su 4

Niente scuola a distanza e didattica on line per 1 famiglia su 4 (25,3%) che in Italia non dispone di un accesso Internet a banda larga in grado di supportare senza problemi massicci flussi di dati e i collegamenti audio video necessari alle lezioni telematiche. E’ quanto emerge da una analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati Istat in riferimento al nuovo DPCM del Governo che dispone che almeno il 75% dei corsi alla superiori sia svolto on line con gli studenti collegati da casa per alleggerire gli assembramenti sui mezzi di trasporto, davanti alle scuole, bar e paninoteche per ridurre i rischi di contagio con un ripensamento globale della scuola fra turni di ingresso, rimodulazione degli spazi e lezioni a distanza.

Ma la didattica on line si scontra però con il divario digitale che caratterizza l’Italia dove ¼ delle famiglie addirittura non dispone di un accesso a Internet a banda larga secondo gli ultimi dati Istat. Una situazione che colpisce di più le regioni del sud, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Basilicata al Molise fino alla Puglia dove in media 1 casa su 3 non dispone di un collegamento on line in grado di supportare grandi flussi di dati.

L’emergenza coronavirus che impone l’allargamento della didattica on line mette in difficoltà sia le scuole sia una parte degli oltre 2,8 milioni di ragazze e ragazzi che in Italia hanno fra i 14 e i 18 anni secondo un’analisi di Uecoop su dati Istat. Il diritto all’istruzione oltre a essere costituzionalmente riconosciuto è anche il presupposto per la costruzione del futuro delle nuove generazioni e del Paese, soprattutto in un momento delicato come quello attuale dove le conseguenze dell’emergenza coronavirus hanno già provocato una drammatica caduta del Pil.

Diminuiscono i permessi di soggiorno

Nel 2019 i permessi rilasciati sono 177.254 (-26,8% sul 2018), in calo soprattutto quelli relativi a richieste di asilo (da circa 51.500 a 27.029). Continua a diminuire la presenza non comunitaria: -3% al 1° gennaio 2020 su anno.
Lo rende noto oggi l’Istat diffondendo il report “Cittadini non comunitari in Italia” per gli anni 2019-2020.

Aumentano le acquisizioni di cittadinanza, sono 127.001 nel 2019. Quasi nove su dieci riguardano cittadini precedentemente non comunitari. Nel 46,7% dei casi i cittadini non Ue vivono in zone densamente popolate.

Nei primi 6 mesi del 2020 sono stati concessi a cittadini non comunitari circa 43mila nuovi permessi di soggiorno (meno della metà del primo semestre 2019).

La distribuzione all’interno delle Regioni – rileva l’Istat – evidenzia una netta prevalenza delle acquisizioni per residenza in Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Liguria, dove rappresentano più della metà dei procedimenti. In Molise, Basilicata e Calabria, invece, vi è una preponderanza dei nuovi italiani per discendenza, con quote che oscillano dal 53% al 49% circa del totale delle acquisizioni verificatesi in quelle regioni

Austria, possibile nuovo lockdown

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha prospettato ieri la possibilità di ricorrere ad un secondo lockdown nel paese se il numero di casi da Coronavirus non diminuisce.

A determinare la necessità di una nuova chiusura sarà la situazione negli ospedali, ha aggiunto: “Nessun paese al mondo accetterebbe di veder sopraffatto il settore della terapia intensiva”.

In Austria è stato registrato un numero record di infezioni quotidiane negli ultimi giorni.

Sabato il ministero dell’Interno e della Sanità di Vienna ha riferito di 3.614 nuovi contagi, oltre mille in più rispetto al giorno precedente, quando i casi erano stati 2.571.

Un collegio cardinalizio sempre più rinnovato

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
Alcuni avevano ipotizzato che la spinta al rinnovamento della Chiesa da parte di papa Francesco si fosse affievolita.
In realtà il Pontefice sta avanzando velocemente in tutti i settori che facevano parte del suo programma di Pontificato: rinnovamento della pastorale, dialogo interreligioso, riforma della Curia, attenzione ai poveri, ai migranti e ai discriminati, conversione del sistema economico, ricambio delle strutture.
A questo proposito, in maniera del tutto inaspettata, ha annunciato la nomina di tredici nuovi cardinali.
Tra questi, sei italiani, tre dei quali votanti in un eventuale conclave. Tutti i nuovi cardinali sono inaspettati, vale a dire che nessuno aveva minimamente pensato che potessero essere nominati all’alta carica cardinalizia.
Una novità assoluta la nomina dell’arcivescovo di Washington Wilton D. Gregory, il primo afroamericano che diventa cardinale.
Monsignor Gregory è stato citato recentemente dalla stampa mondiale perché ha criticato Donald Trump in visita al santuario di San Giovanni Paolo II.
L’arcivescovo ha detto che «la volontà di ospitare il presidente presso il Santuario di San Giovanni Paolo II, dopo che l’amministrazione Trump ha ordinato una repressione delle folle che protestavano per la morte di George Floyd, è stata dolorosa e inappropriata».
Insieme a Gregory, i nuovi cardinali sono: Mario Grech, già vescovo di Gozo, segretario generale del Sinodo dei Vescovi; Marcello Semeraro, appena nominato prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi; Antoine Kambanda, arcivescovo di Kigali, Ruanda (durante la guerra del 1994, Kambanda ha visto uccisa tutta la sua famiglia); Jose Fuerte Advincula, arcivescovo di Capiz, Filippine, membro della Commissione per la Dottrina della Fede e della Commissione per le Popolazioni indigene; Celestino Aós Braco, arcivescovo di Santiago; Cornelius Sim, vicario apostolico di Brunei; Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino; il francescano Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi.
Nominati cardinali anche gli ultraottantenni Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito di San Cristobal de las Casas (Messico); Silvano M. Tomasi, nunzio apostolico; Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia; Enrico Feroci, parroco a Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva.
Durante il suo pontificato, Francesco ha creato 88 nuovi cardinali (70 elettori e 18 non elettori) provenienti da 56 nazioni, 16 delle quali non avevano mai avuto in precedenza un cardinale.
Mai nella storia il Collegio cardinalizio aveva avuto porporati provenienti da così tanti Paesi. Mai tanti cardinali provenienti da Paesi poveri.

Pandemia: emergenza sanitaria e disagio sociale

E’ stato scritto che si sta facendo “terrorismo mediatico” pubblicando i dati degli accessi agli ospedali registrati in questi giorni. E’ stata proposta la lezioncina “chi è positivo non è malato”, come se gli operatori del settore ne avessero bisogno. E’ stato detto che “è facile parlare e stare in guerra quando si ha lo stipendio garantito”.

Partiamo dal principio. Da quel principio sacrosanto della Costituzione per cui la nostra Repubblica è fondata sul lavoro, il quale dovrebbe essere garantito da uno Stato che avrebbe il dovere di non abbandonare alcuno dei suoi cittadini. Ribadiamo anche che, in un Paese democratico quale siamo, il diritto di esprimere il proprio pensiero, anche quando questo è in dissenso rispetto alle Leggi imposte, è legittimo e come tale deve essere conservato. Con qualche precisazione. Si può manifestare in maniera pacifica, si possono organizzare sit-in, campagne mediatiche di sensibilizzazione di massa, class action a firma congiunta dei vari rappresentati delle classi lavorative. Nessuno può permettersi di controbattere sul fatto che chi esprime le proprie ragioni abbia il diritto di farlo o fondi la propria protesta su motivi validi e fondati. Nessuno può arrogarsi questo diritto e nessuno lo ha fatto. La violenza, invece, quella deve essere SEMPRE condannata.

A maggior ragione, sia consentito, in questo preciso momento, creare assembramenti e sfogarsi con atti di vandalismo e violenza, rischiano di andare a procurare un ulteriore intasamento dei Pronto Soccorso, già in estremo affanno.

Il terrorismo mediatico, le opinioni comuni, gli sfoghi social, le teorie del complotto, il negazionismo, l’allarmismo, il sentito dire, l’onniscienza. In questi mesi sono state date informazioni troppo varie e spesso purtroppo discordanti, che hanno creato confusione e si sono rivelate un’arma a doppio taglio nella prevenzione della diffusione del virus. E’ vero che essere positivi non significhi per forza essere malati, dal momento che, come si è visto, spesso l’infezione decorre in maniera asintomatica. Ma essere positivi significa essere infetti, dunque contagiosi, e determina pertanto l’elevata possibilità di trasmettere il virus ad altre persone che potrebbero avere la sfortuna di sviluppare una malattia in forma conclamata, con bisogno di cure di diversa entità, fino all’ospedalizzazione e addirittura alla necessità di terapia intensiva.

La consapevolezza che sia necessario seguire alcune norme comportamentali (distanziamento, disinfezione di mani e superfici, uso della mascherina, divieto di assembramento, ricorso al Pronto Soccorso solo quando strettamente necessario) è dovere degli operatori sanitari e dei rappresentanti dello Stato in primis, ma anche di tutti i cittadini, a cui deve essere chiaro che rispetto a queste poche regole non può essere tollerata disobbedienza alcuna.

Il personale sanitario è assolutamente consapevole che il famoso “stipendio fisso” sia un privilegio, di questi tempi. E’ altrettanto consapevole che questo vantaggio non sia un regalo o una fortuna piovuta al cielo, ma sia al contrario frutto innanzitutto di una scelta, e poi di un percorso di studio, del superamento di un concorso pubblico, di una esperienza spesso dolorosa maturata sul campo. Si crede forse che non ci sia precariato anche nel settore della sanità? Si pensa che a questi lavoratori a contratto sia stato detto di rimanere pure a casa in corso di pandemia, dal momento che non facevano parte del personale assunto? Si ritiene che le infinite ore di straordinario maturate in corso dell’emergenza sanitaria siano state adeguatamente retribuite? Quanto è stimato il prezzo dell’esser costretti a star lontani dai propri cari per non essere portatori del virus nelle proprie case o del senso di colpa per averlo trasmesso alle persone che si amano? Si immagina che il contagio avvenuto prestando servizio in ospedale, ad inizio pandemia senza adeguati dispositivi di protezione, sia stato considerato infortunio sul lavoro? E’ monetizzabile la morte di un medico o infermiere che è pure un genitore, figlio, fratello o sorella caduto sul campo lavorando in un reparto Covid? Ad alcune Aziende Sanitarie Locali è stato chiesto di vietare ferie e permessi agli operatori sanitari: non avrebbero anche loro ragione di protestare? Ci sono dunque diritti dei lavoratori di serie A e di serie B?

Ciò che è drammaticamente vero, è che questa pandemia che nella scorsa primavera sembrava aver alimentato uno spirito di solidarietà e comunanza di fronte al male comune, adesso sta facendo emergere le profonde divisioni sociali di questo Paese, fomentando una sorta di caccia al colpevole e risentimento collettivo del “tutti contro tutti”. La paura è il sentimento dominante, l’incertezza genera un clima del sospetto che porta a puntare il dito verso il prossimo, chiunque esso sia. E’ davvero onesto, però, che sia sempre colpa di qualcun altro? Quanto siamo disposti a fare un esame di coscienza ed ammettere che, nel nostro piccolo, ben pochi di noi sono disposti a piccole rinunce e sacrifici nel proprio quotidiano per la salvaguardia del bene collettivo? Forse è più vero che questa sia la società del “finchè si può”, dove ognuno conduce la propria vita fino allo stremo delle proprie possibilità, senza conoscere la capacità di autolimitarsi: finchè ci sono i soldi si spende senza risparmiare per i tempi duri; finchè non si è in lockdown ci si sposta a destra e a manca anche senza necessità effettive; finchè non si finisce intubati non importa se si indossa o no la mascherina.

E lo stesso vale per il Sistema: finchè gli ospedali reggono, seppur in affanno, non si pensa a potenziare la Sanità supplendo alle carenze più volte evidenziate; finchè la situazione non esplode, non si elabora un metodo organizzato che possa garantire chi è più penalizzato dalla crisi economica. Siamo quel Paese in cui, tanto i cittadini quanto i loro rappresentanti, aspettano a chiudere la stalla quando i buoi sono scappati per poi alzare il lamento del “se si fosse fatto prima”. Siamo quel Paese del senno di poi dove ognuno, a modo suo, conduce la sua guerra e non c’è mai niente di nuovo sul fronte.

Bettini e i suoi socialcristiani. Ritornano le correnti? Basta però che non siano correnti di potere!

Dunque, anche Goffredo Bettini, eminenza grigia del nuovo corso del Pd zingarettiano, ha deciso di dar vita ad una corrente. O meglio un’area, o una tendenza, o un luogo di riflessione e di elaborazione culturale e politica. Che, detto fra di noi, si tratta sempre e solo di una corrente.

Ora, è un fatto abbastanza noto che il Pd è un partito rigorosamente e militarmente organizzato per correnti. Lo è a livello nazionale. E lo è a livello locale. Lo era ai tempi, per non partire dall’inizio della sua bella avventura nel lontano 2007 con Veltroni, del dominio renziano – anche se in quegli anni oltre l’80% del partito era strumentalmente e formalmente adoratore del verbo del “senatore semplice” di Scandicci – e lo è tuttora. Anche se, per le note e tristi motivazioni, oggi la politica si organizza e si disciplina rigorosamente da remoto. Ma, comunque sia, il dato politico di fondo, parlando nello specifico di questo argomento, è che il Pd resta un partito organizzato rigidamente per correnti. Un elemento, questo, che io giudico fortemente positivo per la qualità democratica di quel partito e, soprattutto, per la stessa qualità della democrazia italiana dove, purtroppo, abbondano a dismisura partiti personali, o del capo o del guru di turno. Ecco, sotto questo versante, il Pd resta un grande e vero partito democratico e anche plurale.

Ma, al di là di questo riconoscimento e di questo dato oggettivo, quello che mi preme sottolineare è che se anche Bettini arriva alla conclusione che le correnti, anche se non vengono apertamente pronunciate per non cadere in tentazione, sono il sale e lievito per ogni sana democrazia interna ad un partito, allora andrebbero valorizzate tutte quelle esperienze che, nel passato più o meno recente, hanno individuato proprio nella pluralità organizzata la cartina di tornasole per misurare la democraticità e la libertà politica di un partito o di un soggetto politico nazionale. Purché, e qui sta la differenza nella prima come nella seconda o nella terza repubblica, si tratti di “correnti di pensiero” e non di “correnti di potere”, per citare una celebre espressione di Carlo Donat-Cattin. Ecco un elemento che lega in modo persin plastico il passato con il presente. E cioè, ci sono correnti, o aree o componenti organizzate che vivono ed esistono in virtù della loro elaborazione culturale, del loro progetto politico e della rappresentatività sociale e territoriale che esprimono e, al contempo, correnti che si basano esclusivamente sui pacchetti di tessere, sul grumo di voti clientelari in particolari porzioni di territorio e sul potere di interdizione di qualche dominus locale all’interno del partito stesso.

Elementi presenti ieri come oggi e che distinguono e caratterizzano i partiti autenticamente democratici da un lato da quelli che vengono comunemente definiti come cartelli elettorali dall’altro. Certo, in una stagione dove la politica è, di fatto, scomparsa dai radar e i partiti sono stati sostituiti da vuoti cartelli elettorali in balia degli umori e delle volontà del capo e del padrone di turno, è indubbio che si moltiplicano le difficoltà per costruire partiti autenticamente democratici e plurali al proprio interno. E l’iniziativa di Bettini di dar vita ad una corrente o ad un’area “socialcristiana – anche senza la presenza di esponenti provenienti dal cattolicesimo democratico e popolare, ma questo è un altro paio di manche… – anche se smentita a parole e quindi confermata nei fatti come l’esperienza storica conferma, è la dimostrazione che i partiti senza pluralismo al proprio interno semplicemente non sono partiti ma strumenti alla mercè del proprio azionista.

Ben vengano, dunque, le “correnti di pensiero” organizzate. Un bel regalo che l’esperienza storica della Democrazia Cristiana consegna alla politica contemporanea. Almeno per quella politica che non vive solo di demagogia, di improvvisazione, di casualità, di incompetenza, di propaganda e di antipolitica. Cioè di quella politica che continua a nutrirsi dei dogmi costitutivi dei 5 Stelle.

La Morgia, la DC romana e i suoi immemori nipoti

Soltanto l’altro giorno, leggendo “Il Domani d’Italia”, ho appreso la notizia della scomparsa di Giorgio La Morgia. Il direttore ha fatto bene a ricordarne la figura politica ed umana. Gli ero particolarmente affezionato in virtù di una lunga frequentazione, essendo io, tra l’altro, il dirigente dell’ufficio Formazione nel quadro della sua segreteria politica, che ebbe inizio appunto, secondo l’accurata ricostruzione dall’articolo, poche settimane prima delle elezioni legislative del 1968. Non bisogna soccombere alla dimenticanza, specie se l’odierna fragilità dei partiti ci spinge a severe valutazioni sulle cause più remote della crisi, anche nei rapporti che attengono alla vita democratica della città di Roma. In effetti, D’Ubaldo è l’unico che ancora parla di una storia politica, quella appartenente a noi dc romani, di cui non dobbiamo vergognarci affatto. Ritengo, anzi, che ne possiamo rivendicare con orgoglio i tratti essenziali e decisivi. È giunta l’ora di rimuovere la polvere di una propaganda avversa.

La Morgia ha avuto un grande ruolo nella organizzazione del partito negli anni ‘60. È stato il segretario di una Dc che diventava partito strutturato, con dinamiche autonome, secondo il criterio fondamentale,  fino ad allora enunciato in teoria e però mal digerito in pratica, della laicità dell’impegno dei cristiani nel mondo. Vivevamo la primissima fase del post Concilio, mentre la contestazione giovanile e le lotte sindacali mettevano a dura prova l’alleanza di centro-sinistra. La classe dirigente democristiana, raccolta attorno ad Amerigo Petrucci, riusciva nell’operazione di sganciamento dalla stretta tutela dei Comitati civici. Solo allora prese forma una giusta autonomia dal vecchio blocco aristocratico-papalino e quindi, nella realtà dei fatti, dall’ambiente che per molto tempo, attraverso il Vicariato, aveva orientato le scelte amministrative e politiche del Campidoglio. Di ciò parlava con intelligenza Salvatore La Rocca, leader tra i più influenti della Dc romana, che tra mille difficoltà cercava comunque di inserire in questo processo di rinnovameto le ragioni della sinistra interna. Nel voto sulla segreteria La Morgia ci fu l’astensione di questa componente, ma si trattò di un segnale di attenzione più che di distacco polemico.

La Morgia non era in senso stretto un “amico di Petrucci”, dal momento che esisteva e aveva peso il suo gruppo politico – il gruppo lamorgiano – nel variegato panorama delle correnti democristiane di Roma. A proposito di Petrucci non nego le luci e le ombre – tra queste l’adozione del giovane Vittorio Sbardella – di una leadership meritevole di essere correttamente inquadrata sul piano storico, per apprezzare l’incisività che la sua azione ebbe nel contesto della vita pubblica romana. Devo esprimere, a riguardo, il disappunto nell’assistere al processo freudiano della sua rimozione dal nostro Pantheon. Nel giudizio dei nostri maldestri “nipoti”, Il Sindaco del Nuovo Piano Regolatore viene sostituito da Luigi Petroselli. Alla domanda su quale sia stato il miglior Sindaco di Roma, il figlio (Paolo) di Fabio Ciani indica infatti Petroselli, imitato in questo dal figlio (Antonio) di Nicola Stampete. Sto parlando, insomma, di persone che – devo presumere – hanno ricevuto dai rispettivi genitori una concreta testimonianza della lunga e complessa stagione democristiana. Dovrebbero perciò avere memoria di cosa ha rappresentato la straordinaria esperienza di Petrucci.

Per quanto mi riguarda, desidero comunque rammentare che dopo aver definito Petroselli un “trinariciuto” per l’ostracismo riservato al nostro partito, all’opposizione in Campidoglio, andai tra la sorpresa dei militanti comunisti al suo funerale. Gli resi doverosamente omaggio: aveva fatto anche delle buone cose per la città. Appena eletto, però, si era preoccupato di ammonire le forze sociali, a partire dai sindacati, affinché con la Dc fosse interrotto ogni rapporto politico. Era quindi divisivo, a dispetto di certa apologetica ancora vigente. Petroselli non è mai stato il Sindaco di tutti i romani, bensì, nel vero immaginario collettivo, il Sindaco dei comunisti.

Dunque, il ricordo di La Morgia ci spinge a rivedere alcune logore rappresentazioni. Sono dispiaciuto di vedere offuscate le ragioni del mondo democristiano romano. Ci fu uno stile, insieme a una sostanza, che gli altri non ebbero. Mi domando perché ai nostri “nipoti” nessuno abbia spiegato che Petrucci, giunto alla guida del Campidoglio, ebbe subito coscienza della necessità di mettere intorno al tavolo tutti gli “stakeholder” interessati allo sviluppo della città, senza alcuna discriminazione politica. Perché non suggerire ai nostri “nipoti” che aver prodotto un disegno di sviluppo della città con largo e qualificato consenso, condizione necessaria ai fini della costruzione di un futuro ordinato e degno alla Capitale d’Italia, sia stato l’epicentro di una visione forte e concreta, per la quale valga la pena soffermarsi oggi nel giudicare l’operato di questo grande Sindaco dimenticato?

È questa una riflessione un po’ intristita che il pessimismo della ragione consegna all’oblio della politica. Di Amerigo Petrucci rimarrà solo l’indicazione toponomastica di un largo – neanche una piazza –  all’intersezione tra il Tevere e il Circo Massimo, proprio in fondo alla magniloquente via Petroselli. Ma rimarrà altresì il mio ringraziamento sincero che una certa emozione suggerisce ogniqualvolta metto piede nella meravigliosa Villa Pamphili, da lui espropriata e aperta al pubblico. Camminando tra le vie del parco, tutte contrassegnate coi nomi degli “eroi” della sinistra marxista, mi accorgo in coscienza di non poter nascondere la piega di un amaro sorriso sulla bocca.

 

E’ corsa alla pasta Made in Italy

E’ corsa alla pasta Made in Italy che utilizza solo grano nazionale con gli acquisti che sono cresciuti in valore del 29% nel 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, trainata dalla tendenza dei consumatori a cercare prodotti di origine nazionale per sostenere l’economia ed il lavoro del territorio. E’ quanto emerge da un’analisi Coldiretti su dati Ismea relativi ai primi sei mesi dell’anno diffusa in occasione della Giornata Mondiale della Pasta che si è celebrata ieri in tutto il mondo ed in Italia con la preparazione dalle ore 10 dei diversi tipi di pasta regionale fatta in casa nei mercati degli agricoltori.

Gli acquisti di pasta con 100% grano italiano – sottolinea la Coldiretti – sono cresciuti ad un ritmo di quasi 2 volte e mezzo superiore a quello medio della pasta secca (+12,5%) anch’essa in forte aumento anche dall’effetto dello smart working e del lockdown per combattere l’emergenza covid che ha costretto gli italiani in casa nel periodo considerato. Il risultato è che già oggi un pacco di pasta su 5 venduto al supermercato – precisa Coldiretti – utilizza esclusivamente grano duro coltivato in Italia.

Una vera e propria svolta patriottica favorita dall’obbligo dell’etichettatura di origine del grano impiegato fortemente voluta dalla Coldiretti che ha spinto le principali industrie agroalimentari a promuovere delle linee produttive con l’utilizzo di cereale interamente prodotto sul territorio nazionale. Un fenomeno che ha coinvolto tutti i principali marchi del Belpaese, tranne un paio di eccezioni.

Ma la ricerca del Made in Italy – continua la Coldiretti – ha condotto anche alla riscoperta di grani antichi, riportando nel piatto il Senatore Cappelli, laTimilia, il Saragolla e altre varietà che hanno fatto la storia del Paese a tavola. Per acquistare la vera pasta Made in Italy 100% – precisa la Coldiretti – basta scegliere le confezioni che riportano le indicazioni “Paese di coltivazione del grano: Italia” e “Paese di molitura: Italia”.

Ci sono quindi finalmente le condizioni per rispondere alla domanda di italianità di quell’84% di consumatori che, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’, vogliono sostenere l’economia nazionale in un momento difficile per effetto della pandemia da coronavirus. Un obiettivo da raggiungere con rapporti di filiera virtuosi e accordi che assicurino la sostenibilità della produzione attraverso impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo” del grano italiano.

L’Italia peraltro – conclude la Coldiretti – è prima in Europa e seconda nel mondo nella produzione di grano duro destinato alla pasta con una stima dell’Istat di 1,23 milioni di ettari seminati nel 2020 con una produzione attorno ai 3,76 miliardi di chili, con la dipendenza dall’estero che si è ridotta al 25%.

Il 27 ottobre la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo

Martedì 27 ottobre alle ore 10.00 sarà presentato il Rapporto Italiani nel Mondo 2020 della Fondazione Migrantes.

Questo progetto editoriale e culturale della Chiesa italiana si presenta, quest’anno, nell’edizione speciale 15 anni. Coinvolgendo circa 60 autori dall’Italia e dall’estero, il Rapporto Italiani nel Mondo 2020 si misura con il dettaglio territoriale provinciale unendo l’analisi dei dati più recenti a quella degli ultimi quindici anni.

All’evento partecipano

Gualtiero BASSETTI
Presidente Conferenza Episcopale Italiana
Giuseppe CONTE
Presidente del Consiglio dei Ministri
Pasquale TRIDICO
Presidente Istituto Nazionale Previdenza Sociale
Guerino DI TORA
Presidente Fondazione Migrantes
Delfina LICATA
Curatrice Rapporto Italiani nel Mondo
Presentazione video TV2000
Vincenzo MORGANTE

Sarà possibile seguire la conferenza in diretta streaming, sul canale YouTube e sulla pagina Facebook della Conferenza Episcopale Italiana.

Si apre a Washington la mostra “Seguso Vetri d’Arte”

Si apre a Washington la mostra “Seguso Vetri d’Arte” dedicata alla tradizione artistica e artigianale della famosa azienda a guida familiare di Murano che dal 1397 crea alcune tra le più esclusive e apprezzate opere d’arte in vetro.

Presentata a Villa Firenze, nell’ambito del ciclo “Artists in Residence”, il progetto mostra 14 vasi ed un candelabro donati da Seguso all’ambasciata d’Italia a Washington.

”L’esperienza artistica di Seguso ​ha saputo evolversi ed adattarsi ad un mondo in continuo cambiamento, rafforzando continuamente i propri profondi legami con una tradizione artigianale unica che affonda le proprie radici nei secoli”, ha spiegato presentando la collezione l’ambasciatore Varricchio, secondo quanto riferisce una nota della Farnesina.

A sua volta, Pierpaolo Seguso ha sottolineato come per la sua famiglia, che da secoli tramanda la tradizione della lavorazione del vetro, sia fondamentale “mettere al primo posto la bellezza, una costante attenzione ai dettagli e trasmettere al meglio la nostra passione alle nuove generazioni, sapendo che siamo custodi temporanei di questa magica tradizione”. Le opere d’arte Seguso è oggi presente nelle collezioni permanenti di oltre 75 musei al mondo.

Semi-lockdown: le nuove norme

Le norme resteranno in vigore fino ad almeno il 24 novembre. Di seguito una sintesi:

🍽 Bar e ristoranti
«Le attività dei servizi di ristorazione (tra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite dalle ore 5 fino alle 18; il consumo al tavolo è consentito per un massimo di quattro persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi; dopo le ore 18 è vietato il consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici e aperti al pubblico; resta consentita senza limiti di orario la ristorazione negli alberghi e in altre strutture ricettive limitatamente ai propri clienti, che siano ivi alloggiati; resta sempre consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonché fino alle ore 24 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze».

🎓 La scuola
«L’attività didattica ed educativa per il primo ciclo di istruzione e per i servizi educativi per l’infanzia continua a svolgersi in presenza. Per contrastare la diffusione del contagio, le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, per una quota pari almeno al 75 per cento delle attività, modulando ulteriormente la gestione degli orari di ingresso e di uscita degli alunni, anche attraverso l’eventuale utilizzo di turni pomeridiani e disponendo che l’ingresso non avvenga in ogni caso prima delle 9».

🚌 Bus e metropolitane
«È fortemente raccomandato a tutte le persone fisiche di non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi».

🚗 Spostamenti liberi tra le Regioni
La raccomandazione sugli spostamenti rimane generica, è stato eliminato il riferimento ai movimenti fuori dal Comune e dunque è sempre consentito anche lo spostamento tra Regioni. Nel Dpcm è scritto: «È fortemente raccomandato a tutte le persone fisiche di non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi».

🏊🏻‍♂️ Piscine e palestre
«Sono sospese le attività di palestre, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali, fatta eccezione per quelli con presidio sanitario obbligatorio o che effettuino l’erogazione delle prestazioni rientranti nei livelli essenziali di assistenza, nonché centri culturali, centri sociali e centri ricreativi; ferma restando la sospensione delle attività di piscine e palestre, l’attività sportiva di base e l’attività motoria in genere svolte all’aperto presso centri e circoli sportivi, pubblici e privati, sono consentite nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e senza alcun assembramento».

🎭 Giochi, cinema, teatri
«Sono sospese le attività di sale giochi, sale scommesse, sale bingo e casinò; Sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto».

🛍 I negozi
«Le attività commerciali al dettaglio si svolgono a condizione che sia assicurato, oltre alla distanza interpersonale di almeno un metro, che gli ingressi avvengano in modo dilazionato e che venga impedito di sostare all’interno dei locali più del tempo necessario all’acquisto dei beni; le suddette attività devono svolgersi nel rispetto dei contenuti di protocolli o linee guida idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio».

Paese “legale” e Paese reale

La guerriglia urbana nella notte a Napoli è un segno che si sta allargando il divario tra Paese legale e Paese reale. Sul “Corriere della Sera” di qualche giorno fa, Walter Veltroni ricordava il film Todo Modo di Elio Petri, in una stagione (1976) in cui il cinema italiano cercava ancora di interrogarsi sul futuro del Paese. La vicenda narrata è nota. Durante una misteriosa epidemia (un Covid ante litteram), in un albergo post-moderno chiamato Zafer arrivano numerosi capi politici, grandi industriali, banchieri e dirigenti d’azienda. Si ritrovano per il consueto ritiro quaresimale, ispirato agli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola. Il rito è officiato da don Gaetano, un sacerdote molto influente, la cui statura domina tutti i presenti.

All’interno di questo luogo, in realtà, dovrebbe avvenire anche una sorta di “esame di coscienza” del partito di governo, della propria struttura, dei propri vertici, delle vere priorità per il Paese.

Oggi ci troviamo, più o meno, nella stessa condizione. Il serbatoio di pazienza, tenacia e resilienza accumulato a marzo, si è in buona parte esaurito. Nessuno crede più davvero che “andrà tutto bene”. Lo Stato moderno, il Welfare State, è in affanno un po’ ovunque in Europa, perfino in Germania. Eppure non si sente mai discutere di questo. I ministri del Governo, lungi dal raggiungere una “concordia istituzionale” che in questo periodo sarebbe auspicabile, litigano su tutto. Di fronte all’emergenza che stiamo affrontando, continuiamo ad assistere a un confuso e persistente conflitto  istituzionale e a uno scarico di responsabilità politiche. Eppure ci sono contingenze, nella storia di un Paese, in cui le ragioni di parte dovrebbero essere ampiamente superate dagli interessi generali. 

Right or wrong, is my country.

Nel “rumore di fondo” prodotto dalla seconda ondata del contagio, ha un ruolo non trascurabile anche l’opposizione. Divisa tra il desiderio di difendere le attività produttive (minacciate da un nuovo lockdown generale, che ormai non esclude più nessuno) e la voglia di criticare il Governo, se adotta una linea “soft” per non deprimere ulteriormente i cittadini. Pronta a festeggiare la rinuncia (definitiva?) al MES mentre protesta per la mancanza di organico e di risorse qualificate negli ospedali. Determinata al coprifuoco (parola ormai entrata nel “lessico familiare” della pandemia) nelle regioni del Nord Italia ma ostile alle misure più rigorose, nelle regioni governate dal centrosinistra (con l’eccezione della Campania). Chiudere tutto, mantenendo i livelli occupazionali.

In questo scenario, è iniziata in sordina la campagna elettorale nelle grandi città chiamate a rinnovare il proprio Sindaco nella primavera 2021, in particolare Roma, Milano, Torino. E’ evidente la miopia politica presente in una parte non trascurabile del cosiddetto “mondo cattolico”. Più in generale sarebbe auspicabile, da parte dei candidati (veri o presunti) una minore autoreferenzialità e una maggiore attenzione al profondo scollamento sociale tra “elettori ZTL” e “mondo di mezzo” delle periferie, situazione che il voto amministrativo dello scorso settembre ha fotografato in modo drammatico e che è destinato ad aggravarsi nei prossimi mesi.

Credo, in conclusione, che si debba ripartire dalle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Non bisogna attestarsi a difesa della propria sfera di competenza ma, al contrario, cercare collaborazione, coordinamento, raccordo positivo. Perché soltanto il coro sintonico delle nostre istituzioni nella loro attività può condurci a superare queste difficoltà. E’ necessario che ogni ambiente, produttivo e professionale di ogni genere, eviti – come certamente avverrà – di trincerarsi nella difesa della propria nicchia”.

Esiste o è un’illusione il partito di Zamagni? Dopo Moriconi, botta e risposta tra Ignesti e Scapicchio.

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Leggo e rileggo con la dovuta attenzione quel che Pierluigi Moriconi ha scritto ieri sul Domani d’Italia a proposito della nascita del nostro partito politico “Insieme”. E ancora una volta resto preoccupato  perché sul tema fondamentale dello spirito che ci muove nel porre in essere la nostra iniziativa anche in quest’ultimo intervento permane un’incomprensione di fondo. È così difficile comprendere che, come ci insegnava padre Lyonnet, il grande maestro del Biblico, “più uomo uguale a più cristiano” come quest’ultimo eguale a più uomo? Cioè che la pienezza dell’essere cristiano significa realizzare nella vita la vera e profonda umanità di ogni creatura figlia del Padre?

Ancora non abbiamo afferrato il significato della aconfessionalità sturziana, cioè della sua laicità? Non abbiamo ancora compreso l’indissolubilità nella persona della sua divinità e della sua umanità? Non si tratta dunque per noi di aver dato vita a “un partito dei cattolici” ma a un partito che si ispira al messaggio del cristianesimo quale è da noi vissuto nella nostra epoca e nella nostra cultura. È ben noto a tutti ormai, “lippis et tonsoribus”, che la libertà e la democrazia quali intese e vissute oggidì nella nostra società moderna sono frutto della seminagione del cristianesimo nella nostra storia. E l’impegno della nostra presenza quale partito ad esso ispirato, partito che vuole essere al centro quale moderatore della nostra vita politica risponde proprio all’esigenza di introdurre elementi di attenuazione dei forti contrasti che l’attuale bipolarismo conflittuale non solo non riesce a sopire ma alimenta nella nostra vita politica?

E quale contributo migliore di questo possiamo e dobbiamo recare alla nostra assurda e bloccata vita politica, che appare fondata sull’idea schmittiana del contrasto “amico-nemico”? Non quindi un partito “divisivo”, ma un partito che non perde di vista il bene comune, ma che punta a regolare i  contrasti ispirandosi alla fraternité. Non è questo di una radicalizzazione dei contrasti sociali il pericolo maggiore che corre oggi la nostra comunità a causa della grave crisi sociale ed economica alimentata dalla Pandemia? A questo primario scopo noi abbiamo dato vita a “Insieme”, come le carte fondative testimoniano. Questo è il nostro “seme” cioè, come lei ci ricorda con le parole di papa Francesco, è questo in politica “il martirio quotidiano di cercare il bene comune senza lasciarci corrompere”. Mentre questo meraviglioso Pietro che la divina Provvidenza del Padre ci ha oggi donato compie coraggiose vie per rinnovare la vita della Chiesa, noi nel nostro piccolo cerchiamo di dare risposte nello stesso senso alla vita politica italiana ed europea, secondo l’imperativo che come credenti laici alla nostra coscienza richiede. Tra l’attuale compito di Pietro e il nostro v’è certo distinzione, ma piena assonanza. Dov’è il contrasto?

CARO GIUSEPPE, NON ESISTONO “VALORI ETERNI” IN POLITICA

Pierluigi Scapicchio

Giuseppe come si fa a non volerti bene? Se le tue belle ed ispirate parole fossero un manifesto politico otterrebbero, ahimè, un pugno di voti. Siamo a zero, come suppone l’amico Alessandro Comola, perché non capiremo mai (innamorati dell’idea platonica “cattolicità”, con tutti i suoi rimandi storici che fra poco arriveranno ai Guelfi e ai Ghibellini) che l’Italia non cattolica e gran parte di quella cattolica è cambiata in modo radicale sui temi sociali e politici.

Ad esempio. Noi discettiamo santamente (?) di famiglia e il Papa ci travolge con un’idea dirompente di famiglia della quale nessuno di noi vuol tener conto (orrore! Libera nos Domine! ) ma l’elettorato si. Da Partito dei vescovi rischiamo di diventare il partito dei “vescovi Lefebvre”.

Tutto ciò che odora del vecchio incenso è finito. Non può rinascere dalle sue ceneri come un animale mitologico. I “valori eterni” non possono far nascere nel 2020 e seguenti, nessun movimento politico o partito che sia con propositi elettorali. Che malattia infame, quando è una malattia, la nostalgia! La Rete Bianca ha un patrimonio di pensiero politico che vogliamo a tutti i costi attribuire a un fondamento storico specifico o a un’ispirazione religiosa. Legittimissimo, continuiamo pure così. Ma finiamola di aspirare, con questa convinzione, ad un reingresso trionfale nella politica italiana del terzo decennio del XXI secolo.

NON HO MAI PARLATO DI REINGRESSO TRIONFALE NELLO SCENARIO POLITICO ATTUALE

Giuseppe Ignesti

Evidentemente non mi sono spiegato bene. O, meglio, perdona la mia presunzione. Scusami, Pierluigi, ti prego. Nella risposta che in queste pagine l’altro giorno ho scritto a Marco Follini ho scritto chiaramente che non credo in un nostro “reingresso trionfale nella politica italiana del terzo decennio del XXI secolo”. Cioè ho scritto chiaramente che personalmente miro solo a poter godere di un “piccolo spazio”, per un partito politico che svolga un’azione di centro moderatrice contro il cosiddetto attuale sistema dell’alternanza, alternanza che tale non è e che oggi svolge solo una confusa azione dannosa a quel poco di vita democratica ancora praticato in Italia. E, concordando con le riflessioni svolte da Follini, anch’io ho espresso il parere che occorra soprattutto concentrare i nostri sforzi nell’attività di formazione politica di quei giovani nostri amici che ci è dato di avvicinare e in quella di una rilettura storica della vita politica degli ultimi decenni per meglio comprendere il momento storico che stiamo vivendo e la prospettiva verso la quale desideriamo che si possa indirizzare la vita della nostra comunità.

Questi due obiettivi fondamentali debbono, a mio parere, accompagnare la vita del nostro partito se vogliamo che metta radici. Radici di nuove e giovani volontà e radici di cultura storica sulla vicenda che ci ha preceduto. Come, quando, quale spazio, quali frutti? Tutto è nelle mani della nostra volontà e in quelle del Padre che è nei cieli. Non mi pongo onestamente altri problemi. È già tanto nelle attuali condizioni porsi un tale programma di lavoro. La posta in gioco è alta. È doveroso tentare, comunque per lasciare un segno del nostro passaggio.

Cosa ha detto veramente Papa Francesco a riguardo delle persone omosessuali

Gentile Direttore,

Ho letto con interesse, ma anche un poco di stupore, l’articolo di Pierluigi Moriconi su il Domani d’Italia del 24 Ottobre (https://ildomaniditalia.eu/di-fronte-alla-rivoluzione-di-papa-francesco-lipotesi-di-zamagni-non-regge/) in merito alle implicazioni politiche dei recenti interventi di Papa Francesco, in particolare l’encliclica “Fratelli tutti” e il documentario “Francesco” del regista russo Evgeny Afineevsky uscito il 21 Ottobre. Moriconi deriva da questi interventi una critica a chi, come Zamagni ma non solo, sta lavorando per creare “partitini dei cattolici dello ‘zero virgola’” con “copertura ideologica” e “strapuntino identitario che perde di vista il bene comune, perché divisivo.”

Il mio interesse per l’articolo è relativo al fatto che convidivo pienamente il giudizio sulla portata storico-politica – in Italia, come all’estero – del pontificato di Papa Francesco che “‘supera’ a destra, a sinistra, al centro, tutti.” E non potrebbe essere altrimenti, Deo Gratias, in quanto non penso a Gesù Cristo avesse potuto – né possa ancora – interessare molto delle categorizzazioni politiche di 2000 anni dopo.

Il mio stupore deriva invece dalla superficialità con cui Moriconi – in ricca compagnia con buona parte del giornalismo italiano e internazionale, incluso testate di stampo cattolico – sceglie, tra tutti i densissimi passaggi degli interventi del Pontefice, l’unica citazione incorretta (manipolata, oserei dire) per supportare la sua critica e considerazione politica. La citazione è:

“Gli omosessuali hanno diritto a essere parte della famiglia. Sono figli di Dio e hanno il diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere respinto, o emarginato a causa di questo. Quello che dobbiamo fare è una legge per le unioni civili. Hanno il diritto di essere coperti legalmente. Mi sono battuto per questo.”

Questa citazione, è sotto gli occhi di tutti, ha generato una certa tempesta mediatica un pò ovunque sui social media e testate giornalistiche. Moriconi parla addirittura di come “la forza dirompente di queste parole [sia] facilmente comprensibile.” In aggiunta, offre un giudizio abbastanza netto sulla spiegazione offerta da Mons. Bruno Forte, Vescovo di Chieti-Vasto – teologo e importante figura a fianco del Papa nei lavori sul Sinodo della Famiglia, – liquidandola come tentato “innacquamento alleggeritore.” https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/10/21/mons.forte-il-papa-distingue-diritti-e-famiglia_0e25521e-46a9-44fa-a7be-20abdff77a0a.html

Caro Direttore, ci si fosse fermati ad una tempesta mediatica, non mi sarei peritato di mandarle questo commentario perché penso che il giornalismo da clickbait non meriti di perdere tempo. Non c’è gran che di valore da trattenere, solo rumore. E non mi riferisco certamente all’articolo di Moriconi. Purtroppo, questa citazione ha generato e continua a generare grande confusione tra i cattolici in relazione ad alcuni passaggi sui diritti civili per le persone omosessuali. Confusione a cui, invece, l’articolo di Moriconi rischia di contribuire di rimbalzo. E, da cattolico, penso sia importante vagliare tali parole con attenzione per alimentare “la fiamma del dibattito” su basi di verità, quanto meno informativa.

Questa verità richiede tre cose: il richiamo alle fonti originali degli interventi del Santo Padre, correttezza nel riportare quanto detto, e contestualizzazione storico-dottrinale.

  1. Le fonti degli interventi del Santo Padre

Il documentario di Afineevsky prende a prestito la citazione riportata da Moriconi da un’intervista concessa da Papa Francesco alla giornalista messicana Valentina Alazraki nel Maggio 2019. La data basterebbe da sola a classificare come ‘non-notizia’ l’intervento di Papa Francesco. Questo intervento, peraltro, riprendeva posizioni già espresse (e rilanciate dai media) negli anni passati. L’intervista video quasi completa è disponibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=VOcLWcW6Elw&ab_channel=NoticierosTelevisa. Il minutaggio di interesse è tra 55.50-1.00.05. La versione trascritta è disponibile qui: https://www.vaticannews.va/es/papa/news/2019-05/papa-francisco-entrevista-televisa-mexico-migrantes-feminicidio.html. Sottolineo l’espressione quasi completa in quanto sia nella versione video che nella trascrizione la frase “Quello che dobbiamo fare è una legge per le unioni civili. Hanno il diritto di essere coperti legalmente. Mi sono battuto per questo” è stata tagliata, come chiunque può ben notare, al minuto 1.00.01. Il Fatto Quotidiano ipotizza che questo taglio sia stato effettuato come censura vaticana di “frasi rivoluzionarie tagliate ad hoc” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/22/papa-francesco-e-lapertura-sulle-unioni-civili-la-censura-operata-dal-vaticano-e-le-frasi-rivoluzionarie-di-bergoglio-tagliate-ad-hoc/5976100/ ), ma una spiegazione plausibile alternativa potrebbe essere l’aver voluto evitare, da parte dei responsabili stampa vaticani, di generare confusione con una frase estrapolata dal contesto. Tornerò su questo aspetto nel terzo punto.

  1. Correttezza nel riportare quanto detto.

Si possono fare almeno due rilievi su questo. Innanzitutto, il video rilanciato sui media in questi giorni (https://video.corriere.it/cronaca/papa-francesco-parole-gay-unioni-civili-ecco-cosa-ha-detto-video/a0e631a6-1436-11eb-945d-f4469a203703) riporta la citazione come se fosse un unico passaggio della stessa risposta. In realtà, si tratta di un abile (professionalmente parlando) montaggio, in cui la prima affermazione sul ‘diritto ad una famiglia’ viene attaccato alla seconda sulle ‘unioni civili’ tramite spezzoni visuali di religiosi in preghiera non presenti nell’intervista originale. In realtà, le due affermazioni sono estratte da due risposte a domande diverse. In secondo luogo, le traduzioni dall’originale spagnolo sono incorrette, vien da pensare intenzionalmente, in quanto spesso basta una parola o virgola per cambiare il senso di un discorso. Il mix di montaggio ad arte e traduzione incorretta porta a pretendere che Papa Francesco abbia collegato esplicitamente il tema della famiglia con quello delle ‘unioni civili’, stravolgendo il senso del suo discorso.

Il testo originale della prima affermazione è il seguente (minutaggio 55.50):

“Si nos convenciéramos que son hijos de Dios la cosa cambiaría bastante. Mi hicieron una pregunta en un vuelo – después me dio rabia, me dio rabia por cómo la transmitió un medio – sobre la integración familiar de las personas con orientación homosexual, y yo dije: las personas homosexuales tienen derecho a estar en la familia, las personas con una orientación homosexual tienen derecho a estar en la familia y los padres tienen derecho a reconocer ese hijo como homosexual, esa hija como homosexual. No se puede echar de la familia a nadie ni hacer la vida imposible por esa…”

Traduzione ed enfasi personale: “Se ci convincessimo che sono figli di Dio la cosa cambierebbe decisamente. Mi hanno fatto una domanda su un volo – poi mi ha fatto arrabbiare come è stata riportata nei media – sull’integrazione familiare delle persone con orientamento omosessuale. E io ho detto: le persone con orientamento omosessuale hanno diritto a stare in famiglia, le persone con orientamento omosessuale hanno diritto a stare in famiglia e i padri hanno diritto a riconoscere i figli come omosessuali, le figlie come omosessuali. Nessuno deve essere rigettato in famiglia né gli si può rendere la vita impossibile per questo…”

Questa risposta segue un flusso di conversazione in cui il Papa esprime il suo pensiero sui poveri, immigrati, e divorziati a partire dall’enciclica Amoris Laetizia con passaggi – mia traduzione, si veda l’originale in spagnolo – in cui afferma “Però sono tutti figli di Dio, siamo tutti figli di Dio. Tutti. Io non posso scartare niente […] È un cammino, apro un cammino […] È un processo di integrazione nella Chiesa.” Al riguardo, ritengo che il pensiero del Santo Padre sia condivisibile senza alcuna necessità di polemica. Si noti, però, la traduzione incorretta sui media italiani in cui il “diritto a stare in famiglia” (“derecho a estar en la familia”) è stato spesso e volentieri riportato come “diritto alla/ad una famiglia.” I due concetti sono solo apparentemente simili, ma hanno risvolti completamente diversi tanto più se uniti all’affermazione sulle ‘unioni civili.’

Peraltro, nella seconda parte della risposta alla stessa domanda, Papa Franscesco prosegue lamentandosi dei media che avrebbero riportato il suo suggerimento ai genitori di mandare i figli adolescenti da un professionista come un invito a mandarli dallo “psichiatra” e concludendo che la sua affermazione sul “diritto ad una famiglia” (con il senso di cui sopra) non vuol dire approvare gli atti omosessuali. Qui l’estratto originale:

“Otra cosa es – dije – cuando se ven algunos signos en los chicos que están creciendo y ahí mandarlos… tendría que haber dicho ‘profesional’, me salió ‘psiquiatra’. Quise decir un profesional porque a veces hay signos en la adolescencia o pre adolescencia que no saben si son de una tendencia homosexual o es que la glándula timo no se atrofió a tiempo, vaya a saber, mil cosas ¿no? Entonces un profesional. Título de ese diario: “El Papa manda a los homosexuales al psiquiatra”. ¡No es verdad! Me hicieron esa misma pregunta otra vez y yo la repetí: ‘Son hijos de Dios, tienen derecho a una familia, y tal”. Otra cosa es… Y expliqué: me equivoqué en aquella palabra, pero quise decir esto. ‘cuando notan algo ra….’ “Ah es raro…”. No, no es raro. Algo que es fuera de lo común. O sea, no tomar una palabrita para anular el contexto. Ahí, lo que dice es ‘tiene derecho a una familia’. Y eso no quiere decir aprobar los actos homosexuales, ni mucho menos.”

Il testo della seconda affermazione sulle ‘unioni civili’ è invece parte di uno scambio con la giornalista relativo alla sua opposizione all’introduzione del matrimonio omosessuale da parte del Presidente Kirchner in Argentina nel 2010 (mia traduzione e enfasi):

“Domanda: Papa Francisco, hay algo que me llama la atención un poco. Conocidos suyos de cuando usted vivía en la Argentina, dicen que usted era conservador para usar siempre categorías, digamos así, en la doctrina.

Risposta: Soy conservador.

Domanda: Usted hizo toda una batalla sobre los matrimonios igualitarios, de parejas del mismo sexo en Argentina. Y luego como que dijo que dicen que llegó aquí, lo eligieron Papa y parecía como mucho más liberal de los que era en Argentina. Usted se reconoce en esta descripción que hace algunas personas que lo conocieron antes, o fue la gracia del Espiritu Santo que le dió más…

Risposta (ride): La gracia del Espíritu Santo existe ciertamente. Yo siempre defendí la doctrina. Y es curioso, en la ley de matrimonio homosexual……… es una incongruencia hablar de matrimonio homosexual. [PASSAGGIO TAGLIATO Lo que tenemos que hacer es una ley de convivencia civil. Tienen derecho a estar cubiertos legalmente. Yo defendí eso]”

Il Papa, cioè, dopo aver affermato di essere “un conservatore,” spiega che “ho sempre difeso la dottrina. È strano, la legge sul matrimonio omosessuale… è assurdo parlare di matrimonio omosessuale. Quello che dovremmo fare è una legge di convivenza civile. Hanno il diritto ad essere coperti legalmente. Ho difeso questo.”

Come forse qualche politico cattolico ricorderà, l’espressione legge o diritto di ‘convivenza civile’ piuttosto che richiamare le ‘unioni civili’ introdotte con la legge a firma Cirinnà, risuona molto più vicina alle posizioni espresse più volte in passato da Lei, Direttore, o anche al disegno di legge proposto dal centrodestra a firma Giovanardi sul “contratto di convivenza e solidarietà” nel 2013. Le date non sono, penso, casuali. Di nuovo, la traduzione ‘unioni civili’ – con significato ben preciso nell’ordinamento italiano – collegata con montaggio alla traduzione ‘diritto alla/ad una famiglia’ è non solo incorretta, ma anche fonte di confusione, presumibilmente intenzionale.

  1. Contestualizzazione storico-dottrinale.

Lungi da me ripercorrere l’intero pensiero del Pontefice o della Dottrina della Chiesa in questa sede. Ritengo però utile contestualizzare quanto detto all’interno della visione politica (in senso ampio) dell’Arcivescovo Bergoglio nel 2010 in Argentina. Questa contestualizzazione può infatti offrire un quadro più chiaro del perché il Papa abbia affermato enfaticamente nell’intervista “ho difeso questo” in riferimento alla ‘ley de convivencia civile’.

Le fonti sono plurime, ma forse il resoconto più completo ed esplicito della posizione dell’Arcivescovo Bergoglio è quella riportata dal suo biografo Austin Ivereigh nel libro “The Great Reformer: Francis and the making of a radical Pope,” tradotto in italiano come “Tempo di misericordia: Vita di Jorge Mario Bergoglio” (Mondadori, 2014).

In questo libro, il biografo britannico ricostruisce in maniera meticolosa il pensiero bergogliano nel 2010. Le pagine originali di Ivereigh sono disponibili tramite lui stesso (tweet: https://twitter.com/austeni/status/1318947347074875398; dropbox: https://www.dropbox.com/s/n39ub4d9xan0dfy/Card%20Bergoglio%20%26%202010%20same%20sex%20marriage%20bill.pdf?dl=0 ). I virgolettati seguenti sono una mia traduzione dall’originale inglese. Questi i punti salienti dal testo:

  • Il biografo spiega come nel 2010, di fronte alla battaglia politica – tatticamente polarizzante – per introdurre il matrimonio omosessuale da parte della Presidente Kirchner e del suo vice (il marito), Bergoglio si oppose in maniera dura contro qualunque tentativo di modificare la definizione legale del matrimonio. Nel 2003, invece, il futuro Papa non aveva avuto grosse obiezioni sull’introduzione di una legge sulla convivenza civile (‘civil union law’ nell’originale inglese, ma ‘ley de convivencia civile’ in spagnolo) limitata a Buenos Aires e indipendente dal genere e orientamento sessuale. Nel 2009, aveva invece scritto una lettera aperta con critiche e toni forti al sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri in merito alla sua mancata opposizione al tentativo di un giudice locale di riconoscere il matrimonio di coppie dello stesso sesso.
  • All’incontro dei vescovi argentini nella primavera 2010, l’arcivescovo e presidente Bergoglio suggerì – secondo Ivereigh – di spingere la ley de convivencia civile sia da un punto di vista di “diritto che in maniera strategicamente intelligente, avvertendoli che se si fossero semplicemente opposti alla legge (senza proporre un’alternativa adeguata sui diritti civili per gli omosessuali) avrebbero fatto il gioco dei Kirchner e reso la legge sul matrimonio omosessuale più probabile.” In pratica, i vescovi approvarono un documento in cui questa proposta di Bergoglio non fu accolta né menzionata. Il 5 maggio la legge sui matrimoni omosessuali fu approvata dalla Camera, con incluso il diritto all’adozione e una ridefinizione del termine ‘matrimonio.’
  • Durante i successivi passaggi parlamentari, Ivereigh ricorda come Bergoglio mobilizzò la diocesi chiedendo a tutti i parroci di leggere nelle chiese il documento dei vescovi l’8 luglio. Il giorno dopo, però, una lettera privata di Bergoglio ad alcune suore carmelitane sue amiche in un convento locale fu pubblicata, riportando espressioni forti sul tema quali “un forte attacco alla legge di Dio”, “un tentativo del padre dell’inganno di confondere e raggirare i figli di Dio.” In questa lettera, l’arcivescovo chiedeva alle suore costante preghiera per “proteggerci dall’incantesimo di così tanto sofismo da parte di coloro che supportano la legge che ha confuso e raggirato anche quelli di buona volontà.” Secondo alcuni commentatori – anche italiani, come Sandro Magister (https://cronicasdepapafrancisco.com/2016/01/20/argentina-2010-come-bergoglio-capitano-e-perse-la-battaglia-sul-matrimonio-gay/) – la pubblicazione della lettera ottenne il risultato opposto e polarizzò ulteriormente la battaglia al Senato. Il Presidente Kirchner dichiarò che era ora per l’Argentina “di lasciarsi alle spalle una volta per tutte prospettive oscurantiste e discriminatorie.”
  • Il 15 luglio al Senato – continua il biografo – si scontrarono tre gruppi: uno in favore della ridefinizione del matrimonio, uno in opposizione alla legge, e uno in favore di una soluzione simile ai pacte civil francesi con l’aggiunta del diritto all’adozione. La leader del fronte di opposizione, la Senatrice Liliana Negre de Alonso, appartenente all’Opus Dei, concordò con il favore di Bergoglio un compromesso con il terzo gruppo in favore di una ley de convivencia civile, senza il diritto all’adozione. Ma Kirchner e il suo gruppo usarono la lettera privata alle suore come attacco per esacerbare la discussione e per portare ad un voto secco sulla proposta del governo. Tale proposta passò per sei voti, al grido di “Abbiamo sconfitto Bergoglio!” da parte dei gruppo vincitore.

Direttore, spero che questa disanima possa essere utile e di interesse a riportare una (non-)notizia in maniera corretta e veritiera. Il Santo Padre ha certamente una sensibilità personale influenzata – come tutti noi – dalla sua personale esperienza in Argentina e mostra anche certi angoli e aspetti caratteriali che possono essere di maggiore o minore attrattività per questo o quel (gruppo) cattolico. Certamente non parla ex cathedra quando si esprime in interviste televisive. Si potrebbe pure osservare, come forse in Vaticano rimanga ancora troppo fumo – nonostante i problemi durante il pontificato di Benedetto XVI – e sia deprecabile l’ennesimo inciampo dovuto ad una comunicazione complessivamente poco precisa che neppure sembra essersi accorta del taglio effettuato all’interno del documentario.

Penso, però, che vi possano essere pochi dubbi, sul fatto che Papa Francesco continui ad indicare – come la gran parte dei suoi precedessori e certamente i più recenti, – “in modo sufficientemente chiaro la direzione” e l’importanza per i politici cattolici di lavorare fraternamente fra di loro e insieme a tutti coloro che hanno buona volontà per “lievitare e insaporire la pasta della politica che ne ha profondo e urgente bisogno.” Passaggi su cui sono d’accordo cordialmente con Moriconi.

Un caro saluto

I macchiaioli: rivalutazione del passato e riflessione sul presente.

Al Palazzo Zabarella di Padova fino al 18 aprile 2021 si potrà visitare la mostra “I MACCHIAIOLI. Capolavori dell’Italia che risorge”.

L’esposizione, curata con rigore e punti di vista inediti da Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca, propone oltre cento opere di maestri come Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Giovanni Boldini, Telemaco Signorini, e altri meno noti, ma non meno significativi, come Adriano Cecioni, Odoardo Borrani, Raffaello Sernesi, Vincenzo Cabianca. 

Il movimento dei “macchiaioli” si sviluppa tra il 1844 ed il 1870 e, come spesso accade tra Ottocento e Novecento, il loro punto di incontro fu un caffè (il Caffè Michelangelo in via Larga a Firenze) dove esso maturò dopo i moti politici del 1848. Periodo in cui giovani e validi artisti, mossi da un entusiasmo risorgimentale, diffondono nuove idee e intuizioni artistiche, che superano i lasciti neoclassici e i veti accademici per rappresentare, con coraggio e determinazione, la realtà da loro vista, con acutezza e sensibilità, raccontando la vita soggettiva e collettiva del momento. Il termine era stato coniato in un articolo, piuttosto critico, che uscì sulla Gazzetta del Popolo il 3 novembre 1862: “… son giovani artisti che si son messi in testa di riformare l’arte, partendosi dal principio che l’effetto è tutto…”. Certamente la “macchia” è fondamentale e deve essere intesa secondo le indicazioni di Fattori: “… vedere sul vero una figura, o umana o animale stagliata su un fondo, fosse un muro bianco e aria limpida o altri soggetti…”, che indirizza la sua ricerca in un personale realismo. Alla base della loro tematica si poneva l’affermazione: “tutto è bello in natura dal punto di vista dell’arte” e di conseguenza “l’opera d’arte non è che lo sviluppo di un’impressione ricevuta, quando sia convenuto e stabilito che il punto di partenza debba essere un motivo del vero”.

Un mondo, quello di questi artisti, ricco di valori e di coraggio, in cui l’uomo, a tratti di stile romantico alla Byron, ha anche un intenso rapporto con la natura che lo circonda. Essi colgono spunti di pulsioni e visioni alla Friedrich, riportando alla memoria la maestria di Turner e rivalutando un paesaggio in simbiosi con la vita nel concetto, ma non nell’estetica puramente visiva. Ed in un’ottica di rivisitazione romantica il Lega, ad esempio, guarda con attenzione alla lezione di Delacroix sull’importanza pittorica dell’istinto e dell’improvvisazione, “… quegli slanci particolari che rapiscono l’ascoltatore e insieme l’oratore…”.

Inoltre, nello studiare le opere dei macchiaioli non si possono dimenticare pitture come quelle di Filippo Palizzi o influenze, più o meno accreditate, di paesisti francesi come Corot, Daubigny e Rousseau.

Firenze, città nella quale il Rinascimento (chiarezza, verità, logicità) non ha mai smesso di vibrare nell’aria artistica che l’avvolge, riunisce questi artisti-patrioti che intendono andare oltre alle indicazioni accademiche e politiche: unione, libertà, personalizzazione, società e vita quotidiana. L’Esposizione Universale di Parigi del 1855 fu un momento importante per la “consacrazione” del gruppo. In realtà, il movimento non ebbe mai quel respiro e notorietà internazionale che ci si poteva aspettare soprattutto per la situazione italiana sia politica (lotte per l’unità nazionale) che artistica ovvero suddivisione in regionalismi con scarso impatto sull’estero. 

Tra i momenti più significativi del gruppo spicca l’Esposizione fiorentina del 1861, vinta dal napoletano Morelli che affermò. “…il mio quadro mi pareva di una pittura brutale e non finita…” insomma “… è una meraviglia: è tutto italiano proprio italiano…”. Ed è proprio questo artista che assieme ad altri, tra cui Telemaco Signorini, sapiente realizzatore, innovatore del naturalismo e teorico chiave del movimento, ed il riformista Fattori, rimpostano la tavolozza. 

I macchiaioli osservano il reale, trasformano cromatismi, propongono quotidianità eroiche del popolo con diverse tendenze e molteplici messaggi nonché con focalizzazioni personalizzate su ombra, luce e colore. Riguardo Giovanni Fattori, gli storici spesso si chiedono se fu veramente un macchiaiolo per il suo stato d’animo non transitorio ma eterno, per l’amore verso artisti come Giotto e per la curiosa attenzione verso riflessioni prospettiche alla Paolo Uccello. Certo è che egli è uno dei maggiori esponenti del gruppo, al quale aderì con profonda partecipazione e massimo sentore. Egli, infatti, fu in costante interazione con la sua produzione che, soprattutto nel paesaggio, ci preannuncia un dileguarsi atmosferico tipico dell’Impressionismo.  

In mostra, tra gli altri, si possono ammirare anche immagini di signore al sole osservate da Cabianca, che ama “giocare” con chiaroscuri diventati, nell’ultimo periodo della sua produzione, quasi violenti, arricchiti poi da colori densi. E poi le bambine, che il Lega (verista definito all’epoca “intransigente ed accanito” e virtuoso del disegno) dipinge con rimando stilistico a Degas. Ancora: la gente al mercato e madri piene di vita immortalati da Banti; bambini colti nel sonno e donne che leggono rappresentati da Adriano Cecioni.

Quest’ultimo, anche scultore e fondatore della “Scuola di Resina” a Napoli, dichiarava: “Il vero è buono solamente per coloro che vi sanno leggere dentro … l’individuo riproduce se stesso nell’opera sua”. Troviamo anche Odardo Borrani con le sue montagne, dove le mietiture diventano oro di un sole terreno che relaziona ampi spazi di una natura incontaminata, e Serafino de Tivoli e le sue pescaie, autentico omaggio all’evoluzione ed alla coesistenza armonica tra genere umano, animale e natura. Infine, Giovanni Boldini, buon ultimo ad aderire al movimento essendo arrivato a Firenze quando il movimento era già al suo apice ed anche l’eroismo iniziale stava, lentamente, tramontando.

 

Rai Storia: “Viaggio nella Chiesa di Francesco”

Dalle parole chiave dell’enciclica “Fratelli tutti” all’impegno dei media vaticani per diffondere nel mondo, al tempo della pandemia, il magistero del Papa potenziando strutture e adeguando linguaggi. Ed ancora, il ruolo e le trasformazioni, in Italia, dei giornali e dell’editoria cattolici alle prese con la sfida digitale e il racconto di una Chiesa, più che mai, impegnata nelle opere di carità e di prossimità.

Sono questi i temi al centro della puntata di “Viaggio nella Chiesa di Francesco”, il programma di Massimo Milone e Nicola Vicenti, in onda su Rai Storia domenica 1° novembre alle 12.25, che propone, tra l’altro, l’intervista al filosofo Mauro Ceruti, autore del libro “Sulla stessa barca”, un invito “a leggere l’enciclica di Papa Francesco Laudato si’ e, oggi, l’enciclica Fratelli tutti, nell’orizzonte di un umanesimo planetario”, come scrive nella prefazione Edgar Morin, il padre della filosofia della complessità.

“Il messaggio del Papa è universale”, dice Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani: “Lo raccontiamo in 40 lingue alla radio e in 35 lingue sul web. Con un motto ‘Leggi, ascolta, naviga’”. Dedicato all’approfondimento, in particolare, il nuovo “Osservatore Romano”, di nuovo in edicola, diretto da Andrea Monda. Per l’Italia parlano i direttori del giornale Avvenire, Marco Tarquinio, della Agenzia Sir, Amerigo Vecchiarelli, e del settimanale Famiglia Cristiana, don Antonio Rizzolo.

Il ruolo chiave delle Città nello spreco alimentare

Un nuovo studio realizzato con la collaborazione della Fondazione CMCC mette in luce il ruolo decisivo delle città nella lotta agli sprechi alimentari e nel contribuire a raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile. Un metodo per valutare le politiche e le iniziative sullo spreco alimentare urbano e le loro connessioni con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, potenzialmente applicabile a qualsiasi altra città.

Se si considerano gli impatti sull’ambiente, lo spreco alimentare rappresenta fino al 10% delle emissioni globali di gas serra, mentre l’impronta idrica annuale della fase agricola dello spreco alimentare è di 250 Km3, pari a cinque volte il volume del lago di Garda e più alta di qualsiasi impronta idrica nazionale legata ai consumi alimentari. In Europa, con 88 milioni di tonnellate di cibo sprecato ogni anno, 173 kg a testa, si stima che il 15% degli impatti totali sull’ambiente della catena di produzione del cibo siano attribuibili proprio agli sprechi alimentari.

Le città si stanno affermando come attori chiave nella lotta allo spreco alimentare dove si concentra oltre la metà della popolazione mondiale, e dove viene consumato tra il 70% e l’80% delle risorse alimentari prodotte, ed è qui che si stanno sperimentando una serie di azioni per rendere più sostenibile il sistema alimentare.
Prendendo in esame 40 città europee in 16 diversi Paesi, uno studio pubblicato di recente sulla rivista Resources – Special issue Food Loss and Waste: The Challenge of a Sustainable Management through a Circular Economy Perspective presenta una metodologia per valutare le politiche e le iniziative delle città per la lotta allo spreco.
“Il problema dello spreco alimentare è riconosciuto come una delle più gravi distorsioni dell’attuale sistema di produzione del cibo”, spiega Marta Antonelli, senior scientist presso la Fondazione CMCC e Direttore Ricerca di Fondazione Barilla. “Parliamo di distorsione perché, a fronte di una perfetta edibilità del cibo, si osservano spesso perdite nelle prime fasi della filiera alimentare, nel tragitto tra il campo e la vendita al dettaglio, oppure sprechi, nelle ultime, a livello di vendita al dettaglio e di consumo, con significativi impatti a livello economico, sociale e ambientale. Anche senza considerare l’emergenza COVID-19, che ha aggravato la situazione, ogni anno il 14% circa dei prodotti alimentari va perso prima di raggiungere il mercato; i motivi sono molteplici e spaziano dai problemi alle infrastrutture, vizi di manipolazione, inadeguatezza delle modalità di trasporto, condizioni meteorologiche estreme, fino a problemi nello stoccaggio e conservazione dei prodotti, che colpiscono soprattutto i cibi più deperibili, come frutta e verdura. Per quanto riguarda invece lo spreco ‘a valle’, imputabile ai consumatori o agli addetti al servizio della ristorazione, le ragioni sono di tipo comportamentale e hanno a che fare con la particolare relazione che abbiamo col cibo.”

“Le città possono andare a incidere direttamente su tanti settori o elementi del sistema alimentare urbano, che poi determinano le dimensioni della sicurezza alimentare per i cittadini, spiega M. Antonelli, Come? Attraverso l’azione sui mercati rionali, le mense scolastiche e caritatevoli, gli incentivi per ridurre gli sprechi. Milano, ad esempio, ha ridotto la tassa sui rifiuti a chi dimezzava i propri livelli di spreco alimentare, e si è impegnata con tutta una serie di azioni a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030.”
Attraverso un’analisi della letteratura del settore, gli autori dello studio hanno cercato di delineare una mappa di quelle che sono le iniziative a livello urbano per la lotta allo spreco alimentare. L’analisi mette in luce anche come molte città (Bari, Bologna, Milano, Torino, Genova, Venezia e Cremona) stiano utilizzando la lotta allo spreco per andare ad alleviare la povertà alimentare e l’esclusione sociale delle fasce più vulnerabili della popolazione, attraverso sistemi di donazione delle eccedenze di cibo, o la creazione di nuove opportunità di lavoro nell’economia circolare.
“Se andassimo a vedere le azioni che i diversi comuni italiani hanno intrapreso sul sistema alimentare, sottolinea M. Antonelli, vedremmo che le azioni sono molteplici; quello che è ancora raro, è una gestione integrata del cibo, dal campo alla tavola, fino alla gestione del rifiuto. In molte città si assiste alla nascita di nuovi organismi di supporto, i cosiddetti “Food Policy Council”, esperienze partecipative, bottom up e multi-attoriali, che hanno avuto un ruolo importante anche nel creare quelle reti di advocacy che hanno richiesto al sistema istituzionale locale un approccio al cibo diverso, più sostenibile e integrato.”
“È essenziale infine”, conclude M. Antonelli, “che le politiche messe in campo dalle città per la lotta allo spreco alimentare siano in linea con gli obiettivi definiti dall’Agenda 2030, in quanto i legami con gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono molteplici, ma solo in pochissimi casi (Cremona, Liège, Milano e Montpellier) il riferimento è esplicito e diretto.

Le città sono attive in ambiti diversi del sistema alimentare, ma manca una visione integrata, che metta in luce il fatto che se agisco sullo spreco alimentare posso anche indirizzare e intercettare altri obiettivi, come quelli di produzione agricola, attraverso una gestione circolare, o lavorare sull’esclusione socio-economica e sulla povertà alimentare. In questo senso la strategia ‘Farm to Fork’ rappresenta il primo passo a livello europeo e internazionale per mettere sullo stesso piano aspetti del sistema alimentare che finora erano sempre stati trattati separatamente, partendo dal mettere sullo stesso piano salute umana e sostenibilità.”