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Dylaniati, un libro “diverso” su Bob Dylan

Dopo una bibliografia sterminata su Bob Dylan, finalmente un libro “diverso”. Non l’ennesima biografia o l’ennesima analisi dei testi, ma una libera espressione del pensiero dei fan. E ce ne sono di tutti i tipi, da quelli davvero fanatici a quelli “assennati e smagati” (così si autodefinisce il critico letterario Massimo Raffaeli). Ma anche quelli “laici”, restii a lasciarsi catapultare nella mitologia, ne riconoscono la grandezza e illuminano i pertugi da dove sono passati i lampi di luce del “menestrello”, arrivato niente meno che al Nobel per la letteratura (2016).

Così si gioca sul cambio di una lettera e i dylaniani diventano Dylaniati, Al titolo si aggiunge, per spiegarlo ai profani, “testimonianze di una passione”. Edito da Affinità elettive, una piccola ma prolifica casa editrice anconetana (con una bravissima direttrice editoriale), il volume raccoglie trentadue interventi di appassionati di tutte le età e generazioni.

Gli stessi curatori si distanziano di circa vent’anni ciascuno. Massimo Papini ne ha 72 ed è cresciuto con il Dylan della protesta, delle marce per la pace e dei rapporti non facili con l’altro sesso. Sergio Sparapani ne ha 52 ed è arrivato a Dylan dopo averlo selezionato tra una miriade di cantanti e gruppi folk e rock. Emanuele Mochi, infine, è il più giovane, ne ha 32. Di lui, gli altri curatori si divertono a dire: “Nobody sings Dylan like Mochi…”

Tra gli autori veri, quelli che per l’occasione hanno scritto storie diverse, spiccano alcuni giovani americanisti, poi storici contemporaneisti, critici letterari, giornalisti, musicologi e, soprattutto, musicisti, alcuni di fama nazionale. Ma non manca la signora francese che ricorda un amore giovanile con un italiano, che le aveva creato tante illusioni facendole ascoltare proprio Bob Dylan… e si chiamava Roberto pure lui.
Resta da domandarsi perché mister D. (come lo chiama confidenzialmente Sparapani), che fondamentalmente è un poeta beat (ritratto in una foto famosa con Allen Ginsberg intento a rendere omaggio alla tomba di Jack Kerouac) abbia suscitato tante emozioni in ascoltatori anche molto diversi tra loro.

Soprattutto, aggiungiamo noi, come ha fatto a trovare le note giuste per musicare versi degni di un grande poeta. Sic parva licet componere magna, la tradizione è quella di Omero o di Shakespeare. Scrivevano non per essere letti, ma per essere recitati. Così un ragazzo alle prime armi ha imparato al Greenwich village ciò che facevano i poeti beat: recitavano i propri versi con il sottofondo di musica jazz. E lui li ha adattati ai temi e alle aspirazioni dei giovani della sua generazione.
Il resto è storia. Oggi il “menestrello” ha quasi ottant’anni ma continua a girare il mondo magari con nuove canzoni, evocando l’angoscia per un’epoca resa insicura dal Covid o ricordando al mondo intero, e non solo ai suoi compatrioti, che l’uccisione di Kennedy non ha riguardato solo l’assassino, ma l’umanità stessa, corresponsabile e vittima allo stesso tempo della violenza.

Tornando al libro, trentadue testimonianze raccontano sì l’incontro con la musica di Dylan, ma soprattutto rivelano che generazioni diverse possono confrontarsi sempre sui grandi temi dell’esistenza; e anche gli atei più incalliti trovano profetico il richiamo di Dylan al tema della salvezza. Sembra assurdo, ma solo i poeti più sublimi possono percorrere la strada tra Gerusalemme e New Orleans, citando il profeta Isaia o il Deuteronomio e ritrovarsi sempre figli di Abramo, siano ebrei, cristiani, mussulmani o atei…o tutte queste cose insieme.

Pensioni: le nuove ipotesi

Una delle prime ipotesi in campo per il 2022 è la previsione di una soglia di accesso alla pensione a 63-64 anni con 38-39 anni di contributi, con l’introduzione di penalizzazioni legate al calcolo contributivo.

Una misura, quindi, di staffetta generazionale o di contratto di solidarietà espansiva, che aiutano i giovani all’inserimento lavorativo e accompagnano in uscita il lavoratore anziano.

Inoltre dovrebbero essere previste le proroghe di Ape e Opzione Donna. Le sigle sindacali vogliono una proroga dell’Ape sociale 2021, anche estendendo i beneficiari alle attività cosiddette gravose o usuranti e ai lavori più esposti al rischio del contagio da coronavirus.

Tra le altre richieste, l’estensione della possibilità di accesso alla pensione precoce per tutti i lavoratori per i quali si ipotizza l’estensione dell’Ape Sociale. La proroga potrebbe essere accompagnata da un allentamento dei requisiti d’accesso, in particolare a favore dei lavoratori discontinui che spesso si vedono respinta la domanda perché non hanno raggiunto il minimo per la Naspi, indennità di disoccupazione.

L’opzione donna, già prorogata dalla Legge di Bilancio 2020 dovrebbe essere ulteriormente prorogata. Questa formula permette alle lavoratrici dei settori sia pubblico che privato di richiedere la pensione anticipata, attraverso un assegno calcolato esclusivamente sulla base dell’età contributiva. Con questo meccanismo, le lavoratrici possono andare in pensione anticipatamente se hanno raggiunto 35 anni di contributi entro una certa data. Nel caso la proroga andasse in porto, le lavoratrici nate entro il 31 dicembre 1962 e le lavoratrici autonome nate entro il 31 dicembre 1961, con almeno 35 anni di contributi entro il 31 dicembre 2020, potranno accedere alla pensione anticipata.

Lavoro e digitalizzazione al centro del rinnovamento della Pa

“Il welfare con una nuova Identità unica e Digitale” è il titolo della conferenza interistituzionale svoltasi a Roma, i cui lavori sono stati aperti dal saluto di Vincenzo Caridi, Direttore generale vicario INPS, che ha sottolineato l’importanza del percorso intrapreso con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione. “Dal 1° ottobre il Pin INPS lascia il passo all’Identità unica Digitale – ha esordito – che ci permetterà di offrire servizi sempre più personalizzati e vicini ai cittadini”.

Il Presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, ha aggiunto: “Siamo di fronte a un passaggio epocale che darà un grande contributo alla digitalizzazione del Paese. 27 milioni di utenti avranno una modalità di accesso ai servizi unica e più sicura; durante l’emergenza Covid-19 abbiamo rilasciato 40mila Pin al giorno. La platea di utenti che accedono ai servizi online è sempre più ampia e variegata”. Tridico ha poi concluso evidenziando che “non dimenticheremo quella fascia di popolazione più lontana dai servizi telematici e, quindi, abbiamo previsto un periodo di transizione per aiutarli e accompagnarli nel passaggio a SPID”.

“Il percorso di digitalizzazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali raggiunge un altro traguardo – ha affermato nel suo intervento Grazia Strano, Direttore Generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – dalle comunicazioni obbligatorie alla cooperazione applicativa, passando per l’Urp online, arriva a SPID. Dal 15 novembre 2020, ma eravamo pronti già lo scorso marzo, sarà l’unica modalità per accedere ai servizi online del Ministero”.
Il Direttore ha, poi, rimarcato l’importanza di “non lasciare indietro nessuno e a tal fine avvieremo una campagna di comunicazione finalizzata a raggiungere una platea di soggetti più vasta possibile attraverso spot, aggiornamento dei portali istituzionali, i nostri social network, faq sempre aggiornate e linee guida rivolte a tuti gli operatori”. Strano ha concluso sottolineando che “la tecnologia aumenta la cultura digitale tra le persone, riduce il gap tra cittadini e PA e la capacità di migliorare politiche e servizi”.

A seguire, Francesco Paorici, Direttore Generale AgID, ha dichiarato che la transizione a SPID è un percorso essenziale nel processo di trasformazione digitale. “Le PA possono attivare questo progetto con serenità e l’evento di oggi conferma che questo passaggio è fattibile. L’Identità unica Digitale non solo semplifica la vita ai cittadini e alla Pubblica Amministrazione, ma si porta dietro la possibilità di accedere a nuovi servizi”.

“Oggi, insieme all’INPS, coroniamo un percorso condiviso che ci porta ad essere le prime amministrazioni pubbliche che hanno aderito a Spid” – ha sottolineato Nunzia Catalfo, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, intervenendo in collegamento telefonico. “La Pubblica Amministrazione deve ‘pensare in digitale’. Questa è la strada avviata dal Ministero da alcuni anni. Innovazione, semplificazione e digitalizzazione sono queste le parole chiave per favorire un buon livello di efficienza amministrativa e migliorare il rapporto con i cittadini e le imprese”.
“SPID – ha proseguito il Ministro – è solo il primo passo e l’area del lavoro e della previdenza arriva molto prima della data del 28 febbraio 2021, fissata dal Decreto Semplificazione. Il prossimo passo sarà l’adesione all’APP IO, in sinergia con il Ministero della collega Pisano, per integrare i primi servizi; il progetto delle banche dati interoperabili e il fascicolo elettronico del cittadino”.
Concludendo il suo intervento, il Ministro ha ribadito che “l’obiettivo raggiunto oggi è frutto della collaborazione interistituzionale che ritengo sia volano per l’innovazione e la crescita del Paese”.

In chiusura, il Ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, Paola Pisano, ha dichiarato che “stabilire un’identità univoca e certa è un processo fondamentale. La crisi Covid-19 lo ha fatto emergere con forza e l’accesso digitale è stato essenziale per consentire alle imprese di continuare la loro attività. Oggi, 10 milioni e 700 mila persone hanno SPID. Adesso – ha proseguito Pisano – occorre accrescere i servizi digitali via smartphone e semplificare le procedure per permettere ai cittadini di ottenere velocemente SPID”.

Coronavirus: “Non è assolutamente il momento di fare altre aperture”.

Il numero di contagi” da Covid-19 in Italia “potrà aumentare significativamente nelle prossime settimane. Per questo motivo” non solo “non è assolutamente il momento di fare altre aperture, ma dobbiamo anche essere molto severi” e “cercare di convincere le persone a evitare i pranzi della domenica e le feste di compleanno”. Il monito arriva da Antonella Viola, immunologa dell’università di Padova, intervenuta ad ‘Agorà’ su Rai 3.

L’andamento della curva di contagi, che sale anche nel nostro Paese, “si spiega con il fatto che il virus c’è e circola. Siamo circondati da Paesi in cui la situazione è anche molto peggiore rispetto alla nostra, quindi sarebbe impensabile” non assistere a una crescita delle nuove infezioni che ora “si stanno sviluppando prevalentemente in famiglia – osserva l’esperta -. Nei luoghi di lavoro tutto sommato siamo ancora molto attenti, usiamo le mascherine e manteniamo il distanziamento, mentre in famiglia purtroppo, com’è anche normale e lo capisco, ci si lascia più andare per cui i pranzi di famiglia, le cene, le feste, i compleanni sono occasioni in cui si sviluppano contagi perché le persone non usano le mascherine”. Indossarle in ogni situazione di assembramento, anche all’aperto, ricorda Viola, è fondamentale.

Bentivogli scuote l’albero della politica. I Popolari di fronte a una nuova piattaforma progressista.

Un fatto nuovo e potenzialmente significativo nel percorso di ricostruzione della “politica” in Italia è rappresentato dalla nascita di “Base”, Associazione promossa da Marco Bentivogli assieme a molte qualificate persone della società civile.
Accanto alla credibilità dei promotori e alla fresca fondatezza del primo messaggio di contenuto, appaiono importanti due elementi.

Il primo è costituito dal nome. “Base” richiama un approccio alla politica capace di andare oltre la logica della “discesa in campo” (dall’alto) dei personaggi più gettonati del momento.

È il tentativo di ricostruire innanzitutto una “buona domanda”, premessa essenziale per una “buona offerta”. In altre parole, il tentativo di ricostruire una trama di comunità senza la quale non vi è “buona politica”, ma solo populismo.
Il secondo elemento importante è costituito dalla dichiarata volontà della nuova associazione di non voler diventare l’ennesima bandierina “partitica” che si aggiunge alle altre, vecchie o nuove.

“Base” – secondo le dichiarazioni dei promotori – intende essere una esperienza sociale e politica che concorre a ricostruire una nuova cornice di rappresentanza politica delle culture popolari e liberal democratiche del Paese.
Esattamente il “baricentro” che manca da decenni alla politica italiana.

Noi abbiamo sottoscritto la convocazione della Assemblea Costituente del 3 e 4 ottobre prossimi – come sviluppo del Manifesto Zamagni – nella stessa logica. Come abbiamo affermato nella nostra nota del 18 settembre scorso.

Ci pare oggi ancor più importante – e plausibile – che tale Assemblea Costituente non si traduca nella nascita di un “partitino cattolico”, ma sia l’avvio di un percorso destinato ad assicurare l’apporto organizzato e visibile della tradizione popolare di ispirazione cristiana alla ricostruzione di questo “baricentro”.

Il “comune sentire” ed in prospettiva il “comune agire” con “Base” di Marco Bentivogli e con altre realtà politiche, sociali, civiche e territoriali del Paese che si collocano in questo scenario e pensano in questo modo, non è il contrario della doverosa riaffermazione di una identità: ne è invece la necessaria futura cornice politico-elettorale.
Se vogliamo veramente ricomporre il nostro mondo all’insegna non della improbabile nostalgia ma della generosa vocazione al futuro, questa è l’unica via possibile.

Le basi di Base Italia

Pubblichiamo il documento di presentazione di “Base Italia”, l’associazione promossa dall’ex Segretario generale della Fim-Cisl, Marco Bentivogli.

L’Italia deve tornare a crescere. La crisi che il nostro paese sta attraversando non è solo economica: è anche civile, sociale e morale.

La stagnazione della produttività, che le statistiche ben documentano, va di pari passo con un declino più generale del paese, che vediamo nella demografia, nel capitale umano e sociale, nella qualità delle classi dirigenti. Questa situazione spiega perché una parte del paese abbia una paura crescente del futuro e dell’ “altro” e, pertanto, reagisca chiedendo chiusura e protezione.

La risposta a questa tendenza al regresso deve nascere nella società e dall’opinione pubblica attraverso un lavoro culturale, nel senso più alto e ampio del termine.

Base nasce per dare forma e sostanza a tale risposta.

Non si capisce la situazione attuale se non la si mette nella giusta prospettiva storica. La crisi italiana non nasce con la recessione del 2008: risale a molto prima. È almeno dagli anni Settanta che la classe dirigente italiana ha abdicato al suo ruolo di modernizzazione del paese. Di fronte ai grandi mutamenti imposti dalla globalizzazione e dal cambiamento tecnologico, anziché investire in formazione e innovazione il Paese ha cercato di resistere al cambiamento, finanziando a debito la sua crescita. Il risultato è quello che vediamo oggi: una nazione che, accanto a molte eccellenze imprenditoriali e sociali, è vittima di una diffusa arretratezza in molti ambiti: nell’economia, con una struttura produttiva iper-frammentata incapace di competere internazionalmente; nell’organizzazione dello Stato, appesantito da una mole normativa disfunzionale e barocca; nel mercato del lavoro, dove l’attenzione al capitale umano e la formazione continua sono delegati alla buona volontà dei singoli; nei diritti civili e nella fatica che la nostra società sembra fare nel riconoscere che il pluralismo e l’apertura sono valori e non minacce; e nella generale e diffusa convinzione che l’altro sia una minaccia e non un’opportunità di arricchimento, e che dunque l’incontro con l’altro sia qualcosa da cui ci si debba difendere, invece di auspicarlo.

Se prendiamo coscienza di queste dinamiche capiremo meglio perché oggi gran parte del dibattito politico ruota attorno all’isolamento nazionalistico e potremmo mettere in atto le opportune azioni per superarlo.

L’obiettivo di Base è dunque quello di aiutare la comprensione di queste dinamiche di lungo termine, promuovere la riflessione sulle cause e la ricerca di soluzioni, e favorire l’incontro e l’aggregazione di diversi mondi da cui può nascere una leadership diffusa.

Abbiamo bisogno della miglior classe dirigente in grado di esprimere e rappresentare le esigenze della società e di prendere decisioni facendosi carico della complessità, solo così si potranno affrontare le patologie del Paese e le terapie individuate potranno essere accolte e condivise diventando patrimonio comune del Paese.

Il sovranismo sgorga proprio dal messaggio semplicistico secondo cui le nostre difficoltà sono da attribuire a un nemico esterno (all’altro, appunto): la risposta al sovranismo, di conseguenza, deve per forza fare seguito a un percorso di consapevolezza, che aiuti a cogliere le radici profonde del problema e a perseguire un sentiero di sviluppo (con l’altro). Lo scontro tra società ed élite è un imbroglio, è in corso uno scontro tra establishment nel quale chi rivendica di rappresentare la società è solo più efficace nel tesaurizzare paure, disagio, e rancore.

Base ha a cuore tutti i luoghi del paese, si occupa di riportare protagonismo in quelli più trascurati, le aree interne, le periferie. Luoghi che non si rappresentano col turismo elettorale delle élite, ma abitandoli.

Base vuole quindi essere, anzitutto, un luogo di incontro tra persone provenienti da mondi diversi che nel nostro paese faticano ad integrarsi, a dialogare. Base vuole anche essere il catalizzatore per un progetto che sappia guardare oltre al breve termine e si interroghi sul bene del paese nel lungo periodo. Occorre costruire un rapporto sistematico e articolato con le forze sociali, i corpi intermedi, e tutte le organizzazioni portatrici di valori e di significato sociale.

Bisogna altresì cercare tutto ciò che unisce il paese, anziché dividerlo: l’Italia ha bisogno di ritrovare una visione e una speranza condivise, che sono impossibili senza ricostruire empatia e fiducia nel prossimo e nel domani; e che non possono avere altro fondamento che il lavoro. Pertanto, i numerosi sintomi di malessere che emergono dalla società italiana – e su cui si innestano le risposte di pancia che abbiamo descritto, che vanno dal razzismo al rifiuto della società aperta e plurale, dalla negazione della concorrenza alle pulsioni anti-europee – vanno ascoltati e compresi. L’opposto del populismo non è la negazione dei problemi, ma la loro soluzione. L’inizio della soluzione non può che essere il riconoscimento della nostra appartenenza al grande disegno di unificazione europea: un progetto che nasce con un fine politico, la pace, e lo persegue attraverso uno strumento economico, l’integrazione e il mercato.

Base è fondata sulla convinzione che la riscossa civile del paese passi necessariamente per la ricostruzione dei legami sociali e  la riorganizzazione degli spazi di comunità. Ogni progetto umano deve guardare lontano con pensieri impegnativi, lunghi e ricostruire spazi di protagonismo in cui le persone si sentano utili, coinvolte nel cambiamento.

Non esiste crescita economica e civile senza un radicamento umano e sociale.

Non esiste una casa comune senza una solida Base.

Un autunno plumbeo

Siamo già allenati. Dovremmo solamente rimettere la serietà largamente manifestata nella primavera di quest’anno. Dobbiamo far leva sulle nostre capacità volitive. Sfoderare la miglior abilità comportamentale. Un sacrificio che innalzi la nostra statura morale. Solo così riusciremo ad attraversare, più o meno indenni, le prossime due stagioni.

Già l’autunno si profila particolarmente insidioso. Il Covid sta mettendo in ginocchio la Spagna, la Francia, l’Inghilterra e altri Paesi minori. Non parliamo della condizione difficilissima di Israele. All’orizzonte non c’è alcuna zattera che ci salverà nell’immediato. Checché ne dicano, il vaccino non è alle porte. O, comunque, non per metterci in “salvo” nei prossimi sei mesi.

Dobbiamo avere coscienza che, per non cadere nelle massime disgrazie: chiusura delle scuole; chiusura della fabbriche; chiusura degli esercizi commerciali e ricreativi, le nostre uniche risorse sono quelle che già tutti conosciamo e che vanno onorabilmente seguite. Si tratta di mettersi la mascherina, di mantenere la distanza tra le persone, di lavarsi ripetutamente, durante il giorno, le mani.

ALTRO NON C’È.

Per fortuna il sistema sanitario, dopo la severa bastonata dei mesi di marzo e aprile, ha acquisito gli strumenti per poter fronteggiare anche gli aspetti più crudi. Gli ospedali sono dotati di apparecchiature che allora non c’erano, e i piani d’intervento sono stati prontamente calibrati anche per le evenienze più difficili.

Sapendo che le misure economiche possono tirare un sospiro di sollievo per i fondi ricevuti dalla comunità europea, e pertanto non siamo stritolati dall’incertezza che provavamo durante la primavera scorsa. Sarebbe ulteriormente intelligente poter anche utilizzare i fondi del MES, applicabili per la stragrande maggioranza, nel circuito sanitario, in modo tale che troveremmo con questa fonte un ulteriore significativo apporto di massa finanziaria per rimodernare gran parte della nostra struttura ospedaliera.

Rafforzare i dispositivi morali e comportamentali sono una garanzia per non dire domani, potevo fare meglio.

Il Covid ha portato nei borghi 2 turisti su 3

Due italiani su tre (66%) hanno visitato i borghi durante l’estate 2020 alla scoperta di prodotti e tradizioni meno conosciuti ma anche per sfuggire al rischio del sovraffollamento nelle spiagge e nelle località turistiche più battute, di fronte all’emergenza coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti divulgata in occasione della giornata mondiale del turismo nel quale si registra nel primo semestre un crollo del 72% degli arrivi nei paesi dell’Europa del sud secondo la World Tourism Organization.

Un nuovo protagonismo si rileva pero’ dei centri minori spinto dagli effetti della pandemia che ha portato alla riscoperta del turismo di prossimità con 1 italiano su 4 (25%) che ha scelto per le proprie ferie una destinazione vicino casa, all’interno della propria regione di residenza, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’. Tale fenomeno è favorito anche – sottolinea Coldiretti – dalla diffusione capillare dei piccoli comuni che incrementa la capacità di offrire un patrimonio naturale, paesaggistico, culturale e artistico senza eguali. In Italia i centri sotto i 5mila abitanti sono, infatti, 5.498, quasi il 70% del totale, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat.

A trainare le visite nei piccoli borghi sono soprattutto i prodotti enogastronomici, come dimostra il fatto che – ricordano Coldiretti/Ixe’ – quasi un italiano su due (49%) è rientrato dalle vacanza con specialità tipiche come souvenir del territorio che si classificano come i preferiti nell’estate 2020, nonostante il taglio dei budget disponibili per effetto delle difficoltà economiche e dei timori per il futuro. Tra i prodotti più acquistati primeggiano a sorpresa i formaggi davanti a salumi, vino e olio extravergine d’oliva. Al secondo posto tra i souvenir – continua la Coldiretti – si classificano prodotti artigianali e a seguire gadget, portachiavi, magliette.

La ricerca dei prodotti tipici è, del resto, diventato un ingrediente irrinunciabile – spiega Coldiretti – delle vacanze in un Paese come l’Italia che è leader mondiale del turismo enogastronomico potendo contare sull’agricoltura più green d’Europa con 306 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 524 vini Dop/Igp, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche, la più grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie con Campagna Amica.

A garantire, invece, l’ospitalità nei piccoli centri è soprattutto – rileva Coldiretti – una rete composta da 24mila strutture agrituristiche con 253mila posti letto e quasi 442 mila posti a tavola. Gli agriturismi – sottolinea la Coldiretti – spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche. Non a caso a settembre quest’anno si stimano, secondo Coldiretti, circa 900mila presenze nelle strutture agrituristiche, che consentono di conciliare la buona tavola con la possibilità di stare all’aria aperta avvalendosi anche delle comodità e dei servizi offerti, ma anche di assistere alle tradizionali attività autunnali come il rito della vendemmia o avventurarsi nei boschi alla ricerca dei porcini, finferli e trombette.

“La vacanza nei piccoli borghi, da sempre fortemente caratterizzati dalla presenza dell’agricoltura, rappresenta un esempio di turismo sostenibile prezioso per il sistema Paese che, se adeguatamente valorizzato, può diventare una risorsa strategica per il rilancio economico e occupazionale dopo la crisi causata dall’emergenza sanitaria” afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini.

Il bikesharing continua la sua ascesa in Italia

Il bikesharing continua la sua ascesa in Italia: sono aumentate le città coinvolte, cresce il numero di bici a disposizione degli utenti e si diversifica l’offerta in termini di tipologia dei veicoli e di modelli operativi (“free-floating”, cioè a flusso libero e “station-based”, cioè con stazioni definite). La flotta ha ormai raggiunto circa 35.000 bici. È quanto è emerso durante la web conference “I servizi di bikesharing in Italia: dati e assetti di governance”, nell’ambito della IV Conferenza Nazionale sulla Sharing Mobility e nei quali sono stati presentati i dati settoriali del 4° Rapporto Nazionale della Sharing Mobility, a cura dell’Osservatorio Nazionale.

“I dati del rapporto annuale sul bikesharing- ha sottolineato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile- ci confortano perché dimostrano che le città italiane stanno rapidamente evolvendosi verso un modello di green city che vede la mobilità condivisa al centro del progetto”.

Il bikesharing, servizio di sharing mobility più diffuso in Italia insieme ai monopattini in sharing, è quello che ha sperimentato la risalita più marcata subito dopo il lockdown. Rispetto al 2015 la flotta di biciclette in sharing è più che triplicata con un + 15% e-bike in condivisione e + 60% cittadini iscritti ai servizi di bikesharing

Tra le differenze nelle modalità di utilizzo dei servizi in free-floating e station based spicca quella sulla durata dei noleggi: il primo vede utilizzi brevi (oltre il 50% dei noleggi non ha durata superiore ai 5 minuti) ed un maggior utilizzo nei weekend (1 noleggio su 4); il secondo, invece, è caratterizzato da utilizzi più lunghi (60% durano tra i 6 ed i 20 minuti) ed un uso massiccio negli orari di punta della giornata (18% dei noleggi nella fascia oraria 8-10 e 17% tra le 17 e le 19).

Nel freefloating cresce, il numero di noleggi giornalieri per veicolo; mentre lo station based di Brescia, BiciMia, registra la percentuale piu alta di utilizzo per ciascuna bici nelle 24 ore: 2,3% ovvero circa1h e 20 al giorno.
Per quanto concerne i costi in modalità free-floating un viaggio di 20 minuti è in media di circa 1,2€ mentre scende a 0,5€ per lo station-based.

Oms: “2 milioni di morti fino al vaccino”

L’organizzazione mondiale della sanità (Oms) si aspetta che il bilancio globale delle vittime di Covid-19 arriverà a 1 milione la prossima settimana.

Inoltre la cifra di due milioni di morti fino a che non arriverà un vaccino è inimmaginabile, “ma non impossibile”, come ha detto a Ginevra capo del Programma di emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Comunque questo aumento delle morti potrebbe essere evitabile.

E questo grazie alle misure anti-Covid, che devono essere attuate in modo rigoroso: igiene, mascherine, rispetto del distanziamento, test, tracciamento dei contatti, quarantena e altro ancora.

Restituire la politica alla gente

Sono un semplice cittadino, uno che viene dalla “società civile” e ne condivide gli affanni, le tribolazioni e le speranze.

Come molti altri cittadini mi sono rassegnato a considerarmi orfano della politica: dopo la caduta del muro di Berlino, la fine delle ideologie, le vicende di tangentopoli e il passaggio alla cd. “seconda repubblica” e finanche alla “terza” – ammesso che esistano davvero e non siano un mero flatus vocis – … sono rimasto spiazzato e sconcertato dalla lunga deriva negativa che ci ha portato alla situazione attuale. La retorica del nulla ha spogliato la vita dei suoi antichi valori.

Siamo a un tutti contro tutti, senza capo né coda, che pervade anche il tessuto sociale di egoismo, invidia, acrimonia, delazione, cattiveria, come ribadito dagli ultimi Rapporti Censis.

Recentemente ho vissuto la vicenda referendaria sul taglio dei parlamentari ma non mi sono messo tra coloro che si sono scagliati contro la scelta della maggioranza popolare: la vittoria del SI resterà un fatto inconcludente, senza sbocchi come lo sarebbe stata ad onor del vero quella del NO, ritengo infatti che restino intatte le colpe della politica, dopo vent’anni di bipolarismo inconcludente e l’avvento sulla scena politica dei 5Stelle  è arrivata la stagione della confusione tra reale e virtuale, non esiste un modello di società sostenibile con idee forti e chiare, sostituite anch’esse da opinioni transeunti, discutibili e da scelte di corto respiro, farcite di bonus e demagogia di cui presto si pagherà un prezzo salato. 

Mai come adesso le promesse sono smentite da pessimi esempi, senza attenuanti.

La frammentazione politica è totale e produce schegge impazzite.

Un sistema elettorale veramente democratico e la questione etica della soluzione di ogni tipo di  conflitto di interessi avrebbero miglior sorte se la politica fosse nobilitata nel perseguimento degli interessi collettivi e del bene comune.

Non mi sono ancora rassegnato, però, a leggere la cronaca o  i resoconti sportivi su una panchina dei giardini pubblici: sento pulsare il cuore della gente, sento montare la sua sfiducia e la sua rabbia, sono convinto che prima o poi ci possa essere un Balilla che rinnovi il famoso gesto del “che l’inse?”….come accadde nel dicembre 1746 per difendere la Repubblica di Genova dagli invasori.

Vivo il mio tempo e le sue contraddizioni, conservo la speranza che si possa fare qualcosa per migliorare lo stato attuale delle cose.

Ripenso spesso a quell’articolo della Costituzione che afferma che la “sovranità appartiene al popolo” e mi ribello all’idea che i partiti attuali siano gli indegni depositari di questa consegna.

Non riesco a tollerare un sistema centrato sulla partitocrazia come espressione moderna di antichi privilegi, trovo indecoroso e inaccettabile che i simboli dei partiti diventino proprietà personale dei loro leader, che il sistema degli interessi e della corruzione dilagante sopravviva in modo così sfacciatamente autoreferenziale.

Mi domando se non sia possibile por mano ad una riforma in grado di sbloccare questa concezione deteriore della politica resa mestiere e “professione a vita”: intere carriere vissute a separare il paese legale da quello reale, esprimendo una politica incapace di raccogliere e gestire onestamente il consenso popolare, di immaginare una politica-servizio e non una politica-affare.

Mi chiedo – più concretamente – cosa accadrebbe se si riuscisse a far passare il principio della ineleggibilità di tutti i deputati e i senatori, i consiglieri regionali e comunali dopo un secondo mandato parlamentare: credo che questo sarebbe l’unico modo concreto e risolutivo per azzerare un’intera classe politica, consentendo un reale avvicendamento nella gestione della cosa pubblica.

Sono intanto interessato a sapere se chi l’ha promesso lo manterrà, come accaduto per la riduzione dei parlamentari.

Ma sono altrettanto convinto che si debba far qualcosa, fare ancora di più per creare un “Movimento Popolare” capace di restituire la politica alla gente.

Penso che questa idea – se realizzata – avrebbe una portata veramente, profondamente, radicalmente innovativa. Nel momento di crisi attuale una svolta addirittura rivoluzionaria.

Non dimentichiamo che ad ogni tornata elettorale è sempre meno la gente che si reca ai seggi.

Figuriamoci cosa accadrebbe se i cittadini dovessero farlo solo per ratificare decisioni prese altrove, senza poter scegliere da liste aperte i propri rappresentanti.

Avverto tutto il senso del mio limite ma ascolto da lungo tempo i sentimenti di disaffezione e di sfiducia della gente, la rabbia crescente, la disperazione, il disgusto verso una consuetudine padronale e punitiva della politica. Ma percepisco anche un bisogno vitale di cambiamento, di rifiuto verso una condizione antropologica di soccombenza che ci renda sudditi a vita.

Sessat’anni fa la serata in tv che ha fatto la politica di oggi

“Quel figlio di puttana ha appena perso le elezioni”, disse infuriato Henry Cabot Lodge jr. – compagno di Nixon nella campagna elettorale per le presidenziali USA del Novembre 1960 – dopo aver assistito al confronto in TV fra il candidato democratico John F. Kennedy e quello repubblicano Richard Nixon.

La TV decretò così la caratteristica numero uno di ogni comunicazione politica, l’im-mediatezza. Le cose valgono per come sembrano (sembrano subito) e non per quello che contengono. (C’è un libretto insuperabile su questo: “NON HO NIENTE DA DIRE, MA SO COME DIRLO – Trattato ad uso del moderno opinionista”, di Claudio Nutrito, Edizioni Stampa Alternativa, 2010.)

In realtà quella sera negli studi della CBS a Chicago il candidato democratico di cose da dire ne aveva, soprattutto poteva riversare davanti ai milioni di americani incollati alla TV un consistente lavoro tematico preparatogli dal suo staff (un livello che Nixon non aveva, confidando più sulla sua carica di Vice Presidente con Eisenhower e sulla collezione d’esperienze che poteva presentare). Ma soprattutto Kennedy all’immediatezza delle immagini – l’apparenza – aggiunse una rivoluzione nelle cornici e nei loro contenuti – la sostanza -.

Caricò l’immagine e sparò nel futuro dell’America. Non nel mantenimento e nemmeno aggiustamento dell’esistente (e che esistente: due guerre mondiali vinte, potenza nucleare, prima economia del mondo ecc. ecc.).

I primi scricchiolii del rapporto istituzioni-cittadini cominciavano ad avvertirsi. La stessa idea di ‘benessere’ andava reimmaginata e presentata, certamente al lordo di tutti i rischi del caso, in un nuovo patto tra elettori e governance (“Ask not what your country can do for you – ask what you can do for your country”, 20 Gennaio 1961).

Ma al di là del contesto del dibattito, come l’età moderna inizia con il 1492 quando termina il medioevo, la comunicazione politica contemporanea (i nostri talk shaw, forum, etc.), se non addirittura la stessa politica contemporanea nei suoi stessi contenuti come la avvertiamo oggi, inizia 60 anni fa, in quel 26 Settembre alla CBS.
Qualcuno ricorderà il successo di uno come Giorgio Almirante davanti alle telecamere di Tribuna Politica del Programma Nazionale della RAI (non a caso ‘tribuna’; e non a caso inizia nel 1961), il volto rassicurante di un vecchio zio saggio, dal linguaggio pacato, che tanti voti portava al MSI.

Vestito di grigio topo come lo sfondo dello studio, sudaticcio (in realtà era l’effetto lucido per il calore delle lampade dello studio; e Kennedy? aveva il make-up), rasato “come un operaio della Ford il lunedì mattina” (Cronkite), vantando le proprie esperienze come tratte da un cv personale, enumerando le cose da fare “come fosse in un supermercato e non in una campagna elettorale” (Cabot Lodge), Nixon andò subito in affanno davanti alla chioma fluente, all’abbronzatura ed all’abito scuro formale di Kennedy, che ne faceva risaltare continuamente il viso.

Ma l’asso che Kennedy calò per il suo programma presidenziale – e ciò corrispondeva all’immagine – fu sul Cambio di Paradigma; non è che avesse cose molto diverse dalla ‘lista’ di Nixon, è che le inserì in una cornice rivoluzionata, che agli americani apparve come una scommessa: non dobbiamo vincere le guerre mondiali, dobbiamo sfidare e vincere il Futuro. Nixon infarcì la serata di esperienze (pubblico navigato = rassicurazioni); Kennedy, che non ne aveva, invitò a tirar fuori i desideri (pubblico giovane [ed allora era tanto] = mobilitazione).

“Just say that the question is of experience and the question also is uh – what OUR JUDGMENT IS OF THE FUTURE and what our goals are for the United States, and what ability we have to implement those goals”.

La questione non è l’esperienza, la questione è l’idea che abbiamo noi del futuro.
E quindi quali traguardi vogliamo raggiungere, e quindi ancora quali competenze ci servono.

Il Futuro fu il senso di quel cambio di paradigma. La TV (la tecnologia) lo portò nelle case.

Iniziamo a scrivere il futuro

Dopo il voto delle elezioni regionali e amministrative appena trascorse credo sia ancora più chiaro che la politica deve ripartire dai territori, punto di snodo delle esigenze dei cittadini e delle imprese, che vivono il quotidiano e meritano amministrazioni all’altezza.

Per prima cosa dobbiamo guardare alla qualità delle scelte da fare per far tornare a crescere ogni singolo comune, provincia o regione, che fino ad ora hanno visto disparità di trattamento troppo grandi per essere accettate.

Pensiamo solo ai famosi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) per quanto riguarda la sanità, che non sono garantiti uniformemente sull’intero suolo nazionale, lasciando indietro intere regioni e quindi milioni di cittadini. Se c’è una cosa che questa emergenza ci ha insegnato (se ancora ce non si era capito), è che le cure ed una sanità efficiente sono il bene prezioso, da preservare, proteggere e incrementare. Per non parlare della medicina del territorio, che ha subito forti tagli e ricevuto poca attenzione, a danno delle popolazioni.

Tutto riparte dagli investimenti sui nostri tanti e diversi territori, ognuno unico, con panorami e opere invidiate dal mondo intero.

Mettere in rete imprese e territori, con la creazione di infrastrutture moderne e funzionanti, ridurre il gap che colpevolmente si è lasciato crescere tra le strutture pubbliche presenti al sud (molte sono comunque eccellenze) e quelle che sono al nord. Far crescere il paese, collegandolo grazie alla creazione della sempre più necessaria banda larga, richiesta ormai in un mondo che cambia giorno dopo giorno ed affronta le sfide di un mondo del lavoro che cambia nelle forme e nei contenuti.

Oggi abbiamo l’opportunità di creare qualcosa di duraturo con i fondi in arrivo dall’Europa. Dobbiamo creare un sistema di investimenti pubblici che sappia far ripartire l’offerta, senza fare interventi che abbiano il corto respiro della vita di un governo.

Non dimentichiamo poi l’urgenza di ripensare tutto il sistema dell’istruzione, che deve essere modernizzato e ripensato. Il lavoro di oggi va avanti e le competenze dei nostri ragazzi non possono restare indietro. Ma per fare questo bisogna avere coraggio. Il coraggio di mettere risorse sul settore che porta risultati a più lungo termine in assoluto.

Per fare questo ci servono idee chiare, con progetti certi e condivisi, elaborati e poi portati avanti da buone amministrazioni ed enti locali.

Nel 2021 avremo un appuntamento importantissimo: l’elezione del Sindaco di Roma. Occasione elettorale di importanza strategica non solo per la Capitale, ma per il paese intero.

Se parliamo della Capitale d’Italia dobbiamo parlare necessariamente di turismo.

Uno dei settori che sta subendo in modo più grave le conseguenze della crisi attuale. Quel turismo (il turismo è la prima industria italiana), che fino a poco tempo fa era allo stesso tempo comparto di punta ed occasione mancata per una Capitale d’Italia da quasi cinque anni ostaggio di un’amministrazione statica e senza visione.

La crisi, nella sua gravissima drammaticità, ci dà però l’occasione di riflettere sugli errori fatti fino a questo momento e sulle tante occasioni mancate per Roma e per l’Italia. Non possiamo pensare di rialzarci per correre se prima non facciamo entrare nel corpo dello Stato e delle amministrazioni locali una visione rinnovata che non ragioni per compartimenti stagni, ma guardi all’investimento come ad un ponte tra i vari settori, che solo insieme ed in rete possono salvarsi e salvarci.

Un corpo riparte se la sua testa funziona bene. Roma tra meno di un anno ha l’occasione di tornare a ragionare e ad essere perno propulsore per un paese che ha da sempre tutte le risorse umane, morali e culturali per tornare a correre. Non i centometri, ma una affascinante maratona, che ci dia la possibilità di dare una nuova forma al presente per iniziare a scrivere il futuro

Massimo Faggioli: La crisi della democrazia americana come crisi religiosa

Articolo tratto dalla rivista “Il Regno”, -rubrica moralia blog- fondata dalla Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore, noti come dehoniani.

Non è più mera retorica parlare di un possibile collasso della democrazia negli Stati Uniti d’America. Questi ultimi quattro anni di presidenza Trump hanno significato un progressivo degrado dello stato di diritto: un’anticipazione di quello che potrebbe succedere con un secondo mandato, viste le dichiarazioni e gli atti degli ultimi mesi durante la campagna elettorale, non solo da parte del presidente, ma anche del suo partito e delle forze che lo sostengono.

Questione cattolica…

Questa crisi americana ha un lato ecclesiale. È un problema di per sé l’allineamento delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche a un partito politico in un sistema a due partiti come negli Stati Uniti.

Lo è ancora di più quando il Partito repubblicano di Trump è diventato quello del risentimento razziale, delle teorie cospirazioniste, dell’isolazionismo suprematista, dell’anti-scienza. A leggere gli scritti degli ideologi del cattolicesimo vicino a Trump negli USA è evidente, nel furore della propaganda, anche un allineamento alla piattaforma del trumpismo.

Anche perché c’è un secondo allineamento, di un ecumenismo «culture war», di cui aveva scritto tre anni fa La Civiltà cattolica, tra cattolicesimo e evangelicalismo bianco negli Stati Uniti: questo comporta un’accentuazione delle venature nazionaliste da sempre presenti nel cattolicesimo americano, ma anche un impoverimento del livello intellettuale in una Chiesa che ha nel proprio DNA un certo anti-intellettualismo, come già notava negli anni Cinquanta uno dei maggiori storici della Chiesa.

Qui l’articolo completo

Fondazione Coppola, Vicenza: la personale dell’artista austriaco Markus Schinwald.

La Fondazione Coppola riprende le proprie attività espositive con la personale dell’artista austriaco Markus Schinwald (Salisburgo, 1973), a cura di Davide Ferri. La mostra aprirà al pubblico dall’11 ottobre 2020 al 27 febbraio 2021.

Il titolo, Misfits, rinvia alle opere selezionate per la mostra e, idealmente, offre una chiave di lettura rappresentativa dell’intera produzione di Schinwald. Traducibile in italiano con il termine “disadattati”, Misfits fa riferimento ad alcune delle caratteristiche salienti dei lavori realizzati dall’artista austriaco negli ultimi vent’anni, opere in cui il corpo e la figura risultano corrotti da dettagli inquietanti e bloccati in pose stranianti, in un processo di manipolazione che può toccare anche oggetti d’uso come mobili e suppellettili.

Articolata nei cinque livelli del Torrione, la mostra include interventi di natura installativa e scultorea, così come dipinti e video: un corpus eterogeneo che testimonia l’eclettismo di Schinwald, ma che al tempo stesso lascia emergere in maniera limpida le costanti della sua poetica. Il percorso espositivo si apre con la serie delle Marionettes, un gruppo di dodici bambini raffigurati in pose e atteggiamenti che esprimono un senso di impazienza e lieve ribellione. Sostenuti e manovrati da fili sottili, battono i piedi e scuotono le braccia con movimenti ripetitivi, creando un ritmo visivo oltre che udibile. Come componenti di una piccola banda di gangster rivelano un aspetto fragile e grottesco, due qualità che connotano molti lavori in mostra.

Il primo e il secondo livello dell’edificio sono invece dedicati alla pittura di Schinwald, che, nel corso dell’ultimo decennio, è diventata paradigmatica di un approccio teso al confronto, insieme omaggiante e irriverente, con la tradizione pittorica, fondato sulla manomissione di ritratti ottocenteschi di personaggi aristocratici attraverso degli inserimenti stranianti – interferenze come protesi, maschere, cancellature, escrescenze – che alterano la sontuosa compostezza delle pose. I volti dipinti da Schinwald si trasformano così in immagini perturbanti, enigmatiche e tutt’altro che rassicuranti, entrando in collisione sia con gli ambienti in cui sono collocati – per lo più interni borghesi – sia con la tradizione più ampia del ritratto come genere pittorico. I personaggi emanano una strana tensione, generata dal contrasto tra la rispettabilità del loro rango e il senso di costrizione, ai limiti della depravazione, suggerito dagli elementi che ne schermano o ne alterano i volti.

La teatralità delle Marionettes e la dimensione sottilmente inquietante dei dipinti si ritrovano anche nei video che occupano il terzo e il quarto piano del Torrione. Orient A e Orient B, questi i titoli delle opere, sono pervasi/sostenuti da atmosfere misteriose e ambigue, e mostrano gruppi di performer – quasi figure corrispondenti a quelle dei dipinti – compiere azioni prive di senso apparente. Le figure sono alle prese con limiti fisici e movimenti che ne fiaccano i corpi, compiuti sullo sfondo di scenari abbandonati che alimentano il senso di decadenza e grottesca tragicità.

Il repertorio di Schinwald include anche sculture composte a partire dall’assemblaggio di gambe di tavoli in stile Chippendale, allestite nel punto più alto dell’edificio: l’osservatorio da cui si può scorgere una delle viste più affascinanti di Vicenza. È qua che si conclude il percorso ascensionale della mostra e nell’opera dell’artista austriaco, un crescendo che conduce a questa serie di sculture in cui ciò che è familiare assume contorni sinistri: le gambe dei tavoli sono trasfigurate in organismi alienanti, geneticamente modificati, che alludono a pose improbabili e gesti delicatamente erotici.

Che si tratti di figure umane o di oggetti, l’immaginario dell’artista tende sempre alla creazione di forme inquietanti e disarticolate.

La mostra offre dunque l’opportunità di uno sguardo ampio sulla poetica di uno degli artisti europei più importanti a livello internazionale che, dopo la consacrazione alla Biennale di Venezia del 2011, occasione nella quale Schinwald rappresentò il proprio paese, propone una nuova mostra personale in Italia, misurandosi con un’architettura carica di suggestioni, in grado di espandere e rilanciare energeticamente l’immaginario dell’artista.

La Fondazione Coppola consiglia prenotare in anticipo la visita in quanto la particolare conformazione architettonica del Torrione pone limiti di accesso. Per informazioni sulle modalità di accesso e prenotazioni: info@fondazionecoppola.org

Lo smart working dopo la pandemia

Lo smart working, modalità sempre più diffusa ai tempi del Covid, si prepara ad affrontare una nuova fase. I sindacati spingono perché sia regolato attraverso la contrattazione collettiva. E a tal fine sostengono la necessità di definire un’intesa tra Governo e parti sociali, con un accordo quadro, in vista della fine dello stato di emergenza, prevista il 15 ottobre.

Anche se la normativa vigente ha poi prorogato fino al prossimo 31 dicembre il lavoro agile per il 50% dei dipendenti della Pubblica Amministrazione con mansioni che possono essere svolte da casa.

Il lavoro agile, al momento, è disciplinato dalla legge n. 81/2017, ma per tutta la durata dello stato di emergenza, come previsto già dal Dpcm del primo marzo, c’è la possibilità di lavorare in smart working senza la necessità di accordi individuali tra datore di lavoro e dipendente, facendo quindi ricorso alla procedura semplificata di comunicazione.

 

Il cancro della prostata è la seconda causa di morte per cancro negli uomini.

Il cancro della prostata è diventato il tumore più frequente in Europa tra gli uomini: viene diagnosticato ogni anno a circa 450 mila uomini. È anche la seconda causa di morte per cancro negli uomini.

Non a caso solo il 48% di tutti gli uomini in Europa è consapevole del rischio di cancro prostatico e dell’importanza del test del PSA.

Diventa imperativo quindi diffondere il ‘mantra’ del non soffrire in silenzio, ma agire per migliorare la qualità di vita con l’aiuto dell’Urologo. La diagnosi precoce del cancro prostatico salva vite umane, incrementa la qualità di vita dei pazienti e riduce i costi futuri per il sistema sanitario. Prima si agisce e migliori sono i risultati.

Il Covid spinge 1 italiano su 4 tra pentole e vasetti

Dopo l’esperienza casalinga accumulata nel lungo periodo di lookdown con l’inizio dell’autunno in quasi una famiglia italiana su quattro (24%) ci si mette quest’anno al lavoro tra pentole e vasetti nella preparazione di conserve fatte in casa anche per riempire la dispensa e non farsi cogliere impreparati da un eventuale peggioramento della situazione. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ presentata al Mercato di Campagna Amica del Circo Massimo a Roma dove, con nutrizionista ed esperti. i cuochi contadini si sono messi al lavoro per aiutare i cittadini nelle attività di preparazione, dalla passata di pomodoro alle marmellate di frutta fino ai sottolii e ai sottaceti.

La preparazione delle conserve in casa secondo una tradizione del passato – sottolinea la Coldiretti – sembrava destinata a perdersi ed è invece tornata di grande attualità con la pandemia, con le lunghe settimane di lockdown e lo smart working che hanno fatto riscoprire agli italiani la voglia di cucinare per effetto del maggior tempo fra le mura di casa. Non a caso la spesa alimentare nelle case è aumentata di 10 miliardi di euro nel 2020 secondo una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Ismea relativi al primo semestre.

Il risultato – continua la Coldiretti – è il ritorno di comportamenti virtuosi che si esprimono anche nei riti settembrini della preparazione delle conserve fai da te, con intere giornate trascorse per recuperare il prodotto, pulirlo, lavorarlo, cucinarlo, metterlo in vaso e riempire la dispensa. Una maggiore attenzione rispetto al passato viene riservata alla scelta delle materie prime che spesso vengono acquistate direttamente dai produttori agricoli in azienda, nelle botteghe o nei mercati degli agricoltori a chilometro zero di Campagna Amica.

La preparazione più radicata nella tradizione degli italiani è quella della trasformazione del pomodoro che prevede semplici, ma importanti operazioni come la selezione e il lavaggio accurato dei pomodori, l’asciugatura, la cottura in acqua bollente per favorire il distacco della buccia dalla polpa e infine la spremitura, l’imbottigliamento e la sterilizzazione delle bottiglie. Non meno diffusi – rileva la Coldiretti – sono i sott’oli cioè con ortaggi di stagione come zucchine e melanzane che vengono precedentemente lavati e scottati in acqua, aceto o vino, fatti asciugare, messi in vaso con diversi aromi e sterilizzati. Immancabili poi tra le conserve fatte in casa sono le marmellate.

Una volta scelta, la frutta preferita va lavata, tagliata e lasciata a macerare con succo di limone e zucchero per una notte intera prima di essere cotta a fuoco medio per una trentina di minuti in modo da farla addensare prima di metterla in vasetto e sterilizzare lo stesso. Una opportunità che consente di utilizzare frutta molto matura che, proprio per tale motivo – informa la Coldiretti – si può acquistare a cassette a prezzi convenienti, contribuendo ad evitare gli sprechi.

L’attività di trasformatori “fai da te”, comunque – puntualizza la Coldiretti –, comporta l’osservanza di precise regole in quanto la sicurezza degli alimenti conservati parte dalla qualità e sanità dei prodotti utilizzati, ma non può prescindere da precise norme di lavorazione che valgono per il settore agroindustriale, ma anche per i consumatori casalinghi, soprattutto nella fase della sterilizzazione.

La grande differenza – continua la Coldiretti – è che nelle conserve casalinghe si possono utilizzare frutta e ortaggi di stagione provenienti dall’Italia che ha conquistato il primato in Europa e nel mondo della sicurezza alimentare.  Nei prodotti industriali inoltre – continua la Coldiretti – è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza della materie prime agricole solo per i derivati del pomodoro, ma non per quelli della frutta e degli altri ortaggi ed è facile mettere inconsapevolmente nel carrello della spesa marmellate o sciroppati con frutta proveniente dall’Europa dell’est e sottoli realizzati con ortaggi africani o cinesi.

L’agricoltura nazionale è la più green d’Europa con l’Italia che può fare da apripista nella Ue sulla trasparenza dell’informazione ai consumatori estendendo a tutti i prodotti l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti.

La laicità della politica (e della Sanità pubblica)

Dopo la recente consultazione elettorale è riemersa, quasi spontaneamente, la domanda se ci sia ancora uno spazio per la tradizione cattolico-democratica nel nostro Paese. Più urgente ancora è capire come questa tradizione oggi possa ancora offrire il proprio contributo per migliorare, in modo sano, la vita pubblica del Paese. Siamo ormai abituati ad assistere a varie strumentalizzazioni dei valori della fede, con significati spesso ben lontani dai contenuti affermati nella dottrina sociale della Chiesa. Più di recente, ha fatto discutere la nomina di un alto prelato della Santa Sede a presidente della Commissione governativa per la riforma sanitaria e la gestione del post Covid. In questo episodio, c’è un’evidente contraddizione con il principio di laicità a cui si ispira (o si dovrebbe ispirare) ogni democrazia autenticamente liberale. Ma non solo.

Nel mondo della medicina, del welfare, dell’assistenza agli anziani, in tutto l’apparato scientifico e amministrativo dello Stato italiano, c’è davvero una tale indigenza di competenze e di personalità preparate, che non resta altro che ricorrere a una sorta di “Reserve du Pape”? 

Il presidente della Commissione, in aggiunta, è colui che indica l’orientamento generale, sintetizza la pluralità degli apporti, ha una funzione cruciale nel renderli operativi. Possibile che il Ministro della Salute non si sia reso conto del conflitto di interessi (fossero anche solo spirituali), tra un importante incarico governativo italiano e un ruolo – eminentemente governativo – ricoperto nella Santa Sede?

Il compito del cattolicesimo democratico, come si capisce bene, è quanto mai arduo perché avendo sempre affermato, da Luigi Sturzo in poi, la laicità della politica sa che i valori evangelici devono essere “lievito sociale” di una buona politica e non una commistione spesso strumentale tra “sacro e profano”.

Per chi ha ancora memoria del Concilio Vaticano II, la Lumen Gentium ricorda con chiarezza che il compito dei laici è “manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della fede, della loro speranza e carità”.

E questo specialmente nella vita politica, dove la ricerca del bene comune deve essere il principale obiettivo di ogni attore pubblico, dove bisogna essere impegnati sì, ma senza rivestirsi di una corazza che rimarrebbe vuota, se non cristianamente ispirata e laicamente orientata.

Il cattolicesimo democratico è nato per questo, per consentire l’impegno autonomo dei cattolici in politica, nel rispetto dei valori democratici (e senza impegnare in questo direttamente la Chiesa).

Mike Pompeo! Chi era costui?

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Con uno stile diplomatico che neanche Ronald Reagan con l’ultimo Brežnev (eppoi pensavamo fosse un attorucolo e un vaccaro), il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha scelto la Santa Sede per dare prova di cosa i sovranisti intendano con tale terminologia: rivendicare la propria assoluta sovranità e mettere sotto inchiesta quella altrui. E non si tratta di una prima volta, è prassi regolare. Chi pensava che tale impostazione della diplomazia fosse finita con gli Imperi Centrali si deve ricredere: questo modo di ritenersi ‘centrali’ e gli altri ‘periferici’ è evidentemente intramontabile.
Con un tweet – mezzo ideale per sottoporre proprie delicate considerazioni al Capo spirituale e fors’anco morale di un miliardo e 285 milioni di persone – Mike Pompeo avverte il Papa che con l’accordo con la Cina per le nomine dei Vescovi etc. la Santa Sede ha ottenuto solo il peggioramento del già diffuso “abuso del Pcc sui fedeli”, e qualora insistesse – il Vaticano – nel condurre in porto l’accordo, “endangers its moral authority”; cioè Pompeo spiega al Papa perché mette a repentaglio la sua autorità morale. Così di conseguenza – scrive il Segretario di Stato su “First Things”, una pubblicazione del cristianesimo made in USA, – “per tutti i coraggiosi fedeli che onorano Dio al di sopra dell’autocrate di turno il costo della resistenza alle tirannie si alzerà” e “i regimi che disdegnano i diritti umani saranno rafforzati”, un ‘consiglio’ che non viene da Madre Teresa ma dal Presidente della più grande (?) democrazia occidentale, che ha fatto il proprio successo con raccolte di pensieri tipo “Pensa in grande e manda tutti al diavolo” (2010, Rizzoli Etas), in cui fra l’altro invita ad “azzannare alla giugulare” chiunque ti si metta di traverso.

È singolare che poi il Papa venga messo in guardia non tanto rispetto allo Stato prossimo firmatario dell’accordo, la Cina, ma citando esclusivamente il Partito Comunista Cinese. In pratica il Papa vuol fare un bell’accordo con i comunisti (eppoi non ci sarebbero più, eh?). Dello stesso coincidente stampo l’intervista di TGCOM24 alla virologa cinese Li-Meng Yan: anche in questo caso il virus Covid-19 non solo è stato creato artificialmente in laboratorio (macché ambienti naturali disastrati, le tigri stanno benissimo) ma a combinare tutto ciò è stato il Pc cinese. Anche qui, quando si esce dalle borse e dagli scambi internazionali, sparisce la Repubblica Popolare Cinese e intervengono i comunisti.
Ma barba e capelli alle avances del Segretario di Stato USA verso la Santa Sede (uno stato sovrano ma…) vengono fatti oggi [ieri per chi legge, ndr] in un incisivo editoriale in prima su “Avvenire” da Agostino Giovagnoli: il tentativo di dividere i cattolici americani, di disorientarli e separarli da Biden (cattolico). Per far questo, con una diplomazia da “Amici” della De Filippi, si avverte senza mezzi termini il capo cordata, il Papa.

La statura politica di Mike Pompeo contro quella di Papa Bergoglio. Viene in mente Karl Kraus, il celebre scrittore, saggista e commediografo austriaco, che nel 1933 di fronte all’imprevisto e stratosferico successo del confuso imbianchino austriaco Adolf Hitler scrisse: “Quando penso a Hitler non mi viene in mente nulla”.

La parabola e il bivio dei 5 stelle.

Lo abbiamo già detto ma è bene ripeterlo. L’onda lunga del populismo demagogico,  profondamente antiparlamentare e radicalmente anti politico non si è affatto esaurito nel  nostro paese. Anzi, continua a correre con potenza e con straordinario vigore nel  sottosuolo degli umori popolari, checchè ne dicano i vari commentatori ed opinionisti  nostrani che, dopo aver supportato e predicato la demolizione di tutto ciò che era  riconducibile ai canoni e ai metodi della politica del passato adesso, misteriosamente, ne  riscoprono le virtù e le qualità. Ma tant’è. 

Ma proprio nel momento in cui l’ansia e la domanda populista trovano conferma nella  massa dei Sì che hanno accompagnato il cammino del referendum sul taglio dei  parlamentari, noi prendiamo atto – con soddisfazione e anche con gioia – che si sta  progressivamente, ma credo irreversibilmente, chiudendo la parabola politica ed elettorale  del grillismo. Come lo definiscono comunemente in rete e nei vari conciliaboli, il “grillismo  delle macchine blu”. Ovvero, il grillismo di potere e al potere. Che ormai è diventato la cifra  distintiva di questo strano e singolare partito politico. Ora, però, il tema si sposta sulla  cosiddetta idedntità di questo partito accompagnato anche, e soprattutto, dalla sua strana  e altrettanto singolare organizzazione. Tutti conosciamo ormai, almeno dopo averlo  appreso dagli organi di informazione, il profilo organizzativo di questo movimento.  Radicalmente estraneo a qualsiasi impostazione democratica e collegiale dei partiti che  abbiamo conosciuto nel corso degli anni. Prima che facessero irruzione, come ovvio, i  partiti personali, del capo e i cartelli elettorali a cui ormai siamo abituati da tempo.

Ma  adesso, per i 5 stelle c’è di più. Dopo la sberla elettorale, ormai l’ennesima e puntuale  come l’arrivo delle stagioni meteorologiche delle recenti regionali, questo partito è giunto  ad un bivio. E cioè, o conferma la sua storica natura di partito anti sistema, demagogico,  populista, antipolitico e antiparlamentare – cioè il cosiddetto partito “anti casta” – oppure  asseconda la nuova versione che ormai lo caratterizza da tempo. Cioè un normale,  nonchè irriducibile partito di potere. Aggrappato alle poltrone, e soprattutto a tutti i benefit e  ai privilegi – compresi soprattutto gli stipendi e gli emolumenti – che lo accompagnano. In  sintesi, il totale rinnegamento di tutto ciò che hanno detto, scritto, predicato e sbandierato  per anni. Da qui nasce l’ostilità e la profonda sfiducia nei confronti del partito dei 5 stelle.  E, non a caso, non può spiegarsi altrimenti il crollo verticale dei consensi nel breve volgere  di due anni. E, accanto al ritorno o meno della vocazione originaria del partito, c’è anche il  tema del progetto politico di un partito che sino ad oggi nessuno sa in che cosa si  sostanzia concretamente. Se non nella difesa e nel consolidamento del potere raggiunto  miracolisticamente e trasformisticamente in questi ultimi due anni. 

Ecco perchè, al di là delle baruffe persin imbarazzanti di questi giorni tra i vari capi e  capetti del partito/movimento, adesso siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Perchè  come per tutti i partiti populisti e demagogici arriva sempre, prima o poi, il momento della  verità. E per i 5 stelle è arrivato dopo questa doppia consultazione elettorale.  Paradossalmente dove i cittadini italiani hanno premiato, a larghissima maggioranza, un  loro cavallo di battaglia populista e demagogico e, al contempo però, sancendo una  sconfitta politica ed elettorale senza precedenti alle elezioni regionali.  

Un dibattito, comunque sia, che non può non interessare tutti. Compresi anche coloro che  hanno una storica vocazione politica democratica e riformista e una profonda aderenza  alle culture politiche costituzionali. 

Pulizia in Vaticano come esempio per il mondo

Per gentile concessione di Orbisphera

Le dimissioni da prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e dalle funzioni di cardinale di Giovanni Angelo Becciu segnano un altro passo importante nel pontificato di papa Francesco.
Non si tratta soltanto di un atto esemplare nei confronti di un alto prelato accusato di aver gestito in modo improprio il denaro versato dai fedeli per le opere caritative della Santa Sede.
Papa Francesco è sempre più determinato nel voler cambiare la Chiesa ed il mondo secondo il principio che “il denaro deve servire e non governare”.
Appena eletto, nel primo incontro con i giornalisti di tutto il mondo venuti a Roma per conoscerlo, papa Francesco rivelò il suo progetto per la Chiesa di Cristo: «Sogno una Chiesa povera per i poveri…».
Ero lì, nella sala “Paolo VI”, quando il Papa, con voce decisa e facendo scorrere lo sguardo lungo la sala, ribadì per due volte: «Sogno una Chiesa povera per i poveri».
Una dichiarazione che mise i brividi a tutto quel mondo che, dentro e fuori le mura vaticane, gestiva gli affari finanziari.
Tra i giornalisti, alcuni restarono ammutoliti, mentre altri furono stupiti dal coraggio e dalla radicalità del nuovo Pontefice.
Altri ancora, avvezzi a criticare la Curia romana, chiedevano: «ma questo Papa ci è o ci fà?», che in dialetto romano vuol dire: “questo Papa vuole fare la rivoluzione o è solo una dichiarazione di facciata?».
Sono passati più di sette anni da quando Bergoglio è diventato Pontefice, eppure ancora oggi escono libri ed articoli che mettono in dubbio l’efficacia e la capacità di papa Francesco di riportare la Chiesa di Roma alla radicalità evangelica.
Non ce n’era bisogno, ma quanto è successo giovedì, con le dimissioni di Giovanni Angelo Becciu, conferma in modo esplicito che papa Francesco sta facendo sul serio.
Secondo le indiscrezioni riportate da Domenico Agasso jr sul quotidiano “La Stampa”, Becciu, personaggio potente e influente, già numero due della Segreteria di Stato, sarebbe il primo responsabile dell’investimento di 200 milioni di Euro per l’acquisto di un immobile a Londra.
In merito a queste operazioni di compravendita a Londra, gli inquirenti vaticani hanno ipotizzato reati di estorsione, corruzione, truffa, peculato, abuso di ufficio, riciclaggio e autoriciclaggio.
Nello stesso articolo si sostiene che Becciu avrebbe ottenuto dall’Obolo di San Pietro un finanziamento a fondo perduto in favore di una cooperativa il cui rappresentante legale è uno dei suoi fratelli. Si parla anche di una somma di 700mila euro che sarebbe stata data a sostegno di attività gestite da altri due fratelli di Becciu.
La lotta alla corruzione è uno dei temi portanti del pontificato di papa Francesco, ma sarebbe riduttivo e fuorviante pensare che Bergoglio intenda limitarsi a questo. Il suo vero obiettivo è quello di riuscire a cambiare il modello economico e sociale dominante – utilitarista, conflittuale, ingiusto e crudele – indicando la prospettiva di un nuovo mondo in grado di esprimere i fondamenti di una civiltà dell’amore.
Papa Francesco non fa mistero del suo progetto. Per chi non avesse colto il paradigma attraverso il quale il Pontefice punta a costruire il futuro, consiglio di leggere le catechesi del mercoledì sul tema “Guarire il mondo”, iniziate il 5 agosto 2020.

Istat: migliora il clima di fiducia dei consumatori

A settembre 2020 migliorano sia il clima di fiducia dei consumatori (da 101,0 a 103,4) sia quello delle imprese (l’indice composito sale da 81,4 a 91,1).

Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono stimate in aumento. Il clima economico e il clima futuro registrano l’incremento più marcato passando, rispettivamente, da 90,5 a 94,9 e da 105,6 a 109,5. Anche il clima personale e quello corrente evidenziano una dinamica positiva: il clima personale sale da 104,9 a 107,1 e quello corrente cresce da 98,1 a 100,2.

Guardando alle imprese, il miglioramento della fiducia è diffuso a tutti i settori seppur con intensità diverse. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice sale da 87,1 a 92,1 e nelle costruzioni aumenta da 132,6 a 138,6. Per i servizi di mercato si evidenzia un incremento marcato dell’indice che sale da 75,1 a 88,8 mentre nel commercio al dettaglio la crescita è più contenuta (da 94,3 a 97,4).

Con riferimento alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera migliorano sia i giudizi sugli ordini sia le attese di produzione. Le scorte di prodotti finiti sono giudicate in decumulo rispetto al mese scorso. Nelle costruzioni, aumentano entrambe le componenti dell’indice.

Nei servizi di mercato si registra un accentuato miglioramento sia dei giudizi sugli ordini sia di quelli sull’andamento degli affari; le attese sugli ordini aumentano. Nel commercio al dettaglio recuperano i giudizi sulle vendite mentre le relative aspettative sono in calo. Il saldo delle scorte di magazzino è in aumento. A livello di circuito distributivo, la fiducia diminuisce nella grande distribuzione mentre è in decisa risalita nella distribuzione tradizionale.

Un maggiore rigore nella pubblica amministrazione

Una pubblica amministrazione più organizzata ed efficiente richiede anche maggiore rigore disciplinare. E’ quanto avvenuto nei primi 8 mesi del 2020. Alla fine del secondo quadrimestre le Pubbliche amministrazioni hanno trasmesso 4395 comunicazioni di avvio di procedimento per azione disciplinare a carico dei dipendenti. Di essi, fino al 31 agosto, 2334 sono stati conclusi, 1354 sono ancora in corso e 707 sono sospesi per procedimento giudiziario. Dati che emergono da un report del Ministero della Pa che fa il punto sullo stato dell’arte del fenomeno.

Dei 2334 conclusi – si legge ancora nello studio – 608 hanno dato luogo all’irrogazione di sanzioni gravi con 97 licenziamenti e 511 sospensioni dal servizio. Inoltre, 21 procedimenti sono stati avviati per falsa attestazione della presenza in servizio (cosiddetti “furbetti del cartellino”): otto si sono conclusi con la sospensione del servizio, sei sono ancora in corso, cinque sono stati archiviati a seguito di modifica dell’addebito iniziale, uno si è concluso con il licenziamento e uno è sospeso per procedimento penale.

L’opera di vigilanza dell’Ispettorato della Funzione pubblica, che garantisce l’imparzialità e il buon andamento della Pa, è resa più efficiente dalla svolta digitale che ha riguardato le procedure di trasmissione dei dati, grazie all’implementazione, dal primo gennaio scorso, di ‘Procedimenti Disciplinari’, la banca dati presente sul portale ‘PerlaPa’ che raccoglie le comunicazioni relative alle iniziative a carico dei dipendenti pubblici. L’azione disciplinare non si è mai arrestata, nemmeno durante il periodo del lockdown. Tuttavia, l’emergenza epidemiologica ha inevitabilmente influito sui dati: nei primi otto mesi del 2020 abbiamo avuto il 48,6% in meno di procedimenti disciplinari rispetto allo stesso periodo del 2019. Le azioni per falsa attestazione della presenza sono invece diminuite dell’80,9% .

Amazon presenta i nuovi Echo

Amazon ha presentato una nuovissima gamma di dispositivi Echo con un design completamente nuovo, un audio migliorato e funzionalità che rendono Alexa più intelligente, coinvolgente e utile che mai.

Nei nuovi dispositivi il display si muove con l’utente rimanendo sempre visibile. Avviene tutto in modo naturale, come una normale conversazione. Inoltre, Alexa diventa sempre più intelligente: è possibile chiedere di guardare Netflix, fare chiamate di gruppo e molto altro.

Inoltre il nuovo Echo rileva automaticamente l’acustica dello spazio e ottimizza la riproduzione audio. Basterà chiedere di ascoltare la propria canzone preferita per apprezzare un suono ricco di sfumature che si adatta automaticamente a qualsiasi stanza. Per la prima volta include, anche, un hub per la Casa Intelligente, con il supporto di Zigbee, e dispone anche della connettività Bluetooth LE.

I nuovi prodotti, già presenti in preordine, inizieranno a essere spediti entro la fine dell’anno.

Ancora troppi cesarei

Resta alto, intorno al 32,8% dei parti, il ricorso al cesareo in Italia. Percentuale che sale al 34,3% tra le donne italiane mentre scende al 27,6% tra le straniere.

In calo rispetto al 33,7%, del 2016 ma ancora troppi rispetto alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

A pesare sono soprattutto quelli effettuati nelle case di cura accreditate, dove il cesareo arriva a rappresentare quasi la metà del totale delle nascite (49,6%) contro il 30,9% negli ospedali pubblici.

Il Papa usa il pugno di ferro e mutano gli scenari vaticani. Proprio ora un nuovo partito d’ispirazione cristiana?

A pagare stavolta è un Principe della Chiesa. Papa Francesco e il Segretario di Stato, Pietro Parolin, si sono mossi in sintonia, entrambi preoccupati di dare una risposta chiara alla pubblica opinione di fronte a uno scandalo finanziario dai risvolti preoccupanti. Nei Sacri Palazzi si avverte la determinazione di un Pontefice che mostra di non arrendersi alle deviazioni del servizio ecclesiastico. Ciò che è avvenuto ieri non è affatto usuale, dal momento che ha portato alla rimozione di un alto prelato di Curia.

Scrive il ben informato Nicola Graziani sull’agenzia di stampa AGI: “Come dire: chi crede di stare in piedi guardi di non cadere? Si saprà con i retroscena e con le ricostruzioni quale sia stato il tono dell’udienza conclusasi con l’annuncio che Giovanni Angelo Becciu, da due anni cardinale e responsabile del dicastero delle cause dei santi, ha lasciato l’uno e l’altro incarico. Pare non si sia trattato di cosa pacifica, comunque, e che Papa Francesco abbia – metaforicamente o meno – picchiato qualche pugno sul tavolo”.

In attesa dei retroscena evocati da Graziani, adesso la pubblica opinione può concentrarsi sull’aspetto che conta maggiormente, ovvero sulla scelta coraggiosa e di certo imprevista di Papa Francesco. La Chiesa attraversa una fase di profondi sommovimenti, con attacchi pesanti allo stesso Bergoglio. La rimozione di Becciu segna un punto di non ritorno: nella Chiesa mutano gli equilibri e si profilano nuovi scenari. L’accelerazione è sotto gli occhi di tutti, obbligando i diversi interlocutori, anche i più interni alle vicende del mondo cattolico, a un riesame delle prospettive.

Sarebbe un po’ fantasioso trarre spunto dal gesto del Papa per arrivare a una qualche conseguenza politica di corto raggio. Però un ragionamento va fatto, e proprio nel frangente attuale, allorché si prospetta di organizzare un nuovo partito d’ispirazione cristiana. Il rischio è che l’annuncio, posto che rispecchi una degna manifestazione di consenso popolare, si presenti immaturo e inopportuno. È tempo di accumulazione teorica e di discernimento, in particolare alla luce della forte iniziativa di un Pontificato che vuole riplasmare, come si vede, i comportamenti pubblici della Chiesa e dei cristiani. 

La democrazia futura secondo Beppe Grillo

Pareva azzardata nella sua deduzione -all’esito del voto referendario- l’ipotesi adombrata dal Direttore Vittorio Feltri: se il popolo sovrano si è espresso per la riduzione dei parlamentari, ebbene quali ostacoli potrebbero frapporsi ad una applicazione a tempi brevi e in questa legislatura di tale pronunciamento che ha raccolto il 70% dei consensi? L’ipotesi sembra impraticabile per più di una ragione, di merito e di opportunità, ma se la coerenza tra il voto parlamentare e quello dei cittadini coincide in modo così netto, dovrebbe dar seguito ad una altrettanto coerente applicazione di questa larga e netta volontà.

Ma lo scioglimento delle Camere in piena pandemia, con un governo tutto sommato rafforzato dal voto e un premier di fatto senza alternative non pare essere stato neppure preso in considerazione: così chi ha votato e fatto votare per il taglio resta al suo posto fino a fine mandato. ‘Maiora premunt’,  direbbero i latini : ci sono cose più importanti da definire, come l’utilizzo del Recovery fund (209 miliardi concessi in prestito dall’UE e ben 675 miliardi di richieste avanzate dai singoli dicasteri), la lunga rincorsa verso l’elezione del Presidente della Repubblica, il vincolo del doppio mandato in casa grillina (che dal combinato disposto con la decurtazione dei seggi  lascerebbe a casa – oltre l’esito delle prossime elezioni politiche in se’-  la maggior parte degli attuali parlamentari, ivi compresi i capi, gli aspiranti capi, e gli ipotetici componenti del direttorio, naturalmente dopo i ventilati Stati generali). Una chiamata immediata al voto politico manderebbe con ogni probabilità gambe all’aria reddito di cittadinanza, percettori e navigator, senza contare che per la regola non scritta (ma praticata da tutti) dello spoil system ci sarebbe un terremoto ai vertici di INPS, RAI, Enti pubblici, nei consigli di amministrazione delle aziende a partecipazione statale, negli staff dei Ministeri, ivi compresi i capi dipartimento, i direttori generali e i rispettivi portavoce e portaborse. 

Quindi sembra assodato che tutto resterà come sta, fino al 2023, salvo inciampi di percorso.

Un tempo vigeva la prassi dei due forni, ora subentra quella dei due tempi: il voto subito e gli esiti tra tre anni. Il ragionamento di Feltri non farebbe una grinza sul piano sostanziale ma è addirittura improponibile a legislatura in corso. 

Ci pensa ora Beppe Grillo ad avanzare una ipotesi ancora più radicale, come conseguenza dell’esito del voto. Se la deriva è un alleggerimento dello Stato e una ‘diminutio’ del Parlamento (in una Repubblica parlamentare, si badi bene, non Presidenziale come in Francia o Federale come in Germania) meglio puntare dritti sull’abolizione graduale delle due Camere  fino alla loro scomparsa:  organi istituzionali che secondo Grillo non servirebbero più in quanto non sono più sostenibili le ragioni di una democrazia rappresentativa quanto invece – in un futuro tutto da scrivere e pieno di incognite paradossali e nebulose che si addensano sulla Storia – lo sarebbero quelle di una democrazia definita “diretta”.

Il che potrebbe voler dire abolire l’organo legislativo ed approvare le leggi con una consultazione on line, di volta in volta,  del popolo attraverso il web e la partecipazione virtuale: si voterebbe forse  da casa, se si vuole, usando il proprio PC. Sfugge a questo ragionamento la più elementare logica che postula istituzioni certe e consolidate, con procedure visibili e trasparenti: la quantità dei consensi sarebbe fluttuante e la qualità della rappresentanza popolare legata a parametri svincolati da ogni controllo sul merito, la competenza e la responsabilità, i tre pilastri su cui si fonda una democrazia partecipata.

Grillo ha esposto queste tesi in videoconferenza con il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli: non riesco a immaginare i contenuti dell’interlocuzione, osservo che l’Europa a volte va abolita altre viene usata come cassa di risonanza.

Neppure George Orwell e Aldous Huxley avrebbero immaginato di scrivere uno scenario distopico e squadernato di questo tipo. Aggiungendo, come ciliegina sulla torta, che verrebbero probabilmente abolite anche le elezioni: i rappresentanti del popolo sarebbero chiamati per “sorteggio”, al massimo sarebbero concessi dei bacini di pescaggio dei fortunati e improvvisati “onorevoli volanti”, tipo le corporazioni sociali di infausta memoria, per rappresentare tutto il popolo sovrano.

Ora è tutto chiaro: il Parlamento andava scardinato come una scatola di tonno, poi ridotto nel numero dei suoi componenti, in futuro potrà essere abolito per il semplice fatto che non servirebbe più a niente.

Chi comanderebbe? Chi approverebbe le leggi? Esisterà ancora la magistratura – per completare il trittico di Montesquieu – o ciascuno si farà giustizia da se’? Questi sono solo marginali,  flebili e sommessi quesiti ai quali Grillo dovrebbe rispondere. 

Giorgio La Pira: diplomazia, politica e pace nel Mediterraneo

Pubblichiamo l’intervento del prof. Gennaro Curcio, Segretario generale dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, al convegno su La Pira, che si è tenuto ieri nell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede. Tra gli  intervenuti, oltre al “padrone di casa”, l’Ambasciatore Pietro Sebastiani, vogliamo menzionare  il Presidente della CEI, il Card. Gualtiero Bassetti.

Giorgio La Pira e Jacques Maritain sono due esempi di quanto la politica possa essere umana, cioè impegnata nel servizio alla persona. Vivono ancora oggi un legame indissolubile: la buona politica del filosofo francese diventa buona pratica nell’operato del Sindaco di Firenze. Entrambi ci insegnano quanto la politica, quella davvero umana, debba fondarsi sul dovere di agire per il miglior bene dell’altro e preoccuparsi dei bisogni della persona.

In una corrispondenza del giugno 1946, La Pira scriveva a Maritain: «È questo un tempo così propizio per mostrare in concreto che (…) può e deve sorgere una civiltà animata da un’ispirazione di amore e di universalità». Risulta evidente che l’amore e la solidarietà rendono l’impegno politico un dono per l’altro, una mano costantemente tesa verso il prossimo e capace di costruire ponti di fraternità e abbattere i muri della diffidenza e dell’odio. I ponti di La Pira realizzano la fellowship di Maritain.

Scriveva Maritain in Il filosofo nella società: «Il termine fellowship connota qualcosa di positivo nelle relazioni umane. Esso evoca l’idea di compagni di viaggio che per caso si ritrovano riuniti quaggiù e che camminano per le strade del mondo in buon accordo umano – per quanto fondamentali siano le loro opposizioni – di buon umore e in cordiale solidarietà, o, per dire meglio: in amicale e servizievole disaccordo. Ebbene, il problema del buon compagnonnage, della fellowship, tra membri di differenti famiglie religiose, appare centrale per la nuova età di civiltà che si sta abbozzando nel crepuscolo nel quale siamo». La Pira ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca di quell’amicale e servizievole disaccordo che regge i compagni di viaggio. Animato da questo spirito, ha allargato il suo sguardo al Mediterraneo, rendendo tangibile quel suo desiderio di pace anche agli stati del mare nostrum. Mi piace pensare i quattro colloqui mediterranei come a un esercizio di diplomazia intraculturale per costruire insieme la società della pace. L’intracultura, specie nel Mediterraneo, coglie la bellezza plurima dell’umano, quella a cui Maritain e La Pira si sono tanto dedicati, e la connette in un dialogo fecondo finalizzato al bene più autentico della persona. Il Sindaco della pace, come del resto anche il filosofo francese, «era una persona, scriveva Paolo VI, che aveva senso dei fini, non soltanto dei mezzi da percorrere, ma del dove andare».

Sono queste le coordinate che rendono buona e autenticamente umana la politica: il senso dei fini, i mezzi a cui ricorrere e l’aver ben chiara la meta da raggiungere. Se la destinazione è una società di pace, la diplomazia intraculturale diventa il mezzo, lo strumento, più adatto a occuparsi del fine unico che è la persona.

Una politica non umana, progettata prescindendo dalla persona, è solo un esercizio retorico, una pratica demagogica in cui il la rotta è ormai smarrita. Sono le persone, i loro volti, le loro storie e i lori bisogni che investono la politica della responsabilità del fare e del sentire per l’altro. Giorgio La Pira ci insegna proprio questo. La politica, dunque, è prassi. É togliersi il proprio cappotto in una sera molto fredda per darlo a chi non ce l’ha, è adoperarsi affinchè tutti abbiano una casa, è costruire una “città viva” in cui anche le “attese della povera gente” trovano espressione. Giorgio La pira oltre a essere un testimone di pace del ‘900 è uno straordinario esempio di quanto il servizio alla speranza renda migliore la comunità umana, sociale e civile.

Standard and Poor’s prevede per l’Italia una crescita del 6,4%

L’agenzia di rating Standard and Poor’s ha aggiornato ieri le stime sulla crescita economica dell’Eurozona nel suo rapporto “The Eurozone Is Healing From Covid 19”, migliorando le stime dell’Italia a -8,9 per cento nel 2020 rispetto alle prevedenti previsioni che vedevano il Pil italiano in contrazione del 9,5 per cento.

Sempre per l’Italia, l’agenzia di rating prevede una crescita del 6,4 per cento, con una stima rivista al rialzo rispetto al 5,3 per cento del precedente rapporto, mentre per il 2022 e il 2023 è prevista una crescita del 2,3 per cento e dell’1,5 per cento.

In generale per la zona euro la stima si aggira intorno ad una contrazione del -7,4 per cento nel 2020 per poi assistere ad un rimbalzo del 6,1 per cento per il 2021. Nel rapporto l’agenzia di rating sottolinea che l’economia della zona euro si è ripresa più rapidamente del previsto dalla prima ondata di Covid-19, precisando che sono in fase di revisione al ribasso anche le stime per la disoccupazione, che dovrebbe raggiungere il picco al 9,1 per cento nel 2021

Salesiani: L’armadio etico

Con l’avvio del nuovo anno accademico che sarà animato da uno spirito «Green» in tutti i campi, lo Iusve, l’università salesiana con sede alla Gazzera, ha inaugurato un progetto speciale: l’Armadio etico. Il progetto prevede la realizzazione di uno spazio dedicato all’interno di Iusve con un percorso strutturato a pannelli espositivi nei quali verrà raccontata la storia del capo presentato, la provenienza della stoffa, gli approcci sostenibili il tutto affiancato alla presenza di un armadio vero e proprio, nel quale verranno esposti abiti e stoffe provenienti da alcuni brand del territorio impegnati in questa direzione per far conoscere e toccare con mano agli studenti e al personale, la qualità dei materiali.

L’idea di allestire un armadio Etico nasce dai docenti Francesca Bonotto, curatrice e grafico della mostra e Marco Sanavio, in relazione ai brand e alle persone conosciute durante l’esperienza della rubrica “ModaPuntoCom”, che parla di moda e comunicazione di moda etica e sostenibile. Già da qualche anno, infatti, grazie allo spazio messo a disposizione da Cube Radio attraverso la rubrica e i corsi, i due docenti stanno affrontando queste tematiche.

Che cos’è lo SPID

Lo SPID è il Sistema Pubblico di Identità Digitale, ed è un sistema di riconoscimento con il quale si può accedere a una serie di servizi online della pubblica amministrazione con un unico nome utente e un’unica password.

È il sistema con cui la pubblica amministrazione ci riconosce per accedere ai suoi servizi.

Per richiederlo basta andare da un  Identity Provider.

Gli Identity Provider sono aziende private accreditate da AgID (l’Agenzia del governo per l’Italia digitale) che forniscono le identità digitali e gestiscono l’autenticazione degli utenti. Si può richiedere SPID al gestore che si preferisce. Il gestore, dopo aver verificato i dati, emette l’identità digitale, rilasciando le credenziali.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero dell’Economia, tra gennaio e luglio 2020 SPID è stato utilizzato in media 8 milioni di volte al mese per accedere ai servizi online.

 

La prima carta dei diritti dei pazianti con tumori gastrointestinali

Sono raccolte in otto punti le indicazioni per dare risposte ai bisogni insoddisfatti dei pazienti con tumori gastrointestinali, ossia neoplasie di stomaco, colon-retto e pancreas, dai numeri importanti: ogni anno si registrano 80mila nuovi casi. Otto diritti imprescindibili, contenuti nella prima Carta dei Diritti dei pazienti con tumori gastrointestinali, #TumoriGIFacciamociSentire, lanciata dalla Favo, la Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia e messa a punto insieme a Isheo, con il supporto incondizionato del Gruppo Servier in Italia.

Un documento condiviso con le principali Associazioni dei pazienti specifiche per ciascuna area (Associazione italiana Gist Onlus (Aig), Associazione italiana malati di cancro (Aimac), Associazione italiana stomizzati (Aistom), Associazione di volontariato malati oncologici colon-retto (Amoc), Associazione Pierluigi Natalucci, Codice Viola, Federazione italiana incontinenti e disfunzioni pavimento pelvico (Fincopp), My Everest, Net Italy, Oltre La Ricerca e Vivere senza stomaco), validato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e indirizzato ai decisori politici e ai responsabili della pianificazione sanitaria delle Regioni e delle reti di cura.

Una road map  adeguata nata dalla necessità di assicurare ai pazienti un supporto adeguato e omogeneo sul territorio e in tutte le fasi della malattia. Chi convive con queste neoplasie deve infatti fare spesso i conti con ritardi e tempi lunghi dell’iter diagnostico, disomogeneità nella presenza delle strutture di eccellenza, carenza della continuità assistenziale. Ostacoli, che seppur comuni a tutti i pazienti oncologici, per quelli con tumori gastrointestinali diventano ancora più gravosi, soprattutto quando la malattia è in una fase avanzata e presenta esiti difficili da trattare.

Il pre-partito del “no” fa da barriera all’anarchismo di Grillo

L’uscita di Grillo non può essere banalizzata. In un consesso europeo, dove per altro si è premurato di lodare la Presidente Ursula von der Leyen per il suo programma aggiornato in materia di economia verde e digitale, il fondatore del MoVimento ha infiocchettato il risultato del referendum con una solenne scomunica della democrazia parlamentare. L’ex comico ritiene, e non da oggi, che i parlamentari dovrebbero essere scelti per sorteggio, non si sa bene con quali garanzie sulla congruità di un loro servizio agli interessi generali della nazione. Nominati per caso, perché non dovrebbero agire con analoga casualità, magari confondendo il bene comune con i propri  divisamenti, forse non sempre ingenui o innocenti? Sta di fatto che all’indomani della vittoria del Sì la parola d’ordine che Grillo rilancia è quella dell’antiparlamentarismo.

Curiosamente, lungo una traiettoria opposta, l’ex Capo politico dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, si era preoccupato in queste ore di spiegare che l’esito referendario non costituisce nessun avallo a visioni di segno alternativo alla democrazia rappresentativa. Non è una distinzione che rimandi a semplici questioni di gusto, come scegliere con un amico se bere vino o birra davanti a una pizza alla margherita. Quello che si registra, ad occhio nudo, è il declino scomposto ed accelerato di un aggregato politico incapace di crescere fuori dalla culla del suo confuso rivoluzionarismo, tanto confuso da suscitare dubbi, fin dall’inizio, sulla bontà delle sue ragioni costitutive e peggio ancora delle sue modalità di funzionamento. Troppe ambiguità, insomma, se è vero che ormai si fa prima a raccontare i litigi che non i pensieri unificanti dei vari capi e capetti pentastellati.

Anche la Raggi ha voluto rimarcare la sua soddisfazione per la risposta dei romani all’appello referendario. Ora, agli analisti del voto non è sfuggito il successo del No in quella parte di città – I e II municipio – che coincide largamente con il centro storico, ma non senza inglobare quartieri (ad esempio il Delle Vittorie dove insiste la Rai) non identificabili con la Roma degli uffici ministeriali. La Signora Sindaco ha ritenuto di poter vagliare il comportamento elettorale dei suoi concittadini in base a una superficiale distinzione,  quella tra centro e periferia della città, sicché i benestanti avrebbero votato per la conservazione, contro la novità della riforma taglia-poltrone. Sta di fatto, invece, che l’esame frettolosamente sviluppato nasconde una verità inconfessabile: l’elettorato più informato e consapevole, anche per qualificazione professionale, ha opposto rifiuto a una operazione che nasce all’insegna del bieco disprezzo della politica. Dovremmo parlare, dunque, di consapevolezza ed equilibrio, non di conservatorismo.

Certo, i tanti italiani che hanno scelto di opporsi alla modifica costituzionale sono espressione di una Italia che non accetta la camicia di forza delle mistiche rousseauiane, ma non per questo è un’Italia che possa incarnare sic et sempliciter l’identità di un pre-partito. Sono state diverse, come sappiamo, le motivazioni a sostegno del No. Orbene, se urge effettivamente il bisogno di una nuova rappresentanza, ad essa occorre allegare la fatica del confronto con questo 30 per cento schierato sull’altro lato della barricata, contro il dilagare della demagogia e dell’incompetenza.  Non basta deprecare le insensatezze di Grillo, direttamente connesse a un disegno di decostruzione dello Stato liberal-democratico, ma serve portare sul terreno della concretezza politica la spinta di un elettorato che rifugge dall’ondeggiamento anarcoide e furbesco dei paladini di una politica ridotta a fast food.

La verità sui nemici di Papa Francesco

Il Domani d’Italia e Orbisphera avviano con la pubblicazione di questo editoriale di Antonio Gaspari, direttore del foglio online appena menzionato, una stretta collaborazione. Cogliamo l’occasione per fare i complimenti e augurare buon lavoro ai nostri carissimi colleghi.

Nel leggere alcuni post sui social da parte di autori che si definiscono “cattolici” si rimane spiacevolmente colpiti dalla quantità di fake news, invenzioni e teorie cospiratorie che attaccano e criticano papa Francesco.
Preoccupa vedere queste stesse notizie di propaganda e discredito su alcuni quotidiani nazionali.
Per cercare di dare ad ognuno la possibilità di raccogliere informazioni su una base ampia e documentata, di approfondire notizie e fatti che riguardano papa Bergoglio, per conoscere nei dettagli molte delle vicende inedite che hanno segnato la vita di questo Pontefice, segnaliamo alcuni libri scritti da giornalisti di grande spessore, onesti, coraggiosi e molto qualificati.
Nello Scavo, in tempi non sospetti, ha pubblicato su papa Francesco due libri strepitosi.
Nello Scavo è inviato speciale di “Avvenire”. Reporter internazionale, cronista giudiziario, corrispondente di guerra, collabora con diverse testate estere. Le sue inchieste sono state rilanciate dalle principali testate del mondo.
Il primo libro, pubblicato nel 2013, intitolato “La lista di Bergoglio. I salvati da Francesco durante la dittatura. La storia mai raccontata” (EMI Editrice), parla dell’eroica resistenza di Bergoglio alla feroce dittatura del generale Jorge Rafael Videla.
Il secondo libro, ancora più importante, ha per titolo: “I nemici di Francesco. Chi vuole screditare il Papa. Chi vuole farlo tacere. Chi lo vuole morto” (2015, Edizioni Piemme). Per questo libro, Nello Scavo ha subito innumerevoli minacce.
È scritto nella quarta di copertina: «Bergoglio lo sa. Alcune volte ne ha parlato in privato. Altre volte lo ha lasciato intendere in pubblico. Dentro e fuori la Chiesa ci sono ostacoli, resistenze, lotte. I serpenti si annidano negli ambienti curiali come nei centri di potere internazionali. Sugli oppositori interni già si scrivono pagine di cronaca e interi tomi, ma è anche la trincea esterna al perimetro del Vaticano a essere foriera di pericoli imprevedibili. Francesco non lo ha mai negato. Alla vigilia del viaggio in America Latina ha parlato senza ipocrisia: “Quante forze, lungo la storia, hanno cercato e cercano di annientare la Chiesa!”».
In un’inchiesta giornalistica rischiosa e senza precedenti, Nello Scavo ha cercato i nemici del Papa. Alcuni li ha incontrati di persona. Diversi continuano a nascondersi. Sono mercenari della maldicenza e Capi di stato tessitori di oscure trame.
«Se subissi un attentato – ha confidato il Papa mentre si recava nelle Filippine – chiedo solo la grazia che non mi faccia male. Non sono coraggioso. Ho paura del dolore fisico, ma ho il difetto di avere una bella dose di incoscienza».
Lucio Brunelli, vaticanista del TG2 dal 1995 al 2014, già direttore per l’informazione di Tv2000 e Radio InBlu, ha raccontato in esclusiva il Conclave in cui venne eletto Joseph Ratzinger, rivelando il ruolo svolto da Bergoglio che ne avrebbe potuto bloccare l’elezione, e che invece fu decisivo per la nascita del Pontificato di Benedetto XVI.
Di recente Lucio Brunelli ha pubblicato: “Papa Francesco. Come l’ho conosciuto io” (Edizioni San Paolo, febbraio 2020).
È scritto nella presentazione del libro: «Papa Francesco suscita sentimenti forti e contrastanti nell’opinione pubblica, al punto che, a sette anni dall’elezione, nel fragore delle polemiche e tra tante forzature mediatiche, si fatica un po’ a distinguere il volto più veritiero del Pontefice».
Lucio Brunelli, giornalista che iniziò a frequentare Bergoglio quindici anni fa, racconta il Francesco più “vero”, quello che ha conosciuto e seguito da vicino. Un diario di ricordi basato su colloqui, lettere, telefonate, ricco di episodi inediti e curiosi, scritto con la penna di un giornalista che sa raccontare, con rispetto e amicizia, gli eventi grandi e piccoli di cui è stato testimone.
Chi ha scritto il libro più documentato e dettagliato su cosa è successo in Vaticano dalle dimissioni di Benedetto XVI all’elezione di papa Francesco, con tutti i dettagli del Conclave voto per voto, è stato Gerard O’Connell.
Vaticanista irlandese tra i più esperti, attuale corrispondente da Roma per “America Magazine”, la rivista dei Gesuiti statunitensi, O’ Connell ha scritto “The Election of pope Francis” (Ed. Orbis Books), l’unico libro in cui si riporta cosa è successo prima, durante e dopo il Conclave. Ci sono i numeri precisi di come i Cardinali hanno votato e perché Bergoglio è diventato Papa.
Questo libro non è ancora stato pubblicato in italiano.
Un autore che ha scritto due libri originalissimi e dettagliatissimi sulla vita di Jorge Bergoglio e sui suoi nemici è Austin Ivereigh, giornalista britannico, autorevole esperto della Chiesa cattolica, commentatore per la BBC, per Sky e per altre importanti testate.
Ivereigh ha scritto “The Great Reformer: Francis and the Making of a Radical Pope”, pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo “Tempo di Misericordia” (novembre 2014).
Nel 2019 Ivereigh ha pubblicato un libro di 400 pagine in cui si racconta in maniera dettagliata la vita della famiglia Bergoglio, a partire dai nonni che emigrarono in Argentina perché antifascisti. Il libro, intitolato “Wounded Sheperd – Pope Francis ad His Struggle to Convert the Catholic Church”, descrive in maniera inedita tutti i nemici di papa Francesco all’interno della Chiesa cattolica.
Questo libro non è ancora stato tradotto e pubblicato in lingua italiana, ma l’edizione inglese è andata a ruba.

La personalizzazione della politica

Sia nel risultato della consultazione referendaria che nell’esito delle elezioni dei Consigli Regionali per i quali i cittadini sono stati chiamati al voto emerge un’evidenza ricorrente: l’una e l’altra campagna elettorale sono state fortemente polarizzate dalla personalizzazione della contesa.

La vittoria del SI è stata di fatto monopolizzata dal Movimento 5 stelle che della riduzione dei parlamentari ha fatto un cavallo di battaglia da sempre: molto più morbide e sfumate le posizioni degli altri partiti all’interno dei quali sono maturati distinguo, prese di posizione e diaspore con dichiarazioni di voto che si discostavano dalla linea ufficiale della segreteria politica. Generando peraltro l’impressione che il dibattito e il voto parlamentare che avevano preceduto la consultazione popolare più che occasioni di approfondimento, siano state condizionate dalla suggestione demagogica di apparire agli occhi della gente unanimi nel perseguire in modo ossessivo e poco riflessivo l’obiettivo del taglio dei costi della politica.

Costo quantificato dal Prof. Cottarelli Direttore dell’Osservatorio della Spending Review in una tazzina di caffè all’anno per ogni cittadino.

Ma che all’esito del risultato porrà problemi e questioni tecniche tutt’affatto irrilevanti: a cominciare dal rinvio a fine legislatura dell’applicazione del voto popolare. Ridotti si, ma fra tre anni.

Ciò che consentirà ripensamenti sul doppio mandato, sulla riforma elettorale e – dentro le segrete stanze dei partiti- sulla minuziosa elaborazione delle liste bloccate e delle candidature sicure.

Si apre un concorso a punti-fedeltà, senza accertamenti oggettivi e pubblici del merito e delle competenze.

Con un evidente rafforzamento in senso personale dei capi partito cui di fatto sarà demandata la scelta finale dei senatori e dei deputati da portare nel prossimo Parlamento, che avrà come correlato speculare l’apertura di possibili contese per la leadership  interna.

In totale dispregio di candidature emergenti dalla base (elettorato passivo) e del diritto dei cittadini di scegliere i propri  rappresentanti.

Una fictio iuris  che focalizza nel solo taglio dei parlamentari il risparmio di spesa, a dispetto del fatto che se davvero si volesse quantificare quanto costa la politica in Italia bisognerebbe esperire una valutazione che partendo dal centro arrivasse alla periferia coinvolgendo i Ministeri, gli staff dei Ministri e dei sottosegretari, le consulenze, le auto blu, i privilegi di cui gode chi ricopra un qualsivoglia incarico istituzionale, fino ai Comuni e alle partecipate, alle province soppresse e poi riciclate come “aree vaste”, passando attraverso le Regioni – il vero centro di impegno finanziario della spesa pubblica specialmente in quelle a Statuto speciale autonomistico, il moloch della spesa pubblica in Italia.

Impugnando il microfono all’esito del voto referendario il Ministro Di Maio si è affrettato ad attribuire al Movimento la scontata vittoria dei SI, senza alcun riguardo per gli oltre 7 milioni di cittadini, un terzo dei votanti, che hanno espresso un convincimento diverso. Attribuendo nemmeno tanto velatamente a se stesso il merito di questo risultato. Ma dimenticando di far un minimo cenno alla vistosa dèbacle del Movimento che alle regionali, alleato con il PD o in corsa per conto proprio, ha conseguito quello che Di Battista ha senza mezzi termini definito “il peggior risultato elettorale di sempre nella storia dei 5 stelle.

Ciò che lascia presagire una resa dei conti interna su più fronti dialettici, dagli esiti imprevedibili fino ad una paventata scissione.

C’è poi l’altro cotè della personalizzazione del voto: più che le liste dei partiti ha contato l’immagine e il carisma di coloro che di fatto sarebbero ‘Presidenti di Giunta regionale’ ma che nell’enfasi delle loro funzioni, spesso in contenzioso con quelle dello Stato unitario, diventano ‘candidati governatori’.

Una progressiva ed enfatica immedesimazione della scelta politica nel singolo che riassume in sè il programma in divenire della legislatura regionale.

Portare a sintesi una campagna elettorale facendola coincidere con un volto ed una biografia è un’arma a doppio taglio: evidenziando pregi e difetti della persona la stessa finisce per subire una sorta di sovraesposizione mediatica che non sempre le giova. O viceversa la esalta al punto di fare del “governatorato” un centro di potere potenzialmente confliggente, per ragioni spesso estranee al merito, al vero e all’utile, con il Governo nazionale.

Europa: il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo

La Commissione europea ha elaborato una strategia, da oggi al vaglio del Parlamento europeo, che si regge su tre pilastri.

La Commissione propone di introdurre innanzitutto “una procedura di frontiera integrata”, che “per la prima volta comprende uno screening pre-ingresso che copra l’identificazione di tutte le persone che attraversano le frontiere esterne dell’Ue senza autorizzazione.

Ciò comporterà “anche un controllo sanitario e di sicurezza, rilevamento delle impronte digitali e registrazione nella banca dati Eurodac”.

Attraverso questo sistema “verranno prese decisioni rapide in materia di asilo o rimpatrio”. “Tutte le altre procedure saranno migliorate e soggette a un monitoraggio più forte e al sostegno operativo delle agenzie dell’Ue”, che si serviranno anche di un’infrastruttura digitale per monitorare le domande.

Il secondo pilastro del nuovo patto chiama in causa i singoli Stati Ue. Questi ultimi “saranno tenuti ad agire in modo responsabile e solidale gli uni con gli altri”.

In relazione alle diverse situazioni degli Stati membri e alla pressione dei flussi migratori, la Commissione propone “un sistema di contributi flessibili da parte degli Stati membri” che potranno aprire le porte alla “ricollocazione dei richiedenti asilo dal Paese di primo ingresso”, ma anche farsi carico del rimpatrio “di persone senza diritto di soggiorno” o offrire “varie forme di supporto operativo”.

Il terzo pilastro è quello delle partnership coi Paesi extra-Ue. Questi “aiuteranno ad affrontare sfide condivise come il traffico di migranti”, ma anche “a sviluppare percorsi legali” di ingresso nei Paesi Ue e garantiranno “l’efficace attuazione degli accordi e delle disposizioni di rimpatrio”.

Mattarella: “Giancarlo Siani è stato testimone del miglior giornalismo, di coraggio e di professionalità”.

Ieri, Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente della Fondazione Giancarlo Siani Onlus, Gianmario Siani, il seguente messaggio:

“Sono trascorsi trentacinque anni dal feroce assassinio di Giancarlo Siani, giovane cronista de Il Mattino di Napoli, autore di coraggiosi articoli sulle attività criminali dei clan della camorra e sui loro conflitti interni. Giancarlo Siani fu ucciso proprio per il lavoro svolto, per l’onestà e l’intelligenza con cui onorava il diritto alla libera informazione, raccontando i delitti della malavita e le trame di chi ne tirava le fila.

Le organizzazioni camorristiche non tollerarono che fosse svelato ciò che volevano restasse occulto: dagli affari illeciti alle complicità, alla violenza, che lasciava scie di morte: comprimevano libertà e opportunità in ogni campo della vita economica e sociale.

In questo giorno di memoria per Napoli e per l’intera comunità civile, desidero esprimere a Lei un sentimento di solidarietà e gratitudine per l’impegno civile che negli anni è stato promosso, a partire dal dolore di una ferita purtroppo insanabile.

Giancarlo Siani è stato testimone del miglior giornalismo: sarà sempre un esempio di coraggio e di professionalità per chi ha lavorato con lui e per chi intraprende, con idealità e passione, la strada del giornalismo.

Il sacrifico di Giancarlo Siani resterà nella coscienza di tante persone oneste che si battono per contrastare l’illegalità e le mafie con gli strumenti della civiltà, della cultura, con il rispetto della verità e delle regole. Le condanne inferte ai killer e ai mandanti di Siani, al termine del percorso processuale, sono una prova ulteriore che le mafie possono essere sconfitte e che verranno certamente sconfitte”.

Ministro Dadone: “Aprire le porte ai giovani”

“Aprire le porte dei Palazzi – e di quelli che saranno i nuovi punti di accesso e di lavoro dell’amministrazione – alle nuove leve, ai giovani che rappresenteranno i bisogni delle nuove generazioni. È il momento di sradicare l’immagine obsoleta della pubblica amministrazione: oggi abbiamo poco più del 2% di dipendenti al di sotto dei 34 anni”. Così il ministro per la Pa, Fabiana Dadone, in audizione  alla Camera, presso la Commissione Lavoro, sul Recovery plan.

“La Pa deve giocare un ruolo centrale nel rilancio del Paese – ha aggiunto il ministro – Le risorse che arriveranno con il Recovery Fund ci aiuteranno a sostenere la formazione continua del personale, a inserire nuove professionalità e nuove competenze, a completare la digitalizzazione degli uffici pubblici, a modificare profondamente l’organizzazione del lavoro, con la diffusione del vero smart working, a semplificare le procedure, ripensandole in modo radicale. Il nostro impegno è quello di permettere alle persone di lavorare in modalità agile e flessibile quanto più possibile, ove possibile”.

Dadone ha quindi sottolineato l’importanza in questa cornice dei Piani organizzativi del lavoro agile (Pola), che le pubbliche amministrazioni sono chiamate a elaborare e approvare a decorrere dal prossimo gennaio. Con i Pola “vogliamo finanziare l’adeguamento e la fornitura della dotazione strumentale necessaria al lavoro agile: le varie amministrazioni, nella predisposizione dei piani, potranno contare su risorse destinate a riorganizzare il lavoro in modalità agile – ha spiegato – grazie alla mappatura delle attività che possono essere svolte anche non in presenza senza alcun impatto negativo, come ci ha insegnato l’esperienza di questi mesi, in termini di quantità e qualità di erogazione dei servizi, grazie all’acquisto di dispositivi, software, servizi dedicati, grazie alla programmazione di percorsi formativi in ambito digitale e informatico, allo snellimento delle procedure”.

Infomobilità multimodale a Torino, primo servizio pubblico in Italia

Torino è la prima città in Italia che fornisce in un’unica mappa navigabile tutte le informazioni in tempo reale sui servizi di trasporto pubblico, di bike sharing, di car sharing e di noleggio monopattini per facilitare tutti coloro che si muovono in città nella scelta di spostamenti più versatili e sostenibili. Collegandosi a Muoversi a Torino (www.muoversiatorino.it), il portale unico di infomobilità della Città di Torino, realizzato e gestito dalla società in-house 5T, i cittadini potranno accedere a una mappa con informazioni costantemente aggiornate per la pianificazione dei loro percorsi selezionando la modalità di trasporto preferita con un semplice sistema di filtro. Sarà pertanto possibile localizzare in tempo reale tutti i mezzi (bus e tram) circolanti della flotta GTT, l’azienda torinese di trasporto pubblico, conoscere i tempi di attesa alla fermata attraverso le previsioni di arrivo e avere informazioni sull’accessibilità dei mezzi e delle fermate.

Per quanto riguarda la mobilità in sharing, oltre alle informazioni sulla disponibilità delle biciclette nelle stazioni del servizio [TO]BIKE e sulle biciclette elettriche in free floating di Helbiz, si potrà anche visualizzare in tempo reale la posizione dei monopattini dei 5 operatori attivi in città – BIRD, BIT Mobility, Dott, Helbiz e Lime – pronti a essere utilizzati. Sono anche disponibili le informazioni sul servizio di car sharing offerto da Blue Torino. La mappa di Muoversi a Torino, raggiungibile al link www.muoversiatorino.it/maps, è sicuramente uno degli strumenti di navigazione più tecnologicamente avanzati per quanto riguarda il mondo dell’infomobilità e dei servizi di journey planner messi a disposizione da una Pubblica Amministrazione.

Lo strumento, in continuo aggiornamento, si basa su tecnologie open source come OpenStreetMap e OpenTripPlanner che permettono a 5T, che gestisce la Centrale della Mobilità del Comune di Torino, di integrare dati e informazioni in tempo reale provenienti da differenti sistemi di trasporto in un’unica piattaforma in grado di offrire ai cittadini un servizio d’informazione al passo con le trasformazioni della mobilità urbana. Inoltre, Torino è la prima città italiana a integrare i servizi di micromobilità in un servizio pubblico d’infomobilità e lo fa prima di Google Maps, che nel 2019 aveva annunciato di voler inserire i servizi di noleggio monopattini nella sua applicazione in almeno 80 città nel mondo, escludendo l’Italia.

Covid: nessun allarme nei centri di accoglienza dei migranti

Nessun allarme Covid-19 nei centri di accoglienza dei migranti in Italia. La prevalenza di casi positivi in queste strutture è infatti del tutto analoga a quella rilevata nella popolazione generale, con una distribuzione geografica, e un gradiente Nord-Sud, conforme a quello osservato nel Paese. E’ quanto emerge dall’”Indagine nazionale Covid-19 nelle strutture del sistema di accoglienza per migranti”, condotta dall’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), promossa dal ministero della Salute.

Tra i dati principali emerge che su un totale di 59.648 migranti ospitati nelle 5.038 strutture analizzate, i casi confermati di Covid-19 sono stati in totale 239, pari allo 0,38% del totale.

L’indagine, ha coinvolto 5.038 strutture di accoglienza sulle 6.837 censite dal ministero dell’Interno (pari al 73,7% del totale dei centri). I casi confermati sono stati 239, distribuiti in 68 strutture, 8 Regioni (Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Lazio, Molise) e 25 Province.

Il numero mediano di casi confermati per Provincia è risultato pari a 2. Quasi la totalità delle strutture con almeno un caso confermato (66) si trova al Nord (97,1%), in particolare in Lombardia (con 19 strutture pari al 27,9%) e in Piemonte (15, pari al 22,1%).

 

I grillini perdono e il populismo dilaga.

C’è una apparente contraddizione nel voto di domenica scorsa. Da un lato registriamo la  sconfitta, peraltro annunciata e attesa, del partito di Grillo in tutte le regioni italiane con  risultati a volte eclatanti. Il paragone con il voto delle politiche di due anni fa è addirittura  impietoso. Inutile perdere tempo. E perdono sia dove si alleano con il Pd, dall’Umbria  dell’anno scorso alla debacle della Liguria di quest’anno e sia quando corrono da soli, in  nome di una purezza che ormai è diventata una gigantesca comica. Il caso pugliese è  semplicemente emblematico. Per non parlare del Veneto o delle Marche.  

Ma, appena si gira l’angolo, non possiamo non registrare la vittoria referendaria. Certo, c’è  stato un 30% di italiani che semplicemente si è ribellato al diktat del populismo – impaurito  – dei parlamentari che ha votato Sì al 96% in Aula e che, soprattutto, si è distinto dalle  indicazioni di voto di tutti i partiti. Almeno nella sua versione ufficiale. Un 30% che adesso,  però, va interpretato e a cui va dato voce. All’interno e all’esterno dei partiti. Ma il dato  principale, purtroppo, è un altro. E cioè, dobbiamo prendere atto che la cultura grillina –  cultura si fa per dire – ha condizionato in profondità ancora una volta le radici politiche e  ideali del nostro paese. Il bombardamento mediatico contro la politica, contro i partiti,  contro le assemblee rappresentative, contro gli stessi politici esercitato in questi ultimi  quindici anni ha lasciato tracce profonde. E il risultato di questo referendum non è che  l’epilogo di questa deriva populista e demagogica. Insomma i 5 stelle crollano  elettoralmente e progressivamente in tutta Italia dopo essere diventati i rappresentanti per  eccellenza della casta, e al contempo il paese a larghissima maggioranza si riconosce in  una battaglia di chiaro stampo populista, demagogico, antiparlamentare e squisitamente  anti politico. Appunto, una contraddizione in sè. 

Ora, al di là di questa considerazione sufficientemente oggettiva, non si può restare inerti  o passivi di fronte ad un quadro in profonda evoluzione e in rapido cambiamento. Se non  altro per il motivo che alla vittoria populista del Sì non corrisponde affatto un incremento  elettorale e politico del suo principale interprete e custode politico, cioè il partito di 5 stelle.  

Ecco perchè è sempre più indispensabile attivare una iniziativa politica che partendo  proprio da quel 30% ottenuto al referendum sul taglio dei parlamentari sappia rideclinare e  rilanciare una politica riformista e democratica senza inseguire i diktat del populismo  nostrano e senza farsi continuare a farsi condizionare dalle sirene, ormai sempre più  scolorite, del populismo grillino e affini. Si tratta, ciò, di recuperare una politica che in  questi ultimi anni si è letteralmente volatilizzata pur di compiacere al verbo populista e  demagogico. E i risultati, purtroppo, li abbiamo visti e constatati. Una iniziativa, questa,  che spetta, quasi di diritto, proprio a quei partiti che affondano le loro radici nel miglior  riformismo democratico e costituzionale del nostro paese. A cominciare anche e  soprattutto dal Partito democratico sul versante del centro sinistra. Ma una iniziativa che  può essere assunta, sul versante del centro sinistra, da uomini concreti e pragmatici come  Zaia che nulla cedono al populismo e che si contraddistinguono per la cultura del buon  governo e per la profonda e genuina fedeltà alla grammatica costituzionale.  

Forse, anche dopo questa ultima ondata populista e demagogica, può partire una nuova  stagione politica. Purchè si smetta di inseguire il populismo e far proprie ragioni e metodi  estranei ed esterni alle culture fondanti la nostra seppur giovane e sempre gracile  democrazia. È giunto anche il momento, di conseguenza, di far ripartire la politica con la  sua dovuta e necessaria professionalità. Solo così potremo di nuovo ambire ad avere una  classe dirigente rappresentativa, preparata e competente e non legata solo e soltanto alla  estemporaneità, alla casualità e alla radicale improvvisazione. 

Pareggio

Chiusa anche questa tornata elettorale, caratterizzata soprattutto dal confronto referendario e, in subordine dal rinnovo di sette regioni, archiviata anche questa pagina, possiamo permetterci qualche breve commento.

Il referendum ha sancito qualcosa che da tempo serpeggiava dentro il corpo elettorale: restringere tanto più si può il recinto dei rappresentanti politici. Effetto di una lunga stagione caratterizzata dal sentimento dell’anti politica. Cominciò il famoso libro “La casta”, proseguì con le piazze riempite da Grillo, e domenica, tutto quel sentire si è riversato, torrenzialmente, sulla casella del SI. Non credo dover dire altro.

Sul piano politico, le regionali hanno sancito un risultato sostanzialmente paritario. Gran vittoria di Zaia, pareggiata da un altrettanto illustre risultato di De Luca; Toti ha vinto comodamente, ma altrettanto, alla fine, è riuscito a fare persino Emiliano.

La Toscana è rimasta in mano al centro sinistra, le Marche sono passate di mano e sono finite al centro destra.

C’è chi ha perso, c’è chi ha vinto, c’è chi è rimasto surclassato e c’è pure chi ci è rimasto male. Nell’aria si respirava, prima del confronto, una cosiddetta possibilità di “spallata”. Qualcuno ventilava persino un sette a zero, altri rispondevano, più moderatamente, un sei a uno o un cinque a due.

Ciò non è capitato.

Può tirare un sospiro il centro sinistra e l’attuale Governo nazionale. Non si sposteranno gli equilibri attuali. Conte potrà essere preoccupato per altre vicende ma è uscito indenne dalle urne. Chi è andato particolarmente male, sono i 5Stelle e Italia Viva. Dei 5Stelle si sa quanto essi siano gracili nelle dispute territoriali. Era quindi prevedibile. Renzi misurava la sua consistenza. Non solo è sembrata magra, ma ormai prossima ad essere espulsa dal campo delle presenze politiche regionali.

Anche nella sua Toscana ha sfiorato la nullità.

Questa breve pausa, del dopo voto, servirà a carburare le dialettiche politiche in vista dei grossi problemi economici e sanitari che ci attenderanno nell’autunno prossimo.

Aspettando Godot

Interpretare gli umori popolari presume sensibilità e talento, sosteneva il grande attore teatrale Piero Mazzarella. Questo assioma vale anche in politica: il riscontro del voto referendario e di quello regionale ci induce a pensare che la lungimiranza non sempre coincide con i risultati attesi: il voto è condizionato da contingenze persino imprevedibili, ciò che è accaduto negli ultimi mesi, l’incidenza della pandemia, le paure e le emotività, direi il soggettivo e il relativo piuttosto che le stime oggettive e i sondaggi. Ho notato una grande ansia anticipatoria per l’esito del voto: una rincorsa ad azzeccare pronostici, le simulazioni del voto, le proiezioni, e prima di tutto questo le attese nella loro apparente logica evidenza.

Nulla è andato come ci si attendeva: speriamo che questo induca aruspici e maghi degli scenari postumi a più miti pretese. Sarebbe l’ora che la gente andasse al seggio in pace senza l’assillo dell’induzione coatta.

La vittoria del SI era scontata, ma il recupero del NO ha avuto le sembianze di un fiume carsico che ha attraversato il Paese: si può anche affermare che mentre il SI era atteso come esito ineludibile di una lunga deriva di protesta contro la casta, il lento crescere del NO è stato il risultato di un ripensamento, di una riflessione, un voto di testa e non di pancia. Come nei fatti grandi e piccoli della Storia l’alternanza di ragioni e di mistificazione potrà recare disegni imperscrutabili: i 5Stelle hanno battuto il tasto dei privilegi da cancellare ma non credo che i ragionamenti di Sabino Cassese, Cesare Mirabelli, Carlo Cottarelli, Romano Prodi, Valter Veltroni, Pierferdinando Casini e poi Liliana Segre, l’appello di Don Ciotti celassero reconditi progetti di restaurazione ne’ che fossero ispirati a moti di ribellione giacobini.

Va detto che in Parlamento si era votata in fretta una legge (poi sottoposta a referendum confermativo) sull’onda di suggestioni emotive piuttosto che di riflessioni pacate e ispirate a gradualità e ad una chiara visione del ‘dopo’. E’ successo persino che chi aveva votato NO alla Camere si sia convertito ad un furtivo SI dell’ultima ora, peraltro non suffragato dall’adesione del proprio elettorato: si è calcolato che il 55 % degli elettori PD abbia depositato nell’urna un voto di dissenso verso il risucchio demagogico dell’alleato di governo. Di converso – osserverebbe Macchiavelli- il SI dei due leader del centro destra ha sparigliato le carte tra gli elettori leghisti e di FDI, tanto è verso che il NO  è risultato vincente in Veneto e Friuli V. G, note roccaforti destrorse. E’ successo di tutto anche nel voto regionale: unire un referendum nazionale al rinnovo di 6 Regioni non è stata una scelta ortodossa, si sono mescolate scelte di fondo come i futuri assetti parlamentari con le preponderanti figure dei Governatori, una personalizzazione del voto oltre le alleanze e i singoli schieramenti. Una storia già vista e vissuta proprio in piena pandemia, per le note contrapposizioni e i distinguo sui DPCM governativi, con relativi forti contenziosi e dissensi nelle scelte operative.

Certamente l’esecutivo e il suo premier escono rafforzati poiché non si è consolidata una spinta alternativa: il centro destra governa più Regioni, gli equilibri si sono ribaltati ma resta predominante la richiesta di stabilità. Esce sconfitta l’Italia a regime parlamentare e si rafforza la deriva localistica e di decentramento autarchico. Compulsioni contradditorie che necessiteranno di una ricomposizione. Nonostante lacune, incertezze e ritardi (sulle scuole, ad esempio, e non è poco) Conte porta a casa un risultato che evidenzia la mancanza di vie altrimenti praticabili, il Recovery Fund e -ci si augura- il MES imporranno una trasparenza e una decisione nelle scelte che l’Europa ci impone. Permangono le contraddizioni sul dopo voto referendario: il rischio è di transitare da una casta ad una supercasta a impronta oligarchica: da troppi anni i nomi dei leader nei simboli di partito esprimono una concezione proprietaria del potere: sapere che il DDL di riforma elettorale depositato alla Camera dal Governo prevede i listini bloccati e l’esclusione delle preferenze comporta il rischio di una democrazia decapitata proprio nel suo focus generativo,  “quel potere che appartiene al popolo”, come recita la Costituzione. Qui i giochi si faranno duri e rischiosi e non è detto che tutto ciò che ora appare assodato e in discesa non trovi ostacoli capaci di creare scompensi sui principi fondamentali del nostro assetto istituzionale. Mattarella vigila pensoso ma ci sono molte mine vaganti intorno a lui. Così, dopo aver ancora una volta sentito dire che hanno vinto tutti e aver ridotto il discrimine tra il SI e il NO alle categorie del giusto e dello sbagliato, del buono e del cattivo, si riposizionano tutti ai nastri di partenza: nella parcellizzazione del voto che sarà ulteriormente implementata dalla scelta del proporzionale c’è spazio per tutte le soluzioni: resta il fatto che la democrazia della terza repubblica è altrettanto bloccata quanto lo erano il bipartitismo imperfetto e il bipolarismo mai decollato.

Aspettando Godot ognuno può dire ciò che vuole e paventare scenari fantasmagorici: in questa dissolvenza di alleanze e di emergenza di primazie ci starebbe pure il ritorno di un centro popolare e  moderato, che porti stabilità e visione di un modello sociale che nessuno adesso riesce ad esprimere.

Né spallata, né stabilizzazione

Fra tanti commenti che traggono conclusioni anche affrettate dai risultati del referendum e delle elezioni regionali, quello di Paolo Pombeni, pubblicato oggi su “Mentepolitica”, restituisce un’immagine più complessa e dunque più articolata del dopo voto. Tra l’altro, nelle conclusioni che qui riportiamo, Pombeni mette in risalto la dinamica sottesa al trionfo di Presidenti di Regione, ancor più destinati a rappresentare, sull’onda della gestione dell’emergenza sanitaria, una posizione fortemente dialettica rispetto al potere centrale. Ecco lo stralcio e l’indicazione, in basso, per accedere al testo integrale.  

Soprattutto c’è una novità di cui sarà bene tenere molto conto: la crescita notevole del peso dei governi regionali. Chi sono i veri vincitori di queste elezioni? Quattro “governatori”, due di destra,  Zaia e Toti, due di sinistra, De Luca e Emiliano, che sono stati confermati, in qualche caso trionfalmente. Anche in Toscana, in realtà ha vinto il rappresentante della “continuità di governo” (fanno eccezione solo le Marche). Sono la testimonianza di quel che si stava già vedendo durante l’emergenza Covid: le regioni sono centri di potere in grado di porsi in dialettica col governo centrale, ed i governatori su questo riescono a far fronte comune anche al di là di diverse appartenenze partitiche.

Con una partita complicata, ma molto attraente come la gestione dei molti miliardi europei in arrivo, il confronto fra regioni e governo diventerà un tema centrale e qui per esempio M5S è una presenza marginale.

Insomma se di parlare di una “spallata” non è palesemente il caso, anche buttarsi a magnificare la resistenza e la tranquilla futura navigazione del governo Conte rischia di essere un azzardo. I sistemi politici raramente cambiamo per terremoti rivoluzionari, più spesso si modificano passo dopo passo attraverso prove successive. Crediamo sia il caso del nostro sistema e dunque prestiamo molta attenzione a quanto accadrà nei prossimi mesi.

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Parolin, Onu: “Ravvivare lo spirito delle origini”.

Signor Presidente,

Sono lieto di partecipare a questo incontro virtuale ad Alto livello per commemorare il 75° anniversario delle Nazioni Unite e ribadire il sostegno della Santa Sede a questa prestigiosa istituzione.

Negli ultimi 75 anni i popoli del mondo si sono rivolti alle Nazioni Unite come fonte di speranza per la pace nel mondo e di armonia tra gli Stati. A questa Organizzazione hanno portato il desiderio di una fine delle lotte e dei conflitti, di un maggiore rispetto della dignità della persona umana, di sollievo dalla sofferenza e dalla povertà e di promozione della giustizia: un’espressione della fondamentale aspettativa delle Nazioni Unite che l’Organizzazione non solo affermi gli ideali sui quali è stata fondata, ma s’impegni anche con sempre maggiore determinazione per rendere questi ideali una realtà nella vita di ogni donna e di ogni uomo (cfr. Papa Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965; Papa Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 9 gennaio 2020).

Sin dal suo riconoscimento come Stato Osservatore nel 1964, la Santa Sede ha sostenuto le Nazioni Unite svolgendovi un ruolo attivo. I Papi che si sono susseguiti dinanzi a questa Assemblea Generale, hanno esortato questa nobile istituzione ad essere un “centro morale” dove ogni Paese si senta a casa, dove si riunisca la famiglia delle nazioni (Papa Giovanni Paolo II, Messaggio all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la celebrazione del 50° di fondazione, 5 ottobre 1995) e dove la comunità internazionale — in spirito di fraternità e di solidarietà umana — proceda insieme con soluzioni multilaterali alle sfide globali. Come ha dimostrato abbondantemente la pandemia da covid-19, non possiamo andare avanti pensando solo a noi stessi o favorendo le divisioni; piuttosto, dobbiamo lavorare insieme per vincere le piaghe peggiori del mondo, ricordando che il fardello portato da alcuni riguarda necessariamente l’umanità e l’intera famiglia delle nazioni (cfr. Papa Francesco, Momento straordinario di preghiera, Sagrato della Basilica di San Pietro, 27 marzo 2020).

In questi 75 anni le Nazioni Unite hanno protetto e servito il diritto internazionale, promuovendo un mondo basato sullo stato di diritto e sulla giustizia piuttosto che sulle armi e il potere. Le Nazioni Unite hanno portato cibo a chi aveva fame, hanno costruito case per chi non ne aveva, si sono impegnate a proteggere la nostra casa comune e hanno proposto un mondo di sviluppo umano integrale. Le Nazioni Unite hanno cercato di difendere i diritti umani universali, che includono anche il diritto alla vita e alla libertà di religione, poiché sono essenziali per la tanto necessaria promozione di un mondo in cui la dignità di ogni persona umana sia rispettata e sostenuta. L’Organizzazione si è adoperata per porre fine alle guerre e ai conflitti, riparare ciò che la lotta e le violenze hanno distrutto e portare le parti contrapposte a un tavolo, di modo che, insieme, la diplomazia e i negoziati possano trionfare.

Ci sono state sfide e battute d’arresto, perfino contraddizioni e fallimenti. Le Nazioni Unite non sono perfette e non sono sempre state all’altezza del loro nome e dei loro ideali, e si sono danneggiate da sole ogni volta che interessi particolari hanno prevalso sul bene comune. Le Nazioni Unite avranno sempre bisogno di ravvivare lo spirito delle origini al fine di fare propri i principi e i fini della Carta nel contesto di un mondo in cambiamento. È inoltre necessario che i diplomatici qui presenti, e i Paesi che rappresentano, si impegnino sempre di nuovo nell’arduo compito di cercare il bene comune in buona fede, attraverso il consenso e il compromesso sinceri.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite, dove i popoli del mondo si uniscono nel dialogo e nell’azione comune, è necessaria oggi come non mai per rispondere alle speranze inalterate dei popoli del mondo.

Grazie della cortese attenzione.

(pubblicata sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano)

Il muro eterno delle preghiere esaudite

È il monumento contemporaneo cristiano più imponente del Regno Unito. “Il muro eterno delle preghiere esaudite” è un’enorme striscia di Mobius, senza vero inizio o vera fine, fatta di un milione di mattoni ciascuno che mostra una richiesta a Dio che ha avuto buon fine.

Sorgerà appena fuori la città di Birmingham e i visitatori potranno anche usare una app per leggere le parole delle preghiere sui mattoni, che saranno disponibili anche via audio, video e sms.

Chiunque può inviare una preghiera al sito eternalwall.org.uk e, fino ad oggi, ne sono arrivate 24.794. Lo scopo della costruzione, alta 51 metri, che sarà visibile a mezzo milione di automobilisti ogni giorno, è proprio di preservare l’identità cristiana ricordando a tutti l’esistenza di Dio.

Il costo sarà di quasi 10 milioni di euro dei quali 640mila sono già stati raccolti. L’idea è stata di Richard Gamble, ex cappellano della squadra di calcio del Leicester che afferma di aver avuto una visione.

Da inizio anno sbarcate 23.194 persone sulle nostre coste. Oltre il 12% sono minori non accompagnati

Sono finora 23.194 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno.

Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni.

Negli ultimi tre giorni sono state 1.202 le persone sbarcate (660 domenica, 488 ieri e 54 oggi) che hanno fatto salire a 3.854 il totale delle persone arrivate via mare nel nostro Paese da inizio mese. L’anno scorso, in tutto settembre, furono 2.498, mentre nel 2018 furono 947.

Dei quasi 23.200 migranti sbarcati in Italia nel 2020, 9.659 sono di nazionalità tunisina (42%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.105, 13%), Algeria (1.011, 4%), Costa d’Avorio (1.007, 4%), Pakistan (867, 4%), Sudan (773, 3%), Marocco (605, 3%), Somalia (560, 3%), Egitto (533, 2%), Afghanistan (501, 2%) a cui si aggiungono 4.573 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Fino ad oggi sono stati 2.801 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare. Il dato, aggiornato al 21 settembre, è superiore a quello dei minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle coste italiane lungo tutto il 2019 (1.680) mentre mostra un calo rispetto al 2017 (15.779) e al 2018 (3.536).

Sicurezza stradale, 46 milioni di euro dalla Città Metropolitana di Napoli per interventi sul territorio

Il Sindaco della Città Metropolitana di Napoli ha approvato una delibera che prevede il finanziamento di 11 interventi di manutenzione straordinaria della rete stradale di competenza della Città Metropolitana di Napoli per 45 milioni e 700mila euro.

Gli investimenti oscillano tra i 4 milioni e i 4 milioni e 200mila euro ciascuno.

Nello specifico, disposto il finanziamento dei lavori di sistemazione viaria e di pavimentazione del gruppo di assi a scorrimento veloce ex SS 87 NC (Sannitica), ex SS 162 Racc. (Raccordo), S.P. 1 (Circumvallazione esterna di Napoli) e S.P. 500 (Asse Perimetrale di Melito), per un totale di 12 milioni e 100mila euro.

Quattro milioni e 200mila a testa, invece, per i lavori di sistemazione delle arterie di Ischia e Procida, dell’area di Lago Patria, Arco Felice, Cassano, Ripuaria, Miliscola, Capri e Volla, dei territori di Santa Maria a Cubito, Boscoreale, Boscotrecase, San Giorgio e Sant’Anastasia, e nella zona costiera e dei Monti Lattari per gli assi Pompei – Torre Annunziata, Sant’Antonio Abate-Casola-Lettere, l’Agerolina, la provinciale del Vesuvio, la Castellammare-Pompei-Torre Annunziata, Faito e Sorrentina.

Nella zona orientale, invece, stessa cifra per i gruppi Ponte dei cani, Pomigliano-Acerra, Nola-Visciano, ex SS 162 Valle Caudina e Gaudello; Pianillo, Poggiomarino, Nola-Cancello, Fressuriello sud, Marigliano-Somma sud, Nola-Castellammare, Pianillo-Palma; Fressuriello nord, Marigliano-Somma nord, Boscofangone; Brusciano-Mariglianella, Afragola, Nolano-Sarnese e Vallo di Lauro, Nola-San Gennaro.

I finanziamenti, derivanti dall’avanzo vincolato di amministrazione dello scorso esercizio finanziario, vanno ad aggiungersi a quelli già stanziati per il 2019 – per un ammontare di circa 2 milioni di euro per ciascuno degli 11 interventi – per un totale di risorse stanziate dalla Città Metropolitana sul triennio pari a circa 70 milioni di euro.

Le opere di sistemazione viaria e di pavimentazione saranno effettuate attraverso lo strumento degli accordi quadro, le cui gare d’appalto per i relativi affidamenti sono già state interamente bandite.

La delibera passa ora al Consiglio Metropolitano per la variazione necessaria all’applicazione di dette somme al bilancio di previsione 2020-2022.

Coronavirus: Individuata la proteina che infetta le cellule

La glicoproteina Spike (S) è il principale antigene che prende di mira i recettori ACE2 delle nostre cellule, soprattutto quelle delle vie respiratorie, causando quella sindrome che tanto temiamo nel Covid-19.

Ma non è la sola. Altre ricerche avrebbero trovato una seconda proteina presente nelle nostre cellule, che aiuterebbe il nuovo Coronavirus nella sua invasione. Si tratta della neuropilina-1 (NRP1). La rivista Nature segnala in particolare delle ricerche condotte dai team di Giuseppe Balistreri e Mikael Simons, e di Yohei Yamauchi e Peter Cullen.

Tale studio dimostra come il recettore cellulare neuropilina-1 (NRP1), noto per legare substrati scissi con furina, potenzia significativamente l’infettività SARS-CoV-2.