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Ponte di Messina? Ciucci: “Le code agli imbarchi dimostrano che serve”.

“Qualsiasi manifestazione pacifica è legittima, perché esternare le proprie opinioni non è mai sbagliato e la Stretto di Messina è sempre aperta al dialogo e all’ascolto”. Lo ha sottolineato in una nota Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina.

“Ma le lunghe code agli imbarchi di Villa San Giovanni, registrate in questo sabato [ieri, ndr] di esodo da bollino nero – ha aggiunto – dimostrano a tutti l`importanza di avere un collegamento continuo tra le due coste, aperto 365 giorni l`anno 24 ore al giorno. È evidente l`incidenza che l`opera avrebbe sulla riduzione dei tempi e dei costi del trasporto”.

“Si continuano purtroppo a ripetere le solite dichiarazioni prive di fondamento tecnico-scientifico, mirate a creare confusione e ingenerare dubbi inesistenti. Si contesta un`opera, fattibile da vent`anni, il cui progetto è stato redatto dai migliori esperti al mondo per quanto riguarda i ponti sospesi e le grandissime infrastrutture: ogni possibile aspetto è stato affrontato, studiato e risolto, come il transito delle più grandi navi e dei più pesanti convogli ferroviari, la resistenza a violentissimi terremoti, a onde di tsunami e a venti mai registrati nello Stretto”, ha evidenziato Ciucci.

“La società lavora con impegno e nel pieno rispetto delle norme, ascolta le richieste del territorio, dialogando costantemente con le istituzioni locali”, ha aggiunto l’ad.

“Il ponte è un`opera del territorio e per il territorio – ha concluso Ciucci – che porterà con sé anche una metroferrovia con tre fermate metropolitane e il prolungamento della tangenziale autostradale di Messina fino a Ganzirri, con due nuovi svincoli a Sant`Agata e Granatari. Apparterrà alla popolazione che vive sulle due sponde dello Stretto. E apparterrà anche a coloro che, oggi, sono scesi in piazza”.

Aggiornamenti Sociali | La democrazia oggi: fare i conti con la violenza.

Giuseppe Righio

«Continuano a dire che sono una minaccia per la democrazia. Ma io dico: che cosa diavolo ho fatto per la democrazia? La scorsa settimana ho preso una pallottola per la democrazia». Pronunciate nel corso di un comizio, le parole di Donald Trump rievocano l’attentato subito il 13 luglio scorso a Butler, in Pennsylvania, dandogli un’interpretazione particolare. Il tentativo di ucciderlo, fallito per un’inezia, diviene un argomento per smentire chi lo descrive come un pericolo per la tenuta democratica degli Stati Uniti. La frase utilizzata da Trump è suggestiva e fa leva sulle emozioni, ma è ambigua e rischia di essere fuorviante. Che cosa rivela, in effetti, «prendere una pallottola per la democrazia» quando si è candidati alle elezioni presidenziali e al centro di vari procedimenti giudiziari, tra cui quello per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2020? Che cosa si può dedurre, quando a sparare è un ventenne incensurato, apparentemente sano di mente e senza una ragione politica? Più in generale, quale significato riveste la violenza rivolta contro le istituzioni politiche?

 

Un’onda di crescente violenza 

Quanto accaduto a Trump non è un episodio isolato nella storia degli Stati Uniti, visto che quattro Presidenti sono stati uccisi durante il loro mandato: Lincoln (1865), Garfield (1881), McKinley (1901) e Kennedy (1963). In anni più recenti, sette degli ultimi nove Presidenti sono stati vittime di attentati. Le aggressioni e le minacce non riguardano solo i vertici. Un recente articolo del New York Times descrive la «nuova normalità» in cui politici, giudici e pubblici funzionari si trovano a svolgere le proprie attività (Hakim D. – Bensinger K. – Sullivan E., «‘We’ll See You at Your House’: How Fear and Menace Are Transforming Politics», 19 maggio 2024). Nel 2023, le minacce ai membri del Congresso sono state oltre 8mila (il 50% in più rispetto al 2018) e più di 450 giudici federali hanno subito intimidazioni (circa il 150% in più rispetto al 2019). Il fenomeno riguarda anche i funzionari locali, come emerge da un’inchiesta del 2021 della National League of Cities. I giornalisti osservano preoccupati che «la raffica di minacce, spesso mascherata dall’anonimato online e spinta da opinioni politiche estreme, ha cambiato il modo in cui i funzionari pubblici svolgono il loro lavoro, terrorizzando le loro famiglie e allontanando alcuni dalla vita pubblica». 

Non si tratta di un fenomeno solo statunitense, dovuto a una storia segnata fin dalle origini dalla violenza o dalle scelte politiche sul possesso di armi da fuoco. Anchel’Europa non è esente. Ricordiamo l’aggressione contro Silvio Berlusconi a Milano nel 2009 o l’uccisione della parlamentare inglese Jo Cox nel 2016. Il caso più recente è il ferimento del primo ministro slovacco Robert Fico del 15 maggio scorso. Gli episodi di violenza contro i rappresentanti dello Stato sono in aumento, come testimoniano i dati recenti di due grandi Stati europei. In Germania, secondo la polizia, nel 2023 sono stati commessi 2.790 reati contro i politici: i casi di violenza fisica o verbale sono in aumento rispetto al 2022 e quasi raddoppiati negli ultimi cinque anni. Anche in Francia vi è una crescita continua di denunce e segnalazioni, oramai stabilmente oltre la soglia dei duemila casi all’anno.

 

Una democrazia violenta? 

Come ogni sistema politico, anche le democrazie occidentali hanno dovuto fare i conti con la violenza presente nella società, a cui hanno cercato di dare risposte proprie e originali, partendo da una lettura delle cause che possono scatenarla. Tra le soluzioni emerse ne ricordiamo alcune. Innanzi tutto, l’elaborazione del concetto di Stato di diritto come criterio fondamentale nell’azione politica, quale presidio a difesa dei diritti civili, politici e sociali dei cittadini secondo una visione garantista dello Stato. Poi la scelta del meccanismo della rappresentanza parlamentare, ampliatasi progressivamente attraverso l’estensione del diritto di voto a fasce sempre più ampie della popolazione, e il riconoscimento e il sostegno da parte dello Stato ai corpi intermedi, a quelle espressioni organizzate della società civile, che rendono possibile la partecipazione dei cittadini alla vita politica al di là del circuito del voto in occasione delle elezioni. 

In filigrana, riconosciamo il bando della violenza, che non può essere una dimensione ordinaria della vita insieme. Questo vale per i membri della collettività, che non possono farvi ricorso per rivendicare i propri diritti o cercare giustizia, e anche per l’esercizio del potere da parte dello Stato democratico, a cui è riconosciuto il monopolio dell’uso legittimo della forza per evitare, secondo la lezione di Hobbes, il tutti contro tutti, senza però che sia arbitrario e violento e a patto che sottostia a regole e limitazioni. 

Il modo in cui è stata intesa la violenza nella democrazia, in particolare quella che si manifesta in politica, si può equiparare a una febbre che scuote il corpo sociale. Non è la malattia, ma la manifestazione di un malessere con una radice più profonda: l’esclusione o l’irrilevanza, oggettive o percepite, in cui alcune fasce della società si sentono confinate quando si tratta di affrontare le questioni che riguardano la vita pubblica. Se in politica la dimensione conflittuale è intrinseca, occorre individuare gli strumenti opportuni affinché non deflagri in violenza. La scelta delle democrazie è stata di dotarsi di strumenti che favoriscono un’ampia partecipazione individuale (ad esempio il riconoscimento e la tutela dell’eguaglianza tra i cittadini, dei diritti civili e politici) e collettiva (la libertà di associarsi, di costituire partiti, di informare). La costruzione progressiva delle istituzioni democratiche non è avvenuta ignorando la violenza, come attesta la riflessione filosofica dall’esperienza ateniese fino all’Europa sconvolta dalle guerre nei secoli scorsi, ma cercando di comprenderla per dare una risposta all’altezza, che non fosse a sua volta violenta come accade quando si fa ricorso a politiche repressive.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/disinnescare-la-retorica-della-violenza-in-politica/

La credibilità di una coalizione non sta nella logica dell’ammucchiata

La coalizione politica, o l’alleanza poltica e di governo, non possono trasformarsi in semplici e banali pallottolieri. E questo per una ragione molto semplice. E cioè, una coalizione è seria e credibile e può ambire a svolgere un ruolo di governo solo se c’è una comune convergenza politica e programmatica. Insomma, l’esatto opposto di ciò che sta facendo l’attuale cartello delle sinistre. Se è vero, com’è vero, che c’è un comune quadro valoriale, culturale e politico delle tre sinistre esistenti – cioè quella radicale e massimalista della Schlein, quella populista e demagogica dei 5 Stelle e quella fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – è altrettanto indubbio che tutto ciò che si aggiunge a questo campo appartiene alla sfera del trasformismo e dell’opportunismo politico. Appunto, la logica del pallottoliere. 

Del resto, è quasi patetico leggere ogni giorno le reazioni dei maggiori esponenti delle tre sinistre di fronte all’ultima piroetta politica del capo di Italia Viva, Renzi. Una piroetta del tutto comprensibile per poter mantenere in Parlamento una manciata di amici cari alle prossime elezioni politiche ma che prescinde, com’è ormai evidente a tutti, da qualsiasi valutazione politica, culturale e programmatica. In attesa, è solo questione di tempo, che la stessa operazione la faccia anche Calenda. Ovvero, e sintetizzando, dire l’esatto contrario per anni e poi, d’incanto, cambiare radicalmente opinione perchè, guarda caso e all’improvviso, c’è un nemico irriducibile alle porte che va combattuto con tutte le forze e con tutti i mezzi a disposizione. E il nemico, almeno così pare di capire, sarebbe quello che siamo ormai alla vigilia – cioè siamo sempre alla vigilia…- di una svolta illiberale, di una deriva dittatoriale, di una torsione autoritaria, di una negazione delle libertà democratiche e di espressione, di una sostanziale cancellazione dei valori e dei principi costituzionali. In sintesi, siamo alla vigilia di una piena ed organica regressione fascista.

Ora, al di là di queste baggianate, è di tutta evidenza che ci troviamo di fronte ad una vera e propria caduta di credibilità della politica e delle regole elementari della democrazia. E cioè, ci si inventa un nemico mortale che ovviamente non esiste perchè è del tutto virtuale, si monta una propaganda martellante attraverso il sistema mediatico amico – i soliti e notissimi quotidiani e gli altrettanto noti talk televisivi – e il gioco è fatto. C’è solo un piccolo particolare, come la concreta esperienza insegna. E cioè, la logica del pallottoliere – qualunque sia la stagione poltica in cui la la pratica – è semplicemente incompatibile con la cultura di governo. Perchè, appunto, unendo il diavolo e l’acqua santa, come si suol dire, tutto si può fare tranne una cosa: garantire un governo serio e credibile al paese.

Ecco perchè, almeno questa è la speranza, mancando ancora un po’ di tempo in vista delle prossime elezioni politiche, auguriamoci che il cartello delle sinistre impari la lezione. Del resto, è appena sufficiente guardarsi indietro per evitare ulteriori figuracce.

La Ragione | I dieci buoni motivi dell’offensiva Ucraina contro la Russia

[…] esistono almeno dieci buoni motivi per cui il blitz ucraino in territorio nemico costituisca un fattore conveniente per Kyiv.

Anzitutto serve ad allentare la presa sui territori martoriati dell’obla-st’ di Sumy, travolti per mesi da centinaia di bombe plananti e colpi d’artiglieria tanto da doverne sfollare 23 insediamenti evacuando oltre 6mila civili. Senza quest’intervento, anche quell’area avrebbe presto fatto la fine della zona grigia contesa a Nord di Kharkiv.

In secondo luogo, con ogni probabilità quest’incursione preluderà ad altre ancor più massicce condotte – secondo lo stile di Syrskyj – su fronti anche molto distanti da quello settentrionale. Quello da cui scrivo potrebbe ad esempio riservare altrettanti eventi inaspettati che potrebbero aprire la strada a Kyiv verso una Crimea ormai sempre più indebolita e isolata.

Come sottolineato dallo stesso Presidente Zelenskyj, ogni elemento strappato ai russi aumenta inoltre il potere negoziale dell’Ucraina nell’ottica di futuri colloqui con Mosca. «La guerra è guerra» ci ricorda Podoliak «e chi aggredisce deve aspettarsi reazioni simmetriche».

Il fattore psicologico gioca poi un ruolo molto importante per un popolo e un esercito che da quasi due anni si trova a resistere traendo ben poche soddisfazioni da un fronte ormai in stallo perenne. L’offensiva in territorio russo costituisce un elemento di rottura rispetto alla strategia precedente in grado di dare nuova linfa a morale e aspettative ucraine.

Il quinto elemento importante è una conseguenza del fatto che quel territori russi che l’Ucraina ha occupato fossero sguarniti: la coperta è corta e giocoforza Putin sarà costretto ad allentare la presa sul vicino fronte orientale. I wagneriti richiamati dall’Africa non sono certamente abbastanza per far fronte alle tre brigate (da 2mila soldati ciascuna) che Kyiv ha dirottato su Kursk e presto i generali russi si troveranno di fronte a scelte più radicali.

Ne consegue la sesta deduzione, che vede il consenso interno di Putin sgretolarsi sempre di più: i video diffusi in queste ore dai civili di Kursk e i commenti dei militari sopravvissuti all’assalto ucraino sono impietosi nei suoi confronti e alimentano certamente il seme della discordia contro il suo regime.

Sette: più pressione viene esercitata sull’aggressore, più s’avvicina la pace. Basta ricordarsi le volte in cui Putin ha aperto a possibili negoziazioni quando s’è trovato col fiato sul collo durante la controffensiva ucraina del 2022. Putin comprende solo il linguaggio della forza, è un dato ormai assodato. L’ottava osservazione è costituita dal fatto che l’Ucraina sta lavorando coi Paesi della Nato per l’attuazione della difesa congiunta contro i missili russi: mostrare agli alleati che si può osare li aiuterà certamente a compiere un passo decisivo in tal senso.

Il nono in esame è il fattore economico: se l’Ucraina aveva già la possibilità d’interrompere il flusso d’idrocarburi russi verso l’Europa, ora ha la mano posata sul rubinetto del gas dello snodo di Sudzhe ed è a un passo dalla centrale nucleare di Kursk: tenerla in scacco mettendola in shut-down ribalterebbe specularmente la situazione patita a Zaporizhzhia.

In ultimo: come hanno ribadito il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller e il portavoce della Commissione eu-ropea, «l’Ucraina sta combattendo una legittima guerra di difesa contro l’aggressione illegale della Russia. Nel quadro di questo legittimo diritto a difendersi, ha il diritto di colpire il nemico ovunque ritenga necessario sul suo territorio ma anche nel territorio nemico».

Ecco perché, senza esser stata troppo preannunciata, la tanto a lungo attesa offensiva ucraina è finalmente iniziata.

Umanità e intelligenza artificiale: un dialogo teologico sotto il cielo di Palermo

Era una calda serata estiva a Palermo, la città illuminata dalla luce dorata del tramonto, quando mi trovai per l’ultima volta con un caro amico, un dichiarato non credente, prima della sua partenza. Sotto un cielo trapunto di stelle, iniziò una conversazione che avrebbe scosso le fondamenta della nostra comprensione dell’umanità e del divino. Il tema? La valorizzazione dell’umano nella teologia cristiana e il sorprendente ruolo dell’intelligenza artificiale (IA).

“Nella storia della teologia cristiana,” cominciai, “ci si è sempre impegnati a valorizzare l’umano, a riconoscere in ogni persona l’immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,27). Ma non è ironico,” chiesi al mio amico, “che oggi sembra che anche l’IA sostenga ciò che è umano?”

Il mio amico sorrise, sorseggiando il suo bicchiere di vino bianco. “Forse,” rispose, “ma questa valorizzazione dell’umano tramite l’IA non rischia di svuotare l’essenza stessa dell’umanità? Se deleghiamo alle macchine ciò che ci rende unici, cosa rimane della nostra dignità?”

Questa provocazione aprì una discussione che andava ben oltre la semplice dicotomia tra fede e tecnologia. La teologia cristiana, con il suo profondo impegno nella valorizzazione dell’umano, ha sempre visto l’essere umano come un’entità unica, dotata di ragione, volontà e spirito. La dignità dell’essere umano, radicata nella sua creazione divina, implica una vocazione alla santità e alla partecipazione attiva nella creazione.

“Ma considera questo,” risposi, “l’IA, nelle sue applicazioni più avanzate, è progettata per migliorare la nostra vita, dalla medicina alla comunicazione. Non sta forse, in modo indiretto, sostenendo e valorizzando ciò che è umano?”

Il mio amico alzò un sopracciglio, pensieroso. “Forse l’IA può migliorare aspetti della nostra esistenza,” ammise, “ma non dobbiamo dimenticare che è una nostra creazione. Non ha coscienza, non ha anima. Può davvero sostituire l’essenza dell’umanità che la teologia cristiana cerca di elevare?”

Questo punto era cruciale. La teologia cristiana ci insegna che l’essere umano non è solo un insieme di cellule e sinapsi, ma un essere dotato di un’anima immortale e di una connessione unica con il divino. L’IA, per quanto avanzata, manca di questa dimensione spirituale.

“Tuttavia,” continuai, “l’IA potrebbe costringerci a riscoprire e rivalutare ciò che significa essere umani. Se riusciamo a creare macchine che imitano aspetti della nostra intelligenza, dobbiamo chiederci cosa davvero ci distingue. Forse, in questo confronto, possiamo riscoprire la profondità della nostra dignità e della nostra vocazione.”

Il mio amico rifletté per un momento. “Può darsi,” disse lentamente. “Forse l’IA può servirci da specchio, mostrando non solo la nostra intelligenza, ma anche i nostri limiti e fallimenti. In questo, potrebbe insegnarci l’umiltà.”

La notte avanzava, e il nostro dialogo si addentrava sempre più nei meandri della filosofia e della teologia. L’IA, pur essendo una creazione umana, ci spinge a riflettere sulle questioni fondamentali della nostra esistenza. La valorizzazione dell’umano nella teologia cristiana non è solo un riconoscimento della nostra intelligenza e delle nostre capacità, ma una chiamata a vivere in comunione con Dio e con gli altri, a perseguire la verità, la bellezza e la bontà.

“Se l’IA può emulare aspetti della nostra intelligenza,” dissi, “forse è un invito a riscoprire la nostra essenza spirituale. La vera sfida non è tanto nelle capacità tecniche dell’IA, ma nella nostra capacità di rimanere fedeli alla nostra vocazione umana e divina.”

Il mio amico annuì. “Forse, in fondo, l’IA può aiutarci a riflettere più profondamente su cosa significhi essere umani. Ma non dobbiamo mai dimenticare che la nostra dignità deriva dalla nostra connessione con il divino, non dalle macchine che creiamo.”

Con il mare che rifletteva la luce delle stelle, ci rendemmo conto che il vero dialogo tra teologia e tecnologia è appena iniziato. L’IA, con tutte le sue potenzialità e i suoi pericoli, ci invita a una rinnovata comprensione della nostra umanità. In questo dialogo, possiamo riscoprire la bellezza dell’essere creati a immagine di Dio e trovare nuovi modi per valorizzare ciò che è autenticamente nostro.

Sotto il cielo di Palermo, mentre il mio amico si preparava a partire, ci salutammo con una consapevolezza rinnovata. La sfida della nostra epoca non è solo tecnica o intellettuale, ma profondamente spirituale. E forse, proprio attraverso questo confronto con l’IA, possiamo riscoprire la nostra vera vocazione: essere riflessi viventi della bellezza e della dignità divina.

 

Simone Billeci (Palermo, 21 aprile 1984) ha conseguito il Dottorato in Teologia dogmatica (2018), la Laurea magistrale in Filosofia (2021), la Laurea magistrale in Scienze Pedagogiche (2023) e la Specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità (2024).

Nel 2018 ha conseguito il Diploma Master peracti in Studiis de Doctrina et Spiritualitate J. Ratzinger e nel 2024 il Master di I livello in Metodologie didattiche per l’integrazione degli alunni con disturbi specifici di apprendimento (DSA).

Dal 2022 è Socio Straordinario della Società Italiana per la Ricerca Teologica e dal 2024 è Socio della Fondazione MAiC onlus di Pistoia.

Dal 2022 insegna religione cattolica presso la diocesi di Pistoia, presso cui altresì collabora con la Scuola di formazione teologica diocesana e con il settimanale “La Vita”.

Dalla protesta studentesca alla guida del Bangladesh: la parabola di Yunus

A Manila, il mese scorso ho avuto occasione di incontrare nuovamente l’amico Muhammad Yunus, economista Premio Nobel per la Pace, oggi alla guida del Bangladesh. L’occasione è stata il Social Business Day, evento che convoca da tutto il mondo accademici, imprenditori, startupper, operatori economici e sociali che si richiamano al pensiero dell’economista. Solo un mese fa, a cena insieme, eravamo decisamente in apprensione, per la persecuzione subita da Yunus in Bangladesh, persecuzione politica e giudiziaria, che ne minacciava la libertà personale e l’intensa attività nel guidare i giovani verso un nuovo modello economico e sociale. Ricordo però le parole di fiducia di Yunus sul ruolo cruciale delle nuove generazioni nel produrre cambiamenti sociali.Oggi, quel presagio si è concretizzato in modo straordinario. Non ci ha stupiti quindi vedere le folle di giovani universitari nelle piazze di Dhaka invocare il nome di Yunus: il legame tra il Professore, ormai 84enne, e le masse di giovani che chiedono il cambiamento è forte in tutto il mondo e ancor di più lo è nel suo Paese.

Gli eventi degli ultimi giorni in Bangladesh hanno segnato una svolta storica. La pressione esercitata dalle proteste studentesche ha portato alla caduta del governo della premier Sheikh Hasina, costringendola a dimettersi e a lasciare il Paese. L’onda di un movimento guidato da giovani studenti ha fatto crollare un sistema che sembrava inamovibile, spingendo il presidente Mohammed Shahabuddin a sciogliere il Parlamento e a trovare un’alternativa. In questo contesto tumultuoso, è emersa la figura di Muhammad Yunus, che ha accettato l’incarico di Chief Adviser, ovvero di capo del governo ad interim per un periodo di 90 giorni. Yunus, conosciuto come il “banchiere dei poveri” per il suo lavoro rivoluzionario con il microcredito, si è detto onorato della fiducia riposta in lui dai giovani manifestanti. La sua esperienza e il suo prestigio internazionale sono elementi chiave per guidare il Paese attraverso una transizione pacifica e democratica. Basti pensare che, quando Yunus veniva trascinato nei Tribunali per motivi politici a mobilitarsi furono centinaia di personalità di caratura internazionale, tra cui 100 premi Nobel. Il movimento “Students Against Discrimination” è stato il motore della rivoluzione. La loro mobilitazione ha portato a gravi scontri di piazza e violenze, ma anche a un cambiamento politico significativo. Gli studenti hanno dimostrato un’incredibile capacità di organizzazione e un forte senso di determinazione, riuscendo a far dimettere un governo e a influenzare direttamente la formazione di un nuovo esecutivo.

Una delle ragioni della riscossa studentesca va cercata nella demografia del Bangladesh. Con una popolazione di oltre 171 milioni di abitanti (più del doppio del più grande Paese europeo),il Bangladesh è una nazione giovane: l’età media è di soli 27 anni. Questo dato è in netto contrasto con la media italiana che supera i 48 anni e quella europea che si avvicina ai 45. In un Paese dove i giovani sono la maggioranza, il loro peso politico e sociale può esercitare una pressione significativa e ottenere risultati concreti.La situazione nelle strade di Dhaka è ora relativamente calma. Dopo gli scontri che hanno causato la morte di almeno 122 persone, il traffico è ripreso, i negozi hanno riaperto e i voli internazionali sono tornati operativi. Tuttavia, la comunità internazionale osserva con apprensione, ma Yunus ha davanti a sé il compito non facile di favorire la transizione verso una nuova stabilità del Paese e l’affermazione di un’autentica democrazia. Il generale Waker-Uz-Zaman, capo dell’esercito bangladese, ha espresso fiducia nella capacità di Yunus di guidare il Paese attraverso un processo democratico. Questa transizione rappresenta una svolta epocale per un Paese spesso intrappolato tra dittature militari e leadership autocratiche. 

Un aspetto fondamentale è l’importanza del legame tra economia e democrazia. I regimi non autenticamente democratici tendono a limitare le libertà economiche, soffocando l’innovazione e impedendo forme di crescita inclusive. Yunus ha sempre sostenuto che i diritti sociali possono essere garantiti solo attraverso un’economia equa e inclusiva. Il suo lavoro con il microcredito è un esempio concreto di come sia possibile promuovere l’equità economica, permettendo ai più poveri di migliorare la propria condizione attraverso l’iniziativa economica. La soggettività economica chiama quella politica e viceversa. 

Per l’Europa, questa relazione tra economia e democrazia è una lezione da tenere in considerazione. Le politiche economiche devono essere orientate a garantire opportunità per tutti, riducendo le disuguaglianze e promuovendo uno sviluppo sostenibile. Forme economiche che garantiscano giustizia sociale ed equa distribuzione delle opportunità reggono il patto sociale democratico, in cui tutti i cittadini possano partecipare pienamente alla vita politica ed economica.

L’esperienza di Yunus ci ricorda che la credibilità dei leader dipende dalle esperienze reali del curriculum, non dalle promesse. Il microcredito promosso dalla Grameen Bank ha permesso a milioni di persone di uscire dalla povertà, dimostrando che una nuova economia può essere uno strumento di inclusione e di sviluppo sostenibile. 

Il Bangladesh si trova ora davanti a un’opportunità storica. Con Muhammad Yunus alla guida del governo ad interim, il Paese ha la possibilità di avviare un processo di rinnovamento democratico e di costruire una società più giusta e inclusiva. Tuttavia, le sfide rimangono enormi e la strada verso la stabilità e la prosperità non sarà facile.

La comunità internazionale dovrà non esitare a sostenere questo processo, offrendo assistenza e monitorando da vicino gli sviluppi. È fondamentale che le nuove elezioni siano libere e trasparenti, e che tutti i cittadini bangladesi possano partecipare senza timori di repressioni o violenze. L’impegno concreto dei giovani e la leadership di figure come Yunus, giovane da più tempo, sono segnali di speranza importanti, anche per noi europei.

 

Giuseppe Torluccio, professore ordinario Università di Bologna e vicepresidente Fondazione Yunus Italia

Auto, il Vento dell’Est fra timori e opportunità

Non è semplice parlare di politiche industriali adeguate alle molteplici sfide attuali senza impattare nelle rigidità di narrazioni concorrenti nelle quali i protagonisti della politica globale rischiano di rimanere incastrati con reciproci danni.

Eppure, nonostante la guerra fratricida in Europa e in un Medio Oriente che in questi giorni sembra appeso al senso di responsabilità di un Paese membro  dei Brics e della Sco quale è l’Iran, non si deve cessare di guardare alle politiche economiche nella speranza che il mondo superi le gravi tensioni in corso.

Uno dei requisiti di ritrovata normalità nelle relazioni economiche, dopo gli anni d’inizio secolo della prima globalizzazione all’insegna della mera massimizzazione dei profitti, è dato dall’instaurazione di filiere economiche e catene di approvvigionamento dove il rispetto dei diritti dei lavoratori, la sostenibilità sociale e ambientale insieme alle vocazioni produttive di ogni Paese e Regione vengono rafforzate da scambi commerciali equi e paritari. Stiamo, nonostante tutto, passando da un mondo diviso in Paesi produttori e Paesi trasformatori e consumatori, in un mondo dove ogni stato tende ad assumere in modo più equilibrato ognuna delle suddette funzioni e ambisce a qualificarsi sui segmenti economici in cui si sente più forte in modo complementare e reciproco con le economie delle altre regioni del mondo.

In questo senso credo si debba guardare alle relazioni economiche fra Italia e Cina (in attesa che si arrivi a parlare con Pechino più come Unione Europea che come Germania, Francia, Italia) che hanno avuto nella visita della premier Meloni nel Paese asiatico alla fine del mese scorso l’occasione per il rinnovo della ventennale partnership strategica fra i due Paesi. 

Tra gli obiettivi dichiarati di questa rinnovata intesa vi è quello di ridurre lo squilibrio nella bilancia commerciale e di assicurare reciprocamente condizioni di pari opportunità agli operatori economici nel rispetto dell’autonomia, della sicurezza e della sovranità dei due Stati, a cui da parte italiana gli ultimi due governi Draghi e Meloni hanno prestato grande attenzione. In questo quadro emerge la presa d’atto – che è dettata da ragioni primariamente economiche e non geopolitiche – che nei settori in cui un’economia eccelle, conviene attivare forme di compartecipazione, piuttosto che pensare a una incerta rincorsa. Un principio seguito da decenni da grandi economie come quelle del Giappone, della Corea del Sud, ma a ben vedere anche del Regno Unito. Così, ad esempio, anche se in Italia se ne parla poco, avviene che le tecniche per la sostenibilità dei grandi scali aeroportuali, che hanno portato Fiumicino in vetta alle classifiche globali, sono riconosciute come le migliori al mondo e la Cina, anziché competere, ha attivato delle forme di collaborazione con la parte italiana per i suoi grandi aeroporti. Così ora potrebbe avvenire nell’automotive. Le macchine di nuova generazione a basso impatto ambientale e a un prezzo abbordabile per i ceti lavoratori, vedono il primato dei costruttori cinesi. L’industria europea è posta di fronte all’alternativa se venire inevitabilmente ridimensionata oppure venire ridotta al puro assemblaggio. Ecco allora il progetto che sembra farsi strada da parte del governo. Perché non collaborare con un grande costruttore cinese (si parla di Dongfeng, nome aziendale che tradotto significa Vento dell’Est) magari con una nuova società  compartecipata dallo stato, attraverso cui la tecnologia cinese si incrocia con il design, la precisione e l’eccellenza della componentistica italiana per avviare la produzione in Italia di auto modernissime e a prezzi contenuti per tutta l’Ue?

Le ricadute interne di un secondo produttore di auto in Italia sono evidenti sul piano socio-economico ma anche su quello dello stimolo, derivato dalla concorrenza, con Stellantis. Le ripercussioni europee e quelle transatlantiche, se ben gestite dalla politica, potranno non essere negative. Anche perché la Germania non potrà rimanere a lungo, per una ragione di sostenibilità sociale e democratica, nell’angolo, assai imbarazzante, in cui è stata cacciata all’inizio di questi anni Venti. La mossa italiana, se ben gestita, potrà essere la molla di una nuova politica industriale finalmente comunitaria.

La Voce del Popolo | De Gasperi, uomo lungimirante.

Il ritratto

Ricorrono quest’anno i 70 anni della scomparsa di Alcide De Gasperi, a cui tanto l’Italia deve. La sua vicenda umana è iniziata e terminata nelle valli del Trentino, una delle principali vie di transito tra nord e sud dell’Europa e tra mondo germanico e latino. Suddito dell’Impero austro ungarico, poi di un Regno che con Mussolini gli ha inflitto un’umiliante pena detentiva e cittadino, in ultimo, di questa nostra Repubblica, che egli ha costruito e amato. Nato nel 1881 a Pieve Tesino, si era formato come Adenauer e Schuman negli anni a cavallo della prima guerra mondiale. Perse una patria – l’Impero austro ungarico dove fu per dieci anni parlamentare della minoranza italiana a Vienna – per ricostruirne un’altra. È stato deputato in tre parlamenti diversi, sempre al servizio di una democrazia che desiderava legata ai valori dell’umanesimo laico e cristiano. Ha costruito la nuova Italia tenendo conto dei due assi principali della storia europea: uno quello latino germanico, l’altro quello franco tedesco. Gli toccò in sorte di parlare alla Conferenza di pace di Parigi a nome di una nazione sconfitta militarmente e moralmente. Si scrollò di dosso una Monarchia che non era stata all’altezza della storia e lo fece con grande coraggio politico, fondando il più grande partito di ispirazione cristiana dell’Occidente. Guidò il passaggio alla nuova fase repubblicana e, dopo le decisive elezioni del 1948, segnò con i suoi governi la rinascita del Paese. Oggi è assodato riconoscergli l’onore di Padre della Repubblica.

Il cambiamento

In pochi anni mutò l’immagine dell’Italia, facendola diventare un grande paese occidentale e cambiando radicalmente il quadro di riferimento delle alleanze internazionali. Si adoperò perché l’unità politica dell’Europa non fosse improvvisata immaginandola fondata essenzialmente su tre assi: pace, sicurezza e lavoro. Ancora negli ultimi giorni della sua vita terrena confidava di vedere la nascita della Ced, la Comunità europea di difesa, che invece il parlamento francese bloccò. Sapeva che la ricchezza da sola non avrebbe mai potuto essere il collante di una grande comunità politica. “Se noi costruiremo – disse nel 1951 – soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali si incontrino (…) rischieremo che questa attività europea appaia, al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale: potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva”. Parole profetiche.

Il dovere morale

De Gasperi era anche portatore di un messaggio più profondo, quello che implicava il riconoscimento del dovere morale come perno della convivenza umana. Per questo, dichiarandosi un “vecchio combattente del movimento sociale e politico dei cattolici”, rivolgeva l’invito ai credenti a non estraniarsi dalla vita politica, dando forza alla democrazia e alle libere espressioni. Di fronte ai problemi attuali, difficili ma non certo più di quelli che De Gasperi dovette affrontare nel suo tempo, abbiamo il dovere di guardare al suo insegnamento e al suo coraggio per trarre indicazioni e ispirazioni, recuperando quello “spirito degasperiano” che non si accontenta di osservare i problemi ma si sforza, al contrario, di individuare le possibilità che si aprono dentro i vincoli che la storia impone. Su una parete del Museo di Pieve Tesino, realizzato nella casa natale, sono riportate alcune frasi dello statista che ci ricordano come in democrazia siamo tutti legati e, dunque, tutti corresponsabili della cosa pubblica. L’attualità di De Gasperi sta forse in questo esempio di massima dedizione al bene comune, elemento centrale nella sua formazione di cattolico e popolare. Nella bella biografia su De Gasperi, Piero Craveri conclude scrivendo: “Ancor oggi ciò che di stabile e sicuro l’Italia può contare nel campo della politica, delle istituzioni e dei legami internazionali, le idee stesse che reggono, o dovrebbero reggere, la nostra convivenza civile, il progresso e l’unità della nazione, risalgono innanzitutto alla sua epoca e all’opera che egli vi svolse”.

 

Franco Franzoni, Vice Presidente del Centro De Gasperi di Castegnato

 

Fonte: La Voce del Popolo – 8 agosto 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

VaticanNews | La vita è un dono: Paglia e il Papa contro l’eutanasia.

Salvatore Cernuzio

Assoluta contrarietà a suicidio assistito ed eutanasia; difesa del diritto alla vita, soprattutto per i più deboli; una necessaria valutazione dei trattamenti non proporzionati; maggior cura dei malati; collaborazione tra Chiesa e politica sui temi del fine vita.  Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, chiarisce alcuni punti del “Piccolo lessico del fine vita”, glossario di 88 pagine edito dalla LEV sulle tematiche ad alta densità etica relative al dibattito sul fine vita: dall’eutanasia e il suicidio assistito, alle cure palliative e la cremazione. Pubblicato a inizio luglio, l’opuscolo è tornato alla ribalta in queste ore dopo che alcune testate ne hanno evidenziato quelle che sarebbero le “aperture” da parte della Santa Sede. In realtà, spiega Paglia ai media vaticani, si tratta di indicazioni che trovano radici negli ultimi settant’anni di magistero dei Papi e della Chiesa. Una copia del “Lessico” l’arcivescovo l’ha consegnata questa mattina mattina, 8 agosto [ieri mattina per chi legge, ndr] , a Papa Francesco che lo ha ricevuto in udienza nel Palazzo Apostolico.

Monsignor Paglia, oggi ha incontrato il Papa e gli ha consegnato il “Piccolo lessico del fine vita”. Cosa ha detto a riguardo Francesco che ha sempre insistito a difendere la vita in ogni fase del suo sviluppo?

Papa Francesco ha ribadito l’apprezzamento verso il lavoro che la Pontificia Accademia per la Vita sta portando avanti. Certo il tema del fine-vita è complesso e la Chiesa ha dalla sua un Magistero ricco, da Pio XII nel 1957 fino ad oggi. La vita va difesa in tutto l’arco dell’esistenza, non solo alcuni momenti particolari. Va soprattutto difeso il diritto alla vita e in particolare la vita delle persone deboli, per contrastare quella “cultura dello scarto” che si nasconde dietro la pretesa di autosufficienza e autonomia delle donne e degli uomini di oggi.

C’è chi afferma che questo vademecum rappresenta una apertura della Santa Sede alla sospensione di nutrizione e idratazione. È così?

Ricordo che già Pio XII nel 1956 – come si riporta nel Lessico – affermò la liceità della sospensione della ventilazione se ricorrevano alcune gravi condizioni. E già nel 2007 la stessa Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo aver affermato una presupposizione positiva per il loro utilizzo, ha riconosciuto che possano essere lecitamente interrotte (o non iniziate) quando comportano “un’eccesiva gravosità o un rilevante disagio fisico”. Sono due criteri che fanno parte della definizione dei trattamenti non proporzionati, cioè quelli che sono da sospendere. È una valutazione che richiede sempre, per quanto possibile, il coinvolgimento della persona malata. Il Lessico va letto tutto.

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-08/paglia-piccolo-lessico-fine-vita-udienza-papa-eutanasia-suicidio.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Benigno Zaccagnini volle definire la Dc un partito gradualmente rivoluzionario

Benigno Zaccagnini, medico e partigiano, è stato costituente, a lungo deputato e senatore, tre volte ministro, presidente del Consiglio nazionale e infine segretario della Dc. Una carriera politica, la sua, che fino all’ultimo resta limpida e originale, persino austera, staccandosi dal modello della lenta marcia lungo i sentieri del potere. Infatti, fedele ai suoi principi, Zaccagnini il potere l’ha incrociato senza averne ritorni, davvero in spirito di servizio. Difficile ignorare perciò la bella testimonianza che egli ha trasmesso all’insieme del partito, al di là delle sue correnti.

Era nato a Forlì nel 1912 ed era cresciuto in quella terra di Romagna dove agli inizi del Novecento l’anticlericalismo di repubblicani e socialisti non si era scontrato con il vecchio clericalismo, ma con le forze giovani e intraprendenti della democrazia cristiana di Murri. Un altro faentino, Giuseppe Donati, morto a Parigi nel 1931 da fuoriuscito antifascista, fino all’ultimo aveva tenuta accesa la fiammella della libertà e della democrazia. Potremmo dire che il vissuto della “Romagna bianca” incise profondamente nella coscienza di Zaccagnini. Sarà il substrato della sua politica. Nel 1977, da segretario del partito avrà cura di inviare pubblicamente gli auguri per i suoi 80 anni a Domenico Ravaioli un altro faentino indomito, anche lui murriano in gioventù e vicino, sul letto di morte, all’amico Donati.   

Zaccagnini, eletto in Parlamento, si avvicina a Giuseppe Dossetti. Quando questi comunica nel 1951 la decisione di ritirarsi dalla vita politica, ha una solo parola per descriverne le conseguenze: “baratro”. È questo il pericolo che vede, da cui saprà uscire con la frequentazione sempre più assidua di Moro, senza passare per l’esperienza della sinistra (o meglio delle sinistre) dc. Poi l’altro “baratro” dopo il rapimento e l’assassinio proprio di colui che considerava il punto di riferimento più alto sul piano politico e personale. Zaccagnini, carico di responsabilità, proverà a vincere lo sconforto, per recuperare e andare avanti. Lo farà esteriormente, per senso del dovere, ma non con la necessaria sicurezza interiore.    

Come parlare di lui senza retorica e con precisione? Oggi si fa presto a ricordarne tanto la mitezza quanto la forza tipiche di un uomo volutamente distante dalla ribalta…fino a quando, però, le circostanze non glielo imposero. È stato il Giovanni XXIII della Democrazia Cristiana, il Papa laico del “rinnovamento democristiano” nelle istituzioni e nella società, l’interprete della politica del confronto – espressione del lessico moroteo – che doveva segnare il passaggio dal vecchio centro-sinistra alla stagione, breve e drammatica, della solidarietà nazionale. Aveva il carisma di chi non cerca il consenso, ma lo suscita con la sincerità della parola e dell’azione.

“La vita di Zaccagnini, ha scritto Corrado Belci, può essere tradotta con la sintetica e assai semplice espressione di Dietrich Bonheffer – che Benigno rileggeva proprio negli ultimi giorni – per definire in termini di coerenza una vita da cristiano: «esserci-per-altri». Gli “altri” sono stati gli uomini e le donne di tutte le comunità cui egli ha destinato le sue energie e il suo amore: la famiglia, la comunità di Ravenna, l’Azione Cattolica, la Fuci di Righetti e Montini, le cooperative, l’Ospizio di Santa Teresa e i suoi malati poveri, le formazioni partigiane, la Costituente, il Parlamento, la Democrazia cristiana, il Paese, i giovani, il Terza Mondo”. Ecco, non si poteva tratteggiare meglio, in poche frasi, l’esperienza privata e pubblica di Zaccagnini.

Giunto inaspettatamente alla guida del partito, ne interpretò  l’istanza di cambiamento offrendo agli iscritti e ai simpatizzanti l’orgoglio compresso dalla lunga pratica di potere e infine mortificato, nel biennio ’73-’75, da eventi epocali come la vittoria del No al referendum sul divorzio. Doveva essere un segretario di transizione, invece a Piazza del Gesù vi rimase molto più a lungo del previsto, sempre con il desiderio di promuovere un’altro modello di fedeltà, se così si può dire, alla missione della Democrazia cristiana. Con la Segreteria Zaccagnini trovava accoglienza l’intuizione per la quale Moro aveva misurato la sua distanza dal corpaccione moderato del partito, prospettando l’idea di una Dc capace di essere anche “opposizione a se stessa”. Con questo spirito la novità zaccagniniana tramuta il moroteismo in capacità di movimento e forza di suggestione, restituendo anzitutto la dignità dell’essere democristiani in un tempo di feroce (e violenta) lotta al cosiddetto regime della Dc. […]

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1525-benigno-zaccagnini-la-dc-gradualmente-rivoluzionaria.html

Stragi di Stato, Sansonetti accusa la Dc. È delirio o superficialità?

Il salone della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana dopo l'attentato, Milano, 12 dicembre 1969. +++ Il 12 dicembre 1969 un ordigno esplode nella Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana: 17 morti, 84 feriti.+++ ANSA

Dunque, la Dc è stato un “partito stragista”. La sentenza arriva da Piero Sansonetti, direttore della “L’Unità” nonché ottimo giornalista e osservatore politico. Ma questa volta l’ha fatta davvero grossa. Attenzione, non è il solo esponente che proviene dall’universo della sinistra ex e post comunista a dare questa lettura della storia democratica del nostro paese. 

Lo dico però con le parole di Sansonetti per evitare equivoci e interpretazioni distorte: “Qual era il riferimento politico di quel pezzo di borghesia che si mise alla testa della strategia della tensione e della teoria degli opposti estremismi?…La verità è cristallina. Il riferimento politico era la Democrazia Cristiana. Il partito-stato. Era stata la Dc a disegnare la strategia della tensione. Fu la Dc a guidarla e a coprirla. Fu la Dc ad ottenerne i vantaggi”. Per poi concludere con una ferocia inaudita che “Nel terrorismo di Stato la responsabilità principale è quella della Dc”. Fin qui Sansonetti. Per la verità, alle stesse conclusioni arriva anche il direttore del “Fatto Quotidiano” Marco Travaglio il quale, candidamente, sostiene che fu la Dc ad ottenere i maggiori vantaggi politici dalle stragi di Stato.

Ora, è anche imbarazzante replicare a chi propugna questa versione della storia repubblicana più recente, versione per la quale la Dc sarebbe stata una sorta di mandante politico delle stragi di stato. Un partito, quindi, che avrebbe ricevuto enormi vantaggi politici nel pianificare, progettare o coprire le stragi di Stato. Un partito, infine, che sostanzialmente ha governato il nostro paese di comune accordo con stragisti, criminali e malfattori di ogni genere.

Dunque, un partito criminale.

Ecco perché, a fronte di una lettura politica della Dc e sulla Dc che non è affatto univoca o inedita nel campo della sinistra italiana – seppur, e come ovvio, molto articolata e variegata – mi limito a porre alcune domande essendo talmente macroscopiche le accuse che diventa anche difficile offrire una risposta sufficientemente argomentata e puntuale attraverso un semplice articolo.

Qual è stato il partito italiano che ha pagato con più sangue – attraverso i suoi esponenti nazionali e locali – la brutale stagione del terrorismo e della violenza politica nel nostro paese? La Democrazia Cristiana. Chi è stato il Ministro del Lavoro, pardon “dei lavoratori”, che ha raccolto la protesta dei lavoratori italiani e della classe operaia alla fine degli anni ‘60 per “far entrare la Costituzione nelle fabbriche” varando lo “Statuto dei lavoratori”? Carlo Donat-Cattin, leader della sinistra sociale di Forze Nuove e statista della Dc. Qual era il partito che, insieme al Pci di Berlinguer, ha varato i governi di “solidarietà nazionale”? La Democrazia Cristiana. Fuorchè si pensi che per il Pci era normale governare il paese con un “partito stragista”. Quale fu il partito che nel corso della sua esperienza cinquantennale ha rappresentato, seppur con alti e bassi, un vero argine democratico e costituzionale contro la deriva illiberale ed autoritaria – quella sì che era veramente illiberale ed autoritaria – proveniente tanto dalla destra quanto dalla sinistra? Il partito della Democrazia Cristiana anche, e soprattutto, attraverso la proficua collaborazione con i suoi storici alleati di governo.

Infine, senza il ruolo, la presenza, il progetto e l’azione politica e di governo della Dc quale sarebbe stato l’orizzonte e la prospettiva del nostro paese? Con i “se” non si ragiona mai ma non è affatto difficile immaginare quale sarebbe stato l’epilogo…Ora, con buona pace del Direttore Sansonetti e di tutti coloro che continuano a coltivare i soliti e ben noti ed atavici pregiudizi politici, ideologici e culturali sulla Dc, resta un’ultima domanda: ma secondo tutti costoro l’Italia dal 1945 al 1994 da chi è stata guidata, governata, amministrata e indirizzata? Questa volta non lo dico perchè quasi mi vergogno nel pensare alla risposta che costoro avanzerebbero…

Stati Uniti, il ticket democratico è più forte di quello repubblicano.

L’imprevedibilità di un mondo complesso come quello degli orientamenti elettorali non impedisce di individuare alcune costanti della condotta politica americana. La prima consiste nel bilanciamento o nella integrazione tra le due figure del ticket presidenziale, vuoi per armonizzare qualità e caratteristiche diverse dei candidati, vuoi per rafforzare, al contrario, il messaggio politico con un vice che replica e consolida l’immagine del candidato presidente.

Ebbene, balza evidente che il vice di Donald Trump (J. D. Vance) in pratica è un suo clone, in tutto simile per visione e postura politica, mentre il vice di Kamala Harris, Tim Walz, pur intransigente nella tutela dei diritti individuali, in primis quelli di genere, si caratterizza per un certo spirito di mediazione non facilmente riscontrabile nella volitiva candidata presidente. Viene perciò da dire che tra i due modelli quello scelto dai Democratici appare più efficiente o almeno più attrattivo per una complessa e diversificata platea di elettori.

In effetti Kamala sta già recuperando, anche per il contributo evidente che le assicura un Biden tutt’altro che in ritirata. Lo scambio, senza precedenti, di detenuti politici con la Russia dimostra quanto l’attuale inquilino della Casa Bianca intenda sfruttare i margini di una possibile intesa per il cessate il fuoco in Ucraina, anche a prescindere dalla Cina (tuttora oscillante se non ambivalente). Allo stesso modo, in Medio Oriente pesano i tentativi della Casa Bianca volti ad arginare in queste ore l’escalation militare tra Israele e l’Iran, nonché, in un ottica di pacificazione della regione, a ricomporre il disegno dei “due popoli e due Stati”  mettendo fine alla dolorosa “questione palestinese” (in specie nei territori di Gaza).

Se Biden dovesse riuscire nei suoi intenti passerebbe alla storia, anche a dispetto delle sue precarie condizioni di salute, come uno dei più grandi Presidenti d’America. E sarebbe, questa impresa così importante per le vicende del mondo intero, il viatico più efficace per la corsa vittoriosa della Harris. Perché no?

In Argentina scatta l’allarme dei sacerdoti per l’aggravarsi della disoccupazione

Il lavoro è un “criterio organizzatore” della vita individuale e delle famiglie. organizzatore della vita e della famiglia. Ma oggi in Argentina le possibilità di lavoro “stanno cadendo come le tessere nel gioco del Domino”. Lo affermano con preoccupazione i sacerdoti delle Villas Miseria e dei quartieri popolari argentini, in un appello diffuso in occasione della festa di San Gaetano di Thiene, il “Santo del Pane e del lavoro” caro alla spiritualità del popolo argentino, celebrato con particolare devozione il 7 agosto da moltitudini di pellegrini che accorrono al santuario di a lui dedicato nel Barrio Lieners, alla periferia d Buenos Aires.
Quello di San Cayetano è un Santuario caro alle classi popolari e operaie argentine fin dai tempi d’oro del sindacalismo peronista. Al Santo vicentino, amico delle prostitute e dei disgraziati tartassati dagli usurai, gli argentini chiedono da sempre “pan y trabajo”, pane e lavoro.
Senza fare riferimenti diretti alle politiche governative in materia economica, l’equipe di sacerdoti coinvolti nell’opera pastorale dei quartieri popolari descrive con dati preoccupanti gli effetti sulla vita delle misure messe in atto in campo economico sulla vita di settori sempre più ampi del popolo argentino: “Impiegati statali” riferisce il loro documento “sono stati licenziati e non riescono a trovare lavoro. Molte persone nei nostri quartieri popolari erano occupati nei cantieri o in lavori saltuari che ora non esistono più. Molti lavoratori delle cooperative che sono a cui sono stati annullati i contratti sono caduti nell’indigenza. Le grandi aziende lasciano fuori i lavoratori o rallentano a causa della recessione, oppure scelgono di lasciare il Paese, Nella nostra missione pastorale” aggiungono i sacerdoti “vediamo l’urgente necessità di unirci come società per fare dell’occupazione una priorità”. Il declino dell’industria argentina, dei mercati locali e dell’economia popolare ”ha lasciato una scia di persone sul ciglio della strada”. E l’economia – insistono i sacerdoti “non viene rimessa in carreggiata solo aggiustando i grandi numeri della macroeconomia”.
I sacerdoti delle Villas Miseria e dei quartieri popolari fanno appello a “coloro che governano nelle diverse giurisdizioni”, agli “uomini d’affari” e ai “diversi attori sociali” affinché si cerchi un consenso diffuso “per adottare misure positive a favore dei nostri fratelli e sorelle disoccupati”. Il documento dei sacerdoti si chiude con un invocazione a San Cayetano, affinchè il Santo del ‘pan y Trabajo’ “riceva la gratitudine di coloro che hanno un lavoro dignitoso e interceda per coloro che non ce l’hanno”.

 

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http://fides.org/it/news/75285-AMERICA_ARGENTINA_Nella_festa_di_San_Cayetano_i_sacerdoti_dei_quartieri_popolari_lanciano_l_allarme_su_lavoro_e_disoccupazione

A Marina Berlusconi: opportuna la riedizione della biografia di De Gasperi.

Proponiamo di seguito il testo integrale della lettera indirizzata il 5 agosto a Marina Berlusconi, Presidente del Gruppo Mondadori.

Gentile Presidente,

ricorre quest’anno il 70º anniversario della scomparsa di Alcide De Gasperi, l’uomo di governo e di partito che più ha inciso nella Ricostruzione dell’Italia dopo l’avventura bellica e la lotta di liberazione dal regime fascista. Un grande democratico, un insigne statista, un coraggioso europeista: merita certamente di essere ricordato per l’eccezionalità del suo impegno nella stessa formazione di una nuova coscienza nazionale.

Nel 1954, prima dei funerali di Stato, la Direzione nazionale della Dc incaricò Igino Giordani – deputato alla Costituente e poi eletto nella prima legislatura, ma anche co-fondatore del Movimento dei Focolari – di scrivere una biografia ufficiale, essendo stato lui un collaboratore stretto, nonché un amico sincero di De Gasperi. Ne uscì un agile volumetto delle Cinque Lune (agosto 1955), la casa editrice della Dc, che però fu preceduto (gennaio 1955) da un’opera più completa, portata in libreria dalla Mondadori. 

Ora, anche se la storiografia ha sviluppato analisi e riflessioni più ricche, con significativi aggiornamenti, il contributo di Giordani alla conoscenza di De Gasperi rimane una pietra miliare negli studi che continuano ad essere dedicati alla figura dell’uomo e del politico oggi riconosciuto come padre della repubblica. Sarebbe allora interessante riproporre in veste rinnovata quella che in proposito, e a giusta ragione, potremmo definire una sorta di “biografia fondativa”, valorizzando in questo modo il prezioso lavoro di Igino Giordani. 

Desideriamo pertanto rivolgerLe un caloroso appello affinché sia benevolmente valutata questa opportunità. Tanto l’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori quanto l’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) si dichiarano pronti a collaborare sul piano organizzativo per la promozione del volume. Sono molti gli amici interessati a coltivare e promuovere la memoria di De Gasperi, punto di riferimento, ancora oggi, di tutti coloro che hanno a cuore il futuro democratico dell’Italia.

Cordialmente

Le correnti dc animavano e definivano l’azione del partito

Amava dire Guido Bodrato, uno dei leader storici della sinistra democristiana, “che la storia della Dc è la storia delle sue correnti”. Una osservazione semplice ma quanto mai calzante e pertinente. Ma accanto a questa riflessione, è indubbio che resiste una vulgata tanto squallida quanto reticente. E cioè, ogniqualvolta si parla e si approfondisce il tema delle correnti democristiane ci si limita a giudizi liquidatori. Anche volgari. Ovvero, puri strumenti di potere, gruppi di malaffare, e organizzazioni che avevano come unico ed esclusivo obiettivo la lottizzazione del potere, la distribuzione degli incarichi e l’occupazione delle istituzioni e del sottogoverno. Ed è un peccato che il profilo, la natura e la consistenza politica e culturale delle suddette correnti continuino a non voler essere compresi per il ruolo politico che hanno avuto nella storia democratica del nostro paese.

E questo per due ragioni fondamentali. Da un lato le storiche correnti della dc, salvo casi eccezionali e sempre possibili, rappresentavano pezzi della società italiana. E, al contempo, avevano la capacità – attraverso le rispettive classi dirigenti – di trasferire le domande, le attese, i bisogni e le istanze di quei segmenti sociali nel partito e di trasformarli in un progetto politico e di governo complessivo. Non è difficile fare degli esempi concreti. Fra i tanti, per citarne uno, la sinistra sociale di ispirazione cristiana, cioè la tradizionale corrente di Forze Nuove di Carlo Donat-Cattin e di Franco Marini, rappresentava nella Dc il mondo del lavoro e dei lavoratori. E non solo, come ovvio e scontato, dei lavoratori cattolici. Era il punto di riferimento di moltissimi cislini e, soprattutto, si faceva carico delle esigenze e delle domande di quell’universo all’interno del partito attraverso l’elaborazione di proposte ed iniziative che diventavano parte del progetto politico complessivo della Democrazia Cristiana. E lo stesso discorso vale per molte altre correnti e per il ruolo che giocavano i rispettivi leader: dalla Base ai fanfaniani; dalla corrente di Giulio Andreotti ai dorotei di Bisaglia, Rumor, Piccoli e Colombo; dalla destra democristiana di Scalfaro alla vasta, composita e qualificata sinistra democristiana. Insomma, un mosaico ricco di cultura, di progettualità politica e di concreta elaborazione culturale.

In secondo luogo le correnti della Dc non si fermavano al solo perimetro del partito. Erano oggetto e soggetto di confronto politico con tutti i partiti dell’arco costituzionale, come si chiamava un tempo. Anche su questo versante non mancano gli esempi. Dalle molteplici riviste d’area ai tradizionali convegni di corrente. Laboratori di politica che diventavano, di conseguenza, anche strumenti di formazione di classe dirigente.

Ecco perché anche gli storici detrattori della Dc e, in particolare, delle correnti della Dc, dovrebbero prestare maggiore attenzione quando affrontano il profilo e la natura degli attuali partiti personali, o del capo o proprietari. C’è sempre tempo per capire la differenza tra i partiti autenticamente democratici, collegiali e rispettosi del dettato costituzionale e i partiti che sono solo espressione degli umori e dei voleri del capo indiscusso e indiscutibile. È solo questione di volontà e di onestà intellettuale.

Roma, un tesoro nascosto: la mostra di Ferretti al Maxxi.

Una straordinaria mostra al Maxxi di Roma vede materializzato un inatteso quanto maiuscolo contributo  “sottovoce” del grande maestro italiano della scenografia Dante Ferretti, malgrado le ridotte dimensioni dell’allestimento da lui firmato; e suscita paralleli e confronti impietosi con la scenografia magniloquente degli spazi vasti e affascinanti della Parigi olimpica. 

“Passeggiate romane” (questo il titolo della mostra, con chiara reminiscenza stendhaliana) appare anche un’istanza di metodo: nel poco spazio occupato nell’organismo espositivo di via Guido Reni potrebbe esserci per i prossimi anni una sorta di rubrica fissa affidata al maestro della visione contemporanea Dante Ferretti per educarci alla ricerca visiva e alla scoperta di dove si nasconde il bello nella nostra complessa civiltà contemporanea.

Per sua fortuna, l’Italia ha sempre un Dante che ne tira sù le sorti, anche agli effetti  dell’orgoglio nazionale. Dante Ferretti è il maestro italiano di scenografia e production design celebrato in tutto il mondo, insignito di tre premi Oscar e di decine di altri riconoscimenti importanti. Una parte sostanziosa della migliore storia del grande cinema italiano nelle sue memorabili immagini è legata alla mano del maestro Ferretti; che è stato il compagno di lavoro prediletto, praticamente fisso, di Federico Fellini, di Pier Paolo Pasolini, di Martin Scorsese, oltre che di tutti i migliori registi, italiani e non, in singoli capolavori. Uno dei massimi costruttori di immaginario viventi. Ora, egli ci offre un nuovo inedito impegno come inventore e allestitore di una mostra al Maxxi che il maestro dedica a Roma, alla capacità della Città Eterna di contenere, velare e nascondere inusitate bellezze trattate sempre come oggetti comuni, magari da trascurare, visto che Roma ne dispone in numero così considerevole. L’allestimento ferrettiano, ospitato coerentemente non in uno spazio principale del complesso progettato da Zara Hadid, quasi paracadutato casualmente e in punta di piedi, come di chi vuole non dare fastidio e non farsi notare, è in realtà un dono prezioso fatto a Roma, al suo ideale, e al pubblico dei visitatori, che si sorprende dell’incontro inaspettato: uno specchio – di quelli che una volta  si regalavano alle signore molto belle – nel quale si riflettono le bellezze particolari e la travolgente trasandataggine generale, il ritrovarsi, lì dove si trovano i tesori, di fronte a continue schermature lasciate a privarci della vista e della fruizione di capolavori artistici  senza uguali. Roma è l’anti-museo per eccellenza. Espone e nasconde. Se il Mosè o la Pietà di Michelangelo fossero esposti all’aperto, per strada, li troveremmo schermati da una folla di auto parcheggiate. E magari da cassonetti della nettezza urbana.

 

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Rota (Fai Cisl): stop alle irregolarità, via libera ai lavoratori regolari.

“Se veramente vogliamo valorizzare la parte sana della nostra agricoltura e debellare le irregolarità serve un approccio sistemico, come chiediamo da tempo, non singole misure, seppure positive. Restiamo convinti che serva un cronoprogramma per realizzare con tempi certi una strategia complessiva, e da questo punto di vista è positivo l`annuncio di un nuovo incontro nei primi di settembre. Date le aperture riscontrate oggi su diversi punti che avevamo posto, come la valorizzazione degli enti bilaterali, le restrizioni alle imprese senza terra, agevolazioni per alloggi e trasporti e per favorire l`iscrizione alla Rete del lavoro agricolo di qualità, auspichiamo che anche con la prossima legge di bilancio si possa intervenire positivamente purché le risorse non arrivino più alle imprese che fanno dumping e violano le norme sul lavoro. Per noi rimane prioritaria comunque anche una revisione delle concessioni dei permessi di soggiorno, visti i tanti lavoratori stranieri che diventano irregolari sul nostro territorio mentre le imprese lamentano la mancanza di manodopera”.

Lo afferma il Segretario generale della Fai Cisl, Onofrio Rota, a margine dell`incontro appena svolto al Ministero del Lavoro tra i sindacati di categoria, i ministri del Lavoro Elvira Calderone e dell`Agricoltura Francesco Lollobrigida, la Sottosegretaria al ministero dell`Interno Wanda Ferro e altri rappresentanti delle istituzioni componenti del Tavolo anticaporalato.

“Consideriamo positivo – ha affermato il leader della Federazione agroalimentare della Cisl intervenendo all`incontro – che il Decreto Agricoltura abbia previsto un migliore incrocio dei dati, è da tempo tra i punti primari delle nostre richieste, però se vogliamo che funzioni occorrono risorse in termini di strumentazioni e personale. Ma uno dei nodi principali rimane il lavoro degli immigrati: quanto emerso anche con le ispezioni effettuate dopo la morte di Satnam Singh a Latina, con livelli altissimi di irregolarità riscontrati, dimostra che bisogna offrire a chi entra legalmente per lavori stagionali la possibilità di rimanere con un`altra occupazione regolare, ma soprattutto che bisogna tutelare chi denuncia e concedere permessi di soggiorno di lavoro a chi da anni lavora in Italia.

Quanto al superamento del click day, occorre assicurare un diritto di precedenza ai lavoratori che hanno già lavorato nel nostro paese con competenze certificate dagli enti bilaterali, perché troppi lavoratori non arrivano al rilascio del nulla osta, e troppi non fanno ingresso in Italia pur avendo completato il processo”.

“Altro punto chiave da realizzare – ha concluso Rota – è spendere in maniera efficace e trasparente i 200 milioni del Pnrr stanziati per superare i ghetti dei braccianti: non ci risulta speso ancora un solo centesimo sul territorio”.

Iran e Israele, la guerra può essere ancora evitata?

Ci domandavamo qui, in occasione del recente incontro a Washington fra Netanyahu e Biden, cosa il premier israeliano avrebbe rivelato al presidente americano circa la possibilità di un prossimo conflitto con l’Iran, una eventualità divenuta drammaticamente possibile dopo l’assassinio a Teheran del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh.

Ormai è chiaro a chiunque che la parte più oltranzista del governo e della società israeliana e Netanyahu medesimo (costui anche per problemi di personale sopravvivenza politica) hanno interiorizzato se non addirittura deciso la certezza di uno scontro con il regime degli ayatollah, padrino neanche tanto nascosto dei nemici più prossimi dello stato ebraico: le tre H (Hamas, Hezbollah, Houthy) e la Jihad Islamica. In altre parole, Gerusalemme è convinta della ineluttabilità – e forse pure della necessità – di una guerra con l’Iran.

Uno scenario tragico che gli Stati Uniti oggi non sono in grado di evitare, complice la loro particolare condizione interna attuale. Netanyahu non si spaventa delle minacce di Biden perché sa che ormai è una “anatra zoppa” e sa pure che il tempo dell’azione è adesso, perché dal prossimo gennaio e di fatto in realtà dalla seconda settimana del prossimo novembre la Casa Bianca sarà occupata da un/una presidente neoeletto/a e dunque in grado di farsi ascoltare e rispettare, anche da Netanyahu.

E così Israele prosegue la distruzione di Gaza, incurante del discredito internazionale nel quale è sprofondato dopo aver subìto, lo scorso 7 ottobre, una mattanza che aveva sollevato profonda indignazione anche presso stati non sempre suoi amici. E prosegue con le incursioni mirate, clamorosamente efficaci e provocatorie, in territorio iraniano, addirittura nella capitale. Come a voler reclamare un attacco da Teheran, pronto poi a rispondere in maniera più che proporzionale. Avviando una guerra regionale avente riflessi mondiali che infatti le Borse stanno già scontando. 

Del resto, il fulcro del problema – ritengono a Gerusalemme – è proprio Teheran. Il suo obiettivo rimane l’annientamento di Israele. E per raggiungerlo si avvale di organizzazioni islamiste sciite (Hezbollah, Houthy) e anche sunnite (Hamas, Jihad Islamica) il cui statuto recita il medesimo obiettivo. Organizzazioni estremamente attive sul territorio come si è visto dal 7 ottobre in avanti. I ribelli yemeniti minacciano costantemente il commercio internazionale con i loro droni e le incursioni sul Mar Rosso. Le milizie irachene sciite minacciano la Giordania e le truppe USA presenti nell’area. Hezbollah ha aumentato gli attacchi verso il nord israeliano sino alla strage dei bambini sul Golan e pare sempre più risoluto nella sua azione antiebraica. Hamas riesce a reggere l’urto devastante che sta ricevendo nella Striscia al punto da poter ancora lanciare qualche attacco contro l’odiato nemico. Tutto ciò senza il sostegno attivo dell’Iran non sarebbe possibile, assicurano gli israeliani. Che non potendo più accettare tutto ciò, dopo il 7 ottobre, si sono convinti che l’unica soluzione sia la guerra.

Se di questo, al di là della esibizione oratoria contro il “nemico sionista” da colpire e abbattere prodotta dal leader supremo Ali Khamenei, si fossero convinti pure a Teheran, come ormai pare possibile anche se non certo, la regione più esplosiva del globo precipiterebbe in un conflitto dagli esiti imprevedibili ma con conseguenze immediate sicure: tensione geopolitica mondiale alle stelle; crisi finanziarie; distruzione del Libano, terreno di scontro iniziale e vittima sacrificale della guerra. E molto altro ancora. Uno scenario terribile.  

Appello alla pace delle Associazioni cattoliche: “Non possiamo rimanere indifferenti”.

“Non possiamo non raccogliere questo ulteriore appello di Papa Francesco, Angelus domenica 4 agosto: ‘Basta, fratelli e sorelle! Basta! Non soffocate la parola del Dio della Pace ma lasciate che essa sia il futuro della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero! La guerra è una sconfitta!’”. Lo scrivono in una nota congiunta Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, Francesco Scoppola e Roberta Vincini, presidenti del Comitato nazionale Agesci, Matteo Fadda, presidente della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Cristiana Formosa e Gabriele Bardo, responsabili nazionali del Movimento Focolari Italia, mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi.

“I giorni che stiamo vivendo sono sempre più carichi di sofferenza e morte. Soffiano forti venti di guerra. Quella Terza Guerra mondiale a pezzi ci sembra sempre più vicina e angosciante. Troppi popoli in molti luoghi del mondo sono dilaniati dalla guerra. Possiamo restare indifferenti o spettatori? O peggio ancora complici?”, si chiedono i firmatari della nota congiunta, che aggiungono: “Uniamo le nostre voci e il nostro impegno per chiedere ai responsabili delle sorti del mondo: basta, cessate il fuoco! Già più volte in questi ultimi anni abbiamo unito le nostre voci e le nostre forze per chiedere un impegno concreto di disarmo”.

“Sono i giorni dell’anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki – fanno notare i firmatari del documento -. Come vivere questi anniversari se non rinnovando la richiesta all’Italia di aderire al Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari? Lo chiediamo da anni con la campagna ‘’Italia ripensaci’. Proprio in questi primi giorni di agosto denunciamo la follia della corsa al riarmo, come già richiamato da Papa Francesco nel discorso al Corpo diplomatico, lo scorso 8 gennaio: ‘Occorre perseguire una politica di disarmo, poiché è illusorio pensare che gli armamenti abbiano un valore deterrente”.

 

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https://www.agensir.it/quotidiano/2024/8/5/guerra-presidenti-e-responsabili-associazioni-cattoliche-con-il-papa-diciamo-basta-prima-che-sia-troppo-tardi/

Dibattito | A Trieste la Chiesa ha parlato d’impegno politico, non di partito cattolico.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

Sono certo che gli incontri  saranno  presto dimenticati. Ma bisognerebbe lo stesso ringraziare la Chiesa cattolica italiana per iI tema – molto serio – che ha proposto a Trieste in occasione della 50° edizione delle sue “Settimane Sociali”. Si tratta della partecipazione democratica, una questione che riguarda l’essenza della democrazia di tutti i tempi, senza la quale non avrebbe senso parlare di democrazia: “Al cuore della democrazia – Partecipare tra Storia e Futuro”.

Ha creato molta sorpresa  che un argomento  di tale portata e d’incredibile attualità, sia stato individuato e promosso dalla Chiesa italiana. Non è il presente della democrazia che ha interessato di più la Chiesa, ma il suo ormai prossimo futuro, già iniziato. E meno male che non c’è stato nessuno che ha rampognato Zuppi e la Cei invitandoli a non immischiarsi della politica e della democrazia, cioè a farsi…i fatti propri! Ma andiamo avanti. 

C’è da supporre che il tema sia stato forse suggerito dalla buona partecipazione e dall’interesse che la Chiesa ha suscitato con il suo Sinodo ancora in corso. Ma da come stanno andando le cose della politica, e non solo in Italia, mi sono invece molto stupito che la palese crisi della nostra democrazia, assieme al suo atavico vizio di  guardare solo al presente e alle elezioni più vicine, li abbia dovuto affrontare e discutere la Chiesa. E non sia stata invece  proposta e dibattuta  dall’insieme di tutti i partiti politici italiani, con lo stesso spirito unitario, per esempio,  profuso nel corso dell’Assemblea Costituente.

Una pia illusione, la mia? Certo! Perché mi riferisco a tutti i partiti: quelli che ancora oggi si definiscono di sinistra, quelli di destra e quelli di centro. Distinzioni, queste ultime, che appartengono alla storia e a quel “Passato che non passa”; distinzioni ancora vive e vegete nel dibattito pubblico e  politico quotidiano, che con i tempi che corrono servono solo a semplificare i confronti e le posizioni. Utilizzate solo nel clima di odio sotteso nelle parole offensive che ormai si usano ogni santo giorno nei confronti del…”nemico” politico. E  lontanissime da una auspicabile e sana dialettica democratica, da un dialogare e un confrontarsi tra “diversi”, come pensava Aldo Moro rimettendoci la vita. Ma che – senza  dimenticare le minoranze estremiste e aggressive, che pur esistono –  sono distinzioni da ridefinire completamente. Tenendo possibilmente sempre  la barra dritta verso l’uguaglianza e la libertà: non lo dico io, ma lo ha detto molti anni fa, uno studioso di prim’ordine come Norberto Bobbio.

Il disinteresse che l’intera società politica dimostra nei confronti della crisi in atto della democrazia, e di quella più seria che l’attende, fa allora verificare solo un fatto: quello che non si vola più in alto e che ormai lo sguardo è rivolto  sempre verso il  basso. Verso il proprio orticello. Senza mai pensare di unire due orticelli vicini per avere più terra, per esempio. Senza mai alzare lo sguardo verso il cielo per osservare se piova o non piova: dal momento che la mancanza di pioggia è indice di crisi generale, e riguarderebbe tutti i piccoli (o piccolissimi) orticelli piantati ed esistenti, vicini e lontani. Non solo quello di proprietà tenuto sotto chiave. Oggi orticelli recintati rigidamente, e quasi sempre nelle mani di un singolo ortolano geloso. Con  una gestione personalizzata, anche con la poca terra a disposizione e con i pochissimi frutti prodotti, senza essere arata, seminata, e allargata. 

Una metafora bucolica, questa, che mi ha sempre aiutato  a leggere la tenacia da una parte, e le decine di tentativi falliti  dall’altra, fra diverse associazioni, gruppi cattolici, partiti e partitini italiani, per far rinascere un Partito popolare cattolico-democratico, che qualcuno ha voluto posizionare  nel vecchio centro Dc (quando non definendolo moderato, che io ho sempre tradotto con comportamenti moderati, e mai con politiche moderate). 

Devo dire che ho sempre seguito con interesse questi tentativi, sperando che il mio auspicato bipolarismo fosse sbagliato. Mi ha convinto invece la metafora di Bergoglio  sull’unica e sola barca dove siamo ormai tutti indistintamente imbarcati. Il nostro è il tempo in cui si sta irragionevolmente scegliendo di scendere sul mare in tempesta della storia, con tante piccole e fragili barchette. Ognuna “…autonoma e differenziata” dall’altra. E oggi diversa solo perché sono diversi il viso, il nome, la maglietta e le braccia del rematore. Un pluralismo solo di facce e solo virtuale, quello dei tanti partiti di oggi, e dei tanti leader insomma. Vera parodia e totale offesa di un autentico pluralismo di valori, che ci evita di prendere coscienza sulle sfide che la storia ci sta porgendo. Ci nega la possibilità di remare il più possibile tutti insieme, per uscire fuori in qualche modo dai  “cambiamenti epocali”, dalle rivoluzioni tecnologiche, antropologiche e culturali in corso che interessano tutti e non una sola parte. Quelle già iniziate, ma soprattutto quelle, chiamate “metamorfosi” da Bergoglio – che ci aspettano. Ebbene, nei confronti di questi profondi cambiamenti, un minimo di buon senso dovrebbe far pensare che sia difficile avere  soluzioni molto divaricate e profondamente distanti: quelle di Sinistra, quelle di Centro, e quelle di Destra. 

L’Europa politica e federata è ancora lontana. Mentre la crisi globale e generale della democrazia politica è sotto i nostri occhi. Ad iniziare dalla partecipazione al voto. Non trascurando la variabilità liquida dello stesso voto da una elezione all’altra, una volta messo in cantina il partito solido di massa, e una volta accantonata la vecchia classe operaia e i vecchi ceti medi, da ridefinire sociologicamente assieme al protocapitalismo industriale. 

E una volta in mano ai robot, e all’IA, alle inarrestabili migrazioni; coscienti del capitalismo finanziario globale ingovernabile; pieni sino al collo di Co2 con i suoi 49 gradi registrati in Sicilia un paio di anni fa. E, non per ultimo, una volta consapevoli dei forti venti di guerra che spirano dal Medio oriente, dei tragici conflitti religiosi montanti con sullo sfondo un razzismo postmoderno e postdemocratico e un terrorismo vagante. 

Ecco, di fronte a queste gigantesche e inattese questioni, cosa succede alla democrazia? Succede che i suoi caposaldi irrinunciabili – il partito politico e la partecipazione democratica – sono entrati in una totale crisi che ha spinto  qualche studioso a definire i nostri tempi come tempi  post-democratici. E con qualche altro che sta pensando di risolvere la crisi con un nuovo partito digitale a distanza. Mancano al partito infatti  le sezioni territoriali. E mancano gli iscritti. Non parliamo delle scuole di formazione aperte ai giovani, perchè il prepolitico è roba superata. Ci pensano i social. Un partito ormai tutto nelle mani di un personale politico occasionale, col cellulare in mano. E un partito gestito da casa, attraverso interazioni digitali, attraverso interviste dei segretari messe sul proprio sito. Spesso con notizie false e attacchi scurrili al supposto avversario. 

Insomma un partito senza più comunità locali e civiche, scomparse dall’orizzonte della democrazia, tutto raccolto nelle mani del segretario-leader di turno. Auspicabile uomo forte. Una democrazia politica in discesa libera, insomma. Mentre salgono a passi da giganti le “democrature” politiche. Quel mix cioè, fra democrazia e dittatura, che consacrano  la crescita di personalità autoritarie e maniacali che a partire dagli Usa, transitando per la Russia e la Cina, fanno temere il peggio. Una “democratura”, per intenderci, venduta come democrazia apparente e formale, ma tutta nelle mani di un leader, finanche prepotente. O di qualche premier in attesa del premierato e del presidenzialismo. Depositata, infine, nel contatto del leader – lui e solo lui – con i suoi potenziali elettori e con il mondo attraverso i media vecchi e nuovi. E attraverso un sofisticato marketing politico.

Era stato solennemente annunciato che l’incontro di Trieste doveva assolutamente evitare di soffermarsi su un nuovo partito cattolico italiano. E che doveva battersi per incentivare ed aiutare la partecipazione alla democrazia  politica dei “diversi” cattolici. A prescindere dalla loro appartenenza. Quei cattolici che sin dal 1905, con il discorso di Caltagirone, Luigi Sturzo spaccò in due sin da quei tempi, chiarendo senza troppi giri di parole che avremmo avuto sempre a che fare con “…cattolici sinceramente democratici” e “…cattolici sinceramente conservatori” (cosi Giorgio Campanini riportava nel suo bel libro su Sturzo). E questo anche e non solo in virtù di una secolarizzazione crescente, sottovalutata da quelle anime pie che osservano, con un approccio luterano e calvinista, solo l’individuo chiuso su se stesso, nella sua intimità spirituale, e con la grazia avuta in dono. Anime pie che si  dimenticano del noi, ovvero della persona posta in relazione con l’altro e con gli altri, di quella fraternità ed uguaglianza usurpate alla filosofia cristiana dalla Rivoluzione francese. Di quella amicizia sociale chiesta invece ad alta voce da Bergoglio nella sua enciclica “Fratelli Tutti”. Quel noi sempre comunità e mai un io sempre singolarità. D’altronde, definire nell’anno del Signore 2024 chi è il cattolico italiano, e cosa è oggi il voto cattolico, anche facendo leva su quanti dichiarano di frequentare la messa domenicale – quasi tutti ultra sessantenni – è una impresa ardua e difficilissima. 

I cattolici, insomma, devono essenzialmente impegnarsi perché, “(…) la partecipazione alla vita politica è ai minimi storici, (e) rischiamo una deriva in cui il potere viene esercitato da élite ristrette. I cattolici devono battersi con intelligenza e coraggio e senza inseguire il mito del partito unico». Questo è quanto ha detto monsignor Luigi Renna, presidente del Comitato organizzatore della 50 ° Settimana sociale, nel presentare gli incontri di Trieste. Una raccomandazione che spero ci accompagni per molto tempo.

Gli dèi ritornano a Reggio Calabria: un’esperienza unica tra storia e mito.

È stata inaugurata ieri, 5 agosto 2024, al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria (MArRC) la mostra “Gli dèi ritornano – I bronzi di San Casciano”, a cura di Massimo Osanna e Jacopo Tabolli, dedicata ai celebri ritrovamenti effettuati nel santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni.

Giunta alla sua terza tappa, dopo il successo di pubblico riscontrato al Palazzo del Quirinale e al Museo archeologico nazionale di Napoli, la mostra offre una nuova opportunità per immergersi nell’affascinante universo degli antichi rituali etruschi e romani legati alle acque termali.

“La mostra dedicata ai Bronzi di San Casciano, da oggi (ieri per chi legge, ndr) ospitati nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, offre ai visitatori l’opportunità di ammirare manufatti e opere di grande interesse, ma anche di apprezzare i risultati di una ricerca archeologica ancora in corso. Le statue in bronzo sono state infatti rinvenute e scavate nel loro contesto originario e questo permette di studiare e ricostruire le storie delle persone che frequentarono l’antico santuario, che dal III secolo a.C. al V

secolo d.C. fece dell’ acqua termale il suo fulcro. Il racconto di questo centro di ritualità e culto, che fu etrusco prima e romano poi, si snoda dunque attraverso il percorso espositivo come un viaggio nel paesaggio delle acque sacre, ma è al contempo un viaggio nelle tappe della più autentica ricerca archeologica”. Questo è il commento il prof. Osanna.

Per il prof. Tabolli “L’occasione della mostra si lega anche alla prosecuzione dello scavo al Bagno Grande. Nelle scorse settimane oltre sessanta studentesse e studenti da università di tutto il mondo hanno lavorato nel santuario etrusco e romano gettando nuova luce sulla fase più antica e al contempo portando alla luce nuovi ed eccezionali dati sui riti e sui culti che avevano luogo attorno e dentro la sorgente termale. Emerge sempre più chiaramente l’importanza della medicina antica pregata e praticata nel luogo di culto. Un’occasione di formazione straordinaria per giovani archeologhe e archeologi che vede in questa mostra il compimento delle loro fatiche”.

Al pubblico del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, casa dei Bronzi di Riace, vengono presentati gli straordinari ritrovamenti effettuati nell’estate 2022 e le novità venute alla luce nel 2023 nel santuario termale del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni. Uno scavo stratigrafico che ha portato alla luce il più grande deposito di statue in bronzo di età etrusca e romana mai scoperto nell’ Italia antica e uno dei più significativi di tutto il Mediterraneo. Riproduzioni di parti anatomiche, offerte per chiedere alle divinità la salute o ringraziare di una guarigione, e statue realizzate secondo i canoni della cosiddetta mensura honorata (alti tre piedi romani, equivalenti a circa un metro), che raffigurano le divinità venerate nel luogo sacro o i fedeli dedicanti. La gran parte di questi pregevoli reperti si data tra il II e il I secolo a.C., un periodo storico di grandi trasformazioni che vede la definitiva romanizzazione delle potenti città etrusche.

(Fonte Askanews)

Perché non crescono nuovi leader politici cattolici?

Ogniqualvolta si affronta il tema dei cattolici impegnati in politica – dibattiti a porte chiuse, convegni pubblici, incontri a tema e giornate di riflessione – emerge sempre, e puntualmente, un tema. E cioè, perché l’area cattolica italiana, seppur molto frastagliata e composita, non riesce più a creare e produrre leader politici? E parlo di leader e non solo di classe dirigente che, bene o male, esiste nella periferia cattolica del nostro paese. A livello nazionale come a livello locale. Ma, ed è inutile nasconderci dietro un dito, quando dobbiamo citare i leader, cioè i punti di riferimento politico, culturale e forse anche con un profilo morale, sei costretto a ricorrere ad una fase politica e storica che si è conclusa ben 30 anni fa, con la cosiddetta prima repubblica. Dico i leader perché si tratta di persone che spiccano “naturalmente” a livello politico ma che, al contempo, sono anche punti di riferimento per l’intera area cattolica. E non solo, come ovvio. Ma, visto che parliamo di leader cattolici, è all’interno di quell’area che ci rivolgiamo principalmente.

Ora, preso atto che il “magistero” politico, culturale ed istituzionale di uomini e donne come Carlo Donat-Cattin, Aldo Moro, Giovanni Marcora, Tina Anselmi, Guido Bodrato, Giovanni Galloni, Ciriaco De Mita, Maria Elena Martini, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Mino Martinazzoli, Franco Marini e molti altri ancora non si è affatto esaurito con la loro scomparsa, è altrettanto vero che un’area culturale come quella cattolica – seppur nelle sue multiformi espressioni – continua ad essere contemporanea se riesce anche a sviluppare nuove leadership. Forse meno autorevoli del passato ma altrettanto importanti per le dinamiche concrete della vita pubblica italiana.

E allora si tratta di capire, semplicemente e senza avventurarsi in analisi sociologiche ed antropologiche e consapevoli che, come amava sempre ripetere Donat-Cattin, “in politica il carisma o c’è o non c’è ed è inutile darselo per decreto”, se oggi nell’area cattolica ci sono personalità che siano in grado di rilanciare nuovamente un progetto politico di ispirazione cristiana e che, soprattutto, siano anche dei punti di riferimento per l’intero mondo cattolico. Ma questa duplice scommessa può essere affrontata e vinta ad una sola condizione: e cioè, che ci sia nella base cattolica come nel vasto associazionismo sociale, culturale e politico la volontà di rilanciare un progetto, funzionale ad un rinnovato protagonismo dei cattolici nella cittadella politica italiana. Senza limitarsi a contemplare la società e ciò che accade, senza predicare astrattamente i valori e, soprattutto, senza ridursi ad elemosinare singole candidature ai vari livelli istituzionali e nei vari partiti con l’unico obiettivo di essere gratificati personalmente ma del tutto ininfluenti nel saper condizionare la costruzione del progetto politico di quel partito.

Dopodiché, come ripeteva spesso negli ultimi anni Guido Bodrato, uno degli ultimi “maestri” del cattolicesimo democratico italiano e citando Alexis de Tocqueville, “quando c’è una strada sicura da percorrere un leader lo si trova per strada”. E questa, forse, è la strada che noi cattolici democratici, cattolici popolari e cattolici sociali dobbiamo seguire oggi se vogliamo rilanciare, tutti insieme, una storia, una cultura, un pensiero e una tradizione che sono troppo importanti per essere sacrificati sull’altare del trasformismo, del pressappochismo e dell’opportunismo politico contemporaneo.

Cazzullo e De Gasperi: valgono le categorie di destra e sinistra?

Guardiamo la realtà di oggi: il raggruppamento autoproclamatosi di centro-destra per presentarsi in forma persuasiva alla platea degli elettori ha vinto le elezioni e governa. Il restante coacervo di forze politiche, che le cronache ci insegnano quanto sia difficile chiamare di centro-sinistra, è all’opposizione. La dialettica tra le due parti del Parlamento è quanto mai sgangherata: è ‘televisiva’, assumendo che la televisione in quanto tale sia sinonimo di anti-cultura e di anti-pensiero pur di riempire alla bell’e meglio un palinsesto. Noi come pubblico non riusciamo a ricevere un contributo che si segnali per profonda conoscenza storica, riflessione maturata sufficientemente a lungo, intelligenza delle interpretazioni. 

Una circoscritta eccezione, fuori dalla battaglia politica e fuori dal l’accademia, è costituita dalla serie televisiva storica delle “Giornate Particolari” di Aldo Cazzullo. Ora, Cazzullo si cimenta con un nodo critico relativo alla biografia di De Gasperi e al senso complessivo del suo operato: dobbiamo guardare all’ispirazione del leader trentino come “di destra” o ”di sinistra”? La prossima volta che ci si voglia porre l’interrogativo su destra e sinistra riconducendo il tema a ottant’anni fa, chiedendosi chi allora era di destra e chi di sinistra, occorre mostrare minore semplificazione e maggiore cautela: ricordiamoci che De Gasperi è stato ed è ‘quello che egli ha fatto’. Destra e sinistra sono degli a priori, non dei fatti. De Gasperi, come Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Mazzini, è un vero unico padre della patria, un signore salito molto in alto, più di tutti, nel pantheon dei grandi italiani per la visione e per i valori che ha concretamente espresso e tradotto in realtà (tra i quali valori, va ripetuto, non possono esserci né destra e sinistra, né partiti). 

Chi oggi ricorda più a quale partito fossero iscritti Cavour (liberale), Garibaldi (azionista), Mazzini (azionista), Vittorio Emanuele II (monarchico)? Ed è giusto sia così. Giulio Cesare e Licinio Crasso, Pompeo e Cicerone, Clodio e Catilina erano esponenti di vertice dei loro rispettivi partiti. Nella storia, questi partiti – che erano “di destra” e “di sinistra” – sono giustamente scomparsi. Per provare a misurarci con un paradosso, si ricordi la tradizionale decodifica popolare di Cavour e di Vittorio Emanuele II come “di destra” e di Garibaldi e Mazzini come “di sinistra”. 

Un personaggio studioso di storia e acuto come Aldo Cazzullo non troverebbe soverchia difficoltà, ricordando certi episodi e nuances di autoritarismo nello stile di comando di Garibaldi e Mazzini, ascriverli a una vocazione “di destra”, mentre magari Cavour e Vittorio Emanuele II, per un loro spirito umanitario in politica, per la loro sensibilità allo sviluppo delle infrastrutture, per la fedeltà assoluta all’ideale democratico, li si potrebbe ascrivere a una sensibilità “di sinistra”. Sarebbe un errore mettere avanti le macchine-partito nella rievocazione e nei significati delle grandi anime consegnate alla storia. 

È soprattutto un grave errore voler giudicare un uomo campione assoluto dell’anti-ideologia come Alcide De Gasperi introducendo un riferimento ideologico e strettamente di estrazione politico-partitica come destra/sinistra. Per capirci, De Gasperi non attribuiva alcuna rilevanza all’essere di destra o di sinistra. Lo considerava anzi un preludio al peggio. È per questo che egli decide di fare un dono agli italiani: la Democrazia Cristiana. Il programma è di tenere il partito esente sia dal peccato di essere di destra che da quello di essere di sinistra. (Peccato che dopo sono venuti i democristiani preoccupati di essere di destra e di sinistra). Come manifesta il leader trentino la traduzione in pratica di un siffatto approccio? Lui, che fin da giovane età è coinvolto nella passione politica intesa come azione di tutela anche antropologica della comunità che lo ha eletto – certamente in chiave di interessi, ma soprattutto (udite udite) di morale e di destino -, decide di affiancare alla politica, con notevole sforzo, un alter ego di questa: la prepolitica. 

 

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Carlo Bernini e la visione di una Regione protagonista

Carlo Bernini nacque a Bondeno (Fe) il 26 maggio del 1936. Trasferitosi con la famiglia a Crocetta del Montello, a seguito del padre, caporeparto del Canapificio Veneto, conseguì la maturità classica pressi il Liceo A. Canova di Treviso e successivamente si laureò in Economia e Commercio a Venezia e in Scienze Politiche a Trieste. Si laureò inoltre in legge alla Northwood Istitute of Middland in Michigan. Fu poi docente universitario di economia dei trasporti nelle università di Padova e Trieste, insegnando infine anche alla Link Campus University of Malta a Roma. 

Esponente democristiano, dopo una prima fase di militanza nella sinistra Dc, fu membro di spicco della corrente dorotea tanto da ereditare nel 1984, la leadership di Antonio Bisaglia, morto in circostanze tragiche. Dal 1972 al 1974 Bernini fu consigliere d’amministrazione di Alitalia. La carriera politica di Bernini lo vide eletto consigliere provinciale a Treviso, dove ricoprì, dal 1971 al 1980 anno dell’elezione in consiglio regionale, il ruolo di presidente della provincia. 

Dal 1980 al 1989 fu, ininterrottamente, presidente della Giunta regionale del Veneto. Nel discorso di insediamento del 4 agosto 1980 di Bernini, che si disse di sentire forte il dovere di rappresentare tutta la comunità veneta e rispettoso delle prerogative delle opposizioni, uno dei punti più interessanti riguarda senza dubbio l’organizzazione dell’apparato regionale e delle sue funzioni: “[…] crediamo che le regioni vadano svolgendo un ruolo crescente, e che debbano essere uno strumento valido per servire meglio il popolo, altrimenti avranno una vita limitata nel tempo. Quanti organismi abbiamo visto sorgere e tramontare! Infatti, oggi abbiamo un esempio di istituzione: la Provincia, che così com’è volge inesorabilmente verso un esaurimento dei propri compiti, mentre la Regione è in avanzamento, è in espansione. […] certamente l’attenzione popolare, anche quando si manifesta attraverso una richiesta eccessiva rispetto alle nostre funzioni istituzionali, alle nostre risorse, e addirittura rispetto alle nostre capacità politiche, in realtà sta a testimoniare che questa realtà è sentita, è percepita come uno strumento di crescita democratica e di autogoverno delle popolazioni italiane e quindi anche della nostra popolazione veneta”.

In questo passaggio sta l’essenza del pensiero regionalistico di Bernini, che si doveva tradurre in interventi, da parte dello Stato centrale, per garantire una autonomia nella gestione di funzioni fondamentali alla regione. Continuava così il presidente: “Noi riteniamo che questa istituzione in crescita non possa essere trattenuta nel suo moto naturale, in senso storico positivo e in senso democratico, da legislazioni inadeguate. Da qui la necessità che noi sentiamo e quindi l’iniziativa politica che ne deve derivare, di proporre un riesame costituzionale, non una negazione dei motivi di specialità di altre regioni, ma il riconoscimento anche alle regioni a statuto ordinario di competenze a livelli di spesa che rendano giustizia ai cittadini in termini di servizi e che rendano adeguate e mature le istituzioni stesse. Abbiamo sentito, coerente a questo ragionamento, la rivendicazione del ruolo più ampio della Regione attraverso il decentramento e le deleghe. Il dibattito si è un po’ incentrato su questo tema e io ho cercato di ascoltare con la maggiore attenzione possibile questo argomento che forse è stato il più discusso e più sentito. Amici, noi siamo fermamente convinti […] che il livello decisionale determinante e definitivamente competente è quello nazionale, ossia il Parlamento. Peraltro, la Regione, così com’è, non può continuare ad operare proficuamente se non si decentra sul territorio, con istituzioni che non siano burocratiche ma affidate ad amministratori locali; né può funzionare se non delega agli enti territoriali democratici. Sono sempre stato convinto, e ho sempre ritenuto sottoutilizzata, pur nel contingente l’istituzione Provincia, che evidentemente aveva ed ha in sé, oltre alle garanzie di democrazia, una esperienza consolidata, dalle enormi risorse umane e materiali da mettere a disposizione dell’azione della Regione”.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1517-carlo-bernini-il-doge.html

L’Italia in sella: Fiorin e Facchinetti portano il tricolore fino in Cina.

Alberto Fiorin e Dino Facchinetti hanno compiuto l’impresa: i due ciclisti della spedizione Marco Polo a pedali partiti il 25 aprile da Venezia, hanno raggiunto oggi la meta finale del loro viaggio, Pechino, dopo 10.300 chilometri, 100 giorni di viaggio e un bagaglio di esperienze e di incontri inesauribile.

Il loro viaggio in bici lungo la Via della Seta è stato un omaggio a Marco Polo nel Settecentesimo anniversario della sua morte: l’ obiettivo era quello di descrivere la via carovaniera nel Terzo Millennio, attraverso i resoconti giornalieri trasmessi sui principali social media e che hanno tenuto incollate per più di tre mesi centinaia di persone che hanno vissuto la loro esperienza pedalando, virtualmente, da casa. E proprio davanti al Ponte di Marco Polo, alle porte della capitale, Fiorin e Facchinetti, 64 e 67 anni rispettivamente, hanno incontrato la stampa davanti a una folla di curiosi accorsi. Domani, venerdì 2 agosto, i due saranno ricevuti dall’ ambasciatore Massimo Ambrosetti che li accoglierà nella sua residenza assieme ai rappresentanti della Municipalità di Pechino.

Sulle orme del celebre esploratore veneziano, i due ciclisti hanno pedalato verso la Cina in un’ avventura ogni giorno più sorprendente e variopinta, attraversando tredici paesi, per una media di circa 125 chilometri al giorno. Un’esplorazione lenta e stupefacente di una parte di mondo per molti tratti ignota e lontana dallo sguardo occidentale, come testimoniato dall’assenza di turisti stranieri nella maggior parte delle località raggiunte, e che si è dischiusa ai due viaggiatori alternando cornici fiabesche a paesaggi aridi e crudi, in un instabile equilibrio tra ruralità e industrializzazione.

Eppure, dai Balcani all’Estremo Oriente, Fiorin e Facchinetti hanno potuto constatare la portata globale delle sfide che segnano i nostri giorni e il loro impatto a latitudini diverse: dall’overtourism di Samarcanda e Xi’an ai grattacieli delle innumerevoli città-satellite della Cina, passando per il complesso rapporto tra sviluppo urbano e viabilità alle porte dei grandi centri. Una pedalata lungo la storia viva e pulsante dei nostri tempi, che ha visto al centro il tema della transizione energetica e della mobilità sostenibile, di cui Fiorin e Facchinetti si sono fatti ambasciatori, osservandone il conseguente cambiamento nei comportamenti e nei consumi: in Cina, tuttavia, per decenni il paese delle biciclette per eccellenza, si pedala sempre meno e i mezzi sulle due ruote sono stati soppiantati da veicoli elettrici, motorini, motocarri, carretti a tre posti. Addirittura, i due ciclisti hanno trovato interdetto – per ragioni non specificate – l’ accesso ai pur moderni percorsi ciclabili nella provincia autonoma dello Xinjiang, costringendoli a ricorrere a un transfer via auto.

“La cosa che ci ha più colpito è stato l’incontro con le persone lungo la strada, di ogni nazionalità e ceto sociale”, commenta Fiorin. “Tutti si sono dimostrati aperti e disponibili ad aiutarci – offrendoci i pasti o semplicemente da bere, data la scarsa disponibilità di acqua potabile – solamente per il piacere di farlo. L’obiettivo di questa spedizione era di portare un messaggio di solidarietà: questo messaggio oggi ha un valore inestimabile grazie alla lezione che riportiamo a casa, ovvero che il mondo è migliore di quanto si creda, al di fuori di ogni facile retorica”.

“Dopo l’immediata curiosità per il viaggio e la meta finale, la seconda domanda che ci veniva costantemente rivolta riguardava la nostra età: lo stupore riscontrato ogni volta è la misura del nostro orgoglio di essere riusciti in questa impresa, resa possibile non solo dalla spinta delle nostre gambe, ma anche e soprattutto dalla curiosità e dalla voglia di scoprire il mondo”, afferma Facchinetti.

 

Chi sono

 

Alberto Fiorin

63 anni, scrittore specializzato nella letteratura di viaggio. Ha all’ attivo numerose pubblicazioni relative ai suoi viaggi – Salam Shalom. Da Venezia a Gerusalemme (2005), Il Vento dei Fiordi. Da Venezia a Capo Nord (2008), Carretera Austral (2021) – e oltre venti guide cicloturistiche, edite da Ediciclo. È stato Direttore Artistico del Festival Ciclomundi e collabora con quotidiani e riviste specializzate. È presidente della società ciclistica Pedale Veneziano 1913.

 

Dino Facchinetti

66 anni, tecnico elettromeccanico, oggi felicemente pensionato. Appassionato della bicicletta e dei viaggi, ha girato l’Italia e l’Europa in lungo in largo (con un occhio di riguardo alle più importanti e impegnative salite), con puntate anche in Patagonia e in America del Nord. È segretario della società ciclistica Pedale Veneziano 1913.

Un Sì convinto ai quesiti referendari per cambiare la legge elettorale

[…] In realtà, dopo la legge elettorale nota come Mattarellum solo con le elezioni europee i cittadini hanno potuto scegliere con le preferenze. Le successive leggi si sono meritate aggettivi in latinorum: Porcellum, Italicum, Rosatellum… La riduzione del numero dei parlamentari e la impossibilità di scegliere, rendono la rappresentanza una pura e vuota espressione lessicale. Penso che c’è anche di più. Oltre alla assenza di partiti strutturati, secondo il mai attuato articolo 49 della Costituzione, per cui mancano riferimenti articolati democraticamente, con programmi chiari, che offrano visione e prospettive ancorate a radici culturali, che prescindono dalla precarietà dei gruppi dirigenti, i cittadini si sentono trascurati nelle loro difficoltà quotidiane. Se i bisogni di salute non trovano risposte appropriate e nel tempo utile, se tutti i servizi arrancano perduti fra le pastoie della burocrazia, se gli amministratori locali sono imprigionati dalle infinite norme che si sovrappongono e impediscono serenità nel deliberare, ecc. ecc. Ognuno esamini la propria esperienza e compilerebbe un elenco infinito di motivi per cui non si riesce proprio a fare il tifo per le istituzioni; e quindi, perché votare?

Per partecipare occorre avere uno scopo. Milioni di cittadini dedicano tempo e passione nel volontariato ai diversi livelli e in diversificate forme di impegno, ma non avvertono la necessità di dedicarsi alla politica che “è forma esigente di carità”. Il Papa nella sua bellissima enciclica Fratelli tutti ha dedicato un punto specifico alla “amicizia politica” A Trieste per la 50ª Settimana sociale dei cattolici sono convenuti 1500 delegati, più migliaia di altre persone che hanno ascoltato due stupendi discorsi, di Mattarella e del Papa, con pressanti esortazioni a guarire “la democrazia malata”. Anche la Chiesa ha sollecitato alla partecipazione: questa è democrazia e libertà.

L’enorme assenteismo ne è la negazione e tra le molte giustificazioni gli elettori lamentano il fatto di non poter scegliere i propri rappresentanti. Non a caso, nelle tornate elettorali per le amministrative si registra una maggiore affluenza perché sono possibili le preferenze.

Ora, poiché non si vede all’orizzonte una iniziativa dei partiti per affrettare una riforma della legge elettorale, ho aderito convintamente al referendum IO VOGLIO SCEGLIERE.

Sono in atto diverse raccolte di firme e credo che nell’insieme prefigurino un diverso modo di organizzare la nostra partecipazione di cittadini attivi. Sono anche per il referendum abrogativo della legge sulla autonomia differenziata e della legge sul premierato.

Come è ben noto i referendum non sono propositivi ma abrogativi. Il referendum perciò si limita a cancellare parti della attuale legge elettorale con l’intento o la speranza che il Parlamento ponga mano alla riforma. Gli inglesi votano con una legge elettorale che risale ai tempi vittoriani, gli USA con una legge centenaria, Germania e Francia non cambiano legge ad ogni tornata parlamentare… magari imitare qualcuno dei modelli che funzionano, no?!

 

[Dalla newsletter di Mariapia Garavaglia]

Africa, Piano Mattei: la sfida della concretezza.

Il governo, ma sarebbe più corretto dire il “sistema Italia”, deve stare attento a esser concreto nel dare seguito agli impegni del Piano Mattei il quale per ora consta di pur significativi contratti energetici (con l’Algeria in primis, e non sembra una coincidenza che il caso della pugilessa algerina Imane Khelif opposta a una italiana alle Olimpiadi, sia stato montato, come ha denunciato la stampa algerina, da organi di stampa americani e inglesi) e di qualche progetto di sviluppo in Africa, soprattutto in campo agro-alimentare.

Perché c’è chi fa. E agisce seguendo le priorità definite dai Paesi africani e non le proprie. Una delle priorità per gli stati africani è la stabilizzazione delle catene di approvvigionamento, a cominciare da quelle energetiche. Perché se fai l’agricoltura biologica e poi non ti arrivano i carburanti e i pezzi di ricambio per le macchine agricole, i mezzi per la formazione del personale, costruisci cattedrali nel deserto.

Addirittura un grande Paese petrolifero come la Nigeria sconta una incredibile inadeguatezza nello sviluppo delle reti di distribuzione interna dei carburanti.

Per questo diversi stati, soprattutto quelli privi di sbocco al mare, stanno dando massima priorità allo sviluppo di linee di comunicazione, ferroviarie in particolare modo, con i porti. Il Malawi, ad esempio, dopo vent’anni ha ripristinato una linea ferroviaria dal porto di Nacala in Mozambico, che ha posto fine alla sua cronica scarsità di carburanti. Lo scorso primo agosto in Tanzania è stata inaugurata una nuova linea ferroviaria dal porto di Dar es Salaam e Morogoro alla capitale della Tanzania, Dodoma, che collega con la Tanzania Paesi che non hanno accesso all’Oceano Indiano: Burundi, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. L’infrastruttura è stata realizzata da una società turca. La stessa Turchia, già presente in Libia, pattuglia le acque della Somalia, anche per controbilanciare le pretese dell’Etiopia, per il medesimo motivo, il collegamento marittimo, attraverso il Somaliland.

La stessa Algeria sta realizzando con la Cina un ambizioso progetto di ampliamento della sua rete ferroviaria per seimila km, che la renderà l’hub ferroviario di collegamento col Mediterraneo di molti Paesi dell’Africa centro – settentrionale.

La priorità in Africa per diversi stati è ancora quella di raggiungere il pieno esercizio della sovranità statale sull’intero loro territorio, la cessazione dei conflitti. In secondo luogo non si accontentano più del cosiddetto commercio equo. Che si tratti del caffè o del litio, del cacao o del cobalto, questi Paesi intendono insediare sul loro territorio una parte delle industrie di trasformazione in modo da partecipare più equamente alla catena del valore dei prodotti che esportano, anche nell’ambito del marketing e dei servizi.

Bisogna, dunque, cercare di sintonizzarsi con queste nuove istanze, fare prima ciò di cui le nazioni africane hanno bisogno, se si vuole far avanzare il Piano Mattei in un’ottica nazionale e di Unione Europea. Perché gli altri (non solo Cina, ma anche Stati Uniti, India, Brasile, Russia, Turchia, Emirati Arabi, Arabia Saudita…) già stanno facendo così, se si vuole evitare che il Piano Mattei rimanga, non una scatola vuota, ma uno strumento al di sotto delle sue possibilità. Il tutto in uno spirito bipartisan che su una questione così centrale per il futuro come le relazioni con l’Africa, non può mancare.

Olimpiadi, Borghi (IV): la polemica sull’atleta algerina fa il gioco della Russia.

“Sintesi geopolitica della prima settimana olimpica: la Russia mette in atto azioni da manuale della guerra ibrida, mentre la Francia viene colpita da attacchi cyber e attentati alle linee ferroviarie con modalità che tradiscono estrema professionalità e capacità organizzative non banali”. Lo scrive sui social Enrico Borghi, capogruppo al Senato di Italia Viva.

“Nel mirino della parte ‘soft’ dell’attività, una lettura forzata e interessata di alcuni passaggi – sostanzialmente marginali  – della cerimonia di apertura, e l’esplosione della polemica contro l’atleta algerina. Attorno a questa iniziativa si manifesta una alleanza tra l’estrema destra europea e la Russia, che poi social come X amplificano a livelli straordinari, visto che lo stesso Musk è in prima linea nella ricondivisione di questi contenuti. E qui si realizza un passaggio chiave: è l’Italia il paese che a livello istituzionale si schiera con un peso inusitato (la seconda carica dello Stato, il primo ministro, un vicepremier oltre alla batteria mediatica di partiti di governo) su questo versante. Che per l’Italia ha un corollario tutt’altro che di secondo piano: dopo la guerra in Ucraina, abbiamo sostituito l’Algeria alla Russia come principale fornitore di gas. E in questi giorni siamo riusciti quasi a scatenare un incidente diplomatico con Algeri, per la gioia del Cremlino. Le relazioni Italo-algerine però sono molti forti, non penso che verranno danneggiate seriamente da questo incidente, ma certo, il modo in cui è stata gestita la faccenda lascerà degli strascichi…e il segreto di un’operazione ibrida di successo è proprio questo: trovare del malcontento e sfruttarlo, fare di un buchino una voragine”.

 

“I nostri vertici politico-istituzionali, spero per sola insipienza, hanno “spondato” un gioco altrui per calcoli politici miopi e ideologici – prosegue Borghi -. Manca più di una settimana alla fine dei giochi: a Palazzo Chigi e dintorni facciano tesoro degli scivoloni di queste ore, e prima di buttarsi a pesce su una polemica attizzata riflettano, comprendano e intelliggano. La coesione delle nostre società, e delle nostre amicizie e alleanze occidentali, non deve essere messa in discussione, soprattutto da chi ha alti livelli di responsabilità. Di questi tempi non si può cedere all’impulsività e allo scandalo facile, proprio perché dall’altra parte abbiamo dei freddi calcolatori che puntano ad arte sulla creazione di questo clima, e costruiscono ogni giorno trappole in tal senso”, conclude.

Dialogo | La ragionevole irrazionalità del Dio cristiano.

Durante una calda serata estiva, mi sono ritrovato in un dialogo accorato con un caro amico, dichiaratamente non credente, su un tema che ha attraversato i secoli: la tensione tra fede e ragione nella teologia cristiana. La conversazione, inizialmente leggera, si è presto trasformata in un confronto stimolante e provocatorio.

 

“Mi spieghi perché la teologia cristiana cerca sempre di rendere ragionevole la fede?” mi chiese, con un tono che mischiava genuina curiosità e un pizzico di sfida. “Dopotutto, il tuo Dio non segue una logica razionale, ma piuttosto una logica dettata dall’amore.”

Questo commento mi colpì. Rifletteva un paradosso profondo, spesso trascurato nelle nostre discussioni teologiche. Risposi, cercando di dipanare la complessità della questione: “Hai ragione, la teologia cristiana ha storicamente tentato di rendere la fede compatibile con la ragione. Ma ciò che spesso sfugge è che la razionalità divina non è identica alla nostra. La logica di Dio è quella dell’amore, una logica che, ai nostri occhi, può apparire irrazionale.”

Egli replicò con scetticismo: “Se Dio non segue una logica razionale, come può la fede essere considerata ragionevole?”

“È qui che entra in gioco la bellezza della teologia cristiana,” dissi. “Essa non cerca di ridurre Dio a un mero concetto filosofico, ma di mostrare che la razionalità umana può e deve aprirsi al mistero dell’amore divino. Prendiamo l’incarnazione, per esempio: Dio che si fa uomo è un paradosso assoluto per la ragione umana, eppure, per i cristiani, è l’espressione suprema del suo amore per l’umanità.”

“Ma non è proprio questo il punto?” incalzò il mio amico. “La fede cristiana si basa su eventi che sfidano la logica razionale. Come può una religione basata su tali paradossi pretendere di essere ragionevole?”

“Questo è il cuore del mistero cristiano,” risposi. “La croce è un altro esempio perfetto. La morte di Dio, nella persona di Gesù, è il massimo scandalo per la mente razionale. Eppure, per i cristiani, è il culmine dell’amore divino. Dio, nella sua onnipotenza, sceglie la debolezza e la sofferenza per redimere l’umanità. Questa non è follia, ma la più alta forma di razionalità divina, una razionalità che si esprime attraverso l’amore sacrificiali.”

Il mio amico, perplesso, rispose: “Quindi, stai dicendo che la teologia cristiana accetta e addirittura abbraccia queste apparenti irrazionalità?”

“Sì,” dissi con convinzione. “La teologia cristiana non si accontenta di una razionalità sterile. Cerca di comprendere il mistero di un Dio che è amore puro e incondizionato. Questo amore, che può sembrare irrazionale, è in realtà la più alta forma di razionalità. È una razionalità che non si limita alla logica umana, ma che la trascende e la completa.”

“Allora,” concluse il mio amico, “forse la vera sfida non è tanto rendere la fede ragionevole, ma piuttosto accettare che esistono forme di razionalità che superano la nostra comprensione.”

“Esattamente,” risposi. “La fede cristiana invita a un’apertura mentale e spirituale, a riconoscere che la logica dell’amore divino può sembrare irrazionale, ma è in realtà la chiave per comprendere il vero senso della vita. La teologia cristiana non rinuncia alla ragione, ma la espande, la approfondisce, la trasforma attraverso la luce dell’amore di Dio.”

La nostra conversazione proseguì, con il vento estivo che soffiava leggero, portando con sé il profumo dei pini e il suono distante delle onde. In quel momento, ci rendemmo conto che, al di là delle nostre differenze, eravamo uniti nella ricerca di una verità che va oltre le semplici categorie della ragione umana. Una verità che, forse, si trova proprio nel mistero di un Dio che è amore.

 

Simone Billeci (Palermo, 21 aprile 1984) ha conseguito il Dottorato in Teologia dogmatica (2018), la Laurea magistrale in Filosofia (2021), la Laurea magistrale in Scienze Pedagogiche (2023) e la Specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità (2024).

Nel 2018 ha conseguito il Diploma Master peracti in Studiis de Doctrina et Spiritualitate J. Ratzinger e nel 2024 il Master di I livello in Metodologie didattiche per l’integrazione degli alunni con disturbi specifici di apprendimento (DSA).

Dal 2022 è Socio Straordinario della Società Italiana per la Ricerca Teologica e dal 2024 è Socio della Fondazione MAiC onlus di Pistoia.

Dal 2022 insegna religione cattolica presso la diocesi di Pistoia, presso cui altresì collabora con la Scuola di formazione teologica diocesana e con il settimanale “La Vita”.

De Gasperi uomo di centrodestra? Il giudizio di Cazzullo non regge.

A distanza di qualche giorno, una riflessione sulle ultime uscite di Aldo Cazzullo a proposito di De Gasperi, da lui considerato un esempio di moderatismo inclinante a destra, è quanto mai opportuna. Non si tratta di puntiglio, ma di legittimo scrupolo nel mettere a fuoco, nel modo più corretto possibile, la figura dello statista trentino. A un lettore che chiedeva lumi, Cazzullo rispondeva il 26 luglio, nella sua rubrica delle lettere sul “Corriere della Sera”, che De Gasperi era un politico di centrodestra, anche se di un centrodestra rispettabile (a differenza di quello odierno?); poi il 31 luglio, a un altro lettore che in contraddittorio riproponeva la vexata quaestio del “partito di centro che guarda a sinistra”, replicava con fermezza che De Gasperi non aveva mai pronunciato quella frase (né in pubblico né in privato).

Ora, la stima per il giornalista e scrittore, una delle firme più autorevoli della nostra carta stampata, non è assolutamente in discussione. Per altro, alla stima si associa la simpatia, se si ricorda ad esempio che in un dibattito all’Istituto Sturzo ebbe a dire che il popolarismo è l’unica dottrina politica sopravvissuta al crollo delle ideologie nel passaggio di secolo e di millennio. Un riconoscimento che rivela onestà intellettuale e finanche ammirazione – così parrebbe – per la storia del cattolicesimo politico. Tuttavia, nel caso della pubblica corrispondenza sul “Corriere”, l’acume cede il passo alla semplificazione. Spiace dirlo, ma è così.    

E veniamo al merito. A ben vedere, la risposta del 31 luglio al secondo lettore vuole andare al cuore della questione. In realtà, sbagliando mira, essa finisce per distorcere gravemente l’immagine di De Gasperi; il quale, il 17 aprile del 1948, alla vigilia quindi delle fatidiche elezioni, aveva riassunto il suo pensiero in un’intervista a “Il Messaggero” affermando, senza giri di parole, che la Dc era “un partito di centro che cammina verso sinistra”. Cammina, non guarda: il verbo è ancora più impegnativo. Come si può negare l’evidenza?

Tanta sicurezza ha solo un punto di giustificazione. Cazzullo rimanda a una smentita di Andreotti, che però non a quella frase, tanto citata e tanto contestata, si deve applicare. Andreotti, per la precisione, dichiarava che mai aveva ascoltato De Gasperi esprimersi nei termini trascritti da Mons. Pavan nel suo diario dopo un colloquio con l’allora Presidente del Consiglio, ovvero che la Dc fosse “un partito di centro sinistra con apertura verso destra”. Ecco l’equivoco, sono due le frasi da prendere in esame, tutt’e due convergenti nel significato ultimo, ma non sovrapponibili alla perfezione. Nella convergenza può anche rintracciarsi una diversità, magari non da poco. Ad ogni buon conto, acquisita la correzione di Andreotti, non ne deriva tuttavia che si possa negare un’esigenza di orientamento a sinistra presente nel dispositivo strategico della politica degasperiana. 

“In qualsiasi altro Paese al mondo, De Gasperi sarebbe considerato per quello che fu: un uomo di centrodestra”. Questa la conclusione di Cazzullo. Eppure, se nella sua azione di leader di partito e di governo, De Gasperi ha inventato una coalizione che prevedeva l’apporto essenziale dell’area socialista di Saragat e quella della “sinistra democratica” dei repubblicani, lasciando ai liberali una specifica e circoscritta funzione di copertura sul versante moderato, soprattutto per il contributo di Einaudi, come regge a questo punto il giudizio perentorio di Cazzullo? Ebbene, ci permettiamo di sostenere che non regge: nel migliore dei casi è frutto di un abbaglio.

Caso Renzi, partiti personali al capolinea?

Uno degli elementi più nefasti per la qualità della democrazia e per la stessa credibilità dei partiti politici è indubbiamente rappresentato dall’irruzione dei cosiddetti “partiti personali”. Ovvero, partiti che non hanno democrazia interna, che non conoscono il confronto politico se non come strumento per applaudire ed osannare il capo e, infine, che non elaborano collegialmente il progetto politico perché viene semplicemente trasmesso dal capo ai tifosi saldamente seduti sugli spalti. O a mezzo stampa o attraverso incontri appositamente convocati per illustrare la strada da intraprendere. Insomma, una prassi che è sufficientemente nota per essere ulteriormente descritta.

Ora, per entrare nello specifico dell’attualità, non può passare sotto silenzio la recente vicenda politica che ha coinvolto il partito personale di Renzi, Italia Viva. Una vicenda, però, che non fa notizia per l’ennesima, nonché simpatica, piroetta politica del suo capo. E neanche per la proposta politica che rinnega sistematicamente e radicalmente tutto ciò che è stato detto negli ultimi due anni da quel partito. Un comportamento, appunto, che non fa granché notizia perché ormai tutti sono abituati ai cambiamenti repentini di linea e di strategia politica dell’ex segretario del Pd.

La vera notizia, semmai, è un’altra. Non di merito ma di metodo. E cioè, anche in un rigoroso e scientifico partito personale è nato un dibattito libero. O meglio, è nato un massiccio e vistoso dissenso politico rispetto alle indicazioni trasmesse dal capo. Un dissenso che si è manifestato in questa in giorni in una raccolta di firme di dirigenti politici ed amministratori locali periferici di quel partito nonché del gruppo giovanile del medesimo partito. E questa è la vera notizia politica dopo l’annuncio, in una intervista rilasciata al “Corriere della Sera” dal leader di Italia Viva nei giorni scorsi, di cambiare radicalmente il progetto del partito abbandonando la strategia di ricostruire il Centro nel nostro paese a vantaggio della nascita del futuro “Fronte popolare” che vede unite la sinistra radicale e massimalista della Schlein, la sinistra populista e demagogica dei 5 Stelle e la sinistra estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis.

Ma, ripeto, al di là del merito della questione, e cioè il nuovo progetto politico del partito di Italia Viva, quello che conta rilevare è il modello e l’impalcatura del partito personale che potrebbe entrare in crisi. O perlomeno così pare.

Ecco perché il dibattito politico che è decollato all’interno del partito di Renzi va seguito con molta attenzione e con grande apertura di credito. Perché dall’esito concreto che avrà il dibattito all’interno di Italia Viva, sempreché ci sia e venga convocato dagli appositi organismi, noi potremmo fare un bilancio sulla salute, la persistenza e la prospettiva dei partiti personali. O dei partito del capo. O dei partiti proprietari. Questa, credo, è la vera novità e la ghiotta notizia che sono emerse dopo l’intervista dell’ex Premier fiorentino che ha stravolto la linea del suo partito. Si potrebbe dire, citando un vecchio proverbio, “non tutto il mal vien per nuocere”.

Non è con il movimentismo renziano che si costruisce un vero centro-sinistra.

Gli scricchiolii che si avvertono nel destra-centro di governo suggeriscono all’opposizione di fare ogni sforzo per comporre i dissidi e imbastire una coalizione credibile in grado di affrontare con possibilità di successo un eventuale turno elettorale anticipato. Matteo Renzi, come sempre il più veloce di tutti nella tattica politica, ha colto al volo i segnali ed ha re-impostato, una volta di più, la propria linea, ritornando a vele spiegate nel centro-sinistra sull’onda del suo nuovo ruolo nella fondazione di Tony Blair. Peccato, però, che di questi posizionamenti tattici dei politici agli elettori non importi nulla. Ciò che interessa loro o, meglio dire, a quella parte di astenuti che non si riconosce nel conflitto bipolare destra vs. sinistra preferendone uno più mediato centro-destra vs. centro-sinistra, è la costituzione di un forte partito in grado di controbilanciare i radicalismi che inevitabilmente tendono a emergere, a volte a riemergere, a destra come a sinistra. Il ruolo che ai tempi dell’Ulivo seppero svolgere dapprima i Popolari e dopo la Margherita e che oggi, pare, sul versante opposto i fratelli Berlusconi vorrebbero veder esperito da Forza Italia.

Non è quindi il passaggio di Italia Viva al centro-sinistra, pronta a utilizzare la sua marginalità elettorale per lucrare qualche seggio parlamentare, ciò che serve al centro-sinistra per contendere la vittoria alla Destra (anche conquistando elettori che in assenza di alternative credibili nel campo del centro-sinistra potrebbero individuare proprio in Forza Italia una possibile risposta alle loro idee) è una forza politica in grado di esercitare un’attrazione verso l’elettorato “centrista” liberale, riformista, cattolico sociale: in grado di pesare per i voti che saprà conquistarsi e per quelli – che valgono doppio – che saprà erodere a Forza Italia, ovvero al centro del destra-centro oggi al potere.

Questa forza, però, oggi non c’è. A sinistra, e nel Pd, in molti non la vogliono veder nascere. Per radicalismo, alcuni; per opportunismo, altri. Il punto è che il Pd avrebbe dovuto includere in sé medesimo detta area politica riformista (con la famosa “vocazione maggioritaria”) ma le cose sono andate diversamente da come avrebbero dovuto e oggi quel partito con la guida di Elly Schlein è divenuto un partito di sinistra, cosa in sé legittima e non disdicevole ma oggettivamente diversa da quella che fu la sua ragione costitutiva. Un partito sottoposto a spinte radicali, talvolta massimaliste su tutta una serie di tematiche nel quale le componenti più moderate hanno un peso assai relativo e quella cattolico-democratica, in particolare, ancora meno (ormai anche in termini di voti, come si è visto alle elezioni europee).

Questa forza politica di centro-sinistra non la vogliono neppure i vecchi soci dell’abortito Terzo Polo: illuso Calenda di poter ritrovare lo smalto e l’attrattività ormai perduti, cinico Renzi nel rivendicare i (pochi) voti ottenuti e farli pesare nel campo larghissimo che dovrebbe essere guidato dalla segretaria del Pd (ma non tutti in Italia Viva paiono d’accordo, sul punto).

Costruire una nuova Margherita resta così un’esigenza reale (naturalmente solo per chi vorrebbe un centro-sinistra forte e competitivo) ma al momento non c’è nessuno che manifesti l’ardire di provarci. Lasciando però, così, uno spazio di lavoro non piccolo a Forza Italia e quindi di vittoria per i conservatori: un’area che, si è visto, Meloni vuole continuare a presidiare sia perché il suo Dna e quello del suo partito sono quello che sono, ovvero di destra radicale, sia perché sottoposta alla competizione aggressiva di Salvini, che con la costituzione dei Patrioti Europei ha messo a segno un punto a suo favore. C’è dunque uno spazio di lavoro importante. Chi vuole provare a incaricarsene?

VaticanNews | Ecclesiam suam, l’enciclica di Papa Montini pubblicata 60 anni fa.

Andrea Tornielli

 

Il dialogo «non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso». Così scriveva Paolo VI nella sua prima enciclica, Ecclesiam suam, pubblicata il 6 agosto di sessant’anni fa. Bastano queste poche parole per intuire la straordinaria attualità della lettera montiniana, uscita interamente manoscritta dalla sua penna a poco più di un anno dall’elezione pontificale, a concilio ancora aperto. 

Il Papa bresciano definiva «dialogo della salvezza» la missione di Gesù, osservando che «non obbligò fisicamente alcuno ad accoglierlo; fu una formidabile domanda d’amore, la quale, se costituì una tremenda responsabilità in coloro a cui fu rivolta, li lasciò tuttavia liberi di corrispondervi o di rifiutarla». Una forma di rapporto che fa trasparire «un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura; esclude la condanna aprioristica, la polemica offensiva ed abituale, la vanità d’inutile conversazione». Non si può fare a meno di notare la distanza siderale di questo approccio da quello che caratterizza tanto chiacchiericcio digitale da parte di chi giudica tutto e tutti, usa linguaggi sprezzanti e sembra aver bisogno di un “nemico” per esistere.

 

 

Il dialogo, che per Paolo VI è connaturato all’annuncio evangelico, non ha come obiettivo l’immediata conversione dell’interlocutore – conversione che peraltro è sempre opera della grazia di Dio, non della sapienza dialettica del missionario – e suppone «lo stato d’animo di chi… avverte di non poter più separare la propria salvezza dalla ricerca di quella altrui». Non ci si salva da soli, insomma. Né ci si salva alzando steccati o rinchiudendosi in fortini separati dal mondo per curarsi dei “puri” ed evitare contaminazioni. Il dialogo è «l’unione della verità con la carità, dell’intelligenza con l’amore». 

Non è l’annullamento dell’identità di chi crede che per annunciare il Vangelo sia necessario conformarsi al mondo e alle sue agende. Non è l’esaltazione dell’identità come separazione che fa guardare gli “altri” dall’alto in basso. «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio», perché «ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli». E il mondo, spiega Paolo VI, «non si salva dal di fuori».

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-08/paolo-vi-enciclica-ecclesiam-suam-anniversario.html

Grande dolore per la scomparsa di Nicolò Lipari

Scrivere di un grandissimo, a poche ore dalla fine della sua vita terrena, non è mai facile. Quando il grandissimo poi è un amico, lo è ancora meno.

Il professore Nicolò (per tutti, Nicola) Lipari non era soltanto uno dei più autorevoli civilisti italiani viventi, ma è stata una persona di elevatissima caratura etica e di grande impegno civile. In queste ore, molti lo stanno ricordando, sotto vari profili. Mi limito a ricordarne uno, perché mi ha permesso di approfondire l’amicizia con lui e perché si riferisce a un contesto nel quale Nicola riusciva a manifestarsi nella quasi totalità delle sue doti.

Da molti anni, egli partecipava regolarmente agli incontri e alle riunioni promossi dalla Associazione Vittorio Bachelet (all’ultimo incontro, lo scorso giugno, l’assenza era dovuta a ragioni di salute). Lo faceva nel ricordo di Vittorio, di qualche anno più grande di lui e con il quale aveva tessuto un rapporto di grande amicizia; ma lo faceva anche per affetto e stima verso l’Associazione e i suoi componenti, convinto – come ebbe a dirmi in più occasioni – che l’intera società italiana avesse da guadagnare nel valorizzare l’attività di una associazione la cui sede è lo stesso Consiglio superiore della magistratura e che permette a magistrati, avvocati, professori e studenti universitari di dialogare sui grandi temi del diritto e della giustizia, senza pregiudizi di parte.

Nicola prendeva sempre la parola, anche quando non era relatore, e con interventi sobri ed efficaci dava il tono della discussione. Lo capivano tutti, non soltanto gli addetti ai lavori, per la chiarezza dei pensiero unita alla precisione e alla eleganza magnetica dell’eloquio. Quello che impressionava erano soprattutto la passione argomentativa e la libertà di giudizio: a novant’anni, egli era ancora capace di indignazione rispetto a comportamenti eticamente disdicevoli e a prese di posizione culturalmente inadeguate, soprattutto se provenienti da chi ricopre incarichi pubblici di importanza. Il tutto fatto con garbo, con ironia mai fine a sé stessa, sempre con rispetto degli interlocutori.

In tema di interpretazione della legge e di rapporto tra giurisdizione e legislazione egli aveva posizioni molto nette. Essendo stato senatore per due legislature, conosceva bene le difficoltà dell’attività parlamentare e non disconosceva la dignità del legislatore, ma certo propendeva per la valorizzazione estrema della polarità giurisprudenziale, a partire dalla concretezza del caso, della fattispecie.

Ci saranno forme e modi per ritornare sul Lipari professore e teorico del diritto. In queste ore, in cui ci stringiamo intorno alla sua bella famiglia, prevale la gratitudine per quanto il professor Lipari ha dato a tutti noi. La speranza cristiana, di cui Nicola è stato testimone, ci accompagna nella mestizia del commiato.

Non ci sono più giochi da donna e giochi da uomini

Anche nello sport si è imposta la promiscuità che ha consentito anche alle donne di praticare il pugilato. Il mondo d’oggi è tutto un mescolarsi e va bene così. Darsele su un ring comporta il ricorso ai pugni, gli inglesi la chiamano “boxe” ma dalla notte dei tempi è la mano chiusa con le dita piegate di una mano ad aver dato vita a questa disciplina. 

In queste ore ferve la polemica in merito al match, a Parigi 2024, tra la nostra Angela Carini e Imane Khelif con la vittoria di quest’ultima per l’abbandono della prima, dopo una manciata di secondo dall’inizio del confronto. Potrebbe dirsi che c’è della santità nel nome di entrambe. Di Angela è inutile commentare. Imane vuol dire “Fede” e deve essere questo dono che l’ha evidentemente sostenuta durante ogni suo incontro.

Angela, evidentemente in un momento di sconforto, pare che abbia trascurato di salutare dopo la sconfitta la vincitrice che era andata da lei per abbracciarla.  Forse era distratta o affranta dalla delusione ed ha mancato un gesto di sportività. Un pugno più forte di una bordata l’ha indotta a ritirarsi a meno di un minuto dall’inizio del primo round ed è rimasta, dopo anni di sacrifici, con un pugno di mosche in mano e gli è sfuggita dal pugno la situazione.

La sua Federazione, o chi per lei, avrebbe potuto sbattere tempestivamente i pugni sul tavolo, protestando per il fatto che il Comitato olimpico internazionale abbia ammesso Imane, affetta da un iper androginismo femminile, sembra causato dalla sindrome delle ovaie policistiche, a poter pugilare. Forte di una massa muscolare mascolina, da opporre fronteggiando altre donne, Imane potrebbe essere avvantaggiata a prevalere.

Angela avrebbe potuto stringere i pugni per la rabbia ed esplodere poi in escandescenze; avrebbe potuto reclamare contro una decisione che fa a pugni forse con il buon senso, ma non lo ha fatto. Forse potrà un domani battersi i pugni al petto per non essere riuscita ad arginare meglio la sua avversaria. 

Khelif è al centro delle polemiche. In precedenza, è stata esclusa dai Mondiali di boxe, dall’International Boxing Association (IBA) in virtù di una decisione fondata per aver riscontrato, in Imane, livelli elevati di testosterone e per la presenza di cromosomi maschili nel test del DNA.  

Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), si è dato regole diverse di ammissibilità anche per chi è intersessuale, da qui urla di scandalo e di recriminazioni da più parti. Non sarebbe stato male se in vista delle Olimpiadi le diverse organizzazioni dello sport si fossero sedute al tavolo e tirare fuori uno straccio di decisione unanime, posto che ci saranno in futuro nuove occasioni per strepitare e contestare. 

Se a monte c’è disordine, non si può pretendere che a valle l’acqua scorra liscia senza esondare in guazzabuglio. Tentando di semplificare le contese in corso tra i pro e i contro una tesi o l’altra, e senza tantomeno saper di scienza, viene da pensare a ciò che appare evidente ma sfugge alla diatriba in corso. La foga dei commentatori acceca ciò che sembra lapalissiano.

Se l’iperandroginismo è una malattia, al pari di altri malanni, dovrebbe impedirsi ad un atleta di cimentarsi, anche contro la sua volontà. Ciò in omaggio alla tutela della sua salute. Se non fosse questa l’ipotesi è legittimo il semaforo verde a che salga sul quadrato per scazzottarsi. Resta il dubbio sulla soddisfazione che Imane ne ricaverà, alla fine dei conti, per una vittoria raggiunta in virtù di una sua particolare condizione fisica.  Potrebbe, in via di ipotesi, anche riportarne frustrazione più che gaudio, tutto a dispetto dei tanti sacrifici a cui si è comunque sottoposta per competere nella boxe. A quelli che le imprecano avverso, intimandole di combattere piuttosto tra gli uomini, si dovrebbe ricordare che parimenti sarebbe una ingiustizia non tollerabile perché è una donna e ne avrebbe sempre la peggio.

Tante chiacchiere in movimento si sarebbero potute evitare se soltanto i sapienti vertici dello sport avessero saputo trovare preventivamente una linea di concordia invece, anche loro, picchiarsi come non si conviene, ciascuno smentendo l’altro. Si ha la sensazione che sia gente abile a giocare a “rimandino” così da scoppiargli la questione e il pugno in mano. C’è dell’infantilismo da quelle parti, gente più abituata ad attardarsi in pugnette verbali che a dare una disciplina ed una regola propria dove sarebbe più opportuno. C’è pendente una medaglia d’oro, di una lega che scotta. Attenzione a maneggiarla. Forse sarà ripescata tra qualche secolo sul fondo delle opache acque della Senna, insieme, chissà, ad un senno ritrovato.

Il centro non è rappresentato, neanche da Forza Italia.

C’è da essere seriamente preoccupati per la situazione a dir poco difficile del nostro Paese. Non c’è consapevolezza di una involuzione pericolosa. Della politica non rimane nulla, liquidata dai i disegni eversivi della metà degli ani ‘90 da alcune procure, da una certa sinistra,da ambienti infedeli delle istituzioni e da una schiera di esponenti della Dc, che hanno abbandonato il disegno moroteo, in cerca di gloria per perpetuare il loro potere. 

L’ampliamento dell’area della democrazia perseguito da Moro fu bloccato e indebolite le fondamenta su cui si era consolidata la nostra Repubblica. Quello che non era riuscito alle brigate rosse e agli estremismi neri nella stagione di sangue si sarebbe verificato dopo qualche decennio. Dopo la consunzione dei pilastri della democrazia oggi c’è il dominio del partito della Meloni, l’unico coerente con una storia edulcorata ai tempi e alle circostanze,  che non è quella di tantissimi che hanno fatto una scelta di vita per la libertà. 

Nel 1994 si puntava sulla gioiosa macchina di guerra di Occhetto anche attraverso la liquidazione della Democrazia Cristiana e degli altri partiti liberali, oggi ci troviamo con una combine disposta da destra dove il disegno eversivo del premierato e dell’autonomia differenziata ne sono il sugello. La politica non c’è, il Parlamento da tempo ha perso forza  e centralità grazie prima ai sabotatori dei 5 Stelle e alle complicità di un Pd afono senza idee e orizzonti da offrire.

Il centro non è rappresentato. Si era convinti che le forze politiche moderate non avessero ruolo. È stato un falso. Hanno tentato l’occupazione del centro Calenda e Renzi con i risultati che conosciamo. I due avevano fatto una specie di indagine di mercato, ma si son divisi per interessi. Rappesentare il centro non è un affare, una convenienza, un opportunismo, ma una scelta culturale, una visione politica, che recuperi storie di civiltà e di umanità.

Senza un centro rappresentato non sono garantiti equilibri democratici. C’è solo l’avventurismo. Un capitombolo all’indietro dove Meloni e Salvini danno le carte. Forza Italia si dice un partito di centro, ma non lo è con le alleanze  dominanti con cui si ritrova. Dirsi di centro come fa Tajani è una impostura. 

Difronte ad altri che recuperano un passato che dovrebbero dimenticare, i cristiani democratici debbono avvertire l’orgoglio della loro storia per ritornare nel loro alveo naturale e rivivere le  antiche passioni, con gli occhi rivolti al futuro.

 

[Testo tratto dalla pagina Fb dell’autore]

Mattei, il genio imprenditoriale che ha inventato l’Italia dell’energia.

Dietro il successo di molti uomini spesso ci stanno grandi sogni o grandi emozioni provate in circostanza particolari. Enrico Mattei diceva di trovare in una situazione vissuta da bambino la giusta motivazione per dare una certa impostazione alla sua vita, non solo di uomo, ma anche di imprenditore.

Raccontava pressappoco così: «Ero un bambino di sette o otto anni e mi trovavo nel cortile di una cascina in un caldo mezzogiorno d’estate. Vidi avvicinarsi una ragazza che portava una grossa marmitta di cibo a un gruppo di cani radunati sotto l’ombra di un albero. Appena la giovane ebbe posato la grossa ciotola per terra i cani si avventarono sul cibo avidamente. Quasi subito si avvicinò un gattino che timidamente cercava di procurarsi qualche boccone, ma il cane più̀ grosso gli diede immediatamente una zampata scaraventandolo lontano. Mi avvicinai allo sfortunato gattino con l’intenzione di soccorrerlo, ma mi accorsi che era morto. In quel momento giurai a me stesso che avrei fatto di tutto perché́ scene simili non si verificassero nel mondo degli uomini».

Indubbiamente Enrico Mattei fu uno dei più̀ grandi uomini del secolo scorso ai quali dobbiamo immensa gratitudine per aver egli dato una svolta radicale positiva all’economia del nostro Paese. Chi era?

Nacque nelle Marche ad Acqualagna nel 1906, figlio di un brigadiere, poi maresciallo, dei carabinieri. Non aveva molta voglia di studiare, tuttavia, dotato di una volontà̀ ferrea, riuscì̀ a diplomarsi perito industriale per compiacere il padre. Trasferitasi la famiglia a Matelica, ottenne il diploma e cominciò giovane a lavorare, per poi recarsi a Milano.

Avrebbe potuto fare l’attore del cinema dato il suo aspetto attraente: alto, grintoso, dotato di una parlantina capace di convincere anche i compratori più̀ riottosi ad acquistare ciò̀ che lui proponeva.  Alla periferia di Milano aprì un piccolo laboratorio di prodotti chimici che trovarono una vasta clientela.

Negli anni Trenta il giovane Mattei, oltre che ottimo venditore, si rivelò anche eccellente imprenditore, pronto ad avvalersi delle innovazioni più̀ moderne per far funzionare la propria azienda. Aveva anche intuito che per aver successo negli affari era importante curare la propria immagine e adottare un certo stile di vita. Infatti, fu uno dei primi imprenditori milanesi a girare con macchine di lusso con tanto di autista, acquistò uno splendido appartamento nel centro di Milano e organizzò incontri e feste con scadenza quasi settimanale, finalizzati al successo della sua attività̀.

Vi invitava, oltre ai suoi tecnici e venditori, persone di prestigio del mondo della cultura, professori universitari, in primis quelli dell’Università̀ Cattolica, dalle cui intelligenti conversazioni sapeva trarre spunti per dar vita a cose nuove. Uno dei suoi più̀ assidui commensali fu Marcello Boldrini, professore di Statistica della Cattolica, che gli fece conoscere altri personaggi che diventeranno poi famosi nel mondo della politica come Fanfani, La Pira e Dossetti.

Mattei, da buon cattolico praticante, non venne mai meno ai suoi principi religiosi, conservando una fede salda unita a una profonda lealtà̀ verso i membri della sua famiglia di origine, della cui collaborazione si valse per tutto il periodo del suo frenetico «fare». Fu per lui importante soprattutto la sorella, che era a conoscenza di tutte le sue operazioni finanziarie.

 

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Calenda ad Huffington Post: “Il governo sembra molto in confusione”.

Un governo “fragile in un’Europa anch’essa fragile”; una maggioranza “in confusione”, con Giorgia Meloni che “si è complicata la vita facendo il capo-partito e non il premier”. E soprattutto “un mondo che “sta cadendo a pezzi” e un Occidente che cade anch’esso”. Ragion per cui, è la previsione di Carlo Calenda, “prima o poi arriverà Fabio Panetta o chi per lui, è nelle cose. Il sistema è troppo estremizzato e non regge e anche le elezioni americane già producono destabilizzazione”.

Intervistato da Huffington Post, il leader di Azione sottolinea che “al di là del voto contrario sulla Commissione, non puoi essere il leader di un paese fondatore e avere pessimi rapporti con i governi di Francia, Germania, Spagna. Mettiamola così: è un governo fragile, in un`Europa anch`essa fragile”. Un governo che “mi sembra molto in confusione. Lega e Forza Italia, ogni giorno cercano di mettere in difficoltà Giorgia Meloni. I cicli politici in Italia vanno veloci: il governo è nella sua fase di stallo. Di fatto, non governa, come accade a tutti i governi da trent`anni a questa parte. E copre lo stallo con la comunicazione e i conflitti”.

E però niente ipotesi di voto anticipato: “Non ci credo, però credo ci sia un rischio esogeno di crisi, finanziaria in primo luogo. Se ne parla poco, però la presa di posizione dei tedeschi – no aiuti della Bce in caso di crisi di debito per i paesi in procedura di infrazione – ci mette in difficoltà”. Con un “Occidente che crolla a pezzi, e l`Italia che resta il paese più fragile. La situazione è più caotica”. E rispetto al passato, “attenzione, c`è una solidarietà europea che sta venendo meno. Ogni paese è alle prese col sovranismo al suo interno e non vuole regalare nulla a nessuno. La maggioranza Ursula è fragile, per molti versi divisa”.

Libertà di stampa e di espressione negati: siamo su “Scherzi a parte”?

Dunque, ricapitoliamo per chi avesse perso qualche puntata. È da giorni che su molti quotidiani – in particolare quelli schierati a sinistra e radicalmente contro il governo di centro destra come, ad esempio, Stampa, Repubblica, Domani e Fatto quotidiano – viene richiamata l’attenzione sul fatto che in Italia è quasi scomparsa la libertà di espressione.

Accanto ai quotidiani, ascoltiamo ogni sera dai talk televisivi schierati a sinistra, e quindi contro il governo di centro destra, che la libertà di stampa, e quindi di espressione, è ormai ai titoli di coda. Sì, lo ripeto perchè forse non sono stato sufficientemente chiaro. Lèggiamo su molti giornali e ascoltiamo in alcune Tv che in Italia siamo sempre più alla vigilia di una dittatura in quanto vittime di una insopportabile deriva illiberale. Di qui, la necessità, del tutto coerente, di dar vita al più presto ad un CLN in salsa contemporanea. O meglio, ad un “Fronte popolare” di togliattiana memoria a difesa della libertà e della democrazia contro ogni sorta di barbarie e di inciviltà e per evitare il ritorno dell’ormai collaudatissimo fascismo. Sì, è vero, un po’ come capitò nel 1948 nella lotta furibonda tra la Dc di De Gasperi da un lato e i comunisti di Togliatti dall’altro.

Ma, per tornare alla libertà di espressione, l’aspetto comico e simpatico di questa denuncia che arriva nientepopodimeno che dall’Europa attraverso un apposito “report”, è che la commissione italiana che ha fornito questi dati sulla sostanziale estinzione della libertà di stampa e di espressione nel nostro paese, è formata da giornalisti italiani tutti schierati a sinistra ed espressione della più dura e spietata critica al centro destra.

Ecco perché, di grazia, anche per chi non è di centro destra si tratta di una denuncia troppo comica e grottesca per essere presa in seria considerazione. Oltre al fatto – lo ripeto – altrettanto comico e grottesco, che da giorni leggiamo giornali e ascoltiamo Tv scagliarsi contro il governo, e soprattutto Giorgia Meloni, per questo strisciante clima dittatoriale. E, come da copione, non potevano mancare i “martiri dell’informazione” che hanno duramente patito sulla loro pelle questi insopportabili ed incresciosi soprusi. Parliamo, com’è altrettanto noto, di artisti e giornalisti milionari la cui unica finalità è quella di mietere più denaro possibile trascorrendo, indisturbati, le loro giornate di fronte alle telecamere televisive. A prescindere dalla testata e dalla proprietà dell’emittente televisiva dove offrono le loro prestazioni professionali a colpi di centinaia di migliaia di euro. Come l’esperienza concreta puntualmente conferma.

Ora, al di là della dittatura, del fascismo, della libertà di espressione, della negazione della libertà di stampa e di espressione, della repressione, della sospensione della democrazia e via scioccheggiando, forse è arrivato anche il momento per avanzare una semplice e persin banale riflessione: e cioè, sino a quando dovremo assistere a questo bombardamento mediatico sulla dittatura che si sta per abbattere nel nostro paese? Arriverà un momento in cui questi temi verranno trattati con la dovuta prudenza ed intelligenza visto che parliamo di valori e principi scolpiti nella Costituzione? Sino a quando, cioè, dovremo convivere con questa sempre più insopportabile egemonia ed arroganza – questa sì – politica e culturale? Detto con altre parole e con più leggerezza visto anche il clima estivo: sino a quando pensiamo di proseguire con una sceneggiata ridicola e dannosa per la stessa qualità della democrazia italiana?

Scelba, amico di Sturzo e De Gasperi: un democratico sincero e intransigente.

[…] Dopo la scissione di Iniziativa Democratica e dopo la brutta esperienza del governo Tambroni, Fanfani, ritornato alla guida del governo, si diresse come un treno verso l’abbraccio con Nenni, anche se rallentato dai Moro-dorotei.

In sede congressuale a Napoli Scelba fece il miglior discorso di opposizione all’accordo con i socialisti. Con una chiarezza di ragionamento degna di Luigi Sturzo, egli affermò che una DC alleata con il PSI avrebbe provocato due disastri contemporaneamente. Anzitutto la DC avrebbe perso la sua credibilità̀ e un certo numero di elettori moderati, non più̀ trattenuti da una motivazione cattolica, avrebbe votato per il Partito liberale. Questa perdita di voti si sarebbe consolidata a favore dei liberali e il peso complessivo dei parlamentari DC sarebbe sempre più̀ diminuito.

Inoltre, il PSI, anche se si fosse alleato con i saragattiani, avrebbe perso voti a sinistra a favore dei secessionisti del PSIUP e degli stessi comunisti. Fatti i conti, la maggioranza di governo avrebbe avuto ben pochi voti in più̀ dell’opposizione. A questo punto, dato il nostro sistema parlamentare, con una maggioranza così fragile si sarebbe dovuto trattare ogni cosa con i comunisti che, senza assumersi responsabilità̀ di governo, avrebbero di fatto partecipato alla guida del Paese. Così avevano insegnato Gramsci e Togliatti e questo si stava verificando.

Scelba ebbe un vasto consenso, pari al 20% del partito, ma non aveva nessuna intenzione di organizzare questo consenso, come si è visto, in una corrente. Perciò̀, i suoi ragionamenti così lineari finirono a poco a poco per essere demoliti o dimenticati e Scelba venne di fatto emarginato dalla guida politica del partito e dal governo. Si dedicò quindi sempre di più̀ alla politica europea, dove riceveva maggiori soddisfazioni.

In sede europea una volta si verificò un simpatico scambio di battute tra lui e La Pira durante un pranzo a Strasburgo, al quale io partecipavo con un gruppo di giovani. Ricordo che a un certo punto Scelba, rivolto a La Pira, disse: «Giorgio, spero di morire dopo di te perché́ quando tu sarai morto, tutti vorranno farti subito santo e allora io interverrò̀ e scriverò̀ alla Congregazione per le Cause dei Santi che La Pira non può̀ essere santificato perché́ nel corso della sua vita, almeno una volta, è stato un imbroglione e un truffatore, cosa che io posso dimostrare».

La Pira, colpito in modo così inaspettato, abbandonò le posate e si mise ad agitare le mani dicendo: «Ma Mario, cosa mai stai dicendo davanti a questi giovani. Io non pretendo di diventare santo ma non posso permettere che tu mi definisca imbroglione e truffatore. Quando questo sarebbe accaduto?» Scelba rispose subito: «Ti ricordi quando tu eri sottosegretario al Lavoro e ti occupasti della controversia tra armatori e sindacati?» «Certo che me ne ricordo. Cerano le navi cariche di carbone e di grano ferme nei porti e, se non si fosse provveduto a scaricarle subito, il Paese avrebbe sofferto il freddo e la fame. Gli armatori, nella persona del comandante Lauro, loro presidente, ci fecero sapere che gli aumenti chiesti dai sindacati non si potevano concedere a meno che il governo non fosse intervenuto con finanziamenti a fondo perduto a favore della loro categoria. Allora io chiamai il comandante Lauro e gli dissi che il governo avrebbe acconsentito alla richiesta. In questo modo le navi scaricarono il grano e il carbone e il pericolo fu superato», concluse con aria ispirata La Pira.

Scelba però implacabile riprese: «Vedi, non solo sei un peccatore, ma perseveri nel peccato perché́ sai benissimo che io ero presente al Consiglio dei ministri che decise di non concedere prestiti agli armatori e Fanfani assicurò che te lavrebbe comunicato». Allora La Pira concluse dicendo: «Beh, forse avrò̀ capito male, ma a fin di bene, anche perché́ gli armatori i soldi li hanno poi avuti». «Certo»,concluse Scelba. «Come facevo a quel punto a non concedere il finanziamento che tu ti eri impegnato a far pervenire a nome del governo. Si rischiava una rivolta e io ti diedi una mano sostenendo che per motivi di ordine pubblico bisognava chiudere la vertenza. Ma tu resti sempre quello che ti ho definito prima.» Ci fu una risata generale che coinvolse Scelba, La Pira e tutti coloro che erano presenti.

È interessante sapere che Scelba, mentre era ancora vivo, cosa molto insolita, poté́ vedere innalzato in suo onore un monumento nella cittadina di Caltagirone, dove era nato. Ciò̀ gli portò fortuna: morì quasi centenario.

 

[Pagine tratte dal libro di Ezio Cartotto, Gli uomini che fecero la Repubblica – Lesempio dei maestri di ieri per ritrovare il senso della politica nellItalia di oggi, Sperling & Kupfer 2012. Per gentile autorizzazione di Elena Cartotto]]

 

Per leggere il testo integrale

https://www.ilpopolo.cloud/politica/1511-mario-scelba-l-incorruttibile.html

AgenSir | L’uccisione di Ismail Haniyeh può danneggiare Israele.

Daniele Rocchi

 

Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, è stato ucciso questa notte  (l’altra notte per chi legge, ndr) a Teheran, dove si trovava per partecipare alla cerimonia d’insediamento del presidente Massoud Pezeshkian, in seguito a un raid israeliano. Haniyeh era capo dell’ufficio politico di Hamas dal 2017. Inoltre è stato primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese dal 2006 al 2007 e capo dell’amministrazione della Striscia di Gaza dal 2014 al 2017. Sulle implicazioni di questa morte per il conflitto tra Hamas e Israele in corso a Gaza e per il futuro di Hamas, il Sir ha intervistato Claudio Bertolotti, esperto dell’Ispi e direttore di Start InSight.

 

Direttore, qual è la portata politica e militare delleliminazione di Haniyeh?
Per Israele si tratta di un grande successo perché rappresenta la decapitazione politica, sebbene temporanea, dell’organizzazione Hamas. Stiamo parlando, infatti, del soggetto di vertice che ha ricoperto storicamente ruoli chiave all’interno del movimento islamista e che ad oggi si era imposto come il trait d’union tra Hamas e l’Iran che ha sostenuto il movimento palestinese nel corso degli ultimi anni, in particolar modo dopo il 7 ottobre.

L’obiettivo più volte dichiarato da Benjamin Netanyahu resta quello di eliminare la leadership politica di Hamas e questo è un risultato che il premier israeliano presenterà all’opinione pubblica interna. Al contrario, l’eliminazione di Haniyeh farà aumentare l’astio dell’opinione pubblica palestinese nei confronti di Israele.

 

Per Hamas, invece, questa morte cosa rappresenta?

Siamo davanti ad un’organizzazione strutturata sulla base di una shura, cioè di una suprema assemblea dove sono presenti più voci, più correnti, e dunque anche più soggetti pronti a sostituire le leadership eventualmente eliminate. Dalla gerarchia palestinese potrebbero emergere adesso figure come Mahmoud al-Zahar, (uno dei fondatori del gruppo terroristico, ndr), un leader storico con buone relazioni sia con chi è all’estero e sia con chi è presente ancora a Gaza.

 

La morte del leader di Hamas potrà influire sulla guerra in corso a Gaza?
Non credo. La gestione militare delle risorse di Hamas all’interno di Gaza ricade sulle Brigate Ezzedin al-Qassam e non sull’autorità politica. Al contrario, credo che, da un punto di vista di narrativo e di necessità di propaganda, Hamas potrebbe cercare di realizzare azioni di rappresaglia simbolicamente significative. Questo anche per riaffermare una certa predominanza rispetto a tante altre milizie che operano a Gaza, come la Jihad islamica, che pure ha un ruolo subordinato in questo momento.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2024/07/31/morte-ismail-haniyeh-bertolotti-start-insight-successo-per-israele-per-hamas-e-una-temporanea-battuta-di-arresto/

L’essenziale è invisibile agli occhi: la spiritualità nascosta nel Piccolo Principe

 

 

Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. Pensieri da tutti conosciuti, scritti nel firmamento della letteratura mondiale. Antoine de Saint-Exupéry si inabissava in mare con il suo velivolo nel 1944, l’opera appena ultimata spiccava il volo per entrare nell’eternità. Tradotto in 470 lingue e con più di 200 milioni di copie vendute è un successo planetario secondo solo alla Bibbia.

Ennio Flaiano sosteneva che “l’infanzia è l’unico luogo che non riusciamo ad abbandonare” e cosi questa fiaba è divenuta un riferimento senza tempo ed età per leggere l’invisibile senso del nostro vivere.

Saint-Exupéry non nomina mai Gesù, ma i suoi pensieri rievocano costantemente episodi evangelici. Personalità complessa, avventurosa e malinconica, la sua vita è segnata da un continuo afflato al trascendente. Un inquieto esploratore dell’anima alla ricerca dell’assoluto. Di nobili origini studia dai gesuiti, sogna e scrive e l’unica cosa che lo attrae è volare. Un contemplativo che forse non a caso scelse di fare il pilota e a Buenos Aires, dove diverrà direttore della compagnia aeropostale, incontrerà la scrittrice Consuelo Suncin-Sandoval che sposerà, tanto amerà e tradirà. È lei la rosa della favola. Prima del Piccolo Principe pubblica diversi testi tutti innervati da forti tensioni spirituali. In Cittadella (pubblicata postuma) troviamo un passaggio che svela la tensione mistica: “Io cammino formulando preghiere che non vengono esaudite.. e tuttavia ti lodo, Signore, per il fatto che tu non mi risponda, poiché se io trovo quello che cerco, Signore, ho finito di divenire”.

Pervaso da un costante desiderio di staccarsi dalla mediocrità del vivere, nel giugno 1943 scrive al superiore generale del monastero benedettino di Solesmes: “Vedete, non si puo’ piu’ vivere di frigoriferi, di politica, di belote e di parole crociate! Non si può più’. Non si può più vivere senza poesia, colore né amore”. Affascinato dal silenzio nel cielo e nel deserto che sperimenta durante l’incarico come pilota della linea Casablanca-Dakar, rivive l’avvertimento di Gesù – non di solo pane vive l’uomo – che rimanda al pensiero sull’invisibilità dell’essenziale. Il deserto per lui è il luogo dell’anima ove incontra il Piccolo Principe giunto dall’asteroide B612 e con cui intesse un’affascinante dialogo di rinascita spirituale, un mistero che si intuisce ma non si comprende fino in fondo. Un continuo colloquio tra l’essere adulto (l’aviatore) e l’essere bambino (il piccolo principe), quel “tutte le persone grandi sono state inizialmente dei bambini ma pochi fra loro se ne ricordano”  che rimanda al passo evangelico “in verità io vi dico: se non vi convertirete come i bambini e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande del regno dei cieli” (Mt 18, 1-5).

Saint-Exupéry è interprete delle inquietudini umane sempre al bivio tra oblio e ricerca, e per questo è sempre attuale. Siamo homo sapiens perché siamo homo viator. Anche noi siamo in cammino ogni giorno verso la meta della nostra conoscenza, un viaggio faticoso che richiede il coraggio di scendere nelle terre incognite della nostra interiorità. In interiore homine habitat veritas, sono le celebri parole di sant’Agostino. Siamo esseri spirituali che vivono l’esperienza umana e allora nel piccolo principe ci sono io, tu, ognuno di noi. Ed è il tempo che dedichiamo alla rosa che è in noi che rende tutto più importante.

VaticanNews | Il Papa: serve una Politica con la P maiuscola.

Alessandro Di Bussolo

 

 

Il Papa invita a pregare, in agosto, “perché i leader politici siano al servizio della propria gente, lavorando per lo sviluppo umano integrale, lavorando per il bene comune, prendendosi cura di chi ha perso il lavoro e privilegiando i più poveri”. È l’immagine della buona Politica, quella “con la P maiuscola”, che “ascolta la realtà”, non la “roba da politicanti”, rinchiusa “in grandi edifici con lunghi corridoi”. Francesco la evoca nel Video del Papa promosso e diffuso dalla sua Rete mondiale di preghiera, che presenta l’intenzione da lui proposta alla Chiesa universale per il mese di agosto.

Una Politica con la P maiuscola per crescere nella fraternità

Il Pontefice esordisce ricordando perché oggi “la politica non gode di buona fama”: elenca “corruzione, scandali” e lontananza “dalla vita quotidiana delle persone”. “Ma possiamo progredire verso la fraternità universale senza una buona politica?” si chiede, e la risposta è negativa.

Come disse Paolo VI, la politica è una delle forme più alte di carità, perché cerca il bene comune. Parlo della Politica con la P maiuscola, non della roba da politicanti. Parlo della politica che ascolta la realtà, che è al servizio dei poveri, non di quella rinchiusa in grandi edifici con lunghi corridoi.

Il Papa si riferisce alla politica “che si preoccupa dei disoccupati e sa molto bene quanto possa essere triste una domenica, quando il lunedì è un altro giorno senza poter andare a lavorare”. Vista così, una politica “molto più nobile di quanto sembri”. E il video alterna immagini di persone lasciate da sole, come  una donna rifugiata, un quarantenne disoccupato, dei bambini senz’acqua, un uomo senzatetto per strada, e poi situazioni in cui, invece, hanno trovato una risposta – a volte di emergenza, a volte duratura – ai loro problemi. Il mondo senza una buona politica e il mondo con una buona politica.

Francesco lo ha scritto nella sua enciclica Fratelli Tutti: “Un individuo può aiutare una persona bisognosa ma, quando si unisce ad altri per dare vita a processi sociali di fraternità e di giustizia per tutti, entra nel ‘campo della più vasta carità, della carità politica’”. E così conclude il suo messaggio invitando tutti a ringraziare “i molti politici che svolgono il loro compito con uno spirito di servizio, non di potere, per tutti i loro sforzi per il bene comune”.

 

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-07/papa-video-intenzione-preghiera-agosto-politici-servizio-poveri.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

 

Il Mulino | Occidente in declino: la democrazia tra sfide interne ed esterne.

Dello stato della democrazia e della sua attuale crisi hanno parlato papa Francesco, a più riprese il presidente Mattarella, Ursula von der Leyen nel discorso programmatico per la rielezione al vertice della Commissione europea. Non è solo questione del funzionamento più o meno carente dei sistemi che si rifanno, pur in forme e con modalità diverse, al costituzionalismo così come si è evoluto dal modello liberale classico al modello che vi ha inglobato la dimensione sociale. Le difficoltà che ha incontrato e che incontra questo modo di organizzare lo spazio e la convivenza nelle società politiche sono note, discusse in varie sedi e dipendono in buona parte dall’evoluzione storica che ha coinvolto l’ambito geografico in cui il costituzionalismo è nato e si è sviluppato, cioè quello che normalmente si definisce “l’Occidente”.

L’aspetto inedito con cui si devono fare i conti è che da qualche decennio quel modello è considerato inaccettabile: ha perso la sua natura tutto sommato prescrittiva che ne faceva una componente essenziale della modernità. Si potrebbe obiettare che esso era già stato sfidato dai sistemi che, rifacendosi in modi diversi al marxismo, avevano ritenuto di proporsi come alternativi al paradigma costituzionale. Tuttavia, va subito precisato che quei sistemi, almeno nella versione che reclamava di esserne l’incarnazione più ortodossa, cioè nel regime sovietico, pretendevano di essere, coerentemente con la prospettiva di Marx, lo sviluppo compiuto e totale delle istanze che stavano alla base della rivoluzione costituzionale dell’Occidente, perché avendole separate dall’economia capitalista le aveva massimizzate nella loro capacità di “liberazione” dell’uomo (il che in definitiva doveva essere l’obiettivo dell’umanesimo occidentale da cui trae origine ultima il costituzionalismo).

Il crollo del sistema sovietico, l’ambiguità del sistema socialista cinese che sembrava essersi per tanti versi occidentalizzato, almeno nella gestione del sistema economico e nell’assunzione della rivoluzione tecnologica, avevano portato molti a concludere che il modello del costituzionalismo occidentale, ossia della liberal-democrazia, si fosse ormai affermato sbaragliando i suoi avversari, unico modello cui rivolgersi per rimanere nell’ambito della “modernità”. È nota la tesi di Francis Fukuyama sulla “fine della storia”, nel senso di esaurimento della capacità di sfida alternativa al quadro del costituzionalismo con le sue incarnazioni economiche e sociali.

Tuttavia la sfida mostrava ancora il suo volto, questa volta con le sembianze dell’estremismo islamico, un sistema culturale che non solo rifiutava il contesto dei valori dell’Occidente, ma che li combatteva tanto impedendo che essi si propagassero nelle terre storiche dell’insediamento di quella cultura, quanto mettendo in crisi la capacità di dominio dei Paesi che a essi si richiamavano sia con il ricorso al conflitto armato e alla guerra asimmetrica del terrorismo, sia, dove possibile, animando conflitti per così dire più tradizionali.

A interpretare questo quadro in buona parte nuovo aveva provveduto Samuel Huntington con la tesi, fortunata, della presenza di uno “scontro di civiltà”. Il mondo aveva perso il relativo equilibrio garantito dalla condivisione di un complesso di punti di riferimento dati per razionali e sconnessi da appartenenze culturali particolari ed era accaduto perché erano tornati in campo i riferimenti ad altre forme di elaborazione dell’organizzazione socio-culturale, le quali rifiutavano di far parte della koinè occidentale. Il riferimento più evidente era all’islamismo radicale, ma si iniziava a vedere il risorgere dell’antioccidentalismo slavo-bizantino, nonché altre forme di rivendicazione di modelli, alcuni più o meno frutto di invenzioni polemiche (culture sudamericane, culture africane), ma altri anche di storie molto complesse i cui “quarti di nobiltà” sono ardui da negare, come nel caso della cultura indiana e cinese.

Possiamo qui prescindere dal discutere degli infiniti problemi e delle aporie che pone l’utilizzo dello schema interpretativo dello scontro di civiltà. Vogliamo infatti richiamare l’attenzione su due elementi che stanno connotando la fase attuale della crisi della democrazia e che ispirano le riflessioni autorevoli da cui abbiamo preso le mosse: la resa crescente che è presente in molti settori della cultura occidentale alla tesi della dimensione del tutto relativa e priva di paradigmaticità del modello occidentale; il via libera che ciò ha dato alla ripresa di un confronto fra le nazioni su basi neo-imperiali.

Era senz’altro eccessivo dichiarare una superiorità assoluta e indiscutibile del modello occidentale che ha prodotto la democrazia come sistema di governo. È stata a lungo “esportata” in tutto il mondo che si è trovato sotto il dominio euro-americano con risultati controversi, per la semplice ragione che spesso si sono attuate le “formalità” del sistema (competizione elettorale, articolazione dei poteri fra parlamenti, governi, magistratura, qualche libertà di espressione per l’opinione pubblica) e si è realizzata l’assimilazione di alcuni modelli di way of life dal punto di vista dell’utilizzo delle tecnologie come da quello dei “consumi”, ma senza che si andasse oltre il formalismo per cui, giusto per spiegarci, le elezioni sono pesantemente manipolate, l’articolazione dei poteri rimane sulla carta, la pubblica opinione è limitata e controllata. Non si è tenuto conto che il sistema costituzionale è figlio di varie storie politiche nazionali, è supportato da itinerari di sviluppo e da condizioni essenziali di cultura, di vita sociale e di contesto economico, in assenza delle quali le istituzioni democratiche non possono vivere.

Un certo successo di alcune “esportazioni”, per esempio in India o in Giappone dopo la Seconda guerra mondiale, ha fatto ritenere che il metodo fosse plausibile, ma vari fallimenti dopo inizi che potevano sembrare promettenti hanno costretto a rivedere queste convinzioni (si pensi alle ex colonie europee in Africa, dove al momento dell’indipendenza si erano instaurati sistemi politici sul modello occidentale, per arrivare poi al loro disseccamento). […]

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https://www.rivistailmulino.it/a/una-crisi-che-non-si-puo-ignorare

Stretto di Messina, Ciucci: critiche infondate, sicura la fattibilità del progetto.

“Ripetere all’ infinito affermazioni infondate, pon le trasforma in verità”. Così l’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, in relazione alle critiche mosse all’opera nell’ambito dell’iter approvativo del DL Infrastrutture.

“Il progetto del ponte ha la solidità dei migliori esperti italiani e internazionali che in ciascuna disciplina hanno contribuito a farne un’ opera concreta e fattibile. I ponti sospesi, che ricalcano il nostro progetto, il Messina style, sono costruiti ovunque nel mondo in zone con potenzialità sismiche più forti di quelle dello Stretto di Messina. Opere che hanno coinvolto società ed esperti impegnati da tempo anche sul ponte di Messina. Non esistono problemi irrisolti, tantomeno fantomatici punti oscuri. È inverosimile continuare ad affermare che le navi non passino sotto il ponte, che ci siano faglie non note, che i cavi del sistema di sospensione non siano costruibili. Abbiamo presentato al riguardo, e più volte, dati tecnici e scientifici incontrovertibili, come anche abbiamo spiegato che il ponte sarà aperto al traffico 365 giorni all’ anno 24 ore su 24 e che l’ analisi costi benefici ha dimostrato che l’ opera è in grado di contribuire in maniera molto importante al miglioramento del benessere collettivo, apportando significativi benefici netti alla collettività nazionale, migliorando sia gli espetti economici sia quelli ambientali. La disponibilità di un collegamento stabile consente di ampliare l’ offerta di trasporti con evidenti ricadute in termini di libertà di movimento e contenimento costi”. Per fare chiarezza sull’iter realizzativo, Ciucci sottolinea: “Le risposte alle osservazioni del MASE, che non comportano modifiche al progetto e non riguardano la fattibilità tecnica, sono in corso di predisposizione e saranno trasmesse entro la scadenza del 12 settembre.

Il Progetto definitivo aggiornato e il piano economico finanziario dovranno essere approvati per legge dal CIPESS e solo successivamente sarà avviata la progettazione esecutiva che, come per ogni altra opera, ha lo scopo di affinare dettagli costruttivi e realizzativi, non di sancire o meno la fattibilità delle strutture. Tenuto conto che il ponte è un insieme di infrastrutture diverse (le opere anticipate, le opere di accompagnamento ambientale, 40 km di raccordi stradali e ferroviari, funzionali e utili fin da subito alla popolazione), si potrà procedere con la progettazione esecutiva per fasi, in relazione a ciascuna tipologia di infrastruttura, per ottimizzare la costruzione e contenere tempi e costi. Il ponte, le torri e i blocchi di ancoraggio saranno ovviamente un unico progetto esecutivo”.

Sololibri | L’eredità dell’antica Grecia: un’attualità sorprendente.

Teresa D’Aniello

 

Una lettura che mi ha deliziata in questa estate così calda; un libro particolare, introspettivo, non ha importanza se possa essere considerato un diario o un saggio; le parole che hanno creato un dialogo intimo, profondo, con il nostro autore, sapranno dialogare anche con noi lettori. Andrea Koveos, la cui famiglia ha origini greche, è nato e vive a Roma, giornalista, scrittore, è un appassionato di filosofia e storia greche: con Giraldi Editore ha pubblicato Socrate al Grande Fratello scritto con Charlie Gnocchi. “Temere i Greci per amarli”, scrive il nostro autore, non è un manuale di storia né di filosofia, non si troverà nessuna verità e forse qualche bugia.
Il libro Temo i Greci anche se portano doni (Giraldi Editore, 2024) è da usare con cura, con attenzione, lasciandoci catturare da un titolo o da un nome. Temere i Greci anche se portano doni è una frase diventata proverbio, coloro che offrono doni troppo facili possono rivelarsi i nostri peggiori nemici: queste furono le parole di diffidenza che Laocoonte espresse nel vedere il cavallo di legno.
Il coraggio, l’ira, l’abbandono, l’amore, la passione, la pietà, la civiltà di tutte le passioni, tutto l’umano nelle opere di Omero, la grandezza dell’Iliade e dell’Odissea che ancora oggi rimangono invariate con “le forti anime” dei loro eroi, le origini del pensiero e della cultura greca, la filosofia, saranno il punto di inizio di un pensiero, di una riflessione del nostro autore scritta di notte, o alla mattina presto, o mentre era al lavoro, che tracceranno e percorreranno la sua stessa vita e, a tratti, anche la nostra.

A cosa serve la filosofia? Uno dei quesiti all’interno di questa raccolta di pensieri. Non allunga la vita ma potrebbe esserci utile a vincere la paura della morte.
Racconta Koveos che ci fu un periodo che nelle città di Atene era vietato l’ingresso ai filosofi, perché considerati “persone pericolose”. Venne proposto da Sofocle e il suo divieto durò solo un anno:

“Poiché agli ateniesi non si può vietare nulla”.

E il destino dell’uomo: si accusava gli dei per ogni cosa accadesse, declinando le proprie responsabilità, come Ulisse che impiegò dieci anni per cercare il proprio posto. Per Omero ognuno era artefice del suo destino e per ognuno il percorso era già stato segnato: libertà e destino di pari passo.

La forza dell’uomo per i Greci consiste in un solo elemento: accettare e sopportare ciò che deve avvenire.

Leggendo questi brevi capitoli ci si rende conto che tutto è stato già scritto; etica e politica, bene e male, oriente e occidente, democrazia e oligarchia, guerra e pace.
La giustizia quando ognuno compie il proprio dovere; la conoscenza che rende l’uomo immortale; “la giusta educazione” di un essere umano che non esiste al di fuori della comunità. E non ne abbiamo fatto ancora tesoro! […]

 

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https://www.sololibri.net/Temo-i-greci-anche-se-portano-doni-Koveos.html

Dal campo di calcio al campo largo: l’avventura di Renzi continua.

La scelta è stata repentina, l’entusiasmo contenuto. Si può sintetizzare così la novità esplosa con l’abbraccio tra Renzi e Schlein, complice una partitella di calcio. Dopo aver celebrato le virtù del Centro, armeggiando in modo dubbio per farlo e disfarlo a piacimento, l’ex premier ha messo tutti di fronte all’atto compiuto. Innanzi tutto nel suo partito, Italia Viva, dove il povero Marattin è passato da candidato alla segreteria a prossimo defenestrato, se non deciderà di togliere il disturbo senza attendere l’inevitabile.

Anche Renzi, dunque, prende posto nel cosiddetto campo largo. Si attendeva una spiegazione e ieri, in qualche modo, se ne avuta traccia leggendo sul Tempo il nesso della logica renziana. “Il fatto di aver scelto di stare ovunque con il centrosinistra – scrive Renzi – nasce da un dato di fatto. Le Europee hanno dimostrato che il Terzo Polo è irrilevante. E se lo è in una competizione con il proporzionale, immaginatevi cosa potrà accadere in uno scontro a due col maggioritario”.

E subito dopo aggiunge: “A me dispiace molto: ho preso più di duecentomila preferenze personali. Avrei voluto rappresentarle a Bruxelles. Ma l’Italia ama il bipolarismo più di quanto lo amiamo noi. E allora è il tempo della chiarezza. Dunque o si sta con il centrodestra o con il centrosinistra. Noi di Italia Viva abbiamo scelto di stare con il centrosinistra, in modo trasparente e intellettualmente onesto. Porteremo i nostri valori e ci confronteremo sul piano programmatico”.

Ecco, il punto centrale di questo teorema liofilizzato è l’irrilevanza del Terzo Polo, in pratica determinata dal disincanto dell’elettorato. E tuttavia, a stare sul punto, l’elettorato non ha proprio visto alle europee la sagoma politica di questo Terzo Polo: un’offerta frammentata, sempre sull’orlo della polemica tribale tra Italia Viva ed Azione, non poteva che produrre la reazione negativa di una parte non piccola della pubblica opinione. Invece di fare mea culpa, Renzi scarica sull’elettorato il fallimento di una proposta che appariva comunque inconsistente, addirittura fastidiosa per la iattanza del contendere fasullo, sullo stesso terreno, di chi doveva unire e unirsi, per dare un senso al Centro.

È questa l’intelligenza e la responsabilità di chi si vanta di essere al servizio di un progetto ambizioso per l’Italia?

Rai, fare presto. Ma le nomine ballano per contrasti nella maggioranza.

L’obiettivo è chiudere la partita prima della pausa estiva. E’ la mission che dalla Cina, dove è impegnata in una visita ufficiale, Giorgia Meloni ha affidato a chi si sta occupando di sbrogliare la matassa Rai. I tempi a disposizione sono stretti, ma non strettissimi. Sulla carta, insomma, è ancora possibile che Camera e Senato si riuniscano prima dello stop per eleggere, due ciascuna, i quattro consiglieri d’amministrazione di nomina parlamentare. Altri due sono designati dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Economia e un settimo dall’assemblea dei dipendenti Rai.

Tra deputati e senatori continua a circolare l’ipotesi di una seduta ad hoc da tenere mercoledì, che al momento non è però in calendario: prima, quindi, dovrebbero essere convocate le rispettive capigruppo. Se accelerazione ci sarà, insomma, dipenderà dall’esito delle trattative in corso soprattutto all’interno della maggioranza. La questione non è tanto quella dei consiglieri da eleggere: lo schema prevede che uno vada a Fdi, l’altro alla Lega e due all’opposizione. Peraltro, ciascun parlamentare deve scrivere sulla scheda un solo nome e a essere eletti sono semplicemente i più votati, senza quorum.

Tuttavia, subito dopo si aprirebbe il secondo tempo della partita. La legge stabilisce infatti che il presidente venga eletto dal consiglio di amministrazione tra i suoi stessi componenti ma che la nomina debba poi ottenere il placet dei due terzi della commissione di Vigilanza. Questo significa non soltanto che ci dovrà essere una forma di accordo con l’opposizione, ma soprattutto che non ci dovranno essere defezioni all’interno della maggioranza. Con una variabile non da poco: il voto avviene infatti a scrutinio segreto. Ed è esattamente qui che entrano in gioco le trattative all’interno del centrodestra. A Fratelli d’Italia dovrebbe andare infatti l’amministratore delegato, ovvero Giampaolo Rossi, mentre il ruolo di presidente dovrebbe spettare a Forza Italia e il nome è quello di Simona Agnes. La Lega tuttavia rivendica per sé il ruolo di direttore generale (attualmente ricoperto proprio da Rossi). I meloniani però fanno notare che si tratta di una nomina che può anche non essere fatta e comunque si tratterebbe di una figura di fiducia dello stesso amministratore delegato. “E’ come se Salvini – semplifica un esponente di Fdi – volesse imporre alla premier un suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio”. L’idea, nel partito di maggioranza relativa, è che le compensazioni per il Carroccio ci potranno essere quando si tratterà di assegnare i vari ruoli apicali. “Anche perché loro avrebbero già un consigliere”, si sottolinea.

Il nodo resta però appunto quello del voto in Vigilanza, al quale Giorgia Meloni punta ad arrivare senza sorprese. Si vuole insomma evitare quello che successe nel 2018 con l’allora presidente Vincenzo Foa che si vide bocciare la nomina e fu costretto a passare attraverso una seconda votazione. I quell’occasione, raccontano le cronache, conti alla mano era mancato un voto anche dalla sua stessa maggioranza. Il momento nella coalizione, è il ragionamento di Fdi, vede già troppi fronti aperti, “non abbiamo davvero bisogno di una figuraccia del genere”.

Falsi d’autore. Nessuna tecnologia è neutrale.

[…] Nessuna tecnologia è neutrale, insomma. E certamente non si può sostenere, oggi, che gli intenti fraudolenti e manipolatori sono intrinseci a ogni atto comunicativo, rammentando che la più grande falsificazione propagandistica dell’età moderna, gli antisemiti protocolli dei Savi di Sion, risale ai primi anni del ‘900. Sarebbe come dire che un messaggio inviato con WhatsApp non sarebbe poi tanto diverso da uno che viaggiava sui fili del telegrafo.

E qui si arriva al punto nevralgico della questione. I social network non sono cattivi in sé: la polarizzazione delle opinioni e il linguaggio divisivo non sono l’esito inevitabile del loro utilizzo (vale ancora l’esempio del nucleare: con l’uranio si può alimentare di corrente elettrica un ospedale o creare un ordigno di una potenza distruttiva mai vista prima).

Bisogna stare attenti a non confondere la causa con l’effetto. Si rischia di nascondere le profonde radici sociali di quello a cui stiamo assistendo, ovvero l’affermazione del linguaggio d’elezione della grande disillusione, che è la cifra più autentica del ciclo storico sociale attuale: un codice (quello del rancore, della rabbia, della mancata inclusione) che adesso, grazie ai dispositivi digitali, può esprimersi in maniera diffusa e a costo zero, ma le cui motivazioni affondano altrove.

Il nucleo caldo della questione, in definitiva, concerne le narrazioni costitutive dell’immaginario collettivo, ovvero quelle cornici di senso entro le quali le società costruiscono la propria identità e tentano di radicare il proprio benessere. Le grandi narrazioni sono il pane immateriale indispensabile di cui lo spirito si nutre. Ma allo stesso tempo possono rivelarsi delle trappole, quando le narrazioni tradiscono le aspettative che esse stesse hanno generato. Delle narrazioni non possiamo farne a meno, ma c’è sempre il rischio che vengano smentite dalla dura realtà: dalle dinamiche economiche e sociali reali, dalla storia.

Tornano in mente le straordinarie pagine del Grande Inquisitore incluse nel capolavoro di Dostoevskij I fratelli Karamazov, dove si sostiene che la gente cerca sempre il miracolo, il mistero e l’autorità. La metafora fa al caso nostro. Osserviamo con sospetto e sgomento il presunto potere sovrumano dell’intelligenza artificiale, di volta in volta investendo gli algoritmi di paure ingiustificate o di attese realistiche (ci aspettiamo il miracolo); la potenza di calcolo stocastico che ne costituisce l’essenza viene travisata nell’abbaglio di ciò che ai più appare incomprensibile (siamo sedotti dal mistero); ci affidiamo come sonnambuli ai padroni della rete, che detengono saldamente nelle proprie mani le chiavi della nuova tecnologia (ci assoggettiamo all’autorità, affinché ci sollevi dalla responsabilità che il libero arbitrio porta inevitabilmente con sé).

Intanto, mentre il Parlamento Europeo legifera in materia, l’Europa, pur sviluppando tanta sperimentazione nelle università e nei centri di ricerca, resta pericolosamente priva di applicazioni proprie – alternative alle piattaforme americane e cinesi – che ne riflettano la cultura e i valori. Ancora una volta, un vaso di coccio in mezzo a due giganti d’acciaio.

 

Qui il link alle pag 5-8 della rivista 

Dopo la morte dei 12 bambini drusi l’appello degli Ordinari cattolici.

La memoria dei 12 bambini drusi uccisi con “un atto di violenza indicibile” sabato 27 luglio a Majdal Shams va onorata “rinnovando il nostro impegno per la pace e rifiutando ogni forma di violenza. La spirale della violenza deve finire”. È l’appello che l’Assemblea degli ordinari cattolici della Terra Santa ha lanciato in un messaggio di condoglianze diffuso in queste ore [ieri per chi legge, ndr] in cui sull’onda della strage compiuta da un missile caduto su un campo giochi in una delle cittadine druse sulle alture del Golan, sono tornati nuovamente a salire alle stelle i rischi di un conflitto a tutto campo tra Israele ed Hezbollah sul fonte libanese.

L’altra notte vi sono stati dei raid israeliani su postazioni di Hezbollah nel sud del Libano, che hanno provocato la morte di due persone e il ferimento di altre tre. Dal canto suo il movimento sciita libanese – che da ottobre sta conducendo attacchi contro il nord di Israele in solidarietà con Hamas, ma evitando fino ad ora un conflitto aperto – continua a smentire la responsabilità della strage, attribuendola a un cattivo funzionamento dell’Iron Dome, il sistema anti-missile israeliano.

L’altro ieri, intanto, nei villaggi drusi sul Golan si sono tenuti in un clima di rabbia e tensione i funerali di 10 delle 12 vittime. La comunità locale accusa di essere stata abbandonata in questi mesi dal governo israeliano e invoca una reazione durissima nei confronti di Hezbollah. Ma forte è stata anche la contestazione nei confronti dei ministri dell’ultradestra Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, legata anche ai contrasti creati negli ultimi anni con l’approvazione della contestata legge su “Israele Stato nazione degli ebrei”, voluta dalla destra nazionalista e vista dai drusi come un tradimento nei confronti della loro minoranza.

È in questo clima di tensioni e contraddizioni che suonano significative le parole dei vescovi cattolici della Terra Santa. “La perdita di questi bambini è una tragedia indicibile, che lascia un profondo impatto su tutti noi – scrivono -. Esortiamo tutte le parti a cercare la comprensione e il rispetto reciproco, perché da questo dipende il futuro dei nostri figli e delle nostre comunità. Basta con la violenza, l’odio e il disprezzo!”.

“Esortiamo fermamente tutte le parti – continua il testo – ad abbandonare la strada del conflitto e delle armi e a cercare la comprensione e il rispetto reciproco. Il futuro dei bambini e il benessere delle nostre comunità dipendono dalla nostra capacità di trascendere l’odio e di abbracciare i principi della compassione e della coesistenza. Nulla si risolverà con il male delle armi e della guerra! Non lasciamoci vincere dal male, ma vinciamo il male con il bene! (Romani 12,21)”.

“Che il Signore conceda conforto e forza alle famiglie delle vittime – conclude l’Assemblea degli ordinari cattolici della Terra Santa – e che il loro ricordo ci ricordi la preziosità della vita e l’urgenza della pace”.