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Aspettativa di vita in Europa

L’aspettativa di vita in tutta l’UE continua ad aumentare, ma questo porterà a un livello più elevato di domanda per servizi sanitari legata soprattutto all’invecchiamento della popolazione, alla riduzione del numero di persone in età lavorativa che potrebbe generare carenze nel personale di alcune professioni legate alla salute, soprattutto in regioni geografiche specifiche.

La maggiore aspettativa di vita alla nascita secondo EUROSTAT  può essere attribuita a una serie di fattori, inclusi progressi significativi in cure mediche e cure, cambiamenti negli stili di vita e condizioni ambientali, cambiamenti nelle condizioni di  lavoro.

Per quanto riguarda il nostro paese l’aspettativa di vita è tra le più alte del mondo.
Nel 2018, la speranza di vita alla nascita nell’UE-27 era di 81,0 anni. Per le donne 83,7 anni.

 

Pompeo minaccia Francesco: la Santa Sede non insista con la Cina.

Mai prima d’ora un esponente autorevole dell’Amministrazione americana aveva sferrato un attacco così duro alla Santa Sede. Lo ha fatto Mike Pompeo, ex capo della Cia, attuale Segretario di Stato: a suo giudizio Papa Francesco non deve firmare il rinnovo dell’accordo che fu definito due anni fa con la Cina a riguardo della libertà di culto dei cattolici. Non è sufficiente che il Vaticano abbia tenuto una posizione assai prudente, sicché l’accordo in pratica viene prorogato mantenendo la formula “ad experimentum”; per questo il messaggio lanciato da Washington chiarisce che neppure tale soluzione può armonizzarsi, in qualche modo, con la strategia anti-cinese portata avanti da Trump.

Il diktat di Pompeo, anche più aggressivo nei colloqui riservati con il Vaticano, trova compiuta espressione in un articolo appena pubblicato su “First Things”, una delle voci più forti della destra americana. Scrive Pompeo: “A distanza di due anni, è chiaro che l’accordo Cina-Vaticano non ha difeso i cattolici dalle depredazioni del partito, per non parlare dell’orrendo trattamento dei cristiani, dei buddisti tibetani, dei fedeli del Falung Gong, e di altri credi religiosi”. E aggiunge: “Le autorità comuniste continuano a sbarrare le chiese, spiare e molestare i fedeli, e insistono che il Partito è l’ultima autorità negli affari religiosi”. Da ciò, pertanto, deriva l’invito a chiudere le relazioni con la Cina. “La Santa sede ha una capacità unica e il dovere di concentrare l’attenzione del mondo sulle violazioni dei diritti umani, specialmente quelle perpetrate da regimi totalitari come quello di Pechino”. In sintesi: “Quello stesso potere di autorità morale dovrebbe essere usato oggi nei confronti del Partito comunista cinese”.

L’attacco non si ferma qui. Ed ecco le conclusioni: “Se il Partito comunista cinese riuscirà a mettere sull’attenti la Chiesa cattolica e altre comunità religiose, i regimi che disdegnano i diritti umani saranno rafforzati, e il costo della resistenza alle tirannie si alzerà per tutti i coraggiosi fedeli che onorano Dio al di sopra dell’autocrate di turno”. Il tono del discorso, alla stretta, fa apparire Pompeo addirittura nella veste di predicatore: “Prego che, mentre si rapporta con il Pcc, la Santa sede e chiunque creda nella luce divina che illumina ogni vita umana possa ascoltare le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni, “La verità vi renderà liberi”. Naturalmente, a conti fatti, la verità coincide o deve coincidere con il verbo americano.

Non è un invito, quello di Pompeo, ma un atto che scivola in direzione della minaccia. C’è chi sospetta che da paladino del trumpismo istituzionale, espressione del cosiddetto Deep State, egli abbia inteso richiamare i cattolici alla responsabilità di scelte elettorali – manca poco al 3 novembre – che la destra cattolica americana individua nella conferma dell’attuale Presidente. La morale è che una volta si protestava per l’ingerenza della Chiesa nella sfera della politica, oggi viceversa si dirige contro la Chiesa, agitando gli strumenti del potere, una polemica che suona come ingerenza dello Stato. In questo modo l’America, o per meglio dire l’America di Trump, rende più complicato il confronto con la Santa Sede.   

First Things – Articolo di Mike Pompeo 

 

Referendum: il sì, il no, il dopo

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Penso che fin d’ora, una volta che questa sera di lunedì 21 settembre avremo preso atto del risultato referendario sulla riduzione del numero dei parlamentari, quale che esso sarà, se abbiamo qualcosa da dire questo non riguardi la recriminazione del risultato che avremmo voluto rispetto al sì e al no, ma quale debba essere il dopo referendum: perché in un caso e nell’altro, è il dopo il problema da affrontare.

All’interno del percorso in atto fra Costruire insieme, Politica insieme, esponenti di Retebianca, altri soggetti ancora dell’attuale vasto ma frammentato panorama del cattolicesimo politico del Paese in vista della possibile creazione di un organismo unitario, percorso che i primi di ottobre darà vita a una assemblea costituente, per la verità un nuovo passaggio costituente dopo numerosi altri dai quali finora non è scaturito un seguito, chi scrive aveva avanzato, non solo negli ultimi spesso polemici mesi, alcune proposte di lavoro comune. L’ho fatto fino dai tempi di Carta d’Intesa durante le nostre numerose riunioni anche condividendo documenti specifici, nel corso di convegni, sul Domani d’Italia, in un saggio edito da Rubbettino dal titolo La politica impossibile, cattolici alla ricerca dell’ispirazione cristiana.      

Di una di queste proposte torno a parlare perché essa era davvero – e a mio parere resta, come è evidente in queste ore di attesa referendaria – la dimostrazione paradigmatica di ciò che avremmo potuto fare e non siamo riusciti a fare, di ciò che saremmo potuti diventare e non siamo riusciti a diventare: le “schede della democrazia”. Che cosa sono queste schede? Il passaggio da un attivismo politico, pur generoso ma di fatto inconcludente, a una attività politica rigorosa e concludente. 

Non so più quanti documenti sono stati elaborati in questi ultimi tempi, forse anni,  dalle nostre varie associazioni su una varietà di temi, documenti alle  volte estemporanei, altre volte più meditati, ma sfido tutti noi, sulla base di questa montagna di proposizioni, a rispondere con estrema concisione ed efficacia, a queste tre questioni: quale nuova idea di società hanno oggi i cattolici? Quale nuova idea hanno delle istituzioni? Quale nuova idea hanno dello sviluppo del Paese? Perché se abbiamo la pretesa che il nostro apporto alla vita del Paese è, se non addirittura indispensabile, quanto meno prezioso, o almeno utile, dobbiamo sapere spiegare questi tre perché con proposte e iniziative concrete, non con enunciazioni e richiami generali, per non dire generici, a una tradizione e a una cultura cattolica di riferimento. 

Le tre questioni – società, istituzioni, sviluppo – formano nel loro insieme una visione del governo del Paese, ognuna di loro con una vasta articolazione di proprie connessioni interne e internazionali, ma le tre aree organiche di una visione di governo sono queste. Chi scrive ha proposto più volte di scegliere, per ciascuna delle tre aree, alcune questioni emblematiche, e tradurle in altrettante schede della democrazia, secondo uno stesso schema narrativo: il titolo; la descrizione del problema; il suo inquadramento normativo; i diversi orientamenti culturali fra i quali la DSC; la nostra proposta; una bibliografia finale.

Penso, se avessimo fatto una scheda così sul tema del Parlamento, quanto ci avrebbe resi riconoscibili, e magari intelligente riferimento in queste ore confuse e avventurose. Penso a chi di noi avrebbe potuto concorrere: diversi ex parlamentari, Sandro Diotallevi con la sua esperienza di funzionario parlamentare, Giuseppe Ignesti con la sua sensibilità storica, leggete la sua magistrale introduzione ai discorsi parlamentari di Guido Gonella. Sono alcuni nomi di seniores, ma anche tanti altri avrebbero potuto e dovuto contribuire in una ideale redazione di  queste schede la cui stesura richiede le più diverse competenze.

Che cosa avremmo dovuto affermare nella nostra scheda della democrazia rispetto alle prospettive del nuovo Parlamento che è comunque necessario al di là dell’esito referendario, quel dopo che è il problema? Che noi una soluzione l’abbiamo. Che a una ipotesi di monocameralismo come quella che si profila, specie con la tendenza ad azzerare le differenze anche elettorali nella elezione delle due Camere, noi opponiamo quella di un bicameralismo procedurale, che possa trasformarsi nel tempo in bicameralismo differenziato attraverso una sintetica modifica dell’articolo 70 Cost e una conseguente, convergente riforma dei regolamenti di Camera e Senato.

Penso al principio della “culla” di Leopoldo Elia, oggi più che mai attuale. Quando il primo ramo del Parlamento approva una legge il secondo ramo, se non ha riserve di fondo, concorda e la legge diventa definitiva, al posto dell’attuale defatigante “navetta”. E’ un radicale sveltimento del procedimento legislativo, sarebbe una vera svolta. La Camera che si occupa prevalentemente delle scelte legate ai diritti di cittadinanza, il Senato di quelle legate ai territori. Una riforma così troverebbe la conferma in un referendum ex articolo 138 Cost. Il Mulino e Astrid stanno scrivendo pagine interessanti in materia. 

Herbert Simon è un economista, premio nobel nel 1978. Da economista, ma anche da grande osservatore del gioco degli scacchi egli ha elaborato una teoria chiamata della “razionalità limitata” nei processi decisionali. Simon sostiene che le nostre decisioni sono limitate generalmente da tre fattori: la incertezza sulle conseguenze che derivano da ogni alternativa di scelta; la incompletezza delle informazioni in base alle quali decidere; la complessità della scelta da compiere, che ostacola la effettuazione dei calcoli necessari.  

In questi casi, conclude  Simon, più che sulla scelta ottimale si ripiega su quella ritenuta sufficiente, generalmente conservativa della situazione di partenza: quella della razionalità limitata dai tre fattori che abbiano detto. Se osserviamo le votazioni referendarie negli anni in materia costituzionale, vediamo che nel 2006 e nel 2016, gli italiani hanno bocciato le riforme Berlusconi e poi Renzi perché proponevano d un colpo la modifica di metà e oltre della seconda parte della Costituzione. La cosa non era facilmente comprensibile. Sono state sempre condivise invece le proposte di modifica circoscritte e comprensibili: dalla modifica del titolo V nel 2001 alla modifica dell’articolo 68 nel 1993 – l’autorizzazione a procedere dei parlamentari –  a quella dell’articolo 111 sul giusto processo nel 1999, a quella del 2000 della circoscrizione estero delle due Camere, a quella dell’articolo 51 nel 2003 con l’introduzione delle pari opportunità uomo donna, a quella dell’articolo 81 nel 2012 sul pareggio di bilancio.

Noi stiamo andando verso una nuova assemblea costituente i primi di ottobre. C’è un comprensibile clima di euforia, e anche una certa autoreferenzialità da parte dei più diretti organizzatori. Ma prendendo spunto dal referendum sul numero dei parlamentari, se noi ci fossimo presentati fra alcuni giorni con una serie di schede della democrazia, oltreché sul Parlamento, su migranti, sanità, scuola, terzo settore, ambiente ed economia, rivoluzione digitale …, definendo così,  con un nuovo “centone” non propagandistico ma politico la nostra reale posizione su questi temi sensibili della società italiana oggi, e traducendo ognuna di queste schede in specifiche petizioni parlamentari, compresa una proprio sulle petizioni, lo dico a Diotallevi, muovendo dalla posizione di Antonio Rosmini sulla democrazia partecipativa un secolo e mezzo fa – pensiamo da dove veniamo – io credo  che avremmo trovato un ascolto e un interesse diversi da quelli che l’assemblea potrà avere.                                                                                         

Milano si conferma città più “circolare” d’Italia.

Milano si conferma città più “circolare” d’Italia. Medaglia d’argento a Trento e bronzo a Bologna. A stabilirlo è la classifica stilata dai ricercatori del Cesisp, il Centro studi in Economia e regolazione dei servizi, dell’industria e del settore pubblico dell’Università di Milano-Bicocca.

Le città italiane prese in considerazione sono state, in ordine alfabetico, Aosta, Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Roma, Torino, Trento, Venezia e Verona.
I ricercatori hanno individuato cinque cluster rappresentativi – input sostenibili, condivisione sociale, uso di beni come servizi, end of life, estensione della vita dei prodotti – comprendenti a loro volta 28 indicatori di circolarità, tra cui i dati sulla raccolta differenziata e sull’utilizzo dei trasporti pubblici o dei servizi di sharing mobility, il livello di concentrazione di PM10, la diffusione di eco-brevetti e di imprese ascrivibili alla categoria dei green jobs.

Per ogni indicatore è stata stilata una graduatoria parziale delle città, con punteggi da 0 a 10. Infine, la media ponderata dei punteggi parziali ha determinato un indice di circolarità urbana, in base al quale è stata stilata la classifica finale.

Al primo posto è risultata, come nella prima edizione, Milano, città più circolare d’Italia con un punteggio di 7,7 su 10, seconda Trento (7,5), terza Bologna (7,2). “Milano si conferma al primo posto anche grazie a sistemi di trasporto pubblico ramificati e apprezzati, servizi avanzati di car sharing, rete idrica efficiente, elevato livello di raccolta differenziata e alto fatturato delle attività di vendita dell’usato”, spiegano Massimo Beccarello e Giacomo Di Foggia, rispettivamente direttore scientifico e ricercatore del Cesisp.

Se le prime 10 città classificate si collocano geograficamente al Nord o Centro-Nord, le ultime posizioni sono esclusivamente coperte da centri urbani del Sud Italia, con Catania (3,8) e Palermo (3,9) fanalini di coda. Le uniche città del Nord Italia ad avere un punteggio al di sotto della sufficienza sono Genova (5,8 punti), Verona (5,7 punti) e Aosta (5,2 punti).

A stupire i ricercatori non è stato tanto “il divario ormai noto tra Nord e Sud, ma la differenza riscontrata tra Nord e Centro Italia. Le prime città del Centro sono Roma e Perugia che si classificano solamente al 12esimo e 13esimo posto, con un risultato al di sotto della sufficienza, rispettivamente 5,5 e 5,3.

Per la prima volta, poi, la ricerca si sposta sul piano internazionale. Il Cesisp ha messo a confronto la città leader della circolarità in Italia, Milano, con altre grandi metropoli europee: Amsterdam, Berlino, Bruxelles, Copenaghen, Londra, Madrid, Parigi e Praga, utilizzando gli stessi criteri di analisi usati per il contesto italiano. La città più circolare d’Europa è risultata Copenaghen con un punteggio medio di 3,26 su 5. Al secondo posto Parigi (3,21), al terzo Berlino (3,18). Milano è quarta con un punteggio medio di 3,13, lasciandosi alle spalle, tra le altre, Londra e Madrid (sesta e settima).

Roma Capitale: la città laica, la città religiosa (1870-1915)

Sarà dedicato a “Roma Capitale: la città laica, la città religiosa (1870-1915)” il convegno internazionale in programma a Roma,da oggi al 24 settembre prossimi, all’indomani del 150° anniversario della breccia di Porta Pia che ne sancì l’annessione al Regno d’Italia.

L’approfondimento è organizzato e promosso dalla Fondazione Camillo Caetani, in collaborazione con la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, il Centro Studi “Roma 800”, l’Istituto Luigi Sturzo, la Società Romana di Storia Patria, con il patrocinio dell’Università degli studi di “Tor Vergata”.

Accanto allo studio dei processi storici e politici che condussero alla nascita della “città moderna”, c’è l’evoluzione nell’atteggiamento dei cattolici all’indomani della caduta dello Stato Pontificio: “In realtà – spiega il presidente della Fondazione Camillo Caetani, Antonio Rodinò di Miglione – il fenomeno non interessa solo Roma, ma è l’esperienza della Capitale a venire alla ribalta in modo dirompente. Il risultato fu una prima presenza cattolica in Parlamento, a seguito del ‘Patto Gentiloni’ e infine (fuori dai termini temporali del convegno) la partecipazione politica dei primi ministri ‘popolari’ (Giuseppe Micheli all’Agricoltura e Giulio Rodinò alla Guerra) al secondo Governo Nitti”.

Oggi i lavori prenderanno avvio nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio alla presenza della sindaca di Roma.

La Valle d’Aosta accelera la trasformazione digitale

Firmato  tra AgID, Agenzia per la Coesione Territoriale, e Regione Autonoma Valle d’Aosta l’Accordo per i terrori digitali, La Regione avvia così iniziative per conseguire gli obiettivi della propria Agenda digitale e realizzare quelle azioni specifiche previste dalla programmazione regionale pluriennale/annuale di settore. L’intesa punta all’attuazione d’interventi che contribuiscano sia a favorire e accelerare la trasformazione digitale del sistema informativo della Regione, anche con il coinvolgimento degli Enti pubblici territoriali, sia a promuovere lo sviluppo della società dell’informazione per migliorare la qualità di vita dei cittadini.

Due le iniziative progettuali strategiche programmate: l’una, denominata “Data Center Unico Regionale” (DCUR), finalizzata a estendere il raggio di azione dell’iniziativa di razionalizzazione delle risorse ICT e migrazione dei servizi in cloud avviata prevedendo il potenziamento del DCUR in logica business continuity e cyber security; l’altra, denominata “Piattaforme abilitanti per l’accesso ai servizi digitali pubblici – SPID e eIDAS”, mirata all’ampliamento del perimetro dei servizi che si appoggino all’infrastruttura SPID regionale, non solo per i servizi messi a disposizione direttamente dall’Amministrazione regionale, ma anche per quelli forniti dagli enti locali del territorio. Tra gli obiettivi anche l’evoluzione della stessa infrastruttura SPID regionale con l’aggancio al nodo eIDAS italiano per rendere fruibile l’accesso a servizi digitali regionali da parte di cittadini stranieri. AgID affiancherà la Regione Autonoma Valle d’Aosta nell’attuazione delle linee d’intervento attraverso un Piano d’azione che parta dai fabbisogni della PA e si sviluppi su due direttrici principali: offrire supporto alle attività di realizzazione dei progetti programmati nell’ambito dell’Accordo e sostenere le attività volte a favorire la più ampia aggregazione del territorio.

Covid, Fauci: “Ritorno a normalità non prima di Natale 2021”

“Non ho dubbi: ce la faremo. E lo faremo grazie a una combinazione di vaccini sicuri ed efficaci e di politiche sanitarie adeguate”. Lo afferma Anthony Fauci, uno degli scienziati più esperti al mondo di virus e numero uno della White House Coronavirus Task Force , in un’intervista a Repubblica. E aggiunge: “Spero che per il Natale 2021 potremo tornare a una qualche forma di normalità”.

Il tempo per tornare alla normalità, chiarisce dipende “da una serie di fattori. Primo di tutti, il vaccino e la sua efficacia: lo avremo rapidamente e sarà distribuito nel corso del 2021. Quindi: se le persone continueranno a comportarsi in modo adeguato e saranno vaccinate, da qui a un anno cominceremo a esserne fuori. Magari non del tutto in tutto il mondo: questo non potrà accadere prima di quattro anni. Ma sì, ne saremo fuori”.

Fauci avverte: “Ci sono molti vaccini che proteggono al 95-97%, come quello del morbillo che è uno dei più efficaci. Ma dubito che riusciremo mai a mettere a punto un vaccino così efficace contro Covid-19. Ci spero, ma sarei soddisfatto se avessimo un vaccino efficace al 70-75% o giù di lì. Non proteggerà tutti, ma proteggerà la maggioranza. E così il virus non avrà l’opportunità di diffondersi. Andrà benissimo così”.

L’Italia è stata colpita “duramente – aggiunge Fauci – E il banco di prova è ora. Man mano che l’economia riparte, bisogna che tutto sia fatto con grande sapienza. Quello che sta succedendo in Spagna, e per molti versi anche in Francia, è molto preoccupante. L’Italia deve fare attenzione. La ripartenza delle attività deve essere cauta e graduale”.

Ridurre i parlamentari non aumenterà la qualità del Parlamento

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo la prima parte dell’articolo del prof. Renato Balduzzi sulla questione del taglio dei parlamentari. In fondo riportiamo il collegamento alla pagina internet di cattolicanews per visualizzare la versione completa del testo.

«Il problema che abbiamo avuto in questi anni è la progressiva perdita di incidenza e di autorevolezza territoriale da parte dei parlamentari, connessa naturalmente al declino dei partiti. Come ridare ruolo e significato al parlamentare, questo mi pare il problema vero». Renato Balduzzi, docente di Diritto costituzionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica, entra nel merito del dibattito in vista del referendum costituzionale, in programma domenica 20 settembre, da molti semplicemente ridotto alla mera questione di taglio dei costi della politica. «L’ormai famoso euro all’anno per ogni cittadino non mi sembra il cuore del problema. Anche se veniamo da anni di polemica, a volte giustificata, altre volte no, contro la cosiddetta casta, e quindi molti elettori voteranno sulla scia di questo rancore. Dimenticando, forse, di cercare di capire perché la “casta” abbia approvato la riduzione dei propri ranghi».

Professor Balduzzi, è necessaria la riduzione del numero dei parlamentari? «La nostra Costituzione esclude il referendum costituzionale quando la legge costituzionale è approvata in seconda votazione da ciascuna Camera con la maggioranza dei due terzi dei componenti, presupponendo in questi casi la coincidenza tra volontà parlamentare e volontà del corpo elettorale. Sulla legge di revisione tale maggioranza non c’è stata e allora la richiesta di referendum va valutata sotto il profilo della opportunità: a mio parere la campagna referendaria era opportuna per consentire all’elettore di capire le ragioni della riduzione e le sue conseguenze. Constato tuttavia una certa confusione nei messaggi proveniente dal mondo politico e dalla stessa riflessione scientifica, forse specchio dell’incertezza che ha accompagnato le votazioni su questa legge costituzionale e frutto della “solitudine” in cui la legge di revisione è venuta alla fine a trovarsi».

Cioè? «Mi spiego: mentre era chiara la ratio delle tre proposte di legge costituzionale presentate in origine (oltre alla riduzione del numero dei parlamentari, la previsione di forme di referendum propositivo e l’eliminazione del divieto di mandato imperativo), cioè una chiara e drastica presa di distanza dalla democrazia parlamentare rappresentativa, a favore della cosiddetta democrazia della rete (e pertanto l’elettore aveva davanti un quadro comprensibile e avrebbe potuto comprendere meglio le conseguenze dei singoli voti), ora le posizioni sono meno trasparenti, poiché molti sostenitori del sì dicono di farlo per rivitalizzare la democrazia parlamentare… ».

Con meno parlamentari si velocizzano gli iter legislativi? «Non ho mai pensato che il problema italiano sia la lentezza dei procedimenti legislativi. Il nostro Parlamento ha dimostrato più volte celerità, quando le condizioni politiche lo permettono, e d’altra parte continuiamo ad avere molte leggi, anche se molte sono di conversione di decreti-legge. Meno parlamentari assicureranno più qualità della legislazione? Sinceramente, non riesco a dare una risposta affermativa».

Se vince il Sì quali scenari si aprono? «Si dice che sarebbe un segnale per continuare a fare le “riforme”. Il problema è capire quali, e con quali obiettivi. La confusione di queste settimane sulla legge elettorale non aiuta a confidare sulla effettività del segnale. Ancora una volta, dobbiamo constatare che si auspicano cambiamenti costituzionali invece di affrontare i veri nodi, cioè i cambiamenti dei comportamenti del ceto politico, delle relazioni tra i partiti e dentro di essi, e, su queste basi, delle regole del “gioco” politico, cioè legge elettorale e regolamenti parlamentari. Le cronache ci raccontano, ancora in questi giorni, comportamenti riprovevoli, sotto il profilo penale ed etico, da parte di esponenti e gruppi politici».

Qui l’articolo completo

XX Settembre, i cattolici di ieri e quelli di oggi

20 settembre 1870: l’unità d’Italia si realizza pienamente a Roma, in seguito a un atto di forza. Quella fisica, delle decine di caduti in battaglia, soldati del Regio esercito e della gendarmeria Pontificia, e quella simbolica, di una nazione finalmente unita nel suo Stato a prezzo di una guerra contro la propria religione, contro la propria Chiesa. 

Il Papa Pio IX si rifugia in Vaticano e le famiglie nobili a lui vicine chiudono i portoni dei palazzi. E’ l’inizio di una “questione romana” che viene risolta formalmente con i Patti Lateranensi del 1929. Solo con l’affermazione del Partito Popolare italiano (fondato da don Sturzo nel 1919) i cattolici ottengono una rappresentanza nel Parlamento italiano, che oggi si vorrebbe tagliare. 

La storia ci ha allontanato molto dai sentimenti (e dai risentimenti) di allora. Sono cambiate molte vicende e situazioni. La breccia di Porta Pia segna la conclusione di un potere temporale ecclesiastico sconfitto dai tempi, prima ancora che dai bersaglieri.

Un’altra resa, più profonda, subentra in seguito. Gli italiani si arrendono al pessimismo davanti al conflitto di lealtà che divide in coscienza il fedele e il cittadino. Si arrendono alla diffidenza reciproca tra cattolici e laici (quando non anticlericali), agli equilibri di uno Stato laico ma segnato dalla presenza costante e silenziosa del crocifisso. 

Come sembra lontano lo scorso mese di febbraio, quando in un Teatro dell’Opera di Roma gremito, il Presidente della Repubblica dava solennemente inizio alle celebrazioni per i 150 anni di Roma Capitale. 

Oggi il post Covid, la recessione economica e sociale, l’incertezza diffusa, possono farci guardare in modo diverso a un nuovo ruolo pubblico dei cattolici. La cosiddetta “modernità”, con il conseguente percorso di secolarizzazione della cultura e della società, è tornata a interrogare la Chiesa sul suo rapporto con la “città dell’uomo”, spingendola in un cammino di riflessione, affinché l’invito a occuparsi delle vicende pubbliche della polis sia rivolto in primo luogo ai laici credenti.

In questo senso, i cattolici stanno imparando a essere minoranza senza rinunciare alla responsabilità ereditata dalla Storia. In altre parole, stanno imparando a essere “lievito sociale”, come suggerito a più riprese anche da Papa Francesco. Un lievito che agisce all’interno della società civile e che, senza clamore, cerca di trasformarla.

La Breccia di Porta Pia, era il 20 settembre 1870 La presa di Roma concludeva il sogno dell’unità d’Italia

Sono passati 150 anni dalla presa di Roma, un secolo e mezzo! La storia racconta che martedì 20 settembre 1870, si susseguirono per circa cinque ore, in cui si udiva solo l’eco dei cannoni, l’artiglieria del Regno d’Italia che riuscì ad aprire una breccia di circa 30 metri nelle Mura Aureliane capitoline, all’inizio di via Nomentana, chiamata successivamente dal popolo la “Breccia di Porta Pia,” consentendo ai bersaglieri, alla fanteria e a un gruppo di carabinieri di entrare in città : Roma era finalmente italiana.
La presa di Roma fu l’episodio del Risorgimento, che sancì l’annessione di Roma al Regno d’Italia,
decretando la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi. L’anno successivo la capitale d’Italia fu trasferita da Firenze a Roma, era il 3 febbraio 1871.
L’anniversario del 20 settembre è stato festività nazionale fino alla sua abolizione, avvenuta dopo i Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929. Il desiderio, il sogno e l’aspirazione di porre Roma, Città Eterna da oltre 26 secoli, a capitale del nuovo regno d’Italia, era già stato esplicitato in forma determinata da Cavour, in uno storico discorso al Parlamento italiano l’11 ottobre 1860, a Torino.

Nel decennio 1860/70, ci furono preparativi diplomatici: molti, e militari: pochi ma decisivi, per comporre una disputa che tormentava il disegno risorgimentale, quello di avere Roma Capitale del nuovo Regno d’Italia, ed evitare di entrare in conflitto con lo Stato Pontificio.
Ai primi di settembre del 1870, alcuni giorni prima dell’attacco, una lettera autografa del Re Vittorio Emanuele II, venne consegnata a Papa Pio IX ove si esplicitava “l’indeclinabile necessità per la sicurezza dell’Italia e della Santa Sede, che le mie truppe, già poste a guardia del confine, possano avanzare nel vostro territorio, per occupare le posizioni indispensabili per la sicurezza di Vostra Santità e per il mantenimento dell’ordine.”

La risposta del Papa fu essenziale : “ Maestà, mi è stata consegnata dal conte Ponza di San Martino una lettera che a V. M. piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà. Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che V. M. empia di amarezza l’ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principi che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a V. M. per liberarla da ogni pericolo, renderla partecipe delle misericordie onde Ella ha bisogno. Dal Vaticano, 11 settembre 1870.”

Quello stesso giorno il corpo di spedizione italiano fermo in Umbria entrò nello Stato Pontificio marciando verso Roma, si trattava di circa 65000 uomini agli ordini del generale Raffaele Cadorna,
mentre l’esercito pontificio contava 13000 unità ( compresi oltre 5000 volontari di vari paesi europei ) comandate dal generale Hermann Kanzler.

Dopo giorni di attesa (durante i quali si aspettò invano la dichiarazione di resa), la mattina del 20 settembre 1870, l’esercito italiano entrò a Roma attraverso la breccia aperta a cannonate a Porta Pia.
L’irruzione dentro la cinta muraria delle truppe italiane causò nuovi scontri, in diverse parti della città, che si spensero in poche ore, con la resa chiesta dal generale Kanzler .
Le truppe pontificie la sera del 20 settembre si concentrarono nella Città Leonina, che lasciarono poi l’indomani mattina per consegnarsi ai vincitori, dai quali ricevettero l’onore delle armi.
Le perdite furono per il Regno d’Italia 32 morti e 143 feriti; per lo Stato Pontificio 15 morti e 68 feriti, questo fu il prezzo umano per l’annessione della Città Eterna all’Italia.
Fra i tanti aspetti di cronaca, di quel giorno storico, è che tra i partecipanti alla presa di Roma vi fu anche lo scrittore e giornalista Edmondo De Amicis, all’epoca ufficiale dell’esercito italiano che ha lasciato una particolareggiata descrizione dell’evento nel libro “Le tre capitali.”

Il governo del Regno aveva “nei memorandum diramati all’estero”, alle Nazioni Europee, proclamato il diritto dei romani di scegliersi il governo che desideravano, così come era stato fatto per le altre provincie italiane, anche a Roma fu quindi indetto un referendum,per sancire l’avvenuta riunificazione della città con il Regno d’Italia. La domanda posta fu : “Vogliamo la nostra unione al Regno d’Italia, sotto il governo del Re Vittorio II e dei suoi successori.” Il plebiscito si svolse il 2 ottobre 1870. I risultati videro ufficialmente la vittoria dei si, 40.785 a fronte dei 46 no. Il risultato complessivo della Provincia di Roma fu di 77.520 si, contro 857 no. In tutto il territorio annesso i risultati furono 133.681 si, contro 1.507 no.

Sulle ragioni per cui il Papa Pio IX non esercitò un’estrema resistenza sono state fatte varie ipotesi; la più accreditata è l’ipotesi della rassegnata volontà da parte della Santa Sede di mettere da parte ogni ipotesi di una violenta risposta militare all’offesa. E’ noto che l’allora Segretario di Stato, il cardinale Giacomo Antonelli, abbia dato l’ordine al generale Kanzler di ritirare le truppe entro le mura e di limitarsi ad un puro atto di resistenza simbolico.
Pio IX condanno aspramente gli atti conseguenti alla “Breccia di Porta Pia”, con cui la Curia Romana vide sottrarsi il secolare dominio su Roma, si ritirò in Vaticano, dichiarandosi “prigioniero” fino alla morte.

Il Parlamento italiano, per cercare di risolvere la questione, promulgò nel 1871, la Legge delle Guarentigie, che riconosceva alla Santa Sede “ libertà assoluta della Chiesa, indipendenza e riconoscimento dei beni,” ma il Papa non accettò la soluzione unilaterale di riappacificazione proposta dal governo e non mutò il suo atteggiamento.

Nel 1874, Pio IX emanò il celebre decreto “ Non expedit” ( in italiano : non conviene), espresse parere negativo sulla partecipazione dei cattolici italiani alla vita politica.
Queste situazioni vennero indicate e chiamate “la questione romana” e soltanto in età giolittiana ( dal 1903 al 1914), tale divieto sarebbe stato eliminato progressivamente. Il completo rientro dei cattolici “come elettori e come eletti” nella vita politica italiana avvenne nel 1919, con la fondazione del Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo : i cattolici furono presenti nel mondo politico italiano ufficialmente.
La situazione venne sistemata definitivamente l’11 febbraio del 1929, con i Patti Lateranensi, mediante i quali si giunse ad una effettiva composizione bilaterale della vicenda e venne confermato il principio di “libera Chiesa in libero Stato.”

Un particolare significativo si ricorda: in occasione dei festeggiamenti dei 140 anni di Roma Capitale, alla presenza dell’allora Capo dello Stato Napolitano, il 20 settembre 2010, il quale ha pronunciato parole nette sulla centralità della Città Eterna. Era presente, per la prima volta, alle celebrazioni, il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato del Vaticano che dichiarò : “La nostra presenza a questo avvenimento rappresenta un riconoscimento dell’indiscussa verità di Roma Capitale d’Italia, ma anche come sede del successore di Pietro.”

Oggi a 150 anni, da quel famoso giorno, si è ritrovata da tempo, concordia tra le comunità civili e quelle ecclesiastiche, ed è giusto ricordare in una fase in cui, in molti paesi del mondo, si manifestano gravi forme di intolleranza, di fondamentalismo e di fanatismo religioso, le vie del dialogo e del confronto, in tutte le situazioni, devono essere sempre presenti e ricercate.

Election day: seggi aperti

Oggi i cittadini sono chiamati a votare per le suppletive del Senato, il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, il rinnovo di sette Consigli regionali e circa mille Comuni.

Si vota in due giorni: oggi e lunedì 21. I seggi sono aperti dalle 7 alle 23 di oggi e dalle 7 alle 15 di lunedì. Sono 46.641.856 gli elettori chiamati ad esprimersi per il referendum costituzionale e 18.473.922 quelli per le elezioni regionali, che interessano 6 Regioni a statuto ordinario (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto) e 1 a statuto speciale (Valle d’Aosta). Per le elezioni suppletive del Senato della Repubblica, gli aventi diritto al voto sono 467.122 per la Sardegna (Collegio plurinominale 01 – Collegio uninominale 03 Sassari) e 352.696 per il Veneto (Collegio plurinominale 02 – Collegio uninominale 09 Villafranca di Verona).

Le elezioni amministrative interessano, invece, 962 comuni e coinvolgono 5.725.734 elettori. Tra i Comuni figurano diversi capoluoghi di provincia, tra cui Aosta, Arezzo, Bolzano, Chieti, Crotone, Fermo, Lecco, Macerata, Mantova, Matera, Nuoro, Reggio Calabria, Trani, Trento e Venezia, di cui tre sono anche capoluoghi di regione.

Per cinque nuovi Comuni si voterà per la prima volta. Si tratta di Borgo d’Anaunia, Novella, San Michele all’Adige e Ville di Fiemme nella provincia autonoma di Trento e del nuovo comune di Presicce-Acquarica in provincia di Lecce. Il comune di Marcetelli, in provincia di Rieti, è quello con il minor numero di elettori, solo 74, mentre Venezia, con i suoi 200.700 elettori è il più grande.

Le prime schede che saranno scrutinate sono quelle delle elezioni suppletive, il cui spoglio inizierà lunedì subito dopo la chiusura dei seggi. Si prosegue con lo scrutinio del referendum costituzionale e successivamente, senza interruzione, si terrà lo scrutinio delle Regionali. Lo scrutinio delle comunali, invece, viene rinviato dalle ore 9 del martedì.

Austria: l’associazione delle famiglie cattoliche di Vienna per la protezione del clima e del Creato

Fare a meno dell’auto per una settimana, ridurre i rifiuti di plastica ed evitare il cibo nella spazzatura: questo è ciò che Familienverband, l’Associazione delle famiglie cattoliche di Vienna, ha chiesto ai propri aderenti in vista della settimana per la protezione del clima e del Creato dal 21 al 27 settembre prossimi.

L’impegno è quello di dare un segnale importante per fare dei passi concreti per la protezione del clima.

Dopo l’iscrizione alla settimana della protezione del clima, coloro che proteggono l’ambiente riceveranno consigli gratuiti via e-mail sulla protezione del clima nella vita di tutti i giorni e sulla riduzione degli sprechi di plastica e cibo. Un impegno ulteriore quello della diminuzione dell’uso della plastica, del suo invio al riciclo e riutilizzo. Ma importante per l’associazione delle famiglie è anche l’educazione a non buttare nei rifiuti cibo ancora edibile o riutilizzabile, limitando la creazione di scarti organici anche attraverso la creazione di compost organici.

Gli ecobonus per le auto sono già finiti

Gli ecobonus per le auto meno inquinanti sono molto richiesti, e infatti per la seconda volta in due mesi gli incentivi all’acquisto sono terminati prima del previsto.

I nuovi sconti erano partiti solo il primo settembre, ma da diversi giorni quelli destinati per le automobili che inquinano tra i 61 e 110 grammi di CO2 al chilometro sono finiti. E dunque in sostanza lo sono per la maggior parte di macchine motorizzate a benzina o diesel di ultima generazione in vendita, oltre ad alcuni modelli Gpl.

I fondi erano già terminati ad agosto, quando erano stati stanziati dal decreto “rilancio”. E adesso si va esaurendo anche la tranche del decreto “agosto”.

Da inizio dell’anno infatti il governo ha destinato circa 570 milioni di euro agli sconti per le automobili meno inquinanti e visto che il mercato delle elettriche stenta apartire forse i fondi basteranno fino a fine anno.

 

Covid. Nel Lazio test rapidi antigenici anche nei laboratori privati.

Via libera da parte del tavolo tecnico presso la Direzione regionale Salute del Lazio, al documento relativo al test rapido per l’identificazione dell’antigene del virus SARS CoV-2. A seguito del tavolo verrà emanata una direttiva per procedere all’abilitazione al test rapido antigenico delle strutture sanitarie private autorizzate all’esercizio per l’attività di diagnostica di laboratorio con settori specializzati per microbiologia virologia e immunologia “nel rigoroso rispetto delle procedure di contenimento, del corretto utilizzo dei dpi, e nella garanzia di percorsi separati, sul modello di quanto già accade per i test sierologici”.

Verrà inoltre indicata una tariffa calmierata di riferimento (13,94 euro) che dovrà essere esposta al pubblico con l’impegno di prenderne atto.

Referendum: e se perdessimo tutti?

Da qualche giorno mi frulla in testa una preoccupazione: è possibile che perdiamo tutti al prossimo referendum con gravi conseguenze per il nostro futuro?
Si. Mi spiego.
La clamorosa rimonta del NO comunque finisca ha cambiato il significato dell’astensionismo!

Fino a quando si pronosticava una passeggiata trionfale del SI la percentuale dei votanti non aveva un particolare significato politico perché era legittimo pensare che molti – in entrambi gli schieramenti- anche in considerazione delle preoccupazioni pandemiche si sarebbero astenuti considerando “l’inutilità” del voto, atteso l’esito scontato.
Con la rimonta del NO tutto cambia perché ogni voto in entrambi gli schieramenti si carica di utilità estrema.

Di conseguenza la percentuale dei votanti su un tema di rilevanza costituzionale ci dirà quanto del Paese reale è ancora collegato al suo sistema politico.
In una democrazia vitale dovremmo aspettarci il 90%; in una in buona salute almeno il 70%.

Dunque è chiaro che se i votanti scendono sotto il 50% il risultato, oltre il si e il no, sarà chiaro. E cioè che il Paese non c’è più, che tutti abbiamo perso.

Un motivo in più per andare a votare e sappiamo come!
Un caro saluto a tutti. Ci risentiamo lunedì pomeriggio.

Rappresentanza ed equilibrio politico: domande per il domani

Assistendo al confronto fra Damilano e Travaglio a DiMartedì ho avuto una strana sensazione. Come se il primo si stesse scusando con il secondo, avendone reverenza o anche paura, quasi dicendo “stavolta non posso proprio tacere purtroppo”. È questa timidezza che mi ha colpito. Le ragioni del No erano esposte in modo troppo posato e soprattutto sconfortato. In effetti avere dalla propria parte il 3% del parlamento demoralizzerebbe chiunque.

Inoltre, il problema di sistema che ci ha portato a questa paradossale autodistruzione della rappresentanza non mi sembra circoscrivibile a una causa univoca e ancor meno a un singolo colpevole (il M5S è sintomo di un problema più grande), tanto che, comunicativamente, quasi non esiste uno schieramento compatto per il No contro uno schieramento compatto per il Sì.

Ciò detto, e sperando in un riscatto miracoloso del buonsenso popolare, si potrebbero azzardare prospettive sul futuro. Dal risultato del referendum potrebbero chiarirsi alcuni elementi di questa confusione diffusa, presentando urgentemente alcune domande:

    • I Cinquestelle hanno ancora quella legittimazione popolare da cui sono nati, che vedeva nella lotta alla casta l’obiettivo primario? Anche in caso di vittoria, sarà risicata (e magari favorita dal centrodestra) o un risultato plebiscitario? (Se vince il sì, vince 60/40 o 80/20?
    • Alla luce dei diversi risultati (vittoria/sconfitta di misura/sconfitta schiacciante), il fronte del No, cioè quello che al momento reclama (voce nel deserto?) una politica come competenza e arte di governo, saprà riorganizzarsi in forme politicamente utili? Calenda, Bonino e i dissidenti di PD e Forza Italia faranno qualcosa di concreto o continueranno ad essere involontari complici di uno stallo politico a ribasso? In questo scenario, come si collocano, se esistono, i cattolici?
    • Prima della politica, la comunicazione, (cioè Damilano, ma anche Floris ad esempio, che continua a dare spazio al lucidissimo delirio di Travaglio) si renderà conto delle gravi responsabilità che continua ad avere nel continuare a distogliere l’attenzione pubblica dalle domande giuste, facendo cercare colpevoli invece che soluzioni? Si ricucirà insomma quel baratro che esiste fra rappresentanti (domani forse pochissimi) e rappresentati? Anche qui, i cattolici sono chiamati a una responsabilità speciale.

La domanda sulla rappresentanza, da troppo tempo rimandata, si riproporrà con una forza e con modalità difficilmente prevedibili, qualsiasi sia il risultato.

Un corridoio per Putin. Perché appoggia ancora Lukasenko

C’è un punto, nella vicenda relativa al sostegno che Putin sta ancora garantendo al decadente dittatore bielorusso Aleksandr Lukasenko, che sinora non è stato adeguatamente evidenziato da osservatori e commentatori mentre invece riveste un’importanza straordinaria ed è pertanto ben noto a ogni analista, ad ogni esperto della materia. E, soprattutto, è ben noto all’Alleanza Atlantica.

Il punto si chiama “Suwalki Gap”: un corridoio di sole 70 miglia che divide da sud a nord la Polonia dalla Lituania ma soprattutto che, da est a ovest, collega la Bielorussia con Kaliningrad, enclave russa adagiata sul Mar Baltico.

Il timore, quasi un’ossessione, che agita da tempo i sonni dei militari e di qualche politico occidentale attento alla geografia è il rischio, nient’affatto teorico, che un giorno un significativo contingente militare russo occupi in brevissimo tempo questo corridoio strategico, isolando così i tre Paesi Baltici dal resto dell’Europa senza dare possibilità di alcuna reazione immediata al contingente NATO dislocato in Polonia. Tre Paesi che, come ben sappiamo, erano parte dell’Unione Sovietica e sono oggi membri UE. Non v’è dubbio alcuno, anche se non se ne parla, che nell’appoggio garantito a Lukasenko il Suwalki Gap giochi un ruolo rilevante.

Beninteso, si tratta di un’ipotesi estrema, oltre che drammatica per gli sviluppi militari che potrebbe comportare. Resta però il fatto che al Quartier Generale della NATO essa è tenuta nella debita considerazione. E che pure nelle alte sfere degli Stati baltici interessati essa è considerata alla stregua di un evento altamente improbabile ma non impossibile. Che richiede quindi adeguate contromisure da definirsi in sede di Alleanza Atlantica. Anche perché dopo la Crimea e dopo l’Ucraina orientale le mire di Mosca verso il Baltico e i suoi piccoli ma dinamici Stati sono abbastanza evidenti. Non sino al punto da far scoppiare una guerra, ovviamente. Ma è meglio osservare le cose con attenzione, si sostiene nelle capitali baltiche.

Il che ci conduce ad una delle ragioni di un sostegno esplicito da parte di Putin che, visto da altre angolazioni può apparire anche controproducente e comunque superato, comprensibile nella prima decade del secolo nuovo ma non più ora. Il dittatore ha fatto il suo tempo, e le manifestazioni popolari di queste settimane lo testimoniano appieno. Ora il suo disconoscimento ufficiale da parte dell’UE lo indebolirà ulteriormente. L’economia, già non florida, perderà altri punti e il malcontento popolare non potrà che crescere. Attenzione: la Bielorussia non è l’Ucraina. La vasta pianura che anticipa a occidente la vastissima pianura russa è abitata da una popolazione amica dei russi, ad essi affatto ostile. Un’irruzione poliziesco-militare di Mosca a “sostegno rafforzato” di Lukasenko determinerebbe un radicale cambio di feeling presso i cittadini bielorussi. E questo alla Russia, e a Putin, non conviene. Al tempo stesso è per lui esiziale mantenere questa sorta di protettorato economico-militare esercitato su Minsk in tutti questi anni. Non solo, ma anche per via del Suwalki Gap.

Referendum: “Politica Insieme”, votare No e varare subito la proporzionale.

Riportiamo la nota apparsa ieri su alcune agenzie di stampa tra cui l’Agi.

Votare No al referendum sulla riduzione dei parlamentari e procedere con il rapido varo della legge elettorale proporzionale. A chiederlo è un gruppo di intellettuali aderenti a Politica Insieme, l’associazione nata per superare la diaspora dei cattolici in politica.
“Il taglio lineare del numero dei parlamentari, soprattutto se operato al di fuori di un progetto di revisione organica della Costituzione, mette in pericolo la struttura delle istituzioni e umilia quel Parlamento che la Carta indica come il cuore pulsante della libertà e della democrazia”, scrivono, “dire no a questo salto nel buio deciso per questioni di sopravvivenza ed interessi di bottega è un dovere politico quanto morale”.

Al tempo stesso, sostengono i firmatari del documento, “è il momento di dare nuova linfa al sistema politico favorendo l’emergere di energie fresche, attraverso una legge elettorale proporzionale che restituisca alle Camere piena rappresentatività ed al Paese quello spirito di unità sostanziale in un periodo che sarà caratterizzato dalla ricostruzione post Covid”.

Come sopravvivere alla crisi economica

Dopo l’arrivo del coronavirus ci siamo ritrovati, come descritto da molti operatori esperti, in una condizione simile a quella derivata dalla Seconda guerra mondiale.

Nell’ultimo semestre, molte aziende hanno chiuso e gli economisti prevedono che molte altre lo faranno nel 2021.

Anche se alcune piccole aziende, sono emerse più forti dalla pandemia.

Entrambe le esperienze costituiscono la mappa che gli imprenditori dovranno necessariamente seguire per ripensare (o riorientare) il proprio modello di business se vogliono sopravvivere nell’era post-covid.

Ma quali sono i punti cardinali di questa mappa?

Lo scorso gennaio, il World Ecomic Forum ha pubblicato uno studio che rileva che nel prossimo decennio le spedizioni urbane aumenteranno del 78% a causa della penetrazione dell’e-commerce rispetto al commercio tradizionale.

Proprio per questo più che costruire un’azienda forte, la tendenza che definisce la nuova normalità è quella di promuovere un modello di business flessibile (per il capo e i suoi lavoratori) che sappia adattarsi in breve tempo alle nuove esigenze del mercato.

Un modo di lavorare che, sarà essenziale per gestire l’incertezza che è annessa a covid-19.

Ma i cambiamenti arriveranno anche dall’esterno. Sarà necessario un cambio delle filiere. Le restrizioni su alcune frontiere hanno già portato le grandi aziende a cambiare la loro rete di produttori con una più locale. Per Joerg Wuttke, presidente della Camera di commercio dell’Unione europea in Cina, ampliare la scelta dei fornitori, anche se così facendo aumenta i costi e riduce l’efficienza, è una lezione di redditività a lungo termine che migliaia di aziende stanno imparando dal pandemia.

Il problema con la rete dei fornitori risiede però nella logistica. Un settore di cui, nessuno si è preoccupato finché le cose non hanno iniziato ad andare storte .

“In un’epoca in cui a gran parte della popolazione mondiale veniva detto di non avventurarsi oltre la porta di casa, abbiamo assistito a poco più che brevi incidenti nella fornitura di farina, pasta o carta igienica. È stato straordinario, vedere come sono state resilienti le catene di fornitura al dettaglio “, ha scritto l’economista Harford a giugno sul Financial Times. Una tendenza che continuerà nei prossimi anni. Pertanto, avere una società di consegna sicura e affidabile è diventato più che mai essenziale per tutte le imprese, anche per i piccoli negozi di quartiere, che hanno visto in Internet un canale per sopravvivere a questa crisi.

Proprio per questo nell’ultimo semestre, gran parte del pianeta ha seguito un corso intensivo sull’e-commerce e sul telelavoro. I dati del suo successo sono palpabili: le vendite su Internet sono cresciute del 67% nel secondo trimestre del 2020 (secondo l’ultimo report del business manager internazionale Salesforce) e il servizio di videochiamata Zoom è passato, in un solo anno, da 10 milioni di utenti giornalieri a 200 milioni.

Queste cifre indicano quanto sarà importante a breve termine per un’azienda (grande o piccola) avere queste strutture per sopravvivere.

Ma non bisogna credere che avere un web store sia sufficiente. Il mantenimento di un buon livello di vendita richiede un buon sistema logistico per lo stoccaggio delle merci e una società di consegna che consegni il prodotto in modo rapido e senza problemi. D’altra parte, la comunicazione con il cliente (sia per consigliarlo che per risolvere eventuali problemi) deve essere essenziale per garantirne la fedeltà.

Mentre per quanto riguarda le società la realtà del lavoro da casa si è rivelata redditizia: i costi delle infrastrutture sono stati ridotti e il tempo viene meglio gestito.

E così come è sempre successo in tutte le crisi, l’ingegnosità nel creare nuovi modi di vendere o comunicare è diventato un vantaggio. La creatività ha già permesso a molte aziende di ripensare a nuovi modi di produrre con il monitoraggio remoto e l’integrazione di robot, e persino di risolvere la sfiducia dei clienti dovuta alla paura di essere infettati in un’attività fisica. Alcuni ristoranti forniscono all’ingresso dei propri locali informazioni sui propri protocolli di pulizia. Un gesto di rispetto in più per fidelizzare il cliente.

Insomma, per superare la crisi, non servirà solo fantasia e denaro, ma una visone più tecnologica e strategica del cambiamento, ormai, avvenuto.

Piemonte e Valle d’Aosta aprono le porte alla cultura

Si svolgerà nel fine settimana tra oggi e il 20 settembre la sesta edizione di “Cultura a porte aperte”, iniziativa grazie alla quale saranno visitabili circa 600 luoghi d’arte sacra in Piemonte e Valle d’Aosta.

L’apertura straordinaria coinvolgerà monasteri, chiese, pievi, santuari e musei che fanno parte del circuito di “Città e cattedrali”, progetto di valorizzazione ideato da Fondazione Crt e dalle diocesi di Piemonte e Valle d’Aosta. Protagonisti di “Cultura a porte aperte”, spiega una nota, sono gli oltre 2.000 volontari culturali che nel corso di tutto l’anno garantiscono la fruizione e la valorizzazione dei beni ecclesiastici, luoghi carichi di storia e arte, organizzati in itinerari di visita geografici e tematici.

Il progetto, avviato nel 2018, consente l’ingresso autonomo in 23 luoghi di culto visitabili aprendo la porta tramite smartphone.

La visita è arricchita da un sistema di guida composto da musica, luci e narrazione in tre lingue. Il programma completo di “Cultura a porte aperte” è disponibile su www.cittaecattedrali.it.

Consumi: arriva l’olio nuovo ma crolla la produzione Made in Italy

Scatta in anticipo per il caldo la raccolta delle olive in Italia con l’arrivo del primo olio nuovo Made in Italy del 2020, particolarmente atteso in un anno segnato dall’emergenza coronavirus che ha sconvolto produzione e mercati. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti, Unaprol e Ismea in occasione del via alla raccolta delle olive in Italia con la prima spremitura della Penisola in Sicilia, a Chiaramonte Gulfi (Ragusa), nel Frantoio Cutrera dove è stato presentato il rapporto “L’olio italiano al tempo del Coronavirus”. Secondo le prime previsioni, la produzione di olio extravergine d’oliva in Italia vede un calo del 22% causato principalmente dalle anomalie climatiche, dal maltempo alla siccità, che hanno colpito soprattutto le regioni del Sud, senza dimenticare gli effetti della Xylella che ha di fatto devastato gran parte degli uliveti del Salento, in Puglia.

Anche se bisognerà fare i conti con il clima, che ha favorito una maturazione precoce delle olive al Sud, e con l’andamento delle piogge e delle temperature nei prossimi mesi, si stima – sottolinea la Coldiretti – una produzione nazionale di circa 287 milioni di chili rispetto ai 366 milioni di chili della campagna precedente. A pesare è il crollo dei raccolti nelle regioni del Sud – sottolinea Coldiretti –, a partire dalla Puglia, dove si concentra circa la metà dell’intera produzione nazionale, mentre nel Centro Nord i numeri sono un po’ ovunque in netto aumento.

L’avvio della raccolta rappresenta un momento importante dal punto economico ed occupazionale per una filiera che – precisa la Coldiretti – conta oltre 400 mila aziende agricole specializzate in Italia ma anche il maggior numero di oli extravergine a denominazione in Europa (43 Dop e 4 Igp), con un patrimonio di 250 milioni di piante e 533 varietà di olive, il più vasto tesoro di biodiversità del mondo. Ma l’olio italiano è anche il simbolo della Dieta Mediterranea che si è classificata come migliore dieta al mondo del 2020 su 35 regimi alimentari presi in considerazione da U.S. News & World’s Report’s, oltre che uno dei prodotti Made in Italy più conosciuti al mondo.

A livello mondiale il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (Usda) – rileva Coldiretti – stima una produzione complessiva di poco più di 3 miliardi di chili, in leggero calo nel confronto con la campagna precedente. Ma se si guarda ai principali concorrenti dell’Italia, la situazione è variegata con la Spagna che dovrebbe produrre tra 1,4 e 1,5 miliardi di chili di olio d’oliva, in aumento rispetto agli 1,25 miliardi dello scorso anno, mentre la Grecia si collocherebbe sui 200 milioni di chili, in calo rispetto ai 300 mln di chili del 2019. In calo anche la produzione in Tunisia.

Il calo produttivo colpisce un settore che ha già pagato – ricorda Coldiretti – un conto salatissimo all’emergenza Covid. A pesare è stato soprattutto il crollo delle vendite per la chiusura del canale della ristorazione, che rappresenta uno sbocco importante per l’olio Made in Italy. Ma la pandemia fa sentire i suoi effetti anche con la necessità di garantire una raccolta sicura con il rispetto rigoroso delle norme anti contagio.

A incidere sulle imprese olivicole italiane è stato anche il crollo del 44% dei prezzi pagati ai produttori, scesi a valori minimi che non si registravano dal 2014. Un trend causato – accusa Coldiretti – dalla presenza sul mercato mondiale di abbondanti scorte di olio “vecchio” spagnolo, spesso pronto a essere spacciato come italiano a causa della mancanza di trasparenza sul prodotto in commercio, nonostante sia obbligatorio indicare l’origine per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Regolamento comunitario n.182 del 6 marzo 2009.

Ma i pericoli arrivano anche a livello internazionale dalla diffusione di sistemi di etichettatura fuorviante, discriminatori ed incompleti, dal traffic light inglese al nutriscore francese, che – sottolinea la Coldiretti – finiscono per mettere il bollino rosso ed escludere paradossalmente dalla dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta. Si rischia – precisa la Coldiretti – di promuovere cibi spazzatura con edulcoranti al posto dello zucchero e di bocciare elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva considerato il simbolo della dieta mediterranea.

Con l’82% degli italiani che con l’emergenza coronavirus sugli scaffali cerca prodotti Made in Italy per sostenere l’economia ed il lavoro del territorio, il consiglio è quello di diffidare dei prezzi troppo bassi, guardare con più attenzione le etichette e acquistare extravergini a denominazione di origine Dop e Igp, quelli in cui è esplicitamente indicato che sono stati ottenuti al 100 per 100 da olive italiane o di acquistare direttamente dai produttori olivicoli, nei frantoi o nei mercati di Campagna Amica dove – ricorda la Coldiretti – è possibile assaggiare l’olio EVO prima di comprarlo e riconoscerne le caratteristiche positive.

“Per sostenere la ripresa del settore servono provvedimenti immediati con massicci investimenti pubblici e privati – ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini -, a partire da un piano straordinario di comunicazione sull’olio che rappresenta da sempre all’estero un prodotto simbolo della dieta mediterranea”.

“Un intervento importante sarebbe anche l’estensione del pegno rotativo dai soli prodotti Dop e Igp a tutto l’olio extravergine d’oliva 100% italiano – ha sottolineato il presidente di Unaprol David Granieri -. Ma più in generale occorre promuovere la grande qualità dell’olio extravergine Made in Italy ed è in tale ottica che abbiamo promosso assieme a Coldiretti la Fondazione Evoo School, la prima scuola per diffondere la conoscenza e promuovere la cultura gastronomica dell’olio extravergine fra i consumatori e formare professionisti e imprese”.

“Il settore dell’olio d’oliva ha evidenziato una buona capacità di tenuta alla crisi sanitaria”. Ha dichiarato Raffaele Borriello Direttore Generale dell’Ismea. “Alla maggior domanda da parte della Gdo si è aggiunto un export piuttosto dinamico che ha parzialmente mitigato le perdite dovute al fermo della ristorazione. Nei primi sei mesi del 2020, la maggior domanda estera di olio imbottigliato è arrivata soprattutto dagli Usa (+28) e dalla Francia (+42%) e, caso raro per il settore, abbiamo avuto una bilancia commerciale in attivo. Le previsioni per la campagna appena avviata sono di una flessione produttiva accompagnata però da un buon livello qualitativo del prodotto. La minore disponibilità di prodotto nazionale e la contrazione delle scorte stimata dalla Ue, potrebbero aiutare un recupero dei prezzi, fortemente penalizzati per tutta la campagna 2019-2020. Una rivalutazione dei listini dei nostri extravergini – ha concluso Borriello – passa anche attraverso una maggiore conoscenza e apprezzamento da parte del consumatore italiano del nostro patrimonio di oli di qualità. A questo scopo l’Ismea è impegnata in una campagna di comunicazione promossa dal Ministero delle Politiche agricole e che vedrà proprio negli ultimi mesi dell’anno un grande dispiegamento di azioni e risorse per valorizzare presso il grande pubblico questo prodotto simbolo del Made in Italy.”

Bisognerebbe avere sempre un saturimetro a casa

“Per il rapporto costi-benefici, credo sia conveniente tenere in casa un saturimetro. Dovrebbe diventare come il termometro, tutti ne hanno uno in casa”. Lo ha spiegato Luca Richeldi, direttore dell’Uoc di Pneumologia del Policlinico Gemelli Irccs di Roma e componente del Comitato tecnico-scientifico sull’emergenza coronavirus, ospite di ‘SkyTg24’ rispondendo alla domanda sull’utilità di avere in casa un saturimento.

Il virus di Covid-19 “colpisce i polmoni – ha ricordato – e diciamo che il primo allarme che ci dice che sia il caso di cercare aiuto in ospedale è quello di una diminuzione della saturazione dell’ossigeno, certamente sempre sotto controllo del proprio medico. Ma il saturimetro ci consente di comunicare al medico un elemento numerico in più che può essere prezioso”.

Guido Bodrato per il NO al Referendum Istituzionale

Chi si attendeva un Sì plebiscitario al “taglio dei parlamentari”, ha voluto abbinare il voto per il referendum a quello per le Regioni, nel timore di una clamorosa astensione (anche se in questo caso la validità del voto non dipende dalla percentuale degli elettori). E ora cerca di evitare un dibattito che potrebbe favorire il No.

Sui quotidiani si discute più delle presidenziali americane che di una riforma che potrebbe stravolgere la rappresentanza parlamentare in Italia. Il PD, che per tutto l’iter parlamentare della riforma aveva votato No, a difesa della centralità del Parlamento,
quando si è trattato di varare la “svolta”, dalla maggioranza giallo-verde a quella giallo-rossa, ha subìto il diktat dei 5Stelle, sperando di condizionare il voto al referendum con
l’impegno ad approvare «prima di quel voto» una legge elettorale “proporzionale”.
Quando, pochi giorni fa, sugli schermi televisivi compare l’annuncio di Palazzo Chigi sulle elezioni del 20 settembre, sulle pagine dei giornali dominano ancora altri argomenti. Il 5 agosto è sembrato che la Repubblica, avesse infranto la congiura del silenzio, pubblicando in prima pagina questo titolo: Zingaretti lancia un ultimatum sulla legge elettorale.

Con scetticismo, ho commentato: «Questo ultimatum cadrà nel vuoto; stiamo ormai precipitando verso il referendum e il paracadute del proporzionale potrebbe non aprirsi». Quel giorno il Corriere della Sera è stato a guardare, e La Stampa ha dedicato all’ultimatum un corsivo avvelenato: anche Zingaretti si era detto favorevole al maggioritario.

Il giorno dopo i quotidiani hanno registrato le reazioni dei 5Stellati: «Ci sono problemi più importanti per il Parlamento»; «Della legge elettorale si discuterà dopo il referendum». E il 7 agosto, Di Maio ha risposto a Zingaretti con parole che ricordano lo «stai sereno» di Renzi a Letta: «Discutete pure del taglio dei
parlamentari, la storia non si ferma». E il “governatore” Bonaccini, dichiara al Corriere: «La politica non discuta di regole, anche se importanti, mentre le aziende chiudono». Con l’incipit di questa intervista Bonaccini si è smarcato dal segretario del PD anche
sulla questione referendaria: «Io che i populisti li ho battuti, dico sì al taglio dei parlamentari». In realtà ci sarebbe da discutere su questa affermazione: quando abbiamo commentato l’esito delle elezioni regionali, gli abbiamo riconosciuto di avere amministrato bene l’Emilia Romagna, e di “averci messo la faccia” nella polemica elettorale… Tuttavia non si può ignorare il contributo dato dalle “sardine” all’esito di quel “braccio di ferro” tra democraticie populisti.

E non si può dimenticare che nei comuni rurali e di montagna dell’Emilia-Romagna la
candidata di Salvini aveva conquistato la maggioranza dei voti. Il fatto è che la “personalizzazione” è dilagata, non ha confini politici… Continua il silenzio dei
media, mentre sui social si registra una qualche presenza di quanti sono contrari al referendum: “IoVotoNo”. E io twitto: «Il maggioritario fa rima con potere e con presidenzialismo; il proporzionale con pluralismo, anima della democrazia e della centralità del Parlamento.

Tuttavia, chi, anche a sinistra, non è stato tentato… alzi la mano. Dal giacobinismo è fatale che si scivoli nel bonapartismo». E ho aggiunto: «La proporzionale allo statu nascendi comportava che gli elettori scegliessero tra i candidati chi votare. Contro le
preferenze, considerate responsabili della degenerazione della politica e infine
della partitocrazia, si è accanito nel ’90 il referendum Segni. Conclusione: la
La fine del maggioritario partitocrazia senza partiti, i nominati».

E ho precisato: «Non a caso i nemici del Parlamento e della democrazia, vorrebbero cancellare dalla Costituzione la norma “senza vincolo di mandato”, per avere un’assemblea di sudditi… e un Capo con pieni poteri, eletto dalla piazza».

Anche per queste ragioni, per difendere la centralità del Parlamento, il 20 settembre voterò No, poiché il taglio dei parlamentari è una minaccia per il pluralismo, garanzia di democrazia; è una minaccia per la democrazia liberale. Penso, tuttavia, che sia necessaria una riflessione sull’importanza del “contesto” nel quale si sono affermate la tendenza alla personalizzazione della politica e una riforma di stampo sovranista che apre le porte alla “democratura”.

Su queste questioni manca una riflessione politica del Partito democratico, manca una visione che dovrebbe riguardare, in primis, l’identità del partito. Qual è “il contesto” nel quale si colloca la linea politica del PD, quale il suo rapporto con il sistema elettorale? Finalmente sabato 8 agosto ho letto su Avvenire che alcuni cattolici democratici del PD hanno deciso di votare No, contro una scelta populista che rischia di colpire al cuore la Costituzione; e domenica ho letto sull’Espresso un articolo di Gianni Cuperlo che motiva la sua scelta per il No.

A conclusione del suo intervento Cuperlo indica finalmente per quale motivo il PD ha sopportato un silenzio, un rinvio, che lo ha seriamente indebolito: «Dicono gli esponenti di punta dei 5Stelle che la scelta del No romperebbe gli accordi, sancirebbe la fine dell’esperienza di governo e forse della legislatura. Quanto al governo – dice Cuperlo – sono dell’idea che non accadrebbe…».

E allora il 20 settembre voterò No “per difendere la Costituzione”. Se la politica è rischio e coraggio, e i “democratici” non dimostrano di avere coraggio in questa circostanza, quando mai lo dimostreranno?

Cattolici, il dovere della chiarezza.

Il contributo, importante e significativo, degli amici Dellai e Olivero ci permette di fare qualche riflessione marginale attorno al tema che da sempre ci appassiona, e cioè l’impegno politico dei cattolici nella società contemporanea. Il tema è antico ma sempre attuale e moderno come, ancora una volta, ci hanno ricordato gli amici succitati.
Ora, senza entrare nel merito delle riflessioni avanzate sulle colonne del Domani D’Italia, credo che valga la pena ricordare almeno 3 titoli a margine di questo dibattito interessante e destinato, comunque sia, ancora a coinvolgere la vasta ed articolata area cattolica italiana nei prossimi anni.

Innanzitutto speriamo che il tentativo innescato dal prof. Zamagni sia quello che, finalmente, approdi a qualche risultato concreto e tangibile. Anche perchè, sotto questo aspetto, sono ormai decine e decine i tentativi elaborati e puntualmente falliti dopo l’esaurirsi della esperienza cinquantennale politica e culturale della Democrazia Cristiana. Tentativi nati da una passione sincera e disinteressata dei vari protagonisti e che, purtroppo, si sono progressivamente arenati nel loro travagliato cammino. Probabilmente perchè mancavano le condizioni basilari, in entrami i campi politici di riferimento, per dare una ossatura politica, ideala, culturale e organizzativa adeguati.
In secondo luogo la collocazione politica di questa virtuale e possibile nuova esperienza politica.

Certo, la nostra tradizionale, se non storica, collocazione resta quella di essere una esperienza di centro. Cioè declinare una politica di centro, collocati al centro ed interpreti di una concezione temperata e mite della politica, per dirla con Mino Martinazzoli. Ma nell’attuale contesto politico italiano ed europeo, essere solo collocati al centro forse non è più sufficiente. O meglio, forse non coglie la specificità di questa difficile e complessa fase storica che attraversa il nostro paese. Per uscir di metafora, la destra e la sinistra esistono ancora.

Sono due categorie politiche e culturali, programmatiche e sociali che, piaccia o non piaccia, continuano a condizionare e a segnare l’evoluzione e il cammino della politica italiana. E di fronte a questo quadro una scelta andrà fatta. Consapevole, se volete, difficile, complessa, ma comunque andrà fatta. Perchè nulla può essere casuale o legato solo alle convenienze contingenti che possono sfociare nel trasformismo.

In ultimo l’unità di questo mondo. Certo, il pluralismo politico è un dato acquisito e ormai consolidato per la storia, seppur accidentata, del movimento cattolico italiano. Ma una esperienza politica di ispirazione cristiana, riformista e democratica, non può – almeno a mio parere – continuare a nascere nella divisione e nella cronica frammentazione.

Perchè questo è il tarlo corrosivo che, di fatto, rischia di bloccare alla nascita qualunque sforzo, peraltro encomiabile, di dar vita ad un uovo soggetto politico.
Ecco, ho voluto richiamare solo tre titoli, senza entrare nel dettaglio, per arrivare ad una conclusione: i cattolici democratici e popolari continuano ad essere decisivi per la qualità della nostra democrazia e per la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Ma l’apporto decisivo dei cattolici democratici e popolari non può fare a meno di uno strumento politico organizzato. Purchè sia unitivo, inclusivo, plurale e politicamente solido. Nell’attesa, che continui il dibattito…

Colmare un vuoto di rappresentanza politica

Riportiamo la parte iniziale dell’articolo di Dellai e Olivero con il link per la lettura del testo integrale. Ci scusiamo per l’inconveniente che ieri ha causato un malinteso, non per responsabilità degli autori, né per malizia dei più diretti interlocutori – i nostri amici di Politica Insieme. La condotta editoriale de “Il Domani d’Italia” si vuole caratterizzare, del resto, per la correttezza nel trattamento degli articoli che s’intende pubblicare. Nell’editoriale di Giorgio Merlo, riportato in questo numero del giornale, si fa esplicito riferimento alla nota congiunta qui riproposta nei termini suddetti.

Ci pare doveroso dare il nostro contributo alla discussione sugli sviluppi possibili dell’iniziativa assunta da Stefano Zamagni e dai molti sottoscrittori – noi compresi – del suo Manifesto.

Abbiamo appreso la diversità delle posizioni dentro il mondo che a vario titolo e con varie modalità si riconosce nello spazio pregevole del Domaniditalia.

Non abbiamo certezze assolute. Ogni scelta, in un contesto come quello attuale, comporta rischi e incognite non di poco conto. L’esperienza degli anni che ci stanno alle spalle lo dimostra.

Tuttavia, ci pare che il tentativo di individuare uno sbocco politico alle tante riflessioni che da mesi connotano un parte importante del nostro mondo di riferimento culturale sia da incoraggiare.

Qui l’articolo completo 

Counseling psicologico. Quando abbiamo bisogno di un aiuto?

Nei tempi odierni l’uomo è ancora in grado di chiedere aiuto al prossimo? Prima di analizzare questo primo quesito, è opportuno domandarsi quando effettivamente l’uomo ha bisogno di aiuto.

Effettivamente, ci sono varie forme di “richiesta” di aiuto. Molto spesso è celato, indiretto; basti pensare al nostro corpo, dotato di una proprietà dì linguaggio indiretto. Molto spesso il nostro corpo è un perfetto traditore; ma la fortuna vuole che non tutti siano in grado di svelare il vero significato. E’ la mente che mente. Ciò nonostante, non vuol dire che bisogna obbligatoriamente affidarsi a tale interpretazione. Infatti, molto spesso alcune persone sono anche in grado di saper gestire a proprio piacimento tutto ciò.

Ritorniamo dunque al counseling, un termine britannico che nasce per fornire un “supporto”. Ma come si può fornire un supporto al prossimo se non siamo neanche in grado di “riconoscere “ quando bisogna prestare il nostro aiuto?

Le domande più pressanti a questo punto sono due: saper riconoscere quando noi/gli altri abbiamo un problema; da chi dovremmo farci analizzare/aiutare: dall’amica? Dalla sorella? Dalla mamma? Dalla nonna? La gran maggioranza delle persone, infatti, avrà risposto: “ eh eh si vado a buttare i miei soldi per risolvere un problema piccolo …”. Oppure “ perché andare da una persona di competenza quando ho l’amica o la mamma che mi può dare un aiuto?”. In verità, dietro a queste risposte, vi è un sottaciuto timore di affidarsi a uno specialista, perché in molti (soprattutto in Italia) hanno la percezione che chi si afidi allo psicanalista sia “matto”. Non abbiamo quindi ben chiara la differenza che corre tra un consiglio (per il quale una persona fidata, a noi vicina, può essere un valido aiuto) e un aiuto.

Ecco, anche in questo caso, bisogna saper “riconoscere” quando aiutare o chiedere aiuto e soprattutto a “chi” chiederlo.
Purtroppo molti ancora sottovalutano le varie figure tecniche in campo psicologico; ma non è un male richiedere aiuto a queste figure professionali.

Per chi non ha la possibilità economica, si può richiedere in forma gratuita un assistenza psicologica gratuita tramite l’Asl della propria zona. Esistono, tuttavia, anche altri spazi dove la persona può chiedere un aiuto. I centri counseling servono a questo. Un esempio virtuoso sul territorio nazionale è il JES di Genova, un centro che da oltre vent’anni operatori qualificati e volontari offrono un servizio di consulenza gratuita per affrontare momenti di disagio e difficoltà. Uno spazio di ascolto, riflessione e chiarificazione.

I colloqui sono di gruppo, individuali, per coppia ed anche specifici per giovani. Il fondatore del progetto è Padre Vittorio Soana, un gesuita nato a Brescia nel 1941, psicologo e psicoterapeuta, che ha conseguito la licenza in filosofia e teologia e si è specializzato in Terapia Centrata sulla Persona e Psicodramma, in Bioenergetica e in Analisi Transazionale.

Il centro ha come obiettivo offrire un aiuto qualificato alle persone che vivono un blocco delle proprie capacità di affrontare con autonomia situazioni difficili nelle relazioni familiari, nei rapporti affettivi, nell’ambiente di lavoro, nel percorso scolastico, o a causa di un evento tragico come un lutto o una separazione. Un evidente, ma non unico, luogo in cui il counseling è portato avanti da personale competente e normativamente abilitato.

Europa: Aljaksandr Lukašėnka non sarà più riconosciuto come presidente del Paese.

Il Parlamento europeo ha chiesto sanzioni contro il presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka, condannando allo stesso tempo le violente repressioni delle manifestazioni di piazza che si sono svolte a Minsk e in tutte le principali città del Paese.

Una volta scaduto il 5 novembre “il mandato del leader autoritario uscente Aleksandr Lukashenko”, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese

Questo provvedimento è stato emesso dopo che il Comitato investigativo bielorusso ha annunciato che la leader dell’opposizione Maria Kolesnikova è stata incriminata per “azioni che minacciano la sicurezza nazionale della Bielorussia”.

Accusata ai sensi dell’articolo 361 del Codice penale bielorusso, potrebbe ora affrontare da due a cinque anni di carcere. Kolesnikova è attualmente detenuta nella città bielorussa di Zhodino.

L’ex candidata alla presidenza bielorussa, Svetlana Tikhanovskaya, ha detto, dall’esilio in Lituania, che l’opposizione è pronta a fornire “garanzie di sicurezza” al presidente in carica, Alexander Lukashenko, se si dimette “pacificamente”.

La Premio Nobel per la letteratura Svetlana Aleksievich è dunque l’ultimo membro del Presidium ancora in libertà e non in esilio. “Non c’è più nessuno dei miei amici che la pensano come me nel Presidium del Consiglio di coordinamento. Sono tutti in prigione o cacciati all’estero. Prima ci è stato rapito il Paese, poi vengono rapiti i migliori di noi”.

Rome Call for AI Ethics: un progetto di intelligenza artificiale

Microsoft, Ibm, la Pontificia Accademia per la Vita e la Fao hanno deciso di organizzare un evento online il 24 settembre con i firmatari della Rome Call for AI Ethics. “Un passo importante nel viaggio iniziato con il Rome Call nel febbraio 2020 e che proseguirà con un progetto di intelligenza artificiale (Ai) concreto con Microsoft, Ibm, Vaticano e Fao sull’uso esemplare dell’Ai nella catena del valore alimentare”, si legge in un comunicato.

La partnership globale tra i firmatari del Rome Call ratificata il 28 febbraio è incentrata su un approccio etico per fornire soluzioni concrete ed eticamente fondate al settore agroalimentare, in un contesto segnato dal Covid-19 che può incidere seriamente sulla sicurezza alimentare e sulla nutrizione. L’evento online del 24 settembre ha tre obiettivi principali; riprendere e rilanciare la firma del bando; mettere in mostra soluzioni concrete al business agroalimentare grazie a un uso etico dell’Ai (aprendosi così a nuovi partner internazionali) e indicare il percorso post Covid-19.

All’evento online – 90 minuti – partecipano il Dg della Fao, Qu Dongyu; il vicepresidente esecutivo di Ibm John Kelly III; il residente di Microsoft Brad Smith; il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Vincenzo Paglia. Durante la sessione verranno presentate esperienze concrete di utilizzo dell’Ai “per affrontare eticamente le sfide ambientali globali”, e ci sarà uno spazio di dialogo tra i partecipanti.

Le nuove formule di Roma per l’housing sociale.

Sviluppare nuove forme integrate dell’abitare, con quote destinate anche all’emergenza casa: è l’obiettivo dello schema di convenzione sociale approvato in Campidoglio.

La finalità è incrementare la disponibilità di alloggi a canone agevolato, destinati a chi non è in grado di accedere ad alloggi sul libero mercato e al tempo stesso non ha diritto a case di edilizia residenziale pubblica: giovani coppie, particolari categorie di lavoratori, forme di coabitazione. L’housing sociale favorisce la gestione in comune di servizi, spazi e pratiche innovative dell’abitare.

Inoltre con la convenzione si vuole: rendere efficace e trasparente la gestione di questo patrimonio abitativo pubblicizzandone, a carico dei soggetti privati, la disponibilità e gli elenchi degli alloggi disponibili; individuare forme di gestione sociale che contribuiscano a creare comunità; garantire la durata effettiva del vincolo locatizio, dotandosi degli strumenti necessari per vigilare sul corretto adempimento da parte dei proponenti i patti convenzionali; acquisire nella disponibilità di Roma Capitale alloggi da destinare all’emergenza abitativa, con nuove tipologie di servizi e integrati in ‘mix sociali’ articolati.

“L’housing sociale”, spiega il Campidoglio, “è uno strumento che nasce con l’obiettivo di offrire alloggi e servizi a prezzi calmierati e si inserisce nell’insieme delle politiche pubbliche in corso sul tema dell’abitare. Non si tratta di un’iniziativa specifica, separata da politiche generali sulla casa”. La delibera approvata “vuole coniugare il tema dell’housing con il tema dell’emergenza abitativa”, intendendo “creare comunità integrate”; puntando a “recuperare una ‘normalità’ dell’offerta, sottraendola al carattere speciale e specialistico delle soluzioni” e a “riportare l’abitare nel suo spazio naturale di risposta a un insieme complesso di bisogni, di attenzione alla domanda di casa piuttosto che all’offerta di una merce”.

E dunque “la Convenzione è una novità pensata su misura per gli alloggi in housing sociale; che permetterà a cittadini e famiglie di prendere in affitto una casa a canone calmierato per 15 anni, prevedendone modalità di attuazione e controllo”. E’ previsto che “una percentuale fissa degli alloggi di housing sociale, realizzati sia su proprietà privata che su quella pubblica, sia riservata a Roma Capitale per far fronte all’emergenza abitativa”.

La delibera attua le linee d’indirizzo approvate a ottobre 2019. Il Campidoglio si attende che il provvedimento possa “avere un impatto rilevante anche sul tessuto urbano, offrendo l’opportunità di riqualificare aree degradate, rinnovare quartieri in declino e ricostruire il senso di comunità e vicinato”.

Lo schema di convenzione, che il soggetto attuatore dovrà sottoscrivere con Roma Capitale prima del rilascio dei titoli abilitativi, prende spunto dall’applicazione del Regolamento regionale del 2012, poi aggiornato nel 2015, a favore del perseguimento delle finalità sociali degli interventi in housing sociale, per estendere la tutela anche al patrimonio prodotto da altri strumenti urbanistici e definisce in particolare:

– la durata della convenzione (15 anni);

– le tipologie abitative offerte;

– la tipologia dei servizi all’abitare offerti;

– i criteri e le modalità per la definizione dei canoni di locazione degli alloggi sociali;

– la durata dei vincoli di locazione;

– i requisiti e gli obblighi dei destinatari degli alloggi sociali;

– le modalità di gestione sociale dell’intervento e gli obblighi del soggetto gestore.

Diverse le tipologie di offerta abitativa previste: locazione a lungo termine, locazione con facoltà di riscatto a favore del conduttore per una quota non superiore al 30% della SUL residenziale destinata a housing sociale, alienazione con vincolo di locazione di lunga durata per una quota non superiore al 15% della SUL residenziale (destinata a housing sociale prima della scadenza del termine a un fondo immobiliare o altro soggetto privato). Il prezzo di vendita dell’alloggio non può essere superiore alle quotazioni minime OMI della microzona di riferimento del semestre precedente il trasferimento di proprietà.

Inoltre, per quanto riguarda la locazione a lungo termine, una quota non inferiore al 50% dovrà essere riservata a soggetti appartenenti a particolari categorie sociali. Una quota non inferiore al 10% della SUL residenziale destinata ad alloggi sociali deve essere riservata a Roma Capitale per tutta la durata della convenzione sociale, per sostenere nuclei in emergenza abitativa. Sempre per lo stesso scopo, per gli interventi la cui realizzazione derivi da cessione o trasferimento di diritti edificatori precedentemente di proprietà di Roma Capitale, una quota non inferiore al 30% della SUL residenziale destinata ad alloggi sociali deve essere riservata a favore di Roma Capitale per tutta la durata della convenzione.

L’individuazione dei destinatari degli alloggi avverrà esclusivamente tra coloro che abbiano presentato la manifestazione di interesse.

La convenzione prevede anche l’individuazione di unità immobiliari aventi destinazioni non residenziali, “Unità Immobiliari per Servizi” destinate ad ospitare servizi integrativi urbani, locali e per l’abitare: luoghi di costruzione e consolidamento della comunità di abitanti.

Una proteina è in grado di prevenire le metastasi del tumore al seno.

Un team di ricercatori spagnoli del Vall D’Hebron Institut de Recerca (VHIR), assieme al CIBER de Cáncer (Ciberonc), hanno individuato una proteina in grado di prevenire le metastasi del tumore al seno.

Si tratta della cosiddetta proteina B3 integrina. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è uno dei primi a descrivere il ruolo dell’integrina nell’assorbimento delle vescicole da parte delle cellule che favoriscono la formazione di metastasi negli altri organi. Dai risultati è emerso che quando si inibisce l’integrina B3, le vescicole non possono essere interiorizzate.

Di conseguenza non vi è alcuno stimolo in grado di favorire la crescita del cancro in sedi organiche differenti. Gli scienziati al momento stanno cercando di scoprire gli inibitori della proteina così da mettere a punto una strategia per evitare le metastasi.

Mattarella: “L’Unione europea ha ritrovato in questa circostanza le ispirazioni originarie e un grande senso di solidarietà”.

Ho accolto il Presente Steinmeier con grande piacere, con grande amicizia, con consolidata amicizia. Lo ringrazio per avere scelto di svolgere la sua prima visita ufficiale post covid in Italia, qui a Milano.

Abbiamo scelto di comune accordo Milano per diverse ragioni: Milano Lombardia è stata una regione particolarmente colpita dalla pandemia, nei cui confronti si è esercitata una grande azione di solidarietà da parte della Germania. Vi è stato un vero ponte aereo che ha trasferito in Germania oltre 40 nostri concittadini in condizioni fortemente critiche per il covid. Poc’anzi abbiamo incontrato insieme, il Presidente Steinmeier ed io, alcuni di questi pazienti tornati qui in buona salute e alcuni medici e operatori tedeschi e italiani. È stato un incontro fortemente coinvolgente, denso di significato e anche denso di sentimenti.

Milano Lombardia sono inoltre parte di primo piano dell’apparato produttivo del nostro paese, fortemente integrato con quello della Germania; tra l’economia tedesca e italiana vi è un rapporto di interdipendenza, e questo rende ulteriormente significativo essere a Milano quest’oggi.

Vorrei anche ringraziare il Presidente Steinmeier per la posizione della Germania nell’Unione europea nell’ambito dell’emergenza e delle conseguenze economiche sociali succedute alla pandemia. Le conseguenze sono state drammatiche in tanti paesi. Tutta l’Europa è colpita fortemente da quanto avvenuto e in realtà tutti i continenti del mondo sono fortemente colpiti.

L’Unione europea ha ritrovato in questa circostanza le ispirazioni originarie e un grande senso di solidarietà e di futuro comune da garantire e sviluppare. E per questo orientamento così importante storicamente per l’integrazione europea la posizione della Germania è stata decisiva. Tutti ricordiamo l’iniziativa di Berlino e di Parigi per dar vita a quello che è diventato il Recovery fund, con l’aiuto dell’Italia, della Spagna e di altri paesi per superare pigrizie, resistenze e ritardi nell’ambito dell’Unione.

Questa prospettiva induce ulteriormente a moltiplicare gli sforzi della nostra amicizia e collaborazione per intensificare nell’Unione il nostro impegno.

Abbiamo anche poc’anzi incontrato alcuni sindaci di città tedesche e di città italiane caratterizzate da gemellaggi fra di loro.

Il Presidente Steinmeier ed io attribuiamo grande importanza a questo tessuto di amicizia e cooperazione che c’è tra i nostri comuni che coinvolge le cittadinanze di questi comuni e quindi parte rilevante del tessuto sociale dei nostri due Paesi.

È stato un confronto interessante, proiettato sul futuro della collaborazione fra questi comuni, che ha indotto il presidente Steinmeier e me a istituire un premio, di cui avete avuto conoscenza, che è oggetto di un comunicato informativo, per dar un riconoscimento a questo importante fenomeno e rendere così più intenso il significato che i gemellaggi assumono tra i nostri comuni, ma anche tra le nostre regioni e provincie.

Concluderemo questa giornata questa sera alla Scala sottolineando l’intensità dei legami culturali tra Germania e Italia.

Avrà un doppio significato questa serata alla Scala, che vedrà insieme Il Presidente e la signora Steinmeier e noi, per ascoltare la Nona di Beethoven. Siamo nel 250º anno dalla nascita di Beethoven e sarà un modo per aumentare questo gigante della cultura tedesca ed europea, dell’arte tedesca ed europea. E siccome, com’è noto, la Nona si conclude con l’Inno alla gioia che è diventato l’inno dell’Unione europea, questa visita del Presidente Steinmeier qui si concluderà con un significato fortemente europeo di integrazione.

Benvenuto signor Presidente, benvenuto caro amico Frank-Walter.

Caro amico Frank-Walter e signor Presidente, vorrei ribadire ancora una volta qui che alla amicizia tra i nostri paesi si aggiunge la nostra personale amicizia. Per questo mi sono permesso di dire, per sottolinearla, non soltanto signor Presidente ma caro amico Frank-Walter.

Dal Governo al Parlamento la proposta di Recovery Plan

Le Camere hanno ricevuto dal Governo la proposta di Linee guida per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) approvate, nei contenuti essenziali, dal Comitato interministeriale per gli affari europei del 9 settembre scorso, in coordinamento con tutti i Ministeri e le rappresentanze delle Regioni e degli Enti locali. Il documento definisce in via preliminare e sintetica gli obiettivi strategici di lungo termine, le aree tematiche d’intervento e le azioni su cui si articolerà il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che l’Italia dovrà presentare alla Commissione europea nei prossimi mesi, una volta completato l’iter di approvazione dei regolamenti attuativi del Recovery Plan europeo. Il PNRR dell’Italia si baserà sul Piano di Rilancio presentato dal Presidente del Consiglio e approfonditamente discusso nei recenti ‘Stati Generali’ (13-21 giugno 2020).

OBIETTIVI

  • Un Paese completamente digitale
  • Un Paese con infrastrutture più sicure ed efficienti
  • Un Paese più verde e sostenibile
  • Un tessuto economico più competitivo e resiliente
  • Piano integrato di sostegno alle filiere produttive italiane
  • Una Pubblica Amministrazione al servizio dei cittadini e delle imprese
  • Investire nella formazione e nella ricerca
  • Un’Italia più equa ed inclusiva
  • Un ordinamento giuridico più moderno ed efficace

OBIETTIVI ECONOMICO-SOCIALI DI LUNGO TERMINE DEL GOVERNO

  • Raddoppiare il tasso di crescita dell’economia italiana (0,8% nell’ultimo decennio), portandolo quantomeno in linea con la media UE (1,6%)
  • Aumentare gli investimenti pubblici per portarli almeno al 3% del PIL
  • Incentivare gli investimenti in R&S
  • Conseguire un aumento del tasso di occupazione di 10 punti percentuali per arrivare all’attuale media UE (73,2% contro il 63,0% dell’Italia)
  • Elevare gli indicatori di benessere, equità e sostenibilità ambientale
  • Ridurre i divari territoriali di PIL, reddito e benessere
  • Promuovere una ripresa del tasso di fertilità e della crescita demografica
  • Abbattere l’incidenza dell’abbandono scolastico e dell’inattività dei giovani
  • Migliorare la preparazione degli studenti e la quota di diplomati e laureati
  • Rafforzare la sicurezza e la resilienza del Paese a fronte di calamità naturali, cambiamenti climatici e crisi epidemiche
  • Garantire la sostenibilità e la resilienza della finanza pubblica

RIVOLUZIONE VERDE E TRANSIZIONE ECOLOGICA

“L’Italia, si legge nel documento, “ha compiuto progressi nella riduzione delle emissioni di CO2 e nell’incremento della quota di fonti rinnovabili sul consumo di energia. Ulteriori investimenti e riforme sono necessari per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dallo European Green Deal.

L’inquinamento dei centri urbani rimane elevato e il 3,3% della popolazione vive in aree dove sono stati superati i limiti UE delle sostanze inquinanti.

L’inquinamento del suolo e delle acque è sopra soglia, soprattutto nella pianura padana”.

Ambiti tematici dei Clusters

  • Investimenti finalizzati a conseguire obiettivi European Green Deal (inclusa la strategia «From farm to fork»)
  • Infrastrutture per la graduale de-carbonizzazione dei trasporti e mobilità di nuova generazione
  • Adozione di piani urbani per il miglioramento della qualità dell’aria e forestazione urbana
  • Miglioramento efficienza energetica e antisismica degli edifici pubblici, privati e degli stabilimenti produttivi
  • Gestione integrata del ciclo delle acque (anche ai fini irrigui) e monitoraggio della qualità delle acque interne e marine ai fini degli interventi di contrasto all’inquinamento
  • Protezione ambiente e mitigazione rischi idrogeologici e sismici, rimboschimenti e ricostruzioni boschive
  • Riconversione produzione e trasporto energia in chiave sostenibile
  • Investimenti per economia circolare (rifiuti, fonti rinnovabili)
  • Sostegno alla transizione ecologica per l’agricoltura, l’industria e la siderurgia (Taranto)
  • Valorizzazione sostenibile del patrimonio culturale, paesaggistico e naturale
  • Promuovere l’adozione dei criteri ambientali minimi e la fiscalità di vantaggio per le imprese sostenibili.

Nuovo soggetto politico. Serve generosità ma anche prudenza.

Ci pare doveroso dare il nostro contributo alla discussione sugli sviluppi possibili dell’iniziativa assunta da Stefano Zamagni e dai molti sottoscrittori – noi compresi – del suo Manifesto.

Abbiamo appreso la diversità delle posizioni dentro il mondo che a vario titolo e con varie modalità si riconosce nello spazio pregevole del Domaniditalia.

Non abbiamo certezze assolute. Ogni scelta, in un contesto come quello attuale, comporta rischi e incognite non di poco conto. L’esperienza degli anni che ci stanno alle spalle lo dimostra.

Tuttavia, ci pare che il tentativo di individuare uno sbocco politico alle tante riflessioni che da mesi connotano un parte importante del nostro mondo di riferimento culturale sia da incoraggiare.

Con generosità e con vigile prudenza.

La generosità deve consistere nella sincera e operosa volontà di trovare un terreno comune e nel leale convincimento di non coltivare altre finalità tattiche o strategiche. Come ad esempio quella di una “adesione” a movimenti o partiti politici attualmente esistenti.

C’è un vuoto di rappresentanza politica che va colmato. E va colmato con una iniziativa nuova. Nell’interesse della democrazia e del Paese.

La vigile prudenza (anche in base, come accennato, alle esperienze nate ed abortite negli ultimi anni) consiste per noi nella fissazione di cinque paletti non eludibili di chiarezza politica e metodologica.

Il primo. Abbiamo bisogno di un “soggetto politico organizzato” che esprima una identità di cultura politica riferita al Popolarismo di ispirazione cristiana.

Esso non deve e non può essere immaginato in chiave anche solo indirettamente confessionale. Deve collocarsi nel filone consolidato della laicità dell’impegno politico.

La questione – su questo piano – non è quella della presenza in politica “dei cattolici”, ma quella del recupero innovativo e rigenerato di una cultura politica e di un baricentro per la Nazione.

Il secondo. Questo “soggetto politico” non deve pensarsi ora come un “partito” autosufficiente.

Se un politica senza identità oggi rischia di banalizzare il suo ruolo, diventando pura espressione del potere e della sua gestione, per contro una politica giocata solo sulla identità rischia di essere fuori dalla storia, confinata in uno spazio marginale e residuale.

C’è un grande bisogno di “soggetti politici identitari” (che abitano la comunità e ne organizzano le speranze) ma c’è, nello stesso tempo, grande bisogno di “partiti” che valorizzino queste identità dentro robuste ed autorevoli proposte elettorali e di progetto.

La proposta elettorale e di progetto che oggi manca in Italia è quella di un “centro trasformatore della società”, che rianimi la democrazia rappresentativa con una concezione “comunitaria”; ridia senso e valore all Politica ed alle Istituzioni; rimetta al centro le persone, le Autonomie Locali, il Volontariato ed il Terzo Settore, i Beni Comuni; sia capace di guidare la transizione digitale ed ecologica; sappia rilanciare lo sviluppo economico secondo una logica che non si appiattisca solo sul Mercato e sullo Stato; rilanci l’idea europeistica.

Un “soggetto politico” di matrice popolare e di ispirazione cristiana è fondamentale in questo progetto. Ma deve nascere sentendosi “parte” di un “(bari)centro nuovo”, vasto e plurale: quello che oggi manca nel nostro Paese.

E deve puntare a essere partecipe attivo e protagonista non solo di un superamento in positivo  delle tante bandierine – spesso legate ad una leadership personale – oggi in campo, ma di un “progetto aperto e comune” che valorizzi disponibilità importanti di persone che avvertono la necessità di “spendersi” per il rinnovamento (o la ricostruzione) della Politica: citiamo per tutti Marco Bentivogli.

Il terzo. È giusto prendere atto che la stagione del bipolarismo così come la abbiamo conosciuta e vissuta, comunque la si valuti, è giunta al termine.

Tuttavia ciò non vuol dire disconoscere il senso del conflitto politico intorno all’idea di democrazia e di società che continua, seppur in forme diverse. E non vuole dire disconoscere le differenze, anche sul piano dei rischi per la democrazia, delle diverse proposte in campo.

Autonomia politica non significa “neutralità” di fronte agli altri attori politici.

Noi pensiamo che sia fondamentale ribadire un “confine” verso il populismo del M5S” ma anche un “confine a destra”.

Lo aveva sancito Degasperi al tempo della DC, deve essere vieppiù ribadito oggi, a fronte di una destra sovranista, anti europeista, nazionalista e agitatrice di tutti i disvalori che rischiano di disgregare le nostre comunità. Una destra che usa in modo spesso blasfemo i simboli della religione per stimolare tutto ciò che allontana il popolo da quella idea di “fratellanza” e di “nuovo umanesimo” alla quale esorta tutti Papa Francesco.

Il quarto. Occorre uno sforzo di novità nel linguaggio e nella classe dirigente.

Su questo serve una radicalitá esigente. Troppe volte nel corso degli ultimi decenni l’idea di una rigenerazione del “centro” è stata mortificata dal protagonismo di spezzoni consumati e privi di credibilità di vecchia classe dirigente.

Il quinto. Non possiamo pensare ad una iniziativa centralista. Ciò che serve – sia per il soggetto identitario sia per quello che auspichiamo nasca come strumento politico-elettorale vasto e plurale interprete del “centro trasformatore” – è un progetto di federazione nazionale di realtà e di esperienze sociali, civiche e territoriali. È questa la vera alternativa ai partiti personali e la sola strada per la ricostruzione di un tessuto di condivisione e di partecipazione alla nuova politica.

In conclusione, nel ribadire la nostra personale disponibilità a lavorare con sincera convinzione al progetto che trova origine nel Manifesto Zamagni, rivolgiamo un appello a tutte le amiche e a tutti gli amici del nostro variegato mondo a non sciupare questa occasione.

Certo, serve chiarezza (e noi abbiamo voluto indicare con lealtà il nostro punto di vista) ma serve anche generosità di impegno comune. Dobbiamo provarci, almeno. Male comunque non potrà fare e – sopratutto – senza un tentativo serio di questo tipo, anche il nostro ragionare tra di noi rischia di diventare improduttivo e auto referenziale.

Scuola: partenza in salita e rallentata

La riapertura dell’anno scolastico dopo le vacanze estive è sempre stata una fase densa di criticità: l’edilizia scolastica sempre fatiscente, l’avvicendamento della dirigenza scolastica, l’insediamento dei docenti trasferiti e le nomine sui posti vacanti, l’eterno gap delle carenze di organico, in particolare sui posti di sostegno. Poi, dopo il cigolante abbrivio, con buona volontà e provvedimenti dell’ultima ora, quasi tutto si ricomponeva, mentre altri problemi si trascinavano irrisolti durante i mesi successivi.

Quest’anno la ripartenza sarà un unicum nella storia della scuola italiana: dopo il lungo lockdown per la pandemia in atto, la didattica a distanza, gli esami di licenza media e di maturità ridimensionati e rabberciati, la macchina scolastica riprende il cammino ma lo fa con il freno a mano tirato.

Nel momento in cui questo articolo viene scritto si dispone di un Documento elaborato dal comitato degli esperti della Protezione civile operanti presso la Presidenza del Consiglio e poi ci sono le “linee guida” elaborate dal gruppo di lavoro del Ministero Istruzione, presieduto dal Prof. Bianchi: ci sono alcuni punti fermi (le prescrizioni sanitarie sulle mascherine e il distanziamento di un metro “da bocca a bocca” ma sul piano operativo concreto della ripartenza le ipotesi sono molte, le decisioni da valutare scuola per scuola rimandate a settembre (proprio come capita ad un alunno che ha debiti formativi) mentre incombe l’estate delle incerte vacanze , tra lusinghe dei bonus  e previsioni di ricadute dell’epidemia. 

L’Italia è il Paese delle mance e dei bonus, delle promesse e dei rinvii, dei “gesti d’amore” e della burocrazia acefala e spietata: ma gli avvicendamenti ai vertici di Viale Trastevere non sono mai stati risolutivi ai fini della ottimizzazione delle risorse con direttive chiare e lungimiranti.

Per oltre 40 anni ho letto tante lettere di auguri e di proficuo lavoro con buona pace di tutti.

Quando invece sarà pubblicata – questa riflessione scritta a spanne e a lume di naso  – forse gli scenari saranno cambiati e il sistema scolastico italiano sarà magari riuscito a risolvere il problema di un regolare inizio delle lezioni, come in altri Paesi è già accaduto prima che finissero le attività didattiche del precedente anno scolastico. 

La pedagogia comparativa dovrebbe esse assunta come strumento di concertazione, almeno a livello di U.E.

Siamo invece un Paese speciale dove la responsabilità non è il motore che muove gli apparati e le istituzioni ma la rappresentazione simbolica di un timore, persino di una “paura”: quella di navigare a vista tra l’eccesso di zelo e l’omissione di atti d’ufficio, in un gioco di scaricabarile che scende fino ai gradini più bassi delle gerarchie. 

La responsabilità non è un valore che nobilita l’uso del pensiero critico nell’esercitarla ma una colpa da espiare per definizione nel momento di assumerla. 

E dove la competenza – l’altro pilastro delle democrazie moderne, diciamo da Max Weber in poi – si esprime in una incommensurabile proliferazione di norme, di distinguo,  una sorta di parcellizzazione di tutti gli accadimenti umani prevedibili, anziché l’espressione di una capacità di sintesi che consenta a chi esercita la sua parte di responsabilità di agire ‘cum grano salis’, semplificando le procedure anziché complicarle con disposizioni enciclopediche, farraginose e spesso contradditorie.

Allo stato attuale – come anticipato- si deve necessariamente partire dal “Documento tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico” licenziato il 28 maggio u.s. dal Comitato Tecnico scientifico della Protezione civile , operante presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Un documento che riguarderà le 8094 istituzioni scolastiche statali, che comprendono 40749 sedi distaccate o plessi che a loro volta ospitano 901.052 bambini di scuola dell’infanzia suddivisi in 42258 sezioni, 2.443.092 scolari di scuola primaria ‘spalmati’ su 128.143 classi, 1.628.889 alunni della secondaria di primo grado in 77.976 classi di scuola media e  2.626.226 alunni della secondaria di secondo grado in 121.392 classi di scuole superiore. In totale una popolazione scolastica di 7.559.259 alunni di cui 259.757 affetti da una disabilità certificata, ospitati in 369.769 classi.

A fronte di questi dati si consideri una disponibilità organica di 684.880 docenti su posti comuni e 150.609 su posti di sostegno (fonte MIUR – a.s. 2019/2020)

Senza contare la popolazione scolastica di 866.805 alunni che frequenta le scuole paritarie, troppo spesso dimenticate nelle statistiche e nei conteggi, che fanno invece parte a pieno titolo del sistema pubblico di istruzione.

E considerando infine le scuole private soggette comunque alle norme stabilite dallo Stato in materia di edilizia scolastica, locali, programmi di studio, dotazioni organiche del personale e relativi contratti di lavoro.

Questo breve riassunto offre uno spaccato dimensionale sulla consistenza e la complessità delle problematiche che riguardano il funzionamento delle scuole in relazione al rispetto di quegli accorgimenti che il Documento della Protezione Civile definisce i ‘principi cardine’ che sottendono ogni ipotesi organizzativa sul piano della esplicitazione e del  funzionamento delle attività didattiche:

  1. il distanziamento sociale (mantenendo una distanza interpersonale non inferiore al metro); 
  2. la rigorosa igiene delle mani, personale e degli ambienti; 
  3. la capacità di controllo e risposta dei servizi sanitari della sanità pubblica territoriale e ospedaliera. 

Principi più volte richiamati dal Documento citato e che comprendono tutte le misure di igiene e profilassi del personale scolastico (dirigente-docente-non docente) e degli alunni , non dimenticando precise indicazioni che attengono al comportamento da tenersi da parte dei genitori e familiari che accompagnano e ritirano i bambini a scuola e ciò riguarda direttamente per ovvi motivi le fasce di utenza di minore età.

Se si comparano le (necessariamente) rigorose misure previste dalla Commissione degli esperti e l’ordinario svolgimento delle lezioni nelle scuola, dall’ingresso degli alunni negli edifici scolastici e indi alle classi, le loro necessità fisiologiche e di movimento, lo stare nei banchi, la ricreazione, l’uso dei servizi igienici, la frequentazione delle palestre e degli altri spazi agibili, gli spostamenti interni per motivi didattici e quant’altro, viene in mente ricordando o immaginando quanto sia vivace e movimentata  la vita scolastica (che è fatta di interlocuzioni, incontri, didattica individualizzata e a classi aperte, accorpamenti e distanziamenti…) la difficoltà di gestione del rispetto delle regole.

A scuola, più che altrove, l’incidenza dei condizionamenti spazio-temporali è enorme, forse regolamentabile ma certamente non del tutto prevedibile.

Le raccomandazioni della Commissione di esperti operante sotto l’egida della Protezione civile hanno il pregio della pertinenza e della competenza: l’emergenza e i vincoli sanitari hanno priorità rispetto ai singoli  contesti umani di applicazione.

Tuttavia leggendole dalla parte di chi le riceve non possono far dimenticare che una scuola è un luogo di apprendimento non un ambulatorio medico.

Con quale stato d’animo le famiglie da un lato e i dirigenti scolastici, i docenti e i collaboratori scolastici  dall’altra affronteranno la necessità di rispettare le indicazioni profilattiche e igienico-sanitarie con l’imprevedibilità del contesto e delle situazioni?

Ho letto su una Rivista Scolastica la lettera di due docenti che pongono quesiti concreti e puntuali, noti forse solo a chi insegna davvero e non si limita a fare l’esperto di professione senza aver messo piede in un’aula dai tempi in cui era studente. Essi riguardano la vita quotidiana degli insegnanti che si troveranno a gestire una situazione organizzativamente e didatticamente complessa con i loro scolari: cosa fare se due alunni si strappano la mascherina, se uno dice di avere la febbre, come gestire i distanziamenti, di quali risorse umane di supporto (es. collaboratori scol.ci) avvalersi, come concretamente svolgere le lezioni, se esiste ancora la cd. “ricreazione”, come organizzare i piccoli gruppi, come contenere fisicamente i ragazzini in spazi angusti ecc. Sono due insegnanti di scuola secondaria di primo grado: immagino i problemi che potrebbero porre le loro colleghe della scuola dell’infanzia, dove gli alunni non indosseranno le mascherine, dove si fanno gli inserimenti dei bambini di tre anni che piangono e vogliono la mamma, dove è fisicamente impossibile rispettare le distanze perché alunni così piccoli non possono essere tenuti fermi, seduti al tavolino in un’aula spesso di minime dimensioni, come convincere i genitori a fermarsi sulla soglia senza entrare a scuola, come gestire i momenti dell’accoglienza e del sonno….come portare- loro, le maestre- la mascherina e la visiera.

Si è nel frattempo conclusa l’esperienza della DAD (didattica a distanza) con luci ed ombre, tenendo conto delle risorse tecnologiche disponibili, del fatto che al Sud il 25/30% delle famiglie non dispone di un terminale domestico e considerato che in molti si sono convinti che questo tipo di interfaccia con l’utenza è un metodo di rivedere e circoscrivere a situazioni di emergenza, appunto, o vale – solo se preventivamente organizzato- come supporto alla tradizionale didattica in presenza che ne esce ampiamente rimpianta e rivalutata.

Conversando con lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ho raccolto la sua avversione verso una ‘digital education’ che lui teme diventi esaustiva e totalizzante mentre il distanziamento sociale, supportato anche dalle nuove tecnologie potrebbe a lungo andare creare situazioni anaffettive  nei bambini e nei ragazzi.

Le linee guida prendono in considerazione una serie di variabili che rientrano nel gran calderone dei condizionamenti e delle regole spazio-temporali.

Forse di più il Ministero non poteva fare considerando che le indicazioni di carattere generale dovranno essere declinate nello specifico situazionale di ogni realtà, detto in soldoni l’organizzazione dei piccoli gruppi, il distanziamento, l’ingresso e l’uscita dai locali scolastici, l’utilizzazione di tutti gli spazi disponibili (assoggettati ad una continua sanitizzazione, che è compito assai più delicato della semplice sanificazione effettuata con l’uso dei soliti detergenti), la ricreazione, l’uso della palestra (rientra l’educazione civica come materia curricolare: uscirà forse l’educazione fisica per mancanza di locali utilizzati per gestire l’emergenza?).

Certamente le aspettative degli addetti ai lavori (praticamente tutto il personale scolastico) e quelle delle famiglie si intersecano e si sovrappongono.

Diciamo che osservando come si stanno mettendo le cose la difficoltà del compito è forse superiore alle motivazioni, agli sforzi di comprensione, alle risorse umane e materiali che si possono sperimentare.

Da un certo punto di vista, considerati i dati sopra riferiti e i rapporto docenti/alunni, il permanere di classi-pollaio, gli spazi a disposizione in ogni edificio scolastico, i tempi necessari alla didattica, l’imprevedibilità dei comportamenti umani specie nei soggetti destinatari della fruizione delle lezioni e molti altri aspetti che non sfuggono a chi direttamente a scuola o di riflesso vive empaticamente le fisiologiche e non irreggimentabili distonie del sistema,  l’impresa di realizzare un contesto di vita che contemperi bisogni e divieti, spontaneità e vincoli, alla fin fine  assomigli ad una sorta di quadratura del cerchio.

Si profila all’orizzonte il pericolo di un sovradimensionamento gerarchico e funzionale della burocrazia rispetto al buon senso, fino a limitare in senso oggettivo la stessa libertà di insegnamento.

Per questo motivo occorre che chi opera nella scuola adotti accorgimenti che – nel rispetto delle garanzie e della sicurezza postulata dalle indicazioni sanitarie – consentano una certa flessibilità di metodo.

Altrimenti non se ne esce e tutto va riscritto da capo, sub iudice rispetto a spazi e tempi ridotti.

In questa sede risultano molto interessanti e legittime le aspettative delle famiglie: esse escono dal lockdown portandosi dietro il ricordo di nuove abitudini, di stili di vita domestici modificati, di affetti e sentimenti conculcati.

Si chiede a loro di usare comprensione e fiducia nei confronti della scuola e degli insegnanti dei loro figli.

Lo scompenso emotivo vissuto lascia tracce ovunque, soprattutto in famiglia – nelle relazioni parentali, tra gli alunni stessi a partire dal gruppo dei pari, spontaneo o istituzionalizzato in una classe, nei docenti che dovranno conciliare il desiderio di fare con il dovere di rispettare norme restrittive e cogenti.

Per questo, per ragioni di necessità oltre al problema degli spazi, che andranno misurati con oculatezza e senso pratico, c’è anche quello di inventare nuove modalità di didattica breve, specie nel range che va dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di primo grado.

Una cosa è certa: bisogna reinventarsi e provarci.

La fiducia delle famiglie è un assist fondamentale per i docenti.

Dopo tutto questo coacervo di norme e prescrizioni, obblighi e divieti bisogna davvero, questa volta più di quanto sia accaduto in passato, creare le premesse per dare una cornice umana e praticabile all’ìdea di comunità educante.

Considerato che ogni istituto scolastico diventa centro di imputazione di scelte, decisioni e realizzazione di modelli flessibili di insegnamento/apprendimento, sarebbe utile allentare la morsa della burocrazia autogenerata, evitare di aggiungere norme a norme già scritte: in questo senso sarà determinante la competenza e la capacità che i dirigenti scolastici saranno in grado di esprime.

Non “presidi sceriffi” e neanche – mi scusi sig. Ministro- “comandanti delle navi” ma autorità scolastiche responsabili, comprensive e lungimiranti.

Senza bisogno di riscrivere gli stati giuridici del personale servirà la capacità di usare a piene mani il buon senso comune: la scuola deve restare scuola, non diventare la succursale di un ambulatorio improvvisato e nemmeno la “Fortezza Bastiani” che attende con ansia eccessiva l’arrivo da un momento all’altro, del “nemico”.

Francesco Provinciali – Articolo pubblicato sul n.° 3/2020 della Rivista INNOVATIO EDUCATIVA

Ursula von der Leyen: “Questo è il momento per l’Europa per allontanarsi da questa fragilità e andare verso una nuova vitalità”.

Il presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione dopo l’emergenza Covid. Parlando di economia ha dichiarato: “Col premier Conte e la presidenza italiana del G20 organizzeremo un vertice sulla sanità, in Italia, per dimostrare che l’Europa c’è per proteggere i cittadini”.

Parlando poi di salari dice: “La verità è che per troppe persone il lavoro non paga, il dumping salariale distrugge la dignità del lavoro e penalizza gli imprenditori, distorce la concorrenza del mercato interno, e bisogna porre fine a questa situazione. La commissione avanzerà una proposta su una normativa per sostenere gli Stati membri e istituire un quadro sui salari minimi. Tutti devono avere accesso ai salari minimi o attraverso contrattazioni collettive e con salari mini statutari”. “Le nostre economie si riprenderanno dopo una caduta del Pil del 12% , ma il virus gira ancora, e occorre trovare un equilibrio tra garantire sostegno finanziario e sostenibilità dei bilanci”.

“Gli europei vogliono uscire da questo mondo del coronavirus, da questa fragilità, fuori da questa incertezza. Sono pronti per un cambiamento e sono pronti ad andare avanti. Questo è il momento per l’Europa per allontanarsi da questa fragilità e andare verso una nuova vitalità”. “Il popolo europeo sta ancora soffrendo, è un periodo di ansia, sono preoccupati di come sbarcare il lunario, la pandemia e l’incertezza non sono ancora superati e la ripresa è ancora in fase iniziale, la nostra priorità è superare questa fase, e l’Europa può farlo”.

“Abbiamo una nuova strategia per Schengen”. “La missione verde comporta molto di più che un taglio di emissioni, si tratta di creare un mondo più forte in cui vivere. Dobbiamo cambiare il modo in cui trattiamo la natura. E’ per questo che il 37% di Next Generation EU (Recovery Fund) sarà speso per i nostri obiettivi”.

“Molte attività mondiali si sono fermate durante il lockdown e il pianeta è diventato sempre più caldo. Sappiamo che è necessario il cambiamento e sappiamo che è possibile. Vogliamo diventare il primo continente neutro entro il 2050, ma non ce la faremo con questo status quo, quindi dobbiamo essere più rapidi. Abbiamo condotto una valutazione di impatto approfondita e abbiamo proposto di aumentare gli obiettivi del 2030 per la riduzione delle emissioni per almeno il 55%”.

“Non basta trovare un vaccino, dobbiamo garantire che i cittadini di tutto il mondo vi abbiano accesso. Il nazionalismo dei vaccini mette a rischio le vite, solo la cooperazione può salvare le vite”.

Festival Biblico special

Il Festival Biblico riparte dopo la pausa estiva con un settembre special: una settimana di eventi – tra dialoghi, spettacoli teatrali, concerti, meditazioni, passeggiate e incontri – che dal 18 al 27 toccheranno le città di Vicenza, Verona, Padova, Rovigo e Vittorio Veneto.

Una nuova tappa che, dopo le iniziative on line del Festival Biblico extra e la “due giorni” a Pedescala del mese di luglio, va ad arricchire la riflessione dedicata al tema “Logos. Parlare Pensare Agire”, scelto per questo 2020 dagli attuali enti promotori, Diocesi di Vicenza e Società San Paolo, e dalle diocesi aderenti al progetto. Tema che negli eventi di settembre, visto il particolare contesto storico nel quale ci troviamo, si è deciso di declinare in particolar modo come Logos incarnato, calato nei contesti, dedito al ragionare con l’altro e con l’altra cultura, ad essere corpo. Un Logos, quindi, che si cala in situazioni concrete e determinate, divenendo in questo modo dialogico, in rapporto agli altri e al mondo.

Oggi più che mai, inoltre, il Festival Biblico desidera ringraziare tutti coloro che a vario titolo contribuiscono ogni anno alla sua realizzazione, i partner che lo sostengono e, in particolar modo Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Banco BPM e Fondazione Cattolica Assicurazioni.

Il programma special

a Vicenza

Nella città di Vicenza gli appuntamenti di questa edizione special si svolgeranno dal 24 al 27 settembre e saranno ospitati negli affascinanti spazi del Giardino del Palazzo Vescovile.

Ad aprire la programmazione sarà un incontro di Salotto San Paolo che, giovedì 24 alle 18:30, vedrà insieme per parlare di Dialogos Roberto Celada Ballanti, professore ordinario di filosofia della religione e filosofia del dialogo interreligioso all’Università di Genova, e Marco Dotti, docente di professioni dell’editoria all’Università di Pavia.

A seguire, alle 21:00, il poeta Franco Arminio sarà protagonista di un dialogo-reading dal titolo Badate prima di tutto alle parole, le parole fanno tempeste nella carne, accompagnato dall’arpa celtica di Eleonora Volpato.

Venerdì 25 settembre, al pomeriggio a partire dalle 14:30, è in programma il primo dei tre appuntamenti con il nuovo format degli Esercizi di pensiero – un’opportunità pensata per chi desidera sperimentare brevi percorsi immaginati per sollecitare la dinamica interiore tipica del pensiero critico – a cura del filosofo Giovanni Grandi: si parte con la teologa pastorale Assunta Steccanella, titolo dell’incontro La Parola che cambia la vita. Spunti per l’esercizio a partire dalla preghiera dell’Angelus.

Alle 21:00 Interazioni darà spazio a un interessante dialogo incentrato sull’estetica della creatività tra il filosofo e musicista Massimo Donà e Fabio Viola, game designer e scrittore.

Sono 5, invece, gli appuntamenti in programma per la giornata di sabato 26. Si parte al mattino, dalle ore 9:00, con il secondo incontro degli Esercizi di pensiero questa volta con Paolo Vidali, docente di filosofia della natura e della scienza, che proporrà una riflessione sul concetto di cura. Sempre al mattino, ma alle ore 11:30, Potere alle parole ospiterà Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e traduttrice, e Massimiliano Padula, sociologo, per un confronto sull’importanza della forma della comunicazione, con particolare attenzione alle modalità di comunicazione della Chiesa.

Il programma riprenderà, poi, nel pomeriggio alle 15:30, con l’itinerario La pietra, il silenzio, la parola in cui la storica dell’arte Agata Keran accompagnerà il pubblico tra le piazze del centro storico alla scoperta dei segni della memoria antica, soprattutto biblica.

A seguire, alle 17:00, appuntamento con Daniele Mencarelli e Giovanna Rosadini per un incontro dedicato alla poesia e al linguaggio poetico, dal titolo Paesaggi mentali.

A chiudere la giornata di Festival, alle 21:00, sarà invece la proiezione del documentario Drommeland – realizzata in collaborazione con il Working Title Film Festival – che racconta la vita del sessantenne Nils, che si è rifugiato in una piccola baita nelle montagne della Norvegia con il suo cavallo, descrivendo il modo in cui quest’uomo che ha voltato le spalle alla società, cerca un equilibrio tra il contatto con la natura, se stesso e la sua famiglia.

Domenica 27, ultimo giorno a Vicenza per questa edizione special, il programma al mattino, dalle 9:00, partirà con gli Esercizi di pensiero dal titolo Nutrire la vita. A partire dall’incontro di Emmaus con Marcello Ghilardi, professore associato di estetica all’Università di Padova.

Al pomeriggio, alle 16:30, Comunione. Da Logos a dia-logos vedrà in dialogo la scrittrice Mariapia Veladiano e la biblista Rosanna Virgili, che proporranno una riflessione a due voci che muove dalle parole di Papa Benedetto XVI, “la verità è ‘logos’ che crea ‘dia-logos’ e quindi comunicazione e comunione”.

A chiudere il programma sarà alle 18:00 lo spettacolo teatrale Vivere è un’altra cosa della compagnia Oyes, una performance costruita su una drammaturgia di pensieri, racconti e suggestioni di questo tempo sospeso, nata dalla riscrittura del capolavoro di letterario di I. Gončarov, Oblomov, allo scoppiare dell’epidemia che frantuma le sicurezze, ridefinire i concetti e le percezioni del tempo e del futuro, trasformandoci, tutti quanti, in reclusi disorientati e spaventati da “quello che c’è fuori” e, soprattutto, dagli altri esseri umani.

Ad arricchire il programma, infine, la mostra Potessi avere un cuore di fanciullo a cura di Agata Keran, padre Roberto Cocco osm e padre Attilio Carrella osm – ospitata negli spazi della Libreria San Paolo di Vicenza e del Santuario di Monte Berico dal 19 settembre all’11 ottobre – dedicata ai ritratti di Fiorenzo M. Gobbo.

a Verona 

La città di Verona ospiterà due differenti appuntamenti: il primo, martedì 22 settembre alle 20:30, Giubileo della terra. Parole ecumeniche nel Tempo del Creato, una serata celebrativa che ci ricorda la nostra vocazione di custodi dell’opera di Dio, e il secondo, domenica 27 a partire dalle 15:30, Via Creatio, una passeggiata lungo il fiume tra parola, musica e narrazioni sul creato con la partecipazione di Ochestra Mosaika.

In provincia di Verona, invece, l’appuntamento sarà a Valeggio sul Mincio sabato 26 per un percorso a piedi immersi nella meravigliosa natura del Parco Giardino Sigurtà dal titolo Il Logos che crea. Rileggere la creazione nel Giardino dell’Eden, con don Pablo Zambruno, archeologo e teologo, e don Paolo Zuccari, parroco di San Pietro Apostolo, e a Cavaion Veronese il giorno successivo, 27 settembre, per un suggestivo itinerario all’alba La parola del silenzio – con Luca Degani (musicista), Elena Chiamenti (biblista), Marta Gatti (eremita diocesana) e Maurizio Deibori (guida CTG ACA Monte Baldo) – che toccherà Bastia San Michele all’alba, Eremo di San Fermo e Rustico, Eremo di San Giorgio.

a Padova

La città di Padova ospiterà, invece, l’edizione special del Festival Biblico a partire dal 18 settembre, giorno in cui la Chiesa di San Gaetano ospiterà prima, nella Sala dei Teatini alle 17:00, l’inaugurazione della mostra di pittura I colori delle parole, e, a seguire, alle 19:00, I sensi della parola, un viaggio dei cinque sensi attraverso la Parola con la performer Isawianne.

Sempre venerdì 18 ma alle 20:30 al Duomo, andrà in scena lo spettacolo Indagine su Giobbe di Teatro Laterale con la compagnia di lettura Senti Chi Parla! e il coro Caterina Ensemble diretto da Alessandro Kirschner.

La mattina di sabato 19, doppio appuntamento al Museo Diocesano: alle 10:00 per l’incontro La parola diventa azione con don Dante Carraro, sacerdote e medico, Maurizio Trabuio, direttore Fondazione La Casa Onlus, Anna Tarallo, psicologa, e suor Albina Zandonà, direttrice Cucine Popolari di Padova; alle 11:30 con un incontro dedicato al bellissimo ciclo di affreschi trecenteschi del Battistero, dal titolo Immagine e parola negli affreschi del Battistero. Intervengono Francesca Flores d’Arcais, Nadia Munari, Osvaldo da Pos, docenti, e la teologa Isabella Tiveron.

Nel pomeriggio la programmazione riprenderà alle 17:30 alla Chiesa di San Gaetano con la presentazione dell’installazione artistica realizzata con le pagine della Sacra Scrittura, Voce in capitolo. La parola in azione, alla quale interverranno l’artista Anna Piratti e il teologo Giorgio Bonaccorso.

Alle 15:30 il Museo Diocesano ospiterà il dialogo Plasma la Parola, una riflessione che parte dal corpo in movimento e indaga le possibilità infinite, straordinarie e talvolta nascoste del nostro essere con Andrea Nante, direttore Museo Diocesano di Padova, Laura Pulin, coreografa e regista, e don Giorgio Bezze, presbitero diocesano. A seguire, alle 21:00, sarà il biblista Jean-Louis Ska a proporre una lettura del libro della Genesi dal titolo: Parole ostili e generative nella Bibbia.

Domenica 20 settembre la giornata si aprirà con la meditazione delle ore 9:00 ospitata nella Chiesa di Santa Caterina E vidi…un libro a forma di rotolo con la teologa Isabella Tiveron e la dance movement therapist Paola Varricchio. Alle 16:00 all’Auditorium San Gaetano saranno Franco Marcomini, medico e psicoterapeuta, Adone Brandalise, docente, Danilo Salezze, frate francescano, e Vanna Cerrato, psicoterapeuta, i protagonisti dell’incontro dedicato a Cura e parola.

A seguire – ore 18:00 Chiesa di Santa Maria dei Servi – l’Orchestra e Coro della Nova Symphonia Patavina diretti dal maestro Davide Fagherazzi eseguiranno un concerto dedicato a “Le sette ultime parole di Cristo sulla croce” di Franz Joseph Haydn.

La settimana successiva, infine, alle 17:30 di sabato 26 settembre al Centro Universitario Padovano, si terranno la tavola tematica e la restituzione artistica del laboratorio promosso da Teatro Carcere “Due Palazzi” di Padova, con il regista Gabriele Vacis, Sabino Chialà, monaco, e il vicepresidente di Cooperativa Giotto Andrea Basso. Titolo dell’appuntamento Awareness. 

In programma anche 3 incontri fuori Padova: a Cittadella venerdì 18 lo spettacolo Anna che sorride alla pioggia con Guido Marangoni; a Fiesso d’Artico sabato 19 La parole che cura e la parola curata con Enza Annunziata, medico, e padre Rinaldo Paganelli, docente; a Candiana domenica 20 La parola di Dio, dolce più del miele! con il biblista don Gianni Carozza.

a Rovigo

Nella sede di Rovigo i due appuntamenti in programma saranno per mercoledì 23 settembre con la Meditazione Il Logos del silenzio con don Gianni Giacomelli, Priore del Monastero Camaldolese di Fonte Avellana (ore 21:00 piazzale della Chiesa di San Bartolomeo), e Credenti in bilico una riflessione sulla fede e al suo rapporto con le tante fratture che caratterizzano la nostra esistenza oggi, con Sabina Baral, responsabile della segreteria del moderatore della Tavola valdese, e la poetessa Vivian Lamarque. 

a Vittorio Veneto

Doppio appuntamento anche per la sede di Vittorio Veneto del Festival Biblico che, sabato 26 settembre, ospiterà alle 17:00 all’Auditorium del Seminario Vescovile l’incontro Parole in silenzio – con Fiorenza Pestelli (coordinatrice Servizio nazionale CEI per le persone disabili), Umberto Mannoia e Lauren Stallivieri (genitori di Enzo) – che affronterà l’importante tema della parola e della comunicazione, in particolar modo in un contesto di disabilità, con la testimonianza diretta di chi vive questa realtà.

Alle 21:00, invece, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta si terrà Parola, verità e amore con Anna Branfiforti e Fabio Della Zuanna (lettori), Assuera De Vido (violino), Giada Dal Cin (arpa), Elena Casagrande (commentatrice) e la regia di La Chiave di Sophia. Uno spettacolo in cui lettura e musica mettono in scena il più conosciuto dei dialoghi di Platone: Il Simposio, per un viaggio tra amore, verità e logos.

 

Il programma completo e tutte le informazioni sulle modalità di prenotazione sono sul sito www.festivalbiblico.it/special.

Safety days: zero vittime sulle strade

E’ l’ora dei “Safety days”. Con questo obiettivo ambizioso, ma assolutamente legittimo partono una serie d’iniziative nella Ue nell’ambito della campagna sulla sicurezza stradale. Promossa da Roadpol – European Roads Policing Network e con il supporto della Commissione Europea, questa iniziativa nasce nel quadro della “Settimana Europea della Mobilità” che terminerà il 22 settembre prossimo. Come dimostrano i dati, purtroppo in aumento, è necessario, infatti, promuovere la consapevolezza sociale sul fenomeno della mortalità e della incidentalità grave sulle strade europee, e dimostrare che, con un ampio sostegno da parte della collettività, è possibile ridurre il numero delle vittime.

In quest’ottica, la Polizia Stradale intensificherà i servizi di controllo per ridurre le principali cause d’incidentalità: elevata velocità, mancato utilizzo dei dispositivi di sicurezza, in particolare quelli per i bambini, e del casco protettivo, oltre al sempre più diffuso uso dei cellulari alla guida. Chi vorrà sostenere la campagna potrà farlo anche visitando la pagina web www.roadpolsafetydays.eu, inserendo l’indirizzo email e il nome, si sottoscriverà il proprio “impegno” a rispettare le regole del codice della strada per contribuire concretamente a ridurre gli incidenti su tutte le strade europee.

Covid, il premio Nobel Hoffman: “Vaccino arriverà nel 2021”

“Penso onestamente, e sono personalmente convinto, che per i membri del personale sanitario” ci sarà un vaccino, “quando è sempre un po’ aleatorio dirlo, ma certamente se non sarà a Natale sarà a Pasqua, allora potremo vaccinarli. E per la popolazione generale” il vaccino ci sarà “nel corso del 2021”. Ne è certo il Premio Nobel per la Medicina 2011 e immunologo di fama mondiale Jules Hoffman.

A Milano per l’annuncio dei vincitori dei Premi Balzan, Hoffman, membro del Comitato generale premi della Fondazione Internazionale Premi Balzan e Premio Balzan 2007, ha tenuto una lectio magistralis dal titolo ‘Les pandémies dans l’histoire humaine, à la lumière du Covid-19’.

Certo, ci sono stati “due o tre casi di reinfezione – ha concesso – ma in biologia non è come in altre discipline, è estremamente variabile, ogni cosa è variabile, nessuno di noi somiglia totalmente all’altro”. “Ma vi giuro – ha poi scherzato – che verrò ancora qui per il Premio nel 2022 e sono certo che a quel punto il problema sarà stato superato”, ha sottolineato.

Referendum sul taglio dei parlamentari: per il no una battaglia che ora si può vincere

 Sarà perché, come hanno scritto Massimiliano Coccia e Susanna Turco nell’ultimo numero dell’Espresso in questi giorni in edicola, l’anti-politica è ormai “fuori mercato”; o perché le bugie dei promotori della riforma costituzionale che prevede il taglio di 345 parlamentari con la conseguente riduzione della Camera a 400 deputati e del Senato a 200 componenti sono state inoppugnabilmente svelate da fonti ufficiali indiscutibili; o, ancora, perché al contrario di ciò di cui si rammaricava nel suo profilo Twitter il sottosegretario dei 5Stelle all’Economia Alessio Villarosa, che però ha attribuito la colpa delle sue farneticanti parole ad un collaboratore,  “c’è la libertà di pensiero e di voto”, il dato del quale bisogna rendersi sempre più conto da parte dei fautori del NO al referendum del 20 e 21 settembre prossimi è che il suo esito non è per nulla scontato a favore del SI, come appariva nelle settimane scorse, e che ora, a pochi giorni dal voto, la battaglia si può vincere. L’importante è che non si sottovaluti quale sia la posta in gioco e soprattutto si faccia capire all’opinione pubblica che la contesa in corso non è né banale né moralistica. Non si tratta, infatti, del risparmio annuo per le casse dello Stato di qualche decina di milioni di euro e né meno del presunto miglioramento della qualità del lavoro delle Camere e della loro rappresentanza che nulla hanno a che vedere con la diminuzione del numero dei loro componenti. Men che meno si tratta, come pure si dice, di una riforma senza vision e priva di obbiettivi precisi.

      All’incontrario, essa vorrebbe costituire il primo tassello di un disegno riformatore che ha come obbiettivo finale la sostituzione della democrazia rappresentativa con la cd. democrazia diretta. Lo affermava esplicitamente, all’epoca ( 12 luglio 2018) della presentazione di un intero pacchetto di riforme costituzionali alla Camera dei Deputati, Riccardo Fraccaro, ministro “per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta” del I° Governo Conte: “La volontà popolare ha sancito chiaramente il passaggio verso la terza Repubblica, nella quale è essenziale riconoscere la centralità dei cittadini sul piano delle forme di partecipazione alla vita politica”. E lo ribadiva qualche tempo dopo Davide Casaleggio, presidente dell’associazione Rousseau, che seppure dall’esterno detta l’indirizzo politico del movimento 5Stelle: “Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”. Insomma, come detto, l’intenzione vera di questa iniziativa è, alla fine, l’introduzione della democrazia diretta che dovrebbe consentire a tutti i cittadini di partecipare ai processi decisionali che riguardano la vita comunitaria senza delegare a nessuno le scelte che appartengono a tutto il Popolo.

     Dunque, una finalità molto seria che avrebbe dovuto essere considerata con grande  attenzione -diciamocelo francamente- sia da parte del mondo scientifico-culturale che, soprattutto, da parte di quello politico. Quest’ultimo, invece, con ingiustificabile leggerezza, non solo l’ha sottovalutata ma addirittura l’ha considerata una ‘merce di scambio’ per accordi di governo o battaglie di opposizione. Determinando così, innanzi tutto, una torsione del valore costituzionale a strumento della politica politicante e, poi, una lacerazione proprio del paradigma democratico e della funzionalità del sistema repubblicano.  Con la conseguenza, come ha scritto Marco Damilano (nel n. dell’Espresso cit.), di favorire la deriva verso l’impossibilità di riportare “a un filo comune il mosaico degli interessi particolari, sempre più feroci, sempre meno disponibili a conciliarsi con gli interessi degli altri” e di agevolare lo scivolamento de “la Res Publica, la Cosa di tutti … a diventare una Selfie-Repubblica, una Repubblica del Selfie, dove ognuno si rappresenta da solo, ognuno fa l’autoscatto della propria urgenza particolare o addirittura individuale”.

     Questo sarebbe, infatti, l’esito finale di tale processo voluto dai grillini verso la democrazia diretta che piuttosto che la partecipazione popolare come proprio tratto distintivo presenta la fisionomia di un organismo plebiscitario e leaderistico. Espressione piuttosto di un populismo che allo stereotipo del modello rappresentativo sostituisce forme immediate prive di qualsiasi intermediazione e che le nuove tecnologie della comunicazione trasformano completamente ergendo chi le utilizza ad esperto di tutto lo scibile umano, a critico verso tutti gli attori politici, a titolare della “verità” in quanto espressione del “popolo autentico”. Così, facendo emergere che la democrazia in prospettiva si caratterizzerà sempre più per assumere “forme di organizzazione diretta che strutturano la partecipazione politica senza intermediazione o, addirittura, contro il parlamento, i partiti politici e tutta quella rete di infrastrutture sociali, a cominciare dai sindacati e dall’associazionismo, che costituivano il tessuto connettivo tra il popolo ed il potere e, quindi, le istituzioni (dello Stato)”.

       Ecco, qual è la vera posta in gioco! Se passa, infatti, al referendum il SI questi scenari si trasformeranno immediatamente in attuali ed il futuro democratico del nostro Paese diventerà incerto ed a rischio.

      Detto questo, però, con il paventare quest’esito e votando domenica/lunedì prossimi, invece, NO alla riduzione dei parlamentari non intendiamo negare né la oggettività della crisi, per certi versi irreversibile, della democrazia rappresentativa né la necessità di costruire una alternativa al suo modo di organizzare il reggimento comunque democratico, secondo i principi ed i valori espressi dalla Costituzione, delle nostre Comunità. Il che significa che bisognerà mettersi al lavoro per costruire nuove istituzioni parlamentari più forti ed autorevoli delle attuali Camere e soprattutto che svolgano funzioni diverse. Non solo. Ma anche Camere che siano differenziate nella rappresentatività che non può essere più solo politica ma deve diventare anche territoriale  e delle Comunità autonome locali. Perfettamente il contrario, cioè, di quanto si intenderebbe fare con i due disegni legge costituzionali, in discussione in Parlamento e complementari a questa legge ‘taglia teste’,  per abbassare l’elettorato attivo e passivo (?) nel voto del Senato e per abolire la regionalità dell’elezione di quest’ultimo.             

      Ma, naturalmente, tutto ciò non sarebbe sufficiente. Una tale riforma del Parlamento, infatti, per ambire al cambiamento della democrazia rappresentativa di cui si diceva, non potrebbe prescindere (non importa se contemporaneamente) né dalla modifica della “forma di governo” nella direzione dell’elezione diretta  del  premier né dall’adozione di un sistema di elezione della Camera dei Deputati di tipo proporzionale ma con collegi uninominali (in uno con l’elezione di secondo grado del Senato). Solo così infatti sarebbe possibile introdurre nel nostro ordinamento il principio della responsabilità nel governo delle istituzioni e con esso il modello di democrazia che è stata definitiva comunitaria e che si ritiene corrisponda al meglio anche allo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche ed a quella che diventerà la sempre più diffusa cittadinanza digitale. 

       In sostanza, una inedita forma di democrazia alternativa sia a quella rappresentativa  che a quella diretta in cui i governanti non sono liberi di determinarsi secondo l’interpretazione che essi stessi danno dell’interesse generale ma dovranno rispettare il patto stabilito per mezzo del programma votato dagli elettori, i quali in questo modo avranno la possibilità i controllarne costantemente l’adempimento ed eventualmente modificarne i contenuti attraverso l’attività dei propri rappresentanti in Parlamento, costantemente collegati con le forze politiche di riferimento. Circostanza, quest’ultima, che costituirebbe il fondamento di una vera riforma dell’attuale democrazia capace di assicurare la sopravvivenza agli stessi partiti politici (naturalmente, non più quelli tradizionali di derivazione ottocentesca) mantenendoli legati al principio della rappresentanza pluralistica mentre l’esercizio della responsabilità comunitaria verso il governo si gioverebbe degli strumenti delle nuove tecnologie. Delineando, come si diceva, un sistema di democrazia comunitaria che -nel suo ricollegare cittadini ed istituzioni, governati e governanti, popolo ed élites- crea un nuovo rapporto virtuoso e dà inizio ad una nuova storia della partecipazione popolare.

      È questa la prospettiva riformistica dei sostenitori del NO che certamente non siamo per il mantenimento dello status quo ante delle istituzioni repubblicane ma anzi riteniamo che esse debbano essere radicalmente cambiate ma non certo nella direzione della democrazia diretta (melius:  plebiscitaria e leaderistica) bensì -come detto- della democrazia delle Comunità

       

Un “no” per mettere freno alla dilagante demagogia populista

Il 6 luglio 1976 presentai alla Camera dei Deputati, con alcuni colleghi democristiani, una proposta di Legge costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario.

La proposta si collocava in un quadro istituzionale di salda impostazione democratica, con una Legge elettorale rigorosamente proporzionale e con il voto di preferenza che garantiva il fecondo collegamento tra eletti ed elettori.

L’obiettivo era quello di rafforzare la democrazia parlamentare in un clima di cultura costituzionale particolarmente attenta, dopo la nascita delle Regioni, alla centralità del Parlamento.

La Legge costituzionale ora sottoposta al voto referendario nasce da un’ispirazione radicalmente diversa, sostanzialmente antiparlamentare, dal disprezzo storico e politico della costruzione democratica dell’Italia, dalla puerile mitologia della democrazia diretta, da una concezione profondamente illiberale, come dimostra il progetto di introdurre il “vincolo di mandato” che cancella la libertà del parlamentare e annulla il principio della rappresentatività nazionale, decretando, in questo modo, la fine della democrazia parlamentare.

Non regge la tesi di chi sostiene che l’approvazione dell’attuale Legge costituzionale aprirebbe la strada a buone riforme istituzionali, che allo stato non si intravedono, mentre si realizzerebbe il paradosso per il quale una Legge costituzionale troverebbe la sua giustificazione in virtù di successive leggi ordinarie, capovolgendo così ogni logica legislativa e istituzionale.

Non può non preoccupare come in questo clima di dissacrazione della democrazia parlamentare affiorino tentazioni presidenzialiste e pretese di subordinazione dei parlamentari ad oligarchie di partito e perfino a oscuri personaggi, manipolatori di un’illusionistica democrazia diretta.

La posta è, dunque, alta ed è in gioco quale cultura politica e istituzionale dovrà ispirare il futuro della Repubblica italiana. Anche in caso di sconfitta una forte affermazione del NO può diventare un freno alla dilagante demagogia populista.

Da oggi scatta il taglio del costo del lavoro in agricoltura

Scatta il taglio del costo del lavoro in agricoltura con l’esonero dei contributi previdenziali e assistenziali dovuti dai datori di lavoro appartenenti alle filiere agrituristiche, apistiche, brassicole, cerealicole, florovivaistiche, vitivinicole ma anche allevamento, ippicoltura, pesca e dell’acquacoltura. Lo rende noto la Coldiretti in riferimento al “tour de force” del fisco per imprese e professionisti, che si troveranno domani a dover onorare 187 versamenti secondo l’Ufficio studi della Cgia di Mestre (Venezia).

Le imprese agricole più duramente colpite dall’emergenza covid godranno però – sottolinea la Coldiretti – almeno dell’esonero per i primi sei mesi del 2020 dei contributi previdenziali e assistenziali dovuti dai datori di lavoro per effetto delle norme contenute nel DL Rilancio, ora convertito in legge, e non dovranno pagare un importo complessivo di 426 milioni per il settore grazie alle sollecitazioni della Coldiretti accolte dal Ministro delle Politiche Agricole Teresa Bellanova.

“Un risultato importante per salvare lavoro ed occupazione in settori strategici del Made in Italy in una situazione in cui in Italia il 57% delle 730mila aziende agricole nazionali ha registrato una diminuzione dell’attività secondo l’indagine Coldiretti/Ixe “ ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nell’evidenziare “il valore strategico della filiera del cibo con la necessità di difendere la sovranità alimentare e non dipendere dall’estero per l’approvvigionamento alimentare in un momento di grandi tensioni internazionali sugli scambi commerciali”.

 

Il desiderio di vacanza si prolunga fino all’autunno

Estate senza fine. Il desiderio di vacanza si prolunga fino all’autunno e le previsioni lasciano sperare: il 58% di italiani ha in programma almeno un soggiorno in quel periodo stando ai dati Enit- Agenzia Nazionale del Turismo. Saranno ancora vacanze al mare (57%) o in montagna (48%), ma si prevede anche un ritorno alle città d’arte (42%).

Tra gli altri tipi di soggiorni ci sono quelli enogastronomici (29%), al lago (29%) e alle terme (28%). Il 33% poi già pensa alle vacanze di Natale, per il 92% in Italia, in particolare in Lombardia, Sicilia, Piemonte e Campania. All’estero, on the top il Nord Europa. Enit ha intervistato oltre 4mila persone nell’ultima settima di agosto (dal 24 al 30) per fare il punto sull’estate.

E dal bilancio emerge che il 41% degli italiani non ha potuto fare vacanza, mentre il 59% della popolazione ha effettuato almeno 1 periodo fuori casa: il 42% ha trascorso un periodo di vacanza mentre il 17% ha passato due o più periodi fuori dalla propria residenza. In media le ferie sono durate 7 notti (il 34% soggiorni tra le 3 e le 6 notti, il 24% 1 o 2 notti, il 22% tra le 7 e le 10 notti ed il 20% oltre 10 notti). La maggior parte degli italiani è rimasto in patria nel 97% dei casi, preferendo destinazioni quali l’Emilia Romagna, la Puglia e la Sicilia, tutte sul podio del periodo scelte dal 9% dei vacanzieri italiani. Buone performance anche quelle della montagna con il Trentino Alto Adige (8%), ma anche la Toscana (8%), il Piemonte (7%) e la Lombardia (7%). All’estero (3%), gli italiani sono rimasti in Europa mediterranea (35%), in Nord Europa (24%) o nell’Est europeo (14%). In media una famiglia ha speso 850 euro per una vacanza e tre su dieci arrivano a spendere mille euro. La maggior parte degli italiani è andato infatti in vacanza in coppia (46%) o in famiglia con i figli (40%), mentre solo il 17% si è spostato con amici. Il 7% ha scelto la vacanza da solo.

“I dati resi noti dall’Enit sono confortanti, sia per quanto riguarda il numero delle presenze dei vacanzieri nei mesi di luglio e agosto, sia per la scelta fatta dalla maggioranza degli italiani di rimanere nel nostro Paese per trascorrere il periodo di ferie” dichiara Lorenza Bonaccorsi, Sottosegretaria al Turismo del Mibact.“Fin dall’inizio – aggiunge Bonaccorsi – avevamo invitato gli italiani a fare le vacanze nel nostro Paese, riscoprendo le meraviglie diffuse lungo tutta la Penisola: dal mare alle montagne, dai borghi alla natura incontaminata. Sono confortanti anche i dati che prevedono il prolungamento della stagione anche a settembre e nei mesi autunnali. Periodo, quest’ultimo, in cui gli italiani potranno continuare a utilizzare il bonus vacanze, valido fino al 31 dicembre”.

“L’hotel 3 stelle e più (25%) resta la modalità del soggiorno preferita dagli italiani, sebbene il 16% sia stato ospite da amici e parenti, il 13% sia stato in appartamento in affitto, il 12% in un B&B. Segue la casa di proprietà (7%) ed il villaggio turistico (7%)” dichiara il Presidente Enit Giorgio Palmucci. “Le strutture ricettive hanno dimostrato un rapido adeguamento alle nuove disposizioni e la versatilità e la scrupolosità con cui si è proceduto hanno contribuito a garantire, insieme al senso di responsabilità di ciascun viaggiatore, la sicurezza del viaggio e della conoscenza dei luoghi senza inficiare la vacanza” conclude Palmucci.

Ancora dall’indagine Enit, a contribuire alle spese il Bonus Vacanze richiesto dal 23% dei vacanzieri, che servirà a sostenere anche le vacanze autunnali e di Natale poiché il 14% l’ha richiesto ma non lo ha ancora speso, mentre in estate l’ha utilizzato il 9% dei soggiornanti. La vacanza ricercata dagli italiani post lockdown ha visto prevalere la voglia di mare (60%) che alla fine ha addirittura doppiato la vacanza in montagna (30%) e quella naturalistica (25%). Ma i vacanzieri nostrani cercano dalla vacanza l’esperienza culturale (24%) e il relax (23%). Il giudizio degli italiani sulla vacanza è stato molto positivo: voto medio 8 su 10 per una vacanza che ha avuto il gusto del relax e del benessere (75%), tanto desiderato dopo una stagione così difficile.

Apprezzata la bellezza del luogo di vacanza (32%), il mare (31%), il fatto di aver goduto di una esperienza positiva (23%) ma anche del cibo e della buona cucina italiana (23%). L’85% dei vacanzieri tornerebbe il prossimo anno o fra due nello stesso posto. Il tema sicurezza ha dato garanzia all’85% degli italiani per le misure adottate nelle strutture in cui erano ospiti, all’80% per le misure sul territorio.

Nel complesso dell’estate tra italiani e stranieri sono stati circa 24 milioni i viaggiatori sulle tratte di Trenitalia e che hanno apprezzato la costa adriatica in particolare la Puglia ma anche sul Tirreno la Liguria, la Toscana, Il Lazio, la Campania e la Calabria. Anche i passeggeri Italo, sul target prevalente entro i 40 anni, hanno apprezzato tutto il network comprese le nuove tratte che attraversano l’Italia da Torino a Reggio Calabria e da Milano ad Ancona. Stando ad Anas e Autostrade i volumi di traffico sono aumentati del 4 per cento ad agosto rispetto a quanto registrato nelle settimane precedenti, portando la settimana di Ferragosto quasi in pari rispetto all’anno scorso (-3,8%).

L’impatto psicologico emotivo dopo il coronavirus

Le conseguenze dopo l’impatto della diffusione sul coronavirus ha ridimensionato davvero la visione quotidiana della popolazione italiana?

C’è una questione psicologica che sotto moltissimi aspetti, le persone hanno rivalutato durante il decorso della pandemia. Lo stare chiusi in casa ci ha obbligatoriamente costretti a stare per un periodo di tempo abbastanza prolungato, racchiusi nella stessa cerchia ristretta del nucleo familiare o lavorativo.

Ecco perché è stata avviata l’iniziativa “Psicologi per il coronavirus”, un servizio riservato in particolare modo anche per gli operatori socio-sanitari. Un servizio che ha reso possibile una consulenza a distanza, formato da un equipe di psicologhi e psicoterapeuti esperti, pronti a destare il loro lavoro a servizio della comunità italiana.
Il numero di richieste della consultazione psicologa a distanza è stato molto elevato, ma effettivamente a distanza di tempo, dopo che il periodo piu’ critico è stato superato, cosa n’è rimasto? Gli italiani hanno rivalutato davvero la possibilità di avviare un percorso terapeutico anche dopo l’avvenuta di quest’emergenza?

Purtroppo, una buona parte di queste persone che hanno richiesto questo servizio, ha deciso appunto di non continuare questo percorso per dimenticarsi alla svelta di questo periodo. Ma effettivamente a livello psicologico questo stato emotivo può essere eliminato in modo definito?

Un essere umano ha la tendenza di autoproteggersi da un ricordo spiacevole, cercando di rivolgere lo sguardo di nuovo a quello che sarebbe alla sua “normalità”, non prendendo in considerazione che molto spesso il malessere sussista già da prima dello scoppio di un evento piu’ traumatico (in questo caso del coronavirus).
I rapporti con i familiari o con il proprio partner, poteva essere già da tempo logorato ma che in quel periodo di emergenza sono risaltati ancor di più i punti più critici.
O semplicemente, chi era abituato a rimanere per un periodo prolungato “lontano” dai propri cari, si è ritrovato rinchiuso in una sorta di prigione psicologica e fisica, con un nucleo familiare a cui non era più abituato a rimanere in contatto.
O le donne o gli uomini lavoratori , costretti entrambi a rimanere in casa a proseguire il proprio lavoro a distanza grazie allo “smart working” ma al contempo stesso riuscire a badare i propri figli, perché si era impossibilitati di portarli dai nonni o in alcune strutture apposite.

Non è un male pretendere un proprio spazio personale, ma molto spesso bisogna avere anche il coraggio di richiedere un aiuto in piu’ per se stessi. Oramai nel 2020 i valori tradizionali sono abbastanza mutati, non esiste piu’ come una volta lo “star insieme” e di godersi di attimi tranquilli con la propria famiglia e con la persona che si ama.
Purtroppo è anche vero che la società ci ha messo in una condizione di essere come delle macchine di fabbrica, il nostro scopo oramai è di essere educati a produrre, per poi produrre a nostra volta il lavoro. Il malessere avviene quando una volta raggiunto questo obiettivo, non sol dimentichiamo in modo apparente “l’altra persona”, ma in modo particolare dimentichiamo “noi stessi”.

Siamo così occupati nel rivolgere lo sguardo a ciò che noi consideriamo “normalità”, che molto spesso trascuriamo il nostro malessere, che nei peggior dei casi possiamo anche riversare nel prossimo come forma di cattiveria.
Le varie forme di specialisti come lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psicoanalista, lo psichiatra.. non sono nate per essere derise o allontanate perché sono inutili, cerchiamo di proiettare il nostro sguardo al di fuori della nostra cerchia che consideriamo “normalità”.

Sono figure importanti capaci di migliorare il nostro benessere, chi può darti aiuto non è il solo classico medico che ti opera sul lettino chirurgico o che vai nello studio per farti prescrivere l ricetta.
Ma un’articolo può effettivamente far cambiare idea al lettore?

Purtroppo chi rimane nelle proprie convinzioni non cambierà mai la propria opinione, ma possiamo sempre confidare in quei pochi occhi discreti, quel poche anime che hanno solo di una spinta per fare questo gran passo. Per fortuna esistono ambulatori o centri che offrono questo servizio in modo gratuito, per facilitare quelle persone che non hanno la possibilità economica o diffidano di iniziare questo percorso a pagamento, basta cercare su internet qualche centro che possa fornire un supporto psicologico gratuito, o semplicemente basti consultare l’asl della propria città che quest’ultimo fornisce lo stesso un percorso gratuito per chi è riuscito a rivolgere lo sguardo in un’altra direzione.

Bill Gates: “Covid finirà solo tra due anni”

“È increscioso che molte dichiarazioni del presidente Trump abbiano fatto percepire il vaccino contro il Covid come una questione politica”. A dirlo, in un’intervista a La Stampa è Bill Gates che boccia la risposta americana alla pandemia, disastrosa, e avverte che l’autunno minaccia di riportarci ai drammi della primavera, se non ci saranno gli interventi necessari. Però è ottimista sui vaccini, prevedendo che almeno tre saranno autorizzati entro la fine dell’anno, anche se per vedere la vera fine del virus dovremo aspettare il 2022.

“Tristemente, quest’anno parliamo degli arretramenti provocati dalla pandemia. L’impatto sulla salute è un passo indietro di 25 anni, e la povertà estrema è cresciuta del 7%. Dobbiamo fermare il virus, ma serve la collaborazione globale. Lavorare insieme per creare il vaccino, condurre i trial, produrlo, distribuirlo. L’accesso farà la differenza. Secondo gli studi dalla Northeastern University, se i primi due miliardi di dosi andranno solo ai Paesi ricchi, avremo il doppio dei morti” afferma Gates che si dice “pessimista su come sarà l’autunno nell’emisfero settentrionale. Se non avremo interventi il numero dei morti, anche negli Usa, tornerà ai livelli della primavera”.

“La notizia buona -aggiunge- è che abbiamo diversi vaccini promettenti, e potrebbero ricevere l’autorizzazione all’uso di emergenza dalla Fda o dalla Mhra entro fine anno, o certamente all’inizio del prossimo. Mi aspetto che due o tre l’avranno. Alcuni pensano prima di novembre (data delle presidenziali Usa, ndr), però non è probabile. La Pfizer è l’unica che potrebbe riuscirci, ma molti altri dovrebbero avere i dati dei test entro l’inizio dell’anno prossimo. Il primo vaccino potrebbe non essere quello definitivo, servirà altro lavoro sui secondari”.

“La Gates Foundation -riferisce ancora Bill Gates nell’intervista a La Stampa – è concentrata su quelli che possono essere prodotti in grande scala, con un costo basso, fra 2 e 3 dollari a dose. Ciò include AstraZeneca Oxford, Novavax, Johnson & Johnson e Sanofi. Cerchiamo di vedere se funzionano, e costruiamo una capacità di produzione globale, per oltre un miliardo e mezzo di dosi all’anno”.

Conferenza stampa del presidente Conte a Norcia 15/09/2020

Ucciso a Como il prete degli ultimi

Questa mattina don Roberto Malgesini, prete della diocesi di Como, è stato assassinato da un senzatetto con problemi psichici.

L’aggressione è avvenuta sotto la casa dove abitava il sacerdote, che era originario della Valtellina. Inutili i soccorsi: quando don Roberto è stato ritrovato, era disteso per terra con con diverse ferite da arma da taglio e i sanitari ne hanno solo potuto constatare il decesso.

Ma chi era don Roberto Malgesini?

Don Roberto Malgesini era un prete “di strada”, impegnato da anni nell’assistenza dei senzatetto e dei migranti che nel corso degli anni sono passati in città, a cui forniva la colazione, oltre che cure e beni di prima necessità. Seguiva mensa e dormitorio comunali ed era molto conosciuto in città.

“Era una persona mite, ha votato tutta la sua vita agli ultimi, era cosciente dei rischi della sua missione. La città e il mondo non hanno capito la sua missione”. Dice Roberto Bernasconi, direttore della Caritas. “Questa tragedia – prosegue Bernasconi – è paragonabile a un martirio, voleva trasmettere un messaggio cristiano attraverso la vicinanza a queste persone. E’ una tragedia che nasce dall’odio che monta in questi giorni ed è la causa scatenante al di là della persona fisica che ha compiuto questo gesto. O la smettiamo di odiarci o tragedie come questa si ripeteranno. Spero che questo suo martirio possa contribuire allo svelenamento della società”.

 

Referendum. Balboni (Univ. Cattolica Milano): “Voto no”.

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir

“Il mio è un No senza particolare entusiasmo, come credo siano senza entusiasmo anche molti Sì. Lo schema binario impone una scelta drastica e ci si ritrova su posizioni opposte anche se magari su molte argomentazioni ci si potrebbe ritrovare”. Enzo Balboni, già professore ordinario di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano, è tra i firmatari di un appello di giuristi contrari alla legge costituzionale che riduce il numero di deputati e senatori. Ma non sale sulle barricate. “La materia del quesito in sé è miserella – spiega – in quanto
il taglio lineare non assicura alcuna maggiore efficacia del Parlamento e presenta forti venature di polemica politica contingente.
Ecco, l’errore più grande è stato quello di aver scelto lo strumento dei tagli lineari. Le riforme costituzionali non si fanno così”.

Qual è l’argomento principale che l’ha indotta prendere posizione per il No?
Il mio No è soprattutto per il timore che attraverso il taglio drastico del numero dei parlamentari si determini una situazione che agevoli le modifiche alla Costituzione a maggioranza assoluta. In altre parole,
si rischia di invogliare chi prende la maggioranza in Parlamento a intervenire sulla Costituzione con una certa disinvoltura e in base a interessi di parte.
Mi consenta di dire che le modifiche costituzionali dovrebbero essere sempre circondate da una certa solennità. Nella riforma Renzi c’era un elemento positivo e cioè che gli interventi sulla Costituzione dovessero richiedere sempre la maggioranza dei due terzi.

In che senso ha definito povera la materia del referendum?
Nel senso che si tratta di una riforma molto zoppa. La realtà è che mancano i correttivi che avrebbero dovuto accompagnarla e che le forze politiche non sono state in grado di rendere effettivi contestualmente, come sarebbe stato necessario.

Per esempio?
Una nuova legge elettorale che consenta la governabilità senza mortificare la rappresentanza. L’ideale sarebbe il modello francese con il doppio turno di collegio, ma sappiamo bene che soprattutto in questo momento non ci sono le condizioni per adottarlo in Italia. Bisognerebbe essere sicuri di avere almeno un sistema sul modello tedesco, un proporzionale fortemente corretto con una soglia di sbarramento al 5%.

Per i non specialisti non è immediatamente evidente il rapporto tra il taglio dei parlamentari e il sistema elettorale…
C’è un problema di rappresentanza da riequilibrare. Riducendo il numero dei seggi ci sono territori che rischiano di essere sottorappresentati e altri che, viceversa, si ritrovano sovrarappresentati. Con scarti rilevanti tra Regione e Regione, nell’ordine del 30-40%.

Un altro correttivo che è già all’esame del Parlamento riguarda il numero dei delegati regionali che prendono parte all’elezione del Presidente della Repubblica. Diminuendo il numero dei parlamentari, il loro peso relativo automaticamente aumenta.
Per me che sono da sempre un regionalista non fa ovviamente problema la presenza dei delegati regionali che comunque è prevista dalla Costituzione.
Ma c’è oggettivamente una disproporzione. Un conto è avere 58 delegati regionali a fronte di 945 tra deputati e senatori, un conto è averne 58 in rapporto a 600 parlamentari. Anche il numero dei delegati regionali andrebbe ridotto di un terzo.

Dare lavoro è costruire giustizia

Leggendo più di una volta la parabola di Luca, riferita al giudice che rende giustizia alla vedova dopo che aveva più volte insistito per condannare il proprio nemico, ho cercato di confrontare gli aspetti salienti relativi di quel contesto a quelli odierni. Posto che la giustizia ‘pronta’ può venire solo da Dio, come sottolineano le scritture, il giudice di allora come quello di oggi, interpreta le leggi secondo le dinamiche non sempre positive presenti nella comunità.

La giustizia resa alla vedova che nel mondo ebraico insieme ai bambini, in quanto soggetti deboli erano considerati degni di grande attenzione, avviene dopo moltissime pressioni. Alla fine il giudice pur di togliersela di torno decide di dargli ragione, aldilà del valore che poteva farsi alle offese subite dalla vedova. Trasferendo questa dinamica ai giorni d’oggi, è indubbio che la stampa scritta e televisiva posseduta dai potentati, unitamente alla volubile pubblica opinione, influenzano in vario modo i comportamenti degli operatori di giustizia, al punto che si può dire evangelicamente che l’unica giustizia ‘pronta’ è quella di Dio o al massimo è quella praticata dal suo popolo sorretta pienamente dai suoi comandamenti.

La preghiera che ci ha insegnato Gesù per rivolgersi a Dio, il Padre Nostro, dice: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Ci indica in modo semplice ed umano il modo di coltivare il senso della giustizia; oggi diremmo non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te. Questo senso ‘comune’ di giustizia, si rafforza in potenza, tanto più entriamo nella logica cristiana di amare il prossimo come si ama se stessi. Dunque la giustizia giusta, appartiene alla misericordia di Dio ed al suo popolo quando gli e’ fedele.

Ma è significativo che nella preghiera che rivolgiamo al Padre Nostro, appena prima della indicazione di rimettere a noi stessi gli stessi debiti che rimettiamo agli altri, cioè il senso di giustizia da avere, c’è la invocazione: “dacci oggi il nostro pane quotidiano. Infatti sappiamo che dal lavoro l’uomo trae il senso della sua vita e della sua vocazione voluta dal Signore.

Il lavoro è sostentamento per se e per la famiglia; è realizzazione e dignità; è suo destino e vocazione, come soggetto voluto per dare continuità al creato; è manifestazione della sua natura di persona che con altre persone organizza la libertà ed autonomia propria e di tutti. Dunque la privazione del lavoro, intesa nella sua valenza intera, toglie all’uomo ogni possibilità di vivere in un ambito giusto.

Anzi nel momento in cui questi presupposti vengono meno, e si fa agli altri quello che nessuno vorrebbe fatto a se stesso, si cade in uno stato di dipendenza, veniamo privati di ogni soggettualita’ sociale, ci tolgono persino la possibilità di sostenerci in autonomia, e di partecipare al disegno del Creatore.

Questa grande ingiustizia, alimenta il male che da forza a tutte le realtà che in questa epoca rappresentano il male: le mafie locali ed internazionali, il potere finanziario che mirano a restringere l’autonomia delle persone e svuotare la democrazia. Peraltro non è un caso che la finanza internazionale, il potere sopra ogni potere odierno, si avvale dei paradisi fiscali per riciclare i proventi delle attività criminali del narcotraffico; del traffico delle armi; del traffico della prostituzione.

Dunque questa epoca di cambiamento e sbandamento del mondo, la ricristianizzazione delle nostre comunità, è il presupposto per la ‘Giustizia Giusta’. Insomma amare il prossimo come si ama se stessi, equivale a non fare agli altri quello che non vuoi che si faccia a noi stessi.

Alle radici della violenza

Articolo pubblicato sulla rivista giuridica internazionale DPU – Diritto Penale e Uomo

Prosegue inarrestabile (potrebbe essere diversamente?) la striscia negativa delle brutte notizie.
Si resta sbigottiti a seguire l’avvicendarsi di fatti di cronaca nera: ripetuti e quotidiani gesti di violenza che si superano per efferatezza e bestialità. “Homo homini lupus”: da sempre è così ma oggi tutto è amplificato ed enfatizzato dai media, di ‘buone nuove’ si è persa ogni traccia, non si trovano più neanche nei mercatini dell’usato.
E’ tutto un rimbalzare di episodi atroci e criminali: comunque li si voglia chiamare o definire si appalesano come evidenze drammaticamente negative sia del vivere sociale che dei comportamenti individuali.

Una lunga catena di gesti inconsulti di cui ci si attende quotidianamente l’anello successivo, come se la notizia di quelli precedenti fosse del tutto ininfluente rispetto ad ogni remora, incapace di fermare una mano assassina, come in una sfida dove il delitto vince la ritrosia, i freni inibitori, il timore di essere scoperti e puniti, per non parlare delle regole morali che vengono infrante: il rispetto della sacralità della vita, il diritto all’identità e al futuro per ogni essere umano, il pudore e il pentimento verso ogni possibile offesa della sua dignità.

Alle radici della violenza come atteggiamento ripetuto e prevalente rispetto alle alterne vicende della vita c’è un mix di derive sociali che spingono, condizionano fino ad una sorta di mutazione antropologica, ci sono atteggiamenti compulsivi condivisi, esempi negativi che non vengono corretti e stigmatizzati, come se il gruppo fosse branco, il sodalizio umano un luogo di reciproche sopraffazioni.
Alla base della violenza dilagante c’è la crisi epocale, economica in tutti i suoi risvolti: l’immigrazione clandestina, la disoccupazione, la miseria, le povertà emergenti, la pochezza culturale.

A cominciare dal linguaggio imbarbarito ed usuale e dalle sue declinazioni in gesti di aggressività e – specularmente – dalla debolezza del pensiero, dalla carenza di riflessione, dal mercimonio dei sentimenti.
Ci sono drammi umani che sconvolgono e ribaltano esistenze e consuetudini, che portano a situazioni insostenibili e impensate, che generano pulsioni di indignazione e ribellione.
La violenza oggi nasce in una società dove l’ignavia e l’indifferenza si mescolano a prepotenze che schiacciano le persone verso una irreversibile soccombenza, impongono ingiustizie intollerabili.

Ma non dobbiamo dimenticare che la scelta tra il bene e il male, tra un atteggiamento pacifico e interlocutorio e l’esplosione incontrollata di pulsioni bestiali è legata al discrimine del libero arbitrio perché nel momento in cui si decide di offendere, ferire, aggredire, uccidere si è soli davanti alla propria coscienza.
Da troppo tempo si è diffuso un senso di impunità nei comportamenti sociali e molta parte della cultura finora prevalente ha contribuito a de-responsabilizzare gli individui nei confronti della loro coscienza individuale.

La certezza o la speranza di farla franca, di cavarsela a buon mercato, di restare impuniti, di non essere scoperti, di ritenersi capaci di compiere il delitto perfetto, di essere tutelati in sede di procedimento giudiziario da tutta una serie di variabili attenuative ed indulgenti sono sostenuti troppo spesso da un lento e progressivo ovattarsi del “senso di giustizia” nell’immaginario collettivo.

Tutti invocano un tipo di giustizia che stenta a realizzarsi, perché alla colpa o al dolo subentrano le aspettative di resipiscenza e redenzione, la tutela del presunto colpevole supera la ricerca della verità: la morte è morte, non c’è più nulla da fare per chi non c’è più, niente è più esemplare di chi si emenda, di chi perdona: “in dubis abstine”…..“in dubio pro reo”.
E il legittimo diritto di difesa anche di fronte all’evidenza dei fatti, il ricorso alle attenuanti generiche, il pentitismo a buon mercato, l’invocazione troppo spesso ripetuta dell’incapacità di intendere e di volere, l’attenuazione del principio di consapevolezza e volontà, la scelta del rito abbreviato, lo sconto di pena, la sua conversione in una sanzione più mite, la facile e disinvolta cultura della riabilitazione, un buonismo intriso di cavilli procedurali e di scrupoli di coscienza: tutto attenua, tutto ridimensiona, bisogna capire … “ha perso la testa ma non voleva”… “è sempre stato un bravo ragazzo”… “è un uomo tutto casa e lavoro”…”sentiva delle voci che gli dicevano di commettere il male … ma lui non era consapevole … si è accorto dopo di ciò che ha commesso … ora è pentito e chiede perdono”.

Ma possiamo permettere di abituarci collettivamente al femminicidio, alla violenza criminale sui familiari, alla pedofilia, all’abuso dei minori, alla sopraffazione dei deboli e degli indifesi, allo stalking compulsivo, ossessivo e persecutorio …. come se fossero comportamenti socialmente dilaganti, fatti prevalenti di costume, giustificati dalla crisi economica, dalla perdita del lavoro, dal presunto tradimento, dalla debolezza umana, dalla provocazione, dal sentimento di possesso?

Credo fermamente di no.
Il susseguirsi di episodi di violenza e di offesa diventa esso stesso spettacolo, come nella sequenza di una fiction ad episodi mentre restano sul campo vittime senza colpevoli, rimane il dolore e la disperazione dei padri, delle madri, dei figli nel quale ci immedesimiamo con partecipazione emotiva sincera ma spesso effimera.
Alla radice della violenza c’è il prevalere del male sul bene, del crimine sull’onestà di intenti: c’è sempre l’uomo, la persona., l’individuo che in genere – eccetto rare e documentate situazioni di buio della coscienza – decide ed agisce secondo deliberazione e consapevolezza del delitto che sta compiendo.

Ricordo ciò che mi disse il Prof. Vittorino Andreoli: “ci pensi su due volte prima di dire … ‘conosco una persona’ “.
Che cosa scatta nella mente di chi alza il braccio per un gesto omicida? Non sempre o non solo la follia.
Non sempre e non solo l’istinto dell’ira irrefrenabile e inconsapevole
Si dovrebbe guardare a questi fatti per quello che sono, molto, troppo spesso: gesti cercati, costruiti, studiati e ‘scientemente premeditati’ di violenza, ad ogni costo, oltre il rispetto della vita altrui.

Sovente la “follia” viene confusa con una deliberata alterazione dell’ego, come un’ombra oscura che nasconde la realtà fino a negare “intenzione e volontà”.
E nelle pieghe di questi fatti di cronaca emerge lo spaccato di condizioni sociali e individuali coscientemente orientate verso il male.
“Non giudicate se non volete essere giudicati”: è vero.

Direi di più: in una società veramente civile ogni pena deve essere programmata in funzione del riscatto e della riabilitazione del reo.
Ma se archiviamo la violenza come comportamento possibile, imprevedibile, comprensibile, tollerabile cercando attenuanti e giustificazioni fino a forzare l’evidenza del principio di realtà ci poniamo tutti, indistintamente fuori da quella cerchia di valori e di esempi positivi ed orientati al bene comune sui quali si basa la nostra convivenza e l’idea stessa di civiltà.

In questo consiste forse la nostra “vera e inconsapevole follia”.

Brexit: Tony Blair e John Major contro Boris Johnson

Il primo ministro britannico Boris Johnson è sotto il fuoco dei suoi predecessori.

Tony Blair e John Major hanno pubblicato un editoriale congiunto che attaccava la decisione di Johnson di rompere le parti dell’accordo sulla Brexit a lui non gradite.

Rompere l’accordo relativo all’Irlanda del Nord, violando il diritto internazionale fa pensare, secondo i due premier, ad una visione molto limitata del futuro.

Nell’editoriale Blair e Major hanno descritto la proposta del governo come “scioccante”.

E si chiedono.

“Come può essere compatibile questa procedura con i codici di condotta che vincolano ministri e funzionari pubblici? Mentre negoziamo nuovi trattati commerciali, come possiamo salvare la credibilità come nazione se ignoriamo così palesemente i nostri impegni nel momento in cui li firmiamo?”

Anche l’immediato predecessore di Johnson, la collega conservatrice Theresa May, ha condannato la proposta, affermando che mina la fiducia nel Regno Unito

Blair e Major hanno affermato, inoltre, che la proposta rischia di minare i progressi compiuti nel garantire la pace nell’Irlanda del Nord. “L’azione del governo non protegge l’accordo del Venerdì Santo – lo mette in pericolo”.

“Questo piccolo stratagemma secondo i due ex premier, deve concludersi immediatamente prima che venga fatto qualsiasi ulteriore danno. E, se il governo stesso non rispetterà lo stato di diritto, l’Alta Corte del Parlamento dovrebbe obbligarlo a farlo”.