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L’Ultima Cena e un’olimpiade andata di traverso

Le Olimpiadi prendono nome dei giochi che in quel della Grecia, ogni quattro anni si svolgevano in omaggio a Zeus in occasione delle feste olimpie. Il premio non era altro che una corona di foglie di olivo ma era sufficiente per dirsi di aver vinto e farti contento. Dalle cinque discipline essenziali se ne è passati ad un numero assai più consistente con uno stuolo infinito di atleti a cimentarsi in gare, a simulazione delle scorrerie fisiche di un tempo.

La Francia ha presentato il suo biglietto da visita con una imponente cerimonia d’apertura che per molti potrebbe essere invece di immediata chiusura. D’accordo, sport vuol dire divertimento e cimento e l’importante è vincere la sfida superando in meglio le edizioni passate. Ogni volta si deve trovare qualcosa per sbalordire e fare in modo che il mondo ne parli.

Si sono ingaggiate musiche, coreografie e artisti internazionali per uno spettacolo bagnato dalla pioggia, forse un segno divino di lacrime di commozione o di disperazione. Si è trattato di competere, nel senso buono, per strabiliare il mondo, mirando, tutti sotto braccio, per raggiungere l’ambito traguardo di lasciare l’umanità a bocca aperta. Par che ci siano riusciti a stupire chi ha assistito allo spettacolo, stupendo non solo gli stupidi che si sono compiaciuti ma anche quelli che hanno disapprovato alcune trovate che hanno comunque colto nel segno.

Il giorno dopo se ne è parlato e quindi si è fatto centro. Thomas Jolly, il direttore artistico dell’evento aveva anticipato una esibizione audace e gli è venuto naturale mettere in mostra delle drag queen. Ormai sono gettonatissime, non c’è rappresentazione che tenga senza la loro presenza. Siamo su un banale che in ogni caso funziona.  Jolly ha capito che doveva andare ancora oltre, tirando fuori un suo formidabile asso dalla manica mettendo in posa i “regali travestiti” proponendo, almeno in prima apparenza, un rifacimento dell’Ultima Cena di Leonardo con tanto di un Dioniso in prima fila. Dall’Ultima Cena all’ultima scena il passo sarebbe stato breve. L’osceno, sotto gli occhi di tutti.

Dopo le polemiche, sono intervenute le scuse della responsabile della Comunicazione delle Olimpiadi ed un chiarimento del signor Jolly che ha spiegato come la scena fosse riferita invece alle feste dionisiache, forse non considerando che in questa ipotesi Zeus potrebbe a sua volta risentirsi. In ogni caso, in assenza di queste spiegazioni relative ad un progetto che nella sua fattura avrebbe comunque dovuto evitare confusioni ed allusioni ad altre vicende, non si sarebbe stati di fronte alla libertà di espressione e di sentimenti che appartengono alla sfera pubblica e privata di ciascuno, quanto ad un quadro di desolante ignoranza per confusione di campi.

Non sarebbe stata soltanto una marchiana mancanza di sensibilità verso i Cristiani, un’offesa gratuita o ancor peggio, a voler pensare bene, inconsapevole. Si sarebbe trattato di un urlare sbagliando indirizzo, uno starnazzare strumentalmente una ideologia “woke” condannandola invece alla misera frittura in un wok.

Oltre a strombazzare il ventaglio dei diritti a cui ognuno può richiamarsi senza impedimenti, si sarebbe andata a scomodare la rappresentazione di un passaggio evangelico che andrebbe letto seccamente per come ci è stato tramandato e che non ammette alterazioni e che sarebbe soprattutto fuori contesto rispetto all’evento sportivo.

In quell’ipotesi, contesta da più parti subito dopo la cerimonia, sarebbe sorto il sospetto che Jolly, dopo mesi di prove, con gli scarsi strumenti a sua disposizione, non sarebbe affatto riuscito a comprendere il dipinto di Leonardo e abbia furbescamente pensato di aggirarlo con una desolante trovata in cui si è invece del tutto smarrito. Nessuno è obbligato a credere ma non ha senso logico chiamare all’appello ciò che non è pertinente, stravolgendone l’autenticità. Non si era a Ratisbona ma a Parigi, non c’era sul palco un Papa a dare lezioni di spiritualità e civiltà ma artisti a far tripudio alle gare che verranno.

Essere laici non significa essere laidi. Jolly, se fosse stato quello stigmatizzato il suo vero proposito, avrebbe barato cambiando le carte in tavola in corso d’opera. Oltre l’inadeguatezza dei suoi mezzi culturali, lo avrebbe fatto perché serviva il clamore ad ogni costo. Sarebbe stato come davvero precipitare un animale dall’alto della Torre Eiffel invece che simulare la decapitazione di Maria Antonietta. In assenza di una attinenza potrebbe sempre soccorre la cruenza.

Nello show e nelle contestazioni che ne sono seguite ci è andata di mezzo anche la cantante Aya Nakamura criticata dalla Destra politica d’oltralpe per la sua origine maliana e non francese, con la sua performance accanto la Guardia Repubblicana. Ahi, Ahi, Ahi urlerebbe il nostro Mike per l’errore commesso nell’immaginare uno spettacolo di tal genere. Ahia, Ahia, Ahia è il dolore di tanti per una rozzezza che passerà alla storia. Il Signore dei Cristiani perdona, Zeus ed i suoi fulmini, no.

L’ammucchiata non è un progetto, ma piuttosto la negazione della politica.

Dunque, la sinistra – e giustamente – sta costruendo lentamente l’alternativa politica e di governo al centro destra. E sin qui siamo nella piena, e del tutto scontata, normalità democratica. Del resto, una seria e credibile democrazia dell’alternanza vive all’insegna di programmi che si confrontano e che, di norma, sono alternativi tra di loro.

Ora, e nello specifico, si tratta di capire se l’alleanza tra la sinistra radicale e massimalista della Schlein, la sinistra populista e demagogica di Conte e la sinistra fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – a cui si aggiunge Renzi ma solo per salvaguardare una manciata di futuri parlamentari per sé e i suoi cari – è un progetto politico o una semplice e banale ammucchiata elettorale. E per saperlo è una operazione persin troppo facile. È sufficiente registrare le parole d’ordine di questa futura alleanza/ammucchiata politica ed elettorale per rendersene conto. E quindi, ricordando solo i titoli principali: alleanza antifascista, contro la deriva illiberale, contro la torsione autoritaria, a difesa della libertà di espressione e di tutte le libertà democratiche, contro quelli che violano sistematicamente la Costituzione, contro il regime dispotico e, dulcis in fundo, contro la minaccia fascista e antidemocratica rappresentata, come ovvio e persin scontato, dall’attuale centro destra.

Alla luce di questo programma politico e di governo – strombazzato e appoggiato quotidianamente da tutto il caravanserraglio mediatico dei soliti noti sui quotidiani “amici” e i vari conduttori dei soliti talk televisivi – c’è un elemento fondamentale che non può non essere rilevato. E cioè, non si tratta di un’alleanza politica, di un programma di governo o di una coalizione tra partiti e movimenti che hanno un comune progetto ma, molto più semplicemente, di una riedizione – e anche non molto aggiornata – del Cln. Un Cln in miniatura che, però, – e questo è il punto centrale – viene ricostruito in una fase storica dove l’imminente arrivo del regime fascista non è ancora all’ordine del giorno. Almeno così la pensano tutti quelli che non sono accecati dall’ideologia e da un odio implacabile nei confronti del nemico politico. Che, secondo la miglior vulgata della vecchia ed antica cultura comunista e di tutto il culturame della sinistra extraparlamentare, predica prima l’annientamento e poi la distruzione sistematica del nemico.

Su questo versante non possiamo non dire che c’è anche una pericolosa regressione rispetto alla strategia e alla tattica messa in campo dalla “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria nel 1994. Anche perché, se non altro, in quella stagione il cartello improvvisato delle sinistre aveva un progetto. Ovviamente sempre e solo “contro”. Ma in quella occasione si scagliava perlomeno contro un nemico implacabile che esisteva concretamente – e cioè Berlusconi e il berlusconismo – mentre adesso, com’è evidente a tutti, l’odio viene indirizzato contro un nemico che semplicemente non esiste. Ovvero l’intramontabile e sempre presente deriva fascista.

Ecco perché, se si vuol rilanciare le ragioni nobili e serie della politica, anche il cartello delle varie sinistre dovrà ricalibrare il suo progetto politico e di governo. Perché predicare a colazione e a cena l’antifascismo e combattere la dittatura e il regime illiberale va benissimo. Ad una sola condizione, e cioè che questi rischi, oggi, nella società italiana esistano davvero. Perché altrimenti dovremmo prendere atto amaramente che pur di vincere le elezioni si recupera il peggior armamentario della politica italiana. E sarebbe una brutta, bruttissima pagina per futuro della nostra democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni.

Al Meeting di Rimini entra in campo la Compagnia delle Opere

Si rafforza la presenza di Compagnia delle Opere al meeting di Rimini 2024. Con 30 incontri, oltre 120 relatori, 18 opere profit e non profit e 2 mostre tematiche i partecipanti potranno essere i protagonisti di una riflessione condivisa che ruota attorno al tema dell’origine come punto di unione di una storia in cammino. Lo rende noto un comunicato di Cdo.

Una storia che per Cdo inizia proprio dall’incontro di don Luigi Giussani con un produttore di vino di Alcamo in Sicilia e dalla possibilità – come aveva detto Giussani – “di mettersi a disposizione di ciò che c’è perché possa essere aiutato a vivere”. Una storia in cammino è anche il titolo scelto per la mostra che incarna la storia di Compagnia delle Opere simboleggiando le relazioni che legano le tre aree costitutive del sistema Cdo: imprese, opere sociali e opere educative. Un percorso che porterà i visitatori alla scoperta dei valori fondamentali della Compagnia, fino alla conoscenza delle numerose realtà che presidiano tutti gli ambiti della vita sociale. La mostra parte dal centro della piazza del Padiglione C1 della Fiera di Rimini, per condurre all’auditorium che ospiterà il ricco palinsesto di Arena Cdo.

Tantissimi i temi che saranno approfonditi grazie anche all’esperienza diretta di ospiti istituzionali, accademici e del mondo dell’impresa con l’obiettivo di rispondere ai bisogni più urgenti della nostra società. Uno su tutti il lavoro, esplorato da diversi punti di vista. Quali sono le qualità umane che guidano al successo di progetti ambiziosi e danno vita a opere concrete e significative? E ancora come sostenere l’autoimprenditorialità giovanile attraverso il ruolo sociale delle imprese? Come riuscire a mantenere i talenti all’interno delle aziende? E come l’Intelligenza Artificiale impatterà sui processi aziendali?

Senza dimenticare uno degli obiettivi principali che Cdo ricerca:

l’attenzione al capitale umano, iniziando proprio dai ragazzi che sono il punto di partenza per portare innovazioni e nuove opportunità lavorative e per sostenere le “opere” che sono al centro del progetto. All’interno dell’incontro Giovani e lavoro:

“Libertà, inventiva, reti e filiere per anticipare il futuro” si dibatterà proprio su come poter sostenere l’autoimprenditorialità giovanile e il complesso equilibrio tra vita lavorativa e sfera familiare.Un altro tema che sarà approfondito durante il Meeting è quello legato al valore dell’accoglienza e della cura. Attraverso la testimonianza diretta di accoglienza delle persone che stanno attraversando un momento delicato della malattia, ma anche quella dei volontari sarà possibile condividere esperienze capaci di indirizzare verso una nuova cultura.

Durante il Meeting il tema dell’educazione avrà uno spazio cruciale, all’interno del palinsesto di incontri ci si concentrerà sulla costruzione di una community nella quale le opere sociali possono incontrarsi, per imparare, sostenersi nel cambiamento, condividere, sviluppare competenze professionali adeguate alla specificità delle opere, offrire momenti di formazione, approfondimento, rivolto alle persone impegnate nelle opere sociali, sia come volontari che come lavoratori.

Di grande importanza e attualità il focus sulla sostenibilità, una tematica che le imprese al giorno d’oggi devono tenere assolutamente conto. All’interno di un panel dedicato, Cdo Energia, ci si focalizzerà sullo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili dopo un anno dall’emanazione delle relative normative e i prossimi step che le aziende e associazioni dovranno aspettarsi.

Infine, Cdo sarà presente al Meeting con due mostre dedicate.

Oltre a “Compagnia delle Opere, una storia in cammino”, verrà presentata una seconda mostra dal titolo “Design for peace”, un’esperienza unica che esplora il ruolo fondamentale del design e dell’architettura nella promozione della pace e nella ricostruzione delle comunità colpite da conflitti. Il cuore di questa esposizione è la convinzione che il design possa essere un potente strumento di cambiamento sociale, capace di trasformare spazi e vite, offrendo speranza e resilienza.

“Siamo fra i soci partner della Fondazione Meeting di Rimini e ci sentiamo parte della storia di oggi e desideriamo esserlo in quella di domani continuando a sostenere questo importantissimo momento di confronto e di fabbrica di idee” – dichiara Andrea Dellabianca, Presidente nazionale Cdo. “Durante questa edizione desideriamo coniugare tematiche economiche e sociali, dando risalto alle oltre 10 mila opere presenti nella Cdo. Il Meeting di Rimini è un luogo in cui le esigenze delle imprese possono incontrare gli interlocutori più giusti rafforzando il proprio processo di sviluppo”.

 

(Fonte: Askanews)

Sappiamo chi erano i Beatles. Ma la Harris chi è?

“Sono la prima donna vicepresidente, non sarò l’ultima”, dice Kamala Harris nel suo discorso della vittoria sul palco di Wilmington entrando a pieno titolo nella storia degli Stati Uniti d’America.

Figlia di immigrati, è cresciuta a Oakland (California), in un ambiente molto sensibile al tema della giustizia sociale; i suoi genitori – uno stimato economista giamaicano e un’apprezzata ricercatrice indiana in campo oncologico – si incontrarono manifestando per i diritti civili quando erano studenti universitari a Berkeley. Kamala stessa ha raccolto il senso di giustizia dei propri genitori: dopo gli studi in economia e scienze politiche, è diventata pubblico ministero e si è affermata come uno dei più innovativi promotori di cambiamento nel sistema giudiziario americano. Nel volgere di pochi anni è stata eletta procuratore distrettuale di San Francisco, e poi procuratore generale della California.

Nota per aver dato voce a chi voce non ha, Kamala Harris ha sempre cercato risposte concrete ai problemi più spinosi della società contemporanea, che fossero lontane dalla retorica o da false alternative. Né “duri”, né “morbidi”: il suo mantra è essere intelligenti nella lotta alla criminalità, e ciò significa imparare a riconoscere le verità che possono renderci migliori come comunità e sostenerle con tutta la nostra forza. È stata questa la stella polare che l’ha guidata in un’azione efficace sui complessi problemi del suo paese e del mondo intero – dalla sanità, alla new economy e all’immigrazione; dalla sicurezza nazionale, all’abuso di oppioidi e alla sempre più accentuata disuguaglianza sociale.

Kamala Harris, in Le nostre verità, racconta non solo la sua formazione e la sua provenienza e le sue radici, ma ci offre un esempio di come i problemi di una società complessa possono essere affrontati, con senso di responsabilità, di giustizia e concretezza. La sua elezione a vicepresidente degli Stati Uniti d’America è il coronamento di un percorso che qui, per la prima e unica volta, lei stessa ci racconta.

Adesso la sfida è conquistare l’ingresso allo Studio Ovale della Casa Bianca.

 

(Fonte: Askanews)

Se la questione dc non è più un tabù…

L’intervento di Papa Francesco durante la Settimana Sociale dei Cattolici, svoltasi recentemente a Trieste, non ha avuto sulla stampa e i media nazionali (salvo rare eccezioni) la giusta risonanza per gli importanti contenuti espressi sul piano politico, in particolare sul ruolo dei cattolici nella fase di ricostruzione e sviluppo del Paese successivamente alla fine del conflitto nel 1945.

Una frase del discorso Papa Francesco merita grande attenzione. In Italia è maturato lordinamento democratico dopo la Seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure lesperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo.”

Nel testo la Dc non è citata espressamente, ma dalla dissoluzione del partito nella prima metà degli anni ‘90, nessuno aveva riproposto con tale autorevolezza, la centralità dell’esperienza politica democristiana nel rilancio democratico delle istituzioni e per un progetto di Paese inclusivo e in grado di competere economicamente nel mondo libero.

Per decenni si è stesa una sorta di silenzio mirato a dimenticare gli anni della Dc, con la tendenza inoltre da parte di diversi esponenti di culture politiche oltranziste, di destra e di sinistra, ad evidenziarne esclusivamente aspetti negativi e funzioni conservatrici o limitative di presunti diritti.

L’intervento di Papa Francesco restituisce invece una giusta lettura della lunga storia democratico cristiana italiana. Nessuno nega l’importanza di altre esperienze politiche nella costruzione della democrazia postbellica; infatti, la grandezza del pensiero e del “metodo democristiano” ebbero proprio la massima espressione politica proprio nella capacità di unire le forze democratiche e riformatrici, non guardando soltanto all’immediato, ma pensando alle prospettive di governo e di crescita del Paese. Del resto, la centralità della Dc nei suoi cinquanta anni di vita democratica ha garantito, attraverso il consenso elettorale, continuità e stabilità di governo al di là delle numerose compagini governative alternatesi. Quello che ironicamente viene ancora definito l’equilibrismo politico della Dc e dei democristiani, finalizzato al solo scopo di rimanere al potere, andrebbe invece tradotto nella capacità di ricercare il punto di equilibrio e mediazione, una delle principali risorse della storia democristiana.

Una storia che ha lasciato un’impronta indelebile attraverso la capacità di essere il principale garante del patto costituzionale, di rispondere alle necessità di crescita economica e sociale, proiettando il Paese tra le prime potenze economiche al mondo e assicurando contemporaneamente un progressivo bilanciamento tra classi sociali, per realizzare spazi di partecipazione democratica diffusi, con un welfare inclusivo e solidale. E ancora, una visione da protagonisti nel contesto internazionale pur nella fedeltà all’alleanza occidentale ed atlantica, con lo sguardo rivolto al dialogo tra culture e forme di governo diverse e soprattutto con la partecipazione attiva al grande ideale dell’unità europea. Il tutto sostenuto da gruppi dirigenti competenti, certamente in grado di misurarsi sul piano internazionale.

Insomma, un’esperienza fondamentale nella storia democratica del Paese, che andrebbe ricordata stabilmente e con oggettività nel dibattito politico e culturale odierno. Il tentativo di ridurre la Dc soltanto alla funzione di argine (necessario) al più forte partito comunista dell’Occidente, oppure alla rappresentazione di un potere piegato al malaffare (giudizio ingeneroso e generico), come qualcuno ancora tenta di riproporre, non soltanto aggira e misconosce la verità di fondo, ma non rende onore a quanto consegnato in eredità alla democrazia italiana. Nessuna “mitizzazione” del passato, come afferma Papa Francesco, ma una corretta descrizione di un’importante fase politica della storia italiana.

Certo, ai giorni d’oggi l’esperienza del partito della Dc non è più riproponibile. La storia del Paese è cambiata e l’unità dei cattolici in un unico “contenitore” politico non avrebbe le stesse prospettive elettorali ed organizzative della Dc. Il bipolarismo alimentato dall’attuale sistema elettorale maggioritario, ma confermato anche dai risultati proporzionali delle ultime elezioni europee, è la riprova di questo assunto. È però molto sentita l’esigenza di riscoprire quel metodo, quella funzione unificante, quelle competenze e quella visione complessiva del Paese, insomma quella cultura politica, di cui abbiamo bisogno per ricucire il tessuto sociale interno e rilanciarne l’azione europea e internazionale.

Allora cosa fare? Alcune idee da proporre nel dibattito sul tema: dapprima proporre un diffuso e capillare progetto formativo che guardi alla costruzione di nuovi gruppi dirigenti, guardando alle università, alle istituzioni culturali e all’associazionismo; dare spazio poi, in seno a forme associative organizzate, a tutti coloro che si riconoscono nei valori precedentemente espressi; ipotizzare una piattaforma programmatica basata su una nuova dimensione di autonomia e concretezza della politica, (partecipazione e libertà democratiche, equilibrio ed inclusione sociale, diritti e centralità della persona).

Lanciamo questo appello e scriviamo questo manifesto assieme a tutti coloro che possano concorrere ad un rinnovato riformismo. È tempo di mettere in campo nuove proposte per costruire una nuova classe dirigente che vada oltre gli eccessi del populismo, degli approcci ideologici e delle forme di intolleranza di cui oggi soffre la politica, in Italia e non solo.

 

Olimpiadi, la Conferenza episcopale francese deplora le scene di derisione.

Nella prospettiva dei Giochi di Parigi, il progetto “Holy Games” mobilita da quasi tre anni molti cattolici riuniti per condividere il fervore sportivo e popolare intorno ai Giochi di Parigi, questo magnifico evento organizzato dal nostro paese.

La scorsa settimana siamo stati felici di organizzare la messa di apertura della tregua olimpica, alla presenza di numerose personalità religiose, politiche e sportive.

Crediamo che i valori e i principi espressi e diffusi dallo sport e dall’olimpismo partecipino a questo bisogno di unità e fraternità di cui il nostro mondo ha tanto bisogno, nel rispetto delle convinzioni di tutti, intorno allo sport che ci riunisce e al fine di promuovere la pace delle nazioni e dei cuori.

La cerimonia di apertura proposta dal COJOP [Comitato Organizzativo dei Giochi Olimpici di Parigi] ieri sera [l’altra sera per chi legge, ndr] ha offerto al mondo meraviglioso momenti di bellezza, allegria, ricchi di emozioni e universalmente salutati.

Questa cerimonia ha purtroppo incluso scene di derisione e scherno del cristianesimo, cosa che deploriamo molto profondamente.

Ringraziamo i membri delle altre confessioni religiose che ci hanno espresso la loro solidarietà. Questa mattina [il comunicato è di ieri, ndr] pensiamo a tutti i cristiani di tutti i continenti che sono stati feriti dall’eccesso e dalla provocazione di alcune scene. Vogliamo che capiscano che la festa olimpica si svolge ben oltre i pregiudizi ideologici di pochi artisti.

Lo sport è una meravigliosa attività umana che rallegra profondamente il cuore degli atleti e degli spettatori.

L’olimpismo è un movimento al servizio di questa realtà di unità e fraternità umana. Posto sul campo delle competizioni, che porti verità, consolazione e gioia a tutti!

 

Per leggere il testo originale

https://eglise.catholique.fr/espace-presse/communiques-de-presse/554020-reaction-de-la-conference-des-eveques-de-france-et-holy-games-au-sujet-de-la-ceremonie-douverture-des-jeux-olympiques-de-paris-2024/

 

 

[Traduzione a cura della nostra redazione]

Il comune di Como, don Giusto e le colazioni negate.

Foto di alefolsom da Pixabay
Foto di alefolsom da Pixabay

In una celebre battuta il grande Totò, forse presago di quanto sarebbe un giorno accaduto, giocando da maestro con le parole, chiedeva al suo interlocutore: ”Como?” invece che pronunciare correttamente: ”Come?”. Ancora oggi stentandosi a credere a quanto riportato dalle cronache, verrebbe nuovamente da chiedersi “Como?”. Non siamo a Don Peppone e Don Camillo perché quei due avevano una stessa pasta di sentimenti ed uno stesso acume.

Stiamo alla cronaca: “Basta colazioni ai senza tetto”, è quanto sentenziato dal Sindaco di Como, Alessandro Rapinese prendendosela, dopo la seduta di un Consiglio comunale, con Don Giusto Della Valle, parroco della comunità pastorale di Rebbio-Camerlata. Quel giorno si è discusso di come la Polizia locale possa utilizzare il taser, mentre don Giusto in altre occasioni si è detto in apprensione perché non sia rivolta sommariamente, questa misura di sicurezza, contro pazienti psichiatrici o persone afflitte da particolari problematiche.

Il Sindaco, probabilmente condizionato dal suo cognome, avverte come una rapina tutto ciò che è dato agli altri gratuitamente ed è, armi in resta, contro un sacerdote che confida troppo comodamente sul suo nome (Giusto) per pensare di poter prevalere sui fatti. Rapinese ha pensato che certe questioni, perché abbiano soluzione, debbano essere risolutamente affrontate a monte e non a valle, criticando il prete che mette in atto un “un’accoglienza indiscriminata, che non si interroga su chi abbia i titoli per stare in Italia”.

Carte alla mano dimostra che molti arresti effettuati negli ultimi mesi sono state di persone che “nemmeno dovrebbero essere qui”. In sostanza, distribuire colazioni ai senza dimora crea assembramenti che turbano la pacifica vita di una comunità che però è forte di testimonianze opposte. Del resto a Don Roberto Malgesini, ucciso da un senzatetto nel settembre di quattro anni fa, il Comune di Como conferì all’unanimità l’Abbondino d’Oro, la sua massima onorificenza. Ancor oggi si contano in città una quarantina di volontari che sulla scorta della lezione di Don Roberto danno pasti ad altrettanti bisognosi italiani e stranieri.

Colazione è una parola che riempie lo stomaco, sta per raccogliere e mettere insieme ma anche per portare insieme qualcosa. La collatio era la riunione serale dei monaci durante la quale si commentavano i testi sacri e di ispirazione spirituale.  Così che una frugale colazione non era altro che una interruzione del digiuno a cui erano abituati. Gli Inglesi hanno tradotto in Breakfast, rottura dal digiuno, quella che noi chiamiamo appunto colazione, che è una occasione di ritrovarsi già dall’inizio del giorno.

Accogliere è indubbiamente una parola pericolosa su cui è facile scivolare e farsi male. Significa anche raccogliere più spesso ciò che è caduto a terra e si è perso o che sta per andare smarrito. È oltre l’ospitalità: suggerisce di accettare che altri possano far parte di te e questo comporta insidie per il Sindaco di quelle parti.

Peggio ancora se si parlasse di una accoglienza non più fredda ma semmai festosa, rischiando “le accoglienze oneste e liete [che] furo iterate tre e quattro volte” di Dante nel Purgatorio. Eppure Como sembra che derivi per alcuni da “conca”, cioè dove ci si versa, capace di contenere chi vi si dirige. Per altri proviene invece dalla radice celtica di Koimo che si traduce in “abitato”, un luogo quindi dove si rifiuta di escludere solitudini. Per altri ancora Como si riferisce in origine ad un “piegato”, ad una “curvatura”, ad una realtà che – viene da pensare – si flette verso l’altro e non fa muro.

Rapinese ha il timore di assembramenti o forse paventa ancor più possibili assemblamenti, la possibilità di stare uniti agli altri malgrado titoli diversi o scandalosamente senza titolo o solo con il “titol de la fame”. C’è in quella città una certa elettricità che, prima di caricare le più moderne pistole, accenderà prima o poi cuori e intelligenze così che ordinatamente ciascuno, lì, potrà pascere, consumando un suo pasto da chiunque gli si offerto.

Vita e Pensiero | Gli interrogativi sulla IA non finiscono mai.

Roberto Presilla

 

Nella newsletter Ellissi del 27 giugno Valerio Bassan si chiede se dobbiamo considerare lintelligenza artificiale come un prodotto o come una funzione(feature). Nel primo caso, scrive Bassan, “si intende, solitamente, un oggetto o sistema tecnologico che può essere commercializzato. Il Web è un prodotto, così come le app, gli smartphone, i servizi antivirus e i provider e-mail”. Nel secondo caso pensiamo a una caratteristica (la traduzione letterale di feature) che svolge un’azione specifica e che risolve un problema specifico: potrei fare l’esempio del tergilunotto posteriore, che è una caratteristica di alcune auto, non di altre. Nel caso dell’IA generativa, se pensiamo a un prodotto potremmo fare riferimento a un oggetto che serve ad accedere l’IA stessa; se pensiamo a una funzione, potremmo guardare alla “Apple intelligence”, un insieme ibrido di funzioni che si integrerà in quanto già esistente.

Sembra intuitivo pensare ai prodotti, anche se pensati per determinati contesti tecnologici, come a qualcosa di isolato” (standalone) – una app può essere installata oppure no – mentre le caratteristiche sono parte di un prodotto più ampio: da un punto di vista metafisico, insomma, non c’è una grande differenza rispetto alla distinzione classica tra sostanza e accidente.

Se guardiamo alla storia della tecnologia, il XX secolo è stato caratterizzato dalla diffusione di beni di consumo di massa. Henry Ford volle un’automobile “in ogni garage”: la produzione di massa poteva essere sostenuta solo da un consumo di massa. La diffusione dell’automobile ha cambiato il volto delle nostre città e della nostra civiltà: ne è prova la persistente difficoltà a immaginare il futuro senza le automobili. Insieme al prodotto (il modello T) Ford ideò il “Ford Service”, la manutenzione a basso costo perché l’automobile rimanesse un bene durevole.

Altri beni di consumo – come i televisori – sono entrati nelle nostre case con effetti altrettanto pervasivi. Lo stesso è accaduto con il personal computer, che nel 1977 ha cominciato a diffondersi grazie anche all’Apple II di Jobs e Wozniak: la possibilità di avere un piccolo elaboratore in casa, completamente autonomo, rivoluzionò un mercato dedicato solo alle grandi istituzioni, che potevano permettersi sia i grandi calcolatori dell’epoca sia le sale piene di terminali per accedere ai calcolatori stessi.

La diffusione di nuovi prodotti si è accompagnata alla creazione di nuovi servizi: per i televisori erano necessarie trasmissioni e canali, per i computer sistemi operativi, programmi ecc. Il software è stato presentato come un prodotto, ma sin dall’inizio Apple lo ha pensato come una caratteristica delle proprie macchine, puntando a un sistema autosufficiente (con uno stile assai simile a quello di Ford, che credeva nell’integrazione verticale e si produceva le materie prime e i semilavorati). È chiaro che la tendenza all’integrazione è sostenuta da ragioni economiche: oggi i giganti del mondo digitale non vogliono perdere le loro quote di mercato e per questo puntano a integrare le svolte tecnologiche all’interno dei loro prodotti, un po’ come fanno i produttori di automobili con tutto ciò che riguarda il digitale.

La trasformazione non è limitata ai prodotti che abbiamo visto: basti pensare agli smartphone acquistati presso un fornitore di servizi di telecomunicazioni, pagando una rata fissa per loggetto e per i servizi telefonici. Oppure prendiamo il browser web, che è diventato una “caratteristica” più o meno trasparente del dispositivo che usiamo (sia esso un pc, uno smartphone, un tablet, una smart tv, un’automobile…).

 

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https://rivista.vitaepensiero.it/news-vp-plus-ia-sostanza-o-accidente-6521.html

Missione possibile della Meloni in Cina. Conversazione con Fabio Tiburzi.

Mentre oggi inizia la visita del presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Cina, che durerà fino al 31 luglio, analizziamo insieme a Fabio Tiburzi, esperto di Cina, membro del Laboratorio Brics dell’Eurispes, i tanti motivi di interesse di questo viaggio, che avviene dopo la decisione del governo Meloni, di non rinnovare il Memorandum di Intesa (MoU) con la Cina, firmato dal primo governo Conte nel 2019. In molti si sono domandati se vi sarebbero state ripercussioni, principalmente sul piano economico, da parte della Cina. “Innanzitutto”, ricorda Tiburzi, “il Memorandum non era vincolante, i punti dello stesso, erano solo un chiaro inizio di una collaborazione tra i due Paesi, non vi era niente di eclatante se consideriamo  gli accordi bilaterali che sottoscrivono Paesi come Israele, Francia, Germania e gli Stati Uniti stessi”.

L’Italia quindi esce dal MoU in maniera elegante, rinnovando e stringendo ancor di più la Partnership Strategica, proprio nel ventennale del suo inizio, avvenuto nel 2004. “La modalità con cui è uscita l’Italia”, sottolinea Tiburzi, “ha anche preservato la reputazione di entrambi i Paesi, non facendone un caso internazionale mediatico. In breve, prima di uscire dal MoU, la parte italiana invia Riccardo Guariglia, il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, poi è stato il turno del nostro Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, ora è il turno della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che incontrerà Xi Jinping a Pechino, e poi sarà, con ogni probabilità, il turno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la cui visita a Pechino per incontrare il suo omologo Xi Jinping, potrebbe avvenire già il prossimo ottobre. L’Ambasciatore della Repubblica Popolare cinese a Roma, Jia Guide, ha affermato che la Partnership Strategica, in un certo senso, continua lo spirito della Via della Seta, e nell’Aprile 2024 a Venezia, per i 700 anni dalla scomparsa di Marco Polo, il Ministro del Commercio della Repubblica Popolare Cinese, Wang Wentao ha incontrato il Ministro Antonio Tajani e la Commissione Economica Mista Italia-Cina (CEM)”.

Dal punto di vista economico, l’Italia cerca di riequilibrare la bilancia commerciale con la Cina, che “nel periodo attivo del MoU”, spiega Tiburzi, “non favoriva l’Italia. L’Ambasciatore italiano in Cina, Massimo Ambrosetti, ha dichiarato l’esigenza di controbilanciare l’interscambio a favore dell’Italia. Questa nuova presa di posizione italiana, dai dati del 2023 (fonte Eurostat) sta portando i primi frutti per quanto riguarda la bilancia commerciale, che sembra sia stata ridotta per la prima volta da qualche mese a questa parte”.

Dal punto di vista politico internazionale, questo bilaterale italo-cinese avviene nel momento in cui l’Italia detiene la presidenza di turno del G7 e la Cina ha appena assunto quella della Sco, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (che si occupa di cooperazione e sicurezza nell’immenso continente asiatico), e capita dopo il vertice Nato di Washington, mentre Pechino è diventata un crocevia degli sforzi diplomatici internazionali per trovare una soluzione alle guerre in Ucraina e in Terra Santa. “Inoltre”, aggiunge l’esperto Eurispes, a conferma del buon clima che circonda le relazioni bilaterali, “il governo cinese ha concesso all’Italia, come anche a Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi e Malesia, la possibilità fino al 30 novembre 2024 di poter visitare la Cina solo con un regolare passaporto, senza bisogno di un visto, per la durata massima di 15 giorni, (questa iniziativa è partita il 1°dicembre 2023)”.

Fabio Tiburzi è rientrato solo martedì scorso dalla Cina e si dice certo, dopo l’ultima sua esperienza tra Pechino e Tianjin, dove ha partecipato a una delle massime rassegne mondiali sull’Intelligenza artificiale, il World Intelligence Congress, del fatto che l’interesse per l’Italia da parte cinese, non si è spento. “Anzi”, assicura, “si registra una ripresa sul piano culturale. L’Italia l’anno scorso era presente al Global Tourism Economy Forum per aumentare i flussi dalla Cina verso il Bel Paese, e qui mi permetto di suggerire, di trovare una soluzione per agevolare i visti per i turisti cinesi, che vogliono venire a scoprire il meglio che vi è nel mondo, ossia il nostro amato Paese”.

Va menzionata anche la settimana della Scienza della Tecnologia e dell’Innovazione, evento annuale tra Italia e Cina, promosso dal Ministero dell’Università e della Ricerca italiano e il Ministero della Scienza e della Tecnologia cinese. “A ridosso del G7 tenutosi in Italia, Huai Jinpeng, Ministro dell’educazione cinese”, ricorda Tiburzi, “ha incontrato di nuovo il Ministro Anna Maria Bernini, e il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, per finalizzare e dare valore ai rispettivi sistemi nazionali sull’istruzione, la ricerca e l’innovazione”.

L’Ambasciata d’Italia a Pechino attraverso l’Istituto italiano di cultura (IIC) sta portando avanti molti progetti di spessore nell’ambito della diplomazia culturale, organizzando mostre, promuovendo l’arte contemporanea, la musica italiana, e soprattutto promuovendo il Made in Italy a tutto tondo, attraverso eventi dedicati. “Molti cinesi”, osserva il dott. Tiburzi, “si stanno appassionando alla nostra cultura in particolar modo i giovani, e l’artefice di tali successi è il Direttore Federico Antonelli”.

In conclusione, a giudizio di Fabio Tiburzi, che ringraziamo per la conversazione, “i rapporti fra Italia e Cina, vanno sì rilanciati e approfonditi, ampliati dove possibile, facendo sempre attenzione alla salvaguardia dell’interesse nazionale strategico e a quello comunitario in sede europea”.

Libri | L’affascinante vicenda degasperiana nel saggio di Brancaccio.

Dire che oggi non avremmo bisogno di un nuovo De Gasperi è forse dire troppo. Eppure al termine di un volume così appassionato e intenso, credo che faremmo torto allo stesso statista se non avessimo il coraggio di accettare questa provocazione: non è di un nuovo De Gasperi abbiamo bisogno.

E di cosa abbiamo bisogno allora? Leonardo Brancaccio ce lo ha suggerito sin dal principio: di un modo più pieno di sentirsi comunità. Di quella considerazione profonda della partecipazione civile, di quel sentirsi parte di un tutto, che fu l’orizzonte che accompagnò il cammino di De Gasperi attraverso il Novecento. È una necessità imposta dal contesto (perché nessuno si salva da solo, tantomeno di fronte alle sfide epocali che ci stanno di fronte), ma potremmo scoprirvi anche un’occasione per riempire di senso e di bellezza le nostre vite, tornando a dare ascolto e pari dignità ai bisogni materiali e a quelli dello spirito, al visibile e all’invisibile.

Eugenio Borgna scrive che «ci sono nostalgie che fanno vivere, e nostalgie che fanno morire»: perché quella che suscita in noi la figura dello statista trentino sia una «nostalgia che fa vivere» essa deve servire innanzitutto ad accendere in noi un desiderio nel presente, a destare quello spirito degasperiano che non si accontenta di contemplare i problemi, ma si sforza di cercare le possibilità che si aprono dentro ai vincoli che la storia pone. Quando invece la nostalgia diviene un paravento dietro cui nascondersi e deresponsabilizzarsi di fronte al presente, ecco: quella è una «nostalgia che fa morire». Che fa morire noi e che tradisce De Gasperi, che come si legge molto opportunamente in questo libro, era il primo a ricordare ai suoi contemporanei che in democrazia siamo tutti corresponsabili:

 

la repubblica libera e popolare non nasce da uno statuto, nasce e matura nella coscienza di ciascuno. Se non c’è la convinzione personale, se non c’è il vostro impegno di assumere la parte nuova di responsabilità che vi tocca, se non c’è la vostra personale maturata collaborazione, ingaggiata per l’avvenire, la repubblica non diventa.

 

Nel 2021, nella ricorrenza dei 140 anni dalla nascita dello statista, queste parole sono state scritte anche su una parete del Museo Casa De Gasperi, realizzato nella sua casa natale a Pieve Tesino. Stanno lì ad ammonire il visitatore, affinché la memoria non sia assunta ad alibi: di fronte a queste parole chi, in buona fede, potrebbe accontentarsi di dire che l’unica soluzione ai problemi del nostro tempo è attendere immobili l’arrivo di un nuovo De Gasperi?

Non esistono scorciatoie in democrazia e, come diceva sempre De Gasperi, «non ci sono uomini straordinari. Vi dirò di più: non ci sono uomini entro il partito e fuori, pari alla grandezza dei problemi che ci stanno di fronte».

L’affascinante vicenda degasperiana che questo libro ci aiuta a rivivere non serva quindi a sorreggere il pericolante edificio della mitologia politica, ma piuttosto a farci riscoprire quel senso della responsabilità che portò un giovane di periferia a divenire padre della Repubblica italiana e dell’Europa. Serva a far risuonare dentro di noi l’invito che, all’alba del secolo scorso, lui stesso accolse da Celestino Endrici, un giovane sacerdote destinato a un grande avvenire quale vescovo di Trento. Il lessico è forse un poco datato, ma il contenuto non teme il passare del tempo:

 

avere carattere, mostrare carattere, difendere il proprio carattere. Era un appello che scuoteva la coscienza, richiamava la responsabilità personale, diceva al giovane: ‘orsù, punta i piedi, concentra le forze, nuota controcorrente. Dio ti ha fatto persona libera e responsabile, non seguire pecorilmente il gregge dei più: sii tu, tutto d’un pezzo, e battiti come puoi e con tutte le forze per la causa del bene.

 

La storia di De Gasperi inizia qui, da questa lezione, e ci dice da subito che l’impegno per la propria comunità non nasce per generazione spontanea: si impara e quindi si insegna. O, meglio ancora, si testimonia: è la partecipazione stessa che crea partecipazione.

[…]

 

Marco Odorizzi è il Direttore della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi

La politica e gli attacchi personali. Il caso Donat-Cattin.

Ogni qualvolta la politica scende di livello prevalgono altri disvalori: dallo spietato attacco personale all’assenza di contenuti; dal trasformismo strisciante al becero opportunismo. Sono tutti ingredienti che noi possiamo quotidianamente sperimentare nel concreto dibattito politico. Certo, ci sono antiche consuetudini, prassi e culture politiche più attrezzate su questo terreno. Soprattutto, per restare nello specifico, sul versante dell’attacco personale ad un determinato esponente politico. Il tutto, oggi, è purtroppo anche alimentato da una nefasta e sempre più squallida radicalizzazione del conflitto politico che individua nell’avversano politico un nemico implacabile da distruggere se non addirittura da annientare. Prima sul versante morale e poi su quello politico. Ora, dato per scontato che viviamo in una fase storica che risente ancora, e pesantemente, degli effetti del populismo anti politico, qualunquista e demagogico del 5 Stelle, è altrettanto indubbio che i violenti e spregiudicati attacchi personali nella politica italiana sono sempre esistiti. Più o meno violenti e più meno selvaggi. Ma, comunque sia, e sempre stata una costante. Ne sanno qualcosa, anche se su questo fronte manca ancora una precisa e puntale ricostruzione storica e giornalistica, i grandi leader e statisti democratici cristiani. Al riguardo, mi ha sempre colpito una frase pronunciata da Sandro Fontana, storico, intellettuale e dirigente politico della Democrazia Cristiana – nonché ideologo della “sinistra sociale” di Forze Nuove – quando, ricordando Carlo Donat-Cattin a dieci anni dalla sua scomparsa, in un convegno che si svolse a Torino nel 2001, disse che “Nessuno, come ovvio, può sapere dove oggi si collocherebbe politicamente Carlo Donat-Cattin. Ma una cosa è certa: sicuramente non starebbe con i suoi carnefici. Ecco, Fontana usava talvolta termini forti per presentare con maggiore chiarezza il suo pensiero. Ma quella riflessione, a molti anni di distanza, conserva ancora una sua bruciante attualità e modernità. Per la semplice ragione che proprio Donat-Cattin, per citare un solo caso – ma forse uno del più eclatanti e conosciuti nel corso della prima repubblica – fu semplicemente criminalizzato politicamente dai suoi avversari/nemici. Cioè dagli esponenti storici del Pci. Per molto tempo, a più riprese e su svariati temi. Dalla questione riguardante la sua drammatica questione personale e privata alla sua gestione del Ministero della Sanità: dalla scelta del “preambolo” al congresso della Dc del 1980 alla tenace volontà di escluderlo dalla lista del Ministri perché impresentabile a fine anni 70. Per ricordare solo alcuni eventi di maggior importanza.

E parliamo, come noto a tutti tranne, credo, agli eredi del Pci, di un leader storico della vecchia Democrazia Cristiana e di un riconosciuto e raffinato statista.

Ecco, ho voluto ricordare questo aneddoto per arrivare ad una semplice conclusione. Oserei quasi dire oggettiva. E cioè, la strategia dell’attacco personale, della demolizione delle persone e della loro ridicolizzazione non nasce solo con la virulenza, la violenza verbale e la spregiudicatezza della politica. Ha radici lontane che affondano in una precisa e circoscritta cultura politica. Un metodo ed una prassi, seppur nefaste per la qualità della nostra democrazia che, purtroppo, continuano ancora a serpeggiare con forza e determinazione nel sottosuolo – e non solo nel sottosuolo – della politica e del giornalismo militante del nostro paese.

Capri, un viaggio nel tempo tra reperti e bellezze naturali.

È stato inaugurato, ieri a Capri, negli spazi del Quarto del Priore della Certosa di San Giacomo, il nuovo Museo archeologico dell’isola con il nuovo allestimento “L’Isola dei Cesari. Capri da Augusto a Tiberio”. Il museo racconta la storia dell’isola nel momento del suo massimo splendore, all’epoca degli imperatori Augusto e Tiberio, attraverso 120 oggetti e opere d’arte – alcune delle quali veri capolavori – in un affascinante percorso di 8 sale, tra pregiate sculture in marmo, affreschi, ricco vasellame da mensa in ceramica e argento, elementi architettonici.

Per il direttore generale Musei Massimo Osanna, “Capri è protagonista di un ampio programma di valorizzazione del patrimonio culturale, che il Ministero ha intrapreso con l’istituzione del museo autonomo, con il riallestimento, in corso, della collezione Diefenbach e con l’apertura di un museo archeologico interamente dedicato all’isola in epoca giulio-claudia, momento fondamentale in cui Augusto acquisì Capri come proprietà imperiale e il suo successore Tiberio vi si stabilì, portandovi l’Amministrazione e la corte. Per questo suo ruolo centrale nell’ambito della romanità, l’isola aspettava e meritava questo museo che, a buon diritto, si inserisce nel Sistema museale nazionale, e che è stato reso possibile dalla fattiva collaborazione, oltre che di tutte le istituzioni ministeriali coinvolte, anche delle amministrazioni di Capri e Anacapri. Oltre ai reperti rinvenuti nel territorio isolano, si restituiscono alla pubblica fruizione anche altri oggetti, utili a completare il racconto museale, fino ad oggi conservati nei depositi di altri musei o provenienti da recuperi condotti dai Carabinieri: sono testimonianze storico-archeologiche di quei decenni che portarono Capri al centro dell’Impero romano”.

Cuore dell’esposizione sono i reperti rinvenuti sull’isola, finora conservati nei depositi della stessa Certosa e del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, adesso finalmente riuniti e fruibili da parte del pubblico. Il racconto museale è arricchito, inoltre, da numerosi oggetti della stessa epoca, provenienti principalmente dall’area campana e finora custoditi nei depositi del Parco archeologico dei Campi Flegrei, del Parco archeologico di Paestum e Velia, del Parco archeologico di Ostia Antica, nonché recuperati da recenti sequestri condotti dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Fra questi ultimi spiccano tre bellissime coppe in argento rientrate dagli Stati Uniti e un suggestivo affresco proveniente dall’area vesuviana che riproduce un tempio.

Nel segno dell’accessibilità sono stati progettati dei supporti multimediali, fra cui uno schermo touchscreen che, partendo da un modello tridimensionale dell’isola, permette di esplorare le dodici ville imperiali ricordate dalle fonti antiche e di ripercorrerne la storia, lo scavo e in alcuni casi la fortuna nelle arti. L’intero allestimento è stato pensato per mettere in evidenza il rapporto continuo e simbiotico con il mare, l’elemento per eccellenza che definisce Capri, e che è visibile da ogni sala del museo fino addirittura a diventare un elemento che con la linea dell’orizzonte definisce l’esposizione dei reperti. La palette cromatica dell’allestimento è ripresa dal quadro di K.W. Diefenbach esposto nella prima sala, che ritrae lo scoglio delle Sirene e che ripropone anche all’interno il mare, in un continuo dialogo fra la natura esterna e l’interno del museo. Anche gli spazi dedicati all’otium dell’imperatore si aprono sui giardini del Quarto del Priore, facendo entrare nel museo un altro elemento fondamentale delle residenze imperiali, quello della natura di horti e viridaria.

 

[Rielaborazione di una nota Askanews]

La Voce del Popolo | La svolta di Meloni in Europa

La scelta di Meloni di non votare per Von der Leyen, dissimulata come una forma di coerenza, segna piuttosto una svolta e annuncia una difficoltà. E la prima volta che un governo italiano vota contro un “governo” europeo. Ed è la prima volta che la nostra premier sbaglia una mossa cruciale sullo scacchiere internazionale. Quel voto contro evoca infatti una destra che si pone fuori dal mainstream continentale e scommette su di uno scenario nel quale il nazionalismo la fa da padrone.

È evidente che questa svolta di Meloni ha qualcosa a che vedere con l’emergere di Trump sullo scacchiere americano. Come a volersi ricollocare in un campo di destra a cui le presidenziali negli Usa promettono grandi cose. Salvo il fatto che il nazionalismo di una grande potenza può essere una prospettiva, ancorché egoista. Mentre il nazionalismo di un paese più piccolo non promette quasi nessun vantaggio a chi lo pratica.

Peraltro il voto contro dell’Italia meloniana ha rinfocolato anche le polemiche dentro la sua stessa maggioranza. Spingendo il mite Tajani, e soprattutto la famiglia Berlusconi, ad alzare un po’ la voce. E dando fiato alle trombe di Salvini, che da quelle parti è il nemico più insidioso del primato di “Giorgia”.

Piccoli segni, incrinature non troppo preoccupanti, si dirà. Eppure resta il fatto che una maggioranza divisa sulla politica estera e con una guida piuttosto ondeggiante a questo riguardo espone il fianco a tutte le difficoltà del mondo. Controversie che riguardano anche l’opposizione, ci mancherebbe. Peccato che due problemi non facciano quasi mai una soluzione.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 25 luglio 2024

Titolo originale: Un voto contro che non porta da nessuna parte.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Trump in difficoltà, la Harris in rimonta: la competizione è apertissima.

Lo schieramento dem, con largo consenso e prima delle primarie, si è già pronunciato in favore della Harris e non ci dovrebbero essere sorprese, specie se da parte sua ci fosse l’impegno acoinvolgere nel ticket un governatore di uno stato decisivo, uno degli stati che possono fare la differenza ai fini della vittoria finale.

Intanto la candidata alla presidenza ha dalla sua un effetto altrettanto decisivo, finora bloccato, ovvero la pioggia di finanziamenti non minore di quella trumpiana, anche grazie al sostegno di Biden, adesso percepito nuovamente come garanzia di affidabilità. E proprio per Biden, per la sua generosità e lungimiranza, non mancano grandi apprezzamenti. Giocano a suo favore l’andamento positivo dell’economia e la coraggiosa opera di tamponamento dell’assalto geopolitico portato dall’accoppiata russo-cinese, sia in Ucraina che in Palestina. L’America ha saputo lanciare messaggi di apertura anche a forze intermedie di tutta l’area medio-orientale, temendo che possa accendersi la miccia di una terza guerra mondiale, ovviamente per procura.

L’azione di contenimento nei confronti di Netanyahu, succubo dei coloni interessati ad ampliare i loro territori, è stata molto ferma. D’altronde, quel mondo estremista che preme su Netanyahu costituisce una costante provocazione da cui prende linfa, per contrasto, la reazione dei nemici di Israele, protesi come gli iraniani a una vera e propria guerra di religione.

Tornando ad Harris e al suo curriculum, risulta che il motivo preminente che portò Biden ad averla sua vicepresidente, si debba al prestigio acquisito come procuratrice della California. È vero, è rimasta in ombra in questi anni, non ha avuto incarichi particolarmente significativi, tali da metterne in luce le indubbie qualità; ma questo, paradossalmente, ha evitato che la sua personalità fosse minata da eventuali contrattempi o scivoloni.

Insomma, Kamala Harris piace e può vincere. Come ex procuratrice è l’incubo di Trump, appesantito da troppi guai con la giustizia. In sostanza, ad essere in affanno adesso è proprio Trump. Oltretutto, il fatto aver chiamato al suo fianco un clone, espressione della destra radicale, invece di un moderato della migliore tradizione repubblicana, lo rende alquanto vulnerabile. Ecco la nuda rappresentazione di questa campagna elettorale: da un lato la giovane e dinamica vice di un presidente che esce a testa alta dalla Casa Bianca, dall’altro il vecchio presidente che ne usciva quattro anni fa con disonore: non ci sono dubbi su quale debba essere per noi il volto dell’America. Che sia, poi, il volto di una donna, non può che rappresentare un motivo aggiuntivo di fiducia e di speranza.

La riforma dell’ordinamento locale in Sicilia: i giochetti dell’Assemblea regionale.

È veramente paradossale! Mentre il parlamento nazionale licenzia definitivamente la legge sull’autonomia differenziata e la regione Veneto, bruciando tutte le tappe, spedisce alla premier Giorgia Meloni e al ministro per gli affari regionali Roberto Calderoli una lettera con la quale chiede ufficialmente di riaprire la trattativa stato-regione sulle nove materie previste dall’art. 116.3 cost. che non richiedono la previa definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP), l’assemblea regionale siciliana – dopo aver bocciato nel febbraio scorso con un atto di coraggio il disegno di legge presentato dal governo Schifani che reintroduceva in Sicilia le province, l’elezione diretta dei loro organi e quella degli organi delle città metropolitane – ora, presa da timore reverenziale nei confronti della corte costituzionale e da accondiscendente ossequio all’indirizzo politico statale, tenta di far approvare alla propria maggioranza (in prima commissione “affari istituzionali”) una norma (ddl. n. 738) che abbandonando ogni ambizione di riforma organica della governance locale stabilisce soltanto i termini entro i quali celebrare le elezioni di secondo grado degli organi dei liberi consorzi comunali e dei consigli metropolitani.

Naturalmente, per il vero, non è né timidezza istituzionale né sottomissione alla forza delle gerarchie politiche che spingono ad agire in questa direzione l’assemblea siciliana. Si tratta, invece, di un vero e proprio “colpo di mano”! Perché l’intento ultimo della maggioranza di governo è quello di conquistare, nelle more del cambiamento annunciato della legge nazionale 56/2014 (cd. “Delrio”), la guida di tutti e sei i liberi consorzi e delle due più grandi città metropolitane siciliane (difficile pensare che anche Messina possa essere acquisita dall’attuale maggioranza politica regionale stante la massiccia presenza del movimento Sud chiama Nord guidato da Cateno De Luca).

E così, ancora una volta, dal tentativo velleitario di dettare una disciplina riformatrice (seppure poco ponderata) del governo locale – che ormai non si regge più per la mancanza di enti di “area vasta”, per la crisi dei comuni (piccoli e grandi) e la paralisi della stessa regione ormai sommersa da poteri di gestione che non riesce più ad amministrare – si passa al solito traccheggio di discipline normative provvisorie dettate nella (peraltro illusoria) convinzione di poterle finalizzare ai propri interessi di parte. Invece che al bene ed al riscatto della Sicilia!

Anche in questo frangente della storia istituzionale che invece – come nel 1992 quando, pur essendo una regione in pre-coma, ebbe la forza istituzionale di inventarsi con la legge n. 7 l’elezione diretta del sindaco per opporsi al decadimento della politica ed indicare all’intero Paese una via d’uscita dalla crisi dei partiti e dalla decadenza della democrazia- invoca chiaramente una svolta nella governance dei territori e delle comunità locali.

 

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Orgogliosi di Sinner: un esempio di stile e serietà.

Un grande campione dello sport è tale non solo per il valore atletico ma anche per le qualità umane: insieme queste doti ne fanno un personaggio unico nella sua specialità. L’ascesa di Sinner in questi ultimi anni è stata qualcosa di prodigioso anche in considerazione della giovanissima età: ha rapidamente scalato in modo incalzante, vertiginoso e dirompente tutte le classifiche del tennis mondiale fino a diventare il numero uno del range ATP, battendo tutti i migliori tennisti in circolazione e vincendo tornei di altissimo prestigio.

Quando da adolescente iniziava questa fantastica galoppata che lo ha portato ai vertici, probabilmente seguiva le prodezze di altri grandi campioni che lo hanno preceduto, ammirandoli e prendendoli ad esempio ma con un’idea fissa in testa: diventare il numero uno. Dirlo o raccontarlo è facile, ma lui e i sui preparatori atletici, lo staff che lo ha circondato di attenzioni e consigli sanno benissimo – e lo hanno sperimentato – che dietro grandi e continuative vittorie ci sono giorni e giorni di dura preparazione e fatica, di oscuro sacrificio, di meticoloso apprendimento delle tattiche e delle strategie di gioco, di affinamento di ogni colpo di racchetta, dalla battuta al palleggio, ai lungolinea micidiali e ai passanti incrociati che lo hanno reso ineguagliabile, un vero talento, una forza della natura che è andata via via perfezionandosi sino ad ottenere i risultati strabilianti ai quali ci ha abituati.

Eravamo orfani da tempo di grandi campioni, possiamo dire in molte discipline sportive, ma Sinner e altri talentuosi campioni, soprattutto dal nuoto all’atletica, ci hanno restituito l’orgoglio di essere rappresentati in vari ambiti ai massimi livelli. Sinner ha conquistato i cuori e il tifo della gente fino all’immedesimazione, fino a sentirsi parte delle sue emozioni, dei suoi gesti atletici, ammirati da tanta bravura. Ma ciò che lo ha reso unico, un vero esempio per tutti e in primis per i giovani è la sua innata e coltivata educazione, il suo stile mite e mai supponente, il saper anteporre l’autocritica (anche quando non ce n’è bisogno) alla celebrazione di sé e delle sue performance, la sua mitezza e la sua umiltà: questi sono valori che rendono leggendario un campione dello sport.

La sua grande umanità, la capacità di saper parlare a tutti, la sensibilità e il rispetto sempre rivolti ai suoi avversari ne hanno fatto un ragazzo maturo, un vero valore aggiunto per chi pratica un’attività sportiva dove la competizione e l’agonismo non devono mai offuscare i sentimenti e la naturalezza dell’approccio con cui si affronta una gara, un match nel suo caso, preparati a vincerlo ma ben disposti ad accettare anche una sconfitta come punto di partenza per migliorarsi, per rivedere eventuali errori ed emendarli. Mai una polemica, neanche di fronte ad evidenti errori arbitrali, una naturalezza che è il talento innato e virtuoso dei grandi campioni, la capacità di usare riguardo e gentilezza, ricordiamo tutti quando reggeva l’ombrello alla raccattapalle in una pausa del match, conversando con lei come si fa con amici conosciuti da tempo.

I veri grandi sono persone semplici e – come mi disse in una intervista un altro grande altoatesino, Reinhold Messner – in loro “le dimensioni umane nascoste sono più interessanti di quelle trionfalistiche”. Si guarda e si ammira l’eroe, il fuoriclasse ma si trascura spesso – nel fargli elogio – la grande umanità che è in lui. Capita ora che Sinner debba rinunciare a partecipare alle Olimpiadi – che tanto sognava, fino a essere nella sua mente la competizione più prestigiosa e rappresentativa di un’appartenenza, quella di essere testimone del suo Paese – e credo che si tratti di un’assenza forzata dolorosa: il cuore lo portava a Parigi ma una banale tonsillite (impedimento dirimente per un atleta) lo ha fermato. Penso al suo rammarico, apprezzando la sua grande e spontanea sensibilità – penso quasi ad un dolore vissuto intimamente e non compensabile.

Anche in questo caso Sinner, pur esprimendo il dispiacere di non essere presente e dimostrare il suo valore, ha saputo metabolizzare questa rinuncia imposta da motivi di salute per guardare oltre. Ci sono altri traguardi che lo aspettano, quattro anni passano in fretta e alle prossime olimpiadi Sinner sarà ancora giovanissimo e il campione da battere. Verranno altri tornei e lui sarà presente, preparato, pronto a misurarsi, desideroso di vincere. Siamo tutti orgogliosi di questo ragazzo e personalmente sono commosso dall’aver letto che il suo più grande dispiacere è quello di non poter rappresentare il suo Paese. Dobbiamo imparare da questo giovane atleta e grande campione tutte quelle doti, quei valori umani che andiamo cercando nella nostra vita e che la società ha troppe volte dimenticato.

La sua lealtà, la sua serietà, la sua forte motivazione lo accompagneranno – ne sono certo – in altre grandi imprese.

Rinnovati gli organi dell’ANDC, l’associazione dei democratici cristiani.

L’ANDC è chiamata a proporsi come soggetto propulsivo di un nuovo indirizzo politico, “per promuovere l’affermazione dei programmi d’azione civile e politica, ispirati alla dottrina sociale cristiana” (Statuto-Art. 1). Occorre pertanto lavorare alla declinazione del messaggio degasperiano sul “centro che marcia verso sinistra” (avendo lo statista trentino, dopo la rottura con i comunisti, composto i suoi governi con i partiti laici e socialisti, non solo con l’ala moderata costituita dai liberali). La coalizione tra riformisti è il cuore della politica degasperiana. Per questo è necessario, oggi più che mai, riformulare il criterio che qualifica l’azione dei cristiani nel mondo. Dobbiamo tornare alle origini e riscoprire il dinamismo insito nella dialettica tra democrazia e cristianesimo.

La Settimana sociale dei cattolici (3-7 luglio 2024) ha registrato la novità più importante proprio nel passaggio in cui, parlando ai delegati, Papa Francesco ha detto: “In Italia è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia […] e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento”. Con queste parole si chiude il capitolo che ha visto la Chiesa italiana impegnata sul finire della Prima repubblica a riassorbire, se così può dirsi, il fenomeno del cattolicesimo politico; e ciò a prescindere dalla “realtà” della Dc, finendo per rimettere perciò in auge un protagonismo – nuovo in apparenza ma vecchio nella sostanza – oscillante tra neoguelfismo e Opera dei Congressi, tanto da cedere in corso d’opera a una vana rimembranza politico clericale.

Ora, se l’esempio offerto dai cattolici nel secondo Novecento è da considerarsi meritevole di attenzione per trarne spunti validi per l’azione d’oggi, allora emerge la necessità di un radicale ripensamento del perché e del come ripudiamo la “mitizzazione” denunciata da Francesco, lavorando piuttosto a una diversa e più avanzata riconnessione dei termini di “cristiani” e “democratici”. La sostanza politica non sta nella riscrittura della identità anagrafica di un soggetto – in questo caso l’ANDC –  ma nel concetto che ne sostiene una eventuale rimodulazione chirurgica (una “e” che s’interpone tra i due aggettivi). In ogni caso, la questione rimane sullo sfondo come oggetto di confronto, lasciando che in questa fase cresca un dibattito sereno e costruttivo, senza l’urgenza di una eventuale deliberazione.

Serve prendere atto che nella società la soggettività democristiana (piena e diretta) non esiste più, mentre persiste e anzi si rafforza un senso di nostalgia, ovvero un ricordo positivo, per ciò che la Dc ha saputo rappresentare. Dunque, a questo livello, si profila la necessità di riorganizzare un pensiero che trasformi il sentimento in ragione politica, scegliendo un nuovo linguaggio. Anche i Magi, si legge nel Vangelo, fecero ritorno al loro paese passando per un’altra via.

In effetti, dinanzi alla dissoluzione del dato di naturalità e creatività dell’umano, così come implicito oggi nel messaggio del postumanesimo, l’altra via da scegliere è quella della ricomposizione delle culture afferenti a una visione di “umanesimo democratico”. È lo sforzo che dovrebbe caratterizzare un “centro” che fronteggi gli errori e i limiti di una politica giocata sull’esclusivismo della dialettica tra sinistra e destra. Il fenomeno dei due blocchi che vogliono solo durare portò Mario Motta nei primi anni ‘50 a denunciare sulla rivista “Cultura e Politica” l’ingombro rappresentato da un “principio di contrarietà statica” (comunismo-anticomunismo). Altri tempi, è vero; tuttavia, in altri modi, la “contrarietà statica” torna a pesare ancora per l’evidente insufficienza di un bipolarismo paralizzante.

Come rompere lo schema? L’ambizione è quella di favorire strategicamente la creazione di un “centro allargato” sulla scia della tradizione più incisiva della politica italiana, dall’Unità ad oggi (connubio Cavour-Rattazzi, convergenze parlamentari alla Giolitti, centrismo degasperiano, centro-sinistra di Moro). Da qui, ovvero da questa consapevolezza storica e politica, bisogna ripartire per un nuovo percorso di sviluppo umano. E l’ANDC, in tale prospettiva democratica, può ritagliarsi un ruolo di stimolo e di proposta, anche assumendo su di sé una quota di responsabilità nel disegno più ampio.

 

 

P.S. Nuovo organigramma dell’ANDC

Lucio D’Ubaldo (Presidente), Carla Ciocci, Genny Di Bert, Gabriele Papini, Francesco Amendola (Vice Presidenti), Rita Padovano (Segretario generale), Gianni Baratta (Tesoriere).

Altri incarichi: Dalila Nesci (Responsabile per la stampa), Antonello Assogna (Responsabile per la formazione), Salvatore Turano (Responsabile comunicazione, sito web e social media).

Composizione del Consiglio Direttivo

Membri eletti: Francesco Amendola, Giovanni Baratta, Carla Ciocci, Eugenio De Rosa, Genny Di Bert, Lucio D’Ubaldo, Dalila Nesci, Rita Padovano, Gabriele Papini, Giuseppe Sangiorgi.

Membri di diritto: Giulio Alfano, Antonello Assogna, Anton Giulio Ciocci, Maurizio Eufemi, Salvatore Turano, Angelo Sanza.

Trump scegliendo Vance ha sbagliato: i Democratici tornano competitivi.

Quando le mosse vengono anticipate prima del previsto, possono dimostrarsi non efficaci. Trump, a mio parere, ha inteso scegliere il suo vice secondo una logica che a questo punto potrebbe essere perdente.

Qual è stato l’intendimento del candidato Repubblicano? Dopo la sparatoria, ha pensato di svolgere un ruolo meno aggressivo, di porsi in un campo e in un atteggiamento più moderato, lasciando la parte più estrema al suo vice. Infatti, ha scelto Vance perché rappresenta l’ala più oltranzista dei conservatori americani. Ricordiamo che Vance è frutto del pensiero americano definito post-liberale. Già questo fa capire quale sia la posizione di questo giovane.

La mossa dei Democratici ha messo in crisi la strategia del candidato Repubblicano. Primo, perché sottraendo dalla scena la figura più anziana, concede a Trump la “fortuna” di prenderne il posto; secondo, perché la probabile candidata Harris mette in campo il genere femminile e Trump non potrà fare un nuovo ticket e ciò sicuramente indebolisce le sue possibilità; terzo, scegliendo Vance, si è tolta la possibilità non solo di mettere una donna, ma di promuovere una figura che potesse rubare i consensi anche ai Democratici.

Così Trump si trova potentissimo sul versante del mondo conservatore, ma non invece nella possibilità d’incettare i voti di quelli che stanno a metà strada tra Democratici e Repubblicani.

Non c’è pertanto da meravigliarsi se ieri [l’altro ieri per chi legge, ndr] i sondaggi hanno fatto balzare al primo posto Harris.  Il risultato finale non è per niente scontato. Può capitare di tutto. Sembrava una partita chiusa prima di iniziare e improvvisamente si riaprono i giochi. Se la candidata dei Democratici facesse una scelta di un vice complementare alla sua figura, cosa che le è data, potrebbe far vedere ancora al suo partito la possibilità di continuare a governare gli Stati Uniti d’America. Comunque, saranno sicuramente tre mesi all’arma bianca. E dovremo attendere proprio lo spoglio di voti per sapere cosa riserva il destino per la Casa Bianca.

 

[Testo tratto dal blog dell’autore]

Un governo in affanno, un’alternativa da costruire.

Tira una brutta aria a livello geopolitico per le tante guerre in corso col rischio elevato, enunciato dal ministro della difesa inglese, di una terza guerra mondiale. Una situazione tanto più delicata per un Paese come l’Italia, la cui politica estera è a trazione divergente tra l’atlantismo della presidente e del ministro degli esteri e il filo putinismo di Salvini.

Una situazione unica nella storia della repubblica italiana quella di un governo sostanzialmente diviso sulla politica estera.  Una divisione che si estende anche con riferimento alle elezioni presidenziali americane, con Tajani in equilibrio prudente tra i due contendenti e Salvini dichiaratamente schierato pro-Trump. Il voto contrario della Meloni  alla rielezione di Ursula von der Leyen a presidente dell’esecutivo UE, auguriamoci che non appanni l’atlantismo apertamente abbracciato dalla presidente del consiglio e sempre confermato, anche se la diversa posizione dei due vicecapi di governo consegnano l’Italia alla tradizionale condizione di dubbia affidabilità per i partner internazionali. Prime avvisaglie le recenti indicazioni delle presidenze di commissione nel parlamento europeo, in attesa di vedere ciò che accadrà nella formazione dell’esecutivo.

Certo Meloni col suo NO alla Von der Leyen appare molto più vicina a Salvini che a Taiani e questo non giocherà certamente a favore dell’Italia nell’assegnazione del commissario nel governo europeo che si sta costruendo.

D’altra parte, anche sui temi istituzionali del governo di centro destra si è espressa criticamente la commissione UE, sulla base delle indicazioni dell’associazione dei costituzionalisti europei, giungendo a formulare esplicite riserve sulle modifiche annunciate su magistratura e  premierato dalla Meloni, ossia sui meccanismi di check and balances previsti nella Costituzione italiana, sollevando anche dubbi che possano portare a maggiore stabilità. Critiche altrettanto pesanti su riforma dell’abuso d’ufficio e sulla capacità di combattere la corruzione, specie tenendo presente la quantità di risorse pubbliche in gioco con i fondi del PNRR.

Si aggiunga la mancata assegnazione del ruolo di inviato per il fronte Sud della NATO, come era nella richiesta formulata espressamente dal nostro governo; la perdita del consiglio di vigilanza della Bce e la guida della Bei, tutti fatti che dimostrano le difficoltà oggettive sul piano internazionale da parte di una classe dirigente che appare ai nostri interlocutori debole e ambigua. E dire che l’Italia non è mai venuta meno, anche durante questo governo, ai numerosi impegni ai quali è stata chiamata in campo sia politico che militare.

Se in politica estera paghiamo dazio per le nostre contraddizioni, anche per  la situazione interna italiana le cose non vanno meglio per il governo. Con un debito che sfiora i tremila miliardi di euro il ministro Giorgetti ha dovuto rivedere al ribasso le previsioni di crescita rispetto alla Nadef, considerando che un deficit del 7,2% del PIL è molto lontano dal tetto del 3% previsto da Bruxelles. Ci sarà una quasi sicura procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, mentre solo per confermare le misure che scadono quest’anno, tra bonus e una tantum, serviranno quasi 23 miliardi. Non potendo toccare spese indifferibili (quelle militari  che ci chiedono al rialzo e di sostegno alle missioni all’estero) e nemmeno fare deficit extra, il governo dovrà decidere cosa sacrificare e dove prendere i soldi alla bisogna. Tutto ciò mentre si aggrava il rapporto con i cittadini per la crisi strutturale della sanità, il conflitto apertosi con le imprese farmaceutiche e del settore sanitario (payback sui dispositivi medici) e con gli annunciati referendum, non solo sui temi del lavoro ( la CGIL è riuscita a raccogliere oltre 4 milioni di firme già depositate in Cassazione), ma, prevedibilmente, sulle tre riforme cardine degli equilibri di governo: autonomia differenziata, premierato e magistratura.

Anche sul fronte trasporti, materia del dicastero di Salvini, le cose non vanno per nulla bene, specie nel pieno di un’estate, stagione privilegiata del turismo interno e internazionale: treni,  aerei e trasporti al collasso con disagi e ritardi, ferrovie in panne, code in autostrade e nei porti.

Serve impegnarsi a costruire con pazienza e determinazione un’alternativa seria e credibile al governo di Meloni-Salvini-Tajani che, a mio parere, dovrebbe iniziare dalla base, ricomponendo nelle diverse realtà locali momenti di partecipazione democratica di natura civica, considerata la crisi prevalente generalizzata dei partiti. Una partecipazione basata sulla regola del pensare globale e agire locale, che, è la sostanza della democrazia.

Quanto emerso dalla rete degli amministratori nella recente 50^ settimana sociale dei cattolici è illuminante e a settembre è annunciato un incontro di consolidamento di quanto avviato a Trieste.Noi DC e Popolari non possiamo essere estranei da questo movimento positivo che si è avviato nella nostra area culturale, sociale e politico istituzionale. Confido che gli amici impegnati nel tavolo dei DC e Popolari favoriscano questi passaggi decisivi per la ricomposizione politica dell’area cattolica, costituendo senza rinvii il comitato di coordinamento e collegandosi col  comitato per i referendum, nel quale far sentire forte e chiara la volontà dei DC e Popolari di impegnarsi sui referendum per il NO alle tre riforme indicate dal governo.

Sarà quello il terreno nel quale, insieme a quanto emergerà dalle diverse realtà locali, si potrà sperimentare l’avvio di quel centro ampio e plurale che favorirà una possibile alternativa omogenea a quell’alleanza europea che ha sostenuto l’elezione della leader del PPE, Ursula von der Leyen, alla guida della Commissione europea.

Noi e i giganti, un libro sui testimoni dell’età conciliare.

È difficile sfuggire al fascino delle parole che Giovanni di Salisbury, nel XII secolo, attribuisce a Bernardo di Chartres, suo maestro: «Siamo come nani assisi sulle spalle di giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano non per l’acume della nostra vista o per l’altezza del nostro corpo, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro statura».

L’aforisma evoca ancora oggi la questione del debito dei moderni verso gli antichi, il riconoscimento della grandezza di quanti ci hanno preceduto, il rapporto fra maestri e discepoli, e tra le diverse generazioni, ma anche la capacità e la possibilità dei moderni di vedere più lontano se sanno fare buon uso della grande opportunità loro offerta. Da una simile sollecitazione parte questo volume, riprendendo la lezione di alcuni testimoni che nell’Italia del Novecento hanno contribuito a far nascere, crescere e fruttificare l’evento del Vaticano II, per chiedersi come è possibile interpretarla per il presente e quale possa essere l’elaborazione critica ulteriore.

Nasce così questa quarantina di brevi ritratti, donne e uomini di grande carisma, veri pionieri spirituali, tra i quali ad esempio Tina Anselmi, Adriana Zarri, Aldo Moro, Mario Luzi, Lorenzo Milani, Maria Eletta Martini, Carlo Maria Martini e molti altri. A raccontarceli si sono dedicati autrici e autori che con loro hanno avuto una stretta familiarità, per amicizia, per discepolato, per frequentazione diretta o per studio assiduo, costruendo un mosaico di spunti esemplari, di esperienze coinvolgenti, di tracce nitide alla portata di noi tutti.

Forse, a distanza di sessant’anni, si sono un po’ affievoliti l’entusiasmo, la fiducia, la capacità di sognare che il Concilio aveva comunicato alla Chiesa, e alla società moderna. Ma, anche sulla spinta del pontificato di Francesco, possiamo riconoscere la preziosa eredità di queste figure luminose di donne e uomini, instancabili testimoni del Vangelo e autentici protagonisti nelle vicende della storia. Da loro possiamo lasciarci guidare alla riscoperta della lezione conciliare, ispirati da una singolare beatitudine, che invita a una diversa considerazione del tempo – il passato da custodire, il presente da onorare e il futuro che ci attende.

Beato chi coltiva in cuor suo una memoria carica di speranza.

Contribuiti di: Massimo de Giuseppe, Luciano Caimi, Gianni di Santo, Giuseppe Riconda, Davide Barazzoni, Fabrizio Mandreoli, Guido Innocenzo Gargano, Daniele Piccini, Marco Roncalli, Guido Formigoni, Marcello Brunini, Maria Cristina Bartolomei, Giovanni Ferretti, Gian Carlo Perego, Mariangela Maraviglia, Adelina Bartolomei, Fulvio de Giorgi, Daniela Mazzucconi, Bruna Bocchini, Alessandro Andreini, Gianfranco Brunelli, Luca Rolandi, Piero Coda, Pier Giorgio Grassi, Luigi Accattoli, Angelo Bertani, Beppe Tognon, Marco Vergottini, Rosy Bindi, Claudio Ciancio, Piero Stefani, Mariella Carpinello, Marco Garzonio, Fabio Ciardi, Marinella Perroni, Vito Angiuli, Domenico Mogavero, Franco Giulio Brambilla, Sergio Tanzarella.

 

Marco Vergottini (a cura di), Sulle spalle di giganti. Storie cristiane dal Vaticano II, Vita e Pensiero, 2024.

 

La sezione bibliografica, curata dalle autrici e dagli autori dei singoli profili, è disponibile online.

 

Per saperne di più

https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/autori-vari/sulle-spalle-di-giganti-9788834356500-396293.html

L’incompiutezza del messaggio uscito dalla Settimana sociale di Trieste.

La cinquantesima Settimana Sociale tenutasi nelle settimane scorse a Trieste ha rilanciato l’idea di un più deciso impegno dei cattolici in politica. Lo ha fatto con una certa solennità con interventi ai massimi livelli (Mattarella, papa Francesco, il cardinale Zuppi), ma senza una proposta concreta che è ancora da ricercare e da definire. Ma – questa è la domanda – c’è, oltre all’esigenza avvertita dai più, uno spazio per la partecipazione dei cattolici alla vita politica di questo Paese? Con un altro interrogativo subordinato al primo: per caso non siamo davanti ad un invito venuto fuori tempo massimo?

Le ultime elezioni per il Parlamento Europeo, nonostante la frammentazione delle forze politiche, hanno visto consolidarsi una polarizzazione destra-sinistra grazie anche alla sciagurata divisione delle due componenti di centro con l’effetto che nessun candidato di queste due compagini è approdato sugli scranni di Strasburgo e di Bruxelles. Ma, si dirà, i cattolici possono militare tanto nell’uno che nell’altro schieramento. Certo, è vero. Ma come? Possibile che i grandi temi agitati nelle giornate di Trieste siano rappresentati solo dalla buona volontà di qualcuno al di fuori di una organizzazione politica che non sia quella nella quale gli è stata concessa (interessatamente) ospitalità? È  abbastanza evidente che senza una organizzazione politica che lo esprime, ci si deve chiedere cosa e chi può rappresentare un “cattolico” da solo. Quale cultura politica, quale storia oltre la partecipazione alla vita ecclesiale? Difficile credere che il Papa, i vescovi e la Chiesa abbiano bisogno di uno o più rappresentanti individuati singolarmente e al di fuori da ogni coerenza di pensiero politico organizzato, partecipato e condiviso laicamente al livello popolare.

E poi pur con tutta la scristianizzazione in atto nel vecchio continente e in Italia non meno che altrove, è altrettanto vero che resta percentualmente cospicuo il numero dei credenti praticanti, non pochi dei quali sanno cosa è stata la Democrazia Cristiana nella storia italiana e sanno distinguere tra appartenenza religiosa e scelta politica. Per questo parlare di “cattolici” in politica significa anche una questione di numeri e porta con sé il riconoscimento di una cultura politica che non si può esaurire nel magistero sociale della Chiesa e nelle direttive ecclesiali anche molto lodevoli di carità, accoglienza e assistenza. Attività che rimandano inevitabilmente ad una visione d’insieme della società e dei confronti e conflitti che in essa si consumano e che richiedono composizioni condivise come base di un corretto consenso. E questa è la politica pratica alla quale si deve aggiungere l’enorme ricchezza di un umanismo di origine cristiana a cui oggi, nell’empietà sopraffattoria e non armoniosa della nostra società, molti non credenti guardano con interesse e speranza.

Forse venti anni fa quella descritta sopra poteva essere una prospettiva praticabile. Oggi per come sono andate le cose, vi sono ad ostacolarla maggiori e gravi criticità: l’analfabetismo religioso, soprattutto tra i giovani, è cresciuto in modo esponenziale e ciò rende assai problematica la presentazione di una proposta politica cristianamente ispirata. E se pure si aprono varchi di attenzione, non c’è ancora segnato un percorso da seguire e che invece bisogna impostare da subito. E si ritorna così al punto di partenza e cioè all’incompiutezza sul piano della politica, dell’evento ecclesiale di Trieste. È facile dire che i cattolici debbono impegnarsi in politica. Molto più difficile è dire come. Una via potrebbe essere quella di un primo coordinamento di autoconvocati che dia inizio ad una ripresa di riflessione e di iniziativa, con la consapevolezza che si tratta di un processo molto lungo e dagli esiti non scontati anche se la storia (e qui la Settimana di Trieste è certamente un riferimento) con i suoi grandi rischi sembra davvero chiamarci.

Ultima chiamata? C’è ancora tempo? Si vedrà.

Quanto la diaspora dei popolari rispecchia la loro storia e identità?

L’unità politica dei cattolici, come tutti sappiamo, è tramontata da almeno 30 anni. Un’unità a cui è seguita una sostanziale diaspora dei cattolici nella vita politica italiana. Una diaspora che, oggettivamente, ha indebolito la cultura, la specificità e l’originalità della tradizione del cattolicesimo politico italiano. Seppur nelle sue diverse sfumature. Ma, al di là delle vicende storiche che hanno accompagnato il percorso e il cammino dei cattolici democratici, popolari e sociali nel nostro paese, c’è una domanda che resta inevasa. Anche se, almeno formalmente, alla domanda c’è una immediata risposta. E cioè, il pluralismo politico ed elettorale dei cattolici italiani è oramai un dato largamente acquisito e consolidato. Ma la domanda, comunque sia, resta sul tappeto: ovvero, com’è possibile che i Popolari, cioè i migliori eredi della tradizione e della storia del cattolicesimo politico italiano, siano presenti in quasi tutti i partiti italiani? Certo, quasi in tutti partiti perché non possiamo neanche prendere in considerazione i partiti populisti – e cioè il partito dei 5 Stelle e la Lega di Salvini – che sono e restano antropologicamente alternativi rispetto alla cultura e alla storia del popolarismo di ispirazione cristiana. Ma, per quanto riguarda gli altri partiti, i Popolari sono presenti e senza alcun problema di compatibilità, o coerenza, politica/ culturale e valoriale.

Ora, e senza entrare nelle dinamiche concrete delle singole appartenenze partitiche e preso atto della buona fede di ciascuno, forse – e tenendo conto dell’attuale geografia politica italiana – c’è un unico criterio che misura la potenziale coerenza dei cattolici nello scenario politico contemporaneo. E il criterio è rappresentato da chi, attraverso il suo impegno politico concreto, si pone l’obiettivo di costruire il Centro e la ‘politica di centro’. E questo perché a fronte della crescente radicalizzazione del conflitto politico, del radicalismo e del massimalismo che caratterizzano il comportamento concreto di molte forze politiche e di ricette politiche e programmatiche che prescindono dai valori e dai principi del cattolicesimo popolare e sociale, l’iniziativa politica dei Popolari non può che convergere con chi persegue un progetto politico centrista. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. E cioè, se non si vuole ridurre questa presenza ad un fatto puramente ornamentale e del tutto ininfluente, quello è il perimetro politico, culturale e valoriale più coerente e lungimirante per poter ancora giocare un ruolo protagonistico e non subalterno o gregario.

Anche perché, va pur detto, non si può continuare a sognare la presenza di un partito laico, popolare e di ispirazione cristiana, in grado di rappresentare in modo significativo i cattolici italiani, quando mancano, purtroppo e chissà per quanto tempo ancora, i più elementari presupposti politici ed organizzativi. Ma nella costruzione di un Centro dinamico, innovativo, democratico, riformista e di governo, parte dei Popolari possono ritrovare le ragioni per un rinnovato protagonismo politico, culturale e programmatico dei cattolici italiani.

La laurea, un bene di famiglia. Rapporto ISTAT su istruzione-occupazione.

Nell’annuale Rapporto ISTAT sui “livelli di istruzione e i ritorni occupazionali” riferito ai dati rilevati nel 2023, si evidenzia come il titolo di studio posseduto dai genitori resti un valore aggiunto per il percorso formativo dei figli. Quando infatti i genitori hanno un basso livello di istruzione quasi un quarto dei figli (il 24%) abbandona precocemente gli studi mentre di converso questa percentuale scende precipitosamente al 2% se il padre o la madre sono laureati. E mentre in un contesto familiare culturalmente deprivato solo il 10% dei figli completa il corso di studi fino alla laurea, in presenza di un genitore in possesso di laurea questo dato sale fino al 70% dei casi.

È di tutta evidenza come la famiglia sia non solo un ambiente relazionale e affettivo – realtà peraltro pur sempre fondamentale per una crescita psico-fisica positiva della prole – ma inoltre come il dato culturale e più specificatamente il possesso di un titolo di studio elevato- segnatamente una o due lauree – conseguito dei genitori, rappresenti un atout di assoluto rilievo peraltro incidentale nel curricolo scolastico dei figli fino al raggiungimento, a loro volta,  del più alto titolo di studio. Considerando inoltre la fascia di popolazione compresa tra i 25-64enni, il tasso di occupazione dei laureati è 11 punti percentuali più alto di quello dei diplomati (84,3% e 73,3%, rispettivamente); il gap sale a 15,7 punti tra gli under 35 che hanno conseguito il titolo da uno a tre anni prima (75,4% e 59,7%). Il “fattore istruzione” si rivela determinante in una società aperta all’innovazione e tendente al progresso economico e di status: si potrebbe affermare che il piano terra del famoso ascensore sociale che porta ai piani alti di un curricolo scolastico completo e – prodromicamente – a posizioni lavorative più remunerate sia rappresentato dal punto di partenza coincidente con il contesto nativo e domestico del figlio-alunno-studente.

Si tratta delle cosiddetta “opportunità di partenza” le cui diseguaglianze dovrebbero essere compensate dalla scuola, per realizzare l’uguaglianza delle “opportunità di arrivo”. Ne consegue – secondo le rilevazioni statistiche dell’ISTAT – che resta invariato il vantaggio potenziale sul piano occupazionale tra chi consegue una laurea e chi si ferma al diploma. Nel 2023, tra chi possiede un titolo di studi universitario, il tasso di occupazione raggiunge l’84,3%, valore superiore di 11 punti percentuali rispetto a quello di chi ha un titolo secondario superiore (73,3%) e di 30 punti percentuali rispetto a chi ha conseguito al più un titolo secondario inferiore (54,1%). Il tasso di disoccupazione dei laureati, pari al 3,6%, è invece significativamente più basso rispetto a quello dei diplomati (6,2%) e a quello di coloro con basso titolo di studio (10,7%).

Si conferma, dunque, l’evidente “premio” occupazionale dell’istruzione, in termini di aumento della quota di occupati al crescere del titolo di studio conseguito. Resta tuttavia un gap non ancora colmato tra i suddetti livelli occupazionali riferiti al titolo di studio posseduto nel nostro Paese e la media dei Paesi dell’U.E. e ciò vale anche per le retribuzioni, significativamente più basse in Italia che nella maggior parte del resto d’Europa. Non è un caso che il fenomeno del “brain drain” (la fuga all’estero dei cervelli) sia tuttora rilevante e se mai crescente in maniera esponenziale: giovani medici, ingegneri, informatici, fisici…laureati in prevalenza in materie scientifiche che se ne vanno altrove in cerca di maggior considerazione retributiva.

Tanto è vero che sempre più spesso sentiamo parlare del fenomeno opposto – il brain gain – cioè l’ingresso per lavoro in Italia di laureati e specialisti provenienti da Paesi delle economie emergenti, che qui trovano un’occupazione che nel contesto d’origine scarseggia a motivo di quadro occupazionale generalmente meno evoluto, sul piano istituzionale e strutturale, pur a fronte di una formazione secondaria o terziaria equivalente alla nostra. L’ISTAT evidenzia inoltre come in Italia il numero dei laureati sia ancora inferiore alla media europea, che le donne – pur essendo più istruite degli uomini- (nel 2023, il 68,0% delle 25-64enni ha almeno un diploma o una qualifica (62,9% tra gli uomini) e coloro in possesso di un titolo terziario raggiungono il 24,9% (18,3% tra gli uomini) – accusino un gap occupazionale di ‘genere’ ancora elevato, specie per le cd. lauree STEM, infine che i lavori a breve termine siano legati a bassi livelli di istruzione.

E mentre si conferma che l’abbandono scolastico implementa in relazione a contesti familiari poco acculturati, la deriva positiva riguarda la decrescita graduale dei cd. “giovani NEET” (che non studiano e non lavorano): un dato che induce speranze di innalzamento dei livelli formativi, occupazionali e di distribuzione economica, per una società più aperta ed inclusiva.

Israele e Iran, uno scontro che cova sotto la ceneri.

Non sappiamo cosa Benjamin Netanyahu dirà ai suoi interlocutori americani in questo suo viaggio a Washington ma non è difficile immaginare che uno dei temi che saranno affrontati riguarderà la crescente tensione sul confine libanese di Israele con Hezbollah, l’organizzazione sciita alleata dell’Iran che rappresenta per Gerusalemme una minaccia costante da anni, assai più di Hamas. Detentrice di una potenza di fuoco, missili e droni, imponente e in grado di colpire qualsiasi luogo, qualsiasi città israeliana.

Il rischio concreto di una estensione a nord del conflitto in corso a Gaza, come se la tragedia che si sta consumando nella Striscia non bastasse, è piuttosto possibile. Lo scorso giugno il Ministero della Difesa israeliano ha annunciato di aver approvato un piano per un attacco su larga scala nel Libano meridionale. Ottenendo un paio di settimane dopo la risposta del capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah: pronti a lanciare verso le città israeliane decine di migliaia di missili. Un attacco che potrebbe anche non essere reso completamente innocuo dal sistema di difesa missilistica Iron Dome, come accaduto in occasione dei lanci dimostrativi provenienti dall’Iran qualche mese fa. A maggior ragione se contemporaneamente dovesse registrarsi anche un attacco da Gaza, posto che Hamas è ancora in grado di sviluppare una qual certa iniziativa offensiva. Senza dimenticare gli attacchi minacciati, anzi assicurati, dai guerriglieri Houthy.

Sino ad oggi le ragioni avverse a questo terribile scenario sono prevalse, perché oggettivamente nessuno degli attori potenzialmente coinvolti (dunque non solo Israele e Hezbollah, ma anche i loro alleati e, ovviamente, lo stato libanese) ha vero interesse ad iniziare uno scontro che facilmente si trasformerebbe in una guerra regionale. Certamente Biden e Harris intimeranno a Netanyahu di non procedere in nessun modo nell’apertura di un nuovo fronte, e cercheranno anzi di convincerlo a diminuire la pressione su Gaza. Ma è difficile che il premier israeliano dia loro soddisfazione su quest’ultimo punto. Sul primo, invece, il discorso è certamente diverso. Ma è pur vero che Israele negli anni si è preparato a un possibile nuovo conflitto con Hezbollah, senza invece immaginare di doverlo aprire con Hamas.

Perché il punto vero, la domanda vera è questa: lo scontro epocale, quello definitivo, sarà con l’Iran degli ayatollah? È questa l’idea che hanno a Gerusalemme? Una risposta che a questo punto Netanyahu dovrà fornire all’alleato che “nella sua carriera politica molto ha fatto per Israele”.

Il tecnognosticismo, la morte un QR code per i defunti.

Nell’ultima parte del saggio a titolo: “L’aldilà algoritmico e la metempsicosi digitale: in cosa sperare con l’avvento dell’IA”, che Massimo Naro ha pubblicato su “Orientamenti pastorali”, l’autore richiama la nostra attenzione sul tema del tecnognosticismo già evidenziato da Erik Davis in un suo scritto del 1998.

Si tratta di un testo che va letto nella sua interezza e che sollecita concedersi un tempo di riflessione.

Se si fosse ben compreso, l’IA consentirebbe la traduzione e ancor meglio l’oltrepassamento dalla condizione corporea in un dispositivo informatico. Se ne guadagnerebbe l’immortalità dell’anima attraverso quella della mente, una specie di eterno ribadirsi, di reincarnazione, dice esattamente Naro, in un ambiente informatico continuamente alimentato da opportuni algoritmi a vivificarlo con costanti adeguamenti alla realtà presente.

Libero di volare, senza la zavorra del corpo, la mente dell’uomo potrebbe così scambiare informazioni, relazionarsi con altro prossimo, definendosi in questo modo, secondo Marshall McLuhan, lo stato di «un facsimile razionalistico del corpo mistico».

Se si fosse centrato il ragionamento dell’autore, viene da pensare che l’algoritmo potrebbe dunque, non solo in via potenziale, continuamente rianimare un pensiero in modo che possa aggiornarsi e non suscitare noia a se stesso, ai suoi interlocutori nel cyberspazio ed a quelli ancora in carne ed ossa.

Si tratterebbe in ogni caso di una “extension” della propria persona, una protesi funzionante malgrado sia senza più un corpo a supporto; saremmo in presenza di un corpo monco, occorre dirlo, della sua proposizione principale. Assisteremmo ad uno slabbramento dell’originaria natura per addivenirne ad un’altra.

A detta di Naro, il pericolo incombente è che l’uomo possa oltretutto diventare un soggetto meramente passivo, non più autonomo, “da soggetto conoscente a oggetto riconosciuto, da volto personale a faccia identificata, da misura di tutte le cose (per dirla con Protagora) a cosa misurata”.

“Così messe le cose questa «identità impersonale» potrebbe smarrire la sua capacità relazionale e pertanto di restare irreale (più che virtuale)”.

Al riguardo si potrebbe incautamente tentare il commento all’interessante e stimolante pensiero di Naro, constatando la presenza di due elementi contraddittori nella natura umana.

Si tratta di una possibile condanna ad essere perpetuati, anche se non lo si desiderasse, dal momento della morte od in una fase successiva.

L’uomo, dopo la morte fisica, ad un certo punto dell’esperienza virtuale, potrebbe dichiarare la propria volontà di estinguersi e non partecipare più al suo processo di reiterazione in un mondo che non riconosce ormai come affine, manifestando in corso d’opera insomma una sua caduta di interesse a marcare il cartellino di presenza.

Non è chiaro come possa, “dopo”, esprimere le proprie intenzioni al riguardo. Il suo destino sarebbe affidato al click dei posteri che potrebbe a sua volta aprire questioni etiche di non poco conto su chi abbia effettiva competenza a procedere. Al contrario la mia personalità informatica potrebbe reclamare, pretendendo di non essere più cancellata, ciò a tutto dispetto di chi dopo secoli ne giudicherebbe insensata l’alimentazione. Questo anche a dispetto del testamento in cui si sia disposto di essere comunque cancellato, dalla propria dimensione informatica, dopo un certo numero di anni.

Un altro punto che potrebbe meritare evidenza è l’apprensione verso la dimenticanza, quella di non restare cioè nella memoria dei propri “cari “in vita e forse anche oltre quest’ultimi, se ce ne fosse, per questo eccesso, un significato ed una giustificazione.

Di più: quando questi “cari” saranno a loro volta morti, ingrossando anch’essi la schiera dell’ambiente “informatico”, che senso avrebbe rende fruibile e conoscibile la loro relazione a generazioni ormai future? Non se ne violerebbe forse una specie di loro intimità?

Camminando per i cimiteri cominciano a vedersi le prime tombe con un QR code che consente di richiamare foto, parole, episodi della persona defunta. Risponde parimenti alla apprensione dei parenti in vita di avere una memoria sempre attiva e di non precipitare nel drammatico mulinello, nel vortice dell’imbuto del futuro e lasciando nel dimenticatoio i propri defunti.

L’homo thecnicus dovrebbe prendere atto della morte e almeno per i credenti pregustare la resurrezione che sarà.  Lasciare tracce di sé a disposizione di infinite generazioni e pertanto, prevedibilmente, da lì a poco, non essere più seguite da alcuna di esse, se non dalla più immediata alla propria scomparsa, davvero costituirebbe un angoscioso “dimenticatoio”, una inevitabile mancanza di riguardo e di rispetto.

A chi interesserebbe davvero tra 100 o 1000 anni il mio pensiero virtuale? Questa è la risposta con cui confrontarsi e che smonta l’arte sublime di ogni tecnologia. Meglio scomparire o essere dimenticati è il quesito su cui affaccendarsi. La vita di ogni uomo è pari alle pagine di un vocabolario. Nascono continuamente parole nuove ed altre scompaiono per sempre dalla lingua corrente. Non a caso si editano nuove edizioni.

Un archivio che tutto contenesse, nel tempo, non sarebbe consultato più da nessuno, non avrebbe alcuna utilità. Nuove tecnologie avvicenderanno le vecchie che non saranno più fruibili, al pari dei vecchi floppy disc impossibili di utilizzo dai nuovi pc. Lasciamo all’uomo la possibilità di morire, bastando una qualche foto e qualche scritto, su un comodino dei familiari a ricordarne l’affetto e l’amore. Il resto è un affaticarsi, un’inutile resistenza, un far venire meno forze da destinare alla gioia del ricordo piuttosto che alla illusione di una re-esistenza.

L’uomo ha una sua dimensione che non può essere ultraterrena se non per coloro armati di fede in un Dio che ne assicuri la vita dopo la morte. Diversamente si risponda alla domanda del poeta “A chi piace o a chi giova?”. Il futuro ci darà una mano. Inclemente, procederà sistematicamente ad ogni reset, prima ancora che noi si pensi ci appartenga.

Non aspettare dagli Usa le risposte che vanno trovate dall’Ue

Uno fra gli effetti del ritiro del presidente Biden dalla competizione per il secondo mandato, è stato quello di rendere ancora più vivo il dibattito sul grado di impegno degli Stati Uniti nella sicurezza europea e sulla qualità delle future relazioni commerciali transatlantiche. Questo a scapito di una riflessione sul modo in cui prepararsi a pensarsi e a stare, come Occidente, come Unione Europea e come Paese, in un mondo divenuto ormai multilaterale. A ben vedere i timori suscitati da una eventuale vittoria di Trump, da un lato, e le aspettative riposte in un possibile successo alle presidenziali del prossimo 5 novembre, della candidata o candidato del Partito Democratico, dall’altro, presuppongono il riconoscimento di una medesima implicita delega agli Stati Uniti a risolvere, seppur in modi divergenti, problemi che invece presuppongono il concorso di tutte le democrazie occidentali nel decidere quale strategia adottare. Se quella dell’arroccamento nel rivendicare, ad ogni costo, una egemonia che ormai non è più nelle cose, oppure se offrire un contributo comune nel definire, insieme ai molteplici soggetti del Sud e dell’Est globali, un nuovo modello di governance per il mondo attuale, a partire dalla capacità di sfruttare per un tale obiettivo l’occasione del Vertice del Futuro dell’Onu in programma per il prossimo settembre.

Un contributo importante nel far prevalere le ragioni del dialogo su quelle dello scontro, lo sta dando il nostro Paese, anche attraverso l’esercizio della presidenza di turno del G7.  Dopo il Vertice in Puglia, caratterizzato dal sostegno a un multilateralismo basato sulle regole e sui principi della Carta delle Nazioni Unite e dall’apertura all’Africa e ai Paesi emergenti, l’importante visita del presidente Sergio Mattarella in Brasile della settimana scorsa ha costituito non solo una autentica occasione di dialogo fra due Paesi con forti legami (in Brasile vive la comunità di discendenti di immigrati italiani più numerosa al mondo) ma anche di scambio di vedute fra il Paese che detiene la presidenza del G7 con quello che detiene la presidenza del G20, e che si appresta dal prossimo gennaio ad assumere quella dei Brics.

In particolare, ritengo vada attentamente meditato l’intervento che il presidente della Repubblica Mattarella ha tenuto a Rio de Janeiro lo scorso 18 luglio al Centro Brasiliano per le Relazioni Internazionali (CEBRI) nel quale si è pronunciato per un rilancio del multilateralismo, anche attraverso le opportune riforme delle istituzioni internazionali, a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che dia la giusta rappresentanza ai Paesi emergenti perché, ha sottolineato il Presidente, “questo è un tempo che richiede dialogo e confronto”.

Un tempo in cui ognuno dei centri di potere che compongono il nuovo quadro multilaterale globale, deve imparare a coesistere e a interagire con gli altri, con pari dignità e non solo in una logica di reciproco vantaggio, ma anche sentendosi parte di un comune impegno nel governare i problemi globali. Per l’Unione Europea, indipendentemente da chi sarà il prossimo o la prossima presidente degli Stati Uniti, questo significa saper affrontare in piena responsabilità e autonomia i problemi dello sviluppo economico e sociale, della tutela dell’ambiente, della sicurezza e della deterrenza. Si tratta, superando una volta per tutte i nazionalismi che hanno rovinato l’Europa  nel Novecento, di iniziare a pensarsi come uno dei protagonisti del nuovo ordine globale multilaterale.

Gli altri già ragionano così e forse dobbiamo recuperare il tempo perduto. Persino un leader controverso come il presidente turco Erdoğan in una recente intervista al Magazine americano Newsweek ha espresso la convinzione che “oggi non esistono quasi stati al mondo, compresi gli stati in guerra, che non abbiano rapporti tra loro. Costruire e sviluppare relazioni è una necessità per gli Stati”. Il multi-allineamento è praticato da numerosi stati a conferma del fatto che il mondo attuale è così interconnesso al punto che non potrebbe sopportare una rigida divisione per blocchi. Anche questo, per l’Italia e per l’Ue, costituisce una sfida: quella di saper coniugare la fedeltà alle proprie alleanze con la necessità di intensificare forme di cooperazione nel mondo.

Usa, con Kamala Harris inizia un’altra campagna elettorale.

La pallottola sparata dall’attentatore il 13 luglio scorso in Pennsylvania ha ferito di striscio Trump, ma ha colpito in pieno Joe Biden, accelerando le valutazioni sul suo ritiro dalla corsa per le presidenziali USA e riaprendo di fatto una competizione che sembrava avere un finale già scritto. Sarà una campagna diversa e nuova per i temi e per i protagonisti, ma anche per le modalità espressive.

La velocità della comunicazione e dei social di oggi consentirà ai democratici americani di recuperare rapidamente spazio e consensi nell’opinione pubblica; nel secolo scorso sarebbe stato sicuramente più complicato.

Ovviamente è presto per dire come finiranno le elezioni di novembre, ma da oggi Trump è il candidato “vecchio” e in qualche modo anche la “minestra riscaldata” che si ripropone agli americani, peraltro con gli stessi argomenti che già lo portarono ad essere sconfitto quattro anni orsono. La candidatura di Kamala Harris potrebbe far fare a Trump la fine del ciclista che, iniziando lo sprint finale con eccessivo anticipo, arriva al traguardo stremato e perdente.

Ad oggi i due o tre punti percentuali di vantaggio rispetto alla Harris, non sono per Trump una garanzia sufficiente rispetto al risultato finale; quel vantaggio che viene registrato dai sondaggi è oggettivamente “drogato” dalla solidarietà e dalle ripercussioni mediatiche generate dal recente attentato subito da Trump, nonché dallo svolgimento della Convention repubblicana che lo ha incoronato per la corsa alla Casa Bianca.

Da oggi parte una nuova campagna elettorale che vedrà molto probabilmente Kamala Harris candidata alla Casa Bianca per il Partito Democratico degli Stati Uniti. Aldilà di battute e slogan, Trump avrebbe certamente preferito di gran lunga confrontarsi con Biden, anziché con la Harris che come donna potrebbe risultare particolarmente ostica su questioni che hanno visto lo stesso Trump al centro di inchieste e processi per comportamenti a dir poco discutibili. Un segnale incoraggiante per i democratici arriva dal fronte delle donazioni e dei contributi per la campagna elettorale; dopo il ritiro di Biden la piattaforma democratica ActBlue ha registrato un forte incremento di donazioni, ovvero 46,7 milioni di dollari in un solo giorno, il più alto incremento giornaliero registrato per le elezioni presidenziali 2024, soprattutto perché è il frutto di tante piccole e piccolissime donazioni e non di poche ma grandi (e interessate) elargizioni.

È indubbiamente un segnale di fiducia per il nuovo corso della campagna elettorale che lascia ben sperare anche per un possibile ritorno della partecipazione al voto e più in generale di attenzione alla politica. L’ennesima dimostrazione che quando la politica non si chiude in se stessa e nei propri egoismi, può nascere qualcosa di positivo per la comunità. Vedremo se, dopo Gran Bretagna e Francia, avremo qualcosa da apprendere anche dagli Stati Uniti.

“Non torneranno più”. I Negrita e i sotterranei dell’anima rock.

Negrita.com

Non torneranno più le mille notti in bianco, la gioventù al mio fianco, Roby Baggio e lautostop. Non torneranno più i miei vecchi polmoni, la naia tra…scioperi e università”. Sono le parole di Pau, vox della rock band italiana forse più “alternativa” del momento e degli ultimi anni.

I Negrita si lasciano trascinare nei labirinti del pensiero critico, attraverso la riflessione junghiana e l’elaborazione della visione del Mondo che vorremmo. Non torneranno più gli amori di unestate, le lingue consumate, gli occhi rossi e Kurt Cobain. Non torneranno più i giorni da buttare”. In questo straordinario testo (“Non torneranno più”), i Negrita rievocano connessioni, seduzioni e memorie della nostra rampante gioventù che rimane vitale e speranzosa. Sono “network emozionali da palcoscenico”, con sempre uno sguardo al futuro mentre l’oggi scorre e si confonde con gli errori di ieri.

E qui c’è l’energia musicale di testi che diventano paradigmi dell’attivismo e della partecipazione. Rimane l’auspicio che la musica, i testi e il rock di questo gruppo musicale facciano del nostro agire quotidiano un capolavoro di speranza. “Io guardo sempre avanti, ho sogni più arroganti ma oggi no, lasciatemi i miei santi, nel giorno dei rimpianti, ore che il cielo è meno blu, perché non ci sei tu”.

Il testo nella sonorità armonica di Pau è guardare oltre, vedere, ascoltare le melodie del vivere quotidiano che arriva o meglio ritorna dal futuro. Senza discese nei sotterranei dell’anima, ma solo energie di riscatto tra soggettività sociale e oggettiva, reale presa di coscienza dell’essere nel grande game delle relazioni autentiche tra le persone. Io guardo sempre avanti, ho sogni più arroganti”.

La loro musica, il nostro impegno.

La difficile partita del dopo Biden

La notizia sottostante al clamore per il ritiro di Biden è che il partito in America non è riducibile a un semplice “registratore di cassa”, adibito alla conta dei voti nelle primarie per la scelta dei candidati, ma un luogo di organizzazione delle scelte politiche. È una struttura complessa, con un centro di direzione poco visibile e tuttavia pesante, almeno nei momenti cruciali.

Biden lancia la sua vice, Kamala Harris? Ebbene, una nota ufficiale dei Democrats precisa che l’investitura esige una procedura trasparente. Tradotto: i giochi sono aperti, non c’è nulla di scontato. Ciò significa, allora, che la Convention (Chicago, 19-22 agosto) è tutta da costruire. Senza un accordo tra i centristi (Obama, Hillary e Bill Clinton, gli stessi fedelissimi di Biden) e l’ala sinistra del partito (Sanders e Ocasio-Cortez), in un quadro che tenga conto degli equilibri territoriali e del ruolo delle cosiddette minoranze (etniche e culturali), è molto difficile identificare la soluzione giusta per il ticket progressista. Non è da escludere che alla fine Michelle Obama sia costretta ad accettare la nomination, magari affiancata da un governatore (ce n’è più di uno in grado di raccogliere consensi).

Ora comunque cambia tutto. Ancora l’altro ieri Donald Trump aveva fatto ricorso ai soliti insulti contro i suoi avversari, sicché “il suo appello all’unità nazionale”, ha scritto il New York Times, “è passato completamente in secondo piano”. L’ex presidente è tornato persino a rivendicare di aver vinto le elezioni del 2020, rilanciando l’accusa ai democratici di aver commesso frodi: “Questa è l’unica cosa in cui sono bravi”. E ha voluto andare anche oltre: “Continuano a dire: ‘È una minaccia per la democrazia’. Io dico: ‘Che diavolo ho fatto per la democrazia’? La settimana scorsa mi sono preso una pallottola per la democrazia”. Ora Trump, di fronte alla rinuncia di Biden, deve cambiare registro. Il punto critico è dato dalla sua piattaforma programmatica, un misto di retorica imperiale e logica isolazionista, senza un punto di equilibrio.

È facile, ad esempio, strattonare l’Europa, meno facile pretendere che si faccia strattonare, subendo la pretesa di un allineamento purchessia in nome dell’America first. Con quale prospettiva? Trump ne proclama l’insignificanza sul piano geo-strategico, salvo esigere che nel confronto USA-Cina non venga meno il legame euro-atlantico. Non regge. Quale che sia lo stato dell’Europa, non si capisce la ragione per la quale il primato americano possa contemplare nel futuro un’Europa supina, obbligata a vedersela da sola con la Russia, immaginando il progressivo disimpegno militare di Washington, e a rompere i rapporti commerciali con la Cina – ecco il residuo di solidarietà transatlantica – in ossequio alla dottrina sull’isolamento economico del Dragone, ad esclusivo vantaggio della reindustrializzazione degli Stati Uniti. Il disegno trumpiano ha in sé questa irrimediabile contraddizione.

A Chicago, nella Convention democratica, dovrà prendere forma un’alternativa a tutto tondo alla formula del “Make America Great Again”. Non solo nomi, ma anche e soprattutto programmi, contenuti, strategie, stabilendo se il mondo visto dall’altra parte dell’Oceano abbia ancora al centro l’alleanza tra America ed Europa. È ciò che conta per milioni di cittadini del Vecchio Continente.

L’Europa, i Verdi e una memoria corta.

Al rinnovo del suo mandato al timone dell’Europa, Ursula von der Leyen ha dichiarato di essere grata ai Verdi per il sostegno ricevuto impegnandosi a lavorare con chi l’ha sostenuta.  Dopo giorni di incontri e trattative la nostra Ursula, talentuosa madre di sette figli, ha dimostrato di saper conciliare politica e famiglia con grande abilità, governando la sua numerosa prole e i suoi altrettanto numerosi partiti con grande astuzia e mestiere.

Alla fine ha strizzato l’occhio ai Verdi e strizzato come uno straccio da pulizia le speranze di altri che avrebbero voluto condizionarla con il loro appoggio.  I suoi avversari saranno diventati verdi di bile per la stizza e la rabbia accumulata o verdi di invidia per il successo altrui. Per restare in tema, gli avversari della Ursula europea sono restati al verde, fuori dalla stanza dei bottoni.

In Italia c’è chi per questo si è rallegrato e chi al contrario si è rammaricato. L’accoppiata “bonus frater” Bonelli Fratoianni ha vinto la sua mano di poker e hanno di che essere contenti trionfando per la mano vinta sul tappeto verde.

I fatti sono quelli che sono. Già da prima hanno dimostrato una certa sapienza ed uno spiccato senso di opportunismo nel presidio del territorio politico.

La moglie di Fratoianni, al tempo candidata, senza riuscirvi, alla poltrona di Sindaco di Foligno, si è dovuta accontentare di essere eletta successivamente al Parlamento in un collegio plurinominale in Puglia. L’importante è essere presenti su ogni territorio, questa la regola di una buona politica.

Non risulta che nella Prima Repubblica di una stessa famiglia ci fossero più rappresentanti al Parlamento, ma oggi va di moda così ed anche i Five Stars hanno a tal proposito qualche esempio da vantare. Opportunismo e opportunità sembra abbiano al giorno d’oggi medesimo senso.

Se ben si è compreso, Nicola Fratoianni è deputato e segretario e leader di Sinistra Italiana e di Alleanza Verdi e Sinistra, mentre Bonelli è co-portavoce di Europa Verde e deputato alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra.   Alla lettura dei simboli delle appartenenze, non è facile districarsi ma ci si deve abituare e saper apprezzare la qualità e la costanza di leaders che hanno saputo dire la loro senza mai recedere di un passo.

Qualche inciampo in corso d’opera c’è stato, come la vicenda Soumahoro che ha prodotto decine di milioni, di sonanti verdoni per i quali non è chiaro che fine abbiano fatto. Ma non è questo quello che conta. Vale piuttosto la loro capacità nei passaggi televisivi che gli sono concessi di parlare dei temi identitari a loro cari anche quando si tratta d’altro.

Se pur si trattasse di commentare una partita di calcio od una di scacchi, saprebbero argomentare richiamando la transizione ecologica e chissà cos’altro ancora. E’ questa una sensibilità che non può lasciare indifferenti e che è assai di più dei maliziosi critici che direbbero di un solito disco rotto.

Sembra che il verde sia un colore secondario frutto della mescolanza dei colori primari giallo e blu e suggerisce un senso di equilibrio, armonia e pace. E’ un colore che richiama istintivamente alla natura e pare riferirsi in prima istanza alla crescita, fertilità e abbondanza.

Sarà per l’adesione alla politica estera della von Der Lyen ed ai colori giallo e blu della bandiera ucraina che i Verdi, finalmente in posizione primarie, stanno conoscendo momenti di sviluppo e di affermazione. In questo contesto rosa e fiori va però rammentato come la signora Ursula sia stata condannata dalla Corte distrettuale dell’Ue per mancata trasparenza sui vaccini anti-Covid. La Presidente della Commissione europea non sarebbe stata infatti adeguatamente trasparente con l’opinione pubblica in ordine ai contratti per i vaccini.

L’azione legale fu promossa al tempo da privati cittadini e da eurodeputati tra i quali si distinsero appunto i Verdi, che oggi sembrano del tutto dimentichi della vicenda e hanno dato pieno sostegno alla Presidente della Commissione.

Solo The Left ha sbraitato chiedendo il ritiro della candidatura della Presidente Ursula, lesta a mettersi sotto braccio ai Verdi come compagni di cordata. Da loro ha avuto il semaforo, li ha riconosciuti come il numero verde della salvezza, facendo venire i sorci verdi a quelli che avrebbero voluto essere al loro posto per essere determinanti per il nuovo governo dell’Europa.

Sembra che questa nuova fase determini la fine dei primi anni verdi della protesta e dell’eskimo e faccia mettere ai Verdi il vestito buono del potere. Il pomodoro si matura al sole con il tempo che occorre e così i Verdi sono ora alla stagione della raccolta. Finalmente potranno brindare bevendo del buon Verdicchio.

I detrattori della Dc sopravvivono alla sua scomparsa

C’è poco da fare. Solo gli ingenui e gli ipocriti si potevano illudere. Perché se trascorri una vita a demolire, a criminalizzare, a contestare e a ‘sputtanare” un partito – nel caso specifico la Democrazia Cristiana – difficilmente poi trasformarti, parecchi anni dopo, in un fresco ed allegro adulatore. E Marco Follini lo ha ricordato, con il consueto garbo, nei giorni scorsi a Marcello Sorgi, editorialista della Stampa, che aveva paragonato le non scelte furbesche di Giorgia Meloni con il cosiddetto “stile” dei dirigenti e degli statisti della Democrazia Cristiana. E questo perché ci si rende conto, e per l’ennesima volta che, come recita quel vecchio detto popolare, “il lupo perde il pelo ma non il vizio”. E così è puntualmente capitato. E arrivare, appunto, a confrontare il comportamento di Giorgia Meloni sul voto contrario alla Von der Leyen con il “metodo democristiano” – solo in chiave dispregiativa e scadente – denota una cosa sola. E cioè, il merito e il metodo della Democrazia Cristiana – cioè il suo progetto politico e il suo concreto stile di essere presente nella politica italiana – continuano a dare parecchio fastidio. E, ancor più, continua ad essere un elemento da combattere politicamente. O meglio, da ridicolizzare e, appunto, da “sputtanare” agli occhi dell’opinione pubblica nazionale.

Del resto, se per interi decenni la pubblicistica di sinistra – in tutte le sue diverse e multiformi espressioni – si è esercitata in una paziente opera di demolizione politica, culturale, sociale ed organizzativa della Dc e del suo progetto politico, non può poi esserci un ‘anno zero’ in cui misteriosamente si inverte la rotta. E così ragiona Marcello Sorgi – che è uno degli osservatori meno faziosi e settari – e, con lui, l’ormai collaudatissima cerchia degli eterni commentatori delle vicende politiche italiane.

Insomma, e per farla breve, la Dc era e resta un “inciampo della storia” e come tale va considerata e trattata. E tutte le contraddizioni, le criticità, i difetti e le cadute di stile dei protagonisti della politica contemporanea vanno semplicemente riconducibili al metodo adottato per quasi 50 anni dalla Democrazia Cristiana e dai suoi principali protagonisti. Leader e statisti compresi.

Ecco perché, oggi come ieri, abbiamo il dovere – morale, politico e culturale – di combattere quella deriva ben sapendo che gli incalliti detrattori, demolitori e contestatori di ieri lo rimangono anche oggi. Con qualche deroga, forse, solo quando intervengono in convegni agiografici sulla storia della Democrazia Cristiana. E con la quasi certezza scientifica, però, che quella esperienza politica non ritorna più ed è consegnata agli archivi storici. Almeno su questo versante questi incalliti commentatori restano coerenti e lungimiranti.

Asianews | Mikhail Majatskij: “Putin ha messo fine al progetto Russia”.

Stefano Caprio

 

Un importante storico russo della filosofia, Mikhail Majatskij, che vive e insegna da più di trent’anni in Svizzera, ha pubblicato una raccolta di saggi di vari autori dal titolo “Di fronte alla catastrofe”, e ritiene che la guerra russa in Ucraina abbia definitivamente concluso il periodo della “cultura post-sovietica”. La Russia di Putin, a suo parere, ha “cancellato la filosofia”, sostituendola con un’ideologia patriottica pseudo-scientifica, basata sulla rilettura arbitraria della storia russa e universale. Rifacendosi alle riflessioni dei filosofi francesi come Jacques Ranciére e Gilles Deleuze, Majatskij definisce le condizioni in cui la Russia vive da quasi tre anni come “l’apoteosi dell’imprevedibile, della casualità e della a-causalità”, che distrugge ogni potenzialità e ogni prospettiva per il futuro.

Non si può del resto parlare di una vera e propria “filosofia post-sovietica”, considerato che i primi vent’anni dopo la fine dell’Urss sono stati dedicati soprattutto alla riscoperta del patrimonio culturale devastato e quasi cancellato nel XX secolo, soprattutto quello del pensiero slavofilo sconfitto dalla rivoluzione bolscevica. All’inizio degli anni Novanta si sono moltiplicate le raccolte e gli studi come Lidea russa di Mikhail Maslin, che fu poi il redattore della Storia della filosofia russa adottata nel 2008 dall’università Lomonosov di Mosca. Molti altri hanno pubblicato manuali e studi di storia della filosofia per le università, allo scopo di giungere a una vera e propria “riconversione della filosofia”, passando dagli studi obbligatori di epoca sovietica, di marxismo-leninismo e di ateismo, alla storia e alla filosofia religiosa o addirittura alla teologia. Sono nati anche diversi istituti di studi ecclesiastici, di cui il più autorevole è senz’altro quello ortodosso di San Tikhon di Mosca, e perfino i cattolici hanno aperto fin dal 1991 nella capitale l’istituto San Tommaso, oggi affidato ai padri gesuiti.

Nell’ultimo decennio, il nazionalismo grande-russo ha travolto progressivamente tutti i tentativi di ritrovare lo spirito multiforme della cultura russa dei secoli precedenti al “giogo sovietico”, attestandosi su posizioni simili a quelle “panslaviste” che avevano esasperato il dibattito ottocentesco tra slavofili e occidentalisti. Riprendendo posizioni che vedevano nell’idea o nel “mondo russo” il compimento dei destini della storia – come quelle del famoso saggio La Russia e lEuropa di Nikolaj Danilevskij del 1869, il cosiddetto “catechismo completo dello slavofilismo” – la filosofia è stata nuovamente piegata alla lotta contro l’Occidente che umilia la Russia. Un sentimento derivato allora dalla rovinosa sconfitta nella guerra di Crimea, e oggi riproposto in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Danilevskij proponeva la ricerca “biologica” del tipo russo come il tipo umano definitivo, originale e “pacificato”, dopo la successione di dieci tipi storici, a seguito di quello romano-germanico, ormai fossilizzati e destinati a rifondersi nel dominio culturale russo.

Un punto di riferimento più recente è il pensatore esistenzialista Ivan Il’in, definito “il filosofo preferito di Putin”, espulso dall’Urss nel 1922 e morto nel 1954, dopo essere stato un simpatizzante del nazismo come unica salvezza dal comunismo sovietico. A suo nome è stata ora aperta una nuova “Scuola di filosofia politica” presso l’università moscovita più prestigiosa, la Scuola superiore di economia, affidata alla direzione di uno dei massimi ideologi del sovranismo russo eurasiatico e universale, il popolare Aleksandr Dugin. In realtà, Il’in si era concentrato sulle questioni dell’uomo e del rinnovamento della società, in una filosofia dell’esperienza spirituale molto intensa, tanto da scrivere ancora in Russia, nel 1918, la tesi dottorale su La filosofia di Hegel come dottrina sulla concretezza di Dio e delluomo, una delle migliori ricerche russe di critica filosofica. Visse a Berlino negli anni dell’ascesa di Hitler, ma si ritirò quindi in Svizzera per comporre infine nel 1953 gli Assiomi dellesperienza religiosa, basandosi sul concetto-chiave di “evidenza” inteso in senso molto ampio, figurativo e metaforico: proponeva la condizione dell’anima umana come opposta alla cecità della visibilità superficiale, la capacità di contemplazione multiforme e di profonda sensibilità, per ritrovare la direzione da prendere dopo tutti gli sconvolgimenti.

Neanche questi filosofi, pur considerati gli ispiratori della Russia militante, sono oggi in grado di far riflettere veramente sul senso delle tragedie in corso. Nulla può veramente giustificare la guerra mondiale della Russia a cominciare dall’Ucraina e da tutti i territori del suo perduto impero, e i richiami ideologici non hanno vere radici neppure nella filosofia russa più estrema del passato antico e recente. Gli avvenimenti degli ultimi due anni non hanno una definizione adeguata, non c’è “eurasismo” o “sovranismo” che esplicitino il significato semantico della distruzione, e il “mondo russo” che viene proclamato è un mondo vuoto, dal punto di vista concettuale prima ancora che sociale, politico, militare o economico.

Majatskij indica anche una raccolta americana di saggi appena uscita, ExpertsScenarios on Russias Future, che cerca di individuare gli effetti futuri della guerra in corso; ma in questo si rende evidente quanto la guerra banalizzi e svuoti di significato gli atteggiamenti e le reazioni umane, rendendo incapaci di valutare la vera portata dei conflitti, soprattutto quando essi si moltiplicano e si sovrappongono. Chi sia l’aggressore e chi l’aggredito è evidente, ma questo diventa insignificante nel calderone ideologico delle frasi fatte: “siamo un unico popolo”, “l’Ucraina non esiste”, “non lottiamo con gli ucraini, ma con l’imperialismo americano” e altre espressioni analoghe sull’oppressione israeliana dei palestinesi, o sull’integrità territoriale dell’Armenia e così via. La Russia ha inaugurato la “stagione dell’infantilismo” secondo il filosofo, dimostrando di non essere capace di attenersi alle regole della politica internazionale, ma soltanto di voler piegare le regole ai propri interessi, cercando giustificazioni del tutto prive di fondamento.

Ciò che accade non è soltanto irreparabile, ma come diceva Hannah Arendt, “è accaduto qualcosa che non si può punire e non si può perdonare”. La morte di decine di migliaia di pacifici ucraini, tra cui centinaia di bambini, è un evento irreparabile, per non parlare del trauma psichico di milioni di bambini e adulti da tutte le parti: la moralità non si schiera da una parte o dall’altra, semplicemente svanisce nel nulla. Non c’è alcun “mondo russo”, c’è solo il trionfo del risentimento, del sadismo, dell’indifferenza e della frustrazione: Majatskij propone di apporre sulla tomba di Putin, alla sua sepoltura, la scritta “Ha messo fine al progetto Russia”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/La-fine-della-filosofia-post-sovietica-61187.html

Il futuro iper tecnologico conservi la naturalità e creatività dell’uomo

… come ha messo in luce Erik Davis in Techgnosis (1998), anche il progresso tecnoscientifico ha sempre dato adito a una corrispondente mitologia, espressa in fantascienza letteraria e cinematografica, e persino a delle vere e proprie credenze e pratiche religiose, in particolare al tecnognosticismo, come si legge nei capitoli più interessanti di questo bestseller giornalistico. Davis illustra criticamente le fantasie dei partigiani dell’estropia. Questi – facendo da controcanto ai teorici dell’entropia – prospettano la sopravvivenza dell’essere umano e del mondo grazie all’IA, intesa come vero e proprio oltrepassamento della condizione corporea, di per sé inevitabilmente effimera, culminante nel travaso della mente di ciascun essere umano in un raffinatissimo dispositivo informatico.

L’immortalità dell’anima, in questo caso, si tradurrebbe nell’immortalità della mente (e delle informazioni conservate nella memoria) e l’IA ne diventerebbe la custodia, il tabernacolo più che il sepolcro, prolungando e anzi potenziando algoritmicamente le sinapsi cerebrali e così riattivando l’encefalogramma piatto. Questo trasferimento di informazioni resterebbe, in realtà, ben lungi dalla risurrezione intesa e sperata cristianamente. Sarebbe una sorta di reincarnazione dentro un ambiente informatico, una «metempsicosi digitale» chiosa incisivamente Erik Davis, che trasporrebbe conoscenze, convinzioni, intuizioni, ricordi, in una tanto illimitata quanto indefinita «topologia» algoritmica.

In tale cyberspazio la mente si ritroverebbe ormai astratta dalla condizione fisica e dai condizionamenti corporei e ogni singolo individuo entrerebbe in una effettiva connessione virtuale con tutti gli altri individui umani, quale piccola maglia di una universale rete informatica che Marshall McLuhan – scrivendo a Jacques Maritain nel 1969 – definì polemicamente «un facsimile razionalistico del corpo mistico».

Difatti, qualcuno tenta già di programmare delle app che conservino i ricordi dei defunti e li affidino alla rielaborazione dell’IA, affinché i loro familiari possano ripassarli in rassegna come consultando un archivio. Riuscire in questo equivarrebbe a organizzare una visita in una stanza delle meraviglie con chissà quante sorprese nascoste all’interno. Ma allorché l’IA rendesse possibile una qualche interazione tra la coscienza digitalmente mummificata del defunto e quella dei suoi visitatori, allora tale coscienza potrebbe forse risvegliarsi e ricominciare con i suoi familiari o amici la relazione interrotta dalla morte. Soprattutto diventerebbe un inveramento – pur virtuale – della sopravvivenza.

Il tecnognosticismo – che si alimenta di queste proiezioni e di questi auspici – guarda all’IA come all’approdo più avanzato dell’evoluzione umana, la quale così non sarebbe più un fenomeno innanzitutto naturale ma piuttosto esclusivamente culturale, mentre la stessa IA farebbe le veci dell’eone a-venire atteso nel simboloniceno-costantinopolitano.

D’altra parte, queste elucubrazioni – esasperate dall’euforia tecnognostica – non si accontentano di promettere il paradiso condensato in un microchip di silicio. Minacciano pure l’inferno in terra (o nello spazio immaginato da Kubrick), nel caso in cui l’IA riuscisse a automatizzarsi a tal punto da rendersi autonoma rispetto agli esseri umani e ribellarsi al loro controllo. Per il filosofo Maurizio Ferraris e per lo scienziato Guido Saracco, coautori di un’interessante apologia della tecnica contemporanea, quest’improbabile antropomorfizzazione della tecnica è solo uno spauracchio da smaltire con lo studio e con il ragionamento. Ma se è vero – come argomenta l’arguta «tecnodicea» di Ferraris e Saracco – che l’IA non diventerà soggetto autonomo, è vero pure – come ha scritto Giorgio Agamben – che a smarrire il senso della propria soggettualità potrà essere l’uomo, ridotto – dentro la morsa delle tecnologie biometriche – da soggetto conoscente a oggetto riconosciuto, da volto personale a faccia identificata, da misura di tutte le cose (per dirla con Protagora) a cosa misurata. Questa «identità impersonale» rischia di perdere la capacità relazionale e pertanto di restare irreale (più che virtuale).

Con questi ondivaghi profili si lascia constatare la condizione tecno-umana. Con l’avvento dell’IA, resa ormai endosomatica (si pensi a Telepathy, il neurochip di Elon Musk), vivere potrebbe voler dire tout court processare al meglio il maggior numero di informazioni. In questa condizione tipicamente transumanistica all’anima, o alla coscienza, o alla ragione, parrebbe voler subentrare l’algoritmo. L’algoritmo, in tal caso, diventerebbe se non il principio vitale del corpo almeno il suo input esistenziale. Giocoforza, il dopo-morte coinciderebbe con la virtualizzazione dell’essere umano – della sua mente, delle sue memorie – dentro un dispositivo informatico: l’ultimo stadio dell’evoluzione umana sarebbe fatalmente postumanistico nel senso più estremo dell’espressione. E, in questa direzione, il vicolo cieco della natura (il corpo senz’anima di taluni approcci neuroscientifici) tenterebbe una sortita oltre di sé, imboccando lo spiraglio dell’IA.

Non resta che sperare che l’homo thecnicus (non propriamente il cyborg) torni a intrecciare creaturalità e creatività, indole naturale e inventiva culturale, vivendo così il suo slancio a trascendersi con una consapevolezza vocazionale, vale a dire non autoreferenziale, relazionale, protesa a incontrare qualcun Altro. Ci sarebbe allora la possibilità di rintracciare nella tecnica una promessa – non certo una premessa – della risurrezione in Cristo, il Crocifisso-Risorto, l’unico che, morendo, abbia sperimentato la fine tuttavia imponendole – mentre ne veniva sopraffatto – di restare penultima.

 

Per leggere il precedente estratto del saggio

https://ildomaniditalia.eu/un-possibile-umanesimo-non-umano/

Caro Sorgi, non confondiamo i democristiani con la Meloni.

Marco Follini

 

Caro direttore,

ma davvero Giorgia Meloni nel votar contro la nuova commissione europea s’è comportata da “democristiana” ? Davvero quel suo “no” a Von der Leyen, come scrive Marcello Sorgi, è “un dire e non dire, fare nell’ombra il contrario di quel che s’è detto alla luce, dichiararsi per il no ma sotto sotto non far mancare qualche si” laddove in nome dell’amicizia “nel vecchio scudo crociato si compivano sorridendo assassini politici, accordi imprevedibili e soprattutto inconfessabili”? Davvero la Dc è stata quel caravanserraglio di doppiezze, ambiguità, astuzie che viene periodicamente richiamato e adattato alle mutevoli convenienze dei suoi tardivi e improbabili imitatori?

Mi permetto di obiettare. Intanto perché sui temi europei i vecchi democristiani sono stati sempre di una coerenza adamantina e direi perfino di una prevedibile (ma anche assai benemerita) ripetitività. Non votarono mai “contro” e non ebbero mai dubbi, nessuno di loro, sul fatto che il riscatto italiano passasse attraverso il pertugio della più rigorosa obbedienza europeista. Si mediava all’epoca su tante cose, ma su queste, almeno su queste, vigeva piuttosto una linearità senza tentennamenti. E poi perché sarebbe ora di liberarci tutti – democristiani e antidemocristiani – di questo ricorrente racconto che ci descrive ogni volta come figure politiche tentennanti, prive di un principio, pieghevoli fino all’irrilevanza, devote al vento del momento.

Piaccia o no, la Dc fu una politica, non un costume. E neppure solo un metodo. Fece le sue scelte, anche controverse. Ebbe convinzioni profonde e suscitò inimicizie altrettanto profonde. Tutte cose che possono piacere oppure no. Ma che andrebbero raccontate anche in nome dei conflitti che a suo tempo suscitarono. Conflitti che non furono quasi mai così edulcorati come ora, a distanza di anni, possono apparire.

Non sarebbe giusto erigere un monumento postumo alla buona creanza dei vecchi democristiani. E neppure però demonizzare quella loro duttilità in nome della chiarezza successiva con cui la politica ha preteso di esprimersi all’indomani della loro fine. Non fu ambigua a suo tempo la Dc, e infatti si può essere certi che ieri a Strasburgo avrebbe votato a favore della nuova commissione europea. Ma non le mancò mai l’accortezza di guardare oltre i suoi stessi confini e di considerare che negli argomenti dei suoi oppositori c’era sempre qualche frammento di verità su cui riflettere.

Nella fattispecie, credo che Meloni con il voto di ieri ci abbia ricordato che lei non è “democristiana” e non ambisce affatto a diventare tale. Anzi, è assai probabile che in cuor suo si feliciti di aver fatto un gesto così dirompente. A lei appartengono le sfide avventurose. Ai vecchi democristiani, il progresso senza avventure. Due identità, appunto. Lungo quel confine c’è un baratro, non una sfumatura. A conferma che l’essere stati democristiani implica sempre un certo numero di contrasti e dissensi. E a dispetto di quella sorta di leggenda che viene invocata per descriverli/ci come gente astutamente pronta a promuovere – insieme – una causa e il suo contrario.

Ho verso Marcello Sorgi un antico sentimento di amicizia, privo di sottigliezze troppo “democristiane”. E conosco, in virtù di una lettura quotidiana, la raffinatezza delle sue analisi politiche. Ma quel racconto democristiano che tanto spesso indulge alla caricatura è troppo frequente nel nostro senso comune perché non vi si faccia obiezione. Non tanto in nome dell’onorabilità degli antenati democristiani. Piuttosto, in ragione della estrema facilità con cui i nuovi venuti fanno esattamente il contrario.

 

La replica di Marcello Sorgi

Follini ha ragione. Ma avevo premesso che “la Dc ai suoi tempi era una cosa assai più seria”. E mi ero riferito al metodo democristiano, che anche prima che il passare del tempo ne desse una vulgata meno nobile, si era, a onor del vero, già deteriorato del suo.-

(M.S.)

Partigiani Cristiani, sì alla raccolta di firme per cambiare il Rosatellum.

I Padri e le Madri Costituenti avevano prefigurato l’espressione della sovranità popolare attraverso una legge elettorale proporzionale; non in un articolo ma con un ordine del giorno.

In un ispirato discorso, anzi con una alta lezione di diritto costituzionale, il presidente Mattarella, a Trieste, in occasione della 50esima Settimana Sociale dei cattolici, tra l’altro ha dichiarato che il principio “ogni uomo un voto” non può essere distorto “attraverso marchingegni che alterino la rappresentatività e la volontà degli elettori” e, secondo Bobbio “non si può ricorrere a semplificazioni di sistemare e a restrizione di diritti in nome del dovere di governare”. Noi ci troviamo di fronte a un fenomeno di astensionismo patologico in termini democratici perché la minoranza degli elettori decide la maggioranza che governa. Sono molteplici le cause e tuttavia non sembra che i partiti si stiano dando pena per invertire la pericolosa tendenza, ma certamente anche la impossibilità di scegliere i propri candidati gioca un ruolo prevalente; si osservino le elezioni amministrative per avere una controprova. Dal 1993 abbia avuto una sequela di leggi elettorali- Mattarellum, Porcellum (secondo la definizione data dal suo autore) Italicum, Rosatellum – che il latinorum non ha nobilitato.

Siccome non si vede all’orizzonte una decisa volontà da parte dei partiti di affrettare una riforma della legge elettorale vigente, che restituisca sovranità agli elettori, ho aderito e promuovo convintamente il referendum “Io voglio scegliere” per il quale è in corso la raccolta delle firme.

Considero questa occasione particolarmente coerente con lo spirito e la finalità del nostro impegno di Partigiani Cristiani.

Credo che dovremo essere promotori della raccolta delle firme. Sul sito del ‘Comitato Referendario per la rappresentanza’ si possono trovare tutti gli elementi conoscitivi. Si tratta di un referendum abrogativo di parti della legge vigenteperché non è possibile abrogarla interamente in quanto la Corte Costituzionale ha certificato che non si può stare in assenza di una legge elettorale, e lo si capisce! Allego qualche documento e ricordo che i quesiti sono 4 per cui si devono firmare quattro moduli. Potete solo immaginare con quale formulazione giuridica, impenetrabile per i non addetti ai lavori, è formulato il quesito per la abrogazione, ma in sintesi si tratta di sopprimere:

  1. il voto congiunto tra candidati uninominali e liste plurinominali (se voto uno, voto anche l’altro, e viceversa. Bella scelta dell’elettore!)
  2. nessuna soglia di accesso per le liste autonome e coalizioni (tutti i voti valgono: con il blocco milioni di elettori non sono rappresentati in Parlamento!)
  3. tutti i partiti, anche quelli in parlamento, devono raccogliere le firme per le candidature (i partiti mettano la faccia!)
  4. abolizione delle pluricandidature: ogni candidato in un solo collegio uninominale e/o plurinominale (è uno scandalo giocare a dominio fra i collegi, per cui solo dopo il voto gli elettori possono trovarsi nel loro collegio un eletto che non hanno votato!)

Mi pare che l’impresa meriti che ANPC ora tutta la sua forza ideale e operativa per onorare la storia di tutti coloro che ci hanno donato il nostro sistema democratico repubblicano. Buon lavoro!

 

[Testo della lettera che Mariapia Garavaglia ha inviato con il seguente titolo: “Resistenza, oggi! Io voglio scegliere”]

VaticanNews| Visita di Parolin in Ucraina: dolore per la “terribile guerra”.

Oggi [ieri per chi legge, ndr], il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, si è recato in visita a Odessa, una delle città più colpite dalla guerra che da quasi due anni e mezzo tormenta il Paese. Qui ha pregato per le vittime invocando una pace giusta e duratura. La sua presenza, come Legato pontificio dal 19 luglio al 24 è segno della vicinanza di Papa Francesco al popolo ucraino. All’incontro con la comunità nella Cattedrale romano-cattolica dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, ha espresso parole di ringraziamento e di incoraggiamento.

 

“Condivido il vostro dolore”

Parolin, che ha cominciato il suo viaggio in Ucraina dalla regione occidentale di Lviv e che domani [oggi per chi legge, ndr], 21 luglio, presiederà la celebrazione conclusiva del pellegrinaggio dei cattolici di rito latino nel Santuario mariano di Berdychiv, si è diretto nella città portuale di Odessa, a sud del Paese, rivolgendo il suo grazie per l’accoglienza manifestata sin dal suo approdo in questa nazione. Il suo saluto cordiale è indirizzato al vescovo, ai sacerdoti presenti, ma anche ai rappresentanti della Chiesa ortodossa [ndr Chiesa ortodossa d’Ucraina, proclamata autocefala da Costantinopoli nel 2019], ai laici, ai rappresentanti dell’amministrazione, all’ambasciatore e a tutte le persone che si sono raccolte in questo luogo a pregare. Hanno partecipato anche i rappresentanti della comunità ortodossa, rappresentanti della Caritas locale, che instancabilmente fornisce sostegno ai bisognosi. Accolto con i simboli tradizionali del pane e del sale, Parolin ha rimarcato di portare la vicinanza, la presenza e la benedizione di Papa Francesco che “segue con tanta attenzione, con tanta preoccupazione, con tanto dolore la situazione”.

Ai media vaticani, il cardinale confida che, appena ha messo piede nel Paese dell’est Europa travagliato da una guerra da quasi due anni e mezzo, ha sentito in maniera particolare il dolore di questo popolo. E mentre il vescovo ha commemorato i caduti in guerra con una candela in cattedrale, si è palesato il dolore di chi ha perso i propri cari, ha affermato Parolin, e di chi è rimasto ferito. Riferisce il porporato di aver appreso che “tantissimi sono rimasti invalidi”. Si unisce pertanto alla sofferenza “di coloro che piangono per la distruzione delle loro proprietà, di coloro che hanno dovuto partire e rifugiarsi altrove. Il dolore di tutti coloro che in qualche maniera sono coinvolti in questa terribile guerra”.

 

La preghiera per una pace giusta

Il dolore da un lato, la speranza dall’altro. L’incoraggiamento del rappresentante pontificio è forte: “Io credo che come cristiani non dobbiamo perdere la speranza, la speranza che per la grazia del Signore riesce a toccare anche i cuori più duri”. Auspica che, “anche con la buona volontà di tante persone, si possa trovare una strada per arrivare ad una pace giusta”. In questa direzione conferma lo sforzo e l’impegno della diplomazia vaticana. Alla vigilia della festa della Madonna, che sarà celebrata domani a Berdychiv, anticipa che ci si affiderà proprio alla Madonna, Regina della pace. “Io spero che anche questa visita, come anche le precedenti, quella per esempio del cardinale Zuppi, possano portare un piccolo contributo a costruire la pace, un cammino di pace in questa terra”, chiosa ancora Parolin.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-07/parolin-odessa-condivido-dolore-guerra-papa-francesco-ucraina.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Biden, chiuso in casa, ascolta e riflette ma non cede.

Il presidente americano Joe Biden, in una dichiarazione in risposta al discorso di Donald Trump alla convention repubblicana, ha detto che tornerà a fare campagna la prossima settimana.

“Non vedo l`ora di tornare in campagna elettorale la prossima settimana per continuare a denunciare la minaccia dell`agenda del “Project2025” di Donald Trump, sostenendo allo stesso tempo il mio operato e la visione che ho per l`America”, ha detto Biden in un comunicato.

Il presidente ha aggiunto che lavorerà per salvare “la nostra democrazia”, proteggere “i diritti e le libertà e creare opportunità per tutti”.

“La visione oscura di Donald Trump per il futuro non è ciò che siamo come americani. Insieme, come partito e come Paese, possiamo e lo sconfiggeremo alle urne”, ha ribadito Biden.

 

(Fonte: Askanews)

Il Centro richiede senso della dignità. Lo si trova nel camaleontismo renziano?

Matteo Renzi è uno dei politici più intelligenti del nostro paese. Almeno questa è la mia personale opinione. Nella prima repubblica e nella Democrazia Cristiana sarebbe stato definito semplicemente come un “cavallo di razza”. E diciamocelo senza alcuna piaggeria: Renzi è veramente un “cavallo razza”. Però, esiste purtroppo un però. Ed è molto semplice da spiegare.

Se è indubbiamente un leader politico per la sua capacità di intuizione e la rapidità di movimento, paga il suo indubbio e riconosciuto carisma con un tatticismo sfrenato e una spregiudicatezza senza limiti.

Ora, per fermarsi all’ultima piroetta politica, abbiamo appreso che intende collocare il suo partito – che adesso definisce di Centro – in un’alleanza con la sinistra massimalista e radicale della Schlein, la sinistra populista e demagogica dei 5 Stelle e la sinistra fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis. Perché, sostiene il capo di Italia Viva, adesso va di moda un “Centro che marcia verso sinistra” di degasperiana memoria.

Intendiamoci. Ogni progetto politico va considerato per quello che è. Però non si può non rilevare che nell’arco di un anno il Nostro si è fatto paladino di un “Centro autonomo” alternativo alla sinistra populista ed estremista e alla destra sovranista e conservatrice; poi siamo passati ad un Centro alleato con i radicali per il progetto – immediatamente naufragato come il precedente – degli “Stati Uniti d’Europa” per approdare, è notizia di queste ultime ore, ad un “Centro che marcia a sinistra”.

In questo rapido, svelto e continuo cambiamento di prospettiva, risiede l’indubbia intuizione del leader politico fiorentino e il suo altrettanto oggettivo limite. Limite di credibilità innanzitutto.

Perché anche il tatticismo più esasperato e la spregiudicatezza più plateale devono, prima o poi, fare i conti con la realtà politica. Una realtà che dice una cosa sola, almeno a mio parere. E cioè, anche il Centro, e con il Centro una seria e credibile “politica di centro”, non possono essere stiracchiati e strumentalizzati in questo modo. Perché, altrimenti, il vero rischio che si corre è quello di presentare il Centro – che resta, tuttavia, il luogo politico fondamentale ed indispensabile per il governo del nostro paese – come un espediente puramente strumentale e tattico. Cioè una sorta di elastico che si può tirare da tutte le parti a seconda delle convenienze momentanee di chi si intesta questo spazio politico. Che, detto fra di noi, è l’esatto contrario di quello che storicamente, politicamente e culturalmente è stato il Centro nel nostro paese.

Per questi semplici motivi, e al di là dell’ultima scelta – legittima e anche umanamente comprensibile – intrapresa dal leader di Italia Viva, una cosa va detta con chiarezza. E cioè, chi crede nella bontà e nella necessità di una ‘politica di centro’ nel nostro paese, e di fronte alla deriva degli ‘opposti estremismi’ che, purtroppo, continua a caratterizzare larghi settori dei due schieramenti politici, non può che impegnarsi per rafforzare un partito che dichiara esplicitamente e senza continue, ripetute ed improvvise capriole, di credere nel Centro perché elemento equilibratore del nostro sistema politico. Confondere la costruzione del Centro con operazioni politiche dettate dal puro tatticismo personale e di partito, oltre ad affossare un patrimonio politico e culturale che nel nostro paese è stato decisivo per svariati decenni, e lo è tuttora seppur in forme e modalità diverse, rischia anche – e paradossalmente – di rafforzare indirettamente quella radicalizzazione del conflitto politico che era, e resta, alla base del decadimento etico della stessa politica italiana.

Ecco perché anche le operazioni più spregiudicate, seppur intelligenti, a volte rischiano di presentarsi per quelle che sono. E cioè, piccole e circoscritte operazioni di potere. Anche quando vengono intraprese da esponenti politici che hanno una intelligenza politica non comune come quella di Matteo Renzi.

Cosa dice alla politica italiana il voto di Strasburgo

Il voto di Strasburgo letto in chiave interna italiana consolida e conferma un’idea che mi sono fatto da tempo, e cioè che il forzato bipolarismo italico produce guasti seri al Paese perché la radicalizzazione dello scontro Destra vs. Sinistra che esso produce frustra quelle doti di mediazione e moderazione indispensabili, non sempre e in ogni circostanza ma il più delle volte sì, per condurre in porto con esiti soddisfacenti trattative complesse e oggettivamente non semplici.

In questo caso se ne è avuta una dimostrazione plastica, che non potrà (si spera) non produrre riflessioni avvertite sulla necessità di apportare almeno qualche modifica di natura politica al bipolarismo indotto dalla legge elettorale e pure, questo va onestamente riconosciuto, dall’incapacità dei partiti che si dicono “centristi” di costituire un forte riferimento per quella gran parte di concittadini che non apprezzano la radicalizzazione e che non avendo credibili alternative elettorali vicine ai loro sentimenti si rifugiano nell’astensionismo.

Che cosa deve pensare un normale cittadino italiano del voto dei suoi rappresentanti al Parlamento Europeo che ha riconfermato Ursula Von der Leyen alla Presidenza dell’Assemblea di Strasburgo, nel quale le forze di governo si sono divise e quelle di opposizione pure? Producendo come risultato l’isolamento dell’Italia, una sconfitta gravissima certamente imputabile in primis a Giorgia Meloni e al suo esecutivo ma anche il risultato di quella estremizzazione cui si faceva cenno poc’anzi.

A destra il principale partito, Fratelli d’Italia, si è fatto risucchiare dalla decisione leghista di far parte dello schieramento antieuropeista e filorusso dei cosiddetti “Patrioti” guidati dal premier ungherese Orban, il quale non si è certo fatto scrupolo di mettere in forti difficoltà la sua già amica Meloni, così come ha fatto il post-franchista spagnolo Santiago Abascal leader di Vox, alle cui assemblee la nostra premier ha dedicato nel tempo accorati discorsi nazionalistici in lingua castigliana.

Preoccupata dalla concorrenza a destra impostale dal suo alleato più infido, Matteo Salvini, la nostra “underdog” ha rinunciato a recitare un ruolo importante in Europa condannando sé stessa e soprattutto il suo Paese (pardon, la sua “Nazione”) ad un ruolo subalterno che l’Italia assolutamente non merita, non foss’altro per il peso che essa riveste nel continente. A nulla sono valsi gli sforzi di Forza Italia e del vicepremier Tajani nell’opera di convincimento della Presidente del Consiglio per un voto alla Von der Leyen, col risultato che l’anima moderata del destra-centro al governo è stata emarginata. Vincente in Europa, perdente in Italia.

Ma anche a sinistra non è che sia andata molto meglio. La differenza, non da poco per carità, e che da questa parte le divisioni non hanno arrecato un danno al Paese ma solo perché non si hanno ruoli di governo e quindi impegni di rappresentanza nazionale. Il mitico Campo Largo si è infatti diviso anch’esso, con il Pd e i Verdi (in questo frangente differenziatisi dai compagni di Sinistra Italiana) che hanno votato per la Presidente della Commissione e il Movimento 5 Stelle e il partito guidato da Nicola Fratoianni che hanno optato per il no. I centristi del fu Terzo Polo invece non hanno votato proprio: in quanto assenti, dazio pagato alla folle spaccatura voluta dai loro capi.

Dunque, per farla in breve: Pd, Forza Italia e Verdi con la Von der Leyen e la maggioranza europeista del Parlamento di Strasburgo; Fratelli d’Italia, M5S, Lega e Sinistra Italiana contro. Su una questione europea fondamentale. Bisogna ripartire da qui, da un dato politico innegabile.

Forza Italia ha un problema non da poco. Coerenza con un progetto unionista nel solco del popolarismo continentale e quindi apertura di un cantiere moderato tradizionale oppure asservimento ad una Destra ancora becera che Giorgia Meloni pareva voler cambiare ma che non ha potuto (o voluto, questo solo lei lo sa) trasformare in una vera forza conservatrice liberale? Tema da congresso di grande respiro, se i congressi veri li facesse ancora qualcuno. In mancanza, almeno, dico solo almeno, tema di un dibattito interno importante. Lo farà, Forza Italia, magari spinta a ciò dai fratelli Berlusconi?

Pure il Pd ha a che fare con un problemino non certo irrilevante. Abbandonata l’idea fondativa della “vocazione maggioritaria”, che forse troppo arditamente immaginava di includere la pluralità sociopolitica del centrosinistra in un unico partito, il nuovo PD targato Elli Schlein ha assunto un volto più marcato (e ciò è stato parzialmente premiato dagli elettori, dico parzialmente perché il 24% non è il 33%), ma spostandosi decisamente a sinistra ha scoperto il lato centrista, che certamente i suoi rappresentanti liberal e cattolico democratici non sono oggi in grado di rappresentare con forza dentro il partito, posto che la segretaria decide tutto da sola e ascolta solo pochi suoi amici fidati.

Non solo. L’alleanza con i 5 Stelle si dimostra ad ogni passaggio politico vero – quale è stato quello di Strasburgo – sempre meno credibile, avendo Conte nei confronti di Schlein lo stesso obiettivo che ha Salvini con Meloni: indebolirla. La sinistra di Fratoianni si sa bene come la pensa, per cui quello che manca al Pd di oggi è un alleato autorevole che occupi il lato moderato del centro-sinistra, come fu a suo tempo la Margherita di Rutelli e dei Popolari. Un partito autonomo e sufficientemente forte per costituire con i dem un’alleanza senza subirne il dominio. In grado così di tornare a rendere interessante il centro-sinistra per molti italiani oggi senza una forza politica di riferimento e al tempo stesso oppositori della Destra, del suo governo e della sua cultura di fondo. Lo schema bipolare così rimarrebbe, ma arricchito e quindi maggiormente in grado di offrire una proposta ad una fascia più larga di italiani. Unito da una comune visione europeista quanto mai indispensabile alla luce del possibile radicale cambiamento della guida politica a Washington.

VaticanNews | Pregare per la pace: da ieri Parolin in Ucraina.

Mariusz Krawiec

 

È iniziata con un incontro a Lviv con i rappresentanti delle autorità ecclesiastiche e civili la visita in Ucraina del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, nominato da Papa Francesco suo Legato per le celebrazioni conclusive del pellegrinaggio nazionale dei cattolici latini dell’Ucraina al Santuario della Beata Vergine Maria di Berdychiv, che si terrà domenica 21 luglio.

Oggi (ieri per chi legge, ndr), venerdì 19 luglio, il cardinale Parolin, accompagnato dal nunzio apostolico in Ucraina, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, è giunto nel tardo pomeriggio presso la Curia della arcidiocesi romano-cattolica di Leopoli, dove è stato accolto dal metropolita Mieczyslaw Mokrzycki e dai vescovi ausiliari Edward Kava e Leon Maly. All’incontro ha partecipato anche Mons. Volodymyr Hrutsa, Vescovo ausiliare dell’Archeparchia di Leopoli della Chiesa greco-cattolica. Erano presenti anche Maksym Kozytskyi, capo dell’amministrazione regionale di Lviv, e Andriy Sadovyi, sindaco di Lviv.

 

Una preghiera di pace

Dopo un breve saluto ai presenti, il legato pontificio ha lasciato il suo primo commento ai media vaticani. “L’occasione della visita è legata alla celebrazione nel Santuario mariano di Berdychiv. Allora è stata quella la ragione per la quale il Santo Padre mi ha inviato come suo rappresentante speciale, dietro richiesta anche dei vescovi latini, per l’elevazione a Basilica minore del Santuario”, spiega il porporato. “Quindi, la prima ragione sarà proprio quella di condividere con i fedeli questa celebrazione e questa preghiera che, naturalmente, sarà una preghiera soprattutto per la pace, sarà una preghiera corale elevata alla Madre di Dio, perché conceda finalmente la pace a questo Paese, che il Santo Padre definisce sempre ‘martoriato’, la ‘martoriata Ucraina’. E naturalmente, questa circostanza mi offre anche l’opportunità per incontrare le autorità del Paese. Anche perché – aggiunge Parolin – c’è sempre stato, da tempo, un invito a venire in Ucraina in questa situazione particolare della guerra. E quindi, dopo la celebrazione di domenica, ci sarà l’occasione di incontrare le autorità a partire, credo, dal presidente. E naturalmente, lì, credo, si parlerà di pace, di quali sono le possibili prospettive di pace”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-07/ucraina-parolin-vicinanza-papa-pregare-pace.html

La Voce del Popolo | Donald Trump tra speranze e perplessità.

Anche chi non arde di amor politico verso Donald Trump (il sottoscritto è tra costoro) deve tuttavia riconoscere che la reazione immediata del candidato repubblicano nei minuti che hanno fatto seguito all’attentato ha rivelato un talento e un carattere di cui gli va dato atto. Circostanza che da un lato sembra consolidare assai il suo vantaggio elettorale e dall’altro lascia sperare che magari la sua presidenza possa essere meno peggio di quel che in tanti si continua a prevedere. 

Detto questo affiorano però almeno due perplessità – chiamiamole così – che continuano a destare un certo allarme. La prima è proprio quell’istinto combattente (“fight, fight, fight”) che vede nella politica innanzitutto la lotta. Argomento tipicamente americano, si dirà. Eppur rivelatore di una propensione polemica e di un linguaggio militaresco che ha molto a che vedere con quel clima di avversione che avvelena ogni confronto politico ed elettorale. 

La seconda è quel voler insistere a scomodare Dio, che un attimo dopo, e sempre più, è stato invocato non solo co- me il protettore e salvatore di Trump ma anche come il sostenitore decisivo delle sue battaglie politiche e della sua causa elettorale. 

Il Dio che dall’alto guarda gli eserciti della politica che si affrontano e si combattono dovrebbe invece essere lasciato in pace dai combattenti. La cui causa può magari essere anche la più alta e nobile. Ma proprio per questo non ha bisogno di un sostegno così autorevole. Lasciare la divinità fuori dal conflitto degli umani e combatterlo con maggior grazia dovrebbe essere il modo più appropriato per affrontare il cimento elettorale.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 18 luglio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Il Tour de France contro un bacio, un castigo senza delitto.

Sotto un caldo asfissiante o sotto una pioggia battente, ogni anno dal 1903 si corre in bicicletta il Tour de France. Che sia maglia gialla, bianca verde o a pois, qualcuno la indosserà e ci sarà alla fine un solo vincitore. C’è qualcuno che ha già fatto la sua parte e ha lasciato decisamente il segno su questa edizione. 

Diceva Pasolini che il ciclismo è lo sport più popolare perché non si paga il biglietto. Questa volta la vera popolarità se l’è guadagnata Julien Bernard, un ciclista che ha osato sfidare leggi e regolamenti, in barba a tutti, ed in una tappa a cronometro, durante la pedalata, si è fermato per dare un bacio alla moglie e al figlio appostati sul ciglio della strada da battere.

Lo ha fatto mentre attraversava Nevers, il suo paese d’origine, con i suoi abitanti a sostenerlo ed applaudirlo. Par che quella terra abbia preso il nome da “neva” che in russo vuol dire “neve”.  Bianco come la neve è il cuore di Bernard che non ha resistito all’impulso di baciare i suoi cari. Forse, in materia, ha imparato dal grande Barnard, il primo a fare un trapianto di cuore. Solo una consonante li distingue ma sono all’evidenza in piena sintonia su un organo che scalpita quando i sentimenti fanno la loro parte. 

Nevers è anche famosa per le sue ceramiche ed è con delicatezza di passi, propria di chi si muove tra oggetti belli e fragili, che si è mosso Julien per abbracciare la sua famiglia.

Never, “mai” è la sentenza che ha emesso la giuria che lo ha condannato ad una ammenda di 200 franchi per aver avuto un comportamento inappropriato a danno all’immagine del ciclismo, valutando pericolosa la sosta del ciclista, durante il cimento. Bernard si è difeso motivando di trascorrere a causa del lavoro 200 giorni l’anno lontano dalla sua famiglia e che ripagherebbe ogni volta volentieri i 200 franchi, comminati di sanzione al suo indirizzo, non rinunciando all’incontro familiare.  La giuria, imperturbabile a tutto questo, si è dimostrata a corto di fantasia e di immaginazione. Il fatto censurato ha regalato un momento di commozione alla competizione, il contrario del disdoro che si è contestato.

Quanto alla sicurezza, il ciclista si era messo d’accordo con tutti gli altri avversari, preavvertendoli delle sue intenzioni e quindi di prestare attenzione alla sua sosta ed all’ingombro lungo il circuito, ricevendone in cambio preventivamente ogni solidarietà. Si dice che bisogna appropriare il rimedio al male e così la giuria è stata inflessibile, anche se la sua sentenza ha il sapore di una presa in giro, forse in aderenza alla gara che si svolgeva. Non ci ha girato tanto attorno.

Cyclus, dal greco antico, sta infatti per giro o per cerchio. Lo svolgersi della vita è un cerchio e i guardiani delle regole hanno temuto probabilmente la ciclicità dell’episodio, il suo ipotetico ripetersi in altre occasioni. Hanno subito emesso un punto di contrarietà. Impossibile, insomma, trovare la quadratura del cerchio. 

Se quest’anno il regolamento ha disciplinato persino la misura dei calzini dei corridori e la punta del loro bianco da rispettare, non poteva chiamarsi fuori dall’esprimere disapprovazione per un’effusione data durante la gara. Del resto, quello di Julien, peggio ancora, non è stato un momento di pazzia, vittima di un impulso ingovernabile. Lui stesso ha dichiarato che era da una decina di mesi che progettava il suo misfatto, privilegiando il moto dell’anima al moto delle gambe. Per la cronaca, non è sceso dalla bici. Restandoci in groppa, ha dato un bacio a moglie e figlio durato una trentina di secondi. Alla fine, Julien si è classificato in cinquantanovesima posizione, non ha usato trucchi o droghe per prevalere. 

Per gli inflessibili, avrebbe comunque alterato l’esito della sua prestazione. Con riprovevole candore, infatti, ha ammesso che il suo gesto gli ha moltiplicato le forze. Se ne evince che c’è stato un concorso esterno a dargli una mano a rimpinguare le energie spese fino a quel momento. Questo forse il convincimento intimo della giuria. Ci vuole qualcosa di più che l’intelligenza per agire in modo intelligente, diceva Fëdor Dostoevskij in “Delitto e castigo”. Questa volta lo scrittore russo dovrebbe modificare il titolo della sua opera. Se manca il delitto, resta solo il castigo ed allora…

Omaggio all’impegno intelligente e generoso di Publio Fiori

Quando ci lascia un caro amico la prima sensazione che accompagna il dolore è che con la morte tutto finisce. Una battuta ricorrente è “come se non ci fosse stato mai”. È una reazione dove lo sconforto mette per un attimo in ombra la ragione e la fede.

Poi tutto si rivela con nitidezza e la memoria che ci riporta a rivivere tante storie. Il bene disseminato e i valori di umanità danno il segno di una vita che non si spegne. È un conforto che ci riempie di speranza: il bene, le belle persone continuano a vivere nei nostri cuori. Publio Fiori era un amico caro. Era una bella persona.

La Sua disponibilità  all’ascolto e ad agire sono stati i tratti di un carattere aperto alla ricerca del nuovo per dare risposte a tante attese. Publio aveva il dono della mediazione. Il Suo approccio a vicende complesse era positivo e sovente le sue conclusioni erano sintetiche considerazioni, che invitavano all’ottimismo.

Puntava su ciò che era utile per andare avanti, superando i setterarismi:.aspetti di povertà culturali. Lo ricordo nelle Aule parlamentari a discutere sulle pensioni. Una materia difficile che lui dominava. Era una delle Sue tante battaglie per la giustizia.

Fu vittima di un attentato delle Brigate Rosse. Non un atto dimostrativo tutt’altro. Si portava dietro questa drammatica esperienza senza ostentazione che gli serviva come energia a spendersi per la giustizia e per la democrazia. Negli ultimi tempi stavamo condividendo una iniziativa per ricomporre ad unità l’esperienza dei cattolici e rimuovere le macerie che con con la morte di Moro hanno sepolto visioni e valori come afferma Mannino. La Sua e di tanti amici è il tentativo difficilissimo di fermare l’onda distruttiva della storia dei cristiani democratici.

Il cancellierato alla tedesca. come ricorda Gemelli, il superamento  di sistemi elettorali che hanno massacrato la democrazia erano anche gli obiettivi di Publio. Ecco la vita continua e i ricordi vivificano ciò che sembrava consegnato all’oblio. Non c’era un interesse personale in Publio, solo una passione e un ideale mai spenti a rendere un servizio alla democrazia e alla libertà oggi messe in discussione. 

Grazie Publio per la Tua testimonianza che ci dà coraggio ad andare avanti senza consegnarsi al più forte. La nostra storia non è in vendita!

 

[Testo pubblicato sulla pagina Fb dell’autore]

Biden al capolinea, lo dicono i media e lo pensa Obama.

“Siamo vicini alla fine”. Secondo Nbc, una persona vicina a Joe Biden ha definito così la situazione, ammettendo che il presidente Usa sta pensando seriamente di ritirarsi dalla campagna per il voto di novembre. La stessa persona, che qualche giorno fa dubitava che Biden si sarebbe fatto da parte, oggi ha ammesso alla rete tv Usa che la decisione è nelle mani del presidente, ma si sta avvicinando un punto di non ritorno. Chi ha parlato con un alto responsabile della campagna elettorale riferisce che l’organizzazione sta facendo i conti con una nuova realtà. “Stanno finalmente realizzando: è un quando, non più un se”.

Il presidente, nel frattempo, è risultato positivo al Covid e si è ritirato nella sua casa di vacanza a Rehoboth Beach, nel Delaware, interrompendo la campagna elettorale.

Intanto anche Obama vede sempre meno spazio per la vittoria di Biden, ma vuole proteggerne la figura. L`ex presidente ha detto ai suoi alleati nei giorni scorsi che il percorso dell’anziano inquilino della Casa Bianca verso la vittoria alle presidenziali di novembre si è notevolmente ristretto e pensa che spetta a lui considerare seriamente la fattibilità della sua candidatura.

Lo scrive oggi [ieri per chi legge, ndr] il Washington Post, precisando che Obama ha parlato con Biden solo una volta dopo il fallimentare dibattito tv con Donald Trump. L’ex presidente ha detto che la sua preoccupazione è proteggere il suo ex vicepresidente, e si è opposto all`idea che lui solo possa influenzare le decisioni di Biden. In realtà, dietro le quinte, Obama è stato impegnato nelle conversazioni sul futuro della campagna di Biden, rispondendo alle chiamate di molti democratici ansiosi, tra cui l’ex presidente della Camera Nancy Pelosi. Queste sono le ultime informazioni che trapelano da fonti anonime raggiunte dal Washington Post.

 

Fonte: Askanews

Città Nuova | La lezione di Donati. Dialogo tra Cefaloni e D’Ubaldo.

Fa pensare il fatto che la Settimana sociale dei cattolici in Italia sia stata dedicata nel 2024 alla necessità di andare al cuore della democrazia, considerando gli ostacoli affrontati dai primi democratici cristiani nel nostro Paese.

 

Una storia pressoché sconosciuta, fatta di contrasti all’interno dell’associazionismo cattolico e di rapporti difficili con le istituzioni ecclesiastiche, ma contrassegnata da personaggi di una perenne attualità, come dimostra la vicenda emblematica di Giuseppe Donati, primo direttore de Il Popolo dal 1923, grande giornalista d’inchiesta, uomo con la schiena dritta che meriterebbe libri e film lontani da ogni stucchevole agiografia.

Abbiamo parlato di Donati (1889-1931) con Lucio D’Ubaldo, direttore  del sito web Il Domani D’Italia, che esprime una continuità con la storica rivista promossa da Romolo Murri. D’Ubaldo è giornalista e scrittore, già senatore della Repubblica dal 2008 al 2013, fa parte del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Internazionale “Jacques Maritain” nonché dell’Accademia degli Incolti, un’antica istituzione romana fondata nel 1658.

Qualcosa si è detto di Donati a proposito del centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti, a proposito del quale inquietano certi fatti recenti come, ad esempio, la decisione del condominio del palazzo dove abitava il deputato socialista che ha voluto escludere il riferimento alla “mano fascista” nel delitto dalla targa commemorativa esposta all’ingresso dell’edificio.

 

Chi non ha avuto alcun timore di esporsi a difesa della verità dell’omicidio politico di Matteotti nel clima di forte violenza del consolidamento del fascismo, è stato, invece, Giuseppe Donati che pagò la propria determinazione con il confino in Francia dove morì di stenti e malattia nel 1931. Di questo luminoso esempio del cattolicesimo democratico sembra che importi ancora a pochi, probabilmente perché la sua memoria mette in evidenza dei nodi tuttora irrisolti ce cerchiamo di far emergere in questo dialogo con Lucio D’Ubaldo.

Parliamo di Donati, un popolare anomalo perché aderì al partito guidato da Sturzo e De Gasperi dopo aver tentato un diverso percorso politico legato alloriginaria democrazia cristiana di Romolo Murri. In cosa consisteva questa sua originalità e perché era così minoritaria al contrario della formazione politica del Ppi fondato nel 1919?
In realtà, già negli anni ‘10 del Novecento Donati rompeva anche con Murri. Non era convinto che la scelta progressista dei democratici cristiani dovesse motivarsi sulla base di un distinguo polemico dalla Chiesa, mettendo a rischio la fedeltà alla dottrina della fede sulla scia di un movimento, quello modernista, tacciato di eresia. Era doppiamente intransigente, poiché difendeva il richiamo all’ispirazione cristiana nella organizzazione della proposta politica ma, al tempo stesso, rivendicava la piena laicità del partito, così come lui lo immaginava.

 

Da che formazione veniva Donati?
Prima dell’impegno nella murriana Lega Democratica Nazionale, che volle cambiare in Lega Democratica Cristiana, aveva collaborato con due riviste prestigiose, fuori dal perimetro cattolico: La Voce di Prezzolini prima e L’Unità di Salvemini dopo. Fu quest’ultimo a dare di Donati la definizione di “cattolico anticlericale”: ne ammirava le capacità giornalistiche, come pure il rigore intellettuale e politico. Tra i due, il sentimento di stima non s’interruppe mai. Eppure, quando nel primo anteguerra Salvemini avanzò l’invito a confluire nel partito socialista, quel rapporto così fecondo non fu sufficiente a impedire il rifiuto di Donati, per il quale valeva anzitutto la difesa dell’autonomia politica dei democratici cristiani.

 

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Cattolici e politica, Giuseppe Donati da riscoprire

Il sociologo Omizzolo e il non-scoop dei lavoratori extracomunitari dopati

Marco Omizzolo, sociologo, docente e ricercatore dell’Eurispes, che da anni studia il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura (documentando, tra l’altro, la condizione spesso di ultime fra gli ultimi, al di là dell’immaginabile, delle donne, spose dei braccianti indiani nei nostri campi, talvolta senza avere al fianco movimenti e partiti, impegnati in ben altre battaglie per ben altri diritti) ieri sui suoi profili sulle reti sociali si è lamentato del fatto che i grandi giornali, nella fattispecie il Corriere della Sera, presentino solo ora e quasi come uno scoop, il fenomeno criminale, da anni tristemente  noto, del doping ai braccianti per essere sfruttati di più, accrescendo la loro resistenza alla fatica.

Fenomeno su cui, per limitarsi a parlare di questo studioso, Omizzolo ha dato un contributo a partire dal 2014, redigendo il dossier “Doparsi per lavorare come schiavi”, e pubblicando diversi libri, decine di articoli, saggi e ricerche scientifiche sull’argomento. Molti articoli si trovano online in particolare sul Magazine dell’Eurispes.

A mio modesto parere, questo è un episodio indicativo del fatto che dall’opinione pubblica è quasi del tutto scomparso il tema di una più equa distribuzione della ricchezza nella catena del valore delle filiere produttive. Abbiamo lasciato che la società (le società occidentali) si spaccasse in due a causa del divario tra lavoro tutelato e lavoro povero – non solo in agricoltura ma in tutti i lavori, compresi quelli intellettuali – caratterizzato da bassi salari, insufficienti al mantenimento del lavoratore e della propria famiglia (in contrasto con quanto sancisce la Costituzione, art.36).

Una delle piste per fronteggiare la crisi della democrazia è anche quella di elaborare un nuovo riformismo e un nuovo interclassismo, se si vuole affrontare, nel caso della nostra  area politica e del movimento “Tempi Nuovi”, con una cultura di centro e con l’ispirazione all’Insegnamento sociale della Chiesa, la nuova questione sociale che abbiamo di fronte e che rischia di essere aggravata dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, oltreché da una globalizzazione che non ha ancora generato tutele sufficienti per i lavoratori in ogni angolo del mondo.

Qualcosa però si sta muovendo in Italia. Si pensi, ad esempio, alle diverse inchieste giornalistiche e giudiziarie sulla filiera degli articoli di lusso, in cui emerge la tendenza alla esasperata ricerca della minore retribuzione possibile per gli addetti alla produzione. Il ruolo della magistratura, tuttavia, è sempre supplente. Occorre affrontare in sede culturale, politica, sindacale il problema di una più equa ripartizione della ricchezza creata. Con equilibrio, gradualità e concretezza. E con approccio interclassista che ci fa credere che una comunità dove tutti possono coltivare la speranza concreta e tangibile di stare, almeno, meno peggio, è una società in cui tutti staranno meglio.

Grazie Publio, sempre impegnato nel rilancio del cattolicesimo politico.

A poche ore dalla scomparsa di Publio Fiori la commozione che mi ha raggiunto nell’apprendere la notizia è risultata ancor più forte, dato che solo alcuni giorni fa avevamo scambiato alcune idee, sempre accomunati dal progetto di favorire la ricomposizione politica dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali italiani.

Ci avevamo provato dal 2011, quando Publio mi chiamò per informarmi della sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010, secondo cui “la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, ponendo fine a una querelle che aveva segnato l’avvio di quella diaspora nella quale siamo tuttora invischiati.

Fu in quel colloquio che suggerii, statuto del partito (1992) alla mano, che l’unica strada possibile era quella dell’autoconvocazione del Consiglio nazionale. Un’autoconvocazione resa possibile solo dallo sforzo congiunto mio personale insieme a Silvio Lega, Clelio Darida e Luciano Faraguti, che ci permise l’elezione di Gianni Fontana alla segreteria nazionale. Avvio di un percorso accidentato, tuttora travagliato, sul quale con Publio Fiori continuavamo a ragionare con gli amici di Iniziativa Popolare nel tavolo di coordinamento dei  “Dc Popolari”.

Il percorso politico di Publio Fiori è così sintetizzabile, grazie a una seria ricostruzione fatta da “Il Popolo” online, da cui estraggo i dati essenziali:

Publio Fiori, figura storica della politica italiana, è nato a Roma il 25 marzo 1938  e vi è morto l’altro ieri, 16 luglio 2024, all’età di 86 anni. Laureato in giurisprudenza, ha intrapreso una lunga e variegata carriera politica, ricoprendo ruoli di grande responsabilità e prestigio.

 

Gli Inizi nella Democrazia Cristiana

La carriera politica di Publio Fiori è iniziata all’interno della DC, partito nel quale ha militato fino al 1993. Fu eletto per la prima volta alla Camera nel 1976. Il 2 novembre 1977 un gruppo di fuoco delle Brigate Rosse gli tese un agguato sotto la propria abitazione ferendolo da colpi di arma da fuoco e lasciandolo gravemente ferito. Nonostante le gravi ferite, Fiori è riuscito a riprendersi e a continuare il suo impegno politico.

Fu più volte parlamentare. È stato vicepresidente della Camera dei deputati; nel 1992 divenne sottosegretario al Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni nel I Governo Amato: fu poi sottosegretario alla Sanità nel governo Ciampi e, infine, ministro dei trasporti e della navigazione del primo governo Berlusconi.

Fiori ha rappresentato una figura complessa e determinata della politica italiana, attraversando diverse fasi con l’obiettivo di mantenere vivi i valori cristiano democratici. La sua carriera testimonia l’evoluzione e le trasformazioni della politica italiana degli ultimi decenni, offrendo un esempio di resilienza e dedizione.

 

Dalla DC ad Alleanza Nazionale

Nel 1993, in disaccordo con l’apertura della DC verso la sinistra, decise di abbandonare il partito. Si unì al Movimento Sociale Italiano contribuendo alla sua trasformazione in Alleanza Nazionale (AN).

Nel 1995, con la svolta di Fiuggi, è stato tra i fondatori di AN concludendo la permanenza in questo partito nel 2005 a causa di divergenze con il leader Gianfranco Fini.

 

Il Ritorno al Centrismo

Successivamente si è unito alla Democrazia Cristiana per le Autonomie, diventandone presidente. Qui, ha promosso un ritorno ai valori neodemocristiani, sottolineando l’importanza di un centro politico in grado di riscoprire i valori tradizionali e autonomistici.

 

La Nascita di Rifondazione DC e il Progetto della Federazione Democristiana

Nel 2006, in un contesto politico incerto, Fiori ha dato vita a Rifondazione DC, diventandone segretario nazionale con la volontà di creare un’alternativa centrista al bipolarismo politico dominante. Nel 2007 promosse con i Popolari UDEUR e altri la Federazione Democristiana. L’obiettivo era quello di costruire un polo di centro di ispirazione democristiana e presentare liste unitarie alle elezioni europee del 2009.

Con la sua Rifondazione DC Publio non si chiuse mai in un egoistico abbandono autoreferenziale, al contrario partecipò sino all’altro ieri alla preparazione del prossimo incontro di Iniziativa Popolare e del Tavolo “Dc e Popolari”, che avrebbe dovuto e procederà a costituire finalmente il comitato provvisorio nazionale. Doveva essere il coronamento di un sogno, per il quale, proprio nei giorni scorsi, alla luce di quanto era accaduto alle ultime elezioni europee e sta accadendo nell’Ue, con Fiori discutemmo della necessità di favorire la nascita della sezione italiana del PPE, nella quale riunire tutte le diverse espressioni che si riconoscono nei valori del popolarismo italiano ed europeo.

È giunta improvvisa la morte e con la scomparsa di Publio Fiori perdo un grande amico con il quale abbiamo combattuto tante battaglie, uniti dagli stessi ideali. Caro Publio, riposa in pace e noi non dimenticheremo mai il tuo impegno politico e sociale in ossequio ai valori della dottrina sociale cristiana, per i quali ti sei battuto per tutta la tua vita.

Amare, ovvero scardinare ogni ritrosia di cuore e anima.

Foto di congerdesign da Pixabay

La comunicazione del linguaggio simbolico insegna a unire umano e divino, temporale e eterno, finito e infinito, carne e parola: la carne ci dà contezza del limite umano, della fragilità di ogni creatura, dell’essere soggetti alle cose del tempo, essere finiti. La parola, d’altro canto, è qualcosa di più di quello che solitamente intendiamo, e cioè espressione di contenuti.

Essa è anche ‘azione’ con cui esprimiamo noi stessi, e dà dimensione d’infinito: diviene poesia innestata nel cuore, perché fonde in sé, divinità e umanità, pienezza e debolezza, potenza e atto, coraggiosa azione sconvolgente, inquietudine di vitalità voluta, intensa determinazione dell’amare. Si tratta, quindi, di imparare a essere persone amabili, capaci di farsi interrogare in questa vita, penetrando la realtà di tutti i giorni: l’amore sano è quello che abbraccia la totalità dell’essere, il suo carattere, la sua intelligenza, la purezza dello sguardo volto alla trascendenza. Certo, intelligenza è straordinariamente quieta, ma diviene tumulto di raffinata meraviglia quando si scopre all’universo, quando penetra l’animo umano scardinando gli irti della vacuità, e rende luce all’armonia del creato, al senso ameno della bellezza della vita, e ti fa comprendere che esisti per essere e dare sostanza all’esistenza. Va da sé che saper scrutare nell’abisso dell’inquietudine, è avere il cuore dalla parte giusta, innestato nella purezza dell’amore. La dimensione anagogica, il tendere verso l’alto, guida ogni essere umano alla ricezione delle ispirazioni dello Spirito, sollecita, in termini generali, ad ampliare gli orizzonti verso la comprensione delle virtù. Soggiunge, così, ispirata, a spronare la poesia del cuore, magnificando l’anima d’infinito pensare.

Ecco che, scrutando l’umanità viandante, pervadendola, con occhi di bambini, ci si accorge che in essa, permane una passione dinamica, che crede in un domani di speranza, che insegna a modificare l’aridità del cuore, che aiuta ad avere la dimensione dell’Altro come estensione di umanità che si comunica. Certo, al camminar di dentro, tendono gli amici della verità, ed è per questo ammirevole il desiderio che porta l’animo dell’uomo a tentare di trovare risposte, concrete forme di supporto per la propria crescita umana e spirituale. “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della vostra speranza che è in voi” (1Pt 3,15), espressione che ambisce dare ragione delle motivazioni che sottendono la fede del credente. Il credente, infatti, può arrivare razionalmente fino alle soglie della fede, ma poi, per credere veramente, credere con la propria vita, con tutto se stesso, deve fare un salto di qualità che supera ogni forma di ragionamento, anche se non si pone mai contro la ragione, poiché se ciò avvenisse, la fede non sarebbe vera fede, ma sfocerebbe in sentimentalismo o, peggio, in fanatismo capace di danneggiare l’uomo. La fede, quindi, punta all’affermazione piena dell’uomo e lo riconduce in seno al suo Dio, dove trova il senso del proprio vivere e la pienezza del proprio essere estensione di umana poesia, poiché, secondo l’espressone dell’Abbè Pierre: “Gli uomini vengono su questa terra per imparare ad amare”. Imparare ad Amare è il fine cui l’uomo è chiamato nella sua esistenza, scrutarne compiutezza, concepirne trascendenza è viverne respiro.

Troppe volte si tende a confondere nella società il senso dell’amare con il perseguimento di pace sociale, intesa come forma suprema cui tendere nella vita. È vero, Cristo ci dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27), ed è giusto dono di cui ci grazia. La pace è quindi un dono che riceviamo. Il comandamento supremo che Egli è venuto a portare è l’Amore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). Troppe volte quando si parla di pace, ci si dimentica che suoi accessori fondamentali sono dialogo, giustizia, carità. Troppe volte si parla di pace per ovviare le ‘guerre’ di relazioni, siano essi sociali, politiche, familiari, amicali: per la pace delle situazioni, della famiglia, del tipo ‘non disturbar il can che dorme’, si sopporta, non si dice la verità, non si parla. Troppe volte per questo distorto intendere il senso della pace vengono in essere mortificazioni, soprusi, assurde violenze, incomprensioni, guerre.

Ergo: dubito che esporre pensiero, confutare dati, porti guerra, il dialogo chiede confronto sereno, poiché è la verità che ci fa liberi, con a base amore dell’alterità, non genera distorsioni che, invece, nascono nel momento in cui non vi è approccio d’Amore nelle relazioni, non vi è sincera verità, peggio si inventa una verità inesistente, virtuale, conforme ai nostri tempi virtuali, eludendo qualsivoglia approccio di consapevolezza al Bene superiore che chiede totale comprensione.

Se scoppia una guerra, se si alimentano distanze, è perché l’incomprensione riceve copioso nutrimento dall’insano egoismo, fittiziamente nobilitato dalla parola pace, eludendo suo senso compiuto. Ogni ‘questione’ merita chiarezza e, con coraggio, occorre porsi domanda: chi o cosa stiamo servendo? L’egoismo o l’Amore?! La risposta ci dirà se stiamo perseguendo guerra o pace!

Senza Amore, non si può godere il dono della pace, senza sradicare il senso del sé e valorizzare il senso del noi, con purezza di spirito, non si persegue amore ma l’apparente pace che, al minimo accenno di verità, esploderà in tumulto di incomprensioni silenziate e non risolte. Il fine dell’uomo è amare, solo dopo si persegue la pace. Cristo ha amato e, inquietando, interrogando le coscienze, non ha proprio alimentato pace, direi piuttosto desiderio di conoscenza da amare. È l’amore che sconvolge, scatena desiderio di verità, giustizia, carità, da qui si genera la pace che, senza facoltà d’amare non potrà che rimanere una parola di desiderio. Occorre Amare, scardinare ogni ritrosia di cuore e anima, occorre fare rumore dentro di sé e sentirsi pienamente consapevoli che laddove vedrò un’ingiustizia e non sarò in grado di reagire al giusto per amore sentito, non si perseguirà pace.

Ecco che è l’animo che si deve cambiare, non il cielo sotto cui viviamo, cosicché con il sommo poeta, possiamo dire: è l’Amor che move il sole e l’altre stelle! Occorre ‘trovarsi’, farsi adulti, incontrarsi coraggiosamente nell’intensità intima di uno sguardo profondo, così crescere in compiutezza e matura umanità.

 

Maria Francesca Carnea, Filosofa, Consulente Strategie di Comunicazione, già Docente invitato presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo in Roma; Membro Ordinario della Cattedra della Pace – Progetto educativo a supporto delle Nazioni Unite. Autrice di pubblicazioni a carattere storico, filosofico, socio-politico.

Metsola confermata presidente dell’Europarlamento

L’Europa sognata dai padri fondatori, che riprende a narrarsi come ambizione di un futuro migliore, un’Europa della speranza da lasciare alle generazioni future, in cui tutti i cittadini si possano riconoscere e siano a loro agio, un’Europa del bene comune, che sa difendersi e che difende la libertà, la democrazia, i diritti umani, lo stato di diritto, la pace. Un’Europa che si oppone alla polarizzazione e alle risposte semplicistiche che non risolvono i problemi. Sono alcuni dei concetti che Roberta Metsola ha messo al centro del suo lungo discorso d’insediamento, dopo essere stata rieletta presidente del Parlamento europeo da una larghissima maggioranza trasversale di eurodeputati, oggi a Strasburgo.

‘La nostra – ha esordito Metsola – deve essere un’Europa che ricorda, che impara dal passato e riconosce la lotta di tanti nel difendere ideali che a volte diamo per scontati. Per tutti coloro che sono stati mandati via dalla loro terra, che sono scomparsi, per coloro che si sono eretti davanti ai carri armati e ai proiettili per uscire dal totalitarismo che ha dominato gran parte dell’Europa per così tanto tempo. Per tutti coloro che hanno creduto nel miglioramento e hanno osato sognare. La nostra deve essere un’Europa di cui Adenauer, Mitterand, Walęsa, Fenech Adami, Havel, Veil, Falcone, Borsellino sarebbero tutti orgogliosi’.

‘La polarizzazione nelle nostre società – ha osservato la presidente del Parlamento europeo – ha portato a politiche più conflittuali, persino alla violenza politica, alle risposte facili che dividono le nostre comunità in ‘noi’ e ‘loro’.

Dobbiamo andare oltre questo pensiero a somma zero che ha escluso le persone, che le allontana. Che fomenta rabbia e odio, piuttosto che costruire speranza e convinzione. Una politica così semplicistica non offre soluzioni reali’.

‘Quest’Aula – ha rilevato Metsola – sta dalla parte opposta, vuole costruire anziché distruggere. Non ha paura di intraprendere la strada più difficile. È in grado di trovare e usare la sua voce per il bene comune, contrasta l’autocrazia, rilancia la necessità di lottare per lo stato di diritto, capisce che dobbiamo davvero essere tutti uguali in Europa’.

‘Condividiamo la responsabilità di lasciare un’Europa migliore di quella che abbiamo trovato. E lo faremo – ha annunciato – creando un nuovo quadro di sicurezza e difesa che mantenga le persone al sicuro e respinga i sogni espansionistici dei dittatori del nostro vicinato. Che sconfigga le minacce ibride che stiamo ancora affrontando. Che protegga l’Europa. Che difenda la nostra autonomia strategica. Che mantenga la pace. Che comprenda come la minaccia che abbiamo di fonte sia molto reale’.

‘Lasceremo un’Europa migliore – ha continuato la presidente del Parlamento europeo – rafforzando la sua competitività, approfondendo il mercato unico, garantendo posti di lavoro di qualità, concludendo accordi commerciali globali, completando la nostra Unione bancaria e l’Unione dei mercati dei capitali; e fissando obiettivi per l’industria che – ha sottolineato – siano attuabili.

È questo che mantiene le imprese europee in Europa, e ci dà la capacità di investire nei nostri giovani, nella ricerca, nell’istruzione, nella cultura, nelle nostre comunità e nel resto del mondo’.

Per Metsola è importante poi ‘la semplificazione’, ovvero la ‘riduzione della burocrazia superflua che allontana le persone e i posti di lavoro dall’Europa. I successi che i nostri cittadini ricordano di più – ha indicato – sono quelli in cui l’Europa ha semplificato la loro vita’.

Clima e ambiente, competitività economica, politiche sociali, immigrazione, parità di genere, sono gli altri temi menzionati brevemente dalla presidente del Parlamento europeo.

‘Lasceremo un’Europa migliore fornendo soluzioni reali sul clima’, e su uno sviluppo sostenibile che vada di pari passo con la protezione del nostro ambiente e del nostro patrimonio naturale. ‘Possiamo ottenerli entrambi’, ha affermato Metsola.

‘Lasceremo un’Europa migliore – ha aggiunto – se saremo in grado di rafforzare il pilastro sociale dell’Europa. Se diamo alle persone speranza e dignità. Se le pensioni e i salari soddisfano le aspettative sociali. Non possiamo andare avanti se i nostri giovani non sono in grado di affittare e tanto meno di acquistare un posto che possano chiamare casa’.

‘Lasceremo un’Europa migliore – ha rilevato ancora – se riusciremo finalmente ad attuare un’adeguata legislazione sull’immigrazione e sull’asilo. Questo comporta la necessaria gestione delle frontiere, con una politica di rimpatrio e, soprattutto, che sia umana (‘human centric’, ndr). Bisogna garantire che a nessun’altra madre venga più data altra scelta se non quella di mettere il proprio figlio su un’imbarcazione precaria nelle mani delle reti criminali del traffico’ di migranti.

‘Non possiamo lasciare un’Europa migliore – ha affermato a questo punto Metsola – se le persone non sono ancora in grado di essere chi desiderano essere, e amare chi desiderano amare, ovunque in Europa. Se non rimuoveremo le barriere per i disabili e non daremo loro le stesse opportunità nella vita che ha chiunque altro. Se non saremo in grado di combattere la discriminazione o arginare il crescente antisemitismo o l’islamofobia. Se l’odio e la violenza continuano a essere la forza trainante di gran parte dei nostri discorsi politici’.

‘Troppe donne – ha ricordato la presidente del Parlamento europeo – vengono ancora maltrattate, picchiate, uccise nella nostra Europa. Troppe donne lottano ancora per i diritti. Troppe donne guadagnano ancora meno degli uomini per lo stesso lavoro. Troppe donne hanno ancora paura. Questa deve diventare anche la loro Europa. Possiamo costruire l’Europa sognata da Simone Veil e Nicole Fontaine (ex presidenti del Parlamento europeo, ndr).

L’Europa che Marie Sklodowska-Curie non è riuscita a sfruttare appieno. L’Europa che Giulia, Pelin, Ana Vanessa, Daphne e tante altre donne non potranno mai vedere. Lo faremo per loro, per tutte quelle che non possono parlare, e per tutte quelle che verranno dopo’.

L’italiana Giulia Cecchettin, la turca Pelin Kaja (trovata morta a Malta), la spagnola Ana Vanessa Séren Penas sono tutte vittime di femminicidi nell’ultimo anno. Daphne Caruana Galizia è la giornalista maltese che ha pagato con la vita per il coraggio delle sue inchieste.

 

‘Abbiamo imparato – ha detto ancora Metsola – che non possiamo mai dare per scontata la democrazia. Abbiamo visto che i nostri valori europei sono considerati da troppi come una minaccia.

Questo è un distintivo donatoci dagli autocrati, che continueremo a indossare con orgoglio’. ‘La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina sovrana rimane in cima alla nostra agenda. Sono andata a Kiev – ha ricordato – a nome di questo Parlamento, allo scoppio della guerra. È stata una visita che ha dato nuovo slancio alla nostra Assemblea, nuova visibilità e influenza. Quest’Assemblea ha contribuito a puntare i riflettori politici sulla necessità di stare al fianco dell’Ucraina, e le persone fanno ora affidamento su di noi per continuare a essere visibili nel modo più chiaro possibile’.

‘Saremo chiamati a fare di più’, ha avvertito a questo punto Metsola: ‘Dobbiamo essere pronti ad andare oltre ciò che è comodo e a fare ciò che è necessario. Lo facciamo perché l’Europa deve difendere la libertà. Per la pace: una pace reale, con giustizia, dignità e libertà. Perché in Europa sappiamo come sanare divisioni apparentemente impossibili’.

‘Questa – ha aggiunto – deve essere anche la filosofia guida della nostra reazione al conflitto in Medio Oriente, dove anche nella nebbia della guerra la nostra deve continuare a essere la voce dell’umanità, che spinge per la fine del ciclo intergenerazionale di violenza, per la ‘soluzione a due Stati’, una pace sostenibile e il ritorno degli ostaggi ancora prigionieri’.

‘Per rinnovare il nostro impegno per l’Europa dobbiamo ‘non avere paura’, secondo le parole del grande santo europeo di Cracovia, Karol Wojtyla. Non aver paura di affrontare gli autocrati. Non aver paura di mantenere la nostra promessa. Non aver paura di difendere l’Europa. Non aver paura di continuare a costruire un’Unione che funzioni per tutti noi’, ha indicato Metsola.

Bisogna rivedere ‘la narrazione di questa nostra grande Unione. Possiamo ispirare le nuove generazioni di europei. Perché l’Europa è speranza, l’Europa è fede, l’Europa siamo tutti noi. L’Europa rimane la risposta’, ha concluso la presidente del parlamento europeo.

Alla Convention repubblicana anche Haley e DeSantis appoggiano Trump

Nikki Haley e Ron DeSantis, i principali rivali di Donald Trump per la candidatura Repubblicana alla Casa Bianca, hanno dato il loro pieno appoggio all’ex Presidente in occasione della convention del Gop in corso a Milwaukee.

“Voglio essere chiara: Donald Trump ha il mio endorsement. Non dovete essere d’accordo con Trump il 100% delle volte per votare per lui” ha esordito Haley, che he elencato quelli che considera i successi in politica estera dell’ex Presidente.

“Quando Donald Trump è stato presidente, Putin non ha fatto nulla: nessuna invasione, nessuna guerra. Non è stata una coincidenza: Putin non ha attaccato l’Ucraina perché sapeva che Trump era un duro. Un presidente forte non scatena una guerra, la previene”, ha concluso.

Anche DeSantis ha espresso il proprio endorsement nei confronti dell’ex rivale: “Rimandiamo Joe Biden in cantina e Donald Trump alla Casa Bianca”.

Né Haley né Desantis erano previsti nella lista degli oratori alla convention ma sono stati inseriti dopo il fallito attentato contro Trump per tramettere un messaggio di unità all’interno del partito.

Una scelta non casuale dato che fino a pochi mesi fa i due erano fra i due più acerrimi critici di Trump, con Haley che lo aveva definito “tossico” per il Paese.