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Infezioni sessualmente trasmesse. In 18 anni cresciute del 40%

Le Infezioni Sessualmente Trasmesse (IST) sono aumentate del 40% negli ultimi 18 anni (dal 2000 al 2018) e rimangono in costante aumento soprattutto nella popolazione maschile, con alcune di queste che sono addirittura raddoppiate o triplicate. Lo dicono i dati appena aggiornati ed elaborati dal Centro Operativo AIDS (COA) dell’ISS.

L’impennata dei casi di infezione dal 2000 al 2018 riguarda soprattutto la Chlamydia trachomatis, con una percentuale del 30%. I casi di infezione da Chlamydia trachomatis riguardano soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni che mostrano una prevalenza di infezione tripla rispetto ai soggetti di età superiore. In aumento anche la gonorrea, i cui casi di infezione sono raddoppiati negli ultimi tre anni.

I condilomi sono triplicati. La sifilide è raddoppiata nel 2018 rispetto al 2000.

Mentre l’HIV appare in diminuzione dopo il picco del 2016.

Esplosione a Beirut

Il declino della politica

Il fatto che la politica  – superando sconquassi, sfiducia, delusioni, falsità, tradimenti e millanterie – riemerga sempre dai pantani in cui viene a trovarsi per motivi nuovi e sorprendenti la dice lunga sulla sua vera forza intrinseca e invincibile: la capacità di succedere a se stessa. 

Un tempo i cortigiani applaudivano i giullari per compiacere i propri padroni ma complottavano in segreto per sottrarsi al giogo della sottomissione.

Le trame erano ordite per sordide lotte di potere ma anche per aneliti di libertà.

Oggi si sceglie in genere una via più breve e indolore perché la democrazia offre nuove opportunità: il banchetto è troppo ghiotto e conviene accodarsi per tempo, si parte raccattando briciole e – se va bene – si arriva pure al dessert. Tutti volevano il maggioritario e ora chiedono il proporzionale: arriveremo alla polverizzazione parlamentare pur di conservare uno o due seggi sicuri.

Sbagliava Beppe Grillo quando diceva che i politici sono morti, fantasmi inconsistenti e sonnambuli che vagolano nel vuoto: per qualcuno che parte davvero c’è sempre un sostituto pronto a subentrare, a prescindere dal pedaggio. 

A cominciare dai suoi compagni di viaggio: dal rifiuto ad ogni confronto all’esser parte di due governi con alleati alternativi tra loro. Amici-nemici ma sempre al comando.

E’ la parte nobile della politica che muore quando questa si diffonde come un gas velenoso che offusca i cuori e la mente del suo popolo.

Il miraggio della carriera, del successo risucchiano generosamente nuove alternative e per cento che cadono o si occultano ce ne sono mille che intraprendono la scalata. 

Non sono i politici a dissolversi ma è la politica stessa che se ne va: sparito il copione restano i teatranti e si recita a soggetto.

Certo, insieme a loro rimangono nobili parole –  pace, democrazia, uguaglianza, libertà, giustizia – non importa se servono solo per infinocchiare la gente, per annichilirla di proclami elettorali, promesse irrealizzabili, chimere, utopie.

Il primo ladrocinio consiste appunto nel contrabbando delle parole: basterebbe passare in rassegna certe carriere per rendersi conto che c’è gente che blatera da una vita senza aver mai lavorato un solo giorno: eppure questo è un parametro eloquente ma disatteso.

Salvo esporre al pubblico ludibrio intere categorie sociali, colpendo nel mucchio: “daremo una lezione ai fannulloni”. O cercare– non si sa mai -un capro espiatorio da far fuori per via giudiziaria.

Se la politica cessa di essere un servizio e diventa un mestiere non potrà che avvalersi di mestieranti, persone disposte a tutto pur di cavalcare l’onda lunga del successo, pur di privilegiare il proprio personale tornaconto. Non possiamo “stare sereni”, visto da fuori il panorama è desolante e riguarda il sistema : il tam tam mediatico amplifica fatti e fattacci, abitua al peggio, suscita invidie e rancori, alza il tono dell’odio e dei risentimenti. Troppi fatti personali, troppi miscugli di potere: se tornasse Montesquieu caccerebbe a frustate molti mercanti dai templi delle istituzioni.

Eppure anche tra noi c’è chi parteggia, litiga, si schiera: siamo presi a legnate e baciamo il bastone, siamo volgarmente strumentalizzati (nel voto, nel consenso, nella fiducia) ma ben disposti a metterci in fila, siamo derubati ma inneggiamo ai predoni, ci lamentiamo della pinguedine dei rubicondi commensali ma non vediamo l’ora di sederci al loro fianco, ad una qualunque tavola imbandita. Qualcuno pensa al bene comune? Solo la coerenza lo potrebbe dimostrare, l’esempio.

Si dice che Esaù avesse venduto la primogenitura per un piatto di lenticchie, oggi vanno bene pure le frattaglie: si sa che in molti tengono famiglia.

La decadenza, persino la fine della politica, non è un fatto che riguardi solo i potenti di turno, i personaggi incoerenti o le torbide figure dei demagoghi affabulatori, tra sparate e supercazzole.

E’ piuttosto un fenomeno che si materializza in tutta la sua desolante, impotente tristezza allorquando un popolo, vessato e tradito, insieme alla pazienza perde anche il seme di una minima speranza. Si naviga a vista tra un prestito e un bonus, senza una meta o un progetto, verso il nulla.

Mascherina: un italiano su quattro non la indossa.

Circa il 27% degli italiani – dunque poco meno di un italiano su quattro – non indossa la mascherina, nonostante il quadro sanitario del Paese sia ancora compromesso per via della pandemia da Coronavirus. In molti lo fanno raramente senza curarsi del pericolo di contagio e senza rispettare le misure di sicurezza imposte. Il dato emerge da un’indagine della Coldiretti e di Ixè.

Nel rapporto si parla di una tendenza piuttosto diffusa ad abbandonare alcune delle “buone pratiche” che durante il lockdown e nelle primissime settimane successive alle riaperture venivano adottate pressoché dalla totalità del Paese.

Il dato trova riscontro anche nel fatto che il 35% dei vacanzieri trascorre l’estate 2020 evitando il più possibile contatti con altre persone e restando da soli o con la propria famiglia, secondo l’indagine Codiretti-Ixè. «A questi si aggiunge un altro 59% – conclude la Coldiretti – che andrà in vacanza con gli amici più stretti e fidati, mentre solo un 8% di “temerari” non rinuncia alle vacanze di gruppo, cercando anche di fare nuove conoscenze».

Inaugurato il Ponte San Giorgio che unisce ponente e levante di Genova e la città al mondo.

Un capolavoro di tecnica e di laboriosità: 14 mesi ininterrotti di lavoro, 24 ore su 24 , a meno di due anni dal tragico crollo del ponte Morandi  avvenuto il 14 agosto 2018. Una prova di orgoglio che rinnova il mito di Genova “ la Superba”, sotto la protezione di San Giorgio nome scelto dal Sindaco Bucci, uno dei tre artefici di questo miracolo italiano insieme al presidente di Regione Liguria Giovanni Toti e all’architetto Renzo Piano  – genovese e senatore a vita con pieno merito- che l’ha  pensato e disegnato con una prova di genialità senza pari.

Insieme a loro la gratitudine abbraccia e unisce  tutti gli operai, i geometri, gli architetti, i tecnici che si sono prodigati senza sosta per edificare questo simbolo di riscatto.
Ma il primo pensiero mentre dopo il temporale sul Ponte San Giorgio spunta il magnifico ponte dell’arcobaleno, quasi a unire terra e cielo, il primo pensiero va alle 43 vittime e si loro parenti che hanno incontrato il Presidente  Mattarella in Prefettura ma hanno disertato la cerimonia di inaugurazione alla  presenza delle massime autorità dello Stato, in segno di protesta per un evento tragico causato dall’incuria dell’uomo, ancora sotto inchiesta della Magistratura.

Sarò passato migliaia di volte sul ponte Morandi. Due ore  prima c’era passata  mia figlia, medico in un ospedale del centro città. Quella ferita è stata una pugnalata al cuore della città e non sarà mai dimenticata. Valgano allora le parole del Presidente  Toti a riassumere il senso di una tragedia causata dalla negligenza umana e il valore di una prova di orgoglio e di riscatto, quale è stata la ricostruzione del ponte nuovo a tempo di record: “mai più” e “sempre così”.

Come a dire mai più errori e sempre così quando si deve ripartire dopo una tragedia.
Genova ha dato una lezione all’Italia, all’Europa e al
Mondo. Il Sindaco Bucci – uomo apparentemente rude e di poche parole ma straordinariamente capace a governare la sua, la mia città – si è  piazzato , metaforicamente, sotto il ponte in costruzione e non se ne è andato fino a quando non è stato finito.

“Genova per noi” dice una canzone cavallo di  battaglia di Paolo Conte e Bruno Lauzi. Genova per noi è stato un esempio, una prova concreta , una lezione ( ai ciarlatani e agli affabulatori pieni di se’ ) che le cose si possono fare quando c’è serietà, impegno, competenza, concretezza.

Storicamente Genova e i genovesi – definiti mugugnoni e chiusi di carattere- sono sempre stati così: capaci, orgogliosi,  superbì ma mai spocchiosi e fanfaroni. Poche parole e tanti fatti. Speriamo che le autorità dello Stato presenti su quel ponte nuovo e miracoloso abbiano imparato una doppia lezione: il rispetto per le vittime del crollo del Morandi e l’ammirazione per tutti gli uomini che con l’ ingegno, la dura fatica, la determinazione, la volontà , la voglia di risorgere assumendosi delle responsabilità hanno dato una lezione di alto valore simbolico  in un momento peraltro difficile e critico della Storia del nostro Paese.

A Roma cinque furti nella Chiesa dei Gordiani nel 2020

La Parrocchia di Santa Maria della Misericordia ai Gordiani, è stata “ oltraggiata e derubata” per la quinta volta da gennaio del 2020. L’ultimo episodio è accaduto nella notte fra sabato e domenica 2 agosto, quando i sacerdoti che abitano nella canonica, hanno sentito dei rumori sospetti e  hanno chiamato il 112 dei Carabinieri. Cosa stava succedendo?   Tre malviventi avevano scavalcato su via   dei Gordiani,  l’inferriata del cortile, forzato il portone d’ingresso della Parrocchia, per passare attraverso la Chiesa, e  dopo aver danneggiato  porte e vetri,  sono entrati negli uffici  alla ricerca di materiale da rubare,  mettendo a soqquadro gli arredamenti e portando via alcuni strumenti digitali e alcune offerte. Sono arrivate subito dopo le pattuglie  dei Carabinieri, ma i ladri già si erano dati alla fuga. 

Dopo tre gravi furti, con danni economici rilevanti, in questa Chiesa di frontiera, al  Prenestino nel V° Municipio,  lo scippo  a una signora ottantenne che entrava in Chiesa, ai primi di luglio, e quanto è accaduto l’altra notte, ha determinato un forte risentimento e viva preoccupazione non solo per la Comunità parrocchiale, ma per gli abitanti del quartiere perchè le condizioni di scarsa sicurezza del territorio,  trovano terreno fertile nella microcriminalità urbana, in questa fase di incertezza causata anche dalla pandemia.

La Comunità parrocchiale ritiene necessario un intervento dei Pubblici Poteri, partendo delle Autorità Comunali, Sindaco e Presidente Municipio V°, attraverso “ l’Ufficio Speciale Rom, Sinti, Camminanti”, per verificare tramite un reale accertamento degli aventi diritto, le presenze nel Villaggio autorizzato dei Gordiani, che confina con la Parrocchia ed è uno dei sei siti gestiti dal Comune di Roma, l’unico localizzato in un luogo abitato.

Inoltre rivolge un appello al Questore e al Prefetto per garantire una migliore sicurezza nel quartiere, per eliminare una persecuzione malavitosa contro una parrocchia benemerita, che da circa 70 anni è al servizio  dei cittadini, in modo particolare di quelli che sono i più fragili. 

Per Melbourne è nuovamente lockdown

Il governo dello Stato australiano di Victoria ha ordinato la chiusura di tutte le attività commerciali non essenziali nella capitale Melbourne per cercare di frenare la diffusione del coronavirus.

Le nuove misure con l’inasprimento del lockdown sono state annunciate dal governatore Daniel Andrews che ha parlato di «lotta contro questo incendio della sanità pubblica». Così  Melbourne passerà anche alla fase 4 con regole più severe per limitare la circolazione delle persone. Questo include un coprifuoco, dalle 20 alle 5 del mattino.

Le uniche ragioni per uscire di casa durante queste ore saranno il lavoro, le cure mediche e l’assistenza.

Ci saranno esenzioni per i partner che vivono separati e per il lavoro, se necessario.

Tra le nuove restrizioni il divieto di celebrare matrimoni e la chiusura di centri per l’infanzia e delle scuole, il divieto di allontanarsi più di cinque chilometri dalla propria casa, e limitazioni su spesa (è permesso a solo una persona per famiglia, una volta al giorno) e attività fisiche all’aperto. Lo stato di calamità darà più poteri alla polizia e ad altre forze dell’ordine.

 

Una piazza telematica cardiologica

La pandemia ha stravolto i modelli organizzativi degli ospedali ma anche il confronto scientifico. La necessita’ di rispettare le regole di distanziamento stanno facendo decollare non solo la telemedicina ma anche le teleconferenze. Fra queste esperienze una delle più significative e’ lo spazio concepito prima del coronavirus che ora si candida ad essere fra i più interessanti modelli: una piazza telematica scientifica, Plus Online, che ha avviato in queste settimane le prime sessioni di dibattito e confronto sulla cardiologia, e più in generale, sulle prospettive della salute degli italiani e delle italiane.

Con l’aspirazione di diventare un’agorà digitale permanente in cui clinici, esperti, istituzioni e aziende possano incontrarsi e lavorare insieme per un obiettivo comune: delineare la sanità del futuro.

L’Italia è il primo paese europeo ed il secondo al mondo ad avere la percentuale più alta di persone over 65. Questo porta inesorabilmente ad un aumento delle malattie croniche come le patologie cardiovascolari e respiratorie. Le patologie croniche comportano un aumento dell’impegno per l’assistenza sanitaria e quindi della spesa pubblica.

Quando Sturzo chiedeva di usare i fondi del piano Marshall per la sanità italiana

Il 24 aprile del 1949 “Il Popolo”, quotidiano ufficiale della Democrazia cristiana, riportava in prima pagina un lungo articolo di Luigi Sturzo (qui riprodotto integralmente) dedicato ai problemi della salute pubblica. L’analisi del “padre nobile” dei popolari si fa apprezzare per la dovizia di particolari e la varietà degli aspetti trattati. Vale la pena annotare, alla luce del dibattito odierno sulla possibilità di ricorso al Mes, il passaggio in cui viene avanzata la proposta di utilizzo dei fondi messi a disposizione dal Piano Marshall. Sturzo evidentemente aveva le idee chiare.

E.R.P. Ricostruzione. 15) – Igiene e sanità (“Il Popolo” – 24 aprile 1949)

Luigi Sturzo

Dunque, dalle ultime note risulterebbe che l’Alto Commissariato di Igiene e Sanità non parteciperà ai Fondi-Lire del 1’ e 2’ anno (aprile 1948 – giugno 1950), né ai prestiti in dollari: addirittura diseredato! 

Perché? 

Si dice che deve provvedervi lo Stato con le assegnazioni di Bilancio. Difatti, quest’anno il Bilancio della Sanità si presenta in vari capitoli con delle cifre in più, quale quella della assistenza ai tubercolotici. Ma bisogna andare al fondo; se invece di fermarci al confronto fra le cifre del bilancio 1948-49 e quelle del 1949-50, guardiamo le variazioni fatte in corso dell’anno, la cifra prevista per il 1949-50 risulterebbe inferiore a quella realmente impegnata per il 1948-49. Dobbiamo, quindi, augurare che nel futuro esercizio si facciano le note di variazioni necessarie, le quali, purtroppo, arrivando sempre in ritardo, causano quelle paralisi funzionanti o quell’ingorgo nei pagamenti, che sono oramai malattie endemiche del nostro sistema amministrativo. 

La questione sanitaria è molto complessa e non va guardata solo nelle sue spese di puro esercizio. (Apro una parentesi: si sogliono mettere allo straordinario certe spese che per la loro continuità normalizzata dovrebbero andare alla parte ordinaria. Si tratta di cambiare i criteri formali di ragioneria In criteri sostanziali di amministrazione).

Le vere spese straordinarie da tenere in conto sono quelle per impianti e stabilimenti sanitari destinati ad adeguare le condizioni di molte regioni a quel minimo di vita civile che è proprio indispensabile. 

Nel complesso nazionale, con percentuali variabili dal 5,65 letti per mille, media dell’Alta Italia a 1,44 per mille, media del Mezzogiorno (la provincia di Catanzaro scende a 0,69 per mille Nuoro a 0,64, Avellino a 0,44), occorrono miliardi per ospedali, sanatori, preventori, ambulatori e simili.
È assurdo che non si ricorra al Fondo-Lire. 

Ci sta una tal quale confusione di idee in materia. 

Stiamo intanto al tema della costruzione e attrezzatura di edifici sanitari di varia natura. Solo l’Alto Commissariato di Sanità potrebbe fare, ed ha già fatto, un piano, per quanto limitato, di adattamenti, ampliamenti e nuove costituzioni che si reputano indispensabili. Il primo piano arrivava a 24 miliardi, poi fu ridotto a 18 miliardi e finalmente, limitando allo stretto urgente, a 12 miliardi. 

Mi sembra proprio il caso del sarto siciliano chiamato “Schiticchio”. Costui cominciò a tagliare la stoffa per farne un mantello; sbagliò a tagliare e si ridusse a farne una giacca; quella benedetta forbice andò male e finalmente ne fece un gilet. Per la Sanità eravamo giorni fa alle proporzioni del gilet di Schiticchio; ma che è che non è? Il panno è stato rubato e il sarto è rimasto con la forbice in mano: Niente!

È stato osservato: la costruzione degli edifici statali è competenza del Ministero dei LL.PP.; quella degli edifici locali, é competenza di Comuni. Province, Opere Pie (e ora Regioni), e verrà favorita dallo Stato con i provvedimenti in corso. (A proposito è da augurare che il Vicepresidente Porzio e il Ministro Tupini si mettano di accordo circa il testo definitivo del disegno di legge 371 o altro; altrimenti arriveremo a bocca asciutta alle vacanze estive del Parlamento). 

Né Porzio né Tupini hanno avuto l’idea che il disegno di legge 371 possa venire incontro alle esigenze dell’assistenza sanitaria del paese, sia per i mezzi previsti, sia per la complessità dei lavori pubblici a carico dei Comuni e delle Province. 

Lo Stato non può esimersi dall’intervenire, sia integrando le iniziative locali, sia prendendo iniziative di propria spettanza.

Non si creda che l’ondata della t.b.c. causata dalla guerra e accresciuta nei primi tre anni del dopoguerra, sia talmente diminuita, da bastare l’attuale attrezzatura sanatoriale. Sarebbe un errore grossolano nel quale non sono cadute affatto le autorità sanitarie del nostro Paese. 

Non sappiamo quanti siano gli alunni delle scuole che dovrebbero essere accolti nei preventori, né quanti operai che vanno all’officina che dovrebbero invece essere curati nei sanatori. 

Ed è opportuno generalizzare l’esame medico di alunni e di operai, avvertendoli delle loro condizioni di salute, se poi non sarà possibile curarli ed assisterli? Così, i germi si diffondono nei soggetti predisposti e denutriti. 

Parliamo delta condizione del Mezzogiorno e delle Isole: in molti Comuni né ambulatori, né primo soccorso, né ospedali. Ci sono certi ospedaletti di antica data, mancano però di mezzi per metterli a sesto. In Sicilia si ebbero cinquecento milioni dell’AUSA con l’integrazione di altri trecento milioni della Regione per primi provvedimenti urgenti. Occorre ben altro. 

Non dico poi quale sia la condizione di certi istituti per malattie celtiche che dovrebbero essere tenuti bene e serviti bene, specie nelle città portuali. 

Lo Stato non può sottrarsi all’obbligo di provvedervi con urgenza. 

Le iniziative locali dovrebbero essere inquadrate in un piano nazionale in modo che si provveda anzitutto alle provincie più abbandonate e nei centri dove urgono servizi di maggiore interesse sanitario e assistenziale. 

Sarebbe da promuovere una intesa di coordinamento fra lo Alto Commissariato e l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le malattie. Purtroppo, in Italia, Ministeri ed Enti parastatali sono dei veri compartimenti-stagno. Chi supererà le barriere della propria competenza?

In sostanza niente piani, niente adeguamento ai bisogni locali, niente iniziative per i bisogni più urgenti, quali l’apertura e l’attrezzamento di preventori e sanatori contro la tubercolosi e un’adeguata lotta contro le malattie celtiche.

Se si arriverà, com’è sperabile, ad approvare la legge di iniziativa parlamentare contro la regolamentazione delle case chiuse, occorrerà un netto intervento statale per prevenire la diffusione di malattie luetiche, non sulla carta e con regolamentazioni di polizia, ma con l’apertura di ambulatori e sanatori anticeltici bene attrezzati e bene assistiti. 

Riassumendo:

1) il disegno legge Tupini sugli Enti locali, integrato da opportune disposizioni per il Mezzogiorno (che non può perdere i diritti acquisiti con le leggi speciali in vigore), potrà servire a spingere Comuni, Province e Regioni a includere nel programma complessivo di opere pubbliche non solo acquedotti e fognature, ma anche ospedali, sanatori, secondo i mezzi dei quali potranno disporre. 

2) L’Istituto nazionale di assicurazione contro le malattie dovrebbe coordinare la sua attività con quella dell’Alto Commissariato per un impiego razionale di fondi e un’integrazione effettiva di servizi. Allo uopo vi è in corso lo studio di un piano concordato con la Regione Siciliana, per l’apertura di ambulatori nei piccoli centri che ne difettano. L’iniziativa è ben vista dal Ministro del Lavoro e potrà dare utili risultati.

3) L’Alto Commissariato non ha che pochi fondi destinati ai completamento di alcuni sanatori in corso di costruzione e ampliamento e il loro attrezzamento; ma i fondi di bilancio a questo scopo sono addirittura insufficienti. 

Occorre, quindi, ricorrere al Fondo-Lire per un primo e pur limitato programma di lavori, con l’idea che ci vorrà almeno un decennio di sforzi per mettere tutte le regioni ad un uguale livello di assistenza sanitaria e di dignità umana.

Non ci dovrebbe essere difficoltà da parte della Missione Americana dell’ECA a dare il consenso per l’impiego di un primo fondo da 15 a 20 miliardi per la costruzione e l’attrezzatura di un certo numero di istituti sanitari, sol che si tenga conto quanto lavoro si darebbe ad artigiani locali, muratori, falegnami, fabbro-ferrai; ad imprese di tubulature, impianti elettrici e di trasporti; a fabbriche di strumenti sanitari, gabinetti operatori, sale radiologiche, tutto un complesso di spesa che per il 70 per cento sarà di salari e per ti 30 per cento di materiali.

E poi? non si considera il vantaggio che si arrecherà alla “macchina-uomo”, nel ristabilirne il funzionamento e la efficienza? 

Del resto, il carico assistenziale di esercizi di tali istituti non graverà certo sul Fondo-Lire, ma sui bilanci dello Stato, degli Enti locali e sulla beneficenza privata. 

A proposito, raccomando al Ministro Vanoni di introdurre nella sua riforma fiscale la disposizione che vige negli Stati Uniti di America, stabilendo che le donazioni ad enti e istituti di Cultura e di Beneficenza (siano enti pubblici o privati) andranno per una larga percentuale a diminuzione dell’imposta da pagare allo Stato. 

Non ci perderà lo Stato: ci guadagnerà il paese moltiplicando tali istituti, il cui carattere morale e sociale e di alta utilità collettiva non può mettersi in dubbio.

Mi è stato detto che nè il CIR nè il Tesoro abbiano fin oggi mostrato l’interesse che merita il problema: di fatto, le ripetute domande dell’Alto Commissario Cotellessa non hanno trovato il dovuto accoglimento. Non dico che uomini responsabili non sentano il problema ma, purtroppo, coloro che decidono non hanno mai fatto delle visite locali per vedere quale sia l’abbandono delle popolazioni in materia sanitaria, specialmente nel Mezzogiorno e nelle Isole. 

Se capitassero loro, e agli americani anche, certe esperienze capitate a chi scrive in periodi difficili, come quello dell’influenza del 1918, forse comprenderebbero la meraviglia e lo sdegno che mi fan vergare queste linee. 

Se non ci comprendono gli italiani, potranno comprenderci gli americani dell’ECA?

Bisogna andare e constatare; per la loro buona salute non dico di provare. 

Sono 21,1 milioni gli italiani in viaggio

Sono 21,1 milioni gli italiani in viaggio per concedersi almeno un giorno di vacanza fuori casa nel mese di agosto dell’estate 2020, con un calo dell’11% rispetto allo scorso anno a causa dell’emergenza coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè, diffusa in occasione del primo weekend da bollino rosso del mese sulle strade dalla quale emerge che a pesare sono nell’ordine le difficoltà economiche, la paura del contagio ed i timori per il futuro.

Con l’emergenza sanitaria quest’anno – sottolinea la Coldiretti – si rafforza l’abitudine tutta nazionale a concentrare le partenze nel mese di agosto che è di gran lunga il più gettonato dell’estate ma anche quello che fa segnare il calo minore delle presenze nazionali dopo il crollo del 54% a giugno e del 23% a luglio. Il timore del virus e la volontà di attendere un miglioramento della situazione ha portato, infatti, molti turisti a rimandare il più possibile la partenza.

L’Italia quest’anno è di gran lunga la destinazione preferita che – continua la Coldiretti – è scelta come meta dal 93% rispetto all’86% dello scorso anno. Un incremento significativo per compensare la pesante perdita delle presenze straniere che sono praticamente azzerate da fuori dell’Europa ma molto rari – precisa la Coldiretti – sono anche i turisti comunitari frenati dalla ripresa dei contagi nel proprio Paese, dalla Germania alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Spagna.

La novità di quest’estate sta anche nel fatto che – sottolinea la Coldiretti – 1 italiano su 4 (25%) ha scelto una destinazione vicino casa, all’interno della propria regione di residenza.  Se la spiaggia – spiega Coldiretti – resta la meta preferita, tiene il turismo in montagna e quello di prossimità con la riscoperta dei piccoli borghi e dei centri minori nelle campagne italiane, in alternativa alle destinazioni turistiche più battute, mentre crollano le presenze nelle città. La maggioranza degli italiani in viaggio – continua la Coldiretti – ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche campeggi con i camper molto gettonati mentre sono in sofferenza gli alberghi.

In arrivo il bonus di mille euro destinato ad autonomi e professionisti

Dovrebbe finire a breve l’attesa per il bonus da mille euro destinato ad autonomi e professionisti e relativo al mese di maggio. Le somme, ha detto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di fronte alle commissioni Bilancio, dovrebbero essere stanziate nei prossimi giorni, appena il decreto tornerà dal Mef bollinato dalla Ragioneria Generale dello Stato. Chi ha già percepito i 600 euro per i mesi di marzo e aprile vedrà ora un aumento della cifra a mille euro. A qualcuno arriverà automaticamente, ma altri dovranno fare richiesta.

È una misura contenuta nel decreto Rilancio, che ha previsto un ampliamento dei beneficiari degli aiuti straordinari rivolti a chi sta subendo perdite o mancati introiti a causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del contagio da Covid-19.

Avranno diritto al bonus per il mese di maggio diverse categorie di lavoratori i liberi professionisti titolari di partita iva che hanno subito una comprovata riduzione di almeno il 33 per cento del reddito del secondo bimestre 2020, rispetto al reddito del secondo bimestre 2019.

 

Aumenta la spesa per i farmaci

Assorted pills

A livello nazionale la spesa complessiva nei primi 3 mesi del 2020 si è attestata a 5.380,3 mln di euro, evidenziando uno scostamento assoluto rispetto alle risorse complessive del 14,85% (4,419,9 mln di euro) pari a 960 mln di euro, corrispondente ad un’incidenza percentuale sul FSN del 18,08%. Insomma, il 2020 segue la linea degli ultimi anni con la spesa farmaceutica ospedaliera che va oltre il tetto di spesa (di ben 1,154 mln in 3 mesi) e la territoriale che invece è sotto il tetto di 194 mln nei primi 3 mesi del 2020.

È quanto si legge nell’ultimo monitoraggio dell’Aifa relativo ai primi 3 mesi del 2020. Una spesa quindi sempre in crescita con le azioni per riformare la governance che latitano e su cui né il Governo né il nuovo Dg di Aifa Nicola Magrini sono ancora intervenuti anche se ormai da mesi vi è un confronto aperto con la filiera.

La strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980

Sono passati 40 anni. La mattina del 2 agosto 1980 alle ore 10.25 una valigia contenente un ordigno a tempo e depositata nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Bologna esplose causando una strage: si contarono alla fine 85 morti e 200 feriti tra i quali numerosi mutilati. La carica esplosiva era stata miscelata con cura professionale per essere micidiale e devastante e causare il maggior danno possibile: infatti fece crollare l’ala ovest dell’edificio ma l’onda d’urto investì il treno Adria Express in quel momento in sosta sul primo binario, distruggendo 30 mt di pensilina e il parcheggio antistante quella parte della stazione. Si trattò dell’ultimo e più grave – per conseguenze e vittime – di una serie di attentati che avevano investito il Paese, partendo dalla voragine aperta dall’esplosione avvenuta dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, alla bomba deflagrata in Piazza della Loggia a Brescia  il 28 maggio 1974 mentre si svolgeva una manifestazione contro il terrorismo neofascista, seguita poco più di due mesi dopo dall’attentato stragista al treno Italicus nella notte tra il 3 e il 4 agosto dello stesso anno, mentre il convoglio stava transitando a San Benedetto Val di Sambro (Bo) : se l’esplosione fosse avvenuta in una delle numerose gallerie di quella tratta le conseguenze sarebbero state ben più gravi dei 12 morti accertati. Ciò avvenne dieci anni dopo, il 23 dicembre 1984 per la cd. “strage del treno di Natale”, il Rapido 904 che si sventrò per una bomba a tempo dentro la “Grande galleria dell’Appennino” causando 16 vittime.

L’ esplosione alla stazione di Bologna si inserisce dunque a pieno titolo in quella lunga scia di attentati che attraversarono il nostro Paese negli anni 70 e 80 e che furono ascritti ad una mirata “strategia della tensione”, volta a colpire inermi cittadini, a seminare panico, morte e distruzione tra i civili ma con effetti devastanti sulle istituzioni democratiche e sulla stessa credibilità di alcuni apparati dello Stato.

Il 28 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari, di Terza Posizione e del “Movimento Rivoluzionario Popolare”. A questi se ne aggiunsero un’altra cinquantina. Alla fine furono tutti scarcerati.

Dopo lunghe indagini e un contrastato processo, come esecutori materiali della strage furono condannati Valerio Fioravanti e Francesca Mambro che si dichiararono sempre estranei ai fatti (“Siete stati depistati. Noi condannati sull’altare della necessità storica”) 

Attorno a questa strage, come era già avvenuto per quella di Piazza Fontana nel 1969, si sviluppò un cumulo di affermazioni, smentite,  piste vere e false, tipiche di altri tragici avvenimenti della già citata ‘strategia della tensione’ che – come abbiamo visto- aveva attraversato una lunga parte della storia della cosiddetta Prima repubblica, insieme alla stagione della guerra armata delle Brigate Rosse culminata con l’eccidio di Via Fani e la prigionia e l’assassinio del Presidente Aldo Moro, avvenuto il 9 maggio 1978.

Ci fu dunque contemporaneità nella deriva storica di polarizzazione ideologica, in un’epoca in cui lo Stato non si dimostrò sempre all’altezza dei fatti, capace di prevenire attentati e atti criminali attraverso i servizi di intelligence. Basti ricordare le affermazioni del giudice Libero Mancuso che, molti anni dopo i fatti di Bologna dichiarò che i depistaggi erano iniziati il giorno stesso della strage, imputata allo scoppio di una caldaia della stazione.

Restano a distanza di anni molti interrogativi che non sono stati ancora del tutto chiariti.

La generazione che ha vissuto quegli anni di terrorismo non può dimenticare come all’improvviso si creò una frattura ideologica tra il periodo della Liberazione e gli anni 50 e 60 della ricostruzione del Paese da un lato e la deriva successiva di violenza e insicurezza sociale.

Mentre per le giovani generazioni resta il dovere morale di conoscere la Storia, anche quella più recente, poiché solo illuminandola con la Verità si può fare il possibile affinchè non abbia a ripetersi.

Covid: preoccupazioni oltre confine

Preferibile passare per essere eccessivamente guardingo, che cadere nella trappola della cieca faciloneria. In questi ultimi due giorni, per quanto i numeri non risultino infernali, è parsa una condizione preoccupante.

Molti casi ieri.

Eravamo abituati a valori prossimi al centinaio, siamo rimbalzati a tre volte di più. Fino qui, restiamo confinati nella piccola preoccupazione. Ma girando gli occhi a nord-ovest e a ovest, vale a dire Francia e Spagna, e una sorta di sconforto ci coglie di sorpresa.

1.300 e 1.500 casi in 24 ore, sono un intollerabile abisso. Capitasse da noi, cadremmo in un’ansia fuori controllo. Per questo motivo, non è mai sufficiente il grado di accuratezza con cui ci auto invitiamo alla massima responsabilità.

Certi fenomeni sono tempeste all’inizio, se ritornano assumono il terribile volto di maledizioni bibliche.

Tutto questo dovrebbe farci particolarmente riflettere. Se poi ci spingiamo ancor più a occidente, Stati Uniti, Brasile e oggi anche Messico sembra di assistere all’attuazione di una piaga biblica.

Ho premesso che preferisco passare per uno che accentua i giudizi, ma, dovessi sbagliare, poco male, mentre fosse una indicazione seria (cosa che solo il futuro potrà dirci), il di più rappresentato non sarebbe sicuramente da mettere sotto accusa.

La sanità italiana si rafforza grazie alla Banca europea

La Sanità italiana si rafforza, anche per le emergenze collegate alla pandemia da Covid-19. E lo fa con il sostegno della banca della UE, la Banca europea per gli investimenti (BEI), che affiancherà il Governo italiano con un finanziamento di due miliardi di euro, pari circa i due terzi delle risorse necessarie per gli interventi previsti dal “Decreto rilancio” nel settore sanitario.

È quanto annunciato ieri a Roma, in occasione della firma delle operazioni tra BEI, Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), Ministero della Salute e Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19. Sui due miliardi complessivi, una prima tranche di un miliardo è stata già perfezionata ieri.

Nel dettaglio il framework loan alla Repubblica Italiana sarà canalizzato attraverso il MEF. Il Ministero della Salute sarà parte attiva della realizzazione del progetto e il Commissario straordinario del governo è incaricato di dare attuazione ai piani regionali, anche avvalendosi di commissari delegati, nelle persone dei Presidenti di Regione. Tale struttura è considerata in grado di garantire il coordinamento e l’efficacia in termini di pianificazione, attuazione e monitoraggio dei progetti. L’operazione si inserisce nel contesto del “Decreto rilancio” del Governo italiano (convertito nella legge 77/2020), che prevede 3,25 miliardi di euro a sostegno del settore sanitario.

Per importo, si tratta di uno tra i maggiori prestiti finora concessi con una singola operazione nella storia ultrasessantennale della BEI nell’intera Unione europea. La durata del finanziamento è di 25 anni.

Il prestito finanzierà gli interventi inclusi nei piani di emergenza predisposti dalle Regioni in risposta alla pandemia; in particolare:

  • rafforzamento della rete ospedaliera con 3.500 nuovi posti letto per la terapia intensiva, 4.225 in semi-intensiva, quattro strutture mobili per 300 posti di terapia intensiva, ristrutturazione di 651 pronto soccorso, materiali di consumo e attrezzature sanitarie, mezzi di trasposto sanitari e personale sanitario aggiuntivo, anche temporaneo, per 9.600 unità;
  • supporto per l’assistenza territoriale, con il rafforzamento di infrastrutture e sistemi digitali per l’assistenza domiciliare e residenziale e per il monitoraggio da remoto, attivazione di centrali operative regionali per il monitoraggio dei pazienti.

“Nei mesi scorsi l’Italia ha affrontato una prova durissima mostrando una grande disciplina e uno straordinario senso di responsabilità. L’operazione finalizzata oggi rafforza in modo importante il nostro sistema sanitario, che ha consentito al nostro Paese di reagire prontamente a una sfida così difficile. Con queste notevoli risorse, che si inseriscono nel complesso delle azioni messe in campo dal Governo, l’Italia continuerà ad affrontare l’emergenza Covid-19 con lo stesso senso di responsabilità, consolidando la collaborazione tra i diversi livelli di Governo in questo sforzo che coinvolge tutto il Paese. Va ringraziata la BEI per il suo importante impegno, che rappresenta un’ulteriore dimostrazione della capacità delle istituzioni europee di fornire una risposta all’altezza di questa sfida globale”, ha sottolineato il ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri.

La BEI è nata su spinta italiana nel 1957, con i Trattati di Roma, con compiti di sussidiarietà, sostegno alle aree meno avanzate e ai settori con maggiori criticità. È quindi con orgoglio che annunciamo oggi questa operazione con l’Italia, Paese che per primo è stato colpito e ha reagito con grande energia alla pandemia. Operazione che rende subito disponibile la liquidità necessaria e a condizioni vantaggiose per il potenziamento immediato delle strutture sanitarie anche per far fronte alle emergenze causate dal Covid-19. La BEI e l‘Europa hanno il compito e il dovere di essere vicino a cittadini, imprese e amministrazioni nei momenti di grande difficoltà: stiamo cercando di farlo al meglio, con uno sforzo senza precedenti”, ha dichiarato Dario Scannapieco, Vicepresidente della BEI.

“Dalla crisi innescata dal Covid-19 abbiamo capito ancora di piú quanto sia importante e centrale nella vita del Paese il Servizio sanitario nazionale. Perció assume una particolare rilevanza il finanziamento da due miliardi di euro da parte della BEI per il rafforzamento della sanità pubblica italiana, sui 3 miliardi e 250 milioni destinati dal Governo con il decreto rilancio. Con piú liquidità e meno interessi avremo piú posti in terapia intensiva, l’ammodernamento dei pronto soccorso, una maggiore assistenza territoriale per i soggetti fragili. Un altro segnale positivo dall’Europa che diventa cosi un’istituzione che si fa carico dei bisogni reali dei cittadini”, ha commentato il Ministro della Salute, Roberto Speranza.

La diffusione del virus ha messo a dura prova sia il settore della sanità pubblica sia quello dell’economia e ci aspettano mesi ancora difficili. Rafforzare la nostra rete ospedaliera e sanitaria fa parte delle azioni da mettere in campo per creare tutte le condizioni possibili per convivere con il virus. Il Commissario Straordinario è soggetto attuatore dei piani. Abbiamo già avviato l’analisi dei fabbisogni per poi procedere il più rapidamente possibile verso la realizzazione del rafforzamento del sistema sanitario di tutto il Paese. Oggi abbiamo l’opportunità concreta di farlo, non dobbiamo sprecarla”, ha dichiarato il Commissario Straordinario per l’Emergenza, Domenico Arcuri.

Enit: il turismo italiano non si lascia abbattere dal Covid

L’Italia non si lascia abbattere dal Covid e anzi con il turismo reagisce meglio di altri Paesi. Il settore infatti – nonostante il contesto complesso – sta godendo di un periodo di tenuta soprattutto in alcune località. Promette bene la settimana di Ferragosto dal 10 al 16 agosto 2020: la Penisola risulta quasi sold out.

L’Italia fa meglio della Spagna: già “vendute” il 79% delle disponibilità di offerte online (fonte Booking.com) mentre il Paese iberico è al 72 per cento di prenotazioni online. In Italia spiccano le maggiori destinazioni balneari: non più disponibili l’80% a Rimini, l’81% a Ravello, l’86% a Cavallino-Treporti, il 94% nel Cilento ed il 98% nel Salento. Anche la montagna italiana vede le destinazioni delle Alpi non più disponibili all’84%, correndo la competizione con quelle francesi (87%).

Alla data del 30 luglio, l’analisi delle prenotazioni aeroportuali da agosto a ottobre in confronto con i competitor diretti Spagna e Francia, indicano ancora un calo delle prenotazioni sia in Italia che negli altri Paesi analizzati, nonostante l’Italia nel correre dei mesi estivi recuperi spazio di mercato. Nel complesso tra agosto e ottobre sono 191 mila 533 prenotazioni di passeggeri aeroportuali internazionali per l’Italia, 204 mila 641 per la Spagna e 150 mila 672 per la Francia.

Certo si tratta di un momento in continua evoluzione in cui le performance del settore sono evidentemente connesse all’andamento dell’epidemia in Italia e nel resto del mondo. In termini economici, tenendo costante il Pil totale dell’Italia 2019, il confronto indica che il contributo diretto del turismo all’economia italiana diminuirà di -2,6 punti percentuali nel 2020 rispetto al 2019 quando rappresentava il 5,7 del prodotto interno lordo. Si prevede, quindi, che il contributo totale (che comprende gli effetti indiretti e indotti, nonché l’impatto diretto) del settore diminuirà di -5,8 punti percentuali, rispetto al 13% del Pil nel 2019.

Come per gli impatti diretti, la riduzione prevista per l’Italia è inferiore rispetto agli altri Paesi selezionati (-7,4% la Spagna sul valore 2019). Inoltre l’Italia continua a campeggiare sugli altri Paesi con 882,7mila mention totali sul travel Italia di cui 83,3 mila provenienti dal web e 799,4 mila dai social. Le mention hanno prodotto 233,7 milioni di interazioni totali. Il tema “bonus vacanza” produce un miliardo e 100 milioni di visualizzazioni seguito dal tema turismo con 362,2 milioni di visualizzazioni.

Cruciale non passare da mini focolai alla trasmissione diffusa

Il virologo Andrea Crisanti sostiene che: “Non è tanto il numero dei nuovi contagi da Covid-19 a cui occorre guardare oggi, quanto la ‘forma’ con cui si manifestano”. “L’obiettivo è non passare da piccoli focolai che si riescono a contenere a una trasmissione diffusa sul territorio nazionale che non si riesce a controllare”.

“Sarebbe inconcepibile”, spiega all’Adnkronos Salute il responsabile del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova, commentando i numeri giornalieri dei nuovi positivi registrati in Italia, da un paio di giorni più vicini a quota 400. Quello che è importante notare, aggiunge Crisanti, “è che siamo ancora in una situazione in cui i focolai è possibile circoscriverli e controllarli. Se rimangono ristretti e sotto controllo è ancora una situazione accettabile. Devo dire che sono soddisfatto di quello che vedo e di come si stanno finalmente identificando e circoscrivendo questi focolai. Era un po’ quello che predicavamo fin da marzo”. Ora, “per evitare che la situazione sfugga di mano – conclude il virologo – il comportamento individuale è fondamentale. Ci vuole senso di responsabilità”.

Ritorna la questione morale?

Periodicamente nel nostro paese si parla di “questione morale”. E, immancabilmente e giustamente, si cita l’ormai famosa intervista di Scalfari ad Enrico Berlinguer, segretario generale del Pci, dell’inizio degli anni ‘80. Dove, appunto, veniva tratteggiato il profilo di una persistente e grave questione morale che si affacciava all’orizzonte. Denuncia, però, per onestà intellettuale, che fu pronunciata anche da molti altri leader politici dell’epoca ma che, per ragioni riconducibili al conformismo dominante, non possono essere citati neanche oggi. Penso alla famosa Assemblea degli “esterni” della Democrazia Cristiana e sempre nel 1981, e nello specifico all’intervento di Carlo Donat-Cattin, leader della sinistra sociale di quel partito che denunciò in modo implacabile quali erano i vizi e le degenerazioni che attraversavano il sistema politico di quella fase storica. Ma, come ricordavo poc’anzi, le ragioni del “politicamente corretto” sconsigliano di citare quegli interventi e quelle riflessioni avanzate da statisti e leader della Dc. 

Ora, al di là di questa curiosa anomalia, che tuttavia persiste a distanza di quasi 40 anni, quello che merita di essere ricordato e ripreso è il riesplodere della cosiddetta “questione morale” nella politica italiana. O meglio, di una supposta questione morale. Come ovvio, non voglio entrare nei dettagli dei singoli episodi che campeggiano in questi giorni su vari organi di informazione. Non li conosco direttamente e non ne ho la competenza per poterli affrontare e giudicare. Mi limito ad una sola considerazione, che ritengo peraltro decisiva e che ha contribuito negli anni a creare una profonda divisione tra i partiti, tra i vari schieramenti politici e nella stessa opinione pubblica. E cioè, per essere chiari, ad una questione morale che viene usata come una clava per colpire e liquidare l’avversario politico. O meglio, il nemico politico da abbattere. I casi sono infiniti, ed è persin inutile elencarli. Ma il dubbio continua ad esserci anche oggi, al di là delle oggettive responsabilità dei singoli. Quando ci sono e sono realmente accertati e condannati e non solo attraverso il giustizialismo e la gogna mediatica ma nei luoghi istituzionali preposti. Una clava che, come da copione, viene usata a giorni alterni e da schieramenti opposti a seconda delle convenienze politico ed elettorali del momento. E non mi riferisco solo alla corrente politica e mediatica giustizialista. Quelli, come ovvio, fanno il loro mestiere e lo fanno anche bene. Quando sogni e magari anche teorizzi più manette per tutti, è persin scontato che vedi questioni morali ad ogni angolo di strada. No, il problema non è della potente corrente giustizialista che ormai da molti anni gioca un ruolo sempre più protagonistico nella cultura e nella politica italiana. Il nodo è ancora più a monte. E cioè, si tratta di verificare se c’è ancora la forza e la volontà politica di evitare che la ricorrente questione morale non diventi solo l’arma finale per abbattere e liquidare l’avversario/ nemico politico di turno. Certo, l’avvento del populismo demagogico, antipolitico, antiparlamentare e radicalmente anti sistema – salvo poi trasformarsi quando si sale al potere in sistema tout court – ha indubbiamente favorito questo processo degenerativo. Ma la questione di fondo resta e continua ad essere inevasa. Ieri come oggi. Senza alcuna modifica di fondo. 

Ecco perchè, senza assecondare alcuna spinta giacobina, giustizialista e forcaiola, continuo a credere che la ricetta migliore per affrontare seriamente e senza partigianeria e alcuna faziosità la ricorrente questione morale, continua ad essere quella individuata molti anni da Pietro Scoppola, uno dei più grandi storici e conoscitore delle dinamiche del movimento cattolico italiano. E cioè, diceva Scoppola, “un politico è onesto e competente quando sa unire la cultura del comportamento con la cultura del progetto”. Una ricetta semplice, persin banale la potremmo definire, ma in grado di battere la strada giustizialista e di evitare che proprio attorno alla questione morale di turno si radicalizzi un confronto politico fatto di veleni, insinuazioni, moralismi di bassa levatura e che rispondono, alla fine, 

sempre solo e soltanto ad uno spregiudicato e cinico disegno di potere. Una ricetta, quella di Scoppola, avanzata molti anni ma che conserva una bruciante attualità anche oggi. Soprattutto oggi. Certo, come ricordavo all’inizio, le regole del conformismo dominante impediscono di citare quei personaggi e quelle ricette. Ma l’alternativa a quella riflessione resta, purtroppo, una sola. E cioè, la questione morale usata come un randello contro i propri avversari politici. Una strada che, come tutti sanno, ma proprio tutti giustizialisti compresi, non porta da nessuna parte e non rafforza certamente la qualità della nostra democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Covid: gli stranieri stimano la nostra coerenza.

Sul macro disegno economico del nostro Paese, non potevamo attenderci risultati meno pesanti. Il secondo trimestre, non c’è da meravigliarsi, il segno negativo incide nella carne in modo profondo. Sapevamo.

Le enormi cifre messe a bilancio in quel periodo e rialimentate nel provvedimento di un giorno fa, sottolineano la capacità di tenuta strutturale del nostro Paese. Non basterà. Soprattutto se le cose non andassero nel verso auspicato.

Da qualche giorno, impietoso, il dato Covid-19 ha rialzato malignamente la testa. In altri Paesi il fenomeno sembra essere più luciferino. Spagna, Francia e Germania sono in allerta. C’è da sperare che da noi i focolai non intendano negativamente sorprenderci. Bisogna sempre stare all’erta.

Mentre i decessi si mantengono su livelli, per fortuna, contenuti e bassi.

I dati negativi dell’economia, viaggiano su percentuali che raggiungo, almeno in alcuni mesi, persino il 20% di caduta. Non sappiamo quale sarà il destino del terzo trimestre, prevedo un netto miglioramento rispetto a quello precedente, ma mai sufficiente per rallegrare il nostro animo.

L’ultimo trimestre sarà quello, sicuramente, più delicato. In quanto rileverà parecchi andamenti. Tanto sul piano sanitario, quanto sul piano economico. Diciamo che stiamo attraversando il periodo meno burascoso e che la violenza subita nei mesi primaverili, potrebbe bussare la porta di quelli autunnali. Bisogna prepararsi.

Se confronto lo stile degli italiani, con quello di altri popoli, in questa circostanza, posso orgogliosamente dire di essi hanno dimostrato una lungimiranza che non immaginavo potesse aspirare a tagliare, sorprendentemente, per prima il traguardo. Inglesi, americani, svedesi ed altri, guardano ormai le nostre spalle e stimano la nostra coerenza.

Per quel che so, per quel che vedo, diversi austriaci e tedeschi frequentano le nostre spiagge. Quando vedo una macchina targata con strane sigle, mi si apre il cuore. La catastrofe preannunciata per il turismo italiano sembra essere scongiurata. Molte imprese turistiche tremavano all’idea che non si potessero frequentare le spiagge. Almeno questo, l’estate ce lo ha invece concesso.

Pensavo di aver smesso di seguire febbrilmente, ogni sera, gli andamenti del corona virus, mi sbagliavo. Stasera verso le 18.00, con preoccupazione, cercherò quale dato ci avrà consegnato questa caldissima giornata d’estate in questo ultimo giorno di luglio.

In Bielorussia l’opposizione riempie la piazza

Decine di migliaia di persone si sono radunate nella capitale bielorussa per la più grande manifestazione di opposizione nel paese dall’inizio della campagna in vista delle elezioni presidenziali del 9 agosto.

Il centro per i diritti umani di Vyasna ha dichiarato che almeno 63.000 sostenitori erano presenti per sostenere la candidata Svyatlana Tsikhanouskaya nel Parco dell’Amicizia del Popolo di Minsk, mentre il presidente Alyaksandr Lukashenka ha dovuto affrontare una crescente opposizione pubblica negli ultimi mesi dopo 26 anni al potere.

Però non è tutto rose e fiori, infatti, centinaia di persone, tra cui attivisti e blogger, sono stati arrestati dal governo che ha represso duramente manifestazioni e manifestanti a sostegno dei candidati dell’opposizione, che non erano stati registrati dai funzionari elettorali.

Alla manifestazione di Minsk, che comprendeva esibizioni di musicisti e cantanti, Tsikhanouskaya ha affermato che l’opposizione vuole “elezioni giuste”, non una rivoluzione.

“Siamo persone pacifiche e vogliamo cambiamenti pacifici nel nostro paese”, ha detto, mentre la folla cantava slogan come “Libertà!”.

Tsikhanouskaya è diventata candidata alla presidenza dopo che suo marito, imprenditore e popolare blogger Siarhei Tsikhanouski, che aveva in programma di correre, è stato arrestato.

Il quartier generale della campagna di Tsikhanouskaya si è fuso con il quartier generale di altri due candidati che non erano stati registrati dalle autorità: Viktor Babariko e Valery Tsepkalo. Il primo, insieme a suo figlio, è in arresto, il secondo è stato costretto a lasciare il Paese.

 

Istat: crolla il Pil nel secondo trimestre

Nel secondo trimestre del 2020 si stima che il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, sia diminuito del 12,4% rispetto al trimestre precedente e del 17,3% in termini tendenziali.

Il secondo trimestre del 2020 ha avuto una giornata lavorativa in meno sia rispetto al trimestre precedente sia nei confronti del secondo trimestre del 2019.

La variazione congiunturale del Pil è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto in tutti i comparti produttivi, dall’agricoltura, silvicoltura e pesca, all’industria, al complesso dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia della componente estera netta.

La variazione acquisita per il 2020 è pari a -14,3%.

Emilia-Romagna: 10 mln alle case popolari

Stanziati dieci milioni per il 2020 a favore dei Comuni e dellle Unioni di Comuni, per avviare rapidamente i lavori di manutenzione, ordinaria e straordinaria, delle case popolari presenti su tutto il territorio regionae. Il via libera al ‘Programma straordinario 2020-2022 per il recupero ed assegnazione di alloggi di Edilizia residenziale pubblica (Erp)’, definito dalla Giunta regionale, è arrivato dall’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna

“Con il via libera dell’Assemblea può partire a tutti gli effetti questo Programma, che riconosce la casa come bene primario e il diritto all’abitare – commenta Elly Schlein, vicepresidente con delega alle Politiche abitative – Vogliamo dare, in tempi rapidi, una casa a chi ne ha diritto, ma ancora non ce l’ha, ma anche sostenere il settore dell’edilizia, in crisi da tempo, con lo svolgimento d’interventi di manutenzione e ristrutturazione. Garantire il diritto alla casa – conclude la vicepresidente – significa contribuire a contrastare le diseguaglianze, sostenere le fasce più deboli e dare una risposta concreta anche a chi si è trovato in difficoltà a causa dell’emergenza sanitaria”.

Il passo successivo sarà la ripartizione delle risorse tra i Comuni, contestualmente all’emanazione di un bando specifico per la realizzazione degli interventi. I Comuni e le loro Unioni potranno anche cofinanziare gli interventi, e avvalersi delle Acer, o di altri soggetti gestori con cui abbiano stipulato convenzioni apposite. I lavori interesseranno alloggi sfitti da rendere agibili per essere assegnati rapidamente. Si va dalla ristrutturazione a interventi di messa a norma degli impianti elettrici e di riscaldamento o sostituzione degli infissi, allo scopo di migliorare l’efficienza energetica. Il finanziamento previsto per ogni intervento, che andrà realizzato entro e non oltre 120 giorni dal provvedimento regionale di concessione del contributo, va da un minimo di 5mila euro a un massimo di 25mila per i lavori più complessi. I Comuni dovranno poi entro ulteriori 60 giorni provvedere alla assegnazione degli alloggi recuperati a nuovi nuclei famigliari presenti nelle graduatorie.

Francesco Vaia: “Sono terrorizzato da quello che succederà o potrà succedere a settembre”.

Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Istituto nazionale malattie infettiva Lazzaro Spallanzani di Roma dichiara che: “E’ cambiata completamente la carta d’identità del contagiato. Oggi è molto più giovane, poiché l’età media si è abbassata soprattutto nell’ultimo mese: il 52% sono persone che vanno dai 18 ai 50 anni, il 12% fino a 18 anni. E spesso non è italiano.”.

“Molti colleghi e istituzioni che dovrebbero essere autorevoli e in qualche caso non lo sono state, enfatizzavano fino alla catastrofe il messaggio ‘Non abbiate paura’, rendendo i cittadini più deboli. Siamo stati fortunati, o bravi, non lo so. Ma la nostra flessibilità ci ha indotto ad andare velocemente lì dove c’erano i focolai, in una campagna di aggressione al virus. Bisogna continuare su questa strada”.

“Sono terrorizzato da quello che succederà o potrà succedere a settembre, penso a scuola e bus”.

Come contrastare i cambiamenti climatici

Già da molti decenni l’ attenzione degli scienziati si è concentrata sugli effetti indotti dall’ uomo sull’ ecosistema ( effetti antropici ) . Roma ha ospitato nel 1972 il primo grande evento sul clima promosso dal Club di Roma  (CR) ; il rapporto finale del CR metteva in guardia da uno sviluppo crescente senza regole e senza controllo sottolineando come le risorse del nostro pianeta non sono infinite e pertanto non è ipotizzabile una continua escalation produttiva con accumulo di rifiuti e di scarti . Gli anni immediatamente seguenti hanno dimostrato come la realtà climatica stesse evolvendo anche peggio di quanto lucidamente preannunciato dal CR . Si sono moltiplicati i contributi scientifici sul tema ; finalmente (1) l’ ONU nel 1988 ha costituito l’ IPCC ( International Panel on Climate Change ) un organismo tecnico incaricato di valutare la situazione climatica complessiva mondiale e di produrre rapporti aggiornati a disposizione degli Stati membri.   E’ proprio dal lavoro dell’ IPCC che è scaturita la prima Conferenza dell’ ONU sul problema climatico ( UNFCCC – United Nations Framework Convention on Climate Change  ) tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992 . Da allora si sono tenuti ben 24 incontri di questo genere ( COP ) con risultati veramente modesti ; hanno prevalso gli interessi nazionali , le logiche di breve periodo. Le due tappe  in assoluto più importanti di questo lungo e travagliato percorso sono state le COP di Kyoto del    1997 (2 ) e quella di Parigi del 2015 (3) . La COP di Kyoto stabilì che i paesi industrializzati + i paesi dell’ Est Europa avrebbero ridotto le emissioni di gas clima-alteranti di almeno il  5.2 % ma intanto l’ accordo non comprendeva la Cina e l’ India che nei decenni seguenti avrebbero sviluppato con i combustibili fossili enormemente le proprie economie ; Kyoto aveva il grande merito di seguire una logica di tipo top-down ossia venivano stabiliti  dal protocollo gli obbiettivi e anche il riparto delle emissioni  tra i vari stati . Nel 2015 c’ è stata la Conferenza di Parigi interamente basata sul concetto down-top ; gli Stati aderenti hanno la possibilità di scegliere liberamente il contributo da dare al decremento di emissione di gas serra ; questo contributo deve essere aggiornato periodicamente e comunque degli organismi tecnici controllano il rispetto degli impegni ; non è prevista nessuna sanzione . E’ un accordo tutto politico ma con scarsa valenza pratica ; peraltro gli Stati Uniti si sono ritirati dall’ accordo e il ritiro è esecutivo dal 4 novembre 2020. 

A questo punto vediamo esattamente come e perché si sta modificando la temperatura del nostro pianeta. Gli elementi fondamentali che contribuiscono all’ innalzamento della temperatura sono l’ emissione di gas serra da parte dei combustibili fossili nonché la variata destinazione d’ uso del suolo ( deforestazione , aumento dei terreni utilizzati per allevamento etc. ) . I gas serra più importanti sono : l’ anidride carbonica ( CO2) , il protossido di azoto ( N2O ) , il metano ( CH4) ; questi gas derivati dalla combustione formano una sorta di cappa , di ispessimento dell’ atmosfera che aumenta la frazione di energia emessa dalla superficie terrestre e rifratta dall’ atmosfera verso il basso . L’ aumento significativo dell’ effetto delle azioni umane sui gas serra in atmosfera partono circa dal 1750 ossia dall’ inizio dell’ era industriale ; dal 1750 a oggi l’ anidride carbonica è aumentata del 40 % e il metano del 150 % (4) ; in quantità assoluta il metano è nettamente inferiore all’ anidride carbonica ma il suo effetto serra è 28 volte superiore . L’ aumento di temperatura già avvenuto dal 1750 a oggi è di 1.1° ma i processi in atto sono tali per cui anche se smettessimo di immettere gas serra verosimilmente si avrebbe comunque un ulteriore aumento di 0,6 gradi . Gli effetti descritti innescano dei circoli viziosi che aumentano gli effetti serra in maniera esponenziale ; ne riporto solo uno , quello del vapore acqueo , per 1 grado centigrado in più di temperatura dell’ atmosfera il vapore acqueo in essa aumenta del 7 % ma il vapore acqueo è il gas a effetto serra naturale più importante e quindi a catena l’ effetto serra  cresce sempre di più. Se continuiamo le attività umane come oggi , a fine secolo l’ aumento di temperatura sulle terre emerse sarebbe di 5° ma ai poli molto di più ; immaginiamo cosa succederebbe se le economie in rapida crescita ( Cina , India p.e. ) esplodessero e se la popolazione mondiale passasse , come si prevede , dai 7.7 miliardi attuali agli 11 miliardi nel 2100.  In sostanza stiamo rischiando di trasformare il nostro pianeta in un deserto con enormi conseguenze che , secondo molti studiosi , potrebbero mettere in pericolo la sopravvivenza stessa della specie umana , in pratica superare le capacità di resilienza dei singoli , degli stati , della comunità umana mondiale.

 

Ma rimanendo nel concreto le alterazioni climatiche non sono una realtà che ci tocca solo marginalmente , consideriamo  gli effetti sulla nostra Italia . A proposito di eventi estremi nel novembre del 2019 piogge copiose e protratte hanno colpito Genova con danni notevolissimi arrecati a un habitat idrogeologico già fragile ; questi fenomeni  sono destinati ad aumentare in frequenza ed intensità . Un altro esempio è l’ acqua  alta che ha interessato Venezia alla fine del 2019 ; si calcola che il livello dei mari aumenta di 3.5 mm ogni anno ; a fine secolo il livello salirà tra 50 e 100 cm forse anche di più ; che ne sarà di Venezia , di alcuni arcipelaghi del Pacifico , di ampia parte del Bangladesh ? Consideriamo ancora la siccità che ha colpito Roma nel 2017 con un pesante abbassamento del livello del lago di Bracciano . Peraltro la siccità sta già causando  danni enormi in Siria con intere popolazioni costrette a migrare , nella progredita Australia dove intere aree del Paese sono in preda a incendi devastanti  che si riesce a domare solo con estrema difficoltà e comunque con perdita di biodiversità e di vaste aree boschive . I ghiacciai si stanno sciogliendo rapidamente sia ai poli che in alta montagna (5);per quanto riguarda l’ Artico si calcola che il ghiaccio è diminuito del 50 % rispetto all’ era preindustriale , il ghiaccio residuo dei mesi estivi è fortemente ridotto tanto che si riparla di passaggio a Nord-Ovest per le rotte commerciali .  Non possiamo far finta di nulla ; le conseguenze dello shock climatico sono vicine e terribili . Solo un sano rinsavimento della specie umana può  fermare un trend che va verso il baratro (6).

A questo punto ci dobbiamo chiedere cosa concretamente è possibile fare .

Sicuramente possiamo fare moltissimo come singoli e come comunità. Intanto è assolutamente urgente porre mano al dissesto idrogeologico con numerosi interventi su tutto il territorio nazionale dove lo stato di incuria e abbandono è segnato dai ripetuti eventi calamitosi che punteggiano gli ultimi anni ; non ha alcun senso gestire solo l’ emergenza . Per quanto riguarda la possibile ventura siccità è necessario mettere mano a lavori strutturali  come dighe , canali , revisione radicale della nostra rete idrica che è un autentico colabrodo. Per quanto riguarda le case l’ isolamento termico ( meglio noto come cappotto ) farebbe risparmiare notevolmente le famiglie , le imprese , la pubblica amministrazione e soprattutto ridurrebbe il consumo energetico ; un provvedimento strettamente connesso è l’ utilizzo delle rinnovabili (pannelli solari) che se utilizzate  diffusamente  decurterebbero in maniera significativa l’ uso dei combustibili fossili (7). Anche nel campo dei consumi individuali è necessario invertire la direzione di marcia passando a uno stile di vita più sobrio : contenimento degli scarti alimentari, riduzione del consumo di carne la cui produzione  (soprattutto l’ allevamento dei bovini ) è responsabile di circa un quarto delle emissioni , utilizzo di auto elettriche al posto di SUV da 5 km a litro , ridurre gli spostamenti aerei che incidono moltissimo sulle emissioni di CO2   , limitare al massimo l’ uso di materiali non riciclabili come la plastica , consumare prodotti alimentari a filiera corta ; dobbiamo fare un notevole sforzo di cambiamento in direzione di abitudini di vita compatibili con l’ ecosistema (8, 9) .

Per raggiungere gli obbiettivi auspicabili è tuttavia necessario perseguire strategie internazionali complessive di abbattimento delle emissioni da combustibili fossili . L’ UNEP (United Nations Enviromental Program ) in un recente rapporto ha stabilito che per ottenere l’ obbiettivo di contenimento  dell’ aumento di  temperatura entro 1.5 ° rispetto ai valori preindustriali è necessario abbassare ogni anno le emissioni del 7.6 % per il prossimo decennio . Ma l’ opinione generale è che tale target sia molto difficilmente perseguibile . L’ Unione europea (10) ha scelto di divenire carbon neutral entro il 2050 e ha portato il target di riduzione percentuale dal 40 al 50-55 % per il 2030 . Naturalmente le forze che remano contro questi obbiettivi sono molte e forti : leader negazionisti come Bolsonaro in Brasile o Trump negli Stai Uniti , interessi delle grandi multinazionali dei fossili . Non mancano segnali incoraggianti p.e. il disaccoppiamento del PIL rispetto alle emissioni clima-alteranti ; nell’ ultimo decennio le emissioni sono aumentate del 15 % rispetto a un aumento del PIL del 45 % . E’ comunque chiaro che la strada da percorrere in fretta e in maniera massiva è quella delle energie rinnovabili. I prezzi del solare e dell’eolico sono crollati ; oggi un modulo fotovoltaico costa il 90 % in meno di 10 anni fa . L’ energia eolica e quella fotovoltaica copriranno nel 2020 circa il 10 % del fabbisogno complessivo energetico ; nel 2019 in Europa l’ elettricità verde ha superato quella da fossili .

Ma l’elettricità verde riuscirà a soddisfare l’ intero fabbisogno energetico entro il 2050? Alcuni paesi a tal proposito si sono dati anche obiettivi più ambiziosi la Danimarca e l’Austria nel 2030 , la Scozia nel 2020 , le Hawai e il New Mexico nel 2045 . Le principali difficoltà riguardano l’ utilizzo delle rinnovabili nella mobilità e nel riscaldamento . Ma la strada è ormai tracciata in maniera univoca ; le grosse compagnie dell’ automotive stanno investendo pesantemente ( 300 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni ) nelle auto elettriche ; il calo dei costi di produzione delle batterie al lito sarà decisivo . Per quanto riguarda il riscaldamento politiche mondiali che puntino verso sgravi fiscali tipo ecobonus sono sempre più perseguite dai governi e appetite dagli utenti .

E’ comunque inevitabile associare a quanto sopradetto strumenti dissuasivi ; quello ampiamente condiviso   è la carbon tax (11) ossia una tassa governativa su ogni tonnellata di CO2 emessa ; alcuni stati la applicano già ma l’ entità della tassazione è spesso troppo bassa ( valore medio in 28 paesi che l’ hanno adottata 2 $ a tonnellata) ; il Fondo Monetario Internazionale ritiene che bisogna arrivare a 75 $ a tonnellata . L’ altro strumento è la riduzione e poi l’ abolizione degli sgravi fiscali e dei sussidi per i combustibili fossili ( pescatori camionisti , agricoltori ) ; perché questi tagli siano socialmente accettabili è necessario indicare in maniera chiara come verranno utilizzati i ricavi p.e. un carbon dividend per le fasce più svantaggiate della popolazione ossia p.e. un credito fiscale proporzionale agli introiti della carbon tax. Occorre insomma che la politica energetica non sia più considerata dagli Stati una cenerentola ma diventi centrale e soprattutto che la sua necessità e i suoi fini siano largamente condivisi dalla popolazione con un’ adeguata campagna di informazione .

Esistono anche proposte di tipo ingegneristico per ridurre i gas clima-alteranti :

  • Iniettare aerosol negli strati alti delle nubi per aumentare la quota di calore riflessa verso lo spazio anziché verso il suolo 
  • Catturare la CO2 e immagazzinarla in vario modo p.e. nelle cavità sotterranee dell’ Islanda (12)

In conclusione il decennio che ci attende sarà decisivo per le sorti del nostro pianeta e per la stessa specie umana . Il problema climatico non è un’ invenzione di spiriti gentili ma una tragica realtà che sta sempre più disegnando scenari drammatici . Siamo interpellati tutti come famiglia umana per cambiare stili di vita , per validare nuove forme di produzione e di creazione energetica , per ricercare diverse modalità di controllo sull’ economia e la tecnologia mondiale . E’ una sfida ardua ma avvincente che si costruirà giorno per giorno anche a partire dalla base , dai cittadini , dai corpi intermedi .

 

Lavoro: Istat, “a giugno la disoccupazione risale a 8,8%”

Rispetto al mese di maggio 2020, a giugno prosegue, a ritmo meno sostenuto, la diminuzione dell’occupazione e la crescita del numero di persone in cerca di lavoro, a fronte di un calo dell’inattività. Continua anche il recupero del numero di ore lavorate pro capite.

La diminuzione dell’occupazione su base mensile (-0,2% pari a -46mila unità) coinvolge le donne (-0,9% pari a -86mila), i dipendenti permanenti (-0,4% pari a -60mila) e gli under50, mentre gli occupati aumentano tra gli uomini (+0,3% pari a +39mila), i dipendenti a termine, gli indipendenti e gli ultracinquantenni. Nel complesso, il tasso di occupazione scende lievemente, attestandosi al 57,5% (-0,1 punti percentuali).

L’aumento delle persone in cerca di lavoro è consistente (+7,3% pari a +149mila unità), riguarda soprattutto gli uomini (+9,4% pari a +99mila unità, contro il +5,0%, pari a +50mila, delle donne) e interessa tutte le classi di età. Il tasso di disoccupazione risale all’8,8% (+0,6 punti) e, tra i giovani, al 27,6% (+1,9 punti).

La diminuzione del numero di inattivi (-0,7% pari a -99mila unità) si registra tra gli uomini (-2,5% pari a 131mila unità) e tra i minori di 64 anni, a fronte di un aumento delle donne inattive (+0,4% pari a +31mila). Complessivamente cala il tasso di inattività che si attesta al 36,8% (-0,3 punti).

Nella media del secondo trimestre 2020, rispetto al primo, l’occupazione risulta in evidente calo (-2,0% pari a -459mila unità) per entrambe le componenti di genere.

Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-15,7% pari a -364mila), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,9% pari a +793mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione hanno determinato un calo rilevante rispetto al mese di giugno 2019 (-3,2% pari a -752mila unità), che coinvolge entrambe le componenti di genere, i dipendenti (-613mila), gli autonomi (-140mila) e tutte le classi d’età; l’unica eccezione risultano essere gli over50 (+102mila). Il tasso di occupazione scende in un anno di 1,8 punti.

Infine, nell’arco dei dodici mesi, calano in misura consistente le persone in cerca di lavoro (-11,5%, pari a 286mila unità), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+6,8%, pari a +899mila).

L’indagine statistica ha risentito degli ostacoli che l’emergenza sanitaria in corso pone alla raccolta dei dati di base. Sono state sviluppate azioni correttive che ne hanno contrastato gli effetti statistici negativi e hanno permesso di elaborare e diffondere i dati relativi al mese di giugno 2020.

Al via Futurae, per promuovere e conoscere le imprese migranti

Formare, accompagnare nei primi passi e conoscere meglio l’imprenditoria migrante, volano di autonomia, occupazione, sviluppo dei territori e internazionalizzazione.
Questi gli obiettivi di Futurae, progetto nato dalla collaborazione tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Unioncamere, finanziato dal Fondo Nazionale Politiche Migratorie.

Con Futurae, prende il via in questi giorni un programma di formazione e affiancamento presso una serie di Camere di Commercio attive in 18 province italiane: Biella-Vercelli, Torino, Como-Lecco, Milano Monza e Brianza, Pavia, Padova, Venezia-Rovigo, Verona, Modena, Reggio Emilia , Roma, Caserta, Bari e Cosenza.

Rivolgendosi a un’ampia platea di aspiranti imprenditori composta da migranti, seconde generazioni e cittadini dell’Unione Europea, le Camere di Commercio li inseriranno in percorsi di orientamento e di valutazione della propensione imprenditoriale, al termine dei quali una parte di loro accederà a iniziative di accrescimento delle competenze tecniche, organizzative, commerciali e normative rispetto al contesto economico-imprenditoriale italiano. Dopo essere stati così formati, gli aspiranti imprenditori saranno affiancati nello sviluppo dei business plan, nell’individuazione di canali di finanziamento e nell’accesso al credito. Infine, verranno selezionati e accompagnati allo startup i progetti più sostenibili, per creare nuove aziende a titolarità migrante o mista.

A queste azioni sui territori, il progetto Futurae ne affiancherà altre a livello nazionale per studiare le caratteristiche e le potenzialità dell’imprenditoria migrante, anche nei suoi rapporti con il resto del sistema produttivo, in modo da poter orientare meglio politiche e interventi. Sarà questo il compito di un Osservatorio nazionale sull’inclusione socioeconomica e finanziaria, che metterà a fattore comune i dati già in possesso delle Camere di commercio, realizzerà ulteriori indagini e pubblicherà un rapporto con i risultati. Infine, verrà attivato un cruscotto digitale interattivo per navigare tra i dati delle imprese migranti e si darà attuazione al “cassetto digitale dell’imprenditore”, con documenti e informazioni di interesse per i titolari stranieri.

“L’integrazione si realizza anche in percorsi di autoimpiego e imprenditorialità che contribuiscono allo sviluppo dell’intero sistema produttivo. Il progetto Futurae mira a favorire l’autonomia e la qualificazione di chi ha scelto l’Italia per dare gambe alle proprie aspirazioni, ma anche a mettere questa energia al servizio di tutta la comunità”, commenta Stanislao Di Piazza, Sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali. “Le imprese non sono isole, vivono dello scambio continuo con le persone e i territori che le vedono nascere e crescere. Anche per questo – sottolinea Di Piazza – abbiamo aperto il progetto a migranti e italiani, che potranno formarsi insieme e magari unire buone idee, capacità e sforzi in imprese comuni, laboratori di vera inclusione”.

“Oggi ci confrontiamo con imponenti flussi migratori e vale allora la pena ricordare che, oltre alle politiche di accoglienza, vanno messi in campo strumenti e politiche di integrazione a basso costo per il nostro paese”, commenta il Presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. “Ancora di più oggi, che ci confrontiamo con i problemi connessi all’emergenza sanitaria. Tra queste azioni, quelle di supporto all’avvio dell’attività imprenditoriale, in cui le Camere di Commercio giocano un ruolo importante a favore di quanti vogliono trasformare una buona intuizione in un progetto di vita e di lavoro”.

Secondo gli ultimi dati elaborati da Unioncamere-InfoCamere sulla base dei registri delle Camere di Commercio, le imprese migranti sono oltre 621 mila, il 10% delle imprese registrate in Italia, concentrate prevalentemente nel Commercio all’ingrosso e al dettaglio (oltre 210 mila imprese), nelle Costruzioni (quasi 142 mila) e nei Servizi di alloggio e ristorazione (circa 52 mila). Si tratta prevalentemente di ditte individuali (oltre 475 mila, il 76%) e i Paesi d’origine più rappresentati tra i titolari sono, nell’ordine, Marocco, Cina e Romania.

Dottori in pensione nelle scuole contro il Covid

“Utilizziamo i medici in pensione nelle scuole”, dove “va garantita la sicurezza e la prevenzione nei plessi scolastici”. Si tratta di una “risorsa professionale totalmente inutilizzata, professionisti esperti e perfettamente formati con esperienza ultratrentennale, ben aggiornati e spesso in prima linea su Covid-19”. E’ l’appello che la Simg, Società italiana di medicina generale e delle cure primarie rivolge, in una lettera, ai ministri dell’Istruzione Lucia Azzolina e della Salute Roberto Speranza.

La proposta è di coinvolgere medici di medicina generale in pensione, “in forma totalmente gratuita e volontaria, per le finalità e con le procedure individuate a supporto della riapertura degli istituti scolastici a tutela, oltretutto, dell’intera comunità”.

 

Massimo Cacciari: Il lavoro dello spirito

Prof. Cacciari è appena uscita la versione aggiornata del Suo saggio “Il lavoro dello spirito”, edita da Adelphi. In questo libro Lei prende in considerazione e approfondisce due celebri conferenze tenute tra il 1917 e il 1919 da Max Weber all’Università di Monaco: “La scienza come professione” e “ La politica come professione”, poi raccolte in un’unica opera intitolata “Il lavoro intellettuale come professione”, un testo fondamentale per la sociologia. Qual è il valore fondativo di queste lezioni weberiane, da punto di vista epistemologico e da quello pratico nel campo scientifico, politico e intellettuale?

Il valore epistemologico delle conferenze weberiane dedicate alla “geistige Arbeit” potrebbe essere individuato nella rigorosa distinzione tra sfera dell’essere e sfera del dover-essere, tra lavoro intellettuale-scientifico, volto alla comprensione della “natura” umana, e lavoro intellettuale-politico, volto a “condurla” e perciò stesso mosso dall’idea della sua modificabilità( a sua volta, però, scientificamente fondata sulla reale plasticità della nostra mente). Il valore politico-pratico consiste ,a mio avviso, nella visione del processo di parlamentarizzazione-democratizzazione come dell’unica forma possibile di governo delle potenze del Gestell tecnico-economico-finanziario.

Sovente la celebrità e la stessa rilevanza culturale dei “giganti” del pensiero resta legata ad una affermazione, un’intuizione, un’idea descrittiva, una sintesi efficace e geniale  che spiega in modo suggestivo analisi complesse e approfondimenti che vanno oltre le semplificazioni della definizione e del concetto in se’. In particolare in quali enunciazioni del grande filosofo e padre della sociologia moderna si coglie la “grandezza problematica” che Lei ben raccoglie ed evidenzia nel Suo illuminante saggio?

La grandezza dell’opera di Weber consiste nell’essere riuscita a serrare, quasi in un sistema, analisi delle forme economiche e di quegli aspetti del complesso dei rapporti sociali, che ingenuamente possono definirsi sovra-struttura, quasi si trattasse di elementi accessori o contingenti. I suoi studi di sociologia delle religioni sono, da questo punto di vista, la sua opera forse più impressionante.

Quando l’analisi tocca la politica nella sua dimensione ordinativa ed interpretativa della realtà sociale ed istituzionale e soprattutto nella esplicitazione della sua ragion d’essere, diventa inevitabile il richiamo a Max Weber per l’ampiezza dell’analisi e la solidità della sintesi, proiettata alla definizione dell’idea di senso della ‘politica come professione’, depositaria di una missione nobile, quel ‘Beruf ‘ che letto con gli occhiali della contemporaneità appare oggi sfocato e quasi privo di senso. Che cosa è andato smarrito di quella solida e costruttiva intuizione?

Nell’idea di Beruf, ovvero del lavoro come professione, Weber coglie il lascito più profondo – e che per lui dovrebbe valere anche come il più duraturo – dell’etica protestante, decisiva nella formazione dello spirito del capitalismo. Egli vorrebbe “salvare” questo lascito malgrado le radicali trasformazioni che tale spirito subisce. Si avvede bene che è in corso un drammatico divorzio tra quell’etica originaria e il capitalismo contemporaneo, e tuttavia non sa abbandonare l’idea di Beruf. Se il lavoro diviene quello del “doverante” esecutore nell’apparato burocratico, del demagogo irresponsabile nel campo politico, del mero specialista “astratto” dal Politico in campo scientifico, si chiuderà la “gabbia d’acciaio” dell’indefinito processo di accumulazione, di sviluppo-e-crisi, che costituisce il “culto” del sistema sociale capitalistico, e per il quale siamo messi tutti “al lavoro”.

Il pregio dell’analisi di Max Weber consiste  nell’aver individuato i caratteri connotativi della figura dello scienziato e del politico in relazione alla loro missione intellettuale. In tal modo scienza e politica riassumono due visioni della realtà anche nella sua dimensione sociale: resta sotteso il senso di una missione da compiere per ottimizzare la peculiarità dell’una e dell’altra in rapporto al perseguimento di un risultato che oggi potremmo definire con l’espressione “bene comune”. Mi pare che la lezione weberiana uscita dopo una guerra come idea di ricostruzione di un’idea di senso di scienza, tecnica, etica e politica e dopo aver attraversato una seconda guerra mondiale sia giunta intatta ai giorni nostri per la grandezza della sua ispirazione. Possiamo dire altrettanto rispetto alla considerazione ricevuta ad esempio dalla politica nel dispiegarsi delle sue applicazioni pratiche?

Sì, possiamo dire che Weber sia alla ricerca del “senso” del lavoro, delle forme del nostro fare nella loro storica determinatezza. Quale “senso” deve assumere il lavoro? Può ridursi al “lavoro necessario” per l’accumulazione e il suo indefinibile “progresso”? O il lavoro, tutto il lavoro, può orientarsi appunto secondo l’idea regolativa della “geistige Arbeit”? E cioè di un lavoro “libero” dalla meccanica, calcolante e basta, mera Zweckrationalitaet, senza per questo smarrire la propria necessaria struttura specialistica? Nel porre la domanda – cui non so se vi sia risposta – Weber era anche erede, come ho mostrato nel mio saggio, di profondi motivi del pensiero degli idealisti classici e anche della Romantik.

Come spiega il filosofo Cacciari il concetto di “razionalizzazione” della conoscenza e della pratica esplicitato da Max Weber? Potremmo parlare di semplificazione , non di impoverimento: eppure larga parte della cultura contemporanea si basa sui surrogati e sui luoghi comuni del sapere che finiscono con il cancellare il valore della cultura stessa intesa come sintesi necessaria di tradizione e innovazione. In questo senso lei pensa che la dilagante evoluzione tecnologica del 900 abbia favorito i processi di generalizzazione e di omologazione a discapito del pensiero critico? Già Heidegger aveva adombrato i pericoli della diffusione della tecnica nei confronti dell’umanizzazione e dell’interiorità del pensiero pensante…
Recentemente il compianto Prof Giulio Giorello aveva insistito sul concetto di tecnica come espressione di umanità  e componente essenziale della sua emancipazione.  Possiamo dire con Max Weber che tale intuizione era già stata anticipata nella sua strenua difesa del “pensiero critico?

Weber concepisce la Tecnica – nel suo senso infinitamente più che tecnico! – in modo molto diverso da Heidegger ( e io ritengo, invece, molto vicino al pensiero nietzschiano). Non può esistere “geistige Arbeit” oggi che si opponga astrattamente alla potenza della Tecnica. Lo stesso Politico, che non può, anche semplicemente per sopravvivere, ridursi a “amministrare” le conseguenze e gli effetti del progresso della Tecnica, dovrà organizzarsi “tecnicamente” per valere, per contare. Non esiste nel mondo contemporaneo volontà di potenza se non nell’ambito di sistemi, strutture, ”macchine” tecnicamente concepite. Nessun destino, però, per Weber, esclude che l’”apparato”, laddove la prassi politica si configuri nei termini prospettati nella famosa conferenza, possa essere governato verso fini che non sono naturalmente immanenti alla sua origine. Certo, si potrebbe dire che un’azione politica di questo tipo assume per Weber un timbro addirittura eroico.

I temi dello “spaesamento” , della società puntiforme, della mancanza di riferimenti centro-periferia, fino alla  società liquida di Zygmunt Bauman –evocano un modello sociale attraversato dalle problematiche della globalizzazione, quindi  storicamente lontane dalle idee che Max Weber aveva della cultura, della società e dello Stato. Per certi aspetti potremmo anzi parlare di Lui come del padre della burocrazia moderna, eppure ciò che lo mantiene sideralmente lontano dalle degenerazioni pervasive della burocrazia del presente è il solido puntello etico che egli pone a fondamento dei requisiti che uomini e apparati devono possedere: “La questione centrale non è come portare avanti o accelerare questa macchina, ma cosa “opporle” al fine di conservare un residuo di umanità in questo dominio esclusivo degli ideali di vita burocratica». Sarebbe dunque oggi Max Weber un acerrimo nemico dell’oppressione burocratica e dei suoi condizionamenti alle istituzioni e alla vita sociale del nostro tempo?

Weber esalta la necessità dell’organizzazione burocratica! Altro che oppressione! Opprime, ci opprime, una burocrazia che non funziona, non rivolta allo scopo coi mezzi più economici. E un apparato burocratico non funziona o quando non sia politicamente diretto, o quando la guida politica intenda porre le proprie “convinzioni” a prescindere da ogni etica della responsabilità, o quando la debolezza della politica lo costringa a azioni di supplenza che non gli appartengono.

Trovo bellissimo e ricco di significati – che solo attraverso una attenta lettura del testo possono essere colti nella loro ricchezza concettuale – il titolo del Suo libro. In che cosa consiste dunque questa sintesi efficace ed originale di “lavoro dello spirito”, Professore?

Lavoro dello spirito è ogni lavoro che miri al massimo sviluppo, alla massima potenza, alla perfezione teorica e pratico-operativa della nostra mente, così da liberarci da ogni forma di occupazione dipendente, servile, da rendere ogni forma del nostro fare espressione della nostra volontà. Lavoro dello spirito è il lavoro consapevole che un tale fine non si persegue “privatamente”, che esso riguarda l’intelletto agente del nostro genere nella sua totalità. È il lavoro dello spirito appunto, non mio o tuo, ma tale lavoro si incarna e esprime in quello di ognuno, nel mio e nel tuo.

Digitale americano e cinese

Nel giorno in cui Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore di Facebook (che comprende Instagram e Whatsapp) , Jeff Bezos, suo pari in Amazon, Tim Cook, amministratore delegato di Apple e Sundar Pichai che da cinque anni guida Google – in pratica gli uomini più potenti del mondo che gestiscono un capitale complessivo di 5 triliardi di dollari –  compaiono in videoconferenza  davanti al Congresso degli Stati Uniti per rispondere alle domande dei parlamentari sullo strapotere dilagante, i molti lati oscuri del digitale e le presunte minacce alla democrazia, alla trasparenza e al trattamento dei dati personali dei cittadini, una notizia in parallelo ci giunge da “Il Punto” del  Corriere della Sera, con un articolo di Guido Santevecchi.

Secondo il Magazine gli hacker cinesi hanno perforato l’invulnerabilità del Vaticano servendosi di un trojan inserito una lettera (vera) del Segretario di Stato della Santa Sede Card. Parolin: sarebbe accaduto a maggio, in occasione di trattative diplomatiche tra i due Stati sulle nomine dei vescovi cinesi. Per quanto riportato da Il Punto e attribuito alla Società di monitoraggio americana Recorded Future che ne ha anticipato il contenuto al New York Times, un malware sarebbe stato introdotto da un gruppo cinese denominato RedDelta in una lettera di condoglianze per la morte di un vescovo inviata da Parolin alla Holy See Study Mission di Hong Kong, che agisce da agenzia di collegamento tra il Vaticano e le 33 province della Repubblica Popolare cinese, per tenere i contatti con le sedi apostoliche in quel paese. 

Sommando le due notizie – quella americana e quella cinese – qualche riflessione dovrebbe scaturire tra gli strenui difensori della digitalizzazione come processo irreversibile di emancipazione e di democrazia.

Mentre i 4 grandi di Facebook, Apple, Google e Amazon esporranno strategie e risposte ai quesiti loro posti in pubblica audizione, il Ministro degli esteri cinese da Pechino si affretta a smentire le illazioni che riguardano la spy-story del Vaticano, affermando che la Cina “è un fermo difensore della cybersicurezza” e che prima di formulare accuse bisognerebbe avere “ampie prove invece di semplici congetture”.

Una strategia difensiva già dispiegata in risposta alle accuse di una parte del mondo occidentale (in particolare da USA e Regno Unito ma non dalla Germania – che è il partner principale nel commercio con Pechino – e non dall’Italia, che ha sottoscritto a marzo 2019 il Memorandum della “Via della seta” con il Governo cinese) in occasione della diffusione pandemica del Covid 19, che vanno dalla mancata informazione al mondo dell’incipit virale di Wuhan con il silenzio dell’OMS (da cui gli USA si sono dimessi) ad accuse di complotti e virus generati in laboratorio, come arma letale di una strategia espansiva globale.

Si tratta – lo possiamo ben capire – di tematiche che ci ricordano i film di spionaggio e fantascienza delle quali il semplice cittadino prende atto, in un coacervo di affermazioni e di smentite, con angoscia e paura.

Sommessamente aggiungerei una notizia che risale all’autunno scorso e che riguarda la fornitura di cellulari cinesi al nostro Ministero della Difesa che li aveva immediatamente sostituiti con altra dotazione, nel dubbio, nel sospetto o nella certezza che fossero taroccati per trasmettere dati e segreti militari dalla nostre inconsapevoli Forze armate al Paese fornitore: notizia durata un giorno sui quotidiani e mai più ripresa. Certamente la fine della globalizzazione sostituita dalla tenaglia USA-Cina non contribuisce a rasserenare il clima delle relazioni internazionali: si ha la parvenza di una escalation che il mondo del digitale può favorire: molto di quanto accade passa sopra le nostre teste e si ha l’impressione che si tratti di qualcosa di talmente grosso e pervasivo da condizionare i destini del pianeta.

Uno dei motivi per cui l’U.E. ha trovato un faticoso accordo sul Recovery Fund è proprio quello di ricompattare strategie comunitarie che ci evitino di rimanere isolati economicamente dal mondo o di essere stritolati in questa ganascia letale tra le due superpotenze.

Ai fautori del digitale ‘costi-quel-che-costi’ va ricordato che può essere un grande passo avanti per l’umanità, in tema di lavoro, salute, comunicazione, formazione, energie rinnovabili e strategie green.

Viceversa potrebbe diventare un’arma strumentale, gestita da pochi, con finalità ben diverse da quelle conclamate e interessi egemonici per guerre stellari, dove la scienza, privata di una base etica, può orientare i destini del pianeta, obnubilare le coscienze e sostituire il reale con il virtuale, la mente con le macchine, mistificando come progresso alimentato con innegabili vantaggi la fine della nostra capacità critica e della stessa libertà. Un “paese dei balocchi” in 5G dove non ci divertiremmo affatto.

 

Abbiamo bisogno di più informazioni

Abbiamo più volte cercato di esaminare gli aspetti più evidenti del fenomeno che da fine febbraio ad oggi caratterizza questa triste stagione.

Ci siamo premurati di mettere in risalto ciò che appare immediatamente. Ma, così facendo, abbiamo forse trascurato ciò che sta nella penombra di questo periodo. Nei miei brevi pezzi, non ho mai avuto cura di soffermarmi su questo terreno. Intendo, sempre con modesta capacità analitica, guardare gli effetti derivanti dal corona virus.

Quindi non quelli sanitari, quelli politici e quelli fortemente economici. Voglio invece fermarmi e riflettere, pur se in queste contenute righe, sulle ricadute concrete degli atti ministeriali relativi all’epidemia. Ricadute che riguardano le famiglie, i lavoratori, le imprese. In breve, qual è lo stato di attuazione delle volontà governative di queste figure.

In sostanza, con quale regolarità sono stati concretamente accreditati i fondi promessi. Le partite IVA sono state tutte soddisfatte? I tempi sono stati rispettati? La cassa integrazione per milioni di lavoratori è stata erogata con la regolarità prevista? Faccio queste domande perché, curiosando a raggio ridotto, mi è capitato di sentire qualche lamentela. Se tra i lettori vi fossero espressione di conferma, in un senso e nell’altro, potrebbero, scrivere, più o meno avvalorare le notizie che ho raccolto.

So per certo che la partita relativa ai finanziamenti mediati dalle banche e garantiti dallo Stato, trovano resistenze e difficoltà di non poco conto. Questo fatto è comunque spiegabile, perché quel mondo – quello delle banche – è pur sempre un mondo complesso e vive da almeno dieci anni una condizione d’incertezza che le mette sempre in allerta per qualsiasi passo siano tentate di fare.

In Turchia passa la legge anti social

Il parlamento turco ha approvato una legge che consentirà al governo un pieno controllo sui social media. Giganti come Facebook, Twitter e Youtube d’ora in avanti dovranno avere un referente locale che vigilerà sui contenuti e ne deciderà l’eventuale rimozione in base alle norme vigenti in Turchia.

La legge è stata proposta dal partito del presidente Recep Tayyip Erdogan, Akp.

Il testo prende di mira in particolare i social network che hanno oltre 1 milione di visitatori unici al giorno. Tra l’altro, prevede che i server che contengono dati di utenti turchi siano conservati in Turchia.

I gruppi per i diritti umani temono che il provvedimento dia un ulteriore colpo alla libertà di espressione e possa impedire l’accesso ad un’informazione indipendente o critica in un Paese in cui i principali media sono nelle mani dello Stato o di imprenditori vicini al governo.

Prevenzione antimafia più efficace negli appalti con le modifiche alle white list

Rendere  più  penetranti  i  controlli  antimafia negli appalti relativi ai settori economici più attrattivi per la criminalità organizzata.

È l’obiettivo delle modifiche normative apportate di recente per rafforzare l’attività di prevenzione contro le aggressioni criminali all’economia legale: si tratta di una rimodulazione e un ampliamento dei settori di attività considerati “sensibili” nei quali si articola ciascuna white list tenuta da ogni prefettura.

Questa ultima contiene l’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori che operano in certi settori e che, a seguito degli accertamenti effettuati preliminarmente all’iscrizione e ai controlli che seguono, non sono considerati soggetti economici a rischio di infiltrazione mafiosa.

Con una circolare ai prefetti il Viminale fornisce ora le indicazioni operative per adeguare le white list alle innovazioni introdotte dal decreto legge n. 23/2020 (convertito dalla legge n.401/2020), che ha individuato nuove attività a maggior rischio di infiltrazione mafiosa: servizi funerari e cimiteriali, ristorazione, gestione delle mense e catering, servizi ambientali.

In quest’ultima categoria, spiega la circolare, confluiscono le attività già previste di trasporto di materiali a discarica per conto terzi, di trasporto, anche transfrontaliero, e smaltimento di rifiuti per conto terzi, e sono ora ricomprese raccolta,  trasporto (sia nazionale che transfrontaliero, anche se svolto per conto di terzi), trattamento e smaltimento dei  rifiuti, risanamento, bonifica e gli altri servizi connessi alla gestione dei rifiuti.

Alla circolare è allegato lo schema per adeguare l’articolazione dell’elenco. Anche i modelli per le domande di iscrizione alle white list da parte delle imprese dovranno essere modificati di conseguenza.

Covid: la Russia potrebbe presentare il primo vaccino il 10 agosto

La Russia sostiene di essere pronta in meno di due settimane ad approvare il primo vaccino per il Covid-19. Lo riporta la Cnn, citando le dichiarazioni di funzionari russi che sostengono di lavorare alla data del 10 agosto, o anche prima, per l’approvazione del vaccino, sviluppato dall’Istituto Gamaleya di Mosca.

“E’ un momento Sputnik”, sostiene Kirill Dmitriev, a capo del fondo sovrano russo che finanzia le ricerche per il vaccino, riferendosi al lancio del primo satellite al mondo nel 1957 da parte dell’allora Unione Sovietica. “Gli americani rimasero sorpresi quando sentirono i bip dello Sputnik. E’ lo stesso col vaccino. La Russia ci arriverà per prima”.

 

Accordo UE: luci e ombre, come sempre

La storia dell’Unione Europea è densa di vertici notturni, trattative infinite, compromessi al ribasso. Con queste accidentate modalità essa è riuscita, anno dopo anno, a progredire nella propria avventura. Certo, il passo non è quello sicuro del montanaro, lento e corto ma continuo. Ogni tanto l’Unione si ferma, volge all’indietro lo sguardo per poi magari ripartire con uno strappo. E’ andata così anche stavolta. Solo che in questa occasione i rischi di un suo naufragio erano davvero alti, dovendo essa reagire di fronte alla più grave crisi sanitaria ed economica patita dalla comunità umana dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La risposta è stata all’altezza, e solo i cantori dell’antieuropeismo ad-ogni-costo sono riusciti a negarlo, peraltro con eco assai scarsa. Vero è, piuttosto, che volendo andare oltre il primo entusiasmo e oltre i numeri un osservatore attento rileva i problemi che inesorabilmente l’estenuante negoziato concluso dieci giorni fa reca con sé. 

Le cifre sono imponenti, anche perché si aggiungono agli interventi già previsti, ivi inclusi quelli adottati dalla Banca Centrale Europea. Si tratterà di utilizzare questa enorme massa di denaro al meglio e nei tempi giusti (e questo sappiamo sarà il principale problema dell’Italia). Esse arrivano certo a valle di un compromesso, come sempre accade in questi casi. Ma soprattutto arrivano perché i due principali Paesi dell’Unione – Germania e Francia – hanno ricercato e infine trovato, nei mesi scorsi, un’intesa che è vitale per i destini dell’Unione medesima. I loro leader hanno entrambi un valido motivo per favorire il successo di Bruxelles: Merkel per lasciare una legacy politica di alto profilo, e quindi non solo limitata al proprio Paese; Macron perché su una certa idea di Europa vinse le elezioni, nel 2017, e cercherà di rivincerle, nel 2022. La presenza al vertice della Commissione di un’altra tedesca, Ursula von del Leyen, compagna di partito della Cancelliera nonché personalità in evidente crescita di standing, ha aiutato l’impresa. Un’impresa non da poco: l’emissione, per la prima volta, di debito comune europeo per finanziare la ripresa economica principalmente nei Paesi maggiormente colpiti dall’epidemia Covid-19. Un esempio di sussidiarietà nel senso della coesione che davvero non può venire sottovalutato. 

Dentro questo risultato dalla forte valenza politica, destinato a segnare un punto importante per il futuro della UE, vi sono alcuni dati negativi legati al compromesso raggiunto che è giusto rilevare ma non sopravalutare; ma vi sono pure alcuni problemi di fondo che viceversa vanno considerati con estrema preoccupazione.

Fra i primi indubbiamente il più insopportabile è rappresentato dalla riduzione dei contributi di alcuni Paesi (quelli a guida olandese che più si sono battuti contro il Recovery Fund così come era stato delineato dalla Commissione) al bilancio settennale UE. Un bilancio che (se non fosse per il Fondo per la Ripresa o Next Generation UE, 750 miliardi) è già di suo insufficiente (1074 miliardi, circa l’1% del PIL di ogni Paese membro) ed ora, detratti gli oltre 50 miliardi ottenuti quali “rebates” dai c.d. “frugali” (aggettivazione invero insulsa), lo sarà ancora di più. La riduzione determina, va da sé, alcuni tagli: al programma Horizon per la ricerca, al nuovo Piano Juncker per gli investimenti (ora chiamato InvestUE), a programmi già definiti dalla Commissione per rafforzare i sistemi sanitari nazionali (e questo è molto grave), agli aiuti umanitari e ad altre voci ancora.

Altra negatività (probabilmente però più di facciata che di sostanza) è l’attivazione del “freno d’emergenza”: un nuovo esempio della fantasia degli euro-burocrati nel denominare meccanismi di verifica spesso astrusi quando non incomprensibili. Nel caso, si tratta del compromesso che ha consentito di superare l’inaccettabile pretesa olandese per la quale ogni Paese avrebbe potuto opporre il diritto di veto nei confronti dei piani di spesa di qualsivoglia altro partner. Un’opzione che evidentemente avrebbe smantellato il Recovery Fund prima ancora della sua partenza. Ora il “freno” si limita – con un massimale temporale di tre mesi – a una possibile segnalazione al Consiglio Europeo delle supposte violazioni da parte di un altro Paese membro dei criteri di spesa stabiliti.

Un piccolo bilanciamento a questi elementi di compromesso al ribasso lo si registra da un lato (ed è un fatto importante perché anch’esso è una novità assoluta) nella raccolta diretta da parte dell’Unione di entrate fiscali nel settore ambientale. Così come l’opportuna indicazione da parte della Commissione sulla necessità di indirizzare le risorse del fondo verso l’occupazione, la digitalizzazione, la sostenibilità ambientale.

Ma i problemi di fondo, si diceva, quelli che si ripresenteranno e potranno indebolire notevolmente il percorso dell’Unione sono altri. Meritano un approfondimento ben maggiore di quello che si può fare qui ora. Però almeno farvi fugace accenno è possibile, salvo riprenderli in un prossimo futuro per una più compiuta analisi.

La pressione sovranista, innanzitutto. Pare oggi più debole, ma non lo è. Mark Rutte, premier dei Paesi Bassi dal 2010, è lo stesso politico che nei primi mesi del 2017 sconfisse il favorito dai sondaggi, l’odiatore xenofobo antieuropeista Gert Wilders. Il prossimo anno i due si scontreranno di nuovo e il leader liberale ha deciso di non volersi scoprire su quel versante: la sua antipatica battaglia, che è parsa quella di un insopportabile burocrate primo-della-classe con quei suoi occhialini tondi, in realtà è stata tutta politica. Problemi analoghi avevano i capi delegazione degli altri stati nordici. Lo si è detto mille volte, ma il fatto è che nell’Europa democratica ove si tengono periodicamente libere elezioni ogni politico innanzitutto fa i conti col proprio elettorato, nazionale, e solo in un secondo tempo, eventualmente, si misura con i problemi e le necessità dell’Unione. I conflitti interstatuali nascono innanzitutto da qui.

E poi vi è la divisione sociale, non solo economica, fra Europa del Nord ed Europa mediterranea con la prima che – ora orfana di Londra – vede nella UE solo un mercato comune, secondo una logica e un vissuto commerciale che non immagina neppure lontanamente un qualsiasi sviluppo politico di natura federale. Nonché quella, più grave se possibile, fra Europa dell’Ovest e Europa dell’Est, quest’ultima rimasta per lunghi anni sotto il giogo comunista e le cui Nazioni ora vedono nella UE una sorta di erogatrice di fondi a ricompensa di un mancato sviluppo dovuto al loro esser state private per troppi anni della libertà d’intrapresa. Abilissimo nell’utilizzo del potere di veto, il Gruppo Visegrad sa come pretendere e ottenere risorse finanziarie ma non si preoccupa minimamente di superare la cultura illiberale (che tuttora si annida nei meandri della politica dei Paesi che lo compongono) in favore della logica indisponibile della democrazia di matrice occidentale. E così la giusta idea per la quale si legava l’erogazione dei soldi del Fondo per la Ripresa al rispetto dello stato di diritto (davvero una condizionalità minima e obbligatoria in un luogo come l’Europa) ha dovuto essere sacrificata sull’altare del compromesso. 

Argomenti, questi, che meritano un serio approfondimento ma che ci fanno sin d’ora capire quali saranno i punti dirimenti che i Ventisette dovranno affrontare a pandemia finita e che si riassumono in un unico quesito: come procedere? Secondo un’idea confederale? Secondo un processo di differenziazione fra Paesi che uniranno ancor più politiche e risorse e altri che seguiranno (solo se lo vorranno) in un non precisato futuro (ovvero il c.d. sistema a “doppia velocità”)? Secondo un metodo misto comunitario e intergovernativo ma semplificato dall’abolizione dell’obbligo del voto all’unanimità e dalla contemporanea adozione del voto a maggioranza ponderata? 

Interrogativi ricchi di significati alternativi per i destini dell’Europa comunitaria. Fa specie che a essi le forze politiche del continente, o le “famiglie” politiche, come spesso usa dire, pare proprio non dedichino attenzione alcuna. Divise al loro interno da logiche che, inutile negarlo, sono sostanzialmente nazionali(stiche) esse non paiono in grado neppure di avviare un dibattito in argomento perché, semplicemente, allo stato esse non esistono, mere sigle vuote, prive di qualsiasi legame con la realtà. Un’altra questione con la quale fare i conti, in questa Europa in divenire.

Bankitalia: sul Pil incertezza elevata

Il Pil italiano nel secondo trimestre è stato in diminuzione (si attesta attorno al -10%), a causa degli effetti delle misure di sospensione dell’attività produttiva (soprattutto ad aprile). Gli indicatori mostrano segnali di miglioramento a partire da maggio: la produzione industriale è tornata a salire (oltre +40% rispetto ad aprile).

Allo stato attuale si prefigura una caduta del Pil del 9,5% nella media del 2020, dovuta alla contrazione in primavera, e una ripresa parziale nel biennio successivo (+4,8% nel 2021 e +2,4% nel 2022) e in uno scenario più sfavorevole, se ci saranno cioè sviluppi negativi sul fronte epidemiologico, il Pil italiano potrebbe contrarsi di oltre il 13% nel 2020 e recuperare in misura più contenuta nel 2021.

Tuttavia in questi scenari non sono considerati gli ulteriori interventi possibili con lo scostamento di bilancio proposto dal governo e con le risorse anticrisi definite in sede europea (Next Generation EU).

Fabrizio Balassone (capo del servizio Struttura economica della Banca d’Italia), nel corso dell’audizione nelle commissioni Bilancio congiunte di camera e Senato sul Piano nazionale di riforma e sulla relazione con la richiesta di scostamento. ha sottolineato che: “Per il nostro Paese inizia ora un percorso tutt’altro che agevole. Andranno delineati in tempi rapidi progetti di investimento e di riforma lungimiranti, concreti e dettagliati; soprattutto tali progetti andranno attuati senza ritardi e inefficienze. E’ la condizione per garantire l’effettivo accesso ai finanziamenti previsti dal Next Generation EU, per rilanciare la crescita e la produttività dell’economia italiana”

Audizione nell’ambito dell’attività conoscitiva preliminare

Assaeroporti: “Trend in graduale ripresa, ma le prospettive rimangono nere”.

Assaeroporti afferma che: “la ripartenza ancora lenta per gli scali italiani non ci induce a pensare ad aspettative rosee”.

“Sebbene le proiezioni di luglio confermino il trend di graduale ripresa con +1,2 milioni di passeggeri – si sottolinea- nelle prime tre settimane rispetto a giugno 2020, anche per effetto della riapertura di numerosi collegamenti nazionali ed europei, le stime per il 2020, in costante aggiornamento, continuano ad essere riviste al ribasso”.

“Ad oggi – continua l’associazione- si prevede che l’anno possa chiudersi con un traffico complessivo pari a circa 67 milioni di passeggeri, ovvero con un -65% sul 2019 e una perdita di quasi 130 milioni di passeggeri rispetto ai 200 milioni previsti prima della pandemia”.

Per questo Assaeroporti ritiene che, in questo contesto, siano indispensabili interventi di sostegno diretto, “soprattutto attraverso la costituzione di un apposito Fondo a favore dei gestori e l’introduzione di una serie di alleggerimenti fiscali, come la riduzione, soprattutto per i piccoli aeroporti, dell’addizionale comunale sui diritti di imbarco, tassa che grava su tutti i passeggeri aerei che partono dagli scali nazionali”.

“Per garantire la ripartenza del Paese, occorre un forte intervento a sostegno degli investimenti del comparto aeroportuale: la crisi in atto rischia di compromettere la realizzazione dei piani degli interventi già programmati, pari solo nel 2020 ad oltre 1 miliardo di euro”.

Quasi 160mila candidature per concorsi funzionari e SNA

Numeri ragguardevoli, in termini di partecipazione, per i concorsi nella Pa con procedura gestita da Formez e totalmente digitalizzata, grazie alla piattaforma ‘Step One 2019’, nonché prove informatizzate, come previsto dalle recenti norme del decreto Rilancio. Oltre 137mila candidature al concorso unico da 2.133 funzionari a tempo pieno e indeterminato, da inquadrare nell’Area funzionale III-F1 o categorie o livelli equiparati, nei ruoli di varie amministrazioni.

E oltre 21mila candidati per l’ammissione di 315 allievi al corso concorso della SNA (Scuola Nazionale dell’Amministrazione) finalizzato al reclutamento di 210 dirigenti nelle amministrazioni statali, anche a ordinamento autonomo, e negli enti pubblici non economici. Cifre cui si si aggiungono ben 29.146 ticket (richieste di assistenza) lavorati e chiusi. Concorsi più rapidi, snelli e soprattutto nuove competenze: il cambio di passo, infatti, si concretizza anche nel peso che quelle trasversali e manageriali assumono finalmente nel processo di selezione in seno alla Pubblica amministrazione.

Una svolta, fortemente voluta dal ministro Dadone, che segna il rilancio della stagione del reclutamento, dopo anni di blocco del turn over, con l’obiettivo di proiettare la Pa verso le sfide del futuro.

Coprifuoco e mascherina obbligatoria ad Anversa dinanzi all’impennata di contagi da coronavirus.

Le autorità belghe hanno ordinato il divieto di spostamenti – tranne che per attività essenziali – tra le 23.30 e le 6 del mattino, mentre la mascherina sarà obbligatoria in tutti i luoghi pubblici e laddove non possa essere mantenuto un distanziamento fisico di almeno 1.5 metri.

Vietati anche gli sport di contatto, mentre gli sport di squadra sono autorizzati solo per i minori di 18 anni. Obbligatorio, infine, il telelavoro, laddove sia possibile.

Secondo gli ultimi dati, nella settimana dal 18 al 24 luglio in Belgio è stata registrata una media di 311,4 casi al giorno, un aumento del 69% rispetto alla settimana precedente.

Alla ricerca della vocazione perduta

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Cetera

C’è un buco nel sistema scolastico, che pur essendo macroscopico viene spesso sottaciuto nella sua gravità. Si tratta della capacità della scuola di saper contribuire alla formazione di un orientamento alle scelte universitarie e lavorative successive al percorso scolastico. Se la scuola è — o dovrebbe essere — soprattutto scuola alla vita, la mancanza di un supporto allo svelamento della propria vocazione, è evidentemente una mancanza grave.

In realtà in tutte le scuole superiori è prevista negli organigrammi una «funzione strumentale all’orientamento», ma quasi sempre si tratta di un ruolo burocratico il cui compito essenziale è di organizzare le presentazioni di marketing dei vari istituti accademici in concorrenza. Su ciò ulteriormente si innesta, occorre dirlo, un rigetto dei docenti al compito («non spetta a noi») e anche una diffusa impreparazione sull’argomento.

D’altronde, sempre più frequentemente la scelta della professione insegnante non è essa stessa tanto frutto di vocazione quanto di convenienza; e allora la domanda sorge provocatoria e spontanea: può efficacemente orientare chi è di per sé abbastanza disorientato?

Il problema è molto più serio di quanto possa a prima vista apparire; i risultati si vedono: un tasso di abbandono delle università tra i più alti in Europa, una percentuale di laureati sull’intera popolazione da fanalino di coda. E sopra ogni cosa il dilagare di una diffusa insoddisfazione esistenziale tra i giovani adulti. Non è un problema “tecnico”, ovviamente. Non si tratta semplicemente di comparare vantaggi e svantaggi di questa o quella facoltà e università.

Nel lavoro che ognuno di noi sceglie si rivela e concretizza l’identità dell’individuo. Ne abbiamo avuto conferma recentemente con le tante reazioni di disagio registrate in queste settimane alla pratica forzata dell’impersonale smart-working. Non avere il lavoro, o svolgerlo senza relazioni vis a vis, per molti ha significato smarrire d’identità. Nel lavoro, attraverso il fare si costituisce l’essere.

La ricerca di una vocazione non è un processo facile. Non è un processo che si svolge in solitudine, ma necessita di una buona capacità di relazione, e soprattutto di ascolto: gli altri ci “leggono” meglio di quanto supponiamo di saper fare da soli. La vocazione non è necessariamente quello che mi piace. Può grandemente piacermi l’arte, ma magari non so tenere un pennello in mano o suonare i timpani. La vocazione va poi depurata dalle influenze esterne, i desideri malcelati dei genitori, i “consigli” della fidanzata, le mode del momento (l’informatica negli anni Ottanta, le scienze delle comunicazioni nei Novanta, ecc.), la stretta relazione con le opportunità di lavoro («con giurisprudenza alla fine hai più sbocchi»). Tutti trabocchetti che rendono ancor più periglioso il percorso di un giovane che già vive in un mondo sempre più complicato e confuso.

Non di rado questo lavoro di supporto e consulenza cade sulle spalle del professore di religione. Se è uno bravo. Perché solo ai professori di religione è rimasta l’intenzione di orientare i giovani a una buona vita e non essere solo dei meri trasmettitori di competenze. Perché in fondo “vocazione” è proprio e semplicemente questo: vivere una vita buona, scoprendo e valorizzando i talenti che ciascuno può vantare. Perché proprio gli insegnanti di religione? Potremmo dire che in fondo è quello che la Chiesa essenzialmente fa da duemila anni: orientare la gente a una buona vita.

E non a caso proprio a un insegnante di religione di lungo corso è venuta l’idea di creare un cruscotto, un sistema pratico di riconoscimento della propria vocazione, da mettere a disposizione dei giovani, e degli educatori che li seguono.

Discernere da giovani (Sophia editrice, 2019, 15 euro) di Alessandro Di Medio è il primo di tre volumi con cui questo giovane prete, parroco e insegnante di Roma ha cercato di riassumere e sistematizzare il lavoro sull’orientamento che da anni svolge con un equipe collaudata di formatori e insegnanti sui suoi ragazzi.

Il metodo è sempre lo stesso, che nella Chiesa è prassi consolidata: quello del discernimento. Si tratta di indurre i giovani a usarlo alla ricerca di proposte di vita che non si limitino agli aspetti apparentemente remunerativi e in fondo grigi e banali, ma siano effettivamente tese alla ricerca di una felicità esistenziale. Questo primo dei tre libri proposti da don Alessandro tratta appunto degli ostacoli che si frappongono a un’autentica scelta vocazionale. Gli altri due sono già in preparazione e costituiranno il master plan di iniziative di formazione all’orientamento per gli educatori. «Abbiamo già presentato nei giorni scorsi — spiega Fazio Frosali che partecipa all’equipe guidata da don Alessandro — un percorso di formazione all’orientamento che speriamo possa divenire un vero e proprio corso accademico per gli studenti delle facoltà di Scienze Religiose, e non solo».

Dazi: scade l’ultimatum di Trump

Scade l’ultimatum del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per l’applicazione di nuovi dazi ad una lista di prodotti europei che per l’Italia riguarda un valore dell’export di 3 miliardi, e si estende tra l’altro a vino, olio e pasta Made in Italy oltre ai formaggi e salumi che sono stati già colpiti. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alla conclusione il 26 luglio della procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio (Ustr) degli Usa sulla nuova lista allargata sui prodotti Ue da colpire a seguito della disputa sugli aiuti al settore aereonautico.

Nell’ambito del sostegno Ue ad Airbus gli Usa – sottolinea la Coldiretti – sono stati autorizzati dal Wto ad applicare sanzioni per un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari all’Unione Europea che tuttavia lo scorso 24 luglio, a seguito dell’annuncio del consorzio Airbus della revisione degli aiuti di Stato ricevuti, che rende i sostegni “pienamente conformi alla sentenza dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha invitato gli Stati Uniti a rimuovere immediatamente tali dazi, che sarebbero ora ingiustificati.

Un contenzioso che per l’Italia riguarda i 2/3 delle spedizioni agroalimentari totali con gli Usa che – precisa la Coldiretti – minacciano di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, dopo l’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 delle tariffe aggiuntive del 25% che hanno già colpito specialità italiane come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

L’export del Made in Italy agroalimentare in Usa nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi ma – rileva la Coldiretti – con un aumento del 10% nel primo quadrimestre del 2020 nonostante l’emergenza coronavirus. Il vino con un valore delle esportazioni di oltre 1,5 miliardi di euro, è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre – precisa la Coldiretti – le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 420 milioni ma a rischio è anche la pasta con 349 milioni di valore delle esportazioni.

Gli Stati Uniti – continua la Coldiretti – sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il Prosecco, il Pinot grigio, il Lambrusco e il Chianti che a differenza dei vini francesi erano scampati alla prima black list scattata ad ottobre 2019. Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite.  Allo stesso modo si era salvato anche l’olio di oliva Made in Italy anche perché – riferisce la Coldiretti – la proposta dei dazi aveva sollevato le critiche della North American Olive Oil Association (NAOOA) che aveva avviato l’iniziativa “Non tassate la nostra salute”.

“Occorre impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza coronavirus” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’importanza della difesa di un settore strategico per l’Ue che sta pagando un conto elevatissimo per dispute commerciali che nulla hanno a che vedere con il comparto agricolo.

“L’Unione Europea – ha aggiunto Prandini – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione proprio all’inizio di agosto di sei anni fa ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa. Al danno peraltro si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese – ha concluso il presidente della Coldiretti – si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”. Dall’inizio dell’anno ad oggi lungo la Penisola si sono verificati 71 nubifragi con precipitazioni violente e bombe d’acqua, con un aumento del 31% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, a conferma dei cambiamenti climatici in atto che si manifestano con il moltiplicarsi degli eventi estremi. E’ quanto emerge da una elaborazione di Coldiretti su dati dell’European Severe Weather Database (ESWD) in riferimento all’eccezionale bomba d’acqua abbattutasi su Milano e all’ondata di maltempo che sta interessando la Lombardia, con danni anche nelle campagne.

PA, siglato protocollo per il rientro in sicurezza del pubblico impiego

Orari di lavoro e di apertura al pubblico più flessibili. Modalità di interlocuzione programmata con l’utenza, anche attraverso soluzioni digitali e non in presenza per evitare assembramenti. Misure di controllo per garantire il distanziamento interpersonale durante le attività. Sono alcuni dei punti chiave del protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici sui luoghi di lavoro rispetto all’emergenza Covid, adottato presso il Dipartimento della funzione pubblica. Al tavolo virtuale per la sigla del documento erano presenti il ministro per la Pa, Fabiana Dadone, e i sindacali Cgil, Cisl, Uil, Cgs, Cida, Cisal, Confsal, Cse, Codirp, Confedir, Cosmed, Usb, Unadis, Ugl e Usae.

Il documento, vidimato dal Comitato Tecnico-Scientifico del Ministero della Salute, dà precisi indirizzi alle amministrazioni in ordine alla necessità di tutelare il personale, gli utenti e tutte le altre figure che interagiscono con i pubblici uffici, contemperando le imprescindibili esigenze sanitarie con la necessità di una sempre più intensa ripresa dell’erogazione in presenza dei servizi che non possono essere resi da remoto, come previsto dal decreto Rilancio. Un passaggio reso ancor più necessario dalla prossima scadenza di metà settembre che vedrà venir meno il principio che distingue le attività cosiddette indifferibili dalle altre.

Il protocollo contempla poi la necessità di prestare particolare attenzione alla gestione dei casi di sospetta sintomatologia da Covid-19, di assicurare la dotazione di termoscanner agli ingressi, dei dispositivi di protezione individuale ed eventualmente di barriere separatorie laddove non sia possibile garantire le distanze. Non manca l’eventuale ricorso alle visiere per il personale a contatto con il pubblico e le prescrizioni su igiene quotidiana, aerazione regolare e sanificazione frequente degli ambienti di lavoro. Oltre all’indicazione per le amministrazioni di mettere in campo le opportune azioni di informazione e formazione sulle procedure dettate dal protocollo.

In allegato la Circolare n. 3 del 24 luglio 2020 del Ministro per la Pubblica amministrazione, recante indicazioni per il rientro in sicurezza sui luoghi di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni (In attesa di registrazione da parte della Corte dei conti) e il Protocollo quadro “Rientro in sicurezza” Ministro per la Pubblica Amministrazione – Organizzazioni sindacali.

Una coalizione di leader globali per un nuovo paradigma economico, sociale e ambientale

Nasce l’ alleanza globale green, Regeneration 20|30. Guidata da un gruppo di imprenditori italiani illuminati – Davide Bollati (Davines), Maria Paola Chiesi (Chiesi Farmaceutici) e Andrea Illy (illycaffé), ai quali si è recentemente unito Oscar di Montigny (Banca Mediolanum e Flowe) – insieme con i co-fondatori del sistema B Corp (rappresentato da Nativa e Fondazione Progressio) e della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Regeneration 20|30 rappresenta oggi un’alleanza unica di imprese, istituzioni, mondo accademico, organizzazioni non-profit, leader spirituali e individui, uniti in un impegno collaborativo. La coalizione conta su partner istituzionali della prima ora, quali il Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite, presieduto da Jeffrey D. Sachs; il Centre for Bhutan Studies; l’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali; ASVIS; e sulla collaborazione con il Parlamento Europeo.

L’obiettivo dell’alleanza è quello di avviare un dialogo multilaterale, in cui tutte le parti si impegnino concretamente per cambiare il paradigma economico e sociale estrattivo, attuale e passato, a favore di un paradigma nuovo, capace di rigenerare persone, economia e ambiente. Il punto di partenza è un documento d’impegno (pledge ) che tocca i tre pilastri fondamentali del progetto – Economia Rigenerativa, Lotta al Cambiamento Climatico, Felicità  Mondiale – da cui costruire collaborativamente una piano d’azione e un toolkit che consenta a tutti gli stakeholder coinvolti (dal settore privato, alla pubblica amministrazione, alla società civile) di misurare e implementare nel tempo le proprie performance e progressi nelle tre aree, per poter sviluppare ed evolvere questo nuovo paradigma giorno dopo giorno.

La capacità di unire e far convergere questi diversi ‘attori’ globali in un dialogo aperto e inclusivo, con l’impegno e la prospettiva di un piano d’azione chiaro e concreto, è ciò che rende Regeneration 20|30 unica nel panorama delle molte iniziative attuali in ambito di sostenibilità, che in ogni caso la coalizione sarà ben lieta di accogliere nel dialogo stesso, per renderlo ancora più rilevante.

La frontiera temporale 20|30 è imprescindibile: non abbiamo più di 10 anni per invertire la rotta in termini di emergenza climatica – oggi la madre di tutte le cause – lavorando al tempo stesso a un nuovo modello rigenerativo che metta al centro felicità e benessere individuali e collettivi ed eguaglianza sociale, senza per forza rinunciare alla crescita economica.

Si tratta di una sfida epocale, che può essere affrontata solo grazie alla collaborazione di un gruppo di leader globali, che condividono valori, best practice e idee, stabilendo insieme la strada da seguire. Questo è l’obiettivo fondamentale per il ‘primo atto’ di Regeneration 20|30: un evento ‘ibrido’ (in parte digitale, in parte fisico) che si terrà a Parma, Capitale Italiana della Cultura 2020-21, il 15 e 16 ottobre prossimi.

A seguito della pandemia e dei più recenti dissesti sociali a livello internazionale, i fondatori di Regeneration 20|30 si sono chiesti se fosse il caso di mantenere questo appuntamento autunnale: la risposta è stata positiva, perché oggi più che mai l’urgenza di affrontare questi temi risulta impellente, così come la necessità di includere nella conversazione quello che abbiamo imparato dalla crisi inaspettata che ci ha colpiti tutti.

Troverete maggiori informazioni e dettagli qui: www.regeneration2030.eco.

Covid: l’Aifa sospende uso off-label per diverse sostanze

Assorted pills

Oltre alla conferma della sospensione per clorochina e idrossoclorochina al di fuori degli studi clinici contro il Covid l’Aifa ha deciso di mettere uno stop anche lopinavir/ritonavir e darunavir/cobicistat.

L’Agenzia del farmaco ha infatti aggiornato le schede sull’utilizzo dei medicinali in cui vengono riportate le prove di efficacia e sicurezza disponibili al momento e chiarisce le motivazioni alla base della decisione di sospendere l’autorizzazione all’utilizzo dei tre farmaci per il trattamento del COVID-19, al di fuori degli studi clinici.

Giuseppe Sabella: “Ecco il Green New Deal di Europa e Italia”

Direttore, prima di addentrarci nell’intervista, penso sia doveroso rivolgere un pensiero affettuoso al Prof. Giulio Giorello che ci ha lasciati recentemente e di cui Lei è stato allievo, collaboratore e coautore di importanti pubblicazioni. Oltre l’aspetto affettivo – il Prof. Giorello era una persona “che si faceva voler bene” – cosa ci resta delle intuizioni e della profondità del Suo pensiero? Vorrei che fosse Lei a ricordarcelo, vista la Vostra intensa e proficua frequentazione.

Giulio, come Lei dice, era un uomo amabile, sia per il suo carattere affabile e generoso, sia per le sue intuizioni. Il tempo trascorso con lui era speciale, era un tempo pieno, ricco. Anche all’età di 75 anni, la sua mente libera e creativa continuava a generare idee affilate e cariche di ironia. Era così anche quando ero studente, parliamo di 25 anni fa. Le sue lezioni erano molto frequentate perché oltre a essere molto interessanti lui si faceva amare. Per quanto riguarda il profilo scientifico, Giorello è stato allievo di Ludovico Geymonat e filosofo che non solo si è dedicato agli studi epistemologici, a Karl Popper in particolare e a chi ne ha discusso le posizioni, ma che – proprio come Popper – ha creduto che il metodo scientifico fatto di congetture e confutazioni potesse essere anche il giusto metodo per la costruzione della democrazia liberale. Non a caso, nel nostro “Società aperta e lavoro” c’è un capitolo che si intitola “dalla fabbrica dei cieli alla società aperta”. Giorello aveva questa sana tensione alla vita civile. In poche parole, Giorello è stato un intellettuale, figura che manca così tanto ai nostri giorni.

Ci racconta un episodio che ritiene significativo e che, magari, riguarda anche Lei?

Proprio nel periodo della tesi che mi fece fare su Geymonat, successe un giorno che in modo molto efficace e garbato – come del resto era lui – volle darmi una tiratina d’orecchie dopo aver letto il primo capitolo che avevo scritto. Avendo intuito la mia passione per la metafisica (kantiana ed hegeliana in particolare), mi disse così: Sabella, sa cosa dice Aristotele nell’Etica? Pensi pure Platone al bene in sé, noi vogliamo il bene di questi cittadini qui. Io gli feci quella che secondo me resta un’obiezione valida: Professore, come si fa a volere il bene di questi cittadini qui se non si ha un’idea di bene? Tuttavia, la sua provocazione mi è rimasta dentro a lungo perché, nonostante la mia tesi in filosofia della scienza, continuavo ad amare Kant e Hegel in particolare. E non posso dire oggi di non amarli più, sono stati letteralmente due eroi per me negli anni del corso di laurea. Ho compreso nel tempo che la sua domanda aveva un senso di verità molto profondo e che sintetizzava bene il suo pensiero: o le idee sono in grado di agire e di modificare la realtà o non sono nulla, sono astrazioni. E, contro queste astrazioni, lui ha condotto fino all’ultimo la sua battaglia. Sono convinto, oggi, che se possiamo parlare di verità, la verità è dentro questa tensione che c’è tra Platone e Aristotele, come tra Hegel e Marx, e che è una tensione al vero. E al bello.

È appena uscito il Suo ultimo libro edito da Rubbettino, “RIPARTENZA VERDE – industria e globalizzazione ai tempi del COVID”. Leggendolo si ha l’impressione di un saggio che segna una svolta nei Suoi interessi culturali: dall’industria e il lavoro all’economia, intesa in senso lato, con una valenza quasi esplicativa, ermeneutica e riassuntiva di quello che sta accadendo nel mondo dopo lo shock della pandemia. Intuizione che emerge già leggendo la sinossi del quarto di copertina. Si coglie una prevalenza fattuale della geoeconomia sulla geopolitica come modello esplicativo della realtà. È un’impressione adeguata al senso da Lei proposto nel Suo lavoro?

È trascorso più di un trentennio in cui la politica si è preoccupata essenzialmente di rompere le barriere che ostacolavano la circolazione di capitali e beni nel mondo – cosa che non è una male di per sé, anzi… – senza rendersi conto che questo movimento aveva una direzione univoca verso il Sol Levante tanto da rendere la Cina un colosso e da consegnarci una situazione di impoverimento generalizzato dell’Occidente. Questo perché si è creduto che la ricchezza potesse essere il prodotto dei mercati e degli scambi. Ma nel favorire mercati e scambi, abbiamo permesso agli investitori di andare a cercar fortuna quasi esclusivamente nei paesi a basso costo del lavoro, così da causare un processo di deindustrializzazione che non ha precedenti. La produzione di manifatturiero e la sua quota di PIL corrispondente sono state in costante calo in Occidente; il baricentro industriale si è gradualmente spostato verso quelle economie in grado di offrire rapida crescita a bassi salari: non solo Cina, Asia più in generale, India ed Europa dell’est. Già negli anni ‘80 in Occidente il numero degli occupati nel comparto dell’industria calava dal 35% al 30%; negli anni ‘90 ancora giù al 24%. Oggi la Cina è il più grande paese manifatturiero del mondo (quasi un terzo sulla produzione manifatturiera mondiale), in forte miglioramento rispetto al 8,3% registrato nel 2000, davanti agli USA e ai grandi Paesi Europei (Germania, Italia e Francia). Tutto ciò, a Ovest, ha voluto dire crollo degli investimenti, indebolimento del lavoro e del potere d’acquisto, consumo sostenuto dal debito e bolla finanziaria che a un certo punto scoppia. E, negli anni della crisi, le economie occidentali hanno perso 13 milioni di posti di lavoro. Nel ventennio della prima globalizzazione sono stati circa 20 milioni i posti cancellati nel comparto industriale, quasi 1 addetto su 5. Oggi l’industria in Europa occupa il 15% dei lavoratori, in Italia il 17%. Da qualche anno, tuttavia, questa tendenza si è interrotta e – da questo punto di vista – la pandemia è un acceleratore del cambiamento.

Già dalle prime pagine emerge in modo deciso e argomentato come Lei intenda cogliere in estrema sintesi i fattori prodromici al contesto attuale. In primis la prevalenza della scienza e della tecnica rispetto alle ideologie, direi dalla rivoluzione industriale in qua, e non si tratta di un elemento incidentale. Poi negli ultimi due decenni del secolo scorso le macchine elettroniche e la globalizzazione, come fattori hanno inciso radicalmente segnando un’evoluzione decisiva della deriva tecnologica verso lo scenario attuale, quello del digitale, dell’industria 4.0, delle supply chain e della superpotenza cinese. Il COVID-19 ha giocato il ruolo dell’imprevedibile sconquasso. In che misura peserà sul dopo? In che senso Lei afferma che ciò che è locale è anche drammaticamente globale? E in quale direzione occorre progettare una ripartenza di tutto ciò che la pandemia ha drammaticamente bloccato?

La pandemia, come dicevo prima, è indubbiamente un avvenimento traumatico al pari dell’11 settembre e della crisi del 2008, eventi che ci hanno mostrato quello che con una felice espressione Giulio Tremonti chiama il “dark side” della globalizzazione. E il mondo è così tanto interconnesso al giorno d’oggi che, appunto, ciò che è locale è allo stesso tempo globale: ovvero, ciò che succede negli USA (pensiamo al crollo di Lehman Brothers) o in Cina (pensiamo al covid), finisce inevitabilmente – proprio per la forte interdipendenza che vi è tra le aree geografiche del mondo – per riguardare tutti. Va però detto che il cambiamento a cui stiamo andando incontro era già piuttosto delineato da quasi 3 anni. E mi riferisco, in particolare, al rallentamento della produzione industriale e del commercio mondiale (che nei mesi di marzo e aprile 2020 crolla di quasi il 20% ma, appunto, dopo anni di progressiva contrazione). Soprattutto quest’ultimo fattore ha generato una crescente regionalizzazione dell’economia, tanto che qualcuno si spinge a dire che la globalizzazione è finita. Trump è uno di questi, del resto per molti americani vale ciò che diceva Kissinger: “la globalizzazione è un altro nome con il quale si esercita il ruolo dominante degli Stati Uniti”. Trump è proprio colui che pone fine a questo ruolo dominante nel mondo, sin dall’inizio è stato di parola (si pensi al suo manifesto politico “America first”). Chiaro che questa posizione isolazionista degli USA ha avuto conseguenze importanti sullo scacchiere mondiale: la creazione di tre blocchi sempre più distinti – USA, Europa, Cina – e una forte propensione al protezionismo economico, tanto che addirittura l’Europa sta annunciando l’istituzione di dazi doganali. Ad ogni modo, la crescita mondiale non poteva proseguire a lungo per più ragioni, pensiamo in particolare all’irripetibilità del processo di off shoring (le delocalizzazioni produttive), al fisiologico rallentamento della crescita cinese e al back reshoring delle produzioni (ovvero il loro rientro), per altro avviato già negli anni della Presidenza Obama e nel quale anche il nostro Paese si è distinto.

Non sappiamo quale mondo uscirà dalla pandemia: perché allora si può affermare – come Lei fa – che la Cina è indiscutibilmente il grande vincitore della globalizzazione, in parte per propri meriti, in parte per errori altrui? Il Prof Caracciolo direttore di Limes ritiene che ad es. l’Italia non parteciperebbe mai ad una azione risarcitoria verso la Cina (da dove si è diffuso il contagio), proprio a motivo della nostra svolta filocinese, che risale almeno al Memorandum del 2019. Il tema del risarcimento è un tasto sul quale insiste invece Trump e parte del mondo occidentale. La Presidenza Trump, la diffusione pandemica drammatica negli USA, per sottostima del portato reale e delle raccomandazioni della scienza, l’uscita recentissima degli USA dall’OMS ma ancor prima la frantumazione dell’Europa, il declino della NATO, la forte espansione della Cina a 360° sui mercati mondiali: possono essere queste le concause che spiegano il fenomeno?

Quando affermo “la Cina è il vincitore della globalizzazione” mi riferisco unicamente alla fase pre-pandemica. Mi pare del resto evidente: come dicevo prima, negli ultimi 30 anni il mondo occidentale aveva previsto di rilanciare la propria produzione di ricchezza delocalizzando le attività manifatturiere. Ma ciò non è andato secondo aspettative. Anzi, è successo che, in 20 anni, la Cina è cresciuta moltissimo non solo in capacità produttiva ma anche in tecnologia, tanto da essere oggi la più importante manifattura a livello mondiale e il Paese più avanti nella frontiera digitale; ed è l’economia che il mondo e gli USA, l’altra superpotenza, stanno inseguendo. Secondo le nostre previsioni, il processo di off shoring avrebbe dovuto fare la nostra fortuna: in questo modo, producendo a basso costo, avevamo previsto di rafforzare il nostro potere d’acquisto. Non avevamo invece fatto i conti con i cinesi e con la Cina che, invece, abbiamo fatto grande noi, perché lì abbiamo destinato la nostra manifattura, la nostra tecnologia, le nostre competenze, le nostre invenzioni, etc. Tutto questo ha arricchito chi ha investito nei Paesi a basso costo di produzione ma ha impoverito l’Occidente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi la Cina è il vero vincitore della globalizzazione, sebbene il ciclo che viene sia pieno di variabili. Anche io penso che l’Europa terrà un atteggiamento piuttosto neutro nei confronti della Cina – del resto la Germania è il primo partner commerciale di Pechino – ma USA, Francia e Gran Bretagna sono per la linea dura. E, al di là di questo, in Cina ci sono tutte le premesse per una crisi interna, non solo politica ma anche legata ad altri fattori, finanziari e demografici soprattutto.

La contingenza del momento esprime un mix micidiale di alcuni fattori concomitanti: la sovrappopolazione umana sul pianeta, le stime dell’ONU sull’estinzione della biodiversità, la paralisi del mondo del lavoro e della produttività, la crescente povertà che ingloba la maggior parte degli esseri umani sul pianeta, l’incertezza e in larga misura l’incompetenza della politica (che si rivolge ai tecnici e agli scienziati – dunque alla tecnica e alla scienza perché non ha spiegazioni e proposte sue), l’assenza di un controllo demografico con problematiche speculari nei paesi ricchi e in quelli indigenti. Per far ripartire il motore della società civile, dalla scuola alla sanità, all’welfare, all’impresa e di farlo in modo diverso dal passato: può essere la digitalizzazione da un lato e l’onda verde montante nella consapevolezza dell’immaginario collettivo dall’altro rispetto ad un possibile “big crash” devastante, la svolta attesa dal mondo per cambiare registro in modo radicale? Mi pare di capire dal titolo del Suo libro quanta importanza Lei attribuisca alla necessità di far sintesi tra crescita/sviluppo da un lato e tutela ambientale dall’altro. Come entra in questo processo tendenziale, in modo risolutivo, la svolta della digitalizzazione?

L’emergenza climatica è non solo uno dei fattori che contraddistingue la nostra epoca ma è anche ciò che l’industria in particolare si è caricata sulle spalle ormai da anni. Come infatti sostengo nel libro, l’industria è il principale responsabile della crisi ambientale ma è, allo stesso tempo, il principale attore che può ripristinare un equilibrio nel pianeta. Perché possiamo ragionevolmente dire questo? Perché se andiamo a vedere concretamente come stanno le cose, ci rendiamo conto che è proprio il processo di digitalizzazione che comporta una crescente e progressiva dematerializzazione dell’economia. Si intende dire, con questa espressione, che la digitalizzazione sta rendendo l’industria sempre più indipendente dalle materie prime. Come dice Andrew McAfee, capo ricercatore al MIT di Harvard, il progresso tecnologico ha cambiato pelle: computer, internet e tecnologie digitali ci stanno permettendo di dematerializzare produzioni e prodotti consentendoci di consumare sempre di più attingendo sempre di meno. Dematerializzare significa appunto conseguire una riduzione dell’uso di materie prime nell’economia, aumentando la produttività delle risorse naturali per unità di valore. E il digitale è il nuovo motore che rompe col paradigma dell’era industriale della macchina a vapore e dei suoi discendenti capaci di attingere dai combustibili fossili. Come siamo riusciti a ottenere di più con meno? Facciamo qualche esempio: nel 1959 la lattina della Coca Cola pesava 85 gr di alluminio, oggi pesa circa 10 gr; se consideriamo le automobili, i motori a combustione sono mediamente più piccoli del 40% rispetto agli anni ‘80; oggi in uno smartphone vi è il telefono, la calcolatrice, la macchina fotografica, la fotocamera, la radiosveglia, il registratore, il navigatore satellitare, la bussola, il barometro, etc. Tutto questo significa meno metallo, plastica, vetro, silicio rispetto ai dispositivi che sono stati rimpiazzati. Come si vede, le nuove tecnologie e in particolare il digitale, ci stanno rendendo sempre più indipendenti da Madre Terra.

L’attacco al World Trade Center del 2001, il crollo di Lehman Brothers e la crisi dei subprime del 2008, la pandemia Covid-19 è, appunto, il terzo terribile colpo inferto agli assetti che assicuravano una stabilità e un equilibrio sostenibili tra ordine economico mondiale e alleanze politiche. I rapporti reciproci tra Cina, Usa e Russia sono radicalmente mutati. In particolare, si ha l’impressione che l’Europa possa essere indebolita dall’abbandono americano, dalle mire commerciali espansionistiche della Cina e dall’indebolimento della Russia come competitor delle due maggiori potenze. Senza contare le incognite India, Turchia e l’Africa come contenitore di problemi pronti a deflagrare. Quale sarà il destino dell’Europa? Dopo la Brexit sarà sempre più una realtà germano-centrica? In questo quadro in divenire non pensa che la Germania abbia interesse a rafforzare l’U.E. per evitare un autoisolamento? E quale margine di manovra potrà avere il nostro Paese con i dati economici attuali che lo rendono totalmente U.E.–dipendente?

Circa il destino dell’Europa, e quindi dell’Italia, inizierei col ricordare le parole di Angela Merkel del 19 maggio scorso, quando insieme a Emmanuel Macron presentava l’importantissima proposta di Recovery Fund poi approvata dal Consiglio Europeo: lo Stato nazionale non ha futuro, la Germania starà bene solo se l’Europa starà bene. Cosa significano queste parole? I tedeschi, dopo anni di sostegno alle politiche di bilancio, si sono improvvisamente consegnati allo spirito della solidarietà? Da una parte è così, soprattutto Angela Merkel ha capito che o l’Europa fa un passo in questa direzione o rischia l’implosione. Dall’altra, l’aspetto fondamentale di questo cambiamento è che nel cuore produttivo dell’Europa, in Germania appunto, ci si è finalmente resi conto del ritardo che sconta l’industria europea. Due elementi ci danno il quadro della situazione: in primis, solo pochi mesi fa l’Economist scriveva che nel 2010 vi erano 10 società europee tra le prime 40 quotate a livello mondiale, oggi ve ne sono 2 (32mo e 36mo posto); in secondo luogo, il McKinsey Global Institute ci dice che l’85% degli investimenti in intelligenza artificiale è stato realizzato in aziende americane e cinesi. Credo che questi due elementi insieme ci diano il quadro della situazione in cui si trovi l’industria e l’economia europea, il cui rallentamento negli ultimi 3 anni è stato clamoroso. Da questo punto di vista, la pandemia ha un effetto benefico sull’Europa: ci sta costringendo a ripensare la nostra architettura sociale e, quel che fa sperare, è che il Recovery Plan parte proprio dalle fondamenta: l’industria, che significa lavoro. E se pensiamo, ad esempio, all’articolo 1 della nostra Costituzione – l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro – forse possiamo dire che per la prima volta l’Europa sta avviando un vero processo di integrazione politica.

Ho trovato particolarmente interessante il paragrafo dedicato alle prospettive del cd. back reshoring. Quanto vale in termini di crescita una inversione di tendenza del fenomeno della delocalizzazione, con conseguente rientro dell’industria manifatturiera di cui l’Italia è uno dei più importanti detentori al mondo, rispetto alle future politiche di investimento e agli asset strategici da privilegiare per evitare al ns. Paese (ma anche all’Europa) di rimanere avvinghiati dalla politica commerciale espansiva della Cina, quindi in una situazione di sudditanza anziché di diventarne possibili competitor?

Il back reshoring è un processo che è stato avviato dagli USA e che è stato seguito dai principali paesi manifatturieri del mondo: la Germania, l’Italia, la Gran Bretagna, la Francia, il Giappone… non poteva non arrivare il momento in cui le imprese che così tanto avevano investito altrove, cominciassero a fare i conti con ecosistemi diversi – ambienti, culture, amministrazioni, persone, infrastrutture, mobilità, etc. – avendo evidenza una volta per tutte, superati gli entusiasmi iniziali, quale fosse l’impatto complessivo della delocalizzazione sui fattori della produzione. In sintesi: queste imprese hanno incominciato ad avvertire l’importanza di ecosistemi maturi. Per quanto riguarda le nostre imprese, al di là del fatto che il costo dei trasporti come quello del lavoro sono via via cresciuti, le ragioni sono più profonde: in primis, ha prevalso la volontà di poter tornare a usufruire del marchio made in Italy che differenzia la produzione italiana dal resto del mondo; in secondo luogo, gli ecosistemi sono diversi e diverse sono le garanzie che offrono, a cominciare sulla tutela dei brevetti e della proprietà intellettuale; inoltre, le competenze delle persone, le loro conoscenze, la loro storia, la loro capacità di adattamento alle organizzazioni, la loro flessibilità… sono caratteristiche molto note a quegli investitori che, in particolare, scelgono il nostro Paese. È difficile stimare quanto valore si sia spostato col back reshoring, certamente i Paesi che hanno visto rientrare le loro produzioni ne hanno avuto benefici importanti soprattutto perché si tratta prevalentemente di grandi imprese, con particolare incidenza sui livelli occupazionali. Se, tuttavia, ciò ci dà indicazione del fatto che qualche equilibrio si sta ripristinando, non possiamo dimenticare che la Cina oggi resta il Paese più digitalizzato al mondo. Quindi, Europa e Italia si devono dare una mossa. E non è un caso che, proprio in questi giorni, l’Europa abbia lanciato la piattaforma di cloud computing Gaia-X, proprio per iniziare a colmare il ritardo che ha sul digitale con Cina e USA; è il progetto di una nuova infrastruttura europea per la gestione dei dati che sappiamo essere decisiva nell’era digitale.

L’Europa è di fronte ad un bivio cruciale per i suoi destini: o ritrova lo spirito unitario dei padri fondatori e le intese non solo in tema di politica monetaria ma anche su quella fiscale/tributaria, del mercato del lavoro, della concertazione sulle scelte in tema di sistemi formativi, salute, giustizia, sdoganamento della burocrazia ecc. oppure rischia la frantumazione con micro alleanze interne, ciò che la porterebbe ad essere un debole competitor sui mercati e un boccone ghiotto per le politiche espansive commerciali delle super potenze. In che modo la “Ripartenza verde” può originare proprio dal vecchio continente. Ci sono ragioni culturali e di civiltà o anche motivi di strategia economica che possano valorizzare le nostre potenzialità? La stessa cosa chiedo per il nostro Paese.

È come Lei dice. Non sottovaluterei però l’accordo sul Recovery Fund: mi pare che sia decisivo, come dicevo prima per l’integrazione politica europea. Credo che questa sia un percorso molto complesso, siamo 27 stati membri ma se pensiamo bene a questa coabitazione direi che già di suo l’Unione Europea è un grande esperimento politico e sociale: vi è in particolare un’area mediterranea in cui la spesa pubblica ha storicamente avuto un ruolo preponderante e vi è un’area nord e mitteleuropea, invece, in cui questo ruolo lo hanno avuto le politiche di bilancio; senza considerare l’area balcanica di più recente annessione. Vi sono storie e culture molto differenti, questa coesistenza politica e di pace credo sia di per sé qualcosa di miracoloso. Certo non ha nessun senso un’entità sovranazionale che non genera benefici – come si è avvertito in qualche circostanza post 2011 (quando la crisi economica si è fatta drammaticamente sentire nell’area auro) – ma resto dell’idea che quanto sta avvenendo ora sta imprimendo un cambio di passo all’Unione. Venendo alla ripartenza verde, il Recovery Fund contiene un capitolo importante che va nella direzione dell’innovazione e della transizione ecologica ed energetica. Sono convinto che nessuno spingerà sulle politiche per il cambiamento climatico come l’Europa, tanto che l’Unione Europea potrebbe avviare nel mondo nuove forme di multilateralismo, proprio sul clima e, per esempio, sulla cyber security. Per quanto riguarda il nostro Paese, credo che il nostro destino sia indissolubilmente legato a quello europeo, in particolare a quello tedesco. Le ragioni sono prima di tutto economiche e industriali, ma le stesse carenze della nostra debole classe dirigente saranno compensate a livello più alto, europeo appunto.

Mi ha colpito questo passaggio leggendo il Suo libro: “Oggi l’Europa è leader mondiale nella definizione di politiche globali, ma è fortemente dipendente da un punto di vista tecnologico e ambientale in molti ambiti. Si pensi, in particolare, all’equipment sulle energie rinnovabili”. Come si sta muovendo la nuova Dirigenza U.E. in questo settore, visto che la green economy deve puntare su una forte innovazione progettuale per ridurre l’impatto sull’ambiente dettato dagli odierni stili di vita? Siamo davvero all’inizio del Green New Deal?

Ecco, prima della pandemia l’Unione Europea già stava lavorando moltissimo sul Green New Deal e sulla definizione di un piano industriale europeo per recuperare il ritardo che abbiamo in particolare con USA e Cina. Non se ne sono accorti in molti, ma più o meno due settimane fa, Christine Lagarde in un’intervista al Financial Times si è detta “pronta a esplorare ogni strada per sostenere il rilancio dell’industria europea anche nell’ottica di fronteggiare il cambiamento climatico”. In precedenza, già la Presidente Von Der Leyen aveva manifestato tutta la sua determinazione per il Green New Deal – “per l’Europa è come l’uomo sulla luna” – che solo l’emergenza sanitaria ha reso meno in primo piano nei lavori della Commissione. È quindi un ottimo segnale che anche un’istituzione come la BCE trasmetta tutta la sua convinzione in tal senso. Lo potremmo definire, dopo quello di Mario Draghi, il “whatever it takes” di Christine Lagarde. In buona sostanza, l’Europa col Green New Deal sta rendendo centrale la questione industriale e della sua innovazione. Credo che l’elettrificazione della mobilità diventerà la sfida simbolica per l’Unione Europea, pensiamo a due importanti player come Volkswagen e PSA-FCA: c’è il cuore della manifattura europea, tedesca, italiana e francese. Certo, l’Europa – come da sua domanda – è avanti sul piano regolatorio ma indietro su quello reale. Sulle rinnovabili e sugli obiettivi di carbon neutrality, per esempio, sono molto avanti gli stati del nord Europa e meno gli altri, sono indietro i Paesi dell’est, in particolare la Polonia; l’Italia è nelle medie europee e in particolare sull’economia circolare sta dimostrando molta capacità e dinamicità. Purtroppo, però, in questo quadro in cui l’UE da segnali importanti non solo per la sua industria ma anche per la sua integrazione, il nostro Paese pare reagire in modo molto parziale alla situazione. Non bastano le misure assistenziali, è fondamentale pensare anche alla ripresa, le aziende hanno bisogno di strumenti per progettare il futuro. Da questo punto di vista, il decreto rilancio è una delusione. Vi sono sì i bonus per edilizia e auto ma non vi è praticamente nulla per l’innovazione d’impresa. Deve ripartire il piano industria 4.0 in modo poderoso. Imprese e industrie vanno sempre più portate sull’orizzonte digitale e sulla transizione ecologico-energetica. Per l’Italia, secondo Paese manifatturiero d’Europa, è occasione fondamentale che non possiamo mancare: nel giro di tre anni, rischiamo di uscire dal gruppo dei Paesi avanzati.

A proposito di BCE, in occasione del conferimento della laurea honoris causa presso la Cattolica di Milano il Presidente uscente Mario Draghi ha indicato alcuni requisiti che un decisore politico ed economico dovrebbe possedere: la conoscenza, il coraggio e l’umiltà. Ciò chiama in causa competenze oggettive ma anche doti e disponibilità soggettive: quanto manca la Sua presenza sulla scena Europea, quale eredità ci ha lasciato e perché mai sembra che invece la politica italiana – litigiosa e incerta, divisa su tutto, persino all’interno della stessa attuale coalizione di Governo – possa all’atto pratico eludere le indicazioni di metodo suggerite da Mario Draghi, presentandosi agli appuntamenti europei con una immagine e una potenzialità negoziale indebolite?

Mario Draghi è stato un grande statista e non solo un dirigente della Banca centrale. Il suo quantitative easing ha conseguenze politiche potenti, lo vediamo nella sentenza della Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe che si è pronunciata proprio contro la legittimità del QE. Ma il dado è tratto e la risposta della Corte Europea è dirimente. Del resto, uno dei principi che animano il diritto è quello, anche nell’errore, della reiterazione del fatto. Siamo quindi in presenza di qualcosa di irreversibile: Mario Draghi con la sua visione economica e politica ha plasmato l’Unione Europea rendendo la BCE simile alla Federal Reserve, cosa che non era inizialmente prevista. Da qui la contestazione della Consulta tedesca. Draghi ne era consapevole e ancora oggi le sue parole suonano come profetiche: “ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro” è una frase che sarà contenuta nei libri di storia. Draghi ha gettato le fondamenta per quella che è l’Unione europea dopo il crollo di Lehman Brothers, avvenimento che ha fatto barcollare il mondo. Detto questo, Draghi ci manca molto. Ma resto dell’idea che è una presenza influente anche oggi, persino Di Maio ha chiesto di essere ricevuto da lui. Mi auguro, ma sono convinto che se lo augurano molti italiani, che nel 2022 Draghi sarà l’uomo che il Parlamento manderà al Quirinale. Sarà allora che probabilmente assisteremo ad un nuovo corso politico.

L’avvento della digitalizzazione, dematerializzando produzioni e prodotti, consente la possibilità di un minore impatto ambientale: ci sono segnali forti sullo stato malconcio del pianeta, a cominciare dal citato Rapporto ONU sulla possibile estinzione della vita sul pianeta, la prima per mano dell’uomo.Nel Suo libro, dunque, ripartenza verde e digitalizzazione sono due percorsi paralleli e complementari: mi pare che Lei evidenzi la drammatica urgenza di una inversione di rotta rispetto al consumo del pianeta. Ce ne vuole dare conto?

Si certo, è così. La lotta al cambiamento climatico è anche la lotta ad un minor consumo di risorse e di materie prime. Si discute tanto di crisi climatica e riscaldamento globale ma la discussione, quella seria, è sulla possibile origine antropica, non sul fenomeno in sé che è fatto acclarato: non a caso si stanno sciogliendo i ghiacciai. E come dicevo, e come richiama Lei nella domanda, lo sviluppo sostenibile è conseguenza della digitalizzazione dell’industria. Soprattutto in merito ai problemi dell’inquinamento, del riscaldamento globale e della crisi climatica, ad oggi ha prevalso l’idea – ispirata da quello che possiamo definire ambientalismo ideologico – che la soluzione fosse deindustrializzare, chiudere le industrie. Per qualcuno, ambiente e salute sarebbero agli antipodi rispetto a ciò che è industria. Le cose naturalmente, e fortunatamente, non stanno in questi termini. Perché? Perché il digitale, il nuovo motore, ha introdotto un nuovo modello produttivo, oltretutto soggetto a evoluzione potente e velocissima, basato sul minor consumo di risorse. Sta a noi proseguire su questa strada, sfruttando anche la combinazione tra tecnologia e fonti energetiche alternative.

Sulla digitalizzazione come processo irreversibile a matrice scientifica (quindi inteso come evoluzione della tecnica in funzione di una sostenibilità antropologica e ambientale) ho alcune riserve che Le chiedo di confutare.
La prima riguarda il target di utenza coinvolta: vedo una sorta di selezione naturale che espunge gli anziani dall’uso delle tecnologie complesse e quindi dalle relazioni umane, condannandoli alla solitudine.
La seconda riguarda la sua applicazione in campo educativo, e scolastico e della formazione: l’esperienza recente della didattica a distanza durante il lockdown ha sortito esiti e risultati inferiori alle aspettative. C’è stato un grande movimento di opinione tra famiglie e docenti che ha invocato il ritorno alla didattica in presenza, centrata sulle relazioni umane.
La terza obiezione è di carattere generale: vedo nel processo di digitalizzazione un progressivo e pervasivo passaggio di dati, informazioni, conoscenze dall’interno all’esterno della mente umana. Mi domando se questa cultura archiviata in terminali elettronici possa essere utilizzata e custodita e quanto il pensiero pensante, l’intuizione, la liberalità della divergenza possano correre il rischio di soccombere di fronte al pensiero pensato conservato nelle scatole elettroniche. In Finlandia è stato abolito l’uso del corsivo nell’apprendimento della letto-scrittura. Si impara a leggere e a scrivere con il tablet. Non la considera una grave limitazione alle libertà individuali e un pericolo di creare una società anaffettiva?

Quelli che Lei richiama sono tutti problemi seri. Ma le faccio una domanda: non crede che con l’affermazione della macchina a vapore si ponesse, in un certo senso, un problema simile di trasformazione sociale? Eppure, quello – come dice Andrew McAfee – è stato il “primo grande balzo in avanti della storia dell’umanità”: pensiamo infatti allo sviluppo economico, demografico e sociale che ne è conseguito. Bene, oggi siamo dinnanzi al secondo balzo. Perché dovremmo temere? L’industria è stata e continua a essere il sistema tecnico più sofisticato che abbiamo inventato e sviluppato per coniugare le risorse della terra e il lavoro dell’uomo, quello fisico come quello intellettuale. È il più grande prodotto della scienza moderna. Oggi, come Lei dice, siamo nel cuore della rivoluzione digitale, che è la rivoluzione dell’industria, quella che chiamiamo Industry 4.0. Questo è diventato con gli anni il mio principale oggetto di studio che al Prof. Giorello interessava molto perché è prova evidente del fatto che non è l’ideologia a cambiare il mondo ma la tecnica, perché questa è il vero contenitore in cui ricade la forma più alta di conoscenza: la tecnologia e le macchine non sono infatti nient’altro che idee della scienza in marcia diceva Giorello. Scienza e tecnica si fanno luce a vicenda, il loro rapporto è circolare, vive di continui riflessi. E così è sempre stato, soprattutto nell’antichità, quando ancor prima che l’uomo fosse in grado di porsi le domande fondamentali sulla propria esistenza, già era capace di creare strumenti tecnici, persino per formarne degli altri. Ovviamente la significatività della crescita tecnico-scientifica non deve minimamente far dimenticare la riflessione etica sulla condizione umana: altrimenti, il successo tecnologico può diventare un idolo. E di idolatria, diceva Giorello, non abbiamo alcun bisogno. Queste sono le ragioni per cui dovremmo allontanarci da atteggiamenti ostativi all’innovazione, dovremmo seriamente caricarci sulle spalle il processo di trasformazione. Questa è la nostra sfida, gestire la trasformazione. Che significa, lavoro, scuola, città, anziani… il digitale è pervasivo, ma siamo solo all’inizio: col tempo troveremo i giusti equilibri.

Sostenibilità, energie rinnovabili, economia circolare: sono tre elementi costitutivi per la postulata ripartenza verde. Tuttavia, dobbiamo fare i conti anche con noi stessi: siamo 7,7 miliardi di esseri umani. Il biologo Edward Wilson ha affermato che oltre i 6 miliardi scatta un semaforo rosso. Oltre ci sono il rischio di bioestinzione graduale, il riscaldamento climatico, lo scioglimento dei ghiacciai, lo stesso Covid-19 generato da una umanità impreparata che violenta la natura e distrugge il pianeta, come ha affermato il Prof Benini. A fine secolo saremo circa 11 miliardi. Ce la faremo? Ci sarà posto per tutti? Il Suo libro apre a questa speranza ma mi pare che anche a Lei non sfugga l’urgenza di cambiare molte cose della nostra vita, subito.

Questi rischi non vanno minimizzati ma allo stesso tempo non condivido paure e teorie dell’apocalisse ambientale e climatica alimentate anche da questi studi demografici. Giorello mi ha insegnato a rifuggire dagli schemi preordinati che in qualche modo vogliono sciogliere l’enigma della storia, come per esempio voleva Marx. Sono invece gli uomini con le loro scoperte scientifiche che possono di continuo cambiarne l’apparente direzione. E una vera e propria direzione della storia in sé e per sé non esiste, il suo corso è imprevedibile perché, in particolare, è imprevedibile l’evoluzione scientifica e tecnologica. Il digitale è il nostro alleato nella sfida ambientale e siamo solo all’inizio delle potenti innovazioni combinatorie. Vedremo cosa succederà, tra soli 10 anni potremmo accorgerci di vivere in un mondo completamente diverso da quello attuale. E ho la sensazione che sarà un mondo migliore.

La strage di Sant’Anna di Stazzema

Per la Festa di Sant’Anna del 1944, Mercoledì 26 Luglio, arrivò la disposizione tedesca di evacuazione di tutto il territorio di Sant’Anna di Stazzema nella zona di Camaiore.
Per trovare il paese di Sant’Anna, frazioncina di Stazzema, Provincia di Lucca, a 660 metri sul mare, appollaiato su un contrafforte delle Apuane, bisogna proprio volervisi recare, è più difficile che trovare i paesi intorno a Monte Sole e Marzabotto in zona Sasso Marconi.

Ma il 12 Agosto del ’44 il Capitano Anton Galler (non Reder quindi, come anche tanta vulgata comunista insistette per decenni dopo la Seconda Guerra; un criminale ‘unico’ per molte stragi, in galera a Gaeta, risolveva molte cose…), il fornaio austriaco Anton Galler, della terroristica 16. Panzergrenadier-Division “Reichsfüher-SS” (come Reder), portata in Italia per fare la guerra ai civili, risalì fino a Sant’Anna e sterminò 560 persone.

Attribuita ogni strage a Reder, ‘chiusa’ quindi, colpevolmente d’accordo tutti, la ricerca dei singoli volenterosi carnefici, di cui molti tedeschi giovanissimi, altri dell’Est (ucraini etc.), il volenteroso Anton Galler è potuto morire tranquillo a 90 anni in Spagna nel 1995. Vi si era rifugiato poco prima che la Procura Militare di La Spezia cominciasse a spulciare con pazienza i tantissimi fascicoli rinvenuti nell’ormai tristemente famoso ‘armadio della vergogna’, dove con una incostituzionalissima “archiviazione provvisoria”, nel 1960, fu messa una coltre oscura sulle nefandezze delle SS – ma anche della Wehrmacht – ai danni di migliaia di civili italiani. (Vabbè, c’era la Guerra Fredda.) Non c’è che dire: una delle perle – purtroppo – della prima repubblica. La credibilità si erode anche così; il tempo arriva… .
Da notare: in fatto di disumanità (è un dato) nelle SS si distinsero gli austriaci: austriaco era il Comandante di Treblinka (che come ormai si sa fu peggio di Auschwitz), Franz Stangl, un umile poliziotto, austriaco era Walter Reder, austriaco era il Galler di Sant’Anna, austriaco era Albert Meier, un caporale ventiquattrenne specializzatosi nel mitragliare donne e bambini nella tragica settimana di Marzabotto (morto nel suo letto da convinto nazista: “Loschi bacilli, hanno avuto quel che si meritavano”). E naturalmente tutti ‘cattolici’.

Gitta Sereny scrive un resoconto insuperabile, “In quelle tenebre”, Adelphi, intervistando in carcere Franz Stangl, di Treblinka; finita l’intervista, ‘liberatosi’ di tanto peso, muore d’infarto.
Per capire la mentalità popolare che dette una bella mano ai Nazisti bisogna proprio leggere “In quelle tenebre”. Scritto con quel distacco storico oggettivo con cui solo gli inglesi riescono a trasformare un fatto passato in una terribile cronaca di oggi.

Le lunghe giornate del luglio ‘43

Le bombe su San Lorenzo, a Roma, la solitudine di Pio XII, gli insulti a Vittorio Emanuele III, l’Odg Grandi e l’arresto di Mussolini. Tutto, o quasi, si decise nel giro di poche ore, tra il 19 e il 27 luglio 1943. 

Per l’Italia erano in ballo il destino e il futuro, ma in realtà era tutto il mondo a restare col fiato sospeso: lunedì 19 luglio Roma fu bombardata per la prima volta dagli Alleati (sotto le macerie di San Lorenzo e nell’area di Porta Maggiore – Piazzale del Verano rimasero 3.000 vittime). La notte del 24, tra le mura di Palazzo Venezia, il Gran Consiglio del Fascismo – a seguito dell’ordine del giorno Grandi – destituì Benito Mussolini, il quale fu successivamente prelevato da Villa Ada (allora residenza del re) e arrestato seduta stante. Nel mezzo, la drammatica visita di Pio XII (per altro l’unica autorità presente nel paese ancora con una sorta di indipendenza decisionale) nelle zone colpite dai raid e gli insulti della folla (con tanto di sputi e sassate) al sovrano, anch’egli recatosi nei quartieri bombardati. Era l’epilogo di una situazione ormai fuori controllo da diverse settimane, allorché gli alti comandi si erano resi conto della follia di un conflitto già perduto in partenza per motivi di inefficienza militare. E l’attacco su Roma, che scosse le coscienze di milioni di persone, fece degenerare inesorabilmente la situazione. 

L’esautoramento del regime per vie formali era un disegno pianificato da tempo. Capo-corrente di questa pianificazione era lo stesso Vittorio Emanuele, ormai consapevole (con gravissimo ritardo) della tragedia che si stava abbattendo sulla nazione e sui cittadini civili in particolar modo. Dobbiamo ricordare in tal senso – per l’ennesima volta –  che a determinare la caduta del regime non fu la protesta popolare, ma una congiura programmata presso le alte stanze della corona la quale fu appoggiata da tutte le componenti moderate facenti capo all’ex governo fascista: industriali, filo-monarchici e conservatori. In seguito, come sappiamo, anche l’estremo disegno di garantire la sopravvivenza della monarchia si rivelò tanto inutile quanto inefficace, fermo restando le pesanti responsabilità di casa Savoia circa le tragiche condizioni in cui versava il paese. L’annuncio della caduta di Mussolini fu accolto con grandi manifestazioni di esultanza, ma senza spargimenti di sangue. Il movimento fascista, infatti, che per un ventennio aveva occupato la scena politica italiana, implose mestamente insieme alle sue organizzazioni collaterali e ai suoi organi contigui ancor prima che si insediasse il governo provvisorio. Quest’ultimo, costituitosi hic et nunc il 27 luglio intorno alla figura del maresciallo Pietro Badoglio, era composto esclusivamente da personaggi legati all’ambiente militare e scevri da qualsiasi schieramento politico. 

Di fatto, la gioia che suscitò la riconquistata libertà nella popolazione fu minore rispetto alle grandi aspettative riposte in una veloce fine del conflitto, che sarebbe stata – quella si – la definitiva fine di una tragedia senza precedenti nella storia dell’Italia. L’uscita dalle ostilità, tuttavia, si sarebbe rivelata tragica quanto o forse ancor più della guerra stessa.

Luglio senza stranieri costa 3 mld

Un mese di luglio senza stranieri in vacanza in Italia è costato più di 3 miliardi al sistema turistico nazionale per le mancate spese nell’alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sugli effetti dell’obbligo di quarantena reso necessario dall’aggravarsi della situazione a livello mondiale con il record di 16 milioni di contagi  e della diffidenza dei cittadini provenienti da Paesi dell’Unione Europea nonostante l’apertura delle frontiere.

Lo scorso anno in Italia ci sono stati oltre 8 milioni di cittadini stranieri che hanno pernottato a luglio in Italia che quest’anno con la diffusione del coronavirus sono stati praticamente azzerati dalle preoccupazioni e dai vincoli resi necessari per affrontate l’emergenza coronavirus, secondo l’analisi Coldiretti su dati Bankitalia.

L’estate senza turisti stranieri impatta sull’intero indotto turistico a partire dall’alimentazione che in Italia secondo la Coldiretti pesa circa 1/3 dell’intero budget delle vacanze dei turisti per i pasti nei ristoranti fino ai gelati ma anche per l’acquisto di souvenir. Ai danni diretti – precisa la Coldiretti – si aggiungono quelli indiretti perché viene a mancare l’effetto promozionale sui prodotti Made in Italy all’estero con i turisti stranieri che continuano a ricercali una volta tornati nei paesi di origine determinando una spinta all’export nazionale.

L’Italia infatti è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico – continua la Coldiretti – grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa con 304 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e la piu’ grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie con Campagna Amica.

Il gap provocato dall’assenza di turisti stranieri non è stato compensato dai 13,5 milioni di italiani che hanno deciso di andare in vacanza a luglio, in pesante calo del 23% rispetto allo scorso anno a causa delle incertezze, paure e difficoltà economiche, secondo l’analisi Coldiretti/Ixe’. Le vacanze 2020 registrano comunque una netta preferenza degli italiani verso le mete nazionali – sottolinea la Coldiretti – per il desiderio di sostenere il turismo nazionale ma anche per i limiti e le incertezze ancora presenti per le mete estere piu’ gettonate a partire dagli Stati Uniti ma anche all’interno dei confini europei. L’Italia è dunque di gran lunga la destinazione privilegiata che – continua la Coldiretti – è stata scelta come meta dal 93%.

 

Senza mascherina a Salerno: prime multe da 1000 euro

Prime multe da mille euro per mancata mascherina nei luoghi chiusi a Salerno. Questa mattina, il sindaco Vincenzo Napoli, accompagnato dagli agenti della Polizia municipale, ha effettuato alcuni controlli negli esercizi commerciali della zona orientale di Salerno. Le prime tre multe da mille euro per mancato utilizzo della mascherina sono state elevate in tre esercizi commerciali. Non si esclude la chiusura degli stessi locali.

Il sindaco Vincenzo Napoli, accompagnato da pattuglie della polizia municipale di Salerno, ha effettuato svariati sopralluoghi per constatare se gestori e personale degli esercizi commerciali rispettassero le disposizioni anti Covid. “Questa ultima ordinanza del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca è giusta e va applicata senza sconti a nessuno. Non solo i gestori degli esercizi commerciali ma anche i clienti degli stessi, devono rispettare le medesime norme. Dobbiamo pensare che questa deve essere una battaglia di tutti per sconfiggere questo virus. Ognuno di noi deve fare la propria parte. Gli atti repressivi sono la soluzione estrema che verranno comunque applicati se la situazione non cambia. Il Covid non è stato sconfitto”.

Europa, il populismo e i cattolici democratici.

Si apre una nuova pagina per l’Europa ma, probabilmente, si può aprire anche una nuova fase per l’Italia. Per la sua vita politica e per gli stessi equilibri che potrebbero decollare. Certo, evitando pur sempre le ridicole santificazioni o le grottesche esaltazioni di alcuni organi di informazione specializzati nel gregariato e nella faziosità a buon mercato. Comunque sia, piaccia o non piaccia, si tratta di una svolta il compromesso raggiunto in sede europea in questi giorni. E come tale va giudicata e analizzata. 

Ora, su almeno tre fronti l’intesa siglata merita un supplemento di riflessione. 

Innanzitutto l’Europa ha ritrovato un sussulto di dignità. E, soprattutto, ha riscoperto le vere ragioni politiche della sua unità. Da anni, ormai, si andava predicando che il vecchio continente poteva continuare ad avere un vero ruolo nello scacchiere geopolitico mondiale ad una sola condizione. E cioè, se riusciva sino in fondo a ritrovare e a rideclinare le ragioni politiche e culturali originarie. Ovvero un’entità legata non solo da interessi economici e commerciali ma anche, e soprattutto, da una grande visione politica ed ideale basata sulla solidarietà, sulla sussidiarietà e sulla cooperazione costruttiva. Un progetto politico, inaugurato dai grandi statisti democratico cristiani nell’immediato secondo dopoguerra che, seppur tra alterne vicende, ha ripreso lentamente a scorrere proprio dopo questa drammatica emergenza sanitaria che ha colpito trasversalmente il vecchio continente non risparmiando quasi nessuno. Ma il salto di qualità adesso lo abbiamo potuto sperimentare e non solo per la franchezza e la trasparenza dello scontro e dell’incontro tra i vari governi europei ma anche per la concreta volontà di voltare pagina, malgrado alcune resistenze corporative e nazionalistiche. Con un ruolo politico decisivo giocato dalla Francia e dalla Germania ma con il contributo determinante del Governo italiano senza dimenticare il ruolo giocato dai leader italiani in Europa, a cominciare dal Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli. 

In secondo luogo questo accordo politico e finanziario può mettere in discussione, finalmente, i caposaldi non solo del sovranismo ma anche e soprattutto del populismo. Due degenerazioni della politica italiana che, però, in questi ultimi anni hanno mietuto consenso massicci e consistenti con i suoi due partiti di riferimento: la Lega salviniana e i 5 stelle di Grillo e Casaleggio. Due esperimenti politici che, al di là degli opposti e scontati annunci propagandistici, escono decisamente ridimensionati. Se da un lato il sovranismo ha, d’ora in poi, meno cartucce da introdurre nella dialettica politica per continuare a demolire l’Europa e tutto ciò che la circonda e la caratterizza nel panorama nazionale ed internazionale, dall’altro è lo stesso populismo ad entrare in difficoltà perchè nel momento in cui torna la politica con i suoi strumenti e le sue modalità, i dogmi del populismo demagogico e anti politico vanno inesorabilmente in crisi. Al di là di ogni giustificazione postuma o tardiva. E la crisi dei due populismi che hanno dominato, e ancora condizionano, il cammino della democrazia italiana in questi ultimi anni può aprire nuovi orizzonti per le forze democratiche, riformiste e costituzionali del nostro paese. 

In ultimo la riscoperta delle ragioni politiche e culturali originarie dell’Unione Europea hanno evidenziato, ancora una volta, la straordinaria attualità di quelle culture che hanno garantito e accompagnato il decollo politico dell’Europa. A cominciare dalla tradizione cattolico democratico e popolare. Del resto, sono stati 3 statisti democratici cristiani europei che individuarono, sin da subito, la valenza e la necessità di costruire attorno all’Europa un disegno politico di ampio respiro e di reale e non fittizia collaborazione tra i diversi popoli interrompendo una spirale di divisioni, di guerre, di risorgenti nazionalismi e di corporativismi economici e sociali che potevano nuovamente mettere in discussione l’impianto di una Europa capace di dar vita ad una rinnovata stagione di democrazia, di libertà e di giustizia sociale. Una tradizione, quella cattolico democratico e popolare, che continua quindi ad avere una forte attualità e che proprio con questo accordo ritrova le ragioni per avere una nuova cittadinanza culturale e politica a livello nazionale e a livello europeo. 

Ecco, quindi, tre aspetti concreti e tangibili che possono modificare in profondità l’evoluzione della politica italiana dopo l’intesa europea. E proprio l’accordo maturato nelle scorse ore, sotto questo versante, non può che essere un ottimo biglietto d’ingresso. 

Ogni lezione era una rivelazione

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Irene Baldriga

Maurizio Calvesi, l’ultimo grande maestro della storia dell’arte italiana del Novecento, ci ha lasciato il 24 luglio all’età di 92 anni. La notizia si è diffusa nel giro di poche ore, giungendo in ogni parte d’Italia e del mondo. Calvesi era considerato un assoluto pilastro della “scuola romana”, la grande fucina di studi e di ricerche fondata agli inizi del secolo scorso da Adolfo Venturi e poi sviluppatasi in una successione di figure prestigiosissime della cultura italiana, da Lionello Venturi, a Cesare Brandi, ad Argan. Studioso raffinatissimo e poliedrico, critico militante, è stato un volitivo animatore dello storico Istituto di storia dell’arte dell’università La Sapienza di Roma, che oggi — nella sua più moderna articolazione (il Dipartimento di storia, antropologia, religioni, arte e spettacolo) — ne onora, commosso, la memoria. Una schiera foltissima di storici dell’arte ne condivide in queste ore il ricordo; un ventaglio di generazioni che Calvesi ha ispirato e formato, letteralmente, attraverso il suo sguardo rigoroso e l’applicazione di un metodo filologico che univa con assoluto equilibrio l’espressione formale alla lettura dei documenti diretti e indiretti, analizzando l’opera d’arte come prodotto di complessi intrecci storici e culturali, che egli pazientemente arrivava a scomporre e a restituire incrociando fonti e modelli di impressionante varietà e pertinenza.

Nella parola “contesto”, che gli allievi di quella scuola di studi considerano come autentica bussola della storia dell’arte, si racchiude il valore più alto del poderoso sforzo interpretativo operato e trasmesso dal professor Calvesi. Leggere il contesto significa allargare la prospettiva della lettura di un’opera d’arte, considerarne le derivazioni iconografiche, la committenza, i modelli letterari, i significati nascosti, le ragioni palesi e quelle recondite, gli effetti diretti e indiretti, le possibili connessioni sociali, economiche e religiose, la funzione dei manufatti… e potremmo proseguire per molte righe ancora.

Ai giovani studenti che affollavano l’aula Venturi, dove ancora oggi si svolgono le principali iniziative e le attività didattiche della sezione di storia dell’arte del Dipartimento, le lezioni di Calvesi apparivano quasi epifanie, momenti insostituibili di rivelazione, in cui il grande studioso illustrava con precisione le sue riflessioni, in una quantità di rimandi, analogie, sollecitazioni e percorsi di ulteriore sviluppo. Nella penombra delle sue lezioni serali (la proiezione delle diapositive richiedeva l’oscuramento della sala), il professore si immergeva tra appunti e immagini, sciorinando ipotesi, deduzioni, principi di metodo.

I testi proposti nella sua bibliografia d’esame erano e restano autentici monumenti della storia dell’arte: il saggio giovanile sulla Melanconia di Dürer, i fondamentali studi su Caravaggio, le articolate ricerche sulla Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (un romanzo allegorico illustrato, pubblicato a Venezia nel 1499), fino alle appassionate ricerche rivolte alla contemporaneità, al Futurismo, a de Chirico, a Burri, a Duchamp, alla Pop Art. Perché da vero grande studioso, che nella sua lunga esperienza professionale aveva conosciuto anche il non facile mestiere dell’amministrazione dei beni culturali, Calvesi sapeva maneggiare una quantità di temi e di questioni, tra passato e presente, con uno sguardo attento anche ai problemi della tutela e della conservazione, in una declinazione politica della storia dell’arte che aveva d’altronde animato l’azione dei suoi illustri maestri.

Tra gli ambiti di ricerca che maggiormente hanno segnato la schiera dei suoi allievi, risulta decisivo quello caravaggesco. Calvesi si era laureato con Lionello Venturi discutendo una tesi sul pittore lombardo Simone Peterzano, una ricerca importante che lo condusse progressivamente ad approfondire l’opera del Merisi soprattutto alla luce delle connessioni con l’ambiente milanese borromaico e degli oratoriani.

Rileggendo oggi i suoi studi più precoci, come l’articolo del 1957 dedicato proprio a Peterzano “maestro di Caravaggio” (e salta all’occhio come in quel numero del «Bollettino d’Arte» il contributo di Calvesi sia seguito da un articolo dell’allora solerte e non abbastanza ricordata direttrice della Galleria Borghese Paola della Pergola), affiora l’approccio sistematico delle sue riflessioni: una sequenza di logiche conclusioni che si dipana, con ammirevole chiarezza, attraverso domande esplicite, elenchi di possibili soluzioni, ipotesi e conclusioni.

Pur dotato di una penna generosa e piacevole alla lettura, amava la prosa serrata: soprattutto nella rappresentazione delle sue grandi costruzioni interpretative (macchine esegetiche articolatissime nutrite di citazioni di fonti antiche e moderne, scritte e visuali), Calvesi prediligeva una stesura asciutta, capace di dimostrare senza divagazioni la purezza del suo pensiero e l’inoppugnabilità delle sue argomentazioni. Uno stile di sobrietà, un’inclinazione alla “sprezzatura”, che caratterizzava l’uomo come lo studioso. L’evidenza dei fatti doveva prevalere su ogni retorica, su ogni eccesso descrittivo, sul barocchismo letterario che aveva caratterizzato una parte della storia dell’arte del passato e che ora, attraverso la forza cristallina di un metodo analitico orientato al contesto, era opportuno smascherare. Nella sua introduzione alle Realtà del Caravaggio (Einaudi, 1990), Calvesi aggiunge una rara e davvero commovente nota autobiografica. A proposito delle sue appassionate incursioni presso archivi e biblioteche milanesi risalenti al tempo della collaborazione con il «Corriere della sera» e per le quali si sofferma a ringraziare il personale di sala «per le interminabili richieste di codici», annota: «Sbarcando di prima mattina dal vagone letto, rubavo qualche ora al giornale rifugiandomi nell’Archivio di Stato dell’Ambrosiana, ove mi aveva indirizzato l’idea che i Borromeo fossero stati il modello della fede lombarda del Caravaggio… Tra le lettere a Federico Borromeo, solo in una (ma era sufficiente) trovai il nome del Caravaggio; moltissime altre sono servite a tracciare un contesto che mi sembrava dimostrativo». Emerge il quadro solitario di uno studioso appassionato, un segugio della verità storica, convinto di una intuizione per la quale sa di dover raccogliere indizi incontrovertibili. Calvesi ha praticato (ed ha insegnato, cosa niente affatto secondaria) la grande forza di una storia dell’arte orgogliosa di una scientificità di metodo e di pensiero, selezionando con cura i terreni da scandagliare per portare alla luce evidenze che i secoli hanno oscurato.

Indossare l’abito dell’investigatore, negli anni in cui il professore sceglieva quella strada di faticoso lavoro di ricerca, implicava un certo coraggio. A tratti il professore si apre a qualche considerazione sulla necessità di superare luoghi comuni e presunte certezze ormai consolidati nella lettura di certi capolavori. Nell’argomentare la sua interpretazione delle iconografie caravaggesche in chiave cristologica, si sofferma a un certo punto sulle simbologie che egli cerca di individuare e di tradurre in termini teologici e compositivi, per esempio a proposito dei dipinti della Cappella Contarelli in San Luigi de’ Francesi («Il senso sarebbe calzante — Gesù immolatosi per amore dell’umanità, Gesù come Amore — e ambienterebbe ancor meglio l’intera produzione caravaggesca, giovanile o no, chiara o tenebrosa, nel tema dell’Amore e della Redenzione»). Spiega Calvesi che la possibile “delusione” suscitata in alcuni lettori dalla rivelazione di un Caravaggio non più maledetto, bensì attento interprete dei dettami della Controriforma, «non tocca Caravaggio, tocca la nostra pretesa di attualizzare in letture deformanti, che siano in chiave di realismo tout court o di anelito rivoluzionario contro i sistemi, una figura storica dai confini ben marcati e precisi, che solo quel disprezzato tipo di indagine dal nome un po’ goffo di iconologia, in fondamentale sussidio alla lettura stilistica, ci può restituire. Restituire per sempre alla discussione, ma ad una discussione meno infondata».

Si coglie una nota di dispiaciuta amarezza in quel richiamo autoironico all’iconologia, l’approccio che con eleganza il professore aveva scelto di abbracciare pur controcorrente, ma è difficile non rilevare il senso di responsabilità e la determinazione assunti dallo stesso Calvesi nel voler affermare l’urgenza di una nuova storia dell’arte, che adottasse l’apertura metodologica e la discussione come pratiche comuni indirizzate alla comprensione dei processi storico-culturali.

La perdita di un grande maestro addolora i colleghi, gli allievi, gli amici, i compagni di tante esperienze. È di grande conforto, tuttavia, ricordare che il lascito davvero importante del lavoro di una intera esistenza resti vivissimo nell’esercizio di una disciplina. La storia dell’arte italiana ha molto beneficiato dell’impegno e della passione di Maurizio Calvesi: ne sono testimonianza evidente la tenuta delle “realtà” che ha portato allo sguardo del tempo presente, restituendo eloquenza a capolavori di cui si era perduto ogni legame con il contesto di origine, ma ancor di più nel lavoro appassionato dei suoi allievi che continuano a popolare archivi, musei e biblioteche, alla ricerca costante di nuove verità da svelare.