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Come ottenere il bonus vacanze

Dal 1 luglio è disponibile su IO, l’applicazione dei servizi pubblici (io.italia.it) la nuova funzionalità per richiedere e utilizzare, fino al 31 dicembre 2020, il Bonus Vacanze: l’agevolazione prevista dal “Decreto Rilancio” (art. 176 del DL n. 34 del 19 maggio 2020) come misura di sostegno al turismo in Italia dopo l’emergenza Covid-19. Alle ore 16:00 del primo giorno di attivazione del servizio, sull’app sono stati erogati più di 110.000 Bonus Vacanze, per un controvalore economico complessivo pari a oltre 50 milioni di euro. La possibilità di ottenere il Bonus Vacanze non si esaurisce nella sola giornata odierna: le famiglie che vorranno usufruire dell’agevolazione potranno richiederla durante tutto il periodo di validità dell’iniziativa.

Il Bonus è rivolto ai nuclei familiari con un reddito ISEE non superiore a 40 mila euro e offre un contributo fino a 500 euro per soggiorni in alberghi, campeggi, villaggi turistici, agriturismi e bed&breakfast sul territorio italiano. L’importo del Bonus dipende dal numero dei componenti del nucleo familiare: 500 euro per i nuclei composti da 3 o più persone, 300 euro per quelli composti da 2 persone, 150 euro per quelli composti da 1 persona. Il Bonus può essere utilizzato per l’80% sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto alla struttura turistica e per il 20% in detrazione d’imposta nella prossima dichiarazione dei redditi. Come stabilito dal Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 17 giugno 2020, il contributo può essere richiesto ed erogato esclusivamente in forma digitale attraverso l’app IO, sviluppata da PagoPA S.p.A. e disponibile gratuitamente negli store online per dispositivi Android e iOS (iPhone).

Come si richiede il Bonus Vacanze dall’app IO?

Dopo aver installato l’app sul proprio telefono, per i cittadini in possesso dei requisiti necessari l’attivazione del Bonus Vacanze tramite IO avviene rapidamente, in pochi passaggi, come descritto su io.italia.it/bonus-vacanze.

  1. Accedi con SPID o CIE
    Per iniziare a utilizzare l’app IO, l’utente deve accedere con la propria identità digitale SPID* o, in alternativa, con la Carta d’Identità Elettronica (CIE 3.0)** abbinata al PIN ricevuto al momento del rilascio della nuova carta. In seguito, sarà possibile accedere all’app digitando semplicemente un codice numerico o tramite il riconoscimento biometrico (impronta digitale o riconoscimento del volto) scelti dall’utente alla prima registrazione.
  2. Vai nella sezione “Pagamenti” alla voce “Bonus e Sconti”
    Entrando nella sezione “Pagamenti” dell’app e cliccando su “Aggiungi” in corrispondenza della funzionalità “Bonus e Sconti”, l’utente maggiorenne può selezionare “Bonus Vacanze” dalla lista di quelli disponibili. Prima di cliccare su “Richiedi il Tuo Bonus”, l’app IO ricorda all’utente come funziona e a chi spetta l’agevolazione.
  3. Verifica il tuo ISEE e ottieni il Bonus
    Dopo aver richiesto il Bonus l’app verifica con i sistemi di INPS che l’ISEE del nucleo familiare del richiedente sia in corso di validità e rientri nella soglia prevista. Il processo di verifica è pressoché immediato. In caso di esito positivo, l’app IO conferma al cittadino che la sua richiesta è valida e mostra in anteprima l’importo massimo dell’agevolazione che spetta al suo nucleo familiare, oltre all’elenco degli altri componenti che potranno spendere il Bonus. Se i dati sono corretti, è sufficiente cliccare su “Attiva il Bonus”: dopo qualche secondo, il cittadino potrà visualizzare il proprio Bonus Vacanze nella sezione “Pagamenti” dell’app.
  4. Utilizza personalmente o condividi il tuo Bonus
    Il Bonus attribuito al proprio nucleo familiare è identificato da un codice univoco alfanumerico, a cui è associato anche un codice QR. Per ottenere lo sconto (pari all’80% dell’importo massimo indicato nella schermata di riepilogo del Bonus, oppure all’80% del corrispettivo dovuto per il soggiorno, se questo è inferiore all’importo massimo riconosciuto), basta comunicare alla struttura turistica questo codice, insieme al proprio codice fiscale, al momento di pagare presso la struttura dove si trascorreranno le vacanze.
    Se il cittadino che ne ha fatto richiesta sull’app IO non utilizzerà personalmente il Bonus, attraverso la funzione “Condividi” potrà inoltrarne facilmente una copia agli altri componenti del proprio nucleo familiare che non hanno accesso all’app.
    Il Bonus Vacanze rimarrà sempre disponibile nella sezione “Pagamenti” dell’app IO. Dopo l’avvenuto utilizzo presso la struttura turistica prescelta, da “attivo” il Bonus risulterà “speso” e non potrà più essere utilizzato da nessuno dei componenti del nucleo familiare a cui è stato attribuito.
    Per le strutture turistico-ricettive, lo sconto applicato all’ospite in possesso del Bonus Vacanze sarà rimborsato sotto forma di credito d’imposta utilizzabile in compensazione senza limiti di importo, attraverso il modello F24. In alternativa può essere ceduto a terzi, compresi gli istituti di credito e gli intermediari finanziari. Il credito d’imposta non utilizzato dal cessionario, in tutto o in parte, può essere oggetto di ulteriori cessioni.

Maggiori informazioni

Bonus fino a 4mila euro per il motorino elettrico

Ecobonus fino a 3mila euro nel 2020 sull’acquisto di motorini elettrici o ibridi, il contributo sale a 4mila in caso di contestuale rottamazione di quello vecchio.

Lo prevede un emendamento riformulato al dl Rilancio approvato in commissione Bilancio alla Camera.

Non cambiano i vincoli previsti dalla legge. Il veicolo da rottamare deve essere intestato all’acquirente del nuovo mezzo o a un suo familiare convivente da almeno 12 mesi.

L’obiettivo è promuovere l’acquisto di moto e motorini elettrici o ibridi. Gli incentivi riguardano in particolare i ciclomotori appartenenti alle categorie L2e, L3e, L4e, L5e, L62 e L7e.

Melanoma. Meno colite indotta da farmaci con la vitamina D

I pazienti con melanoma trattati con inibitori dei checkpoint immunitari hanno minori probabilità di sviluppare colite indotta dai farmaci quando assumono anche integratori di vitamina D.

I ricercatori del Gastrointestinal Cancer Center del Dana Faber Institute di Boston hanno condotto un’analisi retrospettiva dei dati su una coorte di 213 pazienti con melanoma trattati con inibitori dei checkpoint immunitari (ICI) presso il Dana Faber Cancer Institute.

Nel complesso, 37 pazienti (il 17%) hanno sviluppato colite indotta dal trattamento. 66 pazienti (31%) assumevano vitamina D prima di iniziare il trattamento con ICI e mostravano minori probabilità (OR 0,35%) di sviluppare una colite indotta da questi farmaci.

Una solida cultura di governo, questo è ciò che serve all’Italia

Questa volta il rientro in scena di Alessandro Di Battista, il demagogo destrorso che si atteggia a combattente rivoluzionario chavista dei 5 Stelle, ha prodotto il risultato voluto: fibrillazione tendente alla guerriglia interna nel Movimento, con relativi abbandoni di parlamentari e conseguente assottigliamento della maggioranza di governo, soprattutto al Senato, ove ormai è ai minimi termini.

E indebolimento evidente di Giuseppe Conte – sinora “troppo” alto nei sondaggi di popolarità – costretto sulla difensiva e quindi impossibilitato a far fruttare la già non felicissima idea degli Stati Generali nonché – soprattutto – costretto a rinculare nuovamente sul MES, il nuovo “non possumus” pentastellato, arrivando così a scontrarsi con la signora Merkel (che sin qui lo ha sostenuto) e a rischiare il litigio con il pacioso Zingaretti. E infine sfidando Grillo a dimostrare di avere ancora la forza (e, più ancora, la voglia) per comandare e guidare il Movimento da lui creato (la mente sarà stata anche Casaleggio sr., ma il corpo ce lo mise tutto lui, come tutti ben ricordiamo).

La vicenda del MES è di massima importanza per almeno tre ordini di ragioni.
Lasciamo pure sullo sfondo la prima, ovvero il nostro rapporto con l’UE (che con la Presidenza von der Leyen sta dimostrandosi assai attenta al nostro Paese, e non solo a causa del Covid-19), la quale evidentemente – con l’uscita della Gran Bretagna – sa bene che l’Italia è dopo Germania e Francia la terza grande d’Europa e quindi non la si può certo abbandonare al suo destino (cosa che alla fine, giustamente, non è stato fatto nemmeno con la piccola Grecia). Vi sarà però tempo e modo per parlarne ancora.
Concentriamoci invece su altri due punti basilari.

Il MES – 36 miliardi pronta cassa – ha un’unica condizionalità: l’investimento in servizi sanitari pubblici. Ovvero in un settore fondamentale per i cittadini, come vuole la Costituzione (art. 32, co. 1) e come volle la Riforma Sanitaria del 1978, varata dal monocolore DC della solidarietà nazionale il cui ministro della Sanità era Tina Anselmi. Quattrini freschi che servono a rafforzare la medicina territoriale impoverita in molte regioni, a riqualificare invece che chiudere i piccoli ospedali di provincia che possono alleggerire il carico di pazienti meno impegnativi oggi presenti nei grandi ospedali d’eccellenza, a retribuire meglio medici e infermieri, e ad assumerne di nuovi, a rafforzare i presidi sanitari nelle RSA…e molto ancora. Altro che discorsi fumosi e ideologizzati, questi sarebbero interventi che qualsiasi Governo serio avrebbe il dovere di porre in agenda, avendo le risorse economiche per poterlo fare!

E questa considerazione ci conduce al terzo punto, che è politico. E che so essere una provocazione. Ma i tempi non sono normali e allora forse anche le provocazioni possono tornare utili.
A favore dell’utilizzo del MES c’è il Pd. C’è Italia Viva. C’è pure LeU, ove la leadership pacata e seria – bisogna riconoscerglielo – del ministro Speranza sta producendo una insperata tenuta nei sondaggi. Nel campo dell’opposizione c’è Forza Italia. E c’è Azione di Carlo Calenda.

Ora, se – per un momento – ci dimentichiamo i nomi e le smanie di protagonismo ad essi associate e ci mettiamo i nomi e i volti di tanti connazionali (chiunque di noi ne conosce più d’uno) che così la pensano è proprio impossibile immaginare un confronto elettorale nel quale il populismo demagogico sia energicamente contrastato da un sano realismo democratico? Io dico che finanche qualche, e più di qualche, elettore pentastellato ci farebbe un pensiero. Io dico che è possibile.

E, non essendoci allo stato, oggettivamente, un federatore di questi cittadini non potrebbe essere, questo federatore necessario, un grande patto europeo di rilancio del nostro Paese? Lo dico perché se il Governo Conte riesce ad andare avanti e fare le scelte giuste, bene e anzi ottimo. Ma se non vi riesce allora piuttosto che la palude meglio un voto popolare. Una partita tutta da giocare, se solo il centro-sinistra sapesse uscire dai personalismi, dalle piccole ambizioni per occuparsi invece solo ed esclusivamente dei problemi da risolvere. Che sono tanti e che sono risolvibili solo possedendo una solida cultura di governo.

Detti e ridetti

Tra tutte la parole passate alla storia quella di Cambronne è certamente la più pronunciata: superfluo richiamarne il contenuto, la usiamo tutti i giorni come “imprecazione tipo”.
All’opposto sta la famosa risposta di Garibaldi: “obbedisco”.
Capita infatti di sentirla ripetere raramente in un mondo dove la maggior parte delle persone è più portata a comandare che a chinare il capo.

Ma sono molte le celebri espressioni che usiamo nelle metafore ricorrenti della vita quotidiana: parole, frasi e battute già pronte che calzano a pennello con le mutevoli vicende dell’esistenza.
La “storia” può essere utilmente declinata nella cronaca aggiornata, ci sono sempre esempi che tornano utili.

A cominciare dal “conosci te stesso”, consiglio spendibile per chi è più portato a ficcare il naso nelle cose altrui piuttosto che a scrutare nei meandri della propria anima.
“Passare il Rubicone” andrebbe bene per chi deve prendere una decisione ma anche per chi vuol cambiare casacca, per gli incerti dell’ultima ora va forse meglio “il dado è tratto”: a cose fatte bisogna di buon grado scendere in campo.
Quanto al mitico “lei non sa chi sono io” valga la risposta data da Leopardi: “all’apparir del vero tu misera cadesti”. Come dire che è sempre meglio non ostentare la propria vera identità.

Il “dagli all’untore” di manzoniana memoria non ha bisogno di ulteriori accreditamenti sociali, è infatti l’occupazione prevalente nelle diatribe nazional-popolari, disvela proprio un’attitudine innata.
Per rimanere con lo stesso autore il celebre “adelante pedro, si puedes, con iuycio” sarebbe da consigliare ai rampanti e ai manager in carriera, una genia che non conosce mai estinzione.
Anche il dantesco “più che l’amor potè il digiuno” ci offre la chiave di lettura per spiegare indicibili passioni e vocazioni folgoranti.

Nel loro genere “mala tempora currunt” e “homo homini lupus” ci ricordano quanto siamo ancora debitori alla nostra lingua madre rispetto ad una cruda verità: anche oggi i tempi sono calamitosi e ci si azzanna con cattiveria, ululando alle stelle.
L’invidia non conosce tramonto, come diceva Ernest Hemingway gli uomini sono talmente pieni di amor proprio da non sopportare che la gente sia felice.

Persino le brutte notizie non sono mai sole: forse per questo Woody Allen aveva concluso “prima di andar via vorrei lasciarvi un messaggio positivo ma non ce l’ho. Fa lo stesso se ve ne lascio due negativi?”.
A proposito di messaggi, ricordo un vecchio insegnante che aveva scritto alla lavagna “c’est l’argent qui fait la guerre”, che tradotto in soldoni vuol proprio dire che nelle battaglie decisive il denaro risulta determinante.

Non c’è bisogno di ritornare scolari per apprendere quell’amara lezione: vivendo in un mondo di prevalenti interessi materiali, in questo campo cerchiamo sempre di essere promossi.
John F. Kennedy , parlando di se stesso affermava “sono un idealista privo di illusioni”: a questo principio ha poi pagato un tributo sproporzionato e non mi pare che questa eredità morale sia stata raccolta con entusiasmo, visto che di buon grado i suoi successori si sono abituati a fare di necessità virtù.
Le più aggiornate regole dello spoil system legittimano il proclama di Carlo V – “Estad todos caballeros”- e non è poco visto che tutti sono alla perenne ricerca di una promozione.

Per rimanere nel frivolo anche la Gradisca ci ricorda che certi omaggi sono sempre apprezzati, specie dai regnanti di turno.
Ma il detto più attuale di questa veloce rivisitazione è forse “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”: è infatti trascorso più di un secolo da questo laconico aforisma di Massimo D’Azeglio ma il compitino mi sembra ancora da terminare.
Oddio: in tutto questo tempo abbiamo fatto davvero gli “italiani” ma forse si intendeva un’altra cosa.

Pa: al via il primo concorso unico per 2.133 funzionari

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, IV Serie Speciale – “Concorsi ed Esami” del 30 giugno 2020, il bando di concorso pubblico, per titoli ed esami, per il reclutamento di 2.133 unità di personale non dirigenziale, a tempo pieno e indeterminato, da inquadrare nell’Area funzionale III – F1 o categorie o livelli equiparati, con il profilo di funzionario amministrativo, nei ruoli di diverse amministrazioni. Il bando è stato approvato dalla Commissione RIPAM nel corso della seduta del 25 giugno scorso.

Il concorso, organizzato dal Dipartimento della funzione pubblica, consentirà di selezionare nuovo personale in possesso di competenze trasversali, tecniche e attitudinali. Anche alla luce delle nuove norme sulla semplificazione delle procedure di reclutamento, il bando prevede una serie di novità per dare inizio a percorsi innovativi con l’obiettivo, ambizioso ma imprescindibile, di avviare un cambio di passo nelle modalità di reclutamento del personale della Pubblica amministrazione.

Ecco le principali novità.

Semplificazione delle procedure concorsuali. L’intera procedura si svolgerà mediante il supporto di strumentazione informatica. La prova orale potrà essere svolta in videoconferenza, attraverso l’utilizzo di strumenti informatici e digitali, garantendo comunque l’adozione di soluzioni tecniche che assicurino la pubblicità della stessa, l’identificazione dei partecipanti, la sicurezza delle comunicazioni e la loro tracciabilità.

Presentazione delle candidature. La domanda di ammissione al concorso va presentata esclusivamente in via telematica attraverso l’utilizzo di un’apposita piattaforma digitale (Step-One 2019) e del Sistema pubblico di identità digitale (SPID), entro quindici giorni dalla pubblicazione del bando nella Gazzetta Ufficiale. Tutte le comunicazioni relative alla procedura concorsuale, compresa la pubblicazione della graduatoria finale di merito, saranno fornite ai candidati attraverso la predetta piattaforma digitale.

Valutazione delle cosiddette competenze trasversali dei candidati. Tra le principali novità il bando del concorso unico prevede che siano valutate le competenze trasversali dei candidati (soft skill), oltre alle conoscenze digitali, tecniche nelle materie attinenti al profilo da reclutare, per rendere la pubblica amministrazione efficiente, al passo con i tempi e attrattiva.  A tal fine, nel corso della prova preselettiva saranno somministrati ai candidati una serie di quesiti a risposta multipla di tipo attitudinale tra cui quelli volti a verificare la capacità logico-deduttiva e la conoscenza di lingua inglese di livello B1 del Quadro Comune Europeo di Riferimento. Come elemento di grande novità, inoltre, nel corso della prova scritta i candidati saranno chiamati a risolvere un numero di quesiti “situazionali” relativi a problematiche organizzative e gestionali per accertare la loro capacità di intraprendere le azioni più efficienti nell’ambito di una specifica situazione lavorativa. Nel corso della prova orale si procede, inoltre, all’accertamento del livello di competenze linguistiche dei candidati di livello B1 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue e della conoscenza delle tecnologie informatiche nonché delle competenze digitali volte a favorire processi di innovazione amministrativa e di trasformazione digitale della pubblica amministrazione.

Profilo del candidato. Ogni partecipante deve indicare, in fase di presentazione della domanda di ammissione al concorso, la motivazione alla candidatura, le esperienze lavorative svolte e le attitudini in possesso utili allo svolgimento delle mansioni per cui concorre, le competenze informatiche possedute e la disponibilità ai trasferimenti. Si richiede, inoltre, ai candidati vincitori di presentare il proprio curriculum vitae. Le informazioni richieste ai candidati consentiranno alle amministrazioni di identificare le capacità attitudinali dei nuovi dipendenti pubblici e di individuare gli uffici di assegnazione più attinenti al profilo posseduto. In considerazione delle novità illustrate in precedenza il bando prevede che alla commissione esaminatrice del concorso siano aggregati membri aggiunti anche per la valutazione delle competenze attitudinali.

Categorie protette. Nel rispetto della normativa vigente in materia, diverse amministrazioni nell’ambito della procedura selettiva hanno previsto apposita riserva di posti di cui agli articoli 3 e 18 della legge 12 marzo 1999, n. 68.

USA: i democratici fanno la voce grossa contro Israele

Una dozzina di legislatori democratici hanno firmato una lettera molto dibattuta, guidata dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, che chiede di porre condizioni per gli aiuti economici a Israele, se Gerusalemme dovesse annettere unilateralmente parti della Cisgiordania.

La lettera è stata condannata lunedì dal Comitato per gli Affari Pubblici di Israele statunitense come dannosa per gli interessi degli Usa. “Se il governo israeliano dovesse continuare su questa strada, lavoreremo per assicurare il non riconoscimento dei territori annessi e perseguire una legislazione che porrà condizioni sui 3,8 miliardi di dollari di finanziamenti militari statunitensi a Israele per assicurare che i contribuenti statunitensi non sostengano in alcun modo l’annessione”, si legge nella lettera.

“Includeremo le condizioni dei diritti umani e la trattenuta di fondi per l’acquisto offshore di armi israeliane pari o superiori all’importo che il governo israeliano spende annualmente per finanziare gli insediamenti, così come le politiche e le pratiche che li sostengono e li rendono possibili”

Istat: “La metà dell’aumento della mortalità è stato assorbito da 5-6 province”.

Gian Carlo Blangiardo, nel corso della sua audizione in Commissione Politiche Ue ha dichiarato che: “L’effetto Covid ha determinato circa 40 mila morti in più rispetto alle attese di mortalità degli anni precedenti”. “Tuttavia “non si tratta di una crescita di mortalità enorme se vogliamo essere sinceri perché nel 2015 l’aumento dei morti è stato di 50 mila unità rispetto all’anno prima e nel ’56 l’aumento rispetto al ’55 e al ’57 l’aumento è stato di 50 mila”.

Quindi, sottolinea Blangiardo, “si tratta di una dimensione che è già successo in passato ma quello che è drammatico è la distribuzione territoriale. La metà dell’aumento della mortalità è stato assorbito da 5-6 province, tra cui Bergamo, Cremona, Torino, Aosta che hanno avuto situazioni particolarmente drammatiche”.

Lutto per Benedetto XVI: muore il fratello Georg

Un gravissimo lutto ha colpito oggi il Papa emerito Benedetto XVI: è morto all’età di 96 anni il fratello Georg.

Nel 1947 assieme al fratello Joseph Ratzinger entrò nel seminario Herzogliches Georgianum di Monaco di Baviera, da dove uscirono entrambi nel 1951, ordinati sacerdoti. Ratzinger completò i suoi studi musicali nel 1957, divenendo maestro di cappella a Traunstein. In seguito, nel 1964, divenne direttore del coro della Cattedrale di Ratisbona, noto come “Regensburger Domspatzen”, che diresse fino al 1994.

Alla guida del coro di voci bianche e del coro a voci virili della cattedrale di Ratisbona, il maestro Ratzinger ha effettuato centinaia di concerti in tutto il mondo, partecipando a rassegne corali internazionali di musica sacra negli Stati Uniti, in Scandinavia, Canada, Taiwan, Giappone, Irlanda, Polonia, Ungheria, Italia e nella Città del Vaticano; oltre alle numerosissime esibizioni in tutta la Germania e nella vicina Austria. Alla guida dello stesso coro ha effettuato numerose incisioni per Deutsche Grammophon, Ars Musici e altre importanti etichette discografiche con corpose produzioni dedicate a Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Heinrich Schütz, Felix Mendelssohn e moltri altri ancora.

Nel 1967 venne nominato monsignore e nel 1993 protonotario apostolico soprannumerario. Diresse i “Regensburger Domspatzen” in numerose occasioni importanti: alla presa di possesso del titolo di arcivescovo di Monaco da parte del fratello Joseph, nelle visite della regina d’Inghilterra Elisabetta II (1978), di papa Giovanni Paolo II (1980), in occasione del summit della NATO del 1982. Nel 1981 è stato insignito del titolo di “Bundesverdienstkreuz” della Repubblica Federale di Germania.

Il 19 maggio 2005 è stato insignito dell’onorificenza austriaca di Croce d’onore di prima classe per la scienza e l’arte. Il 21 agosto 2008, il sindaco di Castel Gandolfo gli ha conferito, nel Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, la cittadinanza onoraria della piccola cittadina castellana.

Ma le “primarie” servono ancora?

Per molti anni, almeno nel campo della sinistra e del centro sinistra, erano quasi un dogma. Laico, ovviamente. Una sorta di totem intoccabile e sacro. Chi toccava le “primarie” e la loro virtù salvifica e miracolistica era quasi giubilato, malamente zittito se non addirittura insultato nelle sedi politiche e anche sugli organi di informazione. Chi osava mettere in discussione questo oggetto sacro – che poi non era nient’altro che uno strumento burocratico e protocollare – appariva, di fatto, come un bieco reazionario, un difensore della casta e un amante del sistema asfittico è sempre più insopportabile dei partiti. Appunto, da emarginare senza complimenti e senza preavviso. 

Chi ricorda, oggi, quei momenti, quegli articoli, quei commenti politici e giornalistici della solita consorteria progressista radical chic, sembra quasi di parlare della preistoria. Certo, i teorici della infallibilità dogmatica esistono ancora, eccome se esistono. Ma oramai il tema non fa più notizia, come si suol dire. Ovvero, è fuori moda. Le primarie ci sono ancora negli statuti di alcuni partiti – in questo caso del Pd – ma riproporle sembra quasi una perdita di tempo. 

Ora, per non generalizzare, anche perchè sarebbe ingiusto e fuorviante, va pur detto che le primarie hanno, comunque sia, rappresentato un momento importante nella vita politica italiana. Solo e soltanto per il centro sinistra, come ovvio. Hanno significato partecipazione popolare, coinvolgimento attivo di cittadini sino a quel momento esclusi dalle scelte più importanti e impegnative e hanno incentivano alla militanza e ad un maggior attivismo in politica. Partendo dagli ormai famosi “gazebo”. E poi, però, c’è stato anche il risvolto della medaglia. Troppe volte e in troppe circostanze le primarie sono anche, e purtroppo, coincise con un profondo malcostume e decadimento politico mai sradicato del tutto nel nostro paese. Dall’intruppamento clientelare ai dubbi crescenti sulla correttezza dello spoglio delle varie consultazioni sino alle molteplici denunce che hanno costellato in tutto il paese, senza distinzione geografica o territoriale, il risultato stesso delle primarie. Gettando un’ombra sinistra su questo strumento burocratico e protocollare. 

Adesso, però, e al di là di ciò che è capitato in un passato più o meno recente, quello che conta rilevare è un altro aspetto. E cioè, la scelta della classe dirigente – a prescindere che sia per la scelta dei candidati per gli organi monocratici o per le cariche di partito o per gli stessi parlamentari – deve ancora essere affidata fideisticamente alle primarie oppure i partiti hanno un soprassalto di dignità e di consapevolezza nell’esercitare un ruolo che, di fatto, dovrebbe toccare proprio agli organi dirigenti dei suddetti soggetti politici? La domanda, credo, non è affatto peregrina. Semprechè i partiti, o almeno quel che resta di loro, pensino ancora di esistere politicamente e di non trasformarsi definitivamente ed irreversibilmente in cartelli elettorali o in meri strumenti nelle mani del capo di turno o del guru. Perchè, se così fosse, sarebbe perfettamente inutile continuare a parlare di partiti, di organi dirigenti e di selezione democratica della stessa classe dirigente. E questo a maggior ragione in un contesto storico dove si registra la più bassa credibilità dei partiti e degli stessi politici nella pubblica opinione dopo l’uragano di tangentopoli e della famosa “questione morale” del lontano 1992 che travolse la prima repubblica e rase al suolo la vecchia classe dirigente con i rispettivi partiti. 

Ecco perchè il capitolo delle primarie, o meno, ritorna di attualità. Non per rinverdire uno strumento che ormai appare abbastanza datato se non addirittura tramontato, ma per la semplice ragione che siamo ormai giunti ad un bivio: e cioè, o la politica, attraverso i partiti e i suoi leader e dirigenti, ritrova la sforza per rideclinare una presenza nella società contemporanea – seppur non invadente ed invasiva – oppure certifica definitivamente la sua inutilità e persin la sua negligenza. Si tratta semplicemente di scegliere che strada intraprendere. E il dibattito sulle primarie, al riguardo, può tornare utile e persin necessario.

Vincere tutto, tranne la vita.

“People change, and smile: but the agony abides” (Eliot, “Four Quartets”). Chissà cosa va in scena nel backstage di quel che appare del nostro prossimo… . Il 30 Giugno del 1956 Enzo Ferrari, nell’agenda dove teneva “un aggiornatissimo diagramma delle albumine, del peso specifico dell’urina, del tasso azotemico del sangue, della diuresi eccetera” scrive: “la partita è perduta”. “Chiusi l’agenda; dissi: ho perso mio figlio, e non ho trovato che lacrime”.

Se n’era accorto nei primi giorni dell’Estate di qualche anno prima, quando con Dino era andato a fare una gita su per il bastione del Titano. “C’erano i colori accesi di quella stagione, era un giorno di festa. Dalla piccola radiolina che mi portavo dietro arrivavano le notizie di Le Mans: stavamo per vincere. Dino sorrideva, ma il suo passo nel salire era pesante e il suo respiro faticoso. Avvertii che stava per lasciarmi. Da quei bastioni guardavamo la valle, per un attimo pensai di abbracciarlo e di gettarmi con lui nel vuoto: è in quel momento che mio figlio ha incominciato a morire”. Distrofia muscolare. Ventiquattro anni. Domenica 24 Giugno, pochi minuti dopo che il padre, con cui condivideva la passione artigiana per l’ingegneria dei motori e la bellezza di design mai più da altri raggiungibili, lo ha informato della vittoria di Collins con la Ferrari 625 LM nel Gran Premio Supercortemaggiore di Monza, Dino sorridendogli per un’ultima volta gli dice “Papà, è finita”. Poi l’emorragia cerebrale. Ferrari mette gli occhiali da sole nella piovosa Domenica 1° Luglio, per le esequie. Non se li toglierà più.

Nella più scavata intervista che Ferrari accetta di fare (“Ferrari – La confessione-ritratto di un uomo che ha vinto tutto tranne la vita”, Rizzoli, 1980), Biagi lo incalza: “Ma cos’è per lei la vita?”. Risponde da dietro gli occhiali scuri (“i miei sentimenti non sono per la curiosità del mondo”): la vita è “un ansimante cammino in una smisurata prigione in cui tutti noi siamo rinchiusi”. Biagi insiste: “Preciso: la sua, e quella degli altri?”. Risposta: “Siamo costretti a vivere; è un pensiero che ho scritto tanti anni fa e che porto con me. La vita è un enorme penitenziario che ha in noi mortali i suoi reclusi: l’egoismo ci domina e ci allontana dal prossimo, costringendoci a contare sulle nostre sole possibilità. … la pianta della speranza può germogliare soltanto se irrorata da un ideale.”.

Ferrari non voleva essere chiamato industriale; gli contrapponeva il termine “costruttore” perché ogni cosa deve essere generata non da un calcolo ma da una passione, da uno slancio, derivanti da una desideratissima, accudita creatività. Dove la questione non è espandersi ma ‘tradurre’: qualcosa che si trova dentro e che viene posto fuori per essere contemplato (come per Plotino nelle “Enneadi”).

Andandosene via Dino, Ferrari si rende conto come i figli siano l’immagine fedele dei tuoi sogni di bambino che tornano a reincarnarsi in una speranza, in una attesa che promette che durerà, che si realizzerà, che continuerà dopo di noi: un pegno sull’infinito. Perché bisogna, si deve, è proprio indispensabile rimanere ragazzi. Non è distacco dalla realtà, è possibilità di cambiarla, di trasformarla, di rigenerarla.

“I sogni sono sempre più belli della realtà, perché non tengono conto di tutto il travaglio che precede il compimento, ma offrono soltanto l’immagine di un risultato, quando sono felici. Penso di avere avuto tante cose sproporzionate ai miei meriti e di essere stato privato di sentimenti consolatori, di affetti essenziali che avrei anteposto a qualsiasi altro risultato. È difficile fare un consuntivo: ho lavorato tanto, non sono ingegnere, sono stato punito, ho pagato caro tutto quello che ho avuto. L’ultimo conto è stato enorme.”. Ed a questa domanda di Biagi – “Che cosa ha giocato di più nella sua storia, la passione o il desiderio di affermarsi?” – lascia un messaggio che tocca a noi incendiare nei nostri ragazzi di oggi: “Direi che la passione è stata l’elemento determinante e alimenta tutt’ora le mie azioni, la mia vita. Quello che ho fatto non è stato altro che la realizzazione di un amore dell’adolescenza.”.

Ma per concludere questa saga artigiana italiana, tutt’ora l’unico deposito di risorse Vere che ha l’Italia, un ricordo della madre: “Da lei ho attinto molto nei momenti di crisi perché mi spingeva a buttarmi nei miei progetti per neutralizzare il più possibile le pene che mi assillavano. “Pensa a quello che devi fare domani,” – mi diceva – “non smettere mai.”.

Venezuela: Maduro reagisce alle sanzioni di Bruxelles

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha dato all’inviato dell’Unione europea, Isabel Brilhante Pedrosa, 72 ore di tempo per lasciare il paese, dopo le sanzioni emanate da Bruxelles nei confronti di 11 alti funzionari venezuelani.

Il Consiglio Ue ha aggiunto 11 alti funzionari venezuelani alla lista delle perone soggette a misure restrittive, portando a 36 il numero dei funzionari venezuelani colpiti da sanzioni. Gli individui sanzionati, si legge in una nota diramata dall’Ue, “sono responsabili per avere agito contro il funzionamento democratico del’Assemblea nazionale inclusa la rimozione dell’immunità parlamentare a diversi suoi membri”.

Questi “hanno avviato persecuzioni motivate politicamente e creato ostacoli per una soluzione politica e democratica della crisi in Venezuela”. La misura include il divieto di viaggio e congelamento dei beni. Tra le persone include nella lista c’è Juan Jose Mendoza, presidente del Tribunale supremo di giustizia del Venezuela (Tsj) e Jose Ornelas, capo del Consiglio di difesa nazionale.

A Leicester, in Inghilterra, ci sarà un lockdown di due settimane

Il governo britannico ha annunciato misure di lockdown più severe per Leicester dopo un aumento di casi di coronavirus nella città, che diventa così la prima a essere sottoposta a misure di restrizione locali.

Il Consiglio comunale di Leicester ha reso noto che nella città sono stati rilevati 3.216 casi di contagio dall’inizio dell’epidemia, di cui 944 casi solo nelle ultime due settimane.

Il ministro della Salute, Matt Hancock, ha detto che gli esercizi “non essenziali”, che avevano riaperto a metà giugno, dovranno chiudere di nuovo a partire da domani e le scuole da giovedì. Le nuove misure saranno valutate tra due settimane.

Inoltre non ci sarà l’allentamento delle misure, previsto in tutta l’Inghilterra dal 6 luglio, che permetterà tra le altre cose la riapertura di pub e ristoranti.

Privacy, due anni di Gdpr: il rapporto della Commissione europea

A poco più di due anni dalla sua piena applicazione, la Commissione europea ha pubblicato un rapporto di valutazione sul Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali (Gdpr). Il rapporto mostra come il Gdpr abbia raggiunto la maggior parte dei suoi obiettivi, in particolare garantendo ai cittadini Ue un solido insieme di diritti e creando un nuovo sistema europeo di governance. Il Gdpr si è peraltro dimostrato flessibile nel supportare soluzioni digitali in circostanze impreviste come la crisi dovuta al Covid-19.

Il documento della Commissione evidenzia, inoltre, che l’armonizzazione delle legislazioni nazionali è aumentata grazie al Gdpr, sebbene permanga una certa frammentazione in alcuni ambiti (per esempio, in materia di bilanciamento fra libertà di espressione e protezione dati, o in materia sanitaria) che necessita di un monitoraggio costante. Anche fra le aziende si fa strada la cultura della “responsabilizzazione” e l’idea che le misure a protezione dei dati personali possano costituire un vantaggio competitivo.

La relazione propone anche un elenco di azioni che coinvolgono i diversi stakeholder (Commissione, Stati membri, Autorità di protezione dati, soggetti pubblici e privati) per facilitare ulteriormente l’applicazione del Gdpr con particolare riguardo alle piccole e medie imprese. Gli obiettivi finali indicati dalla Commissione sono quelli di ridurre la frammentazione normativa (gli Stati membri sono invitati a fare la loro parte al riguardo, e la Commissione intende vigilare con attenzione su questi aspetti), nonché di promuovere e sviluppare ulteriormente una cultura europea della protezione dei dati e l’applicazione rigorosa delle norme. Tutto ciò richiede il supporto interpretativo, e non solo, delle Autorità di protezione dati, ma anche una maggiore e più incisiva cooperazione fra le Autorità, che sono invitate a fare pienamente uso degli strumenti messi a loro disposizione dal Regolamento.

Questi, in sintesi, alcuni aspetti di particolare interesse emersi dal riesame del Regolamento Ue.

Secondo la Commissione, il Regolamento migliora la trasparenza e aumenta la consapevolezza dei diritti di cui godono le persone nell’Ue (diritto di accesso, rettifica, cancellazione, diritto di opposizione e diritto alla portabilità dei dati).  Le regole sulla protezione dei dati si sono dimostrate adeguate all’era digitale: il Gdpr ha promosso la partecipazione attiva e consapevole delle persone alla transizione digitale e favorisce un’innovazione affidabile: in particolare attraverso un approccio basato sul rischio e su principi come la protezione dei dati in base alla progettazione e per impostazione predefinita (privacy by design e privacy by default). Le Autorità per la protezione dei dati stanno utilizzando i più forti poteri correttivi previsti dal Gdpr, dagli avvertimenti e dagli ammonimenti fino alle sanzioni pecuniarie. Tuttavia, sottolinea la Commissione, esse devono essere adeguatamente supportate con le risorse umane, tecniche e finanziarie necessarie. Se è vero che, complessivamente, tra il 2016 e il 2019 si è registrato un aumento del 42% del personale e del 49% del bilancio per tutte le Autorità nazionali per la privacy nell’Ue, permangono forti differenze tra gli Stati membri.

Vi sono, rileva la Commissione, margini di miglioramento per quanto riguarda il sistema di governance europea della protezione dei dati, in particolare rispetto al funzionamento del cosiddetto meccanismo di “sportello unico”, in base al quale una società che svolge trattamenti transfrontalieri di dati ha una sola Autorità di protezione dei dati come interlocutore, vale a dire l’Autorità dello Stato membro in cui ha sede il suo stabilimento principale. Tra il 25 maggio 2018 e il 31 dicembre 2019, 141 progetti di decisione relativi a reclami transfrontalieri sono stati presentati tramite lo “sportello unico”, 79 dei quali hanno portato a decisioni definitive. Su questi temi di governance sta lavorando anche l’Edpb (il Comitato europeo per la protezione dei dati formato da rappresentanti di tutti i Garanti europei) attraverso l’elaborazione di specifiche linee-guida che affrontano anche l’interpretazione e l’attuazione di aspetti chiave del Regolamento e temi emergenti.

Relativamente alla dimensione internazionale, la Commissione intende lavorare con l’Edpb alla modernizzazione di alcuni meccanismi in atto per i trasferimenti di dati personali al di fuori dell’Ue tra cui le clausole contrattuali standard, che risultano essere lo strumento più utilizzato dalle aziende ai fini di tali trasferimenti, anche alla luce degli sviluppi della giurisprudenza della Corte di giustizia. La Commissione evidenzia, infine, la necessità di proseguire nei negoziati internazionali per valutare l’adeguatezza alle norme europee dei Paesi extra-Ue e di esplorare l’impiego di strumenti quali accordi internazionali di mutua assistenza per rendere più efficace l’applicazione del Regolamento in questi ambiti.

Cina: scoperto nuovo virus ‘con potenziale pandemico’

Non solo Covid-19. Una nuova minaccia si profila all’orizzonte, e ancora una volta arriva dalla Cina. Un nuovo ceppo di influenza che ha il “potenziale” per scatenare una pandemia è stato identificato, in Cina, da un team di scienziati cinesi e britannici. Il virus è emerso di recente ed è veicolato dai maiali, ma può infettare l’uomo, dicono i ricercatori. Il timore è che possa mutare ulteriormente in modo da diffondersi facilmente da persona a persona e innescare un focolaio globale.

Sebbene non sia un problema immediato, secondo il team questo virus ha “tutte le caratteristiche” per adattarsi e infettare gli esseri umani, dunque necessita di un “attento monitoraggio”. Essendo nuovo, la popolazione potrebbe non avere sufficienti difese immunitarie. Ecco perché i ricercatori sottolineano su ‘Proceedings of National Academy of Sciences’ la necessità di implementare rapidamente le misure per controllare il virus nei suini e un attento monitoraggio dei lavoratori del settore.

Se questo patogeno non è un problema immediato, secondo l’esperto comunque “non dovremmo ignorarlo”. 01

Per costruire una prospettiva realmente “autonomistica”.

Nel suo Tweet a commento dell’intervista rilasciata dal segretario democratico Zingaretti, Lucio D’Ubaldo ripropone giustamente il tema delle municipalità.
A suo dire, Zingaretti – anche nel ruolo di Presidente della Regione Lazio – nel ragionare sui nuovi scenari del sistema di welfare non ne ha tenuto conto.
Ha ragione. Ma occorre una riflessione di sistema, altrimenti rischiamo di assecondare una spinta statalista e centralista che va contro il futuro del Paese (e la nostra stessa cultura politica)

So benissimo che questa non è l’intenzione di Lucio.
Il problema è che l’emergenza Covid ha dato ossigeno ad una mai sopita cultura statalista – sia verso l’Europa sia verso i poteri regionali e comunali – che considero esiziale e strettamente connessa con le tentazioni nazionaliste, populiste, tendenzialmente autoritarie e “post democratiche”.

Incapaci di “governare” i processi reali che li spiazzano, gli Stati Nazione reagiscono arroccandosi e facendo credere che solo loro possono “difendere” gli interessi dei loro cittadini (almeno quelli considerati tali, posto che per i “nuovi italiani”, che da anni concorrono al nostro benessere sociale ed economico, il riconoscimento della cittadinanza piena risulta ancora una chimera).
Esattamente come il Populismo, lo Statalismo di oggi rappresenta una illusoria scorciatoia rispetto ad un problema reale. Il primo sotto il profilo (presuntuosamente) identitario ed il secondo sotto il profilo del Potere, non fanno i conti con una società sempre più plurale, complessa, tecnologicamente interconnessa ed economicamente e socialmente interdipendente.

Non è questa la via per salvare lo Stato Nazione: serve piuttosto una attitudine resiliente alla “trasformazione evolutiva”. Verso l’alto (l’Europa e le istanze internazionali) e verso il basso (i poteri locali). Con robuste cessioni di sovranità in entrambe le direzioni.
Nel nostro Paese, il tema dei “poteri locali” incontra da sempre due ostacoli rilevanti.
Il primo: la natura intimamente centralista dello Stato.
La Costituzione ha introdotto principi “autonomistici” ma essi non si sono pienamente incarnati nella dinamica reale e quotidiana.

L’opzione regionalista della Costituzione, attuata – salvo che per le Regioni a Statuto Speciale – con più di vent’anni di ritardo, non ha modificato a tutt’oggi né la cultura né la dinamica operativa dello Stato.
Basta valutare le mille strutture statali ancora attive e la moltitudine smisurata di Leggi e Regolamenti emanata da Governo Centrale e Parlamento.

La Riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 è stata un atto di grande coraggio, ma sostanzialmente non è stata interpretata e vissuta con il dovuto spirito. Tanto che oggi, anziché completarla con altrettanto coraggio, tutti ne disconoscono la paternità.
Il secondo ostacolo è rappresentato dallo storico conflitto tra Regioni e Comuni.
Ciò è il frutto avvelenato, da un lato, della tendenza ugualmente centralista di molte Regioni (che non hanno avvertito la natura per loro vitale del rapporto con i Comuni) e, dall’altro, della cinica attitudine dello Stato Centrale al “divide et impera” (si fa per dire, “impera”).
Della serie: meglio che il rapporto con i Comuni rimanga – anche sul piano finanziario – potestà dello Stato Centrale piuttosto che delle Regioni.

Per tutti questi motivi, ritengo che uno dei punti centrali di una strategia di “ripresa” del Paese consista nel ritornare a costruire una prospettiva realmente “autonomistica” per la nostra Repubblica.
Se vogliamo una Italia “a trazione integrale” (nella quale il futuro non sia solo nelle mani delle poche grandi aree metropolitane) occorre ripartire da qui.

Uno Stato Centrale sempre più leggero ma “autorevole” (magari capace anche di stabilire per tempo regole e protocolli nel caso di pandemie globali…) e protagonista nella cessione di maggiore sovranità verso l’Unione Europea e verso i territori.
Regioni che recuperino il proprio ruolo di “governo” di territori dotati di comuni vocazioni e di riconosciute radici culturali e che costruiscano un rapporto essenziale con i Comuni considerati come pilastri della propria stessa legittimità istituzionale.
Municipi che siano consapevoli di avere una “doppia appartenenza”: allo Stato e alla propria Regione.
Ci sarebbero da aggiungere due ulteriori punti.

Primo. La rivalutazione della Riforma delle Province.

La riforma che abbiamo approvato (semplificando la rete delle istituzioni invece che le procedure burocratiche e dei servizi pubblici) ha prodotto una situazione non sostenibile di desertificazione democratica dei territori non metropolitani. Ciò che ci si ostina a definire “territori di area vasta”, sono molto spesso comunità sub regionali che avevano identità, coesione, strumenti di partecipazione democratica e che oggi vivono in totale smarrimento. Sono trattate, appunto, come territori di area vasta e non come Comunità originali.

Secondo. Interrompere la strategia delle “fusioni” dei piccoli Comuni.

In un Paese come il nostro, anziché “eliminarli per fusione”, bisognerebbe stabilire per loro regole semplificate e sostenibili, anche dal punto di vista della governance e delle responsabilità. In molti territori della montagna e delle aree interne i piccoli e piccolissimi Comuni sono un presidio insostituibile sul piano civile e sociale, prima che istituzionale.

Conclusione.

Utilizziamo la questione della “autonomia differenziata” (prevista dal 2001)
per rilanciare una visione autonomista e moderna della nostra Repubblica.
Non è una partita solo veneta o lombarda e men che meno solo “leghista”.
Una stagione di “investimento istituzionale” sulle Regioni che, assieme ai loro Comuni, producano con responsabilità progetti di rilancio della democrazia autonomistica e nuovo protagonismo delle comunità territoriali è interesse vitale per tutto il Paese.
E questa (assieme all’europeismo e alla rivendicazione di un ruolo primario del Terzo Settore) è una prospettiva assolutamente coerente con la cultura politica del Popolarismo.

Coronavirus: l’Unione Europea pronta a riaprire le frontiere.

Da domani l’Europa è pronta a riaprire le sue frontiere esterne ma all’insegna della massima prudenza.

Infatti, l’ingresso nel Vecchio Continente sarà consentito solo ai viaggiatori provenienti da una lista di 15 Paesi selezionati tra quelli che al momento hanno un ritmo di contagi e un’andamento della pandemia contenuti.

Nella lista sono presenti Algeria, Australia, Canada, Georgia, Giappone, Montenegro, Marocco, Nuova Zelanda, Ruanda, Serbia, Corea del Sud, Thailandia, Tunisia e Uruguay.

I principali esclusi dalla lista sono gli Stati Uniti, alleati storici dell’Europa, ma i giornali non riportano particolari discussioni sul tema fra i paesi europei. Gli Stati Uniti rimangono il paese più colpito al mondo dalla pandemia, e nelle ultime due settimane sono stati registrati aumenti notevoli di casi in vari stati del Sud.

Foreste: in Europa assorbono il 20% delle emissioni fossili.

Le foreste costituiscono un prezioso e gigantesco polmone che purifica l’aria della Terra. Quelle europee da sole aiutano ogni anno ad assorbire l’equivalente di 806 milioni di tonnellate di biossido di carbonio, pari al 20% di tutte le emissioni fossili dell’Unione Europea.

I dati emergono da uno studio della Confederazione delle industrie cartarie europee (Cepi) sugli effetti climatici del settore forestale. Lo studio applica per la prima volta un modello che non tiene conto solo della Co2 catturata dalle foreste.

Si tiene conto di tutto il processo di trasformazione delle materie prime e della Co2 immagazzinata nei prodotti forestali.

Si misura così il contributo della gestione forestale ad assorbire le emissioni lungo tutta la filiera circolare del legno. Le foreste costituiscono un’inestimabile risorsa per tutto il pianeta, contribuendo a pulirne l’aria e a salvaguardarne il clima.

Ma per salvaguardare questa risorsa bisogna difendere il patrimonio forestale dal disboscamento selvaggio.

30 giugno 1934. La notte dei lunghi coltelli

La notte dei lunghi coltelli, fu l’epurazione avvenuta per mano delle SS che ebbe luogo in Germania per ordine di Adolf Hitler nella notte fra il 30 giugno e il 1º luglio del 1934, coinvolgendo i vertici delle SA – le squadre d’assalto naziste – riuniti nella cittadina di Bad Wiessee, unitamente ad altri oppositori del regime, vecchi nemici o ex compagni politici di Hitler, e anche alcune persone estranee alla vita politica o militare tedesca.

Secondo i dati forniti il 13 luglio dallo stesso Cancelliere del Reich, furono assassinate 71 persone, ma il totale delle vittime fu stimato tra le 150 e 200; di 85 di esse si conosce il nome.

Le esecuzioni iniziate il 30 giugno proseguirono fino alle 04:00 del 2 luglio quando Hitler vi pose ufficialmente termine. I vertici delle SA erano stati decapitati, e insieme erano stati eliminati vecchi ufficiali da sempre ostili al regime nazista e oppositori della classe conservatrice. Lo stesso giorno i giornali pubblicarono i due telegrammi che il Presidente Hindenburg aveva spedito a Hitler e a Göring per ringraziarli dell’azione condotta.

Il giorno successivo, 3 luglio, il Governo licenziò una legge elaborata dal giurista Carl Schmitt consistente in un unico articolo che così recitava: “le misure prese il 30 giugno, il 1 e 2 luglio 1934 per reprimere gli attentati alla sicurezza del paese e gli atti di alto tradimento sono conformi al diritto in quanto misura di difesa dello Stato”. Questa legge di fatto autorizzava, senza possibilità di giudizio posteriore, qualunque azione che Hitler ritenesse necessaria a difesa dello Stato.

Il 13 luglio Hitler tenne un discorso alla Krolloper di Berlino (un teatro dell’opera) definendo i termini dell’epurazione e due giorni dopo ebbero luogo le grandi manovre dell’esercito, dove i militari confermarono la loro totale fedeltà al Cancelliere, salutandolo festosamente al suo passaggio durante la rivista.

Il 26 luglio le SA furono ufficialmente ricostituite con a capo Viktor Lutze e rese indipendenti dalle SS, e, quando il 2 agosto Hindenburg si spense, Hitler, come previsto, unì le funzioni di Cancelliere e di Presidente nella sua persona insieme al titolo di comandante delle forze armate del Reich. Gli ufficiali e i soldati gli prestarono giuramento ed il 19 agosto i tedeschi, con l’89,93% dei voti, approvarono l’avvento di Hitler alla presidenza della Germania. In seguito Hitler, durante la cerimonia di apertura del congresso del partito Nazista tenutasi alla Luitpoldhalle di Norimberga il 4 settembre, si autoproclamò Führer della Germania.

La malattia di Huntington

Di Dr. Steven Finkbeiner, Gladstone Institute of Neurological Disease, The Taube-Koret Center for Huntington's Disease Research, and the University of California San Francisco - Study Using Robotic Microscope Shows How Mutant Huntington's Disease Protein Affects Neurons. Press releases. National Institute of Neurological Disorders and Stroke (2004-10-13). Retrieved on 2009-03-15., CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6232031

La malattia di Huntington, è una malattia genetica neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta a un declino cognitivo e a problemi psichiatrici. Esordisce tipicamente durante la mezza età; è la più frequente malattia a causa genetica nei quadri clinici neurologici con movimenti involontari anomali (che prendono il nome di corea).

È molto più comune nelle persone di discendenza europea occidentale rispetto a chi è di origine asiatica o africana. La malattia è causata da una mutazione autosomica dominante in una delle due copie (alleli) di un gene codificante una proteina chiamata huntingtina, il che significa che ogni figlio di una persona affetta ha una probabilità del 50% di ereditare la condizione. La base genetica della malattia è stata scoperta nel 1993 grazie a una ricerca internazionale guidata dalla Hereditary Disease Foundation. I sintomi fisici della malattia possono incominciare a qualsiasi età, ma più frequentemente tra i 35 e i 44 anni.

I sintomi della malattia possono variare tra gli individui e anche tra i membri colpiti della stessa famiglia, ma di solito la loro progressione può essere predetta. I primi sintomi sono spesso sottili problemi di umore o cognitivi a cui segue una generale mancanza di coordinazione e un’andatura instabile. Con l’avanzare della malattia i movimenti non coordinati del corpo diventano sempre più evidenti e sono accompagnati da un calo delle capacità mentali e problemi comportamentali e psichiatrici. Le complicanze, come la polmonite, le malattie cardiache e i danni fisici da cadute, riducono l’aspettativa di vita a circa 20 anni a partire dall’esordio dei sintomi. Non esiste una cura per la condizione e un’assistenza a tempo pieno diventa necessaria nelle fasi più avanzate della malattia. I trattamenti sono solo farmacologici e non possono alleviare molti dei suoi numerosi sintomi.

Non esiste una cura per la malattia di Huntington, ma vi sono trattamenti disponibili per ridurre la gravità di alcuni dei suoi sintomi.

Il populismo e il diritto.

Dunque, ancora una volta abbiamo capito che c’è una sorta di incompatibilità strutturale, direi quasi antropologica, tra il populismo e le sue declinazioni politiche e lo Stato di diritto. E, ancora, una volta, lo abbiamo potuto sperimentare concretamente, e persin plasticamente sull’ennesima, e ormai anche un po’ noiosa e patetica, polemica sui vitalizi. 

Non voglio, però, insistere ancora una volta sulla querelle vitalizi sì/ vitalizi/no. Ormai conosciamo il copione a memoria. Chiunque, ormai, potrebbe recitare le parti in commedia. I populisti di varia salsa da un lato e i difensori dell’ormai odiato vitalizio dall’altro. Ma, nel caso specifico, quello che merita evidenziare e sottolineare – oggi più che mai – sono le riflessioni che fanno da sfondo di questa irriducibile e anche simpatica, se non grottesca, contrapposizione. Con la sospensione dei talk estivi purtroppo Giletti non può, per il momento, dedicare la sua millesima – si fa per dire – puntata allo scandalo e alla tragedia epocale rappresentata dai vitalizi. Tocca quindi prevalentemente ai 5 stelle, seguito dagli aspiranti populisti, sostenere la causa. Ma, come l’esperienza insegna da secoli, tra l’originale e la copia prevale sempre l’originale. 

E dunque per non farla lunga, il pomo della discordia è molto più semplice di quel che appare. E cioè – dicono gli irriducibili anti casta – la delibera partorita degli Uffici di Presidenza di Camera e Senato dopo il voto del 2018 è piena di errori giuridici e, com’è ormai evidente a quasi tutti, irriducibili anticasta compresi, fa acqua da tutte la parti in aperto contrasto con tutti i pronunciamenti sul tema specifico avanzati nel passato dai vari organismi preposti? La risposta è molto semplice, anzi quasi banale. E cioè, ma chissenefrega. Punto. Giustamente, lo vuole il popolo. Lo invocano le piazze e lo chiede la Storia. E ogni altra considerazione non solo è superflua ma addirittura blasfema se non da condannare in piazza ed esporre i sostenitori al pubblico ludibrio. Per il momento, comunque sia, non è prevista la fustigazione pubblica. 

Certo, di fronte a questa “sentenza” popolare ogni altra valutazione di merito è perfettamente inutile. E questo a prescindere da qualsiasi valutazione giuridica, di diritto, costituzionale, normativa, regolamentare o vagamente legislativa. La risposta è sempre la stessa, ma chissenefrega!. 

Ora, per concludere, avanzerei una piccola proposta suggeritami da un amico del tutto disinteressatamente. E cioè, perchè i nostri cari e amati populisti di varia salsa – che poi, detto tra di noi, adesso rappresentano la nuova casta, ma non facciamo girare la voce, per favore – non votano una leggina o non promuovono un piccolo referendum popolare su un punto del tutto piccolo e marginale. Ovvero, introduciamo il principio assoluto e insindacabile della “retroattività” per tutti. Per tutti i settori, per tutti i temi, per tutte le garanzie, per tutti i reati, per tutte le regole e per qualsiasi ambito della vita sociale. Così, per garantire finalmente maggior libertà e maggior trasparenza per tutti i cittadini. E poi andiamo a spiegarlo, però, anche a tutti gli italiani. 

Sarebbe un’idea brillante, che ne dite? 

I “Papi di famiglia” raccontati da Giuseppe Dalla Torre

Pubblichiamo la presentazione, apparsa sul supplemento domenicale di Avvenire (RomaSette), dell’ultimo libro di Giuseppe Dalla Torre. Il giurista e intellettuale cattolico ha partecipato ai lavori della Commissione contenziosa del Senato contribuendo con il suo voto ad annullare lo strampalato provvedimento targato 5 Stelle sui vitalizi. Non lo ha fatto, evidentemente, per ragioni dettate da interessi personali o di partito, ma per scrupolo di cultore e tecnico del diritto. Sconcerta, per questo, la grossolanità di polemiche qualunquiste, fatte a caldo anche dal Pd e segnatamente dal suo segretario, Nicola Zingaretti.

L’ultimo libro di Giuseppe Dalla Torre, per 25 anni presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, racconta la storia della sua famiglia, che per generazioni – nonno, padre e nipote – è stata al servizio del Vaticano. “Papi di famiglia. Un secolo di servizio alla Santa Sede”, edito da Marcianum press, è stato presentato ieri sera, 23 giugno, nei locali della parrocchia San Pio X e anche sui social, mediante una diretta sul sito della comunità parrocchiale della Balduina.

«Attraverso la lente privilegiata e a tratti confidenziale dei ricordi della sua famiglia – ha detto il parroco don Andrea Celli nel suo saluto iniziale -, l’autore rende i Papi più umani, facendoli sentire più vicini, svelando i loro tratti personali». Le pagine di Dalla Torre permettono quasi di sbirciare, non per mera curiosità, quel mondo vaticano che risulta«circondato da un alone di riservatezza, che esercita sempre nell’immaginario individuale e collettivo un grande fascino, suscitando palpabile interesse e talora fantasiose ricostruzioni», come ha scritto nella sua prefazione all’opera il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin.

Dalla Torre, che dal 1991 al 2014 è stato anche rettore della Lumsa, compie un excursus dal 1800, con il pontificato di Pio X, fino ai giorni nostri, con Papa Francesco, scegliendo come punto di osservazione privilegiata «il ramo maschile della sua famiglia – ha spiegato Damiano Nocilla, presidente nazionale dell’Unione giuristi cattolici -, per raccontare una storia autobiografica che si intreccia con quella di personaggi che hanno rivestito ruoli importanti».

La prima parte del libro è dedicata alla figura di Giuseppe Dalla Torre, nonno e omonimo dell’autore, che diresse per 40 anni, dal 1920 al 1960, l’Osservatore Romano, nei primi anni sotto la guida attenta di Benedetto XV, raccontato sia come il severo correttore di bozze degli articoli sia come «colui che, basso di statura, saliva su una sedia per prendere dalla dispensa dei biscotti per i figli del suo dipendente», ha messo in luce ancora Nocilla. Seguono poi le pagine dedicate a Paolo Dalla Torre, padre dell’autore, classe 1910, impegnato in Azione cattolica, che nel 1960 venne chiamato da Giovanni XXIII alla direzione generale dei “Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie”, come allora venivano chiamati i Musei Vaticani. Infine ci sono i ricordi recenti, vissuti in prima persona dal giurista chiamato nel 1994 a dirigere il Tribunale dello Stato vaticano da Papa Giovanni Paolo II, ma già da prima impegnato, tra gli altri, nel processo ad Ali Agca, l’attentatore di Wojtyla, e nella revisione del Concordato del 1984.

Uno storico rigoroso «contesterebbe l’impostazione memorialistica di questo testo – ha detto nel suo intervento Francesco D’Agostino, giurista e filosofo -, perché il memorialista, scrivendo le sue memorie, costruisce non solo un quadro dell’epoca in cui gli è toccato vivere ma anche e forse soprattutto un’immagine di sé che difficilmente potrebbe essere affidata ad altra penna, e questo, inevitabilmente, condiziona la sua narrazione». Tuttavia questi specifici ricordi, «per altro segno di un amore sincero per il papato e per la persona del Papa», rappresentano «una preziosissima memoria storica, affatto parziale – ha sottolineato ancora D’Agostino -, perché, citando il titolo famoso e fortunato di un’opera di Balthasar, si tratta di saper e poter cogliere “il tutto in un frammento”».

In conclusione, l’intervento dell’autore, che ha spiegato come raccontare la storia del Papato a partire dai ricordi di famiglia sia stato «un modo per raccontare anche il cambiamento apportato dal Concilio Vaticano II rispetto al ruolo “in uscita” dei laici», volendo leggere «la dimensione familiare come specchio dell’azione più ampia della Chiesa, quale azione ed esperienza anticipatrice». A dire che «nella storia della Chiesa degli ultimi due secoli – sono ancora le parole di Dalla Torre – si può osservare una sorte di azione di bilanciamento tra il popolo di Dio che guarda e procede in avanti e il Magistero che sancisce, discerne ciò che è vero e buono, accogliendo, bilanciandola, la spinta propulsiva del laicato».

29 Giugno 1944 l’eccidio di Civitella

L’eccidio di Civitella fu una strage compiuta dalle truppe naziste il 29 giugno 1944 nelle località di Civitella in Val di Chiana, Cornia e San Pancrazio di Bucine, in provincia di Arezzo, che cagionò l’uccisione di 244 civili.

La sera del 18 giugno 1944 alcuni partigiani, guidati da Edoardo Succhielli detto “Renzino”, irruppero armati nel circolo ricreativo di Civitella dove quattro soldati tedeschi si trovavano seduti a un tavolo. Qui le versioni divergono: secondo Renzino, i partigiani tentarono di disarmare i soldati tedeschi facendo nascere una sparatoria che uccise subito due soldati tedeschi, ne ferì gravemente un terzo che morì il giorno dopo e ferendo a una gamba il quarto soldato che riuscì a scappare, una volta andati via i partigiani ed i civili, portandosi sulle spalle il compagno gravemente ferito. Le testimonianze di alcuni sopravvissuti alla strage che ne seguì, invece, riportano che i partigiani di Renzino entrarono nel locale aprendo direttamente il fuoco sui soldati tedeschi.

I giorni successivi, gli abitanti del paese pensarono realisticamente che questo episodio avrebbe provocato una rappresaglia, perciò fuggirono. I tedeschi ne furono informati, e quando fecero ritorno a Civitella per recuperare i caduti simularono un comportamento relativamente civile, il tutto per incoraggiare perfidamente i residenti a rientrare in paese. Contemporaneamente i tedeschi avviarono perquisizioni nelle case di Civitella e delle due frazioni più vicine, Cornia e San Pancrazio (quest’ultima nel comune di Bucine), ritenute ospitanti diversi partigiani, in quanto circondate dai boschi e non facilmente raggiungibili, senza trovare nulla.

Al mattino del 29 giugno, in occasione della festività dei santi Pietro e Paolo, il centro di Civitella era pieno di persone. Molti non si erano recati nelle campagne o nei boschi per lavorare, restando così a casa o andando a messa. La chiesa di Santa Maria Assunta, a Civitella, era colma di fedeli, giunti anche dalle altre frazioni del comune.

Improvvisamente dal comando tedesco partirono 3 squadroni: uno destinato a Cornia, l’altro a San Pancrazio e un terzo, il più grande, si riversò nel centro di Civitella. I tedeschi irruppero nelle case, aprendo il fuoco sugli abitanti a prescindere dal sesso o dall’età. L’episodio più truce si consumò nella chiesa, mentre si stava celebrando la messa. Entrati nell’edificio sacro, i tedeschi divisero i fedeli in piccoli gruppi. Quindi, indossati grembiuli mimetici in gomma per non sporcarsi di sangue, li freddarono con dei colpi alla nuca. Il sacerdote don Alcide Lazzeri, in quanto religioso, sarebbe stato risparmiato dai tedeschi, ma scelse di condividere la sorte degli sfortunati parrocchiani.

Compiuta la strage, i tedeschi incendiarono le case di Civitella, provocando così la morte anche di coloro che avevano disperatamente tentato di salvarsi nascondendosi nelle cantine o nelle soffitte. Solo pochi abitanti riuscirono a salvarsi dal massacro. L’orrore di quel giorno fu percepito anche nelle campagne circostanti, specie nelle frazioni a valle: qui, nonostante la distanza, furono ben udite le grida disperate e ben visto il fumo delle case in fiamme. Alla fine si contarono 244 morti: 115 a Civitella, 58 a Cornia e 71 a San Pancrazio.

Solo 1 italiano su 3 ha già prenotato la vacanza

Nonostante l’arrivo del grande caldo solo un italiano su tre (33%) ha già prenotato le vacanze estive per le molte incognite ancora presenti sulla situazione economica, sulla diffusione del virus e sulle destinazioni possibili e sicure. E’ quanto emerge dalla sondaggio on line sul sito coldiretti.

Una situazione di incertezza che  riguarda anche le presenze degli stranieri in Italia con gli arrivi completamente fermi per i turisti provenienti da Paesi extracomunitari come Giappone, Cina e Stati Uniti ancora bloccati alle frontiere mentre segnali  troppo deboli arrivano da Germania e Nord Europa.

Ad essere colpiti sono interi settori economici a partire da quello alimentare con il cibo che è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia, con circa 1/3 della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola, per un importo complessivo nel 2019 stimato dalla Coldiretti attorno ai 30 miliardi, il massimo storico di sempre.

Ristoranti, trattorie, bar, pizzerie, gelaterie e agriturismi rischiano quest’anno un crack senza precedenti a causa della crisi economica e del crollo del turismo. Uno shock che – conclude la Coldiretti – si ripercuote a cascata sull’agroalimentare nazionale con il ridotto acquisto di prodotti agroalimentari a partire dal vino alla birra artigianale, dalla carne al pesce, che trovano nei consumi fuori casa

Il Mississippi cambia bandiera

Il Mississippi ha avviato formalmente il processo per rimuovere il simbolo confederato dalla sua bandiera.

La bandiera confederata è il simbolo scelto nel 1861 dai sette stati che tentarono di separarsi dalla Federazione americana, per evitare l’abolizione della schiavitù. Una protesta durata decenni.

Già nel 2001 venne proposto un referendum per modificare la bandiera dello stato. Il referendum proponeva di sostituire la bandiera degli stati confederati, considerata irrispettosa per gli afroamericani, con un cerchio di venti stelle: 13 stelle in rappresentanza dei tredici stati che per primi composero l’Unione, sei stelle per rappresentare gli stati sotto i quali è stato territorio il Mississippi. Una stella grande al centro in rappresentanza dello stato stesso. Inoltre il numero complessivo delle stelle avrebbe richiamato il fatto che il Mississippi sia stato il 20º stato ad entrare a far parte dell’Unione.

Il referendum venne bocciato con il 65% dei votanti contrari al cambio.

Poi la contestazione rinacque nel 2015 dopo la strage di Charleston indicando la bandiera come una vergogna.

Ma perché le proteste trovassero nuovo vigore, si sono dovute attendere le recenti tragedie.

 

I Benefici del latte di Kefir

Il kefir o chefir (IPA: /’kɛfir/ o /ke’fir/) è una bevanda ricca di fermenti lattici ottenuta dalla fermentazione del latte. Contiene circa lo 0,8% di acido lattico, ha un gusto fresco. Originario del Caucaso, è tuttora molto popolare nell’ex Unione Sovietica. A seconda delle diverse modalità di fermentazione il kefir può avere un piccolo contenuto di CO2 e di alcol dovuti entrambi ai processi fermentativi dei lieviti.

La preparazione del kefir necessita dell’inoculazione del latte con i fermenti omonimi, un’associazione di batteri e di lieviti residenti in strutture costituite da un polisaccaride, il kefiran, prodotto dai batteri stessi. I microorganismi si moltiplicheranno nel latte portando a compimento il processo fermentativo.

l kefir manifesta numerose qualità, grazie all’attività dei batteri probiotici:

  • Aiuta le funzioni intestinali grazie al contenuto di fermenti lattici.
  • È ricco di sali minerali e vitamine.
  • Contiene amminoacidi come il triptofano.
  • Rafforza le difese immunitarie.
  • Contribuisce a tenere a bada il colesterolo cattivo.
  • Dona energia.

 

Esiste ancora lo Stato di diritto?

A leggere le prese di posizioni di esponenti grillini, anche di quelli con responsabilità istituzionali e di governo sembrerebbe di No!
Tutto diventa un optional che può essere preso a piacimento! Non v’è rispetto per le Istituzione che rappresentano.
Tutto può e deve essere cancellato in nome del populismo e della demagogia!
Come se il Coronavirus possa diventare un utile alibi per sospendere la democrazia prima e i diritti dei cittadini poi!

Facciamo il punto. I cinque stelle hanno tenuto una manifestazione il 15 febbraio a Piazza Santi Apostoli in piena emergenza sanitaria! Hanno impedito il funzionamento corretto della Commissione contenziosa con le dimissioni di una loro rappresentante, alla vigilia della sentenza con pretestuose motivazioni politiche e non giuridiche; poi il blocco del Coronavirus ha impedito il normale svolgimento delle attività che sono riprese in Senato come nel resto del Paese.

Hanno preteso di utilizzare il percorso della Autodichia perché i componenti rispecchiavano lo stesso orientamento del’Ufficio di Presidenza! Quindi la pretesa di imporre una decisione di maggioranza. Come se vi potesse essere un automatismo politico sganciato da ogni responsabilità giuridica. Poi con il risultato negativo pretendono di mettere tutto in discussione in nome del giacobinismo grillino piuttosto che di uno stato di diritto!
C’è da preoccuparsi per il livello di ignoranza che possono e potranno utilizzare nell’agire quotidiano. Poi abbiamo il responsabile politico protempore Vito Crimi nella doppia funzione di viceministro degli Interni, quella si immorale che accusa gli ex parlamentari di “avere preso il malloppo! “ con il significato spregiativo che ne sottintende.

Ci piacerebbe conoscere il tasso di presenza del viceministro al Ministero degli Interni!
Tutto ciò dopo la sentenza di una articolazione di un organo costituzionale dello Stato.
Una tale dichiarazione rappresenta qualcosa di eversivo che dovrebbe far sobbalzare commentatori televisivi, e della carta stampata non solo persone di buon senso!
Ecco allora che tutta la vicenda assume un problema più vasto e profondo che non quello del ricorso di ex parlamentari in età avanzata che hanno servito con onore e dignità le istituzioni e che qualcuno vorrebbe infangare e bruciare nel falò della storia.
Non lo permetteremo costi quel che costi.

Crediamo nello Stato di diritto e faremo tutti i passaggi che l’ordinamento prevede per difendere lo Stato di diritto. !
Se Crimi, Di Maio, Taverna non sono in grado di capire i principi del diritto possono sempre chiedere aiuto ai collaborazionisti o ai Cozzoli di turno!

L’eterna giovinezza di Antoine

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Enzo Romeo

I grandi autori della letteratura sono sempre giovani, perché le loro opere attraversano il tempo e hanno da dire qualcosa di attuale alla generazione presente. Così è per Antoine de Saint-Exupéry: a centovent’anni dalla nascita lo percepiamo ancora come un compagno di viaggio, un po’ mattarello e scavezzacollo, ma pieno di passione e di fuoco interiore, capace di guidarci su sentieri fascinosi alla scoperta del cuore umano.

Saint-Exupéry venne al mondo a Lione il 29 giugno 1900 da una famiglia di antico lignaggio. Il suo ambiente di provenienza era quello della piccola nobiltà di provincia, monarchica e cattolica, ormai in decadenza all’affacciarsi del nuovo secolo. A quattro anni perse il padre, morto improvvisamente per un ictus cerebrale, ma la sua fu comunque una fanciullezza serena, grazie soprattutto alla presenza di mamma Marie, donna profondamente religiosa e piena di carità, oltre che artisticamente sensibile. Fu proprio la magia dell’infanzia uno degli elementi di maggiore ispirazione per la letteratura e il pensiero di Saint-Exupéry. In Pilota di guerra (1942) scrisse che l’infanzia è il «grande territorio da dove ognuno è uscito».

Studiò presso i fratelli delle Scuole cristiane, i gesuiti e i padri marianisti, ma per lui, amante del volo, i “dogmi” religiosi erano zavorre che impedivano allo spirito di librarsi liberamente in aria. Servì da pilota nella linea Parigi-Dakar e fece l’esperienza di caposcalo in una sperduta località della costa atlantica, ai margini del Sahara. In Argentina avviò i primi collegamenti aerei con la Patagonia e conobbe la moglie Consuelo Suncin, che lo spronò a misurarsi con la narrativa. Sarà lei la rosa «unica al mondo» di cui prendersi cura, pur tra mille tradimenti e contraddizioni. Nel 1929 il successo di Corriere del Sud consacrò Saint-Exupéry scrittore, attività che non separò mai da quella di aviatore. Le molteplici e spesso drammatiche avventure di volo alimentarono la sua produzione letteraria, offrendo simboli e sostanza. Oltre ai racconti già citati, completano la sua produzione Volo di notte (1930), Terra degli uomini (1939) e Il Piccolo Principe (1943). Cittadella, narrazione elegiaca in cui si possono trovare tante metafore sull’uomo e su Dio, uscirà postumo nel 1948.

I suoi raid aerei esprimevano la voglia di innalzarsi sopra le cose, guardare tutto dall’alto e avere una visione purificata della vita. La Terra ritrovava un aspetto di armoniosa bellezza, riconciliata finalmente con il Cielo: «Le montagne, i temporali, le sabbie, ecco i miei dei familiari» (lettera a Nelly de Vogüé, 1937). I lunghi viaggi, specialmente di notte, erano un lavaggio dell’anima; sparivano i dettagli della superficie terrestre e rimaneva visibile solo la luce delle stelle; tutte le preoccupazioni che si credevano capitali pian piano erano cancellate.

La solitudine feconda del cielo si incrociò in Saint-Exupéry con quella altrettanto prolifica del deserto. Quando nel 1927 fu assegnato al piccolo scalo del Sahara poté fare la sua «cura di silenzio» (lettera a Henry de Ségogne), in un luogo dove ogni cosa aveva un significato differente e si diveniva quasi spiriti disincarnati. Un’esperienza trasferita nella favola de Il Piccolo Principe. Il dialogo tra l’ometto e il pilota avviene tra le dune, mentre cercano una sorgente a cui dissetarsi: «Che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile». Frase che rimanda all’altra, celeberrima: «L’essenziale è invisibile agli occhi». L’invito è a cercare la fonte d’acqua sorgiva nascosta da qualche parte nel nostro deserto personale.

Il deserto è anche il luogo in cui Saint-Exupéry scriveva per lunghe ore, seduto in una cella, simile a un monaco nella propria clausura. In effetti, amava il canto gregoriano e diceva di volersi ritirare un giorno nel monastero benedettino di Solesmes, nella Loira. Avvertiva inconsciamente che lì, e lì soltanto, c’era qualcosa di importante e di inesprimibile, capace di dare pienezza alla propria vita.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale Saint-Exupéry prestò servizio come pilota ricognitore: non voleva uccidere ma sentiva il dovere di dare il proprio contributo alla patria minacciata dal nazismo. La capitolazione della Francia lo portò all’esilio volontario a New York, dove scrisse Il Piccolo Principe, tornando subito dopo al fronte, in Nord Africa. Nonostante i limiti di età, riuscì a entrare nella sua vecchia squadra di ricognizione aerea. Era cosciente di mettere a repentaglio la sua vita, anche per le condizioni fisiche rese precarie dai tanti incidenti subiti in carriera. Il suo amico comandante tentò invano di convincerlo a non volare; Saint-Exupéry spiegò di non poter restarsene in pantofole mentre in Francia chi leggeva i suoi scritti rischiava la deportazione. Aveva già visto negli occhi la morte e non aveva paura di affrontarla. «Morire non è niente quando si sa per chi si muore» disse. «Si muore per un popolo, per amore, per l’uomo». Il suo aereo fu abbattuto al largo di Marsiglia il 31 luglio 1944 e il suo corpo non fu mai ritrovato.

Negli ultimi anni di vita il conflitto bellico, la visione di un’umanità accecata dall’odio fratricida lo avevano portato a ripensare a quei valori — umani e religiosi — che erano stati il nutrimento della sua infanzia e giovinezza. Lasciati in un angolo, sebbene mai dimenticati, apparivano in quel frangente strumenti utili a salvare la civiltà minacciata dalla barbarie. In fondo, rifletteva, per cosa avevano offerto la vita i suoi compagni di pattuglia caduti in missione, se non per un certo gusto delle feste di Natale? «Il salvataggio di quel sapore, nel mondo, gli sembrava giustificare il sacrificio della loro vita. Se noi fossimo stati il Natale del mondo, il mondo si sarebbe salvato attraverso di noi» (Pilota di guerra, capitolo XXIV). E quando volle esprimere il concetto di responsabilità richiamò l’olocausto di Gesù, che si è sacrificato, pur innocente, per tutti: «Comprendo per la prima volta uno dei misteri della religione da cui è uscita la civiltà che io rivendico come mia: “Portare i peccati degli uomini…”. E ciascuno porta i peccati di tutti gli uomini» (ibidem).

Saint-Exupéry fu un esploratore dell’assoluto, alla ricerca di qualcosa che riempisse di senso l’esistenza. Se il “qualcosa” cercato dall’autore del Piccolo Principe fosse Dio, e in particolare il Dio dei cristiani, rimarrà per sempre un mistero. Di sicuro, il pilota-scrittore fu interprete delle inquietudini dell’uomo moderno, del suo nomadismo spirituale e di quella bellezza inafferrabile di cui avverte una profonda nostalgia.

Dazi: vino olio e pasta per 3 mld nella black list di Trump

E’ stata pubblicata la lista definitiva dei prodotti e dei Paesi europei sotto attacco dei nuovi dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che per l’Italia interessa i 2/3 del valore dell’export agroalimentare e si estende tra l’altro vino, olio e pasta Made in Italy oltre ad alcuni tipi di biscotti e caffe esportati negli Stati Uniti per un valore complessivo di circa 3 miliardi di euro. Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare l’avvenuta ufficializzazione sul sito del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) dell’inizio il 26 giugno della procedura pubblica di consultazione per la revisione delle tariffe da applicare e della lista di prodotti europei colpiti da dazi addizionali a seguito della disputa sugli aiuti al settore aereonautico.

Nell’ambito del sostegno Ue ad Airbus gli Usa – sottolinea la Coldiretti – sono stati autorizzati ad applicare sanzioni all’Unione Europea per un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari dal Wto, che dovrebbe però a breve esprimersi sulla disputa parallela per i finanziamenti Usa a Boeing la quale darebbe a Bruxelles margini per proporre contromisure.

Con la nuova consultazione gli Usa – precisa la Coldiretti – minacciano di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, dopo l’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 delle tariffe aggiuntive del 25% che hanno colpito per un valore di mezzo miliardo di euro specialità italiane come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

L’export del Made in Italy agroalimentare in Usa nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi ma – rileva la Coldiretti – con un aumento del 10% nel primo quadrimestre del 2020 nonostante l’emergenza coronavirus. Il vino con un valore delle esportazioni di oltre 1,5 miliardi di euro, è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre – precisa la Coldiretti – le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 420 milioni ma a rischio è anche la pasta con 349 milioni di valore delle esportazioni. Un settore fino ad ora in crescita nel 2020 nonostante l’emergenza coronavirus con un aumento del 10,3% nel primo quadrimestre dell’anno

Gli Stati Uniti – continua la Coldiretti – sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il Prosecco, il Pinot grigio, il Lambrusco e il Chianti che a differenza dei vini francesi erano scampati alla prima black list scattata ad ottobre 2019. Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite.

Allo stesso modo si era salvato anche l’olio di oliva Made in Italy anche perché – riferisce la Coldiretti – la proposta dei dazi aveva sollevato le critiche della North American Olive Oil Association (NAOOA) che aveva avviato l’iniziativa “Non tassate la nostra salute”.

Ora però Trump in piena campagna elettorale sembra ignorare le sollecitazioni dall’interno e dall’esterno degli Usa mettendo a rischio – denuncia la Coldiretti – il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia.

“Occorre impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza coronavirus” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolinerare l’importanza della difesa di un settore strategico per l’Ue che sta pagando un conto elevatissimo per dispute commerciali che nulla hanno a che vedere con il comparto agricolo. “L’Unione Europea – ha aggiunto Prandini – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi in quasi sei anni ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa. Al danno peraltro si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese – ha concluso il presidente della Coldiretti – si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.

Celebrazioni liturgiche: la risposta del Ministero dell’Interno a due quesiti della CEI

Con nota del 17 giugno u.s. dell’E.V. sono state rappresentate una serie di questioni relative al possibile superamento di alcune delle disposizioni contenute nel Protocollo in oggetto.

In particolare, sono state avanzate le richieste in ordine al “derogare all’obbligo dei guanti al momento della distribuzione della Comunione” ed alla “obbligatorietà della mascherina, riguardo alla celebrazione dei matrimoni” per gli sposi.

A seguito della richiesta pervenuta da parte della E.V., questo Dipartimento ha quindi sottoposto all’attenzione del CTS i quesiti sopra citati.

Nella riunione del 23 giugno u.s., il Comitato ha preso in esame la questione e nello stralcio del verbale n. 91, che ad ogni buon fine si allega, viene rappresentato quanto segue:

“Anche sulla base degli attuali indici epidemiologici, il CTS raccomanda che l’officiante, al termine della fase relativa alla consacrazione delle ostie, dopo aver partecipato l’Eucarestia ma prima della distribuzione delle ostie consacrate ai fedeli, proceda ad una scrupolosa detersione delle proprie mani con soluzioni idroalcoliche. Il CTS raccomanda altresì che, in assenza di dispositivi di distribuzione, le ostie dovranno essere depositate nelle mani dei fedeli evitando qualsiasi contatto tra le mani dell’officiante e le mani dei fedeli medesimi. In caso di contatto, dovrà essere ripetuta la procedura di detersione delle mani dell’officiante prima di riprendere la distribuzione della Comunione. Il CTS ritiene auspicabile che la medesima procedura di detersione delle mani venga osservata anche dai fedeli prima di ricevere l’ostia consacrata. Rimane la raccomandazione di evitare la distribuzione delle ostie consacrate portate dall’officiante direttamente alla bocca dei fedeli”.

Quanto alla ulteriore questione posta da codesta Conferenza episcopale, “in relazione al quesito concernente l’obbligatorietà dell’uso dei dispositivi di protezione delle vie aeree da parte degli sposi durante le ‘celebrazioni dei matrimoni, il CTS osserva che, non potendo certamente essere considerati estranei tra loro, i coniugi possano evitare di indossare le mascherine, con l’accortezza che l’officiante mantenga l’uso del dispositivo di protezione delle vie respiratorie e rispetti il distanziamento fisico di almeno i metro. Il CTS ritiene che tale raccomandazione possa estendersi anche alla celebrazione del matrimonio secondo il rito civile o secondo le liturgie delle altre confessioni religiose”.

Cnn: “Ue potrebbe impedire l’ingresso ai viaggiatori Usa”

Paesi dell’Unione europea potrebbero vietare l’ingresso ai viaggiatori provenienti dagli Stati Uniti come misura per contenere la diffusione del coronavirus. Lo riferiscono fonti diplomatiche della Ue alla Cnn, affermando che gli ambasciatori dei 27 Stati membri hanno concordato ”in linea di principio” i criteri da applicare mentre si comincia a riaprire ai viaggi internazionali. L’accordo non è definito, in quanto gli ambasciatori devono consultarsi con i rispettivi governi. Lunedì previsto un incontro in merito.

In base ai criteri elaborati finora c’è, tra l’altro, la possibilità di escludere i viaggiatori americani dal raggiungere l’Europa. Gli Stati Uniti hanno il triste primato mondiale per numero di casi di coronavirus e di morti correlati. Il bollettino aggiornato dalla Johns Hopkins University parla di 2.467.404 contagi e di 125.039 morti.

Un diplomatico Ue alla Cnn ha definito molto ”improbabile” che i viaggiatori americani possano entrare nell’Unione europea, aggiungendo che, sebbene non sia ancora stata redatta una lista definitiva, ”le possibilità per gli Stati Uniti sono vicine allo zero”. Il diplomatico ha aggiunto che ”con il loro tasso di contagi, nemmeno loro credono nella possibilità” di poter viaggiare nel Vecchio continente.

Hiv. Arriva anche in Italia la combo antivirale

Assorted pills

È disponibile anche nel nostro Paese la combinazione dei due antiretrovirali dolutegravir e lamivudina, una duplice terapia racchiusa in una sola compressa giornaliera che promette di migliorare la qualità di vita dei pazienti e garantisce la stessa efficacia della triplice terapia, con una minore tossicità.

I risultati sono supportati dagli studi Gemini 1 e 2 che hanno valutato a 96 settimane l’efficacia e la sicurezza della nuova combinazione rispetto allo standard a tre farmaci in pazienti mai trattati in precedenza.

Proprio i pazienti naive saranno tra i maggiori beneficiari della combinazione dolutegravir e lamivudina, targata ViiV Healthcare (azienda specializzata nell’Hiv a maggioranza GlaxoSmithKline).

“Funziona bene per chi inizia il trattamento per l’Hiv-1 oppure per chi effettua una switch trovandosi in una condizione stabile, con soppressione prolungata – ha affermato Andrea Antinori, Direttore dell’Uoc Immunodeficienze Virali dell’Inmi Spallanzani Irccs di Roma durante una conferenza stampa di presentazione – Tuttavia, sebbene si tratti di una terapia adatta a molti, non è per tutti: va escluso chi ha sperimentato fallimento virologico o resistenze”.

Il Pd concorra a trovare una soluzione equa sui vitalizi

L’intervista di Gerardo Bianco a Mario Ajello (“Il Messaggero”) pone un problema grande al PD di Zingaretti: quale ruolo, quale azione politica nelle istituzioni democratiche. Un partito come il PD, con la sua storia, con le sue radici nella Costituzione non può inseguire i cinque stelle sul terreno del populismo più becero, che umilia il passato costruito anche con le responsabilità del Pci poi PDS poi Pd.

Che fare? C’è una solo strada.  Uscire dalla logica della contrapposizione frontale, separare l’alleanza di governo dalle vicende istituzionali, presentare una proposta nelle sedi parlamentari più alte da parte dei capigruppo Delrio e Marcucci con l’avallo di Zingaretti e trovare una soluzione ragionevole, sulla quale l’Associazione ex parlamentari ha avuto piena responsabilità e disponibilità come nel caso del contributo di solidarietà su cui non sono stati presentati ricorsi.

La proposta in linea con le motivazioni della sentenza e con gli indirizzi della Corte costituzionale può rappresentare una occasione per uscire dalla logica del muro contro muro e dei populismi alimentati dai grillini. È il momento della responsabilità e soprattutto della capacità di azione politica evitando che nelle Istituzioni parlamentari si determinino lesioni profonde che non aiutano un clima di coesione necessario alla ripresa del Paese.

La questione dei vitalizi è molto di più di aspetti sui diritti quesiti, sulla retroattività delle norme, sulla ragionevolezza e proporzionalità delle stesse. È in gioco il rispetto delle Istituzioni parlamentari, le sue articolazioni, il suo funzionamento corretto senza prevaricazioni.

Il nuovo anno scolastico? “Ci stiamo lavorando”.

“La ministra ha incontrato i sindacati e gli enti locali. Stiamo lavorando tutti i giorni per consentire di ritornare in sicurezza a scuola a settembre”. Credo che dopo le parole “coronavirus” e “Covid-19” , quelle pronunciate dal Presidente Conte dal 31 gennaio (giorno del decreto emergenza sanitaria) ad oggi, siano state le più ascoltate: stiamo lavorando, stiamo provvedendo, ci stiamo organizzando e via dicendo.
Se il Governo fosse forte e coeso, credibile, sarebbero espressioni rassicuranti: essendo l’Italia all’ultimo posto dei Paesi OCSE in tema di fondi stanziati per l’istruzione, qualche dubbio sorge spontaneo.

In questi mesi di lockdown, dalla chiusura delle scuole a fine febbraio il tema del sistema formativo è stato vistosamente accantonato, quasi espunto dall’agenda politica. E’ stata elaborata una modulistica plurima e minuziosamente dettagliata per regolamentare le uscite da casa, gli spostamenti, i distanziamenti, l’utilizzo dei mezzi pubblici ma per le scuole – una volta sospese le lezioni in presenza e attivata, su iniziativa di ogni singolo istituto la DaD, nulla è stato previsto fino ad arrivare a ridosso degli esami di licenza media e di maturità. Eppure Istituto superiore di sanità, Protezione civile, virologi, Ministero della salute nel frattempo seguivano picchi e discese del contagio sociale: la politica avrebbe dovuto pensare che – archiviato in questo modo sbrigativo e totalmente delegato alle scuole e ai docenti il periodo della didattica alternativa – si sarebbe dovuto programmare l’avvio di un nuovo anno scolastico a settembre.

Questo mentre in altri Paesi le lezioni riprendevano, in classe, prima della fine di giugno.
Dopo il Documento della Commissione di esperti sanitari della Protezione civile del 28 maggio è uscita la Bozza delle linee guida elaborate dal gruppo coordinato dal Prof Bianchi presso il Ministero dell’Istruzione, contenente gli indirizzi organizzativo-didattici per la riapertura delle scuole: appena resa nota è stata accolta da un boato di disapprovazione e dissensi.

Significativa la bocciatura della didattica a distanza in alternativa a quella tradizionale: famiglie e persino alunni hanno opposto un fiero e risoluto “no” a questa ipotesi. Ciò dimostra che il rapporto insegnamento-apprendimento trova nella presenza in classe dei docenti e degli alunni la sua naturale e più efficace, gradita metodologia. La scuola è luogo di incontro e di relazioni umane: la tecnologia può svolgere una funzione integrativa e facilitativa ma non vicariante o sostitutiva.

Occorre riflettere su questa presa di posizione dell’utenza, in epoca di larga diffusione dei mezzi tecnici e di postulata digitalizzazione: evidentemente anche i ragazzi hanno compreso il valore empatico ed educativo della reciprocità diretta delle relazioni umane in situazione, non mediate da dotazioni che complicano e riducono comprensione e intensità emotiva all’interno del gruppo classe e reciprocamente con i docenti.
Dopo l’incontro con sindacati e Regioni pare che le mascherine per gli alunni non saranno più obbligatorie: ma resta da risolvere il problema della assunzione di responsabilità nell’allargare le maglie del distanziamento e della profilassi. Come sempre dopo l’ordine arriva il contrordine: però bisogna giungere a soluzioni decise e supportate dal parere degli esperti sanitari: su queste cose non si fa demagogia, ne va della salute di tutti, specie degli alunni e dei docenti, servono risposte chiare.

Non dimentichiamo che la malattia sociale più diffusa è la sindrome da risarcimento: chi adesso grida “aprite” potrebbe chiedere spiegazioni e innescare contenziosi in caso di contagi. Restano poi diversi nodi irrisolti: l’organizzazione dei gruppi ridotti di alunni, ci sono gli spazi in tutti gli edifici scolastici? La sanitizzazione degli ambienti, la loro pulizia, i banchi singoli, le alternative alle classi pollaio. Serve, inutile dirlo un contingente maggiore di risorse umane: si può bandire un concorso di reclutamento nel cuore dell’estate? Come potranno sdoppiarsi gli insegnanti nel gestire più gruppi? Come saranno impostate la presenza e la metodologia differenziata per gli alunni disabili? In questi anni dentro il sistema scolastico si è combattuta una battaglia silenziosa tra la burocrazia crescente e debordante e la richiesta di semplificazione e funzionalità al servizio della didattica e della classe: è proprio la classe, nel suo essere gruppo di insegnamento-apprendimento che ha perduto attenzioni, tempo, efficacia, risultati. Mentre montava una preponderante burocrazia figlia dell’autonomia scolastica che si aggiungeva a quella già soffocante ministeriale. I docenti da tempo sono subissati da circolari e riunioni.

Gli Uffici scolastici regionali hanno assunto le sembianze di piccoli ministeri: quanto personale è stato distaccato dalle scuole per essere utilizzato in sede regionale nella gestione di progetti e progettini effimeri ed autoreferenziali? Perché non si comincia a fare una revisione in ogni sede regionale per valutare quanti docenti possono rientrare nelle sedi scolastiche di titolarità? Sarebbero certamente utili in questa fase di criticità e di carenza di risorse umane. Tutto quello che può essere sottratto alla burocrazia, anche negli stadi intermedi, e restituito alla scuola militante diventa subito valore aggiunto per la scuola del fare. Accanto al problema delle risorse umane resta quello della carenza di spazi: quando la Commissione se ne esce con le alternative dei teatri, dei cinema, degli spazi aperti, dei parchi e via dicendo fornisce una soluzione retorica e poco pratica. Quali scuole hanno un teatro, un cinema un parco nelle vicinanze? Nella stagione invernale si faranno lezioni all’aperto coi cappotti? Chi accompagnerà file di alunni in giro per quartieri o di paese in paese per trovare spazi alternativi? Si uscirà da una sede scolastica sanitizzata per affrontare l’impatto con ambienti non idonei dal punto di vista igienico?

Dalla fine di febbraio ad oggi le scuole sono state chiuse: perché non sono stati utilizzati i navigator e i percettori del reddito di cittadinanza per imbiancare i muri, mettere a posto i locali, attrezzare gli spazi con l’assistenza di Comuni e Province? Eppure nel frattempo tutti costoro ricevevano stipendio e bonus di disoccupazione (i navigator) il reddito per stare a casa (quindi una misura assistenziale non di incentivo al lavoro) i beneficiari. Proprio in questi giorni è emerso che solo il 2% dei percipienti il reddito sono stati impegnati in un’attività lavorativa: ci sono stati almeno 4 mesi e altri 2 ne restano per trovare modalità di impiego nelle scuole per attrezzarle dal punto di vista degli spazi: dovranno farsi carico anche di questo i docenti? Trovo sia un vulnus inaccettabile questo mancato utilizzo negli edifici scolastici dei destinatari del reddito: il 98 % di loro è rimasto inoccupato. Non ci hanno pensato i navigator ad accordarsi con gli enti locali e il Ministero dell’istruzione? Non ci ha pensato il Governo? Le agenzie per l’impiego?

Poi ci sono altre questioni che non potranno essere lasciate al caso: la consistenza dei gruppi di alunni, le didattiche alternative, la refezione, la ricreazione, l’entrata e l’uscita nei locali, la scuola aperta il sabato.
Certamente ogni singolo istituto provvederà ma senza risorse umane e finanziarie sarà difficile organizzare tutte le evenienze. I Dirigenti non sono sceriffi o comandanti ma persone responsabili e la responsabilità non è una colpa ma un merito.

Togliere l’ammasso ingombrante della burocrazia esistente, non aggiungerne altra, dotare ogni scuola dei mezzi necessari per fronteggiare ogni momento della giornata scolastica e semplificare le procedure.
Non servono DPCM di centinaia di pagine, sarebbe una vessazione insopportabile.
Serve, urge dare a chi esercita la responsabilità di gestire un istituto o una classe i mezzi per farlo con concretezza e , auspicabilmente, serenità. In poche parole “fatti”, non promesse.

E’ arrivato il tempo di parlare di Roma

Ormai da tempo, quando parliamo di Roma, parliamo di emergenze. C’è l’emergenza rifiuti, quella dell’inquinamento. O l’emergenza delle periferie, l’emergenza abitativa. A volte, solo a volte, l’emergenza legata al servizio di trasporto pubblico. Eppure il Covid-19 ci ha insegnato bene cosa sia un’emergenza, cioè una circostanza imprevista che si manifesta in maniera inaspettata.

Dunque il fatto che i romani debbano buttare l’immondizia o abbiano la necessità di vivere in un ambiente non inquinato, non dovrebbe sorprendere. Così come non dovrebbe sorprendere che utilizzino i mezzi pubblici per andare a lavoro. O che le persone che non hanno una casa, abbiano bisogno di un tetto sopra la testa.

Questi problemi che affliggono la nostra città, sembrano ormai essere diventati cronici o irrisolvibili.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Perché le necessità dei romani sono diventate problemi da risolvere? Perché i loro diritti sono emergenze?

Roma deve ripartire al più presto. Occorre progettare un rilancio della capitale che miri a farla tornare ad essere la città più amata al mondo, il punto di riferimento che è sempre stata. Per far crescere il benessere delle famiglie e favorire la vitalità delle imprese romane, servono intelligenza politica e coraggio istituzionale. Dobbiamo mettere in campo una politica strategica di sviluppo sostenibile della città, l’ammodernamento e la messa in sicurezza delle infrastrutture e dei servizi del territorio con interventi puntuali che costituiscano anche l’avvio di alcuni grandi progetti di rigenerazione urbana.

La nostra città ha bisogno di ripartire da quattro punti che devono essere i pilastri di un’azione che può sembrare visionaria ma che è invece assai concreta: visione, strategia, infrastrutture, cultura.

Il motivo principale per cui ci troviamo in questa situazione, riguarda la mancanza di una visione della città. Dobbiamo chiederci, come vogliamo che sia Roma da qui a 30 anni. Che modello di sviluppo urbano, economico, imprenditoriale e sociale vogliamo per la nostra città? In breve, come vogliamo vivere a Roma?
Serve un progetto che guardi al futuro della città, che sappia immaginarla e realizzarla a partire dalle necessità e dalle volontà dei cittadini e delle imprese. Chi amministra non dovrebbe solo chiedersi come si risolve un problema specifico ma intervenire sulla sua origine per far sì che non si ripresenti. Per farlo, c’è bisogno di una progettualità e di una competenza che purtroppo mancano a questa amministrazione. De Gasperi diceva che politica vuol dire realizzare e questo non sta succedendo.
Non servono idee per Roma: serve un’idea di Roma.
Non serve un Sindaco a Roma: serve una squadra competente, politica autorevole e determinata che metta in campo una visione. Poi il nome si, che dovrà guidare, con autorevolezza il processo di rilancio della Capitale d’Italia.

Ma occorre una strategia per stabilire come realizzare la visione. L’assenza di un piano strategico ci condanna a un eterno presente scandito dalle emergenze quotidiane. Non possiamo sperare in un futuro migliore, dobbiamo progettarlo. Capire le sfide di oggi e le necessità di domani, sono i presupposti alla base del successo di questa visione.
Sviluppo economico, lavoro, inclusione, servizi, sostenibilità, turismo, semplificazione burocratica, sviluppo digitale: sono queste le priorità per rendere Roma davvero competitiva, un ambiente in cui i cittadini e le imprese possano vivere e crescere.

Le infrastrutture sono la rete che consente di migliorare ogni aspetto della qualità della vita dei romani, di combattere le disuguaglianze che si rendono sempre più evidenti e che devono essere affrontate per far sì che ogni cittadino e cittadina possano godere degli stessi diritti. Infrastrutture solide e moderne sono gli strumenti alla base dello sviluppo della città. Le strade, il trasporto pubblico, le scuole, gli asili nido, i presidi sanitari, la rete internet, per parlare delle infrastrutture fisiche. Ma ci sono anche le infrastrutture sociali di cui fanno parte i servizi agli anziani, ai disabili, alle persone e alle famiglie in difficoltà.
Dobbiamo rimettere al centro la persona, i suoi bisogni e le sue necessità e per farlo dobbiamo invertire la tendenza secondo cui questi servizi sono considerati sprechi e non risorse.

Mettere al centro la cultura significa mettere al centro un sistema di tradizioni e di valori condivisi dai cittadini. E’ necessario affermare il valore della cultura come sistema di valori che uniscono i cittadini. Della cultura di Roma fanno parte le sue bellezze, le sue storie e la sua Storia, gli intellettuali e gli artisti che hanno passeggiato per le sue strade e che hanno aiutato l’umanità a progredire, passo dopo passo. Le loro tracce sono visibili a distanza di secoli e le persone vengono da ogni parte del mondo per poterle ammirare per qualche istante. Segni di un cammino millenario verso il progresso che risulta oggi minacciato dall’immobilismo di una amministrazione pietrificata dalla paura di sbagliare.
Abbiamo bisogno di cultura, la cultura della responsabilità e del coraggio, quella della legalità che affronta il malaffare perché non tollera che il beneficio di pochi costi il benessere di molti.
La nostra storia ci dimostra che la cultura crea valore sociale ed economico. Crea imprese e posti di lavoro. Lo sanno bene i lavoratori e gli imprenditori che in questo momento stanno soffrendo a causa della mancanza di turisti.

I romani hanno bisogno di risposte concrete e di una politica in grado di guidare la città verso il futuro, attraverso un processo di partecipazione democratica. Chi è salito al Campidoglio lamentando l’assenza delle istituzioni, oggi è meno presente che mai e in questo clima aumentano la paura e le incertezze dei cittadini. È venuto a mancare il rapporto fra le istituzioni e i romani che le hanno votate, non solo a livello cittadino ma anche municipale.

Non è un caso se dal 2016 a oggi le giunte di diversi municipi sono cadute e non è un caso che i cittadini abbiano scelto le coalizioni di centrosinistra quando sono tornati a votare.
I municipi sono il primo avamposto istituzionale e politico a cui i romani chiedono di risolvere i problemi del territorio ma si tratta di organismi che hanno poche risorse e poca agibilità.
Roma è una città grandissima, divisa in quindici municipi che non hanno le risorse economiche e la libertà amministrativa necessarie a intervenire in maniera efficace. Questo sistema non funziona e va cambiato. I municipi devono essere dotati di più risorse e indipendenza per agire con maggiore tempestività ed efficacia.

L’emergenza Covid ci ha spinto a sentirci più uniti come Paese e come città perché abbiamo avuto la prova di quello che noi del Partito Democratico diciamo da tempo: nessuno si salva da solo. È questa cultura democratica e riformista che può guidare la rinascita di Roma da un periodo di abbandono e disinteresse. Nel riformismo c’è l’idea di poter dare una nuova forma al presente per scrivere il futuro. Un futuro che oggi appare incerto ma che non è mai stato così ricco di promesse, di opportunità, di innovazione e di possibilità di rinnovamento.
Il confronto e il dialogo sono le radici del partito di cui faccio parte. Confronto e dialogo sono alla base della democrazia vera, in cui tutti possono esprimere la propria opinione. quella che vede nel riformismo la possibilità di migliorare le condizioni di vita di tutti i cittadini.

Ci aspettano tante sfide storiche e dobbiamo governare questi processi mettendo in campo le nostre competenze, la nostra passione e la nostra unità.

Le nuove leve dei democratici radicali americani

Articolo pubblicato dalla rivista Atlante della Treccani a firma di Mattia Diletti

Lo scorso martedì l’America politica seguiva con attenzione le primarie democratiche di New York (ma si votava anche in altri Stati). Non tanto quelle presidenziali ‒ ce ne siamo quasi scordati, ma sono ancora in corso ‒ quanto quelle per il Congresso. I media hanno seguito le primarie del 14° collegio della Camera dei rappresentanti (che copre porzioni di Bronx e del Queens): sono quelle che nel 2018 erano state vinte da Alexandria Ocasio-Cortez con un incredibile successo, ottenuto ai danni di una delle più importanti figure del Partito democratico a livello nazionale, Joe Crowley (era il deputato in carica da 20 anni). Nel collegio della Ocasio-Cortez correva una sfidante apparentemente robusta, Michelle Caruso-Cabrera, e la cosa aveva fatto notizia.

La Caruso-Cabrera è un volto noto, in quanto giornalista televisiva. È una donna latina come la Ocasio-Cortez, ma è di origine cubana ed è un’ex elettrice repubblicana. Il marito è un banchiere che sostiene il Partito repubblicano e lei ha ricevuto contributi da società di Wall Street. Tutto questo le è stato rinfacciato dalla Ocasio-Cortez, che ha sottolineato il rischio di un ritorno del “business as usual” della politica di New York. Il riaccendersi del conflitto era in realtà un artificio mediatico: la Ocasio-Cortez ha vinto ‒ al netto del voto per posta ‒ aggiudicandosi il 72,6% dei voti. La stessa Ocasio-Cortez ‒ che per la sua visibilità è molto popolare in tutto il Paese ‒ ha ottenuto 5 volte i finanziamenti della sua avversaria (10 milioni di dollari contro 2). La vittoria larga rafforza la sua posizione di erede del capitale politico di Bernie Sanders. Oltre lei, che di questo capitale è la principale beneficiaria, le congresswomen radicali del ciclo che sta per chiudersi sono le altre componenti della “Squad”: Ilhan Omar, Ayanna Pressley e Rashida Tlaib. Questo circuito di primarie dovrà dare conto, alla fine, di quanta forza espansiva posseggono i radicali all’interno del partito: i “radical” si lanciano in competizioni contro l’establishment che tendono a perdere ‒ il tasso di rielezione al Congresso è circa del 90%, non è facile vincere una primaria se in ballo c’è ancora il vecchio candidato ‒, ma quando vincono fanno molto rumore. Il contingente della Squad ‒ per continuare a contare al Congresso ‒ andava rafforzato.

New York è uno dei luoghi dove ciò è accaduto. I tre nomi da ricordare sono Jamaal Bowman, Mondaire Jones e Ritchie Torres, tre afroamericani (va ricordato che per nessuno dei tre abbiamo un risultato definitivo, che si avrà solo col conteggio del voto per posta, per il quale si dovrà attendere qualche giorno: Torres distanzia il secondo arrivato del 10%, in una affollatissima competizione, ed è l’unico dei tre a non essere stato ancora “proclamato” dai media come vincitore, ma pare destinato a trionfare anche lui).

Qui l’articolo completo 

Gualtieri: “Da luglio 100 euro in più per 11 milioni di lavoratori”

Abbiamo ridotto le tasse a 16 milioni di lavoratori e dal primo luglio gli stipendi aumenteranno per 16 milioni di persone, per 4,5 milioni aumenteranno di 180 euro netti al mese, per 11 milioni i vecchi 80 euro arriveranno a 100 euro, un aumento significativo”. A dirlo è il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

Oggi, ha quindi spiegato Gualtieri sui finanziamenti a fondo perduto alle imprese, “partirà una seconda ondata di pagamenti, credo che siamo a quasi un milione di domande che continuano perché ci sono due mesi di tempo”. Gualtieri ha anche ricordato le diverse misure decise dal Governo sottolineando che si tratta “complessivamente del sistema di aiuti che è il secondo più alto in Europa” dopo la Germania.

Il Governo, con i Recovery Fund, farà “una scossa di investimenti per la crescita del Paese”, scandisce Gualtieri, che ha sottolineato come saranno portati “gli investimenti pubblici e gli investimenti privati a livelli molto alti”. Tra gli obiettivi, ha detto, “portare, ad esempio, la rete in fibra ottica in tutte le case, migliorare le nostre infrastrutture, spendere e finanziare di più la ricerca e l’istruzione, fare cioè gli investimenti che portano crescita e portano aumento del potenziale di crescita del Paese”.

“Con questa scossa di investimenti possiamo fa crescere di più il Paese avere più occupati e tutto ciò ci rende più semplice affrontare il tema complesso della riforma fiscale che noi intendiamo finanziare con la lotta all’evasione fiscale”.

Il Regolamento europeo per l’identificazione elettronica è quasi completato

È quasi completato il percorso di adeguamento dei Paesi europei al Regolamento eiDAS.

Ad oggi sono 23 gli Stati che si sono connessi al nodo eiDAS italiano.

Gli ultimi in ordine di tempo sono stati Portogallo, Finlandia e Croazia che si vanno così ad aggiungere agli altri già attivi: Austria, Danimarca, Regno Unito, Lussemburgo, Lettonia, Slovenia, Olanda, Slovacchia, Repubblica Ceca, Irlanda, Lituania, Malta, Spagna, Estonia, Svezia, Grecia, Cipro, Germania, Belgio e Norvegia.

L’adesione al nodo consente ai cittadini italiani di accedere ai servizi pubblici online resi disponibili dai 23 Paesi semplicemente attraverso le identità digitali nazionali, SPID o Carta d’identità elettronica, collegandosi dal proprio smartphone o pc.

Il Regolamento eiDAS impone alle pubbliche amministrazioni europee di rendere accessibili i propri servizi tramite i sistemi pubblici d’identità digitale degli Stati Membri. Fornisce, inoltre, una base normativa comune per interazioni elettroniche sicure fra cittadini, imprese e PA e incrementa la sicurezza e l’efficacia dei servizi elettronici e delle transazioni di e-business e commercio elettronico nell’Unione Europea.

Che cos’è il Login eIDAS

Il nodo eIDAS italiano è stato realizzato attraverso il progetto CEF-FICEP dell’Agenzia per l’Italia Digitale in collaborazione con il Politecnico di Torino, Infocert e Tim, secondo i requisiti tecnici fissati dalla Commissione Europea e nell’ambito del programma CEF (Connecting Europe Facility).

Attivando il Login eIDAS, gli Stati UE, attraverso i loro rispettivi nodi eIDAS, possono consentire l’accesso ai loro servizi ai cittadini italiani provvisti di SPID o CIE. Semplicemente cliccando sui siti web delle amministrazioni europee prescelte, gli utenti italiani hanno, così, la possibilità di usufruire di un’ampia rosa di servizi: alcune PA consentono la dichiarazione dei redditi online, altre il cambio di residenza, altre ancora il pagamento delle multe o delle imposte locali.

Allo stesso tempo le amministrazioni italiane che già rendono disponibili i propri servizi online attraverso SPID e CIE possono estendere la fruizione degli stessi anche ai cittadini dell’Unione Europea, che vi possono così accedere tramite le eID (identità digitali) dei Paesi di provenienza.

Oms: “Covid come la Spagnola, che riprese a settembre”

“Sembra che tutto sia finito ma non è così. Bisogna evitare la seconda ondata come quella della Spagnola”. Sono le parole di Ranieri Guerra, vicedirettore generale – Iniziative strategiche dell’Oms, intervenuto ad Agorà. “Il virus si trasmette attraverso un contatto interpersonale che ha due dimensioni: la vicinanza fisica e la durata della vicinanza. Non ci si infetta passando vicino ad una persona positiva, ci si infetta se si interagisce con la persona positiva a distanza ravvicinata per 20-30 secondi continui, se questa persona tossisce o starnutisce. Sembra che tutto quanto sia finito, ma non è così”, dice Guerra.

“Io guardo i fatti e i fatti mi dicono che il genoma virale è ancora lo stesso. I fatti mi dicono che l’andamento di un’epidemia come questa è ampiamente previsto: si sta comportando come avevamo ipotizzato. C’è una discesa che coincide con l’estate”, prosegue.

“Il paragone purtroppo va fatto con la Spagnola, che ebbe lo stesso andamento del Covid. Andò giù d’estate per riprendere ferocemente a settembre-ottobre e uccise 50 milioni di persone nella seconda ondata. Questo è ciò che non vogliamo vedere. Le terapie intensive si sono svuotate come era previsto che accadesse. Ora non vogliamo che si riempiano di nuovo con la stagione invernale”.

Bonalberti sottovaluta il pericolo del sovranismo. Il centro che muove a sinistra è una risposta.

L’idea di un ricompattamento dell’area di centro non è un insulto alla ragione. Anzi, a compulsare i sondaggi si coglie nitidamente questo bisogno di concentrazione ideale e politica attorno a una proposta siffatta; un bisogno che alcuni traducono con moderazione, altri con equilibrio e razionalità, altri ancora con dinamismo riformatore, ma senza presunzioni e arroganze. A questi ultimi appartengono effettivamente o dovrebbero appartenere gli emuli consapevoli della posizione democratico cristiana. Essi costituiscono oggi una minoranza, ma sono in qualche modo protagonisti. Immaginare che il centro riemerga dalle profondità della crisi italiana, pesantemente rivelata e aggravata dalla pandemia, a prescindere dal contributo dei democratici cristiani, è perlomeno presuntuoso.

Bonalberti è preoccupato, tuttavia, delle incomprensioni ancora presenti nell’area dei riformatori di centro. Si appella al “Manifesto Zamagni” per lamentare la pigrizia con la quale i suoi sostenitori affrontano il nodo dei rapporti con la neocostituita “Federazione popolare dei DC”; stima l’intervento ultimo di Merlo troppo sbilanciato verso il Pd, quasi a riprova di una incancellabile subalternità; rimprovera a Dellai di alimentare una rilettura del pensiero di De Gasperi in modo artificioso e finanche arbitrario. Insomma, Bonalberti segnala il pericolo che dietro alcune affermazioni di principio si dipani il filo – sempre lo stesso – di un certo settarismo cattolico democratico, votato alla compiacenza nei riguardi dei sopravvissuti al naufragio del comunismo. 

In sintesi, Bonalberti lancia un grido di allarme. “Sono più volte intervenuto – così dice – evidenziando come tra le indicazioni del nostro patto federativo (il patto dei neocentristi della Federazione DC, ndr) e quelle del “Manifesto Zamagni” non ci siano differenze strategiche incompatibili, pur non sottacendo il peso di quella pregiudiziale assai ben reiterata, soprattutto negli interventi dell’On. Dellai, relativa a “un partito di centro che guarda a sinistra”. Una pregiudiziale che si vorrebbe far risalire a una dichiarazione resa da De Gasperi, con riferimento alla DC, in un contesto incomparabilmente diverso da quello che stiamo vivendo oggi”.

Ora qui sta, effettivamente, il punto di distinzione è contrasto. L’ipostatizzazione di un’idea di centro come indifferenza tra destra e sinistra, anche con la generosa ambizione di andare oltre queste classiche categorie della politica, non ha aderenza con il dato oggettivo della battaglia in corso. È una fuga nell’astrazione. Per questo il concetto racchiuso nella formula degasperiana ha il merito di mettere nuovamente in circolo  quella risorsa di realismo che qualifica la politica d’ispirazione cristiana, tanto da presupporre, nel contesto delle lotte di partito, il riconoscimento di una preminente minaccia da destra. Anche in America, di fronte alla devastazione rappresentata dal trumpismo, un nucleo di repubblicani di centro ha rotto gli indugi e ha promosso una iniziativa – il Progetto Lincoln – diretta a sfrattare nelle elezioni di novembre l’attuale inquilino della Casa Bianca. Questo vuol dire, dunque, che l’attrattività del pur afasico Biden dipende dalla estensione di un appello che supera gli steccati tra destra e sinistra, ma non per indifferenza rispetto alle questioni in campo.

Il centro ha senso se fissa un discrimine, esattamente come Bonalberti non vorrebbe che fosse, anche a discapito di una serena riscoperta della lezione di De Gasperi. Se in America il problema è prendere posizione sul “fenomeno Trump”, da noi, in Italia e in Europa, il problema analogamente si pone a petto della “questione sovranista”. Tutto si lega. Chi è fedele alla nozione del progressismo di centro, resa concreta dalla storica azione democratica della DC, ha l’obbligo di discernere quale sia l’elemento essenziale della posta in gioco. Discutere, allora, vuol dire  anzitutto afferrare l’aspetto che rende obsoleta una dialettica di mero posizionamento, fors’anche per pallide ragioni di potere, ma non il chiarimento sulla funzione imprescindibile del cattolicesimo politico come fonte continua di irradiazione della speranza di giustizia e rinnovamento. Questo è il centro che guarda e muove verso sinistra.

Il Little Big Horn e un pezzo storico diverso di Marco Tarquinio.

Su “Rai Storia” per la rubrica “Il giorno e la storia” si raccontano fatti e date ricadenti in ogni giorno del calendario; interviene poi di volta in volta il Direttore di un quotidiano, che commenta a scelta sua una di quelle ricorrenze. Marco Tarquinio di “Avvenire” nella data di oggi – 25 Giugno – ha scelto di commentare gli indiani, il generale Custer e la Battaglia del Little Big Horn. Mi intendo abbastanza di pellirosse, avendo cominciato a vestirmi da indiano per carnevale quando tutti i bambini negli Anni ’60 erano cow-boy con le pistole con i fulminanti e le bambine delle principesse con il cono in testa.

La TV mandava western americani, c’era Rin Tin Tin, e tutti aspettavano che arrivassero i nostri. Gli indiani erano rappresentati come dei selvaggi primitivi e un po’ scimuniti, che attaccavano a casaccio con strumenti medievali. Bisognò aspettare il 1970 e Ralph Nelson con il suo “Soldato blu” per avere un racconto diverso. Pure del ’70 è “Il piccolo grande uomo”, di Arthur Penn, dove per la prima volta, seppure in maniera un po’ picaresca, viene ridicolizzato il mito del ‘famoso’ generale Custer e del suo ‘eroismo’ al Little Big Horn.

Oggi fra le date commentabili c’era anche la nascita di George Orwell, ma Tarquinio, secondo me con grande merito (è un segno di intelligenza, non si può sempre commentare Ustica, Solidarność, il Muro, eccetera) ha sterzato per pochi minuti la nostra attenzione sulla Domenica 25 Giugno del 1876 nel Montana; dando pure una prova di totale competenza storica su quel fatto, contro tutte le mitologie sostenute da Hollywood e propalate a tutto l’Occidente dopo il ’45. Perché un conto è la frontiera vera di Gary Cooper, in crisi di autorità nell’insuperabile “High Noon” del 1952, non a caso diretto da un austriaco (Fred Zinnemann) con la suggestiva colonna sonora di un russo (Dimitri Tiomkin, “Non mi dimenticare”), oppure gli ambienti epici di John Ford, e un altro la paccottiglia dei forti apache e degli apaches deficienti.

Tarquinio ha spiegato che George Armstrong Custer, chiamato generale, era in realtà un Tenente Colonnello, che portò allo sbaraglio tutto il Reggimento affidatogli, il 7mo Cavalleria, e che quel giorno sulle alture intorno al fiume Little Big Horn c’erano con Custer anche vari italiani, fra cui Charles DeRudio (nome americanizzato del bellunese Carlo Camillo di Rudio, tenente, che era fuggito dal carcere della Caienna dov’era rinchiuso per avere attentato [si dice] a Napoleone III).

Carlo di Rudio scampò anche alla Battaglia del Little Big Horn, dove tutti i 225 cavalleggeri di Custer (un narciso in pelle di daino che si riteneva imbattibile e che era già stato davanti alla Corte Marziale) furono obbligati (i comandi che aveva Custer erano altri) ad attaccare un raduno di diecimila Sioux, Cheyenne e Arapaho, con capi militari (altro che stupidi…) come Cavallo Pazzo e Gall, radunati politicamente da Toro Seduto (Sitting Bull).
Ma come ha detto Tarquinio, gli italiani lì presenti erano diversi, e soprattutto si salvarono tutti. Ovunque siano, gli italiani fiutano, magari all’ultimo momento, le trappole in cui gli rinchiudono vari stupidi in cui s’imbattono, non c’è generale americano che tenga.

Vale la pena di chiudere ricordando il trombettiere del 7mo Cavalleria, Giovanni Crisostomo Martini, di Sala Consilina (Salerno), chiamato John Martin. Visto che le cose si stavano mettendo male, Custer lo spedì a portare un messaggio scritto (non si fidavano del suo inglese) al Capitano Benteen, dicendogli di venire in aiuto velocemente (Be Quick) con munizioni (Bring Pacs). Ma era stato lo stesso Custer, per prendersi tutta la gloria, a separarsi dal reparto di Benteen, ed era tardi per rimediare.

Come spiega David Riondino nel suo pezzo teatrale sul trombettiere di Sala Consilina, il nostro partì pancia a terra con il foglietto infilato nel guanto. Alle 16 di quella Domenica di sangue consegnò il dispaccio, voltò il cavallo e ripartì verso Custer. Ma…, ummh, vede in lontananza un sacco di fumo e ode rumori poco simpatici, simili a crepitii di spari,… troppi spari (vuoi vedere che oggi i fucili li hanno anche gli indiani?). Sentì che ritornare lì poteva far male alla salute, e decise di aspettare un attimino. Morì a Brooklin – dopo aver fatto il più tranquillo bigliettaio della metropolitana di New York – a Dicembre del 1922.

Ora riapriamo le scuole

Intanto, da alcuni giorni, i dati sembrano piegati ai nostri desideri: in Friuli Venezia Giulia non ci sono più contagi e, per fortuna, non si registra alcuna vittima; in Lombardia, il luogo più in difficoltà, l’andamento sembra assottigliarsi in forma decisamente positiva.

C’è da augurarsi che dal prossimo mese il Paese si liberi totalmente da questo infausto fardello. Non possiamo però, brindare alla vittoria finale. Troppi casi sparsi in diverse realtà, fanno capire che il nemico può rialzare la testa. Gli Stati Uniti, il Brasile, l’India, la Cina, ma anche la Germania e il Portogallo sono li a testimoniare che quello sa riprendersi la scena.

Un segmento delicatissimo della vita nazionale riguarda il mondo della formazione. La scuola. Tre mesi di totale chiusura ha nuociuto più di quanto si creda. Non possiamo permetterci di rivivere una simile pagina. Sul finire dell’estate dovranno essere approntate tutte le misure perché, dagli asili alle università, tutti i nostri giovani possano riacquistare il gran diritto all’educazione, allo studio e alla formazione.

Essendo i luoghi scolastici, luoghi di alta concentrazione umana, sono quelli che devono essere tutelati nel miglior modo possibile. Ricordiamoci che un’aula, la cui dimensione ciascuno può immaginarsela, contiene fino a venticinque, trenta persone. Solo le discoteche, i cinema e i teatri – escludiamo gli stadi – registrano un tasso di contatto più elevato. Ma la scuola si svolge dalle otto alle tredici, quindi cinque ore di seguito, ogni giorno, tranne la domenica, gli altri esempi sono di gran lunga più contenuti dal punto di vista temporale.

Sembra ancora esserci molta confusione in questo settore. Le linee guida di comportamento, non sono a tutt’oggi state definite. Di tempo ce n’è. Ricordo solo che in questi giorni si stanno concludendo gli esami di maturità. Ho letto indirizzi inauditi. Sembrava che il Ministro, spero tanto non sia così, demandasse ai capi istituto, le modalità di attuazione delle misure preventive. Sarebbe una catastrofe.

È ben vero che ci sono istituti e istituti; scuole e scuole; strutture e strutture e che, pertanto, ciò che si farà in un edificio nuovo, magari non si potrà realizzare in uno vetusto, ma resta inaggirabile che i protocolli abbiano un’unica fonte, e il Ministro ha il sacrosanto dovere di trovare una modalità universale, che preveda pure dei gradi di differenziazione connessi ai luoghi di applicazione.

Sempre leggendo i quotidiani, vedo che la conferenza Stato-Regioni slitta, spero che la traslazione sia dettata solo dal bisogno di messa a punto delle strategie operative ministeriali.

Anch’io ho nipoti che, magari a malincuore (meglio la domenica che lunedì!), desidereranno ritrovarsi con i vecchi compagni di scuola per ricominciare una delle più belle avventure che possa capitare all’uomo: vivere assieme ai propri coetanei il momento scolastico, se non altro perché segnala la leggerezza e la bellezza dell’età giovanile.

La nozione degasperiana del “centro che guarda a sinistra” non aiuta ad aggregare l’area democratica e popolare

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Io continuo a pensare che abbia ragione Zingaretti”, scrive l’amico Giorgio Merlo su Il Domani d’Italia, con accenti che sembrano più quelli di un membro di quel partito che di un “osservatore partecipante”. Uscito con gli amici ex popolari dal PD, soprattutto a seguito della sbandata della leadership renziana, Giorgio Merlo ha concorso alla nascita della “Rete Bianca” che, con gli amici di “Costruire Insieme” e “Politica Insieme”, si ritrova attorno alle indicazioni politico-culturali del “Manifesto Zamagni”. Trattasi di un progetto che ha suscitato non solo in me grande interesse, ma anche in molti amici che partecipano al progetto della Federazione popolare dei DC.

Sono più volte intervenuto evidenziando come tra le indicazioni del nostro patto federativo e quelle del “Manifesto Zamagni” non ci siano differenze strategiche incompatibili, pur non sottacendo il peso di quella pregiudiziale assai ben reiterata, soprattutto negli interventi dell’On Dellai, relativa a “un partito di centro che guarda a sinistra”. Una pregiudiziale che si vorrebbe far risalire a una dichiarazione resa da De Gasperi, con riferimento alla DC, in un contesto incomparabilmente diverso da quello che stiamo vivendo oggi.

Da parte nostra, come “Federazione popolare dei DC”, abbiamo nettamente e unitariamente condiviso la scelta per un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da ricondurre ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra radicale e senza identità. Passi avanti sulla strada di una possibile ricomposizione, prima di tutto al centro, tra noi della Federazione Popolare dei DC e gli amici della cosiddetta “parte bianca”, almeno sino ad oggi, non mi sembrano che se ne siano compiuti di significativi.

Anche la nota di Merlo sembra ancora sintonizzata verso il PD che, se non è più il proprio partito, appare come l’interlocutore privilegiato se non esclusivo del suo (e debbo ritenere anche degli amici di “Rete Bianca”) interesse politico. Cerchiamo, dunque, di valutare come stiano esattamente le cose allo stato degli atti.

Esiste una maggioranza di governo giallo-rossa, frutto dell’emergenza seguita alla crisi salviniana del Papeete (agosto 2019), ossia di una coalizione di altrettanta necessità di governo, quella giallo-verde, risultante dal voto del 4 Marzo 2018 che non aveva indicato una maggioranza autonoma vincente. In tal modo si è perpetuata una situazione parlamentare in cui, come nell’intera seconda repubblica, domina un trasformismo politico parlamentare mai visto prima, nemmeno ai tempi di De Pretis e di Giolitti. Una transumanza permanente di deputati e senatori, in gran parte “nominati” dai capi di partiti, molti dei quali senza storia e cultura politica, quando non addirittura etero guidati da una società commerciale srl come il M5S, il partito premiato dal voto maggioritario relativo dei votanti nel 2018.

Come ha ben evidenziato Giorgio Merlo, trattasi di una maggioranza “anomala e innaturale”, quella tra PD e M5S, nella quale, tra l’altro, farebbe parte a mezzo servizio e più con la funzione di sabotatore seriale, il partito dello scasso e dell’incasso di Matteo Renzi. Qui cari amici della “Rete Bianca” non si tratta di un’alleanza nella quale il M5S, preoccupato soprattutto di non squagliarsi, litiga sulle cose da fare al governo e non intende concorrere a consolidarsi sul territorio, ma di un ircocervo di partiti e partitini che, come nel caso del prossimo voto in Puglia, finiscono tafazzianamente di concorrere al loro suicidio politico.

In Puglia stiamo assistendo, infatti, al “capolavoro” de “il Bomba” che, pur di fare del male al presidente PD Emiliano, presenta niente di meno che il candidato Ivan Scalfarotto, uno degli esponenti più autorevoli di quella cultura alternativa ai valori non negoziabili dei cattolici ai quali Renzi e la Boschi, in molte occasioni, hanno pure assicurato di fare riferimento. Unico risultato concreto sarà quello di aprire un’autostrada al centro destra e al mio caro amico Raffaele Fitto, che avrà così modo di rivalersi delle sconfitte patite nella sua amata terra pugliese.

Chiedo a voi amici della “Rete Bianca” se, perseguendo questa pregiudiziale a favore di “un centro che guarda a sinistra” finite col dover accettare questa condizione permanente di ricatto tra le necessità dell’emergenza e quello più indigesto del partito renziano, non sarebbe ora di ripensare globalmente la vostra strategia?

Noi della Federazione popolare dei DC intendiamo collegarci al PPE, voi della “Rete Bianca”, che vi considerate eredi della tradizione popolare dei cattolici democratici, potete restare ancorati a un PD che, nella migliore delle ipotesi vi riporterebbe in seno al PSE a livello europeo, e, intanto, al costante ricatto renziano sino a giungere all’offerta di quello stravagante coniglio magico, estratto all’ultima ora del candidato Scalfarotto catapultato sconsideratamente nella terra di Aldo Moro?

Ritengo che meglio, molto meglio sarebbe costruire insieme un grande centro politico con riferimento alla migliore tradizione dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, nettamente distinto e distante dalla destra nazionalista e populista e dalla sinistra senza più identità, direttamente collegato al PPE, disponibili tutti a collaborare sia in campo nazionale e locale con quanti sono interessati a un grande progetto riformatore: l’attuazione completa della carta costituzionale. E non si potrebbe sperimentare questa iniziativa proprio partendo dalle prossime elezioni regionali e locali assumendo tutti, finalmente, uno sguardo volto in avanti? 

 

Commercio estero: Istat, a maggio 2020 si stima un marcato aumento per l’export (+37,6%) rispetto al mese precedente

A maggio 2020 si stima, per l’interscambio commerciale con i paesi extra Ue27 , un marcato aumento congiunturale per le esportazioni (+37,6%) e una lieve contrazione per le importazioni (-2,4%).

Il forte incremento su base mensile dell’export è dovuto principalmente a beni strumentali (+62,9%), beni intermedi (+27,1%) e beni di consumo non durevoli (+24,9%). Molto elevato l’aumento per i beni di consumo durevoli (+188,9%) che, tuttavia, spiega solo per circa 4 punti percentuali il rialzo congiunturale dell’export. In calo l’energia (-28,9%). Diversamente, dal lato dell’import, si rilevano diminuzioni congiunturali per quasi tutti i raggruppamenti principali di industrie, le più ampie per energia (-16,9%) e beni di consumo durevoli (-10,2%); in aumento soltanto gli acquisti di beni strumentali (+13,6%). Al netto dell’energia, l’import registra un lieve incremento (+0,3%).

Nel trimestre marzo-maggio 2020, nonostante la crescita a maggio, la dinamica congiunturale dell’export è negativa (-31,5%), condizionata dai forti cali dei mesi precedenti, e sintesi di flessioni che interessano tutti i raggruppamenti, le piu accentuate per beni di consumo durevoli (-54,9%), energia (-42,7%) e beni strumentali (-41,3%). Nello stesso periodo, anche per l’import, il calo congiunturale (-26,9%) è generalizzato ed è più ampio per energia (-51,3%), beni di consumo durevoli (-49,3%) e beni strumentali (-33,5%).

A maggio 2020, l’export segna una flessione su base annua marcata (-31,0%), ma in decisa attenuazione rispetto ad aprile. La contrazione, estesa a tutti i raggruppamenti, è più ampia per energia (-57,2%), beni di consumo durevoli (-53,1%) e beni strumentali (-36,1%). Rispetto alle esportazioni, le importazioni registrano una flessione tendenziale più accentuata (-37,9%), con forti cali per tutti i raggruppamenti, i maggiori per energia (-67,4%) e beni di consumo durevoli (-58,3%).

La stima del saldo commerciale a maggio 2020 è pari a +4.149 milioni (era +4.334 milioni a maggio 2019). Diminuisce l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +7.806 milioni per maggio 2019 a +5.230 milioni per maggio 2020).

A maggio 2020 l’export verso paesi MERCOSUR (-51,7%), Turchia (-44,4%) e Giappone (-32,9%) è in forte calo su base annua.

Gli acquisti da India (-71,1%), paesi OPEC (-68,3%), Turchia (-54,2%), Russia (-45,8%) e Svizzera (-43,9%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. In aumento gli acquisti dalla Cina (+4,0%).

A maggio 2020, per l’area extra Ue, al netto del Regno Unito, si stima che l’export aumenti del 38,1% su base mensile e diminuisca del 31,0% su base annua. L’import registra un lieve calo sul mese (-2,5%) e un’ampia flessione sull’anno (-37,7%). Il saldo commerciale è pari a +3.183 milioni (era +3.099 milioni a maggio 2019).

COVID-19: online la Circolare INPS sulla proroga di NASpI e DIS-COLL

Dopo aver richiamato che gli aventi diritto alla proroga delle citate indennità non devono presentare alcuna domanda, in quanto l’INPS provvederà ad erogare il trattamento d’ufficio, con la circolare n. 76, l’Istituto chiarisce anche requisiti e condizioni da rispettare per beneficiare automaticamente del prolungamento di Naspi e DisColl.
I requisiti che danno diritto alla proroga della indennità sono i seguenti:

  • il periodo di fruizione deve terminare tra il 1° marzo 2020 e il 30 aprile 2020;
  • il beneficiario non deve aver avuto accesso ad altri tipi di bonus e contributi previsti dal Decreto Cura Italia e dal Decreto Rilancio.

In particolare, la proroga è esclusa nei casi in cui il beneficiario percepisca una delle seguenti misure di sostegno:

  • indennità di cui agli articoli 27, 28, 29, 30, 38 e 44 del D.L. n. 18 del 2020 (c.d. Decreto Cura Italia), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27;
  • indennità COVID-19 di cui all’articolo 84 del decreto-legge n. 34 del 2020;
  • indennità a favore dei lavoratori domestici e indennità a favore dei lavoratori sportivi di cui rispettivamente agli artt. 85 e 98 del D.L. n. 34 del 2020.

Infine, l’Istituto fornisce chiarimenti anche in merito alla promozione del lavoro agricolo, precisando che i beneficiari delle prestazioni NASpI e DIS-COLL possono, in corso di erogazione delle stesse, stipulare con datori di lavoro del settore agricolo contratti a termine non superiori a 30 giorni, rinnovabili per ulteriori 30 giorni, nel limite di 2.000 euro per l’anno 2020, senza subire la sospensione/decadenza dal diritto alla prestazione o l’abbattimento della stessa.

Per maggiori dettagli, leggi la Circolare INPS.

Concorso Marina Militare, reclutamento di Allievi Ufficiali ruolo normale e speciale

Logo Marina Militare

Il Concorso Marina Militare Ministero della Difesa è rivolto ad Allievi Ufficiali in ferma Prefissata (AUFP) ausiliari del ruolo normale e del ruolo speciale dei Corpi della Marina Militare.

Il tempo limite per candidarsi al concorso è il 16 Luglio 2020.
Il bando per Ufficiali AUFP prevede una procedura selettiva per titoli ed esami, si mette a concorso in totale 137 posti, 75 posti sono previsti per ausiliari del ruolo normale e 62 posti per il ruolo speciale.

Concorso Marina Militare, ausiliari del ruolo normale

Sono previsti 75 posti di cui:

9 posti per il Corpo del Genio della marina – specialita’ genio navale, di cui: 1 posto per ingegneri elettrici; 1 posto per chimici; 1 posto per ingegneri meccanici; 6 posti per ingegneri navali.
2 posti per il Corpo del Genio della marina – specialita’ armi navali;
10 posti per il Corpo del Genio della marina – specialita’ infrastrutture, di cui: 4 posti ingegneri elettrici; 6 posti ingegneri civili o architetti;
14 posti per il Corpo sanitario militare marittimo, di cui: 12 posti per medici; 2 posti per farmacisti;
40 posti per il Corpo delle capitanerie di porto.

Ausiliari del ruolo speciale

Sono previsti 62 posti di cui:

24 posti per il Corpo di Stato maggiore;
2 posti per il Corpo del Genio della marina – specialita’ armi navali, per il successivo impiego nei reparti subacquei della Marina militare;
6 posti per il Corpo sanitario militare marittimo, di cui: 3 posti per veterinari; 3 posti per psicologi.
30 posti per il Corpo delle capitanerie di porto.

Selezione
I futuri candidati dovranno sottoporsi alla valutazione dei titoli e allo svolgimento delle seguenti prove:

una prova scritta di ragionamento logico;
accertamenti psico-fisici e attitudinali;
prove di efficienza fisica.
Come candidarsi

Il tempo limite per candidarsi al concorso è il 16 Luglio 2020, bisognerà procedere alla candidatura tramite procedura telematica disponibile sul sito del Ministero della Difesa e registrarsi al portale.

Vaccino coronavirus: “potrebbe non funzionare in anziani fragili”

Mentre diversi gruppi nel mondo sono in corsa nella ricerca di un vaccino anti-Covid-19, alcuni esperti sollevano dubbi sulla piena efficacia nei pazienti anziani e fragili, i più a rischio di complicanze legate all’infezione.

A mettere in luce il problema è stato Peter Openshaw dell’Imperial College, fra i componenti del gruppo Nervtag, parlando alla Camera dei Lord. Ebbene, secondo l’esperto è possibile che il vaccino non funzioni al meglio proprio nel gruppo di popolazione più a rischio di effetti ‘pesanti’. Un po’ come accade con l’influenza. Un problema che si può contrastare immunizzando le persone che li circondano, come i nipotini, riferisce il ‘Guardian’.

“A volte è possibile proteggere un gruppo vulnerabile colpendo un altro gruppo e questo, ad esempio, è stato fatto con l’influenza”, ha detto l’esperto. Secondo Arne Akbar, docente di immunologia dell’University College of London e presidente della British Society of Immunology, gli scienziati devono capire che cosa non funziona con il sistema immunitario delle persone anziane. Dal canto suo Sarah Gilbert, docente di vaccinologia della Oxoford University – che sta sperimentando un vaccino anti-Covid – ha spiegato alla Camera dei Lord che nessuno dei 140 vaccini in sviluppo sarà perfetto, “anche se per essere utile un siero non deve essere efficace al 100%”.

Dal momento che i casi in Gb sono in calo, l’Oxford University sta pianificando un trial in Brasile e uno in Sudafrica. Mentre AstraZeneca, che produrrà il vaccino di Oxford, sta disegnando una sperimentazione in Usa su 30mila persone.

Ma la democrazia ha fondamenti democratici?

Ovviamente no! direbbe un filosofo-logico, perché i fondamenti di qualsiasi cosa ne costituiscono il presupposto alla nascita, il DNA e se la democrazia avesse fondamenti democratici vorrebbe dire che ci sarebbe stata – forse ci sarebbe ancora – una democrazia antecedente alla democrazia stessa. Un assurdo per la logica, mentre nel comune senso del discorso tutti pensiamo – e guai a dubitarne – che la democrazia abbia fondamenti assolutamente democratici. 

“Oggi abbiamo bisogno di idealismo, ovvero di un atteggiamento di fiducia verso il futuro…. Insomma di un nuovo slancio di umanesimo”, dichiara Dacia Maraini in un’intervista opportunamente ripresa dal Domani di qualche giorno addietro. Molti benpensanti del campo progressista e riformista avranno arricciato il naso a questa uscita della grande scrittrice, pensando ad un sinistrismo di ritorno con tanto di nostalgia per le utopie d’antan. Dopo anni infarciti di postmodernismo, di postideologia, di politica pragmatica, di economia fatta di libero mercato e di spontaneo privato, sentir parlare di nuova ideologia o di nuovo umanesimo avrà visto molte labbra piegarsi in ironici sorrisetti.

E invece Dacia Maraini ha ragione, non è sbagliato parlare di nuovi ideali e non si tratta di marce indietro, di nostalgia di vecchi impianti massimalisti. Si tratta di prendere atto che la stessa nostra democrazia nasce proprio dal progetto di arbitrare conflitti ideologici trasformandoli in confronti concettuali in cui vadano a morire le idee sconfitte, ma non gli uomini che le sostengono. Dunque, tutta la democrazia moderna nasce in ambiti altamente ideologici di scontri tra modelli sociali e culturali opposti. Non solo; pur vestendo i panni di un arbitro al di sopra delle ideologie è essa stessa un’ideologia, come lo è il capitalismo, come lo è qualsiasi entità fatta di regole, diritti, vincoli, doveri, obblighi, opportunità. Gli scontri ideali sono un presupposto della democrazia, dunque; ed essa non può vivere in loro assenza. E infatti vediamo, oggi, come si stia snaturando, come da strumento atto a scegliere il sistema di governo migliore stia diventando il fine ultimo essa stessa,  in quanto assegnazione del potere per il potere e tutto il diritto – cioè il corpus democratico – diventa nient’altro che la possibilità di perseguire e difendere un qualsivoglia interesse grazie a regole create dagli stessi operatori del mercato. Questo è lo scenario delle democrazie contemporanee, spogliate dei fondamenti che le hanno fatte nascere e non è un caso che ormai si viva in una specie di foro giuridico globale dove non passa giorno senza che giudici o avvocati vengano alla ribalta.

La stessa politica sembra ridursi a sistema di spot pubblicitari dove falsi o impossibili obiettivi vengono additati come specchietti per le allodole. Non si alimentano più le passioni, ma solo gli appetiti immediati, l’importante è, per i politici, piacere, essere simpatici. Dal pathos alla simpatia, dalla repubblica popolare alla partitocrazia e, successivamente, alla oligocrazia (i cerchi magici) e infine alla demagocrazia. Annunciare la riduzione delle aliquote IVA, tanto per fare un esempio, serve alla campagna elettorale, non al rilancio dell’economia. Ridurre l’IVA, infatti, è cosa che prima si fa e poi si annuncia (vedi in Germania), mentre da noi, adesso, l’effetto della promessa di ritocco sarà quello di contrarre i consumi, ponendosi, i consumatori, in attesa di acquistare a prezzi ridotti in autunno o forse a gennaio. Chi comprerebbe, per esempio, adesso, un’automobile?

L’altra grande parola di Dacia Maraini nella sua intervista è “cambiamento”.  La politica non può rinunciarvi, perderebbe l’anima, la capacità di orientare le masse verso obiettivi condivisi che fondano le  comunità. Ma per rimetterne in piedi una nuova occorre abbandonare le vecchie prospettive di cambiamento, superate dagli eventi e ormai inattuali. Grandi filosofi, da Spinoza in poi, hanno capito il nesso fondativo tra ideologia e politica, tra sogno, motivazione e agire degli uomini.

Alleanze, adesso Zingaretti ha ragione.

Questa volta Nicola Zingaretti ha ragione. Anzi, ha radicalmente ragione. Il tema, ancora una volta, è quello delle alleanze a livello locale. Il tema è antico, lo sappiamo tutti. E lo sappiamo da sempre. Dai tempi in cui, durante l’intera prima repubblica, le alleanze che c’erano a livello nazionale semplicemente venivano estese in tutta la realtà nazionale. O almeno in tutti gli enti – regioni, province e comuni – dove c’era una competizione politica e dove era necessario costruire alleanze tra partiti. Certo, anche in quella lunga stagione politica non mancavano le eccezioni. Chi non ricorda, ad esempio, le famose “giunte anomale” tra la Dc e il Pci a livello locale – soprattutto nei grandi comuni – dove non mancavano gli strali dei principali leader e statisti della Democrazia Cristiana quando si verificavano concretamente quelle “eccezioni”. Ricordo ancora, a metà degli anni ‘80, e seppur giovanissimo, le strigliate di Carlo Donat-Cattin nei comitati provinciali di Torino e regionale piemontese della Dc contro quei dirigenti locali che “praticano una linea trasformistica e politicamente innaturale”. Si dirà, altri tempi. Certamente, almeno per quanto riguarda il panorama politico e gli attori in campo. Com’è del tutto ovvio e scontato. Ma il tema è sempre quello, seppur sotto altre sembianze. E adesso si ripropone in tutta la sua interezza. Soprattutto per quanto riguarda le alleanze in vista delle prossime elezioni regionali nel campo alternativo al centro destra. E Zingaretti ha colto nel segno sostenendo che se “si va avanti così si riconsegna il paese nelle mani di Salvini”. 

Ora, tutti sappiamo che l’alleanza tra il Pd e i 5 stelle è anomala e innaturale. È appena sufficiente scorrere le dichiarazioni e soprattutto i comportamenti quotidiani di molti esponenti dei due partiti per rendersene conto. Sappiamo anche, tutti lo sanno, che i 5 stelle hanno un solo, grande ed esclusivo obiettivo per questa legislatura: non andare a casa anticipatamente. La motivazione è inutile spiegarla essendo evidente a tutti. Anche ai sassi. Ma il tema politico è, però, un altro. E Zingaretti lo ha giustamente richiamato. Come ci può essere una credibile alternativa politica al centro destra se atteggiamenti trasformistici e puramente vendicativi da un lato – il partitino personale di Renzi – e pregiudiziali personali e vagamente politiche dall’altro, vedasi 5 stelle, hanno il sopravvento? E questo anche a prescindere dalla fragilità e dall’anomalia che caratterizzano l’attuale maggioranza di governo. Qualcuno dirà, e con un pizzico di fondamento, che uno raccoglie ciò che semina. Secondo il detto di un vecchio proverbio. Ma la legna con cui fare il fuoco è questa. Almeno per il momento. E con questa situazione occorre fare i conti. 

E quindi, al di là delle chiacchiere e delle promesse a vuoto, il nodo da sciogliere è abbastanza semplice. E al contempo complesso. Si tratta, cioè, di capire se la maggioranza che attualmente governa il paese – al di là delle furbizie, dei trasformismi e dei vari tatticismi – vuole diventare una coalizione e una alleanza politica organica oppure se è destinata a restare in piedi solo per garantire – pro tempore – uno stipendio a chi non ha un’occupazione al di fuori del parlamentare. Se fosse così, il destino politico ed elettorale del paese per i prossimi anni sarebbe già segnato. 

Io continuo a pensare, però, che abbia ragione Zingaretti. 

Uno scontro insidioso al confine tra Cina e India

La tradizionale scarsa attenzione per i temi di politica estera si è accentuata in questi mesi dominati dall’emergenza sanitaria. E’ quindi comprensibile (parzialmente) il poco spazio che la stampa ha dedicato allo scontro avvenuto a metà mese nell’area himalayana fra cinesi e indiani, un incidente che avrebbe provocato qualche decina di vittime. Ma un episodio sanguinoso che coinvolge le due nazioni che da sole hanno oltre un terzo della popolazione mondiale non può essere sottovalutato.

La questione è molto complessa, in quanto inerisce l’ansia di sviluppo commerciale e di rafforzamento strategico del quale si stanno nutrendo i nazionalismi dei due Paesi, alimentati dalle loro leadership politiche. Lo scontro è avvenuto in montagna tra le catene del Karakorum e dell’Himalaya ma un domani potrebbe trasferirsi sul mare, essendo l’Oceano Indiano (e gli insediamenti portuali in esso presenti) un elemento fondamentale della Belt & Road Initiative (BRI) cinese. Sarà quindi il caso, da ora in avanti, di prestare estrema attenzione all’evolversi delle relazioni sino-indiane.

Sono quasi 3000 i chilometri di confine che, lassù al nord, separano India e Cina. Una frontiera che in realtà è il risultato di una arbitraria linea definita dagli inglesi nel XIX° secolo e che non è mai stata formalmente riconosciuta dalle parti interessate. Vige però, dal 1962 (dopo il conflitto perduto dagli indiani) una c.d. “linea attuale di controllo” (LAC) che in un qualche modo separa i due enormi Stati. Da allora, qualche puntura di spillo, qualche colpo d’artiglieria sparato, qualche sconfinamento ma mai nulla di così grave come quanto accaduto ora. Anzi, dal 1996 è istituita un’apposita commissione per la pace nella regione. 

Quelle centinaia e centinaia di chilometri assumono un’importanza notevole per una serie di questioni. Alcune squisitamente politiche, ma tutte legate a concreti interessi economici e di approvvigionamento idrico. Esempio lampante è lo stato nord-orientale indiano chiamato Arunachal Pradesh, confinante con Cina, Bhutan e Myanmar ma rivendicato da Pechino in quanto “Tibet meridionale”. E poiché queste rivendicazioni territoriali cinesi si fanno sempre più numerose (soprattutto nel Mar Cinese Meridionale) è ovvia la preoccupazione di Dehli. Chiaramente è un segnale per dire al mondo che di indipendenza al Tibet non si può nemmeno far cenno, e questo è l’aspetto politico. Ma poi v’è anche un profilo economico. Perché in quella regione percorsa dai fiumi Bramaputra e Yarlung Tsangpo – essenziali per l’approvvigionamento idrico dell’India orientale – corrono voci circa la progettazione da parte cinese di alcune dighe che inevitabilmente destano forti preoccupazioni fra gli indiani. 

Più a ovest, non molto, incastonata fra il Bhutan e il Nepal c’è la regione del Sikkim: amministrata dall’India, non è mai stata riconosciuta dalla Cina. Qui nel 2018 ebbe luogo una scaramuccia provocata da una strada costruita dai cinesi su un altopiano che essi considerano loro mentre il Bhutan ritiene suo. Al confine c’è l’India, ovviamente non disinteressata a quanto accade.

Ancora più a occidente, decisamente più a occidente, è la regione dell’Aksai Chin, questa invece amministrata dalla Cina e confinante col Kashmir indiano. E’ qui che si è prodotto lo scontro del quale si è detto. Anche qui c’è di mezzo una strada lungo un fiume che scorre in un’ampia vallata rivendicata, pure questa, dalla Cina ma invece gestita dagli indiani. Ma perché una strada può essere tanto importante? Perché da quelle parti ve n’è un’altra che attraversa il Kashmir pakistano per approdare nello strategico porto di Gwadar, uno dei punti di massima rilevanza della BRI, la “via della seta”. Fondamentale come il “corridoio” che lo collega al territorio cinese consentendo alle merci del Dragone di aggirare il subcontinente indiano e raggiungere le acque del Mar Arabico, da dove proseguire il viaggio verso Africa ed Europa. 

Ebbene, quando il premier indiano Nahandra Modi ha trasformato in semplice regione autonoma lo stato del Kashmir indiano addirittura lasciando intendere di avere qualche mira sul Kashmir pakistano a Pechino è scattato l’allarme rosso, perché il “corridoio” sino-pakistano, come si è visto, è decisivo nei piani del Presidente Xi Jinping. 

Probabilmente lo scontro rientrerà, come è sempre avvenuto negli ultimi sessant’anni. Ma che Cina e India siano destinate ad essere confliggenti, durante il “secolo asiatico” ormai iniziato, è pressoché certo.