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Crisi sociale e crisi di sistema

In soli due mesi di pandemia:  + 300.000  disoccupati e + 750.000 inattivi, persone cioè che non cercano nemmeno più un’occupazione e, tra poco, ci sarà il via libera ai licenziamenti per ora bloccati. Dalla crisi sanitaria ci infiliamo in una crisi sociale dai caratteri simili a quella del secondo dopoguerra. Già nel Giugno dell’anno scorso avevo scritto di questo tema che, con la pandemia non ancora conclusa, si sta terribilmente aggravando. Quando sarà finita l’emergenza, infatti, i governi di tutto il mondo dovranno affrontare il tema drammatico del disagio sociale. Un disagio tanto più grave in Italia che, accanto ai fenomeni di natura sociale ed economica, dovrà affrontare anche quelli di ordine istituzionale. Dopo il potere legislativo e quello esecutivo, con quanto è accaduto nel CSM e nella magistratura, siamo alla crisi di sistema.

Il Legislativo vive la condizione malferma di un parlamento espressione di una metà dell’elettorato e risultato di una legge elettorale incapace di garantire una maggioranza stabile di governo. L’esecutivo, come quello sorto dopo il voto del 4 Marzo 2018, figlio  della situazione di cui sopra, sostanzialmente era l’espressione di un “contratto necessitato”, che ha comportato l’avvio di un’alleanza di tipo trasformistico tra due partiti, M5S e Lega, portatori di interessi e di valori diversi e per molti aspetti alternativi. Un’alleanza andata in crisi nell’agosto scorso, sostituita da quella rosso-verde M5S-PD-LeU-ItaliaViva, anch’essa espressione di una condizione politica di emergenza e di necessità.

Lo sfascio che sta vivendo il CSM, infine, è il segnale drammatico di una crisi della giustizia con la quale appare in tutta la sua evidenza, la crisi di sistema dell’Italia. Si aggiunga (risultato delle politiche maldestre del governo giallo verde) il più forte isolamento internazionale patito dall’Italia nell’Europa, della cui Unione il nostro Paese è socio fondatore, per una politica estera ondivaga tra le rituali ubbidienze alle tradizionali alleanze occidentali e le pericolose aperture leghiste verso la Russia di Putin e pentastellate verso la Cina di Xi Jinping. Un isolamento che, solo con le nomine successive, dopo le elezioni europee, alla presidenza del Parlamento europeo di Sassoli e nella Commissione UE di Gentiloni e la paziente azione svolta dal premier Conte, si è potuto superare in Europa.

Anche sul fronte degli enti locali, dopo l’infausto riforma del Titolo V° della Costituzione, si vive con forti  e diverse preoccupazioni l’irrisolto tema della  maggiore autonomia delle regioni del Nord e dell’eterna questione meridionale. Continua la crisi strutturale dei bilanci di molti comuni italiani,  la confusa situazione della chiusura-non chiusura delle province con tutti i problemi di attribuzione delle competenze tra le stesse province, i  comuni capoluogo  e le città metropolitane nate, sin qui, solo sulla carta . Una  situazione di difficoltà e di crisi evidenziatasi ancor di più nella complessa gestione sanitaria della pandemia, con la confusione derivata dalle competenze esclusive e concorrenti tra Stato e Regioni. Ha sopperito sin qui la volontà di collaborazione che, tanto i responsabili dei governi regionali che la presidenza del Consiglio hanno saputo mettere in campo, pur con qualche distinguo e voglia di protagonismo, soprattutto per taluni, in funzione pre elettorale.

Se osserviamo anche la condizione della società civile, utilizzando la mia teoria euristica dei quattro stati: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato, ciò che emerge è il prevalere di una condizione di anomia morale, culturale, sociale, economica e finanziaria, caratterizzata dal prevalere di una scarsissima solidarietà di tipo meccanico funzionale, dal venir meno delle comunità, da una diffusa condizione di frustrazione premessa di possibili fenomeni di rivolta sociale, sin qui sotto traccia.

Al dramma sanitario vissuto dal Paese, si aggiungono le prospettive per alcuni versi ancora più ampie delle ricadute economiche e sociali. Il disagio sociale è caratterizzato da un’accentuazione sia delle diseguaglianze territoriali, che quelle tra i cittadini con l’ulteriore erosione del ceto medio e la divaricazione più severa tra ricchi e poveri. Il disagio sociale rischia contemporaneamente di ampliare il bacino di reclutamento della criminalità e di accentuare le spinte separatiste delle aree più sviluppate del Paese. Parimenti si stanno rafforzando le tendenze di forte contestazione alle politiche comunitarie, fino a un potenziale allontanamento dall’Unione europea, alimentate da culture sovraniste che, proprio nel dramma della pandemia, hanno rivelato la loro sostanziale inconsistenza e incompetenza di fronte a fenomeni globali che reclamano soluzioni di forte cooperazione internazionale. Se non si riprende il terzo stato produttivo già provato prima del Covid19 e adesso totalmente in ginocchio, la crisi rischia di diventare irreversibile.

Quali sono oggi gli interessi e i valori prevalenti? Interessi “particulari”, innanzi tutto,  e “bene comune” ridotto a un oggetto misterioso per lo più dimenticato. Sul piano dei valori sono più diffusi quelli di natura egoistica, di esclusione e di chiusura alla comprensione e all’ascolto. Di qui la riduzione della politica a slogans di immediata e facile comprensione, con la comunicazione prevalente e diffusa dei social media e la politica ridotta a tweet e a scambi spesso irripetibili su facebook e instagram. La pandemia ha fatto, tuttavia, riscoprire valori di solidarietà e comunità di straordinario impatto sociale. Immediata la reazione di segno contrario quella emersa dalla manifestazione della destra e dei “pappalardini” del 2 Giugno a Roma.

Col venir meno dei  riferimenti politico  culturali  tradizionali, quelli che sono stati alla base della nascita della Repubblica e del patto costituzionale, nell’attuale deserto delle culture politiche, lo strumento essenziale per offrire la soluzione storico politica all’ esigenza dell’equilibrio tra interessi e valori, ossia al ruolo proprio  della politica, risulta inesistente e/o incapace di dare risposte,  si ricorre a sporadici e occasionali mezzucci, più in linea con le tecniche di propaganda che con soluzioni e proposte di ampio respiro e di lungo periodo.

In questa condizione di crisi di sistema, la maggioranza giallo rossa al governo, ahimè, con la crisi della sinistra e l’assenza di un centro democratico, popolare e liberale credibile, sembra non avere alternative concrete; salvo quella  di un’alleanza di estrema destra, tra Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia con la Lega,  a netta dominanza salviniana. Una maggioranza quest’ultima che, se prevalesse, darebbe, dopo settant’anni di vita della Repubblica, la guida del Paese alla destra estrema e porterebbe al più grave isolamento dell’Italia in Europa.

Per uscire da questa grave crisi di sistema servirebbe un profondo mutamento spirituale e culturale, prima ancora che politico e organizzativo, senza il quale, temo, sarebbe impossibile affrontare le tre questioni essenziali del caso italiano:

  1. la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita:
  2. la questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umanità e del pianeta Terra;
  3.  la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, collegato al tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al nostro Paese e alla quale sono strettamente connesse tutte le gravi conseguenze economiche e sociali post pandemiche.

Quanto al primo tema si tratta di testimoniare e tradurre sul piano istituzionale le indicazioni della dottrina sociale cristiana: dall’”Humanae Vitae” di San Papa Paolo VI a quelle di Papa Francesco. Quanto al tema ambientale, si tratta di impegnarci a tradurre sul piano politico istituzionale quanto indicato da Papa Francesco nella sua straordinaria enciclica “ Laudato Si”. Insomma serve rimettere in campo la cultura del popolarismo, unica in grado di offrire risposte convincenti ispirate dai valori della solidarietà e della sussidiarietà nell’età della globalizzazione.

Sul terzo tema, come vado scrivendo da molto tempo, si tratta di ripristinare la legge bancaria del 1936: tornare al controllo pubblico di Banca d’Italia e, nell’Unione europea, della BCE e reintrodurre la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. I provvedimenti suddetti sono necessari per una ripresa di sovranità monetaria e popolare, pur nel rispetto dei limiti consentiti dalla nostra appartenenza all’UE e sarebbero in linea con la migliore tradizione della DC in materia di politica bancaria e finanziaria da essa sostenuta con Guido Carli, sino all’infausto decreto Barucci-Amato del 1992, che determinò il superamento della legge bancaria del 1936.

Il sottosegretario al ministero del Tesoro e finanze, On Alessio Villarosa, che ben conosce questi temi, potrebbe/dovrebbe farsi carico urgentemente di queste indicazioni, trascinando il M5S dalla fase delle proteste a quello delle proposte di riforma reali per il bene del Paese. Senza questa riforma di struttura finanziaria, anche “il Piano di rinascita” annunciato ieri dal premier Conte rischia, altrimenti, di tradursi nell’ennesimo libro dei sogni.

 

Alstom e Snam firmano l’accordo per lo sviluppo dei treni a idrogeno in Italia

Alstom, azienda leader a livello globale nelle soluzioni integrate per la mobilità sostenibile, e Snam, una delle principali società di infrastrutture energetiche al mondo, hanno firmato un accordo quinquennale per sviluppare i treni a idrogeno in Italia. Lo riferisce oggi un comunicato stampa congiunto di Snam e Alstom. L’intesa, dopo una prima fase dedicata agli studi di fattibilità che si concluderà in autunno, ha l’obiettivo di realizzare, già ad inizio del 2021, progetti di mobilità ferroviaria comprensivi sia dei treni alimentati a idrogeno sia dell’infrastruttura tecnologica necessaria all’approvvigionamento, oltre che dei servizi di gestione e manutenzione dei mezzi.

Nell’ambito dell’accordo, Alstom si occuperà della fornitura e della manutenzione dei treni a idrogeno, di nuova realizzazione o convertiti, mentre Snam lavorerà allo sviluppo delle infrastrutture per la produzione, il trasporto e il rifornimento. La collaborazione nasce dal comune impegno delle due società sull’idrogeno: Alstom ha avviato in Germania il Coradia iLint, il primo treno a celle a combustibile al mondo, già in servizio da un anno e mezzo su una tratta regionale, mentre Snam è stata tra le prime aziende al mondo a sperimentare l’iniezione di idrogeno al 10 per cento nella rete di trasporto del gas naturale.

“Con questa iniziativa – commenta l’Amministratore delegato di Snam Marco Alverà – vogliamo dare un ulteriore contributo alla decarbonizzazione dei trasporti e allo sviluppo di una economia dell’idrogeno in Italia. L’idrogeno prodotto da rinnovabili diventerà competitivo con le fonti fossili nel giro di pochi anni e avrà un ruolo centrale nella transizione energetica, in particolare nell’industria, nel riscaldamento e nel trasporto pesante. Sarà un pilastro del Green New Deal europeo e degli investimenti per la ripartenza post-Covid. Snam sta investendo e innovando per rendere la propria rete compatibile con l’idrogeno, per favorire lo sviluppo di nuove tecnologie e creare una filiera italiana perché il nostro Paese ha l’opportunità di essere tra i protagonisti mondiali nel settore, cogliendo i benefici ambientali ed economici di questa leadership climatica”.

Lazio: per i più giovani 10.000 voucher del valore di 10 euro per l’acquisto di libr

La Regione Lazio mette a disposizione dei più giovani 10.000 voucher del valore di 10 euro per l’acquisto di libri nei punti vendita che aderiranno all’iniziativa. La promozione è rivolta ai ragazzi dai 14 ai 29 anni che abbiano scaricato sul proprio smartphone la Lazio Youth Card, l’App gratuita della Regione Lazio che dà la possibilità di accedere a diverse convenzioni nel mondo della cultura, dello sport e del turismo sia nel Lazio che in 38 paesi europei.

I voucher potranno essere utilizzati nelle librerie indipendenti del Lazio che abbiano preso parte alla manifestazione d’interesse indetta nelle scorse settimane dalla Regione: un ulteriore misura che l’amministrazione regionale ha messo in campo per favorire il rilancio del settore e consentire al più presto la ripresa delle attività.

L’iniziativa si inserisce nel quadro di investimenti della Regione Lazio a favore delle librerie indipendenti come il bando da 500 mila euro finalizzato a garantire un sostegno economico a tutte quelle realtà che, a causa dell’emergenza Covid-19, hanno visto pesantemente ridimensionata la propria attività. L’Avviso pubblico sostiene, con un contributo fino a 5 mila euro interamente a fondo perduto, iniziative di promozione della lettura da svolgersi entro il 31 ottobre esclusivamente attraverso piattaforme digitali, quali presentazioni, reading, iniziative culturali, eventi musicali legati alla lettura, ma anche corsi, workshop e laboratori nonché attività che coinvolgano scuole e università.

Link al bando: https://www.laziocrea.it/laziocrea/gare/avviso-per-la-concessione-di-contributi-a-favore-delle-librerie-indipendenti-di-regione-lazio/.

Inoltre, è stato prorogato al 22 giugno il bando Teatri, Librerie e Cinema VERDI E DIGITALI che sostiene con contributi a fondo perduto fino a 100 mila euro gli investimenti green e digitali. Per le librerie indipendenti, è riservato 1 milione di euro per investimenti in tecnologie digitali (come l’acquisto di attrezzature, software, strumentazione digitale, ecc.) e per l’efficienza energetica (ad esempio, studi di fattibilità e diagnosi energetiche; progettazione; redazione piani di sicurezza; opere murarie e impianti; certificazione energetica, ecc.).

Link al bando: http://www.lazioinnova.it/bandi-post/por-fesr-lazio-2014-2020-teatri-librerie-cinema-verdi-digitali/.

Oltre 7 milioni di utenti per SPID

Il 2020 segna una forte crescita della diffusione dell’identità digitale SPID, che da 5 milioni e 400 mila circa identità rilasciate a fine 2019 registra un aumento di oltre 1,5 milioni nei primi cinque mesi del 2020, superando –informa AgID in una nota- i 7 milioni di utenti attivi.

A crescere in maniera esponenziale anche:

–  il tasso medio di attivazione settimanale, che passa dalle 50 mila unità del 2019 alle oltre 80 mila nei primi mesi del 2020, con 25 mila rilasci al giorno nel mese di maggio;

– l’utilizzo dell’identità digitale per accedere ai servizi online, che nel solo mese di aprile raggiunge un valore di 7.682.335.

Si associa al trend positivo l’offerta di servizi online e di bonus accessibili con SPID, che aumenta da parte di PA e Governo anche in ragione dell’emergenza sanitaria.

Tra le novità del 2020, le misure di sostegno al reddito per lavoratori e famiglie contenute nel Decreto Rilancio (decreto legge 19 maggio 2020, n. 34). Si può usufruire di iniziative come l’indennità 600 euro, i bonus per baby sitting e per colf e badanti compilando la domanda online con la propria identità digitale.

Con SPID è possibile autenticarsi per acquisire la firma remota. Attualmente il servizio è disponibile presso due certificatori che consentono l’acquisizione, con autenticazione SPID di livello 2, della firma remota a lungo termine o in modalità one shot. Tutti i certificatori di firma digitale possono potenzialmente implementare e utilizzare SPID per queste funzionalità.

L’identità SPID, inoltre, è la chiave di accesso ai servizi pubblici degli stati membri dell’Unione europea che hanno aderito al nodo eIDAS.  Sono 18 i Paesi che hanno attivato l’interoperabilità delle identità nazionali aprendo l’accesso ai propri servizi digitali. Un obiettivo importante, previsto dal Parlamento e dal Consiglio europeo con il Regolamento eIDAS (n. 910/2014) per cui l’Italia è stata tra le prime nazioni ad attivarsi abilitando SPID e la Carta di identità elettronica CIE.

Con SPID è possibile accedere anche a servizi privati. Sono 7 i fornitori già attivi, si può richiedere l’abilitazione come service provider sul sito dedicato a SPID.

Un anticorpo biotech contro il Covid

Assorted pills

Si tratta di un anticorpo monoclonale  derivato in questo caso dal sangue di uno dei primi pazienti guariti negli Usa. Per la prima volta al mondo è iniziato uno studio di fase 1 sull’uomo ed i primi risultati sono attesi entro giugno.

Già da marzo, anche l’azienda Gsk con la fondazione Toscana Life Sciences e l’Istituto Spallanzani di Roma, sono alla ricerca dello stesso tipo di soluzione.

Comunque la sperimentazione con questo primo studio di fase 1 è promossa dall’azienda farmaceutica Eli Lilly, che ha sviluppato in soli tre mesi l’anticorpo dopo che questo era stato identificato da AbCellera ed il Centro di ricerca sui vaccini dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive Usa (NIAID), diretto da Antony Faucui, su un campione di sangue prelevato da uno dei primi pazienti statunitensi guariti da Covid-19.

LY-CoV555, questo il nome dell’anticorpo, è dunque un potenziale nuovo farmaco specificamente progettato per combattere SarsCov2. I primi pazienti nello studio sono stati trattati nei principali centri medici Usa.

I partiti. Come torneranno?

Dunque, Alessandra Ghisleri ci dice che il tasso di credibilità dei politici oggi è appena sopra il 4%. Il dato più basso dopo la stagione fatta di insulti, contumelie e volgarità che il fondatore dei 5 stelle, Beppe Grillo, rovesciava sui politici italiani nel lontano 2008 all’epoca del cosiddetto “vaffaday”. Ilvo Diamanti, da par sua, ci ricorda attraverso una sua inchiesta, che la maggioranza dei cittadini italiani invoca sempre di più la presenza di un “capo” in politica. 

Sono due elementi, questi, che portano ad una medesima conclusione, almeno così mi pare. E parliamo di ricerche condotte da due autorevoli e raffinati osservatori della politica italiana. E cioè, da un lato la sostanziale scomparsa, o meglio la progressiva irrilevanza, dei partiti come strutture politiche ed organizzative e, dall’altro, la caduta verticale del confronto interno ai partiti. Almeno per quanto riguarda la percezione di interesse dei cittadini. Due elementi, appunto, che non potranno non avere una forte influenza sugli stessi comportamenti politici furti dei cittadini. 

E questo perché la verticalizzazione della politica, la richiesta di avere un capo e il tramonto dell’interesse per il confronto all’interno di partiti, non potrà che avere forti ripercussioni sulle stesse dinamiche della politica italiana. Non a caso, dicono sempre i due illustri studiosi dei trend e dei comportamenti politici nel nostro paese, si tratta di una tendenza già presente nel tessuto democratico del nostro sistema ben prima dell’emergenza sanitaria nazionale che ci ha drammaticamente colpiti nei mesi scorsi. Una tendenza che rischia, però adesso, di indebolire progressivamente la stessa qualità della democrazia e delle stesse istituzioni democratiche. Perchè, come ben sappiamo, sono proprio i partiti la garanzia per dare ossigeno democratico all’intero sistema politico. Quando i partiti si indeboliscono o non sono più percepiti come tali dalla pubblica opinione, ma una semplice presenza ornamentale, inevitabilmente cresce la voglia di avere un “capo” e quindi, di conseguenza, una riduzione degli stessi spazi democratici. 

Ora, se questo è lo scenario che si apre al nostro orizzonte – e la difficoltà ad incontrarsi e a ripetere le modalità tradizionali del far politica lo accentua ancor di più – si tratta di capire come è possibile invertire la rotta e riprendere, se possibile, un percorso democratico nei partiti e nella stessa società italiana. Se, invece, si pensa che la personalizzazione della politica italiana sarà l’epilogo finale di questo processo, ci si dovrà rassegnare ad una prospettiva dove accanto ai capi partito ci saranno solo e soltanto dei comitati elettorali funzionali al capo di turno. Uno scenario decisamente diverso da quello che il sistema Italia ha conosciuto e sperimentato per molti decenni. 

I partiti, di conseguenza, adesso devono riscoprire sino in fondo la loro valenza democratica, partecipativa e politica. E cioè, o sono strumenti politici in grado di canalizzare e veicolare la partecipazione popolare attraverso programmi e progetti, oppure è del tutto naturale che si trasformino in puri ed aridi cartelli elettorali del tutto evanescenti e persin inutili ai fini della elaborazione politica, culturale e programmatica. Perchè se si sommano ancora per qualche tempo profonda sfiducia nei confronti dei politici e voglia crescente di verticalizzazione dei processi politici, i partiti saranno conosciuti solo per ciò che hanno rappresentato in un passato ormai improponibile e lontano, molto lontano. Molto dipende, al riguardo, come si comporteranno coloro che continuano a riconoscersi nelle culture politiche che hanno contribuito, e che contribuiscono, a rafforzare e a consolidare la nostra democrazia e il nostro impianto istituzionale democratico. Certo, c’è poco da aspettarsi da partiti come i 5 stelle che hanno sempre avuto come obiettivo prioritario quello di radere al suolo tutto ciò che è riconducibile al passato. Tocca, invece, a 

tutti coloro che continuano o credere nei partiti come strumenti democratici ed espressione di precise culture politiche, farsi carico di questo lavoro di ricostruzione della politica e della qualità della nostra democrazia. L’alternativa, purtroppo, già la conosciamo

Quale risposta a questa destra del tutto e subito?

La Repubblica è “una e indivisibile”, proclama la Costituzione Italiana.
Quando i Padri Costituenti hanno inserito questa definizione nell’articolo cinque (riferito alle Autonomie territoriali) avevano in mente i possibili rischi di una divisione su base geografica.
Non potevano immaginare che – a distanza di più di mezzo secolo – il rischio potesse arrivare invece da altre categorie di divisione.

Per la prima volta nella storia democratica del nostro Paese (e proprio in un momento che esige unità e condivisione al di là delle legittime diversità) la Festa della Repubblica è stata violata nel suo spirito “unitario e costituente”.
Da una parte il Capo dello Stato, prima all’Altare della Patria, come da tradizione e poi a Codogno, per rappresentare tutta la Comunità Nazionale e ribadire i valori di un comune destino, proprio di fronte al dramma di questi mesi e di quelli che verranno.

Dall’altra, una Destra sguaiata e anti sistema (anche oltre le volontà di alcuni stessi suoi leader) che ha sfilato nel centro di Roma per rappresentare “l’altra Repubblica”. Quella del rancore, del rifiuto di ogni regola (anche solo riferita all’uso della mascherina) e di ogni misura di responsabile partecipazione allo sforzo della Nazione. Sentimenti che ci sono nelle pieghe della società italiana: la politica non può far finta di niente, certo, ma non può legittimarli e cavalcarli, a meno che non intenda abiurare alla sua missione ed al suo ruolo di strumento per il bene comune.

Una Destra del “tutto e subito”, disposta – con qualche imbarazzo dei cosiddetti “moderati”, pur presenti – a richiamare le parole d’ordine lanciate da quel misto di ignoranza, spregiudicatezza e cinismo costituito dai nostrani “gilet arancioni”.
Una Destra che comunque c’è e che pare tutt’altro che marginale nella opinione pubblica.
Per contenerla, non basterà il volonteroso paternalismo emergenziale del Premier. Nè la lunga serie di provvedimenti a largo spettro, ma spesso scoordinati e per di più affidati a procedure infinite.

Il Governo – come dicono molti – è “oggi” senza reali alternative. Vero; ma fatica a dimostrare la dovuta capacità di visione e di carisma. Fatica a trasmettere il “senso” della sua azione e dunque ad incarnare la cifra della ”guida” di fronte ad una comunità divisa e impaurita ed ad una fase così inedita.
Accanto alla Fase tre dell’emergenza Coronavirus, converrà dunque sperare anche in una Fase tre del Governo del Paese: qualche timido segnale è arrivato in queste ore, dal di dentro e dal di fuori dell’area di Governo.

Diversamente, il destino è segnato. E non solo per l’attuale maggioranza parlamentare.
L’autunno sarà drammatico, lo sappiamo tutti.
Il Recovery Fund europeo rappresenta uno sforzo politico-economico senza precedenti.
E speriamo che la Cancelliera Merkel, anche sulla base della storica alleanza con Roma e Parigi, riesca a farlo digerire senza troppi annacquamenti a quei Governi che spesso, peraltro, sono stati evocati come “sodali nel sovranismo nazionalista ed anti europeo” dalla destra italiana.

Ma il Recovery Fund, bene che vada, non arriverà in tempo per prevenire una fase di recessione di proporzioni inaudite. Nuove povertà, crescenti disuguaglianze, paure latenti del Coronavirus – esorcizzate attraverso una sorta di irrazionale negazionismo di ritorno – potranno determinare una miscela esplosiva, molto pericolosa per la tenuta del tessuto civile e democratico del Paese.
È contro questo scenario terribile che occorre una iniziativa coraggiosa e innovativa della politica italiana o quanto meno di quella sua parte che non scommette sul “tanto peggio, tanto meglio”.

Una iniziativa che abbia la forza sufficiente per gestire la fase di difficile transizione ad una ripresa che, seppur su basi nuove e con paradigmi inediti, sono sicuro ci sarà.
L’importante è però arrivarci vivi, dal punto di vista sociale ed economico e da quello democratico.

Postilla.
Sul piano strettamente politico, le vicende di questi giorni confermano, per chi si richiama alla tradizione democratico cristiana e del “centro” popolare, ciò che Guido Bodrato, con la consueta lucida saggezza, ha ricordato in un suo messaggio di ieri, citando il mitico Valdes (leader dei democristiani cileni degli anni settanta): “Se vinci con la destra, è la destra che vince”.

Mattarella premia gli ‘eroi’ del Covid

Come annunciato a Codogno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto insignire dellonorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica un primo gruppo di cittadini, di diversi ruoli,  professioni e provenienza geografica, che si sono particolarmente distinti nel servizio alla comunità durante lemergenza del coronavirus. I riconoscimenti, attribuiti ai singoli, vogliono simbolicamente rappresentare limpegno corale di tanti nostri concittadini nel nome della solidarietà e dei valori costituzionali.

Annalisa Malara e Laura Ricevuti, rispettivamente, anestesista di Lodi e medico del reparto medicina di Codogno, sono le prime ad aver curato il paziente 1 italiano.

Maurizio Cecconi, professore di anestesia e cure intensive allUniversità  Humanitas di Milano,  è stato definito da Jama (il giornale dei medici americani) uno dei tre eroi mondiali della pandemia.

Mariateresa Gallea, Paolo Simonato, Luca Sostini sono i tre medici di famiglia di Padova che volontariamente si sono recati in piena zona rossa per sostituire i colleghi di Vo’ Euganeo messi in quarantena.

Don Fabio Stevenazzi del direttivo della Comunità pastorale San Cristoforo di Gallarate (VA) è tornato a fare il medico presso lOspedale di Busto Arsizio.

Fabiano Di Marco, primario di pneumologia allOspedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo ha raccontato la tragica situazione della città e dellospedale.

Monica Bettoni, ex senatrice e Sottosegretaria alla Sanità, medico in pensione, ha deciso di tornare in corsia a Parma.

Elena Pagliarini è linfermiera di Cremona ritratta nella foto diventata simbolo dellemergenza coronavirus. Positiva, è guarita.

Marina Vanzetta, operatrice del 118 di Verona, ha soccorso una anziana donna e le è stata accanto  fino alla morte.

Giovanni Moresi,  autista soccorritore di Piacenza Soccorso 118, ha offerto una  testimonianza del ruolo degli autisti soccorritori del 118.

Beniamino Laterza, impiegato presso lIstituto di vigilanza Vis Spa” e presta servizio nellospedale Moscati di Taranto, presidio Covid.

Del team presso l’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma – struttura di eccellenza della sanità pubblica fanno parte:

Maria Rosaria Capobianchi, a capo del team che ha contribuito a isolare il virus

Concetta Castillettiresponsabile della Unità dei virus emergenti.

Francesca ColavitaFabrizio Carletti, Antonino Di Caro, Lucia Bordi, Eleonora Lalle, Daniele Lapa, Giulia Matusalibiologi

Nel team di ricerca dellospedale Sacco e dell’Università degli Studi di Milano, poli di eccellenza nellambito del sistema sanitario e di ricerca nazionale:

Claudia Balotta a capo del team, ora in pensione. Nel 2003 aveva isolato il virus della Sars.

Gianguglielmo Zehender,  professore associato.

Arianna Gabrieli, Annalisa Bergna, Alessia Lai, Maciej Stanislaw Tarkowski ricercatori


Ettore Cannabona, 
Comandante della Stazione dei Carabinieri di Altavilla Milicia (Palermo), ha devoluto in beneficenza lintero stipendio mensile.

Bruno Crosato in rappresentanza degli Alpini della Protezione civile del Veneto  che hanno ripristinato in tempi record 5 ospedali dismessi della regione.

Mata Maxime Esuite Mbandàgiocatore per il Zebra Rugby Club e per la nazionale italiana,  volontario sulle ambulanze per lAssociazione Seirs Croce Gialla di Parma.

Marco Buono e Yvette Batantu Yanzege  della Croce Rossa Riccione hanno risposto allappello della Lombardia che chiedeva aiuto a medici e personale con ambulanze.

Renato Favero e Cristian Fracassiil medico che ha avuto lidea di adattare una maschera da snorkeling a scopi sanitari e lingegnere che lha realizzata.

Concetta DIsantoaddetta alle pulizie in un ospedale milanese. Fa parte di quella schiera di lavoratori che ha permesso alle strutture sanitarie di andare avanti nel corso dellemergenza.

Giuseppe Maestri, farmacista a Codogno, ogni giorno ha percorso cento km per recarsi in piena zona rossa.

Rosa Maria Lucchetti, cassiera allIpercoop Mirafiore di Pesaro, ha lasciato una  lettera agli operatori 118  donando loro anche tre tessere prepagate di 250 euro.

Ambrogio Iaconodocente presso listituto professionale alberghiero Talete di Ischia. Positivo,  ricoverato al Rizzoli di Lacco Ameno, ha continuato a insegnare a distanza nei giorni di degenza.

Daniela Lo Verde, preside dellistituto Giovanni Falcone” del quartiere Zen di Palermo, ha lanciato una campagna di raccolta fondi per regalare la spesa alimentare ad alcune famiglie in difficoltà.  Suo lappello  per recuperare pc e tablet per consentire ai suoi allievi di seguire le lezioni a distanza.

Cristina Avancini, linsegnante di Vicenza che nonostante il contratto scaduto non ha interrotto le video-lezioni con i suoi studenti.

Alessandro Santoianni e Francesca Leschiutta, direttore della casa di riposo della Parrocchia di San Vito al Tagliamento (PN) e coordinatrice infermieristica che,  insieme agli altri dipendenti, sono rimasti a vivere nella struttura per proteggere gli anziani ospiti.  

Pietro Terragni, imprenditore di Bellusco (Monza e Brianza), in seguito alla morte di un dipendente, Erminio Misani, che lasciava la moglie e tre figli, ha assunto la moglie Michela Arlati.

Riccardo Emanuele Tiritiello, studente dellistituto Paolo Frisi di Milano. Con il padre e il nonno hanno cucinato gratuitamente per i medici e gli infermieri dellospedale Sacco.

Francesco Pepe, quando ha dovuto chiudere il suo ristorante a Caiazzo di Caserta ha preparato pizze e biscotti per i poveri e gli anziani in difficoltà, organizzando una raccolta fondi per lospedale di Caserta.

Irene Coppola ha realizzato, a sue spese, migliaia di mascherine. Ha aiutato una associazione per sordi inventando una mascherina trasparente per leggere il labiale.

Alessandro Bellantoni  con il proprio taxi  ha fatto una corsa gratis di 1.300 km per portare da Vibo Valentia  allospedale Bambin Gesù di Roma una bambina di tre anni  per un controllo oncologico.

Mahmoud Lufti Ghuniem, in Italia dal 2012, fa il rider. Si è presentato alla Croce Rossa di Torino con uno stock di mille mascherine acquistate di tasca sua.

Daniele La Spina in rappresentanza dei giovani di Grugliasco al servizio della città di Torino che hanno portato prodotti di prima necessità a chi ne ha bisogno, in particolare agli anziani soli.  

Giacomo Pigni, volontario dellAuser Ticino-Olona ha coinvolto una ventina di  studenti che hanno iniziato a fare chiamate di ascolto per dare compagnia alle persone sole.

Pietro Floreno, malato da oltre dieci anni di Sla ha comunicato di voler mettere a disposizione della ASL, per i malati di coronavirus, il suo ventilatore polmonare di riserva.

Maurizio Magli, in rappresentanza dei 30 operai della Tenaris di Dalmine che, quando è arrivata la commessa per la produzione di 5mila bombole nel minor tempo possibile, hanno volontariamente continuato a lavorare.

Greta Stella, fotografa professionista, volontaria presso la Croce Rossa di Loano (Savona), ha realizzato un racconto fotografico dellattività quotidiana dei volontari.

Giorgia Depaoli, cooperante internazionale e si dedica in particolare alla difesa dei diritti delle donne. Ha subito dato la sua disponibilità alla piattaforma Trento si aiuta” .

Carlo Olmo,ha contribuito nel rifornire gratuitamente Comuni e strutture sanitarie del Piemonte di mascherine, guanti, camici.

Maria Sara Feliciangelifondatrice dellAssociazione Angeli in Moto, insieme ai suoi amici motociclisti si è impegnata per consegnare i farmaci a domicilio alle persone con sclerosi multipla.

 

Imprese: Istat, nel 2017 Milano e Bolzano le province più produttive

Nel 2017 la distribuzione territoriale del valore aggiunto generato dal complesso dell’economia resta sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente: il 37,7% proviene dal Nord-ovest e il 25,4% dal Nord-est; seguono il Centro con il 20,5% e il Mezzogiorno con il 16,4%. Rispetto al 2016 la crescita del valore aggiunto delle regioni del Nord ne ha determinato anche un aumento del peso percentuale: +0,2 punti per il Nord-ovest controbilanciato dal calo di 0,2 punti percentuali del Centro, dovuto in particolare
alla minor crescita percentuale del valore aggiunto della regione Lazio.

In termini di macro settori, rispetto al 2016 l’industria perde peso nel Mezzogiorno (-0,3 punti percentuali) in favore del Nord-ovest (+0,3 punti), il comparto dei servizi acquista rilevanza economica nel Nord-est e nel Nord-ovest (entrambi +0,2 punto) mentre la riduce al Centro (-0,3).

A livello comunale l’asimmetria nella distribuzione del valore aggiunto si accentua: i comuni più grandi, al di sopra dei 24.000 abitanti e che costituiscono il 5% del totale dei comuni, racchiudono il 49,2% della popolazione residente, il 55,1% degli addetti e generano il 57,8% del valore aggiunto nazionale. Sono localizzati prevalentemente nei sistemi urbani, in particolare in quelli pluri-specializzati (15,3%), portuali (14,0%) e ad alta specializzazione (11,0%).

L’insieme costituito dal 5% dei comuni più grandi è localizzato principalmente nel Centro (8,1%) dove arrivano a generare tre quarti del valore aggiunto della ripartizione (74,8%), specialmente nel Lazio e in Toscana in cui l’89,3% e il 62,7% del valore aggiunto regionale è realizzato con il contributo dei sistemi urbani ad alta specializzazione e nei sistemi urbani pluri-specializzati. Nel Mezzogiorno si trovano il 6,7% dei comuni più grandi che sviluppano quasi due terzi del valore aggiunto (63,4%), con punte in Puglia (73,5%), Sicilia (72,6%) e Campania (68,7%) nei sistemi urbani pluri-specializzati e prevalentemente portuali.
Nel Nord-ovest il 5% dei comuni più grandi genera oltre la metà del valore aggiunto (54,3%) in particolare in Liguria e Lombardia coprono rispettivamente il 69,9% e 53,8% del valore aggiunto, proveniente in larga parte dai sistemi urbani prevalentemente portuali e urbani ad alta specializzazione.

Infine nel Nord-est, dove si deve ai comuni più grandi meno della metà (45,6%) del valore aggiunto della ripartizione, spicca l’Emilia Romagna (57%) principalmente con il contributo dei sistemi urbani ad alta specializzazione.
Rispetto al 2016 il valore aggiunto nazionale delle imprese industriali e dei servizi cresce del 3,9% in termini nominali, un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. A livello comunale il 45,3% dei comuni registra una crescita del valore aggiunto pari o superiore alla media nazionale. I comuni ad alta crescita di valore aggiunto costituiscono il 51% dei comuni del Nord-est, il 47,6% del Nord-ovest, il 45,3% del Centro e il 39,4% del Mezzogiorno.

Anche per il 2017 nelle prime 20 posizioni in termini di valore aggiunto si attestano soltanto comuni capoluogo, ad eccezione di San Donato Milanese che risulta in 17esima posizione, guadagnando due posizioni rispetto all’anno precedente.
I comuni in classifica, che generano il 29,3% del valore aggiunto nazionale, restano sostanzialmente invariati rispetto al 2016 ma con inversioni di posto tra Bologna (sesta) e Firenze (settima), Modena (12esima) e Brescia (13esima), Bergamo (20esima) e Ravenna (21esima). Quest’ultima esce quindi dalla graduatoria mentre rientra Bergamo.
Milano e Roma si collocano largamente in testa alla classifica dei comuni capoluogo, prevalendo l’uno nei servizi e l’altro nell’industria: da soli, coprono il 15% del valore aggiunto nazionale. Seguono Torino e Genova con un valore aggiunto aggregato rispettivamente pari a 17,8 e 11,5 miliardi di euro e una crescita, rispettivamente, dell’11,2% e del 5,3%.

In termini di produttività apparente del lavoro, Milano e Bolzano si confermano al vertice della graduatoria dei comuni capoluogo, con un incremento rispetto all’anno precedente rispettivamente dello0,6% e del 3,3%.
Inoltre nelle prime 20 posizioni per produttività del 2017 si registra l’ingresso dei comuni di Alessandria,Padova e Trieste.

Appalti digitali: le proposte Anac per agevolare la ripresa economica

In vista dell’emanazione di un intervento normativo di semplificazione in materia di appalti, l’Autorità nazionale anticorruzione ha elaborato un documento, inviato alla Presidenza del Consiglio e ai Ministri competenti, contenente varie proposte per velocizzare le procedure e favorire la ripresa economica.

Nello specifico, l’Anac reputa necessario in primo luogo realizzare tempestivamente la previsione – contenuta nel Codice – di una piena digitalizzazione delle gare, che in circa un terzo dei casi sono ancora svolte in modalità cartacea. Molteplici i vantaggi che ne deriverebbero: semplificazioni per la trasparenza, maggior controllo, tutela della concorrenza, garanzia dell’inviolabilità e della segretezza delle offerte, tracciabilità delle operazioni di gara e un continuo monitoraggio dell’appalto, riducendo peraltro al minimo gli errori operativi, con una significativa diminuzione del contenzioso. Sarebbe inoltre possibile ottenere consistenti risparmi in termini di tempi e costi (le commissioni di gara potrebbero lavorare a distanza, eliminando la necessità delle sedute pubbliche o limitandone il numero) e si darebbe attuazione al principio dell’invio unico dei dati, espressamente previsto dal Codice, snellendo gli obblighi di comunicazione e rendendo disponibili informazioni sui contratti pubblici per le varie finalità ai soggetti istituzionali e ai cittadini.

Per tali ragioni l’Anac ritiene che un adeguato livello di digitalizzazione e la disponibilità di personale tecnico debbano divenire requisiti fondamentali nel processo di qualificazione delle stazione appaltanti, affinché gli acquisti più complessi vengano svolti soltanto da amministrazioni dotate delle competenze necessarie, favorendo le economie di scala e contenendo i costi amministrativi per le imprese. Per sostenere la diffusione delle piattaforme potrebbe essere utile mettere gratuitamente a disposizione le tecnologie telematiche e il supporto tecnico, prevedere politiche di incentivazione legate ai risultati raggiunti e assumere nuove risorse con competenze specifiche.

L’Anac suggerisce anche di semplificare e ridurre notevolmente i tempi di verifica dei requisiti nei casi in cui l’aggiudicatario di un appalto, entro un intervallo di tempo prestabilito (ad es. 6 mesi), sia già stato esaminato con esito positivo in una procedura di gara.

Infine, per superare la grave situazione economica e fronteggiare i danni subiti dalle attività produttive, l’Autorità suggerisce di introdurre una norma che fino al 31 dicembre permetta alle amministrazioni di ricorrere motivatamente alle procedure di urgenza ed emergenza già consentite dal Codice. I settori che si prestano maggiormente a tali semplificazioni, per dimensione economica o per connessione diretta con attività in grado di far superare la crisi provocata dall’emergenza sanitaria, ad avviso dell’Autorità sono le seguenti: manutenzioni, ristrutturazione/costruzione di ospedali e scuole, interventi sulla rete viaria, approvvigionamenti nel settore sanitario, informatico e dei trasporti.

Amazon: i suoi corporate bond hanno il tasso più basso della storia

Amazon ha collocato bond per 10 miliardi di dollari a un tasso dello 0,4%, con una domanda che ha superato di tre volte l’offerta. Si tratta del rendimento più basso mai registrato nella storia delle offerte di obbligazioni aziendali negli Stati Uniti. A colpire è che si tratta di un tasso superiore di appena due decimi di punto percentuale a quello spiccato dai titoli di Stato di analoga scadenza piazzati dal Tesoro degli Stati Uniti lo scorso maggio. Appena tre anni fa, quando Amazon aveva collocato obbligazioni per 16 miliardi di dollari per finanziare l’acquisizione di Whole Foods, il rendimento del bond triennale era stato pari all’1,9%.

A questo risultato record hanno contributo la promessa della Fed di acquistare anche corporate bond per rispondere all’emergenza economica nonché la stessa epidemia di coronavirus. Il boom dello shopping online causato dal lockdown internazionale ha infatti favorito notevolmente gli affari di Amazon.

Nuova speranza per la sclerosi multipla

La sperimentazione, coordinata e finanziata dalla Fondazione e dall’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza e da Revert Onlus con il patrocinio della Fondazione Cellule Staminali di Terni crea nuove speranze per la lotta contro la sclerosi multipla.

La sperimentazione di Fase I, autorizzata dalle competenti commissioni dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Aifa, dalla omologa svizzera Swissmedic e a livello europeo con numero di protocollo Eudract 2015-004855-37, è iniziata a gennaio 2018 con il ricovero del primo paziente e costituisce il primo passo verso lo sviluppo di un protocollo sperimentale per trattare i pazienti di Sclerosi Multipla con il trapianto di cellule staminali cerebrali umane di grado clinico. Scopo del trial è verificare la sicurezza del trattamento e le possibili azioni neurologiche. I quindici pazienti previsti nel protocollo sono stati suddivisi in quattro gruppi e trapiantati con dosi crescenti di cellule, gli ultimi sei hanno ricevuto il dosaggio più elevato (24 milioni di cellule).

Tutti i pazienti sono stati dimessi dopo 48 ore di osservazione in seguito al trapianto e non hanno manifestato effetti collaterali nell’immediato post-operatorio o nei mesi a seguire. Le equipe cliniche proseguiranno l’attività di monitoraggio per almeno un anno dopo l’intervento. Si stanno ora valutando eventuali effetti terapeutici. “Siamo felici di annunciare questo importante traguardo nella sperimentazione in corso con cellule staminali cerebrali”, afferma Angelo Vescovi, direttore Scientifico dell’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e presidente dell’Advisory Board di Revert Onlus, nonché professore dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. “Aspettiamo adesso il follow-up a un anno e la sottomissione nei tempi più brevi possibili del protocollo per la Fase II in questa grave malattia”, aggiunge.

La sperimentazione è basata su dati scientifici che hanno avuto risonanza mondiale e che sono stati pubblicati nel 2003 sulla rivista Nature. Questo studio clinico di Fase I per la Sclerosi Multipla rappresenta la terza tappa di un percorso iniziato 12 anni fa con la creazione della banca mondiale di staminali del cervello umano – ancora oggi unica al mondo. Lo studio è proseguito con il primo trapianto in diciotto pazienti con Sla nel 2012, la cui sperimentazione si è conclusa con successo nel 2015 e che vedrà a breve l’avvio di una Fase II.

E’ questo l’unico esempio al mondo di cellule staminali che sono divenute un vero e proprio farmaco cellulare stabile, riproducibile e con un comportamento prevedibile, che quindi permette interventi clinici che non sono possibili con cellule sempre diverse perché ogni volta isolate da diversi donatori  e quindi potenzialmente differenti nelle loro azioni biologiche e terapeutiche.

Salvini a Roma

Si può sperperare in un battibaleno una splendida ricchezza, basta un gesto inconsulto, una parola fuori posto, uno stile sgangherato e tutto può essere irrimediabilmente perso.

Se c’era una data che riusciva ad armonizzare l’intero mondo politico, questa era il due giugno. Data riconosciuta dall’intero arco costituzionale, ma anche da frange esterne al panorama istituzionale. Fare di questo un grimaldello per scopi parziali, è apparso ai più un gesto del tutto inconsulto.

La stessa Meloni e Berlusconi, si sono trovati in uno stato d’indescrivibile imbarazzo. Credo che Salvini abbia anche calpestato i piedi a molti elettori leghisti per il cattivo gusto messo in scena ieri a Roma e non solo in quella città.

C’è pure un tratto moderato nel partito per ora retto da Salvini, e questo mal sopporta qualsiasi azione sopra le righe e volta anche ad essere tesa ad un atteggiamento da gradasso non proprio in linea con la laboriosità di alcuni Lombardi e Veneti che badano più alla loro sostanza che alle forme pirotecniche viste ieri lungo le vie Romane.

Non escludo nemmeno che all’interno della Lega si respiri già il desiderio di intraprendere vie meno burlonesche. Il nord non ha niente a che fare con il Papeete o con modalità da festa carnascialesca, perché non vuole passare per essere leggero, superficiale e votato al sciocco divertimento.

Nel nostro Paese abbiamo bisogno di una destra moderata, di una sinistra moderata di partiti centristi seri e laboriosi, di due possibili schieramenti che si contrappongano, da punti di vista diversi ma pur sempre entrambi sotto l’insegna della più elevata serietà politica.

Non so esattamente che cosa accadrà. Certo è che dubito che i leader del centro destra si facciano ingabbiare in questa vicenda poco nobile. Cercheranno pertanto spazi d’interlocuzione con nuove venature leghiste.

A questo punto, non escludo possa emergere, e se lo meriterebbe, la figura seria e composta del Presidente della Regione Veneta, Luca Zaia, che alla prova dei fatti, ha sempre dimostrato concretezza e una fondata serietà che ieri sembra essere stata del tutto vilipesa durante l’inconsulta espressione Romana.

Il centro che manca e ora, con umiltà, dobbiamo ricostruire.

Ho letto con interesse l’ultimo articolo di Giorgio Merlo a proposito di “centro trasformista”.
Se lo spazio del “centro” viene ricercato in ragione di antiche topografie di posizionamento politico, si corre in effetti il rischio inevitabile del trasformismo.
Un rischio peraltro inutile, posto che – messa in questi termini – la questione si risolve in una sanguinosa contesa per la spartizione di pochi punti percentuali di elettorato potenziale: magari spendibili, forse, nella mutevole contabilità degli attuali equilibri parlamentari, ma sostanzialmente ininfluenti nel vero processo politico.
In realtà, appunto, il “centro” che manca non è una sorta di “truppa di interposizione” tra la destra e la sinistra.

Del resto, la destra si è mangiata del tutto il “suo” centro (ne abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione ieri con la sconvolgente e scandalosa parata su Roma nel giorno della Repubblica) e la sinistra ha commesso l’azzardo, non riuscito, del partito unico, che doveva reinterpretare, in chiave plurale, le culture politiche riformiste e popolari del novecento e invece le ha semplicemente, tutte, archiviate e rinsecchite.

Il “centro” è esistito politicamente fino a quando non è stato “aggiuntivo”, ma capace di ispirare e contaminare con una cifra unificante (di senso sociale ed istituzionale) un progetto di governo.
Il problema non riguarda tuttavia, principalmente, le dinamiche partitiche, ma i fenomeni che hanno cambiato in profondità la struttura della domanda politica del Paese, almeno dagli anni settanta in poi.

Il “centro” che manca da allora (e dalla successiva non riuscita dello sforzo demitiano di “rinnovamento/trasformazione” della DC degli anni ottanta) è quello di una proposta organica di governo efficace, autorevole ma non autoritario, per la guida di una società complessa, frammentata, in rapido cambiamento anche antropologico.
Tutto ciò è ancor più vero oggi, di fronte a questa fase delicata ed inedita di mutazione globale e di trasformazione/svuotamento della democrazia.
Manca un progetto inclusivo capace di recuperare il valore delle Istituzioni, il senso di una democrazia comunitaria, la cifra della Politica come veicolo di giustizia sociale.
Manca una idea di come si possano ricomporre istanze e bisogni, oltre le secche della irresponsabile ricerca del consenso immediato.

Manca una visione del destino collettivo del Paese e delle sue diverse componenti generazionali, sociali, culturali e territoriali e di come esso possa inserirsi fecondamente nel progetto di una nuova Europa nella stagione del digitale, del cambiamento climatico e della crisi delle vecchie alleanze mondiali.
Principi e sensibilità che ormai si rintracciano quasi solo nel magistero istituzionale del Presidente della Repubblica e, su altro piano, in quello profetico di Papa Francesco.
Il “centro” che manca e del quale la nostra Comunità ha urgente bisogno è costituito dalla risposta culturale e politica a queste domande.

È alla costruzione di un “centro” così inteso che tutte le vecchie e nuove culture politiche democratiche devono lavorare con soluzioni inedite e coraggiose.
Ciò riguarda anche i popolari di ispirazione cattolico democratica, ai quali – per esistere politicamente – si impone il dovere di una nuova capacità di connessione con i loro “mondi vitali”, essi stessi – peraltro – spiazzati dai cambiamenti della società.
L’unica via possibile è però quella di una progetto ambizioso, nuovo, originale.
La patetica presunzione, che vedo in alcuni, di una pretesa “eredità democristiana” (lo dico da democratico cristiano, poiché questa era e resta la mia identità culturale e politica) contrasterebbe non solo con il “senso della storia”, ma anche con il “senso del pudore” e fin anche del ridicolo.

Ci sono tuttavia tanti fermenti, anche molto positivi nel nostro mondo.
Occorre metterli a frutto con saggezza e spirito di cooperazione, trovando – nella chiarezza delle intenzioni e delle ispirazioni – la giusta via comune.
Lo dobbiamo, pur nel nostro piccolo, alla grande storia alla quale apparteniamo, anche se essa non appartiene a nessuno, ma è patrimonio della Comunità.

Lo dobbiamo al nostro Paese, che non può essere consegnato ai ciarlatani di vario colore.
Lo dobbiamo all’Europa, che senza un forte e vitale patto “franco-tedesco-italiano” diventerebbe una cosa diversa da quella che i Padri Fondatori hanno immaginato e da quella che i nostri giovani hanno diritto ad avere.

Quando Kennedy lanciò nel futuro l’America. Ora ci vuole un Kennedy.

L’America che ferisce, quella da amare”, Editoriale di Ferdinando Camon in prima di “Avvenire” nel giorno della Festa della Repubblica.
L’America che aveva contribuito al cambiamento istituzionale dell’Italia, ebbe a sua volta una Visione da Due Giugno con il 35mo Presidente degli Stati Uniti.

Nella campagna presidenziale dell’Autunno 1960, nel primo duello TV della storia dei media, a Nixon, che era Vice Presidente e che sciorinava l’importanza, la decisività di un curriculum di esperienze, da navigato, contro la gioventù del quarantatreenne irlandese dei Democrats, Kennedy rispose: “La questione non è l’esperienza, la questione è l’idea [judgment] che abbiamo noi del futuro.”.

L’IDEA CHE ABBIAMO NOI DEL FUTURO. E spostare lì, su quell’Idea, gli Investimenti.
Oggi, attribuendo agli Anni ’60 i simboli della Lambretta e della dolce vita, della lavatrice Candy, non ci si rende conto (se mai ci se n’è resi conto, avendo come unica lettura il boom) di cosa significasse e suscitasse il Decennio in entrata al Gennaio 1960.

Se due Guerre Mondiali di seguito sono il COVID-19, gli Anni ’60 sono i primi anni liberi non tanto dalle guerre, ma da Eisenhower, dai politici militari, dai veterani, dagli ultimi cumuli di macerie da rimuovere. Si entrava nella seconda metà del XX Secolo con generazioni che non avevano/avrebbero messo una divisa, saputo nulla di Churchill e di Hitler, che si lasciavano alle spalle l’Europa degli Stati-Nazione, l’america moralista. Kennedy capì che NON BISOGNAVA CONTINUARE MA DIFFERIRE DAL PASSATO.

E l’agenda degli Anni ’60 se per Nixon era mezza scritta, per John Kennedy era libera. Per entrare nel Nuovo sconosciuto West ci voleva un sogno ed una leadership. Lui impersonificò questo. E questo ‘pacchetto’ – Visione, Scarto dal prima, rischio e investimenti sullo Sconosciuto, Leadership per coinvolgimenti comuni – è quello che non ha più né l’America né l’Occidente.

Riapertura delle scuole a settembre: più incognite che certezze.

Una delle conseguenze più evidenti della diffusione pandemica del COVID-19 – oltre il dato strettamente epidemiologico e sanitario che ne costituisce certamente l’aspetto più grave ed eclatante – è stata la brusca interruzione delle attività didattiche, la sospensione delle lezioni e la chiusura delle scuole in corso di anno scolastico: ciò ha riguardato all’atto pratico i sistemi formativi di tutti i Paesi del mondo, pur con differenti approcci e livelli decisionali. Analogamente il problema si riproporrà al momento della riapertura del nuovo anno scolastico e ciò a motivo del fatto che le misure di contenimento della pandemia possono subire variazioni e prevedere accorgimenti diversi in una situazione ove permangono vaste aree di contagio, non essendo stato debellato il virus ed essendo verosimilmente ancora lontano il momento in cui si potrà disporre di un antidoto vaccinale.

Le misure del distanziamento, dell’igiene delle mani e l’obbligo delle mascherine resteranno ancora per un tempo ragionevolmente lungo e  imprevedibile i primi, imprescindibili accorgimenti per monitorare il contagio, prevenirlo ed evitarne una possibile ripresa in concomitanza con l’allentamento di altre misure restrittive come previsto dalla cd. “fase 2”e in considerazione delle possibili mutazioni genetiche del virus con conseguenti nuove incognite di focolai.

Il disagio è stato profondo e repentino: la chiusura  degli istituti scolastici è stata una misura necessaria e dolorosa che ha alterato l’ordinato svolgimento delle attività educative e didattiche, provocando disagi negli alunni, nelle loro famiglie e nel personale docente, dirigente a ATA.

Al fine di evitare una interruzione traumatica delle relazioni umane, apprenditive, delle attività di insegnamento, dei programmi e dei progetti avviati durante l’anno scolastico il MIUR e i singoli istituti hanno avviato iniziative di didattica a distanza, attraverso l’uso delle tecnologie disponibili.

Occorre considerare tuttavia che questo approccio alternativo alle lezioni in presenza ha dovuto misurarsi con alcune difficoltà oggettive: la sua concreta attuazione rispetto ai diversi ordini e gradi del sistema scolastico, la carenza di risorse strumentali materialmente disponibili, le iniziative disparate adottate dai diversi istituti in regime di autonomia scolastica, le potenzialità ricettive dell’interfaccia domestico (non tutte le famiglie, specie al Sud con una percentuale che oscilla tra il 25 e il 30% ,dispongono di computer e  tablet, condizione dirimente per consentire ai docenti di realizzare lezioni in video-conferenza, altre volte ricorrendo ad whatsapp o ai cellulari), le oggettive difficoltà derivanti da una didattica del tutto nuova e per certi aspetti sperimentale.

E’ ben noto che la valenza di una didattica in presenza non può essere compensata ma solo integrata da un sistema basato sull’uso esclusivo delle tecnologie a distanza. I rapporti umani, diretti, carichi di empatia e vissuti in una situazione di ordinaria gestione della didattica non potranno mai essere sostituiti dalla mediazione dei mezzi tecnologici: questa esperienza vissuta con impegno e motivazione encomiabili potrebbe essere utile per riposizionare e ricalibrare l’importanza delle dinamiche relazionali in presenza rispetto alla ipotesi di metodologie sempre più basate sui mezzi tecnici, come spesso postulato in modo acritico e unilaterale: tanto “va di moda”, si direbbe.  Tutto serve di lezione: infatti si può affermare che il periodo di assenza e di latenza della frequentazione diretta dei soggetti protagonisti del processo educativo ha fatto crescere in modo esponenziale l’attesa di un ritorno alla normalità, alla quotidianità ante-Covid-19 per come ciascuno – dal rispettivo punto di vista la ricorda e la rimpiange.

Tuttavia la ripresa delle normali attività didattiche, la stessa riapertura delle scuole, la frequenza scolastica secondo il calendario previsto dal prossimo anno scolastico non avranno facile attuazione.

La ripartenza di settembre lascia trasparire più incognite che certezze: per usare un’espressione efficace, visto il permanere dell’incombente pericolo di una ripresa del contagio e tenuto conto delle oggettive difficoltà che si affacciano all’orizzonte essa assomiglia allo stato attuale ad una sorta di “quadratura del cerchio”, tante sono con ragionevole e responsabile previsione ordinamentale, organizzativa e procedurale le problematiche che occorrerà prendere in considerazione per consentire un avvio regolare delle lezioni e delle attività didattiche.

Per entrare subito in “medias res” basta leggere il “Documento tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico” elaborato dal COMITATO TECNICO SCIENTIFICO EX OO.C.D.P.C. 03/02/2020, N. 630; 18/04/2020, N. 663; 15/05/2020, N. 673, operante c/o il Dipartimento della Protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per capacitarsi della complessità che attende Ministro, Dirigenti scolastici, docenti, alunni e famiglie.

Un documento di “saggi ed esperti”, si direbbe, di 23 pagine, ricco di dati e riferimenti demografici e numerici, persino di una analisi comparativa con le soluzioni adottate in alcuni Paesi dell’U.E, nel Regno Unito e in Svizzera, giusto per avere un confronto che fa rientrare l’Italia, una volta tanto, nell’alveo degli indirizzi prevalenti nell’Europa “che conta”. Un documento analitico che scandaglia la realtà  e ne evidenzia le criticità: non altrettanto si potrebbe dire, come ha peraltro evidenziato con autorevolezza ed argomenti convincenti il Presidente dell’ANP (Assoc.Naz.Presidi) Prof. Antonello Giannelli, per la concreta soluzione di problemi organizzativi circa la permanenza a scuola degli alunni, la costituzione dei gruppi, l’affidamento ai docenti, la rimodulazione degli aspetti metodologico-didattici della programmazione educativa e curricolare.

Il “Documento dei saggi” pur formulato con un approccio scientifico che esprime indiscutibile competenza si ferma ai primi livelli della tassonomia della conoscenza della realtà: quella della elencazione dei dati, delle difficoltà e criticità, rimarcando i tre presupposti fondamentali: “Anche per le attività scolastiche, pur in presenza di specificità di contesto, restano validi i principi cardine che hanno caratterizzato le scelte e gli indirizzi tecnici quali: 

  1. il distanziamento sociale (mantenendo una distanza interpersonale non inferiore al metro); 
  2. la rigorosa igiene delle mani, personale e degli ambienti; 
  3. la capacità di controllo e risposta dei servizi sanitari della sanità pubblica territoriale e ospedaliera. 

È necessario quindi prevedere specifiche misure di sistema, organizzative, di prevenzione e protezione, igieniche e comunicative declinate nello specifico contesto della scuola….”

Seguono 9 punti di individuate criticità, afferenti al contesto ambientale e alla sua frequentazione.

Ma – ad esempio- vengono dedicate 10 righe alle “indicazioni per gli alunni con disabilità” e 11 righe alle “indicazioni per le scuole dell’infanzia” che sono forse due degli aspetti di maggior portata problematica, riferendosi ad alunni con difficoltà motorie e bisognosi di assistenza ad personam e a bambini piccoli ai quali viene, sensatamente, evitato l’uso della mascherina.

Si legge tra le righe –  oltre le lodevoli sottolineature igienico-sanitarie che potrebbero peraltro ricadere impropriamente tra le responsabilità del personale docente che dovrebbe farsene carico senza possedere competenze professionali ad hoc- un implicito “rimando” al MIUR e soprattutto ai singoli istituti scolastici circa la concreta organizzazione e gestione delle giornate scolastiche secondo le coordinate spazio-temporali, i bisogni degli alunni, la considerazione della scuola come ambiente di apprendimento e non come “ambulatorio sanitario”.

Considerate le condizioni edilizie prevalenti nelle scuole, gli spazi disponibili, le risorse umane presenti, l’obbligo del distanziamento e la costituzione di piccoli gruppi in spazi già angusti e limitati che ospitano adesso le famose “classi pollaio”, la metafora della quadratura del cerchio sembra la più adatta per descrivere la complessità dei problemi che attendono dirigenti, docenti e alunni alla riapertura di settembre. Può darsi che ciascuno secondo le proprie competenze o necessità sia costretto a far ricorso all’antica e sempre vigente arte dell’arrangiarsi.

 

Brexit: Barnier (Ue) avverte Londra. Potrebbe non esserci accordo.

Il Regno Unito potrebbe dover affrontare una Brexit senza accordo se il primo ministro britannico Boris Johnson non riuscirà a rispettare gli impegni presi da Londra con la Commissione europea.

E’ quanto ha affermato il capo negoziatore dell’Unione europea per la Brexit, Michel Barnier, in un’intervista rilasciata al quotidiano britannico “The Times”. Secondo Barnier, non ci sarà un accordo “ad ogni costo” e “il Regno Unito ha fatto un passo indietro rispetto agli impegni iniziali”.

Per questo il capo negoziatore dell’Ue per la Brexit, ha invitato le controparti “a essere pienamente coerenti” con ciò che Johnson “ha firmato con noi, perché 27 capi di Stato e di governo e il Parlamento europeo non hanno poca memoria”. Branier ha sottolineato: “Ricordiamo molto chiaramente il testo che abbiamo negoziato con Boris Johnson. E vogliamo solo vederlo rispettato. Alla lettera. E se ciò non dovesse accadere, non ci sarà accordo”.

Google ha rinviato il lancio di Android 11

A causa della pandemia di coronavirus, il colosso di Mountain View ha rinviato a data da destinarsi il lancio di Android 11, la nuova versione del suo popolare sistema operativo, il cui debutto era atteso per il 3 giugno.

La scelta è stata annunciata in un Tweet. “Non vediamo l’ora di dirvi di più riguardo ad Android 11, ma non è il momento di festeggiare, vi faremo avere notizie presto”.

Stando agli ultimi rumors, la nuova versione del popolare sistema operativo di Google integrerà una funzione che consentirà di capire se il dispositivo è collegato ad una rete 5G per poter sfruttare al meglio la velocità delle reti di nuova generazione.

Probabilmente, inoltre, su Android 11 dovrebbe debuttare anche Fast Share, una funzionalità che consentirà agli utenti di condividere velocemente file e contenuti con dispositivi nelle vicinanze. È atteso anche il debutto di novità pensate per ottimizzare la privacy e la sicurezza del sistema operativo, quali nuovi strumenti per la gestione dei permessi concessi alle applicazioni.

Sindrome mielodisplastica ad alto rischio: ottenuta una risposta obiettiva

Gilead ha presentato al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO),  i risultati aggiornati di uno studio di fase Ib a singolo braccio, condotto in aperto con magrolimab – un anticorpo monoclonale anti-CD47 sperimentale – in combinazione con azacitidina in pazienti con sindrome mielodisplastica (SMD) non trattati in precedenza e in pazienti con leucemia mieloide acuta (LMA) non idonei a chemioterapia intensiva e non trattati in precedenza (inclusi pazienti con LMA con mutazione TP53, una popolazione con gravi bisogni medici insoddisfatti).

I risultati confermano l’attività clinica di magrolimab e azacitidina. Al momento del cut-off dei dati, 68 pazienti erano stati trattati con magrolimab più azacitidina, inclusi 39 pazienti con SMD ad alto rischio non trattati in precedenza e 29 pazienti con LMA non trattati in precedenza.

Dei 33 pazienti con SMD valutabili per efficacia, il 91% (n=30/33) ha ottenuto una risposta obiettiva (valutazioni di risposta secondo i criteri IWG MDS del 2006), ivi incluso il 42% (n=14/33) con una risposta completa (CR, complete response). Inoltre, le risposte a magrolimab e azacitidina si sono intensificate nel corso del tempo, poiché a un follow-up di almeno sei mesi il tasso di CR nei pazienti con SMD era del 56%.

Nella LMA, il 64% (n=16/25) dei pazienti valutabili per efficacia ha ottenuto una risposta obiettiva (valutazioni di risposta secondo i criteri AML ELN del 2017), incluso il 56% (n=14/25) con CR o con CR con recupero ematologico incompleto (CRi). In particolare, nella LMA con mutazione TP53 (n=12) – una popolazione refrattaria al trattamento e con prognosi sfavorevole – il 75% dei pazienti ha ottenuto una CR o una CRi.

La durata mediana della risposta e la sopravvivenza globale mediana non sono state ancora raggiunte nella SMD, nella LMA o nella LMA con mutazione TP53, a un follow-up mediano rispettivamente pari a 5,8 mesi (range: 2,0-15,0), 9,4 mesi (range: 1,9-16,9) e 8,8 mesi (range: 1,9-16,9).

Due Giugno

La massima espressione diretta, che solo un referendum permette, settantaquattro anni fa, ha permesso al nostro Paese di cambiare un suo segno fondativo: passando da una espressione monarchica, ad uno Stato Repubblicano.

Un salto storico enorme. Un passo deciso del corpo vivo dell’Italia. Si era così chiusa una pagina, non proprio esaltante, di un’esperienza politica che gli italiani han voluto decretare con il loro volere. A dir il vero, la vittoria non fu schiacciante. La tradizione manteneva una sua vivacità e, allo spoglio delle schede, il distacco fu piuttosto contenuto. Ma si era definitivamente cambiato registro.

La Monarchia aveva ormai chiuso i suoi battenti e l’Italia s’incamminava verso un’esperienza in linea con la stragrande maggioranza dei popoli europei.

Per noi, quindi, è una festa. Dobbiamo saperla guardare nel verso giusto. È la festa di tutti e va onorata secondo elevate e civili modalità e in sintonia con lo spirito che l’ha generata.

Qualsiasi sia la manifestazione, in qualsiasi luogo si faccia, in presenza di autorità e di gente festante, non va mai scordato lo stile che richiede questa festa comune. Bravo il Presidente della Repubblica che coniuga l’alto valore storico con il tragico momento che stiamo vivendo. Celebrando il due giugno a Codogno, dimostra una brillante saggezza.

Ci fu un tempo, per me non proprio trasparente, in cui venne messa in disparte, come non avesse più significato e non richiedesse il momento celebrativo e simbolico che fortunatamente, da qualche anno a questa parte, viene correttamente rimesso in luce.

Abbiamo bisogno di un Paese che unisca tutte le sue forze. A volte, di fronte a situazioni straordinarie, ciascuno dovrebbe guadagnare solo la parte che accomuna tutti e tralasciare le spinose differenze. Il dramma del coronavirus richiederà a noi tutti uno sforzo enorme per non subirne le cattive conseguenze economiche. Quelle della salute, purtroppo, si sono già ampiamente e tristemente consumate.

Sia pertanto una festa all’insegna dell’orgoglio Nazionale, della nostra bellezza, della profonda cultura che accompagna la nostra storia e sappia spargere saggezza in ogni angolo.

2 Giugno 1946: la nascita della Repubblica

Il 2 giugno 1946 si svolse   il referendum sulla forma istituzionale dello Stato, che con il voto popolare condusse alla nascita della Repubblica e alla elezione di un’Assemblea Costituente, a conclusione di un complesso periodo di transizione segnato dalle azioni di movimenti e partiti antifascisti e dall’avanzata degli alleati in un Paese diviso e devastato dalla guerra.

Istruzioni su Come si votaGli italiani, e per la prima volta le italiane, convocati alle urne per scegliere tra Repubblica e Monarchia e per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente cui spetterà il compito di redigere la nuova carta costituzionale, furono chiamati a cooperare  alla fondazione di una idea di cittadinanza repubblicana che trovò nella Costituzione una delle massime espressioni.

Esaurito il ventennio di dittatura fascista, per la prima volta la società italiana viveva l’esperienza di libere elezioni a suffragio universale maschile e femminile, seppure in un Paese allora ancora profondamente diviso sulla questione istituzionale.

Esisteva una spaccatura profonda, fortemente disegnata su basi geografiche, tra il Nord a maggioranza repubblicana ed il Sud a maggioranza monarchica,  nonostante che gli eventi dell’ultimo ventennio –  ed in particolare la sconfitta, il proclama di armistizio reso noto l’8 settembre 1943 dal Capo del Governo Pietro Badoglio, la fuga dalla Capitale dei vertici militari, dello stesso Badoglio, del Re Vittorio Emanuele III e di suo figlio Umberto, lo stato delle forze armate italiane lasciate allo sbando, la guerra civile che divideva l’Italia – avessero oramai reso improrogabile la scelta di una profonda cesura con il passato.

La questione istituzionale emergeva con forza e imponeva l’ esigenza di superare Scheda elettorale per il referendumdrasticamente un modello  politico-culturale che affidava alla continuità dinastica della monarchia sabauda la tutela ed il mantenimento dei valori nazionali più tradizionali e conservatori.

Il 9 maggio 1946 il re Vittorio Emanuele III (cui si imputava la responsabilità di avere consentito l’irrompere del fascismo) abdicò in favore del figlio Umberto, già nominato Luogotenente nel giugno 1944. Una decisione rivelatasi sin dal suo nascere tardiva e assolutamente inadeguata rispetto alle aspettative dei partiti aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale.

Fu questo il periodo in cui un anelito di libertà e progresso si andarono diffondendo in Italia. Cancellate le “leggi fascistissime” – che avevano consentito la liquidazione di tutti i partiti all’infuori di quello fascista,  lo scioglimento dei sindacati socialisti e cattolici, la soppressione della libertà di stampa, fino alla trasformazione di fatto dell’ordinamento giuridico del Regno d’Italia in uno stato autoritario -, risorsero le organizzazioni politiche e sindacali, i giornali si moltiplicarono con la creazione di nuove testate, le associazioni culturali ripresero vita.

Lo spoglio delle schede del ReferendumL’affluenza al voto fu altissima.

Nel 1946 gli aventi diritto al voto erano 28 milioni (28.005.449), i votanti furono quasi 25 milioni (24.946.878), pari all’89,08%. I voti validi 23.437.143, di questi 12.718.641 (pari al 54,27%) si espressero a favore della Repubblica, 10.718.502 (pari al 45,73%) a favore della Monarchia.

I giornali, e il dato è confermato dai risultati diramati dal Ministero dell’Interno, registravano un’affluenza alle urne che di provincia in provincia variava dal 75% al 90% degli aventi diritto.

Nella realtà, guardando alla concretezza dei numeri, la frattura dell’elettorato sulla questione istituzionale fu radicale. Le ragioni furono certamente fondate sulle incognite politiche e socio-economiche che la scelta repubblicana per molti rappresentava, ma anche legate alle disparità con cui la dura esperienza della guerra aveva toccato le diverse zone del Paese e i diversi strati della popolazione, oltre che dettate dal radicamento di una istituzione comunque identificata da molti con la propria idea di nazione.
Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica avvenne in un clima di tensione, tra polemiche sulla regolarità del referendum, accuse di brogli, polemiche sulla stampa, ricorsi e reclami.

In virtù dei risultati ed esaurita la valutazione dei ricorsi, il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò in modo ufficiale la nascita della Repubblica Italiana.

L’Italia cessava di essere una monarchia e diventava una Repubblica.

Prima pagina del Corriere della seraIl 2 giugno 1946 gli italiani votarono anche per l’Assemblea costituente. Il risultato elettorale vide l’affermazione dei tre grandi partiti di massa: la Democrazia cristiana conquistava la maggioranza relativa dell’Assemblea (35,21 %), mentre il Partito socialista e il Partito comunista raggiungevano insieme il 39,61 %. I tre maggiori partiti ottenevano complessivamente circa il 75% dei suffragi. Si affermavano le forze politiche legate alla tradizione popolare del movimento cattolico e del movimento socialista. Le elezioni evidenziavano anche il massiccio ridimensionamento delle forze di ispirazione liberale, che sino all’avvento del fascismo avevano dominato la vita politica nazionale.

Dai giornali affissi al muro alcuni apprendono il risultato elettorale del ReferendumLe donne ebbero un ruolo ed un peso determinanti, votarono infatti 12.998.131 donne, contro 11.949.056 di uomini.

Già all’inizio  del 1945, con il Paese diviso dalla Linea Gotica ed il Nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Governo Bonomi aveva emanato un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n.23), in  risposta alla forte mobilitazione delle associazioni femminili interessate al voto : il Comitato femminile della Democrazia Cristiana – CIF, l’Unione Donne Italiane – UDI, il Gruppo femminile del Partito Repubblicano, la Federazione Italiana Laureate Diplomate Istituti Superiori – FILDIS, i Gruppi femminili degli altri partiti aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale.

In realtà il voto del 2 giugno costituiva il punto di approdo di un processo di transizione che in Italia si era avviato già  a partire dalla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943.

Il processo di liberazione dalla occupazione tedesca e la ripresa democratica con i governi del CLN, che guidarono il Paese fin dalla primavera del 1944, vennero subito a coagularsi attorno ai due obiettivi fondamentali : la soluzione della questione istituzionale e l’approvazione della nuova Costituzione da parte di un’assemblea liberamente eletta.

In un primo momento, il 25 giugno 1944, pochi giorni dopo la liberazione di Roma, il Governo Bonomi stabiliva che alla fine della guerra sarebbe stata eletta a suffragio universale, diretto e segreto, un’assemblea Costituente per scegliere la forma dello Stato e dare al Paese una nuova costituzione (DLLgt 151\ 1944).

Successivamente, il 16 marzo 1946, il governo De Gasperi, dopo aver sancito il suffragio universale e  riconosciuto il diritto di voto alle donne, integrava e modificava la normativa precedente, limitando i poteri dell’Assemblea Costituente alla stesura della nuova Carta fondamentale, affidando ad un referendum popolare la decisione sulla forma istituzionale dello Stato ed aggiungendo che, qualora la maggioranza degli elettori votanti si fosse pronunziata a favore della Repubblica, l’Assemblea Costituente, come suo primo atto, avrebbe eletto il Capo Provvisorio dello Stato (DLLgt 98\1946). Nello stesso giorno  il Governo definiva le norme che regolavano le votazioni per il referendum e l’Assemblea Costituente da eleggersi con sistema proporzionale. La legge elettorale del 23 aprile 1946 suddivideva l’Italia in 32 collegi elettorali, nei quali eleggere 573 deputati (in realtà ne sarebbero stati eletti 556, poiché non vennero effettuate elezioni nell’area di Bolzano e nel collegio Trieste e Venezia Giulia – Zara, ancora sottoposte alla giurisdizione del Governo Militare Alleato), e affidava alla Corte di Cassazione il controllo e la proclamazione dei risultati.

Seduta inauguraleÈ in questo clima che maturò la concessione del voto alle donne e il 2 giugno 1946 tutte le donne italiane poterono recarsi alle urne ed essere elette in elezioni politiche.

Sui banchi dell’Assemblea Costituente sedettero le ventuno “prime parlamentari”, denominate, allora, “Madri Costituenti”, assai attente a non deludere le  speranze delle italiane, comprese le aspettative delle donne che da partigiane, staffette, antifasciste avevano contribuito alla Liberazione. Delle Costituenti,  nove provenivano dalla DC (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra Verzotto, Vittoria Titomanlio), nove dal PCI (Adele Bej Ciufoli, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), due dal PSIUP (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) ed una dal partito dell’Uomo Qualunque (Ottavia Penna Buscemi). Cinque di loro sarebbero entrate nella “Commissione dei 75”, incaricata di scrivere la Carta costituzionale : Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti.

Trent’anni più tardi, Nilde Jotti sarebbe stata la prima donna a ricoprire, per tre legislature, dal 1979 al 1992, la carica di Presidente della Camera dei deputati, una delle cinque più alte cariche dello Stato mai ricoperte precedentemente da una donna.

“E le italiane – avrebbe scritto Tina Anselmi, ricordando il 2 giugno – fin dalle prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate. Non eravamo pronte. Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica !”;

I giorni, estremamente confusi e drammatici, immediatamente successivi alla proclamazione dei risultati del referendum, videro l’assunzione da parte di Alcide De Gasperi dei poteri di Capo provvisorio dello Stato (nella notte fra il 12 ed il 13 giugno), la partenza di Umberto II dall’Italia per l’esilio in Portogallo (il 13 giugno) e la proclamazione definitiva dei risultati da parte della Corte di Cassazione (il 18 giugno).

“Il Consiglio dei Ministri – si legge nel Comunicato redatto in chiusura della seduta del 10 giugno – riafferma che la proclamazione dei risultati del Referendum, fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione nelle forme e nei termini dell’art. 17 del Decreto Legislativo Luogotenenziale 23 aprile 1946, n. 219, ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l’Assemblea Costituente non abbia nominato il Capo provvisorio dello Stato, l’esercizio delle funzioni del Capo dello Stato medesimo spetta “ope legis” al Presidente del Consiglio in carica. Tale situazione costituzionale, creata dalla volontà sovrana del popolo nelle forme previste dalle leggi luogotenenziali, non può considerarsi modificata dalla comunicazione odierna di Umberto II al Presidente del Consiglio. Il Governo, sapendo di poter contare sul senso di responsabilità di tutti gli organi dello Stato, rinnova il suo appello ai cittadini perché, nel momento attuale, decisivo per le sorti del Paese all’interno come nei rapporti internazionali, lo sorreggano concordemente con la loro vigile disciplina e il loro operante patriottismo, nel compito di assicurare la pacificazione e l’unità nazionale”.

Prima pagina del Corriere della Sera - De Nicola Capo provvisorio dello StatoIl 25 giugno 1946 iniziarono anche i lavori della Costi­tuente, la quale, il 28, elesse Enrico De Nicola – giurista, esponente della cultura politica liberal-democratica e presidente della Camera dal 1920 al 1923 – a Capo provvisorio dello Stato e circa quindici giorni dopo votò la fiducia al secondo governo De Gasperi, sostenuto dai tre maggiori partiti (DC, PCI, PSI).

50 anni dopo di lui: l’eredità spirituale di Ungaretti

Il 1° giugno del 1970 ci lasciava Giuseppe Ungaretti, uno dei più grandi poeti della letteratura italiana e mondiale di sempre, padre dell’ermetismo, sulla scia delle sue liriche lo seguirono Montale, Quasimodo, Saba e poi Caproni: forse ciascuno di loro, nel proprio tempo, più celebrato di lui.

Ad esempio fu Eugenio Montale a vincere meritatamente il premio Nobel nel 1975, a motivo anche di un eclettismo nell’espressione scritta, come poeta ma anche come scrittore e giornalista,  ciò che non riuscì ad Ungaretti, nonostante gli venga tuttora riconosciuta dalla critica letteraria la paternità di una svolta che aprì le porte del Novecento – a partire dalla pubblicazione de “Il porto sepolto” e del  “Sentimento del tempo”-  alla poesia che rompeva gli schemi rigidi della metrica per abbracciare quello che fu definito il simbolismo, fino ai limiti di una critica (feroce da parte di Benedetto Croce) del suo implicito, eccessivo frammentismo.

Eppure Ungaretti viene unanimemente riconosciuto come il precursore di una modernità che armava il pensiero di briglie sciolte, di slanci vitali incomprimibili  e di intuizioni folgoranti.

Così anche senza Nobel, ma poi senatore a vita, Ungaretti è stato ed è tuttora il poeta più amato dai giovani studenti: ricordo le sue apparizioni televisive come commentatore dell’Odissea, fu uomo geniale e ricco di sentimenti, in grado di spaziare dal dolore alla speranza, dalla trincea – luogo di costrizione e di sofferenza – all’introspezione intimista, capace di esprimere nel modo più personale e struggente emozioni intense e vicine alla vita di ciascuno.

Lasciamo ai critici letterari l’esegesi del letterato e del poeta, le disquisizioni più pertinenti  e facciamoci trasportare dalla delicatezza dell’introspezione, dalla scoperta delle nicchie dell’anima che stanno sopite e nascoste fino a quando non gli si dà voce.

La profondità dei sentimenti evocati nei suoi versi è luogo di simboli e di vissuti, dove ognuno sulle onde dell’immaginazione ritrova se stesso: in questo dono di comunicazione e di evocazione sta l’universalità della sua poesia.

La forza dirompente dello scrivere era il modo più immediato per comunicare sentimenti profondi, come – usando un paragone forse improprio ma significativo- riusciva al Professor Keating de ‘L’attimo fuggente’.

Esistenzialista e intimista, futurista e radicato profondamente nella cultura classica, sapeva far sintesi attraverso le doti di una genialità sempre sorprendente e inarrivabile.

E qui bisogna fermarsi con pudore e rispetto davanti alla imperscrutabile  grandezza del genio.

Uomini come lui riscrivono senza volerlo le regole dell’alfabeto del cuore: “ho fatto il poeta nei ritagli di tempo” diceva di se stesso, ammettendo che un poeta si esprime meglio se parla con i giovani.

“La mia poesia è nata a Parigi, in un cafè dove ci si riuniva, provenienti da ogni Paese; incontrando Soffici, Palazzeschi, Papini …. Il mio alter ego era Apollinaire, il mio maestro spirituale Leopardi e dopo di lui , ma insieme a lui, Mallarmè”.

“In loro ritrovavo l’antichità e l’attualità del tempo e del suo senso.”

“Nell’intensità della poesia di Leopardi e Mallarmè capii che la poesia è tale se porta in se’ un segreto”.

Nella profondità singolare di tale segreto ci lascia in dono la possibiltà di essere poeti di se stessi: ciascuno di noi è infatti depositario e portatore di un segreto.

Rifuggiva i vizi della retorica, del sentimentalismo e delle liriche crepuscolari.

Avremmo bisogno oggi più che mai, in epoca di omologazione culturale e di luoghi comuni blaterati in tutta la loro inconcludente autoreferenzialità di uomini e di poeti come lui, capaci di illuminarci d’immenso, con folgoranti scintille di luce.

La tuttologia della globalizzazione ci separa dai ritagli di tempo in cui ci si sente poeti, dai silenzi ispiratori, dai miracoli che scaturiscono dalla profondità dell’anima.

Oggi è tempo di linguaggi sincopati ma inconcludenti e di professioni nuove, legate all’apparire più che all’essere: influencer, esperti e soloni di ogni tipo che si accontentano di raspare la crosta della vita, senza sussulti ed emozioni interiori. Sono i venditori di una felicità apparente ed effimera che dalla poesia e dalle bellezze della vita , se mai , ci allontanano.

 

Con Bonomi (Confindustria) possiamo convenire sulla necessità di lavorare di più e meglio.

Ho letto una intervista fatta dal neo presidente di confindustria Carlo Bonomi e vi ho trovato spunti interessanti come affermazioni forse un po’ trancianti. È sempre importante comprendere la visione di una persona che dovrà esercitare un ruolo di primo piano insieme ad altri, consapevoli come dovremmo essere, che dal loro agire, in parte, dipenderanno le sorti economiche del paese.

Credo che chiunque abbia a cuore le sorti del lavoro italiano, non può che auspicare che le parti sociali riprendano la loro iniziativa di rinnovamento delle relazioni industriali, orientate ad una maggiore redistribuzione della ricchezza prodotta in più, da produzioni in crescita per qualità e quantità. Va da se che le loro attività contrattuali non riguardano solo il loro ambito, pur dovendo svolgersi nella loro necessaria autonomia, ma attengono anche le prospettive della economia.

Infatti la condizione economica può essere positivamente condizionata dalle grandi organizzazioni del lavoro – dei lavoratori e delle imprese – se dovessero riuscire, come spesso si è verificato nella storia economica italiana, a legare i loro legittimi interessi anche a quelli generali.

Bonomi ha accennato in modo interessante ad un tema che spesso ha originato fraintendimenti che nel tempo non hanno fatto bene al paese: l’idea che la selva sterminata di piccole e piccolissime imprese, non rappresenti una debolezza che alla lunga ci possa emarginare nei grandi giochi presenti nei mercati globali. Infatti le piccole imprese prosperano in un ambito che veda agire grandi aziende competere nei mercati mondiali: da sole, quelle piccole, soffocherebbero per incapacità a tenere il passo con l’innovazione per scarsità di capitali, per difficoltà ad investire nella innovazione così decisiva per il successo. Il neo presidente di confindustria si è anche pronunciato sulla contrattazione e credo che abbia sottolineato che il salario non possa crescere che dalla maggiore produttività per poterlo poi redistribuire attraverso la maggiore ricchezza riveniente dal successo dei prodotti assorbiti dal mercato.

Sono convinto che su questo punto abbia molta ragione da vendere. Questa semplice impostazione, era già valida in altre epoche; in questa vale dieci volte in più, sia per ridare forza alle aziende indebolite dalle interruzioni dell’offerta provocate dal lockdown, sia per riassorbire le crisi mai curate dell’ultimo ventennio, a causa del peggioramento, per incuria, di tutti i fattori di contesto per le nostre produzioni industriali e di servizi. Tasse, energia, servizi, infrastrutture e logistica, giustizia e pubblica amministrazione, istruzione e formazione, hanno condotto a tale peggioramento le attività economiche per il loro costo ed inefficienza, che hanno provocato in modo preoccupante la crescita del costo del lavoro per unità di prodotto, che non ha pari al confronto con i paesi OCSE nostri concorrenti.

Dunque se dobbiamo risalire la china, non abbiamo altra scelta che lavorare di più e meglio per favorire una attraente offerta nei mercati, e poi attraverso la redistribuzione della ricchezza prodotta ed alimentata ancor più da riduzioni fiscali sul salario, ad accrescere la domanda nel mercato interno, che al momento risulta accentuatamente asfittico. D’altronde la contrattazione funziona eccellentemente quando le parti concorrono a regolare politiche contrattuali convenienti per ambedue i soggetti. Tant’è che quando fanno il contrario, alla lunga arrecano danni alla loro soggettività, rappresentatività ed autonomia, non garantiscono gli interessi generali.

Immatricolazioni, dal 1° giugno obbligatorie nuove procedure telematiche

Sarà obbligatorio l’utilizzo delle nuove procedure telematiche per le operazioni di immatricolazione, di reimmatricolazione e di trasferimento della proprietà. Già dal 4 maggio scorso sono entrate a regime le prime procedure telematiche realizzate in attuazione della riforma introdotta dal decreto legislativo n. 98/2017, che ha istituito il documento unico di circolazione e di proprietà (DU) dei veicoli soggetti all’obbligo di iscrizione al PRA. Sono interessate le operazioni di minivoltura, di radiazione per demolizione e per esportazione, nonché il rilascio del duplicato del DU.

Nel corso delle ultime due settimane lavorative,  il numero di operazioni gestite con le nuove procedure sta crescendo ad una media di circa 1.000 pratiche al giorno, con punte fino a 1.500, ed è stata ormai superata la soglia delle 16.000.

Un lavoro sostenuto anche dalle Associazioni di categoria rappresentative delle imprese di consulenza automobilistica, con le quali le strutture tecniche del Mit intrattengono un costante ed utile confronto per realizzare al meglio la riforma, che costituisce un grande passo in avanti nel processo di ammodernamento dell’azione amministrativa di settore, avviato vent’anni fa con l’introduzione dello sportello telematico dell’automobilista.

Formula 1, ufficiale: si parte dall’Austria, con due Gp, il 5 luglio

La Formula 1 riparte e sarà il primo evento mondiale a svolgersi durante la pandemia di coronavirus. Il governo austriaco ha dato il via libera per l’organizzazione dei due Gp d’Austria: il primo si disputerà il 5, il secondo il 12 luglio sul circuito di Spielberg. Le due corse saranno a porte chiuse.

Il protocollo studiato da F1 e organizzatori, in accordo con le autorità locali, prevede che tutti i team arriveranno all’aeroporto di Zeltweg per rendere più brevi gli spostamenti verso il circuito. Inoltre, tutti quelli che giungeranno dall’estero saranno sottoposti a test sul coronavirus prima di entrare in Austria.

La stagione potrebbe continuare il 19 luglio a Budapest (Ungheria).

Il tumore al seno non può più aspettare

Anche se il Covid-19 ha catalizzato l’attenzione di tutti negli ultimi mesi, non bisogna dimenticare che esistono altre patologie non meno pericolose per la vita.

È questo l’allert lanciato da Europa Donna Italia, movimento per i diritti alla prevenzione e alla cura del tumore seno, Incontra Donna onlus, l’Associazione Nazionale Donne Operate al Seno, la Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia, il Gruppo Italiano Screening Mammografico, la Sezione di Senologia della Società Italiana di Radiologia Medica ed Interventistica, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica, l’Associazione Italiana Tecnici di Radiologia Senologica e Senonetwork.

I ritardi nell’attività di screening per la diagnosi precoce del tumore al seno hanno raggiunto un livello di allarme preoccupante, per questo associazioni pazienti e società scientifiche congiuntamente hanno rivolto un duplice appello, alle Istituzioni e alle donne “affinché non si perda ulteriore tempo prezioso: un intervallo prolungato tra la mammografia di screening, la conferma diagnostica e l’inizio delle terapie rischia infatti di peggiorare la prognosi”.

Vincenzo Cesareo: “Dobbiamo affrontare le sfide del futuro nell’ottica della sostenibilità”.

Prof. Cesareo come si è modificata la società italiana nei primi due decenni del nuovo secolo, tra crisi delle istituzioni e comportamenti sociali? Di conseguenza in che misura si è differenziato e ampliato il campo di indagine della sociologia, in relazione ai processi di differenziazione, mutazione, evoluzione che hanno interessato la famiglia, la scuola, la politica ma anche gli interessi e le abitudini della gente?

La ringrazio per questa domanda che mi permette di affrontare subito un tema a me caro e che è sempre stato al centro della mia attenzione come studioso e come “accademico”, vale a dire la questione dello statuto della sociologia. E’ mia convinzione che i processi di complessificazione sociale abbiano avuto, sulla nostra disciplina, due fondamentali effetti, che sono, per certi versi, le due facce di un’unica medaglia. Da un lato, infatti le più significative trasformazioni degli attori e dei processi sociali hanno permesso alla sociologia di ampliare lo spettro delle proprie analisi e di perseguire percorsi di ridefinizione in senso transdisciplinare e interdisciplinare. Dall’altro proprio il moltiplicarsi degli oggetti di studio, così come il confronto e a volte l’ibridazione della scienza sociologica con le altre scienze sociali ha rischiato di indebolire lo statuto epistemologico della sociologia. A questo processo ha inoltre significativamente contributo la temperie culturale “postmoderna” e la sua enfasi sul “pensiero debole”.

Gli studiosi concordano nel definire ‘complessa e critica’ questa fase epocale mentre le persone ne vivono le difficoltà e le contraddizioni nel quotidiano. Oltre la decadenza delle ideologie, il relativismo dei valori, il deterioramento ambientale e la crisi economica quali sono i fattori che più profondamente hanno inciso nei cambiamenti in atto? In questa fase critica di emergenza sanitaria per il Covid-19 si ha la sensazione di vivere una deriva ‘usurante’: consumare il mondo vivendolo intensamente ed esserne sconfitti….senza sapere cosa resterà.

Come già parzialmente affermato in risposta al primo quesito, ritengo che quella che definisco “ideologia postmoderna” abbia davvero contribuito in maniera significativa a determinare una vera e propria “mutazione antropologica”.

E’ profondamente mutata la nostra idea di soggettività. Se da un lato, infatti, è vero che i processi e i cambiamenti cui anche lei faceva riferimento nella sua domanda hanno sicuramente contributo a liberare le persone dal rischio della “gabbia d’acciaio” di weberiana memoria, offrendo a ciascun individuo un livello di libertà prima impensabile, è allo stesso tempo vero che questo affrancamento e questo “eccesso di libertà” sono alla base dei fondamentali problemi di senso che le persone oggi vivono e percepiscono sulla propria pelle. Il postmoderno ha salutato questa nuova “condizione umana” come l’espressione della più grande emancipazione del soggetto, divenuto finalmente unico artefice della propria vita e libero di sperimentare continuamente con se stesso e con la ricerca della propria identità. L’identità stessa, come ha più volte sottolineato anche Z. Bauman è divenuta un “bene di consumo”, destinato a durare per un breve periodo di tempo, fino a che verrà rimpiazzato da uno più convincente o semplicemente più “seducente”. Siamo diventati “consumatori di identità” e collezionisti di esperienze. A eclissarsi, in questa superfetazione della libertà, è la responsabilità.

La storia consente di riscontrare che spesso a grandi epidemie hanno fatto seguito rilevanti mutamenti politici, sociali ed economici. Anche in base a questi precedenti, si è diffuso il convincimento che – dopo questa guerra mondiale combattuta contro un nemico sconosciuto e invisibile – “nulla sarà come prima” e quindi le nostre società dovranno cambiare sotto molteplici profili, per ora non facilmente identificabili. In particolare, si auspica che l’angosciosa esperienza del Covid-19 dovrebbe fare maturare e diffondere il convincimento che apparteniamo tutti a una medesima umanità, che siamo tutti potenzialmente a rischio di contagi, che il benessere di ciascuno è sempre più connesso con quello degli altri vicini e lontani, che – per riprendere l’efficace espressione di Papa Francesco – siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo remare tutti assieme. Insomma, la lezione che dovrebbe scaturire dall’esperienza diretta o indiretta del Coronavirus dovrebbe essere quella di imparare a diventare più umani.  L’esperienza di forzata latenza ci può portare a riscoprire il valore delle relazioni umane dirette (face to face) e dello stare insieme con gli altri, a riconoscere l’importanza della comunità, contraddistinta da relazioni calde, e non la primazia della società, in cui prevalgono le relazioni fredde.

Tutto ciò potrebbe forse anche rimettere in discussione il nostro modo di vivere pre-virus. In particolare, va rimesso in questione quell’iperindividualismo tanto diffuso ai nostri giorni e che costituisce uno dei tratti distintivi, se non addirittura il principale, del narcisista, tutto centrato egoisticamente su se stesso e dove gli altri diventano rilevanti esclusivamente nella misura in cui servono e sino a quando servono, cioè in termini meramente strumentali, in base al principio “usa e getta”. Nello scenario qui delineato e auspicabile, dopo il tempo traumatico della pandemia, potrebbe seguire il tempo della rinascita all’insegna dell’“umanità ritrovata”, con tutto quanto ne conseguirebbe in termini di valorizzazione delle persone, di ogni persona indipendentemente dalla cultura, dall’etnicità, dalla posizione sociale, dall’essere nativo, immigrato o profugo, poiché tutti siamo sulla stessa barca che è il nostro mondo.

A tale scenario, ottimistico e auspicabile, è corretto però affiancarne un secondo nel quale il cambiamento provocato dal virus consisterebbe non nell’apertura umanitaria, ma nella chiusura a riccio. Pertanto, si palesa quindi il rischio che, come reazione al Coronavirus, si diffonda un altro tipo di virus, per l’appunto quello dell’egoismo a livello sia individuale sia collettivo.

Oltre a questi due opposti scenari, per completezza tipologica ne va aggiunto un terzo: quello in cui si prevede che, trascorso il periodo del virus, tutto cambi nel senso che nulla cambi. Una volta superata la paura e la crisi, l’impegno si concentra nel cercare a tutti i costi di ritornare alla vita di prima sforzandosi di dimenticare il Coronavirus, ritenuto un mero incidente di percorso, cioè una brutta parentesi della vita da cancellare quanto più possibile. Solamente col trascorrere del tempo si potrà cogliere quale sarà il reale impatto del Covid-19 sulla nostra vita individuale e collettiva. Per ora si può soltanto ritenere che se prevarranno le persone che hanno ritrovato “l’umanità”, aumenteranno i valori di responsabilità e di solidarietà; se invece prevarranno quelli che hanno accentuato la loro chiusura egoistica, quei valori verranno drasticamente ridimensionati; infine, se prevarranno le persone che intendono riprendere la propria vita con le stesse modalità pre virus, sorgeranno non pochi problemi, in quanto la realtà sarà in qualche modo comunque mutata.

Nonostante si viva in un’epoca di potenzialità straordinarie – per le innovazioni scientifiche, l’innalzamento delle aspettative di vita, un benessere diffuso e percepito (ricordo che il Cardinale Tonini mi aveva detto: “E’ questo il tempo per fare del bene…) permane un sensazione di instabilità, di incertezza, di poca coesione sociale su valori forti e condivisi. Manca il cemento per il bene comune. Prevalgono l’individualismo, l’isolamento, la diffidenza, le insicurezze esistenziali ed emotive. Abbiamo costruito una realtà sociale più grande di noi, un contenitore dove fatichiamo a trovare una nicchia di serenità, un ‘moloch’ che genera solitudine ed egoismo? De Rita parla di società mucillagine, di persone come coriandoli isolati: Lei, che è considerato uno dei padri della sociologia, come la vede dal Suo punto di vista?

Mi trovo in sintonia con le opinioni che riporta e con i loro autorevoli sostenitori. La crisi  – non intendo solo quella economica ma quella di “senso” – attuale ha consentito alla sociologia di riprendere in mano le sue stesse categorie fondative. Come sappiamo, è proprio quando le cose sembrano vernir meno che ne riscopriamo l’importanza. Così è accaduto, ad esempio, per il concetto di solidarietà sociale, termine che fa la sua comparsa con Durkheim e che costituisce la conditio sine qua non per poter parlare di “società”. Per dirla con Crespi e Moscovici è proprio la solidarietà sociale a essere in questione. Io chiamo “frammentazione”  questa particolare condizione.

In una società dalla solidarietà precaria la ricerca del senso è “privatizzata”. E’ una ricerca sicuramente più faticosa, ma anche più esposta all’influenza di “nuove agenzie” del senso, se posso permettermi questa espressione. Penso innanzitutto ai media, al mondo del consumo. Da queste “agenzie” provengono modelli antropologici che definisco “minimalisti”, che rinchiudono lo stesso senso al ristretto orizzonte del presente, del “quotidianismo”, dello “spazio estetico” che ha preso il sopravvento sullo spazio etico. Per definire il modello di soggettività oggi prevalente mi sono avvalso, nei miei ultimi lavori, del termine “homo psychologicus” per evidenziare, in particolar modo, la tensione all’individualismo e al narcisismo che prevalgono oggi nella ricerca individuale del senso.

Tra le vistose accelerazioni in atto molto interessa da vicino i comportamenti dei giovani che esprimono nuove abilità ma anche stili di vita in alcuni casi problematici. Dopo il fenomeno della diffusione delle droghe è di questi giorni l’allarme lanciato sull’abuso degli alcolici, a cominciare dalla primissima adolescenza. Rifiuto delle tradizioni e delle gerarchie, atteggiamenti di bullismo, contesti familiari diseducativi o privi di relazioni affettive e di dialogo con i genitori, modelli sociali ispirati al rampantismo del tutto e subito, Tv e letture spazzatura: si invoca l’intervento della scuola, il recupero del concetto di autorità, le valvole di sfogo dello sport e dell’associazionismo. E’ una battaglia persa in partenza o davvero tutte le responsabilità di recupero e correzione sono affidate all’educazione e all’istruzione? La scuola ce la può fare da sola?

Guardi, sui giovani credo di avere una posizione un po’ dissidente rispetto alle tante visioni – in alcuni casi anche fondatamente – apocalittiche. Come sociologo mi sono sempre interessato, fin dagli esordi del mio lavoro di ricerca, alla condizione giovanile, animato anche dall’ottimismo e dalla fiducia che nonostante tutto continuo a provare nei confronti delle nuove generazioni. Ed è proprio studiandole che ho potuto accorgermi, anche in questi ultimi anni, che nonostante la frammentazione che sono costrette a subire, esistono, nelle loro vite, anche significativi germi di “ricomposizione”.

L’importanza che attribuiscono ancora alla famiglia e al lavoro, ad esempio, una certa tensione alla ricerca di percorsi biografici almeno in parte lineari è un dato che è emerso dalle ultime ricerche che ho potuto svolgere in proposito. Permane, questo è vero, una certa indifferenza nel cercare una ricomposizione che trascenda il livello individuale per abbracciare anche una progettualità aperta al sociale, alla sfera dell’azione collettiva, all’impegno politico. Ma alcuni timidi segnali stanno giungendo anche su questo fronte. Certo questo non ci esime, come società, a cercare di aiutare, sostenere e incoraggiare i giovani nella costruzione dei propri progetti. Rimane però fondamentale un dato di fatto che dovremmo davvero imparare ad assumere come premessa a ogni ragionamento in proposito: l’epoca “fordista” delle tutele, del “posto di lavoro fisso” e via dicendo è irreversibilmente tramontata.

Dovremmo insegnare ai giovani a ricercare il loro equilibrio esistenziale senza fare più riferimento a questo paradigma. Quanto ai media, si sa, operano sempre in base a valori notizia e criteri redazionali che finiscono, per necessità intrinseche alle loro stesse procedure, a magnificare gli aspetti più notiziabili che, come ormai abbiamo imparato, sono sempre anche i più sensazionalistici. Non mi stupisco quindi se la “silenziosa normalità” finisce col rimanere sotto traccia rispetto a eventi negativi che sono episodici, ma allo stesso tempo più notiziabili. Credo tuttavia che l’avvento di strumenti di informazione in tempo reale come la rete “costringano” i giornali a reinventarsi dando più spazio all’approfondimento e perché no, alle inchieste sociali. Ci sarà allora anche maggiore possibilità di mettere in luce la normalità silenziosa. Almeno me lo auguro.

Parliamo degli anziani, della terza età: non assistiamo solo a un dato statistico di longevità anagrafica ma alla riscoperta di potenzialità intellettive, di interessi culturali, di aggregazione, persino di emozioni e di affetti. A volte – però – emergono situazioni di solitudine e di abbandono, di nostalgica emarginazione. Non Le sembra che questa fascia di età meriti maggiore considerazione sociale? Il Coronavirus sta operando una sorta di selezione delle persone più deboli, anziane, ammalate: cosa sta succedendo?

Anche gli anziani sono sempre stati presenti nelle mie riflessioni e nelle mie ricerche. Per esempio sono uno stato uno dei primi, a partire dagli anni ’80, a introdurre la categoria di “anziano attivo”. Credo che l’uscita dal modello fordista e soprattutto dal modo in cui questo finiva per organizzare, socialmente, il ciclo di vita delle persone, possa e per certi versi abbia contribuito a una rivalutazione delle fasi “più mature” del ciclo di vita. Contrariamente a quanto avveniva fino a pochi anni fa, il lavoro non costituisce più l’unico fattore  determinante per la costruzione della propria identità sociale. Le persone che, in virtù della loro elevata età devono abbandonare il lavoro hanno secondo me più strumenti per vivere questa fuoriuscita meno traumaticamente di quanto poteva accadere tempo fa. Se mai un problema diverso per quelle che sono oggi le giovani generazioni è immaginare se e come potranno congedarsi definitivamente dall’attività lavorativa. E’ una questione che, ovviamente, riguarda in prima istanza il futuro del nostro sistema di welfare.

Riguardo all’età, alla sua percezione e costruzione sociale, la società e la cultura contemporanee sembrano porci davanti a un paradosso: gli standard di performatività richiesti a ciascuno di noi, la velocità delle trasformazioni culturali si sono talmente innalzati che oggi, anche se anagraficamente e biologicamente “giovani” è più facile sentirsi “vecchi”. Per questo è fondamentale che gli adulti di oggi non rinuncino a un processo e a un progetto di formazione continua. Sentirsi giovani non è solo un fatto di “freschezza fisica”, ma sempre più anche mentale.

Non dimentichiamo infine che se pensiamo a una peculiare figura di anziani, ovvero i nonni, non possiamo non riconoscere l’importante funzione che ancora svolgono all’interno delle nostre società tardo-capitaliste. Come affermano anche numerose ricerche, la famiglia di origine continua a essere la rete di sostegno fondamentale per le famiglie elettive formate dai figli delle prime.

Anche a tale riguardo, la storia ci insegna che le pandemie hanno sempre colpito soprattutto le persone fisicamente fragili, quali sono emblematicamente gli anziani, in quanto meno in grado di difendersi da questo genere di attacchi. Tale peculiarità, è confermata anche dall’impatto del Covid-19, che registra una marcata prevalenza di contagiati e pure di decessi, proprio tra costoro, che comunque presentano una speranza di vita che tende ad aumentare in maniera significativa.

Ma è opportuno domandarci: come viene considerata questa categoria di persone, in particolare i nonni, più precisamente essi costituiscono una risorsa oppure un peso pressoché inutile che si deve sopportare?

Per rispondere a questo interrogativo, è necessario partire da una constatazione sulla cultura della società contemporanea, che tende a enfatizzare il presente, mentre trascura il passato e cresce l’incertezza nei confronti del futuro, incertezza che si è decisamente accentuata a seguito dell’attuale pandemia. Di conseguenza, questo diffuso orientamento culturale non induce a riconoscere ai nonni una rilevanza significativa nel contesto attuale, proprio perché rappresentano il passato, ritenuto sempre meno rilevante.

Se però prendiamo in considerazione i fatti, cioè le situazioni concrete, si rileva molto chiaramente che i nonni svolgono dei compiti significativi e spesso indispensabili. Infatti, spesso queste persone:

  1. contribuiscono finanziariamente a far fronte alla spesa dei figli e dei nipoti;
  2. svolgono una funzione di supplenza genitoriale nei confronti dei nipoti, contribuendo a quel welfare informale e familiare che costituisce una componente significativa, sebbene scarsamente valorizzata, del sistema di welfare del nostro paese;
  3. consentono, attraverso le indispensabili relazioni intergenerazionali, di assicurare un legame con il passato e quindi con la storia che è essenziale ma che, come precedentemente accennato, oggi è pericolosamente trascurato, con le sue tradizioni e le radici delle popolazioni.

Alla luce di queste tre constatazioni che riguardano rispettivamente aspetti economici, sociali e culturali, i riscontri empirici consentono di rispondere al quesito posto in precedenza – nella concretezza delle situazioni esistenziali, i fatti dimostrano che i nonni costituiscono una risorsa, la quale diventa preziosa in particolare in momenti contraddistinti da notevoli difficoltà e incertezze, come quello attuale.

Si evidenzia pertanto, una contraddizione tra l’oggettiva rilevanza di molti nonni, per cui vanno considerati come risorsa, e quanto poco venga riconosciuto il loro impegno, fino ad arrivare ingiustamente a ritenerli un peso. Di qui il dovere di rivalutare questa particolare ed essenziale categoria di persone per le ragioni che ho sottolineato.

I fenomeni di immigrazione-emigrazione, gli sdoganamenti burocratici ai progetti di vivere e lavorare altrove, le forti spinte ai rimescolamenti etnici, religiosi e sociali ci stanno abituando a nuovi contesti di vita, paventano nuovi pericoli, prospettano nuove opportunità. Si pone un problema di rapporto tra radici, appartenenza e identità da un lato e  melting pot socio-culturale dall’altro. Ci sono tendenze contrapposte: locale versus globale. In quale direzione ci stiamo muovendo, che cosa si può conservare del passato e da che cosa possiamo invece essere travolti per il futuro, oltre le nostre più o meno consapevoli resistenze?

Ritengo che la sfida, anche per il prossimo futuro, sia sempre e sostanzialmente quella di sempre: saper mantenere una posizione di equilibrio. Nelle scienze sociali è divenuto di moda, e ormai quasi irrinunciabile, il concetto di “sostenibilità”. Si tratta di una parola chiave nata all’interno della sociologia dell’ambiente, per indicare quelle forme di sviluppo compatibili con il rispetto dell’ambiente e delle risorse. Penso che si possa utilizzare questo concetto anche metaforicamente in ogni dimensione della vita sociale. Affrontare le sfide del futuro nell’ottica della “sostenibilità” significa allora non farsi paralizzare dalla paura e regredire al sogno di forme di vita “premoderne” come accade per alcune forme estreme di neocomunitarismo, ma allo stesso tempo non perdere nemmeno, in nome del nuovo, il proprio radicamento alla tradizione, al contesto e persino al territorio. Come afferma  Dahrendorf, uno studioso che mi piace spesso citare e al quale mi sono spesso rifatto nei miei lavori, dobbiamo trovare sempre un equilibrio tra le opzioni e le legature. Senza legature, cioè senza dimensioni di appartenenza, le opzioni divengono infatti astratte e spesso anche prive di senso per la persona. Mi permetta solo una parola più “specifica” riguardo alle sfide della società multiculturale: ecco, a questo riguardo ritengo fondamentale che le istituzioni politiche e le differenti culture cerchino di realizzare almeno un “consenso per intersezione”, impegnandosi a costruire, attraverso il dialogo e il confronto, un nucleo valoriale comune.

Mi permetta una domanda ricorrente per tutti gli intervistati, un argomento sul quale credo valga la pena di riflettere più a fondo. Riempiamo la nostra vita di tante cose: parole, acquisti, beni materiali, oggetti, musiche suoni, rumori…. Che spazio lasciamo al silenzio: è solo tempo perso o fonte di equilibrio e ravvedimento?

Come direbbe Giovanni Gasparini, sociologo collega e amico, il silenzio, nelle nostre vite è una dimensione sempre più “interstiziale”. Dobbiamo accontentarci, insomma, di piccoli intervalli di silenzio tra tante inevitabili e assordanti occupazioni quotidiane. Ma è proprio per questa sproporzione tra silenzio e rumore che quando riusciamo a stare un po’ nel primo questo può esprimere una radicalità impensata e portarci a rivedere in maniera significativa anche alcuni aspetti della nostra vita.

E’ poi vero che la nostra vita quotidiana tende a sopprimere il silenzio, ma è vero che in altri casi siamo noi a  volerlo rimuovere e forse proprio per questa sua capacità di agire in profondità sul nostro stesso essere e sulla nostra identità. Perché non utilizziamo mai le nostre vacanze per recuperare un po’ di quiete e silenzio  e preferiamo anche in quelle occasioni lo pseudo-divertimento evasivo, il divertissement o persino portare con noi il lavoro? Solo perché è davvero impossibile farne a meno? Non credo. Il silenzio è fondamentale per riscoprire quella “dimensione contemplativa della vita” di cui il cardinal Martini parlava fin dai primi tempi del suo mandato pastorale a Milano, città molto generosa per quanto riguarda il fare, forse un po’ meno abituata a “meditare”.

Vorrei esprimerLe una personale convinzione chiedendoLe un commento o un’aspra censura: io credo che la madre di tutti i problemi del vivere sociale,  della loro comprensione, del nostro essere ‘individui’ e ‘attori sociali’ consista nella differenza che separa la teoria dalla pratica. Circolano troppe parole e pochi esempi e non è  solo un problema di coerenza morale, di autenticità ma di  doppia identità, di dissociazione tra il dire e il fare. Mi sembra che il mondo di  oggi voglia convincere che conta più apparire che essere. E’ una mia ‘presunzione’?

Apparire ed essere, oppure essere e avere, se vogliamo rifarci a Fromm. Sono sicuramente antitesi capaci di illuminare alcuni fondamentali aspetti del vivere contemporaneo e di farcene comprendere le pericolose derive. L’immagine non può essere in sé il male. Ricordiamoci che Dio ci ha creati “a sua immagine”. Quello che forse dovrebbe preoccupare sono i cliché dai quali oggi ricaviamo le immagini che di noi vogliamo dare.

Goffman affermava che la società altro non è che un palcoscenico sul quale inevitabilmente recitiamo una parte, rappresentiamo una immagine di noi e dei gruppi sociali ai quali apparteniamo. Non è inganno, è un fatto strutturale al relazionarsi  socialmente. In fin dei conti come anche la sociologia di stampo fenomenologico ha mirabilmente illustrato, le nostre relazioni, la loro qualità dipendono sempre dalle immagini che ci facciamo di alter e che alter a sua volta si fa di noi. La vera sfida è allora quella di non fermarsi solo al livello più superficiale di queste immagini, così come saper esercitare un pensiero critico e riflessivo sugli immaginari che ci vengono tramandati e che osmoticamente assorbiamo nella nostra società comunicazionale.

Certo ci sono poi immagini che dovremmo lottare quotidianamente per abolire o per lo meno stravolgere: parlo degli stereotipi, soprattutto di quelli che si frappongono come ostacolo a ogni vivere civile, a ogni processo di integrazione dell’altro e del diverso-da-noi.

Il centro trasformista?

Che il trasformismo sia la nuova cifra della politica italiana è un dato sufficientemente noto per essere ulteriormente approfondito. È appena il caso di sfogliare le migliaia di dichiarazioni di moltissimi esponenti politici che negavano, in modo inflessibile ed intransigente, le alleanze con alcuni partiti – ora e sempre “mai e poi ancora mai” – e poi puntualmente fatte e consacrate per rendersene conto. Ma lasciamo perdere. Cosa fatta capo ha, come si suol dire. 

Semmai, e recuperando una recente riflessione dell’amico Lucio D’Ubaldo su queste colonne, si tratta adesso di capire se un futuro e ringalluzzito nuovo “centro” debba, anch’esso, essere vittima di questa deriva ormai di moda nella cittadella politica italiana. Perchè, in sintesi, se una virtuale “politica di centro”, o “cultura di centro” che sia, coltiva quell’obiettivo credo che le ragioni di un suo potenziale decollo politico ed elettorale siano quasi pari a zero. Del resto, abbiamo già degli esempi concreti al riguardo, anche se non vengono definiti tali. Il piccolo partito personale di Renzi che pratica un “distanziamento” tattico e di puro potere da tutti gli altri partiti, di maggioranza o di opposizione che sia non fa alcuna differenza, rientra perfettamente nell’’orbita di un centro cosiddetto trasformista dove l’unico ed esclusivo obiettivo resta quello di sopravvivere al potere coltivando rapporti ora con gli uni e ora con gli altri ma sempre e solo guardando al proprio “particulare”. Cioè al potere e agli incarichi che di volta in volta può ottenere. 

Ecco, ho voluto fare questo esempio concreto per porre una domanda, che poi è la vera domanda politica, almeno a mio giudizio, quando si parla ancora di una “politica di centro” nel nostro paese. E cioè, una forza di centro nel nostro paese interpreta le alleanze solo in chiave trasformistica – come, ad esempio, il partitino di Renzi – oppure individua nella cultura delle alleanze la chiave per costruire una prospettiva politica ed anche, e soprattutto, un progetto politico di governo? Dalla risposta a questa banale domanda noi riusciremo a capire se il centro è una variabile indipendente nello scacchiere del potere oppure se partecipa con una sua identità politica e culturale alla costruzione, appunto, di un progetto politico. Sotto questo versante, non si tratta di riunificare tutti i cultori del “centro” sotto una unica sigla o nel medesimo cartello elettorale. Molto più semplicemente, si tratta di essere fedeli, o meno, a quel patrimonio di idee, di comportamenti, e di cultura politica e di governo che i nostri predecessori ci hanno trasmesso attraverso il magistero politico di svariati lustri di impegno pubblico nella Democrazia Cristiana prima e poi in altri partiti di provenienza o di ispirazione democratico cristiana. 

Perchè, alla fine, ne va della credibilità del “centro”, ma soprattutto della valenza di una politica riformista e temperata nel nostro paese. E noi cattolici democratici e popolari siamo i primi ad essere interpellati su questo tema e, soprattutto, a dover sciogliere questo nodo.

Angela Merkel affonda il G7 alla Casa Bianca

Il presidente americano Donald Trump ha detto che posticiperà il G7 che voleva tenere a fine giugno alla Casa Bianca, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel ha rifiutato il suo invito a partecipare di persona per la pandemia di coronavirus.

Trump intende organizzarlo ora a settembre. Il presidente americano ha detto che vuole invitare anche la Russia – sospesa dal 2014 per l’annessione della Crimea – e altri paesi come la Corea del Sud, l’Australia e l’India. Un suo consigliere ha spiegato che l’idea sarebbe quella di unire i tradizionali alleati per discutere della Cina, diventata un Paese rivale strategico degli Usa.

Anche se la Cancelliera aveva già fatto sapere che Con Russia e Cina, vuole costruire una “politica estera comune” per l’UE, difendendo l’indipendenza dell’Unione europea ma senza seguire le ‘campane’ di Trump.

La cultura e le arti del nostro tempo

Nessuno può negare che i periodi infecondi per la cultura e le arti, per le grandi realizzazioni della tecnica, delle infrastrutture, della architettura, della economia, corrispondano ai tempi in cui l’uomo perde la cognizione di se stesso, della sua identità, della sua storia, del suo legame con il Creatore. Ad esempio, guardiamo con profondità ed attenzione a questo ultimo ventennio italiano.

Non sono state realizzate grandi opere infrastrutturali, e addirittura si sono trascurate persino quelle costruite in altre epoche nelle necessarie manutenzioni; non si è manifestato un sufficiente rinnovamento nelle numerose arti; le attività economiche e produttive sono indietreggiate a causa del difficoltoso ricambio delle leadership; le tradizioni ed i principi della nostra spiritualità, spina dorsale di ogni popolo, sono vacillanti e privi di sufficienti custodi coraggiosi ed ispirati; la democrazia è alimentata da tossiche contrapposizioni che trascendono i bisogni delle persone. Insomma, per ora, non abbiamo ancora segni che annunciano una fase (che aspettiamo con grande speranza) di ‘riinizio’ che come è sempre accaduto nella storia dell’uomo, si avvera quando ci si riconcilia con il Creatore.

Quando questo avviene, l’uomo forte dello spirito che lo spinge verso il superamento del suo stato, supera ogni ostacolo, viene pervaso da una tale volontà ed intelligenza da ottenere l’ ingegno da cui nascono quelle meravigliose realizzazioni che trasmette alla ruota della storia la energia per girare vorticosamente. In questi giorni mi sono trovato a rileggere l’avvincente storia riguardante la cupola del Brunelleschi del Duomo di Firenze, che proprio quest’anno commemora i sei secoli dall’inizio dei lavori di costruzione.

Ebbene quella cupola, per le conoscenze tecniche di quel tempo, non poteva stare fisicamente in piedi; ma Brunelleschi, ispirato fortemente dai primi segni di rinnovamento dello spirito di quel tempo, la realizzò edificando un’ opera ancora non eguagliata per qualità architettoniche ed ingegneristiche, che nel passare dei secoli nessuno più ha osato sfidare. Ancora adesso i tecnici più ardimentosi del mondo che costruiscono opere analoghe tra le più moderne del mondo, si inchinano alle soluzioni trovate dal genio fiorentino che attraverso vari accorgimenti giunse a dare alla cupola un equilibrio fisico in modo che si reggesse esclusivamente con la sua stessa capacità ‘ autoportante ‘ del peso.

Ebbene, a distanza di tanti secoli, viene ancora studiata per trovare spunti per le attuali moderne realizzazioni. La prodigiosa costruzione di Filippo Brunelleschi infatti, fu senza dubbio il primo più importante segno del risveglio culturale e morale italico, che culminò nel rinascimento italiano che ha ispirato ogni civiltà nel mondo impegnata alla esaltazione dell’ingegno umano.

Ma ritornando a noi, a questo infecondo tempo; quando potremo di nuovo scorgere i segni di una fase nuova della nostra storia che tanti di noi attendono con speranza? Penso che la ruota della nostra storia tornerà a girare quando avremo più coraggio, quando ci ispireremo alle nostre migliori tradizioni, quando sostituiremo il recriminare con la collaborazione e pace con gli altri, quando sapremo sostituire la paura con la speranza, quando abbandoneremo idolatria delle cose futili ed invece riporremo pienamente fiducia nello spirito del Creatore. L’Italia, per rigenerarsi, avrà bisogno di ritrovare se stessa.

Frutta e verdura di stagione: cosa comprare a giugno

Giugno è il mese in cui pesche, ciliegie e albicocche regnano sovrane.

Sono ricche di acqua, hanno poche calorie e aiutano l’organismo a depurarsi, grazie alle proprietà diuretiche e lassative. Anche le ciliegie collaborano allo stimolo della diuresi. Sono ricche di potassio, fibre e magnesio.

Estremamente rinfrescante la frutta è un alleato per i primi caldi. Inoltre, essendo ricca di fibre, aiuta a regolarizzare l’intestino.

Tra le verdure troviamo melanzane, capperi, peperoni, pomodori,cipolla, sedano e le zucchine più gustose. Tra gli ortaggi di giugno ci sono anche i fagioli e i fagiolini, baccelli immaturi del fagiolo, ma con proprietà diverse da quelle dei legumi. Hanno poche calorie, il che li rende adatti ai regimi ipocalorici.

Coronavirus aumenta il rischio della morte post-operatoria

I pazienti sottoposti a chirurgia dopo aver contratto il coronavirus hanno un rischio notevolmente maggiore di morte postoperatoria. E’ quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sul ‘Lancet’, coordinato dall’Università di Birmingham. I ricercatori hanno scoperto che per i pazienti infettati da Sars-CoV-2, in caso di intervento chirurgico, il tasso di mortalità si avvicina a quello di pazienti gravi Covid ricoverati in terapia intensiva. I ricercatori hanno esaminato i dati relativi a 1.128 pazienti provenienti da 235 ospedali, su un totale di 24 paesi partecipanti, prevalentemente in Europa, ma con il contributo anche di ospedali in Africa, Asia e Nord America.

“Normalmente – spiega Aneel Bhangu, Senior Lecturer in Surgery presso l’Università di Birmingham, co-autore dello studio – ci si aspetterebbe che la mortalità per i pazienti con chirurgia minore o elettiva sia inferiore all’1%, ma il nostro studio suggerisce che nei pazienti Sars-CoV-2 questi tassi di mortalità sono molto più alti in entrambi gli interventi chirurgici minori (16,3%) e chirurgia elettiva (18,9%)”.

Dunque i consigli sono di “alzare la soglia di attenzione negli interventi chirurgici durante la pandemia rispetto alla pratica normale e, se possibile, posticipare le operazioni soprattutto nei pazienti già a rischio, ad esempio per l’età avanzata”.

Un nuovo Piano Marshall?

John Maynard Keynes è considerato un maestro del pensiero economico contemporaneo. Ha insegnato – a generazioni di economisti e “policy makers” – come spetti anche agli Stati assicurare un certo livello di attività produttiva e di occupazione, garanzia che non si può lasciare solo alla “mano invisibile” del mercato (come teorizzava invece Adam Smith).

Keynes non è solo un economista, ma è anche colui che ha ricondotto questa disciplina nell’ambito delle scienze sociali. Colui che ha rovesciato, alle soglie della Seconda guerra mondiale, il predominio di un indirizzo dominante negli anni precedenti: cioè una concezione dell’economia che aveva cercato di assimilarla alle «vere scienze», alle scienze della natura. E l’aveva ridotta a una scienza arida e “triste”, al di fuori delle possibilità di comprensione e di attrazione per coloro che volevano, dagli economisti, un aiuto a capire e migliorare le società in cui vivono.

Keynes vinse la battaglia e anche alla sua vittoria teorica è dovuto il mondo di ieri, i quarant’anni di benessere diffuso di cui i Paesi capitalistici e liberali avanzati hanno goduto tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta del secolo scorso. Ma non vinse la guerra e la reazione degli economisti “tradizionali” non si fece attendere a lungo. Oggi, in epoca di Covid 19, che ha mutato profondamente le nostre abitudini di vita e di lavoro, sembra esserci un ritorno d’interesse per il pensiero Keynesiano.

Di questo (e molto altro) si è parlato il 28 maggio scorso nel dibattito sul tema “Un nuovo piano Marshall? La sfida della ricostruzione” promosso dal Domani d’Italia in modalità on-line. Dopo l’introduzione di Lucio D’Ubaldo, è stato di grande rilievo l’intervento di Giovanni Farese, curatore insieme a Giorgio La Malfa del Meridiano Mondadori dedicato proprio a Keynes. Il volume raccoglie numerosi scritti dell’economista britannico (alcuni inediti in lingua italiana) tra cui il saggio “Il costo della guerra” del 1944 che introduce per la prima volta l’idea di una politica dei redditi a sostegno dell’occupazione. Come è stato ricordato, il Piano Marshall (European Recovery Program) prevedeva uno stanziamento di 14 miliardi di dollari, parte in prestiti (loans) e parte in contributi a fondo perduto (grants) per un periodo di quattro anni (1948-1951). Il Piano Marshall indicò agli europei che l’interdipendenza economica poteva essere una soluzione ai conflitti, che avevano caratterizzato a lungo la loro storia. Pur non opponendosi allo sviluppo del commercio internazionale (come richiesto dagli Stati Uniti), la quasi totalità dei Paesi europei beneficiari dell’ERP chiese di poter utilizzare i finanziamenti erogati per l’acquisto di generi di consumo di prima necessità e assai meno per la modernizzazione delle loro economie. In questo senso, l’Italia guidata da De Gasperi “rappresentò un esempio di sobrietà nel panorama europeo”, come ha ricordato Lucio D’Ubaldo. 

Quali sono le lezioni del piano Marshall oggi? La situazione odierna, in Italia e in Europa, è simile a quella sulla quale il dibattito economico ebbe modo di riflettere, ai tempi dell’assetto che le economie liberali e democratiche si diedero a Bretton Woods nel 1944. Come nell’immediato dopoguerra, anche oggi il crollo del reddito, la disoccupazione e la povertà incrinano la coesione sociale di molti Paesi. Il Covid 19 ha ingrossato le fila di un nuovo “esercito industriale di riserva”. E siamo nel mezzo di una rivoluzione tecnologica così veloce e profonda che non riusciamo a capire come sarà organizzata la società del prossimo futuro e se riuscirà a dare lavoro, dignità e reddito a una buona parte dei suoi cittadini.

Dunque un’economia di mercato temperata da interventi pubblici necessari, nel contesto di un ordine politico social-democratico, può aiutare a fronteggiare meglio i problemi attuali. In economia non ci sono leggi ferree che si impongono con la necessità delle leggi naturali e una «discrezione intelligente» può sempre essere preferibile rispetto a «regole stupide». Quando Prodi diceva che il Patto di Stabilità (spazzato via dal Covid 19) è “stupido” si riferiva proprio a Keynes. Una discrezione intelligente, orientata al bene comune, richiede però classi dirigenti capaci di esercitarla. E questo è un problema non proprio trascurabile. 

L’Unione Europea una comunità per il mondo

E’ ormai dagli anni ’80 che assistiamo ad un progressivo e costante deperimento dell’immagine dell’Unione Europea, che da baluardo dei diritti e della pace è diventata la ragione di tutti i mali e facile schermo dietro  il quale le politiche nazionali spesso si riparano. Molte sono le ragioni (crisi economica, invecchiamento  demografico, sempre meno risorse per il welfare state, sfide poste dall’immigrazione), ma è certa una delle
soluzioni: cultura comune.

Infatti una delle cause che ha portato l’Europa alla situazione di crisi attuale è la poca conoscenza che i suoi 500 milioni di cittadini hanno di ciò che per loro l’Unione fa o, ancora meglio, potrebbe fare se gli stati membri tornassero a credere fermamente nelle idee di integrazione e solidarietà.
L’Unione Europea viene oggi percepita solo come una serie di grigi uffici che pongono veti e impongono regole, stando lontani dai bisogni effettivi dei cittadini. Per questo servono politiche di rilancio della figura dell’unione, non come insieme di stati, ma come un complesso di idee, valori e cultura condivisi da tutti.

Infatti, anche se ad oggi circa il 70% degli europei si sente cittadino dell’Unione, in particolare tra i giovani, manca la comprensione di cosa sia questa Unione Europea di cui tanto si parla, ma poco si sa. Ed è forte l’esigenza manifestata dai cittadini europei di sapere qualcosa in più sulle istituzioni sovranazionali che li governano (oltre i 2/3 vorrebbe conoscerne meglio il funzionamento).

Nei piani di studio nazionali, ad esempio, ai giovani difficilmente viene insegnato cos’è l’Unione Europea, se non per merito di alcuni insegnanti che ritengono questo sia – com’è in effetti – un aspetto fondamentale della nostra vita quotidiana.
Cosa vuol dire essere europei? Questa è la domanda alla quale la politica deve saper rispondere se non vuole che oltre 60 anni di libertà e di pace vengano messi in preoccupante discussione.

Come in ogni convivenza, anche l’Unione europea è composta da interessi diversi, ma che in fondo portano tutti al comune obiettivo che per l’Europa è un vanto, ossia avere il migliore sistema di welfare del pianeta. E’ proprio all’esigenza di garantire il maggiore benessere ai cittadini europei che dobbiamo guardare per ritrovare una visione unitaria, che poggi le sue fondamenta su un terreno comune.

Su questo le tante diverse culture e sensibilità degli stati europei stanno trovando un punto di necessaria convergenza, per non fare di questa crisi un elemento che entra dirompente nella vita delle persone distruggendola e facendo nascere solo disgregazione e frammentazione, anche dell’Unione Europea.
Infatti sentiamo in questi giorni delle imponenti misure economiche che grazie all’Unione daranno, anche all’Italia, risorse e liquidità per rendere possibile la ripresa.

L’Europa deve farsi motore di quel cambio di paradigma a lungo discusso nelle economie e nelle società nazionali, che però ha bisogno della potenza europea per essere realizzato.
Le imprese hanno bisogno di una cultura unitaria rinnovata e vicina alla digitalizzazione e alla sostenibilità.
La creazione di valore in questo nuovo mondo, di cui intravediamo ancora solo i contorni, passa soprattutto dalla vittoria di una sfida che vede l’Unione europea come protagonista. Le imprese sono legate indissolubilmente ai loro territori e l’Europa deve essere un unico grande territorio delle opportunità e di uno sviluppo che finalmente diventa sostenibile e vada a scongiurare i pericoli che in modo terribile si sono resi concreti in questa nostra epoca.

L’Europa deve essere un territorio, non un insieme di territori; una visione comune e non una moltitudine di punti di vista che si scontrano periodicamente ad un tavolo; una serie di strumenti finanziati in modo comune e che arrivino laddove si trovano i bisogni dei cittadini.

Un’Europa a misura di persona, che sappia affrontare in modo unito e davvero condiviso le sfide ancora poco chiare che questa crisi ci pone di fronte. Questo si può fare con un welfare unico, grazie a risorse comuni e scelte strategiche. Il Covid-19 non è stato solo un problema: ha portato alla luce alcuni dei nodi politici irrisolti di questa Unione di Governi più che di stati; di diplomazie, più che di persone.

Oggi, davanti ad un dramma globale, abbiamo l’opportunità di ridisegnare la traiettoria che l’Europa vuole avere. La moneta unica ci rende più resistenti alle crisi e lo ha dimostrato, l’area unica di libero scambio ci rende più competitivi. Ora tocca alla politica come sempre il compito più difficile: creare la vera unione che ci renderà più forti

Questa è l’occasione per creare, dopo oltre 60 anni di pace, i presupposti per una ripresa che sia qualità della vita per 500 milioni di persone e un esempio di comunità per il mondo.
Per far sì che questo diventi realtà, non dobbiamo chiederci come sarà il futuro ma come vogliamo che sia il futuro. Perché se c’è qualcosa che dobbiamo imparare da questa esperienza terribile è l’importanza di avere un’idea del domani, un binario che si costruisce insieme e sul quale ci mettiamo in cammino uniti.

Abbiamo bisogno ora, di un cambio di paradigma, di una visione che non guardi da qui alla fase 3, 4 o 5 ma da qui ai prossimi 20 anni. Sappiamo tutti che non si può usare una vecchia mappa per scoprire una terra nuova. E quindi dobbiamo creare una nuova realtà che deve partire da una visione del mondo rinnovata, per filosofia di attività politica e per capacità strategica di gestione dei territori e delle istituzioni. E dobbiamo
farlo tutti’ uniti e insieme.

31 Maggio, Giornata mondiale senza tabacco 2020 Un “vizio universale” da combattere per salvare vite umane!

In Italia  “c’è sempre più salute che va in fumo . “ I  morti causati dalle “bionde”, cioè attribuiti al consumo di fumo sono circa 90 mila, (il 14% di tutte persone decedute nel nostro Paese), come se fosse cancellata, in un anno, la popolazione di una  città come Pistoia, Guidonia o Catanzaro. Attualmente nel mondo le vittime del fumo sono oltre 7 milioni. Questi numeri,  che interessano, uomini e donne, come fumatori di sigarette di tabacco e come fumatori passivi, (cioè coloro che respirano il fumo degli altri)  dovrebbero essere meglio conosciuti e compresi, per capire la pericolosità e le conseguenze di un “ vizio universale.”

Infatti, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, Agenzia specializzata dell’ONU, fondata nel 1946,con  sede a Ginevra, e     195 Paesi aderenti), ritiene che il fumo di tabacco rappresenti la seconda causa di morte al mondo e la principale causa di morte evitabile. Si calcola  oltre ai milioni di persone che perdono la vita ogni anno per tabagismo,  oltre 800.000, sono non fumatori, cioè quelli esposti al fumo passivo. Il fumo uccide, sul nostro pianeta, una persona ogni 6 secondi ed è a tutti gli effetti un’epidemia fra le peggiori, mai affrontate a livello globale, entro il 2030 i decessi per fumo potrebbero  raggiungere il numero di 8 milioni all’anno.

Qual’è oggi la situazione nel nostro Paese  rispetto al tabagismo? Sono 11,6 milioni i fumatori in Italia e rappresentano il 22% della popolazione, un milione in meno del 2005, anno in cui entro in vigore la legge Sirchia, che vietava il fumo nei luoghi pubblici, gli ex fumatori sono il 12,1% degli abitanti e i non fumatori il 65,9%. La prevalenza più alta di fumatori di sesso maschile si registra nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 44 anni (36,3%), mentre nella fascia 45 – 64 anni si registra la prevalenza più alta di donne (22,9%). Oltre i 65 anni troviamo le prevalenze più basse in entrambi i sessi. Rispetto all’area geografica, la prevalenza di fumatori è più alta al Sud in entrambi i sessi: 30,2% negli uomini, 22,4%nelle donne. Un dato particolarmente preoccupante riguarda la fascia di età tra i 15 e i 24 anni, in cui fuma il 20,9% dei maschi e il 16% delle femmine, dati che l’ISS (Istituto Superiore di Sanità) evidenzia nelle sue periodiche rilavazioni.

Gli indicatori, delle nuove tendenze del fumo in Italia, evidenziano che gli utilizzatori abituali e occasionali di sigarette elettroniche sono circa 900 mila, di questi l’80,1% sono fumatori, dunque consumatori duali che fumano sigarette tradizionali e contemporaneamente l’e.cig (sigaretta elettronica). Per quanto riguarda le sigarette a tabacco riscaldato, vengono utilizzate abitualmente o occasionalmente dall’1,1% della popolazione italiana, circa 600 mila  persone, con un incremento più che triplicato dal 2015 (18,9%) al 2019 (67,3%). Relativamente alla percezione del rischio per la salute dall’uso di questi prodotti, si osserva che sebbene la maggioranza dei fumatori (il 55,8%) ritenga che essi siano dannosi al pari delle sigarette tradizionali tradizionali, il 25,3% di essi ritiene che la sigarette a tabacco riscaldato siano meno dannose delle sigarette tradizionali. 

Infine è utile ricordare,  che in questa fase di emergenza sanitaria nel mondo, per l’OMS, i fumatori sono probabilmente più vulnerabili al COVID – 19, in quanto l’atto del fumo fa si che le dita (ed eventualmente le sigarette contaminate) vengono a contatto con le labbra, aumentando la possibilità di trasmissione del virus dalla mano alla bocca. Secondo alcuni studi, i fumatori positivi all’infezione al momento del ricovero per coronavirus, presentano generalmente una situazione clinica più grave dei non fumatori e maggiore probabilità di aver bisogno della terapia intensiva e di ventilazione meccanica. 

La conoscenza degli effetti sulla salute dell’uomo, di questo “vizio universale”, ha determinato che ogni anno, il 31 maggio, l’OMS e i partner di tutto il mondo celebrano la Giornata mondiale senza tabacco, evidenziando i rischi per la salute associati al consumo di tabacco e con lo scopo di incoraggiare le persone, ad astenersi per almeno 24 ore, dal consumo di tabacco, invitandole a smettere di fumare in via definitiva.

La “Giornata” è stata indetta per la prima volta dall’OMS il 7 aprile 1988, in concomitanza con il 40° anniversario della sua fondazione. Da allora è stata accolta con crescente interesse da parte dei governi, organizzazioni sanitarie e opinione pubblica.

Ogni anno è stato scelto uno slogan per caratterizzare la ricorrenza, tra questi si ricordano alcuni: “Tabacco o salute:scegli la salute” nel 1988; “Luoghi pubblici e trasporto: meglio essere liberi dal tabacco” nel 1991; “Il tabacco uccide, non farti ingannare” nel 2000; “Tabacco e povertà, un circolo vizioso” nel 2004; “Gioventù senza tabacco” nel 2008; “Bandire la pubblicità, la promozione e gli sponsor legati al tabacco” nel 2013, “La tassazione dei prodotti del tabacco” nel 2014.

Il tema scelto, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per celebrare la “XXXII Giornata” in questo 31 maggio 2020, è: “Il segreto è svelato ”, con l’obiettivo di informare soprattutto i giovani,  e viene ricordato che: “ Il fumo non è responsabile solo del tumore del polmone, ma rappresenta anche il principale fattore di rischio per le malattie respiratorie (tosse, catarro, bronchiti ricorrenti, asma, ecc.) e cardiache (ipertensione, ictus, infarto, ecc.) che possono limitare le attività della vita quotidiana.

Un individuo che fuma per tutta la sua vita, ha il 50% di probabilità di morire per una patologia direttamente correlata al fumo. In questi anni, a livello sia nazionale che internazionale, si stanno sempre più sviluppando interventi di prevenzione e di cura per affrontare “questa epidemia” o “vizio universale” in modo complessivo, con informazioni mirate a questo grande traguardo di ridurre il consumo di tabacco, che significa salvare vite umane. 

Infatti la campagna e gli obiettivi della “Giornata 2020” sono: “ Sfatare i falsi miti e far emergere il concetto di manipolazione, in particolare attraverso la pubblicità dei nuovi aromi e nuovi prodotti; Fornire ai giovani informazioni sulle tecniche usate dalle aziende per agganciarli e predisporli verso il consumo; Consentire agli influencer (nella cultura, sui social, a casa o a scuola) di difendere i giovani e  favorire il cambiamento.” .

Queste indicazioni sono nella sostanza quelle di  contribuire a proteggere le generazioni presenti e future, non solo dalle conseguenze devastanti per la salute, ma anche dalle piaghe sociali, ambientali ed economiche causate dal consumo di tabacco e dall’esposizione al fumo passivo.

Questo è il senso e le finalità della “Giornata mondiale senza tabacco”. Un  vecchio proverbio romano, dell’altro secolo, che oggi non si usa quasi più, ( anche se i proverbi sono  la saggezza dei popoli) sosteneva che: “ Il fumo fa male, alla tasca e alla salute”.

Quel proverbio, forse era ed è ancora  vero, anche oggi!

Air France e Klm volano verso l’Italia

Air France-Klm riprenderà i voli verso l’Italia a partire dal primo giugno. Lo ha reso noto il gruppo franco-olandese. Il traffico riprenderà progressivamente verso Roma, Milano, Firenze, Napoli, Bari, Bologna e Venezia.

Come riferisce ill quotidiano “Ouest France”, l’azienda prevede di arrivare a fine giugno a 78 voli settimanali tra le compagnie Air France e Klm. La ripresa del traffico “nel Bel Paese é motivo di grande fierezza per noi e conferma l’importanza del mercato italiano per il gruppo Air France-Klm”, ha detto Stefan Vanovermeir, direttore generale della società per il Mediterraneo orientale.

Fase 2, via libera a 7 mln di italiani in vacanza a giugno

Via libera a 7 milioni di italiani che scelgono il mese di giugno per andare in vacanza che quest’anno per la quasi totalità sarà Made in Italy, anche per i vincoli posti alle frontiere da molte mete tradizionali come la Grecia. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti in riferimento alla libertà di sconfinamento tra regioni a partire dal 3 giugno che è destinata ad avere un rilevante impatto economico ed occupazionale sul turismo duramente colpito dall’emergenza coronavirus.

Se la presenza straniera in Italia rappresenta comunque una pesante incognita, la speranza – sottolinea la Coldiretti – viene infatti riposta sul 40% di italiani che preferiva viaggi all’estero e che quest’anno potrebbe decidere, per forza o convinzione, di rimanere nel Belpaese secondo l’Enit. Una opportunità per il turismo nazionale dopo che – sottolinea la Coldiretti – durante gli ultimi tre mesi ammontano a 81 milioni le presenze turistiche perse per effetto del lockdown che ha azzerato i flussi dei viaggiatori a partire da marzo che segna tradizionalmente il rilancio stagionale con il susseguirsi di occasioni di vacanza tra le festività di Pasqua, Festa della Liberazione, 1 maggio e Pentecoste, rilevante soprattutto per gli arrivi dall’estero. L’impatto economico fra marzo, aprile e maggio è stato drammatico con l’azzeramento della spesa turistica nel trimestre e una perdita stimata dalla Coldiretti in quasi 20 miliardi di euro per l’alloggio, la ristorazione, il trasporto e lo shopping.

A pagare il conto più salato è l’alimentare con il cibo che – sottolinea la Coldiretti – è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa 1/3 della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche. La ripartenza turistica della ristorazione si ripercuote a valanga sul sistema produttivo industriale ed agricolo, Made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. Il cibo – continua la Coldiretti – è diventato il vero valore aggiunto della vacanza Made in Italy con l’Italia che è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa con 299 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale.

Senza dimenticare – continua la Coldiretti –le oltre 24 mila aziende agrituristiche italiane che rappresentano tradizionalmente una meta privilegiata delle vacanze a giugno e che,  spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse – sottolinea la Coldiretti – i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche e con l’arrivo della bella stagione sostenere il turismo in campagna significa evitare il pericoloso rischio di affollamenti al mare o nelle città. Non è un caso che – conclude la Coldiretti – delle 43.399 denunce di infortunio da Covid-19 al lavoro registrate dall’Inail appena lo 0,06% riguarda l’agricoltura dove nelle 730mila imprese italiane non si è peraltro mai smesso di lavorare per garantire le forniture alimentari alla popolazione, secondo l’analisi della Coldiretti sulla base delle denunce complessive di infortunio pervenute all’Inail tra fine febbraio e il 15 maggio 2020.

Comuni di frontiera, la Svizzera non riapre i valichi

Si rinnovano preoccupazioni e appelli dei Comuni di frontiera. La decisione adottata dal Governo svizzero di non riaprire le frontiere con l’Italia non fa che aumentare timori e ansie, non solo dei lavoratori frontalieri, ma anche dei Comuni e delle attività economiche.

«La decisione del Governo federale di non riaprire le frontiere e lo stato d’incertezza che ne deriva mi hanno spinto, assieme ai presidenti di Comunità Montana, a scrivere ai nostri rappresentanti politici affinché si adoperino per una rapida e certa definizione dei tempi di riapertura – dichiara Massimo Mastromarino, Sindaco di Lavena Ponte Tresa e presidente di Acif, l’associazione dei Comuni di frontiera – Vi chiediamo – prosegue poi Mastromarino – di porre in essere tutte le azioni affinché si concordino tempi certi per il ricongiungimento familiare e la riapertura delle frontiere stesse».

Nasce la Fondazione Oms

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha accolto con favore la creazione della Fondazione Oms, un’ente indipendente che concede sovvenzioni e che supporterà gli sforzi dell’Organizzazione per affrontare le sfide sanitarie globali più urgenti.

Con sede a Ginevra, la Fondazione supporterà l’Oms attraverso la raccolta di fondi da privati e partner di fiducia, al fine di raggiungere gli obiettivi del “triplo miliardo” presenti nel piano strategico quinquennale dell’Oms, questi obiettivi mirano a: proteggere 1 miliardo di persone dalle emergenze sanitarie; estendere la copertura sanitaria universale a 1 miliardo di persone; e assicurare una vita sana e il benessere di 1 miliardo di persone entro il 2023.

La Fondazione, legalmente separata dall’Oms, faciliterà i contributi del grande pubblico, dei principali donatori e dei partner aziendali dell’Oms e dei partner di fiducia per realizzare programmi di grande impatto. Il suo obiettivo è aiutare ad ampliare la base di donatori dell’Oms e lavorare per finanziamenti più sostenibili e prevedibili.

La pratica del trasformismo.

Il trasformismo, come quasi tutti sanno, è la nuova cifra della politica italiana. Tutti i passaggi cruciali, a cominciare dal post elezioni del marzo 2018, lo hanno ampiamente confermato. Al di là dei pronunciamenti ufficiali dei vari capi e capetti dei partiti, quello che conta rilevare è la radicale dissociazione tra ciò che viene ripetutamente detto in pubblico e ciò che viene sistematicamente poi praticato concretamente. Appunto, un’operazione squisitamente trasformistica. Di qui la caduta di credibilità dei partiti e dei politici. Al punto che, come ha scritto recentemente Alessandra Ghisleri, la credibilità dei politici è oggi appena sopra il 4%, qualche decimale in più rispetto alla stagione in cui il capo dei 5 stelle Beppe Grillo inveiva, insultava e demoliva nelle piazze tutti i partiti, tutti i politici e tutta la politica italiana. Nel lontano 2008. Facendo di tutta l’erba un fascio. E la situazione di oggi è sostanzialmente uguale a quella stagione, seppur con caratteristiche diverse. 

Ora, si tratta di capire se i comportamenti concreti dei politici da un lato e le strategie politiche dei partiti dall’altro, soprattutto sul versante delle alleanze, saranno dominate esclusivamente dalla pratica trasformistica o meno. Che nel nostro paese, va pur detto, ha sempre attecchito anche se in misura circoscritta e delimitata. Ma da quando i partiti si sono trasformati in puri cartelli elettorali alle dirette dipendenze del capo e, in particolare, le prospettive politiche sono funzionali esclusivamente a ragioni di convenienza e di tatticismo di potere, è del tutto scontato che la politica perde credibilità, autorevolezza, prestigio e qualità. Ma, appunto, adesso si tratta di sciogliere il nodo decisivo. E cioè, o la politica vuole recuperare credibilità e autorevolezza oppure decide di appaltare il suo futuro al solo potere, a prescindere da tutto il resto. Se si persegue la prima strada è del tutto evidente che alcuni ingredienti saranno fondamentali. Competenza, radicamento territoriale, cultura politica, rigore morale e una precisa strategia politica. Caratteristiche di una politica che appare formalmente archiviata e consegnata alla storia ma che, invece, conserva tuttora una bruciante attualità e modernità. Semprechè non si elevi il trasformismo a regola di comportamento politico e personale. Se, al contrario, dovessero prevalere i criteri che ispirano e disciplinano l’ideologia trasformistica, è chiaro che la politica sarebbe destinata a ridursi a pura merce di scambio sganciata da qualsiasi tensione ideale e proiettata esclusivamente al raggiungimento e alla conservazione del potere. 

Molto semplicemente, è questa la vera sfida politica da affrontare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Certo, in un clima di ricostruzione tutto è più difficile e più complesso. Perchè dopo la terribile emergenza sanitaria che ci ha travolti, ricostruire la politica non sarà una operazione nè semplice nè facile. Ma la sfida vera resta tutta sul campo. E cioè, o si ricostruisce la credibilità della politica oppure la politica verrà sacrificata sull’altare della convenienza, della superficialità, del pressapochismo e della povertà culturale ed ideale. Si tratta di scegliere. Con intelligenza, coerenza e coraggio. 

Minneapolis, Stati Uniti

Articolo pubblicato sulla rivista Atlante della fondazione Treccani a firma di Mattia Diletti

Mercoledì abbiamo dedicato la newsletter di AtlanteUSA2020 a George Floyd, l’ultimo di una lunga serie di afroamericani morti, da disarmati, per mano della polizia. Negli ultimi 20 anni è accaduto altre 21 volte, quasi sempre nell’ultimo decennio. Michelle Bachelet ‒ ex presidente del Cile e ora alto commissario dell’ONU per i diritti umani ‒ è intervenuta ieri ufficialmente chiedendo agli Stati Uniti di adottare misure adeguate a contenere il fenomeno. L’ha definita «l’ultima di una lunga serie di omicidi di afroamericani disarmati commessi dalla polizia americana o da privati cittadini» per i quali gli Stati Uniti «dovrebbero assicurare giustizia». Dice l’alto commissario: «Le procedure devono cambiare, devono essere messi in atto meccanismi di prevenzione e, soprattutto, i funzionari di polizia che ricorrono a un uso eccessivo della forza dovrebbero essere accusati e condannati per i crimini commessi». E poi: «accolgo con favore il fatto che le autorità federali abbiano annunciato l’avvio immediato delle indagini (…), ma in troppi casi, in passato, tali indagini hanno portato alla giustificazione degli omicidi per motivi discutibili, oppure a comminare sanzioni solo di tipo amministrativo». E per chiudere: «il ruolo che la discriminazione razziale, radicata e pervasiva, svolge in tali atti deve essere pienamente esaminato, adeguatamente riconosciuto e affrontato». La morte di George Floyd è divenuta un fatto politico globale. Però è anche un fatto politico molto locale. La reiterazione della violenza della polizia su afroamericani disarmati la trasforma in un fatto nazionale, ma vale la pena parlare di Minneapolis: un piccolo laboratorio politico sconvolto da un fatto di sangue, il secondo in 5 anni. Nel 2015 un altro afroamericano, Jamar Clark, è morto per mano della polizia: a suo dire Clark, da terra, avrebbe tentato di impadronirsi della pistola di un poliziotto.

Minneapolis, però, è una città che possiede antiche radici progressiste e operaie (sorge lungo il Mississippi, e forma un’unica area metropolitana con la città di Saint Paul, che si trova esattamente sull’altra riva del fiume). Il Partito democratico, in città, è al potere ininterrottamente dal 1978; lo Stato ‒ il Minnesota ‒ vota senza soluzione di causa per un candidato presidente democratico dal 1976 (nessun altro Stato del Paese ha una storia elettorale così stabile). Il partito si chiama in realtà Minnesota Democratic-Farmer-Labor Party, da quando ‒ a metà degli anni Quaranta ‒ il Partito democratico e il Farmer-Labor Party si fusero in un’unica entità politica, federata con il Partito democratico nazionale: uno degli artefici della fusione fu Hubert Humphrey, il futuro vicepresidente di Lyndon Johnson (ed ex sindaco di Minneapolis, ma anche quello della famigerata Convention di Chicago del 1968).

Qui l’articolo completo 

Solo 9 Regioni hanno un piano per i pazienti con Covid in fase 2

A distanza di 7 giorni dall’ultimo aggiornamento, sembrerebbe che nessuna Regione abbia emanato delibere o atti relativi alla riorganizzazione dell’assistenza ospedaliera per la fase 2. Rimangono 9 le Regioni che hanno definito, seppure con diverso grado di dettaglio, l’assetto della rete ospedaliera per il Covid-19 nella fase 2″. Lo evidenzia il nono Instant Report Altems, l’Alta scuola di economia e management dei servizi sanitari dell’Università Cattolica, campus di Roma.

Permane quindi la forte differenziazione tra il Centro-Nord e il Sud del nostro paese. Infatti, al momento solo la Sicilia sembrerebbe aver definito le modalità organizzative per l’assistenza ospedaliera da dedicare ai pazienti affetti da coronavirus.

In riferimento alle Linee di indirizzo per la ripresa delle attività ospedaliere ed ambulatoriali non legate all’emergenza Covid-19, ad oggi l’85% delle Regioni Italiane ha definito pratiche e raccomandazioni che stanno consentendo di far ripartire l’attività ambulatoriale e chirurgica in elezione, sospese durante la fase 1 dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19.

Economia: Istat, prezzi al consumo a maggio in lieve diminuzione.

Secondo le stime preliminari, nel mese di maggio 2020 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra una diminuzione dello 0,1% sia su base mensile sia su base annua (la variazione tendenziale era nulla nel mese precedente).

La flessione tendenziale dell’indice generale dei prezzi al consumo è imputabile prevalentemente alla dinamica dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati, che accentuano il loro calo (da -7,6% a -12,2%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici registrano una lieve accelerazione rispettivamente da +0,8% a +0,9% e da +1,0% a +1,1%.

Anche la flessione congiunturale dell’indice generale è dovuta per lo più alla diminuzione dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (-4,2%), solo in parte compensata dall’aumento dei prezzi dei prezzi dei Beni alimentari (+0,7%).

L’inflazione acquisita per il 2020 è pari a zero per l’indice generale e a +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona accelerano lievemente la crescita da +2,5% a +2,6% mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto registrano una variazione tendenziale nulla (da +0,8% di aprile).

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una diminuzione dello 0,2% sia su base mensile sia su base annua (da +0,1% del mese precedente).

Le cavallette devastano la Sardegna

Milioni di cavallette stanno devastandoettari e ettari di terreno in Sardegna nella provincia di Nuoro dove una marea dei famelici insetti assedia le case e fa strage di pascoli e raccolti divorando foraggio, grano, erba medica e quanto trovano durante la loro avanzata. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti su una vera e propria “catastrofe biologica” che sta colpendo in particolare la Valle del Tirso, nel centro della regione, nei comuni di Ottana, Sarule, Orani, Escalaplano, Orotelli e. Bolotana che stanno deliberando lo stato d’emergenza.

Secondo la Banca Mondiale, l’invasione di locuste del 2020 è la più massiccia degli ultimi 70 anni: ha già toccato 23 paesi tra Africa orientale, Medio Oriente e Asia e sta minacciando in modo molto serio l’agricoltura e si teme che in molti Paesi l’insicurezza alimentare possa aggravarsi, nel mezzo dell’emergenza causata dal coronavirus.

A favorire l’invasione nelle diverse parti del globo sono stati i cambiamenti climatici con caldo torrido che favorisce il moltiplicarsi dei famelici insetti. L’inverno mite e la scarsità di pioggia con precipitazioni praticamente dimezzate, in un 2020 che – sottolinea la Coldiretti – si classifica come il più caldo dal 1800 con temperature superiori di 1,41 gradi rispetto alla media, hanno favorito anche in Italia la comparsa delle orde devastatrici. Le condizioni climatiche agevolano uno sviluppo anomalo di questo insetto con “invasioni bibliche” che, ricordando quelle del passato, causano gravissimi danni alle campagne ma possono raggiungere anche le città. Infatti essendo polifaghe– sottolinea la Coldiretti – le cavallette colpiscono non solo le coltivazioni in campo, ma anche orti e giardini.

Una situazione che – denuncia la Coldiretti – sta mettendo in ginocchio un centinaio di aziende con molti agricoltori costretti ad anticipare il raccolto o addirittura a destinarlo ad alimentazione degli animali.

L’unica speranza è nei predatori naturali, come gli uccelli che potrebbero aiutare a contenere le popolazioni di locuste che dalle terre incolte, abbandonate a causa della crisi delle campagne per i prezzi dei prodotti agricoli sotto i costi di produzione, partono all’assalto dei raccolti devastando tutto quello che trovano sul loro cammino. Una vera e propria emergenza che – conclude la Coldiretti – si abbatte sulle imprese agricole colpite anche dalla crisi economica generata dal coronavirus con 6 aziende su 10 (58%) che hanno registrato una diminuzione dell’attività.

Un portale unico dedicato al Superbonus al 110%

Il Governo prepara un portale unico dedicato al Superbonus al 110% che conterrà tutti i documenti e le informazioni utili ad attivare questa misura. Destinatari saranno operatori, tecnici e cittadini ai quali sarà spiegato in maniera semplice e chiara come si possa usufruire del Superbonus e svolgere i relativi lavori. Intenzioni confermate dalle parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, nel suo intervento al convegno telematico dell’Associazione nazionale dei costruttori edili, intitolato “Superbonus al 110%: case verdi e sicure per città sostenibili”

“Lavoriamo col Mise, con l’Agenzia delle Entrate, con Mef – ha detto – per creare un portale unico e spiegare a operatori, tecnici e cittadini come si possano svolgere i lavori, come si possa usufruire del superbonus. Lì caricheremo linee guida, circolari e tutti i documenti. La pianificazione per giungere nell’era della transizione energetica – ha infine concluso Fraccaro – è lo strumento principale che intendiamo adottare”.

Il Governo, inoltre, sta valutando anche l’estensione fino al 2022 della durata del Superbonus 110%, consentendo in tal modo un periodo più lungo al suo utilizzo esteso ad abbattimento e ricostruzione, sempre nell’ottica della sostenibilità ambientale e ipoteticamente sfruttando la destinazione di una parte del “Recovery Fund”, il “Fondo per la Ripresa”, ovvero il nuovo piano di aiuti finalmente annunciato dalla Commissione Ue. Ricordiamo, tuttavia, che attualmente questo incentivo, da ripartire in 5 quote annuali di pari importo, riguarda le spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021. Gli interventi detraibili devono essere eseguiti su condomini oppure singole unità immobiliari adibite ad abitazione principale o su Istituti autonomi case popolari (IACP).

I Comuni battono cassa, ma la cassa è vuota.

Il linguaggio mantiene un certo stile aggraziato, ma la concretezza delle rivendicazioni è ruvida. I sindaci delle grandi città vogliono più soldi e più poteri. E non badano ai dettagli delle forme, vanno al cuore della sostanza: chiedono a Conte di mettere da parte belle parole e generiche promesse. Ieri il Presidente del Consiglio ha sfoderato le armi della diplomazia, cercando di arginare la nota irruenza di Brugnaro o la meno nota determinazione della Raggi, senza però riuscire nell’impresa di rabbonire i suoi interlocutori.

In un comunicato molto asciutto, a riprova delle difficoltà registrate nel corso della riunione via web, il sindaco di Bari e presidente dell’Anci ha riassunto in poche righe le richieste dei primi cittadini.“Abbiamo presentato al presidente Conte – ha detto Decaro – cinque punti fondamentali su cui chiediamo l’impegno del governo: riconoscimento del ruolo dei sindaci nell’attuazione di politiche per la ripresa attraverso l’assegnazione diretta di fondi per cultura, turismo, mobilitò e welfare; altri 3 miliardi, oltre i 3 assegnati nel DL rilancio, per chiudere i bilanci compensando le minori entrate di questi mesi; flessibilizzazione delle regole relative ai vincoli finanziari, norme straordinarie per la gestione degli squilibri di bilancio per il 2020; sospensione dei piani di rientro per tutti i Comuni per il 2020 e dei procedimenti riguardanti la verifica dei piani di riequilibrio pluriennali; regole semplificate e poteri commissariali per la realizzazione di alcune opere  prioritarie e urgenti”.

Il confronto si è ridotto alla questione finanziaria, essendo il resto poco fattibile. Qualora, infatti, si pensasse di attribuire ulteriori poteri e competenze direttamente ai sindaci metropolitani, si dovrebbe procedere alla contestuale riduzione del ruolo delle Regioni. Impossibile, se non a pattto di cambiare la Costituzione. Ma ci sono i fondi per aiutare i sindaci? Conte ha dovuto prendere tempo. Nel decreto appena varato, quello dei 55 miliardi destinati alla ripresa, non ci sono spazi di revisione: a chi togliere i 3 miliardi che servirebbero a rimpinguare le casse comunali? È molto difficile, se non impossibile dirlo. Per questo il presidente del consiglio ha dovuto fare spallucce e dare appuntamento a un nuovo decreto.

Per adesso è tutto in alto mare.

Lezioni all’aperto, lavori di gruppo e ingressi scaglionati. Ecco il piano per tornare a scuola.

Il Governo ha ricevuto dal Comitato tecnico-scientifico istituito per l’emergenza coronavirus il documento con le misure per il rientro a settembre.

L’obiettivo di tutti è “tornare a scuola in presenza, ma anche e soprattutto in piena sicurezza”, ha sottolineato la ministra Lucia Azzolina: “Il Governo è al lavoro per riportare tutti gli studenti in classe. Questo documento è la cornice in cui inserire il piano complessivo di riapertura: poche semplici regole, soluzioni realizzabili che ci permetteranno di tornare tra i banchi in sicurezza”.

Un momento importante per i genitori e per le scuole che da settembre potranno riaprire ai studenti.

Nel documento che segue tutte le novità per il settore scuola.

DOCUMENTO-TECNICO-SULL’IPOTESI-DI-RIMODULAZIONE-DELLE-MISURE-CONTENITIVE-NEL-SETTORE-SCOLASTICO

Usa, Trump ha firmato il decreto contro i social

E’ stato firmato dal presidente americano Donald Trump l’ordine esecutivo sui social media che prevede l’eliminazione dell’immunità legale nel caso di cause legate ai contenuti. Una mossa destinata ad innalzare il livello di scontro con le società di social media dopo che Twitter ha inaugurato la funzione di fact checking dei tweet più controversi del presidente.

La portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany aveva annunciato il provvedimento anche se non era stato diffuso alcun dettaglio attraverso i canali ufficiali.

Da parte sua, il Ceo di Twitter, Jack Dorsey, in tre tweet aveva annunciato che “continueremo a segnalare informazioni errate o contestate sulle elezioni a livello globale”. I tweet di Trump, ha continuato il capo del social, “potrebbero indurre le persone a pensare erroneamente che non è necessario registrarsi per ottenere una scheda elettorale”.

Nell’ordine esecutivo si incoraggia anche la Federal Trade Commission, la commissione federale per il commercio, a valutare le denunce di parzialità politica rivolte da singoli cittadini ai social media per stabilire se costituiscano “pratiche commerciale ingiuste o ingannevoli”.

Le parole di Donald Trump non sono piaciute nemmeno all’inventore di Facebook, Mark Zuckerberg. che ha dichiarato: “Non mi sembra una giusta reazione da parte del governo censurare una piattaforma perchè si è preoccupati della censura“.

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Germania, Ric Grenell, lavorerà nella campagna elettorale di Donald Trump

Grenell è un fedele alleato di Trump che recentemente si è dimesso da direttore a interim dell’intelligence nazionale.

La nomina arriva in un momento in cui Trump è in calo nei sondaggi a livello nazionale e in alcuni Stati chiave per le elezioni generali.

Non è chiaro quale sarà il suo ruolo o se lavorerà dal quartier generale della campagna nella Virginia del Nord. La cosa certa è che Grenell è stato visto entrare alla Casa Bianca martedì pomeriggio, poco dopo che la campagna di Trump aveva annunciato la promozione del consigliere politico senior Bill Stepien come vice direttore della campagna.

Intanto, mentre si appresta a lasciare l’incarico nei prossimi giorni, in un’intervista rilasciata al quotidiano “Handelsblatt”, Grenell ha criticato Berlino in particolare riguardo al progetto Nord Stream 2, il gasdotto in realizzazione tra Russia e Germania attraverso il Mar Baltico. L’ambasciatore Usa a Berlino ha dichiarato che la Germania “deve smetterla di dar da mangiare alla bestia”, ossia alla Russia, “mentre non paga abbastanza per la Nato”.

Gli oscar della letteratura 2020: le nominations.

Nel mondo del cinema le nomination degli Oscar, i più importanti premi al mondo per il cinema, nel 2019 sono arrivati alla loro 91ª edizione. Sono assegnati dalla Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che riunisce circa ottomila professionisti del settore. La “notte degli Oscar”, è la serata in cui viene assegnato un premio ambito e seguitissimo tanto dagli attori e dai registi quanto dai fans. Le categorie degli Oscar del cinema sono ventiquattro; ma a differenza dei Golden Globe, gli Oscar premiano solo i film (non le serie), ed assegnano i premi tecnici (trucco e fotografia, per intenderci). Anche il mondo dei libri ha i suoi premi e le sue serate di gala, com’è giusto che sia. In un Paese come l’Italia in cui si legge sempre meno non vengono tuttavia ignorati i talenti che, di anno in anno, scalano le classifiche letterarie. 

Il Premio Internazionale “Golden Books Awards” 2020,  l’ “oscar della letteratura” in Italia, anche quest’anno ha selezionato un gruppo di autori, ritenuti nel panorama italiano coloro che si sono distinti per particolari meriti artistici e mediatici nell’ultimo anno. Gli “oscar” della letteratura del 2020 verranno assegnati nel maestoso “Hotel Terminus” di Napoli, quando allo spoglio delle buste da parte del giornalista Andrea Pressenda (Sky) verranno letti i nomi dei vincitori, ognuno nella propria categoria di merito. Il premio, promosso dall’ “Accademia degli Artisti”, vedrà come Ospite d’Onore il celebre scrittore Fabrizio Caramagna. Saranno inoltre presenti nella distribuzione dei premi l’attore Giovanni Caso, il poeta Roberto Colonnelli, Alessandro Ginori, ed il Cav. Giuseppe Barra del Centro culturale Studi storici di Eboli. Le nomination valgono per le seguenti categorie: Premio Assoluto, premio alla Critica, alla Cultura, alla Letteratura, alla Trama, all’ Alto Merito Narrativo e Premio della Giuria. 

Nella lista testuale delle Nomination all’ambita Statuetta Oscar sono stati menzionati numerosi scrittori. Tra i candidati all’oscar: Luciano Varnadi Ceriello con “Il segreto di Marlene”; Stefania Divertito con “Cernobyl Italia”; Giorgio Venturini con “Il cielo e un migliaio di stelle”; Lelia Bice Zanardelli con “Lager 33”; Giannantonio Spotorno con “Ti racconto la politica”; Danilo Campanella con “Il libro delle guerre dei signori”; Marinella Tumino con “L’urlo del Danubio”; Duilio Celenza con “Il racconto di una futura leggenda”; Marco Bussoli con “La persistenza dell’anima”; Celestine Chidiebere con “La guarigione delle memorie”; Luigi Anastasio con “L’ultima crociata dei D’Altavilla”; ed inoltre Cristiano Calì; Marco Musso, Bruno Scarpini; Gabriella Pirazzini; Antonio Agosta; Gianluca Di Stefano. A causa della pandemia Covid-19, verrà comunicata soltanto prossimamente la data definitiva della serata di gala. Presenterà la serata il giornalista Sky, Andrea Pressenda.