Home Blog Pagina 563

Le patologie più cercate su internet

 La salute è una tematica molto cara agli italiani e lo dimostra il fatto che quasi la totalità di loro (94%) si prende cura abitualmente del proprio benessere e oltre la metà (54%) effettua controlli regolari*. Quando si tratta di informarsi e indagare su patologie e problematiche, i pazienti del Bel Paese scelgono di affidarsi ad app e piattaforme online per mettersi in contatto con gli specialisti e richiedere un consulto. Ma quali sono le malattie che più hanno preoccupato gli italiani durante lo scorso anno? Quali le più cercate online? MioDottore, piattaforma italina ha indagato i propri dati, analizzando le ricerche effettuate sulla sua piattaforma nel 2019, delineando ciò che intimorisce o incuriosisce maggiormente gli utenti delle diverse regioni d’Italia e sottolineando analogie e differenze rispetto al 2018.

 

Questi i risultati

Patologie più cercate nel 2019 (top 30)

  1. Menopausa

16. Mal di schiena

  1. Endometriosi

17. Emorroidi

  1. Alluce valgo

18. Verruche

  1. Osteoporosi

19. Glaucoma

  1. Ernia inguinale

20. Malattia di alzheimer

  1. Fibromialgia

21. Disturbo bipolare

  1. Scoliosi

22. Disfunzione erettile

  1. Ernia del disco

23. Depressione

  1. Acufene

24. Cistite

  1. Lipoma

25. Degenerazione maculare

  1. Sindrome dell’ovaio policistico

26. Obesità

  1. Artrosi

27. Cefalea

  1. Acne

28. Setto nasale deviato

  1. Sindrome del tunnel carpale

29. Cisti sebacea

  1. Alopecia

30. Epilessia

 

 

Regioni italiane: similitudini e discrepanze

Considerando quattro delle principali regioni da nord a sud dello Stivale (Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia), si nota che la menopausa è stata cliccata dagli utenti di ben due regioni su quattro, Lombardia e Lazio. Ancora una volta a livello ginecologico, Sicilia e Campania sono accumunate dallo stesso interesse nel ricercare informazioni sull’endometriosi. Sempre in termini di ricerche, è invece l’alluce valgo a mettere d’accordo tre regioni su quattro: Sicilia, Lombardia e Campania, che indagano dettagli su questa problematica.

Un nuovo Partito popolare

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera dell’amico Bonalberti. Vogliamo subito precisare che la frase di Mannino, su cui viene sollevato un dubbio, è ricavata dall’intervista che lo stesso ha rilasciato a Giancarlo Infante (v. link, in particolare la risposta all’ultima domanda).

https://www.politicainsieme.com/mannino-riflettere-su-sturzo-e-la-dc-sapendo-che-oggi-devessere-fatta-una-cosa-nuova/

Caro Lucio,

ho letto la tua ultima nota su “ Il Domani d’Italia” e sul sito internet Formiche.net ( “Dove muove il centro?) nella quale, commentando l’intervento di Lillo Mannino al convegno romano della Federazione Popolare dei DC e della Fondazione DC del 18 Gennaio scorso, scrivi: “ Purtroppo anche il discorso di Mannino può prestare il fianco ad un’ambiguità di fondo: “Ora credo che noi ci si debba rivolgere – ha infatti detto l’ex ministro – al mondo rappresentato dalla Lega per superare la Lega. Questa la funzione di un nuovo Partito popolare”. In realtà è un’affermazione assai sfuggente. Come avverrebbe questo superamento? Con chi e perché? Per tenere la Lega all’opposizione o per farne ex novo, dopo un eventuale suo ridimensionamento, l’alleato irrinunciabile?

Presente a quel convegno confesso che, onestamente, non ricordo un passaggio della relazione Mannino come da te citato,  ma, posto che mi fosse sfuggito, non vedo dove stia la contraddizione anche per un partito che, come anche tu continui a richiamare dovrà essere in linea con la tradizione degasperiana di “ un partito di centro che guarda a sinistra”.

Ti ricordo che la Federazione popolare dei DC nel patto federativo, condiviso anche da Mannino, ha scritto: i firmatari “ ritengono che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali”.

A me pare che continuare a ricercare un distinguo tra voi e noi, discendenti dalla stessa tradizione DC, poiché condividiamo la stessa premessa di alternatività alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana, non serva a promuovere quella ricomposizione politica che la nostra area cattolico  democratica e cristiano sociale richiede. Tanto più in una fase come quella che si sta mostrando, dopo il voto di domenica scorsa in Emilia e in Calabria, nel quale si sta riconfermando una tendenza al bipolarismo, sempre più rappresentato dal prevalere dei due maggiori partiti quali il PD e la Lega salviniana.

Un bipolarismo che potrebbe far coincidere l’interesse del PD e della Lega ad abbandonare la scelta per il sistema elettorale proporzionale e a optare per un ritorno al mattarellum o alla conservazione dello stesso rosatellum. Una scelta che, se avvenisse, costringerebbe tutti a una inevitabile decisione: di qua col PD o di là con la Lega, tertium non datur. Una scelta obbligata non solo per un eventuale partito unitario dei popolari,  ma anche per gli spezzoni ex PD di Renzi e Calenda.

Sarebbe una situazione quanto meno “stravagante”, non credi?, specie per chi come voi, amici della Rete Bianca, avete da poco compiuto la scelta di uscire dal PD per le diverse ragioni addotte e riconducibili alle difficoltà sin qui riscontrate per una permanenza non effimera o ancillare in quel partito.

Quanto alle alleanze, stante la premessa che anche noi della Federazione popolare abbiamo condiviso e da me su riportata, credo che le conseguenze sarebbero quelle che vi ho già ampiamente esposte nella mia recente lettera, alla quale non ho ricevuto sin qui riscontro.

Faccio riferimento a quella lettera nella quale ho avanzato diverse proposte di natura programmatica, convinto come sono che, al di là e prima ancora del sistema delle alleanze, il nostro confronto dovrebbe svilupparsi sulle tre  grandi questioni urgenti della politica interna e internazionale:

1)  la questione antropologica; 

2)  la questione ambientale;

3) la questione della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di 

restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione .

Questo dovrebbe essere il terreno su cui incontrarci per tentare di costruire un nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica, popolare e cristiano sociale capace di farci uscire dall’irrilevanza nella quale siamo finiti, dopo la lunga stagione della diaspora ex DC. 

Noi della Federazione popolare siamo pronti e attendiamo fiduciosamente una vostra risposta: chiara sul piano delle alleanze e costruttiva su quello dei contenuti.

Un caro saluto

Emilia Romagna e Calabria, adesso serve la coalizione.

Dunque, Bonaccini ha vinto grazie al suo personale “valore aggiunto”. Che in gergo, stando al sistema elettorale di quella regione, si chiama “voto disgiunto”. Perché la distanza tra il centro sinistra e il centro destra, come ci dicono i numeri definitivi, e’ molto più striminzito – appena 3 punti – rispetto alla differenza tra i due candidati a presidente, oltre 7 punti. Per quanto riguarda la Calabria, è persin inutile parlarne talmente è plateale il distacco tra le due coalizioni. Quasi 30 punti in percentuale. 

Comunque sia, nella regione rossa non è cambiato nulla se non il fatto che per la prima dopo 70 anni, anche quel territorio è diventato politicamente contendibile. 

Ora, è giusto e comprensibile che Bonaccini festeggi ma è altrettanto doveroso chiedersi se la coalizione di centro sinistra può dirsi tranquilla e soddisfatta per il suo futuro politico . A partire dalle ormai prossime elezioni regionali perché sarà difficile, molto difficile, replicare in tutte le regioni la stessa narrazione a cui abbiamo assistito in questi mesi: dal bombardamento mediatico alla mobilitazione delle cosiddette sardine; dalla discesa in campo di molti organi di informazione al vasto dispiegamento di forze di questa infinita campagna elettorale; dalla trasformazione di questa competizione regionale in una sorta di “guerra totale e definitiva” per il futuro democratico del nostro paese alla stessa messa in discussione dello stesso governo nazionale e via discorrendo. Tutto ciò, com’è evidente a tutti, non capiterà più Come non è capitato, del resto, per la competizione in Calabria. 

Se tutto ciò è vero, e non può che essere così, è persin troppo chiaro evidenziare che adesso si tratta, almeno per il campo alternativo al centro destra, di ricostruire una alleanza riformista, democratica e di centro sinistra. Un alleanza che non può trasformarsi in una sorta di pallottoliere da un lato e che non può appaltare la sua fortuna alle virtù salvifiche e miracolistiche del valore aggiunto di qualcuno o al voto disgiunto. Difficilmente praticabile e percorribile per le elezioni politiche generali, a prescindere dal sistema elettorale in vigore. Perché, in caso di sistema proporzionale – come pare ci si stia lentamente avviando – o anche con il sistema attualmente in vigore, saranno i voti complessivi dei singoli partiti a decidere chi vincerà le elezioni. E, sotto questo profilo, non ci sarà valore aggiunto o voto disgiunto che tenga. 

Ecco perché il principale compito del Partito democratico, adesso, è quello di attivare una iniziativa politica che sia in grado di costruire realmente una grande, vasta e duratura coalizione riformista e democratica. Una coalizione che non sia improvvisata o frutto delle convenienze del momento, ma che sappia essere realmente plurale e rappresentativa senza confidare nel solo valore aggiunto del capo o del leader di turno. 

Questa è, oggi, la vera priorità politica e culturale. Cullarsi nella vittoria dell’ultima regione rossa rischierebbe di ridursi ad essere una semplice distrazione. Anche se bella e simpatica. 

La Memoria del Paese

Ricordare, per migliorarsi, dovrebbe essere un principio forse da includere nelle prima parte della nostra Costituzione. A ben riflettere un Paese, una comunità, senza che la memoria diventi ricordo diventa il luogo dell’oggi e del futuro incerto. Ecco che il giorno della Memoria a 75 anni dalla liberazione di Auschwitz, è l’occasione per un ricordo che crediamo debba essere, non banalmente rituale, ma sostanziale. Una riflessione su come sia, a volte, immemore la quotidianità del nostro paese e come del pari forte debba essere il richiamo di tutte le persone di buona volontà per restituire il ricordo di cosa sia stato il travaglio della dittatura, delle indegne Leggi Razziali ed il riscatto che ci ha, poi, garantito questi 75 anni di democrazia e benessere. 

Capire e curare la nostra Comunità nazionale è il modo più degno per commemorare ogni giorno, non solo le vittime della furia nazista, ma anche tutti i caduti per la democrazia e per il Paese. 

Un grande ebreo italiano, Primo Levi, ci indica la strada : “occorre essere diffidenti con chi cerca di convincerci con strumenti diversi dalla ragione, ossia con i capi carismatici: dobbiamo essere cauti nel delegare ad altri il nostro giudizio e la nostra volontà. Poiché è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene avere in sospetto tutti i profeti; è meglio rinunciare alle verità rivelate, anche se ci esaltano per la loro semplicità e il loro splendore, anche se le troviamo comode perché si acquistano gratis. È meglio accontentarsi di altre verità più modeste e meno entusiasmanti, quelle che si conquistano faticosamente, poco a poco e senza scorciatoie, con lo studio, la discussione e il ragionamento e che possono essere verificate e dimostrate 

Si tratta di riflessioni che credo possano, a buon diritto, essere considerate presupposto tacitamente condiviso dagli amici che, con semplicità ma determinazione, hanno dato vita a Politica Insieme e di tutti quelli che, poi, hanno sottoscritto il Manifesto. Un gruppo di persone di buona volontà che si sono poste il problema di agire per restituire vivibilità e tolleranza al Paese.  

La nostra non è la pretesa di offrire novità miracolose, ma è quella di riscoprire una tradizione politica che, in ragione del suo fondamento, riteniamo non abbia mai perso la sua forza propulsiva. “Lo slogan più efficace, almeno per i cattolici democratici, rimane dunque questo: contro il populismo serve riscoprire il popolarismo. In questo momento storico, la ragione da invocare e praticare senza esitazioni è, per noi, quella scritta nella Costituzione e nella Dottrina sociale della Chiesa. Due baluardi che ci indicano all’unisono la via della tolleranza, del rispetto della vita e del prossimo. 

Chiedersi quale siano le radici del nostro impegno e, alla luce dei principi in cui crediamo,  tentare di fare un’analisi sulle ragioni del disagio profondo in cui si trova il Paese è il modo più degno e serio per ricordare ed operare affinché  il seme della violenza si estingua.       

I sottoscrittori del Manifesto, si trovano con determinazione, quindi, in questa linea di pensiero ed azione che riteniamo abbia ancora vigore intrinseco e, quindi, piena ragion d’esser. 

Il compito non è semplice e richiede l’umiltà delle sfide alpinistiche più difficili. Preparazione e capacità di discernimento. Dobbiamo sentire su di noi gli occhi smarriti della parte migliore del Paese, quella che lotta per la sussistenza propria e dei propri figli, i pensionati, i giovani che trovano tutte le strade sbarrate perché intasate dalla mala politica, e pensare che la stagione immorale del divagare è finita.

 Subito azioni concrete ed utili, per rimettere in carreggiata un paese allo sbando. Solo così si potrà ricostruire fiducia e consenso attorno alle istituzioni repubblicane. “Un consenso da organizzare affinché la Solidarietà, la Sussidiarietà, il rispetto della dignità umana e la Giustizia sociale tornino al centro della vita delle istituzioni

Dobbiamo, quindi, sforzarci di capire quali siano le reali priorità, cercando di domare il nostro legittimo desiderio di porre mano a tutto e subito. 

La Scuola, l’Industria e l’Impresa, la Giustizia e la Pubblica Amministrazione, la Legge Elettorale e ultima, ma non per ultima, la corruzione, un filo rosso che attraversa tutti gli altri temi, pervasivo e gravemente destabilizzante. 

È imperativo mettere mano al sistema educativo partendo dalle fondamenta, la scuola elementare, fino all’Università ed oltre. 

Una buona scuola elementare è quella che consente ai bambini di organizzare razionalmente il proprio essere, in vista del proprio futuro. In tal senso non possiamo consentire che le nuove generazioni non siano padrone delle lingua italiana, non solo sul piano grammaticale ma anche del lessico. I dati che emergono sono quelli di bambini e ragazzi dotati di un bagaglio lessicale che è la metà, se non meno, di quello dei loro genitori. Minor competenza e minor conoscenza della lingua italiana corrispondono a minore libertà e capacità d’inserimento nel mondo, non solo del lavoro. 

In sintesi minor Democrazia per tutti. Discorso analogo anche e forse soprattutto per la matematica. Nel 2006 i laureati erano solo 600, nel 

2018 sono passati a 1028 su di un totale di 300.000; si tratta numeri che sollecitano azioni immediate.

 Va rafforzata la competenza dei docenti e la loro autorevolezza e dignità, anche sul piano salariale. Poter essere buoni maestri è la precondizione per essere maestri di vita, perché “le materie devono essere veicolate come modelli per insegnare a vivere.

Il capitolo dell’Industria, con quello della Giustizia, risulta essere quello strategico cui porre mano. 

La storia industriale italiana si segnala per una presenza importante ma non sufficiente della grande industria con una corrispondente rilevante presenza di imprese industriali di piccole e piccolissime dimensioni. Le seconde non possono vivere senza una grande industria che le sostenga, in una rete di reciproco sostegno. Tale circostanza assume una rilevanza assai importante, anche sul piano geopolitico, laddove si ponga mente al fatto che le imprese italiane metalmeccaniche del nord vedono tale rapporto di reciproco sostegno ormai affidato, in larghissima misura, agli ordini della grande industria tedesca. Certamente si tratta di un fenomeno che si è accresciuto a partire dallo smantellamento dell’industria di stato. 

Sono poche le imprese che riescono a fare innovazione vedendo quindi pericolosamente ridotto il proprio ruolo nella catena del valore. 

È quindi imprescindibile una radicale revisione delle politiche industriali del Paese, a tutti i livelli. Oggi esiste un notevole numero di soggetti deputati ad intervenire con fondi pubblici sia a sostegno delle Imprese sia nelle situazioni di crisi strutturale. L’assenza della politica, e la debolezza del sistema dei controlli anche giudiziari, ha consentito in questi anni un vero e proprio shopping finalizzato non al rilancio delle attività in crisi ma all’ottenimento di soldi pubblici per poi trasferirli all’estero. I fatti  di Termini Imerese e di Blutech, non sono isolati. 

Il caso dell’ILVA sollecita ad una presenza più penetrante dello Stato a tutela della salute e delle industrie strategiche per il Paese. Ieri il ministro Provenzano è andato al primo “colpo di ruspa” a Bagnoli: “ ci scusiamo per il ritardo”. Ma dopo 25 anni di ritardo come ci si può scusare ?! qui l’educazione non c’entra. Qui non c’è stato e non c’è rispetto per i cittadini campani. Non possiamo non temere anche per i tarantini.  Ecco perché Stato ed enti locali potrebbero farsi carico degli aspetti relativi alla bonifica ambientale. Si potrebbe dar vita, pertanto, ad un modello di gestione, ripetibile nel paese, che costituirebbe un anello importante nella catena produttiva, anche perché rivolto al risanamento ambientale. C’è il precedente della SOGIN, costituita per lo smantellamento delle centrali nucleari, che, seppur con alterne vicende, potrebbe essere un riferimento. Certo bisogna anche individuare managers capaci e fedeli alla Costituzione. 

Il presidente Einaudi era contrario ai monopoli. A noi spetta dire con tutta la forza necessaria che i Monopoli naturali, quali ad esempio le autostrade, se gestiti dal privato debbono assicurare alla Comunità statuale due requisiti minimi. In primo luogo la sicurezza e funzionalità dei trasporti ed in secondo luogo un ritorno economico significativo per lo Stato concedente. 

Se vengono meno queste condizioni la gestione deve passare in mani che garantiscano, in concreto, di assicurarle. L’attuale situazione ha palesato gravissime carenze, come ha constatato in modo formale un Gruppo di lavoro, istituito con DM n. 119 del 2019 del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, per cui le conseguenze paiono necessitate. 

Altro tema cruciale è quello della legge elettorale. Einaudi ci offre, anche, lo spunto per una breve riflessione sul sistema elettorale. Com’è noto egli fu un sostenitore del maggioritario e scrisse il celeberrimo articolo, poi inserito nel volume Il Buongoverno, “Contro il proporzionale”. L’evoluzione delle nuove tecnologie ed il radicale cambiamento della società sembrano aver spostato i difetti che Einaudi vedeva nel proporzionale anche al sistema maggioritario, quantomeno nella sua applicazione in Italia. Si legge infatti nella conclusioni dell’articolo: “nessun parlamento, nessun governo funziona se il sistema elettorale irrigidisce i partiti, le classi, i ceti sociali, le tendenze, le idee dandone la rappresentanza esclusiva a talune persone elette perché mandatarie di quei gruppi o quelle idee.  Non siamo forse oggi caduti in mano a “padri padroni dei partiti “ ben peggio del frazionismo partitico che caratterizzò la prima repubblica ?! Prosegue Einaudi …” occorre vi sia un congegno il quale obblighi le idee, i gruppi, i ceti … a rivolgere la propria azione verso quel fine che ha il consenso dei più”. Noi crediamo che questo “congegno”, in una democrazia parlamentare, debba torna ad essere – seppur con i suoi difetti – un sistema elettivo improntato alla chiara proporzionalità. Non si può e non si deve tacere il fatto che il sistema proporzionale ha garantito, per oltre quarant’anni, al Paese democrazia, pluralismo ed una crescita economica che non ha avuto pari in Occidente. Un sistema elettorale, quindi, che assicuri alle Comunità la possibilità di eleggere un rappresentante radicato, riconoscibile da chi lo vota e lo fa eleggere. I Partiti dovranno, quindi, tornare ad essere luogo di discussione ed elaborazione politica, nel pieno rispetto del metodo democratico. Il maggioritario in questi anni ha dimostrato non solo di non aver eliminato il trasformismo ma lo ha reso selvaggio.  

Abbiamo 1 milione e mezzo di bambini in stato di povertà ed una corruzione dilagante, due fatti intollerabili. don Sturzo nel suo saggio, dei primi del ‘900, Le Tre Malebestie, indicava i vizi capitali del Paese nello statalismo, nella partitocrazia e nello sperpero del denaro pubblico. 

Sembra che il tempo in questo Paese non passi mai e che ci si ritrovi sempre, come in un beffardo gioco dell’oca, al punto di partenza. Anzi, oggi pare che quella casella del Via sia come arretrata, come risucchiata in un gorgo, fino a rendere impossibile ripartire. C’è pochissimo da dire e molto da fare, senza esitazioni. La corruzione non è solo accettare del denaro per compiere un atto d’ufficio od ometterlo o peggio per compiere un atto contro la legge. È corrotto anche colui che non svolge con puntualità il proprio lavoro, chi disattende le proprie funzioni per favorire l’amico od il sodale, anche senza corrispettivo, chi non avendo le competenze accetta incarichi pubblici o privati. In una parola chi non fa ciò che deve. 

Il lavoro contro questo male, che attraversa come un impalpabile filo rosso tutti gli argomenti fin qui trattati, deve partire dall’educazione elementare, come avveniva una volta. Ai bambini bisogna tornare a dire: non rubate …, e state buoni, se potete… 

La Pubblica amministrazione è un corpaccione largamente ridondante, uno Stato nello Stato. Diffuso, come i vasi sanguigni nel corpo umano, tentacolare al pari della sua prevalente vanità. Vasi vieppiù otturati, quando non dotati di circolazione extracorporea e, talora, extralegale. 

Una unità in più o in meno può determinare una diseconomia gestionale. C’è da chiedersi come possano funzionare uffici pubblici palesemente sovradimensionati. Se la Francia ha il quadrupolo dei dipendenti pubblici della Germania, l’Italia ne ha il triplo.  

Se ci sono ambiti in cui si registrano carenze bisogna domandarsi se questo non dipenda piuttosto da una legislazione eccessivamente garantista a favore di questa o quella categoria di dipendenti pubblici. 

Un capitolo a parte è quello della Magistratura. Bisogna ripensare all’autogoverno per garantire la reale indipendenza dei Magistrati e la loro effettiva soggezione alla sola legge. La recente vicenda del CSM è la punta dell’iceberg.  Un grande giurista e Giusto Tra Le Nazioni, Arturo Carlo Jemolo in uno scritto, promosso dal Ministero per la Costituente sotto il titolo “Guide alla Costituente”, ebbe in proposito a scrivere: “si potrebbe anche considerare l’eventualità di ricorrere, per la scelta dei magistrati di un certo grado, alle elezioni popolari, come già avviene nei paesi anglosassoni…”  

Il tema è delicato. Proprio per questo deve essere affrontato con il metodo democratico, che deve vedere il Parlamento sovrano.

 Il professor Jemolo, concludeva, il breve saggio, ammonendo che “né la pace dei popoli, né la giustizia sociale, né alcun altro bene è suscettibile di conquiste definitive: ogni generazione deve dare la sua prova; che la nostra sia all’altezza del suo compito e possa essere d’esempio a quelle che seguiranno” 

Il cattolico Jemolo ci passa un testimone oneroso; ecco, quindi, la sfida cui siamo chiamati.

 Ognuno di noi ha esperienza diretta delle difficoltà in cui versa la popolazione italiana. Difficoltà che sono trasversali a tutte, o quasi, le categorie di cittadini e a tutti i gruppi sociali. Varia l’indice di gravità, non varia il diffuso ed ansiogeno senso di estraneità rispetto alla cosa pubblica, spesso percepita come qualcosa di ostile da cui ci si “deve” difendere. Il sentimento che prevale è la paura ed alcune forme di reazione infastidita ne sono la prova.

Certamente l’evoluzione della società moderna, con il prevalere prepotente della vita non più nelle piazze fisiche ma i quelle “social”, ha traghettato il rapporto tra simili in un rapporto tra distanti e diversi, o supposti tali. Distanti e diversi perché attraverso la mediazione dei mezzi di comunicazione virtuale ognuno tende ad offrire, di se ed a se stesso, una realtà spesso ricostruita in funzione di modelli astratti e sincopati. L’io reale lascia il posto all’io virtuale, ed alle sue fragilità. 

Ecco che emergono i “profeti” da cui Primo Levi ci mette in guardia. Le persone non trovano risposte alla fatica di vivere, che oggi ha raggiunto livelli di guardia; lo Stato lungi dal rassicurare è percepito come un nemico invincibile. Invincibile perché – a volte barando- vince sempre. Vince sempre anche perché il cittadino è seppellito dalla proliferazione normativa, abnorme ed incomprensibile. Il buon legislatore, del prossimo futuro, è quello che saprà semplificare, diradando. La politica odierna è ridotta ad una grande rissa, ogni colpo è permesso. 

Dobbiamo sforzarci di tornare all’essenza del messaggio cristiano, all’amore per il prossimo “anche quando pare impossibile”, vero antidoto al razzismo.

La sintesi, necessitata, tra i cattolici della morale e quelli del sociale non può, quindi, che doverosamente comporsi in una ritrovata unità d’azione politica.

 Stefano Zamagni, in un suo recente, breve ma, efficacissimo intervento, indica proprio questa strada per i firmatari del Manifesto: “diventare un partito “ibrido” che, superando la cesura, riesce a far stare insieme nella propria piattaforma programmatica le due dimensioni. E questo è possibile, anche se un po’ laborioso. … in natura è l’ibridazione la legge fondamentale dell’evoluzione.”

Pertanto “servono progetti e rappresentanze credibili, che riferiscano l’azione politica ai valori popolari cui si riferisce la Costituzione, partendo dalla persona e dalla comunità, dalla pace e dalla solidarietà”. 

L’ambizione di chi ha sottoscritto il Manifesto, in semplicità ed adesione ai valori del rispetto della vita, della giustizia e della democrazia, è quella di restituire alla politica la sua profonda ragion d’essere che, come ammoniva Benigno Zaccagnini, consiste nel lavorare per dare “concretezza alla Speranza”. 

Vivere ragionando, con il cuore in mano  per non dimenticare, perché insieme è possibile sconfiggere la solitudine e la paura. 

 

Alla ricerca dei 5 stelle

Le carte sono state tutte giocate. Almeno in questa prima parte dell’anno. Il responso non lascia dubbi. Le cose resteranno ancora come sono, anche se, beninteso, sarebbero rimaste tali anche in caso contrario. Quest’ultima affermazione, ad esser sinceri, non aveva e non ha alcun fondamento sicuro, né una condizione logica garantita.

L’errore di Matteo Salvini è presto individuato. Avrebbe probabilmente vinto in Emilia Romagna, se non avesse fatto più chiasso del solito. Ai dati del maggio scorso, non c’era gara: il centro destra avrebbe anche raccolto il seggio di governatore della Regione. L’aver invece pigiato troppo l’acceleratore a metà autunno, ha provocato una vistosa reazione da parte di quell’elettorato che mal sopporta chi fa certi proclami. Li ha così svegliati. E questi hanno iniziato a riempire le piazze non solo emiliane romagnole, ma anche in altre parti d’Italia.

Machiavelli non ha avuto certo presa su Salvini. Avesse studiato il grande fiorentino, quell’errore autunnale non l’avrebbe senz’altro commesso. E adesso paga. E, come sempre accade, ogni mossa ne richiamerà altre. Trovandoci in un sistema particolarmente energetico e quindi per nulla stabile, non escludo che il voto dell’Emilia possa essere una miccia che accenda altri fenomeni nel nostro Paese.

Comunque sia, queste elezioni hanno sancito un processo credo irreversibile: i 5Stelle hanno ormai raccolto solo pive nel proprio sacco e i voti li hanno distribuiti alle altre formazioni politiche. Quel misero 4% è un segno tangibile dell’inarrestabile declino. Non sarà più né Grillo, né tantomeno le stranezze delle piattaforme Rosseau a galvanizzare un corpo ormai spento.

Il quadro che emerge da questo voto, pone una serie di problemi. Il primo riguarderà il Governo Conte; il secondo la tenuta di una maggioranza in fase di totale cambiamento di consensi e di forza; quanto risentirà Renzi di questo risultato; l’evoluzione prevista da Zingaretti del suo partito; il riordino della modalità politica di Salvini nel suo campo; la definizione di un neo bipolarismo nazionale.

Non mi sono scordato della elezione Calabrese. Però, qui i dati sono veramente avari. Nessun partito raggiunge il 16%; il frazionamento è incredibilmente elevato; la distanza tra centro destra e centro sinistra è abissale; nonostante questo, il Pd con un misero 15% è il primo partito di quella regione.

Cosa attendersi adesso? A tutta prima, penserei a una fase più quieta. Almeno fino a metà primavera. Ricordo che elezioni locali segneranno nuovamente lo scontro politico. Ma almeno ci toglieremmo l’inverno da possibili crisi di governo.

Una settimana di fuoco per il Governo Conte

Questa settimana e le prossime metteranno a dura prova il il governo.

L’esecutivo giallorosso parte subito con la riforma della giustizia. Dove le posizioni nello schieramento governativo rimangono ancora distanti.

Ma sulla testa del governo incombe anche l’affaire concessioni autostradali. Su questo fronte le distanze maggiori sono tra M5s e Italia viva. In settimana le commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera dovranno infatti votare il decreto Milleproroghe e tra le modifiche ritenute ammissibili c’è un emendamento di Iv che interviene sulle norme volute dal governo per regolare il rapporto tra Stato e concessionari privati.

Poi è partito al ministero del Lavoro il tavolo con i sindacati sulla riforma del sistema pensionistico. Lo scopo è quello di superare la riforma Fornero e inserire maggiore flessibilità in uscita.

Inoltre sabato e domenica prossima il partito di Renzi terrà la sua prima assemblea nazionale e in casa Cinque stelle già nei prossimi giorni il nuovo capo politico Vito Crimi dovrebbe incontrare prima i ministri del Movimento per sciogliere il nodo del nuovo capo delegazione al governo e poi i gruppi parlamentari in assemblea congiunta.

I robot cambieranno il 61% dei mestieri

econdo uno studio della società internazionale di consulenza Deloitte, entro il 2021 il 61% dei mestieri sarà ridisegnato. Alcune mansioni verranno totalmente affidate alle macchine, mentre ai lavoratori verrà chiesta maggiore flessibilità.

Se fino a pochi anni fa era possibile svolgere la stessa mansione per l’intera carriera, presto – secondo quanto stima lo studio di Deloitte – occorrerà un rinnovamento professionale ogni 2 – 5,5 anni.

E vi sarebbe il 90% di probabilità che entro il 2035 la gestione delle risorse umane sarà completamente automatizzata. Una macchina raccoglierà e analizzerà le candidature, somministrerà test, convocherà colloqui, invierà proposte di assunzione, classificando dati e scannerizzando profili, utilizzando fonti come Linkedin.

In generale, secondo lo studio, scompariranno tutti quei mestieri che comportano attività meccaniche e ripetitive e al lavoro umano sarà chiesta sempre più creatività e capacità di svolgere mansioni sofisticate.

Donne nell’arte: da Tiziano a Boldini

Dopo il grandissimo successo ottenuto con “Gli animali nell’Arte”, l’Associazione Amici di Palazzo Martinengo prosegue il percorso di indagine su temi di grande attualità sociale e mediatica proponendo, a partire dal 18 gennaio 2020, un’esposizione dedicata alla rappresentazione della donna nell’arte dal Cinquecento fino alla Belle Époque.

Grazie alla selezione di un centinaio di opere provenienti da prestigiosi musei, pinacoteche e collezioni private, sarà possibile analizzare a trecentosessanta gradi l’affascinante tematica, con l’obbiettivo di dimostrare come la donna abbia da sempre avuto un ruolo centrale nella storia dell’arte italiana. Infatti, i più grandi pittori rinascimentali, barocchi e del XIX secolo, da Raffaello a Tiziano, da Caravaggio a Tiepolo, da Zandomeneghi a De Nittis fino a Boldini, hanno dedicato a nobildonne, aristocratiche e popolane memorabili ritratti, nei quali hanno fatto emergere la personalità, l’eleganza, il carattere, la sensualità e le più sottili sfumature del mondo femminile. Traendo ispirazione dai testi sacri, gli artisti hanno licenziato tele oggetto di secolare devozione che raffigurano le più famose sante della cristianità – Maddalena, Caterina, Barbara, Lucia -, e le eroine bibliche come Giuditta, Salomè e Dalila. Anche la letteratura classica ha fornito ai pittori molti spunti di riflessione, come nel caso delle storie che riguardano divinità – Diana, Venere, Minerva, Giunone -, celebri figure mitologiche – Leda, Europa, Onfale, Dafne – e illustri donne del mondo antico che, con coraggio e drammatica determinazione, hanno preferito la morte al disonore: si pensi, ad esempio, a Cleopatra, Lucrezia romana e Sofonisba.

Soprattutto nell’ambito della pittura italiana dell’Ottocento, vera protagonista della rassegna, la donna è stata colta nella dimensione domestica, alle prese con le faccende della vita quotidiana e del lavoro; nei panni di madre affettuosa che accudisce con amore i propri figli; e anche in atteggiamenti maliziosi e in situazioni intime per esaltarne il fascino e la carica sensuale, come testimoniano gli straordinari capolavori presenti in mostra di Giovanni Boldini, il più grande artista italiano della Belle Époque.

L’avvincente percorso espositivo, ideato dal prestigioso comitato scientifico internazionale presieduto da Davide Dotti, sarà suddiviso in otto sezioni tematiche dedicate a:

– Sante ed eroine bibliche

– Mitologia in rosa

– Ritratti di donne

– Natura morta al femminile

– Maternità

– Lavoro

– Vita quotidiana

– Nudo e sensualità

Grazie alla collaborazione con la Fondazione Marcegaglia Onlus, durante la visita dell’esposizione,, tramite appositi pannelli di sala, sarà possibile approfondire alcuni tematiche di grande attualità sociale e mediatica quali le disparità tra uomini e donne, il lavoro femminile, le violenze domestiche, l’emarginazione sociale e le “quote rosa”. Le opere d’arte diverranno quindi formidabili veicoli per sensibilizzare il pubblico – soprattutto quello più giovane – verso argomenti di grande importanza socio-culturale, e di centrale rilevanza nella moderna società civile.

I meccanismi alla base del neurosviluppo e di condizioni genetiche come la sindrome di Down

Un appuntamento tutto al femminile quello del 30 gennaio a GiovedìScienza. Protagonista Laura Cancedda, giovane ricercatrice formatasi negli USA e ritornata in Italia come direttrice del laboratorio di neurofisiologia dello sviluppo presso l’Istituto Italiano di Tecnologia e l’Istituto Telethon Dulbecco.

Quali sono i meccanismi alla base del neurosviluppo delle condizioni genetiche come la sindrome di Down? Può un comune farmaco diuretico essere la soluzione per il trattamento dei sintomi cognitivi tipici di questa patologia? 

La risposta a queste domande si trova nella ricerca condotta dal team di Laura che ha permesso di scoprire come un farmaco possa ristabilire una corretta funzionalità cerebrale in modelli animali affetti da sindrome di Down. 

Infatti conoscendo il cervello è possibile indagare la causa delle malattie del sistema nervoso e pensare a nuovi interventi terapeutici.

Il cervello umano è un organo estremamente complesso. Contiene un numero strabiliante – quasi 100 miliardi – di unità funzionali, i neuroni, connessi da strutture specializzate, le sinapsi. Queste connessioni si formano durante lo sviluppo a partire da programmi genetici ben definiti ma, sotto la costante influenza delle esperienze sensoriali, emozionali e di apprendimento, possono modificarsi anche in età adulta. 

Molte volte i risultati di una ricerca danno frutti in termini di miglioramento della salute solo molto tempo dopo. Altre volte, come nel caso della ricerca di Laura Cancedda, i tempi potrebbero essere più rapidi.

Il voto ha confermato le previsioni, ma i problemi non sono archiviati: l’Italia profonda è in cerca di una svolta.

Il responso delle urne ha messo in bella copia ciò che le previsioni più serene avevano scarabocchiato nei giorni scorsi. Bonaccini vince abbastanza bene, ma non tanto da poter affermare che l’onda lunga del leghismo sia stata finalmente arrestatata. Salvini porta a casa un risultato lusinghiero: laddove una volta il voto era scontato, ora invece è combattuto. Anche l’Emilia Romagna è diventata contendibile.

In Calabria non poteva andare diversamente. Callipo ha fatto il possibile ben sapendo di dover correre in salita, con una bici arrangiata all’ultimo momento, senza una squadra a suo sostegno. Vince una destra che al Sud, a cicli alterni, incarna anch’essa una speranza. Da domani, proprio pensando alla Calabria, una riflessione su come ricollegare il meridionalismo al riformismo democratico andrà fatta.

La débâcle dei Cinque Stelle non sorprende nessuno. Semmai sorprende che i sondaggisti rilevino tuttora, quando elaborano i loro dati nazionali, che rimanga ancora attorno al 20% (un po’ più, un po’ meno) la quota percentuale attribuita al M5S. Qualcosa evidentemente non quadra.

Esce rafforzato il governo da questa prova elettorale? Possiamo dire che non esce indebolito. Il fantasma di una crisi, e poi di una ineluttabile spinta al voto anticipato, è stato certamente allontanato. Ciò non toglie, però, il rischio che le perturbazioni non si prolunghino ancora nelle prossime settimane, soprattutto per lo stato di grave incertezza in cui versa il gruppo dirigente grillino.

Bisogna guardare avanti. La sensazione è che l’elettorato sia alla ricerca di qualcosa di nuovo. La riduzione dell’astensionismo certifica la ripresa di un desiderio di partecipazione. L’Italia profonda reclama una presa di distanza dalla politica verbosa e inconcludente.
Insomma, non è un voto che archivia i problemi.

Dove muove il centro? Il destino dei popolari secondo Lucio D’Ubaldo

Articolo pubblicato sulle pagine del sito internet Formiche.net

Nei giorni scorsi, attorno alla relazione di Lillo Mannino al convegno di alcuni gruppi moderati di estrazione democristiana, si è ripreso a ragionare sulle prospettive dell’area di centro, avanzando in particolare la sollecitazione per un rilancio in chiave unitaria dell’iniziativa dei popolari.
Qualcosa si muove nel perimetro dello schieramento di destra.

Riprende forma un disegno che però, al di là delle ambizioni, nel passato è stato assorbito dal movimentismo proteiforme di Berlusconi. Ed è proprio il declino della parabola di Forza Italia, coincidente con quella del suo leader indiscusso, a dare stavolta alla suggestione neo-centrista una maggiore potenzialità di accreditamento presso la pubblica opinione. Ma nel caso, quando la partita consiste nella scomposizione e ricomposizione degli equilibri politici, nulla può esser dato per scontato.

In questa fase, a vario titolo, molti discutono e trattano del centro. È un coro più o meno vivace che non permette di distinguere una voce preminente. Anche gli intellettuali che nel ‘92 sostennero il referendum sulla legge elettorale, da cui è scaturito il ruvido bipolarismo della seconda repubblica, giudicano indispensabile con il ritorno al proporzionale la costituzione di un partito di centro a cui delegare eminentemente una funzione stabilizzatrice del sistema.

Tuttavia, se l’aggregazione di varie forze intermedie tra destra e sinistra fosse concepita e vissuta all’insegna di un mero equilibrismo di potere, non sarebbe in grado di esercitare un effettivo potere di attrazione. In realtà, fare del popolarismo il caregiver del moderatismo suscita un moto di stupore. Non è questa la tradizione del cattolicesimo democratico. Del resto, il massimo che produce il moderatismo è una visione rinunciataria del centro, in aperta contraddizione con quel criterio direttivo, fatto di spirito di progresso, che De Gasperi riassumeva nella formula del “centro che muove verso sinistra”.

Ora, invece di rappresentare la “coscienza critica” di un mondo che non si rassegna alla deriva della Lega e cerca una via d’uscita dal radicalismo nazional-populista; invece di contribuire, pertanto, a un esame più rigoroso degli errori compiuti fino ad oggi, specie per aver dimenticato che l’unità dei cattolici democratici e popolari costituisce una pre-condizione dell’unità della nazione sulle questioni decisive del nostro tempo; e dunque, invece di essere un fattore di novità e di stimolo, per individuare su almeno cinque grandi temi (europeismo, debito pubblico, economia digitale, politiche di welfare, demografia) le convergenze funzionali a una nuova alleanza democratica; ecco il neo-centrismo, in conclusione, esporsi al rischio della sua autoreferenzialità fino a perdersi nel gioco della sopravvivenza purchessia, giungendo a riperpetuarsi, pur al tramonto del berlusconismo, come rilancio della più che sperimentata opzione a destra.

Purtroppo anche il discorso di Mannino può prestare il fianco ad un’ambiguità di fondo: “Ora credo che noi ci si debba rivolgere – ha infatti detto l’ex ministro – al mondo rappresentato dalla Lega per superare la Lega. Questa la funzione di un nuovo Partito popolare”. In realtà è un’affermazione assai sfuggente. Come avverrebbe questo superamento? Con chi e perché? Per tenere la Lega all’opposizione o per farne ex novo, dopo un eventuale suo ridimensionamento, l’alleato irrinunciabile?

Sono domande importanti o meglio ineludibili, non solo agli occhi dei più diretti interessati, per dissipare il dubbio che il richiamo al popolarismo sia fatto in maniera puramente strumentale, senza il giusto spirito ricostruttivo. Ricostruire il centro oggi, dandogli una riconoscibilità come vettore del rinnovamento, esige nell’ottica del cattolicesimo democratico la capacità di plasmare, insieme ad altri e con coerenza, una più autentica coalizione riformatrice.

E’ il momento propizio per un nuovo centro?

Subito dopo l’annuncio di Matteo Renzi di costituire un nuovo partito di centro, molte altre aree della stessa appartenenza centrista, in qualche modo hanno dato segni della loro esistenza. Anche gruppi cattolici (associazioni, ex partiti o parti di essi), si sono fatti vivi in qualche modo, segnalando la loro volontà a dare vita ad un nuovo partito, o meglio a raggruppare quanti più cattolici possibili, in grado di accettare la sfida, per unirsi ad altri gruppi laici.

Molti di noi, hanno salutato con gioia questi segni positivi, pur scottati più volte, nel corso della cosiddetta seconda repubblica, da vascelli cattolici allestiti alla meno peggio, che presto hanno cambiato rotta, accodandosi per opportunismo alla navigazione con altri convogli, fino ad essere assorbiti.

Questa volta confesso che anch’io ho pensato che forse il tempo fosse più propizio per progetti grandi ed autonomi, arrivati come siamo, al capolinea dei nodi italiani venuti tutti al pettine. Ma devo dire che dopo i primi entusiasmi, non che manchi speranza o la volontà, ma spero che ci venga risparmiata le stesse difficoltà subite nel corso in tanti anni di tentativi.

Spero stavolta saremo risparmiati da settarismo frazionista, ricerche goffe di lideraggio, mancanza di consapevolezza della propria storia e responsabilità, ricerca di comodi abbrivi per diventare, come si diceva una volta:’mosche ‘cocchiere’ , cioè gregari di qualche partito.

Questa volta vedremo se ci sarà onesta, coraggio e responsabilità per un protagonismo autonomo, e non adesioni a politiche altrui. Sia ben chiaro, la regola base della politica prevede accordi tra soggetti che trovano interesse nel raggiungere un accordo di programma; ma queste condizioni si raggiungono avendo dignità di forza organizzativa, morale, culturale autonomi. Peraltro il clima che corre, può ripetere ancora una volta, esperienze passate molto amare da me vissute, complice il clima di contrapposizione fuorviante violenta a cui assistiamo tra destra e sinistra da tempo. Non dimenticherò facilmente ciò che accadde agli albori della seconda Repubblica.

Molti di noi dettero vita alla associazione dei Cristiani sociali con il proposito di rilanciare organizzativamente e culturalmente la presenza dei cattolici in politica, ma ben presto qualcuno aveva già provveduto a mettersi d’accordo con il PDS, entrando in quel partito e dividendosi tra favorevoli e coloro che preferirono altre strade.

Significativa fu la giustificazione della clamorosa virata, che nella realtà maggioritaria e di contrapposizione bisognasse scegliere o da una parte. Sappiamo come poi è andata a finire. Penso che se i cattolici vogliono dare un nuovo contributo al paese, devono prepararsi per un lungo e paziente cammino di ricostruzione di una politica propria originale e di strutture ben definite per raggiungere la propria forza autonoma e poi allearsi.

Per questa ragione, sapremo riconoscere dalla volontà di aggregazione di tutto il nostro mondo, prima di arrivare a collaborazioni con altri centristi ed a convergenze programmatiche con altre forze democratiche del paese. Secondo me questo sono i requisiti essenziali per la nostra presenza nello scenario socio politico, diversamente il copione diventerà pressoché identica alla condizione di ventennale inesistenza che stiamo ancora vivendo.

Verso l’8 marzo: un mese per le donne vittime di tratta

L’8 febbraio di ogni anno si celebra dal 2015 la Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, nella memoria di Santa Giuseppina Bakhita. La Comunità Papa Giovanni XXIII promuove, in collaborazione con le diocesi dei rispettivi territori, gli eventi “Insieme contro la tratta”:

GENOVA – 6 febbraio 2020 – ore 17.45
Testimonianze e tavola rotonda presso Sala Quadrivium (Piazza Santa Marta, 2). Per informazioni: 345.2319326;

FIRENZE (Pontassieve) – 7 febbraio 2020 – ore 18
Inaugurazione del laboratorio di pelletteria “Anotherskin” di Pontassieve (FI). Dopo i saluti delle autorità la performance artistica e alle 19 l’aperi-cena. Per informazioni: 392.9780315;

CATANIA (Acireale) – 8 febbraio 2020 – ore 18
In collaborazione con la Diocesi di Acireale si terrà la S.Messa nell’Istituto Canossiano Aci Bonaccorsi. A seguire le testimonianze di Suor Mary Anne Nwiboko (Figlie di Maria della Misericordia) e di Michela Lovato (Comunità Papa Giovanni XXIII);

PIACENZA – 8 febbraio 2020 – ore 16.15
Fiaccolata da Viale Pubblico Passeggio (incrocio Via Respighi). Alle ore 18.30 in Cattedrale si terrà la S.Messa celebrata dal Vescovo della Diocesi di Piacenza-Bobbio, Mons. Gianni Ambrosio. Per informazioni: 346.5613881;

ROMA – 8 febbraio 2020 – ore 18:30
Veglia di Preghiera organizzata dal Comitato Internazionale della Giornata Mondiale di Preghiera e Riflessione contro la Tratta di Persone. La Comunità Papa Giovanni XXIII parteciperà insieme alla rete Thalità kum. Partenza dalla Basilica Sant’Antonio da Padova in Laterano, Via Merulana, 124/B;

ROMA – 9 febbraio 2020 – ore 10
Marcia con ritrovo davanti a Castel Sant’Angelo e arrivo a Piazza San Pietro alle 11,30, per la partecipazione alla preghiera dell’Angelus insieme a Papa Francesco. La Comunità Papa Giovanni XXIII parteciperà insieme alla rete Thalità kum;

VERONA – 8 febbraio 2020 – ore 20.30
Veglia di preghiera presso la Parrocchia Cuore Immacolato di Maria – Tempio votivo (Piazzale XXV Aprile). Per informazioni: 348.4766852;

RIMINI – 28-29 febbraio 2020
Convegno nazionale Nemmeno con un fiore! con spettacolo teatrale e cortometraggi nel Teatro Centro Andrej Tarkovskij di Via Brandolino 13. Alla tavola rotonda del 29 febbraio alle ore 15 sono invitati fra gli altri: Elena Bonetti, Ministra per le pari opportunità e la famiglia; Fabiana Dadone, Ministra della Pubblica per la pubblica amministrazione; Onorevole Caterina Bini; Onorevole Alessandra Maiorino; Onorevole Giorgia Meloni. All’interno del convegno ci sarà la visione speciale del cortometraggio Ballerina, prodotto da Coffee Time Film, per la regia di Kristian Gianfreda.

RIMINI – 6 marzo 2020 – ore 21
Nel Teatro degli Atti di Via Cairoli 42 si terrà il debutto della pièce teatrale “Nemmeno con un fiore”, ispirata alla morte di Arietta Mata, uccisa nel gennaio 2018 da un cliente. La regia è di Emanuela Frisoni e Rosa Morelli, con il contributo di Giovanna Greco. Hashtag: #NEMMENOCONUNFIORE!

La Fondazione Don Oreste Benzi ha dedicato alla tratta l’edizione 2020 del Premio Internazionale Don Oreste Benzi. Possono essere inviate al sito www.fondazionedonorestebenzi.org le candidature per segnalare persone od organizzazioni che si siano particolarmente distinte per attività e opere coerenti con l’appello “nessuna donna nasce prostituta”.

Milano: La collezione Thannhauser, da Van Gogh a Picasso

La mostra presenta circa cinquanta capolavori dei grandi maestri impressionisti, post-impressionisti e delle avanguardie dei primi del Novecento, tra cui Paul Cézanne, Edgar Degas, Paul Gauguin, Edouard Manet, Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Vincent van Gogh e un nucleo importante di opere di Pablo Picasso.

E racconta la straordinaria collezione che negli anni Heinrich Thannhauser con il figlio Justin e la seconda moglie Hilde costruirono per poi donarla, nel 1963, alla Fondazione Solomon R. Guggenheim, che da allora la espone in modo permanente in una sezione del grande museo di New York.

Promossa e prodotta dal Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira, è curata da Megan Fontanella, conservatrice di arte moderna al Guggenheim.
Catalogo Skira.

È la prima volta che questi capolavori arrivano in Europa: dopo la prima tappa al Guggenheim di Bilbao e la seconda all’Hotel de Caumont di Aix-en-Provence, Palazzo Reale a Milano rappresenta la tappa conclusiva della mostra, dopo la quale queste splendide opere ritorneranno a New York.
Si tratta dunque di un’occasione unica e irripetibile per ammirare lavori di eccezionale qualità di grandi maestri della pittura europea sinora mai esposti fuori dagli Stati Uniti.

Coronavirus: cose da sapere sull’epidemia che si sta diffondendo

Il nuovo Coronavirus sarebbe una variante della Sars e della Mers ma meno aggressivo e con un periodo di incubazione di 14 giorni.

Si trasmette attraverso la saliva quindi il rischio di contagio è amplificato in spazi ristretti. L’Università di Pechino ha individuato nei serpenti il veicolo di trasmissione, ma molti ricercatori nel mondo sono scettici su questa ipotesi

I sintomi del nuovo virus sono febbre alta, affaticamenti, tosse secca e difficoltà respiratorie.

A destare preoccupazione è la probabilità che il virus possa trasferirsi anche in assenza di sintomi, cioé, quando la persona affetta non sa ancora di essere malata.

 

Morto Kobe Bryant, leggenda del basket Nba.

E’ morto Kobe Bryant, 41 anni, in un incidente in elicottero in California, nella contea di Los Angeles. Cinque le vittime, tra cui anche la figlia della leggenda del basket, Gianna Maria.

Il velivolo ha preso fuoco una volta precipitato e inutili sono stati i soccorsi. Gianna Maria, 13 anni, era un astro nascente del basket femminile.

Secondo le notizie arrivate dalla informazione americana, Bryant era alla guida dell’elicottero Sikorsky S-76.

Kobe Bryant era nato a Philadelphia nel 1978, da bambino aveva vissuto in Italia (a Reggio Emilia e poi Reggio Calabria) dove suo padre militava nella serie A1 del campionato di basket.

 

 

Ego te baptizo piscem

Ho passato voce ai miei confratelli per non mancare oggi al dovere civico del voto. Poi mi sono anche allargato, come suol dirsi: “Mi raccomando, votate Bonaccini e Callipo”. 

Ai miei confratelli, tuttavia, il Pd non piace. In convento, a Bologna, qualcuno già digrigna i denti perché teme di dare una mano non tanto al meritevole Bonaccini, ma all’infido Zingaretti.

E allora? Beh, si vota e basta. Alla fine Zingaretti si sveglierà dal sogno e toccherà con mano – mi auguro – che a salvare la “Rossa Emilia” saranno stati i “Bianchi” generosi, quelli che una volta con il nostro Pippo (Dossetti), contendevano ai “Rossi” la pretesa del buongoverno.

Che gioia! 

In altri tempi era tutto scontato, tutto già visto. Il PCI stravinceva e dettava legge dall’Appennino all’Adriatico. E i comunisti festeggiavano, ma con garbo. Vincere in Emilia, per loro, era come per Gimondi vincere con la sua bici da corsa la gara dei tricicli alla Festa patronale. 

Invece oggi si stenta a credere che il Pd possa vincere e si fanno tutti gli scongiuri possibili e immaginabili per rimuovere l’incubo leghista. 

Comunque Zingaretti sembra un frate, pure come cammina, dondolando. Mi dicono abbia guardato in tv l’ultimo comizio delle sardine, alzandosi in piedi e raccogliendosi compunto. 

Sì, me lo hanno detto. Si è fatto serio e ha bofonchiato tra sé e sé la formula liturgica che serviva – secondo dicerie malevole – ad aggirare nei conventi medievali l’astinenza dalle carni: “Ego te baptizo piscem”, e la carne diventava pesce, per i frati. 

Insomma, storpiando un po’ il concetto, Zingaretti ha battezzato le sardine!

A modo suo.

E poi, a modo suo, farà pure il “partito nuovo”, a condizione che si vinca. Ma se si vince – ed io, ripeto, lo spero ardentemente – dovremo battezzare noi Zingaretti, per scongiurare che s’ingarbugli  per l’emozione e provi a rifilarci la sua Ditta come nuova.

 

Partiti personali al capolinea?

Torna il proporzionale, cresce la partecipazione – almeno così pare -, si riscopre addirittura la collegialità decisionale a livello politico. Manca solo un tassello, il più importate. E cioè, tramontano anche i cosiddetti “partiti personali”? La domanda, credo, è legittima perché la seconda repubblica è stata praticamente dominata dalla personalizzazione e dalla spettacolarizzazione della politica. Due derive che hanno prodotto, com’è naturale conseguenza, la stagione dei partiti personali, appunto.

Ovvero, luoghi politici dove tutto dipende esclusivamente dalla fortune esistenziali del capo o del guru. E’ persin ovvio dedurre che il confronto politico, l’approfondimento politico, la crescita di una casse dirigente autorevole e responsabile in partiti del genere sono banditi alla radici. Semplicemente non esistono per la semplice ragione che tutto dipende dal capo. Dal sue scelte, dai suoi umori e dalla fedeltà nei suoi confronti. Dalle candidature alla linea politica, dalla polemica contro gli avversari alla mediazione necessaria per arrivare ad un accordo, dalle alleanze da stipulare di volta in volta alla propaganda da condurre in televisione, sui giornali o nella rete. Insomma, un pensiero unico accompagnato dalla totale identificazione del partito, cioè del cartello elettorale, con il suo capo assoluto, riconosciuto ed osannato dai suoi fedeli.

Ora, per non illudersi anzitempo, quella stagione e’ del tutto alle nostre spalle? Ovviamente no. È appena sufficiente prendere atto, oggettivamente, che cosa sono, per restare nel campo del centro sinistra, i partiti di Renzi e di Calenda per rendersi conto che i “partiti personali” continuano ad esistere. Per non parlare dell’eterna Forza Italia o della sempre più forte Lega di Salvini.

Ma, al di là dei singoli casi, quello che non si può non cogliere in questa specifica fase storica e’ che il clima complessivo spinge verso una dimensione della politica più partecipativa e meno solitaria, più collegiale e meno autocratica. E quando soffia il vento di una presenza più attiva dei cittadini alle vicende della cosa pubblica, prima o poi qualcosa capita. Certo, nessuno pensa – per convinzione culturale o per tentazione nostalgica – che il passato possa ritornare. Per capirci, che i partiti del passato possano di nuovo trovare un ruolo nella cittadella politica italiana. Ma un fatto è indubbio. E cioè, non può esserci una buona politica se non ci sono i partiti. I partiti democratici, per capirci.

Cioè, quegli strumenti e quei luoghi politici che hanno una classe dirigente diffusa a livello nazionale e a livello locale; partiti che hanno un saldo radicamento sociale e territoriale e, soprattutto, partiti con una cultura politica che ispira e condiziona le singole scelte politiche e i rispettivi progetti di governo. Cioè, per dirla con Ciriaco De Mita, “partiti che abbiano un pensiero”.

Ecco perché tutto si intreccia. Quando cresce la partecipazione, quando aumenta la domanda di politica e di buona politica, quando la collegialità non è più soltanto un optional o un banale e burocratico richiamo statutario, significa che anche l’ultimo tassello del mosaico è destinato ad arrivare.

Cioè la stagione dei partiti democratici, pluralisti, di governo e non appesi alle virtù salvifiche e miracolistiche dei capi. Se così sarà, non potrà che giovarsene la qualità della democrazia e la credibilità delle stesse istituzioni democratiche.

Musei: Colosseo, Uffizi e Pompei i più visitati nel 2019

Anche nel 2019 il Colosseo resta la meta culturale preferita con oltre 7,5 milioni di visitatori, seguito dagli Uffizi con 4,4 milioni di ingressi e dagli scavi di Pompei con circa 4 milioni di presenze, 160mila in più del 2018. La top 30 di musei e parchi archeologici statali regala conferme e novità, come il boom della Galleria Nazionale delle Marche che registra un +36,8%.

Una crescita significativa è stata registrata anche dai musei napoletani, in testa il Museo di Capodimonte, che aumenta del 34% i visitatori con quasi 253mila ingressi ed entra nella top 30 scalando quattro posizioni in classifica. Vede crescere i suoi visitatori anche Castel Sant’Elmo con un +18,7% e Palazzo Reale con un +11%. Bene anche le Terme di Caracalla a Roma, con un aumento del 10,9%, e il Castello di Miramare a Trieste, con un +10,7% di ingressi.

Buon risultato infine per il Palazzo Ducale di Mantova che da 324mila visitatori passa a oltre 346mila con un incremento del 7% che gli permette di piazzarsi al 18esimo posto della classifica. Complessivamente nei primi 30 musei e parchi archeologici sono entrati nel 2019 quasi 30 milioni di visitatori, ovvero circa 700mila in più rispetto al 2018 con un incremento del 2,4%.

Facebook rischia una multa da 5 milioni di euro

L ‘Antitrust ha avviato un procedimento di inottemperanza nei confronti di Facebook, che ora rischia una nuova multa da 5 milioni di euro. Il social network è accusato di non informare in modo corretto e trasparente i consumatori, al momento della registrazione, sull’utilizzo – anche a fini commerciali – dei dati forniti.

In particolare, Facebook è accusato di non aver attuato quanto prescritto da un provvedimento dell’Antitrust del 29 novembre 2018: allora l’Autorità, spiega una nota, “aveva accertato la scorrettezza della pratica commerciale di omessa adeguata informativa agli utenti consumatori, in sede di registrazione al social network, della raccolta e dell’utilizzo a fini commerciali dei dati da essi forniti e, più in generale, delle finalità remunerative sottese al servizio, viceversa enfatizzandone la gratuità”. Tale atteggiamento, continua l’Antitrust, ha avuto “la conseguenza di indurre gli utenti ad assumere una decisione di natura commerciale che, altrimenti, non avrebbero preso”. Secondo l’Autorità, la carenza di informazione persiste e, inoltre, risulta che Facebook non abbia pubblicato la dichiarazione rettificativa.

Banda Ultra Larga: dalla riunione del COBUL un’accelerazione sulla roadmap

Il ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano ha convocato la seconda riunione il Comitato per la Banda ultra larga, all’ordine del giorno l’estensione della rete nazionale e contributi per favorire la connessione: ‘piano voucher ‘ da 1,3 miliardi.

La creazione di un voucher per favorire la diffusione della connessione a fibra ottica, in particolare al Sud, e una roadmap per iniziare una nuova gara d’appalto per l’estensione della rete nazionale per la BUL: sono stati questi i temi al centro della riunione del COBUL. Il ministro Pisano, sin dal suo insediamento, ha voluto rendere più frequenti i lavori del comitato, dando cadenza mensile alle riunioni e rafforzando la segreteria tecnica per accelerare la costruzione dell’infrastrutture della rete, finanziata da fondi europei.

Il ministro ha dichiarato di essere “soddisfatta perché stiamo procedendo velocemente, abbiamo affrontato tutti i punti all’ordine del giorno. I lavori del comitato sono ripartiti e si respira un clima di collaborazione positivo. Stiamo approfondendo attraverso l’analisi dei dati le problematiche che hanno provocato un rallentamento dei lavori in passato, in modo che possano avanzare più rapidamente in futuro”.

Quanto alle aree grigie (quelle in cui il mercato e gli operatori sono sin qui intervenuti con i propri lavori infrastrutturali), l’obiettivo è di lanciare la gara d’appalto entro la fine dell’estate, per permettere di portare connettività all’avanguardia anche in queste aree nel più breve tempo possibile.

L’altro aspetto deciso in riunione riguarda il ‘piano voucher’: un’azione per stimolare la domanda di fibra ottica nei centri abitati che godono di meno connettività, attraverso un fondo di 1,3 miliardi da distribuire in voucher. Il contributo sarà destinato alle scuole pubbliche, ai centri per l’impiego e con le risorse restanti, alle piccole e medie imprese e ai cittadini.

Relativamente ai voucher la sottosegretaria allo Sviluppo economico Mirella Liuzzi ha espresso l’auspicio di “avviare immediatamente il confronto con l’Europa a cui seguirà il decreto del Mise che ne definisce i criteri di assegnazione – continua Liuzzi – una misura di 1,3 miliardi che sarà sviluppata per un periodo di 3 anni su tutto il territorio nazionale e obbedendo al principio di neutralità tecnologica. Nel dettaglio si tratta di 5.000 euro per le scuole e i centri per l’impiego, 3.000 euro per le Pmi e 300 euro per le famiglie”.

Il 35 per cento di tutte le patologie oncologiche è addebitabile a una errata alimentazione

Francesco Schittulli, Presidente della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, intervenendo a PoliticaPresse ha dichiarato che: “il 35 per cento di tutte le patologie oncologiche è addebitabile a una errata alimentazione, cioè una alimentazione scorretta comporta il rischio di sviluppare il 35 per cento di tutti i tipi di cancro, perché non riguardano soltanto i tumori gastro-intestinali, i tumori dell’apparato digerente”.

“Bisogna adeguarsi a una alimentazione ricca di frutta, di verdura, quindi di fibre, di legumi. Cercare di evitare i grassi. Molta attività fisica: ginnastica, palestra, scuole di ballo, nuoto, bicicletta… e poi di alzarsi da tavola sempre con un po’ di appetito”.

Dopo Assisi, è l’ora dei fatti. Parola di Mauro Magatti

Articolo pubblicato sulle pagine del sito internet Formiche.net a firma di Simona Sotgiu

In una città simbolo, la presentazione del Manifesto di Assisi alla presenza non solo di Giuseppe Conte, ma di David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, e di parti nevralgiche della società italiana ha un significato importante: un primo passo per quel “cambio di paradigma sugli equilibri ambientali, politici ed economici di cui c’è quanto mai bisogno”. Lo crede Mauro Magatti, tra i firmatari del Manifesto secondo cui la tappa odierna è non il primo e neanche l’ultimo passo di un percorso ancora lungo.

“La presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte è importante per tutta l’Italia, non solo per una parte politica, ed è significativo che accanto a lui fosse presente il presidente del Parlamento europeo e che tra i firmatari spicchi Paolo Gentiloni, commissario europeo agli Affari economici”. Cosa significa, quindi, una presenza così importante delle attuali maggioranze europee? Significa, spiega Magatti, professore ordinario all’Università Cattolica di Milano, sociologo ed economista, che è giunto il momento di passare all’azione di governo: “Ci si aspetta che si prendano decisioni in sede di governo per fare in modo che questo cambio di paradigma passi dalle pagine di un manifesto a quelle dell’Italia e non solo”. “Le questioni di tipo economico – prosegue il sociologo – si avvitano con quelle sociali e politiche come abbiamo potuto vedere in questi ultimi anni, ed è essenziale che si muovano assieme nella stessa direzione”.

Una direzione che va oltre i populismi e i sovranismi, contro l’incertezza che la crisi economica non solo italiana ha diffuso tra gli strati sociali meno abbienti. “Sono anni che sostengo che il ceto politico non ha capito le conseguenze della crisi del 2008 (anno in cui la bancarotta di Lehman Brothers portò il sistema finanziario mondiale sull’orlo del precipizio, ndr) e che è necessario modificare l’approccio allo sviluppo e alla crescita. Speriamo che dopo questa prima marcia di Assisi si riesca a mettere la seconda, a passare cioè dalle parole ai fatti”.

Qui l’articolo completo 

Franco Anelli (Cattolica): Tempo di una nuova etica

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Franco Anelli

Si sta affermando una diffusa, un tempo inconfessata ma ora sempre più palese, sensazione di disagio, quasi di disorientamento, di fronte alle nuove possibilità della tecnologia. Una situazione che appariva impensabile per una società che ancora porta in sé i geni del positivismo, dai quali ha derivato la fiducia nel progresso delle conoscenze come mezzo per risolvere i problemi dell’umanità e che ha visto per molti aspetti confermata quella fiducia, almeno nei paesi il cui sviluppo economico lo ha consentito: si pensi al generale miglioramento delle condizioni di vita delle persone, alla liberazione da tanti lavori faticosi e alienanti, alla diffusione del benessere, all’accesso generalizzato all’istruzione. Nel campo medico le tante malattie debellate o contrastate sempre più efficacemente aprivano alla speranza di continuo incremento della longevità e salute degli individui. Rimanevano le diseguaglianze, le limitazioni all’accesso ai benefici del progresso: ma questo non contraddiceva la premessa circa il valore intrinsecamente positivo delle nuove conquiste scientifiche; il problema si poneva sul diverso piano della distribuzione dei risultati conseguiti.

Oggi però non ci fidiamo più dello schematismo che scindeva scoperta scientifica e applicazione tecnologica, e che ci rassicurava ribadendo che la conoscenza è neutra, mentre il potenziale abuso delle tecnologie che ne derivano è questione da risolvere imponendo regole agli uomini che le utilizzano. Un simile approccio, che ci ha accompagnato per decenni, non è più attuale, perché le tecnologie hanno potenzialità che sfuggono ai tentativi di confinarle e indirizzarle mediante uno strumento — la norma — che mostra fatica perché sembra che le sfugga il bersaglio; perché non è chiaro come, dove e verso chi la forza coercitiva del precetto debba rivolgersi, e come le forme di autorità costituite, legate alla forma-stato, possano efficacemente operare.

La domanda è se siamo di fronte a un’altra fase nella storia della medicina o, forse, se siamo già immersi in un modello radicalmente nuovo e sono le nostre resistenze (culturali, concettuali e forse anche esistenziali) che ci impediscono di coglierne appieno la portata. In un articolo del dicembre 2019, «Nature Medicine» raccoglie il parere di autorevoli scienziati e attori nel campo delle istituzioni mediche di livello mondiale sulla medicina che ci sarà tra venticinque anni. Le risposte sono varie ma in realtà si aggregano intorno ad alcuni nuclei fondamentali. I primi e più importanti sono quelli dei progressi della genetica, e dell’informazione. La possibilità di sequenziare il codice genetico di un essere umano e di avere accesso alle informazioni che vi risiedono è alla base di una serie di pratiche mediche il cui punto di arrivo futuro sarà il passaggio dal trattare una malattia a partire dai sintomi al curarla intervenendo preventivamente sulla sua radice genetica. «Passo dopo passo, profileremo i pazienti, conosceremo i meccanismi alla base dei sintomi di ciascuno e sapremo quindi come intervenire in modo personalizzato anche dal punto di vista farmacologico, trattando adeguatamente il paziente là dove, in passato, usavamo cannoni per uccidere zanzare», sostiene il premio Nobel Aron Ciechanover in un’intervista a «La Stampa» (maggio 2019). Il primo motore di questa rivoluzione medica è quindi l’informazione genetica; ma questa può essere trattata e raccolta solo disponendo di una immensa capacità di calcolo: è la sfida dei big data. E qui entra in gioco l’altro protagonista del XXI secolo: l’intelligenza artificiale. Lo sviluppo di algoritmi consente di analizzare questa grande mole di dati derivando precise ipotesi diagnostiche.

Ma la questione non è solo “ingegneristica” e ci conduce a un altro tema fondamentale, quello della disponibilità delle cure, delle modalità della loro erogazione, della sostenibilità dei costi. Il futuro della medicina dovrà confrontarsi ancora con le classiche sfide dell’incontro tra salute e società: la diseguaglianza nell’accesso alle cure, sia all’interno dei singoli paesi sia tra i vari stati; i costi, sempre più alti e incidenti nei bilanci degli stati, e i problemi del mantenimento nel tempo dell’equilibrio economico dei sistemi di assistenza sanitaria generale che si sono sviluppati soprattutto nei paesi europei a partire dal dopoguerra. Simili problemi, essenzialmente politici, oltre che etici, saranno anch’essi demandati agli algoritmi, che decideranno, in modo non sappiamo quanto trasparente, chi e come deve essere curato per garantire la sostenibilità del sistema? Tanti elementi nuovi, in larga parte ancora da comprendere, convergono verso un mutamento del ruolo del medico, messo in discussione da una tecnologia che potrebbe in molti casi prendere il sopravvento sulla relazione tra il medico e il paziente. Non basta, non rassicura, dire che al termine del processo si pone sempre una decisione umana che riguarda le sorti di un altro essere umano del quale si ha il dovere di prendersi cura.

Da un lato si va affermando una tecnologia che non è più strumento inerte da maneggiare o farmaco da somministrare; dall’altro lato l’organizzazione dell’attività sanitaria risentirà fortemente di tali innovazioni, e si imporrano scelte in termini di impiego delle risorse, che significa, dal lato del paziente, disciplina dell’accesso alle cure, sempre più sofisticate ed efficaci, ma anche sempre più costose. Non si scorge, almeno per ora, in questi processi quell’effetto di riduzione dei costi unitari dei beni e dei servizi che in passato si accompagnava all’evoluzione tecnologica, ai processi di industrializzazione meccanica. E questo è un altro fenomeno nuovo, dopo che ci eravamo assuefatti all’idea che i guadagni della tecnologia si traducessero anche in maggiore diffusione di prodotti e servizi. Tutto questo conduce alla necessità di un governo etico del fenomeno, della regolazione, delle scelte che vanno operate e dei principi che le devono guidare. Luciano Floridi sostiene che non si deve discorrere solo di etica dell’informazione, ma anche di etica dall’informazione, ossia che il nuovo contesto della “infosfera” genera nuovi modelli relazionali, intesi come rapporto tra “enti informazionali”. La radicalità della prospettiva, che la si accetti o meno, offre la misura dei cambiamenti epocali che abbiamo di fronte e della fatica di adattare a essi gli strumenti che abbiamo messo a punto, in tanti settori dell’esperienza umana, nel corso dei secoli. Il nostro ateneo è sensibile e attento a questi temi. Ne avevamo già discusso in termini generali nell’inaugurazione dell’anno accademico 2017-2018 con il cardinale Gianfranco Ravasi, che poneva la questione in chiave radicalmente antropologica. Ne trattiamo in diversi progetti di ricerca, anche direttamente finanziati dall’ateneo. In modo pienamente pertinente ai temi medici, rammento ancora il convegno dello scorso dicembre; in quell’occasione monsignor Edgar Peña Parra ha rammentato l’invito di Papa Francesco a «impegnarsi in uno sviluppo etico degli algoritmi, farsi promotori di un nuovo campo dell’etica per il nostro tempo: la algor-etica» (Discorso ai partecipanti al congresso «Child dignity in the digital world», 14 novembre 2019).

Ecco quindi il “compito” di concorrere a costruire una “etica” delle nuove tecnologie che stanno mettendo alla prova concetti come quelli di libertà, dovere, responsabilità, relazione e ancor più radicalmente ridisegnano la stessa idea di soggetto. Molti di coloro che si occupano di questa materia non fanno mistero di pensare proprio a delle nuove soggettività. Nel porre il problema etico, dunque, non si pone una questione normativa, bensì quella decisiva della difesa della persona. L’elaborazione della nuova etica si associa, e forse ne è uno sviluppo, all’invito del Santo Padre alle università cattoliche a elaborare nuovi modelli di analisi del reale, una «nuova episteme […] della vita», di cui ho parlato nell’inaugurazione milanese.

La risposta alla complessità non può che essere allora lo studio, la riflessione, la ricerca, e il conferimento di senso. In questa prospettiva possiamo dire che gli interrogativi ora formulati ci riportano alla radice delle nostre due istituzioni. Per affrontarli, infatti, non basta un ospedale, è indispensabile l’università e in particolare un’università come la nostra, multidisciplinare negli studi e unidirezionale nello scopo: la centralità e dignità della persona. È necessaria, per non essere travolti dalla corrente irresistibile dei cambiamenti quell’alleanza tra attività clinica, ricerca scientifica e attitudine educativa che permette non solo di coltivare un nuovo umanesimo cristiano nella “civiltà dell’algoritmo”, ma anche di ripensare conseguentemente la cura. Siamo infatti già oltre la soglia di una vera e propria rivoluzione nella pratica e nei soggetti delle cure.

Non si tratta soltanto, come è stato per decenni, di applicare nuovi protocolli, tecniche operatorie, di somministrare più efficaci farmaci, ma di comprendere e governare processi radicalmente differenti da quelli del passato. Non è un progresso lineare, è un salto che esige conoscenze e capacità di multiforme natura.

Democrazia 2.0. La Costituzione, i cittadini e la partecipazione

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Franco Gallo

Parlare oggi di Democrazia 2.0 significa parlare della democrazia del futuro prossimo o dell’era digitale e, di conseguenza, della crisi del modello di democrazia rappresentativa finora applicato in Italia e della sua possibile integrazione con elementi di democrazia diretta.

Non è un’impresa facile perché, come ci ricorda Sartori nel suo saggio del 1957 su Democrazia e definizioni, il concetto di democrazia è stato sempre molto discusso a livello sia giuridico-costituzionale che politico e sociologico.

Specie in quest’ultimo ventennio esso è stato oggetto di profonde critiche anche sul piano del linguaggio, tanto che spesso lo si è associato al prefisso post e si è guardato a ciò che il futuro può offrirci “dopo” e “oltre” la democrazia. Jacques Rancière è stato il primo a usare il termine Postdemocrazia e Postdemocrazia è, appunto, il titolo di un fortunato saggio di Colin Crouch del 2009.

È un dato di fatto del resto che, specie dopo l’avvento della rivoluzione informatica, si parli sempre meno di democrazia tout court e che – consapevoli della debolezza del termine – la si aggettivi in funzione del tema che si intende trattare. La si definisce così, oltre che «rappresentativa», anche «liberale», «parlamentare» o «presidenziale», «elettorale», «sociale», «digitale», «formale» o «sostanziale», «diretta» o «indiretta», «bipolare» o «multipolare», «maggioritaria» o «proporzionale», «consensuale» o «conflittuale», «consociativa» o «competitiva», fino ad arrivare – come sottolinea Gianfranco Pasquino in un suo recente saggio del 2019 (Paradoxa, luglio-settembre 2019) – ad arricchire tale polisemia con ulteriori aggettivazioni di significato più strettamente politico:  «plebiscitaria», «populista», addirittura «illiberale».  

Il che porta inevitabilmente a interrogarci sulle ragioni del declino dell’attuale modello di democrazia rappresentativa e, soprattutto, a domandarci se eventuali iniezioni di democrazia diretta, fondate su referendum propositivi e su comunicazioni diffuse via Internet, possano correggere in senso più partecipativo l’attuale sistema, o addirittura – come taluno sostiene – possano porre le basi per un suo definitivo superamento, anche sul piano dell’assetto costituzionale.

Qui l’articolo completo 

Le dimissioni di Di Maio

Le dimissioni di Luigi Di Maio da “capo politico” del Movimento 5 Stelle sono arrivate in un momento delicato, vista l’imminente scadenza elettorale regionale di Emilia Romagna e Calabria.

E’ difficile giustificare la fretta di questa scelta, visto che un eventuale insuccesso pentastellato non metterebbe Di Maio al riparo da critiche solo perché dimessosi quattro giorni prima del voto; anzi, l’abbandono della nave che affonda si configura a tutti gli effetti come un’ulteriore responsabilità. Perché allora questa fuga
repentina?

E’ possibile che Di Maio abbia voluto compiere (ancora una volta) un gesto che – alla vigilia dell’importante appuntamento elettorale – indebolisse la maggioranza di
governo nella forma e nella sostanza, facendo di fatto un favore agli avversari della destra ed in particolare a Salvini, che non ha perso un secondo per cominciare a
denunciare la debolezza proprio di governo e maggioranza.

Il ritorno ad un sostanziale bipolarismo del quadro politico nazionale, le contestazioni interne e le continue defezioni di parlamentari e militanti stanno
creando per il M5S una condizione difficile per la sopravvivenza del Movimento come “forza di governo” e “forza anti-sistema” al tempo stesso.

E’ infatti facile immaginare soluzioni per problemi che non si è chiamati a risolvere o dare ragione a tutte le parti in causa, ma ben altra cosa è governare o amministrare; e i cinque stelle lo stanno imparando a spese loro (e purtroppo anche degli italiani) con le esperienze di governo nazionale e di amministrazione locale.

Chiudo tornando al titolo perché (prima che qualcuno pensi ad altre rime!) la chiusura della frase è “…ha paura della botta”.

(Fonte Etica Associazione)

La vita si fa storia

Desidero dedicare il Messaggio di quest’anno al tema della narrazione, perché credo che per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri.

1. Tessere storie

L’uomo è un essere narrante. Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie…, le storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli. Spesso decidiamo che cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato. I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo.

L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità (cfr Gen 3,21), ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di “tessere” conduce sia ai tessuti, sia ai testi. Le storie di ogni tempo hanno un “telaio” comune: la struttura prevede degli “eroi”, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell’amore. Immergendoci nelle storie, possiamo ritrovare motivazioni eroiche per affrontare le sfide della vita.

L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male.

2. Non tutte le storie sono buone

«Se mangerai, diventerai come Dio» (cfr Gen 3,4): la tentazione del serpente inserisce nella trama della storia un nodo duro da sciogliere. “Se possederai, diventerai, raggiungerai…”, sussurra ancora oggi chi si serve del cosiddetto storytelling per scopi strumentali. Quante storie ci narcotizzano, convincendoci che per essere felici abbiamo continuamente bisogno di avere, di possedere, di consumare. Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo. Spesso sui telai della comunicazione, anziché racconti costruttivi, che sono un collante dei legami sociali e del tessuto culturale, si producono storie distruttive e provocatorie, che logorano e spezzano i fili fragili della convivenza. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità.

Ma mentre le storie usate a fini strumentali e di potere hanno vita breve, una buona storia è in grado di travalicare i confini dello spazio e del tempo. A distanza di secoli rimane attuale, perché nutre la vita.

In un’epoca in cui la falsificazione si rivela sempre più sofisticata, raggiungendolivelli esponenziali (il deepfake), abbiamo bisogno di sapienza per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano.

3. La Storia delle storie

La Sacra Scrittura è una Storia di storie. Quante vicende, popoli, persone ci presenta! Essa ci mostra fin dall’inizio un Dio che è creatore e nello stesso tempo narratore. Egli infatti pronuncia la sua Parola e le cose esistono (cfr Gen 1). Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui. In un Salmo, la creatura racconta al Creatore: «Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda […]. Non ti erano nascoste le mie ossa, quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra» (139,13-15). Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”. La vita ci è stata donata come invito a continuare a tessere quella “meraviglia stupenda” che siamo.

In questo senso la Bibbia è la grande storia d’amore tra Dio e l’umanità. Al centro c’è Gesù: la sua storia porta a compimento l’amore di Dio per l’uomo e al tempo stesso la storia d’amore dell’uomo per Dio. L’uomo sarà così chiamato, di generazione in generazione, a raccontare e fissare nella memoria gli episodi più significativi di questa Storia di storie, quelli capaci di comunicare il senso di ciò che è accaduto.

Il titolo di questo Messaggio è tratto dal libro dell’Esodo, racconto biblico fondamentale che vede Dio intervenire nella storia del suo popolo. Infatti, quando i figli d’Israele schiavizzati gridano a Lui, Dio ascolta e si ricorda: «Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Es 2,24-25). Dalla memoria di Dio scaturisce la liberazione dall’oppressione, che avviene attraverso segni e prodigi. È a questo punto che il Signore consegna a Mosè il senso di tutti questi segni: «perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e del figlio di tuo figlio i segni che ho compiuti: così saprete che io sono il Signore!» (Es 10,2). L’esperienza dell’Esodo ci insegna che la conoscenza di Dio si trasmette soprattutto raccontando, di generazione in generazione, come Egli continua a farsi presente. Il Dio della vita si comunica raccontando la vita.

Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni. Qui la vita si fa storia e poi, per l’ascoltatore, la storia si fa vita: quella narrazione entra nella vita di chi l’ascolta e la trasforma.

Anche i Vangeli, non a caso, sono dei racconti. Mentre ci informano su Gesù, ci “performano” a Gesù, ci conformano a Lui: il Vangelo chiede al lettore di partecipare alla stessa fede per condividere la stessa vita. Il Vangelo di Giovanni ci dice che il Narratore per eccellenza – il Verbo, la Parola – si è fatto narrazione: «Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha raccontato» (Gv 1,18). Ho usato il termine “raccontato” perché l’originale exeghésato può essere tradotto sia “rivelato” sia “raccontato”. Dio si è personalmente intessuto nella nostra umanità, dandoci così un nuovo modo di tessere le nostre storie.

4. Una storia che si rinnova

La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale. Essa ci mostra che Dio ha preso a cuore l’uomo, la nostra carne, la nostra storia, fino a farsi uomo, carne e storia. Ci dice pure che non esistono storie umane insignificanti o piccole. Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra. Ogni storia umana ha una dignità insopprimibile. Perciò l’umanità merita racconti che siano alla sua altezza, a quell’altezza vertiginosa e affascinante alla quale Gesù l’ha elevata.

«Voi – scriveva San Paolo – siete una lettera di Cristo scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani» (2 Cor 3,3). Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, scrive in noi. E scrivendoci dentro fissa in noi il bene, ce lo ricorda. Ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore. Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo. Come le Confessioni di Agostino. Come il Racconto del Pellegrino di Ignazio. Come la Storia di un’anima di Teresina di Gesù Bambino. Come i Promessi Sposi, come I fratelli Karamazov. Come innumerevoli altre storie, che hanno mirabilmente sceneggiato l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo. Ciascuno di noi conosce diverse storie che profumano di Vangelo, che hanno testimoniato l’Amore che trasforma la vita. Queste storie reclamano di essere condivise, raccontate, fatte vivere in ogni tempo, con ogni linguaggio, con ogni mezzo.

5. Una storia che ci rinnova

In ogni grande racconto entra in gioco il nostro racconto. Mentre leggiamo la Scrittura, le storie dei santi, e anche quei testi che hanno saputo leggere l’anima dell’uomo e portarne alla luce la bellezza, lo Spirito Santo è libero di scrivere nel nostro cuore, rinnovando in noi la memoria di quello che siamo agli occhi di Dio. Quando facciamo memoria dell’amore che ci ha creati e salvati, quando immettiamo amore nelle nostre storie quotidiane, quando tessiamo di misericordia le trame dei nostri giorni, allora voltiamo pagina. Non rimaniamo più annodati ai rimpianti e alle tristezze, legati a una memoria malata che ci imprigiona il cuore ma, aprendoci agli altri, ci apriamo alla visione stessa del Narratore. Raccontare a Dio la nostra storia non è mai inutile: anche se la cronaca degli eventi rimane invariata, cambiano il senso e la prospettiva. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!

Con lo sguardo del Narratore – l’unico che ha il punto di vista finale – ci avviciniamo poi ai protagonisti, ai nostri fratelli e sorelle, attori accanto a noi della storia di oggi. Sì, perché nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio.

Non si tratta perciò di inseguire le logiche dello storytelling, né di fare o farsi pubblicità, ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio, di testimoniare ciò che lo Spirito scrive nei cuori, di rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende. Per poterlo fare, affidiamoci a una donna che ha tessuto l’umanità di Dio nel grembo e, dice il Vangelo, ha tessuto insieme tutto quanto le avveniva. La Vergine Maria tutto infatti ha custodito, meditandolo nel cuore (cfr Lc 2,19). Chiediamo aiuto a lei, che ha saputo sciogliere i nodi della vita con la forza mite dell’amore:

O Maria, donna e madre, tu hai tessuto nel grembo la Parola divina, tu hai narrato con la tua vita le opere magnifiche di Dio. Ascolta le nostre storie, custodiscile nel tuo cuore e fai tue anche quelle storie che nessuno vuole ascoltare. Insegnaci a riconoscere il filo buono che guida la storia. Guarda il cumulo di nodi in cui si è aggrovigliata la nostra vita, paralizzando la nostra memoria. Dalle tue mani delicate ogni nodo può essere sciolto. Donna dello Spirito, madre della fiducia, ispira anche noi. Aiutaci a costruire storie di pace, storie di futuro. E indicaci la via per percorrerle insieme.

Roma, presso San Giovanni in Laterano, 24 gennaio 2020,

Memoria di San Francesco di Sales

Lazio: online un bando per teatri, librerie e cinema verdi e digitali

Online il bando che sostiene con contributi a fondo perduto fino a 100 mila euro gli investimenti green (ristrutturazioni con diagnosi energetica) e digitali di Cinema, Teatri e Librerie Indipendenti. Un’azione nata con l’obiettivo di sostenere i luoghi della cultura di fronte alle sfide dell’innovazione imposte dal nuovo contesto economico e tecnologico.

Il bando Teatri, Librerie e Cinema VERDI E DIGITALI è pensato per favorire gli investimenti di cinema, teatri e librerie indipendenti nelle nuove tecnologie digitali e nei processi di efficientamento energetico. L’obiettivo è rafforzare la competitività di queste realtà, favorendo un’attività più rispettosa dell’ambiente e l’adozione di tecnologie digitali in grado anche di ampliare e migliorare l’esperienza dei consumatori. Il bando è rivolto alle Micro, Piccole e Medie Imprese (MPMI) e ai liberi professionisti che siano gestori o titolari di sale cinematografiche, teatri e librerie indipendenti.

Prevista una dotazione finanziaria di 3 milioni di euro. di cui 2 milioni saranno destinati a investimenti in tecnologie digitali (come l’acquisto di attrezzature, software, strumentazione digitale; acquisizione di brevetti, know-how; acquisti di servizi erogati in modalità cloud computing e Software as a Service; consulenza specialistica, ecc.) e 1 milione sugli investimenti per l’efficienza energetica (ad esempio, studi di fattibilità e diagnosi energetiche; progettazione; redazione piani di sicurezza e collaudo; acquisizione di brevetti e know-how; opere murarie e impianti; certificazione energetica, ecc.). Le risorse complessive saranno così ripartire: 1 milione ai teatri, 1 milione alle librerie indipendenti e 1 milione alle sale cinematografiche.

Per tutte le info vai qui

Regina Elena, asportato tumore di 9 cm dal fegato.

Asportato, all’Ire di Roma, un tumore al fegato di 9x7cm a paziente di 91 anni e mezzo. Un intervento arrivato a circa 4 mesi dalla diagnosi di tumore maligno del fegato localizzato nella zona centrale, nelle adiacenze delle strutture principali glissoniane del fegato.

Non erano presenti alternative terapeutiche per questo caso, – spiega Grazi direttore di chirurgia epatobiliopancreatica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena – in quanto le terapie percutanee e quelle endoarteriose, anche se disponibili nel nostro Istituto, non avrebbero garantito risultati terapeutici ottenuti. L’intervento è durato 3 ore e le condizioni del paziente sono apparse subito ottime.

 

 

De Masi, Di Maio Berlinguer e il Master.

Oggi il sociologo De Masi, già consulente per il Movimento Cinque Stelle dice in una intervista al Giornale, moltissime sciocchezze. Ne citiamo due. Attribuisce a ruolo di Berlinguer, come oppositore, avere ottenuto lo statuto dei Lavoratori. Anche i sassi sanno che è una legge attribuibile a Donat Cattin, a Giacomo Brodolini e a Gino Giugni, per volontà della Dc e dei socialisti. In quella fase Berlinguer non era neppure segretario del PCI.

L’altra assurdità è relativa ai consigli inascoltati dati a Di Maio. “ Avrebbe dovuto prendere un Master ad Harvard o alla London School o Economics, “dice De Masi. Che Di Maio dovesse approfondire gli studi è fuori di dubbio, che possa accedere a quelle prestigiose università è un poco più complesso.

Non è una passeggiata. Richiede una preparazione di base in economia che forse Di Maio non ha, così come una laurea di partenza. Non è che per un Master si può essere cooptati come nelle cariche pubbliche.!

Sorprende che queste affermazioni così disinvolte vengano da un sociologo, docente universitario con esperienze internazionali come De Masi!

Un passo nuovo e coraggioso

Una nuova frontiera. Sentieri per una Chiesa in uscita (Ave, Roma 2020) è il nuovo libro del
Presidente nazionale di Azione cattolica, Matteo Truffelli, che si presenta come un vero e
proprio consiglio di viaggio per vivere questo tempo da cristiani in una “Chiesa in uscita”.
Infatti il volume non è solo la riflessione che il Presidente di Ac lascia agli aderenti al termine del suo mandato che è durato sei anni (la XVII Assemblea nazionale di Ac, che vedrà il rinnovo delle cariche elettive, sarà in programma dal 30 di aprile al 3 maggio 2020) ma è anche e soprattutto un “viaggio della coscienza”, un itinerario spirituale ma anche molto concreto per immaginare un nuovo futuro, in Ac, nella Chiesa italiana, nelle realtà associative e sociali in cui viviamo.

Un libro che ha un suo faro: la fraternità. Che, come dice papa Francesco «è la nuova frontiera del cristianesimo».

La nuova frontiera non è altro che la nostra Luna da raggiungere, «è la promozione di un
mondo più impastato di Vangelo e, per questo, più umano – scrive Truffelli nel libro –, in cui la fraternità, autentica impronta del Vangelo nel mondo, possa smettere i panni di promessa mancata della modernità». Ecco allora che pace, giustizia, solidarietà, accoglienza e cura di ogni vita, salvaguardia del Creato non sono ideali astratti, illusori: sono i punti cardinali con cui orientare il nostro stare nel mondo.

In questo viaggio lungo le coordinate della fraternità Truffelli non si aggrappa solo alle parole, seppur seduttive e intriganti per nuove prospettive di impegno. Lo fa con i fatti (di Vangelo), raccontando quello che ha visto e conosciuto durante i suoi anni di Presidenza di Ac. In questo libro-viaggio si incontrano, su e giù per la Penisola, volti, persone, storie di comunità locali, esperienze di prossimità con realtà difficili connotate da emarginazione (come ad esempio il carcere), occasioni dove la comunità di Azione cattolica è già oltre, già in cammino, lungo la strada di una nuova frontiera.

Per dirla con papa Francesco: l’Ac è già in uscita.
Una nuova frontiera significa farsi promotori di fraternità dentro il nostro tempo. Essere
solidali con i più lontani, i più poveri. Tessere alleanze, perseguire il bene comune, anche e
oltre la sfera associativa. Un’Ac in uscita è un’associazione che fa spazio a tutti, abita la
periferia, promuove formazione missionaria, è al servizio dei poveri, dialoga con il mondo. Un lungo viaggio che provoca a essere sempre di più seminatori di speranza, da cittadini, dentro le istituzioni, nella società e oltre la società.

Il libro contiene, infine, tre discorsi di papa Francesco dedicati all’Azione cattolica italiana

Per non abbassare la guardia di fronte all’antisemitismo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

«Razzismo e antisemitismo sono morbi maligni che demoliscono paesi e popoli, nessuna democrazia e società ne è immune». Lo ha detto il presidente israeliano, Reuven Rivlin, aprendo a Gerusalemme il quinto Forum mondiale sull’Olocausto, un evento con oltre 41 capi di Stato in occasione del 75° anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. «La Terra singhiozza per le atrocità che questa gente ha sofferto», ha detto ancora Rivlin, citando le parole di uno dei soldati dell’Armata Rossa che liberarono il campo.

La Sala della Memoria al museo Yad Vashem

«In nome del popolo ebraico, grazie per la vostra solidarietà, grazie per il vostro impegno per la memoria dell’Olocausto, per i cittadini del mondo che credono nella libertà e la dignità dell’uomo», ha proseguito, rivolgendosi ai leader internazionali convenuti al mausoleo dello Yad Vashem.

Fra i principali ospiti delle 49 delegazioni internazionali, vi sono i presidenti francese Emmanuel Macron, tedesco Frank Walter Steinmeier, russo Vladimir Putin, il re di Spagna Felipe VI, il principe Carlo d’Inghilterra e il vice presidente americano Mike Pence. Per l’Italia c’è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale, nell’incontro con Rivlin, ha detto che la cerimonia di oggi, con la presenza di tanti capi di Stato e di governo, «sarà un richiamo a tutto il mondo perché non abbassi mai la guardia e la vigilanza contro l’antisemitismo e la violenza». «L’Italia è impegnata contro l’odio, il male, la stupidità sotterranei che talvolta affiorano», ha aggiunto, sottolineando che le leggi razziali sono state «una pagina nera particolarmente grave e per questo siamo consapevoli dell’esigenza di affermare la necessità di combattere continuamente l’antisemitismo e di trasmettere questa consapevolezza ai giovani».

Mattarella ha quindi ricordato di avere nominato senatrice a vita Liliana Segre — sopravvissuta ad Auschwitz — nel gennaio del 2018, «nel novantesimo anniversario delle leggi razziali con cui il fascismo aveva perseguitato gli ebrei». «La testimonianza che Segre ha reso in questi ultimi decenni sulla Shoah è stata per l’Italia un patrimonio prezioso», ha affermato il presidente, ricordando che in ogni sede internazionale l’Italia si esprime contro l’antisemitismo e che nelle scuole di ogni ordine e grado si studia la Shoah.

A Gerusalemme sono presenti anche i vertici dell’Unione europea. «La Shoah è stata una tragedia europea, un punto di svolta nella nostra storia e il suo lascito è impresso nel dna dell’Unione europea», hanno dichiarato i presidenti Charles Michel, David Sassoli e Ursula von der Leyen, aggiungendo: «Ricordare la Shoah non è una cosa fine a se stessa. È la pietra angolare dei valori europei. Una Europa che mette l’umanità al suo centro, protetta da legge, da democrazia e diritti fondamentali».

Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha colpito i dirigenti del Museo Yad Vashem quando, a poche ore dall’inizio del Forum internazionale sull’Olocausto, ha annunciato su Facebook che lui e i quattro rappresentanti della delegazione di Kiev rinunciavano ai posti loro riservati a favore di sopravvissuti. «Quelle persone — ha affermato il presidente — meritano quell’onore più di tutti». Zelensky ha precisato che comunque parteciperà alle altre attività del convegno.

Corruzione: Transparency International, l’Italia al 51° posto nel mondo.

L’Indice di Percezione della Corruzione 2019 (CPI) pubblicato da Transparency International vede l’Italia al 51° posto nel mondo con un punteggio di 53 punti su 100, migliore di un punto rispetto all’anno precedente. L’Italia pur segnando un lieve miglioramento, rallenta la sua scalata alla classifica globale della corruzione.
“Siamo lieti di vedere un ulteriore miglioramento” ha dichiarato Virginio Carnevali, Presidente di Transparency International Italia “ma sinceramente speravamo in qualcosa di più. Il rallentamento è dovuto a diversi problemi che il nostro Paese si trascina da sempre senza riuscire a risolverli”.

In particolare, come dimostrano i recenti fatti di cronaca, da Foggia alle Madonie, da Reggio Calabria a Reggio Emilia, la criminalità organizzata ancora spadroneggia nel nostro Paese, preferendo spesso l’arma della corruzione che oggi ha assunto forme nuove, sempre più difficili da identificare e contrastare efficacemente.

Altra questione rilevante è la regolamentazione del lobbying e dei conflitti di interesse: da anni sentiamo parlare di leggi che dovrebbero finalmente porre un freno e delle regole a due questioni fondamentali nella lotta alla corruzione, ma ancora il Parlamento tace. Solo tante promesse e audizioni che ancora non si sono trasformate in atti concreti.
Non è certo un buon esempio di trasparenza la recente abolizione degli obblighi di comunicazione dei redditi e dei patrimoni dei dirigenti pubblici attuata dall’ultima legge finanziaria.

Dobbiamo menzionare per importanza anche il tema degli appalti pubblici, oggetto di attenzione di funzionari e imprenditori corrotti: un codice più efficace e un maggior coinvolgimento della società civile nelle attività di monitoraggio non potrebbero che giovare alle finanze pubbliche.

Questi sono solo alcuni dei temi che Transparency International Italia da anni cerca di portare nell’agenda politica nazionale, per far scrollare di dosso all’Italia la nomea di “paese corrotto”.

I risultati 2019

Dominano la classifica Danimarca e Nuova Zelanda come già l’anno scorso. Stesso discorso per il fondo del ranking, dove troviamo ancora Somalia e Sud Sudan.
In Europa oltre alla Danimarca fanno bella figura anche Finlandia e Svezia, mentre Bulgaria, Romania e Ungheria occupano le ultime tre posizioni della classifica continentale. A livello globale spiccano la caduta di Canada (-4 punti), Francia e Regno Unito (-3) mentre colpiscono in positivo la Spagna (+4) e la Grecia (+3). Tra i Paesi del G20 rimangono stabili Germania e Russia (rispettivamente con un voto di 80 e di 28 come nel 2018) mentre perdono due punti gli USA (69 contro i 71 precedenti).

I Flussi illegali di pneumatici e PFU in Italia

Conoscere è il primo passo per combattere l’illegalità che ancora penalizza gli operatori onesti del settore. Questa la premessa alla base del Rapporto “I Flussi illegali di pneumatici e PFU in Italia”.

Un lavoro di oltre due anni e mezzo, che ha permesso di definire un quadro chiaro delle aree di criticità che espongono a illegalità e irregolarità un sistema, quello della raccolta e recupero dei PFU, che rappresenta per l’Italia un caso di eccellenza nella gestione dei rifiuti e nel percorso del Paese verso l’economia circolare e che ogni anno assicura su tutto il territorio nazionale il recupero di oltre 380.000 tonnellate di PFU raccolte presso gommisti, autofficine e stazioni di servizio.

Si stimano, infatti, tra 30 e 40mila le tonnellate di pneumatici che ogni anno vengono immessi illegalmente nel mercato nazionale, a cui si legano un mancato versamento del contributo ambientale per la loro raccolta e riciclo pari a un totale di circa 12 milioni di Euro, evasione dell’IVA stimabile in circa 80 milioni di Euro ed un’esposizione al rischio di abbandono nell’ambiente di pneumatici fuori uso derivanti da attività illegali, che non esistono e sono dunque fuori dalle regole del sistema nazionale di gestione dei PFU.

Nonostante il Ministero dell’Ambiente dal gennaio 2019 abbia imposto ai consorzi che curano raccolta e recupero dei PFU un innalzamento del target di gestione pari ad un +5%, i flussi illegali continuano a condizionare fortemente il funzionamento del sistema e a penalizzare l’attività degli operatori onesti. I PFU generati illegalmente infatti, finiscono per confondersi nella massa complessiva di PFU da raccogliere, facendo saltare gli obiettivi fissati ogni anno e causando due impatti negativi: l’accumulo di PFU nei piazzali degli operatori e il rischio di abbandoni illegali nell’ambiente.

Dal giugno 2017 al 15 dicembre 2019, il lavoro dell’Osservatorio, anche attraverso CambioPulito (www.cambiopulito.it), la piattaforma di whistleblowing riservata agli operatori del settore e gestita da Legambiente, ha permesso di tracciare un quadro chiaro della situazione: 361 le denunce di illeciti registrate, che hanno riguardato 301 società.

Le segnalazioni raccolte – processate da Legambiente attraverso i propri avvocati dei Centri di Azione Giuridica (Ceag) – sono risultate nella quasi totalità dei casi precise e circostanziate, corredate da documentazione a supporto, tanto da concretizzarsi in 8 esposti inoltrati alle Forze dell’Ordine: ai Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente, con la segnalazione di 136 aziende (126 italiane e 10 straniere), con il 35% degli operatori successivamente sottoposti a controllo che è stato oggetto di sanzioni; all’Autorità Garante del Mercato e della Concorrenza, con la segnalazione di 14 siti internet (5 italiani, 9 esteri); al Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Napoli, con la segnalazione di 24 casi nella sola Campania.

Tutti gli esposti si sono concentrati su presunte commercializzazioni illegali online (spesso con l’estero, verso cui l’azione di contrasto e repressione appare ancora complessa e spesso dalle “armi spuntate”) e smaltimento illecito, sull’omesso versamento contributo IVA e contributo ambientale, esercizio abusivo della professione e concorrenza sleale. Circa l’80% delle segnalazioni ha riguardato presunte violazioni delle regole di commercio, della libera concorrenza e del mercato del lavoro e grazie ad esse è stato possibile mettere a fuoco anche la dinamica della recrudescenza di furti di pneumatici nuovi per l’immissione di pneumatici nel mercato nero (soprattutto online).

La parte di filiera che gestisce i PFU, pneumatici a fine vita, vede invece l’illegalità sostanziarsi in: mercato di PFU spacciati per gomme usate, furti di PFU per attività di riciclo illegale, truffa sui sistemi di pesatura dei PFU. In merito alla distribuzione geografica, tra le regioni più interessate dalle segnalazioni risultano la Campania, che ha raccolto in assoluto il maggior numero di segnalazioni (77), seguita da Lombardia (51), Puglia (25), Abruzzo (22), Emilia Romagna (21), Sicilia (18), Calabria (17), Liguria (15) e Lazio (14).

Peste suina: serve l’etichettatura d’origine

Serve dare immediatamente il via libera all’obbligo dell’etichettatura d’origine sui derivati della carne suina per garantire la trasparenza e la rintracciabilità di fronte agli allarmi sanitari che si moltiplicano con la globalizzazione degli scambi. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare positivamente il maxi sequestro della guardia di Finanza di Padova con la collaborazione dell’Asl di 10 tonnellate di carni suine provenienti dalla Cina, attraverso il porto di Rotterdam, potenzialmente pericoloso per la diffusione della peste suina.

“Sotto accusa c’è il sistema di controllo dell’Unione Europea con frontiere colabrodo che hanno lasciato passare materiale pericoloso ai confini olandesi ma anche i ritardi a livello nazionale causati da una burocrazia che non comprende l’urgenza di tracciare gli alimenti che arrivano ai consumatori in una situazione in cui l’Italia importa ogni anno dall’estero circa 1 miliardo di chili di carni suine fresche e  congelate” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sollecitare l’entrata in vigore del decreto che introduce l’indicazione della provenienza per le carni suine  trasformate dopo  l’intesa raggiunta in Conferenza Stato Regioni.

Il provvedimento prevede – spiega Coldiretti – che i produttori indichino in maniera leggibile sulle etichette le informazioni relative a: “Paese di nascita: (nome del paese di nascita degli animali); “Paese di allevamento: (nome del paese di allevamento degli animali); “Paese di macellazione: (nome del paese in cui sono stati macellati gli animali). Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati nello stesso paese, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: (nome del paese)”. La dicitura “100% italiano” è utilizzabile solo quando ricorrano le condizioni del presente comma e la carne è proveniente da suini nati, allevati, macellati e trasformati in Italia.  Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati in uno o più Stati membri dell’Unione europea o extra europea, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: UE”, “Origine: extra UE”, “Origine: Ue e extra UE”.

Il via libera all’obbligo dell’etichettatura d’origine su tutti i salumi tutela un settore nazionale che vale secondo la Coldiretti 20 miliardi di euro ed è atteso dal 93% degli italiani che ritengono importante conoscere l’origine degli alimenti e dire finalmente basta all’inganno di prosciutti e salami fatti con carne straniera ma spacciati per Made in Italy, secondo la consultazione on line del Ministero delle Politiche Agricole.

L’Italia, che è leader europeo nella trasparenza e nella qualità, ha il dovere di fare da apripista nelle politiche alimentari comunitarie”. Un impegno portato avanti dalla Coldiretti che è stata capofila nella raccolta di 1,1 milioni di firme di cittadini europei per chiedere alla Commissione Ue di estendere l’obbligo di indicare l’origine in etichetta a tutti gli alimenti con la petizione europea “Eat original! Unmask your food” (Mangia originale, smaschera il tuo cibo) promossa assieme ad altre organizzazioni europee.

La peste suina africana – ricorda la Coldiretti – è una malattia virale contagiosa che colpisce suini e cinghiali. Questo virus può essere trasmesso facilmente da un animale all’altro attraverso stretti contatti tra individui, o con attrezzature contaminate (camion e mezzi con cui vengono trasportati gli animali, stivali, ecc.) o attraverso resti di cibo che trasportano il virus e abbandonati dall’uomo. Considerata dunque la facilità di trasmissione – conclude Coldiretti – il rischio che il contagio possa essere esteso agli allevamenti italiani rappresenterebbe un gravissimo danno.

Per i cento anni dalla nascita di Alberto Sordi

A cento anni dalla nascita il cinema omaggia Alberto Sordi con un evento. Solo il 24, 25 e 26 febbraio arriva sul grande schermo ‘Permette? Alberto Sordi’, un film imperdibile che racconta le origini di una leggenda del cinema italiano.

Un film che vuole ricordare la straordinaria vitalità di Alberto Sordi, il suo immenso talento, la sottile ironia, l’artista e l’uomo, tra difetti e virtù.

Diretto da Luca Manfredi, con Edoardo Pesce nel ruolo del giovane “Albertone nazionale”, il film vede nel cast Pia Lanciotti nel ruolo di Andreina Pagnani, Alberto Paradossi nel ruolo di Federico Fellini, Paola Tiziana Cruciani, Luisa Ricci, Michela Giraud, Paola Giangrasso, con la partecipazione amichevole di Giorgio Colangeli, Martina Galletta, Francesco Foti, Sara Cardinaletti e Lillo Petrolo nel ruolo di Aldo Fabrizi.

Dopo le giornate dedicate al grande schermo il film sarà proiettato dalla Rai.

L’aritmia si può curare con un fascio di protoni

E’ stato eseguito al Cnao di Pavia un intervento innovativo.

Un paziente con aritmia ventricolare è stato trattato con un fascio di protoni che ha colpito, in modo mirato e con un ridottissimo impatto sui delicati tessuti circostanti, la parte del cuore responsabile dei battiti cardiaci irregolari.

Il paziente, 73 anni, affetto da una grave forma di cardiomiopatia dilatativa era stato trasferito a Pavia da un ospedale milanese dove era ricoverato per aritmie ventricolari e ripetuti arresti cardiaci. Dopo l’intervento è stato tenuto sotto stretto monitoraggio al San Matteo: pochi giorni fa è stato dimesso dalla Cardiologia in buone condizioni generali, in buon compenso cardiocircolatorio ed è stato possibile trasferirlo presso un reparto per la riabilitazione.

 

Prof. Vittorino Andreoli: “se tu vuoi capire la violenza devi prima sapere che cos’è la paura”.

Prof. Andreoli, oltre il dato strettamente clinico, in quale punto possiamo porre il limite di confine tra normalità e patologia nei comportamenti umani? Come possiamo definire la follia? Fino a che punto possiamo spiegarla?

Vede, il comportamento umano, cioè di ogni uomo, dipende da tre fattori: il primo è il fattore biologico, che significa ‘come è strutturata la genetica di ciascuno’, ‘come è conformato geneticamente il cervello di ciascuno’. Questo elemento biologico è molto  importante ma non è sufficiente perché altrimenti arriveremmo a quel riduzionismo molecolare che era nato con il positivismo. A questo primo fattore dobbiamo aggiungerne un secondo che è l’esperienza: cioè il comportamento dipende anche dalla modalità con cui noi abbiamo vissuto il nostro passato e in particolare da come abbiamo vissuto l’infanzia, importantissimi sono i primi tre anni di vita.

Non c’è dubbio quindi che le nostre esperienze passate incidano sul comportamento attuale.

Il terzo fattore è legato all’ambiente: il nostro comportamento, oltre che dalla biologia, oltre che dalla personalità che si forma sulla base delle esperienze, dipende anche dall’ambiente in cui viviamo, ambiente che va inteso geograficamente ma soprattutto come relazioni umane e quindi dipende molto dal tipo di rapporto che noi stabiliamo con le altre persone, sia da un punto di vista di ruolo sia da un punto di vista sentimentale.

E allora, quando noi vogliamo capire il comportamento dell’uomo e vogliamo anche attribuirgli un significato di ‘normalità’ ovvero di ‘patologia’ o dargli comunque tutte le specificazioni possibili, noi dobbiamo tener conto di questi tre fattori e da qui si vede anche che la distinzione può non essere facile.

Come si può spiegare da un punto di vista clinico che nella coscienza e nella mente di una persona – magari ritenuta da tutti e nei suoi contesti abituali di vita “un soggetto apparentemente normale” – esploda improvvisamente l’irrazionalità, l’abnorme sentire, ciò che può dar luogo a comportamenti imprevedibili e inspiegabili, anche a gesti estremi di violenza o di autolesionismo? Quel tarlo esisteva anche prima –sopito – ed è emerso per una causa scatenante oppure il gesto irrazionale si spiega con un raptus che non appartiene al suo codice genetico? In altri termini, forse banalizzando: folli si nasce o si diventa?

Dunque, da come le ho detto, in realtà la follia è un insieme di biologia, di esperienze e di ambiente

e quindi è chiaro che ciascuno di noi avrebbe potuto fare esperienze diverse, vivere ad esempio in un ambiente completamente diverso, sia rispetto alle  persone che incontra sia per dove vive e per la società stessa.

Quindi è chiaro che c’è una componente ‘storica’, non è più possibile quindi parlare di un destino fissato, determinato.

Però – vede –  quando ci sono delle persone che noi definiamo assolutamente ‘nella norma’ e compiono gesti che sono inaccettabili, che vanno fuori dalla norma, beh qui bisogna stare attenti perché molte volte noi crediamo di conoscere le persone, ma le persone non sono esattamente per come si presentano perché c’è dentro di loro un’intimità, c’è una personalità profonda che spesso è segreta e che qualche volta – appunto – quindi non traspare nella maschera che noi presentiamo comunemente.

In ultimo bisogna ricordare che dal  1900 – con la nascita della psicoanalisi e quindi con la nascita dell’inconscio (nasce nel 1900, esattamente con il libro ‘L’interpretazione dei sogni’ di Freud) sappiamo che c’è dentro di noi qualcosa che può essere segreto a noi stessi.

Quindi l’affermazione  -“conosco una persona”-  le garantisco che è un’affermazione che dovrebbe essere fatta con molto maggiore prudenza.

E’ indubbio però che certi comportamenti che esplodono inattesi risentono molto anche della società in cui viviamo, degli stimoli continui, sono veicolati da una condizione di stress legata alla follia del mondo perché questa è una società estrema, che ci richiede di essere sempre attivi, di avere successo e quindi le domande che pone sono tali che certi soggetti deboli ‘non ce la fanno’ 

Pensiamo alle psicopatologie della vita quotidiana e facciamo alcuni esempi: la ripetitività maniacale dei gesti, le sindromi ossessivo-compulsive, il lavarsi un’infinità di volte le mani, le nevrosi, la paura del contatto con gli altri e con gli oggetti, persino i rituali scaramantici: fino a che punto si possono attribuire a comportamenti inconsueti e fino a che punto invece sono indice di pulsioni sopite, di tensioni represse, vere e proprie valvole di scarico di schizofrenie più complesse? Dove risiede la loro matrice: nel disagio psichico o nella sofferenza emotiva? Servono forse a compensare problematiche esistenziali più radicate, concentrando in un gesto, in un’azione delle latenze interiori che meritano uno scandaglio più profondo? Oppure vanno circoscritte ed accettate se ci permettono di contenere e gestire le pulsioni?

Guardi, all’origine di tutta questa grande fenomenologia dei comportamenti ‘malati’ c’è la paura, questo meccanismo che dovrebbe difendere l’uomo perché in questa maniera, attraverso la paura si possono prevedere dei rischi ma talvolta è una paura così forte che finisce per portarci da una parte, a darci una insicurezza incredibile, a non fidarci più, ad appartarci, a sentirci soli.

Quindi  la ‘paura’ è un nucleo che genera una quantità tale di difficoltà di vivere che ci portano sempre più a dare risposte che non sono accettabili, che non sono nella norma: lei pensi alla solitudine.

La solitudine non possiamo definirla di per sé una patologia perché si può essere dimenticati, ci si può trovare in una situazione in cui appunto rispetto alla stessa esistenza non veniamo nemmeno visti, siamo dei ‘trasparenti’: la solitudine altera completamente il modo di pensare perché aumenta la paura, si pensa che tutti gli altri scappino da noi perché non siamo accettabili e quindi ci convinciamo poco alla volta che non siamo adeguati a vivere.

E se non siamo adeguati a vivere allora si comincia a fantasticare sulla morte.

Quindi è la paura la matrice: questa sensazione drammatica dell’esistenza che ci fa sentire che è così difficile vivere al punto che persino la paura diventa ‘paura della paura’, ‘paura di vivere’.

Parliamo della paura. Esiste una paura di ciò che si vede e si avverte, di pericoli che possiamo materializzare e descrivere e una paura più nascosta, ancestrale, un timore dell’ignoto – quello che una certa filosofia spiega come il”mal di vivere”- di cui non riusciamo a capacitarci e che produce una sofferenza, se vogliamo, ancora maggiore e più intensa. Sono due categorie mentali semplificative o due modi di essere della nostra angoscia interiore?

Ecco, vede che lei stesso nelle domande che ha preparato ha toccato la paura, che è il punto essenziale.

Di questa società si dice che la caratteristica principale è la violenza e non v’è alcun dubbio che questo sia un mondo violentissimo: violenza fisica ma anche violenza dalle ‘belle maniere’, di chi non ti guarda nemmeno in volto, di chi ti considera come se tu non esistessi nemmeno.

Quindi, vede, io dico sempre questo:  “se tu vuoi capire la violenza devi prima sapere che cos’è la paura”.

Perché anche nei casi estremi, anche quelli in cui la violenza è arrivata alle cronache più assurde, ebbene anche lì, se si gratta un pochino, si scopre che sotto c’è una paura straordinaria, una paura del mondo, una paura degli altri e anche una paura di sé stessi.

Perché quando si è molto insicuri, quando non ci sono punti di riferimento ebbene si teme anche il proprio comportamento e quindi si arriva anche a quell’assurdo esistenziale per cui uno ha paura di sé stesso, è un po’ come se ci fosse un doppio, se uno fosse sdoppiato, come se volesse scappare dall’altro che però è pur sempre dentro di sé.

Vede,  però c’è anche una paura ancestrale che è legata al limite della condizione esistenziale perché la morte è un limite che si può cercare di dimenticare ma è un limite costante, perché tutto può accadere in un secondo e ogni progetto di grandezza finisce con l’essere persino ridicolo.

Ecco, quindi che ci sono i limiti dell’uomo che vanno comunque compensati, ed ecco perché sono fondamentali le relazioni umane.

In un contesto esistenziale che ci rende fragili e sovraesposti ai pericoli del mondo e alle insidie delle relazioni interpersonali l’ansia è un’ espressione reattiva consueta e diffusa ma anche una forma di autodifesa: alzando forse la soglia della percezione alziamo anche quella del controllo e della risposta allo stress? E’ un’analisi semplificativa? L’ansia va combattuta oppure assecondata e conosciuta per essere affrontata? Quanto funzionano le terapie di convincimento, di persuasione: si può sempre “spiegare” ad un soggetto ansioso come comportarsi per sottrarsi a quella sofferenza spesso devastante? Esiste una spiegazione razionale che sopisca l’ansia?

Guardi, se una persona ha paura – e sovente l’ansia è una maschera della paura – è inutile spiegarle qual è l’origine dell’ansia o in che cosa consista.

La cosa migliore è abbracciarla, stringerla, farle sentire che si è con lei e forse la terapia più immediata è di dire “anch’io ho paura, anch’io ce l’ho avuta e sono qui con te per condividerla”.

Questo, per rispondere alla sua domanda, ci riporta però alla parola chiave che è  ‘fragilità’.

Lei sa che ho scritto questo libro -‘L’uomo di vetro’-  (Rizzoli, 2008) in cui cerco di cambiare proprio uno degli elementi di questo umanesimo patologico che si fonda sul potere, sul concetto di ‘uomo forte’ che è in grado di sottomettere gli altri o comunque di tenerli come spettatori del proprio narcisismo forte.

Io invece sostengo che la fragilità – che non ha niente a che fare con la debolezza – è appunto la condizione umana che avverte il senso del mistero e del limite in cui ci si trova e questo naturalmente dà insicurezza.

Però la fragilità ha in sé un bisogno che è il ‘bisogno dell’altro’: cioè la fragilità è una forza che ci porta ad aver bisogno dell’altro, a legarci all’altro.

E il legame con l’altro si chiama anche sentimento.

Allora, di fronte a persone che sono magari angosciate perché non raggiungono la posizione sognata, che non si sentono sufficientemente forti, perché la condizione esistenziale è dura, più che parlare della terapia dell’ansia bisognerebbe partire dal bisogno di capire la propria fragilità e di sapere che la propria fragilità – che abitualmente è considerata un difetto da nascondere – è invece una grande forza.

La più grande terapia è il legame, è l’amore.

L’amore che nella sua espressione più alta è appunto  l’amore per ‘lei’ o per ‘lui’, o quello del padre per i figli, ma anche il legame di amicizia, quello sociale e di solidarietà.

Insomma la fragilità ci porta ad aver bisogno dei fragili come noi o diversi da noi con cui stabilire dei legami ed è appunto bellissimo l’amore in cui uno dice ‘io senza di te non potrei vivere’ e l’altra dice ‘io senza di te non saprei cosa fare’ : uno ha bisogno dell’altro e l’altra ha bisogno del primo.

Due fragilità danno certezze, quindi bisogna evitare il grande errore che abbiamo fatto con la medicalizzazione di ogni espressione esistenziale, proprio cercando di trovare le soluzioni all’interno della fenomenologia esistenziale e non solo nella medicina, non dei farmaci: queste deleghe per cui ormai – grazie alle medicine, agli specialisti, ai grandi nomi – ogni volta che vediamo qualcuno che ha bisogno di noi lo mandiamo invece dal medico..

Parliamo dei fenomeni di somatizzazione dello stress: è vero che le tensioni e i ritmi del vivere contemporaneo procurano danni e sofferenze di tipo organico paragonabili a quelli delle vere e proprie malattie fisiche? Sono le spie di un malessere interiore o la reazione organica abnorme ad un fattore esterno? 

Ormai le neuroscienze hanno chiarito che mente e cervello sono due espressioni di una stessa entità.

In altre parole il cervello lo possiamo descrivere per quel poco che sappiamo con il linguaggio molecolare, anatomico, mentre la mente è la stessa descrizione fatta con un linguaggio comportamentale o ideativo.

Tra mente e corpo non c’è è solo unità ma sono due espressioni della stessa realtà e quindi, ormai, sappiamo che se siamo giù di morale, depressi o viceversa gioiosi ebbene il nostro corpo reagisce in maniera tra loro diversa e – altrettanto- se noi siamo preoccupati di un disturbo fisico, avvertiamo tutta una serie di limitazioni e sensazioni, ci sentiamo ad esempio tristi e malinconici.

Non c’è dubbio che ogni quadro esistenziale può essere descritto sia in termini di molecole che in termini di psiche.

Nel 1961 è avvenuta una delle più grandi scoperte che sono state fatte in questo campo e si trattava del famoso studio che dimostrò che le donne che avevano subito un lutto nei sei mesi precedenti ad una certa valutazione mostravano una percentuale più alta di tumore mammario: questo voleva dire che la malinconia, la depressione incidevano su una realtà organica di moltiplicazione cellulare che sembrava prima impossibile stabilire o connettere.

Questa osservazione adesso è assolutamente dimostrata in quanto si è visto che il nostro stato d’animo, la depressione incide sul sistema immunitario e quindi anche sulle difese dell’organismo: se uno è infelice prende più facilmente la stessa influenza.

C’è una unità psicosomatica alla base della condizione umana.

Quindi è assolutamente vero che ogni volta noi entriamo in una ‘crisi’ – e questa società ci aiuta molto in questo disastro di crisi – ebbene noi ‘stiamo male’, nel senso proprio esistenziale, cioè ‘totus homo’, stiamo male nella mente e nel corpo.

La depressione altera il nostro umore e condiziona i rapporti con gli altri, ci fa vedere una realtà deformata in chiave di percezione spesso totalmente negativa, ci priva della speranza e ci preclude il futuro. Fino a che punto può arrivare la psicoterapia e quando invece è necessario un trattamento farmacologico?

La depressione si fonda sostanzialmente su due principi: primo, la svalutazione di sé e del mondo e –secondo-  la colpa di esistere, sono questi i due punti nodali.

Queste svalutazioni e il senso di colpa possono anche portare al suicidio e infatti la depressione è la condizione che contribuisce di più a  questo exitus, a questa modalità di uscire dal mondo. Ebbene, ci sono delle condizioni acutissime, cioè nelle depressioni gravi, in cui si rendono assolutamente necessari i farmaci.

Non appena però la fase depressiva è uscita dalla dimensione critica, grave, allora bisogna incominciare a stabilire una relazione con quella persona perché se il farmaco cura ‘la malattia’, quando è acuta, la medicina deve occuparsi di curare ‘il malato’e questo malato è qualche cosa di unico, di irripetibile, e bisogna entrare nel suo mondo per aiutarlo a togliere le difficoltà, per ridargli quella che lei ha giustamente chiamato la speranza, per dimostrargli che la vita è comunque e sempre degna di essere vissuta, per poter stabilire relazioni affettive. 

Nei comportamenti di alcuni bambini e adolescenti si manifestano modalità problematiche sul piano relazionale: difficoltà di gestione, agìti violenti e pericolosi, atteggiamenti spesso ingovernabili da parte della scuola, manifestazioni ipercinetiche. Questi alunni non sono disabili ma creano problemi di inserimento e integrazione nel contesto comunitario: non rispettano l’autorità e le regole, sono imprevedibili. Questa sindrome viene spesso curata con psicofarmaci per contenerne l’aggressività. Come Lei sa c’è un acceso dibattito tra fautori delle medicine, strenui oppositori e sostenitori dell’approccio definito ‘multimodale’: un mix tra psicoterapia e farmaci. Lei come la pensa?

Penso innanzitutto che la scuola debba cambiare, che si debbano considerare il bambino e l’adolescente a scuola come persone a cui bisogna insegnare a vivere, cosa spesso più importante che insegnare le campagne napoleoniche ed è assolutamente più importante aiutarle a vivere che ‘giustiziarle’ con un brutto voto, che è comunque un giudizio che può essere preso come un ‘giudizio esistenziale’.

Allora io penso che la scuola – soprattutto quella dell’obbligo – debba cambiare per aiutare questi ragazzi a vivere in un mondo difficile e la scuola non deve diventare parte della difficoltà del mondo.

La grande scommessa degli operatori della scuola è quella di diventare operatori per insegnare  a vivere, il che non è contraddetto con l’insegnare le discipline: le materie devono essere veicolate come modelli per insegnare a vivere.

Restiamo in tema di bambini e adolescenti. Il bullismo è solo un atteggiamento comportamentale dell’età, una forma reattiva a termine oppure può preludere ad agìti di violenza più gravi, a modelli esistenziali negativi o a veri e propri atti criminali in un’escalation dove si perde il senso del limite e si prova l’ebbrezza del gesto folle ed eclatante, che va oltre la bravata? Il bullo è solo un irriverente spavaldo?

No, il bullo è una persona che ha bisogno di aiuto e lo chiede in una maniera inaccettabile e irresponsabile e quindi sono anche del parere che si vada a insegnare che le cose si debbano chiedere in un modo più accettabile.

Non è solo un problema dei giovani: pensi a cosa era e cosa è stata per anni – e io me ne sono occupato – la vita militare. Guardi proprio oggi leggevo -‘La pieve sull’argine’- di Don Primo Mazzolari e in questo bellissimo libro lui descrive una serie di comportamenti e si parlava già allora di bullismo.

Oggi questo termine si applica ai giovani mentre in realtà è un vecchio comportamento anomalo, sovente i bulli a scuola mostrano semplicemente il loro bisogno di aiuto, la loro è una modalità paradossale di chiedere aiuto, un’aggressività che esprime debolezza.

Professor Andreoli, le pongo una domanda di rito per tutti gli intervistati: perché è più facile che saggezza, armonia, senso della giustizia ed equilibrio interiore abitino l’anima delle persone semplici piuttosto che l’intelletto delle persone colte?

Qui la differenza è una sola: è il potere. Quelle che lei chiama le persone colte sono sovente persone che usano la cultura o l’intelligenza come strumento di potere.

Infatti il mondo è pieno di ‘giullari del potere’: se uno mi chiedesse come mi può offendere gli direi di dirmi ‘intellettuale’, io non voglio essere un intellettuale perché appunto gli intellettuali di oggi mostrano di essere dei mercenari del potere, dei giullari, nemmeno del re ma di piccoli uomini che contano ma che sono di un’ignoranza spaventosa.

Quindi le persone semplici sono descritte in altro modo, basta leggere il Vangelo insomma. La saggezza non è mai potere.

Ultima domanda.  Ironia, sentimento, ragione, fede. A chi affidare la speranza nel futuro?

Io non ne posso più della ‘ironia’, adesso sono tutti spettacoli dove si deve fare ironia, satira: è tutta grande ignoranza. Invece la serenità è una cosa molto seria che si fonda sul rispetto dell’altro, sul saper vedere la  positività nell’altro, sul sapergli sorridere invece di scappare. E’ ora di finirla di dire che l’ironia salva il mondo: è una idiozia. Ciò che salva il mondo è il rispetto dell’altro, fino a riuscire ad amarlo.

 

 

Perché abbiamo bisogno dei numeri per dare un peso alla politica.

Da quando sono comparse le “sardine” sulla scena politica, nel Paese abbiamo cominciato a ragionare sul peso politico in termini di numeri. Numeri di piazze piene, in progressione geometrica, numeri che certificano la presenza di testate giornalistiche accreditate, numeri di gente in movimento per riempire le piazze. Un po’ meno, per non dire quasi niente, sui contenuti politici delle proposte. Ora questo del “riempire le piazze” di per se non è male in politica poiché è anche espressione tangibile del livello di partecipazione alla vita politica dei cittadini, ma è una partecipazione di presenza legato al quel preciso evento, che ci pone anche un interrogativo. Perché misuriamo, in questi tempi, il peso politico del contenuto della proposta sulla base dei numeri di coloro che vi partecipano? Da quando abbiamo cominciato a pensare che numero = peso politico sia un unico fattore di misura quando in realtà sono due e pure ben distinti fattori?  Questo processo (riempio le piazze=conto in politica) è cominciato con le piazze virtuali del movimento 5S, quando le piazze fisiche si sono svuotate e si sono trasferite sul web. Di questa ubriacatura di piazza siamo stati tutti consapevoli ed in un certo modo felici, perché il mondo politico è trasferito nel virtuale avendo lasciato nella realtà fisica, i Parlamentari e le Istituzioni.

Ma l’uomo è homo socialis e non può certo venire meno a questa sua esigenza, di tal che rivedersi fisicamente è diventato impellente ed importante. E sono tornate le piazze nel nuovo modo in cui è possibile abitarle. Come nei rave party dei giovani: all’improvviso ognuno per sé o per gruppo per un evento che dura lo spazio di una notte e poi ognuno a casa sua in attesa del prossimo rave party.  Solo che noi, in questo modo, stiamo facendo politica e vogliamo amministrare il Paese, con norme, leggi e finanze, e questa azione di pancia non fa bene al nostro Paese; dovremmo fermarci quel tanto di tempo per pensare, prima della prossima piazza, mentre ci contiamo ma non ancora ci pesiamo.

Industria: Istat, a novembre fatturato invariato e ordinativi in calo (-0,3%) rispetto a ottobre.

A novembre si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, rimanga invariato rispetto al mese precedente. Nella media degli ultimi tre mesi l’indice complessivo è cresciuto dello 0,2% rispetto alla media dei tre mesi precedenti.

Gli ordinativi registrano a novembre una flessione congiunturale dello 0,3%, mentre nella media degli ultimi tre mesi sui precedenti tre sono aumentati dello 0,9%.

La dinamica congiunturale del fatturato è sintesi di una crescita del mercato interno (+0,3%) e di una riduzione di quello estero (-0,4%). Per gli ordinativi la flessione congiunturale riflette un modesto risultato positivo delle commesse provenienti dal mercato interno (+0,1%) e un calo di quelle provenienti dall’estero (-0,7%).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, gli indici del fatturato a novembre segnano un aumento congiunturale solo per i beni strumentali (+1,6%). Risultati negativi si registrano per tutti gli altri raggruppamenti: -0,2% per i beni di consumo, -0,7% per i beni intermedi e -2,9% per l’energia.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di novembre 2018), il fatturato totale cresce in termini tendenziali dello 0,1%, con un incremento dello 0,6% sul mercato interno e un calo dell’1,2% su quello estero.

Con riferimento al comparto manufatturiero, l’industria farmaceutica registra la crescita tendenziale più rilevante (+6,5%), mentre il settore della raffinazione del petrolio mostra il risultato peggiore (-11,5%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce del 4,3%, con riduzioni su entrambi i mercati (-2,2% quello interno e -7,3% quello estero). La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore dei macchinari e delle attrezzature (+9,1%), mentre il calo più marcato si rileva nell’industria delle apparecchiature elettriche e non (-25,7%).

La Madonna Litta, capolavoro dell’Ermitage di San Pietroburgo, torna a Milano dopo trent’anni

Al Museo Poldi Pezzoli di Milano è in corso sino al 10 febbraio 2020 Leonardo e la Madonna Litta, una mostra di grandissimo rilievo, in cui viene esposto eccezionalmente a Milano, per la prima volta dopo quasi trent’anni, il celebre dipinto dell’Ermitage, fra i massimi capolavori del museo nazionale russo.

L’esposizione viene organizzata grazie al sostegno di Fondazione Bracco, Main Partner, cui si affiancano Regione Lombardia e Comune di Milano.

La mostra, a cura di Pietro C. Marani e Andrea Di Lorenzo, con progetto allestitivo di Migliore + Servetto Architects e progetto grafico di Salvatore Gregorietti, è stata inoltre inclusa fra le celebrazioni nazionali dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci promosse e sostenute dal MIBAC – Ministero dei beni e delle attività culturali, in quelle promosse dal comitato territoriale di Milano e della Lombardia e nel palinsesto Milano Leonardo 500, promosso dal Comune di Milano | Cultura.

Insieme alla Madonna Litta viene presentato un nucleo selezionatissimo di opere – una ventina tra dipinti e disegni di raffinata qualità – provenienti dalle collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, eseguiti da Leonardo e dai suoi allievi più vicini – da Giovanni Antonio Boltraffio a Marco d’Oggiono, dall’ancora misterioso Maestro della Pala Sforzesca a Francesco Napoletano – negli ultimi due decenni del Quattrocento, quando il maestro viveva ed era attivo a Milano, presso la corte di Ludovico il Moro.

Cellule T: per una terapia universale contro i tumori.

Dai laboratori dell’università di Cardiff, nel Regno Unito, un team di ricercatori ha scoperto come un nuovo tipo cellule T, una delle cellule più importanti del sistema immunitario, sia in grado di combattere diversi tipi di neoplasie.

Gli studiosi, guidati da Andrew Sewell, erano alla ricerca di metodi non convenzionali con cui il sistema immunitario attacca naturalmente le cellule tumorali quando poi si sono imbattuti in una cellula T all’interno del sangue che potrebbe rivelarsi un’arma decisiva contro i tumori. “Ci sarebbe la possibilità di curare ogni paziente. Nessuno pensava che fosse possibile”, afferma Sewell.

Ma per ora possiede solo un enorme potenziale visto che siamo solo all’inizio dei test

Il dolore e la politica

Il dolore (fisico e morale) è elemento consustanziale alla politica, in particolare quando prevale il racconto personale, quando l’immagine in movimento narrativo decide tutto il resto. Le classi dirigenti cattoliche della Prima Repubblica avevano il peccato originale incorporato, si capiva osservandole che il presupposto del loro agire è sempre stato la Genesi: la mela dell’Eden fu mangiata, altro che. Loro mascheravano bene questa cruda nozione biblica, che si combina con la teologia della croce e della gloria, con lo spirito di servizio alla società e allo Stato, una specie di testimonianza, di martirologio politico. Lo aveva capito bene, tra gli altri, Leonardo Sciascia nel suo film “Todo modo”. La fine di Aldo Moro dopo i 55 giorni della prigionia e il suo epistolario, bellissimo, struggente, reso epico nella prosa del Papa amico che si rivolge “agli uomini delle Brigate rosse” fu il sigillo del dolore nella politica italiana e la prefigurazione dei dolori futuri che sarebbero puntualmente arrivati (“Il mio sangue ricadrà su di voi”).

Anche i comunisti, quelli italiani, conoscevano bene il dolore: la separazione originaria dall’umanesimo socialista, dal gradualismo riformista, la dottrina leninista e stalinista come doppio muro carcerario per Antonio Gramsci, la guerra interna, la caccia alle spie, la clandestinità, il tradimento dei libertari in Spagna, la “dittatura del proletariato”. Questi fecero da sfondo mitico all’epoca Repubblicana, quando le cose erano scarne e scarse ma si era pur sempre tra i partiti vincitori della seconda guerra mondiale, la tenda sotto cui si assembravano gli intellettuali e gli esponenti della buona borghesia colta e pensosa, sotto la protezione di quel rigo tratto sulla mappa europea al vertice di Yalta, molta agitazione sociale ma niente forche e dopo l’intervista di Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa, anche la protezione della Nato. Il tutto sempre con l’accompagnamento dei simpatizzanti del Pci, quelli che le mani non se le volevano sporcare ma le impastavano nella farina di un domani che cantava anche per loro.

Il dolore fu assiduo compagno di strada anche di Bettino Craxi, che veniva da una storia diversa, di minoranza autonomista, di isolamento all’interno del Psi, di discredito culturale a fronte dell’esito brillante dei pensieri sociologici della sinistra socialista, profetica e impotente. Craxi era un socialdemocratico e un riformista, quando queste parole sembravano insulti. Al centro della sua sofferenza politica vi era spesso il tradimento, l’accusa, l’ombra del sospetto, l’incapacità di farne, come avverrà in Amos Oz tanti anni dopo, l’onorificenza massima che un essere umano o animale politico possa conquistarsi. I miei idoli sono tutte figure da vigilia della caduta, gente da Triduo pasquale senza però la Risurrezione. Sono rischiosi simulacri della sconfitta imminente, sempre e comunque. La loro sopravvivenza è esclusa, non lasciano eredi. Come ha fatto, Bettino? Con il suo ceto di avvocati e di amministratori avidi di vita e di grano, con la sua banda di pokeristi che avevano alzato la posta e quasi a ogni giro gridavano “piatto”. Tutto ciò disperdeva l’accademia teorica della giovinezza. Craxi conosceva in politica il valore delle alleanze, forse meno quello delle amicizie. Apriva le porte del peccato, riformava il Concordato, a suo modo era Principe e Stato insieme.

Papa Francesco: “La politica si occupi dell’uomo, non di profitto o potere”

Papa Francesco nel messaggio inviato in occasione dell’apertura del World Economic Forum a Davos, in Svizzera scrive che: “In questi anni, il World Economic Forum ha offerto un’opportunità per l’impegno di diverse parti interessate a esplorare modi innovativi ed efficaci per costruire un mondo migliore. Ha anche fornito un’arena in cui la volontà politica e la cooperazione reciproca possono essere guidate e rafforzate nel superare l’isolazionismo, l’individualismo e la colonizzazione ideologica che purtroppo caratterizza troppo il dibattito contemporaneo”.

La considerazione principale,  – ha osservato il Papa – da non dimenticare, è che siamo tutti membri di un’unica famiglia umana. L’obbligo morale di prendersi cura gli uni degli altri deriva da questo fatto, così come il principio correlativo di porre la persona umana, piuttosto che la semplice ricerca del potere o del profitto, al centro della politica pubblica. Questo dovere, inoltre, incombe sia sui settori imprenditoriali che sui governi, ed è indispensabile nella ricerca di soluzioni eque per le sfide che affrontiamo. Di conseguenza è necessario andare oltre gli approcci tecnologici o economici a breve termine e tenere pienamente conto della dimensione etica nel cercare soluzioni per presentare problemi o proporre iniziative per il futuro”.

Infine conclude ricordando ai politici che, l’enciclica Laudato Si ‘ , pone l’attenzione sull’importanza di un’ “ecologia integrale” che tenga conto delle implicazioni complete della complessità e dell’interconnessione della nostra casa comune. Un tale approccio etico rinnovato e integrato richiede “un umanesimo in grado di riunire i diversi campi della conoscenza, compresa l’economia, al servizio di una visione più integrale e integrata”

A Bagnoli arrivano le ruspe e parte la bonifica

Via libera alle operazioni di bonifica dell’ex area Italsider di Bagnoli. Il Ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano ha visitato ieri il cantiere insieme al sindaco di Napoli Luigi de Magistris, e all’AD di Invitalia, Domenico Arcuri. La rigenerazione dei suoli dell’area prevede la bonifica dai materiali inquinanti, i metalli pesanti, l’amianto, ma anche la depurazione dell’acqua che passa attraverso il terreno inquinato portando poi con sé i materiali tossici.

«Oggi (ieri ndr), dopo 25 anni, mi sento di dire ai cittadini di Napoli, di Bagnoli e di tutto il Sud: scusate il ritardo, ma oggi partono le bonifiche. Quando sono stato qui la prima volta mi è sembrato di entrare in una specie di carcere ambientale con un recinto, un muro intorno”, ha detto il Ministro Provenzano nel corso della conferenza stampa. «Ci sono luoghi – ha aggiunto – in cui passano gli anni ma sembra che non passino i giorni e non passino i minuti. Io vorrei che a Bagnoli la smettessimo di contare gli anni e, nei prossimi tempi, iniziassimo a contare i giorni, i minuti, perché è in questi che dobbiamo vedere il processo di cambiamento all’interno dei luoghi e dobbiamo abbattere questo recinto».

«I lavori vengono eseguiti con il minimo impatto per cittadini e il movimento dei suoli sarà minimizzato, questo ci aiuta a prevenire anche eventuali problemi. Vogliamo aprire questo luogo alla cittadinanza e coinvolgeremo la città nel concorso di idee. Oggi apriamo i recinti e proviamo a restituire alla città quello che negli anni è stato sottratto. Il primo obiettivo era far partire le bonifiche e abbiamo tutti i fondi necessari. Ricordo anche che con la nuova programmazione di risorse sulla transizione ecologica potranno arrivare altri fondi – ha sottolineato Provenzano – Per tutto quello che verrà dopo c’è un clima di rispetto istituzionale e troveremo le soluzioni del caso, rispettando le leggi e coinvolgendo cittadini. Oggi, dopo decenni di attesa vediamo le ruspe e ora dobbiamo controllare che i lavori vengano portati avanti con tecniche di bonifica all’avanguardia e con un rigoroso rispetto dei protocolli di legalità. Le ruspe non sono solo un segno di giustizia, ma anche il giocarsi una partita politico-istituzionale sulla credibilità per le politiche del Sud che si costruisce anche qui».

Provenzano ha inoltre incontrato i comitati civici per discutere del loro coinvolgimento nelle operazioni di rigenerazione dell’area ex Italsider. Le delegazioni dei diversi comitati dell’area hanno discusso un’ora con il ministro e il commissario di Bagnoli Francesco Floro Flores.

Carceri: l’Europa pone pesanti rilievi quelle italiane

Il Comitato del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura (Cpt) mediante un rapporto pubblicato a Strasburgo pone alcuni pesanti rilievi ne confronti dell’Italia.

Si raccomanda, anzitutto di “abolire la misura d’isolamento diurno imposto dal tribunale come sanzione penale accessoria per i detenuti condannati a reati che prevedono la pena dell’ergastolo”.

Di porre “particolare attenzione a varie forme di isolamento e di separazione dal resto della popolazione carceraria imposte ai detenuti, in ragione della durata indeterminata di tali provvedimenti e dell’assenza di procedure e garanzie relative alla loro applicazione e riesame”; invita, appunto, le autorità “ad avviare una seria riflessione sul regime detentivo speciale detto 41-bis, al fine di offrire ai detenuti un minimo di attività utili e di porre rimedio alle gravi carenze materiali osservate nelle celle e nelle aree comuni delle sezioni 41-bis visitate”.

Inoltre, il rapporto descrive “diversi casi di maltrattamenti fisici inflitti ai detenuti dal personale della polizia penitenziaria”. In tal senso, il Cpt raccomanda alla direzioni delle carceri in questione di “esercitare maggior controllo sul personale di polizia penitenziaria e di far sì che ogni denuncia di maltrattamenti di questo tipo sia sottoposta a un’indagine efficace da parte dell’autorità giudiziaria”.

I mali “femminili” che colpiscono gli uomini

Gli uomini fanno poca attenzione alla loro salute e tendono a sottovalutare i segnali che indicano l’insorgenza di un problema nella condizione fisica. La situazione peggiora se ad essere contratte sono patologie considerate tipicamente “femminili”, che invece colpiscono anche il genere maschile.

Gli endocrinologi dell’Associazione medici endocrinologi (Ame), in occasione del congresso nazionale, hanno fatto luce sulle patologie considerate poco frequenti negli uomini e tra queste, troviamo l’anoressia, l’osteoporosi, la pubertà precoce dei maschi.

“A sottovalutare il problema sono gli stessi medici, a causa di un pregiudizio diagnostico di genere”, dichiara Edoardo Guastamacchia, presidente dell’Ame. “per questo è importante sensibilizzare per rendere più tempestiva la diagnosi e l’accesso alle cure”.

Il centro, il trasformismo e la Dc.

Alcuni giorni fa il prof. Angelo Panebianco ha riproposto dalle colonne del Corriere della Sera la tesi della necessità di avere nella politica italiana un “centro”. Un centro, però, almeno come mi è parso di capire, che di volta in volta sarebbe decisivo per dar vita alla potenziale coalizione di governo. Il tutto si giustificherebbe, com’è ovvio, con il ritorno del sistema proporzionale e il congedo definitivo da tutto ciò che è riconducibile al maggioritario. 

Ora, che il centro o il centrismo nella politica italiana abbiano avuto un ruolo politico decisivo non c’è alcun dubbio. E non solo per la cinquantennale esperienza della Democrazia Cristiana ma anche perché ogniqualvolta prevale la radicalizzazione della lotta politica chi ne paga le conseguenze maggiori e’ sempre e solo la garanzia della governabilità. E questo perché e’ del tutto evidente che la “cultura di centro” e la “politica di centro” non perseguono mai l’obiettivo del “tanto peggio tanto meglio” ma, al contrario, la costante e tenace ricerca della mediazione e della composizione degli interessi contrapposti. Per questo si rende necessario la presenza di una formazione politica di centro. 

Ed è proprio su questo versante che è bene richiamare l’attenzione e fissare un paletto chiaro. Perché anche in un sistema proporzionale o semi proporzionale, un partito o una formazione politica che riconduce la sua esperienza al centro non può ridursi ad essere un protagonista del peggior trasformismo. O meglio ancora, un luogo politico che si rende disponibile per qualsiasi alleanza pur di stare al governo. Certo, in una stagione trasformistica come quella contemporanea il richiamo alla coerenza politica e parlamentare e’ quasi un atteggiamento blasfemo. E, di conseguenza, tutto è possibile pur di stare al potere e conservare il proprio potere a prescindere da qualsiasi coerenza e lungimiranza politica. Appunto, l’apoteosi del trasformismo. Ma l’elemento che politicamente vale riaffermare, e con forza senza farsi condizionare dalle sirene trasformistiche che caratterizzano pesantemente la dialettica politica attuale, e’ che anche la Dc era un “partito di centro che guarda a sinistra”. Come lo fu il Ppi di Martinazzoli e di Marini dopo la fine della Dc. Mentre esisteva anche un centro, almeno nella seconda repubblica, che guardava, del tutto legittimamente, a destra. Come il Ccd di Mastella e Casini, l’Udc di Cesa e Casini e quel che resta oggi di Forza Italia di Berlusconi e di tutto ciò che ruota attorno a questo ex grande partito. 

Ecco, ho ricordato questi passaggi essenziali per arrivare ad una conclusione che non può essere confutata con motivazioni di puro potere. E cioè, anche un ipotetico e consolidato “partito di centro” ha un senso non solo perché ritorna, prima o poi, il sistema proporzionale ma anche e soprattutto perché sarà un elemento decisivo e qualificante per riaffermare e dare un profilo serio e credibile ad una coalizione di centro sinistra o ad una alleanza di centro destra. Solo se il centro ha un progetto politico ha un senso che ritorni con un partito e con una soggettualita’ politica. Tutto il resto è solo trasformismo e voltagabbana. 

16 gennaio 2005 nasce il blog di Beppe Grillo.

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Piergiorgio Corbetta

Sono passati quindici anni dalla nascita del blog di Beppe Grillo. Il 16 gennaio 2005 il comico genovese pubblica, infatti, il suo primo post ufficiale sul sito www.beppegrillo.it. Lo showman si è già occupato di politica (nei teatri e in tv), ma l’ingresso nella rete segna l’inizio di un modo completamente nuovo di farla, che si sviluppa con una velocità impressionante. Nell’ottobre dello stesso anno la rivista «Time» inserisce Grillo fra “gli eroi europei dell’anno”, a dicembre il sito vince il premio WWW de «Il Sole 24 ore» nella categoria news e informazione e nel 2008 l’«Observer» lo posiziona al nono posto fra i blog più influenti al mondo.Fra le prime iniziative lanciate sul blog possiamo qui ricordare la colletta fra i lettori per l’acquisto di una pagina su «Repubblica» al fine di chiedere le dimissioni del governatore della Banca d’Italia (“Fazio vattene”), l’acquisto di una pagina sull’«International Herald Tribune» (“Clean up Parliament!”) per denunciare i 23 parlamentari italiani condannati in via definitiva, la richiesta al Parlamento europeo di bloccare i fondi comunitari all’Italia perché “è come darli a Bokassa”, la richiesta di inviare una mail al presidente della Repubblica contro la “missione di pace” italiana nella guerra in Iraq.

Nella sua prima fase il blog svolge una funzione soprattutto di mobilitazione culturale con messaggi di rottura con la politica tradizionale, sia dal punto di vista contenutistico, sia stilistico. Ne riportiamo – come promemoria – un piccolo campionario: “Noi vogliamo una cosa nuova. Una iper-democrazia senza i partiti. Che non contempla i partiti. Una democrazia con al centro i cittadini”; “Abbiamo delegato dei truffatori, dovranno rispondere di quello che hanno rubato”; “L’economia basata sulla crescita del Pil rappresenta un inganno”; “Destra e sinistra: etichette preistoriche”; “Io ministro delle finanze voglio una signora che ha tirato su tre figli”; “La liquefazione del sistema è talmente veloce che domani rischiamo di svegliarci e non trovarli più (i partiti)”; “Non voglio sentir parlare di strutture. Siamo un movimento orizzontale, se ti sviluppi in verticale diventi un partito”; “(I politici) non c’è più speranza, sono sorpassati, è storia passata, si stanno sbriciolando da soli come il vampiro quando gli metti il punteruolo”; “Le pensioni non devono superare i tremila euro, tanto se guadagnavi milioni qualcosa da parte avrai messo, no? Altro che spending review”. Per non parlare poi delle definizioni irridenti, delle storpiature di nomi degli inquilini del “palazzo” (Rigor Montis, Minchionne, Tremorti, Cancronesi, Frignero, Forminchioni, Valium – Romano Prodi –, Morfeo – Napolitano –, Psiconano – Berlusconi – , Gargamella – Bersani –, Pdmenoelle, le Buffonarie…).Si tratta solo di brevi cenni per ricordare la fase iniziale e di rottura del blog.

Qui l’articolo completo 

La Cina dirà addio alle plastiche monouso.

Si tratta di una bella notizia per l’ambiente, perché il Paese è uno dei maggiori utenti al mondo di plastica, e uno dei più grandi consumatori di bicchieri, piatti di plastica e cannucce.

Il Governo cinese ha fatto sapere che non ci saranno più borse di plastica dal 2022. Niente più cannucce già da quest’anno e, entro il 2025, sparirà ogni altro tipo di contenitore.

Quindi una nuova coscienza ambientalista che si affaccia nel paese asiatico.

La Cina, inoltre, ha anche vietato l’importazione di tutti i rifiuti di plastica e l’uso di di plastica per uso medico.