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Il Patto Onu per il Futuro orienta il dibattito globale

Probabilmente il maggior risultato ottenuto nell’immediato dall’approvazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del Patto per il Futuro, consiste nel fatto di porre al centro del dibattito globale la necessità e l’urgenza di costruire una nuova governance mondiale.

Il documento conclusivo del Vertice del Futuro, svoltosi a New York in occasione della 79ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato fortemente voluto dal segretario generale Antonio Guterres, che lo considera un “passo avanti verso un multilateralismo più efficace, inclusivo e interconnesso”.

Ritengo che sarebbe un errore, soprattutto in considerazione del difficile momento attuale in cui le due maggiori guerre in corso sembrano purtroppo andare in una direzione diversa da quella di una loro rapida conclusione, relegare questo dibattito a una faccenda che riguarda sologli sherpa della diplomazia, i tecnocrati, gli addetti al lavori, gli esperti nei 56 campi di azione che gli Stati si impegnano a sviluppare per promuovere la pace, la protezione dei civili, lo lotta povertà, la riduzione  delle disuguaglianze, la gestione dell’AI, il contrasto ai cambiamenti climatici, la parità di genere, il multilateralismo, la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e del Consiglio di Sicurezza Onu.

In realtà i problemi affrontati nel Patto per il Futuro si intersecano profondamente con i problemi interni a ogni comunità e stato. E pazienza se da diversi Paesi dell’Est e del Sud del mondo sono state mosse delle critiche su alcuni punti specifici, ciò significa che è in atto un confronto con le armi della ragione, del dialogo, della diplomazia che implica nel contempo, anche nella polemica più aspra, rilevanti gradi di reciproco riconoscimento. In fondo non è questa, la via, a volte stretta, del dialogo, l’unica alternativa alla via larga ma rovinosa e folle, della guerra?

Sotto questo aspetto credo vadano registrati positivamente gli interventi all’Onu di diversi leader mondiali, tra cui il presidente del Consiglio del nostro Paese, volti a riconoscere la centralità della questione di come costruire un nuovo ordine mondiale fondato sul multilateralismo, o, come dicono i Paesi exrra-occidentalli, su un vero multilateralismo.

Il Patto per il Futuro costituisce uno strumento  importante per cambiare rotta e per adeguare l’agenda politica e le istruzioni mondiali ad un mondo che è rapidamente mutato in questo secolo. Una profonda riforma dell’Onu, in cui la “maggioranza globale” possa vedere riconosciuta, accanto all’Occidente, la rappresentanza che le spetta, insieme alla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali (a partire dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale), sono passaggi non più rinviabili per dare una soluzione improntata alla pace e alla stabilità, alle crescenti tensioni geopolitiche.

Alle Nazioni Unite il 22 e 23 settembre scorsi è stato avviato un percorso e toccherà ai vari successivi vertici tematici tentare di percorrerlo in modo proficuo, con il fondamentale sostegno delle forze politiche interne agli stati. I partiti di cultura democratica non devono aver paura di parlare di questi temi. La gente ha sete di occasioni di approfondimento su dove va il mondo, su cosa ci può riservare il futuro, e se la politica non assolve questo compito, c’è il rischio che molti cittadini vadano a dissetarsi ad altre fonti, talora inquinate dalle nostalgie del passato, come ci hanno dato ulteriore conferma le elezioni in Brandeburgo di domenica scorsa.

Una necessità questa, quella di non essere reticenti sulle questioni globali perché in un mondo strutturalmente interconnesso finiscono per essere questioni che riguardano le persone e i territori, che, ad esempio, il presidente francese Emmanuel Macron ha dimostrato di avvertire nel suo recente intervento a Parigi all’incontro internazionale della Comunità di Sant’Egidio “Immaginare la pace”, in particolare quando ha ricordato che la pace si fa nel mondo attuale con il gusto del futuro e non con la nostalgia del passato.

Un discorso che insieme a quelli di tanti altri leader mondiali, ci dice che mediamente gli stati hanno halla guida governanti dotati di buon uso della ragione, capaci di avvertire le criticità che vanno affrontate. In sostanza, che dimostano di saper “predicare bene”.

.La sfida per il futuro appare quella di passare dal predicare bene al “razzolare” altrettanto bene.

Carcere, luogo di espiazione della pena e di possibile redenzione.

Quando si fa ingresso in un carcere per interrogare o meglio – ascoltare – una persona che vi si trova rinchiusa, si è come sopraffatti da mille emozioni, che vanno oltre il ruolo, il procedimento, l’assolvimento di un incarico di giustizia, gli interrogativi che precedono il colloquio e che dovranno essere verbalizzati nel modo più testuale e terzo possibile. “È armato, dottore?” è la prima domanda che viene posta nell’astanteria dopo il riconoscimento di rito. Per uno che si spaventava da bambino ad usare le pistole ad acqua la domanda è persino imbarazzante, anche pur comprendendone le ragioni. Se ti chiudono in una cella dove riceverai un detenuto è fondamentale entrare privi di armi, la vigilanza è strettissima ma tutto potrebbe accadere: da questo contesto di interlocuzione si cominciano a comprendere le ragioni della disperazione umana. 

La prima volta colpisce la suggestione ambientale, il trovarsi in un contesto dal quale si sa che si uscirà più tardi mentre tutto, intorno, ti parla di clausura, controllo, isolamento, privazione, tempo precluso ad ogni alito di speranza. Non si contano le porte che vengono aperte con mazzi di chiavi inusitate, ma si è colpiti – inevitabilmente – dal loro rumore quando ti si chiudono alle spalle: un rumore metallico inconfondibile, che fuori di lì non ritrovi in altri contesti, le porte o i cancelli sono massicci e inespugnabili. Allora ti vengono in mente Kafka e il suo processo, la morte come un cane di Joseph K., la fortezza d’If, Alcatraz e tutte le coreografie che la letteratura e il cinema ci hanno tramandato sugli aspetti più terrificanti dell’essere rinchiusi e perseguitati senza remissione. Poi ti si para dinnanzi una cella, chiusa con sbarre di ferro di cui viene aperta la porta di ingresso per ricevere il detenuto che giunge inesorabilmente ammanettato e accompagnato da almeno due guardie carcerarie. Poi si è dentro in due, chiusi a doppia mandata. 

Sono molteplici le ragioni di un interrogatorio: per quanto mi riguarda esse si riferivano a questioni di genitorialità riguardanti i figli dei detenuti. Questa fattispecie del tutto particolare mi ha sempre indotto ad assumere un atteggiamento interlocutorio: oltre il reato commesso, oltre la pena inflitta si trattava sempre di padri con cui dovevi confrontarti sulla vita dei figli rimasti a casa, le situazioni affrontate sono state molteplici tuttavia ho sempre percepito una certa commozione nei carcerati mentre parlavano, chiedevano, ponevano domande sulla vita dei minori privati della figura paterna. Credo che immaginare la vita dentro un carcere, l’isolamento dal resto del mondo, la consapevolezza della durata della pena, le restrizioni a cui i detenuti sono inevitabilmente sottoposti necessiti dell’esperienza della visita e dell’interrogatorio: capire è una componente fondamentale del giudizio, diventa un dovere per chi ascolta. 

Viviamo in un’epoca in cui tutto di è incancrenito, in cui la molteplicità dei reati è esponenziale, la commissione di delitti gravissimi come il togliere la vita ad un’altra persona suscitano nell’immaginario collettivo la prevalenza dell’auspicio di una condanna esemplare. Non potrebbe essere diversamente. Personalmente sono sempre più colpito dalla diversità delle sentenze nel duplice rapporto con fatti analoghi accaduti in altri contesti e con l’entità della pena inflitta. Ci sono situazioni imbarazzanti dove le lungaggini processuali portano a sentenze tardive, alla prescrizione di reati gravissimi, altre in cui la carcerazione preventiva risulta necessaria per imbastire un processo data la gravità del reato, altre ancora in cui da un lato si indulge nell’allentamento di provvedimenti restrittivi con grande scandalo presso la pubblica opinione, specie se di fronte a certe evidenze mentre dall’altro, l’ammissione di colpa, il patteggiamento, spalancano le porte del carcere per anni e anni o per la vita intera. 

Da una parte i fautori del “nessuno tocchi Caino”, dall’altra gli accaniti giustizialisti del “caccialo dentro e butta via la chiave”. Visitando alcuni ambienti carcerari si percepisce quanta parte di vita il detenuto debba lasciare fuori di lì e dimenticare. La fatiscenza di certe situazioni di sovraffollamento non può esimerci dal considerare che se il carcere è il luogo di espiazione della pena che la società ha creato per far scontare delitti anche orribili, tuttavia la nostra civiltà giuridica ci ricorda che la finalità della detenzione è di tipo “redentivo” e che alla privazione della libertà personale per una parte breve o lunga della vita non può, non deve essere associato un contesto disumano che porta all’impazzimento o al suicidio (quando scrivo se ne contano 72 da inizio 2024), una sorta di caienna infame dove si impara solo ad essere peggiori. Ci sono contesti detentivi di cui viene segnalata l’inadeguatezza, per questo mentre la Giustizia deve fare il suo corso e il reo espiare la pena inflittagli dal Tribunale, occorre pensare a questo tema come ad una priorità del Paese, acuita – inutile negarlo da una immigrazione clandestina fuori controllo. Il problema non si può risolvere con il buonismo del perdono o degli sconti di pena: in una società multietnica e ad alto tasso di criminalità e di reiterazione dei reati serve, urge, costruire istituti carcerari dove la dignità dell’essere umano venga rispettata, con condizioni di vita tollerabili che non indulgano o spingano verso scelte disperate ed estreme. 

Al 18 agosto u.s. la media del sovraffollamento carcerario nazionale è del 131,06 %, con San Vittore a Milano che – a causa di strutture e celle inagibili – raggiunge la cifra record del 220,98 % (dati Il sole24 ore). Il Garante dei detenuti riferisce che “i detenuti in Italia sono ad oggi 61.465, i posti disponibili ammontano a 46.898, rispetto ad una capienza regolamentare di 51.282”. Il 78 % degli istituti di pena ha presenze di detenuti superiori al consentito, mentre in 50 istituti è ‘over’ del 150 %. Di fronte a certi eventi delittuosi e premeditati, allo sterminio di una famiglia, alla vita strappata ad adolescenti e alle violenze sulle donne, all’uccisione di madri, padri, figli, fratelli, sorelle…riesce difficile, impossibile pensare ad un perdono, ad una remissione. 

Eppure la cronaca ci ha fatto conoscere misfatti crudeli e spietati di fronte a cui i familiari delle vittime non hanno invocato vendetta ma solo giustizia. Ricordiamo quanto scriveva Cesare Beccaria: “Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi” (Cesare Beccaria – “Dei delitti e delle pene” 1764).  Conviviamo con il dolore, la sofferenza, la solitudine, la disperazione: ecco, ricordando i fatti di cronaca di questi ultimi anni dobbiamo fare uno sforzo di immedesimazione per capire fino a che punto l’uomo sa essere crudele. Forse il senso di impunità, la certezza di farla franca non fermano le mani assassine. Di fronte all’homo homini lupus è già difficile, forse impossibile capire perché l’irrazionale prevale sul razionale. Figuriamoci dunque quanto sia difficile perdonare.

La danza degli stregoni attorno alla storia della Dc

Su queste colonne alcune settimane fa sottolineavamo la curiosa, nonchè singolare ed anacronistica, riabilitazione politica e culturale della Democrazia Cristiana avanzata dagli storici detrattori di quella esperienza politica. Detrattori che, è bene sottolineare, nel corso degli anni si sono esercitati in una sorta di criminalizzazione della intera storia della Dc e della sua classe dirigente. Che, detto fra di noi, era composta – a livello nazionale come a livello locale – da leader riconosciuti e da molti statisti. Comunque sia, una demolizione scientifica predicata e praticata dalla stragrande maggioranza della pubblicistica di sinistra – nelle sue diverse e multiformi espressioni – per non parlare di tutte le versioni populiste e anti politiche. Basti pensare, al riguardo, a ciò che hanno sempre detto e sostenuto gli alfieri del populismo demagogico e qualunquista dei 5 Stelle e di tutto il circo mediatico che lo ha sempre appoggiato e la versione speculare del leghismo salviniano. Insomma, un coro che ha avuto l’unico effetto di delegittimare scientificamente il ruolo e l’azione politica e di governo declinati dal “partito italiano” per eccellenza, cioè la Democrazia Cristiana. Oltre alla nota vulgata e al “politicamente corretto” che caratterizzano la stragrande maggioranza degli organi di informazione che, di norma, quando parlano o citano gli anni della Democrazia Cristiana lo fanno o in chiava caricaturale o per ridicolizzarla agli occhi della pubblica opinione.

Ora, purtroppo, dobbiamo un po’ ricrederci di questa nostra frettolosa considerazione. Perchè appena usciamo dalle banalità quotidiane ed emerge un nervo scoperto sulla storia della Dc – l’ultimo, in ordine cronologico, è l’attacco a Giulio Andreotti sul barbaro omicidio del gen. Dalla Chiesa – scatta puntualmente il solito rosario di attacchi concentrici e di vecchie accuse alla Dc e ai suoi esponenti. E gli storici detrattori, che per un momento erano diventati adulatori perchè si celebrava qualche ricorrenza storica, ridiventano puntualmente e scientificamente ciò che sono sempre stati. E cioè, gli implacabili accusatori della Dc e della sua classe dirigente. Del resto, non è affatto una novità se diciamo ad alta voce che il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale dei principali leader e statisti della Dc continua ad essere sbertucciato, strattonato e severamente contestato. O, nella migliore delle ipotesi, considerato come modello di ordinaria amministrazione e di pura e semplice gestione del potere.

Ecco perché, malgrado parziali, temporanee e sporadiche riabilitazioni, il giudizio storico e politico sulla Democrazia Cristiana da parte dei noti e collaudati detrattori non cambia. Anzi, verrebbe da dire, più passa il tempo e più si entra nello specifico del profilo e del giudizio sulla sua classe dirigente e maggiore diventa l’acrimonia e lo sberleffo, se non addirittura l’accusa e il dileggio. Un’opera di demolizione e di scassinamento politico che, come noto, risponde ad un solo obiettivo. E cioè, la Dc vista ed interpretata come un semplice “inciampo della storia”. Tutto il resto è solo folklore, caricatura, potere se non addirittura cronaca nera. Una lettura politica ed una ricostruzione storica che non possiamo e non dobbiamo più accettare.

Sociologia del ribellismo: Mercoledì Addams dal rock al trap.

“Quando il sole tramonta e la luna sorge / mi trasformo in un adolescente mostruoso / Sì, giro per la città e mi aggiro per le strade / In cerca di qualcosa di buono da mangiare / faresti meglio ad abbassarti quando mi presento / goo goo muck”. Si apre così la song “Goo goo muck” dei The Cramps diventata virale sul web. La sonorità “artigliosa” di Lux Interior, voce dei The Cramps, ci ha accompagnato per un po’ di tempo, ma rimane sempre attuale. Non è semplicemente la ballata “proto-punk” psichedelica della band, è un’intreccio “dance” di spiriti ribelli e mix sociali, che si identificano modernamente nella tribalità “anticonformista” di Mercoledì Addams. 

La straordinarietà della rievocazione di “Goo goo muck” incontra la beltà “gotica” di Mercoledì, sapientemente interpretata “zombysticamente” dalla dolcezza incantata di Jenna Ortega, iconica pre “baddie girl” planetaria. “Sì, la città è una giungla e io sono una bestia / sono una tigre adolescente in cerca di un banchetto / voglio il massimo, ma mi accontento del minimo / perché sono una tigre di fango e una bestia adolescente, sì / faresti meglio ad abbassarti /…”.

È la tormentata storia di chi, scrutando i sotterranei dell’anima, vaga nella notte in cerca di prede. Il brano accompagna una ballata “archetica”, ma alternativa alle noie contemporanee post-urbane digitali, mentre si nutre della “tik-tok-izzazione” dei mood del tempo attuale. Con questo capolavoro psyco-punk rock dei The Cramps in fase di re-call nel suo brano originale, Mercoledì Addams si scopre libera dalle strutture sociali che le impediscono di socializzare con i suoi coetanei, giunta finalmente alla Nervermore Academy. Vedi la storia della sua famiglia tra lo Zio Fester, Mano, il papà Gomez e l’eleganza franco-ispanico gotica della mamma Morticia. E non è un caso che la riproduzione della coreografia di Jenna Ortega e il suono del brano hanno prodotto oltre 7600 video di “creators”, tutti impegnati ad emulare l’attrice. 

Mercoledì, che supera le sue insicurezze, si spinge socraticamente a “conoscere se stessa” e junghianamente ad “aprirsi agli altri”. Diventa cioè “persona” e il punk, il rock graffiante dei The Cramps, si mostra come un invito a riascoltare band che hanno fatto la storia dell’evoluzione della musica: dai The Clash ai Sex Pistols, dai Muse a Lady Gaga, e anche Bloody Mary. Un messaggio inconico di neo-ribellismo che può giungere fino al trap nostrano aperto a nuovi stili e contaminazioni rap-rock e post-punk di impegno “condiviso”, per “rompere lo schema della tradizione che diventa con coraggio e convinzione innovazione”.

Il Pensiero Storico | Dopo Trieste, l’orizzonte politico dei cattolici.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

Qual è dunque il compito nuovo dei cattolici in politica? Da un certo punto di vista è quello “vecchio” o, se preferite, eternamente nuovo: vedere e amare Gesù nell’altro, chiunque sia, nascituro o moribondo, eterosessuale o omosessuale, datore di lavoro o lavoratore, italiano, francese o georgiano, campione olimpico o diversamente abile, eccetera, eccetera. Ma c’è, secondo me, un compito contingentemente nuovo, che riguarda proprio noi, qui ed ora: avviare processi di partecipazione popolare per concorrere a risanare il cuore della democrazia.

La democrazia, anche quella italiana, è ancora malata. Lo è nella sua dimensione sostanziale perché fondamentali diritti della persona, a cominciare da quello alla salute, sono minacciati e non tanto (o non solo) da improvvidi politici ma da un contesto generale che dirotta altrove le risorse necessarie per finanziare una crescente spesa assistenziale e sanitaria. Lo è nella sua dimensione formale perché cresce l’astensionismo e si deteriora la partecipazione popolare: quanti sono oggi in Italia, e forse nel mondo, i partiti realmente democratici?

Il fatto è che la democrazia formale èsostanziale: non solo perché, nel tempo, solo un governo del popolo può davvero prendersi cura del popolo ma anche perché la partecipazione alla vita pubblica è un bene per la persona: è la libertà positiva di concorrere alle scelte comuni che si aggiunge alla libertà cosiddetta negativa di essere difesi dai potenziali soprusi di altri o dell’autorità politica, sono i diritti/doveri di partecipazione politica che si aggiungono ai diritti  civili e sociali individuali.

Il compito nuovo che attende oggi i cattolici è, secondo me, concorrere a rigenerare la democrazia, formale e sostanziale. Certo, continuando ad impegnarsi nel variegato e ricco mondo del terzo settore, oppure sostenendo liste civiche che hanno a cuore realtà locali, oppure promuovendo manifesti programmatici da sottoporre all’attenzione di variegate forze politiche o intessendo un dialogo sociale tra diversi attori della comunità civile e politica. Ma, ed è questo il punto, pensando seriamente anche alla fondazione di un nuovo partito che resta, come recita l’articolo 49 della vigente Costituzione, lo strumento principale per concorrere al bene comune: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Oggi serve, a mio giudizio, un partito autenticamente democratico e di ispirazione cristiana che traduca in un programma politico gli insegnamenti sociali della Chiesa cattolica. Stupisce come nessuna forza politica consideri seriamente quegli insegnamenti. Si prenda il recente documento Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede. Lì si trovano esaminate alcune gravi violazioni della dignità umana: non solo aborto e eutanasia ma anche il dramma della povertà, la guerra, il travaglio dei migranti, la tratta delle persone.

I cattolici oggi sembrano divisi tra destra e sinistra: tra coloro che si arroccano in difesa dei valori non negoziabili ma sono contro migranti, Europa e ambiente e coloro che, più sensibili alle istanze sociali, occultano i temi di bioetica.

C’è bisogno di una forza politica che, in piena autonomia, sviluppi l’insegnamento sociale della Chiesa elaborando proposte, concrete, per difendere la vita, dal concepimento alla fine naturale, costruire un sistema educativo integrato, accogliere i migranti, continuare a costruire un’Europa forte e unita che possa promuovere anche una politica di aiuto allo sviluppo e di pace.

Non un partito dei o di cattolici ma un partito autenticamente democratico e di ispirazione cristiana che concorra a formare un centro che, sempre a mio giudizio, dovrebbe allearsi col PD anche per contenerne le spinte più radicali.

Un partito che si prenda cura del tutto e non di una parte, con i meno giovani che si mettono al servizio dei più giovani e i più giovani che concepiscono la politica come un servizio alla comunità e non una professione o una carriera. Senza personalismi o egocentrismi. Senza l’ansia di occupare spazi ma con l’inquietudine di avviare processi.

Da semplice cittadino e docente mi permetto di rivolgere un appello ai mille delegati di Trieste e soprattutto a coloro che rappresentano pezzi di società civile: convocate al più presto un’Assemblea Costituente per dare vita ad un nuovo partito, autenticamente democratico e di ispirazione cristiana. Come ha detto il Papa a Trieste: «A questa carità politica è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi».

 

Per leggere il testo integrale

https://ilpensierostorico.com/dopo-trieste-il-compito-nuovo-dei-cattolici-in-politica/

Il Mulino | L’esperienza della Cassa del Mezzogiorno alla luce dell’autonomia differenziata.

Fra i temi politici più dibattuti dell’estate possiamo sicuramente annoverare l’autonomia differenziata. Quando è iniziata la raccolta di firme per il referendum abrogativo, fra i promotori non mancava qualche preoccupazione: occorreva presentarle entro il 30 settembre – altrimenti il referendum sarebbe scivolato al 2026 – e c’era a disposizione un tempo limitato. In piena estate, la risposta dei cittadini è stata sorprendente. Cinquecentomila sottoscrizioni in poche settimane, anche grazie alla possibilità di aderire online, e ora i promotori puntano a superare il milione. È significativo che le firme non siano venute solo dalle aree meridionali, ma in misura significativa dal resto del Paese. Non siamo di fronte a una nuova contrapposizione fra Sud e Nord, ma a qualcosa di più articolato, che va compreso.

Il tema dei divari territoriali e delle politiche regionali ha una indiscutibile complessità. Sono diversi gli Stati europei che negli ultimi anni hanno dovuto affrontarlo: Belgio, Gran Bretagna, Spagna, Germania e non solo. Per l’Italia è una sfida di lungo periodo. Nella nostra storia c’è un anniversario che offre diversi spunti per capire meglio il dibattito sull’autonomia e l’importanza del consenso dei cittadini. Si tratta dello scioglimento della Cassa per il Mezzogiorno, avvenuto quarant’anni fa, nell’estate del 1984.

Questo ente venne ideato da tecnici come il meridionalista Pasquale Saraceno e il governatore della Banca d’Italia Donato Menichella che, insieme ad altre figure autorevoli, dopo la Seconda guerra mondiale avevano dato vita alla Svimez per elaborare progetti di sviluppo per il Mezzogiorno. Dal punto di vista politico la decisione di costituire la Cassa fu soprattutto di Alcide De Gasperi. Lo statista trentino intendeva affrontare la profonda arretratezza dell’area meridionale: forte disoccupazione, scarsa scolarizzazione, elevata pressione demografica, agricoltura povera, condizioni di vita molto dure.

La Cassa venne costituita nel 1950. In quegli anni i governi guidati dal leader democristiano avvertivano l’esigenza di realizzare riforme incisive per dare un segnale al Paese, afflitto da gravi bisogni sociali. Nello stesso periodo vennero approvati il Piano Ina casa, voluto da Amintore Fanfani per rispondere alla carenza di alloggi, e la riforma agraria, per distribuire ai braccianti la terra espropriata ai grandi latifondisti. La questione meridionale era un tema centrale per tutte le forze politiche, sindacali e sociali (pur essendoci divergenze sulle ricette da applicare): il ritardo del Sud non era considerato un problema solo di chi vi risiedeva, ma dell’intero Paese. La Cassa, dotata di risorse finanziarie significative, rappresentava in qualche modo il simbolo della volontà di cambiare il Sud, di forzarne lo sviluppo, di assumere il suo ritardo come un grande problema nazionale.

Il nuovo organismo non era pensato come un ente permanente ma con una durata di dieci anni (anche se poi venne prorogata più volte dal Parlamento). In poco tempo diede avvio ad un immenso piano di interventi per la modernizzazione dell’agricoltura, con la realizzazione di acquedotti, miglioramenti fondiari, fognature, ma anche di grandi investimenti nelle infrastrutture civili, come ferrovie e strade. Alcuni anni più tardi per la Cassa divenne centrale lo sviluppo industriale, cruciale per rispondere all’altissima disoccupazione e ridurre il divario. I risultati furono notevoli, come riconobbe nel 1963 Indro Montanelli, figura non sospettabile di simpatie per l’intervento dello Stato, in un’inchiesta pubblicata sul «Corriere della Sera». Non mancava qualche elemento di inefficienza, ma risultavano secondari di fronte ai risultati che il Sud e il Paese stavano conseguendo. Fra l’altro, va ricordato, sin dal 1950 erano stati adottati dal Parlamento provvedimenti anche per le aree depresse del Centro Nord.

Perché un ente così utile allo sviluppo del Sud divenne un “carrozzone”, come viene spesso definita la Cassa dagli organi d’informazione? Prima di rispondere, lo storico non può non osservare che si tratta di una definizione troppo parziale, dimentica di almeno due decenni di ottimi risultati per l’agricoltura e l’industria. Tornando alla domanda, la prima causa furono proprio le Regioni. Istituite nel 1970, assunsero un ruolo importante nella gestione della Cassa e in poco tempo favorirono un approccio poco tecnico e molto politico. Ciascuna puntava a investimenti solo sul proprio territorio, spesso con finalità soprattutto clientelari, finendo per indebolire sia la strategia d’insieme della Cassa sul Mezzogiorno e sui bisogni del Paese, sia l’efficacia dei singoli interventi.

Le Regioni ebbero quindi un ruolo decisivo per politicizzare la gestione della Cassa nel senso peggiore del termine, rendendola sempre meno efficiente. Mentre si discute di autonomia regionale differenziata la vicenda fa riflettere. Non perché autonomia e trasferimenti di competenze siano necessariamente negativi, ma perché i rischi potenziali vanno considerati. E viene da chiedersi se il trasferimento di materie come l’energia o le infrastrutture a tanti organismi territoriali diversi potrà favorire una gestione efficiente per il Paese (e per le Regioni). Anche alla luce degli undici piani di rientro collezionati dalle sanità regionali in un paio di decenni.

La crisi energetica seguita allo shock petrolifero del 1973 rese la situazione ancora più difficile. Perché mise in seria difficoltà gli investimenti effettuati dallo Stato al Sud – concentrati soprattutto sull’industria di base che risultò la più penalizzata – mentre emergevano nuovi competitors nei Paesi di recente industrializzazione. Ma anche per la perdita di consenso l’intervento straordinario nel Mezzogiorno che si manifestò a partire dalla seconda parte degli anni Settanta, quando la crisi colpì anche le regioni del Nord causando ristrutturazioni e licenziamenti.

Ci fu poi un ulteriore problema. Fino a quel momento c’era un disegno molto chiaro per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno: aumentare la capacità produttiva del Paese collocando al Sud gli impianti di nuova costruzione. Dopo la crisi energetica l’obiettivo non fu più l’ampliamento degli impianti, ma la riconversione di quelli esistenti per renderli più competitivi. L’Italia rimase senza una strategia efficace per le aree meridionali, mentre le risorse destinate al Sud andavano in larga parte sprecate e il divario col Nord tornava a crescere. Nuove idee e proposte furono elaborate da parte di policy makers, economisti, esponenti di sindacati e partiti, ma senza risultati significativi.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/autonomia-differenziata-cassa-per-il-mezzogiorno-e-riforma-del-titolo-v-2

Dibattito | Centro, la sua ripartenza esige un metodo.

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Fallito l’esperimento di centro del duo Calenda-Renzi, col seguito dei transumanti seriali ( Gelmini, Carfagna, Versace, Marattin) tipico di questa fase di dominante trasformismo politico, si presenta il nuovo duo Boldrin-Forchielli con il loro movimento Drin Drin.

È stato redatto un manifesto nel quale si enunciano le ragioni e gli obiettivi così: “L’Associazione Drin Drin nasce da una scommessa sugli italiani: siamo convinti che ve ne siano alcuni milioni disposti a farsi carico di riportare il paese su un sentiero di crescita economica, prosperità sociale e rinascimento culturale. Nello spazio di due mesi ben undicimila italiani hanno risposto positivamente alla nostra sfida dicendo “son qua, pronto a fare la mia parte” ed altre centinaia di risposte continuano ad arrivare”. 

Ho letto con attenzione il loro documento e, come tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione del centro nuovo della politica italiana, ritengo che non possa che essere valutato positivamente. Sul piano del metodo, credo che quanto si propongono i due amici sia interessante e opportuno; sul merito, si afferma che: “In termini politici si tratta di un partito che vuole collocarsi “in un’area, non voglio dire né di centro né liberale, noi ci collochiamo di sopra, con un approccio molto pragmatico. Sicuramente sui diritti civili siamo molto in là. Sull’economia abbiamo alcuni temi molto molto arditi, tipo abolire le Regioni, togliere ai vecchi per dare ai giovani e cose così”. 

Alla domanda su un possibile appoggio al governo Meloni, ipoteticamente parlando, la risposta di Forchielli è significativa: “Per noi non importa che il gatto sia bianco o nero, basta che acciuffi i topi, non guardiamo al colore”. Quindi un nuovo partito che cerca di essere alternativo ai due poli, anche perché secondo Forchielli i competitor simili “vanno tutti a sparire, quelli che sono fuori dagli schieramenti. Al centro non vediamo grande concorrenza”. “Renzi confluisce nei Cinque Stelle e Calenda è bollito” ha concluso ironicamente”. A me sembra molto ambizioso, autoreferenziale e tale da sottovalutare il peso delle culture politiche ancora presenti anche in quel 50% di elettori renitenti al voto.

Il tema che ha sempre caratterizzato la storia politica italiana dall’unità d’Italia in poi, soprattutto dopo la fine del fascismo e nel dopoguerra, quale garanzia dell’equilibrio del sistema, è stato quello dell’esistenza di un centro politico capace di saldare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari. Affermazioni come quelle da me riportare in obliquo del manifesto drin-drin, rivelano la ben nota impostazione liberal azionista che, pur dotata di una sua nobile serietà,  tende a proporre una sorta di funzione autonoma auto sufficiente, non tenendo conto del fatto che essa, da sola, è sempre stata minoritaria nel nostro Paese. Le tre culture: liberale, come quella popolare e riformista, sono ciascuna di per sé necessaria, ma non sufficiente, se considerata singolarmente, per la costruzione del centro nuovo della politica italiana.  L’errore più grande di Calenda, da me definito “l’azionista de noantri”, è stato quello, di professare sin dall’inizio una sorta di idiosincrasia democristiana, da lui dimostrata, prima, al momento del rinnovo del consiglio comunale di Roma (rifiutò l’accordo con la Dc, con quel ben triste risultato) e, successivamente, con l’impostazione velleitaria di un solipsismo liberal democratico laicista risultato ininfluente.

Credo che solo dall’alleanza delle culture che hanno contribuito alla nascita, difesa e sviluppo della democrazia italiana, a partire dal ruolo da loro svolto nella condivisione dei principi e delle norme della  Costituzione repubblicana, ossia di quelle: popolare, liberale e riformista, potrà nascere il centro nuovo della politica italiana che, come ripeto da sempre, dovrà essere alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria nuova identità.

Permanendo l’attuale sistema elettorale maggioritario è evidente l’attrattività di un bipartitismo forzato che distorce la realtà elettorale, sino a garantire il governo a un partito espressione di una minoranza degli elettori e favorisce la tendenza ad anteporre il tema delle alleanze, a destra o a sinistra, rispetto a quella di un riconoscimento della propria identità di interessi e di valori al centro. Ecco perché la battaglia per il ritorno alla legge elettorale di tipo proporzionale sarebbe da perseguire, anche con  una legge di iniziativa popolare o, come gli amici di Iniziativa Popolare stanno proponendo, con il cancellierato modello tedesco, in grado di salvaguardare con la centralità del parlamento,  eletto con legge elettorale proporzionale, la governabilità attraverso lo strumento della sfiducia costruttiva.

Tutto ciò, dopo quanto sperimentato negli ultimi dieci anni, non potrà nascere dagli improbabili accordi di vertice tra protagonisti interessati soprattutto a sopravvivere, pronti a coordinare, ma mai disponibili a essere coordinati. Credo sia indispensabile ripartire dalla base (metodo bottom up), costruendo in ogni realtà locale dei comitati di partecipazione democratica, luoghi necessari per far emergere gli interessi e bisogni locali e in cui discutere dei temi locali e globali. Strumenti, infine, per selezionare con metodo democratico una nuova classe dirigente, di giovani dotati di passione civile.

Questo è ciò che auspico per l’area politico culturale a me più vicina, quella dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali, con l’augurio di trovare nelle diverse sedi – comunali, provinciali e regionali – interlocutori disponibili al dialogo, compresi gli amici dell’area liberal democratica e riformista.

Nuovo singolo di Mannoia: “Disobbedire”. Entrerà nel prossimo album di inediti.

“Disobbedire” (Oyà/Sony Music) è il nuovo singolo di Fiorella Mannoia, dal 27 settembre in radio e su tutte le piattaforme digitali, e già disponibile in presave.

Un inno alla libertà che spinge a riflettere sul valore dell’indipendenza e dell’autenticità in un mondo che spesso induce a conformarsi.

Con il suo inconfondibile timbro e una melodia avvolgente, Fiorella ci trascina attraverso un testo potente che racconta l’importanza di rimanere fedeli a sé stessi e al proprio sentire anche quando la propria voce suona fuori dal coro: “Non ho mai seguito regole di viaggio diversi dal mio intimo sentire, piuttosto preferisco camminare sopra il ghiaccio anche quando diventa più sottile’, e ci invita ad ascoltare ‘la libertà che ancora grida dentro che all’ipocrisia continua a preferire il diritto di disobbedire”.

Un brano profondo e autobiografico – firmato dalla stessa Mannoia insieme a Cheope – che rispecchia dalla prima all’ultima nota la personalità e gli ideali di un’artista da sempre in prima linea nel dar voce a battaglie culturali e sociali. Le musiche sono di Marco Colavecchio, Virginio Simonelli e Carlo Di Francesco, un vestito sonoro fresco e contemporaneo.

L’uscita del singolo è accompagnata dal videoclip ufficiale diretto da Gaetano Morbioli: immagini evocative che catturano lo spirito del brano, in un emozionante viaggio in direzione ostinata e contraria.

“Disobbedire” sarà contenuto nel prossimo album di inediti di Fiorella mentre l’artista, dopo un’estate di sold out, prosegue la sua avventura con “Fiorella Sinfonica-Live con orchestra”, che la porterà nell’atmosfera intima e suggestiva dei teatri a partire da ottobre e per tutto l’inverno.

I biglietti del tour, prodotto e organizzato da Friends & Partners e Oyà, sono disponibili su www.ticketone.it e nei punti vendita abituali.

Adnkronos | Stefano Andreotti respinge le accuse di Rita Dalla Chiesa. Intervista.

Dopo le parole della figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rita, ospite della trasmissione tv ‘Tango’ su Raidue, con quello che è sembrato un implicito riferimento a Giulio Andreotti, chiamato in causa per la vicenda della morte del padre a Palermo, ucciso il 3 settembre 1982 in un agguato di stampo mafioso, interviene il figlio dello stesso Andreotti, Stefano.

“Mah, cosa posso dire – replica intervistato dall’AdnKronos – diciamo che non è la prima volta che succede che loro tirino in ballo mio padre per quel delitto, il fratello della deputata, per dire, è dagli anni ’80 che racconta cose del genere, ora la sorella è tornata su questa linea. A qualcuno non sono mai andate giù le sentenze di assoluzione per mio padre, quelle di Palermo e di Perugia”. Andreotti sceglie una ‘linea di difesa’ morbida, preferisce raccontare quello che sa, piuttosto che affidarsi ai legali per una eventuale querela. “Dalla Chiesa si assumerà le responsabilità di quanto detto, ma anche se ci fossero gli estremi per una’azione giudiziaria, non lo faremo, perché quello era lo stile di mio padre, lui non ha mai querelato nessuno”.

Rita Dalla Chiesa ha detto poi di non voler fare nomi, nonostante fosse chiaro a chi si riferisse “per rispetto dei familiari”: “Meno male – ironizza il secondogenito del 7 volte premier italiano – che ha detto di volerci rispettare, altrimenti non so cosa sarebbe uscito. Devo dire che se parliamo di rispetto della famiglia, allora quello lo ha avuto davvero mio padre nei loro confronti”. Stefano Andreotti racconta di come il padre, più volte avrebbe potuto parlare delle vicende dello stesso figlio di Dalla Chiesa, il sociologo Nando, negli anni della contestazione militante della sinistra extraparlamentare: “Papà non ha mai tirato fuori cose che riguardavano la famiglia Dalla Chiesa”.

Andreotti junior racconta un episodio “di cui fu testimone il giornalista Luigi Bisignani”. “Nei suoi uffici di San Lorenzo in Lucina, nei primi anni ’80 Dalla Chiesa venne ricevuto da papà, un lungo incontro, che secondo il racconto di Andreotti allo stesso Bisignani, vide il generale in lacrime, a raccontare a mio padre dei pessimi rapporti con il figlio, cosa che può avvenire tra persone che si stimano e sono vicine”. Ecco, il tema dei rapporti tra Andreotti e Dalla Chiesa, è da sempre al centro delle ricostruzioni di storici e giornalisti, con qualcuno che ha ipotizzato scontri accesi tra i due e frizioni, a partire dal caso Moro. “Non è affatto così – dice Stefano Andreotti – . Tra loro ci furono rapporti sempre ottimi, che durarono nel tempo”. “Mio padre aveva grande fiducia nel generale, lo volle a capo del nucleo speciale anti-terrorismo, facendogli avere poteri che permisero grandi risultati contro le Brigate Rosse”.

Dopo il ’79, Giulio Andreotti resta fuori dai governi, per poi rientrare solo nell”83 da ministro degli Esteri nel governo Craxi. “In quegli anni, prima del suo tragico omicidio – assicura il figlio – Dalla Chiesa passava a Roma e chiedeva di incontrarsi con mio padre, per scambiarsi idee e confrontarsi, incontri cordiali tra persone che si stimavano a vicenda”. “Mio padre – racconta – sconsigliò a Dalla Chiesa di andare come Prefetto a Palermo, gli consigliò di farsi dare poteri maggiori, per poter coordinare la lotta alla criminalità, non soltanto siciliana, ma anche quella delle altre regioni del Sud, l’ndrangheta in Calabria e la camorra in Campania”.

Poi a settembre, dopo 100 giorni da Prefetto a Palermo, il tragico epilogo a via Carini: il generale viene massacrato dalle raffiche di kalashnikov. “Mio padre restò colpito da quell’omicidio – assicura – Tra l’altro conosceva bene la moglie Setti Carraro e la sua famiglia, con lei era stato amichevole e l’aveva aiutata ai tempi della Croce Rossa”.

Andreotti però non andò ai funerali: “Mio padre non aveva ruoli di governo in quel momento, scrisse un sentito telegramma, inviato al fratello del generale, Romeo, nel diario di quei giorni troviamo poi parole di stima e cordoglio per Dalla Chiesa”, dice ancora Stefano, che con la sorella Serena ha curato una edizione critica dei diari del padre, negli scorsi anni. Agli atti del tempo finì però una battuta dello stesso Andreotti, che giustificò la sua assenza alle esequie, spiegando di “preferire i battesimi ai funerali”.

“È una battuta davvero infelice – ammette Stefano – ma certo non esprimeva il suo pensiero del tempo”. Stefano Andreotti preferisce ricordare invece quanto scrisse Andreotti nelle lettere che lasciò ai figli, da leggere all’indomani della morte avvenuta il 6 maggio del 2013. “Mio padre se ne è andato sereno, lui aveva una fede vera, in quelle righe che abbiamo letto la sera della scomparsa, c’era scritto ‘io giuro davanti a Dio di non avere avuto niente a che vedere con la Mafia, se non per combatterla, né con le uccisioni di Dalla Chiesa e Pecorelli”.

Giulio Andreotti, la Dc siciliana e l’assassinio di Dalla Chiesa.

Sulla dichiarazione rilasciata dall’on. Rita Dalla Chiesa non intendiamo affatto entrare nel merito. Non ne abbiamo né la competenza e né, tantomeno, la titolarità. E, tra l’altro, non intendiamo affatto sottovalutare o sminuire il drammatico lutto che, anche a distanza di 40 anni, continua a segnare i figli e tutti i famigliari del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Ora, sono stati scritti tonnellate di libri, di documenti e di analisi sul rapporto tra la politica e la mafia nel nostro paese E, nello specifico, parlando di ciò che capitava a Palermo e in Sicilia, del rapporto tra la mafia e la Dc di quei territori. Con l’inevitabile, e ormai scontata perchè ripetuta sino all’infinito, commistione tra la criminalità organizzata e settori della Dc, in particolare della corrente che faceva capo all’on. Giulio Andreotti.

In questa sede, però, e – ripeto – senza minimamente entrare nei dettagli di ciò che ha recentemente detto l’on. Dalla Chiesa, ci limitiamo ad avanzare due sole osservazioni. Per lo più di carattere generale.

Innanzitutto non si può continuare ad equiparare la mafia e la criminalità organizzata con la storia e l’esperienza politica e di governo delle Democrazia Cristiana. Una tesi sostenuta allegramente e disinvoltamente dagli storici detrattori della Democrazia Cristiana e che, purtroppo, continua ad essere “la” lettura prevalente della gran parte della pubblicistica della sinistra italiana post comunista e non solo della sinistra ex comunista. Perchè è ormai quasi un dato di fatto che c’erano settori della Democrazia Cristiana contigui al mondo della malavita. In particolare in alcune regioni e in alcuni territori ben definiti e circoscritti. Insomma, una lettura politica, e culturale, che porta alla banale conclusione che la storia della Dc in molte zone del nostro paese è stata sostanzialmente una storia criminale. Una tesi, francamente, inaccettabile. Sotto il profilo storico, politico, culturale ed istituzionale.

In secondo luogo, forse, è arrivato anche il momento per rileggere – senza paraocchi e senza gli ormai radicati ed atavici pregiudizi politici e personali – il magistero dei grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana. Una rilettura utile, e anche indispensabile, non per intraprendere un processo di acritica ed anticipata beatificazione ma, soprattutto, per fugare dubbi, equivoci e fraintendimenti che, nel bene o nel male, hanno comunque accompagnato il cammino e il percorso di questi storici esponenti del principale partito italiano.

Ecco perché, di fronte ad accuse come quelle formulate dall’on. Dalla Chiesa non si può reagire con il silenzio o con una qualunquistica alzata di spalle. No, è necessario che un’opera di rilettura e di ricostruzione storica e politica seria e il più possibile oggettiva si imponga. E non solo per cercare di ristabilire una sorta di verità storica ma, soprattutto, per evitare di arrivare alla conclusione – molto gettonata in settori intellettuali, accademici e politici italiani – che la storia democratica del nostro paese dal secondo dopoguerra in poi è stata sostanzialmente una avventura vissuta in combutta con la criminalità organizzata, con il malaffare e con mondi che hanno sempre combattuto la democrazia, la libertà e la giustizia sociale. E non lo dico solo per la credibilità della Dc. Ma per la limpidezza, trasparenza e la serietà della democrazia italiana.

I danni arrecati al Centro dal fallimento di Calenda e Renzi.

La dura legge dei numeri anche questa volta, inevitabilmente, colpisce e affonda i partiti che non hanno saputo conquistarsi i consensi che erano stati da loro stessi immaginati o magari sognati. Azione e Italia Viva a pochi anni dalla loro nascita si avviano verso un mesto viale del tramonto fra abbandoni, litigi, accuse reciproche fra di loro e dentro ognuno di loro. Scriviamo il nome delle due formazioni politiche ma in realtà dovremmo scrivere il nome dei due loro ideatori, fondatori, promotori e gestori, insomma dei loro dominus assoluti: Carlo Calenda e Matteo Renzi. Sì, perché si tratta di due partiti-personali nei quali al di là di formali organi direttivi, assemblee interne, finanche (eventuali) congressi ogni decisione di rilievo, a cominciare dalla linea politica, viene presa dal leader e poi comunicata, magari prima all’esterno che all’interno del partito.

Il fallimento di Azione e di Italia Viva, cioè di Calenda e Renzi, è imputabile solo a loro, rei di aver illuso una parte di quell’elettorato non omologato al bipolarismo forzato destra-sinistra con la lista elettorale del Terzo Polo e poi di averla, quasi subito e inopinatamente, distrutta. Seppellendo, con essa, l’idea stessa di un Centro politico autonomo e imperniato sulla capacità di analisi e di progetto, su un’idea di politica saggiamente orientata alla mediazione (che non significa compromesso), alla moderazione (che non significa moderatismo), al confronto con le altre parti politiche (che, appunto, non significa scontro perenne).

Questa era l’idea, per la verità già tradita nelle premesse dalle personalità fumantine dei due dominus, poco inclini alla mediazione (sulla leadership, fra di loro); alla moderazione (nelle loro affermazioni lanciate via social, ovvero i canali di comunicazione che nell’ultimo quindicennio hanno contribuito enormemente alla decadenza della politica da arte del ragionamento – come insegnava il grande Ciriaco De Mita – a luogo di insulti); al confronto, presto degenerato in scontro fra loro due.

Il problema, ora, è che questo fallimento (mascherato da una insistita iniziativa organizzativa e mediatica, al momento più spregiudicata da parte di Renzi e invece più ancorata all’idea originaria da parte di Calenda, che però dei due è quello che palesemente ha accusato di più il ko ricevuto e quindi stenta a rialzarsi dal tappeto) ha portato con sé anche il fallimento dell’idea stessa del Centro, di per sé già difficile da affermarsi in un contesto reso bipolare sia dalla legge elettorale (soprattutto) sia dalla logica binaria dei social, luogo oggi – dannatamente – prediletto dai frequentatori della politica, spesso solo saltuari e conseguentemente superficiali, poco inclini all’approfondimento e dunque portati a semplificare: di qua o di là, è più facile, più veloce, meno faticoso. Tanto è vero che pure chi non si ritrova in questo schema poi lo adotta, rifugiandosi nell’astensionismo, terzo lato del triangolo forzoso e forzato nel quale la politica non solo in Italia, come vediamo ogni giorno in Europa e negli Stati Uniti, si è ormai ingabbiata.

I danni provocati dal duo Calenda-Renzi sono dunque enormi. Non solo perché, come detto, hanno azzerato l’idea o anche solo l’ipotesi che potesse nascere in Italia un Centro politico nonostante la presenza di una legge elettorale ad esso ostile. Ma anche perché hanno reso ancor più difficile la possibilità di (ri)creare un centro-sinistra e un centro-destra più omogenei all’imposizione bipolare intorno a quegli elementi di mediazione, moderazione, confronto indispensabili per il governo di un Paese evoluto e complesso che la permanente guerra mediatica fra le estreme accantona e spesso annulla, con danno per tutti.

Eppure questa esigenza rimane. Un astensionismo al 50% lo dimostra al di là di ogni dubbio, di ogni perplessità. Ed infatti qualcosa, a destra, sta cominciando a muoversi, sotto l’impulso – manco a dirlo – dei fratelli Berlusconi, come il padre interessati soprattutto alle proprie aziende e quindi inevitabilmente anche alla politica.

Purtroppo, al contrario, tutto tace a sinistra, dove continua a immaginarsi quel fantomatico “Campo Largo” che ben che vada assomiglia alla fallimentare “Unione” del 2006/7 invece che all’esaltante Ulivo del decennio precedente. Non c’è ancora, e non sappiamo se ci sarà mai, un nuovo soggetto, che per comodità chiamiamo “nuova Margherita”, in grado di contendere uno spazio elettorale al centro-destra e di attutire e magari marginalizzare il massimalismo della sinistra attuale (il PD schleiniano, AVS, il M5S contiano, ammesso e non concesso che quest’ultimo sia davvero di sinistra, affermazione sulla quale sarebbe azzardato scommettere). Per il ruolo, con la consueta abilità tattica, si è per la verità autoproposto Matteo Renzi. Ma con una credibilità ormai ridotta ai minimi termini, e infatti la mossa è stata ben poco apprezzata, da quasi tutti. E quindi quello spazio, che pure c’è ed è decisivo, rimane vuoto.

Giannuli spiega la geopolitica: uno strumento per ‘navigare’ l’epoca attuale.

Ascoltiamo tutti ogni giorno il termine «geopolitica», ma nessuno, prima di questo libro di Aldo Giannuli, ci ha spiegato con competenza e chiarezza che cos’è la geopolitica: come viene usata per studiare i conflitti tra potenze, ma anche per gestirli, risolverli, in certi casi aggravarli di proposito; e come possiamo usarla noi, comuni cittadini, per comprendere il presente e criticare le scelte di chi decide il nostro futuro.

L’epoca attuale è schizofrenica, contraddittoria, complessa a volte fino all’indecifrabilità, insomma un vulcano in piena eruzione: un’eruzione preparata, tuttavia, durante il lungo Novecento. Per capirla, o almeno provarci, lo strumento migliore è la geopolitica, parola-chiave del dibattito attuale ma poco compresa e poco divulgata, disciplina che descrive la realtà e al contempo produce decisioni che quella realtà modificano. Il fine di questo libro di Aldo Giannuli è dunque proprio esaminare l’epoca conflittuale che stiamo vivendo attraverso la geopolitica, e spiegare che cos’è la geopolitica attraverso quest’epoca.

Quando nasce la geopolitica? È uno strumento di conoscenza o piuttosto un progetto di potenza che usa cognizioni storico-geografiche? Giannuli traccia la storia del concetto, prende in rassegna i maggiori autori (da Clausewitz a Schmitt fino ai contemporanei), valuta le sue potenzialità conoscitive e i suoi limiti (spesso l’esperto di geopolitica ambisce a essere «consigliere del Principe») facendo quello che deve fare la migliore divulgazione: metterci in grado di decifrare i disegni del potere politico, ma anche – e soprattutto – di criticarli.

 

Aldo Giannuli (Bari, 1952), già docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, consulente di molte Procure, dal 1994 al 2001 ha collaborato con la Commissione Stragi, contribuendo alla scoperta dei documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno.

Fra i volumi pubblicati da Ponte alle Grazie ricordiamo: Come funzionano i servizi segreti (2009), Come i servizi segreti usano i media (2012), Da Gelli a Renzi (2016), Classe dirigente (2017), La strategia della tensione (2018), Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo (2018), Storia della «Strage di Stato» (2019), Mafia mondiale (2019), Coronavirus: globalizzazione e servizi segreti (2020), Spie in Ucraina (2022), Andreotti, il grande regista (2023).

Petizione De Gasperi, un modo per riflettere sui grandi democratici cristiani.

La scelta dell’Associazione dei Partigiani cristiani di intestare ad Alcide De Gasperi il Palazzo dei Congressi dell’Eur è una notizia che non si limita ad un fatto burocratico o ad una mera richiesta protocollare. È molto di più. Come, del resto, confermano la pioggia di adesioni che sono arrivate nell’arco di pochi giorni e senza alcuna campagna social massiccia o particolarmente significativa. E questo fatto, peraltro di pura cronaca e non legato ad alcuna ricorrenza, evidenzia ancora di più che il magistero politico, civile, culturale, istituzionale e nel caso specifico anche etico dei grandi leader democristiani, non sono banalmente archiviabili e qualunquisticamente aggirabili. 

Questa iniziativa su De Gasperi conferma un altro elemento. E cioè, ogniqualvolta si ricorda e si ripropone la lezione e l’azione dei leader e degli statisti della Democrazia Cristina scatta un meccanismo di adesione, di curiosità e di straordinaria attenzione su quello che hanno rappresentato nella declinazione concreta dell’impegno politico ed istituzionale. E parliamo di una classe dirigente, prestigiosa e di rara qualità che nel corso di questi ultimi lustri è stata bistrattata, strattonata se non addirittura criminalizzata sul versante politico e culturale. Soprattutto dalla vasta ed articolata pubblicistica di sinistra. Per non parlare delle forze populiste e demagogiche – penso nello specifico all’esperienza grillina e a quella della Lega – che hanno attaccato sistematicamente la dirigenza democratico cristiana per quello che è stata e per quello che ha rappresentato. 

Del resto, è appena sufficiente citare pubblicamente, e in qualsiasi occasione politica, l’esperienza concreta di uomini come Donat-Cattin o di Marini, di Fanfani o di Moro, di Anselmi o di De Mita, di Galloni o di Bodrato, di Andreotti o di Martinazzoli e di molti altri per richiamare l’attenzione dell’uditorio e degli stessi storici detrattori. Certo, non perdiamo del tempo a confrontare ciò che dicevano ieri i vari Mieli, Cacciari, Veneziani, Cazzullo e via elencando e ciò che dicono oggi. Perché, come ovvio, i tempi cambiano per tutti. Ma è indubbio, al riguardo, che tocca a coloro che non li hanno mai criminalizzati politicamente, culturalmente ed istituzionalmente riscoprire sempre di più il profilo e la concreta testimonianza della classe dirigente democratico cristiana.

Anche perchè questa resta l’unica strada per non disperdere un patrimonio politico e culturale di straordinaria importanza non soltanto per il pensiero cattolico democratico, cattolico popolare e cattolico sociale. Ma, semmai, per l’intero patrimonio ideale della democrazia italiana di cui i cattolici sono stati protagonisti eccellenti e autorevoli. E la conferma, peraltro ennesima, arriva proprio dall’ultima iniziativa su Alcide De Gasperi.

 

Per firmare la petizione clicca qui

https://www.change.org/p/a-de-gasperi-un-giusto-riconoscimento

Gentiloni spazza via le ambiguità: gli europarlamentari italiani votino per Fitto.

“Penso che i parlamentari italiani farebbero bene a votare un candidato italiano”. Lo ha affermato il Commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, intervistato al Festival di Open, in merito alla nomina di Raffaelle Fitto nella nuova Commissione europea.

Gli europarlamentari “faranno le loro valutazioni, ma penso sia ragionevole far prevalere questo aspetto, a meno che le risposte non siano molto negative”, ha aggiunto Gentiloni, che ha ricordato: “Il presidente Silvio Berlusconi, che all`epoca era deputato europeo, venne personalmente ad assistere e mi fece un sacco di complimenti”. Sicuramente quindi “c`è un fair play internazionale in questi incarichi europei”, sostiene Gentiloni.

Dall`altra parte, ha proseguito, “penso facciano bene i partiti europei che hanno votato Von der Leyen, e si trovano un vicepresidente di un gruppo che non l`ha sostenuta, a sollevare dubbi e problemi politici”.

AskaNews | Ortodossia, Islam e Buddismo: il cocktail religioso dell’imperialismo russo.

La teoria della Russia che unisce i popoli e i mondi nel “mondo russo”, che da oltre due anni sostiene le motivazioni della guerra in Ucraina e da molto prima ispira la rinascita della grande Russia come centro del mondo, ha una formulazione sostanzialmente trinitaria. A partire dall’ideale tardo-medievale di “Mosca – Terza Roma”, in quanto erede di Roma e di Costantinopoli, le dimensioni della realtà russa vengono declinate in versione triadica per diversi aspetti: quello geografico, che attribuisce alla Russia tre coordinate geografiche, Settentrione-Oriente-Occidente a partire dal Circolo Polare Artico, con la metà orientale dell’Europa e la metà settentrionale dell’Asia, quello storico delle tre capitali di Kiev, Mosca e San Pietroburgo e dei tre popoli di Bielorussia, Russia e Ucraina (Russia Bianca, Grande e Piccola), e quello spirituale del cristianesimo latino, greco e slavo.

La Russia è il “mondo terzo” rispetto alle grandi potenze del passato e del presente, come accade oggi nuovamente nel confronto tra l’America e la Cina, un “popolo nuovo” rispetto agli imperi antichi di Roma e Bisanzio, e a quelli dei secoli successivi di Europa e America. Non a caso l’immagine simbolicamente decisiva della missione bellico-spirituale della Russia del presidente Putin e del patriarca Kirill, con la partecipazione di “terze figure” a turno come il metropolita Tikhon di Crimea o il comandante Prigožin della guerra globale, è l’icona della Santissima Trinità di Sant’Andrej Rublev, il monaco del Quattrocento che interpretava la rinascita della Russia di Mosca dopo il Giogo Tartaro insieme ai suoi due maestri, San Sergij di Radonež e San Stefan di Perm.

La religione è in effetti la principale fonte di ispirazione di tutte le varianti storiche della Russia, compresa quella sovietica nella versione “rovesciata” dell’ateismo di Stato. Oggi l’Ortodossia è la grande giustificazione della “difesa dei valori tradizionali” che mobilita tutta la Russia alla guerra contro l’Anticristo occidentale, e si caratterizza sempre più come una religione a parte, che mantiene l’aspetto formale del cristianesimo di rito slavo-orientale, e allo stesso tempo si estende sempre più ad altre confessioni “patriottiche”, fino a formare una nuova “trinità spirituale” che associa all’ortodossia anche l’islam e il buddismo, fino quasi a non distinguerle, nell’unica espressione della patria trinitaria.

Nel 1997, anno decisivo per la svolta del “sovranismo spirituale” che ha poi generato il regime di Vladimir Putin, la Duma di Mosca approvò una nuova legge sulla libertà religiosa, che correggeva quella troppo “liberale” del 1990 di Eltsin, associata a quella ancora più permissiva del 1991 di Gorbačev, che al tramonto dell’era sovietica permettevano a qualunque confessione religiosa di diffondere liberamente il proprio credo. Nella nuova legge, ispirata dalla Chiesa ortodossa dell’allora patriarca Aleksij II insieme al suo futuro successore, il metropolita Kirill, e sostenuta nella Duma dal risorto partito comunista di Gennadij Zjuganov, si affermava che la Russia ha una religione “storicamente principale”, appunto quella ortodossa, a cui si associavano in scala minore altre quattro “religioni tradizionali”: l’islam, l’ebraismo, il buddismo e il cristianesimo, quest’ultimo distinto dall’ortodossia per indicare le varianti protestante e cattolica, minori ma presenti in Russia da secoli.

La nuova legge, irrigidita ulteriormente con successive modifiche, impone la prevalenza dell’ortodossia rispetto a tutte le altre nello schema “1+4”, riducendo le comunità religiose non comprese nello schema allo stato di “non tradizionali” e quindi bisognose di continue conferme e revisioni per permettere la loro esistenza, fino all’esclusione totale di quelle più refrattarie alla registrazione e al controllo, come i Testimoni di Geova, i Pentecostali e il movimento di Scientology. Le 4 “meno tradizionali” sono comunque confinate per principio all’assistenza delle “etnie minori” dell’islam caucasico, il buddismo asiatico e il cristianesimo polacco-tedesco, presenti in varia misura sui territori della Federazione, mentre i “veri russi” sono comunque associati all’ortodossia, anche senza il battesimo e gli altri sacramenti. Con lo sviluppo bellico-religioso degli ultimi anni, delle quattro “minori” di fatto due si esaltano e due scompaiono: islam e buddismo sono sempre più in linea con l’ortodossia, mentre cattolici/protestanti ed ebrei rappresentano i “popoli ostili”, per quanto le loro gerarchie si sforzino di apparire leali col regime militare vigente.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/La-‘trinità-delle-religioni’-della-Russia-61551.html

AgenSir | Springfield, il volto oscuro dell’America che divide.

Maddalena Maltese

 

Mercoledì la minaccia di una bomba è arrivata in tre supermercati e due cliniche. Giovedì è toccato invece a due scuole entrare in modalità evacuazione. Due college hanno deciso di trasferire le lezioni online per problemi di sicurezza.

La cittadina di Springfield in Ohio, da due settimane vive sotto i riflettori dei media, ma soprattutto sotto costanti minacce di attentati dopo che l’ex presidente Donald Trump e il suo compagno di corsa alla Casa Bianca, il senatore repubblicano JD Vance, hanno cominciato ad amplificare una falsa notizia che accusa gli immigrati haitiani di mangiare i gatti e i cani dei residenti autoctoni.

A nulla è valsa la smentita dell’autrice di un post su Facebook, rilanciato poi su X, che aveva inizialmente accusato un vicino haitiano per la scomparsa del suo gatto, rientrato dopo pochi giorni. Quelle poche righe sui social, amplificate dalle due figure politiche candidate alle elezioni di novembre, hanno scatenato un’ondata di violenza, di sospetto e di minacce che ha trasformato una cittadina di appena 50.000 abitanti in un centro in costante emergenza.

A nulla sono valse le smentite del sindaco e del governatore, entrambi repubblicani, sull’assenza di prove sugli immigrati mangiagatti e neppure le dichiarazioni degli agenti e dei responsabili della sicurezza che non hanno ricevuto alcuna segnalazione di sparizione di animali domestici ha placato il clima di minaccia, paura e violenza che sta pesando sulla comunità.

Il governatore dell’Ohio, il repubblicano Mike DeWine è dovuto intervenire sulle pagine del New York Times per difendere la città. “È triste vedere che Springfield sia diventata l’epicentro del vetriolo della politica di immigrazione americana, perché è da tempo una comunità di grande diversità”, ha scritto. Ha poi aggiunto di essere “rattristato, da sostenitore dell’ex presidente Donald Trump e del senatore JD Vance, dal modo in cui loro e altri continuano a ripetere affermazioni prive di prove e denigrano i migranti legali che vivono a Springfield”, usando

“una retorica che danneggia la città e la sua gente”.

Anche i leader religiosi sono intervenuti a difesa della comunità haitiana che, da anni, è inserita nella città e i cui membri lavorano legalmente nelle aziende e sono presenti sul territorio con un permesso di soggiorno umanitario.

La Conferenza episcopale cattolica dell’Ohio ha denunciato senza mezzi termini che gli Usa sono “una nazione divisa da partigianeria e ideologia, che ci rendono ciechi all’immagine di Dio nel nostro prossimo, in particolare nei nascituri, nei poveri e negli stranieri”. Ha poi condannato “i pettegolezzi, che possono diffondersi rapidamente sui social media senza preoccuparsi della verità o delle persone coinvolte”.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2024/09/21/springfield-tra-minacce-e-allarmi-bomba-vescovi-dellohio-non-diffondere-pettegolezzi-infondati/

 

Petizione a gonfie vele per Palazzo dei Congressi “Alcide De Gasperi”.

Anche se lo strumento delle petizioni on line è abusato non dispiace riconoscere che la scelta dell’Associazione dei Partigiani cristiani (ANPC) di raccogliere firme sulla piattaforma charge.com per intestare a De Gasperi il Palazzo dei Congressi dell’Eur si stia rivelando suggestiva e interessante. 

Finora, nell’arco di 48 ore, sono state raccolte più di 600 adesioni, un risultato nient’affatto disprezzabile se si considera il carattere “non emozionale” della proposta. Vuol dire che nel Paese esiste un substrato intellettuale e politico che tiene a preservare la memoria dello statista trentino, anche se la sua figura appartiene a un tempo assai diverso dal nostro, essendo quello di De Gasperi, appunto, il tempo della Ricostruzione e dell’avvio del cosiddetto miracolo italiano, come pure della coraggiosa  politica europeistica e filoatlantica. 

La petizione si rivolge al sindaco Gualtieri, anche se l’immobile appartiene ad Eur spa di cui il Comune di Roma detiene solo il 10 per cento delle azioni, mentre il restante 90 è in mano al Ministero dell’Economia. “Vogliamo sicuramente interloquire  Giorgetti – dice la presidente Mariapia Garavaglia (ANPC) – ma in prima battuta dovevamo coinvolgere il sindaco. Con lui contiamo di trovare la formula che permetta di allargare il consenso, immaginando che da storico prima che da politico e amministratore ne condivida il valore. Ogni firma pesa, anche se alcune sono più facilmente identificabili per ragioni di notorietà. Per parte mia continuo a sollecitare l’impegno a promuovere l’iniziativa, veicolandone il messaggio con l’arma del passaparola”.

In effetti, la petizione è figlia di un certo spontaneismo che potremmo definire genuino: non ci sono apparati alle spalle e grandi media a sostegno. Per questo ha destato sorpresa la facilità con la quale sono piovute tante disponibilità, sapendo che comunque è un atto impegnativo, mai banale, sottoscrivere formalmente una richiesta dal grande impatto pubblico. La memoria di De Gasperi sollecita questa prova di generosità e soprattutto esige che se ne sappia trarre motivo per una adeguata riflessione politica.

 

Per firmare clicca qui

https://www.change.org/p/a-de-gasperi-un-giusto-riconoscimento 

Dibattito | Destra o sinistra: chi apre al centro, può vincere.

Nei giorni scorsi abbiamo osservato delle scosse di terremoto nei partiti del così detto ex Terzo Polo. Le uscite sono diverse e importanti e per certi versi erano anche attendibili, visto la frattura tra i due leader dei partiti personali che componevano la lista e il posizionamento un po’ più a sinistra di IV e un po’ meno a destra di Azione.

Erano meno attendibili e sicuramente meno gradevoli i commenti di alcuni esponenti di uno di questi due partiti alle uscite che viveva l’altro e viceversa. Era come assistere ad un litigio tra bambini. Queste baruffe sembrano seguire una logica “mors tua, vita mea”, cieca e inconcludente. Anche perché si parla di un’ulteriore frammentazione di un’area politica che ormai è ridotta in macerie nanometriche.

Al contrario, sarebbe preferibile un percorso inverso di aggregazione che, forse, gli attuali leader non sembrano in grado di portare avanti, alcuni per discutibili rivalità personali, altri per impossibilità di rappresentare tutte le variegate anime dell’area. Un dato di fatto però sembra accumunare tutti questi movimenti. Nell’attuale sistema bipolare e maggioritario, non c’è spazio per un polo centrista autonomo e indipendente, o, anche se ci fosse, questo spazio non sarebbe capace di incidere poi nell’attività politica e sull’agenda di governo. I centristi, quindi, o se volete i portatori di idee e istanze cattoliche, liberali e riformiste si trovano di fronte alla sciagurata scelta di decidere se andare a destra o sinistra.

È inutile edulcorare la situazione, è evidente che nei programmi di entrambe le coalizioni (ammesso che si possa definire tale l’alleanza tra PD e M5S), ci sono dei punti che alimentano le distanze tra noi e gli altri. Faccio alcuni esempi. Con il centrodestra, se è vero che ci sono delle affinità su temi come la giustizia e alcune infrastrutture, ci sono dei forti dissensi in merito alle riforme istituzionali come il premierato o l’autonomia differenziata che rappresentano una fortissima priorità per il Presidente del Consiglio. Esistono poi delle vistose differenze sulla tassazione degli extra profitti delle banche o sul diritto di cittadinanza e l’immigrazione. Tanto che il presidio centrista e moderato della coalizione meloniana, nonostante un’estate di forte sponsorizzazione dell’introduzione dello ius scholae, appena ha avuto l’occasione di votare a favore, si è schierato contro per paura di irritare gli alleati di governo.

Così come sulla tassazione degli extra profitti, uno dei fondatori di FdI ha sfidato FI chiedendo se difendessero interessi particolari. Come se sulla questione non si possano avere idee differenti. In questo contesto, mi chiedo: siamo sicuri che una Forza Italia così influenzata e vincolata dagli alleati di destra possa rappresentare l’unico approdo per noi centristi?

Se Sparta piange, Atene non ride. Impossibile non notare infatti che uguali distanze si ritrovano anche con i programmi della coalizione di sinistra. Si pensi per esempio alla possibile introduzione di una tassazione patrimoniale o alla reintroduzione del reddito di cittadinanza o alle battaglie giustizialiste portate in piazza a Genova (qui c’è da dire che se l’esempio è la Liguria, anche nel centro destra, a detta dello stesso ex governatore Toti, nessuno si è stracciato le vesti in nome del garantismo).

C’è però una differenza sostanziale. Il centro destra è una coalizione già formata, con un programma condiviso e una squadra di governo che si è mostrata restia ad aprirsi ad una classe dirigente diversa da quella formatasi all’ombra del Colle Oppio. Il centro sinistra, per ora, non esiste, non c’è una coalizione, non c’è un programma di governo condiviso: c’è solo il tentativo del PD di voler costruire una rete di alleanze. 

E qui torniamo al punto di partenza, il PD è chiamato a decidere se vuole costruire solo una coalizione di sinistra con M5S e Avs, senza il supporto delle idee centriste, o creare un’alleanza di centro sinistra accogliendo anche le proposte politiche cattoliche, liberali e riformiste. Se il PD sceglierà la prima strada allora buona fortuna, sicuramente gratuitamente non otterrà molti nostri voti; al contrario, se dovesse scegliere la seconda opzione, allora sarebbe il caso di aprire il prima possibile tavoli programmatici comuni per costruire un percorso di riavvicinamento non facile tra tutte le forze che dovrebbero partecipare al progetto.

All’on. Schlein converrebbe compiere questa mossa anche perché una semplice coalizione di sinistra, non allargata al centro, difficilmente potrebbe essere competitiva con il centro destra. Questo è il motivo per cui una negoziazione tra mondo centrista e sinistra potrebbe essere più vantaggiosa.

Ovviamente la stessa mossa potrebbe essere compiuta dal Presidente Meloni, tuttavia avendo una compagine già strutturata potrebbe avere meno incentivi a rimettere tutto in discussione, a meno che, sia per evitare che il centro si possa saldare con la sinistra, sia per rafforzare la sua immagine di premier atlantista (sull’Ucraina per esempio) e attenta al futuro delle istituzioni europee (con la scelta di un commissario democristiano come Fitto), non voglia sostituire un alleato riottoso e troppo estremista con una classe dirigente capace e preparata e con elettori saldamente ancorati agli ideali liberali dell’Occidente.

Si tratta di capire se una delle due esponenti politiche vorrà fare questa mossa e nel caso chi la farà per prima. Nel caso in cui fosse la leader del PD, allora avrebbe reali chance di sedere un domani a Palazzo Chigi, nel caso in cui fosse la leader di FdI, allora aprirebbe una nuova stagione di successi e di stabilità non effimera per il centrodestra. Chi prima arriva meglio alloggia.

Israele contro tutti: un conflitto ormai a dimensione regionale.

Non solo Gaza, non solo Hamas. Gli indizi sulla volontà di Israele di affrontare direttamente pure Hezbollah sono ormai evidenti, al di là dell’iper tecnologica azione posta in atto facendo esplodere i cerca-persone di centinaia di militanti del “partito di Dio” coinvolgendo però in essa moltissime persone, libanesi, che nulla c’entrano con la milizia sciita. Non solo. 

Ci sono pure gli Houthy, il gruppo sunnita yemenita che controlla la parte settentrionale del paese e la capitale Sana’a e che sta rendendo pericoloso il transito navale lungo il Mar Rosso soprattutto se dirette verso Israele: nei giorni scorsi hanno lanciato un missile ipersonico che è esploso in volo dopo aver percorso quasi duemila chilometri e il cui obiettivo era l’aeroporto internazionale di Tel Aviv, lasciando intendere che non sarà l’ultimo.

La tensione in questo quadrante meridionale della crisi mediorientale si è accentuata negli ultimi due mesi, dopo il raid israeliano sul porto yemenita di Hodeida nel quale sono rimasti uccisi sei lavoratori della Yemen Petroleum Company. Un’operazione che ha rischiato di coinvolgere nel conflitto lo stato yemenita, e non solo il gruppo radicale che ne ha in parte il controllo. 

Gli Houthy dopo il 7 ottobre hanno sostenuto la causa di Hamas con ancor maggior convinzione e con un tono nell’insieme molto ancor più aggressivo di quello di Hezbollah, che dell’asse delle “tre H” è certamente il gruppo più potente militarmente. E che ora, col messaggio trasmesso ieri dal leader Nasrallah, ha giurato di vendicare in maniera le vittime dell’attacco israeliano dell’altro giorno, definito una “dichiarazione di guerra”.

È dunque ormai evidente che il pericolo di un allargamento del conflitto da Gaza al Libano e finanche allo Yemen è messo nel conto dal governo israeliano, e forse addirittura ricercato. Come se fosse stata presa la decisione di chiudere i conti una volta per tutte con le milizie terroristiche che per statuto mirano alla distruzione dello stato ebraico. Per parte loro con le proprie azioni gli Houthy – territorialmente non confinanti con Israele – vogliono testimoniare quella che definiscono “unità dei fronti dell’asse della resistenza” a Israele, composta dagli alleati regionali dell’Iran.

Teheran sta dimostrando molta prudenza in questi mesi, ma al tempo medesimo tutti sanno che è il referente diretto – nonché il fornitore militare – dei gruppi armati operanti contro lo stato ebraico. L’allargamento dello scontro in atto da Gaza al Libano e magari pure allo Yemen porrebbe però gli ayatollah nella condizione di dover replicare, e a quel punto sarebbe guerra totale. Che nessuno vuole, soprattutto gli occidentali e gli stati arabi con essi alleati o comunque in buoni rapporti. Ma Israele, al contrario, pare proprio andare in quella direzione, almeno durante questi mesi conclusivi di una presidenza americana ormai debole, incapace di tenere a bada un alleato che fra pochi giorni si troverà a ricordare il primo anniversario della mattanza del 7 ottobre. Rispetto alla quale tutti gli israeliani, anche quelli che contestano Netanyahu, hanno un medesimo pensiero: “mai più”. Poi sono divisi sul come conseguirlo, questo risultato. Ma “mai più” significa “mai più”. L’estrema destra al governo quel risultato ha intenzione di conseguirlo attraverso l’annientamento di ogni nemico. 

La guerra totale è ormai alle porte. L’inquietante silenzio di Teheran in queste ore proietta un’ombra ancor più nera su tutta la regione.

Leggi giuste e leggi sbagliate. La vicenda Open arms, paradigma di disumanità.

Se Salvini è colpevole o meno lo deciderà il Tribunale di Palermo innanzi al quale si sta svolgendo il processo per il sequestro di persona ai danni delle 147 persone (tra le quali trenta bambini) che erano a bordo della nave della Ong Open Arms nell’Agosto del 2019. La riflessione che va fatta riguarda invece l’assoluta inopportunità dei commenti che hanno accolto non già una sentenza (non presente in questa fase del processo) ma addirittura la requisitoria del Pubblico ministero, ovvero un atto che ha valenza e rilevanza all’interno del processo e che solo in quel contesto può essere valutato in modo pertinente dai soggetti aventi titolo.

Oltre l’interessato che – prescindendo completamente dal merito della questione – ha cercato di drammatizzare la situazione, è intervenuta anche la Presidente del Consiglio con commenti politici assolutamente fuori luogo e decontestualizzati dal quadro giuridico della vicenda. È grave anche il maldestra mobilitazione della piazza contro i magistrati nel tentativo di eludere il vero nodo della questione, ovvero il fatto che un ministro ha lasciato deliberatamente alla deriva una nave piena di persone al fine di trarne un vantaggio politico in termini di consensi. Si tratta di una importante questione di principio, perché attraverso questa vicenda si cerca di sdoganare un criterio secondo il quale per motivi di mera convenienza politica si possono trasgredire le leggi. Mentre invece in una democrazia sostanziale (e non solo formale!) la ricerca del consenso non può mai giustificare delle deroghe rispetto alla normativa vigente, come anche rispetto alla divisione di poteri tra le diverse istituzioni. Il punto è che Salvini nel momento in cui dal Viminale disponeva il blocco della nave era consapevole di commettere un reato; nonostante tutto ha proseguito nella sua azione illecita, animato dall’insana convinzione che il ruolo di ministro gli conferisse un’impunità rispetto alle norme che tutti siamo tenuti a rispettare. Ma eravamo nell’Agosto 2019, nell’estate del Papete, della richiesta dei “pieni poteri” e di altri eccessi salviniani a causa dell’ubriacatura post-elezioni europee per i buoni risultati conseguiti dalla Lega due mesi prima. 

Salvini non è sotto processo per aver contrastato l’immigrazione clandestina (fenomeno creato peraltro da leggi eccessivamente restrittive), ma per aver violato delle norme del Codice penale e del Diritto internazionale in relazione all’obbligo di salvare chiunque si trovi in difficoltà in mare. È vergognoso che a difesa di quel gesto di arroganza sia stata evocata la difesa dei “sacri confini” come se fossimo in presenza di un esercito invasore, anziché di una nave piena di persone stremate e disperate in cerca di un approdo; una vicenda che è un vero e proprio paradigma di disumanità.

Chi crede che il rispetto di donne e uomini, in ogni condizione e situazione, sia un valore assoluto e irrinunciabile di primaria importanza, ha il diritto-dovere di disobbedire alle “leggi sbagliate” in quanto non rispettose della dignità della persona umana. Restiamo umani e il carattere di sacralità riconosciamolo alle persone e non ai confini.

La Voce del Popolo | Tifosi degli uni e degli altri senza mediazione.

Quello che colpisce, nella rovente polemica di questi giorni sul destino giudiziario di Matteo Salvini, è come si sia dissolta ogni possibile via di mezzo tra i tifosi degli uni e degli altri. Delle due l’una: o il ministro è perseguitato da giudici di parte oppure i giudici sono l’unica trincea di difesa della vita repubblicana. In mezzo, niente. Non un dubbio, non una domanda, neppure una sottile incrinatura delle reciproche e opposte convinzioni. 

Ora, è chiaro che chi è parte in causa difende la sua parte e la sua causa. Ma è dai tempi di Tangentopoli che ogni indagine, ogni procedimento, ogni giudizio richiama opinioni tutte d’un pezzo, mai scalfite anche solo da una perplessità, da un ragionevole punto di domanda. Come se ai bordi di un immaginario ring vi fosse posto solo per le opposte tifoserie. 

È questo il formato del nostro zelante bipolarismo (anche giudiziario). Non esiste un solo dirigente del centrodestra che non scommetta sull’innocenza del vicepremier, né un solo dirigente del centrosinistra che non esprima altrettanta certezza sulla sua colpevolezza. Così le posizioni si radicalizzano sempre più, per la gioia di quanti scommettono sull’esito più cruento della disputa in corso. Con tutte le conseguenze del caso. 

Personalmente faccio una certa fatica a prendere posizione. O almeno, ad esprimermi con certezze troppo stentoree. Ai suoi tempi Hegel ammoniva sul fatto che le grandi tragedie della storia erano sorte dal conflitto tra due ragioni. Ma temo che anche il conflitto tra due torti possa portare quasi altrettanta sfortuna nelle nostre più piccole contrade.

Formiche.net | Rosato (Azione): “Si impedisce all’Ucraina di potersi difendere”.

Quella dimostrata oggi [ieri per chi legge, ndr] dall’Italia è una posizione ipocrita. E le parole del vicepremier Antonio Tajani confermano che il governo non può – per calcoli politici – sostenere l’Ucraina fino in fondo. Così, però, perdiamo di credibilità”. È un Ettore Rosato, deputato e vicesegretario di Azione, particolarmente irritato quello che risponde a Formiche.net per commentare il voto sulla risoluzione al Parlamento Europeo che ha sancito il via libera per l’impiego di armi europee in territorio russo. Il documento, complessivamente, è stato votato a larghissima maggioranza. È stato l’ottavo paragrafo – proprio quello dedicato all’impiego delle armi – ad aprire le divisioni.

Cosa contesta alla “postura” italiana in Ue in questa votazione?

Di fatto l’ipocrisia. Non si può essere solidali con l’Ucraina e poi negare loro la possibilità di poter attaccare obiettivi strategici su territorio russo. Gli stessi da cui partono gli attacchi ai danni dell’Ucraina. I caveat sono legittimi, ma su infrastrutture civili. Non su obiettivi militari. Con questo voto, di fatto, si impedisce all’Ucraina di potersi difendere in modo consono.

Eppure l’esecutivo si è sempre dimostrato molto sensibile alle istanze di Kiev.

Sì, ma queste scelte di votare senza avallare la possibilità che l’Ucraina utilizzi armi per difendersi è frutto di una logica interna che rischia di farci perdere molta credibilità in Europa e più in generale nel contesto internazionale.

Di che logica parla?

Di quella che tiene assieme il governo. Probabilmente, fosse per la Lega, l’Italia non dovrebbe neanche sostenere l’Ucraina in generale. Figuriamoci utilizzare le armi. Per cui l’esecutivo ha dovuto adottare questa linea ambivalente. Ma sono convinto che le sensibilità di Tajani e Meloni siano diverse.

Si spieghi.

Il premier Giorgia Meloni quando parla di Ucraina è sempre molto netta. Per cui penso che fosse dipeso esclusivamente da lei quel punto sull’utilizzo delle armi sarebbe passato. Lo stesso vale per Antonio Tajani che, con questa decisione, ha assunto una posizione diversa dagli altri compagni di partito del Partito popolare europeo. Ed ecco il nodo: la maggioranza deve tener conto della posizione leghista. Da sempre ambigua.

Quindi secondo lei con questa votazione l’Italia come si colloca nella compagine europea?

Alla stregua di Paesi come l’Ungheria, che senz’altro non sono convintamente europeisti ma strizzano l’occhio a Cina e Russia. Benché la linea del governo in politica estera sia sempre stata improntata all’atlantismo. Insomma questa votazione non era un emendamento alla Finanziaria, ma qualcosa di molto più profondo che riguarda la possibilità, per un Paese invaso, di poter difendere la propria libertà.

 

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https://formiche.net/2024/09/sullucraina-litalia-non-si-assume-le-sue-responsabilita-parla-rosato/#content

Cultura e impresa si incontrano a Bergamo: nasce Public Square.

Un festival diffuso che vuole affrontare i temi della cultura e dell’impresa, dell’innovazione nell’educazione e della valorizzazione dello spazio pubblico, delle reti di collaborazione e delle professioni culturali.

SQUARE Studio, impresa culturale e creativa, presenta Public Square una due giorni di incontri, performance e workshop a Bergamo il 28 e 29 settembre.

“Public Square – ha spiegato ad askanews Tomaso Pirotta, Art Director & Communication Manager di Square Studio – proprio come dice anche il nome stesso, ci offre la possibilità di estendere anche agli altri l’invito a conoscere chi siamo noi, a conoscere ciò che facciamo tramite attività concrete che permettano realmente e concretamente di conoscere e di entrare anche in maniera viscerale nei temi che noi affrontiamo, non soltanto nei temi ma anche nel modo in cui noi li affrontiamo”.

A seguito di Bergamo Brescia Capitale della Cultura Italiana 2023, Square Studio vuole continuare a tenere questo territorio al centro di azioni e attività artistico-culturali. “Abbiamo creato questo festival – ha aggiunto Pirotta – per poter restituire la città di Bergamo un qualcosa. Qualcosa che noi abbiamo toccato con mano nell’arco di questi anni di impresa e che in questo caso specifico era un po’ il motore che muoveva le cose. Difatti le quattro attività che presentiamo sono riassuntive di tutto quello che ci caratterizza”.

Public Square, nella sua prima edizione tratterà, attraverso un approccio orizzontale, tre ampie tematiche: l’arte pubblica, la cultura d’impresa e la rigenerazione culturale. Con una prospettiva che guarda anche agli anni a venire.

“L’idea è che questo festival possa svilupparsi anche negli anni a seguire – ci ha detto Francesca Rossi Minelli, Project artists manager & Account di Square Studio – gli obiettivi che ci siano dati sono obiettivi che vogliamo raggiungere in parte durante questa prima edizione, ma anche poi negli anni successivi. L’idea è un po’ quella di andare a promuovere degli obiettivi educativi che possano essere innovativi per lo sviluppo di nuove competenze a livello artistico culturale, cercare di coinvolgere la comunità in quello che è un dialogo attivo sullo stato dell’arte e su l’importanza di fruire le pratiche culturali e la cultura in maniera quotidiana”.

Importante poi anche la volontà di sostenere le azioni degli artisti, a livello transdisciplinare e transgenerazionale. La dimensione territoriale, poi è sempre al centro dei ragionamenti.

“Un altro dei nostri obiettivi – ha concluso Rossi Minelli – è quello di andare a implementare un sistema capillare di relazioni che possano supportare sia questa iniziativa ma in maniera più generale possibile il welfare pubblico in ambito culturale”.

Public Square è inoltre patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Bergamo, oltre che da Confindustria e altri soggetti economici e accademici della città.

Il festival è stato sostenuto da aziende e persone che hanno sposato le idee e le azioni di Square Studio sul territorio di Bergamo, in particolare il main sponsor Bonaldi, e i partner Neoncolor e Ferretti Group.

Malesia e Cina: il re Ibrahim a colloquio con Li.

Il re malese Ibrahim è arrivato a Pechino per la prima visita di un monarca malese in Cina dopo dieci anni. Il programma del viaggio – della durata di quattro giorni e legato alle celebrazioni per i 50 anni delle relazioni bilaterali – prevede incontri con il presidente Xi Jinping e il premier Li Qiang.

“La visita di Sua Maestà rappresenta un’eccellente opportunità per entrambe le parti di riaffermare l’impegno comune nel garantire che le relazioni tra Malaysia e Cina continuino a rimanere lungimiranti, dinamiche e prospere”, ha dichiarato il ministero degli Esteri di Kuala Lumpur. Sul tavolo c’è soprattutto la volontà di ottenere da Pechino sostegno per i progetti che mirano al potenziamento dei collegamenti con la vicina Singapore.

Insediatosi come 17° re del Paese a gennaio – nell’ambito di un sistema monarchico unico nel suo genere, in cui i capi delle nove famiglie reali malesi si alternano sul trono ogni cinque anni e devono rimanere super partes – il 65enne sultano di Johor Ibrahim ha dichiarato di voler intervenire direttamnte nelle questioni politiche del Paese. In un’intervista rilasciata ai media prima della sua ascesa al trono, aveva proposto che l’azienda petrolifera statale Petronas e l’agenzia anti-corruzione facessero rapporto direttamente al re.

Il premier cinese non ha già visitato Kuala Lumpur a giugno, appoggiando i piani malesi per sviluppare la sua connettività attraverso un collegamento ferroviario con altri progetti su rotaia sostenuti dalla Cina in Laos e Thailandia. L’idea sarebbe quella di una ferrovia panasiatica che vada da Kunming in Cina a Singapore, presumibilmente attraverso Johor, dove anche il sultano vuole sviluppare un collegamento ferroviario. Il sultano Ibrahim ha parlato di piani per rilanciare un progetto ferroviario ad alta velocità tra la Malaysia e Singapore in stallo, con un passaggio di frontiera a Forest City.

Durante la sua permanenza in Cina, il re dovrebbe anche partecipare alla cerimonia di intitolazione della cattedra di studi malesi dell’Università degli Studi Esteri di Pechino e incontrare la diaspora malese.

Dal 2009 la Cina è il principale partner commerciale della Malaysia: l’anno scorso il commercio bilaterale totale è stato valutato in 98,9 miliardi di dollari, pari al 17,1% del commercio globale della Malaysia. Dall’altra parte la Malaysia è il secondo partner commerciale della Cina tra i Paesi dell’ASEAN, alle spalle solo del Vietnam.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-re-malese-in-Cina-e-il-progetto-di-un-treno-da-Kunming-a-Singapore-61542.html

Liguria, Gabriella Tricco Manfredi: “Voterò e farò votare Orlando”

Ciao, Capo. Sono tornata a casa e sai che è successo? beh inutile che ti faccia domande lo sai benissimo….le sirene della politica cantano, e cantano forte. Ma io, Capo, sono tua figlia, e non dimentico chi tu sia stato né i risultati che hai ottenuto. 

Sarai fiero di me, perché ad una candidatura presentata quasi scontata, offertami dal centrodestra, ho detto NO. Ho detto NO perché non ci credo, perché non vedo discontinuità tra questo e ciò che era prima, perché i valori del centro dx NON sono i miei valori. E nemmeno erano i tuoi. 

E io sono sempre tua figlia. E non voglio farti fare brutta figura. E nemmeno che il tuo nome venga speso da chi non può farlo. Né tradire i tuoi ideali, che sono anche i miei. I miei ideali sono a sinistra. E li rimangono. 

Quindi io voto e farò votare l’on Orlando. Te lo ricordi, lo conoscevi e so che lo stimavi. Quindi, Capo, si lavorerà per lui da oggi in poi. Per cambiare ciò che va cambiato, sempre ascoltando le istanze dei cittadini, di cui semplicemente, un politico deve farsi rappresentante. A chi ora dice che io ho appoggiato l’on Scajola alle comunali rispondo che lo avresti fatto anche tu, perché amministrare bene un comune NON è fare politica nel senso più ampio, bensì gestire una macchina amministrativa complessa, con bisogni organizzativi che hanno bisogno di competenze che l’on Scajola ad oggi è l’unico ad avere a quel livello. 

Ma il voto alle Regionali è un voto politico. E quindi…voterò e farò votare l’on. Orlando. E so che ancora una volta avresti condiviso questa mia scelta. E sento che, ovunque tu sia, sei orgoglioso di me.

Via da Azione Gelmini, Carfagna e Versace. In bocca a… Lupi!

In questi giorni potrebbe girare una poesiola di questo tipo:” Geme la Gelmini, la Carfagna ad ogni ora si lagna e la Versace non si tace”. Le tre donne hanno deciso di lasciare Azione per non aver condiviso le scelte ultime di Calenda. 

Forse hanno compreso che la formazione di un centro politico è di là da venire e che la novità di quel partito ha già esaurito la sua spinta propulsiva. Se un centro ci sarà non sarà per mano sua. Quel partito suona già di vecchio e superato da qualcosa che ancora deve nascere.

Azione è un fare che non ha sfondato nel panorama politico attuale e le tre donne sanno leggere il calendario romano con lucidità. Il tempo è scaduto e il calendario greco, quello che non segna il primo giorno del mese, non è più un punto di riferimento. Le calende greche non si addicono alla concretezza dell’agone in cui ci si muove. 

Temono di finire forse in una tristis calendae, la data in cui si pagano rate ed interessi. Kaléo, la chiamata ad essere uniti nel cimento è caduta nel vuoto; non c’è più il tempo per aspettare la luna nuova e le idi della luna piena non hanno dato il frutto sperato.

C’è stato un caleidoscopio di ipotesi che non si sono tradotte in alcuna significativa sostanza. Quindi per le tre esponenti politiche, due delle quali provenienti da Forza Italia, non è da battere il “campo largo” della opposizione e neppure amano i campetti della periferia del potere. Quindi, hanno preferito abbandonare un campo di battaglia che, giorno dopo giorno, potrebbe solo sfiancarle.

Par proprio si siano mosse per un diverso sentiero ispirandosi al motto “Larga è la strada, stretta è la via, voi dite la vostra che io dico la mia”. 

Dal loro ingresso in Azione non hanno preso campo ed avranno avuto il timore di restare in quella terra scavandosi la fossa del loro destino pubblico. Tanto meno, mai rassegnate, hanno scelto di tirare a campare. 

Da qui la determinazione nel giocare un’altra partita e altro giro o forse sarebbe meglio dire altro partito ed altro giro. Già la cronaca si sta preoccupando quale sarà la loro prossima destinazione. 

Qualcuno penserà che siamo all’ennesima giravolta di chi non stenta a girovagare da una formazione politica all’altra, a seconda di come tira il vento. Cambiar casacca ormai non dà più scandalo a nessuno. 

Volendosi divertire con le parole potrebbe dirsi che siamo all’ennesima presa in giro nei confronti dell’elettorato, che occorrerebbe un giro di vite per evitare facili traslochi, che la sensibilità politica di questo paese ha dato ancora una volta dimostrazione di andare fuori giro. 

Gelmini, Carfagna e Versace si sono congedate con cortesia e forse Calenda avrebbe potuto replicare secondo le parole di Flaiano: “Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire”. 

Comunque se ne sono andate con una asciutta dichiarazione di commiato, senza eccessivi giri di parole. Ora faranno un giro d’orizzonte per capire come nuovamente orientarsi, forse sperando di non ripetere ancora un ennesimo giro di valzer. Il giro è un cerchio, chissà che un giorno non si ritorni a bomba. Tutto è possibile in questa Italia dalla sbrandellata tenuta di divise politiche o dalle sbrindellate tenute di partito.

Girano voci che la Gelmini e la Carfagna potrebbero tornare a Forza Italia che è diventato ormai la terra di accoglienza dei transfughi che da esso erano dipartiti. “Torna, sta casa aspetta te” è la canzone che va di moda da quelle parti, Letizia Moratti docet. Può darsi che la parabola del figliol prodigo abbia fortemente inciso nel cuore di Tajani e compagni di avventura. Cambiar casacca e riaccostarsi alla terra d’origine non Costa poi così caro.

C’è ci ipotizza anche un ingresso nei moderati di Maurizio Lupi. In bocca al lupo è l’augurio che si potrebbe fare perché non vadano a Ramengo.

Prima del grande passo può darsi abbiano già trattato per un nuovo approdo. I loro simpatizzanti sperano qualcuno le seduca a militare con lui, che trovino finalmente quiete e zucchero per i loro denti. “Donne in cerca di guai, donne a un telefono che non suona mai” è il timore che potrebbe cogliere le nostre protagoniste. C’è un dilemma che gira in questa eventuale campagna acquisti: “Porta aperte per chi porta, chi non porta, parta pur”. Occorrerebbe poi comprendere chi effettivamente conferisce cosa, ma sono dettagli.

Eppure, se si chiudessero loro le porte, forse un certo dinamismo manovriero si arresterebbe. Il malcostume è di chi dismette la militanza in un partito ma anche in chi è pronto ad abbracciare il viandante di turno. In politica come negli affari ogni scelta comporta un rischio. Se si sbaglia, si paga il prezzo dovuto. Evitare il dazio sembra essere troppo comodo e troppo facile.

In ogni caso siamo di fronte ad un nuovo film da un copione già visto. Un regista, pratica di queste faccende, senza troppe storie può spicciamente gridare: Azione, si gira!

Dibattito | Calenda e Renzi perdono pezzi? Epilogo un po’ scontato.

Ormai è quasi uno stillicidio quotidiano. Ovvero, la fuga di esponenti di primo piano da Azione e anche da Italia Viva, i due piccoli partiti personali che hanno coltivato per un po’ di tempo la giusta ambizione di rappresentare e di declinare il Centro nella politica italiana. Un’ambizione che, come ormai tutti sanno, è scientificamente e per svariati motivi sfumata. Su tutti, però, svettano due elementi di fondo. Da un lato un eterno, e anche molto infantile, duello rusticano tra i due capi dei rispettivi partiti personali, Renzi e Calenda. E, dall’altro, e questa è la motivazione politica di fondo, un crescente ed insopportabile trasformismo misto ad opportunismo che ha portato queste due sigle a sbattere contro gli scogli del realismo politico. Perché un conto è compiere azioni politiche per salvaguardare alcuni ruoli di potere – nel caso specifico una manciata di seggi parlamentari per entrambi questi partiti personali offerti per gentile concessione dell’azionista di maggioranza della coalizione, cioè il Pd -, altra cosa è pensare che dopo aver fatto queste scelte si possa costruire una prospettiva politica coerente, lungimirante, seria e credibile. Ed è proprio su questo versante che emerge una contraddizione politica insanabile dopo aver compiuto una radicale ed improvvisa inversione di rotta in merito al progetto dei due

partiti personali. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare e da richiamare.

Ovvero, il Centro – e soprattutto una “politica di centro” – è di fatto incompatibile con quello che comunemente viene definito “campo largo” o, per essere ancora più chiari, con il nuovo ed inedito “Fronte popolare” in via di costruzione. Nulla a che vedere, comunque sia, con l’antico e tradizionale centro sinistra, cioè la coalizione – per citare alcuni protagonisti dell’epoca – di Franco Marini e Massimo D’Alema o di Valter Veltroni e Dario Franceschini. Oggi il “campo largo” è composto da tre sinistre – quella radicale della Schlein, quella populista dei 5 stelle e quella estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – che sono semplicemente altro rispetto a tutto ciò che, seppur lontanamente, è riconducibile al Centro e a quello che storicamente ha rappresentato nel nostro paese. E quindi è di tutta evidenza che quando si compiono queste piroette politiche improvvise ed inaspettate dopo aver predicato per mesi e mesi che il populismo pentastellato e il radicalismo massimalista della Schlein erano incompatibili con qualsiasi riferimento al Centro – come, specularmente, anche del sovranismo leghista – si moltiplicano le defezioni e le fughe a livello nazionale e, soprattutto, a livello locale. Perché, appunto, prevalgono la confusione, il disorientamento e lo sbandamento tra le file dei due rispettivi partiti personali.

Ecco perché, in conclusione, le fughe eccellenti o meno eccellenti di questi ultimi giorni da Italia Viva e da Azione sono quasi una non notizia. Detto in altri termini, si potrebbe semplicemente dire che è la naturale conseguenza di una scelta politica – seppur avvenuta senza alcuna procedura democratica, ma questo, del resto, è la natura dei partiti personali – che cozza e contrasta con le dinamiche più semplici e quasi oggettive dell’attuale dialettica politica italiana. Del resto, quando si fanno scelte politiche contro natura, per usare una espressione forte ma comprensibile, è abbastanza naturale che i soggetti politici che le compiono rischiano di sciogliersi rapidamente come neve al sole. Come, appunto, può realmente capitare sia ad Italia Via che ad Azione.

La 10 Lire torna a brillare: una riedizione storica in oro.

Con la Serie riedizione della storica Lira, da 10 Lire, coniata dall`Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, il Ministero dell`Economia e delle Finanze celebra uno dei simboli più iconici della storia numismatica italiana, che ha accompagnato il Paese per mezzo secolo, dal 1951 al 2001.

Le monete, disponibili nelle versioni dal valore nominale di 50 e 20 euro, del diametro rispettivamente di 28mm e 22mm, ciascuna coniata in un contingente limitato di 999 pezzi, sono state disegnate dall`artista incisore Maria Angela Cassol, e realizzate in una raffinata versione reverse proof.

Un’icona che ha segnato la quotidianità degli italiani, attraversando periodi di grande trasformazione economica e sociale. Dal dopoguerra fino all`introduzione dell`euro nel 2002, la 10 Lire con il suo aratro e le sue spighe di grano è stata simbolo di stabilità, crescita e di un legame profondo con il territorio e l`agricoltura.

Sul dritto della moneta, viene riprodotta fedelmente l`immagine dell`aratro, sormontato dalla scritta «REPUBBLICA ITALIANA», un simbolo di laboriosità e crescita agricola, tipico della moneta da 10 Lire che molti italiani ricordano con affetto. In esergo, compare il nome dell`autore «CASSOL», circondato da un cerchio di perline che arricchisce ulteriormente il design.

Il rovescio propone il celebre motivo delle due spighe di grano, tra cui campeggia il numero «10», indicativo del valore della storica moneta. La Zecca di Roma, rappresentata dalla lettera «R», firma l`opera accanto alla data «2024», anno di coniazione di questa moneta commemorativa. In esergo, il valore «50 EURO» è inciso con la stessa eleganza che contraddistingue l`intera composizione. Anche qui, un raffinato cerchio di perline completa la struttura del rovescio.

Storia e significato della Lira La Lira, introdotta nel 1861 con l`Unità d`Italia, è stata il simbolo della moneta nazionale per oltre un secolo, rappresentando l`identità economica del Paese. Tra le diverse coniazioni, la moneta da 10 Lire è senza dubbio una delle più riconosciute. Il passaggio all`euro nel 2002 ha segnato la fine della Lira come moneta circolante, ma il suo valore storico e affettivo rimane ancora oggi profondamente radicato nel cuore degli italiani.

Questa nuova emissione da collezione non solo rievoca una pagina importante della storia italiana, ma offre anche ai collezionisti un`opportunità unica di possedere una moneta che unisce arte, tradizione e innovazione tecnica.

AgenSir | Francesco d’Assisi, il ribelle che conquistò il mondo.

Marco Testi

Otto secoli fa, sul monte della Verna, Francesco di Assisi riceveva le stimmate: secondo le parole di Bonaventura da Bagnoregio, “nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi”. Un episodio che ha ispirato grandi artisti, come Giotto, o (forse) Coppo di Marcovaldo nella Pala Bardi a Firenze, il Maestro di san Francesco nella basilica inferiore di Assisi, o Bonaventura Berlinghieri nella chiesa di san Francesco a Pescia.

L’intera vita del Poverello ha affascinato i grandi: oltre a Giotto, van Eyck, Filippo Lippi, Raffaello, Pinturicchio, Caravaggio, tanto da farci chiedere come mai un uomo che aveva deciso di farla finita con la società e la sua cultura sia divenuto poi protagonista non solo dell’arte, ma della letteratura e della musica.

Lo stesso Franz Liszt, quando a Villa d’Este di Tivoli compose la prima delle due Leggende, dedicata a san Francesco che predica agli uccelli (l’altra era su San Francesco di Paola), chiese perdono per aver “impoverito” la ricchezza di un testo e di un’esistenza che non hanno eguali.

Per non parlare di musical come “Forza venite gente” che hanno affascinato l’immaginario collettivo di giovani che avevano abbandonato la fede, o di un album di Angelo Branduardi, oltre che a molte altre canzoni “leggere”, quanto si vuole, ma che non si sono sottratte al fascino senza tempo del Poverello.

Il fatto è che Francesco ha attirato a sè non solo credenti, ma anche scettici o intellettuali orientati in senso materialista, come è accaduto ad uno scrittore italiano del Novecento, Paolo Volponi, attento alla questione operaia, che vide nel Cantico di Frate Sole il mirabile apparire di un pensiero che rivalutava quella che lo scrittore chiamava la materia, vale a dire il creato, le piante, gli animali. Ed un altro scrittore e critico, stavolta cattolico, Carlo Bo, sosteneva che quel Cantico e la vita tutta del santo erano un vero e proprio attacco all’economia d’occidente.

Ma una delle radici di tutti i richiami successivi a Francesco è certamente il Dante dell’undicesimo canto del Paradiso, uno degli episodi dell’intera Commedia in cui la struttura retorica e metrica fa fatica a contenere la commozione di fronte ad una scelta talmente affascinante da spingere Bernardo, Egidio e Silvestro ad abbandonare tutto per seguire scalzi quello che molti ritenevano un folle.

Si parlava prima di un fascino che ha raggiunto non solo i cattolici: si pensi a Hermann Hesse e ai suoi due viaggi in Italia, quando, pur avendo alle spalle una famiglia missionaria protestante, e sulla via della scoperta dell’oriente e del Buddha, rimase, al contrario di Goethe, talmente colpito dalle testimonianze scoperte ad Assisi da scrivere un libro intero sul santo, chiamandolo commosso “saluto di Dio alla terra”.

Chesterton, nel suo libro dedicato a Francesco, sosteneva come il santo avesse sconfitto il dualismo cataro, convinto che la materia fosse il male e lo spirito il bene. Il santo d’Assisi dimostrò come l’amore fosse il punto di unione tra l’anima e una natura di splendente bellezza, donatoci da Dio. Una provocazione non solo nei confronti dei Catari, ma di tutti noi.

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2024/09/17/a-ottocento-anni-dalle-stimmate-san-francesco-continua-a-influenzare-la-cultura-e-larte/

Impossibile vivere senza amore: ce lo ricorda l’ultimo libro di Andreoli.

Lo afferma in esordio come un assioma che poi non fatica a dimostrare, da profondo conoscitore dell’animo umano, dei suoi turbamenti e delle sue passioni: “Non si può vivere senza amore”. In un saggio articolato in dieci paragrafi, l’argomentazione del prof. Andreoli si sviluppa con lineare epistemologia, toccando tutti gli aspetti che riguardano le relazioni d’amore, visitando con disinvoltura e capacità di persuasione dell’immaginifico destinatario della sua “lettera”, tutti i meandri in cui prende corpo e si sviluppa questa particolarissima relazione sentimentale: dall’attrazione, all’immaginazione, all’esperienza. Partendo cioè da un moto istintivo che spinge all’incontro con l’altro, alla sua elaborazione razionale ed emotiva fino a giungere alla realizzazione di un rapporto duale, fatto di corporeità e di intesa spirituale, eros e pathos.

E, come sommessamente racchiuso tra parentesi nel sottotitolo, spiega assai bene che in modi e forme diverse si tratta di uno stato emotivo che attraversa l’intera esistenza di ciascuno. Affermare che non si può fare a meno di amare significa sottolineare che sta qui, in tutte quelle che l’autore definisce le “liturgie” dell’amore, il significato più autentico dell’esistenza. Conosco Andreoli per essere il professionista che fa dell’umana comprensione un metodo e un fine delle sue ricerche e dei suoi studi: un punto di partenza che attribuisce valore all’ascolto e un traguardo che spiega quanto la sua percezione sia importante come bisogno necessario a comunicare con autenticità e a vivere con pienezza e reciprocità di intenti.

Umana comprensione è ascolto, benevolenza, disponibilità a comprendere per capire e spiegare, terapia per curare distonie comportamentali, dovere sociale con un radicato fondamento etico, antidoto privilegiato alle varie forme di violenza che sembrano prender corpo con maggior frequenza e intensità in questa epoca caratterizzata dalle solitudini che non si incontrano e dagli agìti aggressivi che possono giungere fino alla distruzione e all’annientamento dell’altro. Andreoli dedica infatti un avvertito passaggio alla considerazione della violenza di genere e al triste fenomeno dei femminicidi. Essendo uno psichiatra che non pone solo domande ma non si esime dal restituire al lettore delle risposte, vuole entrare senza remore in questa specifica piaga sociale. La difficoltà di ricostruire un’unione che si va disgregando induce l’uomo a togliere la vita alla ’donna-fatta-oggetto’ e che lui riteneva fosse sua esclusiva proprietà: diventa allora per l’uomo un diritto far rispettare la propria dignità: “Uccidendoti rimani mia”.

“La nostra è una società della frustrazione, per la sua complessità e soprattutto per la fretta che la distingue: non c’è tempo di comprendere chi si incontra, domina il giudizio rapido, e il risultato è che persino le parole usate non vengono capite. La fretta è contraria alle belle maniere, alla gentilezza, e in questa corsa affannosa capita spesso di essere ignorati come nemmeno si esistesse”. 

Ma la rabbia non ha nulla a che fare con il femminicidio. Nel femminicidio subentra sempre la premeditazione e il tema della violenza fisica e verbale introduce al gesto di impossessamento dell’altro, appropriandosi per sempre della sua vita. Questo aspetto è l’epilogo più deteriore di una relazione d’amore, la tragica conclusione di un rapporto condizionato dalla violenza fisica e verbale. Tuttavia questo doveroso passaggio non sminuisce il valore della relazione amorosa in tutte le sue liturgie, termine più volte usato da Andreoli quando definisce le facce del caleidoscopio di un rapporto che si basa fondamentalmente sulla fiducia come snodo di un legame che estende oltre la dimensione duale fino a contrapporla alla cultura del sospetto e della ricerca del nemico che condiziona il presente. In questo senso si può parlare di una dimensione privata e di una dimensione sociale dell’amore e del rapporto di coppia.  

L’amore è un legame che va oltre l’io del narcisismo e dell’egoismo e diventa “noi”: si perde qualcosa in termini di identità personale ma si rinsalda il legame di coppia, poiché l’esistenza ha bisogno dell’amore. Un rapporto d’amore implica gradualità e attesa, oltre gli impulsi dell’eros e l’empirismo del presente che, applicati all’esistenza riducono la relazione ad una dimensione effimera e breve. La crescita esponenziale delle separazioni (più frequenti dei divorzi) spiega le crisi nel rapporto di coppia, così come l’alternanza compresente delle incomprensioni (Catullo: “Odi et amo”… et, non aut…). 

Andreoli approfondisce argomentando sulla pluralità delle situazioni: le crisi non nascono per caso, ci sono conflitti, bipolarità, tradimenti veri e propri. Le cause del venir meno del legame sono in genere economiche, di status, di bipolarità emergente, di malattia, di vecchiaia. Per questo un legame d’amore che resta tale e si consolida non nasce per caso: si promuove, si costruisce e si mantiene. Oggi sembrano prevalere le situazioni di criticità e Andreoli insiste sul tema delle frustrazioni che “è di importanza fondamentale per la nostra esistenza oggi, per la quotidianità fatta di piccole cose, che assumono una dimensione esagerata nei nostri vissuti”. 

Ci sono tre modi di esprimere frustrazione: quella legata alla percezione di se’, non di rado alla sessualità, quelle legate ad una dimensione psichica e infine quelle derivanti dai condizionamenti sociali, il senso del ‘non farcela’. Andreoli considera con attenzione, nella parte conclusiva del libro,  altri due aspetti rilevanti in una relazione di coppia: la presenza dei figli come estensione del rapporto e del legame d’amore e i condizionamenti delle tecnologie che alimentano una dimensione esistenziale solipsistica e – paradossalmente – preclusa al dialogo autentico. Quanto al primo aspetto Andreoli distingue in modo chiaro i compiti della famiglia da quelli della scuola. Alla prima assegna il dovere del buon esempio e gli insegnamenti dei valori fondamentali per la vita. Riconoscendo alla scuola il compito della formazione culturale e dell’educazione alla vita sociale (mi piace qui ricordare la pedagogia di Emile Durkheim). L’autorevolezza degli insegnanti va rispettata – (tema attualissimo!) e nello stesso tempo la scuola non deve intromettersi nelle liturgie familiari. Insomma: tra famiglia e scuola ciascuna ha compiti e ruoli non delegabili e non intercambiabili. Quanto ai condizionamenti delle tecnologie nella nostra vita esse si riconducono al grande tema del passaggio dal virtuale al reale, causa di comportamenti distonici e fuorvianti. Perché…“In un periodo storico, in cui si è creata l’espressione di un «uomo aumentato», grazie a una tecnologia che ne amplia le capacità sensoriali, visive, acustiche, bisogna ricordare che la condizione in grado di aumentare davvero la potenzialità dell’uomo è l’amore”.

La maggioranza apre sulla Rai, le opposizioni restano guardinghe.

In teoria è un ramoscello d’olivo. La maggioranza fa la sua mossa per provare a sbloccare l’impasse sul rinnovo del cda Rai in vista della convocazione di Camera e Senato già fissata per il 26 settembre. E lo fa con un comunicato che, per la prima volta, risponde pubblicamente a ben due prese di posizione – una del 6 agosto, l’altra di una settimana fa – in cui l’opposizione unita minacciava l’aventino in commissione di Vigilanza (da cui passa il voto sul presidente, per cui servono i due terzi dei consensi) se non si fosse proceduto a una riforma della governance di viale Mazzini prima di fare le nomine.

A firmare la nota, e non è un caso, sono tutti i leader dei partiti di maggioranza: Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi. È, o almeno dovrebbe essere, quel “segnale politico” che chiedevano le opposizioni. Da una parte, appunto, si dice che è “opportuno avviare in Parlamento il confronto per definire una nuova legge di sistema” e si fa riferimento al recepimento del Media Freedom Act costantemente invocato dai partiti di minoranza, dall’altra, però si insiste sul fatto che, in attesa delle nuove regole, “debbano essere applicate le norme vigenti senza indugi, a tutela delle prerogative del Parlamento”.

“Ora non hanno più alibi”, sintetizza chi in Fratelli d’Italia si sta occupando della questione. E, tuttavia, il reale obiettivo della mossa fatta dalla maggioranza sarebbe quello di provare a spaccare il fronte comune delle opposizioni, sperando di riuscire a fare breccia nel M5S. “Il Pd ha molto da perdere ma loro hanno solo da guadagnare”, si sottolinea nel centrodestra. Il sottinteso è che, di fronte a un atteggiamento di maggiore benevolenza, si aprirebbero per i pentastellati più opportunità di ottenere posizioni importanti al momento in cui si procederà al rinnovo delle direzioni.

Domani mattina [oggi per chi legge, ndr] la commissione di Vigilanza è convocata alle 8 per il varo delle disposizioni di par condicio per le elezioni in Liguria e per decidere su alcune audizioni. Nel corso della giornata si dovrebbe svolgere, come anticipato dalla presidente Barbara Floridia, un incontro dei rappresentati dei partiti per cominciare a discutere. “Ne approfittiamo per vedere cosa hanno intenzione di fare nella maggioranza”, fanno sapere i dem.

Le prime reazioni dei partiti di opposizione, in realtà, non sembrano offrire particolari sponde. Il Pd, pur riconoscendo che ci sia stato “un passo avanti” chiede di passare “dalle parole ai fatti”. La segretaria Elly Schlein lo dice nettamente. “Pare che finalmente abbiamo convinto la maggioranza della necessità di procedere alla riforma della Rai” ma “voglio chiarire che noi non siamo disponibili a nomine, lottizzazioni, rinnovi di Cda che praticamente sarebbero già in scadenza prima di aver proceduto alla riforma della governance complessiva”. Anche Avs – alla quale però non spetterebbe un consigliere – si chiama fuori. Il M5S, a sua volta, chiede la convocazione di “stati generali” per discutere della riforma prima che si parli di nomi. Ed è proprio in questa sfumatura che Fratelli d’Italia pensa di potersi inserire, convinta che la richiesta sia meno perentoria di quella dem ma anche che i pentastellati non abbiano detto un no esplicito a procedere intanto al rinnovo con le vecchie regole.

Il problema, tutto interno alla maggioranza, resta poi quello della presidenza per la quale in pole position il nome è quello di Simona Agnes in quota Forza Italia. E, tuttavia, alla maggioranza mancano tre voti in Vigilanza per ottenere il quorum, dunque serve un ‘aiutino’ dall’opposizione. L’addio di Mariastella Gelmini ad Azione sulla carta potrebbe far guadagnare un voto, ma è probabile che Calenda proceda alla sostituzione in tempi rapidi.

Diversamente l’ipotesi è che si indichi un nome di garanzia, ma questo comporterebbe un cambio di cavallo del partito azzurro che al momento Antonio Tajani non sembrerebbe intenzionato a fare. “A noi cambia poco”, chiosano da Fdi, a cui interessa soltanto che si proceda finalmente alla nomina di Giampaolo Rossi come Ad. L’ordine consegnato da Giorgia Meloni ai suoi è comunque quello di non andare oltre la data del 26 settembre e di procedere anche alla prova di forza, se necessario. Anche a costo che il ruolo di presidente finisca per essere ricoperto dal consigliere più anziano.

Superbatteri, rischio mortalità per 40 milioni di persone.

La resistenza antimicrobica (AMR) rappresenta una delle più gravi minacce per la salute globale. Un nuovo studio pubblicato lunedì scorso sulla rivista The Lancet prevede che entro il 2050 le infezioni da batteri multiresistenti potrebbero causare milioni di decessi all’anno, superando, secondo queste stime, il numero di morti causate da tumori.

La causa principale dell’AMR è l’uso eccessivo e inappropriato degli antibiotici, sia in ambito umano che veterinario. Esposti a dosi massicce di questi farmaci, i batteri sviluppano meccanismi di difesa, rendendoli meno suscettibili all’azione degli antibiotici. Altri fattori che contribuiscono alla diffusione della resistenza sono la diffusione delle infezioni ospedaliere, l’uso degli antibiotici in agricoltura e l’aumento dei viaggi internazionali.

Le conseguenze dell’AMR sono devastanti. Oltre a mettere a rischio la vita di milioni di persone, la resistenza agli antibiotici compromette i progressi della medicina moderna, rendendo più difficili e rischiosi interventi chirurgici, trapianti e chemioterapia. L’impatto economico è altrettanto significativo, con un aumento dei costi sanitari e una riduzione della produttività a livello globale.

Secondo i dati dello studio, le regioni più colpite dalla resistenza antimicrobica e dai decessi attribuibili sono l’Asia meridionale, l’America Latina e i Caraibi, l’Africa subsahariana, realtà spesso caratterizzate da un accesso limitato a cure di qualità.

Per affrontare tale emergenza globale è necessario un approccio multidisciplinare che coinvolga governi, istituzioni sanitarie, industrie farmaceutiche e cittadini. Sono fondamentali investimenti nella ricerca per sviluppare nuovi antibiotici e alternative terapeutiche, come i batteriofagi. Parallelamente, è cruciale promuovere un uso responsabile degli antibiotici, sia da parte dei professionisti della salute che dei cittadini, e rafforzare i sistemi di sorveglianza per monitorare la diffusione della resistenza.

Ogni individuo può fare la propria parte adottando comportamenti corretti, come ad esempio seguire scrupolosamente le prescrizioni mediche, evitare l’automedicazione e promuovere l’igiene. Solo attraverso uno sforzo congiunto possiamo rallentare la diffusione della “resistenza” e garantire alle future generazioni il ricorso a trattamenti efficaci.

Avviene a Lecco: uomini e galli, un mondo in competizione?

“Prima che il gallo canti” è uno scritto di Cesare Pavese dove si dice della solitudine di un uomo di fronte alla violenza e della libertà, temi ora cari anche agli animali.  All’asilo di Origo di Calco, dalle parti di Lecco, è accaduto un fatto in apparenza non così tanto significativo. Un semplice gallo, adottato fin da pulcino da insegnanti e bambini della scuola di infanzia, è stato trovato impiccato alla rete di recinzione del suo pollaio.

Origo par che venga da origine, dove tutto comincia. Lì si è dato inizio ad un gesto di male che resterà nella memoria dei suoi piccoli frequentatori ed anche negli adulti che li accudiscono. Chi ha fatto questo ci è andato con la mano pesante, si potrebbe dire che ha calcato la mano in modo eccessivo.

Possibile credere che un gallo sia pericoloso, che possa con la sua voce chiamare alle sedizioni o che vanitosamente tenga troppo a far sentire la propria ugola, sopraffacendo ogni altro che tenti di mettersi in mostra. 

Gallo è colui che canta o secondo una etimologia indoeuropea è colui che grida e può pertanto essere molesto ed allora va taciuto. Possibile che, con espressione antica, abbia preso gallo, cioè sia stato assalito da smodata allegrezza e che questo abbia irritato qualcuno del vicinato. Così qualche restauratore dell’ordine pubblico ha agito per sopprimerlo non con acido gallico ma con una corda.

È giusto che si sia fatta abbassare la cresta a quel pennuto smanioso di far sentire la forza e la capacità delle sue corde vocali. La povera bestia, la mascotte dei bimbi, si chiamava Pepe. In latino il nome di questa spezia viene da “Piper”, più esattamente da piper nigrum, qualcosa che rinvia ad una condizione di chi è abituato al razzismo o ad essere razziato. Al nostro tenore piumato gli hanno fatto la festa, ma diversa rispetto a quando si andava al Piper a ballare. Si è trattato di una baldoria di diverso tipo. Lo avranno probabilmente trovato d’aspetto “livido e nero come un gran di pepe” appeso ad una rete metallica, in maniera che non potesse più dire la sua.

Forse c’era il timore che in zona ci fossero troppi galli a cantare o che si esibisse tre volte e qualcuno, subito dopo averlo ascoltato, avrebbe dovuto ammettere la sua idiozia e la sua cattiveria. È un mondo che va così e che ti allena contemporaneamente alla rassegnazione ed alla rabbia, un melting pot nel quale necessariamente convivere.

In un film dei fratelli Taviani il protagonista propone una canzoncina che può tornare utile con parole buone a chi voglia cimentarsi ad addomesticare certi animali: “San Michele aveva un gallo e per addomesticarlo lui gli dava latte e miele…”. Poteva essere un esempio riprovevole per gli alunni della scuola che potrebbero essere indotti a viziare chi invece deve saper stare al posto suo senza troppe moine.

Ora in quel circondario si leccheranno le ferite, i bambini porteranno finalmente nel cuore il dolore che serve a crescere sani e forti ed avvezzi alla vita. Intanto un gallo ringrazierà per non essere almeno finito allo spiedo. Questa non è la storia di “uomini contro”, ma di uomini contro galli e la vicenda è assai più spigolosa perché non c’è abitudine a fronteggiarli. Semmai si trovasse il responsabile dell’impresa, andrebbe condannato a cantare per un certo tempo un “chicchirichi” all’alba e al tramonto nel pollaio improvvisamente ripopolato dalla sua presenza. Sarebbe la prova che l’uomo non ha necessariamente bisogno di animali e che può fare egregiamente da solo.

Formiche | Draghi disegna l’Europa necessaria: rompere l’assedio del declino.

Non è un libro dei sogni, ma una proposta di grande impegno ed efficacia che invita a non arrendersi al ritardo accumulato dall’Europa rispetto nella crescita del Pil negli ultimi vent’anni. Che, associata alla grande autorevolezza di Mario Draghi può mettere seriamente in moto un progetto radicale, come egli stesso l’ha definito, centrato su quelle politiche per la produttività e innovazione da molti invocate, (compreso il nostro Gruppo dei 20 di Tor Vergata, di cui nei prossimi giorni sarà in libreria il volume L’Europa a una svolta, che verrà presentato al Cnel al metà ottobre) ma assai poco realizzate. Non si può non condividere l’idea centrale del suo rapporto.

Il ritardo competitivo europeo e la riduzione della crescita hanno molto a che fare con il posizionamento dell’Europa nelle medie tecnologie, piuttosto che in quelle high-tech e con l’insufficiente investimento in innovazione. Basta pensare che dal 2000 ad oggi la produttività oraria del settore Ict nell’Ue è aumentata soltanto del 65%, (negli Usa del 240%) e che a fronte dei circa settanta miliardi impegnati dagli Usa sull’Intelligenza Artificiale, la Ue ne ha investiti circa 7. Il recente Digital Market Act interviene a livello di regolazione nel settore della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale. È però evidente che il tema va trattato, oltre che in termini di regolazione, anche nei suoi rapporti con la politica industriale che, ormai da tempo, ha preso un rilievo decisivo nella competizione globale.

Si potrebbe aggiungere che l’aumento della produttività totale, necessario alla ripresa dello sviluppo, è legata non solo al ruolo dell’Europa ma ,in gran parte, a quanto il settore privato parteciperà agli investimenti necessari, soprattutto nei servizi, in particolare ritardo. L’incertezza presente sui mercati e la frammentazione degli scambi legata all’esistenza di blocchi politico -commerciali contrapposti non facilita questa partecipazione. Rende, opportuna e necessaria una policy europea che si assuma una parte dei rischi d’investimento, come è già accaduto all’epoca della crisi finanziaria del 2008 con le scelte realizzate da Jean-Claude Juncker.

Non va poi dimenticato che la crescita del commercio internazionale è di grande importanza per l’Europa, visto che l’area dell’euro presenta un interscambio con i Paesi esterni di circa il 55% del Pil, a fronte di un 40% della Cina e un 25%degli Usa. In questo quadro è essenziale che la Ue si doti di una politica estera unitaria che le consenta di intervenire in direzione di un sistema funzionante di regole del commercio, come quello che era assicurato fino a ieri dalla Wto e che oggi appare in difficoltà sotto la spinta dei Brics (e non solo), assieme alle regole del sistema monetario internazionale fissate nel 1944 a Bretton Woods.

Non c’è dubbio che sono assai poche (tant’è che si finisce per citare sempre il solo caso di Airbus) le imprese in grado di sfruttare il vantaggio competitivo del mercato continentale europeo. È necessario un intervento che ripristini le condizioni di attrattività che si verificarono negli anni del grande successo del Mercato unico, con un impegno per la creazione di reti infrastrutturali europee e imprese alla stessa scala, come suggerisce il recente rapporto Letta Much more than a market.

Serve un mercato comune dell’energia che, collegandosi alle scelte fondative europee, è essenziale, non solo per ricercare le condizioni del minor costo dell’energia, ma anche ai fini di realizzare le nuove reti elettriche ‘intelligenti’ a livello continentale. Infine mentre non si può non convenire sulla priorità di decarbonizzaione, digitalizzazione e difesa rimane da trovare il consenso necessario a far fronte alla straordinaria dimensione dell’impegno finanziario previsto dal rapporto di 5 punti percentuali di Pil per i relativi investimenti.

 

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https://formiche.net/2024/09/il-rapporto-draghi-non-e-un-libro-dei-sogni-paganetto-spiega-perche/#content

Dibattito | Centro, la discriminante che cambia il futuro delle coalizioni.

Il voto europeo ci ha consegnato alcuni trend elettorali, e quindi politici, da cui non si può banalmente sfuggire. A cominciare dalla riaffermazione del bipolarismo, frutto e conseguenza di una possibile e fisiologica democrazia dell’alternanza. Certo, l’auspicio è che si tratti di una democrazia dell’alternanza che non sia brutalmente muscolare o dettata da una reciproca volontà di delegittimazione morale e politica. E questo perché una simile impostazione non contempla affatto un confronto politico ricco e fecondo ma solo e soltanto la volontà di annientare l’avversario/nemico.

Ora, attorno al cosiddetto “Campo largo” o “Fronte popolare” che sia, si può essere anche sarcastici o polemici. Ma è indubbio che si tratta di un progetto sufficientemente chiaro ed inequivoco che merita rispetto e che non può essere banalmente contestato. Si tratta, cioè, di una coalizione della sinistra progressista che unisce in un blocco elettorale le tre sinistre che sono attualmente in campo: quella massimalista e radicale della Schlein, quella populista e demagogica dei 5 Stelle e quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis. Il tutto cementato da una forte convergenza culturale, ideale e forse anche etica che fa di questo neo ed inedito “Fronte popolare” una coalizione sufficientemente omogenea e compatta. 

Il giustizialismo, tra l’altro, è uno dei collanti ideologici decisivi di questa alleanza come, sul versante economico e sociale, l’assistenzialismo e la creazione di ulteriore debito pubblico. Ma è proprio sul versante culturale, e oserei dire quasi prepolitico, che si registra un “comune sentire” fra le tre sinistre e la volontà di non allargarsi ad altre realtà se non per darle quello che comunemente viene definito “diritto di tribuna”. Ovvero, una manciata di seggi parlamentari per confermare, almeno formalmente, che la coalizione è plurale. Ed è puntualmente ciò che avviene con i partiti personali di Matteo Renzi e di Carlo Calenda. Insomma, tutto ciò che è riconducibile anche solo lontanamente al Centro, e quindi alla tradizione, alla cultura e al pensiero di marca centrista, da quelle parti è semplicemente fuori luogo e fuori tempo.

Sul versante opposto, ovvero su quello della coalizione di centro destra, è arrivato invece il momento decisivo per rafforzare e consolidare un forte, spiccato e visibile partito di Centro. Un luogo politico che sia in grado di guidare politicamente l’intera alleanza sganciandola dal condizionamento culturale del sovranismo, in qualunque forma si manifesti. Un’operazione che si può tranquillamente mettere in campo perchè il Centro, su questo versante, non è ideologicamente e culturalmente avversato come, invece, avviene nel campo progressista. Che, non a caso, parla della necessità di ricostruire un “Fronte popolare” contro il nemico giurato ed implacabile seppur dopo il fallimento dei due precedenti storici: ovvero nel 1948 con Palmiro Togliatti e il Pci dell’epoca e quello del 1994 guidato dal post comunista Achille Occhetto, con l’ormai famosa e celebre “gioiosa macchina da guerra”. Certo, si tratta di un’operazione né semplice e né facile ma possibile e soprattutto praticabile perchè non ci sono, al riguardo, preclusioni di natura ideologica, culturale e men che meno di natura politica.

Ecco perché, seppur in un contesto ancora alquanto confuso e frastagliato, la concreta evoluzione del dibattito politico dopo il voto europeo e alla vigilia delle prossime elezioni regionali, ci offre anche l’opportunità per affrontare con maggior chiarezza il cammino di chi continua a credere, malgrado tutto, che nel nostro paese è quantomai decisivo ed importante ridare voce e sostanza al Centro e ad una vera e credibile “politica di centro”.

Laudato si’ e transizione energetica: un binomio vincente

Da una ricerca condotta dalla Fondazione MAIRE e presentata oggi a Casa Litta-Palazzo Orsini a Roma nel corso dell`evento “Nello Spirito di Laudato Sì. Verso COP29: transizione energetica come opportunità di inclusione sociale e lavorativa”, è emersa chiara la necessità di creare nuove competenze per la transizione energetica in tutto il mondo.

L`evento, promosso dalla Fondazione MAIRE insieme all’Ambasciata del S.M. Ordine di Malta presso la Santa Sede, ha evidenziato la sinergia tra l`Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e la transizione energetica, intesa come evoluzione culturale, sociale, economica ed ambientale che rappresenta la più attuale e complessa sfida dell`umanità. Riferendosi al cambiamento climatico e al rischio che esso rappresenta per l`umanità il Pontefice dice: “dobbiamo riconoscere la grandezza, l`urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta”. La sfida della decarbonizzazione è un`opportunità per costruire uno sviluppo umano integrale e, in tale contesto, le imprese giocano un ruolo primario nel contribuire attivamente alla costruzione del bene comune.

Per il raggiungimento degli obiettivi climatici e la formazione di oltre 30 milioni di lavoratori nel mondo (dato indicato dalla International Energy Acency), la Fondazione MAIRE ritiene indispensabili la creazione di nuove competenze multidisciplinari, l`educazione all`adattamento climatico e lo sviluppo di soluzioni innovative per la transizione energetica e la decarbonizzazione.

Questi i presupposti della ricerca “Climate goals: winning the challenge of climate goals through the creation of skills and competences worldwide” iniziata nel 2023 in collaborazione con IPSOS. Lo studio, condotto in 12 Paesi, 4 Continenti e 2.200 intervistati, è attualmente in fase di approfondimento in Arzebaijan e Kazakstan. Dai dati analizzati è emersa la crescente consapevolezza di come la transizione energetica possa rappresentare un`opportunità per la creazione di posti di lavoro e per l`inclusione femminile e delle minoranze. I risultati saranno presentati il prossimo novembre alla COP29 di Baku, in Azerbaijan.

Vaticannews | Accorato appello di Francesco per la pace in Medio Oriente.

Tiziana Campisi

Nuovo accorato appello di Papa Francesco per la pace in Medio Oriente, dove continuano gli scambi di fuoco tra Hezbollah e Israele, verso il quale, tra l’altro, miliziani filoiranianai yemeniti Houthi hanno formalmente rivendicato il lancio di un missile. Terminata la preghiera dell’Angelus, il Pontefice chiede che si fermino le armi e si giunga a un accordo che ponga fine alle ostilità.

“Cessi il conflitto in Palestina e Israele, cessino le violenze, cessino gli odi, si rilascino gli ostaggi, continuino i negoziati e si trovino soluzioni di pace”.

Il pensiero del Pontefice va, soprattutto, alle migliaia di “vittime innocenti” e ai tanti giovani morti sul campo. Secondo il ministero della Salute del governo di Hamas, a Gaza, dall’inizio della guerra con Israele, il 7 ottobre 2023, sono rimaste uccise 41.206 persone, mentre i feriti sono 95.337.

“Penso alle mamme che hanno perso figli in guerra. Quante giovani vite stroncate”.

Addolorato, Francesco ricorda, in particolare Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, “trovato morto il 10 settembre insieme ad altri cinque ostaggi a Gaza”. Il 22 novembre scorso, il Pontefice, aveva incontrato la madre del giovane, Rachel, insieme a una delegazione di parenti degli ostaggi, e la donna fu quella che lo intrattenne più a lungo.

“Mi ha colpito per la sua umanità. L’accompagno in questo momento. Prego per le vittime e continuo ad essere vicino a tutte le famiglie degli ostaggi”.

Con voce rattristata il Papa invita anche a non dimenticare “le guerre che insanguinano il mondo” e ancora la “martoriata Ucraina” e il Mynamar.

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-09/papa-appello-pace-medio-oriente-ostaggi-negoziati-ucraina.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Cleopatra sulle dune; da una scivolata alla slavina delle sabbie.

La nostra amata regina Cleopatra/Meloni non ricorda più il suo Paese natio, quell’Egitto prospero e ricco grazie al potente Nilo e circondato dal deserto del Sahara con le sue maestose dune. La sabbia si accumula per via del vento e dallo stesso vento è mossa per andare a formare altre dune. Il potente Ghibli che soffia sulle dune egizie è ora solo un pallido ricordo, ma la gente di lì sa che quando soffia bisogna mettersi al riparo, frequenti sono le tempeste di sabbia che porta.

A Roma questi rappresentano solo racconti di grandi viaggiatori e commercianti, eppure sono fatti ben conosciuti da tutto l’Impero. Nella città soffia un vento modesto ma ahimè costante, la sera prima del tramonto. E se l’afa lo consente rinfresca la sera e rende liete le cene. Il vento porta con sé le parole della gente, quelle benevole e quelle sgradevoli. Cesare le ascolta sempre, siano serate silenti o serate ciarliere, e quando il caso lo vuole, da chiacchiere diventano suggerimenti.

Al primo caldo il vento inizia e quest’anno aveva iniziato tardi, a maggio; e Cesare, che agli incontri con gli alleati tiene molto, aveva suggerito alla sua Cleo, di curare con attenzione ogni evento, che prima di tutto ne vale la faccia sua e poi quella della Regina. Saggezza e diplomazia insieme.

Ma l’indisciplinato equipaggio della nave di Cleopatra/Meloni ha bisogno di visibilità e di mostrare il potere che ha e lo vuole esercitare senza sentir ragioni. Ferma treni alla bisogna, agita la plebe (e pure se stessi) con il sospetto dell’essere spiati, non è accorto nella composizione del proprio staff, assume ruoli da statisti dell’impero invece di stare nelle proprie modeste scarpe, insomma pare dimenarsi per un posto al sole che non c’è, essendo l’unico previsto da Cesare per la regina Cleopatra. È come se, usciti con i propri carri trainati dai cavalli, affrontassero il deserto del Sahara spronando i destrieri e questi – poveretti – scivolano sulla duna, gli zoccoli tornano indietro, i carri si ritrovano alla base. Prima una duna e una scivolata, e poi un’altra e poi un’altra ancora, e da scivolata diventa una slavina di sabbia che scende dalle alture verso la pianura. Pure la regina ne resta prigioniera, lei che non ne avrebbe necessità lancia il suo potente carro sulla duna temendo di esser circondata da gente non amica, dimentica che intorno a sé non c’è altri che quelli che lei stessa ha scelto. E anche ai suoi cavalli scivolano gli zoccoli. La solitudine del potere ti fa capire che pur riconoscendo in tutti loro volti noti, gli amici e le amiche sono merce rarissima. 

Cesare, che conosce il potere, nulla può per la regina Cleopatra: presa dal suo daimonos, è ora cupa, silente, la voce più bassa del solito, guarda i suoi amati coccodrilli sguazzare nella piscina che Cesare ha fatto approntare per loro. Sta a Roma e forse con nostalgia ricorda quando dalle le rive del Nilo, strillava a Cesare: “Sono pronta!”

Giovani talenti e competenze digitali, ricetta per il successo delle imprese.

La manifattura italiana continua a spingere, con una chiara volontà di crescita -quasi 7 imprenditori su 10 prevedono di crescere entro 2 anni-, nonostante le recenti difficoltà legate al contesto economico internazionale, all’aumento dei prezzi e alla difficoltà di reperimento delle risorse umane, tema che nel I quadrimestre 2024 ha impattato il 54% degli imprenditori. La risposta a questa criticità arriva dagli ITS e dalle Università: un’azienda su quattro punta sui loro studenti per accrescere il bagaglio di competenze – dato in crescita rispetto al quadrimestre precedente – e, per favorire l’inserimento di nuovi talenti in azienda, il 42% delle imprese ha già attivato partnership con ITS e Università, mentre il 34% si muoverà in questo senso entro l’anno.

Questo è lo scenario delineato dall’Osservatorio MECSPE sull’industria manifatturiera italiana riferito al primo quadrimestre 2024. La ricerca è stata realizzata da MECSPE, fiera di riferimento per la manifattura organizzata da Senaf e in programma a BolognaFiere dal 5 al 7 marzo 2025. Attiva da oltre vent’anni per supportare la filiera all’interno di un’economia in rapida evoluzione, MECSPE rappresenta un appuntamento fondamentale per il settore manifatturiero italiano, non solo come vetrina delle ultime innovazioni tecnologiche, ma anche come ponte cruciale tra il mondo dell’impresa e quello della formazione.

Il mismatch tra domanda e offerta nel manifatturiero rappresenta, ancora oggi, una criticità per più della metà degli imprenditori.

La gran parte di loro (65%) intende integrare nuove risorse nel proprio organico entro fine anno e, per farlo, sempre più aziende stanno capendo l’importanza di affidarsi a ITS e Università per reclutare nuovi talenti, anche a scopo di avvalersi della loro preparazione, sempre più focalizzata sul digitale. Per le imprese, infatti, accrescere il proprio bagaglio di competenze è fondamentale: il 57% di loro prevede l’inserimento di risorse giovanissime, provenienti da ITS, Università oppure da formare una volta entrate nell’organico, entro la fine dell’anno.

Avere delle competenze sempre aggiornate, specialmente nel digitale, è fondamentale in un periodo segnato dalla transizione 5.0 che tutte le imprese dovranno affrontare per rimanere competitive, soprattutto in termini di innovazione.

A tal proposito, attualmente il 45% del campione considera le competenze del proprio personale abbastanza o molto in linea con le esigenze aziendali, ma, a fronte di questo dato, vi è un 41% che ritiene che le conoscenze dei propri lavoratori siano solo mediamente allineate con le necessità dell’azienda, e il 14% che invece le considera inadeguate. Per arricchire questo bagaglio, rispondere al meglio alle esigenze aziendali ed aumentare quindi il livello di efficienza, le aziende puntano non solo sulle nuove assunzioni e su giovani talenti provenienti da ITS e Università con nuove competenze, ma anche sulla formazione interna, che rimane lo strumento preferito: oltre 7 imprenditori su 10 hanno già avviato corsi di formazione interni o prevedono di avviarli nei prossimi mesi. Ma c’è anche una buona fetta di chi assumerà, o ha già assunto, personale già formato (29%).

A dare maggiore attenzione al tema formazione ci penserà anche il Piano Transizione 5.0 del MIMIT e approvato di recente, che prevede lo stanziamento di 6,3 miliardi di euro per la transizione digitale ed energetica delle imprese italiane. Tali fondi riguarderanno, in parte, anche questo ambito; sono infatti previsti investimenti per la Formazione del personale per l’acquisizione di competenze nelle tecnologie rilevanti per l’attuazione della transizione digitale ed energetica, anche se, secondo l’Osservatorio del I quadrimestre 2024, solo il 29% di chi richiederà gli incentivi conta di investire in questo ambito.

“Il coinvolgimento degli ITS e delle Università è essenziale, sia per individuare nuovi talenti di cui l’industria ha bisogno, sia per preparare le nuove generazioni alle sfide della transizione 5.0. – afferma Maruska Sabato, Project Manager di MECSPE – Crediamo fermamente che investire nella formazione continua e nell’aggiornamento delle competenze sia la chiave per mantenere alta la competitività delle nostre imprese, e con gli incentivi del Piano Transizione 5.0 le aziende hanno l’opportunità unica di formare il proprio personale sulle tecnologie emergenti, garantendo una forza lavoro sempre all’avanguardia. La nostra fiera si pone come punto di incontro privilegiato tra aziende, giovani talenti e istituti di formazione, contribuendo in modo significativo a colmare il gap tra domanda e offerta di competenze. In questo senso, MECSPE rappresenta un contesto ideale per facilitare la collaborazione tra il mondo della scuola e quello del lavoro, creando un ecosistema in cui l’innovazione è alimentata da una formazione di qualità. Siamo orgogliosi di poter contribuire a questo dialogo e a supportare il settore nella sua evoluzione verso l’industria 5.0.”

Carcere di Torino: un inferno in terra, la lettera straziante di un detenuto.

Un detenuto del carcere “Lo Russo e Cutugno” di Torino ha inviato al tesoriere di Radicali Italiani Filippo Blengino una lettera in cui denuncia le drammatiche condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti. “Caro Filippo, dopo la tua visita la situazione purtroppo non è cambiata. Senza l`indulto ci condanneranno a crepare come cani rinchiusi in queste celle sudice, dove la sicurezza non esiste, celle bollenti prive di ogni regola sanitaria, invase da cimici e scarafaggi, dove i diritti degli esseri umani vengono continuamente violati” ha scritto.

“Mi chiamo P.M. e sono detenuto presso il carcere di Torino `Lo Russo e Cotugno`, blocco C. Qui si muore, perché questa non è più una vita dignitosa e, per sfuggire a questa tortura, qualcuno di noi decide di farla finita. Entrati in questo girone dell`inferno, si perde ogni tipo di diritto e non esiste riabilitazione o rieducazione per correggere i comportamenti sbagliati; qui siamo carne da macello, privati della libertà e della dignità. La nostra punizione non può essere crudele, disumana e degradante. Chiediamo di essere salvati da uno Stato che ha deciso che la nostra punizione si traduca nella pena di morte celata” ha aggiunto.

“Un malato psichiatrico non è considerato una persona fragile, non gli viene riconosciuto il diritto alla salute. Siamo disperati, aiutateci!” ha proseguito il detenuto. “La situazione è drammatica, ci rivolgiamo-come suggerito dal detenuto- al Presidente Mattarella. Questa situazione non è più tollerabile. Servono misure immediate e concrete, non è possibile perdere altro tempo” ha continuato.

“A settembre abbiamo già raggiunto il numero di morti registrato nel 2023. Un dato devastante, una tragedia silenziosa che si consuma ogni giorno nelle carceri italiane. Non possiamo più attendere le fantomatiche riforme del Governo: è necessario approvare immediatamente il DL Giachetti e riflettere seriamente su indulto e amnistia” ha commentato in una nota Blengino.

Vita e Pensiero | Democrazie nel vortice.

Damiano Palano

Con Civil war il regista Alex Garland ha portato nelle sale cinematografiche l’incubo che aleggia nella campagna elettorale per la Casa Bianca. Lo spettro di una nuova guerra civile riflette infatti il clima di un paese lacerato da una crescente polarizzazione politica e da divisioni con radici storiche profonde, cui la presidenza di Donald Trump e l’assalto a Capitol Hill hanno dato nuovo alimento. Come talvolta riescono a fare le narrazioni distopiche, la pellicola di Garland riesce però anche a fotografare una condizione che non riguarda solo gli Stati Uniti. Perché da circa quindici anni – a partire dalla crisi finanziaria del 2008 – molte democrazie occidentali sembrano essere entrate in un vortice.

In Europa sono state la Grecia, l’Italia e la Spagna a sperimentare per prime l’urto del «decennio populista». In seguito, la Brexit ha dato avvio nel Regno Unito a una fase di turbolenza che non ha precedenti nella storia recente del paese. In Francia, in Germania, in Spagna, in Olanda e naturalmente in Italia (ma in realtà in quasi tutti i membri dell’Ue), sono inoltre cresciuti tanto la rilevanza elettorale quanto il peso nel dibattito pubblico delle formazioni di destra radicale. E proprio la loro ascesa, talvolta davvero travolgente, conferma l’impressione che, dopo la fine dell’ondata populista degli anni Dieci, i sistemi politici occidentali non siano tornati alla “normalità”. Piuttosto sta prendendo corpo un’ambivalente “normalizzazione” della destra radicale, per la quale attori fino a pochi anni fa considerati come outsider estremi diventano protagonisti a pieno titolo del “normale” gioco democratico (insieme ai loro temi chiave).

Gli eventi degli ultimi mesi offrono una rappresentazione quasi paradigmatica del vortice da cui le democrazie occidentali sembrano essere travolte. La decisione di Emmanuel Macron di indire nuove elezioni, dopo l’esito del voto europeo, non è stata solo un azzardo sulle cui motivazioni gli storici si interrogheranno a lungo, né (soltanto) l’ennesima dimostrazione della presunzione che gli avversari rimproverano spesso al presidente francese. Lo scontro che è andato in scena – e che presumibilmente proseguirà nei prossimi mesi – è quello fra due volti della crisi contemporanea. Per un verso, gli avversari di Macron – a destra e a sinistra – hanno inalberato la classica bandiera della democrazia populista, dichiarandosi alfieri del popolo tradito dalle élite, nonostante abbiano dipinto in modo diverso il volto di quel popolo, raffigurandolo, a seconda dei casi, come la nazione francese, come il popolo “repubblicano”, o come una nuova classe subalterna. Per un altro verso, Macron ha continuato a farsi portavoce di una sorta di democrazia tecnocratica, alternativa a quella populista. Non tanto perché l’attuale inquilino dell’Eliseo non sia stato eletto dal popolo francese e non goda dunque una piena legittimazione democratica, quanto perché il prestigio e la credibilità su cui si è fondata la sua carriera politica derivano da fonti aliene rispetto al mondo dei partiti e alle sue logiche. Ben più che sul carisma, su fattori identitari o sulla rivendicazione di una tradizione politica, il progetto di Macron (certo messo duramente alla prova da anni di forti contestazioni) si è cioè retto su una retorica “tecnocratica” e “anti-politica”, sulla convinzione cioè che il possesso di competenze “tecniche” (estranee e superiori alle logiche politiche) sia il più efficace argine contro le semplificazioni demagogiche dei contemporanei “tribuni del popolo”.

Per quanto possano apparire soluzioni agli antipodi, tanto la democrazia populista, quanto la democrazia tecnocratica sono in realtà due volti del malessere che vivono oggi i nostri sistemi politici. Un malessere che si manifesta innanzitutto nella caduta della fiducia riposta nei partiti, nel crollo della partecipazione istituzionalizzata (compresa l’affluenza al voto), nella volatilità delle scelte di voto e nella tendenza alla polarizzazione. Tanto la ricetta populista quanto quella tecnocratica rappresentano infatti tentativi di colmare quel vuoto che si è venuto a creare negli ultimi trent’anni fra cittadini e partiti. Né la promessa redentiva della democrazia populista, né la soluzione tecnocratica si sono rivelate però sino ad ora capaci di ricucire quella relazione e di ricostituire stabilmente un tessuto fiduciario. Gli annunci demagogici dei populisti si sono invariabilmente scontrati con la “realtà” dei conti pubblici, dei vincoli economici e con il carattere strutturale dei processi di globalizzazione. E la retorica tecnocratica, senza dubbio più credibile nella diagnosi, è stata messa duramente alla prova dalla banale difficoltà di non poter offrire ai cittadini comuni dei buoni motivi (e, spesso, neppure dei buoni esempi) per giustificare i “sacrifici” che richiede. E la cura ha finito per aggravare la malattia cui si voleva porre rimedio.

 

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Centro, quale dignità politica gli si riconosce nel campo largo?

Diciamocelo sottovoce ma diciamolo. Anche il Centro, la sua tradizione, il suo pensiero e soprattutto la sua cultura politica hanno una dignità. Politica, culturale e programmatica. E questo non solo perchè il Centro è strettamente intrecciato con la storia democratica del nostro paese ma per la semplice ragione che il Centro – come del resto, anche se in minor misura, la destra e la sinistra – ha accompagnato il cammino e il percorso della democrazia italiana nel corso dei decenni.

Ora, e al di là della legittimità e della diversità di chi vuole declinare il Centro e la “politica di centro” nel contesto pubblico contemporaneo, è indubbio che ci provoca anche un turbamento – politico, come ovvio – assistere come viene giudicato e strattonato il Centro nel cosiddetto “campo largo” o nella riedizione di un fantomatico e singolare “Fronte popolare”. Detto con altre parole, fa male a tutti i centristi, perlomeno credo, registrare l’ostilità, lo sberleffo e anche la sostanziale denigrazione di chi si candida a rappresentare quell’area politica nel “campo largo”.

Cioè i partiti personali di Matteo Renzi e di Carlo Calenda. Soprattutto del primo, però, per ragioni su cui non vale neanche la pena soffermarsi. Ma, al di là delle pregiudiziali personali o tardo ideologiche, non si può non prendere atto che da quelle parti il Centro e tutto ciò che lo connota è visto come un corpo estraneo, nella migliore delle ipotesi. Perché quello che emerge, in tutta la sue evidenza, è una precisa, dettagliata, minuziosa e radicata ostilità politica, culturale e programmatica. E questo malgrado l’azione encomiabile di Goffredo Bettini e di altri post comunisti di panificare a tavolino la composizione, i confini, i contenuti e anche i protagonisti che dovrebbe costruire una gamba centrista e moderata nel “campo largo”. Un’azione, però, ci

permetta l’amico Bettini, che ci ricorda molto l’esperienza dei “partiti contadini” di comunista memoria quando l’azionista di maggioranza della coalizione si inventava a tavolino la presenza di partiti diversi da quello principale per confermare la natura plurale dell’alleanza stessa.

Ora, chi assiste alla reazione della base delle tre sinistre – quella radicale a massimalista della Schlein, quella populista e demagogica dei 5 Stelle e quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – e non solo attraverso ciò che dicono tutti i sondaggi al riguardo, prende atto che ogniqualvolta vengono citati i capi partito o i partiti cosiddetti centristi che dovrebbero far parte del cosiddetto “campo largo”, piovono fischi, urla, dissensi se non addirittura insulti. Il motivo è persin troppo semplice da spiegare, al di là – lo ripeto – delle pregiudiziali e dei pregiudizi di natura personale. Il motivo è squisitamente politico. E cioè, il “campo largo” è un blocco politico, sociale, culturale, ideale e anche etico. Nulla a che vedere con il vecchio e tradizionale centro sinistra, quello di Marini e di D’Alema per intenderci. Un blocco, di conseguenza e comprensibilmente, che non prevede aggiunte, se non del tutto ininfluenti e pleonastiche. E il ruolo pubblico esercitato da Renzi e da Calenda in quel campo – al di là della loro indubbia capacità politica – conferma, come dicevo all’inizio, che da quelle parti il Centro semplicemente non ha dignità politica.

Ecco perché avere un diritto di tribuna nel “campo largo” con qualche gentile concessione di seggi parlamentari, ovviamente esigui e ben circoscritti, non può essere scambiata con una autorevole e qualificata presenza politica centrista, riformista e moderata. Perchè, appunto, storicamente il Centro e la “politica di centro” nel nostro paese sono altra cosa rispetto ad una mera e quasi singola sistemazione personale. Quello si chiama tatticismo ed opportunismo.

Mentre declinare il Centro e la “politica di centro” si chiama progetto e prospettiva. Sono due strategie che non si incrociano. Da sempre.

Portale cattolico svizzero | Il bene esiste, va scoperto: parola di esorcista.

Silvia Guggiari

 

Nella società come nel mondo interiore di ogni persona c’è sempre una parte di bene e una parte (molto più piccola) di male, tocca ad ognuno di noi scegliere ogni giorno se far prevalere la parte di bene piuttosto che quella di male: spesso siamo portati a vedere solamente la parte negativa, basti guardare le brutte notizie che riempiono quotidianamente i giornali. È stato questo il messaggio al centro della presentazione del libro di don Roberto Pandolfi dal titolo «Satana, la Chiesa, il mondo», Elpo Edizioni, nella cornice della 72esima Fiera del libro di Como avvenuta martedì scorso 3 settembre.

 

 

Esorcista della diocesi di Como dal 2009 al 2012 e oggi esorcista ausiliare, Pandolfi ha raccolto nella sua quarta pubblicazione le tante storie quotidiane di uomini e donne da lui incontrate, gli episodi spesso inquietanti che in tanti anni ha trattato in qualità di esorcista: «Quando abbiamo a che fare con la psiche umana non si sa mai dove si va a finire», ha esordito don Pandolfi. Nel volume, il sacerdote indica alcuni spunti per ritrovare il senso dell’esistenza, rafforzare la volontà, avviare un cammino di fede e di pace: «Il male nel mondo e nell’uomo c’è sempre stato, basti pensare alla «Parabola del grano e della zizzania», dobbiamo allenarci a vedere il bene che c’è e che c’è ovunque», solo così potremo sconfiggere l’opera di Satana. Un compito che spetta a noi cristiani in particolare che dobbiamo sentirci interpellati dalle problematiche e dalle tematiche che quotidianamente interpellano la società civile.

Ma cosa fa esattamente un esorcista? «L’esorcista – ha chiarito Pandolfi – lavora sempre per il bene della persona che ha di fronte: innanzitutto ascolta e cerca di far sentire accolte le persone per quello che sono e non per i problemi che hanno. Infine fa una diagnosi e decide una terapia con preghiere di guarigione o riti particolari. Dato che spesso accade che si intersechino il disturbo psichiatrico con quello diabolico – non dimentichiamoci che Satana agisce sempre nella fragilità umana – l’esorcista non lavora mai da solo. Attorno a lui ci sono una serie di figure professionali che permettono di capire chi si ha di fronte».

 

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https://www.catt.ch/newsi/vedere-il-bene-nel-mondo-per-esorcizzare-il-diavolo-il-nuovo-libro-di-don-roberto-pandolfi/

AGI | Troppi elefanti, lo Zimbabwe si appresta ad abbatterne 200.

Foto di Olivier_D da Pixabay
Foto di Olivier_D da Pixabay

Lo Zimbabwe abbatterà 200 elefanti per far fronte a una siccità senza precedenti che ha portato alla scarsità di cibo e per affrontare la crescita della popolazione di questi animali, ha dichiarato l’autorità per la fauna selvatica del Paese. Il Paese ha “più elefanti di quanti ne abbia bisogno”, ha dichiarato mercoledì in parlamento il ministro dell’Ambiente dello Zimbabwe, aggiungendo che il governo ha incaricato la Zimbabwe Parks and Wildlife Authority (ZimParks) di avviare il processo di abbattimento.

I 200 elefanti saranno cacciati nelle aree in cui si sono scontrati con l’uomo, tra cui Hwange, sede della più grande riserva naturale dello Zimbabwe, ha dichiarato il direttore generale di ZimParks, Fulton Mangwanya. Lo Zimbabwe ospita circa 100.000 elefanti e ha la seconda popolazione di elefanti al mondo dopo il Botswana. Grazie agli sforzi di conservazione, Hwange ne ospita 65.000, più di quattro volte la sua capacità, secondo ZimParks. L’ultimo abbattimento di elefanti da parte dello Zimbabwe risale al 1988.

La vicina Namibia ne ha già uccisi 160 in un abbattimento di oltre 700 elefanti per far fronte alla peggiore siccità degli ultimi decenni. Lo Zimbabwe e la Namibia fanno parte di una serie di Paesi dell’Africa meridionale che hanno dichiarato lo stato di emergenza a causa della siccità. Ma la decisione di cacciare gli animali a scopo alimentare non è stata accolta con favore da tutti. “Il governo deve avere metodi più sostenibili ed ecologici per affrontare la siccità, senza incidere sul turismo. Rischiano di allontanare i turisti per motivi etici. Gli elefanti sono più redditizi da vivi che da morti”, ha dichiarato Farai Maguwu, direttore dell’organizzazione no-profit Centre for Natural Resource Governance. “Abbiamo dimostrato di essere pessimi custodi delle risorse naturali e il nostro appetito per le ricchezze illecite non conosce limiti, quindi questo deve essere fermato perché non è etico”, ha detto.

Chris Brown, ambientalista e direttore generale della Camera dell’Ambiente della Namibia, ha affermato che “gli elefanti hanno un effetto devastante sull’habitat se si permette loro di aumentare continuamente, in modo esponenziale”. “Danneggiano davvero gli ecosistemi e gli habitat e hanno un impatto enorme su altre specie che sono meno iconiche e quindi meno importanti agli occhi dei conservatori eurocentrici e urbani”, ha affermato. “Queste specie sono importanti quanto gli elefanti”.

Papa Francesco in difesa della vita e della dignità umana

“Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quello che uccide i bambini. Ambedue sono contro la vita”. Lo ha detto Papa Francesco, rispondendo alla domanda di un giornalista sulla corsa alla Casa Bianca, nel corso della tradizionale intervista sull’aereo che lo ha riportato a Roma, di ritorno da Singapore, dove ha concluso il suo 45.mo viaggio apostolico, il più lungo del pontificato.

“Non si può decidere, io non posso dire, non sono statunitense, non andrò a votare lì, ma sia chiaro: mandare via i migranti, non dare ai migranti capacità di lavorare, non dare ai migranti accoglienza è peccato, è grave. Nell`Antico Testamento c`è un ritornello: l`orfano, la vedova e lo straniero, cioè il migrante”, ha detto Francesco secondo quanto riportato da Vatican news, ribadendo che “chi non custodisce il migrante, manca, è un peccato, un peccato anche contro la vita di quella gente”.

“Io sono stato a celebrare Messa alla frontiera, vicino alla diocesi di El Paso, e c`erano tante scarpe di migranti che sono finiti male, lì. Oggi c`è un flusso di migranti all`interno dell`America Centrale che tante volte vengono trattati come schiavi, perché si approfittano di questo. – è stata la testimonianza di Papa Francesco – La migrazione è un diritto, un diritto che già nella Sacra Scrittura, nell`Antico Testamento c`era”.

“Poi, l`aborto. – ha aggiunto Francesco – La scienza dice che al mese dal concepimento ci sono tutti gli organi di un essere umano, tutti. Fare un aborto è uccidere un essere umano. Ti piaccia la parola o non ti piaccia, ma è uccidere”.

“La Chiesa non è chiusa perché non permette l`aborto: la Chiesa non permette l`aborto perché è uccidere, è un assassinio, è un assassinio. E su questo dobbiamo avere le cose chiare. Mandare via i migranti, non lasciarli sviluppare, non lasciare che abbiano la loro vita è una cosa brutta, è cattiveria. Mandare via un bambino dal seno della mamma è un assassinio, perché c`è vita. E in queste cose dobbiamo parlare chiaro”, ha poi concluso.

Tv, l’assenza dei cattolici popolari: di chi la colpa?

Diciamocelo a bassa voce ma diciamolo. Fa un po’ impressione ascoltare i vari talk televisivi, peraltro sempre più faziosi e sempre meno credibili, e le varie e molteplici dichiarazioni nei pastoni dei Tg pubblici e privati, prendere amaramente tanto che ormai la presenza dei cattolici democratici, dei cattolici popolari e dei cattolici sociali sulle reti televisive è, di fatto, quasi scomparsa. O meglio, è scomparsa del tutto. Come ovvio e scontato, non parlo dei cattolici in sè ma della tradizione, della cultura e del pensiero di quell’area culturale, politica e forse anche etica.

Quasi che ci fosse una scelta di “damnatio memoriae” nei confronti di una esperienza che, nel bene e nel male, ha comunque segnato il cammino e il percorso storico della democrazia italiana.

E non solo per l’intera prima repubblica dove la presenza e il ruolo della Democrazia Cristiana, cioè di un forte e qualificato “partito di cattolici” è stato decisivo e determinante per la guida del

paese. Ma anche all’inizio della seconda repubblica questa presenza politica è stata di livello.

Basti pensare al ruolo del Ppi a guida Martinazzoli, Bianco e Marini e alla Margherita o al Ccd e all’Udc di Casini e Follini. Ma da ormai molto tempo, almeno da quando ha fatto irruzione il populismo demagogico, anti politico, qualunquista e anti istituzionale del grillismo e dei 5 Stelle, il mondo e l’area del cattolicesimo democratico, popolare e sociale è letteralmente scomparso dagli

schermi televisivi. Certo, abbiamo un Presidente della Repubblica che è espressione di questa cultura, di questa tradizione e di questo pensiero. Ma è indubbio, come del resto tutti sanno, che il Capo dello Stato non svolge e non può svolgere un ruolo politico ma solo e soltanto un ruolo istituzionale che attiene alla difesa e al rispetto della Costituzione. Detto questo, resta la domanda centrale. E cioè, ma come è possibile che una cultura politica che adesso, e paradossalmente, viene addirittura evocata, invocata e richiesta dai suoi storici detrattori – cioè da tutti i vertici dei quotidiani progressisti e dai vari talk televisivi della sinistra giornalistica e mediatica – non riesca ad organizzarsi e ad essere presente? E quindi anche negli organi di informazione? Ma com’è possibile che quando si parla di questa storia politica e di questa cultura ideale siano addirittura invitati persone che nel corso degli anni hanno criminalizzato – politicamente – e demolito scientificamente questa presenza pubblica?

Detto questo, però, non possiamo non dire che forse – anzi sicuramente – c’è anche e soprattutto una nostra precisa responsabilità politica, culturale ed organizzativa nel non continuare a mettere in campo una iniziativa che sia in grado di contare e di pesare nella cittadella politica italiana. E se si rinuncia ad una presenza politica – attraverso un partito di riferimento o con una presenza significativa ed organizzata in un partito culturalmente plurale – difficilmente si può rivendicare ed ottenere una visibilità mediatica.

Ecco perché, al di là dei piagnistei e delle lamentele, è arrivato veramente il momento per porsi una sola domanda. E cioè, chi continua ad avere a cuore il ruolo, il peso e la mission della storia e della tradizione del cattolicesimo politico italiano non può più non porsi il problema della sua

presenza pubblica. Pena diventare complici della sua assenza e della sua scomparsa dal dibattito

politico e mediatico italiano.

Errori a sinistra e debolezza al centro favoriscono la destra

A Parigi come a Roma, la sinistra e il centro sembrano compiere gli stessi errori, così da essere accomunati dal medesimo destino: la loro sconfitta e la vittoria della destra.

La discutibile scelta del Presidente francese di indire nuove elezioni legislative ha creato un Parlamento bloccato in cui nessuno schieramento ha la maggioranza e fa fatica a dialogare con gli altri. Mi chiedo, non sarebbe stato meglio avviare un confronto nella precedente legislatura con le forze riformiste aggregatesi attorno al leader Glucksmann e al Partito Socialista, piuttosto che buttare la maggioranza centrista nell’inquinata acqua della Senna?

La sinistra del nuovo fronte popolare, molto simile alla gioiosa macchina da guerra di Occhettiana memoria, dal canto suo, dopo essere risultata la minoranza più numerosa nella camera francese, ha gridato alla vittoria dipingendosi come qualcosa che non è: maggioranza nel Parlamento e nel Paese.

Così la sinistra ha iniziato a voler imporre tutto: nomine e programma di governo, chiedendo al centro di non opporsi e di fornire i loro voti. Insomma, si chiedeva il sostegno silenzioso del centro senza voler negoziare un programma né una squadra di governo. Questo non è un dialogo democratico ma la volontà di imporre le proprie idee con i voti degli altri.

Eppure, di fronte all’errore macroniano di andare al voto, c’era stato un barlume di speranza con la sigla di un accordo di desistenza tra centro e sinistra in ottica anti Le Pen. Dopo questo accordo, passata la paura, il buonsenso è scemato e ha lasciato il posto alla cecità strategica, alla voglia di rivalsa e alla sete di potere.

Si sarebbe potuto avviare un confronto democratico tra centro e sinistra, individuare pochi e chiari punti in comune per predisporre un programma e avviare un nuovo governo; invece, il pasticcio si è compiuto e così il presidente Macron, che di sicuro avrebbe potuto favorire un maggiore dialogo, di fronte alla sordità della sinistra, ha guardato dall’altra parte. Ora, il nuovo governo francese rischierà di essere ostaggio del partito della Le Pen e delle sue idee.

Invece di avere un governo di centro sinistra riformista, in Francia ci sarà un esecutivo fortemente vincolato a destra. A Roma, invece, dopo aver compiuto lo stesso errore di Parigi in Basilicata e fortemente tentati di compierlo anche in Liguria, alla festa di AVS, i cinque leader della coalizione di sinistra si sono sperticati nel dire che non sono sicuri di voler accogliere i partiti centristi nella loro coalizione, mentre i loro elettori sarebbero ben accolti.

Mi chiedo allora, è o non è arroganza volere i voti degli elettori centristi, di diversa natura, cattolici, liberali o riformisti, senza aprire il programma della coalizione alle istanze di questo mondo? È o non è presunzione voler decidere chi e come deve rappresentare questi elettori? È o non è diabolico perseverare nello stesso errore compiuto in Italia per decenni e in Francia di recente, credendo che la sinistra da sola, senza allearsi al centro, possa essere maggioranza in Parlamento e nel Paese?

Se vuole essere maggioranza nel Paese, la sinistra deve aprire i suoi tavoli di coalizione al centro e alle differenti voci cattoliche, liberali e riformiste che lo popolano. Magari anche il centro prima o poi dovrebbe scegliere di coordinarsi maggiormente e non continuare con la scissione dell’atomo, anche perché si diventa sempre più ininfluenti.

Ci sono dei punti in comune tra centro e sinistra si parta da lì. Investimenti in scuola e sanità; salario minimo e partecipazione dei lavoratori a Cda e utili aziendali; legge sulla rappresentanza sindacale e sulle lobby; lotta al dissesto idrogeologico, all’evasione fiscale e alle mafie; riforma delle carceri; incremento del numero di asili nido; riduzione del cuneo fiscale individuando i soldi nella forte razionalizzazione degli aiuti/bonus di Stato; introduzione dello ius culturae/soli e di una legge contro ogni tipo di violenza (di orientamento sessuale, religioso, politico o per il colore della pelle..); ancorare la nostra Patria all’Europa e alla costruzione degli Stati Uniti Europei; bloccare le leggi sul premierato e sull’autonomia, introducendo un sistema proporzionale e la sfiducia costruttiva.

Da questi punti si può partire per formare una reale base di governo, altrimenti si rischia di mantenere la destra al governo per altri anni ancora.

Mi domando inoltre come fa un partito di ispirazione liberaldemocratica come Più Europa così come la componente riformista del PD a rimanere in silenzio, quando vengono fischiate le parole di sostegno al popolo ucraino? Come fanno a pensare che in una coalizione fortemente sbilanciata a sinistra possano essere garantite le proprie istanze?

Il dibattito alla festa di AVS ha fotografato una coalizione con solo cinque sedie e la segretaria del PD ha mostrato una certa freddezza nel volerne aggiungere di nuove. Facendo così però il tavolo della coalizione sarà condannato ad occupare un misero angolo a sinistra della Camera, lasciando, come accade tra le vie parigine, alla destra il governo del Paese.

La Voce del Popolo | Al via la Settimana Montiniana.

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

Giuseppe Belleri

 

“Da 25 anni si celebra la Settimana Montiniana – ha sottolineato mons. Fabio Peli, presbitero coordinatore dell’Unità pastorale San Paolo VI – nella terra natale di Giovanni Battista Montini. Questo importante evento culturale e religioso non è solo un tributo al Papa bresciano, ma un invito a riflettere sul futuro della Chiesa e del mondo”.

“Le sue parole, il suo coraggio e la sua visione offrono ancora oggi una guida preziosa per affrontare le sfide del nostro tempo. Partecipare alla Settimana Montiniana (quest’anno sarà la 25ª edizione, ndr) significa riscoprire le radici di una fede viva e dinamica, incarnata in uno dei papi più carismatici del XX secolo, e guardare con speranza a un mondo che ha ancora molto da imparare dal messaggio di San Paolo VI”.

“Quest’anno, con la presenza del patriarca di Gerusalemme, vogliamo in modo particolare ricordare lo storico viaggio di Paolo VI in Terra Santa e l’incontro con il patriarca Atenagora, che ha ricucito i rapporti con la Chiesa d’Oriente, da alcuni secoli interrotto”.

 

Il programma. Sabato 21 settembre, alle 20.30, nell’Auditorium dell’Istituto Paolo VI, è in programma la consegna del Premio “Paolo VI Civiltà dell’amore” al card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini (intermezzi musicali saranno proposti dal gruppo “Concesio barocca”).

Domenica 22 settembre, alle 11, nella Basilica minore dei Santi Antonino martire e Paolo VI papa, sarà celebrata una S. Messa dal card. Pizzaballa. Al termine, alle 12, all’oratorio Paolo VI della Pieve, si potrà consumare il pranzo comunitario (prenotando al n° 339 783 8362).

Giovedì 26 settembre, 127° anniversario della nascita di San Paolo VI, presso la Casa Natale, alle 17, si reciterà il rosario per la vita. Alle 20, nella Basilica minore, ci sarà la S. Messa presieduta da mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, successore del concesiano mons. Giovanni Battista Bosio. Al termine sarà esposta e presentata un’opera d’arte contemporanea, presso il fonte battesimale, dove venne battezzato il futuro Papa.

Sabato 28 settembre, alle 20.30, nella Basilica minore, è previsto un concerto della Cappella Musicale del Santuario San Giovanni XXIII di Sotto il Monte. Domenica 29 settembre, 10.30, processione dalla Casa natale seguita dalla Basilica.

Lunedì 30 set il 127° anniversario del S. Paolo VI, alle 20, la presieduta da mons. Marino Cotali anche in ricordo del 30° della sua ordinazione sacerdotale.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 12 settembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La Voce del Popolo | L’egemonia culturale? Nessuno è innocente.

La battaglia per l’egemonia culturale, combattuta dalla destra con uno zelo degno di miglior causa, è finita come è finita. E cioè con una tale sconfitta che non merita quasi che vi si infierisca oltre.

C’è però in questa vicenda qualcosa che non riguarda solo gli infelici proclami egemonici del governo in carica. Il fatto è che si pretende quasi sempre, da parte di chi ha il bastone di comando, di dettare legge in quei territori culturali, artistici, spettacolari dove dovrebbe invece regnare la più ampia libertà degli spiriti.

È un vizio che riguarda un po’ tutti. La destra meloniana che vorrebbe nientepopodimeno riscrivere la storia italiana. La sinistra d’antan che si arrogava a suo tempo il monopolio dell’egemonia letteraria e cinematografica. I democristiani che (non da soli) spadroneggiavano nella televisione pubblica. Per non dire di Berlusconi e del suo assai cospicuo conflitto di interessi.

Nessuno di noi, insomma, è completamente innocente. Anche se le colpe non sono tutte uguali, e quelle degli ultimi arrivati primeggiano in questa classifica. Resta il fatto che poi il paese, giustamente, si fa le sue opinioni e si lascia abbindolare solo fino a un certo punto. Per non dire di tutti quei pensatori che non si fanno dettare i pensieri dai padroni del vapore politico.

Così forse sarebbe il caso di chiudere una volta per tutte l’antica contesa per l’egemonia politico culturale, affidando alla politica il compito di cercare voti nei modi più dignitosi e restituendo alla cultura la libertà di non farsi irreggimentare neppure dai propri cari.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 12 settembre 2024

[Testo qui riproposto integralmente per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Do you remember Max Weber? Urge riscoprire l’etica della responsabilità.

‘Passata è la tempesta’, odo solo  Schline e compagni…’far festa’.  Mentre Meloni e fratelli, hanno intravisto un poco di…’sereno’ solo dopo le sue dimissioni. Può darsi che abbiano entrambe  ragione. Un fatto è al  momento sicuro. Gennaro Sangiuliano dopo tante pressioni ha finalmente rinunciato all’incarico. E la Corte dei Conti ha già aperto un fascicolo nei suoi confronti, per indagare su eventuali ricatti, estorsioni e quant’altro emerso dalla sceneggiata andata in onda in prima serata su tutti i canali televisivi italiani. Riportata con titoloni di quattro colonne sulle  prime pagine dei principali quotidiani nazionali. Discussa nei bar, nei circoli, e durante i pranzi e le cene familiari. Tutto questo mentre Rosaria Boccia nominata personalmente da Sangiuliano consulente del Ministero, emergeva dal mondo della moda dove era rinchiusa, e faceva parlare di sé  come una neo influencer che ha spiato, che ha registrato video di luoghi e palazzi riservati, telefonate personali, che ha fotografato lettere dell’ex ministro della Cultura.

Non entro nel merito delle questioni sospese. Non le conosco. Le lascio alla magistratura, e a onesti giornalisti. Ma anche a pazienti  studiosi della democrazia politica dei nostri tempi.  Mi limito a sottolineare solo tre problemini che riassumo con le loro interrelazioni. E che a mio parere nel corso del ‘serials’ sono rimasti sottotraccia e non sono  emerse come meritavano. Meglio: non  sono state messe in risalto come la democrazia  meritava. E tutto questo proprio mentre su di essi esiste da decenni una vastissima discussione fra studiosi, una copiosa letteratura unita a ricerche mirate.

Andiamo per ordine. 1) I media: vecchi e soprattutto nuovi. Il loro  ruolo e uso politico nel rapporto con il pubblico. La politica ridotta a spettacolo. E, in questo caso,                    l’ingiustificabile uso privato della televisione pubblica di Stato, e la sua utilizzazione a scopi personali. 2) Il  giornalismo di oggi. Il suo spessore professionale indipendente e morale. Con la rimozione di tutti i possibili sforzi tesi all’imparzialita’, onestà, obiettività e completezza dell’informazione e della notizia. 3) La  qualità della classe dirigente politica. I criteri della sua selezione – oggi spesso scandalosamente amicali e parentali. Il suo ego individualista e narcisista. La totale  assenza in essa, di una pur minima  “etica della responsabilita” weberiana.

Temi e problemi fondamentali alla democrazia reale dei nostri giorni, se veramente non la vogliamo trasformare in una post-democrazia virtuale. Nodi centrali della politica, che proprio per questo non bisognerebbe mai trascurare, e sui quali occorrerebbe che gli studiosi non delegassero al giornalismo di parte e fazioso la  discussione e il dibattito.  Devo riconoscere, per quel poco che sono riuscito a leggere in questi giorni, che di questi seri problemi interconnessi se ne è solo accennato en passant. Frammisti e nascosti nel fatto apparentemente solo scandalistico che è emerso. Nel mentre si tratta di questioni fondamentali, che necessitano di continui approfondimenti. Per fare capire meglio e bene all’opinione pubblica in quali mani siamo costretti a vivere, e in quali mani la stessa democrazia politica si è ridotta a  vivere. Una volta che ha passato la palla al mondo dei media di quella sacrosanta  partecipazione messa al centro dell’ultima  Settimana Sociale cattolica  triestina.

Una volta che abbiamo da fare con i primi piani, i vestiti cambiati ogni giorno, i modi veloci  di camminare. Con  libri scritti sul ‘Mondo al contrario’. Sui Vangeli e Rosari tenuti in mano ed esibiti in tv. Con i personali social e siti web dei tanti leader, gestiti in solitudine e in diretto rapporto con l’elettorato senza il minimo accordo con i compagni di strada e di partito. Insomma e per farla breve, siamo in presenza di un io politico e non più  di un noi. Un fatto che spiega bene la crisi del partito politico, e la serie dei partiti personali esistenti.

Occorrerebbe tempo  per indagare a fondo e approfondire queste  tre questioni. Un tempo forse necessario solo per citare i risultati di quanti sociologi, politologi, e persino filosofi, hanno affrontato e indagato da anni su questi temi. Temi e questioni tuttavia, che  come accennavo nel punto 1), e a prescindere dal caso specifico, sono ormai parte strutturale, della politica-spettacolo, della politica-mediatica, della leaderpatia, e del narcisismo leaderistico entro cui viviamo da un trentennio a questa parte. Quanto infatti ho tentato di riassumere nei punti 1) e 2) coincide con la comparsa e la discesa in politica disinteressatamente di un simpatico viveur proprietario unico e personale di un suo partito, e proprietario tra l’altro, anche di tre reti televisive nazionali. Che ha poi anche nominato i suoi amici Minzolini direttore al Tg1 RAI, e Mimun direttore al Tg2.  Per la Meloni niente di nuovo sotto il sole della lottizzazione, dunque, per l’intervista in prima serata di Sangiuliano concordata con l’amico direttore. Mi sembra però onesto a tale proposito solo  ricordare, che ai tempi della storica Dc vincente da cui usciva il suo capo di governo, era viva una più equilibrata  spartizione politica: Tg1 e RAI 1, Dc; Tg2 e RAI 2, Psi; Tg3 e RAI 3 Pci, di cui la Dc…poteva andare orgogliosa. Ma andiamo avanti.

Nei confronti delle ricadute etiche di tutta la vicenda Sangiuliano-Boccia sulla pubblica opinione, e sulla qualità dell’etica sociale esistente, mi affido ad un solo dato che fa capire bene i tempi che viviamo. Alcuni risultati di una ricerca demoscopica europea dell’Istituto francese IFOP di appena un paio di anni fa sui rapporti matrimoniali di coppia, e sullo spessore morale delle attuali famiglie, nonché indirettamente sui progressivi processi di secolarizzazione, ci hanno fatto ad esempio registrare che in tutta l’Europa siamo noi italiani i più numerosi a tradire la moglie. Ben il 45% di italiani, ha dichiarato di averla tradita almeno una volta: 43% Francia, 39% Spagna, 36% Gran Bretagna. Sono soprattutto percentuali riferite ai nuovi ceti medi, con qualche residua frazione di quel pochissimo che rimane della borghesia di una volta, caratterizzata nel passato  da una certa educazione, e di una certa  rigidità religiosa, morale  e culturale. E si tratta di quel nuovo ceto medio tanto atteso, agognato e ricercato dal nuovo centrismo politico. Anche quello di stampo cattolico, che con tutto il mio scetticismo e la mia poca fiducia, ho sempre tuttavia seguito con attenzione e interesse. Quella ricerca di un  nuovo centro politico cattolico, che ha sempre però dimenticato lo sguardo alla società concreta – come chiedeva  Luigi Sturzo.

Quella dei nostri giorni che ha visto sparire la classe operaia e la borghesia. E quella suggerita per esempio dal quotidiano Avvenire, che a proposito di donne, sul rapporto tra donne e Chiesa, ci rivela che le under 30 che si dichiarano cattoliche sono oggi solo il 33% delle italiane  Mentre appena 10 anni fa erano il 66%. E quelle che invece si definiscono atee, sono passate dal 12 al 30% circa. C’è dell’altro, perché attingendo a una recente indagine  ISTAT sulle donne italiane di età maggiore ai 14 anni, risulta che solo il 19% dichiara di andare a messa e di frequentare la Chiesa, mentre appena 20 anni fa erano ben il 36%. Trascuro i dati dei maschietti totalmente assenti dalla messa domenicale. Un rito oggi nelle mani degli ultrasessantenni. E concludo con il dato relativo al cosiddetto voto cattolico, di coloro cioè che dichiarano di andare a Messa: si tratta di na piccola percentuale di cittadini che divide le sue preferenze tra FdI e Pd, e poi M5s e Lega.

Prima di chiudere sarà forse utile ritornare un poco sul punto 3). La qualità e lo spessore culturale ed etico della nostra classe politica. I grandi valori non solo liberali in essa presenti di fraternità, uguaglianza, giustizia e rispetto della persona umana. Il suo percorso formativo e di esperienze pre-politiche. La mancanza di cultura generale e costituzionale. I criteri della sua selezione. E soprattutto il rigore e l’onestà della sua funzione pubblica, inscindibili da quella “etica della responsabilità”, che il sociologo Max Weber ci ha ricordato 100 anni fa nel corso di una sua conferenza, poi interamente trascritta nel saggio “La politica come professione” (titolo originale tedesco: “Politik als Beruf“). Di questo classico della sociologia mi limito a sottolineare il monito relativo alla particolare e fondamentale etica indispensabile alla classe politica di tutti i tempi. Weber afferma che “…l’etica della responsabilità consiste nel fatto che poiché il futuro si prospetta nella sua incertezza, l’uomo politico deve rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni che hanno un peso sulla vita dei propri simili”. Poiché – aggiungeva – Il “peggior difetto del politico è la vanità, ossia il bisogno di porre se stessi in primo piano”. Scritte nel 1919, queste parole sono di una incredibile attualità.