Home Blog Pagina 576

Tempi Nuovi di fronte al progetto Meloni di riforma costituzionale

Ci sono alcune costanti che hanno segnato, storicamente, la presenza politica e culturale dei cattolici democratici e popolari nel nostro paese. Momenti che ne hanno rappresentato l’originalità e la specificità rispetto alle altre culture politiche nella storia democratica italiana e che, soprattutto, hanno caratterizzato il percorso e il cammino della stessa democrazia italiana.

Ora, è a tutti evidente che tra questi temi persiste quello che Guido Bodrato, uno degli ultimi “maestri” del pensiero cattolico democratico e popolare, sintetizzava con lo slogan mai banale nè approssimativo di “qualità della democrazia”. Qualità della democrazia che coinvolge, com’è altrettanto evidente, il ruolo delle istituzioni democratiche, l’assetto del governo, il bilanciamento e la rigorosa separazione dei poteri, la peso e il ruolo dei cittadini – il celebre “cittadino arbitro” di Roberto Ruffilli – , la centralità del Parlamento, la stabilità dei Governi e, infine, un sistema elettorale che garantisca il protagonismo degli elettori e non la passiva e non decidente partecipazione. Elementi che, da sempre, sono e restano al centro del pensiero e della tradizione cattolico democratico e popolare. Ed è proprio partendo da questa considerazione che, oggi, come in molti altri appuntamenti cruciali della vita parlamentare, si gioca la capacità politica, la coerenza culturale e il coraggio civico dei cattolici democratici e popolari contemporanei. Al di là delle piccole beghe quotidiane su chi rappresenta al meglio l’eredità della straordinaria esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana. E, al contempo, misura l’attualità della loro presenza politica nella vita pubblica italiana.

Ed è proprio di fronte a questo scenario, concreto e oggettivo, che adesso verifichiamo l’originalità di questa cultura e la sua capacità di continuare a condizionare l’intera dialettica politica italiana. Del resto, come molti sanno, i cattolici democratici e popolari sono stati determinanti in quasi tutti i tornanti più delicati della vita repubblicana, a partire dal secondo dopoguerra. E lo sono stati, seppur in minor misura, anche dopo il tramonto della esperienza della Democrazia Cristiana nel lontano 1993. Ma le fasi politiche scorrono rapidamente e l’eredità di un pensiero e di una tradizione non basta evocarli ma vanno vissuti, inverati e tradotti con atti e comportamenti politici concreti e tangibili. Anche senza un partito di riferimento.

Ecco perché, a cominciare dal movimento politico e culturale dei Popolari “Tempi nuovi”, adesso deve partire una iniziativa di confronto e di approfondimento di merito sul progetto di revisione costituzionale e di modifica istituzionale presentato dal Governo presieduto da Giorgia Meloni. Insomma, l’esatto opposto di quello che fanno la sinistra massimalista e radicale della Schlein e i populisti dei 5 Stelle dove l’unica preoccupazione resta quella di dire “no” organizzando già i comitati “contro” a prescindere dal merito e dai contenuti della riforma governativa. Un modello, del resto, caro a chi fa della propaganda permanente e del populismo la cifra distintiva dell’azione politica. Ma, adesso, appunto, si tratta di mettere in campo idee, proposte, e iniziative che siano in grado di qualificare la presenza politica e culturale del pensiero cattolico democratico e popolare. Ben sapendo che, a volte, nella vita pubblica ci si trova di fronte a tornanti decisivi che certificano la presenza o l’irrilevanza di un “pensiero” e di una “tradizione” culturale ed ideale. E quello dell’ennesimo progetto di riforma istituzionale e costituzionale di un Governo è una ghiotta e cruciale occasione per misurare la bontà e, soprattutto, la straordinaria modernità ed attualità del popolarismo di ispirazione cristiana.

Una destra ancora debole nei grandi Comuni va all’attacco dell’Anci

… a livello locale si gioca una partita che vede ancora debole la destra. Il voto degli italiani si differenzia, un conto è il governo centrale (Stato e Regioni), altro i Comuni e le Province. La Lega stessa perde quota, senza che ciò produca una contro affermazione vincente di Fratelli d’Italia. Anzi, laddove il centrodestra esercita la guida di un comune importante, come nel caso di Venezia, accade che residui la forza di trascinamento della Lega. In Laguna si guarda al dopo Brugnaro e subito, di fronte all’ipotesi di Raffaele Speranzon (FdI), già candidato al comune nel 2005, parte il coro dei sostenitori del longevo governatore veneto, Luca Zaia.

A un occhio ben attento non può sfuggire il peso dei rapporti di forza. Ad esempio, la geografia di potere dentro l’Associazione di Comuni conferma la fragilità della destra: attualmente l’unico sindaco di città metropolitana in carico a Fratelli d’Italia è il primo cittadino di Cagliari, Paolo Truzzo. Poi, anche allargando l’obiettivo, non aumenta la visibilità del partito che pure esercita l’egemonia a livello di governo. Scarseggiano le munizioni nella guerra di Fratelli d’Italia contro l’Anci in mano ai sindaci di sinistra. Forse è quel misto di arroganza e vittimismo, come spesso dicono le opposizioni, che ha portato all’errore di grammatica istituzionale proprio in apertura dell’Assemblea annuale dell’Anci: per la prima volta nella storia dell’Associazione, il capo del governo ha preteso di parlare – il video era registrato – in anticipo sulla relazione del Presidente, il gioviale e dinamico Decaro, giunto per altro al capolinea della sua esperienza a Via dei Prefetti (sede dell’Anci). A Genova è stato anche violato il rigido protocollo del Quirinale che riconosce al Presidente della Repubblica la prerogativa di parlare in pubblico senza la concomitante interlocuzione del Governo. Lo stile della destra è pertanto l’ostile che essa vive come frontiera permanente: tutto ciò che disturba è suo nemico.

Ora, rimanendo ancora sul terreno dell’Anci, è interessante registrare come il congresso del prossimo anno releghi nell’ombra le speranze della destra. I candidati alla successione di Decaro sono già molti, ma tutti espressione del Pd. Al momento il più quotato, a patto che la Schlein non esca sconfitta dalle europee, sembra essere Matteo Lepore, sindaco di Bologna. Ma si guarda anche al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Inoltre, nessuno mette in discussione il ruolo di Veronica Nicotra, uscita comunque indenne dalle polemiche sugli “stipendi d’oro” della dirigenza. Questo quadro lascia intravedere il nervosismo di quanti, aggrappati alla leadership della Meloni, considerano l’Anci alla stregua di un ente di sottogoverno al quale applicare giustamente le regole della spartizione.

A Via della Scrofa, dove la sorella Arianna vigila sul partito per conto della Premier, una riflessione seria andrà pur fatta, se non si vuole disperdere il credito che gli italiani hanno conferito alla giovane leader della destra. La crisalide non può rimanere sempre crisalide.

 

 

Titolo originale: Anci, per il dopo Decaro si guarda a Manfredi. Destracentro in ombra nell’Italia dei Comuni.

Il gioco ardito di Erdogan, per adesso senza intoppi apparenti.

C’è davvero da domandarsi se il sempre più complesso scacchiere geopolitico sul quale si sta esercitando con indubbia abilità Recep Tayyip Erdogan alla fine lo travolgerà, e con lui i sogni neo-imperiali di una parte consistente del popolo turco, o se invece produrrà un risultato consistente e, soprattutto, duraturo per le ambizioni ottomane.

Il discorso da lui tenuto in occasione delle celebrazioni per il centenario della Repubblica turca, tutto orientato contro Israele, ha lasciato di stucco quanti avevano osservato con attenzione e interesse l’evoluzione dei rapporti fra Ankara e Tel Aviv negli ultimi anni, indirizzata alla loro progressiva normalizzazione. Una scelta politica che palesemente si proponeva, fra l’altro, di addolcire le relazioni con Washington, da parte sua sempre più perplessa di fronte all’ambiguo rapporto con Mosca, confermato anche nella vicenda ucraina, dello sgusciante alleato e alle sue esibizioni muscolari in Siria, in Libia, in Nagorno Karabach a supporto dell’Azerbaigian e insomma nell’intero quadrante euro-asiatico.

Non solo il tono con le quali sono state pronunciate ma soprattutto le parole utilizzate da Erdogan hanno impressionato, scavando un solco con Israele difficilmente colmabile in pochi lustri: sostenendo che quello è uno Stato “criminale di guerra” mentre al contrario Hamas è composto da “liberatori, non terroristi” Erdogan non solo ha distrutto il suo lavoro precedente teso al riavvicinamento graduale con lo stato ebraico ma ha pure rafforzato le certezze di chi nell’Unione Europea la Turchia non la vuole e soprattutto i dubbi dei suoi alleati militari occidentali, tutti assestati su una posizione di condanna chiara di Hamas a causa del suo obiettivo dichiarato – l’estinzione dello Stato della Stella di David – e non solo per gli omicidi perpetrati il 7 ottobre. Immaginando forse di avere già fatto abbastanza con il suo assenso, arrivato dopo mesi di trattative e ricatti, all’entrata nella NATO di Finlandia e Svezia, ma ponendo invece un macigno a Bruxelles nel quartier generale dell’Alleanza Atlantica.

È indicativo quanto Erdogan ha detto a proposito di Gaza, a conferma del suo sogno imperialista in salsa neo-ottomana: “Gaza era una città ottomana fino a un secolo fa, era una delle nostre città affacciate sul Mediterraneo”. Poi la Palestina è precipitata nel caos a partire dal 1922 con il “mandato britannico” deciso dopo la sconfitta turca nella Grande Guerra: è questo il pensiero consolidato del leader turco. Analogo rimpianto – e implicita rivendicazione per un nuovo ordine mediterraneo – Erdogan espresse a proposito di Tripoli e Misurata, come dire che lì, sia pure in forme nuove, si dovrà tornare.

Una rivendicazione territoriale che si coniuga con quella religiosa. Perché Erdogan è propugnatore di un Islam fortemente impegnato nella politica delle nazioni da esso influenzate, in questo vicino alle posizioni radicali della Fratellanza Musulmana, simile dunque a quello propugnato da movimenti fondamentalisti come Hamas. Una vicinanza che si è tradotta in un sostegno finanziario all’organizzazione terroristica basata a Gaza. Qualcuno sostiene che l’aiuto sia stato pure militare.

Quindi la Turchia compone, con Iran e Qatar, la triade che parteggia esplicitamente per Hamas. Una scelta che secondo logica politica dovrebbe produrre effetti non secondari nelle sue relazioni con i suoi alleati occidentali oltre che con la UE, della quale stando così le cose ben difficilmente diverrà mai partner. Ma proprio per la sua posizione geografica, strategica nel confronto degli Stati Uniti con l’Iran, Washington non taglierà il cordone che attraverso la NATO la lega ad Ankara, la quale ultima è anzi in attesa del via libera del Congresso USA alla vendita dei nuovi modelli di caccia F16 nonostante il vulnus patito qualche anno fa, quando la Turchia comprò dalla Russia il sistema missilistico di difesa aerea S400. Il gioco ardito di Erdogan prosegue, al momento senza intoppi. Durerà?

La Voce del Popolo | È arrivato il momento di ripensare noi stessi.

Foto di stokpic da Pixabay
Foto di stokpic da Pixabay

 

 

Emerge un mondo univoco. Risuonano voci di paesi e popoli innamorati delle proprie convinzioni. Il loro ordine ha qualcosa di cupo. E dovrebbe indurci all’indulgenza per il disordine che ci attraversa.

 

Marco Follini

 

Non esiste una civiltà superiore alle altre, ripetiamolo ancora una volta a scanso di equivoci. Del resto, la nostra antica pretesa di stare un passo avanti agli altri viene smentita quasi ogni giorno da quel grandioso e terribile rimescolamento di carte che sta avvenendo in giro per il mondo.

All’Occidente, detentore di un primato tecnologico e strategico e patria riconosciuta di quella straordinaria invenzione politica che fu la liberaldemocrazia, oggi viene contestato un po’ tutto. L’eccesso della sua forza e le molte tracce della sua debolezza; l’istinto di voler dominare il mondo e la recente impossibilità di confermare la sua egemonia.

Dunque dovremo riconsiderare molte cose. La nostra identità e la nostra strategia. Il nostro modo di stare tra noi e il modo di stare con gli altri. Tutto quello che sta accadendo in giro per il mondo dovrà indurci a ripensare noi stessi come forse non abbiamo mai fatto da molti decenni in qua.

C’è un punto però che abbiamo il dovere di tenere fermo. E anche di considerare con un certo legittimo orgoglio. Ed è la nostra attitudine alla controversia e all’autocritica. Noi siamo quella parte di umanità che più ama mettersi in discussione, e che è portata a criticare con la maggiore severità i propri errori.

Il mondo di oggi appare assertivo, univoco. Risuonano le voci di paesi e popoli innamorati delle proprie convinzioni, che nulla concedono a un punto di vista diverso dal loro. Il loro ordine ha qualcosa di cupo. E dovrebbe indurci almeno a considerare con un briciolo di indulgenza il disordine che ci attraversa. Si chiama democrazia, ed è una grande risorsa civile.

 

 

Fonte: La Voce del Popolo – 2 novembre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Buon compleanno al Piccolo Cottolengo e alla Casa del Giovane lavoratore

Sabato 4 novembre 2023, alle 16.00, nell’ Eco Teatro, in via Fezzan 11, a Milano, l’Opera Don Orione festeggia i 90 anni del Piccolo Cottolengo, i 70 anni della Parrocchia San Benedetto ed i 60 anni della Casa del giovane lavoratore. “Storia di una Grande Famiglia”è il titolo dell’ appuntamento che il Direttore Don Pierangelo Ondei ha voluto organizzare insieme al suo staff per raccontarne la storia e, grazie alla presenza di Don Flavio Peloso, storico e Postulatore dell’opera Don Orione, mostrare come vivono attualmente gli ospiti, attraverso video e testimonianze raccolte in un film realizzato da Viva Production e Pama Film, diretto da Pier Paolo Piastra e Monica Pedrazzini , presentando anche nuovi progetti artistici e culturali in proiezione futura. E’ prevista la presenza dell’Arcivescovo di Milano Monsignor Mario Delpini.

Il pomeriggio, condotto da Paky Arcella, vedrà la partecipazione del prestigioso “Coro delle Stelle”, che , nel corso di tutti questi anni, ha contribuito, con piccoli ma importanti progetti ed iniziative organizzate presso diverse Scuole, Comuni, Case di accoglienza e Residenze per anziani e per disabili, raccogliendo fondi ed acquistando beni di prima necessità, a fare in modo che il loro aiuto arrivasse anche a quella parte di rete sociale più vicina e bisognosa. Inoltre, sarà presentata una canzone inedita con gli ospiti disabili. Il progetto è nato dalla collaborazione tra il tirocinante Davi’, studente di scienze dell’educazione con la passione della musica Rap e le ospiti dell’Area disabili del piccolo Cottolengo. Si tratta di un brano inedito di un giovane artista, che ha messo a disposizione il suo talento per lanciare un forte messaggio.

Interverranno l’ingegner Marco Pirotta, Responsabile della Casa del Giovane Lavoratore, il quale illustrerà il funzionamento e la missione della Casa attualmente . Si parlerà anche della “Borsa della spesa”, una vera e propria rete di solidarietà, nata dalla volontà e dal grande cuore di Don Federico Cattarelli, che una decina di anni fa ha deciso di sensibilizzare i suoi parrocchiani alla carità, con l’intento di dare aiuto ai più bisognosi, facendo raccogliere alimenti da offrire a famiglie in difficoltà. Nel corso degli anni l’attività è cresciuta sempre più ed oggi coinvolge 40 volontari. L’artista di strada Michel Diamanti, ospite della Casa del Giovane Lavoratore, offrirà ai presenti una sua splendida performance.

L’ingresso sarà libero per chi vorrà partecipare. Al termine sarà offerto un buffet agli ospiti dall’Opera Don Orione. La festa vuole essere anche un ringraziamento ai volontari e ai benefattori, che, nel corso degli anni, hanno contribuito a perseguire gli obiettivi del suo Fondatore Don Luigi Orione, diffondendo amore e solidarietà a tutti i soggetti bisognosi di particolare attenzione.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Formiche | La vita degli anziani: presentato al Senato il libro di mons. Paglia.

[…] Un progetto, un “sogno” che mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e presidente della Commissione intergovernativa che ha messo a punto la riforma, spiega nel libro presentato al Senato dal titolo “L’Età Grande: la nuova legge di riforma per gli anziani” (Ed. Lswr e Edra).

Presenti lo scorso 31 ottobre a palazzo Madama, Sala Caduti di Nassirya, Leonardo Palombi, segretario della Commissione per l’attuazione della riforma dell’assistenza sanitaria e socio-sanitaria della popolazione anziana presso il ministero della Salute, che, riassumendo gli obiettivi della legge-quadro, sottolinea le potenziali opportunità di lavoro per giovani operatori socio-sanitari, mentre Roberto Pella, Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della Camera dei Deputati e vice presidente Anci, assicurando pieno sostegno politico alla legge, evidenzia il ruolo strategico degli enti locali nell’attuazione della riforma per una parità di servizi nel territorio. Mentre Anna Lisa Mandorino, segretario generale Cittadinanzattiva, ribadisce il pregio di una riforma innovativa e di visione per un processo di integrazione tra assistenza sanitaria e sociale con il coinvolgimento del terzo settore, in un quadro complesso che parte da dati obiettivi, in primis il trend demografico. Moderatore dell’evento Ludovico Baldessin, amministratore delegato Edra s.p.a., società leader nella comunicazione e formazione medico scientifica.

Attraverso l’immagine dolorosa di alcune toccanti “storie” descritte nel libro, mons. Paglia dà voce agli anziani che vorrebbero morire tra le proprie cose, nelle proprie case, e sono invece già destinati alla solitudine in istituti, deprivati di ogni volontà e autodeterminazione quando, invece, avrebbero ancora autonomia e voglia di esistere.
E, nella sua battaglia, l’alto prelato mette in campo la “Fondazione Età Grande”, riconosciuta come “Fondazione Papale”, per promuovere il ruolo degli anziani nella società e rafforzare il dialogo tra generazioni.

“Gli anziani sono come le radici dell’albero: tutta la storia viene da lì, e i giovani sono come i fiori e i frutti. Se non ricevono il succo dalle radici, mai potranno fiorire”, ha affermato papa Francesco.

Mentre Marguerite Yourcenar osservava: “Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. In essi si rivela la vera essenza di un individuo, prima o dopo gli sforzi, le aspirazioni, le ambizioni della vita. […] Gli occhi del fanciullo e quelli del vecchio guardano con il tranquillo candore di chi non è ancora entrato nel ballo mascherato oppure ne è già uscito. E tutto l’intervallo sembra un vano tumulto, un’agitazione a vuoto, un inutile caos per il quale ci si chiede perché si è dovuto passare”.

La copertina del libro di mons. Paglia che ritrae insieme nonno e nipote, felici e complici di fronte a una scacchiera, esprime, più di ogni altra parola, il senso di questa sintonia.

Senza amore non c’è costruzione. Senza costruzione non c’è futuro.

Nel dibattito politico tra denatalità, impiego dei fondi Pnrr, legge di bilancio pubblico, con l’avvicinarsi della data del 31 gennaio fissata per l’adozione dei decreti attuativi, mancano, tuttavia, le risorse finanziarie per rendere operativa la nuova legge.

E mons. Paglia rivolge, quindi, “un appello al governo e al Parlamento, affinché dopo l’approvazione della legge delega per la riforma dell’assistenza agli anziani (legge 33/2023), si trovino le risorse per far partire la fase di sperimentazione. Si tratta di briciole: 220 milioni di euro ma è indispensabile che questa fase inizi, perché una legge di civiltà come quella approvata possa entrare in funzione. A regime, la riforma prevederà un finanziamento di 9 miliardi all’anno, e molti di più ne farà risparmiare rispetto a quanto si spende oggi per un’assistenza insufficiente e non coordinata. Ma per arrivare al risparmio occorre investire nella sperimentazione”.

L’anziano è testimone di una fragilità che è dimensione costitutiva dell’umanità ma, insieme, capacità di guardare nella profondità di solitudine e smarrimento, con autentica apertura del cuore. In una società alla ricerca di riferimenti, preda di paradisi illusori e dilaniata da timori e disagi mentali, forse, gli anziani possono essere i veri protagonisti del futuro.

 

Per leggere l’articolo completo

https://formiche.net/2023/11/anziani-protagonisti-futuro-mons-vincenzo-paglia/

Asianews | i giovani cinesi approfittano di Halloween per sfidare Xi.

Foto di Benjamin Balazs da Pixabay
Foto di Benjamin Balazs da Pixabay

John Ai

 

A Shanghai i giovani si sono vestiti con vari costumi per festeggiare Halloween sotto la sorveglianza della polizia, approfittando della ricorrenza per esprimere il dissenso pur senza varcare la fatidica “linea rossa”. Il cuore delle celebrazioni, iniziate nel fine settimana scorso e protratte sino alle prime ore del primo novembre, è stato la zona centrale della megalopoli. “Winnie the Pooh”, “operatori sanitari in tuta anti-contagio” diventata famosa al tempo del Covid, una giovane donna coperta di carta bianca e diversi costumi hanno offerto l’occasione per riflettere sulla realtà sociale cinese, alludendo in molti casi agli eventi accaduti nella storia recente del Paese.

Sebbene Halloween non sia una festa tradizionale cinese, quest’anno i festeggiamenti a Shanghai sono diventati virali online e numerose foto e video sono stati condivisi sui social network. Non ci sono state osservazioni critiche per le strade, ma gli abiti e gli spettacoli alludevano – facendo ampio uso di satira e ironia – al malcontento nei confronti della politica impressa dalle autorità centrali.

Un esempio su tutti: la comparsa di “Winnie the Pooh” ha strappato applausi alla folla. Il protagonista del cartone animato è un tema sensibile per le autorità cinesi, poiché il presidente Xi Jinping assomiglierebbe al celebre orsetto dei cartoni. La polizia ne ha allontanato uno vestito da imperatore, per ovvi richiami ad un potere “assoluto”.

Le forze dell’ordine hanno inoltre prelevato e portato via diversi giovani travestiti da operatori sanitari completi di tute (di protezione cat. III, che ricoprono per intero il corpo) e maschere, diventati famosi durante le fasi acute della pandemia di Covid-19. I giovani non si sono limitati alla maschera: i finti operatori sanitari hanno iniziato a simulare tamponi orofaringei fra la folla, pratica assai comune nella politica “zero-Covid” imposta a lungo da Pechino, unita a durissimi lockdown in caso di positività, che hanno danneggiato l’economia e impattato in modo pesante sulla società. Il rigido blocco ha scatenato una serie di proteste nell’autunno dello scorso anno e ha costretto le autorità ad abbandonare la politica di rigore assoluto, anche a fronte dell’impossibilità di contenere la diffusione di un virus ormai dilagante.

Durante le proteste anti-lockdown dello scorso anno i giovani sventolavano dei fogli di carta bianca. Ora, a un anno di distanza, una ragazza coperta da pezzi di carta bianca si è unita ai festeggiamenti in stile carnevale e la sua foto ha attirato l’attenzione di molti, ricordando gli eventi del recente passato ma ancora impressi nella memoria delle persone. Certo, la polizia ha sorvegliato ogni mossa delle centinaia di ragazzi e ragazze in strada, rilanciati sui social con foto e video, mentre gli agenti controllavano i presenti e numerosi veicoli stazionavano agli angoli delle strade. Le forze dell’ordine hanno inoltre sigillato alcune aree per impedirne l’accesso, alcune persone mascherate sono state allontanate o prelevate e portate via.

Alcune esibizioni alludevano alla morte dell’ex primo ministro Li Keqiang a Shanghai. Uno vestito da corona di fiori ha scritto “profondo cordoglio” e un altro vestito da cartello stradale recava impressa la scritta “Sono a Shanghai, voglio che tu muoia”. Sebbene nella performance non fosse indicato alcun nome, le foto hanno attirato l’attenzione online, in quanto molti commenti ritenevano che il “tu” sottintendesse Xi Jinping. In questa fase le autorità stanno controllando attentamente le persone che rendono omaggio a Li Keqiang, per evitare che le condoglianze si trasformino in sentimenti contro l’attuale leader Xi. Rafforzata la sicurezza e i controlli nei pressi della casa di Li a Hefei, nella provincia di Anhui. E le guardie hanno iniziato a controllare i cartoncini allegati ai mazzi di fiori, per verificare che non ci siano parole sensibili.

Restando sulla morte dell’ex premier, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha incontrato il ministro cinese degli Esteri Wang Yi nel fine settimana, esprimendogli le condoglianze per la scomparsa di Li. Tuttavia, il resoconto è sparito dalle cronache e dai lanci dell’agenzia di stampa statale Xinhua. Secondo una nota ufficiale, il corpo di Li Keqiang sarà cremato a Pechino oggi 2 novembre e ha posto le bandiere a mezz’asta in segno di lutto.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/Halloween:-a-Shanghai-festa-del-‘dissenso’-contro-Xi,-censura-e-repressione-59475.html

 

[AsiaNews è un’agenzia di informazione promossa dai missionari del Pime, il Pontificio Istituto Missioni Estere.]

 

Storia | I democratici cristiani per una Europa unita e solidale

Tutti sanno che Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi sono stati i padri fondatori dell’unificazione europea. È stata invece dimenticata la scena politica sulla quale essi hanno operato.

Questi uomini sono riusciti a porre la pietra angolare dell’Europa e ciò non soltanto perché erano eccellenti statisti, consapevoli della lezione che si doveva trarre da due guerre omicide, bensì e soprattutto perché erano democratici cristiani. Senza la volontà di cooperazione manifestata dai democratici cristiani (naturalmente non soltanto da essi) non sarebbe stato possibile avviare negli anni ’50 l’opera di unificazione dell’Europa.

La cooperazione internazionale tra i partiti del centro di allora, suggerita dal fondatore del Partito Popolare Italiano, don Luigi Sturzo, è iniziata già nello spazio tra le due guerre mondiali. Esisteva allora un ufficio permanente di collegamento internazionale.

Negli anni 1946-1947 sono state fondate le Nouvelles Equipes Internationales (NEI), che hanno tenuto il loro primo congresso nella città belga di Chaudfontaine e di cui faceva parte fin dall’inizio il nerbo dei partiti democratici cristiani europei.

Le NEI, in una risoluzione approvata all’unanimità già nel 1948 chiedevano «la convocazione di un’Assemblea europea, con l’incarico di adottare misure pratiche orientate verso un’unione economica e politica dell’Europa libera e democratica nell’ambito delle Nazioni Unite». Le NEI chiedevano altresì «di superare il nazionalismo nei rapporti internazionali, al fine di pervenire ad un organismo confederato o federato, capace di creare l’unità nella molteplicitä».

Quando Robert Schuman lanciò la sua dichiarazione storica del 9 maggio 1950, che ha portato poi alla fondazione della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), poteva contare sull’appoggio delle Nouvelles Equipes Internationales. Le NEI avevano fornito la base che ha permesso poi di tenere i colloqui preliminari e gli incontri tra gli uomini di Stato democratici cristiani

Il progetto di trattato che istituiva la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio venne offerto a tutti i paesi europei. Vi hanno però aderito soltanto i sei paesi nei quali la responsabilità politica decisiva era in mano ai democratici cristiani. Sono stati i capi di governo e i ministri degli esteri democratici cristiani a dare la loro approvazione: il belga van Zeland, il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer, l’italiano Alcide De Gasperi, il lussemburghese Josef Bech e l’olandese Carl Romme […].

Hanno votato contro la ratifica del Trattato CECA i comunisti di tutti e sei i paesi, i socialisti in Italia e in Germania, i gollisti e il partito di Mendès-France in Francia. I socialisti belgi si sono astenuti. In Inghilterra l’opposizione è venuta dal governo laburista guidato da Attlee e Bevin.

Allorquando nel 1954 l’Assemblea francese (nel frattempo il partito di Robert Schuman, il MRP, aveva perso la maggioranza) votò contro la Comunità europea di difesa (CED), le Nouvelles Equipes Internationales propugnarono con maggiore vigore la fondazione di una Comunità economica europea, da loro già suggerita nel 1953 nel Congresso di Tours («il benessere e il progresso sociale dipendono dalla crescita della solidarietà nel quadro di una Comunità economica…).

Quest’opera di costruzione è stata avviata e portata a termine da democratici cristiani, come il presidente del Consiglio dei ministri di allora, Mario Scelba, o il Segretario di Stato di Adenauer, Walter Hallstein.

Al momento della ratifica del Trattato di Roma si è avuta di nuovo la prova del netto rifiuto dell’integrazione europea da parte dei comunisti. Nell’insieme i socialdemocratici tedeschi votarono a favore pur con grosse riserve, i socialisti italiani si astennero, i radical socialisti francesi di Mendès-France si espressero contro.

Nel 1965, anno di crisi della CEE causata dalla Francia, le NEI si trasformarono in Unione europea dei democratici cristiani (UEDC), organismo ancora più coeso dal punto di vista organizzativo. L’UEDC,  fondata nel 1961, andava a costituire la sezione europea dell’Unione mondiale democratica cristiana.

Nello stesso anno, al Congresso di Taormina, l’UEDC ha difeso l’indipendenza della Commissione CEE nei confronti del Consiglio. Quindi ha chiesto l’introduzione della procedura di decisione a maggioranza, il rafforzamento dei poteri del Parlamento e la sua elezione a suffragio diretto; tutto ciò in un quadro di ampliamento della Comunità. Nel 1972, nell’ambito della cooperazione tra il gruppo DC in seno al Parlamento europeo e l’UEDC è sorto il «Comitato politico», un organo particolare interno all’UEDC, con l’obiettivo di «instaurare un contatto permanente tra i partiti e i gruppi sul piano nazionale ed europeo, nonchè di favorire  un accordo politico sugli orientamenti fondamentali dell’integrazione europea».

Da questo organo è sorto infine il Partito Popolare Europeo: il 29 aprile 1976 il «Comitato politico» ha approvato il suo Statuto.

È lungo l’elenco dei democratici cristiani che con il loro lavoro hanno infuso vigore alle Istituzioni europee.

Il primo presidente dell’Assemblea comune per il carbone e l’acciaio è stato fino alla sua morte, avvenuta nell’agosto 1954, Alcide De Gasperi, mentre il primo presidente del Parlamento europeo competente per le tre Comunità è stato Robert Schuman. La serie viene completata dagli italiani Scelba e Colombo, dal tedesco Hans Furler, dal francese Alain Poher, dai belgi Jean Duviesart e Victor Leemans.

Inoltre, uomini politici democratico cristiani in seno alla Commissione europea, come i tedeschi Hallstein, Hellwig, von der Groeben, gli italiani Caron, Malfatti, Martino, Malvestiti, Scarascia-Mugnozza, Natali, Petrilli, gli olandesi Sassen e Lardinois, i belgi Coppe e Davignon, il lussemburghese Schaus, l’irlandese Burke, hanno contribuito al prestigio di questo organo collegiale.

I democratici cristiani, che in sette paesi europei si presentano alle elezioni europee appoggiati da più di 40 milioni di elettori e dunque in nome della politica nazionale da loro rappresentata, non guardano al passato, ma vogliono contribuire alla costruzione del futuro dell’Europa. Essi sono consapevoli dell’eredità trasmessa dai loro predecessori democratici cristiani. Essere democratico cristiano esclude la possibilità di essere antieuropeista. Dai democratici cristiani in quanto centro politico europeo dipenderà in misura determinante la realizzazione di quello che è l’auspicio dei cittadini. di costruire cioè un’Europa unita, integrata, indipendente, custode della pace all’interno e all’esterno, solidale.

 

 

N.B. Il dossier aveva come titolo “Elezioni a suffragio diretto del 1979. Documentazione sulla politica europea nell’ottica del Gruppo democratico cristiano (Gruppo del Partito Popolare Europeo) del Parlamento europeo”.

Rispetto al testo originale, tradotto in italiano, sono state apportate piccole correzioni (e anche un taglio, invero marginale, dovuto a difficile interpretazione). Si è scelto di fare così, chirurgicamente, per dare maggiore fluidità alla scrittura.

Si ringrazia l’amico Umberto Laurenti, dirigente all’epoca dei Giovani democratici cristiani europei e candidato proprio nelle elezioni del 1979, per aver recuperato e condiviso un documento di grande interesse sul piano storico, ma anche utile aI fini della battaglia politica di oggi.

L’elezione diretta del presidente del consiglio scardina l’impianto della Costituzione

Parlandone con diversi interlocutori dalle elezioni del settembre 2022, mentre io insistevo sul contrario, mi si obiettava che no, la riforma costituzionale non sarebbe stata una priorità del governo Meloni. Ma proprio in questi ultimi giorni la maggioranza che guida il Paese, Fratelli d’Italia in particolare, è passata dalle affermazioni di principio alle proposte di carattere concreto, specie per quanto riguarda il più decisivo dei mutamenti costituzionali: la forma di governo, con l’elezione diretta del presidente del consiglio dei ministri.

Su questa ipotesi vorrei fare una considerazione, e chiedo la tua ospitalità. “l‘Unità” infatti continua a essere nelle edicole mentre “Il Popolo”, che era il mio giornale, non lo è più, e non saprei a chi rivolgermi. Sai che nell’immediato dopoguerra i nostri due giornali stampavano nella stessa tipografia. “Il Popolo” pubblicava i titoli dei film in programmazione con affianco il giudizio del CCC, che era il Centro cattolico cinematografico. “L’Unità” per comodità pubblicava quegli stessi tamburini, e una volta un lettore scrisse al direttore per complimentarsi perché anche sui film, il giornale offriva i giudizi del…Comitato centrale comunista.

Ma questo è il passato, veniamo alla considerazione che desidero fare ai nostri giorni (senza la pretesa di somigliare ai ragionamenti del caro, e un po’ troppo presto dimenticato Ciriaco De Mita, proprio in circostanze come le attuali). La nostra, va ricordato, è una Costituzione rigida, che prevede all’articolo 138 un severo meccanismo di revisione: revisione, attenti alle parole che stanno scritte nella Costituzione. Revisione, dice il dizionario, è un esame teso a verificare il grado di efficienza di una certa soluzione data a un problema, e se è necessario migliorare tale soluzione.

Nell’immaginario popolare, nei fatti e nel dettato normativo, la nostra è una repubblica parlamentare. A sua volta l’impianto della Carta poggia su quattro organi costituzionali – Parlamento, Presidenza della Repubblica, Governo, Corte Costituzionale – parimenti ordinati fa di loro, collegati e interdipendenti uno dall’altro, in un sistema di pesi e contrappesi istituzionali che evitano il prevalere di un singolo organo sugli altri.

L’elezione popolare del presidente del consiglio scardina questo impianto: non intende migliorarlo, renderlo più completo rispetto al passato, lo sostituisce con un altro. E’ il passaggio dalla democrazia parlamentare alla democrazia presidenziale. Ma prima di entrare nel merito di questo passaggio, se sia migliore o peggiore, e ognuno legittimamente ha al riguardo le proprie idee, il punto è come debba avvenire questo passaggio che cambia la struttura democratica del Paese.

Basta l’articolo 138? Questo articolo è il penultimo della Costituzione. Il meccanismo di revisione che contempla, la doppia lettura, le maggioranze qualificate, l’eventuale referendum confermativo, riguarda tutto ciò che è scritto negli articoli precedenti. Ma dopo c’è la mannaia dell’articolo 139, l’ultimo: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.

Qual è la “forma repubblicana” della nostra Costituzione? È quella della  repubblica parlamentare. Tramite l’articolo 138, le revisioni possono avvenire dunque all’interno di questo perimetro, non fuori di esso. E la repubblica presidenziale è fuori di questo perimetro, è una forma alternativa, respinta a suo tempo dai costituenti.

Ecco il punto, insieme di merito e di metodo: come introdurre il presidenzialismo, se l’articolo 138 non ha il potere di farlo. La via maestra è un’assemblea costituente, non un semplice disegno di legge di revisione, o magari il passaggio attraverso una commissione bicamerale. Su una tale decisione i cittadini vanno chiamati prima, non a cose fatte. Articolo uno cost: “… La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

 

***

 

Titolo originale – Il piano della Meloni: sfasciare la costituzione (L’Unità -1 novembre 2023)

Le parole di Fioroni in ricordo di Rodolfo Gigli

“Con la scomparsa di Nando la politica viterbese perde un grande attore, un grande protagonista”.

Così Giuseppe Fioroni ricorda Rodolfo Gigli (per tutti Nando) nel giorno della sua scomparsa, con il quale ha condiviso molti momenti della sua carriera politica.

Addirittura prima che questa cominciasse, Gigli ebbe un’influenza sul percorso dell’allora giovane Fioroni: “Ricordo ancora un incontro tra lui e i miei genitori: dovevo cominciare la facoltà di medicina, che non volevo abbandonare per dedicarmi alla politica. Lui assicurò loro che non mi avrebbe chiesto di candidarmi fino alla laurea, rimarcando però che l’impegno politico a favore della città era un servizio cui le nuove generazioni non potevano sottrarsi. Così potei continuare il mio impegno politico nel movimento giovanile Dc continuando a studiare”.

Fioroni afferma che “la scomparsa di Rodolfo Gigli, dell’amico Nando, priva Viterbo, e non solo, di un uomo politico capace, competente, attento, un ottimo amministratore. Un figlio della Democrazia cristiana, che è stato l’unico, vero grande partito di cui ha condiviso valori, ideali, progetti, con senso di vera appartenenza e di convinta militanza”.

Gigli, continua l’ex ministro, “è stato un leader per la Dc della Tuscia e del Lazio, riconosciuto e apprezzato, un politico profondamente radicato sul territorio, che ha speso le sue energie per la crescita e lo sviluppo della terra di Tuscia. La sua vicenda umana e politica lascia una traccia indelebile, indimenticabile, nei cuori di tante donne e uomini della provincia di Viterbo, che hanno riconosciuto in lui un punto certo e sicuro di riferimento”.

Inoltre “ha vissuto la politica con passione e con slancio, non ha mai ceduto alla convenienza di occupare un posto o una posizione senza poter esercitare azioni concrete per la crescita e lo sviluppo della sua gente e della sua terra. Ha sempre detto con chiarezza quello che pensava e ha pagato anche politicamente la sua coerenza, la sua tenacia e la sua costanza. Anche nei momenti più difficili del suo impegno politico, non ha mai smesso di combattere per quegli ideali a cui la sua vita è stata improntata”.

Continua Fioroni: “Mi legano a lui tanti ricordi e un percorso comune di impegno, e soprattutto ha dimostrato con me la sua naturale propensione a lasciare spazio ai giovani, a investire su di loro, a considerarli una risorsa per l’impegno politico e per il bene comune. Credo che questa caratteristica di sapere riconoscere e facilitare i giovani che potevano dare un contributo al bene comune sia stata una delle sue caratteristiche principali, e per questo a lui va il mio sincero grazie”.

 

Titolo originale – Morte di Nando Gigli, Fioroni: “Un amico che sapeva investire nei giovani” (Il Corriere di Viterbo – 1 novembre 2023

 

 

P.S. I funerali di Rodolfo Gigli si svolgeranno oggi (giovedì 2 novembre) alle ore 14,15 nella basilica della Quercia (Viterbo).

Un errore sviluppa migliore conoscenza: sbagliando s’impara a non sbagliare.

Foto di Dariusz Sankowski da Pixabay
Foto di Dariusz Sankowski da Pixabay

Come acutamente osservava Oscar Wilde “esperienza” è il nome che siamo soliti assegnare ai nostri errori.

Questa attribuzione di significato intende ridimensionare il peso di uno sbaglio rispetto alla consapevolezza di aver comunque maturato un’esperienza che in qualche modo ci sarà utile in futuro.

Molto spesso ci rammarichiamo per cose che non avremmo dovuto fare o per parole che non avremmo dovuto dire: il senno di poi, si sa, è uno sport ampiamente praticato nell’immaginario collettivo.

Dovremmo però saper accettare con serenità il fatto che l’errore costituisce un passaggio quasi inevitabile in buona parte dei nostri comportamenti.

Si dice infatti che lo sbagliare è umano mentre diabolico è il perseverare.

Questo significa che dobbiamo far tesoro sui nostri errori, riflettere sulle opportunità per non ripeterli.

D’altra parte nella scienza, nella scuola, nella vita ogni apprendimento avviene per prove ed errori, per tentativi.

Siamo di fronte ad un problema e dobbiamo risolverlo, dobbiamo ad esempio scegliere un orario e un mezzo di trasporto per un viaggio, fare una telefonata, decidere un acquisto, impostare un’operazione algebrica, scrivere un tema.

Come affrontiamo l’impegno della nostra scelta? Utilizzando le risorse di esperienza che abbiamo a nostra disposizione e ragionando sulle conseguenze delle nostre azioni.

Può però capitarci di essere costretti ad una decisione affrettata, e di agire in modo intuitivo.

Ma anche se il procedimento adottato è conforme a criteri di ponderata valutazione possono intervenire altre variabili che non avevamo in un primo tempo considerato.

Non tutto può essere previsto, non tutto può essere spiegato, non tutto può essere compreso fin da subito.

Ci può perciò capitare di incorrere in un errore che possiamo verificare per tale solo a posteriori.

Compriamo un oggetto sbagliato, non calcoliamo le misure, andiamo fuori tema, dimentichiamo un dettaglio decisivo.

Non sempre la soluzione che diamo al nostro piccolo o grande problema è una soluzione soddisfacente o positiva.

L’importante è che ce ne rendiamo conto e che attribuiamo a quello sbaglio un significato apprenditivo, che possiamo cioè emendarlo con comportamenti successivi che in qualche modo lo correggano e non lo ripetano.

Se la scuola applicasse questo criterio di valutazione rispetto agli apprendimenti degli alunni – specie nei primi anni di studio – riuscirebbe ad utilizzare l’errore in chiave didattica, rafforzando ad esempio le capacità di riflessione e sviluppando la motivazione e l’autostima che sono la vera chiave in grado di aprire la porta dell’impegno e dell’applicazione.

Per fare questo occorre concedere all’alunno tutto il tempo necessario per capire “dove” ha sbagliato, per rendersi conto che la correzione non è una punizione ma un aggiustamento, un aiuto, un sostegno.

Il senso dell’educazione non consiste nella valutazione come giudizio ma come consiglio, supporto, indirizzo,guida.
Se l’alunno trova un contesto dove i suoi errori sono più corretti che sanzionati va a scuola più volentieri e apprende con più motivazione.

Sbagliando si impara a non sbagliare.

La triste metempsicosi della Dc secondo la visione di Rotondi

L’intervista di ieri su formiche.net permette di capire la griglia dei ragionamenti che portano all’ennesima variazione sul tema ad opera di Gianfranco Rotondi, reduce dall’ultima sconsacrazione della Saint Vincent di Carlo Donat-Cattin. Il tema, facilmente intuibile, è la riformulazione della politica che fu della Dc, con l’ampio consenso da essa raccolto in cinquant’anni di storia repubblicana; la variazione è più semplice e disarmante, consistendo nell’attitudine a mimetizzarsi, con il mutare delle circostanze, nel moto di una destra proteiforme. Una volta il riferimento era Berlusconi, ora invece è la Meloni: cambia il linguaggio – ieri tornava comodo parlare di centro essendo Forza Italia il contenitore elettorale del centrismo moderato – ma non la natura della subordinazione a un blocco di potere inconciliabile con la migliore tradizione democristiana.

La novità diventa perciò il prodotto di uno slittamento semantico, finora mai tentato, che Rotondi propone come inveramento del centro nella destra. Dice infatti a riguardo di questa fantasmatica evoluzione: “La risposta viene dal bellissimo messaggio inviato da Giorgia Meloni al nostro convegno di Saint-Vincent: lei dice che “è riduttivo definire la Dc il Centro, essa era il blocco che si opponeva alla sinistra”. Ecco, è questo il punto: la Dc non è mai stata il Centro, inteso come terzo polo. È stata il primo polo, anzi il primo partito per decenni. Chiunque cerchi numeri marginali è fuori dalla eredità democristiana che esige numeri importanti”. Insomma, il De Gasperi antifascista che non volle nel partito rifondato neppure il clerico fascista pentito Egilberto Martire, su cui ha scritto una ricca e istruttiva biografia il vescovo Sorrentino, sarebbe l’antesignano di una politica organizzata e gestita in chiave di esclusiva lotta contro la sinistra.

L’erede di Sullo, come volentieri ama Rotondi presentarsi, dimentica che De Gasperi rifiutò dopo il 18 aprile di formare un governo monocolore perché interessato strategicamente a coinvolgere la sinistra democratica e l’area laico progressista, rappresentate in quella fase storica dai socialdemocratici e dai repubblicani, dando al suo centrismo il carattere di argine non solo verso il Fronte popolare (comunisti e socialisti) ma anche verso la destra (monarchici e neo fascisti del Msi). Come possa concepirsi un simile snaturamento della storia democristiana, anzitutto per il suo connotato ideale e programmatico, è dunque l’aspetto più problematico e inquietante di questa trasmigrazione nel nuovo mondo della destra post berlusconiana.

Tutto sembra ridursi a un affare di numeri. Anche in questo caso la versione di Rotondi è un inno al machiavellismo fai-da-te: “…la destra italiana nella Prima Repubblica – dice sempre nel colloquio con formiche.net – aveva circa il cinque per cento, nella Seconda superava di poco il dieci. Una lista che sfiora e oggi supera il trenta per cento cosa è se non “il partito italiano”, come Giovagnoli chiama la Dc? Non a caso io non voglio fondare il Centro, ma una nuova casa della cultura prima che della militanza democristiana. Questo partito sarà un interlocutore e un aiuto, speriamo, anche per il lungo cammino di Giorgia Meloni”. Dunque, una cultura che poggia sulla constatazione degli equilibri di forza dovrebbe in sostanza dare forza alla destra di governo: un corto circuito senza scampo, inadatto a qualsiasi proposizione di valore, esiziale per una giusta memoria dell’esperienza, lunga e complessa, condotta dai democratici “d’ispirazione cristiana” nel corso della seconda metà del Novecento.

In conclusione, scegliere la destra è atto opinabile ma legittimo; farne la conseguenza di una tradizione, dopo averla deformata e immiserita, assume il connotato di un arbitrio. Nemmeno Del Noce, spesso citato dagli intransigenti che aborrono la sinistra, aderirebbe alla formula di una convenienza eretta a modello di virtù politica, essenzialmente per fare da corona alla Meloni. Rotondi dovrebbe rileggersi il discorso di Sullo – proprio lui – al congresso di Napoli del 1962, quello in cui Moro condusse la Dc alla scelta coraggiosa del centro-sinistra, perché vi troverà molti spunti ancora validi per articolare le ragioni di una politica di progresso e di giustizia per mano dei cattolici democratici. E allora, che cosa si può aggiungere? Nulla. C’è solo un abisso di alterigia e confusione nella vagheggiata metempsicosi di una Dc che appare, nel sogno di Rotondi, tristemente ricongiunta al corpo della destra.

L’ultimo discorso di Visco, in Banca d’Italia inizia l’èra Panetta.

Foto di Nattanan Kanchanaprat da Pixabay
Foto di Nattanan Kanchanaprat da Pixabay

[…] Dobbiamo soprattutto evitare di ripetere gli errori commessi in passato quando il nostro sistema produttivo si fece trovare impreparato dinanzi ai grandi cambiamenti portati dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica. Per questa ragione investire è essenziale non solo per colmare le lacune pregresse, ma anche per essere pronti a cogliere le opportunità delle prossime “rivoluzioni” climatiche e digitali. Solo per questa via potremo tornare a crescere in modo stabile, lungo una traiettoria equilibrata e sostenibile capace di innalzare i livelli di occupazione e ricondurre la produttività su un trend crescente. Ciò consentirà di far aumentare anche le retribuzioni e dare giusta tutela al lavoro, in particolare delle più giovani generazioni, ed è questa, peraltro, la via principale per tutelare il risparmio. A lungo andare la sua remunerazione non può che dipendere dalle prospettive economiche di medio e lungo termine.

Il conseguimento di tale obiettivo non è responsabilità unica del Governo, è un’opera collettiva; ma la politica economica ha il compito di definire la cornice adeguata, fornire incentivi e rimuovere i freni all’attività produttiva, accrescere e mantenere elevata con opportuni investimenti la qualità delle infrastrutture pubbliche. Dal canto loro, imprese e famiglie, con al loro servizio un’intermediazione finanziaria equilibrata e attenta, devono essere pronte a investire per cogliere le occasioni offerte dal mercato e dalle nuove tecnologie.

Si tratta di un interesse comune, e di questo bisogna essere tutti consapevoli; tutti devono contribuire al cambiamento ricercando nuove e maggiori competenze. Da questo dipendono la sostenibilità dello sviluppo economico e sociale, la capacità di tutelare gli equilibri ambientali e di creare lavoro. Vanno poste in atto le condizioni affinché il risparmio, non solo nazionale, possa trovare in Italia adeguati sbocchi negli investimenti privati; così pure le risorse pubbliche, comprese quelle europee, vanno impiegate per porre solide basi per il ritorno su un sentiero stabile di crescita sostenuta.

Si tratta quindi, ricordando il Candide di Voltaire, di “coltivare il nostro orto” (“il faut cultiver notre jardin”). Ma nell’attuale contesto mondiale, in un mondo che di certo non è “il migliore dei mondi possibili”, è improbabile che possa bastare. È difficile comprendere oggi tutte le possibili conseguenze delle tensioni geopolitiche, che non accennano ad attenuarsi. Gli equilibri internazionali sono da tempo oggetto di riflessione, riflessione resa necessaria e guidata dai gravi shock che si sono susseguiti nell’economia mondiale negli ultimi quindici anni, nonché dai graduali cambiamenti di ordine demografico, economico e politico nei paesi avanzati e in quelli emergenti. La pandemia, la guerra in Ucraina e, ora, i drammatici eventi in Medio Oriente potrebbero deviare il corso di questo ripensamento e accrescere il rischio di una migrazione verso un mondo sempre più diviso in blocchi, con minori movimenti non solo di beni, servizi e capitale finanziario, ma anche di tecnologie e idee.

Il pericolo è grave. Non soltanto perché un mondo aperto è un formidabile motore per la crescita economica e per il contrasto della povertà, ma anche perché le grandi sfide che abbiamo di fronte non possono essere superate se non con un impegno crescente di tutti i principali attori politici, economici e finanziari a livello globale. Dunque è giusto tenere la casa in ordine, porre le condizioni per un ritorno duraturo a tassi più alti, ed equilibrati, di crescita dell’economia nazionale; è però oggi cruciale contribuire, a tutti i livelli, a salvaguardare, in tutti i modi in cui è realisticamente possibile, la cooperazione internazionale, mantenere vivo, riducendone le imperfezioni, il sistema multilaterale degli scambi, operare per la condivisione più diffusa possibile dei valori e dei principi fondanti della convivenza pacifica tra le nazioni.

Tale contributo va dato in primo luogo in Europa, della cui Unione siamo tra gli artefici principali. Oggi dobbiamo fare la nostra parte per completarne l’architettura istituzionale e migliorarne la governance. Non si tratta solo di dare un contributo politico o tecnico in una direzione o nell’altra; si tratta di accrescere la fiducia reciproca, lavorare insieme per un mondo veramente migliore. Un’Europa più forte e più unita, del cui progresso il nostro paese condivide la responsabilità, è la migliore assicurazione contro i grandi cambiamenti geopolitici in corso, la premessa ineludibile per far fronte con successo alle sfide globali che abbiamo di fronte. In ultima istanza è da questo che dipendono, insieme con l’impegno a fare al nostro interno ciò che si deve, la difesa del risparmio di cui qui oggi celebriamo la giornata, il suo impiego efficace nelle attività produttive, il ruolo cruciale che esso riveste per uno sviluppo sostenibile ed equo.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2023/Visco-Acri-31.10.2023.pdf

Perché Dossetti non è stato e non è cattocomunista

Dossetti è stato uomo tollerante, pur essendo dichiaratamente antifascista e anticomunista. Era, tuttavia, aperto al dialogo con tutti coloro i quali ritenevano di potere dare un contributo alle riforme in grado di garantire più giustizia sociale. In quest’ottica ha certamente accettato il confronto con le sinistre per piegare le resistenze dell’Italia del privilegio e della demeritocrazia.

Criticava i suoi amici della Dc, perché chiudendosi a ogni confronto con le sinistre, di fatto abilitavano questa parte dello schieramento politico ad avere una posizione egemonica con riferimento alle politiche tendenti a rendere il Paese meno diseguale. Contemporaneamente occorre rilevare che non ha mai pensato di stabilire un asse politico con le sinistre, ma di creare di volta in volta possibili convergenze sulle riforme di cui il Paese aveva bisogno.

Non è stato mai, come qualcuno l’ha definito, una sorta di profeta del cattocomunismo, se per cattocomunista si indica un individuo che per tendenza al compromesso, al quieto vivere, mira a conciliare due dogmatismi, a farli incontrare e al solo fine di trarre da ciò delle utilità politiche. Riteneva che i partiti non dovessero mai diventare delle chiese e che la Chiesa non dovesse mai diventare un partito. Non era sicuramente attratto dall’idea, coltivata dai cattocomunisti, che dei partiti-chiesa dovessero trovare delle convergenze tra loro, per realizzare utili compromessi sulle grandi questioni che riguardano l’interesse nazionale. Voleva che partiti conservassero una precisa identità, che non assumessero identità variabili, insomma che non perticassero l’indifferentismo identitario.

Il partito che sognava era un partito in grado di promuovere uno stato cristiano-sociale, che avesse come base teorica il pensiero di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier. E voleva uno Stato che riconoscesse la centralità della persona umana, salvaguardandone la dignità in tutte le forme possibili. Non pare esserci alcuna contiguità tra questa aspirazione di Dossetti e il catto-comunismo conosciuto negli anni della prima Repubblica. Non pensava, come poi spiegheranno i catto-comunisti nella fase di crisi della prima Repubblica, che un cattolico progressista dovesse optare per una scelta politica e programmatica di tipo comunista, accettando la gran parte del pensiero marxista. Ecco perché Dossetti non ha nulla a che vedere con il catto-comunismo di chi ha cercato abusivamente di impossessarsi della sua eredità.

 

 

Per leggere il testo integrale

 

 

Salvo Andò, socialista, più volte deputato, ha ricoperto l’incarico di Ministro della Difesa nel primo governo Amato (1992-1993).

Alle persone coinvolte nel caso Soumahoro non resta che confidare nell’ingiustizia

Le cose stavano dunque nel modo sospettato mesi addietro dagli inquirenti. “Quel pasticciaccio di via Merulana” ancora oggi, in confronto, sarebbe un cruciverba per bambini. Le acque appaiono confuse, così anche la geografia della situazione e l’uso corretto delle consonati.

Il Caribù è un animale erbivoro, un simpatico ruminante che rigurgita dopo un po’ quello che ha ingerito per poi rimasticarlo. Non vive in Africa ma nelle zone artiche. Circondato dalla neve, usa il rumore delle ginocchia per comunicare con i propri consimili. Quando sono addomesticati sono più comunemente chiamate renne. In ogni caso a causa del clima si stanno estinguendo.

In provincia di Roma e Latina fa ugualmente freddo, quello da far battere non le ginocchia ma i denti ai migranti accolti nelle cooperative Karibù e Aid, gestite dalla suocera e dalla moglie dell’on. Soumahoro, che avrebbero dovuto assicurare accoglienza ai giovani richiedenti asilo.

E’ emerso, più che un progetto di speranza, il fatto che abbiano patito la fame, tenuti assai oltre la linea dello stecchetto. Ogni tanto un po’ di riso, più che altro per mano di qualche assistente che di propria tasca ha provveduto generosamente a ciò che è mancato. Niente vestiti, riscaldamenti rotti e nessuna coperta sono la chiusura del cerchio.

Del resto non dovrebbero lamentarsi. Non si può pretendere che li si accontenti con i licheni che in quelle zone non crescono. Al freddo oltretutto dovrebbero essere ferrati. Se sono stati costretti a lavorare senza essere pagati non è che un dettaglio, come quello di essere arabi, tunisini e algerini, un paio di metri sotto l’artico.

Se i soldi non arrivano dal Ministero dell’Interno è difficile fronteggiare la situazione, sosterrebbero legittimamente i responsabili delle cooperative. Da qui la difficoltà di pagare i dipendenti e provvedere per come si deve ad ogni altra necessità.

Sembra che altri fondi sono sospettati di aver preso la strada verso istituti di credito del Ruanda, per avviare attività di ristorazione oltre a qualche comprensibile umano capriccetto da levarsi.

Il processo accerterà le definitive responsabilità.

Come da giornali, si apprende che le cooperative sono state gestite dalla moglie e dalla suocera del deputato Soumahoro che, a difesa della propria onorabilità, in passato ha preannunciato querele contro chiunque tentasse di speculare sulla vicenda tentando di lederla.

Ora le due donne sono state poste agli arresti domiciliari. Soumahoro ha pertanto dichiarato di confidare nella legge. Parafrasando Flaiano potremmo dire che alle eventuali responsabili del reato contestato non resta che confidare piuttosto nella ingiustizia.

Lascia perplessi la giustificazione giocata in anticipo per cui “nonostante il rapporto affettivo” con la moglie e la suocera non sapesse nulla della conduzione delle Cooperative e delle difficoltà in corso.

Far correre la parola in famiglia è un ingrediente da non trascurare per la cura delle buone relazioni. Almeno con la moglie è auspicabile un rapporto più consistente del buongiorno e buonasera tra semplici conoscenti.

Dovrebbe sapersi, con l’esperienza in materia, che essere “stranieri” né fuori casa e tanto meno dentro casa non giova all’armonia.

Anche la Polverini, al tempo Presidente della Regione Lazio e dello scandalo Fiorito, si difese dicendo che non aveva idea cosa accadesse dalle sue parti.

Il mondo della politica e delle istituzioni ama talvolta la lettura di “Alice nel paese delle meraviglie”.

Questo puntuale senso di sorpresa lascia trasecolate possibilità di commento. Cadere dal pero può sempre lasciare qualche livido ai danni dell’inavveduto.

Se i fatti fossero confermati c’è da restare con la stessa bocca aperta di quelle degli ospiti del centro di accoglienza che chiedevano qualcosa in più da mettere nello stomaco. Aperta sarebbe la bocca della ingordigia delle presunte colpevoli.

Soumahoro, per la sua manifesta incapacità di conoscere almeno ciò che lo circonda, quel minimo di fatti della moglie e della suocera, dovrebbe avere la sensibilità di dimettersi per un profilo di opportunità che fa rima con dignità.

Ora è iscritto al Gruppo Misto della Camera dove gli sarà ancora più impegnativo vedere chiaro nelle cose e mettere a fuoco le identità, riconoscere i fatti e chiamarli per nome.

Gruppo è un insieme di persone, tutte distinte ma riunite insieme per formare un unicum. Saprà districarsi anche in un ambito così complesso.

Il “Misto” comporta un lavoro ancor più arduo per raccapezzarsi su un minimo comune denominatore, dove anche lì corri il rischio di non sapere bene dove sei e cosa fare

Anni fa in un Carosello, pubblicizzando un certo “brodo” il protagonista del fumetto che stava per essere sanzionato da un vigile per una infrazione commessa, si giustificava dicendo: “Mi non so, son forestiero, per me tutto va ben”. Sarà così.

Una precisazione: Caribù non si scrive con il “K”.

 

Politica contro terrorismo per non cadere nella trappola di Hamas

A poco meno di un mese dalla esecrabile strage compiuta da Hamas sui civili israeliani, e dalla prevedibile risposta israeliana con conseguenze inenarrabili sulla popolazione della Striscia di Gaza, sembra esservi per ora un solo vincitore. Quello costituito dal partito degli opposti estremismi (di varia natura, politici, economici, religiosi) che strumentalizza le ragioni di due popoli con uguale diritto all’esistenza per obiettivi che li trascendono, in una partita a cerchi concentrici, nella quale la contesa tra palestinesi e israeliani e quella per gli equilibri del Medio Oriente si inseriscono nel quadro di una più ampia mancanza di accordo su una nuova governance globale.

Il concreto obiettivo che perseguono i vari, e talvolta insospettabili, finanziatori di Hamas è quello di impedire in ogni modo un accordo di pace tra Israele e Palestina che farebbe da modello a un accordo globale incentrato sul ritorno al principio ottocentesco dell’equilibrio delle potenze ma in chiave multipolare, preferendo ad esso una guerra che, come da un decennio ci ricorda Papa Francesco, è già divenuta mondiale e rischia di proseguire per decenni.

In questa prospettiva ci invita a guardare anche Dominique de Villepin, ex primo ministro e ministro degli esteri di Chirac, che si conferma per la lucidità dei suoi giudizi, una sorta di Kissinger europeo. Nella sua ultima intervista al canale BFMTV dello scorso 27 ottobre de Villepin ha messo in guardia l’Occidente dal non cadere in quella che ha definito una “triplice trappola” preparata da Hamas. 

La prima trappola è quella di aver innescato una spirale di militarismo, avendo sferrato il 7 ottobre un attacco volto a produrre il massimo orrore in modo da spingere Israele a una reazione oltremisura e ottenere che tutto il mondo vedesse le conseguenze umanitarie su Gaza della risposta di Israele.

La seconda trappola di Hamas, ha avvertito de Villepin, è “quella dell’occidentalismo”. Mira a fare scattare “l’idea che l’Occidente, che per cinque secoli ha gestito gli affari del mondo, potrà continuare a farlo”. Ma visto che il mondo attuale è nei fatti già divenuto multipolare, significa fare cadere l’Occidente nell’illusione di credersi ciò che non è più, in modo che scelga le risposte sbagliate da dare.

Infine, la terza trappola di Hamas denunciata dal politico francese che al Consiglio di Sicurezza ONU si oppose all’invasione americana dell’Iraq, è quella del moralismo. Far fare all’Occidente un massiccio esercizio di doppio standard, che è una delle cose più invise agli occhi del resto del mondo, nella valutazione di situazioni simili, che si tratti di guerre o di diritti umani, in modo da far perdere ulteriore credito alle sue posizioni.

In una parola Hamas persegue la strategia della polarizzazione globale, dello sconto di civiltà. Un obiettivo che rischia di tentare anche quelle frange estremiste occidentali, purtroppo non solo nella destra estrema, ostili al multipolarismo, che accarezzano l’idea che ormai sia rimasta solo la guerra per prolungare la plurisecolare egemonia occidentale su un mondo che va verso un policentrismo politico, economico e culturale.

La sfida, dunque, appare quella di non fare il gioco di Hamas nonostante l’effetto di polarizzazione sconfinante nella tifoseria sia stato già ampiamente ottenuto nell’opinione pubblica. Rilanciando la consapevolezza che non sarà l’uso massiccio e indiscriminato delle armi a produrre la pace e a garantire la sicurezza, ma solo un cessate il fuoco che è urgente e propedeutico al rilancio della soluzione a due stati. E che occorre operare per ridurre le tensioni e gli altri fronti di guerra nel mondo e non isolarci da nessuno sulla scena internazionale, nemmeno dalla Russia, come invita a fare lo stesso De Villepin, perché in ultima analisi non sono che fronti diversi di una medesima guerra globale “a pezzi”. Alla base di quasi tutti i conflitti in corso, dal Sudan, all’Etiopia, all’Ucraina vi è il nodo irrisolto di un risconoscimento reciprocamente soddisfacente fra le potenze di questo secolo.

Di fronte a una destra che anche nel nostro Paese ha ripreso a cavalcare irresponsabilmente il tema dello scontro di civiltà, cosa che fra l’altro stride con le posizioni molto misurate del presidente del Consiglio Meloni, di ministri come Tajani e Corsetto, il centro, soprattutto quello di matrice popolare, ha la possibilità, come in parte sta già facendo, di introdurre nel dibattito politico un contributo di equilibrio e di lungimiranza per un futuro che vogliamo diametralmente opposto a quello per cui lavorano le centrali del terrorismo come Hamas, e i nemici del multipolarismo ovunque essi si collochino.

Il premierato della Meloni può generare conflitti tra potere e responsabilità

Secondo le ultime indiscrezioni pare che il testo sul premierato in corso di esame presso il Governo comprenda cinque articoli.

Con il primo si eliminerebbero i senatori a vita, resterebbero solo come componenti non elettivi gli ex Presidenti della Repubblica. La soluzione puntuale adottata è difendibile, ma non sembra affatto essere una priorità, considerando soprattutto che il testo non affronta invece le obiettive priorità per rendere l’ordinamento più simile alle altre democrazie parlamentari: una sola Camera che dia la fiducia, il rapporto fiduciario col solo Premier, l’inserimento della proposta di revoca dei ministri, la proposta di scioglimento in caso di sconfitta sulla fiducia. Ossia non si riconoscono al Premier elettivo un insieme ragionevole di poteri che sono assegnati ai Presidenti del Consiglio non elettivi. Un’evidente incoerenza, una scissione tra potere e responsabilità, che crea le premesse per gravi conflitti istituzionali. Sembra quasi che ci si attenda che in forza della sola elezione diretta il Premier possa impadronirsi di fatto di poteri che non gli sono invece attribuiti di diritto.

L’articolo 2 eliminerebbe la possibilità di sciogliere una sola Camera, che è sempre stato un caso di scuola dal 1963 (da quando se ne equiparò la durata), ma a questo punto a che fine tenere due Camere che danno la fiducia?

L’articolo 3 inserirebbe un’elezione diretta del Premier agganciata alla scelta di una maggioranza e costituzionalizzerebbe un premio del 55 per cento dei seggi, senza però costituzionalizzare anche una soglia minima per la sua assegnazione, come richiesto dalla Corte costituzionale, lasciando i dettagli alla legge ordinaria. Qualora si ritenga ragionevole, ed è una delle soluzioni possibili, questa scelta di predeterminare un numero di seggi abbastanza distante dai quorum di garanzia, non si può non costituzionalizzare anche nel contempo una soglia minima in voti, altrimenti vi è un rischio di squilibrio. 

Strano Paese quello in cui per i sindaci occorre il cinquanta per cento dei voti più uno per avere il premio e invece per il Premier non ci sarebbe alcun vincolo costituzionale, ma solo una scelta discrezionale del legislatore. È peraltro quanto mai dubbio che anche questa formulazione posta in Costituzione possa evitare una declaratoria di incostituzionalità della Corte per l’assenza della soglia.

L’articolo 4 prevederebbe anzitutto per il Governo espresso dal Primo Ministro neo-eletto un doppio passaggio parlamentare di fiducia iniziale; in caso di doppio esito negativo, altamente improbabile vista la maggioranza garantita, si andrebbe al voto anticipato. In tutti casi di cessazione del Primo Ministro dalla carica ci potrebbe essere, in alternativa allo scioglimento, un secondo Governo guidato da un parlamentare della maggioranza elettorale che si presenterebbe alle Camere ma solo per proseguire il programma precedente. Si è qui evitata la rigidità prospettata in precedenza di una continuità della medesima maggioranza, tuttavia il parametro della continuità di programma appare alquanto evanescente. 

Che significa ad anni di distanza la continuità di programma? Qui però il nodo è a monte: se si sceglie un’elezione formalmente diretta si è poi costretti a trovare forme più o meno rigide e confuse, mentre invece un’inidicazione che non fosse un’elezione diretta consentirebbe una flessibilità ragionevole, come la richiesta dell’elezione parlamentare di un nuovo Premier a maggioranza assoluta dei component per evitare lo scioglimento.

L’articolo 5 prevederebbe l’entrata in vigore con le prossime elezioni.

In conclusione non si capisce perché non si sia adottato un modello molto più semplice: una legge elettorale a dominante maggioritaria, anche costituzionalizzandone il principio insieme ad una soglia in voti per ottenerlo, e, al di sopra di esso, la semplice trasposizione delle norme costituzionali tedesche.

Per di più non si capisce perché un testo non debba nascere già in partenza da uno sforzo comune in Parlamento, anziché da una volontà di matrice solo ed esclusivamente governativa, esattamente come accadde a quello bocciato nel 2005-2006.

 

Stefano Ceccanti, costituzionalista, è stato parlamentare del Partito democratico. 

[Il testo qui proposto appare sul sito dell’autore]

Le riforme istituzionali esigono il rispetto di principi e valori fondamentali

C’è un antico monito di Carlo Donat-Cattin che, quando si parla di riforme istituzionali – e, soprattutto, costituzionali – conserva una straordinaria attualità e modrernità. Ovvero, diceva il vecchio Donat, “per capire cosa pensa un partito delle riforme istituzionali, è appena sufficiente verificare come quel partito pratica la democrazia al suo interno”. Una osservazione semplice ma inattaccabile. Del resto, è l’esperienza storica che conferma quell’assunto. Quando, cioè, prevalgono partiti personali, partiti del capo, partiti del leader o partiti proprietari, diventa francamente difficile, se non addirittura impossibile, pensare che possono decollare riforme autenticamente democratiche, profondamente rispettose delle indicazioni costituzionali e delle scelte del cittadino/elettore.

Ora, al di là della legittima propaganda – ma che tale resta – della sinistra massimalista e radicale della Schlein e dei populisti dei 5 stelle, è indubbio che su questo versante la politica, le culture politiche i partiti si giocano ciò che resta della loro credibilità. Dc la proposta e il progetto sul profilo e sulla natura delle istituzioni democratiche, checchè se ne dica, rappresentano pur sempre un tassello importante, se non essenziale, della carta di identità di un partito. E proprio la cultura popolare e cattolico democratica, su questo versante, non può essere ambigua o reticente. Infatti, sulla forma e la concezione della democrazia si è storicamente contraddistinta la visione dei cristiani impegnati in politica. Attorno ad alcuni caposaldi costitutivi: e cioè, democrazia rappresentativa, centralità del Parlamento, bilanciamento dei poteri, ruolo di garanzia del Presidente della repubblica, stabilità dei governi, cultura delle alleanze e pieno riconoscimento del pluralismo. Principi cardini che, come ovvio, non sono dogmi infallibili e che vanno governati e spalmati nelle singole fasi storiche attraverso il ruolo della politica e la concreta azione dei partiti. Certo, si tratta di perni attorno ai quali ruota la concezione dello Stato, il profilo della democrazia e il ruolo delle istituzioni. Il tutto, com’è altrettanto evidente, se vogliamo essere coerenti con la cultura e la tradizione popolare, si deve coniugare con il sistema elettorale proporzionale che era, e resta, lo strumento decisivo per garantire la personalità dei singoli partiti e delle rispettive culture politiche e, al contempo, per garantire sino in fondo la natura plurale del nostro sistema politico.

Ecco perché, al di là della propaganda spicciola e demagogica, sulla riforma delle istituzioni tutto si tiene. Ovvero, servono partiti democratici e collegiali, istituzioni che non vengono affidate all’uomo della provvidenza di turno, garanzia di indipendenza per i singoli poteri ed evitare, infine, plebiscitarismi di ogni genere che sono sempre, come si ricordava nella prima repubblica, l’anticamera di una ‘torsione autoritaria’ del sistema democratico. Ma il tutto si può fare, e si deve fare, se abbiamo anche partiti che praticano seriamente, senza solo predicarlo, la democrazia al proprio interno. Come, appunto, ricordava Donat-Cattin alla fine degli anni ‘80 all’interno del “partito italiano” per eccellenza, la Democrazia Cristiana.

Enrico Mattei, intraprendenza e lungimiranza: l’italiano che sfidò il mondo.

Mentre mi trovavo immerso nelle mie attività lavorative, tra un convegno sindacale e una formazione, ho sentito il bisogno di riflettere su una figura che ha segnato profondamente la storia italiana: Enrico Mattei. Per molti, come me, rappresenta una figura paterna, quasi uno zio dal volto gentile e rassicurante. Eppure, nonostante il suo impatto, troppi in Italia non sanno chi fosse veramente.

Nell’autunno del 1962, la tranquilla città di Pavia divenne, suo malgrado, protagonista di un tragico episodio. Il bireattore di Enrico Mattei, l’innovativo presidente dell’ENI, precipitò in circostanze misteriose. Anche se la giustizia, nel 2003, non ha individuato colpevoli, le prove suggeriscono che non si trattò di un mero incidente.

Mattei non era un uomo comune. Rappresentava l’ambizione di un’Italia che aspirava a sfidare i colossi energetici mondiali, a creare alternative ai monopoli e a illuminare il cammino per l’Africa. Se avesse realizzato la sua visione, l’equilibrio globale avrebbe danzato al ritmo dell’Italia, e il nostro Paese avrebbe potuto essere un punto di riferimento per le nazioni emergenti.

Durante gli anni bui della Resistenza, Mattei si schierò con la Democrazia Cristiana, lottando con ardore nelle brigate cattoliche. Al termine del conflitto, gli fu affidato il compito di liquidare l’AGIP. Ma Mattei aveva una visione diversa: sotto la sua guida, l’AGIP scoprì vasti giacimenti di metano, trasformando l’Italia in una nazione riscaldata dal gas.

Nel 1953, con l’energia del Paese nelle sue mani, Mattei aveva un obiettivo chiaro: rendere l’Italia indipendente dal punto di vista energetico. Non temeva le “sette sorelle”, le grandi compagnie petrolifere. Stabilì rapporti con paesi lontani, siglando accordi vantaggiosi. Sognava un futuro in cui l’Italia potesse dialogare direttamente con i produttori di petrolio. La CIA lo fece controllare per trovare “falle”, in USA si meravigliarono: Mattei non lavorava per arricchirsi ma solo per il Paese.

Per realizzare questo sogno, Mattei non esitò a mettersi in gioco: costruì alleanze politiche, cercò il sostegno dei media e fondò il quotidiano “Il Giorno”. Ma il suo cammino fu interrotto da troppi ostacoli e, con la sua scomparsa, svanì anche il sogno di un’Italia autonoma dal punto di vista energetico.

In ricordo di Enrico Mattei, mi sento onorato di considerarmi un suo “nipote” spirituale. Grazie, Enrico, per averci mostrato la via.

Marco Pugliese, docente e giornalista economico 

Lasciamo ai giovani il compito di dare continuità ai valori del popolarismo

Caro Francesco, cari amici, 

un impegno privato non mi consente di partecipare a questa vostra iniziativa. Del resto, come sapete, mi tengo a una certa distanza dall’attività politica. Sapendo, peraltro, che molti dei miei simili hanno un così grande piacere di starvi dentro da indurmi a un’ulteriore forma di discrezione per un riguardo a loro. 

Detto questo, penso invece che ci sia un gran bisogno di riflessione. E soprattutto di quel tipo di riflessione che fa i conti con la storia e scava in profondità alla ricerca delle nostre ragioni più antiche e più vere. È questo il lavoro che è più utile fare e mi pare che la vostra iniziativa si collochi appunto su questo versante. 

Troveremo strada facendo quei giovani che dovranno interpretare a modo loro, secondo l’estro del loro tempo e della loro generazione, la possibile continuità della nostra ispirazione popolare e democratico cristiana. 

Con questo spirito ci tengo a manifestarvi tutto il mio apprezzamento. E anche, per quanto posso, la mia vicinanza ideale.

 

NOTA

Può essere utile un inquadramento storico. L’iniziativa ricordata nel convegno di ieri fu assunta dopo lo sbarco degli Alleati e l’armistizio dell’8 settembre 1943. Ne fu protagonista Salvatore Aldisio, ex deputato del Ppi, il quale fece il seguente appello per chiamare i siciliani alla lotta contro le manovre dei separatisti:

 

«Siciliani, di fronte a tendenze che, nel momentaneo disorientamento, vorrebbero staccare la nostra isola dalla Patria italiana, noi affermiamo la nostra fede nell’unità d’Italia, realtà storica compiuta anche dall’eroismo dei nostri Padri, che vollero una l’Italia, alla quale il popolo siciliano si sente legato, soprattutto in questa grave tragica ora, da vincoli si sangue e di storia. Siamo però, ricollegandoci alla nostra tradizione e al nostro programma, autonomisti e regionalisti, perché a uno Stato accentratore vogliamo sostituire un’organizzazione statale decentrata, nella quale tutte le regioni d’Italia possano trovare condizioni migliori per il loro libero sviluppo. Sosteniamo quindi la creazione dell’Ente Regione, con larghe autonomie ed un razionale decentramento industriale».

 

Link per la video registrazione su Facebook

https://fb.watch/n_wr_DrK4K/

Magi stronca il progetto di Terza Repubblica della premier Meloni

“Giorgia Meloni oggi ha detto che con la sua riforma costituzionale porterà l`Italia nella Terza Repubblica. Noi crediamo che il disegno complessivo di modifica della Costituzione che questa destra vuole realizzare sia spaventoso e al contempo sconclusionato”. 

Lo scrive sui suoi canali social il segretario di Più Europa Riccardo Magi. “In poco più di un anno, e nonostante gli ampi numeri che lo sostengono, questo governo ha già di fatto soppresso il Parlamento. La selva di decreti legge totalmente eterogenei per materia e di voti di fiducia ha portato a un esautoramento della democrazia parlamentare, sotto lo sguardo passivamente complice dei presidenti di Camera e Senato. 

“In maniera grottesca – sottolinea Magi – sono persino arrivati a vietare gli emendamenti alla loro stessa maggioranza, trasformando deputati e senatori in passacarte. Non è un dettaglio: è una aperta violazione dell`articolo 67 della Costituzione. Ma a Giorgia Meloni non basta, con il cosiddetto premierato vorrebbe accentrare tutti i poteri su di sé, esponendo la democrazia parlamentare a pericolosi conflitti tra istituzioni”. 

“Con questa riforma, il ruolo del Presidente della Repubblica finirebbe per essere gravemente ridimensionato, a detrimento del suo ruolo di garante della Costituzione. E non ci bastano le goffe rassicurazioni del ministro Casellati. In pratica un Paese senza alcun equilibrio tra poteri, quindi senza cintura di sicurezza democratica per bilanciare la figura del premier. Una deriva pericolosa che va fermata e ci sarà bisogno della mobilitazione di tutti: non consentiremo a Giorgia Meloni di trasformare l`Italia nell`Ungheria di Orban”, conclude Magi.

Fonte: Notiziario Asknews

Perché è importante la funzione ispettiva nella scuola dell’autonomia

Nella società interconnessa e delle relazioni globalizzate la scuola dell’autonomia rischia di celebrare il proprio isolamento autoreferenziale. Come sempre accade ad ogni innovazione legislativa, anche dopo l’approvazione dell’autonomia scolastica (legge 59/1997- DPR 275/1999 e succ.ve disposizioni) si è creata una discrasia tra intenzioni del legislatore e attuazioni operative.

Ciò che rischia di saltare è l’identità e l’unitarietà del sistema nazionale di istruzione.
Molti sedicenti esperti, soloni della pedagogia del nuovo, aspiranti tuttologi e acritici cultori del localismo educativo aperto al mondo, stanno scavando una voragine che va separando la scuola, quella dei progetti e dell’autogestione priva di controlli, dalla tradizione culturale ereditata, che viene così dimenticata o gettata al macero delle cose inutili.
Si tratta in genere di affabulatori che non mettono piede nella scuola da quando portavano i calzoni corti ma mietono proseliti riempiendosi la bocca di neologismi, sostituendo la lingua italiana con anglicismi di maniera, il lessico delle parole con sigle, acronimi, formule magiche sideralmente lontane dalla minima cognizione della realtà.
Parlare di autonomia scolastica per loro significa prendere le distanze da tutto, in nome di una qualità inventata che si avvalora da sola, senza un minimo controllo da parte di organi e soggetti titolari di un compito imprescindibile: quello di verificare il buon funzionamento di enti e apparati.

Lentamente da anni si sta espungendo la funzione ispettiva dal sistema formativo: eppure gli ispettori scolastici sono depositari di una funzione essenziale di controllo peraltro estensibile ad ogni istituzione, ente, comunità, servizio pubblico o privato che sia. Molto dello sfascio che ci circonda, dalla pubblica amministrazione, alla burocrazia, alle infrastrutture, al dissesto idrogeologico, al mancato rispetto delle regole, all’insicurezza sociale, all’universo sconosciuto del web, al venir meno del nesso tra cittadini e corpi intermedi dello Stato è dovuto all’assenza di controlli e verifiche.

Un tempo l’accesso alla funzione ispettiva avveniva tramite un concorso tra i più selettivi di tutta la P.A.: tre prove scritte da superare con 8/10 e una prova orale. Questa procedura è stata per lungo tempo inattuata e gli ispettori sono stati reclutati con il metodo dello spoils system, senza alcun vaglio di merito, anzi alterando, mistificando il senso etimologico del merito certificato e sostituendolo con la chiamata diretta: meriterebbe di essere approfondito questo asservimento degli organismi di controllo (come sono gli ispettori, figure terze tra ministero, istituti scolastici e cittadini) al potere della politica. Un problema che non riguarda solo il sistema scolastico ma l’assetto organizzativo e funzionale di qualsivoglia istituzione.

Patentini di esperti e compiti di verifica sono stati attribuiti a personaggi legati a doppio filo alla politica, pescati nella pletora dei ciarlatani incompetenti che bazzicano nelle stanze dei partiti: i risultati li tocchiamo con mano in ogni ambito della vita quotidiana, nei disservizi di tutti gli apparati, enti e aziende dove la responsabilità è sempre di qualcun altro perché nessuno è titolato, per conoscenza, competenza, esperienza, capacità certificate, a svolgere compiti di controllo. Coloro che invocano i sistemi scolastici di matrice culturale anglosassone come modelli da imitare e trasformano i corsi di formazione dei docenti in paccottiglie pedagogiche di neologismi stranieri – magari spendendo i fondi del PNRR- non sanno quello che dicono. Nei sistemi formativi a tradizione decentrata si è invertita la tendenza verso un “common core”, un curricolo nazionale: troppe diseguaglianze nelle scuole dei localismi municipali, troppe ingiustizie nelle assunzioni per chiamata.
Nel Regno Unito gli “ispettori di Sua Maestà” (Her Majesty’s Inspectors) sono stati affiancati da un sistema di valutazione esterno – l’OFSTED Inspectors al cui vertice c’è l’Ispettore Capo di Sua Maestà (His/Her Majesty’s Chief Inspector), nominato direttamente dal sovrano per un periodo di cinque anni. Inoltre tutte le scuole sono valutate periodicamente dal corpo ispettivo. Noi attingiamo da quel sistema formativo solo ciò che ci fa apparire avanzati e adeguati alla patina superficiale del nuovo ma le nostre scuole finiscono per diventare monadi autoreferenziali impenetrabili.

La funzione di controllo è invece garanzia dei diritti di famiglie, studenti, docenti e dirigenti scolastici di tutela della legalità per far parte di un’autonomia che non diventi privilegio dell’hortus conclusus. Giungono ai sindacati, alle riviste di settore, alle associazioni professionali lamentele circa un surplus di burocrazia (che l’autonomia avrebbe dovuto stemperare): troppe riunioni, troppi progetti, troppe complicazioni inutili (a cominciare dal registro elettronico che viene imposto nonostante la Cassazione l’abbia dichiarato non obbligatorio) che distolgono i docenti e li allontanano dalla classe. Se un ispettore dovesse far visita ad una scuola per valutare la qualità dell’insegnamento o per un contenzioso da dirimere, quel registro criptato da username e password non potrebbe consultarlo: una cosa assurda ma legittimata da una prassi accettata nonostante la sua compilazione sottragga tempo all’insegnamento. E’venuto il momento di rivedere alcune consuetudini che la politica ha contribuito a socializzare con banali metafore come “i presidi sceriffi” e i “capitani delle navi”. Sarebbe utile all’autonomia scolastica un corpo ispettivo selezionato e competente, per facilitare le dinamiche reciproche tra l’innovazione proposta a livello centrale-nazionale e quella operativamente praticata nelle scuole del territorio.

Regione Autonoma Ebraica in Russia, modello virtuoso in tempi di conflitto.

“Io sto con Israele e gli riconosco il diritto all’esistenza in pace e sicurezza, anzi gli riconosco addirittura il diritto all’esistenza come Stato ebraico se questo può lenire il suo senso di insicurezza”. Così il diplomatico Marco Carnelos in una sua lettera pubblicata su Dagospia il 12 ottobre scorso, ha sostenuto che l’aspirazione a costituire una entità politica di natura ebraica può divenire un elemento che aiuta la pace e non ad alimentare conflitti. Ed ha offerto l’occasione per riflettere sul fatto che la qualifica etnica e/o religiosa di una entità politica non costituisce in sé un ostacolo alla pace, come dimostrato dalla pacifica esistenza da quasi novant’anni della Regione Autonoma Ebraica, una delle 89 amministrazioni territoriali che compongono la Federazione Russa.

L’Oblast Autonoma Ebraica fu istituita nel 1934 da Stalin su un territorio dell’estremo oriente russo, esteso quanto la Guinea Bissau, ai confini con la Manciuria cinese, alla confluenza dei fiumi Bira e Bidzan (da cui viene il nome della capitale, Birobidzhan) con lingue ufficiali l’yddish e l’ebraico insieme al russo. L’individuazione nel 1928 di quella regione, ottomila km a Est di Mosca (allora una regione remota, adesso in posizione strategica rispetto ad un Estremo Oriente in forte sviluppo), è frutto del dibattito dell’epoca sia tra le comunità ebraiche russe e dell’Europa Orientale, divise al loro interno sul tema, sia nella digenza dell’Unione Sovietica su come comporre la grande varietà di etnie che costituiva l’Urss, nell’ambito del progetto volto a dare un territorio ad ogni etnia (e gli ebrei, al pari dei ceceni, tatari, e altri, venivano considerati un gruppo etnico e non religioso). Per gli ebrei l’individuazione di un territorio a loro disposizione non ebbe i caratteri della deportazione, toccata invece ad altre minoranze etniche. La scelta di trasferirsi fu di natura volontaria per gli ebrei di Russia e fu compiuta, non senza un certo entusiasmo, inizialmente da circa cinquantamila persone.

Molti fra i primi coloni erano però più orientati al commercio che all’agricoltura e allo sfruttamento delle risorse naturali, tra cui oro e stagno, di cui è ricca la regione. Questi rimasero delusi e gradualmente se ne andarono mentre coloro che avevano passione per l’agricoltura e per le risorse di quel territorio rimasero a popolare quella entità istituzionale concepita per ebrei. Dal 1936 fu permessa la libertà di culto e dopo la Seconda Guerra Mondiale fu costruita anche una sinagoga a Birobidzhan e promosso l’insegnamento della lingua yiddish. Gradualmente la presenza ebraica nella regione è diminuita e attualmente non va oltre un quarto della popolazione. Molti di coloro che hanno lasciato la Regione Russa Ebraica si sono trasferiti nello stato di Israele dopo la sua costituzione.

E tuttavia, la storia della Regione Autonoma Ebraica situata in una terra di confine, in mezzo a culture, etnie e religioni diverse merita di essere considerata in questo tempo di nuovi conflitti in Terra Santa. Perché questa esperienza, questa particolare e unica forma istituzionale, diversa ovviamente per molte ragioni da quella di Israele, ci ricorda che quando si mira a raggiungere un accordo per risolvere i problemi, una soluzione la si trova. E i novant’anni di pace di cui ha goduto la Regione Ebraica della Russia, (ad eccezione del periodo delle purghe staliniane che riguardarono alcuni dirigenti come nel resto dell’Urss), senza problemi di ordine etnico o religioso, senza rischi o minacce per la comunità ebraica, lo dimostra.

Le diversità di ogni genere fra i popoli della terra si possono sempre comporre, con il compromesso quando possibile, ma anche con la reciproca accettazione di aspetti reciprocamente non compresi e tuttavia utili a evitare conflitti. Purché tutto questo avvenga sempre in un clima di rispetto dell’umanità e non ci si lasci dominare da logiche di violenza indiscriminata e cieca dalle quali poi risulta difficilissimo uscire.

La Dc è storia, non torna più. Eppure i democristiani…

La Democrazia Cristiana non tornerà più, come ovvio e scontato. Per un motivo molto semplice. Perchè la Dc è stata un “prodotto storico”, cioè un partito che va collocato in quella precisa fase politica e storica del nostro paese. E, come ricordava sempre un un grande leader della Dc, Guido Bodrato, “la Dc è come un vetro infrangibile. Quando si rompe va in mille pezzi e non è più ricomponibile”. Una metafora che rende con sufficiente chiarezza che la Dc, il “partito italiano” per eccellenza, non è più replicabile. Nè politicamente nè sotto il profilo organizzativo.

Ma se questa riflessione è un fatto abbastanza scontato, almeno per quasi tutti gli osservatori politici, è altrettanto indubbio che la presenza dei “democristiani” non è affatto esaurita. Anzi. E quando dico i “democristiani” non penso alle singole persone ma, al contrario, al modo d’essere, alle scelte e alle politiche dei “democristiani”. È appena sufficiente ricordare alcuni caposaldi costitutivi di questa cultura per rendersi conto che quella esperienza conserva una straordinaria attualità e modernità anche nella stagione politica contemporanea. Dalla cultura della mediazione alla cifra politica riformista; dalla valenza del pluralismo alla importanza della concertazione; dal rispetto delle istituzioni democratiche alla qualità ed autorevolezza della classe dirigente dirigente; dalla considerazione dell’avversario politico che non è mai un nemico irriducibile alla negazione alla radice di qualsiasi forma di radicalizzazione del conflitto politico. E, dulcis in fundo, la presa d’atto che nel nostro paese, a prescindere dal colore delle coalizioni politiche si governa sempre “al centro” e “dal centro”. Una constatazione, questa, che si può tranquillamente evincere anche dalle scelte concrete del governo Meloni. Al di là delle solenni e roboanti dichiarazioni della campagna elettorale.

E la controprova di queste riflessioni, che adesso non vengono più smentite o rinnegate neanche dagli storici detrattori della Democrazia Cristiana e della sua classe dirigente, sono il gradimento popolare e la profonda condivisione politica di chi non ha mai rinnegato quella storia politica, culturale, istituzionale e di governo. Un nome fra tutti, Pier Ferdinando Casini. E cioè, la considerazione che vengono particolarmente apprezzati lo stile, il metodo, i contenuti e la modalità del far politica di tutti coloro che ricalcano un modello a cui non si può non fare riferimento se si vuole perseguire una politica autenticamente democratica e profondamente rispettosa della Costituzione.

Ecco perchè, al di là e al di fuori delle legittime scelte politiche del momento, è abbastanza evidente che dopo la sbornia populista e antipolitica di questi ultimi anni, dopo l’altalena dei successi elettorali di singoli capi partito e delle altrettanto rapide crisi di consenso, forse è arrivato il momento per ricomporre le svariate anime centriste, popolari, civiche e riformiste del nostro paese. Una iniziativa politica che si rende anche necessaria per consolidare quel “sentiment” politico, culturale e di metodo che non si può improvvisare da parte di coloro che sono e restano estranei se non addirittura alternativi a questa cultura politica e a questa tradizione di pensiero. Una scommessa e una sfida politica che potranno essere la vera novità del futuro dopo il “nulla della politica”, per dirla con Martinazzoli, che ha caratterizzato la vita pubblica del nostro paese in questi ultimi tempi.

Dibattito | Quale sarà l’identità della nuova Dc di Cuffaro?

Tra aspettative e perplessità registriamo la recente intervista di Totò Cuffaro, su “L’identità” del 23 ottobre scorso, dal titolo “Il centro rinascerà attorno a FI e Ppe”.

L’occasione ci consente di chiosare le linee prospettiche e la credibilità di questo progetto politico. C’è da dire che l’impresa di costruire un centro politico che riporti ad equilibrio il sistema dei partiti verso obiettivi meno polarizzati, capaci di attenuare le contrapposizioni e accentuare soluzioni mediate, è diventato un pensiero fisso di tanti partiti.

Persino Giorgia Meloni si trova spesso nei panni di altro da sé, quando, per non mandare all’aria il precario equilibrio di un bilancio sempre più risicato e non trovarsi le bacchettate della Commissione europea, è costretta a far opera di moderazione e di equilibrismo al punto di doversi rimangiare, talvolta con torsioni clamorose, tante di quelle promesse e declamazioni fatte in campagna elettorale.

Ma le condizioni del paese non inducono a politiche fatte di slogan, annunci senza seguito e risposte improvvisate.

Ci vogliono ragionamenti e proposte credibili capaci di suscitare interesse, partecipazione e speranza in tutta quella parte di elettorato che si mostra sempre più nauseato da questo sistema politico.

V’è da dire che non è la prima volta che qualcuno ci prova. Eclatante il tentativo di Renzi e Calenda che hanno provato a riempire questo vuoto politico  con la trovata del terzo polo. La cosa, come è noto, non è andata a buon fine e tutto è finito in pochi mesi in un pietoso bailamme.

Ma questo progetto è senza dubbio suggestivo e accende speranze, ma anche perplessità, perché mette in moto un potenziale politico quale è la Dc che garantisce sulla probabile buona riuscita della messa in campo. Esso presuppone un percorso identitario i cui tratti principali si riconducono alla storia e ai metodi che ne caratterizzarono l’esperienza cinquantennale. 

La sfida non è da poco.

Mettere in campo un’idea di centro moderato e autorevole che risponda alle attese di quella buona parte di elettorato che oggi si trova tagliato fuori da ogni partecipazione politica, vuoi per l’arroccamento dei partiti divenuti sempre più apparati elettorali con poco spazio per la militanza non servente e funzionale al leader di turno, vuoi perché l’offerta politica è talmente polarizzata ed estremizzata che spiazza e disorienta chi ritiene ancora, e giustamente, che la politica debba agire per il bene comune e non per lobby o poteri costituiti, richiede un impegno e un’autorevolezza di progetto capace di superare tutte le diffidenze e recuperare fiducia, invertendo la deriva dell’astensionismo. 

Certo l’avventura si presenta più impegnativa soprattutto se l’intento è di farla insieme a FI, o quel che resta di questo partito, con alla base visioni diverse, sia di paese, che di Europa, e rende più impervio il percorso perché presuppone in prospettiva una svolta da parte del partito di Berlusconi, oggi rappresentato da Tajani: ossia rescindere il patto di coalizione con Meloni e Salvini, cosa che non è facile immaginare quando possa avvenire, tanto appare saldo e inossidabile il legame che sta tenendo uniti i partiti della coalizione di destra-centro. 

Ma la svolta presuppone un ulteriore passaggio epocale per FI, il recupero della piena democrazia interna quale condizione minima per una governance interna credibile, autenticamente legittimata dagli iscritti e non eterodiretta da interessi aziendali.

Cosa non facile perché la peculiare natura del partito di Berlusconi, nato e strutturato, come partito padronale per rappresentare specifici interessi di un capitalismo senza freni e con un particolare focus sulla giustizia, ove non sono stati infrequenti i tentativi di leggi ad personam, anche se talvolta per reazione, alla raffica di processi cui è stato sottoposto ma pur sempre metodo inaccettabile per chi esercita cariche istituzionali, oltre a una idea di sanità sempre più privatizzata, una tendenza alla precarizzazione del lavoro, regolamentato poi da Renzi con il Job Act, e una pallida idea solidarista, rende assai difficile un capovolgimento di visione come si richiede in una simile operazione tesa a riequilibrare il sistema liberandolo da un bipolarismo asfittico e malsano.

Di certo il progetto lanciato da Cuffaro difficilmente allo stato delle cose può rendersi compatibile con l’attuale percorso identitario di FI che con Tajani, condizionato dal netto spostamento dell’asse della coalizione su politiche più polarizzanti, si caratterizza per un appiattimento sulle politiche di destra sempre più estreme e divisive, patrocinate soprattutto da Salvini, mentre il paese affonda tra inflazione, decremento della crescita economica e aumento del debito pubblico.

La prospettiva non si dispone di certo in tempi brevi. Tanto ci autorizza a connotare l’idea di Cuffaro più che come strategia di lungo periodo, come una mossa tattica finalizzata al fatto che essendo FI affiliata al Ppe, è nella posizione privilegiata per offrire i suoi buoni uffici per l’ingresso della nuova Dc tra i popolari europei.

E lo stato delle cose, riguardo alla indubbia collocazione di FI dentro politiche di destra fa presagire in una ipotesi di abbinamento elettorale, risultati non lusinghieri stante la confusione e la perplessità che genera negli elettori la commistione di due simboli associati in un programma moderato e di centro che si rende poco credibile per la sconfessione che quel progetto riceve dalla corresponsabilità alle politiche di destra da parte di FI.

Un bel nodo da sciogliere per il partito che dovrà valutare nella giusta misura il rischio che si corre con alleanze fuori da una comune matrice e le insidie di un trasformismo oggi sempre più pervasivo del sistema politico.

Il problema non è da poco anche perché riflette dinamiche attualissime presenti nel Ppe.

Alludo al particolare fermento nel Ppe provocato dal tentativo del suo presidente Manfred Weber – poi rientrato per la forte avversione di buona parte degli esponenti del Cdu e soprattutto della Csu – di spostare con la prossima legislatura l’asse della governance in direzione di una coalizione che comprendesse Ppe, conservatori e altre formazioni di destra, tra cui immaginabile, Orbán, Morawiecki, premier polacco (uscito sconfitto nelle recenti elezioni di quel paese, che hanno premiato la coalizione di centro allestita da Donald Tusk) Marine Le Pen e il rischio di trovarsi accanto i tedeschi di Afd e altre simili formazioni di estrema destra.

In questo quadro mi pare invece una buona occasione la reunion dell’area del popolarismo in prospettiva di una ricomposizione del centro politico indetta per domenica prossima 29 ottobre, con la partecipazione di diversi esponenti tra cui l’on. B. Fioroni, il Direttore de Il Domani d’Italia, Lucio D’Ubaldo, Totò Cuffaro e Giuseppe Alessi, figlio del compianto On. Alberto Alessi e nipote del primo presidente della Regione Sicilia e fondatore della Dc.

Infine, quanto al coinvolgimento del Ppe nella proposta di Cuffaro, mi pare importante perfezionare il primo passo con la richiesta di adesione, visto che ancora non mi pare che ne facciamo parte: quindi attendiamo che ci accolgano.

Non sono da sottovalutare poi le dinamiche che si stanno agitando in seno al Ppe per la resistente  tentazione, da parte del gruppo che fa capo al presidente Manfred Weber, di facilitare uno spostamento a destra dell’asse, con il rischio di trovarsi vicini di banco nelle istituzioni di governo dell’Ue le formazioni dell’ultra destra dell’Afd tedesca, in forte rimonta in Germania, di M. Le Pen e dello stesso Orbán, fuoruscito dal Ppe, anche se le diverse critiche da parte di altri partner in seno al Ppe al momento hanno fatto ricredere Weber da questo avventuroso progetto.

Luigi Rapisarda è membro della Democrazia cristiana (Segretario nazionale: Totò Cuffaro)

Halloween non mi piace, è un lugubre carnevale del cattivo gusto.

Halloween? No grazie. Non mi diverte quella festa pagana del cattivo gusto e del finto orrore, quel lugubre carnevale di scheletri, fantasmi, streghe vestite di nero e zucche intagliate, che si celebra ogni anno nella notte del 31 ottobre, vigilia della festa cristiana di Tutti i Santi e della Commemorazione dei Defunti.

Come si può immaginare che le anime dei morti a noi cari  –  magari, una mamma, un papà, un nonno, una zia – tornino in circolazione così banalmente “fantasmizzate”, “streghizzate” o “inzuccate”,  per  farci qualche “scherzetto” o regalarci un “dolcetto”?

La trasformazione in zucca di un defunto mi richiama alla mente un’opera satirica in latino di Lucio Anneo Seneca, che studiai da giovane all’università: “Apokolokýntosis divi Claudii” (Inzuccamento del divino Claudio), nella quale il celebre filosofo del I secolo fa la parodia dell’apoteosi o deificazione dell’imperatore Claudio, decretata dal Senato romano subito dopo la sua morte (54 d. C.), equiparandola alla deificazione di una zucca (in greco, kolókyntha), cioè di un imbecille, secondo la cattiva fama di cui godeva il successore di Caligola.

Dunque: Halloween, no grazie. Preferisco celebrare la festa di Tutti i Santi, vivi e operanti su questa terra o trapassati nella vita eterna, cioè di tutti coloro che in diverso modo e misura partecipano della grazia di Dio. Una festa che anticipa la giornata dedicata al ricordo individuale e collettivo dei defunti, con celebrazioni liturgiche, preghiere di suffragio, visite ai cimiteri e omaggi floreali alla memoria delle persone care scomparse.

Preferisco celebrare, in particolare, il ricordo della mia sposa Elina, dei miei genitori Stella e Peppino, di mia sorella Mariuccia e della mia tata Caterina, che – sono sicuro – mi guardano con infinito amore da lassù.

 

[Testo pubblicato sulla pagina Fb di “Lettere e Filosofia”]

Si combatte a Gaza mentre l’Onu vota la tregua umanitaria

Fino a tarda notte si è rimasti aggrappati alle notizie provenienti dalla Palestina.

In un’intervista all’emittente americana Abc News, il portavoce dell’esercito israeliano, Peter Lerner, ha dichiarato che l’ampliamento delle operazioni di terra nella Striscia di Gaza, annunciato nel tardo pomeriggio di ieri dal generale Daniel Hagari, non segna l’avvio dell’offensiva di terra israeliana.

Tuttavia Mark Regev, consigliere politico del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, è stato molto più drastico. “Hamas ha commesso crimini contro l’umanità e sentirà la nostra ira”. Così si è espresso in un’intervista alla CNN. “La pressione continuerà a crescere fino a quando non raggiungeremo il nostro obiettivo”, ha aggiunto. 

Per contro, Ezzat al-Rishaq, membro dell’ufficio politico di Hamas, non ha esitato a comunicare su Telegram che se Israele decide di procedere con l’offensiva di terra “la resistenza è pronta”.

Da parte sua l’Arabia Saudita ha avvertito l’Amministrazione Biden che un’incursione terrestre israeliana nella Striscia di Gaza sarebbe “una calamità”. Questo è quanto riportato da New York Times, citando fonti vicine alla Casa Bianca. Del resto, parlando a un gruppo di senatori americani, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe espresso la speranza che le operazioni terrestri possano ancora essere evitate così da garantire la stabilità della regione e salvare vite umane.

Nel frattempo, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato la risoluzione giordana – si tenga conto che la Giordania è un caposaldo del mondo arabo moderato – in cui si chiede una tregua umanitaria nella Striscia di Gaza: 120 i voti a favore, 14 i contrari e 45 gli astenuti (tra questi ultimi, purtroppo, l’Italia e la Germania). In sostanza, poiché Francia e Spagna hanno votato a favore, l’Europa si è praticamente divisa a metà.

La risoluzione chiede “un’immediata, durevole e sostenibile tregua umanitaria che porti ad una cessazione delle ostilità” nonché un “immediato, pieno, sostenibile e libero acceso umanitario” per le Nazioni Unite e le atre agenzie umanitarie.

A riguardo, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Gilad Erdan, ha reagito duramente affermando che “le Nazioni Unite non hanno più alcuna legittimazione né rilevanza”. Erdan ha poi accusato i Paesi che hanno votato la risoluzione giordana di preferire a Israele “la difesa del terrorismo nazista”. “Questa ridicola risoluzione – ha detto ancora l’ambasciatore – ha la sfacciataggine di chiedere una tregua. L’obiettivo di questa tregua è che Israele smetta di difendersi da Hamas, così che Hamas ci possa continuare ad attaccare”.

Molto ferma, comunque, la posizione del segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres.  “Ribadisco il mio appello per un cessate il fuoco umanitario in Medio Oriente, il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi e la consegna di aiuti salvavita nella misura necessaria. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Questo è il momento della verità. La storia ci giudicherà tutti”. 

La Casa Bianca, infine, nonostante il voto contrario al Palazzo di Vetro sulla risoluzione, ha voluto ribadire il suo impegno a sostegno della tregua umanitaria.

Dibattito | Dobbiamo capire e riconoscere le ragioni del popolo israeliano.

Dopo la mattanza del 7 ottobre 2023 si è parlato sempre più spesso di diritti sulla proprietà di una terra che per millenni è stata martoriata. Hamas, colpevole di atrocità, si basa su uno statuto che invoca la jihad (lotta armata) contro lo Stato di Israele, la scomparsa dello Stato ebraico e l’istituzione di uno Stato islamico palestinese. Insomma, pensa che l’ebreo non ha diritto di vivere nel suo Stato. Stato oltretutto che ha cittadini di diverse confessioni religiose, ne sono un esempio i 2 milioni di arabi che lì vivono.

Ma Hamas non è l’unica a pensarla in questo modo; sempre più intellettuali, anche europei o di religione ebraica, si schierano contro il sionismo, anche se con termini più gentili e, ad una prima occhiata, più accademici.

Questo metodo denigratorio, demonizzante e di ingiuria politica verso lo Stato di Israele cos’è se non il vecchio antisemitismo mascherato da intellettualismo finto?

Israele è colpevole perché esiste. Non si guarda al processo nazionale di cui è espressione, alla storia della sua formazione e al suo sviluppo. Martin Luther King affermava: “Cos’è invece l’antisionismo? È il negare al popolo ebraico quel diritto fondamentale che giustamente oggi riconosciamo ai popoli dell’Africa e che siamo pronti a concedere a tutte le altre Nazioni del mondo. Si tratta, amici miei, di discriminazione contro gli Ebrei, a causa della loro ebraicità. Si tratta, cioè di antisemitismo. L’antisemita gode di ogni opportunità che gli consente di esprimere il suo pregiudizio. Al giorno d’oggi però, in Occidente, proclamare che si odiano gli ebrei è diventato molto impopolare. Di conseguenza, l’antisemita deve costantemente inventare nuove forme e nuove sedi per il suo veleno. Deve camuffarsi. E allora non dice più di odiare gli Ebrei, ma solo di “essere antisionista”.

Nel 1988 un Documento del Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace su La Chiesa e il razzismo osservava che “l’antisionismo – che non è dello stesso ordine, poiché riguarda lo Stato d’Israele e la sua politica – serve talvolta come uno schermo per l’antisemitismo, alimentandolo e portando a esso”. 

Ma per meglio capire bisogna porsi alcune domande. Ma come è nato il Sionismo? Se si procede a ritroso nel tempo, alla fine dell’800, il popolo ebraico si è posto l’obiettivo di creare una Patria per tutti coloro che non si sentivano sicuri a vivere in Europa. E quale posto migliore della terra storica del popolo ebraico? Terra che non ospitava uno Stato arabo, bensì un lembo dell’impero turco, a cui sarebbe seguito un mandato britannico. 

Così, già nel 1870, a nord di Jaffa, venne fondata la scuola agricola Mikve’ Israel da cui poi germogliò la moderna Tel Aviv. Terra acquistata dal Fondo Nazionale Ebraico (Keren Kayemet LeIsrael).

Ma perché volevano tornare proprio in quei luoghi e perché quella terra si chiama Palestina? La risposta è semplice. Una serie di regni e Stati ebraici ebbe vita nella regione per oltre mille anni a partire dalla metà del II millennio a.C. Ricordiamo per brevità il Regno di Israele distrutto nel 722 a.C., anno dell’invasione assira, e il Regno di Giuda (distrutto nel 586 a.C. dai Babilonesi). 

Fu, però, l’imperatore Adriano a cambiare nome alla Provincia Iudaea chiamandola Provincia Syria Palaestina, dove Palaestina deriva dal nome biblico Phelesht[1] (in ebraico פלשת Pəléšeṯ, italianizzato in Filistea o Filistei), territorio costiero in origine abitato da una popolazione probabilmente indoeuropea affine ai Greci.

Ma chi erano e dove vivevano i filistei? Parliamo di un antico popolo, presente nel bacino del Mediterraneo, che abitò la regione litoranea della terra di Canaan, pressappoco fra l’attuale Striscia di Gaza e Tel Aviv.

Un’opera egiziana redatta intorno al 1100 a.C., l’onomastico o “Insegnamento di Anenemope”, documenta la presenza dei “Peleset” sulla costa palestinese, nei luoghi che la Bibbia descrive come abitati dai Filistei. Dopo la sconfitta subita dal faraone Ramses III, infatti, questi ultimi, insieme ad altri Popoli del Mare, sarebbero stati autorizzati a stanziarsi in tale territorio, comunque sottoposto al dominio egiziano.

Zuhayr Muhsin, guerrigliero palestinese morto nel 1979, dichiarò: “Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato palestinese è solamente un mezzo per continuare la nostra lotta per l’unità araba contro lo Stato d’Israele. In realtà oggi non c’è differenza tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Oggi parliamo dell’esistenza di un popolo palestinese per ragioni politiche e strategiche poiché gli interessi nazionali arabi richiedono che venga assunta l’esistenza di un distinto “popolo palestinese” da opporre al sionismo. Per ragioni strategiche, la Giordania, che è uno stato sovrano con confini ben definiti, non può vantare diritti su Haifa e Jaffa mentre io, come palestinese, posso senz’altro vantare diritti su Haifa, Jaffa, Beersheva e Gerusalemme. Comunque, nel momento in cui i nostri diritti saranno riconosciuti non attenderemo nemmeno un minuto per unire la Palestina alla Giordania”.

Sono parole che ci costringono a riflettere, per scrupolo di coscienza e verità. 

Cattolici più incerti che mai tra le onde del mare

Ottobre è il mese che la gente di mare dedica alla pesca prima che vengano le giornate di mare grosso, d’inverno, e le barche vengano ritirate sulla spiaggia. Ed è pesca fruttuosa se ci sai fare, tanto per il numero dei pesci tanto per la qualità del pescato. Così ad ottobre è stato tutto un fiorire di iniziative di presentazione e promozione del variegato mondo dei cattolici impegnati in politica; come a dire, tutti con la barca in acqua per restare nella metafora. 

Chi veleggia verso il mare aperto in acque internazionali, è certo del mezzo suo e dell’equipaggio imbarcato, sicuro che al momento di tirare le reti, la pesca sarà buona se non addirittura abbondante. Ma sotto sotto lo fa perché nelle acque nazionali non si può più girare la prora verso destra o verso sinistra, che per mare diventa tribordo e babordo, tale è la confusione delle regole per la pesca, unita alla massiccia presenza di barche e barchette nelle acque. 

E qui una riflessione, per chi osserva dalla spiaggia, si impone: già è difficile orientarsi in mare, ma di certo se non sai dove girare la prora poco ti rimane se non andare dritto. Che, ancora fuor di metafora significa ricercare un centro nello schieramento politico, quando lo schieramento non ha più bisogno di una suddivisione geometrica a tre (destra, sinistra e centro), ma si è organizzato in due dimensioni limitate da una linea retta, che non solo le divide ma le limita pure, amando i contesti definiti, certi e sicuri, alle incertezze imposte dalla libertà di pensiero e di azione. La scelta duale è per sua stessa natura livellante e quindi il percorso rimasto è solo quello sulla linea retta guardando, ma non sconfinando, a destra e sinistra. Il nostromo ha il suo bel daffare a tenere la rotta in mare aperto; da qui il fiorire di iniziative di promozione del viaggio che mirano ad assicurare sulla tenuta dell’imbarcazione nel tempo, quale che siano le prove; e poi a prendere in carico le istanze di quelli che sono rimasti a terra, i quali con soldi propri hanno finanziato l’impresa, a cui si uniscono quelli che sperano nel pescato, perché le pance sono vuote da troppo tempo e si è allungata a dismisura la fila di quelli che da tempo hanno fame.  

Quelli che viaggiano vicino alla costa, battono rotte già conosciute nella speranza che non via siano troppe barche sullo stesso posto, o che il luogo preferito per la pesca non sia conosciuto da molti, perché allora si pescherà niente o poco più. È una navigazione che non richiede un grande mezzo ma che soffre dell’incertezza del moto ondoso che vicino alla costa si può fare insidioso, richiedendo maggiori abilità al nostromo e all’equipaggio. Ma soffre pure dell’incertezza del pescato perché i pesci si muovono diversamente e migrano da un luogo all’altro ed inseguirli spesso non conviene; meglio aspettare possibili sporadici ritorni. In questa navigazione fioriscono le leggende delle pésche miracolosamente abbondanti nel cui mito si continuano a formare equipaggi e mettere barche in acqua. 

E i cattolici che c’entrano? Essi dovrebbero ben sapere, per studio del libretto della prima comunione, che il primo gruppo dei loro era composto per la maggioranza di pescatori e l’arte dovrebbero averla “tra le loro corde…(come dice il poeta). Ma sono spesso dimentichi e si avventurano con barche proprie o salgono sulle altrui come equipaggio. Quelli che armano un proprio mezzo, spesso non sanno nulla di mare, e vedono il solo miraggio della pesca abbondante senza tener conto che negli ultimi anni, non soltanto sono tornati a casa con “due pesci due”, ma pure che si sono male assortiti nell’equipaggio e quindi al momento di calare le reti, hanno pasticciato e litigato non poco: mesto risultato, pochi pesci e non di buona qualità.  Quelli che sono saliti su barche altrui, hanno patito il governo di altri (e avrebbero dovuto studiare meglio l’assortimento del personale imbarcato) e hanno lavorato male, non da par loro, per inedia, svogliatezza, incapacità di adattamento, confusione di ruoli e competenze e financo sfortuna; ma resta il fatto che a casa il pesce non l’hanno portato o se l’hanno portato era appena sufficiente per “un brodetto” in tempi di magra. 

Ed invero, il capo loro in questo tempo secolare, che di nome fa Francesco, bene dice e scrive da tempo su quali dovrebbero essere i principi da rispettare e le regole dell’ingaggio. La persona umana al centro dell’agire e il mondo che occupa. Significa pensare ad uno sviluppo futuro con regole differenti perché quelle attuali sono ormai inadatte e che hanno diseguaglianze insopportabili all’umanità. Ripensare alle diseguaglianze non come ad un male ineluttabile connesso all’esercizio della democrazia nel rapporto tra maggioranza e minoranza, perché questo non può essere; e se sono caduti nell’inganno che minoranza corrisponde a quelli che stanno fuori dai giochi allora debbono uscirne con un sol balzo, perché nulla è più grave dell’escludere l’altro. O se le diseguaglianze sono il male conseguente alle regole dell’economia di mercato, allora di dovrebbe iniziare a pensare che questo modello di sviluppo economico ha fatto il suo tempo, è servito all’umanità negli ultimi trecento anni ma ora – e non vi è vergogna alcuna ad abbandonarlo (d’altra parte non è una legge universale ma più modestamente un insieme di regole che l’uomo si è dato –  ci vuole ben altro per tenere insieme il vantaggio proprio con quello degli altri; un passaggio concettuale che porta dal bene totale di tutti (il benessere generalizzato oltre ad essere utopistico è anche uniformante) al bene comune; dall’economia dei mercati all’economia del mercato civile. 

Ma non meno importante è rendere certa e visibile la propria posizione sui diritti inalienabili, quelli senza i quali il vivere civile non è ipotizzabile, perché in questo tempo che scorre rapido, far conoscere agli altri che alcune questioni sono un baluardo oltre il quale nessuno può passare, non solo incoraggia i molti indecisi che proprio sulla difesa dei valori fondano le loro scelte di vita, sentendosi smarriti quando vengono meno e come purtroppo sta accadendo sempre più spesso, ma rafforza il sentimento di coesione tra le genti (o la gente se si preferisce), che è uno dei valori smarriti dall’umanità in questi tempi.  

Così quando si sceglie se armare un mezzo proprio o salire su un altro si guardi con attenzione alla rotta che è tracciata. Se ci sono diseguaglianze, se il pescato è già allocato e non c’è spazio per i bisogni che verranno, allora è meglio scendere a riva che si fa migliore figura o declinare l’invito per collaborare con finanze proprie ad armare una barca che traccerà una rotta per sé e non per il bene di tutti. Poi se si deciderà per il mare aperto o la più rassicurante navigazione vicino alla costa, questo dipende più dal coraggio di ciascuno che dall’esperienza propria.  Buon vento tra le onde.

Sociologia del rock: “L’immensità”, il capolavoro senza tempo di Don Backy.

Io sono sicuro che, per ogni goccia, per ogni goccia che cadrà, un nuovo fiore nascerà  e su quel fiore una farfalla volerà”. Parole rocciose e senza tempo nelle note de “L’Immensità” di Don Backy. Sono trascorsi oltre 50 anni da questo capolavoro della canzone italiana: nel 1967 Don Backy, artista “rock” nella sua visione della modernità,  cantava un ritratto dell’infinito senza precedenti, senza regole, senza memoria. Un’opera che diventa rock, già da diverse band re-intrepretata e tremendamente attuale. 

La teologia della speranza incollata alla certezza dell’essere umano, sognare per ogni goccia; la goccia che diventa persona, la comunità, spezzata, piegata, demoralizzata, rinasce, si rigenera, risorge: ecco il nuovo fiore. E nello scambio goccia–fiore la farfalla, un’umanità “nuova” e le future generazioni appaiono in tutta la loro energia. “Io sono sicuro che, in questa grande immensità, qualcuno pensa un poco a me, non mi scorderà”. 

In un contesto nel quale la guerra tra i popoli ci fa scivolare velocemente nell’oblio delle tenebre dell’animo umano, la solitudine della periferia dell’inconscio, avverte Don Backy,  arriva inesorabile. Non è la solitudine che conosciamo, è una solitudine di sguardi, di mente, di amicizia civica, di solidarietà sociale e di dialogo tra umani. 

Le performance rock che negli anni si sono plasmate, hanno vestito il pezzo di sonorità che ci inducono a fermarci, a guardarci dentro e a fare “analisi della psicopatologia quotidiana”, ci ricorda Freud. “Si, io lo so, tutta la vita sempre solo non sarò, un giorno troverò un pò d’amore anche per me, per me che sono nullità nell’immensita’. 

Ecco un’urlo di speranza, un esempio di “sociologia della liberazione”, uno slancio di impegno: potremmo dire, ecco la bellezza interiore che nella contemplazione dell’immensità e della straordinaria grandezza dell’anima riverbera l’ospitalità del tempo, garante dell’amore sociale oltre la crisi. Nel corso degli anni, Don Backy e le versioni “anticonformiste” e ribelli rock ci regalano quotidianamente pensieri, idee, commenti, riflessioni; ma anche modelli sociali di riscatto, di un’umanesimo musicale sociale che fa della partecipazione e dell’impegno un dichiarazione universale dell’esserci nella società.  

Scopriamo infine la nullità dell’essere nel suo sgretolarsi e scomparire, per poi diventare goccia trainante di fiori che come farfalle volano per dare un contributo a cambiare un mondo bisognoso dell’aiuto di ognuno di noi. “E un giorno io saprò, d’essere un piccolo pensiero, nella grande immensità del suo cielo.”

La Voce del Popolo | Quel mutato rapporto tra pubblico e privato.

Dell’affaire Gianbruno si è parlato anche troppo e dunque sarebbe il caso di cambiare argomento, anche per rispetto dei protagonisti. C’è un punto però che resta in sospeso in mezzo a tanto discutere e rovistare. Ed è il rapporto che corre tra pubblico e privato nella sfera politica dei nostri giorni. 

Un tempo, fino a pochi anni fa, queste due sfere erano distinte e separate. Quel briciolo di curiosità che gli elet- tori riservavano alla vita familiare dei loro leader, il poco che ne sapevano, il poco che ne arguivano, non condizionava mai più di tanto il loro giudizio politico, né le loro scelte elettorali. 

Un po’ perché i protagonisti di quella stagione erano più discreti, o almeno più accorti nel mettersi in vista. E un po’ perché i diritti dell’informazione (e perfino quelli della curiosità) si fermavano alle soglie di una certa reticenza. Poi però quella reticenza è stata travolta. 

Nel bene e nel male. Abbiamo preteso di giudicare i leader anche sulla base delle loro condotte private. E i leader a loro volta hanno pensato bene di raccontare ed esibire la loro intimità contando di trarne un vantaggio di simpatia presso i loro elettori. Una volta che s’è deciso – sulle orme del ‘68 – che il privato era pubblico e politico ogni barriera, che fosse di pudore o di furbizia, è stata divelta. 

Lungo questa strada, però, temo che abbiamo esagerato un po’ tutti. E così, ora, ogni vicissitudine più intima e riservata delle famiglie politiche, è diventata argomento pubblico ed elettorale. Se a questo punto si trovasse una via di mezzo tra l’eccessiva riservatezza e l’eccessiva indiscrezione non sarebbe una cattiva idea.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 26 ottobre 2023

Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia

Non c’entro, non voto: il tramonto della democrazia per difetto di partecipazione.

L’incontro dei “”popolari”, che avrà luogo a Catania la mattina di domenica 29 ottobre con una relazione del noto sturzologo Mons. Michele Pennisi (Arcivescovo emerito di Monreale), giunge dopo numerose analoghe riunioni (Camaldoli con i Cardinali Zuppi e Parolin, Rimini con Mattarella, Roma con Fioroni, che parteciperà anche a Catania, etc.) nelle quali è stata ribadita la necessità di dotare la politica italiana di una forza equilibratrice, capace di superare le gabbie bipolari. Una destra sempre più a destra e una sinistra sempre più a sinistra, infatti, non consentono più alla maggior parte degli italiani di sentirsi rappresentati, provocando astensioni dal voto giunte a superare il 50% e perfino l’80%:  alle suppletive senatoriali di Monza hanno votato in meno del 20%!

Le istituzioni ne risultano delegittimate e l’intero sistema democratico è alla mercé dei gruppi di potere organizzati, che con poche truppe cammellate occupano le istituzioni, abbandonate dalla maggioranza degli elettori. Anche le ultime elezioni amministrative a Catania hanno visto assentarsi quasi metà dei cittadini elettori, determinando la prevalenza del voto controllato dai CAF sui candidati “di opinione”. La rinuncia ad un’ampia partecipazione politica lascia  il campo ad un consenso tenuto insieme solo da legami clientelari, cioè di convenienza personale, volti ad alimentare e perpetuare il potere dei signori delle clientele.

Il rimedio consiste nel ripristinare la fiducia dei cittadini nella Politica, riaprendola ad una larga partecipazione soprattutto dei giovani, per ricostruire ed offrire una nuova classe dirigente credibile. Non bastano i social, come ha dimostrato l’effimera vampata dei 5 Stelle, ma occorre anche l’impegno e l’incontro sul territorio, per affrontarne concretamente i problemi e proporre soluzioni fondate sulla loro conoscenza diretta.

Cioè una politica ed una rappresentanza popolari, senza eletti calati dall’alto ed ignoti ai più, ma espressione del territorio e scelti con le preferenze di chi li riconosce da vicino. 

Ciò confligge innanzitutto con una legge elettorale forzatamente maggioritaria, che manda in Parlamento chi è più solerte nel servire il Capo, generatrice delle gabbie bipolari sempre più distanti e contrapposte, incapaci di incontrarsi sul bene comune.

Ecco perché occorre un’alternativa di centro popolare che riavvicini i cittadini alle istituzioni con un progetto di società modellata su valori condivisi, senza demagogiche scorciatoie populiste o sovraniste che inseguono gli istinti più bassi con i sondaggi d’opinione, con una governance partecipata e collegiale che impedisca il leaderismo, vulnerabile e pericoloso per la democrazia.

L’occasione per avviare la ricomposizione del Centro è fornita anche dalle elezioni europee, proprio perché con sistema proporzionale e preferenze, ma non per conseguire un’esigua soglia del 4% con una sorta di “raggruppamento temporaneo di imprese” (come fanno alcune componenti pseudocentriste, che per l’elemosina di qualche seggio puntellano la destra più populista e sovranista), ma mirando a scardinare -con il recupero della fiducia e della partecipazione di chi non vota – le oligarchie bipolari che bloccano da 30 anni la crescita dell’Italia moderna e la allontanano dall’Europa.

Come in Polonia, che con l’impennata del numero degli elettori – soprattutto giovani e donne – si è liberata dell’ultradestra populista e sovranista che aveva occupato i gangli vitali dello Stato, della giustizia e dell’economia, allontanandosi dall’Europa. 

Anche in Italia il risveglio dall’indifferenza suicida e il ritorno alla politica di gran parte dell’elettorato – soprattutto cattolico, ma non solo – con una chiara “visione” del tipo di società e di valori che si propongono, può invertire la tendenza attraverso formazioni popolari aperte alla partecipazione, governate democraticamente e collegialmente, in cui ciascun cittadino possa sentirsi soggetto attivo, non più per lucrare vantaggi personali ma per contribuire insieme al bene comune: “C’entro, perciò voto”.

 

L’articolo, d’accordo con l’autore, appare stamane anche su “La Sicilia” (che ringraziamo per aver accettato questa formula di collaborazione).

Destra, il vittimismo come arma di attacco della Meloni

La Presidente del Consiglio attraversa un momento complicato su diversi fronti, dall’ambito politico a quello personale; ma quest’ultimo potrebbe – anzi dovrebbe – restare assolutamente estraneo alle valutazioni sull’azione del governo e della maggioranza che lo sostiene; peccato che la prima persona a non rispettare questo principio sia proprio la stessa premier, decidendo di socializzare la propria vicenda familiare con tanto di foto e commenti sulle sue questioni familiari e di coppia.

È chiaro che la decisione di sovrapporre la sfera privata a quella pubblica è stata una scelta obbligata per una vicenda che, per come si è sviluppata e per le inevitabili implicazioni social-mediatiche, non poteva aspirare in nessun caso a restare circoscritta in un ambito esclusivamente personale; e così mentre la politica di tutto il mondo ha gli occhi sulla Striscia di Gaza, Giorgia Meloni (madre, cristiana, ecc.) si è dovuta occupare di Striscia la notizia.

Va peraltro notato che il Giambruno si era già distinto per alcune “perle di saggezza” che avrebbero dovuto imbarazzare la Premier senza necessariamente aspettare i noti “fuori onda” come elemento di costrizione per portare la Meloni a prendere pubblicamente le distanze da lui e dalle sue gesta; le scempiaggini proferite sull’imprudenza e sulle responsabilità delle donne che vengono molestate uscirono in un’intervista pubblica e non in un “fuori onda”, ma in quel caso l’intero cerchio magico meloniano si schierò a difesa delle sciocchezze del Giambruno-pensiero.

La scelta di pubblicizzare – e quindi politicizzare – la propria vicenda familiare comporterà per la Meloni un costo in termini di coerenza rispetto ai messaggi e agli slogan propagandistici sulla cosiddetta “famiglia normale” e anche per questo non disdegna di indossare i panni della vittima. Nel videomessaggio del Brancaccio cerca di costruirsi dei nemici in modo confuso e fumoso parlando di generici attacchi e cattiverie perpetrate nei confronti suoi e del suo governo senza indicare da chi verrebbero portati questi attacchi, oltre che da Mediaset, Giambruno ed altri “famigli” della Premier stessa. “Lasciamoli rotolare nel fango” ha detto nel videomessaggio senza chiarire i soggetti che dovrebbero rotolarsi, ma cercando solo di trasferire un’immagine di vittima accerchiata da soggetti non identificati. Questa “offensiva vittimistica” è un innegabile segnale di debolezza che prepara una stagione di precostituzione di giustificazioni ed alibi per l’oggettivo peggioramento della condizione sociale ed economica del Paese da un anno a questa parte.

Strano dibattito sulla coesione istituzionale a Torino e in Piemonte

C’è uno strano e singolare dibattito a Torino e in Piemonte. Da settimane, e in vista delle ormai prossime elezioni regionali, la sinistra e i principali esponenti del nuovo corso del Pd della Schlein, attaccano a testa bassa il bravo e capace Sindaco di Torino, Stefano Lorusso, perchè “deve interrompere subito la coesione istituzionale” con il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. O meglio, come dice l’esponente del partito populista torinese, l’ex sindaca dei 5 Stelle Appendino, “Lorusso deve smetterla di fare il promoter di Cirio”.

Ora, si tratta di un dibattito singolare ed anacronistico per svariati motivi ma soprattutto per due ragioni di fondo.

Innanzitutto perchè, proprio a Torino e in Piemonte, le migliori stagioni politiche per il nostro territorio sono coincise in questi ultimi anni quando si è costruita una vera e propria “coesione istituzionale” tra il Sindaco della città capoluogo e il Presidente della Regione. Così fu tra Castellani e Ghigo; tra Chiamparino e Ghigo e, infine, proprio con Lorusso e Cirio. E lo confermano vari progetti che hanno avuto una positiva e proficua ricaduta sui territori. Nel caso specifico, a Torino e in Piemonte.

In secondo luogo la cosiddetta “coesione istituzionale” è segno di una spiccata e matura cultura di governo. Solo chi concepisce la politica come uno contro permanente e frontale, come una radicalizzazione continua del conflitto politico e come tentativo costante – tic proprio della sinistra ex e post comunista – di delegittimare moralmente l’avversario/nemico prima e di annientarlo politicamente poi, può sostenere una tesi tanto strampalata quanto anti politica. Una modalità, questa, che non soltanto mette in discussione una prassi ormai consolidata e anche politicamente vincente, ma che soprattutto evidenzia come il populismo continua a serpeggiare e a caratterizzare larghi settori della politica italiana. Sinistra compresa, purtroppo.

Ecco perchè, quando si parla di “coesione istituzionale” o di “collaborazione istituzionale” tra i diversi vertici degli enti – anche se di diverso colore politico – la regola resta quella di evitare conflitti permanenti e semmai, e al contrario, ricercare le ragioni della convergenza politica per raggiungere obiettivi comuni e soprattutto utili per il territorio.

Spiace che per motivazioni puramente elettorali e accompagnato da una concezione politica alquanto infantile e discutibile, si metta addirittura in discussione quella ”coesione istituzionale” che resta una delle poche risorse positive e costruttive di un passato che non va semplicemente e qualunquisticamente archiviato.

Le aree di crisi mondiali e la centralità degli USA

Dall’inizio della sua presidenza Joe Biden è oggetto di facili ironie legate alla sua età avanzata e agli effetti che questa genererebbe sulla sua impegnativa attività. In realtà, al contrario, il vecchio Joe sta dimostrando capacità ed energie associate a grande esperienza e a una convinta assertività valoriale che si stanno dimostrando fondamentali in questa tanto difficile e perigliosa fase della Storia. Lo stiamo verificando anche in questi giorni così drammatici.

Mettiamo in fila gli eventi dell’ultimo periodo. 

L’assalto terroristico di Hamas ha riacceso i fari sulla questione palestinese, quasi dimenticata da tutti nell’ultimo ventennio, dalla fine della seconda intifada nel 2005, salvo fugaci ritorni di attenzione durante le periodiche recrudescenze dello scontro con Israele, in Cisgiordania e soprattutto a Gaza. Grave errore non considerarla con l’attenzione necessaria, in quanto essa è il fulcro di tutta l’instabilità mediorientale, da ormai oltre 70 anni.

L’incontro a Pechino fra Xi Jinping e Vladimir Putin in occasione delle celebrazioni cinesi per il decimo anniversario dal varo della Belt&Road Initiative ha confermato – in aperto contrasto con gli USA – lo “stretto coordinamento strategico” fra Cina e Russia, anche se la mancata riaffermazione della famosa “amicizia senza limiti” ha dimostrato una volta di più che la partnership è disequilibrata, tutta in favore del Dragone.

Facendo leva su una alternatività culturale al mondo occidentale e intrinsecamente convinti della sua inevitabile decadenza, nonché sulle difficoltà che la svolta ambientalista occidentale provoca ai paesi in via di sviluppo che necessitano di fonti energetiche immediate, Cina e Russia hanno consolidato il legame con gli altri partner che costituirono l’originario neologismo BRICS (ovvero Brasile, India, Sudafrica) e sono riusciti ad associare altre sette importanti nazioni, che dal prossimo gennaio diverranno parte integrante del nuovo coordinamento BRICS+.

Contemporaneamente Putin, molto attivo in questa fase, è andato in Corea del Nord ove col feroce dittatore Kim Jong-un ha siglato un accordo di cooperazione politica e militare alquanto inquietante e nell’immediato volto a rafforzare il volume di munizionamento dell’esercito moscovita impegnato in Ucraina.

Da quelle parti, che una volta chiamavamo Estremo Oriente, permane alta la tensione intorno a Taiwan, ritenuta da molti la possibile causa scatenante un reale conflitto mondiale nel caso in cui Pechino ne decidesse l’invasione e gli Stati Uniti rispondessero alla medesima facendo valere la loro superiorità militare sugli oceani.

Eventi apparentemente minori come la conquista del Nagorno Karabach da parte dell’Azerbaigian ai danni degli armeni, costretti ad un esodo biblico, ricordano alla comunità internazionale quanto numerosi siano i punti di attrito nel mondo pronti ad esplodere con inaudita violenza.

Infine, last but not the least, il conflitto in Ucraina, al momento apparentemente in sonno ma in realtà ancora attivo e devastante, per il quale non si intravvede alcuna via d’uscita e che sta da oltre un anno e mezzo accentuando lo scontro anche culturale fra occidente e “mondo russo” minacciando di espandersi ad altre aree del vecchio continente, nello specifico nei Balcani, ove la tensione sta crescendo fra Serbia e Kosovo e all’interno della Bosnia Erzegovina.

Uno scenario globale cui Biden sta dedicando tutta la sua esperienza e abilità diplomatica in un misto di empatia con gli alleati aggrediti e determinazione nel far loro comprendere (e se necessario imporre) che la via maestra alla fine è sempre il negoziato e che comunque l’uso esclusivo delle armi non è risolutivo e non può varcare certe soglie. Il sostegno militare non manca (ed è cresciuto nel tempo anche in potenza, come dimostra la recente consegna a Kiev di missili ATACMS a lunga gittata) ma non può oltrepassare limiti insuperabili.

Così al governo di Tel Aviv Biden ha espresso solidarietà e garantito appoggio esplicito, oltre che sostegno deterrente facendo arrivare in zona due portaerei, e dunque riconducendo gli Stati Uniti nel Mediterraneo, il mare che dai tempi del carismatico ma meno esperto presidente Obama essi parevano aver dimenticato. Ma ha pure portato un messaggio chiaro: non commettete l’errore che abbiamo fatto noi dopo l’11 settembre con la guerra in Iraq senza averne preparato il dopo.

Quello che il presidente americano sta evidenziando è che lo scontro in atto è fra democrazie e autocrazie (o dittature). Le libertà e la democrazia sono gli asset valoriali che illustrano la civiltà occidentale moderna senza dei quali essa scomparirebbe, soccomberebbe. E dunque per essi vale la pena di battersi. Ma sempre rimanendo con i medesimi coerenti. Certo, sono valori che impongono una fatica (la ricerca del consenso democraticamente espresso in libere elezioni dai propri popoli) che agli autocrati viene risparmiata, consentendo loro una gestione delle proprie politiche senza vincoli di consenso. Ma proprio perché è sui valori che la battaglia si sviluppa a essa non si può rinunciare. Entro però i margini del consentito, anche nelle guerre.

Così, sia a Zelensky sia ora a Netanyahu sono stati indicati i limiti da non oltrepassare. Scontando la non completa accondiscendenza dei due alleati ma chiarendo altresì che gli Stati Uniti aiutano ma non subiscono. Così, anche, a paesi formalmente democratici come India, Brasile, Argentina, Sudafrica, che pure hanno aderito a BRICS+, la questione del rapporto con le autocrazie verrà fatta presente. L’India del resto è parte dell’alleanza QUAD con Giappone, Australia e gli stessi USA nella regione dell’indo-pacifico, promossa in funzione anticinese (a conferma di quante contraddizioni vi siano nel progetto BRICS+ e di quanto complicata sia divenuta la geopolitica del nuovo mondo multipolare).

In tutto ciò bisogna però riconoscere che Biden il problema principale forse lo ha in casa, in una America profondamente divisa; un’America che ha vissuto giornate drammatiche come quella del 6 gennaio 2021 e che ora, con l’anno elettorale che sta per aprirsi, potrebbe viverne di utlteriori, ancor più gravi, per le sue fratture interne. Tutto ciò indebolisce l’azione esterna del Presidente. Anche solo l’ipotesi che alla Casa Bianca possa ritornare Donald Trump mette piombo nelle ali della diplomazia USA, alle prese con interlocutori, sia quelli alleati sia quelli avversari, che si domandano: ma ci sarà ancora sleepy Joe fra un anno e poco più o tornerà colui che gli ha affibbiato quell’irriverente soprannome?

Il centro prenda coraggio nel ricercare un percorso di pace

La fase molto delicata che stiamo attraversando, che è quella di uno storico mutamento degli equilibri globali, sollecita una adeguata iniziativa politica capace di tenere insieme sia le ragioni dell’Occidente, del sistema di alleanze in cui il nostro Paese è inserito, sia le ragioni del cambiamento perché le logiche di schieramento, pur dure talvolta, soprattutto quando implicano di dover condividere anche gli errori con i propri Alleati, non obbligano nessuno a mettersi il paraocchi per non vedere la novità che avanza nella storia. La fedeltà e l’affidabilità sul piano internazionale non sono in antitesi con l’apertura a un futuro da saper cogliere nei suoi aspetti essenziali.

Questa operazione politica appare tanto più necessaria anche come sostegno all’opera che i vertici istituzionali del Paese svolgono in modo impeccabile per ridurre le tensioni in Medio Oriente e non solo. E mentre si deve invece registrare da parte delle delle ali estreme dell’opinione pubblica il tentativo in opposte direzioni di cavalcare il conflitto israelo-palestinese per interessi di bottega. Da un lato il mondo dei centri sociali che simpatizza con Hamas, dall’altra i toni da guerra di civiltà che una destra che vive sulla diffusione della paura, torna a sbandierare, nonostante tali toni siano nei fatti evitati persino dal governo che pure è di destra.

In mezzo ci deve essere la politica. E non la pseudo-polica dei Cinque Stelle che dimostrano di aver capito benissimo che nell’elettorato, non solo in quello cattolico, esiste una domanda profonda di non affidarsi al solo ricorso alla guerra nel gestire il complesso passaggio dal mondo unipolare a quello multipolare, ma non sanno andare oltre al lancio di slogan acchiappa -consensi e appaiono prontissimi a seguire percorsi di coerenza alla Di Maio, se dovessero mai tornare al governo.

L’area di centro invece appare culturalmente attrezzata per individuare i margini concreti di iniziativa per contribuire a far sì che i fronti di guerra non aumentino, e che in UE e USA alla fine possa prevalere una via costruttiva alla transizione geopolitica oltre le illusioni di poterla contrastare attraverso molteplici fronti di guerra. Un dibattito che peraltro è in corso fra le élites occidentali. L’altro ieri, ad esempio, l’Economist ha espresso in un articolo fondati dubbi sul fatto che gli Stati Uniti possano riuscire a gestire contemporaneamente due guerre, e forse tre, pensando a Taiwan. E non ha omesso una realtà che è sotto gli occhi di tutti gli osservatori internazionali: “In Medio Oriente, però, l’America è più sola nella sua difesa di Israele, e più esposta a perdere amici e partner che a conquistarne di nuovi. In un’epoca di competizione tra grandi potenze, questo fa la differenza”.

Ecco allora l’importanza di essere come Paese alleati affidabili e intelligenti, discutendo insieme con gli Alleati il modo per non ripetere gli errori del passato, impensabili peraltro con un Resto del Mondo che è cresciuto molto e si è organizzato. E che questi errori vi siano stati da parte dell’Occidente lo ricorda anche Papa Francesco nel nuovo libro-intervista “Non sei solo. Sfide, risposte, speranze”, quando afferma che le guerre per esportare la democrazia sono state un fallimento dell’Occidente.

Un altro requisito per una gestione politica e non militare, del cambiamento geopolitico è costituito infatti, dal tener presente anche il punto di vista degli altri. Si può non condividere ma non lo si può ignorare, come ci ricordano i tragici fatti che stanno accadendo in Israele e in Palestina. Ed è un fatto oggettivo che sulla attuale guerra una maggioranza molto ampia di stati nel mondo esprima posizioni diverse, anche se non inconciliabili, rispetto a quelle dell’Occidente.

Occorre dunque che l’area di centro prenda coraggio sui temi connessi a un nuovo modello di relazioni internazionali perché senza un’idea di come mitigare e superare i conflitti in corso, senza un’idea positiva del multipolarismo come garanzia della pace, è la proposta politica complessiva del centro che risulterà monca proprio nel punto che forse sta divenendo giorno dopo giorno, quello più sentito dagli elettori.

Calenda e Renzi sono accecati, la loro condotta è irresponsabile.

Io non so cosa li accechi, se l’ambizione, l’incompatibilità dei caratteri, qualche interesse più riservato, etc. Ma qualcosa c’è e sta producendo un danno irreparabile agli equilibri politici del nostro sistema. Mi riferisco ai due protagonisti del “centro”, Renzi e Calenda, ai quali in molti avevamo confidato. Si erano ritrovati insieme per motivi diversi, ma quella casualità ci era sembrata provvidenziale. Due personalità forti rilanciavano l’idea più ovvia per un Paese come l’Italia: quella di una politica capace di riflettere e articolarsi sulla complessità dei problemi economici e sociali lasciando perdere gli strascichi ideologici che ancora ci portiamo dietro.

Infatti proprio il sistema “bipolare” che ha contraddistinto la seconda Repubblica, diversamente da quanto i politologi avevano previsto, invece di attenuare la forza attrattiva delle ali, l’ha aumentata (ultimamente di più nella sinistra) mortificando le componenti intermedie dei due schieramenti. In altre parole si era (purtroppo si deve usare il verbo al passato) aperto un varco enorme per una iniziativa politica di centro; favorita per di più dalle prossime elezioni europee con il sistema proporzionale. Una occasione irripetibile che non si sa se e quando si potrà ripetere. Una occasione drammaticamente sprecata.

Trascurando per un momento i limiti intrinseci di forze politiche identificabili con una personalità, Azione e Italia Viva avevano raccolto un seguito che a differenza dei loro leader, le comprendeva entrambe, immaginandole per di più come un’unica forza finalmente autorevole e credibile. E in fondo pure la tardiva uscita di Fioroni con Tempi Nuovi poteva essere letta in questo modo. Tutto questo sta andando in frantumi, mentre per la sinistra e la destra si apre una prateria per disputarsi tra loro quel primato che un centro finalmente forte non gli avrebbe invece consentito.

Ne abbiamo visti tanti negli ultimi tre decenni e adesso siamo a commentare quest’ultimo decisivo errore. Con un senso di sconfitta e di desolazione. Per una generazione era l’ultimo treno da prendere prima della notte. Quel centro che oggi non c’è più, avrebbe potuto accogliere una cultura politica ancora viva e attuale in un momento nel quale più del pregiudizio ideologico serve, appunto, la capacità di organizzare una azione di governo capace di dipanare i nodi una complessità economica e sociale dietro la quale si intravedono le potenzialità di un Paese che proprio adesso, grazie all’opportunità del Pnrr – come ha detto Mattarella ai sindaci – potrebbe aspirare a un futuro prossimo più operoso e sicuro. Ma i litigi in atto impediscono la formazione di questa prospettiva. 

Peccato.

I Comuni sono luoghi di democrazia, dice Mattarella all’Assemblea Anci.

(…)

I Comuni sono l’articolazione capillare della Repubblica, espressione dei valori costituzionali come ogni altra istituzione democratica.

Più delle altre istituzioni hanno la responsabilità del contatto diretto, immediato, con le esigenze di chi vive nei loro territori.

Di tutte le loro istanze, sovente anche oltre le funzioni comunali. Di raccogliere le loro preoccupazioni, le loro attese.

Passa da qui la tenuta della coesione sociale e, aggiungo, lo sviluppo dell’Italia.

Questa caratteristica dei Comuni ne fa istituzioni dinamiche, non statiche.

Istituzioni in movimento.

Gli stessi rapporti tra le articolazioni della Repubblica ne traggono vantaggio.

I Comuni sono, infatti, termometri immediati dello stato di salute della nostra comunità.

Indicatori sensibili di quali effetti possono provocare situazioni di crisi, scarsità di risorse, scelte compiute a livello regionale e statale.

[…]

I Comuni, con le loro esperienze, sono – nell’attenzione alle necessità e nella ricerca di risposte – la prefigurazione di ciò che, sovente, viene poi raccolto nella legislazione e nelle scelte di governo.

Lo sono stati sin dallo sviluppo dell’unità d’Italia, quando il tema come la conoscenza dei fenomeni sociali venne affidato alla Unione Statistica delle Città Italiane (l’ISTAT sarebbe venuta decenni dopo l’USCI) o quando, per corrispondere all’ansia di sviluppo delle città e alla elevazione delle condizioni di vita degli abitanti, si dette avvio a formule allora nuove sul terreno di servizi come  l’acqua potabile, l’assistenza e la salute, l’energia e i trasporti, l’edilizia popolare, l’istruzione tecnica: esempi di welfare locale.

I Municipi sono stati centro e protagonisti dei processi di grande modernizzazione.

Sono permanenti laboratori di nuova partecipazione democratica e il pensiero corre al vissuto del decentramento amministrativo nei quartieri delle grandi città e nelle frazioni nei Comuni che si sviluppò negli anni Sessanta, capace di promuovere progetti civici.

I Comuni sono il primo banco di prova della vitalità di una democrazia, della nostra democrazia, e sarebbe un errore privilegiare scorciatoie su questo terreno.

Proprio la vitalità che caratterizza il rapporto tra le persone e i Comuni indica che va perseguita con ostinazione la strada del sempre maggiore coinvolgimento dei cittadini, elemento certamente non secondario di legittimazione. Anche per contrastare la preoccupante tendenza al disimpegno elettorale.

L’Italia è ricca della varietà di specifiche caratteristiche territoriali.

La sua bellezza, la sua storia, la sua cultura, persino le sue latitudini sono plurali.

Le diversità accrescono il valore del nostro Paese.

I Comuni rappresentano queste diversità, danno loro voce, nell’ampia cornice della Repubblica.

Investire sui Comuni vuol dire, quindi, investire sulla concretezza della vita dell’Italia, sul suo futuro.

La pluralità richiede sempre collaborazione.

Avete, difatti, sempre dimostrato saggezza nel non attardarvi nella logica delle piccole patrie per essere, invece, una grande forza nazionale, consapevole degli interessi generali, che dà senso e contribuisce alla direzione dell’Italia.

Ci uniscono un compito e una responsabilità collettive: l’attuazione della Costituzione, che pone sempre al centro la persona, la sua libertà, l’uguaglianza, lo sviluppo integrale.

Oggi è il tempo della prova di dare piena attuazione al Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Tante risorse, tanti progetti costituiscono nel loro insieme un’occasione storica per il nostro Paese, con la mobilitazione di importi ingenti, addirittura superiori a quelli del provvidenziale e mitico “Piano Marshall” nel dopoguerra.

Si tratta di un grande, decisivo contributo per innovare e migliorare l’Italia e l’Europa nella capacità produttiva, nella sostenibilità dello sviluppo futuro, nella coesione sociale.

Abbiamo conosciuto le stagioni dell’ammodernamento infrastrutturale. Abbiamo iniziato, negli anni 2000 a ridurre le distanze con l’alta velocità ferroviaria e a collegare le varie parti d’Italia con le reti wi-fi.

Abbiamo iniziato e questi percorsi vanno completati.

Siamo di fronte a nuove stagioni sul terreno della mobilità, del digitale, della formazione, che cambiano il modo di vivere e abitare, di produrre, di fare ricerca.

È un’occasione irripetibile nel medio periodo per migliorare la qualità della vita delle famiglie italiane, delle nostre comunità.

È questione che interviene anche sul tuttora irrisolto problema dei divari tra aree montane, rurali e insulari e aree metropolitane. Va implementata positivamente la Strategia nazionale Aree interne, in coordinamento con le altre risorse destinate, con una visione complessiva che sfugga la tentazione dei compartimenti stagni.

Centrare gli obiettivi del Piano è, in tutta evidenza, un traguardo a cui istituzioni, imprese, forze sociali sono chiamate a cooperare con il massimo impegno.

Questa è la vera posta in gioco: il salto in avanti che possiamo fare insieme.  

Avete orgogliosamente rivendicato di aver svolto fin qui i compiti che vi erano stati assegnati, e di aver rispettato le taPpe previste. E chiedete di ricevere – com’è bene – l’attenzione dovuta.

[…]

Ai Comuni è chiesto, spesso, di intervenire come pronto soccorso, di decidere in fretta, senza sovente avere certezza delle risorse necessarie ad affrontare le emergenze, con i Sindaci in prima linea.

È il caso delle calamità naturali.

È il caso di flussi migratori di dimensioni non previste.

Ciascuno deve fare al meglio la sua parte, sapendo che le politiche di mitigazione delle calamità devono essere accompagnate da adeguate politiche di prevenzione, così come è necessario dotarsi di visioni di ampio respiro per affrontare fenomeni epocali come le migrazioni, con cui ci si confronta in realtà da anni.

[…]

Rinnovo solidarietà ai Sindaci che hanno subito minacce, che affrontano pericoli e ostilità e continuano nel loro lavoro con sacrificio e dedizione.

La Repubblica è consapevole del servizio che rendete alla comunità nazionale e, per questo, vi è riconoscente.

È dai Comuni, dalle città, dai paesi, che riparte la fiducia.

Una fiducia non astratta, ma fondata su lavoro concreto, consapevole della forza da cui trae origine.

Celebriamo i cent’anni dalla nascita di Italo Calvino e siamo qui in Liguria, la regione dove, da giovane, si è formato.

Ne “Le città invisibili”, Calvino sogna e descrive luoghi immaginari, dove però il reale è vivo e l’ideale continuamente lo interroga e lo sfida.

Definisce le città, definizione che si aggiunge a quella che poc’anzi il senatore e maestro Renzo Piano ci ha presentato: “La città – scrive Calvino –  ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto, e di cui tu fai parte”.

I nostri centri abitati sono storia, progetto, impegno, speranza, percorso verso il futuro.

Ciascuno di voi si propone di lasciarli più belli, più vivibili, più civili di quando li ha avuti affidati dal consenso elettorale.

Un sogno e una promessa che ciascuno di voi avrà certamente fatto a sé stesso.

I Comuni sono i luoghi di democrazia dove questo percorso può essere condiviso.

Antonio Fazio fornisce un assist alla iniziativa dei cattolici popolari

Torna in campo Antonio Fazio, ex governatore della Banca d’Italia, ed uno dei “grandi vecchi della finanza cattolica”, chiamato a dare il suo contributo alla nascita di una formazione di Centro in vista delle Europee del 2024. 

Fazio sarà presente a Mantova alla presentazione del suo libro “Le conseguenze economiche dell’Euro” nell’ambito del sesto incontro territoriale di Piattaforma 2024, l’associazione della galassia cattolica presieduta dall’ex senatore Ivo Tarolli, impegnata nella nascita della lista centrista alle prossime europee. 

Nell’invito all’incontro – che si terrà oggi nalla casa del Mantegna alle 17,30 – Tarolli ha spiegato che “in questa occasione verrà ufficializzato che Piattaforma 2024 adotterà le Linee Guida degli insegnamenti in materia Economica e Finanziaria del dott. Antonio Fazio”, una “scelta che irrobustirà” il programma di Piattaforma 2024 che vuole proporre “Un Nuovo Modello di Sviluppo”. 

“Da Antonio Fazio – ha commentato Tarolli – per quasi 15 anni protagonista indiscusso delle vicende economiche italiane ed europee, abbiamo tratto un insegnamento maieutico: lo sviluppo dell’Economia, come lo sviluppo dei suoi processi non costituisce un fattore o una realtà a sé stante. L’Economia non è una realtà che rifulge di luce propria! L’Economia di mercato costituisce la manifestazione di una realtà più ampia, che coinvolge la Politica, la Giustizia, i Valori, e il funzionamento dell’intera società. Quindi non può che essere accompagnata da un Pensiero lungimirante, da una Cultura ad ampio raggio, e da leggi e da comportamenti che la sappiano indirizzare e, se serve, anche di correggere”. 

Anche Beppe Fioroni, presidente di Tempi Nuovi, l’associazione dei popolari ex Pd, sottolinea l’importanza del ruolo di Fazio: “Non è stato solo Governatore della Banca d’Italia, è una dei padri nobili della finanza cattolica, una realtà diffusa sul territorio che ha dato un contributo essenziale nello sviluppo economico e sociale dell’Italia del dopoguerra”. 

Fonte: ANSA

Si vince al Centro, serve un partito conforme a questa realtà.

Il mini test elettorale di domenica e lunedì ci hanno consegnato, per l’ennesima volta, un risultato abbastanza noto e collaudato. Ovvero, vincono le elezioni quelle coalizioni, quelle alleanze o quei candidati che trasmettono alla pubblica opinione un messaggio di moderazione, di buon governo e plurale. Senza estremismi e senza eccessiva radicalizzazione. Perchè dopo la sbornia populista, anti politica e demagogica di 5 stelle e con il progressivo, anche se ancora lento, ritorno della politica e delle sue categorie tradizionali, si ricomincia a vincere “al centro”. Questo non significa affatto che vincono e trionfano le forze centriste ma è indubbio che un’alleanza che non è sbilanciata eccessivamente a destra o a sinistra e che non presenta candidati a Sindaco o nei collegi uninominali politicamente molto radicalizzati, ha maggiori probabilità di vittoria.

Ora, che nel nostro paese si “vinca al Centro” e si “governi dal Centro” non è una gran novità. Perchè è una costante storica che accompagna e segna da sempre il sistema politico italiano a prescindere dal rapido cambiamento delle stagioni politiche e delle rispettive fasi storiche. Eppure questa costante politica e culturale resiste e obbliga gli stessi partiti, estranei ed esterni al patrimonio delle culture politiche centriste, e fare i conti con questa dinamica. Non è un caso che anche l’attuale governo guidato da Giorgia Meloni abbia impresso una svolta centrista sin quasi dal suo esordio con qualche stupore solo da parte di coloro che conoscono approssimativamente la storia democratica del nostro paese e le vicende concrete che ne hanno scandito i vari passaggi parlamentari.

Ed è proprio seguendo questa considerazione che emerge una domanda politica a cui, prima o poi, si dovrà dare una risposta concreta, coerente e convincente. Ovvero, ma com’è possibile se in un paese in cui si continua a “vincere al Centro” e a “governare dal Centro” non dar vita anche ad una forza politica schiettamente centrista, democratica, riformista e plurale? Ma com’è possibile, di conseguenza, che tutti coloro che si collocano o che si auto collocano con un po’ di fantasia al centro non siano in grado di tradurre questa domanda e questa richiesta in un progetto politico credibile e coerente? Cioè in un partito e, soprattutto, in un luogo politico?

Una domanda, lo ripeto, a cui prima o poi si dovrà pur dare una risposta politica ed organizzativa. Perchè non credo che le ripicche personali, le vendette e i pregiudizi ad personam possano essere gli elementi decisivi che bloccano il decollo di una formazione politica che, proprio dopo il “nulla della politica” incarnata dalla stagione populista di marca grillina, è sempre più gettonata e richiesta.

Una considerazione, questa, che dovrebbe far riflettere tutti coloro che vogliono battere la radicalizzazione dello scontro politico nel nostro paese e il consolidarsi di quel “bipolarismo selvaggio” che continua ad essere il tallone d’Achille che impedisce il vero rinnovamento della politica italiana da un lato e la stessa efficacia dell’azione di governo dall’altro.

Dibattito | Preferire Macron ai Popolari europei, un errore di Tempi Nuovi.

Dal tempo dell’Opera dei Congressi (1874-1904) alla nascita del PPI (18 Gennaio 1919) i cattolici  decisero di scendere in campo nella politica italiana, con l’obiettivo di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa. Dalla “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII alle encicliche giovannee “Mater et Magistra” e “Pacem in terris”, sino a quella paolina “Populorum progressio”, furono sempre i principi ispiratori della Dottrina sociale della Chiesa (DSC) a guidare la loro azione politica, dai Popolari di Sturzo alla DC di De Gasperi, Fanfani, Moro e degli ultimi democristiani della nostra quarta generazione.

Nella lunga stagione della diaspora (1993-2023), dopo la fine del partito, la Dc, che aveva per oltre quarant’anni raccolto in larghissima parte il voto cattolico, si è accentuata sempre più fortemente la divisione tra cattolici della morale e cattolici del sociale, e si sono approfondite le fratture tra le tre componenti storiche da sempre presenti tra i cattolici italiani. Se “i cattolici democratici” hanno in larga parte concorso alla nascita del Pd, dopo l’esperienza della “Margherita”, “i cattolici liberali” hanno finito col sostenere il partito di Berlusconi prima, e, nel 2022, almeno in parte, lo stesso partito di estrema destra di Giorgia Meloni. Molti di noi, che siamo legati alla tradizione dei “cristiano sociali”, da Miglioli, Grandi, Gronchi, Pastore, Donat Cattin, Labor, Vittorino Colombo, Bodrato, Marini, Sandro Fontana, abbiamo scelto il ruolo di “democristiani non pentiti”, ponendoci l’obiettivo assai arduo della ricomposizione politica dell’area cattolica, considerato che la suicida separazione del trentennio della diaspora, ha prodotto una sostanziale irrilevanza delle nostre voci.

Credo che adesso, com’è stato per tutto il tempo dell’esperienza politica dei cattolici italiani, anche alla luce dei recenti insegnamenti e sollecitazioni provenienti dagli ultimi pontefici, nostro obiettivo politico strategico debba rimanere quello dell’impegno a tradurre nelle istituzioni i principi della Dottrina sociale della Chiesa, accanto al dovere di difendere e attuare integralmente i dettami della Carta costituzionale. Le encicliche sociali di papa Francesco (“Laudato Si’”, “Fratelli tutti”, insieme all’ultima esortazione apostolica “Laudate Deum”) sono le stelle polari che indicano le priorità per noi cattolici nel tempo che ci è dato di vivere. Credo che sarebbe, dunque, necessario assumere decisioni sul piano politico organizzativo coerenti con tali insegnamenti.

Sappiamo che la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per facilitare il progetto della nostra ricomposizione politica, sta nel superamento delle leggi maggioritarie che, dal referendum Segni in poi, hanno ridotto il sistema politico italiano a un bipartitismo forzato, che non esprime la realtà del Paese, stante una renitenza al voto sempre più elevata.

Ci eravamo illusi che col voto europeo, che si svolgerà con legge elettorale proporzionale, prevalesse il buon senso, favorendo l’avvicinamento delle diverse frazioni in cui tuttora si scompone la complessa e articolata realtà culturale e politica dell’area cattolica. Invece, ancora una volta, sembrano prevalere nostalgie di vecchie formule già sperimentate all’interno del partito della sinistra, il Pd, presentate come una seconda fase della vecchia Margherita, probabilmente con il compito di ricontrattare dall’esterno, in condizioni diverse, ciò che non si era potuto raggiungere prima, nella condizione subalterna vissuta in quel partito. 

A me sembra un calcolo sbagliato, specie se per svolgerlo, si propone l’adesione al partito di Macron, “En marche”, nella sua versione di “Renew Europe”. Che un movimento/partito, come “Tempi Nuovi”, di Popolari già facenti parte del Pd, si propongano di partecipare alle prossime elezioni europee insieme a Calenda e/o Renzi, credo sia una strana capriola dalla Margherita in versione aperta alla sinistra, con Rutelli verso Veltroni, a una Margherita aperta a destra, verso i rappresentanti più autorevoli, come Macron, dei poteri finanziari dominanti.

Come si possano conciliare i principi e i valori della dottrina sociale cristiana con un partito che propone l’inserimento costituzionale del diritto all’aborto, credo sia molto difficile da spiegare all’elettorato di area cattolica. D’altronde l’area liberal democratica che già si trova inserita in quel polo, tra l’originale primigenio (Renzi-Calenda) e il surrogato di risulta, temo che finirà per scegliere il primo.

Come ho scritto più volte, ritengo che l’unità della lista per le europee della nostra area culturale si possa raggiungere, dopo un’attenta lettura dei programmi che per l’Europa propongono i due schieramenti del centro: quello del Partito Democratico Europeo (Renew Europe) e quello della Cdu, partito principale del Ppe. Quest’ultimo è ispirato dai principi del solidarismo cristiano e della sussidiarietà, coerenti con quelli della dottrina sociale cristiana, cattolica e protestante, che confermano il permanere dei legami profondi con i principi dei padri fondatori dell’Unione europea: Adenauer, De Gasperi e Schuman.

Un’alleanza, dunque, con i partiti che fanno riferimento al Ppe, considerato che la Cdu ha chiuso nettamente alla destra estremista e intende continuare la politica avviata dalla Merkel e da Ursula Von der Leyen a Bruxelles.

Un amico autorevole mi invita a chiarire come superare l’ostacolo di Forza Italia, il partito italiano più importante, almeno sin qui, inserito nel Ppe. Fu grazie al convincimento svolto su Berlusconi dai compianti Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che il partito del Cavaliere scelse l’adesione al Ppe e, oggi, può utilizzare il suo diritto di veto. Una lista che in Italia raccogliesse l’unità di tutte o della maggior parte delle componenti di area Dc e Popolare, ritengo, tuttavia, che non avrebbe difficoltà a farsi riconoscere quale componente attiva del Ppe, del partito, cioè, di cui la Dc storicamente è stata cofondatrice. Tanto più se permanesse in Italia l’alleanza di Forza Italia con due partiti, Fratelli d’Italia e la Lega, distinti e distanti nettamente dagli obiettivi politici del Ppe.

Penso, infine, che, presentandoci uniti alle europee con candidati nei collegi credibili, il nostro elettorato saprebbe ritrovare le ragioni di una partecipazione ampia al voto, e il risultato sarebbe la premessa della nascita di quel centro politico nuovo, ampio e plurale, basato sull’umanesimo cristiano, aperto alla collaborazione con le altre culture ispirate dall’umanesimo laico, liberale e riformista socialista. Servirà tanto impegno e molta generosità, a partire dalle periferie, nelle quali chiamare a raccolta tutti i movimenti, associazioni e gruppi che si richiamano alla nostra migliore tradizione culturale e politica.

Borrell (UE): no al terrorismo di Hamas, scongiuriamo però la crisi umanitaria.

Condannare il terrorismo di Hamas, ma allo stesso tempo affrontare la catastrofe umanitaria dell’assedio di Gaza da parte di Israele; esigere da Israele che rispetti il diritto internazionale umanitario; aumentare l’accesso degli aiuti umanitari attraverso Rafah, alla frontiera tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, consentendo anche il passaggio di carburante per alimentare i generatori elettrici e i dissalatori per l’acqua potabile; restare in relazione e collaborare con i paesi arabi per scongiurare un allargamento del conflitto; rilanciare il processo politico di pace con l’obiettivo dei due Stati. Sono i punti essenziali indicati dall’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, Josep Borrell, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio Affari esteri svoltosi ieri a Lussemburgo.

Borrell, che ha parlato per buona parte in spagnolo, ha iniziato con un omaggio all’enorme sofferenza del popolo ebraico nella storia, che si ripete oggi con gli attacchi terroristici di Hamas. “Credo – ha detto – che nessuno meglio del popolo ebraico possa sapere quanti danni un essere umano può arrecare a un altro essere umano. Nessuno più del popolo ebraico, che ha sofferto così tante persecuzioni nel corso dei secoli, per conoscere i danni che possono essere causati malignamente cercando di nuocere e far soffrire a un essere umano i peggiori trattamenti. La lunga storia del popolo ebraico, soprattutto in Europa, ci fa comprendere fino a che punto la sofferenza possa essere tanto orribile quanto quella causata da questo attacco di Hamas”.

“Ma allo stesso tempo – ha continuato – dobbiamo affrontare la catastrofe umanitaria che si sta sviluppando a Gaza, ed entrambe le cose devono essere fatte insieme: condannare gli attacchi terroristici ed evitare il più possibile la crisi umanitaria. E per questo è fondamentale che sia possibile per gli aiuti umanitari accedere a Gaza, e raggiungere le persone che ne hanno bisogno.

“Ci sono stati i primi convogli, ma – ha lamentato Borrell – molto ridotti; prima della guerra a Gaza arrivavano cento camion al giorno, ora ne arrivano venti, quando i bisogni sono molto maggiori. Questi primi convogli sono un segnale positivo, ma devono aumentare in velocità e quantità, e devono fornire medicine e cibo”.

“I ministri – ha aggiunto – sono stati d’accordo sul fatto che dovranno fornire anche il combustibile necessario per il funzionamento dei dissalatori e la produzione di elettricità.

Perché fondamentalmente – ha spiegato l’Alto Rappresentante – l’acqua a Gaza viene ottenuta da pozzi o dissalatori dell’acqua di mare. E come funzionano questi impianti? Funzionano con l’elettricità. E come viene prodotta l’elettricità? È generata con il carburante. Se non c’è il combustibile non c’è l’elettricità, se non c’è l’elettricità non c’è l’acqua. E se vogliamo l’accesso all’acqua per la popolazione di Gaza – ha sottolineato -, dobbiamo essere favorevoli anche alla fornitura del carburante necessario a tale scopo, attraverso i convogli di aiuti umanitari”.

“Ecco perché il sostegno all’Unrwa (l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, ndr) è essenziale; e devo rammaricarmi – ha detto l’Alto Rappresentante – della morte di quasi 30 agenti dell’Unrwa nell’esercizio delle loro funzioni” durante questo assedio. “Il sostegno alla popolazione di Gaza è essenziale. E gli Stati membri, i ministri, hanno concordato che questo sostegno finanziario sia mantenuto e continuato, in linea con le risorse di bilancio che gli sono dedicate”.

“Abbiamo anche studiato le relazioni con altri attori internazionali. Bisogna evitare – ha avvertito Borrell – un’escalation regionale. È chiaro che la Russia sta cercando di trarre vantaggio da questa situazione attraverso massicce campagne di disinformazione”.

“Non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo finale, che è la soluzione a due Stati. Ma se ne parla da trent’anni, e ogni volta sembra allontanarsi, al punto che il numero dei coloni nei territori della Cisgiordania si è triplicato nei trent’anni trascorsi dagli accordi di Oslo”, ha ricordato l’Alto Rappresentante.

Con i ministri dei Ventisette, ha continuato, “abbiamo discusso delle prospettive di pace nella regione e deciso che l’Europa deve impegnarsi a rilanciare un processo politico. Ne avevamo lanciato uno che ci ha portato a un importante incontro a New York durante l’Assemblea generale Onu di settembre, ma dopo quello che è successo gli obiettivi di questo progetto sono troppo brevi; dobbiamo rivitalizzare, rafforzare le nostre ambizioni, alzarne il livello. Dovremo approfondire le relazioni con i nostri colleghi dei Paesi arabi per vedere entro quale perimetro l’azione politica può fermare questo ciclo di violenza”.

Questa – ha ricordato ancora Borrell – è la quinta guerra che vedo a Gaza, e ho sentito dire molte volte ‘questa volta la finiremo a Hamas’. L’ho sentito troppe volte”.

“È importante, come ha affermato il presidente Biden, tenere conto anche della situazione del popolo palestinese a Gaza. Credo – ha osservato – che il discorso del presidente Biden alla nazione americana, alla vigilia del nostro vertice di Washington, contenesse elementi molto importanti riguardo alla moderazione che è necessaria nella risposta a un attacco brutale come quello subito da Israele”.

“Ebbene, poiché non c’è dubbio che il presidente Biden sia amico di Israele, permettetemi – ha concluso Borrell – di fare mie le parole che ha detto riguardo alla necessità di dimostrare la nostra volontà di salvare anche le vite dei palestinesi, e che Israele faccia la guerra secondo le regole della guerra”.

Fonte: Notiziario AskaNews

Una rinnovata Europa sia vero baricentro tra Occidente e Oriente

Prendiamo spunto dall’articolata discussione incardinata su “Il Domani d’Italia” sul ruolo propositivo che può svolgere una politica di centro in questa fase di avvitamento del sistema dei partiti, sempre più nella morsa di un  bipolarismo malsano, ed in particolare dall’articolo pubblicato ieri di Giuseppe Davicino, dal titolo ‘La transizione politica come crogiolo di una politica di centro”, per avanzare alcune considerazioni.

Nel condividere il quadro desolante circa lo stato attuale del nostro sistema e soprattutto della delusione che ha comportato, rispetto alle fervide aspettative, l’imbarazzante contesa tra Renzi e Calenda con cui hanno posto fine in modo scomposto alla loro sfida centrista con il cosiddetto “terzo polo”, suscita ancora particolare perplessità la condivisione del rinnovato auspicio espresso dalla nuova formazione dei popolari “Tempi Nuovi” a superare personalismi e incomprensioni, come peraltro si coglie da alcuni passaggi del loro comunicato del 19 ottobre scorso:“..Tempi Nuovi considera inevitabile che alla conflittualità permanente subentri il dialogo di lungo respiro, cercando con ciò d’individuare la strada per una soluzione da offrire al giudizio degli elettori il prossimo anno.                                           

Tempi Nuovi, pertanto, fa appello alle ragioni dell’unità, perché solo la manifestazione di un impegno concorde e solidale può attrarre il favore di una pubblica opinione desiderosa di cambiare il registro della politica nazionale.”.  Cui fa eco appunto Davicino con l’articolo citato ove testualmente possiamo leggere: “La tenacia con cui Tempi Nuovi si adopera per l’unità del Centro appare quanto mai opportuna in una fase in cui la domanda di una politica seria, affidabile ed equilibrata sembra procedere addirittura in modo spontaneo, risultando così forte, almeno tra l’elettorato del settore medio del ceto medio (perché i ceti medio-bassi e popolari si dividono ormai, purtroppo e forse anche un po’ per nostra responsabilità, tra astensione e populismi di vario genere, tra M5S, Lega e FdI), al punto da far pensare che il consenso vi sarà comunque.  E tanto vale allora tentare di superare ingiustificabili personalismi, come quello fra Renzi e Calenda, per raccoglierlo unitariamente questo consenso.”.                                                                                         

Ora è fin troppo evidente, volendo essere realisti, che quel connubio si possa ricomporre, dopo gli ultimi recenti episodi dove la litigiosità sembra essere arrivata agli estremi, complice la pretesa dell’uno e dell’altro sul finanziamento correlativo alla partecipazione elettorale dello scorso anno.                                                                                                                           

Non si capisce perché Tempi Nuovi non prenda sul serio di porsi essa come capofila di tale iniziativa coraggiosa che potrebbe portarla ad essere la testa di ponte di una sfida centrista magari aggregando altri pezzi della galassia democristiana, al momento abbagliati da una ingannevole seduzione esercitata dal centrodestra, soprattutto tenendo conto degli ambiziosi intenti che si sono dati i rappresentanti del Pde, nel cui comunicato, a conclusione di un recente incontro a Magonza, tra l’altro leggiamo:                                                       “..Rafforzeremo la cooperazione con i nostri partner che condividono idee basate sul rispetto reciproco e sui valori comuni. La nostra ambizione è quella di svolgere un ruolo di primo piano nella riforma del multilateralismo e di promuovere i nostri valori nell’ambito della cooperazione internazionale. Vogliamo consolidare la posizione e l’influenza dell’Unione Europea nel mondo, promuovendo la sua autonomia strategica e parlando all’unisono.                          Vogliamo un’autentica Politica di sicurezza e di Difesa Comune. Crediamo in un mondo in cui la pace non sia solo un ideale, ma una realtà per ogni individuo, garantendo un futuro sicuro e armonioso per tutte le generazioni a venire.                                               

A ben guardare gli obiettivi non appaiono di poco conto, non meritando di essere sacrificati al seguito di iniziative così avventurose, attesa la natura palesemente disomogenea e assai multiforme negli obiettivi (tanto sono apparsi subito diversi quelli di Renzi da quelli di Calenda) di ciascuna forza aggregata, da far ritenere sin da subito un’impresa dagli esiti assai incerti.                                                                                                                         Forse una maggiore fiducia nelle proprie forze non farebbe che convincere Fioroni e gli altri amici promotori che affidarsi a chi ha già fatto strame di uno stile, quello democristiano, (alludiamo ovviamente a Renzi e Calenda) non ne farebbe i migliori interpreti.                                                                 Tuttavia la questione posta ci dà la stura per guardare verso un orizzonte che ci è più vicino e che tocca il nervo scoperto di una galassia che non riesce a ritrovarsi unita su comuni obiettivi.                                                                                                                                              

Un percorso che non ha trovato in questi anni la giusta convergenza e sintonia e non se ne trova traccia in nessuna delle dichiarazioni affidate ai media dai popolari di Tempi Nuovi.                                                                                           

Eppure sarebbe un evento prioritario da perseguire in funzione di un nuovo protagonismo politico della cultura cattolico democratica nella comunanza di ideali che potrebbe infondere linfa vitale negli ambiziosi obiettivi che riguardano il futuro dell’Europa.                                                                                                                                    

Un sentiero che vale la pena ripercorrere se si ha il coraggio di ricompattare l’area cattolico democratica nell’obiettivo di definire una nuova identità all’Europa. Mentre poco potremo sperare da questa classe politica, colta da un furore populista irreversibile nella capacità di cogliere la profondità dei temi che questo processo evolutivo comporta.                                                                                                         

E l’ampiezza è quasi incommensurabile, se è vero che non c’è campo ove non si stiano portando grandi novità tecnologiche e organizzative: dal lavoro umano, alla produzione, dal consumo alla diagnostica e alle cure in medicina e ai tanti altri settori, segno di quanto i confini del progresso siano labili, non sono irrilevanti tutta quella serie di interrogativi, talora inquietanti, (come a proposito del ricorso sempre più massiccio all’Intelligenza artificiale) che stanno attraversando trasversalmente comunità e popoli; e soprattutto su che tipo di progetto di convivenza tra i popoli ogni forza politica strutturerà il consorzio umano per assicurare a tutti i continenti le condizioni di pieno sviluppo e di benessere di ogni persona.                                             

Non meno importanza assumeranno per tanti elettori delusi da politiche strillate e dal fiato corto, le proposte che questi due filoni culturali dell’area cattolica,come succedeva entro la virtuosa dialettica con cui la Dc sapeva poi fare sintesi, sapranno avanzare per la più concreta tutela del nostro ecosistema planetario ed un futuro ecosostenibile, e l’avvio di uno sviluppo armonioso, bilanciando nel miglior modo possibile il prezzo di queste scelte tra i diversi ceti sociali.             Già da tempo Papa Francesco,così come autorevoli organismi sovranazionali e osservatori della vita politica non smettono di sottolineare la priorità dei temi comuni per la salvaguardia del pianeta, condizione ineludibile per assicurare un comune futuro vivibile alle giovani generazioni e le migliori condizioni di convivenza tra i popoli, presupposto oramai immancabile per dare credibilità al progetto politico che ciascun paese proporrà al proprio interno su un tema così cogente.                                                  Su questo passa il discrimine tra chi opera per la coesione pacifica dei popoli e chi invece nell’accentuazione di visioni sovraniste non fa che spingere verso la disaggregazione di comunità sovranazionali in antitesi a comuni visioni di salvaguardia delle condizioni essenziali per la vita del pianeta e lo sviluppo delle comunità statuali.                                         Insomma un contesto generale che ci porta a legittimare la ragionevole preoccupazione che la deriva bellicista, avviatasi con l’occupazione da parte della Russia di Putin di pezzi di territorio dell’Ucraina, e la recente brutale aggressione violenta di inermi cittadini ebrei nei territori sovrani di Israele – cui speriamo che la preannunciata risposta militare del governo di Israele risparmi la popolazione civile, e convenendo che sia urgente e giusto dare attuazione concreta e pacifica alla risoluzione dell’Onu (due popoli, due Stati) con tutti i giusti presidi di sicurezza per entrambi – non può farci ignorare la precipua importanza che assumono le prossime elezioni per il rinnovo del parlamento europeo, con riferimento a quale idea di Europa ciascuna forza politica mira e quali coalizioni si mostrano funzionali a questi obiettivi.                                  

Mentre non va sottovalutata la presa d’atto che nel crescendo delle conflittualità tra i governi e tra nazioni, vecchi conti si stanno regolando, si profila un Europa sempre più ininfluente nel porsi come arbitro autorevole davanti a temibili conflitti sotto i nostri confini.                                                Non è allora ultroneo attendersi delle forze politiche più convintamente europeiste la proposta di un modello più aggiornato di Unione Europea fondato sull’esigenza di creare le condizioni per portare a compimento quanto vagheggiato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel “Manifesto di Ventotene”, e da Jean Monnet, ossia gli Stati Uniti d’Europa, che sullo sfondo balenava anche nel pensiero dei promotori della Comunità europea. A tal proposito mi pare pregevole citare quanto ha affermato l’8 novembre del 2012 Viviane Reding, esponente del Partito popolare Cristiano sociale, a quell’epoca vicepresidente della Commissione europea, nella sua prolusione al Centro di diritto europeo dell’università di Passau: “Se si vuole una politica di bilancio sana e duratura, occorre un Ministro delle finanze europeo responsabile del proprio operato dinanzi al Parlamento europeo e che disponga di chiari poteri per intervenire nei confronti degli Stati membri. L’arbitrarietà dei giudizi pubblicati dalle agenzie di rating non può certo rappresentare un’alternativa! […] A Maastricht hanno voluto farci credere che era possibile introdurre un’unione monetaria stabile e una nuova valuta internazionale senza creare in parallelo gli Stati Uniti d’Europa. È stato un errore, e questo errore di Maastricht va corretto adesso se vogliamo continuare a vivere in un’Europa stabile ed economicamente prospera.”.                                           

Per questo non è di poco conto la connaturata sensibilità da parte di forze politiche come  la “nuova” Dc e i Popolari di Tempi Nuovi, ove gioca un ruolo prevalente la consustanziale capacità di saper approntare il giusto clima di ascolto e dialogo, da sempre il miglior viatico per giungere a trovare soluzioni, quanto più realistiche, ad ogni tensione e conflitto, soprattutto prima che esplodano, con l’effetto sovente di facilitare la maturazione di processi di democratizzazione autoctona. 

È perciò innegabile che nel groviglio dei rapporti tra Stati, su cui si erigono poi gli assetti futuri, grande ruolo assume la particolare attenzione alla transizione geopolitica, oggi avviata in direzione di un nuovo ordine mondiale ad evidenza multipolare, come rappresentato dai nuovi protagonisti sulla scena mondiale, quali Cina, India, e in misura minore Russia, che si aggiungono a pieno titolo agli USA, impegnati dalla fine della divisione di Yalta a fare da gendarme dell’Occidente e delle libertà dei popoli.     Mentre la nostra vecchia Europa, sotto lo scudo del patto Atlantico, sempre più immersa in una visione pacifista, ancora memore degli orrori delle due guerre mondiali, pur essendo tra le più solide potenze economiche, oggi è spiazzata nella competizione al riarmo.                     

Occorre che partiti come la “nuova” Dc, unitamente al Ppe, e i Popolari di Tempi Nuovi – che pure non facilmente troveranno terreno favorevole nell’ambito del Pde, apparendo immaginabile una sorta di resistenza da parte dei francesi di Renew Europe – nel solco di quel patrimonio di ideali che portarono a concepire con De Gasperi, unitamente ad Adenauer e Schuman, il primo abbozzo di comunità europea, con la Cee, si facciano promotori di una forma federale dell’Unione Europea affinché si avvii un processo di ridefinizione dei Trattati e delle Istituzioni, capaci di rendere più dinamico ed incisivo il ruolo dell’Europa.                                           

Un tale processo non mancherà di favorire nuovi posizionamenti nella prospettiva di future alleanze e nuovi assetti tra le grandi potenze, ma non dovrà far commettere l’errore di cadere nello scontro di civiltà, che spesso forze politiche populiste e sovraniste evocano in risposta a certo fanatismo fondamentalista, anche se non può ignorarsi che ogni regime totalitario o autocratico produce oppressione delle libertà e umilia i diritti naturali di ogni persona e spesso impedisce ogni attività di cooperazione, non solo economica, che possono contribuire a stimolare lo sviluppo di un paese.        

Al contempo obbligherà noi europei a modellare un nuovo concetto di Atlantismo, sempre ancorato ai principi dello stato di diritto, ma più volto ad un maggior coinvolgimento, in un ruolo attivo che l’Europa potrebbe svolgere in una nuova forma federata con propri organismi unitari di bilancio, di sicurezza e difesa comune e l’equiparazione degli Ordinamenti fondamentali, sulle materie affidate agli organismi federali, così da rendersi più credibile e meno gregaria nel concerto Atlantico.                                                  

Del resto non è un mistero che gli Stati Uniti, nostri maggiori alleati, da tempo presi da obiettivi di più ampio raggio, concentrati soprattutto nel quadrante indo-cinese, hanno inteso avviare un graduale disimpegno in confronto al vecchio continente.                                 

Mentre è un dato, come ieri affermava Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, che l’Europa appare, in presenza di scenari di guerra (l’Ucraina prima, e in queste settimane Israele e la Palestina) così minacciosi, disorientata e confusa, alla ricerca di un ruolo che non è in grado di esercitare a fronte di conflitti sempre più cruenti che richiedono arsenali traboccanti di armi; mentre appare sempre meno efficace la dissuasione anche nella forma della minaccia di far ricorso alla bomba atomica, tanto più tenendo conto delle nuove tecnologie militari oggi dominate da una tendenza verso atomiche a corto raggio (per fortuna ancora non sperimentate sui terreni di guerra).                                                        È indubitabile che l’accentuarsi delle aggressioni riveli un crescendo sempre meno contenibile di mire espansionistiche da parte di quei paesi che hanno in questi decenni riempito gli arsenali di armi.                                  Un salto di qualità che sposta su livelli più preoccupanti quel sotteso che talvolta affiorava scopertamente nelle competizioni commerciali nel tentativo di accaparrarsi giacimenti di materie rare o quando non si riesce a mettere le mani attraverso le nuove forme di colonialismo surrettizio, come sta avvenendo nel continente africano, ove non è infrequente agire favorendo “colpi di stato” funzionali al paese committente.                                         

Così è sempre più a rischio lo sviluppo delle condizioni per la convivenza pacifica tra i popoli.                                    Tanto basta per interrogarci se davvero l’attuale assetto ordinamentale ed istituzionale dell’Ue sia ancora compatibile con un ruolo e un protagonismo più autonomo e più dinamico che una nuova Ue può svolgere in direzione di una visione volta in primo luogo alla diretta assunzione della difesa dei confini europei, a fronte del graduale disimpegno degli Usa, e a promuovere e consolidare la convivenza pacifica tra i popoli e il rispetto delle sovranità, a cominciare dal versante est del continente europeo e dal lato sud-est del mediterraneo.                              

Ecco perché non è più tempo per ignorare i tanti nodi che stanno venendo al pettine a causa di politiche energetiche. e quindi di accaparramento delle materie prime, poco rispettosi dei diritti essenziali dei popoli e dell’ambiente, oltre al consumo indiscriminato dei territori: il tutto poco lungimirante. Così è disarmante constatare che dopo ottant’anni di pace diffusa (anche se non sono mancati conflitti endemici regionali in diverse aree del mondo) non siamo riusciti a creare le condizioni di un mondo senza conflitti. Servono pertanto nuove risposte capaci di dare credibili prospettive di pace e di futuro a ciascun paese del mondo. In questa prospettiva appare urgente avviare anche un processo di ridefinizione dell’Onu per dare poteri di intervento più incisivi. Non sarebbe un fuor d’opera perciò un’iniziativa congiunta tra nuova Dc e Tempi Nuovi, che ridia lungimiranza e nuovo vigore agli ideali dei padri fondatori portando a compimento l’idea di un’Europa federale per affrontare le nuove sfide planetarie.                                   

Auspico pertanto che, nella comune matrice democristiana, la “nuova” Dc e i Popolari di Tempi Nuovi facciano propria una visione promotrice – unitamente alle forze politiche europee di riferimento, Ppe e Pde, e se del caso anche con il Pse – che ponga come prossimo cruciale obiettivo gli Stati Uniti d’Europa. In previsione di questo scenario si adoperino al contempo affinché l’Europa, e con essa l’Italia, sia testa di ponte nel mediterraneo al sud come ad est, uscendo dal dualismo Occidente-Oriente in un quadro di rispettosa coesistenza e cooperazione pacifica con ciascuna area del mondo.

La figura e l’opera di Antonio Canova ai Musei Vaticani

Oggi la Direzione dei Musei Vaticani presenterà “Antonio Canova nei Musei Vaticani”, un ampio progetto espositivo diffuso e dedicato a celebrare la figura e l’opera del celebre scultore italiano che nelle collezioni pontificie svolse anche un ruolo istituzionale di rilievo: sovrintendente, direttore e figura fondamentale per il recupero delle opere prelevate dalle campagne napoleoniche, la sua poliedrica personalità deve necessariamente essere presentata in più direzioni.

Per questi motivi l’iniziativa espositiva – che si pone in chiusura delle celebrazioni canoviane del 2022-2023 – è stata curata da Alessandra Rodolfo, curatore del Reparto per l’Arte dei Secoli XVII-XVIII, ed ha visto il coinvolgimento diretto del direttore, Barbara Jatta, e si articola in diverse sezioni all’interno dei Musei Vaticani, offrendo ai visitatori l’eccezionale possibilità di ammirare una vasta selezione di opere di Canova, che ne mettono in luce l’importanza e l’influenza nell’arte del suo tempo e ne evidenziano la personalità e la maestria tecnica.

“Negli anni cruciali dell’occupazione napoleonica e della Restaurazione – commenta Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani – Antonio Canova fu personaggio fondamentale per la politica culturale papale che ne valorizzò le doti organizzative, lo spirito di servizio, l’interesse verso la tutela e la salvaguardia del patrimonio artistico che fu affidato al suo vigile controllo. I Musei Vaticani devono tanto a questo personaggio straordinario ed è per questo che abbiamo inteso celebrarlo”.

L’iniziativa offre anche l’occasione per aprire al pubblico della Sala delle Dame al cui interno sono stati collocati opere, bozzetti e gessi realizzati dal Canova insieme ad opere di artisti a lui vicini, quali Giuseppe De Fabris e Cincinnato Baruzzi. La sala è tra le più raffinate dei Musei Vaticani e fino ad oggi non accessibile ai visitatori. Realizzata grazie a papa Paolo V Borghese tra il 1608 e il 1609 fu lo stesso pontefice che decise di commissionare a Guido Reni i meravigliosi affreschi della volta raffigurante la Pentecoste, la Trasfigurazione e l’Ascesa al cielo. Le preziose decorazioni delle pareti immergono il visitatore in un’atmosfera ottocentesca, in piena sintonia con le opere canoviane.

“Nella seicentesca Sala della Dame, – afferma Alessandra Rodolfo, curatore del Reparto per l’Arte dei Secoli XVII-XVIII. – impreziosita nella volta dagli affreschi di Guido Reni, è stato collocato il gruppo di opere canoviane, per lo più di soggetto religioso, provenienti dell’eredità del cardinale Placido Zurla.

L’allestimento giunge al termine di un luogo progetto finalizzato a restituire al pubblico tutte le opere vaticane del grande Maestro”.

Fonte: Notiziario Askanews

Argentina, Sergio Massa a sorpresa s’impone al primo turno

Lo davano in difficoltà, invece ha prevalso nettamente sugli altri contendenti. Quando nella notte primaverile di Buenos Aires i risultati sono apparsi sufficientemente stabili, Sergio Massa ha voluto lanciare subito un messaggio agli elettori in vista del ballottaggio. Ha detto che, nel caso di vittoria, è sua intenzione “iniziare a costruire una nuova tappa per la storia politica argentina”. 

Nel quartier generale, allestito nel barrio di Chacarita, i festeggiamenti sono esplosi con la ufficializzazione dei primi dati che indicavano il profilarsi di un successo inaspettato. Determinante, a questo riguardo, é stato il ruolo di Axel Kicillof, rieletto trionfalmente alla carica di governatore della provincia di Buenos Aires.

Massa, dopo aver auspicato il coinvolgimento nella sua battaglia dei radicali, interpreti da sempre di un certo sentimento progressista delle classi medie argentine, ha salutato la prova di maturità democratica che l’alta affluenza elettorale ha messo in evidenza. “Voglio dire agli argentini che questo grande giorno rende la nostra democrazia più forte, più robusta”. In più, spezzando una lancia a favore della politica di unità nazionale, ha preso impegno a rompere l’involucro della logica perversa dell’amico-nemico, fonte di tensioni e scontri permanenti, oggi più che mai lesivi per un Paese che viaggia al ritmo di un’inflazione del 180 per cento su base annua.

“Prendiamo questo tempo – ha ripetuto –  come un tempo di riflessione, come un tempo per parlare a tutti gli argentini”. Alla fine, ringraziando commosso tutti coloro che hanno prestato la loro collaborazione in campagna elettorale, non ha mancato di ringraziare “specialmente” per il suo sostegno Cristina Kirchner, eminente figura istituzionale e leader del partito che mantiene viva la fiamma del peronismo.  “A novembre, a qualunque costo, dobbiamo vincere”. Parola di Massa. 

Schröder sostiene che solo gli USA potrebbero risolvere la guerra contro l’Ucraina

L’amministrazione Biden ha impedito all’Ucraina di concludere un accordo di pace con la Russia nei primi giorni della guerra, ha affermato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder.

In un’intervista al quotidiano Berliner Zeitung, Gerhard Schröder, cancelliere della Germania dal 1998 al 2005, ha affermato che centinaia di migliaia di vite avrebbero potuto essere salvate se non fosse stato per la pressione esercitata su Kiev da Washington affinché rifiutasse i negoziati di pace con Mosca. 

Schröder, che ha dovuto affrontare critiche per la sua amicizia con Vladimir Putin e i suoi legami commerciali in Russia, anche come membro ampio del Nord Stream 2 AG, ha rivelato che l’anno scorso l’Ucraina gli aveva chiesto di agire come mediatore con Mosca per cercare un accordo fine pacifica del conflitto dopo che l’esercito russo ha invaso l’ex stato sovietico.

“Le uniche persone che potrebbero risolvere la guerra contro l’Ucraina sono gli americani”, ha detto l’ex cancelliere. “Ai negoziati di pace del marzo 2022 a Istanbul con [l’attuale ministro della Difesa ucraino] Rustem Umerov, gli ucraini non hanno accettato la pace perché non gli era stato permesso di farlo. Prima dovevano chiedere agli americani tutto ciò di cui avevano discusso”.

“La guerra potrebbe finire se gli interessi geopolitici non fossero in gioco”, ha aggiunto.

Schröder ha detto di aver avuto due colloqui con Umerov, nonché un colloquio privato con Vladimir Putin e poi con l’inviato del presidente russo. Ha detto che Umerov ha espresso la volontà di accettare termini che darebbero garanzie di sicurezza a Kiev, affrontando al contempo diverse preoccupazioni chiave del Cremlino, come l’impegno dell’Ucraina a non aderire alla NATO e l’introduzione di riforme per garantire maggiore autonomia alla regione del Donbas, a forte etnia russa.

L’ex cancelliere ha anche affermato che Kiev era disposta a discutere lo status della Crimea – che la Russia ha annesso nel 2014 – e ha fatto riferimento ai resoconti contemporanei del quotidiano Bild per sostenere le sue affermazioni.

“Lui [Umerov] ha mostrato disponibilità anche sugli altri punti”, ha detto Schröder. “Ma alla fine non è successo nulla. La mia impressione: non poteva succedere nulla perché tutto il resto veniva deciso a Washington. È stato fatale. Perché ora il risultato sarà che la Russia sarà legata più strettamente alla Cina, cosa che l’Occidente non dovrebbe volere”.

“Gli americani credono di essere abbastanza forti da tenere sotto controllo entrambe le parti. A mio modesto parere questo è un errore. Basta guardare quanto è lacerata la parte americana adesso. Guardate il caos al Congresso”, ha aggiunto l’ex leader tedesco.

Le critiche di Schröder non si sono limitate all’amministrazione Biden, poiché l’ex cancelliere ha affermato che sia il presidente francese Emmanuel Macron che il suo successore come cancelliere tedesco Olaf Scholz devono fare di più per esercitare pressioni a favore della causa della pace, affermando che la guerra “non è solo una questione americana ma soprattutto europea”.

Ha sostenuto che, piuttosto che cercare di trovare soluzioni per porre fine alla guerra, i leader occidentali sembrano essere più interessati alla questione di come fornire all’Ucraina più armi, cosa che, secondo l’ex cancelliere tedesco, è stata per la “delizia degli americani”. e le industrie tedesche degli armamenti”.

“Perché il sostegno all’Ucraina non può essere combinato con un’offerta di dialogo con la Russia?” chiese Schröder. “Le consegne di armi non sono una soluzione per l’eternità. Ma nessuno vuole parlare. Tutti sono seduti in trincea. Quante altre persone dovranno morire? È un po’ come il Medio Oriente. Chi sono le vittime da una parte e dall’altra? Poveri che perdono i figli. Nessuna delle persone che contano si muove”.

 

Fonte: Agenparl

https://agenparl.eu/2023/10/22/lex-cancelliere-tedesco-sostiene-che-lamministrazione-biden-ha-impedito-allucraina-di-accettare-un-accordo-di-pace-nel-2022/

Carlo Donat-Cattin, Franco Marini e la sinistra sociale della Dc.

Sto ultimando un libro sulla esperienza della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana nella politica italiana. Ovvero, l’esperienza riconducibile alla componente di Forze Nuove di Carlo Donat-Cattin nella Dc prima e poi di Franco Marini nei partiti che si sono succeduti dopo il tramonto della stessa Dc all’inizio degli anni ‘90. Certo, la storia non si ripete mai e quando cerca di farlo, come ben si sa, si trasforma prevalentemente in farsa. Come puntualmente è capitato in questi ultimi anni.

Ora, e al riguardo, è indubbiamente encomiabile che molti amici cerchino ancora di rifarsi a quella esperienza politica, culturale e sociale – ovviamente con una versione aggiornata e soprattutto contemporanea – dopo la sbornia populista, qualunquista, demagogica e trasformistica dell’ultima fase della cosiddetta seconda repubblica. Ed è altrettanto difficile scimmiottare una straordinaria realtà politica che, priva di un leader naturale di riferimento, rischia di trasformarsi in una semplice evocazione astratta e politicamente inconcludente e sterile. Eppure, al di là dello scorrere del tempo e del rapido cambiamento delle fasi politiche – oltretutto rafforzati dalla sostanziale assenza dei partiti sostituiti da vivaci quanto aridi cartelli elettorali – non si può rinunciare tranquillamente ad un patrimonio culturale, politico, sociale ed istituzionale che continua a rappresentare un asset decisivo e qualificante per l’intera storia del cattolicesimo politico italiano. Ma tutto ciò è possibile farlo, seppur con difficoltà, contraddizioni e molti limiti, a due sole condizioni.

E cioè, chi vuole riproporre il “pensiero” della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana nella cittadella politica italiana deve oggettivamente riconoscersi in quel patrimonio. Sarebbe curioso, nonchè singolare, se la nuova “sinistra sociale” fosse interpretata e fatta propria da chi è sostanzialmente estraneo a quella cultura, a quella sensibilità e a quella tradizione ideale. Sarebbe, in versione diversa, una nuova forma di trasformismo politico e di opportunismo culturale.

In secondo luogo, la “sinistra sociale” di ispirazione cristiana non può sentirsi a casa sua in qualsiasi contenitore politico, o cartello elettorale o partito politico, come si chiamava un tempo. Certamente non nel partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle che pensano che la “sinistra sociale” sia una sorta di ricetta pauperista e brutalmente assistenzialista. Né all’interno dei partiti che coltivano, legittimamente, un progetto liberista a livello di politica economica e sociale e laicista sotto il versante culturale ed ideale. O, infine, in partiti che hanno e perseguono un’altra ragione sociale: chi, ad esempio, una sinistra radicale e massimalista o chi un sovranismo clericale e culturalmente anti solidarista.

Insomma, la “sinistra sociale” era, e resta, un giacimento culturale e politico a cui molti cattolici italiani, e non solo, non possono rinunciare. Ma questa “sinistra sociale”, sempre più necessaria in un contesto dominato, come quello contemporaneo, da una sempre più preoccupante ed insidiosa “questione sociale”, deve conservare quella coerenza politica e quella lungimiranza culturale che sono, e restano, gli ingredienti decisivi ed essenziali per continuare ad essere credibili nella società italiana post ideologica ma non ancora post politica.

La difficile condizione dei giovani nell’Italia di oggi

Business team at the office working on a laptop

[…] Negli ultimi anni [la] condizione giovanile è stata spesso oggetto di generalizzazioni e semplificazioni, che spesso finiscono per imputare ai giovani stessi la responsabilità di questo stato di cose. Le principali cause sarebbero da ricercare in uno scarso impegno profuso nella scuola, in una presunta apatia generazionale e un disinteresse per il lavoro. I giovani sono stati spesso definiti: “bamboccioni”, “sdraiati”, fino al sofisticato rimprovero di essere troppo “choosy”. Questi atteggiamenti sono emblematici del rifiuto di capire il mondo dei giovani e, soprattutto, di attivarsi per risolvere i problemi che rendono le nuove generazioni più dipendenti dalla famiglia, non per scelta ma per necessità.

Affrontare questa situazione è invece una priorità assoluta. Questo non soltanto per gli effetti immediati della situazione di disagio e deprivazione dei giovani più fragili, ma soprattutto perché – come risulta da numerosi studi socio-economici – un livello di istruzione insufficiente, periodi di inattività e disoccupazione in età giovanile hanno conseguenze importanti anche in età adulta. Il tutto ulteriormente peggiorato da una bassa mobilità sociale che, attraverso la trasmissione intergenerazionale della povertà, condanna molti giovani in una “trappola della povertà”. Come certificato dall’Istat, quasi un terzo degli adulti (25-49 anni) a rischio di povertà proviene da famiglie che erano povere quando i soggetti intervistati erano giovani.

Il cahier de doléances dei problemi dei giovani, in questi tempi di alta inflazione e di fosche prospettive di crescita economica, potrebbe proseguire all’infinito. Resta il dato più emblematico, che mostra come nel nostro Paese le risorse destinate alla scuola e al welfare dei più giovani siano fortemente sottodimensionate rispetto al resto dell’Europa. Mentre l’Europa (UE27) spende in istruzione mediamente il 4,8% del PIL, e paesi come la Svezia, la Danimarca e il Belgio superano abbondantemente il 6,2% del PIL, in Italia la spesa in istruzione si attesta al 4,1% del PIL. Lo stesso potrebbe dirsi delle spese per il welfare, dove tuttavia il problema non è solo l’esiguità delle risorse, ma soprattutto la distorsione nella composizione che privilegia gli aspetti previdenziali, rispetto alle politiche di sostegno ai giovani. Se è vero che in un Paese che invecchia non potrebbe essere altrimenti, queste scelte di politica economica rivelano una prospettiva decisamente miope, che rafforza la caduta del tasso di natalità delle famiglie e condanna l’Italia a un calo demografico che nel giro di 20 anni vedrà una riduzione consistente della popolazione in età di studio e di lavoro.

Le notevoli risorse finanziarie mobilitate dal programma europeo Next-Gen EU – come recita il nome stesso scelto dalla Commissione europea – dovrebbero servire a sostenere e rafforzare il benessere delle generazioni future e non a scaricare su di loro ulteriore debito pubblico. La sfida è aperta e i giovani devono far sentire la loro voce.

 

Claudio Lucifora è professore di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Centro di Ricerca sul Lavoro “Carlo dell’Aringa” (Crilda). 

 

Per leggere il testo completo

[Titolo originale: I giovani e il lavoro: un percorso in salita]

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-i-giovani-e-il-lavoro-un-percorso-in-salita-6306.html

La transizione geopolitica come crogiolo di una politica di centro

La tenacia con cui Tempi Nuovi si adopera per l’unità del Centro appare quanto mai opportuna in una fase in cui la domanda di una politica seria, affidabile ed equilibrata sembra procedere addirittura in modo spontaneo, risultando così forte, almeno tra l’elettorato del settore medio del ceto medio (perché i ceti medio-bassi e popolari si dividono ormai, purtroppo e forse anche un po’ per nostra responsabilità, tra astensione e populismi di vario genere, tra M5S, Lega e FdI), al punto da far pensare che il consenso vi sarà comunque. E tanto vale allora tentare di superare ingiustificabili personalismi, come quello fra Renzi e Calenda, per raccoglierlo unitariamente questo consenso.

Accanto alla preoccupazione per l’unità il percorso di costruzione del centro deve tenere conto di un altro dato. Siamo in una fase in cui, come ha osservato Marco Follini, la politica estera è divenuta il motore di quella interna anche per la formazione delle alleanze di governo. I due fronti di guerra, che ci riguardano, aperti attualmente, ci ricordano quanto siano importanti le logiche di schieramento. E tuttavia la mera opzione atlantista e pro-Israele (nella prospettiva della soluzione a due stati del conflitto con il popolo palestinese) che trova ampio consenso tra pressoché tutte le forze politiche italiane, non sembra, da sola, sufficiente a caratterizzare una politica di centro che sia all’altezza delle sfide del momento.

Perché la transizione geopolitica in corso pone la necessità per il Paese, per l’Ue, per l’Occidente di definire una nuova politica internazionale. In questo senso ora è necessario ma non più sufficiente dire: stiamo con l’America. Perché gli stessi Stati Uniti sono alla ricerca di una loro collocazione nel mondo multipolare, non senza spinte di segno opposto che mirano a perseguire con ogni mezzo la conservazione dell’unipolarismo che fu, con un azzardo che potrebbe rivelarsi nefasto per la pace e la stabilità nel mondo intero. Un processo che implica una medesima e speculare ricerca di un ruolo per l’Unione Europea nel mondo, diverso e distinto da quello degli Usa.

Credo che sia essenzialmente a un simile livello che si gioca la costruzione di una politica fondata sull’equilibrio, che incontra il suo principale ostacolo nel fatto che deve saper vedere al di là di ciò che la nostra opinione pubblica e il nostro sistema dei media mostrano. La politica, a differenza dei media, non può permettersi di non vedere come gli equilibri mondiali stiano profondamente cambiando. Da ultimo ce lo ha ricordato il recente Forum sulla nuova via della seta, svoltosi questa settimana a Pechino, nel quale, circa 150 Paesi si sono ritrovati per delineare i futuri assetti della cooperazione e dell’economia globale. Ma è tutta la scena globale che si sta vivacizzando con nuovi protagonisti con una loro accresciuta voce in capitolo. In un simile contesto la politica di centro sarà di chi la esprime nei fatti non di chi la evoca. Sarà di chi nei fatti non perseguirà la via dell’arroccamento dell’Occidente, e soprattutto dell’Europa, con perenni fronti di guerra verso Est e nel Medio Oriente. Sarà di chi non perseguirà un anacronistico e autolesionista disaccoppiamento delle catene di approvvigionamento ma giocherà le sue carte per la competizione economica euroasiatica e globale, nella logica del reciproco vantaggio e salvaguardando la reciproca autonomia delle parti.

In definitiva, affermare che il confronto con la transizione geopolitica forgia le politiche di centro nel nostro tempo non è un modo per distogliere l’attenzione dalle questioni interne bensì il presupposto per avere credibilità anche sulle priorità della vita civile. Siamo su un crinale vertiginosamente delicato della storia: tutto può ancora volgersi verso un nuovo e più adeguato accordo di coesistenza tra le potenze globali ma il rischio dell’imponderabile aumenta con l’intensificarsi dei conflitti e con il ritardo con cui procede la riforma degli organismi di governo globale. Ciò che può fare la differenza sono proprio quelle forze politiche che comprendono che mai come in questa epoca i diritti, i livelli di vita, la prosperità e la sicurezza dei cittadini del nostro Paese e dell’Ue dipendono più di ogni altra cosa da quale tipo di clima si saprà instaurare tra i vari protagonisti della politica globale. Un clima di scontro permanente piuttosto che un clima collaborativo. Quest’ultimo ritengo sia la via a cui il centro debba guardare, sia con iniziative tendenti a comporre in una sinfonia di amicizia i contrasti e i diversi interessi che emergono a livello internazionale, sia dimostrando di comprendere la pericolosità dell’altra via, quella dello scontro ad oltranza. Un messaggio che non potrà che trovare ascolto fra quell’elettorato desideroso di nuove politiche di centro e disposto a rischiare il proprio consenso a chi queste politiche le fa e non si limita ad enunciarle.

P. Bernardo, fiaccolata per la pace nel solco di La Pira.

Care concittadine, cari concittadini, le scene raccapriccianti di uomini, donne e bambini rastrellati casa per casa e le uccisioni deliberate di inermi a sangue freddo hanno risvegliato dal torpore la nostra coscienza che in questi ultimi, terribili giorni dovrebbe aver acquisito una volta per sempre che la guerra e i suoi perversi propositi di pulizia etnica, ovunque essi si manifestino, segnalano che la nostra umanità ha sconfitto se stessa affermando il primato della violenza assassina e quello, sempre seducente, della ritorsione rispetto alla via, senza dubbio ardua ma così qualificante e costruttiva, del dialogo, della reciprocità e della condivisione. Scartare questo tracciato, pur segnato da inevitabili curve e salite, per imboccare pericolose scorciatoie, significa infatti deprimere la nostra visione della storia in una disperata e cinica rassegnazione al male e soprattutto rinunciare alla possibilità non utopica, ma concretamente necessaria, ragionevole e ineludibile che ogni nostro pensiero e ogni nostra azione sappiano sempre e dovunque propiziare il bene della giustizia e quindi la pacifica convivenza fra le legittime aspirazioni e i diritti di popoli e culture diverse.

Nella luce di questa esigente, ma anche appassionante consapevolezza per tutte e tutti, senza distinzioni di fede e di sensibilità politica, Gerusalemme, il cui nome significa «città santa della pace», e tutta la regione mediorientale sono luoghi simbolici, ma reali nel cui fascinoso e sofferto splendore plurimillenario, accanto ad una irresistibile forza di ispirazione,  si verifica con particolare urgenza come solo la pratica della pace possa generare un futuro che sia veramente capace di appassionare al bene della vita e alla responsabilità creativa il cuore e l’intelligenza delle nuove generazioni, lì come altrove. 

Per noi, poi, che viviamo in questo insigne crocevia di arte e di ingegno, dovrebbe sempre risuonare nel cuore la voce forte e profetica del sindaco Giorgio La Pira che ancora oggi ci invita a guardare alla nostra Firenze come la «città sul monte: bella, come la Gerusalemme messianica, irradiante pace e luce». Di fronte a tale bellezza, cercandone una finalità non semplicemente turistica, lo stesso La Pira si domandava inquieto: «La crisi dei popoli sta nel pericolo tremendo di una nuova guerra scardinatrice di ogni città e di ogni nazione? Ebbene: siano i popoli “convocati” – per così dire – in questa città della pace […] e da essa parta un messaggio sempre rinnovato di pace e di speranza». 

Care concittadine e cari concittadini, il privilegio che è vivere a San Miniato al Monte quasi mi obbliga a gridare queste parole, condividendo adesso con voi quella coraggiosa «convocazione» se non di popoli diversi, almeno di tutta la cittadinanza, perché salendo su questo monte, tornando a contemplare da quassù la bellezza splendida e sempre vulnerabile della nostra città, ci riappropriamo di quanto ci accomuna come uomini e donne: la responsabilità di custodire e promuovere la vita nell’armonia della pace, la scelta sistematica di ripudiare il terrorismo e la guerra, la premura con cui porsi in attento ascolto dell’appello che ci arriva dai nostri giovani i quali, desiderando domani partecipare in pienezza alle vicende della polis, esigono giustamente da parte nostra una vera e credibile educazione al primato del bene comune, contro ogni sterile e interessata faziosità e contrapposizione. 

Vi invito dunque, in queste ore oscure di angoscia, di smarrimento e di motivate preoccupazioni per il futuro non solo di quella o di quell’altra regione del nostro pianeta, ma per l’avvenire dell’intera famiglia umana, ad affrontare lunedì sera la salita che conduce a questo monte: non avremo parole da pronunciare, slogan da gridare, vessilli da esibire: i nostri volti, i nostri sguardi, il nostro silenzio, la nostra coscienza memore tanto del dolore degli ostaggi e dei loro congiunti, quanto del fiume di sangue, in grande parte innocente, versato in questi giorni di ferocia, e, ancora, il fuoco amico di fiaccole accese come argine al buio della notte, saranno – loro soltanto – il nostro «messaggio sempre rinnovato di pace e di speranza». 

Sarebbe veramente un dono nel dono se accogliessero questo mio fraterno invito le amiche e gli amici della comunità israelitica e della comunità islamica che con la loro presenza esprimono da molto tempo la ricchezza organica e plurale della nostra concittadinanza. Averle su a San Miniato al Monte lunedì sera, abbracciate dal nostro disinteressato affetto e dal nostro profondo rispetto per la loro indicibile sofferenza, sarebbe veramente un segno profetico di incalcolabile valore e significato, la cui fecondità di bene, ben oltre i contingenti steccati dell’odio e del sospetto, restituirebbe alla nostra città la possibilità di tornare a ridire al mondo intero con più verità e speranza quanto, alludendo all’invenzione fiorentina dell’umanesimo, il poeta Mario Luzi ebbe a dire, salutando nel 1986 in piazza Signoria Giovanni Paolo II, papa amico e insonne difensore della pace in medio oriente: «L’uomo: si imparò qui a Firenze a dire questa parola con particolare intenzione; come intendo un prodigio in cui la creazione si fosse identificata con il creatore; o come di un mistero di cui fosse impossibile delineare i contorni».

 

[Firenze, 19 ottobre 2023]