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Tra chiodi e locomotive, l’inossidabile Salvini.

L‘opposizione i giorni addietro avrebbe volto inchiodare Savini alle sue responsabilità del Ministro dei Trasporti sperando che lui attaccasse i guantoni ad un chiodo.
Il blocco del traffico ferroviario ne è stata la causa scatenante. Ora il traffico ha ripreso il suo normale andamento, ma il chiodo messo maldestramente da un addetto ai lavori sui cavi elettrici di una centralina, che ha comportato la paralisi ferroviaria, ha lasciato le sue stimmate forse anche per il futuro.
I contestatori hanno commentato con un ”roba da chiodi” mentre gli amici di Salvini pensano che i suoi avversari abbiano contro di lui un chiodo fisso e che vogliono a tutti costi equiparare la incespicante locomotiva dei trasporti a quella economica del paese.
Salvini tira dritto forse perché ricorda che ne 1808 un certo Trevithick costruì un veicolo ferroviario chiamato provocatoriamente “ Catch me who can”, Mi acchiappi chi può; così, correndo in avanti, tenta sempre di lasciarsi alle spalle i suoi denigratori.
Salvini manovra impavido il suo ruolo di Ministro come alloggiato saldamente nel Caboose, il vagone ferroviario agganciato in coda al treno che serve da freno ma anche per carro attrezzi, officina di emergenza e per alloggiare l’equipaggio del mezzo con tanto di stufa per scaldarsi e di cucinino.
Locomotiva sta per un moto da e per un luogo. I contrari al Governo sbuffano per protesta come una locomotiva ma, stando agli effetti, sembrano restare sempre allo stesso punto.
La macchina di ferro per loro è ferma alla età del ferro e cercano in ogni modo di battere il ferro finché è caldo. Il Ministro tocca ferro e, di rimando, con mano di ferro continua incurante per la sua strada.
Il suo motto sembra essere “Moleste ferre”, sopportare a malincuore chi lo addita a responsabile dell’accaduto e non cade nella rete in cui vorrebbero imprigionarlo con la richiesta di dimissioni. La sua rete ferroviaria o di resistenza politica è più salda dei fischi al suo indirizzo.
I treni fino ad una certa velocità di andatura sono muniti di un fischio, superata la quale si ricorre ad una tromba. Pare che, con il progresso tecnologico e l’avvento della alta velocità, si ricorra appunto alla tromba con diverse modalità di suoni, arrivando persino al celebre beep – beep dell’inafferrabile uccello della famiglia dei cuculidi, protagonista del cartoon di Willy il Coyote della Warner Bros.
Salvini, con pari fortuna del cuculide, sembra sempre sul punto di cadere per mano del nemico perennemente in agguato, trovando però ogni volta la via della salvezza.
Di certo Salvini non vuole essere trombato e neppure finire crocefisso politicamente su una rete ferroviaria. Lui sa come attaccare il cappello al chiodo di una poltrona che non intende mollare per colpa di uno sprovveduto operaio pasticcione. Così chiude la porta in faccia a chi ne reclama la testa.
Il simpatico abusivo venditore di caffè sui treni del film “pane e cioccolata” raccontava, per dire delle traversie della sua vita, come “Fischiava il vento e urlava la bufera …”.
Per questi frangenti e per un giorno di tempesta è passato ancora una volta immune il buon Salvini fregandosene altamente di un triste passo della celebre canzone “J’attends siffler le train” dove, a proposito di addii, si dice come sia triste il fischio di un treno la sera, sentirò fischiare questo treno tutta la mia vita.
Gli fischiano le orecchie, ma neanche troppo. La testa è già dopo Pontida, una simpatica riunione di amici senza incidenti, dove non si tirano botte da Orban come avvenuto nel corteo pro Palestina a Roma.
Tanto meno presta attenzione a quel rivoluzionario di Guccini che narra di come corre, corre, corre la locomotiva e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria: “Fratello, non temere, che corro al mio dovere! Trionfi la giustizia proletaria!
Salvini non frena il passo, ispirandosi alla regola di Sant’Agostino per cui ogni questione si risolve camminando. Un’ ultima nota a piè di pagina: La ragione sociale della azienda che ha piantato l’insano chiodo si declina in Str92. Almeno le iniziali non inducono al meglio, comunque ne andrebbe almeno riaggiornata la data.

Sicurezza e responsabilità, un imperativo morale per il lavoro.

A Foggia si muore in Ospedale, a Brandizzo due anni fa sono morti investiti dal treno 5 operai mentre lavoravano sui binari. Il Presidente Mattarella ancora una volta ha ricordato, in occasione dell’anniversario, che “I morti sul lavoro sono una offesa alla coscienza collettiva”. Mario Draghi con incisività ha ricordato che “Noi siamo gli ultimi per occupazione femminile, per fecondità, ma la Costituzione italiana tutela la parità di condizione.
Io mi domando: ma la gente che paga meno le donne degli uomini sa che sta andando contro la Costituzione? La parità di condizioni non si fa per decreto ma costruendo un ambiente propizio”.
Il lavoro valorizza la dignità e le attitudini della persona. Mantenere un cittadino al di fuori del mondo lavorativo significa sottrargli un diritto fondato sulla nostra Costituzione, mortificarne le capacità utili al progresso civile ed economico della Nazione. Importante e dimenticata la bellissima enciclica di Giovanni Paolo II “Laborem exercens” che si apre con uno sguardo quanto mai attuale.
Mette in guardia per non abusare del creato, affidato all’umanita’ perché lo domini ma non lo distrugga; la seconda forte avvertenza riguarda l’ecologia con una esortazione contro “l’inaccettabile inquinamento”. Non c’è lavoro più o meno nobile perché è la dignità della persona che conferisce nobiltà. Si trasformano luoghi, orari, innovazioni tecnologiche, ma ogni attività umana favorisce la crescita di conoscenze e applicazioni per migliorare la
qualità della vita. Purtroppo, invece, in molte situazioni registriamo che il lavoro miete vittime. Solo quest’anno fino ad oggi le famiglie che hanno pianto la perdita di vittime durante il lavoro sono oltre 500.
È ipocrisia piangere e commemorare. Semplicemente non deve accadere.
Il controllo sociale e delle istituzioni non può essere cedevole o distratto, accettando anche la eccessiva confidenza che il lavoratore ripone nella sua competenza, evitando di applicare rigorosamente le regole per la sua sicurezza. Come pure i datori di lavoro.
[Il testo è tratto dall’ultima newsletter di M. Garavaglia]

L’Osservatore Romano | Il Cantico delle Creature e il sapere francescano.

Fausta Speranza
«Fare scienza al servizio del mondo e non per il puro gusto dell’erudizione». Così Cecilia Panti, docente di Storia della filosofia medievale all’Università di Roma Tor Vergata, parla del secolare impegno di studio dei francescani. Indubbiamente il punto di partenza è il Cantico delle Creature del frate di Assisi che — sottolinea — ha insegnato a «non pensare la natura solo in senso estetico e simbolico, ma a guardarla per come è, e soprattutto a considerarla come la nostra casa comune».
Quando nasce la lode di san Francesco
La stesura del Cantico, noto anche come Cantico di frate sole, si ritiene sia iniziata nel 1224 e, in ogni caso, deve collocarsi prima della morte di san Francesco avvenuta nel 1226. È questo, dunque, un momento speciale per celebrare, a otto secoli di distanza, il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore.
Una mostra per ripercorrere otto secoli di cultura
E da oggi [2 ottobre, ndr] fino al 6 gennaio 2025, al Museo di Roma Palazzo Braschi, si potrà visitare la mostra Laudato Sie: tra natura e scienza. L’eredità culturale di Frate Francesco. Si tratta di un’iniziativa promossa da Roma Capitale, organizzata dalla St. Francis Day Foundation con il Sacro Convento di Assisi, l’Italian Academy foundation e l’associazione AntiquaÈ, con il patrocinio del comune di Assisi. Ieri, il direttore de «L’Osservatore Romano», Andrea Monda, ha moderato la conferenza stampa di presentazione, alla quale hanno partecipato esponenti di tutte le istituzioni coinvolte, sottolineando innanzitutto che si tratta di «una poesia che esprime un canto di lode a Dio e che ha permeato di spiritualità ottocento anni di cultura».
I depositari a Assisi
Padre Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di Assisi, ha affermato che «la cultura moderna tenda a privilegiare l’affermazione dell’uomo, mentre Francesco è maestro nello scoprire che la grandezza di ognuno è nell’essere parte unica e insostituibile nella grande orchestra che è il mondo, la casa comune come dice Papa Francesco». Nelle parole di padre Moroni, «il Cantico esprime con rara armonia bellezza e fede, rispetto e contemplazione, forza e dolcezza, Dio, l’umanità e il mondo».
Tra teologia e sapere scientifico, la mostra propone — ha illustrato all’incontro il curatore Paolo Capitanucci — antichi codici e miniature preziose conservati nel Fondo antico comunale della Biblioteca del Sacro Convento di Assisi. Tra gli altri, è in esposizione il codice 338, di cui la Fondazione Sorella Natura ha curato la prima ristampa in fac simile al cento per cento, che conserva la più antica raccolta di scritti di Francesco d’Assisi, con la più antica versione in volgare umbro del Cantico.
L’impostazione multimediale dell’esposizione permette anche ai non addetti ai lavori di comprendere l’ampiezza della riflessione filosofica e teologica dell’Ordine francescano. Accanto a opere che raccontano lo studio della Bibbia e del sapere filosofico antico, raccolti in nove sezioni, sono esposti manoscritti dedicati a astronomia, matematica, fisica, chimica, medicina. Testi che hanno contribuito a una visione scientifica del mondo e che per l’anniversario, come ha spiegato il restauratore Stefano Benato, hanno subito interventi di conservazione, recupero e valorizzazione di ogni parte originale.
La preziosità di alcune intuizioni
Tra gli esempi possibili, Capitanucci ha citato scritti dedicati alla luce, che hanno anticipato teorie dell’ottica, e manoscritti che testimoniano l’influenza delle teorie aristoteliche sui maestri delle università medievali, tra i quali spiccano molti dotti francescani. Ci sono anche gli elaborati che illustri francescano hanno dedicato all’alchimia nonostante i divieti ecclesiastici, un impegno di studio sulle possibili “trasformazioni” di minerali o metalli che non si è conservato in quanto scienza, ma che in qualche modo ha contribuito al pensiero scientifico moderno.
Da Roma ad Assisi: Stefania Proietti, sindaca della città umbra dove nel 1182 è nato Francesco, ha annunciato che dal 7 aprile al 12 ottobre 2025 la mostra sarà ospitata nelle sale del Sacro Convento. Continua — ha assicurato — l’impegno a «valorizzare per un largo pubblico il significato storico culturale e artistico della ricca selezione di codici manoscritti e di libri a stampa».
Fonte: L’Osservatore Romano – 2 ottobre 2024.
Titolo originale: Il Cantico delle Creature compie 800 anni.
[Testo wui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano ufficioso della Santa Sede]

Meglio la Luxemburg che la Schlein: parola di Luciana Castellina.  

Luciana Castellina è una delle voci storiche della sinistra italiana, con alle spalle un impegno che attraversa gran parte del Novecento, sempre all’insegna della nota intransigenza intellettuale e politica. Nell’intervista del 4 ottobre su repubblica.it interviene duramente sulle attuali dinamiche del Partito Democratico. L’attacco alla Schlein è senza sconti: “Ho per lei – dice – massima stima, ma credo sia stato un po’ un broglio propagandistico sceglierla. Mi spiego: non bastano i suoi discorsetti, validi, a cambiare un partito dove non c’è più una riflessione seria su sé stesso”.

Ora, al netto della simpatia per il giudizio severo sulla Schlein, occorre comunque rilevare che il paradigma di una “sinistra dura e pura” rischia di riproporre l’ennesimo sviamento da un processo di larga convergenza democratica. La politica richiede un approccio che vada oltre le false certezze del settarismo. L’idea di una sinistra  pronta ad escludere a priori il centro – oggi rappresentato da figure come Renzi o Calenda, domani magari riordinato e rilanciato con altri protagonisti – in nome di una presunta “purezza ideologica”, è certamente un rischio più che una risorsa. Se la sfida è quella di creare un’alternativa credibile al governo della destra, diventa essenziale costruire coalizioni che sappiano parlare a un elettorato più ampio, non solo alla base storica della sinistra.

Il dialogo, se condotto con onestà e apertura, può invece rappresentare un’occasione per creare una piattaforma comune che risponda alle vere preoccupazioni degli italiani: lavoro, diritti, ambiente e giustizia sociale. La demonizzazione di chi non rientra nei parametri tradizionali della sinistra “pura” rischia di allontanare porzioni sempre più ampie dell’elettorato, rendendo inefficace qualsiasi tentativo di costruire un’equilibrata e credibile alleanza riformatrice. La storia, anche recente, insegna che una inconsulta rigidità ideologica ha piegato abitualmente la sinistra italiana a un atteggiamento di presunzione e inconcludenza, rendendola incapace di incidere nel governo del paese. Ciò non ha importanza, evidentemente, per Castellina infatti “bisogna ritornare a Gramsci, a Rosa Luxemburg”.

Ferma condanna per gli incidenti a Roma

In piazza sono andati comunque, anche se il raduno pro Palestina non era autorizzato. Il ministro Piantedosi aveva fatto appello alla responsabilità, anche se l’annuncio del divieto, così come formulato, non riusciva impregnato di necessaria autorevolezza. Comunque, ci si aspettava il peggio e così è stato. Aperta in un clima di pacifica protesta, la manifestaziobe ha preso una piega pericolosa quando frange violente hanno attaccato le forze dell’ordine, provocando scontri duri e prolungati.

Sin dalle prime ore del pomeriggio, i manifestanti si erano radunati in Piazzale Ostiense portando striscioni e slogan a favore della pace. L’atmosfera pareva non destare allarme,  chi era in piazza voleva far sentire la propria voce in un contesto di crescente apprensione per l’escalation militare in Medio Oriente.

Tuttavia, il clima è rapidamente degenerato. Alcuni gruppi, improvvisamente distaccati dal grosso della manifestazione, hanno iniziato a lanciare oggetti contro le forze dell’ordine. L’assalto ha costretto gli agenti a intervenire per disperdere i facinorosi. Questi atti di violenza, perpetrati da una minoranza, hanno stravolto il messaggio della maggioranza dei manifestanti. La solidarietà alle forze dell’ordine, che hanno svolto il loro dovere con professionalità, è d’obbligo. La violenza non ha alcuna giustificazione e merita la più ferma condanna da parte di tutte le forze politiche e sociali. La cronaca parla di feriti tra le forze dell’ordine e tra i manifestanti, a conferma della durezza degli scontri. Dunque, è importante ricordare ancora una volta che il diritto di manifestare e di esprimere liberamente le proprie opinioni deve sempre essere accompagnato dal rispetto di giuste regole di condotta, per arginare sul nascere le manovre dei violenti.

Partiti personali, politica del selfie, valori in crisi: Tocqueville ci guarda.

Non si tratta di notizie né di novità. Ciò che mi ha sorpreso è come certi quotidiani italiani le abbiano collocate in prima pagina, mentre alcuni telegiornali RAI le hanno quasi costrette in apertura, subito dopo le notizie su Kiev e Gerusalemme. Si sapeva da tempo che le divergenze apparenti tra i leader erano in realtà superficiali e riguardavano solo le loro alleanze, affondando le radici nel narcisismo e nella “leaderpatia” delle personalità politiche italiane.

Riferendomi agli scontri recenti, a dir poco violenti, tra Conte, Renzi, Calenda e Grillo, vediamo leader che si autoproclamano capi di partito… tutti di centro. Non di destra o di sinistra, ma solo di un centro moderato, come alcuni di loro hanno candidamente rivelato, evidenziando la loro “moderazione” nei toni degli scontri verbali di questi giorni. Questi sono partiti personali, operanti a distanza, sui social media, senza una sezione territoriale, senza congressi, né scuole di formazione. Sono partiti di vertice senza una reale base sociale, nati dall’alto, che hanno svuotato il significato autentico di pluralismo. Pronti a dissolversi come neve al sole, sono fotocopie di valori altrui, in un contesto in cui i confini tra destra e sinistra si stanno ridefinendo.

Lascio a quei gruppi marginali, nostalgici di ideali superati, la loro tragica retorica. Focalizzo invece l’attenzione su quanto accade in Austria e Germania. Tuttavia, mi consola sapere che, finché ci sarà un Parlamento e libere elezioni, in Italia non corriamo questi pericoli.

Nel 1835, il visconte francese Alexis de Tocqueville, inviato in America per studiare il sistema penitenziario, si dedicò a osservare la democrazia di quel Paese, scrivendo un trattato che resta attuale. Tocqueville affermava che i partiti politici potevano essere di due sole specie: grandi e piccoli. I grandi partiti si formano attorno a valori condivisi, focalizzandosi sul “noi” piuttosto che sull'”io”. I piccoli partiti, invece, sono influenzati più dalle personalità che dalle idee, attenti ai bisogni materiali dei loro membri.

Ma la riflessione più interessante di Tocqueville riguarda l’enorme associazionismo di base che osservò negli Stati Uniti. Gruppi, circoli, cooperative e volontariato operano per facilitare la vita comune e rompere l’isolamento individualistico, favorendo forti interazioni con la democrazia rappresentativa.

Di fronte a questo modello bipartitico americano, i 33 partiti presenti in Italia, simili solo nei volti dei leader, delegittimano il vero significato di pluralismo, necessario per contrastare il pensiero unico. Questo pluralismo di base definisce la cittadinanza attiva e il protagonismo civico, fondamentali per la solidarietà sociale.

Vale la pena notare che la partecipazione attiva e la sussidiarietà, concetti al centro della riflessione della Chiesa cattolica, sono stati radicati nella nostra Costituzione. La recente Settimana sociale a Trieste ha ribadito l’importanza di queste categorie etiche, senza mai accennare a una rifondazione di un partito cattolico.

Entrambi, Chiesa e società civile, attendono sviluppi e reti di supporto per promuovere valori di cittadinanza attiva e partecipazione, che Tocqueville scoprì in America oltre 200 anni fa.

Dibattito | Sala al centro? Abilmente lusingato il sindaco di Milano.

Come da copione, all’interno del “campo largo” – o ex “campo largo” a seconda dei giorni e degli umori dei vari capi partito – la costruzione e la visibilità del centro è sempre più una barzelletta.

Del resto, che in una alleanza stradominata dalla sinistra nelle sue multiformi espressioni il centro sia un elemento del tutto estraneo è un dato oggettivo che non richiede neanche di essere approfondito. E la controprova arriva anche dallo spettacolo, sempre più inguardabile e addirittura imbarazzante, offerto in queste ultime settimane con la formazione delle coalizioni del cosiddetto “campo largo” nella varie regioni che andranno al voto. Ma, al di là di questa concreta esperienza, quello che impressiona è verificare come si pensa di dar vita ad una presenza centrista all’interno di un cartello caratterizzato e monopolizzato dalla sinistra radicale a massimalista della Schlein, da quella populista e demagogica dei 5 Stelle e da quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis.

La proposta, cioè, di avere un “federatore” di un’area centrista che metta insieme i piccoli partiti personali di Renzi e di Calenda rientra perfettamente – direi quasi scientificamente – nel modello dei “partiti contadini” di comunista memoria. Ovvero, il partito azionista di maggioranza – il Pd della Schlein – individua una figura che proviene dalle proprie fila e lo candida a punto di riferimento di un’area politica per confermare la natura plurale della medesima coalizione. E la figura in questione, almeno per il momento, potrebbe essere quella dell’attuale Sindaco di Milano Beppe Sala. A lui, poi, il compito di assemblare partitini, gruppi e sigle che gravitano nell’orbita della sinistra ma che potrebbero, casualmente e per convenienza momentanea, guardare al centro.

Ecco, si tratta di un progetto che si può riassumere come l’esatta alternativa – o l’esatto contrario – di quello che storicamente ha caratterizzato il percorso concreto del centro sinistra nel nostro paese. E, pur senza scomodare quello che avveniva nella prima repubblica con il ruolo decisivo e determinante della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati centristi, è appena sufficiente prendere atto della concreta esperienza delle coalizioni di centro sinistra dal 1996 in poi per rendersi conto che il modello dei “partiti contadini” è quanto di più lontano possa esserci rispetto ad una credibile, trasparente e rappresentativa coalizione di centro sinistra nel nostro paese. Ovvero, e per dirla quasi banalmente, il centro sinistra esiste ed è credibile nonchè competitivo solo quando esiste un centro plurale, di governo e rappresentativo di un pezzo di società alleato con una sinistra plurale, di governo, riformista e radicata nel tessuto della società.

Per semplificare, com’era il centro sinistra ai tempi di Marini e D’Alema o quello con Veltroni e Rutelli. Ma, del resto, quando un’alleanza – nello specifico la coalizione progressista – cambia radicalmente il suo profilo politico, la sua matrice culturale e la sua ricetta programmatica è di tutta evidenza che cambia anche la sua composizione. E, non a caso, la tradizione dei “partiti contadini” ben si addice all’attuale coalizione di sinistra. E anche la figura di un “federatore”, radicalmente estraneo a qualsiasi cultura e tradizione centrista come l’attuale Sindaco di Milano, rappresenta la ciliegina sulla torta di questa prassi. Che, come è noto a tutti quelli che hanno un briciolo di onestà intellettuale, non c’entra assolutamente nulla con il centro sinistra vecchio, antico, recente o meno recente che sia. E, forse, è anche arrivato il momento di dirlo con chiarezza senza continuare ad accampare la solita e sempre più insopportabile ipocrisia che accompagna larga parte della sinistra italiana.

Brics, un viaggio attraverso l’arte per un nuovo ordine globale.

Quella che si è aperta a Roma giovedì scorso, la mostra d’arte dei Paesi Brics, costituisce un evento significativo sotto molteplici punti di vista, che è bene scoprire e confrontarvisi.

Si tratta innanzitutto della prima iniziativa in Italia promossa dai Brics dopo l’allargamento a dieci Stati. L’inaugurazione della mostra intitolata  “La Russia e i Paesi BRICS nella sfera della cultura: l’arte nuova del nuovo mondo”,  ha visto la partecipazione del corpo diplomatico dei Paesi aderenti, mentre la collezione esposta (fino al 31 ottobre, in piazza Cairoli, 6) presenta opere di artisti contemporanei provenienti da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti.

Un altro motivo di interesse è che questa iniziativa congiunta dei dieci Stati Brics si colloca nel quadro delle numerose iniziative – in Russia, negli altri Brics e nel mondo – della presidenza di turno russa dei Brics, in tutti i settori (dall’agricoltura alle nuove tecnologie, dai sistemi fiscali a quelli educativi e sanitari, ai media e alla moda, dal governo delle metropoli allo spazio, solo per citarne alcuni) in preparazione dell’ormai prossimo XVI Vertice Brics, che si terrà a Kazan, in Russia, dal 22 al 24 ottobre prossimi..

Un ulteriore motivo di interesse di questa iniziativa è emerso dalla sintonia con la quale si sono espressi gli ambasciatori dei Paesi membri, pur nella loro grande diversità di culture, di storia, di lingue e di sistemi economici e politici, insistendo tutti sulla necessità di sentirsi comunità. O come ha affermato l’ambasciatore cinese in Italia Jia Guide, con una metafora tratta dalla saggezza popolare, così come “il sapore di una minestra si ottiene combinando ingredienti diversi, la bellezza dell’umanità sta nel conseguire l’unità nella diversità”, sentendosi “come una famiglia”.

“Questo è forse l’aspetto di maggior rilievo”, ha commentato a margine della cerimonia inaugurale il prof. Marco Ricceri, coordinatore del Laboratorio Brics dell’Eurispes, uno tra i primi think tank in Europa a riservare sistematica e costante attenzione allo studio di questa nuova associazione internazionale, secondo il quale “ci deve interpellare tutti il fatto che i Brics inizino a concepirsi come una famiglia. Ciò vuol dire”, prosegue il prof. Ricceri, “che attraverso il dialogo critico, come scriveva l’indimenticabile sindaco di Firenze Giorgio La Pira a Paolo VI in un contesto internazionale, quello degli anni sessanta, altrettanto teso come l’attuale, è possibile  superare i contrasti. Ma per fare questo è necessario che i mondi diversi nel presente si sforzino innanzitutto di conoscersi meglio e di rispettarsi vicendevolmente”.

Si tratta di assumere tutti, Occidente, Brics e le altre importanti organizzazioni internazionali che sono divenute protagoniste nel panorama globale, l’atteggiamento giusto a costruire un nuovo ordine internazionale multilaterale, facendo quelle riforme richieste dai cambiamenti profondi che sono avvenuti nel mondo in questo secolo, con i mezzi della politica e della diplomazia, in alternativa alla via della forza, riconoscendo ogni parte le proprie responsabilità per il superamento dei conflitti ancora in corso.

Anche in Occidente ci sono promettenti segnali di attenzione al dialogo, come quelli che da sempre manifesta il Papa, ma pensiamo anche al discorso del presidente francese Emmanuel Macron al recente Forum per la pace di Parigi della Comunità di Sant’Egidio, nel quale il capo dell’Eliseo ha riconosciuto la necessità di non poter pensare di dare ai nostri nipoti un ordine internazionale che era stato costruito per i nostri nonni.

La via della cultura e dell’arte indicata dagli ambasciatori dei Brics, in una delle culle di civiltà come Italia, costituisce uno dei modi per cercare soluzioni razionali e praticabili a problemi contemporanei che talora rischiano di apparire insormontabili.

Fragilità del pallottoliere: non fa una politica la sommatoria dei no.

Diciamoci la verità senza la solita propaganda della sinistra nelle sue multiformi espressioni e dei gazzettieri mediatici che quotidianamente, e del tutto legittimamente, la sostengono. E cioè, i pallottolieri non si possono paragonare alle alleanze politiche e alle coalizioni programmatiche. Sono, semplicemente, e appunto, dei banali ed aridi pallottolieri. Cioè una sommatoria matematica e scientifica di tutti coloro hanno un nemico giurato ed implacabile. Nel caso specifico, il centro destra di governo a cui viene additato tutte la malvagità possibili e o pensabili.

E quindi dal ritorno della dittatura al rischio fascismo, dalla negazione delle libertà democratiche alla sostanziale sospensione dei valori e dei principi della Costituzione repubblicana, dalla distruzione dello Stato sociale alla privatizzazione della sanità, dalla deriva illiberale al ripristino dello stato di polizia. Insomma, una serie di sciocchezze e di panzanate che anche il cittadino più provveduto e lontano dalla vita delle istituzioni si rende conto delle loro enormità. E, di conseguenza, costruire una alleanza – il cosiddetto “campo largo” o “Fronte popolare” che dir si voglia – sulla base di un nemico comune, cementato da un odio ideologico attraverso lo strumento del pallottoliere tutto può ottenere tranne un obiettivo: e cioè, una comune cultura di governo.

Dopodiché, è altrettanto evidente che quando il nemico viene dipinto in modo caricaturale e quasi goliardico, è ovvio che si tratta di una sommatoria destinata ad infrangersi di fronte alla prima difficoltà. Che, guarda caso, è quasi sempre di natura personale e mai di valenza politica. Come nel caso specifico del contrasto irriducibile fra Renzi e Conte. Cioè di due esponenti, speculari, che sono a capo di due partiti squisitamente e schiettamente personali, caratterizzati da un trasformismo strisciante e alimentati da un opportunismo che non ha alcun limite se non quello dettato da ragioni di puro potere e di sopravvivenza politica personale e di clan.

Due partiti che, come diceva Sandro Fontana ai tempi della prima repubblica, “sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Ovvero possono fare qualunque cosa e al di là e al di fuori di qualsiasi coerenza politica, culturale, programmatica e personale. Motivo per cui è anche francamente complicato ed imbarazzante commentare quotidianamente ciò che pensano, dicono e trasmettono questi due capi di partiti personali.

Ma, al di là di questo squallore e di questa caduta verticale di credibilità della politica, è altrettanto evidente che l’unico elemento che si può e si deve evidenziare è la fragilità e l’inconsistenza politica, culturale e programmatica del pallottoliere. Perché, appunto, il pallottoliere non appartiene al campo della politica ma solo e soltanto alla logica più brutale del potere. E di fronte a questo scenario è inquietante il silenzio, più imbarazzato che ragionato, della segretaria del principale partito della sinistra italiana, cioè il Pd. Un silenzio che evidenzia la debolezza del progetto politico dell’attuale e variopinta sinistra. Ogni altra riflessione è del tutto aleatoria e secondaria.

 

Dibattito | Conte sfascia e Meloni ringrazia.

Il destino del cosiddetto “campo largo” è segnato dall’oscillazione tra la condizione di essere troppo largo o quella di non essere affatto, senza un ragionevole punto di equilibrio che consenta di costruire una coalizione alternativa alla destra. A quella destra che è al governo e che mostra ogni giorno i suoi limiti e le sue insufficienze, ma che per sua fortuna può contare sulla impoliticità e sulla frammentazione della sinistra e in particolare del Movimento cinque stelle. In questo quadro di limiti ed insufficienze la fortuna di Giorgia Meloni si chiama Giuseppe Conte. Un Conte che ha assunto il ruolo del “guastatore” di ogni tentativo di creare un’alternativa da presentare agli italiani, un ruolo che – aldilà delle giustificazioni date in puro politichese – è sicuramente anche il frutto di un desiderio di vendetta nei confronti di quel Renzi che determinò la crisi del governo guidato proprio dallo stesso Conte (il Conte due) per arrivare poi al nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi. Ma a ben vedere non è la prima volta che Conte fa assurgere il rancore a “categoria della politica”; già nell’estate del 2022 si distinse mettendo in crisi il governo Draghi, aprendo di fatto la strada alla vittoria della destra ed al governo Meloni.

A due anni da quella infausta scelta Conte dimostra i non aver imparato nulla e di non riuscire a far tesoro neanche della “lezione francese”, ovvero della necessità di far prevalere lo spirito unitario intorno a valori fondamentali per fermare un’avanzata delle destre che in Europa sta assumendo contorni inquietanti, se si guarda a quanto sta accadendo in Austria e in Germania con i successi di partiti che fanno un esplicito riferimento al nazismo. Ma in Francia Macron e Mélenchon hanno mostrato di avere una capacità politica che non è rinvenibile nel dilaniato Movimento pentastellato.

La speranza è che aldilà di Conte – e se necessario anche oltre Conte – il Movimento riesca a far prevalere una linea e delle scelte che gli consentano di non limitarsi a svolgere un ruolo di protesta o di mera testimonianza. Ha ragione Elly Schlein nel dire “basta con i veti contrapposti nel centrosinistra”; chi continua a mettere veti – come ancora fa “Giuseppi” – si assume la responsabilità di regalare altre vittorie agli avversari (sperando che abbia almeno chiaro chi sono gli avversari).

Anche a destra ci sono notevoli divergenze in tema di politica interna ed estera, sui diritti civili e sui migranti, ma nel momento della competizione fanno quadrato per vincere. E vincere le elezioni è il passaggio necessario per governare e per poter incidere concretamente sulla realtà del Paese. È un concetto facile da comprendere, a patto che si ragioni in termini politici e con onestà intellettuale.

Emilia-Romagna, cuore del ciclismo: Pogačar, Evenepoel e Roglič a caccia del successo.

Oggi sulle strade emiliane si corre il Giro dell’Emilia 2024, uno degli appuntamenti più importanti di fine stagione.

Tra gli iscritti della prova maschile figurano i vincitori delle medaglie d’oro dei Giochi Olimpici di Parigi 2024, Remco Evenepoel (Strada e Cronometro) e Tom Pidcock (Mountain Bike) oltre a Tadej Pogačar, il fuoriclasse sloveno vincitore tra l’altro di Tre Tour de France e di un Giro d’Italia, al recente vincitore della Vuelta Espana e di un Giro d’Italia,  Primož Roglič che tenterà di conquistare il suo quarto Giro dell’Emilia, Jay Hindley, vincitore di un Giro d’Italia, l’ex campione del mondo Julian Alaphilippe, Richard Carapaz, Nairo Quintana, Eric Mas, oltre agli italiani Alessandro De Marchi, Diego Ulissi, Antonio Tiberi e tanti altri.

Una compagine niente male per un giro di un giorno. Ci sarà da lottare. Tadej Pogačar cercherà di portare a casa quest’ennesimo trofeo. Infatti, il successo manca al fuoriclasse sloveno che sullo strappo del San Luca si è dovuto accontentare di due secondi posti nelle ultime due edizioni dietro a Enric Mas e  Primož Roglič. Mentre per Remco Evenepoel potrebbe rendere pan per focaccia proprio a Pogačar dopo i mondiali. Non dimenticando il campione in carica Primož Roglič che vorrà la riconferma. Anche se tra i tre litiganti non sarebbe vedere un italiano sul gradino più alto del podio.

Per la prima volta nella sua storia, poi, il Giro dell’Emilia prenderà il via dalla bellissima città di Vignola. Il percorso anche quest’anno è particolarmente impegnativo visto che si sviluppa su una distanza di 215,8 km con circa 3.300 metri di dislivello complessivo.

Lasciata Vignola i corridori dovranno affrontare tre giri di un circuito pianeggiante lungo 15,5 chilometri che li farà transitare anche da Castelvetro. Si andrà poi lungo il fondovalle del Panaro fino a Ponte Samone, dove inizia la prima lunga ascesa verso il Gpm di Zocca.

Dopo lo scollinamento seguirà un settore in saliscendi e poi una lunga discesa che condurrà il gruppo all’imbocco della seconda salita di giornata, quella di Grizzana Morandi. Si percorrerà poi la valle del Setta fino a Sasso Marconi. Qui per i 150 anni dalla nascita di Guglielmo Marconi, il giro passerà vicino a Villa Grifone, monumento nazionale e sede della Fondazione Guglielmo Marconi.

Sarà poi la volta del GPM di Montechiaro, la grande novità di questa edizione. La salita è lunga 3,1 chilometri e presenta una pendenza media del 9,7% con punte massime del 18%.

I corridori si muoveranno infine verso Bologna per affrontare il classico gran finale con le cinque scalate del colle della Guardia. Il traguardo è posto come al solito ai piedi della Basilica di San Luca e farà da antipasto per il giro di Lombardia del 12 ottobre.

La Voce del Popolo | A chi giova dividersi sulle alleanze internazionali?

Dispiace a chi legge (ma anche a chi scrive) ritrovarsi in compagnia delle cronache e delle prediche del giorno prima. E forse anche del giorno dopo. Ma ancora una volta accade che la politica italiana si divida al crocevia delle alleanze internazionali. Cosa che un tempo sarebbe stata considerata assai disdicevole. E che ai giorni nostri invece sembra diventata una di quelle ovvietà che non meritano troppo biasimo.

Questa volta la linea divisoria passa nel cuore della maggioranza di governo, tra un vice (Salvini) che festeggia il voto austriaco, un altro vice (Tajani) che denuncia il rischio di un’insorgenza neo-nazista a Vienna e una premier (Meloni) che assiste silenziosa e imbarazzata a un duello a cui dovrebbe porre fine pronunciando finalmente una parola di chiarezza. Sembra quasi che gli affari internazionali siano diventati una variabile indipendente nel gioco politico di casa nostra. Cosa che si può spiegare in un Paese periferico, ma che stride invece con tutti i proclami “nazionalistici” sul ruolo globale a cui ambisce l’Italia “meloniana”.

S’era detto fin qui che la politica estera era stata la carta vincente della Meloni. Atlantista, filo-ucraina, europeista, sia pure a modo suo. Ma se i modi di stare sul proscenio internazionale diventano due o tre, per giunta in aspro conflitto tra loro, la musica cambia e diventa una vera e propria cacofonia. All’indomani della quale o ci sarà un chiarimento forte o ci sarà la deriva di un paese indebolito. Il silenzio di Palazzo Chigi, fin qui, non promette nulla di buono. Sperando sempre di essere smentiti mentre questo giornale va in stampa.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 3 ottobre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Lo IOR e un matrimonio impossibile

Il fatto è sui giornali e non sembra possa essere tralasciato. Due dipendenti della Santa Sede sono stati licenziati perché si sono uniti in matrimonio. Il nuovo regolamento lo vieta per evitare situazioni di ambiguità che possano generare situazioni di familismo, per garantire un trattamento imparziale tra i dipendenti, evitando un conflitto di interessi nella operatività dell’istituto. Questo matrimonio non s’aveva da fare.

Oggi, è fatta salva, ovviamente, la possibilità di uno dei due sposi di dimettersi così ripristinando l’ordine che si è venuto a turbare. I coniugi invece hanno deciso di ricorrere alla legge a difesa delle loro ragioni avendo, a quanto sembra, scritto anche al Santo Padre per essere tutelati ed avere dispensa dalle norme che disciplinano il rapporto di lavoro nello IOR.

Il Sindacato dei lavoratori curiali minaccia azioni di protesta per mancanza di umanità del provvedimento sottolineando che, ad esempio, l’Ufficio Internazionale del Lavoro dell’ONU afferma che il matrimonio non può costituire un motivo valido di licenziamento. Insomma il caso sta montando ferma l’irremovibilità dell’Istituto per le Opere di Religione, IOR, a non recedere dalla sua posizione. Va detto che di recente c’è stata anche la produzione di nuove norme che disciplinano i laici dipendenti della Fabbrica di San Pietro. Si legge di una esemplare condotta religiosa e morale anche nella vita privata e familiare, il divieto di tatuaggi a vista ed elementi di body piercing, divieto di nepotismo e dovere di assoluta riservatezza in merito ad informazioni relative di cui si sia venuti a conoscenza a causa del loro lavoro o servizio. Insomma ogni ente all’interno del Vaticano ha regolamenti che disciplinano l’azione dei suoi dipendenti, nulla di nuovo o che possa generare sorprese.

La dispensa è un atto per cui si esonera qualcuno dalla osservanza di una norma e significa anche tante altre cose, come la distribuzione di un qualcosa o il luogo dove si tengono i generi alimentari. Nel nostro caso, un po’ come per i miracoli, fare una eccezione per giovani sposi potrebbe anche suonare di parzialità che andrebbe poi, per equità, accordata a chiunque ne facesse richiesta in futuro. Non sono in pochi a dolersi con Dio per aver sanato qualcuno e qualcun altro invece no.

In poesia, la morte è la giusta dispensatrice dei valorosi, “…a’ generosi giusta di glorie dispensiera è morte”. Non si dovrebbe arrivare a tanto per arrivare a capo della faccenda, si dovrebbe “eximere”, portar fuori dai sentimenti la valutazione della questione per averne una equilibrata definizione.

Un proverbio romanesco recita: ”Il gatto della dispensa, quello che fa, pensa”: si critica il prossimo per aver fatto  tu stesso per primo il male.  I due dipendenti sapevano a cosa andavano incontro sposandosi ed ora si trovano nelle pesti.

Se c’è una regola, occorre prioritariamente tenerne conto per aderire o meno a lì dove essa dispone, non trasgredendola. Altrimenti si può rifiutarla prima che si chiuda un contratto di lavoro. Se l’amore sia sorto tra i due dipendenti successivamente al loro ingresso allo IOR, avrebbero dovuto forse prevedere che nella vita c’è sovente un dazio da pagare agli affetti che si vivono.

Regola sta per guidare dritto e non cambiare le regole del gioco in corso d’opera secondo pur comprensibile convenienza. “Regola e qualità ma non l’è nova”. Lo IOR non è un mostruoso Cerbero a guardia delle anime golose su cui cade una pioggia che per intensità, qualità e natura non cambia mai. Una soluzione si troverà a sostegno di una coppia che ora, purtroppo, patisce l’ansia per i giorni a venire e che va sostenuta nella sua costruzione di un progetto familiare.

Nella geniale trasmissione “Indietro tutta”, del conio di Renzo Arbore, il conduttore Nino Frassica ricorreva ad uno stacco musicale che recitava “Io vado al regolamento…” reinterpretando, con felice inventiva, parole e significati. Ci vorrà un po’ di fantasia per arrivare, come si spera, a restituire agli sposi il sorriso e la serenità, ma le regole sono fatte per essere rispettate.

Nella “figlia di Iorio”, Aligi, un giovane pastore abruzzese, rinuncia al matrimonio con la promessa sposa Vienda per essersi innamorato della meretrice Mila. Qui, per fortuna, il matrimonio ha avuto invece un esito felice, anche se ora c’è il rischio di rompersi la speranza della gioia di un amore per colpa dello IOR. In un altro IOR, l’Istituto Ortopedico Rizzoli, aggiustano mirabilmente le ossa e non soltanto. Al cuore dei due dipendenti, questa volta, dovrà pensarci qualcun altro. La Chiesa, ci auguriamo, saprà farlo, forse aggiornando l’attuale regolamento in corso.

Sanità e scuola, umiliati due grandi servizi istituzionali.

Mettiamoci per un attimo nei panni di medici, infermieri e insegnanti che svolgono la loro professione nel servizio pubblico: da tempo molti di loro, malcapitati per la legge dei grandi numeri – oggi a te domani a me, nessuno ne è potenzialmente escluso – sono fatti oggetto di aggressioni da parte dell’utenza di cui si occupano. Alunni o genitori che mettono le mani addosso ai docenti per un rimprovero, un cellulare ritirato, una nota sul registro, un voto, per non parlare di sospensioni o bocciature. Addirittura casi di armi portate in aula, coltelli e pistole a pallini: si aggredisce o si spara direttamente in classe o si avvertono i familiari a casa o sul lavoro dell’ingiustizia subita e li si aizzano affinchè si precipitino a scuola e la lezione la impartiscano loro agli insegnanti, pelo e contropelo senza ritegno e senza riguardo.

Gli episodi di bullismo tra alunni ormai non si contano più, sono stati da tempo derubricati ad intemperanze verso le quali si deve chiudere un occhio. Il recente provvedimento voluto dal Ministro Valditara vuole mettere dei paletti e introdurre norme severe nei comportamenti degli alunni e nella loro valutazione, a cominciare dal 5 in condotta che apre le porte alla bocciatura, oltre alle sanzioni pecuniarie. Insomma la scuola – senza diventare un’istituzione para-militare – deve recuperare l’autorevolezza perduta e applicare concretamente l’educazione civica alla prassi di normalità da ripristinare. Con un sospiro di sollievo delle vittime di violenza e della maggior parte degli studenti che fanno il loro dovere e un briciolo di rispetto verso i professori l’hanno conservato.

Negli ospedali, nei reparti ma specialmente nei Pronto Soccorso, da parte dei parenti degli assistiti o dai pazienti stessi che non sopportano attese o interferiscono nelle terapie o non accettano responsi nefasti o il decesso del congiunto, anche se gravemente malato, in fase terminale o sottoposto ad intervento chirurgico ad alto rischio, volano calci, pugni, sedie, si rovesciano lettini e scrivanie: giù botte da orbi, uno ci lascia un timpano, l’altro è pestato a sangue, il resto deve rinchiudersi e barricarsi in uno stanzino in attesa dell’intervento delle forze dell’ordine. Non so se siano vicende solo italiane o se il vezzo della ribellione e del passare direttamente alle vie di fatto sia invece un segno dei tempi, che si registra un po’ ovunque.

Si tratta di situazioni ed episodi – peraltro in crescita esponenziale – che mai e poi mai avremmo immaginato potessero accadere. Sono forme di ribellione e aggressività verso professioni un tempo rispettate e persino temute: ora non so se il mondo è proprio alla rovescia ma un tantino inclinato verso il peggio mi pare che lo sia davvero. Per chi si interrogasse su questi fenomeni ci sono poche domande, anzi una sola: “Perché?”, e molte risposte. I professionisti della sanità e della scuola dedicano anni di studio e si cimentano in concorsi pubblici selettivi: giunti alla meta viene da chiedersi se ne valeva la pena.

A parte l’umiliazione, i pericoli per certi comportamenti dissennati e impulsivi, senza ritegno a cui sono esposti, va certamente considerato che si tratta di mestieri un tempo ambiti, sinonimo di uno status rispettato e socialmente utile, che non tutti riuscivano a raggiungere. Ora – in particolare nella sanità pubblica – fioccano le dimissioni o il passaggio a strutture private. Di vero c’è che politica e sindacati, (me lo si lasci dire) non sono riusciti finora a metter mano a misure di controllo, a provvedimenti autoritativi sollecitati dalla gravità del fenomeno. A cominciare dalle retribuzioni del personale sanitario e scolastico, le più basse d’Europa, fino ai presìdi di prevenzione, in particolare negli ospedali: c’è molto malcontento e molta sfiducia tra gli addetti ai lavori.

I camici bianchi erano un segno di distinzione e prestigio, ci potevano essere episodi negativi ma – ricordiamo il periodo della pandemia da Covid 19 – questa è sempre stata gente che si rimboccava le maniche, facevano della professione una missione a costo di mettere a repentaglio la propria, di salute. Quanto alle cattedre dei docenti erano approdi per chi aveva a sua volta sudato sette camicie per arrivarci. Indubbiamente la politica deve por mano a questo degrado e alle violenze che ne derivano. Ma è la società civile che siede sul banco degli imputati: si è diffusa infatti una ipertrofia del diritto, tutto è dovuto, anche i miracoli che promuovono i somari o salvano i moribondi. Anche la burocrazia fa la sua parte nel copione del dissesto istituzionale e nella denigrazione dell’immagine dei professionisti della sanità e della scuola.

Tutto contribuisce a complicare le cose: modulistica, registri elettronici, digitalizzazione, rendicontazioni. Trasparenza e privacy sono due forche caudine dove bisogna far passare di tutto, per spiegare anche a chi non sa capire, perché la demagogia e la mistificazione della verità indulgono ad inchinarsi sempre, tutto è dovuto, si arriva al punto in cui arroganza, ignoranza e prepotenza la fanno da padrone perché la violenza che sta impadronendosi di tutti i contesti sociali come forma prevalente di comunicazione e interlocuzione diventa il modus operandi che va diffondendosi a macchia d’olio, che rende istituzioni e società marcescenti e incancrenite dall’odio e dalla cattiveria. Qualcuno deve fare qualcosa, occorre ristabilire le regole che facciano funzionare i pubblici servizi e restituiscano il rispetto dovuto a chi ci lavora. Altrimenti qui si torna all’età della clava e del farsi giustizia sommaria da sé. È proprio il caso di dirlo: “mala tempora currunt, sed peiora parantur”.

L’Osservatore Romano | Sussidiarietà, un principio che anima le comunità.

Puzzle map: Rom and Italy macro

Flavio Felice

 

Passeggiando per le vie di Pescocostanzo, nel cuore del Parco Nazionale della Majella, in provincia dell’Aquila, mi sono imbattuto nella seguente incisione: “Sui domina”. È il motto posto sullo stipite del portone d’ingresso del palazzo municipale del paese e fa riferimento all’atto del 1774 con il quale Pescocostanzo, riscattandosi dal dominio feudale, assunse il titolo di Universitas sui domina (padrona di sé). È una storia che accomuna Pescocostanzo a tanti comuni italiani e ci consente di riflettere sul principio che anima il tema dell’autonomia: la sussidiarietà.

Universitas sui domina rimanda ad una delle massime che hanno maggiormente influenzato lo sviluppo della teoria politica, è la nota locuzione di Bartolo da Sassoferrato: “Universitas superiorem non recognoscens est sibi princeps”, con la quale il giurista riconosceva l’autonomia dei comuni e delle signorie, rispetto alla pretesa potestà dell’impero e del papato. Effettivamente, il riconoscimento giuridico dell’autonomia, a livello comunale, e la rilevanza politica che essa assume sono i caratteri fondamentali del principio di sussidiarietà.

«La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato» (Art. 114 C.). Siamo al cuore del principio di sussidiarietà, interpretato nella sua dimensione verticale, ma la costituzione italiana prevede anche la dimensione orizzontale, ai sensi del comma 4 dell’articolo 118. È per questa ragione che, al di là del giudizio di merito sulla proposta di legge che intende applicare l’articolo 116 della Costituzione, sulla quale si può pensare tutto il bene e tutto il male possibile e immaginabile, crediamo che la questione dell’autonomia rinvii a questioni di principio che toccano il cuore della teoria politica e investono lo stato di salute delle democrazie liberali.

Interrogarsi sul principio di sussidiarietà significa innanzitutto porsi il problema di quale ordine per la civitas, quali relazioni favoriscono la società aperta e quali invece potrebbero metterla in pericolo. Significa, dunque, andare al cuore delle scienze sociali, porsi la domanda sul come e sul perché del darsi di un fenomeno o di una istituzione e interrogarsi ancora sul come e sul perché una data istituzione è opportuno che funzioni affinché la matrice liberale della società aperta possa emergere.

È stato merito di Friedrich Hayek se la riflessione epistemologica sulle scienze sociali ha acquisito la consapevolezza che l’elemento empirico delle scienze sociali consiste in proposizioni relative ai modi di acquisizione della conoscenza. Il problema che pone Hayek all’analisi dei fenomeni sociali ha a che fare con il problema della “divisione della conoscenza”. Hayek si prefigge l’obiettivo di comprendere come la spontanea interdipendenza di un numero imprecisato di persone, ciascuna portatrice di un numero altrettanto imprecisato di informazioni, possa raggiungere un certo ordine, per la cui realizzazione sarebbe altrimenti necessaria una coordinazione consapevole, predisposta da qualcuno che disponga della conoscenza complessiva di tutti i soggetti che intervengono nella relazione di interdipendenza. La realtà ci dice che i dati sui quali si basa il ragionamento politico non sono affatto dati, almeno non sono disponibili ad alcuna mente superiore.

Ne consegue che la questione rilevante relativa alla decisione pubblica non risiede nella discussione se pianificare o meno, bensì se la pianificazione debba essere effettuata da un’autorità centrale oppure debba essere condivisa da una pluralità di individui, secondo lo schema delineato anche da Luigi Einaudi nel saggio del 1933 Il mio piano non è quello di Keynes.

Il principio di sussidiarietà delinea i rapporti tra le persone e le istituzioni, a partire dalla consapevolezza che la dimensione pubblica non risiede in un ente terzo che ne certifica la rilevanza: lo Stato (status rei publicae), bensì nel fatto che ciascuna persona è soggetto e comunità ed esprime la propria umanità manifestando il proprio status publicus.

Dunque, la sussidiarietà contrasta con ogni forma di accentramento, pertanto lo statalismo e ogni forma di pretesa assolutistica e di monopolio del potere sono contrari alla governance di tipo sussidiario. La governance sussidiaria genera partecipazione, ossia il protagonismo dei soggetti; in pratica, permette loro di esercitare, il più possibile, la funzione sovrana, partecipando, in una certa misura, al processo decisionale che riguarda questioni di interesse comune.

 

Fonte: L’Osservatore Romano, mercoledì 2 ottobre 2024

Titolo originale: Sussidiarietà e libertà. Per un’autonomia responsabile.

[Testo dell’articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore, docente all’Università del Molise, e del direttore del quotidiano ufficioso della Santa Sede].

Francesco Merloni, imprenditore e politico di solidi principi.

Era un gentiluomo d’altri tempi, Francesco Merloni, marchigiano di Fabriano, imprenditore e ingegnere illuminato, parlamentare Dc di lungo corso, Ministro dei Lavori pubblici in quella fase che potremmo chiamare di transizione politica rappresentata dai governi Amato (il primo dei due guidati dal giurista socialista) e Ciampi.

Merloni aveva un tratto solare e gentile, affabile e, al contempo, riservato, mai aggressivo o sopra le righe, mai tentato dall’ostentazione o dalla vanità, sempre essenziale e aderente alle tematiche sulle quali era chiamato a esprimersi e confrontarsi.   Pochi come lui possono essere considerati veramente emblematici della parte migliore di una generazione di uomini di Stato e dell’economia che ha svolto un ruolo decisivo nella trasformazione del nostro paese, dopo la tragedia della dittatura e della guerra, in una democrazia liberale avanzata e nella realizzazione di quel salto di qualità nei livelli di benessere e di sicurezza sociale che abbiamo definito “il miracolo economico”.

Coniugava in modo esemplare cultura politica, ispirata dall’ideale cattolico-democratico, passione civile e impegno imprenditoriale finalizzato allo sviluppo socio-economico della sua terra marchigiana e, più in generale, date le dimensioni assunte dalla sua impresa, alla competitività del sistema Italia nei mercati internazionali.

Democratico cristiano, sulle orme del padre Aristide – fondatore dell’azienda di famiglia, già esponente del Partito Popolare sturziano, poi, negli anni ’50, Sindaco democristiano di Fabriano e in seguito senatore -Francesco svolse un’azione a largo raggio per la promozione del pensiero cattolico e di una visione interclassista e solidale dell’evoluzione sociale ed economica del Paese, rivestendo ruoli diversi, nel partito, nel Parlamento, nel Governo (sua l’iniziativa di una famosa e innovativa riforma nel settore degli appalti pubblici, nel periodo in cui è stato Ministro), nell’Unione cristiana imprenditori e dirigenti – di cui fu Presidente – nella Fondazione Merloni che promuove studi sull’economia e lo sviluppo e nell’Arel di cui, pure, è stato Presidente.

Questo senza mai discostarsi dall’impegno imprenditoriale, portato avanti con successo e con intuizioni illuminate che hanno consentito alla sua attività di produzione dei termosanitari di vincere le sfide della concorrenza globale e di imporsi nei mercati internazionali.  Fino ad età molto avanzata ha continuato a viaggiare e ad esplorare i nuovi e difficili percorsi dei processi produttivi, ispirando ancora le più giovani generazioni con i suoi scritti e i suoi discorsi.

Ascoltando le sue lucidi analisi del quadro politico e delle evoluzioni economiche, ispirate da quella solida cultura e motivazione che la sua generazione aveva acquisito e “respirato” da insigni maestri, nel movimento cattolico  degli anni della guerra e del dopoguerra, si apprendevano sempre nuovi elementi e si percepivano suggestioni utili a capire e ad orientarsi.     Ricordo le visite nel suo studio romano, in via della Scrofa, era un grande piacere ascoltarlo, quando raccontava le origini dell’avventura imprenditoriale della sua famiglia (dalle bascule, bilance per l’agricoltura, alle bombole a gas, fino ai più avanzati elettrodomestici), i pericoli corsi nel periodo della Resistenza, la collaborazione del padre con Enrico Mattei che spesso si fermava a cena in casa loro, il decollo di un modello industriale (cosiddetto modello marchigiano) che portò benessere, certezze e nuove prospettive a una popolazione agricola un tempo povera e priva di una possibilità di riscatto.

Ancora, durante quei colloqui, trasmetteva l’entusiasmo di un’Italia che aveva creduto in se stessa, che aveva condiviso valori, rendendosi, con l’etica del lavoro e del risparmio, ma anche con la creatività e la capacità di innovazione, artefice di un destino di crescita e di promozione delle condizioni sociali. Di quell’Italia Francesco Merloni fu uno dei testimoni e dei protagonisti più significativi e di questo dobbiamo restare a lui riconoscenti, soprattutto noi democratici cristiani delle generazioni successive, delle quali possiamo certamente ritenerlo uno dei maestri migliori.

Ricordo di Merloni. Perché ignorata la sua accusa sulla morte di Mattei?

Francesco Merloni è stato un protagonista nel panorama economico e politico italiano. La sua vita è strettamente legata alla città dove è nato (Fabriano, in provincia di Ancona). L’azienda di famiglia, fondata dal padre Aristide, ha posto le basi per un grande gruppo industriale, contribuendo alla crescita della regione Marche e al suo posizionamento nel contesto economico nazionale (come ha detto malevolmente qualcuno, sulla cartina geografica tout court).

Ha ereditato dal padre non solo la passione per l’imprenditoria, ma anche un notevole acume politico.Più volte parlamentare, Aristide Merloni lasciò una traccia indelebile nella politica marchigiana (e non solo) del dopoguerra. Il figlio Francesco ha saputo coniugare felicemente l’eredità familiare con una visione moderna e pragmatica del “fare impresa”, portando il gruppo Merloni a diventare un colosso internazionale nel settore degli elettrodomestici, capace di affrontare con successo le sfide del mercato globale.

Nel contesto della sua attività imprenditoriale, Merloni ha dimostrato notevole capacità di innovazione. La sua visione lungimirante si è tradotta nello sforzo di espandere il business originario oltre i confini nazionali, mantenendo però sempre un legame saldo con la terrad’origine. La sua gestione aziendale era ispirata a valori etici, con una forte attenzione per il benessere dei lavoratori e lo sviluppo sostenibile del territorio.

Non si è limitato alla dimensione economica: a livello politico, è stato Ministro dei Lavori Pubblici nei governi Amato e Ciampi, in un contesto drammatico come il crollo della “Repubblica dei partiti” (1992-1994). La sua esperienza rifletteva la volontà di portare a palazzo Chigi il pragmatismo e l’efficienza acquisiti nel mondo imprenditoriale, oltre alla sensibilità sociale che aveva ereditato dal padre. Come Ministro, si è impegnato in progetti di ammodernamento infrastrutturale, cercando di coniugare la necessità di sviluppo con l’attenzione per l’ambiente e il territorio.

Un episodio della sua vita privata e professionale colpisce – chi scrive – in modo particolare. Durante la sua ultima intervista al “Corriere della Sera” (11 marzo 2023), Merloni ha ricordato l’amicizia con il presidente dell’ENI, Enrico Mattei, originario di Matelica (vicino a Fabriano).

Importante la sua testimonianza riguardo al tragico incidente aereo di Bascapè che costò la vita a Mattei. “A Bascapè sicuramente lo buttarono giù: furono i servizi francesi. Non gli americani, con loro aveva già un accordo: doveva incontrare una delle sette sorelle…”. Ebbene, reazioni del mondo politico ed economico all’indomani dell’intervista? Nessuna.

Questo silenzio appare sorprendente, soprattutto alla luce del ruolo cruciale svolto da Mattei nella storia politico-economica italiana del dopoguerra. Come è noto, la sua visione strategica lo aveva portato a sfidare gli equilibri internazionali nel campo dell’energia, con una posizione sovente critica nei confronti delle grandi potenze petrolifere mondiali, le cosiddette “sette sorelle”.

Ecco perché il cosiddetto “piano Mattei” dovrebbe essere considerato patrimonio comune del Paese e non strumentalizzato ad hoc da una parte politica.

LUn altro aneddoto interessante dell’intervista al “Corriere della Sera” è relativo al suo rapporto controverso con Berlusconi, che “inizialmente era pure democristiano. Una volta mi rubò un aereo ma poi andavo alle sue feste. Mia moglie si divertiva: era la sua che stava sempre in disparte…”.

In conclusione, Francesco Merloni lascia dietro di sé un’eredità fatta di successo imprenditoriale, dedizione alla politica e amore per la terra d’origine. Sulla soglia dei 99 anni, tra le persone che gli mancavano di più, ricorda in particolare “Carlo Azeglio Ciampi, Nino Andreatta, Gerardo Bianco”. Ci piace pensare che oggi si saranno ritrovati tutti insieme…

Cirino Pomicino sbugiarda Monorchio sulle responsabilità del  debito pubblico. Chapeau!

Cirino Pomicino, figura di spicco della politica italiana, ha risposto sul Foglio del 1 ottobre con lucidità e fermezza all’intervista (Corriere della Sera del giorno prima) di Andrea Monorchio, ex Ragioniere Generale dello Stato, che ha attribuito il crollo della finanza pubblica italiana alla presunta insipienza della classe politica di governo. La replica dell’ex Ministro non solo difende una stagione politica complessa, ma offre un’analisi puntuale che mette in evidenza le vere responsabilità, spesso trascurate o mal interpretate.

Cirino Pomicino rigetta con decisione l’idea che la crisi della finanza pubblica degli anni ‘80 e ‘90 fosse da imputare alla classe politica. Al contrario, sottolinea come le decisioni di quegli anni fossero il risultato di una politica economica attentamente calibrata, e non di un’incapacità gestionale. A supporto di questa tesi, Cirino Pomicino ricorda che “Il governo Andreotti con Carli, Formica e il sottoscritto ebbe da Giuliano Amato un disavanzo primario di 38 mila miliardi di lire e restituì sempre a Giuliano Amato nel 1992 un bilancio con 3 mila miliardi di avanzo primario. Insomma, la crisi finanziaria del ’92 non fu assolutamente legata a motivi di finanza pubblica”.

Questa affermazione smonta la narrazione che attribuisce alla classe politica di governo la responsabilità diretta del crollo finanziario. C’è inoltre da sottolineare l’importante lotta all’inflazione, ottenuta con la determinante responsabilità delle forze sociali che sottoscrissero  gli accordi interconfederali del 1983, del 1984 e del 1992, in continuità tra loro e ispirati dalla politica riformista dei governi di allora.

Sempre secondo Cirino Pomicino, la gestione della finanza pubblica va letta in un contesto ben più ampio, che comprende le dinamiche internazionali e le pressioni esterne. Egli sottolinea come la crisi del 1992 non fosse dovuta a una cattiva amministrazione interna, bensì a fattori di natura internazionale, come le turbolenze dei mercati finanziari e le politiche economiche globali che influenzavano pesantemente le scelte italiane. L’idea che una classe politica “insipiente” sia la causa primaria del crollo finanziario è una semplificazione che ignora la complessità delle dinamiche economiche dell’epoca.

Nell’intervista, inoltre, si evidenzia come la dilatazione della spesa pubblica negli anni ’80 sia stata anche una conseguenza del contesto straordinario in cui l’Italia si trovava. Il fardello della lotta al terrorismo, che imperversava in quegli anni (a tal proposito ricordiamo l’uccisone del Prof. Tarantelli, uno dei principali assertori delle politiche di concertazione fra parti sociali e governo), ha contribuito significativamente all’aumento delle spese statali, una scelta obbligata per garantire la sicurezza del Paese. Ciò ha comportato un aumento della spesa pubblica, ma non per incuria o inefficienza, bensì per rispondere a una minaccia concreta e urgente. La lotta al terrorismo richiedeva ingenti risorse e non poteva essere considerata una scelta di spesa improduttiva o irresponsabile. Anche in questo caso, Cirino Pomicino mette in luce come le decisioni della politica fossero sempre motivate da contingenze straordinarie, e non da una semplice mancanza di visione o competenza.

La sua analisi non si limita a difendere la classe politica, ma fornisce una lettura critica e documentata delle reali cause della crisi finanziaria. Invece di puntare il dito esclusivamente contro la politica, l’ex ministro invita a considerare le forze internazionali e i vincoli imposti dalle istituzioni finanziarie globali, che influenzavano pesantemente la gestione economica del Paese. La crisi finanziaria, quindi, va letta come un evento multifattoriale, in cui la politica interna giocava un ruolo cruciale, ma non esclusivo.

In conclusione, la riflessione di Cirino Pomicino rappresenta un invito a riconsiderare, con rigore storico e analitico, le dinamiche che portarono alla crisi finanziaria italiana, senza cedere alla tentazione di facili colpevolizzazioni o semplificazioni.

Quasi guerra, ormai, fra Iran e Israele.

Come si temeva sin dall’inizio di questo conflitto mediorientale che rischia – se non lo è già – di trasformarsi in guerra totale è l’Iran sciita degli ayatollah il nemico assoluto che Israele vuole abbattere. Del resto Teheran non ha mai nascosto il suo odio nei confronti dello stato ebraico, del quale auspica e profetizza la cancellazione dalla faccia della Terra.

Lo scontro sin qui si è svolto a ondate cicliche, o a mezzo di singoli episodi, tramite l’utilizzo da parte del regime iraniano dei c.d. “proxy”, ovvero milizie jihadiste combattenti da Teheran finanziate e armate.

Innanzitutto Hezbollah, che occupa una buona parte del Libano – uno Stato multireligioso in disarmo ormai da decadi e profondamente diviso al suo interno – da dove periodicamente ha lanciato attacchi verso il nord di Israele.

Più recentemente gli Houthy, pure essi occupanti un’intera area di uno Stato, lo Yemen, stremato da una guerra civile (da qualche tempo in stallo) che ne ha disgregato la struttura amministrativa e distrutto l’economia.

Da sempre, inoltre, operano diversi altri gruppi sciiti in Iraq e in Siria, eterodiretti dagli iraniani, essi pure parte di quella schiera di attori destinati nei piani iraniani ad accerchiare e colpire Israele.

E infine Hamas, che sciita non è ma ben si presta alla bisogna, e dunque esso pure è stato finanziato ed armato.

Dopo il 7 ottobre, e nella acquisita certezza (stando ai servizi segreti israeliani) che una mattanza analoga fosse in corso di preparazione al nord del paese ad opera di Hezbollah, il governo israeliano – al di là dei motivi personali e di sopravvivenza politica del premier Netanyahu, e pure al di là della decisiva ed estremista presenza in esso della Destra religiosa più intransigente e guerresca – ha deciso di indebolire in modo definitivo, e se possibile di distruggere e sradicare per sempre la ragnatela proxy pazientemente stesa nel tempo dagli iraniani. E questo ha cominciato a fare, dallo scorso novembre: prima a Gaza, ora nel Libano e tutto lascia prevedere che attaccherà pure gli Houthynello Yemen. Ben sapendo, in ogni caso, che dietro questi gruppi c’è comunque l’Iran, ovvero uno Stato. E contro uno Stato ostile si fa una guerra.

Questo è il punto di arrivo previsto, se si dovesse rendere necessaria l’opzione finale. E poiché l’Iran sta lavorando per divenire una potenza nucleare, l’obiettivo primo ad essere colpito sarebbe costituito dagli impianti nei quali, appunto, si sta sviluppando il progetto dell’atomica. Ben sapendo che gli Stati Uniti, chiunque a quel momento ne fosse il Presidente, non si esimerebbero dal contribuire all’operazione.

Quando, l’altro giorno, Netanyahu si è rivolto ai “persiani” annunciando loro la prossima liberazione dalla dittatura teocratica egli ha rivolto un avvertimento a quest’ultima, consapevole di quanto la società iraniana, quella più giovane in particolare, sia sempre più insofferente nei confronti del regime. Immaginando, così, una possibile ribellione che in realtà è assai improbabile, essendo molto strette le maglie dell’oppressione stese dal regime in ogni ambito del corpo sociale.

È dunque questo il punto in cui siamo. A cinque minuti dall’esplosione di una guerra nella regione più calda del pianeta. Con un interrogativo, fra gli altri, che desta una qualche giustificata curiosità: gli stati arabi sunniti (che vedono nell’Iran e non più in Israele il loro principale nemico) non è che sotto-sotto la auspicano, questa guerra (nella convinzione che essa eliminerebbe dal quadro l’insidioso regime sciita)?

L’invito a Pontida degli ultranazionalisti austriaci è l’ennesimo azzardo di Salvini

La dichiarazione di Matteo Salvini nel corso di una diretta social, con la quale ha annunciato la presenza degli esponenti del Partito della Libertà austriaco (FPÖ) al raduno di Pontida, è un segnale allarmante. Va subito detto che questo partito è noto per le sue posizioni estremiste, ultranazionaliste e xenofobe. È accusato di simpatie neonaziste. Non a caso, dopo il successo nelle elezioni di domenica scorsa non è in condizione di formare un governo per l’ ostracismo degli altri partiti.

Dunque, la frase di Salvini – “Non sono neonazisti o neofascisti ma persone che ci tengono alla loro cultura, alla loro nazione” – è un tentativo di legittimare un movimento politico che, di fatto, ha radici profonde nell’estrema destra. Ridurre le preoccupazioni riguardo alle tendenze estremiste a un mero attaccamento alla propria cultura è un’operazione retorica pericolosa, che minimizza il rischio insito nella diffusione di ideologie autoritarie e xenofobe. Questo atteggiamento tende a banalizzare il fenomeno dell’ultranazionalismo, trasformandolo in un’ordinaria manifestazione di patriottismo, quando invece rappresenta una minaccia per i valori democratici e per i diritti fondamentali.

Definire questi movimenti come una semplice espressione di democrazia equivale a distorcere il concetto stesso di democrazia. La democrazia si fonda sul rispetto delle diversità, dei diritti umani e della tolleranza, valori che sono spesso in aperto contrasto con l’ideologia promossa dal FPÖ e da altri gruppi simili. L’apertura ai partiti ultranazionalisti rischia di legittimare sentimenti di intolleranza e divisione, contribuendo alla diffusione del discorso dell’odio.

Le parole di Salvini, in conclusione, non sono solo un’operazione di marketing politico ma anche un segnale che potrebbe condurre a una pericolosa deriva ideologica. Il rischio è che il confine tra democrazia e autoritarismo diventi sempre più sfumato, alimentando un clima di sospetto, divisione e ostilità che può minare la convivenza civile e i fondamenti stessi della società democratica.

Dibattito | La Schlein subisce i veti di Conte: dove va il centro-sinistra?

L’esclusione della lista riformista dalla coalizione ligure a favore del candidato Andrea Orlando rappresenta una pessima notizia per chi, come il sottoscritto, nelle scorse settimane proponeva la creazione di uno schieramento di centro sinistra alternativo all’attuale maggioranza parlamentare.

Nonostante la lista avesse già firmato l’accordo con il candidato governatore, non appena “Giuseppi” Conte, in versione Jep Gambardella, ha posto il suo veto nei confronti del cartello elettorale formato da IV, PSI e +EU, il PD, senza remore né lamentele, ha acconsentito a rinnegare il patto firmato in precedenza e a rinunciare ad una rappresentanza riformista e centrista nella coalizione.

Era già accaduto in Basilicata ed ora come allora, nessuno, nemmeno tra i riformisti del PD o di Azione che è rimasta all’interno della coalizione, si è alzato in piede e ha detto “Non ci sto!”. Come se valesse il motto latino mors tua vita mea.

Ma ciò che è successo in questi giorni a Italia Viva e Matteo Renzi che, nonostante i difetti, rappresenta al momento il leader più carismatico proveniente dalle file dei popolari italiani, potrà accadere un domani a chiunque altro abbia delle obiezioni alla linea espressa da Giuseppe Conte.

Un domani, i grillini potranno scegliere di buttare fuori dalla coalizione Azione, per le posizioni a favore del nucleare, oppure Più Europa, per le posizioni garantiste sulla giustizia. Non stento nemmeno a credere che, un domani, di fronte alla proposta di inserire in una lista dei ministri un riformista come Lorenzo Guerini, i 5stelle potranno porre un veto per le sue coraggiose posizioni a favore della resistenza ucraina.

Mi chiedo allora se tutto ciò sia accettabile per il PD e per la sua segretaria Elly Schlein. Perché se è vero che il leader della coalizione deve sposare uno spirito testardamente unitario, questo non significa che il primo bullo che passa se ne debba approfittare, anzi il leader dello schieramento dovrebbe tutelare la legittimità delle posizioni di ciascuna componente, anche quelle più piccole.

Così non è successo, il PD ha accettato il veto di colui il quale aveva firmato i decreti di Sicurezza insieme a Matteo Salvini, senza difendere coloro i quali hanno fatto parte della storia dello stesso PD, Italia viva, o i suoi alleati storici, PSI e piùEuropa.

A mio parere questo atto è grave e rappresenta una pietra quasi tombale per qualunque progetto di centro sinistra serio, a meno che il PD non inverta immediatamente la rotta. I veti di Conte e il silenzio di Schlein definiscono un contesto in cui a sinistra si formerà una coalizione estremista dominata dai veti di Giuseppe Conte, incapace di rappresentare le istanze centriste, cattoliche, liberali, riformiste e garantiste. Uno schieramento a tutto bonus, patrimoniale e manettaro,

Il PD aveva il compito di elaborare una sintesi, cercando i punti programmatici comuni ed eliminando i veti del passato. Così non è stato, ha accettato silenziosamente ogni imposizione dei 5 Stelle e non ha compiuto alcuno sforzo per tenere all’interno della coalizione i partiti centristi.

Il messaggio è dunque chiaro, non c’è spazio per le nostre istanze nella coalizione di centro sinistra, anche perché questa coalizione che sta costruendo il PD a rimorchio dei 5stelle vuole essere una coalizione solo di sinistra.

Si riapre, allora il punto di domanda: cosa possono fare coloro i quali hanno idee diverse dall’attuale maggioranza, per esempio su premierato e autonomia differenziata, ma non sono disposti a sottostare al giogo dei 5stelle?

Costruire una federazione centrista aperta a cattolici, liberali e riformisti. Abbandonare i progetti di mini-partiti personalistici, evitare di continuare in queste continue e insensate scissioni ma soprattutto iniziare a lavorare in Parlamento per l’introduzione di una vera e propria legge elettorale proporzionale. Una legge, sia chiaro, che non obblighi a indicare ex ante la partecipazione ad una determinata coalizione, anche perché se il sistema è proporzionale inevitabilmente le coalizioni si devono formare dopo il voto, altrimenti è un porcellum bis.

L’introduzione di una legge elettorale proporzionale è un fattore dirimente per la costruzione di un progetto centrista. E vedremo allora se Forza Italia e Noi moderati sosterranno questo progetto, allora dimostreranno di essere delle vere liste centriste e non dei satelliti di FdI.

Appello Cisl: “No all’uscita di Poste Italiane dal servizio universale”.

Secondo le informazioni attualmente in possesso a livello aziendale, non risulterebbe alcuna intenzione da parte di Poste Italiane di rinunciare alla partecipazione al bando per il servizio universale postale. Tuttavia, è di fondamentale importanza che l’azienda intervenga per smentire ufficialmente le notizie diffuse da alcune organizzazioni sindacali, che sostengono un presunto disimpegno di Poste Italiane rispetto al servizio universale. A lanciare l’allarme è Raffaele Roscigno, segretario generale di Slp Cisl, che in una nota sottolinea l’urgenza di un chiarimento.

“Una decisione del genere – afferma Roscigno – sarebbe non solo un grave errore strategico ma anche estremamente dannosa per l’intero Paese. Il servizio universale è, infatti, un pilastro fondamentale per garantire la coesione sociale e territoriale, assicurando a tutti i cittadini l’accesso ai servizi postali. Si tratta di un servizio essenziale, soprattutto in quelle aree del territorio nazionale più remote o meno servite da altre infrastrutture di comunicazione”. In queste zone, aggiunge, il ruolo di Poste Italiane non si limita alla consegna della corrispondenza, ma rappresenta spesso l’unico collegamento stabile e continuativo con il resto del Paese.

Roscigno sottolinea come Slp Cisl sia pronta a contrastare con determinazione e fermezza qualsiasi ipotesi di rinuncia da parte dell’azienda a un ruolo così centrale e strategico per la collettività. “Non possiamo permettere che si riduca la portata di un servizio che garantisce un diritto costituzionalmente sancito. L’accesso ai servizi postali deve essere garantito su tutto il territorio nazionale, senza alcuna discriminazione tra grandi centri urbani e piccoli comuni.”

“La partecipazione di Poste Italiane al servizio universale rappresenta una garanzia per milioni di italiani – conclude il segretario – in particolare per coloro che vivono nelle aree interne e periferiche del Paese. In molte di queste realtà, Poste Italiane rappresenta spesso l’unico punto di contatto con il resto del territorio, una presenza fondamentale non solo per il servizio postale ma anche per altre attività, come il pagamento delle pensioni o il ritiro di pacchi e raccomandate. Ecco perché è fondamentale che l’azienda chiarisca la propria posizione in maniera netta e tempestiva, confermando un impegno che costituisce un diritto per i cittadini e un dovere per un’azienda che opera in regime di concessione pubblica”.

Vita e Pensiero |  Il problema dell’Aldilà nel tempo della sua eclisse.

Paolo Ricca

 

È una caratteristica vistosa del nostro tempo e, più in generale, della modernità, soprattutto europea, la progressiva cancellazione, nella coscienza comune, dell’Aldilà, a beneficio dell’Aldiqua. Vi ha indubbiamente contribuito la rivoluzione copernicana che, spodestando la terra dal centro dell’universo, ha reso obsoleto tutto l’immaginario religioso tradizionale sull’Aldilà (quello, ad esempio, della Commedia di Dante), a cominciare dalle categorie di “alto”, dove stava il “cielo” come dimora di Dio, invocato quindi come “Altissimo” («Padre nostro che sei nei cieli»!), e di “basso”, dove era stato sistemato l’“inferno”, che adesso non si sa più dove collocare (se non sulla terra, l’unico “rifugio” che gli resta!).

Questa svolta culturale epocale è stata descritta poeticamente da Bertolt Brecht, che fa dire a Galileo quanto segue: «Presto l’umanità avrà le idee chiare sul luogo in cui vive, sul corpo celeste dove dimora. Non le basta più quello che sta scritto nei libri antichi. Infatti, dove per mille anni ha dominato la fede, ora domina il dubbio. Tutto il mondo dice: D’accordo, sta scritto nei libri, ma adesso lasciate un po’ che vediamo noi stessi. […] E il gran risucchio d’aria che si è levato da tutto questo, spazza via perfino le vesti trapunte d’oro dei principi e dei prelati, mettendo in mostra gambe grasse e gambe magre, gambe uguali alle nostre, insomma. È risultato che i cieli sono vuoti. A questa constatazione è scoppiata una gran risata d’allegria. […] Ma l’universo, nel giro di una notte, ha  perduto il suo centro, e la mattina dopo ne aveva un’infinità. Da un momento all’altro, guarda quanto posto c’è» (Bertolt Brecht, Vita di Galileo, Torino, Einaudi, 2014, pp. 13 e 15).

Ma se l’universo ha perso il suo centro, è logico che sia diventato difficile immaginare un Aldilà. Non si sa da dove partire. Non si sa dove comincia il “cielo” (se pure comincia da qualche parte), né dove finisce (se pure finisce da qualche parte). Non si sa neppure bene che cosa sia. Sicuramente era molto più facile pensare l’Aldilà nella visione tolemaica dell’universo, con la terra al centro, il cielo “sopra” e gli inferi “sotto” (lo dice la parola: infernus = “ciò che si trova in basso”). Dovremmo allora abbandonare qualsiasi nozione spaziale dell’Aldilà? Se così fosse, con che cosa sostituirla? Oppure dovremmo abituarci all’idea dell’impossibilità di immaginarlo? Ma si può davvero pensare ciò che non si può in alcun modo immaginare? Il fatto evidente dell’eclisse dell’Aldilà sarebbe allora dovuto, in fin dei conti, alla difficoltà, per non dire all’impossibilità, di immaginarlo?

Questa difficoltà, o impossibilità, è reale, però non significa che l’Aldilà non esista. Crediamo, ad esempio, che Dio esiste, pur non potendolo, anzi non dovendolo, immaginare, perché nessuna immagine che possiamo farci di lui corrisponde alla sua realtà. Lo stesso Gesù, «che è l’immagine di Dio» (2Cor 4,4) – l’unica a cui possiamo ricorrere – riflettendoci bene, non è immaginabile neppure lui; eppure crediamo che esista. Come l’esistenza di Dio e quella di Gesù non dipendono dalla possibilità di immaginarli, lo stesso discorso vale per l’Aldilà: non possiamo immaginarlo, ma questo non significa che non esista.

Certo, non ci sono prove che esista (come del resto non ci sono prove del contrario). Nessuno può dimostrare che c’è una vita dopo questa vita. Sembra anzi che tutto finisca con la morte e si attui così, per ciascun vivente a cominciare dalla creatura umana, l’antica sentenza pronunciata da Dio sul primo uomo da lui creato; «Sei polvere, e in polvere ritornerai» (Gen 3,19). Molte altre parole bibliche le fanno eco: la nostra vita «passa presto e noi ce ne voliamo via» (Sal 90,10). «Ricordati che la mia vita è un soffio. […] Chi scende nel soggiorno dei morti, non ne risalirà» (Gb 7,7.9). «Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna alla polvere» (Qo 3,20). Qui manca del tutto l’idea di una qualche forma di sopravvivenza. La persona defunta appartiene definitivamente al passato – un passato irrimediabilmente senza futuro. Altre persone nasceranno e vivranno, ma la persona defunta non è necessario che riviva: ha avuto la sua chance, la sua occasione unica che è questa vita, l’ha vissuta più o meno bene, ora tocca ad altri. In questo quadro, il destino umano non è diverso da quello di un fiore, che nasce, cresce, dispiega la sua bellezza, emana il suo profumo, poi lentamente appassisce e alla fine muore: non rivivrà, altri fiori spunteranno, altrettanto belli, ma quello appassito ha concluso la sua breve storia e ritorna anche lui alla terra dalla quale è nato. Così potrebbe essere, e così sembra che sia. Ma la prospettiva cristiana è diversa.

Perché la fede cristiana afferma, contro tutte le apparenze, che c’è una vita dopo la morte, che c’è un futuro per chi, essendo morto, dovrebbe appartenere a un passato senza futuro? Fondamentalmente per un unico motivo: la risurrezione di Gesù. Perché? Perché è la risurrezione di Gesù che ha rivelato che il corpo umano (il suo, che era come il nostro) ha un futuro, non è destinato a essere distrutto, ma, al contrario, a essere restituito alla vita in forma nuova. E il corpo di Gesù che è risuscitato (ecco il senso profondo della tomba vuota – vuota appunto perché le donne e i discepoli non trovano più il corpo. Tutta la risurrezione ruota intorno al corpo che, risuscitando, non appartiene più solo all’Aldiqua, ma anche all’Aldilà; si può dire che la risurrezione introduce il corpo, in una nuova veste (se così si può dire), nell’Aldilà, è l’Aldilà del corpo – quel corpo dell’uomo e della donna che Dio aveva modellato con le sue stesse mani con grande amore e sapienza (Gen 2,7.21-22) e che ora Dio risuscita dando loro un nuovo modo di essere.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-i-cristiani-davanti-alleclisse-dellaldila-6586.html

Piersilvio in politica? Un errore destinato a riproporre l’equivoco del berlusconismo.

Negli ultimi mesi il dibattito sull’ingresso in politica di Piersilvio o Marina Berlusconi ha alimentato una serie di speculazioni, non senza esplicite o striscianti polemiche. L’ipotesi, se confermata, riproporrebbe in forma rinnovata l’ormai noto “equivoco del berlusconismo”. Ieri, in effetti, Matteo Renzi ha dato fuoco alle polveri. Nel corso del programma “Lo stato delle cose”, condotto da Massimo Giletti su RaiTre, ha dichiarato: “Piersilvio o Marina Berlusconi entreranno in politica? Non lo escludo, non lo escludo più. Qualche mese fa avrei detto di no, oggi se dovessi dire, secondo me è più facile Piersilvio che Marina.” L’affermazione segna un cambio di prospettiva rispetto a qualche tempo fa, evidenziando come la percezione sull’eventuale “discesa in campo” della famiglia Berlusconi stia mutando.

Le parole di Renzi non si sono limitate a una semplice previsione. Egli ha infatti sottolineato le tensioni interne a Forza Italia (FI), indicando come Antonio Tajani – attuale segretario del partito – si trovi in una posizione scomoda, spesso costretto a votare in modo contraddittorio rispetto a quanto da lui stesso dichiarato. “C’è un punto di debolezza in FI: Tajani dice che sono per i diritti, per lo ius scholae, poi in Parlamento vota il contrario e diventa un silente alleato della Meloni”. Questo non può che accrescere le tensioni tra FI e la Lega, con gli Azzurri obbligati a riposizionarsi. Ma come e, soprattutto, con quale leadership? Tajani non sembra all’altezza di questa sfida.

Dunque, se Piersilvio Berlusconi dovesse esporsi in prima persona, si troverebbe ad affrontare un’eredità particolarmente complessa. L’ombra del conflitto di interessi, che ha segnato l’intera esperienza politica del padre, tornerebbe inevitabilmente alla ribalta. Ciò rappresenterebbe un test decisivo per la democrazia italiana. Si capirebbe, in coda al declino della cosiddetta seconda repubblica, quanto ancora non siano stati risolti alcuni nodi fondamentali del rapporto tra potere politico ed economico. Sarà interessante vedere se questa volta il Paese saprà affrontare in modo più maturo e consapevole la riproposizione per via familiare del tanto discusso modello berlusconiano.

La Resistenza contribuì alla formazione del progetto politico dell’Unione Europea

Prendo la parola per la quarta volta ai Colloqui di Bayreuth in rappresentanza dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea della Spezia. Dal 2011 esiste tra la fondazione Leuschner e l’istituto storico della resistenza una proficua collaborazione che, attraverso le scuole gemellate Liceo Richard Wagner di Bayreuth e l’istituto scolastico “Fossati – Da Passano” della Spezia, ha permesso a centinaia di studenti tedeschi e italiani di conoscere, rispettivamente, le vicende della Resistenza Tedesca e italiana al nazifascismo.Nella resistenza europea vanno ricompresi, infatti, a pieno titolo i resistenti germanici al nazifascismo come gli appartenenti alla Rosa Bianca, Wilhelm Leuschner, il conte von Stauffenberg, Dietrich Bonhoeffer e tanti altri. Queste figure sono la prova che non tutti i tedeschi sostennero Adolf Hitler. La dimensione europea della Resistenza al fascismo assume un significato cruciale nella storia contemporanea, poiché la Resistenza non fu soltanto un fenomeno nazionale, ma una lotta di respiro continentale che coinvolse molti Paesi europei sotto regimi totalitari o occupazione nazifascista durante la Seconda Guerra Mondiale: dalla Francia alla Polonia, dalla Jugoslavia all’Italia, passando per la Grecia, la Norvegia, l’Olanda e altri Paesi ancora. In ciascuno di questi contesti, si formò un movimento di opposizione clandestina, spesso eterogeneo e composto da gruppi politici diversi (comunisti, socialisti, liberali, cattolici, anarchici, nazionalisti) uniti dalla lotta al totalitarismo, la difesa della libertà, la resistenza alla repressione e la rivendicazione dei diritti umanni. L’ Europa postbellica, basata su valori democratici nasce così: molti ex resistenti entrarono a far parte della classe dirigente dei loro Paesi, influenzando la costruzione di democrazie solide e la definizione di costituzioni moderne ispirate ai valori della Resistenza, come in Italia e in Francia, dove questi valori furono incorporati esplicitamente nei rispettivi ordinamenti democratici e antifascisti. In questo senso e con valore di anticipazione democratica, può essere interessante raccontare di come il movimento resistenziale italiano diede vita nelle zone liberate dai nazifascisti tra giugno e novembre 1944, alle c.d. repubbliche partigiane: nel 1944 i partigiani intensificarono la loro attività, e in alcune aree presero il controllo di città e regioni, istituendo forme di autogoverno temporaneo. Queste “repubbliche” o zone libere, costituirono esperimenti locali di gestione democratica :nelle zone libere furono creati consigli comunali o comitati locali, formati da esponenti dei partiti antifascisti, comunisti, socialisti, cattolici e liberali, e per la prima volta le donne poterono votare ed essere elette. Se ne contano oltre una ventina, ma 4 furono le principali e più conosciute.

La Repubblica dell’Ossola dal 10 settembre al 23 ottobre 1944, situata in Piemonte. Fu una delle repubbliche meglio organizzate e con una popolazione di 85.000 abitanti. La vicinanza alla Svizzera fece sì che ne parlasse anche la stampa internazionale.

La Repubblica di Alba dal 10 ottobre al 2 novembre 1944, anch’essa in Piemonte, fu la più breve. La città di Alba venne occupata dai partigiani, ma i nazifascisti la riconquistarono dopo meno di un mese. L’epopea della repubblica di Alba fu fatta conoscere al grande pubblico dallo scrittore Beppe Fenoglio con il libro “I 23 giorni della città di Alba” pubblicato nel 1952.

La Repubblica di Montefiorino dal 17 giugno al 1° agosto 1944. Si trovava nell’Appennino di Modena ed è considerata una delle prime repubbliche partigiane. I partigiani controllavano un’ampia area montana di 1.200 km quadrati con 50.000 abitanti, dove organizzarono una resistenza ben strutturata. Venne riconquistata dai tedeschi con un’offensiva pesante alla fine di luglio.

La Repubblica di Carnia dal 1 agosto all’8 ottobre 1944.  Nacque nella zona montana del Friuli; la Repubblica di Carnia e dell’Alto Friuli fu caratterizzata da una forte componente autonoma, con un consiglio che coinvolgeva rappresentanti della popolazione locale. Anche qui vennero avviate riforme sociali e amministrative, ma l’occupazione nazifascista vi pose rapidamente fine e le vittime della repressione furono 3.500. Il Presidente della repubblica italiana Sergio Mattarella celebrando nelle scorse settimane l’80esimo della repubblica della Carnia ha messo in luce che quella rivolta anticipò la liberazione dell’Italia, senza aspettare gli anglo-americani, e consentendo al Paese, come cobelligerante contro i tedeschi dall’ottobre 1943, di subire un trattamento meno pesante alla conferenza di pace di Parigi.

Oltre alle riforme democratiche ed al voto alle donne, le repubbliche partigiane introdussero riforme agrarie e sociali per migliorare le condizioni di vita della popolazione.  Vennero ripristinate le libertà fondamentali, come la libertà di stampa, di associazione e di riunione, e venne abolita la pena di morte.

Anche nella provincia della Spezia, nell’alta Val di Vara nell’autunno 1944 si costituì la Repubblica della Val di Vara, la quale arrivò ad eleggere i Consigli comunali provvisori. Questa repubblica comprendeva i Comuni di Varese Ligure e di Maissana al confine tra le province della Spezia, Genova e Parma.

Tornando alla collaborazione internazionale, va detto che i movimenti di Resistenza in tutta Europa non operarono in isolamento: gli alleati occidentali e i partigiani dell’Est Europa ricevettero supporto reciproco, sia tramite azioni militari coordinate sia attraverso reti di informazione e approvvigionamento di armi. L’azione dei partigiani jugoslavi o dei gruppi resistenti in Polonia e in Grecia dimostrò la capacità di organizzare una guerra di liberazione su larga scala, coordinata con l’avanzata degli Alleati. E In Italia la Resistenza fu un movimento più ampio dei soli uomini in armi: i partigiani vennero riforniti di armi dagli anglo americani; furono sostenuti dalla popolazione civile, che subì rappresaglie e massacri a cui presero parte le milizie fasciste della Repubblica Sociale Italiana, costituita a Salò da Benito Mussolini. Un contributo importantissimo venne dato dagli oltre 600.000 militari italiani, internati in Germania, che rifiutarono di aderire alla repubblica fascista e da molti sacerdoti, suore, religiosi che furono imprigionati e uccisi dagli occupanti. Anche nello spezzino …Proprio ad agosto scorso abbiamo ricordato a Lavaggiorosso di Levanto gli 80 anni del sacrificio di don Emanuele Toso fucilato dai fascisti repubblichini.

La lotta contro il fascismo e il nazismo divenne una fonte di legittimazione morale per i movimenti democratici e progressisti nel secondo dopoguerra. La memoria della Resistenza contribuì a rafforzare l’idea di un’Europa basata su principi di giustizia, uguaglianza e solidarietà internazionale, con una particolare attenzione alla difesa della pace e della tutela dei diritti umani.

La dimensione europea della Resistenza ebbe un ruolo nella formazione del progetto politico dell’Unione Europea: pensate ad Altiero Spinelli (autore del Manifesto di Ventotene) o  Alcide De Gasperi, impegnati nella Resistenza antifascista. Spinelli, in particolare, vide nella costruzione di un’Europa federale e pacifica il modo per superare i nazionalismi esasperati che avevano portato ai conflitti mondiali.

In conclusione, la Resistenza al fascismo rappresenta una lotta europea comune per la libertà e la democrazia, che trascende i confini nazionali. Una lezione più che mai attuale a 80 anni di distanza, visto quello che è successo nella ex Jugoslavia con le guerre interetniche fra Serbi, Croati, Bosniaci e Albanesi kosovari e ancor più oggi con l’aggressione russa all’Ucraina e il conflitto che si protrae ormai da quasi 3 anni nel cuore dell’Europa.Queste vicende ci ricordano che la libertà non è mai conquistata per sempre, ma si può perdere in brevissimo tempo e va quindi difesa ogni giorno. Ce lo ricordò nella sua ultima intervista del 25 aprile 2013 il generale Daniele “Dany” Bucchioni, uno dei primi combattenti per la libertà della provincia della Spezia, esponente della Resistenza cattolica, che ho avuto l’onore di conoscere bene.

Se mi si chiede se la lotta di liberazione contro il fascismo è una lezione per l’oggi dunque, rispondo sicuramente “sì” e ricordando le parole di Piero Calamandrei rivolte  a Kesserling dico anche io: “Ora e sempre Resistenza”. Questa mattina [domenica per chi legge, ndr], ottanta anni dopo, i presidenti della Repubblica italiana Sergio Mattarella e della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier hanno ricordato insieme il massacro di Marzabotto. Le truppe nazifasciste sterminarono 771 civili, fra cui 300 donne e 200 bambini. Da Marzabotto viene una lezione attuale: mai più il fascismo, mai più il Nazionalsocialismo.

La regina distrae le masse e nasconde il mattarello fiscale

Cesare se ne va in giro sornione per la Curia fischiettando assorto un motivetto di uno dei poeti di corte, Fiorinus romanus, che fa “ammazzate oh, nun te smove ‘na cannonata…”. Fischietta, sorride e gli occhi gli brillano per l’ira. I senatori che lo incontrano salutano svelti e si dileguano. Solo i vecchi di Curia sanno che cosa Cesare sta apparecchiando per la sua amata Cleo.

La regina Cleopatra/Meloni il popolo ce l’ha in uggia, lo mette sugli scudi, si definisce del popolo (che per il popolo è un’altra storia), e non perde mai occasione per battere a sesterzi. Ora passati due anni il Computantis di Cesare ha informato il divino che la Regina non ha prosciugato le casse di Cesare, ma il forziere si è di molto assottigliato perché è stato attinto a piene mani fin dai primi mesi e ora si cominciano a vedere le assi di legno del fondo.

Al contrario il Computantis della Regina Cleopatra/Meloni, sodale di uno dei due suoi luogotenenti, facendo il gioco delle tre carte, guardandone solo una però, quella sua, dice che il bilancio del governo è buono, che le casse del governo sono a un buon livello (e sottindende che se lo lasciano a quel posto raggiungerà il massimo della capienza), che si può fare di più e via così con un nuovo prelievo tanto per stare sicuri in tempi di guerra (gli slavi orientali… se stanno ad ammazzà e gli ebrei con l’arabi pure) .

Ora li romani (senatus popolusque romanus) non è che non sappia fare di conto, è solo che spesso non c’ha voglia e se proprio deve è sempre contrariato. Si avvicina la data in cui la regina Cleopatra/Meloni presenta i conti e chiede i soldi per l’anno prossimo (radioso avvenire, manco a dirlo). I romani si guardano intorno e vedono che “li poveracci” sono aumentati a 5 milioni, che quelli che fanno fatica e c’hanno figli sono più di 10 milioni. E chi resta? Sono i dipendenti dell’impero e quelli che se ne sono andati a casa perché hanno finito “de lavorà”; e, come dice l’aerarium dell’impero, “quelli le tasse ce le assicurano”. Poi ce stanno le societas e le ripae/banche. La regina è andata in gran spolvero da costoro a dire che si può fare di più (se lei rimane, sennò..boh!) e che alla Patria qualcosa bisogna pure dare. E questi  senza batter ciglio (e sesterzo)promettono che faranno, faranno la loro parte di sicuro.

Nel frattempo s’è fatta un giro ampio nelle colonie dell’impero e tra i potenti alleati, parlando del ruolo della Patria nel mondo e pretendendo il giusto peso. L’aula era mezza vuota e si faticava pure a seguire il ragionamento, ma tant’è: di figura si trattava e figura è stata. Ritira premi, si compiace di sé, e intanto il popolo langue e non sbarca il lunario, i giovani se ne vanno e i carcerati s’incazzano. Ma lei scuote il sacro sistro (rumore come di campanelli) e prosegue sul carro.

Cesare non ha certo dimenticato gli anni e la fatica che sono stati necessari ai suoi e a lui per costruire quello che ora si chiama, a seconda dell’estensione, Patria o Impero; e di certo c’è che all’epoca la regina stava su un’altra sponda (letteralmente, su un’altra sponda) e che gli avi suoi erano impegnati in guerre per tenersi stretto il regno d’Egitto. E so’ stati sacrifici di vite e di sesterzi. E ora…altri sesterzi? E pe fa’ cosa?! Vedremo, e intanto … “ammazzate oh, nun te smove ‘na cannonata”…

Dibattito | Questa sinistra è respingente per l’elettorato di centro.

Al di là dei personalismi, dei rancori, dei trasformismi e dei noti e collaudati opportunismi, nella saga che sta dilaniando il cosiddetto “campo largo” o “Fronte popolare” che dir si voglia, una cosa sola è sicura e certa. Ovvero, in quella coalizione il Centro e tutto ciò che è riconducibile al Centro è semplicemente alternativo. Del resto, l’alleanza di sinistra di oggi è radicalmente diversa dalle esperienze del passato. In sè un fatto abbastanza scontato ma, al contempo, un dato da cui non si può prescindere allegramente. Cosa centra, detta in termini ancora più crudi, il centro sinistra di D’Alema e Marini o quello di Veltroni e Franceschini con il blocco della sinistra radicale e massimalista della Schlein, della sinistra populista e demagogica di Conte e quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis? Certo, è la naturale evoluzione della politica italiana ma si tratta anche di prendere atto di un elemento costitutivo e quasi strutturale che differenzia profondamente il profilo politico e la cornice programmatica di questi due progetti politici. E, di conseguenza, delle rispettive alleanze e coalizioni di riferimento.

Insomma, diventa anche un’operazione patetica quella di creare ad arte, cioè a tavolino, una gamba centrista all’interno di questa coalizione di sinistra. Patetica perché assistiamo ad uno strano balletto. Ovvero, esponenti del Pd – tra cui svetta l’ineffabile Bettini – che indicano settimanalmente esponenti del Pd che dovrebbero incaricarsi di costruire o ricostruire un’area di centro all’interno della coalizione. Ora, al di là del fatto che assomiglia sempre di più ad una operazione che ricorda gli antichi “partiti contadini” di comunista memoria, si tratta francamente di escamotage che fanno sorridere anche i disertori radicali delle urne. In altre parole, ma come può essere credibile una gamba, un’area o una rappresentanza del Centro moderato, popolare e riformista quando viene pianificata dall’azionista di maggioranza della coalizione e, soprattutto, che sarebbe guidata addirittura da un esponente del suddetto partito? Un’operazione più ridicola che seria, più macchiettistica e goliardica che politica. Ed è proprio l’esperienza del passato a confermarci questo assunto. Ovvero, il tradizionale e competitivo centro sinistra è solo quello – sembra un ossimoro ma è così – che contempla al suo interno una sinistra riformista e anche massimalista ma che dev’essere, comunque sia, minoritaria, e un Centro visibile, credibile, rappresentativo e autenticamente riformista. Se, invece, come capita, il Centro viene costruito a tavolino da ex e post comunisti e la sinistra è schiettamente e plasticamente radicale, massimalista e populista, semplicemente ci si trova di fronte ad un’altra offerta politica.

Radicalmente diversa dal passato e destinata, com’è evidente a quasi tutti, ad essere politicamente monca perchè nè esaustiva e nè rappresentativa di tutti i segmenti della coalizione. E questo ancora al di là del trasformismo, dell’opportunismo e litigi infantili dei capi dei due partiti personali che ambiscono a rappresentare l’area di centro, cioè Renzi e Calenda. Ecco perché, e al di là di molte riflessioni e retroscena, è tutto molto più semplice di quel che appare. Il Centro in una coalizione dominata dalla sinistra estremista non ha spazio, ruolo e funzione. Detta in altri termini, non ha alcuna “mission” specifica. Per questi motivi, attualmente, da quelle parti semplicemente non esiste.

Oggi a Vienna, domani a Berlino: torna la Grosse Koalition?

Secondo le previsioni della vigilia, le elezioni in Austria hanno fatto registrare la vittoria del Partito della Libertà (ÖFP), formazione di estrema destra, che ora ambisce a porre un’ipoteca sulla formazione del governo. Secondo le proiezioni iniziali, l’ÖFP ha raggiunto il 29,1% dei voti, superando il Partito Popolare Austriaco (ÖVP) dell’attuale cancelliere Karl Nehammer, fermo al 26,3%. Al terzo posto si sono posizionati i Socialdemocratici con il 21%, mentre i Verdi, partner di coalizione dell’ÖVP nel governo uscente, hanno subito un calo significativo, scendendo all’8,6% (rispetto ai risultati del 2019 in cui l’ÖFP aveva ottenuto il 16,2%). Come in Germania, il crollo dei Verdi si manifesta con caratteri che adombrano una vera crisi d’identità e rappresentanza.

Alla luce dei risultati, Karl Nehammer ha confermato la sua posizione nei confronti dell’ÖFP, dando ancora per scontato che di collaborare con il leader di questo partito, il contestato Herbert Kickl, non se ne parla. Tuttavia, in modo sibillino, ha lasciato socchiusa la porta a un’eventuale accordo di centro-destra, a condizione che Kickl non faccia parte dell’esecutivo. Si tratta di un azzardo, una scommessa che forse gioca sulla impraticabilità della soluzione appena vagheggiata. Curiosamte, pur avendo condotto i suoi alla vittoria, il leader dell’ÖFP dovrebbe farsi da parte. Uno scenario a dir poco fantasioso. 

Non è da escludere, allora, che in questa situazione si apra la possibilità di un ritorno alla già sperimentata coalizione tra Popolari e Socialdemocratici, con o senza il coinvolgimento dei liberali del NEOS, che hanno ottenuto circa il 9% dei voti. Questa prospettiva richiama lo scenario che si sta profilando in Germania in vista delle elezioni del prossimo anno, dove si potrebbe assistere a una riedizione della cosiddetta Grosse Koalition, seguendo il modello che sembra delinearsi ora in Austria. In sintesi, ciò che è accaduto oggi a Vienna potrebbe prefigurare quello che accadrà domani a Berlino.

La sinistra, la Liguria e una brutta figura.

La politica ha in sé qualcosa di magico. Tanto meno te ne vuoi occupare, tanto più ti attira con esche a cui è impossibile rinunciare. Lo sa fare con parole che sono seducenti, portandoti in un campo dorato che in realtà nasconde buche dentro le quali precipitare senza salvezza.  Pur sapendolo, non puoi fare a meno di resistere, forte di un dizionario alla mano che ti chiede di consultarlo per venire a capo della faccenda. 

La Sinistra ha eretto a vessillo una nuova idea simbolo.  Non più garofano, falce, sole, ulivo e querce ma qualcosa che li ricomprende tutti nel suo “campo”. È questa una parola che costringe a soffermarsi per approfondirne il senso, sgombrando il campo da altre suggestioni assai meno succose. In Liguria il campo largo è andato in fumo. Conte ha chiesto la testa di Renzi e l’ha spuntata decretando dall’origine la fine di una Santa Alleanza, sancendo la nascita di una Eterna Discrepanza. 

Sarà forse questione di viscere o appunto di panza ma l’idea di stare sottobraccio per alcuni è impossibile. Insieme è la traduzione moderna di un latino volgare, “insemel”, che aggiorna “semel”, cioè una volta, e “simul”, insieme.  Sarà questa volgarità primordiale, un seme figlio di chissà chi o peggio ancora annacquato, quindi debole e confuso di carattere, ad aver prodotto il fallimento di un patto subito saltato. ”Parlar e lagrimar vedrai insieme” diceva qualcuno che di queste cose se ne intendeva a proposito di conflitti e miserie del potere. La politica si consolerà raccontandosi che occorre comunque tirare a campare qualunque sia il campo di guerra in cui affrontarsi. Così il mentore diventa Nino Manfredi con il suo “Tanto pe’ campa….”.

Strana parola “Campo”. Suona di campagna, di un paesaggio accogliente che induce al riposo, alla bellezza della natura ed alla riflessione. “Dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano” è in questo caso quanto resta di una intesa abortita già dalla origine. La Sinistra è caduta in un campo di tiro e ne è rimasta subito, più che folgorata, impallinata. 

Del resto il Parlamento è costeggiato alla sua sinistra, da via di Campo Marzio, il posto destinato storicamente dagli antichi Romani a cimenti militari e dunque tutto era già in previsione. La Schlein sta comprendendo che la sua è una coraggiosa proposta che però non sta in campo, pur mettendoci in campo il cuore e l’azzardo che occorre per tentare la vittoria. 

Le sarebbe stato di buon preventivo soccorso la preventiva lettura dal vocabolario per intuire che stava lanciando in campo, allo sbaraglio, le sue truppe e quelle di eventuali alleati.  Qualcuno obietterà che Conte “ruminò pretesti da mettere in campo” ed ha modo suo ha fatto un tiro “fuoricampo” nella speranza gli porti frutto, di prendere campo e di guadagnar campo senza lasciarne agli avversari, con il rischio di mandare un progetto al camposanto. Il pericolo è che gli elettori destinino l’opposizione in un campo profughi o di sfollati, in un “campo immenso di un bigio ceruleo”. 

“Nel dritto mezzo di un campo maligno vaneggia un pozzo assai largo e profondo” in cui è caduta una proposta politica dai piedi d’argilla. Stando così le cose la ipotizzata coalizione che in Liguria dovrebbe sostenere il candidato Orlando, candidato in campo, sembra composta da “scampati” di casa e non lascia presagire nulla di buono per il futuro. Al primo passo di riscaldamento non sono andati in camporella a far l’amore ma a mordersi a più non posso distruggendo un’ipotesi di accordo, scontrandosi in una cruenta battaglia campale.

Siamo, come al solito, almeno per adesso, alla solita storia di “scampoli” di politica. “Con te non ci sto” è il pensiero di Conte vs Renzi che sottolinea come i 5S siano diventati una succursale di Poltrone e Sofà, un “occupificio” sistematico di posti su cui mettere il cappello o la stella. Per il PD, reclamando di non essere suoi cespugli, AVS e 5S corrono il rischio di essere i suoi succhioni, quei rami infruttiferi che diramano dai rami principali dell’olivo sottraendo alla pianta. Conte e Fratoianni sono più che mai abili ad armare, all’occorrenza, un suk di parole per andare secondo convenienza, prescindendo da ogni idea di visione politica per i giorni a venire. Oggi Renzi, libero da impegni di comune cordata, potrà dirsi che l’ha scampata bella, orgogliosamente dichiarando: “Me campo da solo”.

Quando la politica è solo tatticismo e opportunismo

Che il “campo largo” o “Fronte popolare” non sia attualmente una coalizione politica o di governo lo sappiamo quasi tutti. Si tratta, infatti, di un semplice e banale pallottoliere nato per distruggere un nemico che, non a caso, cambia i suoi confini a seconda del tatticismo, del trasformismo e dell’opportunismo politico dei rispettivi capi partito. Su questo versante lo spettacolo indecoroso offerto in questi giorni dal capo del partito personale di Italia Viva, Matteo Renzi, e da quello dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, rappresenta il peggio di quello che dovrebbe essere la politica. Ovvero, coerenza, contenuti, coraggio, lungimiranza e, soprattutto, serietà politica e credibilità morale.

Elementi che dovrebbero caratterizzare anche la dirittura di una classe dirigente degna di questo nome. Tutte categorie che, invece, sono state sacrificate sull’altare della convenienza e del mero opportunismo in un contesto dove il più spietato tatticismo ha il sopravvento rispetto a qualsiasi altra considerazione.

Al riguardo, è appena sufficiente registrare, e senza commentare, le svariate dichiarazioni del capo di Italia Viva e di quello dei 5 Stelle – che sono semplicemente speculari – e anche dell’altro capo del partito personale, cioè Azione, per rendersi conto che non ci troviamo di fronte ad un confronto politico, culturale e programmatico. Ma, molto più banalmente, ad un permanente malcostume che è alternativo alla politica perchè si basa solo ed esclusivamente su scelte di potere e di momentanea convenienza personale e delle piccole consorterie che affiancano e supportano il capo indiscusso ed indiscutibile. E quindi, insulti, attacchi personali, accuse di affarismo, contumelie di ogni genere e via elencando. Per non parlare dei pochi accenni politici dove, è persin inutile ricordarlo, vengono sottolineati e richiamati dai rispettivi capi partito solo per evidenziare la radicale e strutturale alternatività degli uni verso gli altri.

Ora, e per fermarsi al “caso ligure”, è indubbio che non può essere quella la strada – ed è solo un eufemismo ricordarlo – per ridare credibilità alla politica, autorevolezza alle classi dirigenti ed efficacia alle stesse istituzioni democratiche. E, senza perdere tempo a commentare il profilo, la natura e la prospettiva politica del cosiddetto “campo largo”, forse è anche arrivato il momento per invertire decisamente la rotta rispetto a questa prassi decadente. Perché, appunto, meramente opportunistica e trasformistica. Forse adesso, come ci ricordava tanti anni fa lo storico cattolico Pietro Scoppola, prima della “cultura del progetto” – seppur indispensabile e sempre decisiva – va nuovamente inverata e realmente praticata una vera, efficace e credibile “cultura del comportamento”. E questo prima che la politica riprecipiti in una crisi irreversibile.

Recensione | Riscoprire l’uguaglianza: il coraggio di immaginare un mondo migliore.

Con “” (Luiss Univeraity Press, 2023) David Tozzo propone un volumetto agile ma illuminante che si confronta con uno dei temi più dibattuti e complessi del nostro tempo: la disuguaglianza, appunto. L’autore, giovane studioso e apprezzato pubblicista, si inserisce nel dibattito contemporaneo sulla questione, proponendo un’analisi che riesce a essere al tempo stesso profonda e appassionata, muovendosi tra storia, economia, sociologia e filosofia.

Tozzo parte dalla constatazione che la disuguaglianza ha sempre rappresentato un elemento intrinseco delle società umane, una caratteristica che le ha accompagnate attraverso i secoli e le epoche. Eppure, egli sfida questa visione comune ricordando come per il 95% della loro storia gli esseri umani abbiano vissuto in società egualitarie e non stratificate, dove la condivisione e la cooperazione erano la norma. In questo senso, l’uguaglianza non è un’utopia irraggiungibile, ma una condizione che è già esistita e che può essere riconquistata.

L’autore guida il lettore in un viaggio attraverso i secoli, mostrando come il percorso della società non sia una marcia verso la disintegrazione e il caos, bensì un’avanzata lenta verso un futuro più giusto ed egualitario. E proprio qui emerge la forza della citazione di Aldo Palazzeschi, che Tozzo riprende per evidenziare il paradosso dell’uguaglianza: “E quando tutti […] lo avranno raggiunto cotesto abbondante pane quotidiano che a tutti volete dare e al quale tutti avete diritto, vi guarderete attorno vuoti e smarriti”. Insomma, Palazzeschi ci ricorda che la forza del discorso sull’uguaglianza risiede nell’attesa e nel desiderio di raggiungere tale obiettivo, ma allo stesso tempo la sua realizzazione può portare a un senso di vuoto e smarrimento.

Tuttavia, l’autore non cade nella trappola del pessimismo. Anzi, egli vede nell’uguaglianza non un traguardo destinato a generare disillusione, ma un orizzonte verso cui tendere con incessante impegno e speranza. L’uguaglianza, per l’autore, non è una meta che una volta raggiunta diventa sterile, ma è un processo dinamico e una lotta continua per la giustizia e la dignità umana.

L’approccio di Tozzo è al contempo rigoroso e appassionato, ricco di riferimenti storici, letterari e politici, e la sua analisi si colloca a metà strada tra il saggio filosofico e la riflessione militante. “L’ineluttabilità dell’uguaglianza” è un invito a riflettere sulle sfide del presente e sulle potenzialità del futuro, dimostrando che il cammino verso una società più giusta non solo è possibile, ma è già in atto.

La scrittura è chiara e coinvolgente, rendendo accessibili concetti complessi e offrendo al lettore non solo una visione lucida della realtà, ma anche un motivo per continuare a credere nella possibilità di un cambiamento. In definitiva, il libro si presenta come un contributo fondamentale al dibattito sull’uguaglianza, un’opera che ci ricorda che la ricerca di giustizia è un percorso senza fine, ma non per questo meno necessario o desiderabile.

Da De Gasperi a Draghi, lo spirito dell’Europa del futuro.

L’Europa unita sarà quella di Alcide De Gasperi o quella di Angela Merkel? La guerra d’Ucraina rende visibile l’urgenza assoluta di procedere all’Unione Politica, anche prima del completamento dell’Unione Economica, come era stato intuito e caldeggiato dal leader trentino. Il Rapporto Draghi e la sua traduzione in realtà, la competitività europea, la sopravvivenza europea, l’essenza morale della Federazione Europea, da costruire in tempi ravvicinati: sono questi i nodi autenticamente degasperiani da sciogliere ai nostri giorni, settantadue anni dopo il capolavoro politico compiuto dallo statista di Pieve Tesino con la firma del Trattato della CED (Comunità Europea di Difesa) a Parigi nel 1952.

Il Cremlino e l’Europa unita nel 1952-1953 e nel 2024 ci appaiono quasi come corsi e ricorsi della storia a 70 anni di distanza. Proviamo a intelaiare uno scenario. Incidentalmente, notiamo che non esistono grandi europeisti viventi, l’ultimo essendo stato Jacques Delors, con un’unica eccezione: quella di Mario Draghi; il quale però, essendo il solo, non ha con chi costruire un impegno comune. Vediamo lo scenario. Qualcuno, molto preparato, allestisce un progetto credibile di unità politica europea, anche se ristretto a pochi Stati nella fase iniziale (tre). Di fronte a questo progetto compiuto e credibile, nessun paese dell’Unione Europea, forte dell’esperienza (fuorviante) dal 1992 ad oggi, si manifesta come moralmente pronto e ardente dal desiderio per arrivare a una unità politica integrale e irreversibile, a una società civile unitaria, lasciandosi alle spalle una condizione di protezione e di prosperità invidiabile ottenuta dal proprio paese soltanto grazie alla partecipazione all’Europa (pensiamo ai Paesi Bassi o al Lussemburgo o all’Irlanda e al loro vantaggio competitivo ottenuto con il dumping fiscale per le grandi aziende o al peso della attività come piazze finanziarie a scapito di altri partner europei). In gran numero vogliono e cercano il perpetuarsi dell’attuale strana e difettosa collaborazione confederale soprattutto “di mercato” da cui trarre il massimo delle rendite di posizione o dei vantaggi nazionali, senza alcuna ipoteca morale che è invece necessaria alla scelta di futuro, mentre nessuna miglioria viene consuntivata dalla società continentale nel suo complesso e in quanto tale: che dunque rimane in preda alle sue contraddizioni e convulsioni. 

Il parlamento in Europa in pratica è una parola vuota, non conta, non serve a molto e soprattutto non decide su niente di essenziale; nel suo ambito non si immagina nulla e non si inventa nulla; si eseguono compiti escogitati da altri. Serve soltanto a dire ai cittadini europei: ecco, vi ho fatto votare; che volete di più? Di qui si capisce che il voto non è l’istanza primaria della democrazia.

Questa singolare democrazia europea (dove si vota, sì, ma non si sa per fare cosa) richiede che ci si interroghi, e al più presto si diano risposte valide ed esaurienti, sui concetti di popolo europeo, di democrazia, di giustizia e quindi di giustizia sociale, di libertà, di uguaglianza, di fratellanza, di sviluppo; tutti concetti, questi, da rapportare ai grandi numeri, alle diversità e agli scarti esistenti nel continente europeo. I paesi ad alto volume demografico (come ad esempio la Germania) cercano da sempre (e trovano, anche brutalmente) compensazioni, lamentando di essere i maggiori contributori al bilancio europeo, e rendono la democrazia stessa, quale praticata molto alla buona a livello di Unione Europea, ancora più sbilenca; dove soprattutto non si cercano obiettivi di fondo circa il perfezionamento, il miglioramento delle condizioni in cui versa l’intera comunità dei cittadini europei, immigrati compresi, a cominciare dalla pace e dalla più idonea condizione militare e di sicurezza essenziale per garantirla (intelligence, tecnologie militari, anche spaziali, e così via). Pace per sé e insieme, indissolubilmente, pace per i propri vicini. Insomma, non si fa ricerca del bene comune: che è l’essenza della democrazia. Pensare alla comunità economica come mantra nell’Unione Europea ha voluto dire la crescita senza limiti di una sorda alta competizione appunto economica dei partner uno contro l’altro, invece di sviluppare una forte competitività verso l’esterno. Non è dato sapere se Jean Monnet, il profeta dell’Unione Economica, avesse previsto o meno la esasperata concorrenza interna, spesso impropria ed eccessiva, tra i partner europei. I risultati della quale oggi si vedono.

I paesi UE sono stati fin qui coinvolti in un disegno che è totalmente privo, per dirla con De Gasperi, della necessaria “base morale”. Un disegno che non è di futuro. E che dunque non è veridicamente politica e non è speranza democratica. La base morale della Federazione Europea quale approfondita dal leader trentino, lungi dall’essere primariamente un’istanza di natura cattolica o comunque un dato opzionale, è una cosa terribilmente seria ed è una componente fondamentale, irrinunciabile. Questo aspetto a suo tempo viene colto da Robert Schuman e Paul-Henri Spaak ascoltando De Gasperi nel 1948; e da essi pienamente condiviso. 

Ora, negli anni Venti del XXI secolo, tre quarti di secolo dopo, questo dato di mancanza assoluta di base morale della Federazione Europea è diventato esiziale.

 

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Centro, una svolta dopo la Liguria.

Credo siano in molti a sperare che quanto successo in occasione della formazione delle alleanze per le regionali della Liguria circa il posizionamento di uno dei partiti di centro, sia l’ultimo episodio di un modo di intendere il centro che lo ha reso progressivamente ininfluente, rischiando di comprometterne la credibilità, sia rispetto all’eredità del suo passato che rispetto al suo ruolo per il futuro.

Non basta però sperare. Occorre anche domandarsi che cosa si può fare per rendere nuovamente feconda e adeguata alle sfide del presente una politica di centro, nella pluralità delle scelte politiche. Tenendo conto del fatto che il sistema politico nel suo insieme sembra adagiarsi sulla semplificazione e sul restringimento della partecipazione alla vita politica.

Non solo in Italia, ma anche nelle altre democrazie occidentali, sta emergendo il fatto che il solo funzionamento formale delle procedure democratiche di legittimazione del potere, elemento di fondamentale e imprescindibile importanza, risulta necessario ma da solo non sufficiente al mantenimento della stabilità, se non è accompagnato da processi sostanziali di promozione della persona umana, a prescindere dalla sua classe sociale di appartenenza, e da processi di sviluppo, di allargamento della classe media, di riduzione delle disuguaglianze sociali e di risoluzione delle controversie internazionali per via diplomatica. Che sono i compiti che la Costituzione assegna alla nostra Repubblica.

In questa prospettiva credo che una politica di centro per il presente debba confrontarsi con almeno tre ordini di problemi, sui quali impegnarsi tra le difficoltà e le resistenze che presentano le forze politiche attuali.

Il primo problema è come cercare di sopperire allo squilibrio causato da decenni di esaltazione dell’ “uomo solo al comando”, di personalizzazione della politica e di artificiale semplificazione della politica attraverso le leggi elettorali. La partecipazione è la vera vittima di una retorica bipolarista che negli strati più popolari ha finito con l’essere percepita come un eterno ritorno fra uguali nella distanza dalla società e nella vicinanza agli stessi e medesimi salotti.

Il secondo problema, allora, è come ricomporre un equilibrio, innanzitutto riannodando i fili della rappresentanza attraverso una idea di politica che evidenzi l’interdipendenza fra i gruppi sociali, fra i territori fra tutti i livelli istituzionali, da quello locale a quello planetario.

Il terzo  ordine di problemi cui cui, a mio avviso, deve misurarsi oggigiorno una politica di centro credibile e culturalmente ben organizzata è quello che attiene al futuro. Solo un centro capace di trasmettere un messaggio che evochi delle mete da raggiungere,  capace di rassicurare e fare luce fra le ansie e i timori che serpeggiano nelle famiglie come nelle imprese, come fra i giovani sull’avvenire, potrà mettersi in sintonia con quei ceti medi e popolari che in buona misura si sono rifugiati nell’astensionismo o che sono stati ingannati dalle sirene degli opposti populismi.

Gli spazi per declinare una tale politica di centro nei partiti esistenti ci sono, insieme a ostacoli di vario tipo. Sta a chi crede di poter dare voce ancora al centro, praticarli, incalzando il partito in cui si trova ad aprirsi al futuro anziché dargli l’impressione di dover imbarcare una non si sa quanto utile zavorra. Mettendo così fine a una stagione non esaltante, fatta di frammentazione, liti, personalismo esasperato, giravolte sul filo del grottesco, della quale c’è da augurarsi che la presentazione delle liste per le elezioni in Liguria abbia costituito l’episodio finale.

Dibattito | Conte gioca sulle divisioni, spetta alla Schlein rimuovere gli alibi.

Non posso fare a meno di provare un certo senso di tenerezza per Elly Schlein, che cerca affannosamente di rincorrere Giuseppe Conte ogni volta che questi si sfila dalle alleanze locali. Schlein sa bene che l’unica speranza di ribaltare il centrodestra risiede nell’unione di tutte le forze di opposizione, un fronte che con la sua compattezza non lasci margini di manovra alla destra. Eppure, Conte si nasconde dietro un dito, mettendo veti e ponendo ostacoli, come nel caso del rifiuto di Matteo Renzi in Liguria. Un pretesto, nient’altro: un espediente che nasconde la sua reale strategia, ovvero mantenere una distanza di sicurezza dal Partito Democratico, senza tuttavia rompere definitivamente.

Ma c’è dell’altro, sicché il vero intento di Conte appare più oscuro e complesso. È evidente che coltiva un sogno-incubo, un’ambizione segreta che si alimenta della possibilità che Matteo Salvini, in un eventuale scenario di crisi, possa correre in suo soccorso, diventando il partner con cui orchestrare un improbabile ritorno al potere. Quella del leader dei 5 Stelle sembra essere una partita a scacchi in cui ogni mossa è studiata per massimizzare il suo vantaggio personale, anche a costo di minare l’unità del campo progressista.

Nel frattempo, non è un mistero che Conte stia lavorando per consolidare il proprio potere all’interno del suo partito. Sta lentamente, ma inesorabilmente, allentando la presa di Beppe Grillo, adottando un approccio graduale e misurato per evitare un’emorragia di consensi. Non vuole rischiare di perdere il sostegno della base, e per questo agisce con una cautela quasi chirurgica. Questo processo di “razionalizzazione” del suo potere è accompagnato da un posizionamento sempre più ambiguo a livello europeo, dove flirta con posizioni estreme, cercando disperatamente di distinguersi sia dalla destra sia dal Partito Democratico, alla ricerca di una propria identità che non sia meramente subalterna.

Ma c’è un ulteriore paradosso che rischia di emergere: se questa ambiguità strategica dovesse perdurare, il primo conto da pagare gli verrà presentato proprio dal suo partito. Una buona parte della base del Movimento, infatti, manifesta ormai apertamente il desiderio di rappresentare una reale alternativa al centrodestra, anche alla luce – si badi bene – della crescente autonomia di Forza Italia nel versante opposto. Comunque la pazienza non è infinita, e presto o tardi Conte dovrà scegliere da che parte stare.

Schlein, dal canto suo, potrebbe fare molto per togliere a Conte ogni alibi e costringerlo a misurare il proprio isolamento. Come? Andando oltre la presunzione che la leadership del fronte progressista spetti di diritto al partito maggiore. Potrebbe proporre un percorso più democratico e partecipativo, come quello delle primarie di coalizione. Del resto, è ciò che lei stessa ha già sperimentato all’interno del PD, dimostrando che il ruolo di leader deve essere guadagnato sul campo e non assegnato per semplice aritmetica politica.

In questo modo, Schlein potrebbe non solo sfidare Conte a mostrarsi per ciò che realmente è, ma anche restituire al campo progressista quella vitalità e quel senso di partecipazione collettiva che sembrano essersi smarriti. Solo attraverso un percorso autentico e condiviso potrà nascere un fronte in grado di rappresentare una vera alternativa, capace di ridare speranza a un elettorato che, oggi, si sente troppo spesso abbandonato o tradito dai giochi di potere.

Eur, tolta la targa dedicata a Pasolini. Titti Di Salvo: “La rimetteremo”.

Due anni fa, con una cerimonia in grande stile e alla presenza di numerose autorità e cittadini, il Municipio IX di Roma aveva reso omaggio a Pier Paolo Pasolini dedicandogli una targa commemorativa. Era stata collocata sul marciapiede antistante l’edificio di via Eufrate 9, luogo carico di significato in quanto fu l’ultima residenza romana dello scrittore prima della sua tragica scomparsa.

Di recente, però, la targa è stata rimossa da ignoti, un gesto che finora è passato inosservato – i media non ne hanno parlato – ma che merita un approfondimento. L’episodio ha suscitato sgomento e irritazione, di cui si fa portavoce la stessa Presidente del Municipio IX, Titti Di Salvo: “È nostro dovere proteggere e promuovere il ricordo – esordisce- di una figura come Pasolini, che ha segnato profondamente la cultura e la società italiana”. 

La Presidente spiega come è andata la vicenda. “In occasione dei 100 anni dalla sua nascita, con l’assessore  Miguel Gotor e Francesco Rutelli, abbiamo reso omaggio a Pier Paolo Pasolini dedicandogli una targa commemorativa incastonata nel marciapiede davanti alla casa dove aveva vissuto fino alla morte. Con l’amatissima madre. Avremmo voluto che la targa fosse collocata sul frontespizio del palazzo, ma non abbiamo ottenuto il consenso del condominio. Da ciò la scelta di collocarla sul marciapiede, proprietà pubblica. L’abbiamo fatto per due ragioni: per rendere omaggio a “un poeta” come lo definì Moravia nella orazione funebre: “…poeti ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo”. Un poeta che ha segnato profondamente la cultura e la società italiana. E quella romana. L’abbiamo deciso per questo e perché Pasolini amava moltissimo l’Eur da lui definito “…buono per deambularci ignoto, e vasto tanto da parere città del futuro”. Queste ragioni sono oggi ancora più forti di ieri, irrobustite dall’indignazione per lo sfregio recato all’intera comunità. Perciò  la targa verrà ripristinata”.

Dunque, la parola passerà al più presto al vaglio dell’ufficio tecnico. “Sì, bisogna capire quale soluzione adottare – ribadiscono Augusto Gregori (vice presidente della giunta) e Luca Bedoni (Presidente del Consiglio municipale)- fermo restando che la memoria di Pasolini deve restare nel tessuto civile della comunità dell’Eur”. “L’impegno –  concludono i due rappresentanti municipali – serve anche ad incoraggiare la cittadinanza a riflettere sulla necessità di reagire sempre quando viene messo a rischio il collegamento ideale con i grandi testimoni della cultura”.

Austria, il Partito popolare esclude l’accordo con la destra.

In queste ore tiene banco l’attenzione sulle prospettive politiche del’Austria a seguito delle elezioni che si terranno domani, domenica 28 settembre. La crescita dell’estrema destra preoccupa gli osservatori internazionali. Il timore, rimbalzato sulla stampa italiana, è che non regga l’argine delle forze democratiche. La maggiore preoccupazione riguarda la condotta del “centro” di tradizione popolare. Mentre in Germania la Cdu conferma il discrimine a destra, non ipotizzando l’accordo con gli estremisti di Alternative für Deutschland (AfD), è giocoforza che un’eventuale anomalia austriaca suonerebbe come una minaccia. 

Le ultime dichiarazioni sembrano fare chiarezza. Infatti, il Partito popolare austriaco (Övp), riunitosi per la chiusura della campagna elettorale sotto i portici della Lichtenfelsgasse a Vienna, ha fornito un segnale inequivocabile. Il cancelliere austriaco uscente, il popolare Karl Nehammer, ha dichiarato ai suoi sostenitori che votare per un partito minore comporta il rischio di spalancare le porte della cancelleria a Herbert Kickl, il leader del Partito della Libertà (Fpö), la formazione di estrema destra.

Le sue parole sono state all’insegna dell’orgoglio di partito. “La campagna elettorale ha acquistato slancio, ha mostrato cosa rappresentano i singoli partiti ed era importante per me, come Cancelliere federale della Repubblica e presidente del Partito popolare, mostrare cosa rappresenta realmente l’Övp, e perciò quale sia la politica del centro contro l’estremismo, per la stabilità invece del caos; e la cosa più importante è che anche per il futuro, ovvero per le sfide che avremo in futuro, vale il nostro impegno: non viviamo dei problemi, piuttosto li risolviamo”.

Ha poi voluto aggiungere: “Io qui mi sono posizionato molto chiaramente, ho detto cosa funziona e cosa non funziona. La mia idea di democrazia prevede di non escludere in via di principio alcun partito rappresentato in parlamento, ma ho messo in chiaro, ad ogni buon conto, con chi non è possibile formare un governo responsabile e stabile. L’attuale leader del Fpö non soddisfa tali criteri, e pertanto l`ho escluso”. E questa è stata la sua conclusione: “Spetta effettivamente agli elettori decidere domenica. Chiedo di votare per me, ogni voto a un piccolo partito include il rischio che Herbert Kickl, per esempio, possa diventare cancelliere. Ciò significa in definitiva che chi vuole impedirlo ha una possibilità, e cioé votare Karl Nehammer”.

InTerris | È necessaria la riforma dell’attuale sistema elettorale.

Il fenomeno dei parlamentari che cambiano partito o alleanza politica suscita sempre grande clamore. Tuttavia, questa pratica è in atto da molti anni, favorita dalle leggi promosse dai segretari di partito che hanno acquisito il potere di scegliere i parlamentari, sottraendolo agli elettori.

La selezione dei candidati parlamentari sembrerebbe avvenire in questo modo: ci si fa ingaggiare da un leader politico che sembra avere buone possibilità di farli eleggere. Tuttavia, se gli eletti percepiscono un rischio di non essere rieletti nella legislatura successiva, cercano un nuovo ingaggio in un partito considerato più solido. Questo continuo cambio di casacca contribuisce all’inefficienza e instabilità del sistema politico italiano.

Il populismo e la demagogia che ne derivano sono conseguenze di un sistema deresponsabilizzato, privo della piena legittimazione degli elettori, che sono costretti a votare solo per il simbolo di un partito. Questo porta a un’alta astensione alle urne, con più della metà degli elettori che non si sente rappresentata.

L’attuale sistema bipolare politico potrebbe essere paragonato alle compagnie di ventura del Cinquecento, organizzate da capitani che combattevano per chi offriva di più. Nicolò Machiavelli, nel suo famoso “Il Principe”, consigliava di non fare affidamento sugli eserciti mercenari, considerandoli disuniti, indisciplinati e infedeli, mossi solo dal denaro. Allo stesso modo, i parlamentari che cambiano partito per convenienza personale potrebbero essere non affidabili.

Per migliorare il sistema politico italiano, è necessario abbandonare propositi fuorvianti e impegnarsi per una legge elettorale che metta l’elettore al centro della disputa elettorale, garantendo stabilità e responsabilità nella gestione delle risorse pubbliche. Solo così si potrà ridurre il debito e inaugurare una nuova stagione di responsabilità politica. Una riforma così essenziale per riconsolidare il rapporto tra cittadini ed istituzione, ha bisogno della collaborazione di tutte le forze politiche convinte di inaugurare una stagione nuova e necessaria per meglio affrontare gli innumerevoli obblighi di questo tempo.

 

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Sudan, una guerra civile che il mondo non vuole vedere.

Sono decine i conflitti in corso nel mondo ma solo i due principali suscitano l’interesse dei media internazionali e l’attenzione delle opinioni pubbliche occidentali. Ce n’è però un terzo egualmente devastante e anch’esso apparentemente senza spiragli di pace del quale si parla poco ma che invece merita di emergere dalla nebbia nella quale è avvolto ed è in atto nel Sudan, Africa orientale. Un enorme paese attraversato dal Nilo confinante a nord con l’Egitto e a sud-est con Eritrea ed Etiopia ma soprattutto con centinaia di km di costa sul Mar Rosso, dunque collocato in una zona strategica per i commerci mondiali, oggi sottoposta alle incursioni dei droni e dei missili dei guerriglieri houthy.

In Sudan, non bastassero gli atavici problemi di sopravvivenza di larga parte della popolazione, nonché quelli politici di relazione con gli stati confinanti, dall’aprile dell’anno scorso anno è in svolgimento una sanguinosa guerra civile che oppone il Sudan Armed Forces (SAF), ovvero l’esercito nazionale (il cui comandante è il generale Abdel Fattah al-Burhan), al gruppo paramilitare delle Rapid Support Forces (RSF) del generale Mohamed Hamdan Dagalo detto Harmedti, che del primo fu il principale collaboratore. I due avevano infatti, appena due anni prima, posto in essere un golpe che aveva vanificato il tentativo democratico avviato attraverso un governo civile di transizione guidato da Abdalah Hamdok all’indomani della rivolta popolare che nel 2019 aveva abbattuto la dittatura islamica di Omar al-Bashir.

Anche qui potenze straniere supportano militarmente i combattenti sul campo, secondo l’ormai usuale schema dei “conflitti per procura”: in questo caso abbiamo Egitto e Arabia a supporto dell’esercito nazionale; Emirati Arabi e Russia sostengono la RSF. E anche qui, come sempre, chi paga il prezzo della guerra sono le popolazioni civili, già povere di loro e adesso anche devastate dalle distruzioni provocate dal conflitto. Che a oggi ha già causato una orrenda carneficina (vengono stimate fra le 100 e le 150.000 vittime) nonché una tragedia quotidiana che affligge i circa 45 milioni di sudanesi, metà dei quali patisce la fame, in condizioni ambientali terribili e addirittura peggiorate con le piogge torrenziali della scorsa primavera.

Una drammatica situazione che, inevitabilmente, produce immensi spostamenti di esseri umani disperati: sono oltre 10 milioni gli sfollati, e oltre 2 milioni i profughi. L’ONU ha descritto la situazione sudanese come “una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi decenni”. Eppure sino ad oggi – forse anche a causa dell’impatto certamente molto più forte delle due guerre principali in ragione dei loro risvolti geopolitici – essa non ha destato l’attenzione mondiale che al contrario meriterebbe. 

Lo scorso 14 agosto si sarebbero dovuti avviare a Ginevra i negoziati per un cessate-il-fuoco che avrebbe dovuto consentire alle organizzazioni umanitarie internazionali di poter avviare un percorso di assistenza ad una povera popolazione stremata dalla fame, dalla violenza e da una incipiente carestia. Ma l’iniziativa è fallita prima ancora di iniziare, perché il governo di Khartoum ha declinato l’invito, così come ha risposto picche all’ONU, che aveva proposto di inviare una sua missione appunto per proteggere la popolazione civile allo stremo.

Così la guerra civile prosegue e ognuno dei combattenti intende proseguirla, convinto di poterla vincere. Nel (quasi) disinteresse della comunità internazionale ma non della Russia, intenzionata a creare una base militare sulle coste sudanesi del Mar Rosso nell’ambito della sua progressiva e costante penetrazione nel continente africano. Intanto, la gente soffre la fame e muore.

Dibattito | Coalizioni fragili, centro sinistra più che fragile.

Certo, fa una certa impressione definire l’attuale “campo largo” una sorta di coalizione politica e programmatica. Meglio definita come alleanza di governo. Per chi è approdato alla politica con i governi guidati dalla Dc con i suoi storici alleati nella tanto deprecata e sbertucciata prima repubblica o per chi, tramontata la Dc e quel sistema politico ha sperimentato i governi del centro sinistra dell’Ulivo contrapposti a quelli del centro destra a guida berlusconiana, prova un misto di imbarazzo e difficoltà a giudicare/commentare le attuali alleanze o coalizioni. E, nello specifico, quello che viene simpaticamente definito come “campo largo” o, ancora più goffamente, “Fronte popolare”.

E questo perché non c’è tema, argomento, questione o progetto che non veda una radicale e quasi scientifica contrapposizione tra i vari protagonisti all’interno di questa sedicente alleanza. Perché rispetto ad un passato anche solo recente, quello che maggiormente inquieta ed impressiona è che non c’è solo una totale incompatibilità personale tra i vari capi partito – il che è già un fatto politicamente curioso nonchè un po’ squallido – ma c’è pure una divaricazione radicale sui contenuti. Ovvero su temi e argomenti che sono in cima all’agenda politica di qualsiasi governo. Ovvero, dalla politica estera alla politica industriale, dai grandi investimenti legati alle infrastrutture alla politica sociale, dal modello istituzionale alla riforma costituzionale, dalle alleanze internazionali a quelle interne alla coalizione, dai temi dell’immigrazione al riassetto degli enti locali.

Insomma, una babele di lingue, di confusione, di caos e di feroci contrapposizioni politiche e programmatiche che fa del “campo largo” solo una sorta di pallottoliere unito da un odio ideologico implacabile nei confronti di un nemico che, a loro parere, va prima annientato a livello morale e poi distrutto a livello politico. Al punto che, per fermarsi alla notizia di appena ieri pomeriggio, i renziani – cioè il partito personale di Matteo Renzi – voteranno liberamente e secondo coscienza, come si suol dire, alle prossime elezioni della Regione Liguria perchè quel partito ha ricevuto un veto politico, personale ed ideologico definitivo da parte dei populisti di Conte che non vogliono nella coalizione alternativa al centro destra la presenza della formazione dell’ex rottamatore fiorentino.
Ora, e come tutti sanno, l’unico elemento che dovrebbe tenere unita questa sorta di cartello elettorale è la lotta senza tregua per non “far tornare il fascismo”, contro la “deriva illiberale”, contro “la sospensione della democrazia”, contro la “negazione delle libertà democratiche” e, dulcis in fundo, contro “la violazione dei principi e dei valori costituzionali”. Nobili principi e altrettanto nobili motivazioni politico e culturali. Peccato che nell’Italia contemporanea questi rischi esistono solo nella testa e nella propaganda di chi quotidianamente li spaccia all’opinione pubblica. Attraverso le prediche di singoli esponenti politici della sinistra, dei gazzettieri dei quotidiani “amici” e le prediche degli ormai noti e noiosissimi conduttori dei vari talk televisivi sulle rispettive reti.

Ecco perché c’è un grande rimpianto del vecchio e tradizionale centro sinistra. Quello di Marini e D’Alema o quello di Veltroni e Franceschini per capirci. Oggi, purtroppo, non possiamo neanche più parlare di centro sinistra. Ma, molto più modestamente, di un banale e quasi ridicolo pallottoliere cementato da un implacabile odio ideologico contro un nemico politico che, purtroppo per loro, non esiste neanche all’orizzonte.

La Voce del Popolo | La libera uscita sulle alleanze internazionali.

Quello che più colpisce dell’allegro disordine con cui i partiti italiani hanno votato sugli aiuti a Kiev in quel di Strasburgo è il prima e il dopo. Senza che si siano posti una domanda prima di votare, senza che abbiano dato una spiegazione il giorno dopo. Quasi che l’argomento potesse venire derubricato a cronaca minore, neanche fosse un irrilevante emendamento al decreto milleproroghe. 

Le uniche eccezioni alla regola di questo copione sono alcuni pensosi e noiosi editoriali, stilati a mo’ di prediche sdegnate (tra i quali queste poche righe). Con il che si sancisce la quasi irrilevanza della politica internazionale ai fini della governabilità del paese. Può capitare così che i partiti si dividano al loro interno e che poi, invece, maggioranza e opposizione si ritrovino infine a votare lo stesso testo, salvo ricominciare a randellarsi un attimo dopo. 

Un bailamme che si sperava di non vedere. Eppure era una regola aurea della vita repubblicana che su questi argomenti si fondasse l’intero equilibrio della governabilità. Laddove i partiti potevano litigare su tutto, ma dovevano poi inesorabilmente ricomporre la loro unità sugli affari del mondo. Regola mai infranta in anni e anni di litigi su ogni altra questione. 

Ora invece capita che ognuno vada per suo conto. E che l’indomani l’argomento venga archiviato con noncuranza. Salvo dar fuoco alle polveri su mille questioni minori che vengono drammatizzate come se ne dipendesse il destino del paese. Peccato che quel destino rischi piuttosto di scivolare verso l’irrilevanza ogni volta che sui nostri doveri e le nostre alleanze internazionali si pratica la libera uscita.

 

Fonte: La Voce del Popolo –  Giovedì 26 settembre 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Tuta mimetica per politici nomadi? Meglio lasciare il popolarismo ai popolari.

Credo che adesso noi cattolici popolari e cattolici sociali possiamo sentirci realmente soddisfatti. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. E cioè, ormai non passa mese che non nasca una associazione o un gruppo o una corrente popolare all’interno di singoli partiti.

Bene, anzi direi benissimo. Perché questo conferma che non solo il popolarismo di ispirazione cristiana, il cattolicesimo sociale e popolare, la cultura e lo stesso pensiero popolare conservano una straordinaria attualità e modernità nell’attuale contesto politico italiano. Ma, ed è certamente questo l’aspetto più importante, la cultura e il pensiero cattolico popolare e cattolico sociale sono destinati ad incidere e a condizionare pesantemente lo stesso progetto politico del partito di appartenenza.

E sin qui tutto bene. Anzi, come dicevo poc’anzi, benissimo. C’è solo un aspetto che non torna. O meglio, che non ci è così chiaro. E che, al contempo, genera un dubbio. Ovvero, ma tutti questi gruppi “popolari” che nascono qua e là nei vari partiti sono realmente espressione della cultura, della tradizione e del pensiero del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese? Ci permettiamo di avanzare questo piccolo particolare non per frenare l’impeto Popolare che sale con sempre maggior forza dalla periferia italiana ma, soprattutto, per evitare che nascano equivoci o tentativi di impadronirsi di una cultura e di un pensiero quando si è mai fatto parte né di quella cultura e nè di quella tradizione. 

Con questo non vogliamo affatto dire – lungi da noi questa accusa – che esiste un monopolio esclusivo e totalizzante da parte di chicchessia del patrimonio storico del popolarismo di ispirazione cristiana. Chiunque, come ovvio e scontato, può essere espressione di questa storica e nobile cultura. Ma è altrettanto indubbio che se non vogliamo ridicolizzare, e anche umiliare, questa cultura politica non possiamo sostenere allegramente che adesso “sono tutti popolari”.

Perché delle due l’una. O c’è realmente un grande fermento culturale e politico nell’area cattolica italiana – seppur molto composita ed articolata – e allora ci sono realmente le condizioni per dar vita finalmente ad un rinnovato Partito Popolare Italiano oppure, e forse ci azzecco, si tratta di una banale e semplice strumentalizzazione di una cultura da parte di singoli esponenti per centrare obiettivi politici del tutto personali.

Pongo questo dilemma per una ragione altrettanto semplice. E cioè, se si vuole continuare a dare lustro, sostanza, prestigio, credibilità e soprattutto coerenza alla cultura politica del popolarismo di ispirazione non possiamo e non dobbiamo improvvisarci “popolari”. Perché, come amava sempre dire Sandro Fontana, non c’è cosa peggiore per sfregiare una cultura politica il gesto di sbandierare di farne parte quando si è “indifferenti e sordi” rispetto ai suoi valori, ai suoi principi, alla sua storia e alla sua tradizione. E, pur senza rivendicare alcuna e ridicola primogenitura, verrebbe quasi da dire “lasciamo il popolarismo ai popolari”. Per coerenza e non per potere o per calcolo.

Meryl Streep: “A Kabul un gatto ha più diritti di una donna”.

Meryl Streep Ha paragonato gatti, scoiattoli e uccelli alle donne e alle ragazze in Afghanistan, sottolineando che gli animali hanno più diritti. “Negli anni Settanta la maggior parte dei funzionari pubblici erano donne: docenti, avvocate, dottoresse, poi si è rovesciato tutto. Oggi a Kabul un gatto ha più diritti di una donna. Un gatto può sedersi in veranda e prendere il sole, può rincorrere uno scoiattolo in un parco. Oggi persino uno scoiattolo ha più diritti di una donna, visto che nei parchi pubblici è vietato l’ingresso alle donne”.

Da quando i talebani sono tornati al potere, le donne sono state progressivamente private dei loro diritti. Sono state estromesse dagli spazi pubblici, come parchi e palestre, e private del diritto all’istruzione oltre le elementari. Hanno vietato loro di frequentare saloni di bellezza, di lavorare in molti settori e di mostrarsi in pubblico senza essere completamente coperte.

Alla luce di tutto ciò Germania, Australia, Canada e Paesi Bassi hanno annunciato un’azione “senza precedenti” contro i talebani al potere per la loro “sistematica oppressione” di donne e ragazze. Hanno accusato il gruppo islamista estremista di violare la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW).

La convenzione è stata ratificata dal precedente governo afghano nel 2003, ben prima che i talebani riprendessero il potere tre anni fa, dopo il ritiro degli Stati Uniti e dei suoi alleati dopo una guerra durata 20 anni. Nella bozza di dichiarazione, i quattro paesi condannano le violazioni e gli abusi diffusi e sistematici dei diritti umani in Afghanistan sotto il regime dei talebani.

“Abbiamo ripetutamente invitato l’Afghanistan e i talebani, anche all’interno delle Nazioni Unite, a rispettare il diritto internazionale, in particolare la legge sui diritti umani, a proteggere i diritti umani di tutti gli afghani e a eliminare tutte le restrizioni sui diritti delle donne e delle ragazze, compresi e sul loro diritto all’istruzione. Tuttavia, la situazione non è migliorata, anzi continua a peggiorare. Le donne e le ragazze in Afghanistan meritano niente di meno che il pieno godimento dei loro diritti”.

I paesi avvertono che, se non venisse apportata alcuna modifica, potrebbero aver luogo arbitrati e deferimenti alla Corte internazionale di giustizia. Fawzia Koofi, ex membro del parlamento afghano, ha dichiarato ad Amanpour che i talebani “non sono riusciti a capire che l’Afghanistan si è trasformato. Nonostante gli sforzi dei talebani per cancellarle, le donne stanno lottando per far sentire la propria voce. Dopo che i talebani hanno vietato alle donne di esprimersi in pubblico, alcune hanno pubblicato sui social media dei video in cui cantavano in segno di sfida. Questo è un segno di un Afghanistan diverso che i talebani non capiscono. Oggi, ogni donna in Afghanistan è una giornalista, ogni donna in Afghanistan è una TV, perché racconta la sua esperienza”.

Ma la situazione in Afghanistan è complessa e le sfide sono enormi. Le parole di Meryl Streep e le azioni dei governi occidentali sono un primo passo importante, ma la strada è ancora lunga. La lotta per i diritti delle donne afghane è una battaglia globale che richiede un impegno costante e una visione a lungo termine. Solo attraverso la cooperazione internazionale e il sostegno alle donne afghane stesse potremo sperare in un futuro più giusto e equo per tutte.

Dibattito | Ecco sulla scena una destra tutta chiacchiere e distintivo.

Le ultime iniziative di stampo sicuritario del governo sanciscono in modo inoppugnabile l’incapacità della destra di affrontare in modo deciso e risolutivo i temi legati alla qualità della vita nel suo complesso. Vengono infatti introdotte nel nostro ordinamento ben ventiquattro nuove fattispecie di reato, senza preoccuparsi di come – aldilà degli annunci ad effetto – verrà concretamente garantita la possibilità del cittadino di vedere rispettati i propri diritti, a cominciare dal legittimo desiderio di vivere in un clima di discreta tranquillità sociale. In altre stagioni si lavorava per raggiungere questo obiettivo attraverso politiche di welfare che andassero incontro alle situazioni più difficili, per evitare che si creasse una stratificazione della disperazione che potesse aprire le porte a conflitti sociali dagli esiti imprevedibili.

La ricetta che la destra propone oggi al paese è quella della cancellazione progressiva dei sostegni per le situazioni di fragilità con un aumento delle differenze economiche e sociali, accompagnata dall’istituzione di nuovi reati senza preoccuparsi di come questi incideranno sui sistemi giudiziari e carcerari che sono entrambi al collasso. In altre parole, la cosa importante è che le soluzioni siano annunciate, anziché trovate. Cosa importa se poi i tribunali non riescono a svolgere la loro funzione perché sempre più ingolfati da cause pendenti, con risorse sempre più scarse? Cosa importa se poi il presidio territoriale delle forze dell’ordine èridotto al lumicino in termini di personale e di mezzi? Cosa importa se in tre anni il numero dei poveri in Italia è triplicato passando da un milione e mezzo a quasi cinque milioni?

L’importante è annunciare, annunciare e annunciare, tanto per tranquillizzare quello che evidentemente gli uomini di governo considerano il “popolo-bue”. Se a questo aggiungiamo l’inquietante gestione dell’informazione con le crescenti limitazioni alla libertà di espressione e di pubblicazione (sanzionate addirittura con il carcere), si capisce che siamo al punto più basso mai raggiunto nella storia repubblicana per le garanzie democratiche e che è molto reale il rischio di uno scivolamento verso una democratura, ovvero di una democrazia che può definirsi tale solo in termini formali.

Sfugge agli attuali attori di governo che la sicurezza e la tranquillità in termini sociali sono determinate dalla possibilità di avere accesso alle cure sanitarie, di poter contare su una dignitosa occupazione, di poter avere un potere d’acquisto che non sia in costante ed inarrestabile decrescita. Ma per questo sarebbe necessario avere una visione della società che è lontana dalla concezione di questa destra che ha ben poco da offrire oltre le sue vecchie parole d’ordine, mal sopportando tutto ciò che fa riferimento alla Costituzione con il portato di garanzie e diritti che incorpora ed esprime.

Il culto di sé è il tallone d’Achille della Meloni

È incredibile la megalomania in cui rischia di affogare la Meloni quando accredita la convinzione che il suo nome sia rifugio per tutte le contraddizioni, qualcosa di paragonabile a un passepartout da utilizzare ad ogni evenienza, specie nelle difficoltà. L’opinione pubblica ha seguito con qualche sconcerto il laborioso parto europeo grazie al quale il governo ha riacciuffato per i capelli un formale riconoscimento del ruolo dell’Italia, anche se accompagnato da un accentramento di potere da parte di Ursula von der Lyen, un dato che lascia, per altro, poco spazio di manovra alle permanenti ambiguità della Meloni. 

Da Bruxelles a New York: la Presidente del Consiglio s’inventa la mossa sbagliata nel momento sbagliato “giocando” con il più controverso imprenditore mondiale. L’abbraccio con Elton Musk, impegnato a sostegno di Trump nella corsa alla Casa Bianca, è un vero e proprio pugno nello stomaco per una dirigenza europea che teme di rimanere sola ad affrontare il doppio fronte ucraino-palestinese. Il giudizio nei palazzi di Bruxelles è sferzante: “La Meloni si rivela inaffidabile, attendiamo il prossimo giro di walzer”. In effetti, anche nel richiamo al multilateralismo, fatto nel discorso davanti all’Assemblea dell’Onu, ha dato l’impressione di non voler dispiacere ai Patrioti alla Salvini, sui quali pende l’accusa di connivenza con Putin.

In realtà, il vero multilalateralismo da conquistare passa per il consolidamento della solidarietà atlantica e quindi per il rafforzamento dell’unità politica dell’Europa. Vittima delle sue incertezze strategiche, la Meloni si rifugia nel culto dell’io, ovvero della sua immagine di leader solitaria. E ciò si consuma mentre, in assoluta controtendenza, monta con la raccolta di firme per i referendum sull’autonomia differenziata e il diritto di cittadinanza un più marcato dissenso sull’operato del governo.     

Malgrado lo sfoggio di sicurezza, qualcosa scricchiola nell’impalcatura della maggioranza. Anche il processo a Salvini nasconde un pericolo di deflagrazione politica. Certo, si può controbattere dicendo che le opposizioni sono divise, ma intanto, nella predisposizione delle liste per le regionali, si va registrando nel centro-sinistra una tipo di convergenza che “salta” sul territorio i contrasti ancora esistenti a livello di vertice. È presto per tirare le somme,  essendo molte le varianti che possono stravolgere il quadro. In ogni caso il “culto meloniano” incomincia a suscitare insofferenza e disagio. È questa è una novità.

Confesercenti: la crisi dei consumi è il tallone d’Achille dell’economia italiana.

“L`avvio del Piano Strutturale di Bilancio è un passaggio chiave per la nostra economia, che arriva in un momento dedicato: da un lato, i dati sulla finanza pubblica evidenziano una chiara tendenza al rientro del deficit; dall`altro, invece, le condizioni macroeconomiche di base sembrano volgere al peggioramento, soprattutto sul fronte dei consumi interni”. Così Mauro Bussoni, Segretario generale di Confesercenti, intervenendo ieri alla presentazione dello schema di Psb alle associazioni imprenditoriali a Palazzo Chigi.

“Continua ad essere assente la spinta propulsiva dei consumi delle famiglie: la revisione contabile ha ridimensionato di -6,5 miliardi i livelli di spesa del 2023, con un saggio di crescita in negativo nei primi sei mesi del 2024 (-0,1%). Anche nel turismo, a fronte di un incremento dei flussi di visitatori esteri, si percepisce il rallentamento della spesa dei turisti italiani”.

“La debolezza dei consumi interni è ormai un problema strutturale della nostra economia, che ha impoverito il Paese. In dieci anni, il peso della spesa delle famiglie sul Pil è sceso dal 60,5% al 57,5%: tre punti – e 60 miliardi di euro – in meno. È dunque necessario continuare a sostenere la domanda interna: anche il riordino del sistema fiscale nell`orizzonte di lungo periodo deve alleviare il prelievo sul lavoro, e nell`immediato deve porsi il problema di come accelerare, anche attraverso un adeguato trattamento dei rinnovi contrattuali, il recupero di potere d`acquisto andato perso negli ultimi anni”.

“Per lo sviluppo delle imprese, però, serve anche meno burocrazia. Questo vale pure per il Green Deal: la sostenibilità deve essere sostenibile, non un freno, soprattutto per le piccole e piccolissime imprese”.

“Nei borghi e nei paesi, invecchiamento e riduzione della popolazione stanno facendo saltare il tessuto imprenditoriale, con una perdita di ricchezza e lavoro che, a sua volta, accelera il processo di spopolamento dei piccoli comuni. Il PSB offre l’opportunità di avviare finalmente un vero processo di rigenerazione dei centri abitati: serve un sostegno ai negozi di vicinato, essenziali per il tessuto economico e sociale delle comunità. E anche per il turismo è fondamentale continuare a investire nella qualità dell’offerta, nella promozione del territorio e nella sostenibilità ambientale. Riflettendo anche sugli effetti del `cambiamento climatico` che avrà un impatto significativo sul comparto, influenzando sia le destinazioni che la durata delle stagioni”.

Lo schermo dell’Arte 2024: alla ricerca di nuovi orizzonti.

La diciassettesima edizione dello Schermo dell’arte diretto da Silvia Lucchesi si svolgerà a Firenze dal 13 al 17 novembre 2024. Il Festival di cinema e arte contemporanea, sostenuto da Fondazione CR Firenze e che rientra nel programma 50 giorni di cinema a Firenze, torna per offrire al pubblico una selezione della più recente produzione di film d’artista e di documentari sull’arte contemporanea che affrontano temi quali l’identità di genere, la relazione con il passato coloniale, con l’ambiente e con il mondo animale, e quella tra arte e potere politico, attraverso finzione, documentario e uso delle nuove tecnologie.

“Le visioni degli artisti che Lo schermo dell’arte presenta sono assunzioni e richieste di responsabilità che arrivano a mettere in discussione le nostre certezze e il ruolo di noi spettatori.

Libertà di creazione per gli artisti e di programmazione per gli operatori culturali assumono, oggi, ancor più importanza nell’inquietante contesto politico internazionale nel quale viviamo. Ciò che Lo schermo dell’arte fa, e sempre farà, nasce infatti dai nostri incontri, dalla condivisione di idee e progetti, dalla nostra accoglienza verso tutti e tutte. Questi sono i valori che sosteniamo e che fondano e danno senso al nostro lavoro”, afferma Silvia Lucchesi, direttrice del Festival.

Il Cinema La Compagnia di Firenze sarà come sempre il centro del Festival, non solo sede del suo intenso programma di proiezioni, curato da Silvia Lucchesi e Valeria Mancinelli, tra cui anteprime mondiali, europee e italiane alla presenza degli autori e autrici, ma anche luogo di incontro con artisti, curatori e ospiti internazionali.

Anche questa edizione si espanderà online con lo streaming di una selezione dei film del programma (fino al 24 novembre 2024) sul nuovo canale permanente Lo schermo dell’arte su Mymovies ONE

lanciato a luglio con film presentati in edizioni passate del Festival.

La performance Edge of Life dell’artista americano John Menick aprirà questa edizione dello Schermo dell’arte. Anche filmmaker e scrittore, Menick indaga in che modo il cinema, e le sue nuove forme, con film di vampiri, zombie, revenant, sia affascinato dal tema della “digital resurrection”, come che egli stesso la definisce. Attraverso un testo narrato e un montaggio di immagini di science fiction, computer graphics, film della storia del cinema, ricerche biologiche e folkloriche, l’artista compone un saggio dal ritmo serrato.

È dedicato all’artista e filmmaker americana Garrett Bradley (New York 1986, vive a New Orleans), il Focus con cui Lo schermo dell’arte celebra ogni anno una figura che si è distinta nell’utilizzo innovativo e sperimentale del linguaggio cinematografico. Il lavoro di Bradley si caratterizza per la fusione di uno stile visivo estremamente personale con cui l’artista indaga conflitti umani e ingiustizie sociali. Il suo lungometraggio Time (2020), epica storia d’amore e dura accusa al sistema giudiziario americano, è stato selezionato in concorso in oltre 50 Festival, è stato nominato agli Oscar e ha vinto il Best Director Award for U.S. Documentary al Sundance Film Festival, facendo di Garrett la prima donna nera nella storia del Festival a vincere questo premio.

Le lacrime di San Girolamo al crollo dell’Impero di Roma

[…] Una  lettera che san Girolamo scrisse da Betlemme nel 409 ci offre un’immagine impressionante della situazione in cui allora versava l’Impero: «Se fino a questo momento alcuni di noi, per quanto rari, stiamo ancora a casa nostra, non è merito nostro ma lo dobbiamo alla misericordia di Dio. Popolazioni senza numero e ferocissime hanno occupato tutte quante le Gallie. Tutto ciò che è compreso tra le Alpi e i Pirenei, tra l’Oceano e il Reno, i Quadi, i Vandali, i Sarmati, gli Alani, i Gepidi, gli Eruli, i Sassoni, i Burgundi, gli Alemanni e – oh, Stato disgraziato! – i Pannoni, nostri nemici, tutto quanto hanno saccheggiato. Magonza, quell’illustre città d’un tempo, è stata presa e rasa al suolo; nella sua chiesa è stata fatta una carneficina di migliaia e migliaia di persone. (…). Le province dell’Aquitania, di Novempopulonia, di Lione e di Narbona sono state completamente rase al suolo (…). Non mi riesce di ricordare Tolosa senza uno scroscio di lacrime. Se finora non è stata demolita lo si deve ai meriti del suo santo vescovo Esuperio. Anche le Spagne sono lì per lì per ricevere il colpo di grazia (…). Da tempo le regioni comprese tra il Ponto Eusino e le Alpi Giulie e che appartenevano a noi, non sono più nostre; e sono ormai trent’anni che, violato il confine del Danubio, si sta combattendo in pieno territorio dell’Impero romano. A forza di versar lacrime, le abbiamo perse tutte invecchiando» (Lettera 123, 15-16).

Il peggio non era ancora venuto. San Girolamo e le sue discepole si trovavano a Betlemme quando nell’agosto del 410 un immenso esercito di Visigoti, Unni, Alani e Sciti, guidati da Alarico, giunse, senza incontrare resistenza alle porte di Roma e la invase. Rapine, incendi, stragi, desolarono una città che, da ottocento anni, non era mai stata invasa dal nemico. La notizia del sacco di Roma produsse in tutto il mondo un senso di stupore e di profonda costernazione. La città sovrana, la città eterna, Roma, era stata esposta all’oltraggio dei barbari che essa aveva mille volte debellati.

Sono commoventi le espressioni di dolore nelle quali proruppe san Girolamo alle successive e sempre più tristi notizie della caduta della città eterna. «Stavo per tradurre Ezechiele – egli racconta – quando mi giunse in Palestina la notizia della presa di Roma per mano di Alarico e della barbarica devastazione dell’Occidente; rimasi istupidito, e nulla più feci se non piangere». «Il più risplendente lume – egli esclama – si è spento; il capo del mondo è tronco e nella rovina di una sola città è perito tutto l’impero». «La città – così egli continua – che aveva soggiogato tutti i popoli, è stata espugnata; quella che aveva raccolto e accumulato tutti i tesori della terra, è ora spoglia e ridotta ad un mucchio di rovine».

Eppure, mentre l’astro di Roma si spegneva una nuova luce si accendeva: era la Roma cristiana, la Roma degli Apostoli Pietro e Paolo, la Roma che a differenza di quella pagana, avrebbe sfidato i secoli e i millenni. La luce di questa Roma che non tramonta continua a illuminare il mondo anche quando esso, come oggi accade, sembra immerso nelle tenebre. Il mondo moderno sembra seguire il percorso autodistruttivo dell’Impero romano; la Chiesa di Roma è destinata ad affermarsi sulle rovine del mondo moderno, come già accadde dopo il V secolo. 

 

Per leggere il testo integrale

https://www.corrispondenzaromana.it/san-girolamo-e-la-caduta-dellimpero-romano/

Il Patto Onu per il Futuro orienta il dibattito globale

Probabilmente il maggior risultato ottenuto nell’immediato dall’approvazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del Patto per il Futuro, consiste nel fatto di porre al centro del dibattito globale la necessità e l’urgenza di costruire una nuova governance mondiale.

Il documento conclusivo del Vertice del Futuro, svoltosi a New York in occasione della 79ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato fortemente voluto dal segretario generale Antonio Guterres, che lo considera un “passo avanti verso un multilateralismo più efficace, inclusivo e interconnesso”.

Ritengo che sarebbe un errore, soprattutto in considerazione del difficile momento attuale in cui le due maggiori guerre in corso sembrano purtroppo andare in una direzione diversa da quella di una loro rapida conclusione, relegare questo dibattito a una faccenda che riguarda sologli sherpa della diplomazia, i tecnocrati, gli addetti al lavori, gli esperti nei 56 campi di azione che gli Stati si impegnano a sviluppare per promuovere la pace, la protezione dei civili, lo lotta povertà, la riduzione  delle disuguaglianze, la gestione dell’AI, il contrasto ai cambiamenti climatici, la parità di genere, il multilateralismo, la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e del Consiglio di Sicurezza Onu.

In realtà i problemi affrontati nel Patto per il Futuro si intersecano profondamente con i problemi interni a ogni comunità e stato. E pazienza se da diversi Paesi dell’Est e del Sud del mondo sono state mosse delle critiche su alcuni punti specifici, ciò significa che è in atto un confronto con le armi della ragione, del dialogo, della diplomazia che implica nel contempo, anche nella polemica più aspra, rilevanti gradi di reciproco riconoscimento. In fondo non è questa, la via, a volte stretta, del dialogo, l’unica alternativa alla via larga ma rovinosa e folle, della guerra?

Sotto questo aspetto credo vadano registrati positivamente gli interventi all’Onu di diversi leader mondiali, tra cui il presidente del Consiglio del nostro Paese, volti a riconoscere la centralità della questione di come costruire un nuovo ordine mondiale fondato sul multilateralismo, o, come dicono i Paesi exrra-occidentalli, su un vero multilateralismo.

Il Patto per il Futuro costituisce uno strumento  importante per cambiare rotta e per adeguare l’agenda politica e le istruzioni mondiali ad un mondo che è rapidamente mutato in questo secolo. Una profonda riforma dell’Onu, in cui la “maggioranza globale” possa vedere riconosciuta, accanto all’Occidente, la rappresentanza che le spetta, insieme alla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali (a partire dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale), sono passaggi non più rinviabili per dare una soluzione improntata alla pace e alla stabilità, alle crescenti tensioni geopolitiche.

Alle Nazioni Unite il 22 e 23 settembre scorsi è stato avviato un percorso e toccherà ai vari successivi vertici tematici tentare di percorrerlo in modo proficuo, con il fondamentale sostegno delle forze politiche interne agli stati. I partiti di cultura democratica non devono aver paura di parlare di questi temi. La gente ha sete di occasioni di approfondimento su dove va il mondo, su cosa ci può riservare il futuro, e se la politica non assolve questo compito, c’è il rischio che molti cittadini vadano a dissetarsi ad altre fonti, talora inquinate dalle nostalgie del passato, come ci hanno dato ulteriore conferma le elezioni in Brandeburgo di domenica scorsa.

Una necessità questa, quella di non essere reticenti sulle questioni globali perché in un mondo strutturalmente interconnesso finiscono per essere questioni che riguardano le persone e i territori, che, ad esempio, il presidente francese Emmanuel Macron ha dimostrato di avvertire nel suo recente intervento a Parigi all’incontro internazionale della Comunità di Sant’Egidio “Immaginare la pace”, in particolare quando ha ricordato che la pace si fa nel mondo attuale con il gusto del futuro e non con la nostalgia del passato.

Un discorso che insieme a quelli di tanti altri leader mondiali, ci dice che mediamente gli stati hanno halla guida governanti dotati di buon uso della ragione, capaci di avvertire le criticità che vanno affrontate. In sostanza, che dimostano di saper “predicare bene”.

.La sfida per il futuro appare quella di passare dal predicare bene al “razzolare” altrettanto bene.

Carcere, luogo di espiazione della pena e di possibile redenzione.

Quando si fa ingresso in un carcere per interrogare o meglio – ascoltare – una persona che vi si trova rinchiusa, si è come sopraffatti da mille emozioni, che vanno oltre il ruolo, il procedimento, l’assolvimento di un incarico di giustizia, gli interrogativi che precedono il colloquio e che dovranno essere verbalizzati nel modo più testuale e terzo possibile. “È armato, dottore?” è la prima domanda che viene posta nell’astanteria dopo il riconoscimento di rito. Per uno che si spaventava da bambino ad usare le pistole ad acqua la domanda è persino imbarazzante, anche pur comprendendone le ragioni. Se ti chiudono in una cella dove riceverai un detenuto è fondamentale entrare privi di armi, la vigilanza è strettissima ma tutto potrebbe accadere: da questo contesto di interlocuzione si cominciano a comprendere le ragioni della disperazione umana. 

La prima volta colpisce la suggestione ambientale, il trovarsi in un contesto dal quale si sa che si uscirà più tardi mentre tutto, intorno, ti parla di clausura, controllo, isolamento, privazione, tempo precluso ad ogni alito di speranza. Non si contano le porte che vengono aperte con mazzi di chiavi inusitate, ma si è colpiti – inevitabilmente – dal loro rumore quando ti si chiudono alle spalle: un rumore metallico inconfondibile, che fuori di lì non ritrovi in altri contesti, le porte o i cancelli sono massicci e inespugnabili. Allora ti vengono in mente Kafka e il suo processo, la morte come un cane di Joseph K., la fortezza d’If, Alcatraz e tutte le coreografie che la letteratura e il cinema ci hanno tramandato sugli aspetti più terrificanti dell’essere rinchiusi e perseguitati senza remissione. Poi ti si para dinnanzi una cella, chiusa con sbarre di ferro di cui viene aperta la porta di ingresso per ricevere il detenuto che giunge inesorabilmente ammanettato e accompagnato da almeno due guardie carcerarie. Poi si è dentro in due, chiusi a doppia mandata. 

Sono molteplici le ragioni di un interrogatorio: per quanto mi riguarda esse si riferivano a questioni di genitorialità riguardanti i figli dei detenuti. Questa fattispecie del tutto particolare mi ha sempre indotto ad assumere un atteggiamento interlocutorio: oltre il reato commesso, oltre la pena inflitta si trattava sempre di padri con cui dovevi confrontarti sulla vita dei figli rimasti a casa, le situazioni affrontate sono state molteplici tuttavia ho sempre percepito una certa commozione nei carcerati mentre parlavano, chiedevano, ponevano domande sulla vita dei minori privati della figura paterna. Credo che immaginare la vita dentro un carcere, l’isolamento dal resto del mondo, la consapevolezza della durata della pena, le restrizioni a cui i detenuti sono inevitabilmente sottoposti necessiti dell’esperienza della visita e dell’interrogatorio: capire è una componente fondamentale del giudizio, diventa un dovere per chi ascolta. 

Viviamo in un’epoca in cui tutto di è incancrenito, in cui la molteplicità dei reati è esponenziale, la commissione di delitti gravissimi come il togliere la vita ad un’altra persona suscitano nell’immaginario collettivo la prevalenza dell’auspicio di una condanna esemplare. Non potrebbe essere diversamente. Personalmente sono sempre più colpito dalla diversità delle sentenze nel duplice rapporto con fatti analoghi accaduti in altri contesti e con l’entità della pena inflitta. Ci sono situazioni imbarazzanti dove le lungaggini processuali portano a sentenze tardive, alla prescrizione di reati gravissimi, altre in cui la carcerazione preventiva risulta necessaria per imbastire un processo data la gravità del reato, altre ancora in cui da un lato si indulge nell’allentamento di provvedimenti restrittivi con grande scandalo presso la pubblica opinione, specie se di fronte a certe evidenze mentre dall’altro, l’ammissione di colpa, il patteggiamento, spalancano le porte del carcere per anni e anni o per la vita intera. 

Da una parte i fautori del “nessuno tocchi Caino”, dall’altra gli accaniti giustizialisti del “caccialo dentro e butta via la chiave”. Visitando alcuni ambienti carcerari si percepisce quanta parte di vita il detenuto debba lasciare fuori di lì e dimenticare. La fatiscenza di certe situazioni di sovraffollamento non può esimerci dal considerare che se il carcere è il luogo di espiazione della pena che la società ha creato per far scontare delitti anche orribili, tuttavia la nostra civiltà giuridica ci ricorda che la finalità della detenzione è di tipo “redentivo” e che alla privazione della libertà personale per una parte breve o lunga della vita non può, non deve essere associato un contesto disumano che porta all’impazzimento o al suicidio (quando scrivo se ne contano 72 da inizio 2024), una sorta di caienna infame dove si impara solo ad essere peggiori. Ci sono contesti detentivi di cui viene segnalata l’inadeguatezza, per questo mentre la Giustizia deve fare il suo corso e il reo espiare la pena inflittagli dal Tribunale, occorre pensare a questo tema come ad una priorità del Paese, acuita – inutile negarlo da una immigrazione clandestina fuori controllo. Il problema non si può risolvere con il buonismo del perdono o degli sconti di pena: in una società multietnica e ad alto tasso di criminalità e di reiterazione dei reati serve, urge, costruire istituti carcerari dove la dignità dell’essere umano venga rispettata, con condizioni di vita tollerabili che non indulgano o spingano verso scelte disperate ed estreme. 

Al 18 agosto u.s. la media del sovraffollamento carcerario nazionale è del 131,06 %, con San Vittore a Milano che – a causa di strutture e celle inagibili – raggiunge la cifra record del 220,98 % (dati Il sole24 ore). Il Garante dei detenuti riferisce che “i detenuti in Italia sono ad oggi 61.465, i posti disponibili ammontano a 46.898, rispetto ad una capienza regolamentare di 51.282”. Il 78 % degli istituti di pena ha presenze di detenuti superiori al consentito, mentre in 50 istituti è ‘over’ del 150 %. Di fronte a certi eventi delittuosi e premeditati, allo sterminio di una famiglia, alla vita strappata ad adolescenti e alle violenze sulle donne, all’uccisione di madri, padri, figli, fratelli, sorelle…riesce difficile, impossibile pensare ad un perdono, ad una remissione. 

Eppure la cronaca ci ha fatto conoscere misfatti crudeli e spietati di fronte a cui i familiari delle vittime non hanno invocato vendetta ma solo giustizia. Ricordiamo quanto scriveva Cesare Beccaria: “Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi” (Cesare Beccaria – “Dei delitti e delle pene” 1764).  Conviviamo con il dolore, la sofferenza, la solitudine, la disperazione: ecco, ricordando i fatti di cronaca di questi ultimi anni dobbiamo fare uno sforzo di immedesimazione per capire fino a che punto l’uomo sa essere crudele. Forse il senso di impunità, la certezza di farla franca non fermano le mani assassine. Di fronte all’homo homini lupus è già difficile, forse impossibile capire perché l’irrazionale prevale sul razionale. Figuriamoci dunque quanto sia difficile perdonare.

La danza degli stregoni attorno alla storia della Dc

Su queste colonne alcune settimane fa sottolineavamo la curiosa, nonchè singolare ed anacronistica, riabilitazione politica e culturale della Democrazia Cristiana avanzata dagli storici detrattori di quella esperienza politica. Detrattori che, è bene sottolineare, nel corso degli anni si sono esercitati in una sorta di criminalizzazione della intera storia della Dc e della sua classe dirigente. Che, detto fra di noi, era composta – a livello nazionale come a livello locale – da leader riconosciuti e da molti statisti. Comunque sia, una demolizione scientifica predicata e praticata dalla stragrande maggioranza della pubblicistica di sinistra – nelle sue diverse e multiformi espressioni – per non parlare di tutte le versioni populiste e anti politiche. Basti pensare, al riguardo, a ciò che hanno sempre detto e sostenuto gli alfieri del populismo demagogico e qualunquista dei 5 Stelle e di tutto il circo mediatico che lo ha sempre appoggiato e la versione speculare del leghismo salviniano. Insomma, un coro che ha avuto l’unico effetto di delegittimare scientificamente il ruolo e l’azione politica e di governo declinati dal “partito italiano” per eccellenza, cioè la Democrazia Cristiana. Oltre alla nota vulgata e al “politicamente corretto” che caratterizzano la stragrande maggioranza degli organi di informazione che, di norma, quando parlano o citano gli anni della Democrazia Cristiana lo fanno o in chiava caricaturale o per ridicolizzarla agli occhi della pubblica opinione.

Ora, purtroppo, dobbiamo un po’ ricrederci di questa nostra frettolosa considerazione. Perchè appena usciamo dalle banalità quotidiane ed emerge un nervo scoperto sulla storia della Dc – l’ultimo, in ordine cronologico, è l’attacco a Giulio Andreotti sul barbaro omicidio del gen. Dalla Chiesa – scatta puntualmente il solito rosario di attacchi concentrici e di vecchie accuse alla Dc e ai suoi esponenti. E gli storici detrattori, che per un momento erano diventati adulatori perchè si celebrava qualche ricorrenza storica, ridiventano puntualmente e scientificamente ciò che sono sempre stati. E cioè, gli implacabili accusatori della Dc e della sua classe dirigente. Del resto, non è affatto una novità se diciamo ad alta voce che il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale dei principali leader e statisti della Dc continua ad essere sbertucciato, strattonato e severamente contestato. O, nella migliore delle ipotesi, considerato come modello di ordinaria amministrazione e di pura e semplice gestione del potere.

Ecco perché, malgrado parziali, temporanee e sporadiche riabilitazioni, il giudizio storico e politico sulla Democrazia Cristiana da parte dei noti e collaudati detrattori non cambia. Anzi, verrebbe da dire, più passa il tempo e più si entra nello specifico del profilo e del giudizio sulla sua classe dirigente e maggiore diventa l’acrimonia e lo sberleffo, se non addirittura l’accusa e il dileggio. Un’opera di demolizione e di scassinamento politico che, come noto, risponde ad un solo obiettivo. E cioè, la Dc vista ed interpretata come un semplice “inciampo della storia”. Tutto il resto è solo folklore, caricatura, potere se non addirittura cronaca nera. Una lettura politica ed una ricostruzione storica che non possiamo e non dobbiamo più accettare.