Home Blog Pagina 575

Asianews | A San Francisco torna il dialogo tra Biden e Xi Jinping.

John Ai

 

[…] È durato quattro ore l’atteso incontro tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il presidente cinese Xi Jinping, svoltosi a San Francisco durante il vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec). Entrambi stanno cercando di allentare le tensioni tra le due potenze, cresciute in maniera significativa nell’ultimo anno. Le questioni dei palloni spia cinesi, l’espansione dell’arsenale nucleare cinese e il divieto degli Stati Uniti sull’esportazione di microchip avanzati in Cina hanno diviso tra loro i due Paesi.

Le due parti hanno concordato di riprendere le comunicazioni militari e le telefonate ad alto livello per controllare la competizione tra le due potenze, interrotti dall’estate 2022. Hanno concordato l’istituzione di un gruppo di lavoro comune per affrontare la questione del traffico di stupefacenti. Come pure un’intesa è stata raggiunta tra i rispettivi inviati speciali per il clima sulla cooperazione per ridurre le emissioni causate dai combustibili fossili e sul sostegno agli sforzi globali per triplicare l’energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2030.

Il presidente statunitense Biden ha dichiarato che le discussioni sono state costruttive e produttive. Ha sottolineato che quando viene a mancare la comunicazione è “il modo in cui avvengono gli incidenti”. Tuttavia, incontrando i giornalisti dopo il vertice, Biden è tornato nuovamente a utilizzare la parola “dittatore” riferendosi a Xi, come già aveva fatto all’inizio dell’anno, irritando Pechino. Anche sul nodo di Taiwan le distanze restano profonde: Xi ha chiesto che Washington smetta di armare l’isola ribelle e sostenga la riunificazione pacifica della Cina. Biden, invece, ha affermato che gli Stati Uniti si oppongono a qualsiasi cambiamento unilaterale dello status quo da entrambe le parti e ha chiesto la moderazione da parte dell’Esercito popolare di liberazione.

L’incontro tra i due leader si è svolto nello storico resort Filoli Garden, a sud di San Francisco. Nel discorso di apertura, Biden ha affermato che gli incontri sono sempre stati franchi, diretti e utili. Ha aggiunto che “dobbiamo fare in modo che la competizione non sfoci in un conflitto.  E dobbiamo anche gestirla in modo responsabile”. Xi ha affermato che la competizione tra grandi Paesi non è la tendenza prevalente dei tempi attuali e non può risolvere i problemi che devono affrontare la Cina e gli Stati Uniti o il mondo in generale. Xi ha anche detto: “Credo fermamente nel futuro promettente delle relazioni bilaterali”.

Il colloquio tra i due leader ha riguardato temi di ampio respiro, tra cui le condizioni del commercio bilaterale, Taiwan, il Mar Cinese Meridionale, il controllo del fentanyl, il cambiamento climatico, la guerra a Gaza, l’intelligenza artificiale e i diritti umani. Raggiungere un consenso non è un compito facile, ma entrambi si aspettano di riprendere i normali canali di comunicazione, soprattutto i colloqui militari tra i due eserciti in un contesto di crescenti tensioni. 

In occasione del vertice la polizia di San Francisco ha rafforzato le misure di sicurezza e ha installato recinzioni lungo entrambi i lati delle strade. Le tende dei senzatetto nel centro della città sono state rimosse. Centinaia di sostenitori di Xi si sono schierati lungo le strade sventolando bandiere nazionali cinesi e suonando canzoni patriottiche con gli altoparlanti. Fonti locali sostengono che queste manifestazioni siano state organizzate dall’ambasciata cinese. Da parte loro i sostenitori di Xi hanno rifiutato di parlare con i media.

Sia le persone che hanno accolto con favore la visita di Xi sia i manifestanti per i diritti umani in Cina si sono riuniti vicino all’aeroporto di San Francisco, lungo l’autostrada dove è passato il corteo di Xi e fuori dall’hotel in cui alloggiava il presidente cinese. Il confronto tra i gruppi filo-governativi cinesi e i manifestanti è durato per ore e ci sono stati anche scontri tra le due parti. 

I dissidenti cinesi e i firmatari di petizioni che hanno perso le loro case e le loro terre nella loro città natale in Cina hanno protestato contro la visita di Xi. Anche gruppi provenienti dallo Xinjiang, dal Tibet e da Hong Kong si sono uniti alla protesta davanti al consolato cinese di San Francisco.

L’ultima visita di Xi Jinping negli Stati Uniti risaliva al 2017, quando l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ricevette Xi nella sua proprietà privata di Mar-a-Lago in Florida. Dopo sei anni, la competizione tra Stati Uniti e Cina si fa sempre più feroce, non solo per quanto riguarda il conflitto nel settore del commercio e degli scambi, ma anche per quanto riguarda la tecnologia d’avanguardia e la strategia geopolitica.

No al premierato e lista unitaria alle europee

I sondaggi politico elettorali sono profezie che si auto-adempiono o si auto-distruggono. La vulgata che si sta diffondendo, col sostegno del governo della destra e dei vari organi di stampa a esso vicini, sarebbe quella secondo cui “il popolo sarebbe favorevole al premierato”. È una tesi azzardata e  pericolosa, diffusa da una maggioranza fittizia che, alle ultime elezioni politiche, ha prevalso con un voto rappresentativo di metà dell’elettorato attivo italiano, ma che oggi controlla la quasi totalità dell’informazione radio televisiva.

Ora però, se si vuole contrastare questa pericolosa deriva, è necessario che i partiti e i movimenti delle culture che hanno contribuito al patto costituzionale, avvino senza indugi i comitati per il NO. Ciò è indispensabile anche per la vasta platea di partiti, movimenti, associazioni e gruppi dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Abbiamo già svolto questa importante funzione al tempo del referendum renziano e, a maggior ragione, dobbiamo farlo ora, che si tenta di stravolgere la costruzione alla quale hanno contribuito i nostri padri fondatori: De Gasperi, Dossetti, La Pira, Mortati, Moro, Gonella…

Ecco perché rivolgiamo un pressante appello agli amici della Federazione Dc e Popolari che furono, con Gargani, Tassone e altri, i promotori di quel Comitato, affinché avviino immediatamente la costituzione del comitato dei Popolari per il NO, con gli amici della Dc, di Insieme, di Tempi Nuovi e delle tante altre realtà della galassia Dc e Popolare presenti in Italia. Non c’è più tempo da perdere, come non c’è più tempo per tergiversare sul progetto di una lista unitaria dei Dc e Popolari alle prossime elezioni europee. Sarà quella una tappa importante, necessaria, ancorché non sufficiente, per concorrere alla costruzione del “centro nuovo” della politica italiana: democratico, popolare, liberale, riformista, euro atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e a una sinistra ridotta a partito radicale di massa. L’equilibrio democratico dell’Italia è sempre stato fondato sulla saldatura tra gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e delle classi popolari. Un equilibrio che la Dc seppe garantire per oltre quarant’anni, insieme alle altre componenti di ispirazione laica, repubblicana, liberale e socialista. 

Ancora una volta il “centro nuovo” della politica italiana dovrà nascere dalla confluenza di queste culture sulla base dell’incontro dei valori di riferimento essenziali; quelli dell’umanesimo popolare, liberale e socialista.

Noi di Iniziativa Popolare siamo pronti per tale progetto, attendiamo la disponibilità di tutti.

Salvini e i suoi nemici, ovvero come distrarre l’opinione pubblica.

La decisione di intervenire con lo strumento della precettazione nella vicenda dello sciopero dichiarato da CGIL e UIL per venerdì apre degli scenari con possibili risvolti conflittuali sia sul piano sindacale che su quello politico.

Diciamo in premessa che non ha alcun senso aggettivare uno sciopero come “politico”, ovviamente in senso denigratorio; vi sono infatti poche cose che si possono definire “politiche” più di uno sciopero che mobilita i lavoratori e le loro organizzazioni intorno a questioni che attengono alle questioni economiche ed alle condizioni di lavoro.

Si aggiunga che questo sciopero in modo particolare è stato “politicizzato” proprio dalla decisione del ministro Salvini di intervenire con la precettazione, per motivi che vanno rintracciati nella competizione che è in corso all’interno alla maggioranza di governo e del clima pre-elettorale che la pervade.

La ricerca di visibilità crea la necessità di nemici e di avversari con i quali entrare in conflitto, meglio ancora se in modo permanente; e così il Salvini depotenziato sul “versante migranti” cerca di occupare un altro spazio politico tradizionalmente caro alla destra, quello dello scontro con il sindacato. Lo fa in un modo spericolato e maldestro creando probabilmente anche qualche imbarazzo tra i partner di maggioranza, che per il momento scelgono di tapparsi occhi e orecchi per allontanare lo spettro di una crisi politica.

C’è da rilevare che la legittima posizione della CISL di non aderire allo sciopero di venerdì 17 dovrebbe in questo momento – dopo la precettazione – essere accompagnata almeno da un flebile vagito in difesa del diritto di sciopero e di chi intende esercitarlo; si tratta infatti forse dell’unico diritto garantito dalla Costituzione (art. 40) che pesa in termini economici esclusivamente sulla tasca di chi decide di esercitarlo a differenza di altri (salute, sicurezza, istruzione) che gravano invece sulla fiscalità generale. E solo per questo motivo merita il rispetto anche di chi non ne condivide le motivazioni, posto che la valutazione di merito sulle ragioni di uno sciopero può competere solo a chi lo indice e a chi decide di aderirvi.

L’entrata a gamba tesa di Salvini prepara una stagione che sarà caratterizzata da una crescente conflittualità. In questo momento nel quale l’economia segna il passo con un PIL che si stacca a fatica dallo zero, con debito pubblico, tassi d’interesse e prezzi in aumento, con le risorse PNRR sempre più a rischio, con un governo che non riesce a mantenere gli impegni neanche con gli alluvionati dell’Emilia, questo clima non lascia sperare nulla di buono per il nostro futuro. Purtroppo questo clima viene e verrà percepito anche dagli operatori economici e dagli investitori, sia interni che esteri, con gli effetti che si possono facilmente immaginare.

La Ragione | In Russia criminali premiati se fedelissimi.

Qualche anno fa, a pochi passi dal ponte dove da lì a poco sarebbe stato freddato Boris Nemtsov, Matteo Salvini spiegava agli italiani che a Mosca «la polizia è discreta ma fa il suo lavoro e se sbagli, paghi».
Senza null’aggiungere a quanto già rammentatogli dal sindaco Wojciech Bukan in occasione dell’indimenticabile sortita polacca, appare doveroso ricordare oggi al Senatore che uno dei killer di Anna Politkovskaja -appena graziato con decreto presidenziale firmato da Putin in persona- è proprio un ex-agente di polizia di Mosca. Sergej Khadzhikurbanov è infatti uno dei 75mila criminali messi in libertà da «uno che ha le idee chiare per una società ordinata, pulita e laboriosa per i prossimi cinquant’anni», come il leader leghista amava definire il dittatore russo.
Più precisamente, Khadzhikurbanov è un ex-agente della Rubop, cioè il dipartimento regionale per la lotta alla criminalità organizzata gestito dal Ministero degli Affari Interni della Federazione Russa.
Quattro proiettili a una giornalista scomoda, quattro a un oppositore politico. E se ammazzi ancora, ti guadagni l’impunità.
La giustizia, in Russia, funziona così.
Non a caso, nella classifica globale sullo stato di diritto stilata ogni anno da “World Justice Project”, la Federazione Russa si trova al 113° posto su 142, cioè al livello dell’Africa. Nella graduatoria relativa ai poteri delle istituzioni governative è 132a, sotto Iran, Zimbabwe e Mauritania e appena sopra Myanmar e Sudan. Per non parlare dei sub-rating riguardanti giustizia penale, libertà d’espressione, d’informazione e grado d’indipendenza dei media, che vedono Mosca scavare oltre il fondo.

Giusto ricordare anche questo, a chi è stato pure giornalista.
Chiamare le cose col loro nome, in Russia, significa essere “agenti stranieri”. Il Ministero della Giustizia applica tale etichetta a qualsiasi Ong o media che tocchi delicate questioni politiche in maniera irritante per il Cremlino. Chi viene aggiunto al registro delle “organizzazioni indesiderabili” è obbligato ad aggiungere accanto a ogni pubblicazione (inclusi i post sui social network) la dicitura: «Questo mezzo di stampa/materiale è stato creato e/o diffuso da un mass media straniero, e/o una persona giuridica russa che svolge le funzioni d’un agente straniero».
Costretti a marchiarsi in maniera umiliante per essere riconoscibili, quattro volte l’anno gl’indesiderabili sono tenuti a inviare rapporti dettagliati con tutte le fonti di reddito e le spese sostenute.
Non adempiere a tali obblighi, cioè violare l’art.330.1/III del codice penale russo, comporta pene detentive fino a 5 anni, com’è accaduto lo scorso 18 ottobre alla giornalista russo-americana di “Radio Free Europe” Alsa Kumarsheva, che, pur risiedendo stabilmente a Praga, è stata arrestata a Kazan (Tatarstan) per non essersi auto-denunciata come “agente straniero”. Segnalarsi, significa invece rinunciare agli introiti degli inserzionisti e andare incontro alla chiusura, come “Novaja Gazeta” ai tempi della Politkovskaja. In un centro di custodia cautelare è finita lunedì anche Ksenia Fedeeva, stretta collaboratrice di Alexey Navalny. Condannata per “estremismo”, rischia 12 anni di carcere.

La situazione è così grave che, per la prima volta dal 1946, un rappresentante russo non è stato incluso nella Corte internazionale di giustizia. Il posto attualmente assegnato per l’Europa dell’Est al vicepresidente Kirill Gevorkyan passerà infatti al rumeno Bogdan Aurescu.

Putin è così apprezzato, caro Senatore Salvini, che solo lo scorso mese i russi hanno googlato 417.495 volte il suo nome per capire se sia morto.

 

Provinciali, G. (2023 November, 16th.). Criminali Premiati Se Fedelissimi. _La Ragione – LeAli alla libertà_, p.5

Con l’astensione degli Usa passa la risoluzione Onu su Gaza

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che chiede delle pause umanitarie nei combattimenti in corso nella Striscia di Gaza, e maggiori sforzi per l’accesso degli aiuti umanitari nel Territorio costiero. Il documento – presentato da Malta – è stato approvato con dodici voti a favore e tre astensioni, tra le quali, appunto, quella degli Usa.

L’ambasciatrice degli Stati Uniti all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha ringraziato Malta e gli altri membri del Consiglio di sicurezza per aver guidato l’iniziativa finalizzata a questa risoluzione sulla guerra in Medio Oriente. Tuttavia, la diplomatica ha affermato che il suo Paese non poteva votare “sì” a un testo che non condanna Hamas o non riafferma il diritto di tutti gli Stati membri a proteggere i propri cittadini dagli attacchi terroristici.

La Thomas-Greenfield è rimasta infatti “inorridita” dal fatto che alcuni membri del Consiglio “ancora non riescano a convincersi” a condannare il barbaro attacco terroristico di Hamas contro Israele il 7 ottobre. Tuttavia, nelle sue parole risuona un importante riconoscimento: “Anche se il testo non include una condanna di Hamas, questa è la prima volta che adottiamo una risoluzione che menziona anche solo la parola ‘Hamas'”, ha dichiarato.

Molti i commenti alla decisione assunta al Palazzo di Vetro. In particolare, l’eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito Democratico Europeo, Sandro Gozi, ha dichiarato: “La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è una luce nelle tenebre, dà speranza per la liberazione di tutti gli ostaggi, soprattutto dei bambini, e chiede una pausa umanitaria per proteggere i bambini a Gaza”. Ha poi aggiunto: “Restiamo umani anche nelle peggiori tragedie e salviamo i `nostri` bambini. Sconfiggeremo i barbari di Hamas con forza e nel rispetto del diritto internazionale umanitario”.

Fonte: Notiziario Askanews

Centro barcollante? Non rinunciamo a un progetto di ampio respiro.

Foto di Peter H da Pixabay
Foto di Peter H da Pixabay

Se c’è una regola universale per l’impegno politico, essa consiste nell’agire nelle condizioni date, qualunque siano: di democrazia, di dittatura, di guerra o di pace.

Per questo va respinta la tentazione di trovare sempre nuovi pretesti per rinviare a tempi migliori la ripresa di iniziativa politica del mondo del popolarismo. Per quei Popolari che hanno scelto la strada della ricostruzione del centro, non basterà invocare la frammentazione delle sigle e i personalismi che la alimentano, come motivi che giustificano un immobilismo che perdura da troppo tempo anche a causa del dissesto del sistema dei partiti. Il bipolarismo artificialmente scaturito dalle regole elettorali anziché da un faticoso ma più solido processo politico, insieme alla personalizzazione della politica, accentuata dall’introduzione dall’elezione diretta negli Enti Locali, hanno prodotto gli effetti che vediamo sui partiti e gli effetti, che speriamo di non vedere, sul sistema istituzionale con la proposta di riforma costituzionale della Meloni, a coronamento di una deriva presidenzialista trentennale.

La cultura del capo che decide senza ascoltare nessuno, dei cerchi magici, e non di rado nepotistici (che fungono da principale e ormai quasi unico serbatoio per la nomina dei parlamentari), che lo attorniano e che esautorano il ruolo delle minoranze e con esse la possibilità di un confronto democratico interno alla vita dei partiti, sono ormai prassi diffusa.

Nel generale dissesto del sistema dei partiti i danni più gravi si registrano al centro dilaniato dalla linea di faglia di un bipolarismo solo di facciata, che lo ha reso in eterna ricerca di allearsi con chi, anziché di cosa pensare e costruire per.

Dunque, non dobbiamo scoraggiarci a causa del modo precario in cui l’area di centro è articolata. Allo stesso tempo però si deve puntare a non permettere che l’attuale carenza progettuale e politica del centro diventi strutturale.

Lo richiedono i tempi. C’è una responsabilità storica da esercitare di fronte a sfide inedite. Il centro non può rinunciare in partenza, preso da beghe quotidiane e interminabili tra i suoi aspiranti leaders, a definire un progetto di ampio respiro. Un progetto di governo che abbracci i temi della riforma dell’Europa nei termini in cui la indica Mario Draghi, e nei termini richiesti dal nuovo ordine mondiale multipolare; di un nuovo umanesimo come faro rassicurante nell’introduzione delle nuove e incredibili tecnologie; di una transizione ecologica integrale, sociale e ambientale, e tecnologicamente neutra.

Se solo si ponesse maggiore attenzione alla velocità e alla profondità con cui il mondo sta cambiando anziché a piccole illusioni di immediata convenienza, la proposta politica del centro potrebbe rivelarsi molto più significativa agli occhi di un elettorato e di una classe media che avverte tempi di guerra e di drastici cambiamenti ma non con altrettanta chiarezza una guida politica all’altezza di tali processi epocali.

La sola indicazione di costituire una lista comune del centro alle prossime Europee, per quanto importante, rischia di apparire un mero espediente di sopravvivenza politica, se non sarà accompagnata – e siamo ancora in tempo a farlo – da una capacità progettuale adeguata alle sfide del nostro tempo. E anche dalla definizione di un percorso che faccia trasparire il coraggio di affidarsi alla forma partito nell’organizzare il centro, e di affidarsi al “rischio” della democrazia interna al partito.

Quest’ ultimo aspetto è forse quello che più potrebbe contribuire a caratterizzare in senso popolare il centro e attirare l’attenzione di tanti cittadini disponibili all’impegno in un partito che senza riproporre la sterilità di un assemblearismo d’altri tempi, sappia offrire effettivi percorsi di partecipazione e di confronto democratico al proprio interno.

Schlein vuole portare il Pd a riproporre il modello dell’Unione.

Ci sono due modi per costruire una coalizione politica: o si crea una alleanza “contro” l’avversario/nemico e quindi si tratta di una sommatoria di sigle, partiti e movimenti; oppure si lavora per una alleanza di governo, cioè basata su un programma attorno al quale si riconoscono i partiti e i movimenti. Sono due modalità profondamente diverse tra di loro e possiamo semplificare questa riflessione con due esempi concreti. E cioè, la logica del pallottoliere era quella dell’Unione messa in piedi nel 2006 contro il centro destra mentre la coalizione politica e di governo era l’Ulivo del 1996. Appunto, due modalità diverse che rispondono anche, e forse, a due concezioni politiche profondamente diverse su come si declina e si costruisce una coalizione politica nel nostro paese.

Ora, dopo la manifestazione di Piazza del Popolo a Roma organizzata dal Partito democratico, abbiamo la plastica conferma che il principale partito della sinistra italiana vuole ricostruire una sorta di Unione in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Ovvero, una sorta di ‘santa alleanza’ contro il nemico politico irriducibile. Una sorta di crociata ideologica che contempla, di conseguenza, la creazione di una coalizione dove il programma diventa del tutto secondario perchè l’unico elemento che conta diventa l’annientamento del nemico di turno. Certo, è una concezione politica che risente di un armamentario ideologico e politico del passato che prima di cerare un serio e qualificato programma di governo individua un nemico da abbattere. Un riflesso, questo, che risente del comportamento quasi cinquantennale del Pci contro la Democrazia Cristiana, la sua classe dirigente, le sue alleanze e il suo programma di governo. Del resto, com’è possibile costruire un’alleanza di governo credibile e seria con una forza populista, anti politica, demagogica e qualunquista come il partito dei 5 stelle? Solo con una prassi ispirata alla delegittimazione morale prima e all’abbattimento politico poi del nemico può giustificare una coalizione simile ispirata al pallottoliere. Una alternativa, per citare l’impegnativa affermazione della segretaria nazionale del Pd, che finirà inesorabilmente anche per essere una “alternativa morale” ed etica, per citare l’esperienza del vecchio Pci berlingueriano all’inizio degli anni ‘80.

Insomma, l’esatto opposto di quella democrazia dell’alternanza che dovrebbe essere la regola aurea di una sana e credibile democrazia. Com’era, appunto, l’Ulivo nel lontano ‘96 quando lo sforzo di elaborare un programma di governo annullava l’individuazione del nemico. Semmai, si trattava di un avversario politico da combattere sul terreno rigorosamente politico e programmatico perchè alternativo alle ricette che si mettevano in campo per governare l’intero paese.

Ma il nuovo corso del Pd, al di là della propaganda e della martellante campagna stampa contro il nemico da radere politicamente al suolo, non è nient’altro che una pesante regressione nostalgica. Debole sul profilo programmatico e balbettante sul versante politico. Non a caso, nel costruire la sua posizione guarda indietro e non avanti.

Sbarra spiega l’atteggiamento della Cisl su sciopero generale e manovra

Lo scontro col governo sullo sciopero “si poteva sicuramente evitare. La legislazione sulla regolazione del diritto di sciopero è molto chiara, non lascia molto all’immaginazione”, le deroghe per lo sciopero generale “richiedono una piena adesione di tutte le organizzazioni più rappresentative e di tutte le categorie”.

“La legge fissa vincoli precisi per contemperare il diritto costituzionale allo sciopero con quello delle persone a usufruire dei diritti essenziali” ha aggiunto il leader della Cisl “mi sembra che c’è una interpretazione della Commissione che non essendo uno sciopero convocato dalle tre grandi centrali confederali, le sigle più rappresentative, ed essendo spalmato su più giornate, quindi venerdì molte categorie sono esonerate dallo sciopero, non può vedervi applicate alcune regole”.

 

Cisl e Uil “non dico che sbagliano, hanno avviato una procedura.

Noi siamo sempre stati rispettosi come Cisl dei contenuti della legge, si tratta di rispettare le norme nella consapevolezza che le deroghe concesse per gli scioperi generali richiedono una piena adesione di tutte le organizzazioni più rappresentative e di tutte le categorie. Lo sciopero generale non si può proclamare a puntate”.

Lo ha detto stamane il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, intervistato a Radio Anch’io su Rai Radio 1.

Sulle scelte di bilancio la Cisl evidenzia alcuni punti critici. “Vediamo scritte in manovra molte delle rivendicazioni che abbiamo fatto come sindacato unitario e come Cisl in particolare” ha detto. “È importante che ci siano quasi 11 miliardi per la proroga del taglio del cuneo contributivo a 14 milioni di lavoratori per il 2024, sono importanti gli 8 miliardi per aprire i rinnovi dei contratti nella pubblica amministrazione e nella sanità, c’è un intervento forte per la famiglia, c’è l’indicizzazione piena delle pensioni fino a 4 volte il minimo, c’è la proroga della detassazione del salario di produttività.

“Non ci piace la stretta sulle pensioni – ha aggiunto Sbarra – è sbagliata la penalizzazione su quota 103, non si possono modificare le aliquote e i rendimenti sull future pensioni dei medici, dei maestri, del personale degli enti locali, non ci piace la stretta su Ape sociale e opzione donna, non si dà un segnale sulla previdenza dei giovani”.

Insomma, ha concluso Sbarra, “vediamo molte luci che convivono con pesanti ombre”.

Premierato, il partito di Zamagni stronca la riforma costituzionale della Meloni.

DOCUMENTO

 

Il Consiglio nazionale di INSIEME ha approvato il seguente documento sulla proposta di riforma costituzionale del Governo Meloni, il cosiddetto premierato

INSIEME valuta con grave preoccupazione la proposta di riforma costituzionale presentata al Parlamento dal Governo Meloni sia per il metodo della sua presentazione sia per i contenuti che sollevano gravi perplessità.

Ritiene in primo luogo che mutamenti di parti importanti (come la forma di governo) della nostra Costituzione debbano essere maturati con grande attenzione e attraverso un dialogo leale e costruttivo tra forze di governo e di opposizione.

Ritiene in secondo luogo che le proposte di correzioni della forma di governo siano accettabili solo se rafforzano e non sacrificano la qualità complessiva della democrazia italiana.

Constata invece che l’attuale proposta di modifica è stata presentata dal Governo senza una adeguata interlocuzione con le opposizioni e le principali forze politiche e sociali del Paese, e sarà quindi destinata a dividere piuttosto che ad unire. La disponibilità della maggioranza ad andare a un eventuale referendum confermativo manifesta un orientamento antagonistico foriero di conseguenze negative.

Rileva che la proposta presenta vari aspetti suscettibili di ridurre seriamente la qualità della democrazia italiana. In particolare, il disegno di legge prevede: a) l’elezione diretta del capo del Governo, senza una elezione a doppio turno o una soglia minima sufficientemente elevata per una elezione a turno unico; b) un premio di maggioranza alla/e lista/e collegate che porta automaticamente ad ottenere il 55% dei seggi in ciascuna Camera. Le opposizioni e il principio di rappresentanza parlamentare sono seriamente indeboliti, così come il contrappeso che l’opposizione parlamentare può esercitare nei confronti del Governo.

Osserva inoltre che vengono gravemente ridotti i poteri di mediazione e di moral suasion della Presidenza della Repubblica nella fase di formazione del governo e nei confronti del governo in carica. Il Presidente della Repubblica viene così ridotto a un ruolo di mero spettatore del processo di formazione del Governo.

Nota ancora che la proposta di riforma introduce in Costituzione un vincolo sulla futura legge elettorale, togliendo di fatto ogni spazio al Parlamento per deliberare in materia. Il carattere maggioritario e bipolare della legge elettorale viene imposto a scapito di soluzioni maggiormente proporzionali e rispettose del pluralismo politico-culturale del nostro Paese, le uniche che possono favorire la partecipazione e contrastare l’astensionismo, fenomeno preoccupante che ormai coinvolge metà dell’elettorato.

Per tutti questi motivi INSIEME, nella convinzione che questa proposta non risponda ai veri problemi del Paese e contenga seri rischi per la qualità della democrazia in Italia, esprime un netto dissenso rispetto a questa riforma e si attiverà per contrastarla con proposte alternative e in raccordo con le altre forze politiche, sociali e culturali che condividano questa posizione.

Il sogno americano di John Kennedy nei gloriosi anni sessanta

Foto di WikiImages da Pixabay
Foto di WikiImages da Pixabay

Se alle 12:29 del 22 novembre 1963 la Lincoln Continental presidenzialedove JFK sedeva in seconda fila – entrando in Dealey Plaza a Dallas avesse proseguito diritto su Main Street, come inizialmente era previsto, anziché svoltare a destra su Houston Street ad una velocità di circa 18 km/h, passando lentamente di fronte al deposito di libri della Texas School dove il suo assassino si era strategicamente appostato, forse il Presidente Kennedy si sarebbe salvato da quel pericoloso viaggio elettorale in Texas, ricco di nefaste premonizioni e carico di un clima apertamente ostile a quella visita. Ma John Kennedy che era consapevole dei rischi che correva – tanto da averne premonizione la stessa mattina – decise di affrontare il suo incerto e rischioso destino.

La storia non attende i ‘ma’ e i ‘se’ e compie inesorabile la sua parabola: tutto era stato orchestrato affinché in quel momento esatto a poche decine di metri di distanza Lee Oswald prendesse la mira e colpisse al collo e alla testa il Presidente, il quale si accasciò tra le braccia di Jaqueline che gli sedeva accanto. La morte repentina al Parkland Memorial Hospital e ciò che avvenne quel giorno fatale – i dettagli macabri di quell’avvenimento, con i volantini listati ad un lutto annunciato, distribuiti alla folla lungo il tragitto che dall’Aeroporto di Dallas portava al luogo in cui Jack avrebbe tenuto il suo discorso, il rapido giuramento di Lyndon Johnson, le indagini, i depistaggi appartengono alla Storia di uno degli eventi più drammatici del ‘900. Compresa la successiva uccisione dell’unico indiziato – Lee Oswald – da parte di tale Jack Ruby.

La televisione, per la prima volta nella storia, seguì una diretta non-stop per quattro giorni. L’assassinio del presidente Kennedy fu la più lunga ininterrotta sequenza di notizie nella storia dell’informazione giornalistica televisiva, fino alle ore 9:00 dell’11 settembre 2001, quando i network trasmisero programmi in diretta per 72 ore consecutive, in seguito all’attacco terroristico al World Trade Center di New York e al Pentagono di Washington.

Sono stati scritti innumerevoli memoriali ufficiali e libri divulgativi (tra cui ‘L’America di Kennedy’ e ‘John F. Kennedy. Il nuovo sogno americano’ di Furio Colombo, che allora viveva negli USA e ne era profondo conoscitore) su quel terribile evento ma non tutte le zone d’ombra sono state illuminate dalla verità. Tutta la vicenda appare come avvolta in un gigantesco, orchestrato complotto che avvinghiava la politica, la malavita, gli interessi e i potentati economici, le grandi lobby. Il più importante documento di inchiesta per venire a capo di una verità che nonostante la mole di lavoro immensa  – le indagini dell’FBI fornirono oltre 25.000 interviste, 2.300 rapporti, 553 interrogatori – rimase successivamente velata da dubbi, incongruenze, coperture, connivenze e menzogne, fu quello elaborato dalla Commissione Warren che nel settembre 1964 presentò il suo rapporto finale: «Lee Harvey Oswald ha ucciso da solo il Presidente; Jack Ruby ha ucciso da solo Lee Oswald».

Ciò che John Fitzgerald rappresentava per gli USA e per il mondo intero, il suo carisma, il fascino del “grande sogno americano” (la fine della guerra fredda, l’apertura all’Unione Sovietica che passava attraverso gli incontri e gli scambi epistolari con Nikita Kruscev, l’inizio di un’era di pace duratura, l’attenzione alle minoranze etniche, la sintonia ideale con Martin Luther King, la fine della crisi dopo i missili di Cuba, l’idea di una democrazia partecipata ed estesa a tutte le fasce di popolazione, di fatto ancor oggi  un concetto di democrazia insuperato in ogni parte del mondo, al quale si è ispirato ad es. Tony Blair), una visione poi ereditata dal fratello Robert, anch’egli tragicamente scomparso in un attentato nel 1968 per mano dell’immigrato giordano-palestinese Shiran Shiran, sono transitati nella memoria collettiva di chi visse quegli anni e presso gli storici e cultori postumi come una stagione irripetibile che riguardava l’America certamente ma anche il mondo intero.

Perché – come diceva JFK . “parlare di pace deve essere l’unico scopo razionale di ogni uomo razionale: osservando oggi il nuovo ordine (dis-ordine?) mondiale che va configurandosi, la devastante guerra in Ucraina, l’aggressione di Hamas ad Israele e il terribile conflitto che ne è scaturito, la pendente minaccia su Taiwan, l’emergenza di nuove potenze economiche e nucleari come Cina e India, il fondamentalismo islamico, la bomba latente di un’Africa pronta ad esplodere, oggi come e più di allora, il tema della concordia e della convivenza pacifica dei popoli e delle Nazioni, si impone ancora una volta come cruciale.

Correvano i primi anni ‘60, chi li ha vissuti ricorda le speranze legate ai grandi temi dei diritti civili e sociali, all’apertura della Chiesa cattolica alla scienza e al dialogo delle diverse fedi, alla crescita economica, all’uguaglianza tra i popoli, alla messa in archivio dei residui ideologici post-bellici: ricorda Martin Luther King, John Kennedy, Nikita Kruscev, Papa Giovanni XXIII. Uno spicchio significativo e denso di storia compreso nel periodo considerato da Eric J. Hobsbawm nel suo libro “Il secolo breve 1914-1991”, che va dalla fine della prima guerra mondiale alla caduta del comunismo.

John Fitzgerald Kennedy fu l’uomo delle grandi speranze collettive, e segnò una presenza indelebile nella cornice di quel tempo, artefice di una “Nuova Frontiera” che aprì ma non riuscì a realizzare.

Consapevole delle barriere da abbattere, a partire dal suo Paese ma anche dai muri ideologici retaggio della seconda guerra mondiale, come quando il 26 giugno 1963 a Berlino in piena guerra fredda e con una città appena divisa dal muro, “Jack” pronunciava presso la Porta di Brandeburgo la storica frase: “Ich bin ein Berliner” («Io sono un berlinese»).

Ma già nel suo discorso d’insediamento del 20 gennaio 1961a Washington come 35° Presidente degli USA, quando rivolgendosi ai cittadini ebbe a dire «Non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese. Miei concittadini del mondo, non chiedete che cosa l’America vuole fare per voi, ma che cosa insieme possiamo fare per la libertà dell’uomo». Un invito al senso del dovere che la lunga stagione della tumultuosa cavalcata dei soli diritti pare abbia davvero dimenticato.

La Casa Bianca conferma l’impegno per la liberazione degli ostaggi

Foto di Welcome to All ! ツ da Pixabay
Foto di Welcome to All ! ツ da Pixabay

Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, ha detto che l’amministrazione Biden sta lavorando “24 ore su 24” per garantire il rilascio dei quasi 240 ostaggi detenuti dai gruppi armati di Gaza e che incontrerà nuovamente i rappresentanti delle famiglie degli ostaggi in un prossimo futuro.

Come ha sottolineato la Casa Bianca nel comunicato seguito alla telefonata di ieri del presidente americano Joe Biden con l’emiro del Qatar e come ha ricordato Sullivan, tra gli ostaggi c’è Abigail Edan, una bambina di 3 anni, cittadina americana i cui genitori sono stati uccisi nell’attacco di Hamas del 7 ottobre.

Sullivan ha aggiunto che nove americani risultano attualmente dispersi. Ha rifiutato di fornire ulteriori informazioni sullo stato degli ostaggi, ma ha detto che gli Stati Uniti “hanno informazioni su alcuni degli ostaggi”.

“C’è un numero significativo di ostaggi che non solo sono vivi, ma che potrebbero potenzialmente partecipare al rilascio degli ostaggi”, ha continuato Sullivan. “Ma non posso dare un’idea esatta di quanti americani sarebbero inclusi in questo. È qualcosa su cui dovremo lavorare mentre proseguiamo i negoziati. Non lo sapremo con certezza finché non libereremo effettivamente questi ostaggi”, ha concluso.

Intanto soldati israeliani della Brigata Golani sono penetrati nel Parlamento di Gaza City prendendone il controllo. Virale sui social la foto delle truppe che espongono le bandiere israeliane dietro il banco della presidenza.

Lo scenario complessivo resta denso di minacce e di incognite. In serata è rimbalzata la notizia circa l’ipotesi che  Hezbollah possa entrare in guerra con Israele se Hamas dovesse subire una completa disfatta a Gaza. Lo riporta Nbc citando un membro di Hamas a Beirut. “Ora non è il momento. La linea rossa per Hezbollah è la totale distruzione della resistenza a Gaza”, ha detto Ahmed Abdul Hadi.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Francesco richiama al dovere di cura e promozione del bene comune

Foto di Anemone123 da Pixabay
Foto di Anemone123 da Pixabay

A otto anni di distanza dalla pubblicazione della enciclica Laudato si’, Papa Francesco, con l’esortazione Laudate Deum, arricchisce e rilancia un pensiero alto e lungo sul destino del creato, casa comune di tutta l’umanità. I titoli ripetono un verbo che, nonostante la forma imperativa, suona come pacata esortazione perché contiene il suono della lode, Il cuore del messaggio è la responsabilità di ciascuno e di tutti nel scegliere comportamenti che siano favorevoli alla vita: dell’universo che è come dire della umanità. Non si tratta mai di un discorso irenico, ideologico ma programmatico, quindi da rendere efficace con scelte che diventano fatti.

Non si può dire che non mi tocca, non sono capace, ho paura, non tocca a me, non è colpa mia, ecc.; quanti capri espiatori sappiamo trovare per giustificare la nostra accidia!

Il momento è molto preoccupante. C’è davvero una guerra mondiale a pezzi. Eppure, se non vediamo i telegiornali o non seguiamo i media, riusciamo perfino a dimenticarcene. E la guerra in Ucraina così vicina rappresenta una crisi dalle conseguenze ben ricordate dal Presidente Mattarella, se subentrasse stanchezza o peggio disimpegno. Si è aggiunta una crisi ancora più grave con l’eccidio terroristico di Hamas contro Israele. Problemi tanto enormi coinvolgono anche la nostra partecipazione. Nei sistemi democratici la partecipazione è sovranità democratica. Questa è necessario che si esprima non solo col voto ma con attenzione ai fenomeni che creano il contesto in cui viviamo, sia in casa nostra che nel mondo.

[…]  Le encicliche Fratelli tutti e Laudato si, con l’ultima esortazione Laudate Deum – testi davvero laici -, richiamano a comportamenti virtuosi. Sono testi erga omnes perché la politica interna non può prescindere e dimenticare il contesto internazionale e per noi, in primis, l’Europa.

[…] C’è una interdipendenza che prescinde dal nostro volere: “Il mondo sta diventando multipolare e allo stesso modo così complesso che è necessario un quadro diverso per una cooperazione efficace. Non basta pensare agli equilibri di potere, ma anche alle necessità di rispondere alle nuove sfide (…) sanitarie, culturali sociali, soprattutto per consolidare il rispetto dei diritti umani più elementari …” (Francesco, L.D. n.42) Nella dimensione della complessità, l’armonia e il rispetto delle persone e delle regole dipendano sia da grandi che da piccoli gesti e comportamenti personali. Nella Laudato si il Papa suggerisce, in fondo, buona educazione: non sporcare la città, rispettare i beni comuni, ecc. È il richiamo alla responsabilità di ciascuno; non si possono imputare ad altri, alla politica, alla amministrazione pubblica, negligenze, se per primi non partecipiamo all’interesse collettivo.

Patrimoni immateriali, prima giornata di lavori della conferenza internazionale di Roma.

Foto di Orischak da Pixabay
Foto di Orischak da Pixabay

Una sorta di “Cernobbio della Cultura”, ovvero la conferenza internazionale sul patrimonio culturale immateriale e sul suo rapporto con lo sviluppo sostenibile. A pochi giorni dalla Cop28 sui cambiamenti climatici, si è aperta a Roma – sotto l’egida dell’Unesco – la conferenza per celebrare i vent’anni dalla Convenzione del 2003 sui patrimoni immateriali.

Organizzata dalla Cattedra Unesco dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, diretta dal professor Pier Luigi Petrillo (che è anche professore di Cultural Heritage alla Luiss Guido Carli), e promossa da Civita Mostre e Musei e dalla Fondazione Treccani, con la collaborazione di numerosi altri soggetti pubblici e privati, la conferenza vede impegnati nelle due giornate di lavori esperti provenienti da tutto il mondo.

“Il patrimonio vivente, fatto di tradizioni, di riti, di pratiche – sottolinea Pier Luigi Petrillo, Presidente Cattedra Unesco – serve a tenere vive le nostre comunità e i nostri territori. Senza i patrimoni viventi anche quelli materiali perdono di senso. Il primo messaggio è: dobbiamo salvaguardare questi patrimoni e assicurare che vengano trasmessi alle nuove generazioni. Il secondo messaggio è che questi patrimoni servono per contrastare i cambiamenti climatici e per assicurare lo sviluppo sostenibile, questa conferenza cerca di far emergere la stretta connessione tra patrimoni viventi e sviluppo sostenibile”.

Dall’Australia al Brasile, da Singapore all’Uganda, dalla Lituania all’Egitto, dall’Iran all’Arabia Saudita, fino al Canada, i partecipanti, riuniti insieme per la prima volta, si sono confrontati sui patrimoni culturali immateriali ovvero quei “patrimoni viventi” (l’UNESCO li definisce “living heritage”) che rappresentano le tradizioni, le pratiche, i riti che, tramandandosi di generazione in generazione, narrano l’identità di una comunità e di un territorio.

“Colleghiamo l’idea del patrimonio immateriale dell’umanità con lo sviluppo sostenibile – dice Janet Blake, Professoressa di Diritto del Patrimonio Internazionale – soprattutto perché se i paesi cercano sviluppo, ma non considerano l’aspetto sociale e culturale che il patrimonio immateriale dell’umanità rappresenta, quello sviluppo non sarà socialmente sostenibile, e questo credo davvero sia il messaggio di questo incontro”.

In conclusione, la conferenza intende offrire una serie di riflessioni concrete da trasmettere poi al tavolo dei decisori politici in vista della COP28, in programma a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre.

 

 

Il programma della Conferenza

https://www.unesco.it/it/News/Detail/1994

Il Piano Mattei del governo non ricalca l’originale progetto del fondatore dell’ENI

Ad oltre sessanta anni dalla tragica fine di Enrico Mattei, il fascino dei progetti pensati e realizzati negli anni dal fondatore del Gruppo ENI, risuona prepotentemente nel dibattito politico dei nostri giorni.

Una visione che andò oltre i confini del nostro Paese e che rappresentò una delle migliori espressioni della proposta politica ed economica della tradizione di governo del cattolicesimo democratico italiano. Costruire intorno all’ENI, principale azienda pubblica, una strategia di politica industriale che favorì lo sviluppo economico nazionale degli anni ’50 e ’60, in grado però di guardare con determinazione fuori dai confini nazionali, rappresentò una delle principali intuizioni di quel periodo.

Mattei, partendo da una debolezza energetica strutturale dell’Italia, in pochi anni portò l’ENI ad essere protagonista nei mercati internazionali, sostenendo la nuova politica estera del Paese, ancora molto attenzionata dalle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Un disegno ambizioso, che guardava principalmente all’area MENA (Middle East and North Africa) e all’Africa subsahariana come territori da potenziare, sostenendone la crescita delle risorse naturali interne e le tradizioni culturali, promuovendo la necessaria formazione professionale degli addetti e favorendo, in particolare, l’autodeterminazione e l’indipendenza politica dei popoli. Un’attenzione che non considerò quei Paesi come il “problema da risolvere”, ma utili partner nei nuovi equilibri internazionali post-bellici.

Un approccio innovativo, basato sul riconoscimento dei Paesi produttori di petrolio e gas quali interlocutori privilegiati sul piano politico ed economico, con un ruolo non più subalterno rispetto alle maggiori Oil Company e verso il superamento dell’antico colonialismo europeo. L’impegno di Mattei per l’Africa e il Medio Oriente fu indubbiamente dettato dall’assicurare all’Italia le necessarie risorse energetiche per la continuità dello sviluppo economico e sociale del Paese, ma con un’attenta strategia politica organica al mondo occidentale, senza però rinunciare ad una funzione da protagonista del nostro Paese. Un’eredità che ancora oggi il management del Gruppo ENI ribadisce con autorevolezza nel contesto internazionale; basti pensare alla velocità di sostituzione dell’approvvigionamento del gas russo con l’Algeria, il Kazakhstan e le importazioni di GNL da altri Stati produttori (Usa, Qatar, Mozambico, Angola, etc.…), subito dopo l’invasione dell’Ucraina.

Queste considerazioni fanno emergere la sostanziale differenza tra le politiche di Mattei verso l’Africa e il Medio Oriente e il pur apprezzabile progetto del Governo Meloni di riproporre un rinnovato Piano strategico Italia-Africa: Piano Mattei”. Un progetto polifunzionale che interverrebbe su vari ambiti: dalla cooperazione allo sviluppo, istruzione e formazione professionale, ricerca e innovazione, salute, agricoltura e sicurezza alimentare, approvvigionamento e sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, incluse quelle idriche ed energetiche, tutela dell’ambiente e adattamento ai cambiamenti climatici, ammodernamento e potenziamento delle infrastrutture anche digitali, valorizzazione e sviluppo del partenariato energetico anche nell’ambito delle fonti di energia rinnovabile, e soprattutto prevenzione e contrasto dellimmigrazione irregolare. Al di là delle buone intenzioni e delle ancora limitate risorse finanziarie, il Piano si basa su un contesto globale totalmente diverso dall’originale. Come riportato precedentemente, la strategia di Mattei, iniziò dalle intuizioni del suo genio imprenditoriale e politico, ma in un contesto complessivo di diffidenza verso l’Italia, agli albori degli accordi per una comunità europea e dal punto di vista imprenditoriale senza l’attuale presenza radicata del Gruppo ENI in Africa. Il Progetto del Governo Meloni, anche se costruito su interventi programmatici trasversali a molti settori, è pensato e è caratterizzato prevalentemente dall’ossessione per lotta all’immigrazione, tema che ha messo molto in difficoltà l’attuale maggioranza di governo, rispetto alle promesse e alle dichiarazioni di intenti precedenti alle elezioni di un anno fa. Inoltre, pensare ad un Piano per l’Africa, non guardando ad interventi organici condivisi con l’Unione Europea, rischia di rimanere soltanto un auspicio importante, ma senza una prospettiva concreta di realizzazione.

Pertanto, citare ed ispirarsi a Mattei, a settanta anni dalla fondazione del Gruppo ENI (anni dei governi centristi), è certamente un atto apprezzabile, ma Enrico Mattei fu altro.

In Russia è diventato rischioso per gli scienziati parlare apertamente

La repressione del Cremlino nei confronti della libertà di parola costringe molti ricercatori a tacere. Riportiamo per gentile concessione dell’autore un ampio stralcio di un articolo pubblicato su “La Ragione” (23-11-2023).
La repressione del Cremlino nei confronti della libertà di parola costringe molti ricercatori a tacere. Riportiamo per gentile concessione dell’autore un ampio stralcio di un articolo pubblicato su “La Ragione” (23-11-2023).

 

[…] Invadendo l’Ucraina, Putin disse di voler «proteggere i civili del Donbas dai nazisti del regime di Kyiv» eppure, in meno di 2 anni, nelle cosiddette “LPR” e “DPR” ne sono morti di più che negli 8 precedenti.
Il suo regime ha relegato ogni possibile prospettiva culturale e tecnologica russa al degrado, e persino quegli scienziati che un tempo contribuirono allo sviluppo di nuovi dispositivi in ambito militare oggi sono tacciati di collaborazionismo. Basti pensare all’’uomo dei super missili’ Anatoly Maslov, arrestato dopo l’abbattimento di tutti gli ipersonici Kinzhal (incautamente definiti «imprendibili» da Putin) a seguito dell’intervento dei sistemi difensivi Patriot. Lui e Alexander Shiplyuk (capo dell’Istituto siberiano di Meccanica teorica e applicata “Khristianovich”) avrebbero ceduto ai cinesi importanti segreti militari.
La repressione del Cremlino nei confronti del dissenso e della libertà di parola ha reso rischioso parlare apertamente dei problemi in ambito scientifico, costringendo molti ricercatori ad arrangiarsi e a tacere rigando dritto pur d’assecondare richieste spesso strampalate. Molti scienziati sono emigrati all’estero, abbandonando le loro posizioni senior per accettare offerte post-dottorato, e un secondo manifesto a favore della guerra è stato fatto firmare agli insegnanti rimasti, che ora sostengono apertamente Putin e l’esercito.

Dall’invasione del Donbas e della Crimea a oggi il numero di russi che hanno chiesto asilo politico negli Stati Uniti è cresciuto 40 volte. L’introduzione di nuovi reati penali ha reso impossibile ogni forma di dissenso. “Science” di questo mese riporta statistiche a dir poco imbarazzanti: secondo Alexandra Arkhipova (antropologa sociale e docente accademica d’Economia), dal 2022 a oggi 7.200 persone in Russia sarebbero state segnalate da testimoni e poi arrestate per aver screditato l’esercito.

Olga Dobrovidova evidenzia nell’articolo che le carenze di forniture e il taglio dei fondi a favore della Difesa hanno costretto molti ricercatori a creare database per scambiarsi macchinari, composti chimici e persino animali da laboratorio usando Telegram per comunicare.
Nel suo intervento d’apertura al forum sulla ricerca quantistica “Quantum World”, lo scorso 13 luglio Putin ha illustrato i risultati ottenuti da Rosatom, indicando la necessità di rafforzare la sovranità tecnologica della Russia. Francamente vien difficile non guardare il dito a uno che indica la luna, se a parlare è chi vorrebbe relegare l’Astrofisica ai confini nazionali.

 

 

[Titolo originale: Un salto nel buio. La Russia di Putin contro la cultura russa]

Unione Europea, Borrell lancia l’allarme e sollecita l’immediata tregua umanitaria.

Unfinished European Union Flag puzzle

“La UE è seriamente preoccupata per l’aggravarsi della crisi umanitaria a Gaza” e “si unisce alle richieste di una pausa immediata delle ostilità e della creazione di corridoi umanitari, anche attraverso una maggiore capacità ai valichi di frontiera e attraverso una rotta marittima dedicata, in modo che gli aiuti umanitari possano raggiungere in sicurezza la popolazione di Gaza”. Lo dichiara l’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue Josep Borrel.

“In linea con le conclusioni del Consiglio europeo del 26 ottobre – sottolinea Borrel – la Ue ribadisce il diritto di Israele a difendersi in linea con il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario”. E “chiede un accesso umanitario continuo, rapido, sicuro e senza ostacoli e aiuti per raggiungere le persone bisognose attraverso tutte le misure necessarie, compresi i corridoi umanitari e le pause per i bisogni umanitari.

A questo proposito, accogliamo con favore i risultati della conferenza umanitaria del 9 novembre tenutasi a Parigi”.

L’UE, inoltre “rinnova l’appello ad Hamas per il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi. È fondamentale che al Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) venga concesso l’accesso agli ostaggi”. E “condanna l’uso degli ospedali e dei civili come scudi umani da parte di Hamas. I civili devono poter lasciare la zona di combattimento. Queste ostilità stanno avendo un grave impatto sugli ospedali e stanno causando un terribile tributo ai civili e al personale medico.

L’UE sottolinea che il diritto internazionale umanitario prevede la protezione degli ospedali, delle forniture mediche e dei civili all’interno degli ospedali. Gli ospedali devono inoltre essere riforniti immediatamente delle forniture mediche più urgenti e i pazienti che necessitano di cure mediche urgenti devono essere evacuati in sicurezza. In questo contesto, esortiamo Israele a esercitare la massima moderazione per garantire la protezione dei civili”.

“La Ue e i suoi Stati membri – conclude Borrell – continueranno a lavorare a stretto contatto con i partner internazionali, le Nazioni Unite e altre agenzie, nonché i paesi della regione per fornire un flusso sostenuto di assistenza e facilitare l’accesso a cibo, acqua, assistenza medica, carburante e riparo”.

 

Fonte: Notiziario Askanews

L’ultimo libro di Bentivogli mette a nudo un capitalismo senza capitalisti

«Lavoro: cambia tutto.» Quante volte lo abbiamo sentito dire sulla scia delle grandi trasformazioni che hanno investito il mondo produttivo. Eppure in Italia le dinamiche del rapporto lavorativo restano ancorate a vecchi concetti padronali, anche quando non di padroni/proprietari si parla ma di capi, capetti, manager e direttori delle risorse umane, che della mentalità e dei comportamenti padronali hanno preso tutto il peggio.

È contro di loro che Marco Bentivogli si scaglia in questo libro, un libro che è un grido di rabbia: rabbia contro i «padroni» mediocri, rabbia per un Paese con molti capitali e pochi capitalisti, dove la ricchezza si eredita e il «capitalismo relazionale» fa sì che nelle aziende vengano cooptati i fedelissimi e gli amici degli amici che hanno frequentato le stesse scuole e gli stessi circoli. E questo non vale solo per il mondo delle imprese private: vale anche per quelle pubbliche, per la politica, il sindacato, le associazioni, la pubblica amministrazione…

Questo però non è un libro per «difendersi» dai padroni. È il manifesto di una frustata culturale a una grande finzione: bisogna al più presto licenziare questa moderna cultura aziendale che di moderno ha solo le etichette. Qui troverete una denuncia senza mezzi termini dell’«abuso d’ufficio» che permea il nostro terziario e un’accusa ai capi «cane pastore» con l’ossessione del controllo, un controllo che serve solo a nutrire il narcisismo di chi lo esercita, ma che soffoca la produttività e insieme il «BenVivere» (meglio del benessere) delle persone.

Troverete anche una riflessione sul senso del lavoro, sulla sua dimensione comunitaria – e dunque sulla necessità di inglobare all’interno di esso la «cura» (per se stessi e per gli altri) -, sulla responsabilità sociale dell’impresa e sulle sue concrete applicazioni. E infine uno sguardo sul futuro, che è già presente, in cui saper riconoscere oltre ai rischi anche le opportunità dell’intelligenza artificiale, che potrà aiutarci a potenziare ciò che nel lavoro costituisce la nostra prerogativa essenziale: la nostra umanità.

Oltre lo Stato etnico: riflessioni sul futuro della nazione ebraica.

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay
Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Per comprendere tutte le dinamiche che concorrono a determinare la tragedia in corso a Gaza, bisogna ricordare che lo Stato di Israele non è uno Stato come tutti gli altri, sicché i suoi atti e le loro motivazioni non sono paragonabili a quelli di qualsiasi altro Stato; di conseguenza i discorsi e i giudizi politici che li concernono sono spesso carenti, non informativi e privi di rapporto con la realtà effettuale.

La differenza consiste nel fatto che lo Stato di Israele è per origine e per scelta uno Stato etnico. Quanto all’origine, com’è noto essa sta nello scempio della Shoà e nello sgomento che ne è ricaduto sull’intero popolo ebreo e sulla stessa comunità internazionale che attraverso l’ONU ne ha stabilito la fondazione. Quanto alla scelta essa sta in una serie di atti successivi, il primo dei quali, come ha narrato uno dei protagonisti, Jacob Taubes, fu  nel 1947 la decisione di non procedere alla stesura di una Costituzione, perché la legge fondamentale era da considerarsi la Legge biblica, e al di là delle  norme laiche che lo Stato si sarebbe dato, gli istituti fondamentali come il matrimonio, il ripudio, la proprietà, dovevano essere forgiati dalla legge halachica, che è una derivazione normativa della Torah ebraica. Si può citare poi un tentativo del governo Netaniahu nel 2010  di inserire nella legge sulla cittadinanza una norma che obbligava ogni nuovo cittadino israeliano  a prestare giuramento a Israele “Stato ebraico e democratico”; facendo così dell’ebraicità un carattere  dello Stato tutelato da un giuramento; e si può ricordare come tutto ciò sia confluito il 19 luglio 2018. (primo ministro Netanyahu) in una legge di rango costituzionale, approvata di misura dalla Knesset con 62 voti favorevoli e 55 contrari, in cui lo Stato di Israele era definito come lo “Stato nazione del Popolo Ebraico”, e si sanciva che  “La Terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui lo Stato di Israele si è insediato”, che “Lo Stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico, in cui esercita il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione”  e che “Il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivamente per il popolo ebraico”.

Questa immedesimazione di religione e Stato non è stata senza conseguenze militari e politiche: nel 2008, per una precedente operazione militare speciale contro Gaza, cosiddetta “Piombo fuso”, si dovette chiedere l’autorizzazione dei rabbini per cominciarla nel giorno di sabato, il 27 dicembre; e nel maggio 2010 per l’attacco degli incursori israeliani alla flottiglia pacifista (10 morti),  che per portarvi aiuti umanitari voleva rompere il blocco di Gaza da cui Israele si era ritirato, la legittimazione per l’abbordaggio in acque internazionali  fu che quella era comunque terra d’Israele.

Nel momento di una crisi suprema come quella attuale questa identificazione tra ebraismo e Stato produce tre tragedie per tutti e tre angosce per noi. La prima è quella del reciproco terrorismo di Gaza, che assimila la violenza della jihad islamica di Hamas a quella dello Tsahal israeliano e minaccia la definitiva espulsione dei palestinesi. La seconda è quella dello Stato di Israele che così spezza la società israeliana, fino alle piazze in rivolta e al “j’accuse” degli ostaggi e delle loro famiglie, perde la solidarietà di gran parte del mondo, irrita perfino gli Stati Uniti e si espone a una sfida mortale con i suoi nemici da cui potrebbe uscire dilaniato. La terza è quella dell’ebraismo, che si trova schiacciato sull’ermeneutica fondamentalista di una retribuzione incondizionata e violenta voluta dal Dio dell’Alleanza, che altera la Bibbia e rilancia l’antisemitismo perverso rimasto latente dopo il nazismo, come in Francia e perfino in Italia e in molti altri Paesi.

Si capisce allora perché, mentre è sacrosanto il diritto del popolo ebreo di difendersi e di essere difeso contro i demoni della distruzione, una gran parte delle guide religiose e dei sapienti d’Israele era contraria a una forzatura politica del messianismo e alla istituzione di uno Stato; si temeva una catastrofe e venivano invocati i “tre giuramenti” che secondo il Midrash e il Talmud Dio avrebbe fatto fare al popolo ebreo tra cui quello di “non salire sul muro” dell’esilio e di “non forzare la fine” (se ne trova la documentazione completa nell’opera di Aviezer Ravitzky, premio Israele per la ricerca filosofica, “La fine svelata e lo Stato degli Ebrei”).  Obiezione spazzata via dalla Shoà.

Dunque non c’è un’alternativa per la convivenza e una speranza di pace in Medio Oriente? Sì, ci sono, e passano attraverso una trasformazione dello Stato in una vera democrazia del Medio Oriente e una conversione religiosa: nella stessa tradizione ebraica c’è una lettura del giudaismo realizzato che sarebbe una meraviglia per il mondo intero.

Un simile cambiamento si è già avuto del resto in molti altri Stati e religioni. A cominciare dal nostro “regime di cristianità”.

 

[Il testo è tratto dal profilo Fb dell’autore. Titolo originale: Per un nuovo Israele]

Israele, Gaza e uno sputo di terra da troppo contesa.

Foto di hosny salah da Pixabay
Foto di hosny salah da Pixabay

Il 12 ottobre 1492 Rodrigo di Triana dopo giorni e giorni di navigazione, avvistando l’isola di San Salvador, gridò “Terra”! Era a bordo della caravella “Pinta”, la dipinta, e prese il premio per essere stato il primo all’avvistamento di una costa dopo tanto mare. Da subito si partì con il piede sbagliato.

Il marinaio in realtà si chiamava Juan Rodriguez ma ormai la storia gli aveva estorto il battesimo di origine marchiandolo con altro nome. La terra da subito crea inciampi e confusioni.

Strana parola “terra”, difficile da gestire e che si presta subito a modi di dire non sempre felici, di quelli che piuttosto ti buttano a terra. Dicono che abbia piede da una radice indoeuropea, da “tersa”, volendo dire una parte secca da contrapporre a quella acquosa.

C’è poco di terso nel futuro di Gaza; ciò almeno osservando come è adesso in aria la polvere che si alza dallo scoppio di razzi e bombe, che fanno da paravento alla morte subito dopo la coltre di fumo, impedendo pietosamente di rendere subito chiara la morte dietro di essa.

Adesso da quelle parti si sta facendo guerra per mare e per terra, si mettono a terra i destini e le vite di popoli che rantolano rabbia contro un nemico che a troppi nomi tutti occulti e sfuggenti e che così sfugge all’insulto dovuto.

Si sono messe carte a terra con la volontà di finire una volta e per tutte la partita di sopravvivenza ora in corso. Si fa terra bruciata di quelli che vogliono toglierti di mezzo e tutto questo per un pugno di terra, qualcosa comunque di minuscolo rispetto al resto del mondo.

Uomini contro uomini reclamano una terra promessa e per fare questo usano missili aria terra e viceversa, strisciando come topi raso terra per non farsi impallinare dai colpi dell’altra parte.

C’è chi svicola nei tunnel per nascondersi per poi sbucare fuori e muovere guerra e quelli che invece vogliono stanarti perché la morte ti sia ben visibile quando verrà a prenderti.

Tunnel è termine della terra di Francia, “tonneau” indica la botte dove riporre il vino o il sangue che sta inondando Gaza uscendo dalle crepe di quei tunnel e dalle strade e ovunque ci sia traccia d’uomo.

Ci si danno botte da orbi ma non come nei film, le pallottole sono vere e i morti non si rialzano dopo la fine delle riprese. Più che una terra promessa sembra una terra condannata ad essere ambita e contesa, malgrado sottoterra manchi di petrolio ma sappia solo di tragedie, una sull’altra, componendone strati massicci.

Il tunnel è anche un budello o una strettoia, dove vengono fuori budella di uomini, donne e bambini, soldati e assassini, nel migliore dei casi feriti al ventre e che cercano da sciamani di leggere se la scamperanno o se stanno per lasciarci la pelle.

Il tunnel è la strettoia conforme a quella striscia di terra che non trova pace. Ben altro che la Terra nutrice degli antichi.

Lì sotto si sta nel buio decantando che gli occhi hanno modo di riposarsi dalla luce sgradevole dei tiranni avversi.

L’area palestinese è una terra di modeste dimensioni. Sia la striscia di Gaza che Israele hanno una forma allungata, simile ad una lingua che parla troppo spesso in modo biforcuto e continuamente imbroglia le buone intenzioni di convivenza dei popoli che la abitano. Babele ha lasciato segni che sembrano tradire gli sforzi di ogni chirurgia estetica di una politica con bisturi spuntati.

Quello è uno spicchio del mondo che è condannato a vivere soltanto in tempo presente, esclusivamente concentrato alla propria sopravvivenza, ogni energia rivolta a respirare per come possibile, nulla da questo può essere distratto.

Il presente è un costante innanzi a ciò che sono. Quando si regala un dono è usanza dire di aver portato un presente. A Gaza il presente è una disgrazia, una attenzione che nessuno si augura di avere.

SI dice che alcune popolazioni sudamericane rovescino i termini di quanto si creda. Il passato, in quanto conosciuto, sta avanti. Al contrario, del futuro non ci sarebbe da fidarsi. È ignoto e arriva alle spalle senza preavvisi e nelle forme che non puoi scegliere o rifiutare e che devi necessariamente subire.

Passato è ciò che è trascorso nel tempo ma che è anche un passato di speranze andate in fumo, poltiglie di quanto ogni volta sembrava quasi a portata di mano, spremuta di attese rimaste fatalmente tali. Anche in cucina si ricorre ad un passato per rendere più digeribile e delicata una pietanza che altrimenti risulterebbe più impegnativa a mandar giù.

A Gaza e dintorni il futuro ha la certezza della ripetibilità di una morte non gentile o ancor meglio che si possa avere un futuro accettabile solo dopo la morte.

Di nuovo, ad ottobre, appena qualche giorno prima del nostro Rodrigo di Triana, sia pure un po’ di secoli dopo, gli assassini di Hamas ha avvistato una umanità da far fuori dando inizio alla operazione Al-Aqsa flood, alluvione Al-Aqsa.

Al-Aqsa è anche il nome della terza moschea dell’Islam, è il “tempio lontano” ed anche il terzo sito sacro dell’Islam posta sul Monte del Tempio di Gerusalemme. La Moschea ad aprile è stata presa d’assalto dalla polizia israeliana per varie ragioni, durante il periodo del Ramadan, portando via oltre 300 persone.

Ora è giunta per vendetta la risposta di Hamas con la sua alluvione di terrore. Lontana è diventata anche la prospettiva di una normalità in uno sputo di terra da troppo in conflitto.

Non si è trattato di acqua ma di sangue sparso per irrorare la proclamazione di una guerra. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ora si fa a gara a chi picchia più forte.

Noè si salvò dalla tempesta delle acque, insieme alla famiglia ed alle bestie del mondo, per dare a tutti un nuovo giorno. Questa volta non si intravede un’arca in grado di ripetere l’impresa.

Tempesta perfetta in meteorologia è quello che colpisce l’area più vulnerabile di una regione. E’ questo il solo primato di cui quella terra può vantarsi.

Ricomporre il mondo dei Popolari, non pretendere di gestire una esclusiva.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Come in tutte le grandi famiglie politiche e culturali non c’è nessuno che ne possa rivendicare, in esclusiva, la sua rappresentanza. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. Ovvero, il pluralismo delle varie opzioni politiche è un dato sufficientemente radicato ed acquisito. E da molto tempo.

E questo vale, a maggior ragione, per una realtà come quella Popolare, cattolico democratica e cattolico sociale che dopo la fine della Dc e il tramonto di alcune formazioni politiche che si sono succedute al cosiddetto “partito italiano” per eccellenza, hanno riscoperto progressivamente una pluralità di scelte politiche. E, sempre per fermarsi alla realtà dei Popolari, è altrettanto chiaro ed evidente che – anche sul versante giuridico – dopo la “sospensione” del Partito Popolare Italiano sostituito, per l’attività ordinaria e straordinaria da un Comitato dei 58, non si è mai proceduto alla trasformazione di quel partito in una Associazione. Elemento, questo, irrealizzato e che giustifica, di conseguenza, la pluralità delle varie opzioni politiche.

Ora, al di là dell’aspetto formale/giuridico, che comunque non è affatto secondario anche ai fini del giudizio politico, è indubbio che a maggior ragione nessuno può ergersi a rappresentante esclusivo dell’area Popolare e del mondo cattolico democratico e sociale. Non lo possono fare, come ovvio ed evidente, i Popolari che hanno una corrente organizzata all’interno del partito della sinistra massimalista e radicale della Schlein né, tantomeno, chi si riconosce in alcuni partiti di centro destra, né a quelli che aderiscono al partito personale e laicista di Calenda e neanche a tutti coloro – come la nostra esperienza di “Tempi Nuovi” – che coltivano l’obiettivo di rafforzare e ricostruire il Centro e una “politica di centro” nel nostro paese. Insomma, la vulgata che si fa strumentalmente trapelare che la coerenza, e soprattutto la rappresentanza, dei Popolari coincide con una sola di queste realtà è semplicemente falsa e fuorviante.

Detto in altri termini, e in attesa che decolli un processo di “ricomposizione” politica, culturale ed organizzativa dell’area Popolare e non esistendo, ad oggi, una Associazione giuridicamente riconosciuta, non c’è alcuna realtà Popolare presente nei vari partiti che ne rappresenti la sua totalità. Non certamente nel Pd della Schlein, soprattutto dopo la svolta radicale, estremista e laicista di quel partito e né in altre formazioni politiche presenti nella cittadella politica italiana.

Un richiamo, questo, che vale per tutti coloro che hanno la pretesa, a volte anche un po’ goffa, di rappresentare tutto l’universo politico, culturale, valoriale e storico dell’area Popolare e cattolico sociale nel nostro paese.

Integrazione UE, il lavoro del Laboratorio Europa-Eurispes sulle sfide aperte.

Foto di 652234 da Pixabay
Foto di 652234 da Pixabay

Di fronte al rapido cambiamento in corso nel mondo, a conflitti e a nuove crisi cresce la consapevolezza che l’Unione Europea sia ormai giunta davanti a un bivio: o cambiare nel senso di una maggiore integrazione, di una unione più profonda che la renda capace di affrontare le nuove sfide oppure ritornare ad essere solo un mercato unico. Anche le elezioni europee del prossimo anno possono costituire un’occasione per reagire e per definire una risposta politica articolata e di ampio respiro.

E proprio delle sfide aperte per l’integrazione dell’UE si è discusso ieri l’altro, venerdì 10 novembre, a Roma, presso lo spazio “Esperienza Europa”, promosso dal Parlamento e dalla Commissione europea e intitolato all’ex presidente del Parlamento europeo David Sassoli, nel corso di una conferenza del Laboratorio Europa dell’Eurispes sui risultati del lavoro di riflessione e approfondimento svolto in questi mesi dal medesimo think tank – coordinato sin dalla sua costituzione dal compianto sindacalista della UIL Carmelo Cedrone, e ora dal prof. Umberto Triulzi – su temi centrali per l’integrazione europea. Un lavoro che nei mesi scorsi si è concentrato in tre incontri seminariali su altrettante sfide per l’UE, quelle dell’Europa sociale, dell’energia e dell’economia all’insegna di una via europea alla sostenibilità.

La sfida dell’Europa sociale consiste nel mettere sullo stesso piano competenze, innovazione e protezione sociale. Per questo il Piano di Azione del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, pubblicato l’anno scorso, si concentra su tre obbiettivi principali entro il 2030: l’occupazione, la formazione e la riduzione della povertà. Si tratta di intervenire per accompagnare i cittadini di fronte ai grandi cambiamenti prodotti dall’introduzione di nuovi strumenti informatici ad alta definizione, tra cui l’Intelligenza Artificiale, la Robotica, i Big Data, per evitare che prevalga un sentimento di paura e che si creino nuove forme di disuguaglianze.

Da qui la proposta del Laboratorio Europa di organizzare in ambito UE dei centri di osservazione sociale, veri e propri punti di intelligence sociale, per valutare questi aspetti  dei cambiamenti sociali che operano in profondità al fine di migliorare gli standard, i parametri, gli indicatori europei condivisi, vale a dire una tassonomia sociale ben definita, attraverso cui poi l’Europa possa prende decisioni prescrittive e vincolanti nella definizione della dimensione sociale dello sviluppo sostenibile e valutarne i reali  benefici sociali piuttosto che gli aspetti che meritano di essere rimodulati.

La seconda sfida per l’UE, quella economica, riguarda in profondità il dibattito in corso sulla riforma del Patto di Stabilità. Si tratta di trovare un accordo tra chi ritiene che la Commissione Europea operi con un eccesso di discrezionalità (i cosiddetti Paesi “frugali”) e chi lamenta un eccesso di rigidità e arbitrarietà che danneggia Paesi con debiti molto alti come quelli mediterranei. Ma di fronte alla questione ambientale, alla transizione geopolitica, con i suoi conflitti aperti in Europa e nel Mediterraneo, l’UE non può rimanere imbrigliata nell’immobilismo. Ecco allora emergere in una nuova luce, e con una maggiore urgenza che nel passato, il tema della cooperazione rafforzata per gli stati membri che vogliano procedere ad una unione più profonda che riguardi anche una fiscalità comune che consenta di avere un bilancio comune per far fronte nell’ottica della sussidiarietà a problemi rispetto ai quali gli stati nazionali non sembrano più avere la necessaria dimensione.

Sulla terza sfida per l’UE, individuata dal Laboratorio  Europa, quella energetica, si sottolinea che merita un approccio equilibrato capace di tener conto di tutti i fattori che concorrono alla transizione ambientale (dagli aspetti finanziari legati al carbon pricing, caratterizzato sia dallo scambio di quote di emissioni, il cosiddetto ETS, sia dalla tassazione diretta sulla produzione di CO2, ai nuovi legami commerciali con il Sud Globale per le terre rare, alla neutralità tecnologica rispetto alle modalità con cui ottenere energia pulita).

Il lavoro di approfondimento e di dibatto del Laboratorio Europa dell’Eurispes proseguirà nei prossimi mesi, continuando a mettere a disposizione dei decisori analisi, idee e proposte di notevole interesse.

Il premierato nella versione Meloni complica la governabilità del Paese

Occorre superare un equivoco generato dalla ingannevole asserzione che sono gli italiani a dover decidere da chi essere governati per assicurare la governabilità. L’elezione diretta del premier invece non assicura la stabilità del governo – anzi la complica – perché la si lega ad una sola persona togliendo spazio decisionale e di manovra al Presidente della Repubblica e alla libera sovranità parlamentare.

A supporto della riforma vengono citati come paragone paesi come gli USA e la Francia ma a sproposito per due motivi. Il primo è che mai come oggi constatiamo evidenti limiti di governabilità perché Macron è uscito dalle elezioni traballante mentre Biden fatica a gestire il paese con un parlamento dilaniato e diviso dal prepotente populismo di Trump. Secondo motivo è che sono storie, culture e sistemi di paesi incomparabili con noi ed è giusto e saggio che ognuno aggiorni il proprio sistema sulle fondamenta della propria ispirazione costituzionale.

Vi sono poi i paesi delle cosiddette “democrazie illiberali” (vedasi Ungheria), formula che maschera limiti alla libertà personale dei cittadini in cambio di un ipotetico maggiore ordine, ma si spera che non vogliamo essere cosi ubriachi da scegliere questa via. La governabilità di un paese, se legata ad una persona, toglie la possibilità di valutare se il ricorso ad elezioni sia opportuna in situazioni di particolari emergenze per il paese che possono essere economiche, sanitarie, di guerre e altri motivi. Se poi addirittura il candidato premier è leader di un partito saldamente nelle sue mani, il rischio di un cortocircuito fra interesse personale elettorale e quello del paese è del tutto evidente.

Il premierato rischia di produrre situazioni di stallo. Come recita l’articolo 1 della Carta la sovranità certamente appartiene al popolo che la esercita nella forma e nei limiti ivi prescritti, ergo i nostri governi sono sempre stati pienamente rispettosi della volontà del paese. Secondo poi la logica perseguita della riforma voluta dalla Presidente del Consiglio Meloni ed alleati, non dovremmo mai piu’ ricorrere a governi tecnici (cosiddetti ribaltoni), ovvero se cosi fosse già stato non avremmo potuto avere ad esempio il governo Draghi, che invece si è rivelato provvidenziale in un momento grave. I governi tecnici in particolare momenti di impasse sono invece utili, anzi necessari, se affidati a persone autorevoli per capacità e prestigio. Se poi c’è una istituzione che in questi decenni di strampalerie populiste ha tenuto in piedi la Repubblica è la Presidenza a cui tanto dobbiamo e che dobbiamo tenerci stretta. In caso di crisi il rischio è che la maggioranza uscente decida se ricorrere o meno alle elezioni in base a criteri di convenienza elettorale e di potere mentre invece il Presidente della Repubblica quale figura super partes valuta e propone in base alla necessità del paese in quel determinato momento (come è avvenuto).

L’elezione diretta del premier inevitabilmente ridurrebbe il peso istituzionale del Presidente, è ovviamente…ovvio.  Si possono fare altre riforme per garantire stabilità e velocità, si può introdurre la sfiducia costruttiva e ragionare sul cancellierato tedesco, che è un sistema vicino alla nostra storia. Si potrebbe anche ragionare sull’opportunità di superare il bicameralismo perfetto stabilendo compiti ed iter diversi fra le due camere. Come ha osservato Romano, Prodi per assicurare stabilità basterebbe una buona legge elettorale. La riforma inoltre contempla l’eliminazione dei Senatori a vita per meriti particolari, non potremmo quindi più annoverare nel nostra camera alta personalità che aggiungono qualità e prestigio.

Se la proposta è figlia di conto economico si ragioni sui compensi, se è figlia della logica di avere un parlamento senza persone “libere” allora proprio no. Una vera riforma sarebbe quella che i partiti fossero autenticamente democratici e non in mano a poche persone, e che quindi i candidati alle elezioni fossero persone di qualità e non solo scelti e garantiti per fedeltà (meglio evitare poi i gruppi familiari) indefessa al capo. Così quindi meglio un chiaro No.

Avanti popolo, la Meloni pensa già al referendum sulla riforma costituzionale.

Sul premierato “saranno gli italiani a decidere se confermare o no questa rivoluzione. Voi che volete fare? Volete contare e decidere o volete stare a guardare mentre i partiti decidono per voi? Questa è la domanda che faremo se sarà necessario e quando sarà necessario”. Giorgia Meloni torna a utilizzare il format degli ‘Appunti di Giorgia’ per parlare direttamente con gli italiani o, almeno, con il suo ‘popolo’.

In serata la premier carica quindi sui social un lungo video (oltre 28 minuti) per affrontare alcuni dei temi ‘caldi’ delle ultime settimane. Gonna e golfino grigio, Meloni guida il pubblico in un piccolo tour di Palazzo Chigi a partire dalla Sala dei Presidenti, dove sono appese le foto di tutti i presidenti del Consiglio dall’unità a oggi. Manca la sua, che sarà appesa a fine mandato, e “ci vuole tempo, almeno 4 anni”, garantisce. La Sala le dà l’occasione per parlare della riforma del premierato.

Ribadendo che “i poteri del presidente della Repubblica non vengono toccati, salvo ovviamente il fatto che l’incarico viene automaticamente assegnato al candidato che si è affermato nelle urne”, Meloni rivendica una riforma che darà “stabilità” e farà diventare l’Italia una “democrazia matura”. Una riforma che vuol togliere potere ai ‘Palazzi’ e infatti, attacca, la osteggiano coloro che sono “talmente abituati a governare perdendo le elezioni che vogliono continuare così”.

La premier garantisce che “intendiamo lavorare per avere il più ampio consenso possibile per raggiungere i 2/3. Ma se non dovesse essere raggiunta” tale maggioranza “saranno i cittadini a confermare o no questa rivoluzione”.

 

Fonte: Notiziario Asknews.

Macron neutrale sulle manifestazioni contro l’antisemitismo, ma rilancia la tregua.

Il presidente francese Emmanuel Macron non parteciperà alla marcia contro l’antisemitismo in programma domenica a Parigi: è quanto pubblica l’Agence France Presse citando fonti dell’Eliseo.

Macron ha voluto mantenere una posizione “al di sopra delle parti, come padre della nazione” malgrado il desiderio di esprimere personalmente la propria solidarietà con gli ebrei francesi, hanno spiegato le fonti.

Al tempo stesso, il Presidente francese ha chiarito ulteriormente la sua posizione sul conflitto in corso a Gaza.

Non vi sono giustificazioni” per i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, mentre una tregua sarebbe di beneficio anche per Israele: questo è quanto egli ha dichiarato in una intervista concessa alla Bbc.

Macron ha tuttavia riconosciuto il diritto a difendersi dello Stato ebraico, e ha sottolineato come la Francia abbia “chiaramente condannato” gli atti “terroristici” di Hamas, augurandosi che anche Gran Bretagna e Stati Uniti si uniscano ai suoi appelli per un cessate il fuoco. La conclusione di tutti i governi e le agenzie presenti alla conferenza umanitaria svoltasi ieri a Parigi è che “non vi sia altra soluzione che una pausa umanitaria seguita da un cessate il fuoco, che ci permetta di proteggere i civili che non hanno nulla a che fare con i terroristi”, ha continuato.

“Oggi sono i civili ad essere bombardati, de facto: questi bambini, queste donne, questi anziani vengono bombardati e uccisi. Non esiste alcuna ragione e quindi legittimità per questo, e quindi chiediamo a Israele di fermarsi” ha concluso Macron, precisando come non sia il suo ruolo quello di stabilire se sia stato violato in diritto internazionale.

 

Fonte: Notiziario Askanews (con integrazioni).

Signorini (Bankitalia) invita a guardare agli immigrati come risorsa

Foto di mostafa meraji da Pixabay
Foto di mostafa meraji da Pixabay

“Le tendenze demografiche lasciano prevedere, ancora per vari anni, una continuazione della pressione migratoria verso i paesi avanzati. Chi si troverà a gestirla sarà chiamato a ricercare difficili equilibri, bilanciando costi e benefici, istanze etiche e dinamiche sociali non sempre agevolmente conciliabili”. Così Luigi Federico Signorini, direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass, con un intervento al Rotary Club a La Spezia.

“In tutto questo – ha proseguito – non dovrebbe perdere di vista il fatto puro e semplice che, se le tendenze demografiche non cambieranno drasticamente (e non sono, di regola, variabili che cambino in fretta), il declino e l’invecchiamento della popolazione, i relativi riflessi sulla crescita e la sostenibilità, sono un problema delle società avanzate che la pressione migratoria, se gestita con oculatezza, può contribuire a risolvere”.

“Al di fuori dell’ambito strettamente economico, restano, senza toccare questioni ideologiche o identitarie, su cui non vogliamo dir nulla in questa sede, vari potenziali issues di ordine culturale, sociale, legale. Tutto quanto abbiamo detto fin qui presuppone flussi autorizzati, impieghi regolari e comportamenti rispettosi della legge da parte di tutti, migranti e nativi. Non tocca l’arduo problema di gestire l’immigrazione illegale e le relative emergenze. Non abbiamo né competenza né titolo per fornire dati o raccomandazioni in proposito”, ha detto.

“Diremo soltanto una cosa. Le scene, a volte dure, che i media ci mettono sotto gli occhi mostrano che grandi numeri di persone, anche senza contare i rifugiati, che sono un’altra storia, sono disposte a tutto pur di perseguire in terre lontane l’obiettivo di un destino migliore: a impiegare i risparmi di una vita; a mettere a repentaglio la vita stessa, la propria e quella dei propri cari, affidandosi a intermediari senza scrupoli. Comunque lo si voglia giudicare, è un fatto. Difficile, realisticamente, pensare di potere gestire questa intensa pressione senza prepararsi a offrire a qualcuno la chance di un ingresso regolare – ha affermato Signorini – a condizioni ben definite, con politiche di integrazione ben disegnate e programmi di ingresso calibrati, che tengano conto delle esigenze delle nostre economie. Quanto più un fenomeno è arduo da arrestare, tanto più pare opportuno che un paese che sta affrontando un marcato declino demografico lo veda non, o se credete non solo, come un problema, ma anche come un’occasione da cogliere”.

“Massimo Livi Bacci, in un suo bel libro che ripercorre diverse vicende migratorie antiche e recenti, ricorda che gli spostamenti di popolazione hanno accompagnato nel bene e nel male tutta la storia dell’umanità. Trova addirittura in Seneca ‘tutti gli argomenti di un moderno dibattito’: dal fatto che ‘la migrazione è connaturata alla specie umana’ ai modi, caratteristiche e cause delle migrazioni: ‘si migra perché ‘privati di ogni cosa’, perché scacciati dai conflitti o da flagelli naturali come le pestilenze o i terremoti. Oppure per fattori che oggi si chiamerebbero malthusiani, ‘per eccessiva densità di popolazione’à oppure ‘perché attratti dalla nomea di una contrada fertile, decantata come la migliore””.

“Dice Livi Bacci: ‘Anche oggi, come ai tempi di Seneca, è evidente la mescolanza di popoli e di etnie, conseguenza della stratificazione storica delle migrazioni’. Ce lo confermano le parole liguri che si sentono ancora nello spagnolo del Río de la Plata – ha concluso – specie nell’antico insediamento genovese della Boca (anzi: “da Bocca”) a Buenos Aires; o el dia del fainà che, leggo, si celebra ogni anno a Montevideo il 27 agosto, in onore di quello che è diventato un piatto nazionale dell’Uruguay”.

 

 

Fonte: Notiziario Askanews.

La Voce del Popolo | Un Parlamento sempre meno rappresentativo.

Somiglia molto all’Azione parallela di Musil, la riforma Meloni. E cioè a quel grandioso apparato simbolico e burocratico con cui l’impero asburgico avrebbe voluto celebrare la sua potenza. Un’impresa destinata a finire nel nulla dopo aver alimentato la fantasia letteraria dell’“Uomo senza qualità”.

La qualità letteraria, affidata al ministro Casellati, non è proprio quella del grande scrittore austriaco. E la qualità politica, a sua volta, lascia piuttosto a desiderare anch’essa. Si conferiscono poteri in più al primo ministro, che ne ha già parecchi e forse perfino troppi.

In compenso si riduce l’influenza morale del Capo dello Stato, che in parecchie occasioni ha tirato la politica fuori dai suoi guai. Non si fa nulla per ridare un po’ di vita a un Parlamento sempre più esangue e sempre meno rappresentativo. Infine, si irrigidisce un sistema che dà il meglio di sé quando può operare con saggia flessibilità politica. Quella saggia flessibilità che fa tutt’uno con le virtù di una democrazia rappresentativa.

La maggioranza mostra di credere a questa impresa solo fino a un certo punto. E le opposizioni oscillano tra la denuncia di un pericolo e la descrizione di un pasticcio. Sullo sfondo si profila la possibilità di un referendum dal quale il governo mostra di volersi proteggere evitando di mettersi in gioco nel modo troppo ardimentoso che fu di Renzi qualche anno fa.

Insomma, sembrano esserci tutti gli ingredienti di una commedia non troppo avvincente. L’unica consolazione è che a parere di (quasi) tutti alla fine non se ne farà nulla. Come nel grandioso romanzo di Musil, per l’appunto.

 

 

Fonte: La Voce del Popolo – 9 Novembre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La diaspora dei Popolari è problema politico o di leadership?

La diaspora, o meglio, la divisione tra i Popolari è un tema talmente noto che non fa neanche più notizia. Apparentemente non ci sono motivazioni vere e reali che legittimano e giustificano questa cronica divisione. Come tutti ben sanno, le motivazioni risiedono nella presunzione che ciascun gruppo o movimento o soggetto politico riconducibile ai Popolari pensa di avere una rappresentanza esclusiva e quasi totalizzante del mondo e dell’intera area Popolare italiana. Appunto, una presunzione. E di fronte a questo spaccato emerge, purtroppo, anche la difficoltà oggettiva per questa cultura politica nel riuscire a condizionare e a orientare l’evoluzione del dibattito politico. Un elemento che nel passato, recente e meno recente, è sempre stato decisivo per affrontare e cercare di risolvere i nodi politici più delicati della storia democratica italiana.

Ora, il tentativo messo in campo recentemente da Beppe Fioroni e da molti amici cattolici democratici, cattolici popolari e cattolici sociali di ricomporre questo mondo e di superare le incrostazioni che si sono sedimentate dalla fine della Democrazia Cristiana, del Ppi e della Margherita e che si sono allungate sino a poco tempo fa, sta riscuotendo un discreto consenso anche perché l’alternativa a questo progetto è prendere atto della propria irrilevanza politica, culturale ed organizzativa. Ma, per centrare un vero obiettivo, oltre ad una necessaria e persin fisiologica “ricomposizione” è altrettanto indispensabile coltivare un progetto politico credibile e soprattutto coerente. E, al riguardo, il progetto non può essere che quello di collocare questa esperienza politica e culturale in una prospettiva di Centro che sia in grado da un lato di indebolire un “bipolarismo selvaggio” e maldestro che impoverisce progressivamente la stessa cultura di governo e, dall’altro, di ricostruire un luogo politico che storicamente ha giocato un ruolo decisivo in un sistema politico ed istituzionale come quello italiano. E per la stessa specificità della società italiana.

Ed è per questi motivi che il nodo politico da sciogliere per ricomporre l’area popolare non può essere né quello riconducibile al progetto politico e né, tantomeno, quello di individuare un leader salvifico e miracolistico che sia in grado di infiammare chi si riconosce in questo filone di pensiero e in questa cultura politica. Per la semplice motivazione che è proprio la cultura Popolare che respinge, quasi statutariamente, l’idea che è sufficiente avere un “capo” riconosciuto ed assoluto per guidare il suo cammino politico nella società e nelle istituzioni. Perché sin dai suoi esordi, il movimento politico Popolare ha sempre avuto una leadership politica diffusa come si suol dire, anche se al suo interno – com’è altrettanto ovvio – ci sono sempre stati autorevoli e qualificati leader e statisti nazionali.

Ecco perché, se il problema non è riconducibile né alla collocazione politica – fuorchè qualcuno pensi, goliardicamente, che il progetto della sinistra radicale massimalista e libertaria della Schlein o il populismo anti politico e qualunquista dei 5 Stelle o il sovranismo clericale della Lega salviniana siano i luoghi più accoglienti e coerenti per il popolarismo di ispirazione cristiana – e né, tantomeno, ad una leadership assolutista e demiurgica, il nodo risiede esclusivamente nella capacità di superare ridicole ed insignificanti, nonchè sterili, rendite di posizione e accettare sino in fondo l’invito ad una seria e del tutto percorribile “ricomposizione” politica, culturale ed organizzativa. Del resto, non si può sacrificare la nobiltà e la straordinaria modernità di un pensiero politico e di una tradizione storica sull’altare di gesti infantili e di piccolo cabotaggio.

Sánchez abbraccia gli indipendentisti catalani scatenando la reazione anche nel Psoe

Foto di M W da Pixabay
Foto di M W da Pixabay

La Spagna potrebbe avere un nuovo governo dopo due elezioni nello stesso anno e una lunga fase di stallo. Il condizionale è d’obbligo perché piovono critiche sull’operato del premier uscente, il socialista Pedro Sánchez, pronto a guidare un esecutivo che nasce sulla base di una trattativa a dir poco disinvolta con Puidgemont. “Stiamo parlando della stabilità istituzionale della quarta economia dell’euro: mai prima d’ora abbiamo vissuto una situazione simile”. Lo ha denunciato al Tg2 il presidente del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, commentando l’accordo, dopo settimane di negoziati, tra il Psoe e gli indipendentisti catalani di Junts.

“Il candidato socialista che ha perso le elezioni”, ha proseguito nell’intervista, “sta cercando di diventare premier negoziando con gli indipendentisti che hanno come primo obiettivo quello di mutilare una parte del territorio spagnolo. È una ferita allo stato di diritto ed è una cosa senza precedenti nell’Unione Europea”.

Quanto all’amnistia, ovvero la base dell’accordo tra i socialisti di Sánchez e gli indipendentisti, Feijóo ha ricordato che “nel codice penale c’è il reato di attentato contro l’integrità territoriale della nazione spagnola: Carles Puigdemont è fuggito dalla giustizia spagnola e oggi (ieri per chi legge, ndr) a Bruxelles negoziava con il socialista Pedro Sánchez per la sua investitura. Non accetteremo mai l’amnistia per gli indipendentisti, questa è una frode elettorale priva di consenso politico e un attacco allo stato di diritto e alla democrazia della Spagna”.

Anche tra i socialisti si levano forti voci di critica. L’ex premier Felipe González lancia l’alternativa di nuove elezioni affinché siano gli spagnoli a decidere se accettare o meno l’amnistia per il leader della tentata secessione catalana. “Dico davvero a tutti i cittadini, a partire dai miei compagni, che non ne vale la pena”. La via d’uscita è quella di “vincere le elezioni”, da ripetere a breve. Certi “cambiamenti nella posizione del partito non sono giustificati”, ha sottolineato con forza Gonzales nella sua dichiarazione.

Da notare anche l’unanime condanna delle Associazioni dei magistrati: l’accordo con Puigdemont – sostengono in una dichiarazione – rappresenta un grave atto d’ingerenza parlamentare nelle decisioni giudiziarie, violando la separazione dei poteri. Anche questo rende meno sicure le previsioni di successo attribuite a Sánchez.

Ma qual è il quadro dei rapporti di forza? Il Psoe ha 121 seggi, ai quali vanno aggiunti i 31 della coalizione di sinistra Sumar, i 7 di Erc, il partito catalanista di sinistra, i 6 di Bildu, il partito radicale basco, quello del deputato di Bng, il partito galiziano e i 7 di Junts. Nel complesso raggiungono 173 seggi. Per arrivare alla maggioranza di 176, Sánchez dovrà ottenere anche i 5 voti del Pnv, il partito nazionalista basco, i socialisti danno per scontato di poter raggiungere facilmente quest’ultimo accordo. Se ciò non fosse, lo sbocco traumatico di un nuovo ricorso alle urne sarebbe inevitabile.

Asianews | A Shanghai la fiera va male, evidentemente va male la Cina.

Foto di Philipp da Pixabay
Foto di Philipp da Pixabay

La Camera di Commercio dell’Unione europea in Cina ha definito l’evento “una vetrina politica”. Carlo D’Andrea, vicepresidente della Camera, ha dichiarato in un briefing con i media il 3 novembre scorso che “è più un evento di affari governativi, di marketing e si è parlato davvero poco di affari”.

Quest’anno è stato il premier cinese Li Qiang ad annunciare l’apertura ufficiale della Ciie. Un fatto significativo, perché è la prima volta che il presidente Xi Jinping non tiene il discorso della cerimonia di apertura dell’esposizione.

Un sondaggio condotto dalla Camera il mese scorso ha mostrato che il tasso di partecipazione dei suoi membri è sceso dal 42% al 32% dalla prima esposizione. Sebbene il 59% delle imprese intervistate abbia dichiarato di aver tratto beneficio dall’impegno del governo in fiera, l’anno scorso solo un quarto dei partecipanti ha concluso affari all’expo. Un dato ben diverso anche solo al 2018 quando circa la metà dei partecipanti aveva concluso accordi in fiera. La maggior parte dei partecipanti sono grandi aziende, anche perché la presenza di piccole e medie imprese è ostacolata – se non bloccata – dagli alti costi di partecipazione e dalla logistica.

Il leader cinese Xi Jinping ha lanciato la fiera a Shanghai nel 2018 per rispondere alle critiche sul massiccio surplus commerciale, nel momento in cui l’ex presidente statunitense Trump aveva iniziato la guerra commerciale con la Cina. All’epoca Pechino aveva promesso di importare più prodotti e servizi e di dare maggiore accesso alle aziende straniere. In realtà, a distanza di cinque anni il deficit commerciale dell’Ue con la Cina è ancora in aumento. E un numero sempre maggiore di aziende straniere si lamenta dell’ambiente commerciale sin troppo politicizzato della Cina.

Ciononostante, per l’edizione 2023 gli Stati Uniti hanno allestito per la prima volta un padiglione espositivo all’Expo. Nel contesto delle tensioni tra le due potenze, l’ambasciatore Usa in Cina Nicholas Burns ha inaugurato il padiglione e ha promesso di promuovere il commercio fra le parti, non il decoupling (in sostanza, ricollocare la produzione delle imprese americane fuori dalla Cina in settori ritenuti strategici).

Secondo quanto riportato dai media ufficiali cinesi, quest’anno alla China International Import Expo partecipa la metà delle aziende presenti nel Fortune Global 500. Fra queste, vi è anche il produttore americano di semiconduttori Micron. Le autorità di Pechino hanno escluso l’azienda dalla rete delle infrastrutture di telecomunicazione per motivi di sicurezza nazionale.

 

Fonte: AsiaNews – il titolo originale è “Pechino: deficit negli investimenti diretti esteri, nubi sul futuro delle imprese”. Il testo qui riproposto è uno stralcio dell’articolo.

 

Per leggere l’articolo completo

https://www.asianews.it/notizie-it/Pechino:-deficit-negli-investimenti-diretti-esteri,-nubi-sul-futuro-delle-imprese-59521.html

Un modello ibrido e contraddittorio di premierato porta inevitabilmente al referendum

Il disegno di legge costituzionale approvato il 3 novembre dal Consiglio dei ministri si prefigge un obiettivo condivisibile – dare stabilità al Governo rafforzando la posizione del Presidente del Consiglio –, ma lo fa seguendo una strada sbagliata, benché sul piano del metodo debba essere apprezzato il carattere puntuale e circoscritto della revisione, che tocca solo quattro articoli della Costituzione.

 

I capisaldi della proposta sono i seguenti: l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, che è contestuale a quella delle Camere; la sua durata quinquennale; l’impossibilità di sostituire il Presidente eletto se non da parte di un parlamentare della sua stessa maggioranza e solo per proseguire nell’attuazione del programma di governo approvato dalle Camere; l’attribuzione di un premio di maggioranza che assicura alle liste collegate al Presidente eletto il 55 per cento dei seggi; la soppressione della categoria dei senatori a vita.

Secondo i proponenti la riforma garantisce finalmente il rispetto del voto popolare e la continuità del mandato conferito dagli elettori; elimina “inciuci” e ribaltoni; preserva le prerogative del Presidente della Repubblica; opera nel perimetro della nostra forma di governo parlamentare.

Ad una più attenta analisi, tuttavia, nessuna di queste affermazioni è convincente. L’elezione diretta, infatti, non dà affatto al Presidente del Consiglio la garanzia di durare 5 anni, perché la sua maggioranza lo può sempre scaricare, sostituendolo con un altro parlamentare della coalizione vincente, purché porti avanti lo stesso programma politico.

Né questo vincolo è idoneo a rendere più difficili i tanto vituperati ribaltoni, perché la coerenza con il programma precedente è una condizione talmente evanescente da renderne ben difficile l’accertamento.

Si pensi, del resto, a quanto accaduto proprio con riguardo alla riforma che viene proposta. Il programma originario del centrodestra, infatti, prevedeva una soluzione diversa – l’elezione diretta del Presidente della Repubblica – che poi è stata cambiata in corso alla luce dei compromessi raggiunti all’interno della coalizione. Cosa fa pensare che una simile dinamica non possa ripetersi anche in futuro, con uno stesso Presidente del Consiglio che modifica la sua iniziale maggioranza o con una diversa maggioranza che si sceglie un nuovo Premier?

Insomma la norma anti-ribaltone, più che avere un effetto di deterrenza nei confronti dei cambi di maggioranza, finisce per favorire la conflittualità all’interno della coalizione, perché il leader del secondo partito avrà sempre interesse a muoversi sotto traccia per logorare il Presidente eletto al fine di prenderne il posto.

Ma non è tutto. L’investitura diretta del Presidente del Consiglio non vale neppure a conferirgli i poteri di cui dispongono i suoi omologhi, benché non eletti, nei principali Paesi europei, come la nomina e revoca dei ministri, nonché la possibilità di chiedere e ottenere, a certe condizioni, lo scioglimento anticipato delle Camere. Chi invece può attivare “l’opzione nucleare” dello scioglimento è il secondo Premier, che pur non essendo eletto direttamente è il vero inamovibile, giacché la sua caduta porta dritti al voto anticipato.

In altri termini siamo di fronte ad un Presidente del Consiglio che non è più un primus inter pares, in forza della sua legittimazione diretta, ma che non è ancora un Primo Ministro; e a cui, per giunta, questa nuova legittimazione non basta neppure, visto che deve anche ottenere la fiducia iniziale delle Camere.

Qui emergono tutte le contraddizioni del premierato “vorrei ma non posso” in salsa italiana, che dopo aver abbandonato l’ipotesi di eleggere direttamente il Capo dello Stato, non ha però tratto fino in fondo tutte le conseguenze che derivano dall’investitura popolare del Presidente del Consiglio, perché ha anche escluso – e può aggiungersi per fortuna! – l’applicazione del principio simul stabunt simul cadent, che avrebbe significato il ritorno alle urne in caso di crisi. Si resta quindi in una sorta di limbo istituzionale, dando vita ad un modello ibrido che non ha eguali in nessuna parte del mondo.

Non è poi vero che la riforma mantiene intatti i poteri del Capo dello Stato, che non sono solo quelli elencati negli articoli 87 e seguenti, ma consistono in tutta una serie di attività informali di persuasione, di stimolo, di mediazione, che gli consentono di riavviare il motore costituzionale ogniqualvolta questo, per qualsiasi ragione, si blocchi.

Intanto già sul piano formale il Presidente della Repubblica non può più nominare i senatori a vita, né può sciogliere una sola Camera, come avvenuto sistematicamente nelle prime tre legislature repubblicane. Ma è soprattutto sul piano sostanziale che le prerogative presidenziali risultano completamente svuotate.

Perde ogni margine di discrezionalità nella formazione del Governo, dovendo conferire l’incarico al Presidente eletto. E in caso di crisi non può più verificare l’esistenza di maggioranze alternative all’interno dei due rami del Parlamento, ma è obbligato a dare un secondo mandato al Presidente dimissionario o a incaricare un parlamentare ad esso collegato. Tertium non datur perché l’alternativa è solo la fine anticipata della legislatura.

I poteri del Presidente della Repubblica, dunque, vengono imbrigliati all’interno di automatismi estremamente rigidi. La nomina del Governo e lo scioglimento delle Camere diventano atti dovuti. Viene meno ogni possibilità di ricorrere a quelle soluzioni flessibili intimamente connesse al suo ruolo di garante dell’equilibrio costituzionale, come la formazione di governi tecnici o di solidarietà nazionale in situazioni di emergenza; o di governi presieduti da non parlamentari – il Governo Renzi o il Conte I – quando siano le cangianti esigenze della politica a renderli necessari. Se fossimo al posto di Israele, ad esempio, con questa riforma non potremmo dar vita ad alcun gabinetto di unità nazionale come ha fatto Netanyahu coinvolgendo l’opposizione.

Inoltre, davanti ad un Premier che, a differenza sua, ha la forza del mandato popolare e dunque gode di un surplus di legittimazione democratica che gli permette di imporre la propria volontà, come potrebbe il Presidente della Repubblica far valere la sua magistratura «di influenza» opponendosi, ad esempio, alla nomina di un ministro?

Insomma, l’elezione diretta del Presidente del Consiglio sbiadisce il Capo dello Stato, ne fa una figura di secondo piano, lo relega ad una funzione meramente simbolica; soprattutto, lo priva dell’autorevolezza che oggi lo circonda tanto per il suo ruolo al di sopra delle parti, quanto per la persona che ricopre pro tempore la carica.

Neppure è vero che la riforma è in continuità con la nostra tradizione costituzionale sulla forma di governo. Tutt’altro. Ne altera profondamente l’equilibrio, fondato sul primato del Parlamento quale organo direttamente rappresentativo della volontà popolare. Nel momento in cui alla legittimazione diretta del Parlamento si affianca quella del Presidente del Consiglio, infatti, non è più il Governo ad essere subordinato al Parlamento, ma è quest’ultimo che viene a dipendere dal primo.

Infine l’abrogazione della nomina dei senatori a vita è del tutto fuori bersaglio. Non solo perché il recente taglio dei parlamentari ha già circoscritto questo potere, fissando a 5 il tetto massimo dei nominabili. Ma soprattutto perché il problema del Parlamento non sono certo i senatori a vita, semmai è quello di un bicameralismo perfetto ormai finito, che funziona sempre più come un monocameralismo di fatto; nonché di parlamentari ridotti al silenzio dall’abuso dei decreti-legge, dai maxiemendamenti su cui viene posta la fiducia e perfino dal divieto di presentare emendamenti alla legge di bilancio!

Su questi problemi la riforma tace. Invece sarebbe bene che se ne facesse carico, correggendo le aporie che la caratterizzano, in modo da arrivare ad un testo largamente condiviso, che resti nel solco della forma di governo parlamentare, introduca i correttivi necessari a razionalizzarla in chiave europea e consenta di evitare il referendum.

Il monito di Draghi fa da bussola per il Centro

Ogni volta che Mario Draghi interviene nel dibattito internazionale, pone questioni fondamentali per il futuro dell’Europa e dell’Occidente, con le quali ci si deve confrontare. Questo rilievo notevole che ottengono i suo interventi, è dovuto sia al fatto che spesso le sue parole sono pronunciate con autorevolezza in istituzioni e centri di potere che stanno al cuore del sistema occidentale (com’è avvenuto ieri pomeriggio a un evento, il Global Boardroom 2023, del Financial Times), sia per lo spessore del suo pensiero e della sua visione, qualità rara in un’epoca in cui tra i leader del “primo mondo” che fu, sembra scarseggiare una lucida visione del domani nonostante i processi inequivocabili di varia natura in corso nel mondo.

Le cose più importanti che Draghi ha detto ieri nell’intervista al principe degli editorialisti del Financial Times, Martin Wolf, non sembrano esser solo e tanto le previsioni che segnalano alcune criticità sulla congiuntura economica europea. Quanto quelle relative a come l’Occidente si percepisce in un mondo che sta velocemente cambiando e quelle sugli interventi indispensabili per il futuro dell’Unione Europea.

Il concetto di arretramento, delle posizioni, non dei valori, ha osservato Draghi è un dato con il quale l’Occidente deve fare i conti. Afghanistan, Siria (ma si potrebbe ricordare anche l’Iraq) Crimea (e buona parte del Donbas ormai) stanno lì a ricordarcelo. Ma non per questo deve venir meno l’impegno ad affermare i valori fondamentali che stanno alla base dell’Unione Europea: “la pace, la democrazia, la libertà, la sovranità nazionale”.

Per dare forza a questi valori occorre che l’Unione Europea affronti il tema di come porsi in un mondo che sta cambiando e nel quale emergono nuovi protagonisti, se vuole esistere politicamente.

L’ex presidente della BCE, nonostante il suo curriculum più da tecnico, lo ha detto in un modo molto più efficace di molti leaders politici: “O l’Europa agisce insieme e diventa un’unione più profonda, un’unione capace di esprimere una politica estera e di difesa, oltre tutte le politiche economiche… Oppure temo che l’Ue non sopravvivrà, se non come mercato unico”.

Questa è la grande, epocale, storica sfida a cui ci invita guardare Draghi e che inspiegabilmente appare quasi assente dal nostro dibattito politico, ricordando nuovamente che stanno venendo meno, una dopo l’altra tutte le certezze che in passato hanno garantito la solidità del sistema economico e sociale europeo, vale a dire l’approvvigionamento energetico a buon mercato dalla Russia, l’assenza di turbolenze nel commercio internazionale, lo scudo difensivo americano per la sicurezza.

Anche in Italia abbiamo bisogno di organizzare la posizione di quanti – e sono molti – avvertono che il futuro dell’Ue si gioca non sui tecnicismi che hanno caratterizzato lo scorso decennio, quello precedente a questi nuovi anni venti incandescenti più che ruggenti, ma sulla sfida di una maggiore integrazione attraverso la via della sussidiarietà, conferendo al livello comunitario competenze nelle materie in cui gli stati nazionali hanno difficoltà ad agire da soli. E fra queste competenze vi sono anche le politiche fiscali e di bilancio che stanno alla base per la gestione comunitaria degli altri dossier prioritari.

Soprattutto per il Centro, inteso sia come culture politiche che lo compongono, che anche come costituenda lista per le prossime Europee, credo sia questo più di ogni altro il messaggio da preparare per un elettorato stanco di propaganda e alla ricerca di solidi punti di riferimento. Però bisogna dare il senso di un impegno corale, di una sinfonia dove tutti contribuiscono alla causa comune, sapendo guardare oltre i piccoli interessi di bottega che danno l’idea più di una somma improvvisata e di convenienza che di un grande e attuale progetto politico.

In questa prospettiva credo che si possano porre in una nuova luce anche le questioni istituzionali, ridimensionando di molto la portata della proposta di riforma costituzionale del centrodestra dell’elezione diretta del premier. Una proposta che intanto potrà essere resa meno rischiosa dall’iter parlamentare e che, semmai andrà in porto anche senza apparire del tutto rassicurante, potrebbe avere in un’Europa che sappia e voglia intraprendere la via indicata da Mario Draghi, quella della sussidiarietà indispensabile per il proprio futuro, il più grande dei contrappesi.

Economia, la crescita qualitativa e la crescita quantitativa vanno di pari passo.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Obiettivo del convegno – si legge in un comunicato – è puntare i riflettori sulla crescita del nostro Paese che può avvenire, in termini quantitativi, solo se il Paese stesso punta ad una crescita qualitativa dei propri cittadini, dei propri giovani, investendo a medio e a lungo termine in un piano pluriennale di ammodernamento delle proprie strutture culturali e di ricerca e l’arruolamento, in questi strategici settori, di “sangue nuovo”.

Un secolo fa, l’unico uomo al mondo insignito sia del Nobel che del Premio Oscar, George Bernard Shaw, ci faceva intuire – con una frase molto semplice – la forza delle idee: “Se tu hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea ed io ho un’idea e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee”. Un semplice aneddoto ma che esprime, nel suo profondo, un concetto basilare, solo attraverso la crescita qualitativa si potrà avere libero accesso anche alla crescita quantitativa e finanziaria. Solo dalle idee può nascere la ricchezza culturale e finanziaria di un Paese. Conoscenze e competenze che creano il capitale immateriale vengono considerate, ormai in tutto il mondo, “la nuova ricchezza di una nazione”, un elemento fondamentale per lo sviluppo armonioso e costante del progresso e della società.

Questo bene immateriale che, al pari del capitale materiale, è un elemento fondamentale – si legge ancora nella nota diffusa dai promotori dell’iniziativa – che va, generato, accumulato e, come tutte le ricchezze materiali o immateriali, incrementato e trasferito alle nuove generazioni. E possibilmente non disperso.

Aprirà i lavori il professor Mario Alì, consigliere del Centro Studi Americani, ex direttore generale del Miur, magistrato della Corte dei conti. Seguiranno gli interventi di Carlo Cottarelli, Mons. Fabio Fabene, Giuseppe Novelli, Alessandro Picardi, Filippo Tortoriello. Le conclusioni saranno affidate al dottor Gianni Letta, poi seguirà una tavola rotonda di professori universitari sulle possibili soluzioni volte alla valorizzazione delle conoscenze e competenze che contribuiscono ad incrementare il capitale immateriale, definito in tutto il mondo la “nuova ricchezza” delle nazioni.

 

 

N.B. Il convegno si terrà a Roma il 14 novembre, dalle ore 9.30 alle 14.00, presso il Centro Studi Americani in via Caetani 32.

 

 

Fonte: Notiziario Askanews

Mattarella a Seoul, rispettiamo le regole costruite dalla comunità internazionale.

[…]

 

Sono particolarmente lieto che questa visita di Stato avvenga in un momento così significativo della nostra storia, alla vigilia del 140° anniversario delle relazioni bilaterali tra Corea e Italia, e in questo 2023 che segna i 75 anni dalla nascita della prima Repubblica di Corea nel segno dell’indipendenza e della libertà.

Un percorso parallelo quello che ha segnato i destini di Seoul e Roma dopo la Seconda guerra mondiale.

Nel corso del 2024 nei nostri Paesi avranno luogo iniziative volte ad approfondire la conoscenza reciproca tra i nostri popoli e ad ampliare il ricco e variegato partenariato strategico bilaterale.

Avremo modo di articolare e arricchire di ulteriori contenuti un rapporto di amicizia, dipanatosi attraverso vicissitudini storiche di pari passo, che ha saputo crescere e rinnovarsi nel tempo, e che è oggi fondato su una profonda comunanza di valori: quelli dello Stato di diritto e dell’indipendenza, della democrazia e della pace, del libero commercio e della libertà di navigazione, di un multilateralismo realmente inclusivo e di un ordine internazionale basato su regole condivise.

In un mondo attraversato da tensioni e conflitti, celebrare tutto ciò significa riaffermare le ragioni della solidarietà che i nostri Paesi hanno saputo mostrarsi soprattutto nei momenti più difficili della loro storia.

A tale riguardo, La ringrazio per aver ricordato l’ospedale da campo inviato dalla Repubblica Italiana sotto l’egida delle Nazioni Unite in occasione della Guerra di Corea – prima missione internazionale della nuova Italia – e ribadisco la ferma intenzione di continuare a sostenere ogni iniziativa che possa contribuire alla pace e alla sicurezza nella penisola.

Il rispetto delle regole di cui la comunità internazionale si è dotata dopo la guerra è, per altro, costume che ci accomuna, e nutre la solidarietà nei confronti di Paesi verso i quali si esercita la violenza, come il caso che ci trova oggi uniti nel convinto sostegno alla resistenza dell’Ucraina contro la spietata guerra di aggressione della Federazione Russa.

Signor Presidente,

l’affascinante cammino che, in pochi decenni, ha portato la Corea a livelli di sviluppo elevatissimi e a svolgere, con determinazione e incisività, un ruolo sempre più rilevante e apprezzato a livello globale, suscita sentimenti di ammirazione.

I contributi concreti e propositivi offerti alla comunità internazionale nella gestione di alcune tra le più pressanti sfide del momento attuale, quali la lotta ai cambiamenti climatici e le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale, sono esemplari.

La Repubblica di Corea è un partner essenziale nell’affrontare questioni che coinvolgono l’intera umanità e la Repubblica Italiana intende lavorare con voi tanto nell’ambito del nostro solidissimo e antico rapporto bilaterale quanto nel contesto del partenariato strategico che unisce il vostro Paese all’Unione Europea.

Sono molteplici gli ambiti nei quali tra Corea e Italia registriamo sensibilità affini.

Vorrei qui citarne due.

In primo luogo, il comune approccio alla governance dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la cui riforma costituisce per Seoul e Roma un orizzonte pienamente condiviso.

In secondo luogo, l’importanza che entrambi attribuiamo al rispetto del diritto internazionale del mare e, dunque, alla libertà di navigazione, anche nell’immenso spazio indo-pacifico.

La recente visita a Busan del Pattugliatore d’Altura della Marina Militare italiana “Francesco Morosini” testimonia questo convincimento.

Signor Presidente,

la Corea e l’Italia sono distanti soltanto geograficamente. Molto ci unisce: dalla conformazione peninsulare alla condizione di Paesi con ampie collettività di connazionali all’estero; dal senso di appartenenza ad antiche civiltà, allo spirito di creatività e di operosità che pervade le nostre società a tutti i livelli.

Della capacità innovativa, del resto, la Corea offre eccezionali esempi: non mi riferisco soltanto alle tecnologie di punta che ne hanno sostenuto la crescita economica negli ultimi decenni, ma anche alle espressioni artistiche che spaziano dal k-pop – così diffuso tra i giovani di tutto il mondo – all’affermazione di una cinematografia originale e di enorme successo.

È proprio la capacità peculiare di congiungere passato e futuro in un’armonia feconda ciò che ci consente di guardare con fiducia allo sviluppo dei nostri rapporti.

[…]

Guerra, esiste un limite invalicabile sotto il profilo etico e giuridico.

In questa guerra, che secondo Benjamin Netanyahu sarà «lunga e difficile», pare che tutte le parti abbiano accettato che i civili siano “sacrificabili”. Sono i danni collaterali di una violenza bellica che infrange di fatto uno dei principi di base del diritto umanitario internazionale, elaborato negli ultimi cento anni per proteggere la popolazione inerme ed evitare innumerevoli morti. L’altro caposaldo è il criterio della “proporzionalità”, secondo cui anche le azioni rivolte contro obiettivi militari non possono danneggiare i civili in maniera eccessiva o in maniera sproporzionata rispetto alla finalità militare perseguita.

Nell’attuale conflitto tra Israele e Hamas, così come in tante altre guerre nel mondo, la domanda è allora quella del limite che non si può superare dal punto di vista politico, giuridico ed etico. Questa domanda si pone per i popoli in lotta, ma vale anche per la comunità internazionale: qual è il limite che non si può oltrepassare perché la risposta a un attacco sofferto non si trasformi in qualcosa di ben diverso? La risposta dipende anche da come viene definito il destinatario delle proprie azioni. Un giornalista del New York Times vent’anni fa chiese a una donna palestinese la cui casa era stata distrutta in un attacco se voleva che un’altra madre soffrisse la stessa cosa. La sua risposta fu: «Naturalmente no, spero che Dio non faccia provare a nessun altro la nostra sofferenza».

Quando siamo dentro un conflitto il tentativo di disumanizzare il nemico costituisce una vecchia tattica conosciuta, che nessuna convenzione o accordo internazionale è riuscita a scalfire, al pari di quella di generalizzare e spersonalizzare la responsabilità, al punto che anche i minori diventano colpevoli e meritevoli di essere puniti. Tutto ciò finisce con alimentare la spirale di odio, aumentando la scia di dolore e incomprensione e allontanando la pace.

Per questo è anche nostra responsabilità cercare di smascherare queste narrazioni ogni volta che ce le ritroviamo davanti, che si tratti della guerra arabo-israeliana o di conflitti più domestici, per costruire una cultura che sappia guardare di volta in volta all’avversario, all’interlocutore, al vicino, riconoscendo e abbracciando tutte le sfumature della sua persona, quelle positive come quelle negative, senza sfigurarlo o trasformarlo in un personaggio anonimo.

 

[Titolo originale: L’umanità va difesa, anche in guerra.]

 

Per leggere il testo completo

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/lumanita-va-difesa-anche-in-guerra/

La psicosi dell’uomo forte alleggia sul premierato della destra

Il dado è tratto. Rassegniamoci! E iniziamo a prepararci al referendum sul cui NO contiamo molto…

Al momento dobbiamo solo preoccuparci. Perché è da un po’ di tempo che in Italia circola una voglia politica cesarista: il premier, il leader, il capo, l’uomo forte, il comandante, il primo, l’unico, perfino l’influencer. Insomma, l’individuo, il singolo e l’IO innanzitutto. E poi se rimane tempo il NOI, la comunità e la collettività. Una voglia alimentata da un ritorno, non tanto silenzioso a ben vedere, di un “futurismo” postmoderno che “…glorifica il patriottismo” e che omaggia la “…bellezza della velocità“. Oggi siamo in presenza di Internet e della A.I, mentre ai tempi di Tommaso Marinetti nasceva l’automobile. Ma sia ieri quanto oggi, solo un efficiente autoritarismo centralizzato, solitario, celere e scattante, senza la perdita di tempo del confronto…(parlamentare) potrà essere utile …alla Patria!

Speriamo bene e apriamo gli occhi.

Lascio ai costituzionalisti il discorso sui pericoli del ridimensionamento degli equilibri tra i diversi poteri dell’ordinamento, e i punti critici che fa intravedere la legge elettorale conseguente al premierato. E mi soffermo su alcune questioni elementari che appartengono al buon senso della democrazia.

Un fatto è certo. Con il Premierato inviato alle Camere, la governabilità ha vinto per il momento sulla rappresentatività. Bisogna che il capo duri 5 anni garantendo stabilità, senza farci cadere nei peccati mortali dei governi tecnici e dei ribaltoni; bisogna tacitare il Parlamento senza necessariamente ridurlo ad un… bivacco, ma quasi; bisogna bloccare i tragici poteri del Presidente della Repubblica facendolo sedere in panchina a bordo campo come riserva (e forse neanche); e bisogna disinteressarsi di quanti italiani sono veramente rappresentati dal futuro premier, una volta eletto in diretta con il premio di maggioranza previsto per il suo partito o per la sua coalizione.

Con le sue decise posture, assertive e spesso nervosamente minacciose, mitigate da un elegante cambio giornaliero di vestiti, la Meloni ha fatto sapere che la “madre delle riforme”, il Premierato, che ridimensiona, ma solo di poco, quanto chiedeva il suo mentore Giorgio Almirante col presidenzialismo, sarà discussa in Parlamento.

Un centralismo autoritario ben mascherato in salsa democratica: condiviso da Salvini dopo l’accordo sulla “sua” Lombardia per farla  diventare fortemente autonoma e differente dal resto d’Italia, senza nessuna  concessione  alla sussidiarietà; appoggiato da Tajani in ricordo del suo maestro Berlusconi; e financo da Renzi con tutto il suo confuso funanbolismo leaderistico centrista.

I numeri adoperati per spiegare fenomeni qualitativi si dovrebbero evitare. Ma in alcuni casi essi sono utili. Perché è la quantità che in certi casi  riesce a spiegare  per bene la qualità, e sono i numeri  che riescono a far capire meglio  quello che si vuole dire, e quello che si nasconde.

Mettiamola allora così: se io compro metà di mezza anguria, risulta chiaro che ho comprato un quarto dell’intera anguria.

Se questa è una logica verità matematica, e in virtù del fatto che il premierato solleciterà sicuramente, secondo i suoi più accaniti difensori, anche una forte diminuzione dell’alto tasso di assenteismo, mi permetto allora due sole domande. Ma siamo proprio sicuri che alle prossime elezioni supereremo l’80-90% degli aventi diritto, e cioè che il premier eletto, rappresenterà una grande quantità di italiani col diritto al voto? O non è più realistico supporre che avremo da fare con un 50-60% di votanti?

Se questa seconda domanda nasconde qualche briciolo di probabilità, dobbiamo cominciare a pensare che sarà proprio “la madre delle riforme” a far tremare la rappresentatività: fondamentale base qualitativa della democrazia politica partecipativa di un paese.

Se infatti la democrazia, da Pericle in poi, sottende il governo del popolo – non di una élite e di pochi, dunque, ma dei molti se non di tutto il popolo – quando andremo a votare con la legge del premierato in cantiere e con il suo previsto premio di maggioranza del 55%, non si pecca di pessimismo se si suppone che non andrà a votare più del 60 % degli elettori.

La risposta più banale a questa tendenza al ribasso che circola da tempo, ma che proprio la nuova legge elettorale, secondo i più ottimisti difensori del premierato dovrebbe invertire, è riposta nella colpa di chi non va a votare: fatti loro! Altre cause, come per esempio la scomparsa degli ideali nei partiti, e non tanto delle loro degenerazioni in ideologie; la qualità della classe politica improvvisata, il suo narcisismo televisivo, la sua delegittimazione nei confronti dell’opinione pubblica; la demotivazione del “popolo”, sino alla stessa svolta leaderistica – si vota per una faccia e non per un partito; ecco, queste altre cause sembrerebbe non ce ne siano mai state. In realtà non si sono mai cercate.

Aggiungo che stando così le cose, bisogna solo ricordare che è sotto gli occhi di tutti la voglia di creare partiti e partitini con nuovi leader solitari e autoproclamati, in diretto contatto con gli elettori grazie ai media, ma senza partito e strutture di partito centrali e territoriali alle spalle. Dando così ragione al filosofo Bernard Manin e alla sua “Democrazia del pubblico” che ci aveva avvertito per tempo che la politica oggi la fanno solo i singoli leader, aiutati dalla comunicazione mediatica: “…non ce più rappresentanza, ma solo il leader in rapporto diretto col pubblico”. Altro non si vede. Figuriamoci il ruolo dei media con il premierato, che legittima il leader con una elezione diretta.

Mi auguro allora di sbagliare la previsione. Sarà pure colpa degli assenti, ma una volta immersi senza scampo nella politica-spettacolo dominante, una volta nelle mani dei social e delle fakes news, e di quant’altro di comunicazione a distanza esista, il primo partito della coalizione che vincerà le elezioni – mettiamo – con il 30 % del voto, avrà tutto il diritto di eleggere il premier che governerà il Paese per 5 anni dall’alto, con il Parlamento collocato nel sottoscala o chiuso a chiave in cantina.

Se stanno così le cose, un semplice calcolo ci porta a ricordare che il 30% del 60 % dei votanti, significa che il premier eletto con questi numeri, rappresenterà solo il 18% degli aventi diritto, ancora di meno se confrontato con tutto il popolo italiano, compresi i minorenni che non votano.

Ricordo a tale proposito che il partito della attuale premier in odore di Premierato, con il suo 26% di voti ottenuti nelle ultime elezioni deve confrontare questo suo risultato col 64% di votanti. Se si compie questa operazione, risulterà che i “fratelli italiani” che hanno votato la Meloni non sono più del 17% degli italiani abilitati al voto, e che l’83% si è disinteressato o ha votato diversamente.

Comunque si valutino le quantità, rimane ed è in costante crescita quella malattia dell’ego che, divagando tempo fa, ho definito “leaderpatia”. Un disturbo della personalità o una psicosi mentale che spingono a essere dei leader a tutti i costi, anche senza averne le qualità e le competenze. Leader “drammaticamente inadeguati, sia sul versante palestinese che israeliano”, scrive Sergio Fabbrini sul Sole 24 ore. Leader che soprattutto ignorano cosa significhi esercitare una paziente leadership, intesa come guida autorevole e sapiente. Su tutto questo dobbiamo stare molto attenti, perché con il premierato meloniano non è molto difficile eleggere dei premier che somiglino ai Trump, o ai Putin. Per non parlare del coreano del Nord, Kim-Jong-Un, e dello stesso e tranquillo russo Xi Jinping, ecc. Specie se aiutati dai vecchi e nuovi media, spesso controllati, come ha intuito Manin.

Gli eventi meteorologici gravi si ripetono, ora servono decisioni forti.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Sono intervenuto diverse volte sul tema della difesa idrogeologica del nostro Paese (vedi la nota della primavera scorsa che potete leggere su www.ilpopolo.cloud del 18 Maggio 2023: https://www.ilpopolo.cloud/ambiente/1284-gli-eventi-si-ripetono-ma-ora-servono-decisioni.html)

Dopo le recenti vicende delle alluvioni in Toscana e nel Veneto, ho insistito sul seguente mantra: “Si ripetono alluvioni, smottamenti, frane, morti e ritorna la brutta realtà di un Paese vittima di un permanente degrado geologico. Vale sempre l’aforisma di Leo Longanesi: “Italia, Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”. Intervenire ex post costa molto di più di prevenire”.

Un amico friulano, Danilo Bertoli, letta questa mia nota mi ha scritto: “Caro Ettore, ti fornisco una chicca relativa al tema delle manutenzioni: nella mia attività parlamentare ho difeso l’autonomia funzionale e di bilancio del Centro di ricerche sismologiche di Udine dentro l’Osservatorio geofisico di Trieste. A seguire, il CRS di Udine ha siglato convenzioni con le Regioni Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Trentino-Alto Adige per mettere giù le stazioni di rilevamento sistematico del fenomeno e la loro elaborazione a fini predittivi. Oltre 20 anni fa, al momento in cui il prof. Riuscetti era direttore di Dipartimento grandi rischi dell’Università di Udine, venne fatta la previsione che il prossimo terremoto si  verificherà tra Montebelluna e Sacile e farà 300 morti. Studi scientifici dicono che se accadesse oggi un terremoto in Friuli come quello del 1976, che fece mille morti, le vittime non sarebbero piu di 200, massimo 300. Ebbene, da allora il CRS di Udine non elabora i dati rilevati. Non sarebbe il caso che ci attivassimo perché le tre Regioni:

– rifinanzino la Convenzione e dotino il CRS del personale adeguato?

– nell’ambito dei fondi PNRR le Regioni Friuli-Venezia Giulia e Veneto facciano insieme un piano di interventi antisismici almeno nell’area Montebelluna Sacile.

Secondo il prof Riuscetti, prosegue Bertoli, agendo in questo modo subito, le vite umane sacrificate potrebbero essere 30, massimo 40, invece delle 300 da mettere in conto senza i lavori edilizi per l’antisismica…

Giro il tema ai responsabili politici del Triveneto.

Venendo a un caso che ha riguardato sempre il Triveneto, come quello della tempesta Vaia, un evento meteorologico estremo che ha interessato il nord-est italiano (in particolare l’area montana delle Dolomiti e delle Prealpi Venete) dal 26 al 30 ottobre 2018, sono ancor più gravi gli errori e le omissioni compiuti. A 5 anni da Vaia, infatti, nessun ripensamento sulla totale distruzione del sistema forestale regionale Veneto, dal 1977 di totale competenza regionale! Prima c’era l’Azienda regionale delle Foreste che, un’improvvida decisione della giunta Galan decise di incorporare in Veneto agricoltura, un ente che ha resistito tra mille difficoltà e molteplici competenze, sino alla fase dei “commissari tutto fare” e al progressivo svuotamento delle competenze e del ruolo del settore forestale. Credo che una riflessione critica su quanto accaduto andrebbe fatta nelle sedi competenti, per riconsiderare scelte politico organizzative rivelatesi inefficienti e inefficaci.

Serve un piano nazionale di difesa idrogeologica e piani territoriali regionali ad hoc, impegnando i bilanci dello Stato e delle Regioni in un’opera di difesa ambientale, oramai non più rinviabile, se non vogliamo vedere il Bel Paese sbriciolarsi, con costi in vite umane e economico sociali sempre più alti e insostenibili.

Centenario di Don Milani, a Roma la campana stonata suona ancora.

Diluviava il giorno in cui il giovane vicario Don Lorenzo, nel tardo autunno del 1954, lasciò la sua parrocchia di San Donato di Calenzano per raggiungere, a bordo di un camion, una canonichetta sperduta sul monte Giovi in Mugello. Vi sarebbe rimasto fino alla morte nel 1967, seminando idee, iniziando rivoluzioni, generando – con l’insegnamento – donne e uomini pronti per la vita, o per l’eternità se si è credenti. Il trasferimento, come è noto, era stato deciso per punizione, perché nella scuola serale di San Donato si discuteva troppo d’ingiustizia sociale, orari di lavoro e sfruttamento e don Milani era diventato, secondo la definizione dell’arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa, una «una campana stonata» da isolare.

Tempo prima, scrivendo alla madre Alice Weiss dell’ormai prossima decisione della curia fiorentina, don Lorenzo aveva confidato: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori» (14 luglio 1952). Di decenni ne sono passati molti di più e la carica esplosiva del suo pensiero non è mai cessata, i suoi nemici non sono risultati vincitori ma, purtroppo, nemmeno sconfitti.

 

In questo 2023, nel Centenario della nascita di Don Milani, il mondo è ancora segnato da disuguaglianze, prevaricazioni e guerre stupide, come tutte le guerre. Il Centenario è il momento della commemorazione, ma anche di un bilancio necessario che rilegga l’esperienza di Barbiana oltre l’astrazione sterile di un dibattito libresco, che vede i suoi detrattori conservatori opporsi, in nome del tentativo antistorico di una restaurazione delle gerarchie del sapere, ai suoi falsi encomiasti che offrono un ritratto ideologicizzato di Don Milani, sottratto così alla sua concretezza di “cattolico del fare”.

Sì, Don Milani era un prete che ha scelto d’insegnare per poter rispondere pienamente, come scriveva in Esperienze pastorali, a una vocazione ecclesiale e missionaria: «per catechizzarli, occorreva prima istruirli» (p. 193). Ed era un “uomo del fare”, che nei suoi carteggi non ha risparmiato commenti caustici sulle “belle penne” che gli ruotavano intorno, alla ricerca infantile della sua approvazione. Don Milani oggi dev’essere cercato negli istituti di periferia, in cui il mondo della formazione accademica può svolgere una funzione di stimolo e di supporto, per progetti innovativi di socializzazione della conoscenza radicati sui territori; nelle scuole di italiano per migranti e nei centri per l’apprendimento permanente degli adulti; nei doposcuola popolari dove s’impara l’alfabeto della solidarietà e della convivenza.

Il 16 novembre 2023, racconteremo tutto questo nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, nell’evento «La campana “stonata” suona ancora: le scuole romane raccontano Don Milani tra passato e presente», che conclude un progetto storico-pedagogico condotto per mesi in alcune scuole delle periferie romane – Tor Bella Monaca, Torre Angela, Villa Gordiani, Centocelle – su iniziativa dell’Università degli studi Roma Tre e con il sostegno del Comune di Roma, in particolare della Commissione Scuola di Roma capitale.

Insegnanti coraggiosi e allievi motivati hanno approfondito, con nuove metodologie didattiche, il messaggio di Barbiana, attualizzandolo alla luce delle proprie aspirazioni e del proprio vissuto connotato, in molti casi, dal background migratorio delle famiglie e da condizioni di svantaggio sociale, ma anche da esperienze di riscatto attraverso l’istruzione. Insieme con loro saranno presenti Paolo Landi, ex allievo di Barbiana e testimone diretto, gli storici Federico Ruozzi, specialista della figura di Don Milani, e Marialuisa Sergio, ideatrice del progetto, il Magnifico Rettore dell’Università Roma Tre Massimiliano Fiorucci, l’Assessora alla Scuola Claudia Pretelli, la Presidente della Commissione Scuola Carla Fermariello e la Consigliera Valeria Baglio.

 

 

Marialuisa Lucia Sergio, Università Roma Tre.

La Germania unita in Europa: le relazioni tra Andreotti e Kohl

Maledizione di un aforisma. Quarant’anni dopo, quando si pensa alla politica di Giulio Andreotti sulla riunificazione della Germania, è immediato il riferimento alla famosa battuta che l’allora ministro degli esteri pronunciò nell’agosto del 1984 partecipando a una Festa dell’Unità: “Amo tanto la Germania che preferisco ce ne siano due”. In realtà la battuta non era di Andreotti, ma dello scrittore francese François Mauriac che l’aveva detta anni prima ai tempi di De Gaulle: lo statista democristiano (che peraltro, di calembour fu produttore prolifico) la fece propria e da allora quel motto di spirito gli rimase appiccicato e Andreotti finì con il diventare un nemico della Germania unita (un’arma davvero a doppio taglio per il divo Giulio quella di far ricorso spesso al linguaggio della gente comune, fatto anche di battute ironiche: capace di metterlo in sintonia con il pubblico meno smaliziato,  ma finendo a volte con il banalizzare o fuorviare un pensiero politico ben più complesso).

In realtà le cose stanno in maniera molto diversa:  nel 1984 la battuta di Andreotti testimoniava uno stato d’animo generalizzato fra i governi occidentali dell’epoca. Parlare di riunificazione della Germania significava non tanto suscitare antichi fantasmi di pangermanesimo ancora vivi in una generazione di politici europei che aveva sofferto la guerra e l’occupazione nazista. Soprattutto, l’idea stessa di Germania unita minacciava di mettere in discussione i precari equilibri fra Est o Ovest faticosamente raggiunti con gli Accordi di Helsinki e bloccare sul nascere il difficile processo di distensione fra i due blocchi del quale una condizione era stato, per l’URSS, il rispetto dei confini territoriali consolidatisi dopo la guerra (di cui la divisione della Germania era elemento essenziale).

Ma con il modificarsi della situazione internazionale, la glasnost di Gorbaciov in Unione Sovietica e la radicale trasformazione degli scenari europei culminata con la simbolica caduta del Muro le cose cambiarono profondamente e l’Andreotti delle “due Germanie” assunse un ruolo-chiave (parola di Gianni De Michelis) per sbloccare una situazione di difficile stallo fra le aspirazioni unitarie di Kohl e le resistenze di diversi paesi della -allora- Comunità europea. Alla fine del 1989, Andreotti era in prima linea nel favorire la riunificazione della Germania nel quadro della costruzione della unione politica e monetaria europea

Ed Helmut Kohl, che con amarezza aveva accolto le parole di Andreotti dell’84, avrebbe consolidato rapporti di sempre più stretta collaborazione politica e affettuosa relazione personale con l’”amico Giulio”.

Su tutto questo gli storici e i commentatori stanno ormai facendo chiarezza. Come è accaduto in un convegno internazionale svoltosi a Urbino per iniziativa del Centro di studi politici Giulio Andreotti e della Università Carlo Bo in collaborazione con l’Istituto Luigi Sturzo e con la Fondazione Konrad Adenauer. Gli atti dell’incontro verranno presentati a Roma, nella sede del Senato, venerdì 17 novembre alle 11.

Tema del convegno di Urbino: “Giulio Andreotti ed Helmut Kohl: la riunificazione della Germania. Lezioni per oggi”. Per la prima volta a distanza di un quarto di secolo dai fatti, si sono confrontati studiosi e protagonisti degli eventi che trasformarono la Germania e l’Europa in quella stagione breve ma vorticosa che andò dalla caduta del Muro di Berlino alla proclamazione della della Germania riunificata.

Storici come gli italiani Varsori e Scarano e i tedeschi Schlie e Hoeres accanto a politici come gli ex presidenti del Consiglio Amato e D’Alema e a ex ministri in quel momento particolarmente vicini ad Andreotti come Cirino Pomicino e Mannino, o come l’ex ministro della difesa tedesco Jung. Di grande interesse inoltre la testimonianza dei diplomatici che affiancavano i leader di allora: Vattani che era il consigliere diplomatico di Andreotti, Zoellick rappresentante di Bush, Bitterlich consigliere di Kohl, Adamishin ambasciatore dell’URSS a Roma, de Margerie consigliere di Mitterrand, Powell consigliere di Margaret Thatcher, Blackwill, assistente speciale di Bush.

Un dibattito di prima mano i cui atti costituiranno una documentazione preziosa per gli storici dell’Europa.

Il premierato della Meloni tra democrazia e autocrazia

Non c’è che da essere concordi con quanto sostiene il costituzionalista Michele Ainis su “Repubblica” di qualche giorno fa, quando afferma che lo spostamento di poteri in capo al presidente del consiglio e la sua elezione affidata direttamente al corpo elettorale riduce il capo dello Stato a “notaio” degli eventi politici. Se poi si aggiunge l’introduzione di un premio di maggioranza al 55% dei seggi “…potrebbe entrare in campo l’offesa ai principi supremi della Costituzione”.

Un giudizio severo che evidenzia tutto il pressapochismo e al contempo la pericolosità di questa proposta governativa perché apre insidiosi sentieri oltre i confini della Democrazia. La questione non è solo giuridica ma principalmente politica. C’è una destra che da tempo nutre l’idea di riscrivere la Costituzione, soprattutto in quella parte in cui fu senza remore, per le note vicende del Ventennio, l’intento dei padri costituenti di affidare al potere legislativo, quindi al parlamento, la centralità del sistema istituzionale. I tentativi non sono stati pochi.

Già con l’introduzione del maggioritario nel 1993, il cosiddetto Mattarellum, che produsse un infausto bipolarismo, si inneggiò alla fine delle instabilità dei governi,

Ci si dovette ricredere nel corso della stessa legislatura. Di lì si passò alle bicamerali. Se escludiamo la prima bicamerale presieduta dal liberale Bozzi, negli anni ‘80, dove già emergevano posizioni in favore di un sistema presidenziale, fu con la successiva del 1993/94 a presidenza De Mita e poi della Iotti, che varò un testo di revisione costituzionale attingendo dal modello del cancellierato tedesco, consegnato alle camere per il suo ordinario iter. Decadde per l’interruzione anticipata della legislatura. Da ultimo, nel 1997 si registrò altro tentativo a presidenza D’Alema, con un confronto ancora più serrato tra fautori del presidenzialismo e difensori della centralità del parlamento. In un clima incandescente finì traumaticamente per il forte contrasto di posizioni che si era creato attorno a D’Alema e a Berlusconi.

Di lì si passò ai testi votati e consegnati al corpo elettorale attraverso i referendum perché approvati con maggioranze al di sotto dei due terzi.

Tra i diversi testi, la riforma del Titolo V approvata con referendum nel 2001, e successivamente nel 2006 bocciata nelle modifiche proposte sul modello di Autonomia dal governo Berlusconi; la riforma proposta da Boschi-Renzi, sul bicameralismo, bocciata nel 2016 dagli elettori e infine il successivo referendum sulla riduzione dei parlamentari approvato, nel 2020, seppur facendo registrare una scarsa partecipazione al voto dei cittadini.

Il sospetto oggi è che sullo sfondo di questa iniziativa governativa di revisione costituzionale sia in gioco la democrazia rappresentativa in confronto ad una più malleabile democrazia plebiscitaria. Così non è un azzardo dire che la proposta di riforma della Costituzione della Meloni mira sostanzialmente a scardinare consolidati equilibri del nostro sistema costituzionale. L’iniziativa ha scosso parecchie coscienze preoccupate da una deriva incontrollabile del nostro assetto costituzionale.

Appena un mese fa Mario Tassone in un suo articolo su questo giornale così ci metteva in guardia: “..Dopo tanti anni di sospensione della democrazia, iniziata con la riforma elettorale del 1994, si sta andando verso il superamento della Costituzione del 1948. Le grandi motivazioni ideali e morali,che sono le fondamenta della nostra Repubblica sono “eliminate”nel disegno della maggioranza di governo”. Ed ancora:”..Non più una Repubblica Parlamentare ma un presidenzialismo “monarchico”. Una “democrazia” dei laeder, con vaste aree di extraterritorialità dove poteri senza controllo operano e decidono. Siamo all’eversione”.

E riproponendo ieri una più ampia disamina dell’iniziativa costituzionale della Meloni, così leggiamo: ”Una mobilitazione deve nascere nella coscienza del Paese. Questa è la madre delle battaglie per salvare valori di riferimento di una grande storia umana. La destra-destra ha assorbito Forza Italia, cadono le speranze del moderatismo di fronte a un partito con una guida mesta.”.

Fa specie infatti la conversione di FI al servizio dei teoremi di Giorgia Meloni.

In questa cornice c’è chi delinea questa occasione come forte stimolo ad una iniziativa congiunta che, sul presupposto di una comune lavoro di elaborazione di un progetto di modifiche costituzionali come contributo per un confronto tra culture, si possano cogliere tratti comuni per una partecipazione unitaria alle prossime elezioni europee, anche per dare un chiaro segnale di dialogo a condizione che si mantenga la centralità del parlamento.

Ma anche di contrasto, in modo che renda evidente nel paese una forte convergenza delle forze di opposizione e dell’area dei popolari e dei cattolici democratici tesa, appunto, a creare una cintura unitaria in difesa degli assi fondamentali della nostra Carta Costituzionale ed impedire che la proposta governativa possa raggiungere i due terzi in seno alle Camere.

Ma non va trascurato l’ulteriore obiettivo che ha in mente il governo di arrivare a votare in prima lettura questo testo che per quanto smentito dalla Casellati, appare totalmente blindato nella sua versione: un evento che se si verificasse potrebbe giocare alle elezioni europee in favore della Meloni in direzione di obiettivi più ambiziosi tesi a spostare più a destra la maggioranza per un governo dell’Ue che includa i Conservatori, testa di ponte per fare poi entrare nell’area della eventuale nuova maggioranza, in tempi più convenienti, i partiti estremisti di quel versante.

Non di minor importanza si palesa il fatto che l’accentramento di poteri in capo al premier e un parlamento debole e subalterno all’esecutivo, creerebbero delle porte girevoli nei momenti in cui più forte può essere la contrapposizione tra partiti o con la società civile, esponendo pericolosamente il sistema a facili derive autocratiche, sull’esempio del modello ungherese di Viktor Orbán e di quello polacco, pur se in qualche modo, con la vittoria recente della coalizione di centro che fa capo a Donald Tusk, in Polonia il pericolo sembra essere rientrato.

Questa sfida non può non trovare in prima linea popolari e cattolici democratici, custodi di un patrimonio di ideali e di valori che furono e sono ancora oggi espressione di quella comune matrice che diede un contributo prevalente alla scrittura della nostra Costituzione. Colmando così un vulnus politico causato da decenni di bipolarismo malsano mentre il sistema politico convergeva sempre più verso derive populiste e demagogiche.

Su questa idea conviene anche Giuseppe Davicino, che, dalle pagine di questo giornale, delinea la genesi di un possibile ricompattamento dell’area dei cattolici democratici e dei popolari su un tema così cruciale per l’assetto e l’avvenire della nostra Repubblica e il profilo futuro di Europa, giungendo ad osservare: “..Se daremo prova di saper affrontare nell’area di centro il tema delle riforme istituzionali con un tale spirito, si potrà forse arrivare uniti alle prossime Europee e trovare la chiave che in futuro consenta di gettare le basi per una esperienza politica di centro maggiormente strutturata e rappresentativa, dei territori e dei ceti sociali.

L’impegno non è da poco.

Troppe asperità e incomprensioni si frappongono da tempo nel cammino unitario che spesso è stato evocato e si è provato, infruttuosamente, a sperimentare.

Ci voleva la segreteria di Elly Schlein per convincere gran parte degli esponenti di area popolare dell’incompatibilità di visione tra quella cultura e il nuovo Pd.

Certo appare un po’ bizzarra la scelta dei tempi adottata dalla Meloni per presentare una proposta di modifica costituzionale così dirompente, tanto da venir definita da alcuni osservatori una mera arma di distrazione di massa per non farsi travolgere dalle critiche, sempre più accentuate, sulle tante incongruenze e improvvisazioni della proposta di legge di bilancio.

Ma appare più plausibile il fatto che sia prevalso nella premier l’idea di affrettare i tempi proprio in vista delle prossime elezioni europee per dare un chiaro messaggio soprattutto, ma non solo, ai suoi sodali, campioni del sovranismo in Europa.

Ecco perché questa versione di premierato, non riconducibile né alla tipologia tedesca, né a quella britannica (in nessuna delle due c’è elezione diretta del premier) né ad altri modelli quali il presidenzialismo o il semipresidenzialismo è l’unica variante non codificata più funzionale ad un corposo accentramento di poteri in capo ad un esecutivo dominato dalla figura del premier eletto dal popolo.

Si mette insomma in campo una versione sui generis di premierato “forte” (definizione data dal politologo Giovanni Sartori in un suo mirabile testo di qualche anno fa nel quale descrive e analizza sistemi elettorali e forme di Stato) con elezione diretta da parte del corpo elettorale, modello che costituisce un inedito tra le forme di governo adottate nel mondo (l’unica sperimentazione si è avuta in Israele, presto abbandonata) ritenuta da Giorgia Meloni in grado di venire incontro ai tanti invocati pieni poteri che da tempo le due destre reclamano per risolvere (si fa per dire) “autoritariamente” i problemi del paese.

Senza contare la forte distonia che genera la diretta investitura del capo del governo votato dal popolo rendendolo inamovibile per l’intera legislatura.

Il problema sorge se nel corso di legislatura viene meno la maggioranza che lo sostiene.

A quel punto al premier non resterebbe che sciogliere le Camere (altro potere che verrebbe distratto, come da testo del Consiglio dei ministri, al Capo dello Stato)

Per rimediare a questo inconveniente la ministra proponente Casellati ha inserito una soluzione nell’intento di impedire il facile ritorno alle urne, che appare assai improvvisata e incongruente, ossia l’idea di un nuovo premier preso dai ranghi della precedente maggioranza, obbligato a portare avanti lo stesso programma pur in presenza di una maggioranza diversa.

Un pasticcio evidente che rende tutta l’incoerenza di un rimedio che appare assai raffazzonato e tutta la fragilità di un modello poco compatibile con il resto del nostro impianto costituzionale.

Molto più lineare sarebbe una soluzione alla tedesca con un premier scelto dalle Camere e la cosiddetta sfiducia costruttiva come presupposto politico per risolvere una crisi della maggioranza.

Pur a voler concedere una ipotesi di elezione diretta del premier, la proposta governativa non ha risolto nessuno dei problemi che questo rafforzamento di poteri in capo all’esecutivo comporta; sia perché induce automaticamente ad un palese indebolimento della figura rappresentativa e dei poteri del Presidente della Repubblica la cui fonte di legittimazione del suo potere finisce per accusare una obiettiva sudditanza ad un potere esecutivo con investitura diretta da parte del corpo elettorale.

Così non è difficile immaginare quanto questo sbilanciamento dei poteri possa essere foriero di sovrapposizioni e soprattutto di contrapposizioni nel costante rapporto tra il capo dell’esecutivo, che non mancherà nei casi di conflitto di rivendicare la sua diretta legittimazione popolare e il Presidente della Repubblica, dimezzato nei poteri e nelle sue funzioni di garanzia, equilibrio e tutela degli interessi generali del paese.

L’effetto non è di poco conto perché così si svuota il supremo ruolo del presidente della Repubblica quale rappresentante dell’unità nazionale.

Insomma, con l’idea singolare di dare legittimazione popolare al presidente del consiglio, che non si pone più come primus inter pares, non saranno infrequenti i conflitti tra poteri.

E ovviamente il conferimento dell’incarico di primo ministro da parte del presidente della Repubblica, a seguito delle consultazioni, non passa più da una valutazione politica ma da una mera presa d’atto della scelta che ne hanno fatto direttamente gli elettori.

Ora è chiaro che il consistente accentramento di poteri in capo al premier, che diviene il protagonista e arbitro dell’attività legislativa, senza più il contraltare forte di cruciali funzioni di garanzia del presidente della Repubblica, può essere facile terreno per una una versione populista della politica.

Del resto la stessa presentazione che di tale progetto di modifica costituzionale in questi giorni ne ha fatto la Meloni, e l’idea spregiudicata di introdurre direttamente in Costruzione un premio di maggioranza del 55 per cento al partito o alla coalizione vincente, lascia intendere che l’obiettivo non è giungere ad un ragionevole e coerente miglioramento delle disfunzioni del sistema attuale.

Quindi non è altro che un palese pretesto l’intento di assicurare stabilità attraverso governi di legislatura.

Se davvero si fosse voluto andare in direzione di un miglioramento del sistema, sia nel segno della stabilità che della piena rappresentanza dei territori si sarebbero dovuti preoccupare anche di assicurare una collegata proposta di modifica dell’attuale legge elettorale in direzione di un sistema proporzionale.

Invece il modello adottato e l’ampia previsione di un consistente premio di maggioranza, senza indicare la soglia minima da cui farlo scattare, in spregio ad una chiara pronuncia della Corte Costituzionale la cui indicazione ha ritenuto come requisito imprescindibile, porta a ritenere tramontata definitivamente l’ipotesi di una modifica in senso proporzionale della legge elettorale.

Si capisce allora come la sfida lanciata è di quelle che hanno il sapore di un autentico assalto alla Costituzione nell’intento di scardinarne l’equilibrio dei poteri e rendere il parlamento un corollario dell’esecutivo e il Capo dello Stato un semplice notaio, con poteri dimezzati.

A questo punto nessuna cultura politica può tirarsi fuori da questa sfida.

Ma essa è talmente dirompente, almeno per come si presenta, che appare difficile, come qualcuno suggerisce, confidare nella panacea che possa bastare un ideale confronto tra progetti elaborati dalle forze politiche di opposizione per riportare equilibrio e bilanciamento tra i poteri.

Di certo il testo blindato, come peraltro è da un po’ di tempo consuetudine di questo governo, che giunge a vietare ai membri della propria maggioranza di presentare emendamenti al testo governativo, fa prefigurare un confronto più di facciata che per un serio risultato.

Ci pare perciò, a tal proposito, un po’ incomprensibile quanto sostiene, su questo giornale di qualche giorno fa, Giorgio Merlo: “…l’ennesimo progetto di riforma istituzionale e costituzionale di un Governo è una ghiotta e cruciale occasione per misurare la bontà e, soprattutto, la straordinaria modernità ed attualità del popolarismo di ispirazione cristiana”.

Ora pur confidando nel fatto che sicuramente le formazioni politiche che fanno capo alla cultura del popolarismo sapranno elaborare proposte capaci di superare le inconvenienze accumulatesi nel tempo, pur rispettosi del sostanziale impianto dato dai nostri padri costituenti, non mi pare ci sia ad attenderli alcuna commissione di saggi o arbitri pronti a valutare la bontà di questi auspicabili progetti, a fronte di una maggioranza blindata, poco incline al dialogo, e con un’opposizione che va in ordine sparso.

Ma pesa tanto anche l’attuale sicumera intorno alla preconizzata solidità di questa coalizione per tutto il tempo della legislatura, e l’obiettiva debolezza delle opposizioni, che tendono più a litigare tra di loro che a contrastare efficacemente nei contenuti il governo.

Con l’effetto di dare liberamente spazio alla seducente idea di costruirsi un modello a propria immagine e somiglianza, facendo perdere di vista le pregevolezze, in termini di flessibilità e adattabilità, del nostro impianto costituzionale, costruendo artificiosamente un bersaglio in quei meccanismi istituzionali che invece nulla hanno a che fare con il male che apparentemente si vuole combattere, ossia instabilità e trasformismo.

Mentre non poca responsabilità è da ascrivere al profondo mutamento, soprattutto culturale e nella formazione politica, avvenuto nel nostro sistema con la scomparsa dei partiti tradizionali e il sopravvento dei partiti personali o oligarchici, dove non c’è confronto dialettico ma solo la volontà del Capo e della sua ristretta élite (oggi si definisce cerchio magico) che sembrano aver perso di vista il bene comune a tutto vantaggio di un benessere non per tutti, nella insidiosa idea di una competizione tra ceti e blocchi sociali.

In un contesto così disarmante la cultura del popolarismo dovrà porsi come linfa vitale in difesa della centralità del parlamento e di una Europa più solidale e coesa. E sarà il paese a saper dire no, con il referendum, ad un così palese sovvertimento delle nostre istituzioni.

La politica del confronto è il grande insegnamento di Zaccagnini e Moro.

Foto di John Hain da Pixabay
Foto di John Hain da Pixabay

Quando si parla di “politica del confronto” nel nostro paese si pensa immediatamente ad una persona e ad un partito: Benigno Zaccagnini e la Democrazia Cristiana. Ovviamente mi riferisco alle persone e ai mondi culturali che non si riconoscono nel populismo dei 5 Stelle che hanno nel proprio dna la criminalizzazione politica del passato e a coloro – soprattutto a sinistra, agli ex e ai post comunisti – che storicamente sono i principali detrattori della Dc e di quasi tutta la sua straordinaria ed impareggiabile classe dirigente. Perché la “politica del confronto”, appunto, ha segnato una pagina di bella politica e di autentico spirito democratico. Certo, in una fase storica e politica profondamente diversa rispetto a quella contemporanea. Ma se la politica è cambiata e con la politica le sue antiche consuetudini, le categorie e gli stessi suoi istituti costituivi, è altrettanto vero che almeno sul “metodo” quella antica e feconda intuizione continua ad avere il suo fascino e, sopratutto, la sua straordinaria ed intatta attualità e modernità.

Perché, alla fine, che cos’era e che cos’è la “politica del confronto” di zaccagniniana memoria? Semplicemente un metodo e una prassi che rifiutano alla radice la logica della radicalizzazione del conflitto politico, la sub cultura degli “opposti estremismi” e la volontà prima di delegittimare moralmente l’avversario/nemico e poi di annientarlo politicamente. Ovvero, l’esatto contrario di ciò che predicano e praticano il “nuovo corso” del Pd della Schlein, i populisti dei 5 Stelle e la virulenza della Lega salviniana. E questo perchè “la politica del confronto” richiede alcune categorie che oggi, purtroppo, sono state sostanzialmente sacrificate sull’altare del “nulla della politica”, per dirla con Mino Martinazzoli, che continua purtroppo a caratterizzare ancora larghi settori della politica italiana. Un metodo che invera, quotidianamente, quel monito di Aldo Moro a praticare “la coscienza di sè e l’apertura verso gli altri” nei confronti di chicchessia. E quindi, e soprattutto, nei confronti degli avversari politici. Un metodo, infine, che non rinuncia alla propria identità politica e culturale – quando c’è, come ovvio – ma che percorre, con altrettanta chiarezza e determinazione, la necessità di procedere a confrontarsi con chiunque.

Ecco perché, ricordando proprio questo aspetto singolare e specifico di una delicata e storica stagione politica della nostra vita democratica, “la politica del confronto” quasi si impone anche in questa stagione della vita pubblica italiana. Perché, come ci insegnava uno dei teorici principali e più autorevoli di quella politica, Guido Bodrato, “anche dal peggior avversario politico si può sempre trarre qualche elemento che ti arricchisce”. Ma per poterla praticare, soprattutto quando si parla di riforme istituzionali e costituzionali, non si può scendere nella mitica ‘piazza’ urlando al “ritorno del regime, dell’autoritarismo, della compressione delle libertà e la fine democrazia” prima ancora di aver avviato un minimo dialogo politico e parlamentare con i tuoi avversari.

A volte sarebbe più utile recuperare la miglior lezione politica, culturale, civica ed etica del passato e non limitarsi, invece e al contrario, a contemplarlo in modo passivo ed inconcludente.

Meloni sulla plancia: tre scivoloni e una capriola.

La nostra amatissima Meloni-Cleopatra, novella capitano, è alle prese con il pavimento scivoloso della plancia. Se la cava senza una slogatura ma con qualche piccolo livido, che si sa alle signore proprio non va. E voilà, per far passare lo spavento ai suoi e dimostrare di essere in piena forma fa una capriola stile salto “mortale”.

Primo scivolone sui sentimenti, raffreddati certo, ma pur sempre sentimenti. Sceglie di essere madre e donna indipendente, e non si avevano dubbi su questa scelta, anche se la ricordiamo occhi dolci qualche anno prima ricordare la canzonetta ultra romantica e appassionata che aveva sancito l’unione con il giornalista “infedele”. Nello standard dell’impero, se Cesare ti incorona capo della sua flotta sarà bene anche liberarsi di qualche zavorra, lasciata peraltro a terra.

Secondo scivolone, sulla lingua…e si sa le donne sono ciarliere e spesso, se opportunamente adulate, da infidi sornioni uomini, cominciano a raccontare anche l’irraccontabile, come se fossero tra amiche, nel consesso del quale si può dire di tutto ma proprio tutto. Perdonata per la mancanza di scaltrezza da capitano accorto, Cesare ha alzato il sopracciglio corrucciato e infastidito dallo scoprire che la sua Cleopatra sotto sotto è ancora una sempliciotta signora in vena di confidenze.

Terzo scivolone…il conto del tesoro dell’impero. Non che a Cesare mancassero i tesorieri e pure gli esattori delle tasse, ma Meloni-Cleopatra in gran spolvero e con tutti gli ufficiali presenta la sua idea di come spendere il tesoro dell’impero, come risparmiare, e su come guadagnare qualcosa glissa. Ma su questo punto l’attenzione di Cesare si punta con occhio di aquila. Sì, va bene risparmiare, che sono tempi di magra e la gente si sta lamentando molto, e va pure bene decidere come spendere i pochi soldi disponibili per continuare a sistemare l’impero, ma su come portare dei soldi a casa per incrementare la cassa, beh…qui non c’è uno straccio di idea, fanno notare gli uomini di Cesare. Meloni confida tutto nei soldi che arriveranno dalle casse dell’Alleanza che Cesare ha stretto con i Paesi confinanti, soldi abbastanza certi, ma di andare a cercare altre fonti di guadagno nel territorio imperiale nemmeno l’ombra. Perplessità e richiesta di chiarimenti doverosa da parte di Cesare, che per ora in un anno ha tirato fuori solo soldi e ricavato promesse.

E voilà il capolavoro! Per superare lo spavento preso in pochi giorni con le scivolate e dimenticare presto i lividi delle cadute, ma soprattutto per rincuorare i suoi che pronti nei primi soccorsi, poi si sono chiesti dubbiosi se il capo avrebbe retto e aveva la stoffa per andare avanti, la nostra Meloni-Cleopatra ha presentato alla ciurma tutta il papello di riforma del modo di governare la flotta di Cesare e controllare l’impero. Papello che aveva tenuto nascosto in attesa dell’occasione giusta per presentarlo: ora secondo lei questo era il suo momento e questo contava più di tutto. Al diavolo le sorti dell’impero, finché Cesare mi ci tiene sulla nave, avrà pensato, si può osare tutto.

I più scettici e navigati dell’impero hanno subito notato che in molti dei capitani passati si sono peritati nello scrivere questo papello delle regole ma si sono miseramente incagliati nelle secche o hanno proprio sfasciato la nave. Meloni confida nella tenuta del fasciame della nave (ottimo legno fornito dai maestri d’ascia di Cesare) e della ciurma tutta. La quale, avendo la pancia mezza vuota, ha poco interesse per una regola che non li riguarda adesso, ma se mai al prossimo imbarco/ingaggio, e cioè, a sentire il Capitano, tra quattro anni. Applausi per convenienza e un generico “sentiremo il popolo” smarcano la presentazione. Senonché Cesare, che oltre che astuto è anche orgoglioso, mostra di gradire poco la sortita di Cleopatra, e il popolo ancora meno, ovvero, come si direbbe, di questo progetto non sentivamo proprio la mancanza. Con un effetto non voluto dalla stessa Cleopatra, poco attenta ai mormorii della ciurma e dell’impero, ossia che Cesare la considera una mossa per metterlo all’angolo, costringerlo ad un qualche impegno concreto; e questo fatto, dopo tutti i soldi spesi per armare la nave, foraggiare la navigazione e le bizze del capitano e della ciurma, proprio sa di ingratitudine ai suoi occhi.

Il momento è sbagliato nonostante il rumore di gran cassa per tutto l’impero per presentare il papello delle regole come quello che ci mancava per vivere felici e contenti con governi duraturi e che non ci costringano ad andare spesso alle urne per rimediare e scegliere altri governanti. Meloni-Cleopatra, avrà considerato il fatto che il popolo si sia stancato di andare alle urne sia un buon motivo per fare delle regole atte a mandarceli ancora di meno, piuttosto che scegliere il dispendioso mezzo per portarceli di più alle urne. Ma Cesare sul consenso basa tutta la sua potenza imperiale e le consultazioni del popolo sono il sale della sua stessa forma di governo. Ora portarceli ogni cinque anni significa perderne di fatto il controllo (mossa pericolosissima per un politico come lui) e affidarsi ad una fiducia che si sa è tra i sentimenti dell’uomo una delle più instabili: in politica poi dura davvero poco. Il capitano Meloni-Cleopatra sa che nuove mappe per navigazioni sicure non arriveranno presto.

Buona navigazione

Non si tratta di modifica ma di sovvertimento della Costituzione

Non riscalda i cuori la discussione sul progetto di riforma costituzionale del governo. Non meraviglia la posizione dell’on. Meloni, che è coerente con la sua esperienza, ma fanno senso i commenti di tanti come se si trattasse di una semplice modifica della Costituzione e non di un disegno che sostanzialmente la cancella.

Non più una Repubblica parlamentare ma al centro il “premier” eletto direttamente dal corpo elettorale. L’Ungheria, la Polonia, per restare in Europa, sono modelli seguiti.

Gli USA hanno un Parlamento forte che bilancia i poteri del presidente invece la “riforma Meloni” lascia un Parlamento esangue, con un esecutivo che diviene il motore della produzione legislativa.

L’equilibrio della tripartizione dei poteri svanisce.

Concordo con quanti hanno sollevato importanti questioni. Il tema vero è la volontà di sovvertire le fondamenta della nostra democrazia in un ritorno a un passato dell’uomo forte, che sacrifica la centralità delle istituzioni di democrazia rappresentativa.

L’on. Meloni parla di stabilità e di fine sostanziale degli “inciuci dei partiti”. Analoghe la motivazione alla base della riforma elettorale del 1994, che non ha garantito però le auspicate stabilità e semplificazione della politica, anzi…

I governi della cosiddetta prima repubblica duravano poco ma le direttrici di fondo non cambiavano. Il provvedimento in discussione è un obbrobrio giuridico-istituzionale. Vediamo. Elezione diretta del premier, figura che ha una legittimazione maggiore rispetto al presidente della Repubblica, il quale conserva prerogative ridotte. Non più lo scioglimento delle Camere che è affidato al parlamentare che sostituirebbe il presidente del Consiglio dimissionario, se a sua volta rinuncia a formare il governo. Un imbroglio.

La posta in gioco, quindi, è la democrazia rappresentativa e partecipata. Le opposizioni hanno una voce debole. I 5 Stelle e il Pd furono artefici della umiliazione del Parlamento.

Una mobilitazione deve nascere nella coscienza del Paese. Questa è la madre delle battaglie per salvare valori di riferimento di una grande storia umana. La destra-destra ha assorbito Forza Italia, cadono le speranze del moderatismo di fronte a un partito con una guida mesta.

La Lega ha contrattato l’autonomia differenziata (una contraddizione su cui la presidente del consiglio sorvola, contravvenendo ad uno dei valori fondanti del suo partito). Pensavamo che dopo la sospensione della democrazia e della politica seguìta al golpe di alcune procure e di una certa sinistra negli anni ’92-’93, il Paese potesse ritrovare l’agibilità democratica e non la sua definitiva negazione,  che bisogna scongiurare.

Sono convinto che il Paese, quando sarà chiamato, con il referendum, a scegliere non disperderà il patrimonio di civiltà conquistato con immani sacrifici.

Mi auguro che tanti che provengono dalla esperienza cristiana e democratica trovino la forza e l’orgoglio per sottrarsi alla morsa del potere per fare una battaglia per la libertà. Questa sì sarà…la loro!

 

Mario Tassone, ex parlamentare e segretario del Cdu.

[Il testo è tratto dalla pagina Fb dell’autore]

Il premierato della Meloni altera il fondamento della Costituzione repubblicana

Stando agli ultimi sondaggi se si applicasse il principio di rappresentanza parlamentare ipotizzato dal progetto di Riforma Costituzionale proposto dal Ministro Casellati – che prevede l’attribuzione del 55% dei seggi al partito o alla coalizione più votati dagli elettori – l’attuale Presidente del Consiglio verrebbe eletta premier con una percentuale che oscilla dal 28,6% di FDI al 44% del centro destra. Un conteggio fatto a spanne di cui andrebbe preliminarmente precisato che – stando ai dati del 2022 – riguarderebbe il 63,8% dei votanti rispetto al 36,2% degli astenuti. Anche considerando la percentuale più favorevole (applicabile per mera immaginazione ad una coalizione di orientamento politico opposto, tipo “campo largo, per restare nel politichese) un presidente del consiglio verrebbe eletto dal 44% del 64% degli elettori, ammesso e non concesso che il dato delle astensioni (in continua crescita ad ogni elezione) restasse quello attuale.

Come garbatamente osserva il Presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, in un articolo su il Quotidiano del Sud del 4/11 u.s. il disegno di legge Casellati “ha come obiettivo quello di assicurare la stabilità della maggioranza e del governo per la durata della legislatura, in modo da consentire l’attuazione di un programma quantomeno di medio periodo. Sono obiettivi che possono essere condivisi e che rispondono a esigenze avvertite da tempo”. Una questione che esiste da sempre, basti pensare alla legge 148/1953 (poi abrogata con la legge 615/1954) che attribuiva un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato il 50% dei voti validi ma che non sortì alcun effetto in quanto alle elezioni le forze politiche apparentate ottennero il 49,8% dei voti e il meccanismo previsto dalla legge non scattò per circa 54.000 voti, ovvero circa lo 0,2% dei suffragi.

Se il progetto attuale viene definito da Meloni come “la madre di tutte le riforme”, possiamo senza indugio affermare che il tema della governabilità è il padre infedele e poligamo della storia politica italiana del dopoguerra. Le abbiamo provate tutte, dal proporzionale al maggioritario, dai monocolori ai governi tecnici, dalle coalizioni al trasformismo parlamentare più incestuoso ma 68 governi in 75 anni di legislatura esprimono una fragilità di sistema.                                   Il Prof. Mirabelli si chiede se non esistano altre vie che rafforzino la stabilità e la durata degli esecutivi. L’attuale sistema elettorale non lo consente e nello stesso tempo spiega la disaffezione degli elettori per il voto: dopo il tramonto delle storiche ideologie i partiti si sono via via personalizzati perché i rispettivi leader hanno assunto una concezione proprietaria del potere, la frammentazione delle forze politiche non corrisponde ad orientamenti e visioni di modelli di società e di Stato ma a calcolati interessi che nulla hanno a vedere con il bene dei cittadini. Si assiste sovente a giochi di potere indecorosi e ci si chiede come la gente potrebbe accalorarsi e parteggiare non traendone alcun vantaggio in termini di benessere collettivo e non riconoscendosi in una rappresentanza fatta da designati e non da prescelti.

La riforma potrebbe alterare gli equilibri istituzionali attuali, in primis con una deminutio del ruolo del Presidente della Repubblica (in realtà l’unica figura in grado di interpretare l’unità nazionale e la totalità dei cittadini) ma anche con un ridimensionamento ulteriore del ruolo di rappresentanza del Parlamento (dopo la falcidie voluta da Di Maio). Uso ancora le sagge e lungimiranti parole del Presidente Mirabelli…” si può forse sostenere che, di fatto, non sarà più il Parlamento a dettare l’indirizzo politico al governo ma sarà il governo a imporre al Parlamento il proprio indirizzo politico”. Una prospettiva lontana anni luce dal disegno istituzionale voluto dai padri costituenti che – nel bene e nel male – ha sempre garantito la salutare pratica del confronto democratico.

In conclusione l’ipotizzata riforma costituzionale rafforzerebbe più il potere dei partiti e dei loro capi che non la stabilità del quadro istituzionale, In particolare la limitazione delle attribuzioni del Capo dello Stato ci priverebbe di un ruolo di garanzia, di equilibrio e tutela degli interessi generali, consegnando super poteri all’esecutivo e al premier, talmente blindati da prevedere una successione interna come nelle più blasonate monarchie.

Il fondo americano KKR scalza i francesi di Vivendi nella nuova Tim

Si dovrebbe scrivere che la decisione assunta ieri dal Consiglio di amministrazione di Tim metta un punto fermo sulle vicende molto ingarbugliate dell’azienda di telecomunicazioni, pur sempre considerata, nonostante le mille traversie e gli equilibri societari complessi, un asset fondamentale del sistema Italia. In realtà, la parola fine non è detto che sia stata scritta, in modo per così dire irrefutabile, vista la reazione molto dura dell’azionista privato di riferimento.

“Due anni di lavoro a testa china si chiudono con una decisione storica: dare il via alla nascita di due società con nuove prospettive di sviluppo. Entrambe saranno il punto di riferimento per la trasformazione digitale del nostro Paese perché, grazie a questa operazione, potranno accelerare lo sviluppo tecnologico nel settore delle Telecomunicazioni”. Lo ha dichiarato Pietro Labriola – Amministratore Delegato TIM – in una nota diramata nel pomeriggio di ieri, sottolineando che “non è la conclusione del nostro percorso ma un nuovo inizio. Con questa operazione, infatti, diamo linfa all’infrastruttura di rete e allo stesso tempo consentiamo alla nuova TIM di focalizzarsi sull’innovazione tecnologica che serve per governare il complesso mercato dei servizi digitali e giocare un ruolo da leader”.

“Il primo ringraziamento per questo risultato – ha detto Labriola – va a tutte le persone della nostra Azienda, da sempre il punto di forza in ogni momento che abbiamo attraversato insieme. Senza di loro non sarebbe stato possibile raggiungere questo importante traguardo. Voglio sottolineare inoltre l’importante ruolo delle Istituzioni e delle Autorità competenti che sono la miglior garanzia per l’esecuzione di questo piano”.

“Infine, a tutti i nostri azionisti – conclude l’ad di Tim – dico che stiamo restituendo a TIM la possibilità di guardare ad un futuro sostenibile e di essere pronta a cogliere le opportunità che avrà davanti. Il nostro obiettivo è proseguire su questa strada tracciata dal piano approvato con l’appoggio dei nostri principali azionisti, restando sempre aperti al dialogo e alle proposte che ci vengono sottoposte, in particolare, dai soci più importanti. Siamo convinti che la forza del nostro Gruppo, insieme a ciò in cui crediamo, porterà a far crescere l’Azienda e a generare valore per tutti. Ora torniamo a lavorare a testa bassa per mettere a terra questa grande e storica decisione del CDA di oggi”.

Fin qui la posizione di Labriola, appoggiata come è noto dal governo, anche nelle ultime ore a fronte di proposte alternative. Di tutt’altro avviso Vivendi, primo azionista di Tim, che “si rammarica profondamente” avendo il Consiglio di Amministrazione di TIM “accettato l’offerta di KKR di acquistare la rete di TIM senza innanzitutto informare e richiedere un voto ai propri azionisti, contravvenendo così alle norme di governance”. Il gruppo francese preannuncia azioni legali contro le deliberazioni del cda: “Essendo rimasti inascoltati tutti gli appelli alla ragionevolezza, Vivendi utilizzerà ogni mezzo legale con la possibilità di impugnare tale decisione e di tutelare i propri diritti e quelli di tutti gli azionisti”, si legge in un comunicato diffuso da Vivendi alla fine del Cda.

“Le motivate richieste di Vivendi, espresse attraverso molteplici comunicazioni al Consiglio di Amministrazione, ai Sindaci e all’Autorità di regolamentazione del mercato (Consob), volta a tutelare tutti gli azionisti e a prevenire una situazione così pregiudizievole – si legge nella nota – sono state completamente ignorate. Il Consiglio di Amministrazione di TIM ha quindi privato ciascun azionista del diritto di esprimere il proprio parere in sede di Assemblea degli Azionisti, nonché del connesso diritto di recesso per i soci dissenzienti”.

Secondo Vivendi “cinque pareri pro veritate hanno confermato che la cessione dell’intera infrastruttura di rete di Telecom Italia ha comportato un netto cambiamento dell’oggetto sociale di TIM”, sicché questi “avrebbe reso necessaria una preventiva modifica dello statuto della società, decisione di competenza esclusiva dell’Assemblea Straordinaria”. E pertanto “la decisione assunta dal Consiglio di Amministrazione di TIM – si legge ancora – è viziata anche dalla mancata applicazione delle disposizioni in materia di operazioni di maggiore rilevanza con parti correlate, alla luce della partecipazione con poteri decisionali del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che controlla la parte correlata di TIM, Cassa Depositi e Prestiti”.

Infine, anche Il fondo Merlyn Partners, che aveva presentato una proposta alternativa all’offerta vincolante di Kkr per la rete Tim, ha criticato in serata la scelta adottata dagli amministratori dell’azienda. La partita non è finita, tutto si sposta sul terreno delle dispute forensi.

Impegno civile, un nuovo saggio engagė di Filippo La Porta.

Ancora una volta Filippo La Porta dà fondo alla sua arte di grande recensore e critico letterario per inanellare pensieri sempre puntuali, mai scontati, che rendono le sue rigorose perlustrazioni un racconto armonico, coinvolgente, sofisticato. Questo libro, ultimo nella già cospicua produzione dall’autore, è qualcosa che va oltre la semplice fotografia di come abbiano concepito l’impegno civile alcuni scrittori importanti, da Manzoni a Murgia. C’è un ragionamento che lega le parti, uno sforzo che potremmo definire di amalgama, se la parola non fosse prigioniera di un certo lessico politico. E quindi, dal lato dell’intellettuale engagé, una visione che riguarda l’oggi.

Ecco allora le riflessioni di La Porta. Nella Storia i grandi balzi in avanti compiuti lungo il sentiero della civiltà sono stati ispirati dagli uomini di pensiero, intellettuali, filosofi che con la loro visione scuotevano le coscienze e facevano percepire come realizzabili nuovi scenari più progrediti, migliori per la complessa e contraddittoria società umana. Nell’era caotica dei social media e del conformismo mediatico, queste voci appaiono confuse, prive di vigore permeante, incapaci di risvegliare il pensiero critico, narcotizzato dal flusso incessante di dati. Le persone di cultura e gli scrittori, in particolare, avvertono la necessità di tracciare una rotta, di denunciare, come sentinelle della verità.

Tuttavia, nell’epoca dell’immagine e del politicamente corretto, anche questa attitudine può sembrare una posa, una strategia di marketing. Difendere gli oppressi, gli ultimi può diventare un’autocertificazione della propria superiorità morale, che rende irrimediabilmente vana ogni buona intenzione. Per questo è bene tenere a mente che l’impegno civile è, sì, responsabilità verso gli altri, ma non può prescindere dall’impegno verso la propria autenticità e verso la scrittura.

A breve il libro, edito da Castelvecchi, sarà in vendita nelle librerie. Una buona lettura per le prossime vacanze di Natale.

 

 

Filippo La Porta

Critico e saggista. Scrive regolarmente su «la Repubblica» e collabora all’«Unità». Ha una rubrica sul settimanale «Left» e sul mensile «L’immaginazione». Insegna alla Scuola Holden e in vari corsi di scrittura. Di lui Castelvecchi ha pubblicato  L’impossibile “cura” della vita. Cechov, Céline e Carlo Levi, medici-scrittori coscienziosi e senza illusioni e, con Luca Cirese, Non possiamo non dirci non violenti (2021).

 

Fonte: Askanews (con aggiunte e rielaborazioni)

Centro da tenere unito contro la madre di tutte le riforme

Nel merito la proposta di riforma costituzionale presentata dal governo Meloni costituisce senza alcun dubbio un tema fondamentale da dibattere. Si tratta infatti di un progetto che mira a mutare delicati e consolidati equilibri del nostro sistema istituzionale.

Per i Popolari di una certa scuola (al di là delle attuali parrocchiette in cui purtroppo appare frantumato questo mondo), la scuola dei Ruffilli, degli Elia, dei Bodrato e altri autorevoli maestri, sembra abbastanza scontato l’effetto che la riforma costituzionale della Meloni può produrre su di noi: quello di ricompattarci attorno al modello di democrazia parlamentare definito dalla Costituzione. Perché, anche se non dichiarato, il premierato della Meloni rappresenta un ripiego dal progetto originale che è quello di un presidenzialismo non proponibile in Italia per le note vicende storiche che hanno caratterizzato il nostro Paese. Un ripiego che forse per certi aspetti, rischia di suscitare persino maggiori perplessità di un presidenzialismo vero, con i suoi dovuti contrappesi. Un progetto, quello in senso lato presidenziale, peraltro che trova consensi non solo a destra, ma anche in quegli ampi settori della sinistra che sostengono il bipolarismo.

Ma se si prova ad allargare un pochino l’orizzonte, chiedendosi quale impatto può avere questa riforma sull’area di centro, il discorso cambia parecchio e si complica. Perché anziché compattarla quest’area, l’elezione diretta del premier la divide e pure in profondità. Il modello del “sindaco d’Italia” è infatti inscindibilmente legato, nel bene e nel male, alla leadership di Matteo Renzi, e all’attuale partito di Italia Viva, che consideriamo, noi Popolari, un interlocutore imprescindibile per la costruzione del Centro. Vi è di più. Oggettivamente sulle riforme istituzionali la posizione dei Popolari appare culturalmente più affine a quella della sinistra massimalista della Schlein che a quella dei settori riformisti del Pd, proprio mentre nel contempo consideriamo i secondi nostri naturali interlocutori e la prima quasi una avversaria politica.

Se così stanno le cose, e se il mondo che fa riferimento al popolarismo, non vuole rinunciare né a una fondata critica all’elezione diretta del premier né, d’altra parte, al progetto politico del Centro, allora la sfida politica consiste nella capacità di trasformare la valutazione della riforma costituzionale da possibile scoglio che rischia di mandare in frantumi un progetto politico, in un’occasione per trovare un metodo di discussione e di confronto con cui valorizzare la diversità inevitabile dei giudizi con l’altrettanta importante necessità di una sintesi, che non sia solo di facciata ma capace di comporre e articolare le preoccupazioni di tutti.

Se daremo prova di saper affrontare nell’area di centro, il tema delle riforme istituzionali con un tale spirito, si potrà forse arrivare uniti alle prossime Europee e trovare la chiave che in futuro consenta di gettare le basi per una esperienza politica di centro maggiormente strutturata e rappresentativa, dei territori e dei ceti sociali.

E forse, così facendo, ci si accorgerà insieme dei limiti intrinseci di un modello istituzionale come quello tratteggiato dal governo che non ha uguali in Occidente se non per un breve periodo in Israele, dove non ha conseguito i risultati sperati. E soprattutto emergerà la consapevolezza che la “madre di tutte le riforme” non sono quattro regolette immaginate come sostitutive della dialettica politica interna e parlamentare per il perseguimento di una stabilità solo di facciata, alla francese, ma la madre delle riforme è primariamente costituita dal corso inarrestabile della Storia, che volenti o nolenti ci pone delle sfide – in questa fase soprattutto di ordine socio-economico e geopolitico – che si possono affrontare solo con la politica, ovvero con un confronto reale di posizioni e non con un’artificiale semplificazione della rappresentanza e dei punti di vista.

Riforma costituzionale, Meloni copia Renzi ma senza minaccia di dimissioni.

Non è il momento più opportuno, in fase di bilancio e di finanziaria ci si attiene allo sforzo di spiegare le ragioni delle scelte e non si presentano progetti di grande portata.Meloni ha sbagliato il tempo. Poteva aspettare gennaio per lanciare la sua idea. Come mai a inizio novembre? Vuole forse deviare lo sguardo degli italiani? È un sospetto che non posso non rilevare. La riforma Costituzionale è pur sempre uno degli aspetti più salienti della vita di un Paese.

Se poi, come quella lanciata dalla Meloni modifica un asse portante dell’asseto democratico, allora merita di essere esaminata in un altro momento. Ma lei, ha inteso fare la mossa di cavallo, spiazzando i critici della sua manovra finanziaria. Non va bene. Non è un atto ascrivibile ad una logica di correttezza istituzionale.

Presa in se stessa, questa idea è quanto meno bizzarra. Non in linea con il portato culturale dei padri Costituenti che hanno inteso definire la nostra democrazia mettendo al centro la vocazione Parlamentare del nostro ordine istituzionale. Meloni vuole cancellare questa  impronta, questa nobile  impronta. Perché sposta lattenzione sul premierato, togliendo potere al Parlamento e così anche al Presidente della Repubblica.L’iter Parlamentare sarà lungo. Quattro letture. Il centro destra riuscirà a vararla. Ma non avrà i due terzi dei parlamentari richiesti per metterla in atto. Tra due o tre anni saremo chiamati al referendum. Come capitò il 4 dicembre del 2016 a Renzi, succederà anche alla Meloni. Con l’unica differenza che la Meloni ha dichiarato che nel caso in cui perdesse il Governo continuerà la sua funzione.

Cosa ne pensate?

 

 

[Il testo, con il titolo “Tempo inopportuno”, è tratto dal blog dell’autore]

Meloni candidata alle europee? Un’ipotesi che fa discutere Fratelli d’Italia.

In questo momento, raccontano, è inutile aspettarsi una risposta dalla diretta interessata. A Kilkenny, cittadina dell’Irlanda dove i Conservatori europei si sono dati appuntamento nel week end per discutere di agricoltura, la domanda serpeggia però con insistenza: Giorgia Meloni si candiderà alle Europee?

Che Fratelli d’Italia punti a fare un buon risultato è un auspicio dichiarato senza giri di parole, alla faccia di qualsiasi cautela o superstizione. “Quello che abbiamo fatto in Italia è una specie di miracolo ma che si può ripetere, lo possiamo fare anche a Strasburgo e Bruxelles”, dice il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani.

Ormai nessuno crede più alla possibilità che si possano stravolgere gli assetti europei, che si riuscirà a sostituire i Socialisti in quell’accordo con il Ppe da cui passano le scelte dei vertici delle istituzioni comunitarie. Ma l’obiettivo di fare il pienone di voti per pesare di più, facendo da traino anche ai partiti alleati negli altri Paesi, è traguardo che viene considerato a un passo. Dunque, si lavora per allargare le alleanze.

Basate su un sistema proporzionale, le europee sono inevitabilmente uno strumento per pesarsi. Ma, di fatto, cadendo a quasi due anni dalle Politiche, rappresentano per il governo una elezione di mid term.

Per questo, come spiega una autorevole esponente di Fratelli d’Italia, “prendere un voto in più di allora, con due guerre e i problemi economici che ne sono conseguiti, sarebbe un successo”.

Ed è chiaro a tutti quale effetto propulsivo potrebbe avere una candidatura della premier, che peraltro è anche presidente di Ecr (Conservatori e Riformatori Europei). A volerlo quantificare, spiegano, è almeno un 2-3% in più.

Giorgia Meloni, però, al momento viene descritta come completamente concentrata sui dossier aperti, primo tra tutti la legge di bilancio che, nel cronoprogramma fatto a palazzo Chigi non senza un certo ottimismo, dovrebbe essere licenziata intorno alla metà di dicembre. Perciò, chi ha avuto modo di parlarci, spiega che una decisione su questo punto potrà arrivare solo dopo il via libera alla manovra, forse a gennaio.

Nel frattempo, si soppesano tutte le variabili. L’impegno in campagna elettorale di un presidente del Consiglio in carica ha un illustre precedente in Silvio Berlusconi, ma si tratterebbe semplicemente di drenare voti già sapendo che non si occuperà mai quel seggio. Altro fattore su cui si ragiona nei conciliaboli di chi si sta occupando della pratica, è che una presenza di Meloni come capolista in tutta Italia, per la regola dell’alternanza, finirebbe per sfavorire le candidature femminili. Inoltre, un impegno in prima persona potrebbe far ricadere sulla sua persona anche esiti non proprio positivi di partiti alleati in altri Paesi: l’esito del voto in Spagna e Polonia, con Vox e Pis al di sotto delle aspettative, invita a tenere la guardia alta.

Di contro sta il fatto che la campagna elettorale è di solito un tonificante per esponenti cresciuti a pane e politica come Giorgia Meloni. Raccontano, per esempio, che sia rimasta molto contenta del bagno di folla di qualche giorno fa alla manifestazione della Coldiretti.

C’è un altro aspetto: una sua scelta in questo senso potrebbe spingere altri leader di partito a tentare la stessa avventura. A cominciare dai partiti del centrodestra. Anche con la conseguenza – inevitabile – di registrare i rapporti di forza tra leader alleati.

 

 

Fonte: Notiziario Askanews

L’epoca della intranquillità, ovvero come pensare e agire nel caos.

Un senso di minaccia incombente è ormai parte integrante del nostro mondo, segnato in questi ultimi anni da pandemie, guerre e cambiamento climatico. Tristezza, paura e angoscia sempre più spesso assumono tratti patologici, soprattutto nel vissuto giovanile.

Come pensare e agire dentro questo caos? Come vivere questo tempo in cui il mondo di prima sta venendo meno e il nuovo tarda ad apparire? A tali domande cercano di dare risposta Miguel Benasayag (filosofo e psicanalista argentino) e Teodoro Cohen (giovane laureato della Sorbona) scrivendo una lettera alle giovani generazioni, che non pretende di insegnare loro la ‘giusta via’ da percorrere, ma piuttosto offre spunti e pratiche per trovarla insieme.

Il libro, edito da Vita e Pensiero, ha un titolo suggestivo: L’epoca della intranquillità. Lettera alle nuove generazioni (2023).

Gli autori – il ‘veterano’ e l’‘amico coetaneo’ – lasciano ai loro interlocutori questa sorta di ‘messaggio nella bottiglia’ da aprire e trasformare in proprio, in cui propongono dapprima una lettura fortemente critica della società del capitalismo digitale, con la sua pervasiva tirannia dell’algoritmo e l’imperativo della prestazione, e poi, nella parte finale, alcune prospettive di un impegno alternativo, che assuma la strutturale fragilità della condizione umana e l’attitudine all’‘intranquillità’ come spinta a «sostenere il desiderio che ci attraversa, che è desiderio di vita, di gioia, di solidarietà».

 

 

BIOGRAFIA DEGLI AUTORI

Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista, è originario dell’Argentina, dove sotto la dittatura ha conosciuto il carcere e la tortura. A Parigi si occupa di problemi dell’infanzia e dell’adolescenza e dell’interazione tecnologia/essere umano. Tra i fondatori del collettivo culturale «Malgré Tout», è autore di numerosi libri tra cui, editi da Vita e Pensiero: La salute a ogni costo (2010), Funzionare o esistere? (2018), La tirannia dell’algoritmo (2020), Il ritorno dall’esilio (con Bastien Cany, 2022).

 

Teodoro Cohen è laureato in filosofia alla Sorbona e fa parte del collettivo culturale «Malgré Tout». Con Miguel Benasayag ha pubblicato altri due libri, tradotti anche in italiano: Cinque lezioni di complessità (2020) e Del dialogo nella complessità (2023).

 

 

[Il testo è tratto dalla scheda di presentazione del libro]

Storia | Alcuni ricordi sulla nascita del Partito Popolare Europeo.

In base all’iniziativa congiunta dell’UEDC e del suo Gruppo Parlamentare europeo, il 29 aprile 1976 si costituì un “Comitato politico” e fu predisposto lo Statuto per il Partito Popolare Europeo, la cui riunione costitutiva ebbe luogo a Lussemburgo l’8 luglio 1976. Il PPE viene così concepito come organizzazione dei partiti democratici cristiani della Comunità Europea, una “unione aperta” che consente l’adesione di tutti i partiti che abbiano una identica visione fondamentale e aderiscano al suo programma politico: nel PPE vige la democrazia interna, senza diritto di veto, con decisioni prese a maggioranza.

Il Primo Congresso del PPE si svolse a Bruxelles il 6 e 7 marzo 1978, In quella occasione fu varato il  Programma politico del partito, la cui premessa ribadisce che il PPE si riconosce nella tradizione comune dei democratici cristiani europei, virtualmente antesignana della integrazione politico istituzionale.

Il Programma fu sottoscritto da 9 italiani: Benigno Zaccagnini, Flaminio Piccoli, Giulio Andreotti, Emilio Colombo, Luigi Granelli, Mariano Rumor, Dario Antoniozzi, Franca Falcucci (in quanto presidente della sezione femminile del PPE), Umberto Laurenti (in quanto presidente europeo dei Giovani del PPE), Nicola Signorello (in quanto presidente della Associazione europea Amministratori locali). Presenti per l’Ufficio esteri del partito: Angelo Sferrazza e Angelo Bernassola.

I risultati del primo congresso del PPE furono unanimemente considerati un successo della delegazione italiana, il cui impegno ebbe il convinto sostegno delle delegazioni francese, belga, olandese ed irlandese. Al termine dei lavori congressuali furono adottati all’unanimità i documenti programmatici circa tutte le più rilevanti questioni cui l’Europa futura, dalle prime elezioni a suffragio universale del Parlamento Europeo del 10 giugno 1979, sarebbe stata chiamata a far fronte.

L’ottimismo del 7 e 8 marzo 1978 fu purtroppo offuscato, solo una settimana dopo, dai tragici avvenimenti legati al rapimento dell’on. Moro. E tuttavia tutte le scelte politiche del 1° Congresso furono confermate in occasione del 2° Congresso svoltosi il 22 e 23 febbraio 1979 con l’approvazione della Piattaforma elettorale. A rileggere oggi quelle pagine si può solo apprezzare il disegno audace e coerente, con molti punti ancora attuali.

Infine, vale la pena ricordare un fatto di assoluto rilievo. In vista delle prime Elezioni dirette del Parlamento di Strasburgo la presidenza europea del Giovani del PPE ebbe cura di commissionare all’artista Jean Michel Folon una affiche che, una volta realizzata, riscosse apprezzamenti larghissimi tanto da essere adottata come immagine ufficiale della campagna elettorale europea.

Altri tempi?