Home Blog Pagina 633

Zeno Salimbene appena diciottenne firma “La brigante giovinezza”

“Voglio la mia brigante giovinezza / sia come certi di quei fuochi che / dalla ferrovia distante / inerti i bimbi chiameranno incendi”: sono i versi della poesia “Primavera” a dare il titolo alla prima silloge di Zeno Salimbene pubblicata da Fuorilinea Edizioni.

“La brigante giovinezza” è un’indagine verticale e indelicata sulle paure, le aspirazioni e gli incubi di una generazione tempestata dal buio e tuttavia aggrappata alla vita, ai suoi battiti, alle sue pulsioni. È un’altra verità sulla generazione Z, non solo esibizionismo e followers, dunque, ma anche rabbia, amore, volontà e avvenire.

A soli 18 anni Salimbene, nato e cresciuto a Capena, in provincia di Roma, stupisce e disorienta scavando la pagina con versi inconsueti e promettenti, dal misticismo singolare, sui generis, con un ritmo già pensato per essere interpretato nelle sue perfomance di poesia orale. 

“Io sono uno che scrive per necessità, per me scrivere è un atto politico: pensare che io debba levigare un verso per renderlo digeribile o civile mi distrugge. La poesia non deve essere digeribile, deve essere libera. Non deve essere autoerotismo, ma manifesto”. Così descrive il suo lavoro il giovanissimo autore che si dice avverso alla “vanificazione della poesia, alla poesia monoporzione, quella che si scrive sugli scontrini”. 

La sua è una produzione complessa e viscerale, a tratti sconcertante e scomoda tanto quanto il mondo che abita e racconta: non assolve ma riabilita, non definisce ma smaschera. E ancora abbraccia le ombre, l’inquietudine, la marginalità, il rifiuto. Accoglie i suoi mostri e li riporta in superficie per accecarli di senso. Nel linguaggio e nelle illustrazioni di Salimbene, che è anche pittore, c’è l’ingiustizia e il riscatto, l’indifferenza e il suo antidoto, lo sdegno e la ribellione. C’è una Roma materna e accudente, e poi anche dannata e degenere. Ci sono la materialità urgente del corpo e gli spettri intangibili dell’animo, la famiglia e la sua dissoluzione, l’intimità e il dominio pubblico, il presente e la Storia. 

È una poesia figlia e interprete di tempi incerti e vertiginosi ma anche e ancora appassionati. Un libro da “maneggiare con cura”, la stessa che muove la penna di questo giovane artista.

Il valzer delle alleanze devasta l’ipotetico Campo largo

Il simpatico e suggestivo incontro tra Romano Prodi e Giuseppe Conte dei giorni scorsi non è riuscito, almeno così pare, ad evitare la goliardata in corsa tra il partito della Schlein e i populisti dei 5 Stelle. E poi ci si lamenta della crescita dell’astensionismo elettorale. O meglio, del non recupero, da parte dello schieramento di sinistra, di un elettorato che si è progressivamente allontanato da quell’area politica. Verrebbe quasi da dire che non ci sono più parole.

Dunque, la Sardegna ha visto la netta spaccatura tra la sinistra e i 5 Stelle da un lato e le forze moderate e riformiste dall’altro. Per un colpo di fortuna che può capitare ogni decennio o giù di lì, si è vinta la battaglia elettorale. Ma le circostanze che hanno portato a quella vittoria sono riconducibili tutte ed esclusivamente agli errori madornali e persin plateali del centro destra. Comunque è andata.

Sull’Abruzzo è meglio non commentare. È appena sufficiente ricordare un fatto per non ripercorrere l’intera vicenda. E cioè, l’agenda quotidiana della campagna elettorale del centro sinistra doveva scrupolosamente appurare che non era previsto alcun incrocio tra i vari leader di quel campo perché altrimenti scoppiava una polemica violenta. E questo perchè i vari capi partito della coalizione erano seriamente impegnati a sottolineare che il sempre più grottesco “campo largo” altro non era che un escamotage per prendere qualche voto più in quella Regione ma mai, e poi ancora mai, si sarebbe potuto realizzare a livello nazionale. È persin ovvio arrivare alla conclusione che chi ascoltava quelle dotte riflessioni o non votava più la sinistra oppure, e per reazione, votava la coalizione di centro destra.

Sulla Basilicata è meglio stendere un velo pietoso. Se si dovesse ripercorrere l’intero spettacolo lucano con l’ultimo ritiro da candidato a Presidente dell’ormai più famoso oculista d’Italia, ci sarebbe anche da ridere. Ma, al di là delle piroette continue e ripetute da parte dei vari partiti, emerge un solo dato. Ovvero, la coalizione di centro sinistra semplicemente non esiste. E quando esiste è un’ammucchiata inguardabile e addirittura ingiudicabile.

E poi arriva il Piemonte, la mia regione, e qui la comicità raggiunge livelli insuperabili. Dopo la contesa fra due candidature – peraltro accettabili – da ormai quasi un anno, da parte del Partito democratico si arriva alla conta a livello regionale. Ma ecco il colpo di scena. Dal quartier generale

del Nazareno – in ossequio all’autonomia politica e regolamentare dei territori – parte l’invito al dietrofront. Nessun confronto tra i due candidati e, di conseguenza, nessun voto da parte dell’Assemblea regionale del partito ma l’imposizione di una terza candidatura. Un assessore del Comune di Torino che in questi ultimi 25 anni si è candidata praticamente a tutto ciò a cui era possibile candidarsi. Sempreché, adesso, non faccia la fine dell’oculista lucano…

Ora, e per restare all’incontro tra Prodi e Conte, in attesa che partecipi poi anche la Schlein, forse sarebbe opportuno che da quelle parti tornasse almeno la serietà. La coerenza, com’è ovvio, sarebbe troppo. Perchè altrimenti l’unico elemento che emerge, in modo sempre più evidente e palese, è la comicità che accompagna questi momenti. Che, detto fra di noi, rappresentano però il cuore della credibilità e della serietà di un partito. Cioè la costruzione di una coalizione di governo. E quando su questo versante si diventa ridicoli, e anche un po’ grotteschi, il rischio vero che si corre è solo quello di non essere più competitivi con gli avversari politici ma semplicemente spettatori di ciò che capita per manifesta incapacità politica, programmatica, culturale ed anche organizzativa.

Il vertice Italia-Egitto nell’ottica di Ue e Brics

Nonostante il fatto che l’attenzione dell’opinione pubblica sia rivolta soprattutto all’immigrazione, questo tema, pur prioritario, non può costituire l’unica chiave di lettura della visita di oggi, 17 marzo, al Cairo della presidente del Consiglio italiano e di una delegazione europea, guidata dallla presidente della Commissione Europea. 

Si tratta, infatti, di un vertice che ha molteplici obiettivi e che si inserisce nel contesto più ampio delle dinamiche in corso nel mondo attuale. L’Egitto è lo stato che si affaccia sul Mediterraneo con i maggiori problemi a tutti i suoi confini terrestri. A Ovest con una Libia, destabilizzata dall’improvvido intervento armato di alcuni Paesi occidentali iniziato 13 anni fa, il 19 marzo 2011. A Sud con un Sudan alle prese con una guerra civile che ha provocato l’afflusso in Egitto di circa 9 milioni di profughi. E ad Est, con Israele e con il territorio più martoriato del futuro stato di Palestina, la Striscia di Gaza.

Cionostante l’Egitto è anche una potenza emergente, con un tasso di crescita demografica tre volte superiore a quelli dei Paesi europei. Ed è il Paese mediterraneo espressione del Coordinamento Brics dal primo gennaio scorso, cosa che ne ha aumentato il peso a livello internazionale e che consiglia di leggere la visita della Meloni e della von del Leyen al Cairo innanzitutto in funzione del recupero di una iniziativa politica europea verso la sponda Sud del Mediterraneo, a fronte di un attivismo dei Paesi Brics, che ha tempi e numeri incomparabili ormai con quelli possibili all’Europa. Dopo l’adesione a questa associazione di Paesi che rappresenta il 45% della popolazione mondiale, l’Egitto ha ulteriormente rafforzato le relazioni con gli  gli Emirati Arabi Uniti, altro fresco membro Brics, dal quale ha ottenuto il mese scorso il più grande pacchetto di investimenti diretti esteri della sua storia: 35 miliardi che cambieranno la fisionomia dell’area costiera nord-occidentale dell’Egitto di Ras Al Hekma, trasformandola in un enorme polo turistico.

Ma ancora più pieno di ripercussioni sull’Europa, è il progetto della creazione di una zona industriale cinese sulla costa mediterranea egiziana, in aggiunta a quella già esistente a Ain Sokhna sul Golfo di Suez, con un maggiore trasferimento di competenze e tecnologie avanzate cinesi all’economia egiziana. Si tratta del primo progetto dell’Egitto come membro dei Brics in grado di attirare nuovi e ingenti investimenti sul mercato egiziano e nel contempo in grado di offrire alla Cina nuovi sbocchi, alternativi o aggiuntivi alla Via della Seta, in Nord Africa e verso l’Europa.

Dunque, se si considera un tale contesto, emerge che la visita odierna al Cairo nel duplice livello nazionale e comunitario si propone innanzitutto di rafforzare il partenariato italo-egiziano nel quadro di cooperazione e di sviluppo del Piano Mattei, e si inserisce a pieno titolo nelle relazioni tra Unione Europea e Brics nel quadro di un nuovo e inedito multilateralismo, nel quale l’Europa può esercitare il proprio ruolo su dossier come energia, ambiente, migrazioni, investimenti per lo sviluppo, sicurezza.

Ecco perché il fuoco di sbarramento che a Bruxelles come a Roma, è stato lanciato verso questo vertice italiano e europeo con l’Egitto da parte di alcuni settori della sinistra, appare discutibile nonostante la validità di alcune ragioni che lo hanno ispirato, segnatamente quelle riguardanti i diritti umani. Se usato in modo distorto il tema dei diritti, può portare a un peggioramento delle condizioni, come purtroppo ci ha insegnato la vicenda della Libia, con un caos, che in seguito al piano delle primavere arabe, ha rischiato a suo tempo di travolgere anche l’Egitto, se l’esercito non si fosse mostrato come la spina dorsale di quel Paese, evitando una deriva nel caos. Quando si valuta la situazione di Paesi profondamente diversi da quelli occidentali come l’Egitto, occorre non perdere di vista il concreto bene comune possibile in relazione alla situazione data. L’etica della responsabilità è la cifra con cui guardare al nuovo mondo che si sta formando, anche sulle rive del Mediterraneo, al posto di uno spocchioso atteggiamento da dispensatori di pagelle che non aiuta chi le compila e non aiuta le popolazioni dei Paesi oggetto di tali valutazioni.

Il Mediterraneo, gli immigrati e il pallottoliere infinito.

Ci sono Direttori Generali e Direttori Generali. Quello del quotidiano Daily Planet di Metropolis, come Perry White, assegnava a Clark Kent, alias Superman, i pezzi da fare. Ci sono altri che hanno stile diverso. White, uomo in carriera, agli esordi è un cronista dei valori della giustizia e della verità. Riesce persino ad eludere le pressioni del suo editore, mantenendo sempre una sua ferma autonomia. Invece oggi la scena potrebbe essere quella di un disincantato Capo Redattore che, imprecando, urla ad un suo giornalista di buttare giù ad ogni costo un pezzo, uno qualsiasi, pur sapendo che non frega niente a nessuno e che comunque, per buona immagine del giornale, si deve fare. 

Sa perfettamente che resteranno parole inamidate senza che lo sguardo di un lettore possa in alcun modo stropicciarle. All’opposizione del poveretto, intima al suo giornalista di provare ad inventarsi qualcosa di diverso per uscire dal tunnel della ovvietà di parole, tipiche della circostanza. Il povero redattore, semmai fosse in grado di provvedere questa volta al comando, è già preso dall’ansia di un nuovo articolo ancora, da qui a breve, da dover imbastire. La stagione è propizia perché i barconi di immigrati possano riprendere le rotte della speranza e di farla finita, bene o male che vada. 

La fantasia sta morendo insieme ai profughi che rivendicano almeno il diritto di cronaca. Ogni giorno bisogna escogitarne una per venire a capo di un racconto che non ha nulla di dissimile da fatti precedenti su cui si è già detto tutto. Ci vorrebbe Superman o l’intelligenza artificiale per mettere un po’ di sale nuovo in una minestra che ha stufato già da tempo.

Di poca consolazione è sapere che, come sembra, oggi siano preferiti gli esodi dal Senegal puntando verso le Canarie, appena 800 chilometri di onde da fronteggiare, visto che non è più appetibile, anche se più breve, il Mediterraneo centrale – ed esso, quindi, potrà prendere un po’ di respiro e perdere il suo primato gravitazionale di tante morti in ammollo.

Il Governo tunisino respinge verso il deserto chi è in cerca di fortuna e di terra promessa, ecco la causa di sentieri nuovi da battere. La scelta potrebbe essere quella di oscurare del tutto un fatto che è ormai indifferente o, peggio, muove un po’ a noia. Si sa: non si può pretendere che la notizia del sole che sorge ogni giorno dia, per ogni dove, uno scossone con effetti da sbandierare in lungo e in largo. Il cronista è in difficoltà, scrive senza credere ad un lettore che lo assecondi. 

Sono morti 60 immigrati, un’altra ventina si sono salvati. Inutile aggiungere precisione alla morte che ne ha già del suo, almeno quanto a risolutezza. Non li hanno trovati perché stecchiti di sete e di fame dopo una settimana di navigazione, ustionati dal sole e forse dai motori: i sopravvissuti li hanno buttati in acqua, liberandosi di un macabro fardello. Ragioni igieniche hanno suggerito di farlo. In aggiunta, un dolore a corto di idee ha condiviso l’iniziativa per togliersi dagli occhi uno spettacolo di decomposizione anche del suo cuore, mai abituato alla sua indole di strazio.

Malgrado la pulizia, anche i sopravvissuti si sono alterati, trasformandosi in altro dalla partenza. Lo spirito ha sembianze ora deformi. Dovremmo credere che siano restati impassibili, concentrati solo nella salvezza che li ha resi ciechi del resto che li ha circondati, ma non è stato così. 

Sono stati sfregiati per sempre dalla morte che li ha tenuti crudelmente in piedi, dopo averli attraversati, perché possano ammirare lo scempio che ha fatto ai compagni di avventura, ora gettati a far peso sui fluttui che ne sopportano malvolentieri l’olezzo.

Ci vorrebbe qualcosa di macabro per dare risalto alle righe che scrive il nostro giornalista dalla testa inevitabilmente spenta e rassegnata. Risulta che nessuno squalo ha fatto banchetto sotto gli occhi degli astanti, non è corso sangue a più non posso, non c’è stata una balena con cui pigliarsela. Non ci sono uomini contro la forza brutale della natura ma uomini contro loro stessi, chi dalla parte dei forti e chi in quella dei deboli, chi opprime e chi scappa.

Forse potrebbe attaccare il pezzo ricorrendo ad una formula giuridica e notarile medievale usata, ad esempio, al momento dell’apertura di un testamento: ”Essendo il cadavere presente…”, ma non funzionerebbe. I corpi sono stati gettati in mare e la loro presenza si è avvertita solo dal grido di protesta delle onde che non chiedono intralci nel loro mondo sempre in peregrino movimento.

Cadavere viene dal verbo cadere. Più in basso di quanto hanno fatto, non gli è stato possibile. Si gioca di scomposizione pescando nelle sillabe iniziali per alleggerire l’angoscia o per meglio comprendere. Ca/rne da/ta ai ver/mi o ai pesci poco importa. Sono stati buttati in un mare che è sempre “magnum” a fronte delle loro piccole dimensioni di corpi per un po’ galleggianti, finché anche la loro risurrezione non ha fatto il pieno d’acqua mandandoli a fondo.

L’imbrattafogli è in una situazione di confusione, gli mancano le lettere giuste per scrivere qualcosa che ne valga la pena. Ricorda un passo letto tempo fa: ”La lettera si sarà perduta nel mare magnum dei miei scartafacci”. Il mare sta uccidendo anche lui e la sua penna.  Il mare è traditore, non è più nostrum ma mostrum, è adesso un mare amaro, è marmo gelido che trema al contatto di morti dalla pelle fredda che, malgrado tutto, ancora trema intirizzita. 

Non ci sono onde scintillanti al sole, che però illumina la scena perché la morte per prima ne abbia schifo. Il suo ventre, gonfio da scoppiare, vorrebbe vomitarli per una parte fuori ma non le è possibile, questa è la sua minima punizione ed insieme il suo orgoglio.

Il pallottoliere di Dio fa prima a contare le onde che i morti. Agli scampati, addosso una coperta termica, perfettamente lucente per dare segnale ad altri che ci proveranno. L’inchiostro è finito in secca, al pari della vita di tanti. Il Direttore è già pronto per altri rampanti improperi.

Via Fani spinge a riflettere sul futuro della nostra democrazia

Il 16 marzo 1978 veniva sequestrato Aldo Moro e trucidati i cinque uomini della scorta. Iniziava l’agonia dello statista che si concludeva con il Suo assassinio il 9 maggio.  Una tragedia per le famiglie e per il Paese. 

Ritengo che si sia esaurito il tempo delle liturgie commemorative. La verità su quella tragedia, come in tante altre vicende, non è “venuta fuori”. Le numerose commissioni parlamentari hanno raccolto solo notizie sulle dinamiche. Oggi agli assassini, non solo di Aldo Moro e della Sua scorta, ma di tanti servitori dello Stato, viene assicurato un podio per discettare sulle loro “gesta”. 

La storia della Balzerani, in occasione della Sua morte, è stata commentata senza sussulto. Non ci sarà mai sicurezza se la verità viene nascosta e se un sottobosco di manipolatori agisce all’interno delle istituzioni come si evince dagli ultimi accadimenti… 

Togliamo i troppi veli, stesi sotto “forma” del segreto di Stato, che nascondono tante verità. Negli anni di piombo l’eversione ha scatenato la lotta alla democrazia e alla libertà. Nelle fasi successive le istituzioni di democrazia rappresentativa hanno subito erosioni preoccupanti. 

La democrazia è ritenuta un limite al buon governo efficiente, decisionista e stabile, mentre la libertà va “dosata”. Ribaltare un sistema di garanzie è sovvertimento dei principi fondanti della Repubblica. Nei tanti assassini, la pietà era scomparsa. Uomini contro altri uomini, contro la vita. La crisi della politica nasce da quella perversione.  Troviamo il gusto dello stare insieme, della dialettica e del confronto. Il Parlamento, dove è riposta la sovranità popolare, non è un impedimento allo sviluppo, perciò stesso da oltraggiare e abbattere.

La Presidente del Consiglio, seguita dalla sua maggioranza di governo, propone con il premierato un uomo solo al comando, e quindi un Parlamento svuotato. In una democrazia solo nominale, decidono i poteri forti e I governanti sono serventi e funzionali. La sfida è ritrovare il senso della nostra storia in un orizzonte in cui gli ideali vincano sulle angustie delle supponenze, dei pensieri deboli senza respiro e senza…speranza.

 

[Post pubblicato su Fb]

Il ruolo eminente di Donat-Cattin nella vita politica del nostro Paese

EPP Summit, Meise. Oct, 2013

Sono grato alla “Fondazione Carlo Donat-Cattin” che mia ha ancora una volta offerto l’opportunità di ricordare Carlo e vorrei ringraziare Claudio e Mariapia per l’attento e prezioso impegno che profondono nella custodia e nella diffusione della sua eredità ideale.

Diversi anni fa la Camera dei deputati aveva voluto rendere a Donat-Cattin il proprio tributo con la pubblicazione dei discorsi parlamentari, a testimonianza della sua lunga presenza nella vita del Parlamento in qualità di deputato, senatore e rappresentante del Governo.

Oggi, questo nuovo e prezioso volume ci consente di approfondire ulteriormente la sua intensa esperienza umana e politica offrendoci la testimonianza viva della sua personalità e del suo impegno straordinario al servizio del Paese.

Se infatti c’è una figura che, nella seconda metà del Novecento, ha rispecchiato le sollecitazioni e l’inquietudine del mondo cattolico, politico e sindacale, questa è proprio quella di Carlo Donat-Cattin, parlamentare dal 1958, più volte ministro e leader di Forze Nuove, una delle più significative correnti della Dc per i suoi ancoraggi col mondo del lavoro. 

Mi piace ricordarne la forza carismatica, la straordinaria vitalità, la profondità del pensiero politico e del rigore morale, la passione e lo spirito battagliero profusi nella difesa delle sue idee. Doti che spiegano il fascino speciale esercitato da Donat Cattin su tanti giovani della sua parte politica, ma anche il rispetto di cui egli ha goduto tra i suoi avversari.

Tutti sappiamo quanto vivace e appassionato sia stato il rapporto suo con il partito, della cui direzione nazionale egli fece ininterrottamente parte dal 1959 alla morte. Rimangono celebri le sue battaglie all’interno della Dc per un partito di liberi e uguali, contro tutti i tentativi tesi a escludere le minoranze e a comprimere il dibattito.

Un partito votato al confronto, a garantire spazi democratici e a conservare la sua profonda identità popolare.

Come pochi altri, egli riuscì a cogliere il nucleo essenziale dei valori cui si legava l’identità e la forza della Democrazia Cristiana nel nostro Paese: il popolarismo (mai confuso con il populismo), la lezione sturziana della priorità della società rispetto allo Stato, la conquista della dimensione laica della politica rifiutando ogni subalternità acritica alle posizioni della Chiesa, il carattere di partito interclassista.

Non a caso Donat-Cattin fu il più tenace oppositore dell’esperimento Tambroni, critico della strategia antidivorzista di Fanfani, convinto solo in parte della strategia di collaborazione con il Pci che, dopo la tragica scomparsa di Aldo Moro, non esitò a considerare definitivamente chiusa, elaborando il preambolo che interrompeva la stagione della solidarietà nazionale.

Per ben diciassette anni Donat-Cattin è stato titolare di delicati incarichi di governo, legando il suo nome soprattutto ai dicasteri del lavoro e dell’industria, di cui portò la responsabilità durante stagioni di intensa conflittualità sociale e di forte ideologizzazione dei problemi.

Forte delle sue capacità di mediazione – frutto della lunga esperienza sindacale sul campo – di grande equilibrio e lucidità, riuscì a far compiere all’Italia passi importanti sulla strada dello sviluppo e della modernizzazione.

Nei lavoratori e nelle categorie sociali ed economiche più deboli e nelle loro richieste di emancipazione, di crescita e di riconoscimento di autonomia e di protagonismo, Donat-Cattin ha sempre visto l’impegno a concretizzare gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa. 

Per questo non mancò di scontrarsi spesso con il Pci, di cui rispettò sempre la caratura sociale, ma del quale temeva i riflessi sulla libertà e la dignità della persona umana, messe a repentaglio dal totalitarismo dell’ideologia marxista, e al quale contestava con convinzione il monopolio che pretendeva di esercitare sul mondo operaio. “La Democrazia Cristiana è partito di operai, di contadini, di intellettuali, di lavoratori. Insomma, è un partito di popolo“, scriveva in un articolo del 31 maggio del 1945. 

Fu questa la preoccupazione che lo spinse a una durissima battaglia – fino a minacciare la dimissione dalla DC – per impedire la candidatura del senatore Umberto Agnelli nel collegio piemontese, in quegli stessi collegi in cui la Fiat aveva i suoi insediamenti sociali. 

Uomo della Prima Repubblica, fu strenuo difensore del sistema proporzionale, contro le sirene del maggioritario che, nella seconda metà degli anni ’80, cominciavano a farsi sentire e convinto assertore del ruolo dei partiti come canali di partecipazione democratica, aperti a tutti i cittadini ma soprattutto alle classi più svantaggiate, “le sole“, diceva, “che abbiano veramente bisogno della politica“. 

Attraverso le pagine di questo volume possiamo dunque ripercorrere la sua storia nel segno di ideali e valori che la rendono ancora oggi molto preziosa, e cogliere una grande lezione: l’aver compreso che i temi della socialità, della solidarietà, della difesa dei più deboli, della rappresentanza dei lavoratori non sono patrimonio esclusivo di questa o di quella parte politica, ma debbono essere affermati e difesi con determinazione e con equilibrio nell’interesse della crescita, dello sviluppo e della coesione di tutta la comunità nazionale.

Di Donat-Cattin si possono apprezzare o meno i metodi di azione, le idee, i percorsi prefigurati per orientare il Paese sulla via della crescita, della solidarietà e della giustizia. Ma se ci si approccia alla politica con autentico spirito di servizio, non si può non condividere la sua visione di fondo: una visione coraggiosa della politica, intesa come ricerca del bene comune, come luogo in cui si compongono ideali, valori ed interessi, in cui ritroviamo il senso dello Stato, l’etica dei diritti e dei doveri, la fiducia nella libertà e nella democrazia e in cui la concretezza del lavoro quotidiano prevale sulla forza attrattiva dei proclami e degli slogan.

Per questo mi auguro che la Fondazione che porta il suo nome, possa continuare a preservarne la memoria e diffonderne il patrimonio ideale e politico, facendone alimento del progresso civile dell’Italia e di tutti gli italiani.

Le Fondazioni culturali e l’urgenza di una iniziativa politica

Su iniziativa della Camera dei Deputati è stato presentato giovedì a Montecitorio l’archivio documentale su Carlo Donat-Cattin dal 1930 al 1991. Una pubblicazione curata da Claudio e Mariapia Donat-Cattin, figli dello statista piemontese, e che contiene, al suo interno, molti contributi su vari aspetti che hanno caratterizzato l’intensa e profonda attività politica, culturale, sociale ed istituzionale dello storico leader della sinistra sociale democristiana.

Ma, al di là di questa interessante e suggestiva iniziativa, credo sia importante sviluppare una riflessione di fondo sulla rilettura del magistero politico dei grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana e non solo della Dc. E cioè, le molte iniziative non possono fermarsi alla sola dimensione storica ed intellettuale, peraltro pregevole e degna di nota. E questo per la semplice ragione che se si prosegue su questa linea si consegnano irreversibilmente la cultura, il pensiero, la tradizione e la storia del cattolicesimo democratico, popolare e sociale agli archivi. Cioè si prende atto che questa cultura politica, che non può essere banalmente storicizzata, non ha più diritto di cittadinanza nella politica contemporanea. E questo, del resto, è l’epilogo concreto se le persone, i mondi vitali e i settori della società che continuano a riconoscersi in questo patrimonio culturale si arrendono di fronte a questa interessata e del tutto falsa lettura ed interpretazione.

Per questi motivi si rende sempre più necessaria ed urgente una iniziativa, politica e forse anche organizzativa, che sia in grado di recuperare quella cultura e la testimonianza concreta di quei personaggi che hanno contribuito, con la loro azione, a scandire il cammino della democrazia italiana. Se il lavoro delle varie Fondazioni disseminate in tutta Italia resta importante e decisivo per non far appassire un pensiero che resta di straordinaria modernità ed attualità, spetta ai laici cristiani – come si diceva un tempo – che ritengono altrettanto moderno ed attuale il cattolicesimo democratico, popolare e sociale uscire da un letargo che ormai perdura da troppo tempo. E questo perché è la stessa povertà della politica contemporanea che lo richiede e non solo chi storicamente si riconosce in quella cultura politica. 

Ma, di grazia, verrebbe quasi da chiedersi quali sono le grandi culture politiche che orientano gli attuali soggetti politici. Al netto dei populisti – come il partito di Conte e di Grillo – che rinnegano alla radice qualsiasi riferimento culturale se non quello di criminalizzare tutto ciò che appartiene al passato e che, di conseguenza, praticano

il trasformismo come regole aurea di comportamento, e dei massimalisti e dei sovranisti che individuano nell’estremismo radicale la loro bussola di riferimento, è quasi doveroso che una cultura che ha contribuito, da sempre, ad irrobustire e a rafforzare la qualità della nostra

democrazia adesso esca dalla sola dimensione storiografica e contemplativa.

Ecco perchè, partendo proprio da convegni come quello organizzato alla Camera su Carlo Donat-Cattin e sul filone culturale del cattolicesimo sociale, è arrivato il momento di una precisa, netta e chiara iniziativa politica conseguente. È un compito che tocca innanzitutto a noi, cioè a quei cattolici democratici, popolari e sociali che oggi non hanno un partito di riferimento ma una cultura che può e deve, invece, saper condizionare almeno fortemente un soggetto politico organizzato.

Dibattito | Abruzzo, analisi del voto: perché il centrosinistra ha fallito?

La tornata elettorale regionale si sta rivelando premonitrice e in qualche modo anticipatrice di dinamiche che caratterizzeranno altri appuntamenti politici di valenza nazionale ed europea.

Dopo il successo della Sardegna, il centrosinistra allestito in una formazione più ampia rispetto alla coalizione presentatasi nell’isola, ha segnato una battuta d’arresto non riuscendo a far vincere D’Amico, che pure era e rimane un candidato di tutto rispetto. Il paradosso è proprio quello di aver perso pur giocando la doppia carta di un buon candidato e di una coalizione con un perimetro più ampio.

Ma il paradosso è spiegabile attraverso una interpretazione politica, anziché aritmetica, di quanto avvenuto in Abruzzo. La vicenda abruzzese ci dice, infatti, che per vincere bisogna prima convincere; ci dice inoltre che non è sufficiente sommare delle liste, ma che è necessario avere un approccio più strategico che tattico, facendo in modo che questo appaia come tale anche agli elettori chiamati ad esprimersi.

Detto in altre parole, significa che se si conviene di dar vita ad un’alleanza a sostegno di un candidato-presidente, non ha senso utilizzare il periodo elettorale (finanche alla domenica mattina, ad urne aperte!) per scagliarsi contro la stessa coalizione della quale si fa (o si dovrebbe) far parte, anziché contro gli avversari da battere nelle urne. Se nel centrosinistra i primi a non essere convinti sono gli attori della coalizione, è molto difficile che poi possano esserlo gli elettori. Anche questo spiega parzialmente la scarsa partecipazione al voto, con circa la metà degli aventi diritto che hanno deciso di non esercitare il loro diritto-dovere.

L’eccessiva personalizzazione della politica è certamente alla base di queste altalenanti posizioni di liste e movimenti che non riescono ad esprimere una linea politica, ma soltanto l’umore quotidiano del leader. L’elettorato di centrosinistra è sempre stato scettico rispetto ai fenomeni di leaderismo, preferendo accordare il voto ad una forza politica o ad una coalizione piuttosto che ad una singola persona; per l’elettore di centrosinistra il politico è chiamato a rappresentare le istanze e i bisogni di una comunità organizzata, anziché le intuizioni o i sentimenti di carattere personale. Sono differenze importanti che si collocano a cavallo tra la scienza della politica e quella dell’antropologia. Diversi modi di concepire i rapporti all’interno della società e diverse modalità di declinare il modo di partecipare alla gestione della “res publica”. Differenze che devono ispirare una riflessione sul cosiddetto premierato vagheggiato dalla destra e che diventano la base per un’intesa strategica con la quale presentarsi al paese.

Conte, un artista a tutto campo a…Campo dei Fiori.

A Roma, Piazza Campo dei Fiori è uno di quei luoghi che sanno di un esperimento permanente, che dicono di un conflitto costante tra tradizione e tempi moderni. Ci sono i banchi di fiori, frutta e verdura ed ogni altro ben di Dio alimentare che richiamano alla memoria la genuinità di Sora Lella e il film di Mario Bonnard a titolo “Campo dei Fiori”, con protagonisti Anna Magnani e Aldo Fabrizi.  

Passeggiando, subito dopo una sfilza di bar e ristoranti con i camerieri che ti vengono incontro, attaccandoti, risolutamente invitandoti a consumare ai loro tavoli. Una ondata di turisti e di locali che in una certa misura violentano l’immagine di un luogo che farebbe pensare alla intimità di una romanità calpestata ogni giorno da passi stranieri.

In quel traffico di viandanti c’è un avamposto di cultura, la bandiera del Generale Custer a Little Big Horn che resta in piedi fino all’inverosimile. Malgrado la crisi della editoria e delle librerie, Fahrenheit è un posto dove si propone la lettura di libri e nel quale ne è possibile l’acquisto. Non è solo un’attività di vendita ma un’isola di raccoglimento e meditazione, un luogo che ti protegge di colpo dal frastuono esterno per dirti di attivare la testa anche su altri sentieri.

La libreria Fahrenheit è un centro di cultura, resiste al traffico esterno con la stessa fermezza della statua di Giordano Bruno, nella piazza, che non volle rinunciare alle sue idee rimettendoci la pelle. Accade così quando si è troppo avanti nel pensiero. 

Gabriel Fahrenheit inventò la sua scala di misura della temperatura prima di Celsius, oggi più in voga. Per il grado Rankine, Newton, Romer ed altre a seguire c’è stata poca gloria. 

Nel fondo scala Fahrenheit sembra sia segnata la temperatura del sangue di cavallo, forse già intuendo che un giorno un’orda di turisti non solo i nativi americani, si sarebbe avventata dalle parti di una certa libreria, tentando di risucchiarla nel convulso mercato quotidiano.

In questi giorni la nostra libreria ospita una interessante mostra fotografica che propone una interessante serie di scatti disposti lungo gli scaffali di libri a fare da sfondo, che fanno sobbalzare mente e cuore, gareggiando a chi per primo sia chiamato in causa. 

Ne è l’autore Francesco Conte, un’artista che ha l’occhio lungo e breve all’un tempo. Sa staccarsi dall’immediato per precipitarti verso un oltre che certamente arriverà, rimandando ad un altro che ti attende e verso il quale devi imparare a tendere. 

Per l’intanto sa tenerti nel presente con immagini di volti di statue che ammoniscono la memoria su bellezze antiche ancora in “grado” di stupirti. 

Nel cammino dei ritratti che ti rubano gli occhi, in primo piano sono volti di donna di differenti etnie dove le labbra hanno una particolare evidenza. Sono definite, dai contorni esatti, in grado di pronunciare parole risolutive di felicità o di condanna, descrivendo un circuito nel quale perderti perché non potrà mai appartenerti del tutto. 

In particolare, uno scatto di donna africana con le labbra che hanno forza tridimensionale, che sono sul punto di liberarsi dalla carta per venirti incontro e parlarti del mondo. 

Ancora una foto che dice tutto della capacità del fotografo. Nella contemporaneità dell’andare giornaliero, Conte coglie un intenso messaggio di amicizia che ha la pienezza di un proclama all’umanità. Una ragazza guarda l’amica, inconsapevole, con il trasporto di sentimenti che sono di meravigliosa lezione. Se il mestiere è quello di saper cogliere l’attimo, Conte ne ha certamente da spendere.

L’artista sa giocare anche con il chiaroscuro con un ritratto di un volto che emerge tra luci che sembrano di pellicola in negativo. 

Al termine del circuito si resta a riflettere sulle visioni che oscillano in una realtà trasgredita da sogni, ma senza compiacere il visitatore che ammirerà lo stile discreto dell’autore che non smania di mettersi in primo piano. 

Questa volta i ruoli si ribaltano: sono i libri che si abbeverano di immagini, emozionati loro di esserne il sostegno e che vorrebbero sostenerle per giorni ulteriori rispetto alla data prevista della esposizione.

Nel film “Fahrenheit 451” c’è una popolazione completamente inebetita dai media, uno schermo televisivo che ti ipnotizza fino ad annullarti. La salvezza è nei libri come mattoni di costruzione di una speranza di riscatto e libertà. Le foto di Conte sono le finestre di respiro dell’edificio che ciascuno dei visitatori della mostra porta appresso.

Non tutto si può commentare se non il disappunto di uscire dalla libreria con la soddisfazione di un tempo ben speso per rimettersi in una animazione tutta intorno pronta alla cattura. Questa volta, Fahrenheit è la temperatura giusta per un campo diverso.

La Voce del Popolo | Il territorio è il grande dimenticato.

Ora che l’Abruzzo è archiviato, e la Sardegna pure, chiuse le urne con un vantaggio ora degli uni e ora degli altri, si vorrebbe offrire un consiglio di quelli che raramente vengono fatti propri. Il consiglio è questo: occorrerebbe smettere di cercare il nostro Ohio dappertutto e sancire ogni volta che un voto locale somiglia sempre alla batta- glia di Armageddon e che dall’esito di quella contrada discendono effetti inesorabili e fantasmagorici per i destini del paese.

Il centrodestra sognava di vincere in Sardegna quasi passeggiando e come si è visto s’è trovato poi a perdere. Il centrosinistra a sua volta sognava di doppiare in Abruzzo il voto sardo e l’esito è stato l’opposto.

Così, la smania di “nazionalizzare” ogni contesa finisce spesso per non arrecare grandi vantaggi alla propria causa. Ma soprattutto snatura il carattere della sfida. Che verte, o almeno dovrebbe, sui luoghi. E che invece finisce per essere spersonalizzata ogni volta che la si strappa dalle sue radici e la si riveste di significati quasi cosmici.

Il territorio è il grande dimenticato dei nostri giorni. Soprattutto all’indomani di una legge elettorale che sembra scritta apposta per disancorare i parlamentari dai luoghi nei quali vengono eletti.

C’è un vuoto di rappresentanza che dovrebbe essere almeno in parte colmato dalle contese con una più forte impronta locale. Ma se invece ogni paesello diventa la prova generale di una sfida cosmica da cui vengono fatte discendere le sorti del governo e quelle dell’opposizione, quel divario si accentua a dismisura. Regalando a chi vince di volta in volta soddisfazioni che sono sempre più magre di quel che si proclama.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 14 marzo 2024.

Titolo originale: Il territorio è il grande dimenticato di oggi.

[Testo qui riproposto per gentile concessione dal Direttore responsabile del settimanale della Diocesi di Brescia]

Chiorazzo lascia con eleganza, il campo largo diventa minato.

Il nome del candidato c’è, ma il campo largo è ancora in fibrillazione. Angelo Chiorazzo, imprenditore di formazione ciellina, non poteva andar bene. Troppo amico del Papa e persino estimatore di Andreotti: così lo liquidava Peter Gomez nell’imminenza del colpo di scena che ha portato a una nuova investitura. Chiorazzo ha incassato senza battere ciglio e si è fatto da parte, mostrando quel senso di responsabilità che continua ad alimentare, nella migliore tradizione democristiana, l’impegno pubblico dei cattolici italiani.

L’intesa su Domenico Lacerenza, medico e dunque civico per eccellenza, non comprende Azione né tantomeno Italia viva. Al riguardo, Carlo Calenda denuncia il “veto” di Giuseppe Conte nei suoi confronti. Ma anche nel Pd lucano l’accordo avrebbe provocato più di un malumore per l’esclusione dei centristi. In serata è arrivata anche una dichiarazione di Salvatore Margiotta, membro della Direzione nazionale ed esponente di Base riformista, all’insegna del motto “testardamente unitari”. Da parte sua un invito a rivedere i rapporti con Azione e Italia Viva: “Tenerli fuori dalla coalizione in Basilicata è un grave errore politico, oltreché masochismo elettorale”.

Anche la segretaria Elly Schlein, sottoposta a un pressing nient’affatto amichevole, rivendica l’impegno a costruire una coalizione ampia (“senza preclusioni”, spiegano al Nazareno).

La trattativa, però, risulta definitivamente chiusa. Calenda denuncia una “conventio ad excludendum” nei suoi confronti: “È molto chiaro che c’è una leadership del centrosinistra, che è la leadership di Giuseppe Conte. Semplicemente il M5S, che ormai decide la politica della sinistra, ha escluso Azione”.

Dietro le quinte di osserva inoltre che il blitz di Conte poggia sulla manovra portata avanti nelle settimane passate da Carmine Castelfrande, ex sindaco di Venosa ed ex consigliere regionale, e il coordinatore lucano dei 5 Stelle, Arnaldo Lomuti, anche lui di Venosa, per lanciare appunto la candidatura di Lacerenza, medico oculista in servizio – guarda caso – proprio a Venosa. A tessere le fila, per antichi rapporti con Castelgrande, Vito De Filippo, già presidente della Regione, ex parlamentare e uomo di governo, rientrato velocemente nel Pd dopo una breve escursione (2019-2021) in Italia Viva.

A rendere ancora più triste la vicenda del campo largo in Basilicata è dunque l’impronta del “circolo di Venosa” su una candidatura sapientemente veicolata ed imposta. Chiorazzo ha saputo districarsi con eleganza, ma resta il fatto che la sua uscita di scena, lungi dal rafforzare la compagine di centrosinistra, fa intravedere a questo punto la facile vittoria di Vito Bardi, il presidente uscente di Forza Italia.

Ha governato bene, l’ex generale della Guardia di Finanza? Fra pocho lo diranno gli elettori ai quali, comunque, non è dispiaciuto l’azzeramento in questi anni delle bollette del gas grazie alle royalty che la regione incamera per lo sfruttamento dei suoi modesti ma preziosi giacimenti di petrolio. Il consenso sembra…ben oleato.

Se Dio soffre con noi: uno sguardo teologico e spirituale.

[…] Nel 1973 ci fu un incontro di studio a Valdragone nella Repubblica di San Marino con il gesuita Jean Galot finalizzato a rispondere alla domanda: «Dio soffre?». Per me leggere il libro curato da Angela Maria Lupo e da Caterina Ciriello è stato come completare un quadro di ricerca e di progressiva scoperta del Dio che soffre, del Dio della croce. In quell’incontro di San Marino di cinquant’anni fa, cui da giovane studente presi parte, è partita una ricerca sempre più determinata, con studi, congressi, convegni, seminari, articoli in casa cattolica, in casa luterana e da parte dell’ortodossia specialmente russa. A distanza di cinquant’anni siamo grati alla Ciriello e alla Lupo per il loro testo sulla mistica della sofferenza che veramente mancava.

Il finissimo lavoro biblico-teologico di Angela Maria Lupo è completato dall’esperienza di santità e di martirio di varie figure «cristiane» sul versante cattolico ed extra-cattolico, scelte dalla professoressa Caterina Ciriello, quasi a comprovare che la mistica della sofferenza ci porta a incontrare il volto sofferente dell’uomo non solo alla luce del volto amoroso e sofferente di Dio, ma anche a rinvenire la reciprocità dei due volti che è data dalla presenza del volto sofferente di Dio nel volto sofferente dell’uomo e del volto sofferente dell’uomo nel volto sofferente di Dio. I due profili scelti per presentare la mistica della sofferenza, quello biblico-teologico e quello spirituale-biografico, potevano anche essere presentati distinti. La scelta felice delle autrici favorisce invece l’idea non solo della connessione stretta dei due profili, ma soprattutto quella del considerare la mistica della sofferenza come un protrarsi del soffrire di Dio nel suo Cristo e nei suoi santi. Come a dire che la «rivelazione» della sofferenza di Dio continua a incarnarsi nella tradizione dei santi i quali sono santi proprio perché legati a Dio, come suggerisce l’etimo ebraico di santificare = legare, in quanto da Dio e dai santi la sofferenza non è subita, ma vissuta e offerta come oblazione di amore.

Da questo punto di vista, il volume curato dalle professoresse Ciriello e Lupo si presenta sul versante della letteratura teologica e spirituale come una novità desiderata, e noi ci auguriamo che siano tanti coloro che si impegneranno a centellinare queste pagine, ad assimilare la conoscenza dei martiri della mistica della sofferenza, per dare un nuovo volto e senso alla sofferenza umana, ma direi in particolare per entrare più intimamente nel mistero del Dio biblico delle Scritture ebraiche e delle Scritture cristiane.

 

Gianni Sgreva, CP

direttore della rivista «La Sapienza della Croce»

 

Per saperne di più

https://amzn.eu/d/2TveTdW

Allarme arancione in Moldavia.

L’esistenza di una regione chiamata Transnistria all’interno della Moldavia era sconosciuta ai più sino a quando, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, hanno cominciato a circolare sui siti specializzati, ma talvolta pure sulla stampa quotidiana, le cartine geografiche di quella zona dell’Europa orientale. Ora però quella striscia di terra minaccia di divenire il teatro di scontro fra Russia e Unione Europea. L’allarme arancione si è acceso quando il Parlamento della Transnistria ha richiesto “protezione” a Mosca a tutela della popolazione di origine russa ivi residente. Qualche tempo dopo analoga domanda ha rivolto al Cremlino un’altra regione moldava ostile al governo centrale, la Gagauzia, ove è presente una maggioranza di popolazione di etnia turca. La Transnistria è una enclave non riconosciuta a maggioranza russofona che si affrancò dalla Moldavia nel 1990, nella fase finale dell’Unione Sovietica della quale entrambe erano parte.

Anche i meno attenti non possono non notare l’inquietante analogia con quanto già avvenuto nelle regioni ucraine del Donbass e non possono quindi non manifestare una qualche preoccupazione. Se possibile accentuata dal silenzio di Putin, come se non avesse neppure bisogno di ribadire il suo pensiero in argomento, già dimostrato con i fatti in Ucraina e prima ancora nelle regioni georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale (2008), che tuttora occupa, e in Crimea (2014). La preoccupazione è pure maggiore perché le truppe russe già presenti in Transnistria potrebbero venire impiegate anche per avviare una morsa a tenaglia su Odessa, la città ucraina sul Mar Nero che se conquistata segnerebbe di fatto la quasi definitiva sconfitta di Kyiv.

Inoltre, desta una qualche ulteriore inquietudine anche la coincidenza con la dichiarata disponibilità europea ad avviare il negoziato per l’adesione della Moldavia all’Unione, adesione che verrà sottoposta a referendum il prossimo autunno in occasione delle votazioni per la presidenza della Repubblica moldava. Un’eventualità che come noto Putin non gradisce affatto.

A Chisinau, capitale moldava, il timore è nascosto a livello ufficiale, ma in realtà è assai vivo. Da un lato l’integrazione in Europa è vista come una opportunità di crescita economica per un piccolo Paese ancora sostanzialmente povero come lo era ai tempi della sua appartenenza all’URSS. Dall’altro ci si affretta a precisare che la maggioranza dei moldavi si ritiene buona amica della Russia, a differenza degli ucraini. E quindi che la richiesta di protezione a Mosca da parte della Trasnistria non ha davvero motivazioni reali, ma solo pretestuose.

La situazione al momento è in stallo. Resta però il fatto che Putin da tempo ha dichiarato che nessuno degli oltre venti milioni di russofoni che vivono in paesi che furono parte dell’Unione Sovietica sarà abbandonato. Come intenda farlo, lo si sta vedendo in Ucraina.

I rischi di un pluralismo a misura delle ambizioni individuali.

In Italia impera la baraonda dei partiti. Anche quando sono alleati, dimostrano cosa sia la frammentazione individualistica che viviamo ai nostri giorni. Si tratta di un pluralismo che non è mai esistito neanche negli Stati Uniti, patria del pi§ vasto e diffuso associazionismo sociale di base, sempre riassunto da due soli grandi partiti.

Papa Francesco ha posto il problema con la sua metafora della barca, che sono portato a citare spesso perché sembra incredibilmente adatta a interpretare e far intendere bene il tempo attuale. Volenti o nolenti, ci troviamo tutti imbarcati su una sola e unica barca, solcando le onde di questa globale rivoluzione  migratoria, digitale e climatica.  Una metafora satura di concretezza, che ci suggerisce e ci fa riflettere sulla inutilità delle tante barchette isolate, con pochi passeggeri a bordo e il leader vogatore che ci sprona, con tutti gli strumenti possibili della comunicazione sociale, a salire a bordo.

Ora, non credo ci possano essere risposte totalmente diverse ai problemi dell’oggi. Quelle di destra, centro e sinistra, distintamente proposte, appiono come categorie geometriche del passato; categorie, in verità, che di fronte ai cataclismi in agguato, sarebbe altamente consigliabile abbandonare o ridefinire da cima a fondo. Certo, distinzioni bisogna farne e il pluralismo è bene tenercelo caro. Tuttavia, se vogliamo avere i piedi per terra, è diifficile credere che di fronte alle rivoluzioni sociali, antropologiche, culturali e tecnologiche in “agguato” nel mondo occidentale, una saggia classe politica possa fornire rigidamente un’alternativa di destra o una di centro o una di sinistra. Si è portati di più a credere a risposte tendenzialmente affini, una volta smussati gli angoli ideologici e una volta convinti che quell’1% di superricchi con in mano i microchip, i motori di ricerca, l’IA e la finanza globale, fa ormai il bello e cattivo tempo nelle economie e democrazie del mondo intero.

Un fatto, quello dei tanti partiti, che dovrebbe se non altro incuriosire e suggerire analisi sociologiche approfondite sui motivi di fondo di questa abbondante offerta. E che dovrebbe essere analizzato dagli studiosi, anche nei suoi risvolti antropologici più banali. Partiti diversi sì, ma diversi in che cosa e perché, se non nel leader e nel contrassegno?  In Sardegna su 25 partiti ha toccato il fondo con uno zero virgola la Democrazia Cristiana di Gianfranco Rotondi. Mi spiace dirlo,  così si offende la storia di un nobile partito come è stata per 50 anni in Italia il partito di De Gasperi, Fanfani e Moro.

Il punto vero è che a prescindere dalle continue quanto inutili tiritere sul populismo e l’attuale bipolarismo selvaggio, la frammentazione individualista e liquida, se non gassosa, in cui viviamo e a cui siamo arrivati, ci trasforma tutti in singoli e isolati leader ammalati di narcisismo, e quindi innamorati della propria diversità. Pronti ad avanzare da soli sulla nostra personale barchetta. E decisamente anche contrari ad avere compagni di strada storicamente – ma solo storicamente – diversi.

Bisogna allora dire che il tanto difeso premierato proposto dalla Meloni, nel ricordo non tanto sfumato del Presidenzialismo voluto da Giorgio Almirante, non fa altro che apparecchiare una bella tavola per i tanti potenziali narcisi. Con pericolosi risvolti di ben nascoste psicosi autoritarie. Non è tanto un equilibrato premierato ad allarmare, quanto il soggetto-premier che arriva a quel posto senza neanche un …test attitudinale! “…Bell’affare, un mediocre, o un imbecille con i superpoteri“, scriveva anni fa Aldo Giannulli.

Di fronte al singolo narciso, il “noi” scompare del tutto! Rischia di non essere più utile. Non c’è più. Si eclissa anche la “persona in relazione”, con i suoi mondi vitali. Almeno finché non prendiamo di nuovo coscienza dell’utilità di camminare, discutere e parlare insieme. Dovremmo riconoscere il ruolo irrinunciabile da fare svolgere al Parlamento e, al tempo stesso, rigettare la logica di preoccupanti autonomie differenziate, alzando lo sguardo e guardando costantemente all’unità politica europea.

Si sviluppa, insomma, una insana voglia di essere unici e diversi. E ciò spinge ad evocare come nemici le etnie, il colore della pelle, gli emigranti a causa della loro “…fame e sete di giustizia”. Così attrezziamo risposte alzando muri e recintando le frontiere con chilometri di filo spinato. Francesca Rigotti, nel suo bel libro “L’era del singolo”, ha chiarito l’aspetto inquitante di questa involuzione: “…essere individui oggi non basta piú. Ognuno è singolo e dunque originale e speciale, alla ricerca della felicità su misura, personalizzata e non personale…” .

Sul pluralismo corretto e scorretto, non posso infine non ricordare il “dialogo” tra Norberto Bobbio e Benigno Zaccagnini, avvenuto circa 50 anni fa. Scriveva Bobbio su “La Stampa”, nel lontano 1976, che “…anche del pluralismo si può dire che non è tutto oro quello che luce….Io stesso avevo detto che accanto al beneficio che può derivare dalla frantumazione del potere, c’è il maleficio della disgregazione(...)”. E chiamando in causa Zaccagnini osservava come “…non bisogna mai accentuare il rischio della disgregazione, per sminuire o sottovalutare, invece, il pericolo della burocratizzazione partitica”. E il 18 ottobre, sempre su “La Stampa”, il segretario della Dc rispondeva con un articolo intitolato “Quale Pluralismo“‘, nel quale diceva di aver riflettuto sul fatto che del pluralismo bisogna temere molto la crescita della burocrazia dei partiti, assieme alle “... condizioni permanenti di conflittualità” a cui può condurre. Senza mai ignorare – aggiungeva – “...i pericoli della disgregazione e delle tentazioni centrifughe”.

Non sono parole, quelle di Zaccagnini, che dovrebbero indurci a meditare, vista l’esasperazione di un pluralismo distorto e malsano?

A che serve un Centro non inclusivo?

Diciamoci la verità. Del Centro, nel nostro paese se ne parlerà ancora a lungo per la semplice motivazione che in Italia storicamente si governa “dal centro” e “al centro”. E, di conseguenza, anche chi teorizza o pratica la radicalizzazione del conflitto politico, se approda al Governo è costretto, piaccia o non piaccia, a coltivare – seppur maldestramente – una ‘politica di centro’.

Per questi motivi quando si parla del Centro, o di un partito di Centro, il dibattito non è destinato a cadere. E adesso, seppur all’interno di una cornice ancora caratterizzata da un forte impianto bipolare, la domanda di Centro è più forte del passato. Anche solo di un passato recente. Ma questo luogo politico, pur senza rimpiangere nostalgicamente il passato, deve rispondere ad alcuni ingredienti di fondo che, del resto, sono emersi in modo palese anche dal recente voto in Sardegna e, con più evidenza, in Abruzzo. Ed è un trend destinato a rafforzarsi anche in vista delle prossime elezioni europee.

Gli ingredienti di fondo di quest’area politica sono sempre quelli che hanno caratterizzato per svariati decenni la cosiddetta “politica di centro”. E cioè, cultura di governo, capacità inclusiva, leadership diffusa, cifra riformista, disponibilità al confronto e al dialogo, rifiuto della radicalizzazione, cultura della mediazione, senso dello Stato e cultura delle alleanze. Ingredienti che, collegati insieme in modo virtuoso e dinamico, contribuiscono a consolidare un vero e proprio progetto politico di Centro.

Ora, è altresì evidente che non possono essere singoli partiti personali e guidati da un capo indiscusso ed indiscutibile gli strumenti più idonei per declinare concretamente, ed efficacemente, un luogo politico centrista. Perché, appunto, l’area centrista è credibile solo se è inclusiva e se, al contempo, non radicalizza il confronto con gli altri attori politici. Al riguardo, è abbastanza facile spiegare il trend positivo, seppur non inarrestabile, di Forza Italia alle ultime elezioni regionali e la continua caduta – o meglio il non decollo – dei partiti di Renzi da un lato e di Calenda dall’altro. E la ragione di fondo risiede anche e soprattutto nel nuovo corso di Forza Italia e di chi la guida in questa fase politica, ovvero Antonio Tajani.

Insomma, senza scomodare pesanti ricognizioni politologiche e senza avventurarsi in mille analisi del voto, le ragioni di questo trend stavolta sono tutte politiche e quindi abbastanza facili da decifrare. E cioè, per poter ricostruire – o costruire – una vera area centrista nel nostro paese, anche in un sistema bipolare e maggioritario, sono necessari indubbiamente il progetto politico ma anche, e soprattutto, uno “stile” politico e un “metodo” di comportamento che sono alternativi al populismo anti politico e demagogico, al massimalismo radicale ed estremista e al sovranismo oltranzista.

Ecco perché, e mai come in questo momento, “cultura del progetto” e “cultura del comportamento” saranno fortemente intrecciati se si vuol nuovamente dispiegare una credibile ‘politica di centro’ nel nostro paese.

Università Telematiche, ovvero il futuro dell’istruzione in Europa.

Le università telematiche stanno rapidamente guadagnando terreno nel panorama dell’istruzione europea, offrendo una soluzione innovativa per l’apprendimento a distanza. Lavorando quotidianamente con studenti, atenei e sollecitato da un’indagine Eurispes riportata anche dalla rivista La Voce ho maturato delle convinzioni che voglio condividere in questo articolo nel quale esplorerò il crescente impatto delle università telematiche sulla cultura continentale,

Il futuro dell’istruzione europea sembra sempre più orientato verso un approccio digitale, e le università telematiche sono al centro di questa rivoluzione educativa

 

Il Crescere delle Università Telematiche in Europa

Negli ultimi anni, si è assistito a un crescente interesse e sviluppo delle università telematiche in Europa. Questa tendenza è stata alimentata dalla sempre maggiore domanda di istruzione flessibile e accessibile, che consenta agli studenti di conciliare gli impegni lavorativi e personali con gli studi. Le università telematiche offrono una vasta gamma di corsi e programmi di studio online, consentendo agli studenti di accedere ai materiali didattici e partecipare alle lezioni da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Questa modalità di apprendimento ha aperto nuove opportunità per coloro che altrimenti non avrebbero potuto frequentare un’università tradizionale a causa di vincoli geografici o personali. Inoltre, l’uso delle tecnologie digitali ha permesso alle università telematiche di offrire un’esperienza di apprendimento interattiva e coinvolgente, facilitando la comunicazione tra studenti e docenti attraverso piattaforme virtuali.

 

L’Impatto delle Università Telematiche sulla Cultura Continentale

L’impatto delle università telematiche sulla cultura continentale è innegabile e profondo. Queste istituzioni stanno rompendo le barriere tradizionali dell’istruzione, consentendo a studenti provenienti da tutta Europa di accedere a programmi accademici di alta qualità senza dover affrontare i costi e i vincoli geografici associati agli studi tradizionali.

Grazie alla flessibilità offerta dalla formazione online, gli studenti possono conciliare gli studi con altre responsabilità personali e professionali, promuovendo una maggiore inclusione e diversità nel panorama accademico europeo. Inoltre, l’interazione tra studenti provenienti da diverse nazioni e culture attraverso le piattaforme telematiche favorisce lo scambio di idee e il multiculturalismo, contribuendo così ad arricchire la cultura continentale nel suo insieme. Tuttavia, è fondamentale sviluppare norme e regolamenti adeguati a garantire l’accessibilità e la qualità dell’istruzione telematica, al fine di preservare il valore culturale dell’istruzione superiore in Europa

 

La necessità di normare l’istruzione online

La crescita delle università telematiche in Europa ha portato alla necessità di normare l’istruzione online. Mentre le università tradizionali sono regolate da leggi e regolamenti specifici, il campo dell’istruzione telematica è ancora relativamente nuovo e privo di una normativa adeguata. La normazione dell’istruzione online è fondamentale per garantire la qualità e l’accessibilità dell’istruzione virtuale. Ciò include l’adozione di standard rigidi per i contenuti dei corsi, l’assegnazione di crediti accademici e la valutazione degli studenti. Inoltre, è necessario stabilire regole chiare per la protezione dei dati personali degli studenti e per garantire la sicurezza delle piattaforme di apprendimento online. La normazione dell’istruzione telematica contribuirà a creare un ambiente di apprendimento affidabile e di alta qualità, fornendo agli studenti le stesse opportunità offerte dalle università tradizionali

 

Garantire l’accessibilità e la qualità dell’istruzione telematica

Garantire l’accessibilità e la qualità dell’istruzione telematica è un aspetto fondamentale per il futuro delle università telematiche in Europa. Con l’aumento del numero di studenti che scelgono di studiare online, è importante assicurare che tutti abbiano la possibilità di accedere all’istruzione, indipendentemente dalla loro posizione geografica o dalle loro condizioni personali. Ciò richiede la creazione di infrastrutture tecnologiche affidabili e di alta qualità, nonché l’accesso a internet veloce e stabile. Inoltre, è essenziale garantire la qualità dell’istruzione telematica, attraverso l’implementazione di programmi di valutazione e accreditamento rigorosi. Gli studenti devono poter contare su insegnanti qualificati e competenti, materiali didattici aggiornati e una piattaforma di apprendimento intuitiva ed efficiente. Solo garantendo l’accessibilità e la qualità dell’istruzione telematica possiamo sfruttare appieno il potenziale delle università telematiche per fornire un’istruzione di alto livello a un numero sempre maggiore di studenti in tutta Europa.

 

Le Università Telematiche come volano di integrazione e progresso

Le università telematiche svolgono un ruolo fondamentale come volano di integrazione e progresso all’interno dell’istruzione europea. Grazie alla loro natura online, queste istituzioni accademiche hanno la capacità di superare le barriere geografiche e socio-economiche che spesso limitano l’accesso all’istruzione tradizionale.

Attraverso l’utilizzo delle tecnologie digitali, le università telematiche possono raggiungere studenti provenienti da diverse regioni e background culturali, promuovendo così la diversità e l’inclusione. Inoltre queste istituzioni offrono una vasta gamma di corsi e programmi di studio, consentendo agli studenti di acquisire competenze specifiche, in settori emergenti come l’intelligenza artificiale, la robotica e la cybersecurity

Ciò contribuisce non solo a migliorare l’employability degli studenti, ma anche a stimolare l’innovazione e lo sviluppo economico nel continente europeo. Le università telematiche rappresentano quindi un importante strumento per promuovere l’integrazione sociale ed economica, consentendo a un numero sempre maggiore di persone di accedere a un’istruzione di qualità e di partecipare attivamente al progresso della società.

Le università telematiche rappresentano il futuro dell’istruzione europea, offrendo nuove opportunità di apprendimento e formazione a distanza. Il loro crescente numero e impatto sulla cultura continentale evidenziano l’importanza di normare l’istruzione online, garantendo accessibilità e qualità. Tuttavia, mentre queste istituzioni si pongono come volano di integrazione e progresso, rimane ancora aperto un punto di riflessione: come possiamo assicurarci che l’istruzione telematica non sia solo un’alternativa valida, ma anche una soluzione inclusiva per tutti gli studenti? È fondamentale considerare le sfide legate alla digital divide e alla mancanza di infrastrutture adeguate in diverse regioni d’Europa. Inoltre, è necessario promuovere una cultura dell’apprendimento continuo e adattabile, in grado di sfruttare appieno le potenzialità delle università telematiche. Solo così potremo garantire che il futuro dell’istruzione europea sia realmente accessibile, equo ed efficace per tutti.

 

Le Università Telematiche come Volano di Integrazione e Progresso

Le università telematiche svolgono un ruolo fondamentale come volano di integrazione e progresso all’interno dell’istruzione europea. Grazie alla loro natura online, queste istituzioni accademiche hanno la capacità di superare le barriere geografiche e socio-economiche che spesso limitano l’accesso all’istruzione tradizionale. Attraverso l’utilizzo delle tecnologie digitali, le università telematiche possono raggiungere studenti provenienti da diverse regioni e background culturali, promuovendo così la diversità e l’inclusione. Inoltre, queste istituzioni offrono una vasta gamma di corsi e programmi di studio, consentendo agli studenti di acquisire competenze specifiche in settori emergenti come l’intelligenza artificiale, la robotica e la cybersecurity. Ciò contribuisce non solo a migliorare l’employability degli studenti, ma anche a stimolare l’innovazione e lo sviluppo economico nel continente europeo. Le università telematiche rappresentano quindi un importante strumento per promuovere l’integrazione sociale ed economica, consentendo a un numero sempre maggiore di persone di accedere a un’istruzione di qualità e di partecipare attivamente al progresso.
Le università telematiche rappresentano il futuro dell’istruzione europea, offrendo nuove opportunità di apprendimento e formazione a distanza. Il loro crescente numero e impatto sulla cultura continentale evidenziano l’importanza di normare l’istruzione online, garantendo accessibilità e qualità. Tuttavia, mentre queste istituzioni si pongono come volano di integrazione e progresso, rimane ancora aperto un punto di riflessione: come possiamo assicurarci che l’istruzione telematica non sia solo un’alternativa valida, ma anche una soluzione inclusiva per tutti gli studenti? È fondamentale considerare le sfide legate alla digital divide e alla mancanza di infrastrutture adeguate in diverse regioni d’Europa. Inoltre, è necessario promuovere una cultura dell’apprendimento continuo e adattabile, in grado di sfruttare appieno le potenzialità delle università telematiche. Solo così potremo garantire che il futuro dell’istruzione europea sia realmente accessibile, equo ed efficace per tutti.

AsiaNews | Il ponte della discordia tra India e Cina.

Il nuovo tunnel di Sela, inaugurato dal premier indiano Modi il 9 marzo, torna a far salire la tensione tra New Delhi e Pechino ai piedi dell’Himalaya. La nuova struttura completa un progetto iniziato nel 2019: di importanza strategica, il tunnel è formato da due gallerie e 8,7 km di strada di accesso per una lunghezza totale di circa 12 km. È stato scavato sotto il passo di Sela, che si trova a 4.200 metri di altezza e collega il distretto di Tawang con il resto dell’Arunachal Pradesh. Dal punto di vista ingegneristico si tratta del più alto tunnel al mondo a doppia corsia e andrà a sostituire una strada spesso chiusa a causa di nevicate e frane. La zona, però, è importante soprattutto dal punto di vista strategico per la sua vicinanza alla Linea di controllo effettiva, il confine di fatto con la Repubblica popolare cinese.

La mancanza di strade percorribili e di collegamenti ferroviari nell’Arunachal Pradesh è stata sempre considerata un netto svantaggio per l’India nei confronti della Cina lungo questo confine. Ma negli ultimi anni, il governo Modi ha investito molto nelle infrastrutture del nord-est, con la creazione di nuovi aeroporti e collegamenti ferroviari nella regione.

Anche per questo la reazione di Pechino non si è fatta attendere. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin ha riferito che il suo governo ha protestato ufficialmente con New Delhi: “L’area di Zangnan è territorio cinese” ha commentato citando il nome con cui Pechino indica l’Arunachal Pradesh. “La questione dei confini tra Cina e India non è ancora stata risolta – ha aggiunto in funzionario cinese -. L’India non ha il diritto di sviluppare arbitrariamente l’area di Zangnan in Cina. Le mosse dell’India non faranno altro che complicare la questione dei confini e sconvolgere la situazione nelle zone di confine tra i due Paesi”.
Secondo un rapporto diffuso dall’agenzia Bloomberg, l’India negli ultimi mesi avrebbe anche spostato 10mila suoi soldati per rafforzare il confine conteso con la Cina, aggiungendo così un ulteriore terreno di scontro alle già aspre relazioni con Pechino.

 

 

Fonte: AsiaNews

https://www.asianews.it/notizie-it/Un-tunnel-a-oltre-3mila-metri-rialza-la-tensione-tra-Pechino-e-New-Delhi-60329.html

Studenti al bivio: tema da soli o con l’Intelligenza artificiale?

La rivista Orizzonte Scuola riferisce una vicenda significativa per inquadrare nel panorama variegato degli istituti scolastici, quali situazioni e con quali conseguenze l’uso disinvolto delle tecnologie, l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione pervasiva stiano radicalmente modificando la scuola e con essa il concetto di istruzione, apprendimento, educazione: insomma una visione decisamente alterata dei principi pedagogici che hanno ispirato la didattica fino ad oggi.

La notizia è questa: in una classe terza di scuola media inferiore (o secondaria di primo grado, che dir si voglia) 18 alunni su 23 hanno consegnato al professore di lettere un tema, assegnato come compito a casa, elaborato utilizzando ChatGPT (un trasformatore generativo pre-addestrato) che si basa sull’I.A. nell’interazione con un essere umano ed è in grado di elaborare testi simili a quelli che potrebbe produrre una persona decisamente acculturata. Il suo rendimento è infatti ‘tarato’ sulla “ottimizzazione” dei risultati. Nel caso considerato il tema restituito dagli studenti che non ne hanno scritto il contenuto ma si sono affidati all’I.A. risulta ineccepibile nella forma, logico e consequenziale nello sviluppo narrativo e semantico: peccato che gli pseudo-autori di cotanta eccellenza non siano poi stati in grado di spiegare la trama né di dimostrare di averne compreso il significato. Una mera applicazione dell’innovazione digitale al di fuori dei criteri che hanno sempre ispirato gli apprendimenti: conoscere, comprendere, applicare, analizzare, sintetizzare, usare il pensiero critico e quello creativo: sono i livelli crescenti della cd. “tassonomia di Bloom”, un metodo applicato allo studio e all’insegnamento, nato negli USA ed esportato in tutto il mondo, che implica una graduale consapevolezza sulle tappe che ogni alunno – in modi e temi diversi – dovrebbe percorrere.

Sembrava una costruzione teoretica (iconicamente rappresentata in modo piramidale) in grado di attribuire una logica ai processi di istruzione: ora l’I.A. e strumenti come ChatGPT, consentono di ottenere gli stessi risultati in tempi assai più brevi, utilizzando appunto algoritmi preordinati. Si saltano i gradini e la loro consapevole cognizione e si arriva subito al risultato.

Il problema c’è ed è tuttavia dirimente: un tempo si copiava dal Bignami, da un bravo compagno di classe, dagli appunti portati da casa in foglietti piegati e miniaturizzati, da nascondere sotto il banco. Ma spesso dalla somma di questi addendi uscivano fuori strafalcioni poi smascherati con facilità, senza un nesso logico di sviluppo che ne sostenesse l’insieme.

Usando l’I.A. riesce difficile opinare sul merito del risultato: il tema è perfetto, lo stile forbito, l’ortografia corretta. Il problema nasce dall’assenza totale di comprensione e consapevolezza sul contenuto dello scritto da parte dell’alunno che utilizza un pacchetto preconfezionato e tarato sul titolo e le richieste dell’elaborato.

Certamente un compito svolto a scuola sarebbe stato soggetto al controllo del docente, a condizione che smartphone e tablet non fossero fraudolentemente importati ed utilizzati in classe.

L’uso dell’I.A. (e siamo solo agli inizi) sta diventando un abuso: l’introduzione massiva delle tecnologie espungendo penne, quaderni e libri si avvia a produrre un risultato che provo a sintetizzare nel modo seguente.

Mentre nella scuola tradizionale ciò che veniva spiegato dai docenti, letto sui libri o frutto di ricerche mirate comportava un processo di interiorizzazione e metabolizzazione del sapere, adesso è possibile bypassare fatiche, impegni, diligente applicazione, sforzo cognitivo, personalizzazione del risultato semplicemente assegnando alle macchine il compito di elaborare in tempi brevi il prodotto finale.

La differenza è questa: si passa dall’interno all’esterno, non più attraverso l’uso del ragionamento che comportava una sosta di riflessione sulla conoscenza.

Probabilmente si arriva prima ma non sempre si va più lontano.

I giovani alunni di quella scuola che – anziché esprimere proprie idee nel tema assegnato l’hanno affidato ad una elaborazione virtuale che poi non sono stati in grado di comprendere e spiegare – hanno mosso un passo verso l’abbandono del pensiero critico.

Imparare non si riduce a rispondere a dei test, insegnare non significa attribuire ad essi dei punteggi. A scuola la buona educazione, l’istruzione, gli apprendimenti passano sempre attraverso le relazioni tra le persone.

Quella fredda pioggia di novembre dei Guns N’ Roses

Per dirla con le parole dei filosofi, Giorgio Rivolta e Leon Robin “si tratta di attuare il metodo dell’integrazione sperimentando lo sviluppo integrale della persona nella comunità attraverso la valorizzazione e la composizione armonica delle differenze”.

Ho riletto più volte queste riflessioni filosofiche accompagnate dal suono di una delle più epiche band dell’hard rock americano: i Guns N’ Roses. La voce heavy di Axl Roses che abbiamo imparato a riconoscere, unita alla graffiante chitarra di Slash, ci segue lungo percorsi di esistenza “ribelle”, ma a volte anche “contemplata”.  I testi dei Guns N’ Roses hanno abbracciato stagioni ed epoche musicali e sociali lasciando tracce, segni, orizzonti e simboli che rievocano sogni, desideri e molti interrogativi. Una band che attraverso la voce del suo frontman è già entrato di diritto nella storia hard rock di ogni tempo. Ci sono gioielli e opere plasmate attraverso la poesia come Sweet Child O’ Mine, Don’t Cry, Welcome To The Jungle o Paradise City. Oppure come non entrare nei labirinti dell’anima del suono rock melodico dylaniano di Knockin’ On Heaven’s Door.   Ma è con November Rain che la poesia della voce di Axl e dell’assolo di Slash si posizionano tra le performance più eclettiche di sempre in una coreografia – video che lascia ognuno di noi senza respiro, senza fiato, immobili. “Se potessimo prenderci il tempo per dirci tutto chiaramente, io potrei far riposare la mia testa sapendo che tu eri mia, tutta mia. Per cui io se vuoi amarmi allora cara non ti trattenere o io finiro’ a camminare nella fredda pioggia di novembre” (citazione da November Rain). Oggi November Rain è un appello rock che ci porta a riflettere sull’esistenza, sul nostro “camminare insieme”, sul percorso di vita sociale che la comunità tutta è chiamata a svolgere.

I Guns’ N Roses con i loro testi e suoni “grunge post punk” figli della Los Angeles di quegli anni, sono attuali e ci orientano ad un ascolto attento ma anche “dolce” in note soavi e ricchi di idee e spunti musicali. La loro grinta e la presenza scenica ha avuto un grande impatto sulla società, le loro canzoni hanno riuniti generazioni anche diverse tra loro ma unite dalla voce e dalla chitarra inconfondibile di Axl Rose e di Slash. “E quando le tue paure si placano e le ombre rimangono ancora, so che puoi amarmi se non rimane più nessuno da incolpare, per cui non importa l’oscurità, possiamo ancora trovare una via perchè niente dura per sempre, nemmeno la fredda pioggia di Novembre” (citazione da Novembre Rain).

Il Centro non può essere un supermarket improvvisato e disordinato

Nel bagliore di una scadenza elettorale epocale (il prossimo giugno) nella quale si rinnoverà il Parlamento europeo e la governance dell’Unione europea, prosegue l’affannoso lavoro dei partiti intenti a definire ogni peculiare connotazione identitaria, stante la specificità, unica nell’attuale nostro panorama nazionale, di votare con il sistema proporzionale.

Un sistema che da trent’anni abbiamo abbandonato, da quando con il referendum, proposto da Mariotto Segni, il paese passò al sistema maggioritario, sia pure con qualche correttivo, il Mattarellum, e da allora, via via, modificato, con intonazioni, più o meno similari. Una volta tanto ciascun partito sarà scelto per la sua forza di attrazione e non per quella del maggiore o minore effetto che proviene dal ricorso a strumentali o convinte aggregazioni.

Il fatto è che a meno di un paio di mesi dalla presentazione delle liste, tutto appare ancora in grande fluidità. Dovuto in parte al clima di disorientamento e di acredine che si è innescato tra i partiti delle due coalizioni dopo il botta e risposta delle elezioni nelle due regioni della Sardegna e dell’Abruzzo.

La vittoria del centrodestra in Abruzzo ha ridato fiato e baldanza alla coalizione di Giorgia Meloni, mentre a sinistra si paga lo scotto di una ammucchiata senza una comune anima politica. Gli strascichi non sono comunque pochi, né a destra, né a sinistra. Mentre a destra FdI continua bellamente a tenere testa, l’avanzata di FI, che ha doppiato in Abruzzo il partito di Salvini, sta per provocare un maremoto all’interno della Lega, con tutti i contraccolpi che possiamo immaginare da un Salvini messo alle corde, per il fatto di essere oramai terza forza della coalizione di governo.

Sul versante opposto, il Pd, che ha ben tenuto, guadagnando addirittura qualche punto, non ha trovato nell’alleato 5 Stelle di Conte, con cui si è dato corso alla formula del “campo largo”, la medesima tenuta elettorale.

Lo stesso versante centrista della coalizione di centrosinistra ha fatto registrare un flop inaspettato, anche se non erano mancate le critiche ad una coalizione che più che un campo largo, appariva essere una miscellanea di identità, liberale, socialista, riformista, radicale, azionista e popolare.

Insomma un’armata Brancaleone con il risultato di non riuscire ad accreditare un progetto serio, credibile e efficace, perciò incapace di ripetere il successo ottenuto in Sardegna (dove in realtà i centristi Calenda e Renzi sostenevano Soru). Ma quello che appare degno di nota, al di là della riconferma del governatore Marsilio, è la grande performance di FI che ha raddoppiato i consensi, scavalcando ampiamente la Lega di Salvini. Il risultato mostra lapalissianamente una realtà in divenire di cui Tajani si è saputo, in questo momento, fare interprete.

In questo spettacolo da circo Barnum, che ha trasformato la nobile vocazione centrista in un supermarket senza confini, egli è riuscito, pur nella amara constatazione che ancora una volta metà degli elettori preferiscono restare a casa, a sfondare ogni barriera verso quel l’elettorato di centro, che, magari votando turandosi il naso, si è cominciato a stancare di stare ancora alla finestra e attendere un serio partito di centro. Per contro, di certo, poco aiutati dalla coalizione di centrosinistra, che palesemente non mostrava grande afflato tra le forze che la sostenevano.

C’è però da non trascurare il fatto che ha giocato a favore di Tajani, nel suo balzo in avanti, anche una certa migrazione, a ridosso delle elezioni, soprattutto, di esponenti provenienti dai 5 Stelle verso FI, con tutto il riverbero favorevole di parte di quell’elettorato. Mentre non è escluso che parte dei consensi siano venuti da quell’elettorato, sempre più liquido (teoria di Bauman) che dalla Lega si è spostato verso FI.

Ciò non toglie il riconoscimento di una certa astuzia politica che Tajani ha saputo usare nell’accreditarsi come seria espressione di partito moderato, anche se non rassicura tutta quella parte di elettori che, pur guardando con cautela a soluzioni di centrodestra europeiste, non condividono quelle visioni lepeniste e del gruppo di Visegrad, anti-solidariste e sovraniste: ossia quel quadro identitario di alleanze che propongono, in giro per l’Europa, sia Meloni che Salvini. C’è anche da mettere in conto la quotidiana ribalta mediatica, che sorella Rai, e mamma Mediaset, hanno offerto in questi mesi, a Tajani, complici le contingenze mediatiche dei noti conflitti bellici (Ucraina e Gaza) e tutta la fitta agenda di rapporti nei diversi paesi, non solo del quadrante europeo, che hanno messo in primo piano l’incessante opera di raccordo e i tentativi di mediazione che competono (al di là delle maggiori o minori enfasi con cui sono state trattate le notizie) ad un Ministro degli Esteri, come si richiede in questi frangenti.

A ciò si aggiunga tutta la ingannevole narrativa sulla solidità della coesione del centrodestra (con le strumentali passerelle di ministri e governatori della maggioranza). Espedienti che, seppur strumentalmente idonei a incentivare una fidelizzazione territoriale,  non hanno convinto quanti hanno visto in questa coalizione – sempre più in una idea di Legge e Ordine per il popolo,  laisser faire e un fisco indulgente per le élite – una deriva autocratica, preferendo di non andare a votare.

Ora, in questo caleidoscopio di forze centriste, eterogenee per metodi, programmi e obiettivi, resta ancora irrisolto il dilemma, se e quale spazio – in un rassemblement o come forza trainante – può ritagliarsi per un ruolo di raccordo e cucitura, l’area cattolica, impegnata a dare prosecuzione all’esperienza della Dc.

Un bel rompicapo! Che suscita la conseguente domanda: c’è oggi, per un compito così impegnativo, un partito diverso dalla Democrazia Cristiana, in grado di rappresentare pienamente il mondo cattolico, capace di raccogliere, in questa fase elettorale così convulsa, un sostegno ed un consenso sufficiente per affermare questi obiettivi?

Se lasciamo la risposta dentro i confini di questa semplice domanda, di certo oggi non appare rappresentativo un partito come FI, fedele gregario di politiche economiche e sociali anti-solidariste e passivamente piegato su posizioni sovranazionali che, ad oggi, non favoriscono agevolmente la soluzione dei conflitti in corso. Saprà allora la Dc accreditarsi subito come forza di mediazione e ricucitura, delle diverse istanze che mirano in quella direzione o dovrà più semplicemente, se vuole glissare l’impaccio della raccolta delle firme, accontentarsi di giocare una partita al traino di altre forze, che, alla mercé di decisioni sugli schieramenti futuri, a cominciare dalla partita europea della nuova governance, costringeranno poi a condividere scelte incompatibili?

La regina Cleopatra si mangia la Dama della Helvetica

Nella scacchiera della dama le mosse sono molte ma pur sempre contate. I principianti e gli esperti lo sanno ma la differenza é che gli esperti prevedono le mosse degli avversari e spesso le anticipano. Elly la Helvetica è da inizio anno che sta lì davanti alla scacchiera a ripetere, mossa dopo mossa, schemi e strategie, mentre il popolo si annoia nell’attesa.

La Regina Cleopatra, che del gioco è maestra, ripete qualche schema ma nulla più. I suggeritori di Elly si affannano a farle ripetere finte partite, che la poveretta invero con pazienza e grandissima dose di sopportazione esegue, ma senza tanto convincimento.

Ed ecco arriva la prima mossa. Muove i pedoni, se ne fa mangiare un paio e veloce, complice la distrazione di Cleopatra, va a Dama. Disonore! Nel campo avverso, musi imbronciati e imprecazioni soffocate. Il popolo finalmente si anima e grida “Vittoria!”.

Brava|! Si fa così! Avanti ora! Pare uno stadio e tutti gridano, contenti, che pare abbiano dimenticato le regole del gioco. Ottimo fare Dama (o meglio avere una Dama sulla scacchiera) ma ora devi tornare indietro e muoverti tra le caselle…il che significa prendere dei bei rischi.

La Regina Cleopatra incassa con classe: “Ho sbagliato pedone, ero poco attenta, i miei fanno casino, ecc…” Ma nei sui occhi brucia la pece della vendetta. Ed ecco che non appena il pubblico abbassa i toni e piano piano si fa silenzioso in attesa delle mosse delle due giocatrici, la Regina muove il suo pedone che senza fretta si mangia due di quelli di Elly. Ed Elly ignara non vede l’avvicinarsi della Dama di Cleopatra, tanto sta la poverina confusa per colpa dei maestri suggeritori, che mai la mollano con i loro “ fai così adesso…” e “ora ferma, tocca a lei…”.

Ed eccola la Dama di Elly, si è messa pericolosamente vicino a quei pedoni scoperti. “Oddio, non lì!”, grida qualcuno dal pubblico, ma la voce si perde nel chiasso del tifo…e la Dama infila la casella.

Svelta, crudele e invisibile come i suoi amati coccodrilli del Nilo, la Dama della Regina piomba su quella di Elly e se la mangia. Silenzio e sgomento percorre il pubblico e i tifosi. Ma è solo un attimo, poi esplode il tifo degli uomini della Regina ed è un tripudiare di “eh daje!, “avete chiuso!” – e pure peggio nei soliti riferimenti romani alle mamme altrui.

La Regina non spegne gli occhi di brace, li rende una fessura solo per vedere meglio da lontano che fanno i suoi due ufficiali, se festeggiano tanto o se stanno quieti nel gruppone. Uno dei due si stacca, si avvicina e con un “pure io qualcosa ho studiato de ‘sto gioco” ottiene la fredda risposta della Regina: “Lo vedo”. Può festeggiare ma non più di tanto, se vuole restare a fianco della Regina. Invece quell’altro guarda la scena e torvo pensa a raccogliere i suoi e a contarli, uno a uno, per capire chi potrebbe aver cambiato casacca e avergli dato la fregatura.

E Cesare? I pretoriani gli riferiscono che questa mossa l’ha vinta lei: la sua diletta Cleopatra si è mangiata la Dama della Helvetica. Può gioire, per ora, la Regina non verrà a chiedere altri sesterzi ed ha pure ottenuto una vittoria bruciante: i due ufficiali d’adesso in avanti dovranno guardarsi le spalle. “Oh! La ragazza studia”, sorride compiaciuto Cesare, “non sono proprio io che ho detto divide et impera”?.

Abruzzo, una sconfitta che deve spingere al ripensamento del centrosinistra.

L’esito del voto in Abruzzo è come una gelata di marzo per le speranze delle forze politiche di centrosinistra di mandare all’apposizione le destre insediatesi al governo del paese e di molte regioni per gli errori politici gravi delle stesse forze di centrosinistra.

Se la sconfitta è netta tuttavia è utile analizzarla anche in breve per contribuire a capire dove e perché si è sbagliato. Luci e ombre infatti si distinguono nel voto abruzzese. L’alleanza unitaria nel centrosinistra ha infatti vinto in numerosi comuni maggiori della regione: a Pescara (52%), a Teramo (53%), a Giulianova (54%), a Roseto (58%), a Vasto (51%), a Lanciano (50,1%). A Chieti, città storica della destra missina, la sconfitta è stata di misura (49,1%).

Ma allora dove ha perso in misura tale da ribaltare il risultato? La risposta è semplicissima: in tutta la Marsica, non tanto a L’Aquila città (47,3%), ma in tutti i numerosi centri della provincia, ovvero nelle aree più interne della regione. La Marsica non è più quella descritta da Ignazio Silone in Fontamara, ma l’isolamento e un certo abbandono si avvertono ovunque, ancor di più dopo il terremoto del 2009 e dopo le troppe promesse ancora in alto mare.

La Marsica, antica terra di braccianti e contadini socialisti, da tempo è come un buco nero che ha trovato il suo rifugio a destra con un voto che è insieme protesta e confusa nostalgia identitaria. D’Amico ha perduto per 43 mila voti differenza totale con Marsilio. 33 mila di questi voti sono mancati nel buco nero della Marsica.

Se il dove si è perso è chiaro, bisogna ora domandarsi perché si è perso. Ci sono alcune concause di immagine e di comunicazione: la coalizione di centrosinistra non si è mai presentata in pubblico unita, i suoi leader hanno ritenuto (o non hanno potuto?) che fosse più efficace agire come in Sardegna dove però lo spirito indipendentista è ben più radicato rispetto alle nostre regioni meridionali ancora orfane della Cassa per il Mezzogiorno. Ma ci sono ragioni più profonde e strutturali che sarà bene richiamare.

La percentuale dei votanti è ancora diminuita fino al 52%, rispetto al 53% delle precedenti regionali. Dunque vi è la metà dell’elettorato che non vota e non ha fiducia che la politica possa favorire un cambiamento e lo sviluppo sociale. Larga parte del ceto medio è scoraggiato perché non vede più prospettive di crescita, obiettivi raggiungibili per i quali valga la pena di fare sacrifici. Fra coloro che vanno a votare poi in questa fase sono forti i sentimenti di timore e incertezza per le difficoltà evidenti del Paese, dell’Europa, del quadro internazionale. In questo contesto la destra al governo appare più rassicurante.

Ora i politologi appassionati dei piccoli numeri potrebbero anche osservare come sia mancato alla coalizione di centrosinistra un più marcato apporto di forze politiche e civiche di centro democratico. Se c’è una piccola parte di verità in questa considerazione bisogna però anche convenire che la sfida politica di oggi non può ridursi alla ricerca dello 0,5 in più. Nella lotteria elettorale odierna può essere anche una tattica sufficiente per vincere qualche volta (vedi il caso Sardegna), ma non può essere questa la strategia. Altri politologi ormai sostengono che il voto è mobile, sostanzialmente è d’opinione (temporanea), e quindi legato a sentimenti superficiali e cangianti che si dovrebbero intercettare con proposte sempre più originali e stravaganti (come quello che offriva dentiere gratis, o quell’altro che voleva uscire dalla Nato).

Anche in questa visione c’è un pizzico di verità perché la società dell’immagine ha le sue leggi, ma si dovrà convenire che l’obiettivo di forze politiche democratiche non può essere il populismo di bassa lega. Il “Campo largo” dovrebbe invece significare anche visione larga e lunga. Un processo democratico di confronto serio e definizione di una coalizione coesa, con alcune idee e proposte concrete condivise, all’insegna di un pragmatismo virtuoso, ovvero del buon governo. Un processo di costruzione democratica che deve portare a vittorie larghe e rappresentative del Paese reale e non a governi basati su risicate minoranze. È certamente un compito difficile nel nostro Paese, come in quasi tutte le democrazie occidentali sfidate dai populismi e dall’astensionismo.

Da dove partire per far crescere questo indispensabile processo? È una domanda seria che dovrebbe appassionare tutti i democratici, e ancor di più quelli che ancora si riconoscono nella feconda ispirazione cristiana della politica. Anche in questo caso dall’Abruzzo ci viene un piccolo ma concreto insegnamento. Proprio nel buco nero della Marsica alcuni piccoli comuni hanno offerto una vistosa vittoria a Luciano D’Amico: Aielli con il 70%, Sante Marie con il 61%, Castelli con il 59%, Gagliano Aterno con il 56%. Piccoli comuni governati da liste civiche di centrosinistra, spesso guidate da giovani dirigenti del partito democratico. Coalizioni civiche che hanno motivato anche una maggiore partecipazione al voto (6-7 punti percentuali in più). Viene in mente subito Luigi Sturzo e il suo enorme lavoro amministrativo in tanti piccoli centri siciliani, poi diffusosi nel paese con il suo Partito popolare che aveva come obiettivo quello di radicare la democrazia e il buon governo delle comunità.

È un cammino complesso, ma forse non molto lungo. In ogni caso non se ne vede altro per fondare una proposta e una azione di governo su rocce solide e non sulle sabbie mobili. Fra qualche mese ci saranno importanti appuntamenti elettorali: il rinnovo del Parlamento europeo e il voto amministrativo per circa 3700 comuni (fra i quali 29 capoluoghi di provincia). Sarebbe un errore mortale concentrarsi solo sul primo obiettivo, mentre potrebbe mettere rosee premesse un buon esito anche nel secondo.

Nuove sfide per i cristiani che non vogliono restare alla finestra. 

Si è svolto sabato scontro l’incontro a Roma di molte associazioni di ispirazione cristiana per confrontarsi su tre temi forti: pace, vita e ambiente. Il quadro non è quello della solita riunione di più associazioni che raccontano ciascuna il proprio impegno, ma quello piuttosto delicato e anche audace di ricercare una comune azione congiunta per ragionare sul da farsi nei tre temi. A promuovere l’incontro è stato il Comitato per una Civiltà dell’Amore che è riuscito a raccogliere il variegato,  multiforme e anche vasto mondo dell’associazionismo nel quale si è frantumata più di 30 anni fa l’esperienza cristiana nella società civile. Dalla constatazione che la frattura che si è determinata tra le rappresentanze cristiane e la società non si è più ricomposta, parte la riflessione che la sua ricostituzione sia ormai un tentativo inutilmente destinato a fallire. Tuttavia l’esigenza di essere nel mondo e per il mondo resta forte nelle associazioni che manifestano tutte l’esigenza di trovare un luogo nella società e nella cultura dove sia possibile ragionare ancora dell’uomo, della sua vita, dei suoi diritti alla vita, al lavoro, delle libertà e dei doveri di ciascuno, di pace. Una riflessione comune che porta ad evidenziare che la cultura della pace si insegna nella formazione dei giovani, nella famiglia, nelle relazioni sociali e nelle istituzioni. Viene dunque dalle associazioni la richiesta di un intervento propositivo nella scuola per educare alla pace e preparare i giovani alla cultura della mediazione.

La stessa riflessione porta a guardare come sia distante in questo momento l’Europa delle Istituzioni e degli Stati dalla gente e dal futuro dei giovani, poiché quello che sembra continuare a delineare la classe dirigente è in mondo diseguale, dove le differenze di cultura e di storia del territorio non sono più un valore da difendere e sui cui costruire un futuro per le nuove generazioni. Le quali, per la voce di un giovanissimo, lamentano la colpevole distrazione con la quale le classi dirigenti politiche sembrano disegnare un futuro per loro in cui loro stessi non hanno voce e in cui forse non andranno mai a vivere: perduta la speranza e il coraggio di continuare a vivere, il futuro sognato da loro per loro stessi e non disegnato da altri, è il bisogno primario reclamato dai giovani. A buon titolo, visto che l’analisi sociologica riportata da più associazioni evidenzia il pressoché totale disinteresse dei giovani per la partecipazione politica e l’incapacità di attrattiva dei partiti.

Nell’Europa di cui a giugno si rinnovano le Istituzioni, le associazioni riconoscono che l’apporto delle radici ideali cristiane siano di molto diluite nella logica prevalente della difesa delle posizioni conquistate, dei privilegi delle classi dirigenti, della cultura della contrapposizione e dall’egoismo prevalente. In queste condizioni le difficoltà dovute dalla non rilevanza dei partiti di ispirazione cristiana nella società, non impediscono di riconoscersi anche nello strumento proposto della Piattaforma Popolare civica e riformatrice, nata nel 2021 con l’intento di potere condividere un ritorno politico unitario dei cristiani  in politica. Oggi la Piattaforma si configura come il naturale federatore in grado di favorire la ricomposizione di un’area larga e composita all’insegna di una nuova unità  e di un nuovo protagonismo delle variegate espressioni cristianamente ispirate, poiché porta con se le parole chiave di ogni agire politico-cristiano (che si voglia definire tale): nuovo umanesimo ovvero ritorno alla dignità della persona umana; riconoscimento della famiglia; giustizia sociale e dei popoli; libertà ma nella comunità e non il liberismo come motore della società; sussidiarietà che vuol dire condivisione. Ed in politica tutto questo si traduce in una proposta politica per qualcuno (la persona umana)  e non solo per qualcosa ( bisogni/servizi/consumi).  Qui la proposta è il cambio di modello di sviluppo dell’umanità. Il cambio di passo difronte all’esaurirsi della spinta dell’economia capitalistica, ormai incapace di elaborare un pensiero economico differente da quello di migliorare se stessa (intrappolata nella ricerca infinita di bisogni da soddisfare), è quello di ri-scoprire come la vita possa generare vita e da ciò  arrivare all’uomo, alla famiglia, alla società, all’economia ed infine ad un sistema ecologico integrale.

Ma l’attualità delle guerre in corso portano tutta attenzione alla pace e al ruolo di mediatori/mportatori di pace che i cristiani possono e debbono svolgere nell’accompagnare le contese tra gli uomini con quella tenacia ed attenzione per la costruzione di una civiltà dell’amore che ormai è divenuta necessaria. Le associazioni non possono che essere naturalmente per la pace senza nascondersi quale sia la forza propulsiva che uomini di fede abbiano nel passare dalle parole ai fatti, e a fatti che sono alla portata della cultura del mondo cristiano e cattolico. Come dall’esortazione lontana di Leone XIII, il Papa della Rerum Novarum, base della Dottrina sociale della Chiesa cattolica,  “ognuno faccia la parte che gli spetta senza indugio”.

Una esortazione lanciata dalle associazioni non solo a se stesse ma al mondo esterno perché non si stia più alla finestra a guardare il mondo che passa sotto di essa ma si abbia il coraggio e la fede per un impegno diretto avendo chiaro che è in gioco l’idea stessa di umanità, di persona, per la salvaguardia di quella “differenza” che è valore e non ostacolo da rimuovere. Del resto, in un mondo senza partecipazione dei molti la democrazia è destinata a mutarsi fatalmente in totalitarismo.

Ucraina, il coraggio di inventare la chiave per la pace.

L’intervista di Papa Francesco alla Radio Televisione Svizzera (RSI) nella quale il pontefice ha sostenuto, riferito alla situazione ucraina, che si deve avere il coraggio di negoziare, ha avuto una vasta risonanza a livello internazionale, rompendo, almeno per un po’, una narrazione a senso unico che, a ben vedere, sembra non render pienamente conto nemmeno di quella che è la reale posizione dell’Alleanza Atlantica e dei Paesi che la compongono, sul conflitto.

Le cancellerie dei Paesi Nato infatti, sono perfettamente consapevoli della delicatezza della situazione, del suo progressivo degrado dalla fine del primo decennio del Duemila ad oggi. E sono consapevoli anche di aver dovuto agire, in ogni tappa di questo percorso verso la guerra, di fronte a fatti compiuti, causati probabilmente più da interessi di potenti gruppi privati che da una reale volontà di Stati Uniti e Russia di confrontarsi utilizzando l’Ucraina. Significative a questo proposito appaiono le recenti dimissioni dall’Amministrazione Biden di Victoria Nuland, (sposata con Robert Kagan, neoconservatore e teorico del nuovo secolo americano, e delle guerre necessarie a consentirlo che l’America di Bush junior dopo la sua prima elezione era restia ad intraprenedere), che è stata assistente per l’Europa al dipartimento di Stato durante l’Amministrazione Obama, ritenuta da molti osservatori la figura centrale nel provocare un epilogo cruento nei delicati equilibri dell’Ucraina post sovietica. Queste dimissioni sono state interpretate come un segnale inequivocabile dell’orientamento degli Stati Uniti a guardare ad una soluzione diplomatica del conflitto ucraino, dopo le prossime  presidenziali, a prescindere da chi sarà il vincitore, e a prescindere, naturalmente, dall’Unione Europea in un’intesa diretta fra Washington e Mosca.

Dunque, considerando che non vi è alcun scontro fra civiltà ma la comune preoccupazione di uscire da una spirale potenzialmente capace di innescare un conflitto su vasta scala in Europa, le osservazioni formulate dal Papa nell’intervista alla RSI, rilanciano considerazioni che sono ben presenti sui tavoli della diplomazia come su quelli delle strategie militari. Il negoziato, a fronte di una valutazione dell’andamento della guerra, è un’ipotesi che non ha mai smesso di circolare e che solo un milieu mediatico egemonizzato dalle centrali neocons ha preferito sottacere in favore della estremizzazione dei toni necessaria per alimentare la retorica bellicista.

Nell’intervista alla RSI il papa ha ricordato un altro aspetto fondamentale: che il negoziato è possibile “con l’aiuto delle potenze internazionali”. Ovvero , che non c’è nel mondo un clima da scontro all’ultimo sangue ma che anche le potenze non coinvolte nel conflitto hanno interesse a una soluzione diplomatica. E questo implica però quello che può esser considerata la chiave per superare tanto il conflitto ucraino come gli altri “pezzi” di quella guerra mondiale latente denunciata da Francesco sin dall’inzio del suo pontificato. Questa chiave è costituita dalla disponibilità degli Stati Uniti e dell’Ue di partecipare alla costruzione del nuovo mondo multilaterale che sta sorgendo, in un quadro di cooperazione nella sempre valida cornice dei principi e dei valori universali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Occidente è a un bivio: o sarà all’altezza  delle sfide di questo secolo oppure rischia di rimanere prigioniero di visioni e strategie desuete che lo condanneranno alla marginalità. E ciò vale soprattutto per l’Europa.

In questa prospettiva, sembra un paradosso ma non lo è, appaiono perfettamente convergenti le affermazioni del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg rese ieri a commento dell’intervista del Papa in occasione della cerimonia di ingresso della Svezia nella Nato: “la resa non significa pace”. Infatti, in mancanza di un accordo strategico su un nuovo meccanismo di governance globale fra Occidente e Resto del Mondo, anche le trattative sull’Ucraina si rivelerebbero fragili. Perché se le parti non si considerano sicure – l’Europa teme l’invasione russa e la Russia teme che l’Occidente punti a disintegrarla – allora non appena messe a tacere le armi in Ucraina, potranno rispuntare i conflitti caucasici, quelli centroasiatici, quelli balcanici. Per la pace occorre innanzitutto un accordo di coesistenza e di cooperazione fra le potenze di questa nuova epoca, la prima dopo circa mezzo millennio, caratterizzata dalla fine dell’egemonia occidentale.

Sinistra sociale e destra sociale? Semplicemente alternative.

A volte nella politica italiana, soprattutto in una stagione fluida e liquida come quella attuale, cresce la confusione e si generano molti equivoci. È il caso, ad esempio, di rendere quasi simile la storica esperienza della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana con la cosiddetta “destra sociale”. Due esperienze, seppur significative e molto importanti nei rispettivi campi politici, ma che erano e restano del tutto alternative. A livello politico come sul versante culturale; sul terreno programmatico come su quello valoriale.

Ora, e al di là dei singoli progetti politici, è indubbio che la sinistra sociale di ispirazione cristiana ha giocato un ruolo decisivo e determinante all’interno della Democrazia Cristiana e poi in alcuni partiti che sono succeduti alla stessa Dc. Dal Ppi alla Margherita e sino alla prima frase del Partito democratico. Certo, si tratta di una esperienza che affonda le sue radici nella storia e nella cultura del cattolicesimo sociale italiano, il quale nel complesso, attraverso le correnti che lo hanno interpretato nelle diverse fasi storiche e politiche, ha saputo declinare un ruolo politico di straordinaria importanza.

Spicca in questo quadro la vicenda della sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin e di Franco Marini, solo per citare gli esponenti più significativi di tale nobile storia politica e culturale. E il cuore pulsante di questa esperienza politica è sempre stato quello di rappresentare un pezzo della società italiana – quella dei ceti popolari e delle classi lavoratrici soprattutto nelle fabbriche piccole, medie e grandi -, avere una precisa cultura politica di riferimento, elaborare un progetto politico complessivo da confrontare e discutere all’interno del partito di appartenenza e, in ultimo ma non per ordine di importanza, avere una classe dirigente qualificata ed autorevole e disseminata in tutto il territorio. E, del resto, la corrente di Forze Sociali di Giulio Pastore e poi Rinnovamento e la più nota e conosciuta Forze Nuove hanno rappresentato, nel corso degli anni, la traduzione concreta di quella cultura e di quella storia nella concreta dialettica politica.

Una esperienza ed una intuizione, dunque, che storicamente sono decollate all’interno del mondo cattolico italiano, già sin dall’inizio del ‘900, e che hanno contribuito ad elaborare un progetto politico di un “centro che marcia verso sinistra”, per dirla con una celebre frase di Alcide De Gasperi. Un’area politica che, com’è ovvio, non è conclusa con la fine della prima repubblica o con l’inizio della seconda repubblica ma che, al contrario, si è resa ancor più necessaria con l’irrompere di una nuova ed inedita “questione sociale” che sta caratterizzando l’attuale stagione politica italiana E, soprattutto, un processo che si rende sempre più urgente anche per il rinnovato protagonismo politico, culturale ed organizzativo di larghi settori dell’area cattolica italiana. Perché l’intera esperienza della sinistra sociale di ispirazione cristiana non si è mai poggiata sulla sola testimonianza o sulla rappresentanza pre politica delle domande, delle esigenze e delle istanze dei ceti popolari e della stesse classi lavoratrici. Ma, proprio attraverso questa rappresentanza sociale, la sinistra sociale è sempre stata in grado di elaborare un progetto politico complessivo.  Quella che un tempo veniva definita e chiamata come un progetto di società. Come ovvio, nei rispettivi partiti di riferimento.

Ed è proprio su questo versante che la differenza politica, culturale, valoriale e programmatica è sempre stata decisiva ed essenziale rispetto alla cosiddetta ‘destra sociale’. Cioè, semplicemente alternativa. E questo per la semplice ragione che anche quando si parte dalla comune difesa dei ceti più deboli – semprechè questo sia vero – la politica, e i rispettivi valori, non sono mai una variabile indipendente ai fini del progetto che si vuole elaborare per governare la società. E ciò vale anche in un contesto post ideologico e dove, purtroppo, si registra ancora una forte e marcata crisi della politica dopo l’irruzione del populismo anti politico e demagogico riconducibile al grillismo. E la sinistra sociale di ispirazione cristiana, ieri come oggi, conserva la sua attualità, modernità e, soprattutto, la freschezza della sua cultura politica originaria. Ieri come oggi, la sinistra sociale continua ad essere fedele alla sua storia secolare.

 

Bandiera bianca e bandiera rossa: la pace non è resa.

Quando un Papa si esprime le sue parole hanno un peso specifico incomparabile. Per i cattolici aderire al suo pensiero è un atto di obbedienza dovuta, in quanto interprete della parola di Dio. Per i laici o per chi professa altre religioni conta la Sua statura morale, il suo essere il più autorevole e ascoltato riferimento ideale a livello planetario.

Dialogando con il giornalista della Radio Televisione Svizzera–RSI, Lorenzo Buccella, Papa Francesco si è soffermato sulle guerre che tormentano l’umanità: non le ha mai dimenticate, ha sempre pregato per tutti coloro che ne sono stati coinvolti, dolorosamente, ha lanciato incessanti appelli per la pace, inascoltato. L’indifferenza, il relativismo etico, la mistificazione dei fatti sono una costante del nostro tempo che si accompagnano all’uso della violenza in tutte le sue orribili rappresentazioni fisiche e simboliche. È un dato di fatto con cui dobbiamo misurarci. Tuttavia in questa occasione alcune espressioni usate dal Santo Padre hanno provocato code polemiche e risentimenti, persino incredulità.

Francesco ci ha abituato ad un linguaggio comprensibile da tutti e vicino ai problemi di chi soffre, dei deboli, degli emarginati, dei perseguitati a ragione della loro diversità: per questo parlare di “resa” del popolo ucraino, di “coraggio di alzare bandiera bianca e negoziare” pur di arrivare alla pace a tutti i costi ha suscitato sconcerto e disorientamento.

Da due anni la Russia ha invaso l’Ucraina con i suoi carrarmati e il suo esercito, ha lanciato bombe e missili uccidendo civili inermi, ha raso al suo paesi e villaggi, privato le famiglie della loro casa, riducendo in povertà una nazione, procurando fame e miseria, morte e dolore, violenza contro le donne, i bambini e gi anziani – ciò che riporta la storia ai tempi dell’eccidjo dell’Holodomor – chi ha visitato quei luoghi di devastazione e massacro barbaro e criminale ha raccolto testimonianze fotografiche e verbali che non lasciano scampo ad alcun dubbio. La parte piò onesta dell’informazione ha restituito il vero, oltre i filoputinismi prezzolati, i negazionismi di maniera, le invenzioni di messinscene create ad arte per convincere il mondo che si trattava di una finzione, di un “cast cinematografico”.

I documenti raccolti parlano chiaro, l’aggressione è stata monodirezionale, feroce e ingiustificabile: che Putin l’abbia fatto perché “l’Ucraina non è mai esistita, è solo parte ribelle della Russia” come egli stesso ha insegnato nelle scuole, perché lo “scudo ucraino” è il territorio più ricco al mondo di giacimenti di minerali preziosi, come il litio”, perché “quella gente doveva essere denazificata” o perché “voleva togliere il potere di Zelensky a Kyiv e mettere al suo posto della gente per bene”…come un aveva detto Berlusconi ai suoi parlamentari…non esiste giustificazione alcuna all’eccidio, all’olocausto di un popolo, al martirio della sua gente. L’ombra di Navalny si stende sulle prossime elezioni farsa: chi si oppone al regime ha il destino segnato. Per questo ci si aspettava tutti, cristiani, cattolici, ortodossi, laici, credenti e miscredenti, eterosessuali ed omosessuali, uomini e donne di ogni parte del mondo che insieme a questo invito alla negoziazione avviata dall’Ucraina che passa però sotto le umilianti forche caudine della resa, ci fosse un netto, chiaro, risoluto, autorevole richiamo al Cremlino da parte del Vaticano a ritirare tutti gli uomini dell’esercito russo invasore dal territorio ucraino.

La guerra si fa in due, ha detto Papa Francesco, e ne prendiamo atto in quanto evidenza incontrovertibile; come pure la pace, in maniera egualmente incontrovertibile, si fa in due. Mi pare di capire che Putin non abbia alcuna intenzione di recedere, tanto che usa spesso la minaccia del nucleare. Ricordiamo cosa era accaduto agli ebrei ai tempi del nazismo e dei lager. Mi vengono in mente le parole del generale (e poi Presidente) Dwight David Eisenhower): “Registrate tutto adesso- prendete i filmati, ascoltate i testimoni – perchè da qualche parte lungo il cammino della Storia qualche bastardo si alzerà e dirà che questo non è mai accaduto”. Se dunque si deve issare e sventolare la bandiera bianca questo va fatto da ambo le parti e quella rossa riprenda il suo posto a Mosca. La pace non è resa e neanche sottomissione.

Se l’avesse capito Caino, Abele non sarebbe stato soppresso.

 

La democrazia dei partiti contro la sudditanza al leaderismo

C’è poco da fare. Se non rinascono i partiti democratici difficilmente può ripartire la credibilità della politica, la qualità della democrazia e, infine, l’autorevolezza e il prestigio dei politici. Per la semplice ragione che una classe dirigente decolla solo se nei rispettivi partiti ci sono le condizioni concrete per un dibattito autentico, trasparente e vero.  Non può essere la “democrazia dell’applauso” la regola fondante un partito democratico come già ci ricordava Norberto Bobbio in tempi non sospetti, verso la fine degli anni ‘90, quando parlava della salute democratica, partecipativa e liberale dei partiti politici italiani. E gli esempi, purtroppo, li abbiamo quotidianamente sotto gli occhi.

Ora, il nodo da scogliere è proprio quello del profilo del partito. Al di là delle polemiche pretestuose e di qualsiasi attacco personale a questo o a quel leader. Perché, in effetti, non manca la partecipazione concreta delle persone alla vita dei partiti. Partecipazione intesa come presenza plaudente alle kermesse nazionali e regionali del partito. Ma il dato politico che conta, almeno se non vogliamo essere ipocriti o ingenui, è come viene declinata concretamente questa partecipazione all’interno del partito. Ovvero, se conta ai fini della costruzione di una classe dirigente, dell’elaborazione del progetto politico complessivo del partito e della individuazione delle candidature. Perché se su questi tre versanti “decide” esclusivamente il capo tutto il resto è folklore.

La stessa partecipazione, di massa o meno che sia, rientra appunto nella categoria della “democrazia dell’applauso”. E questi, piaccia o non piaccia, sono gli elementi costitutivi e fondamentali che distinguono alla radice i partiti democratici dai partiti del capo. Ed è per questo motivo che i partiti stentano tutt’oggi ad uscire dalla logica dei cartelli elettorali. Perché, e giustamente, scendono in campo quando si avvicinano le elezioni avendo a disposizione massicci strumenti economici per sostenere le campagne elettorali. Oltre a disporre del simbolo da apporre sulle schede elettorali.

Ma tutto ciò è credibile se nei partiti prevale il criterio democratico. Dal riconoscimento del pluralismo al rispetto delle minoranze; dalla valenza degli organi democratici interni alla costruzione del progetto del partito. Dopodiché esiste certamente il ruolo e la funzione del leader, come ovvio e scontato. Ma si tratta, appunto, di un leader che riassume l’identità e l’iniziativa del partito e non di un capo assoluto ed indiscutibile.

Sotto questo versante, tocca ancora una volta a chi ha maggior dimestichezza con la cosiddetta “democrazia dei partiti” far sì che questi strumenti politici costituzionalmente previsti ritrovino le vecchie radici democratiche e liberali a scapito delle scorciatoie autocratiche. Ne va della qualità della democrazia e, soprattutto, della credibilità delle stesse istituzioni democratiche. Perché senza questo soprassalto di coraggio politico e di fedeltà ai valori democratici dovremmo far ancora una volta i conti con partiti padronali, personali e del capo che scoraggiano la partecipazione e riducono la politica ad un confronto tra una ristretta oligarchia.

Francia, aborto in Costituzione: non è un’antinomia tra le libertés?

Ci sono epoche in cui la storia si nutre di eventi memorabili, alludo ovviamente all’emanazione della prima Carta dei diritti fondamentali, costruita attorno alle tre grandi categorie universali: Liberté, egalité, fraternité. Altre in cui quegli esiti gloriosi finiscono per subirne, come effetto non congruamente valutato in tutta la sua ampiezza, un clamoroso arretramento. Così mi pare essere la recente decisione del 4 marzo scorso del Congresso nazionale francese – l’equivalente delle nostre Camere riunite in seduta comune – di mettere in Costituzione il diritto all’aborto.

Un passo falso nel naturale processo di evoluzione dei diritti per la palese antinomia che il diritto all’aborto genera, all’interno del sistema di tutela dei diritti fondamentali, con il più universale dei diritti: ossia il diritto all’esistenza e alla vita. L’effetto più visibile è la creazione di un paradosso costituzionale per l’impossibile contemporaneo esercizio dei due fondamentali diritti: da una parte il diritto all’esistenza e alla vita, riconosciuto come diritto naturale e supremo; e, dall’altro, il diritto all’aborto, nella nuova versione francese, ossia costituzionalizzato come diritto fondamentale.

Ma vi è di più.

Con l’introduzione dell’aborto nella sfera di tutela dei diritti fondamentali, si legalizza una irragionevole supremazia senza freni (i diritti fondamentali sono per definizione senza condizioni) rispetto al supremo diritto all’esistenza e alla vita a tutela del nascituro.

Per i governanti francesi, Macron in primis, questa decisione eleva la tutela di questo diritto al livello più alto della giustizia. Di certo non fa gioire quanti, e non sono pochi, trattandosi di un confine che va oltre l’area del mondo cattolico, hanno a cuore la tutela del nascituro e il suo diritto all’esistenza, tanto quanto può compararsi ad esso il diritto alla vita di ciascuna persona.

Come era immaginabile, la scelta del Parlamento francese non poteva non imbattersi nella legittima critica da parte dell’Episcopato d’Oltralpe che in un articolato documento si è così espresso: “Proprio nell’epoca dei diritti umani universali, non può esserci un ‘diritto’ a sopprimere una vita umana”. Anche il presidente della Pontificia Accademia per la vita, Mons. Paglia, ha così commentato la decisione del Parlamento francese: “..Credo che non sia questo il metodo o queste le parole con le quali possiamo tutelare e difendere le donne e i loro bambini..”

Parole in cui si colgono tutte le asperità di una scelta che va oltre il diritto naturale ad esistere.

Un salto etico e giuridico troppo sbilanciato che finisce per trasformare una decisione (quella della donna) sofferta, esercitabile a determinate condizioni, secondo le leggi ordinarie dei diversi paesi del mondo occidentale – ma i cui effetti investono direttamente un altro essere ed il suo diritto ad esistere – in un potere senza freni etici e giuridici, soverchiati dalla valenza costituzionale che lo liberalizza.

Tanto da essere innegabile il fatto che questa scelta di campo fa assumere al sistema costituzionale francese una connotazione irragionevole ed antitetica, nel versante dei principi fondamentali, rendendo legittima la pura libertà (che è cosa diversa di una potere a determinate condizioni poste da una normativa ordinaria) di sopprimere una vita che si è formata in grembo e che attende di vedere la luce come essere, altro da sé, rispetto alla mamma e al padre.

Ma è soprattutto la sconfitta del diritto alla vita che subisce così una forte compressione, mentre si fortifica un divisivo e inaccettabile diritto a sopprimere un essere umano (tranne i casi in cui sia la mamma a rischiare la vita, a dover subire gravi turbamenti psichici o per altre motivate ragioni terapeutiche, economiche o sociali, con tutta una serie di supporti fino alla decisione, così grosso modo la maggior parte delle normative ordinarie, salvo una maggiore ampiezza di esercizio) la cui tutela a nascere si radica fortemente proprio su quel diritto alla vita che la stessa Costituzione francese solennemente riconosce.

Con l’effetto che in questo groviglio di contraddizioni e di opposte tutele è il diritto ad esistere che finisce per soccombere fino alla sua totale vanificazione.

E a nulla vale il fatto che il diritto alla vita sia di per sé diritto supremo ed universale di ogni essere umano (principio che dobbiamo proprio alla prima Costituzione universale dei diritti in Europa, scaturita dalla Rivoluzione francese del 1789). Concetto che da tempo la scienza (e con essa la scienza giuridica) ha riconosciuto come meritevole di tutela normativa sin dal suo concepimento.

Non poteva essere diversamente essendo il diritto alla vita il fondamento naturale dell’esistenza del genere umano e del suo divenire (sia che lo si guardi in una prospettiva laica, sia sotto il profilo religioso). E non c’è ordinamento che non riconosca nel diritto all’esistenza e alla vita la sua natura pre-giuridica, ed in quanto tale, preesistente all’invenzione del diritto come strumento regolatore della convivenza e perseguimento degli obiettivi di conservazione, di sviluppo e di benessere di una società. In questo quadro si costruirono le tutele costituzionali con cui si delineò la scala di valori del consorzio umano che ogni Stato assume di tutelare, nella sua funzione suprema, con i suoi ordinamenti.

L’impressione che se ne ricava da così inopinata scelta è che non sia altro che il segno di una nuova e inedita declinazione dei diritti, di cui la Francia se ne fa capofila, ma foriera di un quadro di antinomie nei principi, generate dalla confliggenza delle rispettive tutele, nel cui guazzabuglio l’esercizio dell’uno esige inevitabilmente la soppressione del suo opposto.

E cosa ancora più incomprensibile è il fatto che l’antinomia che si viene a creare introduce nel sistema dei diritti un aporia senza vie d’uscita, così da inficiarne la stretta coerenza del sistema dei principi oltre ad una inaccettabile distorsione dei principi di civiltà. È la nuova frontiera dei diritti? Ma davvero l’aborto merita un pari accostamento ai diritti fondamentali che ogni Costituzione liberale sancisce? L’interrogativo ci conduce ineludibilmente a considerare quale valore giuridico abbia nel confronto con i diritti fondamentali la tutela della donna di voler abortire e, ancor prima, se l’aborto sia da considerare un vero e proprio diritto.

La breve analisi comparativa della questione rende non incongruo un confronto con il cammino tormentato della nostra giurisprudenza costituzionale: dì tutt’altro avviso, come possiamo leggere nelle mirabili argomentazioni di una sentenza degli anni ‘90, redatta dal prof. Giuliano Vassalli, in qualità di giudice costituzionale, ove si riconosce che: “Il diritto alla vita, inteso nella sua estensione più alta…è tra quei diritti che occupano, nell’Ordinamento, una posizione, per così dire, privilegiata in quanto appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”.

L’argomentazione di questa pronuncia costituzionale, pietra miliare nel determinare gli ambiti della gerarchia dei valori di cui sono espressione i diritti, rende evidente come non sia immotivato rilevare la dismisura nella nuova gerarchia dei diritti attribuita a questa particolare fattispecie dalle istituzioni rappresentative francesi.

Peraltro la sentenza della nostra Corte costituzionale, riconoscendone il fondamento pre-giuridico, trova il suo caposaldo nella nostra realtà ordinamentale partendo dal riconoscimento che la nostra legge 194 sancisce che “…Lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio…”. Ciò esclude che il rapporto tra la mamma ed il nascituro possa essere inquadrato in una sorta di assimilazione a disporre a proprio piacimento come fosse un diritto di proprietà. Principio corroborato dalla successiva Legge 40 del 2004 che riconosce il concepito tra i soggetti di diritto.

Guardando altrove non va trascurata la Statuizione nel 2021 della Corte suprema degli Stati Uniti (Continente artefice della prima Carta costituzionale organica dei diritti nel 1787) che ha negato al diritto di aborto il carattere di diritto fondamentale. Insomma la connotazione di diritto fondamentale e il suo inserimento nella Carta costituzionale, da parte delle istituzioni rappresentative francesi, non può essere letta che come una involuzione rispetto a quel manifesto dei principi universali che la rivoluzione del 1789 radicò nelle culture liberali dell’Occidente.

Dibattito | Il centro punti a guidare lo schieramento social-popolare.

In base alla mia lunga militanza politica, muovendo dalla Dc e arrivando fino al Pd, ho un’obiezione di fondo a riguardo di un ipotetico centro che rinunci in partenza a guidare uno di due poli. Penso per la precisione a quello social-popolare, asse portante per resistere in Europa alle pretese di egemonia di una coalizione ‘destra-centro’ sempre più aggressiva a parole quanto disposta a compromessi con i forti (ad esempio con il neo imperialismo russo).

Chi si oppone al pieno sviluppo del bipolarismo come antidoto alla crisi della democrazia, arrivando perciò a mummificare la Costituzione, non vuole porre rimedio alla parcellizzazione del sistema politico, che ha generato altrettanti aborti politici, con governi della durata media di un anno e mezzo ciascuno. Siamo di fronte a un sistema ‘non governante’ nel bel mezzo di processi epocali e ciò ha molto in comune con la nascita della V Repubblica francese. Ne dovremmo tener conto, sebbene con la premura di riannodare i fili della nostra storia più recente.

A parte il discorso, invero tuttora suggestivo, che nasceva dall’intuizione di Moro sulla democrazia compiuta, sarebbe utile ricordarsi ad adiuvandum de “Il cittadino arbitro” che, secondo Ruffilli, si erge sovrano nella scelta dei suoi rappresentanti e nella indicazione dell’alleanza abilitata a governare. Tutto il contrario, insomma, del regime berlusconiano dei nominati e quindi di quella casta contro cui nacque la reazione spavalda e irrazionale del M5S: da lì, come sappiamo, il taglio robespierriano dei parlamentari, con l’unico risultato di un depauperamento in termini di rappresentanza delle comunità locali medio-piccole.

Del resto, anche la bocciatura della riforma proposta da Renzi, sostanzialmente diretta al superamento del bicameralismo paritario e alla stabilizzazione dell’Esecutivo, non ha permesso di eliminare le distorsioni più gravi dell’ordinamento istituzionale.

Ora, basterebbe un po’ di umiltà e fare riferimento ai modelli esistenti in Europa, tra cui spicca il semipresidenzialismo alla francese. A mio parere andrebbe valutato attentamente per i suoi aspetti positivi. Conta molto il fatto che preveda anche la ‘coabitazione’ tra i vertici della repubblica qualora siano espressione di due maggioranze diverse (una derivante dall’investitura popolare del Presidente della repubblica, l’altra derivante dalla volontà del Parlamento a riguardo della formazione del governo).

Non si deve eccedere nei timori. Possibile che ormai la sagacia di un De Gaulle sia caduta nell’oblio? A chi gli rimproverava la tentazione dall’uomo solo al comando, come oggi per analogia si rimprovera alla Meloni per il suo progetto di premierato, il Generale rispose che in un Paese patria delle libertà sarebbe stata una tentazione votata a rapida sconfitta. Poi, certamente, un po’ di equilibrio va ricercato con intelligenza. In Italia è più che mai doveroso. Non basta prefigurare il fisiologico ricambio tra due schieramenti contrapposti, immaginando la loro intrinseca coerenza a dispetto delle esperienze registrate nel passato; occorre anche lasciare spazio alle forze intermedie affinché agiscano in funzione del contenimento delle spinte più radicali, ergendosi a momento di equilibrio.

Ebbene, un esempio di rispetto del pluralismo, contemplante questa irrinunciabile vocazione del ‘centro’, è dato ancora una volta dal sistema francese grazie alla legge elettorale a doppio turno con sbarramento al 15 per cento. Una soglia troppo alta? In Italia la si potrebbe  abbassare, sempre con l’occhio rivolto alla governabilità, forse non andando sotto il 10 per cento per evitare di riprodurre la frammentazione. Sarebbe anche un modo per incentivare un sano processo di aggregazione al centro e asseverare, in virtù di una consistenza elettorale di tutto rispetto, il prezioso ruolo di mediazione che una ‘terza forza’ può esercitare nella dialettica tra destra e sinistra. La democrazia, ordinata secondo regole di maggiore stabilirà e funzionalità, ne ricaverebbe un sicuro vantaggio.

 

 

.

 

Europa 2024, il Manifesto del Partito Democratico Europeo.

Alla base delle nostre democrazie è presente un diritto fondamentale: il suffragio universale. E, dal 6 al 9 giugno 2024, le elezioni europee ci offrono un’opportunità senza precedenti per assolvere a questa vera e propria missione civica: votare.
Perché è così importante? In primo luogo, perché avere la possibilità di scegliere i nostri europarlamentari è qualcosa che ci distingue dal resto del mondo. Grazie al suffragio universale diretto partecipiamo attivamente all’elezione di un Parlamento continentale. In secondo luogo perché il voto per un Parlamento sovranazionale dà potere a ogni cittadino europeo. Consapevoli dell’importanza e dell’impatto significativo del voto, noi qui presentiamo un manifesto per illustrare con chiarezza le idee, priorità e azioni che proponiamo con l’obiettivo di difendere e promuovere l’espressione democratica, la rappresentanza dei cittadini e la diffusione delle idee politiche a livello europeo.

Il nostro obiettivo è quello di creare un’Europa più cosciente, inclusiva e prospera, in cui i cittadini siano al centro del processo decisionale.

In questa fase di grandi cambiamenti sociali, la nostra democrazia è chiamata a dare il meglio di sè. Vogliamo quindi un’Europa in cui i cittadini agiscano attivamente sulla vita politica. Siamo determinati ad avvicinare le istituzioni europee alle persone e ci battiamo affinché queste possano eleggere il presidente dell’Unione europea, così come eleggono il sindaco, e possano votare direttamente per i movimenti politici europei, così come fanno già a livello locale e nazionale. La questione di una nuova politica transnazionale è quindi inevitabile. Riteniamo che sia essenziale guardare oltre i confini nazionali quando si scelgono i nostri rappresentanti al Parlamento europeo. Invece di 27 dibattiti nazionali durante le elezioni europee, dobbiamo prediligere un dibattito e una politica di livello continentale. Questo ci permetterà di affrontare insieme le sfide più importanti, prendere decisioni collettive e plasmare il nostro futuro con maggiore legittimazione ed efficacia.

Siamo profondamente convinti del valore intrinseco di ogni individuo, ovunque esso sia. Il nostro obiettivo è quello di convincere tutti coloro che vogliono un’Europa umanista, più potente, più sovrana e più democratica e che desiderano superare le divisioni, le frammentazioni e le spaccature in cui populisti e sovranisti stanno cercando di sferrare colpi sempre più grandi per far implodere i nostri valori europei. L’Unione europea che immaginiamo è un territorio in cui ognuno possa esprimere tutto il suo potenziale e vivere appieno la cittadinanza europea, indipendentemente dal sesso, dall’orientamento sessuale e dall’identità o espressione di genere, dall’età e dalla generazione, dall’origine sociale ed etnica, dalla nazionalità, dalla religione o fede, nonché dalle capacità fisiche e mentali.

[…]

 

Per accedere al testo integrale

https://2024.democrats.eu/it/the-manifesto/

Biden alla testa di un partito diviso in un’America divisa

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

I sondaggi stanno premiando Trump nel confronto, ormai certo, con Joe Biden. Entrambi hanno qualche problema col proprio partito; quelli del primo sono però minori, sostanzialmente limitati ai repubblicani che hanno votato alle Primarie l’ex governatrice del Sud Carolina Nikki Haley. Anche se non si deve mai dimenticare che una minoranza può sempre risultare decisiva in un sistema dove si vince, stato per stato, anche per solo un voto in più. Per il Presidente, invece, i guai appaiono oggi più severi e non è un caso se, nella sua ultima mail ai propri sostenitori, egli abbia dichiarato con toni assai preoccupati quale sia la posta in gioco.

“Continueremo ad andare avanti? O consentiremo a Donald Trump di trascinarci nel caos, nella divisione, nell’oscurità che caratterizzò il suo mandato?”. E proseguendo: “Quando ho lanciato la mia campagna per la rielezione ho detto che credo che ogni generazione ha un momento nel quale deve alzarsi in piedi (ovvero combattere) per la democrazia. Per le libertà fondamentali. (…) Sappiamo chi è Donald Trump, sappiamo cosa fa. Sappiamo che vuole sacrificare la NOSTRA democrazia per salire lui al potere. Noi non possiamo lasciarlo portarci indietro”.

Il tono è drammatizzante. Col tempo lo diverrà ancor di più. Lo si è già visto nell’efficace Discorso sullo Stato dell’Unione, affrontato con determinazione e passione, nel quale ha attaccato duramente il suo sfidante senza mai nominarlo, chiamandolo sempre “il mio predecessore” e accusandolo d’essere un vero pericolo per la democrazia americana. Un intervento tutto giocato in attacco, meno presidenziale e più da candidato, perché Biden deve convincere a ricredersi molti elettori democratici che per varie ragioni lo stanno abbandonando, come si è visto nelle Primarie, dal Michigan al Minnesota, dal Nord Carolina al Colorado. Il fenomeno del quale si sta parlando in questi giorni è quello degli “uncommitted”, letteralmente i “non impegnati”, ovvero elettori democratici che non vogliono esprimere alcuna preferenza, facendo così il gioco di Trump. Essi appartengono, prevalentemente, a tre diverse categorie di protestatari.

In primo luogo le comunità arabe o in genere mussulmane, che non approvano il sostegno degli Stati Uniti a Israele, particolarmente ora con quello che sta accadendo a Gaza. Per lo stesso motivo, in secondo luogo, molti giovani, soprattutto gli universitari, desiderano punire il Presidente preferendo in tal modo – in perfetta modalità estremista radicale – il ritorno al potere di Trump, contro il quale potranno poi beatamente manifestare il proprio inutile ma mediatico dissenso. In terzo luogo ci sono le comunità di colore che si sono raccolte intorno al Black Lives Matter, l’ala più aggressiva del declinante Black Power rinvigorita da qualche anno in seguito al terribile omicidio di George Floyd a Minneapolis ad opera di un poliziotto bianco e razzista. Questa comunità ha pure un candidato indipendente alla presidenza, Cornel West, che non prenderà certo molti voti causa la radicalità eccessiva dei suoi proclami ma che comunque quelli che prenderà li sottrarrà a Biden e non certo a Trump.

Ma non è tutto. C’è anche un’area indefinita di persone di area democratica che ritiene Biden davvero troppo anziano e per questo ormai palesemente inadatto al ruolo. In questo naturalmente il passo incerto del Presidente e le sue amnesie sui nomi giocano il loro peso. Trump ha solo tre anni in meno ma a colpo d’occhio pare più in forma, e inoltre gli elettori repubblicani si pongono meno problemi, consapevoli che il loro obiettivo è chiaro e l’ex Presidente può conseguirlo.

E c’è anche il figlio di Bob Kennedy, per non farsi mancare nulla, nel campo democratico. Un no-vax, ambientalista estremo, pacifista filo-putiniano che corre da indipendente con la piena consapevolezza di poter risultare decisivo ai fini della sconfitta di Biden, che di fatto è il suo principale obiettivo. La famiglia più famosa d’America ha preso le distanze da queste posizioni e anche da lui ma quel cognome suscita ancora emozioni nel campo democratico e dunque il candidato potrà conquistare voti emotivi e non razionali, ma pur sempre voti sottratti a Biden. E non pochi, se i sondaggi che lo collocano fra il 10 e il 15% risultassero veritieri.

Da ultimo, ma non ultimo, tutt’altro, il radicalismo interno al Partito Democratico è un’altra delle spine presidenziali. Biden, storico leader dell’anima moderata, diciamo “centrista” del partito ha durante questi quattro anni concesso molto all’ala interna più marcatamente liberal. La quale, trainata da parlamentari giovani quali Alexandra Ocasio-Cortez (la più nota e più mediaticamente presente), ha spostato il proprio asse su posizioni oltranziste in tema di diritti civili e in generale di quella filosofia cosiddetta “woke” che esaspera il precedente e consolidato “politically correct” allargandolo alla successiva “cancel culture” sino a giungere ad una sostanziale rivisitazione di tutta la storia e la cultura americana e occidentale.

Dall’ambientalismo esasperato che contrasta interi settori produttivi e i loro lavoratori; all’assolutizzazione dei diritti LGBTQ+ che azzera ogni pensiero legittimamente più tradizionalista sui temi della famiglia; all’antirazzismo a tratti violento di Black Lives Matter che spesso penalizza le altre minoranze, a cominciare da quella ispanica; all’antiamericanismo degli universitari sostenitori di Hamas prima ancora che del popolo palestinese e violentemente anti-israeliani: tutta una serie di posizioni dogmatiche e intolleranti che alla lunga stanno irritando quella maggioranza di popolazione non certo razzista né contraria alle minoranze che però giudica esagerate le spesso arroganti affermazioni woke. Una larga parte di elettorato popolare che vota democratico ma che non condivide affatto queste posizioni estreme e che considera Biden – anche per via della sua senescenza – ormai troppo debole per opporvisi. Considerazioni queste che vengono certamente condivise e colte dalla nuova generazione di amministratori locali che probabilmente costruiranno il nuovo asse centrale del partito ma che non hanno ancora, oggi, la forza per proporre un nome alternativo a quello del Presidente uscente. Che è così il candidato di un partito assai diviso in un’America molto divisa.

Balzarani, Di Cesare e i cattivi maestri.

Così diceva John Stuart Mill un po’ di tempo fa: “È vero che non condanniamo più a morte gli eretici, e che l’insieme delle sanzioni penali, che la sensibilità moderna probabilmente sarebbe in grado di tollerare anche contro le opinioni più pericolose, non è sufficiente a estirpare queste ultime. Ma non rallegriamoci di essere ormai liberi anche dalla macchia della persecuzione legale. Esistono ancora sanzioni legali contro le opinioni, o perlomeno contro la espressione di opinioni, e la loro applicazione, anche nel nostro tempo, non è così priva di esempi da rendere del tutto impensabile che un giorno tali sanzioni potranno essere ripristinate in tutta la loro forza’’.

Il conflitto tra la libertà di espressione e quella del reato di opinione si presta ad un dibattito eterno tra giuristi, specie in una società civile attenta a garantire la manifestazione di pensiero di ogni cittadino.

Qualche giorno fa è morta Barbara Balzerani, una leader delle Brigate Rosse dell’epoca, mai pentita per ciò che ha fatto. Alla notizia, Donatella Di Cesare, la docente di filosofia teoretica alla Università La Sapienza di Roma, ha commentato: “La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna”.

Alla prima avvisaglia delle critiche piombate a censura delle sue parole ha rimosso dal web il suo pensiero, motivandolo con un “moto di vicinanza generazionale”.

La Teoretica è quella disciplina indirizzata al senso della conoscenza e per tale una riflessione non meriterebbe di essere ritratta al primo vento di polemica. Quando si è maturato un convincimento è bene avere la coerenza di sostenerlo pagandone semplicemente il prezzo. Questa è la prima lezione che un docente dovrebbe dare anzitutto a se stesso oltre che ai propri studenti.

Quella della Di Cesare è la traduzione di una posizione che richiama una antica ambiguità. “Né con lo Stato né con le Brigate Rosse” era una terza posizione negli anni di piombo, rimproverando ai terroristi una via sbagliata per il successo di una idea, di fondo condivisa, a cui andrebbe contrapposta però una strada diversa sulla quale condursi. Insomma, questioni di tattica e strategia piuttosto che dissociazione dello spirito.

La compagna Luna non ha rinnegato il suo passato, ancorata ad una rivoluzione avente per compagna indissolubile una scia di morte che non ha prodotto nulla se non tragedie nelle famiglie delle vittime innocenti.

È stata costretta nel continuare a credere in quella impresa, trascurandone il totale insuccesso, per non riconoscere che la società non era con loro.

Il popolo non si è affatto sollevato contro il potere dell’epoca, ma si è invece mobilitato per arginare il bagno di sangue di cui lei è stata protagonista insieme ad altri visionari feroci, muniti della pretesa di conoscere, loro sì, la verità da propinare alla massa inconsapevole e dormiente.

È stata obbligata a cementare le gesta della sua vita ad una storia letta mai considerando la realtà dei fatti che dicevano altro.

Forse, a bruciare, l’incubo e il sospetto mai ammesso neanche nel loro intimo – alla faccia della loro libertà – che fossero stati solo carne di manovra di ben altri mondi che li gestivano da bravi burattinai.

Incaponirsi è stato il solo modo per non riconoscersi dei falliti. La sua non è stata una luna luminosa ma una macchia di dolore del nostro paese.

Il rettore dell’Università “La Sapienza” ha reso una dichiarazione molto netta dissociandosi dalle parole della Di Cesare ed anche il mondo politico non ha indugiato nel condannare l’accaduto. Viene però il dubbio che tutto questo non possa o non debba bastare.

Se il reato d’opinione, come si legge, “consiste nella manifestazione di un’opinione aggressiva dell’altrui sfera morale, ovvero non rispettosa dei parametri costituzionali previsti in tema di libertà di pensiero”, allora si dovrà fare un passo avanti oltre il ripudio di certe espressioni.

Di cattivi maestri ne abbiamo avuto fin troppi e non sempre rigorosi tra quanto proclamato ed il coraggio di assumersene le responsabilità. Tony Negri è un’altra stella che per questo non ha brillato. Siamo di fronte a delle conseguenze diverse da quelle dell’amore che hanno dato titolo a un film di qualche tempo fa.

Se, come ci auguriamo, la Di Cesare non ha commesso in senso stretto un reato, può darsi che ci sia un Codice Etico dell’Università che possa provvedere a separare il percorso della Docente da quello della struttura dove impartisce lezioni.

Ciò che resterebbe incomprensibile è far finta di nulla. La pagina del terrorismo e della sua ideologia proposta con armi in mano, non è una “vie en rose” sulla quale possono camminare insieme attivisti di allora e simpatizzanti di oggi che tacitamente si dicono nell’ultima strofa “Tu per me, ed io per te, Per la vita…. E dal momento che lo percepisco, Allora sento in me, Il cuore che batte”. Ai morti, per violenza brigatista, non batte più nulla.

La personalizzazione della politica e il leaderismo diffuso. Quale pluralismo?

Mi vado convincendo che sulle elezioni regionali stiamo prendendo sottogamba un fenomeno importante e centrale per le democrazie rappresentative moderne.  Non gli si dà, cioè, il rilievo dovuto perché, appunto, valore scontato o maturo delle società occidentali. Che in realtà facciamo bene a difendere e non a fraintendere trascinandolo spesso nel ridicolo e nella banalità. Mi riferisco al pluralismo. A quel pluralismo che nelle idee di Norberto Bobbio serve a limitare il potere centralistico dello Stato. E che nelle idee del cristianesimo sociale di del Codice di Malines (1927) “…si dispiega in un certo numero di società”. Ma oggi – tocca constatarlo – interpretato e realizzato politicamente solo con fotocopie e duplicati di partiti uguali. Quasi sempre con identici valori di base. Diversi solo per manie leaderistiche e tornaconti individuali. Forse anche per gelosie e invidiucce. E spesso ai giorni nostri, diciamola tutta, diversi solo per presunzioni narcisistiche e personali.

Un pluralismo sovente ridotto a valore finto e di facciata, che poi, quando si declina nella pratica della competizione elettorale, si trasforma nella sua parodia. Perde cioè quel valore centrale a tutela dei corpi intermedi e dell’associazionismo locale, precipuamente a  difesa della libertà di pensiero e di quelle “formazioni sociali” previste dalla nostra Costituzione. Quel pluralismo politico e partitico sano, che nel suo rovescio inflazionato,  abbandona il suo ruolo e la sua efficacia nel mercato della società politica, diventando anche motivo di confusione e di sbriciolamento, che non fa il bene della partecipazione democratica. E che arriva a preoccupare per l’effetto che produce in termini di  snaturamento sociale e culturale.

 

Per spiegarmi meglio, alludo a quel pluralismo che si è potuto verificare con i 25 partiti, partitini e liste, coalizzati o meno, presenti sulla scheda elettorale sarda, e ai 12 partiti, partitini e liste presenti in Abruzzo. In generale, nelle elezioni politiche del 2022, in Italia e ad eccezione della Val d’Aosta le liste sono state 23. Partiti, partitini e liste, i  quali più che legittime associazioni differenti nei valori di fondo e nei programmi, volendo con distinzioni operanti in qualche sfera civica locale, sono invece diversi solo nel leader o fondatore del partito (e nel relativo contrassegno sulla scheda). Ciò fa capire bene quale possa essere oggi la causa della nota crisi dei partiti e della democrazia.  Oggi, anche se si afferma il contrario, non si vota più per un partito, ahimé!, ma solo per la faccia del leader-segretario di quel momento, una volta rinforzato dai social e dai media, specie da quelli di proprietà, o da quelli pubblici lottizzati. Prima di Silvio Berlusconi era impensabile. Ma dopo di lui  si è fatto avanti un pericoloso bisogno diffuso dell’uomo forte. Un bisogno, scrive Marco Revelli su Millennium del giugno 2017, che “…non è un pio desiderio…ma purtroppo riflette la realtà dominata dalla pesante personalizzazione della politica”. 

È stato invece Aldo Moro che sin dai suoi giovanili 25 anni, nel suo “Corso di lezioni di filosofia del diritto” tenute nell’Università di Bari, scriveva sull’uomo altre e ben diverse  cose: “…Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete” .

Un profluvio di partiti e partitini, insomma, nelle mani di un leader. Che alla fin fine, e tranne i rapporti di parentela, vicinato, amicizia, e con le lobby e gli interessi particolari in sottofondo, stanno a indicare un paradossale effetto contrario alle attese e alle previsioni: quello di allontanare ancor più dai seggi l’elettore, anziché incentivarlo a votare aumentando l’offerta e differenziandola. La frantumazione del messaggio politico non aiuta a distinguere le differenze: servirebbero piuttosto poche, fondamentali e chiare scelte, in primis quelle tra futuro e passato,  uguaglianza e disuguaglianza, tra bene comune e bene di pochi. In fondo, tra valori universali da difendere, e valori particolari e localistici da testimoniare.

Reinventare l’Europa, un compito arduo che richiede una volontà incrollabile.

Il mondo è ad un punto di svolta. Forse dalla fine della guerra fredda il futuro non è mai apparso così oscuro e pericoloso. Siamo di fronte al ritorno della guerra sul nostro continente, alla volontà dei grandi Paesi di controllare tecnologie ed economie, agli sconvolgimenti climatici, alla messa in discussione degli equilibri di potere e al rischio che il peggio si diffonda. L’organizzazione politica del nostro continente e una stretta alleanza delle potenze di media grandezza come sono i nostri Paesi, sono l’unica assicurazione possibile per i nostri concittadini e per le generazioni future.

L’Unione europea è stata costruita passo dopo passo dalle macerie della Seconda guerra mondiale, una catastrofe senza precedenti nei secoli della nostra storia, dalla quale il nostro continente non è realmente mai uscito.

Convinti che l’aiuto reciproco, la solidarietà e gli interessi comuni fossero più forti degli antagonismi del passato, spiriti pionieri e conquistatori hanno unito i popoli europei. I loro nomi sono Jean Monnet, Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak e, più recentemente, Altiero Spinelli, Jacques Delors e Bronislaw Geremek. Siamo gli eredi e i promotori di questo patrimonio ed è nostro dovere dimostrare lo stesso senso della storia di quei pionieri nel progettare l’Europa di domani.

Ci troviamo di fronte a una successione di shock violenti che mettono in discussione il principio stesso delle nostre democrazie. La guerra della Russia contro l’Ucraina è un crimine contro la storia. Toccando il principio essenziale del diritto internazionale che è quello dell’inviolabilità delle frontiere, uno dei principi fondanti dell’Unione europea, Vladimir Putin, con il suo desiderio di sottomettere l’Ucraina, ha infranto un tabù e sta correndo il folle rischio di far allargare l’incendio. Allo stesso tempo, sta dispiegando nel suo Paese tutti gli elementi di una dittatura apertamente costruita sul cinico assassinio dei suoi oppositori. Col cinico attacco terroristico del 7 ottobre, Hamas ha raggiunto il suo obiettivo di incendiare il Medio Oriente e le ripercussioni, in termini di insicurezza generale e danni umani, sono notevoli. In Oriente, il crollo demografico della Cina fa da sfondo a una politica di eccesso di riarmo economico, tecnologico e commerciale e a disegni imperialisti che minacciano apertamente Taiwan. E gli Stati Uniti, nel mezzo di un confronto durissimo e polarizzato all’interno dell’opinione pubblica, minacciano di tornare a una politica di brutale dominio tecnologico e di disinteresse per la situazione dei loro alleati, in particolare quelli europei. In tutto il mondo, la democrazia è sotto attacco, minata da sovranismo e populismo.

 

Questa nuova era sta avendo un impatto sulle nostre società europee. La crisi inflazionistica derivante da questi problemi sta minando l’equilibrio sociale già indebolito. Alimentando le peggiori idee, l’estrema destra è vicina a prendere il potere in molti Paesi. I partiti tradizionali si stanno disgregando e i venti maligni del populismo si riversano sulle nostre democrazie, che si trovano ad affrontare una crisi di rappresentatività.

Da quando il nostro movimento è stato fondato, vent’anni fa, le sfide si sono accumulate. Siamo sempre stati abbastanza pragmatici da mettere in discussione alcune delle nostre abitudini di pensiero. Abbiamo imparato dalla crisi finanziaria globale, che ha colpito direttamente molti cittadini europei e ha evidenziato le crescenti disparità economiche. Allo stesso modo, abbiamo tratto insegnamento dalla pandemia e dai conflitti ai nostri confini, che hanno rivelato la nostra vulnerabilità in alcune situazioni, in particolare la nostra pericolosa dipendenza da centri di produzione fuori dal nostro controllo.

Il 2024 sarà quindi un anno cruciale. Per la prima volta, ci avviciniamo alle elezioni europee non sulla difensiva, ma con la certezza che nessuno può presentarsi davanti ai popoli europei senza riconoscere l’urgenza e la necessità di un’Unione europea che difenda la parte più preziosa di ciò che siamo.

Alla vigilia delle elezioni europee del 2024, è essenziale riaffermare la centralità del progetto politico europeo. Reinventare l’Europa è un compito arduo che richiede una volontà incrollabile. Noi abbiamo questa volontà. E dobbiamo costruire un futuro europeo in cui brillino la giustizia, l’unità e i valori comuni.

Noi Democratici siamo determinati a promuovere l’inclusione, la solidarietà, la prosperità e lo scambio con tutti i cittadini europei, ponendoli al centro della nostra azione, rispettati come veri interlocutori. La nostra voce umanista e profondamente europeista deve essere ascoltata da tutti coloro che condividono i nostri valori di democrazia, stato di diritto, rispetto dei diritti fondamentali, delle identità e delle diversità, promozione del progresso sociale, inclusione e solidarietà tra territori, popoli e generazioni.

Siamo una famiglia. Da Roma a Rotterdam, da Brno a Bilbao, da Lubiana a Larnaca, da Venezia a Vilnius, da Madeira a Monaco di Baviera, da Strasburgo a Santa Cruz de Tenerife, siamo spinti dalla ragione e dalla fede a costruire questa Europa la cui esistenza e i cui valori sono così gravemente minacciati. Sappiamo che l’Europa può sopravvivere e svilupparsi solo se è «unita nella diversità». Ecco, questo può e deve rappresentare, anche al di là dei suoi confini, un esempio di pace e determinazione per questo mondo così tormentato.

 

François Bayrou

Presidente del Partito Democratico Europeo

 

Per saperne di più

https://democrats.eu/it/le-nostre-idee/

Un nuovo movimento politico riconoscibile per i suoi valori

Il recente documento che sancisce una collaborazione rafforzata fra Tempi Nuovi e Insieme costituisce, come ricordava ieri da queste colonne Giorgio Merlo, un importante passo in avanti verso la ricomposizione dell’area popolare, cattolico democratica e sociale. Si avverte il bisogno di rafforzare il coordinamento, possibilmente di ridurre una frammentazione che non sia giustificata da diversità politiche e programmatiche.

Per questo, credo, forse converrebbe sviluppare innanzitutto all’interno di questa nostra area culturale e politica, ancora piuttosto divisa, quel modello Margherita che si intende proporre ai partiti che presidiano attualmente l’area di centro.  Una ricomposizione per quote, come fu a suo tempo nel partito guidato da Francesco Rutelli, potrebbe consentire di indirizzare le forze e i mezzi di ciascuna sigla su obiettivi comuni, e renderci a sua volta dotati di quella massa critica che possa giustificare l’obiettivo di rappresentare un soggetto con pari dignità in una auspicabile ricomposizione dell’area di centro con gli altri interlocutori come Italia Viva e Azione.

Riuscire a federare componenti del “mondo popolare” innanzitutto, come preludio a un analogo processo che conduca alla costruzione di un comune partito di centro, avrebbe anche un altro grande vantaggio. Quello di rendere il popolarismo contemporaneo riconoscibile e tangibile fra i ceti popolari e nei territori, cosa che è preclusa dalla attuale frammentazione la quale condanna le troppe sigle a un deficit di visibilità proprio fra quei ceti intermedi che si vorrebbero rappresentare, e con particolare attenzione e di quel municipalismo che si vorrebbe riattualizzare.

Inoltre, il suddetto passo in avanti consentirebbe a un soggetto politico di matrice popolare di divenire politicamente vivo, capace di una sua peculiare e riconoscibile iniziativa politica sulle questioni di attualità come sui grandi progetti strategici. Serve, a mio avviso, una qualche forma di coordinamento politico comune capace di intervenire e di fare sentire la propria voce sui temi caldi.

Infine, ma non per ultimo – anzi potrebbe essere il principale requisito – un maggior coordinamento dell’area popolare è auspicabile che sia capace di misurarsi con la sfida di esprimere una sensibilità politica più adatta ai tempi. Perché in questa fase di rapidissimi ed epocali cambiamenti, ciò di cui si avverte più la mancanza in tutte le principali culture politiche europee è la capacità di guardare al Resto del Mondo da pari a pari e non più con quella spocchia da primi della classe che ci porta a utilizzare come parametro di giudizio universale aspetti che invece afferiscono solo a una particolare forma di civiltà, quella occidentale. Si tratta di concorrere ad interpretare un cambio di mentalità che all’opposto di ogni forma di estremismo della cultura woke, a ben vedere funzionale allo status quo, vada invece al cuore del problema. Assumere come bussola, nel modo di ragionare nelle piccole e nelle grandi cose, nella politica locale come in quella internazionale, il fatto che nel mondo in questo secolo si stanno realizzando percorsi diversi, tutti da rispettare, nessuno, chi più chi meno, esente da limiti o contraddizioni, per realizzare nel concreto e nei diversi livelli di sviluppo e di sicurezza in cui si trovano i popoli, quei valori universali che sono sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Non si può continuare a dare pagelle agli altri, a utilizzare con disinvoltura un doppio standard di giudizio, a considerare l’esistenza stessa di altri sistemi e blocchi regionali come una minaccia per il solo fatto che esistono e che pretendono pure di essere autonomi. Occorre dare il nostro contributo perché si faccia strada nell’area politica di centro la consapevolezza di un nuovo multilateralismo, un multilateralismo mite, che preferisca cooperare anziché giudicare, che preferisca il rispetto di altre civiltà e culture allo scontro di civiltà. In questa sfida, a mio modo di vedere, un’area popolare più unità e coordinata, potrebbe offrire un contributo assai utile. Anche, fra l’altro, rimettendosi, nella chiara e rigorosa distinzione degli ambiti, al passo con la Chiesa, intesa come Gerarchia, che già dimostra con il pensiero e con i fatti di vivere e operare nei tempi nuovi.

La strana libertà di stampa all’italiana

Ci sono due libertà di stampa nel nostro paese. L’una è quella scolpita nella Costituzione repubblicana che rappresenta una pietra miliare della democrazia italiana. L’altra, meno nobile ma purtroppo molto praticata, va sotto il nome – seppur un po’ volgare e me ne scuso – di “libertà di sputtanamento”.

L’una, la prima, è un elemento costitutivo, decisivo ed essenziale che misura l’ancoraggio di un paese ad una cultura democratica, liberale e costituzionale. L’altra, la seconda, è un metodo che persegue scientificamente – seppur dietro a nobili principi – la demolizione della persona, la sua criminalizzazione politica e culturale, e di norma, la espone al pubblico ludibrio con sentenze inappellabili e giudizi sommari del tutto arbitrari.

Ora, il “verminaio” – per usare le parole del procuratore di Perugia Cantone – che è emerso in questi ultimi giorni e riconducibile all’ormai noto spionaggio di molti vip e non solo vip, ripropone nuovamente il tema di che cosa significa concretamente nel nostro paese la cosiddetta libertà di informazione. Perché un conto è dar notizia di ciò che capita realmente accompagnato, anche dalla ormai nota partigianeria e faziosità che caratterizzano gli organi di informazione nel nostro paese, sia della carta stampata e sia, e soprattutto, dei vari talk televisivi sempre più settari e di parte; altra cosa, e radicalmente diversa, è l’attacco sistematico e permanente alle persone, alla loro dignità, alla loro storia e al loro profilo. Il tutto condito da un giustizialismo senza limiti e senza confini.

E allora sorge spontanea una semplice domanda. E cioè, quale dei due metodi oggi prevale? Al riguardo, non c’è alcun dubbio. Il secondo, cioè quello che fa dell’attacco violento e pretestuoso alle persone la sua ragion d’essere costitutiva. Il tutto, come da copione, sempre corroborato da nobili principi e solenni proclami riconducibili al dogma laico che il giornalista deve “pubblicare tutto ciò che sa” a prescindere da qualsiasi regola deontologica e professionale. E quindi, e di conseguenza, considerando del tutto irrilevanti le intoccabili “fonti” da cui proviene la notizia o il fango.

Un malcostume, questo, che ormai accomuna la stampa nazionale e, per emulazione, anche quella locale dove la demolizione delle persone è diventato quasi uno sport e una prassi intoccabili. È sempre e solo perché, e giustamente, la “libertà di informazione è sacra”. Ecco perché siamo ormai arrivati ad un bivio. Ovvero, o proseguiamo con le prediche periodiche sulla libertà di informazione che non trovano, però, un oggettivo riscontro nella realtà concreta nei racconti quotidiani fatti prevalentemente di attacchi alle persone e alla loro dignità; oppure si inverte decisamente la rotta e chi dovrebbe presiedere – si fa per dire – ad una corretta e trasparente libertà di informazione nel rispetto delle regole e delle stesse norme deontologiche si fa sentire con maggior vigore e forza senza obbedire solo e soltanto a disegni politici talmente noti e collaudati che non fanno neanche più notizia.

‘Tertium non datur’ si potrebbe dire. Saranno soltanto i fatti, quindi, a dirci quale delle due linee prevarrà. Tutto il resto appartiene solo allo scontro permanente tra opposte tifoserie politiche e culturali con tanti saluti allo sbandierato, e sempre più ipocrita e fazioso, “giornalismo di inchiesta”.

La politica non può essere un campo di battaglia continua

La politica non può essere un campo di battaglia

Partiamo da alcuni dati. Il primo è rappresentato dallo straordinario successo della fiction ispirata alla storia di Goffredo Mameli, autore del testo del Canto degli Italiani, andata in onda su Rai uno il 12 e il 13 febbraio. La prima delle due puntate ha espugnato la roccaforte televisiva del Grande Fratello (Avvenire, 13 febbraio 2024) e la seconda ha vinto la competizione con la partita di Champions League. In un momento in cui l’Italia sta attraversando un periodo di difficoltà, la miniserie ha offerto al pubblico un bel momento di riflessione, portando sul piccolo schermo la storia di una fase cruciale del nostro Risorgimento culminata con la proclamazione della Repubblica Romana.

Un’altra buona notizia è rappresentata dalla riuscita della mostra su Enrico Berlinguer, che si è conclusa domenica 25 febbraio con un’ultima giornata di alta affluenza. L’esposizione, ricca di materiali d’archivio, filmati d’epoca, fotografie, video e oggetti personali che offrono una visione completa della figura di Berlinguer, si è tenuta nei locali romani dell’ex-Mattatoio di Testaccio e alla fine, nei poco più di due mesi di apertura, ha registrato la presenza di 65mila visitatori, tra questi anche tanti giovani (Internazionale, 5 marzo 2024). Ci sono passato anche io e devo dire che l’allestimento è stato curato nei minimi dettagli ed è stata davvero un’occasione significativa per immergersi in un periodo storico decisivo della nostra Repubblica. C’è chi ha scritto nel grande libro delle firme della mostra che «oggi manca un partito e un’idea della politica come ricerca, ascolto e partecipazione». Come dargli torto.

Per la nostra riflessione, il terzo dato di una certa rilevanza è quello relativo all’inatteso risultato in termini di share di pubblico per la trasmissione La torre di Babele, condotta da Corrado Augias su la7 e, in particolare, per la puntata dello scorso 4 marzo dal titolo “Cosa resta di Berlinguer?”. Un risultato che dimostra che c’è ancora un grande bisogno di uno stile, di un «linguaggio politico al quale non siamo più abituati» e di figure autorevoli e competenti in grado di interpretare la complessità del presente. Discutendone nella trasmissione di Giovanni Floris, Corrado Augias ha offerto una lucida analisi, tra i tanti spunti, sul ruolo degli intellettuali nella società contemporanea, soffermandosi in particolare sul loro ridotto potere di influenza e sulla loro ristretta capacità di intervento nel dibattito pubblico. In questa prospettiva, a seguito dei cambiamenti sociali degli ultimi decenni e della diffusione di una narrazione “mainstream” e omologata, occorre interrogarsi se la cultura abbia qualche responsabilità nell’essersi allontanata dagli italiani. Prova ne è il consenso e il successo riscossi da messaggi, personaggi e da libri che «[vendono] molto di più di quelli della sinistra». Significativo è il ragionamento di Augias, soprattutto quando lascia intendere come la retorica semplice e diretta che si nasconde dietro queste scorciatoie ha lo scopo di rivolgersi alle emozioni del pubblico e «allo strato più debole e indifeso della popolazione che ci si identifica». Facendo un pizzico di autocritica ammette in qualche modo, quanto sia facile difendersi da questa “offensiva” populista per quelli che un tempo si sarebbero definiti come cittadini culturalmente avvertiti. Lo sforzo degli intellettuali, oggi, «dovrebbe essere [invece] quello di correggere quel tipo di mentalità», rafforzando gli anticorpi delle fasce più fragili e lavorando, per esempio, sulla scuola e sull’istruzione in generale. Dunque, investendo in cultura.

Allora torna attuale una riflessione di Maurizio Ridolfi quando, già da tempo, ha evidenziato l’emergere di un curioso paradosso: rispetto a un indebolimento nella società del discorso storico prodotto e verificato dagli studiosi di professione, si registra invece una ricchezza di storia e di storie nello spazio pubblico che rivela un disagio comunicativo di fronte a una domanda di storia crescente (Officina della Storia). L’obiettivo, di conseguenza, è quello di “accorciare le distanze” fra gli intellettuali e la società, auspicando un rinnovamento di linguaggi e di pratiche che la società della comunicazione ormai richiede.

Uno dei caratteri fondanti della “democrazia del leader” (Mauro Calise), è rappresentato dall’invenzione del nemico e, di conseguenza, dalla sua demonizzazione. Moro e Berlinguer furono a lungo avversari, tra la Dc e il Pci si vissero scontri durissimi, ma poi c’era rispetto, non si arrivava mai all’oltraggio. Si trattava di comunità politiche e di leader capaci di intercettare il disagio e la voglia di cambiamento che serpeggiavano nella società italiana e che, con strategie diverse, erano aperti al dialogo con le altre culture e sensibilità.

Oggi, viceversa, con vittorie elettorali spesso di misura e in un contesto di forte astensionismo, chi vince si arroga il diritto di appropriarsi totalmente del potere. Questa pretesa non fa altro che aggravare la sfiducia del corpo elettorale verso le istituzioni. La cultura dello scontro in politica è diventata un ostacolo al progresso e al benessere comune.

È tempo di unire, con il dialogo e il senso di responsabilità, per affrontare le sfide che ci attendono in questa società sempre più complessa. Le persone tenderanno ad allontanarsi sempre più dalla politica fino a quando la percepiranno come un campo di battaglia, dove non c’è spazio per la moderazione e per la capacità di trovare soluzioni che funzionino per tutti.

Se la storia è «sempre storia contemporanea», come affermava Benedetto Croce, allora lasciamoci guidare dal passato che ci aiuta a chiarire le idee e a leggere meglio il presente (Luciano Canfora), senza trascurare l’importanza offerta da questi segnali positivi che fanno emergere, nonostante tutto, il forte interesse per il dibattito pubblico su temi di grande rilevanza storica e politica.

Meloni, la contesa è un istinto: a chi giova?

Probabilmente vincerà, alla fine, la Meloni in Abruzzo. E se vincerà si sentirà in pieno diritto di insistere su quel tono così battagliero, ma anche così divisivo, che fa parte ormai della sua recita pubblica. E però non si capisce, davvero non si capisce, per quale diavolo di ragione un capo di governo debba parlare come se fosse sempre il capo di una fazione.

C’è sempre in lei un tono sopra le righe, un eccesso di vittimismo e di converso un eccesso di trionfalismo che mescola spirito di setta e postura di leader in modi e dosi che alla fine fatalmente si rivelano controproducenti. Meloni è una leader capace che crede molto in quello che fa e che finisce col suscitare una certa simpatia anche presso chi non la vota e probabilmente non la voterà mai (piccola nota autobiografica).

È “arrivata”, per così dire. Ha compiuto una scalata politica che merita considerazione anche da parte degli avversari. Ma appunto per questo risulta assai difficile comprendere perché si ostini a recitare una parte così divisiva e così poco istituzionale perfino quando tutto sembra arriderle. Il governo di un paese così vario e complicato suggerisce modi più felpati, meno abrasivi di condurre le battaglie politiche. Soprattutto da parte di chi si trova a godere del consenso momentaneamente più ampio.

Guardare oltre lo steccato non è una furbizia, è un dovere. Ma può diventare anche una convenienza. Soprattutto in tempi nel quali una larga fetta di opinione pubblica non sa più – politicamente – a che santo votarsi. Si dirà che per Meloni la contesa è un istinto. Seguendo il quale però lei rischia di essere lo scorpione di se stessa.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 7 marzo

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

I Ferragnez, la politica e un garante della beneficienza.

“Moleste ferre”, sopportare a malincuore, è il mood dei Ferragnez che oggi si lamentano per una eccessiva esposizione mediatica sulle loro vicende di vita che non si sa bene a chi possano interessare. Sembra vogliano, per altro verso, apparire del tutto sguarniti rispetto alla complessità del circuito della comunicazione ed agli effetti che inevitabilmente ne derivano.

“Chi di mano ferisce di mano perisce” è un detto che ricorda il ritorcersi di uno strumento contro chi lo ha usato, ora scoprirebbero, con troppa faciloneria

Un influencer è un agitatore di continue proposte verso un pubblico da ispirare a tutto spiano. Oggi quel pubblico, con la stessa passività con cui a seguito quei santoni della moda e di uno stile di vita, gli ha girato crudelmente le spalle. Il pubblico non ha sentimenti, è indifferente ai destini, si muove con una logica spietata, pari a quella di chi lo usa.

Ci sarebbe da ricordare un vecchio film americano, in bianco e nero, come la vicenda che racconta, in cui il protagonista è un insuperabile imbonitore televisivo fino ad arrivare anche a condizionare la politica e diventare un riferimento assoluta della massa dei cittadini. Scoperto il suo cinismo, si renderà conto che il suo è un potere di carta, conoscendone l’abbandono di tutti i suoi seguaci.

La vicenda dei Ferragni ha il solito merito di aver alzato una coperta sotto la quale si muovono interessi senza regole ben definite e non proprio condivisibili. Gli influencer sono caduti proprio loro in un difetto di comunicazione voluto o non voluto che sia. Hanno incassato troppi soldi rispetto ai proventi destinati alla struttura ospedaliera sostenuta con l’acquisto di un panettone.

L’azienda dolciaria avrebbe dovuto riportare un messaggio più chiaro sul prodotto in vendita senza che si potesse in alcun modo credere ad una devoluzione in beneficenza proporzionata alla dimensione delle vendite.

Infine, anche l’ospedale non avrebbe dovuto accettare il valore di briciole a fronte di una operazione commerciale di ben diversa consistenza. Mance in queste circostanze non sono da considerare, la tutela della salute non è materia da barattare in questa maniera.

La politica si dovrebbe interrogare sul da farsi e prendere provvedimenti. Sarebbe da avanzare una proposta non del tutto disprezzabile. Non sarebbe male l’istituzione di un Garante della Beneficenza che avesse poteri di monitoraggio sul flusso del denaro destinato alle tante realtà che chiedono sostegno per i loro scopi di bene.

Senza interferire nelle autonome scelte dei diversi soggetti che ricevono donazioni, il Garante potrebbe assicurare un carattere di trasparenza e di pubblicità dell’utilizzo dei fondi, ad esempio dando conto ai benefattori verso quali specifici progetti sia stata destinata la loro generosità ed a quale grado di loro realizzazione si sia giunti ad un dato momento. Si tratterebbe di una rendicontazione che farebbe cadere eventuali sospetti e pregiudizi e favorirebbe ulteriori elargizioni.

Il nostro Paese si distingue per avere un cuore attento al prossimo bisognoso, supportando le organizzazioni di assistenza che si preoccupano per ogni condizione di sofferenza e disagio.

Sembra che, ad esempio, gli ospedali pediatrici in particolare possano confidare sempre su un adeguato contributo da parte di tante persone sensibili alla cura dei più piccoli. Questo è certamente un motivo di plauso e di orgoglio per la nostra comunità nazionale.

Come per altre realtà, sarebbe sempre però importante conoscere se i fondi ricevuti siano impiegati strettamente per l’attività di cura o per iniziative collaterali di diverso impatto sulla salute dei pazienti. In agguato poi è sempre il pericolo di soldi destinati maggiormente alla sopravvivenza, pur necessaria, dell’apparato organizzativo che invece ad un ausilio dei più deboli.

Un paradosso potrebbe suggerire una riflessione: se, in un determinato tempo, una organizzazione non avesse più necessità di spendere, potrebbe dichiarare pubblicamente la provvisoria sospensione della raccolta di fondi ad essa indirizzata. Al maturarsi di nuove esigenze potrebbe poi sollecitare, nuovamente, l’attenzione delle anime buone.

Se questo avvenisse, dal punto di vista comunicativo si avrebbe peraltro un ritorno di immagine formidabile per l’onestà messa in campo.

Una richiesta fine a se stessa è poco giustificata; inventarsi modi per spendere ad ogni costo non è comprensibile. Un Garante della beneficenza per ogni Regione d’Italia potrebbe mettere tutto in chiaro, dando con chiarezza le informazioni agli eventuali interessati circa l’effettivo andamento in merito al raggiungimento di un certo traguardo per il quale è stata chiesta una donazione. Potrebbe insomma mettere ordine in un settore che non merita alcuna opacità e che al contrario va puntellato ad ogni costo.

Dalla questione Ferragni e relative ferite occorre prendere un insegnamento. La politica si dia da fare.

La pace? Una cenerentola tra gli arsenali atomici.

La pace? Una cenerentola tra gli arsenali atomici.

 

È  un“anelito profondo degli esseri umani” (Giovanni XXIII). Bisogna ritrovare quello spirito di pace  riproposto, appena due anni fa, dal discorso di Mattarella a Strasburgo davanti all’assemblea del Consiglio d’Europa.

 

Luigi Rapisarda

 

La pace è un bene supremo che si pone come base e fondamento per la comune convivenza dei popoli ed è condizione precipua di sviluppo e progresso delle civiltà. Nell’Enciclica giovannea Pacem in terris pubblicata nel 1963, dopo che per la prima volta il mondo fu ad un passo dal conflitto nucleare e conobbe il sentimento di terrore provocato dalla terribile e apocalittica minaccia di risolvere la crisi cubana, anche a costo di far uso delle armi nucleari, Papa Giovanni XXIII definisce la pace come ”anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi”.

Mentre sullo sfondo, nel richiamare l’imprescindibilità di valori comuni nel segno del rispetto dei diritti dell’Uomo, il perseguimento del bene comune, la tutela delle minoranze nazionali, il rispetto tra le nazioni, si coglie tutto la faticosa e ininterrotta opera che richiede il mantenimento di comuni condizioni di pace, mai disgiunta da un opera di perseguimento costante a partire dalle politiche nazionali di ogni paese.

Oggi il mondo, con una globalizzazione da cui è molto difficile divincolarsi, nonostante le recenti disillusioni scoperchiate dalla pandemia da covid 19, ha una interdipendenza inestricabile tra i diversi paesi che permette altre forme dissuasive.

Tuttavia le recenti pressioni economiche messe in atto attraverso un intricato ventaglio tra sanzioni e interdizioni commerciali(embargo) mirate, non hanno prodotto i risultati sperati nel conflitto Russo-Ucraino. Anzi hanno finito per dare la stura ad una sempre più strutturata forma di blocchi contrapposti: da una parte Nato-Occidente, dall’altra Russia e alleati asiatici Cina e Corea del Nord, mentre l’India per ora sta a guardare.

Scenario che è stato ritenuto da parte di attenti osservatori: non proprio una bella prova di sagacia politica e lungimiranza. Soprattutto per non aver dato il giusto peso all’intreccio di esigenze e di rapporti, da quelli secolari, alle strette consanguineità dei popoli contigui, alla giusta tutela delle minoranze linguistiche, in quella estrema parte dei territori dell’Est europeo, con gli inevitabili effetti: tra divisioni, timori, pretese e contrapposizioni, anche in termini di rafforzamento delle dotazioni militari, che un’estensione della sfera di influenza, avrebbe prodotto, in un quadro di nuovo ordine mondiale  che non si prefigurava lontano.

Tanta disinvoltura nello spostare sempre più in avanti le frontiere di difesa atlantica, senza la previsione di zone cuscinetto, ha spinto persino il più autorevole dei Ministri degli Esteri degli Usa, Henry Kissinger, a esprimere, qualche anno fa, grosse perplessità e riserve su questo procedere da parte degli Stati Uniti e della Nato, ed a proposito dell’Ucraina ne consigliava la neutralità e un sistema federale per controbilanciare la forte presenza di ampie minoranze russofone, sulla falsariga della Finlandia.

E in esito a quegli eventi Romano Prodi sostenne, in una intervista al Corriere della Sera (26 maggio 2015): “Isolare la Russia è un danno. Il problema è avere chiara l’idea di dove devi arrivare. Se vuoi che l’Ucraina non sia membro della Nato e della Ue, ma sia un Paese amico dell’Europa e un ponte con la Russia, devi avere una politica coerente con questo obbiettivo. Se l’obiettivo è portare l’Ucraina nella Nato, allora crei tensioni irreversibili”.

Mentre Sergio Romano, già ambasciatore italiano presso la Nato e poi a Mosca nel 1985-1989, non mancò di sottolineare così tutte le sue perplessità: “La collocazione che intravedevo come desiderabile per l’Ucraina era quella della neutralità, il paese doveva diventare neutrale. È stato completamente irragionevole prospettare la possibilità dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Perché la Nato è un’organizzazione politico-militare congegnata per fare la guerra”.

Questa indifferenza strategica, o se vogliamo disattenzione, ha finito per acuire un rapporto già teso da anni, subendo poi un’accelerazione da quando Putin ha messo in atto la unilaterale annessione della Crimea e prima ancora la guerra in Georgia, nella pretesa idea di una naturale appartenenza alla propria sfera di influenza. Insomma non si può negare che ci sia stata una miope strategia del nostro comune sistema difensivo e un pressappochismo nelle relazioni di politica estera e qualche ambiguità che ne ha dato talora un senso distorto delle tante “mission militari”.

Oltre al fatto che il non essere riusciti a prevenire, con opportune iniziative negoziali, le giuste esigenze di sicurezza delle linee di demarcazione del fianco euroasiatico, ha finito per lasciare spazio a irrazionali disegni di nuovo revanscismo imperialista.

Un vulnus di strategia che un autocrate come Putin, fuori da ogni conformità allo Stato di diritto e da ogni pur labile modello democratico delle proprie istituzioni, ha saputo cogliere, incuneandosi nelle pieghe di questa imprudente strategia, per perseguire, al costo anche di un conflitto nucleare, i suoi obiettivi espansionistici.

Questo mi pare un punto essenziale che in questa vicenda non può essere ignorato. Così come non può non intravedersi, dietro l’aggressione all’Ucraina, un chiarissimo scontro di civiltà e di modelli di organizzazione politica sui territori. Da una parte le democrazie e tutta la complessità dei loro processi decisionali. Dall’altra una nazione immensa ed il suo modello autocratico, guidata da un despota che oppone ai sistemi democratici, ai suoi valori di libertà, di pluralismo e di rispetto dei fondamentali diritti della persona, un potere assoluto, dai processi decisionali rapidi e senza contrappesi o limiti e senza un minimo rispetto delle Convenzioni internazionali.

In questo quadro, ogni decisione appare assai difficile mentre sui tetti delle città piovono tonnellate di bombe, con sempre più elevate perdite di vite umane tra la popolazione, composta soprattutto di donne, vecchi e bambini. E, non appare di certo rassicurante che il tutto avvenga mentre si susseguono risoluzioni dell’Onu che continuano a valere solo come petizioni di principio, senza esito concreto, come senza esito sono risultati a tutt’oggi i diversi moniti e gli incontri del suo segretario generale, Gutierrez, con il presidente Putin.

E la stessa Ue non si distingue per grande attivismo, tra veti e contorsioni da parte di alcuni dei suoi membri. Mentre l’adozione di una linea di sostegno, senza condizioni, di ogni tipo di armi, le ha fatto perdere quel carattere di terzietà, indispensabile per un ruolo credibile di mediazione.

Anche se è vero che poco si è colta una reale volontà di sedersi ad un tavolo. Così a poco è servito il particolare filo rosso che Macron ha tenuto attivo con Putin. Giunto persino a un capovolgimento stupefacente, complice la presa d’atto del suo fallimento, tanto da indursi a proporre un coinvolgimento diretto di paesi affiliati alla Nato. Un’imprudenza che, per fortuna,ha trovato il fermo no da parte degli Usa e degli altri paesi Nato, attenti ad evitare occasioni di ulteriori pretesti che darebbero davvero la stura allo scoppio di una apocalittica terza guerra mondiale.

Sicuramente altri sbocchi potrebbe prendere la controversia tra Russia e Ucraina se la Cina (che, a sua volta, trascina la controversia con Taiwan) si decidesse di esercitare un ruolo di mediazione. Unica, in questo momento, capace di far ragionare Putin, in un quadro di comuni intenti con gli Usa, potrebbe dare fattiva soluzione in un tavolo negoziale per un nuovo assetto geopolitico.

Il fatto è che al momento preferisce non coinvolgersi direttamente nella soluzione di questo conflitto. Ma il suo stare a guardare non fa che aggiungere nuova inquietudine sui possibili sbocchi futuri di questo conflitto. Ecco perché non possiamo permetterci di sottovalutare le altissime probabilità di una escalation senza fine.

Per questo appare necessaria una “nuova” Helsinki, sotto l’egida dell’Onu, assicurando, da una parte, una zona cuscinetto tra Russia e l’area continentale di quelli che possono essere i confini di massima espansione dell’Unione Europea e, dall’altra, dare soluzione alla questione aperta di Taiwan ed alla questione mediorientale, arroventatasi ulteriormente dopo il brutale attacco di Hamas del 7 ottobre scorso con sequestro di oltre un centinaio di ostaggi) e la risposta altrettanto dura (talune cancellerie, a cominciare dal presidente Biden, non hanno mancato di definirla esagerata) di Netanyahu, che non fa prevedere una imminente soluzione.

Bisogna ritrovare quello spirito di pace fortemente riproposto, appena due anni fa, dal discorso di Mattarella a Strasburgo davanti all’assemblea del Consiglio d’Europa. Eccone alcuni fondamentali passaggi: “…occorre prospettare una sede internazionale che rinnovi radici alla pace, che restituisca dignità a un quadro di sicurezza e di cooperazione, sull’esempio di quella Conferenza di Helsinki che portò, nel 1975, a un Atto finale foriero di sviluppi positivi. E di cui fu figlia l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa”. E poi continuava: “…La guerra è un mostro vorace, mai sazio. La tentazione di moltiplicare i conflitti è sullo sfondo dell’avventura bellicista intrapresa da Mosca. La devastazione apportata alle regole della comunità internazionale potrebbe propagare i suoi effetti se non si riuscisse a fermare subito questa deriva. Dobbiamo saper scongiurare il pericolo dell’accrescersi di avventure belliche di cui, l’esperienza insegna, sarebbe poi difficile contenere i confini”. Ed infine: “..Occorre fermare in ogni modo una escalation che rischia di portare drammaticamente a un terzo conflitto mondiale”.

Auspichiamo che anche il nostro governo, nel quadro di un più autonomo posizionamento che la tendenza più isolazionista degli Usa, e con un interesse mirato soprattutto sul versante indo-cinese, ci impone (cosa che anche l’Ue dovrà seriamente considerare), trovi una linea comune con le opposizioni, come si è già sperimentato in questi giorni a proposito della strategia difensiva contro le aggressioni degli Houthi alle nostre navi commerciali nel mar rosso, affinché si prodighi concretamente per una soluzione pacifica a breve.

E ciò in un quadro di maggiore autorevolezza e pragmaticità da parte dell’Ue per contribuire a dare soluzione alle questioni controverse. Un contesto negoziale che ben potrebbe essere organizzato attorno alle due parti in causa, e la presenza delle grandi potenze, affidando all’Onu la promozione, sul modello della Conferenza di Helsinki, magari nel solco di una visione universalistica e ideale delle relazioni internazionali, come vagheggiato da Woodrow Wilson, in quella chiave di lettura che fu di Henry Kissinger, come mezzo a fine per costruire un mondo di pace perpetua garantito dalle istituzioni internazionali.

Prima intesa tra forze omogenee dell’area popolare d’ispirazione cristiana

L’abbiamo definita una “collaborazione rafforzata” quella tra Tempi Nuovi e Insieme, cioè tra due movimenti politici e culturali dell’area cattolica italiana che hanno un obiettivo comune. Ovvero, quello di favorire una vera e propria ricomposizione politica, culturale ed organizzativa dell’area

cattolico popolare e sociale del nostro paese.

Un progetto che parte da lontano e che purtroppo, in questi ultimi anni, ha dovuto fare i conti con un progressivo indebolimento della presenza politica della cultura, dei valori e della tradizione del cattolicesimo popolare, sociale e democratico nella citta della politica italiana. E, al contempo, una cultura politica che sostanzialmente è scomparsa all’interno dei vari partiti. O perchè ridotta ad un ruolo puramente ornamentale e protocollare o perchè limitata e circoscritta ad una presenza puramente personale

e del tutto testimoniale. In entrambi i casi, comunque sia, politicamente irrilevante e culturalmente ininfluente ai fini della costruzione del progetto politico complessivo del partito e della relativa coalizione.

Ed è in questo che si inserisce l’iniziativa concreta, e politica, di Tempi Nuovi e di Insieme. Due movimenti che sono accomunati dall’idea di riaccendere la speranza di una ricomposizione dell’area popolare nel nostro nostro paese, pur riconoscendo sino in fondo il profondo e radicato pluralismo delle varie opzioni politiche dei cattolici italiani.  Una iniziativa, però, che si allarga anche ad altre culture politiche per ricreare un luogo politico di matrice centrista che non si limita a vivere di una potenziale rendita di posizione o ad una equidistanza dagli schieramenti maggioritari.

Un progetto che richiede, comunque sia, un rinnovato protagonismo della cultura e della tradizione cattolica popolare e sociale che continua ad avere una straordinaria modernità anche nella stagione politica contemporanea. E i due movimenti, radicati in tutto il paese e nello specifico in settori significativi dell’area cattolica popolare e sociale, non può non prestare una forte e qualificata attenzione al cosiddetto “civismo” di matrice centrista e cattolica che proprio nelle comunità locali trova il suo terreno più fertile e significativo. Un civismo che, il più delle volte, è rappresentato da uomini e donne che ricavano le ragioni del loro impegno dalla cultura e dalla tradizione del cattolicesimo popolare e sociale.

Di qui, cioè dalle rete delle comunità locali – comuni e regioni – riparte l’iniziativa politica di questi due movimenti. E l’esperienza, la storia e il profilo dei due promotori, Beppe Fioroni e Stefano Zamagni, accompagnati dai rispettivi gruppi, può rappresentare una vera ed autentica novità nel panorama e nella galassia della ricca, complessa ed articolata area cattolica italiana.

L’imprevedibile scompagina la politica, la forza del progetto la dirige.

Guido Bodrato amava sempre ripetere che nella politica esiste una categoria con cui occorre fare sempre i conti. E la categoria è quella della “imprevedibilità”. Perché, il più delle volte, è proprio l’imprevedibilità a cambiare profondamente i processi politici e le stesse strategie dei singoli partiti. Certo, non si può fare politica, anche in una società fluida e liquida come quella contemporanea, senza avere un obiettivo ed un progetto di medio/lungo periodo da perseguire.

Elementi indubbiamente difficili da percorrere oggi perché ci troviamo di fronte a partiti personali e del capo dove, di fatto, il progetto e la stessa strategia sono piegati ai voleri e agli umori del capo partito. Ora, però, c’è un dato che non può essere sottovalutato, anche in un contesto politico alquanto confuso e contraddittorio. E cioè, la politica – e di conseguenza i partiti – è credibile e qualificata nella misura in cui riesce a guidare i processi politici ed a governarli. Perché è proprio su questo versante che si gioca anche e soprattutto la qualità e l’autorevolezza della classe dirigente

politica.

Ma questo obiettivo – e questa finalità – è possibile perseguirlo solo se i partiti riescono a dispiegare sino in fondo la loro vocazione originaria e prioritaria, che era e resta quella di costruire un progetto politico funzionale alla vittoria alle elezioni e quindi di conquistare il governo. E la stessa categoria della imprevedibilità, sempre presente nelle società democratiche e rette da regole trasparenti può e deve essere gestita e governata. Del resto, è altrettanto indubbio che la credibilità della politica, della sua classe dirigente e delle rispettive culture politiche risiedono sempre nella capacità di indicare una rotta e poi di saperla perseguire sino fondo.

Ed è proprio su questo versante che emerge la debolezza della politica contemporanea. Perché quando il progetto è debole, quando il trasformismo e l’opportunismo sono sempre in agguato e, soprattutto, quando il comportamento prevalente della classe politica è quello di rincorrere ciò che la pancia del paese chiede e non, al contrario, di guidare i processi politici, si corre il serio rischio di cadere prigionieri proprio della imprevedibilità che può sempre capitare e di non essere poi più in grado di uscirne.

Ecco perché, e ancora una volta, la politica nel suo complesso è chiamata a svolgere il suo ruolo con intelligenza, senso di responsabilità e trasparenza. E, ancora una volta, sarà decisivo e determinante avere una classe dirigente all’altezza della situazione. Le comparse, gli improvvisati, gli imbucati e le goliardate non sono più ammessi. Nel senso che la stagione “dell’uno vale uno” di grillina memoria va definitivamente ed irreversibilmente archiviata. Per il bene della democrazia, per la credibilità della politica e per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche.

Democratici senza popolo? Biden rischia la sconfitta.

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

Nonostante una situazione economica in generale assai migliorata dopo la crisi dovuta alla pandemia, la sensazione diffusa fra gli americani non è esattamente quella di chi vede roseo il proprio futuro. In questo contesto, il dato più preoccupante per il Partito Democratico e per il Presidente-candidato Joe Biden è che questa visione pessimistica è presente soprattutto presso i ceti popolari, quelli che in teoria – e molto spesso in pratica, anche nel 2020 – votano per loro.

Le comunità afro-americane (non più, però, influenti come una volta) e latino-americane (al contrario, queste ultime in vertiginosa ascesa numerica) che tradizionalmente votano democratico e che furono decisive per la vittoria di Biden quattro anni fa, oggi appaiono maggiormente orientate verso Donald Trump, nonostante il divario assoluto esistente, sotto ogni punto di vista, fra loro e il discusso tycoon miliardario e WASP (white anglo-saxon protestant).

Le motivazioni di questo disincanto delle minoranze verso il potere che dovrebbe tutelarle sono diverse. Di quelle non strettamente economiche si parlerà nel prossimo articolo, perché ora merita di evidenziare queste ultime. Non è bello a dirsi, ma la verità, anche quando è amara, anzi soprattutto se è amara e lontano dai propri convincimenti, va sempre ammessa, se si vuole comprendere davvero le ragioni di determinati eventi.

La ragione nello specifico fa rima con immigrazione. Non è un caso se nell’anno elettorale il Governatore repubblicano del Texas ha irrigidito ulteriormente le politiche di chiusura al costante flusso proveniente dal Messico, alimentato da migliaia di centroamericani che vogliono entrare illegalmente negli States, giungendo addirittura ad un conflitto sul controllo del confine con le autorità federali, che ne hanno la competenza. Ponendo così in ulteriore difficoltà un’amministrazione centrale già in difficoltà di suo sul tema specifico.

L’immigrazione di masse disperate disponibili per qualsiasi lavoro di manovalanza a qualsiasi prezzo (e in taluni casi, anche questo va detto, pronte a delinquere pur di sopravvivere e spesso andando a colpire proprio i ceti meno abbienti) inevitabilmente riduce la forza contrattuale dei salariati già presenti nelle fabbriche e nelle aziende di servizi operanti sul territorio americano. Su questo fronte, ovvero quello del controllo dell’immigrazione illegale, Trump appare più deciso e “duro” di Biden, anche perché non deve tenere in conto quell’anima sociale che al contrario è ben presente nel Partito Democratico. E siccome il problema tocca proprio i latinos ecco che questi – anche se ciò può apparire paradossale, essendo stati immigrati a loro volta in un tempo passato – svoltano verso i più securitari repubblicani.

Poi c’è la questione cinese. Ma non nel campo della geopolitica, ambito riservato alle élite, bensì in quello più “terra-terra” della concorrenza commerciale, tema assai concreto che interessa alle aziende statunitensi e ai loro dipendenti. I dazi imposti a suo tempo da Trump ai prodotti provenienti dalla Cina si sono rivelati abbastanza efficaci, tanto che questa forma di protezionismo è stata confermata da Biden. Ergo, fu una scelta giusta del precedente presidente, ragiona il lavoratore americano, e poiché quel presidente, che ebbe l’idea vincente e la pose in pratica, torna in campo perché non premiarlo?

Insomma, esiste un divario netto fra quanti sono in possesso di tutti gli strumenti culturali necessari per comprendere e interpretare le complessità del mondo globalizzato del XXI° secolo e quanti non li posseggono perché non hanno avuto la possibilità di studiare e dunque le proprie analisi le fanno sul campo, in maniera semplice e immediata nella vita di tutti i giorni. Vedono il prodotto made in China che sostituisce quello made in USA e temono per il proprio posto di lavoro. Vedono l’immigrato pagato il minimo e capiscono che il loro salario non crescerà. E questa sindrome colpisce anche i bianchi, i blue collar, operai che dal Texas al Michigan ancora sono numerosi e sempre più preoccupati di un futuro che si presenta minaccioso e richiede protezione. Tutti costoro sono pertanto facile preda del populismo più triviale, arte (si fa per dire) nella quale Trump è maestro.

Se questa popolazione, che fu alla base dell’imprevista vittoria di Trump nel 2016 ma che poi in larga misura lo abbandonò quattro anni più tardi, dovesse tornare a premiarlo – come i sondaggi paiono lasciar intendere – le possibilità di vittoria di Biden diminuirebbero significativamente. Eppure il vecchio Joe è costretto da fasce importanti del suo stesso partito a concentrarsi su altre questioni. Col rischio di non affrontare adeguatamente questa, che è basilare. It’s the economy, stupid.

Meloni | Cleopatra passa dalla tiara del Faraone all’elmetto di Sturmtruppen.

La Regina Cleopatra si sa, non avendo un carattere morbido e conciliante, è facile andare alla guerra quando ritiene di avere subito un torto di lesa maestà. E tale le deve essere sembrata la rivolta dei Sardi che, perfidi, hanno boicottato per pochi voti il suo prescelto e l’hanno costretta ad ammettere pubblicamente la sconfitta.

E dunque “alla pugna”, c’è necessità. Il nostromo della barca di Cesare (concessa per questa impresa) ha avvertito la regina Cleopatra/Meloni che il vento ha cambiato direzione e che bisogna anche cambiare, allora, le vele mezze strappate per ritrovare il vento e continuare la navigazione.

Qualcuno s’aspettava un saggio discorso alla truppa, una reprimenda con i fiocchi e qualche sonora punizione, persino qualche calcio sul sedere per buttare a riva i malcapitati. Ed invece no, la Regina trasforma la sua barca in un galeone di pirati e, alta sul ponte di comando, sprona i suoi alla battaglia. E i suoi che certo sono fiacchi e provati dalla lunga navigazione, e non vedono modo di scendere a terra a riposare un po’, anche per consumare un pasto degno di questo nome, la vedono di umore nero come la fuliggine, pronta a deporre a terra la tiara da Faraone e a indossare l’elmetto da Sturmtruppem. Alla ciurma, perplessa, non resta che osservarla.

Eh sì, perché sa un po’ di ridicolo, nell’Impero di Cesare, indossare l’elmetto degli odiati Germani e non affidarsi ai cimieri piumati dei legionari e dei centurioni. Che la Regina immagini uno sbarco e pronte ci siano magari le sue truppe egiziane, con i famigerati carri, a preparare il campo della battaglia? A terra truppe egizie non se ne vedono, e così anche i due luogotenenti si mostrano perplessi. Cercano di capire l’insondabile pensiero della Regina; ma null’altro, al di là dell’ira, sembra condividere con i suoi ufficiali. I quali romanamente sembrano dire: “E vabbé, fa’ un pò come te pare”. Guardano e pensano ai fatti loro.

Intanto quelli che stavano a riva sotto l’effetto del miracolo sardo si sono riuniti quel tanto che basta per dare addosso a Cleopatra/Meloni, con poca forza ma anche molta fortuna (ma si sa che la fortuna premia gli audaci). Ed ora che potrebbero guadagnare un altro punto sulla odiata, restano comunque incerti e prudenti.

Cesare di fronte alla sconfitta della sua Cleopatra ha tirato giù un bestemmione chiamando in causa gli dei patrii: amaramente si è accorto di come la rimonta gli sarebbe costata altri sesterzi visto che lei, presa dall’ira e dal livore della rivincita, non avrebbe badato a spese. Così monta perplesso per la chiamata alle armi della Regina perché il nemico non si è ancora visto all’orizzonte o meglio le spie di Cesare non hanno riportato notizia che alla frontiera si ammassino truppe nemiche. Per questo l’imperatore è prudente e lento a sprecare uomini, sebbene la Regina potrebbe aver aver avuto una dritta dai potenti sacerdoti di Tebe — e questo è pressoché insondabile.

Tuttavia, la vera preoccupazione del Senato romano è che Cleopatra/Meloni paventi una battaglia fatta con le proprie truppe e secondo le regole egizie in terra dell’Impero. Però non essendo lei Alessandro Magno – nato conquistatore – rischia di prendere un grosso abbaglio, che questa volta trascinerà i suoi, nonché i poveri pretoriani messi da Cesare a sostegno dell’impresa, in una sconfitta davvero straziante.

Dibattito | L’Occidente di fronte al male dell’aborto.

Dibattito | L’Occidente di fronte al male dell’aborto.

 

In questo commento, pubblicato su “CR – Corrispondenza romana”, sito di orientamento cattolico ultra conservatore, si pone l’accento sul carattere distruttivo della filosofia abortista. Di seguito la parte finale dell’articolo.

 

Fabio Fuiano

 

[…] Il corpo dell’Occidente, di quell’Occidente un tempo plasmato dalla Civiltà cristiana, sembra oggi arrancare, fa fatica a reagire davanti ai suoi aggressori interni ed esterni. Ciononostante, il processo rivoluzionario, pur essendo una malattia che momentaneamente affligge questo corpo, è tanto più vicino al suo fallimento, quanto più si avvicina al perseguimento del suo obiettivo: infatti, la malattia può esistere soltanto finché c’è un corpo da aggredire. Morto questo corpo, essa cesserebbe inevitabilmente. Osserva perspicacemente san Dionigi Aeropagita: «Se il disordine fosse completo, non ci sarebbe nemmeno la malattia. Rimane e c’è la malattia in quanto ha come sostanza l’ordine minimo e in esso sussiste» (De Divinis Nominibus, IV, 20, 720c).

Se la Francia, come anche l’Occidente, non torneranno sui propri passi, ciò che non rendono volontariamente per giustizia a Dio, dovranno renderlo in altro modo: questo male reclama infatti un castigo che ha lo scopo di soddisfare la giustizia, ma allo stesso tempo è un medicinale. Sant’Agostino osservava: «Colui che non rende a Dio ciò che gli deve, glielo rende soffrendo quel che deve. Non vi è altra via di mezzo […]. La bellezza dell’ordine universale è tale che non può tollerare nemmeno un istante di essere macchiata dalla bruttezza del peccato, senza essere ripassata dalla bellezza della vendetta» (S. Agostino, De libero arbitrio, 3, 44).

Tuttavia, la reazione a questo male può venire anche dagli uomini di buona volontà, a patto che si spendano unicamente per un bene integrale, senza compromessi. Bisogna ricordare a pieni polmoni che qui non si tratta meramente di “diritti umani” violati, ma soprattutto di una contrapposizione al sovrano dominio che solo Dio ha sulla vita umana. L’uomo non riceve dai genitori il diritto alla vita, né dalla società, ma direttamente da Dio, creatore immediato dell’anima, principio vitale del corpo. La vita umana innocente è pertanto intangibile e nessuno ha titoli giuridici per disporne direttamente. Se l’autorità comanda in tale senso non può e non deve essere obbedita. In modo magistrale si rivolgeva il Sommo Pontefice Pio XII alle Ostetriche cattoliche in un discorso a loro indirizzato il 29 ottobre 1951, meritevole d’esser letto nella sua interezza: «ogni essere umano, anche il bambino nel seno materno, ha il diritto alla vita immediatamente da Dio, non dai genitori, né da qualsiasi società o autorità umana. Quindi non vi è nessun uomo, nessuna autorità umana, nessuna scienza, nessuna “indicazione” medica, eugenica, sociale, economica, morale, che possa esibire o dare un valido titolo giuridico per una diretta deliberata disposizione sopra una vita umana innocente, vale a dire una disposizione, che miri alla sua distruzione, sia come a scopo, sia come a mezzo per un altro scopo, per sé forse in nessun modo illecito».

E conchiudeva: «La vita di un innocente è intangibile, e qualunque diretto attentato o aggressione contro di essa è violazione di una delle leggi fondamentali, senza le quali non è possibile una sicura convivenza umana. — Non abbiamo bisogno d’insegnare a voi nei particolari il significato e la portata, nella vostra professione, di questa legge fondamentale. Ma non dimenticate: al di sopra di qualsiasi legge umana, al disopra di qualsiasi “indicazione”, si leva, indefettibile, la legge di Dio». Custodiamo e meditiamo queste parole, frutto di profonda sapienza. Solo così potremo sperare in un ritorno a quei principi della Civiltà cristiana che hanno fatto grande l’Occidente.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.corrispondenzaromana.it/la-francia-vuole-auto-distruggersi-con-laborto-nella-costituzione/

Scomparse a Cutro umanità e memoria di antichi costumi

Tornando a Crotone un anno dopo il naufragio di Cutro, in occasione della presentazione del rapporto Migrantes, Mons. Francesco Savino, Vice Presidente della CEI, riferendosi al decreto “Piantedosi-Salvini-Meloni” ha testualmente affermato: “Il decreto Cutro è non solo un’offesa ai morti nel naufragio di Steccato di Cutro ma è il

fallimento della politica e la morte della Ragione. A Cutro è morta l’Umanità”.

Le parole di Mons. Savino, direbbe l’illustre grecista Laura Pepe, sono alate: “Tagliano l’aria per andare diritto alla meta per far breccia nel cuore di chi le ascolta”.

Il messaggio di Mons. Savino ci spinge a fare qualche riflessione. È proprio vero che il naufragio di Cutro, con le tante storie di vite spezzate che forse potevano essere salvate, quindi con i provvedimenti conseguenti, rappresenta la “morte della Ragione”. Parafrasando, infatti, il titolo di una famosa incisione di Francisco Goya (“Il sonno

della ragione genera mostri”), si può senza dubbio ritenere che la fantasia dei nostri governanti, abbandonata dalla ragione morta o sopita, ha generato un provvedimento di emergenza, ovvero un autentico mostro giuridico che addirittura mutua, offendendolo, un nome evocativo di un luogo della Magna Grecia ove lo straniero era accolto ed ospitato in quanto protetto dalla divinità.

Ma i luoghi talvolta si incaricano di dimostrare che nell’uomo, forse nell’uomo più semplice, non scompare mai l’umanità! Vincenzo Luciano, pescatore di Cutro, uno dei simboli del naufragio è, senza volerlo, il testimone di questa forza dell’umano nell’uomo. La notte del 26 febbraio 2023 è stato il primo a dare l’allarme e a prestare i primi soccorsi e quindi a recuperare i corpi senza vita di bambini e di naufraghi. Da quel giorno ritorna sempre sulla spiaggia. Le sue parole, in un’intervista video, danno conto della sua profonda umanità: “Non è facile dimenticare quello che è successo. I ricordi restano. Non ho fatto più i bagni a mare perché ricordo i bambini morti. Non vado più a pesca… Non si può morire a 40 metri dalla spiaggia”. E aggiunge: “Domani, per ricordare un anno dalla tragedia, chiedo scusa ai parenti. Mi inginocchio per terra. Della politica e delle istituzioni non mi interessa nulla!”.

Vincenzo Luciano è altro rispetto alla politica perché con le sue parole, con il suo gesto, riesce a sentire il dolore degli altri e per questo esprime una profonda umanità.

Concludendo vorrei richiamare alla memoria un mito dell’antica Grecia, il Mito di Frisso ed Elle tornato di attualità perché un affresco che li ritrae è venuto di recente alla luce nel Parco Archeologico di Pompei all’interno dell’ormai famosa Casa di Leda. Nonostante i due millenni trascorsi, l’affresco, di notevole fattura, mostra Friso che tenta inutilmente di salvare la sorella che sta per affogare in mare. Gabriel Zuchtriegel, direttore degli Scavi di Pompei, ha così commentato l’evento eccezionale: “Quello di Frisso ed Elle è un mito diffuso a Pompei ma anche attuale. Sono due profughi in mare, fratello e sorella costretti a scappare perché la matrigna li vuole cacciare di casa, e lo fa con inganno e corruzione”.

Questo affresco ci racconta che le migrazioni non sono un fenomeno recente, frutto del malessere di vaste terre del nostro Pianeta, ma esse hanno radici molto più antiche. La mitologia greca è ricca di migranti, di morti e di naufraghi. Ma l’antica Grecia aveva elaborato una legge non scritta, una legge del mare, la cosiddetta filoxenia (accoglienza, ospitalità). Quando i naufraghi arrivavano sulle coste greche venivano accolti nel migliore dei modi. Si preparava per loro un banchetto, al termine del quale si poteva chiedere il nome dello straniero e da dove provenisse.

Vincenzo Luciano e i tanti cittadini Calabresi che si sono prodigati nel prestare assistenza ai migranti sbarcati sulle nostre coste sono i testimoni di questa legge non scritta. Le Istituzioni invece hanno scritto una legge ben diversa, che pretenderebbe di erigere in mare, nel Mediterraneo, un muro difficile da valicare.

La spallata di Navalny al regime autoritario del Cremlino

Perseguita con nevrotico accanimento la distruzione fisica del suo oppositore Navalny, nonostante la somma di tutti poteri nelle sue mani, Putin ha il chiaro intento di dare una lezione a chi volesse opporsi. Un’altra opposta lezione è quella di Navalny che dà in pasto al dittatore il bene supremo della vita perché si sappia che non c’è alternativa alla riconquista della libertà contro il  tiranno.  La sfida della popolazione in massa alle esequie è equivalso all’affermazione “Era uno dei nostri!”, e quindi dall’altra parte del potere costituito!

La resa alla madre del corpo del figlio, pur rendendo impossibile un’autopsia per l’accertamento delle ragioni del decesso, testimonia che la ferita non sarà risanata senza un cambiamento radicale di scelte politiche tra le quali un nuovo rapporto con l’Europa e con il fronte democratico occidentale.

È di conforto la posizione assunta da Papa Francesco in ordine alla distinzione tra popoli e rispettivi governi. Sono i primi a soffrirne con il prezzo più alto di vite umane, come in Ucraina, e con i sacrifici imposti dalle sanzioni, come in Russia. La spallata morale e politica di Navalny alla feroce tracotanza del Cremlino ridà slancio a quelle voci che vorrebbero un nuovo rapporto con l’Europa. Ma condizione di un mutamento radicale è che Putin non vinca in Ucraina e che gli aiuti richiesti arrivino in tempo, vincendo la resistenza opposta dai repubblicani, su ordine di Trump, al Congresso degli Stati Uniti.

Non è un caso che in una situazione così complicata il presidente Macron ipotizzi persino la possibilità di un intervento diretto dell’Unione europea, subito bloccato però da chi ritiene che ciò costituirebbe un ostacolo ulteriore verso la ricerca di una possibile pace.

Su questa linea Papa Francesco si è attestato con una netta distinzione di responsabilità, non confondendo i popoli da salvare e i governi da condannare, essendo spinti da volontà di dominio. Pur nella sua generosa ma poco coesa testimonianza, il mondo cattolico non riesce a rilanciare un’iniziativa sull’esempio di Giorgio La Pira, il quale seppe offrire opportunità di dialogo fra le nazioni, specialmente attraverso le loro comunità locali e nonostante i vincoli della guerra fredda. Ricordiamolo bene: questa delle autonomie è la strada maestra che ha fatto sempre dell’Europa il grande polo attrattivo, specie nei confronti dei monoliti autoritari.

Se anche l’Ostpolitik diventa un problema

Unfinished European Union Flag puzzle

Il dibattito internazionale suscitato dalla rivelazione da parte dell’intelligence russa di una conversazione riservata di alti ufficiali tedeschi circa l’invio di missili Taurus all’Ucraina ha assunto una piega che rivela il grado di avanzamento del clima di guerra, o di pre-grande guerra, in cui l’Europa rischia di precipitare. È infatti divenuto un’occasione per mettere sotto processo politico non solo la prudenza di un primo ministro, il cancelliere Scholz, volta a tutelare la sicurezza del proprio Paese, ma addirittura decenni di Ostpolitik che tanti benefici ha arrecato all’Europa prima e ancor più dopo lo smantellamento della cortina di ferro.

È un fatto da registrare con preoccupazione perché denso di ripercussioni. Nell’immediato perché mira a oltrepassare la distinzione fra armi che servono per la liberazione dei territori occupati e armi capaci di portare la guerra nel cuore della Russia con le immaginabili conseguenze per l’intera Europa. Più in generale, poi, perché  viene usato per ribadire che l’unica via da seguire per la soluzione del conflitto ucraino rimane quella dell’escalation militare.

E allora tutto, anche i progetti di buon senso, come quello di una maggiore integrazione tra gli apparati di difesa nazionali dei Paesi Ue, anche in considerazione del fatto, come ricorda Draghi, che l’Europa non potrà contare sempre sull’ombrello difensivo americano, rischia di venire deformato sotto la lente di un bellicismo europeo che sembra esser rinato dalle ceneri della distruzione a cui aveva condotto l’Europa nel Novecento.

Così la necessità di una autonoma deterrenza che renda l’Unione Europea una potenza politica, economica e militare di rango mondiale, viene soppiantata dalla frenesia del riarmo. E così, a tre mesi dalle prossime elezioni europee, sembra farsi sempre più stridente il contrasto fra l’Europa delle origini, nata per rendere non più possibile la guerra fra popoli europei, e l’enfasi sulla soluzione militare come unica risposta possibile al conflitto ucraino.

Rischiando in questo modo di compiere due grandi errori. Il primo è quello di mettere la diplomazia europea in un angolo, consegnando l’iniziativa diplomatica alla destra, estrema, americana, che, in caso di un non impossibile ritorno di Trump alla Casa Bianca, rafforzato anche dal Super Tuesday di ieri, non avrebbe particolari scrupoli a porre fine alla guerra attraverso un accordo sulle reciproche sfere di influenza fra Stati Uniti e Russia, che umilierebbe ancora una volta un’Europa incapace di uscire dal suo nanismo politico.

Ma l’aria neo-militarista che si respira fra certe élites dell’Europa attuale, in chiave storica rischia di riproporre l’inadeguatezza della politica, che fu tra le cause scatenanti della Prima Guerra Mondiale.

Allora una classe dirigente elitaria e impreparata a gestire politicamente l’ingresso in società delle masse popolari, cercò nella guerra (peraltro solo tardivamente percepita nelle sue reali dimensioni di guerra mondiale) le risposte che invece solo le riforme sociali avrebbero potuto dare. Adesso una classe dirigente, colta di sorpresa dal rapidissimo sviluppo di molte regioni del mondo e dalla contestuale nascita di un mondo multipolare, é tentata di cercare nella guerra una risposta che solo il riconoscimento degli altri protagonisti sulla scena globale (Russia compresa) può dare nel definire un nuovo ordine globale più giusto e inclusivo, con un rapporto più equilibrato fra Occidente e Resto del Mondo.

Va pure osservato come sia sempre più la Chiesa, intesa soprattutto come Gerarchia e diplomazia vaticana, piuttosto  che come laici impegnati in politica, a cercare di dare qualche chance alla diplomazia, un’operazione necessaria per superare quel clima di guerra che si sta sempre più impossessando delle narrazioni e degli animi, e che rischia, al di là delle buone intenzioni, di tranciare i residui fili diplomatici che ancora frenano una possibile escalation.

Una preoccupazione che credo necessiti di trovare anche una qualche forma di rappresentazione nel dibattito politico soprattutto al centro, anche per non lasciare il complesso tema della transizione geopolitica ai populisti, ma per arricchire il dibattito politico con argomenti seri che lo aiutino ad allargare i propri orizzonti.

Effetto Covid, il tuffo involontario nella nebbia cognitiva.

Una ricerca pubblicata sul “New England Journal” ha avvalorato alcune evidenze cliniche postume riscontrate in chi è stato affetto una o più volte da Covid 19: oltre all’insonnia, la depressione, la sofferenza cardiaca, i disturbi alimentari e intestinali, questa pubblicazione si è soffermata su una sensazione diffusamente percepita e fatta oggetto di approfondimenti anche in termini comparativi tra soggetti che ne manifestano i sintomi. Mi riferisco al cosiddetto “brain fog” – in italiano “nebbia cognitiva” — i cui epifenomeni sono in prevalenza stati confusivi, perdita di memoria, disturbi di concentrazione, disorientamento, difficoltà e fatica a connettere discorsi o azioni, anche recentissimi, della vita quotidiana.

Per chi è no-vax o negazionista preconcetto si tratta di fantasticherie e suggestioni: la ricerca inglese ha testato un campione di circa 113 mila pazienti, scandagliando nel prima e nel dopo Covid e riscontrando addirittura una ‘diminutio’ cognitiva fino a 6 punti nel quoziente di intelligenza, che diventano addirittura 9 nei pazienti ospedalizzati in terapia intensiva.

Che il Sars-Cov2 fosse una brutta bestia lo abbiamo ampiamente e scientificamente riscontrato in questi quattro anni di emergenza pandemica: il Coronavirus compare, scompare, ritorna sotto mentite spoglie poiché uno dei fenomeni più evidenti è dato dalla sua cangianza e dalle mutazioni genetiche, le cosiddette “varianti” che fanno tirare sospiri di sollievo, quando sono intercettate dai vaccini, e poi ritornano a terrorizzare con nuove e diversificate epidemie.

Vaccini e mascherine sono stati utili deterrenti ma la vita comunitaria, di lavoro e scolastica ha reso vani e praticamente nulli i distanziamenti. Chi ha preso sul serio la diffusione planetaria del Covid, il teorema delle varianti, le precauzioni igienico-sanitarie, non faticherà certo a riconoscere per veri i risultati di questa ricerca. Sullo sfondo restano insoluti i problemi dell’eziopatogenesi (ricordo una bonaria ma intensa discussione via whatsapp con Paolo Liguori sulla creazione del virus in laboratorio o la sua insorgenza nel mercato di Wuhan, dove si vedevano tagliare serpenti o vendere come commestibili animali di ogni specie).

L’aveva preconizzata David Quammen nel suo Spillover e gli avevano dato del visionario. E l’aveva rimarcata Edward Osborne Wilson mettendo il dito sulla piaga della sostenibilità ambientale e l’esplosione demografica: la lotta ormai è tra l’uomo (che consuma e devasta) e la natura (che resiste e si ribella). Di fatto, da quando il Coronavirus ha invaso il mondo non siamo più quelli di prima. Ad esempio – ma è un dato empirico che va preso come suggestione – trovo che chi lo ha contratto, ed aveva gravi malattie, ha subìto un’accelerazione verso la morte.

Bisogna ammettere che il Covid ci ha cambiati ed è una spada di Damocle sulla testa dei malati fragili e immunodepressi. Solo questo Governo ha fatto lo gnorri distinguendo tra lavoratori privati e pubblici: ai primi il rinnovo delle tutele, ai secondi un Decreto riparatore mai applicato, ad esempio nella scuola: un ambientino niente male per favorire i contagi. Ma anche questa forse è una manifestazione di nebbia cognitiva. Va dato però atto al Presidente Meloni di aver disdettato il Memorandum della Via della Seta, altrimenti sarebbe stata un’autostrada aperta all’importazione di tutte le varianti virali possibili. Oddio, la globalizzazione ci sovraespone, ma almeno quel transito ora è chiuso.

Se dunque avvertiamo una certa confusione nei nostri pensieri, se perdiamo la memoria dell’ieri, se dormiamo poco e male, se manifestiamo disturbi di comprensione, se confondiamo la destra con la sinistra (la mano, non la politica) possiamo considerarci vittime della nebbia cognitiva, eredità del Covid.

Dicono che duri un paio di anni. Consoliamoci, l’ottusità dei mentecatti può durare tutta la vita. E pare non ci siano vaccini.

Liberté? Per i vescovi la difesa della vita non è un’ideologia

“Proprio nell’epoca dei diritti umani universali, non può esserci un ‘diritto’ a sopprimere una vita umana”. La Pontificia Accademia per la Vita (PAV) sostiene attraverso una nota la posizione della Conferenza Episcopale francese che si è pronunciata in merito alla proposta di inserire nella Costituzione la garanzia della libertà per le donne di ricorrere all’aborto, approvata oggi pomeriggio, 4 marzo, in grande maggioranza dal Congresso riunito a Versailles.

La proposta era stata approvata dal Senato in prima lettura e senza modifiche (267 i voti a favore, 50 contro) lo scorso 29 febbraio. Per l’approvazione definitiva necessitava il voto di tre quinti dei parlamentari che si sono riuniti in seduta plenaria nel Congresso. Questa sera 780 deputati e senatori hanno approvato l’inserimento nell’articolo 34 del testo fondamentale della frase: “La legge determina le condizioni in cui si esercita la liberta’ garantita alla donna di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza”. Solo 72 deputati hanno votato contro.

 

Paglia: tutti insieme dobbiamo tutelare ogni vita

Interpellato dai media vaticani, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Vincenzo Paglia ribadisce la vicinanza “ai vescovi francesi che dichiarano la loro tristezza”. “Io – afferma – credo che non sia questo il metodo o queste le parole con le quali possiamo tutelare e difendere le donne e i loro bambini. Davanti a vite segnate da dolori e fatiche, dobbiamo lavorare tutti insieme perché la vita sia sempre custodita e preservata, la vita di tutti, particolarmente quella dei più deboli”. “È in questo senso – aggiunge l’arcivescovo – che la Pontificia Accademia per la Vita – continua a sostenere l’impegno di tutti perché sia tutelata in ogni tempo, momento e situazione. In questo la vicinanza ai vescovi francesi mi sembra doverosa”.

 

Tutela della vita, primo obiettivo dell’umanità

Nel pomeriggio di oggi (ieri per chi legge, ndr) la stessa Accademia per la Vita  – organismo a cui spetta il “compito di studiare, informare e formare circa i principali problemi di biomedicina e di diritto, relativi alla promozione e alla difesa della vita” – si diceva vicino ai vescovi che in un comunicato diffuso nei giorni scorsi ribadivano che “l’aborto, che rimane un attentato alla vita fin dall’inizio, non può essere visto esclusivamente nella prospettiva dei diritti delle donne”, rammaricandosi per il fatto “che il dibattito avviato non abbia menzionato le misure di sostegno per coloro che vorrebbero tenere il proprio figlio”.

L’Accademia pontificia nella sua dichiarazione rimarca il sostegno all’episcopato della Francia e “si rivolge a tutti i governi e a tutte le tradizioni religiose” perché diano il meglio, “affinché in questa fase della storia, la tutela della vita diventi una priorità assoluta, con passi concreti a favore della pace e della giustizia sociale, con misure effettive per un universale accesso alle risorse, all’educazione, alla salute”. “Le particolari situazioni di vita e i contesti difficili e drammatici del nostro tempo, vanno affrontate con gli strumenti di una civiltà giuridica che guarda prima di tutto alla tutela dei più deboli e vulnerabili”, sostiene la PAV, aggiungendo che “la tutela della vita umana è il primo obiettivo dell’umanità e può svilupparsi soltanto in un mondo privo di conflitti e lacerazioni, con una scienza, una tecnologia, un’industria a servizio della persona umana e della fraternità”.

 

No ideologia, ma realtà che coinvolge tutti

Nella nota, la Pontificia Accademia per la Vita rimarca, poi, che per la Chiesa cattolica, “la difesa della vita non è un’ideologia”, come ha sottolineato Papa Francesco all’udienza generale del 25 marzo 2020, ma “una realtà umana che coinvolge tutti i cristiani, proprio perché cristiani e perché umani” e che “si tratta di agire sul piano culturale ed educativo per trasmettere alle generazioni future l’attitudine alla solidarietà, alla cura, all’accoglienza”, nella consapevolezza “che la cultura della vita non è patrimonio esclusivo dei cristiani, ma appartiene a tutti coloro che, adoperandosi per la costruzione di relazioni fraterne, riconoscono il valore proprio di ogni persona, anche quando è fragile e sofferente”.