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Il clown entra nel Palazzo e lo riduce a circo

Sandy Millar

Se un clown si trasferisce in un palazzo, non diventa il Re, è il palazzo che diventa un circo. Antico proverbio turco. Questo proverbio attribuito alla saggezza popolare dei turchi di Costantinopoli che di Re ne avevano visti passare molti e forse anche qualche clown, ci conduce per mano a riflettere sulla gestualità del corpo con la quale noi italiani da sempre accompagniamo le parole. E non ci aiuta l’IA che con le emoticon e i gif ha codificato le emozioni dandoci molte scelte, togliendoci dall’imbarazzo di essere gli unici a rendere pubbliche le proprie emozioni e smarcandone anche il significato interiore. Quando il tempo lo passiamo a testa china sullo smartphone a compulsare sui tasti “faccine/emoticons”, il nostro strumento di comunicazione è cambiato; chiunque può fare l’esercizio al contrario è provare a descrivere con le parole l’emozione rappresentata da una faccina e sperimenterà la difficoltà di trovare nel suo vocabolario le parole perché non le usa da tempo preferendo le immagini. 

I nostri costumi sono cambiati di molto e in fretta senza che noi stessi ne avessimo il controllo, così ora non sappiamo più bene se le emozioni siano veramente le nostre o se le emozioni già vivono senza di noi. Persa la bussola di come ci si comporta in pubblico, dove era chiaro fino a qualche decennio fa che il privato era casa tua e il pubblico era quello fuori di casa tua, tutto è diventato pubblico e il privato è scomparso. Quindi ci comportiamo conoscendo un solo luogo quello pubblico, fisico e virtuale, poco cambia, e l’educazione e la disciplina sono inutili orpelli. 

E il Palazzo, specchio della Nazione, si è adeguato da tempo. Non che nel tempo non si sia mai gesticolato per qualche tiro mancino, oppure qualche ironica frase ad effetto o uno sberleffo, ma al di là delle occasioni pubbliche delle assemblee rappresentative dove il lazzo era ammesso da tempo, nelle Istituzioni vigeva un certo rigore nella forma pubblica perché era ammesso il sorriso ma non la risata sguaiata ed eccessiva, vietato gesticolare o fare versi gutturali o gridolini, o movimenti del corpo di accompagnamento alle frasi dell’interlocutore. Galateo istituzionale è chiamato, ma è una vuota definizione se non è accompagnata dalla disciplina nell’esercizio del ruolo e nello svolgimento delle funzioni che nessuno ti insegna ma che trovi nell’ esempio degli altri. 

E questo ci riporta al proverbio turco. Il clown figura principe della parodia, erede di quel giullare medievale intrattenitore di Corte, è colui che ti fa ridere con il suo comportamento grottesco, con la mancanza di modi e maniere (da cui lo scandinavo clown per indicare il rozzo campagnolo), che dal surreale trae la sua arte comica. Se costui entra in un palazzo non ne diventa il Re. Ma se il palazzo è già pieno di clown? E già! Il costume è cambiato dai tempi dei turchi di Costantinopoli, i quali avevano una loro etichetta di Corte, che dobbiamo supporre rigida, per cui il palazzo era il Palazzo del Re, centro di governo e di autorità della Nazione turca. Ma noi da tempo ormai assistiamo ad un costume diverso dove lazzi, schiamazzi, grida e gesticolazione sfrenata, sono diventati tanto comuni che ne siamo indifferenti. L’indifferenza al Palazzo ci ha portato alla non-indignazione quando il costume diventa ridicolo, clownesco, perché ormai ci sono sconosciuti anche i più semplici strumenti della riprovazione. 

Assistiamo annoiati all’ennesimo esempio di clownesca gestualità e la archiviamo come nota caratteriale personale, qualunque sia la persona che occupa la carica istituzionale. Siamo dunque  colpevoli, se vogliamo darci una colpa , della nostra indifferenza annoiata e superficiale, poiché non abbiamo colto il fondo della questione: se le Istituzioni ci rappresentano tutti, quelli che ridono e quelli che non ridono, allora esse non dovrebbero essere colpite dalla malia del clown per cui di ogni cosa si può fare scherno, se invece riteniamo che Palazzo non è il Palazzo ma è solo un edificio, allora chiunque lo abiti ha licenza di modi clowneschi, e a noi se ci va di ridere riflettendo se ci piace il circo o se ci convenga rapidamente uscire all’aperto fuori dal tendone.

Cambio di paradigma: tutto è politica? No, tutto è consenso.

 

Profluvi di inviti a ‘non politicizzare’ ci sommergono in continuazione. Non politicizzare il caso Salis (Tajani, Matone, Donzelli & Co), non politicizzare l’Ucraina (Salvini), non politicizzare il dramma umanitario di Gaza, non politicizzare gli scontri tra studenti e polizia (Piantedosi), non politicizzare i suicidi nelle carceri, non politicizzare i naufragi dei barconi, non politicizzare la scuola, il lavoro, gli scioperi, la Chiesa, l’ambiente: insomma…tutto.

Qual è il messaggio che passa? Che la politica è una tossina, che va fuggita come una pestilenza, che se entra in gioco complica e allontana le soluzioni, e via di questo passo. Si è affermato il pensiero di Reagan il giorno del suo insediamento: “Lo stato non è la soluzione dei problemi, lo stato è il problema” (dopo venti anni l’opposto di John Kennedy).

La politica era ‘senso’ ma le funzioni hanno divorziato dal senso. Che bisogno abbiamo di complicarci la vita con la politica – e con quell’altra madre di tutte le rottamazioni, che commmina l’ergastolo sociale a chiunque gli sfugga la parola ‘ideologia’ (non ideologizzare ecc ecc) – se l’assistenza funzionalista di scienza e tecnica ci garantisce tutto e soprattutto subito? È l’im-mediatezza che scaccia ogni mediazione. Ma la politica cos’è, se non ‘mediazione’? Gestione di un’altra parola anch’essa scandalosa: interesse. ‘Inter-esse’, ovvero ciò che sta nel mezzo, prender parte alle cose di qualcuno e di lui con gli altri.

‘Non politicizziamo, per favore’ è negare che il trascinamento in catene mani e piedi di uno in un tribunale (di una democrazia europea) abbia una valenza politica, e che quindi debba avere una lettura e comprensione ‘politica’. È dire pertanto che se ci si risparmia una riprovazione, che per sua natura è lettura etica, sociale, culturale – ergo ‘politica’ -, si farebbe il bene dell’interessato. Sdegnarsi sarà nobile, ci dice il tecno-nichilismo, ma non è funzionale. 

Così si impara che i significati non significano più nulla, anzi sono un inciampo. Ai significati dell’espansione nazista ci penseremo dopo, intanto nel ’38 a Monaco si firma.

Così, con il differimento ad altro momento del ‘senso’, arriva il tempo in cui non si è più a tempo. Disdegnare, anzi non ammettere o espellere ogni interpretazione ‘politica’ delle cose, manda in esilio la politica dalla realtà. La quale viene spogliata di ogni senso, e valutata solo sotto l’unica dittatura che oggi ha in mano il mondo, la dittatura dei risultati.

Rendere inviso l”essere politico’ ai cittadini, e per di più agìto addirittura da uomini delle istituzioni, che al contrario dovrebbero farsi partigiani di una rianimazione della partecipazione politica (ad associazioni, enti, sindacati, partiti, pubbliche amministrazioni…una partecipazione alla proprie idee), non può che provocare, dopo l’assenza in tutti i primi quattro anni, lo star fuori della gente anche il quinto anno, quello del voto. 

Perché votare una ‘mediazione politica’ quando l’esperto di cui ho bisogno sembra far proprio al mio caso, disintermediandomi e liberandomi da  ogni perditempo e da ogni costrizione ad una riflessività più profonda (ma più soddisfacente)?

Abbiamo vissuto la riscoperta collettiva, e che per un po’ fu pure felice, della politica del ’68, quando vigeva lo slogan: ‘tutto è politica’. Esattamente il contrario di oggi.  La lettura della guerra del Vietnam fu eminentemente ‘politica’, quella delle guerre di oggi esclusivamente militare (= funzionale). Come qualcuno ha osservato, si è passati da ‘tutto è politica’ a ‘tutto è consenso’. E ancora ci si logora con le domande sul ‘misterioso’ successo dei populisti?

Dallo scudo crociato allo scudo in croce

Ci si perdoni la metafora! Certi accadimenti talvolta sono talmente crudeli che ci costringono a qualche libertà che, in questa coincidenza con il calendario liturgico, può suonare blasfema. La notizia che in queste ore sta passando da una redazione all’altra è di quelle che ti fanno impallidire per lo shock traumatico che ha con sé. Viene dato per certo l’accordo tra M.atteo Renzi ed Emma Bonino. Già questa non ci pare una notizia così da poco, stante le non poche differenze di visione che qualifica il leader di Iv e i Radicali.

Quello che appare ancora più sconvolgente è il fatto che in questo cartello elettorale ci si sia infilato anche Cuffaro (così sembra), portando in dote il partito che egli oggi rappresenta, ossia la Dc. L’intesa sembra trovare qualche veto, proprio sullo scudo crociato (paradossalmente è di un 5 stelle, o ex tale, mentre sarebbe dovuto essere il contrario) ma alla fine l’istinto di sopravvivenza di ciascuno di essi farà ragionare tutti i capi cordata.

Inizialmente la mia reazione è stata di mettermi in guardia, tentando di convincermi che sono solo prove di illusionismo elettorale, alla maniera del famoso prestigiatore, David Copperfield. A pensarci meglio, non so ancora se ringraziare o biasimare Totò Cuffaro per l’opera magistrale (?), da moderno de Talleyrand, che sta cercando di portare in porto. Chissà! Forse ci sono le premesse per costruire un centro, con una nuova classe dirigente – anche se al momento non si vede traccia che dei soliti noti – che ci liberi, tra le altre, dal familismo meloniano?

Ciò attenua il dubbio, convincendomi, che la colpa dell’incapacità di saper cogliere il nuovo non è, in questo caso, che mia. Non tutti abbiamo l’avvedutezza di saper intravedere nel politico di turno, tutta la generosità intrinseca di chi agisce sempre, così ce la raccontano, soprattutto nei regimi totalitari, a beneficio del Popolo: come avvenuto, dagli anni venti del secolo scorso, a destra, come a sinistra, ma anche in tutti gli ambiti dove c’è o c’è stata una comunità organizzata.

Così l’autocritica può portarci sulle sponde del pensiero unico, soprattutto quando fa diventare il dissenso una zavorra, anche per te stesso, perché ti fa sentire solo. Un’insidia, non solo semantica, che le democrazie hanno sempre più dietro l’angolo.  Quello che, allora, più proficuamente conviene fare non è altro che mettersi, come al solito, in silenzio, e lasciare fare a chi comanda. È un monito che si ripete sempre più spesso, anche in talune nostre istituzioni. Quando si guida, non si disturba mai il conductor. Oh! Scusate, il conducente!

 

Avendo scarse notizie dal quartier generale del partito, l’ho raccontata, stamane, in un mix di tristezza e stupore, ad una mia cara amica, Amarilli. Lei, con la dolcezza e la saggezza di sempre, ha colto subito la quintessenza di questa strana apparente ibridazione. Appassionata delle teorie di Karl Popper, non poco le sono valsi, per discernere, gli strumenti di indagine gnoseologica che portarono Immanuel Kant a cogliere il dualismo tra fenomeno e noumeno.

“Caro Luigi”, mi ha detto, “ ti assicuro che portare dalle secche di una palude, da tempo desertizzata, alle fulgide e vitali acque di una fonte rigeneratrice, quale è questa innovativa idea di centro, non più sclerotizzato in una visione statica e datata della politica, ma movimentista, pluri identitario, e prevedibilmente balcanizzato, per l’immaginabile dialettica forte che di incrocerà tra i blasonati comprimari (che certamente non farebbe gioire N. Bobbio e la sua idea di dissenso come sale delle democrazie), non è impresa da poco.

Lanciarsi in un’ammucchiata, senza le potenzialità sceniche dell’armata Brancaleone, che tuttavia non mancherà di galvanizzare un elettorato sempre più attratto dai colpi di scena, è opera che può manipolare solo una mente machiavellica.

Ma questa è, vuoi o non vuoi, la nuova frontiera della politica! Mentre programmi e progetti di lungo periodo divengono inezie. Quale altra migliore occasione per poter finalmente ridare – senza necessità di ricorrere ad alcuna trasfigurazione plastica – linfa e vitalità ad un partito, orgoglioso, a questo punto, di essere espressione di una visione nuova (non a caso i media hanno ribattezzato il partito come Nuova DC).

Una visione improntata alla libertà, come laissez faire, al liberismo sfrenato, ad una idea di laicismo, non tenero con principi non negoziabili, come la tutela della vita sin dal suo concepimento e della famiglia, alla più sconfinata estensione dei diritti civili, anche a costo di un individualismo senza confini, compresa la liberalizzazione delle droghe e dell’eutanasia, a tutto danno di una visione solidaristica? Non ti pare un’impresa da guinness? Cosa vuoi di più? Ci vuole coraggio e visione pirandelliana! E poi oggi tutto è in transizione! Vuoi mettere che anche la DC non lo sia? Suvvia, non essere ingenuo!”.

La risposta non mi ha fatto trattenere dal chiedere, sempre con la medesima ingenuità: “Ma come possono andare a braccetto, la dottrina sociale della Chiesa, i canoni dell’Umanesimo solidale e la tutela della vita, della famiglia, un pacifismo operoso, un Europeismo solidale ed accogliente, insomma un bagaglio culturale che affonda le radici nel patrimonio e nell’esperienza politica della Democrazia cristiana con la visione ed il progetto politico non solo di Renzi che non si è mai fatto scrupoli nel caratterizzare il suo percorso politico intriso di giravolte e funambolismi tra un versante e l’altro dell’arco politico parlamentare, oltre ad industriarsi in consulenze formative tese, a suo dire, a promuovere un “Rinascimento culturale” nel regno saudita, dove i canoni che caratterizzano le democrazie e i diritti umani, si possono leggere solo di nascosto – ma ancor più con la visione ultra liberista e paladina dell’individualismo sfrenato, comprese le campagne di liberalizzazione delle droghe e dell’eutanasia dei radicali?”.

E Amarilli, a suo modo, olimpicamente mi ha risposto: “È entusiasmante questo avvicendarsi frenetico delle notizie, tanto imprevedibili quanto provvidenziali, perché accreditano un partito – che farà ricredere quanti osano sostenere che non c’è – mentre come vedi è vivo e vegeto in tutta la sua identità, dall’esito del XX Congresso, quando si decretò, nel solco di quella visione gattopardesca (che ebbe la sua massima ribalta proprio nei rutilanti luccichii dell’aristocrazia siciliana) – ma qui alla rovescia – di affidarsi al disegno ingannevole della continuità, ossia non cambiare natura ed identità, per cambiare tutto, linfa e anima.

Così non si può dire che non ci sia in questa Dc qualcuno che, nella sua mirabile visione movimentista, non si preoccupi realmente del concreto futuro di tutti noi, affinché non si resti preda dell’agnosticismo, così che anche la crescente mestizia sociale ci appaia meno contagiosa.

Visto che in questo mondo, oramai, non succede più niente di davvero interessante, e nessuno sembra accorgersi, tranne gli angosciosi appelli, quotidiani, di Papa Francesco, degli spezzoni di guerra di un nuovo minaccioso conflitto mondiale che, in un crescendo di crudeltà, su un teatro sempre più ampio, sta impazzando tra il fianco est dell’Europa ed il Medio oriente”.

Mentre mi chiedevo a quale futuro alludesse la mia amica, se delle comunità territoriali o di lobby sempre più influenti, Amarilli aggiungeva inopinatamente: “Quello che finora abbiamo visto, nel processo di tessitura negoziale con i leader suddetti, non ha mai prodotto grandi risultati (Terzo polo, Renzi, Calenda, Popolari) restando solo funzionali a propaganda e lotta politica, così da accentuarne la radicalizzazione nel nostro paese (qualcuno si industria a chiamarlo Nazione: il concetto è lo stesso, non così le sfumature semantiche, anche per qualche residuo nostalgico del secolo breve)”.

Sbigottito nel mio tormento le rispondo con tutta franchezza: “Cara Amarilli, non è che forse c’è un po’ di invidia in queste nostre critiche?”. E lei lapidariamente: “Dante colloca gli invidiosi nel secondo girone dell’Inferno, obbligati nell’eterna cucitura delle palpebre a muoversi a tentoni, tanto in vita si stava a guardare sempre cose e vicende degli altri”.

Non è una bella prospettiva!

Non so se in questo momento così frenetico Totò Cuffaro trovi un ritaglio di tempo per recapitarci, anche un piccolo brandello di risposta, giusto per spiegarci qual è l’idea comune di Europa che dovrà innervare il velleitario progetto, allo stato delle cose, degli Stati Uniti d’Europa e rassicurarci che noi lo facciamo soprattutto per carità cristiana. Così non si dica che solo Tabacci sa essere accogliente e prodigo di generosità in tempi di elezioni! Diciamo apertamente, allora, che vogliamo aiutare Renzi e la Bonino a raggiungere il quorum del 4%, e non fargli le scarpe?

E se il risultato, come tra le righe prevede Amarilli, dovesse risultare oltre le attese fino a soverchiare i loro candidati? Ce ne faremo, ciascuno per la propria parte, una ragione. E metteremo pure nel conto un prevedibile rimbrotto con cui potrebbero rinfacciare al segretario il fatto di non aver detto di avere una portaerei travestita da barchetta.

Sarà vera la previsione di Amarilli? Aspettiamo per conferma un cenno, anche laconico da parte del segretario. Persino Giulio Cesare trovò il tempo, durante una delle tante campagne militari, per annunciare, nel 47 a.C. con il suo:”Veni, vidi, vici” la vittoria su Farnace, re del Ponto. Ci aiuterebbe anche, in attesa di notizie più radiose, a ricusare, senza remore, il tortuoso opinamento ed accogliere con più rilassatezza le sagge considerazioni della sapiente e lungimirante Amarilli.

Mentre restiamo in attesa degli ultimi, più aggiornati, report, notiamo sul finire di questo conciliabolo un anziano signore scrutare, palmo a palmo, con una lanterna in mano, alla maniera di Diogene, l’ambiente circostante. Ci viene naturale chiedergli cosa stesse cercando. “Cerco la DC, ma quella vera! Sapete dove posso trovarla?”. Restiamo di stucco, ma ci imponiamo di mantenerci vaghi: “Noi non l’abbiamo più vista!”.

La Voce del Popolo | Al centro con una posizione europeista

Forse è arrivato il momento in cui Bonino, Calenda e Renzi (ordine rigorosamente alfabetico) dovrebbero seppellire le loro grandi, piccole e piccolissime differenze per cercare di mettere insieme una lista comune per le elezioni europee. Obiettivo: unire le forze che temono lo scivolamento dei due maggiori schieramenti verso derive che possono lasciare qualche dubbio sul posizionamento internazionale del nostro paese. 

Non si vogliono seminare sospetti troppo maliziosi e neppure allarmi troppo esagerati. Ma non c’è dubbio che Salvini a destra e Conte a sinistra coltivano al riguardo idee tutte loro. Il primo tifando apertamente per l’antieuropeismo e per la Russia di Putin. Il secondo rompendo le righe sulla solidarietà verso l’Ucraina e nascondendo a malapena la sua preferenza per Trump. 

Si dirà che non è questa l’idea né della Schlein né della Meloni. Le quali però si guardano bene dal rischio (e dal dovere) di sconfessare i loro stessi alleati. Ora, il valore del centro di questi tempi non è tanto quello della sua buona educazione. Semmai deve essere quello della sua posizione atlantista e soprattutto europeista. E per quanti difetti si possano attribuire loro, tutti e tre hanno il merito di aver sempre coltivato a questo riguardo una coerenza adamantina. 

Dunque, non dovrebbe essere così difficile venire a capo delle loro dispute e offrire un punto di riferimento comune a quella larga parte del paese che vorrebbe essere rassicurata sul punto più cruciale dell’agenda politica. E cioè la nostra collocazione nel solco delle alleanze geopolitiche di sempre. Il resto, tutto il resto, conta assai meno.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 28 marzo 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Alla domanda di centro non si risponde moltiplicando le liste

Se abbiamo ben capito, Emma Bonino ha posto alcuni paletti per far decollare la cosiddetta ”lista di scopo” in vista del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo. E le tre condizioni sono molto semplici ma nette. E cioè, la lista di scopo non è nè un progetto politico, nè una federazione e nè, tantomeno, una prospettiva a medio/lungo termine. Il tutto finisce il 9 giugno sera. Contati gli eurodeputati europei ognuno torna a casa sua. Cioè nel suo campo politico tradizionale. Punto. In secondo luogo la lista di scopo non c’entra nulla con la ricostruzione del progetto politico del Centro a livello nazionale. È solo un escamotage per superare lo sbarramento del 4%. In ultimo, c’è una sorta di simpatico veto su eventuali candidati ex democristiani nelle liste.

Ecco perchè, e soprattutto dopo questo accordo tecnico/elettorale, se dovessimo fare un rapido censimento per capire quante sono le aggregazioni o i partiti centristi in vista del voto dell’8-9 giugno, ne contiamo sostanzialmente tre.

Innanzitutto Forza Italia che, sotto la guida di Antonio Tajani, ha assunto un ruolo politico e programmatico di tutto rispetto riscuotendo maggiori consensi, e soprattutto stima e rispetto, nell’area moderata e riformista italiana. Una lista che, almeno stando ai sondaggi, si dovrebbe avvicinare alla doppia cifra. Vedremo, ma è indubbio che il ‘nuovo corso’ di Forza Italia, e paradossalmente dopo la pesante e storica leadership di Berlusconi, ha segnato un significativo ‘valore aggiunto’ sul versante politico e dell’immagine complessiva del partito.

A seguire, come già ricordato all’inizio, la ‘lista di scopo’ tra il partito di Renzi, Italia Viva, i radicali dell’intramontabile Emma Bonino e qualche altro cespuglio. Con veti e pregiudiziali continui e ripetuti – come sentenziano ad ogni ora i vari referenti radicali – nei confronti di tutti quegli esponenti centristi o ex democristiani o popolari che non sono graditi in questa neo formazione. È di tutta evidenza che si tratta di una operazione elettorale, del tutto scontata e legittima, che punta solo ed esclusivamente a superare lo sbarramento del 4% ma che non coltiva nessuna ambizione politica futura.

In ultimo, almeno così pare sino ad oggi, la presenza autonoma di Azione, il partito di Carlo Calenda. Se non capitano ribaltamenti dell’ultima ora, sempre possibili nella politica fluida e liquida italiana, Azione andrà per conto suo con la sua ricetta politica, programmatica ed organizzativa sfidando con un pizzico di terrore sino alla fine della campagna elettorale la tagliola del 4%.

Ora, e di fronte a questa concreta situazione, è abbastanza facile arrivare alla conclusione che il peso elettorale delle tre liste sarà l’elemento decisivo ed essenziale per cercare di costruire – o ricomporre – il Centro politico, riformista e plurale nel nostro paese dopo il voto europeo. È altrettanto evidente che non può essere un Centro diviso, frammentato e polverizzato l’orizzonte entro il quale si costruisce, si rafforza e si consolida un progetto centrista, riformista e di governo.

Al contrario, questa rischia di essere la premessa per la sua dissoluzione o, meglio ancora, il non decollo. Eppure la domanda di Centro esiste e lo confermano quotidianamente i vari sondaggsiti. Ma per tradursi in una vera e credibile offerta politica è altrettanto evidente che si dovranno superare definitivamente ed irreversibilmente i personalismi, i veti, i rancori e le pregiudiziali – ovviamente di carattere personale e non affatto politiche o programmatiche – che nel tempo si sono infiltrati ed ossificati nella galassia centrista del nostro paese.

Infine, forse è ancora bene sottolineare che nel processo di ricomposizione della vasta e plurale area centrista sarà sempre più necessario ed indispensabile garantire la piena cittadinanza di quelle culture che storicamente hanno saputo costruire e rafforzare una ‘politica di centro’ e, al contempo, un progetto politico con un forte profilo centrista, riformista e di governo. Tra queste, la cultura del cattolicesimo popolare e sociale, senza la quale qualsiasi progetto centrista sarebbe destinato a sbattere contro gli scogli dell’improvvisazione, del pressappochismo e della superficialità.

Mons. Gallagher invita a guardare oltre la logica della guerra

Le due recenti interviste di monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, il ministro degli Esteri della Santa Sede, al Tg1 e alla rivista dei gesuiti americani, “America”, contribuiscono a orientare il dibattito internazionale in questa fase delicatissima. Tre in particolare sono i punti, della posizione del Vaticano, ribaditi dal presule inglese, con specifico riferimento alle due maggiori guerre in corso: quella russo-ucraina e quella israelo-palestinese. La situazione in cui siamo attualmente, è una situazione “lose-lose”, in cui tutti perdono. La guerra non risolve i problemi, li aggrava e poi, comunque vadano, “tutte le guerre finiscono con una qualche forma di negoziazione”. Il terzo punto è la consapevolezza che la transizione geopolitica in corso è in ogni caso irreversibile, non saranno le armi a fermarla, e dunque per monsignor Gallagher appare “inevitabile” che quando la guerra finirà “ci sarà un nuovo ordine mondiale” caratterizzato da “più gruppi alleati nel mondo “, non solo Est e Ovest.

Credo che questa visione degli attuali problemi internazionali ci aiuti a considerarli da un’altra prospettiva. E anche in Italia le due suddette interviste  possono costituire uno stimolo per tutti, compresi i cattolici impegnati in politica e nelle varie forze politiche di maggioranza e di opposizione, a coniugare la lealtà e la solidarietà dell’Italia con il sistema di alleanze in cui è inserita con la necessità nel dibattito culturale, politico e mediatico di non alimentare delle narrazioni che invece concorrono a fare andare le cose nel senso opposto a quello auspicato da tutti.

Fermo restando, dunque, il contributo del nostro Paese alla linea decisa di comune accordo dalla Nato e dalla Ue, va nel contempo tenuta in considerazione la prospettiva generale in cui gli eventi bellici si collocano. Si deve considerare che comunque la guerra in Europa, anche nel caso malaugurato che si dovesse ulteriormente inasprire ed estendere, non garantirà la continuazione dell’egemonia occidentale sul mondo, ma anzi otterrà, come sta già succedendo da un decennio, una clamorosa eteogenesi dei fini. La Russia, che dal 1997 al 2014 è stata addirittura membro del club dei maggiori Paesi occidentali, il G8, è stata progressivamente spinta a stringere legami più stretti con Cina, India e Sud del Mondo, a causa di interventi destabilizzanti operati in Ucraina da gruppi di interessi privati, al di là della stessa volontà del governo americano di fare scoppiare la polveriera ucraina. 

Ora si deve raffreddare la situazione, aggravata dalla brutale invasione dell’Ucraina da parte della Russia  nel 2022, e sarà molto più difficile rimettere insieme i cocci, tentando di tornare possibilmente alla situazione iniziale, di una Ucraina reintegrata di tutti i suoi territori e nel contempo neutrale, non nella sfera di influenza russa e neanche in quella americana e inserita in un nuovo ordine internazionale dove non uno solo, ma più sistemi di alleanze concorrono a definire la politica globale.

Se invece si insiste nella narrazione della guerra come unica via da continuare a percorrere, e non si danno nuove chance alla diplomazia, si rischia di produrre qualcosa che assomiglia al fratricida e annoso scontro franco-tedesco del secolo scorso. Mentre tra Otto e Novecento francesi e tedeschi si scannavano per l’egemonia in Europa, a vincere alla lunga furono il Regno Unito e gli Stati Uniti. Nello scenario multilaterale attuale anche la guerra russo-ucraina-europea può esse vista come una guerra fratricida. E mentre Europa e Russia si combattono, il resto del mondo, guidato da Cina, India, Brasile prende il sopravvento. 

Vi è per questo l’urgenza che anche l’Occidente (per l’esattezza ormai solo più alcuni ristretti circoli ancora arroccati a difesa dei loro privilegi derivanti dall’unilateralismo e capaci di tutto per non rinunciarvi) si convinca che occorre contribuire al passaggio da una situazione “lose-lose” provocata dalla guerra a un sistema improntato alla logica “win-win”, di comune vantaggio per tutti. Non farlo, e crogiolarsi in narrazioni autoreferenziali, che non reggono al di fuori dell’Occidente, come sta succedendo ad esempio per la narrazione sull’Isis, può solo contribuire ad accelerare il declino anziché giovare alla rinascita dell’Occidente in un mondo sempre più multicentrico.

Via crucis, Pilato lascia spazio al peccato che incombe.

Malgrado l’iniziale esitazione di Pilato, la sentenza fu di condanna. C’era da accontentare il potere dei sacerdoti e dare soddisfazione al popolo appositamente sobillato per chiedere la giustizia che a loro piaceva secondo le convenienze della tasca. 

La guerra sparge ovunque i mattoni deturpati dalle schegge delle bombe, palazzi collassati dalla paura di altri colpi definitivi a condurli a morte, un continuo via vai di sfollati, strade desolate, d senza più spina dorsale, spezzate dalla polvere da sparo che ne intossica la tenuta. Tutta intorno, più vasta delle nuvole, la fame che ammanta gli spazi, mordendo per prima la pancia dei bambini. È questa la grazia che invocano gli adulti venendone sempre esauditi. Se piangono per la fame, non hanno lacrime per gli spari che piovono da ogni parte, così difendendosi dalla paura.

È venerdì. Pilato si è fatto da parte lasciando spazio al peccato di cattiveria che incombe. Da allora sono passati oltre duemila anni ma il quadro è del tutto attuale. Si dà inizio alla flagellazione, diversa da quella che conosciamo. Si intuisce appena un barcollante scheletro della casa di Pilato, ad occhio umano non si vedono soldati né ombra di altri presenti. C’è un vuoto assoluto, anche l’aria si è fatta da parte. Solo Cristo a ricevere colpi a più non posso da una mano ed una frusta invisibile. Manca persino la colonna a cui legare il suo corpo. Lo scenografo divino ha deciso così.

C’è un silenzio che fa inorridire un dolore che geme per non riuscire a dare spettacolo, a digiuno di condivisioni con uomini e donne a fare contorno alla esecuzione. Non sa su chi abbattersi e come eccitare i cuori dei carnivori che adorano vedere il sangue schizzare dalla schiena del condannato.

Il dolore si sente solo; forse urla ma non ha chi possa sentirlo, si sgola all’impazzata almeno per far in modo che egli stesso sia uno spettatore a cui arrivare. La schiena di Cristo è il crocevia delle parole dette nei secoli da uomini contro che se le dicono di santa ragione, da un tempo senza tappe. Ogni sillaba è una frustata che approda con la presunzione di essere quella definitiva e chiudere la partita, dicendo agli altri della vittoria. Un istante dopo, la replica di altre lettere e altre scudisciate di quelli che non si arrendono ed hanno ancora da dire la loro.

Il corpo di Cristo è un alfabeto scomposto di urla lacerate, accumulate nei millenni, che non trattengono più l’ordine della grammatica. Un giorno le tonsille si riposeranno ma il figlio di Dio è ormai segnato per sempre. Anche a Lui è stata tolta di imperio la parola. Gli hanno lasciato dei rantoli incomprensibili che suonano alle orecchie dei violenti come di provocazione, dal suono di vendetta ed allora ancora giù botte e colpi fino allo sfinimento.

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Putin alza il tiro e punta all’Europa

Fonti vicine alla Casa Bianca, al Pentagono e al Dipartimento di Stato avanzano l’ipotesi che Putin, intensificando per numero e potenza di fuoco l’aggressione militare all’Ucraina, punti a giocare allo scoperto, avvalendosi di minacce e provocazioni: non più ‘operazione militare speciale’ ma dichiaratamente “guerra” vera e propria, estesa “oltre”, a cominciare dai Paesi Baltici, in primis l’Estonia. Come se il mondo che osservava cosa stava accadendo in questi due anni fosse stato composto da un’accozzaglia di minchioni disposti a credere al teorema della denazificazione e della riconquista delle sole regioni orientali dell’Ucraina. 

Non bastano le blasfeme benedizioni del Patriarca Kirill (ex KGB) a convincere il popolo russo sull’apertura delle porte del Paradiso per coloro che si immolano per la Patria. Aver perso più di 300 mila uomini sui campi di battaglia non ha indotto lo Zar a ripensamenti: la strategia era stata elaborata da tempo e puntava lontano. Le elezioni plebiscitarie-farsa al quinto mandato (inframmezzato dalla parentesi puramente formale del rincalzo Medvedev) con l’87% dei consensi, l’omicidio di Navalny e Prigozin e gli arresti di altri oppositori al regime stanno rinsaldando Vladimir Vladimirovic nel convincimento che nulla gli è precluso : un delirio di onnipotenza che va fermato senza permettergli di alzare l’asticella dei suoi ricatti. 

La violenza crescente con cui si sono intensificati i bombardamenti, il lancio ininterrotto di missili e droni non lascia spazio a possibili negoziati: ciò che chiede la comunità internazionale e ciò che il popolo stesso vorrebbe sono elusi dai progetti incendiari del Cremlino. Ormai l’asservimento dell’establishment interno è (apparentemente) totale e paradossalmente giova alla causa belligerante di Putin la strage terroristica alla Crocus City Hall di Mosca in cui hanno perso la vita almeno 139 persone mentre il numero dei feriti ha superato le 300 unità. 

La reazione dello Zar è apparsa calcolata e sequenziata: dopo il silenzio iniziale, l’ammissione che l’attacco terroristico è stato realizzato da un commando dell’ISIS, che peraltro ne ha rivendicato per due volte la paternità. Subito dopo la distinzione tra esecutori e mandanti del gesto criminoso in danno di innocenti cittadini, ha preso subito corpo la pista della matrice ucraina, con l’appoggio strategico degli USA e del Regno Unito (che simbolicamente, nell’immaginario collettivo rappresentano l’icona del mondo occidentale e della NATO). Dopo l’arresto sotto tortura dei 4 esecutori materiali della strage e di altri complici, la loro confessione non è bastata per identificare la fonte islamica dell’attacco. Dopo il discorso esplicito dello Zar sono intervenuti Nikolai Patrushev, segretario del consiglio di sicurezza, Alexsandr Bortnikov capo del servizio segreto FSB e Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino per chiudere il cerchio: “gli attentatori sono stati addestrati in Medio Oriente sotto la guida di Kyiv, tanto è vero che dopo la strage al Crocus Cyti Hall sono fuggiti – -sulla stessa auto con cui erano arrivati – in direzione dell’Ucraina”. 

Peccato che proprio il Presidente della Bielorussia e fedele alleato di Putin, Aljaksandr Lukasenko, abbia smentito questa via di fuga e di “reimpatrio” affermando che gli attentatori integralisti islamici fossero diretti a Minsk, proprio per evitare il controllo al confine ucraino, il più militarizzato e presidiato del territorio. Ma il teorema della matrice ucraina con il supporto di USA e G.Bretagna era stato studiato a tavolino per giocare il risiko dell’escalation e coinvolgere in un colpo solo Kyiv e l’Occidente. Intanto l’agenzia Bloomberg scrive che “secondo quattro fonti vicine al Cremlino non ci sono prove del coinvolgimento di Kyiv nell’attacco terroristico” mentre gossip anonimi di Mosca confermano che Putin stesso era presente quando i suoi funzionari politici erano giunti a questa conclusione. 

Ciò nonostante TV e stampa – a cominciare da Vladimir Solovev – hanno martellato l’opinione pubblica russa – “fresca di elezioni plebiscitarie” – con un crescendo accusatorio contro Kyiv e “l’Occidente intero”. Girano intanto dei filmati degli oppositori interni russi secondo cui agenti dell’FSB erano fisicamente presenti nel teatro per allontanarsene chiudendo le vie di fuga prima delle raffiche di mitra che hanno falcidiato gli spettatori. Il teorema del coinvolgimento, di più, della matrice ucraina dell’attentato consente tuttavia a Putin, appena riconfermato Presidente di calare le sue carte, barando come ha sempre fatto secondo un teorema criminale che non riconosce il diritto di autodeterminazione dei popoli, eliminando fisicamente l’ opposizione interna e giocando sporco quando afferma di essere sempre stato disposto al negoziato mentre la distruzione dell’Ucraina è stata un crescendo impressionante di attacchi di ogni tipo, da Bucha a Mariupol, da Kharkiv a Zaporizhzhia, da Odesa a Kyiv, diurni, notturni, senza un solo giorno di tregua. 

L’Ucraina è il chiodo fisso di Putin, già dal momento in cui è salito al potere per volere di Eltsin; con la sua invasione tuttavia si sta dipanando un piano più ambizioso che mira all’Europa, all’Occidente e allo scontro con la NATO. Le strategie di lungo periodo dello Zar sono ambiziose e giocano anche sul sostegno diretto o indiretto di Cina e India: il suo piano dovrebbe in teoria concludersi entro questo quinto mandato presidenziale. 

Nel frattempo l’Europa inizia forse a capacitarsi di un pericolo imminente che va oltre le forniture di gas e il commercio di grano, oltre le stesse sanzioni doverosamente implementate, giacché appare all’orizzonte la catastrofe di un possibile attacco ai Paesi Baltici e ai confini occidentali dell’Ucraina. Fa specie, per quanto ci riguarda una certa superficialità con cui l’Italia si prepara alle elezioni europee: il refrain è sempre lo stesso: candidature, capilista, alleanze, manuale Cencelli, dominio dei partiti che non tengono conto dei problemi della società civile che ad onor del vero – parliamo delle tasche e degli interessi dei cittadini – guarda con sospetto e indifferenza l’appuntamento elettorale. Proprio nel momento in cui si addensano all’orizzonte nubi fosche e tristi presagi e qualcuno comincia a pensare all’utilità di un esercito europeo e – in primis – ad una coesione e compattezza necessarie. Finora l’Europa ha lanciato a Putin segnali di diffidenza ma anche di intrinseca debolezza. Dai talk show dopo i TG italiani emerge ad esempio quanto il filoputinismo sia infiltrato, riuscendo a mistificare e falsare le informazioni, e quindi alimentando lo sconcerto.

PoliticaInsieme | La democrazia d’investitura costituisce una brutale semplificazione.

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Si è ripetuto in questi ultimi tempi che la proposta Meloni si porrebbe in un punto di mediazione tra eccessi del parlamentarismo e governabilità, ma essa risulta invece più estremista rispetto a quella del Presidenzialismo elettivo americano, perché ivi è rispettata rigorosamente la separazione dei poteri [Lo si vede attualmente, ogni giorno, dalla difficoltà che ha il Presidente Biden a far approvare dal Congresso – che alla Camera dei Rappresentanti ha una sia pur piccola maggioranza repubblicana – gli aiuti in armi all’Ucraina].

Infatti «il ddl. in esame si colloca al di fuori dei canoni ordinari che il costituzionalismo contemporaneo ha individuato come essenziali per la garanzia di democraticità del sistema e dei principi dello Stato di diritto» (ASTRID, Paper n. 93, Costituzione quale riforma? La proposta del Governo e la possibile alternativa, Passagli, ed. 2024).

Lo aveva espresso con icastica arguzia fiorentina il politologo prof. Sartori quando, scrivendo di Ingegneria costituzionale comparata, aveva sentenziato: «L’inserimento in un sistema parlamentare di un premier non rimuovibile eletto direttamente, è come mettere una pietra in un motore» [op. cit. VI ed. 2013, p. 131].

Detto ciò bastano adesso poche osservazioni sul tentativo della ultravolontaristica mediazione portata avanti da Libertà Eguale (Morando, Tonini e Ceccanti) e dalla Fondazione Magna Carta (Calderisi, Quagliariello e altri) che mira ad ottenere un testo condiviso, in quanto approvato dai 2/3 dei parlamentari, così da evitare il referendum costituzionale.

Su di esso, però, non tanto sul tentativo ma sulle premesse di queste avances, si è resa protagonista anche la ministra Casellati, che è andata al recente Seminario dove si discuteva sul da farsi, per ribadire che «dopo avere fatto tante concessioni all’altra parte [supposte concessioni dico io] resta però un punto ineludibile e non negoziabile, cioè l’elezione diretta del premier».

Ebbene se le cose stanno così, se il cuore della madre di tutte le riforme sta nell’elezione diretta della signora Meloni, allora il tavolo del negoziato non si apre neppure. Invece, se venisse rimossa questa pregiudiziale, si potrebbe intervenire a latere con poche modifiche mirate della Costituzione, che peraltro potrebbero essere veramente in numero minimo, anche perché gli elementi prevalenti sono senz’altro quelli di modifiche dell’assetto istituzionale con leggi ordinarie, a costituzione invariata.

Ma, insieme a ciò, si dovrebbe fare ben altro, mi riferisco a una profonda riscrittura della legge elettorale, vigente – il cosiddetto Rosatellum – così da eliminare tante storture presenti in questo momento: dalle liste bloccate alle pluricandidature. Penso all’opzione possibile per un maggioritario a doppio turno oppure per un proporzionale corretto, così da ottenere quanto è indispensabile per la governabilità, ma non di più, non eccessivamente su questo piano. A tale proposito sia la legge elettorale tedesca e la connessa sfiducia costruttiva, sia la legge elettorale spagnola potrebbero andare bene per il nostro caso.

Si tratterebbe poi di intervenire, finalmente, con una legge sui partiti politici, di attuazione dell’articolo 49 Costituzione, compresa la loro democratizzazione interna ed incluso il finanziamento pubblico, possibilmente contribuendo alle loro spese di funzionamento. Sarebbe un sostegno, neppure troppo indiretto, alla vita democratica.

Si potrebbe, anzi si dovrebbe intervenire e si deve intervenire sul bicameralismo perfetto e paritario, non nel modo incerto e confusionario del progetto Renzi, ma in altro e diverso e modo, tenuto conto anche di una necessaria rivitalizzazione delle autonomie regionali e locali e di una effettiva crescita dei principi di sussidiarietà e di solidarietà, ridando slancio anche al Terzo Settore e al protagonismo dei corpi sociali intermedi.

Si dovrebbe intervenire sui Regolamenti parlamentari, sullo statuto di garanzia per l’Opposizione, così come sulla disciplina dei decreti legge, maxi emendamenti e quant’altro. Ecco tutto questo si può fare con la legislazione ordinaria senza toccare la Costituzione e ricavando un beneficio di democraticità e di efficienza delle nostre istituzioni.

Da ultimo voglio terminare con due citazioni. La prima di Leopoldo Elia, nel testo prima citato, che dice così: «La nostra forma di governo può certo essere razionalizzata, ma non pervertita passando dalla delega ai vertici dei partiti, quale purtroppo c’è oggi, a quella illimitata ad un uomo o/a una donna soli; al contrario è necessario che la politica non sia sospesa, ma continui e perché con essa nessuno possa sottrarsi al principio di responsabilità» [Costituzione, una riforma sbagliata, cit., p. 367].

Da ultimo termino davvero con alcune riflessioni di una personalità importante, il cui nome vi dirò alla fine, e questo riguarda anche il punto toccato precedentemente del tentativo in corso di migliorare il testo e di addolcirlo in una seconda lettura. Ci ammonisce così questa autorità: «Alcuni esponenti della maggioranza parlamentare hanno affermato che il testo in via di approvazione verrà corretto o almeno migliorato, ma si tratta di un testo non migliorabile, che neppure si può correggere salvo una completa riscrittura estremamente difficile. I caratteri di fondo, il DNA, di questo testo sono identificabili in questi punti: un sistema di governo impraticabile, con forti rischi di paralisi istituzionale; un Primo ministro über alles; un significativo affievolimento del ruolo di arbitraggio del Presidente della Repubblica. Si tratta di caratteri che rendono il testo irrecuperabile, salvo a cancellare ogni cosa e a scriverlo daccapo, per intero.

Arrivo alla conclusione e che è questa: il testo così come oggi è, non è suscettibile di miglioramento. Si tratta di un testo il cui impianto è assolutamente da respingere. Va pertanto accolto il suggerimento di Leopoldo Elia volto a rappresentare alla pubblica opinione la gravità delle conseguenze di approvazione di questo testo. Non si tratta di un intento strumentale, perché realmente disastrosi sarebbero gli effetti di queste dissennate modifiche della Costituzione».

Adesso avrete la curiosità di sapere chi ha scritto parole così chiare e nette, tali da essere intitolate “Un testo dissennato e irrecuperabile”. L’autore che è stato da me fedelmente riportato si chiama Sergio Mattarella, (op. cit., pp. 213-215).

Concluderei dunque così: è opportuno – equum et salutare – restare nell’alveo della forma di governo parlamentare opportunamente razionalizzata e fondata sull’equilibrio tra i poteri, facendo tesoro delle migliori esperienze parlamentari dei Paesi europei, che non prevedono né l’elezione popolare né l’indicazione obbligatoria del Primo ministro.

 

Per saperne di più

https://www.politicainsieme.com/no-alla-democrazia-dinvestitura-di-enzo-balboni/

Dibattito | Il tentativo di Renzi di rifare il centro.

È condivisa l’idea che da soli e divisi non si va da nessuna parte, nel migliore dei casi, come è accaduto in questi anni, ci si riduce al ruolo di subalterni ininfluenti a destra o a sinistra. Il ruolo di esponenti dell’area ex Dc o popolari svolto in partiti di destra o di sinistra, come ben ci ammoniva Donat Cattin riferendosi ai cosiddetti “indipendenti di sinistra” (ma vale anche per quelli di destra), alla fine, è quella di coloro che si ridurranno a sperimentare come sia sempre “il cane che muove la coda”. 

Il tema della ripresa di un ruolo politico dei cattolici in Italia, già sottolineato dall’insegnamento degli ultimi papi, è stato recentemente evidenziato dai vescovi lombardi e non dovrebbe risultare estraneo nemmeno alle più alte gerarchie della Chiesa italiana. 

E l’altro tema, quello di un rinnovato soggetto politico che intenda assumere, nella totale autonomia e responsabilità laicale, l’ispirazione dall’umanesimo cristiano e dai principi della dottrina sociale cristiana, appare vieppiù cruciale; e cruciale se si vuole concorrere alla nascita di un centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità, attualmente condizionata da orientamenti di stampo radicale lontani dalla sua storica tradizione. Un centro ampio e plurale in cui possano ritrovarsi le migliori tradizioni repubblicane, unite dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione. 

Ciò, per quanto ci riguarda, presuppone la ricomposizione della nostra area politica, sociale e culturale, vittima della suicida diaspora post-democristiana, per troppo tempo alla mercè di divisioni dettate da egoistiche logiche personalistiche, tuttora in atto. Le elezioni europee, regolate da una legge di tipo proporzionale, avrebbero dovuto essere l’occasione speciale per superare le vecchie casematte e per dar vita a una lista unitaria dei Democratici cristiani e Popolari. 

In realtà non abbiamo avuto la determinazione di impegnarci nella raccolta delle firme e, adesso, per quella strada non ci sarebbe più tempo. Divisi sulle prospettive di appartenenza alle diverse famiglie politiche europee, come conseguenza più delle scelte compiute e che si intendono consolidare in campo nazionale, tutte foriere di ruoli subalterni come su indicato, ciascuna di queste diverse realtà si sono orientate verso liste di amici di destra o di sinistra.

Conseguenza di tutto questo, il rischio di incrementare le fratture e le difficoltà di ricomposizione. Avendo come obiettivo strategico la nascita del nuovo centro della politica italiana, noi Democratici cristiani e Popolari, impossibilitati a costruire una lista da soli, dovremmo cercare di concorrere alla costruzione di una lista compatibile con i nostri valori e tale da porsi come strumento di ulteriore aggregazione al centro. Se non ora,  successivamente. Non mancano tentativi in questa direzione, volti a organizzare una lista di area centrale di Democratici cristiani e Popolari con Matteo Renzi e il partito di Italia Viva, non solo per eleggere qualche deputato al parlamento europeo, ma, soprattutto, per avviare il progetto del nuovo centro politico che sarebbe quanto mai prezioso per l’Italia.

Un’iniziativa che dovrebbe essere favorita dalla più ampia realtà del mondo cattolico italiano, se non vogliamo disperdere quanto di positivo la cultura politica dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali hanno saputo esprimere nella lunga storia dell’unità nazionale, drammaticamente interrotta con l’uccisione di Aldo Moro, la fine della prima repubblica e la successiva diaspora democratico cristiana. Spero che possa prevalere il buon senso e la disponibilità di quanti, al di là degli interessi personali dei singoli, sapranno operare per favorire la riuscita di questo progetto.

Condizioni geopolitiche internazionali e le difficoltà istituzionali interne rappresentate dall’ormai permanente astensione elettorale e conseguente rottura dell’equilibro tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, con un perdurante patologico bipolarismo forzato da una legge elettorale da cambiare; ecco,  condizioni come queste, importanti e gravi, reclamano la nascita di un centro politico nuovo che con molti amici Democratici cristiani e Popolari andiamo invocando da tempo. Un progetto che non può più essere rinviato.

AsiaNews | Mosca nell’occhio del mirino dei terroristi dell’Isis-K.

Vladimir Rozanskij

 

La cellula dell’Isis legata all’Afghanistan, il Vilayat Khorasan noto come “Isis-K”, ha rivendicato da subito la paternità dell’assalto alla Krokus City Hall in periferia di Mosca con la strage di 137 persone e centinaia di feriti. E l’autenticità di queste dichiarazioni è supportata anche dai video girati dagli stessi terroristi, nonostante i tentativi di Putin e dei russi di indirizzare i sospetti sui “nazisti ucraini” che addestrerebbero i terroristi contro la Russia per conto degli americani e dell’intero Occidente.

L’Isis-K è apparso per la prima volta nel 2014, come gruppo fiancheggiatore dell’Isis in Iraq, e il nome “Khorasan” richiama una regione poi scomparsa che si estendeva sui territori di Afghanistan, Iran e altre zone dell’Asia centrale. I suoi aderenti agivano nelle zone settentrionali e orientali dell’Afghanistan, ma nel 2019 furono sopraffatti nei combattimenti sia contro i talebani, sia contro la coalizione occidentale ancora presente nel Paese. In un rapporto del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 2023 si parlava però di una crescita del movimento, che aveva superato i 6 mila miliziani, raccogliendo cittadini di Afghanistan, Azerbaigian, Iran, Russia, Turchia, Tagikistan e Uzbekistan.

Secondo l’analista di questioni militari, e ufficiale della polizia israeliana Sergej Migdal, l’attentato di Mosca è stato molto probabilmente organizzato dall’ala afghano-tagica dell’Isis-K. A suo parere, “la vergognosa ritirata degli americani del 2021 ha poi permesso al governo dei talebani di Kabul di mostrarsi come amici della Russia, e i suoi membri dalle lunghe barbe che passeggiano liberamente al Forum economico di San Pietroburgo, presto parteciperanno a concorsi musicali o sportivi insieme ai bielorussi e ai cinesi”. Il Khorasan in realtà reagirebbe a questa situazione, rimanendo storicamente avversario dei talebani, ritenuti “troppo morbidi” nel perseguire la vera purezza dell’Islam radicale.

L’Isis si mostra contrario anche al regime islamico iraniano, diventato a sua volta uno dei principali partner della Russia in Medio Oriente. Questo sarebbe il motivo dell’attentato compiuto a gennaio durante la cerimonia per l’anniversario dell’uccisione del generale Qasem Soleimani, dove oltre cento persone sono morte in seguito alle esplosioni provocate dal Vilayat Khorasan. “La Russia appoggia i talebani e gli iraniani perché sono contro l’America, non certo per amore delle pratiche islamiche – osserva Migdal – e l’Isis con la sua sezione afghana vede la Russia come principale sostegno ai suoi due peggiori nemici, i regimi di Kabul e Teheran”. Alcuni mesi fa ci fu anche un attentato proprio contro l’ambasciata russa in Afghanistan.

A soffrire particolarmente di questo intreccio di ostilità è poi proprio il Tagikistan, che vede molti suoi cittadini unirsi alle truppe afghane dell’Isis, vista l’impossibilità di esprimere posizioni islamiche radicali all’interno del Paese. Secondo il presidente Emomali Rakhmon, soltanto negli ultimi tre anni sono stati compiuti attentati in 10 Stati diversi con la partecipazione di 24 cittadini tagichi, che vengono spesso arruolati anche solo per soldi, sfruttando la vicinanza etnica e le tendenze religiose. Questo certo non giova alla reputazione di un Paese già considerato una delle peggiori dittature dell’Asia centrale, che deve subire anche lo smacco di essere associato al terrorismo e all’estremismo.

[…]

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Il-Vilayat-Khorasan-tra-Russia-e-Tagikistan-60426.html

Per una politica umana: la riscoperta del cattolicesimo democratico.

La comunità italiana è profondamente smarrita, meglio angosciata. Da una parte la guerra “parziale” in uno con un crescente clima di odio, dall’altra un profondo dualismo tra la “narrazione” economica dell’ultimo ventennio e la realtà vissuta da decine di milioni di italiani, ha creato un quadro di grave rottura del principio di rappresentanza (democratica) come può evincersi dalla netta caduta dell’esercizio del diritto di voto (alle ultime politiche affluenza alle urne del 64%).

Tralasciando, per ora, gli effetti dei nuovi drammatici scenari geopolitici appare fondamentale indagare il malessere italiano dalla parte del dualismo tra narrazione economica e realtà vissuta dai cittadini.

Il cuore della narrazione economica è rappresentato dall’andamento del PIL nazionale nell’ultimo ventennio pari all’1,8% (equivalente ad una sostanziale stagnazione reale) sapientemente prospettato (TG dopo TG) come l’indice significativo di un andamento positivo dell’economia. Una fake news colossale che, non corrispondendo alla vita reale delle persone, disorienta e allontana dalla politica.

Ma perché si tratta di una fake? Procediamo con ordine. Un PIL reale stagnante non è mai un buon indicatore tranne che sia in atto una profonda modifica strutturale dell’economia come la dismissione di un settore bellico o la conversione di un altro (dalle automobili alle bici). Dunque il PIL reale italiano è già di per sé un indicatore della crisi italiana. E ciò senza considerare tre elementi che nel tempo hanno modificato profondamente il suo stesso “valore”.

Intendiamo riferirci alla “monetizzazione” dei prodotti servizi del PIL, alla sua patologizzazione e all’inedita concentrazione dello stesso (in termini di quota percentuale del reddito e del “patrimonio” detenuto dall’1% della popolazione).

All’inizio del terzo millennio abbiamo assistito ad una accelerazione del processo di monetizzazione, inteso come attribuzione di valore a beni definibili comuni. Si pensi all’esternalizzazione dei servizi familiari (una casalinga non produce reddito ma se decide di lavorare crea un doppio reddito: il suo e quello della donna di servizio che dovrà assumere per le faccende familiari). L’acqua pubblica non ha un valore monetario, quella privata cresce ogni giorno di più. Venti anni fa una partita di coppa dei campioni trasmessa dalla RAI valeva zero PIL, oggi i diritti televisivi del calcio e di tutti gli altri sport valgono intorno al 2% del PIL.

Parallelamente il PIL ha assorbito la valorizzazione di prodotti/servizi umanamente patologici, senza per questo volere esprimere giudizi morali. Si pensi all’inedito PIL prodotto dalle scommesse di gioco, dal consumo di alcool, dal fumo, dalla pornografia, dal cibo spazzatura. Come se ciò non bastasse il PIL (nella sua veste reddituale) ha subito una profonda redistribuzione a favore dell’1% della popolazione che ai nostri giorni detiene il 40% del patrimonio e guadagna il 25% del reddito nazionale.

L’effetto combinato di queste tre inedite tendenze porta ad una stima di un’effettiva diminuzione del PIL “buono” (come direbbe Draghi) per il 99% della popolazione italiana nell’ordine del 50%!

Ecco spiegato il profondo malessere nazionale: mentre “l’oligarchia” racconta di una sostanziale tenuta del Paese, il 99% della popolazione subisce sulla propria pelle il dimezzamento del “PIL buono” pro capite.

Da qui, dunque, bisogna ripartire, per creare le premesse di una nuova politica economica nazionale nella consapevolezza che in questa manipolazione sta la diabolica capacità dell’1% di governare il 99%, pur essendo in una democrazia dove 1 vale 1 in termini di voti!

In altri termini, il Paese e quindi la politica democratica hanno bisogno di un nuovo indicatore di sintesi del benessere economico: il PILb99. Ovvero il prodotto interno lordo decurtato dei beni e servizi patologici (secondo una commissione nazionale di assoluto rigore scientifico) percepito dal 99% della popolazione.

Una riforma che non costa nulla ma ridarebbe un fondamento economico oggettivo alla rappresentanza democratica.

In questo contesto, e solo in questo contesto assumerebbero valore e incisività specifiche politiche tese alla riconnessione comunitaria del tessuto sociale del Paese.

 

La politica fiscale

La progressiva riduzione delle aliquote ad una è semplicemente scandalosa. Il fondamento originario degli scaglioni fiscali era la progressività contributiva delle diverse classi sociali individuate dagli stessi. Ridurre ad una aliquota significa affermare che davanti al fisco siamo tutti uguali. Di contro proprio per incidere sul PILb99 le aliquote vanno estese introducendone almeno 2 nuove: da 100.000 a 500.000 euro; ed oltre 500.000 euro. Così come le percentuali IVA andrebbero modificate in funzione del valore sociale dei prodotti/servizi.  In un paese demograficamente vecchio è scandaloso che i pannolini per bambini hanno un’aliquota come quella di una Ferrari. Ne è tollerabile il regime fiscale successorio per i patrimoni superiori a 10 milioni di euro.

 

La politica industriale

È ampiamente condivisa l’opinione che l’industria nazionale nell’ultimo ventennio non abbia brillato per innovazione ed efficienza. Di contro sono a tutti noti gli utili conseguiti. E’ lecito quindi dedurre che essi sono il risultato dell’evoluzione oligopolistica dei mercati dei diversi settori che vanno riformati per ritornare ad una vera concorrenza nella consapevolezza che la nuova “lotta di classe” non è più tra operai e capitalisti ma tra multinazionali e imprese territoriali. Si pensi al settore delle energie rinnovabili la cui “natura” frazionabile è stata mortificata da barriere all’entrata volute dai grandi colossi, con il risultato, già evidente ma non del tutto esplicito, di avere regalato al capitale internazionale un settore che in sinergia con l’agricoltura e l’edilizia pubblica avrebbe potuto produrre  nuova diffusa ricchezza: un potenziale grande asset strategico del Paese. 

In questa prospettiva assumono rilevanza tematiche specifiche di civiltà, quali una nuova regolamentazione degli allevamenti intensivi che andrebbero semplicemente eliminati, riportando gli animali alla terra; ripristinare il regime pubblico dell’acqua; avviare una profonda riflessione sull’obsolescenza programmata con particolare riguardo a quella di origine pubblica in specie nei settori della mobilità, nell’edilizia e delle nuove tecnologie.

 

La politica bancaria

Trent’anni or sono il sistema bancario nazionale registrava una originale composizione tra pubblico e privato, tra piccole e grandi realtà, tutte comunque in mano nazionali con una adeguata capacità di soddisfare la variegata domanda, nonché di veicolare il debito pubblico verso i portafogli italiani. Oggi assistiamo all’operare di un regime oligopolistico a controllo estero che registra rilevanti profitti con un debito pubblico prevalentemente in mani extra nazionali. Forse sarebbe il caso di una riflessione anche solo per riprendere in considerazione un processo di separazione tra banca commerciale e banca di affari. Anche se è evidente che la BCE non lo permetterà mai, almeno sino alla prossima crisi sistemica, che potrebbe essere indotta da un allargamento degli conflitti geopolitici, atteso che oggi non c’è rapporto tra il PIL mondiale e l’enorme quantità di ricchezza finanziaria.

 

La politica sociale

Un mondo sempre più complesso e dinamico riducendo  le relazioni e le certezze familiari, in uno con la instabilità lavorativa, accresce la domanda di protezione pubblica. Con questa consapevolezza occorre una nuova e ambiziosa politica sanitaria e formativa invertendo i trend privatistici. Ma non basta. Finita la polemica strumentale sul reddito di cittadinanza, occorre ripensare ad una misura che non lasci nessuno senza cibo, servizi essenziali e casa.

Tra Renzi e la Bonino un patto di sopravvivenza

Costituisce senz’altro un fatto da registrare positivamente l’accordo dato per raggiunto dai media fra Italia Viva e Più Europa per la presentazione di una lista comune alle prossime Europee. Un’intesa che dovrebbe consentire a due forze facenti parte della stessa famiglia europea di Renew Europe sotto la cui insegna questa volta corrono anche Pde e Alde, di superare agevolmente lo sbarramento. I partiti di Renzi e Magi infatti, sono a forte rischio quorum e questa decisione potrebbe aiutare entrambi a superare la soglia del 4%. E un non impossibile allargamento di tale accordo al partito di Calenda potrebbe fare addirittura sperare in un risultato a due cifre, anche se alle elezioni le somme aritmetiche valgono meno della proposta politica che sarà percepita dall’elettorato.

Altro dato importante da sottolineare di questa intesa è il probabile nome della lista per gli “Stati Uniti d’Europa”. Un segno distintivo che deve rimandare alla necessità per l’Europa di compiere quel salto di qualità indispensabile a poter stare nel gruppo delle  potenze di questa epoca post-unipolare. Viene spontaneo il collegamento con l’agenda delle priorità per la riforma dell’Unione Europea delineato da Mario Draghi con autorevolezza nel dibattito internazionale. Un riferimento che dovrà trovare una giusta misura, da un lato per evidenziare con chiarezza il sostegno della nascente lista per l’unità europea alle proposte dell’ex presidente del Consiglio e della Bce, e dall’altro per evitare di politicizzare quella che rimane una figura “tecnica”, una grande risorsa al servizio dell’Ue e di tutti.

Credo non si possa nascondere nel contempo neanche che si tratta di un accordo che manifesta qualche limite, e bisognerà lavorare per superarlo. Il limite maggiore per responsabilità di tutti coloro, nessuno escluso, che in questi anni hanno rilanciato la necessità di una ricomposizione del centro, è lo stato di necessità, dovuto  al superamento del quorum, che ha consigliato l’intesa. Si tratta di un passo avanti, non di una proposta organica. Questo passo avrebbe dovuto essere, invece, il risultato di una politica, e lo dovrà essere comunque, se si vorrà apparire credibili alle elezioni. Scontiamo ora il fatto che non si è avviato ancora alcun significativo percorso di partecipazione per aprire una fase costituente di un partito di centro. Si è restati nella frammentazione e di ciò sinora, chi più ne ha tratto vantaggio, è sembrato essere il partito di Antonio Tajani.

Vi è poi da capire come sarà definita e riconosciuta la partecipazione alla lista per gli Stati Uniti d’Europa di quelle sigle che fanno riferimento al popolarismo, e che si dimostrassero interessate ad aderirvi. Alla spicciolata, in forma anonima di adesioni personali o con il riconoscimento di una specificità di un’area culturale e di una relativa quota nel progetto? Si tratta, a mio avviso, non solo e non tanto di una questione di spazi ma soprattutto di definire la possibilità per offrire un contributo specifico che non potrà che arricchire nel suo insieme la proposta della lista.

La concorrenza è molto agguerrita. Candidature come quelle, per citarne un paio,  di Marco Tarquinio o di Fabio Pizzul, nel Partito Democratico appaiono fortemente attrattive a un elettorato cattolico e popolare che vuole che l’Europa torni a essere una potenza di pace, riconciliandosi con le sue ragioni fondative. Anche il mondo delle PMI, delle straordinarie filiere produttive italiane non è entusiasta dei muri che si stanno costruendo nell’Est Europa e verso l’Estremo Oriente. L’economia ormai globalizzata e interdipendente non la si può più disaccoppiare a piacimento senza creare problemi al tessuto produttivo.

Ecco allora la necessità di collegare il traguardo degli Stati Uniti d’Europa, e della lista che lo sostiene, a una nuova visione del mondo. Non si può rimanere intrappolati nella difesa di un ordine basato sull’egemonia occidentale, che non esiste più nei fatti, e tentare con tutti i mezzi, come cercano di fare alcuni – compresa una guerra senza fine, che dura ormai, nei suoi vari pezzi, da oltre trent’anni – di tenerlo in piedi anche rispetto a chi è più titubante. Il prezzo per l’Europa sarebbe altissimo, e un azzardo sarebbe non cambiare strategia.

Se si saprà, proprio attraverso l’arricchimento di diversi filoni culturali, tra cui quello cattolico-democratico e popolare, rendere la lista frutto dell’intesa tra Italia Viva e Più Europa, plurale e partecipata, si farà un servizio alla democrazia, motivando magari anche qualcuno in più a uscire dall’area di un astensionismo causato da un lungo deficit di offerta politica, che si è trascinato e accresciuto negli anni.

Se all’Onu qualcosa si muove, dall’Europa venga un’iniziativa di pace.

Storica rinuncia, nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, al diritto di veto spettante a una grande potenza. Non è un caso che per primi siano gli USA a rompere la prassi dei veti incrociati. L’amara consapevolezza della crescita esponenziale in tutto il mondo dell’antiebraismo, con riflessi inquietanti sugli equilibri mondiali, ha costretto l’America a porre un limite alla solidarietà con Israele. Hanno prevalso ragioni umanitarie incontestabili, visti i rischi per la sopravvivenza stessa delle popolazioni “intrappolate” a Gaza. 

Si tratta di una decisione che apre la strada ad un confronto a tutto campo, dove a questo punto il senso di responsabilità impone che non via più una tolleranza indiscriminata verso i propri amici da parte delle grandi potenze. S’affaccia la consapevolezza che la cooperazione internazionale debba andare incontro alla difesa di comuni interessi di sopravvivenza. Certo che la moratoria condivisa dagli USA è a termine, giusto il tempo, cioè, per una soluzione politica stabile e duratura con il riconoscimento di due stati sovrani: la Palestina ed Israele. 

È a questo punto che si prospetta un’occasione storica ad un’Europa sempre più sola, per l’oggi e per in futuro, specie se a novembre dovesse vincere Trump. Non valgono le prove muscolari alla Macron, se non altro perché gli alleati europei non sono pronti a seguire la Francia in questa direzione. Serve un’azione più corale per mettere la pace all’ordine del giorno.

I nemici si annidano nella recrudescenza del terrorismo islamista, ma anche nella perdurante offensiva della Russia, adesso impegnata a confezionare accuse improbabili sul coinvolgimento dell’Ucraina nell’attentato al centro commerciale di Mosca. Non importa se ciò significa derubricare la pericolosità dell’Isis e sancire l’obnubilamento della dirigenza moscovita.

È giunto il momento che l’Europa si renda protagonista della richiesta di sospensione delle ostilità al fine di accertare, con il concorso attivo dell’Onu, quali siano state le dinamiche dell’azione terroristica e quali i mandanti della strage alla periferia della capitale russa. Putin, in ogni caso, non può gettare arbitrariamente le colpe sull’Ucraina. Si deve sapere la verità dei fatti come premessa di una tregua e possibilmente di una pace, mettendo fine a costi umani e sociali intollerabili per ambedue i contendenti.

Potere assoluto e repressione: la falsa democrazia di Putin.

La vicenda elettorale russa con l’esito plebiscitario che ha confermato Putin alla guida del governo di Mosca è la dimostrazione plastica di quanto le elezioni non siano nulla di più che un indizio di democrazia, a volte un indizio anche molto debole. 

Per definire “democratico” uno stato, non è affatto sufficiente che i cittadini siano periodicamente chiamati a votare, se non esiste una reale libertà e le garanzie per un suo effettivo esercizio nelle diverse forme di espressione di idee e pensieri, soprattutto di idee e pensieri in contrasto con il governo e il potere dominante. Perché si possa parlare di vera democrazia è inoltre necessario che ci sia una effettiva divisione tra i poteri dello stato, con un efficiente sistema di controlli che non lasci nell’apparato statale alcuna zona franca con profili di “intoccabilità”, ovvero un’architettura istituzionale che è agli antipodi dell’organizzazione statale russa, tutta accentrata sulla persona di Putin, con il conseguente annullamento di ogni spazio di confronto e di manifestazione del dissenso. 

Una vera democrazia deve poter contare anche sull’indipendenza della magistratura e sull’autonomia delle autorità inquirenti e di polizia; sono due condizioni che – come dimostrato dalla vicenda di Navalnyj e degli altri oppositori e giornalisti scomparsi – non esistono neanche lontanamente nell’organizzazione del regime autoritario russo. 

L’orrendo e inaccettabile attentato di Mosca evidenzia peraltro una fragilità che contrasta con l’immagine di forza che viene quotidianamente ostentata da Putin, con attacchi e bombardamenti contro “la martoriata Ucraina” come la chiama Papa Francesco da due anni a questa parte. Ma come sappiamo, l’ostentazione della forza militare e poliziesca diventa inevitabilmente il tratto caratteristico di ogni regime autoritario o dittatoriale che dir si voglia. Il sangue di persone innocenti, morte per il solo fatto di voler assistere ad uno spettacolo, non cancella il tanto sangue ucraino e russo generato dal conflitto e soprattutto non cancella le responsabilità politiche di chi ha scatenato quel conflitto, del regime del Cremlino e del suo principale e imbarazzante inquilino. La solidarietà per il vile attentato va data al popolo russo, ma non allo scellerato regime che rischia di insanguinare ulteriormente l’Europa.

E lasciamo la semplificazione “elezioni uguale democrazia” a chi della democrazia non sa nulla e probabilmente non è neanche attrezzato culturalmente per i ragionamenti necessari.

La figura di Einaudi è quella di un maestro

[…] Voglio infine toccare un tema su cui Einaudi si soffermò ripetutamente, con preveggenza: quello di una federazione a cui gli Stati membri conferiscono, nel loro interesse, poteri vincolanti. Egli avrebbe probabilmente sostenuto il progetto di Unione economica e monetaria. Lo stesso Manifesto di Ventotene che ha segnato la strada verso l’integrazione europea fu anche ispirato, secondo il suo primo estensore Altiero Spinelli, dagli scritti di Einaudi – in particolare, dalle lettere pubblicate con lo pseudonimo di Junius sul “Corriere della sera” a ridosso della fine del primo conflitto mondiale. 

Einaudi contrappone al mito della sovranità assoluta la necessità della cooperazione imposta dalla crescente interdipendenza: «La verità è il vincolo, non la sovranità degli stati. La verità è la interdipendenza dei popoli liberi, non la loro indipendenza assoluta». 

Nel discorso solennemente pronunciato nel luglio del 1947 davanti all’Assemblea costituente, Einaudi rifiuta le barriere – che «giovano soltanto ad impoverire i popoli, ad inferocirli gli uni contro gli altri» – a favore della libertà e della cooperazione: «L’Europa che l’Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, […] è un’Europa aperta […] nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze […]. Alla creazione di quest’Europa, l’Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità».

Da Presidente della Repubblica, nel marzo del 1954 richiamava i rischi di un’unione incompleta: «La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti e lo scomparire». 

È superfluo sottolineare l’attualità di queste analisi nel presente contesto globale di frammentazione geopolitica ed economica in cui le opportunità e i rischi connessi con il cambiamento climatico, le nuove tecnologie, la demografia e le migrazioni, l’esigenza di preservare la pace, richiedono azioni congiunte a livello internazionale.

Favorire una concorrenza priva di eccessi; gestire con prudenza le finanze pubbliche, impegnandosi per stimolare la crescita e ridurre il debito; preservare la stabilità monetaria; spostare il concetto di sovranità dal livello nazionale in favore di un’Europa più forte, aperta e solidale, che conti nel mondo. 

Ho menzionato oggi solo alcuni degli insegnamenti di Luigi Einaudi. Insegnamenti ancora attuali che guidano tuttora la Banca d’Italia nella sua attività quotidiana al servizio del nostro paese.

Questi pochi ricordi tratti da un’opera immensa mostrano l’intensità con cui Einaudi dedicò la propria vita, il proprio lavoro, la propria produzione intellettuale al bene comune. Dal suo esempio discende un insegnamento chiaro, orientato al futuro, da tramandare nel tempo. 

Per queste ragioni la Banca d’Italia è lieta di partecipare alle celebrazioni dei 150 anni dalla nascita del Presidente e del Governatore Luigi Einaudi. Con questo convegno e con l’opera del Comitato nazionale si rinnova oggi l’impegno di trasmettere alle nuove generazioni gli insegnamenti del Maestro.

 

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https://www.bancaditalia.it/media/notizia/fabio-panetta-al-convegno-per-i-150-anni-dalla-nascita-di-luigi-einaudi/

L’uscita dal tunnel del populismo

Il populismo è stato il principale vulnus per rafforzare la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni e la salute dello stesso sistema politico. E questo perchè il populismo è la negazione stessa della politica e dei suoi istituti principali: dal ruolo dei partiti politici al valore delle culture politiche di riferimento; dall’autorevolezza delle classi dirigenti alla centralità dei progetti politici. E, soprattutto, il rischio – come è puntualmente capitato – che con la vulgata populista prevalgono il trasformismo politico e l’opportunismo parlamentare.

Ora, di fronte ad un quadro politico che, malgrado il permanere di difficoltà oggettive, punta a recuperare i suoi “fondamentali”, è di tutta evidenza che il populismo va sempre più isolato. E questo non solo perchè il populismo nuoce alla “buona politica” e alla credibilità stessa della politica ma per la semplice ragione che l’alternativa alla decadenza e all’impoverimento della politica passa solo ed esclusivamente attraverso la negazione radicale di quella sub cultura e di quella deriva.

Certo, le alleanze con i partiti populisti non sono affatto una variabile indipendente. Chi si allea con i populisti ha due sole strade di fronte: o riesce a rendere marginale e del tutto ininfluente il ruolo e la presenza dei partiti populisti oppure, e al contrario, lo cavalca e il populismo continua ad incidere nel cammino concreto della coalizione.

Ecco perché, adesso, si tratta di capire come le singole ed attuali coalizioni riescono a rendere ininfluente quella malapianta. Se nel centro destra la leadership politica forte e visibile di Giorgia Meloni rende, di fatto, sempre più marginale il peso e il ruolo della Lega salviniana – vista anche la crescente difficoltà del capo del Carroccio all’interno del suo stesso partito – nel campo della sinistra il processo è, purtroppo, inverso. Ovvero, la quasi totale sintonia culturale e valoriale – usando un termine un po’ forte – tra il partito della Schlein e quello di Conte e di Grillo rende, di fatto, centrale la sub cultura populista, anti politica e demagogica nella costruzione del progetto politico del cosiddetto “campo largo”. 

Si tratta, dunque, di fare una scelta politica precisa e alquanto netta. Anche perchè tutti sanno, adesso, quali sono stati i danni concreti della deriva populista per la politica italiana. Se si intende perseverare su questo versante il rischio concreto che si corre è che siano proprio le cosiddette “estreme” – cioè i partiti e i gruppi populisti e demagogici – che condizioneranno l’elaborazione del progetto complessivo della rispettiva coalizione. E se la politica vuole ritrovare, e soprattutto riscoprire, la sua vera “mission” nella nuova stagione che si è aperta dopo l’esplosione prima del grillismo e poi del leghismo salviniano, diventa sempre più necessario ed indispensabile isolare in modo irreversibile quella malapianta.

Certo, sarebbe ottimale che le rispettive coalizioni non avessero più al loro interno partiti e movimenti populisti. Semprechè non ci siano partiti che continuano ancora ad individuare nel populismo un ‘valore aggiunto’ per una moderna e credibile politica.

L’uomo inconsapevole e colpevole: il paradosso del Processo di Kafka.

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”.

(F. Kafka, Il processo)

Franz Kafka, nato a Praga nel 1883 e morto di tubercolosi nella stessa città nel 1924, scrisse “Il processo” tra il 1914 e il 1915 e, anche se l’opera rimase incompiuta, la prima edizione fu pubblicata postuma nel 1925. Uscì a cura del suo amico ed esecutore testamentario Max Brod, uno scrittore boemo che aveva ricevuto in consegna il manoscritto nel 1920. Questi ebbe il merito di salvare l’intero archivio delle opere incompiute di Kafka, il quale aveva invece manifestato il desiderio che fossero bruciate alla sua morte. Come scrisse Bruno Schulz nella prefazione dell’edizione del 1936: «Il romanzo, che Max Brod ricevette nel 1920 dall’autore sotto forma di manoscritto, è incompiuto. Alcuni capitoli frammentari, che avrebbero dovuto trovare la loro collocazione prima del capitolo conclusivo, vennero da lui separati dal romanzo, basandosi su quanto dichiarato da Kafka, e cioè che questo processo in idea è a dire il vero incompiuto e che le sue ulteriori peripezie non avrebbero apportato più nulla di essenziale al senso fondamentale della questione.»  La prefazione di Schulz viene riportata dall’edizione Feltrinelli come introduzione. Fu grazie a questo provvido salvataggio dei suoi scritti da parte dell’amico Brod che Franz Kafka,” sconosciuto in vita divenne famoso subito dopo la sua morte. Lasciandoci in eredità, anche contro la sua stessa volontà, tra i vari scritti uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale del ‘900, un romanzo distopico che costituisce l’allegoria dell’angoscia esistenziale (in questo Kafka stesso riconosceva in Kleist e Dostoevskij ‘una parentela di consanguineità” mentre Thomas Mann vi leggeva una ispirazione metafisica e la ricerca di Dio. Tanto che l’espressione “situazione kafkiana” è entrata nell’uso comune per riferirsi a condizioni esistenziali assurde, paradossali, razionalmente inspiegabili, angoscianti appunto. Anche la persona più metodica, ordinata, abitudinaria, priva di eccessi – e l’impiegato di banca Joseph K. non era dissimile da questa sommaria descrizione – improvvisamente una mattina (il giorno del suo 30° compleanno) può ricevere la visita di personaggi sconosciuti che gli comunicano un ordine di arresto, pur consentendogli  di continuare da casa l’attesa del processo e di  recarsi al lavoro: una soluzione narrativa sui generis che ricorda la condizione degli arresti domiciliari, ma non c’è una notifica formale, un capo di imputazione, tutto resta sospeso in una delirante  e continua attesa di un motivo, di una esplicitazione degli addebiti, soprattutto di quale sia il reato di cui viene accusato. Quella sera stessa, al ritorno dal lavoro parla di quanto accadutogli con la sua affittuaria, la signora Grubach. La padrona di casa lo rassicura circa l’arresto: «Lei non deve prendersela troppo a cuore. Che cosa non capita nel mondo!».

La descrizione del tribunale ove Josef si reca come da convocazione, la miriade infinita di stanze, aule, porte, scale, sottotetti comunicanti che si estendono a dismisura fin oltre la pianta del palazzo e di personaggi (figure torbide, inquietanti, ammiccanti, elusive, formali, severe, untuose, grottesche), che si incardinano alla perfezione in questo contesto ambientale, istituzionale e simbolico dove Josef K. pur chiedendola con insistenza non riesce ad avere una spiegazione al suo arresto, una motivazione al suo preannunciato processo, tratteggia un sistema giudiziario sordo e ottuso, in cui la burocrazia è tanto impietosa quanto cieca, pervicace e imprevedibile. Durante la prima udienza, molto affollata, il giovane K. tenta di difendersi spiegando l’illogicità manifesta della situazione: si trova lì, davanti a giudici e ad un folto pubblico senza conoscere i motivi della sua imputazione. La platea gli è ostile ed ogni sua argomentazione viene confutata o respinta ma senza spiegazione alcuna. L’ambiente è decisamente opprimente, come potrebbe esserlo ogni sede giudiziaria, ma l’intrico di dedali, scale, solai, sottotetti, aule, uffici e la presenza di altri numerosi imputati, tutti in attesa del “loro processo”, rende il contesto incomprensibile, non esiste un nesso tra atto di costituzione di K. e accusa, mai chiarita, tutto rende quel luogo assurdo e soffocante, tanto che uno di quei giorni Josef si sente male e viene portato fuori da quegli stambugi, nelle scale. 

Sono altresì presenti figure e azioni che nulla hanno a che vedere con il decoro di aule giudiziarie e che Josef incontra: una donna che fa il bucato e dice a K. che è atteso in udienza, un uomo e una donna appartati in atti sessuali, (lei è la moglie compiacente di un usciere), un pittore ritrattista per il tribunale che gli anticipa tre esiti possibili del processo. Sono dunque evidenti in modo stridente ed ambiguo i temi dell’incomunicabilità, del turbamento e della tentazione sessuale in una promiscuità fuori luogo e forse lasciva, della solitudine, dell’inquietudine e dei sensi di inadeguatezza e di colpa dell’uomo di fronte al mistero della vita, della sua impotenza a trovare la risposta al problema della precarietà esistenziale, che manda in frantumi ogni tentativo di darle un ordine emotivamente rassicurante. 

 

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India, un Paese che non rispetta il pluralismo religioso.

L’Alta Corte di Allahabad nell’Uttar Pradesh (India) venerdì scorso ha dichiarato incostituzionale il Madrasa Act del 2004 e ha ordinato al governo statale di spostare gli studenti iscritti al “sistema islamico” nelle scuole tradizionali.

Il distretto in questione è governato dal partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (BJP) del primo ministro Narendra Modi e negli ultimi dieci anni ha fatto notizia per aver approvato alcune delle leggi più controverse del Paese, leggi che discriminerebbero i musulmani  emarginandoli nella repubblica laica.

Le madrase, attualmente, forniscono un sistema educativo in cui agli studenti vengono insegnati il ​​Corano e la storia islamica insieme a materie generali come matematica e scienze. Esiste anche a un sistema equivalente per gli indù, noto come Gurukuls, istituti di istruzione residenziale in cui gli studenti imparano le antiche scritture vediche insieme a materie generali sotto la guida di un “guru” o insegnante.

Non è la prima normativa controversa in India.
Nel 2019, tra violenti scontri di piazza, il Parlamento ha approvato una normativa che esclude di fatto i fedeli di religione islamica dalle regolarizzazioni concesse ad altri migranti illegali. Il cosidetto Citizenship Amendment Act che lunedì 11 marzo il Governo indiano ha deciso di attuare e che di fatto accelera le richieste di cittadinanza indiana di indù, parsi, sikh, buddisti, giainisti e cristiani fuggiti in India dalle persecuzioni religiose in Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, rendendoli idonei a compiere la loro richiesta di documenti a cinque anni dal loro arrivo nel Paese. Prima della sua applicazione, la religione non rappresentava un fattore determinante per permettere ai migranti di ottenere un passaporto indiano e tutti coloro che lo richiedevano dovevano attendere undici anni prima di avviare le pratiche.

Quando nel 2002 una serie di disordini tra comunità religiose sconvolse lo Stato del Gujarat, l’allora governatore Modi non si mosse mentre più di mille musulmani venivano uccisi da orde di indù inferociti.

Il centro di ricerca India Hate Lab ha documentato una media di due eventi di incitamento all’odio nei confronti dei musulmani al giorno in tutto il Paese. Il 75% di essi si è verificato negli Stati federali governati dal partito del premier Modi.

Ma non solo i mussulmani vivono con la paura della repressione. A Settembre dello scorso anno il governo canadese ha accusato “agenti del governo dell’India” di un coinvolgimento nell’omicidio a giugno di Hardeep Singh Nijjar, leader sikh canadese. Nijjar era uno dei principali sostenitori del movimento separatista sikh per la fondazione del Khalistan come stato sovrano che secondo il movimento dovrebbe sorgere nel Punjab, regione indiana al confine col Pakistan (secondo una parte del movimento lo stato dovrebbe includere anche il Punjab pakistano).

Inoltre, si registrano in India centinaia di attacchi ai danni dei cristiani, senza alcuna reazione da parte delle forze di polizia. Ora il BJP nega di discriminare i musulmani, o chiunque altro, e afferma di trattare tutti i cittadini allo stesso modo. Anche se già nel nome il partito politico di Modi, Bharatiya Janata Party (BJP), il Partito del Popolo di Bharat, altro non è che il Partito del Popolo Indù. Nulla a che vedere con gli insegnamenti di Gandhi che disse: “Nessuna cultura può vivere se cerca di essere esclusiva”

Einaudi fu in ogni tempo un’alta cattedra morale

Luigi Einaudi, già prima di entrare nell’agone politico per l’alto valore scientifico e morale del suo insegnamento, la probità della vita, fiero distacco da ogni compromissione col fascismo, costituiva uno dei più solidi punti di riferimento della cultura e della vita morale italiana.

Quando, nella ripresa della vita democratica del nostro Paese, egli entrò, con modestia pari all’imponenza della sua personalità, nella vita politica, determinò intorno a sé simpatia, rispetto, consensi ed aspettative.

La sua attiva partecipazione all’Assemblea Costituente con interventi sui problemi fondamentali dello Stato ispirati sempre a grande indipendenza di pensiero e linearità di visione, la successiva chiamata, in uno dei momenti più delicati della vita politica del Paese, al governo della Banca d’Italia ed alla direzione di uno dei Ministeri più impegnativi, la convinta fede europeistica, avevano dato la misura della costruttiva importanza del suo contributo.

Chiamato nel 1948 – anzi tratto con viva insistenza da una posizione di ritrosia – alla Presidenza della Repubblica, inaugurò uno stile di attiva, ma riservata e sobria, presenza in tutte le articolazioni dello Stato repubblicano, con indicazioni, consigli, mediazione e sovratutto con l’alta autorità che gli proveniva dal suo luminoso passato e dalla sua sperimentata e indiscussa imparzialità. La lealtà con la quale egli si presentò al Parlamento col messaggio di giuramento testimonia ancora una volta la sua personalità.

E tuttavia Einaudi non aveva mai reciso i legami col mondo degli studi e della cultura: la sua partecipazione anche da Presidente della Repubblica ai lavori dell’Accademia dei Lincei, la ripresa dell’insegnamento universitario (che gli fu conferito per legge a vita), la pubblicazione di severi e sereni ammonimenti contenuti in scritti che costituiscono anche un incomparabile esempio di prosa limpida e vigorosa e i contatti fecondi che egli mantenne col mondo politico costituirono un’ulteriore esplicazione della sua personalità, tutta tesa al servizio esclusivo del Paese. Fu in ogni tempo un’alta cattedra morale.

Non si può meglio scolpire la sua figura che con le parole con le quali il decano della Facoltà di Giurisprudenza della Sorbona, traendole da un suo scritto, lo salutò al momento del conferimento della laurea honoris causa: “l’idea della libertà contro l’intolleranza, della cooperazione contro la forza brutale, ecco la buona novella che occorre predicare agli uomini di buona volontà”.

 

Quirinale, 24 marzo 1974

Lezione su Sturzo: il rapporto tra spiritualità e vocazione politica.

[…] Sturzo fu eletto nel 1899 consigliere comunale di Caltagirone e poi nel 1905 pro-sindaco, e ancora nel 1915 vice-presidente nazionale dell’Anci), confluiva peraltro un’altra istanza di rinnovamento del cattolicesimo italiano. Nella seconda metà dell’Ottocento erano sorte nuove congregazioni religiose di vita attiva. Dentro il perimetro urbano, questi nuovi religiosi si spingevano ancora a questuare, ma non più per portare in convento l’elemosina ricevuta, bensì per ridistribuirla in città, ai poveri nei sobborghi e nelle periferie. Anche nella Sicilia di Sturzo era così: il beato Giacomo Cusmano a Palermo, padre Annibale Maria Di Francia a Messina, il cappuccino Angelico Lipani a Caltanissetta erano esponenti di quel rinnovamento. Sturzo, a sua volta, recuperava quella spinta caritativa, rivolta alla città, ma la ammodernava, cioè la coniugava con «le cose nuove», con le nuove realtà di cui parlava Leone XIII nella sua enciclica: così fondò a Caltagirone una cassa rurale e artigiana per combattere la piaga dell’usura, promosse le cooperative operaie (la sughereta nel bosco di Santo Pietro), istituì una delle prime scuole di formazione agraria in Sicilia, costituì associazioni di mutuo soccorso. Insomma, mise le mani in pasta, come si suol dire: e quelle mani erano le stesse che sgranavano il rosario e sfogliavano il breviario.

La spiritualità civica manteneva un marcato profilo evangelico. Per questo, il 17 dicembre del 1918, in una delle ultime riunioni preparatorie prima della fondazione ufficiale del Partito Popolare, a Roma, Sturzo disse ai suoi collaboratori che dovevano scendere nell’agone politico non con stendardi e con gonfaloni, ma con «il vangelo nascosto in petto». Riecheggiava, in questa affermazione, la lezione dell’anonimo autore della Lettera a Diogneto, secondo cui i cristiani sono l’anima del mondo. Ma come l’anima nel corpo, essi rimangono invisibili ancorché uniti al corpo stesso, cioè al resto dell’umanità.

È da questo orizzonte che deriva l’idea di aconfessionalità del Partito Popolare: un’idea che non coincideva con l’odierna nostra concezione della laicità (alla francese: come contrapposizione alla fede), perché con l’aconfessionalità Sturzo non chiedeva ai sodali del suo partito di rinunciare alla loro fede cristiana, ma semmai di fare politica per il bene di tutti, anche di chi cattolico non era. Gabriele De Rosa ha definito questa opzione come «l’utopia di Luigi Sturzo». Era la maniera sturziana, non clericale e nemmeno teocratica, di interpretare il motto di Pio X : instaurare omnia in Christo. Instaurare, appunto. Non restaurare. Non c’era, in Sturzo, nessuna inclinazione reazionaria, così come non ce n’era nessuna rivoluzionaria. Non si trattava, per lui, di lanciare la riconquista cattolica della società, ma di ridestare l’attitudine sociale e civica del cattolicesimo, la sua indole storica e “secolare”, la sua capacità di stare nel mondo per svolgervi un compito evangelico.

Molti dubitano che oggi una tale spiritualità possa essere riproposta a chi vive l’impegno politico. Eppure dal vangelo emerge un criterio d’azione che il credente può praticare anche in ambito politico. Lo si può formulare con una polarità apparentemente tautologica: portarsi dentro l’altro e portarsi l’altro dentro, cioè tentare di entrare in rapporto dialogico con un orizzonte valoriale e culturale diverso dal proprio e nondimeno dischiudere agli altri il proprio patrimonio di idee e di ideali. Sturzo, a mio parere, viveva questo tipo di attitudine evangelica, che è la stessa che veniva rilanciata nella Lettera a Diogneto, secondo cui non è lecito ai cristiani «disertare il posto che Dio ha loro assegnato» nella storia, dentro la città.

Sturzo visse quella sua passione civile interpretando laicamente ma non laicisticamente l’insegnamento di Gesù: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Come ha ben intuito Gustavo Zagrebelsky (in Scambiarsi la veste), questa frase non può essere considerata un manifesto della laicità moderna, pena il rischio di scivolare nell’anacronismo. Gesù non parlava ai politologi dei nostri giorni, ma ai teologi del suo tempo. I quali sapevano che solo Dio è Dio e Cesare è, semmai, solamente e semplicemente un cesare. Se le cose stanno così, allora la laicità intesa alla francese, come divaricazione tra fede e politica, non è l’ermeneutica più corretta della frase di Gesù. Che, difatti, crea un certo disagio al credente più che all’agnostico. È il disagio interiore che persino Sturzo provò quando, pur essendo prete, cominciò a occuparsi direttamente di politica e di amministrazione pubblica, facendo il pro-sindaco di Caltagirone dal 1905 al 1920. Non si trattò, per lui, semplicemente del disagio di non essere in regola con il non expedit pontificio, che vietava ai cattolici di fare politica nella nuova Italia unificata (per questo egli era non sindaco, ma pro-sindaco). Si trattò, per lui, di fare i conti con l’apparente inconciliabilità di due misure parimenti radicali, dotate entrambe del profilo alto della vocazione: da un lato esser “sacerdote” e perciò delegato a gestire il sacro (a mettersi in disparte, a fuggire dal mondo), d’altro lato esser “politico” e perciò deputato a gestire il mondo. In realtà, mentre andava vivendo quel suo interiore travaglio, Sturzo ripensava pure il rapporto — nella concretezza della sua stessa vicenda — tra spiritualità e politica, accorgendosi che esse sono due dimensioni differenti che però possono e debbono innestarsi a vicenda.

Questo crocevia tra vocazione alla santità e professione politica ci può apparire più chiaro se ricorriamo alla lingua tedesca. In tedesco — già a partire dalla traduzione che Lutero fece del termine paolino klḗsis (da kaléō, chiamare) — vocazione e professione sono due parole strettamente apparentate: Berufung (vocazione) e Beruf (professione, mestiere fatto ad arte). Sturzo ha testimoniato efficacemente che anche la professione politica — vissuta con competenza culturale e dirittura etica — può e anzi deve avere i connotati di una vera e propria vocazione.

Bari…centro d’Italia, dove s’infrange una pretesa classe dirigente.

Quel maestro delle telecronache sportive di Bruno Pizzul usava spesso una frase, quando a fine partita doveva descrivere la situazione di due squadre avversarie ormai prive di mordente e di energie che si affidavano all’improvvisazione per cercare di guadagnare la vittoria: “Sono saltati tutti gli schemi”.

Niente più coordinate precise, confusione in mezzo al campo, disordine tattico e tecnico per affidare al caso e all’invenzione del momento la soluzione del match. È quello che si potrebbe dire per descrivere, in brutale sintesi, la pessima vicenda di Bari che ha tenuto banco questa settimana.

Proviamo a far tornare indietro il film.

Il ministro Piantedosi (quello che si è autobattezzato con vanto “questurino” in pieno Parlamento) tiene una riunione con un viceministro della giustizia in carica, con un sottosegretario in piena funzione e con uno stuolo di parlamentari di destra che gli sottopongono l’esigenza di avviare lo scioglimento ai sensi della legge antimafia di uno dei più importanti Comuni d’Italia, quello di Bari (retto da uno dei principali esponenti della sinistra italiana, Antonio Decaro, presidente in carica dell’Anci, probabile candidato alle elezioni europee e possibile successore di Elly Schlein alla guida del Nazareno in caso di rovesci elettorali del Pd).

Il fatto, già in sè, rappresenta un unicum di proporzioni inaudite. Non si era mai visto, nella storia della Repubblica, che un ministro dell’interno prendesse ordini su materie di propria ed esclusiva competenza da parlamentari della sua area politica. Nella prima Repubblica, se un manipolo di deputati e senatori Dc avessero richiesto al ministro dell’interno un incontro per chiedere a gran voce lo scioglimento per mafia di un comune capoluogo retto da un avversario politico, qualunque ministro dell’interno (democristiano per tutta la durata di quella esperienza storica) li avrebbe rispediti al mittente rifiutandosi di sottoporsi a un incontro simile. Come mi ha detto un antico frequentatore del Viminale: “Non solo Taviani, o Scelba, o Rognoni o Mancino non li avrebbero neanche fatti entrare, ma anche un qualunque sottosegretario li avrebbe fatti parlare con gli uscieri avendo saputo il tenore della richiesta”.

Così funzionava, quando c’era la politica. Ma oggi ci sono i “questurini”. E quindi avviene che una parte politica che fa sempre professione di garantismo, con tanto di viceministro alla giustizia all’assalto, si trasforma in novelli Robespierre che invocano lo scioglimento per mafia (un’onta tremenda, dal danno di immagine quasi inemendabile) di un comune che – peraltro – tra neanche 3 mesi è chiamato al voto per naturale conclusione della consiliatura.

E a quel punto, secondo un copione che sembra scritto da Ionesco, le parti immediatamente si rovesciano. Una sinistra tradizionalmente pronta agli impulsi giacobini e giustizialisti, si impalca immediatamente a garantista urlando al complotto. Chiamando inevitabilmente ad una domanda: ma cosa sarebbe accaduto se, anzichè a Bari, la procedura di scioglimento per infiltrazioni mafiose fosse avvenuta in un comune retto dalla destra – chessò, Palermo? Facile immaginarlo: da sinistra sarebbero arrivati pronunciamenti e concioni anti-corruzione, inviti a procedere alla richiesta di scoglimento del Comune senza indugi, fino alla inevitabile fiaccolata della legalità.

Gli schemi di gioco saltano, fino al punto da arrivare – dentro una escalation emotiva che sembra avere una regia comunicativa non banale – a sfiorare le vette del paradosso.

Mentre da destra si soffia sul fuoco giustizialista, da sinistra parte una campagna di beatificazione del buon Decaro, con i suoi laudatores che dicono che in questi anni ha combattuto per bonificare il Comune dalla mafia! Dimenticandosi di dire chi c’era prima di Decaro in Comune, ovvero il prode Michele Emiliano, il vero regista delle operazioni di trasformismo e di andirivieni politico degli ultimi vent’anni in Puglia, che improvvisamente oggi balzano agli occhi della sinistra evidentemente distratta nelle esigenze di magnificazione della “primavera pugliese” di Emiliano e Vendola (altro passante di questi anni baresi, pugliesi e italiani).

E gli schemi, lungo questo teatro dell’assurdo, saltano completamente in un incredibile comizio nel quale Michele Emiliano si vanta di avere “portato Decaro dalla sorella del boss”. Gli schemi sono saltati, le parti si sono invertite, il gioco dell’assurdo si è sviluppato.

Di tutta questa brutta pagina della politica italiana dovrebbe rimanere impressa a ciascuno di noi l’assoluta inadeguatezza, la sfrontatezza spregiudicata e la vacuità impalpabile di una pretesa classe dirigente che – da destra a sinistra – ha semplicemente dato prova di cosa significhi non essere attrezzati per la guida di un Paese.

 

[Tratto dal profilo Fb dell’autore, capogruppo di Italia Viva al Senato]

La dissoluzione delle regole spalanca le porte all’incognita del virtuale

Piccoli e grandi segni ci rappresentano una crescente accelerazione nel processo di transizione tra la realtà consolidata dei comportamenti prevedibili e delle abitudini che ci conservano, verso le incognite del virtuale, che in modo più onesto e ortodosso potremmo definire il luogo dove tutto è possibile. 

Ci sono contrasti stridenti che vanno come schegge impazzite in direzione opposta. Siamo stati affascinati e poi subito impauriti dalla digitalizzazione pervasiva che guida i processi di transizione: oggi tutto è transeunte, il valore della vita, l’autocontrollo, il senso del limite, l’identità.

Tempo fa ragionavamo con il Prof. Vittorino Andreoli sul concetto di “realtà aumentata”: l’incipit era l’avvento del Metaverso e ci si chiedeva se non fosse sufficiente fermarsi a conoscere e rispettare la realtà “normale”, il concetto stesso di normalità. Perché – ci si domandava – dobbiamo creare un mondo esterno a quello in cui viviamo ed accreditarlo come frontiera della futura esistenza? Perché rinunciare alla ragionevolezza, alle regole, all’uso del pensiero critico e- con esso- della stessa coscienza, intesa come consapevole certezza ad un tempo razionale e morale?

In quei giorni Geoffrey Hinton – considerato il padrino dell’intelligenza artificiale – pioniere della ricerca sulle reti neurali e sul “deep learning”, lasciava Google con una motivazione che faceva riflettere: “I programmi di IA hanno fatto passi da gigante e ora sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”, aveva affermato alla BBC prefigurando scenari distopici impensati persino dalla fantascienza. “Il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano, mentre ‘cose’ come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale”.

Una rappresentazione immaginata alle soglie di un baratro ormai prossimo. 

Si cercano perciò regole che ci consentano un approccio ed un uso strumentale dell’intelligenza artificiale, conservando la nostra dimensione umana: le macchine al servizio della persona e non il contrario. Questo è il tema del momento ma trovo mistificazioni e incertezze nel dibattito in atto. Se ne parla come se si trattasse di merce da scegliere negli scaffali dei supermercati, come se tutti fossero esperti venditori per fiduciosi e superficiali clienti.

Contemporaneamente molti segni di impazzimento collettivo nelle azioni di vita quotidiana ci convincono che qualcosa sta cambiando, dentro e fuori di noi. Assistiamo ad uno sgretolamento di valori, in nome della tolleranza ammettiamo tutto, rinculiamo sulle tradizioni, perdiamo il senso della ragionevolezza, il relativismo etico privo di ancoraggi ci conduce all’omologazione culturale e all’imbecillità collettiva. Osserviamo dunque intorno a noi: a forza di mettere in discussione principi e riferimenti ideali, ci fermiamo all’apparenza delle cose, guidati dalla cancel culture e dal politically correct, idolatriamo privacy e trasparenza mettendo le manette ai polsi delle relazioni sociali. Facili all’indignazione e sempre alla ricerca delle colpe degli altri, commossi alle fiaccolate ma pronti ad impugnare il coltello per aggredire e vendicare. 

Gli studenti che picchiano gli insegnanti, le bande di minorenni che compiono atti delittuosi: sentivo al Tg di una gamba tagliata col machete, di una bici fatta piombare addosso ad un ragazzo dall’alto di un muro, inchiodandolo per questo sulla sedia a rotelle. Senza contare i quotidiani femminicidi, gli abusi sessuali in danno dei minori, le storie di violenza aberrante che giungono dalla cronaca. Vien da pensare quanto ciò dipenda dalla caduta di freni inibitori, quanto dall’emulazione (i modelli televisivi sono eloquenti: armi, coltelli, sgozzamenti, sangue a fiotti), quanto dal senso di impunità e quanto, infine, dal valore effimero che stiamo attribuendo alla vita. 

Qui il virtuale e i social tracciano percorsi devastanti, aprono scenari senza confini. Cosa ci sta succedendo? Che cosa consapevolmente o inconsapevolmente facciamo per rendere sempre più disinibita e conflittuale la vita? La violenza è palpabile ovunque: le guerre – ormai possiamo parlare di terza guerra mondiale – ne sono l’irrefrenabile espansione. Se non sappiamo gestire la democrazia, la libera convivenza, le relazioni umane, il confronto delle culture, la nostra stessa più intima identità come possiamo pensare che tutto improvvisamente si ricomponga, che ci si fermi sulla soglia del cupio dissolvi? 

Aveva ragione Vico quando parlava di “corsi e ricorsi storici”. Con il 900 non si è fermato l’orrore degli olocausti e dei genocidi, tutto si ripete, la civiltà conseguita e le norme stabilite non ci hanno convinto. Putin ripete Stalin e Hitlter quanto ad efferatezza, in Israele e in Palestina si perpetua la tragedia dell’orrore perenne. Quanti bambini sono stati uccisi dalla scelleratezza umana?  Non c’è luogo del mondo dove si viva in pace: quella senz’armi e quella interiore.

E insieme a questa carneficina della violenza fisica, dentro e fuori di casa, nelle trincee o nei paesi rasi al suolo, nell’ecatombe della polvere e dell’odore della morte, c’è la violenza simbolica, ingannevole e silente sua sorella del male. La sensazione è che qualcosa di irreparabile possa accadere: nella vita quotidiana saltano i limiti del rispetto e della dignità, l’onestà è conculcata nell’umiliazione, la famiglia si va disgregando e con essa la scuola, un tempo il tabernacolo dei valori che contano nella vita.

Qualcuno le ha rovinate entrambe, ribaltando a poco a poco e rendendo inutile lo scopo stesso della loro sussistenza. Siamo tutti colpevoli, “ciechi e supponenti” come mi ha scritto Paolo Crepet, indifferenti e soli, incapaci di gestire un rapporto d’amore, di esprimere una relazione di empatia, tra incompetenza, insensibilità, approssimazione, ignavia: tutti vittime disorientate e incerte nel nebuloso limbo dell’effimero, incapaci a distinguere tra il valore della vita e la sua dissoluzione.

 

Dopo Mosca, unità contro il terrorismo non guerra delle narrazioni.

I fatti politicamente più rilevanti del giorno successivo alla strage al Crocus City Hall di Mosca sono stati essenzialmente quattro: il quadro completo delle reazioni internazionali di condanna dell’atto terroristico, la tempestiva cattura di tutti e quattro i presunti terroristi autori della carneficina, il messaggio di Putin alla nazione, la diversità fra la Russia e l’opinione pubblica occidentale nel tenere in conto la rivendicazione dell’attentato da parte dell’Isis-K.

Va registrata l’unanimità della comunità internazionale nel condannare l’attacco a Mosca e nel ribadire la condanna del terrorismo, visto in tutto il mondo come un nemico degli stati e delle organizzazioni internazionali, che cerca di condizionare l’agenda politica regionale e globale per conto di forze che operano dietro, o al di fuori, delle istituzioni. Oltre le divisioni che sussistono fra Occidente e Russia, e Sud del mondo, l’attentato a Mosca ha fatto emergere un comune posizionamento della comunità internazionale nel combattere la minaccia per i singoli stati e per il mondo costituita dal terrorismo.

Sul fronte delle indagini, l’Fsb, i servizi russi, ha reso noto che sono state arrestate undici persone, fra cui tutti e quattro i presunti terroristi autori della sparatoria e dell’incendio alla sala concerti moscovita, mentre tentavano di fuggire in auto verso il confine ucraino.

E ieri vi è stato anche il messaggio del presidente russo Vladimir Putin alla nazione. Un discorso duro ma equilibrato, senza riferimenti alle due rivendicazioni targate Isis, ma anche senza, almeno per ora, puntare il dito sui suoi nemici interni o esterni come il governo ucraino, limitandosi a specificare il confine dove erano diretti i presunti attentatori arrestati. Il leader del Cremlino ha posto l’accento sul fatto che la Russia conta sulla cooperazione “con tutti gli Stati che condividono sinceramente il nostro dolore”, facendo appello a una comune lotta che interessa gli stati, compresi quelli occidentali, contro un fattore destabilizzante e incontrollabile come il terrorismo, che, almeno per le sue azioni più eclatanti, necessità di complicità e di appoggi possibili solo con il coinvolgimento di pezzi di apparati deviati. Forse a questo ha alluso Putin parlando delle responsabilità di “tutti coloro che stanno dietro i terroristi” e della necessità di non permettere a costoro, “chiunque siano, chiunque li guidi” di compiere nuovi crimini. Da questo passaggio si potrebbe evincere che ciò che più interessa al governo russo sia reagire rispetto a quelle forze che, non da oggi, mirano alla destabilizzazione della Federazione Russa, più che cercare di strumentalizzare l’attentato in funzione della guerra di invasione in Ucraina.

In ogni caso, si rafforza l’impressione che i tempi successivi a questo attentato saranno caratterizzati da una guerra delle narrazioni, sia in Russia che in Occidente. Contesa che, com’era prevedibile, le due rivendicazioni dell’attentato a Mosca di venerdì sera da parte dell’Isis della provincia afghana di Khorasan, hanno già innescato. Le istituzioni russe non hanno sinora fatto riferimento a un marchio come quello dello Stato Islamico caratterizzato da un alto tasso di ambiguità, di indefinitezza, di mutevolezza, di sorprendente tempismo, tanto più nella sua versione afghana che è riuscita a suon di attentati e di provocazioni persino ad avvicinare, anziché far accentuare i loro contrasti, i governi di Teheran e di Kabul, facendo loro mettere in secondo piano vari contenziosi.

La speranza è che non si impongano quelle narrazioni, di opposto segno, capaci di aggravare ulteriormente la tensione internazionale, perché significherebbe assecondare ciò a cui il terrorismo mira, l’estensione del caos e dell’instabilità, riducendo le possibilità che la transizione geopolitica in corso, di ridefinizione di un nuovo assetto globale più adeguato ai tempi e più partecipato e inclusivo, possa avvenire con i mezzi della politica in modo il più incruento possibile.

Erano giovani e li hanno visti arrivare: Maiori 40 anni dopo.

L’idea è stata di Dario Franceschini. Semplice ma essenziale. E cioè, i delegati che si sono trovati a Maiori per il Congresso Nazionale del Movimento Giovanile della Dc del 1984 si sono ritrovatidopo 40 anni. Per fare un partito? Per avviare una riflessione dopo 40 anni di impegno politico e di militanza politica? O per fare una corrente – parlando con il linguaggio comune della prima repubblica – all’interno di qualche partito? Nulla di tutto ciò. 

La ragione di fondo dell’incontro sulla costiera amalfitana rispondeva solo ed esclusivamente ad una motivazione dettata dal ricordo e dall’amicizia. Quella vera, però e non quella dettata da ragioni burocratiche e protocollare. Certo, a differenza del ritrovo di qualche settimana fa a Firenze della vecchia FGCI con la presenza dei “sacerdoti” del solito caravanserraglio della sinistra ex e post comunista italiana,

quello di Maiori – com’era nella migliore consuetudine dei democristiani – è stato un incontro fra vecchi e giovani amici per ricordare i fasti di quella generazione approdata all’impegno politico negli anni ‘80 e che poi, almeno per alcuni di quelli, si è dispiegata lungo l’impervio e complesso

cammino della cosiddetta seconda repubblica. Un cammino che ha visto proprio quella generazione, ovviamente ancora unita a Maiori nella casa madre della Dc seppur spalmata nelle tradizionali correnti di quel partito, dividersi nella nuova e per certi aspetti singolare ed anacronistica offerta politica.

Ma, per restare all’incontro promosso da Franceschini a Maiori, quello che non si può non rilevare è che anche da una iniziativa che non prevedeva una riflessione politica ed organizzativa immediata, è emersa una precisa consapevolezza. E cioè, anche da un incontro semi conviviale e tra molti piccoli ma significativi conciliaboli, si può innescare la scintilla di un nuovo e certamente diverso impegno politico. È altrettanto ovvio che è del tutto inutile infilarsi in questi dettagli ma è altrettanto evidente che da una comune cultura politica, e storica, può ripartire un cammino di ricerca, di riflessione, di critica e quindi anche di azione che solo gli accadimenti concreti e la storia degli avvenimenti ci dirà dove collocarli politicamente. 

Perché a volte, come ci ricordava spesso l’indimenticabile Guido Bodrato, uno dei “maestri” della nostra generazione, “è la categoria della imprevedibilità a determinare gli accadimenti politici”. E l’incontro di Maiori con quasi 200 persone, al di là della volontà o dei desideri degli stessi partecipanti, rientra a pieno titolo proprio nel monito, severo ma realistico e sempre contemporaneo, di Guido Bodrato.

Ricordare Einaudi ricordando De Gasperi: siamo tutti loro debitori.

Ricorrono oggi 24 marzo, 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi, l’economista, il governatore della Banca d’Italia, il presidente della Repubblica nato a Carrù nel 1874, ma anche il grande intellettuale pubblico che tanto ha contribuito al progresso civile, oltre che economico, del paese. È l’occasione per ricordarlo. E, tuttavia, tutte le volte che ricordiamo Luigi Einaudi dovremmo ricordare Alcide De Gasperi, e viceversa. È infatti dalla loro convergenza, dal loro incontro, dalla loro intesa che venne tanta parte della ricostruzione materiale e morale del paese dopo la guerra. Ebbero accanto negli anni della guerra giovani di grande valore, come Guido Carli e Sergio Paronetto. “Forse per prudenza, forse per caso, De Gasperi ed Einaudi – ha scritto Carli nelle sue memorie – avevano costruito in pochi mesi una sorta di ‘costituzione economica’ che avevano però posto al sicuro, al di fuori della discussione in sede di Assemblea costituente”. In che cosa consisteva quella loro “costituzione economica”? In due pilastri: l’economia aperta e l’economia mista come fattori indispensabili per lo sviluppo del paese. 

La prima scelta, quella a favore dell’economia aperta, consisteva anzitutto nell’impulso da entrambi dato all’adesione alle istituzioni di Bretton Woods, cioè la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, segno forte della collocazione geopolitica dell’Italia nel campo occidentale e della ritrovata immissione dell’Italia nell’economia internazionale; nonché nell’eguale impulso dato al processo di integrazione europea, nel quale entrambi sostennero con forza che occorresse partire dalla politica, e non dall’economia: e che la difesa europea avrebbe indotto ad avere un bilancio europeo, e il bilancio un parlamento. La seconda, quella relativa all’economia mista, consisteva nell’accettazione, sia pure a certe condizioni, della nuova economia pubblica, a cominciare dal mantenimento in vita dell’IRI e successivamente dalla creazione della Cassa per il Mezzogiorno. Istituzioni accettate e sostenute anche per la fiducia riposta in personalità straordinarie per integrità morale e competenza tecnica, su tutti Donato Menichella, che Einaudi definì un “tecnico insigne”. De Gasperi, Einaudi, Menichella: sono loro i grandi ricostruttori, e ad essi va aggiunto Ezio Vanoni. 

Ma c’è un’altra convergenza tra Einaudi e De Gasperi, che va al di là e che viene prima di quella pratica sulle concrete forme e opzioni della ricostruzione. Ed è la convergenza ideale di fondo, sia pure nella diversità dei loro percorsi intellettuali e politici. E la convergenza dice: la democrazia liberale si fonda sulle istituzioni e ha come fine la persona. Si legga il discorso di Einaudi in occasione del giuramento come presidente della Repubblica il 12 maggio 1948, in cui egli sostiene la necessità di “conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della persona umana contro l’onnipotenza dello stato e la prepotenza privata, e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza”. Non possiamo, leggendolo, non rilevare l’affinità, l’idem sentire, il legame con il Testamento politico di De Gasperi (1942), in cui è forte la presenza di Paronetto: “la costituzione economica non si crea (…) con cieco automatismo delle forze libere in gara, come aveva sperato il liberalismo classico, ma si forma sotto il vigile controllo dello Stato che deve intervenire a disciplinare le forze libere e preservarle dagli uomini di preda”. In una lettera alla moglie, De Gasperi scrisse: “Ci sono uomini di preda, uomini di potere, uomini di fede. Io vorrei essere ricordato fra questi ultimi”. Einaudi e De Gasperi furono uomini di fede, capaci di quelli che Thomas Mann definì “investimenti di fede e di entusiasmo”, tipici dei costruttori e ricostruttori. Perciò, quando ricordiamo De Gasperi, ricordiamo Einaudi, e viceversa. Siamo tutti loro debitori.

 

Giovanni Farese

Giovanni Farese è professore associato di Storia dell’economia nell’Università Europea di Roma. É Managing Editor di The Journal of European Economic History e Marshall Memorial Fellow del German Marshall Fund of the United States. È autore di numerosi scritti sulle istituzioni e i protagonisti della ricostruzione, tra cui il volume Luigi Einaudi. Un economista nella vita pubblica (Rubbettino 2012).  

Roma, lunedì 25 marzo 2024, ore 11.00 – Sala della Protomoteca (Campidoglio). Il convegno, che si svolgerà alla presenza del presidente della Repubblica, ospiterà, dopo una prolusione del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, tre relazioni scientifiche di Giovanni Farese, Roberto Pertici e Angelo Maria Petroni. L’accesso alla sala è solo su invito. Sarà possibile seguire l’evento in diretta streaming su corriere.it

Un libro prezioso a ottant’anni dall’eccidio delle Fosse ardeatine

Il 24 marzo sono ottant’anni dalla strage delle Fosse Ardeatine. È difficile, forse impossibile, trovare uno studio o un libro sul massacro delle Fosse Ardeatine di cui si rendono responsabili i tedeschi – le SS di Herbert Kappler, Karl Hass, Erich Priebke, spietati criminali aguzzini – che non segua teoremi o ricostruzioni o montature succedutesi nel tempo, fin dai giorni immediatamente seguenti l’eccidio. Soprattutto è impossibile trovare uno storico che si interessi delle 335 vittime. Per i tre ufficiali delle SS sunnominati, le stesse vicende della cattura, della detenzione e, in un caso, dell’uscita dalla detenzione presentano regolarmente qualche lato apparentemente opaco, inspiegato, poco convincente. 

Si pensi alla grave rottura del patto di consultazione preventiva dei comunisti con le altre forze rappresentate nel CLN (nel cui comitato militare siedono Giuseppe Spataro per la DC è Giorgio Amendola per il PCI); oppure al sospetto di un preventivo accordo di massima tra Kappler e i comunisti per non mettere nel mirino una unità combattente operativa efficiente (vittime dell’attentato di via Rosella furono degli anziani ausiliari altoatesini: soggetti di serie B quanto a efficienza bellica); l’atteggiamento in quei frangenti altalenante e ambiguo di Giorgio Amendola, uno dei giovani capi militari comunisti, soprattutto nei momenti successivi all’attentato; l’ideazione tecnica dell’attentato da parte non di una figura di vertice, ma di un militante che aveva la ventura di abitare nei pressi del luogo dell’esplosione dell’ordigno; soprattutto, la circostanza che il 24 marzo precede di due-tre giorni il rientro in Italia di Palmiro Togliatti: in un certo senso, la situazione tragica creatasi con l’attentato e la successiva strage è il benvenuto riservato al capo (da notare che il coordinamento militare viene immediatamente dichiarato decaduto e lo stesso Comitato centrale del CLN rischia la rottura; per fortuna, Togliatti arriva appena in tempo – il 27 marzo -, sconfessa nella sostanza i suoi e rimette insieme i cocci del vaso infranto). 

Invece, con il nuovo libro di due valenti storici,Mario Avagliano e Marco Palmieri (Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, Einaudi) anche le vittime salgono agli onori della storia.

Un passo indietro. All’epoca, nel 1944, Giulio Einaudi ha da poco iniziato la sua attività di editore. Per la selezione dei titoli apparsi nell’editoria mondiale e da portare a stampa in Italia si avvale, nelle materie società ed economia, della consulenza di due giovani amici cattolici: Franco Rodano, il leader della Sinistra Cristiana fortemente legato a Palmiro Togliatti, e Sergio Paronetto (quest’ultimo amico anche di suo padre, il grande economista Luigi, di suo fratello, l’ingegnere siderurgico Roberto, che fa il commissario-presidente dell’IRI per le province liberate dell’Italia centrosettentrionale, e di un suo cugino di secondo grado, l’ingegnere dell’IRI Agostino Rocca che fa il patron di industrie importanti come la Finsider, la Dalmine, la SIAC e l’Ansaldo). 

Gli autori Avagliano e Palmieri hanno fatto una operazione di concezione semplice, giusta, necessaria; finora – guarda caso – trascurata: la raccolta delle biografie dei 335 caduti. Dalla lettura di queste si sprigionano una pluralità di significati e profili che fissano in qualche modo il significato di quella che fu la terribile denegazione dell’umanità perpetrata dai militari tedeschi, in preda alla barbarie nazista, con l’aiuto dei loro scherani italiani fedeli al regime di Salò. Gli autori pongono la questione di chi e cosa fosse l’Italia contro la quale si muove la distruttrice ex disumana macchina nazista. Viene ricostruito un complesso mosaico che però fornisce un’identità sufficientemente precisa a un gruppo: non si tratta di partigiani (soltanto), di ebrei  (soltanto), di oppositori del regime (soltanto), di ricchi  (soltanto) o di poveri (soltanto), di anziani o di giovani  (soltanto): è uno spaccato della popolazione; hanno in comune il fatto di formare l’Italia reale, comprese quelle poche unità di stranieri che vengono aggregati ai votati al massacro.

Il metodo con cui sono state messe insieme le biografie costituisce motivo di peculiare interesse: c’è naturalmente la ricostruzione personale di tipo narrativo; ma soprattutto c’è la spremitura di ogni possibile ragguaglio biografico proveniente dagli archivi pubblici: ad esempio, anche dalla lettura del casellario giudiziario e degli atti giudiziari. Nulla dunque che possa essere legato al mito. Nella letteratura storiografica legata agli eventi formativi della epopea antifascista si trovano spesso ricostruzioni che, pur non potendo negare loro validità in assoluto, hanno nascosto dietro appunto al mito molteplici aspetti nello stesso filone, ma distinti: ad esempio, l’azione militare anti-tedesca; l’azione anti-regime; l’azione di ripristino della libertà e della democrazia. L’uso apodittico e pervasivo della categoria dell’antifascismo può in più di un caso essere stato in tutti questi decenni ingannevole. Tale genere di scelta di precisazione produce effetti storiografici anche notevoli: per dire, chi ha mai messo in primo piano che tra i trucidati ci furono anche dei fascisti (ex)? Dei militari, dei poliziotti, dei carabinieri? Degli adolescenti? La categoria dell’antifascismo – forse effetto, più che causa, della strage delle Fosse Ardeatine – ha offuscato la speciale qualità plurale delle vittime, unificandola sotto un protocollo unitario eccessivamente sommario: che è andato a ricoprire anche le vittime quindicenni o i passanti sorpresi dalle parti di via Rasella subito dopo l’attentato. Addirittura, da parte degli illustri presentatori del libro a Palazzo di Firenze, sede della Società Nazionale Dante Alighieri, sono stati avanzati dubbi circa la validità del (complesso) concetto di guerra civile in Italia dal 1943 al 1945. Ora, con l’opera di Avagliano e Palmieri possiamo inforcare gli occhiali giusti per leggere la storia, quelli agostiniani del Vero e quelli della verità-realtà delle vittime (che, per non essere primariamente parte di una formazione in campo, sono tanto più nostri fratelli; e che, nella lettura del libro, avvertiamo come tali). 

Allora, quello che affascina nell’opera di Avagliano e Palmieri è un triplice elemento: la ricostruzione storiografica, che si uniforma alla freddezza solo apparente della ricerca negli archivi, è un dato da salutare positivamente (l’esame del libro riserva continuamente al lettore momenti di autentica commozione; il rigore del metodo non esclude affatto l’emotività di fronte alla restituzione degli avvenimenti); quindi, la fuoriuscita definitiva dall’ideologia – ideologia d’antan -, da salutare altrettanto positivamente; infine, il coraggio di fare la scelta di sottolineare l’importanza delle biografie, sia pure quando i coprotagonisti sono tanti e sono persone normali, senza un ruolo volontario decisivo. 

Non è dunque il racconto della realtà storica a dover inseguire il pensiero dello storico, ma è quest’ultimo a doversi adattare quanto più possibile alla molteplicità pluralistica delle risultanze della ricerca. Più molteplicità irriducibile di quando si fa storia biografica di persone invece che storia di idee, è difficile trovare; ed è ancora più difficile averne ragione elaborando il materiale trovato. Il libro, esemplare sotto il profilo metodologico, è augurabile che sia seguito da tanti altri saggi di storia in cui abbondino le biografie dei tanti coprotagonisti. Sarà così che riusciremo meglio a comprendere – e a utilizzare positivamente – fenomeni storici che ci hanno coinvolto e riguardato come collettività; ma che ci scoraggiano perché i protagonisti sono tanti e sconosciuti. Personalmente amerei che ci si esercitasse di più e meglio con un evento complesso come la ricostruzione postbellica italiana. Dovremo fare uno sforzo. Ma alla fine potremo sapere a chi dobbiamo essere riconoscenti.

L’attacco a Mosca unisce il mondo nella condanna del terrorismo

Di fronte all’attacco terroristicco avvenuto ieri sera a Mosca presso la sala da concerti più grande della città, la Crocus City Hall, con un bilancio di più di 60 morti e 140 feriti, la comunità internazionale si è dimostrata unita nel condannare questa strage di civili, che ne richiama alla memoria altre, avvenute in Europa, in particolare quella del 13 novembre 2015 al teatro Bataclan di Parigi. L’attentato di ieri però si inserisce in un contesto molto più delicato e incandescente di quello dello scorso decennio, nel bel mezzo del conflitto in corso in Ucraina. Il governo di Kiev si è detto subito totalmente estraneo e privo di responsabilità per quanto accaduto nella capitale russa. È giunta poi una rivendicazione dell’Isis, per la quale ancora a tarda sera si valatutava l’attendibilità.

La ferma condanna anche da parte dei Paesi occidentali, manifesta la volontà degli stati e delle organizzazioni internazionali come UE e Nato di mantenere il controllo della situazione a fronte dell’azione spregiudicata di forze oscure, in quanto al momento non ancora identificate, che invece stanno puntando a gettare benzina sul fuoco del conflitto russo ucraino. Insieme alle vittime che ha prodotto, è questo l’altro grande danno che l’attentato a Mosca tende a provocare. Quello di logorare ancor di più le relazioni e la fiducia fra gli stati, di fare sembrare ancora di più di quanto già molti dicano, la guerra come unica via da percorrere. Per questo, come ha ricordato l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della Sioi, in un commento a caldo a Tg2 Post, la cosa più importante in queste ore è mantenere nervi saldi, lucidità, non giungere a conclusioni affrettate, non fare dietrologie che potrebbero condurre a sviluppi fuori controllo, ma attendere il procedere delle indagini e l’emergere di un quadro di valutazione con maggiori e più fondati elementi. 

Una prova di responsabilità che devono dare tutte le parti, in particolare lo stato colpito, la Russia, che dovrà dimostrare di saper evitare di strumentalizzare questa strage in relazione all’andamento della guerra di aggressione che conduce in Ucraina. Questo attentato mette a durissima prova la capacità degli stati di non lasciarsi travolgere dagli eventi, rafforzando la reciproca fiducia, e nel contempo sembra costituire un avvertimento, non difficile da interpretare quanto al fine che vorrebbe ottenere, circa il rischio che azioni mirate di forze e gruppi particolari possano tentare, in una fase così tesa come l’attuale a livello internazionale, al di là della volontà delle istituzioni, di forzare la mano o addirittura di fare deragliare la catena degli eventi verso direzioni che nessuno, ovvero nessun potere legalmente costituito intende imboccare.

L’impegno comune a tutta la comunità internazionale, come ha ricordato il presidente Sergio Mattarella, a combattere ogni forma di terrorismo, è la prima e migliore risposta che si possa dare a crimini come quello commesso nel teatro moscovita, facendo diventare un brutale atto terroristico un’occasione per ribadire i valori fondamentali alla base delle relazioni fra i popoli e i loro legittimi rappresentanti, anche in un mondo caratterizzato dalla presenza di molti conflitti in corso e da una non ancora lineare ricerca di un nuovo ordine globale che garantisca stabilità, pace, giustizia e inclusività per l’avvenire.

 

P.S. Molto ferma la condanna di Yulia Navalnaya: “Condoglianze alle famiglie delle vittime – ha scritto su X – e auguri di pronta guarigione ai feriti. Tutti coloro che sono coinvolti in questo crimine devono essere trovati e chiamati a rispondere delle loro responsabilità”.

La Voce del Popolo | Salvini e l’applauso all’elezione di Putin.

Non si capisce quale demone politico abbia spinto Salvini ad applaudire la rielezione di Putin. Se l’applauso sia figlio di una convinzione (che lo accomuna a una fitta schiera di dittatori in giro per il mondo). Oppure sia l’espressione di un legame che a questo punto non può più essere reciso. In ogni caso la sua voce appare agli antipodi del posizionamento internazionale del paese e del governo di cui fa parte. 

Resta da capire, appunto, il perché. E soprattutto da immaginare il dopo. È evidente che una posizione così lontana dal senso comune e dagli obblighi di coalizione presuppone una scommessa. Cioè che vi sia nel paese un dubbio tanto forte sulle nostre alleanze globali da spingere un partito come la Lega a schierarsi quasi agli antipodi della premier e del ministro degli esteri. Magari confidando di trovare spazio lungo quell’asse gialloverde che segnò l’inizio della scorsa legislatura (il Conte uno, per intenderci) e che pure non portò a lungo andare una così soverchia fortuna al Carroccio. 

A prenderlo alla lettera sembra quasi che Salvini stia scommettendo sulla fine dell’alleanza di cui fa parte. E che ancora una volta, come appunto nella scorsa legislatura, egli preferisca scommettere sullo scontento del paese piuttosto che sulla riuscita del governo di cui fa autorevolmente parte. 

Scelta umorale, di pancia si direbbe. Che va contro le consuetudini altrui e forse anche contro il proprio interesse. Si vedrà a questo punto se la Lega – il partito più antico sulla piazza – lo asseconderà o se invece da quelle parti si aprirà un confronto come accadeva un tempo nei partiti ancora più antichi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 21 marzo 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La cartina di tornasole della politica estera

Verrebbe quasi da dire “c’era un tempo”… In effetti, quando la vita pubblica italiana non era ancora stata infestata dal populismo demagogico, qualunquista e anti politico, la politica estera era il crocevia decisivo e discriminante per la costruzione delle alleanze da un lato e per la stessa definizione del profilo politico dei partiti dall’altro. E proprio attorno alla politica estera, principalmente, si costruivano i governi e gli assetti. 

Erano altri tempi? Certamente sì, ma in ogni fase storica l’orientamento politico di un partito sulla politica estera non è mai stato una variabile indipendente ai fini del suo progetto e del sistema di alleanze che voleva costruire per concorrere al governo del paese.

Non stupisce, pertanto, che anche oggi – seppur in un contesto politico ancora fortemente caratterizzato dalla sub cultura populista di marca grillina e salviniana – sia proprio e ancora la politica estera ad essere un fattore decisivo per misurare la credibilità di una ricetta politica e, soprattutto, l’affidabilità democratica di un paese come il nostro. E, non a caso, la Premier Giorgia Meloni ha fortemente caratterizzato l’avvio del suo governo su questo versante dando l’impressione, e non solo l’impressione, di ancorare il nostro paese ad un quadro di alleanze chiare, nette e coerenti. Senza balbettamenti, reticenze ed ambiguità. 

Dopodiché, le singole scelte di politica interna saranno discutibili, e certamente opinabili, ma sulla collocazione del nostro paese nello scacchiere europeo e mondiale e, soprattutto, sulle concrete prese di posizione, l’Italia in questi ultimi mesi ha centrato gli obiettivi principali.

Altro che populismo giallo/verde! Se dovessimo avere come riferimento il populismo anti politico del partito di Conte e di Grillo da un lato o lo strampalato sovranismo della Lega salviniana dall’altro, il nostro paese sarebbe inesorabilmente esposto al vento dell’instabilità, del pressappochismo, dell’improvvisazione e di un pericoloso ed inquietante discostamento dalle storiche coordinate che hanno sempre caratterizzato la politica estera italiana. Ed è indubbio che questo è anche, e soprattutto, merito della Premier Meloni.

In ultimo, e non per ordine di importanza, va pur detto che il recupero di credibilità e di autorevolezza della politica, dei partiti e dei rispettivi progetti di governo passa anche, e soprattutto, attraverso la chiarezza sulle grandi scelte in politica estera. Non a caso, come ricordano tutti coloro che hanno ancora frequentato i grandi partiti popolari e di massa del passato, ogni riflessione locale e nazionale di un qualsiasi direttivo di partito partiva sempre da una ricognizione sul contesto europeo ed internazionale. 

E questo per la semplice ragione che quando ci sono incertezza ed ambiguità su questo fronte difficilmente si riesce poi a perseguire un progetto politico e di governo credibili anche sul versante nazionale. Ebbene, dopo la sbornia populista grillina e leghista, forse si intravedono all’orizzonte i segnali di una lenta, ma inarrestabile ripartenza della politica e dei suoi istituti principali.

Un quadro instabile a destra, un disegno tormentato a sinistra.

Il più mobile tra Salvini e la Meloni è certamente il primo. Infatti, s’intuisce come dei suoi piccoli e grandi ricatti ce ne sia uno che tiene di riserva (a meno che non esploda il caso Santanchè) per quando tutto sarà perduto: dissociarsi dal premierato, la proiezione dei sogni della Meloni, in verità con l’unico precedente in Israele ed in breve fallito. 

Ora, dopo aver tentato di aprirsi un varco a livello europeo, incalzando sull’estrema destra la Meloni, Salvini gioca in nome del miraggio della pace la carta di Putin, ieri colpito in casa da un grave attentato terroristico, con una singolare argomentazione: è stato votato e va rispettato. Non valgono le obiezioni circa il mancato rispetto delle normali regole di democrazia. È un atteggiamento spregiudicato che segnala il degrado di chi per il potere, senza nessuna riserva morale, è pronto a giocarsi tutto, anche il suo popolo – modello Putin, appunto. 

La frase usata per legittimare il nuovo Zar (“L’hanno votato ed è tutto in regola”) finirà per tornargli addosso come un boomerang: “Non hanno votato te, in Italia”. Si va delineando perciò un rischio molto serio. A meno che in Europa non dovessero risultare determinanti i populismi sovranisti, il destino di Savini è pressoché segnato. Emerge con chiarezza allora il perché la Lega abbia tutto l’interesse a un cambiamento di rotta prima delle elezioni europee, proprio per non perdere consensi a vantaggio di Fratelli d’Italia e Forza Italia.

I margini di manovra sono stretti e la Meloni, forte dell’abbraccio con Ursula von der Leyen, mostra di poter contenere l’offensiva salviniana. In questo quadro non fa meraviglia che il leader dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, sia stregato da un ritorno della Lega alla sua vocazione movimentista, con l’evidente tentazione di far saltare il banco del governo. È però un’attesa carica di equivoci, oltretutto cedevole alla imprevedibilità di Salvini. Per questo la preoccupazione di Elly Schlein per una implicita sudditanza politica, tale da bloccare l’evoluzione faticosa del “grillismo”, riassume e descrive il disagio esistente nell’area progressista. A destra e a sinistra non mancano i problemi.

Con Paronetto nasce l’Italia a guida democratico cristiana

Il 20 marzo 1945 moriva a soli 34 anni un grande italiano, Sergio Paronetto. Vicedirettore generale dell’IRI, collaboratore strettissimo del direttore generale Donato Menichella, allievo e amico di Giovanni Battista Montini – per lui sempre “don Battista” -, colonna dell’associazionismo cristiano e cofondatore del Movimento Laureati Cattolici, caporedattore della rivista Studium. Il valtellinese Sergio Paronetto sarà il principale ispiratore di Alcide De Gasperi – nella profetica convinzione che il leader trentino fosse l’uomo destinato a tirare l’Italia fuori dalle distruzioni e dal sottosviluppo – provvedendo a trasferire al politico di trent’anni più anziano gli elementi di formazione, di competenza e di valutazione per porsi alla guida del processo di rinascita economica e civile del Paese distrutto. 

Il 20 marzo 2024 si sono ritrovati sulla tomba di Sergio Paronetto a Roma alcuni studiosi della sua figura, i quali hanno attorniato monsignor Vincenzo Paglia chiamato a celebrare una messa in suffragio per l’anima del funzionario spirato 79 anni fa. La prima lettura della messa del giorno, tratta dal libro del profeta Daniele, appare straordinariamente pertinente alla vicenda umana del giovane valtellinese. In essa si narra di un capo di Stato e di governo molto sicuro di sé e del proprio smisurato potere, che minaccia tre sudditi ebrei (vengono identificati chiamandoli con il loro nome) i quali si rifiutano di obbedire all’ordine di adorare un dio inventato dal tiranno, proposto e imposto a tutti. Al rifiuto, il tiranno al colmo dell’ira descrive il supplizio da lui pensato per i tre. Viene presentata una macchina che è una fornace regolabile, dove si può comandare l’intensità della fiamma e anche l’altezza cui possono giungere le lingue di fuoco (49 cubiti). 

Ostinati nel loro rifiuto, i tre vengono chiusi nella fornace ed esposti alle fiamme. Miracolosamente, il fuoco e le alte temperature non li aggrediscono. Invano viene comandato di alzare al massimo la potenza distruttiva dell’ordigno. Il tiranno vede che a restare integri nella fornace, oltre ai tre c’è anche un misterioso quarto uomo: ne rimane stupefatto ed essendo un politico e intendendo il significato dell’evento e la sconfitta del proprio potere, cambia rapidamente partito. Il quarto uomo è un angelo, inviato dal Dio dei tre. Il Dio dei tre ha prevalso. Tanto vale mettersi dalla sua parte. Per suo ordine i tre vengono liberati. Il passo di Daniele si conclude proprio con le parole del tiranno

“Nabucodònosor prese a dire: «Benedetto il Dio di Sadrac, Mesac e Abdènego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui; hanno trasgredito il comando del re e hanno esposto i loro corpi per non servire e per non adorare alcun altro dio all’infuori del loro Dio».

L’omelia di mons. Paglia ha proposto che la fornace sia la guerra, il periodo 1944-1945, i tre ebrei fedeli siano il popolo italiano, l’angelo-quarto uomo sia Sergio Paronetto, la dittatura sia quella del non pensare al “dopo” con le competenze necessarie, la desertificazione del pensiero umano, quasi la sua fuga invigliacchita davanti alle situazioni difficili che uccidono la speranza. Il messaggio del profeta Daniele è la conversione rispetto a ciò che ci tiranneggia. 

Qual è la competenza che Paronetto riesce a mettere in campo, convincendo De Gasperi, Montini e Pacelli? Lo studio serio dell’agire umano: l’agire sociale, l’agire economico, l’agire politico, ciascuno con le sue categorie; da qui la prospettiva – e l’urgenza – di fornire, in momenti storici particolari, i principi per i rispettivi ordinamenti di cui la società civile, quando è reduce da una catastrofe, ha assoluta necessità: l’ordinamento sociale, l’ordinamento economico, l’ordinamento politico. L’azzeramento prodotto dalla fornace della guerra esige che siano enunciati con coraggio i nuovi principi. I cardini irriducibili sono la libertà politica, la libertà economica, la democrazia politica, la democrazia economica. Nessuna delle quattro può sussistere senza le altre tre. 

Ma c’è un presupposto vitale per tutte, irrinunciabile: la pace. E la pace vuol dire scelta di collocazione internazionale e capacità di affrontare il vincolo esterno. Questo è quello che formerà la religione civile di De Gasperi nel porsi il problema della ricostruzione del Paese. Paronetto quasi impone al leader trentino di porsi un’unica pregiudiziale per la propria azione, la “pregiudiziale ricostruttiva”. La morte precoce, giovanissimo (34 anni), lo coglie alla fine del processo di trasferimento a De Gasperi e a Montini della sua opera di pensiero: sul suo letto di morte giacciono le bozze dei due scritti che sintetizzano le passioni della sua vita: quelle, liberate, del Codice di Camaldoli (vero titolo: Principi dell’ordinamento sociale) e quelle dello statuto riformato dell’IRI per la nuova Italia democratica. Per la quale Paronetto inventa il disegno della nuova economia pubblica. I suoi fraterni amici Giorgio La Pira, Ezio Vanoni, Meuccio Ruini svolgeranno in Assemblea Costituente l’azione che porterà agli articoli 11, 41, 47 e 99: articoli “paronettiani” della cosiddetta costituzione economica.

De Gasperi ripeterà più volte a Pietro Scoppola: “Io devo moltissimo, se non tutto, a Sergio Paronetto”. E l’amico nonché concittadino Ezio Vanoni, in un articolo per i dieci anni dalla scomparsa, ripeterà un concetto analogo e lo definirà “amico e maestro”.

Bari, triste lo spettacolo di una politica prigioniera del trasformismo

Prima di formare un Governo forse si dovrebbe anche guardare al nome dei suoi componenti. Il Ministro Piantedosi sta passando come un piantagrane in quel del Comune di Bari. Dosi di sospetti e di proteste animano la politica nazionale. 

La vicenda è nota. C’è attenzione per infiltrazioni di criminalità organizzata in una municipalizzata del Comune pugliese e quindi si ventila l’ipotesi che quella città possa essere commissariata. C’è chi protesta perché scorrettamente in qualche modo il Governo vuole espiantare di forza la volontà espressa dai baresi e chi invece lancia allarmi per forme di compromissione di voti di scambio con ambienti malavitosi in occasione dell’ultima elezione amministrativa del capoluogo delle Puglie.

Si andrà avanti nelle polemiche per un tempo infinito senza arrivare al nodo del problema. Per adesso ci si può intanto soffermare sui nomi e sul clamore che sta assumendo la vicenda. Sotto l’occhio del ciclone è finita la consigliera comunale Mari Carmen Lorusso. Suo padre, Vito Lorusso, che nella vita fa il primario, fu arrestato perché chiedeva le tangenti ai malati di cancro per anticiparne le cure. 

Per quanto è dato comprendere, nel quadro delle misure cautelari si conta anche il marito della Lorusso, Giacomo Olivieri, ex consigliere regionale, che ha alle spalle la militanza in quasi tutti gli attuali partiti dell’arco parlamentare, forse per simpatia dell’arbitro internazionale di giochi senza Frontiere, Gennaro Olivieri, per cui si deve essere imparzialmente di tutti e di nessuno.

Carmen è un gran bel nome. D’istinto ci richiama alla nostra brava Carmen Russo, donna che per mestiere balla e recita, insomma fa spettacolo. Forse ha mosso invidia alla Lorusso che non vuole sentirsi seconda sulla scena del mondo. La Carmen politica non ha infatti mancato di fare mostra di sé. Dalle cronache si legge della sua passione per la mondanità e lo stile da influencer, spesso ritratta accinta al tennis, all’equitazione, al mare, alle feste e quant’altro ancora nelle località frequentate dai Vip.

Tutto questo, va detto, non è peccato ma stride con l’esemplare compostezza di un Aldo Moro, se si pensa alla sua foto in doppiopetto sulla spiaggia con i figli, malgrado il tempo estivo.

C’è per qualche verso qualcosa a che vedere con l’impudenza e l’ambizione della bella zingara della Carmen di Bizet, che da semplice sigaraia, pian piano, trova una sua affermazione nella società che conta, intrecciando una storia d’amore con il famoso torero Escamillo. Prima ancora Carmen, priva di scrupoli e forte della sua avvenenza, tenta di corrompere il brigadiere Don Josè, mandandolo poi in rovina. Poco a che fare, comunque, con il nome Carmen, la cui origine etimologica è di “giardino di Dio”. Qui ci si muove tra gli ulivi pugliesi che sembrano attaccati da qualche parassita non proprio da sottovalutare.

La Lorusso è stata eletta inizialmente nella lista di centro destra “Di Rella Sindaco” per poi passare, secondo buon costume, tra le forze di maggioranza. Del resto, il trasformismo è esercizio quotidiano in politica e non solo in ambito parlamentare. Trasformare indica saper andare oltre la propria forma, sapersi evolvere cavalcando le convenienze del momento. 

Suona un po’ di trasgressione ma ormai più nessuno ci fa attenzione. Si tratta di trasferire la propria esperienza in altri campi e…tutto va bene Madama la Marchesa. Al giorno d’oggi occorre essere movimentisti: ”Movimento, movimento, Movil” urlava Gino Bramieri in una vecchia pubblicità.

Invece di subito dolerci rumorosamente sulla questione, scandalizzandoci per i 130 arresti disposti dalla Magistratura, non un numero del tutto insignificante, sarebbe utile arginare il fenomeno dei cambi di casacca con una valutazione, se non a monte, almeno a valle di queste peregrinazioni.

Non si può negare ad ogni eletto il diritto di indirizzarsi nel tempo per come crede, in omaggio ad una autonoma decisione suggerita dalla opportunità politica del momento.  I partiti, dopo l’intervento dei giudici, piuttosto che sbraitare a favore o contro il Governo, avrebbero in mano uno strumento risolutivo per evitare atteggiamenti di eccessiva disinvoltura di un personale politico non sempre all’altezza della situazione e non sempre motivato da battaglie ideali.

Soprattutto in ambito locale, quel che resta dei Partiti, prima di comporre le liste, dovrebbe banalmente vagliare la storia di ogni candidato del quale non è difficile conoscerne modi, costumi e frequentazioni. Il raccatto dei voti non giustifica una certa bonarietà nel valutare i requisiti di questo o quell’aspirante a ruoli di rappresentanza politica. Ancor dopo, al consigliere comunale o regionale che chieda di cambiare formazione politica, il nuovo partito di eventuale “accoglienza” potrebbe negare la propria disponibilità a rimpinguarsi di ulteriori partecipanti.

Osservando banalmente una accortezza di questo tipo si porrebbe fine a spettacoli indecorosi che fanno diventare rossi dalla vergogna i partiti oggi starnazzanti per le imprese della Lorusso, ma tutti invece puntualmente immersi nella ipocrisia dei piccoli vantaggi elettorali al tempo di ogni competizione elettorale. Appare questo il fuoco vero della vicenda su cui riflettere mentre, distintamente, la giustizia farà il suo corso.

E il Procuratore di Bari fa per cognome Rossi. Rosso di sera…

Un conto è dire, un conto è dare.

Si sostiene che in epoca di consolidato relativismo etico e culturale ogni cosa detta o pensata possa valere il suo contrario. Mi pare che questo assioma sia estensibile all’intera storia dell’umanità e vada pure bene per le faccende più strettamente aggiornate ai nostri tempi e magari anche per quelle nostrane.

Da sempre una guerra può essere combattuta in nome della pace, un delitto può essere commesso per amore, si può rovinare una persona per fare giustizia.

Come si dice in gergo: le attenuanti generiche più spesso prevalgono sulle aggravanti del caso.  È tutta una questione di punti di vista. Nominiamo le cose, le azioni, i sentimenti, i valori e li definiamo bene in modo che possano circolare nel linguaggio condiviso ma ci rendiamo molto liberi quanto alla loro concreta realizzazione.

Trovo una più disinvolta applicazione di questa regola non scritta nei comportamenti collettivi dei giorni nostri, sarà forse un corollario della democrazia moderna. Questa società si alimenta voracemente di parole: programmi, proclami, manifesti, progetti, accordi, intese, condivisioni, dibattiti, commenti, relazioni, analisi e sintesi. Un’ostensione, una prevalenza, un trionfo della parola. Una preponderanza della teoria sulla pratica.

Credo che il motivo di tante difficoltà, di tante incomprensioni e di tanta incontenibile insoddisfazione esistenziale risieda proprio in questa dicotomia tra il dire e il fare, meglio tra il dire e il dare. Perché la differenza tra parole-pensieri e azioni non è esente dalle contaminazioni del nostro egoismo personale.

Mettere la persona al centro degli interessi e delle attenzioni sociali significa collocare noi stessi nell’ombelico dell’umanità: questo è il vero, prevalente punto di partenza per considerare la realtà. Vogliamo bene al mondo quando trattiamo di teoria e vogliamo un po’ più bene a noi stessi quando la mettiamo in pratica.

Siamo sempre piuttosto indaffarati nel rintuzzare gli inganni della vita. Si comincia con la politica che è il capolavoro della doppiezza e della simulazione, ma soprattutto è l’espressione più alta dell’autoreferenzialità eretta a sistema, c’è infatti un linguaggio adatto per ogni circostanza, dalle promesse elettorali ai ripensamenti in itinere, alla generosa distribuzione delle colpe agli avversari.

Si prosegue nel privato e non son certo rose e fiori.

Se la calunnia è un venticello, l’invidia è uno “tsunami”: non possiamo assolutamente sopportare che qualcuno stia meglio di noi, infatti ci sono sempre ammende, critiche, osservazioni, distinguo. Magari ammantando il tutto con un edulcorato perbenismo: gli sciroppi dei convenevoli vengono elargiti con disinvoltura e le pugnalate più efficaci sono in genere quelle date alle spalle.

La reciproca diffidenza rallenta e spegne le relazioni interpersonali, le svuota della loro gratuita spontaneità: ci vuole una certa tattica sapendo che l’interlocutore può diventar nemico. Intorno a un tavolo o in un’assemblea ci infervoriamo sempre per i valori condivisi: se deve uscire un documento bisogna far vedere che ci battiamo per la pace e la giustizia, per l’uguaglianza e la libertà. Mettiamoci pure la democrazia, non si sa mai, potrebbe offendersi qualcuno. Poi, liberi tutti.

Basta seguire i fatti di cronaca per cogliere gli ondivaghi atteggiamenti del grande pubblico: prima uno è assassino, punto e basta. Ragionandoci su (la saggezza popolare è maestra di vita) si trovano moventi e dettagli: alla gogna, alla forca. Alla fine magari si battono le mani: poverino, aveva sofferto da piccolo. Ma anche nella più mediocre normalità ci sono spunti per conferme e smentite, per pareri e condanne, per assoluzioni e falsità.

L’importante è parlar sempre male degli altri, le nostre faccende – grazie a Dio – sono un’altra cosa. Dire si può tutto, dare…un po’ meno.

Nascita della liberal-democrazia, impossibile senza il cristianesimo.

Europa senz’anima? Politica, cristianesimo, scienza (Scholé, 2024, pp. 146) è solo l’ulteriore tappa di un lungo cammino che ha visto Dario Antiseri e Marcello Pera procedere per lunghi tratti insieme, incontrandosi e distinguendosi. Entrambi filosofi della scienza, studiosi di Karl Popper e del liberalismo, autori sempre attenti al rapporto tra scienza e fede. A loro dobbiamo la pubblicazione di questo libro, un dialogo appassionato, a partire da una domanda che Antiseri pone a Pera: «Un’Europa scristianizzata è ancora Europa?». È forse proprio questo il cuore del libro e il fulcro di un dialogo che nasce dalla lettura, da parte di Antiseri, del libro di Pera dedicato ad Agostino, pubblicato da Morcelliana nel 2022: Lo sguardo della caduta. Agostino e la superbia del secolarismo.

Il libro si articola in due parti; la prima è curata da Antiseri e la seconda da Pera. Nella prima parte Antiseri si concentra su tre aspetti, dai quali emergeranno tre distinte domande. Innanzitutto, Antiseri riflette sui fallimenti di una ragione autosufficiente e sullo spazio della fede; in secondo luogo, l’Autore si concentra sul liberalismo di Agostino e sull’Europa di oggi; infine, il filosofo analizza il rapporto tra scienza e Scrittura in Agostino e in Galilei. Come abbiamo scritto poc’anzi, da questa complessa analisi su fede, politica e scienza, emergono tre domande che Antiseri pone a Pera. In primo luogo, si solleva la questione del relativismo e della conseguente scelta di credere; domanda Antiseri: al pari del credere, «l’ateismo non è forse l’esito di una decisione e non la conclusione di un’argomentazione scientifica?». In secondo luogo, con riferimento al tema agostiniano della “caduta”, Antiseri pone a Pera una domanda cruciale: «Questi consigli sono consigli utili perché validi, e validi in quanto conseguenze di una fede che è verità, oppure sono utili in quanto sorprendentemente d’accordo con prese di posizioni filosofiche, morali, politologiche già fatte proprie ed abbracciate per ragioni ben diverse da quelle religiose?». Infine, la questione della scienza, Antiseri domanda a Pera: «“Dio creò il mondo…” è una forma di sapere o il primo dogma di fede del Credo dei cristiani?».

Cruciale nella riflessione di Antiseri è un passaggio dell’intervista rilasciata dall’allora cardinale Ratzinger ad Antonio Socci nel 2003. In questa intervista, il futuro papa, riprendendo un passo del suo libro Fede, verità e tolleranza (Cantagalli, 2003) ebbe modo di ribadire che il relativismo in politica è il benvenuto perché ci vaccina dalla tentazione utopica, impedendo l’identificazione di una qualsiasi religione con lo Stato e concludendo che la visione liberal-democratica non sarebbe mai potuta nascere senza l’avvenimento cristiano che ha diviso i due mondi, ponendo i presupposti di una nuova libertà

Alle domande di Antiseri, Pera risponde in maniera accurata, non tralasciando nulla e non nascondendo il disaccordo dal suo interlocutore. Rispetto al relativismo, Pera ritiene che se la morale cristiana si presenta come la più adatta a mantenere la concordia e l’ordine liberale, quelle che la contrastano andrebbero respinte; è lo stesso Pera ad ammettere che non si tratta di un argomento razionale in termini tecnici, ma sposta l’onere della prova nel campo di chi si oppone al cristianesimo. In merito alla seconda questione, Pera sostiene che liberalismo e cristianesimo sono “congeneri”, di conseguenza appare impossibile, se non suicida, distaccarli. Pera distingue tra credere nella fede cristiana e credere nella cultura cristiana e, sebbene ammetta che non si possano distinguere, chiede che si possa sospendere il giudizio su questo o quel dogma, senza per questo rifiutare il cuore del cristianesimo: «il messaggio della Croce». Infine, nel rapporto tra scienza e religione cristiana, Pera sostiene che sebbene Agostino avrebbe apprezzato Galilei, di certo non l’avrebbe seguito. In breve, così come nel campo della politica, anche in quello scientifico, la fede cristiana può rappresentare una preziosa pietra d’inciampo rispetto alle pretese assolutistiche della ragione scientifica e così limitarsi a vicenda.

È probabile che Antiseri non abbia convinto Pera e che Pera non sia riuscito a convincere Antiseri, ma non era certo questo l’obiettivo del dialogo, come conclude lo stesso Pera: «Avrò convinto Dario Antiseri? Forse no o non completamente. Ma abbiamo discusso. E questo è un dono prezioso».

 

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Roosevelt, il profeta della civiltà nuova.

Chi è e che pensa questo Roosevelt, che col suo abbondante sorriso di ottimista, ma anche con la sua formidabile attrezzatura del suo Brain Trust, della sua N.I.R.A., dei suoi mille tecnici, con un apparente semplicismo che è stato definito fanciullesco, ma con poteri e responsabilità inauditi, afferma con una invidiabile sicurezza, di voler ridare l’ordine e la prosperità alla sua nazione e al mondo, e lascia volentieri credere di essere il profeta della civiltà nuova? Non c’è ancora il Ludwig che in qualche modo soddisfi questa nostra sete di afferrare la personalità e comprendere gli intimi moventi, per sorprendere nei suoi momenti creativi quest’uomo erede di un grande nome, e che è senza dubbio destinato a lasciare una traccia profonda nella fisionomia del nostro tempo. Pure, di Roosevelt oggi parlano un po’ tutti: quella caratteristica figura di vecchio inglese, martire dell’ortodossia politica ed economica, che è Lord Snowden scrive (in «Le Mois» di agosto) con molto poco rispetto della rigida etichetta, un articolo dal poco lusinghiero titolo «Roosevelt, risée du monde», burletta del mondo. Frattanto un ottimo Padre Aroldo Barr, parla, alla radio di Augusta, del Presidente come del realizzatore di un nuovo ordine di giustizia sociale molto vicino a quello delle grandi Encicliche di Leone XIII e di Pio XI.

Opinioni estreme: ma, io credo, in un certo senso egualmente giustificate, per chi si soffermi a giudicare la concreta attività politica ed economica di questi primi mesi di governo. Giudicare i condottieri di popoli è estremamente difficile anche a distanza di tempo: ora poi non si cadrebbe che nelle briciole dei dettagli. Anche se questi dettagli si chiamano dollaro avariato, codici industriali, contingenti di importazione, manovre sull’oro, controllo dei prezzi. È possibile trovare una unità nell’opera inevitabilmente discorde e frammentaria di quest’uomo che non ignora nessuna delle zone della vita sociale, e che ne ha investito tutti i problemi con l’intenzione e anche la possibilità di risolverli?

Quello che c’è di essenziale è che Roosevelt sta affrontando (più o meno coscientemente, ma questo non ha ora importanza) nel più vasto e completo e anche più progredito campo sperimentale che la nostra civiltà possa offrire, i problemi fondamentali del nostro tempo.

Si vedrà finalmente se l’uomo col suo cervello è in grado di afferrare e vincere la complessità della vita sociale e se quella vecchia sovrana spodestata che è la ragione sarà ancora capace di governare il mondo. Oppure, se proprio nel paese della razionalizzazione, delle raffinatezze statistiche, e dei grandi capitani d’industria, non si è più capaci di frenare l’evocato folletto del progresso meccanico. Ha ragione forse Valéry quando parla di un ritardo della intelligenza sociale e politica, rispetto all’enorme progresso della intelligenza tecnica e scientifica; ed in fondo la ragione intima dell’esperimento di Roosevelt, quella che spiega il suo spirito «programmatico», i suoi «codici», il suo «trust dei cervelli», non si potrebbe in miglior modo interpretare che come appunto un grande e quasi disperato tentativo di far progredire l’«intelligenza sociale», per affermare il sistema della vita economica, comprenderlo, controllarlo, disciplinarlo, guidarlo. Questa la posizione spirituale di Roosevelt che risulta con sufficiente chiarezza dall’ormai celebre Sguardo nel futuro, il suo volume-programma, tradotto in tutte le lingue e diffuso in decine di migliaia di esemplari. Non bisogna però dimenticare che i programmi sono la cosa al mondo più facile da fare e che, secondo il vecchio adagio, tra il dire e il fare…

Ma neppure sarebbe giusto andar a controllare, miopi necrofori, quanta volte – e invero non sono poche – i fatti abbian fatto modificare idee e programmi e quali delle promesse di meno di un anno fa siano state fatte al vento. Anche perché a Roosevelt resta più di un giudizio di appello. Il problema che Roosevelt si è posto, e con lui, con più o meno coscienza, tutto il suo popolo, è lo stesso problema dell’uomo sociale del nostro tempo, il quale si chiede, non senza sgomento, se la civiltà lo guidi fatalmente verso l’ideale della repubblica di termiti, in cui con una logica ferrea, gli sarà assegnato razionalmente il suo posto, la sua casella, il suo carico di doveri e di dolori, la sua dose di felicità, per giungere magari all’utopistico «condizionamento delle idee» dello spaventoso Mondo nuovo di Huxley.

Lo stesso problema si pone, con singolare accento di sincerità e con vero calore di cosa vissuta, ma con una imprecisione di termini e una sostanziale nebulosità di concetti, che lasciano perplessi, un altro uomo del nostro tempo, Filippo Burzio, l’inventore del Demiurgo. Il caso, o l’accortezza di un editore abile come Bompiani, mi pone sul tavolo accanto allo Sguardo nel futuro, questo Demiurgo e la crisi occidentale: cosa c’è in comune tra il capo della più grande nazione della terra e questo modesto profeta del Demiurgo, cui la lusinghiera menzione del Premio Viareggio non ha saputo dar le ali della notorietà?

Gli accostamenti impensati e audaci, qualche volta, come i paradossi, acuiscono la sensibilità: Burzio non ha certo mai pensato che le sue formule di vita demiurgica, messe insieme e trasportate alla Casa Bianca, possano apparire, galvanizzate dal contatto con la realtà della responsabilità di un grande popolo, proprio come il «codice» che guida il passo, nei suoi moventi psicologici di chi con i «codici» vuol governare la vita sociale di una grande nazione. Quel «distacco», quella «magicità», quel jouer au miracle, che dovrebbero essere le doti di questo Demiurgo novecentesco, e, insieme, quel suo voler viver tutta la vita, voler conquistare tutte le posizioni e non negarsi nessuna possibilità, si risolve in fondo in quel senso di ribellione contro la asserita inesorabilità e immutabilità delle leggi sociali e in particolare economiche che forma la base psicologica dell’azione di Roosevelt, che dà energia di principio attivo ai suoi «piani» e ai suoi «codici». 

Quell’«entusiasmo», quella immaginazione, quel coraggio cui fa appello così di frequente Roosevelt, non è una cosa sola con quella mistica dell’azione che muove e fa agire il burattino demiurgico, che invano tenta di trovare una ragione più intima e profonda di questo suo perpetuo adeguarsi alla realtà dell’azione, la sola, in fondo, che egli sappia vedere? E non è demiurgico quel voler applicare il «cervello» a risolvere tutti i problemi della vita sociale, in un ansito verso un irraggiungibile universalismo di cultura e di vita? Ma l’analogia che più colpisce è la posizione di fronte alle impellenti decisioni della vita concreta: Roosevelt ha ripetuto più d’una volta che il suo non è che un esperimento, che può anche non riuscire. In tal caso egli riproverà ancora con altri mezzi, con altri principii: Roosevelt non crede, in fondo, a se stesso. Affiora qui quella terribile dote della «equivalenza», della «gratuità», della indifferenza, di cui Burzio decora il suo fantoccio, sempre freddo e sereno di una astratta lucidità che fa paura, e che è marchio di impotenza e sintomo di una spaventosa povertà di motivi concreti dell’agire. Il Demiurgo di fronte agli ostacoli della complessità della vita si ritira in un prato a osservare la vita degli insetti, chiudendosi nel nocciolo della sua vuota ed astratta vita interiore, che resta, alla fine, l’unico rimedio concreto che Burzio sappia suggerire ai mali del nostro tempo e alla crisi dell’occidente.

E qui cessa, fortunatamente, l’affinità spirituale tra Roosevelt e il Demiurgo. Perché Roosevelt non vorrà, biblico costruttore di una nuova Torre di Babele, lanciare col Demiurgo il grido tremendamente superbo, ma intimamente disperato: «L’uomo ha voluto navigare ed ha navigato, ha voluto volare e ha volato: da tanti secoli che pensa a Dio, non dovrà servire a niente?». Cessa questa affinità spirituale tra Roosevelt e il Demiurgo, forse perché la vecchia Europa, non quella intimamente corrosa e malata di Burzio, ma quella dell’equilibrio, della misura latina, e più ancora del primato dello spirito e del realismo cristiano, continua ancora a inviare, aldilà dell’Oceano, il suo messaggio di ordine, di serenità, di fiducia, di ragionevolezza. Se è una civiltà nuova quella che sorge, essa non potrà che essere – in qualche modo – una civiltà cristiana.

 

[Tratto da «Azione fucina», a. VI, n. 35, 17 dicembre 1933, p. 1]

La voce del popolarismo ha bisogno del timbro dei candidati

La formazione delle liste è sempre un compito difficile e complesso. Da sempre e a qualsiasi livello istituzionale. Certo, è difficile e complesso quando si tratta di sistemi elettorali dove è richiesta anche e soprattutto la decisione e la scelta attiva da parte dei cittadini. Mentre è meno difficile e complesso quando si tratta di semplici ‘nomine’ come avviene per la composizione della Camera e del Senato. 

Ma, per tornare ad oggi, le liste che saranno consegnate da parte dei partiti in vista del rinnovo del Parlamento Europeo rivestono particolare importanza non solo per misurare i singoli pesi elettorali ma anche, e soprattutto, per disegnare i futuri equilibri politici a livello nazionale. Sotto questo versante c’è un aspetto che non può e non deve essere sottovalutato. Almeno per chi ritiene che il Centro e le forze centriste avranno, ancora una volta, un ruolo politico decisivo nella vita pubblica italiana. 

Ed è proprio partendo da questa considerazione che assume una particolare importanza il profilo politico e culturale dei candidati delle prossime liste centriste. E, al riguardo, la presenza di esponenti di area Popolare e di matrice ex democristiana può indubbiamente rappresentare un significativo “valore aggiunto”. E questo per la semplice ragione che non può esistere nè il Centro e nè una credibile e spendibile “politica di centro” se manca la presenza e il ruolo politico di questa componente culturale nelle liste.

Ora, dato per scontata questa riflessione che riflette anche le dinamiche concrete del nostro sistema politico, è altrettanto evidente che parliamo di candidature espressive di questo storico filone di pensiero. E il nome, per fare un solo esempio concreto, di Marco Follini può essere una prima risposta a questa domanda squisitamente politica e anche culturale. Questo, forse, è l’unico modo per marcare la presenza di un ritrovato Centro nel nostro paese facendolo coincidere anche, e soprattutto, con una elezione del Parlamento Europeo. Cioè all’interno di un contesto dove proprio l’ideale democratico cristiano, cattolico popolare e cattolico sociale sono stati decisivi ai fini della costruzione della comune casa europea. Del resto, sarebbe quantomai curioso, nonchè singolare, se la riproposizione di un progetto centrista a livello europeo non registrasse la presenza attiva e protagonista del filone democratico cristiano.

Una iniziativa, questa, che adesso non può più essere rinviata. E questo sarà anche un termometro per misurare, al di là delle singole auto investiture, chi ambisce realmente a dispiegare un progetto politico centrista, riformista e plurale e chi, invece, si limita ad evocarlo ma poi, di fatto, rinuncia all’apporto e al contributo determinanti della tradizione e del pensiero cattolico popolare e democratico cristiano nelle proprie liste.

Ecco perchè, mai come adesso, la formazione delle liste per il rinnovo del Parlamento Europeo riveste particolare importanza. Infine, tocca anche ai rispettivi leader cosiddetti centristi farsi carico di questa precisa domanda politica che sale da un’area disseminata e radicata in tutto il

paese e che richiede di avere un punto di riferimento politico autorevole e significativo.

Ucraina, il cessate il fuoco deve venire da Mosca.

[…] A chi andrebbero indirizzati gli appelli alla pace e al far tacere le armi, qui è del tutto evidente. Come infatti sottolineato ieri dal ministro degli Esteri Kuleba nel corso della conferenza stampa coi giornalisti, «nessuno quanto noi vuole la pace ma noi non abbiamo attaccato nessuno e non abbiamo altra scelta che difenderci». Farlo sarà sempre più difficile, perché secondo le stime di “The Telegraph” entro la fine del mese l’Ucraina finirà i missili antiaerei per proteggere le sue città. Ciò significa che le risorse verranno riallocate in modo da poter abbattere un solo missile su cinque e non più quattro, come accade mediamente ora. Entro 4-5 mesi, invece, Mosca disporrà d’abbastanza droni Fpv (ai quali è quasi impossibile sfuggire) per attaccare ogni soldato ucraino in prima linea. 

Si tratta di munizioni circuitanti letali in grado di puntare il bersaglio anche con dispositivi di rilevamento termico, inseguendolo poi fino a impattargli contro. In campo aperto le armi leggere o automatiche quasi nulla possono contro quel tipo di minaccia. Emerge dunque la necessità d’intraprendere ulteriori e più stringenti misure economiche contro lo Stato aggressore, la cui economia interna è ormai votata prevalentemente alla Difesa. 

Da parte sua, l’industria ucraina ha compiuto un autentico miracolo perché in pochi mesi è riuscita a coprire internamente buona parte delle richieste in ambito difensivo. Il think tank “TopLead” stima infatti che la macchina bellica ucraina sia ora in grado di produrre, riparare e mantenere equipaggiamenti e armi per un volume d’ordini pari a 18 miliardi l’anno, di cui però il governo riesce tuttavia a coprire solo il 51,1%. 

A livello ingegneristico e d’intelligence militare, Kyiv ha di- mostrato di poter competere con chiunque. Basti pensare agli attacchi compiuti coi propri droni nel solo mese di mar- zo, che hanno ridotto di ben il 13% le capacità nemiche di raffinazione del petrolio. Secondo “Reuters” i volumi d’am- manco causati dall’inattività delle raffinerie russe hanno raggiunto i 3,5 milioni di tonnellate: una cifra dieci volte superiore rispetto ai due anni precedenti. 

Gli attacchi agl’impianti delle regioni di Samara, Belgorod, Kursk, Krasnodar, Rostov, Leningrado, Ryazan, Nizhny Novgorod, Yaroslav e Oryol hanno ridotto di 77,4 mila tonnellate al giorno la capacità produttiva di combustibile della Federazione Russa, indicando come sia stata vincente anche la recente decisione ucraina di non coordinarsi più con nessuno riguardo gli attacchi contro quest’ultima.

 

[L’articolo qui pubblicato con l’autorizzazione dell’autore e dell’editore appare oggi, in versione integrale, su “La Ragione” con il titolo “Cessino loro il fuoco”]

Manifesto per una gestione delle foreste più vicina alla natura

I dieci ambiti del Manifesto per una Selvicoltura più vicina alla Natura

 

1 – Più selvi-CULTURA nella ricerca

Negli ultimi anni, nel nostro Paese, la selvicoltura ha trovato sempre meno spazio nella ricerca e nella sperimentazione, per varie concause legate sia alla mancanza di investimenti di lungo periodo, sia ai meccanismi di valutazione dei ricercatori.

È necessario incrementare la ricerca e la sperimentazione in selvicoltura, promuovendo progetti specifici, gruppi di lavoro nazionali e internazionali, partnership con le imprese del comparto, superando gli impedimenti che rendono le ricerche selvicolturali di lungo periodo poco attraenti e quindi poco realizzate dai ricercatori.

 

2 – Più selvi-CULTURA nella pianificazione

La selvicoltura, quale elemento di base della Gestione Forestale Sostenibile, non può prescindere dall’incremento della pianificazione forestale a più livelli, come previsto dal TUFF (D.lgs. 34/2018) e dalla Strategia Forestale Nazionale. È necessario incrementare anche la formazione (vedi punto 5) in questo campo, verso studenti e tecnici laureati, per rendere omogenea la struttura e più efficaci i Piani di gestione, con particolare attenzione ai Piani Forestali di Indirizzo Territoriale, per i quali non esiste ancora un’esperienza diffusa e condivisa. Cultura della pianificazione significa anche uscire dalla logica dei Piani visti quasi unicamente come strumenti conoscitivi e inserire in questi documenti scelte, strategiche e selvicolturali, da adottare non solo sulla base di conoscenze tecniche, ma anche tenendo conto delle richieste e delle priorità generate nei processi partecipativi organizzati professionalmente nei territori di riferimento e della reale disponibilità di fondi e risorse umane per realizzare gli interventi programmati.

 

3 – Più selvi-CULTURA nella progettazione

In buona parte d’Italia, la selvicoltura è lasciata in mano alle sole imprese boschive, il cui ruolo – fondamentale – non deve però essere quello di progettare gli interventi, bensì di saper interpretare i progetti dei tecnici, portarli a termine senza causare danni ambientali irreversibili e nella massima sicurezza per gli operatori. È perciò necessario che per gli interventi selvicolturali (al di sopra di una soglia minima di superficie o di cubatura) sia previsto un progetto firmato da un tecnico laureato e abilitato alla professione, responsabile della loro esecuzione e adeguatamente remunerato a tale scopo. Ciò dovrebbe essere previsto nelle normative forestali di riferimento.

 

4 – Più selvi-CULTURA nella normativa

Oltre a recepire e incentivare ciò che è auspicato nel punto precedente, è necessario che la normativa forestale, in particolare le leggi e i regolamenti di Regioni e Province Autonome, pur nell’esigenza di differenziazioni locali, abbia minimi comuni denominatori su temi di rilievo nazionale e venga valutata a cadenza regolare, per recepire le mutate esigenze, le innovazioni portate dalla ricerca e dalla sperimentazione, abbandonando prescrizioni non fondate su basi scientifiche o oramai desuete. Occorre perciò che i funzionari delle amministrazioni siano a loro volta aggiornati, che lavorino in rete – tra loro e con gli esperti del mondo della ricerca – e che i politici di riferimento vengano costantemente sensibilizzati sulle modifiche normative necessarie.

 

5 – Più selvi-CULTURA nella formazione

È necessario che all’interno dei Corsi di Laurea delle Università italiane che formano i tecnici forestali la selvicoltura abbia un peso maggiore, sia dal punto di vista teorico che pratico (attraverso esercitazioni in molti tipi di bosco, in diversi contesti sociali ed economici). I corsi di selvicoltura dovrebbero recepire e trasferire agli studenti tutte le più recenti innovazioni in questa materia, avvalendosi anche di collaborazioni con esponenti del mondo professionale, pubblico e privato, preparando così i forestali del futuro alla progettazione e alla gestione di interventi selvicolturali innovativi e dei relativi cantieri.

La cultura in selvicoltura, tuttavia, non deve fermarsi alle Università. È necessario che la formazione in questa materia prosegua lungo tutta la vita lavorativa di tecnici e gestori forestali, sia pubblici che privati, attraverso corsi di aggiornamento promossi con determinazione e continuità dalle istituzioni di riferimento.

Formazione e aggiornamento dovranno essere dimensionati e strettamente connessi a reali opportunità di lavoro.

 

6 – Più selvi-CULTURA nella politica

Per rendere i boschi italiani più diversificati e resilienti, come ci chiedono i documenti strategici citati in precedenza e per il benessere di tutti i cittadini, è fondamentale un accompagnamento politico, attraverso finanziamenti, sgravi e aiuti mirati alla selvicoltura più vicina alla Natura, che permettano di realizzare gli interventi selvicolturali necessari anche laddove la redditività è bassa o nulla. Per fare ciò è necessaria un’opera di sensibilizzazione diffusa nei confronti dei decisori, anche rispetto al tema del pagamento dei servizi ecosistemici forestali, in cui il settore pubblico dovrebbe avere un ruolo di catalizzatore anche nei confronti dei proprietari privati.

 

7 – Più selvi-CULTURA nelle filiere

Oltre alle filiere corte e locali, oggi capaci di valorizzare prevalentemente l’uso energetico del legno, occorre portare a più ampia scala l’approccio a cascata e con esso la cultura della valorizzazione dei prodotti a più alto valore aggiunto e più elevato impatto occupazionale. Per tali finalità è però necessario creare sia le condizioni per produrre assortimenti di valore nel medio-lungo periodo, sia le idonee condizioni di mercato.

Non basta inoltre puntare sulle sole filiere del legno, ma al contempo occorre indirizzare l’azione selvicolturale verso altre filiere sempre più interessanti, anche economicamente (es. i crediti di carbonio associati ai servizi ecosistemici di regolazione o le attività turistiche e ricreative collegate ai servizi ecosistemici culturali).

 

8 – Più selvi-CULTURA nel controllo

A ogni livello, gli organi preposti al controllo dovrebbero evitare un approccio unicamente repressivo per abbracciare anche forme preventive di accompagnamento degli addetti ai lavori verso interventi selvicolturali più in linea con i documenti strategici citati e con le innovazioni prodotte da ricerca e sperimentazione. Per fare ciò è necessario un maggiore e costante investimento nell’addestramento e nell’aggiornamento selvicolturale anche degli addetti alle attività di controllo.

 

9 – Più selvi-CULTURA nelle imprese e negli operatori forestali

Occorre continuare ad investire sugli imprenditori e sugli operatori forestali, non solo formandoli sulle buone tecniche di utilizzazione in sicurezza, ma anche ampliando le loro conoscenze sul valore ecologico, sociale e culturale dei boschi, sul funzionamento delle filiere forestali e su quelle dei servizi ecosistemici, così come sulle normative di riferimento, per renderli sempre più consapevoli del proprio ruolo nel contesto di una gestione selvicolturale sempre più sostenibile.

 

10 – Più selvi-CULTURA nella comunicazione

La selvicoltura deve entrare sempre più spesso all’interno di una nuova narrazione del bosco, lontana da stereotipi e inutili retoriche.

La selvicoltura più vicina alla Natura merita di essere raccontata, a tutto tondo, come un’operazione funzionale allo sviluppo dei territori e di servizi utili a tutti, in un’ottica di sostenibilità ecologica, sociale ed economica e di mitigazione e adattamento alla crisi climatica.

 

Per saperne di più

https://www.rivistasherwood.it/t/gestione/manifesto-selvicoltura-piu-vicina-alla-natura.html

L’ombra della mafia sul Comune di Bari: Decaro reagisce male.

Con l’accesso ispettivo disposto dal Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, si attiva la procedura che può concludersi a breve con lo scioglimento del Comune di Bari. 

È un fatto gravissimo? Certo, e lo è per tanti motivi, in primis perché mette sotto la lente d’ingrandimento per ipotizzate infiltrazioni della criminalità organizzata l’attività amministrativa di una città importante, capoluogo di regione e simbolo del “buongoverno” della sinistra nel Mezzogiorno. 

Decaro ha reagito con durezza, ma nella foga della risposta ha “politicizzato” una vicenda che deve restare, per quanto possibile, fuori dalla dialettica tra maggioranza e opposizioni. Se il Ministro dell’Interno s’è determinato ad agire con un provvedimento mai prima assunto a ridosso delle elezioni – a giugno si voterà per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio comunale – si dovrebbe dedurre che le informazioni o meglio le denunce raccolte finora non siano proprio insignificanti. 

Per questo il Sindaco, usando parole grosse, tanto grosse da lasciar trasparire una certa mancanza di autocontrollo, ha spalancato le porte a un pericoloso conflitto che mette in dubbio la neutralità di un’amministrazione solitamente attenta e scrupolosa come quella del Ministero dell’Interno. C’è da augurarsi pertanto che cessi l’ardore della polemica e subentri il rispetto di operazioni certamente dolorose, ma pur sempre dettate da norme e criteri al di sopra o al di fuori della lotta politica contingente.

 

Di seguito il post di Decaro pubblicato su Fb

Oggi (ieri per chi legge, ndr) è stato firmato un atto di guerra nei confronti della città di Bari. 

Il ministro Piantedosi mi ha comunicato telefonicamente che è stata nominata la commissione di accesso finalizzata a verificare una ipotesi di scioglimento del Comune. 

L’atto – come un meccanismo a orologeria – segue la richiesta di un gruppo di parlamentari di centrodestra pugliese, tra i quali due viceministri del Governo e si riferisce all’indagine per voto di scambio in cui sono stati arrestati tra gli altri l’avv. Giacomo Olivieri e la moglie, consigliera comunale eletta proprio nelle file di centrodestra. 

Incuranti delle parole del Procuratore distrettuale antimafia che in conferenza stampa ha detto testualmente: “l’amministrazione comunale di Bari in questi anni ha saputo rispondere alla criminalità organizzata”, gli stessi soggetti che nel 2019 hanno portato in Consiglio Comunale due consiglieri arrestati per voto di scambio, ora spingono per lo scioglimento di un grande capoluogo di regione, evento mai successo in Italia, nemmeno ai tempi dell’inchiesta su Mafia Capitale. 

È un atto gravissimo, che mira a sabotare il corso regolare della vita democratica della città di Bari, proprio (guarda caso) alla vigilia delle elezioni. Elezioni che il centrodestra a Bari perde da vent’anni consecutivamente. Per le quali stenta a trovare un candidato e che stavolta vuole vincere truccando la partita. 

È giusto che si sappia che negli scorsi giorni mi è stato richiesto di raccogliere tutte le attività svolte dal Comune di Bari contro la criminalità organizzata. 

Bene, è stato consegnato al Prefetto alle 12.00 di ieri, un voluminoso dossier, composto da 23 fascicoli e migliaia di pagine, contenente le attività svolte dal Comune contro la criminalità organizzata in questi anni. 

È evidente, vista la rapidità con cui è giunta la notizia della nomina della Commissione, che nessuno si è curato di leggere quelle carte. Ha avuto dunque più valore la pressione politica del centrodestra barese che fatti, denunce, documenti, testimonianze. Si tratta di una vicenda vergognosa e gravissima, che va contro la città, contro i cittadini perbene, contro il sindaco. 

A questa aggressione io mi opporrò con tutto me stesso, come mi sono opposto ai mafiosi di questa città. 

Fosse l’ultimo atto della mia esperienza politica. 

Non starò zitto. 

Non assisterò in silenzio a questa operazione di inversione della verità e di distruzione della reputazione di una amministrazione sana e di una intera città. 

P.S.: se gli uffici del Ministero non hanno ritenuto di leggere le carte che ho consegnato, le farò leggere ai cittadini. E come ho sempre fatto, lascerò che siano loro a giudicare.

 

Ricordo di Sergio Paronetto nell’anniversario della sua salita al Cielo

[…] La sua visione aperta e critica e la competenza economica maturata all’IRI erano tenute in grande considerazione. Predispose per Alcide De Gasperi e la DC alcuni studi sulla natura e sui limiti dell’intervento dello Stato in economia, sulla funzione dell’IRI, sulla necessità di riforme strutturali, per esempio in materia di diritto al lavoro; studi che, nonostante le diversità di opinioni, tanto lo statista trentino quanto la DC ripresero largamente: il primo nel suo ‘testamento politico’ e la seconda nelle Idee ricostruttive, primo abbozzo di programma politico del partito. Alcuni incontri tra personalità di diverso orientamento politico (come Giuseppe Capograssi, Ludovico Montini, Pietro Campilli, Roberto Ago, Bruno Visentini, Guido Carli, Giuseppe Mira, Vittorino Veronese e Francesco Giordani) furono dedicati a trattare dei principi e degli ordinamenti da seguire nella ricostruzione economica del Paese.

Risalgono al 1944-45 diversi suoi contributi destinati alla dirigenza dell’IRI e della DC in cui rifletteva con rigore e respiro culturale su quanto delle istituzioni ereditate dal passato fosse compatibile con una compiuta democrazia politica ed economica. Altri suoi articoli rivelano come il dibattito sul destino del capitalismo – dalla tesi della ‘rivoluzione manageriale’ a quella sul ‘collettivismo burocratico’ e sulla ‘rivoluzione dei direttori’ avvenute in Unione Sovietica – suscitasse vivo interesse tra i dirigenti dell’IRI, la cui capacità di indirizzare le imprese verso obiettivi di maggior socialità li accreditava a guidare l’economia italiana dopo la caduta del regime.

Il problema dei capi d’azienda era essenziale per il rinnovamento del Paese e Paronetto era convinto del «vitale essenzialissimo apporto» che i dirigenti «e solo essi possono dare alla costruzione della nuova democrazia sociale […] Se vi è una categoria professionale dalla quale il rinnovamento sociale può molto attendersi, qualora essa prenda coscienza dei compiti che le spettano è proprio quella dei tecnici e in particolare dei capi dei nuclei produttivi» (Studium, XLI, 1945, n. 3-4, p. 101).

Paronetto auspicava che il mondo cattolico tornasse ad approfondire gli studi sociali. Quando l’Azione cattolica si propose di rivitalizzare l’ICAS (Istituto Cattolico di Attività Sociali) e ne affidò il compito ai Laureati cattolici, la Settimana di Camaldoli del 1943 fu dedicata ai limiti giuridici ed economici della proprietà e si decise di studiare un testo di «cultura sociale» alla luce della nuova morale cattolica rispetto a quella del Codice di Malines, risalente a vent’anni prima. Paronetto s’impegnò a organizzare la settimana (alla quale non poté però partecipare) e in una successiva serie di incontri tenuti presso la sua abitazione a Roma coordinò, insieme a Saraceno, l’elaborazione della prima bozza del ‘codice’, ne scrisse varie parti e ne curò l’edizione. A tutto ciò collaborò anche Maria Luisa Valier, conosciuta tra i Laureati cattolici e sposata il 26 luglio 1943. Il volumetto Per la Comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale, a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli, uscito nell’aprile del 1945 – un mese dopo la sua scomparsa – ebbe una grande influenza sui dirigenti cattolici impegnati nella fase costituente.

Morì per un attacco cardiaco a Roma il 20 marzo 1945.

 

Per saperne di più

https://www.treccani.it/enciclopedia/sergio-paronetto_(Dizionario-Biografico)/

Dobbiamo interrogarci e avere fiducia: ce la possiamo fare.

C’è un’età chiamata dei perché. La primissima infanzia. Ma se non si continuasse, anche in seguito, a porsi domande, la intelligenza potrebbe appannarsi. Perciò: perché le guerre? Perché le diseguaglianze, le malattie? Ci si pongono domande che acuiscono una angoscia già insopportabile: perché proprio a me un figlio disabile, una patologia inguaribile e dolorosa? Perché non potermi sottrarre a un destino avverso?

Anche questioni meno drammatiche: perché buttiamo i rifiuti lungo le strade invece che negli appositi cassonetti; sporchiamo i marciapiedi; roviniamo beni comuni come le panchine nei parchi o i banchi a scuola; parcheggiamo in seconda fila e cerchiamo di fare i furbi se dobbiamo sopportare una coda? ecc. ecc. ecc. Il bello è che tutti coloro che fanno esperienze all’estero per vacanza o per lavoro, tornati in patria, ricordano con ammirazione quanto sono pulite le strade di Barcellona, quanto ordinati e disciplinati i tedeschi, come sono rispettosi del codice stradale in Paesi nordici o quanto salate le multe a Shanghai, se sporchi per terra… Quanti perché, impegnativi, si propongono riguardo il viver civile.

Perché i genitori picchiano gli insegnanti, e i pazienti aggrediscono medici e infermieri o, ancora, perché arriva dopo cinquanta anni una sentenza di condanna a carico di brigatisti? Perché costa troppo fare un figlio quando è un guadagno per la società?

Non sono quesiti retorici, è evidente e del resto la nostra esistenza, grande dono, è essa stessa un mistero che ha suscitato le domande radicali e ultime, che la filosofia ha indagato. Le risposte, a loro volta, non possono sfuggirci: morali, retoriche, ideologiche: tutte profilano il nostro sentire come singoli e membri della comunità. Ma è questa parola ‘comunità ‘ che decifra il senso delle risposte. Se ci si sente parte della comunità si percepisce il comune destino: bisogni, desideri, dolori e soddisfazioni, successi e sconfitte: in una parola ci si specchia nel prossimo e diventa vero il rispettare il prossimo come vorremmo essere

rispettati anche noi e ogni bene pubblico sarebbe sentito come proprio e non di nessuno, per cui ne avremmo cura. Sono le tasse dei cittadini che consentono di allestire le scuole, gli ospedali, le strade… vorremmo vedere funzionare bene i servizi che soddisfano le necessità del vivere quotidiano.

Se la scuola forma i cittadini (non bambocci difesi da genitori sindacalisti); se la competenza emergesse in ciascuno per il ruolo o il mestiere che esercita; se fare politica significa essere investito del più alto onore nel rappresentare i cittadini; se per portare a termine una infrastruttura non servono decenni e continue revisione dei costi (con le conseguenti azioni giudiziarie). L’autostrada del Sole, Milano Napoli, fu costruita in 8 anni! Il ponte Morandi in 1 anno! Se i tribunali operassero con maggior agilità; se, se… Perché considerare diritto civile il suicidio assistito, invece che il sistema sanitario che garantisca protezione nelle situazioni estreme e garantisca le cure palliative? Perché proteggere di più i lupi o i cinghiali invece dei campi e delle culture dei contadini? 

La prima riforma civile riguarda l’educazione del singolo e della società. Se non c’è comunità e partecipazione, la politica non guida le risposte ma insegue la demagogia, accarezza il pensiero debole del momento. Ognuno di noi ha a cuore e in mente i tanti perché e i tanti se; come mai non siamo in grado di liberarci di tante pesantezze organizzative e normative? La prima riforma istituzionale riguarda la burocrazia. Dal basso in alto la forma più alta di autorità è l’esempio. 

Perché festeggiare l’8 marzo, quando le donne, in tutto il mondo, hanno poco da festeggiare? Non mi rassegno a pensare che non sappiamo, ma temo che non vogliamo, lasciare il pezzettino di mondo su cui regniamo, migliore di

come l’abbiamo trovato. La risurrezione è una resilienza senza fine. Avanti tutta! Ce la possiamo fare…

 

[Il testo appare nella newsletter diffusa a marzo dell’autrice]

Vita e Pensiero | Il mistero della Pasqua nel mondo post covid.

[…] La Pasqua è stata a lungo vissuta dalla grande maggioranza dei cechi come una ‘festa di primavera’, un giorno di vacanza, al massimo vivacizzata da una qualche imitazione folcloristica di antichi riti pagani. Sorprendentemente, il periodo di chiusura delle chiese ha permesso a molte persone di accedere al cuore cristiano di questa festa: un cuore, per così dire, presente pur nell’assenza.

Le porte chiuse delle chiese ricordavano che dietro di esse a Pasqua accadeva qualcosa, e che ciò che in quell’anno era negato a una parte della società (i cristiani praticanti) valeva in qualche modo per tutti. […] Con le mie riflessioni al tempo delle chiese vuote ho voluto certamente confortare e incoraggiare gli ascoltatori, condurli più a fondo nel mistero della Pasqua, cuore della fede cristiana, ma anche prepararli a un tempo in cui dovremo entrare con maggiore coraggio e fiducia nella nube del mistero e saper vivere in mezzo a problemi e sfide nuove, per le quali non abbiamo risposte pronte. Il ‘mondo post-Covid’ sarà per molti versi diverso e ancora più complesso di quello precedente a questo evento di portata globale. Tuttavia, la Bibbia dice che Abramo, «padre della fede», accettò la chiamata di Dio e si mise in viaggio senza conoscere la meta (Eb 11,8).

Durante la quarantena, mentre scrivevo queste omelie e le consegnavo alla telecamera davanti ai banchi vuoti, ho avuto più tempo per pensare al mondo, a Dio e a me stesso. Ho dovuto fare i conti con la possibilità che, rientrando nella categoria degli anziani a rischio, anch’io potessi venir contagiato dal virus, ammalarmi e infine morire. Il pensiero della possibilità di una morte imminente non ha suscitato in me paura, ma il bisogno di ricapitolare, di fare i conti: queste omelie qui raccolte sono compenetrate dalla necessità di riflettere sulla direzione presa dalla nostra parrocchia, dalla mia teologia, dalla mia vita, da ciò che costituisce il vero nucleo della mia fede: cosa significa per me essere cristiano.

Ho riscoperto per me stesso il mistero della Pasqua, il mistero della Morte – e della Risurrezione: qualcosa deve morire (anche nella Chiesa, in noi, nella nostra fede) perché possa avvenire la Risurrezione – e la Risurrezione non è un ritorno, ma una trasformazione profonda. Questo pensiero mi ha accompagnato per tutto quello strano periodo (e continua a vivere in me), non c’è quindi da stupirsi che sia uno degli argomenti preminenti di molte delle mie conferenze. Uno dei capisaldi della mia teologia è l’idea della resurrectio continua: la continuazione della vittoria di Gesù sulla morte, sulla paura e sulla colpa come un fiume vivificante che, in certi momenti, risale dal profondo alla superficie nelle storie personali dei fedeli e nelle azioni della Chiesa, nei momenti di conversione e di riforma, preannunciati da crisi e da prove.

Il tempo in cui, per un momento, la fretta e le corse dietro alle cose da fare si sono arrestate è divenuto per me un ‘tempo di annunciazione’. Il chronos, il tempo ritmato dalle lancette dell’orologio e della fitta serie di appuntamenti in un’agenda stracolma, è diventato un momento di opportunità: kairos. Anche l’introduzione alla kairologia, a cui ho lavorato per molti anni, ha ricevuto nuovi impulsi. In questo libro presento ora ai lettori alcuni echi e frutti della meravigliosa primavera del 2020».

 

Tomáš Halík, Un tempo per piantare e un tempo per sradicare. Quaresima e Pasqua di un’epoca inquieta, Vita e Pensiero, 2024.

Per saperne di più

https://www.vitaepensiero.it/news-consigli-di-lettura-il-tempo-dellannuncio-6421.html

Non sbagliamo narrazione sulla guerra della Russia contro l’Ucraina

L’Ucraina ha vinto contro la Russia. Ha vinto dal punto di vista storico, del diritto e geopolitico. Ha arrestato la prepotenza Putin svelando la fragilita’ del sistema russo, sia politica che militare. Avendo però perso di vista il punto di partenza del conflitto si sta invece paradossalmente facendo largo la narrazione della vittoria dello Zar. Un regalo virtuale inaspettato derivante dalle convulsioni elettorali negli Usa e in Europa, dalle paure, dalla disinformazione e dalla perdita di memoria. 

Si dimentica che l’aggressione del gennaio 2022 aveva come obiettivo la conquista dell’intera Ucraina per farne uno stato teleguidato da Mosca come la Bielorussia ed avere il pieno controllo della Crimea e del Mar Nero – d’Azov.  Tutti pensavano ne avrebbe fatto un sol boccone e suggerivano la resa incondizionata e invece David ha reagito a Golia. L’inaspettata ed eroica resistenza ucraina, poi supportata dalla condanna di mezzo mondo e aiutata concretamente da Usa Europa e altri paesi, ha comportato la ritirata delle truppe russe arrivate già a Kiev. 

Il rinculo militare, economico e geopolitico per Putin è stato enorme. Non solo non ha preso l’Ucraina, ma ha accelerato il processo per il suo ingresso in Ue, ha spinto Finlandia e Svezia nella Nato (fino ad allora neutrali), e ha dovuto legarsi economicamente e militarmente alla Cina e altri paesi asiatici per reggere al peso delle sanzioni internazionali. Ha dovuto imporre al paese una economia di guerra. Ha perso la battaglia sul mare con il disastro della sua flotta. Il dispendio di uomini, mezzi e armi è stato enorme a fronte del poco territorio conquistato e ove ora è in stallo. Putin da li però non può venire via, costi quel che costi, perchè sarebbe allora una disfatta. 

Se ora quindi si deve chiedere all’Ucraina di negoziare è perchè ha vinto ma non può stravincere, perchè il prezzo della sofferenza per il suo popolo sarebbe ancor più straziante, e perché anche Usa e Europa sono forse giunti al limite degli sforzi possibili, anche tenuto conto del nuovo fronte aperto dal drammatico conflitto israelo-palestinese. 

La continua minaccia alla Nato di un possibile ricorso al nucleare forse nasconde l’appello agli Usa per il ripristino di zone di influenza politica e di pressione per la necessità dell’avvio di un negoziato. Nessuna resa, quindi, ma una lucida valutazione della vittoria sinora conseguita, del prezzo ulteriore da pagare per eventualmente proseguire nel conflitto e, infine, del rischio che tutto ciò possa tramutarsi in un assurdo boomerang. Pertanto, una realistica valutazione dei costi e benefici umani, di politica interna ed esterna. 

L’analista Alessandro Leonardi ha ben descritto la contraddittoria narrazione occidentale riguardo alla Russia, passando dall’idea di un paese a pezzi a una superpotenza pronta alla guerra contro la Nato. Le oscillazioni nelle percezioni sono alimentate dai media e dalla politica: “Nel luglio del 2023 il presidente Joe Biden aveva affermato che Putin aveva già perso la guerra. Passati appena 7 mesi, con una controffensiva ucraina fallita, una certa narrazione occidentale descrive ora la Russia come un impero in armi pronto ad attaccare i Baltici o la Polonia entro tot anni“. Insomma stiamo ben attenti a non trasformare la sconfitta sul campo di Putin in una sua vittoria virtuale. Mentre probabilmente la capacità analitica dei fatti della intelligenza artificiale non la riconoscerebbe, l’irrazionale e confusionaria intelligenza umana paradossalmente rischia di si.

Più soli e insicuri nel grande frullatore della comunicazione

L’11 marzo u.s. è stato presentato presso la Sala degli Atti Parlamentari – Biblioteca del Senato ‘Giovanni Spadolini’ –  il 19° Rapporto del Censis sul tema della comunicazione, introdotto e coordinato dal Segretario Generale dell’Istituto di Piazza di Novella a Roma, Dott. Giorgio De Rita. La sintesi dell’indagine è raccolta in un fascicolo di 32 pagine, ricche di dati e informazioni sulle evidenze riscontrate, a loro volta catalogate in sei paragrafi riassuntivi: 1) Le diete mediatiche degli italiani nel 2023; 2) l’informazione: la riscossa dei social network; 3) cercasi indipendenza e qualità; 4) le serie televisive: il trionfo della personal tv; 5) l’intelligenza artificiale: opportunità o minaccia?; 6)    Politically correct: dare importanza alle parole. Le analisi del Censis si avvalorano per l’ampiezza delle ricerche, il target di rilevazione, la scientificità nella raccolta e presentazione dei dati, la fedeltà rispetto alla consegna del tema, la prospettazione dei risultati e la pertinenza riguardo alle attese conoscitive a livello di comunicazione sociale oltre all’offerta di utili indicatori di approfondimento.

Ciò vale per l’annuale Rapporto sullo stato sociale del Paese e – in questa fattispecie – rispetto al particolare argomento di trattazione. Nella presentazione e nel contenuto complessivo del Rapporto balza subito in evidenza la dicotomia vero-falso che sostanzia e avvalora il titolo della Ricerca: il riferimento ‘macro’ risulta speculare rispetto al concetto di ‘reale e virtuale’ che in tema di comunicazione è alla base dell’attendibilità delle notizie e sottende le preoccupazioni dell’utenza ad esso connesse. 

Il panel dell’offerta mediatica evidenzia che la fruizione della televisione rimane stabile passando dal 95,1% del 2022 al 95,9% del 2023 (con riscontrabile ascesa delle serie televisive), mentre la radio ha una tenuta di ascolto sorprendente che si attesta al 78,9% (un meno1,1% rispetto all’anno precedente) e un lieve rialzo delle autoradio rispetto agli apparecchi domestici. Si consolida internet, con un 89,1% (gli smartphone all’ 88,2% e i social network all’82%). In crisi la carta stampata: nel 2007 i lettori dei quotidiani cartacei erano il 67,0% mentre nel 2023 si sono ridotti ad un 22,0 %. Anche i lettori dei magazine online diminuiscono attestandosi ad un 30,5% mentre crescono i frequentatori dei siti web 58,1%. Nel 2023 aumentano di un +3,1% i lettori di libri, risaliti al 45.8%. Crescono tutte le piattaforme online tra i giovani ad eccezione di Telegram e Snapchat. La spesa per l’acquisto di telefonini segna un clamoroso +727, 8 % dal 2008 al 2022 (+ 215,8 i PC), mentre diminuiscono di un 26,9% le spese dei consumi tariffari e crollano le voci relative a libri e riviste (meno 38.2%). 

In generale c’è un calo delle fonti di informazioni tradizionali e una crescita esplosiva dei social network, ciò che accredita l’approfondimento del tema-titolo del Rapporto (vero-falso): i telegiornali restano le fonti di informazioni preferite (48,3% rispetto al 51, 2 del 2022), mentre sul fronte dei media digitali cala Facebook, cresce You Tube e ancor di più Instagram, l’ultima novità dei social.

A proposito di vero-falso è alta la fiducia nelle informazioni radio (70.3%) e TV (71,4%), mentre tra i giovani under 30 i siti web sono al 56,4% e i social network al 53,7%. In linea generale si accredita la scelta verso i media mainstream, poiché l’utente medio e i professionisti cercano la credibilità delle informazioni. Tra quanti non si fidano dei social il 77,7% ritiene che siano condizionati dalla politica, il 72,3% da interessi economici, mentre un 68% dubita che si palesino pericoli per la democrazia. Di converso il 74,6% valuta costoso questo canale di informazione, mentre il 73,4% reputa necessario avvalersi di pareri esperti (anche se onerosi). Ma il dato più interessante è che il 72,6% considera difficile distinguere l’informazione vera dalle fake news. Su questo versante la dicotomia vero-falso trova terreno fertile per la disseminazione di dubbi e perplessità.

Il 74,0% degli italiani ritiene che attualmente gli sviluppi prodotti dall’Intelligenza Artificiale siano genericamente imprevedibili. Tuttavia vengono espressi giudizi molto netti sugli effetti che essa potrà produrre, sia di tipo allarmistico che ottimista: si può annotare il 73,2% di quanti ritengono che le macchine non potranno mai sviluppare una vera forma di intelligenza come gli umani, mentre di converso il 63,9% del totale ritiene che con l’avvento dell’I.A. la dipendenza dall’interazione con le macchine segnerà la crisi delle relazioni umani, se non la fine dell’empatia. Notevole il dato che rileva come per il 65,5% degli intervistati gli effetti sull’occupazione saranno disastrosi a causa della sostituzione degli esseri umani con computer e robot (solo per un 43,0%, invece, si creeranno posti di lavoro in nuovi settori). Il 71,3% ritiene che con la diffusione dell’I.A. e delle sue applicazioni aumenteranno i problemi di sicurezza per i sistemi informatici e i rischi di cybercrimini; per il 31,3% (appena!) le città diventeranno più sicure; per il 66,3% saremo tutti controllati e si celebrerà il funerale della privacy dei cittadini. Ma il dato più rilevante ai fini della Ricerca è che il 68,3% ritiene che aumenteranno le notizie non verificabili, di conseguenza non sapremo più distinguere il vero dal falso, con grandi rischi per la democrazia. Infine, viene stigmatizzato il comportamento dei giovani: infatti il 41,0% prevede che utilizzando l’Intelligenza Artificiale, gli studenti smetteranno di studiare.

Insomma mi pare di capire che il discrimine tra il vero -falso nel contesto comunicativo-informativo è già un problema dell’oggi e lo sarà ancor di più per il domani: la politica e l’economia sono “parti in causa” e si nota l’assenza o l’irrilevanza di un tertium genus che funzioni da arbitro e da elemento regolatore. Pare che pochi si preoccupino di questo. La democrazia non si basa e non si conserva su un rassemblement confuso di dati e notizie e occorre smetterla di immaginare che la funzione di “controllo” di tutto ciò che circola vorticosamente possa essere valutata come una sorta di deminutio delle libertà personali.

Ricordo di Hasekura, lo sfortunato samurai ricevuto da Paolo V.

Si tratta di una via tracciata sul modello di “cammini” come quello di Santiago o quello della “Via Francigena”. Un percorso lungo 107 chilometri — illustrato nel sito www.camminodihasekura.it – che ripercorrere l’ultimo tratto dell’avventura del Samurai Tsunenaga Hasekura Rokuemon, primo ambasciatore giapponese a sbarcare in Italia, nel XVII secolo.

È la rievocazione di un’impresa epica ed unica per la sua epoca compiuta da un giovane ambasciatore giapponese che sbarcato nel 1615 a Civitavecchia venne ricevuto da Papa Paolo V. Un racconto di un’avventura post medioevale fatta di frati viaggiatori, di popoli convertiti e di martiri trucidati, ma anche di palazzi del potere e di lettere d’oro. Una missione che non trovò il risultato desiderato.

Infatti, sebbene l’ambasciata di Hasekura fosse stata accolta cordialmente in Spagna e a Roma, ciò avvenne in un momento in cui il Giappone s’indirizzava verso la soppressione del cristianesimo.

Il paese aveva iniziato a perseguitare i cristiani e stava per ritirarsi nel sakoku, la secolare politica di isolamento. Hasekura divenne persona non grata scomparendo dalla storia ufficiale. Un indizio del suo destino è il fatto che nel 1640 suo figlio fu costretto a sventrarsi a causa di presunte simpatie verso la religione illegale, appunto il cristianesimo.

La successiva ambasciata del Giappone in Europa non sarebbe avvenuta se non più di 200 anni dopo. Ecco perché è importante ricordare attraverso i passi del Samurai questo epico viaggio presentato lo scorso novembre a Palazzo del Pincio, ora in via di realizzazione a tempo di record nell’imminenza del Giubileo.

Il tracciato che si è scelto per ricordare Hasekura e i Martiri Giapponesi, prevede il paesaggio fra centri urbanizzati e centri abitati, fra riserve ambientali, Oasi e la foce del Tevere. Il tratto lungo la costa consente di apprezzare numerose aree archeologiche ed emergenze architettoniche, quali torri costiere ed edifici fortificati.

Le tappe

Partendo dalla statua dedicata ad Hasekura Tsunenaga e alla Chiesa dei Martiri Giapponesi a Civitavecchia, il percorso scende verso il Castello di Santa Severa, dove il Samurai soggiornò per una notte, proseguendo per Palidoro dove fece una sosta, e riprendendo il cammino nelle campagne verso Roma, arrivando alle sponde del Tevere, fino in Vaticano e al Quirinale.

Civitavecchia – Santa Severa 20.4
Santa Severa – Cerveteri 14.7
Cerveteri – Ladispoli 16.3
Ladispoli – Fregene 15.1
Fregene – Parco Leonardo 22
Parco Leonardo – Eur 17.4
Eur – Quirinale 14.4

Matteo Galloni: la comunità monastica oltreopassa la logica mondana.

In questo pregevole studio Matteo Galloni affronta il rapporto dialettico, a volte non privo di tensioni, fra libertà e obbedienza nell’ambiente del monachesimo greco delle origini con particolare riferimento alle vite e ai detti dei padri del deserto. Come è noto, il tema della libertà di scelta fra il bene e il male è ampiamente presente nella riflessione degli autori della letteratura cristiana greca in generale soprattutto in polemica contro ogni forma di determinismo che minava la realtà del libero arbitrio dell’uomo in campo morale. A tal fine Galloni avvia il suo discorso partendo da Gregorio di Nissa che definisce la scelta come un movimento libero verso il bene o il suo opposto; per il Cappadoce questa problematica è di grande rilevanza al punto che mette in evidenza che la libertà di scelta conduce l’essere umano all’uguaglianza con Dio, che non può costringere a prendere qualsiasi decisione. La virtù quindi presuppone la libertà perché ciò che si fa per costrizione non può essere virtù. Certamente questo rilievo dato alla scelta libera si ritrova anche nello stoicismo (si pensi ad Epiteto), in cui si sottolinea il t. proairesis, ampiamente presente, in ambito cristiano, ad esempio in Giovanni Crisostomo che così mette in evidenza la libertà di scelta, in particolare contro il determinismo manicheo.

Nella spiritualità dei padri del deserto, come puntualmente rileva Galloni, il connubio tra libertà e obbedienza, intesa come un dato interiorizzato nel rapporto fra due libertà, ha il suo modello in Cristo stesso che si annienta (si pensi a Fil. 2,7) sottomettendosi coscientemente al Padre. Nella tradizione monastica l’obbedienza, come ascesi dello spirito con rinuncia volontaria alla propria libertà, è legata alla paternità e figliolanza spirituale, per cui il novizio si mette alla scuola di un padre specifico, anche se si può avere con altri un legame di amicizia.

Questo rapporto di obbedienza dipende dal fatto che con le sole proprie forze non si può giungere alla perfezione della libertà. Il fine di questa rinuncia alla libertà è quindi il conseguimento della libertà-discernimento fra il bene e il male; come diceva Doroteo di Gaza, se si vuole essere liberi, si deve tagliare la propria volontà.

Galloni si sofferma poi su Pacomio e la sua concezione dell’obbedienza personale e comunitaria; per lui l’obbedienza, sempre connessa con la libertà, è necessaria per l’organizzazione della vita cenobitica, il cui fondamento è il rapporto fra paternità spirituale e obbedienza. Galloni mette anche in evidenza che le varie norme e prescrizioni ideate per le esigenze della vita comunitaria non pare risalgano a Pacomio stesso, ma siano successive. Di conseguenza dopo Pacomio si assiste all’instaurarsi di una dinamica di assolutizzazione e sacralizzazione da parte di chi cercava di raccogliere il nucleo centrale dell’eredità del fondatore. Si tratta, in ultima analisi, di quelle tensioni fra libertà e obbedienza, di cui si parlava in precedenza, che portano ad una sorta di sclerotizzazione di queste due componenti della vita monastica, la libertà appunto e l’obbedienza, che sono invece strettamente legate al binomio paternità-figliolanza spirituale in vista del conseguimento dell’autentica libertà. Tutte queste argomentazioni sono sviluppate da Galloni sulla base di una ricca documentazione di fonti antiche e moderne, sempre discusse con acribia e sicurezza metodologica.

 

Per informazioni sul libro scrivere a “Comunità Amore e Libertà Onlus”

sostenitori@amoreliberta.org

Basilicata, Chiorazzo non ritira la candidatura: “Noi ci siamo”.

Il presidente dell'associazione Giovane Europa, Angelo Chiorazzo, durante la presentazione del libro "La Tunica e la Tonaca" di padre Enzo Fortunato, frate conventuale di Assisi, presso il Protettorato San Giuseppe, Roma, 01 ottobre 2020. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Ci siamo candidati a guidare la Basilicata per cercare di portare un vento di rinnovamento, per dare seguito alla richiesta di cambiamento che veniva dai territori, dalle tante donne e uomini che con entusiasmo si sono riavvicinati alla politica, nell’area di centrosinistra, e che si sentivano privi di un riferimento. 

Persone che coltivavano, insieme, il desiderio di dare una mano, e di far voltare pagina alla Basilicata, immersa negli ultimi 5 anni nella peggiore giunta che abbia mai visto.

Le vicende degli ultimi giorni sono sotto gli occhi di tutti. 

Fino a due settimane fa, ci siamo sempre disinteressati delle dinamiche interne ai partiti. Con grande piacere avevamo registrato la convergenza del PD lucano, e di larga parte di militanti, simpatizzanti, parti significative di classe dirigente degli altri partiti e movimenti del centrosinistra, del Movimento 5 stelle, dei Verdi e di Italia viva, nonché di rappresentanti autorevoli della società civile.

Fin dal 16 dicembre avevo inoltre dato la disponibilità a svolgere le primarie come metodo democratico per la scelta del candidato Presidente.

Ho avuto poi la possibilità di dialogare con i leader nazionali dei due principali partiti del centrosinistra. Come sa chiunque abbia seguito le cronache non esattamente esaltanti di questi giorni, siamo stati praticamente in assemblea permanente per più di una settimana.

A me sono stati portati attestati di stima ma anche l’indicazione che il mio nome non consentiva l’unità del centrosinistra. Io non ho ancora ben capito le ragioni del veto personale, soprattutto perché accompagnate a una richiesta di restare in campo. Allo stesso tempo ho ritenuto che il tema dell’unità del centrosinistra avesse un valore maggiore rispetto al mio destino personale. 

Per questo, mi sono detto disponibile a fare un passo di lato per individuare una figura che fosse più unificante, e che potesse trovare il consenso di tutti, ovviamente anche il nostro. Ho così ritenuto di dare il mio consenso alla figura del dottor Lacerenza, professionista di grande valore, anche se non proveniva da una mia indicazione diretta, nella convinzione di poter dare il mio contributo a questa unità.

È avvenuto però un fatto che, onestamente, ci ha sorpreso nella sua portata: già nei primi minuti dopo la notizia della candidatura di Lacerenza, siamo stati letteralmente travolti da una rivolta che mi permetto di definire di popolo.  

Donne e uomini che avevano creduto in un processo di cambiamento profondo hanno invece visto nella nostra scelta la riedizione di quanto avvenuto 5 anni fa. Peraltro, senza conseguire nessuna unità reale del centrosinistra. 

Sono state ore di riflessione, anche di tormento. È chiaro che ognuno ha sbagliato qualcosa. Tra questi, anche io. 

Qualche ora fa Domenico Lacerenza ha preso atto della contestazione e della condizione di estrema difficoltà elettorale determinatesi immediatamente alla ufficializzazione dell’intesa sul suo nome e ha fatto un passo indietro. È una scelta non scontata, di cui apprezzo l’onestà intellettuale. Segnala ancora una volta lo stile dell’uomo, che va nuovamente sottolineato, a maggior ragione dopo ciò che ha dovuto affrontare negli ultimi tre giorni.

Adesso, però, non c’è davvero più tempo da perdere. E non possiamo fare finta di niente. Anzi, c’è da ripartire da quel moto popolare che denota rabbia verso la politica e allo stesso tempo un profondo desiderio di cambiamento. Non ha prevalso l’indifferenza e, considerando come sono andate le cose, è un mezzo miracolo.

Per seminare occorre voltare pagina. Per questo, abbiamo deciso, insieme a Basilicata Casa Comune, di candidarci a rappresentare questo moto di popolo. Assieme a noi ci saranno altre liste civiche e chi vorrà sposare questo progetto.

Chiediamo a tutte e tutti quelli che ci hanno sostenuto, e in questi giorni richiamato a gran voce, di starci accanto fino in fondo, di fare con noi la campagna elettorale. Non importa se hanno in tasca la tessera di una associazione, di un partito o di un movimento: vogliamo rimettere in gioco tutta quella energia e quell’entusiasmo che aveva attraversato la Basilicata nei mesi scorsi e che in questi giorni aveva lasciato spazio alla frustrazione. Lo vogliamo fare nella composizione delle liste, nella campagna elettorale, nella volontà di far voltare pagina alla nostra amata regione.

Ci ha convinto chi ci ha detto: ora o mai più. Noi ci siamo.

“Democrazia”, p. Occhetta rimette al centro la questione della dignità umana.

«Questo volume e una sorta di enzima sociale per mettere insieme minoranze creative, nuovi luoghi (relazionali) da cui progettare l’avvenire, pensare le riforme che mancano e connettere le buone pratiche di amministrazione in cui si respira già aria di fraternita». Sono le parole di padre Francesco Occhetta nel presentare un’opera che si incentra su quattro grandi temi di stretta attualità: Ambiente, Lavoro, Giustizia, Riforme (istituzionali). La società italiana e quella europea si trovano oggi a un punto di svolta; di fronte alle evoluzioni geopolitiche globali, che ridisegnano gli equilibri politici ma anche tra culture, la forza delle tutele europee nelle quattro aree proposte rischia di affievolirsi, perdendo la bussola che le contraddistingue: la dignità umana. Per evitare tale scenario, e necessario rigenerare questi ambiti di competenza e di impegno sociale attraverso una nuova alleanza tra persone, società civile e istituzioni. La sfida è grande e perciò è necessario operare un capovolgimento dei modelli economici, lavorativi e politici che hanno perso umanità, riproponendo un paradigma di alleanza sociale che si fondi sulla fraternità.

Su questo, individuando soluzioni concrete, si concentrano gli Autori – oltre ad Occhetta, firmano il volume Fabrizio Urbani Neri, Giuseppe Falvo, Rosalba Famà, Ciro Cafiero, Tommaso Galeotto, Francesca Carenzi, Alessandra Luna Navarro, Cristina Ponti, Arturo De Vita, Giulio Stolfi, Paolo Bonini e Marco Fornasiero – che, secondo ruoli e competenze specifici, forniscono il proprio contributo al testo suddiviso in quattro sezioni tematiche. Si tratta di qualificati esperti che appartengono all’associazione “Comunita di Connessioni”, realtà che dal 2009 opera per la formazione alla politica e si incontra per confrontarsi e formarsi sulle questioni prioritarie dell’agenda attuale. 

Questo l’”identikit”: «Il nostro impegno è “pensare politicamente” i temi della democrazia con al centro la dignità della persona, su cui è stata pensata la nostra Costituzione. Siamo una comunità apartitica, plurale, fondata su relazioni di fraternità e su uno spirito di condivisione. Da noi si atterra da soli e si decolla insieme. Riuniamo giovani e rappresentanze associative provenienti da tutta l’Italia offrendo loro percorsi di formazione alla politica. Il nostro modello offre ai giovani del Paese un luogo di incontro, di confronto e di dialogo sulle sfide della società e della politica. Ci incontriamo per elaborare e offrire, a partire dagli ambiti del nostro impegno lavorativo, testimonianze e prospettive alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Sosteniamo le comunità locali nella comprensione e strutturazione dei progetti di transizione energetica, favoriamo il confronto e le sinergie tra pubblico e privato, le categorie e gli attori che vivono il territorio, e animiamo attività di sensibilizzazione sul cambiamento climatico e sulla costituzione delle comunità energetiche».

Il libro si conclude infine con la definizione di dieci parole che esplicitano il concetto di democrazia e «la natura di questi termini è centrata sul livello relazionale e sociale, tiene conto dei conflitti che la negano, rinasce dal limite e dal fallimento dell’esperienza e fa tesoro dell’esperienza e degli errori compiuti in quattro ambiti della vita politica: la giustizia e il lavoro, l’ambiente e le riforme delle istituzioni».

 

Chi sono gli autori del libro

Francesco Occhetta, gesuita dal 1996, e docente alla Pontificia Universita Gregoriana e segretario generale della Fondazione Fratelli tutti; Fabrizio Urbani Neri, avvocato dello Stato; Giuseppe Falvo, avvocato penalista; Rosalba Famà, avvocata e dottoranda; Ciro Cafiero, avvocato giuslavorista; Tommaso Galeotto, consulente e ricercatore; Francesca Carenzi, comunicazione istituzionale; Alessandra Luna Navarro, ingegnera e professoressa universitaria; Cristina Ponti, ingegnera e professoressa universitaria; Arturo De Vita, avvocato immobiiarista; Giulio Stolfi, magistrato della Corte dei conti; Paolo Bonini, ricercatore universitario in diritto costituzionale; Marco Fornasiero, affari istituzionali.

 

Per saperne di più

Democrazia. La sfida della fraternità. 

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Ricordo di Pietro Padula, figura eminente del cattolicesimo democratico bresciano.

Dei miei cinque Sindaci, che ho avuto l’onore di servire in qualità di Avvocato Capo della Civica Avvocatura, Pietro Padula (per gli amici soltanto “Il Baby”) era quello che conoscevo da maggior tempo. Mio coscritto, eravamo stati insieme alle scuole medie del Fontanone che sorgevano ai margini del Teatro Romano oggi in via di recupero. Anzi, per andare a scuola si passava su un ponticello di legno che sorpassava la cavea del teatro.

Siamo stati insieme alle scuole medie con un gruppo di amici che è durato a lungo (da Vittorio Tedeschi a Gianfranco Conti a Lanfranco Boglietti ed altri). Sin da allora prendevamo in giro il Baby Padula, che stava cominciando la sua carriera politica, dicendogli che studiava già da sindaco, senza sapere che a questa carica sarebbe arrivato 40 anni dopo. Poi al liceo la nostra vicinanza è continuata, entrambi all’Arnaldo, però in sezioni diverse (una prima anomalia perché le fedeli famiglie democristiane mandavano i figli all’Arici, mentre la tradizione laica dell’Arnaldo era seguita dalle famiglie della borghesia professionale. D’altronde mio padre aveva frequentato il liceo Arnaldo prima della Guerra Mondiale).

Poi iniziò la vera carriera politica del Baby Padula, eletto al Parlamento e quindi spesso a Roma, durante la settimana, con rientro domenicale. E allora ci incontravamo con la compagnia che ho ricordato più sopra. Continuavamo a non prendere troppo sul serio il nostro amico, che peraltro parlava molto poco dei fatti romani, e di questo mi sarei ricordato in un episodio più avanti al quale accennerò.

Eletto Sindaco dopo il secondo mandato di Trebeschi (14 ottobre 1985) mi ricordo che non era entusiasta dell’idea, che lo costringeva, secondo le leggi di allora, a dimettersi dal Parlamento. Rimase però sempre in stretto contatto con il Partito di Piazza del Gesù e attento ai bisogni e alle esigenze della sua città. In particolare, ebbe un ruolo importante nei problemi di applicazione della legge 167/62 sull’edilizia economica-popolare e il PEEP di San Polo a Brescia (voluto dall’Assessore amico Avvocato Luigi Bazoli) costituì uno dei primi esempi di applicazione della normativa in campo nazionale.

Un momento particolare che travagliò non poco l’Amministrazione Trebeschi (e me in particolare, essendo io l’Avvocato Capo del Comune) fu il “Caso Zubani”. Si trattava di una piccola azienda agricola con cascina in San Polo che fu oggetto di espropriazione per l’attuazione del PEEP e il problema nasceva anche, ma non soltanto, per la determinazione della relativa indennità di esproprio. Senza ricordare troppi particolari tecnici, fra la legge generale sugli espropri del 1865 e la 167/62, non esisteva allora altro criterio per la determinazione dell’indennità se non il “prezzo pieno in comune commercio”. Si capisce che questo criterio era pesantissimo per i Comuni e la massa di espropri che si dovette fare per la realizzazione del PEEP di San Polo è lì a dimostrarlo. Ragionando con Padula sulle finalità pubbliche della 167/62 emerse allora l’opportunità di introdurre una norma che alleggerisse per i Comuni l’insostenibile peso economico degli espropri.

Nacque così quella che in breve tutta Italia conobbe come “Legge Zubani” la quale prevedeva che all’interno dei PEEP l’indennità di esproprio facesse riferimento alla famosa legge per Napoli del 1885 e al relativo meccanismo di determinazione con riferimento anche alla rendita catastale degli immobili o agli affitti pagati nell’ultimo decennio. Uno dei relatori di questa legge fu il Baby Padula, che utilizzò così la sua esperienza come Sottosegretario ai Lavori Pubblici del Governo Andreotti di unità nazionale (1978/79).

Ricordo che consegnai all’amico Padula un foglietto con il testo della Legge Zubani da far approvare in Parlamento.

Un’altra volta ebbi l’occasione di andare a Roma insieme a lui, che in quel momento era il mio Sindaco e gli ricordai di quando lo prendevamo in giro, nelle cene fra amici, dicendo che dopotutto non era poi così vero che lui fosse una persona importante del Governo. Con quel suo sorrisetto un po’ ironico e un po’ beffardo, il Baby Padula si limitò a dire, mentre prendevamo posto a bordo dell’aereo, “Vedrai a Roma”.

Ed ebbi davvero occasione di vedere perché quando arrivammo a Piazza del Gesù, storica sede della Dc nel palazzo d’angolo di fronte alla magnifica chiesa omonima, c’era una fila di gente che arrivava in strada. Con un sorrisetto, Padula mi disse: “Vedi? Quelli aspettano me.” Entrammo nel palazzo e, salendo la scala, dovevamo farci largo fra i postulanti. Quando arrivammo di sopra, al suo ufficio, il Baby mi disse solo (sempre con quel famoso sorrisetto): “Hai visto?”.

Sempre in quella giornata lo accompagnai ad una serie di incontri con personalità politiche, fra cui Beniamino Andreatta che era seduto a una nota gelateria romana di Piazza San Silvestro. Degustando un ottimo gelato Andreatta (che aveva studiato a Padova e mi salutò cordialmente, in omaggio all’Alma Mater) disse a Padula: “Insomma quando persuadi quello zuccone di Trebeschi a venire a Roma per fare il Presidente dell’Enel, lui che ha fatto così bene all’ASM bresciana?” La risposta di Padula fu diplomatica: “Sai com’è Cesare…” In realtà mi risulta che l’interessato diretto, cioè Trebeschi, diede una risposta molto più in linea con il suo carattere di Cellatica: “Te te set mat !”

Ho letto sul libro dedicato a Padula tutta la serie delle lunghe battaglie politiche che il Baby affrontò e delle quali, per vero, parlava poco, almeno con noi profani. Rimase sempre una persona molto riservata e di poche parole, con un tratto molto signorile, pronto ad aprirsi con un largo sorriso che gli illuminava il viso austero. Un vero amico che rimpiangiamo, tutti, io in particolare.