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MADE IN ITALY O BY ITALICS? OCCORRE ALLARGARE L’ORIZZONTE. L’EUROPA HA CONOSCIUTO NEI SECOLI IL SOFT POWER ITALICO. 

Se è vero che un grande bacino di messaggeri, consumatori ed estimatori della civiltà italica, acquista e richiede, spesso indistintamente, prodotti made in Italy e made by Italics, è forse ora di approfondire e riconoscere il potenziale della seconda categoria, assai meno conosciuta della prima.

Giuseppe Terranova

Sicuramente Russell Crowe, neo Ambasciatore di Roma nel mondo, è un insaziabile consumatore di prodotti made in Italy, ma anche made by Italics. La distinzione tra le due categorie non è forse nota al Premio Oscar, ma è un dato di fatto di cui l’Italia dovrebbe prendere atto. Perché l’indimenticato interprete de Il Gladiatore rappresenta uno dei volti più noti degli oltre 250 milioni di italici nel mondo. Si tratta di una vasta ed eterogenea categoria di persone accomunate dall’apprezzamento e dal riconoscimento del fascino del Bel Paese. L’Italico non ha necessariamente il passaporto o un legame di sangue italiano, può vivere in Italia o in qualsiasi altra parte del globo. Il modo di vivere e la comunanza dei valori è il collante che unisce gli italici nel globo e ciò può rappresentare un formidabile soft power per lo Stato italiano. Il riferimento è a quello straordinario e unico mix di cultura, gusto, stile, artigianato di qualità, moda, design, industria fine, elettronica, robotica, imprenditoria d’avanguardia, eccellenza gastronomica che danno vita a una raffinata e unica arte del vivere bene.   

Se è vero che questo bacino di messaggeri, consumatori ed estimatori della civiltà italica, acquista e richiede, spesso indistintamente, prodotti made in Italy e made by Italics, è forse ora di approfondire e riconoscere il potenziale della seconda categoria, assai meno conosciuta della prima. Fermo restando che l’una non esclude l’altra. Tanto più che il neonato Governo italiano ha deciso di rinominare il Ministero dello sviluppo economico in Ministero delle imprese e del made in Italy. Una nuova etichettatura che, peraltro, era stata lanciata il 27 febbraio 2020 da un convegno di categorie interessate con la partecipazione di esponenti politici che evidentemente hanno recepito l’idea.  

A rilanciare il dibattito su questi temi è stato di recente Piero Bassetti, riprendendo i contenuti di una prolusione all’Università della Tuscia, con un’intervista rilasciata a Il Settimanale, rinato magazine che intende rappresentare, dall’osservatorio privilegiato della Brianza, le dinamiche delle piccole e medie imprese italiane. Due i concetti chiavi dell’intervento del noto imprenditore, politico ed economista, fondatore dell’Associazione Svegliamoci Italici. 

Il primo: “Il mio discorso identifica l’italianità non in base ai confini, ovvero la dimensione del cuius regio eius religio, cioè il luogo dove sei nato che identifica la tua nazionalità e la nazionalità che identifica la tua personalità; io ritengo che l’italicità sia una dimensione culturale e geografica che trascende i confini. Noi siamo uno stivale, l’importante è stabilire di che gamba e per quale finalità. L’Italia, soprattutto quella del Nord, non è chiusa in sé stessa: la Brianza non lavora solo per i brianzoli e gli italiani non lavorano o esprimono i propri valori solo per chi sta all’interno degli spazi della Repubblica ma si rivolgono a tutto il mondo”.

Il secondo riguarda la necessità di riconoscere la categoria del made by Italics accanto a quella del made in Italy. Perché quest’ultima rappresenta “il più classico esempio del vestito stretto” per rappresentare la globalità delle eccellenze italiche. “Se lei mangiasse un vasetto di Nutella a New York non mangerebbe un prodotto made in Italy perché è realizzato in Canada, però è fatta by Italics, da un saper fare e da una cultura che è solo e soltanto nostra”. 

Un concetto, quest’ultimo, condiviso, sia pur con declinazioni diverse, da una parte non trascurabile dell’imprenditoria italiana, si veda l’intervista de Il Sole 24 Ore del 7 ottobre 2020 al Presidente di Confindustria di Macerata, Domenico Guzzini, titolare dell’omonima azienda, eccellenza internazionale nell’industria dei casalinghi. 

Le proposte avanzate da Piero Bassetti potrebbero sembrare visionarie se oggi non avessimo a disposizione la tecnologia del digitale. Possiamo certificare che un prodotto è stato fatto totalmente in Italia (made in Italy). Oppure, se il prodotto è fatto all’estero per tutta o parte della sua catena produttiva, possiamo certificare che ogni singolo passaggio rispecchia gli standard qualitativi italici e che il prodotto finito è conforme agli usi, costumi e gusti che caratterizzano il nostro Paese, non soltanto l’ultimo anello della catena importando semi lavorati da altri paesi (made by Italics). 

È un orizzonte descritto nei dettagli da Luca Laurenti nella rivista di Geopolitica Mondo Nuovo. La garanzia della qualità del prodotto, della sua sicurezza, della tutela ricevuta dai lavoratori, delle cautele ambientali prestate, fino a oggi sono stati garantiti dalla formula del made in. Sapere che una o più fasi della produzione si siano svolte in un determinato territorio, soggette al controllo di un potere statuale, equivale transitivamente a dire che quel prodotto è nato in conformità alle norme vigenti in quello stesso Paese. Forse in passato questa era una strada obbligata. Oggi, grazie allo sviluppo tecnologico, no: si veda alla voce blockchain. È diventato possibile immaginare che il controllo di conformità a determinati requisiti sia strutturato su una architettura decentralizzata, meno legata all’origine geografica, e più a disciplinari di produzione, applicabili ovunque. E con garanzie anche maggiori. 

Facciamo un esempio. Oggigiorno il consumatore che acquista un bene made in Italy, cosa compra? Qualcosa che, rispettando il Codice doganale dell’Unione europea, abbia avuto la sua ultima trasformazione o lavorazione sostanziale in Italia. Cosa sa però delle materie prime utilizzate per produrre il bene? Cosa sa delle condizioni di lavoro dei produttori? E infine, cosa sa dell’impatto ambientale delle lavorazioni precedenti a quella che ha determinato legalmente l’origine geografica? Molto poco, per non dir nulla. Sarebbe allora un progresso poter incorporare queste informazioni in un marchio diverso da quello geografico. Un marchio che racconti non più soltanto del luogo, ma del modo, ovvero del saper-fare che è frutto di una specifica e tuttora viva civiltà, quella italica. 

Tale nuovo corso garantirebbe una certificazione severa e trasparente dei nostri marchi del made in Italy e del made by Italcs. Entrambi potrebbero essere rilanciati e riconosciuti su scala globale attraverso innovative forme di promozione praticata con la contaminazione di altri versanti del soft power italico: integrazioni territoriale, turismo, cultura, artigianato, etc. Senza contare che questo consentirebbe al sistema Italia di beneficiare, ben oltre i confini nazionali, dello straordinario potenziale dei 250 milioni di italici sparsi nel mondo. L’Italia ha sempre prosperato quando trascendeva il confine ideale, a cominciare da Roma per passare al Medioevo e al Rinascimento, passaggi che sono stati tutti a carattere meta-nazionale. Come ricorda Marco Pellegrini nelle prime pagine de Nella Terra del Genio, con il localizzare il santuario dell’intelligenza creativa non nella Gerusalemme biblica, ma nella Roma di Cicerone e di Virgilio, il Rinascimento inoculò un rivoluzionario germe di laicità nella tradizione della cultura occidentale. Per la prima volta dopo la cristianizzazione dell’Europa, una civitas terrena – Roma – soppiantò la città celeste – Gerusalemme – come patria ideale di un’umanità ammirata nel suo piú alto grado di nobiltà. 

L’intera Europa fu segnata dal soft power italico (potere non aggressivo, lontano da pretese di egemonia) che aveva creato un reticolo immateriale ma forte e percepibile, fatto di cultura, di arti, di relazioni tra studiosi distanti tra loro migliaia di chilometri. Un reticolo di dimensione europea reso vivo dalle spinte spontanee originate dai territori, dalle religioni e dalle eresie, dagli scambi di docenti e di alunni tra Università, ma pur sempre in relazione virtuale di continuità con lo spirito della Roma antica e della Roma cristiana, testimoniato e perpetuato  dalle strade consolari e dagli acquedotti ancora funzionanti, dalle biblioteche salvate e conservate nei Conventi e nelle Abbazie, dai percorsi dei pellegrini sulla via Francigena e sulla via Romea, dalla stratificazione bimillenaria, senza soluzione di continuità ed in generale senza rimozioni forzate, di monumenti, insediamenti umani, usi e tradizioni, linguaggi e culture locali.

MELONI, LE DONNE E GLI ABBRACCI. UN’ANALISI “ASETTICA” DELLA COMUNICAZIONE DELLA DESTRA AL GOVERNO.

Si può ben governare anche senza una manifestazione apprezzabile della comunicazione non verbale. Del resto, l’impressione è quella di una compagine che è lì per svolgere il proprio lavoro e dalla quale ci si aspettano solo risultati. Ma questi non verranno se la coesione interna non si renderà manifesta all’esterno. Ci riuscirà?

 

C’è una comunicazione non verbale in ciascuno di noi, sconosciuta ai più ma che utilizziamo fin dalla primissima età nelle relazioni con i nostri simili fino a quando le parole piano piano diventano la comunicazione principale dell’essere umano. In questo orizzonte remoto i gesti degli arti (le mani che si toccano e si cercano, le braccia che avvolgono) e i movimenti del volto (sorrisi e sguardi) sono “le parole” della nostra comunicazione, il messaggio che noi vogliamo mandare agli altri sia esso conscio o inconscio. 

La comunicazione non verbale è stata oggetto di studio da parte di psicologi e sociologi che hanno provato a definirne gli ambiti. Un primo sistema è quello cinesico ovvero legato al movimento del corpo, di parti di esso. Un secondo sistema è quello della gestione dello spazio o della distanza tra gli interlocutori, conosciuto come distanza di sicurezza o confort zone entro la quale ci sentiamo al sicuro e il cui superamento concediamo solo persone di cui ci fidiamo. Un terzo sistema è quello aptico che consente il contatto fisico tra gli interlocutori come segno di conoscenza (stretta di mano), solidarietà (pacca sulla spalla), empatia (abbraccio tra estranei per motivi emotivi). Infine il quarto sistema è quello più antropologico perché considera i segnali paralinguistici (intonazione della voce, pause e velocità del discorso, le vocalizzazioni e i silenzi) che sono comuni a tutta la comunicazione del genere umano. 

Meloni conosce la comunicazione maschile, il territorio che ha frequentato di più e che è fatta di molto cinesico e di aptico. All’entrata in Aula alla Camera dei Deputati molti dei componenti maschili del suo Governo si sono avvicinati a Lei abbracciandola, sorridendole, parlandone all’orecchio (oltre la confort zone), infondendo il senso di appartenenza al gruppo e assicurando così la loro fedeltà. Chi non si è visto? Le sei donne del suo Governo, già sedute al loro posto nei banchi del Governo, intente alla consultazione del proprio smartphone. E già questo è un atteggiamento di non-comunicazione, perché la tendenza diffusissima di estraniarsi dal contesto intorno a noi per concentrarsi sul proprio sé, che si manifesta nell’appendice smartphone, è un costume sociale sul quale ci dovremmo interrogare più spesso. Poi c’è la storia personale di ciascuna di loro, politica e professionale.  Solo una è della sua generazione, quella definita della transizione o generazione X: la Locatelli, tecnico in quota Lega. Le altre appartengono alla generazione baby boomers, ovvero la generazione che rappresenta il gruppo demografico più ampio nella maggior parte dei paesi occidentali, nati in un periodo storico caratterizzato da un forte benessere economico e dall’assistenzialismo pubblico, e che detengono la maggior parte della ricchezza nazionale dei paesi occidentali. Una di loro appartiene alla generazione cd della ricostruzione. Per la composizione politica, una sola è di Fratelli d’Italia, due sono di Forza Italia, una della Lega e poi un tecnico di area. Con il bilancino politico, l’inclusione nel Governo di una donna in più di più di Fratelli d’Italia avrebbe aiutato, per esempio la Rauti, romana anch’essa, a creare quella empatia indispensabile in un lavoro di squadra. 

La distanza si è misurata tutta nell’ora di lettura del discorso della Premier e nelle felicitazioni alla fine. Stesso atteggiamento ripetuto al Senato. Ognuna di loro è rimasta nella propria confort zone, con qualche spunto nel sistema aptico più che altro con strette di mano. Nessuna si è avvicinata alla Premier, uscendo dai propri banchi, a telecamere accese, e iniziando una comunicazione non verbale fatta di abbracci, strette di mano, segni/gesti che indicassero “forza, avanti, sto con te”. 

C’è da dire come attenuante che pur avendo la compagine femminile, ivi compresa la Premier, abitudine a frequentare le Aule del Parlamento, non deve essere facile farlo con l’incarico da Ministro, sia per la responsabilità che comporta sia per la evidente sovraesposizione mediatica che comporta. La pressione mediatica, il senso di essere in una condizione di osservati/giudicati/catturati in ogni più piccola manifestazione della propria personalità (p.e. paura molto alta per la possibilità che venga letto il labiale) dovrebbe essere limitata al solo momento della lettura del testo delle Comunicazioni del Presidente del Consiglio, mentre i momenti di ingresso e di uscita dall’Aula rappresentano da sempre i momenti con i quali il gruppo Governo rafforza i legami tra i suoi membri e manifesta la sua forza all’esterno. Molto di più di quanto avviene nella Cerimonia del Giuramento al Quirinale, foto di gruppo compresa. Non è dato sapere quale sia stato l’atteggiamento comunicativo nella prima seduta del Consiglio dei Ministri. 

Certo, si può ben governare anche senza una manifestazione apprezzabile della comunicazione non verbale. Del resto, l’impressione è quella di una compagine che è lì per svolgere il proprio lavoro, scelta dal proprio partito di riferimento – si direbbe, più correttamente, mandata a lavorare – dalla quale ci si aspettano solo risultati. Ma questi non verranno se la coesione interna non si renderà manifesta all’esterno, ovvero se l’elettorato non percepirà che il Governo al quale ha conferito il mandato, donne comprese, è più di un buon gruppo al lavoro, dovendo piuttosto condividere, con forza e determinazione, il progetto a medio termine per il quale si è impegnato. Ci riuscirà?

60 ANNI FA MORIVA ENRICO MATTEI, VITTIMA DI UNO “STRANO” INCIDENTE AEREO: LA TESTIMONIANZA DI GIOVANNI GALLONI. 

In forza della sua attività di ricerca, il prof. Claudio Moffa (Università di Teramo) ha lasciato traccia sul web di vari commenti in merito alla tragica scomparsa di Enrico Mattei. A riguardo, desta particolare interesse la testimonianza di Giovanni Galloni: un uomo dei servizi segreti lo pregò di intervenire per far sì che non si parlasse di attentato. Ancora oggi l’incidente aereo di 60 anni fa (27 ottobre 1962) che mise fine alla vita del fondatore dell’Eni è immerso nelle nebbie fittissime del mistero.

Due giorni dopo la morte di Mattei, mi telefonò all’Ufficio legale dell’Ente Maremma, dove allora ero impiegato, il Colonnello Allavena del SIFAR. Allavena mi chiese un appuntamento e quando lo ricevetti e gli chiesi che cosa voleva da me, lui mi rispose: «Guardi, a me risulta che lei è molto amico dell’onorevole ingegnere Ripamonti di Milano, e la pregherei di dirgli di non continuare a sostenere la tesi che Mattei è stato ucciso per un attentato, perché questo non risponde a verità. Siamo infatti sicuri che l’aereo sia caduto a causa di un incidente».

La sera stessa vidi Ripamonti e gli riferii quanto aveva detto Allavena. Ripamonti se ne meravigliò moltissimo, e mi disse: «E’ vero, venendo in aereo da Milano a Roma ne ho parlato con un vicino di posto, esprimendo i miei dubbi sulla tesi dell’incidente. Non riesco però a capire come i Servizi Segreti siano già venuti a conoscenza di questo fatto». Io sono arrivato alla conclusione dell’attentato» – mi disse ancora – «per una deduzione logica, perché ho conosciuto bene il pilota di Mattei: un pilota eccezionalmente bravo. Conoscevo anche bene l’aereo di Mattei, e so che gli incidenti agli aerei si possono provocare con degli attentati, manovrando gli altimetri. Se c’è stato un sabotaggio, è stato fatto attraverso la manomissione degli altimetri. Prendo atto, tuttavia, di quanto dice il Dirigente dei Servizi Segreti».

È da notare che il colonnello Allavena sarebbe poi stato accusato di far parte dei Servizi segreti deviati: perciò quello che mi è sempre rimasto in mente è come, a due giorni dalla morte di Mattei, i Servizi segreti fossero già all’opera per impedire in tutti i modi che si diffondesse la voce che Mattei era stato ucciso.

 

Per saperne di più

https://www.unite.it/UniTE/Engine/RAServeFile.php/f/File_Prof/MOFFA_1420/STORELINT-esame-MATTEI_9_OBBL_matteicoraggio_estratti_ingiallo.pdf

MA SARÀ SEMPRE E SOLO LOTTA ANTIFASCISTA?

Tutti conosciamo, ormai a memoria, la denuncia che la sinistra ha sferrato dopo il voto contro i vincitori. Ciò costituisce un nodo politico vero: proprio con un governo politico di centro destra abbiamo la possibilità di sperimentare se in Italia, d’ora in poi, prevarrà una vera e credibile democrazia dell’alternanza. D’altronde, una galleria di accuse e luoghi comuni rischia di produrre danni non solo al Governo ma, quel che più conta, agli interessi dell’intero paese.

Dunque, abbiamo il Governo. Sì, un governo di centro destra – o destra centro che sia – perché gli elettori hanno voluto e votato per la coalizione di centro destra. Abbiamo un Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha rivoluzionato il tradizionale cliché dei Premier italiani e non solo perchè è la prima donna nella storia repubblicana che sale a Palazzo Chigi con le sue forze e con la sua spiccata personalità, ma anche per l’impronta che ha immediatamente dato alla sua strategia politica e di governo. Del resto, dopo le prime mosse ha già confermato di essere un leader politico – cosa che, del resto, sapevamo da tempo – e, forse, anche un’autorevole donna di governo. Concretezza, buon senso, forte radicamento territoriale, intelligenza politica e approccio popolare sono e restano i suoi tratti distintivi che la rendono profondamente diversa dal cosiddetto “politicamente corretto” e avulsa da quei meccanismi che sono riconducibili ai burocrati della politica e ai protagonisti dell’establishment.

Ma, al di là di questo fatto estetico, ma al contempo anche politico, c’è un elemento che adesso merita di essere approfondito e che prima o poi va sciolto. Mi riferisco, nello specifico, al comportamento concreto che la sinistra italiana, nelle sue multiformi espressioni, terrà nei prossimi mesi. Non prendo in considerazione la posizione del polo populista e demagogico dei 5 Stelle perchè, non avendo una cultura politica di riferimento, può cambiare radicalmente opinione a giorni alterni. Come è puntualmente avvenuto in questi anni. Ma, per essere ancora più preciso, penso al comportamento concreto della sinistra politica, culturale, sindacale, accademica, salottiera, alto borghese, televisiva ed editoriale che ruota storicamente attorno al Partito democratico. Un’area culturale, politica, intellettuale e sociale che, puntualmente, dopo il responso delle urne del 25 settembre ha subito gridato “all’onda nera” in arrivo, che può sconvolgere definitivamente l’equilibrio democratico, liberale e costituzionale del nostro assetto pubblico ed istituzionale e via discorrendo. Elementi confermati dallo stesso segretario del Pd nel suo intervento alla Camera. 

Tutti conosciamo, ormai a memoria, la denuncia che la sinistra ha sferrato dopo il voto contro i vincitori. Dall’allarme democratico alla compressione dei diritti, dalla riduzione delle libertà al conflitto sociale, dal rischio fascismo alla deriva illiberale, dalla concentrazione del potere all’attenuazione degli stessi principi democratici. Una galleria di accuse e di luoghi comuni che però, se il martellamento diventa continuo, costante ed insistente rischia di produrre danni non solo al Governo ma, quel che più conta, agli interessi dell’intero paese. Soprattutto in una fase storica difficile, complessa e particolarmente turbolenta per le stesse fondamenta democratiche del nostro paese.

Ecco, questo è il nodo politico per eccellenza nell’attuale stagione pubblica. Ovvero, per dirla in parole più semplici, la sinistra italiana, seppur nelle sue multiformi espressioni, condurrà la sua azione politica nei prossimi mesi all’insegna di una violenta delegittimazione morale prima e di una criminalizzazione politica poi della coalizione di centro destra, come ha già iniziato a fare in queste settimane, o si concentrerà maggiormente sui contenuti veri e reali dell’azione di governo? Perché se il buongiorno si vede dal mattino, come si suol dire, cosa significa se non questo il biglietto inaugurale trasmesso al nuovo governo dal segretario del Pd, lo sconfitto Enrico Letta, all’insegna di “opposizione, opposizione, opposizione”? E il conseguente, e scontato, bombardamento mediatico di queste settimane non è altro che la conferma di questa prassi. Che, del resto, è collaudatissima perché già condotta per decenni contro la Democrazia cristiana e molti dei suoi esponenti di primo piano, contro Berlusconi prima e Salvini poi e, paradossalmente, persino contro Renzi durante la stagione del referendum costituzionale. E non poteva che accadere così, e a maggior ragione, contro la coalizione di centro destra guidata dal principale leader dei Fratelli d’Italia. Ma il nodo, come dicevo poc’anzi, va comunque sciolto.

Ovvero, la sinistra italiana pensa di affrontare questa stagione politica segnata da una drammatica, epocale ed inedita “questione sociale” alimentando il rischio del possibile ritorno della “postura fascista” e con un governo che pratica una deriva illiberale e con la quasi certezza di una potenziale cancellazione dei diritti civili e sociali? Perchè se questa sarà la cifra distintiva dell’azione politica della sinistra italiana, dovremmo prendere amaramente atto che per questo campo politico la democrazia dell’alternanza è solo una invenzione propagandistica e il rispetto dell’avversario e dello stesso voto popolare una semplice evocazione astratta e del tutto irrituale.

Insomma, proprio con un governo politico di centro destra noi abbiamo la possibilità di sperimentare se in Italia, d’ora in poi, prevarrà una vera e credibile democrazia dell’alternanza o se, al contrario, siamo di fronte all’ennesima conferma che il nostro paese può essere governato solo e soltanto da chi pratica il “politicamente corretto” e che si riconosce nell’establishment storico del “sistema” Italia. Ci vorrà poco tempo per capirlo.

IL TEMPO GIUSTO PER AVERE RAGIONE. MIGUEL GOTOR E LA «GENERAZIONE SETTANTA».

«Quello che si legge oggi sulle pagine di questo libro – scrive qui il recensore – denso e avvincente è un elenco di fatti nei quali, come in una sapiente sceneggiatura, protagonisti, circostanze, collegamenti, luoghi, legami istituzionali, politici e professionali, finanche famigliari, appaiono con continuità e tempismo perfetto in tutte le stanze buie della cronaca italiana di quegli anni, tracciando un percorso tutto sommato lineare pure nel suo caotico andamento».

Marco Bellizi

Perché leggere un altro libro sugli anni Settanta, posto che la verità riposa nei documenti secretati, in quelli distrutti, nelle bare di chi è morto, nei faldoni impolverati dei tribunali e in quelli ben custoditi degli avvocati? Se queste carte parlano di strategia della tensione, di anni di piombo, di terrorismo rosso, di terrorismo nero, di terrorismo mediorientale, di mafia, camorra, banda della Magliana, agenti sovietici, agenti americani, agenti inglesi, agenti francesi, agenti israeliani, naturalmente di agenti italiani. Di guerra fredda (si fa per dire). Una matassa quasi inestricabile. Perché, si diceva, parlarne di nuovo se, grosso modo, la verità è quella che tutti hanno intravisto, sacrificata alla ragion di Stato, al benessere di una nazione e dell’intero sistema geopolitico?

 

La prima risposta è, dovrebbe sempre essere, di carattere umanitario e si può ritrovare ad esempio nelle parole che ebbe a dire un famigliare di una delle vittime del “disastro aereo” di Ustica: «Perché nessuna ragione al mondo giustifica l’assenza di una verità. Potrebbe essere stato anche lo sputo di un airone. Ma lo dicano».

 

Però non basta, perché a chi chiede questo genere di giustizia si ha il dovere etico di rispondere compiutamente solo nelle aule dei tribunali. Né soccorrono le ragioni dello storico — in questo caso Miguel Gotor, autore del bel Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve 1966-1982 (Einaudi, Torino, 2022, pagine 447 euro 34) — spinto dalla legittima ambizione di passare dalle testimonianze, dalle cronache, dalle narrazioni di parte, all’oggettività, appunto, della storia.

 

Il fatto è che, purtroppo, in politica (e nella vita), come scrive lo stesso Gotor a proposito di Aldo Moro, «il momento in cui si ha ragione può essere più importante delle ragioni stesse: non bisogna avere ragione prima, né dopo, ma al momento giusto». E allora, forse, la domanda da cui ci si è mossi è sbagliata. Magari la domanda appropriata è se sia arrivato il momento giusto per avere ragione.

 

Non è un cruccio, intendiamoci, di cui si debba far carico lo storico: il suo compito è inseguire sempre l’oggettività dei fatti e non distribuire, se non incidentalmente, ragioni e torti. Ma siccome, afferma Gotor, «scriviamo, con buona pace dei diplomatici, dei magistrati e dei facitori di date, soltanto ciò che riteniamo possa essere un giorno letto e quindi, prima o poi, documentato», inevitabilmente, quello che si legge oggi sulle pagine di questo libro denso e avvincente è un elenco di fatti nei quali, come in una sapiente sceneggiatura, protagonisti, circostanze, collegamenti, luoghi, legami istituzionali, politici e professionali, finanche famigliari, appaiono con continuità e tempismo perfetto in tutte le stanze buie della cronaca italiana di quegli anni, tracciando un percorso tutto sommato lineare pure nel suo caotico andamento.

 

Ma, insomma, cosa è accaduto veramente in Italia, in quei dieci anni nei quali è accaduto tutto? In quel Paese che più di 70 anni fa si dotò di una Costituzione formale antifascista per poi vivere una Costituzione materiale incardinata sul principio dell’anticomunismo? Il Paese in cui non passava giorno che non arrivasse notizia di bombe, gambizzazioni e rapimenti, di esecuzioni a sangue freddo, di incendi e di volantini che annunciavano il processo del popolo allo “Stato imperialista delle multinazionali”?

 

Lo scenario illustrato da Gotor è quello di un’Italia in guerra. Una guerra non dichiarata, combattuta tra i fautori di una svolta autoritaria (ispirata, incoraggiata e finanziata dall’estero) e i militanti dell’affermazione armata del comunismo, anche questa evidentemente sostenuta da oltre confine. E alcune recenti rivelazioni che arrivano dai documenti desecretati del Foreign Office britannico sembrano confermare questo quadro. Tuttavia, scrive Gotor a proposito della cosiddetta “strategia della tensione”: «Sarebbe davvero semplicistico ritenere che abbia avuto una regìa unica sul piano internazionale. No, essa si configurò come una tecnica di azione condivisa ma l’attacco avvenne in modo concentrico e diffuso».

 

Molte mani sull’Italia, quindi. A chi appartenessero, a quali Stati, a quali organizzazioni, in quali fasi agirono, lo si può leggere scorrendo le pagine del libro. Con un’avvertenza, tuttavia: la strategia della tensione «non può e non deve essere racchiusa nella sua sola dimensione internazionale»: va presa in esame anche «la speciale capacità degli italiani di odiarsi tra loro… e la particolare disponibilità a mettersi al servizio dello straniero». Una disponibilità certo storica ma anche periodicamente rinvigorita dalle mancanze della politica e dei governi che si sono succeduti nel tempo.

 

E qui torna la questione, non secondaria, della giustizia. Che in Italia ha operato con effetti diversi: se si è fatta abbastanza chiarezza sul terrorismo rosso, che si affrontò in maniera prima ambigua e poi unitaria e univoca solo nel periodo successivo all’uccisione di Moro, quando le Br monopolizzarono la lotta armata intensificando in maniera esponenziale le loro azioni, molta meno chiarezza si è fatta sul periodo delle stragi e sulla loro reale matrice. Se all’inefficienza della politica, dunque, si aggiungono i «comportamento omissivi, reticenti o depistanti di una parte degli apparati dello Stato» — i quali, ricorda Gotor, «dovrebbero essere pagati con i soldi dei contribuenti per tutelare la loro pubblica sicurezza» e non già con la finalità di «destabilizzare per stabilizzare» il Paese — e una violenza, in quegli anni più che mai, «innervata nell’azione quotidiana» si capisce, sempre secondo l’autore, come si sia radicalizzato, in milioni di cittadini, quel «sentimento di sfiducia, di impotenza e di disillusione nell’azione collettiva e di disimpegno e di ripiegamento nel privato che avrebbe inevitabilmente condizionato la stagione politica, civile e culturale» successiva. 

 

Quella stagione che si aprì simbolicamente, secondo lo storico, con la vittoria inebriante della nazionale italiana ai Mondiali di calcio del 1982, quando un intero Paese scese in strada per ridere e cantare dopo aver troppo pianto: un rito per celebrare la fine appunto del “secolo breve 1966-82” e l’inizio dell’era del disimpegno ma non della pace. Perché «è come se nel corso degli anni ’70 — scrive Gotor — una mano invisibile avesse scavato un’enorme trincea ideologica e militante, da cui sarebbe continuato a sgorgare a lungo del giovane sangue d’Italia, a bella posta alimentato, subito poi dimenticato: una ferita rimossa e perciò mai cicatrizzata che proprio per questa ragione potrà tornare un giorno a sanguinare di nuovo». Ecco, questa è una buona ragione per rileggere quelle vicende. E magari, anche alla luce dell’attualità, per porre le basi culturali di una pacificazione che non è mai avvenuta perché una guerra è finita senza mai essere stata (ufficialmente) dichiarata.

Fonte: L’Osservatore Romano – 19 ottobre 2022

100 ANNI DALLA MARCIA SU ROMA: IL PASSAGGIO DEI POPOLARI DALLA CAUTELA ISTITUZIONALE ALLA ROTTURA ANTIFASCISTA.

Pubblichiamo qui di seguito, per gentile concessione dell’autore e degli organizzatori, la parte conclusiva della relazione che egli terrà oggi in occasione del convegno su “100 anni dalla marcia su Roma: Popolari e Socialisti alla prova del fascismo”, organizzato dal Centro Culturale Francesco Luigi Ferrari in collaborazione con l’Istituto Storico di Modena e il Comitato per la Storia e le Memorie del Novecento del Comune di Modena. Al testo completo, con una diversa numerazione delle note, si può accedere cliccando sul link posto in fondo alla pagina.

 

Sturzo aveva compreso come il tornante del primo dopoguerra fosse difficile. La fine del conflitto aveva aperto una fase di complessa decifrazione. Commentando la nota pontificia dell’agosto del 1917, quella famosa per la definizione di “inutile strage” coniata dal pontefice, aveva detto che ai popoli: «nella grande rigenerazione che verrà dopo la guerra è segnato dal Vaticano il cammino dell’avvenire in una società delle nazioni, che non può essere basata che sulla democrazia e sul cristianesimo insieme».

Era conscio cioè che si sarebbe aperta una stagione di rivendicazione popolare, profonda e sostanziale, sia interna che internazionale come ribadì a Milano nel novembre del ’18: «Il suolo della vecchia Europa è percorso da profonde trasformazioni, delle quali conosciamo la superficie turbata e impura».

Ciò rappresentava la premessa per ciò che purtroppo sarebbe in seguito accaduto. Sturzo tornerà su tali problemi nei giorni difficili del 1922. 

Prima a Firenze, in gennaio, dove individuava come caratteristica principale e non transitoria del fascismo la violenza. Il fascismo, infatti, nell’analisi che il sacerdote calatino portava, in quanto fenomeno politico conosceva come veramente proprio il tema della violenza. Ciò rappresentava qualcosa di sostanziale che poteva essere anch’esso transitorio ma che, ricordò, 

«Se tale non sarà, se invece si estenderà, non può non rilevarsi come lo stato sia impotente, come i suoi organi funzionino male; e come una profonda causa dia alimento a questo pullulare e svolgersi di forze antistatali che tendono ad investire i valori morali e giuridici, sì da far valutare come nuova fonte del riordinamento sociale coloro che intendono ottenere con la violenza privata».

Veniva ribadita, anche perché strutturale alla visione popolare, la necessità di veicolare tutto nell’alveo statale di una costituzionalizzazione dei processi politici (su questo aspetto insisterà, analizzando il fascismo, anche Ferrari) in modo da allontanare la violenza e costruire in organicità e libertà uno Stato riarticolato secondo una partecipazione cosciente e popolare.

Non perché, disse, credeva che gli istituti in se stessi avessero una forza taumaturgica: «non credo che i regolamenti valgano più degli uomini», ma perché quando un istituto invecchiava bisognava trasformarlo, «altrimenti non si ha più il mezzo adatto per svolgere l’attività o per attuare le direttive delle grandi correnti ideali». Mi si passi la metafora, non si poteva versare vino nuovo in otri vecchi.

Ciò si precisava qualche mese dopo la marcia su Roma, parlando a Torino in dicembre. Un discorso complesso, in cui emerge la sostanziale sfiducia verso il fascismo e Mussolini sia per motivazioni interne al movimento fascista stesso sia per ragioni esterne, per un difetto di visione e di costruzione di pensiero che veniva risolto tutto nell’organizzazione della forza e nella pratica di essa.

La partita si giocava ancora, nell’attesa nervosa di come la situazione si sarebbe evoluta (nel frattempo, come ricordato, i popolari erano entrati nel primo governo Mussolini), all’interno della riperimetrazione, delle ridefinizione e del rinnovamento dell’architettura e dei compiti sia dello Stato nella sua struttura interna ed esterna (nella promozione di una effettiva autonomia amministrativa come parte fondante dell’unità nazionale), sia nel quadro di una rivalutazione, nella modifica, del ruolo della Camera nel quadro, disse, di uno Stato accentratore e burocratico che mostrava la corda: «E quando Mussolini chiama questa camera sorda e grigia e la svaluta col suo gesto, ha ferito una rappresentanza ma ha colpito l’effetto e non la causa».

Un governo fascista sarebbe stato il prodromo di uno Stato fascista? La domanda aleggiava nella classe dirigente popolare. Senza un programma antitetico al passato, nella paralisi di un corpo disfatto come quello della vecchia classe dirigente liberale e democratica, scriveva Sturzo si sarebbe trattato di un «colpo di Stato».

Il testo sembrava però una riflessione d’attesa, come detto. Una aspettativa nervosa che appariva porsi in continuità con gli assetti precedenti e che doveva ancora «sboccare in un tentativo di abbattimento e di ricostruzione statale». Sovraintendeva a quei giorni l’idea che parlamentarizzare la crisi, produrre un processo di riforma dello Stato, secondo libertà e democrazia, e della Camera nel quadro della ricerca di una pacificazione nazionale, avrebbe generato un “assorbimento” e una edulcorazione del tentativo mussoliniano e della presunta “rivoluzione fascista”. Non secondo la prospettiva giolittiana. 

Era un po’ l’incanto che aveva preso una parte della classe dirigente del paese. Va detto che Sturzo già qualche mese dopo, ad aprile del 1923, intervenendo al Congresso di Torino del Partito aveva spezzato questa illusione e aveva “disincagliato”, con l’aiuto della sinistra interna e in particolare di Francesco Luigi Ferrari, come ha ricordato Gabriele De Rosa, il Partito dalla collaborazione con il governo Mussolini. 

Un Congresso difficile dove il dibattito fu condizionato dalla collaborazione fra i popolari e il governo. La genesi dell’incontro risentiva anche della nascita dell’Unione nazionale, che rappresentava il tentativo di ambienti cattolici filofascisti di provocare una scissione in seno al partito.

De Gasperi tenne la relazione sul tema distinguendo fra collaborazionismo e collaborazione: «Collaborazionismo è una tendenza, collaborazione uno stato di fatto». Egli insistette sulle responsabilità di governi deboli e flaccidi, disse, nel permettere che si preparasse un’insurrezione armata e nel rendere quasi «con la loro debolezza, spiegabile anche per chi non la possa giustificare».

Il tema a suo parere si focalizzava sulle necessità di spostare il pendolo della situazione, e del movimento mussoliniano, dall’estremismo verso il «centro equilibratore temperando e regolando il moto iniziale».

Soprattutto tenne a specificare come si trattasse di una collaborazione condotta secondo criteri dinamici: «Un problema del divenire politico i cui termini si spostano non solo secondo la maggiore o minore convergenza di volontà nei collaboratori, ma anche per le modificazioni che subiscono le condizioni di fatto, nelle quali la collaborazione è tentata o attuata». 

Anche se aveva ammesso che di fronte al reincarico a Facta forse il Partito avrebbe dovuto, per logica, stare in disparte, ma ci si era piegati in qualche modo per, disse, «una profonda concezione di civica morale»

Ferrari incalzò i dirigenti affermando che la collaborazione si poneva fuori dalla realtà sia in termini politici che generali, secondo temi che affronterà anche nella ricostruzione della dittatura nel testo “Il Regime fascista italiano”. Disse infatti che l’azione del nazionalismo fascista contrastava i reali interessi dell’Italia non tanto in politica estera quanto in quella interna ed economica: «Il nazionalismo fascista ha distrutto e sta ricostruendo, attivamente ricostruendo. La sua ricostruzione viene però fatta contro di noi, contro le nostre idee, e, quel che più conta, contro il vero interesse del paese».

E anche in questo caso l’intervento di Sturzo – effettuato prima di quello di Ferrari – facendo leva sulla irriducibile differenza fra la concezione dello Stato popolare e quella del fascismo, negava la sostanza politica e istituzionale di una tale collaborazione: 

«Siamo sorti a combattere lo Stato laico e lo Stato panteista del liberalismo e della democrazia; combattiamo anche lo Stato quale primo etico e il concetto assoluto della nazione panteista o deificata, che è lo stesso. Per noi lo Stato è la società organizzata politicamente per raggiungere i fini specifici; esso non sopprime, non annulla, non crea i diritti naturali dell’uomo, della famiglia, della classe, dei comuni, della religione; solo li riconosce, li tutela, li coordina, nei limiti della propria funzione politica. Per noi lo Stato non è il primo etico, non crea l’etica, la traduce in leggi e vi dà forza sociale; per noi lo Stato non è libertà, non è al di sopra della libertà; la riconosce e ne coordina e limita l’uso perché non degeneri in licenza. Per noi lo Stato non è religione; la rispetta, ne tutela l’uso dei diritti esterni e pubblici. Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita dei singoli; è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella solidarietà della sua attività, e che sviluppa le sue energie negli organismi, nei quali ogni nazione civile è ordinata».

Ciò sarebbe costato a Sturzo la definizione di “nemico” da parte del giornale fascista e di lì a poco più di un anno l’esilio, nelle difficoltà di un Partito, comunque sotto attacco dalle squadre fasciste, che sarebbe stato sciolto dal regime, al pari delle altre forze democratiche.

Ricorderà in seguito la sua contrarietà alla collaborazione, pur cercando di individuarne la ragione «nella speranza di contribuire al ritorno della libertà e normalità civile»

A conclusione vorrei citare quanto scrisse De Gasperi a Sturzo, che risalta a mio giudizio come memoria secondo una riflessione formulata post res perditas, e in quanto tale va comunque trattata con le cautele del caso, della difficoltà della politica di fronte alle complessità di governo e alle responsabilità degli uomini, con limiti e pregi, in periodi complicati oltreché come riferimento diretto a quei giorni difficili: «Se nel 1922 avessimo previsto il totalitarismo fascista, non credi che saremmo stati più cauti nell’attaccare lo stato liberale?».

 

Giorgi – Marcia ‘22 (1)

AI WEIWEI, L’ARTISTA CINESE CHE METTE A NUDO IL REGIME DI XI. BENTORNATO!

Tra attivismo politico e ricerca artistica, Ai è diventato, gradatamente, un simbolo della libertà di espressione: getta luce, attraverso il proprio lavoro, sulle realtà trascurate esistenti ai margini della società, offrendo uno spunto di riflessione sulla condizione umana in cui l’uomo vive.

 

Pochi giorni fa l’opinione pubblica ha assistito all’ultimo atto di aperta denuncia dell’artista Ai Weiwei, che, commentando le immagini di un video (diventato virale), nel quale l’ex Presidente Hu Jintao veniva praticamente allontanato a forza dalla sala gremita di delegati durante il XX Congresso del Partito comunista cinese. 

Ai Weiwei è considerato il più famoso artista cinese vivente e una delle più influenti personalità del nostro tempo ed ha sempre combattuto a favore della verità e della democrazia, lottando per i diritti umani. 

Nel suo intervento egli afferma che quanto si è visto in quel brevissimo lasso di tempo, ripreso da alcuni giornalisti stranieri (e diffuso immediatamente in rete), rappresenta l’immagine di un autorevole politico obbligato ad uscire dall’aula congressuale per proibirgli, presumibilmente, di leggere nei documenti i nomi dei nuovi membri dell’ufficio politico del Presidente Xi. L’artista sottolinea il fatto che nessuno ha reagito, significando una realtà in cui si percepisce che “governo centrale e leader sono spietati”.  Egli continua sostenendo che la Nazione è controllata da un gruppo di persone che non rispettano la legge e non hanno nemmeno sentimenti e senso dell’amicizia: “Nessuno ha osato mostrare la propria faccia – ha detto – come se i presenti fossero ad un tavolo di poker.” 

Ci si chiede: il coraggio di Ai Weiwei avrà delle conseguenze?

Tra attivismo politico e ricerca artistica, Ai è diventato, gradatamente, un simbolo della libertà di espressione: getta luce, attraverso il proprio lavoro, sulle realtà trascurate esistenti ai margini della società, offrendo uno spunto di riflessione sulla condizione umana in cui l’uomo vive.

Nato a Pechino nel 1957 da una famiglia di intellettuali, egli cresce nella Cina comunista di Mao. Sin da piccolo è costretto a confrontarsi con le rigide regole sociali dello stato cinese per il fatto che il padre, contestatore e poeta, viene perseguitato dalle autorità. Ai Weiwei cresce così in un paese nel quale al singolo individuo non soltanto non è permesso distinguersi e palesarsi, ma addirittura non viene spesso concesso il più basilare diritto d’essere riconosciuto come tale dal governo.

La sua fama inizia nel 2008 durante le Olimpiadi di Pechino. In quell’occasione partecipa al progetto dello stadio nazionale “Bird Nest” (nominato “nido d’uccello” per il suo aspetto che ricorda proprio le fitte trame di rovi, tipiche dei nidi) e comincia a consolidare la personale avversione per il sistema. Ai, trovatosi ad osservarlo dal suo interno, decide di prendere le distanze da ciò che non condivide, definendo la realtà ufficiale come “il falso sorriso della Cina”. Egli denuncia l’interesse politico e propagandistico del governo durante i giochi. A suo avviso le autorità, per proprio tornaconto, non si fanno scrupoli nel calpestare i diritti dei cittadini e nascondere, agli occhi del mondo, le miserie dello Stato. Con la sua critica aperta, l’artista inizia una lotta provocatoria contro il potere omertoso e dittatoriale del Governo (realizzando varie fotografie di protesta, che lo rappresentano mentre mostra il dito medio sulla piazza Tienanmen). 

Pochi anni dopo, in seguito al tragico terremoto del Sichuan, gli si presenta l’occasione di rimettere a nudo la reale identità del Paese. Il numero di vittime, di cui moltissimi bambini morti nelle scuole costruite non a norma, è altissimo. Il Governo Cinese non diffonde con chiarezza numeri e nomi dei morti. Ed ecco che Ai Weiwei, con ricercatori e volontari, decide di intraprendere un lungo lavoro di localizzazione, numerazione e riconoscimento degli studenti. Ai si sposta di luogo in luogo, affiancato da giovani collaboratori, in cerca dei nomi di tutti coloro che hanno perso la vita, con l’intenzione di evitare di dimenticarli. I Funzionari locali e membri del Governo cominciano ad essere critici nei suoi riguardi. Alla fine, comunque (e con qualche problema), viene alla luce la verità: una netta discrepanza tra i numeri delle vittime riportate dal Governo e quelle rinvenute dal suo lavoro. Così l’artista organizza on-line una commemorazione in cui vengono pubblicati nomi e volti dei bambini defunti, in un susseguirsi di immagini e suoni commoventi. Libertà ed umanità. Impegno nella comunicazione e nella trasparenza. L’arte come strumento di verità, voce urlante contro una censura che mina i più inalienabili diritti dell’uomo.

Sullo stesso tema Ai Weiwei ritorna nel 2009 con l’installazione Remembering: l’intera facciata del museo di Monaco (dove si teneva una sua mostra) viene ricoperta di zaini colorati che compongono la frase “Ha vissuto in questo mondo felicemente per sette anni”.

Ai Weiwei è da sempre stato ostacolato, controllato e censurato dal Governo Cinese per i suoi lavori e con lui tutti i suoi colleghi ed amici che lo supportano. È un artista concettuale ed usa, con grande competenza ed efficacia, la tecnologia, facendo dei social Network il suo mezzo d’espressione primario (tante le azioni prima di essere costretto a chiudere il suo blog e vari social…). Egli ha subito compreso, anche a causa del contesto storico e sociale con il quale si confronta, la potenza assoluta della rete e della condivisione. Ed è attraverso questa nuova forza, libera da restrizioni, che l’artista decide di aggirare il silenzio che avvolge le ingiustizie subite dai cittadini. Dirà del suo lavoro che esso nasce per parlare “dell’individuo”, ma che finisce col diventare necessariamente politico a causa del fatto che la politica stessa contrasta con tale concetto. L’artista si investe così di una grossa responsabilità sociale, riconoscendo nel proprio ruolo quello di portavoce dei “molti”, grazie ai suoi lavori ed al riscontro che essi trovano nel mondo. Si tratta di una forma d’arte politica e sociale: un’arma ideologica contro un governo immorale, un mezzo per esprimere attraverso la condivisione il disagio umano di un popolo. Dirà infatti di se stesso: “Mi sento più un giocatore di scacchi che un artista”, ed inoltre asserirà che “non vi sono sport all’aperto più gratificanti del lancio di sassi contro una dittatura”.

La sua creatività è insita nella sociologia dell’arte contemporanea: l’azione contro un regime repressivo. La sua rivoluzione è stata, e continua spesso ad esserlo, mediatica. Le opere sono animate da spirito curioso e sovversivo. Egli ha più volte sottolineato il fatto che non vuole distruggere la sua cultura, ma crede sia il momento per rinnovarla. In tal senso, emblematiche sono le “performance” in cui fa cadere a pezzi vasi neolitici: rompere con il passato per ricostruire un nuovo presente/futuro. 

Nel 2011 il suo studio a Shanghai veniva demolito dalle autorità locali e, dopo pochi mesi, Ai era arrestato per evasione fiscale. Nei tre mesi durante i quali l’artista sembrava svanito nel nulla, al grido di “liberate Ai Weiwei” (appelli diffusi da personalità mondiali della cultura e della politica) dalla Cina parte una mobilitazione senza precedenti con la richiesta del suo rilascio. Ciò avverrà, ma con l’obbligo a lui imposto di non lasciare il Paese fino al 2015.

L’artista si è impegnato per la difesa dei diritti esponendosi a tal punto da mettere a repentaglio la sua incolumità. Riprese originali e materiali video, da lui registrati nel corso delle inchieste pubbliche, offrono uno sguardo attento degli avvenimenti che hanno caratterizzato i suoi anni di attività, consapevole dell’importanza del medium artistico nel mondo contemporaneo perché “ogni individuo deve agire secondo il modello di società a cui aspira”.

È d’uopo riflettere sul fatto che, da quando ha coscienza di sé e della sua presenza nel mondo, l’uomo si è a lungo interrogato sul valore dell’arte. Ad essa è stato attribuito il compito di esprimere le verità nascoste del proprio tempo, dono di pochi esseri sensibili, privilegiati perché capaci di saperlo raccontare. È questa la dimensione di Ai Weiwei: arte come strumento sociale, di protesta o celebrativo.

Tra le sue iniziative ricordiamo l’esposizione Sunflower Seeds alla Tate Modern di Londra nel 2010 (ogni persona veniva invitata a camminare e “vivere” quel simbolico tappeto di semi di porcellana, realizzati artigianalmente uno ad uno). Inoltre: Interlacing (Parigi, Jeu de Paume); la personale According to what? (Washington, Hirshhorn Museum); il film-documentario di A. Klayman Ai Weiwei: never sorry e il testo Weiweisms; la mostra Il giardino incantato (un dialogo con il Rinascimento italiano al Palazzo Te di Mantova). Infine, a Pechino la mostra Ai Weiwei, in cui ha ricostruito la sala di rappresentanza di un’abitazione d’élite della dinastia Ming. Negli ultimi anni, interessandosi da sempre alla scenografia ed all’architettura, si è dedicato, in particolar modo, al mondo dell’Opera ed a progettualità urbanistiche-ambientali.

RESTIAMO AL CENTRO: NON PIÙ ACCOMODAMENTI A DESTRA O A SINISTRA. UN MANIFESTO PER I POPOLARI?

Il Terzo Polo ha costituito elemento di interesse per alcuni di noi – spiega l’autore -, anche se la piega laicista e anti democristiana di Calenda, ha impedito a Renzi di sviluppare un progetto che poteva e potrebbe ancora avere buoni sviluppi, a condizione che la componente di matrice popolare assuma una seria e condivisa rappresentazione. Con un appello, bisogna giungere alla convocazione degli stati generali dei Popolari, un’assemblea che, con la partecipazione dei rappresentanti di tutta la base, potrebbe dar vita al soggetto politico del nuovo centro della politica italiana.

Privati del nostro simbolo storico, da troppo tempo rendita del duo Cesa-De Poli caudatari della destra, senza parlamentari eletti, abbiamo vissuto una netta divisione alle elezioni politiche del 25 settembre scorso. Diversi amici hanno votato per l’alleanza di destra soprattutto in alternativa alla deriva laicista del PD che, come da profezia del prof. Del Noce, ha assunto sempre di più la fisionomia di un “ partito radicale di massa”.

Ora nel partito di Enrico Letta, alla vigilia del loro congresso nazionale, si levano voci come quella di Bruno Simili, vice direttore della rivista Il Mulino, il quale invita il partito a ripartire dalle diseguaglianze, consapevole che il suo spazio non è al centro, ma a sinistra.

Se questa è e sarà la prospettiva del partito che ha tentato di mettere insieme la vecchia tradizione del PCI-PD-PDS con quella di una parte della sinistra politica della DC, anche per noi DC e Popolari è tempo di condividere un progetto politico in grado di corrispondere agli interessi e ai valori del terzo stato produttivo e dei ceti popolari, per assolvere al ruolo che è sempre stato quello dei popolari sturziani prima e della DC, negli oltre quarant’anni della sua egemonia politica in Italia.

Nostro obiettivo dovrà essere, quindi, quello di concorrere alla costruzione di un soggetto politico nuovo di centro: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, transnazionale, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Non possiamo ridurci ad essere una corrente interna o esterna alla destra, come ha deciso di essere l’UDC, o, peggio, una componente integrata della destra meloniana, come ha deciso di fare “ il miglior fico del biconcio”, Rotondi. Strana parabola quella dell’ex giovane avellinese: dalla sinistra DC di Forze Nuove (con Gerardo Bianco) al seguito del Cavaliere in Forza Italia, poi fondatore dei Verdi Popolari che finisce col confluire armi e bagagli nel partito di Giorgia Meloni, con la velleitaria presunzione di rappresentarne la componente democratico cristiana. 

Né possiamo ridurci a diventare una corrente interna o esterna al PD, come sembra procedere il dibattito nel partito guidato da Bruno Tabacci, il Centro Democratico.

La collocazione all’interno del PD, come corrente più o meno formalmente organizzata, da Marini, Castagneti, Franceschini, Fioroni, è già stata sperimentata, col risultato che diversi amici alla fine sono usciti dal partito e, oggi, come ha scritto in maniera esemplare Giorgio Merlo nei suoi ultimi editoriali su “ Il Domani d’Italia” sono pronti per un progetto di ricomposizione politica dell’area popolare. 

Ho preso le distanze dagli amici della DC guidata da Renato Grassi, dopo che avevo verificato che dal caso siciliano gestito da Totò Cuffaro dell’alleanza con la destra, era evidente il rischio di uno sbandamento a destra del partito anche a livello nazionale, in contrasto non solo con quanto avevamo indicato prima del voto, ma con tutta la nostra storia di democratici cristiani e popolari. Il Terzo Polo ha costituito elemento di interesse per alcuni di noi, anche se la piega laicista e anti democristiana di Calenda, ha impedito a Renzi di sviluppare un progetto che poteva e potrebbe ancora avere buoni sviluppi, a condizione che la componente di matrice popolare assuma una seria e condivisa rappresentazione.

Sono molti anni che combatto per la ricomposizione politica della nostra area e credo che vada raccolta l’ appassionata indicazione dell’amico Giorgio Merlo, per concretizzare la quale dovremmo condividere la redazione di un manifesto appello ai DC e ai Popolari italiani, con alcune indicazioni di programma coerenti con i nostri valori espressi dalla dottrina sociale cristiana e adeguati agli interessi del terzo stato produttivo e dei ceti popolari ai quali dovremmo garantire la massima partecipazione e rappresentanza politica. Con il manifesto appello dei Popolari, alla redazione del quale dovremmo chiamare tutti gli amici della vasta e articolata area cattolico democratica e cristiano sociale, si dovrebbero in parallelo attivare in tutte le realtà locali dei comitati civico democratici popolari, per la partecipazione politica dei cittadini. Un progetto, dunque, che dovrebbe muoversi sia dall’alto (definizione del manifesto appello) che dal basso (formazione dei comitati civico popolari), per giungere alla convocazione degli stati generali dei Popolari, un’assemblea che, con la partecipazione dei rappresentanti di tutta la base, potrebbe dar vita al soggetto politico del nuovo centro della politica italiana.

GOVERNO MELONI: IL DISCORSO DI FIDUCIA ALLA CAMERA.

Signor Presidente, onorevoli colleghi,

sono intervenuta molte volte in quest’aula, da parlamentare, da vice presidente della Camera e da Ministro della Gioventù. Eppure la sua solennità è tale che non sono mai riuscita ad intervenire senza un sentimento di emozione e di profondo rispetto. Vale a maggior ragione oggi, che mi rivolgo a voi in qualità di presidente del consiglio per chiedervi di esprimervi sulla fiducia a un governo da me guidato. Una grande responsabilità per chi quella fiducia deve ottenerla e meritarsela e una grandissima responsabilità per chi quella fiducia deve concederla o negarla. Sono i momenti fondanti della nostra democrazia ai quali non dovremmo mai assuefarci, e ringrazio fin da ora chi si esprimerà secondo le proprie convinzioni, qualsiasi sia la scelta che farà.

Un sincero ringraziamento va al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, nel dare seguito all’indicazione chiaramente espressa dagli italiani lo scorso 25 settembre, non ha voluto farmi mancare i suoi preziosi consigli. E un ringraziamento sentito va ai partiti della coalizione di centrodestra, a Fratelli d’Italia, alla Lega, a Forza Italia, a Noi Moderati e ai loro leader. A quel cdx che dopo essersi affermato nelle ultime elezioni ha dato vita a questo governo in uno dei tempi più brevi della storia repubblicana. Credo che questo sia il segno più tangibile di una coesione che alla prova dei fatti riesce sempre a superare le differenti sensibilità nel nome di un interesse più alto. La celerità di questi giorni era per noi non soltanto un fatto naturale, ma anche un dovere nei confronti degli italiani: la difficilissima contingenza nella quale ci troviamo non consente di titubare o di perdere tempo. E non lo faremo.

E voglio per questo ringraziare il mio predecessore Mario Draghi, che tanto a livello nazionale quanto internazionale ha offerto la sua massima disponibilità per garantire un passaggio di consegne veloce e sereno con il nuovo Governo, nonostante, per ironia della sorte, fosse guidato dal presidente dell’unica forza politica di opposizione all’Esecutivo da lui presieduto. Si è molto ricamato su questo aspetto, ma io penso che non ci sia nulla di strano. Così dovrebbe sempre accadere, e così accade nelle grandi democrazie.

Tra i tanti pesi che sento gravare sulle mie spalle oggi, non può non esserci anche quello di essere la prima donna a capo del governo in questa Nazione. Quando mi soffermo sulla portata di questo fatto, mi ritrovo inevitabilmente a pensare alla responsabilità che ho di fronte alle tante donne che in questo momento affrontano difficoltà grandi e ingiuste per affermare il proprio talento o il diritto di vedere apprezzati i loro sacrifici quotidiani. Ma penso anche, con riverenza, a coloro che hanno costruito con le assi del proprio esempio la scala che oggi consente a me di salire e rompere il pesante tetto di cristallo posto sulle nostre teste. Donne che hanno osato, per impeto, per ragione, o per amore. Come Cristina (Trivulzio di Belgioioso), elegante organizzatrice di salotti e barricate. O come Rosalie (Montmasson), testarda al punto da partire con i Mille che fecero l’Italia. Come Alfonsina (Strada) che pedalò forte contro il vento del pregiudizio. Come Maria (Montessori) o Grazia (Deledda) che con il loro esempio spalancarono i cancelli dell’istruzione alle bambine di tutto il Paese.

Eppoi Tina (Anselmi), Nilde (Jotti), Rita (Levi Montalcini), Oriana (Fallaci), Ilaria (Alpi), Mariagrazia (Cutuli), Fabiola (Giannotti), Marta (Cartabia), Elisabetta (Casellati), Samantha (Cristoforetti), Chiara (Corbella Petrillo). Grazie! Grazie per aver dimostrato il valore delle donne italiane, come spero di riuscire a fare anche io.

Ma il mio ringraziamento più sentito non può non andare al popolo italiano: a chi ha deciso di non mancare all’appuntamento elettorale e ha espresso il proprio voto, consentendo la piena realizzazione del percorso democratico, che vuole nel popolo, e solo nel popolo, il titolare della sovranità. Con il rammarico, però, per i moltissimi che hanno rinunciato all’esercizio di questo dovere civico sancito dalla Costituzione. Cittadini che reputano sempre più spesso inutile il loro voto, perché, dicono, tanto poi decidono altri, decidono nei palazzi, nei circoli esclusivi..E, purtroppo, spesso è stato così negli ultimi 11 anni, con un susseguirsi di maggioranze di governo pienamente legittime sul piano costituzionale, ma drammaticamente distanti dalle indicazioni degli elettori. Noi oggi interrompiamo questa grande anomalia italiana, dando vita ad un governo politico pienamente rappresentativo della volontà popolare.

Intendiamo farlo, assumendoci pienamente i diritti e i doveri che competono a chi vince le elezioni: essere maggioranza parlamentare e compagine di governo. Per 5 anni. Facendolo al meglio delle nostre possibilità, anteponendo sempre l’interesse dell’Italia a quello di parte e di partito. Non utilizzeremo il voto di milioni di italiani per sostituire un sistema di potere con un altro diverso e contrapposto. Il nostro obiettivo è liberare le migliori energie di questa nazione e di garantire agli italiani, a tutti gli italiani, un futuro di maggiore libertà, giustizia, benessere, sicurezza. E se per farlo dovremo scontentare alcuni potentati, o fare scelte che potrebbero non essere comprese nell’immediato da alcuni cittadini, non ci tireremo indietro. Perché il coraggio, di certo, non ci difetta.

Ci siamo presentati in campagna elettorale con un programma quadro di governo della coalizione e con programmi più articolati dei singoli partiti. Gli elettori hanno scelto il centrodestra e all’interno della coalizione hanno premiato maggiormente determinate proposte rispetto ad altre. Manterremo quegli impegni, perché il vincolo tra rappresentante è rappresentato è la base di ogni democrazia. So bene che ad alcuni osservatori e alle forze politiche di opposizione non piacciono le nostre proposte, ma non intendo assecondare quella deriva secondo la quale la democrazia appartiene a qualcuno più che a qualcun altro, o che un esito elettorale sgradito non vada accettato e ne vada invece impedita la realizzazione con qualsiasi mezzo.

Negli ultimi giorni sono stati in parecchi, anche fuori dai nostri confini nazionali, a dire di voler vigilare sul nuovo governo italiano. Direi che possono spendere meglio il loro tempo: questo parlamento ha valide e battagliere forze di opposizione più che capaci di far sentire la propria voce, senza bisogno, mi auguro, del soccorso esterno. E mi auguro che quelle forze convengano con me sul fatto che chi dall’estero dice di voler vigilare sull’Italia non manca di rispetto a me o a questo governo, manca di rispetto al popolo italiano che, voglio dirlo chiaramente, non ha lezioni da imparare.

L’Italia è a pieno titolo parte dell’Occidente e del suo sistema di alleanze. Stato fondatore dell’Unione Europea, dell’Eurozona e dell’Alleanza Atlantica, membro del G7 e ancor prima di tutto questo, culla, insieme alla Grecia, della civiltà occidentale e del suo sistema di valori fondato sulla libertà, l’uguaglianza e la democrazia; frutti preziosi che scaturiscono dalle radici classiche e giudaico cristiane dell’Europa. Noi siamo gli eredi di San Benedetto, un italiano, patrono principale dell’intera Europa.

L’Europa. Permettetemi innanzitutto di ringraziare i vertici delle istituzioni comunitarie, il Presidente del Consiglio Charles Michel, la Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, la Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, il Presidente di turno del Consiglio Petr Fiala, e con loro i tanti capi di stato e di governo che in queste ore mi hanno augurato buon lavoro. Ovviamente non mi sfuggono la curiosità e l’interesse per la postura che il governo terrà verso le istituzioni europee. O ancora meglio, vorrei dire dentro le istituzioni europee. Perché è quello il luogo in cui l’Italia farà sentire forte la sua voce, come si conviene a una grande nazione fondatrice. Non per frenare o sabotare l’integrazione europea, come ho sentito dire in queste settimane, ma per contribuire ad indirizzarla verso una maggiore efficacia nella risposta alle crisi e alle minacce esterne e verso un approccio più vicino ai cittadini e alle imprese.

Noi non concepiamo l’Unione Europea come un circolo elitario con soci di serie A e soci di serie B, o peggio come una società per azioni diretta da un consiglio di amministrazione con il solo compito di tenere i conti in ordine. L’Unione Europea per noi è la casa comune dei popoli europei e come tale deve essere in grado di fronteggiare le grandi sfide della nostra epoca, a partire da quelle che gli Stati membri difficilmente possono affrontare da soli. Penso agli accordi commerciali, certo, ma anche all’approvigionamento di materie prime e di energia, alle politiche migratorie, alle scelte geopolitiche, alla lotta al terrorismo. Grandi sfide, di fronte alle quali l’Unione Europea non sempre si è fatta trovare pronta. Perché come è stato possibile, ad esempio, che un processo di integrazione nato come comunità del carbone e dell’acciaio nel 1950 si ritrovi a distanza di più di 70 anni – e dopo aver esteso a dismisura le materie di propria competenza – a non avere soluzioni efficaci proprio in tema di approvvigionamento energetico e di materie prime? Chi si pone questi interrogativi non è un nemico o un eretico, ma qualcuno che vuole contribuire a una integrazione europea più efficace nell’affrontare le grandi sfide che l’attendono, nel rispetto di quel motto fondativo che recita “Uniti nella diversità”. Perché è questa la grande peculiarità europea: Nazioni con storie millenarie, capaci di unirsi, portando ciascuna la propria identità come valore aggiunto.

Una casa comune europea vuol dire certamente regole condivise, anche in ambito economico-finanziario. Questo Governo rispetterà le regole attualmente in vigore e nel contempo offrirà il suo contributo per cambiare quelle che non hanno funzionato, a partire dal dibattito in corso sulla riforma del patto di stabilità e crescita.

Per la sua forza e la sua storia l’Italia ha il dovere, prima ancora che il diritto, di stare a testa alta in questi consessi internazionali. Con spirito costruttivo ma senza subalternità o complessi di inferiorità, come troppo spesso è accaduto durante i governi della sinistra, coniugando l’affermazione del nostro interesse nazionale con la consapevolezza di un destino comune europeo. E occidentale.

L’Alleanza Atlantica garantisce alle nostre democrazie un quadro di pace e sicurezza e che troppo spesso diamo per scontato. È dovere dell’Italia contribuirvi pienamente, perché, ci piaccia o no, la libertà ha un costo e quel costo per uno Stato è la capacità che ha di difendersi e l’affidabilità che dimostra nel quadro delle alleanze di cui fa parte. L’Italia negli anni ha saputo dimostrarla, a partire dalle tante missioni internazionali delle quali siamo stati protagonisti. E voglio per questo ringraziare le donne e gli uomini delle nostre Forze Armate per aver tenuto alto il prestigio dell’Italia nei contesti più difficili, anche a costo della propria vita: la Patria vi sarà sempre riconoscente. L’Italia continuerà ad essere partner affidabile in seno all’Alleanza Atlantica, a partire dal sostegno al valoroso popolo ucraino che si oppone all’invasione della Federazione Russa. Non soltanto perché non possiamo accettare la guerra di aggressione e la violazione dell’integrità territoriale di una nazione sovrana ma perché è il modo migliore per difendere anche il nostro interesse nazionale. Soltanto un’Italia che rispetta gli impegni può avere l’autorevolezza per chiedere a livello europeo e occidentale, ad esempio, che gli oneri della crisi internazionale siano suddivisi in modo più equilibrato. È quello che intendiamo fare, a partire dalla questione energetica.

La guerra ha aggravato la situazione già molto difficile causata dagli aumenti del costo dell’energia e dei carburanti. Costi insostenibili per molte imprese, che potrebbero essere costrette a chiudere e a licenziare i propri lavoratori, e per milioni di famiglie che già oggi non sono più in grado di fare fronte al rincaro delle bollette. Ma sbaglia chi crede sia possibile barattare la libertà dell’Ucraina con la nostra tranquillità. Cedere al ricatto di Putin sull’energia non risolverebbe il problema, lo aggraverebbe aprendo la strada ad ulteriori pretese e ricatti, con futuri aumenti dell’energia ancora maggiori di quelli che abbiamo conosciuto in questi mesi. I segnali arrivati dall’ultimo Consiglio europeo rappresentano un passo avanti, raggiunto anche grazie all’impegno del mio predecessore e del ministro Cingolani, ma sono ancora insufficienti. L’assenza, ancora oggi, di una risposta comune lascia spazio alle misure dei singoli governi nazionali, che rischiano di minare il mercato interno e la competitività delle nostre imprese. Sul fronte dei prezzi, se da un lato è vero che il solo aver discusso di misure di contenimento ha frenato momentaneamente la speculazione, dall’altro dobbiamo essere consapevoli che se non si darà rapidamente seguito agli annunci con meccanismi tempestivi ed efficaci la speculazione ripartirà.

Anche per questo, sarà necessario mantenere e rafforzare le misure nazionali a supporto di famiglie e imprese, sia sul versante delle bollette sia su quello del carburante. Un impegno finanziario imponente che drenerà gran parte delle risorse reperibili, e ci costringerà a rinviare altri provvedimenti che avremmo voluto avviare già nella prossima legge di bilancio.

Ma oggi la nostra priorità deve essere mettere un argine al caro energia e accelerare in ogni modo la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e la produzione nazionale. Perché voglio credere che dal dramma della crisi energetica possa emergere, per paradosso, anche un’occasione per l’Italia. I nostri mari possiedono giacimenti di gas che abbiamo il dovere di sfruttare appieno. E la nostra Nazione, in particolare il Mezzogiorno, è il paradiso delle rinnovabili, con il suo sole, il vento, il calore della terra, le maree e i fiumi. Un patrimonio di energia verde troppo spesso bloccato da burocrazia e veti incomprensibili. Insomma, sono convinta che l’Italia, con un po’ di coraggio e di spirito pratico, possa uscire da questa crisi più forte e autonoma di prima.

Oltre al caro energia, le famiglie italiane si trovano a dover fronteggiare un livello di inflazione che ha raggiunto l’11,1% su base annua e ne sta erodendo inesorabilmente il potere d’acquisto, nonostante una parte di questi aumenti sia stata assorbita dalle aziende.È indispensabile intervenire con misure volte ad accrescere il reddito disponibile delle famiglie, partendo dalla riduzione delle imposte sui premi di produttività, dall’innalzamento ulteriore della soglia di esenzione dei cosiddetti fringe benefit e dal potenziamento del welfare aziendale. Allo stesso tempo dobbiamo riuscire ad allargare la platea dei beni primari che godono dell’ IVA ridotta al 5%. Misure concrete, che dettaglieremo nella prossima legge di bilancio, sulla quale siamo già al lavoro.

Il contesto nel quale si troverà ad agire il governo è molto complicato, forse il più difficile dal secondo dopoguerra ad oggi. Le tensioni geopolitiche e la crisi energetica frenano la auspicata ripresa economica post-pandemia. Le previsioni macroeconomiche per il 2023 indicano un marcato rallentamento dell’economia italiana, europea e mondiale, in un clima per di più di assoluta incertezza. La Banca Centrale Europea nel mese di settembre ha rivisto le previsioni di crescita 2023 per l’area euro, con un taglio di ben 1,2 punti percentuali rispetto alle previsioni del mese di giugno, prevedendo una crescita di appena lo 0,9%. Rallentamento e revisioni al ribasso che riguardano anche l’andamento dell’economia italiana per il prossimo anno. Nell’ultima Nota di aggiornamento al Def, la previsione di crescita del PIL per il 2023 si ferma allo 0,6%, esattamente un quarto del 2,4% previsto nel Documento di economia e finanza di aprile. E le previsioni del MEF sono addirittura ottimistiche rispetto a quelle più recenti del Fondo Monetario Internazionale, secondo le quali per l’economia italiana il 2023 sarà un anno di recessione: meno 0,2%, il peggior risultato tra le principali economie mondiali, dopo quello della Germania.

E non si tratta purtroppo di una congiuntura isolata. I dati sono chiari: negli ultimi vent’anni l’Italia è cresciuta complessivamente del 4%, mentre Francia e Germania di più del 20%. Negli ultimi dieci anni l’Italia si è collocata negli ultimi posti in Europa per crescita economica e occupazionale, con la sola eccezione del rimbalzo registrato dopo il crollo del Pil nel 2020. Non a caso dieci anni durante i quali si sono succeduti governi deboli, eterogenei, senza un chiaro mandato popolare, incapaci di risolvere le carenze strutturali di cui soffrono l’Italia e la sua economia e di porre le basi per una crescita sostenuta e duratura.

Crescita bassa o nulla, quindi, accompagnata dall’impennata dell’inflazione che ha superato il 9% nell’area euro e ha indotto la BCE, al pari di altre banche centrali, per la prima volta dopo 11 anni, a rialzare i tassi di interesse. Una decisione da molti reputata azzardata e che rischia di ripercuotersi sul credito bancario a famiglie e imprese, e che si somma a quella già assunta dalla stessa Banca centrale di porre fine, a partire dal 1° luglio 2022, al programma di acquisto di titoli a reddito fisso sul mercato aperto, creando una difficoltà aggiuntiva a quegli Stati membri che hanno un elevato debito pubblico,.

Siamo, dunque, nel pieno di una tempesta, con un’imbarcazione che ha subito diversi danni, e gli italiani hanno affidato a noi il compito di condurre la nave in porto in questa difficilissima traversata. Eravamo consapevoli di quello che ci aspettava, come lo sono tutte le altre forze politiche, anche quelle che governando negli ultimi dieci anni hanno portato un peggioramento di tutti i principali fondamentali macroeconomici, e oggi diranno che hanno le ricette risolutive e sono pronte a imputare al nuovo governo, magari con il supporto di mezzi d’informazione schierati, le difficoltà che l’Italia affronta.

Eravamo consapevoli del macigno che ci stavamo caricando sulle spalle, e ci siamo battuti lo stesso per assumerci quella responsabilità. Perchè? In primo luogo perché non siamo abituati a fuggire di fronte alle difficoltà, e in secondo luogo perché sappiamo che la nostra imbarcazione, l’Italia, con tutte le sue ammaccature, rimane «La nave più bella mondo», per riprendere la celebre espressione usata dalla portaerei americana Independence quando incrociò la nave scuola italiana Amerigo Vespucci. Una imbarcazione solida, alla quale nessuna meta è preclusa, se solo decide di riprendere il viaggio. Allora noi siamo qui per ricucire le vele strappate, fissare le assi dello scafo e superare le onde che si infrangono su di noi. Con la bussola delle nostre convinzioni a indicarci la rotta verso la meta prescelta, e con un equipaggio capace di svolgere al meglio i propri compiti.

Ci è stato chiesto come intendiamo tranquillizzare gli investitori a fronte di un debito al 145% del Pil, secondo in Europa soltanto a quello della Grecia. Potremmo rispondere citando alcuni fondamentali della nostra economia, che rimangono solidi nonostante tutto: siamo tra le poche nazioni europee in costante avanzo primario, ovvero lo Stato spende meno di quanto incassa, al netto degli interessi sul debito. Il risparmio privato delle famiglie italiane ha superato la soglia dei 5 mila miliardi di euro e, in un clima di fiducia, potrebbe sostenere gli investimenti nell’economia reale. Ma ancor più di questi dati, già significativi, sono importanti le potenzialità ancora inespresse che ha l’Italia.

Mi sento di dire che se questo Governo riuscirà a fare ciò che ha in mente, scommettere sull’Italia potrebbe essere non solo un investimento sicuro, ma forse perfino un affare. Perché l’orizzonte al quale vogliamo guardare non è il prossimo anno o la prossima scadenza elettorale, quello che ci interessa è come sarà l’Italia tra dieci anni. La strada per ridurre il debito non è la cieca austerità imposta negli anni passati e non sono neppure gli avventurismi finanziari più o meno creativi. La strada maestra è la crescita economica, duratura e strutturale.

E per conseguirla siamo naturalmente aperti a favorire gli investimenti esteri: se da un lato contrasteremo logiche predatorie che mettano a rischio le produzioni strategiche nazionali, dall’altro saremo aperti ad accogliere quelle imprese straniere che sceglieranno di investire in Italia, portando sviluppo, occupazione e know-how in una logica di benefici reciproci.

In questo contesto si inserisce il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Fondi raccolti con l’emissione di debito comune europeo per fronteggiare crisi di portata globale. Una proposta avanzata a suo tempo dal governo di centrodestra con l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti, per anni avversata, talvolta derisa, ed infine adottata. Il PNRR è un’opportunità straordinaria di ammodernare l’Italia: abbiamo tutti il dovere di sfruttarla al meglio. La sfida è complessa a causa dei limiti strutturali e burocratici che da sempre rendono difficoltoso per l’Italia riuscire ad utilizzare interamente persino i fondi europei della programmazione ordinaria. Basti pensare che la Nota di aggiornamento al Def 2022 ha ridotto la spesa pubblica attivata dal PNRR a 15 miliardi rispetto ai 29,4 miliardi previsti nel Def dell’aprile scorso. Il rispetto delle scadenze future richiederà ancora più attenzione considerato che finora si sono per lo più rendicontate opere già avviate in passato, cosa che non si potrà continuare a fare nei prossimi anni. Spenderemo al meglio i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi concessi a prestito all’Italia dal Next Generation EU. Senza ritardi e senza sprechi, e concordando con la Commissione europea gli aggiustamenti necessari per ottimizzare la spesa, alla luce soprattutto del rincaro dei prezzi delle materie prime e della crisi energetica. Perché queste materie si affrontano con un approccio pragmatico, non ideologico.

Il PNRR non si deve intendere soltanto come un grande piano di spesa pubblica, ma come l’opportunità di compiere una vera svolta culturale. Archiviare finalmente la logica dei bonus, per alcuni, utili spesso soprattutto alle campagne elettorali, in favore di investimenti di medio termine destinati al benessere dell’intera comunità nazionale. Rimuovere tutti gli ostacoli che frenano la crescita economica e che da troppo tempo ci siamo rassegnati a considerare mali endemici dell’Italia.

Uno di questi è certamente l’instabilità politica . Negli ultimi vent’anni l’Italia ha avuto in media un governo ogni due anni, cambiando spesso anche la maggioranza di riferimento. E’ la ragione per la quale i provvedimenti che garantivano sicuro e immediato consenso hanno sempre avuto la meglio sulle scelte strategiche. E’ la ragione per la quale le burocrazie sono spesso diventate intoccabili e impermeabili al merito. E’ la ragione per la quale la capacità negoziale dell’Italia nei consessi internazionali è stata debole. Ed è la ragione per la quale gli investimenti stranieri, che mal sopportano la mutevolezza dei governi, sono stati scoraggiati. Ed è la ragione la quale siamo fermamente convinti del fatto che l’Italia abbia bisogno di una riforma costituzionale in senso presidenziale, che garantisca stabilità e restituisca centralità alla sovranità popolare. Una riforma che consenta all’Italia di passare da una “democrazia interloquente” ad una “democrazia decidente”.

Vogliamo partire dall’ipotesi di semipresidenzialismo sul modello francese, che in passato aveva ottenuto un ampio gradimento anche da parte del centrosinistra, ma rimaniamo aperti anche ad altre soluzioni.

Vogliamo confrontarci su questo con tutte le forze politiche presenti in Parlamento, per giungere alla riforma migliore e più condivisa possibile. Ma sia chiaro che non rinunceremo a riformare l’Italia di fronte ad opposizioni pregiudiziali. In quel caso ci muoveremo secondo il mandato che ci è stato conferito su questo tema dagli italiani: dare all’Italia un sistema istituzionale nel quale chi vince governa per cinque anni e alla fine viene giudicato dagli elettori per quello che è riuscito a fare.

Parallelamente alla riforma presidenziale, intendiamo dare seguito al processo virtuoso di autonomia differenziata già avviato da diverse Regioni italiane secondo il dettato costituzionale e in attuazione dei principi di sussidiarietà e solidarietà, in un quadro di coesione nazionale. Per la provincia di Bolzano tratteremo del ripristino degli standard di autonomia che nel ‘92 hanno portato al rilascio della quietanza liberatoria ONU. E’ nostra intenzione completare il processo per dare a Roma Capitale i poteri e le risorse che competono a una grande capitale europea e dare nuova centralità ai nostri Comuni. Perché ogni campanile e ogni borgo è un pezzo della nostra identità da difendere. Penso in particolare a quelli che si trovano nelle aree interne, nelle zone montane e nelle terre alte, che hanno bisogno di uno Stato alleato per favorire la residenzialità e combattere lo spopolamento.

Sono convinta che questa svolta che abbiamo in mente sia anche l’occasione migliore per tornare a porre al centro dell’agenda Italia la questione meridionale. Il Sud non più visto come un problema ma come un’occasione di sviluppo per tutta la Nazione. Lavoreremo sodo per colmare un divario infrastrutturale inaccettabile, eliminare le disparità, creare occupazione, garantire la sicurezza sociale e migliorarela qualità della vita. Dobbiamo riuscire a porre fine a quella beffa per cui il Sud esporta manodopera, intelligenze e capitali che sono invece fondamentali proprio in quelle regioni dalle quali vanno via. Non è un obiettivo facile, nell’attuale congiuntura, ma il nostro impegno sarà totale.

E se le infrastrutture al Sud non sono più rinviabili, anche nel resto d’Italia è necessario realizzarne di nuove, per potenziare i collegamenti di persone e merci ma anche di dati e comunicazioni. Con l’obiettivo di ricucire non solo il Nord al Sud ma anche la costa tirrenica a quella adriatica e le Isole con il resto della Penisola.

Servono investimenti strutturali per affrontare l’emergenza climatica, le sfide ambientali, il rischio idrogeologico e l’erosione costiera, e per accelerare i processi di ricostruzione dei territori colpiti in questi anni dai terremoti e da calamità naturali, come la drammatica alluvione che nella notte tra il 15 e il 16 settembre ha sconvolto la Regione Marche. Consentitemi, insieme a tutti voi, di rinnovare qui il cordoglio per le vittime e la vicinanza a tutta la comunità: siamo al vostro fianco e non vi abbandoneremo. La cura per il nostro territorio, da ogni punto di vista, sarà una priorità per questo Governo.

Intendiamo tutelare le infrastrutture strategiche nazionali assicurando la proprietà pubblica delle reti, sulle quali le aziende potranno offrire servizi in regime di libera concorrenza, a partire da quella delle comunicazioni. La transizione digitale, fortemente sostenuta dal Pnrr, deve accompagnarsi alla sovranità tecnologica, al cloud nazionale e alla cyber-security.

E vogliamo finalmente introdurre una clausola di salvaguardia dell’interesse nazionale, anche sotto l’aspetto economico, per le concessioni di infrastrutture pubbliche, come autostrade e aeroporti. Perché il modello degli oligarchi seduti su dei pozzi di petrolio ad accumulare miliardi senza neanche assicurare investimenti non è un modello di libero mercato degno di una democrazia occidentale.

L’Italia deve tornare ad avere una politica industriale, puntando su quei settori nei quali può contare su un vantaggio competitivo. Penso al marchio, fatto di moda, lusso, design, fino all’alta tecnologia. Fatto di prodotti di assoluta eccellenza in campo agroalimentare, che devono essere difesi in sede europea e con una maggiore integrazione della filiera a livello nazionale, anche per ambire a una piena sovranità alimentare non più rinviabile. Che non significa mettere fuori commercio l’ananas, come qualcuno ha detto, ma garantire che non dipenderemo da nazioni distanti da noi per poter dare da mangiare ai nostri figli. Penso alla favorevole posizione dell’Italia nel Mediterraneo e alle opportunità legate all’economia del mare, che può e deve diventare un asset strategico per l’Italia intera e in particolare per lo sviluppo del meridione. E penso alla bellezza. Sì, perché l’Italia è la nazione che più di ogni altra al mondo racchiude l’idea della bellezza paesaggistica, artistica, narrativa, espressiva. Tutto il mondo lo sa, ci ama per questo e per questo vuole comprare italiano, conoscere la nostra storia e venire in vacanza da noi. E’ un orgoglio per noi, ma soprattutto una risorsa economica di valore inestimabile, che alimenta la nostra industria turistica e culturale. E aggiungo che tornare a puntare sul valore strategico dell’italianità vuol dire anche promuovere la lingua italiana all’estero e valorizzare il legame con le comunità italiane presenti in ogni parte del mondo, che sono parte integrante della nostra comunità nazionale.

Perché tutti gli obiettivi di crescita possano essere raggiunti, serve una rivoluzione culturale nel rapporto tra Stato e sistema produttivo, che deve essere paritetico e di reciproca fiducia. Chi oggi ha la forza e la volontà di fare impresa in Italia va sostenuto e agevolato, non vessato e guardato con sospetto. Perché la ricchezza la creano le imprese con i loro lavoratori, non lo Stato tramite editto o decreto. E allora il nostro motto sarà “non disturbare chi vuole fare”.

Le imprese chiedono soprattutto meno burocrazia, regole chiare e certe, risposte celeri e trasparenti. Affronteremo il problema partendo da una strutturale semplificazione e deregolamentazione dei procedimenti amministrativi per dare stimolo all’economia, alla crescita e agli investimenti. Anche perché tutti sappiamo quanto l’eccesso normativo, burocratico e regolamentare aumenti esponenzialmente il rischio di irregolarità, contenziosi e corruzione, un male che abbiamo il dovere di estirpare.

Abbiamo bisogno di meno regole, ma chiare per tutti. E di un nuovo rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione, perché il cittadino non si senta parte debole di fronte ad uno stato tiranno che non ne ascolta le esigenze e ne frustra le aspettative.

Da questa rivoluzione copernicana dovrà nascere un nuovo patto fiscale, che poggerà su tre pilastri Il primo: ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie attraverso una riforma all’insegna dell’equità: riforma dell’Irpef con progressiva introduzione del quoziente familiare ed estensione della tassa piatta per le partite Iva dagli attuali 65 mila euro a 100 mila euro di fatturato. E, accanto a questa, introduzione della tassa piatta sull’incremento di reddito rispetto al massimo raggiunto nel triennio precedente: una misura virtuosa, con limitato impatto per le casse dello Stato e che può essere un forte incentivo alla crescita. Il secondo: una tregua fiscale per consentire a cittadini e imprese (in particolare alle PMI) in difficoltà di regolarizzare la propria posizione con il fisco. Il terzo: una serrata lotta all’evasione fiscale (a partire da evasori totali, grandi imprese e grandi frodi sull’Iva) accompagnata da una modifica dei criteri di valutazione dei risultati dell’Agenzia delle Entrate, che vogliamo ancorare agli importi effettivamente incassati e non alle semplici contestazioni, come incredibilmente avvenuto finora.

Imprese e lavoratori chiedono da tempo, come priorità non rinviabile, la riduzione del cuneo fiscale e contributivo. L’eccessivo carico fiscale sul lavoro è uno dei principali ostacoli alla creazione di nuova occupazione e alla competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali. L’obiettivo che ci diamo è intervenire gradualmente per arrivare a un taglio di almeno cinque punti del cuneo in favore di imprese e lavoratori, per alleggerire il carico fiscale delle prime e aumentare le buste paga dei secondi. E per incentivare le aziende ad assumere, abbiamo in mente un meccanismo fiscale che premi le attività ad alta densità di lavoro. “Più assumi, meno paghi”, lo abbiamo sintetizzato, ma ovviamente questo non deve far venire meno il necessario sostegno all’innovazione tecnologica.

Parlando di impresa e lavoro il pensiero va alle decine di tavoli di crisi ancora aperti, a cui dedicheremo il massimo impegno, e a quelle migliaia di lavoratori autonomi che non si sono più rialzati dopo la pandemia. A loro, che sono stati spesso, e ingiustamente, trattati come figli di un Dio minore, vogliamo riconoscere tutele adeguate e in linea con quelle giustamente garantite ai lavoratori dipendenti. Perché siamo sempre stati al fianco di quei quasi 5 milioni di lavoratori autonomi, tra artigiani, commercianti, liberi professionisti, che costituiscono un asse portante dell’economia italiana, e non smetteremo ora.

E le tutele adeguate vanno riconosciute anche a chi dopo una vita di lavoro va in pensione o vorrebbe andarci. Intendiamo facilitare la flessibilità in uscita con meccanismi compatibili con la tenuta del sistema previdenziale, partendo, nel poco tempo a disposizione per la prossima legge di bilancio, dal rinnovo delle misure in scadenza a fine anno. La priorità per il futuro sarà un sistema pensionistico che garantisca anche le giovani generazioni e chi percepirà l’assegno solo in base al regime contributivo.

Una bomba sociale che continuiamo a ignorare ma che investirà in futuro milioni di attuali lavoratori, che si ritroveranno con assegni addirittura molto più bassi di quelli già inadeguati che si percepiscono attualmente.

C’è un tema di povertà dilagante che non possiamo ignorare. Sua Santità Papa Francesco, a cui rivolgo un affettuoso saluto, ha di recente ribadito un concetto importante: “La povertà non si combatte con l’assistenzialismo, la porta della dignità di un uomo è il lavoro”. E’ una verità profonda, che soltanto chi la povertà l’ha conosciuta da vicino può apprezzare appieno. È questa la strada che intendiamo percorrere: vogliamo mantenere e, laddove possibile, aumentare il doveroso sostegno economico per i soggetti effettivamente fragili non in condizioni di lavorare: penso ai pensionati in difficoltà, agli invalidi a cui va aumentato in ogni modo il grado di tutela, e anche a chi privo di reddito ha figli minori di cui farsi carico. A loro non sarà negato il doveroso aiuto dello Stato. Ma per gli altri, per chi è in grado di lavorare, la soluzione non può essere il reddito di cittadinanza, ma il lavoro, la formazione e l’accompagnamento al lavoro, anche sfruttando appieno le risorse e le possibilità messe a disposizione dal Fondo sociale europeo. Perchè per come è stato pensato e realizzato, il rdc ha rappresentato una sconfitta per chi era in grado di fare la sua parte per l’Italia, oltre che per se stesso e per la sua famiglia.

E se sul reddito di cittadinanza in quest’Aula esistono posizioni diversificate, sono certa che tutti concordiamo sull’importanza di porre fine alla tragedia degli incidenti, anche mortali, sul lavoro. Il tema, qui, non è introdurre nuove norme, ma garantire la piena attuazione di quelle che esistono. Perché come ha ricordato anche il sindacato – da ultimo con la manifestazione di sabato scorso -, non possiamo accettare che un diciottenne come Giuliano De Seta – e cito lui per ricordare tutte le vittime -, esca di casa per andare a lavorare e non torni mai più.

Serve colmare il grande divario esistente tra formazione e competenze richieste dal mercato del lavoro, con percorsi formativi specifici, certamente, ma ancora prima grazie a una formazione scolastica e universitaria più attente alle dinamiche del mercato del lavoro.

L’istruzione è il più formidabile strumento per aumentare la ricchezza di una nazione, sotto tutti i punti di vista. Il capitale materiale non è nulla senza capitale umano. Per questo la scuola e l’università torneranno centrali nell’azione di governo, perché rappresentano una risorsa strategica fondamentale per l’Italia, per il suo futuro e i suoi giovani.

Si è polemizzato sulla nostra scelta di rilanciare la correlazione tra istruzione e merito. Rimango sinceramente colpita. Diversi studi dimostrano come, oggi, chi vive in una famiglia agiata abbia una chance in più per recuperare le lacune di un sistema scolastico appiattito al ribasso, mentre gli studenti dotati di minori risorse vengono danneggiati da un insegnamento che non premia il merito, perché quelle lacune non vengono colmate da nessuno.

L’Italia non è un Paese per giovani. La nostra società nel tempo si è sempre più disinteressata del loro futuro, persino del diffuso fenomeno di quei giovani che si auto-escludono dal circuito formativo e lavorativo, così come della crescente emergenza delle devianze, fatte di droga, alcolismo, criminalità. E la pandemia ha decisamente peggiorato questa condizione, ma la risposta di certa politica è stata promettere a tutti la cannabis libera. Perché era la risposta più facile. Ma noi non siamo qui per fare le cose facili. Noi intendiamo lavorare sulla crescita dei giovani. Promuovere le attività artistiche e culturali, e accanto a queste lo sport, straordinario strumento di socialità, di formazione umana e benessere. Lavorare sulla formazione scolastica, per lo più affidata all’abnegazione e al talento dei nostri insegnanti, spesso lasciati soli a nuotare in un mare di carenze strutturali, tecnologiche, motivazionali. Garantire salari e tutele decenti, borse di studio per i meritevoli, favorire la cultura di impresa e il prestito d’onore.

Lo dobbiamo a questi ragazzi, ai quali abbiamo tolto tutto, per lasciare loro solo debiti da ripagare. E lo dobbiamo all’Italia, che il 17 marzo di 161 anni fa è stata unificata dai giovani eroi del Risorgimento e oggi, come allora, è dall’entusiasmo e dal coraggio dei suoi giovani che può essere risollevata.

Sappiamo che ai giovani sta particolarmente a cuore la difesa dell’ambiente naturale. Ce ne faremo carico. Perché, come ebbe a scrivere Roger Scruton, uno dei grandi maestri del pensiero conservatore europeo, “l’ecologia è l’esempio più vivo dell’alleanza tra chi c’è, chi c’è stato, e chi verrà dopo di noi”.

Proteggere il nostro patrimonio naturale ci impegna esattamente come la tutela del patrimonio di cultura, tradizioni e spiritualità, che abbiamo ereditato dai nostri padri affinché lo potessimo trasmettere ai nostri figli. Non c’è un ecologista più convinto di un conservatore, ma quello che ci distingue da un certo ambientalismo ideologico è che noi vogliamo difendere la natura con l’uomo dentro. Coniugare sostenibilità ambientale, economica e sociale. Accompagnare imprese e cittadini verso la transizione verde senza consegnarci a nuove dipendenze strategiche e rispettando il principio di neutralità tecnologica. Sarà questo il nostro approccio.

Penso di conoscere più di altri l’universo dell’impegno giovanile. Una meravigliosa palestra di vita per i ragazzi e le ragazze, indipendentemente dalle idee politiche che sceglieranno di difendere e promuovere. Confesso che difficilmente riuscirò a non provare un moto di simpatia anche per coloro che scenderanno in piazza contro le politiche del nostro governo. Mi torneranno inevitabilmente alla memoria le mille manifestazioni a cui ho partecipato con tanta passione. Senza mai prendere ordini da alcuno. Al famoso “Siate folli, siate affamati”, di Steve Jobs, io vorrei aggiungere “siate liberi”. Perché è nel libero arbitrio la grandezza dell’essere umano.

C’è poi un’altra istituzione formativa importante, accanto a scuola e università. Forse la più importante. Ed è la famiglia. Nucleo primario delle nostre società, culla degli affetti e luogo nel quale si forma l’identità di ognuno di noi. Intendiamo sostenerla e tutelarla; e con questa sostenere la natalità, che nel 2021 ha registrato il tasso di nascite più basso dall’Unità d’Italia ad oggi. Per uscire dalla glaciazione demografica e tornare a produrre quegli anni di futuro, quel Pil demografico di cui abbiamo bisogno, serve un piano imponente, economico ma anche culturale, per riscoprire la bellezza della genitorialità e rimettere la famiglia al centro della società. È allora un nostro impegno, preso anche in campagna elettorale, quello di aumentare gli importi dell’assegno unico e universale e di aiutare le giovani coppie ad ottenere un mutuo per la prima casa, lavorando progressivamente per l’introduzione del quoziente famigliare. E visto che i progetti familiari vanno di pari passo con il lavoro, vogliamo incentivare in ogni modo l’occupazione femminile, premiando quelle aziende che adottano politiche che offrono soluzioni efficaci per conciliare i tempi casa-lavoro e sostenendo i Comuni per garantire asili nido gratuiti e aperti fino all’orario di chiusura di negozi e uffici.

L’Italia ha bisogno di una nuova alleanza intergenerazionale, che abbia nella famiglia il suo pilastro e rafforzi il legame che unisce i figli con i nonni e i giovani con gli anziani, che vanno protetti, valorizzati e sostenuti perché rappresentano le nostre radici e la nostra storia.

Diceva Montesquieu che “La libertà è quel bene che fa godere di ogni altro bene”.

La libertà è il fondamento di una vera società delle opportunità; è la libertà che deve guidare il nostro agire; libertà di essere, di fare, di produrre. Un governo di centrodestra non limiterà mai le libertà esistenti di cittadini e imprese. Vedremo alla prova dei fatti, anche su diritti civili e aborto, chi mentiva e chi diceva la verità in campagna elettorale su quali fossero le nostre reali intenzioni.

Libertà, dicevamo. Libertà e democrazia sono gli elementi distintivi della civiltà europea contemporanea nei quali da sempre mi riconosco. E dunque, a dispetto di quello che strumentalmente si è sostenuto, non ho mai provato simpatia o vicinanza nei confronti dei regimi antidemocratici. Per nessun regime, fascismo compreso. Esattamente come ho sempre reputato le leggi razziali del 1938 il punto più basso della storia italiana, una vergogna che segnerà il nostro popolo per sempre. I totalitarismi del ‘900 hanno dilaniato l’intera Europa, non solo l’Italia, per più di mezzo secolo, in una successione di orrori che ha investito gran parte degli Stati europei. E l’orrore e i crimini, da chiunque vengano compiuti, non meritano giustificazioni di sorta, e non si compensano con altri orrori e altri crimini. Nell’abisso non si pareggiano mai i conti, si precipita e basta. Ho conosciuto giovanissima il profumo della libertà, l’ansia per la verità storica e il rigetto per qualsiasi forma di sopruso o discriminazione proprio militando nella destra democratica italiana. Una comunità di uomini e donne che ha sempre agito alla luce del sole e a pieno titolo nelle nostre istituzioni repubblicane, anche negli anni più bui della criminalizzazione e della violenza politica, quando nel nome dell’antifascismo militante ragazzi innocenti venivano uccisi a colpi di chiave inglese. Quella lunga stagione di lutti ha perpetuato l’odio della guerra civile e allontanato una pacificazione nazionale che proprio la destra democratica italiana, più di ogni altro, da sempre auspica.

Da allora, la comunità politica da cui provengo ha compiuto sempre passi in avanti verso una piena e consapevole storicizzazione del Novecento, ha assunto importanti responsabilità di governo giurando sulla Costituzione repubblicana, come abbiamo avuto l’onore di fare ancora poche ore fa, ha affermato e incarnato senza alcuna ambiguità i valori della democrazia liberale, che sono alla base dell’identità comune del centrodestra italiano. E da cui non defletteremo di un solo centimetro: combatteremo qualsiasi forma di razzismo, antisemitismo, violenza politica, discriminazione.

E di libertà molto si è discusso in epoca di pandemia. Il Covid è entrato nelle nostre vite quasi tre anni fa, e ha portato alla morte di oltre 177.000 persone in Italia. Se siamo usciti al momento dall’emergenza è soprattutto merito del personale sanitario, della professionalità e dell’abnegazione con le quali ha salvato migliaia di vite umane. A loro, ancora una volta, va la nostra gratitudine. E con loro il mio ringraziamento va ai lavoratori dei servizi pubblici essenziali, che non si sono mai fermati, e alla straordinaria realtà del nostro Terzo Settore, rappresentante virtuoso di quei corpi intermedi che consideriamo vitali per la nostra società. Purtroppo non possiamo escludere una nuova ondata di covid o l’insorgere in futuro di una nuova pandemia. Ma possiamo imparare dal passato per farci trovare pronti. L’Italia ha adottato le misure più restrittive dell’intero occidente, arrivando a limitare fortemente le libertà fondamentali di persone e attività economiche, ma nonostante questo è tra gli Stati che hanno registrato i peggiori dati in termini di mortalità e contagi. Qualcosa, decisamente, non ha funzionato e dunque voglio dire fin d’ora che non replicheremo in nessun caso quel modello. L’informazione corretta, la prevenzione e la responsabilizzazione sono più efficaci della coercizione, in tutti gli ambiti. E l’ascolto dei medici sul campo è più prezioso delle linee guida scritte da qualche burocrate, quando si ha a che fare con pazienti in carne ed ossa. E se si chiede responsabilità ai cittadini, i primi a dimostrarla devono essere coloro che la chiedono. Occorrerà fare chiarezza su quanto avvenuto durante la gestione della crisi pandemica. Lo si deve a chi ha perso la vita e a chi non si è risparmiato nelle corsie degli ospedali, mentre altri facevano affari milionari con la compravendita di mascherine e respiratori.

La legalità sarà la stella polare dell’azione di governo. Ho iniziato a fare politica a 15 anni, il giorno dopo la strage di Via D’Amelio, nella quale la mafia uccise il giudice Paolo Borsellino, spinta dall’idea che non si potesse rimanere a guardare, che la rabbia e l’indignazione andassero tradotte in impegno civico. Il percorso che mi ha portato oggi a essere Presidente del Consiglio nasce dall’esempio di quell’eroe.* Affronteremo il cancro mafioso a testa alta, come ci hanno insegnato i tanti eroi che con il loro coraggio hanno dato l’esempio a tutti gli italiani, rifiutandosi di girare lo sguardo o di scappare, anche quando sapevano che quella tenacia li avrebbe probabilmente condotti alla morte. Magistrati, politici, agenti di scorta, militari, semplici cittadini, sacerdoti. Giganti come Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rosario Livatino, Rocco Chinnici, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella, Emanuela Loi, Libero Grassi, Don Pino Puglisi, e con loro un lunghissimo elenco di uomini e donne che non dimenticheremo. La lotta alla mafia ci troverà in prima linea. Da questo Governo, criminali e mafiosi non avranno altro che disprezzo e inflessibilità.

Legalità vuol dire anche una giustizia che funzioni, con una effettiva parità tra accusa e difesa e una durata ragionevole dei processi, che non è solo una questione di civiltà giuridica e di rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini, ma anche di crescita economica: la lentezza della giustizia ci costa almeno un punto di pil l’anno secondo le stime di Bankitalia. Lavoreremo per restituire ai cittadini la garanzia di vivere in una Nazione sicura, rimettendo al centro il principio fondamentale della certezza della pena, grazie anche a un nuovo piano carceri. Dall’inizio di quest’anno sono stati 71 i suicidi in carcere. E’ indegno di una nazione civile, come indegne sono spesso le condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria. Con la stessa determinazione rivedremo anche la riforma dell’ordinamento giudiziario, per mettere fine alle logiche correntizie che minano la credibilità della magistratura italiana. E permettetemi una chiosa finale Abbiamo assunto l’impegno di limitare l’eccesso di discrezionalità nella giustizia minorile, con procedure di affidamento e di adozione garantite e oggettive, perché non ci siano mai più casi Bibbiano, e intendiamo portarlo a termine

Gli italiani avvertono il peso insopportabile di città insicure, in cui non c’è tutela immediata, in cui si percepisce l’assenza dello Stato. Vogliamo prendere l’impegno di riavvicinare ai cittadini le istituzioni, ma anche di riportare in ogni città la presenza fisica dello Stato. Vogliamo fare della sicurezza un dato distintivo di questo esecutivo, al fianco delle nostre forze dell’ordine, che voglio ringraziare qui oggi per l’abnegazione con la quale svolgono il proprio lavoro in condizioni spesso impossibili, e con uno stato che a volte ha dato l’impressione di essere più solidale con chi minava la nostra sicurezza di quanto lo fosse con chi, invece, quella sicurezza rischiava la vita per garantirla.

Sicurezza e legalità, certo, riguardano anche una corretta gestione dei flussi migratori. Secondo un principio semplice: in Italia, come in qualsiasi altro Stato serio, non si entra illegalmente, si entra solo attraverso i decreti flussi.

In questi anni di terribile incapacità nel trovare le giuste soluzioni alle diverse crisi migratorie, troppi uomini e donne, e bambini, hanno trovato la morte in mare nel tentativo di arrivare in Italia. Troppe volte abbiamo detto “mai più”, per poi doverlo ripetere ancora e ancora. Questo governo vuole quindi perseguire una strada, poco percorsa fino ad oggi: fermare le partenze illegali, spezzando finalmente il traffico di esseri umani nel Mediterraneo. La nostra intenzione è sempre la stessa. Ma se non volete che si parli di blocco navale lo dirò così: è nostra intenzione recuperare la proposta originaria della missione navale Sophia dell’Unione Europea che nella terza fase prevista, anche se mai attuata, prevedeva proprio il blocco delle partenze dei barconi dal nord Africa. Intendiamo proporlo in sede europea e attuarlo in accordo con le autorità del nord Africa, accompagnato dalla creazione sui territori africani di hotspot, gestiti da organizzazioni internazionali, dove poter vagliare le richieste di asilo e distinguere chi ha diritto ad essere accolto in Europa da chi quel diritto non ce l’ha.

Perché non intendiamo in alcun modo mettere in discussione il diritto d’asilo per chi fugge da guerre e persecuzioni. Il nostro obiettivo è impedire che sull’immigrazione l’italia continui a farsi fare la selezione in ingresso dagli scafisti.

E allora mancherà un’ultima cosa da fare, forse la più importante: rimuovere le cause che portano i migranti, soprattutto i più giovani, ad abbandonare la propria terra, le proprie radici culturali, la propria famiglia per cercare una vita migliore in Europa. Il prossimo 27 ottobre ricorrerà il sessantesimo anniversario della morte di Enrico Mattei, un grande italiano che fu tra gli artefici della ricostruzione post bellica, capace di stringere accordi di reciproca convenienza con nazioni di tutto il Mondo. Ecco, credo che l’Italia debba farsi promotrice di un “piano Mattei” per l’Africa, un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area sub-sahariana. Ci piacerebbe così recuperare, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il nostro ruolo strategico nel Mediterraneo.

Mi avvio a concludere, ringraziandovi per la pazienza. Non sarà una navigazione semplice, quella del governo che si appresta a chiedere la fiducia del Parlamento. Per la gravosità delle sfide che saremo chiamati ad affrontare, ma anche per il pregiudizio politico che colgo spesso tra le analisi che ci riguardano. Credo che in parte sia persino giustificato. Sicuramente per la parte che mi riguarda. Sono la prima donna incaricata come presidente del Consiglio dei ministri nella storia d’Italia, provengo da un’area culturale che è stata spesso confinata ai margini della Repubblica, e non sono certo arrivata fin qui fra le braccia di un contesto familiare e di amicizie influenti. Rappresento ciò che gli inglesi chiamerebbero l’underdog. Lo sfavorito, per semplificare, che per affermarsi deve stravolgere tutti i pronostici. Intendo farlo ancora, stravolgere i pronostici, con l’aiuto di una valida squadra di ministri e sottosegretari, con la fiducia e il lavoro dei parlamentari che voteranno favorevolmente, e con gli spunti che arriveranno dalle critiche di coloro che voteranno contro.

Con un unico obiettivo: sapere che abbiamo fatto tutto quello che potevamo per dare agli italiani una Nazione migliore. A volte riusciremo, a volte falliremo, ma state certi che non ci arrenderemo, non indietreggeremo, e non tradiremo le speranze che in noi sono state riposte.

Nel giorno in cui il nostro Governo ha giurato nelle mani del Capo dello Stato, ricorreva la memoria liturgica di Giovanni Paolo II. Un Pontefice, uno statista, un santo, che ho avuto il privilegio di conoscere personalmente. Mi ha insegnato una cosa fondamentale, della quale ho sempre fatto tesoro. “La libertà” diceva “non consiste nel fare ciò che ci piace, ma nell’avere il diritto di fare ciò che si deve”. Io sono sempre stata una persona libera, per questo intendo fare ciò che devo.

Grazie.

NASCEVANO LE NAZIONI UNITE (1945): L’ITALIA, PUR ESCLUSA, CHIEDEVA DI “PARTECIPARE ALLA RICOSTRUZIONE DEL MONDO”.

All’Assemblea di San Francisco (26 aprile 1945) l’Italia non fu invitata. Solo nel 1955 il nostro Paese sarà accolto tra i membri delle Nazioni Unite, un traguardo fortemente voluto da De Gasperi, di cui però non ebbe modo di essere testimone. Un frammento di storia riproposto dalla Fondazione De Gasperi.

(Fondazione De Gasperi)

Il 24 ottobre ricorre – ricorreva per chi legge, ndr –  la Giornata delle Nazioni Unite, che celebra la storia di un’istituzione nata con l’obiettivo di mantenere la pace e la sicurezza internazionale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’Italia di De Gasperi non fu invitata a prenderne parte. Nonostante il credito che lo statista democristiano stava acquistando presso i partner internazionali con la sua azione di governo e il suo impegno per la ricostruzione italiana, sul nostro Paese pesava ancora l’onta di essere tra gli artefici del conflitto e di aver sostenuto la Germania nazista.

Nella Scatola del tempo di questo mese vogliamo ricordare e condividere con voi il messaggio che Alcide De Gasperi inviò alla Conferenza delle Nazioni Unite, nel quale si rammaricava per l’esclusione dell’Italia, desiderosa di diventare protagonista di un grande progetto di pace.

Solo nel 1955 il nostro Paese sarà accolto tra i membri delle Nazioni Unite, un traguardo fortemente voluto da De Gasperi ma di cui non ebbe modo di essere testimone.

 

MESSAGGIO DI DE GASPERI ALL’AMBASCIATORE A WASHINGTON CIRCA IL PERCORSO COSTITUTIVO DELLE NAZIONI UNITE

Roma, 26 aprile 1945

Su mia proposta, il Consiglio dei ministri ha oggi approvato all’unanimità la seguente solenne dichiarazione che V.E. vorrà far pervenire d’urgenza alla presidenza della Conferenza con preghiera di cortese consegna a tutte le delegazioni presenti. La prego chiedere alla presidenza stessa che di tale dichiarazione sia possibilmente data lettura durante una riunione plenaria.

Ella vorrà curarne consegna anche a codesto governo:

«Nel giorno in cui si inizia la riunione di San Francisco, il Consiglio dei ministri sente il dovere di esprimere pubblicamente il profondo senso di delusione del popolo italiano per l’esclusione dell’Italia democratica da una conferenza destinata a porre le basi della pacifica convivenza fra le Nazioni.

Il Consiglio dei ministri ricorda con commozione le parole pronunciate nel giugno 1944 dal grande presidente Roosevelt:

“Noi vogliamo l’aiuto dell’Italia e contiamo sull’aiuto dell’Italia nell’opera di costruzione di una pace durevole”. Questo aiuto l’Italia ha dato e dà in guerra da diciotto mesi, nella misura che le fu concessa e con tutti i mezzi a sua disposizione, ed è pronta a darlo anche in avvenire, ovunque la causa della democrazia ha ancora da vincere le sue battaglie.

La sua flotta, la sua aviazione, le sue formazioni regolari e partigiane hanno contribuito alla vittoria e il suo popolo, nonostante le enormi distruzioni ed il duro armistizio, tuttora vivo ed operante, si va ordinando secondo libertà e democrazia. Questo aiuto l’Italia è pronta a dare anche in pace per quell’opera di ricostruzione cui il presidente Roosevelt la chiamava. In nome di questo aiuto dato ed offerto, in nome della sua civiltà millenaria, in nome dei principi morali che le Nazioni Unite hanno inscritto sulle loro bandiere, l’Italia democratica di fronte a tutte le Nazioni Unite, alle grandi come alle minori, tra le quali tante le sono così prossime di cultura e di sangue, rivendica il diritto e riafferma la sua volontà di partecipare all’opera di ricostruzione del mondo, le cui prime fondamenta si pongono oggi a San Francisco».

 

***

 

La Scatola del tempo è un progetto della Fondazione De Gasperi destinato a quanti scelgono di sostenerla entrando a far parte degli Amici della Fondazione. Ogni mese inviamo una fotografia, un documento o una lettera dello statista democristiano per scoprire aspetti poco conosciuti della sua straordinaria figura. A partire dal prossimo mese il progetto Scatola del tempo sarà riservato agli Amici della Fondazione.

 

Per saperne di più

http://www.fondazionedegasperi.org

IL PD DEVE CAMBIARE. INEVITABILE, SE NON CAMBIA, UN NUOVO ASSETTO DELL’AREA RIFORMISTA.

Ci sono dati allarmanti. Nelle province del Lazio, esclusa  perciò Roma, il Partito democratico è appena attorno al 15 per cento, anche con l’apporto del Partito socialista, di Articolo 1 e di Demos. Qui, come altrove, serve fare tabula rasa degli errori commessi per arroganza e incapacità.  Se ciò non dovesse accadere…

 

Dopo ogni sconfitta viene il tempo della riflessione sulle cause che sono all’origine di essa. Se la Destra si è imposta, non è di per sé l’abilità della Meloni ad aver compiuto un’impresa che, pur largamente prevista nei sondaggi, scuote la pubblica opinione dentro e fuori i confini nazionali. A sorprendere è l’impeto della nuova investitura, con una leadership che ridà vigore a un’alleanza data per morta senza Berlusconi. Qualcosa di più profondo ha innescato lo sfaldamento dall’area moderata a vantaggio di quella più intransigente e radicale, schierata da anni all’opposizione. L’Italia va a destra e ci va scegliendo la posizione più a destra. 

Ora, chi esce malconcio dall’esito elettorale ha il dovere di guardare in faccia la realtà, senza infingimenti e mezze misure, traendo le necessarie conclusioni. Questo è un discorso che interessa in primo luogo il Partito democratico. È vero, Letta ha rimesso fin da subito il suo mandato – resta segretario…per gli affari correnti – e ha lanciato un congresso che si annuncia di rifondazione. 

Ma cosa significa per il Partito democratico questa impegnativa operazione congressuale? Ci sono segnali di crescente ambiguità nel modo d’intendere la rifondazione. Si vuole, in poche parole, spingere il partito sulla strada dell’accordo con i Cinque Stelle, anche a costo di scontrarsi con la loro pervicace indisponibilità. Più che rifondare, si finisce così per rinnegare la propria originalità di partito, essendo questa collegata all’autonomia del riformismo da ogni forma di populismo, anche se declinato a sinistra.

Zingaretti più di altri si distingue in questo gioco di ambiguità. Scevro da preoccupazioni – a quanto sembra – per la débâcle elettorale nel Lazio, con un giro di valzer ripropone esattamente la linea della convergenza strategica con i Cinque Stelle. Va fatta chiarezza. Si può ignorare che nelle province, esclusa perciò Roma, il Partito democratico è appena attorno al 15 per cento, anche con l’apporto del Partito socialista, di Articolo 1 e di Demos? È un indice di allarme, che pure lascia indifferenti i vertici locali. Qui, come altrove, serve fare tabula rasa degli errori commessi per arroganza e incapacità. Serve ricostruire un asse riformista – Pd e Terzo Polo – come condizione fondamentale e prioritaria per l’ulteriore allargamento di una coalizione capace di vincere la sfida del prossimo anno per l’elezione del nuovo Presidente della Regione.

Siamo alla stretta decisiva. Di solito l’incertezza è foriera di delusioni che in seguito appaiono incomprensibili. Ora, solo provvedendo a licenziare al centro e in periferia la classe dirigente responsabile della brutta pagina elettorale, il Pd può mirare alla rinascita di un centro-sinistra a base popolare e per questo, ma non solo per questo, rivestito di credibilità. Se ciò non dovesse accadere, lo spirito di autentico riformismo cercherà, forse prima di quanto si possa immaginare, nuove modalità d’incarnazione di una politica alternativa alla Destra.

IL DIRITTO DI GOVERNARE DA PARTE DI CHI VINCE LE ELEZIONI. 

Nessuna autocritica, ma forti e insistite polemiche sul governo da parte di esponenti del Pd. Non è un metodo condivisibile. “L’opposizione – scrive a conclusione di questo breve ma denso commento l’ex deputato di Terlizzi, fine divulgatore del pensiero e l’opera di Aldo Moro – aiuta a capire e a riconnettersi col popolo”.

Nuovo Governo. Sento tante critiche da parte di esponenti del Pd e del Centrosinistra sui Ministri, sui Presidenti di Camera e Senato, sui programmi di Governo. 

Poche autocritiche sul fatto di essere stati messi all’opposizione dal popolo. Alcuni criticano i nuovi Ministri dopo aver accettato nel Pd, candidati protetti che rappresentano solo se stessi.

Chi vince ha il diritto di governare e di scegliere i propri uomini. Così ha diritto di attuare il proprio progetto di Paese, che non può essere quello di chi ha perso. 

Io non sono dalla parte del Governo, ma rifiuto l’idea della superiorità culturale di certi uomini del Centrosinistra.  Facciamoli governare e se fanno bene, aiutiamoli, nell’interesse del Paese. Le bollette, il lavoro, la Pace sono obiettivi comuni. 

Se sbagliano critichiamo con proposte serie, sapendo che se la Destra ha vinto, gran parte del merito è anche del confuso Centrosinistra. Nessuno pensi di aver ragione a prescindere. L’opposizione aiuta a capire e a riconnettersi col popolo.

POPOLARI, USCIRE DAL LETARGO.

Forse è arrivato il momento di far uscire la vera, e storica, esperienza dei Popolari dall’immobilismo politico e organizzativo. Occorre procedere con rinnovato entusiasmo, passando dalla rete organizzativa disseminata in tutto il paese alla storica testata del “Popolo”; dalla classe dirigente ancora presente nei territori ad una cultura politica che si rende, adesso, indispensabile per recuperare qualità e autorevolezza della politica italiana nel suo complesso.

Il quadro politico italiano dopo il voto del 25 settembre e la schiacciante vittoria della coalizione di centro destra si è riaperto. Profondamente riaperto. Anche perchè quando si apre una nuova fase politica è di tutta evidenza che il passato, anche se recente, rischia di essere rapidamente archiviato. E tra le molte novità con cui dovremmo fare i conti spicca anche, e soprattutto, il decollo di un Centro politico che riproporrà, almeno speriamo, una sempre più necessaria ed indispensabile “politica di centro”. 

Ed è proprio lungo questo solco che si pone, anzi si ripropone, la questione cruciale della presenza politica dei Popolari. O meglio, di un’area politica e culturale che, piaccia o non piaccia, continua ad essere attuale, moderna e contemporanea. E non si tratta, lo dico con chiarezza, di riproporre per l’ennesima volta esperienze testimoniali che sono politicamente irrilevanti ed elettoralmente inconsistenti. Esperienze che hanno costellato le ultime, e sporadiche, presenze di esponenti dell’area popolare nell’agone politico nazionale.

Ora, forse, è arrivato anche il momento di far uscire la vera, e storica, esperienza dei Popolari dal letargo politico e dall’immobilismo organizzativo. Come si suol dire in gergo, sono cambiate le condizioni politiche generali. Se da un lato la prospettiva del principale partito della sinistra italiana, cioè il Pd, è in lento declino con un progetto politico sempre più in sintonia con la sinistra populista, qualunquista e demagogica dei 5 stelle, è altrettanto vero che sull’altro versante la categoria politica del Centro si è, almeno per il momento, fortemente appannata. Ed è proprio in questo quadro che si inserisce, lo ripeto, la necessità di far ritornare protagonista la cultura e la politica del popolarismo di ispirazione cristiana. Certo, non possiamo dimenticare la presenza del “terzo polo” di Renzi e di Calenda che, come ovvio, si candida a rappresentare questo luogo politico, peraltro decisivo ed essenziale, nella storia democratica del nostro paese. Una presenza politica che, però, non potrà che essere plurale e attraverso un soggetto politico non ancorato a quel modello di “partito personale” che sarebbe la negazione stessa della cultura e della storia del popolarismo di ispirazione cristiana.

Ma, al di là di questa fotografia, peraltro oggettiva e del tutto scontata, quello che va sottolineato e richiamato con forza è che “l’attrezzatura” politica, organizzativa ed editoriale dei Popolari va fatta emergere, adesso, in tutta la sua ricchezza e modernità. Dalla rete organizzativa disseminata in tutto il paese alla storica testata del “Popolo”; dalla classe dirigente ancora presente nei territori ad una cultura politica che si rende, adesso, indispensabile per recuperare qualità e autorevolezza della politica italiana nel suo complesso. E, forse, anche qualità della nostra democrazia.

E, per fare un passo ulteriore, è finita la stagione in cui un filone di pensiero come il popolarismo è destinato ad essere una semplice e banale corrente del Partito democratico – peraltro sempre più irrilevante ed insignificante – o ad una presenza personale, e quindi marginale, in altri partiti e contenitori e, men che meno, ad un ruolo puramente testimoniale. Occorre, cioè, tornare protagonisti a livello politico e nel dibattito politico. Partendo, come ovvio, da ciò che abbiamo nel nostro zaino. E da sempre.

Questa è la vera sfida, e forse, la vera scommessa politica, culturale ed organizzativa del mondo e dell’area Popolare nel nostro paese. Lo chiedono gli amici, lo desiderano i simpatizzanti, lo auspicano molti settori politici, culturali e sociali e, soprattutto, lo impone la fase storica che stiamo vivendo. Non possiamo, per citare la Lettera Apostolica di Paolo VI del 1971, ‘Octogesima Adveniens’, essere accusati di “peccato di omissione” in questa precisa stagione politica. Ne va anche della nostra credibilità e della nostra serietà. Politica e personale.

GONELLA A CROCE: NON CONFONDERE I DEMOCRATICI (CRISTIANI) CON I LIBERALI. VALE OGGI PER CALENDA?

“Il Popolo” del 17 agosto 1944 pubblicava con il titolo “Liberalismo e democrazia” un editoriale (qui riprodotto integralmente) di Guido Gonella. Il direttore del quotidiano ufficiale della Dc spiegava come “la democrazia può allearsi con il liberalismo ma non confondersi con esso”. E la democrazia di Gonella si chiamava “cristiana” per distinguersi dalla democrazia degli atei o dei laici. La rilettura di questo articolo può essere utile oggi nel confronto tra cattolici democratici e liberal-democratici, immaginando una nuova convergenza strategica tra Pd e Azione-Italia Viva. 

La fusione del Partito Liberale con la Democrazia liberale appare un contributo alla semplificazione della politica dei partiti che soffre di congestione. È da augurarsi che l’esempio sia seguito, sicché il panorama politico italiano risulti più lineare. A patto però che per uscire da un equivoco non si incorra in nuovi equivoci.

Certamente, preferiamo i liberali liberali a quei liberali che con il Gentile arrivavano a identificare liberalismo e fascismo, oppure a quelli che cercano di puntare sull’identificazione di liberalismo e democrazia.

Il liberalismo è imperniato sul concetto di libertà individuale, mentre la democrazia preferisce insistere su una libertà che sia ancorata sull’uguaglianza alla quale tiene non poco.

Il liberalismo prima di essere un sistema politico è una filosofia individualistica: la democrazia invece parte da un presupposto anti-individualistico ed è una filosofia della società che si propone di difendere i diritti della persona umana nella società e di disciplinare i rapporti Inter-individuali.

Iniziativa privata e libero gioco sono l’anima del sistema liberale, mentre il sistema democratico costruisce sulla disciplina dell’iniziativa individuale in funzione delle esigenze della giustizia sociale, senza la quale non vi è libertà concreta. E così via. Cioè, la democrazia può allearsi con il liberalismo ma non confondersi con esso; vi può essere una cooperazione di clientele e suffragi (Giolitti – dice il Croce – traduceva in pratica le idee di Sonnino), ma l’organizzazione delle clientele e delle maggioranze parlamentari ha ben poco da vedere con le idee e le fedi politiche.

Perciò, non si comprende come il Croce, il quale pure ammette l’esistenza di «differenze teoriche e storiche tra il liberalismo e democrazia», possa considerare questa come «sinonimo» di quello.

L’esperienza storica della dittatura militare e plebea, della dittatura dei violenti e dei profittatori, ha certamente contribuito alla riabilitazione storica della dittatura amministrativa e burocratica del giolittismo; ma chi sventola nel 1944 il nome di Giolitti, fa l’impressione di un convalescente che parla con nostalgia delle prime fasi della sua malattia.

Il liberalismo ha ben altre idee ed altri nomi da porre sulla sua bandiera, e se non vuol ridursi a quel conservatorismo che Mario Ferrara nel suo discorso dell’Eliseo ha giustamente distinto e separato dal liberalismo, deve avere la forza e l’originalità di dare una nuova vita alla grande idea libertaria.

Noi, non liberali, non possiamo non desiderare che il liberalismo – per portare il suo contributo alla ricostruzione che a tutti sta a cuore – sia anzitutto se stesso. Sia, cioè, un vero liberalismo a cui la qualifica di riformista, se pure può servire a sottolineare il suo anticonservatorismo, aggiunge ben poco. Solo gli indotti, o i finti indotti, possono confondere conservatorismo e liberalismo, orientamenti che almeno la vita politica inglese ci ha abituati a distinguere nettamente.

Quanto all’aggettivo «cristiana» della nostra democrazia che disturba dell’Italia nuova (organo di un partito che, mancando di sostantivo, va alla caccia degli aggettivi di altri partiti), precisiamo che la nostra democrazia si chiama cristiana appunto perché esiste una democrazia atea, laica, ecc. Al contrario, il riformismo deve essere implicito nell’idea di un liberalismo che non voglia tramontare nei pantani di una politica conservatrice, che non voglia ridursi alla difesa di classi privilegiate secondo l’accusa che ad esso muovono i suoi avversari.

I POPOLARI, I CIVICI E IL CENTRO.

Si tratta di capire come far convergere l’area Popolare, il vasto civismo che è riconducibile a questo mondo in un impegno politico diretto e fecondo. Certo, sarebbe estremamente difficile convergere in partiti o in movimenti politici a dimensione personale. Ovvero, per dirla con un linguaggio contemporaneo, in un “partito personale”.

È indubbio che con l’inizio di questa legislatura prosegue il percorso della scomposizione e della ricomposizione del quadro politico contemporaneo. Un processo che è frutto delle elezioni del 25 settembre e del “nuovo corso” della politica italiana coinciso con la salita a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni. Un evento, comunque lo si giudichi, di portata storica. E non solo perchè è la prima donna nella Repubblica italiana che diventa Premier. Ma anche, e soprattutto, per il nuovo equilibrio politico che si è innescato, al di là delle amenità e delle cianfrusaglie propagandistiche della sinistra populista e massimalista, sul ritorno del fascismo, sulla deriva illiberale e sulla minaccia autoritaria dell’esecutivo di centro destra.

Ma, per restare alla scomposizione e alla ricomposizione del quadro politico, entra a pieno titolo anche il capitolo della unità della cultura e del mondo Popolare di ispirazione cristiana nel “nuovo corso” della politica italiana. Ed è inutile ricordare che il Centro e, soprattutto, la necessità di rideclinare una nuova e rinnovata “politica di centro”, erano e restano i punti costitutivi dell’esperienza politica e culturale dell’area Popolare. Al riguardo, possiamo dire che ci troviamo di fronte ad un risveglio politico, culturale e forse anche organizzativo di quest’area dopo troppi anni di letargo e di presenza puramente testimoniale. Certo, la deriva massimalista e populista della sinistra – nello specifico del Partito democratico – e la sostanziale scomparsa del Centro nella coalizione di governo spingono quest’area culturale verso un luogo politico centrista e autenticamente riformista.

Ora, si tratta di capire come far convergere l’area Popolare, il vasto civismo che è riconducibile a questo mondo in un impegno politico diretto e fecondo. Certo, sarebbe estremamente difficile convergere in partiti o in movimenti politici a dimensione personale. Ovvero, per dirla con un linguaggio contemporaneo, in un “partito personale”. Se si vuole invertire la rotta e rilanciare la qualità e il rinnovamento della politica, non si può che aprire i partiti. E, nello specifico, dar voce a culture e a sensibilità che sono poco compatibili con i “cerchi magici” e con partiti a dimensione verticale. Non si tratta, cioè, di dar vita alle vecchie e tradizionali correnti – che, come ovvio, non vanno confuse con le bande e i gruppi di potere sempre più numerosi del Partito democratico – ma è indubbio che la pluralità culturale dev’essere la cifra distintiva delle forze politiche che intendono incrociare un vero cambiamento della politica italiana. 

Dopodiché toccherà ai Popolari, agli uomini e alle donne che si riconoscono in questo patrimonio culturale dimostrare l’attualità e la straordinaria modernità di questo filone di pensiero che, del resto, è stato decisivo in tutti i tornanti più complicati della vita democratica del nostro paese. Purchè, sia chiaro, ci siano partiti autenticamente democratici, plurali e finalizzati a costruire politiche attive e non dar vita a contenitori elettorali guidati dal “capo” di turno.

GIORNALISMO CIVILE E BENE COMUNE: UN APPROFONDIMENTO DI “VITA E PENSIERO”.

Egor Vikhrev Free to use under the Unsplash License

Le conclusione di questo articolo – conclusioni che si possono leggere cliccando sul link a fine pagina – riassumono chiaramente il senso della riflessione dell’autore. “È tempo di una rivoluzione: urge una rinnovata alleanza tra editori, giornalisti e pubblico, un ripensamento profondo dei modelli di business dell’industria giornalistica, delle modalità di aiuti dello Stato al mondo dell’informazione, ma anche delle abitudini di fruizione da parte della gente. Il pubblico, infatti, gioca un ruolo fondamentale perché “vota con il portafoglio”. Da anni una fetta sempre più consistente di persone sono disposte a pagare di più pur di consumare cibi “bio”, sani e buoni. Perché una conversione del genere non dovrebbe essere possibile anche per l’uso dei media?”.

Gerolamo Fazzini

La quarta edizione del Festival dell’economia civile a Firenze e la nuova sessione di “The Economy of Francesco” ad Assisi hanno rilanciato, nel settembre scorso, l’esigenza di ripensare dalle fondamenta l’attuale modello economico capitalista. In entrambe le occasioni, è stata additata l’economia civile come percorso alternativo possibile, già in atto, capace di coniugare fra loro – in modo innovativo e virtuoso – persone, mercato, Stato e ambiente. Ma come diffondere la conoscenza dell’economia civile e promuoverne la pratica? Investendo, come operatori dell’informazione e come pubblico, sul “giornalismo civile”.

  1. L’assunto di fondo del giornalismo civile è che il destinatario vada considerato, in primis, come cittadino e non (solo) cliente. Oggi siamo davanti a due modalità di informazione profondamente diverse. Da un lato, c’è chi, cercando di documentare onestamente la realtà, serve la collettivitàe contribuisce ad alimentare un sano dibattito delle idee. Dall’altro lato, assistiamo a un giornalismo che, puntando sulla semplificazione e sull’eccessiva spettacolarizzazione, è più preoccupato di ottenere audience e profitti che di informare correttamente e generare benessere sociale. Nel primo caso il sistema dell’informazione si fa carico della società e della qualità delle relazioni che l’informazione contribuisce a determinare; nel secondo, invece, la relazione tra giornalisti, editori e pubblico si risolve nella mera fornitura di un generico servizio a fronte del pagamento di tale bene. Non è mia intenzione proporre un approccio manicheo, ad esempio esaltando il cosiddetto “giornalismo sociale” vs. il “giornalismo mainstream”. Ottimi esempi di giornalismo civile si trovano in diverse testate vendute in edicola piuttosto che in prodotti radiofonici o televisivi, accanto a contenuti di ben altro valore e livello. Grano e loglio crescono insieme. Spesso anche all’interno delle medesime testate.
  2. Dal momento che assume come unità di misura il bene comune, il giornalismo civile tiene in costante dialogo l’io e il noi, anche nel panorama mediatico attuale, caratterizzato dalla capillare presenza dei social. Se vuole interpretare al meglio la sua funzione sociale, oggi il giornalista non può adottare uno schema novecentesco nel quale la sua professionalità e la sua mission consistono meramente nel colmare, in maniera unidirezionale, un “vuoto informativo”. Oggi tutti siamo “prosumer”, ovvero consumatori di notizie ma, al tempo stesso, produttori di post, messaggi, commenti. Il punto, quindi, consiste nel creare un dialogo costante, una relazione forte e di fiducia (basata sulla professionalità), fra giornalista e pubblico.

In altre parole: al giornalismo civile sta a cuore non soltanto offrire ai cittadini gli strumenti per orientarsi nella realtà, i dati necessari a «conoscere per deliberare», ma anche la qualità finale delle relazioni che si creano una volta divulgata l’informazione. Nell’economia civile uno dei cardini è il “mutuo vantaggio”. Quanti si ispirano al giornalismo civile considerano come “vantaggio” non solo il profitto economico derivante dalla produzione e diffusione delle news, bensì il mutamento sociale, in termini di relazioni, che si viene a produrre. L’informazione che si rifà al modello “civile” vuol essere “generativa” e si preoccupa di tutti gli stakeholder in gioco, come l’imprenditore civile si dà cura dell’impatto ambientale del suo operato. Pertanto, l’hate speech e qualsiasi forma di discorso pubblico venato di odio, razzismo e violenza non possono trovare qui cittadinanza.

  1. Il giornalismo civile si propone come antidoto al “disordine informativo”del quale facciamo esperienza quotidianamente. Siamo ormai a livelli talmente sistemici di fake news che è in gioco la qualità stessa della democrazia (vedi i casi Brexit, elezione di Trump nel 2016 e, oggi, propaganda russa sulla guerra in Ucraina). Ma c’è un altro virus che minaccia la qualità dell’informazione oggi ed è la trasformazione dei media in “partiti/squadre” e dei fruitori di news in “tifosi”. Quando il giornalismo non vigila sul linguaggio che adotta e sull’impatto sociale che genera, il rischio è che si creino accese fazioni tra i cittadini, senza più margini di dialogo fra chi ha opinioni diverse. Come si risponde a questa emergenza? Non vedo altra via d’uscita che rinnovare il patto di fiducia tra chi fa informazione e il pubblico. Risulterà molto più credibile l’informazione di chi tratta il destinatario come persona e come cittadino (con i suoi diritti e doveri) e non come semplice terminale di un’operazione economica, di un do-ut-des qualsiasi, o come qualcuno a cui strappare un like.

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Gerolamo Fazzini

Gerolamo Fazzini è giornalista e saggista, esperto di temi religiosi e internazionali. Già direttore di «Mondo e Missione», mensile del Pime, è consulente di direzione per il settimanale «Credere» e il mensile «Jesus», ed editorialista di «Avvenire». È docente a contratto di Media e informazione al Dams nella sede di Brescia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha pubblicato vari libri sulla Cina, alcuni dei quali tradotti anche all’estero.

NUOVO GOVERNO, UNA SCUDISCIATA PER LE OPPOSIZIONI: IL CENTRO ACCENDA I MOTORI.

Il governo Meloni, oltre al vantaggio avuto dai fatti che Draghi ha lasciato come eredità, può contare anche sull’inadeguatezza dell’opposizione a parlare alla classe media. finché il centrosinistra rimarrà aggrappato all’agenda radical chic non avrà nessuna possibilità di vittoria. Essenziale il ruolo del centro nel definire un nuovo profilo del centrosinistra.

Il primo governo dall’unità d’Italia guidato da una donna nasce nel contempo nel momento storico più grave dalla fine della seconda guerra mondiale ma con le condizioni politiche interne ad esso più favorevoli.

Infatti, il governo di destra-centro guidato da Giorgia Meloni sembra beneficiare di un duplice vantaggio. Da un lato deve solo limitarsi a proseguire nel solco tracciato sui dossiers più scottanti da Mario Draghi in particolare in economia e in politica estera. Dall’altro gode del vantaggio di trovare già risolte dal precedente esecutivo molte cose importanti che andavano fatte nei tempi giusti, prima fra tutte la concreta definizione di una strategia di diversificazione delle forniture energetiche.

Sebbene nella nuova coalizione di governo non manchino le contraddizioni e anche  punte di estremismo, sarà sufficiente un pizzico di buon senso nelle cose per mantenere il consenso riportato alle scorse elezioni, che non è stato affatto ampio nei numeri seppur netto nel risultato dei seggi ottenuti, e per recuperare una astensione in gran parte composta da delusi del centrodestra. Anche perché il centrodestra ha finito per ritrovarsi quasi senza più avversari, se si eccettua l’astensionismo,  tra l’elettorato dei ceti medi, popolari, lavoratori.

Credo che occorra riconoscerlo: finché il centrosinistra rimarrà aggrappato all’agenda radical chic (con amenità tipo: smettere di estrarre il petrolio e il gas in nome di una singolare concezione della pur auspicabile transizione ecologica, che ritiene l’uomo, o meglio le masse, un problema per il nostro pianeta anziché considerare il Creato in funzione dell’uomo; negare la diversità dei generi e indottrinare alla fluidità; combattere la Russia fino all’ultimo ucraino salvo contrordine americano che potrebbe arrivare già dalle prossime elezioni di midterm, senza ammettere, come chiede Papa Francesco, che la pace si fa con i nemici, e senza considerare il multipolarismo come la condizione per la pace nel XXI secolo) non avrà nessuna possibilità di vittoria. 

Ecco perché credo che la sconfitta  della sinistra, elettorale e culturale, presso i ceti popolari imponga una riflessione per definire un nuovo profilo della coalizione riformatrice, che sia “potabile” e votabile per la classe media. Si tratta di un obiettivo che deve coinvolgere le molte persone di buon senso che ci sono in tutte le forze alternative al centrodestra. Ma realisticamente non potrà che nascere prima nell’area di centro data la difficoltà del Pd ad esprimere delle posizioni che non siano omologate con gli interessi dei salotti alto borghesi. È il momento in cui il cosiddetto terzo polo dovrebbe iniziare a marcare le differenze con il resto di una potenziale coalizione di centrosinistra, dando in tal modo la forza alle molte componenti di buonsenso rinvenibili ancora nel Partito Democratico di uscire allo scoperto  senza essere “fucilate” pubblicamente dalle trasmissioni tv e dagli editorialisti dei grandi giornali cui il Pd pare aver subappaltato la definizione della propria linea politica.

In questo senso credo che se si vuole davvero un centrosinistra che ritorni ad essere competitivo, occorre in questa fase che il centro si assuma la responsabilità di dettare le condizioni dell’alleanza. Con la sinistra così com’è ridotta non si va da nessuna parte. A questo obiettivo i difetti di Matteo Renzi  che lo rendono antipatico perché si propone come uno che appare più bravo a distruggere che a costruire, potrebbero addirittura rivelarsi dei pregi. Perché servono discussioni franche, capaci di cambiare la sostanza della proposta politica. Poi naturalmente l’alleanza dovrà esser ampia e capace di contenere visioni anche distanti. Ma ciò che conta è prefiggersi di iniziare fin dal giorno in cui inizia il governo della destra a costruire un centrosinistra che possa risultare nel complesso quantomeno non ostile ai ceti medi e popolari e alla ripresa economica e sociale del nostro Paese pur in una fase alquanto complicata.

PERCHĖ AL TERZO POLO E ALLE OPPOSIZIONI POLITICHE NON CONVIENE GUFARE

Ad una donna, la prima nel Paese che riesce a raggiungere un traguardo che sembrava precluso, va dato lustro e risonanza liberandosi dalla visione che si tratti solo di un ‘avversario politico”. L’opposizione e il terzo polo si devono liberare nel lessico della dipendenza psicologica per la quale si esiste in funzione del confronto con l’altro. Tanto più attacco tanto più sono. Anche qui è tempo che il lessico politico faccia il suo salto di qualità nel linguaggio e si dedichi a rafforzare i propri contenuti.

La caduta della premier inglese dopo 40 giorni di Governo nello stesso giorno che la candidata premier italiana riceveva l’incarico a formarne uno, ha indotto il terzo polo e l’opposizione ha rilasciare dichiarazioni sulle possibili similitudini con le sorti inglese. Commettendo un grosso errore di stile e di valutazione della realtà politica del nostro Paese. 

Sull’errore di stile non possono essere concesse attenuanti. Primo perché l’esercizio del “te lo avevo detto”, unito al “vedrete che fine farà”, è proprio tipico della favola di Esopo, la volpe e l’uva che insegna la miseranda fine che fa l’invidia e la stizza per non aver raggiunto un obiettivo (l’uva) è un sentimento difficile da governare. Una lezione di buona educazione nei rapporti sociali vuole che si traduca sempre in cordialità e rispetto il riconoscimento del “nemico” che ci ha battuto. Ma a questa educazione, di cui forse in questi tempo moderni abbiamo perso il contatto, si aggiunge un secondo punto: il fatto che il “nemico” sia donna, in un universo, quello politico, che vede poca partecipazione femminile. Qui non si può risolvere facilmente con l’affermazione “ma la Meloni di fatto è un uomo” (che pure ho sentito girare), perché puzza di machismo e discriminazione di genere. Né può essere valida la regola contraria, in un mondo con prevalenza maschile, secondo la quale le regole sono queste e vanno accettate, perché vuol dire che quel mondo non fa autocritica ritendo le regole consolidate giuste e perfette. Essere gentiluomini è più che comportarsi come tali. Quindi ad una donna, la prima nel Paese che riesce a raggiungere un traguardo che sembrava precluso e che ha la stessa valenza delle prime volte delle donne italiane in tutto quello che hanno conquistato, va dato lustro e risonanza liberandosi dalla visione che si tratti solo di un ‘avversario politico”, perché non si coglie che l’essenza nell’evento è dopo questo: da qui in poi si parlerà di una seconda donna premier e così via. 

Sulla valutazione politica la questione è più ampia. Lo scontro nella campagna elettorale è stato duro nei termini e nei modi. Ad un confronto sui contenuti, si è preferito un modello di “demonizzazione” del nemico, non avendo a mio giudizio validi esperti di comunicazione del genere umano.  Da che è civiltà in questo mondo, chiarito che esiste il bene e il male, per l’umanità il male ha un’attrattiva ben superiore al bene. L’attrattiva per male/satana è preponderante; dovendo scegliere tra bene/angeli, si tende a scegliere il primo binomio, tant’è vero che chiamiamo santi quelli che scelgono il secondo. La lezione degli elettori è stata chiara. Sono piaciuti i “demoni”.  Che poi demoni non sono, sono avversari politici e quello è l’unico perimetro entro il quale ci si deve muovere. 

Oltre all’”educazionale istituzionale” che si deve praticare nei rapporti tra i partiti, che lo ricordo a mente di Costituzione sono il modo con il quale i cittadini di questo Paese organizzano la propria rappresentanza per partecipare alla vita politica del Paese, l’opposizione e il terzo polo si devono liberare nel lessico della dipendenza psicologica per la quale si esiste in funzione del confronto con l’altro. Tanto più attacco tanto più sono. Anche qui è tempo che il lessico politico faccia il suo salto di qualità nel linguaggio e si dedichi a rafforzare i propri contenuti, essendo evidente che alla platea degli elettori sono piaciuti poco o non hanno convinto soprattutto perché ben il 37% di questa platea non si è mosso da casa. Senza acrimonia perché il viaggio per riconquistare l’elettorato e anche per prendere nuovi viaggiatori si presenta molto lungo.

SOCIETÀ DIGITALE, OVVERO LA SCISSIONE TRA VITA REALE E VITA VIRTUALE

L’introduzione massiccia della tecnica e poi della tecnologia nella nostra vita sta mutando inesorabilmente i nostri orizzonti vitali verso una dimensione speculativa dell’esistenza: si fa e si progetta solo ciò che diventa utile. Ora, colpisce la leggerezza con cui la politica asseconda certe tendenze di mercato senza valutarne le conseguenze sui processi di crescita e di sviluppo dei bambini e dei ragazzi che apprendono. Sicuramente la digitalizzazione della società e del mondo è una tendenza inarrestabile che postula tuttavia – cum grano salis – il nodo della sua governance.

Ciò che emerge da una rilettura dei Pensieri di Blaise Pascal, oltre allo stupore suscitato dalla sua intelligenza poliedrica (fu matematico, fisico, filosofo, teologo) e dalle intuizioni ermeneutico-interpretative maturate nella sua breve, intensa esistenza è la domanda ricorrente sul “senso della vita”. Smontando la granitica certezza cartesiana del “cogito ergo sum”, Pascal valorizzò la dimensione del pensiero divergente accostando all’esprit de geometrie l’esprit de finesse. A ben rifletterci – siamo nel XVII secolo –inizia con lui il tema della problematizzazione filosofica della vita così come si è sviluppata nell’’800 e nel ‘900, ed è giunta fino ai nostri giorni, nel post moderno, post ideologico, e post globale.

L’esistenza umana genera più problemi che certezze nell’eterno presente mentre l’esplorazione del futuro non è fatto che riguardi solo la scienza: nelle pieghe dei suoi risvolti antropologici e nelle cavità carsiche dei suoi impliciti individuali e sociali c’è spazio per ogni aspetto della cultura, dell’etica dei comportamenti, della produzione del pensiero. Se accostiamo la problematizzazione del vivere alla certezza della dimensione razionale che insegue soluzioni codificabili, cogliamo ad esempio il passaggio kantiano dal fuori al dentro di noi, la cosmologia ineffabile di Leopardi, la dialettica hegeliana che è forse il passaggio culturale più caratterizzante e significativo della civiltà occidentale, ciò che rende – ad onor del vero – irto e denso di difficoltà il conclamato percorso dell’integrazione con le radicate concezioni totalizzanti e dogmatiche di altre civiltà. E se, saltando in avanti di due secoli e guardandoli adesso a ritroso, consideriamo i due autori di romanzi distopici più famosi del ‘900, George Orwell e Aldous Huxley, e le loro opere più note (‘1984’ per il primo, ‘Il mondo nuovo’ e ‘Ritorno al mondo nuovo’ per il secondo) cogliamo alcuni temi esponenziali delle derive culturali di oggi: le incertezze e le angosce del presente, le incognite e le paure del futuro, l’omologazione del pensiero, la perdita delle libertà individuali, lo spaesamento di fronte ad un mondo globale ed inafferrabile, le solitudini esistenziali, la ricerca di approdi che evitino i pericoli di naufragi apocalittici e incombenti, il senso della vita: l’incipit da cui Pascal era partito rendendosi conto che scienza e tecnica non risolvono da sole la congerie dei problemi umani. 

Solo che la libertà del pensiero divergente rispetto ai vincoli e agli algoritmi delle certezze razionali può generare distonie laceranti e conflitti interiori latenti. Che sia codificato da regole vincolanti o gestito da poteri forti e omologanti il futuro si appalesa sempre come luogo dell’incerto e dell’indeterminato. Solo una mente esplorativa e capace di organizzare e descrivere la realtà mutuandola dall’osservazione e dalla immaginazione romanzesca come quella di Zygmunt Bauman poteva far ordine e riportare a sintesi i grandi temi del nostro tempo.

Ma sullo sfondo, quell’intuizione di accostare alla logica “il conoscere della mano sinistra” (come l’avrebbe definito tre secoli dopo Jerome Bruner) del mite e introverso Pascal ha introdotto un tema che si è fatto essenziale dall’epoca dei lumi in poi e che riguarda, appunto, il senso dell’esistere e la sua direzione di marcia. E così oggi, in questo eterno presente senza sbocchi risolutivi ai grandi problemi dell’umanità, denso di conflitti, astioso ed effimero, rancoroso ed individualista possiamo meglio comprendere – partendo proprio dalla distinzione di Pascal – perché mai un grande filosofo come Heidegger abbia intuito che il prevalere del pensiero calcolante ci porti inevitabilmente prima o poi a fare i conti con noi stessi.

La logica degli interessi e del cambiamento spacciato per progresso, l’introduzione massiccia della tecnica e poi della tecnologia nella nostra vita sta mutando inesorabilmente i nostri orizzonti vitali verso una dimensione speculativa dell’esistenza: si fa e si progetta solo ciò che diventa utile, produce profitto, per cui la bramosia del possesso e la conquista e l’uso di ogni angolo del pianeta ci gratifica assai più della gratuità di un gesto libero.

In questa dimensione riesce difficile pensare a concetti come il bene comune, mentre pace e libertà sono sempre valutate da soggettivi punti di vista. Poiché l’invadenza della tecnologia e del prodotto che sostituisce il pensiero ha oggi dimensioni di possesso totalizzanti. Come giustamente osservano Severino e Galimberti la scienza persegue il progresso ma la mente umana, la psiche non riescono ad adattarsi  a starle dietro. Qual è allora il vero pericolo di questa deriva? Che gli oggetti d’uso, gli strumenti che la tecnologia produce e il concentrarsi stesso di tutti gli sforzi in un continuo superamento di ciò di cui possiamo già ora disporre creino una sorta di obsolescenza del pensiero pensante (della facoltà e capacità di pensare) sul pensiero pensato (il prodotto confezionato che sostituisce il pensiero).

Ormai la tecnocrazia domina le abitudini e i comportamenti dell’uomo. In un interessante libro intitolato “L’uomo con il cervello in tasca” Vittorino Andreoli considera come sia più agevole, veloce e disponibile utilizzare uno smartphone o un tablet per trovare la soluzione ad ogni problema della vita quotidiana, piuttosto che affidarsi ad un ragionamento, ad un processo mentale. Il rischio è di traslare a poco a poco dalla mente ad un oggetto la facoltà di pensare, scegliere, decidere. Non c’è solo una valenza utilitaristica in questa prassi (ciò che la renderebbe giustificabile): poiché essa diventa modo per passare il tempo, ciò che proprio Pascal chiamava “divertissement”, una cosa fine a se stessa. Si pensi al dominio sugli uomini che può esercitare chi detiene il potere di gestire su scala mondiale la costruzione e la finalizzazione di questi strumenti tecnologici, orientando ed omologando i pensieri-pensati dominanti. Dobbiamo proprio ad Orwell la definizione di “grande fratello”, una sorta di dittatore delle menti che attraverso regole e gerarchie finisce per dominare il mondo mediante i comportamenti della vita domestica e relazionale, preordinandoli e finalizzandoli secondo un’etica che espunge democrazia e libertà.

Ora noi dobbiamo una immensa gratitudine alla scienza, all’evoluzione tecnologica, agli enormi vantaggi che hanno prodotto nella vita dell’uomo. Si pensi alla medicina, all’ingegneria, alle comunicazioni: tutto mira al miglioramento delle condizioni di vita, come vincere una malattia, come costruire un ponte sicuro, come sveltire la burocrazia, come mettere in contatto le persone in ogni angolo del pianeta. Il problema comincia quando questa virtualità positiva genera azioni coatte, quando la scienza non è più neutra, ma posta al servizio di finalità recondite che valicano i concetti dell’etica condivisa e generano legami insolubili tra la persona e l’oggetto.

Chi si occupa di educazione e formazione sa quanto sia utile disporre di dotazioni sempre più avanzate che facilitino la conoscenza. Tutti, però, si stanno capacitando dei danni enormi che la digitalizzazione degli apprendimenti e l’ingresso in quell’universo sconosciuto racchiuso in una scatoletta di plastica possono generare. La dicotomia fondamentale riguarda la scissione tra la vita reale e quella virtuale, il loro continuo interconnettersi, l’incapacità per i giovani (e gli adulti) di interrompere flussi di conoscenze e passaggi di dati che possono incidere sui comportamenti della vita di tutti i giorni, fino a confondere il gioco con la simulazione, la prossimità reale con quella immaginifica, la percezione del dominio di sé e delle cose.

Quanti giochi pericolosi passano in rete? Quali conoscenze imperscrutabili attendono i navigatori del web al varco del lecito e del pericolo senza ritorno? Si sente discettare con una disinvoltura disarmante della necessità di digitalizzare non solo la congerie dei servizi pubblici, in funzione di una migliore fruizione e percepibile utilità, ma – ad esempio –tutti i processi di apprendimento, dimenticando che la vera cultura richiede una lenta ed avvertita metabolizzazione di ciò che si impara, affinchè ne resti traccia nella mente e nel cuore piuttosto che in un tablet. Andiamoci piano, lento pede. Cerchiamo di approfondire e mantenere la conoscenza del soggetto (la persona – l’alunno) oltre che migliorare le caratteristiche tecniche dell’oggetto.

 

Colpisce la leggerezza con cui la politica asseconda certe tendenze di mercato senza valutarne le conseguenze sui processi di crescita e di sviluppo dei bambini e dei ragazzi che apprendono. Ma poiché essi imparano soprattutto per induzione e attraverso gli esempi degli adulti occorre rivedere tutto il processo di digitalizzazione pervasiva che spesso semplifica, a volte complica la nostra vita. Pensiamo ad esempio agli anziani: una generazione che – in un Paese in calo demografico – assume le sembianze di una maggioranza silente o silenziosa. Quanti di loro saprebbero utilizzare strumenti di cui per tutta la vita hanno ignorato l’esistenza semplicemente perché non esistevano? 

Questi aspetti anche umani non vengono quasi mai considerati, generando di fatto processi di marginalizzazione generazionale.

Da alcuni anni il tema del “metaverso” (termine coniato nel 1992 da Neal Stephenson, autore del romanzo postcyberpunk “Snow Crash”) si sta imponendo come una rete di mondi virtuali interconnessi di cui gli utenti possono interagire, costruire e comprare oggetti digitali e svolgere attività ludiche e d’intrattenimento in contesti digitali. Questo mondo parallelo assorbirà in sé tutte le esperienze virtuali dalla nascita di internet in poi. La digitalizzazione della società e del mondo è una tendenza inarrestabile che postula tuttavia – cum grano salis – il nodo della sua governance,  ragionando con la testa che abbiamo sul collo piuttosto che con quella che teniamo in tasca. 

UNA ROAD MAP PER USCIRE DALLA MORSA DELLA POVERTÀ. IL CONTRIBUTO DI PADRE ALBANESE SULL’OSSERVATORE ROMANO.

Il poeta povero, 1839, di Karl Spitzweg (Monaco 1808-1885) – olio su tela – Opera esposta alla ‘Alte Nationalgalerie’ di Berlino

Un recente rapporto delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), intitolato “Avoiding: To little, too late”, sull’alleggerimento del debito internazionale segnala cinquantaquattro economie di Paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di una riduzione urgente del debito a causa delle crisi globali in atto a livello planetario. Achim Steiner, amministratore dell’Undp, ha sollecitato una serie di misure, fino addirittura la cancellazione del debito; l’offerta di un sollievo più ampio ai Paesi colpiti dalla crisi; e persino l’aggiunta di clausole speciali ai contratti obbligazionari per fornire respiro durante le crisi. È evidente che la soluzione per venire incontro alle necessità dei Paesi svantaggiati, africani in primis, è quella di una concertazione, nell’ambito del consesso delle nazioni, che tenga conto dell’auspicata New Economy di Papa Francesco.

Sono cinquantaquattro le economie di Paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di una riduzione urgente del debito a causa delle crisi globali in atto a livello planetario, con particolare riferimento agli effetti del Global Warming. Lo si evince da un recente rapporto pubblicato lo scorso 11 ottobre, dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) intitolato “Avoiding: To little, too late” sull’alleggerimento del debito internazionale.

Lo studio si riferisce a Paesi che rappresentano, dal punto di vista demografico, quasi il 18 per cento della popolazione mondiale e oltre il 50 per cento di tutte le persone che vivono in condizioni di povertà estrema. I rischi determinati da un’eventuale inazione, rispetto al progressivo deterioramento della situazione economica globale, sono inquietanti. Infatti, se questi Paesi — tra i più vulnerabili agli effetti dei gas serra, 25 dei quali sono nella macroregione Subsahariana — non otterranno l’accesso a un’efficace ristrutturazione del debito, la povertà aumenterà a dismisura e verranno meno gli investimenti necessari nel contrasto ai cambiamenti climatici. Da rilevare che i 54 Paesi con gravi problemi di indebitamento rappresentano, paradossalmente, poco più del 3 per cento dell’economia globale. Non solo, guardando proprio all’Africa, meno del 4 per cento delle emissioni globali di gas serra sono generate da questo continente. Queste considerazioni, in sostanza, pongono una questione che, prim’ancora che essere politica o economica, è etica: perché devono essere proprio loro, i Paesi poveri, a pagare il prezzo più alto?

Il rapporto dello Undp propone una road map da seguire per operare l’indispensabile ristrutturazione del debito, concentrandosi su aree chiave: analisi della sostenibilità del debito, coordinamento dei creditori ufficiali, partecipazione dei creditori privati e utilizzo di clausole sul debito statale che mirano alla futura resilienza economica e fiscale.

Lo Undp propone pertanto una ricalibrazione del cosiddetto Common Framework for Debt Treatment beyond the Dssi adottato dal G20 insieme al Club di Parigi, per fornire una soluzione strutturale ai Paesi a basso reddito con livelli di indebitamento non sostenibili. Concettualmente, esso dovrebbe essere in grado di fornire un quadro comune di riferimento per il trattamento del debito dei singoli Paesi, per poi valutarlo caso per caso, in base alle richieste dei Paesi debitori eleggibili.

In risposta a queste richieste, è prevista la convocazione di un comitato dei creditori i quali negoziano con la controparte sulla base delle analisi sulla sostenibilità del debito, fornite dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale (Bm). Lo Undp propone di fare un passo ulteriore in avanti, rispetto alla prima formulazione del Common Framework for Debt auspicando innanzitutto un indirizzo mirato sulle ristrutturazioni globali che consentiranno, in chiave globale, un ritorno più rapido alla crescita e conseguentemente allo sviluppo.

È comunque evidente che la ristrutturazione del debito è solo un aspetto, certamente quello più rilevante, per garantire che le economie di questi Paesi fortemente svantaggiati dispongano delle finanze necessarie per compiere progressi nello sviluppo sostenibile. Sono pertanto necessarie anche altre fonti di finanziamento affinché queste economie nazionali intraprendano iniziative efficaci per far fronte ai cambiamenti climatici.

Achim Steiner, amministratore dell’Undp, ha sollecitato una serie di misure, tra cui la riduzione se non addirittura la cancellazione del debito; l’offerta di un sollievo più ampio ai Paesi colpiti dalla crisi; e persino l’aggiunta di clausole speciali ai contratti obbligazionari per fornire respiro durante le crisi. Lo Undp ritiene che i Paesi ricchi dispongano delle risorse necessarie per porre fine alla crisi del debito, che si è rapidamente deteriorata in parte come conseguenza delle loro politiche interne. Steiner è giustamente convinto che non sia lecito ripetere l’errore di fornire «troppo poco sollievo e troppo tardi», ai Paesi poveri nella gestione dell’onere del debito.

Purtroppo, pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto dello Undp, si è svolta una riunione ai massimi livelli del Comitato monetario e finanziario internazionale (Imfc) e del Comitato per lo sviluppo del Gruppo della Banca mondiale dove sono state prese in esame le proposte formulate dallo Undp; e il risultato è stato ben al di sotto delle aspettative. Al termine dei lavori, Steiner ha dichiarato che «mentre il mondo lotta con molteplici shock economici e crisi politiche (…) la risposta delle Nazioni del G20 e delle istituzioni finanziarie internazionali in questo momento critico rimane inadeguata per mobilitare la liquidità e le misure di alleggerimento del debito urgentemente necessarie per contrastare un ulteriore deterioramento delle prospettive economiche per molte economie in via di sviluppo».

Di fronte a questo scenario, anche il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, è sceso in campo, sottolineando con forza che il sistema multilaterale ha bisogno di attuare un Piano «Sdg Stimulus» urgente e di vasta portata, che inizi con azioni immediate di liquidità e riduzione del debito per consentire alle economie in via di sviluppo di raggiungere gli obiettivi di sviluppo globale. In un comunicato diramato il 14 ottobre scorso, lo Undp ha insistito sulla necessità di liquidità a breve termine per le economie in via di sviluppo, particolarmente quelli dell’Africa Subsahariana, per sostenere gli sforzi di ripresa nel breve termine. «I problemi di liquidità non sono ingestibili: ci siamo già misurati con il covid-19, quando le economie del G7 hanno fornito 16 trilioni di dollari di liquidità tra il 2020 e il 2021. Le banche centrali hanno, e possono ancora una volta, fornire liquidità alle economie in via di sviluppo ed emergenti», ha dichiarato Steiner, precisando che l’«Fmi può espandere le sue linee di credito di emergenza e accelerare la ricanalizzazione dei diritti speciali di prelievo».

Ribadendo poi l’urgenza di una ristrutturazione del debito, Steiner ha sottolineato la necessità di una spinta urgente per finanziare gli obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss) e gli obiettivi dell’accordo sul clima di Parigi, in linea con le priorità e le esigenze ogni singolo Paese.

Una cosa è certa: alla luce di queste considerazioni, tenendo soprattutto conto degli effetti devastanti non solo della pandemia e della crisi russo-ucraina, ma anche dei cambiamenti climatici, è evidente che la soluzione per venire incontro alle necessità dei Paesi svantaggiati, africani in primis, è quella di una concertazione, nell’ambito del consesso delle nazioni, che tenga conto dell’auspicata New Economy di Papa Francesco.

Occorre certamente un nuovo ordine economico-finanziario che tenga conto dei diritti di tutti a partire dal mercato delle materie prime, delle tecnologie e dei prodotti chiave, scongiurando che alcuni attori internazionali esercitino una leva geopolitica indesiderata a scapito di altri.

Pertanto è oggi più che mai necessaria la convocazione di una conferenza a livello di capi di Stato e di governo, simile a quella di Bretton Woods del 1944, ma anche più inclusiva e rappresentativa, per definire globalmente un nuovo e più giusto sistema monetario, finanziario e commerciale, anche attraverso meccanismi di controllo che tengano a freno, ad esempio, la speculazione selvaggia che inquina i mercati. In effetti, se così fosse, i 54 Paesi indebitati di cui sopra non sarebbero certamente oggi nella condizione in cui versano.

Fonte: L’Osservatore Romano – 21 ottobre 2022

USCIRE DI SCENA È LA PARTE SEMPRE PIÙ DIFFICILE.

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Con la visita di Berlusconi a Giorgia Meloni in via della Scrofa finisce un’epoca. Shakespeare fa dire al suo Tommaso Moro: “Il sole del potere è splendido, ma tramonta a mezzogiorno nel pubblico disprezzo”. Un finale mesto va in scena, così quel teatrino sempre contestato dal vecchio leader di Forza Italia diventa la cornice del suo tramonto politico.

C’è qualcosa di iconico, nella visita recata da Berlusconi a Giorgia Meloni nella sede del suo partito. Anche senza scomodare Gregorio VII, Enrico IV e Matilde di Canossa non c’è dubbio che quella visita simboleggi, insieme, una resa e un passaggio di consegne. Peraltro ulteriormente sottolineati dagli esiti di una trattativa sui posti di governo non propriamente così fruttuosa (né così nobile) per il leader di Forza Italia. 

Il fatto è che la longevità del potere finisce per essere quasi sempre la smentita di ogni sua virtù. Come Shakespeare fa dire al suo Tommaso Moro: “Il sole del potere è splendido, ma tramonta a mezzogiorno nel pubblico disprezzo”. In questo caso, mezzogiorno era già passato da un bel po’ di tempo. Berlusconi a suo modo ha fatto epoca. E anche chi, come il sottoscritto, ne ha contestato molte cose deve pur sempre rendergli l’onore delle armi. Se non altro in ragione delle molte tracce che ha lasciato dietro di sé e che così tante volte hanno finito per suggestionare anche i suoi avversari e nemici. 

Anche per questo avrebbe dovuto immaginare per se stesso un finale meno mesto di quello che infine s’è apparecchiato. Possibilmente evitando di infilarsi in una trattativa ministeriale che sa molto di teatrino della politica per usare uno stilema berlusconiano. Il fatto è che uscire di scena è sempre la parte più difficile. Tanto più per chi si considera un grande attore. Così grande da non essersi mai preparato l’ultima e decisiva battuta della sua lunga recita. Quella dedicata al senso di se stesso.

BERLUSCONI INQUIETANTE, OPINIONE PUBBLICA (ANCHE INTERNAZIONALE) DISORIENTATA: MENO MALE CHE SERGIO C’È

 Il rientro del Cavaliere in Parlamento non poteva essere più chiassoso e maldestro, pare evidente che tutto il trambusto debordato dal suo insediamento in Senato e dalla sua rumorosa discesa in campo non giovino alla compattezza del centro destra e suggeriscano più di una domanda sui futuri step che attendono il Governo. Intanto il Presidente della Repubblica porta avanti le consultazioni al Quirinale e stringe i tempi per conferire l’incarico di formare il nuovo Governo.

La stampa italiana e internazionale ha dato grande risalto all’ennesima esternazione di Berlusconi, questa volta davanti alla platea dei parlamentari di F.I. e si interroga su chi e per quale motivo abbia passato la registrazione dell’audio all’agenzia La Presse che l’ha divulgato facendogli fare il giro del mondo. 

Le parole del Cavaliere pesano come macigni e in molti si sono affrettati a chiedersi se non precludano la presenza di esponenti del partito nella coalizione di Governo, segnatamente evidenziando l’incompatibilità di Tajani al Ministero degli Esteri, visto che mentre Giorgia Meloni ribadiva la linea atlantista e l’appartenenza alla NATO, l’ex premier spiegava ai suoi come sono andate le cose in Ucraina: tutte le colpe sono di Zelensky che aveva aggredito le due repubbliche del Donbass per cui Putin è stato costretto a dare il via all’operazione speciale, “le truppe dovevano entrare in Ucraina, raggiungere Kyiv e in una settimana deporre Zelensky per mettere al suo posto delle persone per bene e di buon senso”… purtroppo l’esercito e il popolo Ucraino hanno resistito all’attacco e le cose sono andate per le lunghe. La faccenda delle persone per bene da insediare a Kyiv era già stata anticipata nel salotto televisivo di Bruno Vespa ma nessuno nel partito si era imbarazzato o preoccupato. Adesso che il teorema esplicativo della guerra in Ucraina è stato ripetuto con ampia trattazione forse qualcuno dei suoi fedelissimi comincia a dubitare sulle reali intenzioni del leader, mentre dall’esterno c’è chi sottolinea la lacerazione del partito e il tormentone della scissione.

Questo siparietto rubato dalle segrete stanze del gruppo parlamentare segue a breve distanza l’episodio dell’uscita dall’aula dei senatori forzisti al momento dell’elezione del Presidente La Russa, il foglietto scritto di suo pugno da Berlusconi con il profilo personologico della Meloni, il braccio di ferro sui Ministeri, la comparazione sul numero ridotto di deputati e senatori rispetto alla Lega mentre l’incontro in Via della Scrofa con la premier in pectore sembra cosa passata, la stessa Meloni pare aver perso la pazienza e tira dritto sui tasselli del Governo che intende presentare al più presto alle Camere e al Paese.

Tuttavia la più recente esternazione del Cavaliere non sembra passata in sordina, lo stesso PPE è stato chiamato a chiarire la sua posizione su alleanze e strategie. Certamente gli applausi registrati nell’audio dei parlamentari forzisti pesano quanto le parole del loro capo e i chiarimenti postumi di qualche singolo onorevole in odore di nomina ministeriale non convincono: sarebbe stato più opportuno tacere visto che ciò che ha detto Berlusconi non può essere smentito se non prendendo le distanze in modo netto, cosa non avvenuta e che rivela una forzatura interpretativa, excusatio non petita, accusatio manifesta. 

Anche la storia della datata amicizia con Putin che lo ritiene il primo dei suoi cinque amici, lo scambio di doni (vodka & lambrusco) e di lettere ‘dolcissime’ rivela equivoci e suscita dubbi che non possono essere spiegati solo con la ‘contestualizzazione’ delle parole. La verità storica dell’aggressione militare della Russia non può essere confutata, la devastazione di città e villaggi, le numerose vittime civili, tra cui donne e bambini, il massacro di un popolo in nome della denazificazione con la benedizione del patriarca Kirill, il regime autarchico del Cremlino che cancella la libertà di stampa e mette in carcere i dissidenti non sono bazzecole che si possano dimenticare.

Il rientro del Cavaliere in Parlamento non poteva essere più chiassoso e maldestro, pare evidente che tutto il trambusto debordato dal suo insediamento in Senato e dalla sua rumorosa discesa in campo non giovino alla compattezza del centro destra e suggeriscano più di una domanda sui futuri step che attendono il Governo: se queste sono le premesse c’è da aspettarsi altre coreografie pirotecniche per il futuro.

La versione secondo cui ci sono due Berlusconi, uno dal carattere forte e dalle esternazioni facili e l’altro che mantiene la barra dritta sulla stabilità e porta la bandiera dei liberali e moderati è un’interpretazione veritiera ma indulgente. L’audio registrato del discorso tenuto ai suoi parlamentari  non può essere rimosso: in un mondo politico grigio e sciatto questi fuochi d’artificio sono forse l’espressione di un declino personale e politico in atto, l’indisponibilità – per un leader con una esperienza comunque internazionale e rilevante – a recitare un ruolo gregario e di secondo piano, cedendo lo scettro della guida e del comando ad una giovane donna.

Lo conferma lo stesso Cavaliere nel suo pistolotto finale: “Oggi purtroppo nel mondo Occidentale non ci sono leader. Non ci sono in Europa e negli Stati Uniti d’America…Posso farvi sorridere? L’unico leader vero sono io”. E giù applausi. Intanto il Presidente della Repubblica porta avanti le consultazioni al Quirinale e stringe i tempi per conferire – nella serata di oggi? – l’incarico di formare il nuovo Governo: meno male che Sergio c’è.

LAICITÀ, L’ULTIMO REGALO DELLA DC.

Basta prendere atto dello storico comportamento dei leader e degli statisti della Democrazia Cristiana per rendersi conto di come i cattolici declinavano con ineccepibile correttezza la laicità dell’azione politica. Contro il laicismo della sinistra massimalista e radicale, e contro anche le tentazioni confessionali e integralistiche di alcuni settori della destra, la “lezione” della Democrazia Cristiana ha rappresentato  un modello di come si può essere testimoni di un fede religiosa e, al contempo, legislatori di uno Stato laico.

Tra le molte eredità positive lasciate dalla Democrazia Cristiana alla politica italiana, c’è indubbiamente il capitolo della laicità. Ovvero, della laicità dell’azione politica e, di conseguenza, della laicità dello Stato. Un elemento decisivo per qualificare la buona politica ma, soprattutto, un tassello fondamentale per evitare ingerenze inopportune e soprattutto per battere alla radice concezioni politiche e culturali lontane se non addirittura alternative ad una corretta laicità dell’azione politica e ad un vero rispetto dello Stato laico. Su questo versante, è appena sufficiente prendere atto dello storico comportamento dei leader e degli statisti della Democrazia Cristiana per rendersi conto di come i cattolici – praticanti ed espressione della cultura cattolico popolare, sociale e democratica – declinavano con ineccepibile correttezza la laicità dell’azione politica, nelle varie scelte legislative, e soprattutto la laicità dello Stato.

Per arrivare all’oggi, non si tratta di avere pregiudizi culturali e pregiudiziali ideologiche sulle convinzioni politiche del nuovo Presidente della Camera come manifesta concretamente la sinistra. Molto più semplicemente, si tratta di prendere atto che la storia, non la caricatura, del cattolicesimo politico italiano è esente da qualsiasi deviazione integralistica e, tantomeno, da qualsiasi ingerenza confessionale. E questo perchè si può manifestare tranquillamente la propria ispirazione religiosa ed etica nella dimensione politica, nel pieno rispetto delle altre culture politiche, degli altri filoni ideali e del principio democratico e costituzionale della laicità. 

Sotto questo profilo l’esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana è un esempio da richiamare. Si trattava, cioè, di una classe dirigente politica che anche di fronte a snodi delicati e fondamentali che emergevano nelle varie fasi storiche per misurare concretamente la laicità dell’azione politica e dello Stato – si pensi solo alla legge sul divorzio, sull’aborto e sulla legislazione sulla famiglia – ha sempre manifestato trasparenza di comportamento e pieno rispetto dei principi costituzionali. E questo, al di là di qualsiasi giudizio politico e culturale su quel partito, è semplicemente un fatto. Politico, culturale e storico. Contro il laicismo della sinistra massimalista e radicale e contro le tentazioni confessionali e integralistiche di alcuni settori della destra – facilmente verificabili come le ultime vicende hanno platealmente confermato – la “lezione”, il “magistero” e lo “stile” degli uomini e delle donne della Democrazia Cristiana rappresentano tuttora un modello di come si può essere testimoni di un fede religiosa e, al contempo, legislatori di uno Stato laico. Certo, anche nella Dc – come tutti sanno – c’erano sensibilità e modalità diverse nel declinare la concreta azione politica. Ma, per citare due soli leader storici della Dc molto diversi tra di loro – penso all’esponente della destra cattolica Oscar Luigi Scalfaro e al leader della sinistra sociale Carlo Donat-Cattin – c’era, però, una perfetta coincidenza di come si doveva rispettare e tradurre la laicità dello Stato e della stessa azione di una politica di ispirazione cristiana.

Ecco perchè le ultime polemiche attorno alle mille dichiarazioni rilasciate dal neo Presidente della Camera prima di essere eletto alla terza carica dello Stato, non rappresentano affatto la storica tradizione dei cattolici impegnati in politica nel nostro paese. Si tratta, seppur legittimamente, di una concezione politica e di una radice culturale del tutto estranea ed esterna alla miglior tradizione del cattolicesimo politico italiano per come si è manifestato nel nostro paese dal secondo dopoguerra in poi. Dopodichè, come ovvio e scontato, abbiamo sempre saputo che esiste una concezione integralistica e neo confessionale nel panorama variegato e pluralistico dell’area cattolica italiana. Ma, com’è altrettanto evidente, non è mai stata maggioritaria nel mondo cattolico nè, tantomeno, nella cultura politica italiana

Forse è giunto anche il momento affinchè i cattolici democratici, popolari e sociali alzino di più la voce non per aizzare polemiche inutili e fuorvianti ma, molto più semplicemente, per chiarire – e per l’ennesima volta – che si può essere tranquillamente credenti e legislatori senza ripristinare vecchi steccati e, soprattutto, senza ledere i convincimenti e le opinioni di ciascun cittadino. Per questo è sufficiente rileggere e far tesoro della storia e della prassi concreta della Dc nel corso degli anni per fugare qualsiasi equivoco e alimentare confusione e caos. Sappiamo che c’è un modello, corretto e trasparente, nel disciplinare il rapporto tra i cattolici e la politica e poi ci sono nicchie ideologiche e tardo integralistiche che la pensano diversamente. Se verranno a galla basta denunciarle sotto il profilo politico e culturale. Senza ingigantirle e senza tanta enfasi.

“OLTRE DIO. IN ASCOLTO DEL MISTERO SENZA NOME”. UN LIBRO PUNTA A LIBERARE IL DIVINO DAL SOVRACCARICO D’IMMAGINI ARCAICHE.

Come indicano gli autori e le autrici di questo libro, la rinuncia definitiva all’immagine di un Dio trascendente, provvidente e personale non comporta di per sé il passaggio all’ateismo. 

Ma cosa possiamo dire rispetto alla realtà divina in cui si vuole continuare a credere, se “credere” ha ancora un senso? E, soprattutto, possiamo dire qualcosa, se è vero che, più di ogni altra parola, “Dio” «nasce dal Silenzio e conduce al Silenzio»? È a questi interrogativi, e a molti altri, che cercano di rispondere le pagine che seguono,  nel segno di una riflessione su un Mistero senza nome che va oltre, immensamente oltre, la nostra capacità di comprenderlo.

Di seguito riproponiamo alcuni stralci della Prefazione di Scquizzato.

 

Paolo Scquizzato

 

“Ognuno di noi si porta dentro una certa immagine di dio, come un marchio impresso a fuoco. È la risposta puntuale alle domande del catechismo, l’abbiamo invocata nei momenti di necessità, celebrata nei nostri culti.

Nell’immaginario collettivo si tratta di un dio maschio, detto anche padre, onnipotente, creatore, che nutre passioni; ad esempio ama, si offende, reagisce, interviene, si pente, perdona, redime, salva, progetta, desidera, plaude, castiga i cattivi premiando i buoni, vede tutto, conosce tutto, anche i segreti più reconditi del cuore.

Tale dio ha il suo domicilio nell’alto dei cieli, gestendo una sorta di cabina di regia; da lassù muove i fili del mondo, tracciando l’orbita degli astri e segnando la sorte delle creature che hanno imparato a chiamare questo suo agire – spesso oscuro e indecifrabile – volontà di Dio.

(…)
Il peccato – trasgressione della norma – lo irrita e l’offende, una sorta di atto di lesa maestà. Per questo è necessario che le sue creature invochino il suo perdono, ma a patto che si mostrino previamente pentite e che la colpa venga poi adeguatamente espiata. Dopo la morte dell’individuo, egli riserverà di certo un futuro alle sue creature: dannazione eterna per i reprobi, beatitudine infinita per i buoni.

(…)
Questo dio noi umani ce lo siamo costruiti tutto sommato recentemente, se è vero che prima della rivoluzione agricola, una decina di millenni fa, l’immagine della divinità era femminile, feconda energia, identificata quasi tout court con la natura.

Ebbene, questo piccolo dio all’uomo e alla donna del XXI secolo pare essere semplicemente inverosimile, e quindi del tutto indifferente. (…) Le antiche risposte, elaborate da una certa teologia nel passato, oggi non dicono più nulla riguardo alle attuali domande di donne e uomini che si sanno parte di un immenso Universo, abitanti di un piccolissimo pianeta alla periferia del cosmo, granello infinitesimale sperduto tra 250 miliardi di galassie.

(…)
Io credo anzitutto che dinanzi alla grande domanda su Dio, si dovrebbe assumere un atteggiamento di grande umiltà, ossia rinunciare alle definizioni e alle cosiddette verità su Dio.

L’uomo e la donna, spiritualmente maturi, sono coloro che sanno di non potersi avvalere di alcuna definizione, di non poter professare nessuna verità apodittica su ciò che viene denominato dio. Sono consapevoli che il rapporto con la divinità è sempre tensione in avanti, mai il godimento di un oggetto, o il raggiungimento di una meta. Sanno che hanno a che fare con la verità senza però possederla; sono consapevoli d’esserne partecipi”.

 

Per saperne di più

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IL QUIRINALE SI FA TEATRO DELLA REGOLAZIONE PER GIUNGERE ALLA NASCITA DEL GOVERNO: PROCEDURA E TEMPI. 

La nota dell’AGI, qui di seguito riprodotta, elenca i passaggi che da domani scandiranno il processo di formazione del nuovo Esecutivo. “Nulla trapela dal Quirinale – spiega l’agenzia di stampa – sulle polemiche seguite […] alle parole di Silvio Berlusconi sulla guerra in Ucraina”. Mattarella, in ogni caso, ha il delicato compito di accertare la corrispondenza tra volontà politiche e conseguenti responsabilità dei partiti della maggioranza, anche in relazione al “personale di governo” che verrà proposto da Giorgia Meloni. I tempi sono stretti, ma non è detto che si proceda a passo di carica. Le ambiguità di Forza Italia, volutamente date in pasto alla pubblica opinione, si rifrangono sulla credibilità dell’operazione che dovrebbe portare alla formazione del primo governo a guida di un’esponente della destra post fascista.

Agenzia Italia

Sergio Mattarella entra ufficialmente in scena e convoca per domani e dopodomani le consultazioni. Completate tutte le procedure istituzionali, eletti presidenti e uffici di presidenza di Camera e Senato, eletti anche i capigruppo parlamentari, il Capo dello Stato si appresta da domani a esercitare le sue funzioni costituzionali. Secondo l’articolo 92 della Carta, infatti, tocca al Presidente nominare “il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. La speranza, ovviamente è quella che il Paese possa avere al più presto un governo in carica: c’è la legge di bilancio da varare, il Pnrr da attuare, la situazione internazionale è infuocata e il costo dell’energia grava su famiglie e imprese.

Domani e dopodomani dunque al Colle saliranno prima i presidenti del Senato Ignazio La Russa e della Camera Lorenzo Fontana, poi via via i gruppi parlamentari dal più piccolo al più grande. Venerdì mattina, per ultima, sarà consultata la delegazione del centrodestra che si presenterà unita. In un unico colloquio saranno ascoltati i rappresentanti di FdI, Lega, Fi, Noi Moderati, Maie.

Nulla trapela dal Quirinale sulle polemiche seguite ieri e oggi alle parole di Silvio Berlusconi sulla guerra in Ucraina, dal Colle si risponde con il silenzio a chi chiede commenti. Ovviamente, come è sempre successo, il Presidente non entra nel dibattito politico e aspetta di conoscere le dichirazioni che faranno i gruppi parlamentari durante le consultazioni.

Concluse le consultazioni, venerdì mattina, il Capo dello Stato trarrà le sue conclusioni e affiderà l’incarico di formare il nuovo governo, e non è un mistero che la candidata è Giorgia Meloni. La quale potrà accettare con riserva e ritagliarsi qualche altra ora per limare le sue proposte di lista dei ministri, oppure potrebbe accettare senza riserva. Una volta accettato l’incarico, la leader di FdI avrà un colloquio con il Capo dello Stato per proporre la sua lista e spiegare a grandi linee il programma cui intende dedicarsi. Se come tutti auspicano non ci saranno criticità, Giorgia Meloni si presenterà alla stampa nella loggia alla Vetrata e leggerà l’elenco dei ministri.

La previsione è che possa fare questo passaggio sabato; se succederà sabato mattina si potrà organizzare la cerimonia di giuramento del nuovo governo già sabato pomeriggio, altrimenti si passerà a domenica mattina. Queste date sono ovviamente ipotetiche e poggiano sulla previsione che non sorgano problemi politici nella maggioranza. Se tutto procederà a passo spedito, nei primi giorni della prossima settimana ci sarà il voto di fiducia prima alla Camera e poi al Senato e il governo potrà cominciare il suo impegno. 

Fonte: Agenzia Italia (AGI) – 19 ottobre 2022.

UNA PROPOSTA DI PROGRAMMA “ELEMENTARE” PER IL NUOVO GOVERNO: IL RIPRISTINO DELLA LEGGE BANCARIA DEL 1936. 

Se i derivati possono essere annullati, liberando i Comuni – come dice la sentenza dell’Alta Corte di Londra – da un fardello pesante e ingiusto, vuol dire che l’azione della Magistratura può spingere verso la “liberazione” da un sistema bancario a sfondo altamente speculativo. Tornare a distinguere tra credito al consumo e credito a lungo termine, finalizzato agli investimenti, varrebbe una rivoluzione nella misura in cui gli istituti finanziari non avrebbero più titolo a mischiare le carte. Come fare? Semplice, basterebbe cancellare la formula della banca universale tornando a una vecchia e tuttavia fondamentale normativa introdotta negli anni ‘30 a seguito del crollo di Wall Strett nel ‘29. In Italia quella disciplina bancaria ha retto, con Carli e la Dc, fino al 1992.

Importante sentenza dell’Alta Corte di Londra per il comune di Venezia: i derivati comprati da Dexia Crediop e INTESA sono nulli e inapplicabili. Con questa sentenza l’amministrazione è legittimata a sospendere i pagamenti dei differenziali futuri a favore delle banche. Considerati gli attuali tassi di interesse, si tratta di un risparmio di circa 30 milioni di euro. Inoltre otterrà la restituzione delle somme versate dalla data di sottoscrizione dei contratti. Una sentenza decisiva per molti altri comuni italiani. Ricorderò che il solo Comune di Torino ha sottoscritto 21 derivati quando sindaco nel 2001 era l’On. Piero Fassino.

L’amico Alessandro Govoni, già CTU del Tribunale di Cremona in materia bancaria e finanziaria, interpellato nel merito, mi ha scritto quanto segue: “Secondo un rapporto della Guardia di Finanza 900 Comuni italiani su 6000, 45 Province su 90, e 12 Regioni su 21, hanno sottoscritto derivati sul tasso come quelli sottoscritti dal Comune di Venezia, che la Corte di Londra ha finalmente sancito che debba essere risarcito di tutte le perdite arrecate e che nulla più deve sui flussi futuri. Tutti questi derivati fatti sottoscrivere agli Enti italiani sono delle truffe perché  riportano un algoritmo nascosto tra le righe del contratto per cui ogni 6 mesi la banca d’affari incassa il tasso (Euribor+spread), mentre il Comune vi è scritto che incassa solo l’Euribor, perdendoci il Comune ogni 6 mesi lo spread  in genere del 2% calcolato sul mutuo sottostante.  In media  i mutui sottoscritti dai Comuni ammontano a 350 milioni di euro, ciò significa che ogni 6 mesi agli Enti locali italiani sono stati prelevati dal conto corrente 7 milioni di euro, dal 2001 ad oggi. I contratti derivati hanno la durata  del mutuo sottostante in genere 30 anni. 

Scrive ancora Govoni: “È necessario che il governo emetta un decreto che imponga ai Sindaci e ai Governatori, i cui Enti hanno sottoscritto derivati, di procedere sia in sede civile che penale, nonché un decreto che autorizzi alla Magistratura italiana di procedere d’ufficio contro le banche d’ affari per dichiarare truffa contrattuale tutti questi derivati che incorporano già una perdita certa alla stipula per l’Ente locale italiano”. E continua: “Si rammenta che tutte queste banche d’affari – Dexia Crediop, Nomura, Morgan Stanley – appartengono ai fondi delle grandi famiglie luterane tedesco orientali Rothshild e Rockfeller. I luterani tedesco orientali pensano che l’uomo non possa essere giudicato dall’uomo, ma solo da Dio, ma poiché sono atei,  pensano che nessuno li possa giudicare in terra, pertanto si sentono liberi di truffare, manipolare, usurare fino ad eliminare fisicamente chi si frappone ai loro interessi. I Rothshild e i Rockfeller, proprietari della IG Farben, che era proprietaria dei campi di sterminio, eliminarono gli ebrei perché gli ebrei avevano scoperto la cura dei tumori biologica nutrizionale che andava contro agli interessi della IG Farben, unica produttrice mondiale di preparati chemioterapici, su cui la IG Farben guadagnava e guadagna ancora oggi con Bayer/BASF, Pzifer 80 volte i suoi costi di produzione, mentre sulla cura dei tumori con terapia biologica nutrizionale i Rothshild  e i Rockfeller non avrebbero guadagnato nulla perché non brevettabile”.

Credo ci sia materia di seria riflessione giuridica, politica e amministrativa; e invece di assistere alle quotidiane schermaglie di una maggioranza già in fibrillazione in vista della formazione del nuovo governo, credo dovrebbero essere questi alcuni dei temi di interesse della politica. Ho scritto più volte sul ruolo svolto dai poteri finanziari degli hedge funds anglo caucasici/kazari, con sede operativa nella city of London e fiscale, a tassazione zero, nello stato USA del Delaware (BlackRock, Bridgewater Associates, Citibank, Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, Pioneer e Vanguard, tutte multinazionali finanziarie luterane tedesco orientali) proponendo alcune idee di politica economica finanziaria riassumibili in una proposta semplicissima: il ritorno alla legge bancaria del 1936, con la riconferma della netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. 

Ci piacerebbe che, nel programma che Giorgia Meloni esporrà alle Camere appena sarà incaricata per formare il nuovo governo, assumesse questo impegno, ossia quello della riproposizione di una legge voluta dal suo mentore di formazione giovanile, il Duce, che, sollecitato dal fidato Alberto Beneduce, volle quella legge bancaria che la DC, con Guido Carli, difese sino al 1992. Senza quella riforma che, vista la grande maggioranza parlamentare potrebbe essere varata facilmente con una legge ordinaria, ogni altro progetto per dare risposte alla crisi economica e sociale italiana risulterà una velleitaria indicazione propagandistica. E sarebbe anche un’ottima cartina di tornasole per valutare il grado di condizionamento dei poteri finanziari citati sui diversi partiti e parlamentari italiani.

CICLISMO: CI VUOLE PIÙ PISTA. ROMA È LA CITTÀ CHE PUÒ FARE LA DIFFERENZA RICOSTRUENDO IL VELODROMO DELL’EUR.

E’ da troppo tempo che il ciclismo su pista nel nostro paese viene discriminato. Serve porre rimedio a questo degrado sportivo al più presto. Sarebbe bello se Roma raccogliesse la sfida.

C’è un’Italia che pedala e conquista successi in serie. Basti pensare al record dell’ora di Filippo Ganna ed ai 4 ori e 3 argenti conquistati nei Mondiali di ciclismo su pista appena conclusi. Ma “il paradosso, clamoroso, sta nel fatto che pur essendo diventati un Paese di riferimento nel ciclismo su pista non abbiamo un impianto coperto di utilizzo generale”, spiega Silvio Martinello, cinque volte campione del mondo e quattro volte vincitore della Sei giorni di Milano.

Non è possibile che uno sport così nobile debba sempre fare i conti con la carenza di strutture, che nel nostro paese, riguarda tutto ciò che non è il calcio. Abbiamo una nuova generazione di campioni da far crescere e non sappiamo dove farlo. Molti sono i progetti avviati e non conclusi; la federazione lombarda si è già attivata da tempo per recuperare il velodromo di Montichiari (unico al chiuso). Per tale progetto saranno destinati due milioni di euro stanziati dalla regione Lombardia e 4 milioni del PNRR. Un velodromo che nell’idea della federazione dovrà diventerà un’eccellenza, un centro sia di preparazione olimpica che giovanile ma che oggi versa nel degrado e che rimane aperto solo per gli azzurri.

Ma, se anche fosse sistemato in tempi velocissimi, un solo impianto non basterebbe sicuramente. Bisognerà avere più poli dove poter concentrare lo sviluppo di questo sport. E quale città potrebbe essere meglio di Roma, nel centro Italia, per ridare forza alla pista? Anche perché Roma è l’unica capitale senza velodromo. In realtà già esisteva un anello olimpico (disegnato da Cesare Ligini a fine anni ’50 e destinato a ospitare i Giochi del 1960) ma è stato fatto brillare nel 2008. Al suo posto ora troviamo un bel buco.

Non sarebbe male se il Sindaco Gualtieri ripartisse da qui per dare nuova vita alla pista. Sarebbe un segnale importante per i cittadini dell’Eur e per la nazione. La realizzazione potrebbe essere eseguita anche grazie alla delibera votata il 13 ottobre scorso, finalizzata al rafforzamento patrimoniale e finanziario di Eur S.p.a., mediante aumento di capitale sociale pari a 93 milioni di euro. Non si può permettere che anche quest’area subisca la triste fine dello Stadio Flaminio, della Vela di Calatrava a Tor Vergata e delle torri di Cesare Ligini, medesimo architetto progettista del Velodromo, che si stagliano ancora disarmate e fatiscenti davanti al lago dell’Eur.

LA GUERRA IN UCRAINA HA MESSO IL CAUCASO RUSSO IN GINOCCHIO. LA NOTA DI ASIANEWS.

Pesano le sanzioni e la mobilitazione militare. Nella “Ciscaucasia” le imprese hanno perso fino al 90% del fatturato. Redditi consumati dall’inflazione. I proventi dalla vendita delle risorse energetiche basteranno per un anno. Difficile il governo centrale possa fare concessioni finanziarie alla periferia.

Vladimir Rozanskij

Tutta l’economia russa sta subendo in misura sempre più massiccia le conseguenze della guerra in Ucraina, ma a soffrire maggiormente tra le regioni della Federazione sono quelle del Caucaso settentrionale. Il blocco quasi totale delle importazioni, il rallentamento delle attività lavorative in ogni campo, la netta diminuzione delle spese dei cittadini e della produzione locale, l’emigrazione di massa dei rappresentanti della classe media e la morte al fronte di migliaia di uomini in età lavorativa: sono soltanto alcuni dei fattori che stanno mettendo in ginocchio tutto il sistema di vita dei russi e dei caucasici.

Se nella Russia in generale il crollo economico non ha intaccato ancora del tutto il tenore medio di vita dei cittadini, nelle repubbliche caucasiche della Cecenia, Inguscezia, Daghestan, Calmucchia, Ossezia del nord, Kabardino-Balkaria e Russia meridionale, la zona definita “Ciscaucasia”, le conseguenze si fanno già sentire in modo più acuto. Tra gennaio e agosto solo nel Daghestan le imprese hanno perso quasi il 90% del fatturato. Nella regione di Stavropol il commercio all’ingrosso è sceso di oltre il 91% (del 30% quello al dettaglio); in Ossezia è calato del 72%.

In tutta la regione sono aumentati spaventosamente i prezzi dei prodotti (tra il 15 e il 40%) e l’inflazione galoppante ha consumato i redditi della popolazione, come confermano i dati statistici dell’istituto Rosstat. Le repubbliche caucasiche dipendono molto dai trasferimenti economici dal centro della Russia, come ricorda la professoressa Natalia Zubarevič, specialista di economia all’università Mgu di Mosca: “I finanziamenti governativi sono aumentati in tutte le regioni, in maniera diversificata, senza poter colmare i buchi creati dal contesto bellico, e la mobilitazione delle ultime settimane avrà conseguenze sempre più catastrofiche per le entrate delle amministrazioni locali, e in generale delle famiglie”.

Un altro dato preoccupante è  la crescita del debito pubblico, che mediamente nei soggetti federali russi è intorno al 5%, mentre in Ciscaucasia supera il 20%. Lo Stato centrale sarà sempre meno in grado di assistere le regioni, soprattutto con il progressivo embargo occidentale sul gas e il petrolio, che è anche un “auto-embargo”, come osserva il politologo Sergej Žavoronkov della fondazione “Missione liberale”, secondo il quale “i mezzi per mantenere un livello sufficiente di benessere collettivo basteranno al massimo per un anno”.

Come fanno notare molti esperti, le sanzioni energetiche per ora non si fanno molto sentire a causa degli alti prezzi della risorse, ma questo fattore è destinato a cambiare in fretta nei prossimi mesi, e da dicembre la Russia potrà vendere solo ai partner asiatici e dei Paesi meno abbienti, a prezzi molto più bassi degli attuali, e anche di quelli precedenti. Gli effetti economici della mobilitazione sono difficilmente quantificabili al momento, ma le statistiche cominceranno presto a calcolarli. Forse soltanto le entrate dai lavori agricoli potranno crescere, grazie ai prezzi alti degli alimentari e all’aumento della domanda per il calo delle importazioni.

Mosca sarà costretta a mantenere i finanziamenti alle regioni caucasiche, dovendo comprare la loro lealtà ed evitare i sentimenti separatisti sempre più diffusi, e non sarà facile se gli sviluppi della guerra si faranno ancora più drammatici, con l’eventuale uso di armi atomiche e la condanna internazionale della Russia come Paese terrorista, a causa delle stragi e delle distruzioni delle centrali energetiche, per lasciare gli ucraini al freddo e al gelo.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/La-guerra-in-Ucraina-ha-messo-il-Caucaso-russo-in-ginocchio-56909.htm

La spedizione dei 22, dall’Italia all’Everest nel segno della scienza. Il progetto supportato e seguito dall’agenzia ‘Dire’

Gli ambienti difficili producono una serie di adattamenti fisiologici che possono alterare la composizione corporea e le stesse prestazioni fisiche. L’alta quota, in particolare, può essere considerata un ‘laboratorio’ naturale per studiare tali adattamenti, in relazione all’altitudine e quindi ad una minore disponibilità di ossigeno. È noto che l’alta quota abbia effetti negativi sulle persone che normalmente vivono a livello del mare, tanto che l’esposizione ad ipossia ipobarica può avere ripercussioni negative, ma fortunatamente reversibili, su diversi aspetti della fisiologia umana che spaziano dalla fertilità alla struttura e funzione muscolare, alla funzione respiratoria e cardiovascolare alla composizione corporea ed ematica, nonché all’alterazione del sonno.
Per indagare questi aspetti e fare un confronto delle risposte fisiologiche adattattive, tra le popolazioni caucasiche e quelle dei nativi nepalesi di differenti etnie compresa quella degli Sherpa, sta per partire il Progetto Internazionale dal titolo ‘Lobuje Peak-Pyramid: Exploration & Physiology 2022’ che impegnerà, dal 20 ottobre all’8 novembre 2022, un gruppo di 22 italiani, uomini e donne, di età compresa tra i 20 e i 60 anni, e che è seguito e supportato dall’agenzia Dire. Il gruppo dei 22, dopo un anno di preparazione fisica e mentale, sfideranno i loro limiti, vinceranno resistenze e paure ataviche per arrivare alla base dell’Everest presso la Piramide di Desio, osservatorio e laboratorio internazionale a 5000 m di quota.

Obiettivi
Rilevare, registrare e studiare, durante le varie tappe del viaggio, i parametri fisiologici e clinici, le performance fisiche individuali e l’impatto psicologico che un viaggio del genere può avere su sportivi a livello non agonistico. Sarà questa una vera spedizione scientifica dal carattere squisitamente ‘ecologico’.

La spedizione ‘Lobuje Peak-Pyramid: Exploration & Physiology 2022’, per quanto riguarda spostamenti, vitto e alloggio durante il trekking, sarà coadiuvata dall’Agenzia nepalese Going Nepal Pvt Ltd / Going Nepal Adventure e dal suo Direttore Liladhar Bhandari. L’organizzazione della fase scientifica a Kathmandu si avvarrà del supporto del centro ‘Omkaar Polyclinic Medical Diagnostic and Therapeutic Center’ diretta dal Dr. Suwas Bhandari. Quanto alla sperimentazione presso il Laboratorio Piramide, il progetto avrà come sostegno la competenza, l’esperienza e la disponibilità del Dr. Agostino Da Polenza, Segretario Generale per il Coordinamento di EvK2Minoprio e del Ricercatore alpinista Gian Pietro Verza che si occupa del sistema di monitoraggio climatico della Piramide.

Le tappe fino a toccare l’Everest
I partecipanti partiranno da Kathmandu per arrivare a Lukla (2840 metri) con un volo interno.
Di seguito arriveranno a Phakding e via fino a Namche Bazaar (3446 metri) dove è prevista una sosta di due giorni per favorire l’acclimatamento del gruppo. Si riprenderà la scalata fino a Tengboche (3867 metri) e ancora su a Dgboche (4343 metri) per arrivare ai 5mila metri di Lobuche dove è situata la Piramide di Ricerca di EV-K2 Minoprio. Si salirà ancora, ma sempre in progressione per evitare il ‘mal di montagna’, arrivando al Passo Cho La (5420 metri). Dalla Piramide laboratorio verranno effettuate delle escursioni verso il Campo Base Everest a 5384 metri e verso il Kala Patthar, in hindi e nepalese ‘pietra nera’, altura sotto la spaventosa parete sud del Pumori (7.161 m). Un gruppo di 4 alpinisti, del gruppo dei 22, capitanato da Gaetano Di Blasio, tenterà, nei giorni di permanenza in Piramide, la salita del Lobuje Peak di 6.119 m tra le montagne mozzafiato dell’alto Khumbu.

Lo studio coinvolge 12 atenei italiani ed esteri, oltre a 7 centri di ricerca internazionali i risultati di questa sperimentazione saranno presentati a congressi nazionali ed internazionali e confluiranno nella pubblicazione di articoli di rilievo mondiale. L’ideatore del progetto nonché Principal Investigator è il professor Vittore Verratti, professore dell’università degli studi ‘G. D’Annunzio’ Chieti-Pescara che ricoprirà il ruolo di Ateneo Capofila nel progetto scientifico.

Test in alta quota nel laboratorio Piramide Di Ev-K2minoprio

Sono nove in totale gli ambiti di ricerca che coinvolgeranno i docenti delle università e centri di ricerca interessati da questo progetto. Gli scienziati, suddivisi in diverse aree tematiche di studio, andranno ad indagare, attraverso l’analisi di campioni di sangue, saliva, urina, feci e sperma, nonché a mezzo di vari test di valutazione funzionale, la capacità adattativa umana e le risposte fisiologiche che si manifesteranno in alta quota. Per i test, sarà utilizzata la strumentazione di dotazione della spedizione nonché quella presente all’interno del Laboratorio-Osservatorio Internazionale Piramide, base scientifica gestita da EV-K2Minoprio, situata a Lobuche, nel Distretto di Solukhumbu, in Nepal, sul versante meridionale del monte Everest ad un’altitudine di 5000 metri. Un luogo di alto profilo dove possono accedere solo pochi gruppi composti da scienziati internazionali e che sviluppano progetti approvati dal governo nepalese.

Il team di lavoro
Questo tipo di indagine ovviamente richiede il lavoro corale con esperti nelle diverse aree della salute e che si interessano di fertilità, epigenetica, endocrinologia, salute orale, respirazione & sonno, metabolismo, impatto fisiologico-muscolare e nutrizionale, cardiovascolare e respiratorio, neurologico, psicologico e infiammatorio. A seguire il team anche esperti in suolo, geologia e climatologia.

I collegamenti dal campo base online su FB

Quanto incideranno sui partecipanti le condizioni climatiche? E le simpatie e antipatie? Un’alimentazione diversa potrà incidere sull’umore? E la lontananza dagli affetti e la scarsa possibilità di connettersi quanto proverà i partecipanti? Qualcuno abbandonerà?

“Il progetto nato dal precedente studio ‘Kanchenjunga: Exploration & Physiology 2019’- spiega il professor Vittore Verratti del Dipartimento di Scienze Psicologiche, della Salute e del Territorio dell’università ‘G.D’Annunzio-Chieti-Pescara’ nonchè ‘Principal Investigator’ dello studio- ha come protagonisti 13 uomini e 9 donne di nazionalità italiana di età comprese tra i 20 e i 60 anni, sportivi sì ma non a livello agonistico e accumunati sicuramente dall’amore per la montagna. Sarà questa una vera spedizione scientifica dal carattere squisitamente ‘ecologico’. Intendiamo studiare – prosegue Verratti- le risposte adattative del corpo umano all’alta quota, tenendo in considerazione la ‘differenza di genere’, l’età e l’appartenenza a diverse etnie. Con particolare attenzione cercheremo di indagare le differenze fisiologiche tra coloro che vivono stabilmente in alta quota e coloro che vivono in bassa quota, cercando di studiare, nello specifico, come lo spostamento degli uni e degli altri, rispettivamente a bassa ed alta quota, possa favorire modificazioni nell’assetto fisiologico umano”.

“Abbiamo consigliato ad ogni partecipante un protocollo di allenamento al fine di aumentare la capacità polmonare e la resistenza muscolare. L’obiettivo- precisa invece Gaetano Di Blasio, Presidente del Collegio Regionale D’Abruzzo Guide Speleologiche che guiderà sotto il profilo tecnico la spedizione- è evitare il ‘mal di montagna’ che si traduce in pratica in un mal di testa pulsante e che può degenerare, se non curata, in edema cerebrale oppure in un edema polmonare, condizioni gravissime, che meritano cure ospedaliere. In ogni caso l’alta quota, anche per le persone più allenate, è sempre un punto interrogativo. Una volta che la persona ha raggiunto l”acclimatamento’, il livello ideale tra ossigeno ed emoglobina, si può raggiungere la massima performance fisica. Anche se questo è un trek noto, la somma dei vari dislivelli del percorso è pari a 8mila metri. Il gruppo dovrà dare il massimo e dovrà essere in grado di reggere lo stress sia fisico che mentale. Sarà compito della parte medica e tecnica fare in modo che le persone, a 5mila metri di altitudine, siano perfettamente in salute”.

“Più che un viaggio è una sfida personale” spiega infine Federica Romano, avvocato a Roma e maratoneta, che sarà impegnata nella scalata “credo di essere l’interprete del sentimento di tutte le donne e gli uomini che parteciperanno con me a questa spedizione. Un vero e proprio sogno per chi ama la montagna. Ma oltre alla passione- precisa la Romano- ci vuole una adeguata preparazione fisica e uno stato di salute ottimale visto che si tratta di un viaggio dal duplice obiettivo: sportivo ma soprattutto scientifico”.

LA DESTRA AVANZA, ANZI SI FERMA, ADDIRITTURA CAPITOMBOLA ALL’INDIETRO: IL (FUTURO) GOVERNO PENCOLA NEL VUOTO.

Le uscite di Berlusconi possono anche apparire bislacche, ma danno il segno di una slabbratura seria della maggioranza. Cosa si nasconde dietro le scompostezze e le ambiguità? 

“La posizione di Forza Italia e del presidente Silvio Berlusconi rispetto al conflitto ucraino e alle responsabilità russe, è conosciuta da tutti, è in linea con la posizione dell’Europa e degli Stati Uniti, ribadita in più e più occasioni pubbliche. Non esistono né sono mai esistiti margini di ambiguità”. Questa la smentita, giunta in serata, alle parole del leader azzurro su Putin e la guerra. È l’ennesimo pasticcio, se non l’ultima provocazione, che viene a complicare l’iniziativa della Meloni in vista delle imminenti consultazioni al Quirinale. Tutto sembrava risolto e tutto s’ingarbuglia di nuovo.

L’uscita berlusconiana giunge a ridosso della visita di Macron a Mattarella e a Papa Francesco. Il Presidente francese, in difficoltà all’interno per gli scioperi e le proteste di piazza come ai tempi dei Gilet jaunes, cerca di riannodare i fili di una iniziativa di pace che arrechi beneficio in prossimità dell’inverno all’opera di stabilizzazione energetica e quindi al rilancio dell’economia. Gli “sproloqui” di Berlusconi, in questa ottica di realpolitik, possono tornare utili, allora, se corrispondenti a una possibilità di ripresa dei colloqui con Putin. Ciò non giustifica la stravaganza della sortita del Cavaliere, semmai aiuta a capire quanto le turbolenze del centro-destra intersechino vicende più complesse, non relative al solo gioco del toto-ministri.

Ora, fino a che punto Berlusconi è deciso a tirare la corda? E quale rischio corre la Meloni nella sue veste di Presidente del Consiglio in pectore? Può accadere, in definitiva, che Mattarella sia costretto a registrare la sostanziale disomogeneità del centro-destra sui punti in agenda, tanto da escludere la formalizzazione dell’incarico alla leader di Fratelli d’Italia? Ogni interrogativo di questo tipo passa per una lucida comprensione dei fatti, al di là delle buone intenzioni. In realtà, il centro-destra muove comunque dall’interesse a tesaurizzare la vittoria del 25 settembre. Sta di fatto, però, che in Europa e negli USA cresce la preoccupazione per il passaggio insidioso da Draghi a un governo neo-conservatore e sovranista. Berlusconi non può ignorare che duri contraccolpi potrebbero interessare le attività della famiglia, specie sul fronte Mediaset. Per questo, a scanso di guai, prova a buttare la palla in tribuna…

LE AMBIGUITÀ ISTITUZIONALIZZATE DEL PD POSSONO APRIRE LA STRADA ALLA PERENNE EGEMONIA DELLA DESTRA.

Il Mulino analizza le contraddizioni della sinistra. Dopo le elezioni del 25 settembre molti sostenitori del Pd hanno dovuto riconoscere il fallimento dell’ambizioso progetto riformista e l’apertura di una nuova difficile fase della politica nazionale, con probabili influenze negative anche sull’avvenire dell’Unione europea. Il rischio, a questo punto, è che la Destra possa blu darsi nel suo primato.

 

Il Mulino è la rivista che commenta dal loro inizio le vicende che hanno caratterizzato il declino della Repubblica dei partiti, vicende caratterizzate dalla centralità politica della Dc e del Parlamento, e poi dalla svolta impressa da Prodi e dall’Ulivo alla politica nazionale con il consolidarsi di questa svolta politica nel Partito democratico di Veltroni. 

Di questo positivo rapporto tra il Mulino e il Pd sono state testimonianza la direzione della rivista da parte di alcuni tra i più autorevoli sostenitori del Partito democratico (Salvati, Vassallo), i quali dopo le elezioni del 25 settembre hanno dovuto riconoscere il fallimento di quell’ambizioso progetto e l’apertura di una nuova difficile fase della politica nazionale, con probabili influenze negative anche sull’avvenire dell’Unione europea.

Per diverse ragioni è pertanto interessante leggere un contributo scritto sempre per Il Mulino da Andrea Ruggeri, un giovane ricercatore che affronta con grande pragmatismo le ragioni della crisi – non solo elettorale – del Pd e la riferisce senza incertezze al fatto di “avere istituzionalizzato le sue ambiguità per non affrontare i propri conflitti interni” (quelli nascosti della fusione a freddo tra ex Dc ed exPci) costringendosi così nella gabbia di un modello politico caratterizzato dalla radicalizzazione delle posizioni più che da una “precisa linea politica”, e dalla messa in ombra di differenze che in questa fase potrebbero essere una ricchezza; specie per un partito che affida il dibattito ad un’assemblea nazionale di alcune centinaia di “dirigenti”, che si riferiscono però alle scelte politiche di un leader che – per Statuto – dovrebbe essere eletto con elezioni primarie. Che “non possono essere la scorciatoia per risolvere decisioni e possibili conflitti di “chi” e “come si decide”.

E continua: “Non si fanno politiche attraverso le primarie ma attraverso lo studio, la discussione…il coraggio delle scelte di una Segreteria che svolga il ruolo di governo ombra sulle questioni centrali, in alternativa alla destra…con una Direzione ridimensionata…e rilanciando i circoli come luogo di partecipazione”. Questa la riflessione conclusiva: “Il Pd ha istituzionalizzato le sue ambiguità (io ho twittato: come un cane, si morde la coda) per non affrontare i propri conflitti, ma così rischia di costringere non solo se stesso ma l’intero sistema politico alla perenne egemonia della destra”.

 

[Il testo, in origine, è stato pubblicato su Fb]

PERCHÉ ALLA MELONI SAREBBE CONVENUTO ANDARE DA SOLA DA MATTARELLA. BERLUSCONI PERMETTENDO…

Avremmo avuto un segno positivo se la Meloni avesse deciso di andare da sola al Quirinale prendendo su di sé oneri e onori, a prescindere dal risultato finale. Comunque dobbiamo avere ben chiaro che i partiti non sempre lavorano per il bene comune rappresentato dalle donne che scelgono la politica quale terreno per la propria affermazione.   

Dopo aver soggiogato il leader di Forza Italia nella scelta dei Presidenti di Senato della Repubblica e Camera dei Deputati, Giorgia Meloni si accinge ad affrontare il colloquio con Mattarella per l’incarico a Presidente del Consiglio. Ma parte già con uno svantaggio. Al Quirinale si saranno fatti due conti, visti i diverbi nella maggioranza con l’ultima sortita di Berlusconi nella serata di ieri, e avranno cercato una soluzione nel caso non ci fosse il voto a maggioranza nel Parlamento, quando Meloni si presenterà per il voto di fiducia. Non è proprio un’iniezione di fiducia per questo primo leader donna, ma neanche si può parlare di una sfiducia precostituita; piuttosto al Quirinale hanno al primo posto la tutela delle Istituzioni, in questo caso il Governo. Quindi, una soluzione diversa per dare comunque un Governo al Paese va pensata. 

La Meloni tuttavia affronta la “questione alleati” con la dovuta prudenza. Poiché ci si è presentati insieme agli elettori, pur avendo dedicato non pochi giorni alla scelta oculata dei collegi elettorali dove presentarsi, è certamente logico andare insieme da Mattarella, ciascuno con le proprie identità. Qui però la convenienza politica, insieme al peso politico, potrebbe far giocare alla Meloni un ruolo diverso. Una prima osservazione è sul fatto di essere donna. Se fosse stato un uomo, l’opinione pubblica non avrebbe trovato nulla di contrario a che si presentasse da solo, poiché avrebbe considerato la coalizione elettorale per quello che è: un modo per vincere con la legge elettorale vigente il maggior numero di seggi disponibile. 

Qui invece la si vuole fare difficile. La premier in pectore va accompagnata dalla coalizione tutta in modo da rappresentare al Presidente Mattarella quella unità di intenti e visioni del Paese, che era nelle premesse della coalizione elettorale. Ma la comunità di intenti e visioni non è obiettivamente avvenuta, perché questo passaggio politico non si è ancora verificato e, semmai, avverrà nel momento stesso della composizione del Governo, quando i programmi e le azioni che si vogliono intraprendere saranno chiari.  Da una parte la convenienza politica del presentarsi insieme, che giova ai piccoli e non ai grandi, e che ha l’indubbio effetto di far sembrare la Meloni accompagnata dalla sua “corte di consiglieri” al pari di una Regina e non di una Statista quale si appresta ad essere, almeno per le sue ambizioni e speranze.  

Dall’altra, il far sembrare questo primo leader donna con la necessità di “essere accompagnata” dai più esperti soci uomini nella gestione dei rapporti istituzionali. Questa deminutio di certo involontaria – ma non è da escludere una certa premeditazione – non solo si riverbera sulla figura politica del primo leader donna di un partito di maggioranza nel Paese, ma ha anche l’effetto di non voler riconoscere alle donne in politica quella autonomia di giudizio, forza morale e autorevolezza che sono le caratteristiche positive di un leader politico. Atteggiamento diffuso anche a Londra, se lo ritroviamo per la premier Truss, leader traballante dopo solo un mese di Governo. 

E allora se siamo pronti a sostenere pubblicamente la posizione delle donne e a lottare per ogni possibile pensiero, azione, atteggiamento che sia in qualche modo portatore di discriminazione (vedi il recentissimo caso della pallavolista Egonu), e questa discriminazione si sostanzi sempre in un disvalore della figura femminile, avremmo avuto un segno positivo in tal senso se la Meloni avesse deciso di andare da sola al Quirinale prendendo su di sé oneri e onori, a prescindere dal risultato finale, incarico ottenuto o respinto che sia, e avendo noi tutti ben chiaro però che i partiti non sempre lavorano per il bene comune rappresentato dalle donne che scelgono la politica quale terreno per la propria affermazione. 

PARTECIPAZIONE, UNA PRIORITÀ POLITICA. AVANZA LA PREPARAZIONE DEL CONVEGNO DI C3DEM SULLA DEMOCRAZIA.

Il prossimo 26 novembre, a Milano, la “Rete dei cattolici democratici” C3Dem (Costituzione, Concilio, Cittadinanza)    terrà un convegno sul futuro della democrazia. In vista dell’appuntamento, l’associazione mette in rete i vari contributi dei partecipanti. Di seguito riportiamo l’intervento del Coordinatore Demos di Milano.

Pier Vito Antoniazzi

Bene ha fatto C3Dem ad aprire un dibattito sulla democrazia. Essa soffre infatti in Italia (ma non solo) di sempre maggiore disaffezione popolare, di distanza tra governanti e governati. La mia convinzione è che il tema sia eminentemente politico. Deriva infatti dalla crisi di credibilità dei partiti (che ha avuto il suo primo picco con “tangentopoli”) ma soprattutto non è affrontato politicamente dai partiti che lo sottovalutano.

Per brevità affronterò solo due fenomeni che sono indicatori del calo di partecipazione e del disinteresse dei partiti ad affrontarlo: l’astensionismo ed il non funzionamento del decentramento. Che l’astensionismo sia connesso alla crisi dei partiti lo dimostrano i dati. Nel 1992 l’astensionismo elettorale era al 12% (come noto gli arresti iniziarono il giorno dopo il voto), nel 2001 già al 18%, 23% nel 2008, 25% nel 2013, 28% nel 2018, 36% oggi (ma nelle europee 2019 e nelle amministrative 2021 eravamo al 45%).

I partiti non se ne interessano. Sembra che condividano il pensiero di un politologo statunitense “la democrazia è chi vota”. Come a dire chi c’è, c’è …chi non c’è fatti suoi. Come se un elettorato più ridotto fosse più affine e più facilmente orientabile. Peccato che l’art.3 della costituzione reciti “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E tra l’altro secondo molti ricercatori il fattore sociale (la povertà) è il fattore primo (sia perché problema più pressante sia per la disillusione sulla possibilità della politica di darvi una risposta) di distanza dalla partecipazione. Ma esistono anche ostacoli fisiologici e tecnici all’astensionismo (oltre allo scandalo della negazione di cittadinanza ai nuovi italiani con background migratorio).

Il governo Draghi ha costituito una commissione tecnica per studiare il fenomeno e fornire proposte, presieduta da Franco Bassanini, che il 14 aprile 22 ha presentato la relazione finale dal titolo “per la partecipazione dei cittadini. Come ridurre l’astensionismo e agevolare il voto”.

Tra le proposte la introduzione dell”election pass” (per risolvere il problema dei fuori sede che incide significativamente). Capisco che lo scioglimento delle camere abbia derubricato la discussione parlamentare ma la totale assenza di dibattito politico sul tema e le proposte, anche in campagna elettorale, mi conferma il disinteresse quasi fisiologico di tutti i partiti.

Se il tema non è riconosciuto, discusso, vuol dire che non si esprime volontà politica di affrontarlo e combatterlo. Una vicenda analoga di assenza di volontà politica si esprime sul tema del decentramento istituzionale. Da quando Giuseppe Dossetti nel suo programma di Sindaco a Bologna (sconfitto da Giuseppe Dozza nel 1956) introdusse i consigli di quartiere (che poi Dozza realizzò anche con il suo voto), il tema del decentramento nelle città ha sfondato.

Però la sua attuazione non ha dato i risultati di partecipazione che ci si attendeva. Ed è stato un problema, ancora una volta di volontà politica. Si è costruito un insieme di statuti e regolamenti sul modello parlamentare ma non si è decentrato nessun potere ne si è dato ascolto ai territori. Addirittura siamo al paradosso (parlo di Milano che conosco meglio) che i Presidenti di Zona dei primi anni 70 (nominati dal sindaco e non eletti, con coinvolgimento di tutto l’arco costituzionale, compreso il PCI allora all’opposizione) contavano di più degli attuali Presidenti di municipio eletti.

Perché? Perché in una Milano in grande trasformazione, con case, scuole, strade da costruire, il sindaco ascoltava quasi settimanalmente i Presidenti, che avevano dietro un fenomeno partecipativo che erano i comitati da quartieri.

La politica deve decidere cosa fare dei municipi. O delega almeno una parte di gestione oppure rischiano di divenire lo sportello dei reclami. Lo sportello aperto ai cittadini sarebbe cosa utile, ma se qualcuno l’ascolta, se la loro voce è perlomeno ascoltata dal sindaco.

La riduzione dei consigli territoriali a parlamentini, a luoghi dove si gioca una politica recitata, distante dalla gente (ho visto consigli di zona votare mozioni sulla Palestina!), dove si allevano quadri politici ad una politica di schieramento più che costruttiva, non serve a nulla se non mantenere un po di attivisti per i partiti.

 Sono convinto che la partecipazione sia oggi il più grande problema che ha la democrazia. Deve divenire la priorità di ogni forza politica. Se non si esprime in fatti concreti (che discendono da una visione culturale), se non c’è una forte volontà politica, sarà problematico costruire un allargamento della democrazia e sperimentare (sul lavoro, sul territorio) nuove forme di responsabilità verso il futuro, i giovani,l’ambiente.

 

Per saperne di più

https://www.c3dem.it

LE MOLTE FACCE DELLA POVERTÀ NEL 21° RAPPORTO DELLA CARITAS.

Dovrebbe essere utile all’agenda politica del nascente Governo e del nuovo Parlamento il 21° Rapporto della Caritas italiana sulla povertà in Italia, presentato il 17 ottobre u.s. sulla base dei dati raccolti dai circa 2800 “centri di ascolto” del Paese. In attesa del 56° Rapporto CENSIS, l’elaborazione delle evidenze da parte del più importante organismo di assistenza delle persone indigenti costituisce un documento utile per conoscere, analizzare, comprendere e intervenire sul crescente disagio che i riflessi e le ricadute della pandemia, della guerra in Ucraina, della ripresa dell’inflazione, dell’incombente recessione e del gap sempre più divaricato in tema di disuguaglianze sociali stanno vistosamente accelerando.

I dati sono eloquenti e significativi, presentando i molteplici aspetti della povertà che ormai interessano e coinvolgono 1 milione 960 mila famiglie, pari a 5.571.000 persone (il 9,4% della popolazione).

Lo studio di Caritas Italia comprende inoltre un’indagine comparativa transnazionale condotta complessivamente in 10 paesi europei, congiuntamente a Caritas Europa e Don Bosco International, sul tema della transizione scuola-lavoro per i giovani che vivono in famiglie in difficoltà, mettendo al centro delle conseguenti riflessioni le politiche di lotta alla povertà, utilmente declinabili per chi dovrà porre mano alla gestione del Pnrr e al Programma europeo Next generation. I dati esposti dalla Caritas presentano dunque uno spaccato sulle facce della povertà del nostro tempo.

Nel 2021 nei centri di ascolto le persone incontrate e supportate sono state 227.566, con un più 7,7% rispetto al 2020, e un correlato incremento delle persone provenienti da altri Paesi (il 55% del totale ma fino al 65,7% e al 61,2%, rispettivamente nel Nord-Ovest e nel Nord-Est, mentre nel Sud e nelle isole prevalgono gli assistiti di cittadinanza italiana pari rispettivamente al 68,3% e al 74,2% dell’utenza) e con margini di oscillazione fluttuanti dentro e fuori dalla condizione di bisogno. Quasi paritetico il rapporto tra uomini (50,9%)  e donne (49,1%) mentre l’età media dei beneficiari si attesta a 45,8 anni.

Significativo il dato delle persone senza dimora assistite: 23.976 in totale, corrispondente al 16,2% dell’utenza, concentrate per quasi la metà nelle regioni del Nord, dove il divario tra agiatezza e povertà estrema si fa più marcato. Cresce la correlazione tra stato di deprivazione e bassi livelli di istruzione: chi ha la licenza media passa dal 57,1% al 69,7%, comprese le persone analfabete o con la sola licenza elementare, mentre nelle isole e al Sud si contano l’84,7% e il 75%, con prevalenza di cittadini italiani.

Altrettanto eloquente il dato innervato nella situazione di chi ha un lavoro e di chi invece è senza: l’evidenza pertiene le ricadute delle fragilità in epoca di pandemia, così i disoccupati incrementano dal 41% al 47,1 mentre di converso gli occupati scendono dal 25% al 23,6%. Tra le cause delle povertà latenti o emergenti si devono considerare nell’ordine le condizioni economiche, la carenza lavorativa e abitativa, le problematiche familiari come le separazioni, i divorzi, i conflitti di coppia, infine la salute e i flussi migratori. Sono evidenze causali che vanno lette in un’ottica multidimensionale, in quanto sovente compresenti tra loro. A fronte delle situazioni riscontrate Caritas Italia ha realizzato circa 1.500.000 interventi, provvedendo al fabbisogno alimentare, abitativo e di accoglienza, di sussidi, di igiene personale, di pagamento di utenze morose. Il dossier della Caritas evidenzia i poliedrici aspetti della condizione di povertà, soffermandosi in particolare su quella ereditaria e intergenerazionale, che incide in prevalenza sulle classi sociali medio-basse: da anni gli istituti di ricerca  (ISTAT e CENSIS in primis) hanno sottolineato il progressivo blocco dell’ascensore sociale e i dati della Caritas confermano questa deriva, che peraltro lambisce e interessa anche quella che un tempo era chiamata ‘borghesia’. 

Non solo questo ascensore è fermo ma anche inaccessibile anche agli strati un tempo più benestanti della popolazione: si tratta di situazioni spesso nascoste, che vanno intercettate e lette nella loro esponenziale pervasività, in un mix di condizionamenti oggettivi e dirompenti (si diventa ‘poveri’ a poco a poco o per evenienze improvvise e devastanti come gli affitti e le bollette non pagate o il lavoro perso) e di percezioni e cadute emotive e psicologiche (bassa autostima, sfiducia, frustrazione, traumi, mancanza di speranza e progettualità, stile di vita familiare).

In conseguenza di un vissuto a lungo esposto alla povertà ci si trova soli ed emarginati.

Questa deprivazione di status si riverbera e si ‘eredita’ anche nelle giovani generazioni, con un condizionamento esercitato dalle disuguaglianze nelle condizioni di partenza: “sono infatti i figli i figli delle persone meno istruite a interrompere gli studi prematuramente, fermandosi alla terza media e in taluni casi alla sola licenza elementare; al contrario tra i figli di persone con un titolo di laurea, oltre la metà arriva ad un diploma di scuola media superiore o alla stessa laurea. Anche sul fronte lavoro emergono degli elementi di netta continuità. Più del 70% dei padri degli assistiti risulta occupato in professioni a bassa specializzazione”. A fronte delle situazioni di bisogno, il sostegno della Caritas riguarda pertanto non solo la presa in carico per elargire aiuti materiali ma – specialmente nella fattispecie delle povertà  intergenerazionali – la restituzione di relazioni di fiducia e l’integrazione nella comunità di appartenenza, per evitare l’isolamento sociale. 

Questo indicatore sarà utile per rimodulare radicalmente la tipologia degli interventi di welfare, a cominciare dal reddito di cittadinanza che deve perseguire l’ottica inclusiva nel mondo del lavoro e riguardare i casi accertati di effettivo bisogno: da quanto illustrato nel Rapporto risulta infatti che i percipienti sono stati 4,7 milioni di persone, dato che riguarda meno della metà dei poveri assoluti (44%). Secondo la Caritas il “reddito” dovrebbe raggiungere “tutti coloro che versano nelle condizioni peggiori”, a partire dalle situazioni di indigenza totale. Occorre superare una concezione assistenziale e una metodica burocratica degli ammortizzatori sociali, con particolare attenzione verso le giovani generazioni sulle quali ricadono pesantemente le deprivazioni socio-culturali ereditate da condizioni di partenza cariche di oggettive, gravi limitazioni di status e di appartenenza.

DOVE VA GIORGIA MELONI? LA TREGUA CON BERLUSCONI NON RENDE MENO ARDUA LA SFIDA DEL GOVERNO.  

Anche dopo l’incontro di ieri i rapporti fra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi rimangono tesi. Al di là delle inevitabili differenze di personalità, e soprattutto generazionali, di storie individuali, e di genere (che nel modo di concepire la vita da parte del Cavaliere hanno senz’altro il loro peso) le considerazioni che vengono svolte al riguardo dai commentatori oscillano fra due opposti: chi ritiene che, certo, Meloni è davvero tosta, e complimenti, ma sta sfasciando il suo campo elettorale e quindi ne pagherà le conseguenze neppure troppo in là nel tempo. E chi all’opposto reputa che la determinazione con la quale la leader di Fratelli d’Italia si è mossa nelle scorse giornate ne certifichi la capacità di rischiare e di guidare i processi politici, e questo in prospettiva è un dato che i suoi avversari (sia fra gli alleati, sia nel centro e nella sinistra) dovranno necessariamente considerare.

 

In genere in casi come questi si dice che la verità sta probabilmente nel mezzo. E forse sarà anche così. Eppure qualcosa lascia intendere che non solo Meloni la partita voglia giocarsela sino in fondo alle sue condizioni (come del resto il combinato disposto di risultato delle urne e legge elettorale in vigore le consentono di fare) ma pure che dietro questa sua tenacia vi sia, oltre che carattere, un preciso disegno politico.

 

Il punto è capire quale sia questo disegno. E qui io azzardo due possibili ipotesi, aggiungendo che sono propenso a ritenere fondata più la seconda che la prima, essendo peraltro quest’ultima la più semplice a immaginarsi e quella che l’opposizione preferirebbe senz’ombra di dubbio.

 

Consapevole d’esser figlia di un dio minore, erede sia pure non diretta di una tradizione politica emarginata da oltre 70 anni a causa dei tragici misfatti compiuti, ora che – grazie soprattutto a lei (“io sono Giorgia”) – quel piccolo partito nazionalista e sovranista orgogliosamente “di destra” da lei fondato è divenuto maggioranza elettorale nel Paese è giunto il tempo di togliersi qualche soddisfazione. Facendo capire con le buone e con le cattive a Berlusconi che il suo tempo è concluso (elezione di La Russa alla Presidenza del Senato) e a Salvini che vi sono spazi per un’alleanza politica più stretta in nome del sovranismo e di taluni valori identitari (elezione di Fontana alla Presidenza della Camera) ma in posizione subordinata, in quanto la leader – così hanno voluto gli italiani – dell’alleanza medesima è lei (definizione dei ministri più importanti: no allo stesso Salvini agli Interni, probabile promozione del suo principale avversario nella Lega, Giorgetti, all’Economia).

 

Una partita dura, ad alto rischio ma di sicuro rafforzamento di una leadership (per di più, per la prima volta, femminile) che non esclude nemmeno (nel caso la faccenda si mettesse male) il ricorso a clamorose elezioni anticipate (nessun governo tecnico sarebbe oggi possibile, per tanti motivi, a giudizio di Meloni: e qui forse si sbaglia).

 

Questo scenario, da un certo punto di vista persino inquietante, potrebbe però lasciare lo spazio ad una seconda ipotesi. Molto più insidiosa per il centro e la sinistra, o per il centro-sinistra nel caso decidesse di risorgere, un giorno. Muovendo dal suo ruolo apicale presso i Conservatori europei, Meloni può cercare di costruire nel tempo (il tempo di un governo medio italiano, un anno e mezzo) un movimento inserito a pieno titolo nelle dinamiche comunitarie – e quindi non direttamente ostile alla UE – il cui fine sarebbe di conquistare un ampio consenso alle elezioni per il Parlamento Europeo del giugno 2024 e da lì cercare di cambiare (senza stravolgerla, ma comunque cambiandola significativamente) la linea politica dell’Unione provando a costruire un’alleanza conservatrice con i Popolari (un partito che dopo il ritiro di Angela Merkel si trova in crisi e per questo più orientato a destra rispetto al passato, recente e meno). Il partito-traino di questa operazione sarebbe Fratelli d’Italia, in virtù di un risultato elettorale molto importante (questa, la scommessa) in uno dei Paesi (anzi, come dice lei, delle Nazioni) principali d’Europa.

 

Se questo fosse lo schema di gioco, la semi-rottura con Berlusconi e il semi-accordo con Salvini hanno lo stesso obiettivo: piegare una parte dei loro partiti al suo disegno politico e portarla con sé. Un rischio enorme per i due leader usciti ammaccati il 25 settembre.

 

E un grosso problema per le opposizioni. Che dovrebbero, a quel punto, decidere come e cosa fare per contrastare una possibile nuova forza politica conservatrice libera dai cascami del Novecento e guidata da una donna, giovane e talentuosa, che si muove senza problemi come un vero leader politico. La quale però, e qui sta il punto, nei prossimi mesi avrà un enorme problema da affrontare: le crisi multiple (economica, energetica, sociale…) che rischiano di abbattersi sull’Italia se la guerra di Putin non finirà. Queste crisi, esse sì, potrebbero rompere il suo ambizioso progetto, se davvero fosse questo.

CENTRO, TERZO POLO E CATTOLICI DEMOCRATICI.

Il Centro, il “terzo polo” e il futuro dei cattolici popolari sono temi che, bene o male, si intrecciano tra di loro. E questo per motivazioni politiche, culturali e forse anche storiche.

Innanzitutto quando si parla di Centro – o di “politica di centro” – nel nostro paese il pensiero corre rapidamente e quasi istantaneamente alla esperienza storica e di governo della Democrazia Cristiana. E, di conseguenza, al ruolo politico che per molti decenni hanno avuto e giocato i cattolici popolari e i cattolici sociali nello scenario politico italiano. Un ruolo che non è cessato di esistere ma che si è articolato diversamente mancando, di fatto, un partito di riferimento. Del resto, oggi i cattolici popolari esistono in molti partiti e nessuno di loro può pensare di rappresentarli in modo esclusivo. Anzi, in molti partiti non sono neanche più presenti con una “corrente” organizzata come si sarebbe pensato e definito un tempo. Semplicemente, si tratta di presenze singole, seppur autorevoli e qualificate, ma del tutto ininfluenti e sostanzialmente irrilevanti ai fini della concreta incidenza nella elaborazione complessiva del progetto del partito. È appena sufficiente citare un solo caso, quello del Partito democratico, per rendersi conto dell’ irrilevanza della cultura del cattolicesimo popolare e sociale. Per non parlare degli altri partiti dove la stessa cultura politica di riferimento coincide, il più delle volte, con il messaggio e il progetto del “capo” partito.

Ecco perchè continua ad esserci una certa attesa per chi, nel panorama politico italiano, dice di richiamarsi e di riproporre il Centro. O meglio, che non si riconosce più nell’attuale “bipolarismo selvaggio” che da ormai troppi anni caratterizza la politica italiana e che è riesploso dopo il risultato del 25 settembre scorso. Un bipolarismo selvaggio alimentato e forgiato soprattutto dal comportamento politico concreto assunto dalla sinistra nella sua compolessita. Cioè dalla sinistra politica, culturale, sindacale, televisiva, editoriale, televisiva ed intellettuale. Dove, cioè, la “superiorità morale” da un lato e la denigrazione sistematica dell’avversario/nemico dall’altro hanno avuto il sopravvento rispetto a qualsiasi altra valutazione.

Ma, per tornare al Centro e ai cattolici popolari, non c’è alcun dubbio che il cosiddetto “terzo polo, per come è nato e per come si è sviluppato recentemente, resta un elemento di forte interesse. Purchè ci siano due condizioni di fondo che lo accompagnino nel suo percorso politico.

Innanzitutto questo progetto politico non può ridursi ad essere la somma di due “partiti personali”. Ma, al contrario, un progetto che sappia valorizzare realmente l’apporto di molte energie presenti nella società e che, nello specifico, sappia realmente aprirsi alle forze nuove che sono convinte di impegnarsi e di essere presenti nel partito per superare, seppur lentamente e con molte difficoltà, l’ingessatura sempre più bislacco e forzato dell’attuale bipolarismo.

In secondo luogo, e non meno importante, la necessità che il futuro partito di Centro sia realmente un “partito plurale”. E questo non solo perchè un partito, se vuol essere credibile, deve avere una cultura politica di riferimento. Ma anche, e soprattutto, per la ragione che solo attraverso un riconosciuto e praticato pluralismo culturale interno è possibile costruire un vero e credibile progetto politico riformista e di governo.

Si tratta, però, di due condizioni essenziali che devono ancora avere una vera ed autentica cittadinanza all’interno del cosiddetto “terzo polo”. Due condizioni che, se non saranno protagoniste nei prossimi mesi, ridurranno lo stesso ruolo di quel partito ad un soggetto politico molti simile agli altri. E quindi per nulla originale ed innovativo.

Infine, l’unico elemento che dovrà caratterizzare tutti quei cattolici popolari e sociali che intendono ancora scommettere su un progetto di Centro nello scenario politico italiano, è quello che dovranno essere il più possibile uniti e determinati. Senza questa unità di intenti – e quindi di natura politica e anche organizzativa – il tutto rischierebbe di trasformarsi nell’ennesima scommessa perdente e autoreferenziale. È bene saperlo prima che sia troppo tardi.

ADLAI STEVENSON, LA TESTA D’UOVO CHE KENNEDY NON AMAVA. GRAZIE A LUI NEL 1962 LA CRISI DI CUBA NON ESPLOSE.

I documenti desecretati dal National Security Archive – su cui si appunta la nota dell’AGI che qui di seguito riportiamo – gettano un fascio di luce sui drammatici frangenti che videro sfidarsi Kennedy e Krusciov. Davanti alle provocazioni sovietiche e alla scoperta di quei missili affacciati sull’America, Stevenson fu l’uomo che dissuase il presidente da un attacco aereo contro Cuba e da qualsiasi reazione militare, ammonendo Kennedy delle “incalcolabili conseguenze” di una mossa del genere. 

Agenzia Italia

Uno come Adlai Ewing Stevenson II poteva persino ambire, e forse ambì, alla presidenza degli Stati Uniti, favorito dal lignaggio familiare e da una preparazione talmente raffinata che sarebbe stato coniato per lui, per poi entrare nell’uso comune, il termine ammirativo (e dispregiativo assieme) di “egg-head”: testa d’uovo. Giunto ai piani alti della carriera, dopo essere stato governatore dem dell’Illinois e avere onorato i successi politici dell’omonimo nonno, che era giunto alla vicepresidenza degli States, Adlai Stevenson si dovette accontentare – per così dire – della nomina a rappresentante permanente degli Usa all’Onu. 

Non s’era mai preso moltissimo con il presidente John Fitzgerald Kennedy e questa fu, con il senno di poi, una vera fortuna rispetto alla Storia. Fortuna che emerge oggi, sancita dai documenti desecretati dal National Security Archive, e che riguarda i drammatici frangenti della crisi dei missili a Cuba. Sessant’anni dopo viene fuori il ruolo probabilmente decisivo di Stevenson per evitare un disastro nucleare al quale mancò giusto un passo. Perché era uno che sapeva dire di no al presidente.

Lo stop decisivo si riassume nel rigo e mezzo autografo dell’appuntino che l’ambasciatore Stevenson consegnò a JFK e che potrebbe essere la sua epigrafe tombale, la sua massima nobiliare e un viatico per qualunque diplomatico: “Ricatto e intimidazione mai; negoziato e buon senso sempre”. Dove due parole sottolineò la penna: il never di “mai” e l’always di “sempre”. Davanti alle provocazioni sovietiche e alla scoperta di quei missili affacciati sull’America, Stevenson fu l’uomo che dissuase il presidente da un attacco aereo contro Cuba e da qualsiasi reazione militare, ammonendo Kennedy delle “incalcolabili conseguenze” di una mossa del genere. 

Negoziare. Negoziare senza cedere alle intimidazioni però con la “sanity” di non determinare una disastrosa escalation. E in quella manciata di giorni, che da drammatici potevano diventare tragici, la linea della “testa d’uovo” prevalse su quella di altri consiglieri della Casa Bianca. Ma a un prezzo che all’epoca, e per decenni, è stato mantenuto “top secret”. Il leader del Cremlino Nikita Krusciov non ritirò i suoi missili da Cuba soltanto perché gli Stati Uniti si impegnarono a non invadere Cuba in futuro. Ma anche perché – secondo “negoziato e buon senso” – Kennedy si accordò con Mosca sul ritiro dei propri missili Jupiter dalle basi in Turchia.

A Washington la linea soft di Stevenson – e forse il passo cui aveva spinto Kennedy – non la perdonarono né gliel’avrebbe perdonata lo stesso presidente, stando alla documentazione che oggi emerge dagli archivi. Un violento articolo intitolato “In Time of Crisis”, pubblicato ai primi di dicembre 1962 su The Saturday Evening Post, accusava la “testa d’uovo” di avere suggerito una pacificazione comparabile a una Monaco 1938, che avrebbe “barattato le basi Usa per le basi cubane”. Bisognava celare il ritiro statunitense dalla Turchia e propugnare la narrazione che nel braccio di ferro con l’Urss i sovietici avevano chinato il capo di fronte alla determinazione americana smantellando le basi di Cuba. E nient’altro più.

Ora emerge che quell’ingeneroso articolo, firmato da due uomini vicini a Kennedy, Charles Bartlett e Stewart Alsop, fu addirittura letto e riaggiustato in bozza per mano di JFK. Al “top secret” sull’intera vicenda sarebbe seguita neanche un anno dopo la fine cruenta del presidente, ucciso a Dallas il 22 novembre 1963. Meno di due anni dopo, stroncato da infarto il 14 luglio ’65, se n’andava l’ambasciatore “testa d’uovo”, cui oggi nell’ottobre corrusco del 2022 – soffiando i venti di un altro paventato disastro – s’inchina chi ritiene che “Blackmail and intimidation never; negotiation and sanity always” sia ancora una valida massima. 

PUNITO IL RIFORMISMO SENZA BASI POPOLARI, ORA È TEMPO DI RIFONDARE UNA POLITICA DI LIBERTÀ E SOLIDARIETÀ.

L’accentuazione del carattere “radical-riformista” del Pd ha indebolito progressivamente la capacità di raccolta del consenso. La sconfitta è figlia della falsa iridescenza di un progressismo fantasioso, non incline a fare i conti con le preoccupazioni dell’Italia profonda. Adesso urge prendere nota della necessità di una opposizione che muova da condotte responsabili, senza l’inciampo di vecchi e nuovi radicalismi. Dobbiamo essere pronti a a rimescolare le carte affinché la politica di centro-sinistra mostri il volto del riformismo popolare e democratico.

La sconfitta ha posto il Pd dinanzi allo specchio della realtà. Qualcosa ha interrotto il flusso di attenzioni e simpatie che fino a metà campagna elettorale davano nei sondaggi la misura di una crescita non eccezionale, ma neppure trascurabile. Dicevano, i sondaggi, che l’asticella poteva salire al 22 per cento, per alcuni istituti anche sopra. Non a caso, sull’onda di questi dati, Letta si determinava a spingere sull’acceleratore della competizione diretta ed esclusiva con Fratelli d’Italia. Sembrava possibile compensare il successo della coalizione di destra, data per scontata, con l’affermazione del Pd come primo partito in assoluto. Anche un giornale importante come “Repubblica” ha finito per appoggiare questa impostazione immaginando che le conseguenze del voto andassero calibrate sulla scorta di una duplice vittoria: quella della Meloni come leader della destra coalizzata e quella di Letta come leader del Pd. 

Tutto questo si è dissolto nel prosieguo della campagna elettorale. L’accentuazione del carattere “radical-riformista”, specie sul fronte dei diritti individuali, e insieme l’attenuazione del legame con l’esperienza del governo Draghi, hanno indebolito progressivamente la capacità di raccolta del consenso. Una parte dell’elettorato non si è più sentita rappresentata, nemmeno in forza di quel richiamo insistito e un po’ altezzoso al cosiddetto voto utile. È iniziato così il calo nei sondaggi tra lo sconcerto dei quadri di partito e lo scetticismo degli strateghi elettorali, spesso troppo sicuri delle loro personali convinzioni circa la condotta delle persone in carne ed ossa, anche quelle tradizionalmente legate al Pd. È stato un grave errore di valutazione.

La sconfitta è figlia della falsa iridescenza di un progressismo fantasioso, non incline a fare i conti con le preoccupazioni dell’Italia profonda e destinato perciò a rendere meno inclusiva la proposta della rabberciata coalizione di centro-sinistra. Eppure il Pd aveva in origine   l’obiettivo di saldare nell’unica opzione riformista segmenti di opinione pubblica e di elettorato oscillanti tra la sinistra democratica e il centro progressista. Dentro la sconfitta c’è il peso di una visione alterata dell’Italia, da cui, infine, discende quel tratto “antipatico” di partito dei ceti più protetti, prevalentemente urbani, di fatto meno esposti ai venti della crisi. Al Pd è mancata in campagna elettorale la capacità di rafforzare il suo profilo di partito responsabile, architrave del governo Draghi, pilastro della politica di solidarietà atlantica, punto di riferimento ineludibile dell’europeismo, difensore “senza se e senza ma” delle ragioni del popolo ucraino: questo patrimonio è parso frantumarsi in episodiche sortite, senza più l’efficacia di un messaggio a tutto tondo.

Adesso, nell’imminenza di consultazioni che preludono alla nascita dell’esecutivo a guida Meloni, urge prendere nota della necessità di una opposizione che muova da condotte responsabili, senza l’inciampo di vecchi e nuovi radicalismi. 

Lo scenario è destinato a mutare. È chiaro che si deve quanto prima ricomporre l’area autenticamente riformista ed è altrettanto chiaro che questa ricomposizione può esigere soluzioni al momento imprevedibili. Occorre una buona dose d’intransigenza nella difesa dei principi, ma serve al tempo stesso un disegno di apertura, per coinvolgere i distanti e i dubbiosi. Dobbiamo essere pronti a a rimescolare le carte affinché la politica di centro-sinistra mostri il volto del riformismo popolare e democratico, dando respiro alle identità diverse di una coalizione incentrata sui valori di libertà e solidarietà. Molto possono, fare ancora, i cattolici democratici.

Luca Bedoni, Presidente del Consiglio municipale – Roma IX.

LA LEGISLATURA È PARTITA MALE, ORA OCCORRE COSTRUIRE UN’AREA DI CENTRO.

Quanto è avvenuto al Senato l’altro giorno, con Forza Italia in contrasto con gli alleati sulla elezione di La Russa, è il cedimento di quel sistema che ha rimosso la politica e avviato l’era dei capi. Chi ha una certa età ricorda il confronto a volte aspro per il centro sinistra. Altri tempi? Altro mondo? Sì, ma era il tempo della democrazia. Da queste considerazioni prende spunto il discorso sulla ricostituzione di un centro vero dove anche la componente democratica cristiana prenda corpo.

Anche questa legislatura non è partita benissimo. La divergenza registratesi nella elezione del presidente del Senato tra Forza Italia (che non ha votato La Russa) e Fratelli d’Italia non è un incidente di percorso, ma la spia di un sostanziale distacco tra le componenti del centro destra, che esiste sin dal 2018 nelle formazioni degli ultimi tre governi, dove solo Fratelli d’Italia ha presidiato il campo della opposizione. Una scelta su cui il Partito di Giorgia Meloni ha lucrato, ottenendo un successo il 25 settembre, ribaltando i rapporti di forza con le formazioni di Salvini e Berlusconi,rimasti sul campo con qualche ammaccatura e robuste delusioni da smaltire. Berlusconi ha ripetuto sin dal 1994 che con l’avvento di F.I. sarebbe finito il “teatrino della politica” messo in atto dai vecchi partiti. 

Quanto è avvenuto al Senato l’altro giorno è il cedimento di quel sistema che ha rimosso la politica e avviato l’era dei capi. Nella cosiddetta prima repubblica non son mancate furbizie, intralci umanamente inevitabili. Ci saranno stati anche dei teatrini ma gli attori erano dirigenti politici di elevata sensibilità istituzionale. Nessuno mai avrebbe provocato un strappo istituzionale nella elezione della seconda carica dello Stato. 

Le difficoltà economiche, la guerra alle porte dell’Europa,la credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo non hanno indicato la strada della compostezza istituzionale, venuta meno sull’altare distributivo dei posti ministeriali. Ma il malessere è più complesso. Il sistema delle signorie non regge più. Una situazione rabberciata,lacerata che nessuna rammendo risolve. Nella prima fase della repubblica è vero che i governi avevano vita breve, ma il sistema reggeva,il disegno di governo resisteva ed era quello scelto dagli elettori.  Ma prima delle alleanze maturavano nei partiti i processi di approfondimento programmatico, in un dibattito che si svolgeva in ogni sezione di partito in tutti i comuni e le frazioni e quindi nel Paese. 

Chi ha una certa età ricorda il confronto a volte aspro per il centro sinistra. Altri tempi? Altro mondo? Sì, ma era il tempo della democrazia, il mondo della dignità delle istituzioni rappresentative. Qualcuno oggi vagheggia un possibile accordo tra Fratelli d’Italia e il PD.  È una ipotesi da rigettare. Le scelte degli elettori vanno rispettate e non può essere ripetuto quello che avvenne nel 2018, quando il governo si fece con gli avversari che si erano contrapposti per tutta la campagna elettorale. Il responso delle urne va seguito altrimenti si torna alle urne. La legislatura si salvò,  ma a quale prezzo! Le astensioni il 25 settembre sono aumentate. Bisogna costruire un’area di un centro vero dove anche la componente democratica cristiana prenda corpo, con operazioni di contenuti e non…commerciali… 

I principi, i valori non si comprano ma si vivono

DIO BENEDISSE IL FUTURO

I grandi passaggi storici non sono percepiti dai contemporanei. L’Occidente si è salvato, epoca dopo epoca, in forza della produzione di nuove sintesi da parte del cristianesimo. Vale oggi un pensiero illuminante di Joseph Ratzinger, guardando al futuro: «Nonostante la cultura oggi dominante sia una cultura dell’assenza di trascendenza, la Chiesa non mancherà di forza creatrice, come avvenne ai tempi di San Benedetto».

 

Quando finisce un mondo, difficilmente i contemporanei se ne accorgono. Sono gli storici, secoli dopo, che individuano tagli netti, cesure tra un prima e un dopo. A scuola si data la fine del mondo antico al 476 dopo Cristo, l’anno in cui fu deposto l’ultimo imperatore romano d’Occidente, il dodicenne Romolo Augustolo. Ma nessuno ebbe la sensazione chiara che si aprisse una nuova epoca. Del resto, un altro imperatore continuava a regnare sulle sponde del Bosforo. Siamo noi ad aver dato al suo regno il nome di “impero bizantino”, con quel tanto di decadente che l’aggettivo ha assunto nel tempo. Lui si continuava a firmare e si firmò per secoli come basileus ton Romaion: re dei Romani. Ed era vero.

Ma era pur vero che un mondo si stava inabissando a poco a poco e nessuno vedeva chiaro nel groviglio di popoli e nazioni che procedevano da Oriente a complicare, o ad arricchire il mosaico di popoli che era già allora l’Europa. E comunque, quasi mai in pace.

L’impero — o ciò che ne restava — era ufficialmente cristiano. Costantino aveva aperto la strada nel 313, Teodosio aveva ratificato 80 anni dopo la sua scelta comandando col braccio secolare ai pagani di tacere per sempre. Costantino aveva fatto un sogno e seguito un’intuizione, Teodosio aveva voluto imporre per legge ciò che per legge non può essere imposto.

Dopo di lui, l’eredità del mondo classico era ormai smisuratamente a rischio e sembrò volervi porre una pietra tombale, un secolo dopo, il suo successore Giustiniano.

Nel 529, dopo aver promulgato il Corpus iuris civilis, Giustiniano credette di aver assolto al suo compito principale. Assicurare all’impero l’eredità del diritto. Sul resto, manifestò altre intenzioni e compì l’atto simbolico più importante del suo lungo regno: la chiusura definitiva delle scuole filosofiche di Atene, in particolare di quell’Accademia che Platone in persona aveva aperto nel 387 a.C. Tramontava così, per decreto, l’ultimo baluardo di un mondo che si voleva dissolto per sempre.

Ma in quello stesso anno, nelle campagne laziali, un giovane cristiano di nobili natali decise di porre la prima pietra di un luogo di preghiera e scrisse di suo pugno una Regola in cui, fra le altre cose, imponeva ai suoi monaci di imparare a leggere e a scrivere. E affidò loro il compito di conservare quello che il mondo antico aveva trasmesso fino a quel momento. Non solo testi cristiani, ma tutto ciò che l’umano aveva creato di grande e che Cristo rendeva più vero dandogli compimento.

Così commentava qualche anno fa questo momento cruciale della storia Joseph Ratzinger: «Nonostante la cultura oggi dominante sia una cultura dell’assenza di trascendenza, la Chiesa non mancherà di forza creatrice, come avvenne ai tempi di San Benedetto. Egli non richiamava particolare attenzione a livello dell’opinione pubblica, ma ha fatto qualcosa che indicava il futuro. Sembrava ai margini della realtà, fece qualcosa di strano. Tuttavia, in seguito, questa stranezza si è dimostrata come l’arca di sopravvivenza dell’Occidente».

In questo modo, nonostante i potenti del tempo che credono di interpretare i segni dei tempi, «Dio — come si legge del libro di Giobbe (Gb 42, 12) — benedisse il futuro». 

A 60 ANNI DAL CONCILIO VATICANO II. FAGGIOLI: «COME 60 ANNI FA IL PAPA È LA VOCE PIÙ AUTOREVOLE». 

Tra analogie e differenze, indagare il periodo storico in cui si è aperto il Concilio può diventare una bussola anche per orientarsi nel presente. Il settimanale “La voce dei Berici” ne ha parlato con Massimo Faggioli, storico della Chiesa e docente alla Villanova University in Pennsylvania, Usa che spiega: “Oggi il magistero si trova in un empasse: è impossibile pensare alla ‘guerra giusta’ quando sono in ballo armi nucleari”.

 

Andrea Frison

 

Professor Faggioli, partiamo dalle differenze: quali sono quelle tra oggi e sessant’anni fa, quando si è aperto il Concilio Vaticano II?
Sono molte. La prima: sessant’anni fa si pensava di avere imparato la lezione della Seconda Guerra Mondiale e c’era una fiducia nella capacità del genere umano di non ricorrere alla guerra che oggi non c’è. Le organizzazioni internazionali godevano di maggior prestigio e, tutto sommato, era un mondo “semplice” che vedeva contrapporsi due modelli economici: quello liberale e quello comunista. Infine, la Chiesa cattolica appariva più compatta in pubblico su questi temi di quanto non lo sia oggi sulla Russia.

E le analogie?
Una, soprattutto: il papato continua ad essere la voce più influente dal punto di vista spirituale. Questa cosa non è cambiata anzi, è ancora più evidente.

Tuttavia, la voce del Papa sembra avere difficoltà a farsi ascoltare. Perché?
Nel 1962 c’era un Concilio e un magistero di Papa Giovanni XXIII che con “Pacem in terris” pensava a come risolvere la questione della legittimità della guerra in era nucleare. Oggi il magistero si trova in un empasse: è impossibile pensare alla “guerra giusta” quando sono in ballo armi nucleari. C’è un dilemma da affrontare: fino a che punto affermare il diritto all’autodifesa quando questo ci porta vicini a una guerra nucleare.

Qualcuno ha ricordato il rischio guerra atomica toccato con la crisi dei missili di Cuba. Eppure Kennedy e Kruscev erano più disposti a dialogare di Zelensky e Putin. È d’accordo?
All’epoca l’azione dell’Unione sovietica era all’interno di uno schema bipolare, ma non attentava alla sovranità di uno Stato. Questa guerra ha caratteristiche coloniali, più da seconda guerra mondiale che da guerra fredda.

Lei vive e lavora negli Stati Uniti. Qual è la narrazione prevalente sul conflitto in Ucraina?
Non c’è più di tanto una narrazione. Tra poco si terranno le elezioni di mid-term e la questione Ucraina sta sullo sfondo. Negli Usa sono tutti molto stanchi di parlare di guerra, lo fanno ininterrottamente da vent’anni, dall’11 settembre e dall’invasione in Afghanistan. C’è riluttanza anche a sinistra nel vedere la guerra come episodio importante per i destini dell’Occidente. È una faccenda seguita molto da vicino dagli ambienti militari e diplomatici. Anche se gli Usa sono molto impegnati, è materia di élite.

 

[Precedentemente pubblicato su “La Voce dei Berici”. Il testo qui riprodotto è stato rilanciato da AgenSIR]

NO ALLA RADICALIZZAZIONE DEL CONFRONTO POLITICO: LA POLITICA DI CENTRO È ANCHE POLITICA DI EQUILIBRIO E DI RISPETTO.

Si è votato “terzo polo” perchè si è data una delega in bianco a chi cercava di riproporre, dopo la lontana stagione di Martinazzoli e di Marini con il progetto del Ppi, una politica di centro. Ora, l’alternativa non si può costruire  sulle pregiudiziali ideologiche e sull’odio personale. Il ruolo del centro si applica a questa ricerca, anzitutto nella dialettica parlamentare, del rispetto politico e istituzionale. In ogni caso, senza l’apporto decisivo del filone del cattolicesimo politico non si potrà parlare di una politica di centro, ma solo e soltanto di una posizione “terza”.

Diciamoci la verità sul cosiddetto Centro che pare essere timidamente rinato dopo le elezioni dello scorso 25 settembre. Sì, è vero, il cosiddetto “terzo polo” non ha centrato l’obiettivo di un risultato a doppia cifra. Come, del resto, e almeno per il momento, non è stato determinante ai fini della costruzione degli equilibri politici. Ma il consenso al “terzo polo” – questo è abbastanza evidente al di là delle stesse analisi demoscopiche – è stato il frutto di due elementi incrociati. Da una lato una sorta di “identità in negativo”, come si suol dire, ovvero si è votato il “terzo polo” perchè il bipolarismo selvaggio che ha caratterizzato gli ultimi anni della politica italiana era ormai giunto al capolinea come credibilità complessiva. E, non a caso, l’esordio di questa legislatura lo ha già confermato platealmente. E, in secondo luogo, si è votato “terzo polo” perchè si è data una delega in bianco a chi cercava di riproporre, dopo la lontana stagione di Martinazzoli e di Marini con il progetto del Ppi, una “politica di centro” nella cittadella politica del nostro paese. 

Queste, in sintesi, le due argomentazioni decisive che hanno portato il “terzo polo” ad un consenso che ha sfiorato l’8%. Al di là e forse anche al di fuori degli stessi leader che si sono fatti carico di questa scommessa politica ed elettorale.

Ora, però, questo Centro e, soprattutto, “la politica di centro”, devono ritrovare piena cittadinanza e visibilità nelle dinamiche quotidiane della politica italiana. Sarebbe quantomeno singolare, nonchè anacronistico, se il tutto si trasformasse nel consolidamento di due partiti personali con le rispettive ambizioni e prospettive. Forse è giunto veramente il momento per far decollare un cantiere che sia in grado di incidere nelle dinamiche politiche nazionali e per affrontare la nuova stagione che si è aperta. Una stagione che, inevitabilmente, sarà ricca di novità e forse anche di colpi di scena ma che, comunque sia, richiede di essere affrontata con le armi della politica e non della sola propaganda. Al riguardo, è persin patetico se non addirittura ridicolo, continuare ad assistere al grido d’allarme della sinistra italiana sul “nuovo corso” della politica contemporanea. 

Ma come si può, di fronte alle sfide immani che attendono il nostro paese e che ci metteranno alla prova nei propri mesi, continuare con la noiosissima litania del rischio della “postura fascista” dopo la vittoria del centro destra? Ma come si può declinare un’iniziativa politica credibile e seria se si limita ad un semplice e banale prolungamento dei soliti talk televisivi e dei rispettivi “soloni” che fanno ormai della battaglia antifascista e anti dittatura la loro ragion d’essere? È evidente a tutti, al di là del giudizio che ognuno di noi può e deve dare sul profilo politico della coalizione vincente e sui vertici appena eletti delle istituzioni parlamentari, che non si può costruire un progetto e una prospettiva politica se sono basati esclusivamente sul pregiudizio politico, sulle contrapposizioni ideologiche e sull’odio personale. Altrochè battere la “cultura dell’odio” che quotidianamente viene predicata e blaterata dai “guru” politici, televisivi e giornalistici della sinistra post comunista italiana.

Ecco, di fronte ad un quadro del genere è quantomai necessario, nonchè quasi imperativo, il ritorno della politica e di quegli istituti che sono collaterali ad una politica alta e nobile. E cioè, cultura della mediazione, cultura di governo, rispetto degli avversari e delle istituzioni democratiche, capacità di comporre interessi contrapposti, stop alla radicalizzazione del conflitto politico ed un approccio autenticamente e credibilmente riformista di fronte ai problemi che sono sul tappeto. Ed è proprio su questo versante che il Centro e una politica di centro possono e debbono giocare un ruolo determinante e decisivo ai fini del recupero della stessa qualità della democrazia. Un Centro che non deve vivere di soli pregiudizi e di disprezzo degli avversari, come la sinistra ha già manifestato in questo nuovo corso che la caratterizza e che, su questo versante, ritrova una piena corrispondenza con il qualunquismo e il populismo grillini.

È persin inutile ricordare, al riguardo, che l’apporto decisivo per declinare una vera ed autentica politica di centro arriva dal contributo della cultura cattolico popolare e cattolico sociale. Il Centro, cioè, non si può ridurre ad essere una semplice somma tra la cultura post azionista, liberale e repubblicana. Senza l’apporto decisivo del filone del cattolicesimo politico non si potrà parlare di una politica di centro ma solo e soltanto di una posizione “terza”. Però, senz’anima e forse anche senza una prospettiva reale di crescita elettorale e di spessore politico.

VOX POPULI. COSA HA SIGNIFICATO E QUALI CONSEGUENZE IMPLICA IL VOTO DEGLI ITALIANI? 

C’è la necessità di studiare i risultati con molta attenzione. Ancora una volta il primo partito è risultato vincitore, con margini ancora più consistenti. Dopo il taglio (sconsiderato) dei parlamentari, le nuove Camere registrano un certo grado di nepotismo: mogli, mariti, cognati, figli e nipoti. De Gasperi, andrebbe ricordato, non pagava lo stipendio alla figlia Maria Romana. È stucchevole, più in generale, agitare questioni pregiudiziali. Le opposizioni aspettino le scelte del governo per orientare i loro comportamenti. Infine, la campagna elettorale del PD è sembrata concentrata sul ‘contro’ invece che sul ‘saremo’: ovvero, l’impegno ad essere una forza tranquilla, forte, attenta ai bisogni di chi è fragile di fronte al futuro.

I voti degli elettori non si contestano ma, come le sentenze, si possono analizzare e studiare. L’antica aspirazione, soprattutto dei cittadini, è di sapere la sera delle elezioni “chi ha vinto“- e questa volta è accaduto – e desiderano che governo e legislatura siano stabili. E questo è l’augurio. L’alternanza nelle democrazie è la vera occasione di controllo da parte dei cittadini sull’operato e sulla efficacia dei programmi con cui la maggioranza ha ottenuto il consenso.

Tuttavia il maggior partito, anche questa volta, e in modo accentuata, ma perfino previsto, è quello della astensione. La recente campagna elettorale è stata breve – forse menomale! – e brutta. Dopo una legislatura in cui più di 300 parlamentari hanno cambiato casacca (coerente rappresentanza del mandato!), un taglio sconsiderato del numero dei parlamentari senza riforme conseguenti a partire dalla legge elettorale, uno sfarinamento delle alleanze, la distribuzione “fuori sede” dei candidati hanno reso la rappresentanza territoriale ridicola, anche a causa di collegi enormi. I sondaggi si sono autorealizzati. La comunicazione del centrosinistra è stata complessa in un tempo e con un sistema che ormai ha abituato alla semplificazione.

Un elemento di novità assoluta è stato il protagonismo di una donna leader, che non si è proposta come possibile rivincita femminile, in nome di una rivendicazione ‘femminista’. Semplicemente ha fondato un partito e lo ha guidato da percentuali irrisorie fono al 26% e alla guida del Paese. Le donne di sinistra non hanno mai conteso il vertice dei loro partiti storici o attuali, nemmeno presentando liste autonome, di genere, ai congressi. Il risultato di Giorgia Meloni fa emergere con più evidenza la timidezza del centrosinistra – e di tutte le donne parlamentari – nel proporre una donna alla Presidenza della Repubblica. Col retropensiero che Sergio Mattarella non avrebbe potuto rifiutare la rielezione, si è giocato a vedere le proposte altrui, con grande disprezzo della dignità delle personalità che venivano quotidianamente affidate al circo mediatico. In tal modo la prima donna del Paese è la leader della destra.

Da qui la necessità di studiare i risultati molto attentamente e non può essere che prima di qualsiasi riunione, direzione, congresso e proposte i giornali incominciano col totosegretari (i giornalisti non inventano i nomi! Qualcuno li suggerisce oltre alle autocandidature esplicite). Soprattutto non si accampino giustificazioni femministe: ricordiamo come sono state nominate le sottosegretarie del governo Draghi? Le nuove Camere registrano un certo grado di nepotismo: mogli, mariti, cognati, figli e nipoti. De Gasperi non pagava lo stipendio alla figlia Maria Romana, che lavorava come segretaria, perché riteneva che non potessero essere a carico dello Stato due stipendi in famiglia. Altri tempi, e infatti erano Statisti! Si conta un certo numero di immarcescibili che hanno scantonato la stagione delle rottamazioni ma la maggioranza è di neoeletti che ci aspettiamo si facciano conoscere per la loro diligenza nel frequentare il loro posto di lavoro e nel percorrere il territorio in cui sono stati eletti per confrontarsi, proporre, ‘imparare’ dalla gente le vere priorità della vita quotidiana.

Hanno capito tutti – anche i proponenti – che uno non vale uno. Diverse le responsabilità e diversi i doveri e obblighi. I deputati e i senatori non sono semplici cittadini, investiti di onore e oneri che nelle democrazie rappresentano il massimo della dignità istituzionale, perché devono interpretare ‘la sovranità del popolo italiano’ (art. 1 Cost.). Senza disturbare ancora i nostri esemplare predecessori, significa che anche i comportamenti personali, pubblici e privati, devono esprimere coerenza e rispetto delle regole. I media offrono una ribalta tanto importante quanto difficile da governare con saggezza.

A tutti compete rappresentare tutti, perché è una prerogativa – direi privilegio – rappresentare tutti ‘senza vincolo di mandato’ come garantisce la preziosa norma costituzionale (art. 67). E da questo punto di vista il parlamentare non può essere vincolato alla disciplina di partito per le questioni ‘non negoziabili’. La libertà di coscienza è un diritto mai comprimibile e a maggior ragione per un legislatore.

È stucchevole anche in questi giorni, agitare questioni pregiudiziali. Le opposizioni aspettino le scelte del governo per orientare comportamenti che siano funzionali a far emergere con chiarezza il profilo della propria forza e la forza delle proprie proposte alternative e contestative. Ci sono già stati due governi di destra e per due volte Prodi li ha sconfitti. Ad ogni sconfitta non può subentrare – in politica! – lo scoramento e il pessimismo. Si riparte dal consenso ottenuto e…si pedala. Cambiare nome al partito? Scioglierlo? Per ripartire da quale piattaforma? I cittadini sono disorientati da continui rivolgimenti: hanno bisogno di riconoscersi in proposte radicate in una storia che fa immaginare il futuro. L’ultima campagna elettorale del PD è sembrata concentrata su ‘contro’ invece che ‘saremo’ una forza tranquilla, forte, attenta ai bisogni di chi è fragile di fronte al futuro. L’assenteismo, che rende minoritario nel Paese anche i vincitori (fatta la tara dell’assenteismo cronico), a questo è dovuto, all’assenza di uno specchio nel quale i cittadini si vedono rappresentati. Per tutte le forze politiche è questo il punto di partenza.

 

IL PAPA AI 50 MILA DI COMUNIONE E LIBERAZIONE: «VI INVITO AD ACCOMPAGNARMI NELLA PROFEZIA PER LA PACE».

«Vi invito ad accompagnarmi nella profezia per la pace — Cristo, Signore della pace! Il mondo sempre più violento e guerriero mi spaventa davvero, lo dico davvero: mi spaventa —; nella profezia che indica la presenza di Dio nei poveri, in quanti sono abbandonati e vulnerabili, condannati o messi da parte nella costruzione sociale; nella profezia che annuncia la presenza di Dio in ogni nazione e cultura, andando incontro alle aspirazioni di amore e verità, di giustizia e felicità che appartengono al cuore umano e che palpitano nella vita dei popoli». Con queste parole Papa Francesco si è rivolto alla “compagnia” di Comunione e Liberazione ricevuta — sabato mattina 15 ottobre, in piazza San Pietro — in occasione del centenario della nascita del fondatore Luigi Giussani (1922-2005). 

Ecco il discorso del Pontefice.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

 

Siete venuti in tanti, dall’Italia e da vari Paesi. Il vostro movimento non perde la sua capacità di radunare e mobilitare. Vi ringrazio di aver voluto manifestare la vostra comunione con la Sede Apostolica e il vostro affetto per il Papa. Ringrazio il Presidente della Fraternità, prof. Davide Prosperi, come pure Hassina e Rose, che hanno condiviso le loro esperienze. Saluto il Cardinale Prefetto, il Cardinal Farrell, e i Cardinali e Vescovi presenti.

 

Siamo riuniti per commemorare il centenario della nascita di Mons. Luigi Giussani. E lo facciamo con gratitudine nell’animo, come abbiamo sentito da Rose e Hassina. Io esprimo la mia personale gratitudine per il bene che mi ha fatto, come sacerdote, meditare alcuni libri di don Giussani — da prete giovane —; e lo faccio anche come Pastore universale per tutto ciò che egli ha saputo seminare e irradiare dappertutto per il bene della Chiesa. E come potrebbero non ricordarlo con gratitudine commossa quelli che sono stati i suoi amici, i suoi figli, i discepoli? Grazie alla sua paternità sacerdotale appassionata nel comunicare Cristo, essi sono cresciuti nella fede come dono che dà senso, ampiezza umana e speranza alla vita. Don Giussani è stato padre e maestro, è stato servitore di tutte le inquietudini e le situazioni umane che andava incontrando nella sua passione educativa e missionaria. La Chiesa riconosce la sua genialità pedagogica e teologica, dispiegata a partire da un carisma che gli è stato dato dallo Spirito Santo per l’“utilità comune”. Non è una mera nostalgia ciò che ci porta a celebrare questo centenario, ma è la memoria grata della sua presenza: non solo nelle nostre biografie e nei nostri cuori, bensì nella comunione dei santi, da dove intercede per tutti i suoi.

 

So, cari amici, fratelli e sorelle, che non sono per niente facili i periodi di transizione, quando il padre fondatore non è più fisicamente presente. Lo hanno sperimentato tante fondazioni cattoliche nel corso della storia. Bisogna ringraziare padre Julian Carrón per il suo servizio nella guida del movimento durante questo periodo e per aver mantenuto fermo il timone della comunione con il pontificato. Tuttavia, non sono mancati seri problemi, divisioni, e certo anche un impoverimento nella presenza di un movimento ecclesiale così importante come Comunione e Liberazione, da cui la Chiesa, e io stesso, spera di più, molto di più. I tempi di crisi sono tempi di ricapitolazione della vostra straordinaria storia di carità, di cultura e di missione; sono tempi di discernimento critico di ciò che ha limitato la potenzialità feconda del carisma di don Giussani; sono tempi di rinnovamento e rilancio missionario alla luce dell’attuale momento ecclesiale, come pure delle necessità, delle sofferenze e delle speranze dell’umanità contemporanea. La crisi fa crescere. Non va ridotta al conflitto, che annulla. La crisi fa crescere.

 

Sicuramente don Giussani sta pregando per l’unità in tutte le articolazioni del vostro movimento; sicuro. Voi sapete bene che unità non vuol dire uniformità. Non abbiate paura delle diverse sensibilità e del confronto nel cammino del movimento. Non può essere diversamente in un movimento nel quale tutti gli aderenti sono chiamati a vivere personalmente e condividere corresponsabilmente il carisma ricevuto. Tutti lo vivono originalmente e anche in comunità. Questo sì è importante: che l’unità sia più forte delle forze dispersive o del trascinarsi di vecchie contrapposizioni. Un’unità con chi e con quanti guidano il movimento, unità con i Pastori, unità nel seguire con attenzione le indicazioni del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, e unità con il Papa, che è il servitore della comunione nella verità e nella carità.

 

Non sprecate il vostro tempo prezioso in chiacchiere, diffidenze e contrapposizioni. Per favore! Non sprecare il tempo!

 

Adesso vorrei ricordare alcuni aspetti della ricca personalità di don Giussani: il suo carisma, la sua vocazione di educatore, il suo amore alla Chiesa.

  1. Don Giussani uomo carismatico. È stato certamente un uomo di grande carisma personale, capace di attrarre migliaia di giovani e di toccare il loro cuore. Ci possiamo chiedere: da dove veniva il suo carisma? Proveniva da qualcosa che aveva vissuto in prima persona: da ragazzo, a soli quindici anni, era stato folgorato dalla scoperta del mistero di Cristo. Aveva intuito — non solo con la mente ma con il cuore — che Cristo è il centro unificatore di tutta la realtà, è la risposta a tutti gli interrogativi umani, è la realizzazione di ogni desiderio di felicità, di bene, di amore, di eternità presente nel cuore umano. Lo stupore e il fascino di questo primo incontro con Cristo non lo hanno più abbandonato. Come disse alle sue esequie l’allora Cardinale Ratzinger: «Sempre don Giussani ha tenuto fisso lo sguardo della sua vita e del suo cuore verso Cristo. Ha capito in questo modo che il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma che il cristianesimo è un incontro; una storia d’amore; è un avvenimento». Qui sta la radice del suo carisma. Don Giussani attraeva, convinceva, convertiva i cuori perché trasmetteva agli altri ciò che portava dentro dopo quella sua fondamentale esperienza: la passione per l’uomo e la passione per Cristo come compimento dell’uomo. Tanti giovani lo hanno seguito perché i giovani hanno un grande fiuto. Quello che diceva veniva dal suo vissuto e dal suo cuore, perciò ispirava fiducia, simpatia e interesse.

 

Il Presidente ha detto che vi impegnate affinché il carisma donato a don Giussani per il bene di tutta la Chiesa produca sempre nuovi frutti. Questa è la custodia saggia del dono trasmesso a voi, una custodia che non è solo conservativa del passato ma che, vivificata dallo Spirito Santo, sa riconoscere e accogliere i nuovi germogli di questo albero che è il vostro movimento, che vive nella terra buona della comunione ecclesiale.

 

A questo proposito vi chiederete: come possiamo rispondere alle esigenze di cambiamento del tempo presente custodendo il carisma? Anzitutto, è importante ricordare che non è il carisma a dover cambiare: esso va sempre nuovamente accolto e fatto fruttificare nell’oggi. I carismi crescono come crescono le verità del dogma, della morale: crescono in pienezza. Sono i modi di viverlo che possono costituire un ostacolo o addirittura un tradimento al fine per il quale il carisma è stato suscitato dallo Spirito Santo. Riconoscere e correggere le modalità fuorvianti, laddove necessario, non è possibile se non con atteggiamento umile e sotto la guida sapiente della Chiesa. E questo atteggiamento di umiltà lo riassumerei con due verbi: ricordare, ossia riportare al cuore, ricordare l’incontro con il Mistero che ci ha condotti sin qui; e generare, guardando avanti con fiducia, ascoltando i gemiti che lo Spirito oggi nuovamente esprime. «L’uomo umile, la donna umile ha a cuore anche il futuro, non solo il passato, perché sa guardare avanti, sa guardare i germogli, con la memoria carica di gratitudine. L’umile genera, l’umile invita e spinge verso ciò che non si conosce. Invece il superbo ripete, si irrigidisce […], va indietro e si chiude nella sua ripetizione, si sente sicuro di ciò che conosce e teme, teme sempre il nuovo perché non può controllarlo, se ne sente destabilizzato… perché? Perché ha perso la memoria»1. Guardate la memoria del fondatore.

 

Carissimi, abbiate a cuore il dono prezioso del vostro carisma e la Fraternità che lo custodisce, perché esso può far “fiorire” ancora molte vite, come ci hanno testimoniato Hassina e Rose. La potenzialità del vostro carisma è ancora in gran parte da scoprire, ancora c’è gran parte da scoprire; vi invito perciò a rifuggire da ogni ripiegamento su voi stessi, dalla paura — la paura non ti porterà mai a un buon porto — e dalla stanchezza spirituale, che ti porta alla pigrizia spirituale. Vi incoraggio a trovare i modi e i linguaggi adatti perché il carisma che don Giussani vi ha consegnato raggiunga nuove persone e nuovi ambienti, perché sappia parlare al mondo di oggi, che è cambiato rispetto agli inizi del vostro movimento. Ci sono tanti uomini e tante donne che non hanno ancora fatto quell’incontro con il Signore che ha cambiato e reso bella la vostra vita!

 

  1. Secondo aspetto: don Giussani educatore. Fin dai primi anni del suo ministero sacerdotale, di fronte allo smarrimento e all’ignoranza religiosa di molti giovani, don Giussani sentì l’urgenza di comunicare loro l’incontro con la persona di Gesù che lui stesso aveva sperimentato. Don Luigi aveva una capacità unica di far scattare la ricerca sincera del senso della vita nel cuore dei giovani, di risvegliare il loro desiderio di verità. Da vero apostolo, quando vedeva che nei ragazzi si era accesa questa sete, non aveva paura di presentare loro la fede cristiana. Ma senza mai imporre nulla. Il suo approccio ha generato tante personalità libere, che hanno aderito al cristianesimo con convinzione e passione; non per abitudine, non per conformismo, ma in modo personale e in modo creativo. Don Giussani aveva una grande sensibilità nel rispettare l’indole di ognuno, rispettare la sua storia, il suo temperamento, i suoi doni. Non voleva persone tutte uguali e non voleva nemmeno che tutti imitassero lui, che ognuno fosse originale, come Dio lo ha fatto. E infatti quei giovani, crescendo, sono diventati, ciascuno secondo la propria inclinazione, presenze significative in diversi campi, sia nel giornalismo, nella scuola, nell’economia, nelle opere caritative e di promozione sociale.

 

Questa, amici, è una grande eredità spirituale che vi ha lasciato don Giussani. Vi esorto a nutrire in voi la sua passione educativa, il suo amore per i giovani, il suo amore per la libertà e la responsabilità personale di ciascuno di fronte al proprio destino, il suo rispetto per l’unicità irripetibile di ogni uomo e ogni donna.

  1. E terzo: Giussani figlio della Chiesa. Don Giussani è stato un sacerdote che ha amato tanto la Chiesa. Anche in tempi di smarrimento e di forte contestazione delle istituzioni, ha sempre mantenuto con fermezza la sua fedeltà alla Chiesa, per la quale nutriva un grande affetto — amore! —, quasi una tenerezza, e nello stesso tempo una grande riverenza, perché credeva che essa è la continuazione di Cristo nella storia. Diceva: «Tu hai incontrato questa compagnia: questa è la modalità con cui il mistero di Gesù […] ha bussato a casa tua»2. Usava questa bella espressione: la “compagnia”. I gruppi del movimento erano per lui una “compagnia” di persone che avevano incontrato Cristo. E, in definitiva, la Chiesa stessa è la “compagnia” dei battezzati che tutto tiene insieme, da cui tutto trae vita, e che ci mantiene nel giusto cammino.

 

Don Giussani ha insegnato ad avere rispetto e amore filiale per la Chiesa e, con grande equilibrio, ha saputo sempre tenere insieme il carisma e l’autorità, che sono complementari, entrambi necessari. Voi cantate spesso nei vostri incontri il canto “La strada”. Giussani, proprio usando la metafora della strada diceva: «L’autorità assicura la strada giusta, il carisma rende bella la strada»3. Senza autorità si rischia di andare fuori strada, di andare in una direzione sbagliata. Ma senza il carisma il cammino rischia di diventare noioso, non più attraente per la gente di quel particolare momento storico.

 

Anche tra voi, alcuni sono incaricati di un compito di autorità e di governo, per servire tutti gli altri e indicare la strada giusta. Questo consiste, in concreto, nel guidare e rappresentare il movimento, nel favorirne lo sviluppo, nel portare avanti progetti apostolici specifici, nell’assicurare la fedeltà al carisma, nel tutelare i membri del movimento, nel promuovere il loro cammino cristiano e la loro formazione umana e spirituale. Ma accanto al servizio dell’autorità è fondamentale che, in tutti i membri della Fraternità, rimanga vivo il carisma, affinché la vita cristiana conservi sempre il fascino del primo incontro. Non dimenticatevi mai di quella prima Galilea della chiamata, di quella prima Galilea dell’incontro. Sempre tornare lì, a quella prima Galilea che ognuno di noi ha vissuto. Questo ci darà forza per andare sempre in obbedienza nella Chiesa. Questo è ciò che “rende bella la strada”. Così i movimenti ecclesiali contribuiscono, con i loro carismi, a mostrare il carattere attraente e di novità del cristianesimo; e all’autorità della Chiesa spetta indicare con saggezza e prudenza su quale via i movimenti devono camminare, per rimanere fedeli a sé stessi e alla missione che Dio ha affidato loro. Con parole di don Giussani possiamo affermare che «è un’esigenza irrinunciabile dell’incarnazione questo continuo scambio tra istituzione e carisma. In nessun modo questo rapporto tra grazia e libertà può essere pensato in alternativa dialettica, quasi che l’istituzione non sia il carisma e che il carisma non abbia bisogno dell’istituzione. Un carisma va istituzionalizzato. E un’istituzione deve mantenere la dimensione carismatica. Essi sono alla fine l’unica realtà della Chiesa. Si potrebbe forse pensare l’organismo umano senza lo scheletro che lo sostiene? Così non è pensabile che la Chiesa viva senza istituzione»4.

 

Voi sapete che la scoperta di un carisma passa sempre attraverso l’incontro con persone concrete. Queste persone sono testimoni che ci permettono di accostarci a una realtà più grande, che è la comunità cristiana, la Chiesa. È nella Chiesa che l’incontro con Cristo rimane vivo. È la Chiesa il luogo in cui tutti i carismi vengono custoditi, alimentati e approfonditi. Pensiamo, negli Atti degli Apostoli, all’episodio di Filippo e dell’eunuco, funzionario della regina di Etiopia. Filippo fu determinante per la sua conversione, egli fu il mediatore dell’incontro con Cristo per quell’uomo in cerca della verità. Ebbene, come termina questo episodio? Filippo battezza l’eunuco e il testo dice: «Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più» (At 8, 39). “Non lo vide più”! Dopo averlo condotto a Cristo, Filippo scompare dalla vita dell’eunuco! Ma la gioia dell’incontro con Cristo rimane, — quella gioia dell’incontro rimane sempre! — infatti il racconto aggiunge: «E pieno di gioia, proseguiva la sua strada». Tutti siamo chiamati a questo: essere mediatori per gli altri dell’incontro con Cristo, e poi lasciare che essi percorrano la loro strada, senza legarli a noi.

 

E, per concludere, vorrei chiedervi un aiuto concreto per oggi, per questo tempo. Vi invito ad accompagnarmi nella profezia per la pace — Cristo, Signore della pace! Il mondo sempre più violento e guerriero mi spaventa davvero, lo dico davvero: mi spaventa —; nella profezia che indica la presenza di Dio nei poveri, in quanti sono abbandonati e vulnerabili, condannati o messi da parte nella costruzione sociale; nella profezia che annuncia la presenza di Dio in ogni nazione e cultura, andando incontro alle aspirazioni di amore e verità, di giustizia e felicità che appartengono al cuore umano e che palpitano nella vita dei popoli. Arda nei vostri cuori questa santa inquietudine profetica e missionaria. Non rimanere fermi.

 

Carissimi, amate sempre la Chiesa. Amate e preservate l’unità della vostra “compagnia”. Non lasciate che la vostra Fraternità sia ferita da divisioni e contrapposizioni, che fanno il gioco del maligno; è il suo mestiere: dividere, sempre. Anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia, e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi quale fu il ’68. E in seguito don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa.

 

Ringraziamo insieme il Signore oggi per il dono di don Giussani. Invochiamo lo Spirito Santo e l’intercessione della Vergine Maria, perché tutti voi possiate proseguire, uniti e gioiosi, sulla strada che egli vi ha mostrato con libertà, creatività e coraggio. Di cuore vi benedico. E per favore, vi chiedo di pregare per me. Grazie.

Fonte: L’Osservatore Romano – 15 ottobre 2022.

IL SUD, LA FIDUCIA E L’ITALIA CHE CE LA PUÒ FARE. SU FORMICHE.NET LA LECTIO MAGISTRALIS DI CARLO MESSINA.

Il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha ricevuto dal Politecnico di Bari una laurea magistrale honoris causa in Ingegneria gestionale. Ecco cosa ha detto alla cerimonia che si è tenuta nell’aula magna del dipartimento di Architettura.

 

Carlo Messina

 

Vi ringrazio moltissimo. Devo dire che sono rimasto particolarmente colpito da quello che avete detto rispetto a quello che ho fatto. Quindi, prima di entrare nell’argomento di oggi, vorrei fare alcune considerazioni, se me lo permettete, rispetto a quello che avete descritto come il mio percorso fino ad oggi.

 

La prima considerazione immediata, mentre descrivevate le motivazioni, è che in qualunque organizzazione, quando si raggiungono dei successi, non è mai soltanto merito di chi guida l’organizzazione, perché puoi essere la persona con i maggiori talenti (e questo lo dico per i ragazzi che sono presenti), puoi avere la maggior capacità di apprendere, di avere competenze tecniche, ma, se le squadre e le persone che lavorano con te non sono motivate e non sono tutte orientate a raggiungere il tuo stesso obiettivo, le organizzazioni non saranno mai organizzazioni di successo con i risultati che si vogliono ottenere anche sul fronte della responsabilità sociale, cioè fare in modo che quello che viene realizzato in un’azienda di successo possa essere portato a vantaggio della comunità, della collettività, che è sempre più una priorità di tutti noi e lo sarà sempre di più… e nella mia relazione, entrerò più in dettaglio su questo.

 

In Intesa San Paolo noi abbiamo centomila persone che lavorano, centomila persone che, dal punto di vista delle considerazioni che facevate, meritano di avere lo stesso tipo di complimento, lo stesso tipo di felicitazione per il modo con cui noi lavoriamo, perché non c’è nessuno, in nessuna organizzazione, che possa rappresentare una leadership sostenibile se l’organizzazione non è un’organizzazione di successo grazie a tutte le persone che ci lavorano. Quindi devo dirvi che, da questo punto di vista, la vostra visione assolutamente positiva, e che mi onora, nei miei confronti, io la voglio condividere con le persone che lavorano con me in banca, perché indubbiamente questo è un passaggio fondamentale.

 

Avete descritto il mio percorso dentro la banca. Io ho iniziato partendo e scalando tutta la struttura organizzativa dell’azienda, ma non sarei mai riuscito a far diventare Intesa Sanpaolo un leader europeo ormai certo e indiscusso, se non avessi avuto con me tutte le persone della Banca orientate al raggiungimento di questi stessi risultati, dalla persona che interagisce nelle filiali con i clienti fino alle persone che hanno responsabilità apicali all’interno dell’organizzazione.

 

Detto questo, prima di entrare nei miei ragionamenti, vorrei fare una considerazione sulla coesione sociale, l’inclusione sociale, le disuguaglianze, perché questo è un tema che tutti noi nel corso della fine del 2022 e del 2023 dovremo aver ben chiaro. Noi ci troviamo di fronte, in questa fase del mondo e in particolare dell’Italia, che è quello che ci interessa principalmente, ad uno scenario in cui certamente gli effetti del conflitto, l’incremento dei prezzi, la scarsità delle risorse energetiche, rappresentano un grandissimo elemento di attenzione e anche un grandissimo punto che deve portarci a guardare chi ha più bisogno in questo momento nel nostro Paese.

 

Io sento moltissimi che fanno delle previsioni catastrofiche sul futuro del nostro Paese nel corso del 2023, che io non condivido per nulla. Noi abbiamo di fronte uno scenario complesso, indubbiamente complesso, abbiamo di fronte la necessità di mitigare l’impatto di quello che sta accadendo su chi ha più bisogno, perché quello che succederà è che chi è povero diventerà più povero, chi è un cosiddetto working poor avrà bisogno di essere supportato in una fase in cui il suo potere di acquisto si ridurrà, le aziende e, in particolare, quelle di più piccole dimensioni, avranno bisogno di essere supportate per riuscire a superare questo momento, ma parliamo di una fase transitoria, cioè non parliamo della fine di un sistema industriale.

 

Questo è importante che tutti lo abbiamo in mente. Noi dobbiamo lavorare in questa fase per sostenere chi ha più bisogno, ma avendo chiaro che noi, nel corso del 2023, avremo un recupero che ci porterà nel 2024 a una crescita. Questo significa che tutte le nostre azioni dovranno essere orientate a continuare ad investire, a continuare a guardare al futuro nella prospettiva di riuscire a portare il nostro Paese di nuovo a una fase di crescita e da questo punto di vista, vi ricordo solo che quando siamo entrati nel periodo del Covid, non esistevano i vaccini, non avevamo una prospettiva e il Pil è sceso del 9% nel nostro Paese, lì, veramente, avevamo di fronte un’incertezza drammatica, su quelli che potevano essere gli sviluppi futuri.

 

Oggi, qualunque previsione voi guardiate di quello che sta accadendo nel mondo nel corso del 2023, la peggiore ipotesi su cui si immagina è che il Pil del nostro Paese, possa scendere dell’1, dell’1,5, nel peggior caso, per poi ritornare a crescere nel 2024. Allora, cerchiamo di mantenere il giusto equilibrio anche nella prospettiva che abbiamo di fronte, dove dobbiamo aiutare chi ha bisogno e aumenterà il numero di quelli che avranno bisogno, aumenterà per le famiglie e aumenterà per le imprese.

 

Però, come accennavate prima, io sono fortemente convinto che ognuno deve fare la propria parte e, in particolare, quelli che hanno di più come nel caso di Intesa, dove abbiamo utili, abbiamo dotazioni patrimoniali, abbiamo possibilità di sostenere chi ha bisogno, ma tutte le aziende che hanno questa posizione di strutturale forza, acquisita negli anni passati, devono usare questo anno 2023 per contribuire ad arrivare a un 2024 di crescita. Non dobbiamo aspettare che sia lo Stato soltanto ad aiutarci, dobbiamo fare in modo che ognuno di noi si impegni, e moltissime aziende l’hanno dimostrato, moltissimi bilanci nel 2022 delle aziende chiuderanno con degli utili molto importanti – anche se nel 2023 ci sarà una riduzione degli utili – che destineremo a favore di chi ha più bisogno, creeremo le condizioni per un 2024 di forte crescita per tutti noi.

 

Quindi, questo è un messaggio che vorrei portare a tutti voi e a completamento del percorso che avevate descritto del come sono state condotte le valutazioni per poter assegnarmi questa laurea di cui sono veramente onorato. Però, detto questo, vi vorrei ribadire che abbiamo di fronte uno scenario complesso dove i più poveri e le aziende più, in difficoltà dovranno essere aiutati, ma chi è in condizioni di poter aiutare gli altri, questo è il momento in cui lo deve fare perché non abbiamo un bilancio pubblico che può sostenere in modo infinito le aziende, solo perché ridurranno gli utili nel corso del 2024 o le banche o tutti gli operatori, che opereranno nel nostro sistema.

 

Per leggere il testo integrale

https://formiche.net/2022/10/sud-lectio-magistralis-carlo-messina/

UNA NUOVA EUROPA PER COSTRUIRE IL MONDO FUTURO.

 

Dobbiamo portare in dote, nei rapporti con il mondo, il soft power italico guardando oltre le macerie e le miserie della politica domestica. Abbiamo le carte in regola. L’esempio straordinario di De Gasperi si lega idealmente, lungo un tragitto di elaborazione e aggiornamento programmatico-culturale, alla bella testimonianza di Sassoli. Vale anche la pena rileggere le carte che sono a fondamento della costruzione del Partito popolare europeo: siamo lontani anni luce dal sovranismo. Perché non eleggere nel 2024 un Parlamento che sia espressione di un collegio unico europeo, senza “filtri” nazionali?

 

Umberto Laurenti

 

 

Chissà se Alcide De Gasperi ha seguito dall’aldilà la riunione dei Capi di Stato e di Governo svoltasi pochi giorni fa a Praga, per la nascita della Comunità Politica Europea, una sua proposta per la quale si era tenacemente battuto nel 1951, non riuscendo però a vederla realizzata. Questa volta la proposta veniva dal presidente francese Macron, ed abbiamo letto sui giornali del debutto di questo “nuovo Organismo”: un forum intergovernativo che dovrebbe favorire e rappresentare “l’intimità strategica tra i Paesi Europei”. I governanti di 44 Paesi (Russia e Bielorussia non erano invitati) si sono riuniti il 6 ottobre scorso per “organizzare l’Europa, dal punto di vista politico, oltre il perimetro dell’Unione Europea” ma in realtà il comunicato ufficiale emanato a fine incontro, parla più modestamente della “volontà di promuovere il dialogo politico e la cooperazione per affrontare questioni di interesse comune in modo di rafforzare la sicurezza, la stabilità e la prosperità del continente europeo”: un po’ poco per giustificare e dare credibilità ad un nuovo Organismo Internazionale, in una fase che già vede terribilmente appannata l’immagine dell’Onu, incapace di influire sull’andamento della crisi Ucraina. Non so se abbia ragione Sergio Fabbrini che sul Sole 24 Ore del 9 ottobre, sbrigativamente liquida l’iniziativa come espressione della logica sovranista delle destre europee, favorevoli a ridimensionare l’Unione Europea a semplice coordinamento tra le Nazioni pienamente sovrane.

 

Certo è però che, al di là di tutte le buone intenzioni anche dei non-sovranisti, l’espandere il perimetro dell’Europa Unita, non l’ha rafforzata, e non aiuterebbe il disegno unitario politico un ulteriore allargamento, che meglio dovrebbe essere chiamato annacquamento. Non ritengo quindi di esagerare se definisco “bizzarra” la proposta lanciata nel maggio scorso da Macron ed ora recepita senza entusiasmo ma anche senza un tentativo di approfondimento, dai Governi interessati, nel totale disinteresse dell’opinione pubblica, complice l’assordante silenzio dei media. La Comunità Politica Europea reclamata da De Gasperi, analogamente alle proposte dei “padri fondatori” ed alle istanze federaliste, immaginava una Comunità solidamente unita e formata da una decina di Paesi Europei accomunati da valori, obiettivi, pratica democratica, solidità istituzionale, modelli socioeconomici. Sappiamo bene come è andata nel concreto: la visione federalista ha segnato il passo, e ci si è accontentati di rafforzare l’integrazione economica e sociale, lasciando in vigore il principio dell’unanimità dei Governi e del diritto di veto, allargando sempre di più i confini esterni dell’Unione, senza abbattere davvero i confini interni, rinunciando al percorso della integrazione politica, istituzionale e culturale.

 

Doppiamente “bizzarra” la proposta di Macron, visto che un Organismo internazionale con finalità simili, partecipato da 46 Stati membri (compresi ovviamente i 27 dell’Unione Europea, e praticamente tutti gli altri presenti a Praga, dal Regno Unito alla Turchia, e con l’estromissione analoga di Russia e Bielorussia) esiste dal 1949 e funziona egregiamente, organizzato con un modello istituzionale che prevede come organo decisionale il Comitato dei Ministri dei Governi membri, ma anche una Assemblea Parlamentare con rappresentanze di tutti Paesi ed una Assemblea  dei “Poteri locali e regionali”, una Conferenza delle ONG Internazionali ed infine la notissima Corte dei Diritti dell’uomo, il tutto con sede a Strasburgo, in Francia. Come è possibile che nessuno abbia sollevato questi dubbi a livello governativo o parlamentare?

 

Lo so, potrà apparire secondario tutto ciò, rispetto alle priorità della guerra Russia-Ucraina, della crisi energetica, del rischio di uso bellico del nucleare, delle criticità climatiche ed ambientali,  del costante divario tra Nord e Sud del mondo, e così via, della incapacità di prevedere ed anticipare le diverse crisi che si vanno accumulando ed intensificando, un problema non certo del solo pensiero occidentale, bensì globale, tanto da non riuscire finora ad intervenire per correggere il modello  che regola gran parte della produzione, degli scambi, dell’utilizzo delle risorse, in primis quelle naturali.  So bene che gran parte dei politici ha rinunciato da tempo a riflettere sulla sempre più debole incisività delle Istituzioni multilaterali, in primis dell’ONU, sul ruolo imprescindibile dei movimenti culturali e sociali e dei popoli stessi, sul recupero di una visione dello sviluppo che non si regga sull’unico criterio del profitto e del potere incontrollato delle multinazionali, della necessità di una ricerca condivisa tra le grandi culture/civiltà del mondo, sulle modalità per la coesistenza equilibrata a medio e lungo termine.

 

La comunicazione sempre più semplificata dai media, sta accreditando una frettolosa e rinunciataria identificazione dell’Occidente come un “unicum” socio-culturale-politico, cosa non vera ed a cui non dobbiamo rassegnarci, sia perché nel cosiddetto Occidente convivono da sempre culture diverse che interagiscono tra loro, alcune delle quali abituate storicamente ad accettare l’ibridazione culturale, ed anche perché non deve passare il concetto semplificatorio di un Occidente omologato ed a guida Usa, poiché questo è un modello che attiene situazioni strategico-militari e già esiste e si chiama NATO. Per noi poi è autolesionismo il dimenticare il tema Europa e Mediterraneo, dando per cosa ininfluente ed irreversibile l’assenza politico-diplomatica dell’Unione Europea, la quale sembra aver rinunciato al proprio sogno di unione politico istituzionale, accontentandosi di esprimere indirizzi ed attuare misure, pur necessarie, economiche.

 

La guerra in corso tra Ucraina e l’invasione russa che l’ha determinata, è il colpo di coda del vecchio equilibrio mondiale basato sui blocchi di potere, quella che un tempo si chiamava politica imperiale, con la rinascita dei nazionalismi ed il ricorso alla forza militare, opzioni che l’umanità sembrava aver archiviato o almeno limitato ai conflitti locali. Non a caso questa guerra dagli esiti ancora indecifrabili vede convivere l’utilizzo massiccio delle nuove tecnologie ed il ricorso a brutalità fisiche proprie d’altri tempi, il tutto vissuto da gran parte dell’opinione pubblica come un virtual war game.

 

È innegabile la pressoché totale assenza dell’esercizio di un ruolo politico-diplomatico, nella gestione di una situazione conflittuale a livelli critici mai finora registrati, da parte dell’Unione Europea, con l’opinione pubblica concentrata sulle conseguenze economiche e sociali della guerra, anziché sulle cause ed i modi per fermarla. In particolare, in Italia, Parlamento devitalizzato e forze politiche sempre meno rappresentative, si apprestano ad affrontare il tema europeo “dopo” la soluzione degli equilibri di potere post-elettorali, con un antistorico ritorno alla retorica della “nazione”, nonostante ne sia evidente l’inconsistenza a fronte della crisi sia economica che politica in atto, e nonostante i confini siano solo “immaginari” a fronte dell’espandersi dei virus e dell’inquinamento atmosferico, anche nucleare.

 

Noi italiani sappiamo benissimo che l’Italia unita si è avuta anche perché lo ha voluto il “concerto degli Stati Europei”. Davvero possiamo pensare che uno staterello come il Piemonte poteva arrivare, certo anche con il sostegno e la mobilitazione della “minoranza del pensiero” risorgimentale di ispirazione mazziniana e le scorrerie delle bande irregolari garibaldine, a conquistare l’intera penisola senza il consenso delle potenze europee? E proprio questa intuizione coltivata ed assecondata con manovre diplomatiche ed atti concreti certifica la grandezza di Cavour come statista. Il biennio cruciale che consente al piccolo Piemonte di uscire dall’emarginazione ed abbandonare momentaneamente la tradizionale inimicizia con l’Austria è il 1854-1855, con la crisi e la guerra di Crimea e l’invio a fianco delle potenze europee contro la Russia, di un corpo di spedizione piemontese.

 

Agli oppositori che nel difficile dibattito parlamentare rinfacciano al Governo di aver abbandonato le aspettative di unificazione della Penisola per andare a combattere in una lontana landa, Cavour ribatte in maniera definitiva e perentoria che il Piemonte è parte dell’Occidente e dell’Europa e solo in quell’ambito si troverà la soluzione del problema italiano. E ad un parlamentare genovese che lamenta la perdita economica per i suoi elettori, noleggiatori di navi per il trasporto del grano russo verso l’Europa occidentale, visto che lo Zar ne aveva disposto il blocco, Cavour risponde che la situazione sarebbe di facile soluzione se il problema fosse solo l’approvvigionamento del grano, visto che lo Zar non vorrà tenerselo ancora per molto e farlo marcire. Noi sappiamo oggi che il problema non è solo il grano, ma sempre più l’approvvigionamento e quindi la autosufficienza delle fonti energetiche, E sappiamo pure che rispetto alle baionette dei soldati allora inviati in guerra, ci sono purtroppo i rischi della guerra nucleare globale. Sappiamo anche che gli attori sul campo sono sempre gli stessi: la Russia, la Turchia, allora Impero Ottomano, l’Europa, più debole di allora. Dovremmo studiare di più la storia e la geografia, in modo di non accorgerci solo all’improvviso e troppo tardi della esistenza dell’Ucraina, ed in modo anche di constatare che la Crimea è rimasta ancora un nervo scoperto nei rapporti tra Russia ed Europa.

 

Tornando ai giorni nostri, possibilmente accompagnati dalla conoscenza del passato e dalla consapevolezza della complessità sempre più accentuata della situazione geopolitica, mi pare di poter affermare che il “nostro” progetto per una Europa unita politicamente e militarmente, oltre che sul piano dell’economia reale, attenta ai bisogni sociali, è tuttora valido ed attuale, anche a beneficio della pace e sicurezza nel Mediterraneo, e dello sviluppo per il Sud del Mondo. Dico “nostro” poiché chi si riconosce nella storia politica dei cattolici democratico-popolari e nei valori che ne hanno ispirato la presenza nelle Istituzioni, non può e non deve rinunciare all’obiettivo di una Europa federale, unita innanzitutto sul piano politico-istituzionale.

 

La prematura scomparsa di David Sassoli è stata una gravissima perdita personale per tutti noi che eravamo a lui legati da amicizia e condivisione di idee, ma ha pure privato l’Italia e l’Europa della voce di chi più nitidamente aveva ribadito ed aggiornato quella nostra posizione (1). Davide Sassoli aveva infatti, da Presidente del Parlamento Europeo lucidamente cercato soluzioni in grado di preparare un futuro istituzionale migliore: “Per prevenire crisi future e migliorare le nostre risposte, il mondo di domani dovrà più che mai essere strutturato intorno alla cooperazione, al multilateralismo ed alla solidarietà” (2).

 

Occorre coltivare la speranza che tutto ciò non vada disperso e possa manifestarsi e crescere una proposta politico-programmatica che abbia il coraggio di parlare ai cittadini europei, anziché solo agli italiani, con l’obiettivo di avere presto un Parlamento europeo composto dai rappresentanti di forze politiche europee, transnazionali. Occorre infatti superare le barriere nazionali, anche in politica, anche nella strutturazione e nelle proposte dei partiti; non salveremo le nostre idee ed i nostri valori, né riusciremo ad immaginare e costruire una proposta per il futuro, continuando con piccole manovre tattiche, furbe fughe in avanti, ridicole nostalgie di tempi irripetibili: dobbiamo guardare “oltre”, ed il nostro più naturale e rassicurante approdo, che consenta al contempo di confrontarci con i protagonisti di un assetto planetario in rapida evoluzione, è l’Europa.

 

Un impegno politico nuovo ma radicato alla storia ed ai valori, sarebbe positivo in funzione di un’Europa realmente unita anche nel suo assetto politico-istituzionale, ed al contempo occasione e stimolo per una rigenerazione delle forze politiche, finalmente orientate a legiferare e governare in maniera e con ottica europea. Credo pure che ciò potrebbe favorire anche la possibilità per il Partito Popolare Europeo, di esprimere una proposta politica più “plurale” e rappresentativa, recuperando la partecipazione di espressioni politiche significative, in particolare quella della ex-Margherita fuoriuscita nel 2004 e poi troppo frettolosamente confluite nel “contenitore socialista”.

 

Essendo io, per banali motivi anagrafici, rimasto unico vivente tra i DC italiani che sottoscrissero gli Atti fondativi del PPE (3), ho il dovere di testimoniare, anche se per motivi di spazio non posso farlo in questa sede, che le Tesi programmatiche approvate nel 1978 all’atto della costituzione del Partito Popolare Europeo, non sono assolutamente di destra, nazionaliste, sovraniste, arretrate, conservatrici. Tutt’altro, e molte di quelle proposte sono pienamente valide, purtroppo non ancora messe in atto.

 

Abbiamo le carte in regola, fornite dal nostro passato di presenza politica in Italia ed in Europa, e peraltro la storia millenaria della civiltà italica (4), che è anche europea, testimonia che è possibile la condivisione dei valori e degli obiettivi comuni, vissuti in solide comunità locali ma con l’attitudine dell’approccio globale per comprendere le altre culture e civiltà, recependone stimoli utili a costruire il futuro. Infatti l’alleanza tra cultura e tecnologia, genera, rinnova e rafforza la piena cittadinanza, superando i confini di spazio e tempo, dando ai cittadini, alle Istituzioni ed anche alle realizzazioni dell’ingegno e del lavoro, quindi al modo di vivere e rapportarsi, una impronta moderna ed al tempo stesso con radici riconoscibili. Come obiettivo concreto nel futuro di una Europa rafforzata nelle sue istituzioni, vedo un Parlamento eletto dall’Europa identificata come circoscrizione elettorale unitaria, e quindi  con liste e forze politiche europee, con parlamentari eletti per rappresentare il popolo europeo, e nell’immediato, auspico la presenza di candidature di “italici” nelle liste dei vari Paesi Europei già dalle elezioni del 2024, per lasciare un’impronta politica ed al contempo culturale.

 

 

(1)https://ildomaniditalia.eu/persona-grata-gli-italici-con-sassoli-il-senso-di-una-proposta-di-speciale-valore-simbolico/

(2)https://ildomaniditalia.eu/quale-europa-per-il-futuro-che-ci-attende/

(3)Firmatari italiani dell’Atto costitutivo del Partito Popolare Europeo 7.3.1978: Zaccagnini, Piccoli, Andreotti, Colombo, Granelli, Rumor, Falcucci, Laurenti, Antoniozzi.

(4)https://www.quotidianoarte.com/category/soft-power-italico/

GIOCHI DI POTERE E MAGGIORANZE VARIABILI. ANCORA SUL CASO LA RUSSA: LE TENSIONI TRA LEGA E F.I. RESTANO.

Anche dopo l’elezione di Lorenzo Fontana (Lega) alla Presidenza della Camera, con la ritrovata unità della maggioranza meloniana, rimane sullo sfondo il problema di come al Senato la stessa maggioranza abbia clamorosamente sbandato. L’elezione di La Russa premia comunque la forza traente di Giorgia Meloni. La XIX legislatura comincia però con un colpo di scena, l’irritazione di qualche primattore e i giochi di palazzo tra l’improvvisato e lo studiato dietro le quinte.

Francesco Provinciali

Quella andata in scena al Senato per l’elezione del Presidente Ignazio La Russa secondo alcuni è la rappresentazione del trasformismo politico che adatta tatticamente alle circostanze – con una caduta di tono verticale e in modo disinvolto – le affermazioni di principio e i distinguo esternati nella campagna elettorale ormai lontana.

Per altri si è trattato di una ‘genialata’ ma con un conto da saldare per i pompieri che hanno spento sul nascere l’incendio – appena se ne presenterà l’occasione – al fine di supplire allo sbandamento nella maggioranza causato dalla presa di posizione di Berlusconi (che, dopo aver mandato a quel paese Ignazio La Russa, tuttavia ha votato insieme alla Presidente uscente Elisabetta Casellati) e degli altri senatori forzisti che invece non hanno partecipato al voto.

Due vecchie volpi come Casini e Mastella hanno commentato negativamente l’opportunità persa dall’opposizione di proporre un candidato di bandiera per contarsi ma anche per dignità, senza considerare che l’astensione di Forza Italia e il puntiglio del Cavaliere avrebbero potuto provocare un grosso guaio alla maggioranza di centro destra: il primo ha detto di intuire a quali gruppi parlamentari attribuire questo endorsement offerto al candidato di FdI e di capire anche il ‘do ut des’ sotteso a questa machiavellica e spregiudicata operazione di supplenza e di puntello alla Meloni e alla coalizione che dovrebbe guidare il Paese. Il secondo – richiesto di immaginare il titolo di un giornale a commento dei fatti – ha proposto in modo esplicito  “Una prova di imbecillità dell’opposizione”.

Più sobriamente forse sarebbe bastato “Abbiamo una nuova maggioranza”, non importa se con il punto interrogativo o senza. Potrebbe forse essere stata infatti per alcuni una ghiotta e imprevista circostanza per prendere parte al convivio delle nomine e delle poltrone, una sorta di prova generale per dare una mano al centro destra e al governo che verrà, prendendo intanto il posto di chi per un ministero in meno adombra di salire per conto proprio al Colle e poi smarcarsi magari con un appoggio esterno o una clamorosa uscita dalla coalizione.

Il potere logora chi non ce l’ha: questa lezione di Andreotti, che dell’arte di governare anche in mezzo ad insidie di ogni tipo era un maestro sopraffino, potrebbe essere un’occasione offerta su un piatto d’argento per ottenere inattesi risultati varcando quella linea la

bile e sottile che separa le opposizioni dalla maggioranza di governo e che di volta in volta può essere spostata per mera convenienza.

Per ora niente patti, staremo a vedere, ma un segnale importante è stato consegnato al destinatario.

Qualcuno ha indagato sul tempo di transito sotto il catafalco dei vari senatori che avevano appena ritirato la scheda di votazione ed in effetti quello che in parte si è visto, almeno per i maggiori sospettati, è significativamente eloquente. Chi è passato velocemente non avrebbe avuto il tempo necessario per scrivere un nome a differenza di chi si è soffermato una decina di secondi in più.

La politica parlamentare ci ha riservato sovente in passato questi siparietti e non sembra il caso di approfondire, oggi a me domani a te. Certamente conta il risultato che premia la forza traente di Giorgia Meloni. La XIX legislatura comincia dunque con un colpo di scena, l’irritazione di qualche primattore e i giochi di palazzo tra l’improvvisato e lo studiato dietro le quinte. Le maggioranze variabili sono un classico della letteratura parlamentare, cambiano i suonatori (poi mica tanto…) ma la musica resta sempre la stessa: navigare necesse est, vivere non est necesse.

UDIENZA DI CL IN VATICANO. DON GIUSSANI, «IL MONDO C’È: LA COMPAGNIA CHE DA CRISTO È NATA HA INVESTITO LA STORIA».

Oggi Papa Francesco, in occasione del centenario della nascita di don Luigi Giussani, riceverà in udienza la Fraternità di Comunione e Liberazione.

Di seguito riportiamo la lettera che il Presidente della Fraternità ha inviato in preparazione dell’evento.

 

Davide Prosperi

 

Cari amici,

 

con l’approssimarsi dell’udienza che papa Francesco ci ha concesso per il Centenario della nascita del nostro amato don Giussani, riempiendoci di profonda gratitudine e gioia, avverto l’urgenza di rinnovare con voi le ragioni della nostra partecipazione a un evento così importante, per aiutarci ad attenderlo con cuore umile e sincero, spalancato nella preghiera.

 

L’udienza sarà un passaggio fondamentale del cammino che stiamo compiendo. In un momento così delicato per il movimento, con il pellegrinaggio alla casa di Pietro vogliamo affermare ancora una volta la nostra affezionata sequela al Papa e in essa il nostro appassionato amore a Cristo e alla Chiesa. A papa Francesco affidiamo, dunque, come figli, il desiderio che dal profondo ci anima di offrire, attraverso la concretezza della nostra esistenza, il nostro contributo di fede e di costruzione del bene comune a vantaggio di tutti i nostri fratelli uomini, continuando a mendicare, anzitutto per noi stessi, Colui che solo può compiere la sete del cuore dell’uomo: Gesù di Nazareth. È questo che don Giussani ci ha insegnato e testimoniato con la sua vita: «Nel grande alveo della Chiesa e nella fedeltà al Magistero e alla Tradizione, abbiamo sempre voluto portare la gente a scoprire – o a vedere in modo più facile – come Cristo è presenza» (don Giussani). Noi «esistiamo solo per questo».

 

Teniamo quindi desta nelle settimane che ci separano dall’udienza la domanda a Cristo che ci renda capaci di rinnovare in ogni istante il nostro sì alla Sua chiamata: è nel sì di ciascuno di noi, infatti, che si concretizza la sequela alla Chiesa che desideriamo esprimere con la presenza di tutti noi, uniti, in piazza San Pietro il 15 ottobre.

 

Nella attesa dell’incontro col Santo Padre, con il cuore aperto ad accogliere con gratitudine lieta le sue parole e la sua benedizione, fiduciosi nell’abbraccio misericordioso della Chiesa, affidiamo all’intercessione della Madonna il cammino del nostro movimento. Siamo coscienti del nostro nulla e allo stesso tempo pieni di indomita speranza in Colui che può tutto, nel percorrere quella «strada bella» della quale don Giussani non ha mai smesso di renderci certi: «La familiarità con Lui, da cui nasce l’evidenza della sua parola come unica che dia senso alla vita, come possiamo viverla? Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia: è la Chiesa, suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi. È perciò una familiarità quotidiana di impegno nel mistero della sua presenza entro il segno della Chiesa. Di qui può nascere l’evidenza razionale, pienamente ragionevole, che ci fa ripetere con certezza ciò che Lui, unico nella storia dell’umanità, disse di sé: Io sono la via, la verità, la vita» (don Giussani).

 

Preghiamo lo Spirito Santo perché ci accompagni e ci illumini, e preghiamo sempre per il Papa e le sue intenzioni.

RIFLETTENDO SULL’ILIADE. SIMONE WEIL E LA «PRIGIONIA» DELLA FORZA.

Fonte wikimedia

 

Per la pensatrice francese il poema omerico non è solo un documento ma un modello sempre attuale perché individua nella forza il centro della storia umana. In linea con le parole di Papa Francesco che definisce la guerra una follia, la Weil già scriveva (per esempio in Non ricominciamo la guerra di Troia, 1939) che le parole della guerra sono insensate.

 

Fabio Pierangeli

 

Simone Weil (1909-1943) è tra le più acute pensatrici del nostro secolo che hanno riflettuto sulle dinamiche della guerra, passando, drammaticamente, da una radicale posizione pacifista, alla giustificazione della resistenza armata contro Hitler. Il breve saggio L’Iliade o il poema della forza viene elaborato poco prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale, tra il 1936 e il 1939. Per Weil il poema omerico non è solo un documento ma un modello sempre attuale perché individua nella forza il centro della storia umana. Si tratta della forza che rende un uomo disarmato e nudo, minacciato da un’arma, già cadavere, materia servile, ma è anche la forza della sopraffazione che uccide subdolamente, del piccolo o grande potere dell’uomo contro l’altro uomo.

 

Nella guerra «la forza annienta tanto impietosamente, quanto impietosamente inebria chiunque la possiede o crede di possederla». Si finisce tutti schiavi della forza, si elimina ogni spazio di alterità, in un meccanismo atroce dove, come per Achille davanti alle suppliche di Ettore umiliato, viene cancellata la pietà, devastata dalla logica della vendetta.

 

In altri scritti sulla guerra (si veda la raccolta presso Il Saggiatore, Sulla guerra, 1933-1943, a cura di Donatella Zazzi) la Weil dichiara, contro i nazionalismi, che il nemico capitale è l’apparato amministrativo, poliziesco, militare, qualunque sia il nome di cui si fregi (democrazia, fascismo, Stato) quello che dice di essere nostro difensore e fa di noi degli schiavi, il peggior tradimento possibile è di sottostare a questo apparato che calpesta in se stessi e negli altri ogni valore umano.

 

In linea con le parole di Papa Francesco che definisce la guerra una follia, la Weil già scriveva (per esempio in Non ricominciamo la guerra di Troia, 1939) che le parole della guerra sono insensate: «Se potessimo afferrare, nel tentativo di comprenderla, una di queste parole gonfie di sangue e di lacrime, vedremmo che è priva di contenuto. Le parole che hanno un contenuto non sono omicide». Per quanto strano possa sembrare, screditare alcune parole vuote può salvare vite umane. Considerato che ogni nazione non vuole perdere il prestigio, inseparabile dall’esercizio del potere (ma potremmo dire lo stesso per i conflitti quotidiani tra le persone e i popoli) «Sembra di trovarsi davanti ad un vicolo cieco da cui l’umanità potrebbe uscire solo per miracolo. Ma la vita umana è fatta di miracoli. Chi crederebbe che una cattedrale gotica possa restare in piedi, se non lo constatassimo tutti i giorni? Poiché in effetti non c’è sempre la guerra, non è impossibile che vi sia pace per un periodo indefinito. Un problema posto con tutti i suoi dati reali è molto vicino alla soluzione. Il problema della pace internazionale e civile non è ancora mai stato posto in questi termini».

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 14 ottobre 2022

[Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del giornale]

SCEGLIERE CON CURA AMICI E AVVERSARI.

 

La maggioranza parlamentare – ampia ma non amplissima – promette al governo che verrà una navigazione tribolata. Perché non offrire all’opposizione la presidenza di una delle due Camere? Moro e Zaccagnini lo fecero, Berlinguer rispose indicando Ingrao (suo avversario all’interno del partito). Un galateo politico ormai scomparso.

Marco Follini

 

Giorgia Meloni farebbe bene a scegliere con più cura amici e avversari. Riservando ai primi una severità ancora maggiore di quella offerta in questi primissimi giorni di legislatura. E ai secondi un’apertura di credito più generosa di quella, così avara, che si ricava dall’elezione dei nuovi presidenti di Senato e Camera.

 

Infatti la maggioranza parlamentare – ampia ma non amplissima – promette al governo che verrà una navigazione tribolata. Tanto più se si considera che, sotto la coltre dei dissensi di bottega (Ronzulli e dintorni) cova un dissidio ben più serio e perfino drammatico sulla politica estera, che sarà il vero cuore delle dispute di questa legislatura. Per questo sarebbe stato un gesto nobile offrire all’opposizione la presidenza di uno dei due rami del Parlamento.

 

Nobile e anche furbo. Così da associare le minoranze al proprio stesso travaglio. E magari da dividerle al loro interno dato che il Pd, Conte e Calenda non sembrano certo così ansiosi di concertare le cose tra loro. Nel 1976 fu la Dc ad offrire ai comunisti la presidenza di Montecitorio. Lo fecero Moro e Zaccagnini (nella foto), venendo a capo di molte obiezioni dei loro stessi parlamentari disorientati da tanta generosità verso la loro storica controparte.

 

A Botteghe Oscure venne fatto in prima battuta il nome di Amendola. Che poi rinunciò per ragioni personali e indicò – in modo piuttosto irrituale – il nome di Ingrao, che era il suo principale avversario nelle dispute interne del Pci. Esempi di un antico spirito di cavalleria di cui ora si sono purtroppo perse molte tracce.

 

 

Fonte: La Voce del popolo – 13 ottobre 2022

[Il testo è qui pubblicato per gentile concessione dell’autore]