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Ddl Zan: «Serve corresponsabilità per un patto educativo». Nitida presa di posizione su «Città Nuova».

Lart.7, listituzione della Giornata nazionale contro lomofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia: una norma che si contrappone al ruolo educativo dei genitori e allautonomia (e alla libertà) di insegnamento dei docenti.

Valter Marchetti

Diamo subito uno sguardo a testo dell’art.7:

 

  1. La Repubblica riconosce il giorno 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la tran­sfobia, al fine di promuovere la cultura del rispetto e dellinclusione nonché di contra­stare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità so­ciale sanciti dalla Costituzione.
  2. La Giornata di cui al comma 1 non de­termina riduzioni dell’orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in un giorno feriale, costituisce giorno di vacanza o com­porta la riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado, ai sensi degli articoli 2 e 3 della legge 5 marzo 1977, n. 54.
  3. In occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia sono organizzate cerimonie, in­contri e ogni altra iniziativa utile per la re­alizzazione delle finalità di cui al comma 1. Le scuole, nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa di cui al comma 16 dell’articolo 1 della legge 13 luglio 2015, n. 107, e del patto educativo di corresponsa­bilità, nonché le altre amministrazioni pubbliche provvedono alle attività di cui al pre­cedente periodo compatibilmente con le ri­sorse disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

 

In grassetto ho evidenziato i passaggi chiave di questo articolo, proviamo a focalizzarli meglio. Anzitutto, perché la scelta del 17 maggio? Perché il 17 maggio del 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità decise di cancellare l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola «una variante naturale del comportamento umano»; il 17 maggio del 2004, Louis-Georges Tin (curatore del Dictionnaire de l’homophobie), fu l’ideatore della prima giornata internazionale contro l’omofobia, giornata che venne istituita ufficialmente dall’Unione europea nel 2007, con l’invito a tutti gli Stati membri di predisporre un sistema di leggi atte a superare le discriminazioni e violenze e promuovere eventi internazionali di sensibilizzazione e prevenzione per contrastare l’omofobia, la bifobia e la transfobia.

 

Ma se già esisteva la giornata internazionale contro le discriminazioni sessuali o basate sull’identità di genere, per quale motivo lo Stato italiano dovrebbe introdurre una legge specifica per commemorare questa data? Forse per legittimare ufficialmente una cultura (ed una formazione) dell’identità di genere e, quindi, della ideologia gender? L’introduzione nelle scuole degli strumenti per la diffusione della conoscenza della legge contro l’omofobia, rischia di porsi in contrasto con il primo comma dell’art.30 della Costituzione («… E` dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli …»). E se gli stessi genitori di uno studente minorenne (proprio nell’interesse superiore di questo minore) dovessero chiedere alla scuola l’esonero da questi insegnamenti, alias, momenti di approfondimento, attorno alle tematiche correlate al gender? Rischierebbero di essere “etichettati” come genitori “omofobi”, con tutto ciò che ne conseguirebbe sotto il profilo di eventuali ipotesi di reato, ai sensi per gli effetti degli articoli del Ddl Zan eventualmente approvato? Detti genitori, addirittura, potrebbero essere sottoposti all’accertamento della loro capacità genitoriale, con l’eventuale applicazione di una sanzione penale.

 

L’art.2 del Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, prevede che lo Stato «nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche»; ed ancora, l’art.26 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, prevede che ai genitori è universalmente riconosciuto «il diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli».

 

Visti i sopradetti (chiari e inequivocabili) principi europei e internazionali, insisto sull’importanza dell’art.30 della Costituzione che pone al centro il ruolo (ed il dovere) fondamentale dei genitori nei confronti dei figli (anche quelli nati al di fuori di un matrimonio), declinando questo ruolo pedagogico e sociale in tre verbi peculiari quanto impegnativi: mantenere, istruire ed educare i detti figli. L’art.7 comma 1 del Ddl Zan rischia di portare con sé dei contenuti normativi che si pongono in netto contrasto con i principi costituzionali, soprattutto in riferimento al ruolo educativo che i genitori hanno nei confronti dei figli.

 

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Ddl Zan: «Serve corresponsabilità per un patto educativo»

Piccola antologia del negazionismo. Editoriale di “Dialogando”.

Il rapporto tra scienza e verità e tra politica e bene comune. Dice fin dalle prime battute l’autore, non senza una marcata ironia:«…finalmente abbiamo una corporazione nuova e all’altezza dei tempi: la corporazione dei negazionisti e dei no vax. Ne sentivamo la mancanza».

 

Luigi Alici*

 

È nata una nuova corporazione. D’ora in avanti, in presenza di passaggi delicati nel processo di riforme e modernizzazione del Paese, non si dovrà più parlare soltanto di lacci e lacciuoli prodotti da resistenze corporative medievali. No, finalmente abbiamo una corporazione nuova e all’altezza dei tempi: la corporazione dei negazionisti e dei no vax. Ne sentivamo la mancanza.

 

Ciò che li accomuna, oltre un appello piuttosto vago all’autonomia individuale, è un enorme cartello dei NO: no alla politica, no alla scienza, no alle leggi che limitano gli spazi della vita privata (ma quali leggi non lo fanno?), no agli “esperti”, no agli istituti di ricerca, no all’informazione ufficiale.

 

Si tratta di una galassia estremamente frastagliata, di cui vorrei tentare una piccola fenomenologia:

– L’intellettuale narcisista: è l’osso più duro. Abituato ad andare oltre i luoghi comuni, ad esercitare una costante vigilanza critica, spesso aiuta a cogliere aspetti importanti che sfuggono alle maglie del pensiero unico. Purtroppo, soprattutto se è un “nipotino” di veri intellettuali, ha civettato a lungo con la retorica della post-verità, non crede nella scienza, non si sente capito dalla politica, soprattutto ha un’alta opinione di sé. A questo punto, non si è lasciato scappare un boccone troppo ghiotto: mixare un po’ di Nietzsche (non ci sono i fatti, solo le interpretazioni) e un po’ di Foucault (il biopotere come la forma più pervasiva di controllo dei corpi), ed ecco che la miccia è pronta. Il materiale incendiario non manca. Purtroppo, nel migliore dei casi non ha la minima  percezione della ricaduta deleteria delle proprie parole; nel peggiore, va in cerca proprio di quello. Solitamente ha uno stipendio assicurato e un alto tenore di vita. Se dovesse ammalarsi, non deve chiudere il proprio negozio e non rischia di perdere un lavoro precario. Con qualche giorno in una buona clinica, conta di sfangarla. Per fortuna, non fonderà mai un partito o un movimento: dove riesce a trovare dieci persone intelligenti come lui?

– Il tuttologo saccente: questo è un caso diverso. Si tratta di una persona laureata, di un’età compresa fra i trenta e i cinquant’anni. Solitamente ha una formazione tecnica, spesso è un ingegnere, un biologo, qualche volta persino un medico. Ha una buona famiglia. Porta i figli in vacanza e compra loro anche il gelato. Ma li tiene costantemente (insieme alla moglie) in stato di indottrinamento permanente. Lui frequenta la rete, anche se non ama la carta stampata, conosce un sacco di gente, sa che le cose non stanno mai come ci sono raccontate. Solitamente è un moralista pallosissimo: ha letto quattro cose e usa sempre gli stessi argomenti, conditi in tutte le salse. “Non date retta” è il suo vangelo, la fiducia negli altri è l’anticamera della stupidità. Le istituzioni sono biechi centri di potere, ma se riuscisse a occuparvi un gradino più alto davvero non gli dispiacerebbe. Il virus esiste, ma il fenomeno è stato gonfiato dalle multinazionali del farmaco. Io non ci casco. Purtroppo, è un animale gregario: va costantemente in cerca dei suoi simili, per sentirsi confermato. Per fortuna, ne trova sempre meno di quanti ne cerca.

  • Il gaudente menefreghista: fra i mammiferi libertari, rappresenta l’evoluzione della specie. Sin dall’Ottocento i suoi più lontani antenati erano coetanei che avevano letto in quantità industriale libri di cui lui ignora bellamente persino l’esistenza; avevano fondato movimenti, promosso riunioni, organizzato proteste. Senza Twitter. In nome della libertà avevano trascorso il fiore della giovinezza in celle umide e maleodoranti, erano stati torturati, fucilati, impiccati. Avevano partecipato a guerre sanguinose, amato fino alla morte una bandiera. Le loro idee erano ideali. L’evoluzione della specie, invece, fa cadere letteralmente le braccia. Non si muove senza Trip Advisor e senza la compagnia di prede femminili usa e getta. Sniffa e si fa di coca. Tanto il mondo è uno schifo, tutto fa schifo, forse anche la mia vita. Non è disposto a morire per la libertà, né per la propria fede, né per l’indipendenza del proprio popolo o della propria nazione. Eppure c’è ancora qualcosa a cui mai e poi mai vorrebbe rinunciare: l’happy hour. Purtroppo, è pronto a seguire non la politica, ma il politico – qualsiasi politico – che gli garantisca la salvaguardia del weekend. Per fortuna, è persino disposto a vaccinarsi, pur di non rinunciare a uscire la sera.

 

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https://luigialici.blogspot.com/2021/08/piccola-fenomenologia-del-negazionismo.html

 

*Docente di Filosofia morale allUniversità degli Studi di Macerata e direttore della Scuola di Studi Superiori Giacomo Leopardi”. È stato presidente nazionale dellAzione cattolica italiana e direttore della rivista «Dialoghi».

Kabul: boom demografico minaccia i talebani (AsiaNews).

Oltre all’opposizione interna, i militanti islamisti dovranno affrontare e gestire la rapida crescita della popolazione. Più di quattro bambini per donna nel Paese. Ogni mese circa 600 donne incinte e 4mila bambini afghani perdono la vita alla nascita o subito dopo. Continue violenze e Covid-19 aggravano il problema.

 

Riccardo Lampariello*

 

Un boom demografico minaccia il dominio talebano. Oltre all’opposizione interna, i militanti islamisti, che hanno ripreso il controllo del territorio afghano dopo il ritiro delle forze militari USA e Nato, dovranno affrontare e gestire la rapida crescita della popolazione. Con più di quattro bambini per donna, l’Afghanistan è cresciuto di quasi un milione di abitanti all’anno, arrivando a circa 38 milioni secondo la Banca Mondiale. Tale aumento è causa di ulteriore stress per un Paese devastato, dove il sistema sanitario è molto carente.

 

In tempi “normali” l’Afghanistan ha faticato a fornire servizi sanitari di qualità alla popolazione. Nonostante i grandi miglioramenti degli ultimi 20 anni, il Paese ha ancora uno dei tassi di mortalità materna e neonatale più alti del mondo, e il più alto dell’Asia. Per fare un raffronto, nel vicino Pakistan la mortalità materna è un quinto di quella afghana. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ogni mese circa 600 donne incinte e 4mila bambini afghani perdono la vita alla nascita o subito dopo.

 

I neonati muoiono soprattutto a causa di complicazioni seguite alla nascita prematura, di eventi durante il parto (ad esempio asfissia) o infezioni; le madri perdono la vita per emorragie, infezioni e complicazioni dovute ad aborti rischiosi. La maggior parte delle morti sono prevenibili con la fornitura di servizi sanitari di qualità durante la gravidanza, il parto e nei primi giorni di vita. Però in Afghanistan meno del 60% delle nascite è supervisionato da professionisti sanitari qualificati.

 

Mentre una popolazione in crescita richiederebbe più medici, infermieri, prodotti sanitari e infrastrutture per soddisfare le esigenze in espansione, anni di violenza hanno logorato il già fragile sistema sanitario nazionale. Esso ha fatto affidamento finora sui servizi forniti da operatori umanitari venuti dall’estero. Poiché anche il personale sanitario è colpito dai combattimenti – a volte sono vittime dirette di aggressioni – le strutture sanitarie e i reparti di maternità sono lasciati parzialmente o totalmente incustoditi.

 

La popolazione ha sempre più paura di lasciare le proprie case a causa della violenza, e quindi l’accesso all’assistenza sanitaria è calato in modo drammatico. Con oltre 100mila nascite mensili previste per i prossimi mesi, c’è un bisogno immediato di garantire la continuità dei servizi sanitari in tutto il Paese.

 

Oltre ai bisogni di assistenza sanitaria materna e infantile, la violenza furiosa ha intensificato le ferite da trauma, che richiedono un aumento dei servizi medici e chirurgici di emergenza e un sostegno psicologico. Le interruzioni nella fornitura di servizi sanitari aumentano il rischio di epidemie; poi quasi metà della popolazione infantile è malnutrita.

 

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http://www.asianews.it/notizie-it/Kabul:-boom-demografico-minaccia-i-talebani-53892.html

 

*Direttore del programma sanitario di Terre des hommes Foundation. Le opinioni espresse nellarticolo sono dellautore e non riflettono necessariamente quelle dellorganizzazione per cui lavora.

Il cancellino di Gualtieri

La cosiddetta “cancel culture” s’insinua tra le pieghe della narrazione dell’ex ministro dell’Economia. Forse non se ne avvede, ma commette comunque un errore. La storia del centrosinistra a Roma, in realtà, è più articolata del bignami presentato da Gualtieri. Nasce nei primi Anni sessanta, con Glauco Della Porta e Amerigo Petrucci, prosegue con buoni sindaci come Clelio Darida e Nicola Signorello. Perché dimenticarlo?

 

Enzo Carra

 

Curiosa campagna elettorale quella che si svolge a Roma: c’è uno, il candidato della destra Michetti, che ambisce a fare di Roma la nuova “caput mundi” e ce n’è un altro, il candidato del centrosinistra, Roberto Gualtieri, che il passato preferisce ignorarlo. Non è dato sapere se Michetti pensi a qualche forma di cesarismo, che pure certo andrebbe a genio a parte del suo elettorato. Quello che è sicuro, invece, è che Gualtieri, il quale pure è uno storico, utilizza sommariamente la “cancel culture”. Il suo problema non è la damnatio memoriae di certi imperatori, lui non vuole dimenticare Nerone, a lui basta depennare il trentennio democristiano in Campidoglio che è pur sempre nel Dna di tanti elettori e dirigenti del suo partito.

 

Intervistato da Repubblica, Gualtieri è orgoglioso di poter affermare che “il centrosinistra ha espresso i più grandi sindaci di Roma” e li cita. Da Argan a Petroselli, da Rutelli a Veltroni. Gualtieri dimentica Ugo Vetere e inserisce arditamente Ernesto Nathan, ma ottiene questo risultato utilizzando la “cancel culture” e, grazie a questo strumento, può addirittura riconoscere che “anche l’esperienza di Marino ha prodotto risultati importanti.” Dei quali né lui né i suoi compagni di corrente si resero conto allora, essendo i principali protagonisti della cacciata a mezzo notaio di quel sindaco. Sempre grazie alla “cancel culture” Gualtieri può omettere il seguito della gita dal notaio, detonatore dell’esplosione grillina nella Capitale con conseguente elezione di Virginia Raggi.

 

La storia del centrosinistra a Roma è più articolata del bignami presentato da Gualtieri. Nasce nei primi Anni sessanta, con Glauco Della Porta e Amerigo Petrucci, prosegue con buoni sindaci come Clelio Darida e Nicola Signorello. È pur vero che quel centrosinistra non comprendeva i comunisti, ma perché cancellarli? Quella storia non si è mai davvero fatta, o meglio è stata scritta dai vinti e non dai vincitori di allora. Ed è una storia dalla quale sgocciolano notizie di crimini ed errori, ma anche di grandi successi. In quei lunghi anni c’è stato il “sacco di Roma”, ma ci sono state anche le Olimpiadi del 1960 con quello che hanno significato per il riordino urbano. C’è stata la banda della Magliana, che non era una corrente democristiana, ma anche la ricostruzione della città sulle macerie della guerra. Si sono visti in Campidoglio democristiani grossier e comunisti dotati di esprit de finesse, ma tutto questo che vuol dire? Certo non basta a giustificarne la rozza cancellazione.

 

Questa parte allo storico Gualtieri non interessa. Eppure sa che da quegli anni e da quella gente viene anche la passione e l’onesta politica di tanti elettori e di tante donne e uomini che combattono con lui la stessa battaglia. Per riportare Roma tra le grandi capitali del mondo.

Bettini, il populismo e i 5 stelle.

Come si fa a celebrare la funzione del Pd come alternativa al popolulismo e al tempo stesso prefigurare l’alleanza strategica a sinistra, imperniandola su Pd e M5S? Una teoria che mette in evidenza la pretesa di elevare a verità ciò che invece assomiglia al “nulla della politica” (Martinazzoli).

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, ricapitolando. Goffredo Bettini, intelligente politico del mondo post comunista, dice in una intervista al Corriere della Sera che la “sinistra e il Pd sono la garanzia insostituibile per assicurare nel futuro un’alternativa al populismo e al sovranismo”. E sin qui tutto bene. Ora, per evitare di creare ulteriore confusione, Bettini è l’alfiere e il protagonista per eccellenza dell’alleanza tra la sinistra italiana, cioè il Pd, e il partito di Conte e di Grillo, ovvero il partito populista per eccellenza nel nostro paese.

 

Al riguardo, non credo che Bettini, politico di lunghissimo corso, pensi che le conversioni politiche di un partito avvengano in modo improvviso, collettivo e pertanto misterioso. Fuor di metafora, come può essere credibile la tesi di un partito che, improvvisamente, rinnega tutto ciò che l’ha contraddistinto e caratterizzato per almeno tre lustri? Come si può pensare che una comunità politica nata all’insegna dell’antipolitica, dell’antisistema, della demagogia, dell’antiparlamentarismo, del giustizialismo manettaro, della delegittimazione morale e politica dell’avversario – cioè del nemico -, dell’attacco alle persone, del rifiuto delle alleanze, della democrazia digitale e, di conseguenza, del populismo più sfrenato possa all’improvviso e unanimemente mutare la prospettiva rinnegando tutto il passato?

 

Veramente Bettini pensa che tutto ciò che un partito/non partito dice da quasi 20 anni possa essere fanciullescamente e goliardicamente cancellato e tutta la sua comunità politica ed elettorale segua bovinamente e passivamente quelle indicazioni? Detto in altri termini, ma veramente Bettini pensa che il partito di Conte e di Grillo non ha più nulla a che vedere con il populismo che hanno praticato, urlato, teorizzato, manifestato e declinato in tutti questi anni e in tutte le sue svariate modalità?

 

Ecco, credo che siano sufficienti queste semplici e banalissime domande per arrivare ad una altrettanto semplice conclusione. E cioè, il populismo non è taxi ma, di norma, il Dna di un partito o di un movimento politico. È un modo d’essere, una prassi studiata e praticata, una cultura – o meglio, una sub cultura – in cui una intera comunità e quindi un intero elettorato si riconoscono. Oltretutto, quando i protagonisti politici a livello nazionale e a livello locale sono sempre gli stessi. In ultimo resta la domanda di fondo. Ovvero, Bettini individua nel Pd l’unica vera “alternativa politica al populismo”. E cosa propone per centrare questo obiettivo così nobile? L’alleanza organica, strategica e duratura con i 5 stelle, cioè con il partito populista per eccellenza.

 

Verrebbe da dire, misteri della fede. Ma essendo in un altro pianeta, è meglio dire che si tratta di un mistero della post politica. Quella che l’indimenticabile Mino Marttinazzoli definiva come “il nulla della politica”.

La ritirata americana arriva da lontano

Il punto è che Washington non ritiene più essenziale investire enormi risorse economiche e militari, con linevitabile e drammatico corollario di perdite di vite umane, in ogni angolo del globo. Non a caso, Gideon Rachman, lautorevole opinionista del Financial Times, ha delineato la fine della presenza americana in Afghanistan come linizio del mondo post-americano”. Ecco, sarà bene rifletterci sopra, a cominciare da noi europei.

 

Enrico Farinone

 

E’ difficile analizzare i diversi elementi che compongono il puzzle afgano senza avere negli occhi le drammatiche immagini viste in questi giorni. Ed è parimenti arduo farlo senza forzare i toni intorno agli aspetti che si ritengono basilari e, soprattutto, più vicini alla propria sensibilità e alle proprie idee. Arriva però sempre il momento nel quale, superata l’onda della prima commozione, occorre recuperare lucidità per poter osservare le cose in termini oggettivi e quindi poter affrontare la situazione al meglio, considerandola per quella che è.

 

Uno degli elementi, quello su cui vorrei soffermarmi qui perché conduce alle nuove responsabilità dell’Unione Europea (che tratterò in un prossimo articolo), è stato ormai rilevato quasi unanimemente dagli analisti politici. Ovvero il ritrarsi degli Stati Uniti da quel ruolo di primo rappresentante degli interessi occidentali nel mondo che ne aveva caratterizzato l’azione durante il secolo scorso.

 

Occorre prenderne atto: Washington non ritiene più essenziale investire enormi risorse economiche e militari, con l’inevitabile e drammatico corollario di perdite di vite umane, in ogni angolo del globo. Ha mutato l’ordine delle priorità: prima le esigenze interne, dopo – semmai – quelle legate alla politica estera, e anche fra queste ultime il focus non è il più il medesimo: ieri, a fronte del comunismo sovietico e della strategicità degli approvvigionamenti petroliferi, era orientato prevalentemente su Europa e Medio Oriente (quindi Atlantico e Mediterraneo, quindi Occidente); oggi, a fronte dell’avanzata cinese in ogni campo incluso quello militare, è innanzitutto rivolto a quello che noi definiamo oriente asiatico ma che per gli USA è occidente, al di là di quell’Oceano Pacifico che bagna le sabbiose spiagge della California.

 

Forse questa considerazione renderà parzialmente felici gli inesausti oppositori dell’imperialismo amerikano, quello con la kappa, così come sorprenderà quanti avevano immaginato che l’America first trumpiano fosse una delle tante anomalie di un Presidente non all’altezza, oltre che reazionario.

 

In realtà il progressivo cambio di orientamento nella politica internazionale degli Stati Uniti si era cominciato a percepire già ai tempi della presidenza Obama. E’ stata ricordata la sua intenzione di ridurre la presenza di truppe in Afghanistan sin dal 2010 (poi in realtà, cedendo alle pressioni e alle analisi strategiche e sul campo del Pentagono, aveva aumentato gli effettivi in situ). E già allora il vice presidente Biden si era dichiarato contrario rispetto a quest’ultima scelta. Io però vorrei qui rammentare anche la cortese ma ferma richiesta rivolta agli alleati europei nella NATO di contribuire maggiormente alle spese per quest’ultima (andata un po’ nel dimenticatoio solo perché ripresa da Trump con più vigore e con la volgarità tipica del personaggio): segnale pure esso di un diminuito interesse verso il quadrante europeo intervenuto dopo la fine dell’Unione Sovietica.

 

E che dire, ancora, delle incertezze palesate, sempre da Obama, nella vicenda siriana, che nel tempo hanno consentito non solo la permanenza al potere del massacratore del suo popolo, Bashar al-Assad, ma anche il consolidamento di basi militari russe sul Mediterraneo orientale?

 

Insomma, il quadro strategico è cambiato. E non di poco. Molti osservatori, fra i quali il sottoscritto, avevano erroneamente interpretato l’America is back di Joe Biden come il ripudio totale della dottrina Trump, probabilmente ingannati dal proprio radicale dissenso nei confronti delle idee e dei modi del magnate newyorchese; ma in realtà il cambiamento data ormai da quasi tre lustri, e in esso certamente la crisi economico-finanziaria innestata nel 2007 dalla questione dei mutui subprime ha esercitato un ruolo non secondario. Perché ha indirizzato l’elettorato statunitense a richiedere alla politica più attenzione e risorse per infrastrutture, creazione di posti di lavoro, sanità, politiche sociali e meno per dispendiose iniziative militari internazionali delle quali l’americano medio non comprende – oggi, svanito il pericolo comunista – la necessità né tanto meno le motivazioni d’ordine geopolitico.

 

Biden è riuscito a sconfiggere Trump soprattutto tracciando un quadro di ripresa interna – a partire dalla sconfitta del Covid-19, senza il quale probabilmente Trump sarebbe stato rieletto – e ora è su questa che verrà misurato dagli elettori. Ed infatti – al di là della disastrosa ritirata da Kabul, sulla quale occorrerà indagare meglio perché è evidente che gli americani con essa hanno perduto in credibilità e potere di deterrenza – già ora il suo consenso è in diminuzione a causa soprattutto della ripresa di forza del virus, dovuta anche alla non completa immunizzazione vaccinale della popolazione, che pure era stata assicurata. E’ il problema del consenso. Dei voti da raccogliere. Un tema che il politico che opera in una democrazia non può mai trascurare, a differenza degli autocrati o dei dittatori. Ciò però può indurre – come è stato nel caso in questione – a commettere errori, anche gravi. Che possono generare mutamenti di scenario imponenti.

 

Gideon Rachman, l’autorevole opinionista del Financial Times, ha delineato la fine della presenza americana in Afghanistan come linizio del mondo post-americano”. Forse con un po’ troppa enfasi, ma certo è che ora, nel 2021, siamo ormai pienamente nel XXI° secolo, che taluni han definito il ”secolo asiatico”. Sarà bene rifletterci sopra. A cominciare da noi europei.

Chi è Tommaso Claudi, il console italiano che salva gli afghani. Il servizio dell’Agenzia Italia.

A 31 anni da compiere il 30 agosto, è l’unico diplomatico italiano rimasto nel Paese riconquistato dai talebani. In una foto lo si vede, con elmetto e giubbotto antiproiettile, aiutare un bambino in lacrime a superare un muro nell’aeroporto di Kabul.

 

Manuela D’Alessandro

 

“È salito sui container andando ben oltre il suo dovere, buttandosi anima e cuore” per individuare nella folla stipata le attiviste di Pangea che dovevano imbarcarsi per l’Italia“, racconta all’AGI Luca Lo Presti, responsabile dell’organizzazione umanitaria milanese. In una foto lo si vede, con elmetto e giubbotto antiproiettile, aiutare un bambino in lacrime a superare un muro nell’aeroporto di Kabul.

 

Sono ormai diverse le azioni di coraggio riconosciute al console a Kabul, Tommaso Claudi che, a 31 anni da compiere il 30 agosto, è l’unico diplomatico italiano rimasto nel Paese riconquistato dai talebani. “Grazie Tommaso”, ha twittato il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi.

 

E anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ne ha riconosciuto il valore: “Se stiamo riuscendo a portare a casa i nostri connazionali e gli afghani che hanno collaborato col nostro Paese lo dobbiamo anche a persone come Tommaso Claudi. Il suo impegno in una situazione di emergenza, davanti a difficoltà evidenti, è una prova di grande amore per l’Italia”.

 

È originario di Camerino, dove la sua famiglia in queste ore ha scelto di proteggerlo col silenzio: “Soprattutto la mamma dopo che gli è stata data questa visibilità ha paura”, spiega un parente stretto del giovane.

 

Ricco il suo curriculum con due lauree, una in Linguistica a Pavia, la seconda in Relazioni Internazionali alla Cattolica di Milano. Superate le prove diplomatiche, nel settembre del 2017 Claudi viene nominato Segretario di Legazione in prova alla carriera diplomatica, confermato in ruolo dal 5 giugno 2018. Qualche mese dopo, nel gennaio del 2019, arriva come secondo segretario commerciale a Kabul.

 

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https://www.agi.it/cronaca/news/2021-08-23/afghanistan-tommaso-claudi-console-italiano-salva-bambini-13650753/

1924, Donati commemora don Minzoni: «Il suo esempio ci sarà d’aiuto». Oggi le celebrazioni con Enrico Letta.

Pubblichiamo la parte iniziale del discorso commemorativo tenuto il 23 agosto 1924 dal direttore de «Il Popolo» Giuseppe Donati, presso la sezione romana del Ppi, in via di Monte della Farina 50, nel primo anniversario della morte di don Minzoni. Il link in fondo permette di accedere al testo completo del discorso.

Il parroco di Argenta, ucciso 98 anni fa dalla violenza fascista, sarà ricordato oggi, lunedì 23 agosto alle ore 19 a Ravenna, in piazza Garibaldi. La serata, organizzata dal Centro Studi Donati, dalle ACLI, dall’Associazione Benigno Zaccagnini, sarà coordinata da Livia Molducci. Alcuni giovani leggeranno brani del diario di don Minzoni e scritti di Benigno Zaccagnini, Giovanni Paolo II, Sandro Pertini. Dopo il saluto di Michele de Pascale è previsto lintervento di Enrico Letta.

 

Giuseppe Donati

 

Raccogliamoci per alcuni istanti in religioso silenzio e ri-cordiamo. Si compie l’anno oggi, nel momento in cui siamo qui raccolti, che don Giovanni Minzoni morì accoppato proditoriamente ad un cantone buio della sua Argenta, vittima innocente di un bestiale eccesso di odio politico.

 

Dalla vigliacca ferocia degli assassini non lo protessero né la prestanza della sua forte e impetuosa giovinezza, né il fascino spirituale di quella bontà che splendeva in tutte le sue parole e in tutte le sue opere. Certo odio – qualunque sia l’etichetta ideale di cui si ricopre – non s’arresta né davanti alla sacra veste del Sacerdozio di Cristo, che don Giovanni portava come un angelo, né davanti alla divisa del combattente eroico, che Egli aveva pure onorata sul campo in difesa della Patria.

 

Pertanto il bieco assassinio di don Giovanni Minzoni strappò dal petto di tutti i suoi conterranei un grido di dolore e di protesta, che si ripercosse in tutti i cuori.

 

Più alto fu quello dei confratelli, che l’avevano in esempio; dei commilitoni, che ne ammiravano il valore; dei poveri e degli infelici, coi quali aveva particolarmente diviso il suo pane di asceta e la sua fede di apostolo. L’Italia si riempì di quel grido; e da ogni parte si invocò, si reclamò anzi il virile conforto della giustizia. Giustizia, infatti, fu promessa da chi doveva, con la solita abbondanza di parole tronfie di collera mendace.

 

Dopo un anno, ahimè, non solo non si è fatta ancora giu-stizia; ma a coloro che si ostinavano ad invocarla si è risposto con lo scherno e con la minaccia; ed ora forse «gli ignoti» assassini dell’arciprete di Argenta transitano tuttavia liberi e boriosi per le vie dove don Giovanni Minzoni seminò il bene e raccolse la morte.

 

Meglio delle ombre della notte, protessero l’impunità degli assassini e dei mandanti, i silenzi vili, se non proprio compiacenti dei mancati testimoni, la prestabilita inettitudine di deboli custodi della legge, la tolleranza infine di tutti coloro che, per amor di quiete, obliano abitualmente il cristiano dovere della fortezza e del coraggio, avverso i prepotenti e gli ingiusti. In tal modo, per centinaia di vittime innocenti s’è creato in Italia quel sistema di omertà e di impunità per i colpevoli, che ha distrutta ormai ogni fiducia nella giustizia, e posti i cittadini liberi alla mercè di faziosi avversarii e dei fanatici e prezzolati sicari.

 

In questo stato di cose, possiamo disputare quale sia il modo «per una degna commemorazione di don Giovanni Minzoni»? Ci è stato detto, dai soliti prudenti assertori della tattica del giusto mezzo (Manzoni direbbe che il giusto mezzo è precisamente quello dove essi si trovano a loro comodo), ci è stato detto, dicevo, di escludere dalle nostre rievocazioni ogni altro significato all’infuori di quello che riguardi in don Giovanni Minzoni il sacerdote e il combattente. Ma, allora, perche fu ucciso e perchè gli fu negata giustizia?

 

Queste inevitabili e terribili domande rendono inutili negli altri, come è impossibile in noi, ogni ipocrisia. Se la commemorazione di don Giovanni Minzoni deve essere fatta in modo da non turbare non dirò coloro che non seppero e non vollero fare giustizia del suo assassinio ma dirò certi «fiancheggiatori» di coloro che pure parteggiano per i suoi accoppatori, questa commemorazione sarebbe impossibile, almeno in linea di lealtà e sincerità, verso la vita e la morte di Colui che si vuol commemorare.

 

In don Giovanni Minzoni – diciamolo alto e folrte, perché è l’intera verità – venne colpita, come si voleva colpire, l’idea politica popolare, cioè l’idea democratica cristiana, che Egli sosteneva e onorava da sacerdote e da combattente.

 

È superfluo rievocare i fatti e le circostanze che furono causa del proposito assassinio: sono noti e a tutti noti. La stampa cattolica non asservita li ha documentati non meno saldamente e coraggiosamente di quella popolare. Sul movente squisitamente politico del delitto non può esservi dubbio.

 

Il testo del discorso di Giuseppe Donati

Dal Piemonte appello per l’Afghanistan. Giampiero Leo, insieme ad altri, indica un percorso di solidarietà ad ampio raggio.

Più di cento realtà associative piemontesi hanno approfondito le questioni che scaturiscono dal drammatico epilogo della vicenda afghana. Urge uno sforzo di comprensione, fermo restando il ripudio di ogni arretramento rispetto ai principi e alle regole fissate nella Carta dei diritti dell’uomo.

 

 

Redazione

 

Sulle tragiche vicende che si stanno svolgendo in Afghanistan, si è giustamente scritto molto e si stanno leggendo e ascoltando moltissime opinioni e analisi.

 

Anche noi membri e rappresentanti di due significativi coordinamenti di realtà diverse, abbiamo ritenuto opportuno, anzi doveroso, esprimere la nostra posizione, che troverete nel comunicato allegato.

 

Ci permettiamo soltanto – in “prefazione” al comunicato, di segnalare due peculiarità che – a nostro avviso – costituiscono un fattore di novità:

 

1- La prima è che il nostro “appello” nasce realmente da un confronto ampio, dialettico e franco tra i rappresentanti di un numero davvero significativo di realtà presenti nella società. Il Coordinamento interconfessionale è costituito da rappresentanti di quasi tutte le confessioni religiose (o assimilabili) presenti in Piemonte. Il Coordinamento contro l’atomica, tutte le guerre e i terrorismi raccoglie sicuramente la grande maggioranza delle realtà e dei Movimenti impegnati su queste tematiche. Insieme superiamo sicuramente il numero di cento realtà aderenti. Già questo fatto ci sembra alquanto significativo, anche perchè copre una “area culturale” tanto ampia quanto variegata, ma che è stata capace di trovare una sintesi unitaria.

 

2- Una seconda peculiarità è che – partendo da quanto descritto nel punto 1 – ci siamo ripromessi di lavorare e impegnarci per provare a ridare “un’anima” alla democrazia e ai princìpi che la sostengono.

 

Abbiamo un riferimento formidabile nella nostra Costituzione e nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’uomo approvata dalle Nazioni Unite, ma pensiamo che i valori fondanti delle due succitate “carte”, debbano essere rivitalizzati, meglio compresi, e incarnati genuinamente e concretamente nella vita dei Paesi democratici. Con una modalità, quindi, che risulti credibile, apprezzabile, attraente o quanto meno rispettabile da tutti quei popoli che, per ragioni storiche, hanno legittimamente compiuto  percorsi storici diversi dai nostri.

 

Comunicato. Noi siamo con il popolo afghano e col senso autentico della libertà.

 

Il precipitare della situazione in Afghanistan, in tempi più celeri di qualsiasi immaginazione, ci induce a essere più che mai a fianco del popolo afghano – un popolo che da più di quarant’anni è dentro al tunnel della guerra; e a rivolgere un triplice appello.

 

Il primo è al governo italiano e alle istituzioni internazionali. Affinché nessuno sforzo sia risparmiato per tutelare chi ha ragione di temere in quel che accade: sia esigendo un’attenzione straordinaria e costante delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza a salvaguardia dei diritti umani, sia predisponendo corridoi umanitari e tutto ciò che può condurre in salvo chi è in pericolo.

 

Il secondo appello è ai talebani, che governeranno l’Afghanistan in virtù di una vittoria ottenuta con le armi e non con il libero consenso. Si sentano comunque responsabili dell’incolumità e della dignità delle donne e degli uomini dell’Afghanistan, ovvero appunto del rispetto dei diritti umani. Sappiano mantenere la promessa che hanno fatto, che non ci saranno cioè vendette; e un comportamento più mite di quanto non sia nelle aspettative possa contribuire a una loro diversa immagine presso l’opinione pubblica mondiale.

 

Il terzo appello è alla coscienza degli uomini e delle donne dell’Occidente. Affinché questo momento così avvilente sia fecondo di insegnamenti. In primo luogo è indubitabilmente chiaro che la democrazia non può e non deve essere esportata, e che una libertà imposta, non rispettosa dei percorsi di ciascuno, non è vera libertà. In secondo luogo è devastante, per quanto di continuo ricorrente nella storia, che nobili ideali siano usati per nascondere interessi ben precisi o la consueta politica di potenza; e quel che inesorabilmente ne deriva è il loro discredito.

 

Bisogna allora veramente chiedersi se quegli ideali sono innanzitutto vivi qui da noi, nell’ambito della civiltà che ne è all’origine, al punto da poter dare la vita ed essere di esempio ad altri. Le ideologie totalitarie, religiose o laiche, hanno saputo smuovere i popoli, chiamandoli a grandi sacrifici; ne è in grado l’idea della libertà? Nella democrazia, al di là degli equilibri tra interessi e sistemi di potere, si può trovare un contenuto spirituale che la sorregga? Solo se la risposta sarà autenticamente affermativa, essa avrà un futuro.

 

Giampiero Leo, Claudio Torrero a nome del “Coordinamento interconfessionale Noi siamo con voi”.

Paolo Candelari a nome di A.G.Ite contro le armi atomiche, tutte le guerre e i terrorismi

Veri abusi e nuove forme di vittimismo

A forza di vedere violenza dappertutto, ci avviciniamo al punto in cui la percezione del reale si deforma. A voler essere consequenziali, anche il dono della vita ci è stato imposto e dunque rappresenta una violenza. Il rischio è che dietro questa ipertrofia della denuncia anti-violenza si annidi una difficoltà oggettiva a rapportarsi con il prossimo.

 

Danilo Campanella

 

Anni fa sentii una donna, la chiamerò Adelina, di oltre novant’anni, senza fissa dimora, che tra un ricordo e l’altro mi raccontò di quando, da ragazza, un medico durante la visita si approfittò di lei. Figlia di contadini, ingenua, forse isolata dal punto di vista familiare, si scompose appena. Quando lo disse al primario quello la pregò di non parlarne per evitare uno scandalo. Succede, disse lei, per nulla turbata. “Ma voi uomini in fondo siete buoni, siete tanto affettuosi, quando vi si da ciò che volete, come i bambini”. Poi disse che, tornando a casa, vide un fatto terribile: il pesce rosso che aveva nella boccia galleggiava senza vita.

 

Che strano, pensai, Adelina aveva sopportato lo stupro ma non sopportava che il pesce rosso le fosse morto. “Tornai a casa e lo trovai morto, capisci?” Mi disse, come se non trovasse ancora pace. Per diverse notti, in seguito a quell’incontro, faticai ad addormentarmi. Non so dove sia oggi, ma quella donna mi diede una lezione di vita che equivale a un pugno nello stomaco. Un tempo era tutto normale, sopratutto per le donne. Ora per fortuna non lo è più. Rischiamo tuttavia nel cadere nell’ipersensibilità. Siamo passati, dal mobbing, allo stalking, sino a forme sempre più sottili di “violenza”, nella sua accezione di “andare oltre”.

 

C’è il ghosting, ed ora arriva anche l’orbiting. Coniato da Anna Iovine, blogger di Man Repeller, il termine si riferisce a quegli/quelle ex che scompaiono ma che continuano a seguirci sui social network. A tanti, o tante, presumo, dia fastidio. Mi chiedo: aumentano le forme di violenza oppure aumenta la nostra sensibilità nel percepire i rapporti interpersonali? Ancora non lo so. Vorrei però anche io, in questa sede, coniare un nuovo termine, osando, senza pretesa di esaustività, “Lifeing”, ovverosia la forma di violenza verso chi, pur non volendolo, viene data la vita. Insomma, la nascita. Senza il nostro assenso siamo stati gettati nel mondo, nudi, nel dolore e nel sangue, costretti a doverci caricare di fame, malattie, oneri non voluti. Nessuno ha firmato un pezzo di carta prima di nascere.

 

Eppure eccoci qui, costretti, quando tutto va bene, comunque a scontare quarant’anni di lavori forzati per poi sopravvivere a un breve periodo di libertà vigilata, prima di costituirci al necroforo. Non è forse questa la più grande forma di violenza? Quindi, non sarebbe il caso di allenare la nostra percezione verso gli altri in modo che ogni foglia caduta non ci suggerisca una forma di abuso? Lo dobbiamo per lo meno alla signora Adelina, così sensibile e rispettosa verso il mondo da ritenere passabile persino la più aberrante forma di abuso; affinché si torni a una percezione equilibrata del reale, che non tolleri la violenza, ma che nemmeno la veda in tutto pur di trovare una scusa per non rapportarsi con il prossimo. Affinché quella boccia, dove un tempo nuotava un pesciolino rosso, non rimanga vuota.

Addio Nicoletta

Il ricordo personale della “Signorina buonasera” per eccellenza, Nicoletta Orsomando. Uscita dalla scena televisiva seppe mantenere integra la sua riconosciuta eleganza e discrezione. Non mancava di ironia. È stata una presenza importante, non solo per chi l’ha conosciuta da vicino.

 

Silvia Costa

 

Una donna deliziosa e ironica, intelligente ed elegante. È stata la prima e più familiare annunciatrice televisiva. La ricordo personalmente benissimo perché mio padre è stato uno dei pionieri della Rai Tv (veniva da Radio firenze) e curava le prime trasmissioni (i programmi culturali, la prosa, la rivista ) fin dai primi anni ‘50.

 

Con mia sorella ed altri bambini partecipai a uno dei primi programmi della Rai dedicati all’infanzia: “Giochiamo insieme”, naturalmente in diretta pomeridiana, di Anna Maria Romagnoli. In un angolo, sullo sfondo di una pesante tenda beige drappeggiata alle spalle, c’era lei, Nicoletta Orsomando, con il suo sorriso accattivante, impeccabile e  graziosa. Era per noi una presenza materna.

 

Da allora ci siamo incontrate tante volte in questi decenni. Negli ultimi anni ci vedevamo alla messa domenicale in Santa Maria in Trastevere dove con l’amato nipotino non mancava mai. Sempre con elegante discrezione, la stessa con cui era uscita dalla scena televisiva.

 

La “signorina buonasera” per eccellenza aveva uno speciale guizzo negli occhi, una dizione perfetta, una esemplare disinvoltura unita al senso della misura con un pizzico di umorismo e di leggerezza .

 

Il contrario dello stereotipo della valletta o della donna oggetto: una signora dello schermo che ci ha accompagnati per le diverse età della nostra vita, rassicurante e serena .

 

Addio Nicoletta.

Don Minzoni nel ricordo di Scelba a 50 anni dalla morte. Domani, con Enrico Letta, la commemorazione a Ravenna.

Tornato alla guida della Dc sulla scia del congresso di Roma del 6-10 giugno 1973, Fanfani avvia una mobilitazione straordinaria del partito aprendo una sottoscrizione proprio nel segno del cinquantenario dell’assassinio, per mano di sicari fascisti, dell’Arciprete di Argenta. A seguire, il Consiglio nazionale è convocato il 5 agosto presso la tomba del martire, già cappellano militare nella Grande Guerra, in origine legato alla tradizione della prima Dc di Murri e poi alla esperienza del Partito popolare di Sturzo. Nella circostanza, il compito di tracciare un profilo a tutto tondo del sacerdote è affidato a Mario Scelba, anziano leader di una Dc anticomunista, ma nondimeno caratterizzata in senso antifascista per rispetto alla lezione di Sturzo e di De Gasperi. Ripubblichiamo il testo della relazione che l’Ufficio programma della Dc inserì nell’opuscolo stampato subito dopo la manifestazione di Ravenna.

 

Don Minzoni, una sfida al fascismo.

 

Mario Scelba

 

Cari amici, Signore e Signori, l’iniziativa della D.C. di celebrare la ricorrenza del cinquantesimo anniversario della morte di don Giovanni Minzoni, caduto il 23 agosto 1923, a 38 anni, vittima della violenza politica fascista, vuole, anzitutto, rendere omaggio ed esprimere riconoscenza all’uomo che testimoniò con sacrificio della vita la sua fedeltà alla causa della Chiesa e agli ideali democratici cristiani di libertà e di democrazia. A questi sentimenti di omaggio e di riconoscenza partecipano tutti i democratici cristiani d’Italia, qui oggi idealmente rappresentati dai membri del massimo organo del nostro partito – il Consiglio Nazionale – appositamente convocato, in Ravenna, con lodevole decisione della Direzione, su proposta del Segretario politico on. Fanfani.

 

La celebrazione vuole poi ricordare a tutti gli italiani, e specie ai giovani che non hanno conosciuto le lotte cruenti per la libertà, di che lacrime gronda e di che sangue la conquista del regime di libertà, di cui tutti noi oggi godiamo, e di cui non pochi facilmente abusano col rischio di metterne in pericolo l’esistenza. Ma la celebrazione del cinquantenario cadendo in un periodo difficile della vita nazionale, vuole anche avere un più preciso significato. La violenza, come metodo di lotta politica, è tornata di attualità e la sua presenza pesa non poco, negativamente, sullo sviluppo della Nazione e sul suo credito internazionale. In questo quadro, la celebrazione supera l’interesse per la tragicità dell’episodio personale e quello per gli ideali di un partito politico, per coinvolgere tutti gli italiani che credono nella libertà e nella democrazia e si sentono cointeressari al destino di una Patria libera e prospera. Per i democratici cristiani – in particolare – si tratta di rinnovare – oggi – solennemente, l’impegno di fedeltà agli ideali per i quali don Minzoni fece olocausto della vita.

 

Don Giovanni Minzoni non era un uomo comune, anche se il martirio è quel che lo ha consacrato alla storia. Nato a Ravenna il 29 giugno 1885, veniva ordinato sacerdote 1’11 settembre 1909 e destinato ad esercitare il suo ministero ad Argenta. Il 15 dicembre 1916 veniva nominato arciprete, su designazione unanime dei capifamiglia della parrocchia, ai quali un’antica consuetudine riservava il diritto di elezione del parroco. Ma, subito chiamato alle armi, a causa della guerra, poté assumere le funzioni solo tre anni dopo, il 24 giugno 1919, con l’invio in congedo. Destinato, all’atto del richiamo alle armi, ad Ancona, come soldato di sanità, a sua domanda veniva inviato, nel febraio 1917, al fronte, in prima linea, come cappellano militare. Aveva chiesto l’invio al fronte per testimoniare, come cattolico, la sua lealtà verso la Nazione, e in fanteria, perché «i fanti – scriveva – sono i poveri», ed egli voleva restare, come in Argenta, vicino ad essi.

 

In queste scelte, c’è già una parte importante dell’uomo. Le sue qualità umane emergono dal rapporto che il Comandante del 256″Reggimento di Fanteria, Brigata Veneto, di cui faceva parte, redasse il 25 dicembre 1917, per sollecitare la concessione di una medaglia al valore al suo subalterno. L’autore del rapporto, un incredulo, così scrive di don Minzoni: «Ha carattere forte, franco, leale. Ha gentile l’animo e pratica razionalmente la carità cristiana. È molto coraggioso… i soldati lo ricercano. È stimato ed amato da tutti gli ufficiali del reggimento, compresi quelli non credenti o di altra religione. Malgrado il suo spirito ardente e battagliero, nelle discussioni fra ufficiali si conserva calmo e prudente. In combattimento e in trincea è noncurante del pericolo; gira per le trincee e per i posti di medicazione a rincuorare i feriti e i meno animati».

 

La prova della sua tempra di uomo, del suo coraggio, l’offre nell’episodio che si svolge il 15 giugno 1918 sul Piave e che gli valse la medaglia d’argento al valore militare, conferitagli sul campo dal Comandante della Terza Armata, il Duca d’Aosta, con la seguente motivazione: «Instancabile nella sua missione pietosa di confortare feriti, aiutare i moribondi, durante il combattimento, impugnato il fucile e messosi alla testa di una pattuglia di arditi – il comandante del reparto era caduto – si slanciava all’assalto contro il nucleo nemico, faceva numerosi prigionieri e liberava due nostri militari di altro corpo precedentemente catturati». Riferendo l’episodio bellico nel suo diario, e il rischio corso, scrive: «La morte sul campo non mi ha mai fatto paura; mi sembra bella e grande».

 

Don Minzoni segui la vocazione di sacerdote, sapendo di dover operare in una regione ove, per ragioni storiche, il prete – a quel tempo – era letteralmente odiato, e ove la politica, infeudata, anche per l’assenza dei cattolici, ai partiti cosiddetti «laici», non si fermava dinanzi all’altare, ma anzi era protesa attivamente a distruggere gli altari; in una regione in cui, per le misere condizioni del proletariato agricolo e l’indole dei cittadini, le lotte sociali si svolgevano con una asprezza tale da richiamare su di esse l’attenzione preoccupata della Nazione e quella degli stranieri. Ad Argenta le cose erano peggio che nel resto della diocesi di Ravenna, di cui la città faceva parte. In una relazione del 1905 dell’Arcivescovo di Ravenna, dopo la visita pastorale, si parla di «invasione – in Argenta – demolitrice e scristianizzante del socialismo, predicato e professato – come del resto nella provincia – in maniera satanica». E in altra relazione del 1912, quando già don Minzoni operava sul posto, la città è descritta dallo stesso Arcivescovo come «l’emporio di tutte le iniquità, ove anche la libertà di coscienza è conculcata».

 

La posizione dei cattolici, nella provincia di Ravenna, è data da questi risultati avutisi nelle elezioni del 1906 per il consiglio provinciale, al quale partecipavano, per la prima volta, con due candidati: Ing. Fabiani e Ing. Castellucci: repubblicani 8.798; socialisti 4.318; cattolici 552; in questa cifra erano compresi i voti dei 150 preti della diocesi! In una terra bruciata dalla predicazione e dall’azione, per lungo tempo pressoché incontrastate, di un socialismo rivoluzionario anticristiano e in un clima acceso d’intolleranza e di estremismo sociale, il 10 maggio 1910, a 25 anni, don Minzoni inizia il suo ministero sacerdotale come cappellano in una parrocchia d’Argenta, S. Nicolò. Il contatto con la realtà dovette essere conturbante s’egli parla di senso di «smarrimento» provato dinanzi alla gravosità del compito. Come programma, si pone di agire in due direzioni: la formazione dei giovani e l’azione economico-sociale. Avverte però subito la sua impreparazione per quanto riguarda quest’ultima attività, e nel 1912 s’iscrive alla Scuola Sociale di Bergamo, istituita nel 1908, e al termine di tre anni consegue la laurea con pieni voti.

 

Rientrato ad Argenta, dopo aver ricevuto la laurea, agli amici che lo festeggiano dice: «In questi pochi anni che ho vissuto con voi ho sentito il bisogno, oltre che di lavorare per la causa del bene, di dedicarmi e di approfondirmi in una scienza troppo necessaria al movimento cattolico. Oggi che il mio studio è stato, con l’aiuto di Dio, felicemente coronato, vi faccio solenne promessa che non sarà un alloro che appenderò a un ramo della mia vita perchè vi abbia ad avvizzire, ma piuttosto lo considero come un’arma sacra datami dalla Provvidenza perchè abbia a servire, come le mie modeste forze permetteranno, alla causa di Cristo, che è causa comune!». Ma anche con la laurea in scienze sociali, pur facendo presa come uomo per il suo calore umano; non riesce a sfondare come sacerdote. Di qui un senso di frustrazione che lo spinge a scrivere nel suo diario: «Sento come un’invidia, uno spasimo per i trionfi dei partiti avversari e provo talvolta ildesiderio di essere fra le loro file tanto per ottenere una vittoria, la vittoria di un giorno». Don Minzoni durante gli anni del seminario, che sono quelli delle lotte della prima democrazia cristiana, con don Romolo Murri, in testa, parteggia per l’una e per l’altro. Ma quando, nel marzo 1909, don Murri, eletto deputato, viene scomunicato, il chierico Minzoni, commentando nel diario la lettera scritta dal primo al suo vescovo in risposta alla scomunica, ha parole dure di critica.

A seguire il testo completo

Don Giovanni Minzoni Martire per la libertà

L’Afghanistan scuote l’Europa. Non possiamo oscillare tra indifferenza e indignazione: il mondo cambia volto.

I fatti di Kabul annunciano novità importanti nei rapporti commerciali e quindi prefigurano la rottura delle garanzie di sicurezza per i paesi occidentali, in primo luogo per lEuropa.

 

Raffale Bonanni

 

In questi giorni si è molto parlato della crisi afhgana, di venti anni persi da parte delle ventennali presenze militari in quei territori, del dramma dei profughi, delle incognite riguardo il ritorno al medioevo di quel paese mediorientale, e del ruolo scardinante che potrà svolgere come base del terrorismo internazionale islamico. Molti commentatori si sono impegnati a stigmatizzare il ritiro delle truppe statunitensi e dei suoi alleati responsabile del ritorno al controllo di tutto il paese e della costituzione dell’Emirato.

 

La situazione creatasi sicuramente crea sconcerto e frustrazione per i costi sostenuti in vite umane e risorse da capogiro, ma le premesse per questo epilogo c’erano tutte da tempo. Più presidenti USA avevano dato segnali di disagio nel continuare ad assegnare agli States il ruolo di “gendarme del mondo”, pronunciamenti che avrebbero portato progressivamente ad un disimpegno nelle varie aree problematiche del mondo. Lo fece per primo Barack Obama che ridimensionò ogni piano di intervento militare, poi rumorosamente Donald Trump abbandonando a se stessa la Siria ed annunciando appunto il disimpegno dall’Afghanistan, infine lo sta facendo Joe Biden in Israele, confermando in generale le scelte del suo acerrimo nemico, il tycoon.

 

Il punto è che per svariati motivi: economici, di politica interna, di progressiva penalizzazione per la popolarità dei presidenti impegnati in impegni militari, gli USA si stanno allontanando dalla dottrina di garante della democrazia e delle politiche umanitarie. Pesa la perdita sensibile del volume degli scambi commerciali, che porta il pil degli USA dal 20% di quello mondiale di venti anni fa, a meno del 15% di oggi nonostante l’espansione notevole in questo periodo dei commerci internazionali. Conta anche la l’influenza ancora viva di Trump che poggia su una precisa parola d’ordine: “America First”. Ha inciso molto sulle scelte compiute, come pure e forse più ha inciso la realtà peculiare afghana, che possiamo paragonare all’Italia centrale delle invitte tribù che fronteggiavano la grande Roma repubblicana.

 

Sono ancora presenti le umiliazioni subite dall’impero inglese nell’Ottocento e nei primi del Novecento, come d’altronde è stato per i russi più di trent’anni fa. Ed intanto anche questa volta gli europei seguono pedissequamente a ruota la politica americana senza porsi l’interrogativo di cosa fare di fronte al continuo cambiamento di rapporti di potere nei vari scacchieri geopolitici a causa del disimpegno USA e dell’inserimento di Cina, Russia ed altre potenze regionali. Questi cambiamenti, è banale ricordarlo, annunciano novità importanti nei rapporti commerciali e prefigurano in sostanza la rottura delle garanzie di sicurezza per i paesi occidentali, per l’ Europa in primis.

 

È di queste ore la notizia che l’ambasciatore russo ha  ufficializzato relazioni dirette con i talebani, mentre i cinesi, pur più silenziosi, hanno dimostrato di avere relazioni già ampiamente collaudate con costoro e sono ben saldamente presenti in quell’area. Da questa storia si può dedurre che gli europei ancora una volta si trovano di fronte al solito dilemma: o assistere agli eventi assumendo integralmente le volontà altrui, o essere protagonisti come dovrebbe essere, specie in questa epoca turbolenta, a salvaguardia dei propri commerci, cultura e sicurezza. Dunque significa occuparsi del nostro futuro.

AsiaNews: Ceceni e talebani, i nuovi equilibri dopo Kabul.

Come con l’Isis anche in Afghanistan una considerevole diaspora post-sovietica milita tra i guerriglieri afghani. Il nodo dei rapporti tra i talebani e la galassia dei movimenti jihadisti del Caucaso e dell’Asia Centrale.

 

Vladimir Rozanskij

 

In Russia e in tutta l’area del Caucaso e dell’Asia Centrale tutti aspettano di vedere l’evoluzione del nuovo governo talebano, insediatosi a Kabul. Secondo molti, i buoni rapporti che il governo russo sta cercando di mantenere con i nuovi padroni dell’Afghanistan porteranno alla crescita del prestigio del jihad e dell’Islam radicale tra i giovani di questi Paesi. Per altri, le conseguenze degli eventi afghani non scalfiranno la solidità della Umma musulmana russo-asiatica, e gli stessi talebani potrebbero prendere le distanze dagli alleati più radicali. L’ambasciatore russo a Kabul, Dmitrij Žirnov, ha comunque assicurato in una intervista alla Rossijskaja Gazeta del 18 agosto che “con i talebani si sta già meglio dei giorni scorsi, e non si sente più neanche uno sparo”.

 

Il presidente del Club analitico europeo di Mosca Nikita Mendkovič, esperto di economia dell’Asia centrale e lotta al terrorismo internazionale, ha rilasciato un’intervista a Kavkaz.Realii, in cui cerca di comprendere fino a che punto arrivi il consenso che i talebani godono all’interno e al di fuori dell’Afghanistan. Sostiene: “Hanno un certo appoggio, altrimenti non avrebbero messo insieme un esercito di 100 mila persone, ma è difficile dire da che parte stia la maggioranza del popolo afghano. Molti li hanno accettati solo per sfiducia nel governo di Ashraf Ghani”.

 

I talebani sono membri di un movimento nazionalista con un’ideologia religiosa, usciti da scuole dove venivano preparati i quadri giovanili dei cosiddetti mujaheddin, che lottavano contro il regime comunista di Najbullah e dei suoi sponsor sovietici (che secondo i russi oggi avrebbe resistito agli attacchi dei talebani “almeno altri tre anni”). Mischiando il nazionalismo dell’etnia pashtun, l’idea di un’Afghanistan unito e l’islam radicale hanno iniziato una guerra di unificazione nazionale, condotta con rara violenza e ferocia. Il problema, secondo Mendkovič, è che “i vecchi mujaheddin avevano già rivestito importanti ruoli di governo, mentre gli attuali talebani sono un’incognita in questo senso”.

 

Una questione fondamentale riguarda il rapporto dei talebani con Al-Qaeda e con gli altri movimenti estremisti. In Afghanistan sono attivi vari gruppi, come Jamaat Ansarrulah, il Movimento islamico del Turkestan orientale, il Tekhrik-i-Taliban Pakistan, il Movimento islamico dell’Uzbekistan, il commando di Imam Bukhar e altri, tutti vietati nei Paesi circostanti e molto interessati a rilanciarsi nel nuovo Afghanistan talebano. Se non vorrà perdere i finanziamenti internazionali mirati ad un’economia “legale” e di pace il nuovo governo dovrà tagliare i ponti con questi movimenti.

 

Molte fonti russe parlano anche di un grande attivismo insieme ai talebani dei fuorusciti dal Caucaso del nord, soprattutto dalla Cecenia, quindi originari della Federazione russa. Secondo Mendkovič, “si tratta di estremisti che non hanno potuto realizzare i propri piani in patria, e hanno cercato fortuna altrove”. Il consigliere del presidente della Cecenia per gli affari religiosi, Adam Šakhirov, ha peraltro dichiarato su Instagram che “i maturidity-khanafity (i ceceni vicini ai talebani) sono dei gran bravi ragazzi”.

 

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http://www.asianews.it/notizie-it/Ceceni-e-talebani,-i-nuovi-equilibri-dopo-Kabul-53870.html

Come leggere Roma. Uno spunto offerto da “Succede Oggi”.

«Roma mi pare proiettata verso il passato. Quando qualcosa accade, il presente non lo nota, ma quel che è accaduto sarà ricordato. Roma è un unico grande monumento ai ricordi. I ricordi non sono la memoria, questultima necessita di sistematicità, il ricordo affiora perché c’è un segno»

 

Roberto Cavallini

 

Roma è grande. Roma è un universo, l’universo è in espansione, anche Roma è in espansione, ha già travalicato, da qualche anno, i confini del Grande Raccordo Anulare.

 

Roma è la città eterna.

 

Io abito a Roma. E non ne posso fare a meno.

 

Roma è mutante ed io sono un testimone che gira per le strade e controlla i cambiamenti, ma è una cosa tra me e la mia macchina fotografica. Niente di sistematico, giro e vado a cercare posti nuovi, oriento il manubrio della bici, una spinta sul pedale e… voglio vedere che c’è là; oppure torno sui luoghi che già conosco, e vado, come si va a trovare un amico: come stai, che fai, ti ricordi…?

 

Roma è invasa, da qualche anno, da murales, che ci parlano del passato, di attori morti, di cantanti morti, di lotte del tempo che fu e di Pasolini che in effige è su tutti i muri, in centro e in periferia. Pasolini ormai è icona Pop, un brand territoriale a vantaggio delle società di intermediazione immobiliare. Roma mi pare proiettata verso il passato. Quando qualcosa accade, il presente non lo nota, ma quel che è accaduto sarà ricordato. Roma è un unico grande monumento ai ricordi. I ricordi non sono la memoria, quest’ultima necessita di sistematicità, il ricordo affiora perché c’è un segno, un punctum per rimanere in ambito fotografico, che te lo stimola.

 

Ci sono ricordi generazionali, del tipo: ti ricordi i poeti beat a Castel Porziano? E ci sono quelli personali, che sono in relazione solo con i fatti tuoi. Tempo fa ad esempio giravo, in bicicletta, per San Saba per rivedere la strada dove ho abitato nei primi anni ’80, fino a quando nacque mia figlia e che ti vedo sulle panchine a ridosso delle mura? Due prostitute àgées in bella mostra e una povera tossicodipendente che si nascondeva con la chioma e col cappuccio. Quando abitavo da quelle parti passando nelle varie ore del giorno, notavo che, o tossiche o anzianotte, sparivano tutte poco prima dell’ora di cena, lo stesso è avvenuto l’altro giorno, sono ripassato poco dopo le diciannove, per verificare la loro presenza e non c’erano più. Mi sono chiesto: chissà che succederà la notte a Caracalla, poco distante da lì? La replica delle Notti di Cabiria?

 

Roma è cinema. I ruderi romani sono cinema, i monumenti sono cinema, la fontana di Trevi e via Veneto sono La dolce vita. Pure il più recente La grande bellezza è straripante di Roma e di riferimenti al cinema del passato, la periferia di Roma è cinema, gli esempi sono infiniti, anche Nanni Moretti ci ha girato parte di un film e la periferia l’ha raccontata dondolandosi in Vespa. Io mi sono dondolato a bordo di un altro scooter, una decina di anni fa’, con la mia odierna compagna e quando siamo scesi, alla fine di un lungo giro in un tardo pomeriggio estivo, mi disse che le sembrava di aver vissuto, lei che viene da Düsseldorf, le scene di Vacanze Romane.

Vacanza romane… qualche anno fa si diceva: ah, io l’agosto lo passo a Roma, non c’è nessuno, è tutto a portata di mano e poi la sera ci sono tante cose, si sta di un bene… e ripensando al cinema sembrava tutto un po’ alla faccia di Gassman e di Verdone e alle loro estati d’agosto e i vani tentativi contro la solitudine.

 

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http://www.succedeoggi.it/2021/08/come-leggere-roma/

Tornano le culture politiche?

È possibile che una cultura politica, quella del cattolicesimo democratico e sociale, sempre decisiva in tutti gli snodi della storia italiana dal secondo dopoguerra in poi, sia oggi del tutto assente dal dibattito pubblico e dalla concreta dialettica politica del nostro paese? Come può un tale filone ideale ridursi ad una sorta di sub cultura utile solo per rivendicare seggi e candidature?

 

Giorgio Merlo

 

Con il progressivo esaurirsi del populismo demagogico, anti politico, giustizialista e manettaro del partito dei 5 stelle – sperando che sia il più rapido possibile – forse ritornano le culture politiche. Il che sarebbe una novità quasi rivoluzionaria nel nostro paese perchè non possiamo dimenticare che una delle ragioni costitutive del populismo qualunquista è stata proprio l’azzeramento radicale di tutte le culture politiche. Cioè di quei filoni ideali che sono stati centrali e decisivi per la costruzione e il consolidamento della nostra democrazia. E, soprattutto, per orientare e condizionare quelle culture di governo che hanno scandito e modulato le varie stagioni politiche del nostro paese dal secondo dopoguerra in poi.

 

Non a caso, il populismo nasce e si alimenta di una feroce e costante anti politica che individua proprio nella cancellazione delle diversità politiche e cultuali la sua ragion d’essere. E la naturale conseguenza di questa deriva anti politica e qualunquista prevede anche la soppressione della naturale e persin strutturale distinzione tra la destra, il centro e la sinistra. Del resto, quando prevale la sub cultura dell’”anno zero” e dell’azzeramento di tutte le culture politiche è del tutto naturale che la storica distinzione tra i progressisti e i conservatori, tra i riformisti e i liberisti e via discorrendo giunge al capolinea e viene del tutto azzerata. E così è stato in questi anni nella confusa, complessa, grigia e spenta politica italiana.

 

Ora, almeno così pare anche se è sempre bene diffidare delle conversioni politiche improvvise, misteriose e soprattutto collettive, pare che quel populismo non sia più così raggiante e vincente. Anche se, lo ripeto, quando la cifra distintiva di un partito era ed è sempre stato il populismo, è difficile, molto difficile, che da un giorno all’altro tutto muta, tutto cambia. Compreso l’intero orientamento dell’elettorato che per svariati lustri si è abbeverato a quella predicazione dogmatica martellante ed inesistente.

 

Ma, al di là del futuro del partito populista per eccellenza, cioè il partito di Conte e di Grillo, è indubbio che la politica può ritornare protagonista e centrale nel nostro paese solo se le singole culture politiche faranno nuovamente capolino nella cittadella politica italiana. Certo, adeguandole alla stagione contemporanea senza regressioni nostalgiche o passatiste. E riproponendole come chiave di svolta per reintrodurre categorie politiche, culturali e ricette di governo che non nascono solo dalla violenza verbale, dalla voglia di demolizione del passato e dalla sola volontà della conquista del potere demonizzando gli avversari e demolendoli sul versante personale e politico. Serve, cioè, una netta inversione di rotta anche solo rispetto ad un passato recente.

 

Per fare un solo esempio concreto, è possibile che una cultura politica che è stata sempre decisiva in tutti gli snodi più delicati della storia italiana dal secondo dopoguerra in poi, sia oggi del tutto assente dal dibattito pubblico e dalla concreta dialettica politica del nostro paese? Parlo della tradizione del cattolicesimo politico, popolare, sociale democratico che nel corso di vari decenni non solo ha prodotto una classe dirigente di grande levatura politico e di governo ma che ha contribuito anche a sciogliere nodi politici apparentemente inestricabili. Come può un filone ideale come quello che ho citato ridursi ad una sorta di sub cultura utile solo per rivendicare seggi e candidature in alcuni partiti? Come è possibile, pur di accontentare la deriva populista, demagogica e anti politica della moda passeggera del momento, evitare di parlare in pubblico per non apparire antimoderni e nostalgici? Perchè, alla fine, di questo si tratta.

 

Ecco perchè la fase politica che si sta aprendo nel nostro paese e che culminerà con le prossime elezioni politiche nazionali, non potrà più fare a meno di quei valori, di quelle prassi, di quei pensieri e di quelle culture che hanno costruito la cornice democratica, costituzionale e riformista del nostro paese. Ne va della qualità della nostra democrazia e del futuro delle nostre istituzioni. Altrochè non disturbare i dogmi del populismo nostrano per evitare di essere retrogradi e fuori moda e fuori tempo!

Ddl Zan e opzione donna: conflitto di genere.

Ragioniamo sugli effetti che il Ddl Zan può provocare sul terreno pensionistico. Ancora non sono state esaminate le implicazioni che scaturiscono dalla ‘assolutizzazione’  del tema riguardante la tutela delle persone appartenenti all’universo lgbtq. Alcuni aspetti problematici possono essere già individuati, se si adopera la lente del corretto discernimento.

 

Francesco Provinciali

 

Che non sappia la destra ciò che fa la sinistra non riguarda solo le nostre mani. Anche in politica l’aforisma trova frequente dispiego: anzi le contraddizioni spesso si giocano in casa, da ambo le parti. La sinistra si ingarbuglia e si incarta da sola, dal centro a sinistra, e l’orchestrina della destra si allunga e si accorcia come una fisarmonica ad ampio mantice, dal centro a destra. È di questi giorni la notizia di una ripresa in considerazione del tema pensionistico, il Presidente Draghi è pressato da richieste di revisioni ma la sua ben nota perspicacia gli permette di arrivare da solo a capire che, mutatis mutandis, tra ruota della storia che gira, corsi e ricorsi, evidenze economiche e contingenze epocali ….niente al mondo dura per sempre, fosse anche la più limata e architettata riforma delle pensioni.

 

Come ricorda Giuliano Cazzola – un vero esperto del settore – in una intervista su “www.pensionipertutti”del 22/7 u.s., “il Decreto salva Italia del 2011 conteneva una riforma approvata da una maggioranza di due terzi dei parlamentari in ambedue le Camere, considerata ottima da tutti gli osservatori internazionali, difesa dalla U.E. , che non ha prodotto nessuno degli effetti devastanti di cui è accusata, tanto che l’Italia è diventata il Paese dell’anticipo, poiché il numero delle pensioni anticipate supera di circa due milioni quello dei trattamenti di vecchiaia”. Da parte sua il magazine sussidiario.net del 13/8, partendo dall’analisi di Patrizia Del Pidio su orizzontescuola.it, e considerando gli scenari per il post-quota 100, avanza quello di una possibile proroga biennale per l’APE sociale. Si accenna così ad una ventilata estensione del range dei beneficiari che includa “il pensionamento anticipato anche alle categorie definite fragili” ma non solo: nell’agenda politica del Governo prenderebbe sempre più consistenza l’ipotesi di un prolungamento dell’opzione donna che da un lato consentirebbe alle beneficiarie di continuare ad avvalersi dell’anticipo pensionistico mentre dall’altra, sulla base dei dati forniti dal Tesoro, non costituirebbe un aggravio per le casse dello Stato a motivo della compensazione determinata dal ricalcolo interamente contributivo.

 

Su Vanity Fair del 12 agosto questa evenienza viene confermata in tutta la sua postulata attesa: “Uno dei problemi da affrontare è però sicuramente la situazione femminile, per cui al momento è presente la misura di Opzione Donna, un sistema che prevede il prepensionamento per la componente femminile della popolazione, che garantisce l’accesso in anticipo alla pensione sia per le lavoratrici autonome che per quelle dipendenti. Si tratta di una misura che prevede che le donne, con 35 anni di contribuzione, possano interrompere il lavoro e accedere alla pensione già a 58 anni, per le lavoratrici dipendenti, e 59 per le autonome. Una delle ipotesi sul tappeto è quella di dare a questo intervento una fisionomia quasi strutturale”.  Questa conferma è attesa come parte della possibile riforma prevista per l’autunno, insieme alla “quota 41” che sostituirebbe “quota 100”, ovvero la possibilità di lasciare il lavoro al compimento del 41° anno di servizio, indipendentemente dall’età anagrafica. Oggettivamente tutto è legato al peso che questi ritocchi avranno sulla bilancia governativa degli eventuali aggiustamenti da fare, tenuto conto degli altri temi caldi: gestione della pandemia, ipotesi del 3° vaccino, green pass, lezioni in presenza, blocco dei licenziamenti, reddito di cittadinanza, ius soli, recovery plan, Ddl Zan.  Per citare i più dibattuti.

 

Sempre che il Ddl Zan non definisca “sessista” questa scelta accondiscendente verso il mondo del lavoro al femminile. Detta così può sembrare una sciocchezza, ma in realtà mette a nudo la vulnerabilità e il pericolo di interpretare alla lettera il  “coming out “che il Ddl Zan postula e sostiene. Perché – come accaduto in altri ambiti della vita civile e dello sport – se passa la linea dell’identità sessuale “percepita” come prevalente rispetto a quella data da madre natura (espressione forse anch’essa discriminante nella definizione del genere femminile della natura) potrebbero verificarsi dei casi di traslazione di genere per beneficiare di questa opzione, attualmente definita “donna”. Uomini che diventano donne all’anagrafe.

 

Secondo Vanity Fair una analisi sul tema delle pensioni “al femminile” mette anche in rilievo il fatto che le stesse siano ‘sempre’ inferiori a quelle degli uomini. Un’incongruenza che si stima in una minusvalenza media di 498 euro mensili. Questo potrebbe di converso dissuadere aspiranti pensionandi uomini a percepirsi e dichiararsi al femminile per usufruire dell’opzione donna, ma potrebbe ispirare qualcuna che si “sente uomo” ad un improvviso cambio di genere opposto. Chi spinge per una celere approvazione del Ddl Zan come se fosse l’ombelico dell’universo esistenziale, dovrebbe riflettere su queste eventualità che non sono fantascientifiche, ma fanno parte delle possibili derive innescabili dal testo attuale del disegno di legge.

Appello all’unità politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali.

Riportiamo la seconda parte del documento che il Presidente dell’Associazione dei Liberi e Forti (ALEF) ha presentato (insieme al prof. Giannone) il 12 agosto scorso come ‘ultimo appello’  in funzione di un prossimo congresso della Dc, guidata da Renato Grassi, possibilmente aperto ad altre componenti di analoga identità e cultura politica.

 

Ettore Bonalberti

 

Oggi, stiamo ancora scontando la grave emergenza economica intervenuta a seguito dei Dpcm e delle scelte del Governo giallo-rosso (M5S+PD) di Giuseppe Conte e per fortuna l’arrivo di Mario Draghi, peraltro un neo liberista internazionale, con il Gen. Figliuolo hanno contenuto gli effetti della pandemia Covid19 con un’efficace piano di vaccinazione e decisioni, meno filo cinesi e più atlantiste, per favorire la ripresa economica.

 

In queste fasi di crisi, vogliamo richiamare l’insegnamento dei grandi Testimoni Italiani del Popolarismo e della Democrazia Cristiana: Don Luigi Sturzo, Alcide de Gasperi, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Carlo Donat Cattin, Albertino Marcora, Mariano Rumor, Remo Gaspari, e altri statisti che hanno dimostrato che è possibile “servire la Politica e non servirsi della politica” (Luigi Sturzo 101 anni fa).

 

Allora quale può essere la soluzione politica, ci sembra che riunire assieme un un’unica DC tutti i Democristiani non sia la soluzione ne’ per la comunicazione di massa ne’ per la praticabilità. Oggi i Millennials sono più propensi al termine Federazione e per noi la Federazione Popolare dei DC ha rappresentato e rappresenta il tentativo più concreto di ricomposizione di tutti i Democristiani (almeno le quattro componenti che fanno riferimento a: Grassi-De Simone-Luciani-Sandri) ; tentativo al quale le posizioni di rendita lucrate dall’UDC a guida depoliana, hanno sin qui impedito di decollare in maniera positiva.

 

Io e l’amico prof Antonino Giannone, Presidente del Comitato Scientifico ci permettiamo di rivolgervi un ultimo appello affinché tutte le diverse anime che fanno riferimento alla DC si ritrovino in un incontro a Roma per definire le condizioni, termini e modi per la celebrazione di un Congresso DC di ricomposizione politica da farsi entro ottobre p.v.

 

Esso potrebbe essere propedeutico a un’assemblea costituente più ampia da compiersi con tutti gli amici dell’area più vasta cattolico democratica e cristiano sociale (Insieme, Rete Bianca, Associazioni, Movimenti fino alla recente Associazione promossa da Gianfranco Rotondi Verde e’ Popolare). In pratica l’amalgama comune di partenza dovrebbe essere la Cultura di base dei 6 Pilastri da condividere

 

In questo modo la Federazione Popolare con la DC ricomposta da tutte le componenti potrebbero-dovrebbero organizzare liste unitarie di ispirazione DC e Popolare alle prossime elezioni politiche. L’assemblea costituente servirebbe per redigere il programma dei DC e Popolari per l’Italia del XXI^ secolo e per l’elezione della nuova classe dirigente.

 

Ci sembra quindi appropriata al nostro tempo la frase di Aldo Moro presa dal suo ultimo discorso ai Gruppi Parlamentari nel 28 febbraio 1978, pronunciata prima di essere rapito dalle Brigate Rosse e poi barbaramente ucciso. Moro è rimasto un martire cristiano in Politica, un esempio morale per il futuro delle giovani generazioni dei Millennials e della società italiana: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere,oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà… Camminiamo insieme perché l’avvenire appartiene in larga misura ancora a noi”.

 

Per concludere : siamo tutti in Cammino per realizzare una nuova Civiltà dell’Amore, come ci hanno più volte richiamato a fare i nostri Pontefici. Ritroviamo la nostra unità politica di Cattolici, senza aggettivi, e Democristiani non pentiti in cammino verso la meta comune e finale per tutti e che è più vicina per noi più Anziani.

Kalashnikov e Twitter, ecco l’operazione mediatica dei talebani. L’analisi su “formiche.net”.

Ma quale svolta moderata, quella dei talebani è una sofisticata operazione di rebranding. Le testimonianze e gli analisti tratteggiano lesistenza di una macchina propagandistica pensata per legittimare i talebani agli occhi della comunità internazionale e consolidare la loro presa sullAfghanistan.

 

Otto Lanzavecchia

 

Chi si ricorda i talebani del secolo scorso oggi può incorrere in momenti di dissonanza cognitiva; solo vent’anni fa la loro interpretazione radicale della legge coranica vietava le fotografie. Negli scorsi giorni, una foto emersa su Twitter ha ritratto un gruppo di combattenti talebani, divisa e fucile a tracolla, mentre gustano un gelato nelle vie di Kabul. Degli altri, sempre armati, sono stati ripresi agli autoscontri, altri ancora hanno usufruito delle giostre. Un’altra immagine che circola sembra fatta apposta per Instagram, con un gruppo di miliziani armati che posano davanti a un tramonto spettacolare e caption in pashto e inglese che recita “IN UN’ATMOSFERA DI LIBERTÀ”. Mentre il sito ufficiale dei talebani è disponibile in pashto, dari, arabo, urdu e inglese (solo le prime due lingue sono diffuse in Afghanistan).

Anche a livello istituzionale non trapela l’immagine, consolidata nell’immaginario collettivo, di rudi guerrieri fondamentalisti. Durante la sua prima conferenza stampa il portavoce del nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan, Zabihullah Mujahid, ha mostrato un volto moderato: amnistia generale, niente rappresaglie, mantenimento dei corridoi umanitari, possibilità per le donne di continuare a studiare “in accordo con la sharia” (ancora da chiarire la compatibilità di queste due affermazioni). Un altro portavoce, Suhail Shaheen, rassicura residenti e stranieri via Twitter e si è anche fatto intervistare in diretta da una giornalista a volto scoperto, impensabile un ventennio fa.

 

Gli analisi del New York Times e del Washington Post hanno dato contezza delle migliaia di profili pro-talebani apparsi negli ultimi tempi sui social, dediti a rilanciare contenuti che lodano il gruppo. Al tempo stesso, sono gli afghani stessi a dimostrare che di questa facciata moderata non si fidano. Basta guardare alle persone che pur di scappare si aggrappano agli aerei, alle testimonianze di chi cancella da internet i propri profili social, alle donne che si nascondono. Kabul ha gli occhi del mondo puntati addosso e la situazione sembra calma, ma da altre province arrivano testimonianze (difficili da verificare) di esecuzioni sommarie e vendette contro i “collaborazionisti” del precedente governo.

 

La strategia social dei talebani è stata sviscerata dal Digital Forensics Research Lab dell’Atlantic Council. Il senior fellow Emerson Brooking ha spiegato al WaPo che il gruppo ha iniziato a utilizzare i blog per la propaganda nei primi anni duemila. Gli integralisti hanno fatto la loro comparsa su Twitter nel 2011, su Telegram nel 2014. Entro il 2019 avevano iniziato a manipolare gli hashtag, utilizzando quelli in tendenza per veicolare i propri messaggi. Oggi il numero di account dediti a rilanciare la propaganda in concerto – e su svariate piattaforme – suggerisce un’azione concertata di una équipe di professionisti che lavora a tempo pieno.

 

 

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Kalashnikov e Twitter, ecco l’operazione mediatica dei talebani

Maria Romana al padre Alcide: una preghiera che ci avvicina a De Gasperi e al “profumo del suo cielo”.

Al termine della celebrazione eucaristica in ricordo di De Gasperi, svoltasi ieri a San Lorenzo Fuori le Mura, la figlia dello statista trentino ha regalato un delicato momento di spiritualità attraverso questa sua preghiera dedicata al padre.  

Nel giorno del memoriale della morte di suo padre Alcide, la Signora Maria Romana sorprende la piccola comunità di fedeli ed amici alla Santa Messa, con una preghiera forte e dolce. 

Riserva la forza alla fatica di vivere in nostro tempo affogato nel dolore e nella pena, e la dolcezza di una figlia che si rivolge al padre nel chiedere per noi tutti, e non solo per sé stessa, la condivisione del “profumo del Cielo” e delle “nuvole bianche” aperte sulla povertà e sulla sofferenza. 

Ecco perché noi tutti dobbiamo un grazie a questa grande donna che ha saputo pregare con la dolcezza di una figlia e la fermezza di una donna del nostro tempo: quando pensiamo di essere soli, abbandonati al nostro destino, ecco che con una umiltà che è grandezza , la Signora Maria Romana, ci ricorda di essere umanità prima di quell’io solo al quale ci costringe e stringe la vita stessa. 

Grazie.

La preghiera

Vorrei fare una preghiera a mio padre che riposa all’ingresso di questa grande Chiesa che riceve per l’ultimo saluto chi lascia la terra. 

Mio caro padre, tu che vedi passare davanti a te chi ha gli occhi pieni di lacrime per chi ha perduto la vita. Tu che sai cosa è il dolore e la pena, ma anche la gioia di stare accanto al Signore, aiutaci a superare questo tempo difficile che il mondo sembra oggi offrire come unica strada da percorrere. 

Mandaci un po del profumo del tuo cielo che ci aiuti ad amarci l’uno con l’altro nel nome della verità; che si spengano le armi, che i bambini asciughino le lacrime, che gli anziani abbiano sonni tranquilli. 

Quel cielo che la nostra fantasia può solo immaginare, che apra le sue nuvole bianche a chi è stato povero, a chi ha sofferto nel corpo e nell’anima e riposi chi ha sofferto, finalmente felice nelle mani del Signore.

Avremo modo con il tempo di valutare la Storia afghana, ora è cronaca. Tutta colpa di Biden? Dire questo non ha senso.

La ‘fuga’ da Kabul è la reiterazione di un dilemma irrisolto, per tutti noi. Che dire? Non è affatto il declino dell’Occidente, è però l’evidenza della mancanza da tempo del suo Spirito e della Politica.

Diceva Talleyrand che con le baionette puoi fare di tutto salvo che sedertici sopra. Appena Nixon divenne Presidente (conservatore) iniziò e poi accelerò il processo di ritiro totale dal Vietnam (fino a 541.000 uomini con Johnson). L’assalto all’Ambasciata USA di Saigon del 30 Aprile del 1975 è alla fine un evento pittorico di un conflitto che aveva visto ben altre e tragiche cose e che in qualsiasi modo andava chiuso, 58.000 morti americani e oltre 153.000 feriti e mutilati. In piazza con i Movimenti dicevamo ‘Nixon boia’ ma lui fu ostinato nel venire via da quel conflitto. A sinistra, noi antimilitaristi non lo consideravamo, eppure poi si è scoperto come mai molta popolazione sud-vietnamita si spaventò al ritiro statunitense: quando arrivò Viêt Minh partirono le vendette, epurazioni ecc. Fu il prezzo finale del ritiro; il costo era da tempo che era insostenibile. 

Ricordo poi la Marina Militare a recuperare nel 1979 i boat people per portarli nei nostri Paesi. Io curai l’accoglienza a Prato di una famiglia di Saigon, e mi fecero racconti terrificanti. Dal 1975 al 1979, causa la collettivizzazione forzata delle terre e la sottrazione di bambini alle famiglie per l’indottrinamento, decine di migliaia di persone si diedero alla fuga dal Sud Vietnam. Sartre ed Aron accusarono l’Occidente di essersela data a gambe e di aver voltato le spalle ad un futuro democratico per quei popoli. Nixon e Gerald Ford fecero bene? fecero male? Nell’Agosto del 1963 John Kennedy confidò a Robert McNamara di vedere la piega irrisolvibile che aveva preso la partita e gli chiese di cominciare a studiare un piano di uscita senza fare troppa brutta figura. Eppure era stato lui che aveva brigato per sostituire Diêm con il giovane e ‘socialdemocratico’ Nguyên Vân Thiêu, con un colpo di stato (2 Novembre 1963). 

Ma come oggi per la maggior parte della popolazione afghana, i vietnamiti ‘subirono’ le riforme organizzative e sociali americane, non vi ‘aderirono’ mai (lasciare le risaie e acquistare le Lambrette, ad esempio). Quando gli Americani se ne andarono la loro società buddhista agricola ‘democratizzata’ del Vietnam del Sud accolse i Vietcong come un coltello nel burro. Kennedy, che da coraggioso iconoclasta intellettuale qual era, capì che bisognava uscirne prima che l’escalation si trasformasse in un’epica irrisolvibile. Morì a Dallas tre mesi dopo e Johnson appena insediato chiamò lo Stato Maggiore e tranquillizzò: gli USA non se ne sarebbero mai andati, anzi il nuovo 36° Presidente degli Stati Uniti dichiarò che l’impegno sarebbe aumentato, con grande gioia di Westmoreland e delle industrie. 

Obama era ‘il’ Democratico, ma non ha chiuso Guantanamo (come giurato e spergiurato) né disimpegnato dall’Afghanistan (come giurato e spergiurato). Ogni Presidente ha passato il ‘disimpegno’ al successivo. Finché arriva Biden e fa quello già deciso da Trump un anno prima e dai suoi predecessori.

L’Occidente si tiene Abdel  Fattah al-Sisi – con corredo orribile di casi Regeni ecc – pur di non consegnare l’Egitto ai Fratelli Musulmani. Il problema di fondo è che non solo la democrazia non si può esportare (figuriamoci imporre) ma che le Democrazie Occidentali hanno abbandonato ogni ragionamento politico paziente ed hanno deciso dalla Thatcher e Regan in poi di far governare l’economia ai finanzieri e la geopolitica ai militari. Questo è il vero disastro. McNamara andò da Johnson e si dimise nel Febbraio 1968 dopo aver già avuto scontri con il Presidente dal Novembre 1966: disse a Johnson, a cui i militari avevano chiesto altri centomila uomini, che era per chiudere i bombardamenti dei B52 sul Vietnam del Nord e per iniziare da subito il ritiro di almeno 80.000 uomini (altro che continuare…).

Johnson prese la strada opposta, lo sostituì con lo sconosciuto Clifford (che durò meno di un anno), e la ‘gloria’ e le contumelie del ritiro se le presero poi Nixon e Kissinger (Ford si beccò gli insulti, ma è quello che chiuse la porta, a concordare a Parigi con l’FLN dei Viet Cong c’era Kissinger, che prese pure il Nobel per la Pace). Quindi Biden più di tanto non poteva fare, se non tenere conto che iniziare e conquistare e sbaragliare è facile ma poi perdere non piace a nessuno.

Fu dopo la Guerra di Corea che anche i democratici Paesi Occidentali ‘anticomunisti’ resero la vita impossibile a diversi Paesi loro ex Colonie. Se ci fu Hanoi e Ho Chi Minh, che non potette fare altro che rivolgersi ai comunisti, bisogna ringraziare la boria e la durezza francese degli Anni ’50, cose incredibili, da potenza stupida; insomma già dagli Anni ’50 la Seconda Guerra Mondiale aveva insegnato qualcosa ai Paesi Occidentali per le loro relazioni future, ma il resto del mondo si continuò a trattarlo con supponenza se non disprezzo.

P.S. Visto? Dopo le prime reazioni emotive a caldo, oggi comincia a delinearsi una storia della presenza occidentale in Afghanistan un po’ più complessa della semplice bambinesca colpevolizzazione di Biden. Era ovvio…non poteva essere stato solo lui o gli USA il problema…in vent’anni noi siamo stati, e abbondantemente, ‘parte-del-problema’.

La stampa attacca Biden, ma gli americani volevano lasciare Kabul. Il punto su AgenSIR.

Mentre i governatori del Maryland e della Virginia si offrono di accogliere più rifugiati, la Chiesa cattolica americana, fin dalla creazione di un programma di reinsediamento dei rifugiati nel 2006, ha lavorato con il governo per consentire che i 73.000 afgani, titolari di un permesso speciale SIV, assieme alle loro famiglie venissero correttamente accolti. Ed in queste ore frenetiche è quello che sta facendo Catholic Charities in Virginia, man mano che arrivano aerei carichi di profughi in una base militare a Fort Lee, che vengono trasferiti nell’area di Arlington, dove si trovano già altri rifugiati, da lungo tempo, provenienti dall’Afghanistan.

Maddalena Maltese

Non c’è un metodo perfetto o imperfetto per perdere una guerra, ma il modo in cui gli Stati Uniti hanno perso l’Afghanistan è sotto il giudizio non solo degli americani ma del mondo: un fallimento. Gli Usa sarebbero dunque dovuti restare in Afghanistan, in uno status quo a tempo indeterminato, vista l’impossibilità di una vittoria militare? Il 73% degli americani è netto a questo riguardo: Kabul andava lasciata. Ma l’esecuzione di questo mandato è stata “imperfetta”, ha confessato l’addetto stampa del Pentagono Paul Kirby. Le esercitazioni a tavolino studiate a Washington non prevedevano una resa senza battaglia, né le centinaia di afghani disperati che si attaccavano all’aereo militare sulla pista di decollo, per poi precipitare al suolo quando il C17 si è levato in volo. Anche loro in caduta libera come i corpi delle Torri Gemelle: immagini strazianti difficili da credere a poco meno di un mese dal dal 20° anniversario dell’11 settembre, una data che lega indissolubilmente gli Usa all’Afghanistan.

Se il presidente Joe Biden voleva riportare nello Studio Ovale competenza e strategia, le immagini di Kabul, Herat, Kandahar suggeriscono ben altro. La stampa americana non risparmia critiche al vetriolo e non solo a lui, ma a tutti i commander in chief che hanno nutrito l’opinione pubblica di un falso ottimismo sui progressi “stabili” e “deliberati” dell’America in Afghanistan, quando già nel 2019, i cosiddetti “Afghanistan Papers” pubblicati dal Washington Post li avevano ampiamente smentiti. Un ritiro così caotico è il ritratto di un’ennesima guerra afflitta da lacune nell’intelligence, nella conoscenza del popolo, della storia, della sua strategia di accordi per quieto vivere. Gli Stati Uniti sul terreno afgano lasciano 2.000 miliardi di dollari, le vite di 2.448 tra militari e appaltatori, le ferite di 24.000 reduci, le vite di 47.000 civili e il servizio di 800.000 soldati.

Negli Usa questa è l’ora delle colpe democratiche e repubblicane, afghane e talebane. È l’ora della colpa per le Nazioni Unite, pressoché assenti e che si spera impediscano una possibile guerra civile; è l’ora della colpa per l’Unione europea senza strategia; del Pakistan condiscendente alla violenza; della Russia tornata amica. Colpa di isolazionisti e di generali; di falchi e false colombe. CNN, NBC, Fox news, New York Times; Los Angeles Times, PBS: non c’è canale o mezzo stampa che non sieda sul banco dell’accusa.

“Ma in questa guerra condotta a nome del popolo degli Stati Uniti, quanto gli statunitensi sono stati toccati in modo tangibile, se non per quelli che hanno avuto una persona della famiglia nella campagna in Afghanistan?” si domanda Matt Malone, direttore di America, la rivista dei gesuiti. “Negli ultimi anni chi di noi ha perso una sola notte di sonno preoccupandosi di Kabul? O ancora in questi venti anni quanto storie sull’Afghanistan pubblicate dai media sono state ignorate perché eravamo frettolosi, stanchi, annoiati?”, continua il gesuita, che dichiara “inconcepibile” inviare altri giovani americani in una guerra ventennale, “mentre tutti noi godiamo il lusso di non doverci preoccupare”. Per Malone la vera domanda da porsi non è cosa hanno fatto gli Usa negli ultimi 20 anni in Afghanistan, ma “cosa io e te non siamo riusciti a fare”.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2021/08/19/la-stampa-attacca-biden-ma-gli-americani-voelvano-lasciare-kabul-la-chiesa-in-campo-per-accogliere-i-profughi/

Il Vangelo secondo Erri De Luca. Conversazione con Luciano Zappella su “Sant’Alessandro”

Riproduciamo la prima parte di questa intervista – segue link per la lettura del testo integrale – apparsa sul settimanale online della diocesi di Bergamo. Zappella coglie l’occasione, discutendo dell’opera di Erri De Luca, per affermare che “l’ignoranza della Bibbia è l’ignoranza dell’umano”

Daniele Rocchetti

Erri De Luca è certamente uno degli autori italiani più significativi e difficili da inquadrare: narratore, saggista, poeta, traduttore, autore di testi teatrali e giornalista. 

Una produzione articolata da parte di un uomo controverso che non si è mai sottratto alle sfide del tempo levandosi spesso come voce, spesso solitaria, di chi fatica a farsi udire nel sonnolento teatro della storia umana.

Il suo primo romanzo – “Non ora, non qui” – è stato pubblicato nel 1989 e i suoi libri sono stati tradotti in oltre trenta lingue. Si definisce “autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddis e ebraico antico”.

E proprio la Bibbia rappresenta per “il non credente e non ateo” De Luca, il testo fondatore che ha innervato tutta la sua prolifica e suggestiva ricerca letteraria.

Ad analizzare il valore della Bibbia nell’opera di De Luca è Luciano Zappella con un libro, che ho trovato molto intrigante e di qualità, da poco pubblicato dall’editrice Claudiana (“Il Vangelo secondo Erri De Luca”, 2021, pp. 216, euro 14,50). Zappella, esponente della Comunità Evangelica di Bergamo, ha tutti i numeri per cimentarsi nel lavoro: presidente del Centro Culturale protestante di Bergamo e di Effetto Bibbia è da sempre molto attento al rapporto tra Bibbia e letteratura. 

Quali ragioni ti hanno a portato a scegliere di approfondire il profilo e l’opera di Erri De Luca in rapporto alla Bibbia?

Come altre e altri, anche io mi sono “innamorato” di Erri De Luca all’inizio degli anni Novanta, in occasione dell’uscita di Una nuvola come tappeto, il testo che lo ha imposto al grande pubblico, e delle prime traduzioni bibliche (Esodo, Giona e Qohelet). All’epoca De Luca era un autore di “tendenza”, in un periodo in cui cominciava a diffondersi anche in ambito laico un forte interesse per l’ebraismo, la lingua ebraica e la Bibbia. Ovviamente, ha giocato molto anche la sua militanza politica e il suo impegno umanitario. Poi, l’ho seguito più sporadicamente, finché due anni fa la richiesta della Claudiana di scrivere un libro su di lui mi ha costretto, si fa per dire, a leggere o rileggere buona parte dei suoi testi. 

Una delle apparenti contraddizioni di Erri De Luca è il suo voler rivendicare di essere allo stesso tempo non credente e non ateo. Aiutaci a capire meglio.

È vero. Sembra una contraddizione, ma non lo è. Io preferisco parlare di paradosso, che, tra l’altro, è anche una categoria biblica, anche se ovviamente il termine non compare nella Bibbia. Il paradosso è racchiuso nella sua autodefinizione di “non credente non ateo”. De Luca ha ripetuto spesso che il fatto di sentirsi non credente non gli impedisce di credere nella fede altrui, cioè di prenderla sul serio, e di credere nel libro – la Bibbia – che racconta una storia di fede pienamente calata nella storia. Vorrei citare una frase tratta da Ora prima che riassume benissimo la sua posizione: «Credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente. Ammette il dubbio, sperimenta il bilico e l’equilibrio con la negazione lungo il suo tempo». Mi sembra una considerazione molto bella perché molto vera. E succede spesso che siano proprio i non credenti o i cosiddetti laici a parlare della fede in modo sorprendentemente efficace. 

Tu scrivi che De Luca assume una posizione schiettamente laica e dunque propriamente biblica…

Anche questa sembra una contraddizione. Sarebbe effettivamente così se la Bibbia fosse un libro edificante, un libro per anime pie o peggio ancora una specie di manuale moralistico. Ma non è così. Pensa a una figura come quella di Davide e alle sue tantissime contraddizioni. Per non parlare di personaggi come Tamar, Giacobbe, Giona, l’apostolo Pietro, e via dicendo. La Bibbia non è fatta per persone che hanno troppe certezze. E infatti diversi personaggi biblici sperimentano continuamente, come succede a molti ancora oggi, il dubbio e l’abbandono, il credere e il non credere. È interessante vedere come il non credente De Luca colga bene questo aspetto quando scrive che la Bibbia è «un libro sacro, un’avventura per anime in fiamme e in travaglio, non per i quieti».

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https://www.santalessandro.org/2021/08/19/il-vangelo-secondo-erri-de-luca/

 

I segni del cattolicesimo democratico nel «secolo breve»: De Gasperi, 100 anni fa, entrava nel Parlamento italiano.

L’anniversario della scomparsa dello statista trentino, avvenuta il 19 agosto del 1954, coincide quest’anno con il ricordo della sua elezione, giusto un secolo fa, a Deputato del Regno d’Italia. La ricognizione storica permette di «capire» il presente. De Gasperi, allora, può essere un riferimento per la politica d’oggi?

I cattolici, nel «secolo breve», con la loro politica hanno illuminato la scena. Non sono stati ai margini della storia. In effetti hanno vissuto la brevità del Novecento attraverso la brevità della loro stessa vicenda pubblica: il Ppi nasce nel 1919, la Dc finisce nel 1994. In mezzo, per giunta, c’è la cesura del Ventennio fascista. Tanti i volti di questa epopea cattolica, ma la figura più eminente, capace anche oggi di costituirsi ad esempio di intelligenza e senso di responsabilità, è lo statista per antonomasia della nostra Ricostruzione. 

Alcide De Gasperi, deputato dell’Impero Austro-Ungarico fino al termine della Grande Guerra, entrava nel 1921 a Montecitorio. Da Vienna passava a Roma, in continuità di  indirizzo politico, come rappresentante dei popolari del suo Trentino, ricongiunto dopo la Vittoria alla madrepatria. Di tale evento giova conservare opportuna memoria. Si era votato anticipatamente perché Giolitti, tornato nel 1920 alla guida del governo dopo il gracile esperimento di Nitti, voleva far tesoro dei risultati positivi da lui ottenuti: in primo luogo l’uscita dall’avventura di D’Annunzio a Fiume. Secondo Sturzo fu però una decisione che rispondeva non poco alla volontà dello statista piemontese di ridimensionare il Ppi. In realtà la manovra, una delle tante che questi mise in atto nella sua lunga vita politica, si rivelò un boomerang: i popolari tornavano alla Camera con un numero accresciuto di eletti. Il problema è che dopo quel voto la legislatura ripartiva con squilibri e incertezze maggiori, infarcita d’un drappello di camice nere messe in lista proprio da Giolitti.

De Gasperi era conosciuto e stimato, venne perciò sollecitato dai colleghi popolari ad assumere la guida del Gruppo parlamentare. Da quella posizione di responsabilità, vide consumarsi in fretta l’ancora debole fiammella della democrazia italiana. Finita la guerra, le tensioni sociali erano esplose: con il «biennio rosso» (1919-1920) tutto era diventato più complicato, per tutto c’era un carico di sospetti e paure. Così, mentre Sturzo metteva il veto a Giolitti, il cattolico Meda lasciava cadere l’ipotesi di un suo incarico per la formazione del governo. La rinuncia aggravò la situazione. Socialisti e popolari erano troppo distanti, come altrettanto lo erano, a seguito dello sgarbo subito con il ricorso anticipato alle urne, i popolari dai liberali. L’ingovernabilità, in conclusione, assumeva il volto dell’irresoluto Facta. 

Nel giro di un anno e mezzo tutto precipitò e Mussolini poté, con relativa facilità, impossessarsi del potere. Anche Vittorio Emanuele III dimostrò nella circostanza di essere a rimorchio degli avvertimenti, arrecando perciò con la sua condotta ambigua una ferita al prestigio della Corona. Il Ventennio cominciava in sordina con l’apparente regolarizzazione del fenomeno fascista, rimanendo lì per lì immutato il quadro di maggioranza alla Camera. L’equilibrio si fondava sulla illusione – non di Sturzo, in verità – che Mussolini fosse una meteora e il suo movimento il prodotto di una reazione salvifica, tanto per rimettere in sesto l’ordine liberale. 

Andò diversamente, come si sa, giacché la fiducia dei democratici si scontrò con la pervicacia e l’arbitrio di Mussolini. De Gasperi, che patì successivamente la condanna a un anno e mezzo di carcere per tentato espatrio clandestino, si accorse in ritardo del pericolo. Nel secondo dopoguerra fece ammenda della fiducia accordata all’Esecutivo di emergenza messo nelle mani del Duce sulla spinta eversiva della Marcia su Roma. Il suo antifascismo si consolidò nel corso degli anni e fece perno sulla tenuta dei popolari fedeli alla consegna della democrazia. Gli capitò di anticipare, ancora nel pieno fulgore del Regime, che i cattolici non avrebbero dovuto ripetere un altro errore, quello che Meda commise, appunto, con il suo atteggiamento rinunciatario dinanzi a possibili responsabilità di governo. Caduto il fascismo, bisognava essere pronti a compiere il proprio dovere. E si convinse, a tal fine, che andavano abbattuti gli «storici steccati» tra guelfi e ghibellini. Infatti la ripartenza dell’Italia – ai giorni nostri si direbbe così – avvenne sulla base di un pensiero che enucleava dal quadro emerso con la Resistenza e la Costituente il fattore di naturale aggregazione tra forze di ispirazione cristiana, liberale e socialdemocratica. 

Abbiamo bisogno di un analogo pensiero e quindi di un’analoga proposta. Per fortuna non si affaccia all’orizzonte un rischio autoritario, come all’epoca di De Gasperi nel Parlamento del Regno, ma la democrazia patisce egualmente un’usura, stavolta generata dall’antipolitica. Ne consegue un lento riflusso, di per sé positivo, che può tuttavia accompagnarsi alla degenerazione nel pragmatismo senza valori. Non aiuta, del resto, la semplificazione del discorso sulle alleanze. Sembra che l’attuale parentesi di un governo a base parlamentare larga, fuori dalla logica di schieramento che ha caratterizzato la fase susseguente alla fine della Prima Repubblica, debba quanto prima chiudersi a tutto beneficio di una restaurata dialettica tra destra e sinistra. Sicché a Draghi si attribuisce, specie tra i sostenitori del bipolarismo, l’onere di una  «eccezionalità di funzione» che può valere al più come salvacondotto occasionale e non come passaggio oltre il quale sarà giocoforza immaginare un assestamento del quadro politico.

Serve un messaggio con un suo substrato storico, in qualche modo connesso al successo di De Gasperi. Fu lui il principale interprete del desiderio di coesione nazionale, pur dentro lo spazio angusto della Guerra fredda, e quindi l’inventore di ciò che si dice coalizione, fecendone il parametro del suo «centrismo democratico». In effetti, il motore politico della Ricostruzione stava nella formula di stretta cooperazione tra quanti annettevano all’anticomunismo il significato di una scelta di campo per la libertà e il progresso, non per la conservazione di vecchi interessi. L’alleanza aveva nella Dc il suo pilastro, ma la Dc non era il totus dell’alleanza: i rapporti di forza, anzitutto nella visione degasperiana, non erano d’ostacolo alla  gestione di una comune politica di sviluppo.

Oggi la sfida si ripropone con qualche sostanziale similitudine rispetto al passato. Il problema è capire se in un Paese che sta uscendo da un’altra guerra, quella contro la pandemia, esistono le condizioni per dare all’esigenza di governabilità la forma di un rinnovato modello degasperiano. Si tratta di superare gradualmente l’odierno equilibrio precario, con una maggioranza disorganica che ruota attorno al riconoscimento di uno stato di necessità, sforzandosi tuttavia di preservare per l’immediato avvenire lo spirito giusto di questa politica di convergenza e solidarietà. E ciò nella consapevolezza di come tutte le forze sociali e politiche, di qui alle elezioni del 2023, ma già con la scelta del Presidente della Repubblica all’inizio del prossimo anno, siano obbligate a riprogettare il loro posizionamento.

In questa luce si fa più chiaro il profilo di una iniziativa che può arricchirsi, sulla scorta della lezione di De Gasperi, di un nuovo slancio del cattolicesimo democratico.  

 

Lucio D’Ubaldo ha scritto De Gasperi l’antipopulista. La democrazia come elevazione degli umili, Quaderni degli Accademici Incolti, Gaffi editore, 2018. ll presente articolo esce simultaneamente su “Il Domani d’Italia” e su “Orbisphera”.

Lectio degasperiana 2021. Tra Stato e Mercato, le Comunità. Ispirazioni degasperiane. Intervento dell’Avv. Giuseppe Guzzetti.

Riportiamo la prima parte – in fondo si trova il link per la lettura completa – della relazione che Giuseppe Guzzetti ha svolto ieri a Pieve Tesino in occasione del tradizionale incontro della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi.

Giuseppe Guzzetti

Premessa. Ringrazio Beppe Tognon, presidente della Fondazione trentina A. De Gasperi, per avermi offerto l’opportunità di rendere una testimonianza personale sullo statista. De Gasperi mi catturò all’impegno politico quando, imberbe studente liceale al Collegio Arcivescovile Ballerini di Seregno (Mi), ascoltai il comizio che tenne a Torino per la campagna elettorale del 1953. Il Collegio aveva organizzato la visita dei liceali al Salone dell’auto ma, giunti a Torino, visti i manifesti del comizio, mentre i miei compagni andarono a vedere le automobili, io e il vicerettore, don Luciano Ravasi, andammo in piazza San Carlo. De Gasperi mi parve subito un grande leader. Seguivo la sua intensa attività politica sul ‘Corriere della Sera’, un giornale non ammesso in Collegio, che il vicerettore mi faceva leggere di nascosto nel suo studio. Al Ballerini gli unici giornali ammessi erano, al lunedì, la ‘Gazzetta dello sport’ e ‘Tuttosport’. Il risultato fu che, sempre con la copertura di don Luciano Ravasi, scappai per oltre venti sere dal Collegio per fare campagna elettorale per la DC a Giussano, in provincia di Milano. Ricordo che era la campagna elettorale della cosiddetta «legge truffa» che dava un premio del 3% alla coalizione che avesse superato comunque il 50% dei voti. Mentre oggi la legge elettorale darebbe la maggioranza a chi superasse il 40%. Delle due leggi quale è la vera «legge truffa»?

Sono stato un politico, nella Democrazia cristiana, un amministratore, Presidente della Regione Lombardia. Altri mi hanno definito un filantropo in quanto per 20 anni ho presieduto l’Associazione delle fondazioni di origine bancaria. A questo proposito i miei meriti sonomolto minori di quanto si creda, perché per aiutare il prossimo io ho avuto a disposizione non solo il grande patrimonio della Fondazione Cariplo, ma anche la rete del cooperativismo, del volontariato, dell’impresa sociale e del privato sociale, che, anche quando non si vede, cuce ogni giorno la tela della nostra società e della nostra democrazia.

Le democrazie liberali occidentali si reggono tutte su tre Pilastri: lo Stato, il Mercato e la Comunità. Lo Stato è la mano pubblica; il Mercato genera il profitto per remunerare gli investitori, ma solo la comunità è in grado di coniugare in maniera efficace il privato con i bisogni sociali. Lo abbiamo visto anche in questa pandemia.

De Gasperi aveva un concetto moderno e anticipatore di comunità anche se ai suoi tempi si usavano altri concetti, ad esempio quello di «popolo». Ma per lui il popolo si reggeva sulle comunità. Nella relazione all’Assemblea costitutiva del nuovo Partito popolare a Trento, il 14 ottobre 1919, De Gasperi disse: «Le nostre vicinie, i nostri municipi, le nostre comunità che cosa furono se non i gangli più vivi e resistenti del nostro organismo di fronte alla prepotenza assorbente del dominio straniero e questi gangli a che cosa ci ricongiungono se non alle fulgide tradizioni dei comuni italiani che irradiarono tanta civiltà nel mondo?» Per De Gasperi la comunità è il ganglio più vivo e resistente di una democrazia.

Il Terzo Pilastro è un fenomeno economico e sociale imponente, di cui nessuna amministrazione pubblica potrebbe più fare a meno. La più recente indagine Euricse/lstat documenta la forza e l’insostituibilità del Terzo Settore in Italia: 400.000 Enti, 5.500.000 volontari, 1.580.000 dipendenti. Un fatturato che si stima raggiunga gli 80 miliardi di euro, circa il 5% del PIL. Per rafforzare la presenza delle comunità il privato sociale deve continuamente innovare per tener dietro ai bisogni che cambiano. E per spiegarmi vorrei citare 3 iniziative importanti su cui mi sono impegnato a fondo. La prima è l’edilizia sociale per dare alloggi alle persone e alle famiglie che non possono pagare un affitto di libero mercato e che non è la vecchia edilizia popolare del Piano Fanfani: sperimentatane la fattività con la Cariplo è grazie all’azione del ministro Giulio Tremonti che l’edilizia sociale è diventata un programma nazionale di successo. La seconda è la Fondazione con il Sud che è oggi l’unico strumento per sostenere l’infrastruttura sociale nel Mezzogiorno. Infine, vorrei citare i programmi per estirpare la povertà educativa infantile in Italia e a Milano. I sussidi o i buoni scuola alle famiglie sono importanti, ma la povertà educativa si batte solo con le comunità educanti, che sono ben altra cosa.

Ma come si è costruito questo Terzo Pilastro? Lo storico e politico francese, Alexis Tocqueville, andato negli Stati Uniti nel 1831/32 per studiare gli ordinamenti democraticistatunitensi e la vita politica e sociale di quella prima e grande democrazia moderna, di ritorno in Europa, nell’opera fondamentale De la démocratie en Amerique, non senza sua sorpresa, evidenziò la presenza di una componente del tutto nuova, la «comunità».

Il termine «comunità» è studiato dai sociologi, ma la sua sostanza affonda nel bisogno umano di creare legami, di riconoscersi negli altri, di vivere insieme. Gli studiosi dicono che sono comunità i gruppi sociali con una base territoriale, linguistica, religiosa, politica comune. In definitiva, l’idea di comunità richiama un bisogno di identità ed è per questo motivo che la comunità non può essere una cosa immateriale, a distanza. Lo abbiamo visto con la scuola che con la didattica a distanza si snatura. Spesso è la politica che tradisce i bisogni di comunità, sia quando impone uno statalismo stupido sia quando propone cattivi modelli di comunità fondate sul sangue, sulla razza, su false ideologie.

De Gasperi aveva molto chiaro che le comunità e gli Stati sono soggetti speciali che devono trovare un equilibrio in valori sociali e spirituali più alti. De Gasperi conosceva il problema perché è stato figlio della disgregazione di un Impero e perché capiva bene l’importanza delle relazioni internazionali. Da deputato italiano di un ormai fragile Impero e da capo del governo di una nazione sconfitta e che si era macchiata di molti torti, aveva ben chiaro che la politica internazionale è la base di ogni politica interna. Nei quasi dieci anni in cui fu Presidente del Consiglio è stato per ben quattro anche ministro degli Esteri. In De Gasperi vi era la dialettica tra la sua coscienza di cittadino trentino e poi italiano, sempre puntuale e fiera, e la sua coscienza di cattolico, di figlio di una religione universale ma anche di un ordine politico e giuridico, quello cattolico romano, che De Gasperi prese sempre a modello contro i nazionalismi.

Rileggendo le lettere di De Gasperi nella bella edizione digitale del suo epistolario capisco quale fosse la radice dell’ostinata concezione della laicità che lo pose talvolta in conflitto con la Curia vaticana e anche con papa Pio XII, che gli negò un’udienza con la sua famiglia. E anche se da Presidente del Consiglio dovette stigmatizzare questo rifiuto, mai dalla sua bocca o dalla sua penna uscì una parola cattiva contro il messaggio evangelico e contro la Chiesa. Vorrei allora dire che la sua santità, di cui si torna a parlare, non è e non dovrebbe essere di tipo ecclesiastico o devozionale, ma piuttosto politico, un esempio di eroismo nel difendere la libertà, la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto.

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https://www.degasperitn.it/79070/Testo-lectio-degasperiana-2021-G.-Guzzetti.pdf

Lectio degasperiana 2021. Tra Stato e Mercato, le Comunità. Ispirazioni degasperiane. Intervento del Prof. Giulio Tremonti.

Riportiamo la prima parte – in fondo si trova il link per la lettura completa – della relazione che Giulio Tremonti ha svolto ieri a Pieve Tesino in occasione del tradizionale incontro della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi.

Giulio Tremonti

  1. Il titolo scelto per questo “confronto” è: “Tra Stato e Mercato, le Comunità. Ispirazioni degasperiane”.

Proprio queste parole – le parole Stato, Mercato, Comunità – offrono una traccia semantica perfetta per ricostruire lo sviluppo tanto della nostra Costituzione, quanto del pensiero e dell’azione di Alcide De Gasperi.

Sviluppo, come è stato via via nel tempo:

– a partire dal tempo della Costituzione, promulgata il 27 dicembre 1947;

– per arrivare al tempo presente.

Comincerò dunque dalle parole e del resto, come è stato detto: “in principio era il verbo!”

  1. Nella Costituzione del 1947 si trova 51 volte la parola “Stato”, 70 volte la parola “Repubblica” – 70 è più di 51 ed è sintomatico – è del tutto assente la parola “Mercato”!

Nel linguaggio della Costituzione la parola “Repubblica” indica l’insieme delle forme che, a vario titolo, ne compongono la comunità politica, più o meno come a Roma era la “Res publica”.

La parola Stato ne indica l’organizzazione, più o meno come a Roma era la “Civitas”: la città-stato, la comunità organizzata, l’insieme delle cariche istituzionali.

Per contro è soltanto nel 2001 che, nel testo della Costituzione, è stata introdotta la categoria del “Mercato”, sotto specie di “mercato finanziario” e di “concorrenza”, come è testualmente nell’art. 117, secondo comma, lett. e).

Ma c’è anche una variante, rispetto a questo schema: nel testo della Costituzione per 3 volte compare anche la parola Nazione, parola usata per indicare tanto l’identità, quanto la continuità storica dell’Italia!

Ma di questo parlerò infine, quando parlerò del necessario ritorno in politica del “romanticismo”.

  1. Per essere chiari: non è che nel testo originario della Costituzione fosse assente la dimensione dell’economia.

All’opposto, questa era presente ed in molti e fondamentali articoli, articoli concentrati nel “Titolo III”, appunto rubricato: “Rapporti economici”.

Ma, ed è qui essenziale notarlo:

  1. a) nello spirito e nella lettera della Costituzione del 1947, l’economia, in tutte le sue forme, e queste espressione di diverse culture – cattolica, comunista, liberale – l’economia era sistematicamente subordinata tanto alla Repubblica, quanto allo Stato, e dunque subordinata a ciò che integrava e garantiva il più alto e superiore sistema dei valori politici;
  2. b) è certo vero che, a partire dal 1957, la figura del mercato è entrata nel nostro ordinamento, per la via “europea” dei Trattati di Unione.

Ma senza che questo processo, allora relativo soprattutto al “MEC”, avesse forza sufficiente per alterare la gerarchia dei nostri principi politici fondamentali.

  1. È stato solo dopo, con il divenire della globalizzazione, che il mercato è divenuto categoria politica dominante, dominante nel mondo, in Europa, infine anche in Italia.

Finita l’Unione Sovietica si pensava infatti di poter andare oltre la storia, in un mondo unificato dalla magica ed armoniosa metrica del mercato, del mercato pensato e presentato come la matrice unica della democrazia e della pace.

Questa era una utopia, ma del resto in greco utopia letteralmente vuol dire “non luogo” e proprio questa è l’essenza della globalizzazione!

Alla base c’era l’idea di una ineluttabile transizione, dalla secolare triade “Liberté, Égalité, Fraternité”, alla nuova triade “Globalité, Marché, Monnaie”.

È così che nel campo politico e culturale è emerso prima, e poi si è affermato, il “mercatismo”: l’ultima ideologia del ‘900.

Vista altrimenti, era l’idea simil religiosa del mercato “sicut deus”.

Il mercatismo, la forma ultima del materialismo storico: mercato unico-mondo unico-uomo a taglia unica.

Una prova di questo? La si trova, per esempio, nell’espressione “mercato del lavoro”.

Espressione questa piuttosto orrenda, ma oggi diffusissima, tanto nel dibattito politico, quanto nel linguaggio delle università commerciali.

Non credo che la idea del “lavoro” come oggetto di “mercato” fosse presente a Camaldoli!

Certo la globalizzazione non poteva essere fermata, ma forse poteva essere sviluppata in tempi più lunghi e più saggi.

E questo – se oggi posso ricordarlo – questo l’ho detto e scritto piuttosto per tempo!

  1. È stato in questo contesto che nel 2001 i nostri successivi padri costituenti hanno inserito nel “Titolo V” della nostra Costituzione, oltre alla “novità” del federalismo, anche la “novità” del mercato.

Un curiosum è che l’inserimento in Costituzione del mercato è stato operato dentro un “Titolo” che era ed è ancora rimasto rubricato: “Le Regioni, le Province, i Comuni”.

  1. E, tuttavia, le meraviglie generate dalla supermodernità globale e garantite dai suoi sciamani, la versione contemporanea dei miti millenari de “L’età dell’oro” e del “Giardino dell’Eden”, tutto questo è durato ben poco: poco più di tre lustri.

Dopo sono infatti venute, ed in sequenza, prima la grande crisi finanziaria del 2008 e poi, oggi, la pandemia.

  1. È stato scritto che la pandemia è stata (è) “una tragedia umana di proporzioni bibliche”.

Una tragedia umana, certo, ma la Bibbia è magazzino di miti e di immagini ben più coerenti: se non quelle del “Diluvio” o della “Cacciata dal Paradiso”, piuttosto la “Torre di Babele”.

Qui l’umanità sfida la divinità, erigendo verso il cielo la sua torre, la divinità la ferma, privandola della lingua unica.

Se al posto di lingua unica si mette “pensiero unico”, si comprendono bene gli effetti della pandemia, un fenomeno che ha hackerato il software della globalizzazione, che ne ha spezzato il meccano mentale, prima tutto positivo e progressivo.

  1. Oggi, terminato il “global order”, venuto all’opposto un “global disorder”, è venuto il tempo per una riflessione generale.

Abbiamo i vaccini contro i mali del corpo, ma ancora non abbiamo i vaccini contro i più sottili, ma non meno gravi, mali della politica.

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https://www.degasperitn.it/79070/Testo-lectio-degasperiana-2021-G.-Tremonti.pdf

I Sindaci e l’accoglienza, un segnale importante.

Le conseguenze della “fuga” da Kabul sono sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo prepararci all’accoglienza, anche in tempi molto stretti. La prima risposta dei Sindaci italiani, e di tutta la comunità nazionale, costituisce il nucleo di una iniziativa importante sul terreno della solidarietà concreta. Dunque, una iniziativa che non va sottovalutata e che smonta, dall’inizio, qualunque polemica politica.

L’intricata e complessa vicenda afghana si potrebbe riassumere con un efficace e straordinario slogan pubblicato oggi su un quotidiano nazionale: “pensavamo di esportare la democrazia e invece importiamo i profughi”. Nella sua brutalità è proprio così. Il fallimento clamoroso e plateale della politica estera americana – a prescindere dal campo democratico o repubblicano – è sotto gli occhi di tutto il mondo. E, con l’amministrazione americana, di tutto l’Occidente. Una incapacità politica, strategica e diplomatica di fronte alla quale non ci resta che prendere atto della situazione e attrezzarsi per evitare che il cambio violento alla guida politica dell’Afghanistan non si traduca in una recrudescenza del terrorismo su scala internazionale. Oltre, come ovvio ed evidente a tutti, al ritorno ad una stagione oscurantista, medioevale, inumana e micidiale sotto il profilo del rispetto delle persone, delle donne e della salvaguardia dei minimi diritti democratici. Un universo valoriale, come tutti sanno, del tutto inesistente da quelle parti.

Ma, al di là del terribile epilogo in cui è precipitato quel paese, adesso la priorità è quella di far sì che tutti coloro che non possono, non vogliono e non sono compatibili con quel regime del terrore – sì, non sono compatibili sotto il profilo politico, culturale e di civiltà – possano arrivare nei paesi democratici e liberali dove il rispetto della persona, di tutte le persone, resta il faro che illumina il modo di comportarsi in una società.

Sotto questo versante, è significativo l’appello e la disponibilità concreta manifestata dai sindaci italiani attraverso l’Anci ad avviare tutte le pratiche necessarie per l’accoglienza dei profughi. Profughi, appunto, e non clandestini per evitare di fare di tutta l’erba un fascio e per non innescare la solita polemica strumentale fatta di “invasione”, di “cellule terroristiche” in arrivo e della eterna disputa su come regolamentare l’immigrazione. Sotto questo versante, ci sono articoli della Costituzione, regolamenti europei e leggi internazionali che disciplinano come ci si deve comportare. Perchè, come è stato già detto e scritto, mettere in salvo le persone che hanno concretamente aiutato i nostri soldati e che si sono fidate delle garanzie date dall’Italia in merito alla loro protezione non è soltanto una scelta politica ma è, soprattutto, un dovere morale. Oltre a tutte quelle persone che chiedono asilo politico. Che, come ovvio, non centra assolutamente nulla con l’arrivo di clandestini o di terroristi in incognita. Si tratta di persone che fuggono dal terrore e dalla violenza – perchè chi condivide quei metodi e quei disvalori non ha alcun motivo per fuggire – e che chiedono solo e soltanto un’accoglienza. Democratica, civile e umana.

Ecco perchè il segnale dei Sindaci italiani, e di tutta la comunità nazionale, è una iniziativa importante che non va sottovalutata e che smonta, dall’inizio, qualunque polemica politica. Sia sul fronte dell’accoglienza indistinta ed indiscriminata e sia sul versante della necessità di sottolineare, ancora una volta, la cultura che storicamente accompagna e caratterizza il nostro paese. Che era e resta civile, democratico, liberale, europeista, accogliente e soprattutto ancorato ai valori cristiani e umani dell’accoglienza e della responsabilità.

 

La montagna è di tutti, ma va rispettata nel suo ambiente naturalistico e antropico.

Il dibattito è aperto. Alle critiche di Payar fa seguito questa replica di Provinciali, redattore de “Il Domani d’Italia”. Se il mare attrae il turismo di massa, la montagna suscita le premure di vacanzieri esigenti.

Dopo aver ricevuto via mail la condivisione e il ringraziamento di Reinhold Messner al mio articoletto su “come cambia l’architettura delle case di montagna” (forse lui se ne intende, visto che abita a Firmian (Bz) e fa conferenze in difesa dell’ambiente montano dagli stravolgimenti urbanistici)  attendevo qualche osservazione anche critica: è puntualmente stata pubblicata quella di Antonio Payar, che si definisce esperto di montagna ma confonde il Trentino con l’Alto Adige, impostata più come attacco personale immotivato che per controbattere le argomentazioni da me dedotte. Ognuno ha le sue idee ma deve rispettare quelle degli altri, non permettersi di giudicarle non ortodosse: mi pare tra l’altro di capire che siamo entrambi “turisti metropolitani”, una qualifica che attribuisce a me,  ma che riguarda anche lui.

Forse Payar non viene in Alto Adige da anni, oppure non ha osservato le nuove costruzioni abitative che in provincia di Bolzano – nei centri grandi e nei piccoli paesi – stanno cambiando la fisionomia urbanistica di questi luoghi. Perché io mi sono espresso precisamente sull’Alto Adige, che frequento assiduamente da quando ero bambino: nel titolo da me proposto il riferimento era quello. 

E sono in contatto con il Presidente della Provincia Autonoma Arno Kompatscher, sul tema della viabilità e del traffico nei piccoli centri a vocazione turistica. Evidentemente Payar non è informato sul cubo di cemento grande come una casa, di cui il Comune di San Candido in Pusteria (noto per la fiction “Un passo dal cielo”) ha autorizzato la costruzione nel centro storico, suscitando polemiche oltre confine. Se ne è parlato in Austria e in Germania, sulla stampa e in TV.

Ogni luogo ha una tipicità che lo denota e lo caratterizza: intorno a questo enorme cubo grigio ci sono costruzioni vecchie e nuove in stile tirolese, la gente del posto non ha gradito la novità architettonica e il Sindaco che l’aveva patrocinata non è stato rieletto.

Nell’alta Valle Aurina è stata costruita da anni una gigantesca casa bianca con torrioni e bandiere che ricorda le ville di Miami – se ne è occupato a suo tempo anche il Gabibbo. Un vero e proprio pugno negli occhi rispetto al contesto abitativo circostante. La foto qui riprodotta riguarda il capoluogo della valle: la casa è un altro cubo (uno dei tanti che sorgono come funghi), al suo posto c’era un maso con il tetto e le pareti a scandole, che è stata abbattuta. C’è chi si sbizzarrisce a prender le distanze dalle case tradizionali: in centro paese ci sono diversi condomini che sono la fotocopia di quelli che si vedono a Cinisello Balsamo. Solo che qui nevica e piove sei mesi all’anno, i tetti piatti trattengono il ghiaccio e l’acqua crea fenditure dal 5° piano abitativo al 3° piano sotterraneo. In un altro condominio il Sindaco pro-tempore non ha permesso i balconi in legno: “Basta legno” aveva detto all’architetto che aveva presentato tre progetti diversi, tutti respinti: adesso c’è una inferriata che circonda il condominio come una gabbia. C’è chi passa e dice “originale”…Ci sono altri invece che dicono “che schifo”.

Dunque, le affermazioni di Payar – che riferisce di essere componente di una commissione ministeriale che ”dovrà definire il concetto di paese montano” – si discostano molto dai giudizi che ho personalmente ascoltato dalla gente, sia essa nativa del posto o turista vacanziero. Avendo questa importante responsabilità, mi permetto sommessamente e con garbo di suggerirgli di sentire altre opinioni. Ad esempio non viene presa in considerazione la motivazione che sta alla base di questa nuova tendenza architettonica: la cubatura di una casa quadrata rispetto ad una con il tetto spiovente.

Ci stanno più appartamenti e più persone: forse è un bene o forse è un male, in realtà chi può si costruisce la casa tradizionale. Presso gli uffici tecnici dei Comuni e le imprese costruttrici il motivo di questa scelta è ben noto: vendere qualche appartamento in più, non importa se cucine e bagni non hanno finestre.

Come detto, ognuno ha però le proprie idee: rivendico il diritto che le mie possano essere diametralmente opposte alle sue. In realtà, questa tendenza che cambia e spesso stravolge i luoghi abitativi di montagna è ampiamente dibattuta dalla politica, dagli ambientalisti, da chi ci vive e da chi ci viene per svago o riposo. Non è una mia “illuminata” invenzione. Perciò invito cordialmente e simpaticamente Payar a fare un giro da queste parti per rendersi conto di persona. E’ vero che “tempora mutantur et nos mutamur in illis”…ma c’è un limite a tutto.

Dinanzi alle novità dello smart working. Riflessioni e interrogativi.

Il lavoro da casa rappresenta un nuovo paradigma. Infatti, se non è rimasto molto tempo per porre rimedio ai danni ambientali, come si può immaginare una società che si muove alla velocità di prima? Non sarebbe più utile spostare le immagini e i dati invece di spostare le persone?

Lo smart working o lavoro agile – nome ormai diffuso nel contesto italiano del lavoro – è un lavoro condotto in un regime di flessibilità spazio-temporale, che di fatto ci permette di superare l’organizzazione standardizzata e del paradigma fordista. Una teoria che aveva come base il taylorismo, sistema di organizzazione scientifica del lavoro, elaborato all’inizio del Novecento dall’ingegnere statunitense Frederick W. Taylor (1856-1915), che la applicò nell’industria metallurgica Bethlehem Steel Co. e la illustrò in alcuni importanti scritti. Essa si fondava sul principio che la migliore produzione si determina quando a ogni lavoratore è affidato un compito specifico da svolgere in un determinato tempo e in un determinato modo.

La diffusione del computer e di Internet durante la seconda metà del secolo scorso hanno permesso di affermare la flessibilità  come principio chiave nelle economie avanzate. Nel periodo più recente la tecnologia, causa virus, ha favorito procedure che “saltano” il lavoro in presenza, consentendo comunque di lavorare a distanza. 

Si afferma, così, una nuova flessibilità spazio-temporale giustificata dallo stato di emergenza che supera la normativa sull’accordo individuale e disegna categorie non più professionali ma personali. Anche se il mondo del lavoro aveva già iniziato a mutare ben prima della pandemia da Covid-19. Già da tempo, infatti, alcuni trend di lungo periodo, quali l’evoluzione demografica e le crescenti preoccupazioni di stampo sociale per le disuguaglianze e la sostenibilità del pianeta, stavano cambiando il modo di lavorare e lo stesso luogo di lavoro, con inevitabili conseguenze sulle prestazioni dei dipendenti.

Gli eventi del 2020 hanno solo accelerato e amplificato questi mutamenti. Molte professioni che non si ritenevano «telelavorabili» lo sono diventate, facendo crollare i tassi di CO2 e rendendo l’aria delle grandi metropoli respirabile, impattando, spesso in maniera positiva sui risparmi delle famiglie e delle aziende e favorendo una migliore qualità della vita. Vista questa trasformazione in atto, il mercato del lavoro ha iniziato a modificare  i contratti collettivi. Ne sono un esempio quello dell’industria e delle telecomunicazioni che hanno prodotto norme importanti, finalizzate a indirizzare la contrattazione aziendale in funzione di bilanciamento fra esigenze tecnico organizzative aziendali ed esigenze di conciliazione degli addetti. 

Quello che risulta estremamente evidente dagli accordi perfezionati in questi mesi, è che lo smart working è divenuto un modello di organizzazione di lavoro strutturato o in via di rapida strutturazione, e non più, come nel periodo pre-Covid, un’esperienza limitata e qualificabile come benefit e come tale rivendicato nelle piattaforme. Questo anche perché si assiste ad una maggiore predisposizione e soddisfazione degli individui ad organizzare la propria attività lavorativa in forma autonoma ed estremamente personalizzata. Infatti, l’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano considera questa trasformazione come paradigmatica e definisce il lavoro agile come una «filosofia manageriale» complessiva volta a dare autonomia di spazi, orari e strumenti al lavoratore in cambio di una responsabilizzazione sui risultati. Tutto ciò, unito al fatto che una parte della prestazione si possa svolgere in luoghi e tempi diversi da quelli «ordinari», induce a porsi delle domande fondamentali.

La prima è quella individuata dal sociologo Manuel Castells.
Se con lo smart working si può lavorare da qualsiasi posto del mondo, e lo stesso vale per lo studio con la didattica a distanza, perché restare in città inquinate e costose dove è difficile crescere i propri figli? In soli dodici mesi, lo smart working è riuscito a svelare le criticità di un modello di sviluppo fondato sull’esclusiva presenza fisica e sulla concentrazione degli uffici nel cuore delle città. L’esodo quotidiano da aree interne a città e da periferie a centri storici è assurdo, inquinante, antieconomico.

Vari sono perciò i temi, tutti fondamentali, specie in questa fase di campagna elettorale amministrativa. È necessario affrontarli, con serietà, date le sfide ambientali e amministrative che il nuovo mondo ci prospetta. Perché, se come abbiamo sentito dire da più parti non è rimasto molto tempo – appena dieci anni – per porre rimedio ai danni ambientali, come si può immaginare una società che si muove alla velocità di prima? Non sarebbe più utile spostare le immagini e i dati invece di spostare le persone? Perché voler ritornare al secolo scorso e non approfittare delle possibilità che questo mondo ci offre? Perché non sfruttare un’opportunità formidabile come questa, per  il benessere del lavoratore, per la sostenibilità ambientale, per la conciliazione vita-lavoro?

Tutte domande lecite, ma la politica fatica a gestire una nuova normativa in tal senso; sembra non essere adeguata, forse per l’età mediamente alta dei nostri politici, o forse perché non si conoscono particolarmente bene i meccanismi che regolano questo nuovo millennio. In definitiva, così non si riesce a dare risposte alle future generazioni che poco hanno a che fare con i meccanismi di un tempo ormai passato.

 

Colpi di solleone. Le polemiche di Sallusti e Feltri contro tutto ciò che appare di sinistra, senza rispetto per la verità.

Anche l’Afghanistan è definito un problema della sinistra, dimenticando però che Biden porta a termine le scelte risalenti addirittura a George W. Bush. Il giornalismo è fatto di libertà, ma…anche di verità.

Ѐ vero che l’estate in corso rappresenta una tra le più torride che mente umana ricordi, ma sembra che questo solleone abbia dato alla testa anche ai due direttori di “Libero” Vittorio ed Alessandro. Per la verità l’accoppiata direttoriale spesso fa a gara tra chi le spara più grosse: Sallusti vede compagni comunisti dappertutto; Feltri, invece, sembra aver smarrito anche il dono dell’intelletto o, meglio, della memoria storica. Entrambi al servizio della causa: centrodestra da sostenere a tutti i costi nei prossimi appuntamenti elettorali per scalzare quello che giudicano essere il Governo delle sinistre.

Senonché, Draghi non è certamente una persona di sinistra (al pari di Mattarella); se poi i comunisti sono Franceschini, Guerini, Di Maio, allora la fantasia va su con le ali del vagheggiare inutile su argomenti che non hanno nulla di concreto. Ma forse entrambi i direttori di “Libero” (quello editoriale e quello responsabile) dimenticano che dell’attuale governo fanno parte anche i due partiti per i quali lavorano giornalmente: la Lega di Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi.

Feltri dovrebbe ricordare, da buon giornalista, che quello che sta accadendo oggi in Afghanistan viene da molto lontano, ossia dalla politica guerrafondaia di tale George W. Bush all’inizio degli anni Duemila. L’allora presidente USA aveva deciso che la politica estera della maggiore democrazia mondiale doveva basarsi sull’annientamento della religione islamica e, soprattutto, sull’instaurazione coatta della democrazia in territori, culture, popoli che avevano e hanno altri sistemi di vita economica, politica, sociale.

Di questo anche Vittorio Feltri è consapevole, solo che invece di scavare alla radice della storia, preferisce l’attualità politica addossando a Joe Biden la colpa che con il ritiro delle truppe USA dal territorio afghano si è in un certo modo favorito il sopravvento dei talebani e la loro presa del potere. I talebani, piaccia o non piaccia, rappresentano una realtà concreta del territorio afghano, per cui la presenza militare occidentale è comunque una sorta di autoritarismo rispetto a legittime posizioni politiche.

Ma a cosa serve avere un dispiegamento di forze militari se un popolo ha le proprie convinzioni, i propri usi, le proprie abitudini, oltre alla propria religione, che differiscono totalmente dalla cultura e dalla mentalità occidentale? È forse un peccato per questi popoli? O forse il terrorismo islamico è intrinseco alla maggioranza del popolo afghano?

Appunto perché la democrazia non è un sistema che può essere esportato, ma direi neanche imposto a popoli che hanno altre concezioni ed altri sistemi di vita sociale e politica, è necessario ritrovare il senso di uno stare insieme a livello mondiale che parta dalle diversità di ciascuno. La diversità non è una barriera al dialogo e al confronto, anzi è l’humus che alimenta e arricchisce le posizioni diverse per farle confluire nella tramoggia dove tutto è finalizzato alla costruzione del bene comune, ma soprattutto ad una nuova mondialità che sappia ripudiare la cultura della guerra e dell’odio razziale e religioso.

Quel mezzo milione di firme contro la vita. Il punto di “Famiglia Cristiana” sul referendum pro-eutanasia dei Radicali.

Si va verso il referendum sull’eutanasia. I radicali prevedono di arrivare a 750 mila. Monsignor Paglia: «Serve un grande dibattito nazionale e una campagna di informazione per evitare strumentalizzazioni ideologiche: pochi sanno che con le cure palliative nessuno muore con dolore». Per Marina Casini la consultazione è figlia della stessa cultura dell’aborto.

Francesco Anfossi

Mentre alla Camera procede il confronto sulla nuova legge sul fine vita, richiesta dalla Corte Costituzionale con la sentenza legata alla morte del dj Fabo (il Parlamento dovrebbe tradurre in legge il verdetto con il quale la Consulta ha depenalizzato in alcune circostanze l’ assistenza al suicidio), i radicali, guidati dall’ associazione Luca Coscioni e da Marco Cappato, non si accontentano e tirano dritti sul referendum sull’ eutanasia senza se e senza ma. 

Come strumento scelgono il referendum abrogativo. Utilizzando come slogan frasi a effetto tipo “liberi fino alla fine” o “la mia vita mi appartiene”, in un mese e mezzo hanno raccolto mezzo milioni di firme (il numero necessario a indire il referendum), ma vogliono arrivare a 750 mila entro il 30 settembre conseguire un forte significato simbolico. Si punta ad abrogare l’ articolo 579 del Codice penale che prevede l’ «omicidio del consenziente». L’ iter prevede che le firme vengano convalidate e che la Consulta decida se il referendum è conforme all’ articolo 75 della Costituzione.

Anche se il legislatore, su indicazione dei “giudici delle leggi”, depenalizzerà l’ articolo 580 del Codice penale riguardante il cosiddetto “aiuto al suicidio”, i promotori non si accontentano: non hanno nessuna intenzione di fermarsi e ritengono che l’ obiettivo finale sia l’ eutanasia. Le preoccupazioni, soprattutto nel mondo cattolico (ma non solo), sono davvero profonde. Come quella di monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontifica Accademia per la vita, per il quale «si sta incuneando nella sensibilità della maggioranza una concezione vitalistica della vita. Tutto ciò che non corrisponde a una certa condizione vitale di salute viene espulso, una nuova forma di eugenetica». Insomma: «chi non dovrebbe nascere sano non viene fatto nascere, chi è già nato ma non è sano alla fine deve morire. Non si vuole capire che la «debolezza chiede l’ urgenza della fraternità perché è nella fraternità che ci si prende cura degli altri».

«Molti hanno parlato di ira e di sdegno», prosegue monsignor Paglia, «in realtà non c’ è nessuna ira e nessuno sdegno. C’ è la responsabilità di comunicare una convinzione della Chiesa sui valori umani. Io non sono nemmeno contrario all’istituto del referendum in sé. Ma prima, su temi delicati come questi, io auspicherei una forma di dialogo a livello nazionale tra tutte le realtà più importanti, religioni comprese, oltre a una conoscenza ampia e approfondita da parte della popolazione. La materia è talmente delicata che non può essere oggetto di una battaglia ideologica e divisiva». Anche perché, prosegue il presidente della Pontificia Accademia per la vita, c’ è un forte equivoco alla base dell’ eutanasia: «il dolore, la sofferenza, si possono evitare con le cure palliative. Non c’è nessuno che non avrebbe dubbi sul voler vivere se ci fosse tolto il dolore. Ma oggi la scienza prevede cure che quel dolore ce lo tolgono fino alla fine e che sono a disposizione di tutti. Bisognerebbe fare una grande opera di informazione su questo».

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https://m.famigliacristiana.it/articolo/quel-mezzo-milione-di-firme-contro-la-vita.htm

 

Vaccino terza dose e variante Delta

Terza dose vaccino e variante Delta, Pfizer e BioNTech annunciano di aver presentato all’agenzia statunitense Food and Drug Administration (Fda) i dati iniziali della loro sperimentazione a supporto della valutazione della terza dose di vaccino Covid per una futura autorizzazione di questo richiamo in persone dai 16 anni in su. I dati in questione – di fase 1 – saranno “presentati anche all’Agenzia europea del farmaco Ema e ad altri enti regolatori nelle prossime settimane”.

Dopo la terza dose di vaccino Covid, si osservano livelli di anticorpi neutralizzanti “significativamente più alti contro il virus Sars-CoV-2 iniziale (wild type) e contro le varianti Beta e Delta, rispetto ai livelli osservati dopo” il ciclo vaccinale a “due dosi”. Sono alcuni dei primi risultati resi noti dalle aziende Pfizer e BioNTech.

La montagna…è la montagna. Non affrontiamo i suoi problemi con la retorica del buon turista metropolitano. 

Questa replica, indirizzata con schiettezza e simpatia a Francesco Provinciali, intervenuto ieri, mette in guardia rispetto alla facile critica delle degenerazioni architettoniche e urbanistiche dei centri montani, quasi sempre piccoli. 

Caro direttore, la montagna come ri-abitazione non si affronta affatto come sembra descrivere Provinciali. Ammesso pure che il suo Trentino sia la montagna per definizione, come asserisce; cosa che non lo è: montagna sono le Graie, le Pennine e le Lepontine; i dolomitisti – le Dolomiti sono prealpi – al massimo riescono a vantare qualche concrezione rocciosa appoggiata nei prati e un monte come la Marmolada che supera di poco i 3.000 metri, mentre un monte qualsiasi della Valle d’Aosta come l’Emilius, che si staglia subito dietro i 500 metri della Città di Aosta, da solo raggiunge i 3.500 metri, e non è neanche considerato.

Eppoi cosa dovrebbe fare un abitante di questi paesi montani? Custodire tradizioni e memorie undici mesi all’anno, ‘conservando’ le architetture – come dice Provinciali – in nome di non si sa quale concetto di ‘autenticità’ – per ospitare le vacanze del milanese o del vicentino o del fiorentino il dodicesimo mese? Assurdo. 

Come dico e diciamo da tempo (siamo anche nella neo Commissione Ministeriale per ridefinire i concetti di paese montano, ma non a caso le posizioni diverse sono tante), il problema è riabitare non con la retorica trombonistica delle tradizioni, ma con gli investimenti per far ri-sorgere comunità locali imprenditive di se stesse, le aree appenniniche (progetto nazionale Focus Appennino) e alpine (SNAI, dentro il sistema nazionale Aree Interne), come meglio di chiunque altro per ora ha spiegato Giovanni Teneggi. 

Non è la linea di Provinciali, che risente di una logica del classico turista metropolitano magari un po’ più illuminato (e non so se sia un bene). Io vado in montagna dai primi Anni ’60, mai al mare, sono stato ogni anno in Valle d’Aosta dal 1977 e anche in aree dolomitiche, ho fatto l’alpinista e scalato il Cervino e altri Quattromila. Un po’ me ne intendo.

L’età dei miracoli: ieri l’Italia del boom, oggi la Cina. Dietro le luci della modernità c’è sempre la penombra degli sfruttati.  

Il boom industriale degli scorsi decenni è stato interrotto, a fasi alterne, dagli scossoni della Borsa, legata a doppio filo alle oscillazioni del carbon fossile. Oltre al petrolio, a preoccupare gli azionisti di tutto il mondo v’è stata la bolla immobiliare del 2006, scoppiata, come un bubbone infetto, il 15 settembre 2008. Dagli Stati Uniti, è dilagata in quasi tutto il mondo la crisi economica originata dai derivati dei subprime. Sono lontani i tempi dell’effimero miracolo economico, ben che mai “miracolo italiano”. 

Con la pandemia mondiale di Coronavirus del 2019 anche la mastodontica Cina industriale soffre dei suoi atavici mali, mal riuscendo a mantenere il boom economico e demografico che da Mao si è fatto strada. Ma il benessere cinese non è per tutti. Ora più di prima milioni di studenti, disoccupati, anziani e operai nelle città dei ratti (così vengono chiamati i quartieri fatiscenti costruiti nelle vecchie gallerie dismesse) cercano, sotto le metropoli, un affitto disponibile, dentro nicchie, tuguri, persino gabbie che possano fornire loro un riparo e un letto. La crisi degli immobili, con gli affitti saliti alle stelle, aumenta ancora di più il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. 

Mi vengono in mente gli slum dei meridionali che, nella periferia di Milano e delle altre città industriali del laborioso Settentrione, accoglievano famiglie di terroni disposti a tutto, alla ricerca di un impiego. Chi non riusciva ad ottenere un posto in fabbrica, finiva in strada, come venditore ambulante. Negli slum, come nelle baraccopoli, nelle bidonville, in spazi ristretti senza alcuna privacy interpersonale, ci si trova spesso a condividere le latrine. I bagni singoli spesso non esistono, l’acqua piovana viene spesso riciclata come acqua potabile. Le fognature sono assenti o fatiscenti. I liquami scorrono ammorbando con il fetore delle immondizie i pochi spazi salubri. In questi ambienti, febbre tifoide, colera ed altre malattie gravi riescono a proliferare. 

I nostri emigranti del Sud andavano nel Nord Italia con la speranza di trovare un riscatto sociale, un futuro per essi e per le loro famiglie, fuggendo da quelle terre natie tanto depauperate in secoli di sfruttamento, di illegalità, di assenza dello Stato, un tempo monarchico, in seguito democratico e repubblicano. Cosa hanno in comune gli slum di Milano con le città sotterranee cinesi? La stessa miseria, le stesse illusioni, le stesse “vite di scarto”. In entrambi i casi ci troviamo dinanzi al medesimo sottoproletariato che va ad aumentare i ranghi dell’esercito industriale, fedele ai propri doveri di carne da cannone, di operaio del capitalismo. Fedeli alla nuova narrazione dello Stato con il mito del lavoro. Imbruttiti di ieri e di oggi che costruiscono al benessere degli “altri”, i pochi eletti al vertice delle grandi metropoli industriali, assisi sui loro troni di denaro nelle città dei miracoli.

Dopo Kabul, un nuovo teatro di scontro. Gli USA calibrano sul Pacifico il loro interesse strategico. Biden è stato chiaro.

Gli americani chiudono le baracche in Medio Oriente e in Europa perché nel prossimo secolo  il ”teatro dello scontro” non sarà più un territorio come quello degli ultimi cinquant’anni, ma uno spazio acquatico. 

Gli americani hanno lasciato la preda e i Talebani hanno avuto il vantaggio di riprendersi Kabul senza alcun ostacolo e senza che nessuno apponga resistenza. Di punto in bianco, siamo ritornati agli anni ’90. Sono stati spazzati via vent’anni di storia. Come se nulla fosse capitato. 

Ci si chiede come mai gli americani abbiano deciso una tale mossa. Sicuramente dobbiamo partire dal presupposto che l’abbiano comunque soppesato a dovere. Gli Stati Uniti non sono sicuramente stupidi. Qualcosa dev’essere cambiato, per giustificare un simile disimpegno.

La prima cosa che mi capita per la testa è pensare che agli americani non interessi più granché controllare quella zona. Se non fosse così, immagino che non avrebbero fatto le valige e presa la via del ritorno. Come se gli equilibri del mondo avessero subito qualche sostanziale modifica. E, in questa trasformazione, quei territori fossero passati dall’essere territori di frontiera, quindi territori meritevoli d’essere “guadagnati”, ad essere improvvisamente considerati del tutto marginali. Ho messo quest’ultimo avverbio, solo perché non ho seri elementi per poter pensare che da tempo sia in atto un ridisegno degli interessi dell’occidente nei confronti di questi Paesi medio orientali.

Non escludo pertanto che gli Stati Uniti stiano pensando a qualche altra area su cui investire i loro attuali interessi. Solo ipotesi. Null’altro che idee che emergono da una veloce ricognizione dei rapporti geo politici degli ultimi anni. 

A cosa abbiamo assistito nell’ultimo decennio? A un confronto sempre più vivo, sempre più intenso, a volte rovente, tra gli Stati Uniti e la Cina. Non è così? Pensate alla guerra dei dazi, alle tensioni tra Trump e la Cina, alla via della seta e a quello che il mondo ultimamente ci ha consegnato,. Sullo sfondo c’è sempre anche una linea calda di confronto tra la Russia e l’Occidente, ma anche qui gli americani hanno più volte sostenuto la tesi – Trump lo diceva costantemente – che siano gli europei a vedersela con Putin e gli americani lascino via via la loro presenza nell’occidente europeo. Anche questo segnale racconta parecchie cose. Aggiunto alla mossa dell’Afganistan, può far capire che  tanto Trump quanto Biden, abbiano in mente un altro teatro in cui misurare la propria forza.

Ora, noi guardiamo il mondo con i nostri occhi, e pensiamo che l’Europa sia un cuscinetto tra la Cina e gli Stati Uniti. Così facendo, sbagliamo. Tra gli Stati Uniti e la Cina c’è l’oceano Pacifico. Il punto più caldo, quindi, a mio modesto parere, potrebbe essere proprio questo. Lì, potrebbe essere il terreno su cui misurare le intenzioni dei cinesi e degli americani. Quest’ultimi chiudono le baracche in medio oriente e in Europa perché – questa è la mia ipotesi – il prossimo secolo sia il secolo in cui il teatro dello ”scontro” non sarà più un territorio come abbiamo visto negli ultimi cinquant’anni, ma uno spazio acquatico. Con ciò intendo dire il controllo con navi del punto più intenso di scambi di merci del mondo.Una sola, come vedete, ipotesi. Tanto per rifletterci sopra. Siamo il 16 agosto e possiamo permetterci esercizi meno provinciali di quanto capiti svolgere durante i giorni non vacanzieri. 

Ex gerarca sovietico: una messa in scena il golpe contro Gorbačëv. Nota di «AsiaNews».

Jurij Prokof’ev parla di una mossa per cambiare lo scenario politico-sociale nell’Urss; Gorbačëv era coinvolto nel piano. Alimentata la tesi del complotto occidentale. Con Putin la Russia di oggi ha restaurato l’ordine sovietico tanto rimpianto.

Vladimir Rozanskij

Nell’agosto del 1991 ha avuto luogo il tentativo di colpo di Stato contro Mikhail Gorbačëv: l’evento determinante per il crollo definitivo dell’Unione sovietica. Il presidente dell’Urss era in vacanza a Soros, in Crimea; il gruppo chiamato con la sigla “GKCP” (Comitato statale per la situazione di emergenza) ha preso in mano il potere, per poi essere fermato dalla resistenza formatasi intorno al presidente russo Boris Eltsyn.

 In Russia l’evento viene ricordato e commentato da vari punti di vista, dopo una lunga stagione piena di contraddizioni, e la restaurazione di un forte potere autoritario che di nuovo manda nei lager i dissidenti. È di questi giorni la notizia di nuove accuse nei confronti dell’oppositore Aleksej Naval’nyj, da gennaio rinchiuso a Vladimir per aver fondato una “organizzazione estremista”: il Fondo per la Lotta alla Corruzione, ormai sciolto per legge.

Sul sito Lenta.ru è apparsa una clamorosa intervista all’82enne Jurij Prokof’ev (v. foto), nell’estate del 1991 membro del Politburo e ultimo primo segretario del Partito comunista (Pcus) a Mosca (l’allora equivalente del sindaco), molto vicino ai golpisti. A suo parere, il tentato golpe è stato “una provocazione simile all’incendio del Reichstag nel 1933”, che aveva permesso l’ascesa al potere di Hitler. Secondo Prokof’ev, esso ha giustificato lo scioglimento del Pcus e il cambiamento radicale dello scenario politico-sociale nel Paese. Prokof’ev sembra dare credito a quanti oggi considerano quegli eventi come un “complotto” per portare la Russia sovietica sotto l’influsso dell’Occidente.

L’ex-gerarca sovietico mette il putsch moscovita sullo stesso piano delle “rivoluzioni dei fiori” negli altri Stati dell’area sovietica, “dove si sono usati altri pretesti”. Una parte dei cospiratori anti-Gorbačëv non era al corrente della “provocazione”, ma “pensavano di agire per proteggere la patria e l’ordine esistente; altri volevano arrivare invece al potere sfruttando i disordini”. Per Prokof’ev lo stesso Gorbačëv era coinvolto nel piano, insieme “ad alcuni generali del KGB”. Le premesse del complotto erano le manovre politiche di Gorbačëv, “che avevano portato l’Urss sulla soglia della povertà assoluta. La gente doveva fare la fila per un pezzo di salame rancido, e questa situazione era stata organizzata”.

Nell’intervista Prokof’ev ricorda anche le decisioni di Eltsyn, allora presidente della Repubblica sovietica russa, per far prevalere le leggi russe su quelle sovietiche, e perfino lo “scandalo” della creazione del Partito comunista russo il 14 marzo del 1990, che “ha privato il vero Partito, quello sovietico, della forza organizzatrice dello Stato”.

Le sezioni regionali del Pcus erano allora fondamentali per il funzionamento del sistema. Esse non si sono sottomesse al nuovo “partito moscovita”: tutti i capi regionali hanno iniziato una politica indipendentista, e non a caso quasi tutti loro sono rimasti a lungo a capo delle repubbliche ex sovietiche, soprattutto in Asia centrale. I golpisti avrebbero tentato il colpo di mano ad agosto per evitare il congresso del Pcus del successivo ottobre, dove sarebbero emersi tutti i contrasti.

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http://www.asianews.it/notizie-it/Ex-gerarca-sovietico:-una-messa-in-scena-il-golpe-contro-Gorbačëv-53842.html

Centro, una ripartenza “necessaria”.

Sul “Corriere della Sera” Galli della Loggia e Berlusconi discutono sulla ricostruzione di una politica neo-centrista. Non ci sono molte novità, nemmeno nella studiata estraneità al grande tema dell’ispirazione cristiana in rapporto a tale nuovo “centro”. Tuttavia la componente cattolico popolare e cattolico sociale non potrà e non dovrà essere assente da questo dibattito e da questo confronto politico e culturale.

Le riflessioni di Ernesto Galli della Loggia sul  “Corriere della Sera” sulla necessità di riavere un “centro” nella politica italiana sono degne di attenzione. E di ulteriori riflessioni. Certo, la lettura della riflessione del noto editorialista sono perlomeno curiose per come sorvola sull’esperienza, la storia e l’identità politica, culturale e di governo della Democrazia Cristiana. Ma questo è, ormai, quasi un classico della politologia italiana. In sostanza, Galli  della Loggia individua in Forza Italia l’epicentro di un possibile e potenziale punto aggregatore delle forze di centro presenti oggi nel nostro paese. E quindi insieme ai soliti Renzi, Calenda, Bonino e compagnia varia. Lamentando, al contempo, di non averlo fatto nel passato quando quel partito era politicamente ed elettoralmente egemone. 

Riflessioni che hanno trovato una pronta ed immediata risposta da parte dello storico e anziano leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che ha riconfermato, come da copione e comprensibilmente, il valore del bipolarismo nel nostro paese rimarcando, ancora una volta, la salda alleanza tra Forza Italia – partito, dice Berlusconi, “cristiano, liberale, garantista ed europeista” – con la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. E sin qui nulla di particolarmente sconvolgente.

Ora, però, che ci sia la necessità se non addirittura l’indispensabilità di rifare un “partito di centro” nel nostro paese, che sia in grado di declinare una vera ed autentica “politica di centro”, è un fatto indubbio e quasi oggettivo. E questo è dettato da due ragioni politiche fondamentali. Da un lato l’alleanza solida tra il partito populista per eccellenza, al di là delle goliardiche, carnevalesche, tattiche, misteriose ed improvvise conversioni dei queste ultime settimane di tutti i 5 stelle, con il partito riformista e di potere per antonomasia, cioè il Pd, segna un punto di chiarezza nell’orizzonte politico italiano. Ovvero, il populismo – violento nella versione di Grillo o “dolce” nel linguaggio di Conte – non tramonta affatto ma, al contrario, si rafforza nella politica italiana con tutto quel che ne consegue per l’area della sinistra italiana. Al contempo, la sostanziale leadership delle forze di destra nello schieramento alternativo rafforza quelle componenti a scapito di una forza di centro liberal/riformista, europeista/garantista come auspica il fondatore di Forza Italia.

Ma, ben sapendo che il bipolarismo, di fatto, continua a segnare e a caratterizzare il panorama della politica italiana anche in vista delle prossime elezioni generali – salvo un improbabile ritorno del proporzionale – è indubbio che il processo costituente per una nuova forza di centro, moderna, riformista, liberale, socialmente avanzata e democratica non può non decollare. Dopo, come ovvio e persin contato, l’esito delle amministrative di ottobre. A due condizioni, però. Innanzitutto non deve indicare sin dall’inizio e con un approccio ideologico se non addirittura fideistico l’alleanza che intende perseguire e con cui vuole costruire un progetto politico per il governo del paese. Perchè così facendo si ridurrebbe ad essere una semplice stampella dei due blocchi attualmente protagonisti. In secondo luogo il “federatore” di questo nuovo blocco/ progetto/partito/contenitore non potrà essere la banale e semplice riproposizione degli attuali protagonisti. Ma, di grazia, ci sarebbe qualcuno disposto a farsi rappresentare e guidare da qualche capo partito attuale per la costruzione di un progetto politico e di governo con tutto il carico di inaffidabilità, di prepotenza o di egoismo egocentrico che li hanno caratterizzati sino ad oggi?

Ecco perchè, partendo proprio dal rapporto epistolare tra Galli della Loggia e Berlusconi sul Corriere della Sera, il capitolo della costruzione del “centro” sarà un elemento destinato a dominare il dibattito politico nei prossimi mesi. E la componente cattolico popolare e cattolico sociale, com’è altrettanto ovvio, non potrà e non dovrà essere assente da questo dibattito e da questo confronto politico e culturale. E questo per un motivo persin troppo semplice da ricordare. E cioè, in ogni snodo decisivo della storia politica italiana, i cattolici popolari, sociali e democratici sono sempre stati decisivi e protagonisti. E, a maggior ragione, lo saranno anche questa volta.

Il dramma di Adila, una giovane afghana di famiglia cristiana. Il suo appello non deve cadere nel vuoto.

La vicenda lascia intendere quale sia il dramma di chi fugge da Kabul. C’è necessità che l’Europa intervenga garantendo un coordinamento degli aiuti, per evitare in sostanza che la soluzione di singoli Stati consista nella semplice e brutale politica dei respingimenti.

Questo il drammatico appello di Adila, una giovane donna appartenente ad una famiglia cristiana a Kabul. Il padre è stato rapito (e sembra purtroppo ucciso) in questi giorni. 

Siamo in contatto indirettamente con loro tramite un mio caro amico afghano rifugiato  da anni a Roma ( dove si è laureato in diritto europeo!) Al quale dieci anni fa i talebani avevano  distrutto la famiglia perché di origine turkmena e cristiana.

Ho informato il Ministero degli Esteri ma so che l’ambasciata italiana sta seguendo in queste ore la evacuazione programmata degli italiani e degli afghani che hanno lavorato in  ambasciata.

Con la rete “Cultura Italiae “ si è lanciato un appello all’Italia perché si concedano visti a afghani in pericolo, ma cerchiamo anche di coinvolgere la Ue perché si coordonino gli sforzi e perché gli Stati membri non respingano più alle frontiere gli afghani in fuga.

L’impotenza è drammatica, insieme al senso del fallimento  di una Missione ventennale occidentale. Soprattutto con una uscita unilaterale degli Usa così…

Questa è la lettera:

Sono Adila ho 24 e sono una ragazza Afghana, figlia di una famiglia cristiana che vive in Afghanistan. Siamo 5 sorelle ed un fratello maschio più piccolo. Da giorni stiamo vivendo l’incubo della persecuzione da parte dei talebani nel nostro Paese, che come si sa sono arrivati anche a prendere d’assedio la città in cui vivo,Kabul. 

Per via della nostra cristianita mio padre è già stato rapito ed ora minacciano tutte le ragazze nubili a consegnarsi loro. Sono giorni di terrore e l’idea di finire nelle mani dei soldati mi terrorizza e crea ansia. Se dovessero mai arrivare a catturare me o altri componenti della mia famiglia preferisco morire. 

Ci siamo nascosti in uno scantinato nella speranza di essere trovati il più tardi possibile. Ma non si sa quanto a lungo riusciremo a proteggerci in questo modo. Prego chiunque delle autorità ad aiutarci a metterci in salvo da questa situazione che come me sta mettendo in pericolo tante altre famiglie, nonché ragazze cristiane.

[Tratto dalla pagina Facebook dell’autrice]

Come cambia l’architettura delle case di montagna

Ci sono brutte trasformazioni architettoniche e urbanistiche che incidono sul nostro habitat, ferendo la bellezza dell’Italia. Cosa è il genius loci? E’ lo spirito impalpabile che conserva un luogo e gli conferisce specificità: farne a meno in nome del profitto (ricavare e vendere uno o due appartamenti in più) significa lasciare per strada ciò che abbiamo ricevuto dal passato e che aveva un senso. 

Chi va a trascorrere le vacanze in Alto Adige e magari lo fa da diversi anni si sta accorgendo di come stia cambiando il volto degli agglomerati urbani delle valli e dei luoghi di villeggiatura, di quanto siano mutati rapidamente i criteri architettonici di costruzione dei nuovi fabbricati.

Per rispondere ad una domanda di ospitalità crescente, nazionale ed internazionale, ma anche per favorire una residenzialità stanziale di chi ci è nato e ci vive da sempre, per le giovani coppie che mettono su famiglia o per chi va in pensione ed acquista l’agognata prima casa: si ampliano i contesti urbani e si modificano – in modo visivamente non sempre piacevole – le tipologie delle nuove costruzioni abitative.

L’impatto è evidente a colpo d’occhio ed è persino paradossale che siano gli “italiani” che provengono dai centri abitati durante l’anno nel resto della penisola ad accorgersi di una deriva di omologazione nei confronti dei luoghi di provenienza, una tendenza che assimila il concetto e la struttura di casa “qui” a quella di dove si vive quando si va al lavoro e si mandano i figli a scuola.

Luoghi di provenienza che un tempo si lasciavano più volentieri nei periodi delle vacanze perché si sapeva di trovare qualcosa di unico e non rinvenibile altrove: ne’ in Val d’Aosta, ne’ in Svizzera e nemmeno in Austria.

Ci si accorgeva di entrare per un periodo più o meno lungo in un ambiente residenziale assolutamente unico al mondo, nella bellezza della natura, nell’accoglienza ricevuta, nelle abitazioni dove si sostava. Tanto che in molti hanno coronato il sogno di acquistare una seconda casa, altri di venirci a vivere per sempre, per abbandonare i conflitti condominiali, il traffico dei centri urbani, le liti per i posteggi. Oltre a trovarci l’aria, l’acqua, il verde che fanno dell’Alto Adige la montagna per definizione.

Abbiamo conosciuto e continuiamo ad apprezzare gli aspetti più evidenti, anche esteticamente, che caratterizzano lo specifico abitativo del vivere in montagna, il rispetto delle tradizioni ereditate dagli antenati, le peculiarità che rendevano ospitali valli a altipiani insieme ad una vocazione turistica che hanno reso unici e inimitabili questi luoghi, direi l’attaccamento alla conservazione delle peculiarità del posto: qui parlare di “heimat” significa dire casa, patria, luogo natio, costumi ed usanze del sud Tirolo, cura del territorio, rispetto della natura e della cultura tramandata, degli insegnamenti di vita ricevuti dagli anziani, significa “riconoscersi” in stili di vita quotidiana completamente diversi dai centri urbani edificati altrove.

Da qualche anno molto sta cambiando anche qui e forse sono proprio coloro che qui sono nati e ci vivono che non si rendono conto dello sbaglio che fanno nel cercare di assomigliare sempre più agli altri fino a confondersi, anziché fare tutto il possibile per mantenersi unici. Si notano molte gru che svettano e si capisce che i locali investono in nuove costruzioni per ospitare un numero sempre maggiore di persone, si vedono però edificare abitazioni che nulla hanno a che fare con le tipiche costruzioni del posto. Sono case squadrate, con il tetto “piatto” (come usa al mare)  per ricavare una volumetria maggiore e vendere qualche appartamento in più.

Abbandonando i vecchi tetti a spiovente, sotto i quali stava al massimo una mansarda: ma come erano belle, uniche, tipiche (e come lo sono quelle che rimangono in maggioranza) quelle case di montagna! Ora sono tendenzialmente sostituite da casermoni o comunque da “cubi”, che non hanno alcuna analogia con le costruzioni del passato e sono diversi rispetto al contesto urbano preesistente ma anche alla natura stessa, che qui è cangiante, nei profili delle vette, nei colori, nelle valli ondulate: nulla in natura qui è geometrico e netto, non esiste quadratura, tutto è armonia che mozza il fiato.

Abbandonare le vecchie costruzioni col tetto a spiovente per sostituirle con i caseggiati che vediamo negli hinterland delle grandi città, dove si sgomita per trovare spazio e difendere la privacy familiare, ma anche al mare (per altre ragioni: per raccogliere acqua piovana in periodi di siccità, ad esempio) significa commettere un delitto urbanistico.

Significa cacciare a pedate da questi luoghi di tradizioni antiche il “genius loci” che vi abitava un tempo.

Cosa è il genius loci? E’ lo spirito impalpabile che conserva un luogo e gli conferisce specificità: farne a meno in nome del profitto (ricavare e vendere uno o due appartamenti in più) significa lasciare per strada ciò che abbiamo ricevuto dal passato e che aveva un senso: il senso della storia, delle generazioni che ci hanno preceduto, dei vecchi che fiutavano l’aria, ascoltavano il vento, guardavano il cielo e il corso dei ruscelli e prevedevano il tempo, costruivano la propria casa modellata agli insegnamenti di madre natura per farne un tempio di sapienza, saggezza, manualità, esperienza, senso pratico, utilità, funzionalità, rispondenza ottimale ai bisogni vitali da tramandare ai posteri.

La politica ha le sue responsabilità nelle concessioni edilizie, assecondando l’architettura delle case quadrate, gli uffici tecnici non formulano rilievi sui tetti piatti che raccolgono neve e ghiaccio e facilitano fenditure e penetrazioni di umidità. In tutte le scelte comanda un principio: ottenere il massimo profitto dalla volumetria più ampia possibile, per saturare questi cubi “similcittadini” del numero maggiore di appartamenti ricavabili. Una scelta che genera una sorta di “inquinamento estetico”.

Non tutto può essere omologabile, uguale, riproducibile in ogni contesto. La natura detta regole che vanno rispettate ed ossequiate. Vedo molta gente che guarda con desolazione edificare case che qui sono fuori posto, un pugno nell’occhio rispetto al contesto. Esse sono un affronto alla bellezza e all’armonia che un tempo abitavano questi luoghi e ne facevano un incanto a vedersi: la diversità era un valore, la specificità una ricchezza da difendere, un privilegio da vivere e godere.

Le tendenze urbanistiche e architettoniche stanno imboccando un’altra strada che porterà a rendere questi luoghi ‘contaminati e uguali tra loro’ e molto simili per fattezze e fisionomia a quel ‘resto’ dal quale , per pochi giorni o per sempre tutti volevamo fuggire.

 

 

Benedetto XVI nella solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

L’omelia risale al 15 agosto del 2012 e fu tenuta dal Papa durante la messa nella
Parrocchia Pontificia San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo .

Cari fratelli e sorelle,
il 1° novembre 1950, il Venerabile Papa Pio XII proclamava come dogma che la Vergine Maria «terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Questa verità di fede era conosciuta dalla Tradizione, affermata dai Padri della Chiesa, ed era soprattutto un aspetto rilevante del culto reso alla Madre di Cristo. Proprio l’elemento cultuale costituì, per così dire, la forza motrice che determinò la formulazione di questo dogma: il dogma appare un atto di lode e di esaltazione nei confronti della Vergine Santa. Questo emerge anche dal testo stesso della Costituzione apostolica, dove si afferma che il dogma è proclamato «ad onore del Figlio, a glorificazione della Madre ed a gioia di tutta la Chiesa». Venne espresso così nella forma dogmatica ciò che era stato già celebrato nel culto e nella devozione del Popolo di Dio come la più alta e stabile glorificazione di Maria: l’atto di proclamazione dell’Assunta si presentò quasi come una liturgia della fede. E nel Vangelo che abbiamo ascoltato ora, Maria stessa pronuncia profeticamente alcune parole che orientano in questa prospettiva. Dice: «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48). E’ una profezia per tutta la storia della Chiesa. Questa espressione del Magnificat, riferita da san Luca, indica che la lode alla Vergine Santa, Madre di Dio, intimamente unita a Cristo suo figlio, riguarda la Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E l’annotazione di queste parole da parte dell’Evangelista presuppone che la glorificazione di Maria fosse già presente al periodo di san Luca ed egli la ritenesse un dovere e un impegno della comunità cristiana per tutte le generazioni. Le parole di Maria dicono che è un dovere della Chiesa ricordare la grandezza della Madonna per la fede. Questa solennità è un invito quindi a lodare Dio, e a guardare alla grandezza della Madonna, perché chi è Dio lo conosciamo nel volto dei suoi.

Ma perché Maria viene glorificata con l’assunzione al Cielo? San Luca, come abbiamo ascoltato, vede la radice dell’esaltazione e della lode a Maria nell’espressione di Elisabetta: «Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). E il Magnificat, questo canto al Dio vivo e operante nella storia è un inno di fede e di amore, che sgorga dal cuore della Vergine. Ella ha vissuto con fedeltà esemplare e ha custodito nel più intimo del suo cuore le parole di Dio al suo popolo, le promesse fatte ad Abramo, Isacco e Giacobbe, facendone il contenuto della sua preghiera: la Parola di Dio era nel Magnificat diventata la parola di Maria, lampada del suo cammino, così da renderla disponibile ad accogliere anche nel suo grembo il Verbo di Dio fatto carne. L’odierna pagina evangelica richiama questa presenza di Dio nella storia e nello stesso svolgersi degli eventi; in particolare vi è un riferimento al Secondo libro di Samuele nel capitolo sesto (6,1-15), in cui Davide trasporta l’Arca Santa dell’Alleanza. Il parallelo che fa l’Evangelista è chiaro: Maria in attesa della nascita del Figlio Gesù è l’Arca Santa che porta in sé la presenza di Dio, una presenza che è fonte di consolazione, di gioia piena. Giovanni, infatti, danza nel grembo di Elisabetta, esattamente come Davide danzava davanti all’Arca. Maria è la «visita» di Dio che crea gioia. Zaccaria, nel suo canto di lode lo dirà esplicitamente: «Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68). La casa di Zaccaria ha sperimentato la visita di Dio con la nascita inattesa di Giovanni Battista, ma soprattutto con la presenza di Maria, che porta nel suo grembo il Figlio di Dio.

Ma adesso ci domandiamo: che cosa dona al nostro cammino, alla nostra vita, l’Assunzione di Maria? La prima risposta è: nell’Assunzione vediamo che in Dio c’è spazio per l’uomo, Dio stesso è la casa dai tanti appartamenti della quale parla Gesù (cfr Gv 14,2); Dio è la casa dell’uomo, in Dio c’è spazio di Dio.
E Maria, unendosi, unita a Dio, non si allontana da noi, non va su una galassia sconosciuta, ma chi va a Dio si avvicina, perché Dio è vicino a tutti noi, e Maria, unita a Dio, partecipa della presenza di Dio, è vicinissima a noi, ad ognuno di noi. C’è una bella parola di San Gregorio Magno su San Benedetto che possiamo applicare ancora anche a Maria: San Gregorio Magno dice che il cuore di San Benedetto è divenuto così grande che tutto il creato poteva entrare in questo cuore. Questo vale ancora più per Maria: Maria, unita totalmente a Dio, ha un cuore così grande che tutta la creazione può entrare in questo cuore, e gli ex-voto in tutte le parti della terra lo dimostrano. Maria è vicina, può ascoltare, può aiutare, è vicina a tutti noi. In Dio c’è spazio per l’uomo, e Dio è vicino, e Maria, unita a Dio, è vicinissima, ha il cuore largo come il cuore di Dio.

Ma c’è anche l’altro aspetto: non solo in Dio c’è spazio per l’uomo; nell’uomo c’è spazio per Dio. Anche questo vediamo in Maria, l’Arca Santa che porta la presenza di Dio. In noi c’è spazio per Dio e questa presenza di Dio in noi, così importante per illuminare il mondo nella sua tristezza, nei suoi problemi, questa presenza si realizza nella fede: nella fede apriamo le porte del nostro essere così che Dio entri in noi, così che Dio può essere la forza che dà vita e cammino al nostro essere. In noi c’è spazio, apriamoci come Maria si è aperta, dicendo: «Sia realizzata la Tua volontà, io sono serva del Signore». Aprendoci a Dio, non perdiamo niente. Al contrario: la nostra vita diventa ricca e grande.

E così, fede e speranza e amore si combinano. Ci sono oggi molte parole su un mondo migliore da aspettarsi: sarebbe la nostra speranza. Se e quando questo mondo migliore viene, non sappiamo, non so. Sicuro è che un mondo che si allontana da Dio non diventa migliore, ma peggiore. Solo la presenza di Dio può garantire anche un mondo buono. Ma lasciamo questo.
Una cosa, una speranza è sicura: Dio ci aspetta, ci attende, non andiamo nel vuoto, siamo aspettati. Dio ci aspetta e troviamo, andando all’altro mondo, la bontà della Madre, troviamo i nostri, troviamo l’Amore eterno. Dio ci aspetta: questa è la nostra grande gioia e la grande speranza che nasce proprio da questa festa. Maria ci visita, ed è la gioia della nostra vita e la gioia è speranza.

Cosa dire quindi? Cuore grande, presenza di Dio nel mondo, spazio di Dio in noi e spazio di Dio per noi, speranza, essere aspettati: questa è la sinfonia di questa festa, l’indicazione che la meditazione di questa Solennità ci dona. Maria è aurora e splendore della Chiesa trionfante; lei è la consolazione e la speranza per il popolo ancora in cammino, dice il Prefazio di oggi. Affidiamoci alla sua materna intercessione, affinché ci ottenga dal Signore di rafforzare la nostra fede nella vita eterna; ci aiuti a vivere bene il tempo che Dio ci offre con speranza. Una speranza cristiana, che non è soltanto nostalgia del Cielo, ma vivo e operoso desiderio di Dio qui nel mondo, desiderio di Dio che ci rende pellegrini infaticabili, alimentando in noi il coraggio e la forza della fede, che nello stesso tempo è coraggio e forza dell’amore. Amen.

Festa dell’Assunta, ecco le cose da sapere

Famiglia Cristiana spiega la Festa dell’Assunta.

La “dormitio Virginis” e l’assunzione, in Oriente e in Occidente, sono fra le più antiche feste mariane. Fu papa Pio XII il 1° novembre del 1950, Anno Santo, a proclamare solennemente per la Chiesa cattolica  come dogma di fede l’ Assunzione della Vergine Maria al cielo con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus:  « Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica».
La Chiesa ortodossa e la Chiesa apostolica armena celebrano il 15 agosto la festa della Dormizione di Maria.

Cosa si festeggia in questa solennità?

L’Immacolata Vergine la quale, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua vita, fu assunta, cioè accolta, alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo, perché fosse più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte. (Conc. Vat. II, Lumen gentium, 59). La Vergine Assunta, recita il Messale romano, è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la chiesa pellegrina. Questo perché l’Assunzione di Maria è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale. È  una solennità che, corrispondendo al natalis (morte) degli altri santi, è considerata la festa principale della Vergine.
Il 15 agosto ricorda con probabilità la dedicazione di una grande chiesa a Maria in Gerusalemme.

Qual è la differenza tra “assunzione” e “dormizione”?

La differenza principale tra Dormizione e Assunzione è che la seconda non implica necessariamente la morte, ma neppure la esclude.

Quali sono le fonti?

Il primo scritto attendibile che  narra dell’ Assunzione di Maria Vergine in Cielo, come la tradizione fino ad allora aveva tramandato oralmente, reca la firma del Vescovo  san Gregorio di Tours ( 538 ca.- 594), storico e agiografo gallo-romano: «Infine, quando la beata Vergine, avendo completato il corso della sua esistenza terrena, stava per essere chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli, provenienti dalle loro differenti regioni, si riunirono nella sua casa. Quando sentirono che essa stava per lasciare il mondo, vegliarono insieme con lei. Ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi angeli e, presa la sua anima, la consegnò all’ arcangelo Michele e si allontanò. All’ alba gli apostoli sollevarono il suo corpo su un giaciglio, lo deposero su un sepolcro e lo custodirono, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco che per la seconda volta il Signore si presentò a loro, ordinò che il sacro corpo fosse preso e portato in Paradiso».

Qui l’articolo completo

È iniziato il semestre bianco. Assomiglia come non mai a un difficile percorso a tappe. Verso quale esito? 

Tutti sono pronti a sostenere che il passaggio di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale sia la soluzione più semplice. Non è proprio così. Chi guiderebbe, infatti, la complicata e lunga procedura del Pnrr, se Draghi fosse eletto alla Presidenza della Repubblica? Il rischio è che il Paese cada nella ingovernabilità. Forse, se Mattarella fosse ancora in campo…

Agli inizi del mese di agosto è iniziato il semestre bianco e per gli addetti ai lavori della politica è vietato programmare crisi di governo; dunque chi ha voglia di litigare o di tramare, sa in partenza di non avere le armi cariche. Però le incognite che l’attuale situazione ci prospetta sono molteplici e comunque difficili da affrontare. 

Nella storia repubblicana questo appuntamento è stato sempre molto impegnativo per le forze politiche, giacché in ogni esperienza fatta non ci sono state mai certezze sugli esiti e i colpi di scena sono stati sempre tanti, al punto che si può affermare che sono diventati quasi una regola. Numerosi sono stati i casi che davano certa la elezione di un personaggio, ma poi dalle urne della assemblea deputata alla scelta del Presidente della Repubblica ne è uscita un’altro. Sarà per questo che i partiti normalmente non azzardano scontri e polemiche sulla scelta della più alta carica dello Stato e ciascuno si rende più cauto nel camminare su un terreno così scivoloso e ricco di imprevisti. 

Stavolta l’appuntamento sarà particolarmente legato a molteplici fattori di grande rilevanza: nazionali ed internazionali. Si sa che l’Italia da tempo è un sorvegliato speciale della finanza e dei paesi occidentali a causa della sua persistente incapacità di fare i conti con il suo esorbitante debito che rischia di diventare la miccia per nuove crisi internazionali. Solo in questi ultimi mesi costoro sono meno guardinghi verso il ‘Belpaese’ a ragione della rassicurante presenza alla guida del governo di Mario Draghi, ritenuto tra le personalità maggiormente di spicco a livello mondiale. 

Infatti si è presto notato che l’Italia, pur da lustri tenuta sostanzialmente fuori dai giochi politici mondiali, in un battibaleno ci è tornata visibilmente a pieno titolo. Va ripetuto che è grande la convinzione tra gli italiani che Draghi sarebbe la personalità adatta per sostituire Mattarella, ma la esigenza di dover garantire da Palazzo Chigi il buon andamento della gestione in fieri degli ingentissimi investimenti voluti dalla Unione Europea, difficilmente potrà essere sottovalutata. Questa garanzia è fondamentale per tirare l’Italia dalla condizione economica in cui si trova, ed assicurare una guida indiscutibile a forze politiche in generale non proprio predisposte concretamente a mettere al primo posto le nostre sorti economiche rispetto alle manovre per dare forza alle loro aspettative elettorali. 

L’altro punto di grande rilievo, riguarda la problematica circostanza del venir meno di Angela Merkel alla guida della Germania e della incertezza sulla permanenza di Emmanuel Macron all’Eliseo. Essi sono stati una solida guida per rendere possibile l’iniziativa così efficace ed inedita della UE per far fronte ai danni alla salute ed alla economia provocata dalla pandemia. Sono riusciti così ad innescare un processo decisivo per il conseguimento dell’obiettivo tanto necessario per il nostro futuro: fare dell’Unione un vero Stato federale. Ecco, la permanenza di Draghi a palazzo Chigi è anche il necessario rimedio per attutire il più possibile gli eventuali scossoni del passaggio di testimone in Germania ed in Francia, non mettendo così a repentaglio il lavoro così decisivo che soprattutto la Merkel ha saputo sinora condurre. 

Alla presidenza della Repubblica potrà provvedere ancora Sergio Mattarella. Si sa quanto abbia mostrato contrarietà per questa eventualità, ma al punto in cui siamo giunti,  con tanti nodi venuti al pettine e con l’incrociarsi di tante occasioni storiche che debbono essere colte, ciascuno, e soprattutto coloro che hanno e sentono responsabilità verso la propria Comunità, devono sentire il loro dovere.

La scomparsa di Kagan, un grande interprete della civilizzazione occidentale. Straordinaria la sua lettura e ricostruzione storica della guerra del Peloponneso.

All’età di 89 anni, se ne è andato uno storico di grande levatura internazionale. Il “Politico”, il giornale online del mondo intellettuale e politico di Washington, lo ha definito una “indiscussa autorità nel campo della Grecia antica”.

Claudio Siniscalchi

È deceduto il grande storico americano dell’antichità Donald Kagan, autore di un magistrale affresco sulla guerra del Peloponneso. L’ho sentito più volte, intervistato una volta e ho recensito un suo saggio. Kagan è stato un vero erudito, un totale ammiratore della cultura classica e degli studi antichistici. Inoltre è stato uno strenuo sostenitore dell’importanza dell’insegnamento universitario della storia e delle discipline umanistiche. 

Non sarà ricordato dai giornali come meriterebbe, perché un suo studio sulla guerra preventiva venne considerato, erroneamente, come un incondizionato appoggio all’amministrazione Bush Jr. In realtà, la “dottrina Kagan” venne confusa con quella di Robert Kagan, consigliere di Bush. Un caso di omonimia davvero sfortunato.

Nacque così la sciagurata formula della “dottrina Kagan”. Ma se ne farà una ragione. Era un accademico divertente e intelligente, come sanno esserlo gli ebrei lituani newyorkesi. I nani e i ciambellani del nulla passano, più o meno presto. I giganti restano.

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Presentazione (Amazon) della principale opera di Kagan

  1. Kagan, La guerra del Peloponneso. La storia del più grande conflitto della Grecia classica, Milano, 2006.

Atene e Sparta erano state alleate durante la lotta contro l’impero persiano, sconfitto, nonostante la sua immensa potenza militare, dall’unione delle piccole città stato greche. Ma, solo mezzo secolo dopo, la loro rivalità scatenò una guerra che sarebbe durata tre decenni, avrebbe causato uccisioni e devastazioni mai viste prima e avrebbe determinato il rovesciamento della tendenza verso la democrazia. Questa guerra spaventosa, che per la sua importanza e le sue conseguenze può essere considerata una vera e propria guerra mondiale della Grecia classica, rappresenta un momento fondamentale della storia dell’Occidente ed è stata usata dagli storici di tutte le epoche come modello per comprendere e interpretare conflitti di ogni genere. La storia della guerra del Peloponneso è stata raccontata da uno dei più grandi storici dell’antichità, Tucidide, che partecipò effettivamente ai combattimenti. Sfortunatamente la sua cronaca, che è anche uno dei fondamenti del metodo storico e della filosofia politica, si interrompe sette anni prima della fine del conflitto. Ai giorni nostri, Kagan coglie le dinamiche della guerra e delle sue battaglie, inserendole in un affresco del mondo greco antico, in cui si muovono personaggi del calibro di Alcibiade, Demostene e Pericle.

Patriottismo. Ius soli tra Nazario Sauro e Marcell Jacobs

Bisogna domandarsi se la tradizione è un monolite eterno oppure una serie di elementi che definiscono un’identità in continuo divenire.

Le vittorie olimpiche dello sportivo Marcell Jacobs, di padre texano e madre italiana, riaccendono il dibattito sulla necessità di modificare la legge sulla cittadinanza e passare dal diritto di sangue ad un altro tipo di diritto. La vittoria sportiva di Jacobs non è stata l’unica ed altri stranieri si sono distinti nel loro onorare l’Italia, il Paese di cui si sentono parte, in cui vivono e lavorano. 

Questa vicenda mi fa venire in mente un altro “patriota” che si sentiva italiano pur non essendolo. Parlo di Nazario Sauro, di cui ricordo il recente anniversario della morte. Cittadino istriano, si arruolò nella Marina italiana pur di servire il Paese a cui si sentiva legato. A quel tempo l’Italia non era ancora una nazione: nel senso chele dinamiche geopolitiche in moto dalle guerre di indipendenza erano ancora in atto. Non era neanche una regione geografica per come la conosciamo oggi. Era per lo più un’idea nella mente di qualche sognatore. Vi furono sognatori che la portarono all’unitá ed altro che la portarono alla guerra. Era il Paese in cui coloro che erano cittadini di un altro Paese potevano riconoscersi in un Nuovo Paese. 

Nazario ci credeva. Ma Istria a quel tempo era “Austria” dunque venne denunciato per alto tradimento. Mori impiccato il 10 agosto del 1916. La madre davanti la forca pur di salvarlo disse che non era lui. Non gli credettero. Prima di avere il collo spezzato lo sentirono dire “viva l’Italia”. 

In una società completamente diversa da quella in cui il sottoscritto è nato vi sono molti elementi che appartengono alla mia zona confort mentale. Non credo di essere l’unico a percepire questo. La tradizione è un monolite eterno oppure una serie di elementi che definiscono un’identità in continuo divenire? Ha ancora senso parlare, pensare, vivere un Paese, oggi, nel modo in cui lo si faceva cento anni fa? Mi piace pensare che questo sia il paese dei sognatori e che, almeno qui, un sognatore possa sempre trovare una casa. 

Alleanza Pd-5stelle, ma perchè negarla nelle grandi città?

Dunque, ricapitolando, salvo Napoli non c’è l’accordo che il Nazareno rivendicava. I grillini vanno per conto loro: a Roma, contro tutto e contro tutti, si ricandida la Raggi. Ma al ballottaggio? Ecco, se vogliono vincere, i candidati del Pd, eventualmente impegnati al secondo turno, sono obbligati a chiedere i voti al Movimento. Non sarebbe meglio farlo presente fin d’ora?

Le prossime elezioni amministrative rappresentano uno spartiacque importante per i futuri equilibri della politica italiana. Del resto, ogni qualvolta in Italia si vota in una manciata di comuni, l’intera politica nel nostro paese risente degli equilibri che si vengono a creare. Figuriamoci con il voto per la scelta del Sindaco nelle più grandi città italiane e in molti capoluoghi di regione. Praticamente in tutti quelli più importanti e significativi: da Torino a Milano, da Napoli a Roma, da Bologna alla Regione Calabria. E in moltissimi altri comuni di grande importanza. Insomma, questa volta si tratta di un test politico di particolare rilevanza che inesorabilmente avrà delle conseguenze concrete sul quadro politico nazionale.

Ora, se sul versante del centro destra non ci sono particolari novità, anzi quasi nessuna per quanto riguarda il capitolo dei ballottaggi, nel campo della sinistra c’è un nodo che inizia ad essere sempre più curioso e singolare, soprattutto per come viene concretamente affrontato e pubblicamente spiegato.

Mi riferisco, nello specifico, ai due grandi comuni dove la competizione politica è più incerta e dove l’alleanza tra il Pd e i 5 stelle non si è concretizzata al primo turno, ovvero Torino e Roma. Per essere chiari, tutti sanno, ma proprio tutti, che in quelle due grandi città la sinistra può ambire a battere il centro destra al ballottaggio solo se ci sarà una “alleanza organica, strutturale e storica”, per dirla con Bettini e Zingaretti, tra i due partiti. Ogni altra ipotesi, salvo miracoli sempre possibili, vedrebbe soccombere quella coalizione a favore del centro destra. E sin qui nulla di strano. Anzi, nulla di nuovo come, del resto, recitano tutti i sondaggi, sia quelli compiacenti sia quelli più neutrali. Ed è proprio su questo versante che fioccano le contraddizioni e, soprattutto, le ipocrisie. 

Leggiamo, infatti, tutti i giorni sulle cronache politiche locali delle due grandi città che ci sono sigle e partiti – da Italia Viva ad Azione a liste trasversali come i Moderati – che non “voteranno mai” una alleanza con i 5 stelle quando tutti sanno, questa volta veramente tutti, che il naturale epilogo e la naturale conclusione per battere il centro destra è solo e soltanto quella. Cioè l’alleanza organica tra il Pd e i stelle.

Ora, è vero che viviamo in una stagione politica dominata dal trasformismo, dall’opportunismo e dal populismo – di cui i 5 stelle sono i protagonisti assoluti – ma di fronte ad una situazione a tutti nota, di fronte alle continue e coerenti dichiarazioni dei due capi del Pd e dei 5 stelle di stringere un’alleanza politica salda a livello nazionale, cioè Letta e la coppia Conte/Grillo, cosa costa dire la semplice verità? E cioè che in vista del ballottaggio di Roma e di Torino arriveranno puntuali le solenni dichiarazioni di una comune lotta all’antifascismo, al sovranismo, alla deriva illiberale, al rischio dittatura e tutto il solito e arcinoto armamentario ideologico che potremmo ormai quasi recitare a memoria se vincesse il centro destra? 

Certo, per i partitini che hanno solennemente giurato e promesso che “mai e poi ancora mai” stringeranno un’alleanza con i 5 stelle, basterà la solita, e anche qui arcinota, dichiarazione antifascista e antisovranista e bla bla bla per digerire e metabolizzare il tutto. Come sempre, del resto. Forse, però, al di là dei vari giuramenti goliardici, carnevaleschi e ipocriti, sarebbe molto meglio dire sin da subito che si farà una santa alleanza con i 5 stelle. Sarebbe tutto molto più semplice e anche più onesto. Semprechè si voglia ancora ridare nobiltà e credibilità alla politica, senza scivolare e consolidare, ancora una volta, il trasformismo, l’opportunismo e l’arcinoto populismo.

 

I soldi per i redditi di cittadinanza ci sono, per i lavoratori fragili no.

Lo strumento proposto fin dal governo Conte 1 per combattere la povertà dimostra che questo obiettivo non è stato raggiunto, almeno non appieno. La realtà sopravanza le aspettative dei riformatori astratti. Nel frattempo, mancando le risorse, non si aiutano a sufficienza i cosiddetti lavoratori fragili.

Dopo il DL 105 del 23 luglio 2021 che ha “concesso” ai lavoratori fragili pubblici e privati di poter usufruire a domanda dello smart working fino al 31 ottobre p.v. (mentre contemporaneamente lo stato di emergenza veniva prorogato fino al 31 dicembre 2021, in ciò creando una evidente discrasia tra le due date e ci si chiede come sia stato possibile che nessun Ministro e nessun tecnico che si occupa di tale fattispecie ci abbia pensato) arriva adesso un’altra tegola per questa categoria di lavoratori “ammalati e sfortunati” perché devono lottare con la propria patologia grave (parliamo di chemioterapici, immunodepressi, titolari di legge 104/92 che tutela le invalidità), ma anche con la burocrazia e le scelte della politica spesso posticce incomplete, inspiegabili se non con poco nobili motivazioni.

Si sapeva già che il citato DL 105 del luglio scorso non prevede la possibilità – per coloro che sono stati certificati temporaneamente inidonei ad espletare l’ordinaria attività lavorativa essendo sovraesposti al rischio di contrarre il Covid 19 – di avvalersi di periodi di assenza equiparati al ricovero ospedaliero, come invece il decreto sostegni varato dal Governo il 19 marzo u.s. aveva riconosciuto fino al 30 giugno 2021.

In questo modo veniva sanato un vulnus che il DPCM 2 marzo 2021 non aveva previsto, in quanto non aveva rinnovato analoga previsione normativa che invece era contemplata all’art. 481 della legge di bilancio 2021 n°178 del 30/12/2020. Con decreto 105 questo “vulnus” ritorna e cambia tutto un’altra volta, solo smart working e fino al 31 ottobre ma se un “fragile” si assenta per malattia o per evitare di contrarre il virus, deve adesso fare ricorso al periodo di comporto contrattuale: se perdura lo stato di emergenza e lo esaurisce può finire prima a metà emolumenti e poi senza stipendio del tutto. 

Il motivo lo spiega l’INPS con circolare 2842 del 6 agosto u.s.: non ci sono fondi a disposizione.

Esattamente l’INPS ci informa di non avere soldi per protrarre questa tutela sanitaria a favore di lavoratori gravemente ammalati, soggetti a terapie immunodepressive o chemioterapiche.

Nello stesso tempo si viene a sapere da giornali e TV che il reddito di cittadinanza resta inalterato sine die: chi lo ha finora percepito continuerà dunque a ricevere l’emolumento mensile, molti pur avendo rifiutato opportunità di lavoro, mentre nessuno ha spiegato se dello stesso privilegio potranno usufruire i cd. “navigator”, una categoria di procacciatori di impiego che una parte politica ha voluto e difende nonostante l’evidente bilancio fallimentare del compito assegnato. Valga la conclusione di un saggio’ ad hoc’del Prof. GB Sgritta della Sapienza di Roma: “Che il Rdc sia finanziariamente sostenibile prima e dopo il 2021, stante la situazione economica e l’instabilità del quadro politico, è al momento imprevedibile; che possa contribuire a semplificare la giungla delle indennità, degli assegni, dei sussidi nazionali e locali, anche questo è, allo stato, improbabile. Ciò che certamente non potrà fare è abolire la povertà”.

Non si ha notizia finora di eventuali ripensamenti, tutto continua all’insegna del rinvio dello status quo.

Ma sorge spontaneo l’obbligo morale di comparare questo trattamento protettivo e dispendioso con la riposta negativa dell’INPS che nega ai lavoratori fragili la tutela sanitaria finora riconosciuta. Circolano nel corpo sociale molte ingiustizie causate dall’assenza di etica nelle decisioni politiche. Qualcuna, come quella descritta, appare francamente insopportabile. Non è giusto che i deboli soccombano sempre e speriamo che qualcuno si metta presto una mano sulla coscienza.

A Kabul riemerge la dura realtà dei fatti e degli interessi dopo anni di illusorie narrazioni

Gli avvenimenti nel lontano Afghanistan racchiudono vistose e insidiose trasformazioni. L’occidente appare in ritirata, la Cina avanza: in pratica mutano o sono destinati a mutare gli equilibri mondiali. Dovremo guardare con più realismo e avvedutezza agli interessi che sono in gioco.

Pare si possa dire che è finito l’ordine mondiale instaurato dai vincitori della sedonda guerra mondiale. Tornano a comandare gli sconfitti di allora, e ne stiamo già vedendo e sperimentando le conseguenze.

Velleitario appare l’auspicio – da ultimo di Panebianco – di un’alleanza Stati Uniti, Europa (?) e Russia in funzione anticinese. L’Ue non esiste sullo scacchiere globale, esistono Francia e Germania. Il vero asse anti-occidentale è quello formato da Berlino-Ankara-Teheran-Pechino, che mira a sostituirsi a quello anglosassone a cui l’Italia intrinsecamente appartiene.

È ovvio che il cambio di regime in corso a Kabul è destinato a mutare in profondità gli equilibri del Grande Medio Oriente, creando i presupposti per lo scontro diretto tra Russia e Turchia, che rischierebbe di far saltare equilibri non solo regionali.

Restano gli errori della narrativa ufficiale sull’Afghanistan che negli anni non sono stati contestati con il dovuto amore per la verità: anziché accordarsi con i Talebani, gli Usa li incolparono arbitrariamente per l’11 Settembre. E sul ventennio di occupazione occidentale in Afghanistan è scesa la più bieca censura di guerra. Se fossimo nati nelle zone tribali del Pakistan sul confine afghano, e avessimo visto gli abitanti dei nostri villaggi trucidati indistintamente per anni da droni militari telecomandati dal deserto del Nevada, probabilmente vedremo anche noi la ritirata della Nato dal Paese confinante come la fine di un incubo. Soprattutto perché tutto il popolo pakistano (ma anche dell’Asia meridionale dove abita un quinto della popolazione mondiale. ridotto alla fame da una secolare politica coloniale occidentale) percepisce i benefici della, interessatissima, partnership con la Cina, che per Pechino significa sbocco logistico, e in futuro militare, strategico sull’Oceano Indiano.

Questa collaborazione è sfociata nel grandioso piano del Cpec, il corridoio economico Cina-Pakistan che prevede grandi infrastrutture, autostrade, porti, treni veloci, con benefici per tutta l’area circostante, dall’Iran all’Afghanistan ad alcuni stati centrasiatici.

L’entusiasmo con cui i pakistani parlano del Cpec è paragonabile a quello che si nutriva in Italia per il piano Marshall. Ho potuto anche verificarlo di persona in occasione di un incontro bilaterale promosso dal Laboratorio Brics con uno fra i principali think tank governativi del Pakistan, l’ISSI, Instituto di Studi Strategici di Islamabad, per bocca del suo presidente l’ambasciatore Khalid Mahmood, nel quale traspariva la consapevolezza, sempre contenuta e priva di sfumature ostili, di contribuire in tal modo alla stabilità di una delle aree più calde del mondo, molto meglio di quanto hanno fatto le bombe e i droni killer occidentali.

Il lontano Afghanistan, a mio parere, sta lì a dimostrare, in tutti i campi, non solo in quello militare e geostrategico, che non basta un ventennio (noi italiani dovremmo saperlo meglio di altri) di false narrazioni per seppellire la realtà dei fatti: prima o poi questa riemerge e ci presenterà il conto, che potrebbe risultare più salato più si tarda a riconoscerla.

 

Mosca: il patriarca Kirill esalta gli atleti olimpici russi. Il servizio di “AsiaNews”.

“Lo sport non è sempre separato dalla politica, e noi ce ne siamo resi conto”. Prima dei Giochi, Russia punita per aver violato le regole antidoping. Lo sport usato come collante per il mondo ortodosso nello spazio ex sovietico. Fede ortodossa magnificata come “energia spirituale” per competere alle Olimpiadi.

Vladimir Rozanskij

Dopo il rientro in patria da Tokyo degli atleti russi, il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha voluto rivolgere a tutti loro un pubblico ringraziamento per i successi ottenuti durante i Giochi olimpici, augurando altre future conquiste. Per aver infranto in modo clamoroso le regole antidoping negli anni precedenti, i russi hanno gareggiato in Giappone sotto la bandiera neutrale del Comitato olimpico nazionale. Le autorità hanno presentato questa circostanza come una dimostrazione della “russofobia occidentale”.

Il 10 agosto Kirill ha osservato che “purtroppo lo sport non è sempre separato dalla politica, e noi ce ne siamo resi conto osservando lo svolgimento delle competizioni”. Egli ha sottolineato che “nessun pregiudizio politico ha potuto ridurre la grandezza” dei risultati ottenuti dagli sportivi russi. Il patriarca ha aggiunto che tali performance “sono evidenti agli occhi dei professionisti e di tutte le persone oneste, senza parlare dei milioni di nostri connazionali che hanno sofferto con speranza insieme [agli atleti] durante tutto il periodo delle Olimpiadi”.

I russi hanno conquistato a Tokyo 71 medaglie, di cui 20 d’oro, raggiungendo il quinto posto nel medagliere complessivo, in linea con le ultime edizioni olimpiche.

Il patriarca russo ha esaltato gli atleti per aver rappresentato la Russia in modo degno: “Nonostante le difficili condizioni in cui si sono svolte le competizioni, avete lottato eroicamente per la vittoria, esibendo una volontà inflessibile, un’autentica solidarietà e sostegno reciproco. Avete mostrato al mondo intero che a fondamento dello sport russo sta anzitutto la tensione alla lotta onesta per raggiungere i massimi risultati”.

Secondo il capo degli ortodossi russi, “della vittoria è degno soltanto chi non si innalza con presunzione sull’avversario”. Egli sostiene che gli atleti russi hanno saputo rivolgersi a tutti con “il medesimo rispetto”. Essi hanno dimostrato sentimenti fraterni, soprattutto verso i rivali di quei Paesi in cui vivono “popoli uniti a noi per sangue e fede, malgrado le divisioni esteriori, spesso artificiose”.

Come patriarca di tutte le Russie, Kirill ha confessato di aver tifato anche per gli atleti provenienti da Ucraina, Bielorussia, Kazakistan, Moldavia e altre nazioni “che fino a un passato recente componevano insieme a noi la nostra grande patria comune”.

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http://www.asianews.it/notizie-it/Mosca:-il-patriarca-Kirill-esalta-gli-atleti-olimpici-russi-53829.html

Appunti sulla questione cattolica. Risposta a Emilio Persichetti.

Spiega l’autore della nota che il testo preso in considerazione, scritto dal dirigente di “Convergenza Cristiana”, è in realtà “pieno di slancio generoso e disinteressato, ma non privo di ingenuità e pericolose evocazioni storiche”. 

In questi giorni come avviene spesso, si potrebbe anche dire, ciclicamente, torna ad affiorare il dibattito sulla collocazione del cattolicesimo nel sistema politico italiano.  La nascita del Governo Draghi, un governo percepito di centro, fa tornare la nostalgia dell’Italia governata dalla Balena Bianca, ovvero quella del “bipartitismo imperfetto” o del “multipartitismo polarizzato”. Un paese in cui un partito era condannato a stare sempre al governo. Ovviamente quel partito sempre al governo era un partito cattolico. Di qui le suggestioni di un nuovo “patto repubblicano” che facendo tesoro dell’esperienza del governo Draghi si candidi a diventare l’asse portante del futuro sistema politico italiano. 

Penso sia questa la suggestione sottesa all’intervento dell’Avv. Emilio Persichetti su “Convergenza Cristiana”, un testo pieno di slancio generoso e disinteressato, ma non privo di ingenuità e pericolose evocazioni storiche.

La cornice ideologica è quella della ruiniana “unità sui valori”. Il casus belli il ddl Zan salvato da un immaginario gruppo trasversale di “cattolici deputati”. A parte il fatto che la discussione parlamentare sul ddl Zan andrebbe depurata di tatticismi e opportunismi, sul piano culturale non solo sulle pagine di Avvenire, ma anche su quelle di testate laiche e femministe sono emersi dubbi e scetticismi sul modello antropologico sotteso alla proposta di legge in discussione. Difficile quindi parlare al riguardo di “blocco cattolico” che ferma la “deriva nihilista”. Ma tant’è. 

Una simile suggestione riemerge nel testo di Persichetti allorché si evoca la stagione del sostegno a Giolitti dei cattolici attraverso il cosidetto “Patto Gentiloni” come “garanti della libertà”. Ora, non solo è di tutta evidenza la subalternità culturale e politica che espresse quella stagione del cattolicesimo politico relativamente alla cultura liberale, subalternità cui cercò di porre rimedio, sebbene con insuccesso, la fondazione del Partito Popolare ad opera di Don Sturzo, ma anche sul piano dei contenuti non sembra che il contributo dei cattolici sia stato così determinante per garantire la libertà, se si escludono forse le libertà per la Chiesa, ovvero le“guaretigie” già peraltro assicurate alla Santa Sede dall’apposita legge. Non è un caso infatti se, proprio la causa del Partito Popolare e quindi quella della libertà d’iniziativa politica dei cattolici, sia stata consapevolemente sacrificata dalla Santa Sede per venire a patti con il nuovo stato autoritario guidato dal partito fascista. 

Sfugge davvero poi il nesso, suggerito dall’editoriale di Convergenza Cristiana, tra l’impegno politico promosso durante il pontificato di Pio X, 1903-1914, e quello promosso durante il pontificato di Paolo VI “la politica come prima forma di carità”. Le categorie cultural-politiche dei due pontefici sono diametralmente opposte: nel primo caso il mondo moderno è una sentina di errori e falsità, nel secondo caso il mondo moderno è una occasione di evangelizzazione dove c’è ancora posto per i cristiani.  

In conclusione chi scrive pensa che la questione del partito cattolico sia in tali termini malposta. Innazitutto perché la stagione dell’unità politica dei cattolici segna un determinato periodo della storia d’Italia segnata dalla Guerra Fredda e dall’assenza di istituzioni comunitarie come quelle che caratterizzano oggi l’Unione europea. Ma in secondo luogo anche sul piano valoriale perché non esistono in politica cattolici senza aggettivi: il cattolicesimo democratico è una cultura politica distinta dal clerico moderatismo così come dal cattolicesimo liberale e da quello sociale. Forse sarebbe il caso di fare uno studio di tutte le differenti culture politiche che si richiamano al cattolicesimo del ‘900 che non mi sembra sia stato ancora compiuto. E questo senza stabilire gerarchie o primati morali, solo per amore della conoscenza storica. Del resto non è da adesso che i cattolici in politica si trovano su fronti opposti. Basti pensare a Dante Alighieri e Bonifacio VIII. 

Acclarata dunque la impensabilità di un cattolicesimo politico senza aggettivi veniamo all’oggi. Quello che si coglie e che si può accogliere nell’editoriale di Convergenza Cristiana non è la necessità di un “partito cattolico” ma la necessità di partiti di ispirazione cristiana, ovvero partiti che, pur scontrandosi e competendo tra loro, abbiano ognuno un’autentico radicamento nella dimensione etico religiosa ispirata al cristianesimo e visto che siamo in Italia  al magistero della Chiesa Cattolica. E’ quello che avviene nel sistema politico americano dove i cattolici militano in entrambi i partiti, democratico e repubblicano, i quali non possono non dirsi entrambi d’ispirazione cristiana. 

Ora, la missione del PD e dei cattolici dentro al PD sarebbe stata proprio questa: superare la democrazia dei partiti e arrivare al bipartitismo, ovvero  a due partiti d’ispirazione cristiana molto articolati e plurali all’interno, due country party, due partiti coalizionali. In questi, l’elemento cattolico sarebbe dovuto essere quello culturalmente trainante ma così non è stato. Le ragioni non è il caso qui di approfondire, ma anch’esse meriterebbero uno studio a parte. Valga però questo assunto: la missione del PD era il superamento della democrazia dei partiti e l’invermanto di quella che era stata chiamata democrazia dei cittadini. Questo palesemente non è avvenuto e il PD replica, sotto altre insegne, comportamenti stili e metodi della usata democraiza dei partiti ma senza avere più quel retroterra ideologico culturale novecentesco che dava senso e spessore all’azione politica. E’ rimasta, sempre più esigua, solo l’organizzazione. 

Ovvio che i cattolici su questo non possono dare alcun contributo originale. Il vero “patto repubblicano” non sarebbe allora quello che porta ad eternare il governo Draghi replicando il sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica, il vero patto repubblicano sarebbe la costruzione di una democrazia delle istituzioni e dei cittadini, governante e bipartitica. Ma forse sono solo sogni destinati a rimanere tali, come quelli di Dante sull’imperatore Arrigo VII.

* L’autore è il segretario del Circolo Pd del quartiere Esquilino. Si candida al Consiglio del Municipio I (Roma Centro).

Ravenna si prepara all’anniversario di don Minzoni: “I suoi ideali sono parte della nostra storia”. Il servizio di “RavennaToday”.

Si terrà in piazza Garibaldi la manifestazione per ricordare il parroco vittima del fascismo. Presente per l’occasione anche Enrico Letta.

Si rinnova anche nel 2021 il ricordo di don Giovanni Minzoni, il prete ravennate, parroco di Argenta, che fu ucciso dalla violenza fascista il 23 agosto del 1923. E proprio lunedì 23 agosto, alle 19, si terrà in piazza Garibaldi a Ravenna la consueta serata di commemorazione con la partecipazione del sindaco Michele de Pascale e del segretario del Partito Democratico Enrico Letta. 

La serata – organizzata dal Centro Studi Donati, Acli e Associazione Zaccagnini – sarà coordinata da Livia Molducci e saranno letti da alcuni giovani brani del diario di don Minzoni e scritti di Benigno Zaccagnini, Giovanni Paolo II e Sandro Pertini. Nel corso dell’evento i curatori dei diari di don Minzoni, Rocco Cerrato e Gian Luigi Melandri, consegneranno ad Enrico Letta la pubblicazione “Memorie. 1909-1919”. Nel rispetto delle misure anti-covid-19 la cerimonia si svolgerà osservando le distanze interpersonali ed evitando ogni forma di assembramento.

Proprio l’idimenticato presidente della Repubblica Pertini nel 1983 inviò un messaggio al Centro Studi Donati: “Con la sua stessa vita Don Minzoni testimoniò, in perfetta aderenza all’insegnamento evangelico e in profonda fedeltà alla propria missione di pastore, la fede democratica e l’ansia di giustizia che ispirava i lavoratori cristiani, e ne saldava l’animosa resistenza alla lotta che l’intero movimento antifascista andava opponendo all’incombente tirannide. Il patrimonio ideale di cui Don Minzoni, e tanti altri esponenti cattolico democratici si sono resi assertori, forma dunque, a pieno diritto, parte integrante della nostra storia, alla pari di altre tradizioni e contributi, esso vive oggi e fruttifica nella costituzione repubblicana”.

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https://www.ravennatoday.it/cronaca/ravenna-si-prepara-all-anniversario-di-don-minzoni-i-suoi-ideali-sono-parte-della-nostra-storia.html