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Elezioni europee, molte insidie e poche certezze.

Il 2024 sarà probabilmente un anno decisivo nel processo di configurazione di un nuovo ordine mondiale. Il primo appuntamento, tra due settimane, sancirà per la quinta volta la leadership incontrastata di Vladimir Putin: l’ultimo ostacolo interno che poteva essere rappresentato dall’oppositore Alexei Navalny è stato rimosso secondo i metodi spicci di Putin. La vedova Navalnaya, parlando al Parlamento europeo ha chiaramente ribadito il profilo di autarchia assoluta del Cremlino e la caratterizzazione definita “criminale e mafiosa” dello Zar. Siamo di fronte, dopo le tragedie delle dittature del XX secolo, ad un regime altrettanto autoritario e privo di remore morali: la devastazione dell’Ucraina iniziata due anni fa sembra arrivata ad un punto di non ritorno.

Nel discorso annuale sullo stato della nazione, durato oltre due ore, Putin ha adombrato ancora una volta il ricorso all’uso di armi nucleari qualora l’Occidente e la Nato, come ipotizzato da Macron, inviassero truppe ed armi pesanti nel territorio Ucraino. Un discorso duro e sferzante che va letto anche come programma legato alla campagna elettorale e accreditamento personale: una competizione peraltro senza rivali, ricordiamo la fine di Evgenij Prigožin, quella spietata di Navalny che è l’ultimo anello di una lunga catena di eliminazione fisica degli oppositori.

Si aggiunge ora l’arresto di Serghei Sokolov, direttore di Novaya Gazeta, accusato di «discredito» delle forze armate. Sokolov era stato nominato ufficialmente direttore di Novaya Gazeta nel settembre del 2023, dopo le dimissioni del Premio Nobel per la pace Dmitry Muratov, definito “agente straniero” dalle autorità russe.

Di questa situazione che non lascia spazio a qualsivoglia congettura di cambiamento si è resa conto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che a Strasburgo, rivolgendosi ai Paesi dell’U.E. ha detto che una guerra non è imminente ma non è neppure impossibile, invitando l’Europa ad armarsi per tempo. La minaccia di un coinvolgimento dell’Europa nella fase di allargamento del conflitto ucraino va considerata, viste le mire espansionistiche e le provocazioni del Cremlino a cui si aggiunge una situazione mondiale sempre più complicata, tenendo conto della situazione in Medio Oriente che vede aggiungersi e schierarsi nuovi soggetti, mentre la Cina, ma la stessa Corea, l’India, la Nigeria non resterebbero estranee al disegno di riposizionamento degli Stati nel quadro di un nuovo ordine mondiale.

Sono molto forti, preoccupanti e dense di incognite le notizie che arrivano dagli USA in vista delle presidenziali di novembre. Due leader anziani, a cui i rispettivi partiti non hanno saputo trovare per tempo un successore giovane e preparato, si contendono una primazia da cui non saranno esclusi i nuovi equilibri internazionali, oltre agli indirizzi politici interni decisamente divergenti. Preoccupa non poco il disimpegno adombrato da Trump nei confronti dell’Europa e della NATO, mentre appare critica l’ipotesi che un malfermo Biden possa reggere gli eventi in caso di successo dei democratici. Il mito della “supervisione” americana sugli affari del mondo, in stile Kissinger, sembra imboccare non la via del tramonto ma certamente un ridimensionamento, in parte per scelta voluta, in parte per l’emergenza di nuove potenze in grado di competere o comunque di procurare non pochi fastidi.

Tutte queste problematiche non sono state affrontate finora con la dovuta attenzione in questa lunga campagna elettorale che vede ai nastri di partenza i partiti italiani in vista dell’appuntamento del voto del 9 giugno. Il dibattito politico finora non ha espresso una attenta conoscenza e una progettualità chiara, restando impelagato nelle solite diatribe di primazie ed alleanze, di sondaggi percentuali, riposizionamenti tattici senza strategie convincenti. Si ripete il giochino delle candidature, prima vera preoccupazione di tutti e legato ad esso la personalizzazione che affigge come un male inguaribile i singoli partiti, un vulnus che si ripeterà: anche perché di solito in Europa non mandiamo i migliori, attingendo nomi e accreditamenti dalla società civile, al contrario di altri Paesi che hanno compreso come il futuro dell’Europa e la sua credibilità internazionale ma la stessa sicurezza territoriale, lo sviluppo economico e la competitività necessitano di rappresentanti competenti e di alto profilo tecnico e morale.

Già ora ma ancor più in riflesso e conseguenza dell’interazione con i fattori qui sopra sommariamente descritti, l’Europa potrebbe trovarsi impreparata al confronto e alla competizione internazionale. Se la guerra è alle porte – come molti temono – per l’infiltrazione del Cremlino nelle questioni vitali del nostro continente come la sicurezza, l’informazione, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, le tecnologie, la sostenibilità ambientale, l’immigrazione e tutti gli aspetti legati alla dimensione economica e sociale della vita dei suoi abitanti, occorre attrezzarsi per tempo ma ancor prima avere consapevolezza della posta in gioco.

Oltre gli aspetti citati e, come si dice, a monte di essi ci stanno questioni basilari e dirimenti come la libertà, l’indipendenza, la democrazia, la tutela della pace: tutti valori primari che i padri costituenti nonché architetti del disegno europeo avevano bene in mente ma che ora sembrano passare in secondo piano rispetto ai soliti giochi di potere e ai personalismi che nulla rappresentano se non la propria inutile ed effimera autoreferenzialità.

Don Vincenzo Sorce e un villino bruciato

Qualche volta ti si gela il sangue addosso, che va ancor più in contrasto con la vita che continua a scorrere. Siamo a Gela. Da quelle parti i traffici non sono del tutto tranquilli e non basta di tanto in tanto un gel riparatore dello Stato per riparare al male compiuto. Per questo devono intervenire sempre figure fuori dalla norma che possano indicare la via da seguire. La persona in questione è Don Vincenzo Sorce, morto nel 2019, uno di quei preti dalla testa dura che si è mosso sempre come se non ci fosse un circondario del quale tenere conto.

Anche Papa Gelasio ebbe il suo da fare per vedersela contro la dottrina del patriarca costantinopolitano Acacio e contro l’imperatore Anastasio I.

Ad una persona appartenente alla Stidda, Salvatore Murana, anni fa lo Stato ha sequestrato il villino che, a seguito del definitivo sgombero, è stato assegnato alla onlus “Casa Famiglia Rosetta”, da adibire ad un centro destinato ad ospitare ragazzi autistici. Giorni fa l’immobile è andato improvvisamente a fuoco ed è rimasto devastato da cima a fondo. In conclusione, almeno per adesso, addio villino a tre livelli con corredo di piscina e quant’altro ancora.

La Stidda è una organizzazione di stampo mafioso. Par che in siciliano voglia dire “stella” ma anche “sfortuna”. C’è qualcosa che ha brillato e sono state le fiamme che hanno consumato voracemente e per cattiva sorte la struttura. Le indagini accerteranno la verità, se ci sia o no lo zampino della vendetta per un bene che, si ipotizza, è stato tolto dal piatto della Stidda, stizzita per come sono andate le cose.

“Mia e di nessun altro” è il titolo di un film che lascia in sospetto. Don Vincenzo ha iniziato la sua opera impressionato da un incontro con un giovane affetto da sclerosi multipla. Da quella volta, nel 1981, ha aperto la prima casa per disabili. Oggi sono più di un migliaio ed ospita chi ha avuto una vita difficile con problemi di droga, alcol, aids, gioco d’azzardo, ex detenuti, insomma quelli che sono ritenuti gli scarti dell’umanità. Don Vincenzo ha accolto, riabilitato e formato uomini e donne finalmente rigenerati allargando la sua azione anche nell’Est dell’Europa. Per il nostro sacerdote contemplazione e preghiera, senza servizio, sono soltanto una inutile parata e lui è stato un uomo di concretezza.

È singolare il nome di Casa Famiglia Rosetta. Potrebbe far pensare alla forma di pane da offrire ad ogni indigente così da sfamarlo. Meglio ancora si potrebbe pensare come un richiamo alla Stele di Rosetta che, come la casa andata al disfacimento, ha avuto ugualmente un destino travagliato. Da anni la Stele è rivendicata dall’Egitto che ne rivendica la proprietà e la restituzione dal British Museum che ancora non se ne avvede.

La Stele è stata fondamentale per decrittare gli scritti antichi. La Rosetta di Gela, dal suo canto, è stata temuta perché potesse spifferare che contro il crimine è possibile lottare e vincere.

Famiglia deriva da “famuls”, cioè da servitore o domestico, in buon ordine si tratta di un sottoposto che si spende per altri. La verità è meno tortuosa di quanto si immagini. Rosetta, affetta da sclerosi multipla, è stata una delle prime ospiti della casa messa in piedi da Don Vincenzo. Alla sua scomparsa, il nostro sacerdote pensò bene di dare alla Associazione il nome della donna, tra le prime a cui si era prestato cura.

Solo per far capire di cosa si tratta, l’Associazione è convenzionata con un numero nutrito di Università italiane e nel mondo per lo svolgimento di attività di tirocinio degli psicologi e psicoterapeuti ed ha collaborato con l’ONU per la formazione di operatori contro la droga provenienti dai paesi dell’Est europeo. Dal 2005 opera anche in Brasile e in Tanzania con la “Casa delle speranze Mons. Cataldo Naro” e il “Club della Gioia”.

L’elenco delle realtà messe in piedi da Don Vincenzo richiederebbe oltre ad una boccetta intera di inchiostro anche una dose di stupore che scopriremmo venir fuori per come sia possibile fare tanto, armati soltanto dalla attenzione verso gli ultimi.

Quando si gioca, si dà via la carta che non serve, quella che si considera inutile, da togliere subito di mezzo. Don Vincenzo ha dato valore ad ogni scarto, recuperando ciò che sembra senz’altro da eliminare, vincendo invece puntualmente ogni partita.

Scartare è separare, squartare ciò meriterebbe sempre pietà e attenzione. A Gela è bruciata una casa ma non la determinazione ad andare avanti nel progetto a cuore di un uomo che è stato una luce nel gelo di uomini che non hanno da appuntarsi sul petto alcuna stella. Nessuno incarterà il sogno di Don Vincenzo. Parola di Rosetta.

Giappone, si avvia l’edizione online del settimanale cattolico.

La Chiesa cattolica giapponese aveva celebrato lo scorso anno il suo centenario, fiera di una storia che nemmeno l’esperienza terribile della Seconda guerra mondiale aveva interrotto. E grata per il sostegno costante offerto fin dal 1923 da lettori e inserzionisti. Adesso, però, con le trasformazioni in atto nel mondo dell’editoria e i conti diventati insostenibili, il Settimanale cattolico giapponese si avvia verso la fine delle sue pubblicazioni. Ad annunciarlo con una lettera pubblicata sull’ultimo numero di febbraio della testata è stato l’arcivescovo di Tokyo, mons. Tarcisio Isao Kikuchi, che è anche presidente della Conferenza episcopale giapponese. Si tratta in realtà di un preavviso ampio: il Settimanale cattolico verrà infatti stampato ancora per un anno fino alla fine del mese di marzo 2025. Questo per rispettare l’impegno preso con chi si è abbonato, ma anche – spiega l’arcivescovo Kikuchi – per preparare al meglio le nuove forme di comunicazione che contestualmente la Chiesa cattolica del Giappone andrà a promuovere.

“In quasi un quarto di secolo dall’inizio del XXI secolo, i mezzi di informazione sono entrati in un’era di grandi cambiamenti – spiega nella lettera mons. Kikuchi – e internet sta diventando la principale fonte di informazione. Naturalmente, anche noi vescovi comprendiamo che l’informazione stampata è un mezzo per approfondire la comprensione offrendo la possibilità di ritornarvi ripetutamente e, allo stesso tempo, i giornali restano un importante mezzo di comunicazione per i lettori generali che possono esprimere le loro opinioni alla società attraverso i loro contributi e altri mezzi. Allo stesso tempo, però, considerando l’attuale situazione commerciale del settore dei giornali e la velocità di diffusione delle notizie su internet, da diversi anni stiamo valutando come diffondere le informazioni sulla Chiesa cattolica in Giappone”.

Di qui il progetto di integrare meglio tra loro le diverse voci attraverso cui la Chiesa cattolica in Giappone comunica in un nuovo progetto complessivo. “Il giornale cattolico sospenderà la sua forma attuale, cioè la stampa settimanale – spiega mons. Kikuchi – e passerà a diffondere le informazioni su Internet. Tuttavia, poiché per alcune persone resta difficile connettersi alla rete, continueremo a pubblicare anche un giornale cartaceo una volta al mese. Questo giornale sarà distribuito come rivista gratuita di pubbliche relazioni e distribuito a ogni parrocchia, convento e struttura collegata alla Chiesa. La politica editoriale è una questione che deve essere ancora considerata – aggiunge l’arcivescovo di Tokyo – ma penso che le notizie dettagliate e quelle più legate all’attualità troveranno spazio su internet, mentre il cammino della Chiesa nel suo complesso troverò spazio anche sulla carta”.

“Ci dispiace molto deludere le aspettative di molti che ci hanno letto e sostenuto finora – conclude mons. Kikuchi -. Ma come Chiesa in Giappone, lavoreremo con più impegno che mai per diffondere le informazioni. Grazie per la vostra comprensione”.

 

Fonte: https://www.asianews.it/notizie-it/Verso-la-chiusura-il-settimanale-cattolico-giapponese,-nuovo-progetto-on-line-60272.html

Biden contro Trump: l’ultima battaglia per l’anima dell’America.

Premessa d’obbligo. Chi scrive queste note è da sempre un sostenitore del Partito Democratico americano, in particolare della sua componente centrale, della quale negli ultimi anni il principale esponente è il Presidente Joe Biden. E’ anche un sincero amico degli Stati Uniti, dunque inflessibile innanzi ai loro errori – dalla mancanza di una legislazione adeguata in tema di possesso delle armi da fuoco alle menzogne inventate per giustificare la guerra all’Iraq, per dire – ma assolutamente convinto che essi rimangano comunque un punto di riferimento per le democrazie dell’occidente e un alleato indispensabile per l’Europa. Conseguentemente, la preoccupazione per la deriva radicale ed estremista nella quale è precipitato il Partito Repubblicano, quel Grand Old Party che ha segnato momenti importanti e autorevoli della storia di quel Paese, è notevole. La preoccupazione per una eventuale – e stando ai sondaggi attuali più che possibile – vittoria di Donald Trump alle elezioni di novembre è ancor più notevole, se posso esprimermi così. Per le cose che dice, per le minacce che proferisce, per quello che rappresenta.

Si tratta allora, nei mesi che ci separano dal martedì elettorale, di capire bene perché questo rischio – che per l’Europa è addirittura un pericolo – è reale, quali sono le sue motivazioni più profonde. Per vedere se c’è modo di porvi almeno parziale rimedio, nel tempo che resta. E questo è un esercizio che, auspicabilmente, i democratici americani dovranno svolgere. Anzi è sperabile che lo stiano svolgendo, ora, in queste settimane.

Come sempre, si comincia dall’economia. Il motto vincente di Clinton è sempre valido. It’s the economy, stupid”. Lo sarà pure questa volta anche se, come vedremo in un prossimo articolo, non sarà più quello decisivo o quantomeno non sarà l’unico a risultare decisivo. E l’economia negli USA non sta andando affatto male. Eppure la percezione che ne ha l’opinione pubblica è diversa. Perché?

Da un lato vi sono alcuni risultati, testimoniati dai numeri, che l’amministrazione Biden può legittimamente rivendicare: l’occupazione lavorativa è cresciuta ed è a livelli più che buoni, sia pure con le strutturali condizioni di sempre possibile precarietà che caratterizza il mercato del lavoro statunitense; gli stipendi e i salari sono comunque pure essi cresciuti; l’inflazione, il nemico più acerrimo ereditato dalla ripresa post-pandemica, è scesa in modo quasi drastico; l’economia in generale è in buona salute e gli indici di Borsa lo confermano. Eppure il Consumer Sentiment Index pubblicato dall’Università del Michigan rimane su livelli bassi, simili a quelli che si registrarono durante la crisi dei mutui subprime quindici anni fa.

Vi sono alcune spiegazioni, secondo gli analisti, e riguardano più gli aspetti psicologici e politici che quelli economici. Fra i primi bisogna riconoscere che presso gli americani resta impresso il calo dei redditi effettivi e più ancora di quelli percepiti dovuto all’inflazione esplosa nel post-pandemia, in particolare nel 2022, che ha intaccato il valore dei sussidi che l’anno precedente l’amministrazione, al suo primo anno di governo, aveva deciso per favorire il rilancio dell’economia nazionale dopo la crisi dovuta al Covid-19. Inoltre – e questa è invece una considerazione di natura più tecnica – l’aumento dei tassi di interesse voluto dalla Federal Reserve per contrastare proprio l’inflazione ha reso più onerosi mutui e prestiti per famiglie e aziende, col risultato di rendere più difficile l’acquisto di una casa, o a volte anche solo di un’automobile. I prezzi oggi che l’inflazione si è ridotta e stabilizzata sono comunque maggiori di circa il 20 per cento rispetto al 2021, quando iniziò la presidenza Biden. E questo evidentemente incide sulla fiducia nel futuro della gente.

Ma vi sono due ulteriori elementi, politico-sociali, che a loro volta incidono pesantemente sui giudizi e le aspettative degli americani. Da un lato, meno rilevante ma comunque presente, il tono drammatizzante con il quale i media (e non solo quelli orientati a destra) presentano la situazione economica. Dall’altro, purtroppo sempre più presente e decisivo, la spaccatura verticale della nazione americana che si traduce in avversione se non addirittura odio verso l’avversario politico. Dunque, a prescindere dai dati reali tutto quello che è fatto dall’altra parte politica è negativo, è responsabile di ogni problema. Uno dei portati negativi del bipolarismo estremo, oggi amplificato dalla logica binaria dei social – sì/no, uno/zero, bianco/nero, amico/nemico.

Con un solo risultato, assai negativo per il futuro della democrazia: intolleranza in crescita esponenziale.

Avevamo una classe dirigente, è tempo d’inventarne una nuova.

Fonte Lapresse
©LaPresse Archivio Storico Politica 03-05-1977 Roma Nella foto: Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Gira e rigira il dibattito ritorna sempre lì. Ovvero, l’azione di governo, la qualità della democrazia, la credibilità dei partiti e la stessa autorevolezza delle istituzioni democratiche dipendono prevalentemente, se non quasi esclusivamente, dalla statura della classe dirigente. Perché la caduta di credibilità e di prestigio della classe dirigente politica, purtroppo, evidenzia un deficit democratico che rischia di avere pesanti ricadute negative sulle stesse istituzioni.

Ora, il capitolo della qualità della classe dirigente è un argomento vecchio ed antico che risente, inevitabilmente, delle peculiarità delle diverse fasi storiche e politiche vissute dal nostro paese. Ma, al di là di questa ovvia considerazione, è innegabile che oggi assistiamo ad una continua esaltazione della classe dirigente della intera prima repubblica e dell’inizio della cosiddetta “seconda repubblica” – cioè dopo l’uragano di tangentopoli e la criminalizzazione di una intera classe politica da parte della magistratura – e che risponde ad alcuni requisiti di fondo. Tasselli che, come ovvio, prescindono dal profilo delle singole personalità ma che, al contempo, evidenziano alcuni elementi comuni che caratterizzavano quelle classi dirigenti. Al di là dello scorrere del tempo e del profondo cambiamento culturale e storico della nostra società.

E gli elementi distintivi si possono tranquillamente riassumere con alcuni titoli. La cultura politica che ispirava la concreta azione pubblica; un forte insediamento territoriale; una concreta e tangibile rappresentanza sociale; una forte disponibilità al dialogo e al confronto; una spiccata cultura di governo; il rifiuto di una maldestra radicalizzazione del conflitto politico; una continua e perdurante elaborazione politica e culturale e, in ultimo, la politica non vissuta come una parentesi momentanea della vita ma come una sorta di “vocazione” che segnava l’intero percorso esistenziale.

Sia chiaro, nessun processo di ‘santificazione’ o di semplice ‘beatificazione’ di quella classe dirigente che ha vissuto tra oggettivi alti e bassi, ma è indubbio che proprio quella classe dirigente ha lasciato un segno profondo nella politica italiana. E questo non per una casualità o una variabile indipendente ma per la semplice ragione che quelle classi dirigenti rispondevano a requisiti precisi, percepiti e ben identificabili. Ed è perfettamente comprensibile, nonchè scontato, che anche i detrattori più incalliti della esperienza dei partiti e delle classi dirigenti della prima repubblica – in particolare da parte della cultura e dell’area della sinistra ex e post comunista – oggi riscoprano la valenza e la qualità di quel personale politico.

Del resto, se dobbiamo recuperare un aspetto del passato, pur senza alcuna regressione nostalgica, il capitolo principale resta quello della qualità e della autorevolezza della classe dirigente politica. Certo, molto dipende anche, e soprattutto, dal lento superamento dei partiti personali e dei partiti del capo dove, di fatto, non può crescere una raffinata e qualificata classe dirigente perchè l’unico criterio che conta resta quello della “fedeltà”e della subalternità nei confronti di chi guida temporaneamente quel partito.

Ecco perché quando si parla di ridare qualità ed autorevolezza alla classe dirigente politica non si intende riproporre quei modelli organizzativi ormai storicizzati ed improponibili ma, molto più semplicemente, rendersi conto che senza quei tasselli che hanno contraddistinto il ceto dirigente di un tempo difficilmente la politica contemporanea può riprendere quota e credibilità.

Democrazie mature, elettori stanchi: effetto astensione sulle europee.

Circola da tempo la teoria che le democrazie mature subiscano il declino fisiologico della rappresentanza politica, per cui i cittadini non trovano più una valida motivazione per andare a votare. A vedere l’andamento in picchiata del voto negli ultimi anni nelle elezioni nazionali dei singoli Stati membri dell’Unione Europea sembrerebbe che la teoria abbia la sua validità: siamo ad una stima del 56% dei non votanti, e con la minoranza che vota che cambia orientamento ad ogni consultazione determinando l’incertezza dei risultati.

Le prossime elezioni europee di giugno potrebbero essere condizionate da questa teoria. I 28 Stati membri incarnano democrazie mature, benché diversificate per storia, e quindi i loro elettori dovrebbero comportarsi in questa consultazione con un ampio astensionismo. Il fenomeno è noto da tempo nel complesso degli Stati fondatori dell’Unione europea nei quali votare per una rappresentanza percepita molto lontana dalle questioni più immediate, ha contributo a consolidare nei cittadini l’idea del rito elettorale come di un impegno a perdere.

Le stesse istruzioni europee hanno incentivato questa reazione mettendo in campo un eccesso di burocrazia  e trasformando lo spirito di servizio ai cittadini in tirannia delle norme e delle Istituzioni. In questa quadro le democrazie mature sembrerebbero votarsi al silenzio. Senza più proteste dirette e senza più dibattito, l’assenteismo rappresenta una condanna – ed è una condanna voluta, non casuale –  al silenzio come forma di dissenso. Spariscono i diritti generali e restano le questioni di specifici settori economici e finanziari per i quali i cittadini degli Stati si mobilitano trasversalmente; ottenuti i risultati, quali che siano, sembra quasi che i cittadini si inabissino nel silenzio della non presenza. Che è diventato uno spazio sempre più ampio ed affollato, trasversale per tutti i partiti e per tutte le identità culturali europee.

Le nostre città, allora, le dovremmo cominciare a chiamare le città dei silenzi e dei bisbigli sussurrati, tanto il dissenso si manifesta sotto traccia; un mormorio di fondo al quale per ora non si presta attenzione, ma che può salire di tono, per qualche verso annunciando il rischio di una deriva autoritaria.

Non è facile immaginare che di per sé l’appuntamento elettorale possa innescare un fenomeno di interesse e coinvolgimento, rompendo il cerchio della diffidenza o dell’indifferenza. Ci vorrebbe una spinta poderosa perché si vinca la stanchezza della pubblica opinione.

Anche la possibile riforma delle Istituzioni europee per alleggerire il peso della burocrazia lascia freddi gli elettori; i quali, senza dirlo espressamente, ambirebbero a qualcosa di più grande, forse alla costruzione di una differente realtà europea, magari una federazione alla quale conferire, seppur gradualmente, ulteriori poteri e responsabilità. Il timore, insomma, è che a giugno la teoria delle democrazie mature non verrà smentita dalle urne, sicché quelli che verranno inevitabilmente eletti da una minoranza avranno l’ingrato compito di far funzionare le Istituzioni e di pensare, al tempo stesso, alla correzione da imprimere alla loro politica, con la speranza di contenere il silenzio dei cittadini del non voto.

Dibattito | La nuova frontiera del meridionalismo autonomista

La fine della seconda guerra mondiale ci consegnò un mondo diviso in due blocchi militari  ed un Paese diviso in due realtà economiche/sociali.

In questo contesto i grandi leader europei immaginarono di contribuire alla pace e allo sviluppo economico promuovendo un processo di costruzione di una nuova entità, che superasse la dimensione nazionale: l’Europa.

In Italia tale  strategia fu accompagnata dalla comune convinzione di tutti i grandi partiti di massa che l’unità del Paese esigesse l’unificazione economica attraverso una politica di stampo keynesiano. In particolare per la Sicilia fu adottato uno statuto che  riconosceva alla regione non solo la titolarità delle entrate fiscali ma anche un vero e proprio rilevante “indennizzo” annuale attraverso l’articolo 38 dello statuto.

Il lungo periodo di pace ed il miracolo economico degli anni 70, in uno con un benessere diffuso anche al Sud, sono i portati più significativi di tali lungimiranti strategie.

 

Senonché proprio tali successi determinavano la crisi del blocco antagonista che culminava nella caduta del muro di Berlino ( 1989) per effetto del quale, da un lato, l”Europa ampliava i suoi confini geopolitici e, dall’altro, il sentimento unitario di alcune nazioni, in particolare l’Italia si indeboliva e sfociava nella nascita di un grande partito nordista (La Lega Nord) al quale il meridionalismo autonomistico cercava di rispondere rifugiandosi nei grandi partiti di massa in una ottica ascara, fatta eccezione per l’esperienza di “noi siciliani” che nel 1996 eleggeva per la prima volta un autonomista all’assemblea Regionale.

L’inizio del nuovo millennio ha visto così la velocizzazione del processo di unificazione europea progressivamente sempre più influenzato dalle lobby globali che hanno contribuito ad indebolire le politiche sociali e territoriali dei paesi europei nonostante la crescita e la nascita di movimenti significati come il partito catalano e l’MPA siciliano.

Il risultato di questo lungo processo è sotto gli occhi di tutti: ci siamo mangiati la natura, abbiamo distrutto lo stato sociale innescando processi di concentrazione della ricchezza mai registrati in passato, abbiamo desertificato intere regioni facendo esplodere l’emigrazione interna all’Europa, con il risultato ultimo di indurre un processo di invecchiamento della popolazione che appare letale perché irreversibile..

Non solo.

Come classe politica nel suo complesso abbiamo commesso un madornale errore di visione geopolitica, laddove abbiamo immaginato di lasciare alle armi americane la salvaguardia della pace mentre “noi” passavamo il tempo a fare affari con la Russia e la Cina, tanto da sottoscrivere accordi strategici come la “via della seta”.

Le guerre in atto, ci riportano alla realtà della storia che ci dice che non possono esistere potenze economiche che non siano anche potenze militari. Di fronte a questa dura evidenza, mentre i grandi  paesi europei “balbettano” consapevoli delle drammatiche decisioni che bisognerebbe assumere, l’Italia dell’attuale Primo Ministro si erge a vassallo fedele senza se e senza ma degli Stati Uniti ed ad un tempo immagina di imprimere al Paese una svolta autoritaria che faccia del Premier il centro della politica, seppellendo il meridionalismo sotto la scure dell’autonomia differenziata, potendo contare sul blocco nordista e dei grandi interessi.

Chi dunque può fermare questo suicidio a partire dalla visione di una Europa dei popoli, militarmente autonoma ma per sua intima costituzione pacifica, democratica ed egualitaria, capace di fermare veramente la distruzione della natura, ricostruire lo stato sociale, promuovere l’economia di mercato contro gli interessi oligopolistici?

Ecco la nuova inedita frontiera del meridionalismo autonomista: tuffarsi nel mare della storia attuale per creare le premesse per un nuovo soggetto politico che superando l’attuale mostro dell’Europa degli oligopoli costruisca quella dei popoli.

Infatti chi può meglio del Sud garantire una svolta europeista, pacifista, egualitaria e autenticamente ambientalista al Paese?

Con questa consapevolezza non può non guardarsi con grande interesse all’iniziativa di “Sud chiama Nord” di Cateno De Luca che da sindaco di ben quattro comuni e della Città metropolitana di Messina ha ottenuto il secondo posto per la presidenza della Regione Siciliana ed è riuscito a piazzare 2 parlamentari nazionali.

Democristiano di origine, culturalmente sturziano impegnato nella organizzazione di un partito democratico a vocazione popolare  ed, ad un tempo,  a portare nel Parlamento Europeo  una rappresentanza del Sud libero e popolare.

 

Giacomo Matteotti ai fascisti: “Noi siamo per il Parlamento”.

 

L’ultimo articolo di concetto che l’on. Matteotti pubblicò prima di cadere vittima del ferro assassino, è il seguente da lui inserito sotto il titolo Parlamento e governo nella rivista “Echi e commenti” del 5 giugno scorso.

 

Vi è un contrasto tra Parlamento e Governo.

La maggioranza è veramente pronta a obliterare sé stessa di fronte al Governo; ma poiché esiste una minoranza la quale rivendica i diritti del Parlamento, il dissidio è profondo.

Il Governo fascista intende che la Camera serva soltanto ad approvare quel ch’esso fa. Anzi, ritiene esso, così come ritiene il nuovo Presidente della Camera, che il Parlamento può vivere solo a condizione di non mettersi mai contro il Governo. E come i fascisti hanno dichiarato che il Governo è al disopra del responso elettorale, così esso si ritiene al disopra di ogni voto della Camera.

D’altra parte nessuna dichiarazione fascista concepisce o riconosce una funzione di controllo da parte della Camera sul potere esecutivo. Questo sta troppo in alto e al disopra dell’Assemblea legislativa, per potere neppure ammettere di essere controllato e criticato. La maggioranza è a disposizione del Governo; essa non può riunirsi in Gruppo nè in sottogruppi; accetta da esso il Comitato che la dirige; e non potrebbe ammettere che la minoranza — composta, secondo il comune linguaggio fascista, di antinazionali — eserciti essa il controllo.

Le prime manifestazioni pratiche di tali concetti, oltrechè nei discorsi delle alte personalità fasciste, si sono già avute nelle annunciate modifiche al Regolamento; nell’impedimento delle costituzioni di gruppi, anche materiale con la negata concessione di locali; nella scheda girante per sottrarre posti alla minoranza nella Giunta del Bilancio; nella dichiarazione del Direttorio fascista che «non potrebbero essere tollerati nè disconoscimenti dell’opera del Governo» nè obiezioni alla legittimità dei risultati elettorali; e nella presentazione dei decreti legge da approvare in blocco, fatta eccezione per i due o tre, di cui la mentalità giornalistica del Presidente del Consiglio ha ricordato l’ultima eco scandalosa (petroli, bische).

Quale rimarrebbe quindi la funzione del Parlamento? Probabilmente una funzione puramente decorativa. Nelle forme esteriori una funzione simile a quella che compivano certi Consigli di Stato del vecchio regime. Ma nella essenza ancor meno di tanto, poiché almeno quei Consigli, nel loro piccolo numero e nella loro specifica competenza, curavano la forma e i particolari tecnici delle leggi, mentre a questo assai meno si presta una Camera numerosa ed eterogeneamente composta.

Il Parlamento, così ridotto, dovrebbe espiare alcune colpe del passato: la sua scarsa attitudine a legiferare su tante materie, gli eccessi nella spesa, gli intrighi di corridoio, ecc.

Sulla scarsa attitudine del Parlamento a legiferare perfino sulle piccole cose, e fino agli ultimi articoli e dettagli delle numerosissime leggi emanate nei tempi moderni, si può essere tutti d’accordo. Ma il rimedio non è né il decreto-legge, né la soppressione della preminente funzione legislativa. In tal modo si sostituisce la burocrazia o quegli altri organi, che proprio dal 1914 in qua hanno dato prova della altrettanto loro scarsa attitudine, con tutta quella congerie di decreti, spesso contradittori, confusi, mal fatti, che ci è venuta deliziando negli ultimi anni.

Il problema può essere qui appena accennato; ma certo la soluzione non può essere quella di un ritorno all’antico, già superato e dimostrato dannoso; sebbene in una progressione che affidi al Parlamento la deliberazione sulle grandi linee direttive delle leggi, e a speciali Commissioni o corpi tecnici la loro perfezione e redazione, da ritenersi senz’altro approvata quando non vi sia espressa e specifica obiezione.

La seconda accusa fatta al Parlamento di non avere freno nelle spese, è una favola. In Italia, negli ultimi dieci anni, le spese votate di iniziativa del Parlamento, si possono ridurre a pochissime decine di milioni. Ricordo le pensioni ai mutilati di guerra o ai maestri, votate sotto l’incubo di specialissime situazioni. Tutti i Governi invece, compreso quello fascista, hanno decretato maggiori spese a centinaia e a migliaia di milioni; impegnando non solo il bilancio in corso, ma anche i futuri, fino al 1924. La Commissione parlamentare del Bilancio o delle Finanze, sola, ha resistito a molte proposte di spesa che i Governi presentavano.

La terza accusa non riflette che lo stato di timore dei beati possidentes del potere, i quali, in ogni colloquio di due uomini politici, vedono il complotto per abbatterli e sostituirli.

In verità il Parlamento sembra avere molti difetti solamente perché tutti i suoi difetti sono manifesti, pubblici e controllabili; anzi ingranditi dalla stampa, che è più pronta a raccogliere l’epiteto ingiurioso di un deputato, che non una argomentazione, o meno ancora una cifra. Se un deputato alla Camera propone una piccola spesa, esso si espone sicuramente ai dubbi e al controllo di tutti: mentre i Governi depositano tacitamente sulle colonne della Gazzetta Ufficiale i loro decreti che investono enormi interessi della Nazione, e che non raramente furono preparati nei Gabinetti dietro la richiesta o sotto la pressione, mai pubblicamente controllata, dei gruppi o delle persone interessate, anche a danno della collettività.

Perciò noi siamo per il Parlamento; e ne difendiamo la funzione legislativa e di controllo.

La maggioranza sembra poco disposta a consentirlo; organi estranei all’assemblea aggiungono minacce alla opposizione che esercita o rivendica il suo diritto; il Capo del Governo parla di «ultimo esperimento parlamentare» che esso permette, come se la Costituzione fosse mutata, e non più il Ministero uscisse o dipendesse dalla Camera, ma l’esistenza di un Parlamento fosse la concessione graziosa e condizionata del Governo.

Gli italiani guardano esterrefatti a tale contrasto fondamentale, di cui la risoluzione sembra affidata all’arbitrio di un uomo o di un Partito, che solo dispone di una forza armata al proprio servizio.

 

 

Fonte: Civitas, Antologia degli scritti più significativi apparsi dal 1919 al 1925 sulla rivista «Civitas» fondata e diretta da Filippo Meda, a cura di Bruno Malinvern, Edizioni Cinque Lune s.r.l., 1963, pp. 487-491.

Titolo originale: Parlamento e governo. L’ultimo articolo dell’on. Matteotti, “Civitas”, n.13, 1 luglio 1924.

Salvini sbatte dove il dente duole

Il dente di Salvini che duole è quello che ha cercato finora di azzannare la Meloni per strapparle la leadership dell’estrema destra in Europa. Ma qui l’ambiguità della Meloni sta diventando una sorta di harakiri. L’ambiguità nasce dal voler tenere aperte due prospettive: quella di un ribaltamento di maggioranza in accordo con il Ppe e tutto il resto della destra (della quale la premier italiana sarebbe la leader naturale in una versione più moderata); e quella, altalenante e confusa, che resistendo alla contaminazione con la destra estrema propende verso l’alleanza in primis con i socialisti e quindi con le altre forze europeiste.

Gli avvenimenti in Ucraina stanno facendo luce su questa ambiguità – nei fatti prima che nelle intenzioni – accentuando ogni giorno che passa l’esposizione filorussa di Salvini. Ciò rende debole in Europa la nostra posizione: stiamo tornando a grandi passi all’immagine di un’Italia come osservata speciale. Ora, a modo suo, la Meloni cerca di scrollarsi di dosso l’imgombro dell’irriquieto ministro del Papete, ridimensionandolo e se possibile favorendo un ricambio nella Lega. Nasce di qui, anche per fare spazio alla concorrenza ai danni di Salvini, l’opposizione al terzo mandato. Infatti, svincolato dagli affari regionali, Zaia sarebbe il candidato più accreditato alla successione in Via Bellerio.

Ora, l’attenzione guadagnata dal governatore veneto si accompagna allo scontento della base per la scelta di fare della Lega un soggetto nazionale, a sfondo radicale e populista, lontano dall’impronta “padana” delle origini. Ciò nondimeno, l’opposizione anti-salviniana si nutre anche di quel sentimento antifascista per il quale Bossi arrivò nel ‘96 allo scontro con lo stesso Berlusconi.

Insomma, per la Meloni le insidie sono molte. La sveglia sarda non evidenzia solo l’errore nella scelta del candidato alla presidenza della Regione, un sindaco (Paolo Truzzu) tanto poco amato, come s’è visto, dai suoi concittadini cagliaritani; ma pone, ben più seriamente e gravemente, la questione di come una destra così segnata da contraddizioni sia in grado di salvaguardare il ruolo dell’Italia nel contesto dell’Unione europea. La Meloni è forte, ma Salvini resiste: quanto può durare questo strano equilibrio da trapezisti? Non basta rassicurare l’elettorato con la declamata solidità della compagine di governo se poi, in concreto, questa si riduce al solo cemento del potere.

Il rigurgito degli opposti estremismi

Non passa giorno che i cantori quotidiani del “politicamente corretto” che, come noto, abbondano sulla stampa di sinistra e nei rispettivi studi televisivi, impartiscono lezioni su come ci dobbiamo comportare con la “destra estrema” al governo. Una destra che, sempre secondo questi predicatori e moralisti – di norma alto borghesi, milionari ed espressione della storica e vera casta di potere – va combattuta senza tregua perché era e resta il nemico mortale da battere e da annientare. Ad essere sinceri ed intellettualmente onesti, il nemico da battere e politicamente da annientare è sempre quello che, di volta in volta, è in maggioranza ed alternativo alla sinistra. A partire dalla Democrazia Cristiana nel secondo dopoguerra per arrivare al governo guidato di Giorgia Meloni.

Ma, al di là di questa riflessione persino scontata, è abbastanza facile richiamare l’attenzione attorno ad un aspetto che rischia di minare alla radice la nostra sempre fragile democrazia. E cioè, se persiste e addirittura si rafforza la convinzione di continuare a criminalizzare politicamente l’avversario/nemico dispensando, come al solito, consigli su come aggredirlo e lanciando ultimatum sulla ormai imminente fine della democrazia e l’avvento di una nuova dittatura o regime autoritario e baggianate simili, è del tutto normale che la cornice degli “opposti estremismi” diventa la regola e non una eccezione del sistema politico italiano. E, non a caso, uno dei tasselli decisivi che segna l’avvio di questa deriva profondamente anti democratica, è sempre rappresentata dalla considerazione e dal giudizio concreti che si hanno delle forze di polizia nel nostro paese. Cioè di quell’organo dello Stato che deve conservare e garantire l’ordine pubblico dell’intero paese.

E il recente dibattito parlamentare ne è stato, al riguardo, un modello esemplare. Da un lato la difesa intransigente di tutto il centro destra delle forze di polizia – tutti gli organi di polizia, nessuno escluso – senza soffermarsi granché sulle vicende della manifestazione studentesca di Pisa e, dall’altro – cioè da parte della sinistra e dei populisti – del legittimo diritto di manifestare e di dissenso senza alcun riferimento, se non pur ragioni propagandistiche e del tutto protocollari e burocratiche, del ruolo delle forze di polizia. Un classico della letteratura degli “opposti estremismi” che continua a caratterizzare le fasi di crisi della nostra democrazia, al di là dello scorrere delle stagioni storiche e delle conseguenti fasi politiche. Poche, anzi pochissime, le voci che difendono la sacrosanta libertà di manifestare, da un lato, e la funzione fondamentale delle forze di polizia, dall’altro.

Ecco, ho voluto ricordare solo un episodio, l’ultimo in ordine di cronaca, per sottolineare che di fronte ad un quadro politico che individua nella radicalizzazione dello scontro e nella volontà di distruggere politicamente l’odiato nemico le due regole auree da perseguire, la deriva degli “opposti estremismi” da eccezione diventa la regola aurea da osservare e da praticare. Per questi semplici motivi questa destra sovranista e questa sinistra radicale e populista non sono le ricette da copiare e da diffondere. E questo perchè gli “opposti estremismi”, ultima versione del “bipolarismo selvaggio”, non sono nient’altro che una spia che denuncia la crisi della democrazia, la sfiducia nelle istituzioni e la caduta di credibilità e di autorevolezza dei partiti e delle rispettive pseudo classi dirigenti.

La normalità di Auschwitz a duecento metri dal campo

I campi erano un puntino in una zona di circa 40 km quadri, riservata, che i nazisti allestivano come di pertinenza del campo vero e proprio. Il Comandante di Auschwitz fa il suo mestiere, deve smaltire i carichi che Aldof Eichmann gli invia con i vagoni. La figura di Rudolf Höss è tratteggiata in una consonanza impressionante con lo scritto autobiografico che lui buttò giù mentre era prigioniero e portato a testimoniare a Norimberga (prima di essere impiccato dai Polacchi nell’Aprile del 1947).

“Comandante ad Auschwitz”, di Rudolf Höss, Einaudi, 1961. Un racconto che non ha uguali, ma non per chissà quali truculenze (i sadici veri e propri nelle SS sono stimati in meno del 2%) ma per il modo con cui Höss elabora le sue considerazioni – e non ri-flessioni, perché non aveva sfide interiori significative – nel racconto.

Rileggere bene ancora quanto annota Moravia nella postfazione di “Comandante ad Auschwitz”: “La mostruosità di Höss, tutta culturale e storica, deriva dal fatto che ai nostri tempi, per la prima volta forse, all’uomo medio sono stati proposti idoli e idee mediocri, in cui credere e per cui morire; ossia, in altri termini, se stesso e le proprie idee. Höss, uomo medio, che avesse creduto nelle sublimità del cristianesimo, non sarebbe mai diventato comandante ad Auschwitz. Ma Höss, uomo medio che ebbe per idolo il ‘mediocre’ Hitler e per ideologia il ‘mediocre’ razzismo, diventò facilmente un mostro”. Così Alberto Moravia nel 1960.

Il geniale regista britannico Jonathan Glazer ha tratto da questo scritto autobiografico, più che dal romanzo omonimo di Martin Amis, il film. Nessuna scena è nel campo, i cui suoni però – urla, gridi, pianti, spari, latrare di cani – si spargono in aria e scavalcano il muro di cinta portando l’Inferno dappertutto. In un tempo sottomesso alle immagini, qui i suoni, e i silenzi e anche i rumori di casa Höss, valgono più di tutto.

Lui, Rudolf, era un irrealizzato fin da piccolo, cercava un ‘sistema’ che lo mettesse al riparo da un sé di cui aveva paura. Più malinconico che infervorato, sbriga cose che il meccanismo cui s’è consegnato gli ordina.  La mattina esce di casa e va in ufficio, come chiunque al mattino nell’abituale ripetitività dei giorni va al lavoro. La sera legge fiabe alla piccola, non insulta nessuno, va a pesca con i figli e s’indispettisce assai se le sue SS trattano male il verde dei boschi.

Un facile e diffuso pensiero comune vuole Auschwitz e lo sterminio come un unicum irripetibile. La straordinaria forza dell’opera di Jonathan Glazer sta proprio in questo: i camini dalle lingue di fuoco infernali saranno anche un unicum, ma un modo di convivere e di abituarsi al male, poco o tanto, visibile o subdolo, è assai più a portata di mano di quel che si possa ritenere.

E la possibilità di rimanerne contagiati, anche inconsapevolmente, è molto alta. E proprio tra persone ‘comuni’ come ciascuno crede se stesso. Come Höss e la sua famigliola, a duecento metri dai rumori dello sterminio. Ma in fondo anche noi,  come bene mi ha detto un amico, prendiamo il sole in costiera, tranquilli, mentre davanti a noi, a un tiro di sasso, migliaia di disperati vanno giù in quell’acqua dove noi ci facciamo le vacanze.

Come la Storia ci dimostra, non c’è bisogno delle forme di Auschwitz o di Treblinka per continuare gli stermini degli altri. E per abituarcisi.

Il discorso di Papa Francesco sulla “brutta ideologia del gender”.

Parole del Santo Padre prima del discorso

[…] è molto importante che ci sia questo incontro, questo incontro fra uomini e donne, perché oggi il pericolo più brutto è l’ideologia del gender, che annulla le differenze. Ho chiesto di fare studi a proposito di questa brutta ideologia del nostro tempo, che cancella le differenze e rende tutto uguale; cancellare la differenza è cancellare l’umanità. Uomo e donna, invece, stanno in una feconda “tensione”. Io ricordo di aver letto un romanzo dell’inizio del Novecento, scritto dal figlio dell’Arcivescovo di Canterbury: The Lord of the World. Il romanzo parla del futuribile ed è profetico, perché fa vedere questa tendenza di cancellare tutte le differenze. È interessante leggerlo, se avete tempo leggetelo, perché lì ci sono questi problemi di oggi; è stato un profeta, quell’uomo.

 

Fratelli e sorelle!

Sono felice di partecipare a questo Convegno promosso dal Centro di Ricerca e Antropologia delle Vocazioni, durante il quale studiosi di varie parti del mondo, ciascuno a partire dalla propria competenza, si confronteranno sul tema «Uomo-donna immagine di Dio. Per un’antropologia delle vocazioni». Saluto tutti i partecipanti e ringrazio il Cardinale Ouellet per le sue parole: ancora non siamo santi, ma speriamo di restare sempre in cammino per diventarlo, questa è la prima vocazione che abbiamo ricevuto! E grazie soprattutto perché, qualche anno fa, insieme ad altre persone autorevoli e cercando l’alleanza tra i saperi ha dato vita a questo Centro, per avviare una ricerca accademica internazionale mirata a comprendere sempre meglio il significato e l’importanza delle vocazioni, nella Chiesa e nella società.

Lo scopo del presente Convegno è anzitutto quello di considerare e valorizzare la dimensione antropologica di ogni vocazione. Questo ci rimanda a una verità elementare e fondamentale, che oggi abbiamo bisogno di riscoprire in tutta la sua bellezza: la vita dell’essere umano è vocazione. Non dimentichiamolo: la dimensione antropologica, che soggiace ad ogni chiamata nell’ambito della comunità, ha a che fare con una caratteristica essenziale dell’essere umano in quanto tale: quella, cioè, che l’uomo stesso è vocazione. Ciascuno di noi, sia nelle grandi scelte che riguardano uno stato di vita, sia nelle numerose occasioni e situazioni in cui esse si incarnano e prendono forma, scopre ed esprime sé stesso come chiamato, come chiamata, come persona che si realizza nell’ascolto e nella risposta, condividendo il proprio essere e i propri doni con gli altri per il bene comune.

Questa scoperta ci fa uscire dall’isolamento di un io autoreferenziale e ci fa guardare a noi stessi come a una identità in relazione: io esisto e vivo in relazione a chi mi ha generato, alla realtà che mi trascende, agli altri e al mondo che mi circonda, rispetto al quale sono chiamato ad abbracciare con gioia e responsabilità una missione specifica e personale.

Tale verità antropologica è fondamentale perché risponde pienamente al desiderio di realizzazione umana e di felicità che abita nel nostro cuore. Nell’odierno contesto culturale talvolta si tende a dimenticare oppure a oscurare questa realtà, col rischio di ridurre l’essere umano ai suoi soli bisogni materiali o alle sue esigenze primarie, come fosse un oggetto senza coscienza e senza volontà, semplicemente trascinato dalla vita come parte di un ingranaggio meccanico. E invece l’uomo e la donna sono creati da Dio e sono immagine del Creatore; essi, cioè, si portano dentro un desiderio di eternità e di felicità che Dio stesso ha seminato nel loro cuore e che sono chiamati a realizzare attraverso una vocazione specifica. Per questo in noi abita una sana tensione interiore che mai dobbiamo soffocare: siamo chiamati alla felicità, alla pienezza della vita, a qualcosa di grande a cui Dio ci ha destinato. La vita di ognuno di noi, nessuno escluso, non è un incidente di percorso; il nostro stare al mondo non è un mero frutto del caso, ma facciamo parte di un disegno d’amore e siamo invitati ad uscire da noi stessi e a realizzarlo, per noi e per gli altri.

Per questo motivo, se è vero che ciascuno di noi ha una missione, cioè è chiamato a offrire il proprio contributo per migliorare il mondo e forgiare la società, a me piace sempre ricordare che non si tratta di un compito esterno affidato alla nostra vita, ma di una dimensione che coinvolge la nostra stessa natura, la struttura del nostro essere uomo-donna a immagine e somiglianza di Dio. Non soltanto ci è stata affidata una missione, ma ciascuno e ciascuna di noi è una missione: «io sono sempre una missione; tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio» (Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2019).

Una eminente figura intellettuale e spirituale, il Cardinale Newman, ha parole illuminanti su questo. Ne cito alcune: «Io sono creato per fare e per essere qualcuno per cui nessun altro è creato. Io occupo un posto mio nei consigli di Dio, nel mondo di Dio: un posto da nessun altro occupato. Poco importa che io sia ricco o povero, disprezzato o stimato dagli uomini: Dio mi conosce e mi chiama per nome. Egli mi ha affidato un lavoro che non ha affidato a nessun altro. Io ho la mia missione. In qualche modo sono necessario ai suoi intenti». E prosegue: «[Dio] non ha creato me inutilmente. Io farò del bene, farò il suo lavoro. Sarò un angelo di pace, un predicatore della verità nel posto che egli mi ha assegnato anche senza che io lo sappia, purché io segua i suoi comandamenti e lo serva nella mia vocazione» (J.H. Newman, Meditazioni e preghiere, Milano 2002, 38-39).

Fratelli e sorelle,

le vostre ricerche, i vostri studi e in modo speciale queste occasioni di confronto sono tanto necessarie e importanti, perché si diffonda la consapevolezza della vocazione a cui ogni essere umano è chiamato da Dio, in diversi stati di vita e grazie ai suoi molteplici carismi. Sono utili altresì per interrogarsi sulle sfide odierne, sulla crisi antropologica in atto e sulla necessaria promozione delle vocazioni umane e cristiane. Ed è importante che si sviluppi, anche grazie al vostro contributo, una sempre più efficace circolarità tra le diverse vocazioni, perché le opere che sgorgano dallo stato di vita laicale al servizio della società e della Chiesa, insieme al dono del ministero ordinato e della vita consacrata, possano contribuire a generare la speranza in un mondo sul quale incombono pesanti esperienze di morte.

[…]

 

Vaticano, Aula del Sinodo, 1 marzo 2024

 

Per saperne di più

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/march/documents/20240301-convegno-uomo-donna.html

Centro, ricomposizione prima o dopo le europee?

Sì, lo sappiamo benissimo e da molto tempo. Il centro non è solo un partito ma è molto di più. È un’area politica, è un progetto politico, è un linguaggio politico, è un metodo politico e, soprattutto, è un luogo dove si governa un paese. Perché un paese democratico, di norma, si governa “dal centro” e “al centro”. Al di là e al di fuori di ogni estremismo. Sia, per parlare dell’oggi, rispetto al populismo demagogico e anti politico 5 Stelle, sia del massimalismo radicaleggiante della Schlein e sia del sovranismo nazionalista di molti settori della destra.

Ora, è altrettanto evidente che questo luogo o area o partito può giocare un ruolo protagonistico e forse anche decisivo nello scacchiere politico nazionale solo se riesce a garantire un minimo di unità al suo interno. Perché altrimenti si corre il serio rischio di diventare politicamente irrilevanti nonchè del tutto velleitari. Come sta capitando, per fare un solo esempio, alla vicenda dei Popolari e degli ex democristiani che suddivisi su tutto l’arco costituzionale – come si diceva un tempo – si sono ridotti ad avere un ruolo puramente ornamentale e del tutto pleonastico nella vita pubblica italiana. Certo, neanche le prossime elezioni europee, seppur caratterizzate da un sistema elettorale di matrice proporzionale, riesce a garantire una sorta di unità tra tutti coloro che evidenziano, quasi quotidianamente, la necessità di superare un sempre più insopportabile “bipolarismo selvaggio” a vantaggio di una concreta e pragmatica “politica di centro”.

Se sul versante dell’area di governo Forza Italia può tranquillamente ricoprire quello spazio senza alcuna concorrenza politica ed elettorale, nell’area dell’opposizione questo spazio politico è frammentato e non riesce a trovare un punto di sintesi e di convergenza in vista dell’ormai prossimo appuntamento elettorale. Tutto ciò per svariate motivazioni su cui è bene non infierire.

Comunque sia, un dato è abbastanza evidente. Molto dipenderà dal concreto esito elettorale e dal peso reale delle varie liste. Ma un processo di ricomposizione politica, culturale e anche e soprattutto di natura organizzativa subito dopo le europee si imporrà quasi naturalmente. E questo per la semplice ragione che le culture politiche di centro e le varie sensibilità centriste

sono esterne, se non addirittura alternative, rispetto alla deriva estremistica, massimalista e populista. Un processo di ricomposizione politica che, se realizzato con intelligenza e senso di responsabilità, potrà essere la vera novità per il futuro della cittadella politica italiana.

Un centro che, come ovvio e forse persin scontato, non potrà fare a meno della sua vera anima storica. Cioè la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. E, al riguardo, un movimento come Tempi Nuovi-Popolari uniti può svolgere un ruolo determinante. Sia per favorire e consolidare questo processo di ricomposizione da un lato e sia, dall’altro, per renderlo un luogo politico plurale, democratico riformista e di governo. Senza derive personalistiche e alieno da qualsiasi semplificazione innaturale e fuorviante.

1976, i giovani con Zaccagnini per ricordare don Mazzolari.

A fine novembre 1975 fui chiamato a piazza del Gesù per un colloquio con il segretario Zaccagnini. Entrai nella sua stanza provando a immaginare il motivo della convocazione: forse, avendo saputo che Aldo Moro mi aveva chiesto pochi giorni prima di prepararmi per andare il 19 dicembre a Genova al congresso nazionale della Fgci e svolgere in quella sede, cosa mai successa nella storia politica italiana, un intervento a nome del Movimento Giovanile dc, mi voleva parlare di quella importante scadenza.

Invece nella stanza trovai Zaccagnini in compagnia dei quattro del “Sinedrio” (Galloni, Bodrato, Salvi e Belci), più Beppe Pisanu. Zaccagnini disse poche parole, in compenso gli altri mi parlarono a lungo, spiegandomi che Zaccagnini era stato eletto Segretario nazionale ma gli italiani ancora non lo conoscevano: toccava al Movimento Giovanile organizzare una occasione pubblica che lo facesse apprezzare dall’opinione pubblica.

Presi con loro impegno a definire una proposta entro una settimana, poi scendendo le scale di piazza del Gesù incontrai Tonino Zaniboni al quale confidai la cosa; e Tonino immediatamente mi dette il consiglio di puntare ad una riscoperta di don Primo Mazzolari, del quale fortunatamente avevo a casa alcuni scritti che subito mi rilessi. Chiamai il giorno dopo Pietro Scoppola che era stato mio professore all’Università e lo convinsi, con molta fatica, a svolgere la relazione di base in un Convegno che nel frattempo andava prendendo forma e che fu programmato per l’inizio del 1976.

Dunque, il 7 gennaio andai alla Stazione Termini per recarmi in treno a Bozzolo, dove si sarebbe svolta la prima giornata di lavoro del nostro convegno sulla figura di don Mazzolari, cui avrebbe fatto seguito, la mattina di domenica

10 gennaio, un discorso di Benigno Zaccagnini al Palazzo dello Sport di Mantova. La nota qui allegata, con un’ampia rassegna stampa, dà modo di approfondire quanto fu detto in quella occasione.

In termini di comunicazione possiamo tranquillamente affermare che Zaccagnini esistette nell’opinione pubblica italiana a partire dai resoconti giornalistici di quei due giorni. Un annotazione finale. Mentre quella mattina del 7 gennaio mi dirigevo al binario per prendere il treno, mi sentii chiamare: era Domenico Sassoli il quale mi disse che per motivi personali non poteva lasciare Roma, ma avrebbe seguito comunque i nostri lavori di Bozzolo ed avrebbe scritto per Il Popolo, ma con l’occasione mi faceva conoscere e mi  affidava il figlio diciannovenne David, il quale per la prima volta avrebbe partecipato ad una iniziativa politica nazionale.

Nota sul convegno e Rassegna stampa

Romanelli, parroco di Gaza, invoca il cessate il fuoco.

L’assalto al convoglio di aiuti, la “strage del pane” figlia della fame che si vive ogni giorno a Gaza, è lo specchio della guerra lanciata da Israele ad Hamas in risposta all’attacco del 7 ottobre scorso da parte dei miliziani che controllano la Striscia. Un conflitto in cui la mancanza di cibo uccide come le bombe e che ieri (l’altroieri per chi legge, ndr) ha fatto registrare l’ennesimo capitolo di una tragedia che finisce per colpire soprattutto la popolazione civile: secondo le Nazioni Unite almeno 576mila persone, pari a un quarto della popolazione, deve affrontare livelli “catastrofici” di insicurezza alimentare. Le 112 vittime e gli oltre 760 feriti riferiti da fonti palestinesi nel massacro che si è consumato attorno al convoglio Onu che trasportava beni di prima necessità, col consueto scambio di accuse fra Stato ebraico e Hamas, sono la conseguenza di una realtà che si fa sempre più drammatica. Il ministero palestinese della Sanità riferisce del decesso, in questi giorni, di 10 bambini per “disidratazione e malnutrizione” negli ospedali del nord.

“Le vittime dei bombardamenti sono numerose ogni giorno, e continuano a salire, ma è altrettanto vero che la fame è molta, ed è generalizzata, una condizione comune nella Striscia ma soprattutto a nord, perché dall’inizio della guerra faticano ad entrare aiuti”. P. Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza, bloccato a Gerusalemme (prima ancora a Betlemme) e impossibilitato a tornare nella Striscia dell’inizio del conflitto per la chiusura delle frontiere imposta da Israele, definisce sempre più “urgente” il cessate il fuoco. Interrompere il ricorso alle armi, sottolinea ad AsiaNews il sacerdote argentino del Verbo incarnato, e al tempo stesso inviare aiuti: “Le persone muoiono – racconta – perché hanno estremo bisogno di cibo, acqua, medicinali” e quanto è successo ieri “è il segnale che la situazione è davvero grave”.

Nel 145mo giorno di guerra nella Striscia il bilancio aggiornato parla di oltre 30mila morti e più di 70mila feriti sul versante palestinese, che seguono le 1200 vittime circa dell’attacco terrorista di Hamas nel sud di Israele del 7 ottobre scorso, che ha scatenato la risposta militare dello Stato ebraico. A questo si aggiungono i decessi per la fame e la disperazione, come avvenuto ieri quando – secondo Hamas – l’esercito israeliano (Idf) ha aperto il fuoco ad altezza uomo sulla folla in cerca di assistenza alimentare in un caotico corpo a corpo. Nel mirino un convoglio di 30 camion con aiuti e preso d’assalto all’alba, in un quadro di crescente disperazione che aveva spinto le Nazioni Unite a sospendere le distribuzioni proprio per il timore di un incidente. Diversa la versione di Israele su quanto accaduto a nord di Gaza: i militari avrebbero esploso colpi di avvertimento in aria per disperdere la folla, ma nella confusione generale diverse persone sarebbero state travolte e uccise.

Fonti rilanciate da Associated Press (Ap) riferiscono che le truppe israeliane hanno aperto il fuoco sui civili, che cercavano di prelevare dai camion sacchi di farina e scatolame. In un primo momento gli assalitori si sono nascosti, per poi tornare ai mezzi; al nuovo tentativo i militari con la stella di David hanno risposto sparando nuovamente sulla folla e provocando la carneficina. Generale e unanime la condanna dei Paesi arabi per quanto è avvenuto, mentre il presidente degli Stati Unti Joe Biden teme che possa ostacolare – se non affossare – il margine di trattativa sui negoziati finalizzati alla liberazione degli ostaggi israeliani e un cessate il fuoco. Una priorità, anche perché un quarto dei 2,3 milioni di palestinesi della Striscia rischia di morire di fame, mentre l’80% circa ha dovuto abbandonare le proprie case, molte delle quali ormai distrutte in un quadro di caos generale.

Intanto nella parrocchia della Sacra Famiglia, come nel resto della Striscia, “si cerca di andare avanti e di resistere” riprende p. Romanelli, ma “la situazione è grave perché dopo qualche settimana di calma nei bombardamenti sono tornate a cadere le bombe”. In particolare, prosegue, “nel nostro quartiere di al-Zeitun” dove le persone “vivono in uno stato di angoscia. Si era parlato di tregua, di un cessate il fuoco con scambio di ostaggi, ma sembra che le parole e gli appelli siano destinati a cadere nel vuoto. Invece di fermarsi – afferma il parroco – l’impressione è che vogliano andare avanti con la guerra” in un’escalation che fa paura, mentre le persone soffrono la fame.

“A Rafah è urgente fermare i bombardamenti – spiega p. Romanelli – ma al tempo stesso è importante garantire cibo e aiuti, anche nel nord, nella stessa città di Gaza dove vi sono almeno 400mila persone in condizione di estremo bisogno”. “Viviamo in un clima, e in un mondo, polarizzato – afferma – in cui appare sempre più difficile il dialogo. Ma proprio per questo la prima cosa è il cessate il fuoco, ogni giorno in più di guerra è la continuazione di un massacro. Ma se tante porte restano chiuse, le persone innocenti muoiono e poi vi sono gli oltre 70mila feriti, dei quali sono una manciata ha ricevuto cure”. Infine un pensiero, e un ringraziamento, a papa Francesco che ogni giorno chiama il vice-parroco, p. Jusuf Asad, come “ha fatto anche ieri: lo ha chiamato – conclude p. Romanelli – per dirgli che aveva letto la lettera del padre di famiglia al figlio e di averli benedetti entrambi… [il pontefice] prega per tutti loro”.

Il voto sardo, un invito a modificare la rotta.

Il voto sardo contiene un verdetto e un monito. Avvisa la Meloni che non è mai bene esagerare e che tutte le forzature di una maggioranza che si sente troppo padrona del suo destino vanno incontro prima o poi a una smentita pressoché inesorabile. 

È un invito, insomma, per quanto si può, a modificare la rotta. Aggiornando la mappa di una navigazione che si andava facendo troppo disinvolta e perigliosa. Naturalmente, occorrerà aspettare la controprova (Abruzzo, poi Basilicata, infine le europee). E non è affatto detto che il centrosinistra sia uscito dalle sue difficoltà e dalla sua confusione. Tutt’altro. Ma è pur vero che si è riaperta la contesa, che il gioco si è fatto più incerto per tutti e che l’esito non può più essere dato per scontato. 

Una buona notizia per chi ama la politica e ne segue con passione civile le infinite variazioni. Ora si tratterà di vedere se e come cambierà lo spartito di Palazzo Chigi. Laddove Meloni si trova davanti a un singolare crocevia. Infatti la sua popolarità resta piuttosto alta. Ma a condizione di tenere in precario equilibrio quel che appartiene a lei e alla sua storia e quel che invece le viene suggerito dalle più ampie e più varie necessità del paese. 

In altre parole Meloni può riuscire nell’impresa solo a patto di convincere almeno una parte del paese che non l’ha votata. E che può condividerla, almeno un po’, solo a patto che si liberi dal fardello della sua parzialità. Detto altrimenti, Meloni ha bisogno di un briciolo di incoerenza se vuole essere apprezzata. Soprattutto in Europa, laddove dovrà svincolarsi da molte delle sue vecchie amicizie.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 9 febbraio 2024.

Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia.

Il partito da costruire guardi ai bisogni dell’Italia

Sono trent’anni che il nostro sistema politico è alla ricerca della “normalità” perduta. Decenni che, guarda caso, coincidono con la cancellazione forzata dei partiti di centro. Ci avevano “promesso” che il maggioritario avrebbe garantito stabilità e alternanza, che i collegi uninominali avrebbero garantito la rappresentanza e che i partiti non avevano più ragione di esistere. Dopo trent’anni il bilancio negativo è un dato oggettivo.

I promotori della seconda repubblica, non contenti del fallimento politico del bipolarismo, continuano a proporre correttivi con la solita logica della personalizzazione della politica, che annienta valori e idee.

Il colpo di coda del bipopulismo lo vediamo nel taglio dei seggi parlamentari, nel terzo mandato per i Presidenti delle regioni (che loro chiamano Governatori), nel premierato e nei listini bloccati. Il tutto senza rendersi conto della disaffezione crescente dei cittadini verso la politica. Vota un italiano su due? A loro non importa. Questo sistema di scontro perenne sta facendo scivolare l’Italia verso il declino culturale, sociale, politico ed economico. Abbiamo la volontà di superarlo? Con quali mezzi?

Con il Partito da costruire, non quello dei sogni che ognuno ha nella propria mente. Il “partito da costruire” è quello che si può costruire. I sogni portano a continue divisioni tra chi è stato a destra e chi a sinistra, con la gara tra chi è più cattolico e chi più libertario. Non abbiamo bisogno di etichette o medaglie, abbiamo bisogno di volenterosi impegnati e umili, donne e uomini consapevoli che, senza la nostra unità, in Italia continuerà a crescere il populismo e l’astensionismo.

Dobbiamo essere credibili e concreti. Non abbiamo bisogno di comitati elettorali, abbiamo bisogno di un grande partito. Il partito è l’unico “mezzo”, riconosciuto dalla Costituzione (art, 49), in grado di garantire il “diritto dei cittadini di associarsi liberamente (in partiti) per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Un partito che sia il mezzo per raggiungere il nostro fine supremo, che è quello di migliorare le condizioni di vita di ogni persona: essere indipendenti per essere liberi. La differenza tra uno Stato totalitario e uno democratico sta proprio nel fine della società politica. È una elezione che abbiamo ereditato da Jacques Maritain. Nel suo libro “L’uomo e lo stato” indicava in modo chiaro perfino i “mezzi del popolo”: “Il programma del popolo non dovrebbe essere offerto al popolo dall’alto, e poi da questo accettato; dovrebbe essere opera del popolo”.

Quali caratteristiche dovrà avere? Proverò a individuarne alcune:

  • Un partito che duri nel tempo, organizzato, federale, partecipato e democratico; 
  • Un partito che abbia solide radici nelle culture riformatrici di centro del ‘900, dunque ispirato ai valori e all’orizzonte dell’umanesimo civile* del XXI secolo;
  • Un partito capace di garantire la partecipazione attiva degli iscritti, coniugando spazi virtuali e fisici; 
  • Un partito che rispetti e garantisca, sempre, la libertà di coscienza su temi eticamente sensibili;
  • Un partito che valorizzi il talento e le competenze di ognuno, promuovendo attività di formazione politica e meritocrazia.

Dobbiamo trasformare i sonnambuli in cittadini impegnati per rinnovare e difendere “Libertà e Democrazia”.

Sarà un percorso lungo e faticoso, ma sono sicuro che è l’unica strada in grado di garantire le caratteristiche sopra esposte. Un cammino che potrebbe prendere forma con l’istituzione di una “federazione delle idee”, per l’individuazione di 5-6 proposte condivise. Un’aggregazione di partiti, movimenti, associazioni, liste civiche e singoli cittadini; un metodo di lavoro condiviso, che abbia come fine la costruzione di un “grande Partito” di governo, non un nuovo “partitino” per la sopravvivenza di qualcuno o per la mera testimonianza di un’ideologia novecentesca.

 

*Cos’è l’umanesimo civile 5.0? 

https://medium.com/@ArmandoDicone/umanesimo-civile-5-0-992531b44730

Non è più tempo di galleggianti seriali

La sua lista alle regionali sarde ha ottenuto lo 0,3 %, poco più di duemila voti e l’Udc di Cesa il 2,8%, 19.056 voti. Passi per Cesa, organico da tempo della destra leghista col suo alter ego padovano De Poli, ma ciò che lascia interdetti è la lettera post voto di Gianfranco Rotondi alla Meloni: “Cara Giorgia, convoca subito un vertice con Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa, me e Cuffaro. Facciamo sì che questa nostra area di confine sia ricondotta a una sintesi unitaria, in coordinazione con FdI”. 

Spiace che una persona intelligente come Rotondi, allievo della scuola politica avellinese di Gerardo Bianco, con il quale abbiamo condotto molte iniziative nella Dc, e più precisamente nella corrente di Forze Nuove, si sia ridotta al galleggiamento permanente; prima con il Cavaliere e, adesso, con Fratelli d’Italia. In poco tempo da “miglior fico del bigoncio”, Rotondi si è ridotto al ruolo di consulente turiferario e inutile supporto della destra. Altro che “area di confine”, semplicemente guardia confinaria in attesa degli ordini della “capa”.

È ormai chiaro che l’appello lanciato a un’area di destra come quella di Lupi, Cesa e Cuffaro, alla vigilia di altre scadenze elettorali regionali, come quelle dell’Abruzzo e della Basilicata e in attesa di quelle prossime europee, ponga anche a tutti noi, che continuiamo a credere nel progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica, la necessità di scelte da farsi nella chiarezza senza infingimenti.

Apparteniamo a quell’area politica cattolico democratica, liberale e cristiano sociale che si considera alternativa alla destra nazionalista e sovranista, oggi dominata dal partito di Fratelli d’Italia, distinta e distante da una sinistra tuttora alla ricerca di una sua più forte e certa identità.

Siamo convinti che al Paese, che vive una condizione di anomia sociale, culturale e politica, caratterizzata dalla divisione sempre più marcata tra interessi e valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, serva la nascita di un centro politico nuovo ampio e plurale, espressione delle culture essenziali della nostra Repubblica: popolare, liberale, repubblicana, socialista.

Come ha insegnato il voto della Sardegna, servirà un’ampia alleanza con quanti credono nei valori dell’umanesimo cristiano e nei principi della nostra Costituzione repubblicana. Premessa indispensabile per tale alleanza resta quella di favorire la più vasta ricomposizione politica possibile dell’area cattolica, se non ci si vuole ridurre a ruoli subalterni e ininfluenti delle componenti più attrezzate.

Sono vari i cantieri che stanno lavorando in tale direzione e, finalmente, funziona anche un tavolo di coordinamento che favorisce il dialogo. Si tratta di non indugiare, tenendo presente che alle regionali sarà inevitabile scegliere tra blocchi alternativi, mentre alle europee varrà la legge proporzionale. Per entrambe le scadenze, in ogni caso, sarà indispensabile definire una nostra piattaforma di programma ispirata ai nostri valori di riferimento, in base alla quale decidere con chi schierarci alle regionali, preparandoci a dar vita a una nostra lista per le elezioni europee, con l’obiettivo di presentarci ancor più forti alle politiche, che potrebbero svolgersi prima della loro scadenza naturale. Non è più tempo per i galleggianti seriali e degli opportunisti che da troppo tempo vivono di rendita. È tempo di ridare voce alla nostra base e ai tanti liberi e forti che si riconoscono ancora nelle culture politiche sturziana e degasperiana, che costituiscono tuttora una delle eredità più preziose della storia repubblicana nazionale.

Dibattito | Centrosinistra, Sardegna docet.

Il voto sardo induce a qualche riflessione di carattere politico e metodologico a partire dal superamento dei tabù sulla presunta imbattibilità del centrodestra a trazione meloniana e sull’impossibilità che il centrosinistra possa vincere delle competizioni elettorali a turno unico. 

La costruzione di proposte di governo e amministrazione è sempre più agevole nelle aree centrali dello schieramento politico dove si possono generare spazi di mediazione, anziché in altre aree più estreme e ideologizzate

Ciò detto, se la Todde non avesse superato Truzzu (Trux per i suoi amici!) per quei pochi decimali di punto, oggi Meloni e la destra avrebbero dovuto senza dubbio ringraziare il “polo del rancore” ovvero quel polo che in modo confuso e velleitario ha messo insieme cose tra loro molto diverse (Azione e Italia Viva con Rifondazione Comunista) tenute insieme probabilmente solo da un risentimento verso ex compagni di strada, anziché da un’idea di governo e di amministrazione. Il risultato dell’improvvisato “polo” è stato fallimentare e solo per un soffio non ha causato gravi danni al centrosinistra ed alla Sardegna. Calenda plaude giustamente per il successo della Todde e per la frenata della destra omettendo però di dire che questo risultato non è stato raggiunto con il suo contributo, ma che anzi è stato messo fortemente a rischio proprio dalla scelta fatta da lui e dagli altri aspiranti “terzopolisti”.

La vicenda sarda dimostra per l’ennesima vota che non si può prescindere dalle regole del gioco immaginando che la scelta delle alleanze possa prescindere dai sistemi elettorali, ma ancor di più da una forma mentis bipolarizzata che si è consolidata nell’opinione pubblica e in un elettorato che ormai da trent’anni vota con sistemi maggioritari.

Se poi si osserva il risultato da un’altra angolazione si vedrà che questo esito è stato una sorpresa fino ad un certo punto. Basti pensare infatti che – nonostante l’insuccesso di Truzzu – il centrodestra ha aumentato la percentuale di consensi rispetto alle elezioni politiche del 2022, ma ha vinto il centrosinistra perché questa volta non si è presentato in modo frammentato; sempre nelle stesse elezioni politiche del 2022 la somma dei voti delle liste PD e Cinque Stelle arrivò al 48,8% (e addirittura al 53,4% sommando anche la lista Azione-Italia Viva) rispetto al 40,6% della coalizione di destra.

Il primo chiarimento che va fatto è quello di capire chi si ritrova nel perimetro del centrosinistra per poi convincersi che non si può giocare a calcio pensando di poter seguire le regole del basket, ovvero lavorare alla costruzione di un terzo polo in presenza di un sistema elettorale bipolarizzato che incentiva il cosiddetto “voto utile” polarizzando i consensi sulle due principali coalizioni. Nella competizione sarda le due prime coalizioni hanno infatti raccolto complessivamente circa il novanta per cento dei voti espressi, lasciando alla concorrenza ben poco da dividersi.

Il clima che si sta generando nel paese e che costringe il Presidente Mattarella ad intervenire sul Viminale per il disinvolto uso dei manganelli nelle strade, il tentativo di stravolgere l’impianto costituzionale con il premierato e l’appiattimento dell’informazione sugli slogan della compagine governativa, non consentono distrazioni con inutili e pericolosi personalismi. Quando si candida un personaggio con tanto di tatuaggio “TRUX” (che peraltro proprio a Cagliari dove è sindaco in carica prende circa il 20% in meno della Todde) il centrosinistra deve capire che è il momento di rinviare a tempi migliori il dibattito su alcune divergenze che non mettono però in discussione la condivisione dei riferimenti costituzionali.

Non va mai dimenticato che l’attuale compagine governativa, in considerazione della bassa percentuale di votanti, non è maggioritaria nel paese ed ha ottenuto la maggioranza dei parlamentari solo grazie ad un discutibile meccanismo elettorale ed alla divisione delle forze di opposizione. La Sardegna ci ha fatto vedere che il centrosinistra può tornare a vincere e che si può fare, a condizione che ci sia la capacità e soprattutto la maturità per recepire il messaggio.

Putin disegna il futuro della Russia ignorando l’Europa

Due ore e mezza di discorso ininterrotto e nemmeno la pausa per un bicchiere d’acqua, con la voce che si incrina solo negli ultimi cinque minuti: così si presenta Putin alla Duma. Per seguire il discorso in diretta non c’è che il web con il collegamento al live del canale ufficiale e il traduttore simultaneo sullo smartphone. Con difficoltà, ma si segue. Dritto al suo obiettivo e con in testa il voto presidenziale di marzo, il presidente parla ai deputati e alla nazione con voce ferma e con qualche concessione colloquiale, in partitcolare quando legge una decina di pagine, quasi senza pausa. 

La Federazione Russa che ha in mente è spostata ad Est, oltre gli Urali e verso il Pacifico. Infrastrutture stradali, ferroviarie ad alta velocità, potenziamento dei porti mercantili e militari, infrastrutture tecnologiche di nuova generazione, accompagnano questo progetto di sviluppo territoriale che interessa un’area vasta come mezza Europa, con un ordine temporale: entro il 2050. La Russia ha necessità di essere presente in quel vasto mondo deserto, anche oltre la Siberia, contando sul fatto che il cambiamento climatico in atto rende il clima meno ostile e l’accesso alle risorse più facile (prima di tutto il gas e poi i minerali rari). 

Tutto il Paese è chiamato a condividere questo obiettivo, portando con sé la cultura russa e il recupero del patrimonio culturale locale. Anche se non lo si dice apertamente, questo progetto fa di Putin il novello zar Ivan il Grande che portò la sua Russia europea verso i territori al di là degli Urali, a contatto con le popolazioni nomade dei mongoli e con i cinesi. 

L’Europa in questa prospettiva non c’è più, poco e nulla valgono le sanzioni imposte. I miliardi di rubli evocati con puntigliosa precisione danno la misura della grandezza dell’intervento statale centrale e, più in generale, della autonomia finanziaria di un Paese che decide di investire i proventi derivanti dalle risorse naturali anzitutto per il mercato interno, e in modo chiuso, non aperto alle altre economie. 

Putin disegna una Russia per i russi e fatta dai russi, prendendo ad ogni passaggio applausi a scena aperta. Ha anche un orizzonte più breve, tutto elettorale, i sei anni da qui al 2030. I problemi più impellenti sono la povertà della popolazione, in gran parte urbanizzata, quindi con salari bassi; le famiglie numerose a cui dedica un programma speciale di sovvenzione statale; il recupero e il rilancio del patrimonio culturale locale, specie siberiano, che vuol dire miliardi di rubli in arrivo per gli insediamenti lungo i confini con la Mongolia e la Cina; il turismo interno (“Russi, visitate la Russia” è lo slogan) e il reinserimento nel tessuto produttivo dei giovani militari che hanno combattuto “l’operazione speciale”. 

La guerra in Ucraina non si chiama guerra, ma operazione speciale, e i suoi reduci sono eroi. A questi eroi è offerto lavoro e studi universitari, segno che la truppa era composta da giovanissimi arruolatisi con l’obiettivo di inviare denaro alle famiglie a casa e che ora – spiantati erano e spiantati sono tornati – debbono essere integrati in un programma pubblico, per non costituire un problema sociale. 

Applausi a scena aperta, anche in questo caso, ma Putin glissa sulla durata dell’operazione speciale e su tutta la politica estera, dunque sul ruolo che la Russia vuole giocare nello scacchiere mondiale. La Tv di Stato riprende i volti dei parlamentari e degli ospiti, sono in buona parte russi della parte europea; invece, i destinatari del programma 2050 dell’era Putin, sono pochi e vengono inquadrati raramente, segno che saranno i russi europei a fare gli affari nella vasta Siberia. Ed è ciò che la Duma vuole sentire, perché ciò vuol dire spazio per il rinnovo delle cariche e per un seggio sicuro. 

Noi europei in questo breve programma 2030 non ci siamo, quasi che la Russia avesse il capo rivoltato ad Est come un Giano bifronte a cui però hanno tolto uno dei volti. Nemmeno nel potenziamento del turismo siamo indicati, benché sia una leva per attrarre valuta estera con cui fare politiche nazionali. E un po’ ce ne dovremmo dispiacere perché il Paese indubbiamente ha bellezze naturali incontaminate e un ricchissimo patrimonio culturale locale. Soprattutto ce ne dovremmo dispiacere noi italiani, per istintiva vicinanza e razionale distacco, dal momento che non siamo secondi a nessuno quanto a patrimonio culturale. Ed invece i media europei saranno tutti concentrati giustamente su quanto Putin ha detto sull’Ucraina – sui diritti civili e le libertà nemmeno una parola, che sia una -, probabilmente inaspriremo le sanzioni commerciali e finanziarie, ma dal punto di vista di Putin noi costituiremo a breve, se non lo siamo già, il fronte occidentale su cui impegnarsi sempre meno. Putin l’astuto ci lascerà con il cerino in mano della ricostruzione dell’Ucraina.

Non è il campo largo il pericolo principale per il centro

Dal punto di vista della strategia politica le elezioni sarde hanno ribadito un dato già ampiamente noto, almeno sin dall’inizio della segreteria Schlein nel PD. Ovvero la prospettiva di un’alleanza tra PD e M5S per una coalizione di centrosinistra costruita con l’apporto determinante dei populisti grillini.

Ora, di fronte a questo dato, destinato a consolidarsi almeno fin quando il partito di Grillo e di Conte manterrà l’attuale percentuale di consenso, ci sono solo due risposte possibili. Quella dettata dalle geometrie politiche che consente o di fare spettacolari inversioni ad U, come quella fatta dopo il voto sardo da Calenda, oppure di rivendicare l’imperturbabilità di uno spazio politico di centro, che potrebbe trarre addirittura giovamento dallo spostamento a sinistra della coalizione riformatrice.

In entrambi i casi si tratta, a mio avviso, di una reazione a un processo in corso che non allarga nei fatti l’offerta politica ma punta, a somiglianza dei sostenitori del bipolarismo, a una sorta di eterno ritorno fra schieramenti a prescindere da una prospettiva di programma e di progetto. Confidando magari sul fatto, come è successo in Sardegna, che alla fine sarà il populismo grillino ad assumere la guida della coalizione e presupponendo che l’attuale segretaria del PD sia subalterna a questa deriva. Invece, così non è, almeno perché  Elly Schlein non è assimilabile al populismo, essendo per estrazione sociale un’eminente espressione dell’establishment internazionale che governa l’Occidente e avendo, tra le altre, questa dimensione territoriale emiliana che la colloca nella scuola politica di Andreatta e di Prodi.

Piuttosto, dunque, che scommettere su una incerta deriva massimalista della sinistra, della quale peraltro non mancano i segnali, mi pare invece che possa esistere un altro tipo di risposta da parte dell’area di centro di fronte all’orientamento che pare inarrestabile, a costruire il campo largo della sinistra. Serve una risposta capace di innescare una sfida virtuosa sul piano programmatico attorno alle questioni chiave della nostra epoca. In assenza della quale la critica al campo largo rischia di divenire solo un modo attraverso cui si cerca di nascondere la debolezza del centro sul piano della proposta politica.

Si tratta di un obiettivo non facile anche alla luce di come ora è rappresentato il centro, prevalentemente da due partiti personali, composti a loro volta di individualità senza una adeguata comunanza di sensibilità sulle principali questioni. Basti pensare ai temi istituzionali dove è nettissima la diversità di opinioni al centro, al ruolo dei corpi intermedi e delle autonomie locali, alle politiche sociali ed economiche. Se poi nel centro attuale si volesse includere anche i radicali di Più Europa, non ci sarebbe più limite all’eterogeneità.

Eppure, un’iniziativa programmatica adeguata ai tempi credo dovrebbe costituire la prima e maggiore preoccupazione per tutti coloro che in una fantastica varietà delle forme organizzative, che va oltre ogni immaginazione, si richiamano al Popolarismo. Tenendo ben presente che nel centro che c’è, i Popolari, nelle loro varie declinazioni, si collocano nel retrobottega, nel back office, del Centro in quanto non risultano ancora visibili alla massa dell’elettorato.

Solo sulla base di una significativa elaborazione progettuale e di una iniziativa politica condotta sulle priorità del nostro tempo si potrà ambire a rendere il centro un interlocutore significativo ancorché scomodo per i poli opposti di destra e di sinistra. E in particolare contrastare con precise ragioni nel merito l’avventurosa alleanza tra PD e Movimento Cinque Stelle, rilanciata dalle regionali sarde. Il futuro, il complicato futuro che attende l’Europa sarà di chi lo interpreta, cercando di gestirlo anziché lasciarsi trascinare verso sviluppi considerati da troppi ormai inevitabili.

Il premierato non è la risposta al malessere della democrazia

foto IPP/spgr roma 19-09-2023 cerimonia per il 75° anniversario dell'entrata in vigore della Costituzione nella foto un momento della cerimonia nell'Aula di Montecitorio - camera dei deputati

Il premierato in versione italiana potrebbe portarci a una versione – ristretta – della democrazia e potenzialmente illiberale se non si affrontano e risolvono altre questioni strettamente connesse. Innanzitutto occorre considerare che la partecipazione al voto è sempre più ridotta e che quindi i vincitori elettorali hanno margini di consenso reale nel paese sempre più marginali. I motivi della disaffezione sono vari e vanno affrontati prima di attribuire ai vincenti di turno ancor più poteri. In queste considerazioni occorre includere che il tasso di democraticità dei partiti è scarso. I vertici sono in mano a poche persone difficilmente scalzabili in quanto veri congressi elettivi sono ormai fattori rari, in genere la leadership è determinata da rapporti di forza correntizi avallati poi da convention plebiscitarie (il Pd fa ancora eccezione). A questo va aggiunto che con questo sistema elettorale (con liste bloccate) i parlamentari non sono eletti dai cittadini ma imposti dai segretari che dispongono delle liste usualmente in base a criteri di fedeltà e spartizione correntizia. 

Se non si cambia il sistema tornando alle possibilità di preferenza, nella bieca sostanza i vertici di partito scelgono i parlamentari i quali più che al bene del paese vengono vincolati al bene del partito e capo. Se quindi dovessimo aggiungere l’elezione diretta del premier il quale e’ anche a capo di un partito avremmo, per somma delle condizioni fin qui esposte, poche persone (i leader di partito) con in mano il parlamento e i poteri di governo. Checché si cerchi di negare è poi innegabile che l’elezione diretta del premier tolga peso sostanziale al Presidente della Repubblica e al parlamento. È questo il vero grave vulnus della riforma, chiunque abbia un minimo di cognizione politica non può ignorare il punto centrale: una istituzione che deriva la sua legittimazione dal Parlamento posta a confronto con un’altra istituzione legittimata dal corpo elettorale è paragonabile a un pallone sgonfiato.

Questa riforma va a minare proprio l’autorevolezza di cui finora ha goduto il Presidente della Repubblica in quella funzione di equilibrio e garanzia che esercita attraverso atti formali e informali. Al primo scontro il premier addurrebbe a proprio vantaggio il peso politico che gli viene attribuito direttamente dal popolo, lo sappiamo, ed è ipocrita cercare di smentirlo. Si vuole poi eliminare la possibilità che in caso di crisi il capo dello stato possa suggerire alle camere un governo “tecnico” (norma antiribaltone), una grave limitazione dei poteri di manovra del presidente ma soprattutto una grave limitazione del bene del paese in contesti di crisi. Ad esempio con norme del genere non avremmo potuto avere un governo Draghi che invece e’ stato provvidenziale in un momento di grave crisi. 

Un governo deve essere al servizio del paese, certamente un paese non deve essere a disposizione di un governo.

In generale occorre avvertire che quando personaggi politici propongono la formula “date più potere a me per averlo voi” c’è il rischio – dell’inganno – per il popolo perché, chi si prende più potere, poi non è detto che lo restituisca. Il potere del popolo è al sicuro se consegnato al parlamento che lo rappresenta e se questo è libero con poteri e margini di manovra. Il potere del popolo è garantito se può scegliere i suoi rappresentanti. A dir la verità poi pare che molti esponenti politici più che ad ampliare il consenso elettorale siano più interessati a mantenere e aumentare il potere acquisito modificando le regole, ma questo è un altro discorso che ci rimanda alla qualità della classe dirigente. Occorre inoltre considerare che ogni paese, ogni popolo, ha la sua storia e cultura democratica e in questo senso sono inutili scopiazzamenti di altre nazioni. Certamente si possono introdurre correttivi per garantire maggiore stabilità e poteri dell’esecutivo. Il cancelleriato tedesco offe validi spunti. Occorre affrontare in primis la democraticità dei partiti, magari con una legge auspicata già nella costituente, e del sistema elettorale. I ruolo e poteri del presidente del consiglio saranno quindi meglio definibili se compensati nel sistema di poteri e contropoteri della sistema istituzionale. Siamo un paese democratico, cerchiamo di restarlo.

Manganelli e sacerdoti, qualcosa non va: un mondo alla rovescia?

I fatti di cronaca corrono via per dare spazio a ciò che di altro accadrà. Le manganellate di qualche giorno fa della Polizia contro un gruppo di studenti, che protestavano per la guerra in Palestina, perderanno presto campo. 

Se n’è avuto un sussulto per l’intervento del Presidente della Repubblica durante il passaggio elettorale in Sardegna, ma siamo già all’ormai passato.

Ciò malgrado, della repressione se ne è parlato in lungo e in largo come un episodio clamoroso, tale da suscitare scalpore. Qualche manifestante si è preso delle bastonate in testa e ne è rimasto ferito. Ciò è male. 

Eppure, per dare giusta dimensione all’episodio, non vanno dimenticate le proteste studentesche dal ’68 in poi. In quel tempo ogni giorno correvano cariche dei “Celerini” e cortei da ogni parte del nostro Paese. 

Scontri di tutt’altro rilievo contro studenti e operai, i lacrimogeni erano più numerosi dei segnali stradali; catene, bastoni, fionde, sassi e quant’altro ancora erano ogni giorno strumenti di un confronto continuo tra i rappresentanti delle forze dell’ordine e quelli che si opponevano ad un mondo che volevano cambiare. Si è andati avanti così per anni.

Questa volta si ha l’impressione che i giornali, a corto di effettivo sgomento per quanto accade a Gaza e dintorni, abbiano marcato l’attenzione per un fatto che non presenta alcun motivo di particolare stupore. 

Scaramucce e botte in questi casi ce ne sono spesso stati e non se ne vede la meraviglia e la mobilitazione, l’indignazione ed ancora i sentimenti di condanna, quasi che fosse la prima volta un fatto del genere.

Una storia di divertente fantasia, forse con una punta di piede nella realtà – c’è da diffidare quasi del tutto – racconta che il manganello sia stato inventato diversi secoli fa dal comandante della polizia borbonica tal Gennarino Pio Esposito, chiamato appunto “Manganello”, che avrebbe ottenuto un posto di lavoro, sviando furbescamente da un altro parte il vero vincitore del concorso, un certo Nello. Dicendo che “Manga Nello”, Esposito avrebbe avuto partita vinta.

Più seriamente, il manganello porta subito alla memoria il bastone usato dalle squadre fasciste e giocando con i contrari avrebbe come suo opposto l’accarezzio. 

È comunque il diminutivo corrente di mangano, un torchio usato per stirare a caldo i tessuti e svaporarli. Con le teste calde ci sarebbe appunto bisogno di sbollentarne gli spiriti. È questo il timore che deve aver evidentemente attraversato i leader politici, soprattutto dell’opposizione, che paventano una inaccettabile repressione dei diritti civili.

Nel tumulto dei fatti recenti è sfuggita una notizia che avrebbe meritato davvero la ribalta e che avrebbe dovuto ribaltare la scaletta dei commenti sui media di maggiore spessore.

Don Maurizio Patriciello, il noto parroco di Caivano, ha denunciato l’abbandono della Chiesa e dell’oratorio da parte dei suoi fedeli. Gira la voce che sia lui il responsabile dei 254 appartamenti oggetto di sfratto nella nota zona 167, un bronx dove molte famiglie malavitose dettano legge e sono allarmate dai primi effetti del “decreto Caivano”, che prevede il recupero di quell’area epurandolo da presenze delinquenziali.

Dunque, si impedirebbe, con atti di intimidazione ai fedeli, di poter vivere la loro pratica di credenti; correrebbe, sottile, un monito a non accostarsi nella chiesa del nostro sacerdote, un passaparola volto a strangolare quella di un pulpito che irrita camorra e consimili. Siamo in Italia e non in El Salvador dove è stato ammazzato monsignor Romero.

A Roma, la capitale d’Italia, Don Antonio Coluccia è costretto a girare con scorta armata. Gira per le piazze della droga per indicare alle vittime un percorso di recupero. Così gliel’hanno giurata. 

A Don Pino Puglisi hanno già chiuso la bocca. In Calabria, Don Felice Palamara, il Parroco di Pennaconi, ha rischiato di bere della candeggina al posto del vino utilizzato per la celebrazione della Santa Messa. Qualcuno ha provveduto alla sostituzione sperando di lavare per sempre dalla bocca del sacerdote le parole di legalità, giustizia e libertà. Anche lui oggetto di attenzioni da parte della ‘Ndrangheta che si era limitata fino ad oggi a minacce e danneggiamenti della sua auto.

La sicurezza è la mancanza di cura, cioè di preoccupazioni. Ci sono priorità che non possono essere smentite dai giornali e dai notiziari. C’è da essere in ansia per una chiesa dove ad un sacerdote stanno fisicamente rubando la sua comunità, mentre altri rischiano la pelle per un abito che indossano e le parole che dicono.

“Sbatti il mostro in prima pagina” è il titolo di un film di tempo fa. Così, occorre badare noi per primi a non passare ad altre notizie, di secondo piano, trascurando quelle che devono allarmare costantemente le nostre coscienze. Al “Don” che precede il nome di ogni padrino di mafia, possiamo opporre altri “Don” che ogni giorno rischiano la pelle per svegliarci, con il “din don dan” delle loro campane, dalla nostra capacità di abitudine al male.

È tempo di Quaresima, l’ora di una riflessione.

L’aborto nella costituzione, la deriva del modello francese.

Libertà, libertà: quanti delitti si commettono in tuo nome!

Nel riflettere sul recente voto dell’Assemblée Nationale (la Camera dei deputati francese), a favore dell’introduzione del “diritto” all’aborto nella Costituzione, il pensiero torna inevitabilmente alla celebre frase pronunciata dalla girondina Madame Roland mentre veniva condotta alla ghigliottina.

Nel corso di meno di 50 anni, l’aborto volontario, catalogato come criminoso nei manuali di ostetricia e ginecologia allora in uso nelle università italiane, nella comunicazione corrente è stato progressivamente ridefinito come scelta sofferta da depenalizzare, libera scelta da sostenere e tutelare, diritto de facto con conseguenti censure dell’Europa verso gli Stati che ancora ponessero qualche limitazione, diritto scritto nelle leggi di molti Paesi. Nessuno, tuttavia, aveva ancora pensato di inserire l’aborto tra i diritti costituzionalmente garantiti.

Altre volte nella storia si era prodotto un disallineamento tra diritti degli esseri umani (non necessariamente considerati persone) e diritti civili dei cittadini. Basti pensare che ancora nel 1857 la Corte Suprema degli Stati Uniti poteva ribadire che gli esseri umani di pelle nera non erano persone e non godevano dei diritti dei cittadini.

Oggi la discriminazione torna a realizzarsi con l’aborto volontario per l’embrione e il feto, esseri umani in uno stadio di sviluppo che, se non interrotto nella sua continuità, lo porterà a diventare neonato, bambino, ragazzo, adulto, vecchio. Torna con l’eugenetica della selezione embrionaria. Torna drammaticamente con l’eutanasia post natale del protocollo di Groeningen. Torna con la negazione delle cure per i bambini inguaribili imposta dalle sentenze dei tribunali inglesi.

Ma può la morte del più debole essere addirittura inserita nella costituzione di un paese democratico? Non è questa la perversione ultima della libertà? Non è il crimine della libertà a cui faceva riferimento Madame Roland mentre veniva condotta al patibolo?

Non stupisce che l’aborto nella costituzione francese sia fortemente voluto dal presidente Macron, condizionato dall’ideologia “repubblicana” di derivazione rivoluzionaria e massonica, impegnato per di più nel tentativo di recupero (a costo zero) di consensi in forte calo.  Stupisce semmai l’ampiezza del voto a favore della modifica costituzionale: 493 sì e solo 30 no, un divario che segnala lo smarrimento di ogni buon senso, prima ancora che di ogni valore. Una maggioranza “bulgara” del 94 % a favore del provvedimento, testimonia in modo drammatico lo strapotere dei diritti civili sull’etica dei diritti umani, uno strapotere facilmente trasferibile in altri contesti e che segnala ancora una volta il prevalere allarmante di quella che Papa Francesco ha definito la cultura dello scarto.

In Francia la parola passa ora al Senato, anche se con scarse possibilità di un soprassalto di etica e di un ripensamento del buon senso.

Inutile nascondersi che in Italia andiamo purtroppo nella stessa direzione.

La ricostruzione dell’umano incomincia qui da noi dalla applicazione delle parti volutamente oscurate e nei fatti cancellate della legge 194/1978. Si tratta semplicemente di sostenere dalla violenza di un aborto non desiderato le tante donne che ne farebbero a volentieri a meno se sostenute economicamente, psicologicamente, socialmente, legalmente, spiritualmente. Si tratta di promuovere e proporre davvero le alternative all’aborto che la stessa 194 prevede, attivando una rete di solidarietà e di prevenzione che, se non un ideale di giustizia, almeno la bomba della denatalità dovrebbe suggerire di applicare ed estendere.

Per noi cristiani si tratta di non desistere dalla responsabilità per la costruzione di un nuovo umanesimo che grava sulle nostre spalle, annunciando che ogni vita umana, anche quella più fragile è un dono prezioso.

 

Gian Luigi Gigli

Deputato nella XVII Legislatura

Già direttore della Clinica neurologica universitaria di Udine

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di UdineGià Direttore della Clinica Neurologica universitaria di Udine

Deputato nella XVII Legislatura

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di UdineDeputato nella XVII Legislatura

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di Udine

 

Novità? Renzi rilancia dopo il voto della Sardegna.

Nel giro di poche ore il dibattito politico ha preso una piega inaspettata. Si benedice da più parti l’ammucchiata per vincere contro la destra. Tuttavia, a differenza di Calenda, Renzi non enfatizza la necessità dell’alleanza a tutto campo – e poco importa che questo campo sia largo come dice il Pd o giusto come precisa il M5S – nelle elezioni regionali. Nel ragionamento di Calenda irrompe un’indizio di inutile sbrigatività, perché l’osservazione sul sistema maggioritario a turno unico, penalizzante le liste autonome rispetto ai due schieramenti contrapposti, si presta a una interpretazione spiacevole: dietro una semplice constatazione avanza lo spettro della resa alla ineluttabilità di un neo-frontismo riammodernato. In questo modo si favorisce lo scivolamento del Pd nella palude del sinistrismo e si regala spazio alla destra quale unico sbarramento all’avanzata dei barbari. Anche le aperture di Conte, per il quale si discute con tutti (v. Calenda) a patto di non incorrere in conflitti d’interesse (v. Renzi), allungano un’ombra di strumentalità a tutto danno del profilo antipopulista che il leader di Azione ha sempre tenuto a rivendicare.

Calenda, ancora una volta, ha agito d’istinto. Ebbene, proprio l’intempestività dell’uscita, unitamente alla sua implicità ambivalenza, accresce il rischio di una percezione negativa da parte della pubblica opinione. Con quali conseguenze in vista delle elezioni europee, è facile da prevedere.

Diversa, appunto, l’analisi di Renzi. Il risultato della Sardegna non deve spingere a conclusioni affrettate. “C’è una sconfitta clamorosa – dice l’ex premier – di una donna, Giorgia Meloni, che ha voluto umiliare i suoi alleati, scegliendo un candidato, Truzzu, arrivato con 18-19 punti sotto la Todde a Cagliari, città che lui amministra. Quindi, da questo punto di vista la sconfitta è chiara”. E poi ha aggiunto: “C’è una vittoria oggettiva dell’asse Pd-M5S che, credo, adesso si rafforzerà moltissimo. Questo per noi è un’ottima notizia perché apre uno spazio, molto difficile da gestire alle regionali dove si vota a turno secco, ma interessante per chi non vuole l’Italia dei manganelli della destra e non vuole l’Italia dei sussidi del Movimento 5 Stelle. Dunque, ha concluso, “il Pd si grillizza, la destra si estremizza, e ciò libera per le europee uno spazio straordinario al centro”.

Non si può negare come nel ristagno di argomenti viziosi emerga con questo discorso un’intenzione coraggiosa e impegnativa, per la quale ogni passaggio e ogni accortezza risulteranno decisivi, per non ridurre l’ambizione di quel che potremmo definire “progressismo di centro” una formula insipida, fatalmente erosa dal mero gioco di posizionamento. Un di più di passione e rigore è quanto serve, se si fa sul serio, per dare senso alla sfida. 

Decolla l’alleanza populista. Dov’è finito il Centro?

Il risultato della Sardegna è ormai abbastanza evidente. Al di là delle tifoserie partigiane, degli errori plateali della coalizione di centro destra e del sempreverde “fuoco amico” che ha puntualmente cecchinato il candidato imposto dalla Premier Meloni a Presidente, emergono almeno due dati politici che non possono essere sottovalutati o, peggio ancora, aggirati.

Innanzitutto la vittoria della pasdaran grillina Todde rilancia l’alleanza politica, organica e strutturale, tra il partito populista per eccellenza dei 5 Stelle e la sinistra massimalista e radicale della Schlein. Piaccia o non piaccia questo è un tassello politico che si impone a partire proprio

dal voto sardo. Del resto, questa era e resta la volontà concreta di quelle due leadership politiche.

Ovvero, una grande alleanza populista e radicale tra due sinistre massimaliste che coltivano l’obiettivo di radicalizzare lo scontro politico sino in fondo e senza alcun arretramento. Un disegno politico, del resto, perfettamente speculare al volgare sovranismo della Lega salviniana e di alcuni settori oltranzisti della destra di Fratelli d’Italia. Certo, si tratta di una prospettiva drammatica sotto il profilo democratico che rischia di esporre il nostro paese ad una prospettiva agghiacciante.

Basti pensare al confronto sul ruolo e la stessa “mission” della Polizia di Stato di questi ultimi giorni per rendersene conto. Sembra di essere tornati, anche nel lessico, alla metà degli anni ‘70 dove da un lato si sostiene ormai apertamente la presenza di un regime politico repressivo alla cilena simile ai paesi dittatoriali dell’America Latina e, dall’altro, si registra un modello che mal sopporta il dissenso. Una sorta, appunto, di sub cultura degli “opposti estremismi” che fa regredire la storia democratica del nostro paese ad una stagione che fosse ormai definitivamente archiviata.

In secondo luogo le forze centriste. Anche qui ci troviamo di fronte ad un sostanziale paradosso.

Ovvero, come si può, oggi, sostenere la tesi che il Centro nel nostro paese, sempre più utile ed indispensabile di fronte ad una violenta radicalizzazione del conflitto politico, non si unisca in un un patto federativo o in una alleanza compatta e visibile? Com’è pensabile di battere questo “bipopulismo” rirproponendo una divisione cronica ed improduttiva tra i vari attori politici principali?

Può, detto in altri termini, decollare una progetto politico quando i suoi principali protagonisti sono radicalmente contrapposti e l’un contro l’altro armati? Perché, forse, adesso è arrivato il momento per dire con chiarezza se un raggruppamento centrista, moderato, riformista e di governo può realmente decollare o meno. I numeri elettorali li conosciamo e vanno letti ed approfonditi sotto il profilo politico e non meramente, se non addirittura esclusivamente, umorale.

Del resto, sarebbe perfettamente inutile denunciare gli effetti nefasti di questo bipolarismo selvaggio e poi limitarsi, forse inconsapevolmente ed indirettamente, a favorire politicamente quella sub cultura e quella deriva.

Ecco perché dopo il voto sardo, soprattutto dopo il voto sardo, è indispensabile per l’intera area centrista attivare una iniziativa politica che sia in grado di ridare un ruolo protagonistico ad un progetto che non più tardare. Pena il consolidamento di un modello politico, del tutto estraneo alla storia democratica del nostro paese, ma che per motivazioni di insipienza, o di mancanza di coraggio o di assenza di coerenza politica, rischia di consolidarlo in vista delle prossime consultazioni elettorali. Regionali e nazionali.

Un anno elettorale decisivo per il futuro delle democrazie

All’inizio del nuovo anno gli articoli che sui diversi quotidiani presentavano, come da tradizione, i temi principali che sarebbero stati all’attenzione della politica internazionale nel 2024 evidenziavano il diffuso ricorso alle urne che lo avrebbe caratterizzato. E infatti così sarà, e in parte è già avvenuto, come nel caso di quell’estesissimo paese sparso fra l’oceano Indiano e il Pacifico che è l’Indonesia.

Ciò che inoltre si faceva notare – ed è questo il punto che preme sottolineare – era il non uguale tasso di effettiva democraticità, per usare un eufemismo, che tutte queste elezioni detengono.

L’Economist ha elaborato una mappa del globo con nove differenti gradazioni di colore a indicare – nei paesi interessati quest’anno da una consultazione elettorale – proprio questo tasso, andando dalle democrazie pure a quelle in difficoltà, da nazioni in una condizione “ibrida” ai regimi autoritari. Come purtroppo sappiamo (ma forse non ne siamo sufficientemente preoccupati) i paesi del primo tipo sono minoritari e sono quasi tutti parte della cultura occidentale.

Non è allora sbagliato, anche se il tono può apparire vagamente apocalittico, affermare che questo anno (bisestile, fra l’altro!) è un test assai rilevante per verificare lo stato di salute delle democrazie nel mondo. A cominciare dalla principale.

Le presidenziali americane, il primo martedì di novembre, chiuderanno l’anno elettorale e saranno il test più importante in assoluto, al riguardo. Occorre essere netti sul punto, perché nel mondo iper-tecnologico e iper-comunicativo odierno si fa presto a dimenticare gli eventi, anche quelli di un recente passato: ma il dato è che il leader – non pentito, tutt’altro! – che il 6 gennaio di soli tre anni fa tentò di fatto un colpo di stato o quantomeno non fece nulla per impedire l’oltraggio alle sacre istituzioni democratiche degli Stati Uniti d’America e che ancora adesso sostiene, mentendo palesemente, che il vero risultato delle votazioni del 2020 fu manipolato, è nuovamente in lizza per la presidenza ed ha buone possibilità di vittoria. Al di là di ogni altra considerazione sulle cose che dice Trump nei suoi comizi, il fatto che il Partito Repubblicano – storica pietra angolare della democrazia a stelle e strisce – sia precipitato nelle mani del tycoon newyorkese testimonia plasticamente l’affaticamento della democrazia in quel grande paese.

Fra pochi giorni, invece, la nazione più grande al mondo per estensione andrà pure essa al voto presidenziale. A Mosca però si sa già chi vincerà; non si sa solo con quale percentuale. Putin avrà deciso per un clamoroso 90% o opterà per un più contenuto 75 o 80 per cento? Più baldanzoso che mai, l’uomo del Cremlino è convinto non solo di avere quasi in tasca la vittoria in Ucraina ma anche di aver iniziato con pieno successo il processo di allargamento della sfera di influenza russa nel globo, inqualificabilmente perduta con la fine dell’Unione Sovietica, evento ai suoi occhi tragico al quale vuole porre rimedio.

La vittoria in Ucraina significherebbe intimorire, per ora, poi si vedrà, i paesi baltici, la Moldavia e in generale i paesi del fu Patto di Varsavia, a maggior ragione nell’ipotesi di una vittoria di Trump, come noto assai poco ben disposto verso le nazioni europee e la NATO. In Europa Putin conta inoltre di accrescere il ruolo russo nei Balcani, ove sostiene in ogni modo i gruppi panslavi e ove ha già qualche testa di ponte in Serbia e Bosnia-Erzegovina. Sul Mediterraneo ha conquistato spazi strategici sia a est, in Siria, sia al centro, in Libia, dove progetta di costruire una imponente base navale. In Africa sta acquisendo peso e spazi in tutta la fascia del Sahel, strategica per gestire il fenomeno migratorio che tanto assilla la UE. In Asia ha stretto legami militari con il regime della Corea del Nord, che lo rifornisce di munizioni da spendere in Ucraina, e con l’Iran, che lo alimenta di droni e missili. Con la Cina ha stabilito un rapporto di grande “amicizia” che maschera l’effettiva sudditanza al Dragone, un prezzo che però oggi deve pagare ma che gli assicura un sostegno politico importante, ancorché prudente, in sede ONU e non solo. E da ultimo anche nell’America Latina, più precisamente nel Venezuela ricco di petrolio, Putin ha instaurato un consolidato rapporto foriero di possibili sviluppi futuri, come la vicenda della Guyana, su cui Caracas ha posato gli occhi e non solo, potrebbe testimoniare a breve.

Fra il marzo russo e il novembre statunitense si collocheranno le elezioni indiane e quelle per il Parlamento europeo. Si usa dire che quella indiana è la più grande democrazia del mondo. Ed è vero, poiché si sta parlando del paese, un sub-continente addirittura, più popoloso del pianeta, avendo da poco superato la Cina. Le elezioni parlamentari indiane si celebrano però in un clima che non assicura al cento per cento un confronto perfettamente democratico. Qualche tendenza autocratica la lunga presidenza Modi e il dominio del suo partito la sta mostrando, ad esempio in tema di rispetto delle confessioni religiose estranee all’induismo dominante. Sono stati inoltre in questi anni accentuati i toni nazionalistici con modalità comunicative vagamente preoccupanti. 

L’India è fondamentale per i futuri assetti mondiali, e la sua contemporanea appartenenza al progetto BRICS plus del Global South a guida cinese, con la partecipazione russa, e all’accordo militare QUAD con Stati Uniti, Australia e Giappone per il controllo dell’Oceano Indiano e la sua protezione da possibili espansionismi cinesi già di fatto enunciati tramite la Belt & Road Initiative, lascia aperta ogni ipotesi per il futuro, con un grado di ambiguità che un po’ insospettisce gli occidentali.

Infine, il voto per Strasburgo. Sappiamo bene quali sono i limiti dell’Unione e la crescente importanza della geopolitica li dimostra tutti. La partita che si gioca è però esattamente questa: superarli, con una politica estera e di difesa comune ai Ventisette e in prospettiva a nuovi partner, dalla martoriata Ucraina, alla Moldavia, ai paesi balcanici. E con il passaggio al voto a maggioranza sui dossier più rilevanti, oggi perennemente a rischio di boicottaggio anche solo con un “no” di un qualsiasi paese. Ma per poter non dico procedere, ma anche solo decidere di procedere occorre un risultato elettorale che premi le forze politiche sia dello schieramento moderato sia di quello progressista aventi sincera vocazione europeista.

La vittoria dei partiti sovranisti o addirittura di estrema destra, o comunque un loro significativo successo in termini percentuali, segnerebbe un indebolimento forse definitivo del progetto federalista. Con grande soddisfazione di Putin. E di tutti gli altri autocrati sparsi per il globo.

Luca Attanasio, un martire italiano nell’Africa tormentata.

Il 21 febbraio del 2021, Luca Attanasio (Ambasciatore italiano presso la Repubblica Democratica del Congo), veniva ucciso durante una missione umanitaria all’interno del territorio congolese. 

Sino a quella drammatica giornata, Luca aveva vissuto la sua esperienza professionale fuori dalla notorietà e nell’ambito delle attribuzioni proprie della diplomazia del nostro Paese. La sua fine violenta ha fatto improvvisamente emergere due aspetti indelebili dell’esperienza dell’ambasciatore Attanasio: come un uomo delle Istituzioni possa essere esempio di dedizione al ruolo fuori dalla ribalta mediatica; come un servitore dello Stato scelga, attraverso il suo lavoro e le sue responsabilità, di essere al servizio degli ultimi, della pace e dell’Italia. 

Negli anni in cui alcune forme di retorica nazionalista e sovranista presentano un modo di affermare l’italianità attraverso comportamenti intolleranti ed emarginanti verso l’altro, la morte di un giovane ambasciatore della Repubblica Italiana, così come la mobilitazione della popolazione di Cutro e di altri territori a favore di migranti naufraghi, hanno mostrato a tutti un’altra immagine dell’essere italiani nei nostri confini e nel mondo. 

La stessa famiglia creata da Luca con sua moglie Zakia è stato ed è un modello di inclusione.

Tante sono state le iniziative di solidarietà, accoglienza e cura del prossimo, sorte in suo nome, a partire dalla Fondazione Mama Sofia. 

Una rete erede anche dell’esperienza cattolica di Luca Attanasio, dapprima vissuta nella comunità della cittadina di Limbiate, dove ha frequentato assiduamente la Parrocchia locale, e successivamente nella complessità dell’impegno di diplomatico.

Significativo è stato poi l’omaggio dello Speciale TG1 di domenica scorsa nel ricordo di quest’uomo, attraverso proprio la testimonianza della moglie nel documentario Broken Dream di Imma Vitelli. Adesso infatti è Zakia a garantire la continuità dell’idea della vita e dei valori espressi da Attanasio. Ritroviamo l’estensione di questa concezione della centralità della persona di Luca, proprio quando lo scorso anno, di fonte a una possibile sentenza estrema del Tribunale congolese nei confronti degli esecutori dell’uccisione del nostro ambasciatore, del carabiniere Iacovacci e dell’accompagnatore locale Milambo, la moglie fece un appello per evitare il ricorso alla pena capitale per gli imputati dell’omicidio del marito: “Luca non avrebbe mai voluto. Credo nelle istituzioni, vogliamo solo giustizia. La chiedono l’Italia, il Congo, il mondo. La verità arriverà“. Un appello che va oltre la pena di morte e guarda all’Africa come il grande continente che ha bisogno delle attenzioni della comunità internazionale per promuovere un suo sviluppo e non come terreno di scontro tra potenze e tra poteri.

A tre anni di distanza da quel 21 febbraio 2021, l’eredità spirituale e valoriale di Luca Attanasio dovrà essere punto di riferimento non solo per chi lo ha conosciuto e lo ha apprezzato nella quotidianità, ma di tutto il nostro Paese.

Il Presidente Mattarella, nel consegnare a dicembre 2021 l’onorificenza di Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia alla memoria dell’Ambasciatore Luca Attanasio, ha riferito al Paese il lascito del giovane Ambasciatore di Limbiate: “Ha messo l’italianità al servizio dell’umanità” e ancora “Mai come in questo caso è meritata, perché davvero rimane un punto di riferimento emblematico per quanto riguarda il modo in cui si interpreta il ruolo della diplomazia, delle Istituzioni, dell’azione pubblica”.

Starà al Paese e ai suoi cittadini non dimenticare la testimonianza di un giovane ambasciatore italiano di 43 anni, ucciso mentre si recava in missione umanitaria per assistere giovani bambini congolesi.

Sardegna, la regina Cleopatra delude Cesare.

La regina Meloni-Cleopatra s’è fermata al porto di Cagliari. Brutta vicenda, per lei. Com’è noto la Sardegna fa storia a sè nell’Impero di Cesare, ama scegliere i suoi governanti senza i suggerimenti dei suoi pretoriani e riserva sempre sorprese. Avendo capito troppo tardi che i suoi uomini stavano combinando un pasticciaccio, la regina è arrivata nell’isola e, per farla breve, ha detto: “Votate me che sto dietro a tutto ciò, garantisco io e questo basti”. 

Ma tant’è, i sardi sono andati a votare con il broncio e si sono comportati da par loro: quelli che hanno conosciuto il prescelto dalla ciurma (non una grande promessa della politica, ma certo un fedelissimo della regina) non lo hanno votato, assicurando il consenso al “gruppo” pur con incerta fedeltà. A votarlo sono rimasti quelli che non lo hanno conosciuto.

Però, siccome all’inizio il prescelto apparteneva al gruppo di uno dei due ufficiali di plancia di Cleopatra, quello meno diplomatico e in perenne ricerca di visibilità, il successivo cambio con un fedelissimo della regina ha portato ad un visibile rancore (stato dell’animo pericolosissimo in terra sarda), nonché ad una sottile e fredda vendetta. Che si è manifestata nel conteggio finale: più voti alla coalizione e meno voti al prescelto (tradotto: “non ci piace, punto e basta”). 

Gli altri, ovvero gli avversari, hanno goduto alla vista di una regina impegnata a passeggiare nervosamente in attesa di un risultato, certo non degno della “grande politica” che Cesare le ha affidato. Allora, le sono frullati in testa dei pensieri, e pensieri nient’affatto gentili: dovrà decidersi a buttare giù dalla barca quelli che sono divenuti zavorra e quelli saliti all’ultimo momento, senza carta d’imbarco. 

Quanto ai due ufficiali di plancia (il rissoso alla ricerca delle luci della ribalta e l’inconsistente diplomatico, prodigo di idee non richieste), beh… come si dice…non vorrei essere al loro posto. Li terrà per convenienza ancora nell’equipaggio, ma forse mediterà un’atroce punizione egiziana, mirando al cuore delle loro brame di potere e di conquista. La regina, si sa, non ha amici ma solo sudditi e nemici.

L’Arcivescovo Repole invita i credenti a impegnarsi in politica

C’è un aspetto, forse uno dei più importanti, che continua a rendere irrilevante e sostanzialmente ininfluente la presenza dei cattolici nella vita pubblica italiana. Certo, sono ancora tanti i tasselli che rendono, purtroppo, debole il ruolo dei cattolici nella cittadella politica. Ma è indubbio che accontentarsi della sola dimensione testimoniale, e pertanto puramente personale, rischia di essere oggi il dato di maggior preoccupazione. Ovvero, essere presente nei singoli partiti con un ruolo puramente ornamentale o, meglio ancora, sostanzialmente ancillare.

Ed è proprio su questo versante che il recente intervento dell’Arcivescovo di Torino, mons. Repole, assume un significato del tutto particolare. In sostanza, l’Arcivescovo ha detto che, seppur nel rigoroso rispetto di un consolidato pluralismo politico dei cattolici e in assenza di un partito culturalmente identitario, è sempre più importante che i cristiani e i cattolici riscoprino sino in fondo l’originalità della loro proposta e della loro tradizione all’interno dei singoli partiti e relativi schieramenti. Detto in altri termini, i cattolici devono ritornare ad essere laicamente protagonisti

nella politica italiana, attraverso la loro presenza nei partiti, con le armi della cultura e dei valori che tale cultura sprigiona. 

Certo, non tocca ad un Vescovo indicare le modalità concrete che caratterizzano la presenza dei credenti nell’agone pubblico. Ma che sia una corrente o un’area o un movimento poco cambia perchè quello che conta è la capacità di sapere incidere e, di conseguenza, condizionare il progetto politico di quel partito e di quella coalizione. E, soprattutto, caratterizzarsi attorno ai temi e alle esigenze che maggiormente interessano alle persone e, nello specifico, ai ceti popolari e ai più deboli: dalle molteplici disuguaglianze all’emarginazione di quote crescenti di popolazione; dai temi della sanità a quello della povertà e dei servizi alla persona. Insomma, i cattolici possono e debbono ritornare protagonisti, senza alcuna deriva integralistica e men che meno neo confessionale, all’interno dei partiti superando definitivamente ed irreversibilmente la sola dimensione testimoniale. E, al contempo, e seppur nel rispetto dell’impegno pre politico, cominciare a valutare l’importanza dell’impegno diretto nei partiti e nelle rispettive coalizioni.

Si tratta, quindi, di un cambio di passo di grande importanza che non può non essere colto nella sua interezza. Ma le riflessioni dell’Arcivescovo di Torino, pronunciate in un pubblico dibattito con gli amministratori locali della sua diocesi, sono oltremodo importanti perchè da un lato rilanciano l’importanza dell’impegno pubblico e politico dei cattolici e, dall’altro, viene sottolineato come la

cultura cattolico democratica, popolare e sociale non può più essere confinata nelle anguste stanze delle fondazioni culturali, delle varie accademie o dei gruppi ecclesiali. È arrivato, cioè, il momento per rilanciare il ruolo e la “mission” dei cattolici nella società contemporanea. E la riflessione pubblica di Mons. Roberto Repole a Torino ha rappresentato un importante salto di qualità e sprona tutti i cattolici ad intraprendere un nuovo cammino in una stagione che va capita e vissuta con intelligenza, coraggio e coerenza.

Due anni di guerra e un insegnamento per l’Europa

Sono passati due anni da quando la Russia di Putin ha messo in atto la scellerata aggressione all’Ucraina, portando morte e distruzione nel cuore dell’Europa. In questi due anni Putin ha mostrato in modo ancora più evidente il suo volto di arrogante dittatore, confermato peraltro dalla dura repressione con la quale opprime e schiaccia ogni tipo di opposizione e di protesta in Russia. Aleksej Navalny rappresenta purtroppo solo la punta di un iceberg di repressione, di carcerazioni disumane, di torture e di omicidi di stato perpetrati ai danni di chi osa dissentire rispetto alle nefandezze del regime putiniano.

Va ricordato che In questi due anni Putin ha respinto ogni tentativo di accordo e di pacificazione che potesse fermare la guerra contro l’Ucraina in quanto consapevole del fatto che finché c’è guerra c’è speranza (per lui ovviamente!). Dopo aver fatto girare a vuoto le diplomazie di mezza Europa ha rifiutato anche il generoso tentativo della Santa Sede che, con il Cardinale Zuppi, ha provato a trovare un punto di incontro tra Kiev e Mosca; ma purtroppo nella capitale russa Zuppi non ha trovato alcun tipo di ascolto.

Il dittatore del Cremlino è infatti ben conscio che sul piano interno un ulteriore insuccesso – oltre quello di non aver espugnato Kiev in pochi giorni – gli sarebbe sicuramente fatale e molto probabilmente non solo in termini politici. I due anni di conflitto hanno confermato che gli intenti di Putin non sono mai stati di tipo difensivo, ma rispondono esclusivamente a delle cervellotiche mire espansionistiche ed imperialistiche che la “sua” Russia è intenzionata a perseguire con l’uso della forza e in disprezzo di ogni logica di indipendenza ed autodeterminazione dei popoli. Gli stessi due anni di guerra non sono invece serviti a modificare le idee di chi parla di una pace chiaramente ingiusta, visto che dovrebbe essere – di fatto – il frutto solo di una resa incondizionata degli ucraini aggrediti. Si è detto e ripetuto più volte un concetto che fotografa la situazione bellica da due anni a questa parte: se smettono di combattere i russi finisce la guerra, ma se smettono di combattere gli ucraini finisce l’Ucraina. Eppure ancora oggi ascoltiamo degli incomprensibili sermoni sulla inopportunità di sostenere gli ucraini in questo disastroso conflitto anche con l’invio di armi, dimenticando fatalmente l’origine della guerra e le responsabilità di chi ha dato il via all’aggressione.

Ancora oggi chi vorrebbe fermare il sostegno a Kiev non è in grado di spiegare con quale misura alternativa si potrebbe contrastare l’inaccettabile pretesa della Russia di annettersi l’Ucraina; e soprattutto nessuno è in grado di garantire che il processo di espansione si fermerebbe poi alla sola Ucraina. La motivazione che si esibisce spesso in questi ragionamenti è la stanchezza dell’opinione pubblica europea e occidentale, facendo così un grande torto alla popolazione ucraina che – più che stanca – è distrutta moralmente e fisicamente da questi due anni di guerra, di privazioni, di sofferenza e dolori per noi inimmaginabili.

L’insegnamento che l’Europa deve trarre da questa vicenda è che democrazia, pace e libertà sono beni preziosi che hanno un costo, che è in ogni caso inferiore al loro valore.

L’Indonesia piange la scomparsa di Padre Sastrapratedja

La Chiesa dell’Indonesia ha pianto in questi giorni la scomparsa del gesuita p. Michael Sastrapratedja, grande divulgatore della filosofia nella società e pioniere negli studi sul pensiero locale, morto il 17 febbraio scorso a Semarang all’età di 80 anni.  

Prima di lui in Indonesia – anche nella stessa comunità cattolica – la filosofia era considerata non solo una materia difficile da apprendere, ma anche uno studio d’élite, riservato ai seminaristi insieme alla teologia. Un’idea cambiata a partire dal 1971 quando l’arcidiocesi di Jakarta, la provincia di Gesuiti dell’Indonesia e la Provincia Francescana dell’Indonesia fondarono a Jakarta la Scuola superiore di filosofia (STF) “Driyarkara”, affidandola proprio a p. Sastrapratedja. Da allora sempre più laici hanno avuto la possibilità di studiare sia la filosofia sia la teologia.

Nato a Wonosobo, nella provincia di Giava Centrale, il giovane Sastrapratedja era entrato come seminarista nel Seminario Minore di Mertoyudan, per diventare poi nel 1965 novizio gesuita a Girisonta. Dopo aver pronunciato i primi voti, fu inviato nell’indiana Pune per studiare filosofia. In anni successivi conseguì anche il dottorato in questa disciplina presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

  1. Michael Sastrapratedja ha dato un contributo educativo enorme alla crescita della STF Driyarkara, insegnandovi dal 1971 fino a poche settimane fa e ricoprendo per decenni anche la carica di presidente. Con lui è diventata la scuola di filosofia più importante dell’Indonesia e i suoi ex allievi hanno contribuito in modo massiccio alla loro presenza in decine di istituzioni, sia religiose che laiche.

Ma anche fuori dalle aule dell’istituzione cattolica ha saputo trasmettere alla società indonesiana il valore dello studio della materia cui ha dedicato la vita, contribuendo con le sue lezioni anche alla crescita delle facoltà di filosofia nelle università indonesiane. Lui stesso è stato anche nominato due volte presidente dell’Università Cattolica Soegijapranata di Semarang. È stato inoltre il primo rettore dell’Università Sanata Dharma, quando il locale Teachers Training College (IKIP) ottenne la possibilità di diventare un ateneo.

Ricordando con AsiaNews la figura di p. Sastrapratedja, l’attuale rettore dell’STF Driyarkara, Simon Lili Tjahjadi, ha affermato che l’altro enorme contributo offerto da questo gesuita all’Indonesia è stato il suo importante progetto di “studi indonesiani”. “Fu lui – ricorda – a dare inizio a una riflessione specifica dal punto di vista filosofico sui nostri valori nazionali tradizionali e sul contributo delle nostre culture multietniche. È attraverso questi studi approfonditi sulle questioni indonesiane che p. Sastrapratedja ha introdotto la filosofia dell’Indonesia al grande pubblico”.

 

Per saperne di più

 

https://www.asianews.it/notizie-it/P.-Sastrapratedja,-il-gesuita-che-ha-fatto-scoprire-la-filosofia-all’Indonesia-60218.html

La Bonino divide, Renzi frena, Calenda guarda oltre.

C’è un passaggio nell’intervista concessa ieri da Sandro Gozi, segretario generale del Pde, a “L’Identità” che pone un serio interrogativo sulla pretesa di Forza Italia, nel “formato” proposto dal neo eletto segretario Antonio Tajani, di essere il riferimento più accreditato per rappresentare le istanze di un nuovo centro. “Tajani sta sognando o fa illusioni” – dice Gozi. “La verità è un’altra, ovvero che da gregario di Fdi sta lavorando per svendere il Ppe all’estrema destra. I popolari devono scegliere se stare con Meloni, appoggiando l’avanzata delle destre, come propongono Tajani e Metsola, o tornare alla posizione originaria, una maggioranza europeista nella quale non c’è posto per Ecr”.

Senza troppi peli sulla lingua, Gozi solleva dunque una questione che in Europa costituisce un fattore di inevitabile discriminazione. Se non si vuole compromettere il faticoso cammino dell’Europa, la battaglia per il rafforzamento della solidarietà tra le forze popolari e democratiche resta un imperativo cui prestare la massima attenzione. Sotto questo profilo, il ruolo che può giocare la componente di Renew Europe, coerentemente schierata a sostegno dell’intesa tra popolari socialisti e liberal-democratici, non è affatto secondario. È il motivo per il quale il Pde – uno dei due pilastri, insieme all’Alde, di Renew Europe – resta attrattivo per gli europeisti di matrice democratico cristiana.

Fin qui Gozi ha ragione. Quando però accenna alla necessità di presentare una lista unitaria, fedele a questa impostazione europeista, scende su un terreno più scabroso. L’iniziativa della Bonino è già fallita, e ciò principalmente per quel mix di laicismo e liberismo che rende ostica, se non impossibile, la collaborazione con i cattolici democratici. Non si costruisce l’unità con un partito che s’inventa, alla luce di una modernità senza freni, il presepe Lgbt o la cannabis libera o l’eutanasia à la carte. Solo Elly Schlein, a sinistra, può farsene paladina, pur dovendo fronteggiare l’insofferenza – meglio si direbbe, allo stato degli atti, l’invertebrata opposizione – dell’ala cattolica più che mai rappresentata da Delrio.

Sabato anche Renzi ha dovuto chiarire nel suo intervento a Roma, davanti alla platea di Spazio Eventi, che l’unico punto di convergenza tra le diverse componenti italiane di Renew Europe sta nell’appello a favore di una Europa più integrata e solidale. Tutto il resto è fonte di polemiche e divisione, come del resto si confà alla psicologia del personale politico di formazione pannelliana.

In tale contesto non ha molto senso scaricare sulle spalle di Calenda la responsabilità del mancato decollo di quella che per l’occasione è stata chiamata “lista di scopo”. Il veto a Renzi è un accidente, non la sostanza del fatto in sé. Calenda avverte a modo suo che l’esigenza vera sta nel possibile andare oltre le anguste profezie di un certo oltranzismo libertario, non facile da coniugare con la proposta di un umanesimo aperto all’etica del bene comune. Non è detto che questa intuizione possa germogliare, in definitiva per farsi organo di una nuova proposta riformatrice, ma senza una verifica attorno alla fattibilità e alla coerenza di tale prospettiva ogni ragionamento sul futuro dei “democratici e popolari” assume i contorni della inconcludenza. Per tutti il sentiero è molto stretto.

Stati Uniti d’Europa, Igino Giordani ne parlava già nel 1925.

[…] Giordani, già dagli anni Venti, aveva condiviso il sogno europeistico di Sturzo. “Vogliamo cooperare alla europeizzazione della cultura, a superare cioè, di pari passo che le supera la scienza, le barriere di un egoismo, non nazionale, ma nazionalistico, tomento d’odio nei popoli, pericolo grave per la cattolicità (universalità) stessa. Noi tendiamo agli Stati Uniti d’Europa con moderatore il Papa. Prepariamone la realizzazione creando le interferenze culturali, che precedano o almeno seguano le interdipendenze economiche e sociali” [I. Giordani-G. Cenci, Preambolo, in “Parte Guelfa. Rivista di pensiero cristiano”, anno I, numero 1, Giugno 1925, p. 1]. Rifacendosi a Benedetto XV, ma anche al ruolo di arbitrato internazionale svolto da Leone XIII per volere di Bismarck, Giordani auspicava un Papa come moderatore, nel contesto internazionale, forte di quel suo primato morale” che svolgeva sin dal primo millennio.

Come tanti altri cattolici democratici, Giordani era convinto che “il prestigio della Chiesa” sarebbe cresciuto “con lo sviluppo delle democrazie”, soprattutto se fosse stata capace di opporsi a quell’Europa “nazionalistica e plutocratica”. Ma occorreva fare in fretta e sostenere quel crescente bisogno di unità, come pure evitare di disperdere l’eredità cristiana del vecchio continente. Che la costruzione degli Stati Uniti d’Europa dovesse realizzarsi al più presto era un’esigenza che scaturiva pure da una puntuale analisi sociale ed economica. Per dare un senso a tutto ciò, bisogna mirare a una “risultante politica, in una forma stabile, che, secondo noi, non può essere se non la Federazione degli Stati europei”. L’Europa “si salverà dal fallimento economico, dalla minaccia di nuove guerre” solo realizzando una “superiore forma organica di coordinamento e di integrazione, che non sciupi nell’accentramento mostruoso le iniziative, le risorse, le articolazioni”. Per i cattolici, ciò costituiva quasi un approdo naturale. Corrispondente da Lucerna nel 1947 al Raduno svizzero dei partiti cristiani, Giordani sosteneva: “A Lucerna s’è parlato dell’Europa, da europei. Era ora. Ci siamo lasciati uccidere e depredare per le nostre divisioni, dimentichi oltre tutto – come dicevano i Padri della Chiesa – che le divisioni sono colpa”. Si era perso fin troppo tempo per comprendere un fatto così evidente. 

Giordani non dimenticava che gli “europei intendono il significato di alcuni vocaboli supernazionali, come quelli di comunismo e socialismo” in modo non chiaro. Lo stesso valeva per il liberalismo ridotto a “un’aristocrazia appesantita dallo strascico di un laicismo anacronistico”. Il cristianesimo, invece, era “una forza religiosa e non un lievito politico”, con in più un senso di universalità, in alcuni momenti “fatto a pezzi dal protestantesimo”, ma sempre vivo. Per questo, Giordani auspicava, nell’Anno Santo del 1950, il primo congresso della democrazia cristiana europea, se non pure mondiale”. Giordani, poi, riteneva che, in futuro, in Europa si sarebbero sviluppate le forze autenticamente popolari e “le due correnti principali saranno la democristiana e la socialista”. Queste differenti visioni determineranno il futuro dell’Unione europea. 

Questa deve essere effettiva e non solo economica, di banche e di capitali. Si capisce perciò perché il fallimento della CED divenne per lo stesso De Gasperi una vera e propria “spina”. Occorreva capire che, per costruire l’Europa, bisognava superare gli egoismi nazionalistici, anche di natura economica. Gli Stati più ricchi partono da un presupposto economico privo di senso che li porta a isolarsi sempre più. Ignorano un principio elementare dell’economia cristiana: “Si sta nel medesimo battello, ricchi e poveri, e, se si affonda, s’affonda tutti. La ricchezza stessa si conserva nella solidarietà: si disperde nella divisione. Due guerre dovrebbero aver illuminato anche i più gretti”: Purtroppo così non era stato e lo stiamo sperimentando anche oggi.

Le convinzioni di Giordani sembrano echeggiare quelle del futuro Cardinale Pavan che vedeva l’Europa prostrata e in “estrema umiliazione (…) straziata in se stessa (…) ridotta a semplice oggetto di patteggiamenti combinati nella sua assenza”. Malgrado tutto ciò, sembra quasi che l’Europa rientrasse quasi in un piano provvidenziale. Questa affermazione era fatta da chi aveva “partecipato personalmente a numerosi incontri” preparatori e che aveva maturato la sensazione che la strada maestra fosse stata tracciata.

R. Pezzimenti, L’Europa dei Padri Fondatori: tradita o dimenticata, in L’Europa che vogliamo, “Opinioni”, anno IX,  n. 19, gennaio-marzo 2019, pp.16-17.

Un partito d’ispirazione cristiana? Sì, ma con spirito nuovo.

Non ho mai amato il termine “ricomposizione”, soprattutto in ambito politico, perché oltre a far intendere qualcosa che si è rotto per poi essere reincollato, riaggregato o, per l’appunto, ricomposto, dà anche il senso di qualcosa di vecchio e di passato che si vuol rispolverare.

Alla luce di questa riflessione, allora, le iniziative volte a “ricomporre” l’area cattolico democratica e popolare vanno portate avanti non nell’accezione di questo termine, che sa di passato, ma guardando al presente e al futuro.

Se si guarda al presente, infatti, vi è una larga fascia della popolazione italiana che non solo rifiuta il diritto-dovere di recarsi alle urne, ma che vive in situazioni economiche non certo rosee (per non dire misere).

A questo va aggiunto anche quella che alcuni sondaggi hanno rilevato essere la volontà di una cospicua parte di cittadini italiani: circa il venticinque per cento, infatti, diserta le urne perché non solo non si riconosce negli attuali partiti o movimenti politici, ma perché fa esplicita richiesta di una nuova forza politica di centro che sappia reincarnare i valori cristiani nell’organizzazione e poi nella gestione della città terrena.

Se ne parla ormai da oltre tre lustri, ma le varie iniziative  spesso rancorose hanno portato perlopiù a chiudersi a riccio nella esclusiva rivendicazione dei valori e della rappresentanza del popolarismo alla stregua quasi di un patrimonio privato; mentre le iniziative concrete sul campo registrano sino ad oggi un eccesso di personalismo che non ha nulla a che vedere proprio con i valori del popolarismo e, in generale, dei cattolici democratici.

Dunque, qual è la bussola? Sicuramente, rispetto alla situazione di qualche decennio fa, quando una buona fetta di cattolici si erano schierati con il centrodestra o con il Pd sul versante del centrosinistra, la situazione attuale è radicalmente diversa.

Il governo delle destre, da un lato, e l’ormai completa estremizzazione del Pd targato Elly Schlein, dall’altro, costituiscono una sponda politica perfetta per portare avanti un progetto politico di natura popolare, democratica, sociale e d’ispirazione cristiana.

Sì, certo d’ispirazione cristiana! Non bisogna aver alcun timore nel saper affermare questo come se fosse qualcosa che riguarda il passato e che le nuove generazioni ripugnano in forza di un sentimento religioso che non coinvolge più.

Eppure, il magistero di questo Papa ci sta insegnando che non solo i valori del cristianesimo rappresentano l’unica novità nell’attuale realtà mondiale grigia, se non plumbea, riguardo ai valori della persona umana, della solidarietà sociale, dell’ambiente, della redistrubuzione della ricchezza, dei processi democratici da conquistare, dell’emancipazione dei popoli che soffrono la fame e l’oppressione; ma proprio i valori cristiani possono costituire, se tradotti laicamente, sul piano politico quella moralizzazione nella gestione della cosa pubblica che le nuove generazioni avvertono come condizione preliminare per il loro impegno civile.

Da queste esigenze occorre ripartire, ma nel concreto dell’attuale situazione politica italiana, abbandonando tutti quei personalismi che sino ad oggi hanno solo danneggiato una posizione politica limpida, disinteressata, che si fa interprete di quei valori che vengono dal basso.

E nell’essere consapevoli di questo, occorre anche ripudiare preliminarmente coloro che hanno svenduto un patrimonio ideale collocandosi addirittura a destra (Fratelli d’Italia) o, invece, consegnando un simbolo glorioso (qual è stato lo scudocrociato) nelle mani della Lega di Salvini. Entrambe le posizioni in funzione del mantenimento di qualche sparuto seggio parlamentare.

Non dovrà esserci posto nel nuovo partito di centro per i trasformisti, gli arrivisti, i venditori di fumo, i nullafacenti che vivono di politica, i colonizzatori di collegi sicuri.

La moralità prima di tutto.

L’umano si perfeziona solo nella relazione

[…] Leggiamo la preoccupazione per un futuro tecnologico che faccia diventare realtà le teorie del postumano e del transumano, proprio quelle convinzioni che spingono in avanti la questione della soggettività servendosi delle biotecnologie, che negano l’opposizione tra natura e cultura e per le quali “nessuna architettura naturale vincola la progettazione del sistema” (p. 69): pensare a qualsiasi oggetto o persona in termini di montaggio e riassemblaggio, di commistione tra organico e artificiale, significa perdere i contorni e i confini che identificano sia l’umano che il cibernetico, dando vita a delle “identità mutanti” per le quali va ripensata anche la modalità della relazione. “L’essere umano – scrive ancora Caltagirone – diventa mero strumento all’interno dell’apparato tecnico, perché la tecnica non si propone fini e non si muove verso scopi, ma verso i risultati delle procedure”. Dalla ragione strumentale ai corpi strumentali, l’apoteosi del funzionamento tecnologico si realizza nelle strutture deterministiche della cultura gestita “da paradigmi, apparati, schemi concettuali tipici di una mentalità tecnocratica e orientata più all’agire strategico e al fare, che al dialogo e all’intesa” (p. 72). Del resto, quando ci si guarda intorno, non si ha l’impressione che ormai già i sistemi della produzione e dell’organizzazione sociale a tutti i livelli, perfino i processi di produzione delle idee, dello scambio dei significati, dei contenuti delle arti, e la stessa ricerca scientifica e umanistica, ci vogliano tutti automi, tutti esecutori irrelati, indifferenti e autocentrati di un medesimo processo stabilito altrove? Un “altrove” che è insensibile alle nostre differenze non codificate e alle nostre peculiarità non trasformate in dati: il passo alla sostituzione robotica risulterebbe già agevolato da queste pratiche dell’impersonalità e dal disconoscimento della relazionalità autentica. Questi nostri timori trovano conferma, purtroppo, nelle disamine inquiete di Caltagirone.

Tuttavia, nel secondo capitolo, lo scenario muta e, come leggiamo già nell’intoduzione, si fa avanti la “speranza”, nella descrizione poetica che ne fece Charles Péguy, per il quale essa “sembra una cosina da nulla, questa speranza bambina, immortale […], ma è proprio questa speranza che attraverserà i mondi”. Se ci facciamo prendere per mano dalla speranza, allora ci torna il coraggio di confrontarci con il vocabolario delle relazioni umane, con la loro “struttura, articolazioni e coordinate”: la fiducia, la confidenza, il riconoscimento, l’apertura alla temporalità, la cura, la responsabilità. Caltagirone ne approfondisce le tonalità e le risonanze, attraverso gli autori che gli sono cari – Nédoncelle, Mounier, Ricoeur, Apel – citando spesso i pensatori e i colleghi italiani che si riconoscono nell’appartenenza alla cultura cattolica, ma anche confrontandosi e raccogliendo i contributi di chi si impegna nella difesa dell’umano-che-è-comune senza alcuna attribuzione religiosa. Alla fine, la risposta ai riduzionismi contemporanei che pregiudicano una comprensione integrale dell’umano, e alla intersoggettività proposta come forma sostitutiva ed esauriente della relazione, sta in un “trascendentale”, in un radicamento metafisico dell’antropologico e dell’etico in prospettiva relazionale:

 

[Assumere il relazionale come trascendentale dell’umano] significa, da una parte, riconoscere la relazione come potenzialità costitutiva inscritta nella natura umana e non soltanto come bisogno di natura psicologica o sociale, dall’altra permettere di ripensare l’intero dell’umano in chiave relazionale, convinti che tutto ciò che nell’essere, nell’operare e agire umano, è prettamente umano, si sviluppa, si accresce, si perfeziona realmente soltanto in contesti relazionali reciproci e quindi umani e umananti (pp. 229-230).

 

In conclusione, tornando alle nostre caramelle, non ci pentiamo di averle assaggiate: perché ce lo hanno chiesto quei bambini, e soprattutto perché non possiamo sottrarci a chi ci guarda.

 

Per leggere, con l’intera rivista, il testo integrale della recensione

 

https://mimesisjournals.com/ojs/index.php/MF/issue/view/211?fbclid=IwAR0KWbdIDHguLPlgxg7f2m23F_cumJ2qH_cpgHIEaqpuwdFblhYE7Xaqteo

L’anarchia della sovranità e la nascita del cittadino europeo

La solidarietà d’Europa è veramente diventata una crudele ironia?

Questo è l’interrogativo che si pone Nicola Politis nell’ultimo numero di L’Esprit international. Il sottile giurista greco, attualmente ministro a Parigi, prendendo in esame il problema etico-storico della solidarietà europea fa alcune considerazioni che meritano di essere sottolineate perché colgono alcuni aspetti dell’attuale crisi politica.

L’Europa, appendice del continente asiatico è, secondo la definizione di Paul Valéry, la parte più preziosa dell’uni-verso, la perla della sfera, il cervello di un vasto corpo. Quali sono le ragioni che rendono permanentemente critica la sua condizione? Si è parlato di una incipiente concorrenza di altre razze, e Lothorp Stoddart per caratterizzare questo fenomeno universale ha trovato la seguente formula: «marea montante dei popoli di colore». Ma questa eventualmente è una causa esteriore ancora non sensibile, e tutt’altro che decisiva. Bisogna trovare le cause interne della malattia.

Politis ne elenca alcune fondamentali: divisioni profonde, sospetti odiosi, ambizioni arroganti, estensione degli armamenti in un nuovo regno (l’aria), legalità divenuta fragile, anemia e sclerosi dei rapporti fra gli Stati, barriere doganali di 26 Stati, ecc. Se vi è una solidarietà davanti al pericolo della catastrofe, tale solidarietà scompare subito non appena si cerchino i mezzi per allontanare la catastrofe.

La storia ha insegnamenti molto eloquenti. L’Impero romano ha garantito al mondo una lunga pace perché la sua pace era il risultato di un ordine. Anche il Politis riconosce che «il principio spirituale della Chiesa ha dato all’Europa il sentimento dell’unità e della solidarietà e durante il medioevo vi è stata un’organizzazione europea». Le crociate hanno unito l’Europa contro l’Islam.

Le scoperte geografiche cominciano a minare l’unità dello spirito europeo la quale va in rovina con la Riforma e la Rinascenza. La Riforma che, secondo quanto il Politis si dimentica di dire, fonda lo statualismo, padre del nazionalismo: la Rinascenza che restaura lo spirito statale pagano.

Il Politis non accenna neppure alla Rivoluzione francese ma, analizzando il nostro tempo, colpisce una delle più infelici creature dell’illuminismo: l’anarchia della sovranità. Cioè gli Stati europei, già divisi per religione, lingua e costumi divengono anche nemici causa un principio di sovranità che non accetta limitazioni.

La sicurezza d’Europa è, secondo una felice difinizione del Politis, una «funzione permanente che cerca un organo» in quanto la supremazia della collettività non è riuscita ad affermarsi contro le egemonie particolari. Però, rifiutando sia l’unità romana che l’unità cristiana, al Politis non resta che una vaga idea di «equilibrio» il quale ha un senso solo se presuppone la reale unità politica (per es. del romanesimo) o la reale unità religiosa del cattolicesimo. Anche Nietzsche parla dell’«Europa dell’avvenire» ma sono frasi che appartengono ad una rettorica utopistica.

Si può ritenere, come ritiene il Politis che la guerra abbia arrestato nel 1914 un già sviluppato movimento verso l’affermazione della solidarietà europea? O non è stata invece proprio la guerra che, mettendo a nudo la povertà morale della nostra civiltà politica, ha finito coll’avvicinare i popoli europei? La Società delle Nazioni, pur essendo come dice il Politis «insufficiente ad assicurare da sola la sicurezza in Europa», è sorta dalla guerra, tanto è vero che dalle sue origini belliche (trattato di Versailles) porta le stigmate, Malgrado tutte le possibili crisi istituzionali che allontanano sempre più il giorno della «nascita del cittadino europeo» la Lega continua ad essere più che un fatto definitivo una idea-forza.

Ma vi sono dei fatti positivi, ed è questa la parte più evidente delle considerazioni del Politis, i quali, malgrado tutte le delusioni degli ultimi anni, fanno ritenere possibile un progresso. La corsa agli armamenti da intensa si trasforma in «frenetica» e non potrà non apparire fra breve in tutta la sua spaventosa e spettrale realtà. In secondo luogo l’aviazione militare ha rivelato all’Inghilterra che essa ha cessato, dal punto di vista della sicurezza, di essere un’isola garantita da ogni aggressione in virtù della cintura d’acciaio della sua flotta. Baldwin ha detto che le frontiere della Gran Bretagna sono sul Reno.

L’Europa si troverebbe sempre più di fronte al tragico dilemma: o unirsi o perire. Per unirsi deve organizzare la pace attraverso varie iniziative fra le quali quella suggerita da Politis non appare, almeno per ora, la più realizzabile.

«La tendenza – egli scrive trattando di armamenti – deve essere non di abolire la forza ma di denazionalizzarla. L’esercizio può restare nazionale ma il giudizio che lo precede e l’autorizza deve essere collettivo».

Sempre più emergente appare oggi in Europa il contrasto fra le nazioni conservatrici e le progressiste, fra quelle che tendono alla stasi e quelle che vogliono il moto. Questo contrasto è gravissimo perché è fondato nelle esigenze di fatto, nella realtà dell’aver troppo da una parte e dell’aver troppo poco dall’altra, e pone sul tappeto tutto il fondamentale problema della distribuzione di beni, dell’equilibrio economico inteso quale presupposto indeclinabile dell’equilibrio politico.

Ogni guerra, osserva il Politis da buon giurista, non è assimilabile semplicemente ad un crimine poiché ha piuttosto la fisionomia di una rivoluzione; e per prevenire una rivoluzione il Codice penale, per quanto comporti pene preventive e repressive, non basta. È necessario invece organizzare la vita sociale in modo tale che le leggi universali dell’ordine non urtino contro le condizioni di fatto ma ad esse si adattino.

Fonte – G. Gonella, La solidarietà europea, “L’Osservatore Romano”, 7 maggio 1936.

Meglio non cedere alla demagogia del terzo mandato

La questione del terzo mandato, ovvero la rimozione in sede legislativa nazionale del vincolo che impedisce ai presidenti di Regione, a causa di norme statutarie, di presentarsi al corpo elettorale anche dopo aver espletato le loro funzioni nell’arco di due mandati consecutivi, richiede un’attenta riflessione politica per non cadere emotivamente nella trappola della semplificazione.

Sì dice che la stabilità degli esecutivi sia un bene e sia ancor più un bene lasciare al popolo la libertà di giudizio sull’operato di un presidente (o per estensione di un sindaco di medie-grandi città, assunto che negli enti di minori dimensioni demografiche il blocco è stato già tolto da tempo). Per giunta, a conforto di questa duplice tesi si portano esempi di altri Paesi, dando vita a comparazioni di vario tipo. Chi si oppone dimostra pertanto di voler imbrigliare la democrazia operando, in buona sostanza, a vantaggio di una partitocrazia sempre in agguato. A fare da arbitro non sarebbe più il cittadino, come auspicava il compianto Ruffilli, ma un sovrano nascosto nelle pieghe di piccoli o grandi apparati di partito.

Le cose stanno proprio così? Bisogna farsi largo nella giungla delle mezze verità e, subito appresso, delle conclusioni azzardate. I riferimenti alle regole di altre nazioni europee sono imprecisi: l’assenza di un tetto ai mandati va di pari passo alla elezione dei presidenti (o dei sindaci) nelle assemblee consiliari, e dunque non mediante investitura da parte del popolo. 

Va da sé, allora, che l’elezione diretta contempli e contrario uno o più momenti di equilibrio, in particolare la fissazione di un limite alla cumulabilità dei mandati. A questo riguardo, l’esperienza degli Stati Uniti è altamente istruttiva: non sono ammesse eccezioni al  dei quattro anni, più altri quattro in caso di rielezione, già a partire dall’inquilino della Casa Bianca. Inoltre, come andrebbe correttamente ricordato, in America non esiste il simul stabunt simul cadent che porta all’imbigliamento delle assemblee consigliari, mettendo sotto ricatto i singoli eletti come avviene nella prassi vigente del nostro Paese. A tutto discapito in questo caso della  funzionalità e trasparenza, e nondimeno dell’efficienza, della democrazia locale.

Non si possono abbattere i paletti che un sistema ben ordinato deve comunque prevedere, pena la distorsione dei meccanismi di salvaguardia dell’esercizio in forma equilibrata del potere pubblico. La demagogia di qualche sindaco o presidente di Regione – perché di questo alla fine si tratta – non può essere il motore di un sano rinnovamento delle istituzioni democratiche.

Nasce morta la lista di scopo della Bonino?

L’iniziativa, seppur lodevole, di Emma Bonino per favorire una “lista di scopo” in vista delle prossime elezioni europee è indubbiamente positiva e da non sottovalutare. Ma, al di là dell’esito concreto dell’incontro convocato a Roma dalla leader radicale, è altrettanto indubbio che un progetto politico serio, credibile e con un minimo di prospettiva non può soltanto nascere “contro” qualcuno. Perché, alla fine, questo resta il vero limite dell’operazione politica messa in piedi dalla stessa Bonino. Soprattutto quando si parla dell’Europa e di un raggruppamento che fa della ricostruzione di un’Europa democratica, riformista e federalista la sua vera ragion d’essere.

E, inoltre, anche la ricostruzione di un Centro e di una “politica di centro” nel nostro paese. Certo, non può essere la Bonino con il suo carico di laicismo, di anticlericalismo e di profonda ed atavica avversione nei confronti di tutto ciò che è riconducibile alla storia e alla cultura del cattolicesimo politico italiano la figura più idonea per porsi alla guida di un processo di costruzione di un Centro riformista, plurale e di governo nel nostro paese. 

Non a caso, almeno sul piano valoriale e culturale, c’è una perfetta convergenza con la strategia libertaria e oltranzisticamente laicista della Schlein. E lo stesso incontro di ieri a Roma lo ha persino platealmente confermato. Ora, però, e per uscire dagli equivoci, credo che almeno due elementi debbono essere sottolineati e chiariti. E cioè, da un lato se “la lista di scopo” decolla è un bene per tutti. Almeno per tutti coloro che si definiscono anche solo genericamente centristi. Perché sarebbe semplicemente incomprensibile che partiti che si riconoscono nel medesimo gruppo europeo poi si dividano a livello nazionale presentandosi sotto liste diverse e contrapposte. Sarebbe un mistero della politica.

In secondo luogo, come dicevo poc’anzi, un Centro riformista, plurale e di governo decolla solo nella misura in cui ci sarà anche un “federatore” credibile e realmente unificante. Non possono nascere svariati “centrini” perché, semplicemente, ciò certificherebbe che la stessa organizzazione di un luogo politico di cui, è bene sottolinearlo con forza, c’è tremendamente bisogno nell’attuale contesto politico italiano è destinato al fallimento ancor prima di nascere.

Certo, le elezioni europee sono una ghiotta occasione, come lo erano anche le ultime elezioni politiche, per presentarsi di fronte agli elettori con una “ricetta” di Centro.

Ma per presentarsi con la dovuta serietà e, soprattutto, affidabilità, sono necessari comportamenti politici altrettanto seri e credibili. Saranno, del resto, solo gli eventi a dirci se questi propositi rispondono ad atteggiamenti politici responsabili e coerenti oppure se dovremmo, ancora una volta, registrare atteggiamenti vagamente adolescenziali e carichi di pregiudizi e di pregiudiziali. Politiche e personali. Ecco perché tra “lista di scopo”, rilancio del Centro e comportamento dei vari partiti e dei rispettivi leader si gioca una partita importante che finisce per condizionare i futuri equilibri della politica italiana. E forse è bene non sciupare questa ennesima occasione.

Un romanzo sulla fine della democrazia nel terzo millennio

[…] Un libro che può essere letto come un avvertimento o come la parafrasi di eventi che stanno realmente accadendo in qualche parte del mondo. La protagonista è Eilish Stack, una rispettata microbiologa, madre e moglie che tenta di salvare il marito e i suoi quattro figli da un incubo apparentemente senza via d’uscita. La vita della sua famiglia inizia a cambiare la notte in cui due uomini in borghese le bussano alla porta di casa per chiederle notizie di suo marito, un rispettato leader del sindacato degli insegnanti. Sono cortesi e premurosi. “Non c’è niente di cui deve preoccuparsi”, la rassicurano. Ancora lei non lo sa ma sono agenti di una nuova polizia segreta alla ricerca di dissidenti da far sparire. Una nuova legge sui poteri di emergenza approvata dal governo è il preludio della sospensione di tutti i diritti costituzionali. Nel giro di pochi giorni suo marito svanisce, come inghiottito nel nulla, insieme a centinaia di altre persone comuni circondate dal silenzio implacabile dello Stato. Eilish nega a lungo la gravità di quanto sta accadendo e quando infine se ne rende conto è ormai troppo tardi. Da quel momento in poi, mentre l’ordinaria quotidianità cui era abituata si sbriciola come sabbia sotto i suoi piedi, inizia a lottare nel tentativo di tenere unita la famiglia. Non soltanto i suoi figli ma anche l’anziano padre in preda alla demenza e incapace di dare un senso a un mondo comunque insensato.

Intorno alle sue paure e alla sua disperazione Lynch descrive il collasso della democrazia riportando alla memoria echi di grandi classici della narrativa distopica come 1984 di George Orwell e Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, con particolari che ricordano esperienze dittatoriali recenti come quelle del Cile e dell’Argentina degli anni ‘70. Ma lo fa nel suo caratteristico stile lirico mai esasperato, tratteggiando un incubo talmente plausibile da togliere il fiato e costringe il lettore a immedesimarsi fino alla fine nella sorte dei protagonisti.

Nei suoi romanzi precedenti (a cominciare dal fortunato debutto, Cielo rosso al mattino) Lynch aveva già dimostrato di possedere un talento particolare nel cimentarsi con ambientazioni oscure e con tematiche come la violenza e la vendetta, la redenzione e il perdono. A prevalere, in Il canto del profeta (la cui edizione italiana uscirà l’8 marzo con le edizioni 66thAnd2nd), è però un’atmosfera claustrofobica amplificata da una prosa a tratti poetica e dal consueto utilizzo mirato di sinestesie e metafore che caratterizzava anche le sue opere precedenti. Stavolta la narrazione scorre del tutto priva di paragrafi, con lunghe sezioni di prosa continua che trasmettono un senso di urgenza assoluta. I dialoghi sono talvolta interrotti da descrizioni accurate e da slanci introspettivi e commoventi che scavano a fondo nell’animo dei personaggi. Quando le persone rimangono intrappolate negli ingranaggi del dispotismo – sembra volerci dire Lynch – il libero arbitrio può rivelarsi una finzione politica. Con questo romanzo cerca anche di scuoterci dalla confortante illusione che tutto questo non possa accadere davvero.

 

Per leggere il testo completo

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-il-canto-del-profeta-e-la-scomparsa-della-democrazia-6417.html

L’europeismo di matrice democratica cristiana nel pensiero di Gonella

In questo volume vengono pubblicati alcuni brani di articoli e discorsi che ho dedicato al problema dell’europeismo ed a questioni internazionali connesse alla costruzione della Comunità europea.

Ho avuto la felice ventura di poter essere fra i primi sostenitori dell’esigenza dell’unità europea, pubblicando una serie di articoli nell’«Osservatore Romano» fin dagli inizi degli anni ’30, quando imperversavano il razzismo, il nazionalismo e l’imperialismo nazi-fascista.

Erano ben poche le voci che in quegli anni di lotta e di intolleranza politica potevano levarsi contro le aspre rivalità fra nazioni europee che condussero alla catastrofe bellica. Utopia o sogno erano considerati i programmi federalisti che ora non sono più argomento per ristretti gruppi di intellettuali, bensì materia sulla quale si pronuncia il suffragio popolare.

Anche negli anni del triste epilogo della guerra ho continuato questa battaglia in articoli pubblicati nel quotidiano «Il Popolo», ed ho potuto sostenere le tesi europeiste nella relazione tenuta nel 1946 al primo Congresso della Dc per la determinazione del programma del partito che ha posto l’europeismo fra le sue essenziali rivendicazioni.

Successivamente, nei lunghi anni di permanenza ai Ministeri della Pubblica Istruzione e di Grazia e Giustizia, e pure in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri di Giustizia dell’Europa occidentale, mi sono state offerte varie occasioni di partecipare a convegni internazionali sui problemi della cultura e del diritto europeo, pronunciando discorsi e tenendo relazioni ricordate in questo volume.

Inoltre, essendo da quasi un ventennio deputato e Vicepresidente del Consiglio d’Europa, ho partecipato, nell’Assemblea di Strasburgo, a dibattiti in difesa dell’unità europea la quale, sia pure con difficoltà e lentezze, veniva maturando nella politica dell’Occidente europeo.

[…]

La nostra è stata veramente una «lunga marcia» di pionieri, una marcia silenziosa durata quasi un cinquantennio partendo dalle iniziali rivendicazioni europeiste per arrivare all’elezione del primo Parlamento europeo. La marcia continua: dall’unità economica all’unita politica. È appunto in considerazione delle nuove battaglie che può essere utile testimoniare la tenace costanza nella fedelta alla causa dell’unità europea e quindi della pace fra i popoli, la quale trova un valido fondamento spirituale, culturale e storico nella civiltà cristiana.

[G. Gonella, Lo spirito europeo, Edizioni Logos, 1979]

Il profeta Neemia di fronte alla sofferenza del suo popolo

[…] La prima cosa che Neemia ci ricorda è la necessità di sentirsi toccati e interpellati personalmente dalle storture del proprio tempo. Come Mosè: un giorno avvertì la chiamata a condividere la compassione di Dio nei confronti del suo popolo, sottoposto al giogo della schiavitù (cfr Teani 2018, 330-333). Senza un tale appassionato coinvolgimento, avrebbe continuato a pascolare il gregge di suo suocero, rassegnato a muoversi su corti orizzonti. Anche oggi risulta determinante percepire l’appello di Dio nel cuore degli appelli dell’umanità sofferente.

L’esplorazione della città da parte di Neemia evidenzia l’importanza di condurre un’analisi onesta della realtà, senza lasciarsi trasportare da facili entusiasmi (cosciente dei rischi dell’operazione, agisce con prudenza, di notte) e senza sottostare a timori paralizzanti, mostrando anzi grande forza d’animo, nonostante i reiterati tentativi di intimidirlo (cfr Neemia 6,9.13.19). «La prima virtù necessaria per affrontare seriamente il futuro è l’onestà intellettuale. Romano Guardini la chiamava “la serietà imposta dalla verità”, una serietà che vuole sapere la posta realmente in gioco, al di là delle semplificazioni e di tutte le proposte emotive; l’onestà di chi vuole conoscere a fondo le cose. Onestà intellettuale su tutti i problemi in gioco, onestà intellettuale che deve poi divenire metodo di vita, di ricerca» (Martini 1986, 126).

L’onestà intellettuale però non basta. Deve essere accompagnata da una fiducia granitica nel bene, che prende la forma della certezza che Dio ascolta il grido dei poveri per chi crede (Neemia 1,6.11). È quanto riconosce Giuditta, rivolgendosi al Signore in un tempo di grave minaccia per Israele: Tu sei il Dio degli umili, sei il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati (Giuditta 9,11). Né Giuditta, né Neemia si aspettano da Dio interventi spettacolari o soluzioni prodigiose. Chiedono la forza per affrontare con lucidità e tenacia la grave congiuntura in cui si trovano a vivere.

La presa di coscienza dei problemi in gioco e delle difficoltà da affrontare, unitamente alla fiducia incrollabile nel sostegno dall’alto, permettono di trasmettere ai propri contemporanei una parola di incoraggiamento e di speranza, convinta e potenzialmente convincente: «Il termine “con-vinzione” dice proprio che si tratta di una vittoria su tutti i messaggi negativi che attraversano un’esistenza: vittoria che, come suggerisce la parola “con-vinzione”, necessita del concorso di altre persone, ma vittoria anche che nessun altro può ottenere al mio posto» (Théobald 2010, 17).

Neemia è cosciente che il progetto di riedificare le mura di Gerusalemme non può rimanere generico. Sa che la fede «non si identifica con il fideismo, che, per esprimere la fiducia in Dio, vorrebbe la rinuncia ai mezzi umani che sono a nostra disposizione» (Bovati 2013, 80). Per questo prende precisi provvedimenti per organizzare i lavori in modo insieme flessibile e determinato. Emerge qui l’importanza della concretezza. Ne parlò il cardinal Martini in una meditazione tenuta nel dicembre 1984: «È la capacità di intuire ciò che va fatto adesso e qui; è la sfiducia per i discorsi astratti e inconcludenti; è il senso delle persone, dei rapporti, del momento presente. Questa riflessione ci porta a concludere che non esiste bene nel mondo se non è concreto, perché concretezza è attenzione al massimo grado di bene effettuabile, con amore, in una data situazione» (Martini 2018, 408). Molti anni dopo, al convegno Fede e cultura, tenuto a Milano nel maggio 2006, Martini, rifacendosi a Giuseppe Lazzati, si chiese: «[I cristiani] sanno uscire da un semplice entusiasmo per i valori, a una fatica nel tradurre questi valori in un contesto democratico, cercando il bene comune possibile in questo momento?» (cit. in Vergottini 2015, 71). L’impegno per promuovere i valori in un contesto democratico è autentico quando si incarna in direttive concrete. Non basta desiderare il bene; si deve capire come attuarlo. Occorre la sapienza pratica e capillare, che aiuti a individuare piste concretamente percorribili. Di fronte a problemi ardui, non ci sono soluzioni facili. Si pensi all’accoglienza dei profughi, alla piaga della tossicodipendenza, alla solitudine degli anziani, al disagio giovanile.

Un ultimo rilievo. Neemia si premura di coinvolgere gli abitanti nella difesa di Gerusalemme, dotando ciascuno dell’equipaggiamento necessario per respingere gli attacchi nemici. Questa decisione sgombra il campo da ingenue letture del reale. Da un lato, evidenzia che il buon esito di un’iniziativa non può dipendere unicamente dall’impegno di chi l’ha promossa, ma è essenziale che sia fatta propria anche da altri. Dall’altro, ricorda che anche oggi è in atto una lotta contro temibili forze, che cercano di ostacolare ogni tentativo di rinnovamento, servendosi, in particolare, dell’uso spregiudicato di messaggi ingannevoli. Come condurre tale lotta? Chi sono i veri nemici da combattere?

 

Fonte: Aggiornamenti Sociali, febbraio 2024.

Titolo originale: Ricostruire la comunità.

 

Per leggere il testo completo

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/ricostruire-la-comunita/

Il Partito del popolo indiano può confermarsi alla guida del Paese

 A pochi mesi dalle elezioni per la Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento indiano – che dovrebbero tenersi tra aprile e maggio – i partiti che si oppongono al Bharatiya Janata Party (BJP) al governo appaiono in crisi e disuniti, dopo aver annunciato, a settembre dello scorso anno, la creazione di un’alleanza chiamata INDIA (acronimo che sta per Indian National Developmental Inclusive Alliance, in contrasto con il termine hindi “Bharat”, utilizzato per descrivere la nazione soprattutto dai leader del BJP).

Il partito del Congress ha concordato la condivisione dei sette seggi di Delhi con l’Aam Aadmi Party (AAP), guidato da Arvind Kejriwal, attuale chief minister della capitale, e ha stretto un simile accordo con il Samajwadi Party per quanto riguarda l’Uttar Pradesh e il Madhya Pradesh. 

Potrebbe suonare come un successo, ma è in realtà l’ennesimo segnale di uno smarrimento generale: alcuni leader locali, come il chief minister del Punjab, dove l’AAP è al governo e il Congress all’opposizione, hanno dichiarato di opporsi a qualunque forma di dialogo con il partito della famiglia Gandhi, mentre gli altri colloqui per la condivisione dei seggi sono in stallo a causa di personalismi e divisioni ideologiche. Il mese scorso Mamata Banerjee, popolare chief minister del Bengala occidentale e leader del Trinamool Congress Party, aveva annunciato che avrebbe affontato in solitaria le elezioni nel suo Stato e a fine gennaio anche Nitish Kumar, chief minister dello Stato settentrionale del Bihar, ha ritirato la sua partecipazione all’alleanza INDIA per schierarsi con il BJP, ricevendo accuse di aver cambiato bandiera per massimizzare le possibilità di una vittoria. I portavoce del Janata Dal, da cui proviene Kumar, avevano invece dichiarato che i rappresentanti del Congress erano più interessati a rafforzare il loro partito anziché il gruppo dell’opposizione.

Un sentimento condiviso anche dagli altri partiti regionali, secondo cui il Congress ha tentato di schierare i propri candidati nella maggioranza dei seggi, anche negli Stati in cui è debole. “Fin dall’inizio, l’alleanza dell’opposizione doveva essere qualcosa di più di una semplice aritmetica elettorale. Ma la maggior parte dei partiti mette al primo posto i propri interessi e cerca di consolidare le proprie posizioni negli Stati in cui sono più forti. Non si cedono spazio a vicenda”, ha affermato Gilles Verniers, studioso di politica indiana e membro del Center for Policy Research con sede a New Delhi. Al contrario, il BJP, da cui proviene il primo ministro Narendra Modi – secondo tutti gli osservatori destinato a vincere un terzo mandato – “è riuscito a mettere in luce la sfiducia dell’opposizione. Sta cannibalizzando i suoi partiti dall’interno, combinando queste defezioni e prosciugandole dal basso”, ha aggiunto Verniers. 

Negli ultimi mesi, inoltre, le agenzie statali hanno condotto una serie di arresti e indagini nei confronti dei leader politici che si erano uniti alla coalizione INDIA, mentre sono state archiviate le inchieste di coloro che si sono schierati con il BJP. Anche Arvind Kejriwal rischia l’arresto, hanno annunciato i portavoce dell’APP, se il partito confermerà l’accordo di spartizione di seggi con il Congress.

Ma all’opposizione manca anche una narrazione condivisa che si ponga come alternativa a quella di Modi, che, eletto per la prima volta nel 2014, si è presentato come un outsider e ha poi fatto leva sul sentimento religioso indù, allontanandosi dalle radici secolari su cui era nata l’India indipendente.

Il leader del Congress Rahul Gandhi, grazie alle sue marce attraverso il Paese, è riuscito a ridare un certo slancio al Congress, ma molti dubitano sul fatto che la ritrovata popolarità possa poi trasformarsi in voti, perché anche temi come l’aumento della disoccupazione e il malcontento economico non hanno trovato sufficiente spazio nei dibattiti dell’opposizione.

L’India ha un sistema elettorale maggioritario in cui in ogni collegio vince il candidato che riceve più voti. Nel 2019, il BJP aveva ricevuto il 37% delle preferenze, ottenendo 303 seggi su 543, contro i 52 del Congress. Per le prossime votazioni, la National Democratic Alliance, che riunisce il BJP e altri partiti, punta ad ottenere 370 seggi.

“Sembra che all’opposizione manchi il fuoco e la voglia di vincere, che il BJP ha in abbondanza”, ha detto il commentatore politico Arathi Jerath. “Oggi, a meno che non ci sia una rivolta popolare contro il partito al potere a causa delle difficoltà economiche, Modi sembra ben avviato a vincere comodamente un terzo mandato”.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Nella-corsa-alle-elezioni-in-India,-opposizione-divisa-da-personalismi-e-differenze-ideologiche-60211.html

La Voce del Popolo | Relazioni internazionali, ambiguità non possibili.

La morte – meglio, l’assassinio – di Navalny ci costringe a fare i conti con una dimensione particolare della vita politi- ca: l’eroismo. Una dimensione che la nostra civiltà democratica non rende così necessaria, almeno a noi e almeno finché dura. Ma che da altre parti, sotto il cielo plumbeo dei regimi più oppressivi, rappresenta invece una drammatica opzione.

A tanto eroismo, che arriva fino a mettere in gioco la propria vita, non possiamo opporre la ritualità. Anche a noi viene chiesto di corrispondere in qualche modo alla drammaticità di certe situazioni. E il modo più giusto per cercare di farlo è quello di mettere da parte, una volta per tutte, alcune doppiezze in materia di politica internazionale che con- tinuano a perpetuarsi con disinvoltura nel bel mezzo delle bufere che stanno squassando il mondo.

Abbiamo costruito due mezze coalizioni che ospitano stridenti contraddizioni in materia di politica estera e segnatamente nel giudizio su Putin e sul suo regime. Tale è la differenza tra Salvini e Meloni nel recinto di maggioranza, e tale quella tra il Pd e i cinque stelle nel campo più o meno largo dell’opposizione. Queste differenze non vengono mai chiarite, elaborate, risolte. Restano lì come a dire che vale più l’utilità dello schieramento elettorale di casa di quanto non valga lo schieramento del nostro paese nel contesto globale.

Queste ambiguità non sono più possibili, né strategicamente né eticamente. Occorre che ogni coalizione si fondi su una comune visione del nostro posto nel mondo. Diversamente si diventa una piccola provincia, un’Italietta. E ovviamente non si rende onore alla memoria di Navalny.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 22 febbraio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La chiarezza in politica estera non appartiene ai populisti

La politica estera, storicamente, è l’aspetto costitutivo e quasi discriminante per dimostrare se un partito ha una cultura di governo o meno. Senza una chiarezza di fondo sulla politica estera qualsiasi partito o movimento è destinato nell’arco di poco tempo a cadere nella confusione o, peggio ancora, a scivolare progressivamente nel trasformismo politico e nell’opportunismo parlamentare. Del resto, è appena sufficiente osservare concretamente il comportamento delle forze politiche della prima repubblica e anche di quelle dopo l’uragano di tangentopoli, per rendersi conto che la coerenza sulla politica estera resta il faro che illumina la coerenza e il progetto politico di un partito. E non soltanto sul piano geopolitico mondiale ma anche, e soprattutto, nelle scelte politiche concrete del proprio paese. Perché la chiarezza e la coerenza sulla politica estera è sinonimo anche di chiarezza, ad esempio, sulla politica economica e sociale e su quella dei diritti. Insomma, la politica estera appartiene a pieno titolo alla carta di identità politica e culturale di un partito. E per i grandi partiti popolari, democratici e di massa del passato la politica estera, appunto, rappresentava lo spartiacque per costruire il campo delle alleanze e la stessa strategia di governo.

Ora, è altrettanto noto che le forze e i movimenti populisti – da chi detiene il marchio principale e quasi esclusivo, cioè i 5 Stelle e la Lega salviniana – non hanno alcuna chiarezza sulla politica estera se non quella di cavalcare gli istinti più triviali e momentanei della pubblica opinione. Che, di norma, si tratta di modelli radicalmente estranei alla cultura democratica e liberale. Non a caso, e proprio alla luce degli ultimi accadimenti drammatici che provengono dalla Russia, noi assistiamo al semplice riproporsi di un aspetto. E cioè, i populisti sono privi di una strategia lineare di politica estera perché la mancanza di una cultura politica da un lato e l’assenza di una altrettanto necessaria ed indispensabile cultura di governo dall’altro inibisce a questi partiti di giocare un ruolo responsabile e di medio lunga durata. Se non quello di cavalcare gli umori della piazza che, come noto, sono destinati a mutare con una rapidità impressionante. E non stupisce, al riguardo, che proprio sulla politica estera si registri una sostanziale convergenza tra partiti che apparentemente stanno su sponde opposte ma che, invece, sono accomunati dalla deriva e dalla sub cultura populista. Cioè, per essere ancora più precisi, i partiti dell’indimenticabile alleanza giallo-verde.

Ecco perchè, se è vero com’è vero che sta ritornando lentamente la politica e con la politica anche le tradizionali categorie, diventa sempre più importante, nonchè decisivo, saper rideclinare una cultura di governo autentica e credibile, naturalmente accompagnata da una visione europea e mondiale

Non ci può essere confusione con il qualunquismo o, peggio ancora, con il dilettantismo opportunistico e trasformistico. Per questi semplici motivi è giunto il momento di isolare definitivamente ed irreversibilmente il populismo da qualsiasi alleanza di governo. Sempreché si voglia recuperare la credibilità della politica da un lato e l’efficacia dell’azione di governo dall’altro.

Perché non è possibile pensare di aprire una nuova stagione della politica italiana senza isolare le ragioni (e i partiti) che sono il frutto e la conseguenza della sconfitta e della irrilevanza della politica stessa. Ne va anche, e soprattutto, della credibilità del nostro sistema politico, della qualità della nostra democrazia e dell’autorevolezza delle nostre istituzioni democratiche.

Ucraina, a due anni dall’invasione russa urge una soluzione diplomatica.

Il 24 febbraio ricorre il secondo anniversario dell’aggressione russa all’Ucraina. Dopo due anni di guerra si impone un bilancio.

Credo che il primo elemento da considerare, per quel che ci riguarda, sia l’impegno profuso dall’Italia nel sostegno all’Ucraina, in piena continuità tra il governo attuale e quello precedente, e con una condivisione praticamente di tutte le forze di opposizione, in primis di quelle di centro e di sinistra. Indice di un Paese affidabile, coeso e determinato nel mantenere i propri impegni internazionali. E questo rafforza l’autorevolezza della posizione italiana presso gli Alleati nelle sedi in cui si prendono le decisioni.

Un secondo elemento da considerare è costituito dal responso sul campo di battaglia, emerso in questi primi due anni di guerra, con costi umani, economici, ambientali altissimi che suonano come una mesta conferma di quale sia sempre, come ha osservato Papa Francesco, la vera natura della guerra, quella di “crimine contro l’umanità”. Sul piano poi dei risultati conseguiti ad un così alto prezzo, purtroppo, si deve constatare che la posizione attuale dell’Ucraina non sembra risultare migliore non solo di quella precedente all’inizio del conflitto, che risale a un decennio fa, ma anche non migliore di quella all’inizio dell’invasione russa del 2022. Ciò accresce le responsabilità di quanti fecero saltare l’intesa dettagliata tra i belligeranti, raggiunta un mese dopo la brutale invasione russa, nei colloqui di pace di Istanbul del marzo 2022.

L’impressione che si ricava è che questo terzo anno di una guerra che a tutti gli effetti può esser considerata come una nuova guerra civile europea, tra popoli fratelli e di tradizione cristiana, sia destinato a procedere per inerzia col suo carico quotidiano di morte e distruzione sulle linee del fronte, in attesa dei cruciali appuntamenti politici e elettorali previsti nell’anno in corso. Ciò potrebbe rendere questo nuovo anno di guerra quello in cui in Russia e sulle due sponde dell’Occidente, quella europea e quella americana, si raggiunge una maggiore consapevolezza del fatto che una possibile soluzione non potrà venire dalle armi bensì solo dalla politica.

Il conflitto ucraino esige in ogni caso un’accelerazione dell’integrazione europea sotto diversi punti di vista. Riguardo a un maggiore coordinamento dei sistemi di difesa nazionali, in modo  da rafforzare il pilastro europeo della Nato. Riguardo alla creazione degli strumenti finanziari e fiscali comuni necessari a sostenere il crescente impegno militare europeo. Riguardo, infine, alla definizione di una comune strategia, distinta e autonoma, intorno agli interessi europei da fare valere qualunque sarà l’esito delle elezioni americane del prossimo 5 novembre.

Possibilmente non dimenticando che mentre le economie europee,a differenza  di quella americana, si devono adattare alle condizioni più sfavorevoli seguite al conflitto ucraino e a una ancora indeterminata durata della guerra, continua la crescita dei Paesi non occidentali, non solo sul piano economico ma anche su quello geopolitico. In particolare a fine ottobre, poco prima delle elezioni americane, si terrà il XVI Vertice BRICS a Kazan, in Russia, che potrebbe ulteriormente mutare gli equilibri fra Occidente e il cosiddetto Sud Globale, con la probabile entrata nel Coordinamento di altri Paesi asiatici, africani e latinoamericani, di primaria importanza per posizione geografica, popolazione, ricchezza di risorse naturali ed energetiche. Ciò non farà che rendere ancor più evidente che la transizione geopolitica in corso, di portata epocale, va gestita soprattutto con le armi della diplomazia, puntando alla definizione di un nuovo ordine globale multilaterale più aderente alla realtà del XXI secolo, più giusto e inclusivo. E in tale prospettiva, per l’Unione Europea, una volta raggiunta una pace giusta sull’Ucraina, pensare a un rapporto meno conflittuale, perlomeno di buon vicinato, con la Russia, credo non possa esser considerato un tabù, come alternativa al lasciare che sia ancora una volta una grande guerra a determinare il futuro assetto degli equilibri globali.

Auspicando che la lezione di questi due anni di guerra venga ben appresa da tutte le parti in causa, credo rimanga la necessità per i Popolari nell’area di centro di esprimere una sensibilità complementare a quella che esprimono le forze politiche che presidiano tale area politica, che punti maggiormente a mettere in risalto l’inidoneità, dimostrata dai fatti, della guerra nel costruire soluzioni e la necessità di puntare a una soluzione diplomatica che inscriva la soluzione del conflitto ucraino in un più ampio accordo sulla sicurezza in Europa e nel mondo, del quale accordo l’Ue dovrà esser protagonista se vuole evitare che venga comunque raggiunto da Stati Uniti, Russia e Cina ma sulla propria testa.

Nikki Haley accusa Trump di debolezza nei rapporti con Putin

Le primarie repubblicane in Sud Carolina avranno un solo tema: la Russia. La candidata GOP Nikki Haley intende attaccare l’ex presidente Donald Trump proprio sul fronte delle relazioni con il presidente russo Vladimir Putin.

Nelle interviste concesse a vari media, nei post pubblicizzati sui social e sul palco degli eventi di raccolti fondi, l’ex ambasciatrice all’ONU ha più volte usato la morte del leader dell’opposizione russa, Alexei Navalny, per lanciare una raffica di accuse contro il suo “ex capo”.

Trump è finito nel mirino della Haley per aver aspettato tre giorni prima di riconoscere la morte di Navalny; poi per non aver condannato il presidente russo Vladimir Putin; infine per aver ampiamente criticato la NATO, mentre la guerra in Ucraina rischia di minare la stabilità europea.

L’altro ieri, in un evento di raccolta fondi, la Haley ha dichiarato che “Trump si sta schierando con un dittatore che uccide i suoi oppositori politici”. L’ex ambasciatrice ha poi ribadito che “Trump si è schierato dalla parte di un uomo malvagio rispetto ai nostri alleati che erano con noi l’11 settembre”.

Haley è arrivata a definire il suo avversario “un debole in ginocchio” quando si tratta della Russia. E infine durante un comizio a Beaufort, ricordando le dichiarazioni dell’ex presidente che incoraggiavano la Russia ad attaccare i paesi NATO insolventi, la candidata repubblicana ha visto la folla reagire e schierarsi dalla sua parte.

La politica estera è uno dei cavalli di battaglia che l’ex ambasciatrice all’Onu sta usando nella sua campagna nel tentativo di aiutare gli elettori a conoscere le posizioni di Trump e rivalutare di conseguenza le sue.

Medioriente, una polveriera pronta ad esplodere.

Dunque, vogliamo riepilogare? Giusto per fare un sommario quadro della situazione nell’area più esplosiva del globo, quella mediorientale e giù a sud fino al Corno d’Africa.

L’attenzione e la preoccupazione del mondo sono tornate a posarsi da quelle parti con maggiore intensità a partire dal 7 ottobre, con la mattanza di Hamas in Israele. Lo scontro scatenatosi nelle settimane seguenti, con l’invasione israeliana della Striscia di Gaza, ha per così dire “risvegliato” tutta una serie di conflitti a bassa-media intensità presenti nell’area da anni e mai risolti, sempre pronti a intensificarsi.

Israele sta distruggendo Gaza, e forse anche Hamas, ma l’esito della guerra sarà una generazione di palestinesi, anzi più di una generazione, che crescerà nel risentimento e nell’odio verso lo stato ebraico, col rischio concreto che – se non si darà al più presto vita ad uno Stato di Palestina autorevole e dotato dei mezzi necessari per crescere e per mantenere l’ordine interno – molto probabilmente nuovi gruppi terroristici nasceranno all’insegna di motti incitanti alla distruzione del nemico sionista, esattamente come è oggi Hamas.

Israele è posto sotto pressione a nord, dalle milizie di Hezbollah che detengono quote importanti di potere in Libano; a nord-est, ai confini siriani e presso le alture del Golan ove possono operare con incursioni a sorpresa miliziani liberi di muoversi in Siria e legati all’Iran; a est, in Cisgiordania dove gli insediamenti dei coloni dopo aver usurpato le terre palestinesi sentono ora la pressione esercitata da incursioni provenienti da oriente, creando inoltre preoccupazioni interne al Regno di Giordania, il quale inevitabilmente deve assumere una postura ostile nei confronti di Gerusalemme; a ovest, alla frontiera col Sinai egiziano dove rischia ora di crearsi un nuovo fronte non solo per la possibile presenza di gruppi legati all’ISIS, ma anche per l’irrigidimento dell’Egitto, giunto a minacciare la rottura dell’accordo di pace fra i due paesi nel caso Israele decidesse di invadere anche Rafah, determinando una pressione ingestibile sull’omonimo valico di confine. Il Cairo lo vuole assolutamente mantenere blindato, terrorizzato da una possibile marea umana riversantesi sul suo territorio, con conseguenze drammatiche anche per la sicurezza interna.

Ma il fronte israeliano è solo l’epicentro della tensione. Molti altri ne esistono. A cominciare naturalmente dal Mar Rosso, via marittima fondamentale per gli scambi commerciali mondiali e in particolare europei, sottoposto agli attacchi missilistici degli Houthi yemeniti, armati e finanziati dall’Iran. Per questo sono bombardati dagli americani col risultato, forse cercato, di mostrarsi di fronte alle masse arabe come un movimento in grado di combattere e far paura agli odiati occidentali, ora impegnati in una missione militare assemblata dalla UE, a comando italiano, di protezione delle navi mercantili: c’è in tutto ciò anche il messaggio implicito che l’Iran sciita sta inviando alle popolazioni musulmane, ovvero che loro, gli sciiti, come ad esempio gli Houthy, sono davvero in grado di contrastare i “sionisti” e l’occidente, a differenza dei sunniti arabi che con quest’ultimo fanno affari e, con gli Accordi di Abramo, vorrebbero addirittura riconoscere lo Stato di Israele, come già fatto dall’Egitto e da altri paesi sunniti.

A sud del Mar Rosso, nel Golfo di Oman, vi sono già stati missili lanciati dall’Iran su navi israeliane e conseguenti risposte da parte di questi ultimi. E sempre a meridione, dalle parti del Corno d’Africa, forti sono le tensioni fra Somalia (che ha problemi di gestione interna dovendo combattere la forte presenza qaedista dei miliziani Shebab) ed Etiopia. Una nazione, questa percorsa da una latente guerra civile: infatti, dopo aver perduta l’Eritrea è alla disperata ricerca di uno sbocco sul Mar Rosso, ponendosi in contrasto con l’Egitto e con il Sudan a causa della avvenuta costruzione della Diga del Rinascimento sul Nilo, che minaccia in termini esistenziali la nazione dei faraoni, come millenni di storia antica ci hanno insegnato.

E sempre nel sud della penisola arabica l’ormai ultradecennale vicenda yemenita non si è affatto conclusa, anche se da qualche tempo vive una fase conflittuale ridotta che però non ha ridotto le sofferenze di una popolazione civile affetta da fame, malattie, disperazione. E per concludere, last but not least, la Siria: ove il regime del carnefice al-Assad controlla circa due terzi del territorio ma dove nel restante terzo agiscono cellule ISIS, gruppi filo-iraniani che attaccano basi americane, turchi che nel nord combattono i curdi, missili israeliani che di tanto in tanto colpiscono postazioni avversarie, russi posizionati con aerei e navi sul Mediterraneo. E l’Iraq, paese nel quale la stabilità è di là da venire, ove sono attive milizie curde per l’indipendenza attaccate dai turchi, guerriglieri islamici sciiti, terroristi dello stato islamico, americani a difesa delle proprie basi.

Insomma, una polveriera. Che gli eventi innescati il 7 ottobre rischiano di far esplodere.

Caso Navalny, il dolore e la rabbia di una madre.

Lyudmila Navalnaya è una donna di 69 anni che esprime determinazione e coraggio: a braccetto del legale che aveva seguito suo figlio Alexei nelle vicissitudini processuali, sempre perdenti, che lo avevano portato nel penitenziario K3 ‘lupo polare’ di Kharp, oltre il circolo polare artico, a concludere la sua vita in modo tutt’affatto chiarito, affronta il freddo della Siberia con i suoi 35 gradi sottozero alla ricerca del corpo del figlio, affinchè le venga restituito per una degna sepoltura. 

Dopo aver affrontato il viaggio di quasi duemila km partendo da Mosca, ora bussa alle porte degli edifici dove spera di trovare le spoglie mortali di Alexei. Lo aveva visto per l’ultima volta dove lo cerca ora: era il 12 febbraio e l’aveva trovato sereno. Di fronte ad un genitore che soffre quanto solo Dio sa, un figlio fa tutto il possibile per nascondere tutti gli aspetti negativi di una detenzione devastante, oltre che ingiusta. E Alexei era sempre stato rassicurante con la madre, la moglie, i suoi cari.

Tutto il castello di carte che l’aveva portato fin qui era la metafora di una strategia distruttiva calibrata dal regime per via gerarchica, fin nei minimi dettagli. Probabilmente anche la data della fine della sua esistenza faceva parte di un piano programmato, in prossimità della rielezione di Putin: un segno di forza tetragona e dirompente, un omicidio di regime. Tutto lascia supporre che sia stato ucciso, con una tecnica studiata meticolosamente: dal carcere anche così lontano, così isolato dal mondo e così controllato a vista avrebbe potuto creare fastidi alimentando la propaganda della ribellione contro la conferma al potere dello Zar: non esistono regole morali che tengano a freno o inibiscano piani di eliminazione fisica, l’unico mezzo per impedire esternazioni o messaggi che avrebbero anche solo potuto lambire il popolo. Per uno come Putin che sfida il mondo e se ne infischia delle regole che tengono accesa la fiammella della dignità, ora la strada è tutta in discesa, il potere saldamente nelle sue mani. 

Lyudmila lo aveva seguito nel suo peregrinare giudiziario, prima la condanna a 9 anni per ‘oltraggio alla corte’, poi questa a 19 per ‘estremismo’. Si accontentava di vederlo, di accarezzarlo, di abbracciarlo: sentimenti che il regime non considera neppure, non c’è traccia di un barlume di resipiscenza o di umanità nelle scelte di Putin. Da due anni massacra il territorio ucraino distruggendo paesi e villaggi, case e persone, non importa se civili, anziani, donne o bambini. Facendo eseguire ordini spietati e criminali di annientamento e di morte. 

E non è certo una fortuita coincidenza che a pochi giorni dalla morte di Navalny sia deceduto nell’ospedale di Minsk, in circostanze che fanno pensare ad un assassinio, il giornalista e oppositore di Alexandr Lukashenko, Ihar Lednik. Se elencassimo tutti i precedenti omicidi di regime non basterebbe lo spazio concesso a questo articolo. Quando a Navalny si sta accreditando una teoria: sarebbe stato ucciso con un pugno al cuore, una tecnica in uso presso l’ex KGB, dopo essere stato esposto a condizioni di freddo estremo per oltre due ore e mezzo: una “strana passeggiata” considerato che di norma i detenuti non escono all’aperto per più di un’ora. 

Questa è la tesi del Times che cita Vladimir Osechkin, difensore dei diritti umani. E ciò spiegherebbe i lividi trovati sul corpo di Navalny, ma soprattutto il diniego opposto alla richiesta della madre che chiede la restituzione del corpo del figlio. Ha bussato dapprima alla porta del carcere, da lì è stata indirizzata all’ospedale di Salekhard, dove la salma avrebbe dovuto trovarsi nella camera mortuaria: ennesimo ‘niet’, del corpo non c’è traccia, infine all’obitorio di Labitnangi, con lo stesso risultato. Il corpo è occultato, non si sa dove ma si suppone perché: per dar tempo agli ematomi di essere riassorbiti. 

Le autorità negano a Lyudmila Navalnaya di poter vedere il figlio, sarà possibile forse dopo due settimane, decideranno medici e giudici. Già questo la dice chiara sulla matrice omicidiaria del decesso. Ma la mamma di Alexei vuole andare fino in fondo, non si muoverà da quella zona fino a quando le spoglie mortali del figlio non le saranno restituite. Una madre coraggiosa e tenace, nel suo immenso dolore lancia infine un appello televisivo a Putin: “Ridammi mio figlio”. Nessuna risposta. 

Per un dittatore che si è macchiato di crimini orrendi contro l’umanità un comportamento prevedibile. Se ne parla in tutto il mondo, questo è un omicidio di Stato. Mi chiedo come la TV italiana possa ospitare e dare la parola ai più incalliti filoputiniani, gente tetragona alle evidenze e ideologicamente strumentalizzata. La ritengo una vergogna, un’offesa alle vittime, un tradimento dell’onesta informazione.

A pagare per l’inflazione sono le donne

Roma, (askanews) – “La disparità di genere rimane una costante, anche per quanto riguarda la povertà relativa: analizzando i mod.730/2023 per genere e per reddito complessivo equivalente ai fini irpef, emerge infatti che le donne sotto la soglia di povertà relativa sono il 58,1%, rispetto al 41,9% degli uomini (più 17%). Nel mod.730/2023 il reddito medio equivalente annuo delle famiglie con dichiaranti donne è stato di 247 euro più basso rispetto agli uomini (6.199 euro contro 6.446 euro). Per quanto riguarda la perdita di reddito equivalente a causa dell`inflazione tra il mod.730/2020 e il mod.730/2023, le famiglie con dichiaranti donne hanno perso in media 2.767 euro a fronte di una perdita di 2.518 euro degli uomini, quasi 250 euro in più rispetto a quest`ultimi”. 

È quanto emerge dalla ricerca Acli “Povere famiglie. L`impatto dell`inflazione sui redditi degli italiani”, realizzata dall`Osservatorio nazionale dei redditi e delle famiglie in collaborazione con il Caf Acli e l`Iref.

Gli uomini hanno visto erodere il 10% del loro reddito complessivo ai fini irpef dal mod.730/2020 al mod.730/2023; nel medesimo periodo, il reddito equivalente delle famiglie con dichiarante donna è sceso del 14%.

Oltre il 90% delle dichiaranti donna in povertà relativa non risulta coniugata: è vedova, single o separata e il 34% delle restanti donne vive con almeno un figlio a carico.

Le famiglie di anziani soli in povertà relativa, fotografano le Acli, costituiscono l’11% del panel, a fronte del 9,4% di dichiaranti in povertà più giovani. Di questo sottogruppo il 40% sono settantenni e il 60% sono ultraottantenni. La perdita di reddito è stata di circa 2800 euro su un reddito familiare medio equivalente di 20.000 euro.

Ancora una volta ad essere più penalizzate sono le donne: il rapporto tra numero di famiglie unipersonali di dichiaranti uomini rispetto al numero di famiglie di dichiaranti donne over 70 in povertà relativa è di 1 a 6, 14% contro l`86%.

L`inflazione a doppia cifra e l’aumento del costo del denaro non potevano non incidere anche sugli interessi sui mutui per acquisto delle abitazioni. In generale, la media dell’aumento degli interessi sul mutuo per acquisto di abitazioni è stata di circa 340 euro annuali. Se tuttavia consideriamo soltanto i mutui accesi dal 2020 in poi, l’aumento degli interessi ha riguardato il 98% dei mutuatari ed è stato in media di oltre 1060 euro tra il 2020 e il 2022.