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Il Documento Programmatico di Bilancio per il 2021

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge relativo al bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2021 e al bilancio pluriennale per il triennio 2021-2023. Il Documento Programmatico di Bilancio per il 2021 (Draft Budgetary Plan) è stato trasmesso alla Commissione Ue. Il documento riporta le valutazioni macroeconomiche e le azioni prioritarie del Governo, l’aggiornamento sullo stato di avanzamento del Programma nazionale di riforma – con particolare riferimento al livello di risposta alle raccomandazioni specifiche della Commissione europea – e la manovra di finanza pubblica per il 2021 articolata per tipologia di intervento con relativo impatto finanziario (in percentuale del PIL).

Il disegno di legge prevede una significativa espansione fiscale e contiene importanti provvedimenti che rappresentano la prosecuzione delle misure intraprese sinora per proteggere la salute dei cittadini e garantire la sicurezza e la stabilità economica del Paese. Allo stesso tempo, vengono messe in campo le risorse necessarie per garantire il rilancio del sistema economico, attraverso interventi su fisco, investimenti, occupazione, scuola, università e cultura. Di seguito, i punti principali del provvedimento:

1. SANITÀ: vengono stanziati circa 4 miliardi di euro. Le diverse misure riguardano in particolare il sostegno del personale medico e infermieristico, fra queste la conferma anche per l’anno 2021 di 30.000 fra medici e infermieri assunti a tempo determinato per il periodo emergenziale e il sostegno delle indennità contrattuali per queste categorie, e l’introduzione di un fondo per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza COVID-19. Viene inoltre aumentata di un miliardo di euro la dotazione del Fondo Sanitario Nazionale.

2. FAMIGLIE: viene finanziata a partire da luglio 2021 una grande riforma per le famiglie, con l’introduzione dell’assegno unico che viene esteso anche agli autonomi e agli incapienti. Viene inoltre prolungata la durata del congedo di paternità.

3. MEZZOGIORNO: viene portata a regime la fiscalità di vantaggio per il Sud con uno stanziamento di 13,4 miliardi nel triennio 2021-2023 e prorogato per il 2021 il credito di imposta per gli investimenti nelle Regioni del Meridione.

4. CUNEO FISCALE: con circa 1,8 miliardi di euro aggiuntivi, per uno stanziamento annuale complessivo di 7 miliardi, viene portato a regime il taglio del cuneo per i redditi sopra i 28.000 euro.

5. RIFORMA FISCALE: vengono stanziati 8 miliardi di euro annui a regime per la riforma fiscale, che comprende l’assegno unico, ai quali si aggiungeranno le risorse derivanti dalle maggiori entrate fiscali che confluiranno nell’apposito fondo “per la fedeltà fiscale”.

6. GIOVANI: vengono azzerati per tre anni i contributi per le assunzioni degli under-35 a carico delle imprese operanti su tutto il territorio nazionale.

7. MISURE DI SOSTEGNO ALL’ECONOMIA: viene istituito un fondo da 4 miliardi di euro a sostegno dei settori maggiormente colpiti durante l’emergenza COVID. Viene prorogata la moratoria sui mutui e la possibilità di accedere alle garanzie pubbliche fornite dal Fondo Garanzia PMI e da SACE. Viene fornito un sostegno aggiuntivo alle attività di internazionalizzazione delle imprese, con uno stanziamento di 1,5 miliardi di euro. Vengono prorogate le misure a sostegno della ripatrimonializzazione delle piccole e medie imprese.

8. LAVORO E PREVIDENZA: vengono finanziate ulteriori settimane di Cig COVID, con lo stesso meccanismo che prevede la gratuità della Cassa per chi ha registrato perdite oltre una certa soglia. Vengono prorogate le misure Ape Social e Opzione Donna.

9. TRASPORTI PUBBLICI: con fondi aggiuntivi da utilizzare nei primi mesi del 2021, vengono incrementate le risorse per il trasporto pubblico locale, in particolare modo quello scolastico.

10.SCUOLA, UNIVERSITÀ E CULTURA: viene finanziata con 1,2 miliardi di euro a regime l’assunzione di 25.000 insegnanti di sostegno e vengono stanziati 1,5 miliardi di euro per l’edilizia scolastica. È previsto un contributo di 500 milioni di euro l’anno per il diritto allo studio e sono stanziati 500 milioni di euro l’anno per il settore universitario. Sono destinati 2,4 miliardi all’edilizia universitaria e ai progetti di ricerca. Vengono inoltre destinati 600 milioni di euro all’anno per sostenere l’occupazione nei settori del cinema e della cultura.

Giorgio Palu: “La mascherina chirurgica ha un livello di protezione del 90-92% se la indossano tutti”.

“Il virus ha subito molte mutazioni ed è diventato più contagioso”. Sono le parole del professor Giorgio Palù su La7. “Una mutazione in particolare è stata studiata in vitro e in vivo. Non abbiamo prove che sia più virulento, né che sia meno virulento. Questi virus tendono ad adattarsi, è molto probabile che dovremo conviverci. Ce lo dice la storia di altri virus”.

“La mascherina chirurgica ha un livello di protezione del 90-92% se la indossano tutti. Se la indossa una sola persona, è efficace al 40%. Va portata correttamente, la superficie esterna si può contaminare. Può diventare un mezzo di diffusione. Nei mezzi pubblici, dove si è contatto gomito a gomito, il potere della mascherina viene meno”,

Nella contesa Trump-Biden hanno prevalso i princìpi…

L’Ambasciatore Giorgio Radicati, diplomatico e scrittore, ha prestato servizio in diversi Paesi tra cui gli Stati Uniti d’America, dove ha trascorso dodici anni come Ministro Consigliere presso l’Ambasciata a Washington e poi Console Generale a New York. Per “Il Domani d’Italia” ha rilasciato il seguente commento circa i risultati della recente elezione americana.

Oggi, per le strade di Washington la gente dà l’impressione di gioire più per la sconfitta di Trump che per la vittoria di Biden. Del resto, quattro anni orsono quella stessa gente aveva già violentemente protestato per la vittoria di “the Donald”.

Soprattutto sull’onda della terribile pandemia, la sua era una sconfitta attesa, invocata da più parti con ostinata ostentazione e, per certi aspetti, prevista. Eppure, a conti fatti, si è consumata sul filo di lana. Dei centocinquanta milioni di voti espressi, poco più della metà sono andati a Biden, la cui vittoria si è materializzata lentamente, spoglio dopo spoglio, facendo, a un certo punto, temere che, malgrado la sua abituale ed indisponente sicumera, Trump fosse in grado per la seconda volta di sovvertire i pronostici. Di fatto, il Paese si è politicamente spaccato in due, come già successo in occasione della contestata vittoria di Bush jr nel 2000.

Alla resa dei conti, a Trump non è stato sufficiente sostenere, nel corso della sua campagna elettorale, di avere negoziato quattro accordi di pace “storici” in Medio Oriente; avere spinto (prima della pandemia) l’economia nazionale verso l’alto, dando euforia a Wall Street, creando posti di lavoro e riducendo, di converso, la disoccupazione; avere dissuaso uno spregiudicato dittatore nord-coreano dal perseguire pericolosi (per tutti) obiettivi nucleari; avere preso le misure ad una Cina espansionista, riportando il centro degli affari in America; avere, infine, ricostruito l’esercito smantellato da Obama, senza coinvolgere il Paese in avventure militari oltre oceano.

La forzatura istituzionale contro regole e tradizioni (con grave rischio per la democrazia), la carenza di un vero confronto politico civile con l’opposizione ed il mancato pieno rispetto per la Costituzione sono stati indubbiamente fattori che lo hanno penalizzato. Una dialettica aspra e contundente nei confronti di portatori di idee e orientamenti politici diversi dai suoi ha fatto il resto come pure una visione che porta a considerare ogni avversario politico un nemico da abbattere ed umiliare.

In tal senso, può dirsi che Trump è stato sconfitto dal suo comportamento troppo imprenditoriale e da un conseguente bieco pragmatismo irresponsabile, che gli hanno fatto, ad esempio, (pesantemente e colpevolmente) sottovalutare gli effetti perversi che la pandemia ha avuto e continua ad avere sulle fasce più deboli della popolazione (ad oggi, circa dieci milioni di contagi e 250.000 decessi). Del resto, milioni di americani non possono permettersi di essere (come lui) ricoverati all’Ospedale Militare di Washington e sconfiggere il virus in meno di una settimana…

Ciò detto, il seppur opaco Biden ha avuto buon gioco nell’inserire tra le priorità del suo programma elettorale: il contrasto a tutto campo del coronavirus, il rilancio dell’economia, la ripresa della collaborazione sul clima (nel quadro degli accordi di Parigi), un maggiore internazionalismo e, “last but not least”, il superamento delle divisioni contro il risorgente razzismo.

Stretto fra i maggiorenti del Partito Democratico (più vicini ai repubblicani) e gli attivisti progressisti (portatori dei voti decisivi), Biden, con un Senato a maggioranza repubblicana, dovrà sudare le proverbiali sette camice per onorare le sue promesse.

Comunque, per il momento, nel paese del “business” la bandiera dei princìpi ha prevalso…Seppure per un soffio!

 

Biden, il centro e l’Italia.

Dunque, Joe Biden ha vinto. L’America, si fa per dire, torna alla normalità democratica e i  commentatori – peraltro molti presunti conoscitori delle vicende statunitensi – già si sbizzarriscono  sulla vittoria del “centro”. O meglio sul “ritorno del centro”. 

Ora, nessuno sa con esattezza se questa rapida e quasi meccanica deduzione risponde alla  realtà. Tutti sappiamo però che le vicende americane hanno, da sempre, una discreta ricaduta  politica nell’Occidente democratico. Ricadute che possono indicare una tendenza, una direzione  di marcia anche se non è una operazione replicabile con altrettanta puntualità.  

Ma, per restare alla recente e travagliata vicenda americana, è indubbio che la personalità, il  profilo, la statura e lo stesso progetto politico già tratteggiato dal capo americano all’indomani  della sua vittoria, sintetizzano che ha vinto la battaglia contro il tycoon statunitense con una  “posizione di centro”. Ovvero, attraverso un progetto che, rifuggendo da una radicalizzazione  dello scontro politico, punta a “ricucire” il contesto americano con una politica che “unisce” e che  “non divide”. E quindi che non aizza gli uni contro gli altri, che supera l’isolamento americano che  si è consolidato in questi ultimi anni e che, soprattutto, mira a ricostruire un rapporto fecondo e  politico con il vecchio continente, l’Europa democratica, economica e produttiva. Insomma,  almeno stando alle prime avvisaglie anche se il nuovo leader americano dovrà mettere in campo  tutta la “sapienza” largamente acquisita in ormai decenni di presenza ai massimi livelli  dell’amministrazione americana, sarà comunque necessario declinare un’azione di grande  convergenza e di raro equilibrismo per evitare che si riproponga all’orizzonte quella  radicalizzazione sociale e politica che è stata la ragione del successo e dell’affermazione di Trump  e dell’ideologia nazionalista e sovranista in questi anni. 

Ma il “nuovo corso” della politica americana può innescare, almeno nel sistema politico italiano,  nuove dinamiche e nuovi protagonismi politici? Indubbiamente viene meno un grande, poderoso  e qualificato ombrello politico per tutti coloro che, sul fronte sovranista, avevano nella guida di  Trump un punto di riferimento internazionale di indubbia importanza. Ma sul fronte riformista e  democratico quali possono essere le novità dirompenti e più significative, almeno sul versante  italiano? Al di là delle più svariate interpretazioni e letture che nei prossimi mesi decolleranno.  Almeno su un punto, credo, dopo il risultato americano ci può essere una discreta convergenza. E  cioè, dopo questo voto non nasce, come ovvio, un “partito di centro”. Al netto degli innumerevoli  esperimenti virtuali che, come noto, non sono un fatto politico.

Semmai, e qui anche e soprattutto  il Pd di Zingaretti è chiamato ad una profonda riflessione politica, culturale, programmatica e forse  anche valoriale come del resto altre forze politiche, la vera sfida non è quella di ricreare un partito  di centro ma, semmai, saper declinare una “politica di centro” nella concreta dinamica politica  italiana. Se anche nella dialettica politica americana che proprio nell’ultima campagna elettorale  ha vissuto una pesante e micidiale radicalizzazione del confronto, si è vinto anche con una  “politica di centro” espressa dal candidato democratico Biden, è giocoforza che anche nel nostro  paese questo approccio sarà sempre più gettonato e pertanto vincente. La vera sfida politica nel  nostro sistema, quindi, si giocherà sempre di più su questo versante. Ovvero, vincerà quel partito  – o meglio quello schieramento – che saprà declinare, nel metodo e nel merito, una “politica di  centro”. Nel confronto con gli altri – il metodo -, e nel progetto – il merito – da sottoporre agli  elettori. Solo su questo versante sarà possibile verificare concretamente cosa abbiamo imparato  dalla “lezione” americana. 

Il Barometro della Fondazione Tarantelli (Cisl): serve una manovra coraggiosa per rilanciare l’economia nel 2021

Il numero del Barometro [la Fondazione ha diffuso alcuni documenti, ndr] aggiorna il nostro modello di analisi, i suoi indici di dominio, il suo indice sintetico di benessere-disagio delle famiglie italiane, sulla base dei recentissimi dati Istat definitivi per il secondo trimestre 2020.

Il quadro che ne risulta è, com’è noto, di drammatica dirompenza sanitaria, economica e sociale.

Fatto 100 l’indice sintetico ponderato di benessere-disagio sociale delle famiglie italiane nel primo trimestre 2007, il secondo trimestre 2020 crolla a 83,2 perdendo, altresì 6,5 punti percentuali sul primo trimestre 2020 e 10,6 punti percentuali sul secondo trimestre 2019. L’indice è tornato, quasi completamente, ai valori minimi del 2012 cancellando, in due trimestri, tutto il faticoso recupero che in dodici anni lo aveva riportato in prossimità del 2007.

Il pregio del Barometro risiede nell’offrire, a pochi mesi di distanza, un’analisi meditata ed approfondita delle variabili in gioco (attività economica, reddito, lavoro, coesione sociale, istruzione) secondo i principi del Benessere Equo e Sostenibile (BES), al di là delle percezioni del momento e della necessità di scelte e di decisioni brucianti, contribuendo a far emergere le relazioni strutturali decisive, trarre lezioni feconde, metterle a frutto per contrastare l’evoluzione della crisi pandemica, impostare strategie capaci di generare effetti strutturali e sistemici durevoli nel lungo termine.

Riflessione quanto mai necessaria di fronte alla nuova espansione esponenziale dell’epidemia dalla seconda metà di settembre ed alle nuove restrizioni differenziate per regioni di inizio novembre.

Non disponiamo, ancora, dei dati Istat aggiornati per elaborare il Barometro del terzo trimestre ma, il PIL italiano in seguito alla piena riapertura nel terzo trimestre 2020, secondo l’Istat ha registrato una ripresa congiunturale, fra le più brillanti dell’Eurozona, del 16,1%, tornando ai volumi della prima metà del 2015 contro il ritorno al 1993 del secondo trimestre.

L’industria ha offerto un contributo determinante, ristabilendo ad Agosto i livelli pre crisi Covid 19. La ripresa è diffusa nei diversi comparti industriali, trainata sia dalla componente nazionale che estera della domanda.

Su base tendenziale (terzo trimestre 2020 su terzo trimestre 2019) la variazione è negativa (- 4,7 punti percentuali), poiché nel primo semestre il crollo cumulato è stato superiore al 18% (secondo trimestre 12,4%).

L’andamento negativo previsto nel quarto trimestre avrebbe effetti negativi minori sul 2020, sostenuto dalla ripresa potente del terzo trimestre, ma pesanti sul 2021 che, secondo le stime dei maggiori Centri di ricerca e di previsione, potrebbero rallentare la crescita dal + 6% della Nadef sino alla metà o ad un terzo.

I tempi del recupero, conseguentemente, si allungherebbero ed il ritorno ai livelli pre-crisi non si raggiungerebbe, certamente, nel 2021, ma, verosimilmente, nel 2022.

Anche l’Eurozona (+ 12,7%) e l’UE (+ 12,1%) nel terzo trimestre hanno realizzato una clamorosa ripresa a “V” sotto la spinta cumula6va di poderosi interventi fiscali nazionali, della poli6ca monetaria ultra espansiva della BCE e delle risorse europee, dopo il crollo del secondo trimestre. Il rimbalzo di Germania, Francia e Spagna è stato non minore di quello italiano.

Il PIL della Germania nel terzo trimestre è cresciuto dell’8,2% (atteso + 6,8%), contro la caduta del 9,8% nel secondo trimestre. Il PIL della Francia è cresciuto del 18,2% (atteso 15%) e quello della Spagna del 16,7% (atteso 13,5). Per l’Eurozona, su base annua (terzo trimestre 2020 su terzo trimestre 2019) il differenziale (- 4%) è ancora alto.

Sul quarto trimestre pesano gravi incognite: tempi del vaccino; caduta della fiducia di imprese e famiglie, con effetti sui risparmi (in aumento) ed investimenti (in diminuzione); timori di insolvenze su larga scala con gravi ricadute sulla crescita della disoccupazione.

La BCE stima il PIL dell’Eurozona in caduta nel 2020 del 7,8%, nel 2021 in crescita del 5,3% e nel 2022 del 2,6%.

Il PIL della Germania è previsto in caduta del 5,5% nel 2020; in crescita del 4,4% nel 2021 e del 2,5% nel 2022.

La BCE è pronta non solo a prolungare nel 2021 la politica monetaria di sostegno alla ripresa, ma a potenziare il Q.E. e a migliorare le condizioni del TLTRO (finanziamento alle banche europee, sottoposte alla sua vigilanza, a tassi negativi purché li finalizzino all’aumento dei crediti ad imprese e famiglie).

Nel 2021 avremo due asimmetrie fra i tempi di uscita dalla crisi epidemica ed i tempi di permanenza dei fattori ostativi. Premessa di Giuseppe Gallo Presidente Fondazione Ezio Tarantelli Centro Studi Ricerca e Formazione Pag. 2

La prima è di natura sanitaria. I recenti interventi di Guido Rasi, direttore esecutivo dell’EMA (Agenzia per il farmaco europea), sostengono che il vaccino anti Covid 19 potrebbe essere pronto per fine gennaio o inizio febbraio 2021, se le case farmaceutiche presenteranno all’EMA, che deve autorizzarlo, i risultati clinici sulle sperimentazioni entro novembre.

I primi effetti sulla pandemia dovrebbero manifestarsi nell’estate 2021; l’immunità di massa non sarà raggiunta per fine 2021 (per vaccinare 400 milioni di persone sono necessari tra 500 e 600 milioni di flaconi che per dicembre 2021 non saranno disponibili) ma, verosimilmente, per il primo semestre 2022. Fatte salve le incognite che solo l’esperienza di massa scioglierà (durata dell’effetto immunitario, periodicità dei richiami, immunizzazione della trasmissione o degli effetti patologici). Dovremo, pertanto, convivere ancora per oltre un anno col virus, ancorché (si spera) declinante, mantenendo tutte le regole prudenziali e le eventuali restrizioni, ormai familiari.

Si noti che la previsione sanitaria sulla quale si reggono le proiezioni tendenziali e programmatiche della NADEF sono molto diverse.

Si assume, infatti, il postulato secondo il quale “la distribuzione di uno o più vaccini cominci entro il primo trimestre del 2021 e che a metà anno la disponibilità di nuove terapie e di vaccini sia tale da consentire al Governo di allentare la gran parte, se non tutte, le misure restrittive. Di conseguenza, il recupero dell’economia dovrebbe riprendere slancio nel corso del 2021, dando anche luogo ad un significativo effetto di trascinamento sul 2022”.

Non manca la previsione avversa:

“Nello scenario di rischio, a differenza di quanto ipotizzato nello scenario tendenziale, la ripresa dei contagi osservata a partire da agosto si aggraverebbe sensibilmente nei mesi finali del 2020, portando anche ad un sensibile aumento dei ricoveri ospedalieri. Ciò indurrebbe il Governo a reintrodurre misure precauzionali, peraltro meno drastiche che nella scorsa primavera. Dopo il rimbalzo del periodo estivo, il PIL subirebbe una nuova caduta nel quarto trimestre”.

Il PIL 2020 peggiorerebbe, in questa ipotesi, dal – 9% al – 10,5%; la ripresa nel 2021 cadrebbe al + 1,8% e solo nel 2022 rimbalzerebbe al + 6,5%.

Il Governo continua a sostenere che il quadro analitico e previsionale della NADEF tiene e che si tratta soltanto di slittamenti temporali della ripresa, ma, proprio per questo, a parer mio, pur non conoscendo ancora la dimensione delle ricadute economiche delle restrizioni differenziate per regioni, il quadro tendenziale dev’essere aggiornato (una NADEF della NADEF) e la strategia di politica economica per il 2021, che da anno di rimbalzo al +6% potrebbe diventare un anno di modesta ripresa o di stagnazione, deve decisamente cambiare.

La seconda asimmetria temporale è di natura finanziaria.

Le risorse europee del Next Generation (delle quali il Fondo di Ripartenza e di Resilienza è la componente più rilevante) inizieranno a concretizzarsi nel secondo semestre 2021 o nel primo semestre 2022 se i contenziosi europei, fra Commissione e Consiglio e fra Parlamento e Consiglio, già in atto, produrranno ritardi procedurali. Il flusso di risorse europee sarà, inoltre, relativamente minore nel 2021 e crescerà progressivamente negli anni successivi.

Il 2021 sarà, pertanto, un anno debole anche in riferimento ai flussi finanziari europei.

La concomitanza delle asimmetrie sanitaria e finanziaria nel 2021 richiede, pertanto, una manovra di bilancio di gran lunga più potente, sotto il profilo finanziario, e più innovativa, sotto il profilo qualitativo, di quella abbozzata dal Governo nel recente Documento Programmatico di Bilancio, nell’interesse del lavoro e del Paese.

Il Sistema dei Trasporti durante e dopo il Covid 19

E’ uscito in libreria ed in edicola, per le Edizioni Laterza, l’ultimo libro della economista Marianna Mazzuccato, opportunamente distribuito  da “la Repubblica” che lo ha inserito nella collana delle opere da “spingere”  e diffondere, così, al grande pubblico dei lettori di quotidiani.

Il titolo della ultima fatica della nota economista,”Non sprechiamo questa crisi”, decisamente attuale ed interessante, coglie già solo nel titolo il punto centrale di uno dei grandi argomenti di riflessione e dibattito che sono stati suscitati dalla drammatica crisi che il nostro Paese,nel suo complesso e nelle sue diverse articolazioni, sta vivendo nella attualità, e che si presenta altrettanto preoccupante nelle prospettive di breve e medio periodo: 

la capacità, e la volontà, di vivere le presenti circostanze con uno spirito rivolto al futuro, sfruttando le opportunità che ci verranno offerte dalle mutate condizioni dei rapporti con l’Europa in termini sociali economici e finanziari.

Tra i diversi settori primari del sistema organizzativo del Paese investiti dalla crisi sociale da Covid 19,Sanità, Scuola, Lavoro, Assistenza, il comparto dei Trasporti ha assunto e svolto  una funzione essenziale che ne ha fatto uno dei principali e più osservati elementi di causa-effetto delle dinamiche pandemiche in conseguenza della natura stessa del comparto in tutte le sue diverse caratteristiche e componenti operative:Trasporto Pubblico Locale, Trasporto Ferroviario di lunga e media percorrenza, Trasporto Aereo di breve, lungo e medio raggio,Trasporto Marittimo turistico e commerciale.

Le difficoltà incontrate dalle Aziende e dagli Operatori del Trasporto,nelle loro diverse strutture operative e nelle loro varie missioni istituzionali,oltre alla fatica di individuare le possibili soluzioni di primo momento ai problemi immediati di comune percezione, hanno evidenziato la necessità di una attività speculativa e progettuale mirata alla costruzione di un nuovo Sistema di Trasporto  nazionale ed internazionale e di un diverso approccio alle questioni formali e sostanziali di questo servizio essenziale per la collettività,irrinunciabile per la mobilità di passeggeri e merci  sul territorio nazionale e da e per il nostro Paese e per le importantissime ricadute sociali,economiche e finanziarie. 

Ed è per questi motivi ,nei quali troviamo anche le ragioni dell’impegno politico per le prossime scadenze elettorali,segnatamente le prossime elezioni comunali per alcune grandi città italiane,e in particolare Roma,gli elettori delle quali in Primavera saranno chiamati ad individuare il nuovo Sindaco,che proponiamo ed auspichiamo che si avvii quanto prima un dibattito sufficientemente ampio  e partecipato su  argomenti di settore a carattere generale ma di particolare interesse per le grandi città che andranno al voto in Primavera ed ancora più nello specifico per la Capitale ed i suoi cittadini.

Un confronto a largo spettro ,che registri la partecipazione fattiva di tutte le realtà coinvolte ,dalla politica alla utenza, dalla gestione operativa alla rappresentanza sindacale, dalla amministrazione locale alla industria di settore e che coinvolga larghi strati della cittadinanza e delle sue associazioni civiche e di territorio.

Il comparto dei Trasporti nel suo complesso rappresenta per la Capitale un asset di fondamentale importanza  per quanto attiene l’occupazione,per il sistema di relazioni soiciali e per l’economia della città e  non solo.

A Roma fanno capo le strutture di governo di aziende di servizio di primo livello quali le società operative del Gruppo FS, RFI e Trenitalia, l’Atac, il Cotral, Nuovo Trasporti Viaggiatori e,infine Alitalia,senza considerare le numerose piccole e grandi aziende che operano a servizio del turismo e del trasporto merci. 

Un insieme di lavoro,capitale,competenza,intelligenza e professionalità che non può non essere tutelato per il suo stesso significato e valore intrinseco e per  il benessere,se non per la sopravvivenza,delle migliaia di addetti e delle loro famiglie.

Roma  e la sua struttura sociale,economica e finanziaria non possono permettersi di veder ridurre ulteriormente la presenza sul  territorio e nel suo hinterland dei centri di governo di aziende di tale spessore,con conseguenti tagli non irrilevanti ai livelli occupazionali, anche nel comparto dei Trasporti,così come è stato negli anni passati per Alitalia,che non sembra ancora fuori dal guado, e come,in questi giorni, si minaccia per Nuovo Trasporto Passeggeri,azienda ferroviaria privata che è il secondo stakeholder nel  trasporto di Alta Velocità italiana. 

Da queste ed altre considerazioni,che costituiscono anche  le basi della posizione assunta dalla Fit-CISL,partono le nostre riflessioni in ordine alla indilazionabile intervento programmatico e progettuale che non potrà non avere riflessi sulla condizione del Trasporto Pubblico Locale a Roma e quindi anche sulla proposta politico-elettorale che dovrà essere presentata ai cittadini romani.

Il Trasporto Pubblico Locale che già da oltre un decennio viveva a Roma in una condizioni di  difficoltà,incertezza  ed insufficiente organizzazione del servizio, in questi ultimi anni è decaduto a disservizio cronico,ha accusato clamorosamente  il colpo causato dalla dissennata gestione politica ed aziendale di settore e ha fallito miseramente nello svolgimento della sua funzione pubblica  nel momento più difficile per il Paese e per la Città.

Il Covid 19,paradossalmente,può costituire l’opportunità per cercare di mettere riparo a queste situazioni fornendoci,in misura mai prevista e prevedibile,le risorse finanziarie necessarie .

Le idee le abbiamo,i progetti anche,cosa dobbiamo e possiamo fare lo sappiamo.

Qualche decennio fa,nella seconda metà degli anni’70,l’allora Ministero dei Trasporti e delle Comunicazioni,elaborò il Piano Nazionale dei Trasporti e d il Relativo Conto Nazionale,

due documenti che sono stati fondamentali per la organizzazione e programmazione di una seria politica di settore e delle sue ricadute sulla  vita economica e sociale dell’Italia.

Non chiediamo di ripetere ora quella esperienza,non se ha il tempo, forse nemmeno le risorse culturali e professionali,e soprattutto non se ne è avuta la volontà politica al momento giusto,ma raccogliamo il suggerimento della Fit-CISL e degli altri sindacati e sosteniamo con forza la richiesta  della definizione di un Piano Nazionale per il Trasporto Locale delle cui indicazioni il primo contesto sociale a servirsi sarà Roma Capitale.

Pasti caldi preparati e distribuiti in strada ai senza dimora: è la nuova Cucina Mobile di Progetto Arca

Arca_@DanieleLazzaretto

E’ nato il nuovo servizio di Cucina Mobile di Fondazione Progetto Arca a Milano e che accompagnerà le sue Unità di strada, che da anni lavorano in rete con il Centro Aiuto Stazione Centrale del Comune di Milano nell’assistenza alle persone senza dimora che vivono in strada.

“Un’attività di cui la città ha bisogno” dice l’assessore alle Politiche sociali e abitative Gabriele Rabaiotti “ora più che mai. Ci siamo già misurati con le difficoltà dell’emergenza, amplificate nel momento in cui le persone si trovano per strada, impossibilitate a proteggere se stesse e gli altri. Questa iniziativa migliora la qualità di un servizio che in città ha già raggiunto un buon livello di risposta, riuscendo a fornire un piatto caldo e una dieta più equilibrata ai senza dimora. Quel piatto rappresenta anche un’occasione per poter scambiare due parole, informare dei servizi offerti e cercare di convincere queste persone ad utilizzare le strutture che, come ogni anno, a breve verranno attivate per il Piano freddo”.

L’idea della Cucina Mobile nasce dall’esperienza maturata sul campo, da operatori e volontari di Progetto Arca, durante questo anno di emergenza sanitaria, sociale e alimentare che ha imposto una chiusura forzata di numerosi servizi a sostegno delle persone fragili senza dimora. A questo si aggiunge la necessità di fornire un apporto nutrizionale sano ed equilibrato a coloro che non hanno i mezzi e la possibilità per accedere o prepararsi un pasto caldo e completo.

“Un piatto caldo donato come gesto di cura e attenzione è il modo più diretto, sincero e accogliente per entrare in contatto con una persona, per dirle che si può fidare di te e per cominciare a instaurare un dialogo” racconta Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca“La base di tutte le nostre attività e servizi dedicati alle persone senza dimora è la vicinanza e il sostegno concreto in risposta a un bisogno primario, proprio come è il cibo: un diritto fondamentale di ogni essere umano, con un importante valore di relazione. Un pasto caldo, sano e buono è il primo passo verso una presa in carico più strutturata della persona fragile, avviandola poi a un recupero della sua vita”. 

La Cucina Mobile consiste in un foodtruck dotato di fornelli, forno e bollitori, che seguirà le Unità di strada di Progetto Arca in particolare durante i mesi più freddi, consegnando per ora 120 pasti caldi cucinati al momento, ogni sera per 5 giorni a settimana, con proposte diversificate per un apporto nutrizionale adeguato in termini di quantità e qualità. Insieme al pasto caldo, i volontari consegneranno a chi incontreranno in strada anche un sacchetto contenente cibi confezionati per gli altri due pasti (colazione e pranzo) della giornata successiva.

Il servizio garantisce, insieme alla consegna dei pasti, anche dei momenti di dialogo con operatori qualificati, necessari a orientare le persone in difficoltà e senza riparo ai servizi assistenziali e sanitari sul territorio. La relazione di fiducia che ne deriva sarà la base per un auspicato percorso di accoglienza e reinserimento sociale.

“Questo progetto si inserisce all’interno di una partnership solida e ben strutturata con Fondazione Progetto Arca” afferma Marco Magnelli, Direttore di Banco Alimentare della Lombardia“È da anni che collaboriamo per dare una risposta concreta ed univoca al bisogno e oggi, a fronte dell’emergenza legata alla pandemia, siamo ancora più uniti per dare aiuto alle persone in difficoltà”.

“La Cucina Mobile concretizza la nostra volontà di operare in rete con chi è impegnato in prima fila ogni giorno là dove l’emergenza e la sofferenza richiedono un aiuto non derogabile” dichiara Stefano Bettera dell’Unione Buddhista Italiana. “Il nostro supporto a questa iniziativa è anche un modo di portare testimonianza, di riconoscere un bisogno di dignità troppo spesso dimenticata e rispondere con un’azione capillare, concreta e davvero efficace”.

“Grazie di cuore al Banco Alimentare della Lombardia, con cui collaboriamo da anni, e a Fondazione Banca del Monte di Lombardia e Unione Buddhista Italiana, tre indispensabili partner che, con il loro contributo, ci permettono di mettere in campo questo nuovo servizio dedicato alle persone più fragili”, conclude Sinigallia.

Pa, nasce l’Osservatorio nazionale del lavoro agile

“La rivoluzione dello smart working nelle Pa non può essere calata dall’alto, va invece accompagnata, sostenuta e monitorata con attenzione. Il cambiamento ha bisogno di essere governato”. Così ha commentato il Ministro Fabiana Dadone, annunciando di aver firmato il decreto che istituisce l’Osservatorio nazionale del lavoro agile nelle amministrazioni pubbliche, come previsto dal decreto Rilancio.

L’Osservatorio sarà composto da 27 rappresentanti di Governo, Regioni, enti locali, Inps, Istat e altre istituzioni, tra cui un membro per conto dell’Enea, in modo da poter approfondire con attenzione anche gli aspetti connessi alle tecnologie, all’energia e allo sviluppo sostenibile. Ad essi si aggiungeranno 14 esperti del settore pubblico e privato o provenienti dal mondo universitario, che andranno a costituire una Commissione tecnica di supporto.

L’Organismo nasce per fornire spunti e proposte di carattere normativo, organizzativo o tecnologico per migliorare sempre più lo smart working nelle Pa, anche interagendo con i principali stakeholder, per sviluppare le competenze del personale pubblico, le capacità manageriali dei dirigenti, la misurazione e valutazione delle performance organizzative e individuali. Verificherà, inoltre, che i POLA (Piani Organizzativi del Lavoro Agile) messi a punto dagli enti raggiungano gli obiettivi quantitativi e qualitativi fissati, monitorerà gli effetti dello smart working sull’organizzazione e i benefici per i servizi ai cittadini, ma ne promuoverà anche la diffusione sul piano comunicativo e culturale.

L’impegno è di cambiare il volto del lavoro pubblico per avvicinarlo sempre più alle esigenze concrete della collettività.

Il Comune di Roma dimentica Colle Parnaso

Il quartiere Colle Parnaso di Roma sorge sulla Riserva Naturale Laurentino-Acqua Acetosa Ostiense nei pressi di un sito archeologico che presenta reperti di epoca romana, ville patrizie e, poco distante, l’ex sorgente San Paolo.

Sembrerà strano ma anche il più famoso Monte Parnaso consacrato al Dio Apollo e alle nove Muse possedeva una fonte sacra, la fonte Castalia.

Ora, però, questo scorcio di Roma incantevole è percorso da varie turbolenze nella gestione del patrimonio storico.

E anche se molti condomini si sono organizzati in modo proprio per provvedere al decoro delle aree verdi adiacenti alle case, nulla possono per la salvaguardia delle strutture situate sui terreni prospicienti il comprensorio.

Non sono bastate le numerose richieste inviate alla proprietà ex Parnasi e al Comune di Roma per ristabilire il decoro delle strutture. E a nulla sono valsi i molti appelli inviati al municipio in questi anni.

Le villette situate sui terreni vicini alla via Cristoforo Colombo sono ormai arrivate ad un grado di abbandono inammissibile per un Comune come Roma, come inammissibile è l’impossibilità da parte dell’Amministrazione capitolina a far rispettare agli attuali proprietari un minimo di decoro.

Se non si riesce a stabilire una adeguata ristrutturazione e salvaguardia da parte della proprietà non sarebbe ora, per il Comune, di acquisire questi stabili e destinarli ad attività utili per il quartiere?

Non sarebbe arrivato il momento di mettere in sicurezza anche questa parte della città? Non sempre il destino è favorevole. Uno sfortunato crollo delle strutture potrebbe comportare danni gravi su l’unica strada di passaggio pedonale del quartiere.

Ecco perché, ora più che mai, gli abitanti del quartiere chiedono che il Comune di Roma si faccia sentire e possa risolvere un’annosa questione che da troppo tempo va avanti.

 

 

Covid: ormai abbiamo raggiunto livelli abbastanza critici

“Se dovessimo avviare oggi un’iniziativa più drastica, cioè un lockdown del Paese, io credo che potremmo arrivare al Natale con una fase discendete del picco che probabilmente si stabilizzerà all’Immacolata”. Lo ha sottolineato il presidente della Fnomceo (Federazione nazionale Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri), Filippo Anelli, ospite di ‘RaiNews24′, parlando dell’emergenza coronavirus in Italia.

“Se invece i numeri dovessero crescere come viene previsto ora, senza quindi ulteriori azioni, penso che all’Immacolata avremo altri 10mila decessi e avremo quei 5mila posti occupati in terapia intensiva che ci spaventano”.

“Ormai abbiamo raggiunto livelli abbastanza critici, ci sono file di ambulanze fuori dai pronto soccorso un po’ dappertutto nelle varie Regioni, nelle terapie intensive si cominciano ad avere numeri importanti e se si continua così avremmo a fine mese raggiunto i 5mila posti occupati”.

Marino de Medici spiega le elezioni USA 2020: vince la democrazia rappresentativa.

Romano, giornalista professionista da moltissimi anni, De Medici è stato Corrispondente da Washington dell’Agenzia ANSA e corrispondente dagli Stati Uniti per il quotidiano Il Tempo. Ha intervistato Presidenti, Segretari di Stato e della Difesa americani, Presidenti di vari Paesi in America Latina e Asia. Ha coperto la guerra nel Vietnam, colpi di stato nel Cile e in Argentina, e quaranta anni di avvenimenti negli Stati Uniti e nel mondo. Ha anche insegnato giornalismo e comunicazioni in Italia e negli Stati Uniti. Non ha ancora finito di viaggiare e di scrivere dei luoghi che visita. Finora è stato in 121 Paesi e conta di vederne altri.

Di seguito le sue opinioni sulle elezioni americane 2020, che ritengo di estremo interesse poiché effettuate da un attento osservatore e conoscitore della politica statunitense di lungo corso.

Il grande ritorno della democrazia rappresentativa

Marino De Medici

Alla fine, ha prevalso la democrazia rappresentativa. Joseph Biden è stato dichiarato presidente eletto degli Stati Uniti al termine di un interminabile stressante conteggio svoltosi tra contestazioni, ricorsi legali ed ignobili proclami di vittoria emessi dal perdente, il presidente Donald Trump, che passerà alla storia per la sua politica velleitaria ma soprattutto come “one term president” sfuggito per poco allo ”impeachment”. Di fatto, Trump è il primo presidente non rieletto dopo la sconfitta di George W.H. Bush nel 1992. La vittoria di Joe Biden rappresenta una svolta epocale in America anche per l’elezione alla vice presidenza della prima donna, Kamala Harris, che impersona la diversità dell’America che cambia. Il 77enne Joe Biden era al suo terzo tentativo per la Casa Bianca. Il suo successo ha dello straordinario perché nella battaglia delle elezioni primarie aveva rischiato l’eliminazione. Se è lecito fare dell’ironia, l’America ha detto a Trump “you are fired” (sei licenziato) sulla falsariga del verdetto che Trump emetteva ai concorrenti nel suo programma televisivo “The apprentice” (l’apprendista). Ora tocca a Donald Trump apprendere come comportarsi all’indomani della sua sconfitta, dapprima nei 75 giorni di governo che gli rimangono e poi negli anni susseguenti. Sarà un periodo di fuoco perché il presidente uscente continuerà ad inveire contro il “complotto” che ha consegnato la presidenza a Biden. Mentre è possibile che Trump venga accompagnato alla porta, non scompare un macigno che condiziona il progresso della democrazia rappresentativa, una base trumpista di notevole pervicace consistenza che intralcerà l’opera della nuova amministrazione.

Un’altra riflessione ironica si impone all’immediato indomani della vittoria di Biden. “Chi di spada ferisce, di spada perisce”. Nel 2016, Trump aveva strappato la presidenza alla modesta Hillary Clinton raccogliendo 107.000 voti in più in tre stati del Nord (Pennsylvania, Michigan e Wisconsin), un’inezia rispetto ai 120 milioni di voti espressi in quella tornata elettorale. Questa volta Biden ha prevalso su Trump per 34.000 voti in Pennsylvania, lo stato che lo ha proiettato oltre la soglia dei 270 voti del Collegio Elettorale necessari per l’elezione. Gli scarti nel Michigan e nel Wisconsin sono risultati analogamente minimi, ma sufficienti all’affermazione di Biden nel cosiddetto “Blue wall” (il Muro blu), che aveva determinato l’elezione a sorpresa di Trump quattro anni fa. In questo raffronto emerge un dato decisivo: gli elettori democratici che nel 2016 avevano subito l’attrazione della campagna di Trump contro lo “swamp”, ossia la palude di Washigton, quest’anno sono tornati nella loro casa democratica.

La vittoria di Joe Biden ha altre rilevanti matrici. Innanzi tutto, segna un record nel numero di votanti a suo favore, 75 milioni, uno scarto di 4.200.000 sul presidente repubblicano. Ed ancora, Biden ha conquistato la Georgia che non aveva votato a favore di un candidato democratico dal lontano 1992.

In aggiunta, l’Arizona aveva votato per il candidato repubblicano dal 1952, con una sola eccezione. Il fatto centrale comunque è questo: Biden è prevalso su una formidabile cultura politica trumpista che poggiava su fatti alternativi, su una virulenta propaganda conservativa ed estremista dei social media e sul penoso servilismo degli organi del partito repubblicano. L’imperiosa politica di Donald Trump aveva stravolto i principi fondamentali della democrazia rappresentativa, a cominciare dal rispetto della costituzione e del dialogo politico improntato ad un confronto civile di idee ed ove

possibile al compromesso. I padri fondatori volevano rompere con l’autoritarismo della monarchia inglese e intendevano promuovere una dialettica, anche intensa fino ad essere conflittuale, ma ispirata ai dettami della democrazia rappresentativa. Donald Trump aveva dichiarato guerra a tutti coloro che sostenevano idee e tendenze politiche contrastanti, con un linguaggio politico portato all’offesa e spesso all’insulto gratuito. L’ostilità dichiarata agli elementi critici, visti come nemici anziché come avversari, resterà purtroppo l’asse portante del trumpismo che continuerà ad imperare su una vasto settore della popolazione americana, in particolare quello sudista e rurale. Se e come la democrazia rappresentativa potrà far breccia sull’intransigente blocco trumpista non è dato prevedere, ma il successo di Biden in stati del Sud come la Georgia e l’Arizona alimenta una qualche speranza.

La vittoria di Biden autorizza quanto meno la prosecuzione di un processo politico che assimila i portatori di diversità e li responsabilizza come partecipanti all’evoluzione della giustizia sociale. Biden ha additato il dovere degli americani con una frase illuminata: “L’unità sopra le divisioni. La Speranza sui timori. La Scienza sulla finzione”. Joe Biden eredita il potere in una nazione prostrata dall’epidemia del covid-19 e dal regresso economico. Ma i suoi istinti, soprattutto quelli attinenti alla creazione di unità, appaiono fondati e tali da incoraggiare fiducia in una grave congiuntura politica e morale. In questo quadro si collocano gli impulsi della parte sana della popolazione americana volti a superare le divisioni razziali, classiste e quelle insite nella diseguaglianza dei redditi. Joe Biden è tutt’altro che un apprendista promosso alla guida della nazione. Ha una lunga esperienza di moderato, portato al dialogo e al compromesso. Ora dovrà vedersela con un senato che molto probabilmente resterà nelle mani dei repubblicani (anche se restano da attribuire due seggi nella Georgia).  Cercherà di venire a patti con il cerbero repubblicano del senato, il leader McConnell, un tecnico dell’ostruzionismo. Contrariamente a quanto molti avvertono, Biden e McConnell si conoscono bene e si stimano reciprocamente. Particolare interessante, McConnell fu l’unico senatore repubblicano presente alle esequie del figlio di Biden, Beau. L’opposizione di McConnell potrebbe essere ben diversa e certamente non implacabile come lo era quella di Trump. Un primo elemento di giudizio verrà con l’approvazione di un legge di soccorso finanziario agli americani in generale ed alla struttura economica colpita dalla pandemia.

La volontà di Biden di promuovere unità nella nazione ha un altro destinatario, la sinistra americana. Le divergenze di indirizzi sociali ed economici non mancheranno di farsi sentire e potranno complicare la ricerca di compromessi legislativi. Anche su questo versante, dunque, il compito del presidente eletto è quanto mai impegnativo. Il fatto stesso che Biden finirà probabilmente con l’accumulare 306 voti elettorali, quanti ne riportò Trump nel 2106, testimonia la spaccatura che continua a tormentare la nazione americana. Tra le tante analisi del voto e dell’elettorato, una dovrebbe sovrastare: Biden ha vinto non solo perché questa volta si è riprodotta la coalizione democratica che elesse Obama – che abbracciò afro-americani, squadernò l’arma della superbia e attrasse, infine, un numero sufficiente di lavoratori “blue-collar” – ma perché una maggioranza di americani lo ha percepito come un uomo dotato di equilibrio, moralmente e politicamente qualificato a fare fronte alla doppia sconvolgente crisi della pandemia e dell’economia. In fondo, questa resta la maggiore differenza con Trump, artefice di un caos morale e politico. Coerenza alla ricerca di unità e fiducia nel futuro sono il viatico alla presidenza Biden.

 

 

Clausula di supremazia o nuova idea di Repubblica delle Autonomie?

Povera Costituzione Italiana!
Fino a qualche anno fa si aveva almeno il coraggioso pudore di modificarla con progetti di riforma dotati (al di là della condivisione o meno nel merito) di un capo e di una coda.
Oggi la si considera alla stregua di un Regolamento di condominio e la si modifica “à la carte”.
Un partito ha bisogno di rifarsi il look? Ecco che cerca di intercettare l’umore anti parlamentare e ottiene di ridurre di un terzo deputati e senatori. Così, punto e basta. Il Governo non riesce a far rigare dritto alcune Regioni nella gestione di una pandemia? Ecco la soluzione: mettere in Costituzione una “clausula di supremazia dello Stato “.

Il primo esempio citato, ormai, è purtroppo acqua passata e non resta che attenderne le conseguenze negative sul funzionamento delle Istituzioni parlamentari.
Il secondo, invece, è oggetto di discussione in questi giorni e merita di essere approfondito. Magari con un minimo di memoria storica.

Succede che nel 2001 il Parlamento vara una Riforma del Titolo V della Costituzione, nella quale si ridisegna il rapporto tra Stato e Autonomie Territoriali.
Una Riforma significativa e organica (salvo la colpevole mancata previsione del Senato delle Regioni).
Da un lato, lo Stato è chiamato a trasformarsi e a ripensare le sue funzioni in una chiave non più centralista: cioè a fare ancora meglio e con rinnovata autorevolezza ciò che gli compete (soprattutto nel contesto dell’Unione Europea ed in un mondo sempre più globalizzato), in maniera che il sistema delle Autonomie possa crescere dentro un quadro nazionale credibile e robusto.
Dall’altro, le Regioni sono chiamate a prepararsi per gestire il loro ruolo nuovo nel governo dei rispettivi territori.

La regola generale è quella della responsabilità e della leale collaborazione tra diversi livelli istituzionali (Stato, Regioni, Comuni).
Insomma, una vera scommessa, per tutti, sulla modernizzazione delle Istituzioni. Non la si è voluta o saputa giocare. Certo, si dirà, le Regioni non sono state all’altezza del loro nuovo ruolo. Vero, anche se questo giudizio non può essere ingenerosamente rivolto a tutte. Sopratutto al Nord. Tuttavia, che dire di come lo Stato ha esercitato le sue responsabilità?

Lo Stato ha continuato nella vecchia logica (e nella vecchia pratica) centralista, continuando a legiferare su tutto e tutti.
Non ha riorganizzato i propri apparati alla luce del nuovo assetto. Non ha ammodernato i suoi meccanismi di governance (più autonomia significa più capacità di sistema) e non si è dotato di strumenti di monitoraggio adeguati, preferendo ignorare i problemi gestionali in molti ambiti regionali ordinari o procedere con commissariamenti di facciata.
Non ha costruito assetti finanziari capaci di responsabilizzare le Regioni sul fronte delle entrate, preferendo di fatto continuare a gestire centralmente la gran parte dei rapporti con i contribuenti.
Non ha concentrato le sue azioni sulle cose veramente essenziali per un sistema Paese: le grandi infrastrutture della conoscenza; le politiche strutturali di sviluppo; la modernizzazione tecnologica (anche della rete Inter-istituzionale); il buon funzionamento della giustizia e della sicurezza, tanto per citarne alcune.

Ora, la Pandemia Covid disvela queste oggettive difficoltà.
E lo Stato – che non aveva nessun piano per una emergenza sanitaria di livello globale, così come non ce l’ha per tutti gli altri ambiti di Protezione Civile – vorrebbe scaricare le proprie responsabilità sulle Regioni.
Le quali non ovunque, appunto, sono state all’altezza.
Mi viene alla memoria l’immagine di un padre di famiglia, che – siccome non è riuscito ad essere autorevole nella costruzione di regole e pratiche condivise ed ha la coda di paglia per quanto riguarda le sue responsabilità – si appella al “comando di autorità” e sfodera il randello. Ma di quale “supremazia dello Stato” stiamo parlando, in un mondo che vede proprio nella figura degli Stati Nazionali l’anello più debole del sistema?

Mi auguro che questo insano proposito, che pare vedere concorde la maggioranza di Governo nazionale, venga messo da parte. E che, piuttosto, si riprenda – anche con le precisazioni dovute, ivi compresa quella del Senato delle Regioni – il coraggioso progetto del 2001. Le difficoltà vanno risolte guardando avanti, non indietro.
In questo contesto di improvvisazione costituzionale e di cedimento alle istanze di semplificazione populista della vita istituzionale, cerchiamo almeno di difendere un piccolo fuoco che evochi l’idea di una “Repubblica delle Autonomie”.
Le ricette che sembrano prevalere (supremazia dello Stato; svuotamento delle Regioni; accorpamento forzoso dei piccoli e medi Comuni, dopo l’abolizione delle Province) appartiengono al ciclo culturale ormai passato; sono parte e non soluzione dei problemi che la crisi evidenzia.
Non c’è nulla in queste ricette che faccia pensare ad una capacità di “resilienza”.

Nulla sul piano della “cifra comunitaria” che le istituzioni devono recuperare, per controbattere la deriva delle solitudini delle persone e dei territori. Nulla neppure su quello dell’efficenza: in una società sempre più complessa, non si ha efficenza se non attraverso la cultura diffusa della responsabilità e non dell’asservimento verso l’alto. E non illudiamoci. Se nuova supremazia dello Stato sarà, non si tratterà solo di gestione di emergenze pandemiche (per le quali peraltro già oggi lo Stato ha tutti i poteri, se li vuole esercitare).
Sarà un ritorno al passato, mentre il mondo va avanti.

Chi ha l’ardire di richiamarsi a Sturzo – ma anche chi cerca di essere consapevole dei meccanismi di governance delle società complesse – non si può rassegnare a questa deriva neo statalista. Il rischio è quello di comunità territoriali desertificate nei propri presìdi democratici; sempre più prive di “personalità istituzionale”; ridotte a puro ambito di manovra dei mercati e di poteri pubblici sempre più disintermediati; suddite di uno Stato che, per parte sua, si illude di colmare un deficit di ruolo e di autorevolezza con l’icona consumata di un “comando” simile a quella degli imperi in decadenza. Uno Stato che rifiuta di “trasformarsi” e perciò perderà ancora di più il proprio carisma.
Scriveva Italo Calvino nelle “Città invisibili” che Marco Polo – di fronte a Kublai Kan e al suo impero divenuto “uno sfacelo senza fine né forma” – evocava “attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana di un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti”. Ci servirebbero tanti Marco Polo, oggi. Capaci non di vagheggiare la sovranità improbabile di rinnovati imperi, ma di valorizzare, in una logica solidale, collaborativa e costruttiva, la nuova filigrana sociale, comunitaria, istituzionale che pure esiste.

Una nuova idea di “Stato”, che deve essere però sostenuta, indirizzata, alimentata anche da una nuova idea di “politica”, meno giocata nelle stanze romane e più temprata nel confronto diretto e quotidiano con la realtà delle comunità che compongono questo nostro straordinario e plurale Paese.

Federazione Islamica del Piemonte: “Noi siamo con le vittime di Nizza e Vienna”.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato stampa della Federazione Islamica del Piemonte

Noi siamo con le vittime di Nizza e Vienna.

Se ci si fosse illusi che nel clima di emergenza per la pandemia non ci fosse, almeno sul suolo europeo, più posto per gli attentati, ci si è dovuti ricredere. È invece realistico pensare che i nuovi fronti geopolitici nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo siano all’origine di un nuovo ciclo della strategia del terrore.

Non stupisce che si sia iniziato con la Francia, con una politica sua propria che l’ha condotta a un duro contrasto con la Turchia.  Ma dopo Vienna è ora chiaro che l’Europa intera è di nuovo sotto tiro. Un’Europa sulle cui divisioni si può puntare per condizionarla. Un’Europa che deve dunque trovare un’unità sui principi suoi fondamentali, che sono ben al di là della libertà di satira. Principi di accoglienza ma anche di rigorosa tutela dalla sopraffazione.

Le religioni, anche quelle altre dalla tradizione occidentale, sono linfa vitale per una nuova storia comune.  Ma ciò su cui non si può transigere è che la fede religiosa sia un fatto di assoluta libertà e non debba in alcun modo venire imposta, che nessuna violenza sia giustificabile col nome di Dio, che a essere care a Dio siano semmai le vittime innocenti.

È un sollievo pensare come tali principi siano già vividamente incarnati nel seno delle nostre società. Lo testimoniano le parole del Gran Mufti di Bosnia, il quale, dopo l’attentato di Vienna, ha dichiarato: “Vienna dev’essere la linea del fronte comune, che difenderemo senza paura e ad ogni costo, poiché non si tratta di Vienna soltanto, ma di tutte le persone libere e dell’Europa intera”. 

Con questo spirito, proponiamo perciò un’iniziativa pubblica, nei tempi e nei luoghi permessi dalle disposizioni sanitarie diramate in queste ore, che non consentono di manifestare in piazza. Chiamando tutte le comunità religiose e le forze politiche e sociali ad esprimersi. Non contro qualcuno, se non contro chi aderisce a un principio di morte che sarebbe blasfemo considerare religioso; ma per un valore di fraternità davvero universale, che tanto più in questo momento è importante riaffermare.

Giampiero Leo, Bhante Dharmapala (C. Torrero), Idris Abd al- Razzaq Bergia, Rav Ariel Di Porto, 

Bruno Geraci, Ibrahim Gabriele Iungo, Walter Nuzzo, Don Ermis Segatti, Younis Tawfik, a nome del Movimento Interconfessionale Noi siamo con voi.

Scatta il bonus da 500 euro per pc, tablet e internet

Da oggi arriverà il Bonus per pc, tablet e internet veloce. Si tratta di un voucher fino a 500 euro che le famiglie a basso reddito possono sfruttare per avere la connessione veloce a internet e per dotarsi di un dispositivo per la navigazione come personal computer o tablet.

Ai servizi di connettività può essere destinata una somma compresa tra i 200 e i 400 euro, mentre per tablet e pc una cifra tra i 100 e i 300 euro. Il decreto ha previsto l’assegnazione di un solo vocuher per famiglia. C’è poi un altro requisito necessario per poter usufruire del vocuher. Il contributo per acquistare un tablet o pc, infatti, viene erogato solo nel caso in cui sia contestuale all’attivazione di un servizio di connettività.

Per ottenere il voucher, è necessario contattare direttamente il proprio operatore internet utilizzando i normali canali di vendita. Sarà cura del beneficiario del voucher produrre un’autocertificazione del reddito Isee inferiore a 20 mila euro. Infine, è necessario sottoscrivere un contratto, della durata minima di un anno, con un operatore accreditato presso Infratel Italia, dato che l’acquisto di tablet o pc deve essere contestuale all’attivazione di un servizio di connettività.

Non è, infatti, possibile acquistare un computer o un tablet e, successivamente, richiedere il rimborso tramite voucher.

Elezioni Usa, ora stop a 1/2 mld di dazi sul Made in Italy

“Ci sono le condizioni per superare i dazi aggiuntivi Usa che colpiscono le esportazioni agroalimentari Made in Italy per un valore di circa mezzo miliardo di euro su prodotti come Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello”. E’ quanto afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini in riferimento all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

L’ elezione del nuovo presidente Usa – sottolinea la Coldiretti – arriva a poco più di un anno dall’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 in Usa di una tariffa aggiuntiva del 25% su una lunga lista di prodotti importati dall’Italia e dall’unione Europea, per iniziativa di Donald Trump nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus sulla quale è intervenuto anche in Wto autorizzando prima gli usa e poi l’Ue ad applicare dazi.

“Occorre ora avviare un dialogo costruttivo ed evitare uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati in un momento drammatico per gli effetti della pandemia” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “gli Stati Uniti sono il primo mercato extraeuropeo per i prodotti agroalimentari tricolori per un valore che nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi, con un ulteriore aumento del 3,8% nei primi otto mesi del 2020”.

Cliclavoro: i servizi digitali passano a SPID

Non è più possibile effettuare nuove registrazioni al portale Cliclavoro. Inoltre, potrà accedere all’Area Riservata del Portale Cliclavoro solo chi sia già in possesso delle credenziali che, a tal fine, resteranno utilizzabili fino all’11 novembre 2020.

Lo comunica il Ministero del lavoro e delle politiche sociali informando che, per consentire le attività tecniche necessarie ad attivare le nuove modalità di accesso, SPID, CIE ed eIDAS, dal 12 al 14 novembre il portale Servizi Lavoro non sarà accessibile per la navigazione e, conseguentemente, anche tutti servizi digitali accessibili al suo interno non saranno disponibili. Di conseguenza, i lavoratori potranno inviare le proprie Dimissioni Telematiche utilizzando l’app Mobile, mentre i Soggetti Abilitati dovranno seguire la seguente procedura:

-compilare il modulo cartaceo disponibile al seguente link
-inviare il modulo via PEC al datore di lavoro e, per conoscenza, all’indirizzo infosdv@lavoro.gov.it

Si ricorda che il mancato invio al datore di lavoro comporterà la mancata accettazione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali delle dimissioni volontarie/risoluzione consensuale/revoca espresse dal lavoratore.​

 

Resta alta l’età dei pazienti deceduti e positivi a Sars-CoV-2

Resta alta l’età dei pazienti deceduti e positivi a Sars-CoV-2: l’età mediana è di 82 anni, secondo l’ultimo report sui decessi diffuso dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e realizzato su un campione di 39.052 pazienti deceduti e positivi al coronavirus in Italia. Le donne sono 16.628 (42,6%). Ebbene, secondo il report l’età mediana dei pazienti deceduti positivi a Sars-CoV-2 è più alta di oltre 30 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione (82 anni contro 49 anni).

E le donne morte dopo l’infezione hanno un’età più alta rispetto agli uomini (donne 85 – uomini 79).

Al 4 novembre le morti di pazienti positivi a Sars-Cov-2 in Italia sotto i 50 anni sono state 434 su 39.052 (1,1%), cioè l’1,1% come calcola l’Istituto superiore di sanità. In particolare, 95 pazienti avevano meno di 40 anni (65 uomini e 30 donne tra 0 e 39 anni). Di 17 pazienti sotto i 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche; degli altri, 64 presentavano gravi patologie preesistenti (malattie cardiovascolari, renali, psichiatriche, diabete, obesità) mentre 14 non avevano diagnosi di rilievo.

In media, inoltre, i pazienti deceduti per Covid-19 hanno 3,5 patologie preesistenti. Nelle donne 3,7, negli uomini 3,4. Questo dato è stato ottenuto da 5.047 deceduti per i quali è stato possibile analizzare le cartelle cliniche. Complessivamente 173 pazienti (3,4% del campione) presentavano zero patologie, 662 (13,1%) una patologia, 962 (19,1%) due patologie e 3250 (64.4%) tre o più patologie. Prima del ricovero in ospedale, il 21% dei pazienti morti positivi al virus seguiva una terapia con Ace inibitori e il 14% assumeva sartani (bloccanti del recettore per l’angiotensina). L’ipertensione è la patologia preesistente più frequente (nel 65,7% dei casi).

La terapia antibiotica è stata comunemente utilizzata nel corso del ricovero (86,2% dei casi), meno usata quella antivirale (54,9%), più raramente la terapia steroidea (46,0%). Il comune utilizzo di terapia antibiotica può essere spiegato, si legge nel report, dalla presenza di sovrainfezioni o è compatibile con inizio terapia empirica in pazienti con polmonite, in attesa di conferma da esami di laboratorio di Covid-19. In 1296 casi (26,1%) sono state utilizzate tutte e tre le terapie. Al 4,5% dei pazienti deceduti positivi all’infezione da Sars-CoV-2 è stato somministrato Tocilizumab.

Infine il report fornisce i dati sui tempi mediani (in giorni) che trascorrono dall’insorgenza dei sintomi al decesso (12 giorni), dall’insorgenza dei sintomi al ricovero in ospedale (5 giorni) e dal ricovero in ospedale al decesso (7 giorni). Il tempo intercorso dal ricovero in ospedale al decesso è di 6 giorni più lungo in coloro che sono stati trasferiti in rianimazione rispetto agli altri.

Il primo discorso da presidente di Joe Biden.

“Miei cari americani, il popolo di questa nazione ha parlato. Ci ha consegnato una chiara vittoria. Una vittoria convincente. Una vittoria per “Noi, il popolo”. Abbiamo vinto con il maggior numero di voti mai espressi per un ticket presidenziale nella storia di questa nazione: 74 milioni. Sono impressionato dalla fiducia che avete riposto in me.

Mi impegno a essere un presidente che non cerca di dividere, ma di unire. Che non vede gli stati rossi e blu, ma gli Stati Uniti. E che lavorerà con tutto il cuore per conquistare la fiducia di tutto il popolo.

Perché questo è ciò che è l’America: le persone.

Ed è di questo che si occuperà la nostra amministrazione.

Ho cercato di vincere per ripristinare l’anima dell’America. Per ricostruire la spina dorsale della nazione: la classe media. Per rendere di nuovo l’America rispettata nel mondo e per unirci qui a casa.

È l’onore della mia vita che così tanti milioni di americani abbiano votato a favore di questa visione.

E ora il compito di rendere reale questa visione è il compito del nostro tempo.

Come ho già detto molte volte, sono il marito di Jill. Non sarei qui senza l’amore e il sostegno instancabile di Jill, Hunter, Ashley, tutti i nostri nipoti, i loro coniugi e tutta la nostra famiglia. Sono il mio cuore.

Jill è una mamma – una mamma militare – e un’insegnante. Ha dedicato la sua vita all’istruzione, ma insegnare non è solo quello che fa, è quello che è. Per gli insegnanti americani, questo è un grande giorno: ne avrai uno alla Casa Bianca e Jill diventerà una grande First Lady.

E sarò onorato di servire con una incredibile vicepresidente – Kamala Harris – che entrerà nella storia come la prima donna, la prima donna nera, la prima donna di discendenza asiatica e la prima figlia di immigrati mai eletta in questo paese.

È atteso da tempo e stasera viene in mente tutti coloro che hanno lottato così duramente per così tanti anni per far sì che ciò accadesse. Ma ancora una volta, l’America ha piegato l’arco dell’universo morale verso la giustizia.

Kamala, Doug, che vi piaccia o no, siete una famiglia. Siete diventati dei Biden onorari e non c’è via d’uscita.

A tutti coloro che si sono offerti volontari, hanno lavorato alle urne nel mezzo di questa pandemia, funzionari elettorali locali meritate un ringraziamento speciale da questa nazione.

Alla mia squadra della campagna, e a tutti i volontari, a tutti coloro che hanno dato così tanto di se stessi per rendere possibile questo momento, vi devo tutto.

E a tutti coloro che ci hanno sostenuto: sono orgoglioso della campagna che abbiamo costruito e condotto. Sono orgoglioso della coalizione che abbiamo messo insieme, la più ampia e diversa nella storia.

Democratici, repubblicani e indipendenti. Progressisti, moderati e conservatori. Giovani e meno giovani. Urbano, suburbano e rurale. Gay, etero, transgender. Bianca. Latino. Asiatico. Nativo americano.

E soprattutto per quei momenti in cui questa campagna andava male, la comunità afroamericana si è alzata di nuovo per me. Mi coprono sempre le spalle e io farò per te.

Ho detto fin dall’inizio che volevo una campagna che rappresentasse l’America, e penso che l’abbiamo fatto. Questo è quello che voglio che sia l’amministrazione.

E a coloro che hanno votato per il presidente Trump, capisco la vostra delusione stasera.

Anch’io ho perso un paio di elezioni. Ma ora, diamoci una possibilità a vicenda. È ora di mettere da parte la dura retorica. Per calmare gli animi. Per rivederci. Per ascoltarci di nuovo. Per fare progressi, dobbiamo smetterla di trattare i nostri avversari come nostri nemici. Non siamo nemici. Siamo americani.

La Bibbia ci dice che per ogni cosa c’è una stagione: un tempo per costruire, un tempo per raccogliere, un tempo per seminare. E un tempo per guarire.

Questo è il momento di guarire in America.

Ora che la campagna è finita, qual è la volontà del popolo? Qual è il nostro mandato?

Credo che sia questo: gli americani ci hanno chiesto di schierare le forze della decenza e le forze della giustizia. Per schierare le forze della scienza e le forze della speranza nelle grandi battaglie del nostro tempo.

La battaglia per controllare il virus.

La battaglia per costruire la prosperità.

La battaglia per garantire l’assistenza sanitaria della tua famiglia.

La battaglia per ottenere la giustizia razziale e sradicare il razzismo sistemico in questo paese.

La battaglia per salvare il clima.

La battaglia per ripristinare la decenza, difendere la democrazia e dare a tutti una giusta possibilità.

Il nostro lavoro inizia con il controllo della COVID.

Non possiamo aggiustare l’economia, ripristinare la nostra vitalità o assaporare i momenti più preziosi della vita – abbracciare un nipote, compleanni, matrimoni, lauree, tutti i momenti che ci interessano di più – finché non avremo sotto controllo questo virus.

Lunedì nominerò un gruppo di importanti scienziati ed esperti come consulenti per la transizione per prendere il piano Biden-Harris sulla COVID e convertirlo in un progetto d’azione che inizierà il 20 gennaio 2021. Quel piano sarà costruito su un fondamento scientifico. Sarà costruito con compassione, empatia e preoccupazione.

Non risparmierò alcuno sforzo – o impegno – per ribaltare questa pandemia.

Ho corso come un orgoglioso Democratico. Adesso sarò un presidente americano. Lavorerò tanto per quelli che non hanno votato per me, quanto per quelli che lo hanno fatto.

Lascia che questa cupa era di demonizzazione in America inizi a finire – qui e ora.

Il rifiuto di Democratici e Repubblicani di cooperare tra loro non è dovuto a una forza misteriosa al di fuori del nostro controllo.

È una decisione. È una scelta che facciamo.

E se possiamo decidere di non cooperare, allora possiamo decidere di cooperare. E credo che questo faccia parte del mandato del popolo americano. Vogliono che collaboriamo.

Questa è la scelta che farò. E invito il Congresso, Democratici e Repubblicani allo stesso modo a fare questa scelta con me.

La storia americana parla del lento, ma costante ampliamento delle opportunità.

Non commettere errori: troppi sogni sono stati rimandati per troppo tempo.

Dobbiamo rendere la promessa del paese reale per tutti, indipendentemente dalla razza, dall’etnia, dalla fede, dall’identità o dalla disabilità.

L’America è sempre stata plasmata da punti di svolta, da momenti in cui abbiamo preso decisioni difficili su chi siamo e cosa vogliamo essere.

Lincoln nel 1860 – venuto per salvare l’Unione.

FDR nel 1932 – promette un New Deal a un paese assediato.

JFK nel 1960 – la promessa di una nuova frontiera.

E dodici anni fa – quando Barack Obama ha fatto la storia – e ci ha detto: “Yes, we can”.

Ci troviamo di nuovo a un punto di svolta. Abbiamo l’opportunità di sconfiggere la disperazione e di costruire una nazione prospera e con uno scopo. Possiamo farlo. So che possiamo. Ho parlato a lungo della battaglia per l’anima dell’America. Dobbiamo ripristinare l’anima dell’America.

La nostra nazione è plasmata dalla costante battaglia tra i nostri angeli migliori e i nostri impulsi più oscuri. È tempo che prevalgano i nostri angeli custodi.

Stasera, il mondo intero sta guardando l’America. Credo che nel migliore dei casi l’America sia un faro per il globo. E non guidiamo con l’esempio del nostro potere, ma con il potere del nostro esempio.

Ho sempre creduto che si possa definire l’America in una parola: possibilità.

Che in America dovrebbe essere data a tutti l’opportunità di andare oltre i propri sogni grazie all’abilità che gli ha dato Dio.

Vedi, io credo nella possibilità di questo paese.

Guardiamo sempre avanti.

Verso un’America più libera e più giusta.

Verso un’America che crea posti di lavoro.

Verso un’America che cura malattie come il cancro e l’Alzheimer.

Verso un’America che non lascia mai indietro nessuno.

Verso un’America che non si arrende mai, non si arrende mai.

Questa è una grande nazione.

E siamo una brava gente.

Questi sono gli Stati Uniti d’America.

E non c’è mai stato niente che non siamo stati in grado di fare quando l’abbiamo fatto insieme.

Negli ultimi giorni della campagna, ho pensato a un inno che significa molto per me e per la mia famiglia, in particolare per il mio defunto figlio Beau. Rappresenta la fede che mi sostiene e che credo sostenga l’America.

E spero che possa fornire conforto e conforto alle oltre 230.000 famiglie che hanno perso una persona cara a causa di questo terribile virus quest’anno. Il mio cuore va a ciascuno di voi. Spero che questo inno ti dia anche conforto.

‘And He will raise you up on eagle’s wings,

Bear you on the breath of dawn,

Make you to shine like the sun,

And hold you in the palm of His Hand’.

E ora, insieme – sulle ali dell’aquila – ci imbarchiamo nell’opera che Dio e la storia ci hanno chiamato a compiere.

Con il cuore pieno e le mani ferme, con la fede nell’America e negli altri, con l’amore per la patria e la sete di giustizia, cerchiamo di essere la nazione che sappiamo di poter essere.

Una nazione unita.

Una nazione rafforzata.

Una nazione guarita.

Gli Stati Uniti d’America.

Dio ti benedica.

E possa Dio proteggere le nostre truppe”.

Avevano perso l’America, oggi la ritroviamo nel sorriso di Biden.

Ci ricordiamo la prima volta di Trump ad un G7? Era a Taormina nel Maggio 2017. Per come si comportò il ‘fratello maggiore’ (USA), la Germania, che era rinata con gli aiuti americani e nelle corde ha sempre fresco il mitico discorso di John Kennedy a Berlino del Giugno 1963 (“Ich bin ein Berliner”), ne uscì sconvolta. 

Per alcuni Paesi europei, in primis la Germania e l’Italia, l’America è davvero un mito, sempre. La Merkel appena tornò in Germania dopo il G7 italiano disse: “Signori, purtroppo l’America non c’è più. Dobbiamo fare da soli”. Non siamo più amici, disse. Fu davvero come un lutto.

Ecco cosa ha voluto dire Trump.

A Biden si può attribuire la frase di Tortora quando riapparì in TV: “Dunque, dove eravamo rimasti?”.

Poi non sottovaluterei un’altra cosa. Nell’immaginario degli europei gli americani sono ragazzoni semplici e schietti – oggi forse non proprio così ma comunque sempre sorridenti. Tutti i Presidenti hanno trovato il modo di sorridere, persino Nixon. Il mondo è stato alle prese per  quattro lunghissimi anni con un bambino accigliato e bizzoso. La prima cosa che ci è apparsa in Biden? (Fosse stato Giulio Cesare sarebbe stato uguale). Che sorrideva fiducioso. 

Come pensiamo l’America.

Sinistra Dc, estimatori ieri ma anche fedeli oggi.

Periodicamente, e puntualmente, ricordiamo e raggiorniamo il magistero politico, culturale, civile  ed intellettuale di alcuni grandi statisti e leader politici: da Tina Anselmi a Mino Martinazzoli, da  Carlo Donat-Cattin a Benigno Zaccagnini, da Giovanni Galloni a Luigi Granelli, cioè a quelle  personalità che hanno caratterizzato e costellato la storia e l’esperienza della sinistra della  Democrazia Cristiana. Solo per citarne alcuni.  

Ora, in discussione non c’è solo la memoria storica, un pizzico di nostalgia e di rimpianto per chi li  ha conosciuti ed ha potuto sperimentare concretamente le straordinarie capacità politiche,  culturali e di governo che li ha accompagnati nella loro militanza pubblica. Uomini e donne che  hanno maturato una vocazione alla politica perchè animati da una solida cultura politica e,  soprattutto, con una forte attitudine alla leadership senza mai scivolare in atteggiamenti dispotici  e autoritari. Atteggiamenti dispotici e autoritari che, detto fra di noi, è il comportamento concreto  dei cosiddetti “capi” politici di oggi, funzionali ai partiti personali e ai cartelli elettorali. Ovvero,  l’esatto contrario della esperienza dei partiti popolari, con un saldo radicamento sociale e  popolare e con una spiccata elaborazione culturale e programmatica.  

Ma, per tornare al tema principale, il solo fatto che il magistero politico e civico di questi statisti  della sinistra Dc viene continuamente rievocato, ricordato, riletto e riaggiornato e non solo nella  cinta daziaria del cattolicesimo democratico e sociale conferma, ancora una volta, che proprio  quella esperienza e quel vissuto concreto e tangibile non può e non deve essere archiviato o  banalmente storicizzato. Certo, le fasi storiche e politiche cambiano e mutano. E anche in  profondità. Ma non c’è alcun cambiamento storico e politico che possa permettere di giustificare  un atteggiamento di estraneità e di indifferenza. Il fatto che non esista più un partito come la Dc e  che, all’orizzonte, non ci sia – ad oggi – alcuna possibilità di dar vita a movimenti/partiti che  possano riflettere quella esperienza, salvo esperimenti virtuali e del tutto astratti, non ci esime  dalla necessità, quasi vincolante, di recuperare quel testamento politico senza pensare tuttavia di  replicarlo acriticamente. Anche nelle dinamiche della politica contemporanea il magistero di quegli  statisti e leader pollici continua ad essere un faro che illumina il cammino di ognuno di noi. A  cominciare da un fatto, su tutti. Che la politica prima di essere gestita e governata va pensata,  elaborata e studiata. Che una classe dirigente è tale se rappresentativa a livello sociale e  territoriale. Che l’autorevolezza in politica non è frutto di un comando o di un dispotismo, tipico  dei partiti personali fortemente gettonati nella stagione contemporanea, ma di una riconosciuta  leadership politica e autorità “morale” e non moralistica. Che, infine, la politica si pratica e si  declina nelle organizzazioni democratiche e popolari e la selezione è affidata ai processi  democratici dal basso e non alla cooptazione burocratica e alla fedeltà al capo dall’altro. 

Insomma, il magistero politico e civile di quelle persone va continuamente inverato. E tocca  principalmente a chi si riconosce ancora in quel patrimonio culturale, ideale, politico e forse anche  etico e spirituale declinarlo nella società contemporanea. Non per nostalgia ma per coerenza ai  nostri principi, ai nostri valori e alle nostre radici.

Niente “ristoro” per i lavoratori fragili: una dimenticanza che li punisce

“Non lasceremo indietro nessuno”: le ultime parole famose del Presidente del Consiglio , Avvocato difensore di tutti gli italiani .

Ma dopo l’ultimo DPCM e il successivo decreto “Ristori”, che vuole compensare le perdite economiche dei lavoratori che hanno chiuso le attività a motivo dell’emergenza sanitaria e dei provvedimenti di lockdown colorati e a zone del Paese, la questione dei cd. lavoratori fragili resta irrisolta.

Perché nessuno ci ha pensato? Se ne è parlato in Consiglio dei Ministri? E – domanda impertinente ma estremamente pertinente… “dove sono finiti i Sindacati?

Qualche flebile vagito si era levato a difesa di questa categoria di lavoratori del settore pubblico e privato che – dopo l’espunzione dal Decreto Agosto (o Decreto Cura Italia) dell’art. 26 – comma 2 – si trovano in questa singolarissima situazione: non possono lavorare in quanto certificati dall’autorità sanitaria come inidonei alla funzione “fino al termine dello stato di emergenza decretato”  e non sempre possono riciclarsi nello smart working: quale lavoro potrebbe fare a domicilio una operatrice scolastica (leggasi bidella)? Le pulizie di casa? E un postino? Scrivere le lettere a Babbo Natale? Un operaio metalmeccanico?  Fare cavatappi al tornio?

Parliamo di lavoratori chemioterapici, immunodepressi, affetti da patologie croniche che li sovraespongono al rischio di contrarre il Covid-19, anche perchè quasi sempre portatori di invalidità importanti e fruitori della legge 104/92 sulle disabilità per i quali fino al 15 ottobre u.s era possibile beneficiare della tutela sanitaria di collocamento in esonero d’ufficio, essendo la loro patologia equiparata  al ricovero ospedaliero.

Dopo l’annullamento di questa protezione giuridica i lavoratori possono chiedere di essere utilizzati in compiti diversi ma sempre in ambienti lavorativi esposti al rischio del contagio e per lo svolgimento di mansioni estranee al proprio profilo professionale, (a volte non accessibili ai portatori di disabilità, – ad es. uso del PC o di macchinari, sollevamento di pesi, la stessa tolleranza ai presidi tipo mascherine che rendono difficoltoso il respiro se indossate continuativamente in ambiente chiuso ecc..)  spesso con orario di lavoro superiore a quello contrattuale.

Oppure – in alternativa – “di mettersi in congedo per malattia”, nell’ambito del periodo di comporto, il che significa di subire decurtazioni dallo stipendio fino ad azzerarlo, in concomitanza con il protrarsi dello stato di emergenza che impedisce loro di svolgere il proprio abituale lavoro.

Molti medici si domandano perché dovrebbero certificare una malattia che non esiste: nel senso che quella per la quale i lavoratori sono definiti a rischio e “fragili” è già nota e consentiva finora di svolgere la propria ordinaria attività senza ricorrere necessariamente al congedo per salute, fatti salvi i gg di assenza per cure specifiche (chemioterapie, somministrazione di specifici farmaci per l’immunodepressione, a volte salva-vita ecc).

Costringerli o invitarli a “mettersi in malattia” crea una difficoltà oggettiva al medico curante che deve certificare una patologia diversa, di fatto non esistente.

Non è infatti la loro immunodepressione che li rende ammalati al punto da chiedere congedo per salute, quanto il fatto di essere sovresposti al rischio contagio a motivo della loro certificata fragilità.

Si pensava che il tam tam di lettere, esposti, segnalazioni, perorazioni ecc. facesse breccia nel provvedimento che adotta misure compensative al disagio di chi è impedito al lavoro dal Covid19.

I lavoratori fragili dovrebbero rientrare ope legis nella pletora dei beneficiari poiché è l’ente, l’azienda o l’amministrazione stessa di appartenenza che attraverso il SSN li definisce “inidonei a svolgere la propria funzione fino al termine dello stato di emergenza”.

Ci sono situazioni assai gravi che dovrebbero indulgere il Governo ad un ripensamento, reintroducendo l’art. 26 comma 2 in vigore fino al 15 ottobre e poi cancellato (ci si chiede perchè?). Speriamo che qualcuno provveda.

Antonio Ligabue: genio e follia.

L’attore Elio Germano ha vinto l’Orso d’argento per il miglior attore al Festival di Berlino 2020 interpretando il ruolo dell’artista Antonio Ligabue (1899-1965) nel film, diretto da Giorgio Diritti, “Volevo nascondermi”. Già Flavio Bucci nel 1977 aveva indossato i panni di quel pittore e scultore in un memorabile sceneggiato televisivo diretto da Salvatore Nocita e scritto da Cesare Zavattini.  

Per fortunata coincidenza, l’anno seguente veniva approvata in Italia la legge Basaglia che disponeva la chiusura dei manicomi. Da quel momento – come afferma Vittorio Sgarbi – “Ligabue diventava, è diventato, l’emblema del riscatto dalla malattia mentale proprio nel momento in cui Franco Basaglia, padre dell’anti-psichiatria italiana, dopo l’esperienza all’ospedale di Trieste, innestava un meccanismo a catena che di lì a poco avrebbe conseguito anche l’avallo della legge”. Non a caso è proprio il critico ferrarese che cura, assieme a Marzio Dall’Acqua, la retrospettiva antologica “Antonio Ligabue. Una vita d’artista”, allestita negli spazi di Palazzo dei Diamanti a Ferrara fino al 5 aprile 2021. La mostra è dedicata a Franco Maria Ricci, recentemente scomparso, che ha contribuito a promuovere e far conoscere l’arte di Ligabue.

Sgarbi elenca con orgoglio i lavori esposti: “Parliamo di ben 107 opere e sono 77 pitture, 10 disegni e 20 sculture che vengono da collezioni private, quindi si tratta di opere mai viste prima dal grande pubblico. E per sculture intendo le terre non cotte. Noi le abbiamo tutte in mostra”. Ed ancora “Finalmente daremo a Ligabue la dignità che merita”.

Ligabue, nato a Zurigo, dopo un’infanzia difficile – tra l’altro la perdita della madre e di due fratellini – viene affidato a genitori adottivi ed inizia subito ad avere disturbi psicofisici, oltre ad essere ammalato di rachitismo. Viene espulso dalla scuola, aggredisce la madre ed è ricoverato più volte in manicomio. Giunge in Italia per il servizio militare e viene riformato. Si stabilisce nel 1919 a Gualtieri (il cui campanile viene spesso inserito nei suoi quadri), in provincia di Reggio Emilia, patria del padre adottivo.  Nella cittadina della Bassa padana, dove gli viene dato l’appellativo “El Tudesc”, inizialmente vive in un capanno e si guadagna da vivere facendo il manovale sul Po e, qualche volta, eseguendo disegni su cartelloni per comitive circensi, che arrivavano in paese. Un’esistenza, quella di Ligabue, difficile, colma di ostilità ed incomprensioni. Lui trova conforto nella pittura e nella scultura, raffigurando spesso animali esotici (leoni, cavalli, gorilla, tigri) che inserisce nel paesaggio emiliano. Nel 1928 egli incontra l’artista Renato Marino Mazzacurati, che, riconoscendo il suo naturale talento, lo aiuta materialmente e lo incoraggia. Diversi sono i ricoveri in manicomio, tra tutti particolarmente significativo quello dal ’45 al ’48, causato da una lite con un soldato tedesco. In quel caso gli viene riconosciuta una psicosi maniaco depressiva, caratterizzata da una aggressività sia verso gli altri che su se stesso.

Lui, così scontroso, dal carattere difficile, enigmatico ed orgoglioso, con l’arte racconta la sua vita, un dramma che cerca di alleggerire mentre impasta i colori, e con essi si sporca mani e viso, quando tratta l’argilla del Po, che plasma con impulsi prepotenti. Talvolta arriva a masticarla per renderla più malleabile. Così, da confusioni materiali, autonome ed incolte ispirazioni, memorie ed ossessioni, l’artista fa scaturire slanci creativi dai segni decisi. La sua indole “animalesca” spesso crea sinergia con i soggetti raffigurati come, ad esempio, leopardi ed aquile con cui dialoga perché si sente uno di loro e con i loro occhi vuole vedere il mondo.

Non è un caso che era affascinato dai rapaci ed in essi si identificava a tal punto da procurarsi una scorticatura al naso (visibile nei suoi autoritratti) simile al rostro dei cupi volatili. In molti si nota la presenza della motocicletta, una sua passione. L’intensità del suo sguardo s’insinua tra il ricordo di occhi di conigli (animaletti a lui cari) impauriti e fissità di felini pronti alla zuffa o di uccelli attenti alla preda. Dipingeva così, analizzando se stesso e giudicandosi.

L’artista per anni non è stato valorizzato come merita. L’istinto e l’amore per la natura hanno avuto il sopravvento nella sua mente irrequieta, folle, accarezzata da genialità artistica. Ligabue, che veniva chiamato il matto (Toni al mat), ha espresso visioni del suo pensiero, pulsioni di quella “quasi serenità” che solo la pittura poteva concedergli a dispetto di una vita difficile, in un mondo in cui il diverso veniva (forse ancor oggi è così..) considerato pazzo, malato e, spesso, da tenere a distanza. La sua esistenza è stata costellata da povertà e solitudine. Si narra che ad ogni donna che incontrava chiedeva un bacio. Un aneddoto interessante perché ci fa capire il bisogno di affetto che l’artista aveva, una necessità tipica di coloro che hanno scompensi emotivi, vite complicate, rassegnazioni e “urla interiori”, tutte manifestazioni che neanche loro comprendono fino in fondo. La figura di una donna vicina gli mancava, a tal punto di vestirsi talvolta a casa da donna per immaginare una compagnia femminile, forse per colmare il vuoto di una madre distante, assente.

Follia e genio. Ed ecco che le memorie dipinte, le nature morte, le scene con animali, le tormente di neve ed i paesaggi appaiono scenografie delle sue intime narrazioni. Nelle fantasie esprime la psicologia della sua personalità, vibrante come le sue pennellate, e conduce per mano l’osservatore verso mondi immaginari frammisti con la realtà che lo circonda, affollata da animali visti da fanciullo allo zoo: rapaci, leoni, serpenti, ecc. Sono animali che lottano, alla ricerca della libertà (l’animale cerca di uscire dalla gabbia come lui stesso cerca di fare dalle sue psicosi) oppure per difendersi da nemici. 

Riuscendo ad entrare in empatia con alcuni lavori possiamo quasi sentire i rumori di una foresta, in cui tigri dalle fauci spalancate ci riportano alla mente le urla interiori di dolore, una angosciante stretta al cuore simile a quella che si prova di fronte all’urlo di Munch. Seppur distanti nel tempo e nell’estetica, in entrambi ritroviamo la solitudine, la malattia sociale, la mancanza di amore, l’isolamento, la tensione. Sono tutti ingredienti dell’infelicità.

Questo grande artista contemporaneo mi ricorda tanto il pittore brasiliano Chico da Silva (1910-1985), nato nella selva amazzonica. Anche lui, eterno bambino con un ramo di “sana follia”, dipingeva animali costruiti dalla propria fantasia ingenua e tormentata. Molti dei suoi quadri raccontano di battaglie tra animali aggressivi dai colori forti, una vivacità cromatica ci fa dimenticare la crudezza della lotta. 

Dalla foresta amazzonica torniamo alla bassa padana del Nostro….

L’arte si deve capire, si deve amare, si deve saper leggere oltre alla pura visione ed oltre all’analisi estetica è doveroso far emergere concetti e messaggi velati, soprattutto nel caso di Ligabue, genio popolare, in cui, come sottolinea Sgarbi “… l’istinto gioca certamente un ruolo di notevole rilievo, ma che non è certo privo di quella che viene chiamata la ‘ragione dell’arte’, cosciente di avere una base di formazione, per quanto empirica e non colta”. Una nevrosi lucida, una sorta di forza contro la timidezza, a volte manifesta in alcuni fiori, evasioni visive serene subito bloccate da negatività, simboleggiate da scorpioni.

Il successo internazionale arrivò nel 1961 con una personale alla Galleria La Barcaccia di Roma. Ormai critica e pubblico lo conoscevano e lo apprezzavano. Ma lui non era cambiato. Seppur ben vestito e con una situazione economica diversa, egli era sempre alla ricerca di affetto, disperato nella sua profonda solitudine. La sua arte era voluta ma lui come individuo no. Forse per la vergogna o paura che poteva incutere. A lui bastava un bacio, con il quale diceva che “…  il giorno diventa splendido”.

Ha dipinto fino alla fine, nonostante colpito per anni da parziale paresi. In realtà, allineando con un insano discernimento il suo pensiero ed il suo rapporto con il tempo, egli è ancora vivo perchè le sue opere sono l’essenza stessa di Antonio Costa (Ligabue).

A causa del Covid, quest’anno ogni italiano perderà  mediamente quasi 2.500 euro

A causa del Covid, quest’anno ogni italiano perderà  mediamente quasi 2.500 euro (precisamente 2.484), con punte di 3.456 euro a Firenze, di 3.603 a Bologna,  di 3.645 a Modena, di 4.058 a Bolzano e addirittura di 5.575 euro a Milano.

A stimare la contrazione del valore aggiunto per abitante a livello provinciale ci ha pensato l’Ufficio studi della CGIA che, inoltre, ha denunciato un altro dato particolarmente allarmante: anche se subirà una riduzione del Pil più contenuta rispetto a tutte le altre macro aree del Paese (- 9 per cento), il Sud vedrà  scivolare  il Pil allo stesso livello del 1989.

In termini di ricchezza, pertanto,  “retrocederà” di ben 31 anni. Su base regionale Molise, Campania e Calabria torneranno  allo stesso livello  di Pil reale conseguito nel 1988 (32 anni fa) e la Sicilia nientemeno che a quello del 1986 (34 anni orsono).

Qui lo studio completo

Mare Magnum Nostrum: Una ‘call to action’ per realizzare un archivio fotografico del mare

Mare Magnum Nostrum è un progetto dell’artista Gea Casolaro, a cura di Leonardo Regano, promosso dalla Direzione Regionale Musei dell’Emilia-Romagna in collaborazione con Hulu – Split e qwatz-contemporary art platform e realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (VIII edizione, 2020), programma di promozione dell’arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Mare Magnum Nostrum si propone di realizzare una grande opera a partecipazione collettiva sul tema del Mediterraneo, mare che rappresenta il cuore della nostra civiltà e oggi sempre più paradigma di concetti “chiave” del nostro presente.

L’opera, partecipativa e in progress, si svilupperà in un arco temporale di circa un anno costruendosi per tappe. La prima si svolgerà dal 12 al 26 novembre 2020, nella Torre Sud-Est del Palazzo di Diocleziano a Spalato (Croazia), sede di esposizioni temporanee, dove verrà presentata un’installazione ambientale che riproduce il Mediterraneo, disegnato e “reinterpretato” dalle fotografie di persone che hanno scelto di aderire al progetto. L’artista ha chiesto al pubblico di partecipare inviando immagini del presente e del passato che raffigurano il Mar Mediterraneo e le sue coste, scattate in circostanze diverse e in ogni tempo.

L’installazione, realizzata in collaborazione con Hulu – Split e Tihana Felić, Sandra Kapitanović, Kristina Tokić, Nora Gabrić, studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Spalato e Fotoklub Split è composta da due elementi principali: il disegno del Mediterraneo e l’archivio fotografico, cartaceo e digitale. L’opera è caratterizzata da un ambiente immersivo, dove il pubblico si troverà idealmente al “centro del mare” e potrà osservare il mosaico di immagini che punteggia le sue coste.
La collaborazione delle persone è uno degli aspetti più importanti dell’intero progetto. Attraverso una call to action, Gea Casolaro avvia la creazione di un archivio fotografico del Mediterraneo che verrà pubblicato a breve e costantemente aggiornato sul sito www.maremagnumnostrum.art (il lancio della piattaforma sarà annunciato sulle pagine Facebook e Instagram del progetto).

Chiunque voglia partecipare alla costruzione dell’opera è invitato caricare le proprie fotografie raffiguranti il Mediterraneo e le sue coste (foto di vacanze, paesaggi, cronaca, rituali, arrivi e partenze) nella sezione apposita del sito internet, indicando il luogo e l’anno in cui è stata scattata la foto (anche orientativamente), aggiungendo un’emozione o un pensiero ad essa collegata. Le fotografie saranno raccolte, archiviate e stampate per poi essere di volta in volta utilizzate all’interno dell’installazione per caratterizzare i tratti di costa raffigurati. L’archivio in formato digitale consisterà in un database accessibile al pubblico e il progressivo aumento di materiale fotografico permetterà, nel tempo, di osservare le trasformazioni di una stessa area e le sue diverse identità, a seconda del punto di vista soggettivo dell’autore, nonché la trasformazione continua del profilo delle coste, sia per aggiunta sia per sostituzione, che si configurerà come uno straordinario mosaico di sguardi e visioni.

Il progetto nasce non solo per creare il primo nucleo dell’archivio fotografico sul mare, che è alla base dell’opera, ma anche per coinvolgere nella sua genesi paesi e genti molto diverse tra loro in una grande azione corale. La necessità di coinvolgere persone che provengano da realtà sociali e culturali differenti, ha portato allo sviluppo di un progetto volutamente itinerante.

Durante il progetto e nel corso dei prossimi mesi l’artista incontrerà nuovi interlocutori attivi in altri luoghi del Mediterraneo al fine di coinvolgere realtà e identità internazionali nel processo di costruzione dell’archivio. A conclusione dell’iter, l’opera, arricchita di immagini provenienti da ogni tempo e luogo, rientrerà definitivamente in Italia.
La tappa conclusiva del progetto sarà il Museo Nazionale di Ravenna, sede definitiva dell’opera che, dopo la mostra finale (prevista nella primavera 2021) e quando l’installazione raggiungerà la sua forma compiuta, verrà acquisita nelle sue collezioni.

Il Museo Nazionale di Ravenna è stato scelto per la storia, altamente simbolica, che contraddistingue la città: nata sulle acque e in antichità accessibile solo dal mare, grande porto militare e due volte capitale dell’Impero Romano d’Occidente, Ravenna è stata una sorta di “cerniera” tra due versanti del Mediterraneo, quello occidentale e orientale: vero e proprio anello di congiunzione tra due mondi, due visioni, due sistemi di pensiero. La sua storia e le testimonianze artistiche arrivate fino a noi raccontano il Mediterraneo come specchio di civiltà e differenze che da sempre, e tanto più oggi, si scontrano e si incontrano attraversando le sue acque.

Gea Casolaro è un’artista visiva, vive e lavora tra Roma e Parigi.
Da sempre attenta al rapporto tra storia e contemporaneità, utilizza spesso la fotografia come strumento di analisi e di racconto.
Il suo lavoro indaga, attraverso la fotografia, il video, l’istallazione e la scrittura, il nostro rapporto con le immagini, l’attualità, la società, la storia.

La Germania dichiara tutta l’Italia zona a rischio

Il governo tedesco ha dichiarato tutta Italia zona ad alto rischio a causa del forte aumento dei casi di coronavirus nel nostro Paese, dopo che nei giorni scorsi aveva escluso la Calabria. Le regioni classificate come aree a rischio dal Robert Koch Institute (Rki) includono: Danimarca – con l’eccezione della Groenlandia e delle Isole Faroe; la Grecia settentrionale e la provincia che circonda Atene; tutto il Portogallo continentale; la maggior parte della Svezia. Inoltre, sono state aggiunte regioni in Estonia, Lettonia, Lituania e Norvegia.

Le nuove valutazioni avranno effetto a partire da oggi. La Germania richiede test obbligatori per i viaggiatori che tornano da regioni classificate come aree a rischio. A seconda delle regole emanate dai singoli stati federali, potrebbe essere richiesta anche la quarantena. Un Paese o una regione è classificato come area a rischio se supera la soglia di 50 nuovi contagi ogni 100.000 abitanti nell’arco di sette giorni. Gran parte della Germania rientra in questa categoria.

La XV° Edizione di AGROGEPACIOK in versione digitale

La più grande fiera del Sud Italia con cadenza annuale dedicata al food & beverage di qualità, fino all’11 novembre si svolgerà in versione digitale.

Si tratta di un Salone nazionale della gelateria, pasticceria, cioccolateria e dell’artigianato agroalimentare organizzato dall’agenzia Eventi Marketing & Communication. 

Anche nella sua versione digitale, Agrogepaciok si conferma come una prestigiosa vetrina di materie prime ed ingredienti composti, macchinari, impianti, attrezzature, arredamento, accessori, decorazioni, servizi, editoria e comunicazione per la gelateria, pasticceria, ristorazione, pizzeria e panificazione artigianali.

In attesa di poter tornare negli spazi di Lecce Fiere, chef e professionisti del settore saranno online per cinque giorni, sui canali social dell’evento e sulla nuova piattaforma www.agrogepaciok.it appositamente studiata per affiancare aziende e operatori.

Quindi, tutti i video e le ricette saranno pubblicati ogni giorno sul sito www.agrogepaciok.it e sui canali social (Facebook, Instagram) collegati all’evento.

In questo periodo di difficile ripresa, si continuerà così a promuovere prodotti e servizi di qualità assieme alla maestria di cuochi, pasticceri, maestri pizzaioli e panificatori salentini. 

“Avremmo voluto festeggiare diversamente il traguardo dei quindici anni di Agrogepaciok – ha dichiarato l’organizzatore Carmine Notaro – e ci auguriamo di poterlo fare più avanti, nel 2021, con un’edizione in presenza che vedrà ospiti due eccellenze del nostro territorio, Floriano Pellegrino e Isabella Potì, giovane coppia di chef alla guida di Bros’, primo ristorante stellato del Salento. Nel frattempo, anche con questa edizione digitale, continuiamo a puntare sulla formazione dei nostri giovani professionisti e sulla valorizzazione di prodotti e servizi di qualità grazie alle tante aziende che hanno scelto di essere al fianco di Agrogepaciok, anche in un momento così difficile per tutto il Paese”.

Basterà collegarsi al sito per fare un tour virtuale del Salone, accedere al catalogo espositori e scoprire, ogni giorno, le originali ricette e dimostrazioni proposte dai “Maestri all’opera” – per citare il tema della XV edizione – nei Forum di Cucina, Pasticceria, Panificazione e Pizzeria. 

Sono ben 28 le “demo” che si potranno seguire nel corso delle cinque giornate: dall’antipasto al dolce a tema autunnale, passando per le creazioni dolciarie come praline, bignè e il classico panettone, preparazione di impasti speciali e pizza gourmet senza glutine, poi pucce con olive, pane pugliese con la biga e molto altro. 

Tutte le ricette proposte si potranno scaricare gratuitamente una volta effettuata la registrazione (i possessori di Partita Iva avranno diritto anche a un ingresso omaggio valido per l’edizione 2021 del Salone).

Ricca la programmazione dei quattro Forum dedicati a Cucina, Pasticceria, Panificazione e Pizzeria, con demo e relative ricette da scoprire ogni giorno nel corso del Salone. 

Il Forum di Cucina a cura dell’Associazione Cuochi Salentini (presidente Gigi Perrone) di Confcommercio Lecce, proporrà sei video-ricette per un pasto completo a tema autunnale: demo antipasto “Il mare e il bosco d’autunno” a cura di Simone Cappilli; demo primo piatto “Gnocchi di zucca, caldarroste, cardoncelli, portulaca e acqua di burrata affumicata” a cura di Marco Silvestro e Franco Tornese; demo secondo piatto di pesce “Filetto di branzino d’amo, panzerotto di patate e insalatina alla pizzaiola” a cura di Donato Episcopo; demo secondo piatto di carne “Galletto farcito con i suoi fegatini e olive nere, infornato con patate arrostite, chiodini, pinoli, asparagi e salsa al San Marzano Borsci” a cura di Simone De Siato; demo pre-dessert “Pampanella come una cheese cake e ‘colluttorio’ al melograno” a cura di Gabriele Proietti; demo dessert “Autumn Rhapsody” a cura di Davide Rollo e Ivan Bruno.

Specialisti del cioccolato, amanti dei bignè e intenditori del classico panettone non potranno resistere alle proposte del Forum di Pasticceria a cura dell’Associazione Pasticceri Salentini (presidente Giuseppe Zippo) di Confartigianato Imprese Lecce. Queste le ricette da scoprire online: demo “Torta meringata al cioccolato” a cura di Antonio Campeggio; demo “Monoporzioni moderne” a cura di Enrico Casarano; demo “Pralin” e demo “Crema spalmabile nocciola e fondente” a cura di Salvatore Toma; demo “Torta Creativa” a cura di Marco Andronico; demo “Il Panettone e i suoi segreti” a cura di Federico Perrone; demo “Il Bignè e le sue varianti creative” a cura di Serena Cosma.

Luci su farine e impasti speciali nel Forum di Pizzeria, a cura dei Maestri pizzaioli gourmet salentini di Confcommercio Lecce, coordinati da Marco Paladini, che propongono: demo impasto pizza 3.0 con utilizzo farina polselli “contemporanea” a cura di Marco Paladini, Sebastiano Bisconti e Antonio Andrioli; demo pizza fritta impasto contemporaneo a cura di Marco Cacace e Mirko Maglio; demo impasto pizza senza glutine gourmet a cura di Mauro Ripa e Luigi Romano; demo impasto pizza in teglia gourmet a cura di Luigi Romano e Andrea Stefano; demo impasto street food pinsa e pala con farina Polselli “La Romana” a cura di Roberto De Robertis, Davide Potente e Antonio Capone; demo impasto pizza teglia dessert con farina Polselli all’orzo tostato a cura di Tonio Trinchera e Lorenzo Benigno. 

Infine nel Forum di Panificazione sarà Giuseppe De Carlo a svelare i segreti per la preparazione di gustose sfizierie salate con le demo su panini al latte, pucce con olive, girelle di pizza saporite, pan ciabatta e pane pugliese con biga. 

Presentato da Camera di Commercio, Confartigianato Imprese, Confcommercio, Confindustria, Confesercenti, Cna e Coldiretti di Lecce, il Salone è stato organizzato con il patrocinio del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Provincia e Comune di Lecce, con il contributo della Regione Puglia – Dipartimento Sviluppo economico, innovazione, istruzione, formazione e lavoro – e realizzato con l’attiva collaborazione dell’Associazione Pasticceri Salentini di Confartigianato Imprese Lecce, dell’Associazione Cuochi Salentini e del gruppo Maestri pizzaioli gourmet salentini (Mpgs) aderenti a Confcommercio Lecce e del maestro Giuseppe De Carlo per il settore Panificazione. Media partner, anche quest’anno, è la rivista Pasticceria Internazionale, punto d’incontro dei professionisti del settore sin dal 1978.

Joe Biden è il 46esimo presidente degli Stati Uniti

È fatta. Joe Biden, 77 anni, è il 46esimo presidente degli Stati Uniti. Le prime parole sono state: “Il lavoro davanti a noi sarà difficile ma vi prometto questo: sarò il presidente di tutti gli americani”, “Sono onorato che gli americani mi abbiano scelto come loro presidente”.

Intanto da New York a Washington esplode l’entusiasmo in strada per la vittoria di Joe Biden. I clacson festeggiano il 46mo presidente americano. Una folla davanti alla Casa Bianca festeggia l’elezione.

Ed è esplosa la gioia a Wilmington, la città dove vive Joe Biden, dopo la notizia della vittoria del candidato dem.

E con lui per la prima volta viene eletta una donna come vicepresidente degli Stati Uniti.

Joe Biden visto da vicino. Colloquio a tutto campo con Federiga Bindi.

Oggi, nella capitale americana, Federiga può festeggiare il suo compleanno con l’entusiasmo del cuore e della testa per lo scenario di vittoria, ormai più che certa, che premia gli sforzi dei Democratici d’Oltreoceano. Ha seguito passo dopo passo le battute di questa lunga campagna elettorale. Conosce personalmente Joe Biden – “un uomo ben diverso da come lo descrivono i media, specie in Italia” – e gode dell’amicizia particolare di sua sorella Valerie. Chi è Federiga Bindi, giovane donna di non remote passioni politiche, evidentemente ancora molto forti? Professore di Relazioni Internazionali all’Università di Roma Tor Vergata, in questo momento ricopre la carica di Direttore della Foreign Policy Initiative all’Institute of Women’s Policy Research a Washington DC, dove pure ha lavorato presso la Brookings Institution, la SAIS Johns Hopkins, la Carnegie Endowment for International Peace e il Senato americano. Il colloquio offre un quadro interessante della politica statunitense e tratteggia bene il profilo del nuovo Presidente. 

Alla fine, secondo una verità che circola in Italia, l’Onda Blu (il Blu dei Democratici) non ci sarebbe stata. Eppure, a conti fatti, la vittoria di Biden appare più che netta. È poi così vero che la cosiddetta “America profonda” è contro questa svolta politica?

Veramente l’Onda Blu c’è, è più un problema di illusione ottica perché ci stiamo mettendo così tanto a finire di contare i voti. Ma se guardiamo ai fatti, Joe Biden ha ricevuto oltre 74 millioni di voti – il maggior numero mai raggiunto da un Presidente americano – ed è verosimile che finisca con 320 voti elettorali, il primo democratico in 24 anni a vincere l’Arizona e il primo in 28 anni a vincere la Georgia. Inoltre, i Democratici mantengono il controllo della Camera, mentre al Senato siamo a 48 pari. Penso che sia una bella Onda Blu, o Muro Blu come dice Biden.

Trump ha diviso l’America, Biden si propone di riunirla. Avverti la consistenza politica di questo impegno o siamo ancora in campagna elettorale, con la retorica conseguente?

È difficile pensare ad un politico più autentico di Joe Biden, una persona che ha sempre detto quello che pensa – anche a costo di qualche gaffe! – e che quello che dice, fa. A differenza di Trump, Biden ama profondamente l’America e vede che in questo momento è un paese diviso, ferito. Per questo non si stanca di ripetere che è il candidato democratico, ma sarà il presidente di tutti gli americani. E lo sarà per davvero. È l’unica persona che, grazie alla sua grandissima umanità ed empatia, può riunire il paese. 

Sul piano personale, Biden “non appare”. Viene dipinto come un uomo grigio, senza mordente, poco adatto alla funzione di Presidente. So che hai avuto modo di conoscerlo e quindi puoi darci un ritratto più veritiero dell’uomo e della sua famiglia.

Francamente questa descrizione mi sorprende: è questo che si pensa in Italia? Non potrebbe esserci una descrizione più fuorviante di Joe Biden. I Biden sono di origine irlandese. Joe è un uomo affascinante, divertente, sempre pronto alla battuta, affettuosissimo e generoso, tutte qualità del vero leader. Tutta la sua famiglia è davvero speciale, a cominciare dalla sorella e super consigliera Valerie, mia cara amica. I Bidens sono stati per me fonte di ispirazione. Se è possibile per una persona diventare Vice Presidente della maggior potenza del mondo e restare una persona così autentica e speciale, allora gli Stati Uniti sono davvero un paese unico ed hanno un futuro. Quando è morto l’adorato figlio Bo sono andata, come centinaia di persone, a salutare la salma alla loro parrocchia a Wilmington, in Delaware. Mi sono messa in fila, senza dire nulla a Valerie perché non mi sembrava il caso. Ma quando sono arrivata vicina alla bara, Val mi ha visto ed è corsa da me e mi ha portato dal fratello. Joe, quello che più stava soffrendo, ha cominciato a ringraziarmi, mi ha abbracciato e consolato, quasi fossi io quella che affrontava un lutto così terribile. Questo è Joe Biden, una persona dall’umanità e generosità ed empatia – nonché amore verso il prossimo, – davvero unici. Una persona speciale. 

Cosa si aspetta, secondo te, il popolo che ha votato Biden? E cosa può fare lui, anche come segno simbolico, fin da subito?

Gli americani hanno innanzitutto bisogno di pace e riconciliazione. Il paese è esausto, dopo quattro anni di ottovolante, in cui ogni mattina ci si è svegliati pensando: quale altra follia succederà oggi? Sono stati quattro anni davvero terribili: adesso è come uscire da una relazione abusiva. 

All’estero la gente vede i film di Hollywood, magari fa un viaggetto a NYC, Miami e San Francisco e pensa di conoscere il paese. Non c’è niente di più distante dalla realtà dei film di Hollywood: gli Stati Uniti sono un paese profondamente diverso e fratturato: reddito, educazione, etnia, lingua, religione, politica, stile di vita, e via dicendo. Dobbiamo sempre ricordarci che solo 66 anni fa gli Stati Uniti erano un paese segregato, dove in ben 17 stati i neri erano, legalmente, cittadini di serie B. La candidata Vice Presidente Kamala Harris, negli anni 70, era una delle bambine che con lo scuolabus, per forzare l’integrazione,    venivano portate in scuole “bianche”. 

Nell’elezione di Barack Obama molti hanno visto la riparazione di torti ultracentenari e si sono illusi che gli Stati Uniti fossero un paese finalmente diverso e integrato. Certamente, le cose sono migliorate. Ma la realtà è che in molte parti del paese restano cicatrici, differenze profonde e segregazione informale. Mentre Obama faceva fare un salto progressista al paese, la maggioranza silenziosa e povera bianca covava risentimento. Basta uscire delle strade principali per toccare con mano una povertà da terzo mondo. Bianchi senza educazione e senza prospettive hanno dato la colpa della loro miseria al Presidente nero. L’odio per il diverso è tornato a galla assieme a schiere di white supremacists. Donald Trump ha soffiato sul fuoco di questa insofferenza e di queste divisioni, e al posto dei modi civili ed educati di Barack Obama ha proposto violenza verbale e fisica. Queste persone gli credono quando, dalla Casa Bianca, dice che l’elezione è rubata: per questo è così pericoloso. Quattro anni dopo il 2016, avendo cognizione di causa, il numero di persone che ha votato Trump è aumentato, non diminuito. Sperando che il paese non scoppi prima del 20 gennaio, la riconciliazione sarà un processo lungo e difficile. Ci vorranno tutta l’umanità e l’esperienza di Joe Biden per andare incontro a queste persone. 

Da questa parte dell’Atlantico, la nuova presidenza ridà fiato alle buone relazioni tra Europa e Stati Uniti. L’Italia, nel nuovo quadro che si va delineando, è in condizione di giocare un ruolo? Molte cose dovranno cambiare, in particolare per sanare le ferite della politica che corre lungo l’asse Usa-Europa-Russia. E poi c’è sempre il Mediterraneo, con il suo carico di conflitti e contraddizioni…

L’Italia ha un posto speciale nel cuore di Joe Biden. Dopo che è morto Bo, è lì che la famiglia è andata per Thanksgiving. Jill, la moglie, è di lontane origini italiane. Detto questo, ci vuole ben altro perché l’Italia possa davvero contare sullo scacchiere transatlantico. La politica estera dell’Italia è uno degli ambiti della mia attività accademica, ci ho scritto dei libri sopra e mi dispiace dire che più che passa il tempo e meno contiamo. Non abbiamo più il vantaggio di essere un paese cerniera della guerra fredda e la partita del Mediterraneo l’abbiamo giocata malissimo in questi ultimi anni. Ci vuole altro che Joe Biden per rimettere Roma sulla mappa, ci vorrebbe una classe politica più competente e con un gravitas internazionale di ben altro calibro. 

Infine, un cattolico che sale, dopo oltre mezzo secolo, per la seconda volta alla Casa Bianca, è comunque un evento eccezionale. C’è da sperare in un dialogo più sereno tra Washington e Santa Sede dopo le “minacce” di Pompeo, il falco per eccellenza dell’Amministrazione Trump?

La famiglia Biden è profondamente e sinceramente cattolica. Non credo sarebbero potuti sopravvivere a tutto il dolore e le prove a cui la vita li ha sottoposti mantenendo un cuore puro ed una grande umanità senza una fede fortissima. Biden ha incontrato Papa Francesco, entrambi figurano come cattolici progressisti e sono sicura che l’intesa tra loro due sarà evidente e permetterà tutt’altro dialogo rispetto a quello degli ultimi quattro anni. 

 

Cosa c’insegna la “logora” democrazia americana?

Seguiamo tutti con speranza e preoccupazione l’esito delle elezioni americane. Confidiamo che il vecchio Joe ce la faccia e che in questo “disordine mondiale” l’America torni ad essere un punto di riferimento anche per la nostra Europa.

L’elezione di Biden non basterà a fermare l’onda populista, ma sarà un segnale di enorme importanza.

In attesa della conclusione formale della vicenda, un punto di grande speranza tuttavia non ci può sfuggire.

Due grandi emittenti televisive americane hanno interrotto il discorso del Presidente Trump perché – a giudizio dei giornalisti – stava dicendo falsità.

La democrazia americana sarà anche un po’ logorata, per carità, ma ve lo immaginate il TG1 che fa la stessa cosa in Italia? La democrazia non è solo regole elettorali: è anche bilanciamento dei poteri, e non solo dentro il circuito delle Istituzioni.

A me, questo episodio, ha colpito molto.

L’esempio di John McCain nel 2008: come riconoscere la sconfitta e rendere onore al proprio Paese.

Di fronte alla reazione scomposta di Donald Trump per la sconfitta subita, si erge la memoria ancora viva del discorso (qui riprodotto in ampi stralci) tenuto dallo sfidante di Barack Obama nel 2008. Ci riconcilia, in effetti, con un’immagine degli Stati Uniti ben più austera e convincente, e quindi più conforme al ruolo esercitato da essi nel concerto internazionale. 

Amici miei, siamo arrivati alla fine di un lungo viaggio. Il popolo americano ha parlato e ha parlato chiaramente. Poco fa, ho avuto l’onore di chiamare il senatore Barack Obama per congratularmi con lui per essere stato eletto come nuovo presidente del paese che entrambi amiamo.

In una sfida lunga e difficile come è stata questa campagna elettorale, il solo fatto che Obama abbia vinto basta a guadagnargli il mio rispetto, per la sua abilità e la sua perseveranza. Ma il fatto che vi sia riuscito incoraggiando la speranza di tantissimi milioni di americani che un tempo credevano, sbagliando, di avere poco da perdere o guadagnare, o di avere poca influenza nell’elezione di un presidente degli Stati Uniti è qualcosa che ammiro profondamente e che mi spinge a elogiarlo per esservi riuscito.

Questa è un’elezione storica e io riconosco l’importanza speciale che essa possiede per gli afroamericani, e il particolare orgoglio che devono provare stanotte.

Sono sempre stato convinto che l’America offre opportunità a tutti coloro che hanno l’industriosità e la volontà per coglierle. Anche il senatore Obama è convinto di questo. Ma tutti e due siamo consapevoli che, anche se abbiamo fatto molta strada da quelle antiche ingiustizie che un tempo macchiavano la reputazione della nostra nazione e negavano ad alcuni americani i pieni benefici della cittadinanza, la loro memoria ha ancora il potere di fare male.

Un secolo fa, quando il presidente Theodore Roosevelt invitò Booker T. Washington ad andarlo a trovare nella Casa Bianca, a cenare con lui, questo invito fu accolto in molti ambienti come un oltraggio. L’America oggi è lontana mille anni dalla crudele e altezzosa intolleranza di quei tempi. Non c’è prova migliore di questo del fatto che un afroamericano sia stato eletto alla presidenza degli Stati Uniti. Facciamo in modo che ora non vi sia più alcuna ragione per cui un americano possa non tenere in gran conto il fatto di appartenere a questa nazione, la più grande nazione della terra.

(…)

Esorto tutti gli americani che mi hanno sostenuto a unirsi a me non soltanto per fargli le congratulazioni per la sua vittoria, ma per offrire al nostro presidente la nostra disponibilità e i nostri sforzi più convinti per trovare dei modi per marciare uniti, per trovare i necessari compromessi, per superare le nostre divergenze e per contribuire a riportare la prosperità, a difendere la nostra sicurezza in un mondo pericoloso e a lasciare ai nostri figli e nipoti un paese più forte, un paese migliore di quello che noi abbiamo ricevuto.

A prescindere dalle nostre divergenze, siamo tutti americani. E vi prego di credermi quando dico che nessun legame ha mai contato per me più di questo.

(…)

Questa campagna è stata e rimarrà il più grande onore della mia vita. E il mio cuore è colmo soltanto di gratitudine per questa esperienza e di gratitudine verso il popolo americano per avermi dato ascolto prima di decidere che fossero il senatore Obama e il mio vecchio amico, il senatore Joe Biden, ad avere l’onore di guidarci per i prossimi quattro anni.

Non sarei un americano degno di questo nome se dovessi rimpiangere un destino che mi ha offerto lo straordinario privilegio di servire questo paese per cinquant’anni. Oggi ero candidato alla carica più alta di questo paese che tanto amo. E questa notte rimango al suo servizio. È una fortuna sufficiente per chiunque e per questo ringrazio il popolo dell’Arizona.

Questa notte, più di ogni altra notte, provo nel mio cuore soltanto amore per questo paese e per tutti i suoi cittadini, sia che abbiano votato per me sia che abbiano votato per il senatore Obama, e auguro buon viaggio all’uomo che è stato il mio avversario e che sarà il mio presidente.

E faccio appello a tutti gli americani, come spesso ho fatto nel corso di questa campagna elettorale, a non abbattersi per le nostre attuali difficoltà ma a credere sempre nella promessa e nella grandezza dell’America, perché qui non esiste nulla che sia inevitabile.

Gli americani non rinunciano mai. Noi non ci arrendiamo mai. Noi non ci nascondiamo mai dalla storia, noi facciamo la storia.

 

Grazie, che Dio vi benedica, e che Dio benedica l’America. Grazie mille a tutti voi.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Il Sole 24 Ore – Speciale Elezioni USA 2008

https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Mondo/2008/elezioni-Usa/cronaca/discorso-mccain_2.shtml

La nostra crisi evidenzia la fuga dalle responsabilità della classe dirigente

Il nostro paese deve ritrovare il senso della propria storia e i punti principali della sua forza morale e spirituale. Negli ultimi anni è sembrato rifugiarsi in sentimenti e risentimenti negativi, tutti sintomi di decadenza e di abbandono, e tuttavia deve saper di nuovo reagire come nei migliori tempi passati. attingendo ad ogni energia presenti nella Nazione.

Le forze più coscienti e consapevoli della partita in atto, devono unirsi per dare origine ad una realtà politica in grado di sconfiggere ogni attuale spinta verso l’auto annientamento, in modo tale da garantirci la salvezza attraverso la conquista necessaria della controtendenza. Da bambino, nella campagna, sono rimasto impressionato dalla capacità dei muli e dei cavalli di rialzarsi dopo essere inciampati e caduti a terra. Assistere a questi eventi accennati, mi hanno insegnato molto presto di come sia decisivo coordinare perfettamente ogni muscolo del proprio corpo per sprigionare la forza necessaria per tornare in piedi.

Si sa, muli e cavalli sono corpulenti, e gli arti inferiori, anche se snelli e muscolosi, fanno fatica a pareggiare la forza necessaria a compensare la sproporzione del peso del corpo, nell’atto di rialzarsi. Infatti, questi quadrupedi, coordinando la spinta nel medesimo istante di ogni muscolo, riescono con eleganza e sicurezza a riassicurarsi la propria posizione naturale in piedi. Anche l’Italia in questa epoca è a terra, ed ha la pressante necessità di rialzarsi per riassicurarsi il suo posto nel novero delle maggiori potenze industriali e per garantire al suo popolo la prosecuzione della propria prosperità e coesione sociale.

Prendiamo ad esempio la produttività del nostro sistema che si è fermata già prima del lockdown. Dal 2014 al 2019, la nostra produttività si è attestata a più 0,2% contro una media dell’1,3% della Unione Europea. Nel periodo 1995-2019 la crescita italiana è stata dell 0,9% rispetto alla media europea che si è attestata al 1,9%. Si potrebbe continuare ancora con la lettura di altri indicatori riguardo la nostra salute economica, ma già questi elementi bastano e avanzano a segnalare che le cose non vanno.

Dietro questi due dati si appalesano i malfunzionamenti dei fattori più importanti dello sviluppo come le tasse eccessive, il costo alto dell’energia, scuola ed Università largamente insufficienti, infrastrutture materiali ed immateriali deboli, pubblica amministrazione disastrosa, sistema istituzionale e politico in grande confusione ed affanno, il Mezzogiorno d’Italia tagliato fuori da ogni processo economico, così anche la disastrosa condizione della demografia. Anche i fatti relativi della crisi sanitaria che stiamo vivendo denunciano gravemente la crisi del nostro sistema politico e amministrativo. Insomma le accentuate difficoltà a governare le vicissitudini economiche e persino quelle relative alla pandemia, hanno origine da tempo da una una unica matrice: la incapacità della società italiana a prendere sul serio ogni sfida, frastornata ed incapsulata com’è nelle certezze passate, incapace di comprendere le sfide che questo tempo ci chiama ad affrontare.

Se non fosse così, non si giustificherebbero molte fughe dalle proprie responsabilità di governanti ed oppositori, di un sistema di informazione in gran parte impegnata a produrre confusione, di una società civile senza profeti. Ecco, chiunque abbia coscienza della situazione in cui degradiamo, dovrà unirsi per far crescere ogni profezia di speranza per non morire.

L’Europa può ancora affidarsi agli Stati Uniti per le politiche di sicurezza?

Very large 3D render of blended US and EU flags.

L’Europa può ancora affidarsi agli Stati Uniti per le politiche di sicurezza? Questa è una domanda che non possiamo come europei trascurare, sopratutto, dopo le elezioni americane.

Infatti anche se Joe Biden promette un approccio molto diverso in politica estera rispetto all’America First, la dottrina di Donald Trump in questi anni ha intaccato i legami con gli alleati storici (come l’Unione europea o il Canada) e favorito un approccio più economicistico alle questioni geopolitiche.

E questo ha comportato una diminuzione della credibilità e dell’influenza degli Stati Uniti nel mondo.

Nel frattempo, le sfide globali che devono affrontare gli Stati, dal cambiamento climatico alla migrazione di massa, alla distruzione tecnologica e alle malattie infettive sono diventate più complesse e più urgenti.

Allora qual è un’alternativa credibile? Dobbiamo, prima di tutto noi europei, essere abbastanza realistici e abbastanza coraggiosi da difendere un’Europa che protegga i suoi valori e agisca come garante di un ordine democratico liberale in un mondo caotico.

Il nostro ministro alla difesa aveva già spiegato che “L’Italia sostiene con convinzione il rafforzamento della politica di sicurezza e Difesa europea, in linea con l’ambizione di un’Europa più marcatamente geopolitica”. Infatti già a giugno, il ministro firmava con le colleghe di Francia, Spagna e Germania una lettera all’Alto rappresentante chiedendo di alzare il livello d’ambizione (e di risorse).

Non possiamo più permetterci un’Europa, sempre più politicamente muta, che non riesce a misurarsi con la dimensione del potere nelle relazioni internazionali. Infatti pur trovandosi al centro di un quadro geopolitico in rapida evoluzione, l’Europa è bloccata nelle possibili iniziative estere a causa di ciniche e opportunistiche divisioni politiche, la cui visione non va oltre egoistici interessi di parte o le prossime elezioni nazionali. Dobbiamo superare gli egoismi statali e schierarci senza se e senza ma a difesa dei nostri valori democratici fondanti.

Ma per fare questo l’Ue deve imparare a pensare come una potenza geopolitica, definire i suoi obiettivi e agire strategicamente in maniera unitaria.

 

La politica come vocazione

Riflettere oggi sull’attuale situazione politica che si è determinata in Italia da più di un decennio, ivi compresa la classe dirigente sia di maggioranza che di opposizione con i rispettivi partiti di riferimento, riporta alla mente figure politiche della cosiddetta Prima Repubblica (tanto osteggiata e vituperata) che hanno fatto la Storia di questo Paese attraverso un pensiero politico limpido, un linguaggio sempre educato e rispettoso delle idee altrui, un comportamento ed uno stile di vita rigorosi sul piano morale.

Un ricordo lo si deve soprattutto a Benigno Zaccagnini (scomparso la sera del 5 novembre 1989 nella sua casa di Ravenna), non solo per averlo conosciuto, frequentato e per essere stato il mio Maestro di politica e di vita, ma anche perché sembra così lontano dalla stragrande maggioranza dell’attuale entoutage politico italiano.

Il suo pensiero politico può essere senz’altro sintetizzato con una frase di quando alla guida della Democrazia Cristiana, negli anni di piombo, ridiede speranza, moralità e rinnovamento ad un partito avvinghiato dalla logica del potere per il potere e di quella realpolitik fedele alla concezione del possibile. Disse allora Zac da verace romagnolo: “Per un vero romagnolo la politica, in perfetta sintonia con il proprio carattere, non sarà mai contenibile nella classica definizione di arte del possibile: essa non è e non può che essere concepita che come tensione all’impossibile”.

Oggi siamo distanti anni luce da queste concezioni, il professionismo politico (senza cultura e senza etica) spadroneggia negli attuali partiti e movimenti politici, la carriera politica personale (intesa come occasione di fortuna per facili guadagni) rappresenta l’obiettivo di questa “nuova” classe dirigente.

Benigno Zaccagnini ci riporta invece a quella che possiamo definire politica come vocazione, ossia tensione ideale che poggia su valori non negoziabili: il riconoscimento della persona umana nella sua individualità e la ricerca del bene comune.

Occorrerebbe una attenta e seria riconsiderazione di queste idee, ma non per semplici commemorazioni, bensì per riprendere con coraggio una iniziativa politica capace di ridare fiato ad una idea di centro nuova e autonoma, in grado di rimettere al centro dell’azione politica l’attuale situazione di crisi economico-sociale, senza integralismi né populismi.

Una nuova stagione politica in Italia è possibile, soprattutto oggi dove la pseudo politica alberga ovunque ed è sempre più incline allo spettacolo e ai talk show.

Ricostruire un nuovo partito di centro è possibile ed auspicabile, ma senza più annunci infiniti che rimandano al domani, né con nuovi integralismi che evocano l’unità politica dei cattolici italiani. Anche su quest’ultimo punto il pensiero di Zac è illuminante quando al XIII Congresso della DC nel 1976 ammoniva: “Io credo che nessuno di noi possa riproporre l’idea di un partito cattolico che già i popolari motivatamente rifiutarono”.

Su questo versante, credo, possa essere costruito un nuovo partito capace di attirare credenti e non credenti per un nuovo programma sociale e per ridare speranza al popolo italiano.

L’estremismo americano, la sfida alla democrazia

Articolo pubblicato sulle pagina della rivista Il Mulino a firma di Andrea Mammone

In una maratona elettorale apparentemente senza fine, la voce “europea” che risuonava più nervosa per l’andamento (almeno fino a quel momento) dello scrutino era quella, come al solito molto teatrale, dell’antieuropeo per eccellenza, il britannico Nigel Farage: “una sinistra globalista dal 2016, fin dall’elezione di Trump e dalla vittoria di Brexit non accetta il risultato del voto popolare democratico […] se Trump vince l’estrema sinistra inizierà scontri e manifestazioni […] se vince Biden, in maniera nitida [e legale], i repubblicani accetteranno il voto […] questo è il significato di democrazia!”.

La democrazia ovviamente richiede non solo l’elezione dei rappresentanti, ma anche il rispetto degli stessi e degli elettori, oltre all’esistenza di un sistema di bilanciamenti, protezioni e controlli. La comprensione di tale sistema è cosi lontana dal background politico-culturale di Donald Trump, che, poco tempo dopo la dichiarazione di Farage, si è affrettato ad affermare di aver già vinto, che frodi erano (e sono) in corso e che bisogna fermare lo scrutinio delle schede restanti. Questa posizione, proveniente da un politico che potrebbe non accettare una eventuale sconfitta, sta preoccupando i media e molti osservatori. È in atto una sorta di colpo di Stato? È realistico il rischio di scontri? Può il sistema politico statunitense trasformarsi in un autoritarismo sospinto da milioni di voti per un presidente che si autodefinisce un outsider?

In realtà il problema centrale è un altro: è non essersi accorti prima di alcuni tratti criptofascisti e autoritari che erano, invece, ben presenti agli studiosi di questi fenomeni. A legittimare queste tendenze antidemocratiche ha contribuito un fattore culturale come l’idea, presente anche in qualche ambito intellettuale e accademico, che gli Stati Uniti siano un continente culturalmente separato da tutti gli altri e, quindi, con una propria storia e con peculiarità che lo rendono essenzialmente differente e non comparabile. Trump non poteva essere fascista perché il fascismo, non essendo un elemento autoctono, non è mai realmente esistito (o quasi) sul suolo americano.

Questo approccio ricorda il famoso e diffuso mito dell’ “allergia” francese al fascismo: buona parte del mainstream culturale e dell’opinione pubblica in Francia era convinta che le istituzioni della république fossero cosi democratiche che un “virus” italiano non aveva mai attecchito né prima né dopo il 1945 (paradossalmente uno storico americano Robert Paxton contribuì a rivedere questo bizzarro paradigma). Lo stesso sembra avvenire al di là dell’Atlantico. La democrazia liberale americana sarebbe troppo solida e radicata: il fascismo e l’autoritarismo sono “anomali” oltre che episodi esterni alla storia e tradizioni di un grande Paese. Seguendo questa curiosa interpretazione storica, il trumpismo diventerebbe un fenomeno prettamente nazionale e ben distinto dall’estremismo europeo o latinoamericano.

Sebbene un accordo possa esserci sulle caratteristiche transnazionali del populismo e della demagogia trumpiana, il mito dell’eccezionalismo a stelle e strisce ha fallito, almeno in parte, a comprendere i reali rischi per la democrazia. Il presidente non è, infatti, solo il simbolo della sfida del popolo contro le élite o l’emblema di una personalizzazione e mediatizzazione della politica già osservata in altre aree del globo. Trump è la quintessenza della legittimazione dell’estremismo di destra nazionalista, “muscolare” e xenofobo. Il politico “non-politico” paladino del sentimento anti-establishment ha trasformato la sua presidenza in un one-man show di berlusconiana memoria e in un attacco ad alcuni principi fondanti della democrazia occidentale. La sua retorica, amplificata e ingigantita da una propaganda protofascista e fuorviante, ha eroso il politically correct, il principio del rispetto dell’avversario, la sacralità di alcune istituzioni e glorificato l’uso della violenza come pratica di azione politica.

Occorre ricordare che la protezione dei diritti di ogni essere umano è alla base del sistema politico e sociale costruito sulle ceneri di guerre e dittature. Quando i diritti essenziali (come quello al voto) o il rispetto di minoranze etniche o religiose, degli immigrati e rifugiati e della comunità Lgbt sono minacciati, la democrazia, che già di per sé non è un’entità millenaria, è chiaramente in affanno. L’estremismo “in action” si è materializzato non solo con la violenza xenofoba di una parte delle forze dell’ordine, con il razzismo presidenziale verso i mussulmani americani o con i vari attacchi di Trump all’oppositore di turno. Il trumpismo ha legittimato ulteriori pratiche non democratiche di opposizione al “nemico” politico.

Il tentativo sgominato dall’Fbi di rapire la governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, deve farci riflettere. Una milizia di cittadini armati aveva, infatti, deciso di dare un segnale alla società attaccando lo Stato “tiranno” e iniziando una sorta di guerra civile. La democratica Whittier, che era stata uno dei target preferiti del presidente repubblicano, ha immediatamente suggerito come Trump stesse incentivando un “terrorismo domestico”.

Il Michigan non è neanche un caso isolato. Un’organizzazione come Armed conflict location and event data project (Acled) ha recentemente monitorato l’attività di un’ottantina di milizie, la maggior parte basate nelle zone rurali e suburbane e ideologicamente posizionate a destra, inclusi i Boogaloo bois, i Three percenters, la Civilian defense force e i Proud boys. Oltre alla percezione di un colpo di Stato della sinistra, un’avversione verso il lockdown e un attivismo violento, vari gruppi si erano detti pronti a imbracciare le armi per  difendere Trump, un presidente che si è ben visto dal condannare la loro violenza e quella dei seguaci del nazionalismo bianco. La rivista “The Atlantic” ha, inoltre, mostrato come alcune milizie siano riuscite a inserire nei propri ranghi membri delle forze dell’ordine e dell’esercito, oltre che molti veterani. Quest’opera di proselitismo ha preoccupato le agenzie federali e parte della società civile. L’ultimo report che Acled ha preparato con l’associazione MilitiaWatch afferma invece come le elezioni possano contribuire a un’escalation di violenza e conflitto in un vasto numero di Stati e soprattutto in Georgia, Michigan, Pennsylvania, Oregon e Wisconsin.

Qui l’articolo completo 

Economia: Istat, a settembre 2020 in calo le vendite al dettaglio

A settembre 2020 si stima, per le vendite al dettaglio, una diminuzione rispetto ad agosto dello 0,8% in valore e dello 0,4% in volume. In calo le vendite dei beni non alimentari (-1,3% in valore e -0,7% in volume) mentre quelle dei beni alimentari sono sostanzialmente stazionarie (invariate in valore e in lieve crescita, +0,1%, in volume).

Nel terzo trimestre 2020, le vendite al dettaglio registrano un aumento congiunturale del 13,9% in valore e del 13,7% in volume, grazie alla forte crescita dei beni non alimentari (+28,8% in valore e +27,4% in volume). In leggera flessione, invece, i beni alimentari (-0,7% in valore e -0,4% in volume).

Su base tendenziale, a settembre, si registra un aumento delle vendite dell’1,3% in valore e dell’1,5% in volume. Le vendite dei beni alimentari crescono sia in valore sia in volume (rispettivamente +3,8% e +2,6%), quelle dei beni non alimentari sono in calo in valore (-0,6%) e in aumento in volume (+0,8%).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali eterogenee per i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano, come per il mese di agosto, Dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+10,6%) e Utensileria per la casa e ferramenta (+7,2%). Le flessioni più marcate si evidenziano, invece, per Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-8,7%), Giochi, giocattoli, sport e campeggio (-7,2%) e Cartoleria, libri, giornali e riviste (-7,1%).

Rispetto a settembre 2020, il valore delle vendite al dettaglio aumenta per la grande distribuzione (+1,4%) e diminuisce per le imprese operanti su piccole superfici (-0,3%). Le vendite al di fuori dei negozi calano del 7,0% mentre il commercio elettronico è in sostenuto aumento (+24,9%).

Bonus bici, dal 9 novembre un mese di tempo per registrare i propri dati

“A partire dal 9 novembre e fino al 9 dicembre, chi non è riuscito a ottenere il ‘ristoro’ attraverso la piattaforma www.buonomobilita.it, potrà registrarsi al portale e caricare i propri dati”. Lo afferma il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa.

Dal 10 dicembre sarà possibile quindi conoscere la platea dei cittadini e cittadine che, pur avendo fattura o scontrino parlante non sono riusciti a ottenere ristoro.

Apertura anche per chi non ha ancora acquistato un mezzo e vorrà farlo nei prossimi mesi: “Da gennaio – spiega ancora il Ministro – potranno usufruire dei vecchi benefici rottamando un veicolo più inquinante”.

Sono italiane 8 delle scuole di malattie dell’apparato digerente che si classificano tra le prime 100

Sono italiane 8 delle scuole di malattie dell’apparato digerente che si classificano tra le prime 100 a livello mondiale come migliori e all’avanguardia. Bologna, Milano, Università Cattolica di Roma, Padova, Palermo, Napoli Federico II, Verona e La Sapienza di Roma sono le Università italiane che secondo la classifica stilata dall’US News & World Report, hanno al loro interno scuole di gastroenterologia di eccellenza.

US News & World Report, che da anni analizza dati, notizie e opinioni allo scopo di formulare consigli per i consumatori tra cui la pubblicazione annuale della classifica delle migliori università e strutture ospedaliere, valuta le università sulla base di due fattori, la ricerca e le cure primarie.

Il ranking di US News & World Report analizza 1748 istituzioni accademiche di 86 nazioni e tra queste prende in esame 58 atenei italiani. La classifica, che si concentra specificamente sulla ricerca accademica e sulla reputazione generale delle scuole, mostra dei punteggi ponderati che sono il risultato della combinazione di differenti criteri e dati scientifici. Un buon posizionamento nei ranking internazionali contribuisce a promuovere l’immagine dell’Ateneo e ad aumentarne l’attrattività sia nei riguardi dei potenziali studenti, che dei ricercatori che scelgono con chi avviare collaborazioni scientifiche.

Politica, professionalità e professionismo.

Lo si diceva già durante la prima ondata della pandemia. Ma adesso, cioè nella terribile seconda  ondata, la questione è riesplosa in tutta la sua ruvidezza. E cioè, la richiesta insistente e  massicciai di una esplicita e manifesta competenza della classe dirigente politica, in particolare  quella di governo.

Perchè il nodo da sciogliere, come ormai emerge da tutte le rilevazioni  demoscopiche, è ancora e sempre riconducibile a quell’aspetto, ovvero alla competenza e alla  professionalità del ceto dirigente. Certo, dopo l’uragano populista e l’avvento al potere delle forze  populiste, era del tutto prevedibile che la competenza veniva sacrificata sull’altare di altri  ingredienti e altre priorità. Non a caso, sono stati altri i punti cardinali delle forze populiste e  demagogiche che hanno vinto le ultime elezioni politiche.

Dalla improvvisazione alla casualità,  dalla inesperienza alla incompetenza, dalla demolizione di tutto ciò che era riconducibile  politicamente al passato al rinnegamento delle culture politiche e del parlamentarismo. Era  difficile, molto difficile, che da questo coacervo potesse nascere o decollare una classe dirigente  autorevole, qualificata e competente. Al massimo, com’è puntualmente capitato e com’era  ampiamente previsto, dopo essere arrivati al potere per puro caso sull’onda dell’ideologia del  “vaffa”, è subentrata la disillusione e tutti i limiti sono clamorosamente emersi. Nella concreta  azione politica, nell’azione di governo e nella capacità di saper governare i processi che la nostra  società ha manifestato in questa stagione per molti versi drammatica ed inquietante. 

Paradossalmente, l’unico elemento chiaro che è emerso è la vocazione al professionismo politico  di questa classe politica improvvisata. Ovvero, detto tra di noi, l’esatta alternativa della  professionalità della politica pur presente in rarissime eccezioni nell’attuale squadra di governo. I  cosiddetti rivoluzionari, tutti coloro che avevano l’obiettivo di abbattere il palazzo e cacciare la  “casta” hanno finito, secondo il principio della palingenesi dei fini, per difendere strenuamente il  seggio parlamentare, i relativi benefit economici e tutto ciò che è riconducibile ad un mero  disegno di potere. Con tanti saluti, come ovvio e scontato, a qualsiasi straccio di competenza, di  professionalità, di autorevolezza e di qualità nell’azione di governo. Altrochè il cambiamento e il  rinnovamento della politica rispetto al passato… 

Comunque sia, siamo in un crocevia lungo il quale non si intravede all’orizzonte, almeno nel breve  medio termine, un barlume di speranza capace di ridare lustro, competenza e professionalità alla  nostra classe dirigente politica. E questo resta, com’è altrettanto ovvio e scontato, la vera  incognita e il vero nodo da sciogliere se vogliamo ridare qualità alla nostra politica, solidità alle  nostre istituzioni democratiche ed efficienza alla nostra azione di governo.

Una nuova agenda green per combattere la “pandemia climatica”

L’effetto pandemia, a livello globale, ha portato ad una diminuzione delle emissioni giornaliere di anidride carbonica di circa il 17%, ma questa riduzione non ha prodotto un abbattimento delle concentrazioni atmosferiche di CO2: le emissioni, infatti, restano superiori agli assorbimenti del suolo, delle foreste e degli oceani. La preoccupazione di una nuova “pandemia climatica” traspare anche da un sondaggio internazionale realizzato durante l’emergenza Covid: il 71% degli intervistati ritiene che a lungo termine il cambiamento climatico sia una crisi grave come la pandemia da Covid19 (l’87% in Cina). Ma nonostante questo sentimento comune dei cittadini del pianeta, è stato stimato che a livello globale le misure di stimolo dei governi durante l’emergenza Covid, 15.000 miliardi di dollari fino a inizio maggio, sono state destinate a meno dello 0,2% a priorità climatiche.

Proprio le istituzioni internazionali, Unione Europea e Ocse, collegano la ripartenza dell’economia mondiale al conseguimento degli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi. Oltre all’iniziativa dell’Unione Europea a sostegno di un Green Deal – anche l’Ocse propone una ripresa basata sulla lotta ai cambiamenti climatici organizzata in 5 settori fondamentali: agricoltura, costruzioni, energia elettrica, industria e trasporti. Gli interventi suggeriti dall’Ocse si articolano in 25 linee guida che promuovono la green economy con investimenti, regolamentazione di tasse e sussidi, diffusione di buone pratiche e iniziative di informazione e educazione.

La pandemia ha causato fortissimi shock su diversi indicatori, oltre alle emissioni di gas serra nel periodo di crisi epidemica sono stati particolarmente significativi gli impatti sulla qualità dell’aria. Con lo stop all’attività globale, infatti, si sono registrati miglioramenti significativi nella qualità dell’aria in tutto il mondo, che si tradurranno in una riduzione di migliaia di morti premature, 50.000 stimate nella sola Cina. Le immagini satellitari hanno mostrato come la qualità dell’aria sia migliorata decisamente nelle grandi città della Cina e nei centri urbani di tutta Europa (Italia inclusa), Stati Uniti e Canada.

Per quanto riguarda il Pm2,5, la Nasa e l’Esa riportano con metodi satellitari riduzioni fino al 30% in alcuni epicentri come proprio Wuhan. Un bilancio globale sulle 50 capitali mondiali più inquinate dà una riduzione del 12% della concentrazione di Pm2,5 in media settimanale. Le città europee sono quelle che hanno un risultato più ridotto -5% in media. Inoltre in Europa, si osservano aumenti post Covid in controtendenza del Pm2,5, molto elevati a Praga, Vienna e Bratislava.

Il mondo fino ad oggi – ha affermato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro ha conosciuto due modelli: la decrescita per ridurre le emissioni o la crescita economica che invece le aumenta. Esiste una terza via? La risposta secondo me è positiva. Esiste un modello: è quello indicato dal Green Deal. Quello che dice che per raggiungere i nuovi target che ci siamo dati non possiamo puntare sul modello economico tradizionale né sulla decrescita. Dobbiamo convertire il nostro modello produttivo. E c’è un unico modo: pesanti investimenti pubblici sulla green economy”.

Il Green Deal – ha sottolineato l’eurodeputata, Simona Bonafèè essenziale per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Ha portato l’Europa, inoltre, prima nel mondo, a elaborare una legge climatica molto ambiziosa”.

La nostra convinzione è che la transizione alla neutralità climatica, all’uscita dalla pandemia – ha commentato Edo Ronchi possa avere un’accelerazione e che questa accelerazione potrebbe trascinare un vero e proprio Green Deal e aprire una nuova fase di sviluppo per la green economy”.

 

 

Scuola, in campagna 1 studente su 3 senza Dad

Quasi 1 famiglia su 3 (32%) che vive nelle aree rurali non dispone di una connessione a banda larga con difficoltà quindi di accesso alle lezioni on line con i propri insegnanti. E’ quanto emerge da una elaborazione di Coldiretti su dati Istat in riferimento al potenziamento della didattica a distanza (Dad) nel nuovo Dpcm per l’estendersi dell’emergenza Covid.

Solo il 76,1% delle famiglie italiane dispone di un accesso internet e appena il 74,7% ha una connessione a banda larga ma la situazione peggiora notevolmente nelle campagne con appena il 68% dei cittadini che dispone di connessione a banda larga nei comuni con meno di duemila abitanti.

La disponibilità di accessi Internet ad alta capacità per consentire la didattica on line è importante per ridurre l’isolamento delle aree rurali e al tempo stesso rendere più efficaci le misure anti contagio considerato che proprio dalle zone di campagna ogni giorno i ragazzi si spostano su autobus e treni locali per raggiungere i centri più grandi dove trovano scuole e servizi spesso assenti nei piccoli comuni.

Il pesante digital divide italiano va quindi colmato per poter utilizzare al meglio anche nelle campagne tutto il potenziale delle nuove tecnologie.

Olimpiadi Milano – Cortina 2026, stanziato un miliardo per le infrastrutture

La Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti De Micheli ha firmato il decreto che finanzia con un miliardo di euro le opere infrastrutturali per le Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026.

Si tratta di opere stradali e ferroviarie finanziate nella Legge di Bilancio 2020 che consentiranno di migliorare l’accessibilità, i collegamenti e la dotazione infrastrutturale dei territori della Regione Lombardia, della Regione Veneto e delle Provincie Autonome di Trento e di Bolzano interessate dall’evento.

“Con il Decreto Olimpiadi faremo compiere un salto di qualità infrastrutturale, spiega la Ministra, a una delle aree più sviluppate del Paese con una ricaduta importante per la qualità della vita delle persone e un miglioramento competitivo per le imprese. Le opere finanziate servono a potenziare l’accessibilità e i collegamenti in vista dell’appuntamento internazionale, ma sono state concepite per mantenere la loro utilità anche dopo il 2026, e verranno realizzate nel segno della piena sostenibilità ambientale”. Il provvedimento è il frutto di un percorso di confronto avviato nei mesi con le Regioni e gli enti locali per individuare gli interventi da realizzare e garantire la sostenibilità delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, disponendo per ciascuno di essi il relativo finanziamento.

Il Decreto stanzia le risorse destinate alle singole opere, 473 milioni di euro complessivi  per la Regione Lombardia, 325 milioni per il Veneto, 82 milioni per la Provincia Autonoma di Bolzano e 120 milioni per quella di Trento, i cantieri dovranno concludersi entro l’avvio delle Olimpiadi.

Dovremo fare i conti con il Coronavirus per tutto il 2021

Dovremo fare i conti con questa pandemia per almeno tutto il 2021. Le misure messe in campo sono le uniche armi che abbiamo per contenerla. Ma vanno applicate bene e serve la collaborazione di tutti”. Lo dice, intervistato dal Corriere della Sera, Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, componente del comitato tecnico scientifico (Cts).

E sulle nuove misure restrittive dichiara: “L’obiettivo è semplice, ridurre la circolazione del virus con le sue conseguenze sulla salute delle persone e fare in modo che il sistema sanitario riesca a reggere la pressione dei ricoveri e rispondere al fabbisogno di letti in terapia intensiva. Se non si riesce a stabilizzare il trend dei contagi qualunque sforzo sarà inutile. Tutti i Paesi si stanno muovendo così, mettendo in sicurezza la tenuta della sanità per garantire cure non solo ai malati di Covid”.

“Questo virus ha un vantaggio su di noi – spiega Ippolito – Nei primi giorni dell’infezione agisce in maniera assolutamente non controllabile perché si è contagiosi per 2-3 giorni prima dell’insorgenza dei sintomi e spesso si rimane asintomatici ma in grado comunque di infettare altre persone. Test, tracciamento, isolamento sono le uniche contromisure ma se il numero dei casi sale oltre un certo livello il sistema di tracciamento salta e allora occorrono azioni di mitigazione e contenimento aggressive come quelle che abbiamo messo in campo”.

La lezione che viene dall’America

Ancora non conosciamo l’esito ufficiale delle elezioni americane ma dai dati studiati emergono due elementi che rendono unica questa competizione democratica:  la grande partecipazione alle urne (67%) e la divisione, in alcuni casi antropologica, tra le due Americhe.

Una divisione mai sanata dalla guerra fratricida dell’800 che vide il nord contro il sud. Le divisioni dell’epoca si riflettono ancora sull’andamento elettorale anche di questa ultima campagna. Ma un dato deve far riettere tutti i progressisti: Trump ha scelto dal 2016 di investire la sua politica sulla sicurezza e sul lavoro. Soprattutto quest’ultimo deve essere riconsiderato elemento primario per una politica del futuro in quanto la dignità dell’uomo e la sua sicurezza derivano da quello. La gestione non positiva dell’emergenza sanitaria e quindi della sicurezza delle persone ha penalizzato Trump sopratutto nei grandi centri urbani dove Biden recupera i voti persi dalla Clinton 4 anni fa; ma non a sufficienza lo fa il partito democratico che non esce bene dalle elezioni alla camera e al senato. Dunque, la sacrosanta battaglia per i diritti delle minoranze non deve mettere in secondo piano quella per il lavoro.

Obama riconquistò la Casa Bianca investendo miliardi di dollari sulle fabbriche dell’auto in Ohio e Michigan e fu premiato elettoralmente, il Presidente uscente ottiene un risultato importante sull’occupazione, ma forse pagherà un eccesso di radicalismo che non gli consentirà di essere riconfermato.

Insomma da queste elezioni anche noi italiani dobbiamo, imparare molto: le famiglie e il singolo l’individuo non devono mai essere lasciati sole ed anche i provvedimenti di ristoro per le aziende e le attivita colpite dalle restrizioni devono essere immediate. Con l”eventuale sconfitta di Trump il sovranismo subisce una battuta d”arresto, ma è più vivo che mai e troverà terreno fertile per rivincite immediate. Ciò tanto più se i progressisti si chiuderanno nella mancanza di una prospettiva sul lavoro e sulla sicurezza, privilegiando rapporti con i grandi poteri economici globali. Essi portano la responsabilità di non aver recepito in questi anni la lezione implicita nelle sperequazioni economiche insostenibili, che hanno aperto le porte prima al populismo e poi al sovranismo, ancora molto presenti in Europa

Biden vince perché è il centro

Biden pregusta ormai la vittoria. A rallentare la comunicazione del verdetto ufficiale è innanzitutto la mole enorme di voti espressi per posta, effetto diretto e indiretto dell’emergenza sanitaria. Anche l’alto numero di votanti ha ulteriormente appesantito le operazioni di scrutinio: dopo cent’anni, la democrazia americana riscopre la forza della partecipazione popolare e vede abbassarsi in misura significativa la curva dell’astensionismo. Biden, con pochi decimali sopra la maggioranza assoluta, comunque risulta il candidato più votato nella storia delle presidenziali, avendo superato la ragguardevole soglia dei 72 milioni di suffragi. Si tratta di un risultato che già di per sé attesta la straordinarietà di questo appuntamento elettorale-

A vincere, come sembra, è stato un veterano della politica, più pragmatico che liberal, decisamente impegnato nella competizione con Trump a conquistare il centro dell’elettorato, senza reticenze e ambiguità. Se nelle primarie la macchina del partito non avesse optato per Biden, oggi i Democratici starebbero a leccarsi le ferite. Un candidato “a sinistra” avrebbe spianato la strada alla riconferma del più arrogante e imprevedibile inquilino della Casa Bianca. Dunque, dietro la leadership del quasi eletto Presidente si staglia la sagoma di un’America che rifugge dai radicalismi e investe sulla solidità dell’esperienza politica. Insomma si volta pagina, e forse non solo nel cuore dell’Occidente democratico. Il trumpismo, se non archiviato, è perlomeno sconfitto: non sparirà dalla scena, ma perderà la sua carica virale.

Anche per il Partito repubblicano l’esito di questo voto può rappresentare uno stimolo formidabile a rivedere la propria visione strategica, mettendo mano a una revisione della piattaforma ideologico programmatica, a lungo contraddistinta dal fondamentalismo dei “Tea Party” e dalla conseguente brutalità di potere alla “The Donald”. Da questo impazzimento di linea e di contenuti il partito che fu di Lincoln dovrà pur uscire, riattingendo alla fonte di una politica sanamente conservatrice. Il bipartitismo americano è perciò destinato a rimodellare se stesso, correggendo le sue più recenti deformazioni estremistiche. Tornerà, almeno si spera, il gusto del giusto compromesso, perché una democrazia illuminata dai freddi bagliori delle certezze settarie, presto si ritrova oscurata sotto la cupola dell’incompresione collettiva, del rancore di classe e della rivolta anti sistema.

A Biden spetta dunque il compito di restituire un volto più umano alla politica di questo nostro tempo, certamente  inquieto e certamente assetato di speranza.

 

Trump indebolisce la credibilità degli Stati Uniti all’estero

Per anni, gli Stati Uniti si sono presentati come una sorta di arbitro del processo democratico in tutto il mondo, inviando osservatori alle urne, sostenendo l’opposizione democratica e criticando i paesi per brogli o indebolimento delle elezioni.

Proprio questa settimana, il Dipartimento di Stato americano ha condannato la repressione in corso da parte della Cina sulle libertà democratiche nella città semiautonoma di Hong Kong. In Bielorussia – uno stretto alleato di Mosca – gli Stati Uniti non riconoscono più Alexander Lukashenko come il “leader legittimamente eletto”, dopo le elezioni fortemente contestate nell’ex stato sovietico.

È probabile che questo senso di autorità morale venga ora messo in discussione, dopo le dichiarazioni di Trump, in alcune parti del mondo.

Un Presidente, che appena ha visto affievolirsi il vantaggio, ha chiesto di cessare le attività di spoglio dei dati e ha accusato senza fondamento i Democratici di frode.

Questa inedita linea di condotta del Presidente minerà, sicuramente la credibilità del Paese.

Infatti, dopo il voto di martedì, l’emittente statale russa RT ha descritto gli Stati Uniti come “malconci e divisi”, mentre un certo numero dei suoi editorialisti ha evidenziato il potenziale caos che potrebbe essere scatenato dai commenti di Trump, scrivendo che “la vicenda dipinge un quadro cupo per Democrazia americana”.

Il Global Times ha pubblicato mercoledì un articolo sottolineando che “le divisioni profonde negli Stati Uniti contraddicono i valori democratici”.

“La democrazia viene esercitata in modo civile e aggraziato. Chi perde alle elezioni dovrebbe restare calmo, accettare il risultato e chiedere di superare le differenze per far avanzare il paese. Ma sembra che questo non esista negli Stati Uniti al giorno d’oggi. “, ha aggiunto lo scrittore Wang Wenwen.

Nel frattempo, il Beijing News , un giornale controllato dal Partito Comunista, ha affermato che “non importa chi vincerà le elezioni del 2020, la società americana non sarà in grado di tornare allo stato in cui si trovava”, essendo stata “fatta a pezzi” recentemente da Trump.

Il presidente Ronald Reagan una volta ha parlato degli Stati Uniti come un “faro” per coloro che cercavano la libertà e i diritti democratici, e sebbene questa affermazione sia stata a lungo oggetto di critiche – specialmente dato il sostegno di Reagan ai dittatori durante il suo mandato – è rimasta un messaggio potente ed edificante per molti.

Le elezioni di quest’anno, tuttavia, potrebbero causare danni permanenti a quel messaggio, e con esso alla credibilità di Washington.

Infatti, sarà difficile da ora in poi dire agli altri come dovrebbe funzionare la democrazia.

Conoscenza scientifica e conoscenza teologica

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo

L’espressione “umanesimo cristiano”, che accompagna codeste riflessioni sui Papi cultori di Dante, fu usata dal teologo Raimondo Spiazzi, per definire l’umanesimo di Pio XII («Vita e pensiero», 12, 1949). Erano trascorsi dieci anni dall’elezione papale (2 marzo 1939) di Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, i dieci anni terribili della seconda guerra mondiale e della ricostruzione di un’Europa travolta da macerie morali e materiali.

L’impegno straordinario di Papa Pacelli in tutti i settori della vita della Chiesa è stato autorevolmente narrato e documentato da immagini mirabili e commoventi per coloro che riconoscono nell’abbraccio del Papa al popolo di San Lorenzo il segno di una pietas autentica congiunte ad una caritas e ad una fides ugualmente profonde. Ciò che è meno noto è il suo culto di Dante (cfr. Atti e discorsi di Pio XII, Roma 1946), e il fatto che la teologia dantesca sia una componente fondamentale del suo pensiero e del suo operato. È una prospettiva che ha le radici negli anni della formazione presso il Seminario romano di Sant’Apollinare, fu ordinato sacerdote il 2 aprile 1899, anni del papato di Leone XIII, della docenza di monsignor Poletto presso la cattedra di teologia dantesca, voluta dal Papa, e del volume di Poletto La riforma sociale di Leone xiii e la dottrina di Dante Alighieri (Siena 1898). Quel clima culturale, segnato dal neotomismo, aveva accompagnato il papato di Pio e di Pio XI, del quale Eugenio Pacelli, nominato cardinale nel 1929, divenne stretto collaboratore, succedendo, come segretario di Stato, al cardinale Pietro Gasparri. La scelta del nome Pio XII segnala la contiguità e la continuità con i più vicini predecessori, ma anche con Enea Silvio Piccolomini, Pio II, primo grande Papa dantista della storia della Chiesa: «Nostro vivissimo rimpianto per un Pontefice d’indelebile memoria quale fu per noi Pio XI, statoci padre amatissimo, “lui duca, lui signore e lui maestro” nell’alto ufficio affidatoci» (discorso dell’11 febbraio 1940, durante l’udienza dei pellegrini milanesi per celebrare il primo anniversario della morte di Pio XI). Sembra una citazione di scolastica memoria e invece ci introduce a una conoscenza profonda del pensiero teologico di Dante che attraversa e forse lega tra loro discorsi, allocuzioni, radiomessaggi e interventi di varia natura, per tutto il ventennio del papato. All’interno della folta e articolata documentazione si potrebbero individuare due direttrici, due facce della stessa medaglia: da una parte l’entusiasmo euristico verso la teologia dantesca, con la centralità del Paradiso, dall’altra il rapporto tra conoscenza scientifica e conoscenza teologica, all’interno del quale Papa Pacelli affianca Dante a Galileo (che aveva indirizzato all’Accademia Fiorentina Due lezioni circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante). Entrambe le direttrici di ricerca si svolgono nell’ambito del neotomismo, che, per la dantistica, proprio nei decenni centrali del Novecento, stava dando i suoi copiosi frutti (ricordiamo almeno Dante e la philosophie, Paris 1939, di Etienne Gilson e Landschaft der Ewigkeit, Dantestudien. Zweiter Band, Munchen 1958, di Romano Guardini, le date di pubblicazione coincidono con l’alfa e l’omega del papato pacelliano).

Per Pio XII, il tomismo è il cuore del corpus dottrinario cattolico e l’umanesimo di Dante è figlio di quella filosofia: «Benché l’umanesimo abbia per lungo tempo preteso di opporsi formalmente al Medioevo, che l’ha preceduto — non è meno certo che tutto ciò che esso comporta di vero, di buono, di grande e di eterno, appartiene all’universo spirituale del più grande genio del Medioevo, S. Tommaso d’Aquino. Nelle sue linee generali, il concetto dell’uomo e del mondo, quale apparisce nella prospettiva cristiana e cattolica, in ciò che ha di essenziale resta identico a se stesso: tale presso S. Agostino come presso S. Tommaso o presso Dante, tale ancora nella filosofia cristiana contemporanea» (Allocuzione ai filosofi umanisti del 25 settembre 1949).

Non casualmente provengono dal Paradiso gran parte delle citazioni dantesche. In particolare Papa Pacelli predilige il canto XXIV, in cui Dante viene esaminato sulla Fede, e il canto XXXIII, per la preghiera di san Bernardo alla Vergine Maria. Si veda la Lettera del 15 aprile 1940 indirizzata al segretario di Stato, cardinale Maglione, in cui Pio XII, dopo aver evidenziato il suo impegno in difesa della pace, invita i cristiani a pregare la Vergine, poiché «come afferma San Bernardo, “è volere di Dio che noi otteniamo tutto per mezzo di Maria” (…) che, come canta l’Alighieri, “qual vuol grazia e a lei ricorre sua disianza vuol volar senz’ali”». Le citazioni, provenienti dal Sermone di San Bernardo per la natività di Maria Santissima, e da Paradiso XXXIII, 14-15 interagiscono poeticamente tra loro, esplicitando la verità teologica.

Dello stesso tono la commovente e appassionata allocuzione, pronunciata in occasione del pellegrinaggio al Divino Amore, in piena guerra (11 giugno 1944): la Vergine Maria ha salvato Roma e i suoi abitanti dalla distruzione totale, «Eravamo in procinto di eseguire il nostro ardente voto per sorreggere la vostra fiducia in Maria, potente interceditrice presso il suo divin Figliuolo; se non che la clemente Regina e Patrona, la cui “benignità non pur soccorre a chi dimanda, ma molto fiate liberamente al dimandar precorre” (Paradiso, XXXIII, 16-18), ha prevenuto il nostro desiderio, cosicché noi oggi siamo qui non solo per chiederle i suoi celesti favori, ma innanzitutto per ringraziarla di ciò che è accaduto, contro le umane previsioni, nel supremo interesse della Città eterna e dei suoi abitanti».

In Dante la spiritualità, la fede, la conoscenza di Dio non escludono anzi esaltano le virtù della Ragione, che esercita il suo potere soprattutto nel territorio della Scienza, ma è anche il mezzo per raggiungere la Verità. È questa la causa dei riferimenti a Dante, presenti nei discorsi di Papa Pacelli all’Accademia delle scienze: è un itinerarium che culminerà nell’enciclica Humani generis (22 agosto 1950). Il primo discorso è del 3 dicembre 1939, l’ultimo del 24 aprile 1955. L’interesse per la scienza è centrale nell’omiletica di Pio XII ed è anch’esso una forma di dantismo. La natura prende il suo corso dal Divino Intelletto, sì che il lavoro dello scienziato quando può, segue, come fa il discente col maestro (cfr. discorso del 3 dicembre 1939, L’uomo sale a Dio per la scala dell’universo, con citazione di Inferno XI, 99-105) e, pertanto, l’intelletto umano non solo può indagare le leggi della natura, ma può arrivare alla conoscenza di Dio. La scienza studia la natura e conosce la Verità che in essa risiede, il suo cammino comincia dalla terra e sale verso il Cielo, fermandosi davanti alla incommensurabilità dell’universo, dove ha la sua sede simbolica il Paradiso e dove la Ragione umana cede il posto all’adorazione mistica.

Questi passaggi dell’argomentare del Pio XII dimostrano che egli ha in mente una delle tracce del tomismo di Dante, la conoscenza di Dio attraverso l’indagine della natura, e infatti cita Paradiso, XIII, 121-123, «Vie più che ‘ndarno da riva si parte, / perché non torna tal qual e’ si move, / chi pesca per lo vero e non ha l’arte», le parole di san Tommaso sulla sapienza. La Chiesa non si oppone al progresso scientifico, anzi, proprio perché la Scienza, con le sue scoperte, è al servizio di Dio, si pone al suo fianco. Anticipando le posizioni di Giovanni Paolo ii nei confronti di Galileo Galilei, nel primo discorso all’Accademia delle Scienze, Pio xii sceglie la metafora galileiana del «libro della natura», fonte che interagisce potentemente con la metafora “scientifica” del “volume” di Paradiso, XXXIII, 85-87, metafora della Divina Creazione: «Nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna».

L’Humani generis, con l’esaltazione della Ragione umana, congiunta alla teologia di Tommaso d’Aquino pone il sigillo al dantismo di Pacelli: «È compito [dei teologi] indicare come gli insegnamenti del vivo Magistero si trovino sia esplicitamente sia implicitamente nella Sacra Scrittura o nella divina tradizione. (…) Le scienze sacre con lo studio delle sacre fonti ringiovaniscono sempre; al contrario, diventa sterile, come sappiamo dall’esperienza, la speculazione che trascura la ricerca del sacro deposito. (…) Dio insieme a queste sacre fonti ha dato alla sua Chiesa il vivo Magistero, anche per illustrare e svolgere quelle verità che sono contenute nel deposito della fede soltanto oscuramente e come implicitamente. E il divin Redentore non ha mai dato questo deposito, per l’autentica interpretazione, né ai singoli fedeli, né agli stessi teologi, ma solo al Magistero (…). Perciò il Nostro Predecessore di imperitura memoria Pio IX, mentre insegnava che è compito nobilissimo della teologia quello di mostrare come una dottrina definita dalla Chiesa è contenuta nelle fonti, non senza grave motivo aggiungeva le seguenti parole: “in quello stesso senso, con cui è stata definita dalla Chiesa” (…). Se si considera bene quanto sopra è stato esposto, facilmente apparirà chiaro il motivo per cui la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico». Sembra di sentire l’eco dei versi: «Avete il novo e ‘l vecchio Testamento, / e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento» (Paradiso V, 76-78).

Pandemia della solitudine

Le gocce di pioggia che scorrono sui vetri confondono lo sguardo sull’esterno: ma le strade sono profonde e vuote, spezzate allo vista di chi vi cerca una direzione, desolate e prive di vita, grigie e senza presenze.

Sono gocce che assomigliano alle lacrime di un’umanità assente, lontana e dolente, imperscrutabile e come scomparsa allo sguardo di chi la cerca: per una parola, un saluto, uno sguardo, un contatto.

Dove sono finiti gli altri che riempivano la nostra vita e  in cui ci specchiavamo?

Ci era stato detto che dopo il primo duro colpo ci saremmo salvati, che le azioni e le scelte dell’uomo avrebbero avuto il sopravvento. 

Ma l’impreparazione, la superficialità dilagante e la forza oggettiva della natura hanno avuto il sopravvento.

Dopo la parentesi dell’ottimismo della volontà siamo ripiombati improvvisamente nel limbo oscuro del pessimismo delle evidenze: anche Max Weber aveva scritto che la democrazia non è arbitrio, ci sono limiti da rispettare. Per consentire le evasioni mondane stiamo perdendo a poco a poco la scuola: l’errore fondamentale è stato estrapolarla dal contesto, considerarla un fortino inespugnabile, attrezzarla con colpevole ritardo anche ignorando la vita senza regole che le pulsava intorno, accerchiandola.

Ci restano solo rappresentazioni simboliche e ricordi di abitudini dalle quali dobbiamo separarci, fosse possibile definire ‘abitudini’ incontrarsi, parlare, amarsi, ridere, stare insieme, condividere le visioni di cui parlava Prospero ne ‘La tempesta’ di Shakespeare: “siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”… “folli e liberi di parlare alla luna, stolti nel non prestarle ascolto”.

Non solo dei sogni ci stiamo privando ma anche delle certezze emotive del presente: il nemico è più forte e non esiste ancora un tampone che misuri positività e negatività dei sentimenti, viviamo una sorta di sbaraglio esistenziale e la stessa coesione sociale, non certo in nome di civiltà e umanità, viene riparametrata alle età della vita, agli indici potenziali di sopravvivenza, l’alternanza generazionale è vissuta come conflitto non sostenibile, più di uno ha adombrato senza mezze misure e senza pudore una specie di selezione della specie umana: gli anziani sono ora colpevoli di aver vissuto troppo a lungo, persino di aver goduto della stagione del boom economico. Parole agghiaccianti che lasciano il segno.

Dimenticando che l’oggi è il risultato di quello che si è costruito ieri, che non regge il confronto tra la generazione di chi si è rimboccato le maniche e di chi vive di quella rendita ricevuta: divertissement e movide, libertà individuali, benessere e tenore di vita.

Chi addita gli anziani come un peso sociale si legga il libro di Luca Ricolfi, “La società signorile di massa” che spiega cosa è accaduto in Italia dal 1960 ad oggi: anche se l’autore giustamente osserva di essere già anziano per essere capito nella sua ineccepibile analisi dei comportamenti individuali e sociali.

Siamo di fronte all’impensabile: ad una ad una ci vengono tolte le piccole libertà della nostra esistenza, viviamo confinati in un esilio di cui non conosciamo la permanenza, la durata, la via del ritorno.

Ci restano pallide rappresentazioni di una realtà che si sta sgretolando e infrange i riti di una quotidianità un tempo persino fin troppo noiosa per essere apprezzata.

Così il nostro punto di vista non è quello di Lucrezio, evocato da Hans Blumenberg, perché non siamo  spettatori che dalla terra ferma guardano in lontananza il naufragio: da tempo la condizione post-moderna dell’uomo è “l’immedesimazione nel presente”, quindi al tempo stesso l’essere oggi spettatore e naufrago, nel loro identificarsi. Perché non siamo salvi, ma esposti all’incombenza di un pericolo silente e nascosto.

Per quanto ci sia possibile cercare spiegazioni e rappresentazioni esplicative di quanto sta accadendo, forse è la prima volta nella storia che le raffigurazioni delle risposte che scienza e politica sanno darci  sono talmente mutevoli e cangianti  da non riuscire ad innervare nella coscienza la simultaneità delle loro realizzazioni e neppure la parvenza di un orizzonte scrutabile.

Questo virus ci sta sconfiggendo, ci uccide e ci ammorba, ci rende poveri e deboli, isolati e senza approdi.

Tutti cercano risposte ai mille interrogativi del passaggio silente e assassino di un killer spietato e inafferrabile: l’umanità è talmente composita e caleidoscopica nei comportamenti da rendersi perfino imprevedibile e irrazionale, ingovernabile senza che qualcuno ne sia l’unico colpevole.

Solo toccando con mano la sofferenza ci si rende conto che la scienza non ci detta solo regole punitive ma ci indica l’unica via percorribile, mentre la politica fatica a starle dietro a colpi di DPCM che si correggono e si contraddicono tra loro. Ed è un aspetto che rileviamo qui ma che riguarda il mondo intero.

Sento le opinioni di molti sapienti depositari della verità: si va dagli ortodossi ai negazionisti, passando per i cogitanti e dubbiosi, i teorici del complotto, gli indifferenti, i diligenti e i virtuosi e solidali.

Ma il virus killer non adotta categorie morali, colpisce nel mucchio e semina il terrore.

Ora che siamo ricaduti nella desolazione del ripartire da capo ci rendiamo conto che avremmo bisogno di una politica competente e lungimirante, di una scienza solida e chiara, di comportamenti sociali ispirati a senso civico e responsabilità. Metaforicamente stiamo diventando monadi isolate che non comunicano se non incertezze, desolati e con un senso di abbandono lacerante , soggetti fragili e quasi defedati, privi di motivazioni forti, incapaci di scelte coraggiose e coerenti.

La paura prevale e spinge all’isolamento anche gli impavidi organizzatori di bagordi: parlano tutti, anche gli influencer e dicono la loro: la stupidità non ha confini e partecipa al contagio e all’intorbidimento del pensiero, all’incoerenza delle azioni. C’è un mix indefinibile di angoscia collettiva che attraversa il pianeta e ci spinge verso una solitudine senza approdi, qualcosa che non avremmo mai immaginato di vivere ma che sta diventando la condizione antropologica prevalente di questo tempo indefinito.

Mediobanca: il cibo diventa la prima ricchezza del Paese

L’agroalimentare è l’unico settore che resiste all’emergenza coronavirus che ha fatto crollare i fatturati di tutti gli altri comparti protagonisti del Made in Italy, dalla moda alle automobili fino all’arredamento. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base di un’indagine di Mediobanca condotta tra 2.800 imprese manifatturiere familiari che stima un calo medio del fatturato dell’11,1% per l’industria italiana.

Al contrario degli altri settori simbolo del Made in Italy come moda e automotive, che registrano cali di fatturato superiori al 20%, le imprese del comparto alimentare mettono a segno un aumento dei ricavi diventando la prima ricchezza del Paese con un valore di filiera che supera i 538 miliardi. Quella agroalimentare è una realtà allargata dai campi agli scaffali che garantisce – evidenzia la Coldiretti – 3,6 milioni di posti di lavoro e vale il 25% del Pil grazie all’attività, tra gli altri, di 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari, oltre 330mila realtà della ristorazione e 230mila punti vendita al dettaglio.

Una rete diffusa lungo tutto il territorio che – spiega la Coldiretti – viene quotidianamente rifornita dalle campagne italiane dove stalle, serre e aziende continuano a produrre nonostante le difficoltà legate alla pandemia. Una filiera che nonostante le difficoltà ha registrato una continua crescita dell’export raggiungendo la cifra record di 44,6 miliardi di euro nel 2019, secondo l’analisi Coldiretti sui dati Istat che evidenzia un segno positivo del +3% anche nei primi sette mesi del 2020.

“L’emergenza globale provocata dal coronavirus ha fatto emergere una consapevolezza diffusa sul valore strategico rappresentato dal cibo e sulle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che l’Italia può contare su una risorsa da primato mondiale ma deve investire per superare le fragilità presenti, difendere la sovranità alimentare e ridurre la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento in un momento di grandi tensioni internazionali”.

Un obiettivo di sicurezza nazionale per il quale un sostegno importante – precisa Prandini – può arrivare dai 209 miliardi messi a disposizione dal Recovery fund. L’Italia puo’ contare – riferisce la Coldiretti – sulla leadership indiscussa nella Ue per la qualità alimentare con 310 specialità Dop/Igp/Stg, compresi grandi formaggi, salumi e prosciutti, riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari. E l’Italia è anche leader nella biodiversità.

Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e 533 varietà di olive contro le 70 spagnole. Il Belpaese – conclude la Coldiretti – è il primo produttore UE di riso, grano duro e vino e di molte verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. E anche per quanto riguarda la frutta primeggia in molte produzioni importanti: dalle mele e pere fresche, dalle ciliegie alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne.

L’educazione civica ha un nuovo portale!

Un portale con informazioni e materiali utili sul nuovo insegnamento dell’Educazione civica obbligatorio, da quest’anno, fin dalla scuola dell’infanzia. Lo mette a disposizione da oggi il Ministero dell’Istruzione all’indirizzo www.istruzione.it/educazione_civica. Costituzione, Diritto (nazionale e internazionale), legalità e solidarietà. Sviluppo sostenibile, educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio e del territorio. Cittadinanza digitale. Sono questi i tre assi su cui si basa il nuovo insegnamento e attorno a cui ruotano i contenuti della pagina dedicata dove, oltre alle Linee Guida sull’Educazione civica emanate a giugno, sono presenti, e verranno costantemente integrati, ulteriori materiali di approfondimento relativi alle esperienze che le singole scuole stanno realizzando.

Inoltre, la sezione è arricchita con un’area dedicata agli strumenti per la formazione e con risposte alle domande frequenti sul tema. Sulla pagina sono poi disponibili link utili, su temi strettamente connessi alla formazione delle cittadine e dei cittadini di domani: la lotta a bullismo e al cyberbullismo, l’educazione finanziaria, storia e cittadinanza europea.

​​​​​​​“Come Ministero – commenta il Ministro, Lucia Azzolina – stiamo cercando di dare al personale, agli studenti e anche alle famiglie strumenti utili per approfondire i singoli argomenti di interesse. Con questa pagina sull’Educazione civica raccoglieremo in un’unica sezione i materiali utili, ma anche le buone pratiche per dare visibilità al grande lavoro che si fa ogni giorno nei nostri istituti scolastici, su temi fondamentali per crescere come cittadini attivi, consapevoli, capaci di analizzare con spirito critico la realtà e viverla responsabilmente”.

Come evitare la terza ondata di Covid-19?

Possiamo abbassare la trasmissione virale con il lockdown, oppure possiamo usare in maniera intelligente i test rapidi.

Allora, come evitare la terza ondata di Covid-19? C’è solo un modo: creare nel nostro Paese un sistema di sorveglianza che integri tre elementi. Il primo dei quali è la capacità di fare un numero sufficiente di tamponi, non a tappeto ma mirati, per bloccare la trasmissione e saturare lo spazio di interazione di ogni singolo individuo

Questo è il punto di partenza per Andrea Crisanti, docente di microbiologia all’università di Padova.

Secondo punto, “questo processo deve essere integrato con strumenti informatici che permettano di collegare l’App Immuni e allo stesso tempo di monitorare come i casi si distribuiscono regione per regione e integrarli con altri parametri demografici come la densità di popolazione, la mobilità delle persone, e così via”.

Terzo elemento: “Questo sistema deve avere la logistica. Per rendere accessibili questi test là dove sono necessari”,