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Bologna tra sussidiarietà e futuro. Lepore a confronto stamane con i cattolici democratici di Rete Bianca.

Nei giorni scorsi sono stati avviati nel capoluogo emiliano interessanti contatti con il candidato che al momento sembra riscuotere i maggiori consensi in vista delle primarie del centro-sinistra. Ne è scaturita l’idea di un confronto online su uno dei temi caratterizzanti la visione aggiornata del “municipalismo sociale”, una formula pregna di significati che evoca, sul piano storico-ideale, il contributo offerto dalla tradizione popolare sturziana. Riportiamo il comunicato che ha diffuso nella giornata di ieri l’ufficio stampa di Matteo Lepore.

 

 

La sussidiarietà come strumento per risolvere le nuove complessità socioeconomiche, che sono emerse con forza durante la pandemia, e per vincere le sfide per far crescere la nostra comunità in modo inclusivo e rendere ancor più resiliente il tessuto sociale.

 

Se ne parlerà al confronto “Bologna tra sussidiarietà e futuro”, che si terrà domani (oggi per chi legge, ndr) 15 giugno alle ore 11 sulla pagina Facebook del candidato alle primarie del centrosinistra Matteo Lepore.

 

L’incontro è promosso dal movimento politico nazionale Rete Bianca, che affonda le proprie radici nella tradizione, nella cultura e nella storia del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese al fine di recuperarne e riattualizzarne il pensiero.

 

“Nel mondo in cui ci troveremo ad operare, un mondo che ci porrà innanzi a problematiche nuove, ma anche ad enormi opportunità, sarà indispensabile adottare un metodo condiviso per la progettazione e la gestione delle politiche. Un metodo in grado di massimizzare il beneficio per la nostra comunità dato dalla collaborazione tra amministrazione pubblica, imprese e terzo settore, ognuno nel proprio ruolo specifico ma con piena e pari dignità”, afferma Nicola Caprioli, coordinatore regionale e cittadino di Rete Bianca.

 

Interverranno:

Matteo Lepore, candidato sindaco alle primarie del centrosinistra

Cristina Ceretti, presidente “Una città con Te”

Lucio D’Ubaldo, direttore de “Il Domani d’Italia”

Giorgio Merlo, dirigente nazionale movimento Rete Bianca

Nicola Caprioli, coordinatore regionale e cittadino di Rete Bianca

 

L’iniziativa potrà essere seguita, a partire dall’orario indicato, sulla pagina Fb del candidato alle primarie del centrosinistra.

Come il covid sta cambiando la geopolitica mondiale

Il direttore di Orbisphera, sito di comunicazione e approfondimento di area cattolica, con il quale “Il Domani d’Italia” ha stretto uno speciale rapporto di collaborazione, fa il punto sulle trasformazioni indotte a livello planetario dalla pandemia. Dopo il G7 la sfida con la Cina diventa cruciale.

 

 

Nell’Incontro del G7 svoltosi a Carbis Bay in Cornovaglia si è molto discusso di come liberare il mondo dalla pandemia di Covid-19.

 

Ricordiamo che il G7 è un’organizzazione intergovernativa composta da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. L’Unione Europea partecipa alle riunioni del G7 in qualità di invitato permanente con una propria rappresentanza. Si tratta dunque degli Stati più sviluppati del pianeta, il cui peso politico, economico, industriale e militare riveste una centrale importanza su scala globale.

 

La grande notizia è che verranno donati un miliardo di dosi di vaccino ai Paesi poveri. Il che significa che il mondo intero potrebbe essere vaccinato già nei primi sei mesi del 2022.

 

A questo proposito Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, ha promesso che il suo Paese da solo intende donare 500 milioni di dosi di vaccino. Al di là delle promesse che sono comunque gradite e benvenute, un contributo decisivo alla vaccinazione di tutti gli abitanti del pianeta sta venendo dalla Cina.

 

Le società cinesi “Sinovac” e “Sinopharm” hanno triplicato la loro produzione. Al momento attuale, la Cina è il primo produttore mondiale di vaccini anti Covid. Al ritmo di 20 milioni di vaccinati al giorno, con una media di 600 milioni di vaccinati al mese, la Cina vaccinerà tutta la sua popolazione (1,4 miliardi di abitanti) entro la fine di agosto.

 

Inoltre, da settembre, almeno mezzo miliardo di dosi del vaccino cinese saranno disponibili per la distribuzione al mondo intero. Se ai vaccini cinesi si aggiungono le donazioni dei Paesi del G7, si calcola che l’immunità di gregge a livello mondiale potrebbe essere raggiunta prima di marzo 2022.

 

Se il Covid verrà sconfitto, le attività economiche mondiali potranno tornare a crescere superando i livelli raggiunti nel 2019, quando la pandemia non si era ancora manifestata.

 

Nel contesto nella grande crescita economica e commerciale che si prospetta, gli Stati Uniti hanno cercato di convincere l’Europa a contenere l’espansione economica e tecnologica della Cina, perché potrebbe mettere in pericolo la sicurezza dei Paesi del G7.

 

L’Europa ha condiviso le preoccupazioni in merito all’espansione cinese, ma non ha accettato l’idea di congelare le politiche commerciali e di collaborazione economica e ambientale con Pechino.

 

Gli esperti sostengono che, mentre gli Usa vedono nella Cina una minaccia alla sicurezza del mondo, l’Europa ha una visione diversa ed intravede una possibilità di collaborazione economica soprattutto nel campo dello sviluppo infrastrutturale e della rivoluzione verde per lo sviluppo sostenibile.

 

Gli Stati Uniti temono la concorrenza della Cina in campo economico e nel settore tecnologico e spaziale. Non è così per l’Europa, che ha ben chiaro come la Cina stia offrendo opportunità e investimenti nel campo dei trasporti, dello sviluppo civile, dell’innovazione telematica e della trasformazione verde della produzione energetica.

 

Gli Stati Uniti sanno che la competizione con la Cina si è spostata sul piano delle politiche di sviluppo. Per questo Biden ha proposto agli Europei un progetto alternativo alla “Nuova via della seta” cinese, parlando di centinaia di miliardi di dollari di investimenti. Ma mentre la Cina sta realizzando molti progetti, gli Stati Uniti per ora hanno solo prospettato eventuali investimenti senza presentare un piano progettuale preciso.

 

Per avere un’idea di quanto siano avanti i cinesi nelle connessioni commerciali con l’Europa, basta citare alcuni dati. Oggi vi sono 39 linee ferroviarie che collegano 15 città europee con 20 città cinesi. Nell’agosto del 2019 il numero di treni merci Cina-Europa ha raggiunto le 10mila unità.

 

Nel nodo ferroviario di Duisburg (Germania), attivato nel 2011, arrivano ogni settimana circa 30 treni cinesi carichi di container, con prodotti da distribuire in tutta Europa. A giugno 2017 è partito il primo treno fra il porto di Zeebrugge, in Belgio, e la città cinese di Daqing.

 

A settembre 2018 il primo treno merci da Pechino è arrivato alla stazione logistica di Saint-Priest, vicino a Lione, in Francia. Sono in corso di realizzazione i collegamenti tra Belgrado, Budapest e la Cina.

 

Nonostante la pandemia, il commercio della Cina con 17 Paesi dell’Europa centrale e orientale è aumentato, nel primo trimestre del 2021, del 50,2% su base annua, arrivando a 30,13 miliardi di dollari. Mentre le importazioni cinesi dai Paesi dell’Europa centrale e orientale sono aumentate del 44,7%.

 

In questo contesto, il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi ha mostrato ancora una volta di essere tra i leader più illuminati, ed ha spiegato che non si può fare a meno della Cina per vincere sfide come il cambiamento climatico e la minaccia della pandemia. Soprattutto nel progetto mondiale di transizione ecologica non si può fare a meno dell’alleanza con Pechino.

 

In merito al futuro dell’economia, Draghi ha affermato: «Ci sono ottimi motivi per avere una politica di bilancio espansiva». Ed ha aggiunto: «Bisogna assecondare la crescita per rafforzarla, ma senza dimenticare la protezione dei lavoratori in un momento che registra transizioni anche drammatiche».

 

Secondo Draghi, «questa crisi va gestita in maniera differente rispetto alle crisi precedenti, quando ci siamo dimenticati della coesione sociale». Per questo motivo – ha sottolineato – «è un dovere morale agire diversamente, concentrandosi sulle politiche attive del lavoro, sui giovani e sulle donne».

 

Per visitare il sito di Orbisphera e leggere in originale l’articolo

https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5122/Come_il_Covid_sta_cambiando_la_geopolitica_mondiale

Cina e Russia, cosa chiede Biden a Draghi?

Educato negli Usa (come Amato), Mario Draghi è il più transatlantico dei nostri presidenti del Consiglio. Non sorprende allora l’intesa (all’insegna del pragmatismo) trovata con Joe Biden al G7 su tanti dossier scottanti dell’agenda internazionale, Cina e Russia in testa. Il commento – estratto in parte dal sito di “Formiche” – di Federiga Bindi, professoressa di Relazioni Internazionali all’Università di Roma Tor Vergata.

 

 

Dal 20 gennaio 2021, giorno dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, negli Stati Uniti si è respirata immediatamente un’aria nuova. Grazie alla sue pluridecennale esperienza politica e agli otto anni da Vice Presidente, nonché conscio di avere solo due anni a disposizione prima delle prossime elezioni per il Congresso, Biden è partito a passo di marcia e sta andando come un treno.

Domesticamente, Biden ha capito che il Covid è un evento epocale, destinato a marcare il futuro del mondo, e sta approfittando della crisi post-Covid per disegnare l’America del futuro, a partire dalle infrastrutture.

Se, come alcuni dicono, il Covid, non è solo un evento naturale e/o l’obbiettivo del ritardo nella comunicazione da parte della Cina era quello di far saltare l’America, ha decisamente avuto l’effetto inverso.

 

Senza parlare della vaccinazione, che in molti Stati – anche Repubblicani – è ormai ben oltre la soglia del 70%. Incastrata nelle sabbie mobili delle burocrazie europee e nazionali, l’Europa sta invece tristemente perdendo la sfida con il futuro.

 

In politica estera, Biden si è circondato di molte persone che avevano già rivestito ruoli di rilievo nell’Amministrazione Obama. Questo ha avuto il chiaro vantaggio di poter essere, anche qui, operativi fin dal primo giorno. Il primo risultato visibile è stato il rientro nell’Accordo di Parigi sul clima, grazie a John Kerry.

 

D’altra parte, però, questo ha implicato una serie di retaggi, in particolare su aree di interesse per l’Italia come la Libia e la Russia. Sulla Libia, Biden si è limitato alla classica pacca sulla spalla durante la sua bilaterale con Draghi. Se (se) qualcosa salterà fuori per il nostro paese lo si vedrà solo dopo l’incontro tra il presidente Americano e quello Turco, Recep Erdogan, l’ormai vero king-maker.

 

Sulla Russia, da sempre bestia nera di Victoria Nuland, una che non ha mai amato l’Italia e adesso è sottosegretario per gli affari politici – dopo il lapsus nell’intervista con George Stephanopoulos – Biden ha strategicamente puntato all’antagonismo, essendo un nemico ampiamente interiorizzato dal popolo americano, e quindi in grado di unire Democratici e Repubblicani.

 

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https://formiche.net/2021/06/cina-e-russia-cosa-chiede-biden-a-draghi-la-versione-di-f-bindi/

Per la cura della casa comune. Una sfida per amministrazioni ed enti locali. Intervista a Davide D’Arcangelo, esperto di transizione digitale.

La sempre più larga distribuzione dei vaccini sta portando una nuova stagione di riapertura. Difficile ricominciare da dove avevamo lasciato. Il Covid e l’emergenza climatica hanno rivoluzionato lo scenario della produzione e del consumo. L’Osservatore Romano ha intervistato Davide D’Arcangelo, esperto di politiche industriali, consulente per la transizione digitale di diverse amministrazioni pubbliche italiane. Il testo integrale si può leggere cliccando sul link in fondo alla pagina.

 

(Pierluigi Sassi)

 

Dottor D’Arcangelo, lei è un tecnico vicino alle istituzioni centrali europee come anche ai piccoli comuni italiani. Come cambierà lo scenario nella nuova stagione che si sta aprendo?

 

A livello internazionale il virus ha evidenziato una volta di più le drammatiche differenze tra paesi ricchi e paesi poveri. Questa volta però la cosa è apparsa inaccettabile anche ai più fortunati, i quali hanno capito bene che il problema si potrà risolvere solo quando affrontato a livello globale. Oserei dire che il Covid ci sta costringendo, più che invitando, a quella solidarietà universale alla quale Papa Francesco ci richiama da tempo. Le ricadute sullo scacchiere internazionale non sono trascurabili. La nuova consapevolezza mondiale sulle responsabilità delle istituzioni e della politica nella gestione di crisi epocali — come pandemia e riscaldamento globale — ha aumentato sensibilmente le aspettative di un’opinione pubblica sempre più attenta e critica. Dobbiamo approfittare di questo salto di qualità per prendere la strada giusta. L’occasione è costata molto e forse proprio per questo va considerata irripetibile.

 

E a livello locale?

 

Durante la crisi sanitaria i Comuni sono stati chiamati ad attuare sul territorio ogni decisione presa a livello centrale. Di fatto sono stati loro il vero avamposto dove le politiche prendevano forma. Credo che la centralità delle amministrazioni locali sia destinata a crescere nel futuro soprattutto nell’ambito delle transizioni ecologica e digitale. È fondamentale però che a questa spinta centrifuga gli enti locali rispondano adeguatamente, soprattutto migliorando le proprie competenze tecniche, dalle quali abbiamo visto dipendere aspetti fondamentali per le nostre vite. Come recitava una massima di successo: per uno sviluppo davvero sostenibile dobbiamo imparare a pensare globale e ad agire locale.

 

Ma quali sono i principali cambiamenti della politica industriale ai quali andiamo incontro? E cosa cambierà per i cittadini?

 

È evidente a tutti quanto il Covid abbia accelerato la transizione digitale anticipando significativamente lo scenario di una “economia dei servizi”. Trasporti, commercio, sanità. Non c’è settore economico che non abbia visto con assoluta chiarezza il futuro digitale che l’aspetta. E l’accelerazione non si è limitata alla nascita di nuovi servizi o di nuove imprese. Nella rivoluzione 4.0 sono stati repentinamente coinvolti tutti gli attori del mercato, dalle istituzioni alla finanza, dagli imprenditori ai lavoratori. Credo che alla fine questo risulterà un aspetto molto positivo, soprattutto se ci consentirà di ripensare in modo completamente nuovo la qualità della vita. Il cammino era già segnato, ma rischiavamo di percorrerlo senza riflettere, sotto la debole spinta dell’inerzia. Invece con il Covid le tecnologie hanno dimostrato in poco tempo le loro potenzialità e i loro limiti, costringendoci a ripensare il futuro in modo nuovo e dandoci l’opportunità di riconsiderare la centralità dell’uomo. Speriamo davvero che questa occasione non vada sprecata.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-132/una-sfida-br-per-amministrazioni-br-ed-enti-locali.html 

Sostiene De Rita che le epopee prima si fanno e poi si raccontano…

Lo spunto è dato da un recente editoriale del fondatore del Censis, sicché l’autore ricava dall’analisi di questo originale e autorevole sociologo cattolico le linee per un discorso più autentico, e dunque meno scontato, sulle prospettive del Paese dopo l’emergenza sanitaria.

Quando De Rita inforca gli occhiali dell’analista sociale riesce sempre a puntualizzare la situazione del presente, contribuendo a decifrarla per renderla intellegibile, oltre i coni d’ombra che ne nascondono l’essenza, oltre le apparenze e le opinioni che spesso non vanno oltre i meri luoghi comuni interscambiabili.

Partendo da quello “stato di sospensione” che tutti ci avvolge in questa fase di transizione tra crisi pandemica in fase auspicabilmente risolutiva e malcelate speranze di ripresa, il Presidente del Censis riesce persino ad ironizzare, con il dovuto garbo che gli è consueto, sui fautori della ripartenza che colgono nello “zero virgola” e nei decimali del PIL i segnali di una inversione di tendenza. Ricordano costoro, tutti presi a misurare la realtà con il metro degli indicatori economici peraltro a volte persino contraddittori, i monsignori di Voltaire, sempre più protesi a gareggiare nel distinguersi tra di loro che impegnati nell’assomigliare a Cristo (sia detto qui in senso laico e paradigmatico).

Capita allora che nella latenza del presente, condizionati dall’enfasi della ripartenza ancora densa di incognite ma aggrappata al seducente potere semantico e simbolico delle parole, ci si proietti in visioni programmatiche di lunga gittata – come la digitalizzazione e la riconversione ecologica – senza disporre di un quadro sinottico da cui si evincano dati e prospettive basati su evidenze reali capaci di innervare nel tessuto sociale, produttivo e istituzionale tangibili e sostanziali riscontri.

Quando la magia delle parole non va oltre l’enfasi delle promesse, mentre il tempo trascorre con ritmi propri tra incertezze, conferme e smentite, rincorse degli eventi e programmazioni “girevoli”, l’immaginario collettivo non riesce a metabolizzare segnali di cambiamento.

Allora l’ansia – sentimento individuale legato alle storie di ognuno ed emozione condivisa nella paralisi del rinvio – diventa a un tempo componente della spinta iniziale, che qualcuno deve pur attivare, e sintomo di un disagio avvertito e diffuso: una specie di convitato di pietra agli innumerevoli tavoli di discussione, concertazione e progettazione.

Il messaggio di Giuseppe De Rita appare chiaro e convincente – come lo si ricava da un recente editoriale sul Corriere della Sera – poiché con poche misurate argomentazioni ci ricorda che le epopee dei grandi investimenti e del rilancio (come fu ad esempio nel secondo dopoguerra) necessitano di un radicamento popolare e di una motivazione condivisa e convincente.

“Non sorprende quindi – dice il fondatore del Censis – che la stessa grande discussione di massa sull’epocale «programma europeo di resilienza» non sia riuscita a traguardare un immaginario collettivo in cui far emergere coerenti flussi di valutazioni e comportamenti del nostro corpo sociale; ci siamo limitati alla curiosità per la quantità di risorse disponibili e per le loro ufficiali destinazioni, spesso troppo tecniche e sofisticate per destare sociali partecipazioni collettive”.

Per come siamo ancora tramortiti dalla lunga sofferenza della crisi pandemica (una crisi, si badi bene ‘olistica’, cioè totale, che ha interessato l’evidenza sanitaria, l’economia, il lavoro, l’istruzione e i sottesi condizionamenti emotivi, come il timore di non farcela, la paura dell’ignoto, la dimensione planetaria del fenomeno, le ricadute sulle singole soggettività e sugli stati d’animo collettivi) non è facile decifrare vie d’uscita percorribili: le istituzioni comunitarie, quelle dai singoli Stati, le strutture intermedie sembrano ancora avviluppate nella fase prodromica di una iniziale presa di coscienza

L’idea di una Italia diversa e migliore sta prendendo corpo ma necessita di un coinvolgimento sociale largo, lento e condiviso. L’invito di De Rita è di semplificare e rendere partecipate le linee di indirizzo innovativo: la politica non deve verticalizzare o far cadere dall’alto direttive disomogenee e complicate, il primo nemico da battere è la burocrazia paralizzante e punitiva, bisogna far rinascere nella gente la spinta della motivazione, del sentirsi parte di un processo di graduale promozione del bene comune.

Per questo, ricorda infine De Rita, la conclamata epopea della ripresa andrà raccontata e valutata in corso d’opera, concedendo il tempo necessario alle dinamiche che la sottendono nel profondo.

Dire famiglia oggi?

Happy family standing in the park at the sunset time. Concept of friendly family.

Lapidario l’incipit dell’ultimo editoriale del Padre gesuita sul si sito di “Connessioni”. In sostanza la famiglia è fuori moda. L’autore tuttavia, oltre a ricostruire una trama ideale per capire il senso profondo di questa peculiare istituzione, passa in rassegna rapidamente le ultime misure adottate dal governo a sostegno della famiglia. E ritiene che sia un “buon segno” quanto prefigurato dalle decisioni di Draghi.

 

 

Dire “famiglia” oggi è fuori moda, parlarne sembra quasi démodé eppure la Costituzione italiana dedica alla famiglia e al matrimonio gli articoli 29, 30 e 31, le cui disposizioni sono tra loro connesse. Per i costituenti regolare l’istituto familiare implicò un «cambio di rotta» culturale rispetto alla visione etica e antropologica su cui si basava l’idea di famiglia nel periodo storico prerepubblicano.

 

Nello Statuto Albertino del 1848 il termine «famiglia» compariva solo per la “famiglia reale”. Lo Stato liberale si limitava a tutelare l’istituto giuridico della famiglia per disciplinare il patrimonio dagli effetti del matrimonio. La famiglia era pensata come l’«ambiente» in cui la «donna-madre preparava l’avvenire del popolo italiano», insegnando la morale e la religione. Il diritto di famiglia italiano dall’Unità al periodo fascista è stato influenzato dal Codice Civile di Napoleone del 1804, nel quale la famiglia, pensata come «cellula dello Stato», era fondata sul matrimonio civile (un trattato di diritto pubblico) che tracciava la separazione tra lo Stato e la Chiesa e il rapporto tra coniugi si basava sulla disuguaglianza.

 

Con l’avvento del regime fascista, la famiglia venne asservita ai fini dello Stato. I genitori avevano il dovere di educare e di istruire la prole sui «princìpi della morale», in conformità al «sentimento nazionale fascista» (art. 147 cc.). Per favorire le nascite il regime introdusse la tassa sui celibi, escluse l’accesso ai pubblici impieghi per i non coniugati, istituì privilegi di carriera ed esenzioni d’imposta per coloro che avevano una famiglia numerosa. Un decreto del 1938 limitò ad un massimo del 10% la presenza delle donne nel pubblico impiego, mentre rimaneva marcata la disuguaglianza tra uomo e donna. Basti ricordare due esempi: l’adulterio della moglie costituiva reato, mentre l’uomo compiva reato solamente nel caso di concubinato; la comunione dei beni era imposta per legge e includeva tutti i beni della dote della moglie di cui il marito era l’unico amministratore.

 

In breve, fino alle soglie della Costituente del settembre 1946, la famiglia aveva il compito di trasmettere i valori fascisti e garantire la figura del pater-familias.

 

La sinistra era interessata a regolare la famiglia per introdurre il principio di uguaglianza tra i coniugi, ma al suo interno esistevano forti punti di divergenza. Per i socialisti la famiglia si limitava ad essere una «costruzione storica», che la Costituzione non avrebbe dovuto regolare. Per i comunisti, invece, regolare la famiglia era una forma di controllo della società e del territorio. Per queste ragioni, sia l’on. Togliatti sia l’on. Jotti non si schierarono a favore del divorzio per almeno tre motivi: era stato vietato in Russia nel 1935 da Stalin; il loro elettorato contadino e parte dei loro deputati erano contrari; temevano una campagna politica della DC a loro svantaggio. Ma c’era di più, in quanto i comunisti giocarono su due fronti: da una parte insieme ai cattolici per la difesa della famiglia, dall’altra contro di loro sulla questione dell’indissolubilità del matrimonio.

 

Per il gruppo democristiano regolare la famiglia nella Costituzione significava, da una parte, assicurare alla persona umana la sua crescita e il suo sviluppo e, dall’altra, garantire alla società il più importante «ente intermedio» che a livello sociale si poneva tra il singolo e lo Stato.

 

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Dire famiglia oggi?

Il privato è un bene pubblico (10 idee per salvare il pianeta). Un libro spiega come.

Nelle edizioni “Città Nuova” è uscito di recente questo saggio di Matteo Nardi e Letizia Palmisano (10 idee per salvare il pianeta. Prima che sparisca il cioccolato). Cosa dice la scheda editoriale? Il prossimo decennio sarà cruciale per il nostro pianeta. Siamo di fronte a una sfida di sostenibilità che richiede un impegno da parte di tutti noi. Di seguito riportiamo alcuni passaggi della presentazione di Matteo Girardi sul sito di “Città Nuova”.

 

 

Proteggere il pianeta

«Siamo determinati a proteggere il pianeta dalla degradazione, attraverso un consumo e una produzione consapevoli, gestendo le sue risorse naturali in maniera sostenibile e adottando misure urgenti riguardo il cambiamento climatico, in modo che esso possa soddisfare i bisogni delle generazioni presenti e di quelle future».

Così è scritto nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, programma d’azione sottoscritto nel 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU. E questo impegno a gestire le risorse naturali in maniera sostenibile riguarda i governi, le imprese e ciascuno di noi, ogni nostro gesto, ogni nostra decisione.

 

Essere cittadini green

Dovremmo continuamente domandarci: posso spostarmi in modo da inquinare il meno possibile? Come posso trasformare la mia casa e l’ufficio in cui lavoro in spazi a minimo impatto ambientale? Come faccio a mangiare in modo sano, gustoso e sostenibile? Ho la possibilità di essere un genitore green e di operare scelte alternative a pannolini monouso e omogeneizzati?

 

Il libro

È per rispondere a queste e ad altre domande che Matteo Nardi e Letizia Palmisano, giornalisti ambientali impegnati da sempre nella diffusione della cultura della sostenibilità, hanno scritto il volume 10 idee per Salvare il Pianeta (prima che sparisca il cioccolato), da oggi in libreria, in cui sono contenute alcune preziose istruzioni, suggerimenti a volte semplici ma capaci di restituire consapevolezza ai nostri gesti e metterci nelle condizioni di fare la nostra parte nella lotta contro i cambiamenti climatici.

 

Rimboccarsi le maniche adesso

«Non c’è un secondo tempo, il momento per rimboccarsi le maniche è adesso, prima che sia troppo tardi e sparisca il cioccolato – scrivono i due autori — il mondo ha bisogno di ognuno di noi perché anche nel piccolo della nostra quotidianità possiamo davvero fare la differenza. Vivere in modo più green è facile e si può iniziare da semplici piccoli passi: a guadagnarci saremo noi e il pianeta».

 

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https://www.cittanuova.it/correlati/privato-un-bene-pubblico-10-idee-salvare-pianeta/

Futuri leader di pace: l’iniziativa di “Rondine” spiegata dal presidente Franco Vaccari in una intervista a Radio Vaticana.

Giovani protagonisti della ripartenza post-pandemia: l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede e l’organizzazione “Rondine Cittadella della pace” lanciano la campagna per promuovere percorsi di formazione per una cultura in grado di ribaltare le logiche del conflitto.

 

 

Oggi viene presentata al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede la campagna Leaders for Peace, organizzata dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede insieme con l’organizzazione “Rondine Cittadella della Pace”. Si tratta di un appello concreto per sostenere percorsi di formazione precisi, come sottolinea il fondatore e presidente dell’organizzazione “Rondine Cittadella di pace” Franco Vaccari.

 

Vaccari ricorda che due anni fa i giovani di Rondine hanno presentato alle Nazioni Unite la richiesta di un finanziamento – una percentuale decisamente irrisoria del budget, sottolinea  – per percorsi di formazione. Innanzitutto si tratta – spiega Vaccari – di ribaltare la logica del conflitto: scoprendo che è falsa l’idea del nemico. Si tratta – sottolinea – di diffondere una cultura di pace che nell’organizzazione Rondine si vive praticamente quotidianamente e che – suggerisce il presidente – può formare i futuri leader. Vaccari ricorda che da sempre Rondine accoglie giovani che hanno vissuto sulla propria pelle l’odio, il conflitto armato, “l’inganno del nemico” e che, attraverso il Metodo Rondine, imparano a trasformare tutto ciò in prospettive diverse.

 

Il ricorso all’Onu

 

Nel 2018, in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, il ministero degli Affari Esteri italiano ha proposto a Rondine Cittadella della Pace di rappresentare il Paese per portare alle Nazioni Unite la propria esperienza come “esempio concreto da cui ripartire sul grande tema dei diritti umani”. Rondine ha risposto alla chiamata lanciando la campagna globale Leaders for Peace. L’appello – ricorda Vaccari – è stato scritto dagli studenti e dagli alumni di Rondine – per chiedere agli Stati membri dell’Onu un impegno concreto nella formazione di giovani leader, in grado di intervenire nei principali contesti di conflitto nel mondo.

 

L’appello

 

Si chiede di sottoscrivere l’Appello di Pace della campagna Leaders for Peace. Innanzitutto, Vaccari mette in luce il primo aspetto: un impegno concreto nella formazione di giovani leader di pace, in grado di intervenire nei principali contesti di conflitto nel mondo. E poi cita l’esigenza di inserire l’insegnamento e l’educazione ai diritti umani nei sistemi d’istruzione nazionali, integrati – ribadisce – con le sperimentazioni del Metodo Rondine sulla trasformazione creativa dei conflitti, che ha permesso loro di diventare ambasciatori di pace.

 

La sfida

 

Vaccari spiega che si avverte sempre l’esigenza di iniziative come quella proposta da Rondine ma che in questo periodo storico diventa urgente comprendere che si devono fronteggiare vecchi e nuovi conflitti: ci sono infatti – sottolinea –  i conflitti che la pandemia sembra aver pericolosamente riportato sullo scenario internazionale, ma anche conflitti del tutto nuovi che lacerano la società globale.

 

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https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-06/ambasciata-italia-organizzazione-rondine-di-pace-conflitti.html

Ma i sondaggi sono credibili?

Non convince la dinamica delle diverse rilevazioni. Letta gioisce per un risultato del Pd che solo Pagnoncelli accredita. Anche per gli altri partiti ci sono più dubbi che certezze.

 

I sondaggi, come ben sappiamo, rilevano solo tendenze presenti nell’elettorato in quel particolare momento in cui vengono fatti. Nulla di definitivo e anche di certo, come ovvio e scontato. Ma, al di là della buona fede di chi li fa e di chi li commissiona, è curioso e singolare leggere quasi quotidianamente sondaggi che registrano un cambiamento massiccio di orientamento degli elettori in contrasto gli uni contro gli altri.

 

Quasi quasi viene il sospetto che il sondaggio riflette di più il legittimo convincimento politico di chi lo fa che non il “comune sentire” del campione selezionato. Per questi banali motivi non vedo l’ora di conoscere realmente la scelta politica – quella sì certa e definitiva – dei cittadini italiani che si recheranno alle urne il prossimo ottobre per il rinnovo di molte amministrazioni comunali. In particolare nelle più grandi città italiane. Lì, come noto, i sondaggi faranno un passo indietro a vantaggio del voto reale dei cittadini.

 

Ma, per tornare ai sondaggi di questi ultimi giorni, è francamente interessante registrare che il Pd – tanto per fare un solo esempio – non riesce a rimontare in quasi tutte le rilevazioni demoscopiche che vengono fatte restando sempre inchiodato tra il 17 e il 18% tranne nel caso del sondaggio di Nando Pagnoncelli, per il quale, invece, è in costante crescita al punto da farlo diventare addirittura il primo partito italiano. E, al contempo e da copione, si registra una perdita altrettanto secca della Lega di Salvini e una ascesa, seppur modesta, dei Fratelli d’Italia della Meloni.

 

Ora, francamente, c’è qualcosa che non funziona in tutto ciò. Anche perchè, leggendo questi numeri, viene anche il dubbio che – sempre parlando del Pd in versione Pagnoncelli – questo partito possa raggiungere nell’arco di poche settimane il 30% dei consensi con tutti gli istituti che lo danno abbondantemente sotto il 20%.

 

Altra anomalia riguarda il partito di Grillo e di Conte, cioè i 5 stelle. Dopo mesi di assenza concreta di leadership politica per le persin troppe note motivazioni, dopo le infinite polemiche interne, dopo aver abbandonato quasi tutti i totem ideologici e demagogici che hanno caratterizzato questo partito dal “vaffa day” in poi, i consensi al partito di Grillo e di Conte sono quasi sempre gli stessi. Si aggirano, cioè, tra il 15 e il 18%. Ma come è possibile tutto ciò? Com’è pensabile, e possibile, che un partito politicamente allo sbando per così lungo tempo, possa continuare ad avere un consenso elettorale sempre così alto e non scalfibile? Mistero dei sondaggisti. Anche perchè, se fossero veri questi numeri, nel momento in cui questo partito si stabilizza con una nuova leadership e, forse, anche con un nuovo ed ennesimo progetto politico, le cifre potrebbero schizzare sempre più in alto.

 

Ecco perchè, al di là dei numeri che vengono sfornati dai vari sondaggi e che evidenziano, almeno a mio parere, una scarsa sintonia con ciò che capita realmente nel tessuto sociale del paese, non ci resta che attendere il voto di ottobre. Tuttavia, con sempre il massimo rispetto per i vari sondaggisti che, comunque sia, forniscono tendenze e sensibilità presenti nell’elettorato. Seppur con numeri e cifre che rasentano, a volte, anche un po’ il grottesco.

Plurarchia e auto-governo delle risorse comuni. Un ricordo di Elinor Ostrom.

Scomparsa tre anni fa, la politologa dell’Università dell’Indiana ha legato il suo nome alla ricerca sulla gestione dei cosiddetti beni comuni, dimostrando che esiste una via comunitaria in grado di sfuggire all’alternativa tra struttamento privatistico e controllo statalistico. L’articolo, qui riportato in stralcio, appare in originale sull’ultimo numero dell’Osservatore Romano.

 

Il 12 giugno del 2012 ci lasciava Elinor Ostrom, una delle politologhe che ha maggiormente contribuito alla teoria politica e al dibattito pubblico, sia nel campo accademico sia in quello politico e sociale, giungendo nel 2009 ad essere insignita del Premio Nobel per l’economia.

 

Professoressa presso l’Università dell’Indiana, dove dirigeva con il marito il Centro di ricerca di studi e analisi politica «Vincent and Elinor Ostrom», la Ostrom si è occupata della governance dei cosiddetti commons, le risorse comuni, quelle risorse naturali – terre per pascoli, aree ittiche, boschi per legname, acqua per irrigazione dei campi agricoli – o immateriali – come la conoscenza – per cui è molto costoso controllare ed escludere il consumo degli “utilizzatori”. Il problema di queste tipologie di risorse è che sono sovra-sfruttate o comunque la loro cura è trascurata dagli utilizzatori. La ragione sta nel fatto che i soggetti si comportano opportunisticamente considerando la risorsa a cui accedono, senza possibilità di esserne esclusi, una risorsa gratuita, e perciò massimizzano i propri benefici privati, trascurando o collettivizzando i costi; è ciò che Garret Hardin ha descritto con l’espressione “tragedia dei beni comuni”. La soluzione alla tragedia dei commons, prima del contributo della Ostrom e dei suoi studi, era quella di privatizzare le risorse o, in una prospettiva simmetrica, definire un Leviatano per una loro gestione statale.

 

La Ostrom ha invece dimostrato che all’interno delle comunità possono emergere dal basso regole e istituzioni di non-mercato e neppure riconducibili al governo, in grado di assicurare una gestione efficiente dal punto di vista economico di tali risorse. La Ostrom riporta esempi delle terre comuni nei villaggi giapponesi di Hirano e Nagaike in Giappone, il meccanismo di irrigazione huerta tra Valencia, Murcia e Alicante in Spagna, la comunità di irrigazione zanjera nelle Filippine.

 

Come ha messo in evidenza l’economista Massimiliano Vatiero, partendo dai contributi teorici di Ronald Coase, di Douglass North e di Oliver Williamson, la Ostrom isola i caratteri principali degli auto-governo locali. Una prima condizione istituzionale alla base del successo di questi meccanismi è la chiarezza del diritto. Le regole oltre a essere chiare, devono essere condivise dalla comunità. Per questo un elemento essenziale dell’auto-governo è la definizione di metodi di decisione democratica, tali da coinvolgere tutti i fruitori della risorsa. Inoltre, i meccanismi di risoluzione dei conflitti devono avere ambiti locali e pubblici, in maniera tale da essere accessibili a tutti i soggetti di una comunità. Accanto a meccanismi di sanzioni progressive, si prevede che si instauri un controllo reciproco tra gli stessi fruitori della risorsa. Ciò ha un duplice effetto: primo, chi è interessato a una gestione corretta della risorsa è anche interessato a svolgere un controllo sulla medesima; secondo, i fruitori sono i soggetti che hanno le maggiori informazioni su come la risorsa possa essere utilizzata in maniera inappropriata dagli altri. Dunque, le regole oltre a essere chiare, condivise e rese effettive da tutti i fruitori, non devono contrastare con livelli superiori di governo.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-131/plurarchia-br-e-auto-governo-br-delle-risorse-comuni.html

Giuseppe Notarstefano intervistato da Famiglia Cristiana: «Ripartiamo insieme e con le periferie».

Il neo-presidente dell’Azione Cattolica fa il punto sullo stato di salute della più antica realtà associativa ecclesiale e traccia le linee dell’impegno futuro alla luce dei risultati dell’ultimo congresso. Il testo è ripreso dal sito dell’Azione Cattolica.

 

 

In questi giorni i media nazionali e locali hanno dato risalto alla nomina del nuovo presidente di Ac, Giuseppe Notarstefano e agli impegni prossimi e futuri dell’associazione. Tra gli altri, ne hanno parlato Radio Vaticana, RadioinBlu, Avvenire, Sir, Rai Sicilia, La Repubblica Sicilia e oggi un’ampia intervista a Famiglia Cristiana che vi proponiamo integralmente.

«Aiutiamo chi stenta ad abbracciare dei valori, nuovi poveri ed emarginati, carcerati. In primo luogo, io, siciliano, mi affido a Livatino e Padre Puglisi»: così Notarstefano in un passaggio dell’intervista che tocca diversi temi di attualità sia ecclesiali che sociali.

 

 

«Un’associazione resiliente, giovane e sinodale». Giuseppe Notarstefano prende in mano un’Azione cattolica vivace, forte dei suoi quasi 270 mila iscritti e con una capacità rafforzata di intercettare e rispondere alle domande e ai bisogni del nostro tempo. Lo fa, palermitano vissuto a Canicattì, «affidando le mie preghiere, non lo nascondo, a Rosario Livatino. Sono particolarmente legato al giudice ucciso dalla mafia e ho vissuto con gratitudine spirituale il fatto che la mia nomina sia avvenuta poco dopo la sua beatificazione». Bocconiano, ricercatore di Statistica economica e attualmente professore alla Lumsa di Palermo, dopo aver insegnato in vari corsi in università italiane e straniere, ricorda l’impegno dell’associazione per la legalità, come «questione che ci tocca nel profondo perché la necessità e il bisogno di giustizia sono sempre un atto di carità».

 

In che senso?

 

«Ricordo i tanti soci che, dal Veneto alla Lombardia, all’Emilia Romagna, sono venuti in Sicilia, nella terra di Rosario Livatino e padre Pino Puglisi, per le attività estive, quelle che chiamiamo campi scuola, quasi per riconoscere il valore di alcune testimonianze e, nello stesso tempo, per dire l’importanza che abbiamo nell’educare ai temi della giustizia e della legalità, e a essere realtà che opera per il bene di tutti. Lo dice papa Francesco nella Laudato si’, quando parla di bene comune, in termini di giustizia; c’è se raggiunge i più fragili, i più vulnerabili, se genera inclusione e coesione sociale».

 

E invece cresce la disuguaglianza?

 

«Cambiano tante cose, lo abbiamo visto in questo tempo, ma rimane un profondo bisogno di giustizia soprattutto quando c’è un dato sociale così drammatico come le disuguaglianze a tutti i livelli: sociali, nella scuola – dal digital divide al fenomeno della dispersione scolastica –, nel mondo del lavoro tra uomini e donne… In questo contesto il tema della giustizia dovrebbe essere obiettivo della politica ma, prima ancora deve essere un punto fermo nell’educazione».

 

Azione cattolica e pandemia…

 

«È stata capace di fare di questo tempo una opportunità di trasformazione. È riuscita, anche attraverso le nuove piattaforme, a dare continuità alla sua vita. Certo i piccoli e i più giovani hanno sofferto ed erano stanchi perché avevano già la scuola in dad e, quindi, la proposta associativa in piattaforma è stata un ulteriore richiesta di sforzo. Gli anziani sono riusciti a fare un grande upgrade tecnologico, spesso aiutati dai nipoti. C’è stata forte consapevolezza che la sfida non riguarda solo noi. E che la ri-partenza significa che dobbiamo fare memoria di quello che abbiamo vissuto, anche dei dolori, dei drammi, e cercare di elaborare un percorso capace di rispondere alle esigenze di questo tempo».

 

Quali sono?

 

«Una questione importante per i giovani è tenere assieme la vita associativa, quella professionale e quella familiare. Questa fascia d’età è quella socialmente più colpita dalle crisi degli ultimi decenni. In molti sono stati costretti a spostarsi nei territori. E non solo per una giusta aspirazione, perché magari si decide di studiare a Milano perché c’è un corso attivo solo lì. Spesso questa mobilità è forzata e genera precarietà. Per noi è importante,

visto che l’associazione è presente da Lampedusa a Cortina D’Ampezzo, che le persone possano sempre sentirsi accolte e invitate a camminare insieme. Per fare questo ci vuole una rete capace di incontrare, andare a scovare le persone, ci vogliono responsabili attenti e ci vuole una spiritualità dell’accoglienza».

 

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https://azionecattolica.it/ripartiamo-insieme-e-con-le-periferie

Progettare la città dopo la pandemia

L’uomo, dice l’autore, deve tornare al centro della questione urbana “perché detentore della capacità di trasformare il luogo in identità”. L’originale del testo appare nella sezione che l’Università di Padova ha dedicato al dibattito sul futuro della città.

 

Muovendo dal concetto di città come sistema sociale globale e pertanto come realtà poliedrica e ricca di sfaccettature, nella sua dimensione spazio-temporale e ambientale, la città contemporanea appare in tutta la sua natura dinamica, e il suo essere città-flusso. Concepita come un accampamento sulle rive del tempo, attenta alla sua eredità storica, ma governata dal movimento, dalla trasformazione, dalla transitorietà. Nelle descrizioni dei sociologi, urbanisti, antropologi, etnologi ed economisti ricorrono termini come eterogeneità, frammento, discontinuità, disordine, caos (si vedano, ad esempio, fra gli altri, i lavori di Zygmunt Bauman, David Harvey, Allen J. Scott, Giandomenico Amendola e Guido Martinotti) e più recentemente di complessità (ad esempio: Bertuglia C.S. e Vaio F., Non linearità caos e complessità, 2003; Complessità e modelli, 2011; Il fenomeno urbano e la complessità, 2019, Bollati Boringhieri, Torino; Ceruti M. e Bellusci F., Abitare la complessità. La sfida di un destino comune, Mimesis, Sesto S. Giovanni, 2020).

 

Certamente le città sono soggette a un continuo processo di trasformazione. I centri delle città declinano oppure cambiano nella loro forma e nelle loro funzioni; sorgono nuovi business districts; immigrati di varia provenienza si raggruppano e si mescolano tra loro; gruppi etnici e razziali vengono segregati in ghetti e ‘slum’; si vengono a formare nuove enclave culturali, mentre quelle vecchie scompaiono. Le divisioni spaziali di per sé non sono nulla di nuovo, ma non sono affatto stabili nelle loro cause, nella loro apparenza, nella loro scala, nei loro effetti (Marcuse P. e Kempen van R., eds., Globalizing Cities. A new spatial order?, Blackwell, 2000).

 

Negli anni Ottanta appare ormai concluso il periodo delle grandi espansioni, delle previsioni di ampliamento territoriale della pianificazione urbana, dell’aumento demografico e della previsione delle città satelliti. Inizia il momento in cui la città comincia nuovamente a guardare al suo interno, cercando spazi fisici dimenticati da riutilizzare, riqualificare e trasformare.

 

Dagli anni Novanta importanti cambiamenti di ordine geopolitico, tecnologico e sociale hanno ridefinito il ruolo della città europea che non può più essere letta come “spazio chiuso”, inscritto in ambiti nazionali “bloccati”. In questo periodo l’incremento della libera circolazione delle persone e delle merci ha fatto registrare un aumento esponenziale degli scambi, un trend in continua crescita; la città cerca, così, la sua collocazione all’interno di una nuova geografia, quella dell’Unione Europea.

 

Negli ultimi anni si porta a calibrare ulteriormente il punto di osservazione, ponendo diverse e più complesse questioni che anticipano o sostituiscono del tutto il disegno della città, il suo progetto.

 

Ma lo spostamento del piano delle indagini e della ricerca dei nuovi sistemi di relazioni e modelli di organizzazione sociale in grado di ridefinire la struttura delle città (così come quella degli Stati e delle regioni), toccando «tutti i rami dell’organizzazione sociale, dalla produzione al marketing, dal tempo libero alla politica, per estendersi fino a nuove forme di controllo e sorveglianza» (Castells M., Galassia internet, Feltrinelli 2002), non mette in crisi la centralità dello spazio nel sistema città.

 

Attorno allo spazio, da intendersi come luogo, si formano le identità collettive. Lo spazio urbano diventa un caleidoscopio ove decifrare le tendenze e gli scenari nuovi o post che convivono, con intensità e modalità variabili, con la città “moderno-tradizionale”.

 

La progettazione dello spazio urbano non può fare a meno di partire dall’uomo che lo frequenterà e che riconoscerà in esso un ruolo autorevole e rappresentativo. L’uomo, dunque, deve tornare al centro della questione urbana perché detentore della capacità di trasformare il luogo in identità.

 

Il sistema urbano con i suoi luoghi, ha via via visto accrescere, da un lato, la tendenza a una dilatazione della città in un territorio più ampio e complesso, favorita anche dall’efficienza delle connessioni fisiche o virtuali, e, dall’altro, l’uso di approcci bottom-up con processi di progettazione partecipata in grado di coinvolgere attivamente i vari attori e i portatori di interesse in contesti locali, puntuali e specifici.

 

Un assunto su cui sociologi urbani e geografi sembrano concordare è la progressiva rottura del tradizionale vincolo di dipendenza centro-periferia e la sua sostituzione col nesso globale-locale (Perulli P., a cura di, Globale/locale, il contributo delle scienze sociali, Franco Angeli, 1993-2001).

In questo caso è indubbio che il tema delle connessioni (fisiche e non) e della mobilità, entra a far parte del gioco divenendo partner essenziale nel “funzionamento” della città nella sua complessità. Il delicato equilibrio città-territorio si misura con questioni come mobilità, trasporti, connessioni, velocità, scambio di informazioni, in una dialettica tra spazio e tempo.

 

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https://ilbolive.unipd.it/it/news/progettare-citta-dopo-pandemia

Difendiamo i lavoratori ma dentro una politica capace di creare lavoro

Se permane il convincimento che basti la pura tutela dell’occupazione, l’economia reale finisce per restringersi in una logica di sopravvivenza, senza sviluppo e senza lavoro.

Nella nostra vita quotidiana ogni volta che si ferisce la dignità del lavoratore, la garanzia della sua incolumità, la perdita dello stesso posto di lavoro, per ciascuno di noi è istintivo invocare il primo articolo della nostra Costituzione, come a dire che c’è sfasatura tra le solenni affermazioni e la realtà: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.  

Ci fu una lunga discussione tra i costituenti sulla importanza di assegnare nella Costituzione al lavoro un valore costitutivo per la Repubblica: al lavoro nel senso di energia collettiva prodotta dall’impegno e dall’ingegno di lavoratori ed imprenditori in grado di assicurare redistribuzione della ricchezza in parte equa, secondo impegno, rischio, responsabilità. Ci furono opposizioni a questa ipotesi, ma prevalse grazie a coloro che si ispiravano alla dottrina sociale della Chiesa e a ‘laici’ legati alla cultura dell’umanesimo. 

Insomma la Repubblica deve fondarsi sul lavoro in quanto base essenziale per garantire benessere economico e sociale, ma anche come ancoraggio morale e fondamento di responsabilità: attraverso il lavoro le persone si realizzano personalmente nella relazione con gli altri che vi partecipano, così creando vincoli di responsabilità che ricadono positivamente sulla comunità e sulla personale esperienza di maturità. In questi giorni si parla molto delle nuove occasioni di lavoro che potremo generare grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e giustamente si sottolinea che da questo piano può originare la ripresa economica italiana, come per i giovani occasioni qualificate di impegno lavorativo, di accelerazione verso la modernità. 

Infatti l’impiego di ben circa 200 miliardi di Euro per gli obiettivi della transizione energetica, adeguamento alla cultura ed operatività digitale, infrastrutturazione trasportistica, e sviluppo dei presidi della prevenzione di sanità, possono ben corrispondere agli obiettivi indicati e tanto necessari al Paese. Ma per ottenere questo risultato, non solo occorre accompagnare al ‘Piano’ riforme della pubblica amministrazione, della giustizia civile ed amministrativa, del fisco e del lavoro, senza le quali si rischia di insabbiare gli ingranaggi della operazione, ma bisogna anche riportare le ruote del treno nei binari dello spirito che animò i costituenti nel fondare la Repubblica sul lavoro. 

Non credo possano coesistere nello stesso paese, e senza conseguenze, un piano per impegnare i giovani in vista di una economia virtuosa e politiche assistenziali senza finalità correlate all’impegno lavorativo, tanto da premiare l’opportunismo. Il tema non riguarda soltanto lo spreco di decine di miliardi finora utilizzati, che potevano essere impiegati in attività economiche remunerative o in attività di riqualificazione professionale tanto essenziali per rimuovere la condizione mortificante della coesistenza di tanti disoccupati e nel contempo di richieste di professionalità non rintracciabili nel mercato del lavoro; ma riguarda anche la necessità di percezione di un clima culturale orientato alla responsabilità e alla ricerca della efficienza. 

I momenti di svolta sono davvero tali quando nella realtà sociale ogni aspetto è coerente con ogni altro elemento che concorre a centrare l’obiettivo. L’altra sera, partecipando ad un seminario sul lavoro e le delle occasioni di sviluppo che si possono cogliere, confesso di essere stato molto a disagio nell’aver ascoltato le conclusioni, che sostanzialmente si sono sviluppate nel seguente modo: i sussidi salariali sono un risarcimento dovuto alla riduzione del lavoro per l’avanzamento delle tecnologie. Ed invece noi dovremmo dire che si dovrebbero risarcire i contribuenti che pagano i sussidi pubblici con politiche di sostegni alle persone alle quali però spetta almeno impegnarsi a rafforzare la loro professionalità per accelerare la transizione dai vecchi lavori a quelli nuovi o a prestare la loro opera in attività di interesse pubblico, sicché in un modo o nell’altro la società ne abbia un beneficio.  

Dunque i principi costituzionali si fanno vivere non di ‘ritirate’ culturali risarcitorie, ma di pretesa continua e rigorosa della valorizzazione dei talenti posseduti e da sviluppare dei lavoratori, nel loro personale interesse e nell’interesse di tutti. Ed a tale proposito, anche la annosa vicenda della sacrosanta necessità di frenare i licenziamenti in questa epoca di pandemia, se non accompagnata da una robusta attività di riqualificazione in un epoca di grandi cambiamenti d’impiego di nuove tecnologie e di richieste di nuove professionalità, potrà solo esporci a ritardi insostenibili per la stabilità dei posti di lavoro e la stabilità della economia.

Papa Francesco libera la Chiesa dall’ideologia teocon e la riporta all’evangelizzazione e alla promozione umana. Intervista a Massimo Borghesi.

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’intervista curata da Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Una delle ragioni della crisi profonda che attraversa la Chiesa cattolica è l’essersi fatta strumentalizzare dall’ideologia “teocon”, e aver assunto posizioni dure e conflittuali sia all’esterno che al suo interno.

Nel libro “Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo” (Jaca Book, 2021) il prof. Massimo Borghesi spiega in dettaglio come, dopo il 2001, l’ideologia teocon sia riuscita a prevalere. Con la conseguenza di stravolgere il cristianesimo che, da missionario e aperto al dialogo, è diventato identitario e conflittuale; da sociale e accogliente, ha assunto una funzione efficientista e burocratica; da portatore di pace, si è fatto bellicoso e sostenitore del conflitto di civiltà; da fraterno e universalista, ha ceduto al pensiero unico basato su ideologie primatiste, occidentali e neocolonialiste.

In 272 pagine il prof. Borghesi spiega molto bene, con vastità e profondità di argomentazioni, come, con l’arrivo di Papa Francesco, la Chiesa abbia ripreso il cammino indicato da Paolo VI con l’Esortazione apostolica “Evangelii nuntiandi”: cioè evangelizzazione e promozione umana.

Per conoscere meglio le ragioni di quanto sta accadendo all’interno e all’esterno della Chiesa cattolica, per comprendere quali sono le motivazioni che alimentano lo scontro fra teocon e Papa Francesco, “Orbisphera” ha intervistato il prof. Massimo Borghesi.

Intellettuale di vasta esperienza e spessore, Massimo Borghesi è Professore ordinario di Filosofia morale presso il Dipartimento Filosofia Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell’Università di Perugia. Tra le sue più recenti pubblicazioni, ha avuto molto successo il libro edito in più lingue “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale” (Jaca Book, 2017).

Nel libro “Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo” lei sostiene che, dopo l’11 settembre, la corrente “neoconservative” americana ha prodotto una vera e propria metamorfosi del cattolicesimo che, da missionario e aperto al dialogo, è diventato identitario e conflittuale. Una corrente che Lucio Brunelli ha definito dei “cristianisti”. Può spiegarci quali sono i fondamenti dell’ideologia teocon e perché si è rivelata un dramma per la Chiesa cattolica?

L’11 settembre 2001 ha provocato un sensibile cambiamento negli scenari politici e religiosi del mondo. L’abbattimento islamista delle Torri gemelle a New York ha inaugurato l’era della “teopolitica”, dello scontro teologico-politico tra l’Occidente e il cosiddetto “Asse del male”.

I “neocon” cattolici, i cui inizi datano agli anni ‘80 segnati dalla presidenza Reagan, diventano i “teocon”, fautori dello scontro guerriero contro l’eterno avversario, l’Islam, individuato nell’Iraq di Saddam Hussein.

In realtà gli avversari sono due: il relativismo etico dominante in Occidente ed il fondamentalismo islamista. Questi due obiettivi, per i teocon, polarizzano tutta l’azione dei cristiani nel mondo. Donde una impostazione fortemente “eticista”, contrassegnata dalle “cultural wars” contro la cultura libertaria.

Un’impostazione che trascura le due dimensioni che, per il Paolo VI della “Evangelii nuntiandi”, costituivano i poli della presenza cristiana nella storia: evangelizzazione e promozione umana.

I “neoconservative” cattolici, guidati da intellettuali come Michael Novak, Richard Neuhaus, George Weigel, Robert Sirico, svolgono in questo un ruolo fondamentale nella Chiesa americana. Contribuiscono ad orientare i cattolici delusi dal progressismo del Partito democratico verso le posizioni del Partito repubblicano, patrocinando un’adesione totale al modello capitalistico e all’ethos calvinista ad esso soggiacente.

Il risultato è che il cristianesimo, da missionario e aperto al dialogo, diventa identitario e conflittuale, da sociale diventa efficientista e burocratico, da pacifico si fa bellicoso, da cattolico e universalista diviene occidentalista.

Può aiutarci a capire che cosa intende Papa Francesco quando dice che la Chiesa deve essere “ospedale da campo” e perché questa visione è alternativa al progetto teocon?

La diversità con la prospettiva teocon emerge netta con la “Evangelii gaudium”, l’Esortazione apostolica che già nel titolo riprende la “Evangelii nuntiandi” di Paolo VI. Il Papa antepone il kerygma, l’annuncio cristiano, alle battaglie etiche.

In un mondo secolarizzato, che non ha più memoria dei fondamenti della fede, la testimonianza di Cristo precede le sue conseguenze morali. Queste ultime sono importanti, ma non possono capitalizzare per intero la presenza cristiana. Esse, inoltre, richiedono di essere allargate. Il cattolico “pro-life” negli Usa è spesso favorevole alla pena di morte e all’industria delle armi, così come è ostile alle politiche di tutela dell’ambiente.

Il Papa chiede di allargare l’ambito di tutela della “fragilità”: dalla vita non ancora nata, ai poveri, agli anziani, ai portatori di handicap, ai malati incurabili. La (giusta) lotta contro l’aborto deve servire da modello per la difesa della debolezza in ogni sua espressione. In questa difesa si misura il valore di un’autentica democrazia, il suo grado di civiltà.

La Chiesa si afferma qui come “ospedale da campo”. E questo non solo in senso sociale, ma anche in senso spirituale. Nel mondo secolarizzato il male può essere riconosciuto, portato, sopportato, solo se la Misericordia precede il giudizio. Questo è quanto la deriva “eticistica” non comprende. Le battaglie etiche hanno un loro senso sul terreno politico, arginano la deriva individualistica del mondo liquido. Non cambiano, però, il cuore degli uomini.

L’ospedale da campo non indica una “Chiesa onlus” bensì un cattolicesimo missionario e sociale, nel quale la tenerezza di Dio ha il volto del padre che accoglie il figliol prodigo.

Tra gli argomenti più controversi su cui si fonda la frattura fra teocon e Papa Francesco c’è la dottrina sociale. Per i teocon il modello liberal-capitalistico costituisce il migliore dei mondi possibili. Qui la distanza con il Papa appare profonda…

Sì, il contrasto è sensibile. I teocon cattolici negli Usa sono riusciti, nel ventennio che occupa gli anni ‘90 e la prima decade del nuovo millennio, ad imporre una lettura unilaterale della dottrina sociale della Chiesa. Ci sono riusciti grazie alla interpretazione che Novak, Neuhaus, Weigel hanno offerto dell’Enciclica “Centesimus annus” di Giovanni Paolo II. Secondo la loro lettura, il Papa avrebbe innovato profondamente la dottrina sociale legittimando, per la prima volta, il modello capitalistico ed operando un “break” con la dottrina sociale a lui precedente.

Si tratta di una interpretazione palesemente forzata che va chiaramente contro il testo papale, il quale, al contrario, usa a più riprese toni fortemente critici verso il capitalismo vincitore del comunismo. Passi ignorati dagli interpreti teocon, i quali riescono comunque nel loro intento: Giovanni Paolo II diviene, nella vulgata mediatica nordamericana, il pontefice che ha sdoganato il sistema economico occidentale ed aperto le porte al “cattocapitalismo”.

Da qui la dura reazione verso Francesco, il Papa “sudamericano” accusato di populismo-peronismo-filomarxismo, proprio perché riporterebbe la dottrina sociale della Chiesa a Paolo VI, alle posizioni precedenti alla “Centesimus annus”.

Come mostro nel mio volume, quella dei teocon è una lettura fortemente ideologica, strumentale, finalizzata a quella riconciliazione piena tra cattolicesimo ed ethos americano in cui consiste il cosiddetto “americanismo cattolico”.

Francesco manda in crisi questa prospettiva e ciò spiega le reazioni, durissime, che il suo pontificato ha suscitato e sta suscitando.

(www.orbisphera.org)

Non è più il tempo di slogan e demagogia

La politica appare risucchiata in un gioco tattico che non produce effetti positivi per il futuro del Paese

La politica italiana come un grande gioco di ruolo. Si fa tattica, si fanno lunghe discussioni su alleanze, federazioni di aree da conquistare e voti di consenso da stanare. È un gran movimento logistico, forse anche la politica, allora, farebbe bene ad affidarsi a vari “Figliuolo” che sicuramente le forze armate potrebbero fornire. 

La politica non era quell’arte di governare per dare ai cittadini ciò che è un loro diritto, nel rispetto dei doveri e soprattutto realizzare pienamente il dettato della nostra Carta costituzionale? Immagino che i nostri cittadini sarebbero sconcertati se un giorno, ascoltando, i vari Leaders, sentissero proporre soluzioni e iniziative a breve e medio termine che incidessero sulla loro vita quotidiana. Soluzioni concrete, decise e realizzate, toccate immediatamente con mano e che modificassero la vita quotidiana. 

Uno stato amico, una burocrazia che dica al cittadino: “Non preoccuparti, i tuoi problemi sono i miei problemi”. Un ambiente culturale e concreto che permetta ai giovani di fare valere le proprie capacità e le proprie competenze. Basta questuanti con la mano tesa a chiedere i favori da chi mantiene ben stretto e perpetua un potere di scelta a seconda della fedeltà feudataria. Questo è il vero aiuto alle nuove generazioni, e non l’obolo di turno. Una giustizia amministrata con celerità e senza la paura di cadere in un crogiuolo infernale che può distruggerti la vita. 

Una informazione seria e responsabile che non ammicca a questo o quel potere per partecipare al massacro politico. Insomma un capovolgimento delle coscienze e delle intelligenze in favore di un Paese che ormai è allo stremo e non ne può più di partite a scacchi per conquistare un po’ di consenso. Mi rivolgo ai vari leader, soffermatevi un secondo di più allo specchio e se avete anche solo il minimo dubbio di potere aiutare questo Paese con i suoi cittadini ad essere un Paese diverso, andatevene, un atto minimo di responsabilità e avreste la riconoscenza di tutta la comunità. E appello vale per tutte quelle persone che, occupando posti di responsabilità, possono aiutare il cambiamento. 

Non è più il tempo degli slogan, della demagogia, dell’alzare cortine fumogene nell’intento di ritardare la consapevolezza dei cittadini. Prendervi gioco di loro è pochezza umana oltre che viltà.

Renzi e le grandi manovre

Un certo affanno connota l’azione dei renziani mentre i sondaggi inchiodano il partito a percentuali modeste

La stagione delle grandi manovre è iniziata, soprattutto in casa renziana, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Il dopo Draghi sembra essere l’agenda politica degli attuali Partiti che lo sostengono, tutti proiettati su futuri nuovi scenari politici.

A condurre i giochi o, se si vuole, le trattative è il fido Ettore Rosato (presidente di Italia Viva) noto per la legge elettorale che porta il suo nome e che, di fatto, non ha fatto altro che continuare sul sistema delle liste bloccate senza possibilità di scelta da parte degli elettori.

Il prode renziano ha iniziato a girare l’Italia, nelle varie realtà regionali, a caccia di proseliti illustri per rafforzare un partitino che ad oggi, stando ai sondaggi, non raggiunge la soglia minima del tre per cento.

Ci sarà sicuramente tempo per rafforzarsi in vista delle politiche del 2023, ma come dice il famoso proverbio “chi ben comincia è a metà dell’opera” sembra riguardare soprattutto il piccolo stuolo renziano che sta affilando le armi in vista delle competizioni elettorali venture.

Il problema vero o, meglio, l’assillo dell’ex sindaco di Firenze è soprattutto quello di poter ereditare quell’elettorato moderato che fa capo a Silvio Berlusconi, tenuto conto che quest’ultimo, ormai, insieme al suo Partito è in caduta libera.

Ma principalmente anche in considerazione del fatto che PD e Movimento 5Stelle viaggiano a braccetto per una prossima alleanza politica di centrosinistra.

La scaltrezza del fiorentino è proprio quella (al di là delle dichiarazioni di intenti che negano alleanze con Salvini e con la Meloni) di poter far leva su tutto un elettorato moderato per porsi alla guida di un nuovo centrodestra e di contendere la leadership del Governo e del Paese al duo Letta-Conte.

Sul piano della strategia politica il progetto renziano è senza dubbio lungimirante, aggressivo e, se ben calibrato, vincente in termini immediati. Ma occorre confrontarsi e tener presente tutta una serie di problemi che ad oggi appaiono insormontabili. Ad iniziare dalla politica populista di Salvini e di Meloni, rispetto alla quale una forza politica moderata non solo dovrà fare i conti, ma soprattutto dovrà attenuare e ridurre ai minimi termini in quanto totalmente al di fuori della propria posizione politica.

Certo è che Renzi, proprio perché consapevole di queste realtà difficilmente componibili, si sta muovendo in maniera utilitaristica, avendo contezza che in politica contano i numeri e poi le idee.

E allora il senso di queste grandi manovre che Ettore Rosato ha iniziato nelle varie regioni hanno il senso e l’obiettivo di convincere soprattutto chi ha cospicui pacchetti di voti che Italia Viva acquisterebbe in dote per contrastare efficacemente Lega e Fratelli d’Italia, ma che poi sarà in grado di ricambiare ai diretti interessati come nuova legittimazione per la propria carriera politica.

Il gioco, anche se appare efficace, è abbastanza antico e richiama alla mente vecchie consuetudini interne alla Democrazia cristiana.

La nota dolente di questo progetto politico è, probabilmente, che l’uomo politico di Firenze ancora non calcola che dopo questo Governo Draghi (complice soprattutto la pandemia) nulla sarà più come prima e buona parte di questa classe dirigente dovrà, come si suol dire, fare le valige e tornare a casa.

Viviamo in un mondo di virus  

Wuhan, China - East Asia, Corona virus, Pneumonia

Cosa ci racconta nel suo nuovo libro l’autore di Spillover, il bestseller sull’origine del Covid-19

David Quammen, l’autore di Spillover, il celeberrimo libro sull’origine della pandemia Covid 19, pubblicato negli USA nel 2012 nell’indifferenza generale e poi riscoperto e diventato il testo di riferimento per studiare le evidenze scientifiche del terribile “virus zoonotico”, ha completato il suo già documentato lavoro di ricerca con una pubblicazione recente, un volumetto di poche pagine edito dalla Adelphi (la stessa casa editrice di Spillover). Si intitola: “Perché non eravamo pronti”, che poi è la stessa locuzione usata dal sagace Prof. Arnaldo Benini, Emerito all’Università di Zurigo, come affermazione a spiegare che l’eziopatogenesi del Coronavirus è un pull di fattori convergenti e concomitanti, alla cui base stanno i comportamenti umani degli ultimi decenni, talmente inconsapevoli sulle conseguenze di certe azioni da diventare scellerati e nemici della natura, dell’equilibrio ecosistemico e della compatibilità ambientale di ciò che con troppa disinvoltura chiamiamo “progresso” (cfr. https://ildomaniditalia.eu/pandemia-covid-19-lumanita-impreparata-intervista-ad-arnaldo-benini/).

Spiegando di aver sentito parlare per la prima volta di SARS (severe acute respiratory syndrome) nel 2006 dal medico Alì Khan del National Center for Zoonotic Vector Borne and Enteric Discases (NCZVED), su casi verificatisi già nel 2003 nella Cina meridionale contagiando 8000 persone (di cui una su dieci era morta), Quammen la definisce “il proiettile che aveva sfiorato sibilando l’orecchio dell’umanità”, ma all’epoca non era stato stabilito un nesso con il coronavirus. Anni dopo Alì Khan, che aveva dedicato la sua professione allo studio delle malattie trasmissibili dagli animali, richiesto da Quammen di spiegare l’origine biologica del Covid 19, ritornò con il ricordo a quella strana polmonite atipica chiamata SARS ed affermò che la scienza aveva sbagliato nel sottovalutarla: “L’impreparazione era dovuta a mancanza di immaginazione”.

La descrizione delle modalità di contagio è impressionante: dagli hotel, alle stanze ospedaliere, alle sale di attesa, ai mezzi di trasporto, ovunque transitasse qualcuno (definito ‘super-diffusore’) che era stato a contatto con ambienti o persone affette da SARS. Il 12 marzo 2003 l’OMS diramò un allerta mondiale per quella forma di polmonite atipica. Furono adottate le misure di contenimento e cura che conosciamo: quarantena, isolamento, intubazione nei casi gravi. Dopo la SARS in Corea nel 2015 si diffuse un virus non conosciuto, denominato MERS: l’intuizione era la stessa maturata per la SARS, cioè la diffusione per zoogenesi dai cammelli e dai pipistrelli all’uomo. Ma anch’essa sottostimata, nonostante numerosi studi monografici nei cui titoli compariva sempre la parola ‘pipistrello’: focolai di corona-virus diversi si accendevano ma non si diffuse una consapevolezza locale e mondiale dei pericoli incombenti.

Sottovalutazione, sottostima: questo fu l’approccio sbagliato, nonostante una documentata relazione scientifica del 2017 che metteva in guardia dal reiterarsi di forme diverse di zoonosi per coronavirus. Quammen cita le ricerche della dottoressa Zheng-Li-Shi, direttrice del laboratorio di virologia di Wuhan, che andò a caccia di pipistrelli nella grotte cinesi, raccogliendo campioni dei loro fluidi corporei fino a dimostrare che la stessa SARS era passata da questi animali all’uomo. La spiegazione era questa: le proteine spike (spina), per via di sporgenze nodose si legano ai recettori presenti sulle cellule di altri pipistrelli ma anche a quelli presenti nelle cellule dell’apparato respiratorio umano.

Arriviamo a Wuhan e alla parte di storia che conosciamo, con una precisazione che Quammen aggiunge: non ci fu passaggio diretto dal pipistrello all’uomo nel famoso mercato di Huanan (“nemmeno se l’avessero tagliato a dadini e mangiato come antipasto”) nei primi 27 casi isolati, bensì attraverso un “ospite intermedio”: un serpente, oppure un “pangolino” ovvero la civetta delle palme. Quammen propende per il pangolino, conosciuto in 8 specie – mentre ce ne sono 1400 nei pipistrelli- diffuso come alimento in Camerun, in Nigeria e nell’Asia, soprattutto Thailandia, Cina, Malesia, Vietnam. come ospite di transito del coronavirus nell’uomo e lo fa descrivendo questo animaletto squamoso (utilizzato dalla medicina cinese per la cheratina delle squame oltre che come cibo). Campioni di tessuti prelevati da pangolini morti avevano dimostrato la presenza al 99% di dati genomici da coronavirus del Tipo Sars-Cov-2.

Dagli studi di laboratorio a Wuhan era emerso che il coronavirus fosse stato “importato” in città prima ancora del suo transito dal famigerato mercato animale. La “mancanza di immaginazione” di cui aveva riferito anni prima Alì Khan viene da Quammen imputata più ai decisori politici che agli operatori sanitari. Alle origini del Coronavirus sta l’impreparazione dei governi nazionali, l’inerzia dell’OMS, l’assenza di drastiche misure preventive di isolamento e contenimento, a cominciare dagli USA: lo stesso Trump dichiarò : “Nessuno ne aveva idea”.

Il lavoro di incessante ricerca e documentazione di Quammen si arricchisce dunque di una nuova ipotesi circa la trasmissione da animale all’uomo del coronavirus: non più o non solo i pipistrelli ma più probabilmente un ospite intermedio come il pangolino. Resta il fatto che occorre gettare un fascio di luce che faccia auspicabilmente chiarezza sull’incipit della pandemia. A prescindere dall’ipotesi della fuga virale dal laboratorio o a quella inquietante del complotto.

L’alterazione dell’ecosistema per mano dell’uomo ha provocato mutazioni genetiche e transiti virali per zoogenesi: alla base di tutto sta la distruzione degli equilibri vitali del pianeta, la compatibilità uomo-ambiente superato il livello di guardia demografico, l’alimentazione selvaggia e primitiva in certe parti del mondo, insieme all’utilizzo degli animali per fini medicali o cosmetici. Civiltà totalmente diverse di cui si auspica l’integrazione senza avere una minima cognizione storica e fattuale delle differenze inconciliabili.

Poi c’è l’insipienza della politica: avvitata su se stessa e sorda ai richiami della scienza, bypassando la storia e le alleanze in nome di una geoeconomia basata sul profitto e gli interessi economici espansivi. Ne sappiamo qualcosa anche dalle nostre parti perché mentre in Cina esplodevano i focolai di nuovi e inesplorati coronavirus, il 23 marzo 2019 sottoscrivevamo il Memorandum della via della seta, che non è stato più sospeso o revocato. Ignorando il protocollo d’intesa siglato il 28 aprile successivo dai rispettivi governi per il controllo frontaliero dei transiti commerciali dalla Cina all’Italia. Ma in questo gigantesco caravanserraglio ci sono responsabilità enormi che hanno investito il pianeta e impongono un ripensamento a 360°. Lo stesso Quammen conclude il suo nuovo libro con queste parole: “Occorre risolvere il problema alle origini, sono necessarie altre ricerche sul campo, altre campionature di animali selvatici, altri esami sui genomi. Una maggiore consapevolezza del fatto che le infezioni animali possono diventare infezioni umane, perché gli esseri umani sono animali. Viviamo in un mondo di virus e a malapena abbiamo iniziato a comprendere questo”.

Sono trascorsi 40 anni dalla tragedia di Vermicino. Gli italiani non l’hanno dimenticata.

 La nazione, davanti alla televisione, seguì l’agonia del piccolo Alfredo Rampi. La vicenda del ”pozzo maledetto” cominciò alle 19 del 10 giugno 1981. Un cronista dell’epoca ricorda, in questa breve ma densa nota, l’emozione e lo smarrimento di quei lunghissimi tre giorni.

 

 

Ricordo un’alba fredda al termine della tragedia di Vermicino. Noi cronisti distrutti dopo tre giorni trascorsi al caldo e al freddo della notte nell’attesa (vana) di dare una notizia di vita tra i filari dei vigneti sulle coste dei Colli Albani. Noi con il taccuino e la biro contro la diretta tv; uno degli ultimi atti della grande cronaca.

 

Indugiavo (e non ero il solo) tra ciò che restava della scena della tragedia di Alfredino Rampi; faticavo a staccarmi da quel pozzo attorno al quale avevo trascorso giorni e notti e da lì alla casa dei vignaioli da dove avevo dettato i pezzi e mangiato qualcosa. Un senso di vuoto; per la prima volta, infatti, avvertivo l’inutilità della mia fatica.

 

Mentre mi allontanavo con in testa le parole scambiate tra Nando e Alfredino, quelle della madre in un dialogo finito nel silenzio della morte, cominciavo a rendermi conto dell’inutilità di quel grande lavoro di emozione, di scrittura, di memoria. Tutti avevano già saputo ogni cosa dalla diretta tv e adesso dormivano ed io mi chiedevo che avrei potuto scrivere ancora. Ma erano le ore morte dell’informazione e, dunque, pure questo pensiero non serviva. Anche le ribattute erano andate in stampa.

 

La pietà civile si era già consumata e la sentivo a canto come una candela agli ultimi bagliori.

 

Quella storia raccontata ai dimafonisti in fretta e furia è rimasta sull’anima e da allora non se ne è più andata via. Prima c’era stato il terremoto del Sud in Irpinia, nel Sannio e nella Basilicata; poi l’attentato al Papa: gli ultimi bagliori della grande cronaca. Ed io li avevo vissuti tutti fino alla storia di questo bambino infreddolito e addormentato per sempre nel pozzo dove era caduto. E non potevo staccare il mio pensiero da lui in quell’alba fredda e ormai solitaria nel silenzio delle coste dei colli in quel mattino mai così tristi.

 

(Dalla pagina facebook dell’autore)

Il Pnrr determinerà una ripresa dello sviluppo?

Per il rilancio è essenziale il contributo di tutti i suoi territori e l’utilizzo di tutte le risorse disponibili. L’articolo, qui riportato in stralcio, è stato pubblicato sulla newsletter de “Il Mulino”.

 

 

Riuscirà il Piano di rilancio (Pnrr) a determinare una ripresa del processo di sviluppo nel Mezzogiorno, e in generale nelle regioni (anche dell’Italia centrale) che nell’ultimo ventennio hanno avuto maggiori difficoltà? La domanda è cruciale: per il rilancio dell’intera Italia è essenziale il contributo di tutti i suoi territori, l’utilizzo di tutte le risorse disponibili; fenomeni di crescita nelle aree più forti non si diffondono spontaneamente e non sono sufficienti a garantire all’intero Paese un futuro diverso dal triste inizio del XXI secolo che abbiamo sinora sperimentato. Al momento, l’unica risposta possibile a questa fondamentale domanda è: forse.

 

Per capirlo è bene ricordare, in generale, che la discussione intorno al Piano di rilancio è piuttosto modesta. Circostanza molto negativa, alla luce tanto della sua importanza quanto del fatto, come si dirà in conclusione, che le modalità del suo processo di attuazione saranno decisive per determinarne gli effetti. Ancor più, del fatto che il governo Draghi ha lavorato al Piano senza alcun confronto con l’esterno. Il Parlamento ha discusso per due mesi e mezzo sul testo inviato dal governo Conte e poi si è trovato a dover approvare la versione finale in poche ore, senza avere neanche il tempo di leggerla; il governo ha poi inviato a Bruxelles una versione ancora lievemente modificata rispetto a quella trasmessa alle Camere, corredata con un’appendice documentale tanto vasta (oltre duemila pagine) quanto complessa e disomogenea, sostanzialmente illeggibile.

 

Le forze economico-sociali e le ricche e attente rappresentanze associative (fra le altre, particolarmente attivo il Forum Disuguaglianze e Diversità, che aveva predisposto un articolato documento) sono state ignorate, con una sensibile differenza con ciò che è avvenuto in altri Paesi, a cominciare dal Portogallo. Forte della sua vastissima maggioranza parlamentare, il governo sta ora procedendo ai primi interventi attuativi. Sembra prevalere, nella discussione pubblica, una totale delega all’esecutivo, un’aprioristica fiducia nelle sue capacità tecniche. Una retorica del rilancio grazie alle «mani giuste». Un clima non positivo: come si proverà ad argomentare, la migliore attuazione, i più positivi impatti del Piano potranno venire da una sua continua e attenta discussione, da una attuazione trasparente e partecipata, da una profonda condivisione non di un generico «ce la faremo» ma degli specifici obiettivi delle missioni.

 

Il Pnrr, a una prima analisi d’insieme, appare un documento che contiene moltissimi interventi assai utili e condivisibili, e che certamente produrranno effetti positivi; tuttavia essi paiono mirare più a una modernizzazione dell’Italia che a una sua trasformazione e alla rimozione dei vincoli strutturali alla sua crescita; ispirato a una grande fiducia, una volta compiuta questa modernizzazione, nella capacità delle forze di mercato di determinare uno strutturale aumento della produttività e dell’occupazione. In quali aspetti il Mezzogiorno del 2026 grazie al Pnrr sarà diverso da quello attuale e dunque in grado di procedere assai più speditamente sulla via dello sviluppo? Impossibile avere una risposta in termini precisi e non solo generici dal Piano. Molti interventi del Pnrr saranno certamente utili per il Sud: ma saranno in grado di trasformarlo e rilanciarne lo sviluppo?

 

Si confida molto sulla dimensione quantitativa degli interventi: il Piano alloca nell’insieme circa 82 miliardi al Sud. Una cifra cospicua, specie in confronto alle tendenze degli ultimi anni (per quanto assai inferiore a quella che sarebbe scaturita applicando i criteri europei di riparto fra Paesi al riparto interno fra territori). La ministra Carfagna è molto fiduciosa che ciò produrrà un forte aumento della crescita; anche perché queste risorse si sommeranno agli altri interventi, europei e nazionali, per la coesione territoriale. Considerazione giusta; eppure soggetta nell’insieme alle sensibili e non banali criticità che li hanno caratterizzati negli ultimi due decenni (cui sono dedicati un paio di capitoli analitici di un recente volume) e che occorre vengano corrette da un forte indirizzo politico: come dimenticare il grande definanziamento del Fondo sviluppo e coesione 2007-2013, per circa 20 miliardi, operato nel 2008-2010 dal ministro Tremonti, o la circostanza che solo nel 2018 fu avviata dal governo Gentiloni la primissima programmazione dei fondi 2014-2020, dopo l’inazione dell’esecutivo precedente? Alla luce di quegli eventi, delle trasformazioni indotte dal Covid-19 e della stessa esistenza del Pnrr appare ad esempio cruciale che i Fondi strutturali 2021-2027 siano programmati con obiettivi e modalità completamente diversi da quelli del passato (ad esempio riguardo alla frammentazione degli interventi, anche alla luce delle caratteristiche del Pnrr di cui si dirà fra un attimo): ma sul tema non vi è alcuna discussione.

 

Ma quelli del Pnrr sono tutti investimenti nuovi, aggiuntivi? Anche a questa cruciale domanda non vi è precisa risposta. Nel Piano, come si legge a pagina 247, sono infatti inclusi 69,1 miliardi di «progetti esistenti» per i quali vengono attivati prestiti Ue: ma non è nota (a differenza di quanto parzialmente avveniva nel testo approvato dal governo Conte: si veda ad es. la p. 22) la loro composizione. Quanti degli 82 miliardi rifinanziano al Sud progetti già finanziati? Quest’informazione manca.

L’aspetto più significativo è che gli 82 miliardi sono un «totale in cerca di addendi». Non è infatti disponibile nel Pnrr, né è possibile ricavarla, una ricostruzione degli interventi inclusi in tale cifra. Lo stesso peso percentuale degli interventi nel Mezzogiorno nelle singole missioni indicato in un documento del ministero non è incluso nella versione trasmessa a Bruxelles. Questa circostanza è ancora più rilevante tenendo conto che il Piano si compone di ben 133 linee di investimento che si traducono, stando a una ricostruzione di Intesa-San Paolo, in 930 interventi. Il livello di approfondimento, ad esempio in chiave di allocazione territoriale, di ciascuno di essi è disomogeneo; e le appendici a ogni missione che danno conto dell’impatto sulle priorità trasversali del Piano, fra cui quella territoriale, sono assai generiche. Grazie anche allo splendido lavoro dei Servizi studi di Camera e Senato (che include l’analisi delle oltre duemila pagine aggiuntive di cui si è detto) è possibile verificare che solo in pochi casi sono individuati con precisione i progetti che si realizzeranno al Sud (ad esempio le Zone economiche speciali o alcuni interventi ferroviari oppure alcune misure nell’ambito scolastico). Mancando queste informazioni, mancano gli specifici target che il Piano mira a raggiungere nei diversi ambiti di intervento: quanti treni correranno al Sud nel 2026? Quanti bambini andranno all’asilo nido? E questo spiega l’impossibilità di ricostruire una «visione» più precisa del Sud al 2026 di cui si è detto.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/il-pnrr-determiner-una-ripresa-dello-sviluppo?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+1-10+giugno+%5B7887%5D

Nei sondaggi il partito di Giorgia Meloni sale ancora. Il centrodestra sfiora il 50%

Quanto alla maggioranza di governo, risale dopo alcune settimane di lieve flessione. È quanto emerge dalla Supermedia settimanale elaborata da YouTrend.

 

 

Fratelli d’Italia continua ad accrescere i suoi consensi stabilizzando il suo secondo posto e tallonando la Lega a poco più di due punti di distanza. Di conseguenza il centrodestra unito arriva a sfiorare il 50%. Si arresta la flessione del Pd, che recupera lo 0,1%, mentre il M5s registra un calo di mezzo punto. Quanto alla maggioranza di governo, risale dopo alcune settimane di lieve flessione. È quanto emerge dalla Supermedia settimanale elaborata da YouTrend per AGI. In dettaglio, il partito di Giorgia Meloni cresce di 0,3 punti, portandosi al 19,3%, mentre il Carroccio resta fermo al 21,5%. Il Pd si attesta al 18,8%. M5s lascia sul terreno mezzo punto, è al 16,4%. I giallorossi (Pd, M5s e Leu) nel complesso restano al 36,8%.

 

SUPERMEDIA LISTE

 

Lega 21,5 (=)

FDI 19,3 (+0,3)

PD 18,8 (+0,1)

M5S 16,4 (-0,5)

Forza Italia 7,2 (-0,2)

Azione 3,0 (-0,1)

Italia Viva 2,5 (+0,2)

Sinistra Italiana 2,1 (-0,2)

Verdi 1,8 (-0,1)

Art.1-MDP 1,7 (+0,1)

+Europa 1,6 (+0,1)

 

SUPERMEDIA AREE PARLAMENTO

 

Maggioranza Draghi 74,1 (+0,4) di cui:

– giallorossi (PD-M5S-MDP) 36,8 (-0,5)

– centrodestra (Lega-FI-Toti) 30,2 (+0,6)

– centro liberale 7,1 (+0,3)

Opposizione dx (FDI) 19,3 (+0,3)

Opposizione sx (SI) 2,1 (-0,2)

 

SUPERMEDIA COALIZIONI POL 18

 

Centrodestra 49,5 (+0,9)

Centrosinistra 25,8 (+0,2)

M5S 16,4 (-0,5)

LeU 3,8 (-0,1)

Altri 4,5 (-0,5)

 

NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (27 maggio).

NOTA: La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, realizzati dal 27 maggio al 9 giugno dagli istituti Demopolis, EMG, Euromedia, Ipsos, Noto, SWG e Tecnè. La ponderazione è stata effettuata il giorno 10 giugno sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

Acli: a Roma il Congresso nazionale dei giovani “Attori del presente, connessi all’oggi, costruttori del domani”

Riportiamo questa nota dell’Agenzia Sir considerando l’importanza di un evento che tocca comunque la vita di una storica associazione, ben radicata nel mondo del lavoro e nella vita ecclesiale italiana.

 

“Giovani: attori del presente, connessi all’oggi, costruttori del domani”. Questo il tema del Congresso nazionale dei Giovani delle Acli in programma, a Roma, nelle giornate di giovedì 10 e venerdì 11 giugno presso la sede nazionale dell’associazione. Il tema – spiega una nota – verrà “declinato in un documento contenente le tesi congressuali sviluppate intorno a 4 macrotemi: un lavoro degno, formare per dare valore, la ricchezza del bene comune, tutto è connesso”.
La due giorni congressuale si aprirà, domani, con l’espletamento di tutte le formalità e la votazione delle modifiche dello Statuto. Venerdì, invece, si svolgerà una sessione pubblica, a partire dalle 10.30, con la relazione congressuale del coordinatore nazionale dei Giovani, Giacomo Carta, i saluti istituzionali del presidente nazionale, Emiliano Manfredonia, e quelli dell’arcivescovo di Bologna, il card. Matteo Maria Zuppi. A seguire interverranno Maria Cristina Pisani (presidente del Consiglio nazionale dei Giovani), Daniel Zanda (Felsa Cisl), Alessandro Fortuna (Uil) e Paola Vacchina (presidente di Forma). Modererà la tavola rotonda Giulio Saputo, coordinatore dell’Assemblea del Consiglio nazionale dei Giovani. I lavori della sessione mattutina sono pubblici e potranno essere seguiti anche attraverso il canale YouTube delle Acli. La sessione pomeridiana invece sarà riservata ai delegati al congresso e si svolgerà a partire dalle alle 18.30 con il voto dei delegati su piattaforma online, per la scelta del nuovo coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli.

 

 

https://www.agensir.it/?post_type=post-type-take&p=904099

Marini, sindacalista e politico: un autentico protagonista della vita pubblica italiana.

Domani “il lupo marsicano” sarà ricordato in un convegno online che vedrà la partecipazione del Vescovo di Pinerolo

 

Venerdì 11 giugno alle 18 in diretta Facebook su @mondadori.pinerolo ci sarà la presentazione dell’ultimo libro di Giorgio Merlo, “Franco Marini, il Popolare”. Il libro, pubblicato da Edizioni lavoro, ripercorre il lungo magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale di un uomo che ha contribuito, con la sua azione concreta, a rafforzare e a consolidare la democrazia nel nostro paese.

 

Leader indiscusso dei Popolari e del filone culturale del cattolicesimo sociale, Marini è sempre stato un uomo coerente con le proprie radici culturali e sociali ed è stato, al contempo, un autorevole uomo delle istituzioni. Presidente del Senato, ha sfiorato nel 2013 l’elezione a Presidente della Repubblica e fu bocciato solo dai franchi tiratori del suo partito. Marini è stato collaboratore e amico di Carlo Donat-Cattin, il leader storico della sinistra sociale della Democrazia Cristiana.

 

Interverranno alla presentazione del libro Tom Dealessandri, già segretario provinciale Cisl di Torino, Gianfranco Morgando, Direttore della Fondazione Carlo Donat-Cattin, Mons. Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo. Modera: Luca Rolandi, Giornalista professionista. Il collegamento dell’incontro sarà a cura di Federico Depetris.

 

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo di seguito un breve stralcio del libro.

 

 

Al di là di ogni tentazione agiografica e fuori luogo, è del tutto evidente che Franco Marini è stato un sindacalista prima e un politico poi riconosciuto come un esponente corretto e coerente. Sempre. Ma, al di là dello stile personale e formale, c’è un aspetto che non può essere trascurato e che va evidenziato con forza. E cioè, Marini si è sempre contraddistinto per il suo modo d’essere nello scenario pubblico. Un tempo, per citare lo storico Pietro Scoppola, si parlava di “cultura del comportamento e cultura del progetto”.

 

Ecco, Franco Marini si è sempre caratterizzato nel suo impegno pubblico lungo questo binario che unisce la credibilità del comportamento personale con la lungimiranza di un disegno politico. Un binomio inscindibile cha ha fatto di Marini non solo un protagonista del suo tempo ma un esempio, non propagandato e mai sbandierato o ostentato, per molte generazioni che hanno creduto nell’impegno sociale e politico dei cattolici italiani. Marini, secondo la migliore tradizione popolare e cristiana, si è imposto nel dibattito pubblico, sindacale, sociale, politico ed istituzionale solo attraverso il suo impegno e la sua testimonianza concreta. Cioè con il suo ca- risma. Non c’è mai stata arroganza o presunzione nella sua azione concreta e politica come è, invece e al contrario, facilmente riscontrabile in molti leader della sinistra italiana – salottiera, vagamente moralistica e con una presunta “superiorità culturale ed intellettuale” – e alto borghese e anche in alcuni settori, peraltro minoritari, della stessa area cattolica.

Non ha mai distribuito pagelle e, soprattutto, è sempre stato un Popolare tra i Popolari. La conferma arriva non solo dal suo stile di vita ma dalla concreta militanza politica e sociale. Dove, è bene ricordarlo, non c’è mai stata chiusura pregiudiziale e preconcetta nei confronti di chicchessia. Nella sua concezione politica non c’era la tesi dei confini delimitati o dei fortini chiusi ed invalicabili. Come capita, ad esempio, nelle molteplici correnti del Pd contemporaneo. Marini, sia quando era al vertice del partito e sia quando era uno dei leader più influenti degli stessi partiti, non si è mai ispirato ad una dimensione elitaria ed aristocratica della politica.

 

Su questo versante la sua esperienza è stata simile a quella di Donat-Cattin dove uno degli elementi costanti era quello dell’apertura all’esterno e, soprattutto, di continuare a formare e a preparare una nuova classe dirigente. Una classe dirigente che non sempre, anzi quasi mai, è rimasta fedele negli anni alla sua vocazione originaria. Cioè all’interno di quei partiti dove c’era il leader che aveva contribuito a formarli e ad aiutarli nel concreto agone politico. Ma proprio questa azione di semina politica, culturale ed anche organizzativa ha contribuito a ritagliare quel ruolo di leader aperto e disinteressato che oltrepassava la stessa appartenenza di partito. Non a caso, Marini quando ha assunto, o stava per assumere, qualificati ed importanti ruoli istituzionali, la sua personalità è sempre stata descritta nello stesso modo. Sia da parte dei compagni di viaggio nei partiti di appartenenza e nel suo schieramento politico e sia da parte degli avversari. Un riconoscimento pubblico al profilo della persona e al suo modo originale di declinare nella società il suo impegno politico, sociale, culturale ed organizzativo. Un uomo, cioè, che univa e che non divideva. Un uomo di Stato, quindi. Uno statista.

 

Ecco perché Franco Marini non può avere eredi diretti ma, al contempo, lascia una grande e ricca eredità. Politica, culturale, sociale, istituzionale e umana. Spetta a coloro che si sono ricono- sciuti a lungo nel suo magistero e che ne hanno condiviso le bat- taglie, l’impeto e la coerenza con le quali le portava avanti, far sì che Franco Marini continui ad essere un punto di riferimento, au- torevole e qualificato, nella società contemporanea per il futuro della storia e della cultura del cattolicesimo popolare e del catto- licesimo sociale nel nostro paese. Perché, come diceva Donat-Cattin in un memorabile inter- vento a Saint-Vincent durante un convegno di Forze Nuove, “bisogna imparare una seconda volta il dialogo, il dialogo tra noi. Non chiudersi nella superbia di quelli che credono di essere i soli capaci. Non per avere. Per essere”. E Franco Marini era, appunto, uno di quelli che dialogava senza arroganza. Per riaffermare le sue ragioni e per contribuire a far crescere e consolidare il “bene comune”.

Il superamento del liberismo

 Oggi il modello economico capitalistico, insensibile all’esigenza di una maggiore giustizia sociale, mostra i caratteri di una crisi irreversibile

 

Nel momento in cui tutto sembra procedere verso un liberismo sfrenato ed antisociale, che fa dell’economia il motore di ogni attività politica e sociale, si riapre con forza il grande ruolo dei cattolici democratici nella nuova fase e del pensiero politico che ha accompagnato la nascita dello Stato democratico.

Scriveva Giovanni Galloni, nel marzo del 1994 sul primo numero di “Nuova Fase”: “Una politica che intenda realizzare i fini posti allo Stato dalla Costituzione non può essere che una politica sociale e non certamente di restaurazione del capitalismo puro a base individualista.”

Questo monito, ancor più valido oggi, dovrebbe costituire la base di partenza della riflessione e della nuova politica; perché oggi non è possibile continuare stancamente in una sorta di assopimento politico e culturale.

Infatti, è proprio nel sociale che possono essere colte tutte le ingiustizie e le contraddizioni insite nel sistema capitalistico puro.

Occorre procedere, finalmente, ad una seria riflessione culturale e politica, partendo dalla realtà economica che si è determinata a livello mondiale e che continua a determinarsi, con la creazione di sempre maggiori sacche di disoccupazione e di povertà.

Sono molti gli studiosi di questioni economiche a sostenere, in questi ultimi tempi, che il sistema economico a livello mondiale è vittima di una “crisi di sistema”.

Il che equivale a dire che il capitalismo puro è entrato in una crisi irreversibile.

Se il capitalismo, infatti, ha avuto buon gioco e si è affermato sempre più durante il secolo scorso, quando il mondo era diviso in due blocchi; oggi, lo stesso capitalismo è vittima della sua politica ormai satura che non consente più ulteriori sbocchi di allargamento del mercato e, conseguentemente, di profitto.

Le vicende economiche degli ultimi tempi testimoniano ampiamente questa crisi e mettono a nudo anche la continua crescita non solo della disoccupazione, ma anche di strati sociali che sino a qualche decennio fa godevano se non di uno stato di benessere massimo, comunque di un certo agio economico che permetteva loro di guardare positivamente al futuro.

Se alla metà degli anni ottanta la sinistra democristiana rifletteva sul dato di Peter Glotz della famosa “società dei due terzi”, con il terzo escluso ed emarginato dal sistema economico che, proprio per essere minoranza, non poteva in alcun modo far valere i propri diritti (dittatura della maggioranza); nella situazione attuale assistiamo ad un processo inverso, con una situazione completamente rovesciata. Sono i due terzi, cioè la maggioranza, a vivere in una situazione economica globale di difficoltà e di crisi (dittatura della minoranza).

Allora, se la nuova fase politica che si è aperta a livello mondiale con la caduta del muro di Berlino non viene ricondotta lungo una coraggiosa politica di riforme strutturali a livello economico, si rischia una terza guerra mondiale. Cioè, le condizioni sempre più indigenti della maggioranza della popolazione mondiale possono portare ad effetti devastanti, paragonabili ad una guerra mondiale.

Occorre, allora, riflettere sui limiti del sistema capitalistico. Una riflessione che non può non coinvolgere la stessa Chiesa ed il suo ruolo di guida spirituale e morale.

Questo vuol dire procedere verso quel principio teorizzato da Dossetti di una libertà finalizzata.

Perché una libertà che non abbia un fine sociale è una falsa libertà in quanto, oltre a non rendere liberi tutti gli individui, genera altresì diseguaglianze economiche che, di fatto, annullano qualsiasi libertà individuale.

Non sono pochi gli esempi di democrazie avanzate che stanno realizzando una sorta di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa insieme ai datori di lavoro.

Oggi più che mai è chiaro che, con la nuova fase che si è aperta, l’impresa diventa una società intermedia finalizzata a produrre un risultato di beni e servizi in funzione sociale.

Nell’età contemporanea, la situazione politica è completamente nuova e richiede idee innovative e strutture che ridiano preminenza ai cittadini. Non basta più, però, tornare al concetto di Stato democratico, occorre, invece, realizzare lo Stato sociale; ossia non solo il coinvolgimento dei popoli nella vita dello Stato, ma anche come reali fruitori della ricchezza prodotta.

Lo Stato sociale è lo Stato in cui tutti i cittadini, oltre a partecipare attivamente alla vita dello stesso (democratico), sono anche i destinatari finali della ricchezza prodotta, in funzione di quei principi di giustizia e di uguaglianza che stentano a realizzarsi nel Terzo Millennio per le resistenze, ormai vecchie, di un potere economico che rappresenta meno di un terzo della popolazione mondiale.

L’orizzonte spirituale della «Commedia». La Teologia di Dante

Riprendiamo dall’Osservatore Romano un ampio stralcio dell’articolo del cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura pubblicato integralmente sul numero di giugno di «Vita Pastorale», diretto da don Antonio Sciortino.

 

L’immagine è “folgorante”: la fede è una «favilla che si dilata in fiamma poi vivace, e come stella in cielo in me scintilla». Così Dante, nel Paradiso ( XXIV , 145-147), conclude il suo Credo nell’esame a cui si sottopone di fronte al maestro, san Pietro apostolo, simile a un “baccelliere”, ossia a uno studente che supera la prova orale per accedere al corso superiore di teologia ( XXIV , 46). In quella prova di conoscenza teologica che occupa l’intero canto XXIV il Poeta proclama due verità fondamentali della fede cristiana.

La prima riguarda il Dio unico creatore, «che tutto ’l ciel move, non moto, con amore e con disio» (vv. 131-132). Suggestivo è, in questa frase, l’incrocio tra la riflessione filosofica aristotelica della divinità come motore immobile («move, non moto») e la visione personalistica cristiana del Dio amore («con amore e con disio»). Una verità che si alimenta, quindi, alla filosofia, alle «prove fisice e metafisice» (vv. 133-134), ma che attinge soprattutto alla luce delle Scritture, «per Moïsè, per profeti e per salmi, per l’Evangelio e per voi che scriveste», cioè per le Lettere apostoliche ispirate dallo Spirito (vv. 136-138). Si compie, così, il legame dinamico tra ragione e fede, un altro dei capisaldi della teologia cristiana.

Il secondo articolo di fede è trinitario: «Credo in tre persone etterne» che sono «una essenza sì una e sì trina», per cui il discorso su di esse può essere condotto sia con il «sono» (la terza persona plurale) sia con l’«este», cioè l’«è» della terza singolare (vv. 139-141). La Trinità, per altro, sarà anche l’ultima teofania del poema allorché si accenderanno nel cielo tre arcobaleni «di tre colori e d’una contenenza» ( XXXIII , 117), diversi e identici nella trinità delle persone e nell’unicità dell’essenza divina. Adottando un’altra metafora luminosa, Dante conclude coi versi da noi citati in apertura: la fede è simile a una «favilla», a una scintilla di luce «che si dilata in fiamma poi vivace», in un fiammeggiare che illumina e riscalda, fino a diventare «come stella in cielo» che «in me scintilla», un astro che rischiara il firmamento dell’anima. Un crescendo di luce, quindi, che trapassa da favilla a fiamma e a stella.

Si deve riconoscere che l’intera struttura ideale della Commedia è retta dalla teologia, sia a livello di riflessione sistematica (si pensi alle figure di san Tommaso d’Aquino e di san Bonaventura che incarnano simbolicamente le due maggiori scuole di pensiero medievali), sia a livello personale. Dante è un credente inconcusso, la cui fede rivela anche la parresía della critica alle istituzioni ecclesiali e alle attestazioni non esemplari degli uomini di Chiesa. Indiscutibile è, però, anche la solidità del legame col messaggio evangelico nella sua dimensione sia teologica sia etica. Difficile è, allora, sintetizzare la visione spirituale dantesca perché essa pervade l’intero orizzonte della sua opera.

Accanto alla confessione di fede (Paradiso XXIV ) — alla cui lettura integrale commentata rimandiamo (anche per un esercizio di riappropriazione del Dante che è «nostro», come amava dire Paolo VI ) — proporremo ora la sintesi delineata da Francesco nella Lettera apostolica Candor lucis aeternae, emessa lo scorso 25 marzo. Lo schema adottato è quello insito alla stessa Commedia, affidata com’è al dinamismo di un viaggio che, dalla «selva oscura» e dal fango infernale della storia col male, i vizi, le tragedie umane, ascende faticosamente sul monte purgatoriale della purificazione per accedere alla vetta suprema della salvezza paradisiaca.

Siamo di fronte a un paradigma teologico incarnato nella stessa vicenda storica che l’umanità vive e sperimenta in quell’«aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XXII , 151), ma che è aperto all’escatologia. Per questo Dante può essere definito come «profeta di speranza e testimone del desiderio di infinito insito nel cuore dell’uomo». La sua concezione teologica è la riedizione libera e poetica del tema del regno di Dio che attecchisce come seme nel terreno spesso arido e sassoso del mondo, ma che è destinato a crescere in albero sul quale si posano gli uccelli del cielo, per usare una celebre metafora evangelica. In questo itinerario verso la pienezza sono in azione due potenze efficaci: da un lato, la misericordia di Dio che stende la sua mano liberatrice, e dall’altro, la libertà umana che la afferra, così da essere sottratti al gorgo tenebroso del male.

È interessante notare che Francesco riserva alla dialettica grazia-libertà un’intensa riflessione adottando come emblema lo scomunicato re Manfredi, figlio di Federico II , che sulla soglia della morte, trafitto da due colpi di spada, confessa: «Io mi rendei, / piangendo, a quei che volontier perdona. / Orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei» (Purgatorio III , 119-123). Facile è scorgere in filigrana la parabola evangelica del Figlio prodigo.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-128/l-orizzonte-spirituale-br-della-commedia.html

 

 

Prima la nostra Camaldoli, poi la costituente di centro

La proposta fatta dall’amico Mario Tassone di un’assemblea costituente di tutti gli amici DC, oltre che a essere pienamente condivisa, costituisce anche uno degli obiettivi che ci siamo posti come Federazione Popolare DC. In questi giorni la DC guidata da Renato Grassi, cui mi onoro di appartenere, è impegnata nel tesseramento 2021, che darà diritto di partecipare al prossimo XX Congresso nazionale annunciato per l’autunno prossimo. Analogo impegno è quello degli amici di “Insieme”, guidati da Giancarlo Infante, con riferimento a quanti si riconoscono nelle proposte del “Manifesto Zamagni”.

Tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in Italia non può che essere salutato positivamente. Essenziale, tuttavia, sarà superare l’antico vizio italico secondo cui: tutti vogliono coordinare e nessuno vuole essere coordinato. Analogamente sarà bene por fine alla tragicomica sequela di “se-dicenti segretari” di fantomatiche democrazie cristiane, espressioni di malcelate ambizioni di qualche “ultimo giapponese”, o, peggio, delle manovre di vecchi arnesi dell’ultima DC, non estranei alle indegne pratiche illegali che accompagnarono miseramente la fine ingloriosa e per certi versi fraudolenta del patrimonio immobiliare del partito.

Permane, come sempre fu nella storia politica del cattolicesimo italiano, la distinzione tra coloro che si ritengono gli eredi legittimi del pensiero degasperiano e moroteo di “ un partito di centro che guarda a sinistra” e quelli che, avendo partecipato in forme più o meno dirette all’esperienza berlusconiana, continuano a rivolgere il loro interesse a destra.

Da parte mia, considero più efficiente ed efficace puntare verso un soggetto politico nuovo di centro, più volte connotato come: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dalla dottrina sociale cristiana e dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Un centro alternativo alla destra nazionalista e populista, oggi a trazione di Fratelli d’Italia e della Lega, e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Per questo è indispensabile non porre preliminarmente la questione delle alleanze, oltre tutto nell’incertezza sulla legge elettorale, maggioritaria o proporzionale, che alla fine sarà scelta per le prossime elezioni nazionali. E’ evidente che, premessa indispensabile per la nostra ricomposizione politica è e sarà l’adozione della legge elettorale proporzionale, poiché, con qualunque altro tipo di legge maggioritaria, il voto della nostra area si dividerebbe a destra e a sinistra, con una percentuale elevata di renitenti al voto.

Ecco perché con la Federazione Popolare DC, sul modello di quanto fecero i democratico cristiani nel 1943 con l’incontro programmatico di Camaldoli, abbiamo deciso di organizzare il nostro seminario per il programma: “ La nuova “visione” del centro politico- Una nuova….Camaldoli”, che si terrà il prossimo 19 Giugno a Roma.

Riteniamo, infatti, che sia indispensabile confrontarci sul programma; sulla proposta, cioè, che, come DC e Popolari, intendiamo offrire agli italiani per corrispondere alle attese soprattutto dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, quelle che Giorgio La Pira definiva: “ le attese della povera gente”.

Sarà l’avvio di una riflessione, che dovrà continuare negli incontri da organizzare nelle sedi territoriali regionali per ascoltare “ i mondi vitali” delle diverse realtà, raccogliere le loro proposte alle quali la politica dei DC e Popolari intende dare risposta. Solo dopo queste verifiche, a mio avviso, si potrà organizzare con metodo democratico condiviso tra tutte le diverse espressioni d’area, oggi riconducibili essenzialmente a quelle della Federazione Popolare DC e degli amici di Insieme e Rete bianca, un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro. Una costituente nella quale, oltre al programma, si deciderà la linea politica del partito e si sceglierà la classe dirigente incaricata di guidarlo, nella quale ampio spazio sarà affidato ai giovani e alle donne per un’autentica rinascita politica del cattolicesimo democratico e cristiano sociale.

Follini e quella “predizione” sfavorevole sul futuro della DC

Articolo pubblicato su ilpopolo/cloud

Qualche disorientamento, tra i tanti inossidabili democristiani, l’avrà messo in conto Marco Follini quando ha sentenziato quel giudizio negativo sulla possibile riedizione della DC, nel suo riproporre, nelle tante interviste, i tratti più significativi del suo libro, ” Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito”, pubblicato nell’ottobre del 2019.

Certo non gli si può negare l’attenuante della imprevedibilità sul quadro di eventi sciagurati che hanno minacciato seriamente l’umanità e hanno reso il tempo ancora più prezioso nel suo scorrere.

Tanto da essere il fattore determinante nella scommessa, davvero epocale, che l’Italia ha intrapreso con l’ampio processo di ristrutturazione che investirà gli ambiti ordinamentali più importanti, dall’assetto giudiziario e del Csm, ai settori normativi più incidenti nel rapporto Stato – cittadino.

In questo quadro una più attenta rimeditazione del recente passato e di qualche giudizio severo sul futuro della DC, si impone.

E tra i tanti non si può tralasciare e non mettere sotto un nuovo focus, anche, l’asserzione, appunto, di Marco Follini: “..la DC non può più rifarsi”.

Di certo, la rilettura di quell’analisi, ci fa collocare, senza dubbio, l’impietoso giudizio in una contestualità datata e ormai obsoleta e perciò inverosimile nel rapporto con la realtà odierna.

In fondo è il limite di qualsiasi opinamento umano, non riuscire a disancorarsi del tutto dalla sua connotazione dimensionale, finendo per perdere la sua giustificazione fuori dal suo tempo, i cui ritmi imprevedibili della Storia terrena ne stravolgono, spesso, la immutabilità del suo divenire.

Sono mesi che ci stiamo arrovellando su come uscire da una pandemia così devastante.

Colpiti nelle profondità, talora, incommensurabili dei nostri sentimenti, non risparmiando alcuna latitudine, ha davvero messo in serio rischio il futuro delle nostre generazioni, rendendo ancora più profondo ed impervio il cammino per una pacifica convivenza tra i popoli.

A maggior conto, non si può restare indifferenti davanti ad un pronostico così risoluto sulla impossibile rinascita della DC, non ripercorrendo le ragioni di tanto giudizio.

Eppure non molta acqua è passata sotto i ponti tra quel ritratto, a volte, impietoso,ma pieno di sentimenti forti e di passione – nel quale il bilancio politico e storico che Egli fa della Dc, interseca i tanti aspetti in cui si è plasmata quella virtuosa sintesi progettuale – ed il nuovo scenario delle relazioni umane generato dai tanti flagelli: nelle famiglie, nei rapporti sociali e nel sistema economico, che la pandemia ha causato, non solo nel nostro paese.

Ebbene, non sono il solo a essere convinto che, in questo inedito scenario, Follini riconsidererebbe quel suo giudizio.

Come sono convinto che non resterà inerte di fronte al gravoso onere che attende le forze politiche per ridare al paese nuove prospettive con l’attuazione del Recovery plan, dentro la cornice di riforme che investiranno tutti quei settori precipui per rendere più efficiente la capacità di risposta che uno Stato di diritto deve saper assicurare ai suoi cittadini, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Quale migliore contributo se non quello di chi ha vissuto intensamente, da giovanissimo, un ampio arco delle stagioni politiche della DC, poi generosamente impegnato nel tentativo di non disperdere quel patrimonio di valori nelle esperienze centriste, fino al tormentoso cammino che lo ha portato a lasciare la militanza attiva.

Ma oggi di fronte alle sempre più preoccupante carenza di una classe dirigente che non riesce più a trovare, nel sestante politico, una sintesi accettabile tra le istanze dei nuovi ceti sociali nel rapporto tra interesse pubblico e privato e un’adeguata tutela per una fattiva collaborazione dei corpi intermedi, ridare voce a quegli ideali e a quella visione, affinché in questo delicato percorso di ricostruzione politica, civile, economica, sociale si diano risposte solide, equilibrate e lungimiranti, è per tutti, ma soprattutto per chi si riconduce a quei valori, un dovere civile ed etico.

Certo, saranno gli elettori alla scadenza di questa legislatura, o forse anche prima, in esito all’elezione del nuovo Capo dello Stato, a decidere.

Ma, intanto, non possiamo affidare la riproposizione di quel patrimonio di ideali ai personalismi o a commistioni ibride tra differenti culture politiche. Del resto in quello spaccato di vita politica che Follini ci ha saputo trasmettere, entrando nei meandri dei tanti episodi vissuti in prima persona con statisti del calibro di Fanfani, Moro, Andreotti e tantissimi altri protagonisti, non c’è anche una funzione maieutica?

Tanto che non ci pare un fuor d’opera pensare quanto quel ripercorrere le tante vicende politiche e le capacità di risposta, mai occasionali, all’intersecarsi di interessi complessi, possa aver rafforzato, soprattutto tra i tanti giovani, che, in sempre maggior numero cominciano a trovare linfa in quel virtuoso patrimonio culturale, l’idea di un concreto coinvolgimento e di attiva partecipazione, sotto quel nome e sotto quel simbolo.

Sarebbe, invece,un errore imperdonabile, lasciare a questa classe politica che sembra aver smarrito del tutto ogni consapevolezza del bene comune e del primato della persona, il compito di disegnare il futuro del nostro paese, affievolendo queste potenzialità ed energie, di cui il paese ha bisogno, in quel  “..percorso lungo e faticoso” come Follini dice, attendendo che si configurino (guardando al processo di nuova aggregazione post-ulivista di Zamagni) in nuova identità politica.

Ma quanto può valere un simile modello aggregativo lo testimoniano i diversi tentativi che dalla “Margherita“ in poi, a destra e a sinistra, hanno caratterizzato la cosiddetta “seconda Repubblica“: sovente un mix di ideali e di visioni senza un denominatore comune (a tal proposito invito a leggere l’intervista al Sen. Renzo Gubert, pubblicata su Il Popolo di qualche settimana fa).

Altra cosa è invece riproporre quell’identità che un tale valoroso patrimonio ha saputo esprimere nella sua esperienza precedente.

Diversamente si finirebbe per disperdere ogni energia disponibile, oltre a esporre il paese a un declino irrecuperabile.

Non vedere altre vie d’uscita, accrediterebbe una visione miope, non compatibile con il filo conduttore di quella rievocazione politica.

Così che anche quando Follini afferma risolutamente “… il punto di partenza, penso, debba essere questo e non altri.Tutto il resto viene dopo”, alla luce del nuovo contesto di impegni appena assunti con il Next generation eu, una opportuna riconsiderazione non sarebbe fuor di luogo.

Sarebbe un avventurismo senza ritorno affidarsi ad un nuovo processo costituente, accantonando definitivamente nome e simbolo.

L’Italia sta entrando nella fase cruciale di quel programma di ammodernamento, tra scadenze perentorie (cinque anni appena, ossia entro il 2026) e condizioni poco negoziabili, concordate con l’Ue ed affidarla bellamente a un sistema politico polarizzato che, dopo Draghi, riprenderà ad egemonizzare quell’elettorato, dove prevarrà, ancora una volta, quell’Italia “… che pretende soluzioni semplici e veloci a problemi complessi”, significa lasciarla in una deriva senza rotta con un modello di governance politica lontano un miglio dalle “…ragioni della mediazione, del dialogo, del confronto, della riflessione…”.

E poi quel patrimonio identitario si porrebbe, anche, come argine al culto del leaderismo, per la precipua caratteristica dei democristiani di avere nella cultura e nel dna un vero e proprio antidoto contro ogni intruppamento populista.

Mentre troverei preoccupante non riconsiderare quel ragionamento,a fronte delle amare constatazioni che si traggono, in quelle pagine, su questa classe politica, quando non vi era ancora un tale devastante scenario.

Ove non si usano toni velati per descrivere l’inadeguatezza strutturale di queste forze politiche: “… con la DC prevaleva una visione complessiva del paese.. Oggi invece assistiamo al conflitto permanente tra diverse partigianerie”.

Giudizi non da poco per rendere tutto il senso del vuoto di progetti credibili per il paese che aleggia da diversi lustri.

E in una simile congiuntura politica come possiamo contribuire a risanare il paese aspettando che maturino processi costituenti, di cui non si intravedono neanche iniziali contorni, mentre servono risposte immediate, serie e lungimiranti, sotto l’egida di quel simbolo, come garanzia di credibilità sia interna che nei quadranti internazionali?

Colmando, al contempo, il vuoto di lealtà e coerenza rispetto agli impegni assunti, attesi da un elettorato e da un diffuso sentimento popolare, lontani un miglio dal pressappochismo e dall’avventurismo di formazioni politiche orientate spesso dagli interessi delle grandi lobby o di settore, oggi egemoni, o da dottrine populiste, giustizialiste, antiparlamentariste, trasformiste e in aperto contrasto con la naturale idea della famiglia.

In definitiva, in quale altro modo tempestivo possiamo arginare quanto Follini molto bene scolpisce: “… Si è perso il senso dell’insieme, della politica come strumento di partecipazione e di coinvolgimento, nel rispetto delle differenze e delle diverse posizioni. È un male che riguarda molti partiti attuali”.

Vuol dire, in fondo, che anche lui riconosce che a un sistema malato, bisogna opporre forze sane, capaci, coerenti e dalla visione lungimirante affinché il destino immediato e futuro di questo nostro paese non sia lasciato a un declino irreversibile.

Intelligenza della fede e promozione dell’umano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Cetera

Nella mattinata di martedì 8 giugno è stato presentato  «Salviamo la fraternità – Insieme». Un appello (pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana nella collana «Humana Communitas») scritto da un gruppo di dieci teologhe e teologi su sollecitazione della Pontificia Accademia per la vita e del Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II, due istituzioni che rappresentano altrettanti laboratori di pensiero, dove — spiega l’arcivescovo Vincenzo Paglia — si è avvertita «l’esigenza di coinvolgere alcuni ricercatori nell’ambito della teologia, nell’allestimento di un percorso mirato e concreto sul futuro del pensiero cristiano in ordine alla comunicazione della fede e alla forma della teologia nel quadro della forma ecclesiale, umana e civile» del post-pandemia. Il percorso, che intende raccogliere le provocazioni della Fratelli tutti  di Papa Francesco, «vedrà una successione di eventi che avranno lo scopo di attivare una “polifonia” di contrappunti e di sviluppi di questa duplice domanda. La nostra teologia potrà avere un futuro degno della sua tradizione? E reciprocamente: il futuro che abiteremo potrà avere una teologia all’altezza del suo kairos ?». L’obbiettivo è un dibattito aperto, un confronto franco tra teologi e intellettuali che sarà ospitato anche nelle pagine de «L’Osservatore Romano».

L’appello «Salvare la fraternità – Insieme» — una cui sintesi è proposta nella scheda che apre questo “primo piano” — con cui un nutrito gruppo di teologi e filosofi intendono rilanciare la necessità di un pensiero dialogico intorno alla proposta di un Nuovo umanesimo, si propone come manifesto di una “rifondazione teologica”, in chiave esperienziale.

L’iniziativa, promossa dalla Pontificia Accademia per la vita, nasce a valle dell’incontro del 5 maggio scorso presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II , che ha visto Christoph Theobald, Elmar Salmann e Pierangelo Sequeri, immaginare sotto diversi punti di vista un riposizionamento epistemologico delle scienze teologiche. Un incontro che — trasmesso in streaming — ha registrato una partecipazione, superiore a ogni aspettativa, di oltre diecimila contatti. Segno che un ripensamento del discorso teologico è oggi esigenza avvertita anche fuori del “recinto” teologico.

Ne parliamo con l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente dell’Accademia, e appassionato promotore dell’iniziativa.

Monsignor Paglia, innanzitutto, perché un’iniziativa di questo spessore, che coinvolge tutto il mondo ecclesiale, nasce proprio dall’Accademia Pontificia per la vita? Qual è il nesso?

Vede, l’Accademia è nata con il mandato di costituire una rete di eccellenze professionali nei campi della scienza e della tecnica, ma anche della filosofia e della teologia, per orientare il necessario discernimento bioetico dei saperi relativi alla cura della vita umana. Fino a oggi questo discernimento si è esercitato soprattutto intorno alle soglie estreme della vita umana, quelle insomma dove vulnerabilità e dipendenza dall’altro sono totali. Ma l’evoluzione del mondo attuale ha ampliato il campo delle sfide. Le faccio qualche esempio. Da un lato la scienza è ormai impegnata a costruire forme di vita geneticamente selezionate in modalità incompatibili con quelle dell’umano che finora conosciamo, dall’altro lato i limiti naturali dell’esistenza, nascita e morte, oggi non esauriscono i temi in cui si manifesta la vulnerabilità umana, ma impongono una riflessione nuova su ciò che è bene e ciò che è male, tra il giusto e l’ingiusto, tra l’oppressione e la libertà. Vi è un passaggio d’epoca che non ha una dimensione solo culturale, ma più profondamente antropologica, e che ci impone dunque un orizzonte di “bioetica globale”. Pensi, fra tutte, alle nuove e incredibili questioni poste dall’evoluzione delle intelligenze artificiali. È chiaro che tutte queste evoluzioni richiedono un ripensamento anche del nostro modo di fare teologia, che ha da avere un carattere sempre più esperienziale: non è più tempo per le speculazioni dal carattere apologetico, spesso fini a se stesse; è piuttosto il tempo — per usare una frase di Papa Francesco che avete recentemente riportato sul vostro giornale — che «ci lasciamo schiaffeggiare dalla realtà». E la realtà che ci interpella non è più quella delle ideologie del secolo scorso, ma quella delle domande che ci pongono le scienze e i mutamenti antropologici in divenire. Pensi ad esempio alle frontiere nuove che ci pongono le neuroscienze. Occorre dunque un dialogo con le scienze, e occorre una ricerca necessariamente interdisciplinare.

Qual è il “punto di caduta” di questo ripensamento? Quali gli obiettivi?

L’obiettivo principale è quello di lavorare nel solco di Fratelli tutti. Vede, come le dicevo, siamo dentro un passaggio di civiltà. Tutto è cambiato, e tutto sta cambiando. Molto rapidamente. È un passaggio stretto dal quale possiamo, dobbiamo, uscire nell’orizzonte di un Nuovo Umanesimo. Noi cristiani dobbiamo essere tra gli attori di questo nuovo Umanesimo. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una avanzata impetuosa dell’individualismo radicale e ad una progressiva mortificazione del senso comunitario e dell’aspirazione al bene comune. Un degrado che è quotidianamente sotto i nostri occhi e che ha sorpreso anche quei propugnatori della modernità che si illudevano che cancellando una secolare testimonianza religiosa della trascendenza si spalancassero le porte ad un umanesimo civile. Al contrario torna a riproporsi con forza in questo momento della storia un grande bisogno di “fraternità”. Come uomini e donne di fede, dinanzi a questo degrado, non possiamo abbandonarci alla rassegnazione o, peggio ancora, alla nostalgia e al risentimento. Piuttosto dobbiamo sviluppare in questo tempo una responsabilità creativa dal punto di vista della fede, con tutta l’intelligenza e la passione che ci appartengono. Questo documento che oggi presentiamo, redatto nell’ambito di una collaborazione fra specialisti della teologia fondamentale e dell’antropologia teologica, si iscrive appunto in questo solco di ampliamento e approfondimento. Il “punto di caduta” che lei mi chiede è quello della promozione di un dialogo più profondo e assiduo tra intelligenza della fede e promozione dell’umano. Non è presuntuoso affermare che questo dialogo implichi una rifondazione del “fare teologia”. Si tratta in poche parole di declinare la visione profetica dell’enciclica Fratelli tutti.

Qui l’articolo completo

Il caso Moro e la prima repubblica

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Guido Formigoni

Walter Veltroni negli ultimi anni ha pubblicato sul «Corriere della Sera» molte interviste a personalità politiche del Dopoguerra, spesso centrate attorno alla memoria del caso Moro. Ora ci torna con un libro, in cui ripresenta alcune delle stesse interviste con un’ampia introduzione, una sorta di saggio critico. Il parterre dei testimoni è apparentemente abbastanza bilanciato (tre democristiani: Rognoni, Pisanu e Segni; due comunisti: Tortorella e Occhetto; tre socialisti: Formica, Signorile e Martelli; una radicale: Bonino). Peraltro, le interviste, tutte interessanti, non sono identicamente legate al caso Moro (ad esempio lo toccano solo tangenzialmente Occhetto, Segni e Bonino). Prima di queste, l’autore ripresenta un più antico colloquio, condotto addirittura nel 1993, con Prospero Gallinari in carcere.

L’autore ricama quindi testimonianze e memorie, per presentarci alcune sue riflessioni sull’eredità della tragedia del 1978 nella storia del Paese. Merita discuterle per più ragioni, soggettive e oggettive. Le prime considerano la loro rilevanza nelle forme del dibattito pubblico. Veltroni è stato politico di primissimo piano, ma è ormai diventato anche una personalità mediatica a tutto tondo, con un importante ruolo creativo, giornalistico ed editoriale. Sono certo che le sue visioni lascino traccia. L’interesse oggettivo mi pare legato soprattutto ai meccanismi della memoria e a come questi condizionino, orientati in un modo o nell’altro, la coscienza collettiva. Il testo si muove, infatti, nel cuore di un nesso tra ricordi personali e memoria stratificata di un evento.

Il libro insiste sull’identificazione del caso Moro come spartiacque decisivo della storia della Repubblica. Il sequestro fu motivato dalla politica del leader Dc: «L’obiettivo del rapimento del 16 marzo era la funzione di cerniera che Moro aveva assunto in quel passaggio delicatissimo della storia nazionale» (pp. 23-24). Raccontando le origini degli orientamenti di Moro e Berlinguer per un’intesa, egli chiarisce anche che i due progetti non coincidevano negli sviluppi previsti dopo una fase di collaborazione. Veltroni sottolinea poi, efficacemente, la difficoltà della situazione creatasi dopo il 1976, con i contraccolpi subiti rispettivamente dai due protagonisti all’interno del proprio mondo. Il Pci dopo la grande avanzata doveva sostenere un monocolore Andreotti, la Dc che si era salvata dal declino elettorale doveva accettare di non poter governare senza l’assenso del grande avversario storico: questo snodo delicato portò a un clima di reazione da una parte e dall’altra.

In questo contesto delicato, il gorgo che si apre con via Fani. In primo luogo, riflettendo su quel passaggio si evidenzia il fallimento delle Br che «volevano il comunismo e hanno prodotto il pentapartito» (p. 34). Poi, la constatazione dei misteri irrisolti: «È tutto strano, è tutto sporco nella vicenda Moro» (due volte a p. 23). Quindi emergono i risvolti internazionali: «I veri trionfatori della vicenda Moro, va detto, sono stati i conservatori. I conservatori della Guerra fredda» (p. 35). Infine, la questione della fermezza: «Il Pci era onestamente convinto che le istituzioni non dovessero cedere al ricatto delle Brigate Rosse» (p. 48), nonostante il «disastro» della divisione con il Psi. Il concetto di chiusura: dopo la fine di Moro, la «Prima Repubblica» era finita, ma la Seconda nei fatti non è mai nata.

Queste riflessioni si inseriscono in un dibattito pluridecennale, che ha riempito ormai biblioteche intere, su tutti i risvolti della vicenda. Ma se si leggono congiuntamente alle sottolineature che emergono nelle interviste, portano acqua ad alcune concezioni diffuse di quel passaggio – sul piano della memoria collettiva – che non paiono affatto neutre. E che val la pena provare a misurare, anche alla luce delle acquisizioni della ricerca storica, che si basa sui documenti, aggiungendoli alla memoria o utilizzandoli per correggerla.

Qui l’articolo completo 

Al via il primo Programma per l’adattamento ai cambiamenti climatici nei centri urbani

Con la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale diventa operativo il primo “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano”. L’iniziativa del Ministero della Transizione Ecologica – Direzione per il Clima, l’Energia e l’Aria –  in stretta collaborazione con l’ANCI e con il contributo scientifico dell’ISPRA, è finalizzata ad aumentare la resilienza dei centri urbani ai rischi generati dai cambiamenti climatici, con particolare riferimento alle ondate di calore e ai fenomeni di precipitazioni estreme e di siccità.

Si tratta di un Programma sperimentale, il primo a porsi questi obiettivi a livello nazionale, per ora destinato ai Comuni con popolazione superiore ai 60.000 abitanti, teso a favorire la pianificazione a livello locale per l’adattamento e la sperimentazione di misure pilota e concrete da attuare nelle aree urbane, con il coinvolgimento di amministrazioni e cittadini, per fronteggiare in modo più efficace le conseguenze del global warming, riducendo la vulnerabilità delle città.

In particolare, il Programma destina circa 80 milioni di euro alla realizzazione di interventi green e blue, – come ad esempio la realizzazione di forestazione periurbana, di edilizia climatica, di tetti e pareti verdi, boschi verticali e barriere alberate ombreggianti, di coibentazione e ventilazione naturale o finalizzati al riciclo e riutilizzo delle acque reflue depurate – e di interventi grey – quali la creazione di piazze, percorsi, giardini ecc., con la rimozione della pavimentazione esistente e il ripristino della permeabilità del suolo o di  soluzioni per il drenaggio urbano sostenibile, intese in chiave di rigenerazione urbana.
Il Programma prevede inoltre una serie di misure di rafforzamento della capacità adattiva, finalizzate a migliorare la conoscenza a livello locale, la redazione di strumenti di pianificazione comunale di adattamento ai cambiamenti climatici e di sensibilizzazione, formazione, partecipazione per gli operatori del settore e per la rete dei portatori di interesse.

Vai alla pagina del Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano

Entrate tributarie: nei primi quattro mesi dell’anno gettito pari a 133,8 miliardi

Nel periodo gennaio-aprile 2021, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 133.816 milioni di euro, segnando un incremento di 10.086 milioni di euro rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+ 8,2%). Il confronto tra il primo quadrimestre 2021 e quello del corrispondente periodo dell’anno precedente presenta un evidente carattere di disomogeneità dovuto al fatto che il lockdown, con le conseguenti misure economiche dirette ad affrontare l’emergenza sanitaria, è stato adottato a partire dall’11 marzo 2020. Inoltre, si ribadisce che i provvedimenti di sospensione e proroga dei versamenti di tributi erariali, emanati nel corso dell’ultimo trimestre del 2020, hanno influenzato anche il gettito relativo ai primi quattro mesi del 2021 modificando il consueto profilo temporale dei versamenti delle imposte.
Il mese di aprile ha evidenziato una variazione positiva delle entrate tributarie pari a 9.283 milioni di euro (+37,4%). Le imposte dirette hanno registrato un incremento del gettito pari a 2.623 milioni di euro (+18,5%) mentre le imposte indirette hanno segnato un maggiore incremento pari a 6.660 milioni di euro (+62,6%).

IMPOSTE DIRETTE
Nel primo quadrimestre 2021 le imposte dirette ammontano a 74.912 milioni di euro, con un incremento di 3.225 milioni di euro (+4,5%).
Il gettito dell’IRPEF si è attestato a 65.577 milioni di euro con una crescita di 2.552 milioni di euro (+4,0%), riconducibile all’andamento delle ritenute effettuate sui redditi dei dipendenti del settore pubblico (+745 milioni di euro, +2,5%) e delle ritenute lavoratori autonomi (+345 milioni di euro, +9,3%). Hanno registrato un andamento positivo anche le ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (+ 1.095milioni di euro, + 3,8%), il cui gettito ha beneficiato della proroga disposta dal “Decreto Ristori” a favore dei sostituti d’imposta che, a decorrere dal mese di marzo 2021, hanno provveduto al versamento delle ritenute alla fonte sui redditi di lavoro dipendente e assimilati e su indennità di cessazione del rapporto di collaborazione a progetto corrisposti negli ultimi tre mesi del 2020.
Tra le altre imposte dirette si segnala l’incremento dell’imposta sostitutiva sui redditi nonché delle ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale (+19 milioni di euro, +0,5%) e delle ritenute sugli utili distribuiti dalle persone giuridiche (+315 milioni di euro, +60,7%).
L’IRES ha evidenziato un gettito pari a 1.439 milioni di euro (+ 206 milioni di euro, +16,7 %).

IMPOSTE INDIRETTE
Le imposte indirette ammontano a 58.904 milioni di euro, con un incremento di 6.861 milioni di euro pari al 13,2%. Al risultato ha contribuito prevalentemente l’IVA (+6.380 milioni di euro, +20,7%) e in particolare l’IVA sugli scambi interni (+5.768 milioni di euro, +21,3%). Anche la componente relativa alle importazioni ha evidenziato un incremento di gettito di 612 milioni di euro, pari a +16,5%.
Tra le altre imposte indirette, ha registrato un andamento negativo l’imposta sulle assicurazioni (-72 milioni di euro, -17,1%), mentre l’imposta di bollo (+13 milioni di euro, +0,5%), e l’imposta di registro hanno evidenziato una crescita di gettito (+375 milioni di euro, +30,8%).

ENTRATE DA GIOCHI
Le entrate relative ai “giochi” ammontano a 3.547 milioni di euro (+193 milioni di euro, +5,8%).

ENTRATE DA ACCERTAMENTO E CONTROLLO
Il gettito delle entrate tributarie erariali derivanti da attività di accertamento e controllo si è attestato a 2.339 milioni di euro (-728 milioni di euro, –23,7%) di cui: 1.081 milioni di euro (-335 milioni di euro, –23,7%) sono affluiti dalle imposte dirette e 1.258 milioni di euro (-393 milioni di euro, – 23,8%) dalle imposte indirette.

Aducanumab: il primo trattamento per Alzheimer

Assorted pills

Approvato in Usa dall’Fda il primo trattamento per Alzheimer anche se la stessa FDA ha richiesto all’azienda produttrice Biogen di condurre una nuova sperimentazione clinica.

Il farmaco è un anticorpo monoclonale (Aducanumab) di Biogen ed è indicato per chi ha forme lievi di deterioramento cognitivo o una demenza allo stadio iniziale, entrambe causate dall’Alzheimer.

Ma, bisogna essere chiari, non cura la malattia né può invertire i suoi drammatici effetti sulla condizioni mentale dei pazienti.

 

Con il suo comportamento serio Epifani è stato d’esempio nel sindacato e nella vita politica.

È un fulmine a ciel sereno la scomparsa di Guglielmo Epifani, che ha rattristato l’intero movimento sindacale. Ho condiviso con Guglielmo per quattro anni l’impegno sindacale nei marosi delle trasformazioni che già in quell’epoca hanno interessato il mercato del lavoro, le politiche contrattuali, le vicende sociali esacerbate ancor più dalla crisi finanziaria originata negli Stati Uniti; e che hanno ferito fortemente anche le condizioni dei lavoratori italiani, ferite che ancora non sono state sanate.

Non sempre siamo stati d’accordo, ma abbiamo condiviso soluzioni unitarie date ai problemi con lealtà e senza rotture irreversibili. Infatti per cultura e indole caratteriale non amava le contrapposizioni, ed anzi nutriva rispetto e curiosità per le altre posizioni, avendo un ancoraggio solido di convinzioni che si rifacevano alla cultura umanistica della sua antica appartenenza al movimento socialista.

Paziente e tollerante, aperto al dialogo, ha dato alla Cgil un contributo importante per permettergli di restare saldamente tra i lavoratori, pur dovendo affrontare nodi non facili per i cambiamenti avvenuti su scala mondiale. In quel periodo il Sindacato confederale ha svolto un ruolo di primo piano sul sociale, sull’economia, ed anche sulle questioni istituzionali.

Non c’era governo che non privilegiasse il confronto con le organizzazioni del lavoro per rafforzare la coesione sociale nazionale: insomma eravamo ancora lontani dal periodo in cui le forze politiche, perché più deboli,  tentassero di annettere a se stesse ogni ruolo che è più sensato svolgere nel coinvolgimento di tutti i soggetti attori, soprattutto nella realtà sempre arroventata del lavoro italiano.

Nei confronti con i governi i temi di principio per Epifani erano sempre importanti, e non  amava né posizioni estremiste, né plebeismi di sorta, pur presenti in situazioni ingarbugliate di territori o fabbriche. Insomma, durante il suo permanere nel sindacato confederale l’armonia sempre impegnativa da ottenere si è avuta. Poi, come si sa, transitò in politica avendo desiderato molto completare il suo impegno personale nelle istituzioni.

Lo abbiamo notato, da deputato, segretario del Pd e nei ruoli istituzionali assegnatigli, lo stesso approccio pacato, schivo, lontano da esagerazioni. Guglielmo lo ricorderemo certamente come un militante sindacale e un politico sì di parte, ma certo persona consapevole del fatto che in una società complessa la ricerca dell’intesa e della collaborazione è il solo modo di far contare davvero gli interessi della gente. Gli scontri, il populismo come base per fare consenso, costituiscono invece il modo peggiore di servire i lavoratori e gli interessi generali della Nazione.

La confusione della politica.

Colorful paper confetti

È sufficiente ricordare tre concetti, peraltro fondamentali, della nostra cultura cattolico popolare,  democratica e sociale per mandarci un po’ in crisi quando si parla di cattolici, di politica e di  partiti. Ovvero, quando si parla di “giustizia sociale”, di “difesa e promozione dei ceti popolari” e  di “qualità della democrazia” facciamo molta fatica a capire chi interpreta e declina  concretamente oggi, senza la solita e nauseante propaganda altezzosa ed arrogante, quei  concetti che da sempre caratterizzano e accompagnano il nostro filone ideale.  

Certo, un tempo le cose erano più semplici. Per fare solo alcuni esempi, seppur schematici, del  passato noi sapevamo quali erano le forze politiche e, soprattutto, i leader politici nazionali che  intercettavano quelle sensibilità e che si battevano per tradurre quei principi e quei valori in azione  politica e legislativa concreta. Se, ad esempio, Carlo Donat-Cattin era il leader della sinistra  sociale e sindacale della Democrazia Cristiana, Franco Marini è stato per molti anni il punto di  riferimento più significativo della corrente dei Popolari nei vari partiti dopo la fine della Dc e la  chiusura forse troppo frettolosa del Partito Popolare Italiano. Se il centro sinistra, per svariati  lustri, ha saputo interpretare la domanda di giustizia sociale, la difesa degli interessi dei ceti  popolari e di chi ne aveva più bisogno oltre che ad essere l’alfiere della cosiddetta qualità della  democrazia nel nostro paese – e di alcuni partiti che si riconoscevano in quella coalizione – oggi  tutto ciò è francamente più difficile e più complicato da decifrare.  

In altre parole, quali sono, concretamente e senza retorica, le forze politiche e i leader politici che  oggi interpretano visibilmente quei valori e che incarnano di fronte all’opinione pubblica quella  linea e quel progetto politico? Non si tratta di riprendere la vecchia e un po’ stantia discussione  sull’esaurimento, o meno, della coppia simbolica e post ideologica destra/sinistra ma è indubbio  che i tradizionali punti di riferimento sono evaporati e oggi, al di là delle formalità, è tutto più  fluido. Fuor di metafora, quando si dà quasi per scontato che in tutte le periferie delle grandi città  italiane che andranno al voto nel prossimo autunno permane una prevalenza politica ed elettorale  delle forze politiche riconducibili al centro destra sorge spontanea una domanda: e la cosiddetta  sinistra da quelle parti non ha più nulla da dire? Quando si dà quasi per altrettanto scontato che  alcune preoccupazioni principali che interessano direttamente milioni di cittadini – dalla sicurezza  del territorio al governo della giustizia, dalla tassazione ai diritti sociali – sono scivolati  misteriosamente ma irreversibilmente dalla sinistra storica alle forze cosiddette di centro destra è  persin ovvio che si arriva alla conclusione che sono saltate definitivamente le tradizionali  appartenenze ideologiche e, forse, anche le singole scelte politiche dei cittadini. 

Di qui la difficoltà a comprendere sino in fondo le attuali dinamiche politiche e, soprattutto, la  presa d’atto che sono saltate le letture del passato che distribuivano in modo quasi dogmatico le  patenti di destra e di sinistra a seconda dei ceti sociali che i partiti rappresentavano  concretamente nella società italiana. Certo, quando si dice che la sinistra italiana, cioè il Pd,  interpreta alla perfezione i desideri, le ansie, le preoccupazioni, le domande e il “sentiment” delle  varie “zone ztl” si dice una profonda verità ma si consegna anche una immagine che quel partito  si autoqualifica di sinistra ma interpreta i bisogni di un pezzo di società agiata, borghese, alto  borghese e benestante. Altrochè la promozione e la difesa dei ceti popolari….E quando sul tema  della democrazia le principali battaglie sulla modifica della Costituzione sono arrivate da  esponenti e leader politici che guidavano partiti di sinistra – penso ai referendum di Renzi – o gli  immancabili richiami “giustizialisti” di larghi settori della sinistra italiana, diventa francamente  difficile coniugare tutto ciò con la cultura progressista, sociale e democratica. 

Ecco perchè, forse, è giunto anche il momento per recuperare sino in fondo il patrimonio, il  magistero e anche l’esempio di quei partiti e di quei leader politici che quando si qualificavano di  sinistra o di centro sinistra lo erano veramente. Ma non perchè lo predicavano con saccenza  politica, con arroganza culturale e con spocchia moralistica ma per il semplice motivo che lo  vivevano quotidianamente. Cioè, per sensibilità, per status e per cultura. Solo così parole e  concetti come “giustizia sociale”, “qualità della democrazia” e “difesa e promozione dei ceti  popolari” potranno nuovamente avere un significato coerente e partiti e politici che li difendono e  li declinano con altrettanta coerenza e credibilità.

Con la Cina dialogo, ma non pavido silenzio

A nemmeno sei mesi dall’inizio del mandato presidenziale Joe Biden viene in Europa per dedicarvi non poche giornate il cui obiettivo è chiaro: il rilancio dell’alleanza fra le democrazie occidentali all’insegna dei comuni valori liberali. Un approccio multilaterale e collaborativo a giudizio della Casa Bianca indispensabile per affrontare col realismo necessario il Dragone cinese, ritenuto un problema crescente, se non addirittura IL problema di questo secolo.

La differenza con Trump, che pure aveva individuato nella Cina l’avversario principale dal quale guardarsi, è proprio nella ricerca di una comune intesa fra gli europei e, in Oriente, India, Giappone, Australia, membri dell’alleanza QUAD, oltre ad altri storici amici degli USA a cominciare dalla Corea del Sud, in luogo del precedente atteggiamento muscolare unilaterale.

Ma la sostanza, in questo campo, è la medesima: Pechino è un insidioso avversario portatore di una concezione totalitaria del potere, e pertanto da non sottovalutare affatto. Anzi, da contenere. Con un po’ di ritardo, ma forse la UE ha compreso la portata del messaggio proveniente da Washington e questa visita si incaricherà di confermarlo. Certo è che la “sospensione” da parte europea degli “sforzi per ratificare l’intesa sugli investimenti” sottoscritta con i cinesi lo scorso dicembre non è stata casuale, anche nella sua motivazione: un clima reciproco “non favorevole”.

Del resto che l’approccio meramente commerciale adottato dagli occidentali negli anni della globalizzazione seguiti al massacro di piazza Tienanmen del 1989 non sia stato un successo lo testimoniano numerose asimmetrie registratesi nel tempo fra gli impegni assunti dalla Cina e la loro concreta realizzazione, dalla partecipazione al WTO agli accordi disattesi su Hong Kong (la cui sovranità, ormai violata, avrebbe dovuto essere assicurata almeno sino al 2047).

Le ambizioni non negate che stanno dietro alla Belt & Road Initiative e quelle, pure esse alquanto trasparenti in controluce, che Pechino riversa ormai su Taiwan hanno aperto gli occhi pure a quanti li avevano volutamente chiusi nella finta illusione che le riforme politiche avrebbero senza dubbio fatto seguito allo sviluppo economico raggiunto anche grazie ai fitti rapporti commerciali instaurati con l’Occidente.

Al contrario, gli anni di Xi Jinping (ovvero dal 2013 ad oggi) hanno visto la decisa involuzione di ogni timida apertura verso un minimo di democrazia: il segretario-presidente ha abolito il limite dei suoi mandati, ha inserito in Costituzione il proprio pensiero (onore sino a prima toccato solo a Mao Zedong, padre della Patria), ha eliminato i suoi avversari interni e, come detto, ha imposto di fatto il comando cinese su Hong Kong.

Ma forse è una vicenda che sino a qualche tempo fa era poco o nulla conosciuta in occidente a rivelare il vero volto del regime: la sistematica campagna di annichilimento della minoranza musulmana uigura, nel nordovest dell’immenso Paese, lo Xinjiang, condotta attraverso l’impiego di “campi di rieducazione” nei quali viene praticato il lavaggio del cervello a persone allontanate dalle loro famiglie, deprivate della propria volontà, separate dai propri bambini, forzatamente – nel caso delle donne – sterilizzate. Come oramai puntualmente denunciato da numerose istituzioni internazionali. 

Ora, avere relazioni d’affari con una potenza mondiale come la Cina è senz’altro necessario. Persino inevitabile. Ma non al costo del silenzio, della passività, dell’obnubilamento della politica. Il rispetto dei diritti umani è un valore che l’Occidente non può svendere per un qualsiasi vantaggio commerciale. Questo è quanto Biden dirà, fra l’altro, agli europei.

Adolescenti e linguaggio dei social

Ogni generazione ha un suo linguaggio prevalente e molte delle incomprensioni tra giovani e adulti derivano proprio dalle reciproche specificità espressive.

Non si tratta solo di tratteggi semantici, di approccio narrativo, di forma.

Ci sono anche i contenuti, le ricorrenti analogie del dire e del fare che riflettono la corrispondenza con le esperienze di vita e i modi di pensiero e che sono lo specchio dei tempi e dei luoghi dell’esistenza.

Gli stili espositivi replicano gli stili di vita.

I bambini, i ragazzi di oggi si esprimono con più facile disinvoltura, sono più svincolati dai codici espressivi consegnati dalla famiglia e dalla scuola, a volte usano una terminologia ripetitiva e generalista, quasi disarmante.

Tra di loro però si capiscono e questo rafforza il teorema del gap generazionale.

E poi c’è tutto il mondo delle nuove tecnologie, dei telefonini, del rap e della musica metal: un mondo di marchingegni e diavolerie che ha affinato certe competenze e certe abilità a discapito di altre.

Non dobbiamo però vedere tutto in termini negativi, anche il nostro punto di vista è in fondo relativo.

Mi sembra che il linguaggio dei giovani meriti più benevolenza critica e più indulgenza emotiva di quanto gli venga solitamente riservato.

Molta parte di quelle debolezze espressive che riconosciamo in modalità comunicative spicce e leggere è anche da attribuire alla lunga deriva di “deregulation” che il mondo degli adulti ha applicato a se stesso.

Abbiamo accarezzato la lusinga della società complessa per affrancarci da punti di riferimento esistenziali che comportassero regole e obbedienze, puntando sulla facilitazione come chiave di approccio e di lettura alle cose della vita, abbiamo cavalcato la teoria del ‘più pratica e meno grammatica’ e adesso non ci resta che ‘goderci’ la ricaduta di queste scelte.

Non possiamo però valutare i ragazzi solo in base al parametro dell’impoverimento linguistico, non possiamo generalizzare. 

Trovo in molti giovani una maturità e una consapevolezza dei valori addirittura superiore a quella di certi loro genitori disimpegnati e bamboccioni.

Anche se abbiamo codici espressivi diversi, se usiamo termini non collimanti, con questi ragazzi ci si può intendere: ci vuole disponibilità all’ascolto, ci si può capire.

I loro intercalari non sono il senso compiuto del messaggio che a volte, parlando, rivela consapevolezze imprevedibili anche se ci colpisce di più il linguaggio colorito, effervescente, irrituale, spesso banale, la terminologia sempre nuova e aggiornata, a volte persino indecifrabile, le cadenze, la ripetitività lessicale.

Se non si parla con loro, se non si dialoga non si migliora il senso e il contenuto della comunicazione e non si offrono opportunità di arricchimento espressivo.

Ricordo una ragazzina ascoltata in tribunale che raccontando i suoi vissuti e la caduta nel mondo della droga, rimproverava alla famiglia e alla scuola di non averle mai impartito una buona educazione sentimentale. Penso sia questa la vera carenza formativa, oggi.

Dovrebbero girare più libri e vocabolari nelle nostre scuole, per abituare i ragazzi ad utilizzare gli idiomi più pertinenti, per non disperdere il patrimonio linguistico della nostra cultura.

Come ha sollecitato l’attore Pierfrancesco Favino, in occasione del recente conferimento dei David di Donatello, le scuole dovrebbero aprire le porte al teatro, alla musica e alle arti figurative.

Il mondo ‘esterno e parallelo’ dei social ha soppiantato i canali tradizionali di trasmissione della cultura e le stesse relazioni umane. Il web resta pur sempre un universo sconosciuto denso di incognite, con accessi facilitati e ritorni difficili, ci sono pochi semafori lungo il cammino e molte occasioni di perdersi in un labirinto senza regole e privo di codici etici di comportamento, non ci sono precettori di buone maniere ma imbonitori e influencer che offrono modelli ispirati all’apparire piuttosto che all’essere. Tutto questo sollecita pulsioni e comportamenti divergenti, che spesso utilizzano linguaggi ed esempi violenti o ammantati da codici semantici e simbolici poco edificanti. 

Ma il gergo disimpegnato dei nostri figli non può essere di impedimento al dialogo che tocca pur sempre a noi attivare e mantenere desto.

Ad esempio guardando con simpatia, curiosità e rispetto il mondo dei loro sentimenti che trasuda ricchezza interiore e si esprime nei modi spumeggianti di un linguaggio frettolosamente giudicato povero e banale, a volte irriverente.

“Nel senso….cioè”, per usare un’espressione ricorrente tra gli adolescenti,  che sono gli adulti che spesso danno il cattivo esempio.

Come ci ha insegnato Seneca: “Longum iter est per praecepta, breve et efficax per exempla”. Lunga è la strada che passa per gli insegnamenti, breve ed efficace quella attraverso gli esempi. (Seneca-Epistulae ad Lucilium -VI-5).

Il primo orologio del clima installato nella sede del Ministero della Transizione ecologica

È stato inaugurato il primo Climate Clock italiano, alla presenza del Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e dell’Amministratore delegato del Gestore dei Servizi Energetici (GSE SpA), Roberto Moneta. Il grande orologio, installato in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente – che si celebrerà il 5 giugno – indica in poco meno di 7 anni (6 anni e sette mesi) il tempo utile, secondo gli scienziati del MCC (Mercator Research Institute on Global Commons and Climate Change), per adottare comportamenti e interventi che limitino a 1,5° gradi l’aumento della temperatura media del pianeta. Un tempo che, naturalmente, può variare a seconda delle iniziative che saranno prese a livello globale.

Nato sulla scia della campagna internazionale inaugurata il 19 settembre 2020 dagli artisti Gan Golan e Andrew Boyd con il Climate Clock installato sulla facciata del Metronome di Union Square a Manhattan, l’orologio italiano indicherà anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo, oltre a citare il pensiero di sei fra artisti, scienziati e attivisti noti per il loro impegno verso l’ambiente e la natura.

“Nei prossimi mesi ci attendono sfide fondamentali, dal G20 Ambiente, Clima ed Energia fino alla Cop26 sul clima a Glasgow, passando per la Youth4Climate e la PreCop che ospiteremo nel nostro Paese”, ha dichiarato il Ministro Cingolani. “L’orologio del clima che inauguriamo sulla facciata del MiTE da oggi dialoga in contemporanea con quello già installato anche a Glasgow. Il tempo che questi orologi indicano è il tempo che abbiamo per agire. Un tempo che possiamo invertire. La transizione ecologica è lo strumento principale per spostare queste lancette e liberarci dalla spada di Damocle dei rischi a cui ci espongono i cambiamenti climatici. L’ora che segna è l’ora della volontà”.

L’installazione ha, infatti, l’obiettivo di sensibilizzare le coscienze dei cittadini sul tema dei cambiamenti climatici, in modo che ognuno possa sentirsi parte di un percorso condiviso, che condurrà a un futuro a basse emissioni di carbonio.

“La battaglia contro il riscaldamento globale è la sfida del XXI secolo”, ha dichiarato l’Amministratore delegato del GSE Roberto Moneta, spiegando che si tratta di “una sfida che richiede una decisa accelerazione per essere vinta. Le energie rinnovabili saranno le leve principali e “agire” la parola chiave per esprimere quel cambiamento culturale necessario ad aggiungere tempo prezioso alla “lifeline” del nostro Pianeta. Promuovere lo sviluppo sostenibile è la nostra missione. Ogni azione del GSE è rivolta a incentivare e supportare cittadini, imprenditori, professionisti e Istituzioni nel percorso di transizione energetica del nostro Paese per il raggiungimento degli obiettivi al 2030 e al 2050. Con l’indirizzo del MiTE”, ha concluso Moneta, “sapremo lasciare una nuova impronta ambientale per le future generazioni”.

Collocato all’ingresso della sede del MITE in via Cristoforo Colombo a Roma, l’orologio del clima rientra nelle numerose iniziative previste dal Ministero della Transizione Ecologica di avvicinamento alla Conferenza sui cambiamenti climatici (COP 26) che si terrà a Glasgow, in Scozia, dall’1 al 12 novembre 2021.

Le citazioni riprodotte nel display dell’orologio sono le seguenti: “La CO2 è come il sale, indispensabile alla nostra vita, ma velenosa se in eccesso” del chimico James Lovelock, “Non abbiamo più tempo per essere pessimisti” dell’analista ambientale e fondatore del Worldwatch Institute, Lester R. Brown, “Il futuro ci giudicherà soprattutto per quello che potevamo fare e non abbiamo fatto” del regista Ermanno Olmi, “L’immutabilità è il mutare della Natura” della poetessa Emily Dickinson, “La gestione sostenibile delle nostre risorse naturali promuoverà la pace” del premio Nobel per la pace Wangari Maathai e “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli” del Capo nativo americano See-ahth.

Tutte le informazioni e i dati relativi all’iniziativa Climate Clock sono reperibili sul sito: https://climateclock.world/

La Cdu ha retto, l’ultradestra tedesca ha fallito la ‘spallata’

Articolo pubblicato sulle pagine di AGI a firma di Roberto Brunelli

“Un risultato sensazionale”, lo definisce Paul Ziemiak, il capo organizzativo della Cdu, a urne ancora calde. In effetti, nel temutissimo voto in Sassonia Anhalt la Germania non si è assistito al sorpasso dell’ultradestra sui cristiano-democratici, come profetizzato dai sondaggi. Anzi, la Cdu è andata ben oltre le aspettative, ottenendo il 35,9% dei voti, staccando di oltre 13 punti l’Afd, che non va oltre il 22,7%.

Niente “spallata” dell’ultradestra, mentre il partito che fu di Adenauer e di Kohl vede aumentare, in barba alle lacerazioni interne, le chances per Armin Laschet, il suo contestato leader, nella corsa alla cancelleria dopo 16 anni di era merkeliana.

Nel dettaglio, stando alle proiezioni Infratest-dimap per il primo canale pubblico Ard, oltre all’Afd – che pure insiste nel dirsi “soddisfatta” del risultato, dato che comunque si conferma seconda forza politica in questo Land dell’ex Ddr – gli altri perdenti della contesa sono certamente l’Spd, che precipita all’8,3%, così come i Verdi, che vedono limitate le proprie ambizioni ad uno striminzito 6,5% dei consensi, sideralmente lontani dal 22% ottenuto nei sondaggi nazionali.

Altro dato importante la performance dei liberali dell’Fdp, che con il 6,4% dei voti supera la soglia del 5% riuscendo così a rientrare nel parlamento regionale, mentre la Linke, il partito della sinistra, ottiene il 10,9%: rappresenta un calo di oltre 5 punti rispetto al 2016, con ciò mettendo a segno il suo risultato storicamente peggiore in Sassonia Anhalt.

Per quanto riguarda l’Afd, è un risultato dal doppio taglio: da una parte la sua forza rimane quasi intatta rispetto all’exploit di cinque anni fa, dall’altra le promesse della vigilia che questo sarebbe stato “un voto shock”, la cui onda lunga si sarebbe sentita fino all’apertura delle urne nazionali di fine settembre, risultano come minimo smorzate.

In sostanza, a soli tre mesi e mezzo dalle elezioni federali, il voto della Sassonia Anhalt viene letto dai vertici della Cdu come “un segnale” per Berlino, allontanando almeno un po’ le ombre legate alle lacerazioni interne e ai dubbi circa la ‘debolezza’ del candidato Laschet. “Certo che ci porta una spinta per Berlino”, corre a dichiarare il capogruppo Cdu/Csu Ralph Brinkhaus, secondo il quale questo voto dimostra che i cristiano-democratici “sono capaci di governare anche con Laschet” alla guida.

Dal punto di vista delle costellazioni di governo, l’esito del voto sembra indicare la continuazione dell’attuale governo in Sassonia Anhalt con la coalizione formata da Cda, Spd e Verdi, anche se in teoria a questo punto sarebbero possibili pure una maggioranza formata da Cdu Verdi e liberali oppure un allargamento dell’attuale alleanza all’Fdp. “Io comunque parlerò con tutti i partiti democratici”, ha annunciato subito il governatore Haseloff.

Qui l’articolo completo

Bisogna rivedere i metodi e le virtù dei coraggiosi ricostruttori dell’Italia

Resilienza dal latino resilire che significa rimbalzare. Non può che essere questo il risultato del Recovery Plan. Si è anche qualificato come un impegnativo programma per la new generation europea. Crescita e resilienza non sono automatiche. Bisogna governare (gubernare dal latino ‘reggere il timone’) perché le scelte ottengano i risultati desiderati.

Mai prima d’ora -nemmeno il piano Marshall, fatte le debite proporzioni- l’Italia fu provvista di una massa così ingente di fondi da investire, e non per ripianare debiti. Con meno di 100 miliardi a fondo perduto, tutti gli altri (il totale è di poco superiore a 248 miliardi di euro) sono prestiti da restituire entro un trentennio a tassi minimi. Nessun altro Paese della Unione ha ricevuto una dotazione tanto ampia e quindi si spiega l’interesse di tutti gli altri Stati membri perché l’Italia rispetti i patti e le scadenze. Ma anche le generazioni future hanno il medesimo interesse perché il debito pubblico – enorme – se non diventa “buono” (conio Mario Draghi) ricadrà sulle loro spalle. Per questo motivo è indispensabile che si riproducano, attualizzate, le virtù dei governanti che ricostruirono l’Italia e che procurarono il boom economico degli anni ‘60. Maggioranze e opposizioni hanno la responsabilità di sostenere le scelte che si sono decise perché dovranno, nelle alternanze possibili di governo, continuarne l’attuazione. Credo sia utile rivedere metodi e virtù dei coraggiosi ricostruttori dell’Italia: come vivevano anche le loro vite private, i tempi di decisone, la severità nel rispettare i fondi pubblici. Si studi come furono progettate, finanziate e attuate le grandi opere che hanno reso l’Italia uno dei Paesi G7.

Al rigore freddo delle norme e della contabilità la classe politica dovrà infondere il ‘gusto del futuro’, perché il cambio di passo che il Paese crede di intuire faccia raggiungere le mete indicate. Il piano attuativo del Recovery indica con precisione le scadenze e le riforme richieste, per cui nel caso non fossero rispettate, non solo non otteremmo le rate dei finanziamenti ma addirittura dovremmo restituirle.

I pilastri di questo importante augurio all’Italia sono la cornice europea, il Sud, la modernizzazione del Paese. Senza Europa – gli Stati Uniti d’Europa – ogni Stato europeo per quanto grande e importante, non potrebbe competere con le economie e gli sviluppi socioculturali dei giganti a est e a ovest, Cina, India, Stati Uniti, Russia.
Senza il Sud, completamente recuperato e integrato alle infrastrutture nazionali, l’intero Paese manterrebbe una zavorra ai passi avanti di cui siamo capaci. Perciò Sud, Sud, Sud! Il turismo e l’industria agroalimentare hanno bisogno di strutture, tempestivamente adeguate.

Anche un’industria pesante come l’ILVA, deve trovare finalmente pace; i progetti erano pronti da almeno due governi fa: perché tanto ritardo? La tecnologia e la buona volontà possono rendere compatibile una grande industria con l’ambiente e la salute. L’Italia non può rinunciare alla materia prima che aiuta la sua manifattura ad essere la seconda in Europa. L’altro grave ritardo che riguarda anche la modernizzazione del Paese è lo scandalo Alitalia. Per una inutile italianità, in Europa e nel mondo sono stati bruciati miliardi senza mantenere i livelli occupazionali e assicurare una compagnia di bandiera competitiva.
Come dimenticare la situazione scandalosa in cui versano ancora i territori colpiti dal terremoto decenni fa. Ci sono modi e metodi per rimuovere gli ostacoli alla velocizzazione, nella legalità, e consentire alle popolazioni e ai territori di tornare alla invocata, ma disattesa da troppo tempo, normalità.

La modernizzazione del Paese corre su due binari, quello digitale e quello della trasformazione ecologica: entrambi fautori di nuova occupazione e di miglioramento ambientale. Tutto è sostenuto da una architrave che è la Next generation eu, istruzione, formazione continua e ricerca. Anche questo ambito esige l’armonizzazione fra Nord e Sud. Lo stesso criterio deve guidare la programmazione e il controllo dei servizi sanitari perché, come è apparso evidente a tutti a causa della pandemia, devono essere garantiti secondo i principi e i diritti fondamentali che la nostra Costituzione da oltre settant’anni promette: uguaglianza di tutti i cittadini, da Nord a Sud, senza diseguaglianze territoriali; equità e perciò a ciascuno secondo il suo bisogno nella migliore qualità possibile e, infine, equità per garantire gli accessi a tutti.

È dibattito attuale utilizzare strumenti che rendano possibile raggiungere gli obiettivi entro il 2026, come richiesto dal Recovery Plan. Tre sono le spine che le forze politiche si stanno reciprocamente infliggendo e riguardano gli appalti (la velocità delle procedure si può ottenere senza il massimo ribasso, anzi!). I livelli occupazionali hanno bisogno di flessibilità ma non di blocchi. Il personale, indispensabile per far funzionare qualsiasi ingranaggio del Paese, deve essere preparato secondo necessità e reclutato secondo le regole. Per esempio i concorsi, qualora necessari per immettersi nella PA, devono essere periodici e continuativi per non trovarci come ora con carenza di medici, infermieri, operatori ai vari livelli non solo in sanità ma anche nella scuola. In questo servizio – il più delicato del Paese – si formano sacche di precariato, seguite da inique sanatorie.

Maria Paola Colombo Svevo, una cattolica democratica libera e forte. Presentazione del volume di Maria Chiara Mattesini.

Mercoledì 9 Giugno 2021 dalle ore 18,30 alle ore 19,30  andrà in onda un  Webinar   dal titolo  “Maria Paola Colombo Svevo, una cattolica democratica libera e forte”

Il Webinar prende spunto dal  libro di Maria Chiara Mattesini., “Maria Paola Colombo Svevo, una cattolica democratica libera e forte” editore Laterza, Bari 2021.
La  Mattesini è una giovane studiosa col “vizio” di non accontentarsi delle biblioteche peri andare sul campo a ricercare e intervistare.

Il suo saggio ha innanzitutto il pregio di mettere a fuoco una protagonista della democrazia italiana, che ha contribuito a cambiare i costumi, la mentalità, le leggi senza squilli di trombe, stendardi, applausi per proporla alle nuove generazioni.

Un atto di giustizia nei confronti delle tante donne di cui la storia non conserva memoria ed è un esempio per le nuove generazioni, perché, come scrive Giuseppe Guzzetti nella prefazione, definendola «mite e forte»:  «Ai giovani che, non senza qualche buon motivo, reputano la politica una cosa “sporca” da cui stare alla larga; ai milioni di italiani che non vanno più a votare perché i partiti non consentono loro di essere protagonisti della democrazia partecipata (…) abbiamo bisogno di dare idee forti serie e meditate, ma soprattutto di fare loro conoscere testimoni che hanno speso la loro vita per un Paese più coeso, più giusto, per una democrazia forte nelle sue istituzioni parlamentari e nel pluralismo istituzionale»..

Giuseppe Notarstefano nominato nei giorni scorsi Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

Il professore Giuseppe Notarstefano è il nuovo Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il triennio 2021-2024. È stato nominato nei giorni scorsi dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, che lo ha scelto all’interno della terna di nomi che il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana ha indicato dopo la conclusione della XVII Assemblea nazionale dell’Associazione.

Siciliano, 51 anni, Giuseppe Notarstefano vive a Palermo con la moglie, Milena Libutti, e il figlio, Marco, di 12 anni. È ricercatore di Statistica economica e attualmente insegna all’Università Lumsa sede di Palermo. L’esperienza associativa, e in particolare il servizio educativo e l’impegno sociale, hanno accompagnato le diverse fasi della sua vita: è stato responsabile diocesano dell’Acr nella diocesi di nascita (Agrigento); poi, dal 1999 al 2005, responsabile nazionale dell’Acr, componente del Centro studi di Ac, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto “Vittorio Bachelet”, Consigliere nazionale per il settore Adulti e dal 2014 vicepresidente nazionale Ac per il settore Adulti.
Collabora attualmente come esperto all’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei e dal 2016 è componente del Comitato scientifico organizzativo delle Settimane Sociali dei cattolici italiani. Coopera con numerose società scientifiche, tra le quali la Società Italiana di Economia Demografia e Statistica, del cui Consiglio direttivo fa parte. È membro della redazione di Aggiornamenti Sociali, La Società, Esperienze Sociali e Dialoghi.
È inoltre autore di numerose pubblicazioni sui temi delle economie regionali, dell’impatto economico locale del turismo, dei metodi di valutazione delle politiche pubbliche, delle misure statistiche del benessere e della qualità della vita e dell’impatto dell’economia sociale.

Di seguito, la prima dichiarazione del neo Presidente Giuseppe Notarstefano, il saluto del Presidente uscente Matteo Truffelli, e gli auguri dell’Assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana, mons. Gualtiero Sigismondi.

La prima dichiarazione di Giuseppe Notarstefano, neo Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

«Vorrei innanzitutto esprimere la mia commossa gratitudine verso il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana e i Vescovi italiani per avermi voluto affidare il compito di rappresentare, coordinare e promuovere l’associazione in un “tempo difficile, imprevisto e inedito”, che rivela “anche segni di fiducia, motivi di gratitudine e nuovi sentieri di speranza” (Messaggio della XVII Assemblea nazionale dell’Ac alla Chiesa e al Paese, 2 maggio 2021). Mentre mi accosto a questo importante servizio, grande è la percezione della mia personale inadeguatezza, resa più sopportabile solo dalla consapevolezza che ogni compito associativo è svolto nella corresponsabilità di tanti e nella cooperazione di tutti.

L’Azione cattolica mi ha accompagnato sin da ragazzo e in essa ho maturato un grande senso di riconoscenza: verso il Signore che mi ha donato questa strada da percorrere alla scoperta della gioia rigenerante del dono di sé e del servizio agli altri, soprattutto ai “più piccoli”, e verso la Chiesa, cui ho imparato a voler sempre più bene grazie alla compagnia di laici e sacerdoti “giardinieri sapienti”, che hanno seminato e coltivato in me un profondo desiderio di bene e di comunità. L’Ac è per me una lunga storia di amicizie bellissime: mi vengono subito in mente tutte le persone con cui ho condiviso gli scorsi anni di responsabilità a livello parrocchiale, diocesano e nazionale, i presidenti nazionali con i quali ho avuto modo di collaborare, e in particolare Matteo Truffelli, amico carissimo e compagno di strada, da cui ricevo un testimone particolarmente impegnativo.

Il primo pensiero, oggi, va tutti gli aderenti, a quanti simpatizzano con la bellezza e l’entusiasmo della nostra “passione cattolica”: ai piccolissimi, ai bambini e ai ragazzi, ai giovanissimi e ai giovani, agli adulti, nelle tantissime associazioni territoriali di base presenti ovunque nella nostra bella Penisola: un popolo davvero numeroso in questa città! Sono particolarmente grato a tutti e a ciascuno per aver riconosciuto questo tempo difficile come un’opportunità e l’associazione stessa come la forma resiliente e fraterna per viverlo nella gioia. Un grazie che si estende a quanti collaborano e lavorano per rendere più sostenibile la vita associativa.

È bello pensare che la vita associativa sia soprattutto un camminare insieme, prendendosi cura reciprocamente e concretamente gli uni degli altri, praticando la delicata arte dell’ascolto del cuore e del custodirsi spiritualmente, promuovendo un dialogo autentico tra diverse vocazioni, età e condizioni di vita. La gratuità, insieme all’umiltà e alla mitezza, sono le caratteristiche che papa Francesco ha sottolineato in occasione dell’udienza concessa al Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana lo scorso 30 aprile: “umiltà e mitezza sono le chiavi per vivere il servizio, non per occupare spazi ma per avviare processi. Sono contento perché in questi anni avete preso sul serio la strada indicata da Evangelii gaudium. Continuate lungo questa strada: c’è tanto cammino da fare!”

Voglio ringraziare ancora il Santo Padre per le sue parole cariche di affetto e stima e per la prospettiva indicata all’Ac di divenire sempre più una “palestra di sinodalità” a servizio della Chiesa italiana e del nostro Paese.

A nome di tutti noi rivolgo, infine, un pensiero grato e riconoscente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, guida autorevole in questa fase di delicata transizione della vita del Paese e delle sue istituzioni democratiche: la nostra associazione conferma il vivo desiderio di essere un piccolo seme di rinnovamento civile, ricercando percorsi fraterni e alleanze generative di amicizia sociale per promuovere il bene comune.

In Azione cattolica tutti abbiamo imparato ad amare senza riserve e a servire senza guardare l’orologio, perché amare e servire sono i verbi che coniugano la gioia del Vangelo come ci ha detto Vittorio Bachelet, modello luminoso per tante generazioni di aderenti e responsabili associativi.

Intercedano per noi le nostre sorelle e fratelli maggiori, venerabili, beati e santi dell’Azione Cattolica. A loro e a Maria, Madre del cammino e della strada, venerata nella mia cara terra di Sicilia come Odigitria, affido questo itinerario che inizia oggi, perché ci sorreggano e ci incoraggino a perseverare nella speranza».

Suor Maria Laura Mainetti è stata proclamata beata.

Suor Maria Laura Mainetti, uccisa con 19 coltellate il 6 giugno 2000 da tre ragazze minorenni a Chiavenna durante un rito satanico, è stata proclamata beata. La formula è stata pronunciata durante una messa nello stadio comunale del comune lombardo. Il martirio di suor Mainetti, che mentre veniva colpita chiedeva a Dio di perdonare le giovani, è stato riconosciuto da papa Francesco il 19 giugno 2020 perché compiuto “in odium fidei”.

Per monsignor Cantoni, la suora “ha respirato la fede in famiglia e nella sua comunità, perché non siamo cristiani da soli”. Conquistata dalla certezza, maturata da giovanissima al termine di una confessione, di “voler fare qualcosa di bello per Dio e per gli altri”, nella famiglia religiosa delle Figlie della Croce “suor Maria Laura ha trovato la scintilla ideale per sviluppare e portare a compimento il suo santo proposito”. La croce, sottolinea, “è l’espressione massima dell’amore di Cristo per ogni uomo, segno di una vita che è un continuo uscire da sé, per essere protesi verso i fratelli, in piena gratuità”.

La festa della nuova Beata, secondo il decreto papale letto durante la funzione, sarà celebrata proprio il 6 giugno, “giorno della sua nascita al Cielo”.

 

I 5 Stelle mettono il freno alla democrazia

Ha ragione il nostro amico Giorgio Merlo quando, ieri, su queste pagine parlava del modello 5 Stelle. Che però sembra essersi imposto come dominante in parlamento. Purtroppo qui Santoro, pur con tutte le riserve sul personaggio, credo colga nel segno. Quando il dibattito diventa a senso unico sulle questioni dirimenti per il futuro, la politica si riduce, non solo nel M5S, a quello che Giorgio ha indicato con dettagliato e crudo realismo.

Mi sbaglierò, ma la sensazione che avverto, è che nel Paese, dietro un’apparente ampia area di indecisi, cova una possibile ondata di astensionismo di massa capace di fare scendere la partecipazione al voto non alle comunali ma alle prossime politiche, ben al di sotto al 50%. Quanto spazio avrebbe un centro che solo avesse voglia di uscire dal proprio guscio e di stare sul pezzo, elaborando una strategia sull’enormità storica di processi che ci stanno passando sotto il naso senza che la politica se ne renda conto per tempo.

Ma il tempo per mettersi in gioco per il ’23 verosimilmente è già scaduto. Soprattutto perché, a mio avviso, mancano due elementi fondamentali per definire una proposta credibile agli elettori non entusiasti dello status quo:

– la volontà di riprendersi una autonomia culturale, di linguaggio, politica rispetto all’élite globale nella definizione di un’agenda dal basso, che rifletta gli interessi dei ceti medi, popolari e lavoratori.
(Per inciso: scommettiamo che quest’estate se il mainstream dicesse che devono arrivare gli extraterrestri, noi ripeteremo all’unisono questo mantra per paura di esser bollati come negazionisti dei marziani, e sosterremo senza riserve tutte le restrizioni apposite per far fronte alla nuova “minaccia” aliena?)

-in secondo luogo sembrano venuti meno per il suddetto compito i tradizionali soggetti capaci di organizzare gli interessi popolari, ormai indistintamente tutti cooptati a cause di ben altro valore secondo un parametro a loro però estrinseco (non dico sindacato, non dico cattolicesimo sociale, non dico corpi intermedi), ma vi è (forse) anche l’assenza di agenti di altro tipo interessati solo a condizionare l’orientamento elettorale, come fu fatto con il Movimento 5 Stelle, che di certo non si è autogenerato.

Cosicché i 5 Stelle rischiano di rappresentare l’emblema di ciò che succede quando si mette il freno a mano alla democrazia e si rinuncia a tentare di disinserirlo.
Non è mai troppo tardi per iniziare a farlo, abbiamo nella società italiana un oceano di interessi non più rappresentati che non chiedono altro.

Franco Marini: una eredità da non disperdere. Recensione del libro di Giorgio Merlo.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giovanni Cerro

Qual è il ruolo che i cattolici possono svolgere nelle democrazie odierne? Alla tradizione del cattolicesimo sociale può essere ancora riconosciuto uno spazio nella politica contemporanea? Il lavoro e la giustizia sociale possono essere valori decisivi in un tempo dominato dalla finanza e dalla globalizzazione? Queste sono alcune delle domande che emergono dalla lettura del volume che Giorgio Merlo dedica al ricordo della figura e dell’opera di Franco Marini, venuto a mancare all’inizio del febbraio 2021: Franco Marini, il Popolare, (Roma, Edizioni Lavoro, 2021, pagine 120, euro 15) con prefazione di Annamaria Furlan e introduzione di Gerardo Bianco. In pagine ricche di affetto e riconoscenza, Merlo ripercorre i momenti salienti della biografia di Marini, che si intreccia con le vicende della storia politica italiana del secondo dopoguerra.

Nato nel 1933 a San Pio delle Camere, paesino abruzzese a cui rimarrà sempre legato, Marini inizia giovanissimo la sua militanza nella Democrazia cristiana, così come il suo impegno in ambito sindacale, collaborando con Giulio Pastore. Nel 1985 diventerà segretario generale della Cisl, gestendo delicate trattative, come l’accordo con il governo De Mita sulla restituzione del fiscal drag ai lavoratori, e promuovendo la ricomposizione dello strappo che si era creato con la Cgil dopo il taglio alla scala mobile deciso dal governo Craxi. Come sottolineava lo stesso Marini: «Se mi si passa l’immodestia, posso dire che per un periodo sono stato il miglior contrattualista non della Cisl, ma di tutto il sindacato italiano».

Nel 1991, raccoglie il testimone di Carlo Donat-Cattin alla guida della corrente democristiana di Forze Nuove; in quello stesso anno, è nominato ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nel settimo governo Andreotti. Nel 1992 entra per la prima volta in Parlamento, superando nella circoscrizione di Roma Vittorio Sbardella, allora esponente della corrente andreottiana della Dc. Fondatore del Partito popolare italiano, ne sarà segretario dal 1997 al 1999, subentrando a Gerardo Bianco. Sarà inoltre una delle figure chiave per il passaggio dei “popolari” in seno alla Margherita, prima, e al Partito democratico, poi. Operazioni condotte senza mai abbandonare il suo sguardo critico sul presente. Nel 2006 è eletto presidente del Senato, riuscendo a imporsi per una decina di voti proprio su Andreotti. In questo itinerario, che unisce impegno nel sindacato, nella politica e nelle istituzioni, non manca una delusione: la mancata elezione a presidente della Repubblica nel 2013.

Nel suo libro, Merlo insiste sia sul ruolo di organizzatore politico svolto da Marini in fasi cruciali della storia nazionale recente, sia sulle sue intuizioni, come quella di indirizzare la cultura politica del cattolicesimo democratico e popolare verso il centrosinistra, a cui cercò di dare concretezza con determinazione. Marini, ricorda Merlo, non fu soltanto un uomo politico capace di operare difficili sintesi tra interessi diversi e di ricomporre fratture ritenute insanabili, ma anche esempio di rara intransigenza e di coerenza rispetto ai principi che dovevano essere per lui al centro della politica, quali appunto il lavoro, la giustizia, l’equità sociale, la solidarietà.

Merlo sottolinea quanto egli fosse in continuità con il pensiero e l’azione di Donat-Cattin, che nel settembre 1990, in un convegno svoltosi a Saint Vincent, lo aveva indicato pubblicamente come suo erede. Ad avvicinarli, oltre a un temperamento simile, vi era la comune formazione cristiana, mai intesa in chiave confessionale, la fedeltà alla democrazia e la lotta in favore del riconoscimento dei diritti di quelle che un tempo si sarebbero chiamate classi subalterne.

Marini, sostiene Merlo, ci ha trasmesso una preziosa eredità, che si fonda su precisi capisaldi. Anzitutto, la convinzione che la politica debba essere considerata lo strumento principale per individuare le contraddizioni della società e soprattutto per provare a risolverle. In secondo luogo, l’idea che i partiti e i sindacati sono un elemento centrale della vita democratica, a patto però che si fondino a loro volta su pratiche democratiche e partecipative, cioè che non si trasformino in organizzazioni personalistiche e oligarchiche, dominate da capi carismatici. Infine, l’opinione che non è possibile attuare riforme degne di questo nome e battersi in difesa dei bisogni degli ultimi e delle attese delle giovani generazioni senza progettualità e immaginazione politica e senza una classe dirigente all’altezza dei tempi. Il problema è se sapremo far fruttare questa eredità, senza disperderla.

Una primavera di Bellezza – L’Italia che Vogliamo

Il Centro Studi Aldo Moro, insieme a AMBIENTE e Il Domani D’Italia ha organizzato, per Lunedì 7 Giugno alle ore 18:30, un convegno-dibattito online dal titolo “Una primavera di Bellezza – L’Italia che Vogliamo” per discutere di tutela del territorio, salvaguardia del paesaggio, difesa dell’ambiente e promuovere una moratoria sulle energie rinnovabili.

Ne parleremo con autorevoli relatori Luisa Ciambella Vittorio Sgarbi Stefania Proietti Sindaco di Assisi Antonio Rancati Marco Frittella e Fiorello Primi

Vi invitiamo a seguire l’evento in diretta sulla nostra pagina e quella di AMBIENTE e Il Domani D’Italia

Identità digitale riconosciuta in tutta l’Unione europea

La Commissione di Bruxelles ha proposto un quadro per un’identità digitale europea che sarà disponibile per tutti i cittadini, i residenti e le imprese dell’Ue, valida e utilizzabile in tutti i ventisette Stati dell’Unione. I cittadini potranno dimostrare la loro identità e condividere documenti elettronici dai loro portafogli (wallet) d’identità digitale europea solo con l’uso dello smartphone. “Potranno accedere ai servizi online con la loro identificazione digitale nazionale, che sarà riconosciuta in tutta Europa. Le piattaforme molto grandi dovranno accettare l’uso di portafogli di identità digitale europea su richiesta dell’utente, ad esempio per dimostrare la propria età.

L’utilizzo del wallet sarà sempre a scelta dell’utente”, spiega la Commissione in una nota. “L’identità digitale europea ci consentirà di fare in qualsiasi Stato membro ciò che facciamo a casa senza costi aggiuntivi e con meno ostacoli. Sia affittare un appartamento o aprire un conto bancario al di fuori del nostro Paese d’origine.

E farlo in modo sicuro e trasparente”. Ha spiegato la vice presidente esecutiva della Commissione europea, Margrethe Vestager, che ha delega al Digitale. “In questo modo decideremo quante nostre informazioni vogliamo condividere, con chi e per quale scopo. Questa è un’opportunità unica per portarci tutti più a fondo nell’esperienza di cosa significa vivere in Europa ed essere europei”, ha concluso.

Covid: scoperti nuovi anticorpi in grado di inibire l’infezione

Anticorpi umani in grado di inibire l’infezione da coronavirus sono stati generati nei laboratori del Ceinge-Biotecnologie avanzate di Napoli ad opera dei ricercatori della task force Covid-19, progetto finanziato dalla Regione Campania. Un traguardo importante nella diagnostica e nella terapia del Covid-19 raggiunto, in particolare, dal team guidato da Claudia De Lorenzo, ordinario di Biochimica presso il Dipartimento di Medicina molecolare e Biotecnologie mediche dell’Università Federico II e principal investigator del Ceinge.

Gli studiosi hanno utilizzato una tecnologia innovativa, basata sulla selezione dei frammenti anticorpali sulla regione Rbd di Spike mediante “competizione” con il recettore (Ace2nel caso specifico).

Tale metodologia potrebbe consentire in futuro di isolare altri anticorpi “funzionali”, vale a dire specifici per determinate regioni dei bersagli molecolari con ruolo chiave nella patologia che si intende combattere. I ricercatori hanno inoltre generato tali anticorpi con un isotipo che non induce processi infiammatori, e che pertanto non dovrebbero provocare effetti collaterali indesiderati. I risultati sono stati ottenuti su colture cellulari in vitro e andranno poi confermati e validati in vivo. Gli anticorpi generati nei laboratori del Ceinge, per i quali è stata depositata la domanda di brevetto, riconoscono anche la proteina Spike di altri coronavirus e suggeriscono un loro potenziale impiego sia in campo diagnostico che terapeutico.

“Il nostro progetto nell’ambito della Task Force Covid-19 del Ceinge è stato finalizzato alla generazione di nuovi anticorpi umani utili per inibire l’infezione del virus Sars-Cov-2”, spiega Claudia De Lorenzo. “A tale scopo – aggiunge – abbiamo scelto una regione specifica della proteina Spike, che sappiamo essere presente sul rivestimento virale e che è responsabile dell’interazione con il recettore Ace2 sulla superficie delle cellule delle nostre vie respiratorie. A partire da vasti repertori di frammenti anticorpali umani, con tecniche di selezione per affinità, abbiamo identificato anticorpi in grado di legare specificamente la proteina Spike e alcuni di essi si sono dimostrati capaci di inibire l’infezione di colture cellulari umane del virus Sars-Cov-2 e della sua variante inglese”.

Il lavoro è stato pubblicato dalla rivista Scientific Reports (Nature Group) e ha visto la collaborazione dei teams di ricerca diretti rispettivamente da Massimo Zollo e da Nicola Zambrano, professori dell’Università Federico II e principal investigators Ceinge, con il contributo dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno. Nel gruppo di Claudia De Lorenzo hanno lavorato al progetto anche due giovani ricercatrici: Margherita Passariello, assegnista di ricerca, e Cinzia Vetrei, dottoranda, presso il Dipartimento di Medicina molecolare e Biotecnologie mediche della Federico II.

È Draghi il nostro vero tutor e sono i partiti a doversi muovere oltre il recinto delle loro convenienze.

Giorni fa si è festeggiata la Repubblica che ha già  tre quarti di secolo, ed a partire dal Presidente Sergio Mattarella, ogni considerazione riferita  a quel 2 giugno 1946 di fondazione, dopo il referendum che sancì la fine della monarchia, ha riguardato il confronto tra l’esperienza terribile del dopoguerra e quella che ancora stiamo vivendo della pandemia. 

Le città italiane erano un cumulo di macerie, le casse dello stato prosciugate, le famiglie a lutto per la perdita dei propri padri e figli, fratelli e mariti, eppure, come si è ripetuto all’unisono, gli italiani hanno affrontato la realtà con coraggio e determinazione e già dopo più di un decennio, nel mondo si parlava degli italiani come popolo capace di originare un boom economico difficile da rintracciare nelle storie dei vari popoli. 

Ora, a settantacinque da quella ripartenza, sono in grado classe dirigente e popolo di ritrovare quella stessa tensione morale ed intraprendenza? In quell’epoca i governi non distribuivano a piene mani bonus ai cittadini, le casse pubbliche erano vuote molto più di ora e i debiti di guerra pesavano come macigni sul futuro come ora. C’era da ricostruire strade, ponti, città, fabbriche e credito internazionale, ma gli italiani si diedero da fare, e con essi i rappresentanti delle istituzioni. 

Anche allora c’erano forti divisioni tra le forze politiche, ma erano divisioni che riguardavano la visione che si prospettava per lo sviluppo della società: da una parte la democrazia liberale, dall’altra il socialismo ad egemonia di una classe. Non erano dunque disfide sul niente come spesso avviene ora, eppure tutti collaborarono per ricostruire sul piano economico ed istituzionale la spina dorsale della nuova Italia. 

Ed invece ora? Al massimo, e per fortuna,  ci si è sforzati ad accettare Mario Draghi a capo di un governo, pur sempre con l’occhio ai calendari per il voto, ed a promettere bonus, salari non sudati, ristori. Ma il nostro debito è cresciuto al 160% del PIL per distribuire denari che non faranno altri denari, circostanze che se non avessimo le spalle coperte dall’Europa e dalla BCE, saremmo già facile pasto per gli avvoltoi della finanza internazionale. 

Si dirà che abbiamo la carta jolly dei 200 miliardi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza, e questo è vero, ma rischia di diventare come un acquazzone di agosto che si riversa su terreni argillosi in assenza di riforme. E bisognerà anche sperare che l’inflazione non rialzi la testa come sembra stia avvenendo. 

Se dovesse capitare, insieme ad un disallineamento dell’economia USA rispetto a quella europea, soprattutto grazie ad investimenti da capogiro di 20 mila miliardi di dollari, le banche internazionali aumenteranno i tassi di interesse e di conseguenza anche la BCE, ingrossando così ancor più il nostro debito. Insomma questi fattori potranno depotenziare la forza d’urto delle somme che impiegheremo, oltre ai piombi  ai piedi se si dovesse ancora persistere a mantenere il fallimentare status quo nella pubblica amministrazione, nel fisco, nella giustizia e nel lavoro,  che invece vanno immediatamente cambiati: fattori ormai incompatibili  con gli interessi delle famiglie, delle imprese e degli investimenti esteri. 

Le riforme su fisco, amministrazione pubblica, giustizia e lavoro dunque vanno fatte per premunirci da ogni accadimento pericoloso e per dare efficacia agli investimenti ed  evitare di essere risucchiati  nel girone della insostenibilità del debito, conclamata e certificata. Dunque ai capi di partito bisognerebbe dire con semplicità: abbiamo la fortuna di avere a capo del governo Draghi, che è una indubbia garanzia per i mercati internazionali e per l’Europa, ed allora si investa ogni propria ambizione di parte sugli interessi della Nazione. 

Il dividendo per il benessere di tutti sarà grande ed anche vostro in termini di prestigio. Infatti i capi dei partiti del primo dopoguerra, pur nella divisione, erano da tutti rispettati proprio per aver saputo costruire le premesse essenziali per il benessere. Quel benessere che però in questi ultimi anni si è indebolito.

 

Il “centro” e i 5 stelle.

Qualsiasi “partito di centro” e, soprattutto, qualunque “politica di centro”, sono semplicemente  incompatibili con tutto ciò che politicamente, culturalmente e storicamente hanno detto e fatto i 5  stelle in questi ultimi anni. È una considerazione, questa, persin scontata che non meriterebbe  alcuna ulteriore riflessione e si potrebbe chiudere qui la pratica. Ma, tuttavia, credo sia utile  avanzare almeno altre due valutazioni di merito. Sotto il profilo politico, come ovvio. 

In primo luogo chi coltiva e crede in una “politica di centro” – cioè in una politica che rifiuta e  respinge la radicalizzazione dello scontro politico, il giustizialismo manettaro, la demagogia anti  politica, il populismo come totem e la incompetenza e il pressappochismo come fari illuminanti  dell’azione politica – non può sottoscrivere un accordo politico e di governo con il partito di Grillo  e forse domani di Conte. Appunto, è politicamente impossibile perchè incompatibile. Fuorchè si  faccia ricorso, come è accaduto in questi ultimi anni, alla prassi del trasformismo opportunistico a  livello politico e parlamentare. 

In secondo luogo, e soprattutto, una “politica di centro” riformista e democratica, inclusiva e  socialmente avanzata, non può trovare una sintesi feconda e costruttiva con un partito che ha  fatto, e che fa al di là della propaganda spicciola, del populismo e della demagogia anti politica la  sua ragion d’essere. Perchè, alla fine, governare non può solo essere sinonimo di conservare il più  a lungo possibile il seggio parlamentare per garantire lo stipendio con il sistematico e perenne  terrore delle elezioni anticipate. Certo, si governa anche con una maggioranza parlamentare ma  non si possono fare scelte di governo significative e soprattutto incisive con l’unico obiettivo di  garantire il proprio status quo. 

Ecco perchè, per fermarsi solo ai titoli, chiunque intende recuperare, o rilanciare, o inverare o  declinare una “politica di centro” nella società contemporanea non può condividere quella prassi,  quella tradizione e quella cultura con l’esperienza dei 5 stelle. Non per un pregiudizio politico,  come ovvio. Ma, al contrario, per il rispetto della politica e del suo ruolo nella società italiana.  

La versione di Hamilton

Sul “Corriere della Sera” di oggi (ieri per chi legge) c’è una significativa intervista al pilota britannico più vincente della storia della F1, Lewis Hamilton. Di quelle da ricordare, perché non si ha la necessità di promuovere un libro in uscita e si può conversare a ruota libera (e a cuore aperto). Quando ciò riesce, vale la pena continuare ad alzarsi la mattina e comprare i giornali.

Sir Lewis Hamilton si trova in una fase dell’esistenza in cui non ha più molto da chiedere allo sport (tutti i record della F1 sono saldamente suoi) ma ha ancora molto da chiedere alla vita. Il desiderio di un maggiore impegno nel sociale emerge con forza, quasi balza fuori dalla pagina. Il giornalista se ne avvede e glielo chiede. Il campione quasi si schermisce (“non sono bravo in politica”) fingendo di non sapere che nel suo Regno Unito non esiste solo il numero 10 di Downing Street. Nel 2016 disse pubblicamente che al referendum sull’Unione Europea si augurava la vittoria del Remain perché “io mi sento di casa a Londra come a Bruxelles”. 

Uno sportivo che sa prendere le difese della collega Naomi Osaka, la giovane tennista – afroamericana – ritirata dal Roland Garros per problemi di depressione: “essere multati per aver parlato della propria salute mentale non è stato elegante, tutte le reazioni pubbliche contro di lei sono state ridicole. E’ una grande attivista e una grande atleta: ma ricordiamoci prima di tutto che è un essere umano”.

Ancora, il rimpianto per non aver potuto incontrare uno dei suoi miti di gioventù, Nelson Mandela, con la consapevolezza odierna: “Certo, se potessi rivederlo ora gli chiederei come ha fatto a prendere un thé con le guardie carcerarie che lo tenevano prigioniero a Robben Island”. 

Il tema del razzismo per il leader della F1 (secondo figlio di padre nero e madre bianca) è quasi una ragione di vita. Lo slogan black lives matter nello sport è opera sua e dei colleghi del basket NBA. Negli Stati Uniti il tema è esploso in conseguenza della morte di George Floyd, ma in Europa la spinta propulsiva risale a qualche mese prima. Certamente l’anno della pandemia ha giocato un ruolo importante “nel ripensare il nostro sport in modo diverso, più inclusivo”. Sono le parole di un futuro leader politico? Ai posteri l’ardua sentenza…

Quale futuro per Israele e Palestina?

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Simon Levis Sullam

È difficile riflettere a mente e cuore sgombri sulla situazione in Israele e Palestina, mentre in queste ore risuona il fragore dei missili dai due lati, si contano centinaia di morti e forse non si sono ancora del tutto placati gli episodi di violenza tra ebrei e arabi israeliani in alcune città dello Stato ebraico. La spirale di una guerra sproporzionata e asimmetrica ha ripiombato le diverse parti in causa del conflitto mediorientale in una situazione apparentemente senza via di uscita e di tragico, ripetitivo stallo che risale in questi schemi e forma almeno ai tempi del precedente conflitto tra Israele e Gaza del 2014. E che nuovamente radicalizza, per motivi e con finalità diverse, i due principali contendenti in primo piano: l’Israele di Netanyahu (capo del governo de facto da quasi un decennio) e la Gaza di Hamas, ma anche la West Bank di Mahmud Habbas, con sullo sfondo gli altri decisivi giocatori: dagli Stati Uniti, all’Iran e alla Turchia, ma anche la Russia, la Cina, l’Egitto e i firmatari degli accordi di Abramo, Emirati Arabi e Bahrein, non esclusa l’Arabia Saudita che formalmente non ne fa parte.

Nonostante tutto, vale la pena provare a fermarsi e riflettere – anche in questi giorni drammatici e senza che ciò costituisca una via di fuga dalla realtà o una mancata ferma critica della violenza da entrambi i lati ‑ su quello che i principali contendenti, israeliani e palestinesi, hanno in comune – che è anche ciò che profondamente li divide. E allo stesso tempo riflettere sulle possibili vie di uscita, almeno teoriche e affidate dall’immaginazione politica, a proposte alternative allo scontro frontale, tra quelle che sono state formulate nell’ultimo secolo a proposito di quella regione e dei suoi storici, viscerali conflitti. Non solo per ricordarsi, nel momento in cui ogni possibilità di dialogo e convivenza pare nuovamente impossibile, che queste idee sono state formulate. Ma anche per coltivare la speranza che – quando le armi finalmente taceranno di nuovo – si possa cominciare a ricostruire relazioni e nuove forme di convivenza senza partire solo dalla tragica conta dei morti e senza ricostruire cominciando esclusivamente dalle macerie: sia degli edifici distrutti, sia dei tessuti politici e sociali lacerati tra israeliani e palestinesi, tra ebrei e arabi cittadini israeliani.

Un tema concreto e simbolico drammaticamente condiviso da palestinesi e israeliani, e prima da arabi ed ebrei, è quello della terra: della terra di origine, promessa, contesa e condivisa. Come condivisa – o, almeno, idealmente ed emotivamente condivisibile – è stata ed è l’esperienza che ha preceduto la conquista della, o ha seguito l’espropriazione e il possibile ritorno alla madrepatria: cioè l’esilio. Ma è sulla terra che particolarmente vorrei fermarmi, proprio per rilevare il problema dell’attaccamento simbiotico alla madrepatria, come è stato coltivato ed espresso ad esempio sul piano letterario da palestinesi e israeliani. Penso alle dense pagine del racconto del noto scrittore palestinese Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole(1962, trad. it. Sellerio, 1991) e a quelle oggi non tra le più note dell’israeliano David Grossman, nel suo reportage nei Territori occupati, uscito alla viglia della prima Intifada (Il vento giallo, trad. it. Mondadori, 1988).

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