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Come evitare la terza ondata di Covid-19?

Possiamo abbassare la trasmissione virale con il lockdown, oppure possiamo usare in maniera intelligente i test rapidi.

Allora, come evitare la terza ondata di Covid-19? C’è solo un modo: creare nel nostro Paese un sistema di sorveglianza che integri tre elementi. Il primo dei quali è la capacità di fare un numero sufficiente di tamponi, non a tappeto ma mirati, per bloccare la trasmissione e saturare lo spazio di interazione di ogni singolo individuo

Questo è il punto di partenza per Andrea Crisanti, docente di microbiologia all’università di Padova.

Secondo punto, “questo processo deve essere integrato con strumenti informatici che permettano di collegare l’App Immuni e allo stesso tempo di monitorare come i casi si distribuiscono regione per regione e integrarli con altri parametri demografici come la densità di popolazione, la mobilità delle persone, e così via”.

Terzo elemento: “Questo sistema deve avere la logistica. Per rendere accessibili questi test là dove sono necessari”,

Bartolomeo Sorge, un maestro, un conoscente, un amico.

Si è spento nello storico seminario Aloisianum della Compagnia di Gesù, a Gallarate, Bartolomeo Sorge, Anche lui come il defunto cardinale Carlo Maria Martini ha scelto questo luogo storico della compagnia, dedicato a San Luigi Gonzaga.

Il primo incontro con Padre Bartolomeo Sorge s.j. avvenne nel 1974, come giornalista dell’Agenzia Montecitorio ero stato accreditato al convegno conosciuto con il nome “I mali di Roma”, organizzato dalla Diocesi di Roma, guidata dal cardinale Ugo Poletti.

Don Luigi di Liegro era il responsabile organizzativo. Era il periodo che la citta’ di Roma, con la Giunta guidata da Clelio Darida, si interrogava come risolvere il problema del gran numero di “borghetti”, baracche dove abitavano le persone che una volta immigrate a Roma non avevano trovato un lavoro stabile e si erano arrangiate a vivere in baracche in attesa di tempi migliori.

I borghetti iniziavano da prima del ponte delle Valli, per proseguire sulla Nomentana, in prossimità del greto dei fiumi Aniene e Tevere, lungo tutte le mura dell’acquedotto romano per terminare al borghetto prenestino.

Con gli inizi degli anni 70’ la crisi occupazionale pesante il tutto il paese, a Roma si faceva sentire ancora di più, in quel periodo la occupazione romana era , soprattutto collegata ai “palazzinari” imprese di costruzione tanto vituperate, ma che permisero i migliaia di famiglia di avere un reddito e di comprarsi una casa.

Fu quella l’occasione per conoscere padre Sorge s.j, e la sua attività come direttore della Civiltà Cattolica.

Con la mia nomina a segretario della Associazione Cristiana Artigiani Italiani ci siamo un po’ “persi di vista”. Ho rincontrato Padre Bartolomeo quando la Conferenza Episcopale Italiana decise di favorire la costituzione di scuole di formazione politica nelle varie Diocesi italiane.

Nel 1986 “per meglio rispondere alle crescenti necessità di sviluppo della Sicilia e del Mezzogiorno i gesuiti italiani decidono di potenziare il Centro Studi di Palermo fondando l’Istituto Arrupe per la formazione di uomini e donne che, avvertendo la vocazione a impegnarsi per il bene comune, desiderano coniugare rigore etico e seria preparazione professionale”, padre Bartolomeo terminato nel 1985 il suo incarico di direttore di Civiltà Cattolica, assunse la direzione dell’Istituto Padre Arrupe.

Nella seconda metà degli anni 80’ la città di Palermo si trovava ad affrontare una situazione sociale molto complessa, che culminò con l’omicidio nel 1988 del Sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco.

In quegli anni la Diocesi di Palermo era retta dal Cardinale Salvatore Pappalardo, il Consiglio Pastorale aveva deliberato di avviare una scuola di formazione politica, accompagnai mons. Fernando Charrier a Palermo, che doveva illustrare il contributo che l’Ufficio nazionale poteva dare alla Diocesi nella fase di avviamento.

In un convento di suore tra Palermo e Monreale una sera è sorta la scuola di formazione politica palermitana.

Il giorno seguente mons. Charrier ha incontrato padre Sorge s.j., durante l’incontro c’è stato uno scambio di opinioni franco, ma non convergente sul ruolo che avrebbero dovuto svolgere le scuole di formazione politica.

Nel 1987 con la costituzione di un Istituto di Ricerca e Formazione con sede nel mezzogiorno a Palermo e Messina ci siamo incontrati spesso, portando avanti ruoli diversi, abbiamo, però, sostenuto insieme le iniziative sociali e politiche, come “Città per l’Uomo” che avrebbero favorito l’uscita della Sicilia dall’impasse sociale in cui si trovava.

Terminato il suo incarico come direttore del Centro Padre Arrupe padre Bartolomeo e’ tornato a Milano a dirigere la Rivista Aggiornamenti Sociali.

Ci siamo rincontrati a Milano grazie ad un comune amico Franco Mangialardi che aveva per anni indirizzato il Centro Sociale Ambrosiano.

Verso la fine degli anni 90’ cominciammo a prendere contezza che la fase di “mani pulite” aveva fallito il suo obiettivo, lasciando sul campo un Paese frantumato e diviso, senza avere inciso sulle debolezze del sistema, anzi, si intraveda un allargamento dei fenomeni ai quali si era cercato di mettere un argine.

La disintegrazione di partiti come la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano aveva lasciato orfani sul territorio moltissime “realtà” che avevano operato sempre correttamente ed erano rimaste punti di riferimento del territorio.

Facendo nostro il motto “vino nuovo in otre nuovo” su iniziativa di Franco Mangialardi, con il sostegno spirituale di padre Bartolomeo Sorge s.j., insieme ad altri amici costituimmo il movimento “Area Popolare Democratica”. Franco Mangialardi riteneva che APD avesse la “funzione di far emergere luoghi politici che avrebbero dovuto porsi l’obiettivo di un riformismo moderato e popolare, quindi di modernizzare il Paese, quindi di non disperdere i valori risorgimentali, liberal-democratici, del cattolicesimo democratico, in una parola, i valori su cui si fonda la Carta Costituzionale. Il tutto coniugato con le problematiche dell’uomo e della donna  di oggi”.

La esperienza di APD si concluse malamente con la partecipazione alla costituzione della “Rosa Bianca” utilizzato da alcuni come strumento per garantirsi una continuità politica personale.

Si deve riconoscere a Padre Bartolomeo Sorge che ha rappresentato sempre, il “faro” per moltissimi di noi. Tuttavia Padre Sorge, giustamente, ha voluto sempre conservare la propria autonomia di sacerdote e gesuita e ha, giustamente, rifiutato di essere confuso con le scelte che i laici di volta in volta facevano.

Sorge, i cattolici e la politica.

C’è un momento importante e significativo, tra i tanti, che ha caratterizzato il magistero religioso,  civile, culturale ed intellettuale del gesuita Bartolomeo Sorge. Un momento che, seppur  giovanissimo, ho potuto seguire e ascoltare al fianco e al seguito di un grande statista  democratico cristiano, Carlo Donat-Cattin. Mi riferisco alla stagione dell’Assemblea degli “esterni”  del 1981. Una storica assemblea politica e culturale che ha contribuito, in quell’epoca, a  ridisegnare il ruolo pubblico, e quindi politico, dei cattolici italiani. Una assemblea che fu  preceduta da una proposta, sintetizzata in un bel libro, proprio da Padre Sorge, pubblicato nel  1979 da titolo “La ricomposizione dell’area cattolica in Italia”. Un libro importante perchè  contribuì, come sempre capitò con l’autorevole gesuita, a trasformare una proposta in un dibattito  pubblico con forte e ricca ricaduta mediatica nazionale. E proprio da quel libro decollò un  confronto politico, intellettuale e culturale che condizionò il cammino e anche l’avventura pubblica  dei cattolici in quel particolare contesto storico italiano. E proprio il confronto, a distanza, tra  Padre Sorge, Donat-Cattin, Pietro Scoppola e pochi altri intellettuali e politici di quel campo fu  decisivo per orientare un dibattito che segnò una bella pagina per i cattolici impegnati in politica  nel nostro paese. Ma quel libro di Padre Sorge – che seguiva già una sua presenza significativa e  di grande qualità nella Chiesa italiana e nel mondo dell’editoria e dell’intellettualità cattolica –  rappresentò un faro importante per chi voleva continuare, da cattolico, ad illuminare e a lievitare la  società contemporanea attraverso la cultura e lo stile dei cattolici democratici e popolari.  

Ecco, se c’è un filo rosso che lega l’intero magistero “pubblico” di padre Sorge, al di là delle  diverse e contrastanti stagioni storiche che l’hanno visto, comunque sia, protagonista ed  interlocutore, è la sua perdurante fedeltà e coerenza nel riaffermare la centralità e l’importanza dei  cattolici in politica. Una presenza in un partito organizzato prima, anche se non mancavano  punture di spillo e vivaci confronti attorno alla sfida della “fedeltà” ai principi, ai valori e alla cultura  del popolarismo di ispirazione cristiana da parte della Dc e dei suoi vari gruppi dirigenti. Confronto  che ebbe proprio nel libro citato e nella “Assemblea degli esterni” dell’81 uno dei momenti più  vivaci e più significativi nella storia accidentata e travagliata del cattolicesimo democratico e  popolare italiano. E la sterminata produzione editoriale, culturale e religiosa di padre Sorge  continua ad essere per molti di noi ancora un riferimento importante e da cui non si può  prescindere per proseguire il cammino anche nei prossimi anni.

Il popolarismo di Padre Sorge

Non bastano più le parole per ricordare una tra le figure più brillanti della Chiesa e più intelligenti e lungimiranti che la politologia ha posseduto.
Padre Sorge si è speso fino all’ultimo affinché i cristiani impegnati in politica tornassero alle origini con nuove e più alte motivazioni che i tempi richiedono.
Certo, non ha mai parlato di nuovo partito di cattolici, ma di un nuovo costume politico in un’epoca nella quale sembra prevalere quel populismo che, a ben guardare, usa il popolo per gli interessi di un’élite.

Il suo continuo riferimento ai “liberi e forti” di don Sturzo è un chiaro monito a riconsiderare il popolarismo in funzione antipopulista.
Il realismo politico di Padre Bartolomeo Sorge negli ultimi tempi è penetrante allorché egli considera le difficoltà mondiali attuali come figlie di tre crisi: economica, politica e culturale.
Sulle prime due crisi (economica e politica) il populismo ha costruito la propria fortuna politico-elettorale; ossia facendo credere ad una moltitudine di cittadini in buona fede non più di essere semplici rappresentanti del popolo, ma di essere loro stessi popolo.
Il Movimento Cinque Stelle è un chiaro esempio di questo fenomeno che si è affermato in Italia con le ultime elezioni politiche.

Ma se si guarda a fondo l’attuale situazione politica, si scopre che sono trascorsi poco più di due anni per rendersi conto del più colossale bluff che la storia politica repubblicana italiana abbia conosciuto.
Ed allora, se il quadro politico attuale è questo, perché non ripartire dalle indicazioni di Padre Sorge ridando forza ideale e contenuti al popolarismo di matrice sturziana?
Il compito non appare per nulla difficile nei tempi attuali con un Partito Democratico che più che rappresentare gli interessi sociali è sempre più orientato a monopolizzare posti di governo e di sottogoverno; con una opposizione ormai in balia della destra estrema e leghista; con un Movimento Cinque Stelle allo sbando e non più in grado di superare un quoziente a due cifre.

Manca un centro equilibrato e rinnovatore non solo degli interessi sociali in gioco, ma soprattutto (come ammoniva Padre Sorge) che sappia rimettere al centro l’etica della politica, ossia del linguaggio e del costume politici.
La forza trainante dell’ispirazione cristiana deve fermarsi qui: Non un partito di cattolici, ma un partito cristianamente ispirato che sappia dialogare con le altre culture, che rimetta al centro dell’attuale scadente dibattito politico la persona umana con i propri bisogni, che sappia di nuovo fare quella sintesi morotea degli interessi sociali, che sappia scegliere una classe dirigente onesta e preparata.

Sono certo che tutto questo faccia non solo felice Padre Sorge che ci guarda da lassù, ma sia il tributo più vero che possiamo fare per averci idealmente sempre guidato con rettitudine di parole e di comportamenti nell’azione politica intesa come missione.

Non ho paura, mi guida l’amore del mio meraviglioso popolo che segue Gesù Cristo

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«La Chiesa è e resta forte ma il tema della corruzione è un problema profondo, che si perde nei secoli. All’inizio del mio pontificato andai a trovare Benedetto. Nel passare le consegne mi diede una scatola grande: “Qui dentro c’è tutto – disse –, ci sono gli atti con le situazioni più difficili, io sono arrivato fino a qua, sono intervenuto in questa situazione, ho allontanato queste persone, e adesso… tocca a te”. Ecco, io non ho fatto altro che raccogliere il testimone di Papa Benedetto, ho continuato la sua opera».
Così Papa Francesco ha risposto a Gian Marco Chiocci, giornalista dell’agenzia AdnKronos, alla domanda su cosa sta accadendo dentro alle mura della città del Vaticano e più precisamente nella Curia Romana.
Per cercare di spiegare come mai la corruzione è presente nella storia della Chiesa, Bergoglio ha detto: «La Chiesa è stata sempre una “casta meretrix”, una peccatrice. Diciamo meglio: una parte di essa, perché la stragrande maggioranza va in senso contrario, persegue la giusta via. Però è innegabile che personaggi di vario tipo e spessore, ecclesiastici e tanti finti amici laici della Chiesa, hanno contribuito a dissipare il patrimonio mobile e immobile non del Vaticano ma dei fedeli. A me colpisce il Vangelo quando il Signore chiede di scegliere: o segui Dio o segui il denaro. Lo ha detto Gesù, non è possibile andare dietro a entrambi».
Il Papa ha quindi ricordato sua nonna che non era una teologa, ma «a noi bambini diceva sempre che il diavolo entra dalle tasche. Aveva ragione».
In merito alle critiche che gli vengono sollevate da qualche cardinale e prelato, il Papa ha risposto: «Non direi il vero, e farei torto alla sua intelligenza, se le dicessi che le critiche ti lasciano bene. A nessuno piacciono, specie quando sono schiaffi in faccia, quando fanno male se dette in malafede e con malignità. Con altrettanta convinzione però dico che le critiche possono essere costruttive, e allora io me le prendo tutte perché la critica porta a esaminarmi, a fare un esame di coscienza, a chiedermi se ho sbagliato, dove e perché ho sbagliato, se ho fatto bene, se ho fatto male, se potevo fare meglio. Il Papa le critiche le ascolta tutte dopodiché esercita il discernimento, capire cosa è a fin di bene e cosa no. Discernimento che è la linea guida del mio percorso, su tutto, su tutti. E qui sarebbe importante una comunicazione onesta per raccontare la verità su quel che sta succedendo all’interno della Chiesa. Se nella critica devo trovare ispirazione per fare meglio non posso certo lasciarmi trascinare da ogni cosa che di poco positivo che scrivono sul Papa…».
«Alcuni dei critici sostengono che tra Bergoglio e Ratzinger ci sia della ruggine e punti di vista diametralmente opposti», ha osservato il giornalista.
Prima di rispondere Papa Francesco ha sorriso e poi ha detto: «Benedetto per me è un padre e un fratello, per lettera gli scrivo “filialmente e fraternamente”. Lo vado a trovare spesso e se recentemente lo vedo un po’ meno è solo perché non voglio affaticarlo. Il rapporto è davvero buono, molto buono, concordiamo sulle cose da fare. Benedetto è un uomo buono, è la santità fatta persona. Non ci sono problemi fra noi, poi ognuno può dire e pensare ciò che vuole. Pensi che sono riusciti perfino a raccontare che avevamo litigato, io e Benedetto, su quale tomba spettava a me e quale a lui».
«Alcuni sostengono anche che in questa battaglia Papa Francesco è solo contro tutti…», ha osservato ancora Gian Marco Chiocci.
Bergoglio ha risposto: «Esistono due livelli di solitudine. Uno può dire: mi sento solo perché chi dovrebbe collaborare non collabora, perché chi si dovrebbe sporcare le mani per il prossimo non lo fa, perché non seguono la mia linea o cose così, e questa è una solitudine diciamo… funzionale. Poi c’è una solitudine sostanziale, che non provo, perché ho trovato tantissima gente che rischia per me, mette la sua vita in gioco, che si batte con convinzione perché sa che siamo nel giusto e che la strada intrapresa, pur fra mille ostacoli e naturali resistenze, è quella giusta. Ci sono stati esempi di malaffare, di tradimenti, che feriscono chi crede nella Chiesa. Queste persone non sono certo suore di clausura».
Di fronte alle tante crisi interne ed esterne alla Chiesa il Papa ha dichiarato di non avere paura: «Non temo conseguenze contro di me, non temo nulla, agisco in nome e per conto di nostro Signore. Sono un incosciente? Difetto di un po’ di prudenza? Non saprei cosa dire, mi guida l’istinto e lo Spirito Santo, mi guida l’amore del mio meraviglioso popolo che segue Gesù Cristo. E poi prego, prego tanto… tutti noi in questo momento difficile dobbiamo pregare tanto per quanto sta accadendo nel mondo».

Giovanbattista Tiepolo: al di là delle nuvole.

Fino al 21 marzo 2021 le Gallerie d’Italia – Piazza Scala a Milano ospitano l’esposizione “Tiepolo. Venezia, Milano, l’Europa”, a 250 anni dalla sua morte, realizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e in partnership con le Gallerie dell’Accademia di Venezia, a cura di Fernando Mazzocca e Alessandro Morandotti, con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli. 

In mostra settanta opere, tra quelle del Maestro e di importanti artisti suoi contemporanei (tra cui i veneti Antonio Pellegrini, Giovanni Battista Piazzetta, Sebastiano Ricci e il lombardo Paolo Pagani).

Giambattista Tiepolo aveva quattordici anni quando iniziò ad apprendere da Gregorio Lazzarini “i ferri del mestiere” e la magia del “saper mescolare i colori”. Nel 1717 si iscrisse alla congregazione dei pittori veneziani, iniziando un percorso che lo porterà ad essere conosciuto in Veneto, Friuli, Lombardia. Uscì dall’Italia a cinquantacinque anni, facendosi apprezzare in alcuni Stati, tra cui Germania e Spagna. 

Inizialmente, la pittura di Giovanbattista Tiepolo segue le tracce del Piazzetta, le sue “macchie di forza”. Quest’influenza la si ritrova in alcune opere giovanili, tra tutte: gli affreschi del palazzo arcivescovile di Udine del 1726. Poi l’amore per i classici della letteratura, ed ecco che Giovanbattista omaggia l’Eneide, l’Odissea e la Gerusalemme Liberata, decorando la villa Valmarana vicino a Vicenza, lavoro successivo agli splendidi affreschi del 1733 della cappella Colleoni di Bergamo.

La vena artistica è influenzata anche da due importanti incontri: Sebastiano Ricci e Paolo Veronese. Del primo assimila il movimento del disegno, quel senso di dinamismo non puramente decorativo, alla rococò, ma dal gusto raffinato prettamente veneziano. Del Veronese egli coglie e reinterpreta il gioco di cromatismi alla ricerca di una coreografia dal largo respiro, superando miti ed allegorie. Dal 1740 al 1744 Tiepolo esegue significativi lavori a Venezia (come “l’apparizione della Vergine al beato Simeone Stock”, scuola dei Carmini, e l’affresco della chiesa degli Scalzi “Trasporto della Santa Casa di Loreto”, di cui si può ancor oggi ammirare il bozzetto preparatorio, essendo l’originale stato distrutto durante la prima Guerra Mondiale). Sono gli anni in cui Milano diviene una città fondamentale per Tiepolo che realizza, tra gli altri, “La corsa del carro del Sole”, la pittura a fresco voluta per Palazzo Clerici da Antonio Giorgio, ultimo discendente della famiglia (in quell’occasione viene pubblicata una raccolta di poesie del poeta Giovanni Battista Dal Pozzo, che celebra Tiepolo paragonandolo al Veronese). 

Con il passare degli anni sempre più, con delicatezza di tavolozza e disegno, il suo stile riesce a rappresentare con luci e colori il dramma della vita, l’uomo nei suoi atteggiamenti, l’insieme dell’esistenza (concetti cari ai Romantici che, in quel senso di “insieme unico” e nella vibrazione delle tonalità simboliche, Tiepolo sembra presagire). La sua ricerca diviene costante. Ad esempio, spesso ama trasfigurare i temi sacri trattati con forte personalità senza esagerazioni, con giochi luminosi, prospettive sinergiche, fatti umani e ultraterreni che intellettualmente si mescolano alla ricerca del divenire dell’esistenza (si vedano, ad esempio, le tele di Verolanuova e la pala della chiesa delle Grazie di Este).

L’artista chiude definitivamente il ciclo barocco, superando eccessivi decorativismi, mantenendo la costante empirica della sperimentazione tipica del Seicento con leggerezza visiva derivata da profondo studio e personale fantasia. Muore in Spagna nel 1770 (si era recato nel 1762 su invito di Carlo III per decorare la sua reggia) in un momento di calo di notorietà, subendo l’ingrato declino delle mode che si susseguono. A Madrid aveva decorato la sala del Trono, alcune coinvolgenti allegorie che illuminano l’anticamera, glorificando la monarchia spagnola ed altro ancora. La sua maturità artistica lasciava alle spalle fantasie decorative sperimentate anni prima, come la decorazione del Palazzo Würzburg del principe-vescovo di Franconia Carlo Felice. 

I figli Giandomenico e Lorenzo, che lo seguirono sempre, portarono avanti il suo insegnamento e la sua passione per l’arte, che venne poi rivalutata ed apprezzata a distanza, grazie ad impulsi classici e romantici da molti artisti come Canova ed Hayez.

In sintesi, Tiepolo lavora su elementi temporali e spaziali di tematiche ritenute, a quei tempi, troppo vicine alla tradizione. In realtà, l’amore per la pittura, la magnificenza degli spazi indefiniti e il contrasto con la scuola caravaggesca lo rendono deviante nella fenomenologia artistica dell’epoca. I suoi “respiri” ci riportano alla natura romantica e le sue “nuvole aperte” anticipano il superamento dei limiti spazio-temporali proprio della fine dell’Ottocento. Certo, sono presagi, intuizioni, tensioni di un animo che voleva rappresentare la realtà oltre alla pura visione, la narrazione oltre il puro racconto, l’indefinito oltre la certezza.

Chissà, forse ancora nessuno è riuscito ad andare, come lui, “al di là delle nuvole”….

Astrazeneca: il vaccino in distribuzione da marzo costerà 2 euro

L’azienda farmaceutica AstraZeneca prevede che il vaccino in sperimentazione contro il Covid-19 sarà in distribuzione entro la fine del primo trimestre del prossimo anno. Lo ha spiegato Josep Baselga, direttore dell’area Ricerca e sviluppo oncologico di AstraZeneca.

L’azienda si è impegnata a distribuire i vaccini in tutto il mondo e non solo a singoli stati o in Europa. Prprio per questo motivo la produzione è già partita e se tutto andrà a buon fine, potrà. entro fine anno. partire la distribuzione.

Buone notizie anche sul costo. Infatti il vaccino sarà venduto a prezzo di costo, circa due euro e sarà richiesta la somministrazione di due dosi a distanza di 28 giorni.

 

 

Distribuiti gli 85 mln per la didattica digitale

Firmato dal Ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, il decreto che assegna alle scuole gli 85 milioni di euro per la didattica digitale integrata, stanziati dal ‘Decreto Ristori’ nel Consiglio dei Ministri del 27 ottobre scorso. I fondi serviranno agli istituti scolastici per l’acquisto di dispositivi digitali e strumenti per le connessioni da fornire in comodato d’uso alle studentesse e agli studenti meno abbienti. Le risorse sono state distribuite tenendo conto del numero di alunni di ciascun istituto e dell’indicatore Ocse Escs che consente di individuare le scuole segnate da un contesto di maggiore disagio socio-economico e con minori dotazioni digitali. Lo stesso parametro era stato utilizzato a marzo per la distribuzione dei fondi per la didattica digitale previsti dal decreto ‘Cura Italia’. Questo nuovo stanziamento potrà consentire alle scuole l’acquisto, in base alle proprie necessità, di oltre 200mila nuovi dispositivi e oltre 100mila connessioni.

In questi mesi il Miur non ha mai smesso di investire sul digitale a scuola, capitalizzando gli sforzi fatti durante la sospensione delle attività didattiche in presenza e cercando di trasformare la crisi in opportunità, con interventi che resteranno in dotazione alle scuole e anche attraverso la formazione del personale. In particolare, grazie ai finanziamenti assegnati da marzo, sono stati già 432.330 i dispositivi acquistati e oltre 100mila le connessioni. Ulteriori strumenti saranno resi disponibili attraverso specifici avvisi a valere sulle risorse PON che consentiranno il noleggio di supporti didattici digitali per questo anno scolastico e grazie anche a un decreto da 3,6 milioni, firmato il 27 ottobre dal Ministro dell’Istruzione, che garantirà la connessione e, quindi, la didattica digitale integrata, a studentesse e studenti delle scuole di secondo grado che ne sono ancora privi. Si ricorda, infine, che le scuole hanno acquistato device e tecnologie anche con i 331 milioni di euro erogati direttamente agli Istituti per la ripartenza di settembre. Le scuole hanno poi in dotazione nei loro laboratori 1,2 milioni di dispositivi già messi a disposizione degli studenti durante la prima fase dell’emergenza sanitaria. Di seguito riportiamo la distribuzione regionale degli 85 milioni:

Abruzzo 1.884.794,63 €

Basilicata 1.088.222,83 €

Calabria 3.595.958,80 €

Campania 10.644.051,87 €

Emilia Romagna 5.516.393,71 €

Friuli 1.597.160,68 €

Lazio 7.330.997,89 €

Liguria 1.825.017,64 €

Lombardia 12.210.621,80 €

Marche 2.286.947,32 €

Molise 481.312,60 €

Piemonte 5.624.162,80 €

Puglia 6.695.778,25 €

Sardegna 2.808.166,38 €

Sicilia 9.097.145,71 €

Toscana 4.833.369,38 €

Umbria 1.269.978,81 €

Veneto 6.209.918,90 €

Totale 85.000.000,00 €

Nei paesi a basso reddito il Coronavirus colpisce più lievemente

La comunità scientifica ha riscontrato una minore mortalità legata al coronavirus nei Paesi a basso reddito. Secondo i ricercatori, vivere in zone con una scarsa igiene e un accesso limitato all’acqua potabile permetterebbe alle persone di ottenere un sistema immunitario più forte e resistente.

Ad esempio una ricerca del Council of Scientific and Industrial Research indica che l’India ha un sesto della popolazione mondiale e un sesto dei casi riportati di Covid-19. Tuttavia le morti sono meno del 10% del totale mondiale, con una mortalità inferiore al 2%, che è tra le più basse.

 

Padre Sorge negli anni ‘70 operò a sostegno della politica di solidarietà nazionale: di questa lezione oggi dovremmo fare tesoro.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Ceccanti. Ne ha facoltà.

STEFANO CECCANTI (PD). Grazie Presidente. È scomparso stamani Bartolomeo Sorge, padre gesuita direttore di Civiltà Cattolica tra il 1973 e il 1985, uomo di Chiesa, ma anche uomo della società italiana, uomo di evangelizzazione, ma anche uomo della promozione umana, come recitava il titolo del convegno della Chiesa italiana del ‘76 di cui fu il principale animatore. E lui ci teneva soprattutto a sottolineare la congiunzione “e”: non si dà evangelizzazione senza promozione umana e viceversa.

Molti – i più giovani – se lo ricordano per l’animazione della primavera di Palermo, tra la seconda metà degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, ma forse il periodo più forte, di maggiore responsabilità, fu quello degli ultimi quattro anni del pontificato montiniano, tra il 1974 e 1978, quando fu incaricato, in sintonia col Papa, di ricomporre le fratture su una linea di progresso, anzitutto le fratture nella Chiesa. Padre Bartolomeo Sorge fu chiamato a chiamare come animatori, come relatori, persino persone che nel 1974, nel referendum sul divorzio, si erano schierate contro l’indicazione di voto dei vescovi, a cominciare da Pietro Scoppola. Quindi non demonizzazione, ma addirittura valorizzazione, superamento di una frattura. E si schierò con grande forza a favore della politica di solidarietà nazionale, della ricomposizione di tutte le forze che avevano fatto insieme la Costituzione, perché solo attraverso questo passaggio fondamentale si sarebbe potuta realizzare in Italia una democrazia dell’alternanza.

Voglio quindi ricordarlo con una sua citazione di un’intervista dell’85, che è ancora valida: “Il Novecento, che sta per finire, rimarrà come l’esempio di modelli statici, prefabbricati. Un tentativo abortito, che ha condotto a due terribili guerre mondiali, ad alzare cortine e muri di divisione tra i popoli, a blocchi militari contrapposti. Il Duemila nascerà diverso solo se ci sapremo ispirare ad un modello dinamico, superando cioè la contrapposizione o la sovrapposizione di una visione ideologica sull’altra, instaurando invece uno stile nuovo di collaborazione e di ricerca comune, a partire dai problemi reali della gente, da interpretare alla luce di valori di un’antropologia plenaria, aperta alla trascendenza” (Applausi).

PRESIDENTE. La Presidenza si associa alla sua sapiente commemorazione naturalmente per la scomparsa di un grande uomo della cultura e della Chiesa nel nostro Paese.

Da Reggio Emilia, un ricordo di Padre Sorge

A Reggio Emilia, come in molte altre parti d’Italia,-cattolici e non-  piangono con molti rimpiati e nostalgie per la morte del “formidabile “gesuita Padre  Bartolomeo Sorge. Era un amico personale, un padre spirituale, un pensatore (intellettuale sarebbe riduttivo) chiaro e profondo, ma anche scomodo per certi super-cattolici. Tutta la stampa nazionale ed oltre, avrà modo di tratteggiare i suoi profili di sacerdote e di studioso, attento al discernimento  all’ interno della Chiesa e della società contemporanea e all’analisi dei”segni dei tempi” secondo il portato innovativo del Concilio Vaticano II e che oggi Papa Francesco lo ribadisce ed aggiorna nell’enciclica Fratelli tutti. 

Sorge venne a Reggio Emilia diverse volte invitato non solo da esponenti della Chiesa Reggiana, ma anche ad incontri promossi, persino a livello politico, da realtà associative laiche. Ricordo in particolare quando la DC era sparita dal panorama politico, e il gesuita avuto il coraggio – e ci voleva molta tenacia in quei tempi – a richiamare i cattolici a riprendere lo spirito del “popolarismo “ sturziano in una fase difficile anche per la vita pubblica nel nostro Paese. Abbiamo avuto la sua disponibilità, fra le molte altre occasioni, a tenerci delle splendide “ lectio magistralis “ nella nostra “ città del Tricolore“. 

Ne ricordo solo due. Come  nel gennaio del 2004 al secondo Convegno degli ex-allievi della Scuola Superiore di Scienze Sociali, attiva al Centro del sacro Cuore a Baragalla dal 1959 al 1966 ,sul tema” Cattolici e impegno politico:ieri, oggi e domani “ e più recentemente nel gennaio del 2018 al Convegno promosso dal Circolo G. Toniolo e dall’ Ucid  sul tema “ Dalla formazione sociale all’etica civile. Un’esperienza innovativa dei Gesuiti a Reggio Emilia: quali insegnamenti ? “ di cui ,fra poco, usciranno gli atti. 

Il nostro Vescovo  Camisasca, nel porgere il suo saluto, in quella sua , purtroppo ,ultima venuta a Reggio, disse testualmente :“ Mi siano consentiti un ricordo speciale e un saluto grato ed affettuoso a padre Bartolomeo Sorge, la cui biografia meriterebbe da sola un convegno ! “.Ci auguriamo tutti che questo accada, specie in una fase della vita pubblica e culturale dove l’ insegnamento sociale della Chiesa – Sorge amava chiamarla così nei suoi numerosi testi in materia – pare negletto o dimenticato.

Alle origini del rischio educativo e del disagio scolastico

Articolo già pubblicato sulla rivista “DPU- DIRITTO PENALE e UOMO – Rivista internazionale di studi giuridici e antropologici

Cresce il numero delle segnalazioni che le scuole inoltrano ai tribunali minorili per rappresentare situazioni di forte disagio riscontrate negli alunni, al di là dello “scolasticamente risolvibile”, con motivazioni variegate rispetto alle esperienze e ai vissuti, oltre che dense di significati impliciti o difficilmente intellegibili. 

Da molti anni il sistema scolastico del nostro Paese presta particolare attenzione al tema del diritto allo studio, inteso come domanda sociale di istruzione ma anche come strumento per sviluppare le potenzialità di crescita intellettuale, emotiva, relazionale di ciascuno attraverso un’offerta di opportunità formative sempre più individualizzate e mirate. Disagio scolastico e insuccesso educativo riguardano bambini e adolescenti che in diversa misura non riescono a compiere il percorso dell’obbligo, che si assentano dalle lezioni per periodi a volte talmente lunghi da compromettere l’esito dell’anno scolastico ma questa “inadempienza” è sovente la punta di un iceberg che nasconde situazioni più complesse, cui la scuola da sola non sempre riesce a tener fronte, indipendentemente dalla collaborazione o viceversa dal disimpegno delle famiglie. L’esperienza di ascolto dei minori che attraversano momenti di difficoltà rispetto alla frequenza scolastica consente di risalire alle motivazioni che hanno originato il “gap”, il distacco, l’allontanamento dal contesto formativo: la pratica del colloquio con i bambini e gli adolescenti, se condotto con la dovuta delicatezza e senza modalità intrusive, non serve solo per conoscere ma possibilmente per aiutare, indirizzare, risolvere. Emergono problematiche di tipo personale e motivazionale, il timore di “non farcela”, i brutti voti, la percezione del clima relazionale con insegnanti e compagni sovente vissuto come ostile, i compiti a casa non svolti, le lezioni non apprese, la fatica di applicarsi sui libri, la presenza di alunni ritenuti ineguagliabili in quanto a successo e valutazioni positive.

Sono vissuti negativi interiorizzati e tradotti in blocchi emotivi e all’apprendimento, rispetto ai quali un bambino o un ragazzo si sente “perdente in partenza” perché non gli riuscirà mai di vincere la frustrazione dell’insuccesso e della vita di classe intesa come competizione. E allora ci si rifiuta di frequentare, si sta a casa, in quella nicchia molto rassicurante che va dal proprio letto alla play station, dal divano alla Tv.

Ci sono minori che dicono “la scuola non è fatta per me”, “non ce la faccio”. Allora li si aiuta con il sostegno scolastico o con interventi educativi domiciliari che a volte facilitano l’apprendimento e il recupero dell’autostima. Anche oltre il contesto familiare di appartenenza a volte deprivato, altre invece partecipe e collaborativo. Ci sono anche storie di bullismo che escono dai racconti dei ragazzi: questa è una condizione di sofferenza socialmente in crescita, che incute terrore per le violenze fisiche e psicologiche subìte, le derisioni, lo stalking, storie da cui esce l’immagine di un’infanzia e un’adolescenza non sempre innocenti, di compagni che si accaniscono verso i coetanei con una pervicacia e una cattiveria sorprendenti anche se non di rado i “bulli” sono essi stessi l’impersonificazione di un disagio esistenziale non compensato ne’ a scuola ne’ a casa, la loro aggressività emula comportamenti altrove appresi con troppa facilità (cattivi esempi, Tv “spazzatura”, viaggi in rete …senza rete, dileggio e turpiloquio come parlare abituale, stili di vita trasgressivi e senza inibizioni).

Tra le cause più frequenti di inadempienza e di abbandono della scuola ci sono anche storie familiari critiche: i minori vivono intensamente ad esempio – oltre ciò che direttamente esprimono – la separazione dei propri genitori, la reciproca ricostituzione di legami affettivi o familiari nuovi che  li fanno sentire veri e propri estranei.  Sia che si tratti di situazioni conflittuali tra genitori o di contesti “abbandonici” i figli diventano – come direbbe Gilbert Cesbron  (e il suo giudice Lamy) “cani perduti senza collare”: i minori emarginati o abbandonati dagli ambiti familiari di origine o – viceversa – i figli di genitori in conflitto stanno diventando due categorie sociali dai contorni netti e dai connotati devastanti. La scuola diventa per loro, a poco a poco, un ambiente estraneo, persino inutile, un luogo dove si teme di render conto della propria condizione di inadeguatezza, una cosa che non serve. 

I figli che soffrono legami affettivi deteriorati diventano alunni “difficili”, demotivati, fragili, si sentono “diversi” dagli altri. E non vogliono più andare a scuola. Oppure – capita sempre più spesso, anche se sembra incredibilmente doloroso che ciò possa accadere – che siano loro stessi, rendendosi conto dell’assenza di uno o entrambi i genitori dalla loro vita, a chiedere un collocamento in “collegio”.

La mamma mi ha detto: “Sai, sto aspettando un bambino dal mio nuovo compagno, non ho molto tempo per te”…. “la fidanzata di papà mi ha mandato un whatsApp: non metterti di mezzo nella nostra vita”.

E allora chiedono: “Ma tu mi puoi mettere in una comunità?”.  E’ straziante ma accade proprio così.

Gigi Proietti, la magia della realtà

L’articolo per il “Domani d’Italia” era già pronto. Mancava solo un’ultima rilettura, prima dell’invio. Poi è arrivata, purtroppo, la notizia. La fantasia superata dalla realtà. Aveva spesso ironizzato sulla sua data di nascita: “Che dobbiamo fa’? La data è quella che è, il 2 novembre”.

L’ultimo sketch di Gigi Proietti è stato quello di andarsene in un momento così drammatico, in cui il Paese ha bisogno di figure di riferimento, rassicuranti. Appigli a cui aggrapparsi, in un giorno triste (apprendiamo che è mancato anche il padre gesuita Bartolomeo Sorge) e in un anno in cui l’essere arrivati sani e salvi al 31 dicembre, in qualche modo, farà curriculum.

Gigi Proietti è stato un artista capace di parlare a tutti e di trasmettere quel senso di forza e di futuro, basato sulla tradizione, sulla profondità della conoscenza e sulla capacità di dialogo, alternando il registro alto a quello “basso” con gli spettatori, intesi come pubblico e come persone.

Come ha scritto Veltroni sul Corriere della Sera, Gigi Proietti “era colto e popolare, non coltivava il disprezzo aristocratico per il pubblico al quale l’Autore doveva imporre la sua creatività ma era, come gli intellettuali artigiani della commedia all’italiana, un meticoloso ricercatore del punto di armonia tra le esigenze di comunicazione di un artista e il gusto del pubblico”.

Gigi Proietti era un intellettuale popolare. Per questo le persone oggi sono così colpite dalla sua improvvisa scomparsa e mostrano gratitudine per un dono: ridere e riflettere insieme.

Intervistato lo scorso marzo dal “Corriere della Sera”, in pieno lockdown, seppe trovare parole illuminanti: “Ora abbiamo più tempo per pensare, per riflettere su come vivere bene in una comunità. È troppo facile scaricare sugli altri le responsabilità, che invece sono di tutti noi cittadini. È una buona occasione per ragionare su cosa abbiamo sbagliato. Con questo non voglio dire che il virus ci ha invaso per colpa nostra, dico solo che forse abbiamo sbagliato qualcosa a monte di tutta questa vicenda. Invece di litiga’, dobbiamo ragiona’. Le polemiche tra i politici sono assolutamente dannose. Io amo la politica, ma questa non è politica”.

L’Europa non deve smettere di aiutare i lavoratori

In tutta Europa, i ministeri delle finanze stanno premendo per eliminare gradualmente i programmi di cassa integrazione e di stop ai licenziamenti che hanno tenuto i lavoratori inattivi a causa della pandemia di coronavirus.

Dato l’enorme costo del debito pubblico, sostengono i responsabili dei dicasteri, i governi non possono permettersi di continuare a sostituire i redditi delle famiglie per molto. L’economia deve poter iniziare ad adattarsi.

Questo sarebbe un terribile errore. Ritirare prematuramente il sostegno sarebbe socialmente e politicamente disastroso. Getterebbe milioni di europei nella disoccupazione. Una tale mossa ostacolerebbe qualsiasi ripresa economica e provocherebbe una dannosa perdita di competenze e un alto tasso di disoccupazione permanente. 

Un sondaggio tra gli economisti tedeschi dell’Istituto ifo per la ricerca economica e il conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung ha rilevato che due terzi degli intervistati erano preoccupati per la crescita del numero di “imprese zombie”; la metà ha accusato  Kurzarbeit – il programma tedesco attraverso il quale i lavoratori possono ridurre drasticamente le proprie ore di lavoro a parità di salario-  di aver tenuto a galla le società insolventi.

Ma questo non deve intimorire i Governati 

Per la professore di storia economica alla Sussex University Nick Crafts “Siamo perfettamente in grado di affrontare eventuali deficit e prestiti per i prossimi due anni”. “Nei prossimi 12 mesi, la necessità continua è quella di fornire un’assicurazione sociale statale. Questo è quello che abbiamo imparato dagli anni ’30. Il mercato non può farlo. ” 

Come ha affermato Christine Lagarde della Banca centrale europea in un’intervista, è “essenziale” che “le reti di sicurezza di bilancio messe in atto dai governi durante questa crisi non vengano ritirate prematuramente”.

Fortunatamente, per ora, i governi sembrano ascoltare.

 

Tumore colorettale. Il primo screening a 45 anni

Le nuove raccomandazioni della U.S. Preventive Services Task Force (USPSTF) abbassano l’età iniziale dello screening per cancro colorettale a 45 anni. “Nuovi elementi scientifici sul cancro colorettale in persone al di sotto dei 50 anni d’età hanno consentito alla Task Force di raccomandare che i soggetti inizino lo screening all’età di 45 anni, invece che a 50”, dice uno dei membri della task force, Martha Kubik del College of Health and Human Services presso la Mason University di Fairfax, Virginia.

Le linee guida del 2016 dell’USPSTF raccomandavano l’inizio dello screening per cancro colorettale all’età di 50 anni e la sua prosecuzione fino ai 75 anni.
La decisione di sottoporre a screening gli adulti dai 76 agli 85 anni dovrebbe essere presa su base individuale e lo screening dovrebbe essere interrotto dopo gli 85 anni.

Kubik e i colleghi dell’USPSTF si sono serviti dei risultati di un aggiornamento delle evidenze per sviluppare raccomandazioni aggiornate. Queste raccomandazioni si applicano ad adulti asintomatici che sono a rischio medio di cancro colorettale.

Padre Bartolomeo Sorge il politologo

Oggi è scomparso padre Sorge. Chi si è formato negli anni ’70 gli deve molto. Sui vari temi su Civiltà Cattolica cercava posizioni di equilibrio avanzato rifuggendo però da forme di radicalismo o di minoritarismo, secondo la classica impostazione montiniana e morotea. Per un anno intero al Movimento studenti di Azione Cattolica di Pisa utilizzammo come testo di riferimento di un gruppo di studio i suoi testi raccolti nel volume “Capitalismo, scelta di classe, socialismo” che si approcciava in modo estremamente equilibrato ai temi del rapporto tra capitalismo e democrazia.

L’economia di mercato creava dei guasti che spettava alla politica affrontare e risolvere, ma la politica non poteva considerarsi onnipotente perché anche i suoi interventi potevano rivelarsi inadeguati e controproducenti, come rivelavano i fallimenti del cosiddetto socialismo reale.

Se la scelta di classe significava un interclassismo dinamico teso a ridurre le disuguaglianze essa era positiva, ma nessuna classe poteva essere vista come un soggetto storico-messianico.

La politica di solidarietà nazionale era condivisibile ma non perché dovesse bloccare l’alternanza tra forze diverse alla guida del Paese, ma anzi esattamente per l’obiettivo opposto, per rafforzare tra le forze politiche democratiche una base comune necessaria perché il ricambio potesse essere fecondo e non lacerante.

In questa chiave del tutto laica andava visto anche il sostegno allo strumento della Democrazia Cristiana, in quanto in quel momento esso, nella sua maggioranza interna, era portatore di quella precisa linea politica, rivolta a una “cultura dell’intesa” che riprendeva la collaborazione interrotta troppo precocemente nella primavera del 1947. Una grande lezione, prima ancora che lo conoscessi di persona nel periodo della Fuci.

Ci ha lasciato Padre Bartolomeo Sorge.

Oggi ci lascia anche Padre Bartolomeo Sorge. Che vogliamo ricordare con questa intervista a TV2000.

Nato all’isola d’Elba da genitori di origine catanese, nel 1938 si trasferisce con la famiglia a Castelfranco Veneto. Nel 1946 entra nella Compagnia di Gesù, ordinato sacerdote nel 1958, si è formato a Milano, in Spagna e successivamente a Roma. Nel 1966 entrò nella redazione de La Civiltà Cattolica, quindicinale della Compagnia di Gesù e ne divenne direttore nel 1973, succedendo a padre Roberto Tucci.

Collaborò alla stesura di Octogesima adveniens, documento pontificio firmato da papa Paolo VI sull’azione della comunità cristiana in campo politico, sociale ed economico. Negli anni ottanta si attivò, con conferenze tenute in varie città d’Italia, per promuovere nei cattolici una nuova identità culturale e un nuovo ruolo politico, con l’obiettivo di una “rifondazione” della Democrazia Cristiana. Si è sempre battuto contro l’integrismo di alcuni movimenti cattolici, che al convegno “Evangelizzazione e promozione umana”, svoltosi nel 1976, aveva definito «il tarlo del Vangelo».

Lasciata la direzione di Civiltà cattolica nel 1985 per Palermo, dal 1986 al 1996 ha diretto l’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo. All’interno di questo Istituto, insieme a padre Ennio Pintacuda, con il movimento Città per l’Uomo sostenne la cosiddetta Primavera di Palermo di Leoluca Orlando e poi nel 1991 il suo movimento La Rete, ma allontanò Pintacuda nel 1992 dall’Istituto proprio per essersi troppo avvicinato al movimento.

Dal 1997 visse a Milano, presso il Centro San Fedele, di cui è stato il responsabile dal giugno 1998 al settembre 2004. È stato anche direttore delle riviste Popoli fino al 2005 e Aggiornamenti Sociali fino a tutto il 2009.

Addio Gigi

Gigi Proietti è morto per gravi problemi cardiaci, dopo essere stato ricoverato in terapia intensiva in una clinica romana.

In passato Gigi Proietti aveva accusato dei problemi al cuore. Nel 2010 venne ricoverato nell’unità di terapia intensiva coronarica dell’ospedale San Pietro, ma fortunatamente la situazione si risolse, tanto che l’attore trovò la forza di scherzare sulla vicenda già nei giorni successivi alla degenza, che lo stesso Proietti cercò di tenere nascosta.

Gigi Proietti nella sua carriera è stato attore, comico, cabarettista, doppiatore, conduttore televisivo, regista, cantante, direttore artistico e insegnante italiano. Faceva parte di quella cerchia di artisti di formazione teatrale, campo nel quale ha mietuto notevole successo sin dagli inizi degli anni sessanta. Noto per le sue doti di affabulatore e trasformista, era considerato uno dei massimi esponenti della storia del teatro italiano; nel 1963 grazie a Giancarlo Cobelli esordì nel “Can Can degli italiani”, per poi interpretare senza sosta numerosi spettacoli teatrali sino a “A me gli occhi, please”.

Verso la fine degli anni settanta ha anche aperto il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche, che ha visto tra i suoi allievi numerosi personaggi divenuti poi volti noti dello spettacolo italiano.

Ha raggiunto la consacrazione cinematografica nel 1976 con il celebre Febbre da cavallo, nel ruolo dell’incallito scommettitore Mandrake, che con il passare degli anni è divenuto un vero e proprio film di culto.

A partire dagli anni novanta, parallelamente al successo ottenuto in teatro, è stato protagonista di svariate serie televisive di successo, prima fra tutte la serie RAI “Il maresciallo Rocca” iniziata nel 1996 e divenuta una delle serialità di maggior audience della televisione italiana, spianandogli inaspettatamente la strada verso una vera e propria seconda giovinezza. Sempre per la RAI è stato San Filippo Neri nella miniserie Preferisco il Paradiso, il cardinale Romeo Colombo da Priverno in L’ultimo papa re, il misterioso generale Nicola Persico in Il signore della truffa, e lo stravagante giornalista Bruno Palmieri in Una pallottola nel cuore.

Molto riservato sulla sua vita privata, dal 1967 alla morte è stato sposato con un’ex guida turistica svedese, Sagitta Alter, dalla quale ha avuto due figlie: Susanna e Carlotta, anche loro attrici. Politicamente si dichiarava vicino al centro-sinistra, pur mantenendo indipendenza dai partiti. Il 30 settembre 2013 ha ricevuto la cittadinanza onoraria della città di Viterbo.

Fu nominato Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana il 27 dicembre 1991 e Grande Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana il  1º aprile 2003.

Tra Franceschini e Saviano stiamo dalla parte di Franceschini

Le parole di Franceschini a “Che tempo che fa”, il programma di Rai 3 condotto da Fabio Fazio, hanno messo sul piede di guerra i difensori ad oltranza del “sistema  cultura”. In parte era prevedibile. La pandemia, invece di favorire una spinta alla solidarietà nazionale. genere la moltiplicazione di pregiudizi e dissidi.

Cosa ha detto di tanto grave Il ministro? Nulla, vale a dire nulla di veramente grave. Ha solo annunciato che il governo si accinge a decretare, alla luce della impennata dei contagi, la chiusura dei musei, oltre a quella già operante per cinema e teatri. Roberto Saviano, prima di questo annuncio presuntivamente offensivo, aveva manifestato una rabbiosa insofferenza per la scelta di Franceschini. In una lunga intervista a Marco Damilano, sul numero da ieri in edicola de “L’Espresso”, lo scrittore simbolo della lotta alla criminalità organizzata ha preso lo spunto dal provvedimento della settimana scorsa per mettere sotto accusa, oltre al ministro della cultura, l’intero governo.

Questa polemica ha l’amaro sapore dell’esasperazione. Sembra che la lotta consista nel frenare la volontà di sequestro a tempo indeterminato del bene pubblico della cultura, quando il problema semmai riguarda la sospensione temporanea di attività che, in ambienti chiusi e con inevitabili affollamenti, sono veicolo di diffusione del virus. Non si comprende, perciò, quale sia il senso di tale protesta acuminata e finanche violenta.

Stiamo combattendo una guerra contro un nemico invisibile, capace di infettare e mietere vittime ogni giorno, secondo una dinamica che rischia di andare fuori controllo. Quel che avviene in Italia, con i numeri in crescita della pandemia, sta avvenendo in Europa e in altre parti del mondo, anche in misura decisamente più accentuata. Ovunque si agisce con la preoccupazione di tutelare la salute delle persone, cercando in pari tempo di garantire un livello essenziale di tenuta dell’economia. Insomma, specie in Europa, più o meno si presenta omogeneo il quadro operativo anti covid-19 che le autorità di governo si vedono costrette ad adottare.

Pertanto tra Saviano e Franceschini, a dirlo con molta franchezza, stiamo dalla parte di Franceschini. Non si ha ragione con l’insulto e la rabbia. Un conto è la critica, dura fin che di vuole, altro il gioco di specchi tra indignazione e irrazionalità. Chi pretende, giustamente, di salvaguardare la cultura ha pure il dovere di usare strumenti che non deraglino nella protervia del sensazionalismo accusatorio. Alzare il tono delle recriminazioni, senza per altro accennare a possibili alternative di condotta in questa difficile gestione della crisi sanitaria, non fa che minare la già debilitata coscienza civile. E non è un modo, questo, di “fare cultura” nel senso più ampio e completo che l’impegnativa affermazione richiede.

 

 

Perchè non decolla la solidarietà nazionale?

Dunque, malgradi gli appelli – più o meno autorevoli -, malgrado i ripetuti inviti a ritrovare le ragioni  di una efficace convergenza politica e parlamentare, una strategia di “solidarietà nazionale” o di  “coesione nazionale” stenta a farsi largo. Ci sono troppi elementi che, almeno così pare,  continuano a frenare una soluzione politica che quasi si impone. Al di là degli schieramenti, dei  partiti e dei relativi organigrammi. 

Ma, per restare alla realtà, ci sono almeno 3 elementi di fondo che ostacolano il varo di un  progetto politico che adesso quasi si impone. 

Innanzitutto la sostanziale assenza di leadership politiche, e quindi di statisti che, in circostanze  storiche eccezionali e drammatiche come quella che, appunto, stiamo vivendo, riescono ad  imporsi all’attenzione di tutto il quadro politico e dell’intero paese. Del resto chi, oggi, nel  panorama politico italiano riesce a fare “un appello al paese” peer richiamare tutti alla propria  responsabilità? E, soprattutto, per condividere “insieme” le ansie, i problemi, le sofferenze e  anche le speranza che possono e che dovranno pur scaturire dopo questa terribile e sempre più  drammatica prova umana, sociale ed economica?. Certo, abbiamo una figura, il Presidente della  Repubblica, che da tempo assolve il suo magistero con autorevolezza esprimendo una grande  leadership morale, istituzionale e costituzionale. Ma è il panorama politico che continua ad essere  gremito di capi e che, al contempo, scarseggia di leader e di statisti. E questa è la prima ragione  che frena la possibilità di un progetto e di una prospettiva politica capace di uscire dalla ordinaria  amministrazione e dalle polemichette quotidiane. 

La seconda motivazione è riconducibile alla permanente e strutturale radicalizzazione che  caratterizza la politica italiana da molti anni e che si è accresciuta con le forze populiste al  governo. La furia dei 5 stelle di distruggere e criminalizzare politicamente tutto ciò che è  riconducibile al passato non ha certamente giovato alla causa di una distensione e di una  progressiva comprensione tra le varie forze politiche. Altrochè ritrovare le ragioni per costruire una  vera unità e coesione nazionale. La cultura della mediazione, la cultura della convergenza, la  cultura della composizione degli interessi sono ingredienti fondamentali e decisivi per dispiegare  una vera cultura di governo. Elementi che sono, detto fra di noi, radicalmente assenti nel dna delle  forze populiste, demagogiche, antipolitiche e anti parlamentari. 

Ed è proprio la cultura profondamente anti politica la terza ragione fondamentale che blocca alla  radice qualsiasi sperimentazione progettuale che punta a trovare le motivazioni dell’unità politica  rispetto a quelle della divisione e della radicalizzazione. Una cultura e una prassi, quelle  riconducibili all’antipolitica, che sono e restano alternative rispetto a qualsiasi prospettiva di  solidarietà e di coesione nazionale. È inutile perdere tempo. Al di là delle buone intenzioni e delle  disponibilità burocratiche e protocollari, la politica della solidarietà nazionale – sempre più  indispensabile e necessaria nel contesto politico italiano – non potrà decollare. Per dispiegare una  politica siffatta servono leader politici, statisti, culture politiche e culture di governo. In assenza di  queste caratteristiche – e oggi, purtroppo, non è la stagione propizia per questa prospettiva –  dobbiamo accontentarci di ciò che sforna il contesto politico. E il nostro compito di cattolici  democratici e popolari, comunque sia, resta sempre quello di continuare a lavorare affinchè  prevalgano le politiche di coesione e di solidarietà contro la strategia della divisione, della  radicalizzazione e della contrapposizione frontale tra gli uni e gli altri. Seppur nel rispetto delle  differenze politiche e delle diversità culturali.

Scuole, centri commerciali e coprifuoco: le possibili novità del nuovo dpcm

Articolo pubblicato dall’Agenzia AGI a firma di B. Tedaldi e P. Molinari

Negozi chiusi alle 18, chiusura dei centri commerciali nel fine settimana, stretta nella circolazione fra le Regioni, coprifuoco e scuole superiori in didattica a distanza, musei chiusi. Sono alcune delle proposte su cui si sta ragionando per i territori con un alto indice di contagio (Rt maggiore di1,5 e bassa resilienza sanitaria). Per il resto del territorio nazionale le misure restrittive sarebbero più light.

E’ questa l’ipotesi sul tavolo del governo, in vista della nuova stretta anti Covid che sarà contenuta in un nuovo dpcm i cui punti salienti saranno illustrati lunedì al Parlamento dal premier Giuseppe Conte.

Ipotesi emerse nel corso della riunione con regioni ed enti locali alla quale, assieme a governatori e sindaci, hanno partecipato anche il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia e il ministro della Salute, Roberto Speranza, e dopo il nuovo vertice tra il premier e i capidelegazione della maggioranza

Il tema principe è se proseguire nella gestione della crisi “differenziata” per singola regione o se dare una impronta nazionale alle misure da adottare.

Possibile slittamento a martedì della firma del dpcm

Il governo sta stringendo i bulloni e lavorando a ritmo serrato per varare il nuovo dpcm già nella serata di lunedì ma, a quanto si apprende, non è escluso che il varo del provvedimento possa slittare a martedì. L’ipotesi iniziale era di chiudere il pacchetto già a inizio settimana ma la complessità della decisione e le molte istanze di cui tenere conto da parte delle diverse istituzioni territoriali potrebbe richiedere qualche ora in più.

Franceschini: misure differenziate, più restrittive dove indice Rt supera 1,5

“Misure più forti nelle Regioni che hanno un indice Rt superiore a 1,5. Stiamo ragionando su questo meccanismo differenziato”. Lo ha detto il ministro dei Beni e delle Attività Culturali e capodelegazione Pd al governo Dario Franceschini, che annuncia la prossima chiusura dei musei.

Linea nazionale o autonomia delle Regioni?

La base dalla quale si parte, come ha ricordato Boccia, è “il documento dell’Istituto Superiore di Sanità e il sistema di monitoraggio” che governo e regioni hanno condiviso con il comitato tecnico scientifico e che contempla una “serie di ipotesi che devono scattare automaticamente. Se l’indice di trasmissione supera un certo livello – oggi ci sono 11 Regioni oltre 1,5 e 2 regioni oltre 2 – allora alcune misure già previste dal piano che abbiamo condiviso e aggiornato insieme devono scattare in automatico”.

Per questo, ha sottolineato il ministro “non si deve prendere una decisione univoca sulla scuola, ma deve dipendere dall’indice di trasmissione in ogni singola regione”.

Il nodo scuola

I governatori, con il presidente della Conferenza delle regioni, hanno spiegato che “più ci sono misure nazionali più è possibile dare un senso di uniformità” all’azione contro la pandemia.

Inoltre, ha aggiunto Bonaccini, misure di carattere nazionale “sarebbero piu facili da spiegare al Paese, anche perché la situazione è diffusa in tutto il territorio. Meglio qualche misura più restrittiva oggi, per evitare di intervenire ogni settimana”, ha poi sottolineato.

Una posizione che, seppur con declinazioni diverse, trova concordi tutti i governatori. Dalle Regioni, infatti, si sottolinea che a differenza di marzo, quando la pandemia colpiva più duramente al Nord che nel resto d’Italia, oggi la curva del contagio è pressoché omogenea in tutto il Paese. Da qui la richiesta di interventi di carattere nazionale.

Dalle Regioni sono arrivate al governo proposte di interventi quali, ad esempio, la chiusura dei centri commerciali e il blocco della circolazione alle ore 18. In alcuni casi, si e’ parlato anche della possibilità di interventi ad hoc su alcune fasce sociali, come gli anziani over 70 ai quali si potrebbe “raccomandare” di non uscire di casa.

Una stretta viene chiesta dai governatori anche alle slot machine presenti nelle tabaccherie e che, con la chiusura delle sale bingo, favoriscono gli assembramenti in spazi chiusi.

Il pressing sui medici di base

Da alcuni governatori della Lega come Fedriga e Fontana, è arrivata anche la richiesta pressante perché si “obblighino i medici di base a fare tamponi e a curare i pazienti in casa”, richiesta rilanciata oggi anche dal segretario leghista, Matteo Salvini.

“Il governo nazionale è al vostro fianco per eventuali ulteriori restrizioni condivise a partire dalla mobilità regionale e possiamo decidere di adottare ulteriori misure, ma ogni presidente di regione può intervenire in base alle esigenze e criticità del proprio territorio”, assicura il ministro Boccia confermando che “le regioni che singolarmente chiudono alcune attività o riducono gli orari in base all’attuazione del piano condiviso sull’andamento epidemiologico” avranno dal governo “ogni forma di sostegno”.

Oggi si torna al tavolo

Proposte che torneranno sul tavolo del governo lunedì mattina, quando ministri e governatori si rivedranno, alle 9, pr tirare le somme. Il ministro Speranza ha infatti sottolineato che “in queste 48 ore costruiamo insieme il Dpcm su due orizzonti: misure nazionali; misure territoriali. Sul primo punto è vigente ultimo Dpcm, possiamo anche alzare asticella nazionale su alcuni punti condivisi e su alcuni territori alziamo i livelli di intervento”.

Le indiscrezioni sulle possibili nuove misure restrittive, circolate dopo gli incontri a palazzo Chigi, hanno spinto i governatori a precisare e, per qualche verso, smentire. “Ampi passaggi della interlocuzione dei Presidenti delle Regioni sono stati decontestualizzati, estrapolati, in qualche caso anche travisati, e pubblicati da alcune agenzie di stampa, creando le condizioni per un disorientamento dell’opinione pubblica e non certo quelle per una informazione aderente ai fatti”, si legge in una nota della Conferenza delle Regioni

“Si è tenuto un incontro in video conferenza, convocato dal Governo, fra il Ministro Boccia, il Ministro Speranza, i rappresentanti delle associazioni degli enti locali e i Presidenti delle Regioni” ricorda la nota. “L’incontro, di carattere riservato, aveva lo scopo di condividere dati e portare avanti un ragionamento comune fra i diversi livelli istituzionali della Repubblica in vista di provvedimenti ulteriori per fronteggiare e contrastare il diffondersi della pandemia”.

Pd striglia governatori, federalisti quando le cose migliorano

“Sono federalisti quando le cose migliorano. Centralisti quando peggiorano. Spero almeno che non attacchino le misure adottate dal governo su loro richiesta mezz’ora dopo che sono state adottate”, dice il vicesegretario Pd Andrea Orlando.

Iv dice no alla chiusura dei negozi alle 18

“Chiudere i negozi alle 18 produrrebbe solo maggiore intasamento, e dunque maggiori rischi per i lavoratori e i clienti, esattamente quello che va scongiurato”, avrebbe osservato durante la riunione a palazzo Chigi la Ministra Teresa Bellanova, capodelegazione di Italia viva.

Oggi Conte in Parlamento, voto su risoluzioni

Lunedì, dopo il nuovo giro di incontri, alle 12 il premier parlerà nell’Aula della Camera. Il premier illustrerà le possibili nuove misure anti Covid. A seguire si svolgerà il dibattito e, quindi, il voto sulle risoluzioni. Alle 17 Conte si sposterà al Senato. Anche a palazzo Madama è previsto il voto dopo l’intervento del presidente del Consiglio.

L’Italia ha speso poco più della metà dei fondi comunitari per l’agricoltura

L’Italia ha speso poco più della metà (51%) dei fondi comunitari resi disponibili per l’agricoltura per il periodo 2014-2020 con il rischio concreto di far perdere alle imprese 682 milioni di contributi pubblici se non verranno spesi entro il 31 dicembre 2020. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti sulla base dello stato di avanzamento dei Piani europei di Sviluppo Rurale 2014-2020 delle Regioni, al mese di ottobre 2020.

Una situazione drammatica – sottolinea la Coldiretti – in un momento di grave emergenza economica ed occupazionale dovuta alla pandemia Covid che, con le difficoltà delle esportazioni e la chiusura dei ristoranti, ha travolto a cascata le principali filiere agroalimentari.

Le risorse pubbliche a rischio disimpegno sono lungo tutta la Penisola in molte regioni e riguardano nell’ordine secondo l’analisi della Coldiretti, Puglia con 256,6 milioni di euro, Sicilia 140,4 milioni di euro, 3. Campania 72,6 milioni di euro, Basilicata (45,8 milioni di euro), Lombardia (44,6 milioni), Abruzzo (36 milioni di euro), Liguria (28 milioni), Marche (26,5 milioni) e Toscana (15 milioni).

Tra le motivazioni del ritardo – denuncia la Coldiretti – c’è soprattutto l’eccesso di burocrazia; problemi informatici ricorsi al Tar e la strutturazione dei Bandi. Il risultato – rileva la Coldiretti – è il rischio concreto della perdita di importanti risorse per finalizzate tra l’altro all’ammodernamento delle imprese agricole, ai progetti di filiera, al biologico, alla difesa della biodiversità, alla forestazione e all’insediamento dei giovani agricoltori in un momento in cui cresce l’attrattività della campagna e si riducono le opportunità di lavoro nelle città.

“Siamo di fronte ad un pericolo che l’Italia non si può permettere di fronte all’Unione Europea e soprattutto alle imprese che in molti casi stanno lottando per la loro sopravvivenza” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre una decisa inversione di tendenza per recuperare risorse preziose ma anche per non ripetere gli stessi errori per i progetti del Recovery fund”.

Guarcino 2025. Il Borgo ideale

L’idea dietro al progetto “Guarcino 2025” è quella di creare una sorta di alleanza ‘intergenerazionale’ tramite il cohousing e la nascita di nuove opportunità di lavoro, in modo tale che i giovani possano sviluppare attività artigianali e turistiche e gli anziani vivere in un ambiente salubre con servizi e assistenza continua.

Alessandro Boccanelli, presidente della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica (SICG) e della onlus Salute e Società, ideatore del progetto, ha detto che: “Un tempo le città ideali erano quelle raccontate e descritte da Platone o Tommaso Campanella. Oggi, in modo meno utopico e più pratico, possono essere realizzati ‘borghi ideali’ puntando a due aspetti: la socialità e la sostenibilità. Da Guarcino si sperimenta un nuovo percorso di ‘borgo smart‘, puntando alla salute e al benessere”.

L’obiettivo di Guarcino è diventare un laboratorio di borgo ecosostenibile a misura di anziani, in particolar modo quelli più fragili, trasformandosi in un modello di ricerca replicabile in tutti quei piccoli Comuni dove la fascia di cittadini over 65 è molto ampia e sono necessari percorsi di assistenza dedicata.

Il progetto “Guarcino 2025” prevede percorsi sul turismo slow, come il cicloturismo, i sentieri e il Cammino di San Benedetto, tra i migliori 10 cammini in Italia per il ‘Guardian’, e insediamento di start-up e lavoratori da remoto.

L’obiettivo è far arrivare in paese 200 coppie di pensionati di età tra 65 e 75 anni da sistemare in residenze diffuse in regime di co-housing, 80 studenti universitari tra i 18 e i 26 anni, 20 tra artigiani e piccoli imprenditori tra i 30 e i 55 anni.

Bonus bici, martedì 3 novembre scatta il click day

Domani sarà il “click day”, il giorno in cui verrà attivata la piattaforma per richiedere il bonus mobilità per chi ha acquistato in questi mesi monopattini, biciclette o altri dispositivi di mobilità individuale.

l rimborso previsto dal bonus mobilità arriva fino al 60% della spesa (con un tetto di 500 euro) ed è valido fino al 31 dicembre prossimo.

Per chi richiederà il bonus, il governo ha stanziato un pacchetto di 210 milioni di euro, ma non esistono statistiche sul numero di ipotetiche domande in entrata. I soldi, quindi, potrebbero non bastare per tutti.

Il bonus è rivolto ai cittadini maggiorenni con residenza (e non domicilio) nei capoluoghi di Regione (anche sotto i 50mila abitanti), nei capoluoghi di Provincia (anche sotto i 50mila abitanti), nei Comuni con popolazione superiore a 50mila abitanti e nei comuni delle Città metropolitane (anche al di sotto dei 50mila abitanti)

La chiusura delle scuole può ridurre la pandemia del 15%

La chiusura o meno delle scuole può avere effetto sull’andamento della pandemia di Sars-Cov-2. Secondo uno studio dell’Università di Edimburgo pubblicato su ‘Lancet’, che ha analizzato l’impatto dei diversi provvedimenti sui contagi dopo avere studiato quanto accaduto in 131 Paesi, “la chiusura delle scuole da sola potrebbe ridurre la trasmissione del 15% dopo 28 giorni e la riapertura delle scuole potrebbe aumentare la trasmissione del 24% dopo 28 giorni”. A rilanciare lo studio è il virologo dell’Università San Raffaele di Milano, Roberto Burioni, sul suo sito ‘MedicalFacts’.

I ricercatori comunque precisano che: “Bisogna fare notare che nella nostra analisi precisano – non siamo stati in grado di tenere conto delle diverse precauzioni relative alla riapertura della scuola che sono state adottate da alcuni Paesi, come la distanza fisica all’interno delle classi (per esempio, limitare le dimensioni delle classi e posizionare divisori trasparenti tra gli studenti) e al di fuori delle aule (per esempio, distanza fisica durante i pasti, la ricreazione e il trasporto), igiene migliorata (pulizia profonda di routine, lavaggio delle mani e maschere per il viso) e altri (per esempio, controlli della temperatura termica all’arrivo). Tali precauzioni sono indispensabili per riaprire la scuola in sicurezza”.

Non siamo nel medioevo

La visione di Riccardo Riccardi, un po’ riporta a realtà di stampo medioevale. Perché, vorrebbe ristabilire un ordine gerarchico che è stato ampiamente superato da almeno due secoli e mezzo di storia.

L’espressione di ciascun cittadino in un regime di libertà e in uno Stato democratico, non solo è tutelato, ma è persino promosso.

Nessuno impedisce al politico di parlare, ci mancherebbe! Ma altrettanto, val la pena ricordare, non c’è alcun impedimento ad altre figure sociali di esporre il proprio pensiero.

Che Riccardi, immagini una società in cui i tecnici, nello specifico i medici, non siano nelle condizioni di esprimere i propri pareri in forme pubbliche, è un fatto decisamente incomprensibile e sostanzialmente biasimevole.

Se non fossero i medici a dirci qualcosa sul Covid, chi cavolo dovrebbe dircelo? A Riccardi, compete decidere sul come organizzare la sanità; ai medici applicare le conoscenze, le competenze di loro pertinenza e, vivaddìo, darci conto scientificamente di cosa sta accadendo.

Certo, un ortopedico parlerà delle sue conoscenze in merito alla funzione che svolge: un cardiologo si soffermerà sui temi che gli sono propri; un virologo esprimerà il suo parere sulla sfera dei virus; un infettivologo sulla diffusione delle infezioni.

La nostra società è una società aperta. Parla chiunque e noi, ascolteremo quelli che ci sembrano i più preparati nei loro campi specifici.

Riccardi, si metta il cuore in pace, lui parlerà da politico e i medici parleranno da medici. Non c’è una funzione che prevalga sull’altra, ciascuna nel proprio campo, perché solo nel medioevo il Conte stabiliva chi potesse e non potesse parlare.

Il Partito Democratico, la pandemia, le elezioni ed il Movimento 5Stelle

In questi giorni densi di commenti,riflessioni e preoccupazioni da Covid 19 e relativa gestione della pandemia,due notizie giornalistiche, in particolare, hanno attirato la mia attenzione per la loro connessione con la situazione  politica attuale e per quella di prospettiva.

La prima notizia viene da un sondaggio effettuato da un importante istituto demoscopico e ci rappresenta  che al momento dell’arrivo del tanto atteso vaccino antivirus soltanto il 46% degli elettori del Movimento 5 Stelle sarebbero disposti a  sottoporsi alla procedura vaccinale, a fronte di percentuali ben maggiori fatte registrare dagli elettori del Partito Democratico,81%,e di Forza Italia,76%.

La seconda notizia la riporta oggi “Il Messaggero”, che ci mette a conoscenza del  fatto che l’ATAC, per affrontare il fondamentale problema del trasporto pubblico cittadino in questo delicato momento della pandemia, si è determinata a rinfoltire la squadra dei suoi dirigenti, attualmente trentasei, assumendone altri nove, tra i quali  “un esperto di comunicazione, un legale, due consulenti di economia gestionale, comunicazione, di esperti di economia gestionale, un consulente del lavoro, due esperti di strategie innovative ed un consulente per la manutenzione”.

In attesa di conoscere anche l’ammontare degli emolumenti di questi novelli salvatori della azienda di trasporto romana gestita dalla Virginia  Raggi autocanditatasi alla conferma in Campidoglio e dalla sua compagnia di giro che,insieme, sembrano scoprire soltanto oggi, dopo i diversi e ricorrenti incendi di autobus,di avere qualche problema nella organizzazione e nella gestione del servizio  di manutenzione dei mezzi, non posso non pensare che la situazione romana,nella prospettiva delle elezioni comunali della Primavera 2021,se non fosse tragica sarebbe comica.

Infatti,la “questione Raggi”,e più genericamente il rapporto con il Movimento 5 Stelle ed il suo elettorato,investe inevitabilmente il Partito Democratici e la sua dirigenza nazionale e locale e lo condiziona fortemente nella elaborazione della sua strategia tutta tesa a riconquistare il  Colle Capitolino, respingendo così l’assalto di una Destra aggressiva e determinata,seppur anch’essa ancora incerta nella individuazione del candidato Sindaco.

Nella ultima Direzione Regionale del Partito Democratico del Lazio,il Segretario,il Senatore Bruno Astorre,ha ricordato con realismo che tutti  i sondaggi danno un fronte di Destra forte di un  credibile risultato elettorale intorno al  40% e come tale assolutamente irraggiungibile da parte dello attuale schieramento di Centrosinistra.

Ed è proprio dalla presa d’atto di questa realtà che all’interno del Partito Democratico nel suo complesso,visto che si tratta del Sindaco della Capitale e non di un piccolo paese sotto i quindicimila abitanti ,cresce ogni giorno di più la confusione in ordine alla più generale ed  efficace strategia da mettere in campo.

Di certo, la decisione di  Carlo Calenda di  formalizzare autonomamente la sua volontà di candidarsi alla carica di Sindaco,ha messo e sostanzialmente in crisi la tattica attendistica del Partito Democratico, basata sulla obbligatorietà  e necessitarietà delle Primarie che,pur previste statutariamente,nel corso dei quasi quindici annni di vita del Partito,a livello elettorale sono state organizzate soltanto in occasione della consultazione che ha portato Ignazio marino sullo scranno più alto del Campidoglio,

L’iniziativa delll’ex Ministro dello Sviluppo Economico dei Governi Renzi e Gentiloni,lanciata con una spregiudicatezza fortemente in contrasto con il passo felpato del Segretario del Partito Democratico,Nicola Zingaretti,ha trovato buona  accoglienza in una certa parte della pubblica opinione ed anche del corpo associato degli iscritti e dei militanti del Partito Democratico, anche a causa della serie di rifiuti a candidarsi ricevuti da Nicola Zingaretti da parte di personaggi di spicco,sicuramente all’altezza della missione che a loro si sarebbe voluto affidare,come Davide Sassoli,Enrico Letta ed altri.

Infatti,anche alla luce di queste risposte negative,Base Riformista,la “corrente di pensiero”(come la definirebbe Goffredo Bettini) che nel Partito Democratico conta la maggioranza nei Gruppi Parlamentari delle due Camere del Parlamento e che i più maliziosi Dem individuano come il gruppo dei “renziani” del Partito, ha prestato pronta  attenzione e ha espresso il suo sicuro apprezzamento per la candidatura di Carlo Calenda.

Gli articoli di Beppe Fioroni, ex Ministro della Pubblica Istruzione  ed ora Consigliere politico del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini,leader di Base Riformista insieme a Luca Lotti,e le dichiarazioni di Patrizia Prestipino, Deputata e Coordinatrice della corrente per il Lazio,hanno formalizzato questa posizione,affermandone la credibilità e la praticabilità a fronte dell’unica alternativa attualmente presente nel panorama del Partito Democratico e della coalizione di Centrosinistra,e cioè le Primarie,peraltro sarcasticamente definite da qualcuno “dei Sette Nani”, alle quali, comunque, Carlo Calenda non ha escluso di poter partecipare.

L’ipotesi della candidatura a Sindaco di Carlo Calenda,al quale il Coordinatore romano di Italia Viva,Marco Cappa, ha fatto pervenire pubblicamente il suo endorsement, e che da parte sua ha rimodulato il suo approccio dialettico nei confronti della potenziale coalizione che, unica,ne potrebbe garantire la elezione,riscuote così un ulteriore consenso empiricamente percepito nell’elettorato e nel Partito e  certificato dai sondaggi che testimoniano ,sia pure nel loro specifico significato, della perplessità,se non della contrarietà, ad un accordo,quale che sia,con un  Movimento 5 Stelle che si sostanzia in posizioni e provvedimenti gestionali come quelli di cui in apertura di queste considerazioni.

Credo ci sia abbondante materia di riflessione per il Partito Democratico nelle prossime settimane.

La governance, chiave di volta per il successo del Recovery Plan nel Mezzogiorno

1.- Nel settembre1972, in un rapporto per il Ministero del Bilancio, Pasquale Saraceno prevedeva che il divario tra Nord e Sud si sarebbe colmato solo nel 2020. L’analisi sembrò alquanto pessimistica ma alla luce dei fatti e, soprattutto oggi che siamo nel 2020, bisogna riconoscere che il grande studioso del Mezzogiorno non si era sbagliato almeno nel senso implicito all’indicazione che sarebbe stato necessario un ‘tempo infinito’ per vedere un’Italia unità nei processi di sviluppo ed un Mezzogiorno finalmente affrancato dalle vecchie condizioni di arretratezza.

Ora, proprio nel 2020, lo tsunami del Covid-19 che ci ha investito induce a credere che una pietra tombale possa cadere sulla speranza di rinascita per le aree depresse del Mezzogiorno. Solo che, al contempo e viceversa, bisogna riconoscere che, a seguito di scelte lungimiranti e di azioni coerenti, un’occasione storica si presenta per avviare finalmente la partenza di un nuovo modello di sviluppo capace di recuperare il ritardo accumulato dal Sud nei confronti del Nord. Del resto è ben noto che l’Italia tutta nei momenti più bui abbia saputo dimostrare di avere risorse morali e progettuali tali da permetterle di superare ostacoli enormi e rimettere in moto il sistema-Paese. Pensiamo al secondo dopoguerra ed a quello che siamo stati in grado di fare in tutti i settori economici: dall’industria al cinema, dalle grandi infrastrutture alla diffusione del made in Italy nel mondo.

Oggi dobbiamo avere la capacità di cogliere le condizioni di un rinnovato fermento economico, sociale, culturale. Soprattutto, noi meridionali che vogliamo che il Recovery Fund  diventi uno strumento per raggiungere un grande risultato dal punto di vista economico e sociale. Ma dobbiamo utilizzarlo per strategie e progetti validi, efficaci e credibili. Altrimenti si rischia l’ennesimo flop.

 

2.- Allora il punto è: come riempire di contenuti e di progettualità una “partenza nuova” per il Mezzogiorno soprattutto alla luce delle oggettive ingiustizie, in termini di investimenti pubblici, subite nel passato? Ovvero, come possiamo trasformare una situazione di svantaggio in una possibile condizione di vantaggio per il Sud d’Italia, anche alla luce del richiamo della Commissione Europea al nostro Paese di invertire la tendenza dei propri impieghi pubblici e garantire un adeguato livello di investimenti al Sud?

Partiamo dall’ottimistico presupposto che l’Italia sia in grado di elaborare una progettualità tale da permettere al sistema-paese di rispondere allo shock da pandemia con un Piano Nazionale di Ripresa nei vari settori strategici dell’alta velocità, della copertura diffusa della banda ultra-larga, del lavoro e del taglio delle tasse. Corriamo, comunque, il rischio che i Territori meno vitali, come il Mezzogiorno, non siano pronti, non abbiano la capacità di trarre alcun beneficio da un’azione nazionale di ripresa e continuino ad essere una pesante zavorra per il resto del Paese.

Per mettersi al passo, allora, occorre un impegno supplementare e bruciare le tappe. Bisogna, cioè, avviare velocemente il cammino verso quei passaggi obbligati che permettano di abbattere gli ostacoli invalicabili che da decenni e finora hanno impedito al Sud di affrancarsi da una condizione di sottosviluppo apparentemente ineluttabile.

Preciso subito che non intendo parlare delle barriere di natura economico-finanziaria o dell’insufficienza infrastrutturale -sia materiale che immateriale- o, ancora, del deficit di “capitale umano” che caratterizzano l’attuale situazione del Mezzogiorno. Piuttosto, come recentemente ha evidenziato nel secondo numero del 2020 l’Osservatorio Monetario dell’Università Cattolica diretto dal professore Angelo Baglioni, vorrei richiamare l’attenzione su tre quistioni istituzionali che attengono tutte alla governance e che, poiché non riguardano direttamente l’aspetto economico-finanziario, sono ampiamente trascurate. Mi riferisco a tre riforme che, se non realizzate in tempi brevi, potranno pregiudicare qualsiasi processo di sviluppo.

 

3.- La prima di queste tre quistioni riguarda la necessità di operare velocemente la riforma macroregionale che, purtroppo, al Sud -come sottolineava anche Claudio Signorile nel suo recente Appello per un “Mezzogiorno federato”- continua ad essere negletta. Quando, invece, costituisce la nuova politica strategica dell’Unione Europea. E in Italia le regioni del Nord si sono già da tempo organizzate nella Macroregione Adriatico-Jonica (EUSAIR) e nella Macroregione Alpina (EUSALP).

Ora, non è possibile continuare a pensare che il riscatto del Mezzogiorno possa essere perseguito con i vecchi arnesi delle regioni. Autoreferenziali e centralistiche più dei vecchi stati nazionali. Se i governatori ed i politici del Mezzogiorno non sapranno coordinarsi tra di loro (secondo le regole dell’UE) per elaborare una strategia unitaria non solo non c’è speranza di poter resistere all’attacco già sferrato dagli interessi forti del Nord per destinare i soldi europei “all’Italia che produce” e che costituisce la “locomotiva” (in verità, da quasi un ventennio, ferma) del Paese ma assisteremo, ancora una volta, nelle regioni meridionali, ad un impiego di queste risorse nel modo individualistico e clientelare che ha portato all’attuale disastro.

In altri termini, non si tratta di costruire elenchi di opere infrastrutturali da contrapporre a quelle del Nord. I responsabili delle politiche regionali del Mezzogiorno, invece, dovranno saper elaborare e definire delle linee politiche innovative e ciò non solo nei contenuti degli investimenti rientranti nell’ambito dei “pilastri” indicati dal Consiglio Europeo -a) rafforzare la resilienza e la capacità e  il sistema sanitario; b) concentrarsi sulla transizione verde e digitale; c) migliorare l’efficienza del sistema giudiziario e l’efficacia della Pubblica Amministrazione- ma soprattutto nella metodologia di un Piano strategico macroregionale che si connoti, in ultimo, per la capacità di sapere coordinare la governance tra regioni, città metropolitane e province o (in Sicilia) liberi consorzi di Comuni.

 

4.- E qui siamo alla seconda quistione istituzionale che bisogna risolvere se si vuole dotare il Mezzogiorno degli ‘strumenti’ idonei a perseguire un nuovo modello di sviluppo. Infatti, non basta

una riforma regionale ma è necessario un cambiamento anche delle organizzazioni locali. Senza questa mutazione mancherà sempre il soggetto che dovrà attuare le politiche pubbliche innovative e il Recovery Plan si trasformerà in uno qualsiasi dei programmi europei che inevitabilmente falliranno l’occasione storica che abbiamo a disposizione.

Per evitare un tale esito, allora, bisogna puntare sulle Comunità locali. Non solo, però, come ricordava qualche tempo fa il sindaco di Milano, Beppe Sala, sulle città metropolitane -che ormai sono da considerare più come “città-universali” che come “città-stato”- ma anche sulle province (o, in Sicilia, liberi consorzi di comuni) che, nella loro aggregazione delle aree interne più ecologiche di quelle delle grandi città, avrebbero inoltre la capacità di dare risposta al problema forse più grave postoci dalla pandemia che ci ha colpiti. Peraltro, come è noto, la storia millenaria di questa nostra area mediterranea dimostra indiscutibilmente che il ruolo propulsivo dello sviluppo è stato sempre svolto dalle grandi città e dalle aggregazioni dei comuni. E poi il loro contributo sarebbe addirittura determinante al fine di attivare la partecipazione, a questa strategia di sviluppo, dei cittadini dei vari territori interessati, così contribuendo a colmare il deficit  democratico di cui soffrono non solo le istituzioni europee ma anche quelle nazionali.

A tal proposito è però da segnalare che mentre a livello nazionale e cioè con riferimento a tutte le regioni “ordinarie” del Paese comprese quelle continentali del Mezzogiorno, prima, si è fatta la riforma cd. “Delrio” ed, ora, si sta procedendo alla sua revisione in uno con la riscrittura del Testo Unico degli Enti Locali, in Sicilia, dopo la demenziale abolizione delle province regionali, il comparto delle amministrazioni ‘intermedie’ è in un regime straordinario di commissariamento che sta portando alla paralisi assoluta di tutto il sistema dei poteri locali.

Il tema è centrale ma in questa sede non può essere, certo, sviluppato.

 

5.- Infine, il terzo nodo da sciogliere, se si vuole realmente una inversione di tendenza nell’attuale contesto del Mezzogiorno, è quello della pubblica amministrazione che necessita di un radicale processo di sburocratizzazione e di rivoluzione culturale e tecnologica.

Diciamolo con franchezza, all’interno degli apparati pubblici soprattutto del Mezzogiorno esiste un gravissimo problema di competenze, che deriva da una selezione drogata fin dall’origine e dal cattivo funzionamento dei meccanismi di formazione e di aggiornamento. Al punto tale che, se si procedesse rapidamente con la digitalizzazione del sistema amministrativo e con la revisione delle procedure, i dipendenti pubblici, in particolare quelli del Mezzogiorno, non sarebbe in grado di padroneggiare la rete informatica nelle sue funzioni di base. Inoltre, si aggiunga che nel nostro Paese per chi opera nelle pubbliche amministrazioni è molto più conveniente stare fermi, non fare alcunché: l’inerzia infatti non comporta rischi e soprattutto è premiale in termini di avanzamenti di carriera, bonus, riconoscimenti. Non solo. Ma in un simile contesto la burocrazia si trova perfettamente a suo agio e sguazza felicemente nelle procedure farraginose, finendo con alimentare le occasioni di corruzione e di malaffare. E così, ancora una volta, ponendoci di fronte al problema di dover fare i conti con le troppe leggi, i troppi vincoli ed i farraginosi meccanismi fuori da ogni contesto che devono essere in qualche modo disciplinati e semplificati.

Insomma, il nodo della pubblica amministrazione resta assolutamente ingarbugliato e l’emergenza causata dal Covid-19 non sembra certo agevolare il suo scioglimento. Invece, è proprio questa eccezionale situazione  di emergenza che può rendere meno difficoltosa una riforma della P.A. che si incentri sulla introduzione del principio di responsabilità e in conseguenza di esso su quello di merito.

Naturalmente, si tratta di quistione assolutamente aperta che, però, non può continuare ad essere lasciata languire in particolare nel Mezzogiorno che, privo o scarso di altri ‘soggetti di sviluppo’, non può rinunciare a quello che potrebbe essere il suo più importante propulsore.

 

6.- Vengo alla conclusione. Dicendo che se si sciolgono questi tre nodi e si realizzano queste riforme inerenti la governance si avvierebbe senz’altro il processo del più grande cambiamento strutturale che si possa immaginare per il Sud e l’Italia intera. Si avvierebbe, cioè, la concretizzazione della trasformazione dell’Italia anche per quelle aree meridionali del Paese che finora sono rimaste più indietro o, addirittura, estranee ai processi di sviluppo ed invece ora, con l’adozione dei nuovi sistemi di governance cui si è accennato, potrebbe ergersi a protagoniste non solo del proprio sviluppo ma anche della rinascita dell’intero Paese, per non dire dell’Europa.

È, quindi, una partita decisiva quella che si gioca in ordine al  Recovery Plan, che non può essere considerato un pozzo dal quale “prendere i soldi e scappare” pensando di promuovere, prima, progetti assistenziali divisivi e frazionistici e, poi, distribuire fondi ‘a pioggia’ per l’acquisizione del consenso elettorale.

Si sprecherebbe la grande opportunità per correggere il sistema di distribuzione e utilizzazione delle risorse nei vari settori economico-sociali e nelle singole aree geografiche ed il Mezzogiorno, lungi dal divenire un protagonista nella nuova centralità del Mediterraneo, finirebbe per continuare ad essere una appendice fastidiosa dell’Italia e dell’Europa.

 

 

Misure ristrettissime in Europa per la celebrazione della festa di Ognissanti e visite ai defunti.

In Svizzera, la Conferenza episcopale ha  emanato regole quadro per quanto concerne le celebrazioni liturgiche ed eventi della Chiesa. Rimangono invariati ovviamente l’obbligo di mascherina in tutta la Svizzera e in tutte le chiese e edifici ecclesiastici e l’osservanza delle altre misure di protezione come il distanziamento, l’igiene e il divieto di contatto. Si rafforzano però le disposizioni in materia di manifestazioni pubbliche (in cui rientrano le celebrazioni liturgiche, gli eventi ecclesiali e i funerali), con l’obbligo su tutto il territorio nazionale di non superare il numero di 50 persone nelle manifestazioni pubbliche di vario genere e quindi anche ecclesiastiche.

In Francia, il ministro dell’Interno francese Gerald Darmanin ha avuto nei giorni scorsi un incontro in video conferenza per presentare ai leader religiosi le misure decise dal governo per contenere l’epidemia. È stato confermato che i luoghi di culto rimarranno aperti questo fine settimana e che sarà consentito l’accesso ai cimiteri per la festa di Ognissanti. È stato però deciso che, da lunedì fino ad almeno alla fine di novembre, i luoghi di culto, anche se rimarranno aperti al pubblico, non potranno più ospitare cerimonie religiose (messe, funzioni, matrimoni, funerali) se non con un numero di persone estremamente ridotto.

Celebrazioni per la festa di Ognissanti e commemorazione dei defunti ristrettissime anche in Belgio dove – si legge in una nota diffusa dalla Conferenza episcopale – “Commemoreremo il nostro amato defunto con una foto, una candela, un fiore o una preghiera”, e  “purtroppo la pandemia non consentirà servizi religiosi con una grande assemblea nel giorno di Ognissanti”. “I nostri morti sono sepolti nei nostri cuori e nell’amore di Dio”.

In Irlanda, il 1° novembre, alle 15, vescovi e sacerdoti irlandesi condurranno un breve servizio di preghiera in ricordo dei morti e coloro che desiderano partecipare sono invitati a sintonizzarsi sulla webcam della cattedrale o della parrocchia locale.

 

Firmato il decreto per i finanziamenti agevolati per l’efficientamento energetico e idrico degli edifici pubblici

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha firmato il decreto interministeriale che disciplina le modalità di presentazione delle domande e individua i criteri e le modalità di concessione, erogazione e rimborso dei finanziamenti agevolati per la riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica (scuole, strutture sanitarie, impianti sportivi) e per l’efficientamento e il risparmio idrico, nonché le caratteristiche di strutturazione dei fondi di investimento immobiliare e dei correlati progetti di investimento. Le risorse a disposizione, che derivano dal mancato esaurimento di quanto stanziato per il Fondo Kyoto Scuole, ammontano a 200 milioni di euro.

Gli interventi finanziati devono conseguire un miglioramento del parametro di efficienza energetica dell’edificio di almeno due classi in un periodo massimo di tre anni e garantire un risparmio dei consumi energetici di circa il 25%. Il ministero dell’Ambiente può eseguire sopralluoghi al fine di verificare la regolare esecuzione degli interventi finanziati, nonché richiedere ai soggetti beneficiari ogni chiarimento ritenuto necessario.

Osserva il ministro dell’Ambiente Sergio Costa: “Efficientare, sia dal punto di vista energetico che da quello idrico, le scuole, gli asili nido, le università, gli edifici dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica e quelli adibiti a ospedali, policlinici e ai servizi socio-sanitari, così come gli impianti sportivi, significa fare un regalo all’ambiente, all’economia e all’occupazione. Con interventi come questi si incrementa la green economy, già sostenuta dall’ecobonus, e si dà un contributo anche alla grande battaglia contro i cambiamenti climatici che l’emergenza Covid non può far passare in secondo piano”.

Il decreto è stato condiviso con il ministero dell’Economia e Finanze e ha ricevuto il concerto dei ministeri dello Sviluppo economico, dell’Istruzione e dell’Università.

Senza immediate chiusure in tutte le zone più a rischio, serviranno a breve almeno 4 settimane di lockdown.

Il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE della settimana 21-27 ottobre documenta il crollo definitivo dell’argine territoriale del testing & tracing e registra un incremento di oltre il 60% dei pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva, con un raddoppio dei decessi.

Con le misure del DPCM del 24 ottobre è possibile stimare a 14 giorni una riduzione del valore di Rt di circa il 20-25%, totalmente insufficiente per piegare la curva dei contagi e arginare il sovraccarico degli ospedali.

Senza immediate chiusure in tutte le zone più a rischio, serviranno a breve almeno 4 settimane di lockdown nazionale per abbattere la curva dei contagi ed evitare una catastrofe sanitaria peggiore della prima ondata.

La politica “sospesa”. Ma non del tutto.

Alessandria Ghisleri, la “maga” dei nostro sondaggisti, ce lo ha spiegato con rara lucidità e chiarezza, come del resto le capita sempre. E cioè, in questa fase, e comprensibilmente, la pubblica opinione italiana è preoccupata essenzialmente della propria salute, del proprio lavoro, del proprio futuro e del clima grigio e plumbeo complessivo che aleggia attorno al paese. Certo, i cittadini sono attenti, anzi molto attenti, alle scelte concrete e alle decisioni del potere politico, cioè del Governo. Anche perchè mai come in questa fase storica, così drammatica e inquietante, c’è tanto attesa per ciò che dice e soprattutto per ciò che decide il Governo.

In un contesto del genere, in attesa del purtroppo temuto ma ormai necessario lockdown, è persin inutile ricordare, e sottolineare, che la politica “normale” è momentaneamente archiviata. E giustamente. Dalla nascita di nuovi partiti – possono tranquillamente riposarsi e riprendere l’agenda il prossimo anno – alle polemichette quotidiane e di potere dei vari Renzi, dal confronto sempre più virtuale sulle primarie del Pd alla formazione di nuove correnti e gruppi di potere all’interno dei partiti. A cominciare da quello strano partito/cartello elettorale che sono i 5 stelle. Ovvero, e senza sminuire nessuno, un saluto momentaneo a tutto ciò che caratterizza l’architrave della politica quotidiana e che ha contribuito, purtroppo, ad indebolire l’autorevolezza e la stessa credibilità della politica.

Ma quello che non si può e non si deve archiviare, anche in una fase difficile e complessa come quella che stiamo vivendo, è che alcune costanti di una politica nobile e di qualità possono essere declinate. Dal come si lavora per ricostruire il “bene comune” alla necessità di misurare la qualità della classe dirigente, dal come si declina e si pratica una vera cultura di governo alla necessità di mettere in campo la competenza e la professionalità della politica e dei politici.

Insomma, anche in una fase drammatica come questa, la politica non è assente. Non può essere assente. Certo, si parla di una concezione della politica che in questi ultimi anni si è sostanzialmente eclissata – causa la cosiddetta rivoluzione grillina carica di antipolitica, di demagogia, di populismo e di qualunquismo – ma che adesso deve ritornare protagonista. E proprio in questa cornice l’apporto dei cattolici democratici e popolari può essere, ancora una volta, decisivo e determinante. Senza disperdere le energie trattando e approfondendo temi virtuali e del tutto avulsi da ciò che vivono e sentono i cittadini italiani.

L’attualità del pensiero di Emmanuel Mounier. Il sottile veleno dell’indifferenza

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Rocco Pezzimenti

Emmanuel Mounier, una delle figure più originali del pensiero cattolico del Novecento, è uomo del dialogo, qualità presente in molti cattolici che hanno ispirato il pontificato di Paolo VI. Operò in anni tormentati del secolo scorso, nei quali tanti smarrirono la strada che avevano intrapreso. La sua riflessione ha radici antiche poiché i temi della persona e della comunità sono presenti da sempre nella cultura cattolica. Mounier si pone in un filone che trova un riferimento in san Tommaso nel quale rinviene la concretezza. Mounier coglie, infatti, in molta cultura moderna, il sorgere di un umanesimo astratto che genera una sorta di mistica dell’individuo, alla quale si aggiungerà la mistica del collettivismo.

Da tali aberrazioni la persona ne usciva stritolata, sommersa da realtà mostruose e onnipresenti che la riducevano a puro accessorio della storia, sfruttato o sostituito dai vari Leviatani di turno. Consapevole di questa spersonalizzazione, Mounier concepisce la necessità di un nuovo Rinascimento che recepisca e “cristianizzi” quanto di buono ha la modernità. Da qui il suo famoso Manifesto in cui definì l’impostazione personalista, cioè «ogni dottrina, ogni civiltà che affermi il primato della persona umana sulle necessità materiali e sulle strutture collettive che sostengono il suo sviluppo (…). Personalismo è per noi (…) una designazione comune a dottrine diverse, ma che possono essere d’accordo sulle condizioni elementari, fisiche e metafisiche di una nuova civiltà».

Il dialogo con le diverse culture non può prescindere da una consapevolezza: in questa fase della storia, al senso della virtù si è sostituito quello del denaro, vero male della società borghese perché accentua l’individualismo e frantuma la società, separa e rende avversari. Da questa comunità scompaginata, scaturiscono le premesse che hanno portato al fascismo che ha cercato di recuperare certi miti eroici della nascente società borghese per rinvigorirli nel momento della sua crisi. Ciò spiega il successo che, allora, raccoglieva tra i giovani, stanchi di una società incapace di entusiasmare la gioventù.

Non sfuggiva a Mounier che il fascismo era un’appendice del liberalismo borghese per combattere il marxismo, ma era convinto che un tale mezzo fosse del tutto inefficace. Occorreva recuperare all’uomo la sua dimensione trascendente non sottovalutando però la sua condizione concreta nel mondo. Il marxismo si era fermato solo a quest’ultima, mentre il cristianesimo ribadiva che «non vi è civiltà e cultura umana che non sia orientata metafisicamente». Il bilancio, su quelli che Maritain avrebbe definito umanesimi contemporanei, era perciò pieno di perplessità. Arricchire questi umanesimi era possibile solo recuperando la specificità che il cristianesimo aveva dato al patrimonio spirituale dell’Occidente.

Il personalismo cristiano deve proporre un nuovo modello di educazione, di cultura, di economia, di lavoro, di vita familiare, di servizi sociali e di pluralismo democratico, ma occorre anche presentare una nuova immagine della vita privata, anche per la donna, perché la vita privata è lo «spazio di preparazione della persona» per uscire dal chiuso egoismo.

Sulla vita privata ritorna, pur larvatamente, la polemica contro capitalismo e marxismo che deformano la vita privata, il primo potenziandola eccessivamente, il secondo annullandola. Si rendeva necessaria una visione economica che superasse capitalismo e comunismo senza ostacolare alcun progresso che il personalismo non può deridere.

Persino la tecnica usata dal capitalismo non deve essere boicottata, ma vivificata da un’etica della persona. Il comunismo, dal canto suo, cercando un dialogo col cristianesimo, non può esaurirlo nella dimensione storica, perché una religione è tale solo se conserva la prospettiva ultraterrena. Il cristianesimo riesce a superare l’apostasia silenziosa dell’indifferenza che lo trascina, in quella che Miguel de Unamuno chiamava la sua agonia, trovando spazio nel mondo, conservando la sua spinta escatologica e proponendola agli uomini. Il parallelismo tra i due filosofi è stato citato recentemente anche dal cardinale Gualtiero Bassetti (in un articolo uscito il 29 ottobre su LaVoce.it). De Unamuno scrisse un pamphlet dal titolo provocatorio L’agonia del cristianesimo?. I credenti — scrive Mounier nel 1947 — «si riposano nell’illusione della loro forza» ma il mondo attuale non «incontra» più il cristianesimo e la parola di Dio diviene per esso propriamente lettera morta. Il cristianesimo «non è minacciato di eresia» ma è «minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione».

Questo libro di Mounier, pubblicato in Italia agli inizi degli anni Sessanta, «si colloca tra le mie letture giovanili, quando da giovane seminarista assistevo con speranza allo svolgimento del concilio Vaticano ii, e si combina con gli stimoli e le passioni suscitate dal vivacissimo cattolicesimo fiorentino del tempo» scrive Bassetti. Parole profetiche, visto che «per dirla con le parole di Mounier il mondo, nel suo insieme, si forma fuori e addirittura “contro” i cristiani». Oggi, in tutto il mondo occidentale, stiamo vivendo gli effetti di una crisi di fede annunciata ormai più di settant’anni fa. «Ho ascoltato spesso — continua Bassetti — lo spaesamento dei fedeli in una società in cui sembra che tutto stia crollando. Sembra. Ma non è così. Questo è il tempo della Profezia e della Grazia». La storia del cristianesimo, conclude il porporato «è la storia di una lotta, di una battaglia e di una “agonia” che non deve far paura. Soprattutto a coloro che si interrogano sul futuro della Chiesa. Perché, scriveva sempre Mounier, per il cristiano non c’è che un riformatore della Chiesa: lo Spirito stesso che la ispira».

Lavoro, Istat: Il tasso di disoccupazione scende al 9,6%

A settembre, il numero di occupati risulta sostanzialmente stabile rispetto al mese precedente, si conferma la flessione dei disoccupati registrata ad agosto e prosegue il calo degli inattivi.

La sostanziale stabilità dell’occupazione (+ 6mila unità) è sintesi, da un lato, dell’aumento osservato tra le donne, i dipendenti a tempo indeterminato e gli over50 e, dall’altro, della diminuzione tra gli indipendenti e i 25-34enni. Nel complesso il tasso di occupazione sale al 58,2% (+0,1 punti percentuali).

La flessione del numero di persone in cerca di lavoro (-0,9% pari a -22mila unità) coinvolge gli uomini e gli under 50, mentre tra le donne e gli ultra 50enni si osserva una leggera crescita. Il tasso di disoccupazione scende al 9,6% (-0,1 punti) e tra i giovani al 29,7% (-1,7 punti).

Anche il numero di inattivi risulta in lieve diminuzione (-0,1% pari a -15mila unità); tale andamento è frutto del calo tra le donne e gli over35, non completamente compensato dall’aumento osservato tra gli uomini e gli under35. Il tasso di inattività resta invariato al 35,5%.

Il livello di occupazione nel terzo trimestre 2020 è superiore dello 0,5% a quello del trimestre precedente, registrando un aumento di +113mila unità.

Nel trimestre crescono anche le persone in cerca di occupazione (+18,1% pari a +379mila) e calano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-3,7% pari a -521mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali registrate tra marzo e giugno 2020 hanno fatto sì che, anche nel mese di settembre 2020, l’occupazione continui a essere più bassa di quella registrata nello stesso mese del 2019 (-1,7% pari a -387mila unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne di qualsiasi età, dipendenti (-281mila) e autonomi (-107mila), con l’unica eccezione degli over50, tra i quali gli occupati crescono di 194mila unità, soprattutto per effetto della componente demografica. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,9 punti percentuali.

A settembre 2020 le ore pro capite effettivamente lavorate, calcolate sul complesso degli occupati, sono pari a 34,8, livello di 0,7 ore inferiore a quello registrato a settembre 2019; la differenza si riduce a 0,4 ore per i dipendenti.

Nell’arco dei dodici mesi diminuiscono le persone in cerca di lavoro (-2,3%, pari a -59mila unità), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+2,5%, pari a +333mila).

Palermo accelera sulla digitalizzazione

Il Comune di Palermo si sta attrezzando per rendere disponibili ulteriori servizi online venendo così incontro alle esigenze della cittadinanza. E’ attivo già dal 26 ottobre il servizio di cambio domicilio direttamente tramite il sito comunale . La nuova funzione consente anche di assolvere, contestualmente, le dichiarazioni TARI correlate. Non è richiesta, pertanto, la raccolta o la riorganizzazione di eventuale modulistica perché le procedure sono interamente online e consentono di verificare lo stato dell’istanza, una volta inviata, ed eventuali richieste di integrazione da parte degli uffici comunali.

Tramite questa innovazione si otterrà una notevole semplificazione delle operazioni grazie al controllo automatico dei dati inseriti da parte dei cittadini ottemperando, nel contempo, alle prescrizioni implicite nella normativa di riferimento.Si ricorda che l”accesso al portale dedicato ai servizi online del Comune di Palermo avviene tramite SPID, l’identità digitale ormai necessaria per autenticarsi ai servizi erogati dalle PA locali e nazionali.

Un pacchetto di proposte per un rilancio in green Cinque ministri e 80 speakers nella eco due giorni

Un pacchetto di proposte per il piano italiano di rilancio con l’utilizzo dei fondi di Next Generation, sarà il tema centrale della nona edizione degli Stati Generali della Green Economy 2020 dal titolo ““Il green deal al centro del Piano di rilancio per l’Italia – Una nuova fase per la green economy”. Il pacchetto di proposte, che riguarda cinque settori strategici della green economy -energia e clima, economia circolare, green city, mobilità urbana, sistema agroalimentare – si articola in misure per incrementare gli investimenti e misure di indirizzo programmatico e di riforma.

La due giorni green, che si svolgerà il 3-4 novembre in modalità digitale in collegamento con Ecomondo Key-Energy, è organizzata dal Consiglio Nazionale della Green Economy, formato da 69 organizzazioni di imprese, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente,  con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico e della Commissione europea e il supporto tecnico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. L’ edizione di quest’ anno, con un parterre particolarmente ricco, vede gli interventi di 5 ministri, 80 speakers, rappresentanti del governo e delle istituzioni europee, studiosi.  rappresentanti di imprese green

Nella giornata inaugurale verrà presentata dal Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchi, la Relazione 2020 sullo stato della green economy che fornisce un sintetico aggiornamento sull’andamento delle tematiche e dei settori strategici. E quest’ anno racconta anche come ha influito la pandemia, in base ai dati disponibili e ancora parziali osservando che sono calati i consumi di energia e le emissioni di gas serra, le rinnovabili continuano a crescere, ma si registrano difficoltà nelle attività di riciclo, l’agroalimentare è in sofferenza.

Tra i relatori Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente; Stefano Patuanelli, Ministro dello sviluppo economico; Vincenzo Amendola, Ministro per gli Affari Europei; Dario Franceschini, Ministro per i Beni e le Attività Culturali; Sigrid Kaag, Ministro del Commercio Estero dell’Olanda Riccardo Fraccaro, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; Antonio Misiani, Vice Ministro all’Economia; Simona Bonafè, Parlamento europeo; Jeffrey Sachs, Direttore del Center for Sustainable Development, Columbia University; Sun Chengyong, Ministro Consigliere Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese e molti altri rappresentanti di Governo, Parlamento e istituzioni europee.

 

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In Europa la variante spagnola del Coronavirus

Secondo il Financial Times il Coronavirus che ora sta colpendo tutta l’Europa è una variante che ha avuto origine nei lavoratori agricoli spagnoli.

Un team internazionale di scienziati che ha monitorato il virus attraverso il suo file mutazioni genetiche ha descritto la straordinaria diffusione della variante, denominata 20A.EU1, in un documento di ricerca che sarà pubblicato a breve.

Il loro lavoro suggerisce che le persone di ritorno dalle vacanze in Spagna hanno svolto un ruolo chiave nel trasmettere il virus in tutta Europa, sollevando dubbi sul fatto che la seconda ondata che sta investendo il continente avrebbe potuto essere ridotta migliorandola screening presso aeroporti e altri nodi di trasporto.

Intanto i ricercatori svizzeri e spagnoli stanno accelerando i controlli per capire se questa variante sia più letale ed infettiva degli altri ceppi.

Mattarella: “Indispensabile creare le condizioni utili a ristabilire un clima di fiducia”

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata Mondiale del Risparmio, ha inviato al Presidente dell’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio S.p.A., Francesco Profumo,  il seguente messaggio:

Questa Giornata si tiene durante una crisi profonda, che richiede misure urgenti per salvaguardare il presente e, soprattutto, il futuro della nostra società. Il risparmio, tradizionale patrimonio del nostro Paese – la cui tutela è sancita dalla Costituzione – può concorrere alla ripartenza.

La grave situazione economica e le preoccupazioni per la diffusione dei contagi hanno indotto un sensibile aumento del tasso di risparmio di famiglie e imprese. Queste risorse, se adeguatamente utilizzate, potranno contribuire a sostenere una rapida ripresa di consumi e investimenti, una volta domata la pandemia e ridotta l’incertezza sulle prospettive future.  

È indispensabile creare le condizioni utili a ristabilire un clima di fiducia.

La robusta risposta delle Autorità monetarie e fiscali, nazionali ed europee, va in questo senso: ha prevenuto i rischi di instabilità del sistema finanziario, limitato i danni economici e avviato innovativi strumenti comuni.

La gestione dell’emergenza deve, sapientemente, saper aprire la strada a un progetto condiviso di crescita sostenibile e inclusiva, utilizzando le risorse rese disponibili anche in ambito europeo per gli indispensabili investimenti in infrastrutture, materiali e immateriali, riducendo i divari, per un Paese che torni a offrire opportunità, per un futuro dignitoso, specie alle giovani generazioni.

A fronte di un inaccettabile aumento delle diseguaglianze, è ancora più apprezzabile l’impegno delle fondazioni, che si sono mobilitate con interventi aggiuntivi nell’interesse della collettività, dei soggetti più deboli e dei settori più colpiti.

Con questo spirito rivolgo ai partecipanti un cordiale augurio di buon lavoro”.

 

Giornata Mondiale del Risparmio, Visco (Banca d’Italia): “In Europa la pandemia ha determinato una forte accelerazione della diffusione  degli strumenti di pagamento digitali”.

Questa è la dichiarazione che il  governatore di Bankitalia Ignazio Visco, intervenendo alla Giornata Mondiale del Risparmio ha rilasciato.

La congiuntura, il risparmio e la risposta delle politiche economiche 

L’economia mondiale, dopo la contrazione senza precedenti registrata  in primavera, ha segnato in estate un rafforzamento superiore alle attese; di  conseguenza, all’inizio di questo mese il Fondo monetario internazionale ha rivisto  verso l’alto le sue stime per l’anno in corso. La caduta dell’attività economica  resta tuttavia la più forte dalla Grande Depressione, con una riduzione del prodotto  dell’ordine del 4,5 per cento. L’intensità con la quale è ripresa nelle ultime settimane  la diffusione della pandemia, in particolare in Europa, e l’elevata incertezza a essa  connessa rischiano di produrre nuovi rallentamenti dell’attività produttiva e della  domanda di beni e servizi nel breve periodo, con conseguenze ancora negative per  le prospettive dell’economia globale nel prossimo anno. 

Anche in Italia il ritorno alla crescita nel terzo trimestre è stato ben più  marcato di quanto avevamo previsto in luglio. Vi ha contribuito il netto recupero  dell’industria, dove la produzione si è riportata, in agosto, sui volumi precedenti  l’inizio dell’epidemia; sembra perdurare invece la debolezza nei servizi, nonostante  la positiva dinamica, nell’estate, della spesa per le vacanze, prevalentemente di  origine interna. 

Il rafforzamento dell’attività produttiva non sarebbe stato possibile in assenza di  un orientamento fortemente espansivo delle politiche economiche; ne è conseguito,  altresì, un deciso miglioramento delle condizioni sui mercati finanziari e creditizi.  La ripresa dell’epidemia minaccia tuttavia di incidere sui risultati conseguiti: vi è il  rischio che l’aumento dei casi di contagio – anche qualora venisse contrastato con  misure meno drastiche di quelle adottate in primavera – si ripercuota negativamente  sulla fiducia e sulla spesa delle famiglie e delle imprese. 

Il maggiore pessimismo dei consumatori registrato dall’avvio della crisi si è  riflesso in un considerevole aumento della propensione al risparmio. Nel secondo  trimestre il rapporto tra risparmio e reddito disponibile lordo, prossimo al 20 per  cento, è risultato pressoché doppio rispetto alla media del 2019, risentendo in buona  parte della diminuzione degli acquisti di beni e servizi conseguente al blocco di alcune attività. Secondo le nostre valutazioni, tuttavia, il risparmio è rimasto su  valori elevati anche negli ultimi mesi sia per motivi precauzionali, connessi con  il calo del reddito disponibile e i timori per l’occupazione, sia per la persistenza  del rischio epidemiologico e le conseguenti preoccupazioni per la salute, che  scoraggiano alcune tipologie di consumi, soprattutto quelli legati a viaggi, turismo  e attività ricreative. 

Pur riducendosi nel tempo in rapporto al reddito disponibile, il risparmio  delle famiglie italiane, che costituisce la principale fonte di finanziamento per  gli investimenti, è stato storicamente un fattore di forza della nostra economia.  Ma in una fase come quella attuale, dominata dall’incertezza e dalla debolezza  della congiuntura, l’aumento della propensione al risparmio, se non si accompagna  a un’adeguata ripresa degli investimenti e dell’attività produttiva, può causare  una diminuzione della domanda aggregata e dei redditi, alimentando, a sua volta,  una ulteriore crescita delle intenzioni di risparmio per motivi precauzionali e  innescando, così, un circolo vizioso. 

Il rischio che la propensione al risparmio rimanga su livelli elevati anche nei  prossimi trimestri, frenando la ripresa, appare concreto. Esso è confermato dalle  indagini condotte dalla Banca d’Italia tra la fine di agosto e l’inizio di settembre;  la volontà di risparmiare appare diffusa anche tra i nuclei che non si attendono cali  del proprio reddito. La quota di famiglie intenzionata a ridurre gli acquisti negli  esercizi commerciali di beni essenziali (quali quelli per prodotti alimentari) e non  essenziali (quali quelli in alberghi e nella ristorazione) non solo è più alta tra i  nuclei che hanno subito una diminuzione del reddito dall’inizio della pandemia  ma tende anche a crescere con l’aumentare dei contagi nella regione di residenza. 

I provvedimenti presi dal Governo a tutela dei posti di lavoro hanno finora  limitato le conseguenze sui redditi e sull’occupazione; la sostanziale stabilità del  tasso di disoccupazione dall’inizio dell’anno riflette anche, tuttavia, il fenomeno  dello “scoraggiamento”, con una riduzione del numero di persone in cerca di  lavoro di 300.000 unità. Pur dimezzatosi rispetto al picco raggiunto nel secondo  trimestre, il numero totale di ore di cassa integrazione autorizzate rimane su un  livello particolarmente elevato. L’acuirsi dell’epidemia potrebbe avere nuove,  pesanti, ricadute sulle già fragili condizioni del mercato del lavoro. 

Se occorre evitare di ostacolare la riallocazione dei lavoratori tra imprese e  settori, la gravità della crisi richiede di continuare a offrire loro adeguata protezione fino a quando necessario; al tempo stesso, il sistema degli ammortizzatori  sociali può essere rivisto per accrescerne la copertura, la semplicità di accesso  e l’equità. In prospettiva, nella misura in cui le condizioni macroeconomiche  lo consentiranno, gli interventi straordinari a difesa delle posizioni lavorative  potranno essere progressivamente ridotti e circoscritti ai comparti più colpiti  dalla crisi, tenendo anche conto delle esigenze per le imprese più sane di poter  riorganizzare la propria attività in risposta al mutamento delle prospettive socio-economiche. Provvedimenti volti a semplificare le regole di funzionamento  del mercato del lavoro e a estendere la riduzione del cuneo fiscale potranno favorire  i piani di assunzione delle imprese. Affinché l’aumento delle opportunità di lavoro  sia permanente, deve però aumentare la capacità di sviluppo dell’economia. 

Il rischio che per l’aggravarsi della pandemia si accentuino le ripercussioni  negative sulla domanda non riguarda solo l’Italia. Il rapporto tra risparmio e reddito  disponibile lordo è raddoppiato nell’intera area dell’euro portandosi su valori  anche superiori a quelli del nostro paese. Le indagini della Commissione europea  segnalano che le intenzioni di risparmio dei consumatori dell’area sono salite ai  livelli massimi degli ultimi 20 anni. Nel settore, più esposto, dei servizi sono già  tornati a emergere segnali di rallentamento della domanda, con ripercussioni sulla  dinamica dei prezzi.  

La recente riduzione dell’inflazione nell’area dell’euro su valori negativi  riflette in larga parte l’andamento dei prezzi dei beni energetici. In settembre,  tuttavia, la dinamica della componente di fondo ha segnato il suo minimo storico,  appena sopra lo zero, per effetto della debolezza dei trasporti e del turismo, voci di  spesa particolarmente legate all’evoluzione della pandemia. 

Il rischio di deflazione è inferiore a sei mesi fa, ma non va trascurato; sulla base  dei prezzi delle opzioni è oggi pari al 20 per cento, contro oltre il 40 a metà marzo.  Per gli esperti qualificati intervistati (con la Survey of Professional Forecasters)  dalla Banca centrale europea (BCE) la probabilità di deflazione è ancora molto più  bassa; tuttavia, la quota degli operatori che si attende un’inflazione non superiore  all’1,5 per cento tra cinque anni è pari al 35 per cento, contro circa il 10 registrato  in media tra la metà del 2014 e la fine del 2018. 

Per questa ragione, nella riunione di ieri il Consiglio direttivo della BCE ha  confermato la necessità di mantenere l’orientamento molto accomodante della  politica monetaria, con acquisti di titoli che continueranno a essere condotti in modo flessibile. Nello stesso tempo, alla luce di rischi per l’attività economica rivolti  decisamente verso il basso e sulla base delle nuove proiezioni macroeconomiche  in corso di elaborazione per la riunione di dicembre, si procederà a ricalibrare gli  strumenti di politica monetaria per rispondere in modo appropriato alla rapida  evoluzione della situazione economica e finanziaria. In particolare, le condizioni  finanziarie dovranno restare espansive per contribuire alla ripresa dell’economia,  sostenendo la domanda e l’occupazione, contrastare per questa via l’impatto  negativo della crisi pandemica sulla crescita dei prezzi e favorire la convergenza  dell’inflazione verso il suo obiettivo, da perseguire in maniera sostenuta e simmetrica. 

Il conseguimento di risoluti progressi in campo sanitario resta il fattore essenziale  per superare la pandemia e la crisi da essa generata. Nel frattempo, le politiche  economiche a livello globale dovranno mantenere un’intonazione decisamente  espansiva, a sostegno delle famiglie e delle imprese. In un contesto, comune a tutti  i principali paesi avanzati, di tassi di interesse estremamente bassi, le politiche  di bilancio hanno un ruolo particolarmente importante. In questa prospettiva il  programma europeo di spesa volto a garantire il benessere delle “nuove generazioni”  deve consentire di mettere rapidamente a disposizione dei singoli paesi le risorse  previste, da utilizzare in interventi strutturali tempestivi ed efficaci. 

L’intermediazione finanziaria  

Il clima di incertezza che ha indotto un aumento del risparmio si è riflesso  anche sui bilanci bancari. Nei dodici mesi terminanti a settembre i depositi  delle famiglie sono cresciuti del 5,6 per cento (quasi 50 miliardi), quelli delle  imprese del 24,4 (70 miliardi). In quest’ultimo caso l’incremento è in buona parte  riconducibile alle misure governative di sostegno al credito, che hanno consentito  alle aziende di accumulare fondi necessari per soddisfare le esigenze di liquidità  che si manifesteranno nei prossimi mesi, col perdurare degli effetti economici  della crisi sanitaria. 

Al termine dell’emergenza le banche dovranno farsi trovare preparate per  finanziare la ripresa; va quindi mantenuta particolare attenzione tanto alla loro  capacità patrimoniale quanto alla qualità del credito erogato. A questo riguardo  gli intermediari possono contare sui progressi compiuti negli anni scorsi e sulle  misure straordinarie poste in essere dal Governo e dalle autorità di vigilanza per  fronteggiare la crisi.

Tra il 2007 e il 2019, nonostante la doppia recessione che ha colpito  l’economia italiana e grazie alle riforme regolamentari, il rapporto tra il capitale  di migliore qualità e il complesso delle attività ponderate per il rischio (CET1  ratio) è quasi raddoppiato, al 14 per cento. Nei primi sei mesi di quest’anno  è cresciuto ulteriormente, di quasi un punto percentuale; vi hanno contribuito  in misura determinante gli utili a valere sull’esercizio 2019, capitalizzati a  seguito delle raccomandazioni delle autorità di vigilanza sulla distribuzione  dei dividendi, nonché le misure poste in essere dal regolatore europeo.  La crisi, tuttavia, ha iniziato a riflettersi sul rendimento del capitale e delle riserve,  notevolmente diminuito nel primo semestre a causa soprattutto delle maggiori  rettifiche su crediti. La capacità degli intermediari di sostenere il proprio livello  di patrimonializzazione attraverso la redditività resterà sotto pressione anche nel  prossimo futuro. 

La qualità del credito migliora dal 2015. Il flusso di prestiti deteriorati resta su  minimi storici. L’incidenza della loro consistenza sul totale dei finanziamenti si è  ridotta, al netto delle rettifiche di valore, al 3,1 per cento, oltre due terzi in meno  rispetto al picco. Le cessioni sul mercato secondario finora realizzate, unitamente  a quelle che si dovrebbero chiudere negli ultimi mesi dell’anno, permetteranno  alle banche di rispettare quanto programmato all’inizio del 2020, prima dello  scoppio della pandemia. 

Nella gestione dei crediti deteriorati le banche italiane stanno raccogliendo i  frutti del lavoro fatto, anche su impulso della regolamentazione e dell’attività di  supervisione, negli ultimi anni. Sono state create strutture specifiche per dar seguito  ai piani di riduzione presentati alle autorità di vigilanza; grazie ai miglioramenti  nella qualità delle informazioni, gli intermediari sono oggi in grado di meglio  valutare le azioni da porre in essere, tra gestione interna e cessione sul mercato, per  rispondere al deteriorarsi dei prestiti; è quindi di riflesso possibile per i potenziali  acquirenti effettuare valutazioni più accurate e tempestive. 

L’ampiezza e la profondità della crisi economica che stiamo attraversando  porterà tuttavia a un aumento delle insolvenze delle imprese. Nostre analisi indicano  che nel 2020 il deterioramento della loro situazione finanziaria determinerà un  netto peggioramento della probabilità di insolvenza: la quota dei debiti finanziari  facente capo ai prenditori più rischiosi potrebbe superare il 20 per cento,  rispetto al 13 osservato prima della pandemia. Nei prossimi anni l’evoluzione  della rischiosità delle imprese dipenderà inevitabilmente dall’andamento della congiuntura, al momento assai incerto, e dalla portata ed efficacia delle  misure che potranno essere introdotte per favorire una riduzione della leva finanziaria. 

Nei prossimi mesi sarà necessario che gli intermediari esercitino al meglio  quella che è l’essenza dell’attività bancaria: sostenere i progetti imprenditoriali  meritevoli, riconoscere senza indugio le perdite derivanti da esposizioni per cui  si prevede un’elevata probabilità di insolvenza, ristrutturare i prestiti dei debitori  in situazione di difficoltà. Rispetto al passato le banche si trovano a fronteggiare  nuovi vincoli, contabili e regolamentari, in tema di riconoscimento delle perdite  e di classificazione dei prestiti. Si tratta di obblighi volti a garantire stabilità ed  efficacia dell’intermediazione creditizia; essi sono, come è noto, particolarmente  stringenti nei paesi, come l’Italia, caratterizzati da ritardi nel pagamento dei debiti  commerciali e da tempi della giustizia civile particolarmente lunghi, per quanto  migliorati negli ultimi anni. In assenza di interventi in grado di incidere in maniera  decisa su questi fronti, il peso dei vincoli sugli intermediari del nostro paese rimane  quindi più elevato rispetto alla media europea.  

Spazi di flessibilità possono essere utilizzati dalle autorità di vigilanza  per evitare effetti prociclici sull’offerta di credito, tali da produrre un ulteriore  peggioramento della qualità del credito. La flessibilità trova però un limite nella  necessità di non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili, anticipando  parte delle rettifiche di valore prima che le insolvenze si manifestino in modo  conclamato. Va contrastato il rischio che si accumuli nei bilanci delle banche un  eccesso di crediti deteriorati non adeguatamente svalutati.  

Un approccio proattivo in tema di riconoscimento delle perdite può consentire  alle banche di evitare di ritrovarsi in situazioni simili a quella che abbiamo vissuto  subito dopo la crisi dei debiti sovrani, quando solo dopo una decisa azione da parte  della Vigilanza – e non poche resistenze da parte degli intermediari – vennero  effettivamente e significativamente aumentate le rettifiche di valore. Ricordo che  nel 2012, proprio in questa sede, sottolineai l’esigenza di aumentare il tasso di  copertura dei prestiti deteriorati, sceso a livelli preoccupanti (inferiori al 40 per  cento). Poco prima avevamo avviato una serie di ispezioni mirate volte, tra l’altro,  a valutare l’adeguatezza delle politiche di accantonamento. Anche a seguito di  questa azione di vigilanza, la tendenza alla diminuzione del tasso di copertura  si invertì, anche se con risultati alquanto eterogenei; l’aumento medio superò  i 5 punti percentuali nei successivi due anni.

Nonostante la sostanziale stabilità del flusso di prestiti deteriorati, nel primo  semestre le banche italiane hanno accresciuto le rettifiche su crediti del 53 per  cento, in media, rispetto allo stesso periodo del 2019. Le svalutazioni sono state  in larga parte utilizzate per accrescere il livello di copertura sui crediti in bonis, la  cui rischiosità è aumentata a fronte del peggioramento del quadro congiunturale.  Il rapporto tra le svalutazioni contabilizzate fino allo scorso giugno relativamente  ai prestiti a famiglie e imprese che beneficiano delle moratorie, per i quali maggiore  è l’incertezza sull’evoluzione del merito di credito, e l’esposizione lorda verso il  totale di queste controparti è pari all’1,2 per cento, un valore di un terzo più alto  della media del complesso dei prestiti a famiglie e imprese. 

La crescita delle rettifiche su crediti è stata tuttavia fortemente eterogenea, in  larga parte guidata dall’azione di alcuni intermediari di grandi dimensioni. Diverse  banche, sia tra quelle significative sia tra quelle meno significative, presentano tassi  di copertura sui crediti in bonis molto inferiori alla media del sistema. È necessario  che questi divari siano colmati. Particolare attenzione dovrà essere prestata dalle  banche mediamente più esposte verso le imprese che hanno beneficiato delle  moratorie e verso i settori che hanno maggiormente sofferto degli effetti della  crisi pandemica. Non deve ovviamente trattarsi di un’azione indiscriminata ed è  necessario il raccordo attento con gli interventi di sostegno introdotti dal Governo.  La Vigilanza segue con attenzione questa tematica. 

L’ipotesi, di cui si sta attualmente discutendo a livello europeo, di creare  un network tra società di gestione dei crediti deteriorati (AMC) nazionali è da  valutare con favore. Per consentire a queste società di svolgere un ruolo efficace  in presenza di uno shock macroeconomico come quello causato dalla pandemia  sarebbe tuttavia necessario riflettere sui criteri finora utilizzati, alla luce degli  orientamenti sugli aiuti di Stato, per determinare i prezzi di cessione. Si dovrebbe  tener conto, in particolare, del fatto che i prezzi “di mercato” possono riflettere  tassi di rendimento tipici di contesti caratterizzati dalla presenza di asimmetrie  informative e di un elevato potere dei compratori. 

Come ho spesso ricordato, anche di recente, l’azione e gli interventi della  Vigilanza sono improntati a far sì che gli intermediari siano in grado di operare sul  mercato rispondendo con efficacia alle richieste di finanziamento in un contesto  di sana e prudente gestione. In alcuni casi, tuttavia, l’uscita dal mercato diviene  inevitabile. Quando ciò si verifica, è importante che la crisi sia gestita in modo  ordinato, senza ripercussioni per il finanziamento dell’economia e la stabilità  

finanziaria. È quindi auspicabile una iniziativa da parte delle autorità europee per  definire procedure armonizzate in grado di assicurare l’uscita ordinata dal mercato  di banche di piccole e medie dimensioni; il modus operandi della Federal Deposit  Insurance Corporation statunitense potrebbe costituire un modello da cui partire,  adattandolo alle specificità del contesto europeo. 

Le banche si trovano ad affrontare una serie di sfide – in particolare sui fronti  dell’innovazione, della razionalizzazione della struttura dei costi e, più in generale,  del recupero della redditività – che la pandemia rende oggi più cogenti. In un  contesto caratterizzato da bassi tassi d’interesse per un periodo presumibilmente  molto prolungato e di accesa competizione sulla digitalizzazione dei servizi offerti,  gli intermediari dovranno essere in grado di rivedere i propri modelli di attività, con  adeguati investimenti tecnologici e senza trascurare la predisposizione di sufficienti  difese rispetto ai connessi rischi sul piano della sicurezza informatica. 

Le sfide non sono ovviamente limitate al settore bancario. Negli ultimi anni  l’industria del risparmio gestito ha conosciuto un periodo di forte crescita, con  ricadute positive sulla stabilità del sistema finanziario nel suo complesso; ne hanno  beneficiato le imprese, che hanno avviato un processo di ampliamento delle fonti  di finanziamento, e i risparmiatori, che hanno potuto diversificare maggiormente  i loro investimenti. Tuttavia, la crisi in corso ha mostrato come, specialmente  in presenza di elevati livelli di leva finanziaria e di una pronunciata attività di  trasformazione delle scadenze, nell’industria dei fondi comuni possano sorgere rischi  potenzialmente sistemici. Mentre negli anni successivi alla crisi finanziaria globale la  regolamentazione del settore bancario è stata resa significativamente più stringente,  solo ora si sta affrontando con una certa decisione la questione dell’adeguamento  delle regole del comparto non bancario; è necessario continuare a lavorare a livello  internazionale, in particolare nell’ambito del Financial Stability Board, per dotarsi  di strumenti, anche macroprudenziali, che aiutino a far fronte ai rischi che possono  formarsi in questo comparto. Si tratta di un tema che la prossima presidenza italiana  del G20 intende indicare come prioritario nell’agenda delle questioni finanziarie. 

Tecnologia, finanza e pagamenti 

In Europa la pandemia ha determinato una forte accelerazione della diffusione  degli strumenti di pagamento digitali e ad alto contenuto tecnologico. Secondo  un recente sondaggio condotto dalla BCE, da marzo il 40 per cento dei cittadini dell’unione monetaria ha deciso di ridurre l’uso del contante per i propri acquisti  quotidiani, nonostante l’accresciuta domanda di banconote di taglio medio ed  elevato probabilmente connesso con l’aumento dell’incertezza. Sono cambiamenti  che stanno interessando in maniera significativa anche il nostro paese, dove si è  registrato un aumento dell’utilizzo delle carte di pagamento, soprattutto di quelle  a maggior contenuto tecnologico come le carte contactless, e una riduzione del  contante anche nei mesi estivi, durante i quali il rischio di contagio era ridotto e le  misure di distanziamento sociale erano assai limitate. Sulla base dell’esperienza  di altri paesi europei ci si può attendere che prosegua, probabilmente ancora con  una certa gradualità, il cambiamento nelle abitudini dei consumatori verso un uso  sempre più frequente di strumenti di pagamento digitali. 

Le nuove tecnologie possono apportare benefici tangibili al sistema finanziario  e per gli utenti; favoriscono l’efficienza degli intermediari e il miglioramento dei  processi di selezione e diversificazione dei rischi; contribuiscono ad arricchire il  novero di servizi disponibili per le famiglie e le imprese, a innalzarne la qualità  e a ridurne i costi. Non si può trascurare tuttavia la necessità di disporre di un  adeguato sistema di controlli, per evitare l’insorgere di rischi per gli utenti e per  l’integrità e la sicurezza del sistema finanziario.  

Nel mercato dei servizi di pagamento, l’innovazione ha finora favorito l’utilizzo  di strumenti associati a monete private emesse da operatori bancari o comunque  strettamente vigilati. Nel futuro, anche prossimo, si profila la potenziale diffusione  di strumenti ancora più innovativi, le cosiddette stablecoins, cripto-attività il cui  valore sarebbe garantito da un adeguato collaterale, emesse da società che operano  su scala regionale o addirittura globale. Questo fenomeno pone delicate questioni  riguardanti i rischi informatici, la gestione e il trattamento dei dati personali,  il corretto funzionamento del sistema dei pagamenti, la stabilità finanziaria,  la trasmissione della politica monetaria; rilevano anche i rischi di evasione fiscale,  riciclaggio e finanziamento del terrorismo. La complessità e la natura globale di  questi temi rendono indispensabili iniziative regolamentari a livello internazionale. 

L’attenzione dei regolatori, delle banche centrali, delle autorità di supervisione  a questi fenomeni è massima. I Ministri dell’economia e delle finanze dei principali  paesi europei hanno recentemente pubblicato una dichiarazione congiunta sui  rischi derivanti dalla possibile introduzione di stablecoins da parte di operatori non  bancari. La Commissione europea ha proposto una regolamentazione applicabile  agli emittenti di questi strumenti e agli operatori che forniscono servizi a essi collegati. La proposta contiene un ampio insieme di norme riguardanti, tra l’altro,  requisiti sui fondi propri, regole per la gestione della liquidità e di interoperabilità  con i sistemi di pagamento tradizionali; essa prevede inoltre obblighi supplementari  per gli emittenti e i fornitori di servizi connessi con cripto-attività garantite da  collaterale definite “significative”. Il negoziato si è appena avviato. 

Affinché la diffusione di questi strumenti avvenga in condizioni di ragionevole  sicurezza per gli utenti e per il sistema finanziario, andrà rispettato il principio  secondo cui alle stesse attività devono essere applicati gli stessi presidi regolamentari  a prescindere dal soggetto che le svolge, che vengano osservate le norme europee per  la sicurezza degli schemi di pagamento, che sia assicurata la tutela dei consumatori  e la prevenzione di abusi. Nello sviluppare un quadro regolamentare definitivo,  occorrerà valutarne anche le implicazioni per la stabilità finanziaria e monetaria. 

La BCE ha recentemente pubblicato un rapporto sulla possibilità di emettere  l’euro digitale. Lo studio, approvato dal Consiglio direttivo, è il frutto del lavoro  di una task force ad alto livello dell’Eurosistema. In particolare, in un mondo in  cui i pagamenti digitali al dettaglio siano la norma, si è considerata la possibilità  di emettere uno strumento per effettuare pagamenti in moneta di banca centrale  e, come tali, sicuri. Anche l’emissione di un euro digitale pone tuttavia diverse  questioni, di natura legale, tecnica ed economica. Gli approfondimenti in atto  riguardano, tra l’altro, le iniziative normative necessarie affinché questo strumento  possa avere corso legale; siamo altresì impegnati a risolvere, anche attraverso una  fase di sperimentazione nell’Eurosistema, questioni tecniche legate, ad esempio,  allo sviluppo di soluzioni per pagamenti in assenza di connessione alla rete  internet; ne stiamo inoltre valutando il possibile impatto sulla struttura del sistema  finanziario, sulla redditività degli intermediari e sulla trasmissione della politica  monetaria. 

L’impegno della Banca d’Italia per garantire la sicurezza e l’inclusione  finanziaria delle fasce della popolazione con minori competenze informatiche  durante la transizione verso un’economia maggiormente digitale è costante.  È in corso la realizzazione di importanti innovazioni sull’infrastruttura europea  dei pagamenti istantanei gestita dalla Banca d’Italia (TARGET Instant Payment  Settlement, TIPS), che permetteranno agli utenti di effettuare transazioni in tempo  reale utilizzando dispositivi mobili e amplieranno significativamente il novero degli  intermediari a essa connessi. Tra le iniziative del nuovo dipartimento dedicato alla  tutela del cliente e all’educazione finanziaria vi è anche l’impegno a promuovere conoscenze in campo finanziario adeguate a un contesto, come quello attuale, in  cui l’uso dei canali digitali per la fruizione di servizi di pagamento, di investimento  e di finanziamento è in crescita costante.  

Il potenziamento e il coordinamento delle nostre iniziative in materia di  innovazione tecnologica in ambito finanziario e le funzioni legate ai servizi di  pagamento al dettaglio – dalla circolazione del contante alla sorveglianza sulla filiera  dei servizi e degli strumenti di pagamento digitali – sono promossi in Banca d’Italia  da un dipartimento dedicato alla gestione integrata di queste attività. Il dialogo  continuo con gli operatori ha luogo attraverso il “Canale FinTech”, che consente  una conoscenza preventiva dei nuovi progetti per valutarne la rispondenza alla  normativa e individuarne eventuali elementi critici, e nei processi di autorizzazione  all’accesso al mercato. Le nostre iniziative di collaborazione con l’industria e di  sostegno ai progetti in grado di apportare benefici a livello di sistema, di selezione  dei contributi di esperti e società indipendenti, di attività di ricerca e di analisi svolta  con le istituzioni e le università saranno potenziate attraverso la creazione di un  centro, “Milano Hub”, che inizierà ad operare entro la fine dell’anno. 

La ripresa dell’attività economica osservata nei mesi estivi, più intensa del  previsto, evidenzia come l’economia italiana conservi significative capacità di  recupero e testimonia l’efficacia delle politiche, monetarie e di bilancio, introdotte  per tutelare le famiglie e le imprese e sostenere la domanda aggregata. Tuttavia, le  ripercussioni della crisi sanitaria sull’economia globale, sull’area dell’euro e sul  nostro paese rischiano di protrarsi ancora a lungo, anche oltre la fine dell’emergenza.  Vi contribuiranno gli stessi effetti che l’incertezza sulle prospettive dell’economia  avrà sul risparmio e sulla domanda aggregata, le difficoltà che incontreremo a uscire  dalla fase di inflazione troppo bassa, le necessità, che in ogni caso emergeranno,  di un’ampia riallocazione di risorse tra settori e imprese, quelle connesse con  la rivoluzione digitale, con le nuove modalità di lavoro e di produzione, con la  transizione a un’economia a basse emissioni di carbonio, con le sfide rivolte al  sistema finanziario. 

Proprio per questo non possiamo concentrare la nostra attenzione solo sulle  risposte all’emergenza. L’Italia deve affrontare quei nodi strutturali che per  quasi tre decenni ne hanno frenato la crescita e che la crisi ha reso più urgente  sciogliere. Le aree in cui è necessario intervenire sono note, le abbiamo ricordate in diverse occasioni anche quest’anno. Esse riguardano la qualità e i tempi dei  servizi offerti dalla pubblica amministrazione; l’innovazione in tutti i settori, con  adeguati investimenti, non solo pubblici, nelle infrastrutture di nuova generazione,  nel capitale umano e in tecnologie più rispettose dell’ambiente; la salvaguardia e  la valorizzazione del nostro patrimonio naturale e storico-artistico. L’occasione  fornita dalla disponibilità di risorse finanziarie comuni a livello europeo deve essere  sfruttata con rapidità, potrà sostenere l’attività produttiva, i redditi e l’occupazione  ben oltre gli interventi di ristoro, che pure la crisi rende necessari. 

Il Governo ha reso nota l’intenzione di avviare già dal prossimo anno  la riduzione del peso del debito pubblico sul prodotto, per riportarlo sui livelli  precedenti la pandemia entro la fine del decennio. Se la crescita nei prossimi  anni eccederà le aspettative, la discesa del rapporto tra debito e prodotto potrà  essere più veloce, con un più deciso miglioramento dell’avanzo primario. Il debito  pubblico è sostenibile, ma la sua permanenza su livelli elevati ci lascia esposti  ai rischi, e ai costi, derivanti da tensioni sui mercati finanziari o da nuovi shock  economici. Il conseguimento dell’obiettivo indicato dal Governo presuppone  l’utilizzo efficace dei fondi presi a prestito per far fronte alla crisi, nonché di  quelli messi a disposizione dai programmi europei. Non si può prescindere da  uno sforzo notevole, ma alla portata del Paese, per accrescere l’innovazione e la  capacità produttiva, gli investimenti cui destinare nei modi più sicuri e sostenibili  il nostro risparmio, le possibilità di impiego offerte dalla nostra economia e la  partecipazione al lavoro, in particolare dei giovani e delle donne.

Attacco a Nizza: morte in un luogo di amore e di consolazione

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

«Informato del feroce attentato che è stato perpetrato questa mattina in una chiesa di Nizza, causando la morte di diverse persone innocenti, Sua Santità Papa Francesco si unisce attraverso la preghiera alla sofferenza delle famiglie provate e condivide il loro dolore». Lo scrive il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in un telegramma inviato al vescovo di Nizza, monsignor André Marceau, in merito al brutale attacco compiuto nella basilica di Notre-Dame nella mattina di giovedì 29 ottobre, che ha provocato tre vittime e un ferito.

Il Pontefice, afferma il porporato nel telegramma, «chiede al Signore di recare loro conforto e raccomanda le vittime alla sua misericordia. Condannando nel modo più energico simili atti violenti di terrore, assicura della sua vicinanza la comunità cattolica della Francia e tutto il popolo francese che invita all’unità». E «affidando la Francia alla protezione di Nostra Signora», Papa Francesco «imparte di tutto cuore la Benedizione apostolica a tutte le persone colpite da questa tragedia».

Il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha dichiarato che «il Papa è informato della situazione ed è vicino alla comunità cattolica in lutto. Prega per le vittime e per i loro cari, perché la violenza cessi, perché si torni a guardarsi come fratelli e sorelle e non come nemici, perché l’amato popolo francese possa reagire unito al male con il bene». Parole di vicinanza e di speranza rilanciate poi anche in tweet sull’account Twitter @Pontifex.

È questo, ha affermato il direttore della Sala stampa della Santa Sede, «un momento di dolore, in un tempo di confusione. Il terrorismo e la violenza non possono mai essere accettati. L’attacco di oggi ha seminato morte in un luogo di amore e di consolazione, come la casa del Signore».

Si segue la pista del terrorismo

Si segue la pista dell’estremismo jihadista nelle prime indagini sull’attacco alla basilica di Notre-Dame a Nizza, che ha causato tre vittime e un ferito. «L’autore dell’attentato, dopo esser stato fermato, continuava a gridare senza interruzione Allah Akbar» ha dichiarato il sindaco di Nizza Christian Estrosi. «Non c’è dubbio sulla natura dell’attacco. Era un militante islamo-fascista». L’assalitore, immediatamente fermato, è stato trasportato in ospedale per le ferite riportate durante lo scontro con gli agenti. Parlando in arabo ad alcuni poliziotti in ospedale, avrebbe detto di aver agito da solo. Sarebbe dunque esclusa al momento la presenza di una cellula terroristica.

Il presidente francese Emmanuel Macron arriverà a Nizza nel pomeriggio. Alla notizia dell’attacco il premier, Jean Castex, ha subito lasciato l’Assemblea nazionale per recarsi alla cellula
di crisi in Place Beauvau. Nizza era già stata colpita da un attentato terrorista nel luglio del 2016.

La Conferenza episcopale di Francia ha condannato il gesto definendolo un atto «indicibile». I cristiani «non devono diventare un bersaglio da abbattere» ha dichiarato padre Hugues de Woillemont, portavoce dei vescovi francesi. Di «atti barbari» ha parlato il vescovo di Nizza André Marceau. Tutte le chiese della città — ha detto — saranno chiuse «fino a nuovo ordine».

Estate 1837, assembramenti e processioni: il colera arriva a Roma ed è dramma

A fronte di una popolazione stimata al tempo intorno alle 160.000 unità, ne restarono colpiti poco meno del 6% degli abitanti (circa 9.500 cittadini), che non fu affatto poco. Guarirono in 3.953, mentre per gli altri non ci fu nulla da fare.

Stando alle testimonianze dell’epoca, le giornate estive correvano splendide, la vita continuava nella sua frizzante quotidianità e già fervevano i preparativi per la celebrazione dell’Assunzione di Maria, che in città era tradizionalmente molto sentita e oggetto di grande partecipazione popolare. I giovani rampanti discutevano sui primi vagiti del movimento risorgimentale che stava irrompendo nelle province settentrionali della penisola. Così si presentava Roma nel luglio del 1837, quando il cosiddetto “fulmine a ciel sereno” colpì con tutta la sua virulenza e drammaticità, gettando la cittadinanza nel panico. A dire il vero, rispetto agli iniziali casi di colera riscontrati alcuni mesi prima in diverse città stato italiane del Nord (vedi Lombardo-Veneto), Roma non si era fatta cogliere impreparata: già dal 1835, infatti, una equìpe di esperti era stata delegata dalla Santa Sede a presidiare e seguire ogni caso sospetto, di vagliare bene la situazione medico-sanitaria e di intervenire qualora si fosse reso necessario. In parte, le autorità avevano già cordonato l’Urbe, ma, causa di forza maggiore, a inizio 1837 il morbo riprese a diffondersi da Napoli immediatamente a ridosso dello Stato Pontificio, sino a quel momento per grazia di Dio risparmiato.

Le cronache raccontano di un pendolare di ritorno da Ceprano che si era ripresentato a Roma con sintomi simili a quelli riscontrati negli individui affetti dalla tanto temuta malattia (ma tu vai a sapere se quel poveraccio fu veramente il primo veicolo del contagio). Di lì, il passo fu breve. La medicina e le autorità, benché fossero state adottate le dovute misure precauzionali e nonostante i dubbi sulla natura reale del morbo nutriti da alcuni tra i migliori specialisti della piazza, non ebbero il tempo materiale per intervenire in modo drastico. «Sviluppato il cholèra in questa città popolosa con porto franco, fu cinta tosto di cordone sanitario, mentre floridissimo [era] il suo commercio immediatamente cessato». Così recitava un bollettino medico ufficiale del tempo; centinaia di persone finirono in quarantena, i maggiori presidi ospedalieri vennero isolati e furono redatte le prime stime numeriche del contagio. Tra le vittime illustri, anche Giacomo Leopardi.

 Salus popoli, suprema lex, quindi. Ma a peggiorare drammaticamente la situazione fu la processione dell’Immacolata (e tutto il suo “indotto”) che il 15 agosto partì da Santa Maria Maggiore e sfilò per le vie del centro, dando luogo – vista la partecipazione di diverse migliaia di fedeli – al boom di contagi, che in breve tempo toccò quasi quota diecimila. All’epoca, nello spettacolo delle grandi lucernarie e delle fiaccole luminose esposte a Roma durante i rituali dell’Assunzione, che potevano durare giorni e giorni, molti rioni erano soliti a loro modo celebrare la ricorrenza anche a livello locale. Si trattava di una festa nella festa. La maggior parte dei malati proveniva dalla popolosa Trastevere, da Borgo e da Monti, dove i festeggiamenti si protrassero oltre modo. Il San Giacomo e il Santo Spirito andarono in tilt in poche ore coinvolgendo anche molti medici e infermieri, rimasti a loro volta colpiti dal terribile morbo (allora attribuito a un’epidemia di provenienza asiatica). L’applicazione delle cure, ancora ingenuamente olistica e povera dei mezzi adatti per fronteggiare l’epidemia, prevedeva l’ingestione «di valeriana, olio dei ricini o [anche] eziandio bibite tiepide d’infusioni di fiori di tiglio, le quali trovava di un ottimo effetto». I contagi iniziarono a diminuire in pochi mesi per interrompersi del tutto nell’anno seguente 1838.

Giueseppe Gioacchino Belli, in quei giorni, riferendosi al virus che si era attestato con velocità e ferocia e a proposito della chiusura di ogni attività di commercio, delle fiere e dei teatri, scriveva: “Inibbì le commedie?! E che magnnera/ V’immaginate sta leggiaccia infame?/ Tanto bene, sor faccia de tigame/ S’apre er teatro, e sta notizia è vera/ Ed è tragedia per il poveraccio che facendo la comparsa si guadagnava il minimo per sopravvivere/ Un povero garzon de falegname/ Che ciabbusca du’ pavoli pé ssera/ Pe nun morì domani de collèra/ S’avrebbe oggi da morì de fame?” Un modo sarcasticamente poetico per descrivere un vecchio lockdown che – senza vaccini e antibiotici – era uno dei pochissimi rimedi a disposizione per combattere le infezioni virali, anche allora subdole e fulminee come nell’attualità.

Stalinismo vero e stalinismo alla matriciana

Lo stalinismo è la pagina più tragica della storia del socialismo reale, abbiamo letto e vissuto nei racconti dei superstiti, quello che è stato, le milioni di epurazioni finite nei gulag, i famigerati campi di detenzione e di sterminio, ideati dal magnifico georgiano. E anche i dirigenti dei partiti comunisti finiti in esilio a Mosca per sfuggire alle persecuzioni nazifasciste, erano controllati per mezzo di dirigenti infiltrati che avevano il dovere di denunciare ogni tipo di deviazionismo, a volte creato ad arte per testare la fedeltà al dittatore. Ad esempio si davano, false notizie al malcapitato di turno per verificare se lo stesso denunciasse chi gliele aveva riferite, se non lo faceva veniva arrestato.

Tempi terribili che non abbiamo vissuto, ma a noi ci è toccata la seconda parte, quella alla matriciana o meglio quella pecoreccia, insomma alla romana. Di solito il dirigente apicale del partito si sceglie un interlocutore all’interno dell’area che gli è più lontana o più ostile e cerca di informarsi su quello che dicono o stanno per fare i suoi avversari interni, in modo tale da prevenire eventuali critiche. Nello stesso tempo ricompensa il dirigente dialogante affidandogli incarichi di secondo piano e promettendogli cose più importanti per il futuro; cose che puntualmente, poi, non saranno mantenute perché nessuno si fida, fino in fondo, di questo tipo di informatore.

Insomma questo tipo di soggetto può essere paragonato al partito dei contadini, organizzazione politica fantoccio organizzata nei paesi appartenenti al patto di Varsavia che, nelle prime ed uniche elezioni finte democratiche organizzate nei paesi dell’Est dopo il patto di Yalta, si candidava in alleanza con i comunisti per avvalorare la democraticità del test elettorale. Dopo questo evento il partito dei contadini fu messo fuori legge anch’esso.

Poi c’è il metodo più tecnico e più fine: quello di inviare sin dall’inizio nella Mozione congressuale avversaria uno dei propri fedelissimi che finge una rottura con la sua storia e con quei dirigenti, interviene a tutte le riunioni con accenti di radicalismo contro i suoi ex compagni non chiedendo nulla in cambio ai suoi nuovi compagni di viaggio. Di solito è una persona di mezza età al quale in cambio si sistemano i figli. Questo personaggio si infila nelle cene e nei pranzi per sapere e informare la controparte di quello che si dice, con l’abilità di accaparrarsi la fiducia assoluta dei suoi interlocutori.

Alla fine del congresso questo dirigente ha due strade davanti a sé: continuare nel suo lavoro, magari per poi essere chiamato come candidato unitario a qualche incarico elettivo,  essendo un punto di mediazione tra maggioranza e minoranza congressuale, ma sempre con il benestare del Segretario (che mette in scena l’aspro dissidio con la minoranza per poi ergersi, proprio lui, come sintesi tra le parti); oppure il dirigente in questione finge una rottura con i suoi nuovi amici, creando una divergenza insanabile condita da gesti eclatanti e toni facinorosi, per essere riammesso nel gruppo storico (e vincente).

Ora, in conclusione, mettete in fila tutti i nomi che pensate possano corrispondere a questi precisi identikit. Chissà quanti ve ne verranno a mente, un po’ per sentito dire e un po’ per diretta conoscenza.

Diamoci da fare

Se facciamo i calcoli, negli ultimi quattro giorni si sono contagiati cento mila italiani. E, ciò che più impressiona, è l’andamento esponenziale del fenomeno. Si studia a scuola le funzioni esponenziali. Sono quelle in cui il grafico parte come un razzo verso l’alto. Anche in natura, ci sono fenomeni che rispecchiano questi andamenti. Il Covid-19, in queste ultime settimane, si è messo quella divisa.

Difficilmente si riuscirà a strappargli quella velocità. Il nostro compito è di tentare questa impresa. Fino a quando non ci sarà un farmaco in grado di bloccarne l’abbrivio, tutto dipenderà dal grado di saggezza che ciascuno di noi, saprà mettere in atto.

Più volte abbiamo detto che il virus non è più letale di altri malanni. Si potrebbe dire, grosso modo, che su cento contagi, due o tre possono essere pericolosissimi. Non è questo il grosso problema che ci troviamo di fronte, anche se, come più volte scritto, anche un solo decesso provocato dal Covid, è una cosa terribile.

Il grande dilemma che attanaglia ormai l’intero mondo, è la velocità con la quale si propaga il virus e il bisogno di una gran parte di pazienti di terapie ospedaliere. Senza il pronto intervento delle macchine respiratorie, il tasso di mortalità aumenterebbe enormemente. Il problema, pertanto, è che, da qui a qualche settimana, se si dovesse mantenere la crescita che ora sembra inarrestabile, avremmo gli ospedali totalmente occupati e non vi sarebbero più possibilità di ulteriori ricoveri.

Ciò comporterebbe pure un’inevitabile trascuratezza per altre patologie. Il dramma si moltiplicherebbe.

Tutto ciò premesso, con la massima responsabilità che mi ispira, come più volte ho già sottolineato, ripeto un orientamento da rispettare in termini assoluti:

non si scordi mai di mantenere la distanza di almeno due metri, ripeto non un metro, ma due metri tra le persone;
che non è in alcun modo tollerabile una mascherina che copra solo la bocca e non anche il naso;
che in famiglia non ci si scordi le regole, perché pensiamo che vi sia in essa una protezione miracolosa; non è vero, l’attenzione non deve mai mettersi a riposo, ovunque ci si trovi.

Diamoci da fare. Forse così, potremmo sperare di evitare una chiusura totale.

Oggi l’adesione della Sapienza a “Rome Call for AI Ethics”

Oggi alle 11 sarà formalizzata l’adesione della Sapienza alla “Rome Call for AI Ethics”, con la firma del documento da parte del rettore Eugenio Gaudio, alla presenza di mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Sono previsti interventi in collegamento da remoto che sarà possibile seguire in streaming. L’apertura – informano i promotori dell’iniziativa – è affidata a Teodoro Valente, prorettore alla Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico della Sapienza, a cui seguirà un’introduzione di don Andrea Ciucci per la Pontificia Accademia per la Vita. Interverranno poi Alessandro Mei, direttore del Dipartimento di Informatica e presidente del Collegio dei direttori di Dipartimento di Sapienza; Paolo Benanti, membro corrispondente della Pontificia Accademia per la Vita e docente presso l’Università Gregoriana; Mario Morcellini, consigliere alla Comunicazione della Sapienza e già consigliere AgCom.

La “Rome Call for AI Ethics” promuove un uso dell’Intelligenza artificiale basato sui principi di trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità e affidabilità, sicurezza e privacy. Promossa dalla Pontificia Accademia della Vita, è stata presentata il 28 febbraio scorso e ha avuto come primi firmatari il presidente di Microsoft Brad Smith, il vicepresidente di IBM John Kelly III, il direttore generale della Fao Qu Dongju e il ministro per l’Innovazione del governo italiano Paola Pisano.

Lavoro: Istat, a settembre 2020 le retribuzioni contrattuali su dello 0,1%

Alla fine di settembre 2020, i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica (24 contratti) riguardano il 21,2% dei dipendenti – circa 2,6 milioni – e un monte retributivo pari al 22,2% del totale.

Nel periodo luglio-settembre 2020 sono stati recepiti tre accordi – alimentari, vetro, gomma e materie plastiche – e nessun contratto è scaduto.

I contratti che a fine settembre 2020 sono in attesa di rinnovo sono 49 e coinvolgono circa 9,7 milioni di dipendenti – il 78,8% del totale – cui corrisponde un monte retributivo pari al 77,8%. Entrambe le quote sono inferiori a quelle osservate alla fine del trimestre precedente (82,4% e 81,6% a giugno 2020) e ampiamente superiori a quelle registrate a settembre 2019 (44,0% e 46,2% rispettivamente).

Il tempo medio di attesa di rinnovo, per i lavoratori con contratto scaduto, è molto simile a quello registrato a settembre 2019 (17,9 contro 18,0 mesi), mentre l’attesa media, calcolata sul totale dei dipendenti, è quasi doppia (14,1 contro 7,9 mesi).

La retribuzione oraria media, a settembre, è cresciuta dello 0,5% rispetto allo stesso mese del 2019.

Anche l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato: dello 0,1% rispetto ad agosto 2020 e dello 0,5% rispetto a settembre 2019. Quest’ultimo è sintesi dell’aumento pari allo 0,8% per i dipendenti dell’industria e allo 0,5% per quelli dei servizi privati e della stabilità per i dipendenti della pubblica amministrazione e dell’agricoltura.

Più in dettaglio, i settori che presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono quelli dell’energia elettrica e gas (+2,8%), del credito e delle assicurazioni (+2,2%) e dell’edilizia (+1,6%). L’incremento è invece nullo per i settori agricoltura, legno, carta e stampa, commercio, farmacie private, telecomunicazioni, altri servizi privati e pubblica amministrazione.

Contact tracing, 49 mila candidature per il rafforzamento del servizio

Sono 48.736 le candidature pervenute attraverso il sito del Dipartimento al bando per l’individuazione di 1500 unità tra personale medico e sanitario e di 500 addetti all’attività amministrativa da impiegare, su base territoriale, per rafforzare l’attività di ricerca e gestione dei contatti dei casi positivi (contact tracing). Si tratta di una risposta importante che dimostra, ancora una volta, il senso di responsabilità e partecipazione collettiva nell’affrontare l’emergenza. Ai medici, gli infermieri, gli assistenti sanitari, i tecnici della prevenzione, agli studenti universitari in discipline infermieristiche e sanitarie e giovani diplomati che hanno offerto la propria disponibilità va la nostra gratitudine e quella di tutto il Paese.

Nel dettaglio, sono pervenute candidature da 9.282 medici, 2.717 infermieri, 1.982 assistenti, 8.210 studenti e 26.545 amministrativi. Complessivamente oltre il 60% delle candidature sono arrivate da donne, con punte di quasi il 75% tra gli studenti e del 70% tra gli infermieri. Il Dipartimento provvederà a redigere un elenco su base regionale che sarà trasmesso alle Regioni e alle Province autonome, le quali, previa verifica dei requisiti, provvederanno al conferimento degli incarichi.

Covid: Bambino Gesù, ecco come viaggia il virus nell’aria con un colpo di tosse

Un colpo di tosse in un pronto soccorso al tempo del COVID-19. Il viaggio nell’aria delle goccioline salivari grandi (droplet) e di quelle microscopiche (aerosol) emesse col respiro. Una simulazione in 3D realizzata dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù riproduce esattamente il movimento delle particelle biologiche nell’ambiente e l’impatto dei sistemi di aerazione sulla loro dispersione.

I risultati dello studio, condotto con lo spin-off universitario Ergon Research e la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Environmental Research, fornendo informazioni importanti per contenere la diffusione del virus SARS-CoV2 negli ambienti chiusi anche attraverso il trattamento dell’aria.

LO STUDIO

Lo studio sulla dispersione di contaminante negli ambienti chiusi è stato realizzato dagli specialisti del Dipartimento di Diagnostica per Immagini e dalla Direzione Sanitaria del Bambino Gesù, in collaborazione con gli ingegneri di Ergon Research e la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) per la supervisione tecnico-scientifica.

I ricercatori hanno utilizzato potenti strumenti di “simulazione fluidodinamica computazionale” (CFD – Computational Fluid Dynamics) per ricreare virtualmente la sala d’aspetto di un pronto soccorso pediatrico dotata di sistema di aerazione, con all’interno 6 bambini e 6 adulti senza mascherina.

In questo ambiente virtuale è stato tracciato il comportamento delle goccioline e dell’aerosol nei 30 secondi successivi al colpo di tosse in tre diversi scenari: con il sistema di aerazione spento, a velocità standard e a velocità doppia, per valutare quanta aria contaminata avrebbe respirato ogni persona presente.

Utilizzando la serie di parametri fisici che regola la dispersione aerea delle particelle biologiche (velocità, accelerazione, quantità, diametro delle droplet, turbolenza, moti connettivi generati dall’aria condizionata), i ricercatori hanno ottenuto una simulazione 3D “fisicamente corretta“, che riproduce, cioè, quello che accadrebbe esattamente in un ambiente reale.

«La nostra simulazione in 3D si basa su parametri fisici reali, come la velocità dell’aria che esce da un colpo di tosse, la temperatura della stanza e la dimensione delle goccioline di saliva. Non è una semplice animazione» sottolinea il dott. Luca Borro, specialista 3D del Bambino Gesù e primo autore dello studio. «Grazie a questi parametri e ad algoritmi complessi di fluidodinamica riusciamo ad avere una simulazione dei fenomeni studiati il più possibile vicina alla realtà».

«Siamo orgogliosi di contribuire a questo studio con le nostre conoscenze di fluidodinamica computazionale» afferma Lorenzo Mazzei, consulente CFD di Ergon Research. «L’attività ha dimostrato che, se usati correttamente, questi strumenti possono favorire una maggior comprensione del fenomeno e guidare verso un utilizzo efficace della ventilazione meccanica per migliorare la qualità dell’aria negli ambienti indoor».

I RISULTATI

I risultati dello studio confermano che i sistemi di condizionamento dell’aria svolgono un ruolo determinante nel controllo della dispersione di droplet e aerosol prodotti col respiro negli ambienti chiusi. Per la prima volta è stato documentato, infatti, che il raddoppio della portata dell’aria condizionata (calcolata in metri cubi orari) all’interno di una stanza chiusa riduce la concentrazione delle particelle contaminate del 99,6%.

Al tempo stesso, la velocità doppia causa una dispersione aerea di droplet e aerosol più rapida e a distanze più grandi rispetto all’aria condizionata con portata standard oppure spenta: a condizionatore spento le persone più vicine al bambino che tossisce (1,76 metri nella simulazione) respirano l’11% di aria contaminata mentre i più lontani (4 metri) non vengono raggiunti dalla “nube” infetta. Con il sistema a velocità doppia si abbatte la concentrazione di contaminante e le persone più vicine ne respirano lo 0,3%, ma vengono raggiunte rapidamente anche quelle più lontane che in questo caso respirano lo 0,08% di aerosol contaminato, percentuali bassissime e sostanzialmente irrilevanti ai fini del contagio.

«L’infezione da virus SARS-CoV-2 – spiega il prof. Carlo Federico Perno, responsabile di Microbiologia e Diagnostica di Immunologia del Bambino Gesù – è trasmissibile attraverso il respiro in relazione a tre elementi fondamentali: lo status immunitario della persona, la quantità di patogeno presente nell’aria, misurata in particelle per metro cubo, e l’aereazione dell’ambiente. A parità degli altri elementi, dunque, più alta è la concentrazione di virus, maggiore è la probabilità di contagio».

«Il ricambio d’aria negli ambienti – sottolinea il prof. Alessandro Miani, presidente SIMA – anche attraverso l’attivazione di sistemi scientificamente validati di aerazione, purificazione e ventilazione meccanica controllata, si rivela fondamentale nella diluizione del virus e nel suo trasferimento, per quanto possibile, all’esterno, ovverosia nella mitigazione degli inquinanti biologici aerodispersi presenti nelle droplet, riducendo significativamente la concentrazione del patogeno in aria. Questo, unitamente all’utilizzo di mezzi di barriera (mascherine, distanziamento e igiene delle mani), oggi rappresenta il principale strumento per ridurre il rischio di contagio in ambienti confinanti».

Attentato a Nizza. Mons. Eric de Moulins-Beaufort: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”

Un attacco con il coltello è avvenuto questa mattina, intorno alle 9 della mattina nella cattedrale Notre Dame nel centro di Nizza, in Avenue Jean-Medecin.

Una donna è stata decapitata e altre due persone uccise. Numerosi anche i feriti. La terza persona, forse anch’essa una donna, sarebbe deceduta dopo essersi trascinata in un bar vicino dopo essere stata gravemente ferita. Una delle vittime sarebbe il guardiano della chiesa.

“L’autore dell’attentato – ha riferito il sindaco Christian Estrosi – mentre veniva medicato dopo essere stato ferito dalla polizia, continuava a gridare senza interruzione Allah Akbar”. Per il primo cittadino di Nizza, “non c’è alcun dubbio sulla natura dell’attacco”.

L’uomo, che avrebbe rivendicato la paternità dell’attentato, avrebbe detto di chiamarsi “Brahim” e di aver agito da solo. Il presunto attentatore non ha fornito al momento ulteriori dettagli. Gli inquirenti hanno rilevato le sue impronte digitali per risalire alla sua esatta identità.

Intanto, una cellula di crisi è stata aperta a Place Beauvau, sede parigina del ministero dell’Interno, dove sono attesi il presidente Emmanuel Macron e il premier Jean Castex. Un minuto di silenzio è stato, invece, osservato all’Assemblea Nazionale.

Il presidente dei vescovi francesi mons. Eric de Moulins-Beaufort, che assicura le sue preghiere alle vittime e ai loro familiari scrive in un tweet: “Domenica, per la festa di Ognissanti, sentiremo il Signore dire: ‘Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati voi quando vi perseguiteranno a causa mia perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli”. “La mia preghiera speciale è ancora per tutti i fedeli della diocesi di Nizza e per il loro vescovo mons. Marceau. Che sappiano sostenersi in questa prova e sostenere chi è provato nella sua carne”.

È necessaria una classe dirigente di governo.

Di fronte alla tragedia che stiamo vivendo e che coinvolge tutti i cittadini e tutti i territori del nostro paese, il tema della qualità e del profilo della classe dirigente politica e di governo ritorna protagonista. Ma questa considerazione è vera ed oggettiva non solo per denunciare le lacune e le potenziali insufficienze di alcuni settori della classe dirigente contemporanea – quella, per intendersi, che ha predicato e sventolato per anni il valore della inesperienza, della incompetenza, della casualità e della improvvisazione al potere come segno concreto di discontinuità rispetto al passato da criminalizzare sempre e comunque politicamente – ma anche perchè sono proprio i momenti drammatici ed inquietanti come questi che richiedono quelle qualità indispensabili per poter governare un popolo. Un popolo che, nella sua complessità e pluralità, adesso chiede certezze e, soprattutto, una bussola di marcia chiara e percepibile. Noi abbiamo esempi nel passato, recente e meno recente, dove proprio la qualità e la professionalità del gruppo dirigente di governo sono stati elementi decisivi per affrontare le difficoltà che quella particolare stagione storica manifestava. Snodi storici e politici ben noti al cammino della democrazia italiana e che, di volta in volta, sono stati affrontati con la professionalità e le capacità che il gruppo dirigente del momento riusciva a mettere concretamente in campo.

Ora, al di là delle diverse stagioni storiche, restano sempre due gli elementi di fondo che richiedono ed invocano, auspicabilmente, una classe dirigente politica e di governo adeguata e preparata.

Innanzitutto la capacità di anticipare e di prevenire i problemi. Senza questa capacità difficilmente si riesce a mettere in campo una sana e credibile cultura di governo. Qualsiasi programmazione e pianificazione dell’azione di governo è possibile solo se è accompagnata da una capacità di anticipare e di leggere le difficoltà che possono precipitare sul nostro paese. E il capitolo drammatico della pandemia richiede, o meglio richiedeva, proprio quella capacità. Senza quella intuizione il rischio concreto è che poi i problemi si rincorrono e non si governano con una scarsa possibilità di contenere quella rabbia sociale che prima o poi esplode. E che, comunque sia, non va mai confusa con la violenza di piazza guidata e pianificata dai professionisti della violenza che, purtroppo, hanno sempre accompagnato nelle diverse fasi storiche la stessa democrazia italiana. Comunque sia, una capacità – quella di anticipare i problemi e le contraddizioni di una società complessa come la nostra – che è ben presente in alcuni settori dell’attuale governo che provengono da una antica scuola politica ma che, purtroppo, è del tutto assente in chi si è distinto e caratterizzato in questi anni solo per la demolizione e la criminalizzazione del passato e per aver introdotto, al contempo, una selvaggia cultura della conquista e dell’occupazione del potere politico.

In secondo luogo una classe dirigente adeguata e qualificata è quella che osa essere impopolare se vuole intraprendere scelte e decisioni che in quel particolare momento storico possono risultare decisivi ed importanti per il bene dell’intero paese. Categorie che qualificano una classe dirigente all’altezza della situazione. Coraggio, determinazione, coerenza e capacità sono e restano categorie fondamentali per governare una società come quella Italiana e soprattutto in un contesto come quello che stiamo vivendo. Al riguardo, su questo versante le premesse non sono così particolarmente incoraggianti. Come si può centrare questo obiettivo con un partito come i 5 stelle che strutturalmente sono nati e vivono all’insegna dell’antipolitica, dell’assecondare gli istinti primordiali della pubblica opinione e, soprattutto, di accarezzare e cavalcare tutto ciò che si scatena contro le istituzioni e contro il tanto biasimato “sistema”? Anche se, come tutti sanno, il cosiddetto “sistema” storicamente coincide e si identifica con chi gestisce il potere. Ma, al di là di questo limite oggettivo e ormai largamente condiviso, esistono nella compagine di governo qualità e talenti che però adesso devono battere un colpo e devono essere messi in campo. A prescindere dai consensi immediati che si possono riscuotere.

Comunque sia, adesso serve una classe dirigente politica e di governo di qualità, coraggiosa, determinata e capace di affrontare la dura e spietata “questione sociale” che sta per scoppiare nel nostro paese. Vivacchiare non è più possibile. Nè, tantomeno, cavalcare e assecondare le spinte demagogiche, populiste e qualunquiste che, da sempre, attraversano la nostra società. Verrebbe da dire, “se non ora quando”?

Via della seta, Trieste e Genova: chi esce e chi resta

Il Memorandum del marzo 2019 sottoscritto da Italia e Cina aveva previsto l’individuazione delle aree portuali di Genova e Trieste quali“ terminali europei della via della seta”, a significare un accordo strategico sul piano geopolitico e geoeconomico , fortemente voluto dai ‘5 stelle’ nel primo governo Conte.

Dopo lo tsunami pandemico che ha investito il pianeta, questo tema è stato accantonato per dar spazio ad emergenze sanitarie ed economiche ben più gravi e pressanti: sarebbe interessante sapere se quella destinazione d’uso dei due porti italiani sopravviverà a tutto quel che è accaduto dopo, compresi i dubbi sulla genesi della pandemia, gli altri accordi commerciali su telefonini, monopattini e mascherine non omologate UE,  le tesi complottiste sul virus da laboratorio, supportate dalle dichiarazioni della virologa cinese Ly Me Yang (intervistata a fine settembre per TGCOM24 da Maria Luisa Rossi Hawkins) : “Presto pubblicherò un altro rapporto, oltre a quello che ho già diffuso. Conterrà molti dettagli specifici su come sia stato sviluppato il virus e su chi era in possesso delle sostanze utilizzate. A quel punto tutti potranno vedere che ho ragione”. Purtroppo queste affermazioni non hanno avuto seguito e ci si chiede se la scienziata in questione fosse a libro paga di Trump (come qualcuno ha maliziosamente spifferato) oppure se sia stata zittita o punita, come accadde al primo medico cinese che rivelò l’esistenza del virus , quel Li Wenliang, deceduto troppo in fretta per la stessa malattia che aveva scoperto. Che ne è stato della ricercatrice che aveva tra l’altro sostenuto il complice silenzio dell’OMS sull’eziopatogenesi del visus Covid 19?

Molto di quello che sta accadendo al centro e nei paraggi di questa ancora non compiutamente spiegata pandemia che sta dilagando senza freni a livello planetario non viene detto o è oggetto di controverse interpretazioni sul piano scientifico e delle decisioni politiche.

In Europa – in questa fase la parte del mondo più colpita insieme agli USA (a pochi giorni dalle Presidenziali, qualcuno dubita che non sia un caso questo coincidente picco apicale) – ma giù giù a cascata guardando in casa nostra e osservando i DPCM ‘Governativi’ e le ordinanze dei ‘Governatori’ viviamo una contingenza sofferta, incerta, contradditoria che crea conflitti di potere, affermazioni e smentite, confusione, ansie e panico viscerali. Viviamo il presente con l’incertezza che il domani sia peggiore, all’evidenza di fatti, con decisioni politiche e valutazioni scientifiche che alimentano il terrore cercando di spegnere la rassegnazione.

Il tema del Memorandum andrà certamente ripreso: c’è una parte consistente di Paesi che adombrano azioni risarcitorie nei cfr della CINA: di essi non farà parte l’Italia, secondo l’autorevolissimo Direttore di Limes Prof Lucio Caracciolo: “Le strategie risarcitorie non credo abbiano grande possibilità di successo. Sono però un segnale che paesi non amici della Cina intendono lanciare a Pechino. In ciò supportati da Washington. L’Italia non sarà fra questi. A conferma della sua recente svolta filocinese” (Intervista pubblicata su Il Domani d’Italia – 15/05/2020).

Alcuni recenti articoli hanno riconsiderato il tema, alla luce di una recente novità che interessa il futuro asset strategico del Porto di Trieste.

A cominciare da quello apparso su “Italia oggi” del 29 settembre u.s.che qui testualmente replico e riporto. ”Al porto di Trieste si parlerà tedesco. Hamburger Hafen und Logistik Ag (Hhla), operatore del porto di Amburgo, d’accordo con i soci Icop e Francesco Parisi, diventerà a fine anno, con la sottoscrizione di un aumento di capitale, primo azionista della piattaforma logistica di Trieste, una delle più grandi opere marittime costruite in Italia negli ultimi 10 anni la cui realizzazione è appena terminata.
Il progetto della Piattaforma Logistica ha consentito di recuperare all’utilizzo portuale un’area di 12 ettari, che è stata successivamente integrata con l’adiacente Scalo Legnami realizzando un terminal di 27 ettari, dotato di un doppio attracco e raccordato alla ferrovia. Questo progetto, con un investimento di oltre 150 milioni reso possibile dall’apporto finanziario dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, è stato sviluppato dalla società PLT, costituita dalla impresa di spedizioni internazionali Francesco Parisi S.p.A., dall’impresa di costruzioni Icop S.p.A. e dall’interporto di Bologna.

L’integrazione della Piattaforma Logistica con le aree circostanti è stata ulteriormente rafforzata con la firma il 27 giugno 2020 del secondo Accordo di Programma per l’attuazione del progetto di riconversione industriale e sviluppo produttivo nell’area della ferriera di Servola – Trieste. Le parti pubbliche intervenute sono ministero dello Sviluppo economico, il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, l’Agenzia del Demanio, l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, il Comune di Trieste.

Le parti private sono state il Gruppo Arvedi e Icop. L’accordo di Programma rappresenta un passaggio fondamentale verso una fase di nuova industrializzazione del territorio, in cui vengono coniugati sviluppo avanzato e sostenibilità. In base all’accordo è prevista la bonifica e lo sviluppo delle aree dell’area caldo della ferriera di Servola per una superficie pari a 25 ettari con investimenti pari a € 98 milioni”.
Questo articolo fa il paio con un recente  intervento dell’editorialista Dario Di Vico su Il Punto del Corriere della sera. In esso il giornalista conferma l’interesse della Germania per il porto di Trieste – il che vuol dire acquisto di quote azionarie e investimenti- per un progetto che interessa i traffici commerciali da Trieste verso il nord Europa.

Si aggiunga la recente, interessantissima e ampia riflessione di Corrado Bianchi Porro sull’Osservatore (CH) del 24 ottobre u.s., intitolata “Il grande carro cinese: campa cavillo”, un articolo da leggere e meditare nella sua documentata e lucida concisione, come è nello stile dell’illuminato giornalista.
Ora, poichè Trieste e Genova erano state individuate come terminali portuali della “Via della seta” nel Memorandum Italia-Cina del marzo 2019 è di tutta evidenza una potenziale uscita del porto di Trieste da questo accordo, se prevarrà- come sembra dalle intese in via di definizione – un interesse prevalente della Germania.
A questo punto Genova (porto antico e PSA di Prà) resterebbe l’unico dei due bacini a rimanere nell’alveo progettuale italo-cinese della citata via della seta.
Ciò intuitivamente potrebbe significare che questo asset strategico interesserebbe l’area mediterranea dei traffici commerciali import-export dell’Europa, facendo capo a Genova che potrebbe dunque rimanere. se si intende bene il senso della bipartizione, unico terminale europeo marittimo della via della seta.
Sarebbe interessante un chiarimento politico nel medio termine, prima di ulteriori “rilanci”.

Ora dobbiamo leccarci e curarci le ferite atroci di questa pandemia devastante che sta sconvolgendo le nostre vite ma non possiamo esimerci dal riconsiderare – come direbbe il compianto filosofo Emanuele Severino- un ripensamento sullo ‘stato attuale del mondo’ e sugli sviluppi futuri, per ora coperti dai coni d’ombra di decisioni disparate, a volte confuse e prive di visione e lungimiranza, assunte dalla politica e supportate da un mondo scientifico spesso in disaccordo, nel disorientamento generale che ci pervade.

Cosa ne sarà di Genova e del suo porto non riguarda o interessa solo chi come me è genovese ma gli orientamenti geoeconomici del sistema-Italia, se saremo capaci di superare questa crisi angosciante ed epocale che ci sta tormentando.