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Prorogati al 31 dicembre 2021 tutti i bonus per l’edilizia

Arriva il regalo di fine anno per i proprietari d’immobili che intendano effettuare ristrutturazioni e migliorie all’insegna della sostenibilità. Sono infatti prorogati al 31 dicembre 2021 l’ecobonus, il bonus ristrutturazioni, il bonus mobili, il bonus facciate e il bonus verde. Lo prevede la bozza (datata 13 novembre 2020) del Disegno di legge di bilancio 2021. Il comma 1 dell’articolo 12 della bozza (recante “Proroghe in materia di riqualificazione energetica, impianti di micro-cogenerazione, recupero del patrimonio edilizio, acquisto di mobili e grandi elettrodomestici e proroga bonus facciate”) proroga, per l’anno 2021, le detrazioni spettanti per le spese sostenute per interventi di riqualificazione energetica, di ristrutturazione edilizia e per l’acquisto di mobili di arredo e di grandi elettrodomestici a basso consumo energetico finalizzati all’arredo dell’immobile ristrutturato, disciplinate, rispettivamente, negli articoli 14 e 16, comma 1 e comma 2 del decreto legge 4 giugno 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 90.

Con le disposizioni contenute nel comma 2, inoltre, si dispone la proroga per l’anno 2021 delle detrazioni spettanti per gli interventi finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti (cosiddetto bonus facciate). L’articolo 13 della bozza del Disegno di legge di bilancio 2021 dispone la proroga per l’anno 2021 delle detrazioni spettanti per gli interventi per gli interventi di sistemazione a verde di aree scoperte private di edifici esistenti, unità immobiliari, pertinenze o recinzioni, impianti di irrigazione e realizzazione di pozzi nonché d i realizzazione di coperture a verde e di giardini pensili (cosiddetto bonus verde).

Alcuni anticorpi anti Sars-CoV-2 sono più longevi di altri

Alcuni anticorpi anti Sars-CoV-2 sembrano “più longevi e più persistenti di altri”. Lo affermano i risultati preliminari di uno studio dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e della provincia autonoma di Trento condotto in 5 Comuni della provincia che avevano registrato la più alta incidenza di casi Covid-19 nella prima fase dell’epidemia. Lo studio si è articolato in due fasi di indagine: la prima, a maggio, in cui sono state esaminate circa 6.100 persone, e a distanza di 4 mesi, quando sono stati riesaminati coloro che erano risultati positivi alla prima indagine.

Ebbene, “i risultati della prima indagine, in corso di pubblicazione sulla rivista ‘Clinical Microbiology and Infection’, hanno evidenziato che il 23% della popolazione aveva anticorpi contro la proteina nucleocapside del virus Sars-CoV-2. Nella seconda indagine – riferisce lo studio – appena conclusasi si è osservata una rapida diminuzione degli anticorpi diretti contro questa proteina in una elevata percentuale di individui inizialmente sieropositivi: il 40% dei circa 1.000 ritestati è risultato infatti sieronegativo a distanza di 4 mesi dal primo test. Analizzando gli stessi campioni di siero per un altro tipo di anticorpi, diretti contro la proteina ‘spike’, è risultato, invece, che oltre il 75% dei soggetti mostrava ancora una sieropositività”.

Per comprendere e spiegare meglio questi risultati, il gruppo di lavoro dell’Iss ha valutato la presenza di anticorpi neutralizzanti (ovvero quelli che, al momento, si possono considerare come protettivi nei confronti dell’infezione), in un sottogruppo di pazienti, utilizzando un test di sieroneutralizzazione con virus vivo su linee cellulari.

È stato osservato che, “negli esperimenti in vitro, quasi tutti i siero-positivi per gli anticorpi contro la proteina ‘spike’ sono in grado di neutralizzare l’ingresso del virus”.

D’Ubaldo: Joe Biden, l’Italia e il cattolicesimo popolare

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’intervista di Antonio Gaspari, al nostro direttore Lucio D’Ubaldo

Cambia la presidenza negli Stati Uniti. Sessant’anni dopo John Kennedy un cattolico sale alla Casa Bianca. Qual è il significato politico di questo cambiamento? Come potrebbe influenzare l’Italia e gli eventuali progetti di cattolicesimo popolare?
“Orbisphera” lo ha chiesto a Lucio Alessio D’Ubaldo, già Senatore della Repubblica, Segretario generale dell’ANCI, Assessore al Personale del Comune di Roma, Presidente di Laziosanità e attuale Direttore de “Il Domani d’Italia” (www.ildomaniditalia.eu).
Biden, cattolico alla stregua di Kennedy, è sulla scena da molti anni e con ruoli importanti, eppure l’opinione pubblica mondiale stenta ad individuarne esattamente il carattere. Cosa si può dire al riguardo? 
Biden sarà un grande Presidente. Lo sarà per gli Stati Uniti e per il mondo intero, perché il suo programma mira a sanare le ferite di una globalizzazione troppo disordinata, per molti aspetti feroce.
A me piace il suo equilibrio: vi si ritrova una sensibilità che in questi anni abbiamo fortemente trascurato, fino a dimenticarne il valore. È il sentire di un politico che accetta il limite, lo vede ad esempio nello sfruttamento delle risorse della terra, ne assume il vincolo come urgenza di un diverso protocollo dell’azione collettiva. Questa umiltà è stata negletta, ora riprende posizione sulla scena pubblica. Con Biden abbiamo l’assicurazione che questa premura diventa precetto, nel senso che il suo rispetto qualifica e determina un largo spettro di azioni.
Una frase mi ha colpito del suo primo discorso: dobbiamo guidare – egli afferma – «non con l’esempio del nostro potere, ma con il potere del nostro esempio». Frase non solo suggestiva per una certa eleganza di stile, ma anche e soprattutto per un esplicito contenuto morale. Biden non può deludere, sarebbe esiziale per tutti. Anche per chi non lo ha votato.
Su questo sfondo l’asse strategico che unisce gli Stati Uniti e l’Europa ritrova la sua ragion d’essere: da qui passa il futuro dei rapporti con la Russia e la Cina.
Ecco, si annunciano sfide enormi per l’avvenire prossimo e non è trascurabile la notizia di un’America nuovamente consapevole delle sue responsabilità planetarie.
Lei ha fatto cenno all’identità di fede del nuovo Presidente americano. Il tempo post cristiano porta alla luce eventi e figure che rinnovano la testimonianza dei credenti nel mondo. Quando in Italia si parla di cattolici in politica, la mente ci riporta al tempo della Democrazia Cristiana. Al di là delle nostalgie, che cosa di quella esperienza politica e di quegli ideali sarebbe utile riproporre oggi?
Penso innanzi tutto che vada esclusa la spasmodica parodia della Dc, come pure la sua messa al bando, in silenzio o a gran voce, voluta da un’altezzosa “ideologia ghibellina”.
Di fronte al quesito occorre porsi con spirito di umiltà, per far avanzare un pensiero costruttivo. Un fenomeno storico di vasta portata, capace di garantire più di mezzo secolo di sviluppo democratico e civile del Paese, richiede una serena valutazione.
A me non convince la riduzione dell’esperienza scudocrociata a un lungo esercizio tecnico del potere, all’incrocio di vari opportunismi, frutto della rendita di posizione assicurata dalla pregiudiziale anticomunista. E non dobbiamo nemmeno indulgere alla esaltazione di un metodo e di uno stile di governo, come se la quintessenza del “partito di ispirazione cristiana” consistesse nel galateo di un fare armonioso attorno alla composizione di equilibri, interessi, bisogni e quant’altro.
Dietro l’arte della mediazione, funzionale alla tenuta del consenso, c’erano i valori del popolarismo e del personalismo, ovvero l’armamentario culturale di quella “terza via”, irrobustita dalle intuizioni del Codice di Camaldoli, che caratterizza nel Novecento l’ingresso in scena del cattolicesimo politico.
La Dc ha rappresentato il “motore immobile” di un progresso possibile, non già imposto dall’alto, ma imbracato in una regola, semmai, di condivisione e partecipazione. A guidare le scelte era pur sempre il criterio della promozione di un’Italia migliore, più laboriosa e solidale, in sostanza più giusta. Questa lezione non può essere dimenticata.

Alle origini del Coronavirus

La notizia è uscita il 15 novembre u.s. attraverso le agenzie di stampa e –come facilmente si intuisce – ha dato una parziale risposta al quesito riguardante l’incipit della pandemia nel Paese, anche se lascia sul tappeto molti inquietanti interrogativi irrisolti.  La fonte dell’informazione viene da una ricerca dall’Istituto tumori di Milano che, in collaborazione con l’Università di Siena, aveva sottoposto a screening tumorale ai polmoni un migliaio di pazienti tra settembre 2019 e marzo 2020. Come riferito dal quotidiano Repubblica l”l’11,6% di questi pazienti aveva gli anticorpi del virus: il 14% di questi già a settembre 2019, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020 e il maggior numero del totale (53,2%) dimorava in Lombardia. Questo ultimo dato spiegherebbe in modo empirico come tale regione sia stata fin dall’inizio l’epicentro del contagio, dal caso di Codogno a febbraio a quelli successivi di Bergamo e provincia, a Milano e ora a Monza e Varese. Probabilmente potrebbe suggerire anche una spiegazione al fatto che la Lombardia sia stata  ininterrottamente da allora ad oggi la regione con il maggior numero di persone contagiate e decedute: è questo il senso che può essere attribuito al termine “focolaio”, anche se poi si propaga altrove, con una espansione esplosiva e puntilliforme.

La storia della diffusione del Covid 19 va dunque riscritta da capo? In realtà dallo studio dell’Università di Siena emerge come il test utilizzato producesse dei “falsi positivi”, per questo l’ipotesi di un virus circolante già da settembre va presa con cautela: ci sono altri studi che attesterebbero che il passaggio virale dall’animale all’uomo non sia avvenuto prima di ottobre 2019. Come riferito al quotidiano diretto da Maurizio Molinari dal Prof Massimo Galli, direttore del Reparto malattie infettive del Sacco di Milano, “è veramente difficile pensare che il virus sia così vecchio, anche perché allora non ci si spiega perchè non ha creato focolai molto prima. E’ un virus esplosivo, quando arriva in ospedale fa decine di infezioni se non lo gestisci”. Ritornano allora in mente “gli 11 giorni di Wuhan”, a partire dal circostanziato articolo del 6 aprile di Biagio Simonetta con cui il Sole24 ore ricostruiva la cronaca dell’incipit più documentato nella storia della pandemia Covid-19 che sta impestando il pianeta. Per continuare con quanto riferito da Il Domani d’Italia l’11 aprile:  “Emerge dal resoconto che la prima vittima ufficiale del coronavirus muore il 9 gennaio. Nei giorni precedenti aveva frequentato il mercato alimentare di Wuhan: il suo decesso viene reso noto dalla Commissione Sanitaria Municipale. Le autorità sono a conoscenza dell’origine animale del virus: cinque giorni dopo la morte del 61enne cittadino di Wuhan anche la moglie (che al mercato non era andata) si ammala. E’ il segnale che il virus si sta diffondendo da uomo a uomo. Sono i giorni cruciali nella storia di questa polmonite diventata tempesta sanitaria ma la Cina sceglie inizialmente la via fatale del negazionismo. Il 14 gennaio OMS rende noto che ”i cinesi non hanno trovato prove chiare della trasmissione per via umana del nuovo coronavirus isolato a Wuhan”: solo 11 giorni dopo la morte del primo contagiato l’epidemiologo cinese Zhong Nanshan ammetteva alla TV che il contagio stava diffondendosi da uomo a uomo. 48 ore dopo il Presidente Xi Jinping blindava la città e segregava in casa i suoi abitanti. In quei giorni di colpevole silenzio ci sta anche la denuncia del medico cinese Li Wenliang poi deceduto,  che aveva lanciato l’allarme in ospedale ed era stato smentito e diffamato per aver diffuso “voci false”: ora è un eroe nazionale riabilitato. Nel frattempo il sindaco di Wuhan – Zhou Xianwang- dopo aver organizzato il 18 gennaio il XXI banchetto del Capodanno cinese comunicava qualche giorno dopo che 5 milioni di abitanti avevano lasciato la città, diretti altrove in Cina e nel resto del mondo”.

Senza dimenticare la ricerca dell’Università di Southampton secondo cui se la Cina avesse avesse agito con tre settimane di anticipo rispetto alla data del 23 gennaio, il numero di casi complessivi di Covid-19 si sarebbe potuto ridurre del 95%. Ma anche una sola settimana avrebbe ridotto il contagio globale del 66%”.

E il successivo rapporto del Centro Studi “Henry Jackson Society” intitolato: “Risarcimento da Coronavirus? Stabilire la potenziale colpevolezza della Cina e le vie di una azione legale” paventava la potenziale colpevolezza della Cina e la via di una azione giudiziaria. Circostanza già considerata da diversi Stati e persino da uno Studio Legale di Parma, ma non dal Governo del nostro Paese che in questo 2020 ha rinsaldato la svolta filocinese attraverso rapporti commerciali legati ad esempio alla fornitura di presidi sanitari, sulla scia del Memorandum tra i due Paesi del marzo 2019, che prevedeva di destinare i bacini portuali di Trieste e Genova a terminali della cd. “via della seta”.

Peccato che nel frattempo Trieste abbia stretto accordi con la Germania, segnatamente con le autorità portuali di Amburgo,  che di fatto disattenderebbero tale predeterminata polarizzazione. 

Torna quindi alla mente la tesi del contagio casuale del “contadino di Wuhan” che avendo mangiato carne di pipistrello ed essendo stato ammorbato dal virus animale per zoogenesi, avrebbe poi trasmesso la malattia alla moglie e di lì a tutto il pianeta. Il filmato che girava in rete sul mercato degli animali di Wuhan (cani, gatti, topi, pipistrelli, serpenti ecc.) era eloquente ma il Direttore di TGCOM24 Paolo Liguori a cui lo avevo inviato me lo aveva restituito con un laconico “fake cinesi”.

Ma giova ricordare anche le ipotesi complottiste, di un orchestrato progetto politico di contaminazione del mondo (e dell’Occidente in particolare) con il famoso “virus costruito in laboratorio” come arma letale.

Roba da fantascienza ma mica tanto, che ricorda le trame di certi film dove le armi convenzionali e le bombe sono sostituite dalla guerra batteriologica, silente e persino più devastante.

Con tutti gli impliciti psicologici che stiamo riscontrando: la lotta ad un nemico mortale e invisibile, il disorientamento emotivo, le angosce quotidiane, i sistemi sanitari mandati in tilt, la trasformazione forse irreversibile delle nostre abitudini di vita, con tutte le degenerazioni che ci porteremo dentro e nelle relazioni umane chissà per quanto tempo. Il big –crash economico, la chiusura delle scuole, la paralisi della vita sociale: uno tsunami che mette in gioco il concetto di vivibilità, innesca un processo domino nei default e nelle chiusure delle attività produttive, si diffonde con una velocità e una virulenza distruttive.

Non si può tuttavia dimenticare la teoria della rottura della sostenibilità ambientale, sostenuta dall’ONU e da molti scienziati: la contaminazione virale passa dall’animale all’uomo perché si spezza un equilibrio che si basava sul principio della tolleranza eco-sistemica. L’incremento demografico, la distruzione della natura, l’estinzione graduale di certe forme di vita sul pianeta, la deforestazione galoppante, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei mari, il rialzo termico: sono tutti fattori di indebolimento del genoma umano di fronte alla ribellione della natura violata. Piace qui ricordare la magistrale spiegazione del Prof. Arnaldo Benini, emerito all’Università di Zurigo in una documentata e rigorosa intervista realizzata proprio con il Domani d’Italia, dal significativo titolo “Covid 19 – L’umanità impreparata” pubblicata il 30 marzo u.s.

Dove si evidenzia come sono i comportamenti umani il discrimine tra la diffusione pandemica e la battaglia per fermarla: mentre viviamo la fase drammatica del secondo lockdown, possiamo mentalmente comparare la fila sterminata di mezzi dell’esercito che trasportavano le bare e – dall’altro lato- le spiagge affollate, la movida senza mascherine, gli assembramenti, le discoteche ingolfate di giovani senza protezioni. Fino a citare i teorici del negazionismo estremo, la rappresentazione simbolica più evidente dell’imbecillità umana posta di fronte alle evidenze: degli ospedali intasati, ad esempio, dei morti e degli intubati, dei focolai riaccesi per la violazione consapevole delle raccomandazioni scientifiche.

Ma – oltre a quelle già evidenziate in questo lungo anno di DPCM incalzanti, di attese ingiustificate, di ritardi colpevoli, di inazione e di indecisione, di paralisi burocratiche e di speculazioni ideologiche – riaffiora una responsabilità di cui troppo a lungo si è taciuto.

Un mese dopo il citato Memorandum, esattamente il 28 aprile 2019 venne siglato un accordo tra Cina e Italia che prevedeva precise  “Aree di collaborazione”  (cito testualmente) : “il rafforzamento della prevenzione e del controllo in frontiera delle principali malattie infettive, il rafforzamento delle misure quarantenarie e dell’ispezione dei mezzi di trasporto internazionali, in entrata e in uscita dai territori italiano e cinese, il miglioramento dell’efficacia delle misure di disinfezione, disinsettazione e derattizzazione, la prevenzione della trasmissione transfrontaliera di malattie infettive”.

Non ci si può esimere dal chiedere ai due Governi in che modo questo accordo sia stato rispettato, quali misure di prevenzione siano state adottate, quali concrete azioni sia state poste in essere per evitare la diffusione del contagio dopo che il virus era stato isolato nei laboratori cinesi, se ci siano state informazioni provenienti dalla Cina e dall’OMS . 

Se questo Protocollo fosse stato rispettato sarebbe stato più rigoroso il controllo degli spostamenti umani e di mezzi, una barriera sarebbe stata frapposta alla diffusione del contagio.

In questa fase di recrudescenza pandemica dobbiamo gestire al meglio le risorse sanitarie e rispettare le regole che rallentano la diffusione del virus, investire sulla ricerca di un vaccino universale ed efficace, facendo il possibile affinchè arrivi presto ad evitare altre morti.

Ma trascorso questo periodo di guerra a tutto campo, con serietà e senso del dovere occorrerà riconsiderare il mancato rispetto di quell’Accordo, evidenziando eventuali responsabilità.

I giovani per un’economia sostenibile. Tre voci da Economy of Francesco

Articolo pubblicato sulle pagine di Aggiornamenti Sociali a firma di Michela Francesca DI STEFANO, Anna TERRANOVA, Joanna WDOWIN

Previsto originariamente ad Assisi alla fine di marzo, si svolgerà invece on line dal 19 al 21 novembre l’atteso evento The Economy of Francesco, in risposta all’invito che il Papa ha rivolto a giovani economisti, imprenditori e changemaker di ritrovarsi per elaborare insieme proposte per un radicale rinnovamento della logica alla base del funzionamento dell’economia.

La pandemia di COVID-19, che ha causato il cambiamento del programma, rende questa riflessione ancora più urgente. Come hanno lavorato i giovani in preparazione all’appuntamento di The Economy of Francesco? Quali novità ha permesso di introdurre il passaggio a un diverso formato? E quali direzioni prenderà l’impegno per dare attuazione alle idee elaborate in questi mesi?

Qui di seguito pubblichiamo il file Pdf con cui Aggiornamenti Sociali risponde alle domande

I-giovani-per-un’economia-sostenibile.-Tre-voci-da-Economy-of-Francesco

Continua la repressione in Bielorussia

Domenica scorsa almeno 1.000 persone sono state arrestate in tutta la Bielorussia, secondo Viasna, l’organismo di vigilanza locale per i diritti umani, durante le manifestazioni di massa contro il leader Alexander Lukashenko.

È il maggior numero di detenzioni segnalate in un solo giorno dall’inizio delle proteste. Si ritiene che il numero totale di persone detenute da agosto sia di oltre 25.000.

Le detenzioni di massa sono seguite alla morte di Roman Bondarenko, un manifestante antigovernativo di 31 anni, morto giovedì in un ospedale a Minsk dopo essere stato duramente picchiato dalle forze di sicurezza.

Secondo Viasna, si sono verificate detenzioni anche nelle città di Navahrudak, Babruisk, Vitsebsk, Homel e Svetlahorsk.

Inoltre l’Associazione bielorussa dei giornalisti fa sapere che almeno 23 giornalisti sono stati arrestati in tutto il paese.

Il programma nazionale per la gestione dei rifiuti

E’ operativo il tavolo istituzionale tra Ministero, Regioni e Province autonome per la definizione del Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti. Un piano da adottare in attuazione dell’art.198bis del Dlgs 152/06, che vede il Ministero, con il supporto dell’Ispra, impegnato a individuare i macro-obiettivi e a definire i criteri e le linee strategiche cui le Regioni e le Province autonome si dovranno attenere nella elaborazione dei Piani regionali per la gestione dei rifiuti.

«L’attivazione di un tavolo di lavoro per la stesura di un Piano Nazionale per la Gestione dei Rifiuti ha ricevuto, da subito, larghi consensi da tutte le forze politiche nazionali e locali – spiega il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – E’ bene chiarire che con questa norma la pianificazione regionale permane, ma attualmente esistono delle criticità, in talune Regioni, che intendiamo superare, estendendo a tutto il territorio nazionale i modelli più virtuosi. A tale scopo, il Piano costituisce uno strumento d’indirizzo volto a garantire criteri omogenei di applicazione sul territorio e a estendere le “best practice”».

La normativa prevede il ministero dell’Ambiente al centro di questo processo con il supporto tecnico di Ispra e con l’avallo di Regioni e Province autonome. Un tavolo di lavoro al quale il Ministero ha invitato a partecipare anche i rappresentanti dell’Anci. Inoltre, è stata approvata all’unanimità nella prima riunione anche l’ulteriore proposta di allargare i lavori ai rappresentanti del Ministero per lo Sviluppo Economico e dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente. Sono questi, pertanto, i protagonisti della definizione del programma, per il quale verrà garantita la massima trasparenza nella consultazione degli stakeholder pubblici e privati. L’obiettivo è il raggiungimento di un’adeguata rete impiantistica nazionale che consenta di superare le criticità più volte segnalate anche nell’ambito del contenzioso comunitario, migliorando gli standard ambientali dei servizi e diminuendo i costi del servizio per i cittadini.

Covid e Scuola. Riflessioni e proposte del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani

In una nota il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, considerati i dati inerenti ai contagi da Coronavirus, chiede che rientrino urgentemente tutti i docenti di ruolo esiliati- l. 107/2015 – compresi i precari, nelle proprie sedi di residenza; inoltre invita i dirigenti scolastici a non obbligare i docenti, specie se sono fuorisede, a permanere negli edifici scolastici per effettuare la DaD.

Infatti il comitato ricorda che il servizio di DaD si può tranquillamente svolgere in modalità smartworking da casa.

Infatti quanto previsto dalla recente ipotesi di CCNI-DDI pare insufficiente a garantire le necessarie tutele per il personale docente.
In primo luogo,
– pare superficiale la pretesa di voler garantire la frequenza scolastica per alunni disabili e bes, considerando che il rischio epidemiologico -alla data odierna – ha assunto dati sconfortanti,

– specialmente laddove la valutazione di opportunità ed efficacia del ritorno in classe non venga rimessa anche al docente di sostegno, che per legge è colui che partecipa alla definizione delle strategie didattico-metodologiche e che, pertanto, dovrebbe poter esprimere un proprio parere circa l’utilità di una didattica in presenza (talvolta propinata con soluzioni tutt’altro che garantiste del principio dell’integrazione, come ad esempio, quella di affiancare il docente di sostegno ad un alunno in una fredda e vuota aula della scuola, attivando un collegamento in rete con il resto della classe e con il docente curriculare…) o la prosecuzione della modalità online in relazione all’alunno o agli alunni che segue.

– pare insufficiente la negoziazione sindacale in relazione all’orario di servizio settimanale, così come l’introduzione dell’onere del docente di “utilizzare gli strumenti informatici e tecnologici a disposizione”.

– pare incomprensibile, l’introduzione dell’obbligo di assicurare la protezione da malware e attacchi informatici.

– Inesistente ogni riferimento alle indennità da conferire ai docenti che dovrebbero, poi, svolgere le attività in presenza, durante l’epidemia

– Pare, inoltre, non esserci stato nemmeno un mero tentativo da parte dei sindacati di richiedere il riconoscimento di una retribuzione/un’indennità/un bonus aggiuntivo per finanziare gli investimenti in risorse hardware e software.

Orbene, il CNDDU non può non domandarsi cosa sia stato negoziato a favore dei docenti e come non sia stato dedicato alcuna misura ai docenti fuori sede, considerato che il bonus docenti esiste già da oltre 4 anni (e che quindi non si può pretendere di ricondurre la ddi ad un bonus sorto con altre finalità) e che la posizione economica dei docenti è – anche questa volta ed a fronte di nuove e più complesse prestazioni- rimasta invariata.
A tal proposito, il CNDDU presenterà istanza di accesso agli atti per visionare i verbali dell’incontro e verificare cosa realmente abbiano chiesto i sindacati per i loro lavoratori. L’ipotesi di CCNI DDI pare stranamente sbilanciato a favore dell’amministrazione e delle decisioni dirigenziali.

Eppure, i valori riportati in riferimento all’evoluzione del Covid 19 dimostrano quanto quello che abbiamo sostenuto fosse vero: la scuola nel complesso non può costituire un territorio franco rispetto all’epidemia in quanto crocevia di infrastrutture e dinamiche relazionali troppo complesse da controllare.

Ultimamente si susseguono gli appelli per invitare le famiglie a tenere a casa i bambini ed attivare la DaD. Come dichiarato da Luigi Nigri (Vicepresidente Federazione Italiana Medici Pediatri) “…in questo momento il decorso dell’epidemia e il sistema di tracciamento non consentono di avere un’alternativa alla Dad”.

La mialgia

La mialgia è un dolore localizzato in uno o in più muscoli. I muscoli colpiti appaiono contratti, dolenti se toccati o usati. Solitamente l’insorgere del dolore è dovuto a una improvvisa contrazione involontaria del muscolo, ma può anche essere dovuta ad una rottura parziale della struttura muscolare dovuta ad un trauma.

Il dolore ai muscoli si riscontra anche in alcune forme virali come l’influenza, reumatiche o nella tensione continuata cui il muscolo è sottoposto a causa dello stress.

I sintomi della mialgia si esprimono in un forte dolore ad uno o più muscoli e, in alcune occasioni, il dolore può coinvolgere anche tendini, legamenti, tessuti molli, ossa e organi.

I sintomi si possono distinguere, in base alle cause, in due ordini:

Se le cause sono di origine traumatica o da affaticamento il o i muscoli interessati saranno confinati ad una specifica area corporea. In questo ordine rientrano i dolori provocati da traumi, sforzi eccessivi, dolori dovuti a posizioni sbagliate tenute per molto tempo, dolori da contratture da stress.

Se insorgono come complicanza di un’altra patologia, generalmente il dolore è diffuso. In questo ordine ritroviamo i dolori da assunzione di farmaci (statine), associati all’uso di cocaina, squilibri elettrolitici di sodio e potassio oppure possono essere associati ad alcune patologie quali quelle influenza, lupus eritematoso sistemico, poliomielite, trichinosi, polimialgia reumatica, polimiosite, rabdomiolisi e sindrome fibromialgica.

In caso di contratture, contusioni, traumi e distorsioni i farmaci più utilizzati sono gli antinfiammatori, gli antidolorifici e miorilassanti che possono essere formulati in compresse o granulato per uso orale o in pomate e gel per uso topico.

Per lo strappo è consigliato il riposo e impacchi freddi; per la distorsione meglio consultare il medico ricordando che la parte non va riscaldata o massaggiata.

Movimento 5 stelle. Ancora Bruchi

I movimenti sorgono per uno slancio quasi religioso. Vogliono una purificazione del mondo. Insorgono contro il cosiddetto “malaffare”. Riempiono le piazze. Trovano proseliti a non finire. Gonfiano di speranze i loro intenti e poi, lasciano al tempo il compito di togliergli certi grilli dalla testa.

Quando poi, dovessero incrociare il potere, sono presto destinati a mutare pelle. È un processo irresistibile. Non c’è nulla che tenga, il fenomeno è matematico.

Gli stati generali promossi dal M5Stelle, sono li, con le loro diverse voci, a dimostrare il cambio di natura. Dibattono se trasformarsi in partito o restare movimento; discutono se rompere gli indugi e permettere un terzo mandato; si crogiolano dentro le diatribe personali; guardano con massimo interesse alla loro presenza nel Governo nazionale.

Un fiume con diverse correnti, un classico! Io, non mi meraviglio per nulla. Ho un’età e un’esperienza che mi fa capire quali siano le evoluzioni dei comportamenti politici. Non è che in questi ultimi due giorni hanno manifestato la trasformazione; da tempo, infatti, questi sintomi si potevano leggere nei comportamenti dei grillini. La fatica del governare ha ampliato a loro gli orizzonti dello stare al mondo. E oggi, questo processo è tutto in divenire.

Sarà difficile chiosare questa storia. Prevedo grandi difficoltà. Primo, perché alle loro spalle non sembra esserci una teoria politica che Dio comandi; secondo, perché i leader sono piuttosto freschi di stampa e sembrano virgulti ancora in crescita; terzo, perché il loro leader – quello vero – ormai se l’è squagliata.

Con questi presupposti risulterà difficile passare dalla crisalide alla farfalla.

A dir il vero, ai miei occhi sembra ancora un bruco.

Le scivolate di Sorgi e Ceccarelli.

Che gli “stati generali” dei 5 stelle abbiano avuto al centro del dibattito politico il mantenimento/ superamento del secondo mandato da un lato e la permanenza al governo dall’altro per  rimandare il più a lungo possibile l’incrocio con le urne era noto, credo, a tutti. Almeno a tutti  coloro che non sono animati da particolari faziosità o da convenienze politiche momentanee.  

Comunque sia, senza approfondire quale sarà l’epilogo di questa doppia sfida – anche se non è  difficile saperlo per motivazioni umane del tutto comprensibili… – mi soffermo unicamente attorno  ad un giudizio politico che campeggiava su alcuni grandi organi di informazione, a proposito degli  “stati generali” di questo partito. Se Filippo Ceccarelli su Repubblica, in un articolo come sempre  scherzoso e sarcastico, è arrivato addirittura a paragonare il confronto politico – sic….- nei 5 stelle  con gli storici congressi della Democrazia Cristiana sostenendo la curiosa, nonchè singolare, tesi  che la cultura della mediazione e la composizione degli organigrammi interni democristiani erano  sostanzialmente simili al confronto misterioso che avviene lungo la rete dei capi penta stellati, il  bravo Sorgi – che è un ottimo analista e commentatore – arriva a scrivere sulla Stampa che il ruolo  e la funzione politica esercitata per anni da Carlo Donat-Cattin nella Dc era sostanzialmente simile  a quello che oggi fa Luigi di Maio nel partito di Grillo. 

Ora, tutti i giudizi e i confronti sono legittimi anche se opinabili. Ma questi paragoni arditi, al di là  del merito, evidenziano un solo aspetto. O non si conosce la storia della Dc e il ruolo esercitato al  suo interno da alcuni suoi statisti – a cominciare da Donat-Cattin per restare all’anacronistica  analisi di Sorgi – oppure siamo davanti ad una singolare e sempre più misteriosa esaltazione della  classe dirigente dei 5 stelle. Delle due l’una. Personalmente, e al netto della buona fede e  dell’onestà intellettuale degli illustri commentatori di Stampa e Repubblica, credo che sotto sotto  ci sia una semplice ragione che spiegano questi arditi ed inusitati paragoni. E cioè, la permanente  ed irriducibile ostilità nei confronti del ruolo politico, culturale e pubblico giocato dalla Democrazia  Cristiana nell’arco della sua esperienza cinquantennale e, nello specifico, di alcuni dei suoi  principali leader. A volte è tutto molto più semplice di quel che appare. E di quello che si scrive.

Turner: luce e vita.

“Non disprezzare la sensibilità di nessuno. La sensibilità è il genio di ciascuno di noi”. Parole che denotano un’attenta osservazione del genere umano. Sono di Charles Baudelaire, poeta e primo vero critico delle Arti, uomo di cultura dalla raffinata eloquenza e personale stravaganza. Penso siano adeguate per inoltrarci nel mondo di uno dei maggiori protagonisti del Romanticismo ed uno dei massimi artisti inglesi: Joseph Mallord William Turner (1775-1851). 

La Tate Britain di Londra (inaugurata nel 1897 con il nome National Gallery of British Art, fu rinominata Tate Gallery nel 1932 e poi Tate Britain, quando fu aperta la Tate Modern nel Duemila) ha allestito, fino al 7 marzo 2021, una grande personale di Turner con ben 160 opere. La mostra è stata organizzata in collaborazione con il Kimbell Art Museum e il Museum of Fine Arts di Boston. 

“Turner’s Modern World”, cita il titolo. Il Mondo moderno… Turner è moderno nella ricerca, nel suo ispirarsi a tutto ciò che è nuovo, attratto dalla rivoluzione industriale, che ha cercato di percepire oltre alla sua dimensione prettamente tecnica, ossia nel suo aspetto filosofico e nel mutamento della realtà britannica. Conseguentemente, egli è anche attento osservatore dei cambiamenti sociali e della politica le cui vicende rende, talvolta, pubbliche con la pittura. Come, ad esempio, gli orrori delle guerre napoleoniche (“Il campo di Waterloo”) e le sue “dichiarazioni visive” contro la schiavitù (si veda “La nave negriera” del 1840, in cui si coglie angoscia). 

Egli ama le scoperte tecnologiche. Dipinge treni a vapore che invadono la tela con il loro fumo, vortici di fuoco che sembrano uscire da bocche di draghi. Osserva con stupore navi di ultima generazione ed è curioso verso le novità, tra tutte quella relativa alla fotografia. Nel 1847, si fa immortalare in un ritratto dal fotografo John Mayall. Si narra che era terrorizzato, attratto, ma al tempo stesso impaurito, da quella macchina magica che poteva rubargli l’anima e gli imponeva di stare immobile con lo sguardo verso l’obiettivo, che fissa il momento e crea memoria. 

Turner ha un carattere irrequieto, calmato dal padre William Gayone che per anni lo seguì o lo aiutò nel suo lavoro, preparando i colori e le tele nonché affiancandolo in quella che oggi si definisce, in senso lato, “promozione”.  Padre e figlio erano uniti da grande affetto e dal ricordo di una donna, la madre, Mary Marshall, che aveva perduto una bambina e si era ammalata gravemente nel fisico e nella psiche fino ad essere ricoverata al Bethlehem Hospital, manicomio di Londra, dove moriva nel 1804. La fragilità emotiva dell’autore si coglie in tutti i suoi lavori. Egli sembra non mettere pienamente a fuoco l’atteggiamento nei confronti della vita, alternando attimi di felicità con lunghi periodi di insoddisfazione e scontrosità, dialoghi vivaci e costruttivi con prese di posizione apparentemente arroganti e trancianti. Estremo nella calma e nella violenza.

Egli è un artista che ama elaborare le tonalità, variando le vibrazioni delle tinte che rendono le sue tele estremamente realistiche e sa fondere con armonia la sfera fantastica con quella concreta. Si possono ammirare rossi che si sfaldano e colpiscono non soltanto lo sguardo dell’osservatore, ma anche gli altri suoi sensi. Materia e spirito. Ed ecco che sembra di avvertire il crepitio del fuoco immergendoti in “Incendio alle Camere del Parlamento” del 1834 (fuoco, morte, luce, amore e vita). Era il 16 ottobre e Turner era presente: tornò a casa e realizzò di getto l’acquarello esposto in mostra ed a questo fece seguire alcune pitture (tra tutte “L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni” del 1835: paesaggio e storia). Sono una sorta di realtà trascendenti, come quella di “Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi” del 1812: un elefante in lontananza ci riporta una immagine che giustifica il titolo. La dinamica di uno spazio globale fa il resto.

Lo spunto delle sue realizzazione veniva fissato attraverso una serie di schizzi, appunti, disegni, puntualmente riportati nei suoi album che portava sempre con sé. Egli rappresenta il reale (da creare e non imitare) così come lo vede e lo sente e spesso ha necessità di vivere personalmente l’emozione per poi filtrarla, mantenendo una linea soggettiva di quanto narra. Le sue sono visioni che relazionano l’interiore e l’esteriore, la passione e la ragione. Vedere ciò che succede per poi dipingere l’accaduto. Da questo atteggiamento estetico e critico nascono opere come “Tempesta di neve, battello a vapore al largo della bocca di un porto” del 1842 (si fece legare all’albero maestro ed entrò nel vortice atmosferico): le nubi scure che avanzano e si scontrano con il bianco della neve mentre la nave lotta, nelle acque burrascose, con elementi di una natura maligna e divina allo stesso tempo. Dell’anno successivo è “Luce e colore (la teoria di Goethe) – Il mattino dopo il Diluvio. Mosè scrive il libro della Genesi.” Anche in questo caso esiste una forza centrifuga, una sorta di caos dalle forti spinte astratte nate da sperimentazioni di luminosità, scelta di tinte originali e luci deviate. La radiosità della materia diventa forma che gioca con riflessi (per anni aveva insegnato prospettiva ed aveva indagato sul fenomeno della rifrazione).

Turner (che apprezzava artisti come Lorrain e Poussin ed ammirava l’arte italiana) è pittore della luce e dello spazio, che supera leggi di stampo impressionista che seguiranno, innesca un link di rimando al vissuto che egli combina con immaginazione e forza esecutiva, usando addirittura le mani per spalmare i colori, sputando sui quadri se serviva un po’ d’acqua per diluire e, forse, anche per provocare gli astanti. Insomma… azione (action) ante litteram! La sua arte sembra sempre essere manifestazione di lotta e, nonostante tutto, di fiducia e speranza. Del resto lui è inglese e non possiede quegli elementi nichilistici-pessimistici tipici di altri romantici europei (come i tedeschi).

Sicuramente una costante è il suo rapporto con la natura, con la vastità del creato, con i fenomeni oggettivi e soggettivi. Forse i suoi quadri sono stati così dipinti anche per creare un turbamento, una insicurezza, davanti ad un mondo ricco di sfumature. Le modulazioni di tonalità invadono atmosfere che alla fine sono immerse in luci, che sembrano sconfiggere tutto ciò che è materiale, mantenendo tematiche romantiche di vita e di morte. Nel periodo 1835-40 egli realizza “Barche sul mare”: uno sfondo minimalista e tre indimenticabili pennellate di un grande deviante dell’arte. Una magica visione, il sublime che ricorda la concezione del poeta romantico Percy Shelley: “tutto tende ad essere luce e tutto tende ad essere vita”. 

Sicuramente il fruitore più attento vedrà nella sua opera l’avvento dell’Astrattismo e di quella “spiritualità dell’arte” che in Kandinskij ha avuto il suo più alto esponente.

Zone colorate: teniamo duro

La differenza tra la primavera scorsa e il periodo attuale è che allora si era stabilita una misura uniforme su tutto il territorio e oggi, invece, si è scelto un altro registro: le cosiddette zone rosse-arancione-gialle.

Le rosse rappresentano una situazione meno pesante rispetto a quelle primaverili, perché allora si erano chiuse persino le produzioni industriali. Quello era un restringimento totale, mentre oggi, a moduli diversi, i limiti sono differenziati.

Pertanto, l’aiuto collettivo alle attività e ai soggetti sofferenti, sarà meno intenso. Ciò nonostante, come già abbiamo visto, il decreto Statale volto a ristorare i danni delle chiusure obbligata, incideranno meno sul debito pubblico nazionale. Ricordiamoci comunque, che il peso complessivo di quest’ultimo è pur sempre ingente e, in qualche modo, paralizza le nostre opportunità economiche.

In queste condizioni, non c’è alcun tentennamento di sorta, ogni realtà sofferenze va sorretta in modo serio e, spiegabilmente, togliendo quelle solite furbizie che, purtroppo, nella nostra atavica cultura pare siano sempre presenti. Non serve che rammenti casi di ristori passati che fanno gridare vergogna.

La nostra Regione Fvg è passata in zona arancione. I limiti imposti dai decreti sono a tutti noti. Questa stretta colpisce, sicuramente, la fascia del commercio. Bar, ristoranti e negozi sono quelli che maggiormente si troveranno nel vortice negativo.

Per tale ragione, è doveroso e necessario, aiutare queste fasce più esposte a questo triste malanno.

C’è da augurassi che da qui a dieci, quindici giorni, tutti i dati relativi al Covid-19, si abbassino e consentano in tal modo, almeno alla speranza, di togliersi da questo improvviso inferno.

Temo che il mese del Natale, il mese che chiude l’anno, risentirà ancora della cattiva sorte, ma una cosa è subire un crescente avanzamento del malanno, altra è saper guidare la realtà con maggior consapevolezza di avere dei traguardi vicini.

A tenere desta la nostra attenzione è pur sempre il terreno farmacologico. Si parla di un primo vaccino, già utilizzabile all’inizio dell’anno prossimo per le fasce a più elevato rischio di contagio. E a rendere ancora più confortevole la speranza, è la notizia che al primo se ne aggiungeranno altri tipi di vaccino.

Si deve acquisire la consapevolezza che questo è il periodo più gramo, ma proprio per questo, siamo chiamati a dare il meglio di noi stessi, sia in termini individuali, quanto in termini collettivi.

Le proposte dell’Inps per la nuova pensione

L’Inps ha avanzato delle proposte per inquadrare il problema della nuova legge pensionistica. Si possono riassumere in quattro punti.o

Fra i quattro punti c’è quello della flessibilità in uscita: ci si propone di ridurre l’età di accesso alla pensione, ma anche di utilizzare coefficienti più vantaggiosi per chi svolge lavori usuranti e gravosi. Nello specifico, con i 62 anni di età e con 20 anni di contributi, si potrebbe chiedere un anticipo del trattamento pensionistico

L’assegno verrebbe calcolato in una prima fase solo con riferimento alla parte contributiva. La parte retributiva scatterebbe invece una volta compiuti i 67 anni di età. Sarebbe inoltre possibile richiedere un anticipo del trattamento retributivo da scalare una volta maturato il diritto alla pensione piena.

Per l’Inps è necessario garantire una adeguata tutela a chi svolge lavori usuranti e a chi perde l’occupazione dopo i 60 anni. Per questo è necessario ribadire e potenziare l’Ape sociale e il trattamento anticipato per i precoci.

Bisognerebbe inoltre garantire un trattamento pensionistico adeguato alle nuove generazioni, caratterizzate troppo spesso da carriere intermittenti e precarie

Trovando il modo per colmare i buchi contributivi e stabilendo la possibilità di valorizzare, in via gratuita, i periodi di formazione anche a fini previdenziali

La dieta mediterranea è ingiustamente sotto attacco

“A dieci anni dalla proclamazione come patrimonio culturale dell’umanità da parte dell’Unesco, la dieta mediterranea è ingiustamente sotto attacco dai bollini allarmistici e etichette a semaforo che nel mondo arrivano addirittura a scoraggiare il consumo di suoi elementi base come l’extravergine di oliva. E’ quanto denuncia Ettore Prandini il presidente della Coldiretti, in occasione del decimo “compleanno” dell’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco, festeggiata con iniziative nei mercati di Campagna Amica e negli agriturismi in tutta Italia.

Si stanno diffondendo – sottolinea la Coldiretti – sistemi di informazione visiva come l’etichetta a semaforo inglese, ma anche il nutriscore francese o i bollini neri cileni fondati su parametri nutrizionali relativi a grassi, zuccheri o sale che gettano ingiustamente discredito sui prodotti base della dieta mediterranea. Basandosi sulla presenza di determinate sostanze calcolate su 100 grammi di prodotto e non sulle effettive quantità utilizzate – accusa la Coldiretti -, questo tipo di etichetta finisce per sconsigliare l’olio extravergine d’oliva e promuovere bevande gassate dietetiche prodotte con sostanze artificiali e di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta. È inaccettabile spacciare per tutela del consumatore sistemi che cercano invece di influenzarlo nei suoi comportamenti orientandolo a preferire prodotti di minore qualità anche perché – precisa la Coldiretti – l’equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera e non nel singolo alimento.

Il nutriscore nato in Francia è stato adottato con decreto governativo anche da Belgio e Germania mentre il Lussemburgo – continua la Coldiretti – è in procinto di adeguarsi e l’Olanda potrebbe farlo dal 2022. In Portogallo, Austria e Slovenia il nutriscore è stato invece adottato da grandi multinazionali alimentari, mentre la Spagna, paese mediterraneo come l’Italia, è oggetto di un acceso dibattito. Lo stesso problema presenta In Gran Bretagna il sistema del “traffic light” – rileva Coldiretti – che misura con i tre colori tipici del semaforo (verde, giallo e rosso) il quantitativo di nutrienti principali contenuti negli alimenti: grassi (di cui saturi), zuccheri e sale. Un modello che potrebbe essere adottato anche in India, mentre in Sudamerica rischia di fare scuola il bollino nero cileno – prosegue Coldiretti – che sconsiglia di fatto l’acquisto di prodotti come il Parmigiano, il Gorgonzola, il prosciutto e, addirittura, gli gnocchi, e a cui potrebbero guardare il Brasile e il Perù. L’Australia si potrebbe dotare presto di un sistema a stelle (Health star rating) che come il nutriscore sui basa sulla presenza di determinate sostanze in 100 grammi di prodotto.

I bollini allarmistici – denuncia la Coldiretti – sono sistemi fuorvianti, discriminatori ed incompleti che favoriscono prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta e finiscono per escludere paradossalmente alimenti sani e naturali. Una valida alternativa è il sistema a batteria (Nutrinform Battery), proposto dall’Italia che non attribuisce presunti “patentini di salubrità” ad un alimento ed esclude i prodotti a marchio Igp e Dop proprio per le specifiche caratteristiche di eccellenza evitando così il rischio di confondere il consumatore con ulteriori segni distintivi in etichetta. Dopo il via libera giunto dall’Ue nel luglio scorso al sistema di etichettatura italiano – ricorda la Coldiretti – è in corso di emanazione il decreto interministeriale che introduce la possibilità di informare, volontariamente, il consumatore in merito al contenuto di energia, grassi, zucchero, sale con una “porzione” denominato Nutrinform.

Solo in questo modo sarà possibile garantire un’informazione trasparente ai consumatori e difendere il l’agricoltura Made in Italy che – conclude la Coldiretti – con il Belpaese che è il primo produttore Ue di riso, grano duro e vino e di molte verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. E anche per quanto riguarda la frutta l’Italia primeggia in molte produzioni importanti: dalle mele e pere fresche, dalle ciliegie alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne. La Penisola risulta poi il secondo produttore dell’Unione Europea di lattughe, cavolfiori e broccoli, spinaci, zucchine, aglio, ceci, lenticchie e altri legumi freschi. È altresì seconda per la produzione di pesche, nettarine, meloni, limoni, arance, clementine, fragole (coltivate in serra), olive da olio, mandorle e castagne. Infine, l’Italia detiene il terzo posto in Europa per quanto riguarda asparagi, ravanelli, peperoni e peperoncini, fagioli freschi, angurie, fichi, prugne e olive da tavola, secondo la Fondazione Edison.

A Firenze i libri arrivano a domicilio

Libri come caffè e cibo, non per il corpo ma per la mente, da oggi parte il nuovo servizio di libri a domicilio e ‘da asporto’, completamente gratuito, che sarà attivo fino al 3 dicembre, data di scadenza del Dpcm che ha decretato la chiusura degli spazi culturali.

“Anche se chiuse, sottolinea l’Ass.alla cultura T. Sacchi, le biblioteche civiche vogliono continuare a fornire un servizio essenziale di conoscenza, svago e studio. Se i cittadini non possono recarsi in biblioteca andiamo da loro non interrompendo un flusso prezioso di libri e arricchimento culturale”.

Il servizio di prestito a domicilio è usufruibile da tutti i residenti e domiciliati nel Comune di Firenze, possono essere richiesti fino a 10 tra libri, riviste e multimediali e la durata del prestito è di 30 giorni. Per richiedere il servizio è necessario essere iscritti alle Biblioteche comunali, chi non è iscritto può pre iscriversi grazie al servizio Utente in linea https://servizi.comune.fi.it/servizi/scheda-servizio/sdiaf-utente-in-linea

Per richiedere i libri a domicilio è necessario contattare la biblioteca per telefono, email o tramite il servizio Utente in linea per concordare un appuntamento. Trascorsi i 30 giorni i prestiti verranno ritirati a domicilio o potranno essere riconsegnati in biblioteca, se aperta, o su appuntamento nella biblioteca che svolge prestito da asporto più vicina. Il servizio di prestito a domicilio è disponibile anche per la sola restituzione di libri presi in prestito. La consegna del materiale avviene sempre nel rispetto delle misure di sicurezza e per verificare la disponibilità dei titoli preferiti è sufficiente collegarsi al catalogo online https://opac.comune.fi.it

Disponibile anche la biblioteca digitale DigiToscana MediaLibraryOnLine che consente di accedere gratuitamente a quotidiani, riviste, ebook, musica, banche dati, film, audiolibri e corsi a distanza. Per Info www.biblioteche.comune.fi.it e https://cultura.comune.fi.it/pagina/orari-e-contatti

Chi riceverà per primo il vaccino contro il Covid-19?

A ricevere subito le dosi dovrebbero essere un milione e 700mila cittadini, che saranno scelti in base ad una serie di categorie individuate in funzione della loro fragilità e potenziale esposizione al virus.

In testa alla lista ci saranno gli operatori sanitari, per partire con la protezione alla categoria professionale più esposta, gli anziani (a partire da quelli più fragili ricoverati nelle Rsa) e le persone la cui salute è più precaria come i malati cronici. Gli ultimi saranno i giovani.

Per quando arriveranno le prime dosi non si prevedono particolari problemi: i medici dei centri vaccinali saranno i primi ad essere chiamati all’appello. Poi si dovrà ampliare la squadra dei vaccinatori con grande probabilita’ ai medici di famiglia.

 

Parolin: facciamo dell’Europa la casa di ogni persona

Aricolo pubblicato dal sito internet https://www.vaticannews.va/ a firma di Gabriella Ceraso 

Il 50.mo anniversario della presenza della Santa Sede come Osservatore Permanente presso il Consiglio d’Europa. Questa l’occasione del lungo discorso del cardinale Pietro Parolin, che ripercorre la storia del sodalizio iniziata nel 1962, “storia di interesse e sforzo in tutela dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto in tutto il continente”. Il Papa, ricorda il segretario di Stato, lo ha tante volte ribadito durante visite alle istituzioni europee e discorsi: “Il sogno dei fondatori era quello di ricostruire l’Europa in uno spirito di servizio reciproco che anche oggi, in un mondo più incline a fare richieste che a servire, deve essere la pietra angolare della missione del Consiglio d’Europa in nome della pace, della libertà e della dignità umana”. Altrettante sono state le occasioni recenti che il cardinale Parolin cita per sottolineare quanto la cura della persona sia la base su cui “continuare a costruire l’Europa dei Padri Fondatori”: cura e dignità che la Santa Sede considera la sua principale priorità e un desiderio che Papa Francesco ha chiaramente espresso nell’ultima Lettera Enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale. “Su questa comune preoccupazione – ha affermato dunque il porporato – la Santa Sede e il Consiglio d’Europa hanno lavorato insieme con successo e proseguiranno a farlo nel rispetto dei diversi ruoli e le “varie Convenzioni e gli Accordi ratificati dalla Santa Sede, così come il suo sostegno agli strumenti giuridici – che non può firmare in virtù della sua particolare natura e delle sue specifiche finalità religiose, ma di cui non manca di promuovere i valori universali – sono la prova di questo continuo interesse alla collaborazione”.

Ma assieme alla riflessione sulla dignità umana e sulla centralità della persona, in tempo di pandemia – fa notare il cardinale Parolin – occorre soffermarsi anche sul rispetto della democrazia e dello Stato di diritto, come asserito anche nelle linee guida del Segretario generale, inviate a tutti i 47 Stati membri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2020. A questo proposito, il segretario di Stato specifica come alla Santa Sede – che ha lo statuto di “Osservatore permanente presso il Consiglio” – non basti “osservare” la realtà, quanto piuttosto interessi lavorare “a costruire strutture di solidarietà a beneficio di tutti”, attraverso l’influenza morale che esprime nelle sue valutazioni, come “esperta in umanità” e nella collaborazione attiva che svolge a vari livelli decisionali.

Da qui, il cardinale Parolin si sofferma uno dopo l’altra su quelle che definisce verità specifiche, che riguardano non una persona, ma la persona umana, non solo poche persone, ma tutte le persone. Verità che non sono a beneficio di alcuni ma di tutti, dell’amata Europa come del mondo. “È mio sincero auspicio – afferma – che l’Europa diventi la casa della persona umana e che il Consiglio d’Europa, nel rispetto del suo mandato, base della sua fondazione, continui a far risplendere con sempre maggiore luce la verità della persona umana”.

La prima verità universale dell’uomo è la sua magnificenza

La nobiltà dell’essere umano, “signore della creazione” e come tale libero da ogni schiavitù sia materiale che spirituale, è la prima verità su cui riflettere e sulla quale porsi delle domande. Oggi, osserva il segretario di Stato, sono tante le forme di schiavitù che affliggono l’uomo, problematiche centrali nel lavoro del Consiglio d’Europa. Esse, sostiene il porporato, richiedono, per non restare questioni senza risoluzione, domande e risposte ponderate, ma soprattutto richiedono di porre l’uomo, ancora una volta, al “centro di tutti i nostri interessi per fare del servizio all’uomo lo scopo più importante del nostro lavoro”.

La seconda verità universale: la Terra, casa dell’uomo

A questa prima verità universale segue una seconda. Il Creatore dell’uomo ha fatto anche della Terra la casa dell’uomo. L’ha fatta diventare casa di tutti. Perciò ognuno, insieme alle istituzioni, dovrebbe prendersene cura. Anche rispondendo all’appello lanciato dal Papa nell’enciclica Laudato si‘, il Consiglio d’Europa – nota il cardinale Parolin – sta lavorando in questa direzione e la pandemia di Covid-19, è la sua raccomandazione, “non deve compromettere questo impegno”.

Terza verità universale: il servizio alla persona umana

Illustrando poi il punto del servizio alla persona umana, e riferendosi alla questione dei migranti, il segretario di Stato parte da un presupposto antropologico fondamentale, cioè riconsiderare la persona umana nella sua interezza, “non solo corpo da nutrire, ma anche un’anima, un cuore, un’intelligenza, una mente, una vocazione alla comunione, alla fratellanza universale, all’amore che non conosce limiti”. Se – riflette – applichiamo questo principio alla questione della migrazione, riusciremo a sfidare le coscienze, sia a livello personale che comunitario. Persone migranti dunque non come strumenti da usare e sottopagare, ma persone da “accogliere” con diritti e doveri. “A volte, però, questo – spiega – implica anche creare le condizioni perché una persona che ha vissuto situazioni di grande disagio possa anche recuperare tutta la sua dignità. Ed è questo che è difficile; eppure è questo che è in gioco: restituire dignità a queste persone”. Da qui l’appoggio e il favore espresso dal cardinale Parolin alle tante azioni incisive e attente del segretario generale per una migrazione sicura, ordinata e regolare. Un apprezzamento va al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, la signora Dunja Mijatović, e analogo sostegno il cardinale Parolin lo esprime ai diversi programmi centrati sull’educazione e sull’istruzione che non è solo – chiarisce – “alfabetizzazione e accesso all’istruzione, ma anche, come proposto dal Consiglio d’Europa, la non discriminazione, la cultura della pace, la protezione delle lingue e delle culture minoritarie, la promozione di percorsi culturali”.

Quarta verità universale: la valorizzazione della persona umana

La quarta verità universale riguarda la rivalità, la competizione che salverà la persona umana, quella che si gioca – spiega il segretario di Stato – sulla stima reciproca, dando dimostrazione che Stati, organizzazioni internazionali, religioni, associazioni a scopo umanitario siano mossi da una verità superiore, o dalla carità e dall’amore più perfetto per l’umanità. “E se ognuno di noi, rappresentanti di diversi Paesi – sostiene il porporato – diventasse ambasciatore di pace presso il proprio governo, allora sarebbe possibile competere creando quanta più pace possibile, per noi stessi e per gli altri Paesi vicini. In questo modo – prosegue – tutta l’Europa, unita e solidale, potrebbe mostrare questo segno di giustizia al resto del mondo”. Questo è anche nel cuore del Papa, ma è un traguardo che resta purtroppo ancora lontano dall’essere raggiunto. Tuttavia, assicura il cardinale Parolin, la Santa Sede, consapevole della sua natura religiosa e della sua missione universale, vuole dare un contributo alla causa della pace, nella convinzione che “solo un impegno unitario e mondiale, che ponga al centro la protezione della persona umana, in particolare delle donne, dei bambini e di tutte le popolazioni civili indifese, nonché la tutela dei loro diritti fondamentali, può rendere possibile la ricerca della vera pace e il progresso dei popoli”. “La pace deve essere ricercata sempre e ovunque”: lo Statuto del Consiglio d’Europa, rammenta il segretario di Stato, afferma con chiarezza che “la pace è l’obiettivo ultimo della sua azione”.

Azione e solidarietà

Ruotano intorno a due parole – azione e solidarietà – la quinta e sesta verità sulle quali il cardinale Parolin riflette per concludere il suo intervento in seno al Consiglio d’Europa. E’ necessario, dice, dare concretezza alle parole con i fatti e riconoscersi, come il virus globale sta mettendo in risalto, bisognosi gli uni degli altri, in condivisione della stessa situazione umana: “Il flagello della pandemia di Covid-19 ha mostrato al mondo la sua fragilità costitutiva e la sua impreparazione ad affrontare un futuro che può rivelarsi tumultuoso e distruttivo anche nelle vite umane”, è il pensiero del segretario di Stato. “Tutti sulla stessa barca” e tutti insieme incamminati verso l’uscita dalla crisi. “Non facciamoci illusioni”, afferma il porporato, questa è una verità incontestabile che anche il Consiglio d’Europa ha riconosciuto. Dunque, afferma il cardinale Parolin, questa “verità” deve essere vissuta “con grande carità, misericordia, perdono, sostegno e aiuto reciproco. Solo l’amore, solo lo spirito di solidarietà che da sempre contraddistingue l’Europa salverà chi è nella stessa barca, nella stessa casa, sulla stessa terra”.

Europa, modello di vera umanità

L’intervento del segretario di Stato si conclude con un augurio a quanti sono impegnati a livello istituzionale perché continuino, dice, nella “costruzione di un’Europa giusta, unita, aperta e inclusiva”, lavoro per il quale la Santa Sede rinnova il suo pieno sostegno come avvenuto da cinquant’anni in qua. “Fate dell’Europa la casa di ogni persona umana, fate in modo che ogni persona si senta a casa sua in un clima di fratellanza”, è l’auspicio finale del cardinale Parolin. “Ogni persona attende di vedere un vero modello di umanità, per potersi impegnare in prima persona”.

Dal controllo interno al controllo sociale

Articolo già pubblicato sulla rivista “DPU- DIRITTO PENALE e UOMO – Rivista internazionale di studi giuridici e antropologici

Una delle esigenze postulate con crescente enfasi in tutti i più avanzati modelli di organizzazione sociale è la possibilità di utilizzare diverse chiavi di accesso e di lettura al fine di osservarne il funzionamento, nella prospettiva della loro ottimizzazione.

Quando si parla di trasparenza si intende l’esercizio di una facoltà di penetrazione e di controllo sui meccanismi e sulle finalità del contesto istituzionale considerato.

Tanto che da tempo si insiste sul concetto di “controllo della qualità”  allo scopo di rendere tangibile e manifesta la nozione di “bene comune”: se la qualità fosse misurata soltanto dai gestori di un servizio essa avrebbe una valenza prettamente autoreferenziale e giustificativa.

Questo criterio si dovrebbe applicare con maggiore frequenza al funzionamento della complessa macchina politica, agli assetti e ai servizi resi dalla Pubblica Amministrazione, all’intero quadro istituzionale nelle sue articolazioni centrali e periferiche, in quanto una più puntuale definizione del tipo di controllo da realizzare è propedeutica e preliminare al concetto stesso di democrazia partecipata.

In una dittatura o in un sistema di oligarchie ristrette il diritto di esercitare una funzione di controllo sul potere è negato in partenza: chi lo detiene saldamente, infatti, preclude pregiudizialmente ogni accesso e la realtà visibile agli occhi dei più appare solo un triste gioco di simulazione e dissimulazione del vero.

Specularmente, in una società trasparente nulla è oscurato alla verifica dei modi e dei fini, al punto che nelle più evolute democrazie sono saldamente radicate e stabilizzate tutte le forme di controllo, verifica, accesso ai dati e alle informazioni senza che ciò costituisca configgente motivo di violazione della privacy.

In tali contesti (pensiamo alle democrazie scandinave, agli Stati Uniti al Regno Unito) il controllo è di fatto istituzionalizzato, diventa sistemico e organico: ovviamente si esercita laddove è realmente necessario, senza concessioni alla delazione, alla spettacolarizzazione o ad usi distorti e strumentali.

Pensiamo alla politica e alla Pubblica Amministrazione poichè sono questi gli ambiti di potenziale, maggiore utilità dell’azione di controllo e ciò in base a due ben precisi requisiti: il rispetto del principio di “interesse comune” e la pratica del “senso civico”, intesa come espressione di una diffusa e consolidata maturità popolare che rende implicito un forte e motivato senso di appartenenza.

Un modello istituzionale e sociale “ottimizzato” riconosce e prevede sostanzialmente tre forme di controllo: quello interno, quello esterno e quello sociale.

Il primo viene esercitato nell’ambito dell’apparato organizzativo ed ha una valenza essenzialmente tecnica ed auto regolativa: in pratica serve a registrare i meccanismi degli assetti interni e a verificarne i livelli di efficienza ed efficacia, nell’ottica della qualità del servizio reso.

Un’istituzione, un partito, un ente, un’associazione, un sindacato che non prevedano questo primo livello di verifica interna sarebbero strutturalmente monchi e – spesso – arbitrariamente gestiti: la condizione ovvia e preliminare a che il controllo tecnico venga esercitato è la sua “terzietà” rispetto agli assetti gestionali. Non sempre questa condizione si realizza: in una struttura di potere potenzialmente incline al condizionamento se non alla vera propria corruzione, il controllo interno non riesce a svincolarsi da rapporti di subordinazione e di soggezione rispetto alle gerarchie degli apparati. La verifica potrebbe allora risultare falsata da una pregiudiziale sudditanza, acquiescente, accomodante, ininfluente, oppure potrebbe essere corretta, autorevole ma inascoltata. 

Ecco allora che subentra la necessità di avvalersi di organismi esterni, autonomi e indipendenti capaci di esprimere una valutazione rigorosa, fondata su presupposti di oggettività, neutralità, competenza specifica. Si pensi alla non sempre gradita verifica delle agenzie di rating che – di fatto – esercitano un potere addirittura superiore al mandato ricevuto, poiché esprimono logiche valutative asettiche, matematiche, numeriche e classificatorie che non considerano variabili di tipo digressivo, interlocutorio, temporale e soggettivo, violando spesso o condizionando pesantemente la stessa autonomia politica degli Stati sovrani.

Si consideri tuttavia quanto sia importante in via generale per una società, un’istituzione, un ente il potersi avvalere di organismi che esercitano un controllo esterno in virtù di riconosciuti e conclamati requisiti strutturali di garanzia e di tutela quali sono la competenza, la scientificità e la responsabilità.

Ciò premesso, il processo di controllo si fa completo ed assume una valenza funzionale al perseguimento del bene e dell’interesse comune allorquando si estende a livello sociale, riguarda la collettività e viene esercitato al massimo livello di pubblicità possibile.

Il controllo pubblico esprime e rappresenta l’esigenza di restituire ai cittadini il diritto-dovere di essere informati, di valutare, di esprimere opinioni, di intervenire nelle decisioni, di formulare critiche, di esercitare la possibilità di dissentire o viceversa di condividere, di essere ascoltati.

In ciò si realizza il livello più elevato di democrazia diretta e partecipata.

Occorre che il popolo possegga un radicato senso civico per realizzare correttamente questa funzione di controllo sociale, a cominciare dal basso.

Non è infatti raro il pericolo del pre-giudizio, della valutazione sommaria e affrettata anche sulla spinta di un’informazione non sempre corretta e misurata.

Al più alto e nobile livello del controllo sociale occorre infatti che il mondo dell’informazione garantisca la massima trasparenza, obiettività e tutela dei dati sensibili per evitare sommari processi di piazza di cui è piena la cronaca e – purtroppo – anche la storia.

Decentramento e dintorni.

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Nel difficile periodo che stiamo vivendo occorre che le istituzioni siano in grado di affrontare le sfide con le quali, la pandemia ci fa misurare. I cittadini hanno ancora di più bisogno della vicinanza di istituzioni in grado di dare risposte immediate e di avere progetto a lungo termine.

Per questo è arrivato il momento di superare la fase ibrida degli attuali municipi per arrivare a quella dell’autonomia degli stessi ai quali, l’amministrazione centrale deve assegnare e non concedere, bilanci autonomi con i quali i municipi si responsabilizzano e si trasformano in portatori di istanze reali dei se territori. Allo stato attuale, i, municipi sono relegati in un ibrido che crea frustrazione da parte di chi li amministra e crea rabbia da parte dei cittadini che non vedono risposte anche quelle più minime.

Ad esempio la gestione e dell’Ama deve prevedere una maggiore partecipazione del municipio che può segnalare situazioni di degrado avvilenti in minor tempo rispetto all’attuale situazione. I consiglieri municipali, la giunta e i presidenti rischiano solo di essere la base piramidale sulla quale si crea il primo stadio di consenso per consensi di filiere che gestiscono poteri più alti, inoltre rischiano una deresponsabilizzazione ed una apatia che impedisce anche un ricambio naturale della classe dirigente.

Servono invece poteri nuovi e responsabilità diverse che portino tutti a misurarsi con le proprie idee ed le proprie capacità coinvolgendo anche persone che si sono allontanate dall’impegno politico perché allo stato delle cose anche il livello della classe politica si è livellato verso il basso.

Ricordiamoci che i municipi sono il primo segmento che unisce le istituzioni ai territori ed un loro arricchimento dei poteri e delle capacità porterà ricchezza e benefici anche ai livelli più alti. Se cosi dovessero invece restare le cose tanto vale sarebbe meglio scioglierli con risparmio di risorse e di personale amministrativo e tornare alle vecchie delegazioni con poteri consultivi.

Un improprio Red Carpet di foglie gialle su via Aquilonia

Parliamo di un problema di decoro urbano in via Aquilonia. Una strada importante del V° Municipio di Roma a Nuova Gordiani, transitata da molte centinaia di studenti che frequentano gli Istituti Tecnici Di Vittorio e Lattanzio, il Liceo Levi Civita e quelli della Scuola Media ex-Betti, oltre alle centinaia di persone che quotidianamente si recano presso gli Uffici Municipali (dipendenti e cittadini che richiedono servizi comunali).

Nel loro ruolo di pedoni molti  incontrano un bel tratto di marciapiede di via Aquilonia, dalla parte dei numeri pari, un improprio Red Carpet (tappeto rosso) un manto di foglie gialle che copre l’asfalto, e si tramuta in un potenziale pericolo per coloro che ci transitano nelle diverse ore del giorno.

Certo di fronte ai tanti, gravi e annosi, problemi che rendono il degrado cittadino causa di malessere e di disagi, come buche, rifiuti e mancate potature, questo delle foglie sui marciapiedi può apparire come una questione insignificante; ma quando degrado si aggiunge a degrado, sembra che anche la manutenzione ordinaria dei marciapiedi e delle strade, cioè la spazzatura stradale diventa una modalità e un obiettivo difficile da garantire, con conseguenze sgradevoli più generali per il decoro urbano.

Che cosa si devono aspettare i cittadini per avere una risposta, ai piccoli e grandi problemi, che assillano nelle periferie romane tante persone, in modo particolare quelle  più fragili? Non è facile rispondere, eppure nel caso specifico, il tappeto variopinto di foglie gialle di via Aquilonia è visibile ormai da molti giorni anche dagli Uffici del V° Municipio, compresi quelli della Presidenza.

Prima viene la sofferenza.Il pensiero di Dostoevskij sulla felicità

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Lucio Coco

Tra le note di carattere autobiografico pubblicate in coda al tomo 27 delle opere complete di Fedor Dostoesvskij ce n’è una del 1872 nella quale il grande scrittore russo sorprende il lettore perché afferma che «la felicità non è vantaggiosa per lui», aggiungendo «di non sopportare la felicità» (pagina 89; cito da Polnoe sobranie sočinenij, 30 tomi, 1972-1990; la traduzione dal russo è mia). A quale idea di felicità si riferisce e da quale sua immagine, in un certo qual modo degradata e corrotta, egli sta prendendo le distanze? Da questo appunto di diario non è possibile saperlo, ma diversi riferimenti nella sua opera sono capaci di chiarire meglio tale affermazione che a prima vista risulta incomprensibile e anche un po’ sconcertante.

Nel terzo taccuino dei materiali preparatori a Delitto e castigo c’è un passaggio illuminante per definire la questione. Qui infatti Dostoevskij annota che «non vi è felicità nel comfort» e che «la felicità la si compra con la sofferenza» (ibidem, 7, 154). «Non vi è felicità nel comfort»: la prima parte dell’affermazione, spiega bene quale modello di felicità egli avversa. La felicità propagandata dal mercato e dalle merci, quella che fa corrispondere il benessere e lo star bene al possesso di un prodotto o di un bene materiale, «il comfort» per dirla con lo scrittore russo. La Pietroburgo in cui egli vive della seconda metà del xix secolo è quella del Passage, del grande centro commerciale tra la Prospettiva Nevskij e la Italianskaja ulica, un modello non solo architettonico ma anche culturale, dove le merci e il commercio sembravano (e sembrano ancora oggi) poter venire incontro a tutti i bisogni dell’uomo, non solo quelli materiali ma anche dello spirito.

Contro questa cultura “commerciale” della felicità si leva la protesta di Dostoevskij il quale subito si affretta ad aggiungere che la moneta con cui si paga la felicità non è quella delle valute e delle banconote, che la felicità non la si ottiene come se fosse un bene come tutti gli altri e che anzi la felicità «la si compra con la sofferenza».

Sempre con riferimento a questa nota, ma stavolta ai margini della stessa pagina, come se fosse una spiegazione che egli ritiene necessaria, egli scrive con la sua grafia minuta e nervosa: «Tale è la legge del nostro pianeta, ma questa coscienza spontanea, percettibile attraverso il processo della vita, è una gioia così grande che può essere pagata con anni di sofferenza».

Tramite questa glossa è possibile apprendere che per Dostoevskij il fatto che la felicità passi attraverso il soffrire è una legge universale e il suo raggiungimento, a prezzo del dolore, rappresenta una gioia tale che, quando se ne prende coscienza, si è disposti a mettere sull’altro piatto della bilancia anche «anni di sofferenza». Poco più avanti nella stessa pagina di appunti lo scrittore puntualizza ancora meglio questo sui pensiero, infatti annota: «L’uomo non nasce per la felicità. L’uomo si guadagna la sua felicità e sempre con la sofferenza» (ibidem 7, 155). Ciò che in questo modo vuole mettere in evidenza Dostoevskij è la relazione tra felicità e dolore. Questo nesso è messo molto bene tratteggiato in una lettera alla nipote Sof’ja Aleksandrovna Ivanova (cui è dedicato il romanzo L’idiota) dell’agosto del 1870, nella quale Dostoevskij dà alla donna questa istruzione: «Senza la sofferenza non capirai neanche la felicità. L’ideale passa attraverso la sofferenza come l’oro attraverso il fuoco. Il regno dei cieli si ottiene con lo sforzo». In tal senso non si tratta tanto di «un tentativo di sacralizzare il dolore» (Vassena), quanto piuttosto dell’intenzione di rendere un’immagine della felicità a cui sono sempre sottesi l’impegno, il lavoro, la fatica, il cui riferimento spirituale è assai prossimo all’esempio evangelico della «porta stretta» (Matteo 7, 13), quando dice chiaramente che «il regno dei cieli si ottiene con lo sforzo».

Per Dostoevskij dunque la felicità non arriva mai gratuitamente, oppure casualmente — non è mai una fortuna — ma essa è sempre da costruire, da fare: c’è da soffrire per essa. Nel Diario di uno scrittore, proprio per sottolineare questo elemento dinamico, fattivo che la innerva, scrive con chiarezza che «la felicità non consiste in se stessa ma nel suo ottenimento», cioè nell’impegno, nella ricerca dell’uomo per superare le avversità, per migliorarsi e migliorare il mondo in cui gli è toccato vivere.

E sarà ancora lo starec Zosima a sottolineare il fatto che nella prova l’uomo fa esperienza del positivo di se stesso, quando, rivolgendosi ad Aleša, il minore dei tre fratelli Karamazov, lo invita a «cercare nel dolore cerca la felicità». Perciò, animato da queste certezze Fedor Dostoevskij, può rivolgere al fratello Michail, in una lettera indirizzatagli poco prima di partire per la Siberia nel dicembre del 1849, queste intense parole: «Essere uomo tra gli uomini e restarlo sempre, in nessuna sventura avvilirsi o perdersi d’animo — ecco in che consiste la vita, ecco il suo compito».

Questa l’idea di felicità che il grande scrittore russo propone come esempio, come «l’ideale», che per Dostoevskij rappresenta il modello a cui tendere e che egli assimila a Cristo, perché, come scrive nel Diario di uno scrittore, «non c’è felicità più grande della fede».

Le elezioni in Libia si terranno il 24 dicembre 2021

Le elezioni in Libia si terranno il 24 dicembre 2021, una data storica perché coincide con il settantesimo anniversario dell’indipendenza del Paese.

Lo ha detto l’inviato delle Nazioni Unite per la Libia, Stephanie Williams, in una conferenza stampa virtuale trasmessa sui canali web dell’Onu.

Si tratta di un risultato importante al quale sono pervenuti i 75 invitati di varie circoscrizioni e parti politiche della Libia al Forum del Dialogo politico libico riuniti a Tunisi da lunedì scorso per cercare di ridisegnare gli assetti futuri del Paese, martoriato da anni di contrapposizioni tra il governo di accordo nazionale di Tripoli, riconosciuto dall’Onu, e il potere incarnato dal generale Khalifa Haftar in Cirenaica.

 

CIPE: le misure di sostegno al sistema delle farmacie

E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 277 la delibera CIPE n. 58 che ha ripartito la somma di 4 milioni di euro provenienti dal Fondo sanitario nazionale 2020 e destinata, sulla base dei dati raccolti al 2019, alle farmacie con fatturato inferiore a 150 mila euro.

Si tratta di una misura finalizzata ad aiutare le circa 6000 farmacie ubicate per lo più in zone ad alto indice di ruralità, comprese quelle operanti nelle aree interne del Paese, fortemente disagiate perché collocate in piccole e piccolissime realtà ma che svolgono un ruolo fondamentale di presidio del territorio e di assistenza alla popolazione.

Gli adolescenti bevono e fumano di meno.

Dal nuovo Report 2019 dell’European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs (Espad) emerge che: Il fumo e il consumo di alcolici tra gli studenti europei di 15-16 anni continua a essere elevati, ma mostrano segni di declino. Una media di oltre tre quarti (79%) degli adolescenti ha fatto uso di alcol nel corso della vita e quasi la metà (47%) nel corso dell’ultimo mese, percentuali in diminuzione rispetto a quelli del 2003, quando i valori avevano raggiunto un picco rispettivamente del 91% e del 63%.
Nonostante la corsa degli adolescenti verso alcol e fumo rallenti emergono però preoccupazioni per l’uso potenzialmente rischioso della cannabis e per le sfide poste dai nuovi comportamenti a rischio di sviluppare dipendenza.

La cannabis è ancora la sostanza illecita più usata dagli studenti dei Paesi Espad. In media, il 16% dei rispondenti ha riferito di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita (11% nel 1995), mentre il 7,1% ha riferito di averne fatto uso nell’ultimo mese (4,1% nel 1995).

Mentre il gioco d’azzardo è diventato un’attività diffusa tra gli studenti in Europa, con il 22% degli intervistati che ha dichiarato di aver giocato d’azzardo almeno una volta negli ultimi 12 mesi (prevalentemente a lotterie e gratta e vinci). Espad stima inoltre che il 7,9% degli studenti abbia giocato d’azzardo online nel periodo di riferimento.

Lo studio, coordinato dal gruppo di ricerca italiano dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc) e pubblicato in collaborazione con l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Emcdda), si fonda sui dati raccolti nel 2019 in 35 Paesi europei, tra cui 25 Stati membri dell’Ue.

Trasformismo, esito inevitabile della politica italiana?

Se le cronache politiche rispondono al vero, non potremmo che arrivare ad una sola conclusione:  E cioè, nell’attuale contesto politico italiano può veramente capitare di tutto. Le elezioni del 2018  saranno, infatti, ricordate nella storia politica italiana perchè dopo la vittoria – va riconosciuta,  schiacciante – delle forze populiste e demagogiche è veramente capitato di tutto. Se dovessimo  elencare le cose realmente capitate in questi ultimi due anni si resterebbe semplicemente basiti.  Lo dico perchè abbiamo letto sugli organi di informazione che adesso, e del tutto legittimamente,  è stato presentato in Parlamento un emendamento pro Berlusconi in merito a materie riconducibili  alla sue aziende. Nulla di male e nulla di nuovo, verrebbe da dire. Ma, al di là di questo fatto  specifico che non voglio nè discutere nè approfondire, quello che emerge in modo persin plateale  è la sempre più marcata contraddizione tra ciò che si è detto per anni, se non per lustri, e ciò che  poi concretamente si fa. Dalle alleanze rifiutate senza se e senza ma, alla formazione di coalizioni  con la destra e poi con la sinistra; da giudizi sprezzanti e senza appello contro singoli esponenti  politici e poi misteriose e miracolistiche esaltazioni degli stessi; da programmi che non  prevedevano sconti a nessuno a scelte che vanno in tutt’altra direzione e via discorrendo.  L’elenco sarebbe lunghissimo e noto a molti, del resto.  

Ora, il dato politico che emerge è molto netto nonchè molto semplice. Nella politica  contemporanea, al di là dei pronunciamenti ufficiali e delle promesse pubbliche – che, com’è  ormai evidente a molti, sono per lo più farlocche – è veramente tutto possibile. Le strategie  congressuali, anche se i congressi non ci sono più perchè, come noto, non ci sono più i partiti  organizzati e strutturalmente democratici al proprio interno, si piegano alle contingenze del  momento e tutto può cambiare nell’arco di pochi giorni se non addirittura di poche ore. I  programmi di governo sono semplici annunci perchè possono essere messi in discussione con  alleanze impensabili sino a poco tempo prima. E le vecchie parole d’ordine contro tizio o contro  caio, rischiano di tradursi, per il principio dell’eterogenesi dei fini, in un poderoso boomerang  perchè prima o poi proprio con tizio o con caio ci si allea. Insomma, non lamentiamoci se poi i  sondaggisti ci dicono che la politica è sempre meno credibile e i politici e i partiti sono in caduta  libera. E questo perchè, come ci ricordava lo storico Pietro Scoppola, la politica e i partiti sono  credibili solo se, diceva il grande intellettuale cattolico democratico, si riesce a legare “la cultura  del progetto con la cultura del comportamento”. Ecco, senza quella capacità non può che  stravincere il trasformismo, la casualità, l’improvvisazione e la decadenza etica. 

Il Caso Autostrade

Ogni vicenda di grande imbarazzo ed illegalità, da che mondo è mondo, ha bisogno di un caprio espiatorio che procuri a basso costo la necessaria catarsi, che però risparmi danni e preoccupazioni per tutti coloro che hanno prosperato del delitto avvenuto, o che semplicemente non hanno né agito e ne riferito dei misfatti pur conoscendo i fatti.

Stavolta è accaduto ad “autostrade”! Dopo vari crolli, inefficienze macroscopiche, dopo costi di pedaggio ingiustificati e quant’altro, ecco l’arresto del vecchio amministratore delegato che ha esercitato la sua responsabilità presso Atlantia fino a gennaio 2019; cioè fino a 10 mesi fa. Dunque Giovanni Castellucci, viene accusato da una inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Genova, a ridosso del crollo del ponte Morandi, ma per irregolarità nella istallazione di barriere antirumore lungo l’autostrada risultate difettose, i cui costi sono stati caricati due volte sulle tasche degli automobilisti che si sono dovuti sobbarcare la spesa in più dovuta alla ricostruzione di 60 km delle barriere antitumore.

Insomma, verrebbe da dire: quando non si fa la manutenzione prevista dagli accordi contrattuali guadagna in più “Autostrade”, ma quando la Società Autostrade sbaglia essa stessa, ed è costretta a rifare un lavoro, scarica tutto sul pedaggio a carico degli utenti. Lo stesso nuovo Amministratore Delegato di Autostrade, Roberto Tommasi, ha dovuto affermare che fino all’anno scorso si spendeva per le manutenzioni poco più di 250 milioni annui, e che invece con la sua gestione si è passati a 400 milioni, ed addirittura nel 2021 si andrà oltre a 600 milioni. Poi aggiunge: “questi nuovi standard sono concordati con il Ministero delle infrastrutture”.

Da tali affermazioni, vengono spontanee i seguenti interrogativi: perché questi stardards possono modificarsi così grandemente solo ora? Perché’ sul servizio autostradale possiamo apprendere dalla pubblicità dei giornali e dagli spot televisivi solo banalità assolute? Perché mai nessuno riferisce sui meccanismi che portano al costo dei pedaggi italiani ? Perché sulle condizioni contrattuali stipulate periodicamente dai governi, nessuno riferisce? Proprio su questo ultimo quesito, che racchiude ogni ragione di quello che accade, si dimostra che i documenti, che peraltro dovrebbero essere pubblici in quanto riguardano un bene dello Stato, sono difficili da reperire come dovrebbe accadere per qualsiasi contratto tra utente e fornitore di un servizio? Ultimamente avendo voluto scrivere un libro sull’argomento, mi sono scontrato nella sostanziale impossibilità di reperire documenti riguardanti le diverse pattuizioni e regolamenti stipulate fa governi e società autostrade e non riferisco come ho dovuto fare per assicurarmi la visione di qualche frammento.

Ecco perché penso che se il pur esemplare esempio di giudizio dato dalla Procura di Genova, se non dovesse essere seguito da un cambiamento radicale della realtà di cui discutiamo, sicuramente si ricominciera’ nel medesimo modo di prima. È molto dipenderà dalla pubblicità da diffondere dei diritti e doveri degli utenti e della Impresa, a partire dal Guinness dei Guinness: il costo del pedaggio autostradale in Italia.

A titolo meramente esemplificativo

Se qualcuno pensasse che questo 2020 abbia esaurito le sorprese riservate ai medici, ecco pronto un bel “pacco” natalizio, metafora calzante di nome e di fatto. Alcune compagnie assicurative stanno infatti avvisando coloro che hanno stipulato la polizza per RC professionale per colpa grave che, al rinnovo della stessa, non saranno più coperti per le “malattie infettive, le pandemie e le epidemie”.

E sono tanto cortesi, qualora il povero medico ignorante non ne fosse a conoscenza, da allegare un foglio esplicativo di ciò che la dicitura “malattie infettive” comprende, citando testualmente, guarda caso, la patologia Coronavirus 2019 “a titolo meramente esemplificativo”.

Nel corso di quest’ultimo anno segnato dalla pandemia da COVID-19, ai medici è stato chiesto di compiere sacrifici non quantificabili, costretti molto spesso a lavorare ben oltre l’orario di servizio, in condizioni talvolta al di là di qualsiasi possibilità umana, spesso in assenza di adeguati dispositivi di sicurezza e mettendo così a repentaglio la propria salute e, di conseguenza, quella dei propri familiari. E’ stato chiesto di prestare opera con turni massacranti nei reparti dedicati a pazienti affetti da Coronavirus, indipendentemente dalle proprie competenze, poiché vista la situazione di emergenza sanitaria, tutto è stato considerato giustificabile: la presenza in ospedale anche oltre le 24 ore consecutive, l’assenza delle 11 ore di riposo obbligatorie per legge tra un turno e l’altro, la flessibilità nel sapersi plasmare ora sotto forma di internista, ora sotto forma di infettivologo, ora sotto forma di tutto-fare, per garantire in solitudine la copertura di centinaia di posti letto. E’ stato chiesto di assumersi responsabilità che ben esulavano dalla propria formazione specialistica o dal proprio contratto di lavoro. E’ stato chiesto anche di limitare i propri spazi personali, di rinunciare al proprio tempo libero e ai propri affetti; di non abbracciare i propri figli, coniugi o genitori, di essere disposti a schierarsi in prima persona, eventualmente di ammalarsi e, purtroppo, in alcuni casi, perfino di morire.

Forse un Paese civile sarebbe capace di riservare ai propri operatori sanitari un trattamento di gratitudine per tutti gli sforzi fatti, in fondo senza protestare, in nome di quell’amore per la professione vissuta come missione, senza mai tirarsi indietro nonostante la realtà fosse la più spaventosa ipotizzabile. Forse un Paese dignitoso sarebbe quello capace di offrire, “a titolo meramente esemplificativo” e quanto meno simbolico, non di certo remunerativo, un anno di copertura assicurativa gratuita ai dipendenti del proprio Sistema Sanitario.

Nella nostra realtà fatta di incongruenze e contraddizioni accade al contrario che dopo il danno arrivi anche la beffa, e succede così che quando si tratta di doversi rimboccare le maniche, tutti possono far tutto; quando invece si tratta di essere tutelati, ecco che la settorialità assume un ruolo chiave. Verosimilmente a seguito di denunce sporte per casi di COVID a decorso infausto, diverse compagnie assicurative hanno infatti deciso di ritirare dalle polizze dei loro assicurati la copertura per “malattie infettive”.

Dicitura ampia, assai ampia, talmente tanto da estendersi ad interessare qualsiasi disciplina medica: dal chirurgo all’internista, dal dermatologo all’urologo, qualsiasi medico si trova a dover trattare, pressoché giornalmente, un qualsiasi caso di infezione di svariato genere. Dunque il medico si trova ad esser posto, più che ad una scelta, di fronte ad un ricatto, perché estendere la propria copertura assicurativa alle malattie infettive, con conseguente rialzo del premio annuale, diventa vincolante per poter continuare ad esercitare la propria professione, qualunque sia la specializzazione in cui opera.

Ed ecco che, alla categoria cui son stati chiesti sudore, lacrime e sangue per mesi e mesi, adesso viene prospettato anche questo distinguo . Si badi bene, non è questione di pagare qualche soldo in più per l’estensione della polizza, è una questione di principio. Quel principio che per troppo tempo è stato calpestato, senza trovare mai alcuna forma di protesta, alcun tentativo di opposizione. La classe medica non è affetta da “sindrome da risarcimento” , piuttosto la subisce e continua ad essere bistrattata, forse con una consapevolezza ormai acquisita, che il senso del dovere che le appartiene per statuto, dal giuramento di Ippocrate in qua, è tale da proibire qualsiasi rivalsa, sciopero o ribellione.

E se al contrario questa consapevolezza si dovesse ad un tratto sgretolare? Quanto sarebbero gravi le ripercussioni se questa bomba innescata ormai da tanto, troppo tempo, dovesse improvvisamente esplodere? Certo sarebbe un problema di spessore decisamente rilevante se il Sistema si trovasse a dover fronteggiare una pandemia in assenza di personale medico. Nessuno insegni come deve funzionare un ospedale senza averci messo piede, da operatore o da paziente che vi entra in condizioni disperate.
Un ospedale non è un casting da fiction ma un luogo di erogazione di un pubblico servizio in condizioni di estrema difficoltà, specie in questa fase drammatica di pandemia dilagante.

Probabilmente è giunto il momento di fermarsi a riflettere e provare a tamponare una situazione ormai prossima al limite, in cui la classe medica ha raggiunto un livello di saturazione, frustrazione e scoramento tali da mettere in dubbio la sua stessa, umana capacità di resistenza.

Certamente non è necessario individuare un colpevole, sarebbe invece più proficuo identificare diverse corresponsabilità: lo Stato che non tutela i suoi dipendenti, le compagnie assicurative che lucrano su una situazione di oggettiva difficoltà, il cittadino mosso dallo spirito di vendetta e di rivalsa verso il medico a suo parere pregiudizialmente incriminabile.

Goccia su goccia, il vaso si è riempito e sta per traboccare. Erroneamente, durante la prima ondata pandemica, più volte gli operatori sanitari sono stati paragonati ad eroi. Non è così, non è così affatto. Bisognerebbe al contrario ricordare che si tratta prima di tutto di essere umani, come tali dotati di sentimenti e limiti. E c’è proprio un limite, quello della oggettiva resistenza psico-fisica, che rischia di essere valicato, nonostante ogni sforzo contrario.

E’ ora del MES

Pensavamo di avere la sanità italiana tra le più evolute e, invece, ci troviamo a fare i conti con delle carenze piuttosto marcate. Preciso che il territorio nazionale presenta delle notevoli differenze: le strutture del nord non possono essere in alcun modo, paragonate da quelle della parte meridionale; destino leggermente migliore sembrano possedere i servizi nel centro Italia.

Fatto salvo in alcune eccellenze, che dimostrano anche le nostre indubbie capacità operative, ci stiamo accorgendo che il sistema potrebbe franare sotto gli urti di questa insistente e cupa pandemia da Covid-19.

Bisogna prenderne atto e non fare come gli struzzi.

Prepararsi a qualsiasi evento, trattandosi di aspetti sanitari è un obbligo prima che politico, è un obbligo etico. Mettere a riparo il servizio sanitario nazionale richiederà uno sforzo ingente. Ma non possiamo tradire questa nobile finalità.

È un problema di natura finanziaria ed è un problema di natura temporale. Su quest’ultimo, non c’è alcun dubbio che riordinare al meglio la nostra capacità operativa, richiederà pazienza e tempi sicuramente non brevi.

Sul fronte finanziario, siamo alle prese con una decisione del tutto politica. Perché le fonti ci sarebbero. 36 miliardi di euro sono disponibili nelle casse europee. Ora, si tratta di decidere se impiegarli o no. Ci siamo già, qualche mese fa, pronunciati in merito. Oggi, sottolineano con più forza, l’idea di allora.

Fato salvo che l’utilizzo del denaro non comporterà aggravi sul piano dell’ulteriore indebitamento sulla quota interessata; in sostanza 36 miliardi applicheremo, 36 miliardi restituiremo, quindi vantaggiosa sotto il profilo economico e, considerata la realtà attuale, calata in un contesto di modifica dell’utilizzo delle norme del MES, non si può non utilizzarli per finalmente, riportare la sanità nazionale ad un livello consono alle attese del nostro Paese.

Ribadisco, pertanto, la necessità di compiere questo passo e di non attardarci in disquisizioni ormai largamente superate. Al Governo il compito di superare un tentennamento, ai miei occhi, del tutto ingiustificato.

Nasce, in Europa, l’Osservatorio sull’insegnamento della storia.

Nasce, in Europa, l’Osservatorio sull’insegnamento della storia. Lo scopo principale dell’Osservatorio “sarà quello di raccogliere e rendere disponibili, attraverso una serie di rapporti periodici e tematici, informazioni concrete sui modi in cui la storia viene insegnata in tutti i Paesi partecipanti”.

L’obiettivo “sarà facilitare lo scambio di buone pratiche e l’apprendimento reciproco. Servirà anche come piattaforma per lo sviluppo professionale e il networking per le associazioni professionali e gli istituti europei attivi nel campo dell’insegnamento della storia”, spiega un comunicato del Consiglio d’Europa.

Portando in primo piano pratiche che incoraggiano l’insegnamento della storia in linea con i valori del Consiglio d’Europa, l’Osservatorio contribuirà a rafforzare la resilienza contro la manipolazione e la distorsione della storia e aiuterà a promuovere la pace e il dialogo.

Scuola, le iscrizioni dal 4 al 25 gennaio 2021

È stata inviata a tutti gli istituti scolastici la nota con le indicazioni per le iscrizioni delle studentesse e degli studenti all’anno scolastico 2021/2022.

Le iscrizioni saranno online per tutte le classi prime della scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado statale. L’adesione alla procedura d’iscrizione online è facoltativa per le scuole paritarie. L’iscrizione si effettua, invece, in modalità cartacea per la scuola dell’infanzia.

Per affiancare i genitori nella scelta è disposizione un’App del portale ‘Scuola in Chiaro’ che consente di accedere con maggiore facilità alle principali informazioni relative a ciascun istituto.

Ci sarà tempo dalle 8:00 del 4 gennaio 2021 alle 20:00 del 25 gennaio 2021 per inoltrare la domanda. Ma ci si potrà registrare sul portale dedicato (www.istruzione.it/iscrizionionline/) già a partire dalle ore 9:00 del 19 dicembre 2020. Chi è possesso di un’identità digitale (SPID) potrà accedere al servizio utilizzando le credenziali del proprio gestore e senza effettuare ulteriori registrazioni.

Saranno online anche le iscrizioni ai percorsi di istruzione e formazione professionale erogati in regime di sussidiarietà dagli istituti professionali e dai centri di formazione professionale accreditati dalle Regioni che, su base volontaria, aderiscono al procedimento di iscrizione in via telematica.

Scuola dell’infanzia
Potranno essere iscritti i bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni compiuti entro il 31 dicembre 2021. Potranno essere iscritti anche i bambini che compiono il terzo anno di età entro il 30 aprile 2022.

Sarà possibile scegliere tra tempo normale (40 ore settimanali), ridotto (25 ore) o esteso fino a 50 ore.

Scuola primaria
Sarà possibile iscrivere alle classi prime della scuola primaria i bambini che compiono 6 anni di età entro il 31 dicembre 2021. Potranno essere iscritti anche i bambini che compiono 6 anni dopo il 31 dicembre 2021, ma entro il 30 aprile 2022. In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare, all’atto di iscrizione, fino a un massimo di altri due istituti.

All’atto dell’iscrizione, le famiglie esprimeranno le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può corrispondere a 24 ore, 27 ore (elevabili fino a 30), o 40 ore (tempo pieno).

Secondaria di primo grado
Nella scuola secondaria di primo grado, al momento dell’iscrizione, le famiglie esprimeranno la propria opzione rispetto all’orario settimanale, che può essere articolato su 30 ore oppure su 36 ore, elevabili fino a 40 ore (tempo prolungato). In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare, all’atto di iscrizione, fino a un massimo di altri due istituti.

Secondaria di secondo grado
Nella scuola secondaria di secondo grado, le famiglie effettueranno anche la scelta dell’indirizzo di studio, indicando l’eventuale opzione rispetto ai diversi indirizzi attivati dalla scuola. In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare, all’atto di iscrizione, fino a un massimo di altri due istituti.

La nota ricorda alle famiglie che i contributi scolastici sono assolutamente volontari e distinti dalle tasse scolastiche che, al contrario, sono obbligatorie, ad eccezione dei casi di esonero. Le famiglie dovranno essere preventivamente informate sulla destinazione dei contributi, in modo da poter conoscere le attività che saranno finanziate con gli stessi, in coerenza con il Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF).

Per la gestione delle eventuali iscrizioni in eccedenza, ciascuna scuola individuerà specifici criteri di precedenza, mediante delibera del Consiglio di istituto da rendere pubblica prima dell’acquisizione delle iscrizioni stesse. I criteri dovranno essere definiti in base a principi di ragionevolezza come, ad esempio, la viciniorietà della residenza dell’alunno o particolari impegni lavorativi delle famiglie. La nota ricorda che è da evitare il ricorso a eventuali test di valutazione come criterio di precedenza.

Biden, Trump e le resistenze del populismo in Europa

Very large 3D render of blended US and EU flags.

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Stefano De Martis

La sconfitta di Trump negli Usa non segna la fine definitiva del populismo nei Paesi occidentali. Purtroppo hanno ragione gli analisti che invitano alla prudenza nel valutare le conseguenze del voto americano sotto questo profilo. Il populismo – nella forma legata al “sovranismo” che ha caratterizzato l’ultima reincarnazione di questo fenomeno – ha radici sociali profonde e la stessa pandemia, che pure ha contribuito in questi mesi a oscurarne la stella, potrebbe avere conseguenze imprevedibili nel medio periodo, soprattutto al di qua dell’Atlantico.
Il pervicace rifiuto di Trump di accettare il responso delle urne non solo getta un’ombra sulla transizione democratica in quel grande Paese, così decisivo per gli equilibri mondiali, ma è come la rappresentazione simbolica della resistenza del populismo in larghe fasce dell’opinione pubblica. Il presidente eletto Biden è il più votato di sempre nella storia americana e ha preso molti più voti popolari del suo avversario. È il sistema elettorale per Stati a ridimensionare lo scarto. Nel 2016 anche Hillary Clinton ottenne quasi tre milioni di voti più di Trump che tuttavia venne legittimamente eletto presidente in virtù delle regole elettorali in vigore.

Per i populisti il richiamo alla volontà popolare che supera ogni regola e rende lecita ogni decisione è una finzione ideologica.

Vale solo nella misura in cui è funzionale alle proprie ragioni. L’impatto che l’esito delle elezioni americane avrà sul resto del pianeta sarà comunque rilevante, tanto più nelle aree storicamente legate agli Usa. Per la politica italiana l’effetto più consistente riguarderà il posizionamento dei diversi partiti rispetto ai nuovi equilibri internazionali. Una dinamica destinata a sovrapporsi a quanto abbiamo già visto in rapporto all’Unione europea. Soltanto l’illusione sovranista, infatti, può lasciar pensare che ogni Paese possa fare da solo in un mondo in cui anche i giganti hanno bisogno di alleanze. Figuriamoci una realtà relativamente piccola come l’Italia. Bisognerebbe soltanto provare a pensare in che situazione ci troveremmo oggi dal punto di vista finanziario senza il sostegno dell’Europa. Altro che abbassare le tasse. E non è solo una questione di soldi.

L’attuale assetto politico del Paese, non a caso, nasce proprio intorno a quella che si potrebbe definire la discriminante europeista.L’alleanza tra M5S e Pd, che costituisce il fondamento del governo in carica, è stata di fatto resa possibile dal sofferto e non del tutto maturo passaggio dei cinquestelle alla maggioranza che ha consentito la nascita della nuova Commissione europea. Mentre FdI e soprattutto la Lega si sono ritrovati e tuttora si trovano praticamente in “fuorigioco”. Forza Italia – che invece ha solidi legami europei – è rimasta nel centro-destra soprattutto a livello locale, ma sul piano parlamentare e politico generale ha conservato una certa libertà di movimento, mostrandosi assai riluttante nel seguire le sortite estremiste dei suoi alleati e offrendo talvolta una sponda al governo in alcuni passaggi delicati.

 

 

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Sbagli e redenzione. Raimondo Carver nel libro di Antonio Spadaro.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Cristiano Governa

«Dopo vent’anni di “corpo a corpo” con uno scrittore è possibile capire se e come la sua opera ci abbia “lavorato dentro”. E io non me ne sono mai liberato. Ti spia, sta in agguato con le sue suggestioni e i suoi suggerimenti. Quella di Raymond Carver è una scrittura che si apposta nel tuo quotidiano e lo spacca a metà. Compie un intimo discernimento tra ciò che è autentico e ciò che non lo è». Ecco fatto. Se non sapete come spiegare a un amico l’impatto del lavoro di Raymond Carver nella vostra vita, queste parole di Antonio Spadaro nella presentazione del suo libro Creature di caldo sangue e nervi (Milano, Ares edizioni, 2020, pagine 192, euro 13.50) sono il vostro coniglio dal cilindro.

Carver indica la vita. Tutta. Quella che ci piace, quella che non ci piace, quella che si vede, quella che non si vede. Quella che ci dispera, la stessa che saprà farci sperare: «Ogni singola esperienza: la gioia di una pesca o quella di un amore corrisposto, o viceversa l’angoscia per la malattia o per una separazione. Queste sono tra le esperienze che Carver fotografa con un understatement of emotion che fa brillare il senso e fa capire». Così la pensa Spadaro.

Più volte, sulle pagine de «L’Osservatore Romano», ci siamo occupati di Raymond Carver e della sua scrittura e dell’enorme impatto che essa ha avuto sulla letteratura contemporanea si è detto e si dirà. E noi? Dell’impatto che le sue storie, che il suo sguardo, hanno avuto su di noi che ne è stato? A questo, a tanto altro ovviamente ma di sicuro a questo, serve la riedizione dopo vent’anni del volume di Spadaro (la prima edizione s’intitolava Un’acuta sensazione di attesa). A capire non tanto il lavoro di Carver quanto il lavoro in noi del suo sguardo.

Il libro è suddiviso in tre parti, la prima esamina in maniera analitica lo svolgersi della sua produzione narrativa e poetica. A questo primo capitolo fa seguito una riflessione ampia sul senso della narrativa carveriana e, successivamente, un capitolo sulla sua poesia, così poco studiata anche negli Stati Uniti, almeno in proporzione all’impegno critico dedicato invece ai suoi racconti. Ma il tema, dicevamo brutalizzando il concetto, non è solo come Ray-mond abbia cambiato la letteratura ma se e come abbia cambiato noi.

Il saggio di Spadaro è un viaggio nei meccanismi e nelle “luccicanze” della scrittura di Carver, una serie di fotografie scattate dall’interno delle parole dello scrittore come se i suoi racconti o le sue poesie fossero l’estremità di una caverna, costantemente a ridosso dell’uscita, della luce. Un punto dell’oscurità dal quale, finalmente, vediamo fuori. Di un libro non si misura l’età ma quella “luccicante destinazione” che Carver stesso individuava come requisito necessario di un buon racconto. Pertanto, che siano passati vent’anni o meno, la destinazione del lavoro di Spadaro insiste nel luccicare, a partire da chi scrive.

Della sera in cui l’autore di Clatskaine arrivò nella mia vita ricordo tutto. Ero rimasto a casa in piena estate, come un presentimento. La prima cosa che lessi di Ray fu un racconto pescato a casaccio: Perché non ballate?. Ed ero già “fregato”. Fu poi la volta di Grasso e via via di Una cosa piccola ma buona. L’ancora definitiva che Ray calò nel mio fondale fu Legna da ardere. Tutti questi racconti, insieme alle hits dell’autore (Da dove sto chiamando e Cattedrale) passando per episodi meno noti ma non meno rilevanti (ad esempio Menudo o Elefante) vengono spalancati da Spadaro come porte che conducono altrove rispetto a quello che la storia in se stessa lasci pensare. Ci troveremo di fronte non solo le ragioni del fornaio ignaro della morte di un bambino la cui torta di compleanno non viene ritirata dai genitori (Una cosa piccola ma buona), della cameriera di Grasso e dal suo sentirsi tale senza esserlo, dell’uomo cui l’alcool ha sfasciato la vita (Da dove sto chiamando) di quelle di un tizio al quale il suo amico Alfredo dice «Per oggi la tua famiglia sono io» prima di preparagli un pasto caldo (Menudo) scoprendo che tali ragioni sono le nostre. Che gli altri ci riguardano non per somiglianza bensì per immedesimazione. Carver è un viaggio dal quale, pur sentendosi a casa, non si torna più, un’esplorazione del mondo più invisibile e allo stesso tempo più sotto i nostri occhi che si possa immaginare. La più irrintracciabile delle presenze è in primis la nostra, diventiamo invisibili a noi stessi nel pericolante auspicio che tale invisibilità travolga anche le nostre debolezze, i nostri dolori. Carver ci dice che senza quelli non si parte, che nessuna redenzione si attiva senza partire dagli sbagli. Dalle cose andate male. E che questo processo ne attiva un altro se possibile ancora più virtuoso rendendo improvvisamente vivi e avvistabili gli “altri” e il dono col quale ci vengono inconsciamente incontro: la loro storia. «La vulnerabilità è una chiave forte del suo discorso — ricorda Spadaro — i suoi personaggi sono eroi, ma brillano per la loro capacità di essere scalfiti dalla vita. E il sentimento è l’eco di questa vulnerabilità, che è anche la base di una vita felice perché premessa della tenerezza, così importante per lo scrittore. Carver ha certamente dimostrato che non c’è bisogno di allontanarsi molto dalle proprie esperienze, dalle mura di casa propria o del proprio bar o posto di lavoro, per raccontare storie che colpiscano nel profondo. Vivere significa guardarsi attorno, per trovare lì la fonte dell’ispirazione. Questo mi ha insegnato Carver in questi anni: trovare storie dappertutto. E a leggere la mia vita in termini di storie, e non certo di obiettivi e risultati raggiunti».

Raccontare non è un modo per usare le parole bensì una resa alle stesse e alla loro capacità di predisporci ad un più alto livello di comunione con gli altri, quello che si nutre della tenerezza. Spadaro stesso, dopo vent’anni di navigazione al fianco di Ray, ha tutto molto chiaro. «Nell’ultimo discorso pubblico prima della sua morte, Carver prese le mosse da un pensiero “limpido e bellissimo” di santa Teresa d’Avila tratto dal capitolo xxv della Vita scritta da sé stessa: “le parole muovono ai fatti (…) preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza”. Teresa per sé si riferiva alla parola di Dio che è sempre accompagnata da effetti: es palabras y obras, scriveva. Questo legame tra parole e opere, fatti, vita è radicale. il lavoro sulle parole per Carver è sempre un lavoro sulla vita. E viceversa».

E allora in cosa, concretamente, si manifesterebbe l’impatto della narrativa di Carver? «Carver mi ha aiutato a raccontare bene le cose — spiega Spadaro — ad andare avanti e indietro nei ricordi per aggiustare il racconto. E a capire perfino che a un certo punto puoi scoprire che il tuo racconto non regge. La vita sorprende, e allora devi capire le cose in un altro modo o almeno lasciare spazio al mistero della vita che a volte confonde. Io a 34 anni non lo avevo ancora capito. Forse lo capisco proprio adesso. E allora l’immaginazione assume il suo vero significato. Carver ha dato un metodo per il suo “uso” che io definisco “metodo Cattedrale”, dal titolo di uno dei suoi racconti più belli. Un cieco non ha mai visto una cattedrale e Robert, suo amico, cerca di descrivergliela, ma si rende conto di non saper descrivere le cose che conosce, ed è solamente disegnando con il cieco, mano nella mano, una cattedrale, e a occhi chiusi, che egli riuscirà a vedere una vera cattedrale. L’amico cieco chiede infine a Robert di aprire gli occhi per vedere che cosa avevano disegnato insieme, ma a quel punto Robert non vuole riaprirli e sente dentro di sé un’emozione che lo spinge a commentare: “grandioso”. Un’epifania».

Da un limite arriva qualcosa di grandioso, purché passi dalle mani, dagli occhi, di qualcun altro. Due sono i modi nei quali la critica potrebbe riassumere questo concetto sotteso alla letteratura dell’autore di Clatskaine; il primo è che siamo tutti soli, il secondo è che abbiamo tutti bisogno di qualcuno. Di diventare, talvolta, quel qualcuno. Spadaro nota come spesso, ai personaggi di Carver, accada di giungere al punto in cui non ce la fanno più, non da soli. Avrebbero bisogno di qualcosa, un colpo di scena. In Elefante il protagonista sogna di quando da bambino suo padre lo portava sulle spalle «Poi lui si incamminava lungo il marciapiede, allora io lasciavo la presa sulle spalle e gli mettevo le mani attorno alla fronte. “Non mi spettinare”, diceva lui. “Lascia pure”, diceva, “ti reggo io. non caschi mica”. Appena mi diceva così io mi rendevo conto che mi reggeva forte con le mani attorno alle caviglie. E allora mi lasciavo andare, mi scioglievo e allungavo le braccia di fuori, restando così per tenermi in equilibrio».

Carver, sostanzialmente, non fa altro che dirci due cose: che è ancora così e che in fondo diventiamo ogni giorno padri.

Censis: 460.000 piccole imprese a rischio chiusura

Piccole imprese a rischio decimazione. Sono 460.000 le piccole imprese italiane (con meno di 10 addetti e sotto i 500.000 euro di fatturato) a rischio chiusura a causa dell’epidemia: sono l’11,5% del totale e nel 2021 potrebbero non esserci più. È in gioco un fatturato complessivo di 80 miliardi di euro e quasi un milione di posti di lavoro. Con il lockdown e il gorgo di restrizioni rischia di sparire un popolo di piccoli imprenditori e insieme di prosciugarsi un serbatoio occupazionale. Il Covid-19 potrebbe spazzare via il doppio delle microimprese che sono morte tra il 2008 e il 2019, come conseguenza della grande crisi. Sarebbe un doloroso addio ai nostri piccoli imprenditori vittime di una strage annunciata, con gravi ricadute sulla crescita: è in pericolo il meglio del motore antico del modello di sviluppo italiano. È quanto emerge dal «2° Barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana», realizzato in collaborazione con il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili attraverso la ricognizione delle valutazioni di un ampio campione di 4.600 commercialisti italiani, sensori diffusi sul territorio, affidabili e autorevoli dello stato dell’economia reale.

Crollo dei fatturati e crisi di liquidità. Il 29% dei commercialisti rileva che più della metà delle microimprese clienti ha almeno dimezzato il proprio fatturato (il dato scende al 21,2% nel caso dei commercialisti che si occupano di imprese medio-grandi). Sono quindi 370.000 le piccole imprese che hanno subito un crollo di più della metà dei ricavi. Inoltre, il 32,5% dei commercialisti registra in più della metà della clientela una perdita di liquidità superiore al 50% nell’ultimo anno (il dato scende al 26,2% tra i commercialisti che seguono imprese di maggiori dimensioni). Sono cioè 415.000 le piccole imprese che oggi dispongono di meno della metà della liquidità di un anno fa.

Interventi pubblici tra luci e ombre. Le misure pubbliche adottate durante l’emergenza ottengono una valutazione tra luci e ombre da parte dei commercialisti. Il sostegno alle imprese (moratoria sui mutui, garanzie statali sui prestiti) viene giudicato positivamente dal 45,2%, in modo negativo dal 34%. Gli aiuti al lavoro (divieto di licenziamento, ricorso alla Cassa integrazione in deroga) sono promossi dal 43,4%, bocciati dal 34,9%. Il sostegno alle famiglie (bonus babysitter, congedi parentali, Reddito di emergenza) è visto con favore dal 36,6%, mentre il 37,5% ne dà un giudizio negativo. La sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per le imprese più penalizzate è valutato bene dal 33,3%, male dal 46,9%. Per i commercialisti lo sforzo statuale nel supportare gli operatori economici e i lavoratori durante il blocco di mercati e imprese va apprezzato, ma non basta.

Ora è urgente un’accelerazione delle misure. Per evitare la moria di piccole imprese, secondo i commercialisti bisogna intervenire qui e ora agendo su quello che non ha funzionato. Il 79,9% dei commercialisti auspica più chiarezza nei testi normativi, il 76,7% chiede tempestività nei chiarimenti sulle prassi amministrative, il 70,7% molti meno adempimenti, il 67,2% una migliore distribuzione delle risorse pubbliche tra i beneficiari, il 61,1% una più efficace combinazione delle misure adottate, il 58,4% un taglio netto dei tempi necessari per l’effettiva erogazione degli aiuti economici, il 49,9% ritiene necessari stanziamenti economici più consistenti. Se gli strumenti di sussidio per i diversi beneficiari vengono promossi, viene però bocciata l’effettiva applicazione delle misure a causa dei detriti burocratici che rallentano tutto. Occorre snellire gli adempimenti burocratici e i passaggi formali per rendere gli interventi più efficaci: questo chiedono i commercialisti, convinti che le imprese vadano aiutate a resistere oggi, per non morire e per ripartire domani.

Tagliare le unghie alla cattiva burocrazia. Per i commercialisti è in corso uno smottamento continuato dell’economia. Per il 41% bisogna essere pronti a tutto perché tutto può succedere. Il 27,6% sottolinea l’ansia pervasiva provocata dalla nuova ondata di contagi. Come in un videogioco con tante scelte possibili e altrettanti finali: appare così il destino delle imprese italiane, tra virus, restrizioni e burocrazia che non funziona. Per il 40,7% dei commercialisti ci vorrà molto tempo per uscire dalla crisi, il 26,9% ritiene che occorre adattarsi subito alle nuove condizioni o non ci sarà crescita, il 24,2% pensa che molti settori vitali siano ancora in difficoltà.

Questi sono i principali risultati del «2° Barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana» realizzato dal Censis per il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, che è stato presentato oggi a Roma da Francesco Maietta, Responsabile dell’Area Politiche sociali del Censis, e discusso da Massimo Miani, Presidente del Cndcec, Aldo Bonomi, Direttore dell’AAster, e Roberto Weber, Presidente dell’Istituto Ixè.

Gli alberi sono il futuro: 30 mln per la riforestazione urbana

“Nella Legge clima abbiamo previsto 30 milioni di euro per la riforestazione urbana. Ho firmato il decreto, e oggi i Comuni possono partecipare a questi bandi, i soldi ci sono”. Lo ha affermato il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, partecipando in diretta facebook all’iniziativa del M5s ‘Alberi per il futuro 2020, in casa e in città ambiente e salute mettono radici’; una iniziativa che negli ultimi 5 anni ha interessato 250 Comuni per 57 mila alberi piantati.

La Festa dell’albero, prevista il 21 novembre di ogni anno con iniziative fino al 21 marzo, “ha un senso che non è solo la celebrazione dell’albero in sé, ma l’impegno di ciascuno di noi a poter fare qualcosa”, afferma Costa.
E proprio a proposito della riforestazione urbana, Costa ha aggiunto: “Se andiamo a vedere l’evoluzione statistica dei prossimi anni, sappiamo che attualmente metà della popolazione italiana vive nelle grandi città, e che nel prossimo decennio questa percentuale arriverà al 70%. Deve dunque cambiare la visione ambientale delle grandi città; gli alberi, insieme alla mobilità sostenibile, all’efficienza energetica hanno un ruolo importante. Basti pensare che un albero medio assorbe 15kg di anidride carbonica e produce ossigeno per 2,5 cittadini, oltre ad abbellire le nostre città e rasserenare gli animi ed essere fono assorbente. Questi 30 milioni destinati alla forestazione hanno dunque un senso concreto”.

“Nel Recovery plan – ha continuato il Ministro – è mia ferma intenzione andare oltre, e piantumare nei tempi previsti, vale a dire 3 anni di impegno di spesa e 6 anni complessivi, fino a 50 milioni di alberi che si sommano ai fondi che già abbiamo messo. Stiamo facendo un piano di riforestazione urbana ed extraurbana mai fatto prima per avere un inventario forestale che riguardi anche le zone interne della città, e trasformare il concetto di superficie forestale”.
Una iniziativa, spiega Costa, che “fa il palio con il Cam verde pubblico: una norma che ci consente di dire a tutti gli enti pubblici che ogni volta che si vuole fare un intervento che riguarda il green, questo va fatto secondo indicazioni precise stabilite dal Ministro dell’ambiente. Abbiamo un Comitato per il verde pubblico e questo Cam che oggi è obbligatorio pone alcuni elementi: diminuiamo fino ad azzerare pesticidi e fitofarmaci, facciamo fertirrigazione, scegliamo essenze floricole autoctone. Altra cosa – aggiunge Costa –spingiamo la lotta biologica integrata, utilizzando gli insetti che possono favorirci in questa direzione e favorendo la biodiversità”.

Sul molto contestato taglio degli alberi in città il Ministro spiega: “Nei Cam abbiamo previsto la gestione pluriennale da parte degli enti, Comuni Province Regioni e lo Stato stesso delle stesse, delle alberature verdi, che si possono tagliare solo in caso di patologie e prevedendo l’impegno a sostituirle- Siamo uno dei Paesi al mondo che più stimola l’aiuto ai territori più affaticati dal Climate change, come l’Africa sub sahariana – aggiunge poi Costa – Stiamo partecipando alla costruzione del Green wall, 8 mila chilometri di deserto che vedranno 2 miliardi di alberi piantumati con un forte intervento dell’Italia. Crediamo che un continente così affaticato non vada abbandonato, per motivi umanitari, climatici e perché siamo convinti che ci si salva solo tutti insieme”. La prossima Cop 15, che si terrà in Cina nel 2021, vogliamo che sia la Conferenza delle parti sulla tutela della biodiversità importante quanto lo è stata la Cop di Parigi sul clima nel 2015 – continua il Ministro -. Una conferenza nella quale porteremo anche il tema della salvaguardia dell’Amazzonia”.

Infine, sulla condanna della Corte Ue all’Italia sulla qualità dell’aria Costa ha spiegato: “Riguarda tutto ciò che non è stato fatto fino al 2017. L’Unione europea dice però che finalmente l’Italia dal 2018 ha cambiato regime, e sta mostrando segni incoraggianti di voler realmente migliorare la qualità dell’aria. Questa per noi è una grande soddisfazione – conclude – il Clean air dialogue è stato l’inizio di un percorso attraverso il quale, sempre in accordo con le Regioni e a  catena con i Comuni, abbiamo stanziato una media di 90 milioni di euro su base annua per un totale di 1 miliardo e 400 milioni. Risorse mai viste prima e che testimoniano quanto questo Governo ci creda”.

Roma: sono partiti i rimborsi Atac per i titolari degli abbonamenti elettronici annuali

Sono partiti i primi rimborsi Covid agli aventi diritto titolari di abbonamento annuale elettronico, mediante prolungamento della validità del titolo per i mesi accordati a seguito delle verifiche da parte dell’azienda.

L’attivazione del prolungamento del titolo in corso di validità potrà essere effettuata solo utilizzando i parcometri e non presso le Biglietterie Atac. Sul sito rimborsimetrebuscovid.atac.roma.it è presente il videotutorial con la procedura da seguire, o su questo link https://m.youtube.com/watch?v=I0aPKRbt9Xw.

Questa scelta è stata fatta per evitare code e problemi agli sportelli e rendere più semplice e veloce l’attivazione del prolungamento attraverso i 2.100 dispositivi presenti e distribuiti sul territorio di Roma Capitale. Entro il 26 novembre verrà anche attivata la funzionalità di estensione automatica del titolo contestuale al suo rinnovo effettuato presso le Biglietterie Atac e gli esercizi commerciali (tabaccai, edicole, bar, ecc…) ampiamente diffusi sul territorio Capitolino.

Tutti i titolari di abbonamento che hanno ottenuto il riconoscimento del diritto, riceveranno via e-mail la comunicazione di accettazione della loro istanza di rimborso entro la fine di novembre.

Natale in lockdown, le regole per il cenone

Sarà un Natale di estrema prudenza, in cui purtroppo la circolazione del virus sarà ancora intensa per cui non saranno possibili  cenoni aperti, assembramenti, persone che non si conoscono e che stanno una vicina all’altra. Sarà un Natale con i propri cari.

Questo pensa Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute per l’emergenza coronavirus.

A parlare di un “Natale diverso” era stata anche la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, ospite ieri di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7: “Non credo che ci possano essere allenamenti delle misure per Natale: dovremo anzi prevedere molto probabilmente una limitazione delle persone riunite a non oltre il primo grado di parentela. Credo che sarà un Natale ben diverso da quello che abbiamo conosciuto”.

E ancora l’infettivologo Massimo Galli, intervistato ieri dal Tg4: “Non voglio dire che gli italiani a Natale dovranno digiunare, si potranno raccogliere in piccoli gruppi, ma i grandi cenoni familiari e grandi veglioni quest’anno ce li dobbiamo dimenticare fin d’ora”. “Anche se chiudessimo tutto oggi, e riaprissimo per Natale o prima di Natale, è abbastanza evidente che se non manteniamo le precauzioni, anche dopo la riapertura cadremmo esattamente nell’errore di ferragosto, quando un’interpretazione disinvolta del ‘dobbiamo convivere col virus’ ha portato al risultato che il virus ha fatto festa insieme a gli italiani”.

5 stelle, cosa ci diranno gli Stati Generali?

Accanto alle notizie drammatiche che, purtroppo, ogni giorno ascoltiamo dalla Tv e leggiamo su  giornali e social, il dibattito politico langue ma tuttavia esiste. Dove può, come ovvio. Compresi i  partiti. O meglio, in quel che resta nei partiti. Anche se l’attenzione dei media è comprensibilmente  molto minore rispetto ai periodi di normalità. 

Tra gli avvenimenti più significativi in questo momento ci sono indubbiamente i cosiddetti “Stati  Generali” del partito di Grillo, i 5 stelle. Certo, non è semplice nè facile capire qual’è il dibattito  all’interno di quel movimento/partito. Anche perchè, alla luce del comportamento politico  concreto assunto in questi ultimi due anni, lì dentro può davvero capitare di tutto. Per citare una  sferzante e celebre battuta di Carlo Donat-Cattin lanciata contro i suoi amici/avversari all’interno  della Dc e usata ai tempi degli epici scontri con i “dorotei”, “questi sono capaci, capacissimi,  capaci di tutto”. E in effetti dai 5 stelle ci si può veramente aspettare di tutto. Perchè, almeno  stando ai fatti – almeno quelli importanti e più vistosi – ci troviamo di fronte ad un “non partito”  che è diventato partito; ad un movimento che per anni ha rinnegato qualsiasi forma di alleanza  con i partiti tradizionali e organizzati e lanciando strali contro tutto e contro tutti e poi abbiamo  visto com’è finita; abbiamo assistito ad una lotta furente e chiassosa contro la “casta” e poi,  capitolo vitalizi per gli altri escluso, tutti i benefit e i privilegi dei parlamentari, stipendi compresi,  non sono stati affatto scalfiti; e in ultimo, ma non per ordine di importanza, il capitolo delicato dei  “mandati” e della selezione della classe dirigente. Anche qui, dopo aver attaccato tutto e tutti per  l’attaccamento al potere e agli incarichi, adesso il dibattito è tuttora aperto attorno al fatidico  “secondo mandato”. Ovvero una pratica che vale per tutti coloro che, dopo aver fatto due  mandati parlamentari, dovrebbero adesso cercarsi un lavoro una volta usciti dal Parlamento.  

Ora, al di là delle decisioni che democraticamente verranno assunte da quel partito in questi “Stati  generali”, un fatto è chiaro. E cioè, dopo una serie di capriole politiche e di giravolte  impressionanti, adesso forse è arrivato il momento per pronunciare una parola chiara sulla  prospettiva politica di questo partito. Almeno per il breve/medio termine. E anche e soprattutto  per capire come ci si deve rapportare nel futuro con questo partito. Dal capitolo delle alleanze alla  natura politica di questo partito; da come seleziona e promuove la classe dirigente al come resta  legato al suo profilo politico originario. Che era chiaro e netto, nonchè sbandierato. E cioè, il  profilo antipolitico per eccellenza, anti sistema, anti casta, antiparlamentare. E soprattutto la sua  natura populista e demagogica. Ecco, dagli “Stati generali” si spera che arrivi un progetto politico  chiaro e definito. Non solo per i stelle – quello è un fatto loro, come ovvio – ma anche e soprattutto  per la politica italiana e per coloro che con i 5 stelle pensano di fare un tratto di strada comune. 

Esaurito il suo ruolo storico, la Democrazia Cristiana non è più proponibile

La storia della Democrazia Cristiana, un grande partito retto da tanti uomini illustri e preparati, ha fatto grande l’Italia nel mondo ma oggi non è ripetibile. Dunque, facciamo alcune premesse per ricordare le tappe più salienti della sua storia e nel contempo cerchiamo di esprimere un giudizio su questo argomento. 

 

Tutto ebbe inizio con la pubblicazione dell’enciclica di Papa Leone XIII, “Rerum Novarum” del 1891, che segna l’avvio dell’ingresso dei cattolici in politica. Com’è noto, per via del “Non expedit”, ai cattolici era vietato impegnarsi in politica. La prima versione della Democrazia Cristiana fu proposta da Romolo Murri, ma ebbe vita breve per la deriva a sinistra  e Murri dovette subire anche la scomunica. I cattolici impegnati in politica continuarono a svolgere il loro ruolo negli anni successivi, tanto è vero che nacque il PPI, nel 1919, con l’appello ai “liberi e forti” di Don Luigi Sturzo. Anche il PPI durò poco per l’avvento del fascismo, per cui lo stesso Sturzo dovette andare in esilio, prima a Londra e dopo a New York, esilio che durò circa ventisei anni.

 

Dopo la disfatta fascista, si formò la seconda versione della Democrazia Cristiana, con Alcide  De Gasperi, alla quale Sturzo, nel frattempo ritornato dall’esilio, partecipò attivamente dando il suo contributo con suggerimenti ed idee. Con il Referendum Costituzionale la Monarchia esce di scena. Nel partito furono attivi giovani di valore come Fanfani, Andreotti, Dossetti, Moro, La Pira, oltre lo stesso Sturzo. Con la Democrazia Cristiana, il Paese riconquista la libertà perduta, avviene la ricostruzione e il Paese si sviluppa tanto da diventare il sesto paese industriale, assumendo un prestigio in tutto il mondo.

 

Baget Bozzo individuava tre schemi di organizzazione della presenza pubblica dei cristiani. Il primo schema era detto eusubiano, delineato da Eusebio di Cesarea nella Vita e nella Laudes di Costantino, secondo cui la Chiesa interviene nella società per l’attuazione dei suoi principi attraverso un’istituzione politica autonoma. Il secondo schema detto gelasiano – da Papa Gelasio I –  stabiliva che il potere temporale fosse soggetto alla gerarchia ecclesiastica in forza di motivi spirituali. Il terzo schema, affermando la netta distinzione tra le due comunità, l’ecclesiale e la civile, riporta al discorso agostiniano, contenuto nel De civitate Dei di Aurelio Agostino. In questo caso, la Chiesa rinuncia a intervenire nella gestione del potere perché ritiene impossibile orientare, attraverso di esso, la società e i suoi principi.

 

Con le elezioni del 18 aprile 1948, vinte clamorosamente dalla DC, prende il volo la ricostruzione postbellica, anche grazie all’aiuto economico che De Gasperi ottiene dagli Stati Uniti d’America. Il Paese acquista fiducia, si rilanciano gli investimenti, cresce la produzione e con essa l’occupazione. La DC assume stabilmente la compartecipazione primaria nei governi che vanno dal 1948 sino al 1992, anno in cui gli scandali di Mani pulite la travolgono.

 

Subentrarono allora le divisioni dei democristiani, alcuni dei quali scelsero di confluire nello schieramento di centro sinistra, altri nello schieramento di centro destra. Nacquero alcuni piccoli partiti, condotti maggiormente a titolo personale, che poi non hanno espresso in tutti questi anni nessuna proposta politica capace di ricreare lo spirito del vecchio partito. È qui che s’impone lo schema di teologia politica che Baget Bozzo definiva “eusebiano”, talché la Chiesa prende le distanze dal mondo politico in virtù della separazione tra sfera spirituale e sfera mondana.

 

Oggi assistiamo non solo all’indecenza di svariate versioni della Democrazia Cristiana, tutte immancabilmente risibili, ma addirittura alla faziosità di chi pretende d’imporre la “sua” nuova Democrazia Cristiana. In realtà, la funzione storica della Democrazia Cristiana è finita, ed è finita con la morte di Aldo Moro, sicché i tentativi di riesumare un partito glorioso del passato è destinato a naufragare.

La storia, come sappiamo, non è ripetibile. Di essa il bravo politico deve fare tesoro per non incorrere gli errori del passato, sempre però con l’impegno di guardare avanti, con una visione innovativa, lontano cioè da modelli ripetitivo. Di per sé la riproposizione della Democrazia Cristiana appare fuori luogo, sembrando all’atto pratico un modo piuttosto becero di maneggiare una questione di potere. Quanti pretendono di ricreare la Democrazia Cristiana fanno finta di ignorare che questo partito appartiene ormai alla storia del Paese.

La prima versione della Democrazia cristiana, nasce e si sviluppa e muore in un periodo caratterizzato da profonde modificazioni della società italiana, da sostanziali mutamenti della gestione del potere pubblico e dell’economia. Dai moti popolari del 1893-94 e del 1898, in larga parte spintaneisti, si passa agli scioperi della classe operaia organizzata in leghe e sindacati. A cavallo del secolo la borghesia abbandona i metodi cari a Crispi e a Pelloux per assumere con Giolitti una linea di gestione del potere in grado di trasformare le tensioni sociali in spinte dirette a favorire lo sviluppo del capitale e dell’impresa.

L’organizzazione delle masse operaie attorno al Partito socialista poneva al movimento cattolico il problema di una strategia politica autonoma volta al recupero del proletariato, vieppiù estraneo all’influenza della Chiesa. Nel contempo i governi liberali offrivano al Papato inedite forme di collaborazione, culminanti nel Patto Gentiloni, per arginare l’iniziativa del Partito socialista.

Il PPI di Sturzo muove da una critica radicale al centralismo dello Stato, all’affarismo parlamentare e alla corruzione. Erano aspetti connessi e dipendenti, nell’insieme, da un modello elitario di potere. Sturzo criticava tutto questo perché vedeva il lato oscuro di uno Stato che faceva proprie le attribuzioni dei comuni e violava la libertà d’insegnamento, i diritti personali e familiari, riducendo la scienza e le lettere a un bagaglio di mestieranti. Questa critica non intendeva colpire lo Stato liberale in quanto tale, ma la tendenza accentratrice che in esso si manifestava ai danni della vita amministrativa locale. Tutto ciò era anche alimentato dalla visione meridionalistica, fortemente anti protezionista, che ebbe in De Viti De Marco il suo maggiore esponente.

In origine il prete calatino si prodigò a far sì che nella sua Scalia sorgesse e si manifestasse appieno l’impegno municipale dei cattolici. Nasce così l’idea del partito nel quadro stesso delle sue stesse attività sociali, organizzative e amministrative, intese come mezzo di elevazione sociale e morale delle masse contadine, come presupposto per il riscatto del Mezzogiorno e come base per lo sviluppo di una coscienza civile, politica e democratica dei cattolici organizzati. 

In definitiva Sturzo, nell’ambito di una prospettiva politica vasta, fa rientrare tanto le lotte contadine quanto l’impegno amministrativo. Nel discorso di Caltagirone evidenziò i tratti costitutivi dell’avanzata dei cattolici nelle istituzioni, dando spessore a quelle linee politiche e ideologiche che avrebbero dovuto qualificare questa impresa. Si staccò pertanto dalle vecchie posizioni intransigenti, considerandole del tutto superate. Da qui germoglia quel movimento che anni dopo, con il famoso appello  a  “liberi e forti”, si traduce nella formazione del Partito popolare.  

Nel Ventennio il piccolo nucleo dei popolari mantiene accesa la fiaccola della libertà. L’antifascismo di De Gasperi era tutto imperniato sulla sua formazione religiosa e culturale, come rifiuto dell’autoritarismo e della violenza del regime. Gli articoli sull’Illustrazione Vaticana dimostrano come De Gasperi avesse tenuto in vita istanze e valori largamente funzionali all’organizzazione politica dei cattolici democratici dopo la caduta di Mussolini. Del resto, negli anni della dittatura, l’Azione cattolica rappresentò l’unico spazio di libertà nell’azione di inquadramento formativo di giovani, donne e uomini, rimanendo questo organismo al di fuori della stretta morsa del regime. 

Le prospettive culturali che uomini come Montini e Righetti offrirono ai giovani della FUCI e dei Laureati cattolici stavano fuori da qualsiasi schema o suggestione autoritaria e dall’influenza dell’idealismo gentiliano. Si afferma in quel tempo la lezione di Jacques Maritain, quindi l’idea della democrazia come “sistema di vita, nel quale l’opera di ciascuno confluisce con l’opera di tutti e la libertà del dono reciproco si traduce in effettiva fraternità”. 

De Gasperi sfiora, senza adeguarvisi ingenuamente, queste peculiari suggestioni. Egli non scarta del tutto il pensiero di Maritain, ma conserva l’ancoraggio culturale alla tradizionale sociologica cristiana ottocentesca. Dopo vari incontri con i giovani della FUCI e dell’Azione cattolica, con l’opuscolo sulle Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana,  butta le basi per il nuovo programma politico. In effetti Le Idee ricostruttive rappresentano una specie di carta costitutiva della Democrazia cristiana. La tesi fondamentale si ritrova nel seguente passaggio: “Una democrazia rappresentativa espressa dal suffragio universale, fondata sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri e animata dallo spirito di fraternità, che è fermento vitale della civiltà cristiana, questo deve essere il regime di domani”. 

In una corrispondenza con Sturzo, De Gasperi scriveva di avere dato al partito l’epiteto DC e si congratulava con Sturzo per la sua approvazione. La DC idealmente era legata al popolarismo sturziano, ma fu una cosa del tutto diversa, per le diverse condizioni storiche, ambientali e politiche nelle quali il partito deveva operare. Infatti il PPI, dopo la prima guerra mondiale, si era presentato nella come portavoce e sostenitore di certe istanze del mondo rurale e di quei ceti che più degli altri avevano subito i danni della politica economica e dello sviluppo industriale del paese dall’unità in poi. La DC è diversa poiché nacque sotto il clima dell’antifascismo e della Resistenza. Dunque, la fascia di consenso della DC si dimostrò molto più ampia rispetto a quella del PPI.

Orbene, dopo questo approfondimento oggi rileviamo che vi sono numerose versioni della DC, ma nessuna si è cimentata seriamente con i problemi del tempo presenti. Tutti parlano di ricostruire la DC, ma senza alcun riferimento alle condizioni attuali di un Paese che sta vivendo una crisi economica e politica molto profonda. La Chiesa, d’altronde, non ha alcun interesse a “benedire” nuovamente la DC – ma quale sarebbe, poi, questa DC – perché la società è cambiata e per i motivi esposti prima non ci sono più le condizioni per una nuova DC.

Si ritiene, pertanto, che è sempre necessario un impegno dei cattolici in politica, ma serve un cambiamento profondo per riuscire ad aggredire con intelligenza e passione i mali che affliggono i nostri tempi: la corruzione, la criminalità, il populismo, il sovranismo, e dunque la destrutturazione, infine, dello stato liberale.

Una cosa in questo periodo è emersa in modo evidente. Ci sono state riforme, anche di ordine costituzionale, che hanno modificato l’assetto dello Stato, con l’accentramento di alcuni Enti, l’eliminazione delle Province, lo svuotamento della funzione del Parlamento. Ebbene, il nuovo corso dei cattolici democratici deve essere tutto proteso a riprendere le condizioni originarie della autonomie, per garantire la democrazia, la libertà e la tutela della dignità della persone. Urge un programma che ridia dignità alla rappresentanza politica mediante la scelta consapevole degli elettori, con i partiti incaricati di dare sicurezza alla democrazia.  Non ci possono essere deroghe a questi valori e principi. Dunque, ci batteremo per la difesa dello Stato di diritto e per i principi fondamentali della Costituzione repubblicana, ma lo faremo con un nuovo soggetto politico, diverso e distinto dalla DC. Un partito capace di stare al passo dei tempi, pronto a farsi carico delle trasformazioni della società e a interpretare le novità dell’attuale momento storico. 

Che Dio salvi l’Italia.

 

*Domenico Cutrona, Segretario Politico M.P.F.E. (Movimento Politico Federalista Europeo)

 

Per una critica dell’economia turistica

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Giancarlo Ghigi

Un invito alla lettura di “Per una critica dell’economia turistica” di Giacomo-Maria Salerno. Leggere l’imponente ricerca di Giacomo-Maria Salerno sulla turistificazione, e farlo proprio nel pieno dell’attuale e profonda crisi del settore, quando le strade delle nostre città d’arte sono completamente prive di turisti e anzi sono scosse da sommosse – e talune jacquerie – che partono proprio dal segmento del leisure così gravemente colpito, può apparire un controsenso. Oggi quel turismo di ieri, quel mitologico “oro nero del paese, pare un miraggio ormai lontano. Ma la storia economica (al pari di quella epidemiologica) ci insegna che le seconde ondate di fenomeni così dinamici sono incredibilmente più vivaci delle precedenti, e così già domani un’ondata di ritorno dell’economia turistica è facilmente prevedibile se non proprio nei tempi almeno nell’intensità. Appare in fondo la risposta più probabile al bisogno di evasione che la stessa contenzione da lockdown sta accumulando.

Giacomo Salerno indaga l’origine e i costrutti dell’economia turistica – settore che oggi pesa il 10% del prodotto interno lordo mondiale  con una ricerca che partendo da solide radici filosofiche giunge attraverso una storiografia critica ad una lettura economica del fenomeno. Negli ultimi capitoli dell’opera l’autore si focalizza sulla genesi e l’impatto sociale dell’economia turistica sulla “città più turistificata del mondo, la sua città natale, Venezia.

Si percepisce tra le righe del suo lavoro, specie in quest’ultima sezione, quello che Donna Haraway definisce un distacco appassionato, quell’atteggiamento dello studioso che senza mai trascurare l’accuratezza del metodo non fa segreto dell’impegno civile che ne è il movente profondo, come giustamente osserva anche Giovanni Attili nella bella introduzione a questo volume edito da Quodlibet.

“Da dove nasce il nostro desiderio di viaggiare? E in quale misura il viaggio è oggi inesorabilmente confinato nella sua cornice turistica, come già ci raccontava Marco d’Eramo? Ed infine quanto questa specializzazione turistica del paese (che assume oggi forme di concentrazione dei capitali che ricordano quelle dell’industria pesante nel secolo scorso) muta l’oggetto stesso del consumo turistico, ovvero la città?”

Salerno ci spiega che sebbene nulla sembri mutare in una città storica divenuta essa stessa oggetto di consumo, perché non vi spuntano nuove torri di fabbrica ottocentesche tra i palazzi del centro, né quegli enormi uffici novecenteschi che sorgevano come funghi brutalisti nelle sue tangenziali durante l’avvento della “città dei servizi” raccontata da Lefebvre, qualcosa di impercettibile e profondo oggi ne sta rimodellando il tessuto urbano, omologando nei dettagli ciò che per sua natura e tipicità sfuggiva ancora fino a pochi decenni fa all’omologazione. E questo qualcosa accade ovunque, perché la città turistica è una fabbrica diffusa e senza zoning.

Gli addentellati di una ricerca così ampia spaziano evidentemente su terreni e discipline diversissime. Visti isolatamente sia la natura economica del fenomeno sia i numeri del suo affermarsi sul prodotto interno lordo non raccontano infatti granchè. È giusto in un quadro interdisciplinare come quello messo in campo da Salerno che ne possiamo cogliere le sfumature, spiegare le ricadute, preconizzare forse alcuni sviluppi. Analizzare il turismo escludendo l’urbanistica o la psicologia di massa, la storia economica o le premesse culturali, si ridurrebbe oggi a registrarne sterilmente gli indici di crescitaPer una critica dell’economia turistica osa invece affrontare il terreno impervio di un’analisi dal carattere tentacolare e a tratti sfuggente, e riesce in questo egregiamente, mantenendo una struttura unitaria anche e soprattutto grazie ad una corposa bibliografia che riempie le 22 pagine finali del suo volume e restituisce il peso di un lavoro sul terreno dei Tourism Studies durato certamente alcuni anni.

Salerno ci dimostra anche quanto sia incrostata e sterile la semplice “critica al turismo di massa”, che nei suoi anatemi appare da tempo esaurita e classista, una doléance ormai plurisecolare, raccontandoci ad esempio di quando Charles Lever scrisse nel 1865 per il Blackwood’s Magazine che «Le città d’Italia sono sommerse da mandrie di queste creature che non si separano mai [e che si riversano in giro] con la loro guida» o di Alexander Shand che nel 1903 affermava con nostalgia che «[un tempo] i turisti erano una rarità e non c’era la plebe viaggiante di oggigiorno».

Qui l’articolo completo

Ecosistema urbano 2020, i due volti della Penisola

Un’Italia a due velocità: la prima più dinamica e attenta alle nuove scelte urbanistiche, ai servizi di mobilità, alle fonti rinnovabili, alla progressiva restituzione di vie e piazze ai cittadini, alla crescita degli spazi naturali. La seconda, più statica con un andamento troppo “lento” nelle performance ambientali delle metropoli soprattutto sul fronte smog, trasporti, raccolta differenziata e gestione idrica.

È la fotografia scattata da Ecosistema Urbano 2020, il report annuale sulle performance ambientali dei capoluoghi italiani stilato da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 ore, che racconta quel lento cambiamento green in atto nella Penisola. A testimoniarlo in primis le città di Trento, Mantova, Pordenone, Bolzano e Reggio Emilia in vetta alla classifica generale di Ecosistema Urbano 2020 che si basa sui dati comunali relativi al 2019, quindi su un contesto pre-pandemia. Trento e Mantova mantengono come lo scorso anno il primo e il secondo posto in graduatoria con buone performance complessive, seguite da Pordenone che, dopo una lenta scalata, conquista il terzo posto superando così Bolzano che scende al quarto posto. Quinta la città di Reggio Emilia protagonista di una rincorsa alla top ten costante negli ultimi anni. In fondo alla graduatoria troviamo invece: Pescara (102esima), Palermo (103esima) e Vibo Valentia (104esima).

Tra le grandi città, dove nel complesso si registra un andamento lento nelle performance ambientali legate soprattutto a smog, trasporti e gestione idrica, si conferma la crescita di Milano (29esima) sempre più attenta alla vivibilità urbana. A completare il quadro di Ecosistema Urbano, le 17 Best Practices premiate oggi per raccontare anche quelle esperienze virtuose in campo e che meritano di essere replicate sul territorio nazionale. Tra queste c’è Cosenza che, sull’esempio di Pesaro, ha realizzato la Ciclopolitana, una rete ciclabile lunga più di 30 Km che sarà ultimata entro fine 2020. Prato che vanta un complesso residenziale (il NzeB di San Giusto), un mix di alta efficienza energetica con bassi costi di costruzione, pensato per il fabbisogno di famiglie in difficoltà economiche. Benevento che punta a realizzare una rete di quasi 25 chilometri di piste ciclabili integrate con i mezzi del trasporto pubblico e ferroviario per migliorare la mobilità urbana e sviluppare il turismo.

Il Marocco sperimenta il vaccino cinese sui sui cittadini

Il Marocco inizierà, nelle prossime settimane, inizierà un processo di vaccinazione su larga scala contro il “Covid 19” che dovrebbe coprire i cittadini di età superiore ai 18 anni, secondo un programma di vaccinazione in due iniezioni.

In particolare, sarà data priorità ai lavoratori in prima linea, in particolare operatori sanitari, autorità pubbliche, forze di sicurezza e operatori del settore dell’istruzione, nonché anziani e gruppi vulnerabili al virus, prima di estenderne il raggio d’azione al resto della popolazione.

Tutto ciò è stato reso possibile grazie al coinvolgimento nella sperimentazione clinica del Marocco come apripista per  garantire la corretta preparazione dell’operazione vaccinale su larga scala, sia a livello sanitario, logistico o tecnico.

In particolare, l’attenzione si concentrerà sull’accessibilità del vaccino, in un quadro sociale e solidale, e sulla sua fornitura in quantità sufficienti, nonché sulla logistica medica del trasporto, stoccaggio e gestione del vaccino.

Il vaccino iniettato alla popolazione sarà il cinese “Sinopharma” che al momento coprirà solo 5 milioni di marocchini.

Inoltre, secondo fonti ben informate, il Marocco, dando il via libera a questa mega sperimentazione, ha ottenuto dalla Repubblica popolare cinese una licenza ufficiale che gli consente di produrre il vaccino contro il Coronavirus, inventato dalla società “Sinopharma”, per poi distribuirlo ai paesi africani.

L’intera opposizione pro-democrazia eletta ad Hong Kong ha annunciato le proprie dimissioni.

L’intera opposizione pro-democrazia eletta ad Hong Kong ha annunciato mercoledì le proprie dimissioni per protestare contro l’espulsione di quattro parlamentari . La mossa drammatica arriva dopo che Pechino ha approvato una risoluzione che conferisce alle autorità locali nuovi ampi poteri per reprimere il dissenso, probabilmente segnalando la fine dell’opposizione politica nella città.

La risoluzione, approvata dal più alto organo legislativo cinese, consente all’esecutivo di Hong Kong di espellere direttamente i parlamentari eletti senza dover passare attraverso i tribunali, cementando il controllo di Pechino sul territorio semi-autonomo.
Secondo la nuova sentenza, i parlamentari che si ritiene promuovano o sostengano l’indipendenza di Hong Kong o che rifiutano di riconoscere la sovranità di Pechino “perderanno immediatamente le loro qualifiche”.

Si applica anche ai parlamentari eletti che “cercano forze straniere per intervenire negli affari di Hong Kong, o che hanno messo in pericolo la sicurezza nazionale” e che “non rispettano la Legge fondamentale” – la mini costituzione della città – così come quelli che sono considerati “non fedeli ai requisiti e alle condizioni legali” del territorio.

Su questa base finto legale il governo di Hong Kong ha potuto immediatamente espulso i quattro parlamentari, Alvin Yeung, Dennis Kwok, Kwok Ka-ki e Kenneth Leung.

Inoltre, a tutti e quattro i parlamentari, e ad altri 8 membri dell’opposizioni tra cui l’attivista Joshua Wong, era già stato impedito di candidarsi alle elezioni legislative originariamente previste per il 6 settembre, ma rinviate in seguito al peggioramento della situazione dell’epidemia da coronavirus.

Ora sarà sempre più dura poter per l’opposizione far sentire la sua voce.

 

Consumare cibi antinfiammatori fa bene al cuore

Le persone che consumano una grande quantità di alimenti che promuovono l’infiammazione sono a maggior rischio di malattie cardiovascolari. È la conclusione cui è arrivato uno studio pubblicato dal Journal of the American College of Cardiology (JACC) da un gruppo di ricercatori del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston (USA), guidato da Frank Hu.

Il team ha sviluppato e convalidato il punteggio EDIP (empirical dietary inflammatory pattern) basato sull’assunzione di 18 gruppi di alimenti associati a diversi livelli di marcatori infiammatori, con i cibi pro-infiammatori che includono carne rossa, carne lavorata, carne di organi, carboidrati raffinati e bevande zuccherate, e i cibi antinfiammatori che comprendono verdure a foglie verdi, verdure giallo scuro, cereali integrali, frutta, tè, caffè e vino.

Nello studio, Hu e colleghi hanno confrontato il punteggio EDIP con il rischio cardiovascolare in 74.578 donne dello studio Nurses’ Health Study (NHS), 91.656 donne dello studio NHS II e 43.911 uomini dello studio Health Professionals Follow-up Study. In totale, sono stati registrati 15.837 nuovi casi di malattia cardiovascolare, inclusi 9.794 casi di malattia coronarica e 6.174 casi di ictus.

Dopo aver preso in considerazione l’uso di farmaci antinfiammatori e fattori di rischio cardiovascolare, gli autori hanno scoperto che i partecipanti nel quintile più alto al punteggio EDIP, rispetto a quelli nel quintile più basso, avevano un rischio maggiore del 38% di soffrire di malattia cardiovascolare, un rischio maggiore del 46% di soffrire di malattia coronarica e un 28% di rischio più elevato di andare incontro a ictus. Infine, l’analisi di un sottogruppo di partecipanti allo studio ha mostrato un’associazione tra EDIP più alto e trigliceridi nel sangue più elevati, colesterolo ad alta densità (HDL) più basso e una piccola riduzione del colesterolo totale.

Meister Eckhart. Spirito e intelletto

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Celada Ballanti

La figura e l’opera di quello che i contemporanei sentirono come magister, tanto che questa sua qualifica di meister diventò una sorta di nome proprio, è emersa ormai in tutta la sua grandezza filosofica e religiosa anche in Italia. Si deve in particolare al lavoro compiuto in quasi cinquant’anni da Marco Vannini se oggi possediamo, sola nazione al mondo, tutte le opere eckhartiane, sia tedesche, sia latine, tradotte in una lingua moderna. Al medesimo studioso fiorentino si devono però anche una serie di studi che inquadrano la figura di Eckhart (1260-1328 circa) nel suo tempo e, più in generale, nella storia del pensiero e della mistica, ma soprattutto sottolineano il valore spirituale del suo magistero, più che mai attuale.

A questo duplice fine, tanto storico quanto spirituale, obbedisce anche il recentissimo Meister Eckhart, L’anima e Dio sono una cosa sola, a cura di Marco Vannini (Firenze, Le Lettere, 2020, pagine 208, euro 16), che raccoglie i principali testi del maestro medievale sul tema cruciale del rapporto tra Dio e l’anima. Il titolo, che suona certo strano, incomprensibile, finanche assurdo per l’opinione comune, per la quale una cosa è l’anima, o come oggi si preferisce dire la psiche, e un’altra, ben distinta, Dio, non è altro che un’affermazione, molte volte ripetuta da Eckhart stesso.

Per comprenderla nel suo vero senso, che non confonde affatto uomo e Dio, è fondamentale innanzitutto ricordare che l’antropologia cristiana medievale, entro cui si muove anche il maestro domenicano, è l’antropologia tripartita corpo-anima-spirito, di cui occorre tener ben presente la contrapposizione rigorosa, drammatica, tra anima e spirito, espressa nel secondo capitolo della prima lettera ai Corinzi, come pure quanto scrive l’apostolo, successivamente nello stesso testo «Chi si unisce al Signore, è con lui un solo spirito» (1 Corinzi 6, 17).

Meister Eckhart sta infatti in una ben precisa tradizione, classica e cristiana insieme, di cui il documento più importante, e comunque il più vicino a lui, è il Liber de spiritu et anima, un testo del xii secolo, attribuito ad Agostino, di cui i più avveduti, come Tommaso d’Aquino, sanno ormai che non è del vescovo di Tagaste, ma che in ogni caso riscuoteva grande autorità, anche per la quantità di informazioni che forniva sulla questione, appunto, dell’anima e dello spirito.

Seguendo, dunque, un’antica tradizione, il domenicano tedesco ripete che l’anima ha due aspetti, due occhi, o due volti: si chiama anima in quanto dà vita al corpo (anima quia animat), ed è rivolta al molteplice, nello spazio e nel tempo, ma si chiama spirito in quanto sta nell’Uno, nell’eterno. Eckhart respinge peraltro l’idea, antichissima, ma presente anche al suo tempo (ad esempio presso i catari), della presenza nell’uomo di due anime. No, l’anima è una sola, però ha qualcosa che non dipende dal qui e dall’ora, qualcosa che è separato dal molteplice e dal tempo, e perciò libero. Questo qualcosa è l’intelletto attivo, che nel libro Sull’anima è chiamato da Aristotele «separato, senza niente in comune con alcunché, esso solo ciò che realmente è, e questo solo è immortale ed eterno». Nella tarda grecità, con lo stoicismo, e poi con Filone Alessandrino fino al mondo cristiano, l’intelletto attivo prese prevalentemente il nome di pneuma, spirito e, come l’intelletto aristotelico rimanda a Dio, che è «pensiero di pensiero», così spirito rimanda a Dio, che è spirito, secondo le parole rivolte da Gesù alla samaritana al pozzo di Giacobbe, in Giovanni 4, 24.

Abbiamo detto che per Eckhart l’anima ha qualcosa che non dipende dal qui e dall’ora, ma dobbiamo precisare che l’anima è per eccellenza questo qualcosa. Viene chiamato in più modi, metaforici o tecnici — scintilla, castello, sinderesi, ecc. — ma quello preferito è grund, “fondo” dell’anima, ovvero sostanza dell’anima, che, come insegna anche san Giovanni della Croce, è Dio stesso. «Per chi ha gettato anche un solo istante lo sguardo nel fondo dell’anima, per lui mille marchi d’oro sono come un soldo falso», scrive il maestro domenicano, ovvero chi ha sperimentato la beatitudine della conoscenza di se stesso guarda con distacco a tutte le cose e vicende che possono comunque toccarlo.

Eckhart, dunque, da un lato recepisce in pieno la lezione della filosofia classica: conosci te stesso e così conoscerai anche Dio, perché uno solo è il Logos, umano e divino; dall’altro rivendica per ogni cristiano quel che Gesù afferma di se stesso: essere una sola cosa col Padre. Ribaltando così completamente il dualismo biblico, per cui c’è un Dio lassù nei cieli e un uomo quaggiù in terra, il maestro domenicano punta risolutamente sull’unità spirituale tra Dio e uomo insegnata da Giovanni e da Paolo e afferma perciò che anima e Dio sono una cosa sola. Questa paradossale verità la comprende però soltanto l’uomo interiore, ovvero l’uomo completamente distaccato, che ha seguito l’insegnamento del Cristo, evangelicamente rinunciando a se stesso (cfr. Luca 9, 23), «odiando» l’anima sua (cfr. Giovanni 12, 25), che diviene così spirito, come Dio è spirito. Si apre allora per lui, «uomo nobile», già qui nel tempo la luce abbagliante dell’eternità e già qui nel molteplice la dimensione beatificante dell’Uno.

Nella sua ampia introduzione, e poi anche nella breve conclusione, significativamente intitolata Un maestro lontano, a noi vicino, il curatore indica l’importanza non solo filosofico-teologica della lezione eckhartiana, ma anche, e innanzitutto, quella che potremmo definire psicologica, esistenziale, in un tempo di grande smarrimento come è il presente, un tempo che già Hölderlin definì «tempo di povertà», nel quale la nozione stessa di spirito è scomparsa dall’orizzonte della cultura.

Puntiamo sulla scuola

Di tutte le preoccupazioni che hanno accompagnano la diffusione pandemica una della più avvertite, oltre il dato strettamente legato alla salute e ai contagi, è stata quella legata al funzionamento delle scuole: spazi, arredi, banchi, profilassi, sanificazione delle aule, organici dei docenti, orari di apertura, contenuti didattici, anche attraverso un ‘patto di solidarietà’ con le famiglie come auspicato dal Ministero.

Dopo la riapertura di settembre, preceduta da un periodo di incertezze e di ritardi, in via sperimentale è stata avviata la didattica a distanza, che tuttavia – nonostante la buona volontà di dirigenti scolastici e docenti- ha palesato difficoltà procedurali, basti pensare che il 30% delle famiglie del Sud Italia non possiede un pc o un tablet. Proprio in questi giorni il Governo ha deliberato la concessione di un bonus ad hoc. La ripresa virulenta della pandemia e il lockdown a zone sta condizionando l’incerta aspirazione di normalità e necessità di dotarsi di una specie di paracadute per un atterraggio morbido, sul piano organizzativo e funzionale e su quello psicologico e relazionale, a scuola e a casa.

Gli istituti scolastici hanno superato l’impatto della riapertura ma la fase quasi drammatica attuale rende complicata sia la gestione della didattica in presenza che la DAD, ogni fase di funzionamento è peraltro condizionata da una iperproduzione normativa della burocrazia centrale e di quella dell’autonomia scolastica. Non si riesce a comprendere che una programmazione didattica produttiva ed efficace coincide con uno sforzo di semplificazione che accompagni i processi organizzativi.

Questi primi mesi di scuola hanno dimostrato quanto sia importante prestare attenzione anche ai fattori soggettivi, che riguardano la rassicurazione emotiva, il sentirsi parte di una comunità che ha le sue regole ma che non può trasformare un ambiente educativo ad alto tasso di socializzazione in  un luogo di costrizione: le aule, le palestre, gli angoli attrezzati, i laboratori, gli spazi interni/esterni non devono essere vissuti come letti di Procuste inospitali. Il timore che tutto funzioni davvero non deve trasformare l’aula didattica in una sorta di ambulatorio medico ma, tenendo conto delle incognite legate alle schizofrenie della pandemia, neppure correre il rischio di generare o far circolare nuovi improvvisi focolai.

Non possiamo certo permetterci che questo accada nelle nostre scuole, dobbiamo capire che il concetto di responsabilità riguarda tutti e non ammette deroghe, per dirla con Bernanos … “che non siamo noi a custodire le regole ma sono le regole a custodire noi”.

Tuttavia non siamo autorizzati a dimenticare che la dizione “sistema scolastico” implica il concetto di gestione del capitale umano. Questo vale sotto il profilo delle tutele sanitarie ma anche nel perseguimento del fine precipuo per cui esiste la scuola e istruzione e formazione avvengono in contesti  istituzionalizzati: il diritto allo studio ha il suo correlato speculare nel dovere sociale di perseguirlo come obiettivo di civiltà sul piano etico e come investimento primario che ogni Stato dovrebbe finanziare, avendone poi un ritorno in termini di elevazione culturale e di crescita e progresso economico, di sommo bene comune. E’ di questi giorni una stima della Banca Mondiale che ha previsto che i cinque mesi di chiusura forzata delle scuole costeranno agli alunni di oggi che li hanno subìti minori entrate economiche nella vita adulta per una cifra complessiva pari al 7% del PIL planetario. Ma anche guardando oltre il dato meramente economico ci sono altre conseguenze che dovrebbero preoccupare: la qualità delle relazioni interpersonali, l’aderenza o il discostamento rispetto agli obiettivi formativi, la loro programmazione, le occasioni di verifica, il tener desta la motivazione (ad insegnare e ad imparare) che poi è il gusto di andare a scuola o di imparare da casa volentieri, senza essere sopraffatti dai condizionamenti ambientali. Ma non si può trascurare l’incidenza che il riassestamento del sistema scolastico sta determinando nel rapporto insegnamento-apprendimento, a partire dalla rimodulazione oraria delle lezioni, all’avvicendamento dei docenti su gruppi classe prevedibilmente ridotti, all’uso dei libri di testo.

E’ necessario pensare agli spazi, alle aule e ai banchi ma senza dimenticare i contenuti didattici.

La scuola non è luogo di mera assistenza custodiale.

L’equivalenza della didattica a distanza con quella tradizionale per le scuole superiori risolve il dimenticato problema del sovraffollamento nei trasporti da e per la scuola.  Paolo Crepet mi ha espresso la sua preoccupazione verso il rischio di un rapporto educativo anaffettivo nella scelta della DAD. 

Le nuove tecnologie hanno una valenza sussidiaria rispetto alla didattica in presenza, la cultura è interiorizzazione di saperi e competenze: occorrerà prestare molta attenzione affinchè le chiavi di funzionamento della scuola siano presto restituite a chi ci lavora.

Esistono meccanismi di verifica e controllo sull’ordinato svolgersi della vita scolastica, facciamoli funzionare rispettando la sintesi necessaria tra la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio.

Una vita scolastica regolamentata e ricca di motivazioni restituisce la necessaria rassicurazione emotiva.

Un recente Rapporto ONU paventa il pericolo della sesta estinzione della vita sulla Terra, la prima per mano dell’uomo e pone il problema della sostenibilità ambientale uomo-natura. Siamo 7.7 miliardi e a fine secolo diventeremo 11 miliardi: c’è posto per tutti? Il biologo Edward Wilson ha affermato che al raggiungimento dei 6 miliardi di esseri umani sul pianeta è scattato un semaforo rosso: la pandemia in corso è anche causata da questo sforamento demografico che provoca una ribellione della natura.

Si prevede che in futuro potranno esserci nuove, più complesse pandemie che attaccheranno il genoma umano. Che fare? La soluzione è sui banchi della scuola di oggi: le generazioni future hanno il diritto ad una formazione aggiornata agli sviluppi della scienza e a tale sviluppo potranno concorrere, con l’istruzione, la cultura, la ricerca. I vaccini del futuro saranno prodotti dagli studenti di oggi.

Dobbiamo investire sulla scuola perché contiene “in nuce” il nostro futuro: il fiume della vita passa da qui.

L’abbraccio degli amici a Sandro Cavola

Sarebbe ingiusto mascherare di silenzio questo ricordo. L’ultimo saluto a Sandro Cavola ha visto riuniti giovedì scorso, 5 novembre, nella Chiesa di S. Crisogono a Trastevere, vari amici che assieme a lui hanno condiviso un lungo tratto di strada nel territorio della politica democristiana romana. Ultimamente, la sua adesione era andata alla giovane compagine di Demos, guidata da Mario Giro e Paolo Ciani, grazie soprattutto al sodalizio antico con il padre di quest’ultimo, l’ex deputato Fabio Ciani. A Demos aveva portato la sua instancabile vocazione a fare squadra, senza voler essere, per così dire, colui che si atteggia a caposquadra. Manifestava, cioè, la naturale propensione al riserbo, dando prova di quella sapiente combinazione di umiltà e consapevolezza, che spesso manca alle persone coinvolte nel gioco stretto della politica. 

Come tutti i romani non romani, essendo lui originario della provincia, aveva contratto un debito morale con la città. Si sentiva, probabilmente, un detentore di quella cittadinanza che faceva di Roma l’antica forma di Stato-Città che anteponeva l’acquisizione di uno status giuridico a vocazione universale all’angusta appartenenza municipale, in fondo sconosciuta alla discendenza di Romolo. Il debito morale consisteva nel dare a Roma quel che era di Roma, tanto da convincersi che l’impegno politico sul territorio esauriva da un lato e anticipava dall’altro l’impegno politico a tutto campo. La Dc per Cavola è stata la Dc romana, riconoscendo in essa, parodia di una sintesi a priori, il connotato generale della politica democristiana. Il Comitato romano, da questo punto di vista, era lo Studio Ovale di una Casa Bianca a dimensione umana. Lo era nel vissuto dell’incontro quotidiano, stante l’orgoglio di un apporto scanzonato posto pure a presidio della distinzione da Piazza del Gesù, avendo a riguardo l’istintiva convinzione di poter sussumere il valore e la sostanza politica di essa (non già, ovviamente, la sua funzione di rappresentanza nazionale).

Come pochi era capace di dialogo. Uomo di corrente, ovvero dell’egemone correntone petruccian-andreottiano, si profilava amante di amicizie larghe, senza barriere di appartenenze, con la ruminazione lenta di quel foraggio di intrighi, pettegolezzi e strafottenze, che nutriva nel quotidiano l’antropologia del quadro intermedio del partito. Non se ne lasciava tuttavia travolgere, poiché sapeva distinguere da cristiano trasteverino – e i trasteverini, da sempre, sono poco attenti ai freddi obblighi di chiesa e molto inclini al calore delle devozioni – il grano dal loglio, vale a dire l’essenziale dal superfluo. In premio ricevette, per questa sua fedeltà al servizio di partito, il via libera all’elezione in Consiglio provinciale a cavallo degli anni ‘80-‘90. Ci arrivò quando il tracollo della Dc, impensabile fino a Mani Pulite, iniziava a produrre labili e tuttavia concreti segnali di pericolo. Poi non ebbe esitazioni a schierarsi con i Popolari, quindi ad entrare nella Margherita e infine nel Pd. Il suo percorso dimostra, allora, come sia fallace l’identificazione della linea del “centro che muove verso sinistra” (De Gasperi) con l’atteggiamento peculiare ed esclusivo della sinistra dc: invece tale opzione a sinistra, fatta propria da Cavola, è valsa anche per cospicua parte dei gruppi moderati del partito.

Questa è la storia pubblica in cui lumeggia un desiderio di coerenza personale. Ciò non toglie che nel sentimento più profondo di Cavola ci fosse comunque la premura di un retaggio identitario che l’adesione al Pd – soggetto politico eterogeneo e incomposto – ha finito per corrompere nel tempo. Qui sta il cuore dell’altra storia, quella più intima e personale, di cui intuiamo la valenza. In Demos, al di là dei rapporti amicali, egli doveva evidentemente ritrovare l’humus di una politica confacente a un pensiero e a una tradizione, di per sé amica più degli amici stessi. Sandro credeva che ci fosse verità solo nel fattore umano. “Non mi vuoi più bene”: così amava esordire, infatti, quando una telefonata sopraggiungeva dopo troppo ritardo, perlopiù casuale e incolpevole. Era il suo modo di masticare la vita e di essere compartecipe degli altri. Quanti hanno avuto perciò l’onore di salutarlo, a San Crisogono, in un modo o nell’altro possono aver testimoniato la cristiana commozione di un abbraccio che per ognuno – ognuno di noi lì presente anche a nome di tanti altri – sapeva di risposta ultima ma non definitiva. A Sandro, insomma, gli abbiamo voluto bene e ancora gliene vorremo.

11 novembre: San Martino e “la festa dei cornuti”. In questo 2020 con il Covid-19 sarà un giorno diverso!

La tradizione orale, che ormai va scomparendo, richiama spesso “ proverbi e detti romaneschi,”( e hanno una consuetudine quasi universale ) ricorda fatti, personaggi e leggende, che sono l’espressione di una cultura popolare, che si tramanda con difficoltà ma senza essere cancellata o rimossa dalla memoria.  

In questo giorno di novembre, che si festeggia San Martino, è rimasta e non solo nei Castelli romani, “ l’usanza di assaggiare per la prima volta il vino novello, che può ubriacare, fare cioè scherzi del diavolo, perché fresco, frizzante e quindi ingannatore.”

Il mosto, già fermentato, ha perso ormai il fondo dolciastro dell’uva, assumendo sentore di vino, ma perché lo diventi veramente, anche nella sostanza, bisogna attendere i mesi di marzo o di aprile.

Il proverbio si rifà direttamente al costume del popolino romano, che festeggiava l’11 novembre con pranzi e libagioni, come accadeva per il martedì grasso, in quanto successivamente cominciava il periodo liturgico dell’Avvento che prevedeva penitenze, cioè stili di vita contenuti e morigerati.

A San Martino ci si faceva anche alle beffe dei cornuti. Questa tradizione deriva dalla leggenda, presente nella mitologia latino – romana più arcaica, degli adulteri amori di Marte ( di cui Martino è il diminutivo) Dio della guerra, e Venere, Dea dell’amore, che sorpresi da Vulcano, Dio del fuoco e marito della Dea della bellezza, furono da lui stesso rinchiusi in una rete di ferro per mostrarli agli Dei e averli quindi testimoni del torto subito. 

Ma gli Dei dell’Olimpo lo beffeggiarono e lo derisero, così la delusione di Vulcano fu atroce; forse in quel momento venne seminata l’origine di “ un detto” che dura da secoli: “ cornuto e mazziato”. 

Chi era San Martino di Tours? Nasce da genitori pagani in Pannonia, l’odierna Ungheria nel 316, figlio di un ufficiale, a 15 anni viene chiamato al servizio militare in Francia, durante la vita militare ebbe una visione, che diverrà l’episodio più conosciuto della sua vita.

Si trovava alle porte della città di Amiens, con i suoi soldati quando incontrò un mendicante seminudo. D’impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il povero svestito.

Quella stessa notte sognò che Gesù si recava da lui e gli restituiva la metà del mantello che aveva condiviso con il mendicante. Udì Gesù dire ai suoi angeli: “Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito.”

La leggenda racconta che quando Martino si  risvegliò il suo mantello era integro. Il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che si fece battezzare il giorno seguente e divenne cristiano, all’età di 22 anni, decise di lasciare le armi e condusse una vita monastica.

Ordinato sacerdote e successivamente eletto a vescovo di Tours, manifestò in sé il modello del buon pastore, fondando monasteri e parrocchie nei villaggi, istruendo e riconciliando il clero ed evangelizzando i contadini, morì nel 397, all’età di 81 anni.

 E’ venerato come santo dalla Chiesa Cattolica, è il primo santo non martire ricordato dalla liturgia.

Per la sua opera di evangelizzazione, fu popolarissimo in tutta Europa, e poi nelle Americhe, dove migliaia di villaggi e paesi portano il suo nome.

 Non è chiaro quando sia nata la leggenda del mantello, è probabile che risalga a tempi antichissimi, di poco seguente la morte del Santo, e che si sia diffusa poi rapidamente in tutta Europa, tanto che “l’Estate di San Martino,” il periodo di bel tempo della seconda decade di novembre è stata associata dalla memoria popolare e contadina alla leggenda del mantello, è conosciuta praticamente ovunque, e persino negli Stati Uniti, dove questa periodo di intervallo di bel tempo viene definita “Estate Indiana.”

In Italia, San Martino è il Patrono dell’Arma della Fanteria dell’Esercito Italiano, e di tante categorie come albergatori, sarti, osti, viticoltori, fabbricanti di maioliche, ecc. inoltre, oltre a 100 comuni, dal Nord al Sud del paese, l’11 novembre ricordano il loro Santo Patrono con devozione, e con un proverbio: “Chi non gioca a Natale / chi non balla a Carnevale / chi non beve a San Martino / è un amico malandrino.”

A Roma, la Basilica di San Martino ai Monti, è una antichissima chiesa a tre navate e 24 colonne antiche, fu dedicata a San Martino di Tours nel 500, da parte di papa Simmaco, subì restauri e trasformazioni che non ne hanno alterato la struttura originale, nella sagrestia è conservata la preziosa lampada votiva in lamina d’argento del V secolo, un tempo ritenuta la tiara di San Silvestro I Papa.

Nella festa di san Martino in moltissime località, è diventata “ la festa dei mariti traditi,”  forse perché nel giorno dedicato al Santo si svolgevano fiere di bestiame, per lo più “ munito di corna” e le fiere e i mercati duravano qualche giorno, e le mogli che rimanevano a casa – si trattava prevalentemente di donne che lavoravano nell’agricoltura, nei campi e badavano al bestiame – avevano la libertà di poter tradire i propri mariti anche con i mezzadri del loro fondo.

Questa ipotesi è la più accreditata, conseguentemente “ la festa dei cornuti” è entrata nel costume e delle tradizioni, rifacendosi anche alle leggende della mitologia.

I mariti traditi venivano fatti oggetto di scherno e di una vera caccia, sia pur simulata, nella quale essi dovevano interpretare il ruolo del cervo, animale dalle ricche e ramificate corna.

Oggi, in molte località del nostro Paese, in modo particolare in comuni medi e piccoli, come Ruviano (Caserta), Roccagorga (Latina), Grottammare (Ascoli Piceno), Santarcangelo (Rimini) si svolgono feste, sfilate, manifestazioni, attività di intrattenimento, in chiave umoristica e godereccia rinnovano la tradizione della “festa dei cornuti.”

In questo 2020,  l’11 novembre, sarà comunque un giorno diverso, rispetto alle tradizioni ludiche, consolidate e popolari, a causa dei divieti previsti dai provvedimenti  emanati dai pubblici poteri contro la pandemia del Covid – 19.    

Ecco perché, in maniera impropria, la ricorrenza di San Martino viene anche definita la festa del patrono dei cornuti, le tradizioni e le usanze ci stupiscono sempre, anche dopo secoli!

Economia: Istat, a settembre 2020 produzione industriale in calo rispetto ad agosto

A settembre 2020 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca del 5,6% rispetto ad agosto. Nella media del terzo trimestre il livello della produzione cresce del 28,6% rispetto al trimestre precedente.

L’indice destagionalizzato mostra diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative caratterizzano, infatti, i beni di consumo (-4,8%), i beni strumentali (-3,9%), i beni intermedi (-1,6%) e, in misura meno rilevante, l’energia (-0,3%).

Corretto per gli effetti di calendario, a settembre 2020 l’indice complessivo diminuisce in termini tendenziali del 5,1% (i giorni lavorativi di calendario sono stati 22 contro i 21 di settembre 2019). Le flessioni sono più ampie per i beni strumentali (-7,1%), i beni di consumo (-5,7%) e i beni intermedi (-4,2%), mentre resta sostanzialmente stazionaria l’energia (-0,1%).

Gli unici settori di attività economica che registrano incrementi tendenziali sono l’attività estrattiva (+2,7%), la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+2,0%) e le altre industrie (+0,2%). Viceversa, le flessioni maggiori si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-20,8%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-20,4%) e nella fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (-11,9%).

Il Natale senza cenoni costa 5 mld

Il Natale senza pranzi e cenoni costa 5 miliardi che sono stati spesi lo scorso anno dagli italiani, in casa e fuori, solo per imbandire le tradizionali maxitavolate delle feste di fine anno che rischiano di sparire per l’emergenza Covid. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè in riferimento al Natale senza cenoni e tombolate preannunciato dal Premier Giuseppe Conte, in occasione della Giornata nazionale del Ringraziamento che segna tradizionalmente il momento dei bilanci di un anno di lavoro nelle campagne e viene ricordata con feste in tutto il Paese, limitate quest’anno dalle misure di contenimento entrate in vigore con il Dpcm.

A pesare sul Natale oltre al rischio di lockdown per ristoranti e locali pubblici sono – sottolinea la Coldiretti – soprattutto il divieto alle feste private e ai tradizionali veglioni ma anche i limiti posti agli spostamenti, dal coprifuoco e l’invito a non ricevere nelle case persone non conviventi, in una situazione in cui lo scorso anno la tavolata media per gli appuntamenti di fine anno degli italiani era composta di ben 9 persone.

Le previsioni sull’andamento del contagio – precisa la Coldiretti – preoccupano anche per i divieti posti alla gran parte degli eventi tradizionali che segnano la fine dell’anno a partire da sagre, feste paesane e mercatini natalizi che sono momenti importanti per l’acquisto di regali enogastronomici, i più apprezzati dagli italiani. Senza dimenticare l’impatto negativo della mancanza di turisti italiani e stranieri con molti Paesi, a partire dalla Germania, che – continua la Coldiretti – hanno già messo l’Italia nella black list dei paesi più pericolosi. Si stima infatti che – sostiene la Coldiretti – quasi 1/3 della spesa turistica nel Belpaese sia destinata proprio all’alimentazione.

Il crollo delle spese di fine anno a tavola e sotto l’albero rischiano di dare il colpo di grazia ai consumi alimentari degli italiani che nell’intero 2020 secondo fanno segnare un crollo storico del 12% con una perdita secca di 30 miliardi di euro, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Ismea. Si tratta del peggior risultato del decennio per effetto – spiega la Coldiretti – della paralisi del canale della ristorazione che non viene compensato dal leggero aumento della spesa nel carrello delle famiglie. A pesare – continua la Coldiretti – sono i limiti e le chiusure ma anche lo smart working con il taglio delle pause pranzo, il crollo del turismo, soprattutto straniero.

Una situazione che – continua la Coldiretti – sta rivoluzionando anche gli equilibri all’interno delle filiere produttive che pesa sulla vendita di molti prodotti agroalimentari, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che – sottolinea la Coldiretti – trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco.

Da quando è iniziata la pandemia in Italia il 57% delle 740mila aziende agricole nazionali ha registrato una diminuzione dell’attività ma l’allarme globale provocato dal Coronavirus – evidenzia la Coldiretti – ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico della filiera del cibo con la necessità di interventi di sostegno per non dipendere dall’estero per l’approvvigionamento in un momento di grandi tensioni internazionali sugli scambi commerciali.

Occorre quindi salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare soprattutto in un momento in cui, con l’emergenza Covid 19 – conclude la Coldiretti – il cibo ha dimostrato tutta la sua strategicità per difendere l’Italia e l’Europa dalle turbolenze provocate dalla pandemia che ha scatenato corse agli accaparramenti e guerre commerciali con tensioni e nuove povertà.