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I medici chiedono più protezioni

Sulla fornitura dei dispositivi di protezione per i medici “ancora oggi emergono una disparità tra le regioni e una mentalità di centellinare sulla distribuzione dei materiali. Mi è stato raccontato di pacchi di guanti da 100 divisi e contati, uno ad uno, nella distribuzione a medici di famiglia, come se si temesse di eccedere. Sulla protezione, però, non si può scherzare. E noi vigileremo, pronti a denunciare alla magistratura di fronte a scarsità o mancanza di dispositivi. 176 medici morti sono un monito”. A dirlo all’Adnkronos Salute è il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli Odontoiatri, Filippo Anelli.

La sicurezza, continua, “è un diritto. Non c’è amministratore che possa accampare qualsiasi tipo di scusa per giustificare una riduzione dei dispositivi. Questo paventa una lesione del diritto all’integrità psicofisica”, aggiunge Anelli.

Già con l’apertura delle scuole, ricorda il presidente dei medici italiani, “il rischio è che il virus torni a circolare di più. L’attività di sorveglianza che i medici devono avere in questa fase diventa assolutamente decisiva. E quindi i medici vanno attrezzati perché siano messi in condizioni di lavorare bene, con obiettivo zero mortalità. Se non viene fatto, non ci resta che denunciare alla magistrature. Il diritto alla sicurezza è insopprimibile. I nostri morti gridano vendetta”.

Scontro frontale tra Pio XI e Mussolini. (Osservatore Romano)

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Sergio Valzania

Alle prese, in coppia con Roberto Mancini, con il viaggio in Italia compiuto da Hitler nel maggio 1938, Franco Cardini non si lascia scappare l’occasione per una riflessione a tutto tondo sul fascismo e sui rapporti che esso ebbe con il nazismo, sia ideologici che politici e diplomatici. Innanzi tutti gli autori di Hitler in Italia, dal Wakalla al Ponte Vecchio, maggio 1938 (Bologna, Il Mulino, 2020, pagine 256, euro 22), riflettono sui diversi utilizzi che vengono fatti del termine fascista in ambiti che sarebbe opportuno mantenere distinti, come la ricerca storica e la contesa politica. Quanto può essere concesso nella seconda deve essere evitato nella prima, analizzando con attenzione le diverse esperienze di regimi di destra, non tutti assimilabili al ventennio italiano.

Una cura particolare è rivolta a distinguere gli autoritarismi volti alla compressione e alla demobilitazione delle masse, in sostanza regimi di polizia, da quelli invece indirizzati proprio alla mobilitazione delle masse e alla conquista del consenso. Lo storico fiorentino e il coautore dichiarano di condividere l’opinione di Renzo De Felice, che ha analizzato il fascismo italiano nel periodo 1919-1945, definendolo «fascismo storico», per delimitare non solo l’intento ma anche l’ambito del pur monumentale lavoro svolto. Cardini e Mancini lamentano poi la scarsa attenzione degli studiosi italiani per le ricerche condotte fuori dal nostro paese sul fascismo e in genere sui movimenti politici di destra del Novecento, che contengono stimoli e contributi di notevole interesse.

La visita di Hitler a Roma, Napoli e Firenze dal 3 al 9 maggio 1938, a un anno e quattro mesi dallo scoppio della seconda guerra mondiale, costituisce una occasione per cogliere prossimità e differenze tra fascismo e nazismo e per considerare i percorsi, non necessariamente convergenti, che portarono al disastro dell’intero continente e di altre regioni del mondo.

Senza tentare di riassumere i moltissimi spunti che il libro offre, è opportuno sottolineare come gli autori collochino nella giusta evidenza la posizione di totale contrasto con quella del governo italiano, molto ospitale nei confronti del cancelliere tedesco, espressa nell’occasione da Pio XI e ribadita dal cardinale Elia Dalla Costa.

Il viaggio ufficiale di un capo di Stato a Roma, oltre alle manifestazioni e agli incontri di carattere civile con Vittorio Emanuele III re d’Italia e con Mussolini capo del governo, si immaginava comprendesse anche un’udienza pontificia privata e la visita ai maggiori edifici sacri della cristianità. Ciò nel contesto politico della soluzione della questione romana, raggiunta nove anni prima, l’11 febbraio 1929, grazie alla firma del Concordato e dei Patti Lateranensi tra Vaticano e Regno d’Italia e anche di quanto accadeva in Spagna, dove la guerra civile scoppiata nel 1936 vedeva Italia e Germania sostenere il fronte nazionalista, al quale aderiva la grande maggioranza dei cattolici iberici, contro i repubblicani appoggiati, pur se con minor convinzione, da Urss, Francia e Inghilterra.

Pio XI, che pure era stato l’artefice dell’accordo tra Vaticano e l’Italia già governata dai fascisti, rifiutò in maniera assoluta di concedere udienza a Hitler, non gli permise di accedere agli edifici sacri di proprietà del nuovo Stato Vaticano, proibì che le case religiose venissero addobbate e imbandierate per salutare il passaggio del cancelliere tedesco e chiese espressamente che nel corso della sua visita alla città non se ne prevedesse il passaggio da via della Conciliazione o dai dintorni di San Pietro.

Alla notizia della previsione di una visita di Hitler a Roma, Pio XI aveva subito inviato una lettera di protesta a Mussolini, nella quale scriveva tra l’altro «Sua Santità si domanda se l’apoteosi spinta a tali eccessi di un nemico così confessato della Chiesa cattolica e della religione di Cristo non sia contraria anche all’articolo uno del Concordato nonché al buon senso».

A nulla valsero gli sforzi profusi dalla diplomazia italiana e l’interessamento di padre Pietro Tarchi Venturi, influente collegamento personale tra Mussolini e il Vaticano, perché il Pontefice modificasse la sua posizione: durante la permanenza di Hitler a Roma tutti i luoghi di culto rimasero sbarrati, con l’unica eccezione del Pantheon, tempio funerario della famiglia reale. Nessun cardinale, nessun vescovo, neppure il nunzio in Italia, che era il decano del corpo diplomatico, partecipò alle occasioni di festeggiamento organizzate per l’ospite tedesco. Le indicazioni del Pontefice in relazione alla «venuta in Italia del Cancelliere del Reich, signor A. Hitler» erano state esplicite: «gli eccellentissimi vescovi riceveranno inviti a cerimonie in suo onore; il Santo Padre desidera che si astengano dall’accettarli vista la persecuzione religiosa in Germania».

Atteggiamento altrettanto rigoroso fu mantenuto dal cardinale Elia Dalla Costa a Firenze. Neppure lì venne concesso a Hitler l’accesso agli edifici sacri e le visite al Duomo e a Santa Croce furono cancellate dal programma iniziale. Solo l’esistenza di una cripta dedicata ai martiri fascisti costrinse in cardinale a concedere al cancelliere tedesco di entrare in Santa Croce da un passaggio secondario, senza effettuare la visita dell’intero edificio. Dalla Costa fu molto chiaro nell’esplicitare i motivi delle sue decisioni, già nel febbraio in una lettera pastorale dichiarava «affatto contrarie alla dottrina della Chiesa le teorie di coloro che a Dio sostituiscono la stirpe, lo Stato o qualsivoglia ideologia politica e pretendono che l’individuo, la famiglia, e persino la Chiesa debbano servire queste pretese deità».

Pio XI si spense il 10 febbraio 1939. Il 2 marzo fu eletto Papa Eugenio Pacelli, che prese il nome di Pio XII, fu lui a condannare l’aggressione tedesca alla Polonia del primo settembre 1939, con la quale scoppiò la seconda guerra mondiale. Pochi giorni prima aveva pronunciato la frase profetica «Nulla è perduto con la pace; tutto può essere perduto con la guerra», parole che non furono ascoltate in Europa, in Italia si rifiutarono di farlo Mussolini e Vittorio Emanuele III, precipitando anche l’Italia nel conflitto il 10 giugno 1940.

Convention o guerra dei mondi? Repubblicani e democratici mai così divisi. (Atlante Treccani)

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista “Atlante” della Treccani a firmadi Mattia Diletti

La Convention democratica si è svolta la settimana scorsa, quella repubblicana si è appena conclusa con lo speech di accettazione del presidente Trump (si è tenuto nel giardino della Casa Bianca, fatto piuttosto irrituale: non si usa la residenza presidenziale come luogo per i comizi di partito, di solito). La fine delle Convention segna il vero inizio della campagna elettorale presidenziale. Quali considerazioni si possono svolgere, ora che stiamo entrando davvero nel vivo? Un’anticipazione: c’è da preoccuparsi per il tasso di conflittualità raggiunto dalla democrazia americana.

Il presidente, questa notte, ha detto tutto quello che ci si aspettava che dicesse: ha continuato a insistere sullo slogan del “Law and Order” ‒ i conflitti in strada che vedete sono quello che vi aspetterebbe se Biden vincesse ‒ e a dipingersi come l’unico baluardo che separa l’America dal caos e dal socialismo. Fa impressione osservare, va sottolineato, come questo messaggio così aggressivo e questa delegittimazione dell’avversario avvengano negli stessi giorni in cui per strada si osserva il dispiegarsi di una guerra civile in miniatura, quella a cui abbiamo assistito nelle strade di Kenosha, dove ‒ a seguito del ferimento di Jacob Blake, colpito dalla polizia alla schiena con sette colpi di pistola che lo hanno paralizzato ‒ milizie bianche armate hanno affrontato i manifestanti che hanno sfidato il coprifuoco imposto in città. Un diciasettenne, Kyle Rittenhouse, è accusato dell’omicidio di due manifestanti: un giovane sostenitore di Trump che ha deciso di affiancare la polizia nel mantenimento dell’ordine nella notte degli scontri. La conflittualità verbale della politica è a livelli altissimi, ma lo è anche quella nelle strade. Con forme ben più preoccupanti.

La campagna elettorale sarà l’apoteosi del processo di polarizzazione del sistema politico americano. Cosa è la polarizzazione? Il contrario di quanto sostenuto per una vita da tanti esperti e studiosi dei sistemi politici maggioritari, come quello americano. Ovvero che quei sistemi fossero una garanzia per lo sviluppo di una “democrazia mite”, nella quale si vince al centro, con repubblicani e democratici a contendersi moderati e indecisi. Al contrario, oggi, la delegittimazione assoluta dell’avversario e la galvanizzazione del proprio campo ‒ in un sistema che non si dà come obiettivo una larga partecipazione elettorale: il 40% degli elettori americani (ben oltre i 100 milioni di individui) diserta il voto presidenziale, per disinteresse e sfiducia, ma anche per via di ostacoli materiali posti dal sistema stesso ‒ sono la chiave del successo. Corollario istituzionale della polarizzazione politica del sistema? In un sistema di poteri divisi, la paralisi e la conflittualità legislativa, il conflitto fra istituzioni quando presidenza e Congresso sono controllati da partiti diversi. Altri, e non sono pochi, pongono questo conflitto in chiave storica: l’ultimo in ordine di tempo, in questo articolo, è William Galston, un veterano democratico ora di base alla Brookings Institution. Una battaglia agganciata alle fratture createsi a partire dal Sessantotto americano, al quale Trump si ispira riproponendo il messaggio “Law and Order” di Richard Nixon.

Qui l’articolo completo 

Gli Emirati Arabi Uniti aboliscono la legge sul boicottaggio di Israele

Il presidente della federazione degli Emirati Arabi Uniti, Khalifa bin Zayed al Nahyan, ha emesso un decreto che abolisce la legge federale del 1972 riguardante il boicottaggio di Israele e le relative sanzioni economiche per entità o persone fisiche. Lo riferisce l’agenzia di stampa emiratina “Wam”, precisando che la decisione segue l’annuncio dell’accordo tra Emirati e Israele per la normalizzazione delle relazioni avvenuto lo scorso 13 agosto.

A seguito dell’abolizione della legge sul boicottaggio israeliano, le persone e le società negli Emirati potranno stipulare accordi, sia commerciali che di altra natura, con enti o individui residenti in Israele. In base al decreto, sarà inoltre consentito entrare, scambiare o possedere beni e prodotti israeliani di ogni tipo negli Emirati”.

Nigeria: I fallimenti del governo lasciano le comunità rurali in balia di uomini armati

Le autorità nigeriane hanno lasciato le comunità rurali in balia di uomini armati che hanno ucciso almeno 1.126 persone nel nord del paese da gennaio.  

L’organizzazione, Amnesty International, ha intervistato civili negli stati di Kaduna, Katsina, Niger, Altopiano, Sokoto, Taraba e Zamfara, che hanno affermato di vivere nella paura di attacchi e rapimenti a causa dell’escalation dell’insicurezza nelle zone rurali. Molti degli intervistati hanno descritto come le forze di sicurezza spesso arrivino ore dopo la fine degli attacchi, anche quando agli agenti sono state fornite informazioni sugli attacchi imminenti. Durante un attacco a Unguwan Magaji, nello stato di Kaduna, le forze di sicurezza sono arrivate sul posto ma se ne sono andate quando hanno visto le munizioni sofisticate che gli aggressori stavano usando. Quando sono tornati, almeno 17 persone erano state uccise. 

Amnesty International ha documentato un’allarmante escalation di attacchi e rapimenti in diversi stati della Nigeria nord-occidentale e centro-settentrionale dal gennaio 2020. I villaggi più colpiti sono i villaggi nel sud dello stato di Kaduna, dove uomini armati hanno ucciso almeno 366 persone in molteplici attacchi tra gennaio e Luglio 2020.  

La violenza ha costretto molti contadini e le loro famiglie a fuggire dalle proprie case. Nello stato di Katsina, almeno 33.130 persone sono ora in campi profughi e altre sono andate a stare con i parenti nelle aree urbane. Migliaia di agricoltori così non hanno potuto coltivare le loro fattorie durante la stagione delle piogge del 2020 a causa della paura di attacchi o rapimenti.  

Istituito il fondo da 200 milioni di euro per il sostegno alle start-up e PMI innovative

Il Ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha firmato il decreto attuativo dell’articolo 38, comma 3, del DL Rilancio, con il quale sono stati stanziati 200 milioni di euro per il sostegno e il rafforzamento, sull’intero territorio nazionale, delle start-up innovative e PMI Innovative. Le risorse, allocate sul fondo di sostegno al Venture Capital istituito presso il MiSE, verranno affidate al Fondo Nazionale Innovazione per sostenere investimenti nel capitale di Startup e PMI innovative in co-investimento con investitori regolamentati o qualificati.

Al fine d’incentivare nuovi investimenti, si prevede che gli investimenti dovranno essere rivolti verso Startup e PMI innovative che stiano effettuando round d’investimento o che l’abbiano già effettuato al massimo nei sei mesi antecedenti l’entrata in vigore del DL Rilancio. Attraverso il Fondo potranno essere erogate risorse fino a un massimo di 4 volte il valore dell’investimento degli investitori privati nel limite complessivo di 1 milione per singola Startup o PMI innovativa.

È prevista nei primi sei mesi di operatività del Fondo anche una procedura accelerata di valutazione per imprese già beneficiarie dello strumento Smart&Start, altro strumento di finanziamento attivo presso il MiSE e gestito da Invitalia, nonché per le Startup e le PMI innovative, che hanno subito una riduzione dei ricavi realizzati nel corso del primo semestre dell’anno 2020 di almeno il 30% rispetto ai ricavi ottenuti nel primo semestre o nel secondo semestre dell’anno 2019, dimostrabile attraverso una situazione contabile gestionale approvata dal competente organo amministrativo.

Il Ministro Stefano Patuanelli dichiara: “Con la firma del decreto attuativo affidiamo, in tempi record, al Fondo Nazionale Innovazione le risorse necessarie per sostenere le nostre start up e PMI innovative in un momento di grave difficoltà economica e finanziaria e conseguente all’emergenza sanitaria. Abbiamo colto questa esigenza e insieme alle Associazioni e agli operatori del settore abbiamo cercato di farvi fronte, consapevoli di non poter disperdere il patrimonio innovativo delle nostre imprese, fondamentale per la crescita del nostro Paese e la creazione di posti di lavoro

Il Sars-CoV-2 potrà essere riconosciuto dai cani

Si possono riconoscere i casi di positività al nuovo coronavirus grazie al fiuto di cani addestrati a riconoscere la ‘firma’ olfattiva del Sars-CoV-2. E’ l’obiettivo di diversi promettenti studi in corso, che partono da ricerche già effettuate sulla capacità di cani, attualmente sfruttata in molti settori (droga, esplosivi ecc), di riconoscere tracce di odori. Un meccanismo che in medicina è stato già testato per alcune specifiche malattie, i tumori in particolare, con risultati che fanno nutrire buone speranze.

Se i ricercatori riuscissero a raggiungere risultati positivi con il patogeno della Covid-19, lo screening per questa infezione, che può essere contratta da qualunque persona, diventerebbe più facile.

Alla base delle ricerche in corso il fatto che il virus, pur non avendo un suo odore, quando entra nella cellula ospite libera molecole differenti da quelle rilasciate da cellule sane. E alcune sono specifiche del virus. I compito dei ricercatori è quello di trovare la ‘traccia olfattiva’ propria del virus e insegnare ai cani a riconoscerla.

La partita referendaria più importante

Le ferie si stanno esaurendo e l’appuntamento referendario confermativo per la riduzione del numero dei parlamentari del 20 e 21 settembre, diventa sempre più ravvicinato spingendo inevitabilmente la comunità politica e i cittadini più sensibili allo sviluppo della democrazia ed all’efficienza dei suoi strumenti di funzionamento, ad alimentare il dibattito per un voto consapevole.

Intanto va detto che svolgere le operazioni di voto in circostanze come quelle che stiamo vivendo non si sta dimostrando una scelta saggia: si doveva tener conto della recrudescenza del Covid 19; infatti votare nei locali delle scuole già in trambusto per lo straordinario inizio dell’anno scolastico, addirittura una settimana prima del voto, arrecherà ulteriori difficoltà alle autorità scolastiche, già sovraccariche e sovraesposte a ragione degli impegni per loro già molto gravosi; inoltre votare senza che ci sia un alcun disegno di riassetto delle istituzioni parlamentari e dei criteri per le elezioni dei candidati utili al rinnovo dei due rami del Parlamento, pare una operazione gravida di preoccupazioni che sembrano un azzardo cupo ai danni della Democrazia italiana.

Questo referendum, penso, porta in se tutti i segni della inopportunità, relativamente agli interessi generali del paese ed al rispetto delle istituzioni della Repubblica. Quale è dunque la ragione di così alta importanza, che ci ha condotti ad un referendum? Ascoltiamo qui e lì che la volgarizzazione delle motivazioni che si adducono da parte di alcuni tra la gente, riguarderebbe il costo ed il numero dei parlamentari. Ma non possono essere queste le motivazioni in quanto i costi e la quantità dei parlamentari non si discostano dalle altre democrazie d’Europa.

Basta fare una analisi comparata con ogni altro sistema in Europa, e questa semplice verità non potrà che emergere, e con essa la ingannevole propaganda a sostegno dei motivi che avrebbero portato al referendum. Ma la gravità della situazione, invece, riguarda principalmente il fatto che in Parlamento non si è ancora deciso nulla sul nuovo sistema elettorale proporzionale, che pur faceva parte dell’accordo della maggioranza che ha condotto al secondo governo Conte.

Cosicché se dovesse vincere il si, non solo si priverebbero ad ampi territori d’Italia di propri rappresentanti, ma ci troveremmo con molte realtà culturali ancor più ai margini della vita politica con conseguenze gravi per la diserzione già alta dalle urne di molti elettori. Gli stessi equilibri tra le forze politiche, verrebbero affidati ad una sorta di roulette, in quanto il numero del tutto casuale dell’eventuale taglio senza un quadro completo di riferimento, alimenterebbe squilibri caotici per il sistema. Francamente va sottolineato, che la somma delle controindicazioni che porta al taglio operato così grossolanamente, ci condurrebbe in una zona buia della democrazia, e dunque non è una cosa buona per gli italiani e la loro Repubblica.

Va detto che negli ultimi anni non è la prima volta che per cinismo e tornaconto elettorali propri, talune forze politiche hanno fatto ricorso a proposte altrettanto azzardate. Ma va ricordato che gli elettori hanno sempre saputo cogliere i punti salienti della sfida, e li hanno respinte. Dunque questa partita referendaria non è importante solamente per il danno che si arrecherebbe alla efficienza del parlamento e della rappresentanza, ma anche e soprattutto al segnale pericoloso che si dà ai cittadini: quello che le istituzioni repubblicane possono essere messe all’asta in qualsiasi momento dagli opportunismi di singoli partiti, che al momento sono grado di strumentalizzare e piegare ai propri interessi, gli strumenti di democrazia previsti dalla Costituzione.

Lech Walesa: “Appoggio con fervore la coraggiosa lotta che i bielorussi stanno conducendo per la loro libertà”.

Lech Walesa ex presidente polacco e co-fondatore del movimento operaio Solidarnosc, tiene ancora d’occhio il mondo e oggi vuole aiutare i bielorussi.

“A 40 anni dalla nascita e dalla vittoria di Solidarnosc, ho scelto di non essere rinchiuso nei ricordi e appoggio con fervore la coraggiosa lotta che i bielorussi stanno conducendo per la loro libertà. Io sono con loro Dobbiamo aiutarli tutti, noi cittadini dell’Europa libera. Si spera che mettano in atto strutture e programmi politici con la stessa rapidità con cui abbiamo fatto allora, altrimenti rischiano ancora di perdere o, se vincono – cosa che spero – rovinano la loro vittoria”.

Però: “L’Europa, prima di incoraggiare la lotta per la libertà del popolo bielorusso, deve essere pronta ad aiutarlo”.

Lech Walesa ha, inoltre, ricordato  che quando era presidente della Polonia aveva tentato di promuovere l’adesione all’Ue dell’Ucraina e della Bielorussia insieme alla Polonia.

Infatti secondo l’ex presidente polacco, “non ci può essere un’Europa senza la Bielorussia e senza l’Ucraina” anche se “oggi l’adesione all’Ue dei due paesi non sembra prossima”.

Il diritto di sapere chi ci telefona

C’è un comportamento ricorrente nell’uso della telefonia mobile, che diventa spesso fenomeno sociale talmente esteso e pervasivo da generare conseguenze problematiche, come sovente richiamato dalla cronaca.

Mi riferisco alla possibilità di utilizzare la cd. “modalità riservata” nell’invio di una telefonata (specialmente avvalendosi di un apparecchio mobile) verso un’altra utenza.

Ciò consente – all’atto pratico – a chi “chiama” di occultare la propria identità telefonica, non consentendo all’interpellato e destinatario della chiamata di sapere da chi viene contattato.

E’ di tutta evidenza (e la cronaca spesso ci propone vicende di comportamenti compulsivi e ossessivi da parte di soggetti che avvalendosi di un’opportunità tecnicamente consentita finiscono con il porre in essere vere e proprie azioni vessatorie e di stalking nei cfr. di soggetti ignari dell’identità dell’interpellante) come questa pratica di uso ormai comune finisca paradossalmente con il tutelare e direi quasi privilegiare l’interpellante rispetto all’interpellato.

Di fatto non viene garantita a quest’ultimo la facoltà di conoscere l’utenza da cui proviene la telefonata, di poter decidere se rispondere o meno, di poter archiviare il numero del chiamante per successive verifiche rispetto alla reiterazione di telefonate a sfondo persecutorio, di disporre del numero dell’utenza al fine di poterla segnalare all’autorità giudiziaria in caso di ulteriori azioni di disturbo.

Allo stato attuale della normativa vigente si può tranquillamente affermare che non esiste un rapporto di tutela e di garanzia paritetica in termini di diritti soggettivi tra chi effettua una telefonata e chi la riceve.

Al primo è permesso di celare la propria utenza telefonica mentre al secondo non viene consentito di poter disporre della libertà e della facoltà di decidere se rispondere o meno, sulla base del fondamentale diritto di conoscere l’identità del chiamante.

Chi telefona “sa bene” chi intende contattare: viceversa chi riceve una chiamata “anonima” (“nessun numero”, “numero sconosciuto” …sono le oscure parole che compaiono sul display dell’interpellato) ignora da chi viene contattato.

Pensiamo alle molestie telefoniche ricevute dagli anziani per probabili truffe commerciali, ai genitori che hanno figli fuori casa, alle donne e ragazze perseguitate da malintenzionati maniaci e violenti. 

Molti fatti di cronaca, la dimensione dilagante del fenomeno, specie nei casi in cui l’utilizzo del mezzo telefonico diventa strumento di violenza e di vessazione imporrebbero di riequilibrare il rapporto (in termini di diritti e tutele personali) tra chi telefona e chi riceve la telefonata. 

Il Garante della Privacy tempo fa aveva fatto sapere che l’Ufficio era a conoscenza del problema, però ogni diversa ipotesi sarebbe vincolata ad una normativa europea che prevede allo stato attuale questa possibilità che – come detto – tutela di fatto  il ‘chiamante’ e non il ‘chiamato’.

Ma se questa normativa legittima una palese disparità di trattamento nella tutela dei dati personali… non è forse giunta l’ora di cambiarla? Quando potrebbe essere il momento buono per esaminare questa problematica che interessa da vicino molti cittadini di ogni età?

 

Istat: i prezzi alla produzione dell’industria di luglio 2020

A luglio 2020 i prezzi alla produzione dell’industria aumentano dello 0,2% su base mensile e diminuiscono del 4,2% su base annua.

Stando ai dati diffusi, sul mercato interno i prezzi segnano un incremento congiunturale dello 0,4% e un calo tendenziale del 5,4%, in attenuazione rispetto a giugno 2020 (-6,1%). Al netto dell’energia, i prezzi non variano su base sia mensile sia annua.

Sul mercato estero i prezzi registrano invece una diminuzione congiunturale dello 0,2% (-0,2% per l’area euro, -0,1% per l’area non euro). Su base annua la loro flessione, più contenuta rispetto a quella sul mercato interno, risulta pari a -0,9% (-0,8% per l’area euro, -0,9% per l’area non euro).

Nel trimestre maggio-luglio 2020 si stima una flessione dei prezzi alla produzione dell’industria pari a -1,8% sul trimestre precedente.

Nel mese di luglio 2020, fra le attività manifatturiere, gli aumenti tendenziali più elevati interessano i settori computer, prodotti di elettronica e ottica (+0,8% mercato interno, +4,7% area non euro), mezzi di trasporto (+0,9% mercato interno, +1,2% area euro, +1,0% area non euro) e altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine e apparecchiature (+0,8% mercato interno, +1,2% area euro, +3,3% area non euro).

Le flessioni tendenziali più ampie su tutti e tre i mercati di riferimento si rilevano per i prodotti petroliferi raffinati (-20,7% mercato interno, -6,2% area euro e -26,6% area non euro).

Milano-Cortina. Un Masterplan per le opere dei Giochi olimpici Invernali

La Giunta veneta, su proposta dell’assessore al territorio e sport, di concerto con i colleghi alle infrastrutture e lavori pubblici e al turismo e promozione, ha approvato una deliberazione con la quale si attiva il coordinamento territoriale e urbanistico delle iniziative previste per i Giochi invernali Olimpici e Paralimpici Milano-Cortina del 2026, attraverso un “masterplan” contenente tutti i progetti di interesse regionale.

Il “masterplan” comprenderà tutti gli interventi e il programma di quelli oggetto di varianti urbanistiche. A tal fine, si dovrà definire un complessivo e coerente quadro di riferimento territoriale-urbanistico e un programma dettagliato delle iniziative, sia pubbliche che private, per dare concreta attuazione alle diverse opere necessarie, da quelle per gli eventi sportivi a quelle relative alle infrastrutture, ai servizi e all’accoglienza, in base alla normativa sui progetti di interesse regionale.

“Rispondiamo così all’esigenza di coordinamento degli  interventi per i Giochi del 2026, sin dalla fase di pianificazione – spiegano gli assessori regionali –. Fondamentale è la definizione di una programmazione urbanistica complessiva, sotto una regia unica a livello regionale, al fine di attuare in modo coordinato sul territorio le iniziative da intraprendere nei diversi ambiti: dalla mobilità allo sviluppo delle infrastrutture viabilistiche e sportive, dalla promozione economica a quella turistica”.

“L’organizzazione delle Olimpiadi invernali – proseguono gli assessori – ci impegnano in un lavoro di monitoraggio e presidio del processo di realizzazione nel territorio bellunese delle opere infrastrutturali, sia direttamente collegate alla realizzazione delle gare agonistiche, sia di miglioramento della viabilità di accesso al territorio stesso, secondo il concetto di mobilità sostenibile, nel rispetto del cronoprogramma per la realizzazione delle opere che sarà definito da un tavolo tecnico operativo dal prossimo mese di settembre”.

Con il provvedimento è stato approvato un protocollo d’intesa che sarà sottoscritto dalle amministrazioni ed enti territoriali interessati, per la redazione del “masterplan”,   che sarà successivamente consegnato alla costituenda società “Infrastrutture Milano-Cortina 2020-2026” per la realizzazione delle opere previste dalla Legge Olimpica del maggio scorso.

Le malattie mentali

Le malattie mentali sono ampiamente diffuse e figurano tra le patologie in assoluto più frequenti e limitanti.

Secondo l’OMS la salute mentale è il complesso risultato di interazioni dinamiche tra fattori biologici, psicologici e sociali.

La salute mentale non è un semplice stato derivante da una predisposizione e un comportamento individuali, bensì è un processo stratificato influenzato da molti fattori personali, socioeconomici, culturali ed ecologici.

Una persona si sente mentalmente sana, per esempio, se utilizza al meglio le sue capacità intellettuali ed emotive, fa fronte agli stress della quotidianità, lavora in modo produttivo e riesce a dare un contributo alla comunità.

Una persona mentalmente sana ha un’autostima stabile e un’identità definita a fronte dei vari ruoli che ricopre nella società, nonché un senso di autoefficacia e controllo delle proprie azioni. Inoltre, si sente normalmente ottimista, fiduciosa ed equilibrata.

Per sentirsi mentalmente sani non è necessario che coesistano nello stesso momento tutte queste caratteristiche ed emozioni.

I principali disturbi psichici sono:
  • Disturbi d’ansia.
  • Depressione (o disturbi depressivi)
  • Disturbo bipolare.
  • Schizofrenia.
  • Dipendenze.
  • Disturbi dell’alimentazione.
  • Disturbo della personalità borderline.

La ricerca ha dimostrato che molti disturbi mentali hanno una componente ereditaria. Spesso, un disturbo mentale insorge in un soggetto con un corredo genetico che presenta una predisposizione a tali disturbi. Tale vulnerabilità, combinata con altri eventi stressanti, come difficoltà familiari o lavorative, può condurre allo sviluppo di un disturbo mentale.

Inoltre, molti esperti ritengono che la compromissione della regolazione dei messaggeri chimici nel cervello (i neurotrasmettitori) possa contribuire ai disturbi mentali.

 

Si allarga lo Schieramento del No

Oggi con un lungo articolo sul messaggero anche Romano Prodi si schiera sul fronte del No.

È una scelta significativa per l’autorevolezza della persona che dal 1996 ha caratterizzato la fase del sistema elettorale maggioritario e della contrapposizione con la leadership di Silvio Berlusconi.

Oggi anche Romano Prodi, alla vigilia di un referendum costituzionale che riduce gli eletti in nome di un furore antiparlamentare riconosce i limiti di un sistema che non garantisce la libertà di scelta dei cittadini dei propri rappresentanti. Questa libertà di scelta è stata soffocata attraverso le candidature multiple, con le liste bloccate esaltando la negatività dei nominati e comprimendo il libero esercizio della funzione parlamentare.

Anche Renato Brunetta richiama aspetti sottovalutati come il maggiore peso del
nord rispetto al Mezzogiorno e al resto del Paese come pure il rafforzamento dei poteri forti. Si tratterebbe di un clamoroso autogol di chi ha fatto nascere un governo in opposizione a Salvini che sarebbe beneficiario di scelte contraddittorie e paradossali.
La riforma costituzionale determina una rottura degli equilibri costituzionali subordinandola ad una legge elettorale che dovrebbe avere il consenso largo delle forze politiche.

Gli equilibri vengono rotti sul voto del Presidente della Repubblica, sugli organi costituzionali, sulle autorità di garanzia.

Il Pd ha compiuto un grave errore politico senza via di uscita. Non ci sarà compromesso accettabile per uscire dall’angolo, neppure un voto in commissione sulla legge elettorale a ridosso del referendum. La legge elettorale richiede consenso e tempi di maturazione che non possono essere i pochi giorni che ci separano dalla data della celebrazione del referendum confermativo.

Se si vuole arginare la deriva anti casta e antiparlamentare c’è una sola via: quella di una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento sufficientemente alta, con principi che rispettino la rappresentanza territoriale, il pluralismo culturale del Paese, e sopratutto la reintroduzione delle preferenze cioè il momento più alto della libertà di scelta. Solo così si potrà ricreare un nuovo rapporto tra cittadini e Istituzioni facendoli ridiventare arbitri, per citare il libro di Roberto Ruffilli, delle loro scelte.

Appunto per tracciare lo scenario di una cultura politica nuova. L’impegno della rete c3dem

La rete c3dem intende impegnarsi in un percorso di ripensamento della cultura politica che ha costituito, per i gruppi che vi aderiscono ma anche per il ben più vasto mondo di forze sociali e politiche d’ispirazione cristiana, il bagaglio di convinzioni, giudizi, attese, obiettivi che ci ha sin qui guidato. Un ripensamento, e cioè un rinnovamento che sia frutto del misurarci, con coraggio, con quanto sta cambiando in alcuni nodi decisivi della vita sociale, qui nel nostro paese e nel mondo.

Sandro Antoniazzi ha steso, come lui lo ha chiamato, “un appunto” per consentire alla rete c3dem di avviare questo percorso di riflessione e ricerca – per singoli aspetti, come per nodi più di fondoe più generali –  che ci si augura sia davvero partecipato, in primo luogo da tutte le componenti della rete stessa, ma anche da persone che sono vicine e in sintonia con il cammino che le associazioni della rete hanno fatto negli anni e decenni scorsi.

Sandro Antoniazzi, classe 1939, laureato in Economia e commercio alla Cattolica, è stato per oltre trent’anni dirigente della Cisl a Milano e nella Lombardia, poi membro della Commissione “Iustitia et Pax” della diocesi di Milano e di consigli d’amministrazione di alcune banche popolari (la Popolare di Milano, la Banca Popolare Etica), e fino a poco tempo fa presidente della “Fondazione San Carlo” per la promozione dei diritti alla casa e al lavoro di immigrati e di italiani in difficoltà. Sandro è anche tra gli animatori dell’associazione Comunità e Lavoro, ed è con essa che ha aderito alla rete c3dem.

Nel suo “Appunto”, che è davvero ad ampio raggio, spiccano alcuni temi che sono particolarmente legati alla sua esperienza diretta: i mutamenti profondi del lavoro (con uno sguardo sul mondo, e non solo sul nostro paese), l’approccio sociale all’economia, l’idea di una democrazia che sia sostanza vera di partecipazione oltre il voto, un rinnovamento del cristianesimo che passi anche per il definitivo incontro tra il filone del cattolicesimo democratico e quello del cristianesimo sociale.

Sono alcuni dei nodi, non i soli,  sui quali  cercheremo di portare elementi di riflessione. (red.)

Le certezze cadute, l’orizzonte incerto

La politica sta attraversando una fase storica particolarmente difficile, trovandosi in un frangente in cui sonno venuti meno i fondamenti e le certezze di ieri e dove del tutto indeterminati appaiono gli orizzonti verso cui procedere.

I problemi più rilevanti da affrontare rivestono ormai tutti una dimensione globale e spesso anche un carattere tecnico-scientifico complesso (biotecnologie, sistemi informatici, clima), problemi sui quali decisamente ardua e limitata appare la competenza e la capacità di influenza della politica.
La debole capacità di intervento e di significanza contrasta col fatto che, all’opposto, questi problemi concernono in modo diretto e concreto la vita delle persone. E’ opportuno ritornare un momento sulla nostra storia per meglio comprendere la situazione attuale.

Nel dopoguerra si è verificato uno sviluppo economico elevato ( i “trenta anni gloriosi”) che hanno comportato un benessere diffuso, di cui hanno beneficiato ampie masse di lavoratori.
Questo sviluppo è noto come “modello socialdemocratico”, perché allora i maggiori partiti socialisti europei (contrariamente ai comunisti) decisero l’accettazione del capitalismo in cambio del progresso sociale, cioè della partecipazione dei lavoratori al benessere generale.

La sua affermazione fu particolarmente favorita all’epoca dalla concomitante competizione nei confronti del comunismo: Occidente e capitalismo unirono le loro forze per contrastare l’avversario comune, praticamente non distinguendosi, apparendo come una cosa sola.
Questo modello è oggi totalmente e definitivamente esaurito: sono venute meno le condizioni che lo sostenevano e sono scomparse le motivazioni che ne hanno fatto la sua fortuna.

Ora lo sviluppo economico è più limitato, il pericolo comunista si è dissolto, non esiste più la necessità di difendere l’Occidente, il sistema economico diventato mondiale perde i legami coi territori e coi paesi e con essi ogni debito e responsabilità di carattere sociale.
Ciò significa che, a differenza di ieri, non esiste più in Occidente un equilibrio accettabile che orienti il nostro sistema economico: lo sviluppo sociale, l’inclusione delle masse, della gente, dei lavoratori non è più “garantito”, non è più considerato perseguibile e da perseguire.

Per il nostro paese si tratta di una modifica radicale della “costituzione materiale”.

E’ il motivo sostanziale dello sviluppo delle proteste populiste: il fine dell’inclusione di tutti è stato cancellato; sono peggiorate le condizioni di tanta gente; è diffusa una grande preoccupazione verso l’avvenire, non si vedono prospettive rassicuranti, non si vedono orizzonti in cui riporre la propria fiducia.

E’ evidente come da questo derivi un “vulnus” profondo alla democrazia: la democrazia è partecipazione popolare, che negli Stati moderni si esprime attraverso il consenso a forze e leader capaci di offrire delle prospettive di soluzione.
E poiché le prospettive da offrire oggi non ci sono, sono lontane e sono da costruire, prevalgono coloro che propongono facili soluzioni illusorie, a cui la gente vuol credere pur di credere in qualcosa.

Costruire un nuovo equilibrio tra economia e politica

Il problema reale di oggi consiste dunque nel costruire una nuova prospettiva, un nuovo equilibrio, che deve tenere insieme democrazia, economia e sociale; e nel contempo avere una dimensione mondiale  e possedere un robusto fondamento etico-culturale, trattandosi di impresa durevole.
Problema certamente immenso e da tempi lunghi, però è importante sapere per che cosa ci si impegna e in quale direzione ci si deve muovere.

Questo problema è il medesimo che si dibatte a livello politico sui rapporti tra capitalismo e democrazia. Se ieri sembrava che potessero stare bene assieme o addirittura che l’uno presupponesse e rafforzasse l’altro, ora le strade si sono divaricate: il capitalismo (l’economia) si muove in modo indipendente dalla democrazia e spesso rischia di soverchiarla determinandone la crisi.
(Il fatto che spesso siano paesi non democratici – si veda la Cina – a crescere di più, oltre che a far dubitare delle idee passate, genera fascino e attrazione in molti altri paesi: non è necessaria la democrazia per crescere e l’ obiettivo della crescita prevale su quello della democrazia).

Se non possiamo aspettarci che lo sviluppo capitalistico comporti automaticamente benessere sociale (il famoso “trickle down”) allora diventa necessario affrontare il capitalismo nel suo funzionamento e nelle sue scelte.

Ciò richiede una chiarificazione preliminare sul capitalismo.

In Italia, la parola capitalismo è praticamente bandita dai dibattiti, perché troppo carica del passato uso antagonista da parte della sinistra; ma mentre è giusto criticare quella visione, è sbagliato rinunciare al termine che, distinto esplicitamente da quell’uso, si rivela un termine analitico che bene esprime il carattere del sistema  economico (e non solo economico) attuale.
E’, ad esempio, usato normalmente nell’ambiente americano dove non si sono avute presenze rilevanti di sinistra antagonista; là dove il capitalismo regna non ci sono riserve a chiamarlo col suo nome.
Parlare di capitalismo dunque non significa pensare di abbatterlo, di superarlo, di fuoriuscirne e altre fantasie illusorie e incredibili di questo genere; significa invece studiare e comprendere bene il sistema per individuare come e dove si possa cambiarlo e migliorarlo.

Intanto, contrariamente alla critica superficiale di certa sinistra, è bene affermare che il capitalismo è un sistema positivo: ad esso dobbiamo lo sviluppo del nostro paese e il benessere raggiunto.
L’avvento della dimensione  mondiale avvenuta all’insegna della politica liberista ha provocato uno sviluppo molto diseguale e ha distrutto l’equilibrio positivo di un tempo; la maggiore difficoltà attuale consiste per questo nell’impossibilità di ripristinare un equilibrio senza tener conto della dimensione mondiale o, meglio, senza che si realizzi anche qualche forma di equilibrio mondiale.

Lo squilibrio economico tra Nord e Sud è tale da determinare una situazione permanente tanto ingiusta quanto difficilmente sopportabile: in pratica il Nord vive in modo relativamente agiato sulla base dei salari irrisori pagati al Sud e ciò anche grazie al dominio delle multinazionali che hanno potuto espandersi in mancanza di regole e di un controllo politico.
Regole internazionali e crescita delle economie e dei redditi del Sud sono pertanto le due condizioni fondamentali di un nuovo equilibrio mondiale più giusto. Con molto ritardo se ne sono accorti anche l’ONU e le altre organizzazioni mondiali, fino a ieri anche loro prigioniere dello scontro occidente/comunismo.

Per quanto riguarda il nostro paese non possiamo pensare di ritornare al tempo passato.

La fine del lavoro a tempo pieno e la necessità si sviluppare una “seconda economia”, l’economia sociale

Il lavoro in questi anni si è ridistribuito sull’intero mondo e il mito del lavoro a tempo pieno e indeterminato per tutti sta alle nostre spalle. Si svilupperanno forme molto diverse di lavoro, di cui il precariato sembra essere l’avvisaglia, per le quali dobbiamo prepararci. Sarà molto importante in futuro stabilire delle condizioni minime di diritti uguali per tutti a prescindere dal tipo di lavoro.
Occorrerà pensare anche a forme diverse di economia: nel sistema capitalistico/democratico, oltre all’economia più propriamente concorrenziale e rivolta al profitto, può esistere e convivere anche una “seconda” economia sociale, solidale e indipendente; non un’economia marginale, ma un’economia valida, riconosciuta, auto-sostenibile (che non si riduca all’appalto al ribasso a cooperative sociali).

E’ necessaria contemporaneamente una profonda riflessione sul ruolo e sul posto che il lavoro ha nella società; è nota la difficoltà del mondo del lavoro a causa della delocalizzazione, delle tecnologie e della concorrenza al minor costo (“race to bottom”).
A questo bisogna aggiungere che oggi un’ampia parte del valore non deriva dallo “sfruttamento” del lavoro, ma deriva dalla “estrazione” della rendita, dalla finanza, e dal basso costo dei prodotti fabbricati nel Sud e venduti a prezzi ben superiori nel Nord: dunque non è più nell’azienda che si distribuisce la maggior parte della ricchezza.

Qui sta la causa tanto  del diminuito potere del sindacato, quanto del continuo ampliarsi delle diseguaglianze. Il sindacato, ma anche la società e la politica, devono avere una visione più ampia del lavoro, comprensiva di ogni tipo di lavoro (dipendente e indipendente, produttivo e riproduttivo, materiale e immateriale) e per far questo si deve superare una visione troppo esclusivamente rivendicativo-centrica. I lavori di oggi richiedono di essere compresi e valorizzati nella loro specificità e per la loro qualità: professionale, tecnica, sociale, di cura, intellettuale, morale. Il sindacato non deve avere al centro il salario, o perlomeno accanto al salario deve dare altrettanta importanza alle finalità, al senso del lavoro, proprio perché il lavoro sarà sempre meno materiale e più di cura, di relazioni, intellettuale.
In questo campo deve esserci una vera e propria riconversione del sindacato, perché l’apporto del lavoro sarà sempre più considerato per la sua qualità, da cui dipenderanno poi le condizioni materiali.

Per combattere le disuguaglianze, promuovere una democrazia sostanziale

Se quando vivevamo in un periodo di sviluppo non si guardava molto alle differenze perché comunque tutti miglioravamo, ora invece le differenze balzano all’occhio, diventano motivo di confronto se non di contrasto. Emergono anche problemi strutturali annosi che non possiamo pensare che si risolveranno da soli col passare del tempo: così è la questione delle donne che, sia nel mondo del lavoro che nella società, hanno sempre conosciuto una condizione di inferiorità.
Un’altra condizione di inferiorità, che da noi si è manifestata in tempi relativamente recenti, è quella vissuta dagli immigrati i quali, anche quando superano le difficoltà iniziali dell’accoglienza, rimangono cittadini di serie B, su cui pesa il retaggio del colonialismo e di una storia carica di razzismo e di oppressione.
Le cause di queste situazioni sono profonde, storiche e attinenti alla natura umana, e pertanto richiederanno molto tempo per essere rimosse, ma proprio per questo motivo devono stare al centro di una visione democratica (sostanziale).

E poi vi sono problemi vecchi e nuovi che riguardano tanto il lavoro quanto la vita personale e sociale, che ormai sono indissociabili da qualunque prospettiva di innovazione e di miglioramento: ci riferiamo ai temi ambientali (Laudato si’) e a quelli della digitalizzazione e dell’informatica che sono questioni con cui abbiamo a che fare quotidianamente.

Anche solo il ricordare questi problemi maggiori rivela come la nostra società sia un “sistema”, nel senso che tutto questo costituisce un insieme connesso e che si può appunto chiamare “capitalistico” perché il fattore economico e la ricerca del profitto sono centrali nel suo funzionamento.

E dunque la battaglia diventa culturale e politica, oltre che economica e sociale.

E’ evidente che la risposta sta nel rafforzamento della democrazia e nella sua capacità di intervento: lo sviluppo della democrazia è volto sia ad accrescere le forze necessarie per affrontare i molti problemi che si prospettano, sia a contrastare la deriva populista (che alimenta una pseudo partecipazione del popolo).
Questo potenziamento della democrazia deve andare al di là dei problemi di rappresentanza istituzionale e individuare nuove forme di “democrazia sostanziale” e di partecipazione.

Democrazia sostanziale significa partecipazione dei lavoratori nelle aziende, nuovi modelli di impresa, una seconda economia sociale autonoma, forme assembleari nei comuni minori e dovunque sia possibile, proposte costanti progressive per le donne, cittadinanza piena per gli immigrati, almeno un canale della RaiTv indipendente e gestito dalla società civile, ricreare un rapporto diretto formativo tra intellettuali e base, un serio ripensamento della forma partito, e così via.

( L’ idea della democrazia sostanziale era tanto di Dossetti che di Togliatti: la Costituzione era il programma che avrebbe dovuto incarnare quella visione della democrazia. E’ un programma che non ha potuto realizzarsi per il sopravvento della guerra fredda. Occorre oggi riprenderlo in termini aggiornati).

Questo impegno per un nuovo grande impulso all’allargamento della democrazia, che deve rappresentare un vero salto di qualità, deve accompagnarsi all’impegno economico-sociale, che deve avere come obiettivo la ricomposizione dell’economico col sociale, dunque un’economia che “includa” tutti  (principio irrinunciabile, tanto cattolico quanto democratico, dunque cattolico democratico). In questo senso, riconnettendo l’economico e il sociale, in forme nuove rispetto al passato dei trenta anni gloriosi e che necessariamente dovranno essere più attuali e avanzate, si realizza un’opera veramente popolare, per il popolo reale, per il paese.

Qui realtà economico-sociale e democrazia sostanziale si congiungono, perché la soluzione economico-sociale non è una semplice distribuzione di benefici dall’alto dovuti a uno sviluppo elevato, ma frutto di uno sforzo condiviso che richiede una fattiva partecipazione.

Sarà forse una realtà economico-sociale meno ricca, ma più partecipata e dunque più democratica.

Prediligere l’impegno a livello locale

Questa battaglia non parte dal livello nazionale e dalle istituzioni, perché oggi non ne abbiamo le forze e perché non è da qui che dobbiamo partire per cambiare le cose: la battaglia deve partire dai problemi reali e dal livello locale.
Partire dal livello locale vuol dire partire dalla gente, con la gente, e dai loro problemi; significa poter fare esperienze nuove di politica che cambino e rinnovino gli attuali partiti e il modo di fare politica che non è più adeguato.

E’ illusorio pensare di rivolgersi indistintamente a un pubblico cattolico; l’individualismo, la mancanza di coesione sociale, la superficialità con cui si aderisce a questo o a quel richiamo politico, l’attuale assoluta mancanza di ogni formazione politica, richiedono una paziente opera ricostruttiva che non può che partire dal basso. Si parte da lì per risalire e porsi i problemi ai livelli più alti, che non vanno dimenticati, ma che al momento possiamo solo seguire e stimolare.

Possono naturalmente presentarsi  problemi nazionali per i quali vale la pena di impegnarsi, ma non costituiscono oggi l’ impegno prevalente e prioritario.

Affrontare i problemi del mondo con l’ispirazione della nostra fede

Oggi i cattolici democratici e sociali devono innanzitutto ricostruire le proprie forze, se intendono interessarsi seriamente di politica.
Per rendere possibile tutto questo è ineludibile affrontare il tema della situazione della comunità cristiana, che richiede una seria valutazione.

Nella società complessa in cui viviamo la religione rappresenta una sfera dell’attività umana accanto ad altre sfere, tutte importanti e dotate di proprie regole e di propria autonomia (politica, economia, scienza, cultura,ecc); la religione non è più un riferimento universale, un centro unificante delle diverse esperienze umane.
Qui si  pone il problema fondamentale della religione oggi (il medesimo che si poneva Lazzati al rientro della prigionia ne “Il  fondamento di ogni ricostruzione”): dobbiamo vivere la religione come una sfera separata o dobbiamo invece pensare che il cristianesimo informi tutta la vita e non ci sia separazione tra la vita spirituale e l’impegno politico sociale? Molti preferiscono la prima soluzione: la religione è una realtà separata, a sé stante, ben distinta  dalle cose terrene, il regno dello spirituale; per il resto dei problemi basta comportarsi moralmente.
E’ la soluzione di un tempo che dava anche un potere privilegiato alla gerarchia come detentrice della gestione del sacro, ma è anche la comoda visione della maggior parte dei cristiani attuali per cui la religione è un momento, una parentesi domenicale, per poi dedicarsi alla vita quotidiana con altri riferimenti.

La seconda strada è quella del Concilio (a cui si riferiscono i C3dem), quella di papa Francesco e quella che dobbiamo assumere: la vita è una sola, non esistono separazioni, il cristianesimo ha a che fare con tutta la nostra vita e dobbiamo affrontare i problemi del mondo con l’ispirazione della nostra fede.
Se l’enunciazione è facile, complessa ne è l’attuazione; d’ altra parte, facile o difficile, è ciò che è chiesto ai cristiani.

Noi dovremmo comportarci di conseguenza e dovremmo così portare nella chiesa questa esigenza che richiede riflessioni serie sullo stato delle parrocchie, delle associazioni, di questioni morali e teologiche, ecc…
Il cattolicesimo italiano è fermo; perde dei pezzi e perde di significanza, ma, essendo tuttora  diffuso, non avverte a sufficienza l’esigenza del cambiamento.

E’ fermo soprattutto per la contraddizione di fondo di cui sopra; ha indubbiamente bisogno di un serio rinnovamento e di un nuovo slancio. Stando fermi si rischia di immiserirsi, di rinsecchirsi, di ridursi sempre agli stessi problemi (è un segnale l’atteggiamento sulla omofobia). Ormai i problemi di morale sessuale (o, in termini più elevati, i problemi della vita) costituiscono l’ ultima trincea in cui i vescovi hanno posto la loro linea di difesa; linea che però la società ha già da tempo travalicato.

Non sarebbe ora di cambiare impostazione su questi temi? Come non prendere atto che ormai il matrimonio religioso è diventato una realtà di minoranza e che ormai è spesso trascurato dagli stessi cristiani?

Cattolici democratici e cattolici sociali finalmente insieme

La proposta qui tratteggiata ha anche un importante risvolto positivo: essa supera l’antica divisione tra cattolici democratici e cattolici sociali.
Lo supera sul piano politico sociale perché i problemi da affrontare oggi sono contemporaneamente economici-sociali-democratici (politici), lo superano nella visione cristiana, perché non si tratta di agire nel campo sociale attraverso una dottrina morale (la dottrina sociale della chiesa) che i cattolici sociali portavano avanti come fosse un programma.

Si tratta di affrontare i problemi politici e sociali non con una visione morale (che viene dopo, in modo subordinato), ma col principio primo della fede.
Dunque, si presenta la possibilità di unire le forze ieri separate per ridare vita ad un’unica nuova forza di ispirazione cristiana conciliare, con una fede adulta e con la libertà necessaria per impegnarsi ad affrontare i problemi del tempo.

 

Scuola: c’è qualcuno che gracchia

Gli anni formativi, quelli che dall’infanzia giungono fino all’età quanto meno del titolo di laurea, sono i più delicati nella vita di una persona. Compromettere quella fase significa mettere a repentaglio la qualità della vita di un individuo. La scuola è il luogo di confronto, di produzione culturale, di formazione civica, di costruzione caratteriale più importante.

Come luogo fisico. Cioè spazio condiviso in cui si elaborano le strutture concettuali, di dispositivi culturali, gli elementi basilari di un soggetto socialmente equilibrato psichicamente irrobustito, pertanto l’istituto scolastico ha da essere garantito per una frequenza regolare di tutti i nostri fanciulli, ragazzi e giovani.

Corriamo un grande rischio. Che le scuole abbiano difficoltà. Che ritorni la pessima condizione di questa primavera. Bisogna fare l’impossibile per garantire l’accesso in sicurezza a tutti. Non nascondo che le problematicità siano massicce e non intendano indietreggiare. I dati del contagi stanno aumentando.

Credo che a tutti stia a cuore la vicenda scolastica. E a tutti è presente il grande valore che ha scuola nel contesto sociale del Paese.

Fa specie che qualche deputata del PD, vada schiamazzando l’ovvio. Nulla che assomigli ad un suggerimento intelligente. Intende solo farsi bella e aggiudicarsi un ruolo che, a ben vedere, non gli è proprio. Non chiedetemi chi sia costei. Ci siete giunti intuitivamente.

Se una volta s’incaricasse di svelare un’argomentazione che non fosse gravata dalla cieca parzialità, potremmo anche sopportarla. Invano! Vuol essere una valchiria del nord, quando invece certe qualità non le spettano per modalità espositiva.

Auguriamoci che tra il Governo e le Regioni, trovino le soluzioni più intelligenti, al fine di far partire il mondo più bello che capiti a un uomo: apprendere con gli altri, la bellezza della cultura, della conoscenza, della competenza e della raffinatezza intellettuale.

Politica, alleanze e pregiudizi

Nel mese di agosto si è animato un dibattito politico a seguito della consultazione attraverso la quale il M5S ha rimosso la pregiudiziale nei confronti di possibili alleanze con altre forze politiche; un clamore forse eccessivo per una decisione scontata, visto che nei fatti il tabù era stato già rimosso sul piano nazionale per ben due volte, peraltro per dare vita a due governi di segno opposto tra loro.

La decisione ha infatti creato più agitazione all’interno del Partito Democratico di quanta ne abbia creata all’interno del Movimento stesso.

Le valutazioni nel PD hanno oscillato dalla mal celata esultanza di chi ha intravisto la possibilità di utilizzare questa opportunità per rafforzare l’attuale coalizione di governo con ulteriori declinazioni di carattere locale e chi invece vive con preoccupazione la possibilità di dare vita ad alleanze organiche con i cinque stelle.

Prima di qualunque valutazione è bene ricordare che nella politica il voto è una scelta e le alleanze sono una necessità, anche se il pensiero degasperiano ci indurrebbe a considerare le alleanze come un valore aggiunto prescindendo dalla loro necessità in termini strettamente numerici

Credo che sul tema non si possa fare una valutazione che sia frutto solo di simpatie o antipatie nei confronti del M5S, tralasciando delle considerazioni più generali sulla fragilità del nostro sistema democratico, sul permanente rischio di involuzioni sovraniste antieuropee e sulle tentazioni di qualcuno di puntare ad avere i famigerati “pieni poteri”.

Perché se non si desse valore a quel rischio per la nostra democrazia, tanto varrebbe rimettere in discussione il governo e l’accordo che ne permise la nascita lo scorso anno. Se invece diamo il giusto peso a quel rischio democratico, allora ha senso dare continuità all’attuale alleanza di governo nazionale ed è coerente anche fare delle scelte che – direttamente o indirettamente – contribuiscano a stabilizzare il quadro politico di maggioranza parlamentare posta a sostegno del governo stesso; in questa logica un’intesa con i partner di governo per conseguire il miglior risultato possibile in importanti città (sempre con l’eccezione di Roma per quanto già esposto in altre note) e regioni del Paese è una cosa opportuna e forse perfino necessaria.

Analisi tese ad evidenziare solo le differenze e le difficoltà di questa possibile alleanza, rischiano di portarci a delle conclusioni quantomeno parziali.

Vale infatti la pena ricordare che già nella (cosiddetta) prima repubblica la politica delle alleanze ha caratterizzato un significativo periodo di storia del nostro paese, mettendo insieme forze politiche che avevano tra loro ben più di qualche differenza. La Democrazia Cristiana – per ragioni ritenute in  quel momento importanti per la tenuta del sistema democratico del Paese – fece un accordo politico di governo con il PSI pur nella diversità di vedute su molte questioni e pur nella diversità di prospettiva, visto che i socialisti in molte amministrazioni locali erano parte integrante delle giunte di sinistra e confermavano che il loro obiettivo strategico era quello di dare vita anche a livello nazionale all’alternativa di sinistra; un’alternativa che i socialisti non fecero mai nascere perché i numeri elettorali e parlamentari ne avrebbero inevitabilmente assegnato la guida al PCI.

Per chi è preoccupato per le differenze tra gli attuali partner di governo, è utile  anche una ulteriore considerazione su quel che impropriamente è passato alla storia come “compromesso storico” ovvero l’accordo DC-PCI (1978) che ebbe come principali protagonisti Moro e Berlinguer, entrambi impegnati in duri confronti all’interno ed all’esterno dei loro partiti per far digerire un’intesa che metteva insieme due forze che fino a quel momento si erano articolate su posizioni diversissime ed inconciliabili in termini di politica interna e soprattutto di politica estera; giova rammentare che eravamo negli anni della guerra fredda tra est ed ovest e che le due superpotenze USA e URSS non tolleravano divagazioni da parte dei paesi rientranti nella rispettiva area d’influenza. In quel periodo storico gli Stati Uniti uscivano da una presidenza Nixon-Ford con un certo Kissinger (Segretario di Stato USA) che non esitava a fare minacce, anche pesanti, per scoraggiare ogni tentativo di sterzare a sinistra; e forse non a caso l’accordo DC-PCI prese forma solo dopo l’entrata alla Casa Bianca del nuovo Presidente, il democratico Jimmy Carter. Moro in particolare dovette fare i conti anche con le resistenze della parte più conservatrice della gerarchia cattolica che espresse la sua contrarietà avvolte in modo anche veemente. Non mi soffermerò ulteriormente sugli ostacoli e le difficoltà per le quali i suddetti protagonisti pagarono anche in termini personali, ma quelle erano certamente delle condizioni che meritavano di essere definite “difficili” e che richiedevano scelte davvero coraggiose.

Quella di oggi è un’altra stagione politica; una stagione in cui purtroppo non ci sono i Moro e i Berlinguer, ma oggettivamente non ci sono neanche le difficoltà di carattere nazionale ed internazionale fin qui descritte.

Quindi è bene che siano stati rimossi dei pregiudizi ad accordi tra partner di governo, ma al tempo stesso sarebbe sbagliato e addirittura presuntuoso pensare di imporre da Roma le alleanze politiche per ogni regione, provincia o comune del Paese. E’ invece necessario che in ciascun contesto territoriale i partiti lascino spazio al confronto politico locale, affinché sulla base della qualità dell’amministrazione e delle proposte programmatiche si possa verificare la possibilità di dare vita ad accordi elettorali.

E’ un modo per rispettare i territori e la volontà degli elettori che sono chiamati a scegliere i propri amministratori; è un modo per ridare un ruolo alla politica come attività di confronto e di aggregazione del consenso per la ricerca del bene comune.

Bielorussia: la polizia nelle chiese di San Simone e Sant’Elena a Minsk. Indignato il vicario generale, mons. Kasabutsky

“Azioni inammissibili e illegali. La chiesa è un santuario di Dio, che può essere liberamente visitato da tutti”. Usa parole forti il vicario generale dell’arcidiocesi di Minsk-Mogilev, mons. Yuri Kasabutsky, nel condannare l’azione delle forze dell’ordine, che  hanno bloccato l’ingresso e l’uscita della chiesa di San Simone e Sant’Elena, a Minsk.

Indignato dell’evento il vicario generale, mons. Kasabutsky, si è rivolto direttamente alle autorità statali della Repubblica di Bielorussia e ai responsabili delle forze dell’ordine: “Bloccare l’ingresso e l’uscita delle persone contraddice il diritto dei cittadini alla libertà di coscienza e di religione garantito dalla Costituzione della Repubblica di Bielorussia, insulta i sentimenti dei credenti e va oltre le leggi dell’uomo e di Dio”.

La notizia ha raggiunto subito l’arcivescovo di Minsk-Mogilev, mons. Tadeusz Kondrusiewicz, che si trova in questi giorni all’estero e che, attraverso il portavoce della Conferenza dei vescovi cattolici in Bielorussia, ha detto: “Ho appreso con grande dolore le scarse informazioni sul blocco dell’ingresso e dell’uscita della chiesa rossa a Minsk da parte dei poliziotti antisommossa armati il ​​26 agosto. In conformità con la Costituzione della Repubblica di Bielorussia, le persone hanno il diritto di pregare entrando e uscendo liberamente dalla chiesa senza ostacoli. Bloccare le uscite del santuario e creare ostacoli alla libera entrata e uscita delle persone è una grave violazione dei diritti dei credenti e della libertà religiosa”.

“Queste simili azioni delle forze dell’ordine non aiutano ad allentare le tensioni e non contribuiscono a costruire la pace e l’armonia nella società bielorussa in un momento in cui la Chiesa cattolica chiede riconciliazione e dialogo per risolvere il conflitto socio-politico senza precedenti nel nostro Paese”.

Spazi aggiuntivi nelle scuole: Possibile il ricorso alle scuole paritarie

Il ricorso alle scuole paritarie da parte degli Enti locali competenti per trovare spazi aggiuntivi è del tutto possibile e non è mai stato previsto il contrario. Né potrebbe esserlo.

La precisazione si rende necessaria a seguito di prese di posizione e notizie in cui si fanno tali affermazioni e si asserisce anche che il Governo non voglia utilizzare le paritarie per pregiudizio ideologico.

Le scuole paritarie fanno parte del Sistema nazionale di Istruzione e non c’è pregiudizio alcuno nei loro confronti.

Il Ministero è tenuto a vigilare sul possesso e sul mantenimento dei requisiti per la parità dei predetti istituti, come previsto dalla normativa vigente.

Nell’ambito della possibilità prevista dal cosiddetto decreto “Agosto” di affittare spazi e nell’ambito dei patti territoriali previsti dal Piano per la ripartenza è assolutamente possibile, per gli Enti locali, fare ricorso alle scuole paritarie per recuperare aule aggiuntive. Ci sono peraltro accordi siglati a livello locale che vanno già in questa direzione.

Vacanze, il Covid fa crollare del 30% la spesa a tavola

L’emergenza Covid fa crollare del 30% la spesa turistica per la tavola a causa dell’assenza dei vacanzieri stranieri e della ridotta disponibilità economica di quelli italiani colpiti dalla crisi con drammatici effetti sulla ristorazione e sull’intera filiera agroalimentare. E’ quanto emerge da una stima della Coldiretti sulla spesa turistica per il consumo di pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche, che scende nel 2020 sotto i 20 miliardi di euro dopo una crescita costante nel corso dell’ultimo decennio.

A pesare è soprattutto il crollo delle presenze dei turisti stranieri – spiega Coldiretti – a partire da quelli con elevate capacità di spesa come gli americani, colpiti dal blocco delle frontiere e dalle preoccupazioni per il ritorno della pandemia. Un’assenza che ha un impatto rilevante sulle attività di ristoranti, bar e agriturismi, oltre che sugli acquisti diretti di prodotti agroalimentari. Ad essere colpite sono state soprattutto le città d’arte storiche mete del turismo dall’estero con trattorie, ristoranti e bar praticamente vuoti.

Ma anche per i cittadini del Belpaese l’estate del coronavirus è all’insegna del taglio della spesa con un calo del 13% rispetto all’anno scorso di vacanzieri nazionali a causa della crisi economica o delle necessità di recuperare il lavoro perso con il lockdown, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ con solo 34 milioni di italiani che hanno deciso di non rinunciare a un periodo di ferie per almeno qualche giorno. L’Italia quest’anno è di gran lunga la destinazione preferita – continua la Coldiretti – ed è scelta come meta dal 93% rispetto all’86% dello scorso anno ma la svolta patriottica non riesce a compensare il calo dovuto alla mancanza di stranieri e al minor numero di italiani in vacanza che hanno anche ridotto il budget.

La spesa media totale destinata dagli italiani alle vacanze estive è crollata complessivamente a 588 euro per persona per effetto di ferie più brevi, meno lontane e dedicate soprattutto al relax familiare con la maggioranza degli italiani in viaggio che – continua la Coldiretti – ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche campeggi con i camper molto gettonati, mentre sono in sofferenza gli alberghi.

Una scelta che ha favorito soluzioni casalinghe anche a tavola – spiega Coldiretti – con le regole sul distanziamento sociale e il timore di evitare affollamenti in bar e ristoranti che nell’estate 2020 hanno spinto infatti il ritorno del pranzo al sacco in spiaggia per gli italiani in vacanza, con una maggioranza del 29% che porta insalata di riso, pollo o mare ed appena il 6% le classiche lasagne, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ dalla quale emerge che nell’elenco delle preferenze ci sono anche la semplice macedonia con il 18%, la caprese di mozzarella e pomodoro che è un must per il 16%, la frittata di verdure o pasta (9%),la parmigiana (7%) e le polpette (4%).

Ma l’enogastronomia vince tra i souvenir – nota Coldiretti – con il 49% dei turisti che sceglie proprio un prodotto tipico da riportare a casa o regalare a parenti e amici come ricordo della propria villeggiatura e tra le specialità più acquistate vincono i formaggi davanti a salumi, vino, olio extravergine d’oliva e liquori. Anche nell’estate della pandemia la ricerca dei prodotti tipici è dunque diventata un ingrediente irrinunciabile delle vacanze in un Paese come l’Italia che è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico – conclude la Coldiretti – grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa con 305 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 524 vini Dop/Igp, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e la più grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie con Campagna Amica, oltre alle numerose iniziative di valorizzazione, dalle sagre alle strade del vino.

“L’Italia è il solo Paese al mondo che può contare primati nella qualità, nella sostenibilità ambientale e nella sicurezza della propria produzione agroalimentare che peraltro ha contribuito a mantenere nel tempo un territorio con paesaggi di una bellezza unica” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “il buon cibo insieme al turismo e alla  cultura rappresentano le leve strategiche determinanti per un modello produttivo unico che può essere determinante nel rilancio del Sistema Paese così duramente colpito dalla pandemia”.

Covid: idrossiclorochina da sola inefficace

Assorted pills

Non riduce la mortalità nei pazienti con Covid-19 quando utilizzata da sola, e anzi l’aumenta del 27% quando usata in combinazione con l’antibiotico Azitromicina.

Questa volta a rinfocolare il dibattito scientifico sul farmaco è una nuova metanalisi pubblicata su ‘Clinical Microbiology and Infection’, la rivista ufficiale della European Society of Clinical Microbiology and Infectious Diseases (Escmid).

Prima di questa, l’ultimo lavoro pubblicato sulla molecola è uno studio italiano secondo cui invece l’idrossiclorochina è in grado di ridurre del 30% il rischio di morte nei pazienti ospedalizzati per l’infezione. La metanalisi pubblicata oggi arriva ad altre conclusioni. Gli autori del lavoro hanno passato in rassegna 29 lavori condotti sulla molecola e hanno deciso di includere nell’analisi i dati relativi a 11.932 pazienti trattati con idrossiclorochina, 8.081 nel gruppo idrossiclorochina con azitromicina e 12.930 nel gruppo di controllo (che non hanno ricevuto nessuno dei due farmaci).

I risultati hanno mostrato che per l’uso di idrossiclorochina il rischio relativo di morte era inferiore del 17% rispetto ai controlli considerando tutti gli studi combinati, ma era superiore del 9% negli studi controllati randomizzati. In entrambi i casi, questi risultati non erano statisticamente significativi. Invece la combinazione di idrossiclorochina e azitromicina nei pazienti Covid è stata associata a un aumento statisticamente significativo della mortalità, del 27% rispetto ai controlli.

Referendum, c’è anche un voto “contro” e non solo “per”.

In ogni contesa referendaria – e la concreta esperienza storico e politica italiana lo conferma persin platealmente – si vota per riaffermare la propria posizione con forza ed intransigenza ma, al contempo, si vota anche “contro” qualcuno o qualcosa.

Insomma, c’è sempre una miscela permanente e strutturale tra voto “per” e voto “contro”. E questo vale anche, se non soprattutto, per il voto sul taglio dei parlamentari del prossimo 21/22 settembre. Gli organi di informazione, ormai quotidianamente, sviscerano e spiattellano i vari retroscena che giustificano questo assunto. Ma su tutti gli elementi che si vogliono o si possono accampare, ce n’è uno che svetta su tutti gli altri. Senza concorrenza. E cioè, per chi voterà No, si tratta anche e soprattutto di un voto contro l’antipolitica, contro l’antiparlamentarismo, contro la demagogia, contro il populismo, contro i detrattori della democrazia rappresentativa, contro l’ipocrisia dei predicatori della casta.

E quindi, contro i detrattori della rappresentanza democratica parlamentare. E cioè, per sintetizzare, contro il progetto politico e l’esperienza politica dei 5 stelle. Perchè è inutile girarci attorno. Se vince il Sì, come è evidente a tutti, vince il progetto populista, demagogico e antipolitico dei 5 stelle. E basta. Con tanti saluti a quel 95% che ha votato, irresponsabilmente ed ipocritamente, Sì al quarto passaggio parlamentare. Non a caso stanno progressivamente, ed esponenzialmente, aumentando tutti quelli che rivedono la propria posizione al punto che la fatidica “libertà di coscienza” sta diventando la parola d’ordine che i partiti lanceranno ai propri elettori, pur sostenendo molto timidamente un Sì burocratico e protocollare.

Una posizione tipicamente ed autenticamente pilatesca, nonchè irresponsabile e anche un po’ squallida perchè tutti ben sappiamo che la libertà di coscienza centra poco, se non nulla, con i processi di revisione costituzionale e con la visione della democrazia e delle istituzioni repubblicane che ogni partito, almeno per decenza, dovrebbe avere senza appellarsi qualunquisticamente alla coscienza dei singoli. Ma, al di là di questo malcostume politico, è indubbio che il voto “contro” in questo mese può innescare un meccanismo politico ed elettorale difficilmente controllabile e verificabile. Anche perchè il voto cosiddetto “anti casta ed antiestablishment” esaltato e teorizzato dai 5 stelle per giustificare il Sì rischia, almeno in questa occasione, di trasformarsi in un potenziale boomerang. E questo per un semplice motivo.

Di norma, chi conta il maggior numero di parlamentari, di ministri, di sottosegretari, di membri dei più importanti consigli di amministrazione del potere nazionale, difficilmente può continuare a fare battaglie contro la casta e contro l’establishment. Perchè, come dovrebbe essere noto un po’ a tutti, la casta coincide con chi detiene il potere e con chi è al potere in quel particolare momento storico. Per questo il voto “contro” la propaganda populista, demagogica e anti politica dei 5 stelle entra a pieno titolo nella battaglia referendaria del prossimo 21/22 settembre

Pietro Samperi, l’urbanista più competente.

Ho avuto la fortuna di conoscere Pietro Samperi nella primavera del 1973. In quel periodo ero presidente del consiglio provinciale romano del movimento giovanile della DC come rappresentante della sinistra di base.

Con il mio grande amico Franco Fausti, giovane consigliere comunale, avevamo frequentato il Comitato per il Verde del Pineto e avevo organizzato un Comitato analogo nel mio quartiere per contrastare la costruzione di un vasto complesso immobiliare nel cosiddetto “Pratone delle Valli” vicino a Monte Sacro. Per questo motivo, quando Fausti mi disse che la Commissione Urbanistica del Comune di Roma era in procinto di visitare Parigi per un viaggio ufficiale nel quale i consiglieri potevano portare le mogli con spese a loro carico e che la moglie non poteva più partecipare, accettai di buon grado di sostituirla.

Fu una delle esperienze più interessanti della mia vita anche perché ebbi modo di apprezzare la competenza dell’ingegnere Pietro Samperi allora direttore dell’Ufficio Speciale per il Piano Regolatore del Comune di Roma. Samperi era un personaggio noto essendo stato uno degli estensori del Piano Regolatore Generale del 1962. La sinistra democristiana, per questo, lo aveva talvolta coinvolto nelle polemiche politiche con l’ex Sindaco Amerigo Petrucci. Quando l’anno successivo venni nominato Aggiunto del Sindaco della quarta Circoscrizione e il Sindaco Darida decise di procedere alla revisione del Piano Regolatore per la modifica degli standard urbanistici con l’aumento delle superfici a verde e servizi pubblici attraverso varianti circoscrizionali, Samperi propose di cominciare con la mia Circoscrizione. Organizzai con la sua assistenza numerose assemblee pubbliche ed ebbi la soddisfazione di vedere approvata la proposta di variante circoscrizionale all’unanimità.

Avevamo proposto di trasformare a verde pubblico e servizi oltre al Pratone delle Valli anche diverse altre aree fabbricabili, contrastando interessi facilmente immaginabili. Credo che Samperi abbia subito pressioni, anche maggiori di quelle subite da me, ma non l’ho mai visto preoccupato o incerto. Da quell’esperienza ho capito che Samperi non soltanto era l’urbanista più competente, ma anche la persona più affidabile e non ho più fatto nessuna scelta importante senza consultarlo. Già allora per Samperi la questione centrale della politica urbanistica romana era la completa realizzazione del Piano Regolatore Generale del 1962 approvato nel 1965 attraverso la costruzione del Sistema Direzionale Orientale (SDO) noto anche come Asse Attrezzato. Era questa la proposta di trasformazione più innovativa e radicale della nostra città. Lo SDO prevedeva infatti lo spostamento di gran parte degli uffici pubblici e privati dal centro storico in centri direzionali integrati composti non solo da uffici ma anche da residenze, attività commerciali , servizi pubblici (es. parchi, ospedali ) e privati lungo una grande area tangenziale attrezzata da sud ad est servita da una metropolitana ( la D ) da costruire quasi interamente in superficie e da un sistema stradale di grande capacità.

Dopo anni di studi e di approfondimenti proprio nel 1974 era stata approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale una variante urbanistica che aggiornava i contenuti dello SDO anche alla luce dell’avvenuto decentramento amministrativo. Nelle elezioni comunali del 1976 la DC ottenne il massimo risultato storico con 27 consiglieri comunali su 80, ma il PCI ne elesse 30 e cominciò la lunga (9 anni) stagione delle giunte di sinistra. Non ostante l’unanimità raggiunta due anni prima sulla revisione dello SDO neppure in quegli anni lo SDO fece grandi passi avanti.

Nè la rimozione di Samperi dalla guida dell’ufficio speciale del PRG nel 1980 fu positiva per raggiungere l’obbiettivo . Tra le numerose pubblicazioni di Samperi è importante ricordare “Temi di urbanistica romana” del 1981 che è ancora oggi una guida efficace e puntuale per ogni amministratore e per ogni studioso. Cominciò in quegli anni la sua esperienza di professore universitario prima a Pescara e poi a Roma. Il libro succitato costituì la base del programma urbanistico della DC quando Nicola Signorello diventò Sindaco dopo le elezioni del 1985. Samperi fu consulente del Sindaco, disponibile a dare consigli a ciascuno di noi. Per quanto mi riguarda, eletto Assessore al Traffico e alle Metropolitane, feci tesoro della sua competenza e dei suoi consigli anche durante i viaggi di lavoro a Parigi e a New York. Samperi poteva facilmente trattare la progettazione urbanistica delle metropolitane, dei parcheggi sotterranei e delle isole pedonali, questioni che approfondimmo fino all’elaborazione di un piano generale dei parcheggi ancora oggi in gran parte inattuato.

Ma per Samperi la questione centrale era sempre la completa realizzazione del Piano Regolatore Generale del 1962 attraverso la costruzione del Sistema Direzionale Orientale (SDO) . Il sindaco Signorello e i suoi successori Giubilo e Carraro si impegnarono molto e la relativa progettazione di massima venne elaborata con la consulenza di grandi progettisti come Kenzo Tange,ma le divisioni nella maggioranza, soprattutto sulla questione dell’esproprio generalizzato, non consentirono di andare avanti. Dopo la crisi di Tangentopoli nel 1993 , tramite l’ elezione diretta, divenne Sindaco Rutelli, espresso da una coalizione di sinistra. Ben presto fu chiaro che la Giunta Rutelli,per altro intenta a realizzare la politica urbanistica del “pianificar facendo” non aveva nessuna intenzione di realizzare lo SDO, che infatti venne non ritardato, come negli anni precedenti, ma sostanzialmente annullato anche con la scusa di un ritrovamento archeologico nell’aeroporto di Centocelle compromettendo così la più importante opportunità di rinnovamento della nostra città. . Samperi commentò questa grave sconfitta con una pubblicazione il cui titolo è, non a caso, “Distruggere Roma”. Samperi si interessò molto del progetto Roma Capitale partecipando alla omonima Commissione della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Continuammo a frequentarci anche durante la mia breve esperienza parlamentare e fu come sempre prodigo di consigli.

Da cattolico impegnato nella società civile partecipò all’attività dell’Unione Italiana dei tecnici cattolici ( UCIT ) diventandone Presidente nel 2004. Da allora ha sempre curato la realizzazione del bollettino nel quale convivevano argomenti tecnici, sociali e di approfondimento religioso. In quegli anni abbiamo spesso partecipato ad una trasmissione televisiva sulla rete Televita nella quale parlavamo dei problemi urbanistici e della mobilità di Roma. Dopo le elezioni del 2008 inviammo al Sindaco Alemanno un documento nel quale avevamo riassunto quanto espresso nelle numerose trasmissioni . Successivamente, mentre tornavo con alterne fortune ad occuparmi della realizzazione di nuove metropolitane, Samperi intraprendeva nuove battaglie civili contro l’accordo di programma di piazza dei Navigatori, contro il progetto di trasformazione in residenze della vecchia Fiera di Roma e contro la realizzazione del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle.

Ha scritto fino all’ultimo sul bollettino dell’Associazione con passione e continuità di queste battaglie e di altri argomenti forte di un ormai unanime riconoscimento alla sua competenza e alla sua onestà in ogni ambito professionale e politico. A questo riguardo credo che la sua più grande soddisfazione sia stato l’invito da parte di Italia Nostra, che lo aveva spesso criticato nel passato, a svolgere una lectio magistralis nella sua sede alla quale ho partecipato e che ebbe un grande successo .

Yemen, dall’UNICEF 82 tonnellate di aiuti per contenere l’epidemia di COVID-19

In risposta al crescente bisogno di aiuti per la risposta alla pandemia di COVID-19 nello Yemen flagellato dalla guerra civile, sabato scorso un volo charter dell’UNICEF è atterrato all’aeroporto di Sana’a, capitale del paese, con un carico di 81,7 tonnellate di aiuti umanitari. Un secondo charter è previsto in arrivo nella città di Aden nel corso di questa settimana.
Gli aiuti comprendono dispositivi di protezione individuale (DPI) come camici, respiratori, mascherine chirurgiche, visiere, occhiali e guanti per gli operatori sanitari di prima linea, concentratori di ossigeno e relativi accessori.
«Questi aiuti permetteranno agli operatori sanitari in prima linea di continuare il loro eroico lavoro e affrontare in modo sicuro ed efficace la diffusione del COVID-19» afferma Sherin Varkey, Rappresentante ad interim dell’UNICEF nello Yemen. «Nonostante la carenza di fondi e le sfide imposte dalla pandemia, l’UNICEF rimane sul posto e distribuisce aiuti per bambini e famiglie in difficoltà in tutto il paese.»
«Da quando il primo caso di COVID-19 è stato ufficialmente confermato nello Yemen lo scorso 10 aprile, l’UNICEF ha fornito nel paese circa 180.000 respiratori N95, oltre 157.000 visiere facciali, oltre 5,5 milioni di guanti, oltre 6,2 milioni di mascherine e oltre 1,3 milioni di camici» ricorda il Presidente dell’UNICEF Italia Francesco Samengo.
«Questi importanti dispositivi di protezione individuale (DPI) sosterranno circa 20.000 operatori sanitari coinvolti in prima linea per garantire la continuità dei servizi sanitari e nutrizionali per i prossimi 6 mesi.»
Questi aiuti di prima necessità sono stati forniti grazie al generoso sostegno dell’International Development Association-World Bank, del Kuwait Fund e del Governo australiano.

I Comuni non possono sospendere l’installazione del 5G

Sono recentemente intervenute due importanti pronunce da parte del Giudice Amministrativo in materia di telecomunicazioni e in particolare in materia di 5G. Un tema al centro del dibattito anche all’interno del sistema degli enti locali, con circa 500 Comuni che si oppongono a questa tecnologia avanzata, guardata con sospetto. Si tratta del Tar Catania e del TAR Napoli. Il primo con un’ordinanza e il secondo con una sentenza – tra l’altro una delle prime in tale campo – per delineare le sfere di competenza nel settore radioelettrico, nonché per ribadire alcuni principi nel campo delle telecomunicazioni. Vediamoli in particolare.

In relazione all’ordinanza del Tar Catania n. 551/2020, pubblicata il 22 luglio 2020, l’operatore di telecomunicazioni Wind Tre S.p.A. aveva impugnato l’ordinanza n. 15 dell’8 maggio 2020 con la quale il responsabile del V Settore del Comune di Ispica ha ordinato “a tutti i titolari di pratiche e/o titoli autorizzativi per l’installazione di stazioni radio base da ubicare nell’intero territorio del Comune di Ispica, l’immediata sospensione dei lavori in via cautelativa, esclusivamente nelle more della definizione del predetto Piano di localizzazione, di cui alla Delibera del Consiglio Comunale n. 60 del 25.10.2018, la procedura di autorizzazione e di tutte le pratiche in itinere, dei lavori in corso sul territorio comunale, di tutti gli impianti in grado di generare campi elettromagnetici non ionizzanti a RF e MW, compresa la nuova tecnologia cosiddetta 5G”. Tale ordinanza era stata adottata dal Sindaco del Comune di Ispica in forza del principio di precauzione e a seguito di una premessa basata essenzialmente sull’incertezza e la non univocità degli studi sulle frequenze 5G e soprattutto sulle possibili conseguenze sulla salute umana.

Il Tar Catania, invece, ha correttamente rilevato come l’operatore di telecomunicazione sia risultata aggiudicataria di un lotto in banda 26 GHz e di un lotto generico di 20 MHz a seguito della conclusione della procedura a evidenza pubblica per l’assegnazione dei diritti di uso delle frequenze per il 5G avviata dal Ministero dello Sviluppo Economico. A seguito di tale aggiudicazione, quindi, la Wind Tre S.p.A. aveva presentato cinque pratiche per la realizzazione di’interventi al fine di completare la copertura del servizio fonia e del servizio dati alla collettività del Comune di Ispica, secondo appunto le nuove tecnologie per le telecomunicazioni (LTE), al fine di diffondere tali tecnologie a favore dei cittadini.

Con l’ordinanza n. 551/2020, il Tar Catania ha pertanto sottolineato come tale modus operandi del Comune si ponga in netto contrasto con la ratio sottesa agli artt. 86 e 87 del Codice delle Telecomunicazioni, ispirata a finalità acceleratorie nella realizzazione della rete di telefonia mobile, d’altronde parificate sia dal legislatore che dalla costante giurisprudenza ad opere di urbanizzazione primaria. La normativa speciale ex D.Lgs. n. 259/2003 (Codice delle Comunicazioni) non prevede alcuna sospensione della funzione amministrativa autorizzatoria (sospensione non prevista anche nel D.P.R. n. 380/2003 e dalle norme in materia edilizia). Di conseguenza, il TAR ha censurato la sospensione attuata dal Comune in quanto in contrasto con le previsioni del legislatore nazionale. Altro aspetto importante sottolineato dal Giudice Amministrativo riguarda il riparto delle competenze nello specifico settore delle telecomunicazioni: in relazione alla problematica della predeterminazione delle soglie di emissioni elettromagnetiche e dei valori di attenzione, la competenza è riservata per legge allo Stato, il quale monitora tali soglie attraverso l’operato delle varie Agenzie Regionali per la Prevenzione e la Protezione Ambientale competenti per territorio.

Infine, il Tar ha evidenziato come il Sindaco di Ispica, con tale ordinanza, non aveva il potere di sospendere a tempo indeterminato le pratiche d’installazione del 5G in assenza di adeguata e supportata motivazione. Anche se il Comune aveva motivato l’ordinanza in relazione al principio di precauzione e in relazione all’incertezza degli studi in materia 5G. Tale incertezza non può certamente rappresentare una motivazione adeguata all’emissione di un’ordinanza così lesiva degli interessi dell’operatore di telecomunicazioni. D’altronde, bisogna anche tenere conto della natura del servizio di pubblica utilità esercitato, il cui potenziamento è stato peraltro oggetto di recenti misure straordinarie ai sensi dell’art. 82 del D.L. n. 18/2020 (Decreto Cura Italia), nonché del successivo Decreto Semplificazioni. Il Tar Sicilia, pertanto, ha sospeso l’efficacia dell’ordinanza, legittimando quindi Wind Tre S.p.A. a ultimare le implementazioni degli impianti nel Comune di Ispica fissando già l’udienza di merito per il prossimo dicembre 2020.

Ancor più incisivo è stato il Tribunale Amministrativo per la Regione Campania, sezione di Napoli, che con la sentenza n. 3324/2020 – emessa in forma semplificata – ha definitivamente annullato – salvo gravame in appello del Comune – l’ordinanza contingibile e urgente n. 20 del 20 aprile 2020, adottata dal Sindaco del Comune di Carinola con la quale era stata ordinata: “la sospensione della sperimentazione del 5G sul territorio comunale di Carinola in attesa della nuova classificazione della cancerogenesi annunciata dall’International Agency for Research on Cancer, applicando il principio precauzionale sancito dall’Unione Europea prendendo in riferimento i dati scientifici più aggiornati indipendenti da legami con l’industria e già disponibili sugli effetti delle radiofrequenze, estremamente pericolose per l’uomo”. Il Tar ha annullato, anche in tal caso, l’ordinanza in quanto ha accertato l’incompetenza funzionale del Sindaco in tale fattispecie sottolineando come i compiti di tutela della salute non afferiscano alla sfera comunale e che le opere riguardanti la telefonia mobile abbiano natura urgente e indifferibile e siano assimilabili ope legis alle opere di urbanizzazione primaria. Il TAR ha sostenuto, infatti, che la materia è compiutamente disciplinata dal D.Lgs. n. 259/2003, il quale demanda alle Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) le valutazioni di tipo radioprotezionistico per l’accertamento dell’osservanza dei “valori soglia” definiti, a tutela della salute collettiva, dalla Legge n. 36/2001 e dal DPCM 8 luglio 2003, escludendo quindi la competenza del Sindaco in tale settore soprattutto in ipotesi di valori soglia solo previsionali e non concretamente lesivi della salute umana. Inoltre, ha aggiunto che è illegittima una sospensione sine die con riferimento proprio alla formazione dei titoli abilitativi alla realizzazione degli impianti di telefonia mobile.

Vaccino: in primavera una formula farmacologica per la commercializzazione

Non partecipiamo a nessuna gara, ma cerchiamo di fare bene il nostro lavoro, perché il vaccino sia efficace. Possibile in primavera formula farmacologica del vaccino”. Lo ha affermato Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Inmi dello Spallanzani di Roma, intervistato a Radio Anch’io, su Radio 1.

“Intanto mi pare che l’abbassamento della quota dei contagiati è di buon auspicio, siamo sulla strada buona, è una cosa che va sempre valutata positivamente. Ieri alle 8,34 circa abbiamo inoculato la prima dose di vaccino ad una signora romana 50enne – ha detto Vaia – che è stata in osservazione da noi per 4 ore, poi è andata a casa in buonissima salute e verrà richiamata nei prossimi giorni per i controlli previsti dalle procedure fino a 24 settimane”.

Google lancia la sua università online

Google vuole lanciare la sua università online. Meno lunga, meno costosa, ma altrettanto efficace.

Secondo Google questi corsi andranno infatti a coprire “le professioni più richieste di oggi”. Le lezioni non dovrebbero superare i sei mesi di durata con un costo di circa 300 dollari.

Una notizia che naturalmente ha fatto scalpore anche se il progetto sembra orientato più che altro verso gli Stati Uniti.

Anche se  non mancano i dubbi.

Soprattutto quello riguardante i datori di lavoro e come considereranno questi certificati una volta allegati al curriculum.

Appello per il NO al referendum del 20-21 settembre.

Pubblichiamo il seguente appello che riporta molte adesioni di esponenti del mondo cattolico democratico.

Il 20-21 settembre si svolgerà il referendum sul taglio dei parlamentari.

ll referendum chiederà al popolo italiano di ‘tagliare’ la rappresentanza dei parlamentari portandola dagli attuali 945 (630 deputati e 315 senatori) a 600 (400 deputati e 200 senatori), mentre resterebbero in vigore i 5 senatori a vita.

Noi vi chiediamo di andare a votare e votare NO. (Attenzione non esiste il quorum, l’astensione non ha alcun significato e favorisce la conferma della legge) per queste importanti ragioni:

  1. Il taglio non ha senso fuori da un contesto di riforme (nuova legge elettorale, differenziazione delle funzioni di Camera e Senato, modifica dei Regolamenti parlamentari, Riforma dell’assetto regionale, ecc) che lo renda funzionale sia in termini di efficienza che di rappresentanza.
  2. Con il taglio non si risparmieranno 500 milioni di euro a legislatura, come si dice, ma 57 milioni l’anno che per 5 anni fanno 285 milioni, lo 0,007% della spesa pubblica italiana. Si pensa di risolvere per questa via il problema del debito pubblico? Se è per questo basterebbe sopprimere un paio di enti inutili tra le migliaia di società partecipate a livello locale per risparmiare la stessa cifra.
  3. Il contenuto di molte normative prodotte dal Parlamento negli ultimi anni e le cronache della politica segnalano che i problemi che si pensa di risolvere con il taglio sono più da ascrivere alla più bassa qualità piuttosto che all’eccessivo numero di degli eletti. Dunque diventa più urgente una legge sui partiti per assicurare una migliore selezione dei candidati da mettere in lista secondo regole che ne garantiscan, rappresentatività, rettitudine, competenza, orientamento al bene comune, autorevolezza, responsabilità istituzionale.
  4. Il taglio riduce la rappresentanza nel senso che si allargheranno a dismisura i collegi elettorali e, giocoforza, ci saranno piccole regioni in cui molti partiti non saranno rappresentati, si ridurrà il pluralismo e, a causa dei territori più vasti, aumenteranno i costi delle campagne elettorali e soltanto chi potrà sostenerli sarà più facilmente eletto.
  5. Per un Senato composto da 200 componenti e che continuerà a svolgere le stesse funzioni di prima, sarà molto più difficile reggere il confronto con la Camera. Si allungheranno i tempi e diventerà più tortuoso l’iter parlamentare dei testi di legge. Aumenterà inevitabilmente l’iniziativa del Governo con decreti di varia natura e il ruolo del Parlamento sarà ulteriormente mortificato. Senza contare che su platee così ridotte di parlamentari crescerà il peso delle lobby di interessi privati e di categorie particolari, che potranno condizionare il contenuto della legislazione utilizzando l’accresciuto potere di interdizione di ogni singolo parlamentare.

Una legge indigeribile e del tutto inutile, la cui volontà si deve soltanto al populismo e all’antiparlamentarismo dei 5Stelle e della destra sovranista. Lo stesso Pd aveva votato contro per ben tre volte, salvo poi approvare il testo nella votazione definitiva nell’ambito di un accordo di Governo con il M5S che prevedeva un più vasto insieme di riforme e di garanzie rimasto lettera morta.

L’annunciato taglio dei parlamentari, raccontato all’opinione pubblica come un “taglio delle poltrone”, si inserisce perfettamente in tale contesto.

Stiamo parlando, infatti, di un provvedimento non urgente e su cui permangono molti dubbi di natura giuridica e politica, che meriterebbero maggiore considerazione e non una riduzione in slogan semplicistici.

Una razionalizzazione nei rapporti  tra i vari poteri dello Stato non può essere affrontata  con la secca riduzione della rappresentanza parlamentare. Senza adeguate garanzie ciò può comportare il rischio di una riduzione degli spazi di democrazia. Infatti, con la giustificazione del risparmio di risorse pubbliche , si potrebbe procedere successivamente alla riduzione di tutte le assemblee a tutti i livelli, dai Comuni alle Assemblee regionali.

Mantenere viva la nostra Costituzione è nella responsabilità di tutti noi.

La riduzione del dialogo, la demagogia, le tentazioni plebiscitarie hanno sempre favorito i regimi autoritari.

C’è un disegno antiparlamentare che può diventare pericoloso e come sottolinea P. Bartolomeo Sorge: “Tagliare i parlamentari, senza riforma elettorale, vuol dire mutilare la nostra bella Costituzione”.

Noi vi chiediamo di votare NO.

Mimmo Lucà, Aldo Preda, Rosy Bindi, Franco Chiusoli, Paolo Corsini, Silvia Costa, Gero Grassi, Donata Lenzi,  Marcella Lucidi, Edo Patriarca, Beppe Matulli, Vidmer Mercatali, Pia Valetto, Francesco Maria Agnoli, Tarcisio Barbo, Ivana Borsotto, Gianni Bottalico, Cecilia Brighi, Massimo Campedelli, Antonello Caria, Valentino Castellani, Carlo Casula, Franco Codega, Michele Consiglio, Lauredana Ercolani, Maria Caterina Federici, Anna Maria Fiengo, Emilio Gabaglio, Dino Gasparri, Gianni Gennari , Franco Marras, Gian Luigi Melandri, Livia Molducci, Daniele Morelli, Enzo Morgagni, Franco Passuello, Gianni Pensabene, Gianna Pentenero , Michele Petraroia, Mario Pretolani, Gianmario Proietti, Maria Quattrocchi, Vittorio Sammarco, Vitaliano Tidoni, Soana Tortora, Corrado Truffelli, Maurizio Vannini, Pietro Vanicelli, Carlo Zaccagnini

Scuola, dal lockdown al countdown

Oltre gli spazi e i tempi come coordinate di fondo allo scenario della ripresa delle lezioni che proiettati su un diagramma cartesiano rendono l’idea di una sorta di quadratura del cerchio senza soluzioni certe,  i banchi attesi e si spera in arrivo, gli organici aggiuntivi da assegnare, le linee guida organizzative e sanitarie, il distanziamento, le mascherine, l’alternativa della didattica a distanza ridotta al rango di ipotesi mal digerita, il trasporto degli alunni da e per la scuola, il loro accompagnamento da parte di un solo genitore, il divieto di ingresso dei familiari nei locali scolastici, la misurazione preventiva della temperatura corporea effettuata al mattino a casa, la mensa, l’uso degli spazi esterni, il ricorso a locali messi a disposizione o richiesti ad enti vari, nuove e grigie nubi si addensano sull’inizio dell’anno scolastico.

Metro in una mano e manuale delle linee guida nell’altra i dirigenti scolastici hanno preso tutte le misure possibili ai locali scolastici, vagliato tutte le soluzioni esperibili, sondato – consultandosi tra loro e gerarchicamente o con le autorità locali – ogni ipotesi percorribile: comunque andranno le cose ricorderanno per un po’ di anni questa estate infuocata nella quale si sono accumulate e sovrapposte congetture e preoccupazioni di ogni tipo.

Viene spontanea una domanda: se lo stato di emergenza era stato decretato il 31 gennaio u.s. e il lockdown avviato a fine febbraio il Ministero e il Governo stesso nella sua coralità non potevano pensare per tempo, prevedendo problemi e soluzioni? Si discetta di primazia di educazione e istruzione nei convegni ma si inciampa nei sassi fuori posto del selciato da calpestare. Oggi il sistema scolastico (con la prova del nove che lo aspetta al varco della forca caudina da oltrepassare) è l’icona più emblematica del gap che separa in Italia la teoria dalla pratica: troppi soloni saccenti e poco ascolto della forza-lavoro militante. La scuola è un tema che suscita commenti, esternazioni, opinioni in ogni meandro sociale, si sono costituite commissioni di esperti ma viene il dubbio che gli addetti ai lavori che conoscono il funzionamento reale della macchina scolastica – in primis proprio i dirigenti scolastici e i docenti- siano stati consultati e ascoltati tardivamente. Oltretutto si sarebbero evitate perdite di tempo su ipotesi impraticabili tipo cabine di plexiglass ma soprattutto ci si sarebbe concentrati sui due problemi principali che affliggono chi la scuola la conosce davvero: gli spazi utilizzabili con i relativi arredi e le dotazioni organiche aggiuntive utili per ridurre la consistenza delle classi pletoriche da ospitare in aule inadeguate persino in tempi di non pandemia. Tutti i problemi sono stati affidati invece a sperimentazioni labili e spontaneistiche come la DAD (una soluzione tutt’affatto strutturata e collaudata) con evidenti discrasie e penalizzazioni per vaste aree del Paese, rimuginati a tavolino con una produzione pletorica di veti, divieti, disposizioni capestro, obblighi cogenti che costringeranno il personale e gli alunni ad una vita scolastica surreale, con salti mortali doppi tripli e carpiati. A cominciare dalla gestione dei gruppi in capo ai docenti e dagli orari di apertura dei plessi.

Si ha motivo di pensare che dirigenti scolastici e docenti non trascorreranno le notti che precedono l’avvio delle lezioni (tutto sommato sperimentale, empirico, radicalmente diverso e particolare di contesto in contesto) come il principe di Condè trascorse la notte avanti la battaglia di Rocroi: c’è più di un motivo da togliere il sonno ai più ottimisti ed esperti organizzatori della vita scolastica.

Nel momento poi in cui bisognerebbe serrare le fila in nome della funzionalità del sistema, di una solidarietà che rende la scuola un contesto di vita ‘speciale’ basato su una relazionalità intensa e guidata dal buon senso, ecco che piovono da più parti diffide nei cfr. dei dirigenti scolastici: genitori, ma anche docenti, che contestano mascherine, distanziamenti, profilassi, orari, modelli organizzativi e didattici in via cautelativa ma con toni spesso minacciosi: eppure ‘in situazione’ si sta facendo tutto il possibile per ripartire in dignità e sicurezza. Dall’alto si sono invitate le parti ad un “patto educativo scuola-famiglia”.

Ma ci sono nodi insoluti: il Ministero ha diramato la nota prot. 1466 sulla “responsabilità dei Dirigenti scolastici in materia di prevenzione e sicurezza” proprio allo scopo di creare una sorta di scudo istituzionale all’operato di capi d’istituto, per evitare che debbano rispondere di eventi non imputabili a colpa o dolo. Ma le diffide, già inoltrate copiosamente, obiettano nel merito dei provvedimenti assunti dal Ministero stesso in ossequio agli indirizzi delle linee guida: in altre parole – con motivazioni ed eccezioni di varia natura – i presidi dovrebbero rispondere ai “ricorrenti e diffidanti” di ciò che eseguono nell’esercizio delle loro funzioni, adempiendo ad ordini superiori di rango amministrativo e di indirizzo igienico e di profilassi, secondo le indicazioni ricevute dagli esperti della scienza e della medicina preventiva.

Chi li diffida vorrebbe costringerli a mettere in atto comportamenti non previsti dall’Amministrazione e considerati quindi illegittimi e difformi dalle norme.

Il clima si esaspera in modo velenoso proprio in coincidenza con la fase critica della riapertura delle scuole.

Si aggiunga che nel DL di agosto è stato tolto il passaggio relativo alle tutele sanitarie degli ultra 55enni facenti parti della categoria dei cd. “lavoratori fragili” nel momento apicale del contagio.

Si tratta di circa 400 mila lavoratori della scuola, in un primo tempo annoverati tra i soggetti fragili a motivo dell’età: realisticamente ciò può avere una giustificazione di prevenzione sanitaria (lo stesso INAIL ad aprile aveva ipotizzato per loro una sospensione temporanea dal lavoro) ma se ciò avvenisse ‘ope legis’ si porrebbe ovviamente la necessità di doverli sostituire con supplenti temporanei. E’ ipotesi fattibile?

Il rischio del contagio continua invece ad essere considerato per i lavoratori immunodepressi o affetti da particolari patologie che li sovraespongono dal punto di vista epidemiologico, con danno potenziale diretto per se’ e di riflesso per gli alunni stessi: se un soggetto immunodepresso è più esposto a contrarre il virus lo può a sua volta trasmettere con maggiore facilità. Per questo possono chiedere di essere valutati dal cd. “medico competente” di istituto. Sul punto si registrano prese di posizione difformi rispetto agli ultra 55enni ma si deve anche considerare che sono mutate le statistiche, con una diminuzione verticale dell’età media dei contagi: ora – si dice- sono i giovani che contagiano gli anziani. Quanto allo “scudo penale e civile” si ha l’impressione che la nota ministeriale citata, nell’intendimento di sollevare i dirigenti scolastici da eventi non attribuibili a loro negligenza, assuma le sembianze di una solenne benedizione “urbi et orbi” impartita da un sacrestano. E’ noto infatti che la sindrome da risarcimento è malattia diffusa e ancor più contagiosa, specie tra coloro che dovrebbero usare certe cautele domestiche non delegabili alla scuola.

Le linee guida amministrative e sanitarie prevedono prassi e tutele ma il fattore imprevisto è sempre dietro l’angolo: la responsabilità è personale e – in epoca di caccia alle streghe -una eventuale, presunta ipotesi di negligenza potrebbe comportare una sua valutazione in sede giudiziale.

Quanto alla misurazione a casa della temperatura corporea dei propri figli può essere definita una  procedura incerta e discrezionale che rende tutto aleatorio, volatile e discutibile. Il timore è che si creino contenziosi al primo starnuto e che ogni sforzo organizzativo a cui è chiamata la scuola possa essere vanificato. Attribuire alle famiglie il compito di accertare e riportare lo stato di salute del figlio (compresa la misurazione della temperatura) senza un competente e documentato controllo medico è una concessione ‘leggera’ e demagogica che ricorda la prassi delle autocertificazioni.

Questa modalità operativa di passaggio di consegne del figlio che diventa alunno appena varca la soglia dell’istituto scolastico ( e viceversa: “io te l’ho portato sano e tu me lo restituisci malato”) , ordinariamente pacifica in tempi non sospetti, potrebbe diventare una sorta di ‘mina vagante’ suscettibile di incomprensioni e conflitti. Intanto sul capo dei dirigenti scolastici piovono le diffide “apriori”.

Bassanini non convince su Tim e la rete a banda larga

Ha avuto poca attenzione l’intervista di Bassanini a “Repubblica” sulla rete unica delle telecomunicazioni. Forse conviene capire cosa si sta muovendo e in che direzione.

Franco Bassanini attuale Presidente di Open Fiber, ultimo esponente del primo governo Prodi, ancora con ruoli di grande rilevanza, per le cose che dice sembra il Ministro delle Partecipazioni Statali senza averne funzioni e responsabilità che oggi dovrebbero essere in capo al Ministro dell’Economia.

Non dimentichiamo infatti che è il governo Prodi, di cui Bassanini faceva parte, che procede nella privatizzazione di Telecom nel modo sbagliato che sappiamo, perché diversa da Enel e da Eni.

Fu operata per Telecom una scelta diversa perché era maturata la certezza e l’illusione che il controllo potesse essere attuato con la regolamentazione delle concessioni. Oggi Bassanini dice che Telecom fu venduta tutta e lo Stato non mantenne una quota di controllo. Lui era il Mjnistro della Funzione pubblica. Ci dica quante riunioni ci sono state. Ne hanno parlato in Consiglio dei Ministri? Che posizioni emersero? Perché parte tutto da lì!

Poi vengono dati in pasto alla opinione pubblica numeri opinabili. Nessuno adesso è in grado di dire con certezza quanti sono e saranno gli allacci alla fibra ottica, quali saranno i valori delle società, quanti utenti verranno acquisiti dalla eventuale sfida sulla rete e soprattutto quanti ne verranno sottratti alla rete Tim, soprattutto se non interverrano soluzioni dirigistiche sotto forma di aiuti di Stato.

Ecco allora che vengono paventate soluzioni di ingegneria finanziaria estremamente rischiose nella forma e nella sostanza. Viene richiamato in modo contraddittorio il ruolo di Cassa depositi e Prestiti, che sarebbe negativo in una soluzione e positivo in un’altra.

In CdP ci sono i risparmi postali degli italiani e nel capitale c’è la partecipazione delle Fondazioni bancarie che hanno in gestione il patrimonio consolidato delle comunità e dei territori. Che succede se in Tim entrano capitali finanziari come il fondo Kkr e non si accetta il ricatto della rete unica del modello Bassanini?

Sarebbe bene che le società possano essere nelle condizioni di muoversi liberamente senza ricatti e condizionamenti. Sulla partita della rete si gioca la partita della credibilità di un Paese che rispetta le regole del mercato. Dunque, se il presidente di Open Fiber ha la certezza dei numeri si muova di conseguenza senza imporre integrazioni forzate con soluzioni rischiose e di dubbia praticabilità.

Eurostat: Dal grano al pane il prezzo aumenta di quasi 15 volte

Dal grano al pane il prezzo aumenta di quasi 15 volte per effetto delle speculazioni e delle importazioni selvagge di prodotto dall’estero con pagnotte e panini spacciati come italiani all’insaputa dei consumatori. A denunciarlo è la Coldiretti in riferimento agli ultimi dati diffusi da Eurostat che evidenziano come in Italia i prezzi del pane siano superiori del 14,5% rispetto alla media in Europa dove il prezzo più alto è in Danimarca e il più basso in Romania.

Oggi – sottolinea la Coldiretti – un chilo di grano tenero è venduto a meno di 21 centesimi mentre un chilo di pane è acquistato dai cittadini a valori variabili attorno ai 3,1 euro al chilo, con un rincaro quindi di quasi quindici volte, tenuto conto che per fare un chilo di pane occorre circa un chilo di grano, dal quale si ottengono 800 grammi di farina da impastare con l’acqua per ottenere un chilo di prodotto finito.

Se a Milano una pagnotta da un chilo costa 4,22 euro, a Bologna si arriva addirittura a 4,72 euro, ma a Napoli si scende fino a 1,89, mentre a Roma si viaggia sui 2,63 euro, a Palermo sui 3,02 euro e a Torino sui 3,05 euro, secondo analisi Coldiretti su dati Osservatorio prezzi. La forte variabilità da una città all’altra è peraltro una evidente dimostrazione che – sottolinea la Coldiretti – l’andamento del prezzo del pane dipende solo marginalmente dal costo del grano, con le quotazioni dei prodotti agricoli ormai sempre meno legate all’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più ai movimenti finanziari e dalle strategie speculative.

Il risultato è che gli agricoltori devono vendere ben 5 chili di grano per potersi pagare un caffè o una bottiglietta di acqua al bar. La situazione del grano italiano stretto tra speculazioni di filiera ed importazioni selvagge – denuncia la Coldiretti – è la punta dell’iceberg delle difficoltà che deve affrontare l’agricoltura italiana.

Lo dimostra il fatto che per ogni euro di spesa in prodotti agroalimentari freschi come frutta e verdura solo 22 centesimi arrivano al produttore agricolo ma il valore scende addirittura a 2 centesimi nel caso di quelli trasformati dai salumi fino ai formaggi, mentre il resto viene diviso tra l’industria di trasformazione e la distribuzione commerciale che assorbe la parte preponderante del valore secondo Ismea.

C’è sicuramente un margine da recuperare per garantire un giusto compenso agli agricoltori, senza pesare sui cittadini – conclude Coldiretti – per realizzare rapporti di filiera virtuosi con accordi che valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti.

Varato il nuovo Piano Triennale per l’Informatica nella PA 2020-2022

Il Piano Triennale 2020-2022, licenziato dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione e in corso di registrazione presso la Corte dei conti, è stato redatto da un ampio gruppo di lavoro formato da personale di AgID e del Dipartimento per la trasformazione digitale e ha visto il contributo di molte amministrazioni centrali, regioni e città metropolitane.

Questa nuova edizione rappresenta la naturale evoluzione dei due Piani precedenti. La prima edizione poneva l’accento sull’introduzione del Modello strategico dell’informatica nella PA e la seconda si proponeva di dettagliare l’implementazione del modello. Quella attuale, invece si focalizza sulla realizzazione delle azioni previste, avendo – nell’ultimo triennio – condiviso con le amministrazioni lo stesso linguaggio, le stesse finalità e gli stessi riferimenti progettuali.

Pur nella continuità con quello precedente, l’elemento innovativo del Piano 2020-2022 consiste nell’introdurre un’importante innovazione con riferimento ai destinatari degli obiettivi individuati per ciascuna delle tematiche affrontate. Saranno infatti le singole amministrazioni a dover realizzare gli obiettivi elencati – nell’arco del triennio sono state definite circa 200 azioni nei vari ambiti di pertinenza e per soggetti coinvolti – con un forte accento sulla misurazione dei risultati, presentando così uno spunto di riflessione e una guida operativa per tutte le amministrazioni: così la cultura della misurazione e conseguentemente della qualità dei dati diventa uno dei motivi portanti di questo approccio.

Esof 2020: Trieste Capitale europea della Scienza

Trieste è stata nominata Capitale Europea della Scienza 2020 ed è pronta ad accogliere la nona edizione di Esof (EuroScience Open Forum), la più rilevante manifestazione europea focalizzata sul dibattito tra scienza, tecnologia, società e politica che si terrà dal 2 al 6 settembre al Porto Vecchio del capoluogo giuliano, dopo essere stata rimandata (da luglio) a causa del coronavirus. Previsti più di 150 eventi e oltre 700 speaker. Verrà dato ampio spazio alle sessioni online e ai temi legati al Covid-19.

l programma generale resta diviso in tre filoni principali: il Science Programme, dedicato alla scienza di frontiera e alle sue implicazioni nella società; gli appuntamenti Science to Business, incentrati sui rapporti tra scienza e impresa; le opportunità lavorative del futuro negli eventi del Science to Careers. Al centro dell’agenda del Forum alcuni tra i temi più urgenti della contemporaneità. Tra questi i cambiamenti climatici e la transizione a un’economia green, anche grazie al passaggio dalle fonti di energia fossili a quelle rinnovabili.

Altri panel saranno incentrati sull’impatto dei supercomputer e dell’intelligenza artificiale, sulla ricerca farmacologica di frontiera che utilizza principi attivi di origine naturale, sull’importanza di creare un hub europeo dedicato alle scienze della vita.

Si parlerà anche di inquinamento, di trasferimento tecnologico, di diplomazia scientifica e del ruolo cruciale giocato nel promuovere la pace e la convivenza tra i popoli dalle grandi infrastrutture di ricerca, come il CERN di Ginevra, l’acceleratore di particelle Sesame in Giordania o il Seeiist – The South East European Institute for Sustainable Technologies, focalizzatosi recentemente nel supporto alle terapie per il trattamento dei tumori basate su particelle subatomiche.

Coronavirus: primo caso confermato di reinfezione

Un team di ricercatori di Hong Kong ha documentato “il primo caso confermato di reinfezione”.

Si tratterebbe di un 33enne, che “ha avuto un secondo caso di infezione, diagnosticato 4 mesi e mezzo dopo il primo episodio” di Covid-19.

Il lavoro dei ricercatori di Hong Kong rileva che la reinfezione può essere possibile in rari casi. Il loro report potrebbe avere risvolti preoccupanti, rilevano gli esperti, perché suggerisce che l’immunità a Sars-CoV-2 può durare solo pochi mesi in alcune persone. Aspetto che avrebbe implicazioni anche sul fronte dei vaccini in sviluppo.

Il 33enne protagonista del doppio contagio, secondo quanto riporta il ‘New York Times’, ha avuto solo sintomi moderati la prima volta, e la volta successiva nessun sintomo. La reinfezione è stata scoperta di ritorno da un viaggio in Spagna, hanno spiegato gli scienziati, e il virus sequenziato corrispondeva al ceppo circolante in Europa a luglio e agosto.

“Caro Tito…”, la lezione di De Gasperi rimane fondamentale. Anche per il No al referendum.

Lettera inviata a Claudio Tito di Repubblica. Come d’intesa con l’interlocutore, essendo confidenziale il tenore della conversazione, si omette qui la risposta fornita.

Caro dott. Tito,

con il solito interesse ho letto stamane [ieri per chi legge, ndr] il suo commento politico [Le scelte del Pd. La sindrome della subalternità – La Repubblica, p. 27]. Condivido largamente la sua rappresentazione dei problemi “di linea” che attanagliano il Pd. Un passaggio mi spinge, tuttavia, a fare una garbata osservazione. In alcuni casi, infatti, occorre essere puntigliosi.

È vero, il Pd patisce l’incombenza di uno spirito di subalternità. Nello specifico, alcuni dirigenti del partito citano De Gasperi in modo perlomeno affrettato, se non improprio. E questo andrebbe rilevato con doveroso puntiglio. Sembra quasi che l’obiezione anti-presidenzialista, espressa dallo statista trentino nel settembre del 1946 dinanzi ai costituenti dc riuniti nel convento dei Passionisti di San Giovanni e Paolo al Celio, fosse per una fisima o un’ossessione anticomunista, e quindi riconducibile a una ragione prettamente contingente e strumentale.

Perciò la citazione lascerebbe intendere che in fondo la sinistra, essendo ormai integralmente sinistra di governo, dovrebbe superare il vincolo che all’epoca pose De Gasperi. Dovrebbe cioè scommettere come che sia sulla modernizzazione del sistema politico-rappresentativo, anche nella sostanza utilizzando il taglio dei parlamentari a mo’ di grimaldello per realizzare – Ceccanti dixit – finalmente un modello a impianto bipartititico.

Si tratta di un’ipotesi di lavoro poco ponderata, che si nutre per altro della semplificazione della eredità degasperiana, stretta inverosimilmente nella morsa comunismo-anticomunismo. In realtà, De Gasperi riteneva comunque necessario assicurare il massimo di equilibrio nell’ordinamento costituzionale, di certo per non aprire le porte a tentazioni o meglio a forzature autoritarie. È priva di mordente questa “vecchia“ preoccupazione? Appartiene irrimediabilmente al quadro della Guerra Fredda? È fuori dai dilemmi odierni della cosiddetta post-democrazia? Non pare proprio, anzi! La richiesta salviniana di “pieni poteri” – giusto per fare un esempio concreto – era ed è un dato allarmante per la democrazia del nostro Paese.

Oggi il pericolo viene da una destra radicale, populista e antieuropeista. Rimane perciò immutato il valore di una Costituzione a forte impronta garantista, con tutto quel che consegue in termini di equilibri di potere, forme e strutture di rappresentanza, riserve in materia di procedure democratiche. Meglio tenersi stretta, in definitiva, la prudenza di De Gasperi. Una prudenza, potremmo dire, più che attuale per la sua interna carica ammonitrice.

Cordialmente

Gli antenati protestanti di Jorge Luis Borges

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Marcelo Figueroa

Il 24 agosto ricorrono 121 anni dalla nascita di Jorge Luis Borges, indubbiamente uno degli scrittori argentini più importanti e prolifici della letteratura universale. Molto è stato scritto sull’influenza che la religione ha avuto sulla sua opera, il che emerge chiaramente già in numerosi racconti come I teologiIl Vangelo secondo Marco o Il libro di sabbia, dove appare quello che a suo tempo veniva chiamato “colpotor”, in questo caso un presbiteriano della Società Biblica che gli offre una Bibbia dicendogli che si tratta di un «libro infinito». Sebbene lo stesso Borges si sia definito agnostico, è importante, anche se poco nota, l’influenza dei suoi antenati protestanti nella sua vita e nella sua opera letteraria.

Secondo lo storico Martín Hadis, Jorge Luis Borges discendeva dagli Haslam – una famiglia britannica – da cui ricevette l’eredità intellettuale e anche il tipo di cristianesimo che praticavano, il che lasciò una forte impronta sulla sua persona e sui suoi scritti. Gli Haslam si erano avventurati nel metodismo e nell’anglicanismo, senza però mai abbandonare le loro radici calviniste. Per questo Borges nelle questioni religiose s’identifica con la nonna protestante. Lui stesso lo racconta: «Mia madre è una cattolica fervente, mio padre, come tutti i signori della sua epoca, da questo e dall’altro lato del Plata, era un libero pensatore. La mia nonna inglese, che era molto religiosa, conosceva la Bibbia a memoria: le citavi un versetto qualsiasi e lei diceva: “Sì, Levitico, tale libro e tale versetto”. E continuava a recitarlo. Oppure: “Libro di Giobbe, versetto tale”. Ebbene, io sono cresciuto in questo ambiente contraddittorio, cattolico, protestante, libero pensatore e anarchista. Eppure, tutti ci volevamo bene e andavamo d’accordo».

In modo analogo, Norman Thomas Di Giovanni, che lavorò insieme a Borges come traduttore, parlando di lui disse: «La religione è una delle cose che lo distinguono dagli altri intellettuali latinoamericani. Sebbene sua madre sia cattolica devota e suo padre sia stato ateo, Borges era protestante nell’animo. Una volta, lo scorso anno, mentre lavoravamo alla sua autobiografia, ho scritto la frase: “Come protestante amateur quale sono…”, e Borges ha esclamato compiaciuto: “Proprio così! Proprio così!”».

Anche se è vero che Jorge Luis Borges non ha mai praticato la fede cristiana né alcun’altra fede, in varie occasioni ha ribadito di essere cresciuto ascoltando dalla nonna i testi della Bibbia nella versione inglese antica, il che ha altresì influito sul suo interesse per le lingue pre-anglosassoni. In uno dei suoi ultimi discorsi pronunciati in inglese all’università di Harvard durante l’anno accademico 1967-1968, dissertando sull’importanza della letteralità linguistica nelle traduzioni poetiche, ha affermato: «Qual è stata l’origine delle traduzioni letterali? Non credo che siano nate dall’erudizione; non credo che siano nate dallo scrupolo. Credo che abbiano avuto un’origine teologica. Quando si decise di tradurre la Bibbia la questione che si pose fu molto diversa, poiché si riteneva che la Bibbia fosse stata scritta dallo Spirito Santo. Quando pensiamo allo Spirito Santo, quando pensiamo all’infinita intelligenza di Dio impegnata in un compito letterario, non possiamo concepire elementi casuali – elementi aleatori – nella sua opera. No. Se Dio scrive un libro, se Dio accondiscende alla letteratura, allora ogni parola, ogni lettera, come dicono i cabalisti, deve essere stata meditata a fondo. E potrebbe essere una blasfemia manipolare il testo scritto da un’intelligenza infinita ed eterna. Credo perciò che l’idea di una traduzione letterale nasca con le traduzioni della Bibbia».

Comunque sia stato Jorge Luis Borges nell’intimità della sua vita spirituale, l’influenza della fede protestante, e soprattutto della recita dei testi biblici da parte della nonna, ha formato in questo straordinario scrittore un sostrato trascendente che è poi affiorato nella sua opera e nei suoi discorsi.

 

Per il ministro delle Finanze tedesco Scholz il debito comune continuerà oltre l’emergenza

Secondo il ministro tedesco Scholz il debito comune emesso dall’Ue “continuerà” oltre l’emergenza e “forse” costituisce “il maggiore cambiamento” nell’Unione europea dall’introduzione dell’euro.

Per Scholz, la comunitarizzazione del debito “non è un fuoco di paglia legato alla crisi”. Inoltre, il Fondo per la ricostruzione dell’Ue è “un autentico passo avanti per la Germania e l’Europa da cui non si torna indietro”.

Nel complesso, ha sottolineato Scholz, “sono tutti cambiamenti profondi, forse i più grandi dall’introduzione dell’euro”. Per il ministro delle Finanze tedesco, “ora si dovrà inevitabilmente discutere delle entrate comuni dell’Ue, che potrebbero migliorare la capacità di azione dell’Unione europea”.

Per tale motivo, ha dunque senso che l’Unione europea generi proprie entrate, ad esempio mediante il commercio di quote di emissioni nel trasporto marittimo e aereo, la tassazione delle transazioni finanziarie o delle piattaforme digitali. Al fine di poter agire più rapidamente nelle crisi e nelle sfide future.

Secondo Scholz, infatti, “l’Unione europea ha bisogno dell’opportunità di agire insieme”. Tuttavia, ciò “richiede decisioni a maggioranza qualificata in politica estera, fiscale o di bilancio invece della necessità dell’unanimità”.

Elezioni 20-21 settembre 2020. Il protocollo sanitario

È stato sottoscritto dal Ministro dell’Interno e dal Ministro della Salute un “Protocollo sanitario e di sicurezza per lo svolgimento delle consultazioni elettorali e referendarie dell’anno 2020”, nel quale sono contenute alcune indicazioni circa le misure di prevenzione dal rischio di infezione da SARS-COV 2 che occorre adottare in occasione dello svolgimento delle elezioni referendarie, suppletive, regionali e comunali che si terranno il prossimo 20 e 21 settembre.

Facebook: addio alla vecchia interfaccia per PC

La conferma arriva direttamente da Facebook. Gli utenti che in questi giorni richiedono di tornare al vecchio look del social, vengono avvisati tramite un allert dedicato, che li informa dell’imminente passaggio alla nuova interfaccia e li invita a segnalare eventuali criticità riscontrate nell’utilizzo della nuova versione.

La nuova interfaccia Facebook è molto più ordinata, semplice, e immersiva rispetto alla versione classica. La novità più grande è la dark mode, l’ormai conosciutissima modalità scura presente in varie app, tra cui Twitter, YouTube, Telegram, Messenger e Instagram, utile per affaticare meno la vista e ridurre il consumo di batteria del proprio laptop.

Mentre uno dei principali cambiamenti che sicuramente destabilizzerà gli utenti abituati alla scorsa versione è l’addio al classico banner blu, presente su Facebook dal 2004.

Combattere il tumore al pancreas con l’immunoterapia

Uno studio, pubblicato su Journal of Experimental Medicine, realizzato dai gruppi di Teresa Manzo e Luigi Nezi, del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia dimostra che è possibile creare un’immunoterapia contro il tumore del pancreas modificando il metabolismo delle cellule immunitarie affinché possano combatterlo.

risultati terapeutici sono stati eterogenei, con esiti migliori generalmente correlati alla capacità delle cellule T specifiche del tumore di infiltrarsi nel tumore, persistere e mantenere le funzioni effettrici. Risposte cliniche complete e durature sono state ottenute in pazienti i cui tumori erano resistenti ai trattamenti standard disponibili ( Mellman et al., 2011 ). 

Tuttavia, la procedura ha riscontrato un successo limitato nella maggior parte dei pazienti con tumori solidi, compreso l’adenocarcinoma duttale pancreatico.

Quello del pancreas è ancora oggi il più letale fra tutti i tipi di cancro.

La battaglia per il No va oltre il quesito referendario

Nell’omelia al Meeting di Rimini il card. Bassetti ha ricordato che «oggi più che mai è richiesta ai cristiani la forza di scrutare i segni dei tempi e di dire parole profetiche, con le labbra e, contemporaneamente, con la testimonianza di vita». Se, come cattolici impegnati in politica aspettiamo di ricevere il permesso per elaborare un progetto che tenti di superare le contraddizioni che si manifestano nel nostro presente, non saremo certo il lievito del mondo né, temo, potremo più dare alcun contributo significativo al Paese.
Se i cattolici degli Anni Trenta avessero atteso dal cinegiornale o dall’allora fascistissimo Corriere, dei segnali per potersi attivare non avrebbero potuto esercitare il ruolo che hanno avuto nella nascita della Repubblica e nel dopoguerra.
Credo che non ci si possa accontentare del fatto che la critica alla deriva austeritaria dell’Europa, esercitata anche fra i cattolici democratici in tutti gli Anni Dieci (che spesso venivano sommariamente liquidati come cripto-euroscettici quando invece esprimevano con lungimiranza una linea atta a prevenire e limitare i populismi e a rafforzare l’integrazione europea) sia stata ora sdoganata e addirittura fatta propria da Gentiloni o da Draghi.
Questo tempo ci chiede di più. Mentre ci stiamo mobilitando nei comitati per il No, per sventare un nuovo attacco alla rappresentanza politica e un ulteriore stravolgimento della Costituzione, non meno deleterio di quello tentato da Renzi e dalla Boschi nel 2016, costituito dal referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, non ci si può dimenticare del fatto che si è giunti a un punto di svolta per quel che riguarda l’ordine e l’equilibrio mondiale. È auspicabile che si colga l’occasione di questa campagna elettorale per domandarci cosa ne sarà dell’istituto parlamentare qualora le spinte in corso verso un modello autoritario dovessero prendere il sopravvento.
Tale modello presenta almeno tre principali aspetti. Il transumanesimo, il tentativo di ridurre le masse ad automi a servizio delle élites, attraverso l’uso delle tecnologie.
Il neofeudalesimo, lo sterminio della classe media, il lasciare che la stragrande maggioranza della popolazione anche in Occidente ripiombi in uno stato di endemica precarietà e necessità in modo da esser più agevolmente sfruttata. A ben vedere lo sproporzionato allarmismo verso il coronavirus e i protocolli sbagliati dati per la cura del virus, che la inqualificabile Oms ha diffuso, trascinando, nella fase iniziale, scientemente i sistemi sanitari nazionali di mezzo mondo nel caos, hanno contribuito a dare un’altra picconata enorme alla classe media. Le restrizioni e l’incertezza, prolungati ben oltre ogni limite di buon senso, hanno finito per far fallire altri segmenti di classe media, mentre gli speculatori hanno tratto ulteriori vantaggi dalla conseguente recessione; molti piccoli sono stati schiacciati col pretesto dell’emergenza sanitaria per salvare i soliti pochi grandi, che temono come la peste l’aumento dei tassi d’interesse, dal quale aumento sono stati salvati dal “provvidenziale” arrivo del virus. Questo azzardo sta creando una depressione globale da cui sarà estremamente difficile uscire in modo incruento.
Il terzo aspetto su cui si basa l’attuale svolta autoritaria è quello della sorveglianza oltre le normali necessità. Se il gruppo di potere attorno a Bill Gates (che non è tanto il mago dei computer quanto il consulente, da tre generazioni, dei Rockefeller per l’eugenetica e la riduzione della popolazione) riuscirà, come spera, a far vaccinare buona parte della popolazione mondiale con la scusa del covid 19, inoculando un “vaccino” che produce, per la prima volta usato sugli esseri umani, modifiche genetiche nel recettore e che imprime un inchiostro digitale leggibile da appositi dispositivi, un passo enorme sarà compiuto verso un regime mai conosciuto prima nella storia dell’umanità. Tutto di tutti sarà spiato e controllato, sempre e in ogni istante (stato di salute, spostamenti, incontri, transazioni economiche, ecc.).
Mi paiono osservazioni sufficienti, seppur molto sommarie, per poter dire che la difesa del numero dei componenti delle Camere ha un senso, se si ha la capacità di orientare il dibattito sui fattori che stanno determinando lo svuotamento del ruolo dei parlamenti.
E più in generale lo scrutare i segni dei tempi in questa epoca significa capire i rischi dell’avvento di un modello totalitario reso possibile dalle nuove tecnologie al cui confronto la cittadinanza a punti cinese parrà una vetta di democrazia. Allorquando un apparato, se va bene pubblico o addirittura privato, può disporre tutto con un click, e ti sanziona o ti esclude in tempo reale in base ai tuoi movimenti, alle relazioni, all’uso del denaro, alle opinioni che esprimi, la dittatura è già instaurata anche se formalmente si eleggono ancora i rappresentanti del popolo. Contro questi pericoli dobbiamo saper utilizzare le armi che ci vengono dall’umanesimo cristiano e dal personalismo, la nostra tradizione popolare che sa che senza coinvolgimento e sviluppo della classe media non può esservi vera democrazia, e il ricordo e l’assoluta certezza, soprattutto per ragioni ontologiche e metafisiche, ma anche storiche, che i progetti totalitari sono destinati al fallimento. Ma in ogni epoca occorre saper intervenire per prevenirli o almeno per ridurre i disastri che possono provocare.

Il coraggio di costruire e di sperare

Nel recente articolo comparso su Avvenire il 19 agosto, Lucio D’Ubaldo ripropone la vexata quaestio del “che fare?” per chi si riconosce nella cultura politica di ispirazione cristiana. Problema di nuovo attuale dopo un’estate di inquieto letargo e stagnazione politica, oltre che economica e alle soglie di un intervento pubblico epocale da parte dell’Europa, tutto da gestire ed organizzare nei prossimi mesi. Mettendo a fuoco il problema, cioè la crisi della classe dirigente, della sua rappresentanza e della rappresentazione che se ne è fatta e che domina l’immaginario collettivo, si intuisce anche la direzione verso cui muoversi.

La difesa della democrazia non può che passare, presto o tardi che sia, attraverso la reinvenzione di un nuovo riformismo all’altezza delle nuove sfide europee, globali e locali. La traiettoria che la storia dell’Occidente traccia passando per la svolta decisiva della politica di De Gasperi, ci interpella, e perfino suggerisce la possibilità di una convergenza attorno a un ideale “partito di De Gasperi”. Di fronte alla crisi peggiore dal dopoguerra, c’è bisogno di una responsabilità commisurata a quelle pagine di storia. Come allora, ci è richiesta, come paese, una nuova consapevolezza collettiva.

E per questo, come allora, abbiamo urgente bisogno di un orizzonte, di una speranza condivisa che ci muova e unisca nelle differenze, al di là delle ottusità ideologiche (in Italia tragicamente sopravvissute alla morte delle ideologie, nelle narrazioni populista e sovranista). Animare questa speranza è il ruolo di una cultura politica cattolica per vocazione lungimirante, tesa alla concreta realizzazione, sempre in fieri, di giustizia sociale e libertà personale.

La nostra comunità politica troverà coesione solo costruendo una casa comune in vista dell’uragano in arrivo. La nostra missione, è mostrare la possibilità di una speranza condivisa.

Una generazione da risarcire

Se mai esistesse sulla faccia della terra un tribunale competente ad accoglierla, credo che la “class action del secolo”  sarebbe promossa dalla generazione dei giovani del nostro tempo.

Naturalmente toccherebbe a noi adulti e alla società che abbiamo via via codificato, pur con tutte le attenuanti del caso,  di salire sul banco degli imputati.

E insieme a noi – come dice una canzone – “ tutte le promesse, tutte le speranze per un mondo  migliore”: i luoghi comuni della crescita illimitata, i retaggi ideologici, il relativismo etico, la teoria della vita piena che tutto possiede, consuma e brucia nei ritmi incalzanti, vertiginosi, scanditi dalla tirannia del tempo breve.

Che cosa accomuna la crisi della nostra epoca a quelle, cicliche e periodiche, del passato?

La teoria del “tutto illimitato”, il desiderio di migliori condizioni di vita legate all’espansione economica, la ricerca esasperata del progresso e del nuovo ad ogni costo.

Che cosa distingue, invece, questa crisi da quelle apprese dalla storia?

La teoria – altrettanto implicita e scontata – del “tutto subito”, una diversa percezione del tempo utile e di quello necessario, l’egoismo individualista tipico del capitalismo più deteriore, la corsa ad accaparrare e possedere tutto il possibile per l’immediato presente, una scarsa percezione di una qualunque idea logica intorno ad un futuro sostenibile.

Immaginando di edificare “il migliore dei mondi possibili” – come lo chiamerebbe Voltaire – non ci siamo accorti che la nostra ingombrante presenza (per avere tutto, fare tutto, ottenere tutto) sottraeva a poco a poco spazi vitali alle giovani generazioni.

Certo, ai nostri figli abbiamo sempre pensato ma con una sorta di ragionamento cumulativo: garantire loro il benessere più elevato, la più estesa dotazione di beni materiali, i prodotti più sofisticati dell’evoluzione tecnologica.

Ma sottraendo loro gli spazi vitali per una crescita fisiologica, i tempi necessari per la formazione della loro identità, una concezione moderata e modulata della vita, dove ogni conquista non è preceduta o accompagnata da rinunce e sacrifici, dove il verbo “accontentarsi” non si declina più al tempo presente, dove diritti e doveri non sempre marciano di pari passo.

Succede allora che – volendoli crescere in fretta e rendendoli adulti precocemente –  è come se avessimo vissuto al posto loro la parte iniziale e propedeutica della loro stessa vita, pensando di riuscire ad ‘incasellarli’ al posto giusto nel momento giusto.

Ma in questa società del progresso tout-court, che abbatte ogni barriera e supera ogni difficoltà ormai non c’è più posto neanche per noi.

Il ciclico avvicendamento generazionale non trova spazi, il momento di entrare in scena tarda, rallenta a dismisura in rapporto alle mutate condizioni oggettive del contesto.

La pandemia da Coronavirus che sta mietendo vittime e sconquassa il mondo, diventa un ulteriore discrimine tra il prima e il dopo, subentra strisciante il problema della sostenibilità generazionale..

Se c’è una condizione antropologica deprivata di certezze e sostenuta da speranze effimere questa è proprio il futuro: i condizionamenti del virus non riguardano solo la salute o l’economia ma i destini stessi di un’umanità impreparata.

Il contagio ci ha penetrato nel profondo, oltre il dato patologico, la mutazione genetica comporta alterazioni imprevedibili.

Quando con il coraggio della consapevolezza del problema e l’umiltà di ammettere di non possedere soluzioni precostituite, il Presidente Draghi ha posto la questione della centralità dei giovani rispetto a istruzione, formazione, lavoro, qualità della vita, ha toccato un nervo scoperto la cui cura è stata finora sempre rimandata.

Riapriranno le scuole? La società si chiuderà nel controllo dell’esistente e nel tamponare l’intrusione del male o vivremo una stagione di ripresa e di crescita che possa garantire modelli esistenziali e sociali sostenibili?

 

Già prima del Covid, al termine della scuola, dopo l’università, dopo i master, dopo lunghi  tirocini di apprendistato veniva meno una fisiologica e organica capacità ricettiva da parte di un mercato del lavoro caratterizzato da regole sempre meno garantiste, da una accentuata precarizzazione sui modi e sui tempi, da una forte contrazione della durata contrattuale, dalla concorrenza sleale di una manodopera assoggettata ai ricatti della delocalizzazione e dell’economia globalizzata.

Se prima del Covid 19 la disoccupazione giovanile in Italia aveva raggiunto e superato il 40% si profila ora una situazione più estesa e drammatica, che sta investendo le giovani generazioni delle economie mondiali e che rischia di collocarle ai margini della vita sociale e produttiva, in una condizione di incertezza sistemica quasi a caratterizzare un’epoca indefinita e non calcolabile di dolorosa transizione, mutilata di vibranti potenzialità inespresse.

 

Estate, Coldiretti: “Spesa media crolla del 25%, 588 euro a persona”

La spesa media destinata dagli italiani alle vacanze estive crolla a 588 euro per persona con un calo del 25% rispetto allo scorso anno per effetto di ferie piu’ brevi, meno lontane e dedicate soprattutto al relax familiare. E’ quanto emerge dal bilancio tracciato dall’analisi Coldiretti/Ixè in occasione del grande controesodo di agosto segnato dal bollino rosso con quasi tre italiani su quattro (73%) che hanno scelto di andare in vacanza nell’estate 2020 anche se non mancano quanti sono in partenza per fine agosto e settembre.

Sono 34 milioni gli italiani che hanno deciso di non rinunciare alle vacanze per almeno qualche giorno nell’estate 2020 che fa comunque registrare un calo del 13% rispetto allo scorso anno per effetto dell’emergenza Covid 19 che ha pero’ anche tagliato anche i budget disponibili. Per la metà dei viaggiatori (50%) – precisa la Coldiretti – la spesa per persona è al di sotto dei 500 euro, per il 34% tra i 500 ed i 1000 euro, per il 12 % tra i 1000 ed i 2000 euro mentre percentuali più ridotte supereranno questo limite.

Alla riduzione della spesa degli italiani si aggiunge una estate praticamente senza stranieri in vacanza nel Belpaese a causa dalle preoccupazioni crescenti e dei vincoli alle frontiere resi necessari per affrontate l’emergenza coronavirus. Una situazione che pesa soprattutto sulle città d’arte che risentono più notevolmente della loro mancanza ma – sottolinea la Coldiretti – gli stranieri prestano anche particolare attenzione alla qualità dell’alimentazione per la quale destinano una quota elevata della spesa durante la vacanza.

A favorire il contenimento delle spese degli italiani è stato tra l’altro l’accorciamento del periodo di vacanza sceso in media sotto i dieci giorni ma la novità di quest’estate sta anche nel fatto che – sottolinea la Coldiretti – 1 italiano su 4 (25%) ha preferito una destinazione vicino casa, all’interno della propria regione di residenza. Inoltre la maggioranza degli italiani in viaggio – continua la Coldiretti – ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche campeggi con i camper molto gettonati mentre sono in sofferenza gli alberghi. Anche in vista di settembre, segnali positivi nonostante le difficoltà ci sono sicuramente – precisa la Coldiretti – per le oltre 24 mila aziende agrituristiche italiane che offrono un ottimo rapporto qualità prezzo secondo Terranostra.

Tra gli svaghi preferiti accanto ad arte, tradizione, relax e puro divertimento, la ricerca del cibo e il vino locali è diventata il vero valore aggiunto delle vacanze Made in Italy nel 2020 con circa 1/3 del budget destinato proprio all’alimentazione per consumi al ristorante o per l’acquisto di souvenir, secondo la Coldiretti. La ricerca dei prodotti tipici è diventata un ingrediente importante – spiega Coldiretti – delle vacanze in un Paese come l’Italia che è leader mondiale del turismo enogastronomico potendo contare sull’agricoltura più green d’Europa con 305 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 524 vini Dop/Igp, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e la più grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie di Campagna Amica, oltre alle numerose iniziative di valorizzazione come le strade del vino o dell’olio.

Dove comprare casa a 1 euro

Sembra impossibile invece, grazie ad una particolare iniziativa che sta prendendo piede poco a poco, tutto questo può divenire realtà. Il progetto Case a 1 euro è partito da alcuni comuni italiani, con l’intento di contrastare l’abbandono da parte della popolazione e far rivivere le aree in difficoltà.

Però ci sono alcuni vincoli.

Infati gli immobili vengono ceduti in donazione ai Comuni che tramite procedura pubblica vendono alla cifra simbolica di 1 euro. In altri casi sono le amministrazioni comunali che si fanno garanti per i proprietari di tali immobili. Naturalmente ci sono degli impegni che chi acquista con progetto Case a 1 Euro, che deve garantire:

  • Prevedere un progetto di ristrutturazione e rivalutazione della stessa entro 365 giorni dall’acquisto.
  • Sostenere le spese notarili per la registrazione, le volture e l’accatastamento.
  • Due mesi di tempo per far partire i lavori nel momento in cui si hanno tutti i permessi.
  • A garanzia della sicurezza dell’acquisto da parte del compratore il Comune chiede di stipulare una polizza fideiussoria di 5mila euro della durata di tre anni cha a scadenza viene poi rimborsata.

Sono molti i comuni che hanno aderito al progetto avviato quattro anni fa tra questi ricordiamo:

TARANTO, Puglia. Nell’area della Città vecchia, chimata Isola perché collegata alla terraferma con due ponti, si può comprare casa a 1€. La città pugliese punta in questo modo a recuperare una zona abbandonata.

SALEMI, Sicilia. Il primo paese a lanciare questa iniziativa è stato Salemi, comune in provincia di Trapani di 10mila abitanti. L’idea innovativa fu ben accolta ma la condizione degli stabili fece fallire il progetto.

ZUNGOLI, Campania. Situata su un piccolo colle, è  circondato da tre monti diversi – Molara, Monticelli e Toppo dell’Anno – e l’antico tratturo Pescasseroli-Candela attraversa il paese. È stato il primo borgo dell’Irpinia a ricevere la bandiera arancione del Touring Club Italiano.

CARREGA LIGURE, Piemonte. In provincia di Alessandria si trova questo comune della Val Borbera di soli 85 abitanti. Il progetto Casa ad 1 euro era nato per fermare l’abbandono delle minuscole frazioni, ma è stato ostacolato dalla burocrazia.

PATRICA, Lazio. Paesino a pochi chilometri da Frosinone, ha aderito al progetto Case a 1 euro nel 2019. Attualmente sono stati censiti 38 immobili in stato di abbandono che il Comune ha deciso di recuperare e valorizzare.

VERGEMOLI, Toscana. Insieme a Fabbriche di Vallicoli si trova in Garfagnana. Il territorio in provincia di Lucca, nel 2021 sarà interessato da un investimento intorno ai 4 milioni di euro grazie a circa 40 cantieri che verranno aperti dagli acquirenti degli immobili dei due borghi fantasma aderenti al progetto Case a 1 euro.

OLLOLAI, Sardegna. Anche il comune di poco più di mille abitanti in provincia di Nuoro ha l’obiettivo di restaurare, ristrutturare e riutilizzare il patrimonio edilizio per ripopolare le abitazioni abbandonate.

SAMBUCA, Sicilia. Dopo il successo del primo bando Case a 1 euro il comune in Provincia di Trapani eletto nel 2016 “Borgo dei Borghi”, lancia un nuovo bando intitolato Case a 2 euro. Il Municipio di Sambuca metterà il vendita circa 15 o 16 case di proprietà del comune col metodo dell’asta, il prezzo di partenza sarà 2 euro.

LECCE NEI MARSI, Abruzzo. Il piccolo paese si trova nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Abitato da circa 1700 abitanti nella provincia dell’Aquila, ha accettato la donazione di privati di vari immobili vecchie case, a volte diroccate e senza più mercato. Al momento non ci sono notizie di immobili disponibili.

CANTIANO, Marche. Un piccolo paese di origini medievali, inserito in un contesto naturalistico e paesaggistico di grande bellezza, alle pendici del Monte Catria riconosciuto dal Touring Club Italiano con la Bandiera Arancione, ha aderito al progetto per recuperare e valorizzare il patrimonio immobiliare esistente

Confcommercio: “Le spese obbligate incidono per quasi il 44% sul totale dei consumi delle famiglie”.

La crisi del 2020 e gli effetti dell’emergenza Covid si fanno sentire sui bilanci familiari con una compressione delle spese libere e un aumento di quelle obbligate che incidono per quasi il 44% sul totale dei consumi delle famiglie (il livello più alto dal 1995) arrivando a pesare per oltre 7.000 euro l’anno pro capite.

Tra le spese obbligate, la voce abitazione è quella che incide maggiormente arrivando a ‘mangiarsi’ tra affitti, manutenzioni, bollette, e smaltimento rifiuti oltre 4.000 euro pro capite; all’interno dei consumi commercializzabili (9.095 euro pro capite nel 2020) la componente principale è rappresentata dai beni con una quota sul totale consumi in lieve aumento (dal 38,4% del 2019 al 40,6%), mentre i servizi interrompono la costante crescita dal 1995 con un brusco calo nell’ultimo anno dal 21% al 15,6%; per la prima volta dal 2007, si spende più per gli alimentari che per i servizi. Questi, in sintesi, i principali risultati che emergono da un’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sulle spese obbligate delle famiglie tra il 1995 e il 2020.

Il tradizionale aggiornamento al 2020 della scomposizione dei consumi delle famiglie tra spese obbligate e spese commercializzabili è largamente influenzato da quanto accaduto negli ultimi mesi. La profonda crisi del 2020 ha amplificato la tendenza di lungo periodo ad una compressione delle spese determinate dai gusti e dai desideri delle famiglie consumatrici a vantaggio delle spese per le quali si ha poca, o nessuna, libertà di scelta. Allo stesso tempo ha interrotto la progressiva terziarizzazione dei consumi.

I servizi commercializzabili, che tra il 1995 ed il 2019 avevano registrato una costante e significativa espansione della quota di spesa, stanno conoscendo in questi mesi un brusco regresso. Si stima che in un solo anno la quota di consumi ad essi destinata sia scesa dal 21% al 15,6%. Da questi servizi passa la maggior parte dei consumi su cui si costruisce il proprio benessere economico.

I beni commercializzabili, al cui interno rientrano gli alimentari ed i prodotti per la comunicazione che in molti casi sono stati funzionali allo svolgimento dell’attività lavorativa ed al mantenimento di rapporti sociali ed hanno conosciuto un aumento dei volumi acquistati, hanno sperimentato un incremento dell’incidenza salita al 40,6%. Dato che è peraltro rappresentativo di situazioni molto articolate, come segnala la forte compressione per gli acquisti di autovetture e per l’abbigliamento e le calzature.

In termini di spesa pro capite, espressa a prezzi 2020, le famiglie destinano 7.070 euro per sostenere le spese incluse nell’area dei consumi obbligati. Il dato, ovviamente inferiore a quello del 2019, è rappresentativo di una riduzione meno accentuata rispetto alle altre spese. Questo elemento, prosegue Confcommercio, ha portato ad una incidenza di questi consumi sul totale delle spese al 43,7%, tre punti percentuali in più rispetto allo scorso anno.

Per quanto riguarda molte delle spese obbligate, i relativi prezzi si formano sovente in regimi regolamentati e, comunque, in mercati scarsamente liberalizzati. Ciò si è riflesso in una perdurante pressione inflazionistica che toglie risorse ai consumi più genuinamente oggetto di scelta.

Pd e 5 stelle, la coalizione merita di più.

Sull’alleanza organica, storica o strutturale tra il Partito democratico e i 5 stelle si sono già dette molte cose. Certo, siamo ormai abituati alle piroette dei 5 stelle e ai cambiamenti repentini e senza alcun approfondimento politico della loro prospettiva politica. Ma, del resto, questo fa parte della loro natura populista e demagogica. Del resto, è curioso che dalla piattaforma Rousseau si ratifica un cambiamento radicale del progetto politico – mi riferisco, soprattutto, alla volontà di stringere alleanze definitive ed irreversibili e nel caso specificità con il Pd – e, al contempo, a livello locale e regionale si continua a correre da soli in virtù di una purezza ormai del tutto anacronistica e singolare. Ma tant’è.

Francamente stupisce molto di più il comportamento del Pd, o perlomeno della stragrande maggioranza di quel partito. Ovvero, la piena ed immediata adesione alle indicazioni emerse da una piattaforma privata e dopo una consultazione che avviene alla vigilia di Ferragosto.

Una adesione, e una condivisione, che nell’arco di pochi giorni viene
immediatamente messa in discussione dagli stessi proponenti attraverso ragionamenti – si fa per dire -, interviste e prese di posizione dove non si capisce mai dove inizia la
convenienza e dove finisce il tatticismo di giornata. Ma anche qui, è inutile approfondire
ulteriormente la questione, visto e considerato che la politica contemporanea non è più
sintonizzata lungo i canoni della prospettiva e della progettualità a lunga scadenza ma vive e si nutre di tatticismo, di contingenza quotidiana e, soprattutto, di convenienza
momentanea. Ecco perchè dopo una simpatica e del tutto casuale consultazione
ferragostana sulle alleanze del futuro di un partito di governo, seppur radicalmente priva di alcuna discussione, di confronto, di dibattito e di approfondimento politico, culturale e
programmatico, difficilmente può decollare una vera, autentica e credibile strategia delle
alleanze a lungo termine.

Altro tema riguarda, invece, il Partito democratico. Un partito che, almeno sulla carta,
dovrebbe costruire la sua cultura delle alleanze attraverso un percorso politico e di
contenuti fondato sul confronto, sul coinvolgimento popolare e sul dibattito tra le diverse
componenti. Purtroppo, e forse in ossequio al verbo populista e demagogico dei 5 stelle,
tutto ciò non è stato possibile. Ma, comunque sia, una seria e credibile cultura delle
alleanze non può prescindere da un serio dibattito politico e culturale.

È sufficiente scorrere le varie fasi politiche e storiche che hanno caratterizzato e scandito la vita politica italiana per rendersi conto che sul capitolo delle alleanze le casualità e le improvvisazioni, di norma, rappresentano una eccezione e non la regola. Perchè è proprio su questo versante che entrano in gioco i valori, le culture politiche, i programmi, i contenuti e quindi le prospettive politiche dei vari soggetti campo. Per dirla con una sola parola, entra in gioco la credibilità e la serietà della politica. C’è da augurarsi che da parte delle forze politiche che non sono ispirate dal solo populismo da un lato e che non rispondono solo e soltanto alla cifra di un partito personale e del capo dall’altro, ci sia un ravvedimento su questo terreno. Anche perchè risponde alla natura dei partiti democratici, costituzionali e che non si rassegnano alla deriva populista, demagogica e autoritaria.

Ma c’è anche un altro aspetto che merita di essere ricordato quando si parla di alleanze e di cultura delle alleanze. E cioè, come evitare che la cifra del trasformismo diventi la nuova stella polare che orienta e disciplina il comportamento delle forze politiche italiane. Del resto, abbiamo la controprova che proprio il trasformismo è diventato l’elemento decisivo che giustifica le piroette, i cambiamenti, le capriole improvvise e la smentita più radicale di tutto ciò che, nel caso specifico, si era detto e giurato e sollennemente proclamato sino a pochi giorni prima.

È per questo semplice motivo che la politica delle alleanze, per dirla con i grandi statisti
del pensiero cattolico democratico, merita di non essere scambiata e contrabbandata
come una semplice variante del tatticismo e posizionamento quotidiano. Costruire le
alleanze è un’altra cosa. Almeno per quei politici, per quei partiti e per quelle comunità
politiche che non si fanno incantare dalle sirene di una maldestra modernità e del tutto
effimere.

La sfida di Draghi

Linguaggio semplice, schematico, insistente sui punti cardini della sua comunicazione: si è svolta così la magistrale comunicazione di Mario Draghi al consueto Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini. Ha dato dimostrazione che le persone che hanno una grande preparazione scientifica, con ampia esperienza, ed autonomia delle grandi personalità, possono comunicare efficacemente senza retorica, senza diffondersi nel sostenersi nella comunicazione con nozioni tecniche, sostanzialmente comunicando in modo asciutto.

Alcuni commentatori hanno detto che la sua relazione è stata efficace ma banale nelle indicazioni, ma non è così. Mario Draghi al meeting è riuscito ad esprimere il meglio della cultura economica e politica, legata saldamente a quell’umanesimo che fa del pensiero sociale europeo un riferimento indispensabile per combattere il populismo e l’economia non governata dalle esigenze di progresso utile al destino dell’uomo. Insomma con il suo discorso, più che dare degli avvertimenti al governo come scrivono taluni giornali, ha voluto appellarsi a favore di tutti i governanti e soggetti sociali che hanno intenzione di accettare le sfide odierne mondiali, europee, italiane. Innanzitutto ha spiegano che i cambiamenti veri avvengono con la individuazione di una idea che matura prima dello sviluppo dei problemi, o almeno concomitante, con una filosofia di fondo sorretta dal coraggio indispensabile per saperla piegare agli eventi.

Non per caso ha ricordato De Gasperi, Adenauer, Schuman, quali soggetti attivi nella ricostruzione del dopoguerra e nella edificazione dell’Europa, che oggi soprattutto alla luce della esperienza della pandemia, deve progredire riscrivendo i patti sinora utilizzati ed affrontando l’ultimo nodo rimasto per far progredire il vecchio continente: un autonomo bilancio autonomo reso stabile da una propria fiscalità. Altro caposaldo del ragionamento ha riguardato la riscrittura di un nuovo ordine giuridico mondiale che recuperi il terreno perso sull’ambiente, sul rispetto della dignità dell’uomo, delle regolazioni della finanza. Giustamente ha indicato proprio nei paesi più potenti del mondo, USA e Cina, i responsabili dei passi indietro fatti rispetto i trattati internazionali, sui temi cruciali della protezione dell’ambiente, sulle regolazioni dei commerci internazionali, sulle regolazioni sul potere finanziario che vanno aggiornate e riscritte. Poi, sulle questioni di casa nostra, ha insistito su due punti delicati e decisivi per la ripresa dello sviluppo: concepire il debito solo come occasione di investimento capace nel ciclo del suo impiego e resa di ammortizzare il debito stesso, con l’aggiunta di guadagni utili a rimettere in moto il regolare svolgersi dello sviluppo economico; la istruzione e formazione quali ambiti, i più potenti, per dare gambe e fiato alla corsa per conquistare mete necessarie per rilanciare con la qualità le produzioni industriali e dei servizi italiani nella competizione globale.

Giustamente ha più volte messo l’accento sul ‘debito buono’ che prenda il posto dal ‘debito cattivo’, quale presupposto decisivo per risparmiare al paese il baratro. Certo, non ha dato ne pagelle, ne indicato esperienze negative in particolare; ma tutti sappiamo che i debiti cattivi, anche se in questi ultimi tempi sono cresciuti sensibilmente, sono stati imposti da politiche elettoralistiche, almeno da più di vent’anni. Credo che le parole pronunciate da Mario Draghi lasceranno il segno, almeno per quelle realtà culturali di buona volontà, che intendono dare battaglia per riportare la nostra comunità nel sentiero della solidarietà e della buona economia, della buona politica perché orientata al dialogo e non alla contrapposizione, dell’amore verso il prossimo nel tendergli la mano nel bisogno facendogli posto a tavola, per chi crede che l’Europa, nella propria costruzione finale, possa offrire prospettive di benessere agli europei, ma anche agli altri popoli che invocano democrazia e libertà , soggetti come sono a regimi dittatoriali.

Un messaggio per ieri e per oggi

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Fernando Chica Arellano

Dal 22 al 25 agosto 1968 Paolo VI realizzò una visita in Colombia in occasione della celebrazione del XXXIX Congresso eucaristico internazionale a Bogotá e della seconda Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano che si tenne a Medellín, dopo essere stata inaugurata dal Santo Padre a Bogotá.

Il benefico apporto di Montini nel suo pellegrinaggio in questa nobile nazione latinoamericana rappresenta una bussola per la comprensione del suo magistero sociale. In effetti, le sue parole sono un’applicazione della sua enciclica Populorum progressio (26 marzo 1967) e, al tempo stesso, una preparazione all’insegnamento successivo del Pontefice espresso in scritti tanto significativi come l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975).

La lettura distesa degli interventi dal Papa in Colombia offre chiavi di discernimento e di azione che hanno conservato tutta la loro rilevanza e luminosità. Mi sembra importante ricordare qui alcuni punti del ponderato pensiero di questo insigne pastore espressi in quel viaggio apostolico. Sebbene siano trascorsi più di cinquant’anni da quando le ha pronunciate, le sue parole non sono state scalfite né dal tempo né dalla distanza. Sono lezioni valide e opportune per il momento presente.

No alla forza delle armi e alla corsa agli armamenti

Sull’aereo appena decollato da Roma, all’alba del 22 agosto, il Papa fece riferimento all’occupazione di Praga (Cecoslovacchia) da parte delle truppe dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati del Patto di Varsavia, ad eccezione della Romania. Affrontò il tema anche nel messaggio agli inviati della stampa, radio e televisione (23 agosto), occasione in cui chiese ai governi di fare il necessario per arrestare la corsa agli armamenti e destinare i fondi erogati ad alleviare i grandi problemi che affliggono i popoli. E durante la messa per i campesinos, i lavoratori della terra, (23 agosto) non omise di dire chiaramente che ogni forma di violenza è contraria allo spirito cristiano e ritarda il compimento delle aspirazioni di giustizia.

Paolo VI riteneva che lui stesso, i pastori della Chiesa e ogni battezzato devono essere sempre apostoli della pace e promotori del dialogo e dell’intesa reciproca. Non si stancava di esortare tutti a lottare instancabilmente per instaurare la concordia nel mondo. Si può dire che questa fu una delle convinzioni più profonde del santo Pontefice, che espresse in molteplici modi durante il suo ministero petrino.

Purtroppo l’anelito di Montini non è restato circoscritto all’epoca in cui ha vissuto. Ancora oggi la fabbricazione e il commercio delle armi continuano a seminare il panico, ritardando lo sviluppo dei popoli e condannando le nazioni alla prostrazione e alla schiavitù. Per questo non sorprende che Papa Francesco non smetta di levare la sua voce esortando ad arrestare la corsa agli armamenti e a investire invece sulla pace e sulla solidarietà, finanziando non un’industria che genera morte, ma quei bisogni elementari che tanti nostri fratelli, per la loro povertà, non possono soddisfare.

Trasformare il mondo con la forza del Vangelo

Paolo VI affrontò il tema dello sviluppo dei popoli soprattutto nella sua omelia del 23 agosto, durante la messa celebrata in occasione della Giornata dello sviluppo. Nel ricordare che bisogna trasformare l’amore nel principio di rinnovamento morale e di rigenerazione sociale dell’America latina, il Papa invitò a tradurre “concretamente” questo amore in ogni attività atta a favorire la promozione integrale dell’uomo e dei popoli: alfabetizzazione, educazione, formazione professionale, formazione della coscienza civile e politica.

Sottolineò che il dinamismo della fede, tradizionale e rinnovata, deve risvegliare sempre più il senso di fraternità e di collaborazione armoniosa per una costante convivenza pacifica, e promuovere e consolidare gli sforzi per il progresso ordinato e l’equità, conformemente ai principi di giustizia e di carità cristiane (cfr., Discorso nell’incontro con il presidente della Repubblica, 22 agosto).

Parimenti, nel discorso pronunciato nella residenza del capo dello Stato (23 agosto), il Papa parlò della missione della Chiesa nella formazione dei cittadini, nell’insegnamento dell’etica e della morale, nella tutela dei diritti di libertà e di giustizia e nel costante invito alla responsabilità sociale di tutti.

Ancora più esplicito fu nel discorso in occasione dell’inaugurazione della seconda Conferenza dell’episcopato latinoamericano, dove fece riferimento alla dimensione sociale dell’evangelizzazione che esige la formazione di sacerdoti, religiose e laici nelle principali linee della dottrina sociale della Chiesa, ed esortò a un compito evangelizzatore più deciso e coraggioso di fronte ai grandi problemi che affliggevano — e continuano ancora a straziare — i popoli latinoamericani.

Anche oggi è necessario promuovere il rinnovamento della fede, affinché ci sia chiara consapevolezza che l’impegno dei cattolici deve includere i più svariati ambiti della vita umana e delle culture. La Chiesa non può in alcun modo sottrarsi al suo impegno con le realtà temporali, poiché esso è parte irrinunciabile dell’annuncio del Vangelo.

Adoperarsi con coraggio per l’equità sociale

La vicinanza del Papa ai più bisognosi, alle popolazioni rurali e agli operai si espresse in modo evidente in diversi momenti del suo pellegrinaggio in Colombia; le sue parole per loro sono forse le più energiche e incoraggianti. Rivolgendosi ai campesinos (23 agosto) ribadì che la Chiesa sta dalla parte degli indigeni e che non può smettere di ascoltare le loro afflizioni e sofferenze, perché rappresentano Cristo stesso. Aggiunse che il compito della Chiesa consiste nel consolidare i principi dai quali dipendono le azioni per porre rimedio alla miseria di tanti, annunciando così sempre la dignità umana e cristiana dei più bisognosi. La Chiesa non può rinunciare alla denuncia delle disuguaglianze economiche tra ricchi e poveri e, di conseguenza, deve promuovere iniziative e programmi per lo sviluppo integrale e il bene di tutti.

Montini esortò i governi dell’America latina e di tutti i Paesi ad affrontare con prospettive ampie e coraggiose le riforme atte a garantire ai loro popoli un ordine sociale più efficiente. In particolare, ricordò l’imperativo di accelerare una riforma agraria per far sì che i più negletti possano godere dei beni produttivi, ridistribuendo il possesso e l’uso delle terre.

Ma pure in questo ambito Paolo VI invocò la solidarietà tra le nazioni, anche con proposte concrete. Chiese, per esempio, di aprire al commercio internazionale vie più facili, al fine di favorire i Paesi ancora privi di sufficienza economica. A tale proposito, indicò come principio fondamentale il fatto che la ricchezza deve stare al servizio dell’uomo (cfr. Omelia della Santa Messa per i campesinos, 23 agosto).

Quanta urgenza e quanto bisogno abbiamo oggi di globalizzare la solidarietà! Ascoltare questi moniti e metterli in pratica diventerebbe l’antidoto contro il consumismo egoista e la cultura dello scarto che privano i più bisognosi di cibo, di acqua e dell’essenziale per sopravvivere e godere di condizioni di vita dignitose.

Durante il suo soggiorno in Colombia, il Pontefice prese le difese dei diseredati, dei più sfortunati, di quanti aspirano alla giustizia, a una vita dignitosa, alla libertà, al benessere e al progresso. Mostrò così alla Chiesa e al mondo che quanti vengono colpiti dal dolore e dalla mancanza di risorse non possono essere esclusi dalle loro preoccupazioni e sollecitudini. Se Cristo fu particolarmente vicino ai più bisognosi, i suoi discepoli devono imitarlo andando incontro agli esclusi della terra, a quanti conoscono solo la solitudine, la penuria e le lacrime.

Nell’attuale congiuntura, tanto segnata dalla crisi, la disoccupazione, la fame e altri iniqui flagelli, i discorsi pronunciati dal Papa in quel viaggio appaiono particolarmente attuali. Sono davvero uno sprone a mostrare che la solidarietà è virtù obbligata nel momento presente. Sono un ricco vivaio di suggerimenti pratici, iniziative effettive e inviti alla fraternità, per non farci cadere nell’indifferenza se ci lasciamo trascinare dall’incuranza. Al contrario, scuotono la nostra coscienza affinché, anche ai nostri giorni, uniamo forze, sommiamo idee e forgiamo alleanze per soccorrere gli ultimi, quanti non incontrano nel loro cammino una mano tesa per aiutarli, motivo per cui restano indietro, accantonati in un amaro presente e senza possibilità di affrontare il futuro con fiducia. In tal senso, il pensiero montiniano è sempre un valido collirio per rigenerare i nostri occhi perché non restino velati dinanzi ai problemi altrui. Senza questa visione d’insieme, generosa e incoraggiante, cresce l’autoreferenzialità e si spegne la speranza dei più deboli e bisognosi. Seguendo questi insegnamenti del Papa, invece, è possibile scoprire modelli incisivi affinché la Chiesa continui, a partire dall’amore di Dio, a compiere la sua missione di redenzione delle persone e dei popoli, specialmente di quelli più dimenticati. È quindi prioritario che oggi interiorizziamo e accogliamo nuovamente il messaggio sociale di Paolo VI. Il suo contenuto è un faro di luce in un tempo così difficile e convulso com’è il nostro.

 

Controesodo, vacanze finite per 3 italiani su 4

Con il controesodo si concludono le vacanze estive per quasi tre italiani su quattro (73%) che hanno scelto di andare in vacanza nell’estate 2020 anche se non mancano quanti sono in partenza per fine agosto e settembre. E’ quanto emerge dal bilancio stilato da Coldiretti/Ixe’ in occasione del weekend di controesodo estivo da bollino rosso secondo l’Anas.

Sono 21,1 milioni gli italiani che – sottolinea la Coldiretti – hanno deciso di concedersi almeno un giorno di vacanza fuori casa nel mese di agosto dell’estate 2020, con un calo dell’11% rispetto allo scorso anno a causa dell’emergenza coronavirus. Con l’emergenza sanitaria quest’anno si è rafforzata l’abitudine tutta nazionale a concentrare le partenze nel mese di agosto che è stato di gran lunga il più gettonato dell’estate ma anche quello che ha fatto segnare il calo minore delle presenze nazionali dopo il crollo del 54% a giugno e del 23% a luglio.

Il timore del virus e la volontà di attendere un miglioramento della situazione ha portato, infatti, molti turisti a rimandare il più possibile la partenza. L’Italia quest’anno è di gran lunga la destinazione preferita che – continua la Coldiretti – è scelta come meta dal 93% rispetto all’86% dello scorso anno. Un incremento significativo che non compensa tuttavia un mese di agosto praticamente senza gli 8 milioni di viaggiatori stranieri in Italia che lo scorso anno secondo elaborazioni Coldiretti su dati Bankitalia avevano pernottato Italia, a causa dalle preoccupazioni crescenti e dei vincoli alle frontiere resi necessari per affrontate l’emergenza coronavirus. L’assenza di stranieri in vacanza in Italia pesa soprattutto sulle città d’arte che risentono più notevolmente della loro mancanza ma – sottolinea la Coldiretti – gli stranieri prestano anche particolare attenzione alla qualità dell’alimentazione per la quale destinano una quota elevata della spesa durante la vacanza.

Se la spiaggia – spiega Coldiretti – resta la meta preferita, tiene il turismo in montagna e quello di prossimità con la riscoperta dei piccoli borghi e dei centri minori nelle campagne italiane, in alternativa alle destinazioni turistiche più battute, mentre crollano le presenze nelle città. Tra gli svaghi preferiti accanto ad arte, tradizione, relax e puro divertimento, la ricerca del cibo e il vino locali è diventata il vero valore aggiunto delle vacanze Made in Italy nel 2020 con circa 1/3 del budget destinato proprio all’alimentazione per consumi al ristorante o per l’acquisto di souvenir, secondo la Coldiretti.

La maggioranza degli italiani per le vacanze – continua la Coldiretti – ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche campeggi con i camper molto gettonati mentre sono in sofferenza gli alberghi. Anche in vista di settembre, segnali positivi nonostante le difficoltà ci sono sicuramente – precisa la Coldiretti – per le oltre 24 mila aziende agrituristiche italiane che, spesso situate in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza secondo Terranostra e Campagna Amica.