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Letta brandisce il maggioritario omettendo il suo carattere implicitamente oligarchico

In un lasso di tempo brevissimo, il sistema politico è stato rivoltato come un calzino. Cambiati i protagonisti, cambiato linguaggio, propositi, alleanze.

L’Italia ha sempre riservato agli osservatori stranieri grandi colpi di scena, ma bisogna ammettere che gli accadimenti ultimi non sono passati inosservati. È cambiato il presidente del consiglio e la struttura di governo con componenti partitiche a dir poco in perenne contrapposizione tra loro; il PD e movimento 5 stelle hanno cambiato i vertici senza congressi con una velocità mai registrata in passato. La Lega e M5 stelle si sono dichiarati europeisti, rigoristi in economia, atlantisti.

Qualche commentatore ha avuto modo di sottolineare che questa duttilità delle forze politiche è da attribuire ad un sistema politico tutto sommato solido, ma penso che a ben vedere la realtà dimostra proprio il contrario: i rapporti con i cittadini non sono idilliaci, i rapporti con le loro rappresentanze sono labili, il credito del sistema maggioritario che la loro principale fonte di potere come rendita di posizione ormai in decomposizione.

La ragione di questo stato risiede fondamentalmente dal fatto che il maggioritario nella sostanza ha allontanato dalle urne la metà dei cittadini italiani che non hanno potuto esprimere il proprio voto per soggetti compatibili con le loro culture; la impossibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti in parlamento, che negli ultimi anni hanno dato di loro performance non degne del loro ruolo.

Va ricordato che il sistema elettorale maggioritario e rimozione delle preferenze, sono state propagandate nel corso della cosiddetta seconda repubblica per ridurre i partiti, assicurare governabilità, per sottrarre al clientelismo ed alla criminalità organizzata il controllo dei voti. Ma a conti fatti, il numero dei partiti sono molto in più che nella prima repubblica, la stabilità dei governi più o meno è rimasta identica se non peggiorata, il controllo dei voti dei criminali in alcune aree è ancora più pesante, talvolta in combutta con i maggiorenti delle formazioni politiche come risulta dalle indagini e condanne giudiziarie.

Ma oltre a questi aspetti negativi, se ne sono aggiunti altri gravi come il fenomeno sconcertante dei transfughi che vagano da un partito all’altro; fenomeno che oramai in questa legislatura ha coinvolto più di un terzo dei parlamentari. L’ abbandono del proporzionale e delle preferenze, ha stravolto il senso del ruolo costituzionale delle associazioni politiche incapaci ormai di provocare partecipazione nelle attività politiche e partecipazione al voto dei cittadini a causa della loro sbiadita filosofia di appartenenza piegate alla necessità delle liste maggioritarie.

La stessa rappresentanza in parlamento, sequestrata dalla ferrea scelta dei candidati dai capi dei partiti, ha annullato la rappresentanza territoriale, ha nettamente abbassato la qualità degli eletti, ha provocato un sistema che sostanzialmente spinge alla deresponzabilizzazione del mandato parlamentare ed ha pressoché annullato il rapporto con l’elettore, ha favorito il leaderismo non da consenso ma da baratto nei partiti. Per queste ragioni, peraltro aggravate dalla riduzione dei parlamentari che restringerà ulteriormente la rappresentanza territoriale, occorre rivedere la legge elettorale in senso proporzionale e con la scelta diretta da parte del cittadino del proprio parlamentare.

Si è notata la sottolineatura in una sua dichiarazione del neo segretario Pd Letta a favore del maggioritario, dopo che il suo predecessore aveva acconsentito alla riduzione dei parlamentari proposta dal movimento 5 stelle, alla sola condizione che venisse ripristinato il proporzionale. Se quella decisione venisse annullata, la nostra rappresentanza parlamentare per i territori verrebbe ridotta pesantemente, verrebbero eletti dalla metà dei cittadini, verrebbero espressi dai capi nazionali dei partiti. Un vero colpo al senso costituzionale che affida ai partiti il compito di organizzare la partecipazione alla politica dei cittadini, al Parlamento di essere autentico luogo di rappresentare la volontà popolare.

“Una disperata confusione: la scuola italiana al 2021”

In un recente saggio in memoria dell’Ing. Gino Martinoli , cofondatore e Presidente per lunghi anni del Censis, il Presidente Giuseppe De Rita si misura con un amarcord personale, intrecciato alla vicenda dell’abbrivio del sistema scolastico nazionale a partire dall’immediato dopoguerra, incluse le scelte di indirizzo da compiere, il modello da disegnare e le proiezioni di un futuro prevedibile, interconnesso a maglie larghe nell’ordito e nella trama della crescita del Paese, tra linee politiche, identità culturali e sociali, dibattiti, orientamenti, opzioni caratterizzanti sul piano identitario e in chiave di lettura denotativa e connotativa.

Lo fa con la consueta maestria nel padroneggiamento degli eventi e dei contesti, delle derive di sviluppo e delle macroanalisi a cui ci ha abituato, nella interconnessione tra presenza e contributo personale alla scrittura di quella storia e capacità ermeneutico-interpretativa che emergono già in sede Svimez e poi fino ai giorni nostri nei Rapporti annuali del CENSIS.

Una riflessione fondamentale e preziosa per conoscere la Storia del Paese e – nello specifico- il prender corpo del sistema scolastico nazionale, visto da chi ha vissuto quella stagione embrionale e la rivisita oggi con lo sguardo indagatore di chi vuole rileggerla, con una marcata capacità di far sintesi di un confronto politico e ideologico da cui scaturisce un’opzione prevalente, finanche riconoscendo in modo onesto una sconfitta del proprio punto di vista di allora ma utile anche per comprendere la realtà del presente nei suoi chiaroscuri e nelle sue contraddizioni. Ciò in un momento particolarmente critico qual è il presente condizionato dalla pandemia che mette a nudo elementi di criticità e difficoltà gestionali, organizzative e persino di senso rispetto al ruolo e al peso della scuola nella società e nella cultura contemporanea: per chi ha vissuto da coprotagonista gli anni delle scelte decisive sui ‘problemi formativi’, “vederli ridotti a cumuli di parole parlate e scritte senza orientamento è cosa che fa male. “.

Parte dunque De Rita nella sua analisi con il piglio che gli è consueto, egli è uomo di mediazione e incline all’osservazione e all’ascolto ma non si perde in una disamina astratta: furono due le grandi linee di pensiero e di azione che tracciarono il dibattito a cavallo degli anni ‘55/’60, nell’alveo del grande contenitore della visione “scolastica” della DC (come perno del Governo del Paese) anche nei suoi addentellati di collateralismo associativo e sindacale:  “da una parte quella, poi risultata vincitrice, che riteneva indispensabile, per il progresso culturale di tutti, sviluppare un sistema di più anni di istruzione scolastica, con dietro la propulsione del collateralismo categoriale sopra richiamato e poi del sindacalismo confederale; dall’altra parte una minoranza, risultata alla fine perdente, che riteneva giusto e necessario un collegamento fra attività formativa e sbocco occupazionale, fra sistema scolastico e strutture economiche e sociali. De Rita si posiziona nel secondo contenitore mentre il primo – rivisitando gli sviluppi del nostro sistema scolastico (fortemente ispirato allora dall’AIMC e dalla sua Presidente Maria Badaloni, ma sostenuta in Parlamento e negli atti di Governo da Gonella negli anni 50, Medici dal ’58, poi da Pastore che puntava sulla scuola come motore di crescita del Sud soprattutto per i centri di formazione aziendale) lo riassume nella formula – risultata preponderante fino ad oggi- della “formazione integrale della persona umana” (“l’uomo per l’uomo”) ma soprattutto della “scolarizzazione a oltranza” (fattispecie che ritroviamo aggiornata nella lifelong education come tendenza globale secondo una lettura di pedagogia comparata).

Non tace De Rita il contributo dialettico offerto dalla sinistra che, ispirata anch’essa alla difesa dell’autonomia formativa, “si scatenò” contro una capitalistica “formazione di semilavorati per l’industria” (De Rita cita ad es. la posizione di Rossana Rossanda e del Pci, la loro battaglia per la difesa dell’autonomia del sistema formativo rispetto a una possibile sua strumentalizzazione da parte del mercato).

Come parte perdente di quel dibattito il Presidente CENSIS rivendica tuttavia il diritto ad una revisione storica delle scelte allora vincenti che generarono un sistema scolastico “puramente ‘autopropulsivo’, senza riferimenti esterni e senza stimoli socialmente innovativi: un corpaccione pesante e stanco, che presume di avere il diritto di essere sostenuto e ampliato solo perché esiste, non perché serve a qualcosa”. Lo stesso ’68 , con la liberalizzazione agli accessi universitari, la distruzione dei criteri di qualità e di merito nei processi formativi, le teorie pedagogiche della facilitazione – pur nella violenta contestazione del sistema – contribuì a generare una deriva di logica autoreferenziale che De Rita così riassume: “Fare politica scolastica senza connessione con lo sviluppo economico si riduce all’indistinta spinta a fare più spesa per la scuola”.

Quella spinta autopropulsiva su cui De Rita insiste a lungo ci ha consegnato un sistema scolastico “di grande consistenza”, gonfiato in alto più che a piramide come era stato pensato nella Riforma Gentile (ripresa e difesa nella sua logica orientativa da un attento osservatore come il Prof. Giulio Sapelli nel suo intervento nello streaming del 19/3 a commento del saggio), nell’utenza, negli organici, nel precariato, nella complessa dinamica organizzativa, nelle disfunzioni centrali e periferiche degli apparati.

Va osservato che quella stagione di autopropulsione del sistema scolastico produsse anche effetti positivi: a cominciare da una poderosa campagna di lotta all’analfabetismo, e quindi di alfabetizzazione culturale (“a partire dal sapere leggere, scrivere e far di conto”)  oltre ad una serie di provvedimenti legislativi in cui si declinano le linee evolutive del sistema, dalla legge istitutiva della Scuola materna Statale nel 1968 (fortemente voluta da Aldo Moro fino a provocare una crisi di Governo) , all’introduzione de tempo pieno (820/1971), ai cd. “decreti delegati” del 1974 in tema di organi collegiali, sperimentazione, aggiornamento, profili del personale scolastico, al DRP 616/1977 sul trasferimento di competenze scolastiche alle Regioni, alla legge 517/1977 sull’integrazione degli alunni disabili e sulla programmazione educativa, fino alla norma attuativa dell’autonomia scolastica (legge 59/1997 e DPR 275/1999). Per ricordare passaggi fondamentali.

Questa legislazione di graduale riforma del sistema scolastico può essere considerata – secondo l’analisi di De Rita – come un affinamento della logica autoreferenziale ed autopropulsiva, tuttavia ha contribuito alla crescita e alla caratterizzazione degli ordinamenti scolastici, i cui effetti si riverberano ancora al presente.

Ne’ va dimenticato che analogamente, studiando i sistemi scolastici dei Paesi della C.E. secondo un approccio comparativo, si deducono spinte propulsive al cambiamento: nei modelli decentrati verso un “common core” ad indirizzo nazionale, in quelli centralistici con una deriva incline all’autonomia degli istituti e all’interrelazione con gli enti autarchici del territorio.

Tuttavia occorre trovare argomentazioni convincenti per confutare la tesi del Presidente CENSIS secondo cui questo agglomerato di norme e tentativi di riforma si sia in sostanza risolta in una logica tutta interna al sistema, senza curare le ricadute possibili nei cfr. del mercato del lavoro: scuola implementata e aperta al sociale ma fine a se stessa quanto al concreto valore da attribuire al titolo di studio in relazione alle opportunità lavorative. Analisi forse spietata ma scaltrita e attuale, ove si consideri la scuola una sorta di corpo esterno e ininfluente al sistema produttivo, che nel tempo ha modificato i concetti stessi di ceto medio e borghesia, distinguendo in modo netto il piano culturale da quello economico.  

Un argomento peraltro ripreso in modo quasi singolare dal Presidente Draghi che ha parlato di rivalutazione necessaria degli istituti tecnici e professionali. Nella bolla gonfiata dell’autopropulsione del sistema occorre un dosaggio degli indirizzi di studio in funzione delle esigenze di crescita del Paese.

Ma temi come il diritto allo studio, l’uguaglianza delle opportunità di partenza e di arrivo, la libertà di insegnamento, l’inclusione dei fragili, le scuole in ospedale, la personalizzazione dei progetti educativi, la promozione degli stili di vita,  la corresponsabilizzazione delle funzioni interne al sistema, il rapporto con le famiglie e il territorio hanno affinato una sensibilità sociale dall’esterno verso l’interno del sistema.

La “disperazione del presente” – come la definisce De Rita- si trova negli effetti distorti e negli avvitamenti senza esito delle logiche di programmazione e organizzazione scolastica: troppo spesso ad es. l’autonomia scolastica si risolve in una implementazione di una burocrazia che prolifera in periferia e si aggiunge a quella del centro, nel tempo preponderante destinato a riunioni autoreferenziali e incalzanti che producono “paralisi” o rallentamenti anziché semplificazione, in una logica dirigista da caserma.

Torneremo presto su questo argomento. Ma la politica di questi ultimi decenni, della renziana “buona scuola” autodefinitasi tale e dei suoi presidi sceriffi poi comandanti della nave (secondo la Ministra Azzolina) , della DAD alternativa alla didattica in presenza e di tutti i suoi portati tecnologici (a cominciare dalla esasperante enfasi sul cd. “registro digitale” di classe) ha spostato l’attenzione dalla didattica in classe ai suoi corollari, generando una burocrazia fuorviante e smisurata, con una produzione biblica di circolari e nuove istruzioni, fino a diventare asfissiante e – appunto – “disperata”, avendo perso per strada i fondamentali che la qualificano e allontanandosi sempre più da quello sbocco verso il mercato del lavoro che era un’idea di De Rita e sta diventando un dramma sociale che costringe le giovani generazioni ad una sorta di “sospensione”- dopo gli studi – nella realizzazione di un progetto di vita.

Addio a Ezio Cartotto

Si è spento ieri notte a Monza Ezio Cartotto.

Classe 1943 , è stato uno dei giovani rampanti del Movimento Giovanile ai tempi delle segreteria provinciale di Marcora negli anni 60 ,assieme ad altri giovani emergenti come Bertoja Mazzotta Frigerio e poi Giorgio La Pira Salvatore Donato Gianni Dincao.Dotato di una cultura filosofica umanistica notevole, capace oratore ed affabulatore  ,era una delle promesse della Base.Direttore anche del Popolo Lombardo.

Purtroppo l’esperienza negativa del CIPES (la cooperativa edilizia impiantata con altri amici che ebbe una fine ingloriosa) gli tarpò le ali.

Ma lui rimase sempre legato alla politica, soprattutto in Brianza .Qui incontrò la Fininvest e divenne consulente di Berlusconi collaborando insieme a Dell’Utri alla fondazione di Forza Italia,di cui scrisse parte del programma.

Di carattere estroverso e aperto, di cultura umanistica notevole e appassionato cultore di libri e di storia, intellettuale senza molto senso pratico, ha continuato la sua passione ed il suo interesse per la politica e l’impegno sociale scrivendo libri e riviste: tra gli altri Brianza e DC e tra gli ultimi  Gli Occhiali di Machiavelli.  Ma la sua vivacità si era spenta dopo la perdita della moglie pochi anni fa. Ultimamente malaticcio era un po’ ritornato al primo amore  avvicinandosi agli ambienti della ex DC e della Base per la quale si era infervorato al punto di ipotizzare iniziative importanti.

Se ne va una figura un po’ controversa ed eclettica, ma pur sempre un democristiano e un basista.

La California chiede a Biden di fissare una data per dire addio a benzina e diesel

Due senatori statunitensi hanno esortato il presidente Joe Biden a fissare una data per la graduale eliminazione delle vendite di auto  e camion con motore termico e ripristinare l’autorità della California per stabilire le proprie regole sulle emissioni automobilistiche.

I senatori democratici Alex Padilla e Dianne Feinstein scrivendo a Biden, chiedono di “seguire l’esempio della California e fissare una data entro la quale tutte le nuove auto e camion passeggeri venduti saranno veicoli a emissioni zero”.
Infatti la California vieterà la vendita di vetture e truck con motore termico a partire dal 2035.

Ricordiamo che pur rifiutando di fissare una data precisa per porre fine alle vendite di veicoli a gas, Biden, durante la campagna presidenziale, aveva promesso un aumento sostanziale dei veicoli elettrici e delle stazioni di ricarica in tutta la nazione.

E subito dopo aver assunto l’incarico a gennaio, Biden aveva promesso di sostituire la flotta del governo degli Stati Uniti di 650.000 veicoli con veicoli elettrici puliti fabbricati in America.

Inoltre ha anche ordinato alle agenzie statunitensi di rivedere i requisiti di efficienza dei veicoli a carburante, che erano stati tagliati sotto l’amministrazione Trump.

Anche se ancora non ha intrapreso la strada dei 15 Stati che vogliono intraprendere questo percorso.

Alcuni dei  paesi che hanno già fissato una data sono:

  1. La Svezia che darà l’addio alle auto a benzina nel 2030
  2. Idem per la Danimarca
  3. La Norvegia scadenza al 2025
  4. Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Islanda e Francia hanno una scadenze fissate tra il 2030 e il 2040.

 

Più mobilità elettrica: scenari futuri e qualità dell’aria nelle città italiane

“Tra il 2018 e il 2020 si è registrata la presenza di un parco circolante dominato ancora da veicoli a benzina e a gasolio e le emissioni inquinanti sono state in costante aumento, nonostante alcuni lievi miglioramenti. Le previsioni al 2025 e al 2030 sono, però, confortanti: entro il 2025 si stima un aumento del 4% dei veicoli elettrici e una crescita del 20% delle automobili ibride. Ma è nel 2030 che si avrà un importante cambio di marcia con un 15% in più di vetture elettriche e un picco del 25% che sarà registrato dalle ibride”. Questi i dati che emergono dal rapporto realizzato da Iia-Cnr, Istituto sull’inquinamento atmosferico, in collaborazione con l’associazione Motus-E, presentato in diretta facebook durante l’evento ‘Più mobilità elettrica: scenari futuri e qualità dell’aria nelle città italiane’.   Il lavoro di ricerca si riferisce a cinque città (Roma, Torino, Milano, Bologna e Palermo) e ha l’intento di stimare quale impatto avrà l’elettrico sulla mobilità urbana e sulla circolazione.

Il report, analizzando dati che vanno dal 2018 al 2020, studia la relazione stretta che intercorre tra la  mobilità urbana e la sostenibilità ambientale.   Ad avviso di Carla Messina, funzionario del ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità sostenibili, “urge investire sulla crescita dei veicoli green, rinnovando il parco circolante degli autobus e dei mezzi pubblici delle nostre città. Non è ammissibile che il 37% dei bus urbani produca ancora una emissione importante di sostanze inquinanti. Con il decreto rilancio bisognerà puntare sull’elettrico, elaborando strumenti di pianificazione nuovi che contribuiranno a realizzare i nostri obiettivi strategici, raggiungendo i target nazionali ed europei”.

Proteggere il 30% dei mari italiani entro il 2030

La campagna 30×30 Italia è un percorso nazionale il cui obiettivo è di proteggere, attraverso l’istituzione di Aree Marine Protette (AMP), almeno il 30% dei mari Italiani entro il 2030. Bisogna lavorare per raggiungere questo obiettivo promuovendo l’azione comune di un mare italiano produttivo e resiliente, in cui la tutela della biodiversità diventi volano di sviluppo economico e sociale.

La campagna ha un valore nazionale ma si inserisce in un contesto internazionale molto più ampio che fa riferimento a una resolution approvata durante il Congresso Mondiale della conservazione dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) del 2016 che identifica come necessaria la protezione di almeno 30% dell’Oceano entro il 2030 per garantirne la funzionalità e produttività, ai nuovi target Post-2020 del Global Biodiversity Framework e all’impegno adottato dalla Unione Europea all’interno della “EU biodiversity strategy for 2030 – Bringing nature back into our lives” e recentemente approvato dal Consiglio Europeo.

L’obiettivo finale sarà raggiunto grazie a 30 obiettivi strategici legati alle scienze marine e alla ricerca, alla divulgazione, al coinvolgimento delle nuove generazioni, all’efficacia di gestione e alla formazione dei futuri custodi del patrimonio naturalistico del Mediterraneo.

 

OMS: serve uno sforzo globale per porre fine alla tubercolosi

Si stima che circa 1,4 milioni di persone in meno hanno ricevuto cure per la tubercolosi (TB) nel 2020 rispetto al 2019. Secondo i dati preliminari compilati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) da oltre 80 paesi: una riduzione del 21% rispetto al 2019. I paesi con il maggiore divari relativi erano Indonesia (42%), Sud Africa (41%), Filippine (37%) e India (25%).

Costruire sistemi sanitari in modo che tutti possano ottenere i servizi di cui hanno bisogno è fondamentale. Alcuni paesi hanno già adottato misure per mitigare l’impatto del COVID-19 sull’erogazione del servizio, rafforzando il controllo delle infezioni; espandere l’uso delle tecnologie digitali per fornire consulenza e supporto a distanza e fornire prevenzione e cura della tubercolosi a domicilio.

Ma molte persone che hanno la tubercolosi non sono in grado di accedere alle cure di cui hanno bisogno. L’OMS teme che oltre mezzo milione di persone in più possano essere morte di tubercolosi nel 2020, semplicemente perché non sono state in grado di ottenere una diagnosi.

Questo non è un problema nuovo: prima che il COVID-19 colpisse, il divario tra il numero stimato di persone che sviluppano TB ogni anno e il numero annuale di persone ufficialmente segnalate era di circa 3 milioni. La pandemia ha notevolmente aggravato la situazione.

Un modo per affrontare questo problema è attraverso uno screening della tubercolosi ripristinato e migliorato per identificare rapidamente le persone con infezione o malattia da tubercolosi.

Questi includono l’uso di test diagnostici molecolari rapidi, l’uso del rilevamento assistito da computer per interpretare la radiografia del torace e l’uso di una gamma più ampia di approcci per lo screening di persone affette da HIV per la tubercolosi.

Ma questo da solo non sarà sufficiente. Nel 2020, nel suo rapporto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha emesso una serie di 10 raccomandazioni prioritarie che i paesi devono seguire. Questi includono l’attivazione di una leadership di alto livello e di azioni in più settori per ridurre urgentemente i decessi per TBC; aumento dei finanziamenti; promuovere la copertura sanitaria universale per la prevenzione e la cura della tubercolosi; affrontare la resistenza ai farmaci, promuovere i diritti umani e intensificare la ricerca sulla tubercolosi.

E soprattutto, sarà fondamentale ridurre le disuguaglianze di salute.

Non c’è un “centro” senza i Popolari.

Siamo di nuovo daccapo. Il “centro” fa parlare di sè, e anche molto, e alcuni capi di piccolissimi  partiti se lo vogliono intestare. Quasi per decreto o per strane e singolari autoinvestiture. Certo, fa  effetto che il capo di un piccolissimo partito personale e forse il più lontano da qualsiasi  vocazione inclusiva – oltre ad essere fortemente contestato per il suo stile e la sua incoerenza  politica ripetutamente e platealmente manifestata in questi ultimi anni – e cioè, Renzi, pensi  curiosamente di rappresentare il “centro” politico nel nostro paese. Per non parlare, forse più  legittimamente, di Calenda o addirittura dei radicali. Chi ha sempre seguito, o ha militato o si è  riconosciuto nelle formazioni politiche di “centro” nel passato o in tempi più recenti, non può che  guardare con stupore se non con allegria a tutti coloro che in questa fase turbolenta e caotica  pensano di rappresentare culturalmente e politicamente – e quasi in modo esclusivo – un’area di  “centro” o, meglio ancora, una cultura politica di centro nell’attuale contesto pubblico italiano.  

Ora, al di là dei tentativi di vari capi partito o di sigle e cartelli elettorali di intestarsi  simpaticamente l’intera rappresentanza di un’area politica che è sempre stata decisiva nei vari  snodi che ha caratterizzato la storia democratica del nostro paese, è del tutto evidente che  questo campo politico potrà decollare solo nel momento in cui sia visibile e percepibile il ruolo e  la funzione della cultura popolare al suo interno. Cioè la cultura cattolico democratica e cattolico  sociale. Senza questa presenza culturale, ancorchè non esclusiva, qualsiasi ipotesi di ricostruire  un’area politica di “centro” è semplicemente destinata al fallimento. E questo ancora al di là della  poca, se non nulla, affidabilità politica di chi pensa, fantasiosamente, di rappresentare per diritto  divino il “centro”.  

Certo, la variegata e articolata area cattolico popolare e sociale non può continuare ad andare in  ordine sparso. E questo perchè nel momento in cui la geografia politica italiana è destinata ad  essere attraversata da profondi cambiamenti – come in parte è già avvenuto ad appena poco più  di un mese dall’avvento di Draghi al Governo – è quantomai necessario che si verifichi anche una  unità forte e convinta di chi, all’interno della tradizione cattolico popolare, pensa di scommettere  su una nuova avventura politica che non può che avere successo. Politico ed elettorale. Fuorchè  qualcuno pensi, carnevalescamente, che l’ex partito del “vaffaday” possa ambire a rappresentare  un’area di centro in virtù di una doppia se non tripla piroetta trasformistica dei suoi capi o  “elevati”. No, perchè da quelle parti, per dirla con una felice battuta di Donat-Cattin degli anni ‘80,  “sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Ma sempre 5 stelle restano. E cioè, un’ideologia  fondamentalmente ispirata all’anti politica, all’antiparlamentarismo e al populismo demagogico.  

Ecco perchè, piaccia o non piaccia, senza i cattolici popolari e sociali un “centro” credibile, serio  ed affidabile non può decollare. È compito, semmai, di chi si riconosce in quest’area, innanzitutto,  e di chi continua a ritenere importante un luogo capace di declinare una autentica “politica di  centro” attivare adesso una iniziativa. Politica e organizzativa. Ovviamente aperta a tutti, inclusiva  e democratica, riformista e plurale. 

Il governo e il calendario scolastico

Nel suo intervento in Parlamento, il Presidente Draghi, in previsione del Consiglio Europeo , ha parlato anche di scuola: un tema che gli sta a cuore come priorità nell’agenda di Governo.

Come riferisce il Punto del Corriere della Serra si tratta di una emergenza annunciata da tempo ma momentaneamente accantonata, anche a ragione della chiusura degli istituti scolastici nelle regioni rosse.

Riportiamo una parte del suo intervento: “Se la situazione epidemiologica lo permette, cominceremo a riaprire la scuola in primis. E cominceremo a riaprire la scuole primarie e la scuola dell’infanzia anche nelle zone rosse , allo scadere delle attuali restrizioni, ovvero speriamo subito dopo Pasqua”. Nelle zone arancioni sarà invece probabile la ripresa della didattica in presenza al 50% per gli altri ordini (scuola media inferiore e superiore).

“Il primo giorno tutti gli studenti, ma anche i bimbi di nidi e materne, dovranno essere sottoposti a tampone rapido. Il test sarà ripetuto ogni settimana e in caso di positività sarà effettuato un molecolare (PCR) a tutta la classe.

In questo modo si creerà una sorta di bolla per proteggere gli alunni ma anche i docenti visto che non tutti saranno già stati vaccinati. Per effettuare i controlli si è deciso di chiedere aiuto ai militari e ai volontari della Protezione civile che potranno essere impiegati all’ingresso degli istituti, utilizzando i ‘salivari’ che forniscono una risposta in pochi minuti e sono adatti ai più piccoli”.

Ottimi propositi e lungimiranti attese. C’è solo un dettaglio che balza agli occhi in tutta la sua evidenza.

Il Presidente riferisce che la riapertura delle scuole dell’infanzia e primaria avverranno “allo scadere delle attuali restrizioni, ovvero speriamo subito dopo Pasqua”, per dar seguito allo screening dei tamponi alla popolazione scolastica.

Tuttavia va evidenziato che l’Ordinanza del Ministro della salute Roberto Speranza, del 12 marzo u.s. , di chiusura delle scuole in zona rossa per 15 gg scade il 29 marzo.

Forse è sfuggito al Presidente Draghi, al Ministro Speranza e allo stesso Ministro della P.I. Patrizio Bianchi che le vacanze pasquali – secondo il calendario scolastico nazionale – decorrono dall’1 aprile al 6 aprile. 

Peraltro il Decreto Legge n° 30 del 13 marzo 2021  “individua ulteriori misure in considerazione della maggiore diffusività del virus e delle sue varianti, oltre a misure specifiche valide durante il periodo pasquale. Nei giorni 3, 4 e 5 aprile 2021P, fatta eccezione per le Regioni o Province autonome collocate in “zona bianca”, le disposizioni previste per la zona rossa si applicheranno su tutto il territorio nazionale” .

In buona sostanza nessuno si sarebbe accorto che restano scoperti due giorni, il 30 e il 31 marzo p.v. che – non essendo compresi nell’Ordinanza del Ministro della salute e nei giorni delle vacanze pasquali – comporterebbero la riapertura delle scuole – si sottolinea per due giorni- e il rientro in aula degli alunni di ogni ordine e grado.

Ci si chiede come possa essere sfuggita questa circostanza. Rientrare per due gg per poi richiudere le scuole nelle vacanze pasquali (aggiungendo le restrizioni di cui al citato D.L. n°30 del 30 marzo) significa rimettere in moto tutti i meccanismi che consentono la frequenza degli alunni: aule aperte, spazi interni ed esterni, mense , trasporti. In questi due gg potrebbero essere vanificati – con la presenza fisica a scuola –  gli isolamenti dei 15 gg precedenti. Si aggiunga che la tracciatura annunciata da Draghi a mezzo “tamponi per tutti”, potrebbe auspicabilmente decorrere “il primo giorno” successivo dopo le vacanze pasquali.

Finora questa evidente contraddizione è sfuggita alla politica e agli organi di informazione.

Segnalando l’evidente incongruenza, oltre a chiedersi come possano i Ministri non conoscere il calendario scolastico nazionale, si suggerisce un provvedimento che allunghi gli effetti dell’OM di Speranza fino a congiungersi con l’inizio della vacanze pasquali. Si tratta di due soli giorni che – nel bene o nel male – potrebbero essere determinanti, condizionando gli esiti della successiva tracciatura a mezzo tamponi annunciata dal Presidente Draghi.

La narrazione della fede in un film meraviglioso

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’articolo di Massimo Nardi.

 

“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” è il titolo di un famoso dipinto di Gauguin che sintetizza le domande esistenziali dell’uomo. Il mistero della vita e della morte che percorre l’intera storia dell’umanità declinandosi in innumerevoli manifestazioni di fede.
Il Vangelo di Gesù ha rappresentato il punto focale di tale percorso evocando la comunione con il divino attraverso il simbolismo delle parabole.
Oggi, tuttavia, si avverte da più parti la necessità di dare nuova linfa al nostro vivere credente rivitalizzando la riflessione sull’essenza della fede. Si avverte l’esigenza di aggiornare il linguaggio della comunicazione religiosa per parlare al cuore dell’uomo contemporaneo, irretito dalle seduzioni della cultura materialista.
A questa primaria esigenza offre uno straordinario contributo il “Videocatechismo della Chiesa cattolica” pubblicato sul sito LearninGod (https://www.learningod.com): la prima piattaforma al mondo di visione online di contenuti religiosi, artistici e culturali ispirati al messaggio del Sacro universale.
«La Sacra Scrittura è una Storia di storie», ha scritto Papa Francesco nel suo messaggio per la 54ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. «Quante vicende, popoli, persone ci presenta! Essa ci mostra fin dall’inizio un Dio che è creatore e nello stesso tempo narratore. Egli infatti pronuncia la sua Parola e le cose esistono. Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui».
Ed è appunto una «Storia di storie» la colonna portante del “Videocatechismo della Chiesa cattolica”. Storie rappresentate attraverso la potenza narrativa del video: un film di 25 ore diviso in 46 episodi.
Sulla home page del sito LearninGod – realizzato dalla software house Hexcogito, che ha al suo attivo alcuni importanti portali web del mondo cattolico, tra cui il sito ufficiale dedicato alla canonizzazione di Karol Wojtyla – è possibile visualizzare 46 video promozionali: https://www.learningod.com/HomePage#VideoPromozionali
Su LearninGod sono anche riportati alcuni dati sintetici che suggeriscono il senso dell’imponenza dell’opera, annoverata fra i più grandi kolossal di sempre: «Realizzato in tecnologia 4k, girato in 70 Paesi nel mondo con la partecipazione di 60.000 persone. Oltre 4000 annunciatori in 37 lingue diverse hanno partecipato alla lettura integrale del catechismo. 1200 attori in costume che traducono in immagine scene del Vangelo e del Vecchio Testamento».
Il “Videocatechismo della Chiesa cattolica” si deve alla regia di Gjon Kolndrekaj, brillante cineasta e produttore cinematografico di origine kosovara che vanta, fra i suoi trascorsi giovanili, collaborazioni con Frank Capra e Federico Fellini. Tra i suoi film e documentari internazionali di successo ricordiamo in particolare: “La passione di Cristo” (1979); “Totus Tuus. Non abbiate Paura” (2008), realizzato in memoria di Giovanni Paolo II; “Madre Teresa, una Bambina di nome Gonxhe” (2008), che racconta le origini e l’infanzia della Santa di Calcutta; “Matteo Ricci, un gesuita nel regno del drago” (2009), proiettato in anteprima presso la Santa Sede e successivamente replicato in 99 Paesi del mondo.
Opera multimediale e multilingue costata cinque anni di lavoro sui più svariati palcoscenici mondiali, il “Videocatechismo” rivela una grande attenzione verso i giovani, particolarmente sensibili al linguaggio visivo. Ma al di là del dato generazionale, si tratta di una realizzazione artistica unica, chiara ed esauriente per gli uomini del nostro tempo.
La novità e l’efficacia della rappresentazione in video sta nel rendere il catechismo un’opera viva, colorata, dinamica, affascinante, con scenari mozzafiato e testimonianze commoventi.
Si tratta di un prodotto di grande qualità e impatto emotivo, utilissimo per l’educazione dei credenti di tutte le religioni e per la trasmissione della fede in Dio.
Ogni diocesi, parrocchia, comunità, scuola, gruppo di preghiera del mondo dovrebbe disporre della piattaforma per proiettare in continuazione un film straordinario che esalta la narrazione del Vangelo.
Realizzato con il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e utilizzando i testi originali della Libreria Editrice Vaticana, il “Videocatechismo della Chiesa cattolica” è prodotto da Tania Cammarota e Gjon Kolndrekaj in esclusiva sulla piattaforma LearninGod (https://www.learningod.com).
Nel corso di un incontro con Gjon e Tania, Papa Francesco li ha incoraggiati e benedetti affinché il catechismo in video raggiunga tutto il mondo.
Presentato all’ultimo Festival di Venezia, è stato accolto con entusiasmo dai media e dalla critica, come rivela la rassegna stampa pubblicata sul sito (https://www.crossinmedia.com/press).
Ed ora il “Videocatechismo” inizia il suo viaggio di lungo corso atto a suscitare, attraverso la potenza del web, una “ripartenza missionaria” verso la dimensione del Sacro e la riconquista di un senso più profondo della nostra esistenza.

La Germania facilita il percorso di cittadinanza per i discendenti dei sopravvissuti all’Olocausto

Il governo tedesco ha redatto una legge che faciliterebbe il percorso verso la cittadinanza tedesca per i figli e i nipoti dei sopravvissuti all’Olocausto . Sebbene esista una politica di vecchia data per restituire la cittadinanza a coloro che sono stati feriti dal regime nazista, non tutti i sopravvissuti e le loro famiglie sono stati in grado di riguadagnare il loro status di cittadini tedeschi.

Coloro che hanno lasciato la Germania nazista e hanno rinunciato alla cittadinanza prima che il regime nazista ne privasse tutti gli ebrei tedeschi  non sono stati in grado di reclamarla in seguito.

Ora il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer ha spiegato che con la modifica adottata, anche se non metterà “le cose a posto” per il passato, tenterà di “scusarsi con profonda vergogna”per quanto accaduto.

Ha aggiunto che i discendenti di quel terribile periodo che vogliono diventare tedeschi  rappresentano una “enorme fortuna per il nostro paese”.

“Questa ingiustizia non può essere annullata”, ha detto il presidente del Consiglio centrale tedesco degli ebrei Josef Schuster sulla persecuzione nazista degli ebrei,” ma è un gesto di decenza se a loro e ai loro discendenti viene data l’opportunità legale di riconquistare la cittadinanza tedesca “.

Anche l’Austria ha cambiato le sue leggi nel 2019 poiché in precedenza consentiva solo alle vittime dirette della Germania nazista, ovvero ai sopravvissuti, di riconquistare la cittadinanza austriaca. Ora anche loro, i loro figli e nipoti possono diventare austriaci, se lo desiderano.

Commercio: Istat, a febbraio 2021 export extra Ue in lieve calo. Import in crescita

A febbraio 2021 si stima, per l’interscambio commerciale con i paesi extra Ue27 , un lieve calo congiunturale per le esportazioni (-0,7%) e un aumento per le importazioni (+4,2%).

La flessione su base mensile dell’export interessa tutti i raggruppamenti principali di industrie, tranne i beni di consumo non durevoli (+2,5%), ed è dovuta soprattutto alla riduzione delle vendite di energia (-14,4%) e beni intermedi (-2,5%). Dal lato dell’import si rilevano aumenti congiunturali diffusi, i più marcati per beni strumentali (+11,2%), beni di consumo durevoli e non durevoli (per entrambi +3,5%).

Nel trimestre dicembre 2020-febbraio 2021, rispetto ai tre mesi precedenti, l’export si riduce del 2,4%; il calo è ampio per beni strumentali (-5,1%) e beni intermedi (-2,8%), mentre si registra un aumento sostenuto per energia (+23,0%). Nello stesso periodo, l’import segna invece un rialzo congiunturale (+2,6%), determinato soprattutto dall’incremento di energia (+23,5%), beni di consumo durevoli (+6,4%) e beni strumentali (+4,9%).

A febbraio 2021, l’export diminuisce su base annua del 7,3% (da -12,7% di gennaio). La flessione è più ampia per energia (-25,9%) e beni strumentali (-12,5%). Solo le vendite di beni di consumo durevoli sono in aumento (+4,6%). L’import registra un calo tendenziale meno marcato (-3,0%, da -18,3% di gennaio), cui contribuiscono le diminuzioni di energia (-20,5%) e beni di consumo non durevoli (-11,4%).

La stima del saldo commerciale a febbraio 2021 è pari a +4.114 milioni (+5.095 a febbraio 2020). Diminuisce l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +7.709 milioni per febbraio 2020 a +6.218 milioni per febbraio 2021).

A febbraio 2021 si registra una marcata flessione su base annua dell’export verso Stati Uniti (-21,1%), paesi OPEC (-20,2%), Regno Unito (-13,8%) e Russia (-11,4%). Le vendite verso la Cina (+54,2%) sono in forte crescita.

Gli acquisti da Regno Unito (-25,5%), India (-23,5%), Russia (-20,6%) e paesi OPEC (-10,0%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. Aumentano gli acquisti dalla Cina (+15,3%).

Legge di bilancio per il 2021: le novità importanti per le famiglie

1. Confermato l’Assegno di natalità (Bonus bebè) per i figli nati o adottati nel 2021

L’Assegno di natalità, conosciuto anche con il nome “Bonus bebè”, è il contributo economico che lo Stato offre alle famiglie che hanno o adottano un figlio.

Per i figli nati o adottati dal 1° gennaio al 31 dicembre 2021, lo Stato offre un contributo economico a tutte le famiglie.

Il contributo può essere richiesto all’Inps, che lo versa per un massimo di 12 mesi, secondo tre fasce Isee:

  • € 1.920 (€ 160/mese) per le famiglie con Isee inferiore a € 7.000;
  • € 1.440 (€ 120/mese) per le famiglie con Isee tra € 7.000 e € 40.000;
  • € 960 (€ 80/mese) per le famiglie con Isee superiore a € 40.000.

In caso di figlio successivo al primo, nato o adottato tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2021, l’importo dell’assegno è aumentato del 20%.

2. Confermato il Bonus asilo nido e per forme di assistenza domiciliare per i bambini fino a 3 anni

Il Bonus asilo nido è il contributo economico che lo Stato offre alle famiglie che hanno un figlio, fra gli 0 e i 3 anni, che:

  • frequenta un asilo nido pubblico o privato;
  • necessita di assistenza domiciliare perché affetto da gravi patologie croniche.

Il contributo, in forma di rimborso per il pagamento delle rette, può essere richiesto all’Inps, che lo versa secondo tre fasce Isee:

  • massimo € 3.000/anno per le famiglie con Isee inferiore a € 25 000;
  • massimo € 2.500/anno per le famiglie con Isee fra € 25 001 e € 40 000;
  • massimo € 1.500/anno per le famiglie con Isee superiore a € 40 000.

3. Confermato il Premio alla nascita e all’adozione (Bonus mamma domani)

Il Premio alla nascita e all’adozione, conosciuto anche con il nome “Bonus mamma domani”, è il contributo economico che lo Stato offre alle famiglie che hanno o adottano un figlio. Per i figli nati o adottati tra il 1° gennaio al 31 dicembre 2021, il contributo è di € 800, indipendentemente dal reddito familiare.

Il contributo può essere richiesto all’Inps dalla futura madre, dal 7° mese di gravidanza o entro un anno dalla nascita, adozione o affidamento preadottivo del figlio.

4. Il congedo di paternità, per i padri lavoratori dipendenti privati, aumenta da 7 a 10 giorni

Modificando quanto previsto dalla legge di stabilità per il 2017 (articolo 1, comma 354, della legge n. 232/2016), viene prorogato il 2021 il congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente (di cui all’articolo 4, comma 24, lettera a), della legge n. 92/2012, come prorogato da successivi provvedimenti), elevando da 7 a 10 giorni la durata (articolo 1, comma 363, lettere a) e b)).

Inoltre, si dispone che anche per il 2021 il padre possa astenersi per un ulteriore giorno, in accordo con la madre e in sua sostituzione in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest’ultima (comma 363, lettera c)).

Sul tema, si segnala che il comma 27 della medesima legge di bilancio estende anche ai casi di morte perinatale la fruizione del congedo di paternità, obbligatorio e facoltativo.

Nel 2020, il congedo era già stato aumentato da 5 a 7 giorni. Inoltre, il padre poteva fruire di un giorno di congedo facoltativo in alternativa alla madre.

5. Più risorse per l’Assegno unico e universale per ogni figlio a carico

La legge di bilancio per il 2021 istituisce il Fondo delega riforma fiscale, fedeltà fiscale con una dotazione di € 8 miliardi per l’anno e € 7 miliardi a decorrere dall’anno 2023 per interventi di riforma del sistema fiscale, da realizzare con appositi provvedimenti normativi (articolo 1, commi da 2 a 7).

Una quota del fondo, non inferiore a € 5 miliardi e non superiore a € 6 miliardi a decorrere dall’anno 2022, è destinata all’Assegno universale e ai servizi alla famiglia.

Con la legge di bilancio per il 2021 è stato inoltre incrementato il Fondo assegno universale e servizi alla famiglia di € 3.012,1 milioni per l’anno 2021, già istituito dal comma 339 della legge di bilancio per il 2020 (legge n. 160 del 2020), nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con una dotazione pari a € 1.044 milioni per il 2021 e a € 1.244 milioni annui a decorrere dal 2022. Le risorse del fondo sono state indirizzate all’attuazione di interventi in materia di sostegno e valorizzazione della famiglia nonché al riordino e alla sistematizzazione delle politiche di sostegno alle famiglie con figli.

Pertanto, la consistenza del fondo nel 2021 è pari a € 4.056,1 milioni, a decorrere dal 2022 la consistenza a regime del fondo è invece pari a € 6.744 milioni.

6. Sostegno al rientro al lavoro delle madri post parto

La legge di bilancio per il 2021 ha inoltre incrementato di € 50 milioni il Fondo per le politiche della famiglia, da destinare al sostegno e alla valorizzazione delle misure organizzative adottate dalle imprese per favorire il rientro dal lavoro delle lavoratrici madri dopo il parto.

Con decreto del Ministro per le pari opportunità e la famiglia, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, saranno previste le modalità di attribuzione delle risorse (articolo 1, commi 23 e 24).

7. Fondo caregiver

Il comma 334, come modificato durante l’esame alla Camera, istituisce il Fondo per la copertura finanziaria di interventi legislativi finalizzati al riconoscimento del valore sociale ed economico delle attività di cura a carattere non professionale del cd. caregiver (prestatore di cure) familiare, come definita dall’articolo 1, comma 255, della legge di bilancio per il 2018 (legge n. 205/2017), con una dotazione pari a € 30 milioni, per ciascun anno, dal 2021 al 2023.

La relazione illustrativa indica che il fondo in parola sarà iscritto nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

8. Sostegno alle madri con figli disabili

I commi 365 e 366 autorizzano la spesa di € 5 milioni per ciascuno degli anni 2021, 2022 e 2023 – che costituisce al contempo limite massimo di spesa – per il riconoscimento di un contributo economico mensile, fino ad un massimo di € 500 netti, in favore delle madri disoccupate o monoreddito, che fanno parte di nuclei familiari monoparentali, con figli disabili a carico.

Per il riconoscimento del suddetto contributo, la disabilità deve essere riconosciuta in misura non inferiore al 60% (comma 365).

La definizione dei criteri di individuazione dei destinatari del predetto contributo, nonché delle modalità di presentazione delle relative domande e di erogazione, è demandata ad apposito decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanarsi entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame (comma 366).

9. Programma nazionale di ricerca e interventi sul contrasto alla povertà educativa

I commi da 507 a 509 demandano al Ministero dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministero dell’istruzione, la promozione di un programma nazionale di ricerca e interventi, della durata di 12 mesi, sul contrasto della povertà educativa.

Nell’attuazione del programma nazionale di ricerca e di interventi possono essere coinvolte le università, anche attraverso la partecipazione volontaria di studenti universitari nel sostegno educativo, le organizzazioni del Terzo settore con esperienza nel contrasto della povertà educativa e della dispersione scolastica, le istituzioni scolastiche e gli istituti di cultura (comma 508).

Per tale scopo si istituisce un apposito fondo nello stato di previsione del Ministero dell’università e della ricerca con una dotazione di € 2 milioni per il 2021 (comma 509).

10. Progetti pilota di educazione ambientale

Il comma 759 istituisce, nello stato di previsione del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, un fondo con una dotazione di 4 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021 e 2022, volto alla realizzazione di progetti pilota di educazione ambientale.

I progetti sono rivolti a studenti degli istituti comprensivi delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, site nei comuni che ricadono nelle zone economiche ambientali di cui all’articolo 4-ter del decreto-legge 14 ottobre 2019, n. 111, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 12 dicembre 2019, n. 141, nelle riserve MAB-UNESCO e nei siti naturalistici dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

Con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono definiti i criteri e le modalità di riparto del fondo di cui al periodo precedente.

11. Incremento del Fondo di solidarietà comunale per il miglioramento dei servizi in campo sociale e il potenziamento degli asili nido

Il comma 791 dispone l’incremento della dotazione del Fondo di solidarietà comunale. Le risorse aggiuntive sono destinate a finanziare lo sviluppo dei servizi sociali comunali svolti in forma singola o associata dai comuni delle regioni a statuto ordinario e a incrementare il numero di posti disponibili negli asili nido dei comuni delle regioni a statuto ordinario e delle regioni Sicilia e Sardegna, con particolare attenzione ai comuni nei quali i predetti servizi denotano maggiori carenze.

Il comma 792 è volto ad apportare le conseguenti modifiche alle disposizioni vigenti che disciplinano il riparto del fondo, per potervi ricondurre i meccanismi di assegnazione delle maggiori risorse per servizi sociali e asili nido spettanti a ciascun ente.

I commi 793 e 794 provvedono a ricondurre nell’ambito della disciplina del Fondo di solidarietà comunale gli interventi normativi recati dalla precedente legge di bilancio per il 2020 che hanno inciso sulla dotazione del Fondo di solidarietà comunale, rideterminandone, anche in considerazione del rifinanziamento di cui al comma 1, l’ammontare complessivo a decorrere dal 2021.

In particolare, il comma 791 reca un incremento della dotazione annuale del Fondo di solidarietà comunale di complessivi € 215,9 milioni per l’anno 2021, € 354,9 milioni per l’anno 2022, € 499,9 milioni per l’anno 2023, € 545,9 milioni per l’anno 2024, € 640,9 milioni per l’anno 2025, € 742,9 milioni per l’anno 2026, € 501,9 milioni per l’anno 2027, € 559,9 milioni per l’anno 2028, € 618,9 milioni per l’anno 2029 e di € 650,9 milioni a decorrere dall’anno 2030, rispetto alla dotazione di € 6.213,7 milioni prevista a legislazione vigente.

L’incremento di risorse è destinato:

  1. allo sviluppo dei servizi sociali, svolti in forma singola o associata dai comuni delle regioni a statuto ordinario, nella misura di € 215,9 milioni per l’anno 2021, € 254,9 milioni per l’anno 2022, € 299,9 milioni per l’anno 2023, € 345,9 milioni per l’anno 2024, € 390,9 milioni per l’anno 2025, € 442,9 milioni per il 2026, € 501,9 milioni per il 2027, € 559,9 milioni per il 2028, € 618,9 milioni per il 2029 e € 650,9 milioni a decorrere dal 2030;
  2. il potenziamento degli asili nido dei comuni, nella misura di € 100 milioni per l’anno 2022, € 150 milioni per l’anno 2023, € 200 milioni per l’anno 2024, € 250 milioni per l’anno 2025 e € 300 milioni annui a decorrere dall’anno 2026.

Covid. Bassi livelli di vitamina D possono contribuire ad aggravare la prognosi.

Assorted pills

Da uno studio retrospettivo su 52 pazienti, che ha visto la collaborazione dell’ISS, dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma e di altre istituzioni, pubblicato sulla rivista Respiratory Research emerge che: la carenza di Vitamina D (VitD) sembrerebbe associata a stadi clinici di COVID-19 più compromessi.

Per lo studio sono stati arruolati 52 pazienti affetti da infezione da COVID-19 con coinvolgimento polmonare (27 femmine e 25 maschi, l’età mediana era di 68,4 anni). I livelli di vitamina D erano carenti (con livelli plasmatici di VitD molto bassi, sotto 10 ng/ml) nell’80% dei pazienti, insufficienti nel 6,5% e normali nel 13,5%.

Recenti osservazioni hanno dimostrato che la VitD non è un semplice micronutriente coinvolto nel metabolismo del calcio e nella salute delle ossa, ma svolge anche un ruolo importante come un ormone pluripotente in diversi meccanismi immunologici. È noto che i suoi recettori sono ampiamente distribuiti in tutto l’organismo e in particolare nell’epitelio alveolare polmonare e nel sistema immunitario.

Dante il Ghibellin fuggiasco. Una lettura politica

Dante il Ghibellin fuggiasco, Una lettura politica

Oggi pomeriggio alle 18 sarà on line all’indirizzo https://youtu.be/CK9ImFa5WWY il video incontro dell’Associazione Nazionale Democratici Cristiani dal titolo “Dante il Ghibbellin fuggiasco, Una lettura politica”.

Per l’occasione Lucio D’Ubaldo, Presidente dell’Associazione, intervisterà Filippo La Porta.

Filippo La Porta è un critico letterario e saggista che collabora a quotidiani e riviste, tra cui il “Domenicale” del “Sole 24 ORE” e “Il Messaggero”. Tra i suoi libri, vista anche la ricorrenza odierna,  ricordiamo “Come un raggio nell’acqua: Dante e la relazione con l’altro” edito da Salerno editore.

Nella sua opera La Porta  ci ricorda che Dante intende riformare l’umanità degenerata e combattere gli eretici, anche se nella terza cantica ci consegna un’altra verità, più nascosta e apparentemente impolitica, racchiusa in quella abbagliante epifania lunare.

Attorno alla sacralità e inviolabilità dell’altro vengono convocate alcune “guide novecentesche” (Stein, Arendt, Zambrano, Levinas), capaci di ispirare un modello di conoscenza non piú fondato sul dominio, ma su una passività ricettiva.

La “mitezza”, elogiata da Norberto Bobbio, ci ricorda che l’imperativo morale piú alto non è tanto aiutare il prossimo quanto lasciarlo essere quel che è. In questa etica del rispetto – unico modo per dare realtà all’altro – sta la lezione sempre attuale di Dante, che dalla sua “distanza” giudica il nostro presente premendo su di noi con gli interrogativi più urgenti.

 

Verso il «Dantedì», giornata nazionale dedicata a Dante che si celebra il 25 marzo. I mille volti dell’Alighieri-mania. Viaggio nei secoli

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Paolo Pellegrini

A 700 anni dalla morte di Dante, Verona, primo approdo del poeta dopo l’esilio da Firenze, celebra l’anniversario con il progetto Dante a Verona 1321-2021. Tra le molte iniziative in programma, una mostra diffusa fatta di storie e luoghi della città. In occasione del Dantedì sono in calendario per l’intera giornata eventi multidisciplinari e conferenze. Tra queste, il dialogo tra il dantista Zygmunt Baranski e il filologo Paolo Pellegrini, autore dello splendido Dante Alighieri. Una vita (Torino, Einaudi, 2021, pagine 258, euro 22). Pellegrini ha riassunto per «L’Osservatore Romano» il suo intervento.

«Dopo il lumicino da notte sul sepolcro del poeta, cosa ci manca altro, che i pasticcini alla Francesca, i panciotti all’Alighieri, e gli stivaletti alla Beatrice?». All’indomani delle celebrazioni dantesche del 1900, Giuseppe Prezzolini interveniva con piglio battagliero prendendo di mira la moda del dantismo dilagante, e così facendo finiva con l’accomunare in un sol fascio l’erba buona e quella cattiva: il dantismo serio e quello chiacchierone. Carlo Dionisotti ci ha raccontato in un saggio memorabile (Varia fortuna di Dante, 1966) come si sia svolta la parabola degli studi danteschi dal tardo Settecento al secondo dopoguerra, e ci ha insegnato come, di volta in volta, la figura e l’opera di Dante siano servite alle necessità storico-politiche del momento.

Il nome di Dante cominciò a emergere in tutto il suo rilievo in epoca risorgimentale: «L’impresa dell’indipendenza e dell’unità nazionale richiedeva il mito di un poeta che ispirasse i politici, gli uomini responsabili della cospirazione e dell’azione, e che concordemente ispirasse la nazione tutta». Nel 1826 un importante volume dello storico Carlo Troya giudicò la Commedia un «serbatoio delle vendette politiche» del poeta: questa lettura intravedeva, oltre la cortina delle faziosità comunali, il lento riemergere dello spirito della nazione dal torpore del Medioevo. Di lì a poco (1839) Cesare Balbo pubblicò la prima biografia di stampo moderno che restituiva invece l’immagine di un Dante neoguelfo, profeta della futura nazione guidata dalla Chiesa. Questo filone si spense con l’anniversario del 1865. La neonata università italiana imboccò l’impervio sentiero delle scienze linguistiche e filologiche penetrate nel tessuto accademico grazie alla guida dei maestri tedeschi: figure come Pio Rajna, Ernesto Giacomo Parodi, Michele Barbi innervarono gli studi danteschi di nuova linfa portandoli a un grado di maturazione mai visto prima. La giovane scuola storica di Francesco Novati e Rodolfo Renier li sostenne, dalle pagine del «Giornale storico della letteratura italiana», con l’ausilio efficace dell’erudizione.

E così gli italiani da allievi divennero presto maestri: il Dante di Adolfo Bartoli (1884) e, più tardi, quello di Nicola Zingarelli (1904) furono gli esiti migliori di questa temperie di studi e mostrarono come e con quali strumenti occorresse avvicinarsi al poeta. Ma con Zingarelli ci si avviava ormai al tramonto.

La china inesorabile che conduceva la nazione verso il primo conflitto mondiale chiamò ancora una volta in causa, come era da attendersi, il sommo poeta: «Ai tempi del Carducci — ci guida sempre Dionisotti — Dante s’era fermato, aspettando, a Trento. Ora l’autorità profetica del suo poema veniva adottata per legittimare le nuove frontiere strategiche del Brennero e del Quarnaro». Dante rischiò nuovamente la ribalta come vate nazionale. A valle delle celebrazioni del 1921, l’avvento del fascismo scelse invece il mito della Roma imperiale e il sommo poeta fu, per così dire, risparmiato.

Nel contempo l’idealismo crociano inaugurò un approccio del tutto diverso, e per molti aspetti antitetico, alla grande poesia dantesca (La poesia di Dante di Croce è del 1921), che mandava in soffitta la vecchia accademia italiana e promuoveva sulle nuove cattedre i nipotini della critica estetica. Filologia ed erudizione scelsero l’isolamento, il che per certi aspetti garantì la preservazione di un metodo di lavoro. Tra lo Zingarelli e le Vite di Dante di Umberto Cosmo (1930) e del Barbi (1933), si registrano quasi solo contributi mirati: su tutti il Codice diplomatico dantesco di Piattoli (1940), voluto strenuamente dal Barbi.

Nel secondo dopoguerra la filologia rifiorì grazie a figure di primo piano come Contini, Billanovich, Mazzoni, Ageno, e ne trassero grande giovamento anche gli studi danteschi. Tra i frutti più importanti ci furono l’edizione critica della Commedia (1966-1967) e la Vita di Dante (1978), entrambe a firma di Giorgio Petrocchi. Petrocchi mise in campo una conoscenza capillare sia dei documenti sia delle opere del poeta, frutto di un impegno ventennale quasi esclusivo, e ne restituì un ritratto minuzioso e preciso. La partita sembrava chiusa.

Per riaprire i giochi si dovette attendere una trentina d’anni, quando due bei volumi di Umberto Carpi prima (La nobiltà di Dante, 2005) e la biografia romanzata di Marco Santagata poi (Dante. Il romanzo della sua vita, 2012) rimisero in discussione quanto pareva acquisito. Riesaminando fonti e documenti, Carpi e Santagata restituivano l’immagine di un Dante immerso nella temperie del Medioevo, invischiato nelle lotte tra fazioni politiche e soggetto agli inevitabili compromessi cui tutti i contemporanei impegnati come lui erano, bene o male, costretti. I riflessi di queste passioni finivano per condizionare la stesura delle sue opere e in particolare della Commedia, reinterpretata come un instant book in cui l’autore registrava oscillazioni e orientamenti politico-ideologici del momento: in base a questi condannava o salvava. Insomma, in modo molto più raffinato e documentato, si tornava alle radici. Questa rilettura che cammina sul ciglio di una rischiosa interpretazione deterministica, è stata accolta benevolmente da alcuni storici e filosofi del medioevo che — per ragioni ovvie — hanno visto ampliarsi a dismisura il perimetro di azione. E se un Girolamo Arnaldi teneva sempre a delimitare, nei suoi interventi, il proprio campo di competenza e quello dei cosiddetti dantisti; più di recente si è assistito a un processo osmotico che accanto a frutti eccellenti ha prodotto più di un fraintendimento. Le ricerche sul contesto storico sono fondamentali, ma non bisogna dimenticare che Dante, oltre a essere uomo profondamente immerso nel Medioevo fu soprattutto poeta e letterato sommo. Dante lesse e interpretò la realtà che lo circondava rielaborandola e restituendola sotto forma di poema non sotto forma di cronaca. È un insegnamento che Gianfranco Contini ci ha affidato con l’aureo volumetto Un’idea di Dante e che bisogna sempre tenere presente.

L’islamo-gauchisme, nelle università

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Francesca Barca

Parto con una premessa, necessariamente troppo rapida, per cercare di contestualizzare un dibattito che sta attraversando la Francia da qualche mese in maniera particolare, ma che è come sospeso nel discorso pubblico da qualche anno. Se tale dibattito è nella pratica zoppo e vuoto nei contenuti teorici, risulta in realtà importante perché tocca molti nervi scoperti della nazione, della memoria collettiva, dell’idea di società e di politica. Tra l’altro, come ben sappiamo, il Paese ha pagato un prezzo molto alto al terrorismo di stampo islamista: ultimo episodio l’omicidio di Samuel Paty, professore di storia e geografia in una scuola media a Conflans-Sainte-Honorine, in Île-de-France.

Il Paese ha poi un passato coloniale complesso, lungo e problematico che male si incastra sui problemi sociali ed economici legati alla discriminazione, all’esclusione, alla pauperizzazione di alcuni settori della società molto spesso appartenenti a cosiddette «minoranze», persone issues de l’immigration che vivono in zone specifiche, non di rado ai margini dei grandi agglomerati urbani. La Francia ha un’idea specifica e unica di società e di nazione, quella della République, dove tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, dove tutti hanno gli stessi diritti, una République che ha come divisa Liberté, Égalité, Fraternité a cui si sta aggiungendo, sorniona, la parola laicité, presente nella Costituzione già dal 1948. Laica per costruzione quindi: con l’eccezione di Alsazia e Mosella, dove tutt’ora vige il Concordato che comprende quattro culti (cattolico, protestante, calvinista ed ebraico), lo Stato non finanzia i culti. Ma la Francia ha anche un’identità cattolica forte e in crisi, come ovunque: fino a qualche anno fa ancora, il 56% della popolazione si dichiarava cattolico. E la più grande comunità musulmana in un Paese europeo (tra i 5 e i 6 milioni di persone, i numeri esatti non si conoscono perché la laicità francese vieta statistiche «etniche»).

Negli ultimi dieci-quindici anni almeno, il dibattito sulla «laicità» si è incastrato su quello dell’identità. E l’identità è cosa complessa e dolorosa. L’ultimo capitolo di questa polemica, piena di passi in questo senso — potrei citare la legge che vieta nelle scuole e nei luoghi pubblici i simboli religiosi (sulle persone, non sui muri), quella per l’interdizione del velo integrale, la discussione «nazionale» su Islam e laicità voluta da Sarkozy, il dibattito sul divieto del burkini, la polemica sulla macellazione rituale halal in nome dei diritti degli animali e quella sui menù halal nelle mense scolastiche — e quella sull’«Islamo-gauchisme» e i valori Repubblicani.

Il termine «islamo-gauchisme» indica la collusione tra i gruppi di estrema sinistra e l’Islam politico: espressione nata per parlare dell’area antisionista nel conflitto israelo-palestinese per definire chi dall’antisionismo scivolava nell’antisemitismo. Una tribuna del filosofo Pierre-André Taguieff — «inventore» del termine nel testo La Nouvelle Judéophobie (2002) — su «Libération» ne rintraccia la storia, nata all’inizio degli anni Duemila: «L’espressione si limita a registrare un insieme di fenomeni osservabili, che permettono di avvicinare sinistra e islamisti: alleanze strategiche, convergenze ideologiche, nemici comuni, obiettivi rivoluzionari condivisi ecc.», che da una trentina d’anni, nella sua analisi, risultano apparsi.

Il concetto è polemico di per sé, per capirci: e non ha mai fatto l’unanimità in ambito accademico, al contrario. Anzi, nel linguaggio di uso comune è arrivato a essere l’accusa «standard» rivolta ai militanti di cause diverse (migrazione, antirazzismo…) la cui posizione avvalorerebbe il terrorismo islamico. Esistono, molto a destra se non all’estrema destra, sostenitori di questo termine.

Se dovessi fare un paragone azzardato, «Islamo-gauchisme» sta oggi alla Francia, come il dibattito sulla «cultura gender» sta all’Italia. Non perché si assomiglino, sia chiaro, ma per il tipo di sconvolgimento semantico che una definizione più o meno inventata prende nel discorso pubblico, e per lo iato stridente che c’è tra i concetti che voleva definire e l’uso che ne viene fatto.

Faccio una cronologia breve, perché la polemica, seppur vecchia, è tornata ora a far discutere.

Il 22 ottobre, ovvero 6 giorni dopo l’omicidio di Samuel Paty, il ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer, su Europe 1 ha ricordato «i danni terribili che l’islamo-gauchisme» fa all’università.

Che c’entrano le due cose, signora mia? Il Governo, sulla scia di un percorso che la Francia ha intrapreso da anni, sta riflettendo oggi sul “separatismo”, fino al punto di farne una nuova legge (considerata una delle grandi leggi del quinquennio di Macron) che ha come scopo la lotta all’islamismo radicale, male che «cancrena l’unità nazionale».

Qualche giorno dopo la dichiarazione di Blanquer, una tribuna su Le Monde, firmata da universitari di area conservatrice denunciava nientepopodimeno che le «ideologie indigeniste, razzialiste e decoloniali che si sono annidate nelle università e che alimentano un odio anti-bianco e anti-francese». Il manifesto ha 100 firmatari, lo trovate qui.

Lo scorso 25 novembre due deputati di Les Républicains (LR, ex UMP, il partito di Nicolas Sarkozy), Julien Aubert e Damien Abad, hanno chiesto al Presidente dell’Assemblée nationale, Richard Ferrand, l’apertura di una missione di informazione sulle «derive ideologiche nel mondo universitario». Quali derive? «Le correnti islamo-gauchistes, tanto potenti nell’insegnamento superiore», e la «cancel culture» che secondo Aubert «censurerebbe la parola contraria o i comportamenti ritenuti offensivi».

Ci sono state polemiche sì, ma la cosa è passata un po’ a lato, quasi in silenzio. Chi prenderebbe sul serio una inchiesta sulle derive della ricerca universitaria in un Paese dell’Europa dell’Ovest nel 2020, signora mia?

«Chiedere un’inchiesta parlamentare su quello che gli accademici scrivono o sui loro dibattiti è senza precedenti in Francia. L’unico, di sinistra memoria, sono gli Usa del senatore McCarthy», dice su Le Monde Olivier Beaud, professore di diritto all’Università Paris-II-Panthéon-Assas. E invece.

Arriviamo al 14 febbraio 2021. La ministra dell’Insegnamento Superiore, della Ricerca e dell’Innovazione, Frédérique Vidal, ha espresso la volontà di voler aprire un’inchiesta sull’«l’islamo-gauchisme» all’università, «sulle correnti di ricerca su questi soggetti all’università, in modo che si possa distinguere cosa è ricerca accademica e cosa è, appunto, militantismo o opinioni». Tra i filoni in questione ci sono gli studi post-coloniali e intersezionali.

Vidal ha sostenuto che «l’islamo-gauchisme è un cancro per la società nel suo complesso, che l’università non ne è impermeabile» ha portato la proposta all’Assemblea Nazionale chiedendo un’inchiesta.

La ricerca sulle questioni razziali in Francia è in realtà marginale. Secondo dati pubblicati da Mediapart, dal 1960 al 2020 questi rappresentano il 2% del totale dei lavori prodotti. A processo ci sono quindi gli studi post-coloniali e intersezionali accusati di rimettere termini come «identità», «razza», «religione» e «sesso» in discussione, creando categorie che nutrono, a loro volta, il comunitarismo e la separazione del corpo sociale. Occorre spiegare che non si tratta di filoni di ricerca che intendono la razza come concetto biologico ma come costruzione sociale? Sì, certamente. Ma non basta. C’è in gioco la specificità del modello societario francese: siamo tutti uguali di fronte alla legge, l’intimo (origine, religione, orientamento ecc.) è una questione privata della quale lo Stato non si occupa, perché il suo ruolo è quello di garantire giustizia e equità.

Se è bellissimo sulla carta, nella realtà ci sono le macerie, perché la discriminazione è sì spesso basata su categorie socio-economiche che, guarda caso, altrettanto spesso si incastrano a perfezione su categorie sociali e culturali: la realtà fatta di persone che appartengono proprio a gruppi «minoritari», che hanno una religione e che la praticano, che abitano territori specifici, e le cui origini non sono «gauloises».

È alla politica di regolamentare questa questione? «Ci sono conflitti di scuola, generazionali, soprattutto un movimento di resistenza a conoscenze che provengono da altrove, da altre fonti epistemiche, da settori di riferimento della conoscenza che minacciano i metodi esistenti di validazione del sapere», dice su «Le Monde» Marie-Anne Paveau, professoressa di Scienze del linguaggio all’Università Sorbona-Parigi-Nord. Per Paveau il «Manifesto dei 100» sarebbe un «esempio di ripiegamento identitario dei ricercatori francesi di formazione “greco-latina”».

Qui l’articolo completo

Benzina: dai rincari effetto valanga sull’85% della spesa

In un Paese come l’Italia dove l’85% dei trasporti commerciali avviene per strada l’aumento dei prezzi dei carburanti ha un effetto valanga sulla spesa con un aumento dei costi di trasporto oltre che di quelli di produzione, trasformazione e conservazione. E’ quanto afferma la Coldiretti sugli effetti dell’aumento delle quotazioni del gasolio e della benzina che cresce ormai ininterrottamente da 20 settimane.

L’aumento è destinato a contagiare l’intera economia perché se salgono i prezzi del carburante si riduce – sottolinea la Coldiretti – il potere di acquisto degli italiani che hanno meno risorse da destinare ai consumi mentre aumentano i costi per le imprese.

A subire gli effetti dei prezzi dei carburanti – continua la Coldiretti – è anche l’intero sistema agroalimentare dove i costi della logistica arrivano ad incidere fino dal 30 al 35% sul totale dei costi per frutta e verdura secondo una analisi della Coldiretti su dati Ismea. In queste condizioni è importante individuare alternative green come previsto dal piano sul recovery plan elaborato dalla Coldiretti per sviluppare le bioenergie in Italia.

WeCa: online il tutorial sulla creazione di un sito diocesano

“Come si crea la redazione di un sito diocesano” è il titolo del tutorial WeCa in onda da oggi sul sito www.webcattolici.it, su Youtube e su www.facebook.com/webcattolici.

Il tutorial, introdotto dal presidente WeCa Fabio Bolzetta, scritto da Francesca Triani e condotto da Alessandra Carenzio, offre alcune indicazioni preziose per ogni realtà diocesana che intenda organizzare la redazione di un sito Internet.

Cruciale secondo i responsabili del tutorial è la linea editoriale, che “fissa il tono di voce che vogliamo tenere nello scrivere e il contenuto generale della nostra comunicazione”.

Per fissare la nostra linea editoriale – sottolineano gli autori – è importante almeno all’inizio del lavoro, raccogliere insieme la redazione per ragionare su 3 elementi:

  • Il nostro target: ovvero le persone a cui vogliamo parlare (i catechisti? I giornalisti? I giovani?)
  • I nostri obiettivi: ovvero cosa vogliamo ottenere con il nostro sito (diffondere la parola del Vescovo? Invitare più persone ai nostri eventi parrocchiali?)
  • I nostri contenuti: ovvero mettiamo a fuoco quali sono i contenuti importanti che vogliamo assolutamente diffondere con la nostra presenza online.

Questo e molto altro si potrà scoprire  tramite i social network e sul sito www.weca.it, i tutorial vengono trasmessi, anche, sulle televisioni del circuito CoralloSat, sono in podcast su Spotify e sulla skill WeCa sui dispositivi Alexa.

 

Indice delle Pubbliche Amministrazioni, il portale si rinnova

Il portale Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA) sarà online con una rinnovata versione allo scopo di rendere i suoi contenuti ancora più fruibili.

 

Il sito è stato innovato per consentire agli utenti un’esperienza di navigazione più moderna e si è arricchito di nuove informazioni attraverso il collegamento con altre banche dati pubbliche e l’opera dei referenti delle amministrazioni.

Tra le principali novità:

– una nuova sezione dedicata interamente agli Open Data, con diversi formati per un accesso alle informazioni più semplice e completo;

– una ricerca guidata per una consultazione più rapida ed efficace;

– una navigazione intuitiva con possibilità di navigare tra le informazioni di un ente in modo più immediato e intuitivo.

Per i lavori di manutenzione utili alla messa online del nuovo portale, il sito IPA non sarà disponibile dalle ore 14:00 del 27/03/2021 alle ore 20:00 del 29/03/2021.

AstraZeneca, Rasi (ex Ema): “E’ un buon vaccino gestito male”

Il vaccino anti-Covid AstraZeneca “meritava una casa farmaceutica migliore di AstraZeneca perché è un buon vaccino gestito male, gestito male dall’azienda, gestito male dalle autorità, gestito male in tutti i sensi. E questo è un peccato, perché il vaccino è molto migliore della sua comunicazione e dei suoi produttori che si sono dimostrati davvero poco professionali”. Così Guido Rasi, ex direttore esecutivo dell’Ema e docente di Microbiologia all’università di Roma Tor Vergata di Roma, ospite di Agorà su Raitre.

Dietro agli attacchi al vaccino AstraZeneca ci sono scelte politiche o geopolitiche di mercato? “Lo avevo ipotizzato anch’io ma vedendo come sono andate le cose, alla guerra commerciale credo poco, piuttosto penso che siamo di fronte a una manica di dilettanti emotivi che non si rendono conto che siamo in una pandemia, anche perché dal punto di vista della produzione, c’è gloria per tutti: bisogna vaccinare 7 miliardi di persone e siamo lontani, non c’è un problema di competizione quindi”, ha sottolineato.

Consiglio europeo, le Comunicazioni del Presidente Draghi in Parlamento

Onorevole Presidente.
Onorevoli Senatrici e Senatori.

Le comunicazioni del Governo alle Camere prima del Consiglio Europeo consentono un pieno coinvolgimento del Parlamento nei temi di discussione con i nostri partner.
Si tratta di un passaggio importante, per dare conto a voi delle posizioni che intendiamo assumere.

Nelle mie comunicazioni, intendo descrivere i principali temi all’attenzione del Consiglio che inizierà domani: la risposta alla pandemia di COVID-19; l’azione sul mercato unico, la politica industriale e la trasformazione digitale; le relazioni con la Russia e la situazione nel Mediterraneo orientale.

Prima di tutto, vorrei però esprimere forte soddisfazione per la partecipazione del Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ad un segmento del Consiglio europeo.
La sua presenza conferma la reciproca volontà di imprimere, dopo un lungo periodo, nuovo slancio alle relazioni fra l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Nel mio primo discorso in Senato ho indicato come l’ancoraggio alle relazioni transatlantiche sia, insieme all’europeismo, uno dei pilastri della politica estera di questo Governo.
Intendiamo perseguirlo sia sul piano bilaterale, sia negli ambiti multilaterali, come la presidenza italiana del G20.

COVID-19

Il 26 marzo 2020, il Consiglio Europeo riconosceva la pandemia di COVID-19 come una sfida senza precedenti per l’Europa.
A un anno di distanza, dobbiamo fare tutto il possibile per una piena e rapida soluzione della crisi sanitaria.
Sappiamo come farlo: abbiamo quattro vaccini sicuri ed efficaci.

Tre sono già in via di somministrazione, mentre un quarto, quello di Johnson & Johnson, sarà disponibile da aprile.
Ora il nostro obiettivo comune deve essere quello di vaccinare più persone possibile, nel più breve tempo possibile.
Voglio trasmettere un messaggio di fiducia a voi, e a tutti gli italiani.

Ho ripetuto in queste settimane il Governo è determinato a portare avanti la campagna vaccinale con la massima intensità. E siamo già all’opera per compensare i ritardi di questi mesi.
Dobbiamo farlo per la salute dei cittadini, per l’istruzione dei nostri figli, e per la ripresa dell’economia.

L’accelerazione della campagna vaccinale è già visibile nei dati.
Nelle prime tre settimane di marzo, la media giornaliera delle somministrazioni è stata di quasi 170.000 dosi al giorno, più del doppio che nei due mesi precedenti.
Questo è avvenuto nonostante il blocco temporaneo delle somministrazioni di AstraZeneca, che sono state in parte compensate con un aumento delle vaccinazioni con Pfizer.

Ma il nostro obiettivo è portare presto il ritmo di somministrazioni a mezzo milione al giorno.
Accelerare con la campagna vaccinale è essenziale per frenare il contagio, per tornare alla normalità e per evitare il sorgere di nuove varianti.

Se paragonate al resto d’Europa, le cose qui già ora vanno abbastanza bene. Per vaccini fatti, l’Italia è seconda dopo la Spagna, ma per i noti motivi l’Unione Europea si colloca dietro molti altri Paesi.
Nel Regno Unito, giusto per fare un esempio, la campagna vaccinale procede più rapidamente, anche se bisogna dire che le persone che hanno ricevuto entrambe le dosi in numero sono paragonabili a quelle dell’Italia.

Però vediamo cosa abbiamo da imparare da quell’esperienza e anche da quella di altri Paesi.
Ovviamente hanno iniziato due mesi prima, anche questo per i noti motivi. Ma lì si utilizza un gran numero di siti vaccinali e un gran numero di persone è abilitato a somministrare i vaccini.

Nonché ovviamente il richiamo della seconda dose è stato spostato nel tempo rispetto a quanto avviene in Europa.
Insomma quello che abbiamo da imparare è che una volta che abbiamo una logistica efficiente, e l’abbiamo, con meno requisiti formali e con un maggior pragmatismo, si arriva anche ad una maggiore velocità.
Procedere spediti con le somministrazioni è importante.

Ma è altrettanto cruciale vaccinare prima i nostri concittadini anziani e fragili, che più hanno da temere per le conseguenze del virus.
Abbiamo già ottenuto degli importanti risultati: l’86% degli ospiti nelle residenze sanitarie assistenziali ha già ricevuto una dose di vaccino e oltre due terzi ha completato il ciclo vaccinale.

Un recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha stimato che il numero di nuovi casi di Covid-19 diagnosticati nelle RSA tra fine febbraio e inizio marzo è rimasto sostanzialmente stabile, a fronte di un chiaro aumento dell’incidenza nella popolazione generale.

Per quanto riguarda la copertura vaccinale di coloro che hanno più di 80 anni, persistono purtroppo importanti differenze regionali, che sono molto difficili da accettare. Mentre alcune Regioni seguono le disposizioni del Ministero della Salute, altre trascurano i loro anziani in favore di gruppi che vantano priorità probabilmente in base a qualche loro forza contrattuale.
Dobbiamo essere uniti nell’uscita dalla pandemia come lo siamo stati soffrendo, insieme, nei mesi precedenti.
Tutte le regioni devono attenersi alle priorità indicate dal Ministero della Salute.

In tempo di pandemia, anche se le decisioni finali spettano al governo, come ha ricordato anche una recente sentenza della Corte Costituzionale, sono pienamente consapevole che solo con una sincera collaborazione tra Stato e Regioni, in nome dell’Unità d’Italia, il successo sarà pieno.

Il governo intende assicurare la massima trasparenza ai dati sui vaccini e renderà pubblici tutti i dati sul sito della Presidenza del Consiglio Regione per Regione, categoria di età per categoria di età.

Mentre la campagna di vaccinazione prosegue è bene cominciare e pensare e a pianificare le riaperture. Noi stiamo guardando attentamente i dati sui contagi ma, se la situazione epidemiologica lo permette, cominceremo a riaprire la scuola in primis. E cominceremo a riaprire le scuole primarie e la scuola dell’infanzia anche nelle zone rosse allo scadere delle attuali restrizioni, ovvero speriamo subito dopo Pasqua.

In sede europea, dobbiamo esigere dalle case farmaceutiche il pieno rispetto degli impegni contrattuali.
L’Unione Europea deve fare pieno uso di tutti gli strumenti disponibili, incluso il Regolamento Ue per l’esportazione dei vaccini, approvato il 30 gennaio.

Questo regolamento fa chiarezza sulla distribuzione dei vaccini al di fuori dell’Ue, in particolare verso Paesi che non versano in condizioni di vulnerabilità, e riteniamo e lo abbiamo dimostrato va applicato quando necessario.
La pandemia rende evidente l’opportunità di investire sulla capacità produttiva di vaccini in Europa.

Dobbiamo costruire una filiera che non sia vulnerabile rispetto agli shock e alle decisioni che vengono dall’esterno.  E abbiamo già iniziato, sostenuti dal Governo, a stabilire accordi di partnership con case internazionali per la produzione in Italia.

La Commissione Europea ha istituito una Task Force, guidata dal Commissario Thierry Breton, per rafforzare la produzione continentale.
Si parla spesso di autonomia strategica. Spesso se ne parla in riferimento alla difesa e alla sicurezza, al mercato unico. Ma io credo che la prima autonomia strategica sia in fatto di vaccini oggi.

La sicurezza riguarda anche le materie prime e le catene del valore della transizione ecologica.
La salute pubblica globale richiede un impegno comune da parte di tutti i principali attori internazionali, nei confronti dei Paesi più vulnerabili.
D’altronde, con un virus così insidioso, nessuno sarà davvero al sicuro finché non lo saremo tutti.

L’Italia ne è pienamente consapevole, come è anche consapevole che sia necessaria una rafforzata credibilità europea sui vaccini perché si abbia un’autentica solidarietà internazionale in questo campo.
Il Dispositivo COVAX è lo strumento migliore per raggiungere questo obiettivo.

Gli Stati aderenti includono Stati Uniti e Cina.
L’Unione Europea vi partecipa in modo cospicuo: la Commissione Europea ha infatti impegnato 1 miliardo di euro.
L’Italia è stata tra i primi Paesi a contribuirvi nel 2020, con 86 milioni di euro.

Il grande merito di COVAX è garantire la distribuzione dei vaccini secondo le effettive necessità dei Paesi riceventi, e non in base all’interesse politico o economico o geopolitico dei donatori.
Finora, ha già assicurato consegne di quasi 30 milioni di dosi di vaccini a 50 Paesi.
Il nostro auspicio è rafforzare questo meccanismo e renderlo sempre più efficace.

La Presidenza italiana del G20 ha posto al centro della sua agenda la salute globale e il rafforzamento della cooperazione internazionale in materia sanitaria.
In questo giocherà un ruolo di primo piano il Vertice Mondiale sulla Salute, che ospiteremo a Roma il 21 maggio, insieme alla Commissione Europea.

Intendiamo confrontarci con gli altri Paesi sulle esperienze fatte nella lotta contro il COVID-19.
Vogliamo lavorare fin da ora per migliorare la nostra preparazione di fronte a futuri eventi pandemici e sostenere le capacità internazionali per la ricerca.
La ricerca e l’industria italiana nel settore delle scienze della vita sono già in prima linea a livello europeo e mondiale, e faremo di tutto perché continuino a restarvi.

Il 17 marzo 2021 la Commissione europea ha presentato una proposta volta a creare un “certificato verde digitale” per permettere una libera e sicura circolazione dei cittadini nell’Ue.
L’obiettivo è dare, entro 3 mesi, un certificato digitale a coloro che sono stati vaccinati, che hanno effettuato un test diagnostico per il SARS-CoV-2, o che sono guariti.

La libertà di movimento deve andare di pari passo con la garanzia della salute.

Occorre raggiungere questo obiettivo però senza discriminazioni e nel rispetto della tutela dei dati sensibili dei cittadini europei. È un progetto complesso. La Commissione dovrà presentare delle linee guida dettagliate, e gli Stati membri dovranno essere in grado di renderlo operativo.

LO SVILUPPO: MERCATO UNICO, POLITICA INDUSTRIALE, DIGITALE

Al Consiglio europeo verranno trattati anche temi relativi al mercato unico, alla politica industriale e alla digitalizzazione.
Non c’è per me veramente bisogno di ribadire l’importanza del mercato unico per il nostro sviluppo e per il processo di integrazione europea.
Dal 1992 al 2018, le esportazioni tra Paesi europei sono cresciute fino a raggiungere il 20% del prodotto interno lordo dell’Unione.

Dimostrando quindi che un mercato europeo unico, coeso, con stessi standard, permette anche uno sviluppo delle esportazioni intraeuropee, quindi dovremo gradualmente dipendere sempre meno dal resto del mondo per le nostre esportazioni, come avviene a tuti i grandi mercati, tutti i grandi Paesi.

E poi sono cresciute moltissimo le catene del valore, attraverso i vari Paesi europei.
Anche gli investimenti diretti esteri dal resto dell’UE verso l’Italia, con il rafforzarsi del mercato unico, sono aumentati.
In sostanza, difendere l’unicità del mercato significa difendere le aziende italiane, che ne beneficiano in grande misura.

Alcune iniziative di politica industriale comune possono contribuire a rafforzare la capacità d’innovazione in Europa, soprattutto in quei settori in cui l’Ue è rimasta indietro.
Penso alla crescita di nuove grandi imprese che operino nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT).
La cosiddetta “Bussola Digitale”, proposta dalla Commissione Europea il 9 marzo, elenca gli obbiettivi per rafforzare il ruolo dell’Europa nell’economia digitale, in termini di competenze e infrastrutture.
Non sarà facile, visto il divario accumulato con gli Stati Uniti e la Cina.

Questo processo richiederà profondi cambiamenti nella formazione dei lavoratori, nella cultura degli imprenditori e nei processi della pubblica amministrazione.

In Italia, il programma Next Generation EU offre un’enorme opportunità: come ricordato dal ministro Colao nella sua audizione parlamentare, il 20% dei fondi destinati a finanziare i piani europei di ripresa e resilienza riguarda proprio la trasformazione digitale.
Ma lo sviluppo di questi nuovi settori non può prescindere da un’equa distribuzione dei loro proventi.
Riteniamo che il Consiglio Europeo debba procedere verso una soluzione globale e consensuale sulla tassazione digitale internazionale, entro metà 2021, nell’ambito dell’OCSE.

Credo sia un approdo possibile, grazie proprio alla collaborazione con la nuova amministrazione degli Stati Uniti, e quindi su questo fronte noi intendiamo impegnarci. In altre parole, si vede una certa quale apertura, una certa quale disponibilità dall’amministrazione di un Paese che in passato invece aveva dimostrato completa chiusura sulla possibilità di avere una tassa digitale.

La presidenza italiana del G20 è un’occasione particolarmente adatta per farlo.

RUSSIA E TURCHIA

Nel corso del Consiglio, avremo anche un punto informativo sul futuro dei rapporti tra l’Unione Europea e la Federazione Russa.
E anche dibatteremo poi dello stato del Mediterraneo orientale, un’opportunità per fare il punto sulle relazioni tra l’Unione Europea e la Turchia.

Il Consiglio Europeo si baserà sul rapporto sulle relazioni Ue-Turchia presentato dall’Alto rappresentante Josep Borrell, a seguito delle conclusioni del Consiglio Europeo di dicembre 2020.

Occorre che l’Unione Europea lavori a proposte concrete per una “agenda positiva” che favorisca una dinamica costruttiva, anche in chiave di stabilità regionale. In altre parole è facile coltivare le contrapposizioni in questi campi, è molto meglio cercare di costruire i rapporti futuri.

Ci sono molti i temi su cui questo atteggiamento positivo è importante. Il primo è lo spazio di collaborazione sulle migrazioni, sulla lotta al terrorismo, sull’unione doganale.
A questo proposito, ho esaminato ieri con il Presidente Erdogan l’importanza di evitare iniziative divisive e l’esigenza di rispettare i diritti umani.

L’abbandono turco della Convenzione di Istanbul rappresenta un grave passo indietro.
La protezione delle donne dalla violenza, ma in generale la difesa dei diritti umani in tutti i Paesi, sono un valore europeo fondamentale. Direi anche di più, sono un valore identitario per l’Unione europea.

CONCLUSIONI

Dobbiamo ribadire l’impegno, come governi e parlamenti nazionali, a costruire un’Europa che accolga i giovani e li formi come figli, non come riserva di lavoro spesso sottopagata.
Un futuro migliore per l’Europa unita passa attraverso un’azione concreta sull’occupazione, soprattutto giovanile, sulle pari opportunità, sui diritti sociali.

Vogliamo organizzare e occuparci di questi temi in un “Vertice Sociale” che sarà organizzato il 7-8 maggio dalla Presidenza di turno portoghese del Consiglio dell’Unione europea.

Ed è il tema che dobbiamo mettere al centro della Conferenza sul Futuro dell’Europa che prenderà il via il 9 maggio. I giovani e l’occupazione giovanile: questo è al centro del futuro dell’Europa. Per questo appuntamento sollecitiamo la partecipazione attiva di tutti i cittadini europei e dei parlamenti nazionali.

L’uscita dalla pandemia rappresenta la principale sfida di tutti i governi europei, ma non è l’unica. E noi abbiamo ora un atteggiamento di coloro che spronano gli altri partner e sono essi stessi consapevoli della necessità di agire urgentemente, con efficacia, senza perdere un attimo.

Sono certo che, grazie al vostro sostegno, potremo meglio indirizzare e sicuramente rendere molto più forte la voce dell’Italia in Europa e negli altri contesti internazionali. Grazie.

Il richiamo alla coerenza vale per tutti, anche per Letta. Scrive Fioroni

Riportiamo un ampio stralcio dell’intervento di Giuseppe Fioroni, esponente di punta dell’area popolare del Pd, pubblicato ieri su Formiche.Net.

Mentre gli italiani misurano lo sforzo delle istituzioni nella lotta alla pandemia, con l’ansia della ripartenza dopo tanti mesi di restrizioni e sacrifici, l’impegno dei partiti si dispiega a fatica lungo la traiettoria di un riordino necessario del sistema politico.

Si tratta di un’azione che implica, anzitutto sul versante della maggioranza, un’assoluta dimostrazione di equilibrio e responsabilità. Non può rappresentare, infatti, una ragione di subdolo conflitto con il governo Draghi. Questa consapevolezza è viva nel Pd, fa parte del suo dna, traspare nel nostro sentimento collettivo.

È merito di Letta l’abbandono di qualsiasi incertezza o ritrosia a riguardo dell’inedito compromesso che si è materializzato con l’avvento di questo Esecutivo. Siamo nel vortice di una transizione che muove, in primo luogo, dalle preoccupazioni per l’emergenza sanitaria ed economica. Occorre pertanto assicurare un certo grado di compostezza e linearità nel portare avanti le ragioni della propria parte politica. Oggi tutto serve meno che un partito di lotta e di governo.

Ciò non toglie che al Nazareno ci si adoperi legittimamente affinché il sostegno al governo vada di pari passo con la valorizzazione di un progetto di partito. L’importante è rispettare quel vincolo che Draghi ha indicato con l’invito ad accantonare le “bandiere identitarie”.

A questo punto, qual è il problema di Letta? Il mandato ricevuto è così forte, segno di corale apprezzamento per le sue indubbie qualità personali, da non lasciare margini di equivoco. La questione delle correnti, di solito agitata quando le leadership palesano un deficit di proposta e iniziativa, non deve costituire alibi residuo. Il vero dilemma consiste nel dire e non dire una parola di chiarezza sulla strategia politica di fondo.

Il giacobinismo di per sé corrode la figura di un soggetto che si fregi, come nel caso del Pd, del titolo di “democratico”. Non è la risposta giusta agli interrogativi presenti, anzi declina ancor più nell’abuso di un potere opacizzato se manca di un progetto politico coerente. È un rischio da evitare, con prudenza e avvedutezza, pena la caduta in breve tempo in un gioco velleitario di pretese senza sbocco.

Qui l’articolo completo

Elezioni Israele: Il Likud non sfonda

Il Likud di Benyamin Netanyahu resta il primo partito con 33 seggi, ma non sfonda, malgrado il successo della campagna vaccinale nel Paese.

Il commento del premier Benyamin Netanyahu dopo i primi exit poll è stato: “E’ stata una vittoria gigantesca per la destra e per il Likud”. “E’ chiaro che una netta maggioranza dei cittadini di Israele è di destra e vuole un governo di destra. E questo è quello che faremo”. “Ai cittadini di Israele dico grazie, mi avete un dato un grande successo”.

Ma vedendo le proiezioni si capisce che il fronte anti-Netanyahu – secondo i dati di Canale 13 – raggiunge sulla carta i 59 seggi (due in meno dei 61 necessari per la maggioranza alla Knesset) mentre il blocco del premier si ferma a 54.

Un evento che potrebbe far precipitare Israele nella sua quinta elezione da aprile 2019.

Quello che invece è chiaro è il tasso di mancata affluenza alle urne. Alle 20 era quasi il 5% in meno dello scorso anno. Questa volta è stata del 67,2%. E sembra che tale ritrosia abbia riguardato soprattutto il settore degli arabo-israeliano: che ha fatto registrare un 10% in meno.

Tra ideologia teocon e «ospedale da campo»

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Lucio Brunelli

Si oppongono alle legislazioni “relativiste” promosse dagli avversari liberal su aborto ed eutanasia e nello stesso tempo cantano entusiasti le virtù non solo economiche ma morali e persino teologiche del capitalismo; rigidi su alcune sacrosante battaglie etiche sono però blandi e permessivi davanti alle guerre “giuste” dei presidenti Bush che hanno prodotto centinaia di migliaia di morti innocenti in Iraq. E ancora: ossequiosi verso le strutture ecclesiastiche ma non riescono a trattenere espressioni di scherno e sarcasmo ogni volta che i Papi — da Paolo VI a Francesco passando per Benedetto XVI — si “attardano” sui vecchi principi solidaristici della dottrina sociale cattolica invece di riconoscere e benedire le splendide e progressive sorti che l’“economia libera” sta portando nel pianeta. Sono le posizioni — tanto originali quanto discutibili — di un gruppo di pensatori cattolici americani che molta influenza hanno avuto negli ultimi tre decenni non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo e anche all’interno del cattolicesimo. Mancava uno studio approfondito, in chiave critica, del loro pensiero e una ricostruzione documentata del progressivo affermarsi sulla scena pubblica delle idee di questo drappello di intellettuali neoconservatori, poi ribattezzati teocon per i loro riferimenti religiosi. La lacuna è colmata ora dal libro del filosofo Massimo Borghesi Francesco, la Chiesa tra ideologia teocon e “ospedale da campo”, Jaca Book, 2021.

Andando alle origini della ideologia teocon Borghesi (già autore di Jorge Mario Bergoglio, una biografia intellettuale, 2017) si sofferma sulla figura di Michael Novak (1933-2017) e sul suo libro-manifesto The Spirit of Democratic Capitalism, pubblicato nel 1982, una sorta di bibbia ispiratrice della nuova corrente di pensiero. La biografia di Novak è interessante, nel 1968 era su posizioni di “socialismo cristiano” e aveva contestato l’Humanae vitae di Paolo VI. Diversi neoconservatori approdano alle nuove idee dopo aver vissuto una delusione a sinistra, nel partito democratico che negli Stati Uniti perdeva sempre più la dimensione sociale e il contatto popolare rischiando di trasformarsi in partito dei poteri forti, salottiero e radical chic. A Washington, all’inizio degli anni ’80, circolava questa battuta di Irving Kristol: «Il neocon è un liberal che è stato aggredito dalla realtà». Nel suo libro Novak parte da considerazioni realiste, condivisibili: le utopie sociali non fanno i conti con il peccato originale, la pretesa di imporre la bontà con mezzi politici porta al totalitarismo e infine ad una maggiore miseria anche del proletariato. D’altro lato però la condivisione novakiana del modello capitalistico — scrive Borghesi — non si limita all’accettazione realistica del dato, inamovibile, della natura umana. Essa scivola sul terreno apologetico. Fino a sostenere, nella lode del capitalismo, che «nessuno aveva prodotto un sistema equivalente di libertà… nessuno aveva innalzato a tal punto le aspettative umane. Nessuno aveva valorizzato tanto la singola persona». Parole testuali, contenute nel libro di Novak. Sferzante il commento di Borghesi: «Nessuno, nemmeno la religione cristiana quindi. La fede e l’etica cristiana non modificano la forma dell’economia, non svolgono una funzione nel disciplinare “gli spiriti animali”, nel promuovere forme di solidarietà ed equità. Al contrario è il cristianesimo che, dopo aver generato i presupposti ideali per la società di mercato, è chiamato a modellarsi sul capitalismo abbandonando quelle velleità critiche che dipenderebbero da uno spirito antimoderno». Novak e i suoi amici neocon Richard Neuhaus (un raffinato pastore luterano convertito al cattolicesimo) e George Weigel (il più giovane del terzetto, diventerà il biografo semiufficiale di Giovanni Paolo II ) formeranno una squadra formidabile, ben affiatata e ben supportata dalle think tank nordamericane: «La troika del liberismo cattolico» li definisce Sandro Magister. Opinion maker molto influenti già prima dell’avvento dei social, cercano legittimazione nelle sacre stanze e pensano di aver vinto la loro battaglia nella Chiesa quando Giovanni Paolo II nel 1991, dopo la caduta del Muro, pubblica l’enciclica Centesimus annus, a cento anni dalla prima enciclica sociale di Leone XIII . Nel documento pontificio i nostri intellettuali vedono la svolta, rivendicano la «rottura» (termine usato da Weigel) rispetto al precedente magistero sociale dei Papi, un insegnamento che si libera dai pregiudizi “feudali” del passato e accoglie il grande insegnamento del capitalismo democratico made in Usa. Si tratta di una lettura forzata, rileva Borghesi, che fa leva su un solo paragrafo dell’enciclica in cui Papa Wojtyła valorizza giustamente la figura dell’imprenditore e la funzione sociale dei meccanismi di mercato all’interno di un’economia libera. Ma nella Centesimus annus erano contenute anche parole inequivocabili, come questa: «È inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto socialismo reale lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica». Espressioni che gli esegeti neocon fingono di non vedere o liquidano come residuali interferenze del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, all’epoca presieduto dal mitico cardinale francese Roger Etchegaray.

Il libro di Borghesi ricostruisce, passo dopo passo, il successo delle idee teocon dopo l’11 settembre, quando le posizioni «cristianiste» (per dirla con Remi Brague) si radicalizzano nel clima apocalittico dello scontro di civiltà tra Occidente e Islam. In Italia tutta una schiera di intellettuali laici, “atei devoti” cooptati nel progetto culturale della Chiesa italiana, si nutre di queste idee: cultural wars su alcuni temi etici e celebrazione dogmatica del capitalismo, posizione interventista nelle due guerre del Golfo (contestate invece sia da Giovanni Paolo II nel 1991 sia dal cardinale Ratzinger nel 2003) e ridicolizzazione di ogni altra opinione come un residuo buonista e pacifista degli anni passati. Fino all’ultimo passaggio, dai teoconservatori ai teopopulisti dell’era Trump, con alcuni punti di continuità e altri di palese discontinuità: involuzione nello stile, decisamente più rozzo, e nei contenuti, obiettivamente più poveri rispetto alla produzione culturale di Novak e dei suoi amici. L’esito più triste (per fortuna limitato nel tempo e nello spazio) è una mentalità che, scrive Borghesi, «vuole ordine, certezze morali, avversari certi, chiari confini. Non ama essere “senza patria”, né in partibus infedelium, né sulla “soglia” come diceva Peguy. Vuole stare tra i “fedeli”, i propri, e combattere senza sosta l’eterna battaglia, priva di sentimentalismi, verso gli infedeli». Un approccio umano e cristiano ai nuovi tempi la cui distanza rispetto agli insegnamenti-testimonianza di Papa Francesco lasciamo ai lettori del libro di Massimo Borghesi misurare e valutare.

Riformare lo Stato

Riformare, parola abusata, quasi sfinita, vuota. Nell’infinito spazio dei  logaritmi può darsi che si volteggi il numero delle volte in cui viene usata.  Soprattutto la politica è colpevole per il cattivo uso che ne fa. Da decenni,  quasi appena dopo l’approvazione della Costituzione, si incominciò ad  evocare la riforma dello Stato.

Quante altre riforme sono invocate ad ogni  piè sospinto, praticamente ogni volta che si presenti una difficoltà  ordinatoria nelle procedure della nostra vita civile. Invece di semplificare  – altra riforma promessa da sempre – si aggiungono norme a nome. A  suo tempo il ministro Calderoli fece un falò per bruciare migliaia di leggi,  il risultato è che continuiamo ad avere circa 150.000 leggi e l’Inghilterra 30.000. Non sono nemmeno scritte in modo tale che possano essere  lette da tutti, in buon italiano, senza continui richiami e riferimenti e rinvii  ad altre norme.

Sarebbe assai più economico riscrivere un testo ex  novo, riprendendo le parti da salvare e abrogare tutte le altre. Speriamo  sulla tenacia del ministro Brunetta. La riforma dei codici? non è mai stata  completata. La riforma del parlamento? Alcuni referendum l’hanno  bloccata, ma quella approvata è stata solo la riduzione dei parlamentari:  una bandierina di 5S e una vergognosa ritrattazione di tutti i partiti che  avevano votato contro per ben tre volte: per un piatto di lenticchie,  alla Esaù. La riforma dell’università è stata di volta in volta peggiorata.  Quante ne possiamo ancora elencare? Citiamo ora la scuola perché è  diventata anch’essa insieme ai suoi naturali fruitori (bambini e adolescenti) vittima di Covid-19 e della cattiva programmazione.

Si sono  spesi ingenti fondi per i banchi (con o senza ruote) come se le scuole  non ne fossero già fornite. Qualche anno fa furono investiti 20 milioni per  le lavagne interattive ma durante la DAD la gran parte di coloro che  avrebbero dovuto seguire le lezioni era privo degli strumenti informatici  necessari. Secondo il ministro Colao il 60% delle famiglie italiane non ha  né rete veloce né internet. Tuttavia l’esperienza di DAD e di didattica  integrata potrà essere utile nel ripensamento organizzativo della didattica  in generale. 

La riforma della scuola parte anche dalla organizzazione diversa delle  aule, dei piani di studio, della attualizzazione delle discipline nonché degli  orari. La pandemia ha segnalato tutte le lacune del caso. In particolare  non si può tacere il gravissimo danno – le cui conseguenze chissà come  le analizzeremo – di aver impedito le lezioni in presenza per molti mesi  per quasi la totalità degli scolari. Sarebbe aggiungere danno se non fosse  accettata la proposta di prolungare le lezioni anche nei mesi estivi. Sono  convinta che i docenti accetterebbero le ferie in agosto e settembre e i  ragazzi avrebbero la possibilità di rivedersi prima delle vacanze. Sarebbe  importante soprattutto per gli alunni degli ultimi anni perché possano  salutare i compagni che non incontreranno più l’anno successivo. La  Francia non ha mai chiuso le scuole: copiare un po’ dagli altri no? 

Covid ci ha insegnato molto anche in merito al nostro diritto alla tutela  della salute. Abbiamo apprezzato il nostro Sistema Sanitario ma  conosciute anche le sue mancanze, prima fra tutte la inattuata  organizzazione della medicina extraospedaliera che già la riforma del  1978 aveva previsto. Due termini hanno inquadrato i problemi sollevati,  autonomia e territorio: riguardano l’ambito di competenza in materia  sanitaria e assistenziale che la improvvida e intempestiva riforma della  Costituzione del 2001 ha affidato alle Regioni.

Queste all’inizio della  pandemia, rivendicando la loro autonomia hanno di fatto creato disparità  di trattamento fra i cittadini Italiani. Il territorio è soggetto alla legislazione  e alla programmazione dei servizi da parte della Regione. Anche in  questo caso non c’è uniformità in tutto il territorio nazionale e quindi  c’è disparità fra i cittadini. Non bastano i cosiddetti LEA, livelli esistenziali  di assistenza, per garantire l’uguaglianza dei cittadini nell’accesso ai  servizi come richiesto dall’art.3 della Costituzione. Perciò ci dovremo  aspettare una ‘Riforma della Riforma’ che tenga conto dei principi  fondanti il diritto alla tutela della salute secondo uguaglianza, uniformità,  universalità ed equità. 

I servizi alla persona e di cittadinanza – giustizia, lavoro, proprietà, ecc.- esigono uno Stato giusto nei confronti dei cittadini quanto a prelievo  fiscale affinché ciascuno ottenga ciò di cui ha bisogno perché lo Stato  (articolo 3 Cost.) rimuova gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza e  ciascuno dia, con le tasse, secondo le capacità di reddito che ha. La  riforma fiscale è la riforma delle riforme perché deve consentire ad ogni  cittadino di essere degnamente tale, evitando il lavoro nero, la elusione  e, peggio ancora, la evasione. Ridicolo che per far emergere il nero si sia  ricorso ad una lotteria. Meglio dedicare i fondi destinati ai premi a quei  redditi tuttora inferiore al livello di povertà (nonostante qualcuno abbia  detto che è stata sconfitta) e utilizzare gli strumenti che lo Stato ha per  controllare i redditi. È impensabile che ogni piattaforma informatica  sappia tutto di ciascuno di noi e non lo Stato.

Giustizia vorrebbe anche che non ci siano condoni, perché sarebbero sempre i furbi a farla franca.  Anche per le cartelle esattoriali un po’ di decenza: basterebbe far  riferimento agli anni coinvolti dalla pandemia per una sanatoria a partire  dal 2019 e a cancellare quelli inesigibili. Quando lo Stato non incassa  diminuiscono i servizi per i più poveri. La nostra società complessa ci  consente di non sfinirci solo se i servizi funzionano, da quelli alla persona  a quelli infrastrutturali, che sono comunque necessari alla vita quotidiana  di studio e di lavoro. Che dire perciò della burocrazia? È certamente la  spina dorsale degli adempimenti attuativi dei servizi della pubblica  amministrazione e perciò preziosa per la efficienza dello Stato e  dovrebbe essere sentito come privilegio lavorare in quella filiera come  interfaccia dello Stato verso i cittadini. Grande responsabilità!  Nel pensiero collettivo però non è avvertita come alleata ma come un  ostacolo con cui confrontarsi, talvolta addirittura con rassegnazione. La  riforma delle riforme riguarda questa spina dorsale. Perché non deve  essere efficiente come il settore privato? Perché deve continuare ad  essere un mastodonte invece di un’infrastruttura snella, senza call center  che infastidisce (imbestialisce) i cittadini che si perdono- e perdono  tempo- nei meandri dei rinvii, ritardi, perdita di documenti? Se lo Stato  non ci conoscesse… possiede big data per eccellenza: anagrafe, codice  fiscale, tessera sanitaria, pin per Inps e INAIL, agenzia delle entrate, ecc.  non basta un click?! Contiamo su questo governo, sul ministro esperto di  digitalizzazione e soprattutto sulla volontà politica. 

Semmai riuscisse nell’impresa andrebbero a segno altre caselle  importanti come quella della giustizia cui è preposto un ministro di  particolare competenza, Marta Cartabia. È settore delicatissimo a  giudizio di tutti. Solo per ricordare i tempi dei processi, recentemente  dopo troppi anni sono stati assolti con formula piena Descalzi e Scaroni  (tangente Eni), e anni addietro Orsi (tangente elicotteri). Danni di  immagine ed economici. Per il mondo si sono presentati grandi manager  italiani con la tara di essere inquisiti nel proprio Paese. In India abbiamo  pure perso una grande commessa di elicotteri. Altro ministro competente,  Enrico Giovannini, si dedicherà alle grandi infrastrutture. Speriamo di  vedere una riforma degli appalti che li renda trasparenti all’origine, con  norme chiare che implichino tempistica, qualità dei materiali, rispetto  degli stati di avanzamento, con controlli in corso d’opera e sanzioni per  ritardi anziché perizie suppletive e costi aggiuntivi. Si ricordi come e in  quanto tempo, e addirittura con risparmi, in situazioni in cui non ci si  poteva avvalere degli strumenti di oggi, fu completata l’autostrada del  sole, Milano-Roma.  

Cavour soleva ripetere che “le riforme compiute a tempo, invece di  indebolire l’autorità, la rafforzano”.

Il governo Draghi ha tempo fino alla primavera del 2023. Poi non si  possono ipotecare gli eventi, ma una riforma etica sarebbe dare  continuità istituzionale alle scelte avviate. 

Al Parlamento – non al governo – compete infine la riforma elettorale. Gli attuali eletti hanno l’occasione di recuperare un po’ di fiducia tra gli  elettori, perciò pongano mano ad una riforma che soddisfi il desiderio – ma è un diritto! – degli elettori di scegliere i propri rappresentanti. Tanto  la ruota gira e questa volta è bene non fare conto sul proprio… tornaconto, perché le ultime tornate elettorali hanno segnato la sconfitta  dei partiti che avevano creduto di vincere attraverso l’alchimia della legge  elettorale. 

Usa: Biden, il razzismo è il male globale

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale scrive che: “Uno dei valori e delle convinzioni che dovrebbero unirci è la lotta contro l’odio e il razzismo Dobbiamo cambiare le leggi che consentono la discriminazione nel nostro Paese e dobbiamo cambiare i nostri cuori”. Il Presidente USA avverte anche che: “Il razzismo, la xenofobia e altre forme di intolleranza non sono problemi esclusivi degli Stati Uniti. Sono problemi globali. Sono problemi umani che tutti dobbiamo riconoscere e smantellare”.

“Tutte le Nazioni e le persone dovrebbero ribadire la verità fondamentale che ogni essere umano ha una dignità intrinseca e merita di essere trattato con equità. Dobbiamo riconoscere i modi in cui il razzismo, la discriminazione di genere e altre forme di emarginazione si intersecano e si combinano a vicenda. E dobbiamo tutti sforzarci di eliminare le iniquità nelle nostre politiche, rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione nelle nostre società e spingere per avviare processi aperti e inclusivi che rispettino tutti, ovunque”.

Industria: Istat, fatturato stabile negli ultimi tre mesi rispetto al trimestre precedente

A gennaio si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti del 2,5% in termini congiunturali; la crescita è più ampia sul mercato estero (+5,0%), meno marcata su quello interno (+1,2%). Nella media degli ultimi tre mesi l’indice complessivo rimane stabile rispetto ai tre mesi precedenti.

Tutti i raggruppamenti principali di industrie, a gennaio, segnano aumenti su base mensile: +7,8% l’energia, +3,2% i beni intermedi, +1,9% i beni strumentali e +1,4% i beni di consumo.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 19 contro i 21 di gennaio 2020), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali dell’1,6%, con cali dell’1,3% sul mercato interno e del 2,2% su quello estero.

Con riferimento alla manifattura, il settore delle apparecchiature elettriche e quello dei macchinari e delle attrezzature registrano gli incrementi tendenziali più elevati (+15,4% e +9,8% rispettivamente), mentre l’industria tessile e dell’abbigliamento e le raffinerie segnano le performance peggiori (-18,6% e -29,0% rispettivamente).

Il Piano salute, l’Europa si divide a tavola

Il nuovo Piano Ue per la salute che divide l’Europa a tavola e minaccia ingiustamente interi settori della filiera agroalimentare Made in Italy, con un pesante impatto sull’economia sarà al centro dell’incontro organizzato a Bruxelles da Coldiretti, Filiera Italia, Eat Europe e Farm Europe (diretta sulla piattaforma zoom) oggi, dalle ore 9,00 con la collaborazione dei gruppi parlamentari europei PPE, S&D e Renew Europe.

A confrontarsi sul ruolo del settore agroalimentare per una buona alimentazione saranno insieme al presidente della Coldiretti Ettore Prandini, Claire Bury (Direttore generale aggiunto della DG Salute della Commissione Europea), Alessandra Moretti (MEP), Paolo De Castro (MEP), Herbert Dorfmann (MEP), Irène Tolleret (MEP), Luigi Scordamaglia (consigliere delegato di Filiera Italia), Pedro Gallardo (Vice-Presidente Asaja), Jérome Volle (Fnsea), e  Frédéric Léroy (Professore dell’Università di Bruxelles).

Per l’occasione sarà presentata dalla Coldiretti la prima analisi sull’impatto sui consumi e sull’economia italiana delle indicazioni allarmistiche che la Commissione Europea vorrebbe apporre sulle etichette di alcuni prodotti simbolo del Made in Italy e sul primato della dieta mediterranea nel mondo.

Oms: “AstraZeneca unica a non trarre profitto da vaccino”

AstraZeneca “è l’unica azienda che si è impegnata a non trarre profitto durante la pandemia dal suo vaccino anti Covid-19 ed è uno dei produttori che ha dato un contributo significativo alla campagna VaccinEquity, concedendo in licenza la sua tecnologia a diverse altre società. Abbiamo bisogno di più produttori di vaccini contro Covid che seguano questo esempio e concedano in licenza la loro tecnologia ad altre società”. Lo ha sottolineato il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa a Ginevra.

Inoltre, aggiunge il dg commentando i risultati presentati oggi del trial di fase 3 sul prodotto, i nuovi dati sul vaccino sono “un’ulteriore prova che il vaccino Oxford-AstraZeneca contro Covid-19 è sicuro ed efficace”. Ghebreyesus sottolinea quindi che “non sono stati segnalati problemi di sicurezza”.

“I Paesi che ora stanno vaccinando i giovani e le persone sane a basso rischio di malattia Covid-19, lo stanno facendo a costo della vita degli operatori sanitari, degli anziani e altri gruppi a rischio in altri Paesi”, ha poi evidenziato il dg, sottolineando come l’Oms “sta continuando a lavorare giorno e notte per trovare le soluzioni per aumentare la produzione e l’equa distribuzione dei vaccini Covid”. Il divario “tra il numero di vaccini somministrati nei Paesi ricchi e il numero di vaccini somministrati tramite Covax” ai Paesi più poveri “cresce ogni singolo giorno e diventa ogni giorno più grottesco”, ribadisce il dg.

Poi l’allarme: “Più il virus circola più aumentano le varianti. E se emergono più varianti è molto probabile che possano evadere i vaccini anti-Covid”.

La rinascita dell’Italia nel dopoguerra. A colloquio con Enzo Scotti.

Caro Professore nel libro Suo e del Prof. Zoppi, l’incipit parte da una riflessione sulla contingenza del momento in cui è stato scritto, condizionata in modo globale dalla crisi pandemica che ha posto interrogativi sulle scelte del passato, poiché è di tutta evidenza, come si evince dagli studi di David Quammen , in particolare in Spillover ma anche dai Rapporti ONU/Ocse del 2019 , che a questo dramma planetario umanità e politica, cioè società e istituzioni, sono giunte impreparate. Sono emersi conflitti in tema demografico, di sostenibilità ambientale, di rapporto tra natura e progresso, comportamenti individuali e scelte collettive non suffragate da ponderate valutazioni. Può esprimere in che misura il Vostro lavoro ha preso atto di questa emergenza e ha ri-orientato lo ‘spirito’  del libro?

E’ ormai passato un anno da quando la Pandemia globale ha rivelato le estreme criticità di economie e società nel riuscire a fronteggiare la diffusione del virus. A questo punto, però, la scienza e la tecnologia potrebbero consentire, nel giro di un anno, di  produrre e distribuire  un vaccino o, come stiamo vedendo, più vaccini, e iniettarli alla gran parte del pianeta. Purtroppo sorge il “problema dei problemi”, quello dei Paesi più poveri per i quali i Paesi più ricchi dovrebbero assicurare  una Organizzazione della Sanità Mondiale in grado di portare avanti una difesa anche per loro. Oggi, gli Stati sono ancora nel pieno della battaglia al Covid 19 e devono affrontare sia i costi in vite umane che quelli  in distruzione di ricchezza, di benessere e devono gestire i cambiamenti nella organizzazione della vita collettiva, dalla scuola al lavoro e al tempo libero come alle stesse attività culturali e alle pratiche religiose. Le conseguenze della Pandemia impegnano un mondo che con modalità, tempi e risultati deludenti cercano di recuperare le ferite dalla crisi economica del 2008 e devono, nel contempo, governare una transizione al digitale e all’intelligenza artificiale nonché un cambiamento climatico e ambientale. Un cambiamento che richiede ai governanti una grande visione del futuro e una grande tempestività a metter in piedi meccanismi di confronto e di cooperazione, da moltissimi anni spariti dall’agenda di un multilateralismo. I Paesi Europei e gli Stati Uniti non possono attendere il concludersi della Pandemia per poi avanzare delle linee guida per garantire la sicurezza della salute e lo sviluppo nell’era del digitale e del verde. L’Italia non può, ad esempio, distrarsi dalle sue responsabilità di presidenza del G20 per stimolare una presa di consapevolezza di quanto nei prossimi anni il mondo dovrà fare. Con Zoppi, all’inizio del duemilaventi, stavamo completando la stesura di un dialogo sul governare l’Italia a settanta anni della costituzione della Cassa per il Mezzogiorno, cioè di un Paese che non è riuscito, a centocinquanta anni da Roma Capitale, a unificare in modo accettabile l’economia e la società italiana. Ci siamo chiesti se potevamo ignorare quello che stava avvenendo intorno a noi senza capire che le conseguenze della Pandemia si sarebbero cumulate con quelle della crisi del 2008 e con i cambiamenti epocali e avrebbero costretto i governi a riconsiderare gli scenari prevedibili e, conseguentemente, i progetti per la ripresa dello sviluppo. Questa sfida di governo potrebbe trovare alcune importanti analogie con quella che si trovarono i governanti del secondo dopoguerra. Non si tratta di trovare in quella esperienza soluzioni per governare gli anni che sono di fronte a noi ma di stimolare la creatività per risposte di governo adeguate al presente perché credo sia ineluttabile il fatto che “possiamo pianificare il nostro futuro con chiarezza e saggezza solo quando conosciamo il percorso che ci ha portato al presente”.  

Questa affermazione, contenuta in esordio del libro e poi ripresa a sintesi in retro di copertina mi pare esprima una consapevolezza storica e un bisogno non soddisfatto: “La questione meridionale irrisolta torna al centro della preoccupazione dello Stato italiano perché l’economia e la società non possono crescere se lo sviluppo non punterà a superare il divario tra le due grandi aree del Paese: la competitività del sistema economico non dipende soltanto dalla produttività delle imprese ma dall’efficienza dell’intero sistema di cui il Mezzogiorno è parte essenziale”. Quali sono le cause di questa mancata soluzione della questione meridionale che origina contestualmente al lungo periodo storico da Voi considerato e si ripropone ancora oggi come discrimine irrisolto?  

Vorrei ribadire che la Pandemia ha rivelato una condizione del nostro Paese più complessa e difficile da governare proprio per il permanere di uno sviluppo dualistico dell’Italia,  quella che da un secolo chiamiamo “questione meridionale”. Due dati che non possiamo cancellare. Primo dato: sarà molto difficile per il nostro Paese uno sviluppo sostenibile in una fase in cui la competizione internazionale richiederà una elevata produttività ed efficienza dell’offerta, dove ciò che, alla fine, prevarrà nella competizione sarà l’efficienza complessiva del sistema. C’è una ampia letteratura che convalida questa tesi e richiama in questo momento l’attenzione di chi deve definire una programmazione di medio periodo. È questa la ragione per cui la Commissione della Unione Europea richiede, con priorità, alcune riforme (amministrazione pubblica, istruzione e giustizia, per esempio), che gli investitori nazionali ed internazionali conoscono molto bene. Da molti anni sappiamo che le rispettive corporazioni sostengono che l’innovazione non consiste nel miglioramento della offerta del servizio ma nell’esclusivo consolidamento dei privilegi e delle posizioni di carriera di coloro che sono chiamati a fornire il servizio. Il secondo dato è costituito dal ritardo nel perseguire il riposizionamento del sistema produttivo italiano ed europeo  a seguito dei cambiamenti  internazionali; questione sollevata alcuni anni fa dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Nell’esprimersi sugli effetti delle misure del Governatore della Banca Centrale Europea, Visco sottolineava che avrebbero avuto una maggiore efficacia in Italia se fossero state accompagnate da una chiara e coerente strategia di riposizionamento internazionale della nostra economia e società. Ma ritorniamo alle riflessioni sviluppate insieme a Zoppi: sono d’accordo con lei che è opportuno e anche necessario analizzare le ragioni per cui, dopo i primi venti anni di una efficace azione, insorsero difficoltà che progressivamente portarono al declino fino allo scioglimento della Cassa del Mezzogiorno. Con Zoppi abbiamo cercato di approfondirne le ragioni. Tra le tante ragioni che abbiamo analizzato, vorrei richiamare la sua attenzione e quella dei lettori su una questione e su un momento storico preciso che non viene ricordato.  Agli inizi del 1960 il Corriere della Sera aprì un confronto tra economisti e politici sui tempi dello sviluppo industriale del Mezzogiorno e sulle sue priorità. Vera Lutz, un’economista anglosassone, aprì il confronto portando una tesi, sostenuta anche dal Presidente della Confindustria in due convegni a Napoli e Palermo, agli inizi degli anni cinquanta.  All’inizio sembrava un confronto accademico ma, vista la autorevolezza del giornale e alcune significative convergenze, di fatto, portò a indebolire l’avvio del secondo tempo della politica per il Mezzogiorno: appunto l’espansione industriale al Sud. In estrema sintesi la Lutz sosteneva che avrebbero dovuto esserci due tempi: Il primo, puntare subito sulla concentrazione degli investimenti industriali e delle infrastrutture collegate al Nord accompagnata da un alleggerimento della pressione dei lavoratori, favorendo una migrazione dal Sud; il secondo: rinviando a dopo la industrializzazione del Mezzogiorno. La teoria dei due tempi venne a incidere negativamente sull’azione avviata da Pastore per lo sviluppo della industrializzazione che aveva pur dato risultati positivi, come abbiamo documentato con Zoppi. 

Partendo anche dalla Vostra esperienza personale, richiamate la figura di Giulio Pastore ex sindacalista, dotato di grande senso pragmatico e di visione strategica: lo collochiamo come Ministro – già dal 1958 nel Governo Fanfani-  e poi negli anni 60, che qualcuno ha definito “irripetibili”, un periodo di laboriosità, speranze collettive di ricostruzione del Paese, modelli sociali basati sulla cooperazione e ispirati ai principi della progettazione e della realizzazione di opere. Chiamato a presiedere il Comitato interministeriale per il Mezzogiorno. Citando due documenti definiti “sottostimati” , la prima relazione al Parlamento del 1960 e il Piano di coordinamento degli interventi pubblici del 1965, ne sottolineate a un tempo l’importanza strategica e la scarsa considerazione che ricevettero. Potevano conservare un valore di lungimirante programmazione: che cosa spense a poco a poco quella politica di pianificazione graduale? L’enfasi dell’intervento della “mano pubblica” o la suggestione del “miracolo economico?  

La fase della ricostruzione e di un periodo di sviluppo con un elevato saggio di crescita, dopo la seconda guerra mondiale, è oggi oggetto di nuove e rigorose riletture da parte degli storici. Con Zoppi pubblicammo, tre anni fa, una nostra riflessione sul decennio di Giulio Pastore alla Presidenza del Comitato per il Mezzogiorno 1958-1968, in un libro: “Non fu un miracolo”. Di quel decennio si era parlato come frutto di un miracolo italiano perché, in breve tempo, il Paese era diventato la quinta potenza economica tra i Paesi di più antica industrializzazione. L’Italia aveva adottato una politica di sviluppo con l’obiettivo di mantenere un alto tasso di crescita del PIL e della produttività. Sull’immediato finire della guerra, erano intervenuti gli aiuti ERP e, a seguire, i fondi del Piano Marshall e lo stimolo delle istituzioni multilaterali di Breton Woods. Una volta riconquistata la libertà e la democrazia, De Gasperi era preoccupato di una spaccatura del Paese che, oltre ad essere economica e sociale, diveniva politica. Già in occasione del referendum istituzionale del 1946 si erano manifestati movimenti antiunitari, qualunquisti e indipendentisti. De Gasperi si rendeva conto della urgenza di intervenire per dar corpo ad una coesione nazionale e radicare la democrazia nei ceti medi e nel sottoproletariato meridionale. La DC spingeva per rafforzare un pluralismo sociale aperto al cambiamento non solo nelle regioni del nord est e della Lombardia ma anche nel Mezzogiorno. Questo disegno richiedeva una incisiva politica per trasformare l’economia e la società meridionale. Per questo, De Gasperi affrontò una battaglia per procedere a espropriazioni di latifondi e alla creazione di una piccola proprietà di coltivatori diretti. A queste misure si accompagnavano quelle di riforma dei patti agrari e del collocamento pubblico dei lavoratori, provvedimenti che vanno letti con riferimento alle condizioni sociali nelle campagne. Ritornando da un viaggio in Basilicata con una tappa significativa a Matera nel rione dei Sassi, De Gasperi accelerò sulle riforme contadine (proprietà e patti agrari) e propose l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, con l’obbiettivo della espansione al Sud di un apparato produttivo moderno e di una occupazione stabile. Con la legge dell’agosto del 1950, nasce la Cassa a cui viene affidata la realizzazione di complessi organici di opere pubbliche (il tempo delle infrastrutture), con una dotazione pluriennale (una Cassa per vincere lo scetticismo dei meridionali, assicurandoli che i soldi erano stati assegnati proprio a una cassa) con autonomia gestionale e con possibilità di impegnare tutto l’ammontare della dotazione dopo l’approvazione del Piano decennale (operazione realizzata in pochissimi mesi).  Si aggiunsero i prestiti internazionali della Banca mondiale e di Banche private su specifici progetti del piano, per assicurare la liquidità per gli stati di avanzamento della realizzazione delle opere. Pastore arriva verso la fine degli anni cinquanta è dà avvio al secondo tempo della industrializzazione. Collega le infrastrutture agli insediamenti industriali, punta alla realizzazione di poli di sviluppo come motori dell’innovazione. Si preoccupa di accompagnare le nuove realtà produttive con la formazione del fattore umano. Lei ha citato i due testi che documentano i progetti di Pastore e la concretezza delle realizzazione. Questi documenti vanno riletti oggi per capire come, anche nel presente, è possibile realizzare una programmazione e gestire, da parte dello Stato e in tempi rapidi, complessi organici di opere per unificare, a livello nazionale, le reti di infrastrutture moderne, sia materiali che immateriali. Ci sono ancora due documenti da ricordare e sono le due inchieste parlamentari sulla disoccupazione e sulla miseria.  

L’excursus storico della Vostra analisi è notevole e di lunga deriva: Cavour, De Gasperi e l’oggi, cioè Conte, anzi l’ieri, visto che ora si apre una prospettiva diversa sotto la guida di Mario Draghi. Come scrisse San Paolo viene il momento in cui è necessario cimentarsi in una ricapitolazione di tutte le cose. O come disse Ignazio di Loyola a un certo punto occorre mettere ordine nella nostra vita. La ruota della storia gira e propone scenari nuovi e ritorni al passato. Ma non Le sembra che in tutto questo incedere verso il futuro è qualche volta più gratificante soffermarsi sui ricordi che coltivare speranze che sembrano ingestibili?    

Abbiamo dato al nostro libro un titolo molto chiaro e al tempo stesso molto difficile: “governare l’Italia”, e per questo nel sottotitolo abbiamo indicato tre significativi momenti della storia italiana con riferimento a tra diversi modi di gestire la cosa pubblica. Governare è scegliere,  diceva nel 1953 Pierre Mendes France alla vigilia del referendum francese sulla Comunità Europea di Difesa. I tre momenti della storia del nostro Paese a cui facciamo riferimento sono: il governo della formazione della unità politica del nostro Paese sotto la corona nel Regno di Sardegna nell’autunno del 1860, il governo della ricostruzione e dello sviluppo dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale e la riconquista della democrazia liberale e il governo della attuale fase della pandemia del Covit19 e delle terribili conseguenze economiche, sociali ed umane che ne sono scaturite. Tutte e tre questi momenti hanno bisogno di essere analizzati alla luce non solo del contesto della società nazionale ma anche del contesto internazionale per capire in che misura hanno influenzato e condizionato la sovranità dei diversi governi nazionali. Con il nostro lavoro offriamo alcuni materiali importanti per leggere l’evoluzione della questione meridionale con più rigore e approfondire i punti di forza e le criticità generati da quei governi. Questa conoscenza diventa oggi indispensabile per il governo della fase post Covid19. Per affrontare oggi una ricostruzione con una riconversione tecnologica (digitale) e una riconversione verde non possiamo prescindere anche da un riposizionamento dell’Unione Europea e del nostro Paese, e il che significa che dobbiamo tener conto dei vincoli del contesto esterno.  L’Europa, a Maastricht, nel 1992, non prese in considerazione della possibilità né di una crisi economica come quella del 2008 né delle sfide delle rivoluzioni tecnologiche, ambientali e demografiche. Quando scoppiò la crisi del 2008, l’Europa pensò esclusivamente a far funzionare i vincoli di bilancio. Mario Draghi ha vissuto questa fase della vita europea e ha lottato per immettere liquidità nel sistema finanziario e oggi è chiamato a negoziare e gestire un progetto europeo che guarda alla next generation e a ricostruire e sostenere il cambiamento del sistema economico produttivo per una fase di crescita. Giuste le sue citazione di San Paolo e Sant’Ignazio. Il cambiamento e il riposizionamento da perseguire non sono operazioni superficiali perché coincidono, come ha detto Draghi, con transizioni tecnologiche e ambientali che mettono in discussione equilibri sociali e politici secolari. Io concordo con lei che bisogna avere una chiara visione di quello che abbiamo vissuto e dobbiamo guardare oltre la siepe per poter dare al nostro futuro basi solide e visioni che vadano oltre i sondaggi di opinione. 

Lo scenario in cui Vi muovete per descrivere l’evoluzione e i mutamenti della società italiana considera implicitamente il dato della contestualizzazione. Eppure qualche gg fa Draghi presentando il suo Governo alle Camere ha fatto esplicito riferimento a valori Risorgimentali: l’unità del Paese, l’idea repubblicana, la sacralità delle istituzioni. Ci sono delle peculiarità che possono descrivere il percorso della storia da voi delineato? Quanto hanno pesato le ideologie, quanto per Lei ha significato compiere la scelta di adesione ai principi del cattolicesimo sociale? De Gasperi poteva cercare di governare dal centro ma optò sempre per una politica delle alleanze, che allargava il campo degli orizzonti e delle visioni strategiche. Oggi, in questo Parlamento parcellizzato, dove i partiti esprimono una concezione personalistica e proprietaria della politica, c’è ancora spazio per il centro? Siamo passati dal bipartitismo imperfetto al bipolarismo imperfetto per finire in quella che De Rita chiamerebbe mucillagine fatta di individualità e assenza di una visione super partes del bene comune. Quali scenari futuri descrive un uomo che come Lei ha una lunga esperienza di fede e di militanza politica?

Questa domanda è estremamente complessa e richiede di soffermarci brevemente sulle singole questioni sollevate. Nell’analisi storica i singoli fatti vanno contestualizzati per poterne comprendere il senso e la portata. Draghi ha giustamente fatto riferimento ai valori Risorgimentali che sono componenti del progetto di coesione e di unificazione politica di Cavour e sono parte della coscienza nazionale. La partecipazione organizzata dei cattolici alla vita politica italiana, dopo il superamento del ‘non expedit’, è caratterizzata dalla affermazione dei valori della persona e dei diritti di libertà e sociali, della famiglia e dei corpi intermedi della società. I limiti all’uso della proprietà dei beni fanno parte di una concezione di un capitalismo sociale di mercato. Nella divisione bipolare del mondo tra capitalismo e comunismo, la presenza dei cattolici si caratterizzò per il contributo alla elaborazione della Costituzione. Vorrei ricordarle l’articolo 3 della Costituzione che non solo assicura ai cittadini i diritti di libertà ma stabilisce anche l’obbligo della “Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Rimuovere gli ostacoli da parte della Repubblica è quello che distingue la Costituzione della Repubblica dallo Statuto Albertino. Passo alla seconda domanda sulla politica e sul modo di governare della Democrazia Cristiana. De Gasperi, pur avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento alle elezioni del 1948, decide di formare una coalizione sulla base di una convergenza politica con i partiti di tradizione laica e socialdemocratica: le formazioni liberali e risorgimentali e il socialismo di Turati. Questa scelta non fu accolta positivamente dalla giovane generazione democristiana che riteneva necessario che la DC dovesse assumersi la responsabilità esclusiva del governo. Essa formò oggetto del dibattito del Congresso di Trento della Democrazia Cristiana. Con un salto, lei arriva al tempo presente cioè a trenta anni dalla scomparsa della Democrazia Cristiana. La cosiddetta seconda Repubblica è nata con la proposta di modificare la Costituzione sul punto cardine dell’assegnazione proporzionale dei seggi in parlamento in base ai voti ottenuti da ciascun partito politico presentatosi alle elezione. In questi circa trenta anni si è pensato che fosse possibile, con una legge elettorale, arrivare ad una Repubblica basata su un sistema maggioritario per avere un governo bipolare o bipartitico. Le vicende di questi anni, nonostante le tante leggi maggioritarie, approvate quasi tutte alla vigilia di una campagna elettorale, non hanno fatto raggiungere l’obiettivo. La scelta maggioritaria implicava, inoltre, una drastica riduzione nel numero dei partiti politici. Ma, nei fatti, il numero dei partiti è aumentato con velocità esponenziale rispetto alla prima repubblica. Nel corso delle legislature moltissimi parlamentari eletti in una lista ne sono usciti e di fatto hanno formato altri gruppi parlamentari. Il dettato costituzionale che stabilisce che il parlamentare non ha vincolo di mandato non significa che sia politicamente e moralmente accettabile – anche se legittimo – che chi viene eletto in una lista di partito o movimento possa poi possa uscirne e, magari, creare un nuovo gruppo/partito che l’elettore non ha mai conosciuto e per il quale non ha votato. Per non parlare del caso di un movimento, promotore di un sistema bipolare, che si era impegnato a un mandato a governare senza costituire mai una coalizione con l’avversario e che ha fatto saltare questo impegno nel giro di poche settimane, formando una coalizione di governo proprio con un avversario alle elezioni. D’altra parte una coalizione richiede una ragione politica comune cioè una coesione politica. Per raggirare tale principio, si è fatto ricorso allo strumento “tutto privatistico” di un contratto di governo con un elenco di provvedimenti da portare avanti, proposti dai singoli “contraenti”.   

Oltre gli eventi, le persone, le idee che Voi minuziosamente annotate nel Vostro libro resta tuttora inesprimibile una spiegazione convincente sulla mancanza di una visione unitaria, lungimirante e di coesione del Paese: perché- in fondo ad ogni scenario che si possa configurare – permane il gap del Mezzogiorno come icona di una lunga querelle che esprime interpretazioni assoggettate ai vincoli del relativo e dell’insolubile? C’è un Paese che viaggia a due velocità: nelle infrastrutture, nei servizi, nella concezione dello Stato. Non credo all’anno zero ma sento parlare di una svolta: la ripartenza verde, il connubio tra ecologia e digitalizzazione, la riconversione economico. Forse abbandonando ogni forzatura di omologazione culturale la vera via della rinascita del Sud passa attraverso la valorizzazione delle sue peculiarità, del genius loci? Il nostro è un Paese di forti radicamenti: si possono conciliare conservazione e innovazione, traditio e ratio?

Sia nel saggio precedente (“Non fu un miracolo”) oltre che in questo ultimo, le riflessioni con Zoppi sono approdate ad una conclusione unanime. C’è una fase iniziale, dopo la fine della guerra a partire dal piano Marshall fino alla nascita della Cassa per il Mezzogiorno e per quasi un trentennio, in cui c’è stata una diffusa convinzione che il superamento della storica questione del Mezzogiorno non fosse legata solo alla mancanza di investimenti nel Mezzogiorno ma a un necessario cambiamento delle politiche nazionali per renderle coerenti con l’obiettivo della unificazione economica del Paese. E questo convincimento, pur con intensità diverse, è stato sempre presente. La struttura della politica meridionale ha sempre poggiato su questa convinzione e ha animato la politica sia della maggioranza che della opposizione. A rileggere i diversi programmi dei partiti, pur nella asprezza dello scontro tra i due blocchi in cui era diviso il mondo, si ritrova una documentazione importante, anche perché le criticità che hanno portato al declino della politica di sviluppo del Mezzogiorno hanno, al centro, la divaricazione degli interessi delle due grandi macroregioni del Paese. Oggi, che dobbiamo affrontare una ricostruzione del sistema economico e sociale, si rivela l’importanza della coesione e dell’unità del Paese. Senza una visione e una strategia unitaria dello sviluppo nazionale non credo sarà possibile uscire dalla crisi sanitaria ed economico-sociale. Teniamo conto di due dati: le regioni del Nord, che hanno trainato lo sviluppo dell’Italia, hanno – negli ultimi anni – registrato una sensibile decrescita e il loro futuro passa necessariamente per il Mezzogiorno cioè da quella prospettiva per l’Europa che nasce dalla sua crisi demografica e a cui si contrappone la crescita dell’Africa e la esplosione già oggi dei traffici Mediterranei 

Credo che fondamentalmente il Paese avverta il bisogno di una nuova classe dirigente. Lo stesso Draghi ha suggerito il know how del decisore politico: conoscenza, coraggio, umiltà (lectio magistralis alla Cattolica – 18/08/2020) . Mi consenta un pessimismo di fondo: non ho mai aderito in toto all’idea della casta ma avverto una resistenza al nuovo. La politica vive di yes man e di rendite di posizione. Leggevo qualche gg fa la composizione del Governo canadese: ogni ministro occupa un dicastero in virtù di requisiti maturati per esperienza e competenza professionali. Da noi – dalla Prima Repubblica ad oggi – non è mai stato così: abbiamo vissuto più sui talenti dei pochi (Cavour, Einaudi, De Gasperi, Moro, Fanfani, Nenni, La Malfa, Pertini ecc) che sul gioco di squadra e sulle regole di questo gioco. Dopo la stagione della polverizzazione delle ideologie e di Tangentopoli è subentrato un pressapochismo disarmante, c’è stata una enorme perdita sul piano culturale. Se la politica non esprime fondamenti culturali  non può generare un solido progetto politico. Ce lo ricorda Max Weber, il suo  ‘beruf’  è un mix tra essere, fare, saper fare, costruire esperienza. Lei pensa che Draghi ce la farà a governare confidando sulla  coesione del Parlamento?

La questione della classe dirigente è sempre stata centrale nella questione meridionale, ma in questo caso è divenuta assolutamente determinante. Al Congresso del mio Partito, nel 1984, presentando la mia candidatura alternativa a quella di De Mita, dopo la sconfitta alle elezioni dell’anno precedente, chiesi una pausa di riflessione. Dovevamo, innanzitutto, sforzarci di leggere il cambiamento della economia e della società perché stavamo dando una risposta sbagliata, cercando di cooptare classe dirigente dalle Università, dalle imprese e dal sindacato (quelli che chiamammo gli esterni prestati alla politica). La crisi era del logoramento del rapporto tra il ceto politico e le espressione del pluralismo della società. Da una parte la società rivendicava spazi di autonomia e di autogoverno, contestando il monopolio della politicità da parte di un ceto, e chiedendo di governare con la società. Nel giro di un decennio il ceto politico sarebbe stato percepito come una casta. Non si trattava di aumentare il tasso di tecnicismo e di tecnici prestati alla politica. Il politico era chiamato a governare cioè a scegliere assumendosi la responsabilità delle proposte e su quelle costruire il consenso e la coesione. La crisi della classe dirigente nasceva dalla rottura del rapporto con la scienza e gli scienziati, con la tecnica e quindi con i tecnici e con la cultura. I ministeri si erano riempiti di consiglieri del principe che diventavano governanti. Queste sono le lezioni di Max Weber sulla professione dello scienziato e del politico. Draghi riuscirà con il suo governo se saprà governare, se saprà essere un politico cosciente di essere in una democrazia rappresentativa e, quindi, saprà tener insieme i Parlamentari. De Gasperi seppe vincere sulla opposizione della sinistra e sulla opposizione interna dei professori. E, alla fine, ebbe ragione come mi dichiarò un giovane storico che lo aveva contrastato. Il traguardo oggi non è quello di accrescere il grado di cultura tecnica, ma quello di cultura politica perché qui sta la grave carenza. 

La moderazione in politica non va confusa con il moderatismo: questo sta alla prima come l’impotenza sta alla castità: ce l’ha insegnato un uomo integro e coerente come Mino Martinazzoli. Essere moderati non significa accontentarsi della mediocrità: al contrario vuol dire avere una visione composita e dialogica dei rapporti sociali, finanche personali, poiché la politica deve entrare con moderazione e spirito di servizio nella nostra vita, perseguire l’equità, l’interlocuzione e il godimento dei beni comuni. Come si può esprimere il valore della moderazione nel contesto politico attuale?

Il massimo del riformismo si è realizzato nel periodo cosiddetto centrista. Sono convinto per questo della sua osservazione. Miriam Mafai, una personalità della sinistra del nostro Paese, compagna di Pajetta, scrisse – negli anni sessanta – un saggio sul breve governo Fanfani, dopo quello di Tambroni e fino alle elezioni del 1963. Lo giudicò come il più incisivo nell’innovare. La mediocrità è certamente una altra cosa come diceva Mozart. Lei descrive bene l’uomo di governo di cui avremmo bisogno oggi. 

In occasione della vigente crisi pandemica l’Italia ha espresso una peculiarità tutt’affatto positiva nelle gestione dei vari settori della vita pubblica, a cominciare dalla Sanità, dalla Scuola, dalle infrastrutture, recentemente acuita dalle zone colorate, dai lockdown nazionali e locali: mi riferisco all’emergere di un rapporto conflittuale tra lo Stato e le Regioni. La regionalizzazione come decentramento autarchico ha manifestato aspetti positivi ed elementi di forti diaspore. I presidenti delle Regioni si sono autoproclamati Governatori, sul modello USA, e volendo esercitare in maniera diretta un controllo del territorio (per certi aspetti legittimo) hanno contribuito ad amplificare il fenomeno della personalizzazione della politica. In un contesto istituzionale dove i corpi intermedi vanno scomparendo si profila il permanere, forse l’acuirsi del contenzioso tra centro e territori. Come possiamo immaginare un’Europa più incisiva e potenziata –quella pensata dai padri fondatori come De Gasperi, Schuman, Monnet , Adenauer – se c’è confusione e sovrapposizione di ruoli tra Stato ed Enti locali, fino a compromettere l’idea stessa di unità nazionale? Secondo Lei anche questo divarica la forbice tra nord e Sud, complicando la “questione meridionale”?

I problemi su cui mi chiede l’opinione vanno affrontati con estrema concretezza. Le rispondo in modo sintetico. Mi riferisco all’ordinamento che oggi esiste dopo la riforma del titolo Terzo della costituzione. Noi non siamo un Paese federale, i costituenti avevano previsto la nascita di regioni a statuto ordinario e straordinario, garantendo l’unità dell’indirizzo nazionale e la fornitura di stessi servizi a tutti i cittadini. La riforma del titolo V della Costituzione porta a un ordinamento ambiguo e confuso che ha dato luogo a litigiosità e inefficienza. Mi consenta un rilievo: le regioni così come pensate dai costituenti avrebbero dovuto creare un nuovo modello di amministrazione, lontano dal modello dell’amministrazione dello Stato accentrato. Dovevano essere più vicini ai cittadini e coinvolgere il pluralismo della società nell’amministrare. Questo è uno dei nodi del Recovery Plan ed è il più complesso da manovrare. 

Il concetto di “stabilità” (abbiamo avuto 68 Governi dal dopoguerra ad oggi) è propedeutico a qualsivoglia modello di sviluppo sociale, all’idea stessa di progresso anche nella accezione più moderna e attuale di “riconversione ecologica ed economica”. Ciò comporta un sistema elettorale che assicuri continuità democratica. Le abbiamo provate tutte: Lei pensa – dopo una così lunga e prestigiosa esperienza politica – ad un modello elettorale che garantisca stabilità?

 La questione è politica. Come le ho detto la stabilità non la si trova con una legge elettorale e neanche con una elezione diretta del Presidente del Consiglio o altre diavolerie simili. La storia di questi circa trenta anni ci ha dimostrato che De Gasperi ha presieduto otto governi diversi e ha assicurato la migliore stabilità. Le coalizioni erano tenute insieme non da un contratto ma, come ho sottolineato prima, da una ragione politica che riusciva a tenere insieme e governare con forze politiche i cui programmi erano a volte fortemente divergenti. Pensi a tutte le leggi sulla questione agraria. Se non cresce una cultura di coalizione non si riesce a portare i riottosi nel recinto. In una democrazia rappresentativa il ruolo dei partiti è essenziale non per distribuire potere del sottogoverno e degli apparati pubblici non statali (cresciuti in modo incredibile a tutti i livelli e crescendo hanno moltiplicato la burocrazia) ma per concorrere a governare. 

 

 

*Vincenzo Scotti  Laureato in Giurisprudenza con lode alla Sapienza, dopo un periodo alla Gioventù cattolica con Carretto e Rossi presidenti e poi alla Cisl responsabile di un ufficio per il Mezzogiorno, ha collaborato con Giulio Pastore prima come capo della segreteria tecnica e Segretario Generale del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno. Eletto deputato nel 1968  ha compiuto un lungo percorso nelle più alte istituzioni dello Stato, essendo stato più volte Ministro (tra l’altro del Lavoro,  dei Beni culturali, degli Interni e degli Esteri) e Sottosegretario al Bilancio.  Nel 1990/1992 ha presentato d’intesa con Martelli e con Giovanni Falcone un complesso di leggi antimafie (tra cui l’istituzione della  DIA e della DNA) E’ stato vice segretario del Partito della DC, Presidente del gruppo parlamentare della DC e Sindaco di Napoli. Ha collaborato con Mario Romani e poi con Giulio Pastore alla rivista Il Nuovo Osservatore prima come vice e poi come direttore. Ha insegnato economia dei paesi in via di sviluppo alla LUISS per oltre venti anni. È stato fondatore e presidente della Università degli Studi Link Campus University. 

Paolo Sorbi ricorda Padre Gianpaolo Salvini: “Era un mio grande amico!”

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’articolo su Padre Gianpaolo Salvini.

Domenica 21 marzo, alle ore 7.30, è mancato a Roma padre Gian Paolo Salvini.
Nato nel 1936, entrò nella Compagnia di Gesù all’età di diciott’anni. Dopo essersi laureato a Milano in Economia e poi in Teologia ad Innsbruck, svolse per molti anni attività pastorale a Salvador di Bahia, quindi al Centro Studi Sociali e alla rivista “Aggiornamenti Sociali” a Milano. Dal 1985 al 2011 è stato direttore de “La Civiltà Cattolica”.
Per conoscere meglio il grande spessore culturale, sociale ed umano del padre gesuita,
“Orbisphera” ha chiesto al prof. Paolo Sorbi, che intrattenne con Gian Paolo Salvini un lungo rapporto intellettuale e amicale, di tracciarne un breve ricordo.
«Gian Paolo era un mio grande amico», ha raccontato Sorbi.
«Lo conobbi ai tempi dell’università a Trento, alla Facoltà di Sociologia.
Lì, per una serie di combinazioni, vissi per circa due anni alla casa dei padri Gesuiti “Villa S. Ignazio” diretta dal padre Passalacqua, figura di punta del rinnovamento conciliare in quella città.
Fu proprio lui a parlarmi di un suo confratello che era di ritorno in quegli anni dalle esperienze brasiliane di pastorale tra gli studenti e il movimento sindacale brasiliano, che stavano facendo con Lula i primi esperimenti di contrattazione articolata, sull’onda delle grandi lotte operaie europee replicate nei “cordones” industriali della città di San Paolo.
Salvini seguì in modo appassionato, e al tempo stesso lucido e concreto, tutti quei movimenti di conflittualità sociale in cui vedeva raggi di luce evangelica finalmente esprimersi con i lavoratori e i poveri delle favelas delle metropoli brasiliane.
Mio fratello Carlo, anche lui gesuita e con vocazione operaia di fabbrica, me ne parlò benissimo: loro due erano già in contatto.
Ci incontrammo a Roma e lui diventò direttore di “Civiltà Cattolica”, la prestigiosa rivista internazionale della Compagnia redatta a Roma nella ben conosciuta Villa Malta di via di Porta Pinciana, che ci ricorda la grande figura del padre Curci, protagonista e fondatore nell’Ottocento dei fascicoli di quella eccezionale impresa culturale che tante questioni del cattolicesimo contemporaneo ha trattato.
Padre Salvini ne fu direttore per circa ventisei anni rendendola sempre più attenta alle tematiche delle scienze sociali, intrecciandole con le necessarie riflessioni bibliche e teologiche che in quegli anni emergevano come discussione sulle crisi dei profili antropologici dei due generi. Nonché sempre più attenta alle necessarie riflessioni ecclesiali che si aprivano con la fine dei socialismi nell’Est europeo.
Quindi con un respiro globalistico che caratterizza ancora oggi quell’impresa culturale ai tempi delle dinamiche digitali e dell’intelligenza artificiale.
Gian Paolo, insieme ad un altro caro amico, il padre Federico Lombardi, mi è stato vicino in questi ultimi vent’anni fornendomi nuovi stimoli sulle inedite piste pastorali che si stavano aprendo.
Abbiamo discusso spesso di questa epocale fase di transizione ecosistemica che a lui tanto interessava. Gian Paolo voleva confrontarsi con le mie riflessioni sulle dinamiche tra poveri e capitale, che riconosceva come centrali nella crescita delle diseguaglianze su scala internazionale.
Fu persona di preghiera profonda e mi fu vicino nella riscoperta delle “strade ignaziane” che non avevo approfondito a sufficienza.
Mi fece riscoprire tesori profondi di azione e contemplazione, senza i quali la vita del laico credente inevitabilmente si disperde anziché ricomporsi in quel cammino ignaziano che lui tanto amava.
Mi consola sapere che ora parlerà sempre con il suo grande riferimento».

I partiti tra le correnti e il capo.

Dunque, pare proprio che sia sempre più difficile avere una via di mezzo. Parliamo del futuro dei  partiti politici, o meglio di ciò che resta di loro. Per essere ancora più precisi, o ci troviamo di  fronte a “partiti del capo” o del “guru” dove tutto il partito o il cartello elettorale si identifica  fideisticamente e dogmaticamente con il suo capo oppure a partiti dominati dal più sfrenato ed  intransigente correntismo. È persin inutile citare gli uni e gli altri talmente è risaputa e nota la  questione. La domanda che emerge è una sola: ma è ancora possibile ricavare una sintesi tra  queste due estremità? Perchè nè l’una e nè l’altra possono rappresentare dei modelli duraturi. E  questo perchè nel “partito del capo” il dibattito politico è semplicemente un optional, se non  addirittura un diversivo. Tutto è concentrato sul verbo del capo e, puntualmente, quando la stella  del capo non si illumina più, il partito – o meglio, il cartello elettorale – crolla rapidamente e senza  appelli. Anche qui i casi sono talmente noti che è persin inutile elencarli scolasticamente. Certo, in  questa esperienza la politica, di fatto, non esiste. Tutto è legato al tasso di popolarità e di  credibilità del capo. Il caso di Renzi, al riguardo, è persin troppo emblematico. Sia nella sua  esperienza all’interno del partito democratico e sia, soprattutto, nel suo attuale partitino di Italia  Viva. Perchè quando si viene percepiti, per svariate motivazioni, come un politico che non è più  sinonimo di credibilità, affidabilità e serietà, il castello si sgonfia rapidamente ed irreversibilmente. 

Diverso è il caso dei partiti ad alto tasso di correntismo. Il caso del Pd è persin troppo  emblematico per essere ulteriormente descritto. Vedremo se la “cura” Letta avrà successo. Per il  momento non possiamo non prendere atto che dopo il “Pdr”, cioè il partito di Renzi per dirla con  Ilvo Diamanti, è subentrato un partito fatto da correnti, sottocorrenti, bande e gruppi vari che  scorrazzano e spadroneggiano nel partito. A livello nazionale come a livello periferico. Qualcuno  paragona questo strano modello a quello praticato per molti anni in un altro grande popolare e di  massa, la Dc. Nulla di più falso. Nella Dc, come credo quasi tutti sanno tranne i detrattori storici  della sinistra italiana, le correnti – salvo rare eccezioni, come ovvio e scontato – rappresentavano  pezzi di società ed erano guidate da leader politici e da statisti. Nulla a che vedere, quindi, con le  molteplici e crescenti correnti e sottocorrenti del Pd. 

Ma, al di là delle concrete dinamiche interne ai partiti, quello che semmai va introdotto nella  politica italiana dopo il lento tramonto del populismo di marca grillina, è da un lato la  conservazione del pluralismo interno ai partiti senza degenerare nell’anarchia del correntismo  sfrenato e, dall’altro, coltivare e rafforzare le leadership politiche senza appaltare al capo di turno  le sorti dell’intero partito. Sarà possibile compiere questo “miracolo” laico senza ulteriormente  indebolire la democrazia e ridurre la “democrazia dei partiti” ad una scarna ed arida “democrazia  delle persone”? Al di là delle chiacchiere, degli statuti e dei regolamenti, adesso servono solo i  comportamenti. Quei comportamenti che sono tanto più credibili quanto sono meno sbandierati.  Cioè servono più moralizzatori e meno moralisti, per dirla con Carlo Donat-Cattin. 

Verso la Conferenza su futuro dell’Europa Il rischio dell’ennesima delusione

Non è un momento semplice per l’Unione Europea. In realtà non lo è per nessuno, ma per l’Europa lo è ancor meno. Le difficoltà e i ritardi nella campagna vaccinale, la dimostrazione fattuale di una industria farmaceutica continentale inferiore a quella americana, l’intensificarsi dell’epidemia a causa delle sue varianti con i conseguenti lockdown che un po’ ovunque deprimono ulteriormente un’economia già da un anno in grave sofferenza, la necessità – ormai prossima – di rispondere alle sollecitazioni della nuova Amministrazione USA a fronte di una confermata e colpevole assenza di una politica estera comune sono, insieme ad altri, elementi di seria difficoltà che non possono venire elusi.  

Nel senso che quanti sinceramente ritengono fondamentale procedere nel percorso dell’integrazione politica non possono far finta di non vedere questi problemi, limitandosi così ad esaltare il Next Generation UE e la sospensione del Patto di Stabilità non comprendendo che senza un cambio di passo effettivo nella somministrazione del vaccino antivirale si rischia di accrescere nuovamente la distanza dalla gente comune delle “burocratiche” istituzioni comunitarie fornendo involontariamente ossigeno ai cantori del sovranismo. Le esternazioni contro la Commissione del “governativo” Salvini danno bene l’idea di quello che potrebbe accadere.

Questa premessa per dire che l’ormai prossimo avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa (CoFuE) non dovrà risolversi – e invece se ne vedono già ora tutte le avvisaglie – nel solito rituale pomposo ma totalmente inutile durante il quale il ceto politico dirigente assistito dalla tecnocrazia comunitaria declama idee teoriche su “come costruire un’Europa resiliente” (sì, “resiliente”: il nuovo vocabolo magico che ormai non può mai mancare in ogni contesto), si autoincensa in quanto capace di coinvolgere i cittadini in una “discussione pubblica” ricca di conferenze plenarie e panels con i cittadini per poi concludere il tutto con un documento neutrale largamente inferiore alle aspettative suscitate. Davvero, in tempi come questi, un esito che non ci si può permettere. Purtroppo però il rischio c’è tutto. Lo testimonia sia la modalità con la quale la Conferenza è stata promossa sia la sua “governance” di funzionamento.

Innanzitutto essa è il frutto di un compromesso fra i governi – in primis, quello francese – che l’avevano immaginata oltre un anno fa e i soliti esecutivi dell’Europa orientale (cui stavolta si sono associati quelli scandinavi) che ne hanno ab initio limitato la possibile portata. E così, le conclusioni della Conferenza dovranno essere approvate all’unanimità e tratteranno unicamente “le ambizioni e le future politiche dell’Unione”. Ovvero non si affronterà il tema vero che un’occasione come questa dovrebbe analizzare, la revisione dei Trattati che regolano la forma e il funzionamento delle istituzioni comunitarie.

Ciò significa, in buona sostanza, che non verrà discusso il punto che più di ogni altro mina alla base la capacità decisionale dell’Unione, quello ormai annoso dell’unanimità, che indebolisce l’impianto comunitario a tutto vantaggio di quello su base nazionale. Il Consiglio Europeo dei Ventisette quindi continuerà a prevalere sulla Commissione (e sul Parlamento). E – questione forse più di immagine che altro, ma indisponente nei confronti dell’opinione pubblica – rimarranno le due sedi (Bruxelles e Strasburgo) con conseguente spreco di soldi e tempo, ovvero di risorse economiche comuni. Il che non significa, ovviamente, che i temi posti in agenda non siano rilevanti (dalla sfida ambientale all’equità sociale, dalla trasformazione digitale alle migrazioni), ed è certo bene che vengano discussi anche con il coinvolgimento (quanto effettivo, si vedrà) dei cittadini europei ma il pericolo di un lavoro privo di conseguenze politiche è purtroppo palese.

Lo si desume anche dalle modalità di governance della Conferenza. Si metterà in campo una complessa e ridondante struttura organizzativa, frutto anch’essa del compromesso: la Conferenza sarà presieduta dai tre Presidenti (Parlamento, Commissione, Consiglio) ma soprattutto sarà articolata in un Comitato Esecutivo composto da nove membri (tre per Istituzione) e ulteriori quattro “osservatori”, sempre per ciascuna delle tre Istituzioni (così da consentire una presenza a tutti i 7 gruppi parlamentari presenti a Strasburgo), nonché dalla troika COSAC (l’organismo che rappresenta i Parlamenti nazionali) e dai Presidenti del Comitato delle Regioni, del Comitato economico-sociale e di eventuali altri organismi dell’UE e delle parti sociali. Come detto, questa complessa struttura dovrà decidere ogni documento all’unanimità. Col solito rischio, dunque: l’immobilismo. Mentre invece, ce lo sta dimostrando Joe Biden, gli altri si preparano a correre, appena la pandemia verrà sconfitta.  

Marco Vitale racconta la vitalità del Meridione

In un tempo in cui il meridionalismo sembra cancellato dal dibattito politico, leggere il libro di Marco Vitale “il Sud esiste” con la raccolta
di scritti e testimonianze offre spunti di meditazione sulle nuove vie da percorrere.
La pandemia nella sua drammaticità ha unificato il Paese – più di quanto appaia – nella lotta al virus superando retaggi ed egoismi diffusi. Cinquanta anni di impegno professionale nel Mezzogiorno come economista di impresa, offrono una lettura disancorata da pregiudizi ideologici.

L’economista lombardo accompagna il lettore in un lungo viaggio sul modello di Guido Piovene, con il racconto di tante storie vissute in prima persona, nel contesto in cui ha operato. È un libro di storia economica con dentro tante storie vissute, studiate, meditate, ragionate prima di pervenire alla definizione del piano di impresa che si scontra con il contesto socioeconomico di Regioni e di Comuni. Sono storie di agricoltura, di distretti agroalimentari o industriali, di trasporti, di porti e di aeroporti.
Pur partendo da lontano l’economista bresciano nel filo rosso che lega i suoi racconti, si muove con convinzioni profonde maturate nella vita quotidiana, ma ancorate a letture profonde. Così ritroviamo il livornese Leopoldo Franchetti, con le sue considerazioni sulla Sicilia, con le sue lotte all’analfabetismo, il bresciano Giuseppe Zanardelli, primo presidente del Consiglio a scendere di persona in Basilicata, attraversando il fiume Agri su carri agricoli trainati da buoi, l’inglese Norman Douglas con i suoi straordinari racconti sulla Vecchia Calabria. E troviamo anche l’ancoraggio teorico di molte convinzioni ad un libro recente di Daron Acemoglu e James Robinson rispettivamente del Mit e di Harvard sul “Perché le Nazioni falliscono. Alle origini di prosperità , potenza e povertà” .

L’attualità della questione meridionale viene posta nella contrapposizione tra circuito virtuoso e circuito vizioso e tra prosperità e povertà in un gioco di specchi tra élite minacciose e persistenti.
Leopoldo Franchetti fu anche fondatore insieme a Giustino Fortunato dell’Animi, la prestigiosa Associazione ora guidata da Gerardo Bianco, che per prima sollevó la questione meridionale coinvolgendo i maggiori esponenti della cultura da Salvemini a Benedetto Croce, da Zanotti Bianco a Rosario Romeo e Manlio Rossi Doria.
Marco Vitale ci racconta del polo farmaceutico di Latina, Pomezia, Aprilia con gli investimenti di Pzizer e di altre aziende attratti da generosi contributi statali fiscali e finanziari della Cassa per il Mezzogiorno i cui confini si fermavano alle porte di Roma, ma determinarono un fiorire di imprese lungo l’autosole compresa l’area di Cassino e Frosinone. Crearono di certo sviluppo e occupazione e migliori standard di vita.

Erano di certo investimenti americani gestiti da troppo lontano con il supporto di manager pendolari che nella sociologia rurale facevano il paio con gli operai-contadini marchigiani e abruzzesi. Ci racconta delle porcellane tedesche a Teramo con la tedesca Villeroy & Boch che rileva due moderne fabbriche di piastrelle e sanitari con il disinteresse delle autorità locali rispetto all’entusiasmo del governatore di Detroit di fronte ad un investimento di una fabbrica veneta di minore dimensione nel ricco Michigan.

Illuminante è la storia dei 15 faldoni relativi alla operazione terminal container di Gioia Tauro della Contship di Angelo Ravano una storia di successo che si scontrava con le resistenze endemiche fino al punto che un Ministro di sinistra manifestó la sua contrarietà al collegamento ferroviario con il terminal di Gioia Tauro per comprimerne le potenzialità di sviluppo!
Ci racconta del caseificio di Corleone, dell’aeroporto di Comiso del rione sanità e delle catacombe di Napoli e molto altro.

Sullo sfondo emerge con forza il pensiero sturziano sui temi sociali, politici, istituzionali e morali, racchiuso in alcune massime: “servire, non servirsi” come pure “il Mezzogiorno salvi il Mezzogiorno” ovvero “non vale la pena istituire la Regione per fare un copione della inabilità amministrativa dello Stato italiano” .

Marco Vitale non nasconde il suo modello di riferimento in Carlo Cattaneo con la convinzione profonda che lo sviluppo non è frutto del capitale, ma è soprattutto frutto della intelligenza, della conoscenza, della volontà, della autonomia, delle buone istituzioni.

La nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione

In termini congiunturali, nel quarto trimestre 2020 la crescita dei dipendenti riprende in termini sia di occupati che di posizioni lavorative. Le attivazioni sono state 2 milioni 336mila (+10,9% in tre mesi) e le cessazioni 2 milioni 94mila. Lo certifica la “Nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione” diffusa oggi da ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal.

L’aumento delle posizioni lavorative dipendenti del settore privato extra-agricolo è il risultato di una lieve riduzione nell’industria in senso stretto (-0,1%, -3mila posizioni), più che compensata dalla crescita nelle costruzioni (+1,3%, +12mila posizioni) e nei servizi (+0,4%, +31mila posizioni).

Dopo la brusca riduzione nel secondo trimestre 2020 e il successivo aumento, nel quarto trimestre – viene spiegato – prosegue la crescita congiunturale delle posizioni lavorative dipendenti sulla base delle Comunicazioni obbligatorie (Co) (+243mila posizioni rispetto al terzo trimestre 2020), sia a tempo determinato (+175mila in tre mesi; era +136mila lo scorso trimestre) sia a tempo indeterminato (+67mila e +99mila, rispettivamente).
Secondo i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro, in termini congiunturali la crescita dell’occupazione (+54mila, +0,2%) si associa alla diminuzione dei disoccupati e degli inattivi, mentre su base tendenziale il calo degli occupati (-414mila unità, -1,8%) e delle persone in cerca di occupazione si accompagna all’aumento degli inattivi.

Gli infortuni sul lavoro, accaduti e denunciati all’Inail, nel quarto trimestre del 2020 sono stati 176mila (162mila in occasione di lavoro e 14mila in itinere), quasi 36mila denunce in più (+25,8%) rispetto all’analogo trimestre del 2019; quelli con esito mortale sono stati 223 (179 in occasione di lavoro e 44 in itinere), 10 in più rispetto al quarto trimestre del 2019. “L’aumento delle denunce di infortunio sul lavoro – viene precisato – è influenzato dalla seconda ondata di contagi da Covid-19 manifestatasi proprio negli ultimi tre mesi dell’anno: al 31 dicembre 2020 sono state circa 75mila le denunce da contagio in ambito lavorativo relative al quarto trimestre”. Al netto di questi casi si rileverebbe un sensibile calo (intorno al 30%) degli infortuni “tradizionali”, sia in complesso che mortali. In calo, invece, le malattie professionali denunciate e protocollate (13.374, -2.842 casi).

SUD, Progetti per Ripartire

“SUD – Progetti per ripartire” è una iniziativa di ascolto e di confronto che il ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna, ha deciso di promuovere in vista della elaborazione definitiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e della definizione dell’accordo di partenariato. L’obiettivo è di riuscire ad avviare un percorso di collaborazione, capace di coinvolgere identità e competenze differenti e tutte importanti nella condivisione di priorità e di metodi da seguire per la progettazione e la realizzazione degli interventi.

Due giorni di ascolto e confronto

I lavori si concentreranno nelle giornate di martedì 23 e mercoledì 24 marzo 2021, si svolgeranno – in ragione delle misure di contrasto all’emergenza Covid – in videoconferenza e saranno trasmessi sul sito del Ministro per il Sud e la Coesione territoriale.L’evento si aprirà martedì 23 marzo alle ore 9.30 con l’intervento del presidente del Consiglio dei Ministri, Mario DRAGHI.

La prima sessione sarà dedicata quindi agli interventi di rappresentanti istituzionali:

Fabrizio BALASSONE (capo del servizio Struttura economica di Banca d’Italia), Gian Carlo BLANGIARDO (presidente dell’Istat), Biagio MAZZOTTA (Ragioneria Generale dello Stato), Massimo SABATINI (presidente dell’Agenzia per la Coesione), Nicola DE MICHELIS (Direzione generale Politica regionale della Commissione europea), Antonio PARENTI (capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea).

Concluderanno i lavori della mattina i presidenti delle Regioni Abruzzo (Marco MARSILIO), Basilicata (Vito BARDI), Calabria (Antonino SPIRLÌ), Campania (Vincenzo DE LUCA), Molise (Donato TOMA), Puglia (Michele EMILIANO), Sardegna (Christian SOLINAS) e Sicilia (Sebastiano MUSUMECI).

La seconda sessione (martedì 23, ore 15.00) si aprirà con il contributo dei Sindaci delle Città metropolitane di Bari (Antonio DECARO), Cagliari (Paolo TRUZZU), Catania (Salvatore POGLIESE), Messina (Cateno DE LUCA), Napoli (Luigi DE MAGISTRIS), Palermo (Leoluca ORLANDO), Reggio Calabria (Giuseppe FALCOMATÀ) e dei Comuni di Salvitelle, SA (Maria Antonietta SCELZA), Sulmona, AQ (Annamaria CASINI) e Roseto Capo Spulico, CS (Rosanna MAZZIA). Prenderà quindi la parola il presidente dell’UPI, Michele DE PASCALE.

Alfonso CELOTTO, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre, terrà una relazione sui diritti delle generazioni future.

I lavori proseguiranno quindi in otto sessioni di lavoro parallele, che vedranno la partecipazione di esponenti di fondazioni, associazioni, scuole e università, parti sociali, imprese, aziende sanitarie.

– “La questione meridionale oggi”, coordina la deputata Giuseppina CASTIELLO.

– “Università per l’impresa e l’amministrazione“, coordina il senatore Gaetano QUAGLIARIELLO.

– “Lavoro e socialità“, coordina l’onorevole Michele BORDO.

– “Mobilità a lungo e a breve raggio“, coordina la senatrice Fulvia Michela CALIGIURI.

– “Transizione ambientale“, coordina il professor Raffaello COSSU.

– “La scuola strumento per rimuovere gli ostacoli“, coordina Dalila NESCI, sottosegretario per il Sud e la Coesione territoriale.

– “Innovazione digitale“, coordina il deputato Catello VITIELLO.

– “Salute, filiera strategica“, coordina il deputato Federico CONTE.

La sessione conclusiva (mercoledì 24 marzo, ore 9.30) sarà aperta dai coordinatori degli otto tavoli virtuali. Ciascuno di loro relazionerà brevemente a proposito di quanto discusso nella giornata precedente sui rispettivi argomenti.

Sono quindi previsti gli interventi di Fabrizio BARCA, Claudio DE VINCENTI, Giuseppe PROVENZANO, Catia BASTIOLI e Lucrezia REICHLIN.

Dopo il contributo del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Bruno TABACCI, il ministro Mara CARFAGNA traccerà un bilancio dell’evento e aggiungerà le proprie considerazioni.

Concluderà i lavori il ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele FRANCO.

AstraZeneca è sicuro parola USA

Il vaccino Oxford-AstraZeneca è sicuro. Lo dicono i risultati della tanto attesa sperimentazione negli Stati Uniti ora disponibili. Secondo quanto riporta la Bbc il vaccino è risultato efficace al 79% nell’arresto della malattia da Covid sintomatica e al 100% nel prevenire che le persone si ammalassero gravemente. Non sono stati constatati problemi per quanto riguarda i coaguli di sangue. Alla sperimentazione hanno partecipato più di 32mila volontari.

Mene Pangalos, vicepresidente esecutivo, Ricerca e sviluppo biofarmaceutici, ha dichiarato: “Questi risultati si aggiungono al crescente corpo di prove che dimostrano che questo vaccino è ben tollerato e altamente efficace contro tutte le gravità del Covid-19 e in tutte le fasce d’età. Siamo fiduciosi che questo vaccino possa svolgere un ruolo importante nella protezione di milioni di persone in tutto il mondo da questo virus letale. Ci stiamo preparando a presentare questi risultati alla Food and Drug Administration degli Stati Uniti e per il lancio di milioni di dosi in tutta l’America nel caso in cui il vaccino ottenga l’autorizzazione per l’uso di emergenza negli Stati Uniti”.

Le radici dell’albero riformista.

Il discorso con il quale Marco Bentivogli ha concluso ieri l’evento “Unire i Riformisti” ci pare un buon contributo al dibattito politico italiano.
Ha indicato una missione: condividere nel popolo e col popolo una coscienza riformista capace di alimentare con valori sociali e comunitari l’Agenda Draghi, oggi “minoritaria”, in realtà, nel Parlamento.

Lo stesso senso del suo riferimento al termine “riformista” ci è parso lontano dalla mitologia un po’ trita in voga; per nulla in assonanza con le declinazioni elitarie e iper liberiste di altri; piuttosto in sintonia con la bella provocazione di Stefano Zamagni (“il riformismo tradizionale non basta più: serve uno sforzo di radicale trasformazione della società e delle politiche”).

Ha poi indicato un perimetro politico: basta “Bi-Populismo”. Serve una vera alleanza per superare la stagione della demagogia, della delegittimazione istituzionale, della irresponsabilità verso le future generazioni.
Ed ha evocato un metodo: lavorare dal basso, senza pregiudizi, orticelli precostituiti e leadership auto proclamate.
Interessanti anche i contenuti ai quali Bentivogli ha accennato, contro le scorciatoie del neo statalismo e a favore di una dinamica innovativa delle relazioni comunitarie, sociali ed economiche.

Ci pare una buona piattaforma di discussione per tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro Paese e intendono concorrere ad una prospettiva di “ricostruzione”.
Vogliamo infine commentare un passo di Bentivogli che ci riguarda tutti da vicino.
“”Si, non temete, costruiremo un lessico fatto di parole meno logore: riformismo, socialismo, liberalismo, popolarismo. Quello che per noi conta è, come dice Luciano Floridi, riconoscerle come radici di una cultura politica. E le radici non si evocano continuamente, sono sottoterra ma determinano il fusto, i rami, le foglie e i fiori di queste culture e soprattutto la loro capacità di integrarsi.””

Ecco, questo è il vero tema ancora aperto. Come raccordare le radici con i rami e i fiori.
Perché se è vero che, senza rami e fiori, le radici diventano inutili e si inaridiscono, è anche vero che senza radici culturali la politica (come lo stesso riformismo) perde la sua bussola valoriale e smarrisce il “senso” stesso delle cose che propone.
Vale per tutti. Vale anche per i popolari di ispirazione cattolico democratica.
Trovare dimensioni nuove di rappresentanza significa oggi dare una risposta innovativa a tale questione. E va trovata, forse, immaginando nuove “forme partito”, nelle quali l’integrazione tra le culture politiche non significhi abiura, archiviazione o annullamento delle identità – che abitano peraltro la comunità prima che la sfera partitico-istituzionale – ma incontro rispettoso e fecondo.

Forse è questa la scommessa che il PD non ha voluto affrontare. O, meglio, non era affrontabile dentro una tradizionale forma partito.
Questione comunque dirimente, oggi.

Per questo occorre che i popolari ritrovino con urgenza un loro “ubi consistam” (mettendo in Rete, senza equivoci politici, le tante esperienze che ci sono) e poi decidano attraverso quali strumenti di presenza politico-elettorale intendono portare il proprio contributo.
Una cosa è certa: la cultura popolare di ispirazione cattolico democratica è parte essenziale e irrinunciabile di quelle “radici” citate da Marco Bentivogli. E la sua rigenerazione ha molto a che vedere con la qualità dei rami e dei fiori che si attendono, sopratutto sul piano della concezione “comunitaria” della democrazia e su quello della attenzione – non solo retorica – alle “attese della povera gente”.

Finalmente Italia globale

Pochi giorni fa, ascoltando il discorso di Enrico Letta all’Assemblea Nazionale del PD, mi ha colpito l’auspicio di vedere tornare protagonista una Italia “globale ed europea”, aperta al mondo e alle nuove tecnologie, valorizzando e coinvolgendo le donne ed i giovani, puntando sull’istruzione, la formazione e la cultura.   Il fatto di essere stato per oltre sei anni “un italiano all’estero” ha certamente contribuito a rafforzare una visione ad ampio raggio delle prospettive del nostro Paese.

Nelle cronache di quell’evento, tuttavia, una attenzione pressoché esclusiva è stata riservata alla polemica sullo ius soli, tema sul quale mi sento di dire che tanto la meritoria proposta di darne attuazione quanto la deplorevole reazione di rigetto restano rinchiuse in un ambito di poco respiro rispetto all’idea di “italicità” cioè di una piena apertura culturale sovranazionale, che supera ogni riferimento ai confini territoriali di un paese (1).

E qui mi soccorre un ricordo personale.

Anni fa, poco prima dello scoppio della tragica guerra civile che ha praticamente distrutto quel meraviglioso Paese, mi trovavo in Siria per effettuare qualcosa che ora, con il protrarsi del Covid, appare assolutamente straordinario: un tranquillo viaggio di turismo culturale assieme a mia moglie. Su suggerimento dell’ambasciatore italiano di allora avevamo preso in affitto un’autovettura con autista-accompagnatore e, nei luoghi prestabiliti, disponevamo di una guida che, di volta in volta, ci illustrava la storia e le bellezze del luogo.

A Palmira rimasi estremamente colpito da un aneddoto raccontato dal nostro momentaneo cicerone. Ci trovavamo ad una delle porte d’entrata della vasta Agorà che fungeva anche da luogo di incontro e da caravanserraglio per le numerose carovane commerciali che tanto avevano arricchito questa importante città mercantile sulla via tra Oriente e Occidente.  Su uno dei pilastri della porta di accesso alla cd Corte delle Tariffe si trovava una grande lastra di pietra su cui era  riportato un elenco dettagliato delle tasse di transito da pagare alla città per ciascun componente (uomo/donna/ bambino o animale) della carovana.  La guida, però, ci rivelò che simmetricamente sull’altro pilastro dell’ingresso era affissa un’analoga lastra di pietra (custodita, a quanto ci fu allora detto, al British Museum di Londra). In essa si prevedeva la possibilità  di negoziare o profondamente rivedere queste tariffe nel caso che nella carovana ci fossero state persone di  cultura o di scienza disposte a condividere il loro sapere.

Nelle mie ricerche non sono riuscito ancora a trovare conferma dell’esistenza di questa seconda lastra che decretava un accesso gratuito (o perlomeno fortemente scontato) in cambio di una condivisione di conoscenze e di sapere. Ho tuttavia sempre voluto fermamente credere nella veridicità di questa storia che testimonia la ricchezza che può scaturire da uno scambio intelligente dei saperi, da una condivisione delle conoscenze, da una visione da investitore di medio/lungo periodo rispetto al desiderio di patrimonializzare nell’immediato, dai benefici che si possono trarre da un approccio aperto alle differenze e da una valorizzazione intelligente delle opportunità che possono nascere dalle relazioni, specialmente se internazionali.

La Storia conta infiniti esempi  dell’importanza dell’ibridazione culturale per il progresso ed il benessere di coloro che l’hanno perseguita senza limitazioni forzose o pregiudizi di sorta (in primis di ordine religioso ma non solo). 

A cominciare dall’antica Roma che – come ricorda Umberto Laurenti (2) – ha compiuto un autentico “capolavoro politico” quando, cambiando radicalmente l’atteggiamento

negativo precedente, “decise di concedere a tutte le popolazioni italiche il diritto di cittadinanza romana,

sulla base non dello jus sanguinis o dello jus soli ma del mos maiorum”. In altre parole, portò “sotto il dominio della legge romana tutte quelle popolazioni che con Roma

condividevano il mos, cioè la comunanza di ideali, mentalità, costumi: il trionfo della identità culturale rispetto alla

forza delle armi.

Grazie a questa innovativa e straordinaria decisione, inizia ad esistere una civiltà italica sostanzialmente

svincolata dalla logica dei confini territoriali, del potere unitario e della centralità amministrativa, che riesce a

sopravvivere indenne alla caduta dell’Impero romano, ai lunghi secoli del Medioevo, al frazionamento tra Comuni,

Stati e Signorie della Penisola, grazie al legame di consonanza culturale comunque perdurante…..”.

Come non ricordare anche la prosperità e ricchezza della Spagna araba dell’El Andalus o la vivacità economico-culturale di “città-incontro” o “città-ponte”  multietniche quali, limitandoci sempre all’area del  Mediterraneo, Costantinopoli/Istanbul, Smirne, Beirut, Alessandria d’Egitto, Barcellona, Genova, Venezia, Dubrovnik/Ragusa, Corfù e Salonicco.

D’altronde, come ha evidenziato lo storico J. Phillips nel suo ultimo libro (3), il fatto che Saladino dopo la conquista di Gerusalemme (1187) non avesse proceduto a repressioni o persecuzioni della comunità di fede cristiana fu essenzialmente dovuto al suo interesse a mantenere intatto il patrimonio di esperienze, conoscenze e tradizioni del ceto mercantile e di potere sviluppare ulteriori opportunità attraverso le relazioni con una componente cittadina diversa ma tuttavia utile e operosa.

Un crogiolo fertile ed autorigenerante di idee e di esperienze che si registra anche in tanti altri ambiti come nel settore della formazione con gli scambi internazionali di studenti e di docenti piuttosto che tra ricercatori di varia provenienza in centri per l’innovazione tecnologica o tra manager in imprese multinazionali anche di dimensioni “tascabili”.

Concetti e valori, quelli della “ibridazione” o dell’osmosi tra diverse identità culturali, che, tuttavia, non hanno vita facile neppure oggi, nel XXI secolo, e addirittura in paesi insospettabili. 

Fui, ad esempio, particolarmente sorpreso per la reazione estremamente critica dell’opinione pubblica dei paesi nordici europei al lancio di una campagna pubblicitaria all’inizio del 2020 del tutto innovativa da parte della SAS, la compagnia di bandiera dei paesi scandinavi. 

La Scandinavian Airlines, infatti, aveva ideato e avviato un progetto promozionale – denominato “What is truly Scandinavian ?”  (facilmente scaricabile in rete) – incentrato sulla provocazione che, nei campi più disparati (dall’alimentare, al design, alla tecnologia), nessun prodotto era autenticamente scandinavo ma ciascun manufatto derivava dalla fusione di tanti e diversi apporti culturali non autoctoni succedutisi nel tempo. Fusione permessa e agevolata proprio dalla tradizionale apertura culturale dei paesi scandinavi e dalla possibilità di fare esperienze al di fuori dei propri confini attraverso lo sviluppo dei rapporti internazionali stimolati anche dai viaggi e nel progresso nelle comunicazioni e nei trasporti di cui la SAS è stata e sarà senza dubbio co-protagonista. Un racconto (per non ricorrere all’abusato termine dello “story telling”) affascinante destinato a stimolare alla riflessione e spingeva a guardare all’oltre, al futuro. Inaspettatamente, almeno per me (che mi ero sempre fatto un’idea molto diversa sui paesi del Nord Europa) a seguito di proteste sempre più diffuse tra l’opinione pubblica, probabilmente alimentate anche dal crescente peso di movimenti politici sovranisti anche in quei paesi, questo innovativo ed intelligente spot pubblicitario è stato censurato dal “mercato domestico” ed accantonato per essere sostituito da un filmato promozionale più classico e tradizionale.    

Qualora ci fosse ancora bisogno di evidenziare l’importanza per il nostro Paese di puntare sui giovani e sui “nuovi italiani” o “italici”, pochi giorni fa il Presidente della Repubblica Mattarella premiava 28 ragazzi tra i 9 e i 18 anni come “Alfieri della Repubblica” cioè esempi di cittadinanza basata sull’impegno, la solidarietà e sull’assenza di confini mentali, culturali e di nazionalità. Un altro tassello, quello culturale, per la transizione essenziale alla ricostruzione e rinascita del nostro Paese e al contributo che l’Italia e gli “italici” potranno dare all’Europa e al mondo.   

 

(1) Piero Bassetti “Svegliamoci Italici – Manifesto per un futuro glocal” ed. Marsilio, 2015

(2) Umberto Laurenti “Ci sarà un nuovo Rinascimento italico dopo questa pandemia ?” in QA – Turismo Cultura & Arte del 21/04/2020

(2) Jonathan Phillips “Il Sultano Saladino tra vita e leggenda” ed. Mondadori, 2020  

  

La saggia lentezza di Draghi

Avevamo previsto che le novità non sarebbero giunte in forma torrenziale. Avevamo visto lungo più di un mese fa. Draghi non soddisfa gli appetiti nostrani. Cambia registro. Va con saggia lentezza. Non ha nulla a che vedere con il ritmo dei social, delle televisioni, di internet. Draghi cambia stile. Il cliché del nuovo Presidente non soddisfa le brame di chi necessita continuamente di nutrirsi di cambi di rotta. Draghi muove come fosse una deriva dei continenti: sposta tanto, ma in forma per nulla accelerata. Tutto questo fa appello ad una qualità ormai in disuso: la pazienza.

L’unica contraddizione che la vicenda mette in rilievo, è il tempo predefinito del suo comando. In effetti, con altissima probabilità, tra un anno ci troveremo alle urne. Questo, incrina il modello di Mario, rispetto al tempo che gli sarà affidato per guidare il Paese.
A Margine, se fino ad oggi le forze di maggioranza si sono solo guardate in cagnesco, modalità più che comprensibile, da ieri, sono iniziate scaramucce dentro la tenda “amica”. Tra Letta, nuovo capitato del Pd, e Salvini c’è stata qualche scintilla che, se per ora non dovrebbe incendiate alcunché, resta pur sempre una schermaglia quale modello da utilizzare nei tempi che resteranno da qui al confronto finale.

Draghi, non escludo avrà messo in conto anche questi fenomeni e, nella compagine di Governo farà prevalere più il getto d’acqua fredda, che il lancio di benzina sul fuoco. Nel suo registro, quello personale animato dagli intenti pure di Mattarella, queste scivolate saranno state messe anticipatamente sul conto. Quindi, non dobbiamo fasciarci prematuramente la testa se i galletti della maggioranza dovessero cantare prima che faccia giorno.

Intanto, si continua, con qualche difficoltà, nella campagna delle vaccinazioni. Aprile dovrebbe essere il mese che ci farà oltrepassare l’affanno di questi ultimi tempi. Per ora i dati sono ancora severi. Ma ormai abbiamo capito come si muove l’avversario; tra qualche settimana la curva scenderà e la primavera ci aiuterà a toglierci questo ingombro tra i piedi.

A testimonianza di un periodo difficile sul piano sanitario e anche economico, i segnali positivi giungono però dai mercati. Quest’ultimi infatti, percepiscono gli eventi molto prima che gli stessi accadano. Fatto quest’ultimo che almeno ci toglie la gran massa di fastidi che da tempo soggiornano in tutti noi.

È tempo di avvicinare le formazioni di matrice popolare

Ho letto con molta attenzione la nota dell’amico Giancarlo Infante: “Come annodare i pezzi della rete” – su: politicainsieme.com del 20 Marzo 2021 e, come vado sostenendo da tempo, credo sia giunto il momento di organizzare un primo incontro via web per approfondire quanto è sin qui emerso dalle diverse realtà cui fa riferimento Infante nel suo articolo.

Con Giorgio Merlo che, per antica consuetudine e amicizia politica, dialoghiamo frequentemente, dopo quanto sin qui elaborato tra alcune delle più importanti realtà organizzative per la ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, come la Federazione Popolare DC (presieduta da Gargani) e l’area raccolta attorno al Manifesto Zamagni (Rete bianca, Insieme e altri), abbiamo convenuto che sia giunto il tempo per accelerare l’avvicinamento e l’incontro tra queste esperienze.

Ecco perché, raccogliendo anche quanto indicato da Infante, mi permetto di chiedere a D’Ubaldo, a Gargani e allo stesso Infante, di farsi promotori di questa riunione virtuale per valutare insieme se e come si possa procedere, in tempi ragionevoli rispetto alla realtà politica nazionale, nel progetto di ricomposizione o, come scrive Infante: “come annodare i pezzi della rete”.

Ovviamente gli amici citati potranno allargare l’invito al webinar aperto a tutti gli interessati/bili, soprattutto alle diverse realtà associative, di partiti, movimenti, associazioni, gruppi e persone che hanno aderito alle avviate aggregazioni di cui sopra e non solo.

Dante alla ricerca di un dilettoso monte

Articolo pubblicato sulla rivista Dialoghi, trimestrale dell’Azione Cattolica, a firma di Oreste Tolone

Nel ricordo di alcuni importanti filosofi e letterati del Novecento Dante e la sua Commedia vengono associati, di frequente, alla voce e al movimento, al viaggio e al bisogno quasi fisico di pronunciare ad alta voce le sue parole. Come se in questo modo assumessero il loro vero contorno e ci convincessero della loro immane architettura. Così Thomas Stearns Eliot, il quale per alcuni anni fu in grado di recitare a se stesso «buona parte di questo o di quel canto stando a letto o durante un viaggio in treno», o Jorge Luis Borges, che lesse «i tre volumi, durante quei lenti viaggi in tranvai». Walter Benjamin, a proposito di Stefan George e della sua mirabile traduzione, rammenta di come un giorno fosse rimasto affascinato dal V canto dell’Inferno, «la voce che me lo lesse una chiara mattina in un atelier di Monaco ha continuato a risuonare per anni dentro di me», mentre il vivido ricordo della poetessa Anna Achmatova riferisce di un Osip Mandel’štam alle prese con una lingua «assurda», e un poeta a cui farà costantemente appello nel suo ultimo periodo di confino: «Da pochissimo aveva imparato la lingua italiana. Recitava la Divina Commedia giorno e notte».
In queste brevi testimonianze Dante e la sua poesia ci appaiono come compagni di viaggio, che ci scortano, in treno o in tranvai certo, ma soprattutto nel lungo percorso dell’esistenza, ribadendo immagini e verità che non temono di apparire anacronistiche, e che anzi, ripetute ad alta voce, reiterano la forza quasi dimostrativa della visione. Nonostante o forse per via della velocità dei treni su cui oggi sfrecciamo, la poesia di Dante trasmette, ostinatamente, l’impressione di essere una visione intuitiva suprema, una rivelazione originaria, nella quale il poeta sembra parlare afflante numine, sotto l’influenza del nume. In questo senso tutti i versi davvero straordinari vanno declamati ad alta voce – non si lasciano leggere in silenzio o bisbigliare – poiché il verso «non dimentica di essere stato un’arte orale, prima di essere una scrittura scritta». Tuttavia, questo vale in particolar modo per Dante, la cui Commedia sembra «farci apprendere con i sensi», conservando i tratti di una verità sensibile.
A maggior ragione se, come ritiene Borges, la Commedia sembra essere un libro, un’opera collettiva, nella quale la visione passionale dell’arcaico (il pathos) e la parola annunciata (il logos) appaiono indivisibili: un’opera più simile a quella di Omero che di Valéry.
Che questo possa fare, dunque, di Dante più un poeta classico che moderno, della trasparenza e dell’ordine più che del caotico e del creativo, è quanto si evince dalle riflessioni del filosofo e teologo italo-tedesco Romano Guardini. Egli, nelle sue belle lezioni universitarie dedicate al poeta a partire dagli anni Trenta, ribadisce qualcosa del genere, ricordandoci come cercheremmo invano, nell’opera di Dante, l’introspezione psicologica dei personaggi moderni: non il processo creativo concentrato sul soggetto, non l’opera d’arte autonoma che ruota intorno all’esperienza creatrice e arbitraria dell’artista. La scissione moderna tra soggetto e oggetto, interiorità ed esteriorità, significato e parola – più propria dell’indole nordeuropea – in Dante sembra affievolirsi. In lui sembra prevalga una fiducia originaria nella capacità del corpo di esprimere adeguatamente l’interiorità più profonda, la dote della parola di svelare le intenzioni più intime, la possibilità di esporsi al pubblico senza che questo comporti il tradimento di ciò che è autentico. Come nota Guardini:

Vi sono ovunque atteggiamenti espressivi, gesti, discorsi, azioni
simboliche. Ovunque agisce un’unità che, in un certo senso, viene
percepita come umana, naturale. Ovunque ciò che è interiore
diventa evidente, visibile, udibile, afferrabile con le mani. Ovunque
si passa direttamente dalla corporeità all’interiorità dell’anima.
Ogni cosa è umana in un senso quasi elementare […]. Nel
mondo di Dante ciò che è interiore non è distante, ma presente.
Nella Commedia di Dante tutti hanno il desiderio di parlare, tutti i personaggi che egli incontra nel corso della sua peregrinazione vogliono prendere parola – tranne che nel regno del male irreversibile, la Caina, dove regna il silenzio più totale. Ciò che è profondo affiora in superficie, senza essere superficiale, ciò che è intimo e segreto viene reso pubblico senza per questo essere svilito; l’immagine conserva i tratti dell’icona e la parola conserva la forza originaria del significato. La parola pronunciata, il paesaggio scorto assumono nella Commedia il peso della verità, e in questo processo di rivelazione la razionalità sembra fare tutt’uno con i sensi.
Questa fiducia nella risoluzione delle contese, nella profonda integrità del tutto, che in Dante assume dimensioni cosmologiche, urta però contro il disincanto contemporaneo, che ha edificato il proprio successo sulla divisione degli ambiti, sulla lucidità della ragione scientifica. L’importanza del procedimento allegorico e della fantasmagoria; l’idea di un «pensiero sensibile», frutto di un umano e maturo equilibrio di intelligenza e sensualità, nel quale anche l’apprensione coi sensi conserva una sua segreta e misteriosa validità; l’esigenza di un’opera d’arte totale, unitaria e armonica, in cui ogni cosa, ogni emozione trova la sua giusta collocazione: tutto questo rende Dante forse più consono e affine ai grandi sistemi ottocenteschi, che all’attuale disseminazione, alla proliferazione delle istanze individuali. Per questo, secondo Nietzsche, «non potrà mai più rifiorire quella specie d’arte che, come la Divina Commedia, i quadri di Raffaello, gli affreschi di Michelangelo e le cattedrali gotiche, presuppone un significato non solo cosmico, ma anche metafisico degli oggetti dell’arte».
Ciononostante, Dante ha ancora la forza di proporsi a noi come colui che si pone alla ricerca di percorsi alternativi, che quando le fiere sbarrano la strada e l’unica alternativa valida sembra quella di retrocedere, imbocca sentieri più che interrotti, inimmaginabili.
Come ci ricorda Massimo Cacciari, «egli ci insegna, che anche laddove i limiti ci sembrano insuperabili […] bisogna trovare la forza di scoprire spazi immensi», di prefigurarsi strade che ci permettano di accedere al nostro dilettoso monte, pur attraversando oscure selve o inerpicandosi su montagne scoscese. Sia quando a richiederlo sia la nostra vita personale, sia quando a trovarsi nel guado sia la storia. In questo caso il coraggio di una visione non assorbita dal presente e la disponibilità a viaggiare lungo sentieri poco battuti potrebbero risultare indispensabili alla prefigurazione di un altro mondo: a modificare il corso della storia.

Covid: 1 italiano su 2 con la zappa in orti e giardini

Con l’arrivo della primavera quasi 1 italiano su 2 (45%) prende in mano zappa e vanga dedicando parte del proprio tempo libero alla cura di verdure e ortaggi, piante e fiori, in vaso o nella terra negli orti, nei giardini e anche su balconi e terrazzi. E’ quanto emerge dall’indagine Coldiretti/Ixè sugli “Italiani nell’orto al tempo del Covid” in occasione del primo weekend di primavera con dimostrazioni pratiche in campo e il “Tutor dell’orto” della Fondazione Campagna Amica per svelare i trucchi per realizzare quello “perfetto”.

Se in passato erano soprattutto i più anziani a dedicarsi alla coltivazione dell’orto, memori spesso di un tempo vissuto in campagna, adesso – sottolinea la Coldiretti – la passione si sta diffondendo anche tra i più giovani e tra persone completamente a digiuno di tecniche di coltivazione.

Un boom determinato quest’anno dall esigeza di svago nel lungo lockdown in zona rossa ma anche in molti casi per aiutare i bilanci familiari provati dalla crescente crisi, proprio come avveniva in tempo di guerra.

Il 33% degli italiani con il pollice verde – spiega Coldiretti – ha deciso di esprimere la sua passione per l’agricoltura nel proprio giardino di casa, in terreni di famiglia ma anche in spazi pubblici o negli orti urbani messi a disposizione dalle pubbliche amministrazioni o a titolo gratuito o con affitti simbolici. Esiste poi una quota del 12% che sfoga l’amore per le piante su balconi e terrazzi, verande e davanzali con una vera e propria esplosione di piante e fiori che iniziano a punteggiare di verde e colori il grigio delle città.

Si tratta – precisa la Coldiretti – di una passione nella quale è stata raggiunta una sostanziale parità di genere anche se nell’anno del Covid sono le donne che registrano una partecipazione più alta (46%) rispetto agli uomini (43%), con una diffusione trasversale di fasce di età e territori di residenza anche se dall’analisi emerge una percentuale più alta tra i giovani rispetto agli anziani.

Il movimento degli hobby farmers, dai balconi ai terreni familiari rappresenta uno spaccato sociale importante che trova nella cura delle piante del verde un importante momento di sfogo contro ansia e stress generati dalla pandemia e dalle limitazioni agli spostamenti fuori casa. Ma l’appuntamento con il piante e fiori, frutta e verdura a primavera – sottolinea la Coldiretti – è anche importante per salvare 27mila imprese con circa 200mila posti di lavoro nella filiera del florovivaismo Made in Italy che nell’ultimo anno, per le conseguenze dell’emergenza Covid, ha pagato un prezzo pesantissimo alla crisi causata dalla pandemia con un crack da 1,7 miliardi.

Il ritorno degli italiani in orti e giardini ha un alto valore sociale ed economico in uno dei momenti più difficili per il Paese – sottolinea la Coldiretti – con una passione che non richiede per forza grossi investimenti o grandi spazi con diverse opportunità e investimenti: dall’orto portatile da tenere con sé anche in ufficio a quello verticale per risparmiare spazio nelle case, dall’orto “ecologico” per riciclare materiali e non inquinare a quello rialzato per chi ha maggiori difficoltà a piegarsi.

L’investimento per realizzare un orto tradizionale in giardino si può stimare – continua la Coldiretti – intorno ai 250 euro per 20 metri quadrati “chiavi in mano” per acquistare terriccio, vasi, concime, attrezzi, reti per delimitare le coltivazioni, sostegni vari, sementi e piantine. Individuare lo spazio giusto e, la stagionalità, conoscere la terra di cui si dispone, scegliere attentamente semi e piantine a seconda del ciclo e garantire la disponibilità di acqua sono – conclude la Coldiretti – alcune delle regole fondamentali per ottenere buoni risultati. Ma quali sono i 10 consigli per un orto perfetto?

I 10 consigli per un orto perfetto

1. Spazio giusto: è necessario individuarlo. L’orto in piena terra è la soluzione migliore. Per chi non ha il giardino, il balcone o il terrazzo sono una buona alternativa. L’importante è che siano soleggiati e ventilati.
2. Stagionalità: occorre conoscerla. A ogni periodo dell’anno il suo prodotto. Per sapere quando e cosa coltivare è utile dotarsi di un calendario delle semine con indicate le fasi lunari.
3. Giusto tempo: gli orti, anche quelli di piccole dimensioni, necessitano di cure quotidiane. Se si ha poco tempo il consiglio della Coldiretti è di comprare le piantine già sviluppate e trapiantarle.
4. Buona terra: è garanzia di risultati. Per mantenere un buon livello di fertilità è meglio scegliere compost vegetale biologico o terriccio universale.
5. Semi e piantine: ci sono selezioni da fare e regole da rispettare a seconda che si lavorino ortaggi a ciclo lungo (fagioli, piselli, fave) o a ciclo corto (ravanelli, rucola o carota).
6. Trapianto: si realizza quando le dimensioni della piantina superano quelle del recipiente. E’ possibile cambiare più volte il vaso aumentandone man mano la grandezza.
7. Acqua: per un’adeguata crescita alle colture il terreno deve essere sempre umido, ma mai bagnato, secondo la Coldiretti. Le innaffiature vanno regolate a seconda della temperatura e dello sviluppo delle piante.
8. Temperatura: è importante fare attenzione all’andamento del tempo. A marzo e ad aprile il rischio di gelate notturne è ancora alto: è bene quindi proteggere le piantine con dei teli isolanti;
9. Parassiti: formiche, mosca degli orti, ragnetti rossi e bruchi sono i principali insetti che possono arrivare a creare seri problemi alla produzione. Per limitare questi attacchi, oltre a usare prodotti specifici, è bene scegliere ortaggi che si adattano meglio al clima e al territorio dove si vive.
10. Costi: realizzare un orto in giardino, secondo Coldiretti, ha una spesa contenuta. Tra terra, piantine o semi, concime e strumenti di lavoro, l’investimento si può stimare intorno ai 250 euro per uno spazio di 20 metri quadrati “chiavi in mano”.

Scadenze auto 2021: tutte le proroghe

La pandemia di Covid-19 ha portato a limitazioni negli spostamenti e alla chiusura di alcune attività. In questo contesto, per sostenere le categorie più in difficoltà, sia le autorità europee che il Governo italiano si sono attivati per prorogare una serie di scadenze amministrative e fiscali.

Tra le proroghe c’è quella prevista dal regolamento dell’Unione Europea n° 2021/267 sulla scadenza di ogni patente e dei certificati di abilitazione professionali dei conducenti.

Già nel 2020 la scadenza delle patenti da rinnovare tra il 1° settembre 2020 e il 30 giugno 2021 era stata fatta slittare di 7 mesi.

Il nuovo regolamento Ue ha esteso invece di dieci mesi la validità delle patenti in scadenza o scadute dal 1° settembre 2020 al 30 giugno 2021. Per quelle che hanno già usufruito della dilazione di sette mesi sono previsti altri sei mesi con limite massimo al 1° luglio 2021.

Per quanto riguarda il bollo auto, proroghe e sospensioni sono state decise solo da alcune Regioni, come la Lombardia che ha esentato dal pagamento per il 2021 coloro che esercitano attività di trasporto di persone tramite servizio di noleggio di autobus o macchine con conducente o taxi.

Le auto con la revisione scaduta o in scadenza nel periodo tra il 1° settembre 2020 e il 30 giugno 2021 potranno continuare a circolare per 10 mesi oltre la data entro la quale avrebbero dovuto o dovranno effettuare la revisione.

Vaccini: l’italiano ReiThera entra in fase avanzata

E’ entrato in fase avanzata di sperimentazione clinica il vaccino anti-Covid 19 di ReiThera, società italiana con sede a Castel Romano. Lo studio di Fase 2/3, denominato COVITAR, ha già ricevuto l’autorizzazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco ed è stato valutato positivamente dal Comitato etico dell’INMI Spallanzani.

La Fase 2/3 prende il via grazie ai risultati della Fase 1 che hanno dimostrato che una singola somministrazione di GRAd-COV2 è stata ben tollerata e ha generato anticorpi neutralizzanti e linfociti T contro la proteina spike in maniera paragonabile nelle due coorti di adulti e anziani”, fa sapere in una nota ReiThera.

La prima parte dello studio prevede una Fase 2 su circa 900 soggetti, randomizzata contro placebo per confermare il profilo di sicurezza e la risposta immunitaria indotta dal vaccino. In particolare, lo studio prevede la comparazione di un regime a singola dose – proprio come avvenuto nella Fase 1 – e un regime a doppia dose, con somministrazione di due dosi del vaccino a tre settimane di distanza.

Lo studio è quindi suddiviso in tre bracci: singola dose; doppia dose; placebo. La sperimentazione sarà condotta in 26 centri clinici su tutto il territorio italiano ed uno ad Hannover, in Germania.

Lavoratori fragili: una battaglia vinta

“Il Decreto sostegni varato dal Governo nella serata di ieri, venerdì.19 marzo , prevede finalmente la piena tutela per i lavoratori fragili del settore pubblico e privato, con l’estensione fino al 30 giugno 2021 del periodo utile ad usufruire a richiesta del congedo per gravi motivi sanitari equiparato al ricovero ospedaliero.
In questo modo viene sanato un vulnus che il DPCM 2 marzo 2021 non aveva previsto, non rinnovando analoga previsione normativa che invece era contemplata all’art. 481 della legge di bilancio 2021 n°178 del 30/12/2020.

Ne consegue che i lavoratori fragili che non possono essere adibiti a lavoro agile e che sono stati riconosciuti “inidonei temporaneamente al servizio ordinario”, con certificazione della Commissione ATS o del medico competente, possono chiedere di usufruire fino al 30 giugno del congedo per motivi di salute – “prevenzione COVID 19” , con certificato del medico di base che riporti il codice V07.

Detta assenza dal servizio viene dunque equiparata al ricovero ospedaliero e non rientra pertanto nel cd. “periodo di comporto”.
Il lavoratore certificato “fragile” non deve in sostanza attingere al proprio congedo per malattia previsto dal rispettivo contratto di lavoro.
Con orgoglio desideriamo evidenziare che questa è stata una lunga battaglia sulla quale il Domani d’Italia si è speso con una presa di posizione ufficiale, attraverso articoli che sono stati via via pubblicati.
Riportiamo il più recente, dove si evidenzia il vulnus normativo lasciato “scoperto” dal citato DPCM 2 marzo 2021.

Il DPCM 2 marzo 2021 fa retromarcia sulle tutele dei lavoratori fragili.

Inoltre vogliamo ricordare che l’estensore degli articoli aveva personalmente indirizzato un Appello formale direttamente al Presidente del Consiglio Mario Draghi e ai Ministri della Salute Roberto Speranza e del Lavoro, Andrea Orlando oltre agli uffici interessati di Palazzo Chigi e dei due Ministeri, ricevendo dall’ufficio disabilità della Presidenza del Consiglio una rassicurazione in proposito circa l’impegno a farsi carico del problema e a risolverlo..

Proprio l’altro ieri, nel Suo discorso di ricordo e commemorazione delle oltre 100 mila vittime del Covid in Italia il Presidente Draghi aveva detto: “non lasceremo sole le persone fragili. Lo Stato c’è e sarà presente”.

Il Presidente Mario Draghi è stato di parola: in serata il Decreto ristori ha integrato questa delicata fattispecie.

Ringraziamo il Presidente, il Governo e quanti hanno condiviso la nostra battaglia e ci hanno sostenuto”

La centralità del partito.

Dopo la stagione del populismo, del trasformismo politico e parlamentare e dell’opportunismo di  governo, forse è arrivato il momento per il ritorno della politica. E, di conseguenza, dei partiti.  Certo, non c’è alcuna regressione nostalgica nè alcuna tentazione restauratrice nel fare queste  affermazioni. Ma è indubbio che, con il lento tramonto, purtroppo solo politico e non ancora  elettorale, del grillismo è gioco forza che la politica torni ad essere protagonista, dopo una lunga  ed oscura stagione dominata dall’ideologia dell’”anno zero”, cioè da una prassi che è stata  brutalmente ispirata alla concezione di radere al suolo tutto ciò che era minimamente  riconducibile al passato. E quindi, la politica, i partiti come strumenti politici organizzati e,  soprattutto, le culture politiche di riferimento. L’eclissi del grillismo, vero artefice di questa  degenerazione e di questi disvalori, favorisce indubbiamente questo ritorno democratico e  costituzionale. E, al contempo, potrebbe rappresentare una spinta decisiva per il superamento  definitivo di un’altra deriva, quella dei partiti personali o del capo e dei partiti come banali ed  insignificanti cartelli elettorali. Insomma, tutto ciò che ha caratterizzato, in negativo, la politica  italiana in questi ultimi anni e che si potrebbe sintetizzare con alcune parole d’ordine dei principali  protagonisti: dal “vaffaday” grillino, alla “rottamazione” renziana”, dall’”anno zero” della politica  italiana alla “discesa in campo” del capo. Elementi che non potevano non avere come epilogo  finale quello della distruzione del partito politico da un lato e della cancellazione delle culture  politiche dall’altro.  

Ora, nessuno pensa di ripetere o di riproporre meccanicamente le esperienze del passato ma è  indubbio che senza il ritorno di una “democrazia dei partiti” seppur in chiave contemporanea,  sarà la stessa democrazia a subirne un contraccolpo di credibilità e di autorevolezza. E  soprattutto di ruolo e di funzione. E, ancora meno, secondo la vecchia vulgata della sinistra ex o  post comunista, nessuno pensa di trasformare il partito nel fine dell’azione politica. Ma senza la  presenza democratica dei partiti, si deve prendere amaramente atto che la stessa partecipazione  politica è soffocata e non è più possibile organizzare democraticamente la stessa società.  Dopodichè è altrettanto necessario garantire anche una organizzazione democratica all’interno  dei partiti stessi. La stagione del partito personale o del capo, al riguardo, è stata semplicemente  devastante. E va archiviata al più presto. Sotto questo versante, l’inizio della gestione Letta nel Pd  non può che essere salutata positivamente e con incoraggiamento. Come ovvio, non credo che  nessuno pensa al “partito pesante” che tutti abbiamo conosciuto e sperimentato nella cosiddetta  prima repubblica. Ma è altrettanto chiaro che solo con un forte e motivato coinvolgimento della  articolazione periferica del partito e con un riconoscimento non solo formale della collegialità  all’interno stesso del partito, sarà possibile invertire la rotta.  

Probabilmente, siamo solo agli inizi di questa nuova stagione della politica italiana. Ed è proprio in  questa cornice, e a maggior ragione, che la cultura cattolico popolare e cattolico democratica può  e deve dare un contributo decisivo. Perchè, alla fin fine, è forse l’unica cultura politica che ha  mantenuto negli anni sempre una coerenza di fondo e che, a tutt’oggi, dispone di un giacimento  di valori e di principi che non possono essere banalmente archiviati o storicizzati. Purchè non  subisca più le sbandate di un recente passato quando, per ossequio ad una maldestra e dubbia  modernità, ha sposato anch’essa e per la sola convenienza del potere – almeno molti dei suoi  esponenti di punta – le sirene di chi azzerava alla radice la storica cultura dei cattolici democratici  e popolari. Mi riferisco, nello specifico, alla lunga stagione del renzismo e di tutto ciò che ha  comportato per la politica italiana e anche per la cosiddetta cultura di riferimento. Ma quella,  forse, è una pagina già archiviata e consegnata alla storia. Adesso si tratta di “guardare avanti”.  Possibilmente senza altre derive ed involuzioni. 

Un Pd a trazione posteriore

La nuova stagione del Partito Democratico targata Letta non nasce sicuramente sotto il segno della novità.
Da più parti non sono mancati giudizi negativi relativi ad una sorta di ritorno al passato con in primis il ritorno alla vocazione maggioritaria del PD, e il conseguente abbandono della riforma elettorale in senso proporzionale, ma anche con la nostalgica riproposizione di un nuovo Ulivo.

Il disegno di Enrico Letta appare chiaro: recuperare innanzitutto i fuoriusciti a sinistra, D’Alema, Bersani e co; ma spostare anche l’asse del Partito al centro per recuperare voti moderati.
L’ambizione è quella di riuscire nel ritornare ad essere il primo partito in termini di consenso in funzione dell’egemonia all’interno del centrosinistra.
Le minestre riscaldate, però, non sono sempre buone, soprattutto quando alcuni alimenti si sono deteriorati.

In altri termini, non si è riflettuto abbastanza che le condizioni politiche attuali non sono più quelle della fine degli anni Novanta, quando l’Ulivo aveva al suo interno una non irrilevante presenza che faceva capo sia al Partito Popolare Italiano che ad altre formazioni progressiste.

Ma al di là di questo dato non irrilevante, l’impresa di Letta appare già nebulosa e priva di riferimenti politici forti. Un Partito non si costruisce solo con le azioni, perché queste ultime sono la conseguenza di motivazioni ideali e culturali, di una classe dirigente a tutti i livelli preparata e consapevole di dover spendere il proprio tempo non per ricercare il potere, ma di dare risposte ai problemi drammatici che stanno investendo l’Italia.

Non di meno, non basta più nemmeno proclamarsi europeisti, se poi non si ha una idea nuova di Europa, diversa, più rispondente alle attese dei diversi popoli, capace di capovolgere l’ordine dei fattori: da unione economica ad unione politica.
Invece, tutto sembra debba giocarsi sulla strategia da tenere in campo, sulla distribuzione dei posti, su una certa rincorsa all’indebolimento numerico di avversari ed alleati.
Un Partito, insomma, non si costruisce sulla semplice vocazione di Governo, ma su un programma di valori che, ad oggi, è assente anche nel PD di Enrico Letta e non bastano più i proclami al nuovo per dimostrare di essere credibili.

Sono queste le sfide che Enrico Letta dovrebbe raccogliere, ma dalle prime impressioni sembrano distanti anni luce dalle motivazioni programmatiche ed organizzative dell’ex presidente del Consiglio dei ministri.

“Non vi serve un nuovo segretario, ma un nuovo PD”. Questo concetto pronunciato da Letta all’atto del suo insediamento al Nazareno, si scontra però con un’altra realtà: quella di un PD a trazione posteriore.