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Whistleblowing: in vigore il nuovo Regolamento

Il nuovo Regolamento per la gestione delle segnalazioni e per l’esercizio del potere sanzionatorio in materia di tutela degli autori di segnalazioni di illeciti o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro (all’art. 54-bis del decreto legislativo n. 165/2001) è in vigore dal 3 settembre scorso a seguito della avvenuta pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (GU – Serie Generale n. 205 del 18.08.2020)

Con il nuovo testo si è provveduto a modificare l’intera struttura del Regolamento per consentire all’Autorità Nazionale Anticorruzione di esercitare il potere sanzionatorio in modo più efficiente e celere e per svolgere un ruolo attivo nell’opera di emersione di fatti illeciti commessi nelle amministrazioni pubbliche. Ecco le principali novità approvate il 1°luglio 2020 con la Delibera n. 690.

Sono state distinte le quattro tipologie di procedimento:

il procedimento di gestione delle segnalazioni di illeciti (presentate ai sensi del co. 1 dell’art. 54-bis);
il procedimento sanzionatorio per l’accertamento dell’avvenuta adozione di misure ritorsive (avviato ai sensi del co. 6 primo periodo dell’art. 54-bis,);

il procedimento sanzionatorio per l’accertamento dell’inerzia del Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) nello svolgimento di attività di verifica e analisi delle segnalazioni di illeciti (co. 6 terzo periodo dell’art. 54-bis);

il procedimento sanzionatorio per l’accertamento dell’assenza di procedure per l’inoltro e la gestione delle segnalazioni (co. 6 secondo periodo dell’art. 54-bis)

In linea con l’impostazione, il Regolamento è strutturato in cinque Capi. Ecco le più importanti novità :

Il primo Capo è dedicato alle definizioni: la principale novità qui introdotta riguarda l’art. 1 relativo alle definizioni; in particolare, alla lett. k) del citato articolo, è stata fornita una nozione di misura ritorsiva più ampia rispetto a quella prevista dal Regolamento previgente ma, si ritiene, più in linea sia con le Linee Guida sia con la nuova Direttiva europea in materia di whistleblowing.

Il secondo Capo disciplina il procedimento di gestione delle segnalazioni di illeciti o di irregolarità trasmesse ad Anac ai sensi dell’art. 54-bis, comma 1. Le principali novità proposte riguardano l’introduzione di una analitica indicazione degli elementi essenziali della segnalazione di illeciti;

Il terzo Capo concerne la disciplina relativa al procedimento sanzionatorio avviato sulla base delle comunicazioni di misure ritorsive. In particolare, si è deciso di introdurre una analitica indicazione degli elementi essenziali delle comunicazioni delle misure ritorsive e di regolamentare la facoltà dell’Ufficio di richiedere integrazioni documentali o informative laddove sia necessario acquisire elementi ulteriori rispetto a quelli contenuti nella comunicazione. Inoltre, si è ritenuto di modificare la disciplina relativa alla fase istruttoria, disciplinando la partecipazione del whistleblower al procedimento sanzionatorio avviato dall’Autorità e snellendo l’articolazione del procedimento stesso.

Il quarto Capo è dedicato al procedimento sanzionatorio semplificato. In particolare, è stato regolamentato in maniera puntuale il procedimento che l’Autorità può avviare ai sensi dell’art. 54-bis co. 6 secondo periodo.

L’ultimo Capo è dedicato alle disposizioni finali: in particolare, è stato stabilito, mediante la previsione di una norma transitoria, che il “Regolamento troverà applicazione ai procedimenti sanzionatori avviati successivamente alla sua entrata in vigore”.

Vai al Regolamento del 1 luglio 2020

La pandemia da Covid-19 però, sta avendo un grosso impatto sulla salute mentale.

Ogni anno in Italia si tolgono la vita circa 4mila persone. Un numero che deve far riflettere se consideriamo che ogni dieci anni scompare, di fatto, una città di 40mila abitanti.

La pandemia da Covid-19 però, sta avendo un grosso impatto sulla salute mentale.

In uno studio gli psichiatri al Convegno Internazionale sulle tematiche legate al suicidio, alla Sapienza di Roma hanno spiegato che:

Da marzo a oggi in Italia si sono registrati 71 suicidi e 46 tentati suicidi, presumibilmente correlati a Covid-19, a fronte di un numero di suicidi per crisi economica che nello stesso periodo del 2019 si attestava a 44 e quello dei tentati suicidi a 42.

 

Zamagni, il nuovo partito post-dc e la lezione di Ruini: un argine politico alla rivoluzione di Papa Francesco?

Stefano Zamagni è studioso autorevole e uomo di punta della cultura cattolica italiana. Per certo gli si attaglia il titolo di intellettuale impegnato, fedele al Magistero della Chiesa, idealmente prossimo a quel Giuseppe Toniolo, oggi sepolto nell’oblio, che fu considerato tra fine ottocento e inizio novecento il Mosè del cristianesimo sociale. Come Toniolo, infatti, assegna un ruolo preminente alla sociologia, e per la precisione a una sociologia astretta a precisi dettami della Dottrina. Da sempre, in questa logica, il rigore si confonde con la rigidità, nell’ossequio perciò di formule burocratiche. A Romolo Murri appariva una posizione improduttiva, addirittura controproducente, perché blindava il movimento cattolico nella gabbia di un’azione pre-politica che proprio i documenti pontifici autorizzavano in forma di actio benefica in populum. Zamagni, in ogni caso, vuole andare oltre. Pensa, come tutti sanno, a un nuovo partito.

Date le premesse, viene facile spiegare quanto sia importante il confronto su questo ritorno alla visione socialcristiana nella battaglia democratica. Ciò implica un necessario e vitale sforzo di discernimento, per evitare equivoci nella definizione di ciò che unisce il variegato e smarrito popolo cristiano – se oggi esiste in quanto tale e con adeguata consapevolezza. Zamagni, dunque, sostiene l’esigenza di una riaggregazione dell’area socio-culturale che una volta si riconosceva nella Dc. Ovviamente, siccome i tempi sono cambiati, anche il registro della proposta cambia. In una recente intervista a “Il Nuovo Giornale”, settimanale della Diocesi di Piacenza-Bobbio, il suo ragionamento sembra mettere a fuoco l’impresa legata alla rinascita di un partito d’ispirazione cristiana ponendosi nell’ottica di un rilancio di suggestioni intraecclesiali, con qualche affanno in termini di chiarezza propositiva.

Spostare il discorso dalla storia democristiana alla pastorale sociale della Chiesa significa adombrare, secondo un disegno invero generoso e tuttavia problematico, la possibile ricomposizione di antiche fratture incidenti sulla buona prassi dei cattolici impegnati nella società. Alla domanda sul ritorno alla Dc Zamagni ha opposto un secco no. “Un anno e mezzo fa ho scritto un saggio – si legge nell’intervista – in cui dicevo che la Dc ha avuto una grande funzione ma ha esaurito il suo corso storico. Nessuno ha in mente di ricostruire la Democrazia cristiana: chi dichiara il contrario o è stupido o in malafede. Lobiettivo è piuttosto quello di dar vita ad un partito aperto a credenti e non credenti, che si riconoscano in una piattaforma. Se non può esserci un partito dei cattolicic’è più che mai bisogno di un soggetto autonomo dispirazione cristiana, nel solco della lezione ruiniana del dialogo con altre forze politiche”.

La novità non è di poco conto. Il richiamo a Camillo Ruini, cardinale di arcigne vedute neoguelfe, ostico a suo tempo verso i Popolari, fa pensare a un “dialogo” che invece di nutrirsi di moderazione sceglie di pasteggiare a moderatismo. Non è la stessa cosa, come ripeteva Mino Martinazzoli nel suo inviso ragionamento – inviso a Ruini medesimo – sulla bontà di un “centro politico” capace di aggiornare, dopo la caduta del Muro di Berlino, la lezione del popolarismo. Ed essa differiva in effetti dalla “lezione ruiniana” perché escludeva compiacenze e asservimenti nei riguardi di una equivoca novità, tesa in fondo a sbarazzarsi della cultura riformatrice cattolica, rappresentata dalla folgorante ascesa di Forza Italia. A differenza dei post-comunisti, attratti in qualche modo dal modernismo politico-mediatico di Berlusconi, i Popolari di Martinazzoli ne videro in toto la degenerazione sull’asse della vecchia tesi gobettiana del fascismo come “autobiografia morale” della nazione. 

Ora, sebbene vi sia una correzione del ruinismo, laddove si contempla la fine di quella diaspora che per esso aveva trovato un canale di pur algida ricezione, il prescritto dialogo con “altre forze politiche” – leggi sempre Zamagni – definisce una vocazione a fare del cattolicesimo politico un baluardo di moderatume, per usare il tagliente neologismo adottato più di un secolo fa dal giovane Sturzo. Siamo nell’epicentro di una strana rivoluzione all’indietro, scevra di suggestioni lapiriane alla Bassetti, il Presidente della CEI, semmai corriva alle prudenze del ventre molle dell’episcopato, come inconsapevole contributo, probabilmente, alla normalizzazione del messsaggio davvero rivoluzionario di Papa Francesco. Se le origini della democrazia cristiana ebbero il carattere di una sfida epocale alle ritrosie vaticane circa il pieno accoglimento della Rerum Novarum di Leone XIII, qui e ora si declina un progetto a corto raggio, più arretrato rispetto al messaggio di rinnovamento del pontificato, dando alla figura del nuovo partito ancora in fase di tormentata gestazione il connotato di testimonianza cristiana nell’orbita di una destra dal volto umano, essendo il nuovo centro nient’altro che tale destra per così dire umanizzata. Questo è il limite che segna, al di là delle intenzioni, la personale iniziativa di Zamagni.

 

Il testo integrale della intervista a Zamagni è disponibile utilizzando il seguente collegamento

http://www.ilnuovogiornale.it/archivio-articoli/in-primo-piano/6132-zamagni-politica-insieme-per-ricreare-il-centro.html

Il seme

Buon senso comune, logica e teorie sull’evoluzione della specie sembrano aver chiarito il dilemma più antico del mondo: salvo ulteriori smentite pare che l’uovo sia venuto al mondo prima della gallina.

Questo dovrebbe rasserenare i ficcanaso che invece di accontentarsi delle evidenze naturali e guardare oltre, ad esempio lasciar tranquille le galline mentre fanno l’uovo, cercano di problematizzare ogni aspetto della realtà.

Ovviamente quel dubbio è tautologico, sembra fatto apposta per evidenziare l’inconcludenza di chi vuole cimentarsi nella risoluzione di un quesito in fondo ininfluente: coesistendo pacificamente prodotto e produttore il ciclo della vita rivela un’armonia di fondo, che esiste e si rinnova.

In pratica domanda e risposta si annullano a vicenda, è vero infatti che ogni genere di vita prende forma dalla fecondazione di un seme e questa metafora ben si adatta anche alle cose spirituali, ai comportamenti umani, alla genesi delle teorie di ogni tipo.

Depositando una parola prende avvio un discorso, generando un’idea si produce il pensiero, realizzando un’azione si materializzano degli esempi.

Il senso della storia si spiega così: prima si fa una cosa e poi – di riflesso, per reazione, per coerenza, per contrasto – se ne concatenano molte altre successive.

Una meditazione può ispirare una preghiera, un incontro un sentimento, una scoperta empirica una conquista estensibile altrove per tempi e per luoghi.

Tutto prende corpo e sembianze da una cosa piccola che diventa grande, cresce, si sviluppa perché contiene in sé la spiegazione della propria particolare e unica identità.

Se, di fronte a certi fatti ed evidenze,  ci domandiamo ad esempio perchè il mondo va alla rovescia, perché ci sono ingiustizie e violenze, invidie e cattiverie a farla da padrone, la seguente risposta- ancorché semplificativa e ingenua- potrebbe essere non molto distante dalla realtà: “perbacco, certamente perché noi stessi depositiamo in questo mondo una semenza più imparentata con il male che con il bene”.

L’evidenza sarebbe palese e senza argomenti per altre divagazioni tematiche.

Dico “sarebbe” perché ho ben presente la realtà: la dietrologia e la retorica cercano spiegazioni altrove, attenuanti, compensazioni, divergenze.

Si dice: sono le derive sociali, ad esempio, che trascinano i nostri comportamenti e per la legge dei grandi numeri chi rema contro può far la fine di Don Chisciotte nell’impari lotta contro i mulini a vento.

Accettando questa spiegazione neghiamo l’essenza stessa della teoria generativa, leviamo alla nostra mente e al nostro cuore la facoltà e perciò anche la possibilità di essere i protagonisti di un’inversione di tendenza: quella che parte da noi, dalla nostra volontà e dal nostro esempio, che ci permette di ragionare con la nostra testa e di maturare dei convincimenti personali.
In che cosa consiste infatti la grandezza delle persone che nella loro vita hanno cercato deliberatamente di far del bene, fino a diventare icone del bene stesso, simboli della generosità e della benevolenza verso il prossimo?

Sicuramente nell’aver maturato le proprie scelte originando da convincimenti interiori, da una sensibilità vocata alla comprensione e all’amore per il prossimo, non aspettando che altri indicassero la strada, senza indugiare nei condizionamenti dei cattivi esempi e senza tentennare verso scelte compromissorie e di ripiego.

Chi ha il coraggio di cominciare traccia un cammino, dispensando il seme dell’esempio.

Più del risultato conta la motivazione, l’impegno, la volontà, il desiderio: quella molla interiore che ti spinge verso una meta, che ti dà forza, tenacia, intensità  e che racchiude in sé il significato di una scelta, oltre la casualità degli eventi e le difficoltà della vita.

Festivalfilosofia 2020: 150 appuntamenti fra lezioni magistrali, mostre e spettacoli

Da venerdì 18 a domenica 20 settembre, a Modena, Carpi e Sassuolo, quasi 150 appuntamenti fra lezioni magistrali, mostre e spettacoli.

Il programma è un omaggio al pensiero di Remo Bodei, che  è stato un filosofo e accademico italiano che con i suoi lavori ha analizzato lo spessore e la storia delle domande che riguardano la ricerca della felicità da parte del singolo, le indeterminate attese collettive di una vita migliore, i limiti che imprigionano l’esistenza e il sapere entro vincoli politici, domestici e ideali

L’edizione di quest’anno sarà dedicata al tema macchine. Sarà un festival dal vivo. La partecipazione alle lezioni avverrà esclusivamente tramite prenotazione online. L’accesso alla piattaforma di prenotazione è possibile dal sito del festival.

Tra i protagonisti, Massimo Cacciari (componente del Comitato scientifico del festival), Barbara Carnevali (componente del Comitato scientifico del festival), Roberto Esposito, Maurizio Ferraris (Lectio “Bper Banca”), Umberto Galimberti, Michela Marzano, Stefano Massini, Salvatore Natoli (Lectio “Coop Alleanza 3.0”), Telmo Pievani (Lectio “Gruppo Hera”), Massimo Recalcati (Lectio “Confindustria Emilia Area Centro”), Carlo Sini, Silvia Vegetti Finzi e Stefano Zamagni (Lectio “Rotary Club Gruppo Ghirlandina”). Tra i “debuttanti”, Alessandro Aresu, Michele Di Francesco, Barbara Henry, Mark O’Connell, Jeffrey Schnapp.

Agricoltura, Covid: fino a 7mila euro di fondi Ue per azienda

Al via i piani straordinari delle Regioni per l’emergenza Covid nelle campagne con un contributo forfettario fino a 7mila euro per agricoltore e 50.000 per le piccole medie imprese agroalimentari. E’ quanto emerge dal primo monitoraggio elaborato dalla Coldiretti sullo stato di attuazione regionale della nuova misura semplificata dello Sviluppo rurale introdotta dalla Commissione Ue per aiutare le imprese agricole e agroalimentari a superare l’emergenza economica e la crisi di liquidità provocate dal Covid 19.

Fino ad ora – sottolinea la Coldiretti – le regioni hanno messo in cantiere progetti per 140 milioni che per la gran parte hanno privilegiato l’agriturismo e le fattorie sociali, ma sono stati aperti o sono comunque messi in cantiere interventi per comparti come il florovivaismo e la zootecnia.

Le risorse da utilizzare – spiega la Coldiretti – sono quelle dei singoli Piani di Sviluppo rurale (Prs) finanziati dall’Unione Europea e non spese e dunque non tutte le regioni hanno le stesse disponibilità finanziarie.

Tra gli altri fino ad ora – rileva la Coldiretti – il Veneto ha impegnato 23 milioni, la Calabria 21, la Lombardia 19,5, la Toscana 18,9, il Piemonte 10, l’Abruzzo 9,5, l’Umbria 7, le Marche 6,5, la Liguria 6,2, la Campania 6, la Sardegna 4, Friuli Venezia Giulia 3,3, l’Emilia Romagna 2,9, la Basilicata 1,6 e la Valle D’Aosta 310mila euro.

L’aiuto che sarà erogato entro il 30 giugno 2021 – continua la Coldiretti – varia da Regione a Regione con un massimale per azienda di 7mila euro nelle Marche, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Campania, Umbria, Basilicata e Liguria mentre il tetto massimo scende a 5mila euro in Lombardia e Valle d’Aosta fino ai 4mila euro in Veneto e 2mila euro in Emilia Romagna.

Il Veneto – conclude la Coldiretti – ha puntato su vitelli a carne bianca, latte e ortaggi, la Lombardia su florovivaismo e allevamenti da carne, la Calabria su fiori, latte e vino, il Piemonte su florovivaismo, zootecnia da carne e apicoltura, le Marche sulla zootecnia e la Liguria tutti i settori.

Istituto Nazionale Tumori Regina Elena: ricostruita mandibola con lembo di osso della scapola

L’equipe dell’Unità di Otorinolaringoiatria dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, diretta da Raul Pellini, ha asportato un esteso tumore dell’arco della mandibola, con contestuale ricostruzione chirurgica, alla signora M. di 87 anni che ha superato in modo brillante il delicato intervento durato 8 ore.

“E’ necessario ricostruire il deficit osseo per garantire una buona qualità di vita al paziente, specie quando particolarmente fragile e più esposto a complicanze. La rimozione dell’arco anteriore mandibolare – ha spiegato Raul Pellini in una nota diffusa dall’Istituto – comporta un difetto funzionale ed estetico molto invalidante”.

“Il lembo di osso prelevato dalla scapola – ha aggiunto – è stato rivascolarizzato e mediante tecniche microchirurgiche alle arterie e alle vene del collo, per ripristinare l’aspetto estetico e soprattutto funzionale, ricostruendo i tessuti asportati per la neoplasia”.

Le alleanze non sono un pallottoliere.

Dunque, il voto del 20/21 settembre è importante non solo per sapere quante regioni continua a perdere il centro sinistra ma anche, e soprattutto, per sapere come si ricostruirà la stessa coalizione di centro sinistra dopo questa consultazione elettorale. Perchè al centro dell’attenzione continua ad esserci l’alleanza, o meno, con il partito di Grillo e Casaleggio, i 5 stelle. Un partito che, soprattutto in questo dibattito referendario sul taglio dei parlamentari, conferma di essere il vero partito populista, antiparlamentare, demagogico e qualunquista della politica italiana. Del resto, nessuna novità all’orizzonte.

È la cifra distintiva che rappresenta il vero dna di questo partito che, malgrado le piroette opportunistiche e ciniche compiute in queste ultime settimane – come già si sapeva sin dall’inizio di questa esperienza politica – resta pur sempre l’interprete per eccellenza del verbo populista e antipolitico nel nostro paese.

Ora, la domanda centrale a cui, prima o poi, va data una risposta politica seria e convincente è sempre la stessa. Ovvero, è credibile politicamente una alleanza organica, o strutturale o addirittura strategica con questo partito populista e anti politico? Una risposta che va data, al di là dei tatticismi, delle convenienze e degli opportunismi, soprattutto da parte del Pd e delle altre forze che si riconoscono nella tradizione politica e culturale del centro sinistra italiano. Perchè il nodo centrale per la credibilità, l’autorevolezza e la serietà programmatica del centro sinistra risiede proprio nel rapporto con il partito dei 5 stelle.

E la vicenda referendaria offre uno spaccato, al netto dei persin troppo plateali opportunismi dettati dalla contingenza politica, significativo sul profilo di questo partito. Una sola domanda, tra le molte. Com’è possibile, seppur in nome della eterna e ormai anche un po’ logora lotta antifascista e anti destra autoritaria ed illiberale – ripetuta a mesi alterni a seconda delle varie convenienze – certificare e stringere una alleanza duratura con un partito che persegue un disegno politico e culturale del tutto alternativo alle tradizionali forze del centro sinistra attorno al tema decisivo della concezione delle istituzioni, dell’assetto dello Stato, del ruolo e della funzione del Parlamento? In una sola parola, della qualità della nostra democrazia? Perchè qui non si tratta di dissentire sul quesito referendario sulla caccia o sull’acqua pubblica o su altri temi importanti ma pur sempre secondari ma sull’assetto, sul profilo e sul ruolo delle istituzioni democratiche nella società contemporanea.

E il dissenso di settori corposi, significativi e anche storici dell’area democratica e progressista del nostro paese rispetto al disegno populista e antiparlamentare dei 5 stelle non può essere rubricato ad un diverbio caratteriale o di giornata. È l’essenza della democrazia. E mi limito a citare l’aspetto più importante perchè a livello programmatico e di governo i dissensi rispetto al programma dei 5 stelle è molto più corposo. Anche se, avendo il trasformismo come stella polare del proprio comportamento politico, tutto può sempre capitare.

Ecco perchè dopo il voto del 20/21 settembre il capitolo delle alleanze, e nello specifico di come ricostruire il centro sinistra, sarà in cima all’agenda politica del Pd e delle altre esperienze politiche che si riconoscono in questo campo. Ne va della credibilità del centro sinistra ma, soprattutto, della qualità e del futuro della cultura riformista e democratica del nostro paese.

Mattarella: “Non dobbiamo compromettere la speranza per chi verrà”.

Letta: Signor Presidente, Le chiedo una riflessione sul seguente tema: abbiamo visto l’Europa, dopo un’incertezza iniziale, dare prova di solidarietà. Questa solidarietà è reale e concreta per i prossimi anni. È una solidarietà congiunturale, legata alla situazione presente. Quali sono le condizioni perché possa diventare una svolta strutturale?

La ringrazio Presidente e rivolgo un augurio molto intenso di buon lavoro in questa edizione così particolare del Forum. Un saluto cordiale a tutti i presenti.

La drammatica crisi provocata dalla pandemia è stata uno spartiacque per l’Unione Europea che, in meno di sei mesi, ha compiuto scelte coraggiose e innovative che soltanto qualche settimana prima del suo inizio apparivano decisamente “fuori portata”.

La pandemia ha avuto l’effetto di un duro richiamo alla realtà, rendendo ancor più evidente – a tutti, cittadini e Governi – che trincerarsi in una propria presunta autosufficienza non era una risposta contro un nemico sconosciuto e aggressivo.

La diffusione del virus, di Paese in Paese, in maniera inarrestabile, ha dato plastica dimostrazione di come, sempre di più, i pericoli tendano – come ogni problema – a essere transnazionali e di come, quindi, possa essere efficace soltanto una collaborazione multilaterale senza riserve. Lo registriamo, ad esempio, in tema di vaccini.

La risposta nei confronti di uno shock esogeno e inaspettato – così dirompente nella comunità d’Europa come in ogni altra – non poteva che provenire da un ventaglio di iniziative tra livello locale, nazionale ed europeo. Ciascuno di questi tre livelli è indispensabile, così come nessuno di questi tre livelli, considerato da solo, è sufficiente. Paradigma di quel che dovrebbe essere normale criterio nella vita dell’Unione.

Di fronte a un’ondata di lutti e di sofferenze e alla necessità di osservare regole che hanno profondamente inciso sulle nostre abitudini e sui modelli economici e sociali, l’Unione ha mostrato la sua forza propulsiva, la sua capacità di ritrovare l’autentico spirito dei padri fondatori, basandosi sulle fondamenta rappresentate – nel merito – da valori come la solidarietà e la responsabilità e – nel metodo – da canoni quali la sussidiarietà.

La Presidente Von der Leyen ha colto appieno la portata degli avvenimenti che stavamo attraversando in Italia quando, l’11 marzo scorso, allorché la decisione del lockdown totale era stata decisa da appena due giorni, sottolineava con determinazione la vicinanza dell’Unione al nostro Paese, con parole semplici e significative.

Parole che attenuarono il senso di solitudine, di smarrimento, che accompagna sempre i momenti più dolorosi della vita di ogni comunità.

Quello stesso giorno, in Italia, si contavano già quasi 900 vittime.

Non è stato facile ma alle parole sono seguite azioni concrete.

La Commissione Europea ha interpretato, con autorevolezza, il compito che i Trattati le hanno assegnato, divenendo centro di elaborazione di linee guida che hanno rafforzato la coesione europea, nel segno di quel “metodo comunitario” che, più di ogni altro aspetto, ricalca la lungimiranza dei padri fondatori.

D’altra parte è proprio in momenti di grande incertezza, come quelli che stiamo attraversando, che diventa doveroso pensare al futuro, indicare vie d’uscita soprattutto a quanti, in una congiuntura senza precedenti in tempi di pace, vedono offuscarsi propri tradizionali punti di riferimento.

Non è stata, quella della Commissione, una esortazione alla solidarietà bensì l’esercizio di una responsabilità istituzionale.

Responsabilità nel farsi carico di indicare la strada da percorrere, avanzando proposte – ripeto: coraggiose e innovative – la cui approvazione non appariva scontata.

Proposte la cui agibilità politica pareva inimmaginabile sino a poco prima e tuttavia erano indifferibili se si voleva evitare che la crisi sociale ed economica travolgesse decenni di integrazione.

Una responsabilità che – occorre sottolinearlo – nel complesso e bilanciato impianto dell’Unione, è sempre condivisa. E che anche in questo caso è stata condivisa con il Parlamento Europeo, che negli anni si era più volte espresso a favore di una maggiore integrazione delle politiche economiche e fiscali. Condivisa con la Banca Centrale Europea che, sia con la attuale presidenza Lagarde, sia con la precedente Draghi, aveva ben preparato il terreno per quelle decisioni, assumendosi, a sua volta, responsabilità di alto profilo, etico oltre che monetario.

A questa azione si è affiancata quella degli Stati membri.

Dapprima sotto forma di solidarietà bilaterale, spontanea e apprezzatissima. Successivamente, grazie a una paziente azione negoziale, sotto forma dell’elaborazione di programmi al livello comunitario.

Come noto – con una iniziativa risultata decisiva – Berlino e Parigi si sono fatte promotrici della proposta di un piano di rilancio, finanziato attraverso debito comune. Un piano al quale non è stata estranea l’azione italiana, per coagulare un ampio fronte di Paesi, principalmente del Sud dell’Unione, fra i quali la stessa Francia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia.

Il piano per la ripresa, finalmente approvato da tutti i Capi di Stato e di Governo nel Consiglio Europeo di luglio, rappresenta per quantità di risorse – e per la qualità delle nuove formule adottate – una svolta di portata straordinaria che manifesta un livello di ambizione all’altezza dello storico valore dell’integrazione del Continente.

Il risultato raggiunto è, al tempo stesso, punto di arrivo e punto di partenza.

Punto di arrivo, in quanto segna il completamento di un disegno che dal mercato unico passa attraverso la moneta comune, l’unione bancaria e giunge alla definizione di uno strumento fiscale comune che, per la prima volta, contiene concreti elementi di stabilizzazione anticiclica delle nostre economie.

Punto di partenza, perché, se attraverso gli strumenti messi in campo riusciremo ad assicurare la ripresa che i nostri cittadini si aspettano, avremo compiuto un sicuro e importante passo in avanti nel cammino di rafforzamento della coesione e della progressiva integrazione continentale, per un esercizio condiviso di una sovranità democratica capace di incidere.

La pandemia ha posto in evidenza la nostra comune vulnerabilità, a fronte di una comune crescente interdipendenza. Ebbene, appare davvero paradossale pensare che, mentre a livello internazionale le società sono sempre più interconnesse per catene di valore e per culture, gli Stati possano essere percorsi da tentazioni in direzione opposta.

Due volontà contrastanti che risulterebbe del tutto impossibile giustificare e sostenere.

La salvaguardia dell’integrità delle conquiste in termini di progressiva integrazione, sulla quale si basa anche la prosperità di tutte le economie europee, ha motivato il cambio di paradigma sul debito comune, ma alla base di queste coraggiose scelte di bilancio vi è l’esigenza di proteggere ciascun cittadino dell’Unione, indipendentemente dallo Stato di nazionalità.

Questa matura consapevolezza che nessuno si salva da solo ha in tal modo aperto al processo di integrazione nuovi orizzonti.

Letta: (…) Una seconda riflessione riguarda il ruolo dei cittadini europei e il dibattito sul futuro dell’Unione, sulle prospettive istituzionali e politiche del vecchio continente (…)

Il dibattito sul futuro dell’Unione sarà necessariamente influenzato, in profondità, dal complesso delle decisioni che stiamo adottando oggi per combattere le ricadute sociali, economiche, sanitarie della crisi. E anche dalla necessità delle scelte da compiere dopo l’ormai avvenuta Brexit.

Credo che vadano affrontati un profilo di identità e un profilo di strategia.

Talvolta si avverte un deficit di consapevolezza e di fiducia circa la forza e il ruolo della Unione Europea particolarmente nel contesto internazionale: si pensi solo al suo potenziale economico e commerciale, per non parlare del peso di una valuta di riserva come l’euro.

Elementi tutti che, sin qui, l’Unione ha speso, meritoriamente, in termini positivi, per la costruzione di un ordine internazionale più equo e più giusto e, dunque, più sicuro per tutti.

Gli interventi nati in momenti di necessità – e che rafforzano l’Unione – devono adesso essere orientati al superamento delle debolezze strutturali dell’edificio europeo, messe in luce da vicende come la stessa pandemia ma anche – ad esempio – dalla gestione dei fenomeni migratori.

Gli strumenti principali che hanno visto o stanno vedendo la luce in questo periodo hanno natura temporanea, legata alla eccezionalità della situazione che stiamo vivendo.

Questo carattere si è reso necessario per vincere la riluttanza di una parte dei membri, particolarmente ostile al coordinamento della politica fiscale e all’assunzione di debito comune.

Non a caso, del resto, il via definitivo alla emissione di titoli avverrà dopo che la “decisione sulle risorse proprie” verrà ratificata dai Parlamenti di tutti gli Stati membri. E questo passaggio rappresenta un vero banco di prova…

…Il legame tra Quadro pluriennale di spesa, fondi straordinari e debito comune, comporta la presa d’atto della limitatezza di risorse presenti a livello comunitario per sviluppare politiche incisive, che non facciano dell’Unione una mera istanza di trasferimento di fondi.

I nostri concittadini europei vivono con ansia il presente – fra timore di “seconde ondate” di contagio e accresciute difficoltà economiche – e guardano con incertezza al futuro: il processo di approvazione dei meccanismi di “governo” del Fondo per la ripresa devono procedere, quindi, necessariamente, con massima rapidità, in modo da rendere disponibili le necessarie risorse già all’inizio del 2021.

Con la medesima sollecitudine deve intervenire la preparazione dei “piani nazionali di rilancio” che saranno sottoposti all’attenzione degli organi comunitari. Anche da questo punto di vista entra in gioco – per i singoli Stati – il valore della responsabilità.

Ai Paesi membri viene offerta una possibilità unica – forse irripetibile – di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non soltanto di garantire l’uscita dalla crisi, ma soprattutto di assicurare prosperità e benessere per le nuove generazioni, con un nuovo modello di crescita più sostenibile.

Non a caso il piano di rilancio è chiamato piano Generazione Futura UE, perché l’obiettivo vuole – e deve – essere quello di tracciare un orizzonte sostenibile per le giovani generazioni.

La crisi obbliga, oggi, sia al livello nazionale sia al livello comunitario, a far ricorso massicciamente al debito. Un debito che inciderà su coloro che ci seguiranno nel tempo.

Non dobbiamo compromettere, con scelte errate, la speranza, per chi verrà, di accesso a condizioni sociali ed economiche se non migliori quanto meno pari a quelle di cui noi abbiamo usufruito.

Le prossime generazioni guarderanno in modo critico al periodo che stiamo vivendo. Chiederanno come sono state destinate e amministrate somme così ingenti e, nel caso di inattività o scarsa efficacia della nostra azione, si domanderanno perché una generazione che ha potuto godere, per un periodo così lungo, di circostanze favorevoli non sia, invece, riuscita a realizzare infrastrutture essenziali per la crescita e riforme necessarie per l’efficienza del sistema sociale ed economico, accrescendo solo la massa di debito.

Condizioni così propizie agli investimenti come quelle attuali – si pensi ai tassi di interesse – sono difficilmente ripetibili.

Se agiremo con assennatezza l’Unione Europea uscirà da questo periodo – altrimenti fosco e confuso – con basi più solide, con maggiore capacità di soddisfare le esigenze dei propri cittadini e con più ampia influenza al livello internazionale.

Servirà anche a porre condizioni di maggiore coesione ed equilibrio per un positivo sviluppo e per il successo della Conferenza sul futuro dell’Europa.

Questi aspetti, queste decisioni, accrescono, quindi, l’attesa e, allo stesso tempo, contribuiscono al decollo della Conferenza stessa.

Ancora di recente il presidente dell’Assemblea di Strasburgo, David Sassoli, ha messo in rilievo l’importanza di questo appuntamento per diminuire la distanza tra cittadini e istituzioni dell’Unione.

Conseguire gli obiettivi che ci siamo prefissati, equivale a realizzare buona parte di quei progressi sulla via della sempre maggiore integrazione che appaiono indispensabili per una Unione Europea che divenga sempre più efficace nella sua azione.

Potremo così superare quella pagina infausta costituita dalla rinuncia al progetto definito di Costituzione europea e il “ripiegamento” sul Trattato di Lisbona, aprendo, con coraggio, la strada a quella revisione dei Trattati che, da troppo tempo, rappresenta un vero tabù per tante Cancellerie europee.

La ringrazio Presidente e rinnovo un augurio di buon lavoro a tutti i presenti.

Settembre è il mese delle “giornate europee della cultura ebraica”.

Settembre è il mese delle “giornate europee della cultura ebraica” che avranno il loro momento unitario oggi, con un evento online (https://www.facebook.com/jewisheritage/live/) organizzato dall’Associazione europea per la preservazione e la promozione della cultura e del patrimonio ebraico (Aepj), in collaborazione con il Consiglio d’Europa e il suo programma di itinerari culturali.

Si darà così “la possibilità di raggiungere un pubblico più ampio a livello mondiale”, spiegano gli organizzatori, con “un programma online di otto ore, aperto a tutto il pubblico, con conferenze, interviste, concerti e video sul patrimonio ebraico europeo”. Gli eventi della scaletta intendono “offrire uno sguardo unico, dall’interno, alla storia e alle comunità ebraiche di un gran numero di Paesi europei partecipanti”. Sono previsti collegamenti in diretta con Lussemburgo, Barcellona, Gerusalemme, Parigi e Oxford. Ogni Paese d’Europa poi, ha un fitto calendario di eventi e manifestazioni organizzati dalle comunità ebraiche diffuse sul territorio.

In Italia circa 90 città hanno messo in campo iniziative diverse sotto l’egida dell’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane. Sarà “una grande manifestazione del giudaismo vivo, che ha il desiderio di raccontare la sua storia e dare il proprio contributo alla società, e che ci auguriamo possa rappresentare un momento di gioia e una luce di speranza per tutto il Paese, in questo momento difficile”, ha dichiarato la presidente dell’Ucei Noemi Di Segni.

Dadone: “Presto il vero smart working”.

“Sarà una fase ancora delicata, si dovrà continuare a convivere con questa emergenza sanitaria che però ha numeri diversi rispetto a quelli di marzo e aprile. Anche la riorganizzazione della Pa sarà differente”. Lo ha detto il Ministro per la Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, ad Agorà Estate su Rai3.

“In quei momenti abbiamo conosciuto un lavoro agile che in realtà è stato da remoto – ha chiosato Dadone – Da qui in avanti lo vedremo meno massivo e con delle differenziazioni dovute al fatto che metteremo in capo ai dirigenti l’organizzazione e l’individuazione delle attività che si potranno svolgere in lavoro agile. Sarà comunque il vero lavoro agile che viene applicato anche agli altri Paesi europei”.

“Da qui in avanti – ha poi evidenziato il Ministro – si tratterà anche, con le risorse che arriveranno dal Recovery fund, di riorganizzare una parte dei lavoratori. Lo smart working a regime sarà qualcosa di diverso, sarà basato sui risultati e sarà un lavoro agile che non prevede per il lavoratore cinque giorni su cinque a casa. Piuttosto prevede una gestione di spazi comuni, magari anche la possibilità di uno o due giorni a settimana di lavoro non necessariamente tra le mura domestiche. Stiamo pensando – ha concluso – a luoghi condivisi come poli dell’innovazione “.

Oms: “Vaccinare alcune persone in tutti i Paesi e non tutti in poche nazioni”

“La priorità numero uno deve essere vaccinare” contro il coronavirus Sars-CoV-2 “alcune persone in tutti i Paesi, piuttosto che tutte le persone in alcuni Paesi. Questo è non solo un imperativo morale, ma di salute pubblica ed è anche un imperativo economico. Inizialmente, quando l’offerta sarà limitata, la priorità deve essere data alla vaccinazione dei lavoratori essenziali e delle persone più a rischio, comprese le persone anziane e quelle con patologie” pre-esistenti. A puntualizzarlo è stato oggi il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa da Ginevra.

“Nel nostro mondo interconnesso, se le persone nei Paesi a basso e medio reddito perdono i vaccini contro Covid-19, il virus continuerà a uccidere e la ripresa economica sarà ritardata”, ha aggiunto ricordando l’importanza di un accesso equo ai vaccini e lo sforzo che si sta facendo in questa direzione con l’iniziativa globale ‘Covax’. “Siamo lieti che 78 paesi ed economie medio-alte e alte abbiano confermato che parteciperanno allo strumento Covax e il numero è in crescita. Invito coloro che non si sono ancora uniti a farlo entro il 18 settembre”, ha detto il Dg. “Anche se dobbiamo ancora affrontare molte sfide, l’Oms è incoraggiata dai progressi che abbiamo fatto contro questo nuovo virus in 8 mesi”.

“Noi abbiamo bisogno di ridurre il rischio di malattia grave”, ha insistito Bruce Aylward dell’Oms. “Oggi abbiamo una migliore comprensione di chi è più a rischio adesso e di chi può sviluppare forme severe. Quindi non abbiamo bisogno di vaccinare assolutamente tutti all’inizio. Dobbiamo essere sicuri di usare quei vaccini per proteggere il personale sanitario, gli anziani e le persone più a rischio”.

Settembre 1980, nasce a Danzica Solidarnóśc. Sarà la fine del regime comunista polacco.

Chi ricorda gli eventi straordinari agli albori degli anni ottanta che riguardarono il fiero popolo polacco, all’epoca sotto il tallone del potere della dittatura rossa? L’irruzione nella scena polacca ed internazionale del Sindacato cattolico Solidarnóśc riuscì a determinare cambiamenti impensabili in un mondo governato rigidamente dal bipolarismo sovietico-americano. Sono passati 40 anni dal settembre 1980, dalla fondazione di Solidarnosc, il Sindacato dei lavoratori del cantiere navale della città anseatica Danzica che costituì l’elemento scardinante del crollo dell’impero sovietico, che ancora oggi può insegnarci che dalla compressione delle libertà dell’uomo, si genera una forza irresistibile per qualsiasi realtà di potere.

La nascita di Solidarnóśc non avvenne solennemente come accade nelle realtà libere e democratiche; avvenne clandestinamente ad opera di un umile elettricista, Lech Walesa, che annunciò con i suoi compagni di lavoro, di dedicare l’iniziativa sindacale alla Madonna, quale simbolo di fede che univa ogni lavoratore della Nazione. Non era la prima volta che in Polonia la fede cattolica aveva costituito l’elemento unificante per affrontare gli invasori. In quell’epoca la Polonia era stata ridotta a Stato vassallo del governo sovietico di Mosca, privata di libertà, di democrazia, e di possibilità di vivere una vita dignitosa.

Infatti, i primi passi di Solidarnosc nel cantiere navale, furono subito l’indizione di scioperi per l’ottenimento di aumenti salariali, per consentire ai lavoratori di poter acquistare viveri di prima necessità per le loro famiglie. Naturalmente la reazione delle autorità comuniste fu rabbiosa e lo stesso Walesa fu imprigionato. Intanto le azioni clamorose di quegli operai si dimostrarono così in simbiosi con l’intera Nazione polacca, da diventare un segno di speranza per coloro che aspiravano a mettere fine al regime liberticida comunista. Infatti già dopo un anno, nel 1981, gli aderenti a Solidarnosc arrivarono ad essere un numero impressionante: ben otto milioni di lavoratori sparsi in ogni territorio.
Intanto nelle città fervevano le iniziative di protesta, tutte sostenute da celebrazioni eucaristiche, con l’immancabile icona della venerata Madonna nera di Częstochowa. Insomma Solidarnosc era man mano diventato l’unico riferimento sociale e politico per la riconquista della libertà e dignità di quegli uomini.

Ma un fenomeno così grande, che nei fatti sfidava l’impero sovietico, con tutte le conseguenze che si erano già conosciute nel 1956 a Budapest, e nel 1968 a Praga, fu possibile grazie all’evento speciale che era avvenuto appena 2 anni prima: l’elezione del carismatico Cardinale di Cracovia Karol Wojtyla eletto a capo della Chiesa universale di Roma. Dunque questa situazione inedita, diventò un potente cuneo nel fianco dei Sovietici e del loro sistema che si estendeva in tutta l’Europa orientale. Per i polacchi e non solo, Giovanni Paolo lI, diventava nei fatti, un grande deterrente alle eventuali reazioni comuniste. Tuttavia le persecuzioni continuarono così come le torture e le uccisioni.

Se era importante per i russi avere meno scontri possibili con la Santa Sede, dall’altra erano assaliti dall’idea che quel vento di libertà si insinuasse in ogni altro angolo del loro ‘impero’. Come non ricordare, il martirio del giovane Sacerdote Jerzy Popieluszko, rapito e ucciso da funzionari della polizia del regime comunista, sostenitore di Solidarnosc e predicatore instancabile con le sue lunghe omelie contro le malefatte del regime. Peraltro, questo accadimento è impressionante per somiglianza alla dinamica del rapimento ed uccisione di Giacomo Matteotti da parte dei fascisti sessanta anni prima. Ma provocazioni, arresti, torture ed uccisioni, non poterono fermare la protesta montante di un intero popolo. Allora, si può dire con certezza, che Solidarnóśc, che aveva catalizzato attorno a se tutta” l’intellighenzia” cattolica e goduto dell’autorevole simpatia ed appoggio di Wojtyla Santo Padre, ha fortemente accelerato lo sgretolamento dell’impero sovietico che aveva concorso a spezzare spezzare i tentacoli nazisti sull’est europeo per porvi i propri grazie all’accordo con gli ‘alleati’ a Yalta, tentacoli altrettanto distruttrici e diabolici.

L’esperienza di quel Sindacato di popolo e di liberazione che poi avvenne a fine anni 80, dimostra che quando un popolo non rinuncia alla propria identità ed alla propria liberazione, non può che uscirne vittorioso. Oggi altre oppressioni subdole imprigionano l’uomo: il relativismo e dunque le sue cupe conseguenze sulla identità antropologica, lo strapotere della finanza, la democrazia aggirata e depotenziata da poteri forti mondializzati. Insomma, le persone, in prospettiva, rischiano di restare imprigionati in un groviglio di inedite ragnatele, che mirano a svuotare il loro potenziale di vocazione alla libertà ed al progresso. Movimenti spontanei ma fortemente ispirati (come Solidarnosc), sono l’unico rimedio ai mali di questa epoca, per la prosecuzione del cammino dei popoli verso quelle libertà che rendono capaci gli uomini di far girare positivamente la ruota della storia.

Un “no” netto e deciso, senza se e senza ma.

Voterò indefettibilmente NO al Referendum per non assecondare lo sfascio dello Stato e delle Istituzioni.

Una deriva distruttiva partorita dall’antipolitica che vuole cancellare la memoria della nostra comunità, le sue tradizioni, i suoi riferimenti in un passato di ricostruzione e di speranza. Sostituendo la democrazia sostanziale e partecipata con la democrazia virtuale del web, imperscrutabile e occulta, gestita da mani sapienti che espungono la comunità  e i corpi intermedi della società e dello Stato dalla partecipazione diretta alla vita democratica del Paese.

Una politica che pretende una sorta di cambiale in bianco da incassare senza controlli.

Perchè non è questo il risparmio che si deve fare (0,97 centesimi all’anno a cittadino) .

Perchè non voglio senatori designati dai consiglieri regionali.

Perchè per migliorare e rendere pulito ed efficiente il Parlamento non basta ridurre i parlamentari ma cambiarli scegliendo i migliori.

Perchè aborrisco l’idea di avere un Parlamento di designati dai capi partito, fedeli , proni e supini al loro volere.

Perché l’Italia non può essere consegnata da un manipolo di avventurieri scelti senza alcuna valutazione di merito: servono politici veri, colti e retti, competenti e responsabili, non politicanti d’accatto.

Perchè su quegli scranni si sono seduti persone come Einaudi, Degasperi, Moro, Fanfani, Saragat, Malagodi, Nenni, Berlinguer, La Malfa, Zaccagnini, Martinazzoli, Ciampi, Napolitano, Mattarella.

E spero che ci sia posto per farne venire altri come loro: la società è fucina di idee e senso del bene comune se si alimenta con lo studio, la cultura, la competenza, il senso di responsabilità.

Chi ha partorito questa idea orrenda di decapitazione della democrazia vuole cancellare il criterio di rappresentanza e il valore del mandato popolare.

Un parlamentare ogni 100 mila cittadini finisce per rappresentare se stesso.

Allontanando il Paese legale dal Paese reale.

Se passa il ci saranno aree del Paese non rappresentate in Parlamento, destinate alla emarginazione istituzionale e all’oblio della memoria e delle tradizioni che le caratterizzano. Si perderà il genius loci se non sarà tutelato in sede parlamentare.

Si affievolirà la nostra identità nazionale fino ad annullarsi nel limbo dell’incerto e dell’indistinto. Saremo più deboli in Europa, depotenziati di progettualità.

Non è vero che saranno scelti i migliori: la rappresentanza sarà blindata dagli ordini dei vertici dei partiti, si creerà una oligarchia autoreferenziale, una super-casta che esprimerà intrecci di potere lesivi dei principi Costituzionali.

Perché la nostra Costituzione è la migliore al mondo ed è costata il sangue dei nostri padri.

NO, centomila volte NO anche se temo che la narcosi della democrazia e la manipolazione delle informazioni ci renderà  alla fin fine sudditi dei pre-protenti.

La proposta referendaria gioca sul pressapochismo, sul finto risparmio, sul luogo comune che la ‘quantità ridotta’ corrisponda alla ‘qualità selezionata’, sulla demagogia populista.

Un sillogismo illogico e senza fondamento storico e razionale.

Confido che nel segreto dell’urna coloro che finora si sono espressi per il sì abbiano una sorta di moto di ribellione spirituale, un lampo di illuminazione che sappia mostrare loro la verità, che li convinca a non rinunciare alla speranza di far emergere la parte migliore dell’Italia, quella che i partiti vorrebbero espungere per sempre per impadronirsi , in pochi, del nostro futuro.

Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro. Oggi a Sabaudia se ne discute con Sangiorgi e Coletta

Sono molti gli spunti di riflessione offerti dall’ultimo volume di Lucio D’Ubaldo dal titolo “Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro” (pubblicato dalle Edizioni del Domani d’Italia). 

C’è una frase di un articolo giovanile di Moro pubblicato su “La Rassegna” di Bari (siamo nel 1944) che vale la pena citare: «Il nostro posto è all’opposizione, il nostro compito è al di là della politica. Noi non abbiamo aspirazioni a governare. Non vogliamo il potere, perché esso ci fa paura. Potrebbe rendere anche noi conservatori, conservatori, non fosse altro, di una libertà meschina e personale. Potrebbe abituarci al compromesso, potrebbe insegnarci la finzione. E noi vogliamo essere liberi, liberi di tutta la libertà dello spirito». 

Il giovane Moro aveva allora ventotto anni, ma è significativo che le stesse idee le ha riprese nel suo ultimo articolo scritto per il “Giorno”, pubblicato poco prima di Via Fani, in cui rivendicava un ruolo per i grandi cambiamenti degli anni Sessanta, «il risveglio delle coscienze, il fiorire di atteggiamenti autonomi, la contestazione di espressioni del potere e di cristallizzazioni politiche, la riscoperta della società civile, la valorizzazione dei giovani e del loro diritto di cambiare. Questa specie di rivoluzione ebbe da noi una vibrazione singolare e certo non è passato senza lasciare tracce durevoli. Ed anzi non è passato, ma resta come un modo di essere vitale della nostra società». 

Moro sosteneva che i partiti dovevano essere in grado di fare «opposizione a se stessi», non esaurirsi soltanto nell’esercizio del potere esecutivo. Ed è significativo l’utilizzo della parola “cristallizzazione”. Oggi noi abbiamo una politica che si percepisce in continuo movimento (dal M5S alle Sardine), che vuole dare questa sensazione, e invece è sempre più immobile e paralizzata.

Si è persa infatti – dopo Moro – l’idea della politica come intelligenza degli avvenimenti e capacità di persuasione, la democrazia come tensione e non come conquista “manu militari”. Dopo di lui, la politica è stata sempre più affidata esclusivamente ai rapporti di forza. Moro è stato certamente anche un uomo di potere, lo ha conosciuto in tutti i suoi aspetti. Nessuno come lui conosceva e sapeva analizzare il “sentiment” (come si dice oggi) della politica e della società italiana. Ma proprio per questo immaginava la costruzione di percorsi complessi, di tempi diversi, di un “pensiero lungo” (come direbbe Ciriaco De Mita), senza esaurire un progetto politico nello spazio di un girotondo. Al lettore non può certo sfuggire il rapporto inversamente proporzionale tra il metodo di Moro “a penetrare la sostanza dei problemi, a descriverne gli sviluppi e le implicazioni, a farne materia di ragionamento nell’articolazione di possibili sintesi” (come spiega D’Ubaldo) e il crescente decisionismo che ha ridotto il ruolo delle assemblee elettive a luoghi di ratifica di decisioni prese altrove. E che ha sminuito, a ben vedere, anche la varietà delle posizioni ammesse nel dibattito pubblico (non soltanto politico). 

Anche l’ultima operazione di Moro, l’ingresso del Pci nella maggioranza di governo, aveva un respiro strategico e avrebbe significato il superamento degli equilibri di Yalta con almeno dieci anni di anticipo. La sua uscita di scena ha spezzato l’ultima possibilità della Repubblica dei partiti (come l’ha definita Pietro Scoppola) di auto-rinnovarsi. Negli anni ’90 sono arrivati Mani Pulite, la fallimentare seconda Repubblica e l’impossibilità della politica di guidare i processi e dare risposte, l’impossibilità di “governare l’esistente” che spiega in buona parte anche la situazione emergenziale di oggi.

Papa Francesco: a partecipanti Forum Ambrosetti, “Non sacrificare la dignità degli uomini agli idoli della finanza”

Gentili Signori e Signore!

Saluto con amicizia tutti voi partecipanti al Forum della European House – Ambrosetti. Quest’anno il confronto su temi importanti relativi alla società, all’economia e all’innovazione richiede un impegno straordinario, per rispondere alle sfide provocate o rese più acute dall’emergenza sanitaria, economica e sociale.

Dall’esperienza della pandemia tutti stiamo imparando che nessuno si salva da solo. Abbiamo toccato con mano la fragilità che ci segna e ci accomuna. Abbiamo compreso meglio che ogni scelta personale ricade sulla vita del prossimo, di chi ci sta accanto ma anche di chi, fisicamente, sta dall’altra parte del mondo. Siamo stati costretti dagli eventi a guardare in faccia la nostra reciproca appartenenza, il nostro essere fratelli in una casa comune. Non essendo stati capaci di diventare solidali nel bene e nella condivisione delle risorse, abbiamo vissuto la solidarietà della sofferenza.

A livello culturale generale, tanto altro ha insegnato questa prova. Ci ha, infatti, mostrato la grandezza della scienza ma anche i suoi limiti; ha messo in crisi la scala di valori che pone al vertice il denaro e il potere; ha riproposto – con lo stare a casa insieme, genitori e figli, giovani e anziani – fatiche e gioie delle relazioni; ha costretto a fare a meno del superfluo e andare all’essenziale. Ha abbattuto le fragili motivazioni che sostenevano un certo modello di sviluppo. Di fronte a un futuro che appare incerto e difficile, soprattutto a livello sociale ed economico, siamo invitati a vivere il presente discernendo ciò che rimane da ciò che passa, ciò che è necessario da ciò che non lo è.

In questa situazione l’economia, nel suo senso umanistico di “legge della casa del mondo”, è un campo privilegiato per il suo stretto legame con le situazioni reali e concrete di ogni uomo e di ogni donna. Essa può diventare espressione di “cura”, che non esclude ma include, non mortifica ma vivifica, non sacrifica la dignità dell’uomo agli idoli della finanza, non genera violenza e disuguaglianza, non usa il denaro per dominare ma per servire (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53-60). L’autentico profitto, infatti, consiste in una ricchezza a cui tutti possano accedere. «Ciò che possiedo veramente è ciò che so donare» (cfr Udienza generale, 7 novembre 2018).

Nella tragedia, che ancora attanaglia l’umanità intera, non sono bastate neppure la scienza e la tecnica. L’elemento decisivo è stato il surplus di generosità e di coraggio, messo in atto da tante persone. Questo spinge ad uscire dal paradigma tecnocratico, inteso come unico o prevalente approccio ai problemi. Paradigma improntato alla logica del dominio sulle cose, nel falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti» (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 462; cfr Enc. Laudato si’, 106). Nei confronti sia della natura sia, a maggior ragione, delle persone, è necessario un cambiamento di mentalità che allarghi lo sguardo e orienti la tecnica, mettendola al servizio di un altro tipo di modello di sviluppo, più sano, più umano, più sociale e più integrale.

È tempo di un discernimento, alla luce dei principi dell’etica e del bene comune, in ordine alla ripartenza che tutti desideriamo. Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, fa uso frequente di tale termine nei suoi scritti, ispirandosi alla grande tradizione biblica sapienziale e, soprattutto, alle parole di Gesù di Nazaret. Cristo invitava i suoi ascoltatori, e oggi tutti noi, a non fermarsi all’aspetto esterno dei fenomeni, ma a discernere saggiamente i segni dei tempi. A tal fine, due sono le componenti da considerare: la conversione e la creatività.

Da un lato, si tratta di vivere una conversione ecologica, per poter rallentare un ritmo disumano di consumo e di produzione, per imparare a comprendere e a contemplare la natura, a riconnetterci con il nostro ambiente reale. Puntare a una riconversione ecologica della nostra economia, senza cedere all’accelerazione del tempo, dei processi umani e tecnologici, ma tornando a relazioni vissute e non consumate.

D’altro lato, siamo chiamati a essere creativi, come gli artigiani, forgiando percorsi nuovi e originali per il bene comune. E si può essere creativi solo se capaci di accogliere il soffio dello Spirito, che spinge a osare scelte mature e nuove, spesso audaci, facendoci uomini e donne interpreti di uno sviluppo umano integrale a cui tutti aspiriamo. È la creatività dell’amore a poter ridare senso al presente per aprirlo a un futuro migliore.

Per questa conversione e questa creatività è indispensabile formare e sostenere le nuove generazioni di economisti e imprenditori. Per questo li ho invitati, dal 19 al 21 novembre prossimo, nella Assisi del giovane Francesco che, spogliatosi di tutto «per scegliere Dio come stella polare della sua vita, si è fatto povero con i poveri e fratello universale. Dalla sua scelta di povertà scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima» (Lettera per l’evento “Economy of Francesco”, Ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo, 1 maggio 2019). È importante investire sulle nuove generazioni protagoniste dell’economia di domani, formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità, della cultura dell’incontro. L’economia di oggi, i giovani, i poveri, hanno bisogno prima di tutto della vostra umanità, della vostra fraternità rispettosa e umile, e solo dopo del vostro denaro (cfr Enc. Laudato si’, 129; Discorso ai partecipanti all’incontro “Economia di Comunione”, 4 febbraio 2017).

Nel vostro Forum è messa in cantiere anche l’organizzazione di un’agenda per l’Europa. Sono passati settant’anni dalla dichiarazione Schuman, del 9 maggio 1950, che istituiva la forma embrionale dell’Unione Europea. Oggi più che mai l’Europa è chiamata ad essere protagonista in questo sforzo creativo per uscire dalle strettoie del paradigma tecnocratico, esteso alla politica e all’economia. Questo sforzo creativo è quello della solidarietà, l’unico antidoto contro il virus dell’egoismo, ben più potente del Covid-19. Se allora si prospettava una solidarietà nella produzione, oggi questa solidarietà va estesa al bene più prezioso: la persona umana. Essa va messa al posto che le spetta, cioè al centro dell’educazione, della sanità, delle politiche sociali ed economiche. Essa va accolta, protetta, accompagnata e integrata quando, in cerca di un futuro di speranza, bussa alle nostre porte.

La città del futuro sarà anche al centro delle vostre riflessioni. Non è un caso se, nella Bibbia, il destino dell’umanità trova il suo compimento in una città, la Gerusalemme celeste descritta dal libro dell’Apocalisse (cc. 21-22). Una città di pace, come indica il suo nome, le cui porte sono sempre aperte a tutti i popoli; città a misura d’uomo, bella e splendente; città dalle molteplici sorgenti e alberi; città accogliente, dove malattia e morte sono sconfitte. Questa meta altissima può mobilitare le migliori energie dell’umanità nella costruzione di un mondo migliore. Vi invito, quindi, ad alzare lo sguardo e ad avere ideali alti e grandi aspirazioni.

Auspico che queste vostre giornate di confronto siano feconde: che aiutino a camminare insieme, orientandosi nella confusione delle voci e dei messaggi e facendo attenzione che nessuno si perda. Vi incoraggio a dare ulteriore slancio nel costruire modalità nuove di intendere l’economia e il progresso, combattendo ogni emarginazione, proponendo nuovi stili di vita, dando voce a chi non ne ha.

Concludo con un augurio che esprimo attraverso le parole di un Salmo biblico: «Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rendi salda» (90, 17).

Bonus Mobilità: Minambiente, il 5 settembre in Gazzetta Ufficiale il Decreto attuativo

Il decreto attuativo per il bonus mobilità, registrato domenica scorsa alla Corte dei Conti, sarà pubblicato sabato 5 settembre in Gazzetta ufficiale. Dai 120 milioni di euro previsti inizialmente si è passati a 210 milioni di euro grazie ai quali sarà possibile acquistare biciclette, anche a pedalata assistita, e veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica come monopattini, hoverboard e segway e utilizzare servizi di mobilità condivida a uso individuale esclusi quelli mediante autovetture.

Dal 5 settembre partiranno i sessanta giorni necessari al completamento del portale tramite il quale, caricando la fattura o scontrino parlante, si potrà essere rimborsati fino a 500 euro e per il 60% del costo. Per accedere è necessario disporre delle credenziali SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale).

“Nessuno rimarrà indietro – assicura il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Nonostante qualche intoppo amministrativo che, lavorando a pieno ritmo per tutto il mese di agosto, abbiamo superato, chi ha acquistato una bicicletta o un altro mezzo di trasporto individuale potrà finalmente essere rimborsato nelle modalità previste. Ringrazio il governo e il Parlamento per il lavoro congiunto che ha aumentato a 210 milioni di euro lo stanziamento per il bonus mobilità”.

 

Un nuovo modello sperimentale per studiare la Leucemia Linfatica Cronica

La Leucemia Linfatica Cronica (LLC) è uno dei tumori del sangue più diffusi nel mondo occidentale e colpisce ogni anno circa 5 persone su 100.000 abitanti. Nonostante negli ultimi anni siano stati fatti numerosi passi avanti nella ricerca, al momento non esiste ancora una terapia in grado di guarire dalla malattia, probabilmente a causa di alcuni meccanismi biologici non ancora chiari.

Ecco perché la dottoressa Cristina Scielzo, group leader dell’Unità di Biologia delle cellule b maligne e modellazione 3D dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, insieme al suo gruppo di ricerca, ha deciso di orientare i propri sforzi nello sviluppo di un nuovo modello per studiare la LLC, in grado di riprodurre più fedelmente in laboratorio ciò che avviene nel nostro organismo.

“Il lavoro più grande in questi ultimi anni è stato quello di creare protocolli sempre più efficaci per studiare come si comportano in vitro le cellule di LLC, come interagiscono con il microambiente circostante e come rispondono ai farmaci. L’obiettivo finale è identificare meccanismi che possano diventare presto target terapeutici per una malattia ancora incurabile” spiega la dottoressa.

A sottolineare l’importanza delle sue ricerche, Cristina Scielzo ha ottenuto da poco un prestigioso finanziamento da parte dell’European Hematology Association (EHA) per creare un sistema multiorgano in vitro della LLC sempre più complesso e aderente alla realtà.

Nella LLC le cellule tumorali non solo si trovano in grandi quantità in circolo nel sangue ma proliferano negli organi linfoidi, quali midollo osseo, linfonodi e milza. Qui stabiliscono delle interazioni fondamentali con il microambiente circostante, che determinano lo sviluppo, la progressione e la resistenza ai farmaci della malattia.

“Per studiare i meccanismi che entrano in gioco nei tessuti, molti modelli sperimentali finora utilizzati sono risultati parziali o poco affidabili. Nel nostro modello tridimensionale della malattia, le cellule tumorali non sono costrette a una superficie piatta (in due dimensioni, 2D, come quella tipica delle piastre da laboratorio), ma si estendono in tutte le dimensioni dello spazio, esattamente come accade nella realtà” specifica la dottoressa Scielzo.

Un approccio innovativo, questo, che permette di studiare a fondo le interazione tra cellule malate e microambiente, e di testare nuovi farmaci in un contesto molto più fisiologico rispetto ai tradizionali modelli 2D.

Cambiare la Raggi, ma prima ancora cambiare le regole: è valida l’elezione diretta dei sindaci?

Questioni serie, in politica, possono manifestarsi -n che sotto forma di protusioni del pensiero farneticante. Non vale la pena scomodare lo spirito del tempo. È la natura umana a regalarci, con bonomìa o protervia, l’elemento asintomatico della dabbenaggine.

Virginia Raggi proviene dallo studio Previti, ma si dichiara di sinistra. È diventata sindaco con il voto di un romano su tre, sebbene con questi numeri, drogati da una legge elettorale iper-maggioritaria, si conquisti agli occhi del pubblico un successo clamoroso. Un successo che comporta poteri regali o meglio podestarili: infatti il sindaco è diventato, in virtù del “rinnovamento” prodotto dalla seconda repubblica, il nuovo Podestà.

La Raggi ha fallito. I più benevoli plaudono alla sua buona volontà, non riuscendo tuttavia a compensare le numerose critiche. Cio nondimeno, forte del suo fallimento, si ricandida. Non si sa quanto ciò corrisponda a verità o a semplice manovra tattica. È improbabile che queste contorsioni possano accrescere un credito alla persona largamente inespresso, del resto, in questi quattro anni di amministrazione.

A riprova dell’intimo motivo di arroganza che accompagna e condiziona l’istituto neo-podestarile, sta una sgradevole dichiarazione, resa proprio ieri, della Raggi. Non rinnega – ha detto – il suo stile di governo, specialmente per quel che riguarda la nomina e la revoca degli assessori. Come finora visto, è pronta anche in futuro a cambiare cento volte i membri della sua giunta (ridotti evidentemente a burattini). Non le sfiora il dubbio che tanta mutevolezza di gusti e preferenze corrisponda a una radicale incapacità di guida, con grave danno per la città.

Ora, dinanzi a tali disconnesse esuberanze, il confronto politico dovrebbe esercitarsi attorno alla necessità di una riforma che ridefinisca il perimetro dei “diritti” conferiti alla figura del primo cittadino. Prima della elezione diretta del sindaco, con i poteri in suo possesso il Consiglio comunale avrebbe certamente provveduto a rimuovere la Raggi, individuando un più degno sostituto. Se ciò fosse stato possibile, Roma avrebbe tratto vantaggio da un eventuale (e non improbabile) ravvedimento del M5S: il gruppo consigliare, elevato dal sistema elettorale a maggioranza assoluta, avendo ottenuto quasi il raddoppio della sua reale consistenza rappresentativa (dal 32 al 60 per cento), si sarebbe potuto assumere la responsabilità di un mutamento assai opportuno al vertice del Campidoglio.

Sono stati persi, al contrario, anni preziosi per rispettare il tabù – tradotto nel presidenzialismo a scala locale – del mandato diretto e irrevocabile. Dunque, bisogna cambiare la Raggi, lo schieramento che la sostiene, l’ideologia plebea di cui si ammanta; e tuttavia non basta, perché infine, se non vogliamo proseguire in questa incommendevole semplificazione della democrazia locale, bisogna cambiare norme, regole e strumenti, per restituire alle assemblee elettive comunali la loro dignità e ai cittadini la speranza che un loro errore possa essere corretto, senza aspettare il redde rationem di fine mandato ogni cinque anni.

Le distorsioni degli ultimi trent’anni, con il loro carico di effetti negativi, non possono essere ignorate all’infinito.

Un “no” a favore del buon parlamentare

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista “Il Mulino a firma di Guido Melis

Prima di votare al referendum bisognerebbe sapere qual è il lavoro del parlamentare (del buon parlamentare, dico: non parlo dei perditempo) specialmente in regioni particolari, come è stato, nel mio caso personale, la Sardegna.

Nella sedicesima legislatura (2008-2013) sono stato deputato del Pd eletto nel collegio unico sardo. Del Pd eravamo in 7. Io stavo a Sassari e dovevo coprire un’area pari alle due province di Sassari e Nuoro, cioè dalla Gallura alle tre Barbagie. Chi conosce lo stato delle comunicazioni sarde sa che i treni sardi in pratica non esistono. Tra il Nord e Cagliari, dove spesso il deputato deve esserci per dovere istituzionale, ci sono 300 chilometri, e non di autostrada. Certe zone sono inaccessibili: non a caso il tema delle “zone interne” abbandonate domina da tempo il dibattito sulla questione sarda.

Un buon deputato sta alla Camera dal martedì, tarda mattinata, almeno sino al giovedì sera (ma Giorgio Macciotta mi racconta di un consiglio prezioso ricevuto da Fernando Di Giulio: il giorno chiave del buon deputato è il venerdì, quando la Camera è deserta, i funzionari sono a disposizione, gli strumenti di studio facilmente agibili).

A fine settimana il buon deputato torna al suo collegio, dove non riposa: deve ricevere gli elettori e farsi carico dei problemi individuali e di comunità, partecipare a iniziative politiche locali, studiare i dossier, preparare l’attività della settimana successiva. Questo impegno non è scritto nelle norme, è volontario, ma è fondamentale per i legami con l’elettorato. È vero che da tempo i parlamentari sono eletti per modo di dire, messi in lista dai partiti in assenza di vere designazioni e verifiche da parte dei cittadini; ma è altrettanto vero che un contatto continuo, umano con donne e uomini in carne ed ossa, come avrebbe detto Gramsci, è l’alimento del buon lavoro parlamentare: spesso in aula e in commissione il deputato tratta di questioni pratiche del territorio, come un tribunale che chiude, una scuola senza insegnanti e priva di strutture, una fabbrica in crisi… Naturalmente tutto ciò implica una dialettica coi rappresentanti delle autonomie, i quali trovano nel deputato il canale per accedere all’area del Parlamento e da questa a quella del governo. Basta leggere gli Atti parlamentari per capire questa dimensione nient’affatto “minore”, anzi dominante, del lavoro parlamentare.

Difficilmente il buon deputato riesce a visitare nei 5 anni della legislatura il suo collegio per intero. Io per esempio non ci sono riuscito. Ho scelto alcuni terreni di azione (ero in commissione giustizia, ad esempio, e ho privilegiato quei problemi: tribunali, carceri, lentezze della macchina giudiziaria). Ma mi sono molto occupato anche della chimica che chiudeva, e dei trasporti (interni e esterni), della disoccupazione, dei ritardi nelle opere pubbliche, dell’ambiente). Ho presentato una gran quantità di interrogazioni. Inutili? Sì, spesso rimaste agli atti, senza risposta: ma tuttavia piccoli segnali ai cittadini, che le loro buone ragioni trovavano almeno un’eco in Parlamento.

Non voglio qui elencare i temi di cui mi sono occupato. Non ho fatto niente di speciale, molti dei miei colleghi facevano altrettanto e magari anche meglio di me. Certo, molti campi pure importanti non li ho potuti toccare. E me ne dispiace molto.

La gente non lo sa, ma un buon deputato passa gran parte del suo tempo a Montecitorio non nell’aula (la cui immagine deserta è spesso sbattuta in prima pagina dai media) ma in commissione. Le commissioni (tematiche) sono come le arterie del Parlamento. Lì, in gruppi più ristretti e in un faccia a faccia meno formale, si istruiscono i provvedimenti, si emendano trovando spesso accordi tra gruppi i testi che andranno poi al voto dell’aula. In determinati casi si vota definitivamente, anche. È importante che in tutte le commissioni siano rappresentati i gruppi presenti nelle Camere, anche quelli di estrema minoranza. Ed è consigliabile che vi siedano parlamentari di varia estrazione geografica (Nord, Sud, Centro) se non addirittura esponenti di tutte le regioni. Ciò per un’elementare ragione: che l’Italia è un paese molto frammentato, nel quale pluralità delle domande di governo e degli interessi territoriali deve trovare in Parlamento una sede di ricomposizione. Di questo problema, e in genere delle commissioni e di come sarebbero dopo l’eventuale taglio imposto della riforma, non ne parla nessuno. Eppure è qui, nel cuore della macchina, che risiede il meccanismo del suo funzionamento.

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Scuola: quel pasticciaccio brutto dei lavoratori fragili

Dopo mesi di silenzio sull’argomento, una settimana fa la Ministra Azzolina ha affrontato lo spinoso tema dei cd. lavoratori fragili della scuola, in prossimità della riapertura delle scuole:  “Il nostro compito è anche garantire i dipendenti a rischio”. Ad oggi pare tuttavia, dal tam tam sindacale, delle associazioni professionali, dalla voce delle riviste di settore che il problema non sia stato affrontato e  chiarito.

L’anno scolastico è iniziato e siamo a pochi giorni dalla ripresa delle lezioni: specie tra i docenti ci sono numerose persone affette da gravi patologie che le espongono ai rischi del Coronavirus a motivo di tumori, malattie croniche invalidanti e progressive, trapianti, condizioni di immunodepressione acuite dalle cure pesantissime a cui sono sottoposte. Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza alcune tutele erano state assunte nel periodo apicale del lockdown. Ma la situazione attuale è quella chiaramente descritta in una nota del 3 agosto della Figgm, la Federazione dei medici di famiglia:  “Il decreto-legge 30 luglio 2020, n. 83, in conseguenza alla proroga dello stato di emergenza deliberata dal Consiglio dei Ministri, ha esteso dal 31 luglio al 15 ottobre 2020 diverse disposizioni. La scadenza delle disposizioni legislative diverse da quelle esplicitamente individuate dal decreto legge n. 83, connesse o correlate alla cessazione dello stato di emergenza, resta riferita al 31 luglio 2020.

Tra queste, si evidenzia la disposizione prevista dall’art. 26, comma 2, del Decreto-legge cd “Cura Italia”, prorogata fino al 31 luglio dall’art. 74 del Decreto-legge cd “Rilancio” del 19 maggio 2020. Tale articolo aveva previsto che per i lavoratori dipendenti pubblici e privati in possesso del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità (art.3, co.3, L. 104/1992), nonché per i lavoratori in possesso di certificazione rilasciata dai competenti organi medico-legali, attestante una condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o dallo svolgimento di relative terapie salvavita, il periodo di assenza dal servizio era equiparato al ricovero ospedaliero ed era prescritto dalle competenti autorità sanitarie, nonché dal medico di assistenza primaria che ha in carico il paziente”. Ed è proprio questo tipo di patologie gravi che sono state escluse dalle tutele previste dal D.L.83 citato: di fatto non sono estese fino al 15 ottobre, data del previsto termine dello stato di emergenza.

Gli istituti scolastici sono interpellati dal personale che – trovandosi nelle condizioni di salute che prima erano tutelate dallo status di “lavoratori fragili”- chiedono di essere valutati al fine di evitare l’impatto con una situazione di ripartenza ancora non ben definita, col rischio di una sovraesposizione al contagio.

Essi sono indirizzati al vaglio dei “medici competenti”, nominati dai presidi in via di autotutela dell’Amministrazione e di accertamento delle condizioni di salute dei richiedenti, al fine di certificare la compatibilità o meno con la permanenza in ambienti di lavoro affollati come le scuole.

Si tratta di professionisti “competenti” nel vero senso della parola, in genere medici legali o del lavoro. 

Ma vige uno stato di incertezza inaccettabile per tutti poiché a fronte degli accertamenti non è chiaro l’utilizzo del personale affetto da patologie gravi, considerando la mancata estensione delle precedenti tutele per effetto dei “tagli” introdotti dal DL 83. Ove si tratti di docenti si pone con urgenza il problema della loro sostituzione con supplenti, dovendo garantire avvio delle lezioni e continuità didattica.

Anche un utilizzo in compiti diversi comporta decisioni delicate per i soggetti fragili e per i dirigenti scolastici che devono assumere decisioni adeguate e utili al funzionamento della scuola.

Certo, finora sono stati i presidi i cirenei che hanno portato la croce dei ritardi e delle indecisioni di Governo e Ministero. La situazione lambisce i confini dell’indecenza: l’accertamento diagnostico, funzionale all’utilizzo del personale  è affidato alla valutazione medica ma non esistono – tra le tanti diramate e vigenti- linee guida ministeriali su un utilizzo diverso e dignitoso del personale, sull’esonero momentaneo dal servizio in coincidenza con la “coda” dell’emergenza pandemica, eppure un chiarimento su questo punto è imposto dalla necessità di tutelare i soggetti che  ad ogni titolo vivono diverse ore a contatto con soggetti terzi nell’affollato (pur se distanziato) ambito scolastico.

Francamente appare inspiegabile questo silenzio “dall’alto”: non si può certo dire che finora la vicenda della ripartenza delle scuole sia stata gestita con preveggenza e lungimiranza, restano molto coni d’ombra che andranno chiariti in situazione. Rimane l’amarezza del fatto che il sistema scolastico nel suo complesso occupa stabilmente i piani bassi degli interessi della politica nazionale, come ampiamente e dolorosamente certificato dagli organismi internazionali, a cominciare dall’OCSE. Complessivamente si può definire una situazione vergognosa, per un Paese ricco di storia e di cultura come il nostro.

Trump il bugiardo

Non è difficile riconoscere alcune verità sulla controversa campagna elettorale di Trump.

  1. I sovranisti sono uguali in tutte le parti del mondo
  2. Trump non fa eccezione

Nella sua prima campagna (2016), Donald Trump aveva promesso sconvolgimenti, distruzione e sconvolgimenti, definendosi falsamente un estraneo ribelle che sradica le élite, taglia le ali dell’establishment e prosciuga la “palude di Washington”.

La cosa non più sorprendente, è che alla fine del primo mandato, di tutto questo non è successo nulla.

Inoltre non contento del risultato continua con questa  roboante e mendace abitudine. Alla convention repubblicana, Trump ha suggerito che, in qualche modo, non era responsabile della sempre crescente “carneficina americana” che aveva promesso di fermare nel suo discorso inaugurale del 2017.

Quasi 200.000 persone morte a causa del coronavirus? Dimenticato. Crescenti divisioni razziali e brutalità della polizia? Tutta colpa dei Democratici. Decine di milioni di americani perdono il lavoro? Parliamo dell’ottimo lavoro che faccio!

Il suo più grande successo -a sentir il Presidente- è la gestione del Covid-19. Logicamente è dimostrabilmente falso.

I continui problemi di ordine pubblico, su cui ora ruota la sua campagna 2020, non sono stati causati, o notevolmente esacerbati, dal suo programma divisivo e guidato dalla paura?

Ma nel sovranista mondo di Trump, tutto ciò che non soddisfa i suoi interessi viene attaccato o minato da falsità, mezze verità, calunnie, ripetute senza vergogna che alla fine creano una realtà parallela.

Trump ha costruito un palazzo delle bugie dove il male è buono, il nero è bianco e i fatti sono falsi. Quindi, quando afferma di aver creato “l’economia più forte nella storia degli Stati Uniti”, in realtà non è vero, anche se molte persone gli credono. Quando dice che ha fatto di più per gli afroamericani di qualsiasi presidente dopo Abraham Lincoln, non è vero. Quando descrive il suo rivale democratico, Joe Biden , un centrista per tutta la vita, come un socialista radicale deciso a “abbattere l’America”, non è vero. Ma continua a mentire, sapendo di mentire e cercando di far assumere alle sue bugie  una vita propria.

Ma forse la peggiore menzogna, che alla fine porterà alla rovina di Trump, è proprio quella sul Covid.

Ora sarà  compito di Biden prendere queste vulnerabilità di Trump – la sua menzogna cronica, una legione di fallimenti politici e l’armamento di paura e odio – e trasformarle in un margine vincente.

Anche se Trump farà tutto il possibile per trascinarlo al suo livello.

Bisogna solo sperare e incitare Biden a resistere ancora qualche mese. Solo così sarà possibile mandare in frantumi il palazzo delle bugie di Trump e porre fine al caos.

Giornate europee del patrimonio: 70mila eventi tra settembre e ottobre

Le Giornate europee del patrimonio , un’iniziativa congiunta del Consiglio d’Europa e della Commissione europea dal 1999, sono gli eventi culturali partecipativi più celebrati in Europa. La natura paneuropea del programma contribuisce a riunire i cittadini ea sottolineare la dimensione europea del patrimonio culturale nei 50 Stati firmatari della Convenzione culturale europea. Fino a 70.000 eventi (con 30 milioni di visitatori attesi) sono organizzati fino alla fine di ottobre per contribuire a sensibilizzare il valore di questo patrimonio comune e la necessità della sua conservazione per le generazioni presenti e future.

Per la sua edizione 2020, #EuropeanHeritageDays (EHD) celebra il ruolo dell’educazione nel patrimonio e il ruolo del patrimonio nell’educazione. Oltre ad essere una ricca risorsa per l’apprendimento, il patrimonio educativo stesso offre una porta per il nostro passato comune europeo condiviso e per le molte tradizioni che oggi diamo per scontate. Dal ruolo che il latino ha svolto nella vita degli studiosi medievali in tutta Europa, al suo uso attuale come lingua del diritto, della scienza e della tecnologia, ci sono molteplici collegamenti educativi che continuiamo a condividere attraverso i nostri confini europei.

“Le Giornate europee del patrimonio offrono a tutti i cittadini un’opportunità unica per comprendere meglio come la cultura ci unisce. La cultura e il patrimonio culturale sono un fattore essenziale di sviluppo sociale ed economico, nonché uno strumento importante per creare un clima favorevole alla comprensione reciproca della diversità e ricchezza culturale europea. L’istruzione è sempre stata una parte fondamentale delle Giornate europee del patrimonio ed è presente in tutti gli aspetti del programma “. ha detto Marija Pejčinović Burić, Segretario generale del Consiglio d’Europa.

Nonostante le restrizioni poste dal COVID-19 nell’organizzazione della stagione EHD di quest’anno, la rete dei coordinatori nazionali del programma ha proposto un’ampia gamma di alternative creando un’offerta digitale sotto forma di video, galleria fotografica, tour virtuale, podcast , blog, webinar o storia della loro sede da presentare online.

Elezioni anti-Covid: mascherine, guanti e gel igienizzante negli oltre 60mila seggi

Inizierà venerdì prossimo la consegna alle prefetture dei dispositivi di protezione individuale forniti gratuitamente dal Commissario Straordinario per l’Emergenza Covid-19, Domenico Arcuri e destinati agli oltre 60mila seggi per le consultazioni elettorali del 20 e 21 settembre. La fornitura è stata predisposta nell’ambito delle misure di prevenzione dei rischi di contagio per garantire lo svolgimento del voto nelle condizioni di massima sicurezza.

In particolare, saranno distribuiti 15,1 milioni di mascherine chirurgiche, 3,4 milioni di guanti e 315.000 litri di gel igienizzante che verranno utilizzati per tutelare adeguatamente i cittadini che si recano al voto, i componenti del seggio elettorale e gli operatori coinvolti, secondo le disposizioni contenute nel protocollo sanitario e di sicurezza sottoscritto dai ministri dell’Interno e della Salute il 7 agosto.

Ulteriori misure precauzionali sono contenute nel decreto-legge 14 agosto 2020, n. 103.

La melittina delle api può distruggere il tumore al seno

La melittina, la principale componente del veleno delle api, può uccidere le cellule del tumore al seno: è quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori dell’Harry Perkins Institute of Medical Research di Perth. I risultati ottenuti, pubblicati sulle pagine della rivista Nature Precision Oncology, indicano che questa sostanza può eliminare rapidamente le cellule tumorali aggressive e difficili da trattare.

Nel corso della ricerca, i ricercatori hanno trovato una specifica concentrazione del veleno in grado di eliminare il 100% dei tumori al seno tripli negativi e delle cellule cancerose entro 60 minuti. Il tutto pur avendo effetti minimi sulle cellule normali. Secondo Ciara Duffy, la responsabile dello studio, questa scoperta potrebbe portare allo sviluppo di un trattamento per le forme tumorali per le quali non esistono finora terapie mirate clinicamente efficaci.

I risultati dello studio indicano anche che entro 20 minuti dalla somministrazione la melittina ha anche un altro potente effetto. “Abbiamo osservato che interferisce con i percorsi principali che segnalano il cancro e che sono fondamentali per la crescita e la replicazione delle cellule cancerose”, spiega Duffy. La sostanza chiude il percorso di segnalazione per la riproduzione delle cellule cancerose triplo-negative.

Marino e Rebecchini parlano a Roma della crisi del centrosinistra: l’uno al passato, l’altro al futuro.

Due interventi, in apparenza eterogenei, offrono la possibilità di capire la difficoltà che incontra la politica a definire il profilo di una Roma più efficiente e moderna. Entrambi gli interventi appaiono sul Foglio e recano la firma dell’ex Sindaco Ignazio Marino e del Presidente dei costruttori romani (Acer) Niccolò Rebecchini. Il primo è una retrospettiva che vuole evidenziare il valore delle scelte compiute nel periodo 2013-2015 per la pulizia della città e il trattamento dei rifiuti, anzitutto con la chiusura della discarica di Malagrotta. Il secondo, invece, è un atto di accusa bell’e buono contro la maggioranza che sostiene il governo Conte, colpevole di aver esteso i vincoli per le ristrutturazioni degli immobili dai centri storici alle “zone assimilabili”, in pratica rendendo molto più complicata ogni operazione di ristrutturazione urbana.

Marino non fa nulla per nascondere il suo rancore, ancora oggi sentendosi vittima di un ingiustificato attacco politico-mediatico a cui il Pd avrebbe concorso in maniera diretta e indiretta, dando fiato e copertura agli interessi di gruppi sociali minoritari e tuttavia pervicaci nella loro azione di autotutela corporativa, per i quali conta assai poco la difesa del bene comune di Roma. I dati che fornisce l’ex sindaco portano alla rivendicazione del significato innovativo e coraggioso delle scelte compiute nell’arco di un biennio effettivamente prodigo di novità, gestite come che sia (più per stupire la pubblica opinione che non per amministrare oculatamente. 

Certo, con la chiusura della più grande discarica d’Europa o del mondo non poteva che derivare l’approntamento di un piano  ambizioso per la raccolta differenziata. Si è fatto anche di più, dice sempre Marino, perché il Comune sotto la sua direzione avrebbe accresciuto la dotazione tecnologica dell’Ama, riducendo il ruolo del concessionario privato. Ora, però, senza nulla togliere al peso di queste determinazioni, resta pur sempre vero che Roma ha chiuso Malagrotta e attende ancora l’apertura di un nuovo sito, essendo comunque necessario anche a fronte di una estensione del servizio di raccolta differenziata. Marino, in sostanza, continua a professarsi vittima di una congiura, non ammettendo il carattere avventuroso di una politica, la sua, che assegna a Roma il primato di grande città esportatrice di rifiuti, con costi elevati per la collettività.

Le rimostranze del Presidente dell’Acer si collocano sotto un’altra luce. È difficile negare che in tempo di semplificazioni, complice il Covid-19, si configuri come disdicevole sgrammaticatura la contrazione delle potenzialità di ripresa dell’edilizia privata, in specie sul versante della rigenerazione urbana. Rebecchini fa la voce grossa e formula l’auspicio che gli elettori possano ricordarsi, di qui alla prossima primavera, di come far valere un punto di vista alternativo. Mai fino ad ora la critica dei costruttori aveva raggiunto un tono così pesante e  grave, arrivando persino a prospettare la penalizzazione degli artefici di questo vincolismo normativo a carico degli operatori economici e in ultima istanza degli stessi cittadini. Siamo, con tutta evidenza, oltre la normale dialettica tra parti sociali e forze di governo.

Marino chiama in causa il passato del centrosinistra, Rebecchini il suo futuro. Dentro questa doppia polemica si svolge il piccolo dramma del Pd. In particolare, a Roma, non è attorno a questo partito che può riarticolarsi una strategia di cambiamento dopo la deludente stagione di Virginia Raggi. Ci vuole un salto di fantasia e di credibilità: non è tempo di pensarci, senza perdersi nel gioco fatuo del toto-Sindaco?

Un alunno modello

L’anno scolastico iniziato – il più insidioso e problematico dal dopoguerra ad oggi- oscilla tra il ‘dover essere’ e il ‘poter fare’. Per adottare tutte le misure utili a fronteggiare contagi nelle scuole sono state emanate fior di linee guida, indicazioni, prescrizioni, in modo ponderoso e incalzante, una minuziosa e dettagliata serie di ordini e divieti che i singoli istituti scolastici devono adattare al proprio contesto, modulandoli ai vari gradi e ordini di studio. I dirigenti scolastici, all’atto pratico sono gravati di responsabilità in ordine al regolare svolgersi delle attività didattiche e si può dire che non si sono fatti cogliere impreparati, avendo trascorso l’estate a leggere le carte, misurare, ordinare banchi, prodotti di pulizia, studiare tutte le soluzioni possibili per accogliere gli alunni, regolamentare e adattare gli spazi, prevedere l’utilizzo del personale. Peccato che dopo aver proclamato lo stato di emergenza il 31 gennaio il governo e il ministero abbiano lasciato passare alcuni mesi, addossando tutta la congerie infinita dei problemi a ridosso dell’estate.

Ci sono aspetti non ancora risolti, come l’assegnazione del personale aggiuntivo necessario, la dotazione di banchi omologati, l’orario di apertura e funzionamento: l’autonomia degli istituti scolastici consente di partire dove finiscono le competenze ministeriali e le soluzioni che consigli di istituto e collegi dei docenti stanno vagliando sono diverse e a volte opposte. Le indicazioni degli esperti sono tassative ma la quadratura del cerchio è un ‘irrisolto mistero doloroso’: alcuni istituti consentono l’ingresso dei genitori altri lo vietano in modo tassativo, ci sono limiti invalicabili all’uso del materiale, alla fruizione comune di servizi igienici e delle mense, viene privilegiato il criterio del piccolo gruppo stabile con un docente responsabile. Niente interscambi, spazi separati, invito ad utilizzare quelli esterni sempre col criterio del distanziamento, mascherine no sotto i sei anni, mascherine sì sopra i sei anni ma solo per gli spostamenti dentro e fuori dall’aula. Il Ministero ha caldeggiato un patto educativo tra scuola e famiglia ma la misurazione della temperatura a casa resta una contraddizione in termini se deve validare l’ingresso degli alunni a scuola: perché grava le famiglie di una certificazione che la scuola deve assumere per assodata e veritiera.

La questione del trasporto casa-scuola-casa risolta con un carico a bordo dell’80% degli aventi diritto ha le sembianze di un problema dimenticato: ci saranno alunni che dovranno percorrere tragitti a piedi se non accompagnati dai genitori. Ma soprattutto ad oggi non sono arrivate nelle sedi scolastiche le dotazioni organiche aggiuntive.  Ci sono istituti che hanno previsto un incremento dell’orario settimanale dei docenti in servizio, disapplicando il contratto nazionale di lavoro, fino a ipotizzare una riduzione annua del calendario scolastico: altro errore visto che questo viene fissato dalle Regioni e chiudere prima le scuole significa di fatto interrompere un pubblico servizio.

Insomma si naviga tra Scilla e Cariddi: il diritto alla salute da contemperare con il diritto allo studio.

Finora ha prevalso nettamente la preoccupazione sanitaria e di profilassi che è quella – “scudo” ministeriale a parte – più suscettibile di contenziosi e conflitti. Si aggiunga la questione dei lavoratori fragili, non ancora chiarita, pur se riferita alle sole patologie certificate e a rischio: un conto è lavorare in smart working o in un ufficio, un altro avere a che fare con alunni infanti e adolescenti. 

I plessi scolastici si trasformano in fortilizi e tutto all’interno deve essere organizzato in modo da garantire distanziamenti, sanificazioni frequenti, divieto dei contatti fisici: se si pensa al lavoro che in questi giorni si fa per organizzare le scuole viene spontaneo chiedersi come mai la maggior parte di esse saranno il 20 e 21 settembre utilizzate per le elezioni e il referendum. Migliaia di lettori si recheranno ai seggi e dopo due giorni questi saranno riconsegnati alle scuole: in quali condizioni igieniche? Chi provvederà a renderle di nuovo agibili e fruibili per le lezioni? Non basterà certo una normale pulizia ma una vera e propria sanificazione delle aule e degli spazi. Incredibile che nessuno abbia pensato a questo.

All’inizio di ogni anno scolastico le scuole erano solitamente impegnate nelle attività di programmazione educativa: curricolo, piano didattico- metodologico, finalità formative. In estrema sintesi ogni istituto era chiamato ad una duplice operazione: fare ‘ l’analisi logica’ delle materie da studiare e ‘l’analisi psicologica’ degli alunni che avrebbero dovuto apprenderle. Di questo argomento finora non se ne è parlato: le sedi scolastiche sono state valutate sotto il profilo della sicurezza igienica, come contenitori di un’utenza da accogliere secondo norme profilattiche. Peccato che nessuno abbia finora parlato dei contenuti. La preoccupazione sembra quella di trascorrere indenni un anno di permanenza a scuola: ma cosa impareranno gli alunni, con quali docenti, come saranno integrati i disabili, come si realizzerà il diritto allo studio, quali attività saranno svolte in “progress”, in poche parole se si studierà o se si dovrà privilegiare la rigida postura per scaldare i banchi monoposto, nessuno se lo è ancora chiesto. Non il Ministero, non l’apparato burocratico della pubblica istruzione, non le commissioni degli esperti. Forse la presenza degli alunni è stata valutata più un fattore di rischio che di potenzialità formative. Forse a qualcuno è sfuggita una valutazione psicologica dell’impatto emotivo che un armamentario para-ambulatoriale può suscitare nei minori, siano alunni di scuola dell’infanzia che si staccano impauriti per la prima volta dalla cerchia familiare, siano studenti in crescita e bisognosi di accoglienza, o piuttosto irrequieti e instabili, carenti di sostegni dall’ambiente socio-culturale di provenienza, siano adolescenti per i quali lo smartphone rappresenta il compagno di banco, di classe e di vita. Non si è alzata una voce per centrare l’attenzione su questi aspetti: trovo inadeguato questo atteggiamento di elusione totale di ogni considerazione pedagogica circa l’utenza scolastica.

Sul piano relazionale, empatico e di lettura dei bisogni di cui l’utenza è portatrice (sana).

E su quello non meno importante dei contenuti: passeremo un anno scolastico inutile, sperando solo che nessuno si ammali? La scuola è luogo di relazioni umane (Cesare Scurati,1978), di conoscenze, di crescita, di formazione , di educazione al bello, al buono, di interiorizzazione della cultura. Di stare bene insieme.

Forse chi ha redatto linee guida e indicazioni cogenti si è preoccupato di irreggimentare le scolaresche in modo da correre il minor rischio possibile. Pensando ad un tipo di ‘alunno modello’ che non è mai esistito.

Gino Capponi, pedagogista toscano dell’800 così descriveva questo esemplare di alunno che tutti coloro che non vogliono fastidi vorrebbero avere in classe: “Un vero bipede a schiena ritta, senza che l’alito di Dio vi abbia soffiato dentro ne’ che il diavolo vi abbia pur qualcosa suggerito”.

Non è così, a maggior ragione oggi. Peccato che al Ministero dell’istruzione se lo siano dimenticato.

Cuneo Napoli 2020: passando per Viterbo

Una bella e simpatica iniziativa che coinvolgerà anche la Tuscia viterbese.
L’Associazione Sportiva e culturale “La Storia in bici” organizza ogni anno, nel mese di settembre, un viaggio cicloturistico dalle caratteristiche spiccatamente storiche e culturali, in una parola: caratteristiche ITALICHE.

E così, in questo settembre, si svolgerà la CUNEO-NAPOLI. Nelle intenzioni doveva essere un omaggio a tutto il costume italiano e a quell’incredibile “italian style“diventato un elemento qualificante del softer power italico nel mondo. Mai come adesso, però, questo viaggio diventa particolare, attuale e necessario. Da Cuneo a Napoli, per riprenderci l’Italia, per ricordarci che siamo un grande Paese e che siamo “uomini di mondo”  (Totò è infatti il trait d’union tra le due città…) ovvero cittadini di quel mondo che vogliamo tornare a viaggiare, per farci nuovamente apprezzare ed amare e per incontrare i 250 milioni di Italici sparsi nel mondo.

L’niziativa, che ha il patrocinio del Ministro per i Beni Culturali e per il Turismo on. Dario Franceschini, avrà un impatto anche sul territorio viterbese. Infatti gli ottanta ciclisti, proprio a metà della loro avventura, faranno tappa, mercoledi 9 settembre  a Viterbo, pernottando a San Martino al Cimino, borgo secentesco progettato dal Borromini, ed il giorno dopo transiteranno per Canepina, Vignanello, Fabrica di Roma e Civita Castellana: essi avranno per l’occasione, come guida d’eccezione,  il viterbese Umberto Laurenti, vice presidente della Associazione Svegliamoci Italici (presieduta dal politico ed imprenditore milanese Piero Bassetti): associazione che raggruppa prestigiosi esponenti della cultura, dell’arte, dell’imprenditoria, del food, della moda e della musica, con significative presenze a New York, Tokio, New Delhi, San Paolo do Brasil e così via. La mattina del 10 settembre i cicloturisti visiteranno il Palazzo dei Papi, dove riceveranno il saluto del Sindaco di Viterbo Giovanni Arena e ripartiranno poi in bici per…Canepina, sulla strada.. di Napoli.

Covid: non solo oro, in pegno vino, salumi e formaggi

Non solo oro e gioielli, ora con la crisi anche vini, formaggi e salumi di alta qualità possono essere dati in pegno in cambio di prestiti. E’ quanto afferma la Coldiretti nell’annunciare la pubblicazione del decreto del Ministero delle Politiche Agricole che dà il via libera della misura del “pegno rotativo” sui prodotti agricoli e alimentari a denominazione d’origine protetta o a indicazione geografica protetta (Dop/Igp) recentemente introdotta dal decreto “Cura Italia”.

Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di un tesoro diffuso lungo tutta la Penisola particolarmente apprezzato a livello internazionale che fa gola anche alle banche interessate ad investire nella qualità e nel valore del Made in Italy.

Il pegno rotativo – precisa la Coldiretti – è infatti esteso dalla legge a tutti i prodotti agricoli e alimentari a denominazione di origine per supportare le attività aziendali necessari alla ripresa in una situazione in cui l’emergenza Covid ha tagliato il 10% dei consumi alimentari degli italiani nel 2020.

Le specialità alimentari – spiega la Coldiretti – possono essere date in pegno, a decorrere dal giorno in cui sono collocate nei locali di produzione e/o stagionatura e/o immagazzinamento in cambio di prestiti che vengono incassati mantenendo la proprietà del prodotto, che può essere sostituito senza ulteriori stipulazioni.

Una forma di finanziamento innovativa particolarmente adatta – precisa la Coldiretti – per alimenti che chiedono tempo per completare il ciclo produttivo come ad esempio l’invecchiamento dei vini, la stagionatura dei formaggi o l’affinamento dei salumi.

Si tratta di specialità Made in Italy di alta gamma particolarmente colpiti dal crollo del canale della ristorazione che non viene compensato in Italia dal leggero aumento della spesa domestica che trovano nella ristorazione un importante mercato di sbocco

Nel 2020 la Coldiretti stima in Italia una riduzione di ben 24 miliardi della spesa a tavola ma anche una diffusa difficoltà nelle esportazioni agroalimentari che hanno determinato spesso un aumento delle scorte di magazzino che ora possono essere date in garanzia per consentire il superamento della crisi.

L’Italia – conclude la Coldiretti – è leader europeo nell’agroalimentare di qualità con 305 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola che sviluppano un valore di 16 miliardi di euro.

Ai servizi online del Ministero del Lavoro si potrà accedere solo con SPID

A partire dal 15 novembre 2020 si accederà a tutti i servizi online del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali esclusivamente tramite SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Pertanto, non sarà più possibile utilizzare le precedenti credenziali del portale informativo e di servizio, Cliclavoro.

Il Dicastero entra così nel novero di quelle amministrazioni pubbliche che consentono ai cittadini di accedere, con le credenziali SPID o elDAS per i Paesi stranieri aderenti, al portale ministeriale per l’erogazione dei servizi. Per gli altri Paesi stranieri che non adottano eIDAS resta la possibilità di accesso ai servizi digitali previa registrazione al portale.

“L’importante intervento di digitalizzazione – dichiara il Ministro Nunzia Catalfo – si colloca all’interno di un più ampio percorso di rinnovamento tecnologico dell’Amministrazione, avviato nel 2008 e proseguito negli anni, per far fronte alle sfide imposte dalla trasformazione digitale. Le nostre abitudini stanno cambiando in fretta, coinvolte nel processo di trasformazione digitale; la tecnologia è sempre più presente nelle nostre vite. L’accesso ai servizi online è una prassi sempre più diffusa ed è quindi necessario stare al passo coi tempi, parlare ai cittadini in un’unica lingua innovativa e per far ciò è importante uniformare i processi”.

Come è noto, il Ministero era già pronto “a transitare” verso un unico sistema di autenticazione nei primi mesi dell’anno in corso, ma il sopraggiungere dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 ne ha impedito l’avviamento previsto lo scorso marzo. “Tuttavia – prosegue il Ministro – adesso è prioritaria l’esigenza di accelerare sulla trasformazione digitale e sulla possibilità di erogare servizi telematici, come recentemente confermato dal Decreto Semplificazioni”. “In questa direzione – conclude Catalfo – abbiamo avviato un confronto sul tema con il Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, l’Agenzia per l’Italia Digitale (AGID) e l’INPS, concordando che da metà novembre non sarà più possibile accedere ai servizi digitali del Ministero utilizzando strumenti di autenticazione diversi da SPID”.

Il Sistema Pubblico di Identità Digitale sarà così l’unico strumento di autenticazione che consentirà ai cittadini, pubbliche amministrazioni e imprese di interagire non solo con il Ministero, ma anche con l’intero sistema pubblico e con i soggetti privati che aderiscono, costituendo di fatto un sistema aperto agli sviluppi europei.

La sindrome post-Covid-19

Gli effetti a lungo termine del Covid-19, quanto durano?

Al momento i sintomi principali riportati dai pazienti dopo l’infezione sono tre:

Il sintomo persistente più inquietante e comune sembra essere la stanchezza.
Ci sono diversi fattori che potrebbero spiegare perché il sintomo persiste nel tempo: la liberazione di citochine, che continua anche dopo l’infezione perché il corpo si sta ricostituendo, oppure una persistenza del virus negli organi,

Un altro sintomo comune e preoccupante è la difficoltà a pensare con chiarezza. Una sorta di “nebbia nel cervello” accompagnata a problemi di memoria. Questo deficit cognitivo resta un mistero per i clinici, ma ha delle basi obiettive. Neurologi e psichiatri del Gemelli hanno sottoposto i pazienti a test psicologici per quantificare e valutare oggettivamente questi sintomi

In alcuni pazienti persistono poi tosse, perdita del gusto e dell’olfatto, mal di testa, vertigini, insonnia, rash cutanei ed anche aritmia. Diversi studi sottolineano infatti come il virus possa danneggiare la funzione cardiaca in modo duraturo. Una ricerca pubblicata su JAMA Cardiology ha rilevato che su 100 pazienti che avevano avuto il Covid-19, 78 presentavano anomalie cardiache e molto spesso infiammazione del muscolo cardiaco a 10 settimane dalla diagnosi.

L’Italia senza bussola sull’immigrazione regolare e irregolare

Non bastano più le pur giuste, doverose e coraggiose dichiarazioni di principio sulla necessità di rispettare i diritti umani dei disperati che cercano di lasciare le coste africane per raggiungere l’Europa attraverso il nostro Paese.

È vero: c’è uno spartiacque etico che separa chi avverte il dovere di salvare vite umane – come ricorda sempre Papa Francesco – da chi questo dovere non lo avverte, per cinismo, calcolo o paura.

Ma il compito della politica e delle Istituzioni è più esigente. Richiede la capacità di gestire le situazioni e di trovare misure ragionevoli per far sì che questo imperativo morale (e, per chi crede, anche religioso) sia perseguito con efficacia, razionalità e sostenibilità sociale.

Abbiamo bisogno di profeti ma, assieme, di capaci gestori delle emergenze e di lucidi lettori di ciò che succede.

Certo, ci servono profeti, come Francesco e, per fortuna, tanti altri, noti e meno noti, perché altrimenti i nostri cuori si induriscono, la nostra resistenza alle tentazioni della paura diventa via via più flebile e finiamo con il giustificare ogni forma di egoismo collettivo.

Ma senza una visione strategica e senza capacità politica ed operativa, la battaglia è persa.

L’alternativa alla “non politica” della destra in tema di immigrazione (chiusura dei porti, blocco navale, allarme invasione, criminalizzazione degli immigrati e via dicendo) non può essere la passiva osservazione di ciò che accade.

Europa e Governo italiano non stanno dimostrando di possedere visione e capacità di gestione adeguate alla bisogna.

Quanto alla visione, basti pensare alla Tunisia, Paese dal quale partono molti dei disperati che in questi giorni sbarcano a Lampedusa e sulle altre coste italiane.

Da anni tutti sapevano che la Tunisia era l’unico Paese della sponda Sud del Mediterraneo ad aver imboccato la strada difficile della democrazia, dopo la stagione altrove fallimentare delle primavere arabe.

E tutti sapevano che senza una sorta di “Piano Marshall” europeo a favore della crescita economica e sociale della Tunisia questa anomalia sarebbe stata travolta dal fondamentalismo islamico e dalla spinta alla emigrazione di massa verso l’Europa.

Non si è fatto quasi nulla. Anzi, siamo stati perfino capaci di ingaggiare una sorta di “guerra dell’olio”, per impedire ai coltivatori tunisini di vendere il loro prodotto in Europa ed abbiamo di fatto azzerato o quasi i programmi di cooperazione allo sviluppo annunciati nei giorni delle rivolte democratiche promosse dalle donne, dai giovani e dalla società civile tunisina.

Cosi come abbiamo tolto dalle nostre priorità i progetti di finanziamento destinati a sostenere lo sviluppo economico e sociale di molti Paese africani, quando invece (come hanno ben capito i cinesi) una crescente parte dell’Africa stava diventando un possibile partner anche economico.

Ora raccogliamo i frutti di questa miopia. E li raccogliamo sul piano geopolitico, nonché su quello della penetrazione del fondamentalismo islamico e della spinta migratoria.

Quanto alla capacità di gestione, non siamo stati capaci di organizzare un sistema europeo di screening giuridico sul territorio della sponda sud del Mediterraneo, necessario ai fini di adeguati e sicuri canali umanitari per l’ingresso in Europa dei profughi aventi diritto di asilo e – men che meno – di prevedere e governare quote di ingresso regolare dei lavoratori dei quali i nostri sistemi produttivi hanno assoluto bisogno.

Abbiamo fatto come gli struzzi che mettono la testa sotto la sabbia. Abbiamo immaginato di poter fermare il mare con secchiello e paletta e poi, visto che non ci siamo riusciti, abbiamo decretato (l’ha fatto l’ex ministro Salvini) che gli immigrati non regolari, sul nostro territorio, semplicemente “non esistono”. Ed invece esistono. Ed esisteranno.

Come esistono i problemi sociali e di convivenza che questa “non gestione” del fenomeno ha comportato e comporterà.

Chi crede nel valore della accoglienza e di una società aperta non deve negarli.

Sarebbe sciocco e, oltretutto, sarebbe un grande favore alla destra xenofoba e sovranista. Deve invece riconoscerli, condividerli col popolo ed affrontarli.

Invece che gridare inutilmente alla luna, come fa molta parte della destra, occorre predisporre una risposta concreta e responsabile.

Solidarietà ed accoglienza, ma rispetto delle regole, di tutte le regole; progetti di lavori socialmente utili ed anche esperienze di lavoro nelle imprese per i richiedenti asilo; impegno per l’integrazione linguistica e comunitaria; rilancio di una politica di cooperazione allo sviluppo verso i paesi di provenienza, con iniziative di accompagnamento, per chi così sceglie, ad un rientro assistito.

Tante realtà locali italiane potrebbero essere laboratori positivi e creativi. I territori capaci di affrontare questa sfida saranno non solo più “giusti”, ma anche più competitivi e sicuri. Perché sapranno trasformare le emergenze in opportunità.

Abbiamo una grande risorsa per capire meglio la necessità di affrontare con coraggio, lungimiranza e saggezza questa sfida: sono le migliaia di ragazze e ragazzi italiani (pienamente italiani) delle seconde e terze generazioni di immigrati. Si tratta di cittadini che talvolta non sono considerati “né carne, né pesce”. Essi sono in realtà le nostre vedette verso la società del futuro. Hanno il compito di evitarci gli scogli perigliosi e di aiutarci nella rotta.

Ascoltiamoli e valorizziamoli, così saremo più capaci di interpretare il senso profondo di un Paese che muore di banalità e di chiusura, mentre vive di scommesse ardite e ambiziose.

Anche questo fa parte della “missione” di una nuova formazione politica di ispirazione popolare.

Referendum: Ingiustificate fragilità

I partiti sono in una fase di totale schizofrenie. Escluso qualcuno: 5Stelle e i Radicali, tutti gli altri subiscono un’intima rottura tra ciò che dicono, ciò che vogliono e che fanno e faranno.

Mi riferisco al referendum del 20 e 21 settembre.

Fissi al palo sono i due partiti menzionati, il primo ossificato sul SI; il secondo coriaceo sul NO.

Che cosa accade nelle altre famiglie? Innanzitutto non c’è deputato e senatore che intenda falciare l’erba su cui cammina. È ben vero che hanno votato nella quarta e ultima lettura tutti, indistintamente, SI, ma in cuor loro, con alta probabilità, soggiornava qualche altra idea.

Oggi, siamo arrivati al redde rationem. Non si scherza più. Alcuni si sono anche manifestati nella loro dissociazione tra ciò che hanno votato e ciò che di fatto vogliono. Altri, invece, covano ciò che non vogliono assolutamente manifestare. Pertanto i partiti vivono questa disgrazia interna. Difficilmente daranno indicazione di voto in forma esplicita, più furbescamente si manterranno dietro le quinte, come dei coniglietti.

Ad esser sinceri, però, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi si sono fatti sentire senza più incertezze. La Meloni mantiene la posizione assunta in Parlamento, da indicazione di votare SI; Berlusconi, si è risolto per la parte opposta.

Quelli che invece tentennano e non fan sentire apertamente ed inequivocabilmente il loro indirizzo di voto, sono Nicola Zingaretti e Matteo Salvini. Cito solo queste due espressioni perché sono quelle che contano. Non intendo soffermarmi sulle barchette da fiumiciattolo: Renzi, la sinistra e altri cespuglietti. Tanto quest’ultimi, non avranno alcuna capacità incisiva.

Credo che quindi il dramma si giochi all’interno dei due grossi partiti. Conflitti non da poco. Perché la stragrande maggioranza degli attuali deputati e senatori vivono l’incertezza di un restringimento delle possibilità future. E questa tragedia la trovano insopportabile.

Ci sono ancora due settimane abbondanti per comprendere come si scioglierà l’impero attuale dell’incertezza. Misureremo il 18 sera l’evoluzione avvenuta nel corpo di questi partiti. Daremo alla fine un voto al coraggio o all’inettitudine che li definirà prima del voto referendario.

L’UE ripensa il proprio futuro

L’UE, questo autunno, prevede di avviare un esercizio di introspezione senza precedenti, sia per le dimensioni del progetto che per il drammatico scenario sanitario, sociale ed economico in cui si svolgerà. La cosiddetta Conferenza sul Futuro dell’Europa, rimandata come tante iniziative a causa del covid-19 e che ora acquista rilevanza proprio a seguito dell’emergenza sanitaria, partirà nel mezzo della più grande pandemia subita dal Vecchio Continente negli ultimi 100 anni . L’obiettivo è quello di aprire un ampio spazio di dibattito a lungo termine, della durata massima di due anni, al quale partecipano politici, esperti e semplici cittadini.

La Commissione Europea, il Parlamento Europeo e la Presidenza tedesca dell’Ue stanno già negoziando una dichiarazione comune per lanciare, entro ottobre, le delibere per una grande trasformazione europea. L’obiettivo della vasta operazione di consultazione, deliberazione e proposta di riforma è quello di adattare l’UE a uno scenario caratterizzato dalla sua prima scissione (Brexit), da sfide globali come il cambiamento climatico o le pandemie e da un’instabilità globale che colpisce i paesi vicini (Russia e Turchia, Medio Oriente, Maghreb o Sahel).

I cambiamenti a medio e lungo termine saranno molto ampi. E dovrebbero, almeno così la pensano i promotori, riuscire a realizzare una politica economica e fiscale comune o condivisa, l’incorporazione di un protocollo sui diritti sociali e la creazione di un ministero degli Esteri europeo.

A luglio l’occupazione torna a crescere

A  luglio, dopo quattro mesi di flessioni consecutive, l’occupazione torna a crescere mentre, a fronte del calo dell’inattività, prosegue l’aumento del numero di persone in cerca di lavoro.

L’aumento dell’occupazione su base mensile (+0,4% pari a +85mila unità) coinvolge le donne (+0,8% pari a +80mila), i dipendenti (+0,8% pari a +145mila) e tutte le classi d’età, ad eccezione dei 25-34enni; gli uomini occupati risultano sostanzialmente stabili, mentre diminuiscono gli indipendenti. Nel complesso, il tasso di occupazione sale al 57,8% (+0,2 punti percentuali).

L’aumento consistente delle persone in cerca di lavoro (+5,8% pari a +134mila unità) è diffuso per genere ed età. Il tasso di disoccupazione sale al 9,7% (+0,5 punti) e, tra i giovani, raggiunge il 31,1% (+1,5 punti).

La rilevante diminuzione nel numero di inattivi (-1,6% pari a -224mila unità) riguarda uomini, donne e tutte le classi d’età. Il tasso di inattività diminuisce, attestandosi al 35,8% ( 0,6 punti).

Il confronto tra il trimestre maggio-luglio 2020 e quello precedente (febbraio-aprile 2020) segnala comunque un livello di occupazione inferiore dell’1,2%, corrispondente a -286mila unità.

Nel trimestre crescono, invece, sia le persone in cerca di occupazione (+10,4% pari a +218mila), sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,3% pari a +39mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali registrate a partire da marzo 2020 hanno contribuito a una rilevante contrazione dell’occupazione rispetto al mese di luglio 2019 (-2,4% pari a -556mila unità), che ha coinvolto uomini e donne di qualsiasi età, così come dipendenti (-317mila) e autonomi (-239mila); unica eccezione sono gli over50 con un incremento di occupati (+153mila) che, tuttavia, è dovuto esclusivamente alla componente demografica. Il tasso di occupazione scende in un anno di 1,3 punti.

A luglio 2020 il numero di ore pro capite effettivamente lavorate, calcolato sul complesso degli occupati, prosegue nella tendenza all’aumento. Il livello di luglio, pari a 33,1 ore, è solo di 1,2 ore inferiore a quello registrato a luglio 2019. Per i dipendenti il gap rispetto a luglio 2019 è ancora più ridotto (-0,8 ore).

Nell’arco dei dodici mesi, le persone in cerca di lavoro diminuiscono (-1,8%, pari a 44mila unità), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+3,6%, pari a +475mila).

Firmato l’accordo per la rete unica nazionale di telecomunicazioni.

La rete unica in Italia (AccessCo) sarà realtà entro il primo trimestre del prossimo anno grazie alle delibere dei Consigli di amministrazione straordinari di Tim e Cassa depositi e prestiti.

Un passo in avanti cruciale verso un’infrastruttura unica grazie al via libera, da parte del Cda di Tim, alla costituzione di Fibercop, la newco in cui verranno conferite la rete secondaria di Tim e la rete in fibra sviluppata da FlashFiber (joint venture partecipata da Tim e Fastweb), e alla lettera d’intenti tra Tim e Cdp Equity per AccessCo, il progetto di rete unica nazionale che nascerà dalla fusione tra Fibercop e Open Fiber.

Un punto importante dell’intesa riguardante AccessCo riguarda le tempistiche: il timore di un processo lungo e farraginoso è stato scongiurato dal Cda di Tim, che ha garantito che le procedure di due diligence relative a Fibercop e Open Fiber (che saranno affidate a soggetti terzi per definire i valori degli asset destinati a confluire in AccessCo e le relative quote di partecipazione della società) sono attese “entro la fine dell’anno nell’ottica di raggiungere un eventuale accordo di fusione non oltre il primo trimestre del 2021”, mentre la chiusura dell’operazione sarà condizionata dal rilascio delle autorizzazioni da parte delle autorità competenti.

Nel dettaglio, l’intesa prevede che Tim deterrà almeno il 50,1 per cento di AccessCo, e che l’indipendenza e la terzietà della società vengano garantite attraverso un meccanismo di governance condivisa con Cdp Equity.

Altro aspetto significativo dell’intesa riguarda l’apertura della rete unica anche ad operatori terzi, con l’obiettivo di completare rapidamente i piani di copertura in fibra delle aree grigie e nere del Paese e accelerare al massimo l’adozione di servizi di banda ultralarga.

Per quanto riguarda Fibercop, il controllo della società sarà spartito tra Tim, Kkr Infrastructure e Fastweb con quote pari rispettivamente a 58, 37,5 e 4,5 punti percentuali. La newco offrirà servizi di accesso passivi della rete secondaria in rame e fibra a tutti gli operatori del mercato, e farà leva sull’infrastruttura in fibra già posata da FlashFiber.

Tim sarà il fornitore esclusivo per la costruzione e manutenzione delle reti, fornendo al contempo ulteriori servizi a Fibercop che avrà una struttura snella, con meno di 100 dipendenti.

Covid: Ecco il meccanismo responsabile della elevata mortalità in terapia intensiva

Uno studio italiano, capofila il Sant’Orsola di Bologna, descrive il meccanismo responsabile della elevata mortalità in terapia intensiva dei pazienti con Covid-19. Due semplici esami identificano questa condizione la cui diagnosi precoce, assieme al supporto del massimo delle cure possibili in terapia intensiva, può portare un calo della mortalità fino al 50%.

Pubblicato su ‘Lancet Respiratory Medicine’ lo scorso 27 agosto, lo studio dimostra che il virus può danneggiare entrambe le componenti del polmone: gli alveoli (le unità del polmone che prendono l’ossigeno e cedono l’anidride carbonica) e i capillari (i vasi sanguigni dove avviene lo scambio tra anidride carbonica e ossigeno). Quando il virus danneggia sia gli alveoli che i capillari polmonari muore quasi il 60% dei pazienti. Quando il virus danneggia o gli alveoli o i capillari a morire è poco più del 20% dei pazienti. Il “fenotipo” dei pazienti in cui il virus danneggia sia gli alveoli che i capillari (pazienti col “doppio danno”) è facilmente identificabile attraverso la misura di un parametro di funzionalità polmonare (la distendibilità del polmone 40; valore normale 100) e di un parametro ematochimico (il D-dimero > 1800; valore normale 10).

Questi risultati hanno importanti implicazioni sia per le cure attualmente disponibili che per i futuri studi su nuovi interventi terapeutici per i pazienti con Covid-19. Infatti, oggi il riconoscimento rapido del fenotipo col “doppio danno” consentirà una precisione diagnostica molto più elevata e un utilizzo delle terapie ancora più efficace, riservando a questi malati le misure terapeutiche più “aggressive” quali la ventilazione meccanica, la extra-corporeal membrane oxygenation (l’Ecmo) e gli ambienti terapeutici a maggiore intensità di cure quali le terapie intensive, trattando invece con la ventilazione non invasiva col casco e il ricovero in terapia sub-intensiva i pazienti con “danno singolo”.

Nel futuro questi risultati consentiranno di identificare rapidamente i pazienti in cui testare trattamenti sperimentali con anticoagulanti per prevenire il danno ai capillari polmonari. Lo studio è stato condotto su 301 pazienti ricoverati presso il Policlinico di Sant’Orsola di Bologna, il Policlinico di Modena, l’Ospedale Maggiore, il Niguarda e l’Istituto Clinico Humanitas di Milano, l’Ospedale San Gerardo di Monza e il Policlinico Gemelli di Roma.

Referendum: di chi è figlio il si

Come tante vicende italiane l’attuale vicenda referendaria è paradossale, al limite della commedia.
Se a prima vista la paternità (di Di Maio) appare scontata, ad una seria ricostruzione tutto appare più indefinito e inquietante.
Ma andiamo per ordine.

Il movimento 5S si presenta per la prima volta alle elezioni politiche del 2013 con un programma in “8 punti” nel quale si afferma testualmente ” eliminazione di ogni privilegio particolare per i parlamentari, tra questi il diritto alla pensione dopo due anni e mezzo”, nonché “stipendio parlamentare allineato alla media degli stipendi nazionali”.
Nessun accenno alla riduzione dei parlamentari!
Non è quindi un caso che i 5S guidino con credibilità e successo il fronte del NO al referendum costituzionale sulla riforma voluta da Renzi che prevede anche la riduzione dei parlamentari.

Ancora più interessante è la ricostruzione dei programmi in vista delle elezioni del 2018.
Infatti il quadro si presenta come segue:
1) il movimento 5S nel programma in 20 “punti per la qualità della vita degli italiani” sul punto relativo a “tagli agli sprechi e ai costi della politica” conferma lo “stop a pensioni d’oro, vitalizi, privilegi, sprechi della politica e opere inutili”; senza nessun riferimento al taglio dei parlamentari;
2) il PD, evidentemente scosso dall’esito referendario, non tratta la questione;
3) La Lega fa altrettanto indicando in “Federalismo” e “Autonomia” l’orizzonte delle riforme istituzionali;
4) Forza Italia e Fratelli d’Italia fanno un chiaro riferimento alla riduzione del numero dei parlamentari;
5) Non stupisce quindi che il programma unitario del CD faccia uno esplicito riferimento alla riduzione.

Salvo errori (improbabili) è questa l’offerta politica che si presenta alle elezioni.
Senonché, a sorpresa, nel “contratto per il governo del cambiamento” al punto 20 relativo a Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta si concorda “la riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori”.
Non era nel programma dei 5S, né della Lega!

Dunque sorge la domanda: cosa è successo?
Un gesto di attenzione politica di Salvini agli alleati del CD in fase di abbandono? Un abile se non cinico gesto di “populismo” per sottrarre un tema di sicuro effetto alla Meloni e a Berlusconi? Il risultato di una “abile manina”?
È un mistero che pesa su questa vicenda costituzionale, che vede il popolo chiamato a pronunciarsi su una modifica non prevista nei programmi dei tre partiti di governo della legislatura.

Di contro a tutti è chiaro che dal momento della firma del contratto giallo/verde in poi, il Movimento 5S, meglio Di Maio, si sono “impadroniti” con straordinaria abilità della problematica, facendone il cavallo di battaglia del tentativo di rilancio, tanto da farne il primo punto “dei 20 imprescindibili ..per fare un governo con il PD”
Perché? Probabilmente, duole ipotizzarlo, per bypassare le crescenti difficoltà relative alla restituzione di una significativa parte delle indennità parlamentari e a maggior ragione di un taglio tout court delle stesse.
Per tutto questo, sapendo di chi è veramente figlio il SI, non resta che votare con convinzione NO, nella speranza che il DNA democratico del Paese ci riservi una sorpresa.

Intervista postuma a S.E. il Card. Carlo Maria Martini nell’anniversario della sua scomparsa.

Eminenza Reverendissima, quale arricchimento spirituale ha tratto dall’esperienza in Gerusalemme, ripercorrendo i passi della vita di Gesù?

Gerusalemme è una città piena di motivazioni e di grandi simboli. Soprattutto
impressiona la scelta fatta da Gesù di una presentazione di sé umile e debole, fino
alla morte di croce. Ma Gerusalemme è anche la città della risurrezione, di quel
grande scoppio dello Spirito che arriva fino a noi e ci fa rivivere la Pasqua.
Il cristiano riceve dall’amore pasquale, presente nell’eucarestia, un messaggio di
speranza, che lo rende incrollabile anche di fronte ai pericoli e alle sconfitte. Egli
entra nelle esperienze di sofferenza e di dolore con l’intento di superarle; ma le
supera, anzitutto, chiedendosi come, entro questi fatti, l’amore può produrre
pazienza, fede, coraggio, perdono.

Come fede, speranza e carità ci possono aiutare ad affrontare gli affanni e le difficoltà della vita terrena, specie nelle situazioni umane ricorrenti di solitudine e abbandono?

Le tre virtù teologali corrispondono alla inabitazione della Trinità in noi e ci aiutano a superare il senso di solitudine. Dio è con noi e in noi.
L’amore di Dio resiste a grandi prove, non viene meno con facilità. Spesso con le persone si verifica l’opposto. Prendono spunto dalle debolezze dell’altro per volgergli le spalle. Dio direbbe: hai tante debolezze che credo tu abbia un particolare bisogno di me e io ti amo in modo speciale.
In questa nostra epoca travagliata ma ricca di potenzialità e fervore può essere ancora utile per la Chiesa – nella sua dimensione ecumenica ed universale – l’intuizione conciliare di Papa Giovanni XXII: “fare un passo avanti”, per capire, aiutare, guidare l’uomo a tracciare una rotta nuova e coerente con l’approdo finale?
Molte delle intuizioni di Papa Giovanni sono ancora oggi utili e necessarie. Occorre non avere paura della “modernità” o “postmodernità” e trovare la via evangelica che ci è riservata. Il tempo per ogni creatura umana è un tempo breve, urgente, che passa e non
torna. E in questo tempo fugace si gioca la riuscita della nostra vita, l’eternità, la
nostra scelta per il sempre. Un tempo breve, urgente, anche per il mondo che
cambia, intorno a noi. La Parola di Dio ci richiama ad una dimensione essenziale
del vivere: quella della provvisorietà. Pellegrini ogni giorno. Forestieri in ogni
luogo.

Allora, di fronte alla precarietà della condizione umana, al disorientamento sul cammino e sulla meta, alle incertezze del vivere, vale l’invito di Giovanni Paolo II: “non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte del vostro cuore a Cristo”. Questo richiamo coraggioso può diventare un percorso di redenzione universale? Come possiamo praticarlo ed esserne testimoni presso gli altri fratelli?

Può diventare un percorso a patto che si prenda alla lettera la parola “Cristo”. Non si tratta di consolazioni o incoraggiamenti, ma di “prendere su noi il suo giogo soave e il suo peso leggero”. Si tratta di cambiare radicalmente la nostra mentalità e le nostre abitudini; si tratta di convertirci a un vero costume cristiano nella vita di tutti i giorni; in famiglia, sul lavoro, con tutti. La vita mi ha mostrato che Dio è buono e fa molto di più di quanto potremmo aspettarci. Egli non smette mai di invitarci a collaborare per costruire un mondo più pacifico”.

Eminenza, in che misura la via del silenzio, della meditazione e della preghiera può essere fonte di rivelazione e di incontro con Dio? È questa la strada che conduce alla gioia dell’incontro con Gesù fino a dare voce alla Sua parola rivelatrice?

Francamente se dovessi dire alla fine della mia vita qual è il fondamento razionale della preghiera, non saprei dirlo. Prego perché Gesù ha pregato, prego perché il Signore ci invita alla preghiera, prego perché la preghiera è un mistero che ragionevolmente non sembra spiegabile. La preghiera ci mette nel cuore di Dio, nella sua mente, allarga la dimensione dello spirito. Nella preghiera sincera talvolta sgorgano delle lacrime: queste lacrime sono benedette quanto un battesimo, dobbiamo pregare per ottenere il dono delle lacrime. Una lacrima di pentimento scioglie la durezza di cuore e irriga la pianura desolata della nostra anima. La via del silenzio è irrinunciabile. Quanto più crescono le responsabilità, tanto più cresce il bisogno di tempi di silenzio. E d’altra parte la parola è un dono che comprende l’imprevedibilità appassionata di Dio e che ci coglie nella nostra sprovvedutezza. Soltanto così si rivela come parola vivente, che ha da dirci qualcosa di nuovo che non conosciamo ancora, se ci mettiamo di fronte ad essa in reale ascolto.

Se allora il silenzio è momento che precede o segue la Parola e le dà frutto, dobbiamo porci in atteggiamento di perenne ascolto, farci ‘attraversare dalla parola di Dio, affinchè ci rinnovi il dono della verità….
E se dunque viviamo in questa costante ricerca della verità e dobbiamo disporci di fronte alla vita come fosse un antico dattiloscritto per decifrarne il messaggio, facendolo con amore per la vita stessa e per gli uomini, quanto conta allora “affidarci” a Gesù, Via, Verità e Vita?

L’affidamento a Gesù non contrasta con la ricerca della verità, ma le fa luce e dà conforto. Perché partecipare al corpo di Cristo significa avere da lui e per sua grazia un cuore dedito, umile, capace di dividere non solo il pane del cielo bensì il pane della terra, capace di donarsi fino alla fine. Solo in tal modo potremo percorrere le strade che fanno di noi e della chiesa un solo corpo. Bisogna essere penetrati dal mistero di Gesù: Gesù ci parla chiaro e questa chiarezza è segno della sua luminosità. Certe volte noi parliamo in modo oscuro perché abbiamo l’oscurità dentro di noi: chiediamo dunque al Signore di fare in noi chiarezza e di parlare semplicemente delle cose di Dio. Perché il nutrimento della Parola illumina la direzione dell’itinerario spirituale dei credenti.

“Anche nella notte buia di un uomo ramingo e fuggiasco c’è un’attenzione del cielo per lui”. Da grande conoscitore dell’animo umano, di fronte alle tensioni e alle inquietudini del tempo presente, di cui è attento e partecipe osservatore, Lei offre il solido riferimento della Scrittura interpretata con uno stile capace di toccare le corde più profonde del cuore di ogni persona. Quale futuro avrà la Chiesa sarà povera o estetica, darà il primato alla parola o al potere?

La nostra appartenenza al popolo di Dio non è un privilegio che ci separa dagli
altri, bensì una sorgente di responsabilità nei confronti di tutti gli uomini che
dobbiamo indistintamente accogliere come fratelli. La nostra Chiesa oggi è un po’ timorosa nell’aiutare chi si allontana; è precisa nel delimitare i limiti, ma non tanto coraggiosa nell’ offrire una mano a chi è fuori dai confini. Invece, noi dobbiamo passare annunciando il regno di Dio e il messaggio della Grazia di Dio, cioè della sua Misericordia a tutti coloro che tornano a Lui. Il cuore di Dio è immenso e ‘qualunque cosa esso ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa’ – 1 Giovanni 3, 20. Sarebbe bello se un prete andasse sul pulpito e dicesse: ‘Ringrazio Dio perché ci siete, ringrazio Dio per la vostra fede, pazienza, perseveranza’. Preghiamo dunque perché la nostra Chiesa cresca nella conoscenza dei grandi doni di misericordia che le sono dati”
La Chiesa sarà anche quale noi la faremo. Speriamo che dia spazio alla Parola e sia davvero povera, cioè disposta a lavorare gratuitamente e con disinteresse.

Eminenza, mi piacerebbe concludere questo colloquio chiedendoLe un messaggio di conforto per chi soffre e una parola di speranza per i giovani.

Ripeterei le parole di Paolo:“non c’è proporzione tra i patimenti di oggi e la gioia che
ci è promessa per domani” . Ai giovani direi: c’è bisogno di voi, non tiratevi indietro!
Io mi aspetto il rinnovamento soprattutto da parte dei giovani.
La parola di Dio è promessa, è promessa anche per me, che si traduce nella
formula: io sarò con te, io sono con te. Attualizzare in noi la parola di Dio come
promessa è fondamentalissimo per ogni scelta di vita, fosse pure la più difficile.
Quante volte ho incontrato giovani che, per una disgrazia, per una malattia
insorgente, si trovano a vivere in carrozzella e ho avuto la gioia di vedere che la
parola di Dio come promessa è divenuta per loro una nuova ripresa di vita: io sono
con te. La promessa del Signore ha illuminato la loro esistenza in forma
straordinaria. Tutto è dono.

Effetto Covid: Confcommercio, “bruciati” 116 miliardi di consumi nel 2020

L’epidemia da Covid 19 brucerà nel 2020 116 miliardi di consumi con una media di 1.900 euro a testa. Lo calcola la Confcommercio che in una nota sottolinea che se a livello nazionale il calo dei consumi sarà del 10,9% rispetto al 2019 (per una perdita di 116 miliardi) il maggior calo percentuale si avrà nel Trentino (-16%) mentre il Molise registrerà un calo del 7,2%.

Il Nord è l’area più penalizzata (-11,7%), con quasi il 60% del calo complessivo concentrato nelle sue 8 regioni e con la Lombardia che registra la maggiore perdita in valore assoluto (- 22,6 miliardi di consumi), mentre nel Mezzogiorno la riduzione della spesa è più contenuta (-8,5%). “Il quadro complessivo – afferma l’Associazione – appare sconfortante e in tutti i territori, per differenti ragioni, dovrebbero trascorrere almeno cinque anni per tornare ai livelli di spesa pro capite del 2019”.

“Nessuna area del Paese – avverte il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli – è stata risparmiata dalle conseguenze del Covid. Nell’anno in corso perderemo oltre 116 miliardi di consumi e circa 9,5 punti di Pil. Per tornare a crescere, grazie anche ai fondi europei. Servono provvedimenti più incisivi e rapidi nella loro applicazione. Il tempo non gioca a nostro favore e i nodi fiscali e burocratici che rallentano la crescita devono ancora essere risolti”

 

Inflazione: Istat, ad agosto consueta accelerazione congiunturale (+0,3%).

Secondo le stime preliminari, nel mese di agosto 2020 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,3% su base mensile e una diminuzione dello 0,5% su base annua (da -0,4% del mese precedente).

In un quadro che vede l’inflazione negativa ancora determinata per lo più dagli andamenti dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (stabili a -13,6%) e di quelli non regolamentati (da -9,0% a -8,6%), l’ampliarsi della flessione dell’indice generale si deve prevalentemente al calo più netto dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da -0,9% a -2,3%). Si confermano invece in crescita i prezzi sia dei beni alimentari lavorati (in lieve accelerazione da +0,6% a +0,8%) sia di quelli non lavorati (che rallentano da +2,5% a +2,0%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici decelerano entrambe, rispettivamente da +0,4% a +0,3% e da +0,6% a +0,4%.

L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente alla crescita dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+3,0%) e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,5%), a causa di fattori stagionali, solo in parte compensato dal calo dei Beni alimentari non lavorati (-0,6%).

L’inflazione acquisita per il 2020 è pari a zero per l’indice generale e a +0,8% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona rallentano lievemente (da +1,2% a +1,1%), mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto sono stabili a -0,1%.

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) diminuisce dell’1,3% su base mensile, a causa principalmente dell’avvio dei saldi estivi di abbigliamento e calzature (di cui il NIC non tiene conto) e dello 0,5% su base annua (da +0,8% di luglio). Anche l’inversione di tendenza dell’IPCA, che si allinea così all’indice NIC, è dovuta ai prezzi di abbigliamento e calzature che registrano infatti un forte rallentamento tendenziale causato dall’avvio ritardato rispetto allo scorso anno dei saldi estivi nella maggior parte delle regioni. Ciò produce un calo congiunturale dei prezzi di questo comparto merceologico (-18,6%) molto più ampio di quello di agosto 2019 quando fu pari a -6,6%, poiché i saldi iniziarono nel mese di luglio in tutte le regioni e il calo congiunturale maggiore fu registrato in quel mese.

Il Comune di Bolzano verso la certificazione come primo ComuneClima GOLD italiano

Il capoluogo altoatesino in dirittura d’arrivo per raggiungere il massimo livello di certificazione del programma ComuneClima.
Il programma ComuneClima è stato avviato nel 2016 dall’Agenzia CasaClima per sostenere e premiare i Comuni che si impegnano per una politica energetica ed uno sviluppo locale sostenibili.

L’audit internazionale, previsto per il raggiungimento dell’ultimo livello di certificazione, si è tenuto recentemente con le auditrici Anne Rialhe e Chiara Tavella.

Durante l’incontro in teleconferenza sono stati particolarmente approfonditi i nuovi progetti di messa in sicurezza del territorio e adattamento ai cambiamenti climatici, la pianificazione energetica al 2030, gli interventi di risanamento degli edifici comunali. Analizzati con interesse i risultati nel settore della mobilità e le numerose attività informative e di sensibilizzazione, promosse per coinvolgere e sensibilizzare la cittadinanza.

Dopo aver ottenuto nel 2018 la certificazione SILVER, il Comune compie adesso un altro passo nel programma ComuneClima, che consente di valutare su una base standard e condivisa a livello europeo i progetti realizzati in sei ambiti di intervento, rilevanti dal punto di vista energetico ambientale.

I comuni e le città che nell’ambito dell’audit ottengono almeno il 75% dei punti disponibili, possono fregiarsi della certificazione ComuneClima GOLD. Il programma è basato sull’European Energy Award, il sistema di gestione energetica di qualità e di certificazione per i comuni, promosso da una rete internazionale che coinvolge oltre 1.600 Comuni in tutta Europa.

Il trattamento del cancro gastrico primario e metastatico

Uno studio pubblicato su Nature, ha confrontato i microambienti immunitari tumorali (TIME) del cancro gastrico primario (PGC) e del cancro gastrico metastatico accoppiato (MGC).

La terapia sistemica palliativa è un’opzione di trattamento primaria nei pazienti con carcinoma gastrico metastatico (MGC) per alleviare i sintomi correlati alla malattia e migliorare la sopravvivenza. Tuttavia, la prognosi della MGC è ancora molto scarsa, con una sopravvivenza <2 anni. Recentemente, però, gli inibitori del checkpoint immunitario hanno rivoluzionato il paradigma di trattamento sistemico in molti tumori solidi avanzati

Gli anticorpi anti-PD-1, come nivolumab e pembrolizumab, hanno vantaggi significativi e offrono nuove opzioni di trattamento nei pazienti con MGC. Anche se il tasso di risposta globale è basso (5–25%) e la maggior parte dei pazienti non risponde a questi farmaci.

Diviene chiaro a questo punto come il trattamento della malattia avanzata nel carcinoma gastrico possa considerarsi un vero e proprio percorso terapeutico piuttosto che una scelta del momento.

 

Quel che penso in tema di referendum

Stando a quel che ha scritto ieri Ilvo Diamanti su “La Repubblica”, il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari dovrebbe concludersi con una schiacciante vittoria dei Sì (82 a 18 secondo il sondaggio Demos). Qualche anno fa si sarebbe parlato di maggioranza “bulgara”. Più che un referendum, si annuncia un vero e proprio plebiscito. Come don Ciccio Tumeo, il guardiacaccia del Principe di Salina nel romanzo (e nel film) “Il Gattopardo”, io sarò tra quei pochi che voteranno No; e siccome siamo (ancora) in democrazia, almeno non subirò l’oltraggio capitato a don Ciccio di scoprire che il suo voto (contro l’annessione al Regno d’Italia) era stato cancellato.
La decisione di votare No l’ho presa parecchi mesi fa, quando il dibattito sul referendum era ancora di là da venire. Oggi siamo sommersi di argomenti a favore e contro, che continuo scrupolosamente a leggere con la dovuta attenzione, ma che non mi hanno convinto a cambiare scelta.

Mi hanno indotto a pensare, però, che l’esito del referendum – sia quello assai probabile della conferma del taglio, sia quello decisamente improbabile della conferma dello status quo –  si configuri come il contrario di una “win win situation”; che qualunque risultato apra cioè la strada a una situazione in cui si perde tutti. Un po’ come nel vecchio film Wargames del 1986, con la differenza, però, che stavolta non si dispone neppure dell’opzione (risolutiva nel film) di non giocare, ossia, nel nostro caso, di astenersi dal voto (nei referendum costituzionali non c’è quorum).

Perché si perde tutti? Nel caso che il taglio dei parlamentari venga confermato dalle urne ci troveremmo con un Parlamento molto simile a quello attuale, con tutti i sui difetti e le sue inefficienze, solo ridimensionato da un taglio lineare in entrambe le Camere (del 36.5%) e, soprattutto per quanto riguarda il Senato (cui resterebbero tutti i compiti che deve svolgere attualmente), praticamente messo nell’impossibilità di funzionare. E ciò tralasciando i problemi di rappresentanza (delle forze politiche e dei territori) messi in luce da numerosi interventi (da parte dei sostenitori del No). Del resto l’obiettivo esplicito di coloro che hanno proposto questa sedicente riforma costituzionale era proprio quello di screditare il Parlamento. Non a caso a quella del taglio lineare dei parlamentari erano associate altre due proposte di riforma costituzionale (per fortuna abortite) che prefiguravano una pesante deriva verso i meccanismi pericolosi e illusori della democrazia diretta; dove appunto, nonostante che il mondo sia intrinsecamente sempre più complicato, gli argomenti più semplici sono quelli che hanno la maggiore probabilità di avere successo, anche perché “chi strilla più forte ha ragione”. Le due riforme per fortuna (o per ora) abortite erano quella del referendum propositivo (da contrapporre alle delibere delle Camere) e quella dell’introduzione del vincolo di mandato, che avrebbe trasformato gli eletti in passivi esecutori di ordini (recentemente mi è capitato di sentire in tv un esponente dei fautori del Sì che vedeva il compito dei parlamentari come quello di “premere i bottoni”, un compito – e solo in questo concordo con lui – indipendente dal numero dei parlamentari stessi).

Insomma il marchio populista e anticasta che sventola sulle bandiere dello schieramento del Sì è indiscutibile. Ma non tutti coloro che voteranno Sì sono populisti e anticasta. Vediamo allora gli argomenti del “Sì democratico”. Ce ne sono tanti. Mi limito a considerare quelli che, a mio avviso, appaiono i più significativi (ovviamente quello del risparmio di spesa è risibile). È innegabile che l’attuale Parlamento funziona male e perciò ha bisogno di essere riformato, sicché – questo è il primo argomento – tanto vale approfittare di questa occasione per mettere in moto un processo di riforma. Tanto più che, se vincesse il No, questa ennesima sconfitta metterebbe una pietra tombale su tutti i tentativi futuri di riformare la Costituzione. Altri argomenti possono essere messi a fuoco ricordando il comportamento del Partito Democratico: esso per tre volte ha votato contro la riforma costituzionale in Parlamento e si è deciso, alla fine, a dare il suo voto favorevole per motivi tattici, ancorché importanti (sbarrare la strada a un governo populista a guida Salvini), e soprattutto condizionandolo a una serie di interventi correttivi, in tema di legge elettorale e di rappresentanza.
Non sarò certo io a sottovalutare l’argomento tattico, oggi declinato nella forma “se vince il No cade il governo”; ma mi limito a osservare sommessamente che esso presenta una certa somiglianza col baratto della “primogenitura” (le norme costituzionali) col “piatto di lenticchie” (la sopravvivenza del governo).

In altri termini: siamo sicuri che ne vale la pena? E siamo sicuri che il governo non resisterebbe allo scossone della sconfitta del Sì al referendum? Decisamente meno convincente è l’altro argomento, secondo cui il successo del Sì sarebbe il primo passo lungo il percorso della nuova indispensabile stagione di riforme istituzionali e costituzionali. Nell’anno trascorso dalla formazione del governo “giallo-rosso” nulla di ciò che era stato pattuito al riguardo (legge elettorale, voto ai diciottenni per il Senato, ridisegno delle circoscrizioni e dei collegi) è stato fatto. Perché mai si dovrebbe fare dopo il voto? Purtroppo è vero anche l’argomento simmetrico: se vincesse il No, ogni prospettiva di riforma costituzionale verrebbe rinviata alle calende greche; e questo è il motivo per cui penso che anche la vittoria dei No (che pure auspico con pochissime speranze) rappresenterebbe anch’essa una sconfitta della democrazia.

Questo perché è vero che il Parlamento attuale funziona male ed è delegittimato. Ed è vero perciò che di riforme costituzionali e istituzionali abbiamo un gran bisogno. Quali riforme? Se ne è parlato tanto. Qui ne richiamo tre soltanto. La prima. Perché il Parlamento funzioni bene si deve uscire dal bicameralismo perfetto. L’unico argomento a favore della sua permanenza è che la seconda Camera consente, con la seconda lettura, di correggere gli errori della prima (un argomento falso, come sa bene chi gioca a scacchi, dove non è possibile ripetere la mossa e proprio per questo ci si pensa su prima di farla e si commettono meno errori). Entro questa logica, se proprio si voleva ridurre a 600 il numero dei parlamentari si poteva fare una riforma che prevedesse una sola Camera abolendo il Senato (oppure trasformandolo radicalmente sulla linea del Bundesrat tedesco). Troppo semplice!

La seconda riforma. Perché il Parlamento funzioni bene occorre ristabilire il rapporto tra gli eletti e il loro elettorato, allentando al contempo l’attuale legame tra i parlamentari e i gruppi dirigenti dei partiti di riferimento, legame che troppo spesso favorisce l’approdo alle Camere (ma appunto sarebbe meglio all’unica Camera) di un personale costituito da “yes men” invece che da soggetti competenti. Qui si apre la questione delle caratteristiche della legge elettorale. Di questi tempi il pendolo tra governabilità e rappresentatività sta tornando verso quest’ultima (alimentato dalla paura per un probabile successo della destra populista); il che spiega il crescente consenso per una soluzione di tipo proporzionale (anche il Partito democratico sembra aver messo la sordina alle sue preferenze per il doppio turno alla francese). Ma quale proporzionale? Fermo restando che un correttivo maggioritario più o meno ampio è inevitabile (quorum, circoscrizioni piccole, ecc.), le possibilità sono sterminate.

Semplificando molto (e ricordando sempre che il diavolo si cela nei dettagli) possiamo considerare tre schemi principali: liste bloccate (sulla falsariga delle ultime leggi elettorali), liste con preferenze, collegi (per indicare non il numero ma i nominativi degli eletti, come avveniva in due leggi proporzionali della prima repubblica, quella del Senato e quella delle Province). Se si vuole allentare il legame tra gli eletti e i gruppi dirigenti dei partiti, le liste bloccate andrebbero assolutamente evitate (ma son pronto a scommettere un euro che, se mai si farà una nuova legge elettorale, essa ribadirà le liste bloccate).

Tra gli altri due schemi, la mia preferenza va nettamente a una legge proporzionale basata sui collegi (tanto più che disponiamo di modelli che hanno funzionato bene per anni). E questo per due motivi principali: (i) i collegi riducono le spese elettorali dei candidati, e perciò il loro condizionamento e le possibilità di corruzione; (ii) dato che non il numero (che dipende dalla percentuale ottenuta complessivamente dalla lista) ma i nominativi degli eletti dipendono dalle percentuali ottenute nel singolo collegio, per poter massimizzare le proprie chances di essere eletto, il singolo candidato deve cercare di rendere  più alta possibile quella percentuale; di conseguenza deve battersi contro i candidati delle altre liste presenti nel collegio, e non contro i candidati della sua lista, come avverrebbe invece nel caso delle preferenze. E questo vincolerebbe i partiti nella scelta dei candidati. Andrebbero privilegiati (a meno di essere autolesionisti) candidati visibili e capaci di impegnarsi e di calamitare consenso. È inutile dire che non esistono soluzioni perfette. Un evidente inconveniente è quello che sarebbero favoriti i leader locali, cosa che non garantisce spesso che l’eletto sia di buona qualità per i compiti che lo attendono.  Ma è possibile che non si possa far niente per migliorare la qualità media degli eletti?

La terza riforma. Qui mi muovo su un terreno inesplorato e scivoloso. Secondo me, però, qualcosa per accrescere la qualità media dei parlamentari si potrebbe fare. La butto lì. È vero che uno dei cardini della democrazia è che ogni cittadino che goda dei diritti politici e civili debba avere la possibilità di aspirare a diventare parlamentare. Ma forse si potrebbe trovare il modo di evitare che il nostro Parlamento sia riempito di peones, spesso incapaci non dico di scrivere una legge ma neppure di leggerla.

E allora? E allora perché non istituire una lista per l’elettorato passivo (i possibili candidati di qualsiasi partito o movimento) per accedere alla quale si debba superare un esame che dimostri che il candidato possiede le basi di conoscenza che lo mettano in grado di svolgere il compito per cui appunto si candida? Nell’Ottocento, nei primi anni dello Stato italiano unitario, le leggi elettorali non prevedevano il suffragio universale, limitandolo (una volta aboliti gli odiosi vincoli di ricchezza e di censo) a coloro che sapevano appunto leggere e scrivere. Giustamente si è arrivati, sia pure con un processo lungo e tormentato, al suffragio universale, anche perché, come disse Benedetto Croce, mentre faceva la fila assieme a tanti cittadini comuni per il referendum su monarchia e repubblica, ci sono solo due possibilità, o si contano le teste o si tagliano le teste, e solo la prima è compatibile con la democrazia.

L’elettorato attivo deve essere aperto a tutti, ma perché deve essere aperto a tutti, senza condizioni, anche l’elettorato passivo? Tutti devono poter aspirare a essere eletti, ma per farlo devono mostrare, magari studiando, che se saranno eletti saranno capaci di fare il lavoro importante che saranno chiamati a svolgere, un lavoro, quello del politico e del legislatore, che è essenziale per una società democratica, come quello del medico, dell’avvocato, dell’idraulico, del fornaio o dell’operaio, ciascuno dei quali, per essere fatto al meglio, richiede studio, competenze ed esperienza.

Purtroppo sono consapevole che le riforme di cui ho parlato qui sopra non sono molto diverse da un libro dei sogni. Sono ormai vecchio. Ho sempre votato a sinistra (prima il Pci, poi il Pds, poi i Ds e infine, da qualche anno, il Pd). Essere di sinistra, per me, ha sempre significato pensare e lottare per una società migliore. E allora perché non sognare?

[Pubblicato su Fb]

Quando a settembre tornava la Politica.

Tradizionalmente il mese di settembre, quando la politica era protagonista e non solo un orpello, era ricordato anche per convegni di alcune correnti della Democrazia Cristiana. “Le correnti di idee”, però, per citare Donat-Cattin che, con una battuta sarcastica, le divideva dalla “correnti di potere”. Certo, quando c’era la Dc, quando c’erano le correnti e, soprattutto, quando c’era la Politica. Perchè la politica oggi risiede al di fuori dei partiti e, purtroppo, in zone sempre più difficili da intercettare e da individuare. 

Ma, al di là della memoria e del ricordo che accompagnano ancora la militanza politica contemporanea di tutti quelli che hanno vissuto altre stagioni e altre esperienze politiche ed organizzative, non c’è alcun dubbio che ancora oggi quei convegni continuano ad essere commentati e narrati come momenti di alta politica e di grande confronto democratico. Convegni che avevano addirittura l’ambizione di dettare l’agenda politica nazionale. Partendo, appunto dalla singola esperienza di una corrente all’interno della Dc. Che era il partito di governo per eccellenza ma che, al contempo, era anche e comunque un soggetto politico articolato e composito. Se penso che la sinistra sociale della Dc di Forze Nuove, quella guidata da Carlo Donat-Cattin, con appena il 6-7% dei consensi del partito riusciva ad imporsi all’attenzione del dibattito politico nazionale con i convegni settembrini di Saint- Vincent, c’è da restare quasi basiti. Ma la ragione di questa specificità non risiedeva solo nella capacità politica ed organizzativa dei protagonisti del tempo, ma in due tasselli decisivi e qualificanti. L’uno era la passione della politica e per la politica. Una vocazione che rendeva quasi nascosta e secondaria lo scontato e naturale interesse per il potere. Perchè la politica era passione, ma anche militanza, radicamento sociale e territoriale, rappresentanza territoriale e soprattutto capacità di elaborazione politica, culturale ed ideale. E l’altro tassello è semplice a descriverlo ma decisivo se si vuole ambire a dettare l’agenda senza accampare solo ragioni di potere e di organigrammi. E cioè, la qualità e l’autorevolezza di quella classe dirigente. Una autorevolezza che faceva di quei politici non solo dei leader ma statisti e uomini di governo. Certo, non trascorrevano il tempo a discettare su come ridurre gli spazi democratici, su come tagliare la rappresentanza democratica e parlamentare e, soprattutto, su come declinare il verbo populista o demagogico o qualunquista nella politica italiana. 

Ecco, ho voluto fare qualche sporadico esempio per ricordare come settembre era il mese della ripresa della politica. Perchè accanto a Saint-Vincent c’erano Lavarone, Sirmione, Chianciano per ricordare solo i principali appuntamenti della Dc. Appuntamentgi presenti anche in altri partiti, tranne il Pci perchè all’epoca era dominato dal cosiddetto “centralismo democratico” e quindi il pubblico confronto interno al partito era bandito alla radice, quasi per ragioni statutarie. 

Ma la ragione essenziale di questo semplice richiamo a settembre per la politica del passato, e per non sfuggire dai canoni contemporanei, è che non possiamo rassegnarci a contemplare oggi un decadimento qualitativo progressivo della politica. Una caduta sempre più squallida, arida ed insignificante. O si ha il coraggio di reagire alla deriva populista, demagogica e qualunquista interpretata e rappresentata in Italia dall’esperienza dei 5 stelle oppure la crisi della politica e dei partiti sarà sempre più profonda e senza ritorno. Altrochè i convegni settembrini delle correnti della Dc…. 

Recessione morale

Non ho alcuna intenzione di scagliare la prima pietra né tantomeno di ritagliarmi uno spazio da moralizzatore: nessuna delle due cose rientra nel mio stile di vita e aborrisco la dietrologia, le opinioni gratuite e i giudizi a buon mercato.
Ho però la vaga impressione di aver già letto da qualche parte – sicuramente nei libri di scuola – una qualche descrizione delle caratteristiche proprie dei periodi di decadenza: se ne parlava ad esempio ai tempi dell’impero romano e poi la storia si è ripetuta più volte.

Sembra che anche adesso ci tocchi di riviverla, in formato di’post-modernità’ pandemica.
In genere non c’è mai stato un limite al peggio: ingiustizie, miserie, soprusi, angherie, sopraffazioni, sovente anche in nome del progresso e della civiltà.

Se, raccogliendo l’invito del teologo Vito Mancuso, dovessi pormi davanti alla storia dell’uomo per decifrarne il senso e la continuità, penso che la prima osservazione che mi verrebbe in mente sarebbe più o meno questa: che da che mondo è mondo l’umanità è protesa in una incessante ricerca di cambiamento, di opportunità di vita migliori, di tensione verso il progresso.
Uno sforzo continuo e – a leggerlo tutto d’un fiato – gigantesco di vivere adattandosi al contesto e modificandolo incessantemente per realizzare la pienezza della propria condizione esistenziale.

Applicando questo ragionamento al nostro tempo rilevo come la maggior parte dei desideri e delle aspirazioni coincida con categorie di valore proprie dell’economia: tutto deve essere utile, dobbiamo espanderci, produrre, consumare, alzare il tenore del benessere materiale.
La nostra vita è inevitabilmente commisurata al PIL: solo il segno ’più’ ci rende realizzati e felici, non è neppure mentalmente accettabile una fase di stagnazione, non ci si può fermare pena la soccombenza. Senza avere un’idea di futuro viviamo il terrore del ritorno al passato.

Conosco economisti di alto lignaggio che si dannano per uno scostamento di zero virgola, che fanno della moltiplicazione degli utili l’unica operazione algebrica concettualmente accettabile.
Una prima riflessione riguarda proprio questo: la sostenibilità dell’insieme, la tenuta dell’espansione rispetto alla fisiologia delle cose, ai ritmi della vita.
Non è che a forza di impossessarci del mondo lo stiamo inesorabilmente distruggendo?
In estrema sintesi la lezione più dura e densa di significati declinati al presente e al futuro che ci è stata impartita dalla pandemia da coronavirus consiste nel non aver posto limiti all’espansione e alla crescita come linea retta senza interruzioni: il tempo ha riportato indietro le lancette dell’orologio nella percezione dell’esistente intorno a noi e nei vissuti interiorizzati.

La vistosa accelerazione dei consumi ha portato all’usura delle risorse e al superamento della soglia tra utile, necessario e superfluo, non possiamo ormai fare a meno di tutto quello che ci circonda.
Nella vita fast food cui eravamo abituati si usava ciò che serviva e si buttava il resto, mentre era prevalente una concezione strumentale anche nei rapporti umani.
Chi sono allora i nuovi soccombenti, i perdenti senza speranza, gli uomini senza qualità?
Il Covid-19 ha introdotto nella nostra vita nuove forme di livellamento, alzando la soglia statistica della povertà fino ad inglobare soggetti finora esclusi da problemi mai pensati.
Una specie di selezione naturale che scarta e marginalizza una fetta consistente di umanità e realizza vecchi e aggiornati paradigmi di eccellenza e qualità: nicchie ristrette che proteggono la visibilità, l’ostentazione, il potere, la proprietà, il conto in banca.
C’è una parola da lungo tempo bandita ed espunta dal vocabolario contemporaneo: accontentarsi.

Salvo doverla applicare per sopraggiunta necessità: sarebbe poi una grossa sciagura esistenziale se cominciassimo a dar valore a tutto quello che abbiamo, a riscoprire le cose nascoste intorno a noi?
Eppure la crisi pandemica sta creando situazioni insostenibili: far ricorso a prestiti o dazioni non sposta i target sociali di riferimento: stranamente ma sarà sempre così, i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri (e numerosi). Siamo al tutti contro tutti per aver tutto il possibile.

La recessione morale purtroppo anticipa e precede la recessione economica perché non si riescono ad introdurre meccanismi compensativi. La crisi acuisce le distanze e le solitudini diventano siderali.

È possibile il parallelismo tra l’intesa Dc-Psi e l’intesa Pd-M5S?

Ho cercato di leggere con attenzione l’articolo di Massimo De Simoni.
Si butta a capifitto nel proporre e caldeggiare l’alleanza tra PD e M5S. Opinione legittima, e chi fa politica ha il diritto di avventurarsi in questo mare e navigare anche contro vento. Il PD, la sua “rotta” politica dove punta? Ha individuato quale bussola il M5S? Questo movimento, partito, aggregazione, nessuno sa cosa sia, cosa può offrire al PD (in termini politici)? Quale sbocco, quale futuro (sic!), quale programma e visione del Paese. Con l’approssimarsi del referendum si evidenzia un punto di contatto, in verità. La guerra senza limiti ad una vera riforma costituzionale. Riforma organica e finalizzata a trasformare questo Paese in una democrazia compiuta e moderna, a risolvere storture che lo stanno soffocando. Ora, il PD si accontenta delle briciole che cadono dalla mensa della “nuova casta”.

Davvero possiamo pensare ad un parallelo fra l’accordo DC/PSI, che portò alla creazione del centrosinistra, e l’alleanza PD e M5S? Il solo pensiero stimola l’orticaria.
Evocare il clima politico internazionale di quegli anni, per dire che di politici come Moro e Berlinguer se ne può fare a meno, in una stagione politica senza quelle difficoltà, si può definire una lettura un po’ superficiale degli sconvolgimenti che il mondo sta affrontando? Dai conflitti di natura economica fra le tre grandi nazioni, USA, RUSSIA, CINA, ai conflitti, che il Papa non ha esitato a definire “la terza guerra mondiale a pezzi”. Al tema delle migrazioni che, a meno di trascurare quella povera gente, è e sarà un problema gigantesco.

Un clima internazionale così e con le difficoltà del nostro Paese, possiamo pensare che il panorama politico prospettato (alleanza PD, M5S) sia la soluzione? Un partito che gioca in difesa e non sa dove puntare il timone e un “movimento populista” che vuole solo puntare a “punire” la cosiddetta casta.

Vengono i brividi al pensiero che in questo clima dovranno essere gestiti oltre 200 miliardi di €, il cui obiettivo sarebbe o dovrebbe essere la rinascita dell’Italia.
Speriamo almeno nei “cattolici”, invochino l’intervento divino.

Brexit: Bruxelles spera ancora per il meglio, ma si aspetta il peggio.

Quando si parla di Brexit, Bruxelles spera ancora per il meglio, ma si aspetta il peggio.

I colloqui post-Brexit si sono conclusi la scorsa settimana con un familiare stallo, concludendo un’estate di scarsi progressi nei negoziati. Da allora, a Bruxelles sta crescendo il pessimismo sulle prospettive di un accordo sulle future relazioni con il Regno Unito.

Secondo Barnier con la mancanza di progressi nei colloqui durante l’estate, “le prospettive di un accordo sono cadute”.

I funzionari dell’UE insistono sul fatto che il prossimo round formale di colloqui a Londra nella settimana del 7 settembre sarà cruciale per escludere uno scenario senza accordo  il 31 dicembre.

Infatti un accordo deve essere concluso entro la fine di ottobre per farlo ratificare in tempo dai parlamenti europeo e britannico.

Perché ciò accada, ora c’è un contatto continuo tra Bruxelles e Londra.

Ma su quelle che l’UE considera le questioni centrali – pesca e parità di condizioni – entrambe le parti sembrano ancora dialogare l’una con l’altra. 

Il rifiuto del Regno Unito di avviare negoziati su questi temi delicati ha solo fatto arrabbiare ulteriormente le capitali dell’UE e rafforzato il senso di unità tra i 27 paesi membri. E sebbene ci siano stati progressi su altri aspetti dei negoziati, come il commercio di merci e il commercio di servizi, l’UE insiste sul “parallelismo” nei negoziati e blocca i progressi in un settore fintanto che non ci sono progressi in altri. Londra dice che questo sta rallentando i colloqui. L’UE, d’altro canto, lo vede come l’unico modo per assicurarsi che i negoziati non si concludano con una serie di mini-accordi a beneficio solo del Regno Unito.

Intanto  nel Regno Unito sono in corso i preparativi per evitare carenze di cibo e medicinali che deriveranno in caso di mancato accordo. I funzionari di Whitehall hanno detto al Times questa settimana che il ministro del Gabinetto Michael Gove trascorre la maggior parte del suo tempo a prepararsi ad un mancato accordo.

Questo perché la dipendenza del Regno Unito, di medicine e cibo fresco, e strettamente legata al trasporto attraverso il Canale della Manica.

 

Ferie: 8,8 milioni gli italiani che hanno scelto settembre

Non solo rientri, sono 8,8 milioni gli italiani che hanno scelto di trascorrere almeno parte delle vacanze nel mese di settembre anche se in calo del 13% rispetto allo scorso anno per effetto delle difficoltà economiche, della paura del contagio da coronavirus e dei timori per il futuro. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ divulgata in occasione dell’ultimo weekend di agosto da bollino rosso per il controesodo che segna il ritorno della maggioranza degli italiani al lavoro ma anche un inedito turnover nei luoghi di villeggiatura.

Con il controesodo si conclude il rientro per i 21,1 milioni gli italiani che hanno deciso di concedersi almeno un giorno di vacanza fuori casa nel mese di agosto che, nonostante il calo dell’11% rispetto allo scorso anno, è stato di gran lunga il mese più gettonato dell’estate ma anche quello che ha fatto segnare la minore riduzione delle presenze nazionali dopo il crollo del 54% a giugno e del 23% a luglio.

Il mese di settembre – sottolinea la Coldiretti – è particolarmente apprezzato da quanti cercano il relax e la tranquillità ma vogliono anche approfittare dei risparmi possibili con l’arrivo della bassa stagione. Si verifica infatti una riduzione dei listini che – precisa Coldiretti – può arrivare al 30% e che risulta particolarmente appetibile in un momento di difficoltà economica. La ricerca del risparmio – continua Coldiretti – non è però certo la sola ragione poiché ad apprezzare il mese di settembre sono soprattutto coloro che vogliono cogliere l’ultimo scampolo dell’estate per riposarsi e tornare in forma alla routine quotidiana.

Anche se il mare resta protagonista, a settembre si registra infatti un deciso aumento in percentuale – precisa la Coldiretti – del turismo legato alla natura in montagna, nei parchi e nelle campagne rispetto alle mete tradizionali. Un nuovo protagonismo dei centri minori spinto dagli effetti della pandemia che ha portato alla riscoperta nell’estate 2020 del turismo di prossimità che rende piu’ facile anche il rispetto del distanziamento. Una opportunità resa possibile in Italia – sottolinea Coldiretti – dalla diffusione capillare dei piccoli comuni con la capacità di offrire un patrimonio naturale, paesaggistico, culturale ed enogastronomico senza eguali. In Italia i centri sotto i 5mila abitanti sono, infatti, 5.498, quasi il 70% del totale, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, ma vi risiede solo il 16% degli italiani, pari a 9,8 milioni di abitanti, pur rappresentando il 54% dell’intera superficie nazionale. Ma in molte regioni il territorio coperto dai borghi arriva anche al 70%.

Tra gli svaghi preferiti infatti accanto ad arte, tradizione, relax e puro divertimento, la ricerca del cibo e il vino locali è diventata il vero valore aggiunto delle vacanze Made in Italy nel 2020 con ben il 92% delle produzioni tipiche nazionali che secondo l’indagine Coldiretti/Symbola nasce proprio nei piccoli borghi italiani con meno di cinquemila abitanti. .

Milano: Franco Guerzoni. L’immagine sottratta

Il Museo del Novecento riapre la stagione espositiva con la mostra Franco Guerzoni. L’immagine sottratta, a cura di Martina Corgnati, un affondo nell’opera dell’artista modenese in programma dal 9 settembre 2020 al 14 febbraio 2021.

La mostra segna il ritorno di Franco Guerzoni nella città dove hanno avuto luogo alcune delle sue principali esposizioni, e prosegue l’indagine condotta dal museo sui protagonisti e i movimenti che hanno contrassegnato il panorama artistico italiano nella seconda metà del Novecento.

L’artista dichiara: “Con un’espressione della curatrice Martina Corgnati, che faccio mia, l’esposizione dovrà essere “intima” come intimo è lo spazio che la riceve al Museo del Novecento: la grande sala della Lanterna e lo spazio dell’Archivio. Non inseguirà l’ambizione di narrare una biografia, quanto piuttosto accettare la frammentarietà di alcune stagioni di ricerca che qui cercano di incontrarsi in una distanza temporale significativa. Saranno esposti lavori dei primi anni Settanta che come ninfe volanti cercano un contatto con ricerche attuali e ne costituiscono credo, ancora, la spinta propulsiva, un ricordo mai sfumato del passato. Così le piccole edicole in gesso recanti una foto di case sventrate dal titolo “Affreschi” sembrano essere ancora oggi la suggestione che sussurra ai dipinti attuali, di grande formato, il fascino che mi suscita la pittura opaca, la parete dimenticata e il fatto di accudirne i frammenti: tutte idee che mi accompagnano fino alle stratificazioni delle grandi tavole di “Archeologie senza restauro” o i “Paesaggi in polvere” che ne sono gli esiti più recenti. L’occasione consentirà inoltre di presentare piccoli inediti, stanze in miniatura da percepire attraverso uno sguardo sghembo che costringe lo spettatore in un movimento rotatorio del capo a cercarne l’enigma celato; “Intravedere” ne è il titolo. Le grandi teche di vetro che circoscrivono l’archivio consentono l’esposizione di quel “Museo Ideale” costituito da gessi colorati che corteggiano il bassorilievo, vere pareti da sfogliare, un’archeologia del quotidiano nel quale anche il piccolo frammento di ieri dialoga con forme del remoto. Uno spazio timido e sorridente appare quello dedicato all’esposizione di carte, foto e documenti che s’incaricano di narrare l’origine del lavoro tra euforie e sconfitte: sono quegli “Irrisolti” che desiderano essere guardati con l’indulgenza di chi vuole assistere al teatro creativo germogliato tra le tante influenze e contaminazioni assimilate dalla fine degli anni Sessanta fino ai primi Settanta, quel cercare il “nuovo” a tutti i costi tra i fuochi delle avanguardie e l’antagonismo politico. Eludendo un’antologia vera e propria che mi avrebbe costretto a congiungere in un percorso rettilineo il mio lavoro, ho preferito il labirinto offerto dai suoi mille frammenti. È inoltre per me piacevole rivedere alla luce fredda dei grandi tavoli luminosi dell’Archivio tutta la mia produzione di libri-opera, accompagnati da testi di amici scrittori, critici e storici dell’arte. Queste particolari realizzazioni sono certamente la parte più pensosa del mio lavoro. Libri da agire editi in pochi esemplari accompagnati dalle parole affettuose di Sebastiano Vassalli, Adriano Spatola, Emilio Mattioli, Paolo Fossati, Henry Martin soltanto per citarne alcuni. Le immagini che compaiono nei volumi sono spesso collaborazioni fotografiche con Luigi Ghirri e Franco Vaccari. In realtà se l’esposizione dei dipinti ha rifuggito l’idea antologica, i libri-opera rappresentano invece una vera e propria antologia. (Franco Guerzoni)

 

LA MOSTRA NEL DETTAGLIO

Al quarto piano del Museo del Novecento sarannno esposte soprattutto opere realizzate dall’artista nell’ultimo decennio: un itinerario intorno alla parete, un topos per Guerzoni. Pareti vecchie e scrostate, ricche di intonaci e rigonfiamenti, precarie per crepe, graffi, affioramenti, muffe e salnitri, sono protagoniste prima, agli esordi, di scatti fotografici utilizzati come supporto del suo lavoro; poi saranno evocate sulla tela: pareti-palinsesto dai molteplici, evocativi affioramenti sulle quali si è articolata tutta la sofisticata archeologia personale dell’artista modenese.

Le immagini, rovine vere o più frequentemente simulate e suggestivamente ricostruite attraverso la pittura, saranno poste in dialogo con lavori dei primissimi anni Settanta nati dalla collaborazione con gli amici fotografi Luigi Ghirri e Franco Vaccari.

La mostra continuerà con l’ultima ricerca di Franco Guerzoni intitolata Intravedere: piccole stanze di materiale gessoso che galleggiano come libri aperti, ma la cui immagine è nascosta, appunto “sottratta” allo sguardo dell’osservatore.

Accompagneranno questi lavori i libri-opera che dagli anni Settanta punteggiano l’itinerario di Guerzoni: dal Libro dei sogni del 2009 al Museo ideale del 2013. Libri non solo da guardare ma da “agire”, preziosi nella loro rarità, che contengono le riflessioni dei tanti poeti, critici e letterati, amici che da sempre seguono il percorso dell’artista.

Nel percorso espositivo, una bacheca è riservata a un labirinto di sequenze fotografiche, spesso inedite, che raccontano progetti e aspirazioni risalenti alle sue origini inquiete che l’artista chiama Irrisolti frutto acerbo e tenero del suo ingresso nella ricerca artistica.

Infine un video, realizzato appositamente per l’occasione da Eva Marisaldi ed Enrico Serotti, racconterà per tappe esemplari e con ironia, affetto e rigore, l’opera di Guerzoni nel suo complesso, compresa quella parte che non potrà essere rappresentata in mostra.

Arricchirà la personale un ricco volume, edito da Skira, con le immagini delle opere esposte, testi della curatrice Martina Corgnati e di Adele Ghirri e materiali utili ad approfondire il lavoro dell’artista con una ricostruzione del decennale e importante rapporto da lui intrattenuto con Milano, sede di mostre, gallerie importanti nella storia di Guerzoni, così come anche di avventure e incontri decisivi.

Franco Guerzoni. L’immagine sottratta, a cura di Martina Corgnati, è parte del palinsesto del Comune di Milano “Aria di Cultura”, il programma di iniziative culturali che accompagnerà l’estate milanese.

 

Biografia
Franco Guerzoni è nato nel 1948 a Modena, dove vive e lavora. Nel 1970 intraprende diverse, non tradizionali e spesso effimere pratiche di produzione artistica, molto sperimentali e vicine alla fotografia; il contesto è di forte influenza concettuale e intenso scambio con altri giovani artisti, Franco Vaccari, Claudio Parmiggiani, Giuliano Della Casa, Carlo Cremaschi, Luigi Ghirri. Nel 1973 tiene la prima personale alla Galleria Studio G7 di Bologna, Archeologia. In questi anni l’artista presta grande attenzione al mondo archeologico e alla memoria, elaborando anche libri-opera che affrontano i temi del viaggio, dell’immagine e della sua ambiguità. Viaggia in Turchia, Iran, Afghanistan, India e Nepal; passaggi testimoniati da mostre come Blow-Up (1976), Foto-grafia, a cura di Arturo Carlo Quintavalle nel ’77, e Il tesoro di Begram (1978) da Trisorio di Napoli. Nei primi anni ‘80 si avvicina alla pittura intesa come materializzazione e non rappresentazione della parete o “resto” dove si compie la sua personale operazione archeologica: nascono grandi carte gessose, esposte in Carte di viaggio, alla Villa Romana di Firenze, Cosa fanno oggi i concettuali?, alla Rotonda della Besana, e Scavi superficiali alla Galleria Civica di Modena. Alla fine del decennio Guerzoni intraprende grandi cicli di opere quali Decorazioni e rovine, presentato alla Biennale di Venezia del 1990, e Restauri provvisori, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna. Un’ampia retrospettiva viene allestita nel 1996 alla Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento, mentre è del ’99 la personale Orienti, a Palazzo Massari di Ferrara. Nel 2002 tiene una personale all’Ettersburg Schloss di Weimar, nel 2004 a Palazzo Forti di Verona e nel 2006 alla GAM di Torino. Nel 2011 il suo lavoro è incluso nel Padiglione Italia della LIV Biennale di Venezia mentre nel 2013 Palazzo Pitti organizza l’antologica La parete dimenticata. Fra le personali più recenti si annoverano soltanto Nessun luogo, da nessuna parte. Viaggi randagi con Luigi Ghirri, alla Triennale di Milano, Archeologie senza restauro al MAMbo di Bologna.