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Per la prima volta l’export di cibo supera l’import

Con le esportazioni agroalimentari italiane che per la prima volta nella storia recente superano le importazioni ci sono le condizioni per far crescere il Made in Italy e ridurre la dipendenza dall’estero, da dove arriva ancora un prodotto agroalimentare su quattro consumato sulle tavole degli italiani. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Istat in occasione del Summit della Coldiretti con il Governo “Recovery ‘Food’, l’Italia riparte dal cibo” organizzato con Filiera Italia a Palazzo Rospigliosi a Roma.

Le esportazioni agroalimentari nel 2020 – sottolinea la Coldiretti – hanno raggiunto il valore record di 46,1 miliardi con un aumento dell’1,7% rispetto all’anno precedente che ha consentito lo storico sorpasso sulle importazioni che sono invece scese a 43 miliardi. Una svolta che offre grandi opportunità al Made in Italy dopo che a causa di decenni di sottovalutazione – continua la Coldiretti – l’Italia ha accumulato un deficit produttivo di autoapprovvigionamento pari al 25% dei consumi a tavola, dalla carne al latte fino ai cereali e fatta eccezione solo per vino, frutta e carni avicole.

Con la pandemia da Covid – precisa la Coldiretti – si è aperto uno scenario di riduzione degli scambi commerciali, accaparramenti, speculazioni e incertezza che spinge la corsa dei singoli Stati ai beni essenziali per garantire l’alimentazione delle popolazione. Una situazione che ha fatto salire i prezzi dei prodotti alimentari a livello mondiale ai massimi da quasi sette anni trainati dalle quotazioni di zucchero, oli vegetali e cereali secondo l’indice Fao. I timori sugli approvvigionamenti di cibo hanno convinto la stessa Unione Europea a lanciare una consultazione pubblica fra operatori, autorità e cittadini per realizzare un piano finalizzato a conquistare l’autosufficienza in diversi settori chiave.

A difesa della sovranità alimentare dell’Unione l’Italia – sottolinea la Coldiretti – può schierare una forza composta da quasi 740 mila imprese agricole che insieme a 70mila industrie alimentari, oltre 330mila realtà della ristorazione e 230mila punti vendita al dettaglio generano 538 miliardi di valore lungo la filiera e garantiscono 3,6 milioni di posti di lavoro.

“L’Italia conta su un tesoro da primato mondiale ma per difendere la sovranità alimentare e ridurre la dipendenza dall’estero deve considerare il settore agroalimentare come vera e propria risorsa strategica al pari di telecomunicazioni ed energia” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’importanza di “tagliare la burocrazia che frena le imprese e investire su progetti di ampio respiro in grado di mettere le ali al Paese fuori dall’emergenza Covid”.

La burocrazia – afferma la Coldiretti – ruba fino a 100 giorni all’anno al lavoro in azienda ma frena anche l’ingresso di giovani nell’attività di impresa di cui l’Italia ha enorme bisogno per tornare a crescere. Siamo di fronte – sottolinea la Coldiretti – ad un vero spread per la competitività delle imprese che va recuperato con lo snellimento delle procedure, la semplificazione, il dialogo tra le amministrazioni.

Per sostenere la ripartenza dell’Italia dopo l’emergenza Covid con il Recovery Plan sono strategici i progetti sull’agroalimentare Made in Italy presentati da Coldiretti in grado di creare un milione di posti di lavoro green entro i prossimi 10 anni.

“Digitalizzazione delle campagne, innovazione tecnologica, foreste urbane per mitigare l’inquinamento e smog in città, invasi nelle aree interne per risparmiare l’acqua, chimica verde e bioenergie per contrastare i cambiamenti climatici ed interventi specifici nei settori deficitari ed in difficoltà dai cereali all’allevamento fino all’olio di oliva sono alcuni dei progetti strategici cantierabili elaborati dalla Coldiretti per la crescita sostenibile del Paese” ricorda il presidente di Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “il Recovery plan può e deve rappresentare un’opportunità per tutti i comparti chiave del Made in Italy agroalimentare per la crescita duratura sostenibile del Paese”.

L’agricoltura 4.0, che ha generato in Italia un fatturato intorno ai 540 milioni di euro nel 2020, con una crescita di circa il 20% rispetto all’anno precedente, rappresenta – sottolinea la Coldiretti – il futuro dei campi con lo sviluppo di applicazioni sempre più adatte alle produzioni nazionali su diversi fronti: dall’ottimizzazione produttiva e qualitativa alla riduzione dei costi aziendali, dalla minimizzazione degli impatti ambientali con sementi, fertilizzanti, agrofarmaci fino al taglio dell’uso di acqua e del consumo di carburanti. Una evoluzione del lavoro nei campi che sul Portale del Socio della Coldiretti ha portato alla creazione di Demetra il primo sistema integrato per la gestione on line dell’azienda agricola con lettura in tempo reale dello stato di salute delle coltivazioni, dati su previsioni meteo e temperature, fertilità dei terreni e stress idrico.

Ma per cogliere le innovazioni tecnologiche offerte dall’agricoltura 4.0 occorre però colmare i ritardi nell’espansione della banda larga nelle zone interne e montane visto che solo il 76% delle famiglie italiane dispone di un accesso internet e appena il 75 % ha una connessione a banda larga ma la situazione peggiora notevolmente nelle aree rurali con appena il 68% dei cittadini che dispone di connessione a banda larga nei comuni con meno di duemila abitanti, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat. Proprio per superare il digital divide tra città e campagne portando la banda ultralarga nelle aziende e sostenere la ripresa economica del Paese, Coldiretti, TIM e Bonifiche Ferraresi hanno firmato un accordo per accompagnare la transizione economica e digitale dell’agroalimentare Made in Italy.

I fondi europei – sottolinea la Coldiretti – vanno utilizzati per finanziare progetti strategici superando i limiti alla capacità di investimento nel comparto agricolo ed alimentare per portare benefici all’intero Sistema Paese con un impegno strategico di lungo periodo. Per far crescere il Made in Italy – afferma la Coldiretti – sono fondamentali i contratti di filiera in grado di garantire una equa distribuzione di valore fra tutti i componenti. Il radicamento territoriale delle filiere è la vera impronta del Made in Italy agroalimentare che – conclude la Coldiretti – si trasforma in valori economici sul mercato, ma anche in valori sociali e ambientali per le comunità locali e l’intera collettività.

Terzo Settore: 13 mln per il 2019 e 23 per il 2020

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando, ha firmato il Decreto Ministeriale di riparto per la gestione degli Uffici del Registro Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) per le annualità 2019-2020 che individua le risorse necessarie all’avvio, alla gestione e al controllo da parte degli uffici RUNTS istituiti presso le Regioni e le Province autonome. Il decreto ripartisce tra le Regioni e Province autonome le risorse in bilancio per le annualità 2019 e 2020, che ammontano a 13.000.000 di euro per il 2019 e 23.000.000 di euro per il 2020.

I criteri di riparto – già utilizzati con riferimento alle risorse dell’annualità 2018, previa condivisione in sede di Commissione Politiche sociali delle Regioni e Province autonome – prevedono l’attribuzione di una quota in misura fissa, pari a € 300.000 per ciascuna Regione e Provincia autonoma, e di una quota variabile determinata in proporzione del numero di enti “non profit” operante su ciascun territorio di riferimento, risultante dalla versione aggiornata dell’apposita rilevazione ISTAT. Ciò al fine di tenere nel dovuto conto la differente distribuzione degli enti del Terzo settore nelle varie aree del Paese.

Riguardo alla quota fissa, si è ritenuto di non modificare, per gli anni 2019 e 2020 l’importo assegnato sin dalla prima annualità, per non penalizzare eccessivamente gli uffici che, pur in presenza di un ridotto numero di enti, necessitano comunque di una quota stabile nel corso degli anni, a fronte di eventuali riduzioni di spesa o di diminuzioni nel numero degli enti di riferimento. La quota di fondi minima, 300.000 euro, appare compatibile con lo svolgimento delle attività di gestione del RUNTS e di controllo sugli enti, in modo tale da rendere efficace e sistematicamente coerente l’intervento nel suo complesso nel rispetto delle diverse situazioni territoriali.

Le Regioni e le Province autonome, nel rispetto dei rispettivi modelli organizzativi, sono chiamate ad impiegare le risorse trasferite per lo svolgimento delle attività e hanno il compito di monitorare le attività e di rendicontare l’utilizzo delle risorse finanziarie, comunicando i relativi dati ed elementi informativi al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in forme e modi previamente concordati.

Il sistema muscolo scheletrico del bambino spiegato dall’ortopedico pediatrico Nicola Portinaro

“Mia figlia ha i piedi piatti, devo fare una visita di controllo?

Mio figlio cammina in maniera strana, ma proprio male, mi devo preoccupare?

Queste sono le domande e le preoccupazioni che in tanti anni di professione i genitori dei miei piccoli pazienti mi hanno posto più di frequente, e ogni volta rispondo: prima di tutto meglio non azzardare diagnosi da soli ma affidarsi a una visita specialistica, che non è affatto invasiva e fa stare tranquille le mamme. Si valuterà in seguito se il quadro rientra nel fisiologico, e quindi non serve fare assolutamente nulla, oppure se è necessario procedere con eventuali accorgimenti terapeutici”.

Così racconta il prof. Nicola Portinaro, chirurgo ortopedico pediatrico riconosciuto come uno dei massimi esperti per la cura di problemi ortopedici di anche, piedi e per le patologie neuro ortopediche nei bambini, che sarà protagonista di un webinar gratuito in diretta streaming giovedì 8 aprile alle ore 19.30 dedicato a tutti i genitori interessati al tema “Il sistema muscolo scheletrico del bambino dal neonato all’adolescente”.

Gli argomenti trattati riguardano le principali patologie dei piedi e i possibili trattamenti, ma anche come si sviluppa lo scheletro del bambino e quali sono le principali alterazioni nel neonato, quando ci si deve preoccupare di una patologia dell’anca, come si svolge una visita ortopedica e che ruolo ha l’ortopedia pediatrica nel trattamento delle patologie neurologiche.

Portinaro risponderà anche alle domande dei genitori in ascolto, dialogando con Alessandro Basso, fondatore e ad di SosPediatra, piattaforma ideata per aiutare le famiglie a trovare un pediatra H24 per una visita domicilio o un video consulto specialistico, con la sicurezza di professionalità e tariffe fisse senza sorprese.

Il webinar sarà trasmesso sulle pagine Facebook di SosPediatra e Fondazione Ariel, ente non profit di cui Portinaro è ideatore e direttore scientifico, che da 18 anni si occupa di sostegno e orientamento alle famiglie con bambini affetti da Paralisi Cerebrale Infantile e altre disabilità neuromotorie, seguendo inoltre progetti di ricerca per sviluppare la conoscenza, il trattamento e la cura delle patologie neuromotorie infantili.

L’iscrizione all’evento dal sito di Fondazione Ariel e dalle pagine Facebook dà diritto a ricevere gratuitamente una speciale edizione digitale dell’Atlante Pediatrico di SosPediatra (un dossier che va alla scoperta del corpo umano con linguaggio semplice dedicato ai bambini) e un buono sconto di 5 euro sul servizio di video consulto pediatrico prenotabile direttamente dal sito di SosPediatra. Per partecipare, basta compilare il form d’iscrizione presente in uno di questi canali:

fondazioneariel.it

facebook.com/Arielnonprofit

facebook.com/SOSPediatraAPP

Chi rappresenta oggi l’anti sistema?

Uno gli elementi politici – anche se era e rimane un autentico disvalore – maggiormente gettonato  nella storia democratica del nostro paese è sempre stata l’ideologia dell’anti sistema. Una deriva  che nella politica italiana è sempre esistita ed ha sempre avuto grandi estimatori e un seguito di  massa. Un consenso trasversale che alligna tanto nelle masse popolari con una antica, atavica e  radicata diffidenza nei confronti dello Stato e di tutto ciò che è riconducibile al pubblico e alle  istituzioni e, soprattutto, in settori massicci della borghesia illuminata che, in virtù di un incrollabile  moralismo e una strisciante ed ostentata “superiorità morale” ha sempre manifestato una forte e  massiccia ostilità nei confronti della politica e delle sue articolazioni, a cominciare dai partiti per  estendersi anche al Parlamento e ad altre istituzioni.  

Ma, per fermarsi alla realtà contemporanea, è indubbio che c’è stato un partito che sull’onda di  una spietata cultura anti sistema in questi anni ha fatto fortuna. Politica ed elettorale. Una deriva  che si è trascinata dietro altri disvalori e altri elementi corrosivi della vita democratica e  costituzionale. Dal populismo alla demagogia, dal qualunquismo alla impronta anti parlamentare.  Elementi che hanno incrociato il disagio crescente di molti settori della pubblica opinione e che  sono alla base del profondo scollamento tra i cittadini e le istituzioni e del sostanziale discredito  dei partiti e dei politici. I 5 stelle, appunto, grazie a questi disvalori sono entrati nel Palazzo e se ne  sono impossessati. Ma, come quasi sempre capita, una volta entrati nel palazzo semplicemente  non si vuole più uscirne. E tutta la carica qualunquista, anti sistema, qualunquista e populista ha  ceduto il passo ad altri temi. Uno su tutti, come ci ricordano quasi tutti i giorni le cronache  politiche giornalistiche. E cioè, come fare per non uscire dal palazzo e, di conseguenza, dai  benefit e dai privilegi che tutto ciò comporta? Una battaglia su tutte: rimuovere quel “doppio  mandato” che era la regola scolpita nella pietra di quel partito per giustificare la profonda diversità  se non addirittura l’alternativa rispetto a tutti gli altri partiti esistenti – cioè alla fatidica “casta” –  che avrebbe “spadroneggiato e sgovernato” l’Italia per vari decenni. E, accanto a questo, la  simpatica trasformazione di quel partito da movimento populista, anti parlamentare e anti politico  a movimento addirittura “liberal moderato”. 

Ora, al di là dei comportamenti e della prassi concreti di quel partito – che a tutt’oggi nessuno sa  che cosa realmente sarà nel futuro – resta una domanda a cui prima o poi occorrerà dare una  risposta seria e convincente. Ovvero, chi interpreterà, d’ora in poi, quella voglia di anti sistema  che, purtroppo, continua ad attraversare larghi settori della nostra vita pubblica? Oppure  pensiamo che con la mutazione genetica dei 5 stella sia stata definitivamente rimossa quella  deriva? Io credo, al riguardo, che proprio in questa stagione i partiti democratici – e non i partiti  personali o del capo o del guru o i banali cartelli elettorali – hanno il compito politico e culturale di  saper rinobilitare la politica e, di conseguenza, ridare credibilità ed autorevolezza alle stesse  istituzioni democratiche. Una responsabilità politica che non si può delegare a nessuno ma che  richiede, invece, da parte dei partiti una risposta precisa, chiara e netta. Qualsiasi tentazione di  assecondare, ancora una volta, la spirale populista e demagogica – presente tanto a destra  quanto, soprattutto, a sinistra – deve essere d’ora in poi battuta alla radice senza alcun  tentennamento. Sarebbe curioso se, dopo il lento tramonto del partito populista per eccellenza,  adesso toccasse agli storici partiti democratici, e di potere, assumere atteggiamenti populisti,  demagogici, anti politici e anti parlamentari pur di assecondare la spirale anti sistema. Sarebbe  non solo la fine della politica ma innescherebbe, ed è quel che più conta, anche la crisi  irreversibile della nostra democrazia.  

Una virtu’ oggi dimenticata: la temperanza

Uno, due, tre passi indietro: un esercizio mentale che non ci è più consueto.

E’ il senso della misura il vero convitato di pietra al banchetto della vita politica e delle relazioni sociali del nostro tempo.

I toni aggressivi prevalgono sulla comunicazione moderata e interlocutoria così come le esternazioni prevaricatrici hanno il sopravvento sulla capacità di controllo delle turbolenze dell’anima.

Sembra questa la percezione più avvertita nel sentire comune, come se fosse diventato un atteggiamento tendenzialmente prevalente nel modo di porsi e di cui ci accorgiamo soprattutto nel momento in cui lo subiamo, al punto di incuterci ansie e timori.

Non è solo questione di oggi quanto piuttosto modalità espressiva ricorrente nella natura umana, quasi elemento costitutivo e ontologico della sua complessità strutturale, fatta di pulsioni e di razionalità, di sentimenti e stati d’animo contrastanti.

Non per niente il suo opposto, come ci ricorda S.Tommaso, è considerata una virtù.

Parliamo di quella temperanza che Cicerone definiva come dominio fermo e moderato della ragione, controllo delle passioni e giusta misura di ogni cosa.  

E’ un atteggiamento che possiamo ereditare da una buona educazione o che maturiamo attraverso scelte e convincimenti interiori?

Sicuramente sono vere entrambe le cose.

Resta da chiedersi se questa capacità di esercitare il controllo e la moderazione ma anche di possedere il senso della misura del sé e della proporzione degli esiti delle nostre azioni e dei nostri sentimenti in rapporto alle circostanze della vita sia utile, possibile e attuale.

Non dobbiamo eludere e non possiamo nasconderci infatti il valore positivo e appagante delle emozioni e quanto sia ricca e sorprendente la gamma dei sentimenti.

Una vita priva di emozioni è una vita senza senso, piatta, insignificante.

Ma un’esistenza dominata esclusivamente dalle emozioni e dai sussulti, dagli eccessi e dalle intemperanze ci allontanerebbe da quella condizione di equilibrio, di pacatezza e di razionalità che ci permette invece di accreditarci con una stabile e rassicurante identità positiva nell’universo dei rapporti interpersonali.

Avvertiamo infatti la necessità e per certi aspetti anche il dovere di mitigare modi, forme e circostanze delle nostre esternazioni e – prima ancora – di praticare la buona regola del rispetto di sé, per evitare quegli “spaesamenti” interiori che producono disorientamenti, tensioni, sdoppiamenti ma anche frustrazioni e sensi di colpa.

Controllare in modo appropriato le pulsioni conservando possibilmente la tranquillità dell’animo e riservando agli altri il rispetto che si richiederebbe per sé: questo potrebbe essere un proposito onesto e sensato.

Come anche cercare l’armonia spirituale e l’equilibrio interiore, convivere con i sentimenti e le emozioni “stemperando” – appunto – quel mix di tensioni, toni sopra le righe, alterazioni, istinti smodati, o viceversa di modalità eccessive nella ricerca dell’autocontrollo e della sobrietà.

Il biglietto da visita di una persona temperante consiste nella discrezione come immagine di sé e modo di porsi, icona di uno stile di vita personale centrato sulla moderazione e sul senso della misura.

Chi perde di vista questo valore aggiunto dimostra di non possedere quella capacità di regia, ora forte e risoluta ora mite e discreta, che governa il dentro e il fuori di sé, il pathos e l’immagine, l’essere e l’apparire.

La virtù della temperanza consiste dunque nell’abilità di modulare e dosare chiaro-scuri, alti e bassi, timbri, toni e registri di quel flusso di emozioni, sentimenti, comportamenti, stati d’animo con cui incessantemente ci rapportiamo con il mondo delle persone e con le loro intrinseche relazioni, cercando dentro e fuori di noi la giusta misura di una sostenibile armonia.

La signora della giungla

Quella di Enrico Letta si era annunciata come la nuova stagione del PD, improntata al rinnovamento anche della classe dirigente.

Ma lungi dall’essere un reale rinnovamento, Letta sembra prediligere il vecchio: dopo aver abiurato ad una legge elettorale proporzionale, si è prodigato affinché venissero elette due donne come presidenti dei rispettivi gruppi parlamentari al Senato ed alla Camera dei deputati.

Così, ha rispolverato la sempre in auge Debora Serracchiani quale capogruppo alla Camera.

Un ritorno al vecchio, non tanto per l’età dell’esponente piddina romana ma friulana di adozione, quanto per la sua escalation politica e per la sua storia personale all’interno del Partito.

Compie il primo passo della sua notorietà politica quando nel 2009 contesta i vertici del suo Partito (PD) alla cui guida c’è il reggente Dario Franceschini, per poi accordarsi con quest’ultimo al fine di ottenere la candidatura alle Elezioni Europee.

Eletta a Strasburgo nel giugno 2009, passata sotto l’ala protettrice franceschiniana, la Serracchiani si mette in luce per la scarsa frequenza delle sedi parlamentari europee: infatti nella lista complessiva dei deputati europei risulta essere seicentonovantacinquesima su settecentotrentadue membri; mentre sui settantadue parlamentari italiani eletti è appena sessantacinquesima per presenza in aula. Non c’è che dire un bel biglietto da visita quanto ad impegno nelle istituzioni.

Nell’autunno dello stesso anno, alle primarie del PD si schiera con Franceschini contro Bersani, ma appena eletto quest’ultimo non perde un minuto per schierarsi al suo fianco.

Nel frattempo continua a distinguersi per assenze all’interno dell’assise di Strasburgo sino a quando, nel 2013, fiutando l’aria elettorale che spira per il rinnovo del Parlamento europeo, decide di candidarsi alla presidenza della Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia. Si impone per una manciata di voti sul presidente uscente Tondo.

La sua presidenza si caratterizza per il cosiddetto quieto vivere, ma soprattutto per il taglio nel settore della sanità regionale e per il suo passare armi e bagagli con il nuovo capo del PD, Matteo Renzi.

Quest’ultimo, come regalino, la nomina al Nazareno come vice segretario del Partito mentre ha in mente, insieme alla Boschi, quella grossa bravata della riforma  costituzionale tesa ad abolire il Senato eletto a suffragio universale con un piccolo esercito di nominati (2016).

La Serracchiani si distingue in questo periodo per la tracotanza con la quale appare quotidianamente in televisione a sostegno della riforma costituzionale.

Nel suo Partito, che è ormai una giungla (peggio di quella democristiana delle correnti), Debora salta da una liana all’altra con disinvoltura, senza curarsi minimamente che ogni tanto un po’ di dignità politica non guasterebbe.

La woman tarzan friulana, nel frattempo, intuisce anche che continua a perdere consensi nella sua Regione, per cui meglio cambiare aria e candidarsi al Parlamento nazionale fin tanto che Renzi è segretario del PD.

Così il suo lanciarsi da una liana all’altra la porta a candidarsi nel collegio uninominale di Trieste della Camera dei deputati, ma sentendo anche qui aria bruciacchiata, si fa candidare anche nella lista proporzionale.

Ed infatti, nella lista maggioritaria subisce una débacle  sonora (appena il 26,14 per cento dei suffragi). Si salva per il rotto della cuffia nella lista proporzionale posizionandosi al secondo posto.

Qualche giorno fa la signora della giungla è stata eletta capogruppo alla Camera dei deputati del Partito Democratico. Non c’è che dire, un altro salto politico da professionista. Ma come la giostra gira, così anche il gioco prima o poi finisce.

Sullo sfondo resta il nuovo Partito immaginato da Letta privo di credibilità e di sensibilità politiche, con una classe dirigente che ha dimostrato ormai ampiamente di saper scaldare solo i muscoli per lotte interne tese all’acquisizione di nuove poltrone.

Online il nuovo Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Settimane Sociali

È online il Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo, un portale open access che si propone come strumento per approfondire le grandi questioni del nostro tempo alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa. Curato dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, il nuovo Dizionario è in costante aggiornamento e ogni tre mesi si arricchirà di nuovi contributi che confluiranno nei fascicoli della rivista online trimestrale ad accesso libero che porta lo stesso nome.

I contributi sono suddivisi in 12 Aree tematiche e sono raggiungibili cliccando sulle foglie dell’albero che campeggia in homepage.

“Si tratta di un processo in divenire, non cristallizzato, che studia le pieghe della realtà, dove viviamo e usiamo le nostre risorse intellettuali attraverso discipline scientifiche e umanistiche per compiere scelte giuste”, spiega Simona Beretta, direttore del Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa, sottolineando che “la grande tradizione millenaria della Chiesa parla al presente e offre tanta ricchezza nella continuità del magistero dei pontefici e delle conferenze episcopali”. “Il filo rosso – osserva – è l’essere umili e tenaci nel ricercare, facendo esperienza del fatto che la fede illumina la ricerca e manifesta l’umano e il sociale, il senso dell’innovazione tecnologica e della ricerca scientifica”.

Grandi navi a Venezia: entro due mesi lancio del concorso di idee per attracchi fuori la laguna

“Il rispetto del patrimonio artistico e culturale rappresentato da Venezia e dalla sua laguna impone massima attenzione e le norme contenute nel decreto approvato oggi dal Consiglio dei Ministri sono solo un primo passo verso una soluzione definitiva e strutturale del problema del transito delle grandi navi”. Lo sottolinea il Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini in occasione dell’approvazione del decreto-legge da parte del Governo, che prevede entro 60 giorni dalla sua entrata in vigore che l’Autorità portuale del Mare Adriatico Settentrionale lanci un bando per un concorso di idee al fine di individuare le soluzioni più idonee per contemperare le esigenze di tutela del patrimonio artistico, culturale e ambientale di Venezia e della sua laguna con quelle legate allo svolgimento dell’attività crocieristica e alle esigenze del traffico delle merci.

“La prossima settimana – ha aggiunto il Ministro – proporrò un incontro con il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e il sindaco Luigi Brugnaro per valutare insieme le questioni emerse nell’ultima riunione del cosiddetto ‘Comitatone’, che riguardano il riequilibrio idrogeologico dei territori lagunari, il recupero dei beni pubblici e la manutenzione dei sistemi di sicurezza”.

Il concorso raccoglierà proposte ideative e progetti di fattibilità tecnica ed economica per la realizzazione di punti di attracco al di fuori della laguna di Venezia, utilizzabili dalle navi adibite al trasporto di passeggeri superiori a 40.000 tonnellate di stazza lorda e dalle navi portacontenitori adibite a trasporti transoceanici.

Priorità del vaccino Covid-19 nei pazienti con patologie cardiovascolari

Numerosi sono gli studi multinazionali che hanno dimostrato come i pazienti affetti da patologie cardiovascolari siano maggiormente a rischio di sviluppare complicanze potenzialmente letali, in caso di infezione da SARS-CoV-2 e in tale contesto,
lo scompenso cardiaco è risultato essere la condizione maggiormente in grado di condizionare una prognosi sfavorevole12.

Indipendentemente dall’eziologia, lo scompenso cardiaco determina infatti uno status di vulnerabilità individuale cui contribuiscono numerosi fattori, quali un peggiore stato
funzionale, una tendenza alla ridotta ossigenazione tessutale, una ridotta capacità dell’organismo di rispondere in maniera adeguata agli insulti esterni, oltre alla predisposizione ad una instabilità emodinamica che facilita le riacutizzazioni
dello scompenso, in presenza di una condizione infiammatorio-infettiva.

Il rischio di complicanze, in caso di scompenso cardiaco cronico, risulta più elevato non solamente a causa dell’età spesso avanzata del paziente o per la presenza di comorbilità, ma anche per le specifiche caratteristiche cliniche e fisiopatologiche dell’infezione da SARS-CoV-213. Infatti, è stato evidenziato come tale condizione possa provocare danno miocardico e riacutizzazione di scompenso cardiaco in conseguenza dello sviluppo di una sindrome iper-infiammatoria correlata ad una tempesta citochinica.

Vi è dunque ad oggi una chiara evidenza del fatto che in un paziente affetto da
COVID-19 la presenza di una forma di scompenso cardiaco cronico si associ ad una prognosi peggiore.

In particolare, in uno studio effettuato a Wuhan (Cina), su 799 pazienti ospedalizzati per COVID-19 con scompenso cardiaco preesistente, è stato osservato che il 49% dei pazienti era andato incontro a morte, mentre solo il 3% aveva superato l’infezione. Tale dato è stato confermato anche in una casistica relativa a pazienti ricoverati per COVID-19 in un centro del Nord Italia, dei quali il 21% era affetto da scompenso cardiaco e di questi il 63.2% era deceduto durante il ricovero.

Lo riporta un documento della Società Italiana di Cardiologia (Sic), che chiede la priorità del vaccino Covid-19 nei pazienti con patologie cardiovascolari.

Dante…tra Togliatti e De Gasperi

Si è rivelato stimolante il dibattito, ora in archivio sulla pagina YouTube del “Domani d’Italia”, con un intellettuale di rango come Filippo La Porta sul pensiero politico di Dante. Nel frattempo mi sono imbattuto, dopo che Marco Follini aveva aperto una finestra sul qualunquismo nell’ottica della severa critica democristiana, in un discorso di grande spessore che De Gasperi pronunciò nel convegno dell’Alta Italia della DC, tenutosi il 1 luglio del 1945 a Milano, e precisamente a Palazzo Clerici.  

In quella circostanza, lo statista trentino affrontava la questione relativa alle nuove basi dello Stato democratico nel contesto della battaglia politica in corso. Erano i giorni che segnavano l’avvio del governo, per altro destinato a vita breve, di Ferruccio Parri, ma già si guardava alle elezioni per la Costituente dell’anno successivo. Nel sottolineare un aspetto della crisi che aveva determinato la formazione del nuovo esecutivo, nella quale si erano depositate le delusioni dei giovani e dei partigiani cristiani  (v. Il domani della politica italiana, “Il Popolo”, 3 luglio 1945), De Gasperi evidenziava la “indissolubile, la indiscussa solidarietà tattica e sostanziale tra socialisti e comunisti”.  Egli notava che di fronte alla “candidatura di Nenni  [erano] tutt’uno [mentre] quando si discuteva sulla assegnazione dei dicasteri socialisti e comunisti si presentavano come due  [tanto che] bisognava dividere e assegnare i mandati, tre ai socialisti, tre ai comunisti“.

De Gasperi allora, rivolto a Togliatti, riteneva giusto obiettare: “Ma siete due o uno?”. E il leader comunista, che non era digiuno di studi letterari, se ne usciva con il verso dantesco “ed eran due in uno e uno in due”. Incuriosito, da buon conoscitore della Divina Commedia, De Gasperi si affrettava a controllare il passo. E trova, appunto, che la citazione ruota attorno a quel Bertrando De Born che appare a Dante col “capo tronco”, capo che egli stesso tiene per le chiome, portandolo innanzi “a guisa di lanterna”.  Leggiamo insieme:

[…]

e ’l capo tronco tenea per le chiome,

pesol con mano a guisa di lanterna;

e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».                           

Di sé facea a sé stesso lucerna,

ed eran due in uno e uno in due:

com’esser può, quei sa che sì governa.

(Inferno, XXVIII) 

A quel punto De Gasperi prosegue chiosando da par suo: “(…) «com’esser può» anche oggi lo sa solo il Cielo; ma sarebbe decisivo anche sapere: la lucerna a chi fa la luce? A Nenni o a Togliatti?”. Insomma, un duello letterario e insieme un duello politico, talché attraverso Dante scopriamo De Gasperi, ovvero la sua chiarezza di giudizio rispetto alla doppiezza togliattiana, nonché la sua religiosità e quindi l’affidarsi alla Divina Provvidenza. 

Dunque, verrebbe da dire che anche De Gasperi meriterebbe, sia pure incidentalmente, di essere associato alle celebrazioni del settimo centenario della morte del Poeta. Sono andato fuori tema? Forse. Tuttavia mi sembrava giusto ricordare questo “frammento di civiltà” nel quadro della contesa per il potere tra Dc e Pci nel secondo dopoguerra; contesa aspra ma elegante, espressione certamente di un linguaggio profondo che ai giorni nostri andrebbe in qualche modo recuperato.  

 

Cattolici e Comunisti negli anni settanta. Per capire i rapporti di felice contaminazione non è così centrale la figura di Dom Franzoni.

Ho letto l’ultimo tweet del direttore D’Ubaldo. Ne riporto integralmente il testo: “,,,@RaiStoria ha ricordato la figura di Dom Franzoni. Forse @paolomieli avrebbe potuto raccogliere più testimonianze. Va detto che la sezione Dc di Ostiense, in mano alla Sinistra di Base, inizialmente appoggiò l’Abate di San Paolo”. 

Qual era il clima dei rapporti tra cattolici e comunisti? Credo si debba ricordare come nella prima metà degli anni settanta fosse piuttosto normale che i cattolici di sinistra e quelli della sinistra Dc si trovassero spesso assieme in iniziative comuni e in un comune sentire. La lezione del Concilio era accolta da entrambi allo stesso modo. 

Ora, la ricezione del grande evento ecclesiastico si  basava su tre punti essenziali:

1) Il ruolo del laicato, ormai protagonista nella Chiesa e nella società.

2) Il sorgere delle comunità, certo in parrocchia, ma anche in altre dimensioni, come, a esempio, il quartiere. Ricordo il mio matrimonio nel 1973.. Fu una cerimonia partecipata dai miei amici aclisti e fucini. Nessuno rimase solo in ascolto.

3) Le comuni letture. Io e mio fratello Roberto, ad esempio, eravamo abbonati a “Testimonianze”, la rivista di Padre Balducci. 

Leggevamo i testi del Concilio e le encicliche dei Papi, dalla Pacem in terris alla Populorum progressio…e poi don Mazzolari, don Milani e così via. Il convegno di Ancona del 1973 dedicato a Jacques Maritain nacque proprio da questo comune sentire. Certamente la Populorum progressio di Paolo VI fu fondamentale per Roberto – a lui si deve lo sforzo maggiore per la costituzione dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain – il quale, del resto, era già in sintonia con le problematiche internazionali.

Nel gruppo raccolto attorno al Alfredo Trifogli, all’epoca Sindaco di Ancona, Piergiorgio Mariotti ed io ci consideravamo vicini al Pci, gli altri erano democristiani  (precisamente o morotei o della corrente di Base). In ogni caso, io scrivevo su “Civitas”, prima, e poi sul ”Domani d’Italia” (già allora!!!), il mensile di Piero Pratesi e Giovanni Galloni,  che sembrava in effetti un supplemento di  “Rinascita” (la rivista teorica del Pci).

Nel 1976 si lavorò tutti assieme (A.C. e Fuci e…altri) sul fondamentale convegno “Evangelizzazione e promozione umana” organizzato dalla Conferenza Episcopale. Insomma non si marcavano differenze significative.

Vorrei aggiungere che personalmente non amavo Franzoni. Mi sembrava un po’ troppo radicale e finanche insofferente al dialogo. Ricordo tuttavia che quando venne ad Ancona non fu sufficiente il cinema più grande della città a contenere il pubblico desideroso di partecipare.

In conclusione, ho trovato Paolo Mieli molto estraneo al clima del tempo. L’unica cosa che in trasmissione pareva interessargli era domandare come nel Pci fu accolta l’iscrizione di dom Franzoni. La qualcosa, nei miei ricordi, fu davvero…un non evento. Ecco, per capire l’atmosfera degli anni settanta, non avrei fatto una puntata sull’inquieto abate di San Paolo, quanto piuttosto su don Mazzolari o don Milani o Padre Balducci. E, perché no, su Maritain.

In cammino sulle vie del mondo Verso la Pasqua di Risurrezione. Con la logica del Maestro

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Cutaia

«È la sera dei miracoli fate attenzione». Parafrasando l’incipit della famosa canzone La sera dei miracoli di Lucio Dalla entriamo nella sera delle sere, quella del Giovedì santo, dell’ultima Cena, della lavanda dei piedi e dell’istituzione dell’eucaristia. Ecco il dinamismo del sacro triduo pasquale, l’evento principale della morte e risurrezione di Gesù di Nazaret, il cuore dell’anno liturgico. Certo, anche se i vicoli non sono quelli di Roma bensì quelli di Gerusalemme, quelli acciottolati del Monte Sion, che portano attraverso una scala esterna al Cenacolo (dal latino Coenaculum, luogo dove si cena). E proprio al piano rialzato di quella stanza, prima del banchetto pasquale Gesù compie la scandalosa lavanda dei piedi: «Ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Giovanni, 13, 14). È qui che il Figlio di Dio, «nell’ora del suo passaggio da questo mondo al Padre» (ibidem, 13, 1), ricorda ai suoi discepoli e ancor più agli uomini e alle donne di oggi — schiacciati dai propri egoismi e privi di un orizzonte di vita superiore — l’impegno a non dimenticare che, come dice Gesù, «vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (ibidem, 13, 15).

Lo “scandaloso” Giovedì santo di Papa Francesco (anche quest’anno i riti del triduo pasquale subiranno cambiamenti per il rispetto delle norme anti-covid), è segnato da gesti significativi, vere e proprie lezioni di generosità, prodigalità e di donazione a imitazione del Maestro. Da arcivescovo di Buenos Aires di frequente si recava nei penitenziari. È così che, fin dall’inizio del pontificato nel 2013, Francesco incontra gli ospiti delle case circondariali — in quell’occasione toccò al carcere minorile di Casal del Marmo a Roma — per lavare i piedi a ragazzi e ragazze di nazionalità diverse. «Aiutarci l’un l’altro: questo Gesù ci insegna e questo è quello che io faccio di cuore, perché è mio dovere. Come prete e come vescovo devo essere al vostro servizio. Un dovere che mi viene dal cuore, amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato», sottolineò il Papa. Tant’è che ai nostri giorni, condizionati dalla pandemia, persino nel nostro mondo incredulo, quel memorabile servizio compiuto dal Signore nella sera del più grande dono d’amore è rivissuto e vivificato dall’encomiabile impegno della Chiesa in primis e con l’ausilio di migliaia di volontari che per le strade dell’intero mondo soccorrono, lavano, rifocillano e riscaldano i più bisognosi a tutte le latitudini, senza nessuna distinzione.

«Avendo amato tutti i propri compagni, che erano sempre presenti, fin dal principio, li amò anche sino alla fine. E mentre si svolgeva il pasto serale dell’amorevole mensa, intessé e compì per i propri compagni opera di servitore» (Nonno di Panopoli, Parafrasi del Vangelo di san Giovanni, Città Nuova, 2020, pagina 285). Nella bimillenaria storia del cristianesimo, il gesto emblematico della lavanda dei piedi è stato preso in considerazione fin dalla tradizione dei padri e dottori della Chiesa e tuttora non diminuisce l’interessamento di biblisti, esegeti, teologi, filosofi e non solo. «Quando batte l’ora della solitudine — e tutti a un certo punto hanno l’impressione di essere collocati in disparte dalla vita, di essere relegati ai margini dell’esistenza e soprattutto di essere soli — richiamiamo il pensiero del Giovedì santo: non è mai solo chi è stato ed è così desiderato e ricercato dal Signore dell’universo, della storia, dei cuori» (Giacomo Biffi, Le cose di lassù, Cantagalli, 2007, pagina 100). L’abluzione dei piedi diventa in concreto il gesto rivelativo, il dono di sé da parte di Gesù. «Che equivale a dire: poiché dal tuo insegnamento comprendo che, lavando i miei piedi, mi fai capire che purifichi i miei peccati, ti presento da lavare non solo i piedi, ma anche le mani e il capo, perché so bene di commettere molti peccati che tu devi rimettere, non solo col muovermi ma anche coll’agire, col vedere, anche col sentire, gustare, toccare» (Beda il Venerabile, Omelie sul Vangelo, Città Nuova, 1990, pagina 311). L’atto del Nazareno è stato sublimato anche da san Benedetto da Norcia: «L’abate versi l’acqua agli ospiti sulle mani, sia l’abate che l’intera comunità lavino i piedi a tutti gli ospiti» (Regola, L111 ); e persino da Origene: «Come può essere arrogante chi dopo cena, avendo deposta la veste in mezzo ai suoi discepoli, cintosi di un asciugatoio e versata l’acqua in un catino, lavò i piedi di ciascuno di essi, e rimproverò quello che non voleva porgergli i piedi?» (Contro Celso, Utet, 1989, pagina 134). Un gesto, quello del Maestro, che sfocia con umiltà nell’unità: «Io bramo seguire in ogni cosa la Chiesa di Roma […]. Io non faccio che seguire l’apostolo Pietro quando disse: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e la testa!”. Vedi quale fede! Se prima oppose un rifiuto, fu per umiltà, ma che in seguito abbia offerto se stesso, fu per devozione e per fede» (Sant’Ambrogio, Opere, Utet, 1996, pagine 730-731).

Qui l’articolo completo

Vicinanza, compassione e tenerezza sono lo stile di Dio

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«I problemi attuali esigono da noi, sacerdoti, che ci configuriamo al Signore e allo sguardo d’amore con cui Lui ci contempla».
Lo ha detto papa Francesco alla comunità del Pontificio Collegio Messicano, ricevuta in udienza nel Palazzo Apostolico Vaticano il 29 marzo.
Conformando lo sguardo con Dio – ha spiegato Francesco – «il nostro sguardo si trasforma in uno sguardo di tenerezza, riconciliazione e fratellanza, e solo contemplando il Signore possiamo avere questo».
Il Pontefice ha sottolineato che, per essere sacerdote, occorre avere lo sguardo di tenerezza con cui Dio vede i problemi che affliggono la società: violenza, disuguaglianze sociali ed economiche, polarizzazione, corruzione e mancanza di speranza, soprattutto tra i più giovani.
Per capire il senso profondo dello sguardo del Signore, il Papa ha invitato a seguire l’esempio della Vergine Maria, che «con la tenerezza di una madre riflette l’affettuoso amore di Dio che accoglie tutti, indistintamente».
Essere un buon pastore suscita in ogni sacerdote una vera compassione, sia per le pecore che gli sono affidate, sia per quelle che si sono smarrite.
«Vicinanza, compassione e tenerezza sono lo stile di Dio», ha detto il Santo Padre. E questo è anche «lo stile di un prete che si sforza di essere fedele».
Francesco ha esortato, a voce alta, a «non dimenticare che il clericalismo è una perversione», ed ha spiegato che è solo lasciandosi modellare dalla tenerezza di Dio che i sacerdoti possono praticare la carità pastorale, dove nessuno è escluso dalla sollecitudine e dalla preghiera. Questo impedisce ai preti di isolarsi e li incoraggia ad uscire per incontrare persone, a non stare fermi.
Con riferimento alla situazione socio-religiosa del Messico, il Papa ha sostenuto che, per superare le difficoltà sociali, le enormi differenze e la corruzione, bisogna guardare alla riconciliazione, prestando attenzione soprattutto alle persone scartate a causa delle loro radici autoctone o della loro particolare religiosità popolare.
«Noi Pastori – ha ribadito – siamo chiamati ad aiutare a ricomporre rapporti rispettosi e costruttivi tra persone, gruppi umani e culture all’interno della società, proponendo a tutti di “lasciarsi riconciliare da Dio”, a impegnarci nel ripristino della giustizia».
Secondo il Papa, le sfide del tempo attuale sono di tale ampiezza da spingere ad avere «uno sguardo di fratellanza».
Per questo motivo – ha aggiunto – «insieme a Cristo Servo e Pastore, dobbiamo poter avere una visione dell’insieme e dell’unità che ci spinga a creare fraternità, che ci permetta di evidenziare i punti di connessione e interazione all’interno delle culture e all’interno del mondo ecclesiale».
Per giungere a questi risultati, servono la luce della fede e della saggezza di chi sa “togliersi i sandali” per contemplare il mistero di Dio, e cioè «armonizzare la dimensione accademica, spirituale, umana e pastorale nella formazione permanente».
Rivolgendosi in modo diretto ai giovani sacerdoti che frequentano il Pontificio Collegio Messicano, il Papa ha detto: «Se parti da qui con un dottorato, perché hai studiato solo una cosa, hai perso tempo. Hai sprecato il tuo tempo e il tuo cuore».
Più importante – ha affermato Francesco – è la «tua dimensione spirituale, la tua dimensione umana, la dimensione comunitaria e la tua dimensione apostolica».
A questo punto il Santo Padre ha invitato i presenti a prendere coscienza delle negligenze e dei difetti che devono essere corretti nella vita personale, comunitaria, scolastica, nel presbiterio, e nelle diocesi. Ed in particolare ha chiesto di non sottovalutare le tentazioni mondane che possono portare ad atteggiamenti autoreferenziali, consumismo e molteplici forme di sottrazione alle responsabilità di essere sacerdote.
A questo proposito, ha ricordato ciò che ha scritto Henri-Marie de Lubac nel suo libro “Meditazione sulla Chiesa”, e cioè che «la mondanità spirituale è il male peggiore che possa capitare alla Chiesa. Peggio ancora del tempo dei Papi concubini».
«Attenti alla mondanità. È la porta della corruzione», ha ribadito papa Francesco.
Dopo aver ricordato di non distogliere lo sguardo da Cristo, il Papa ha chiesto di rivolgersi con fiducia alla Madonna di Guadalupe, Madre di Dio e Madre nostra, chiedendo tutto ciò di cui si ha bisogno, sapendo che Lei ci tiene sotto la sua ombra e rifugio.
E rivolgendosi ad ognuno dei presenti, ha concluso: vivi una vita buona, trasparente, quella dei «peccatori che sanno alzarsi in tempo, che sanno chiedere aiuto e che continuano a camminare anche se su una sedia a rotelle».

Vacciniamoci

La scienza ha permesso all’uomo di conoscere e di poter applicare tale conoscenza nella tecnica per aiutare se stesso a superare i problemi che la vita pone.

La scienza medica, a differenza della fisica o se volete della matematica, viene giustificata come una scienza empirica; vale a dire, le sue leggi non possono essere considerate assolute, come quelle delle scienze “dure” riferite a un particolare contesto di pensiero.

Il medico quando applica le sue conoscenze sul paziente, ha un’alta probabilità che l’intervento vada a buon fine, ma non ha certezza che così sia.

Oggi, dentro questo infausto contesto virale, la scienza medica è l’unica che può concretamente aiutarci. Un’ammalato di Covid-19, dovrà essere aiutato con apparecchi respiratori e con farmaci che riescano ad attenuare gli effetti che quei veleni producono nel corpo contaminato. Si può però, prevenire la malattia, con un farmaco in grado di indurre la produzione di anticorpi contro il germe patogeno.

Questo farmaco si chiama vaccino.

È nella condizione di dare totale sicurezza? No. Si può solo stimare il raggio di copertura in termini statistici. Infatti, le diverse case farmaceutiche segnalano il grado di copertura in termini percentuali: 90%; 95%; 70% e così via. Ciò significa che nella sperimentazione si sono evidenziati questi dati.

Controindicazioni? Sempre, anche quando s’inforca una bicicletta, si può cadere, qualcuno può colpirci, si può sbattere su qualche ostacolo. Non c’è azione umana che non presenti controindicazioni.

Ma, non per questo le persone non vanno in bicicletta e non compiono azioni.

Fare il vaccino ha un enorme effetto positivo su chi lo riceve e altrettanto sulla comunità di appartenenza del vaccinato. È un atto screanzato nei confronti dell’intelletto, respingere tale opportunità. È come se cancellassimo, di punto in bianco, tutta la storia da Galileo ad oggi.

L’esempio, che più di ogni altro testimonia il senso di questo mio invito, è offerto da Israele e dall’Inghilterra. In questi due Paesi, una vaccinazione a largo spettro, ha permesso di bloccare l’infezione, impedire le morti e di consentire le riaperture delle attività che per diversi mesi erano state completamente bloccate.

Vaccinarsi pertanto, è un atto di libertà per sé, per gli altri ed una imperiosa barriera contro chi ci ha messo in ginocchio dal marzo dell’anno scorso.

Le nomine sul tavolo di Draghi

Inizierà tra poco un maxi round di nomine nelle controllate/partecipate con oltre 500 poltrone da rinnovare.

In tutto, le assemblee di bilancio dovranno rinnovare 115 organi sociali, di cui 74 consigli d’amministrazione e 41 collegi sindacali in 90 società controllate dal ministero dell’Economia. La partita riguarda in tutto 518 persone, di cui 342 consiglieri e 176 sindaci.

La prima scelta decisiva riguarda la Cassa depositi e prestiti; la seconda riguarderà il futuro delle Ferrovie, oggi presidiato dall’amministratore delegato Gianfranco Battisti.

Inoltre per l’Anas potrebbe mantenere l’ufficio solo l’attuale presidente, Claudio Andrea Gemme, considerato in area Lega. Mentre è certo l’avvicendamento in Rai.

Google Maps si espande con l’intelligenza artificiale

Oltre 100 novità sono in arrivo su Google Maps, la popolare applicazione pensata per supportare l’utente negli spostamenti alla scoperta di nuove località: tali innovazioni provengono del massiccio  impiego dell’intelligenza artificiale.

Fra queste vi è la funzione live view che già attualmente permette di impiegare la realtà aumentata per simulare la navigazione delle strade a piedi e che consentirà di ottenere indicazioni anche nei luoghi interni come, per esempio, i centri commerciali e gli aeroporti.

La possibilità di navigare anche negli interni è già operativa negli Stati Uniti in modo da aiutare i visitatori a non perdersi negli enormi magazzini americani: un’estensione è in programma a partire da Tokyo e Zurigo per poi allargarsi ad altre città entro la fine dell’anno.

Inoltre è prevista l’introduzione della navigazione che permetta di selezionare i percorsi green: si tratta di percorsi alternativi, in affiancamento a quelli tradizionali, considerati ecosostenibili e reputati tali in virtù del minore consumo di risorse indotto dalla loro percorrenza.

Il lancio avverrà negli Stati Uniti per poi raggiungere gli altri Paesi.

Google permetterà infine di visualizzare i dati sulla qualità dell’aria ed eventuali avvisi su restrizioni legate al tipo di auto che si sta guidando e sul meteo previsto nelle destinazioni da raggiungere.

In Basilicata la più anziana vaccinata: ha 108 anni

Si è vaccinata contro il Covid a 108 anni, diventando la donna più anziana ad aver ricevuto il vaccino finora in Italia.

A Picerno, in provincia di Potenza, è stata vaccinata a domicilio la signora Natalina Adele Ferraro, nata nel Comune lucano il 25 dicembre del 1912. La somministrazione della dose del vaccino Pfizer è stata effettuata dall’unità dell’azienda sanitaria provinciale Asp. Secondo fonti Asp, in Italia è la donna più anziana vaccinata finora. La signora Natalina, che vive a casa con una figlia, ha avuto 7 figli di cui quattro ancora in vita.

L’attività di vaccinazione rientra nel piano vaccinale dell’Asp Basilicata sugli ultra ottantenni della provincia ed è in corso pure a Melfi, Pietragalla, Lauria, Rivello, Sant’Arcangelo, Sant’Angelo Le Fratte e Chiaromonte.

Roma, si può fare a meno di Calenda? Serve una maggioranza libera dal duello tra Guelfi e Ghibellini.

Enrico Letta, in vista ormai della battaglia per il Campidoglio, ha pensato bene di rilanciare le primarie. Rotti gli indugi, la scelta del candidato sindaco chiama in causa gli aficionados del Pd e dei suoi alleati potenziali. Il condizionale è d’obbligo, essendo questa una soluzione che i Dem auspicano volentieri, anche in ossequio alle norme statutarie, ma che non appare facile da realizzare. Vige anzitutto l’obiezione su come e quando organizzarle, queste primarie: farle in fretta non è consigliabile, vista la perdurante gravità della situazione sanitaria; né lo è l’ipotesi di farle in un lasso di tempo più ampio, con il rischio di andare troppo a ridosso del momento pre-elettorale. In aggiunta, poi, la Raggi non ha modificato minimamente la sua posizione e ha persino ricevuto, nel giro di poche ore, l’ennesimo incoraggiamento di Grillo a proseguire nel suo intento battagliero: vuole ricandidarsi a tutti i costi. Infine, se ce n’era bisogno, anche Calenda ha fatto capire come la proposta di Letta non incontri il suo entusiasmo, se non altro per le suddette difficoltà legate alle restrizioni anti-covid.

E non basta. Mentre avveduti opinionisti fanno presente che Roma avrebbe bisogno di uno sforzo unitario eccezionale, l’atteggiamento delle forze politiche sconta una conflittualità di segno tradizionale. In particolare Paolo Conti, in un editoriale del 21 marzo sulla pagina romana del Corriere della Sera, ricordando il “volémose bene” del primo sindaco dopo la Liberazione, il Principe Filippo Andrea VI Doria Pamphilj, ha preso spunto dal passato per ammonire, in maniera certamente garbata, le contrapposte formazioni: “Il mondo politico e amministrativo – ha precisato – forse non percepisce questo bisogno di sentimenti condivisi (…) In tanti hanno proposto il parallelo tra Dopoguerra e dopo Covid. Ritrovare l’orgoglio e la forza di essere romani significa anche volersi bene. Dunque, cari romani, volémose bene”.

Questa, dunque, la sollecitazione. Ora, nel riconfezionare l’immutabilità dei due blocchi, quello di centrosinistra e quello di centrodestra, i partiti dimostrano di preferire una vita all’ombra degli idola tribus del passato. Questa torsione conservatrice è un ulteriore segno di debolezza dell’attuale classe politica. Nel Pd soltanto Patrizia Prestipino, prima dell’avvento di Letta alla segreteria, ha buttato il sasso nello stagno provando in qualche modo a tratteggiare uno scenario “alla Draghi”. Non ha trovato alleati. Ciò nondimeno, se la Città Eterna ha bisogno di una sferzata di fraterna operosità, ne farebbe positivamente esperienza, in effetti, ove si manifestasse una larga convergenza proprio alla stregua di quella realizzata attorno al nuovo Governo. Palazzo Chigi e Palazzo Senatorio potrebbero condividere il medesimo spettacolo di unità.

Invece non è così. Ci si rifugia nel programma, come se cento idee giuste possano supplire alla mancanza di un’idea direttiva – e perciò, in ultimo, anche giusta. Ci si adagia su ricette doviziose, scrivendo libri al tempo stesso rutilanti e vacui – l’ultimo quello di Francesco Delzio (Liberare Roma) – senza darsi carico di un programma capace di autentica forza aggregativa, quale compete alla politica. Ci si limita, in fin dei conti, a spolverare le armi della propaganda nella convinzione che i romani ne vivano il fascino con ardore infantile, perché in campagna elettorale a farla da padrona sull’anima senziente dei votanti sarebbe pur sempre il clangore delle spingarde virtuali, la mimesi della guerra per insulti, lo sciupio di annunci fantasiosi. Chissà se tutto questo è vero.

In definitiva Letta vuole le primarie, ma non chiarisce quale debba essere il loro tracciato. In parole povere, si pensa di raccogliere la domanda di unità e coesione, per il bene di Roma? Pare di no. E tuttavia, se venisse alla luce una simile suggestione, servirebbe evidentemente una dose molto alta di realismo, immaginando poi di gestire le conseguenze con finezza. È chiaro che la “formula Draghi” non può significare una replica pedissequa in ambito locale; semmai, nel caso di candidatura idonea, può evocare una volontà di apertura nei confronti dell’elettorato più diffidente e refrattario, in larga parte astensionista. E difficilmente l’avventura a “vocazione unitaria”, tesa ad aggregare una maggioranza non più vittima del duello tra guelfi e ghibellini, guadagna a Roma la possibilità di imporsi se non attraverso la figura del “centrista progressista” Calenda. Ma si tratta, insomma, di una prospettiva che passa per le primarie o per un’opera di sapiente cucitura, lasciando al candidato un ampio margine di iniziativa e mediazione? Uno sforzo di fantasia è necessario.

Bisogna uscire dal ciclo perverso del populismo

Ad un acuto e incontrovertibile articolo di Marco Follini sul populismo ha replicato Michele Prospero sul “Riformista” invitandolo a smettere di sognare lo scudo crociato, per consolarsi con il triste epilogo degli eredi di Gramsci in una logica di mal comune mezzo gaudio!

Purtroppo i problemi non si risolvono solo indagando sui precursori dei populisti e del movimento del VDay. La lista sarebbe infinita. Sono cambiati gli interpreti, ma lo spartito era sempre l’antiparlamentarismo, esasperato da uno scandalismo senza limiti, fino all’uso di strumenti più sofisticati come quelli referendari e fino al sistema elettorale maggioritario, con sullo sfondo il presidenzialismo.

Poi in questi due lustri abbiamo visto colpito a morte il Parlamento nelle sue funzioni primarie – quelle legislative – dominate dall’Esecutivo, insieme ad una progressiva disarticolazione dei corpi intermedi compresi i Partiti che ne rappresentano la funzione più rilevante.

In nome dell’antiparlamentarismo veniva portata a compimento la demolizione di ogni memoria, utilizzando gli argomenti sulla Casta e della lotta ai privilegi. Sono stati i detonatori per un bombardamento progressivo e conventrizzare Montecitorio e Palazzo Madama. Cosicché oggi la Politica è nuda e chi ha responsabilità di governo o istituzionale non può essere né vaccinato nè tutelato per il furore giacobino imperante. Deve attendere il turno dell’età! È un grave errore, frutto di chi ha assecondato queste pulsioni senza avere il coraggio di fermarle per tempo.

Avverrà per i Cinque Stelle ciò che si registrò con l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini nell’immediato secondo dopoguerra quando la incapacità di darsi una qualsiasi struttura organizzativa ne provocò il declino. Purtroppo questa volta non sarà rapido come allora. Non c’è più la Dc! Restano i ricorsi della storia. Siamo passati da un commediografo Giannini ad un comico Grillo. Del resto, la Dc di De Gasperi usò la fermezza delle idee e la forza del Partito.

Ci soccorrono le parole del giovane Aldo Moro che nel settembre del 1945 sull’Osservatorio di Studium, affermava: ”Vorremmo essere benevoli per la politica dell’Uomo Qualunque, la quale non è poi una tattica contingente, ma una forma mentale e un abito di vita decadente (…) L’Uomo Qualunque, per non essere se stesso, è pronto a tutto, così ad accettare qualsiasi dittatura che nasce fatalmente dove al posto della ansiosa libertà dello spirito c’è il vuoto”.

Dunque prima di ogni altra cosa, prima ad esempio della parità di genere, c’è bisogno di riprendere il cacciavite per rimettere a posto gli ingranaggi del sistema, partendo dalla difesa delle Istituzioni e soprattutto dal Parlamento, sede della rappresentanza non solo di genere ma dei valori costituzionali. Il Governo Draghi può essere una utile occasione per ciò che rimane dei partiti e per guardarsi allo specchio, ripensando agli errori compiuti così da affrontare bene le sfide nuove.

Marzo 1861, assieme all’Italia viene unificata una sua cara compagna di viaggio: la burocrazia

E’ noto che gli apparati amministrativi possono (e devono) assicurare la legittimità d’azione dello Stato e determinare, specialmente in materia di imposizione fiscale e materie anagrafiche, un accertamento di legalità da parte delle istituzioni. La professionalizzazione delle cariche ministeriali e dei pubblici uffici ha tuttavia prodotto, in Italia, il conferimento di una molteplicità di ruoli all’interno della macchina organizzativa nazionale che negli anni – è del 1908 la prima redazione del testo unico sugli impiegati civili dello Stato – è cresciuta a dismisura delegando molte discipline in materia ai soggetti giuridici decentrati. Sono proprio l’accavallamento delle attribuzioni e il conseguente conflitto delle funzioni che in tempi recenti hanno provocato sistematici black-out al sistema, rendendo le competenze quasi indecifrabili agli occhi della popolazione. Ma come nacque il reclutamento di migliaia di persone da inserire nelle numerose branche amministrative e burocratiche della nuova nazione? Ricontrolliamo.

Dopo il 1861, ai primordi dell’unificazione, la burocrazia è di dimensioni ridotte rispetto
ai successivi modelli, ed è retta da un’élite in prevalenza piemontese che ha avuto l’onere – avocando a sé ogni decisione all’uopo – di accorpare all’interno del proprio organico tutto il personale facente capo all’ex Regno delle Due Sicilie, allo Stato della Chiesa (eccetto Roma) e alle altre città-stato preunitarie, uniformandone strutture e sovrastrutture. La nuova amministrazione del Regno d’Italia si compone inizialmente di circa cinquantamila unità delegate al personale, il quale assorbe funzionari e impiegati dei vecchi dipartimenti (compresi quelli militari), dando luogo a una mobilità sociale che per l’Italia, in età contemporanea, rappresenta un unicum a tutto tondo. Burocratizzare, allora, significava anche integrare; oltre alla predisposizione della macchina ministeriale, impiegatizia e amministrativa, c’era infatti l’esigenza-necessità di inglobare in un unico esercito le migliaia di soldati e ufficiali preesistenti – quelli sabaudi – e quelli provenienti dagli altri apparati militari, fossero questi volontari garibaldini o reduci borbonici rimasti senza divisa. All’epoca, uniformare i settori equivaleva a rendere il sistema come un motivo d’identificazione nazionale e un veicolo di standardizzazione della lingua (anche se era ancora presto, visto che più dei due terzi della popolazione era totalmente analfabeta). Nel tempo, non è stato più così.

Ad accelerare l’allestimento di un impianto approntato a razionalizzare le attività erano intervenuti elementi nuovi come l’industrializzazione e la legislazione, redatta stavolta su scala nazionale. Ma più di qualsiasi altra forma di provvedimento tesa a coinvolgere gli italiani in un contesto comune ci pensò la politica fiscale, che pochi decenni dopo avrebbe assunto i connotati di un microcosmo capillare difficilmente gestibile. Era stato eretto un monolite amministrativo, come mi sono permesso di proferire. Chi avrebbe pensato, più di centocinquanta anni fa, che il burocratismo si tramutasse da veicolo di appartenenza condivisa a inguaribile disfunzione dell’amministrazione pubblica? Dopo il 1870, la durissima pressione tributaria, rivolta a coprire i costi mastodontici dell’unificazione e a disporre l’organizzazione ex novo delle infrastrutture, non risparmiò neanche quei lavoratori agricoli che producevano in proprio per attingere a una fonte di sostentamento alimentare. La tassazione indiretta, in particolare, colpì in modo indiscriminato i consumi interessando persino beni primari come il sale e il granturco. La necessità di sopperire alle uscite per la guerra contro l’Austria, inoltre, rappresentò un problema ulteriore che fece aumentare le operazioni di incameramento del denaro nelle casse statali. Fiscalità, tassazione, dazi, licenze, permessi, autorizzazioni. Così cominciò e così ha continuato negli anni. 

All’insegna del regit et tuetur, Max Weber definì la burocrazia come “un processo di razionalizzazione della società […], una trasformazione radicale, costituita da procedure sistematiche, precise e calcolate logicamente, le quali implicano regole impersonali che vanno a interessare ogni aspetto della vita sociale”. Il problema è che in Italia, durante il XX secolo, tali principi vennero esasperati, non razionalizzati. Nel marzo 1861 era nato un gigante informe che solo poco più di un secolo dopo avrebbe decuplicato i suoi tentacoli, irretito le attività e forse anche sé stesso. Si pensi che di lì a pochi anni – il riferimento è all’età giolittiana – l’impegno a raggiungere un maggior equilibrio geografico in tema di funzione pubblica avrebbe interessato ben 300.000 persone. Suddetto processo di assorbimento di impiegati, definito dai media dell’epoca con il termine “meridionalizzazione del pubblico impiego”, il quale determinò l’assunzione di decine di migliaia di unità presso le poste, il genio civile, le ferrovie e gli uffici ministeriali, rappresentò la prima fase della grande burocratizzazione del paese.

Oggi, in pieno terzo millennio, i dipendenti pubblici in Italia sono più di tre milioni e mezzo e fanno capo a quasi 13.000 diverse strutture (circa il 15% del totale dell’occupazione, fonte Il Sole 24 Ore). Ne va che l’elefantiasi amministrativa italiana, oltre che superata sotto l’aspetto dell’impatto con l’utenza, non sembra neanche più congruente con un modello di democrazia occidentale avanzato, specie quando frena sistematicamente gli investimenti e paralizza la circolazione di risorse. Nell’era della globalizzazione, suddetta macchina appare molto simile un colosso putrefatto che ha estinto il suo ciclo e necessita di un forte rinnovamento.

La Piccola Europa di Don Sturzo

Don Sturzo nel 1958, in un articolo pubblicato su “Il Giornale d’Italia” parlava della Piccola Europa. Dobbiamo ricordare che il prete calatino, fermo assertore dei valori della persona e soprattutto della morale, della legalità, della pace, della libertà e della fratellanza tra i popoli, sosteneva che – così come le nazioni moderne, malgrado i contrasti e le guerre, «si formarono col passaggio delle unità locali, città, contee e province, in unità superiori, regni, stati, nazioni» – è altrettanto «prevedibile che lo stesso passaggio avvenga da nazioni a gruppi internazionali a carattere regionale e continentale e da questi ad unità intercontinentali, e così via fino a una rappresentanza di tutti i popoli nel parlamento mondiale». Così come già analizzato in queste pagine tempo addietro. Da notare come nel pensiero sturziano sia presente il concetto di Euroafrica, ossia di una possibile confederazione, tra la Comunità Europea e i paese africani bagnati dal Mediterraneo. 

La Piccola Europa. “Il Giornale d’Italia” 25 Luglio 1958
Don Sturzo

Ha un certo peso il fatto del Mediterraneo come un epicentro europeo e centro internazionale di decisiva importanza. Guardando la storta si noterà che questo mare è stato sempre decisivo nelle vicende umane, anche quando, dopo la scoperta dell’America, sembrò che per secoli avesse perduto il suo antico ruolo. Chi avrebbe detto nel 1939 che la guerra scatenata da Hitler sarebbe stata risolta nel Mediterraneo? Ebbene. guerre e paci, sviluppo di civiltà e creazione di ricchezze, si concentrano qui, e noi sud-europei ne siamo i testimoni, attivi o passivi, partecipi e anche vittime, secondo le grandi e piccole vicende storiche.

Avvicinare il Mediterraneo vuoi dire capirlo, amarlo, conquistarlo non al potere, ma alla civiltà; com’è possibile che l’Europa possa essere concepita tutta al Nord, quando il suo condizionamento per molti dei contatti internazionali e per lo sviluppo di popolazioni numerose e quando parte delle forze di equilibrio internazionale vengono e verranno ancora di più dal Sud euro-afro-asiatico? E non dico altro: il mondo arabo è lontano ed è vicinissimo all’Europa; la nuova Europa che non potrà sviluppare la propria personalità senza tener conto del mondo spiritualmente e storicamente diverso che è nel Sud che bagna le sponde del Mediterraneo, dove ancora oggi, e con notevole effetto. si sentono gli echi di Atene e di Roma, di Siracusa e di Cartagine, di Tessalonica, Alessandria, Cesarea, Bisanzio, Gerusalemme.

Gli ignoranti possono sorridere a queste evocazioni; ma le persone sensate sanno che l’Europa venne dall’Ellesponto e non potrà mai fare a meno delle porte di entrata: Bosforo. Suez. Gibilterra; la piccola Europa, oggi o domani non importa, chiamerà la grande Europa, e questa batterà alle tre porte non come proprie serrature di clausura, ma come a veicoli di civiltà.

Banca d’Italia: quasi un terzo delle famiglie italiane pensa di ridurre i consumi

Alla fine di novembre del 2020 la Banca d’Italia ha condotto la terza edizione dell’Indagine
Straordinaria sulle Famiglie italiane (ISF) per raccogliere informazioni sull’evoluzione delle condizioni economiche e delle aspettative delle famiglie durante la seconda ondata dell’epidemia di Covid-19. Da questa analisi emerge che: “Poco meno di un terzo delle famiglie italiane pensa di ridurre i consumi per alimentari, abbigliamento e calzature e beni e servizi per la casa nei primi mesi del 2021; tra questi, per circa la metà la contrazione della spesa sarebbe inferiore al 20 per cento, per poco meno di un terzo sarebbe superiore al 30 per cento”.

Quasi il 40 per cento degli affittuari e oltre il 30 per cento delle famiglie indebitate hanno
dichiarato di avere difficoltà nel sostenere il pagamento dell’affitto o delle rate del debito. A
partire dall’inizio dell’epidemia, circa il 15 per cento delle famiglie ha richiesto o ha preso in
considerazione la possibilità di richiedere un prestito a una banca o a una società finanziaria, indicando come motivazione principale la necessità di disporre di liquidità e di finanziare le spese correnti.

Inoltre dall’indagine emerge che “oltre la metà della popolazione vive in famiglie che dichiarano di non disporre di risorse finanziarie sufficienti a mantenere uno standard minimo di vita per almeno tre mesi in assenza di entrate, in linea con quanto rilevato in primavera; più di un quinto degli individui si trova in questa condizione e ha contemporaneamente subito un calo del reddito familiare nel 2020”. Ciononostante, rispetto alla precedente rilevazione, sono rimaste elevate le intenzioni di risparmio: più del 40% dei nuclei ritiene di poter spendere meno del proprio reddito annuo nei successivi dodici mesi.

Coldiretti, Bollette: il rincaro pesa su cittadini e imprese in crisi

L’aumento delle tariffe energetiche pesa sui conti delle famiglie ma anche sui costi delle imprese e rende più onerosa la produzione e la commercializzazione in una situazione fortemente condizionata dall’emergenza Covid. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare gli aumenti di luce e gas che scatteranno da Aprile secondo quanto stabilito dall’autorità di regolazione Energia Reti e Ambiente (Arera) con un aggravio per l’elettricità del 3,8% e per il gas del 3,9%.

L’aumento della spesa energetica ha un doppio effetto negativo perché – sottolinea la Coldiretti – riduce il potere di acquisto dei cittadini e delle famiglie, ma aumenta anche i costi delle imprese particolarmente rilevanti per l’agroalimentare con l’arrivo del caldo. Il costo dell’energia – conclude la Coldiretti – si riflette infatti in tutta la filiera e riguarda sia le attività agricole ma anche la trasformazione e la distribuzione.

Auto connesse e Assistenti vocali: le Linee guida dei Garanti privacy europei

Maggiori tutele per la privacy di conducenti e passeggeri delle auto connesse, trasparenza e sicurezza per i dati personali trattati dagli assistenti vocali sempre più usati da privati e imprese. Il Comitato europeo per la protezione dei dati (Edpb), ai cui lavori partecipa attivamente anche il Garante italiano, ha adottato specifiche linee guida per produttori e utilizzatori di tecnologie divenute ormai di uso quotidiano.

Le linee guida sulle auto connesse – praticamente tutti i veicoli di nuova generazione collegati in rete o tra di loro – sono state adottate definitivamente dopo un anno di lavoro, con il recepimento di alcune delle modifiche proposte nel corso della consultazione pubblica avviata a febbraio del 2020.

I Garanti europei chiedono all’industria automobilistica e a tutte le società coinvolte nella produzione e nello sviluppo di servizi per automobili intelligenti di procedere nel rispetto dei principi di privacy-by-design e di privacy-by-default, in modo che gli apparati raccolgano e trasmettano, per specifiche finalità, la minor quantità possibile di dati riferibili alle persone presenti sul veicolo. Le aziende per trattare i dati degli utenti dovranno operare su una base giuridica che, per le auto connesse, è di norma fondata sul consenso degli interessati (guidatori e passeggeri) e sul principio di necessità, ad esempio per l’assistenza alla guida e la sicurezza stradale, o per servizi assicurativi di tipo “pay-as-you-drive”. Inoltre, per questo tipo di assicurazioni, dovrà essere fornita agli automobilisti un’alternativa che non richieda l’installazione di “black box” e il tracciamento di mobilità.

Le persone sul veicolo dovranno essere informate in maniera chiara, nella loro lingua, sul trattamento dei dati effettuato e dovranno poter esercitare con facilità tutti i diritti garantiti dalla direttiva ePrivacy e dal Gdpr, anche attivando o disattivando autonomamente determinati servizi e trattamenti attraverso un’interfaccia di semplice utilizzo. Quando possibile, tutti i dati, in particolare quelli di geolocalizzazione, dovranno essere elaborati direttamente all’interno del veicolo e non trasmessi sul cloud. Tra le varie tutele indicate dai Garanti europei, vi sono anche quelle relative alla pseudonimizzazione o all’anonimizzazione dei dati, nonché quelle relative all’uso di tecniche crittografiche che ne garantiscano l’integrità e la protezione da accessi illeciti.

Nel corso dell’ultima riunione plenaria, l’Edpb ha approvato anche la prima versione delle linee guida relative agli assistenti vocali digitali (Vva – Virtual Voice Assistants), come quelli attivati negli smartphone o nei televisori intelligenti, negli stessi veicoli connessi o nei cosiddetti smart speaker presenti nelle case di molti italiani. Le linee guida sugli assistenti vocali digitali sono state poste in consultazione pubblica fino al 23 aprile 2021.

Una delle principali criticità individuate dai Garanti europei riguarda la molteplicità di tipologie dei dati trattati, delle persone coinvolti e di trattamenti eseguiti. Un assistente vocale può, infatti, eseguire, un ordine, rispondere a una domanda o a un comando di domotica, offrire un servizio di customer care per un’azienda, oppure rimanere semplicemente in ascolto in attesa di eventuali richieste. Il trattamento dei dati può puoi riguardare un utente specifico, come quelli riconosciuti tramite tecniche di analisi biometrica della voce, oppure una pluralità indefinita di persone o di familiari.

Per offrire maggiori garanzie agli utenti e ridurre i rischi connessi, i Garanti europei hanno chiesto a produttori e sviluppatori di assistenti vocali che gli hardware e software usati siano progettati e impostati in automatico per garantire maggiore trasparenza e riservatezza nell’uso dei dati. L’utente deve esser emesso in grado di comprendere se il dispositivo è attivo oppure no, e in quale fase si trova: ad esempio, se è in ascolto o sta eseguendo un comando. È necessario che sia definita con chiarezza e trasparenza la titolarità del trattamento dei dati, anche nel caso di fornitori di servizi specifici, garantendo a tutti gli interessati la possibilità di esercitare in maniera semplice i propri diritti, come quello all’accesso, all’aggiornamento, alla cancellazione o alla portabilità dei dati. Dovranno inoltre essere ben distinte le finalità del trattamento dei dati, garantendo all’utente una libera espressione del consenso per specifici trattamenti, di dati come quello relativo al marketing, alla profilazione o al “machine learning” del servizio di intelligenza artificiale associato al dispositivo. Tra le misure a protezione dei dati sono indicate modalità sicure di autenticazione degli utenti, tecniche di pseudonimizzazione e specifiche tutele per i dati biometrici, facendo ad esempio in modo che il riconoscimento della voce dell’utente avvenga sul dispositivo e non da remoto.

 

La giornata mondiale del backup

Oggi è la giornata mondiale del backup – World Backup Day (WBD) – un’iniziativa di sensibilizzazione che punta a far capire alle persone l’importanza di fare con regolarità il salvataggio dei dati per proteggerli da furti, virus e malfunzionamenti.

Dato che gran parte delle nostre vite, foto e video vengono archiviati in formato digitale, è importante che iniziamo a fare backup dei nostri preziosi dati. Il backup dei dati è una di quelle procedure facili da eseguire che molte persone ignorano.

Le persone ora creano e generano oltre 1,8 zettabyte di dati all’anno. Sono molti i dati che dobbiamo proteggere! Sfortunatamente, quasi il 30% delle persone non ha mai nemmeno eseguito il backup dei propri dati.

 

Viaggi all’estero: “quarantena e tampone per chi rientra in Italia”

Il ministro della Salute, Roberto Speranza dispone, per arrivi e rientri da Paesi dell’Unione europea, tampone in partenza, quarantena di 5 giorni e ulteriore tampone alla fine dei 5 giorni. La quarantena è già prevista per tutti i Paesi extra Eu”.

In ogni caso, come spiegato ieri sera dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio al Tg2Post, “quello che noi abbiamo chiesto è rimanere a casa e non spostarsi, chi va all’estero e rientra deve fare un tampone all’andata e al ritorno, rientra nelle regole della mobilità europea. Ma non stiamo assolutamente consigliando ai cittadini di andare all’estero, anzi sconsigliamo di spostarsi perché siamo in una fase difficile”.

Il passaporto vaccinale europeo per il covid è in arrivo tra un paio di mesi. Chi ha ricevuto il vaccino contro il coronavirus potrebbe usare il documento per salire in aereo, viaggiare con maggiore facilità, partecipare ad un evento ‘di massa’ e riprendere più agevolmente una vita ‘normale’. Nell’Ue il ‘passport’ potrebbe diventare realtà dal 15 giugno e garantire maggiore libertà di movimento.

La scuola del dopo Pasqua: che cosa ci aspetta?

Nella Conferenza stampa del 26/3 u.s. alla presenza del Ministro della Salute On.le Roberto Speranza il Presidente Mario Draghi ha anticipato alcuni orientamenti da sottoporre alla Conferenza Stato Regioni per poi essere tradotti in scelte operative per la riapertura delle scuole dopo le vacanze Pasquali.

Dimenticando tuttavia entrambi che l’O.M. 12 marzo u.s. del Ministro della Salute prevedeva 15 gg di chiusura degli istituti di ogni ordine e grado nelle zone rosse, fino ad oggi appunto.

Il che significa che mentre scrivo queste righe – nonostante una mattinata passata al telefono con il Ministero per acquisire informazioni certe circa eventuali decisione prese– non risulta ancora esser stata effettuata una scelta in ordine alla prosecuzione degli effetti dell’O.M. ovvero alla riapertura delle scuole delle zone rosse. Da oltre un anno siamo abituati ad un incalzante avvicendamento di decisioni che hanno prodotto alcuni risultati e molto disorientamento. 

Ha ragione il Presidente del CENSIS Prof De Rita quando afferma che la gestione politica della lunga fase pandemica si è caratterizzata in una ricorsa continua degli eventi e in una prevalenza della comunicazione – rapsodica, frammentata, sincopata, contraddittoria – rispetto alla certezza delle informazioni che i cittadini meritavano, in una alternanza tra ragioni di opportunità (assecondare le richieste della gente) e vincoli suggeriti dalla scienza, spesso orientata in direzione opposta.

Sarebbe stata più lungimirante una decisione che inglobasse i due ultimi giorni di marzo nell’Ordinanza del Ministero della salute: più logico pensare da subito ad un periodo continuativo con le vacanze pasquali per trovarsi pronti alla riapertura del 7 aprile. Riaprire senza preavviso comporta difficoltà oggettive (aule, pulizia, mense, refettori, trasporti ecc) a cui i dirigenti scolastici avrebbero preferito far fronte in anticipo.

Vedremo gli sviluppi ma il metodo delle comunicazioni all’ultimo minuto aggiunge confusione a confusione, come se non ce ne fosse già abbastanza, tra vaccini carenti , difficoltà oggettive nella loro somministrazione, carenze logistiche a livello procedurale, lentezza delle operazioni, dubbi sulle forniture (al punto di spingere il Presidente Draghi a minacciare azioni legali verso le case farmaceutiche).

Che la mutazione genetica del virus fosse il vulnus principale del piano vaccinale lo si è metabolizzato in ritardo rispetto ai dubbi avanzati da alcuni scienziati : ad esso si aggiungono gli arrugginiti meccanismi di funzionamento degli apparati, le logiche corporative, i distinguo, i sospetti non fugati alimentati in modo strumentale dal fanatismo dei no vax , nonostante le evidenze scientifiche.

Si ha come l’impressione che dietro questa gigantesca operazione vaccinale ci siano interessi prevalenti rispetto alla tutela sanitaria dei cittadini: non si contano le segnalazioni di episodi paradossali di persone che hanno dovuto spostarsi di parecchi chilometri da casa per sottoporsi alla vaccinazione, nonostante la presenza nei paraggi abitatiti di strutture pubbliche sanitarie a cominciare dal medico di base sotto casa.

Forse il compito che attende il Presidente Draghi e il Generale Figliuolo è piò ostico del previsto, anche la loro abnegazione e la loro lungimiranza sono garanzie circa un buon esito, se la burocrazia opprimente che si frappone alla complessa procedura cederà il passo al buon senso, alla competenza e all’umanità.

In sede di conferenza stampa il Presidente Draghi ha prestato particolare attenzione al mondo della scuola, esprimendo in modo netto la priorità di questo tema nell’agenda di governo, al punto da anticipare una apertura dei nidi, delle scuole dell’infanzia , della scuola primaria e della prima classe delle secondaria di primo grado subito dopo le vacanze pasquali.

Non mancando di immaginare una serie di cautele che si renderanno necessarie sul piano del controllo sanitario e della profilassi, per evitare il pericolo di contagi.

Tra le previsioni annunciate c’è l’effettuazione del tampone rapido alla popolazione scolastica (quotidiana?) con la segnalazione di casi di contagio che comporterebbero il PCR al rientro, il periodo di isolamento e contumacia, la momentanea chiusura delle lezioni nella classe o nel plesso interessato.

Ma a chi sarebbe affidato questo compito di verifica tramite tampone sugli alunni: pare che si pensi agli insegnanti stessi, ipotesi che solleva dubbi di legittimità poiché si tratta pur sempre di un controllo invasivo che richiede cautele e competenze sanitarie.

Non pare il caso di sollevare l’antico vezzo italico del “non mi spetta”, “non mi tocca”, però pensare che gli insegnanti possano o debbano svolgere una mansione solitamente affidata agli infermieri suscita qualche perplessità. Qualcuno riesce ad immaginare tempi, modi e difficoltà del momento dell’accoglienza scolastica degli alunni 3/6 anni- ad esempio- pur se in spazi preventivamente strutturati?

Non sono infrequenti le situazioni in cui il personale scolastico si adopera per facilitare la somministrazione dei farmaci in orario scolastico ma questo in genere avviene previ accordi di rete con le strutture sanitarie di zona e protocolli operativi che attivano una sorta di mini-scudo protettivo nei confronti di docenti e ausiliari, che svolgono un compito non compreso nelle loro ordinarie mansioni.

In Lombardia – ad es. si realizzò la prima intesa a livello nazionale tra ufficio scolastico regionale, scuole delle autonomie e ASL per la somministrazione dell’insulina agli alunni diabetici.

Sono fattispecie operative che una volta superate le difficoltà iniziali procedono in modo ordinario, con la collaborazione di tutti, per tranquillizzare alunni e famiglie.

Sono buone pratiche che fanno onore alla scuola e aiutano gli alunni in difficoltà.

Nell’ipotesi di accertamento a mezzo tamponi rapidi vedo difficoltà diverse e più onerose in termini di responsabilità.  Toccherebbe in sostanza ai docenti “certificare” l’esito del tampone, prendendone magari nota nel registro di sezione o di classe, con ulteriori complicazioni in caso di utilizzo del registro elettronico.

Un errore di lettura del risultato potrebbe essere compromettente sul piano della valutazione del singolo alunno e della diffusione di un focolaio di contagio.

La delicatezza del compito suggerisce prudenza. Sarebbe opportuno un piano profilattico realizzato in collaborazione con le strutture sanitarie di zona, si tratta di superare le pastoie della burocrazia e di operare nella correttezza e nel rispetto delle funzioni e dei compiti, senza forzature.

Questa proposta fa venire in mente – con nostalgia – quando i singoli istituti potevano contare sulla presenza del medico scolastico e di una o più assistenti sanitarie.

Avere a disposizione queste figure nel contesto di una scuola sarebbe oggi la soluzione al problema posto da una operazione che richiede una specifica competenza professionale.

Non si capisce perché queste figure così preziose e rassicuranti siano state espunte dall’organizzazione della scuola, magari per ragioni di risparmio di spesa pubblica o per far posto ad altre voci di bilancio pubblico non altrettanto utili e ora più che mai necessarie.

Sarebbe un’idea riprendere in considerazione questa presenza istituzionalizzata in ogni contesto scolastico: o con i fondi del MES e con quelli del Recovery sarebbe un modo per rendere più sicure e vigilate le nostre scuole sul piano della necessaria profilassi sanitaria.

Considerato che il virus non deflette, che si prevedono tempi lunghi per uscire dai pericoli ricorrenti dei contagi specie in ambito comunitario.

E – di conseguenza – per tutelare la popolazione scolastica e rendere davvero prioritaria, con azioni concrete, l’intenzione di aprire e tenere aperte le scuole e consentire un ordinato svolgimento delle attività didattiche in presenza.

Come tutti chiedono e vorrebbero.

 

Le azioni di Mario Draghi

Serietà vuole che si lascino da parte le attese miracolistiche. Un saggio padre di famiglia è caratterizzato dal fatto che promuove un passo dopo l’altro, secondo la sua personale falcata. Così non deluderà alcuno, né produrrà le funamboliche attese. Mario Draghi, se non altro per la sua anagrafe, testimonia come dev’essere il ritmo da imprimere al suo Governo.

Saggio, senza corse avventate, né ingiustificati ingessamenti volitivi. Io, lo dico sinceramente, me l’ero immaginato così, e così, almeno fino ad oggi, sta procedendo. Fermo contro ogni furbizia delle case farmaceutiche; sollecito nei riguardi della commissione europea; propositivo sugli atti economicamente più significativi sul piano continentale.

La campagna vaccinale, pur registrando qualche inevitabile incertezza in qualche angolo di questo nostro Paese, comincia a dar segni di netta ripresa e, almeno per quanto si è sentito, giungerà al pieno regime a metà del prossimo mese. Sono segnali incoraggianti.

Pensavamo di poter piegare prima questo malanno, ma si è dimostrato più velenoso di quanto pensassimo. La guardia non va abbassata e giustamente, il Presidente del Consiglio dei Ministri ieri, ha dichiarato che il timone delle decisioni, sarà condizionato solo dai dati epidemiologici. In altri termini, si potranno aprire le attività solo a patto che i numeri sanitari lo consentano.

Una notizia che può essere ampiamente condivisa e che gira nettamente pagina, è quella relativa all’assegno familiare per i figli, cifra pari a 250 euro mensili a testa. È una misura particolarmente positiva, da accogliere con applauso, soprattutto perché i dati della natalità, sono fortemente caratterizzati da un inaccettabile e pericoloso arretramento.

Bisogna invertire questa tendenza; ricordiamo che quell’indice segnala lo stato di benessere di una comunità, i due valori sono tra loro direttamente proporzionali. Per questo, la misura adottata dal Governo Draghi che sarà operativa dal primo luglio 2021, segnala l’intelligenza politica portata finalmente in attuazione.

Sta per concludersi il mese peggiore, e il prossimo aprile riusciremo a fare indietreggiare significativamente questo terribile comune nemico.

Il folle volo di Stanley Kubrick

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Antonio Farisi

Esattamente vent’anni fa, nel mese di marzo del cruciale anno 2001, fu organizzata per Giovanni Paolo II , appassionato di cinema, una proiezione di quello che è considerato il miglior film di fantascienza di tutti i tempi, 2001: Odissea nello spazio. L’occasione era data dal ritorno dell’opera di Stanley Kubrick in versione restaurata nelle sale di tutta Europa, nell’anno che lui aveva reso emblematico. Il carattere privato dell’evento, svoltosi a Palazzo San Carlo nel cuore del Vaticano, non permette di ricostruirne la cronaca, non fosse per la presenza tra gli ospiti di Christiane e Anya Kubrick, moglie e figlia del regista, che negli anni sono tornate più volte a parlarne con viva emozione. In particolare, tre mesi dopo intervistata da Charlie Rose per l’americana Pbs, la vedova, ricordando quella serata in Vaticano, affermò: «2001 è una preghiera agnostica».

Tra tutte le definizioni che hanno accompagnato il film dalla sua uscita nel 1968 (“un poema sperimentale da sei milioni di dollari”, “epopea travolgente sotto il segno di Nietzsche”, “un racconto freddo”), “una preghiera agnostica” rimane la più spiazzante in quanto viene dalla persona che più era vicino al regista (e Christiane ha continuato a parlarne così anche in altre occasioni pubbliche).

In realtà, Kubrick — che era nato da una famiglia ebraica ma non si riconosceva in alcuna religione — si era sempre rifiutato di dare interpretazioni. «Non voglio fornire una mappa verbale per 2001», aveva detto in un’intervista, lasciando lo spettatore libero di speculare sul significato filosofico e allegorico del film. Dall’apparizione di un monolite agli uomini-scimmia preistorici attraverso la sua ricomparsa sulla superficie lunare e la missione nello spazio profondo che ne consegue, al rapporto di due astronauti con Hal 9000, un computer con una personalità umana, 2001 è una ponderosa ricerca della conoscenza e dell’autocomprensione dell’uomo che provoca più domande che risposte.

Kubrick era partito dal voler fare tabula rasa dell’immaginario di razzi e mostri che aveva colonizzato il cinema di fantascienza come genere da B-MOVIE . Quando, nel 1964 aveva contattato lo scrittore Arthur C. Clarke per proporgli di scrivere una sceneggiatura insieme, prendendo spunto dal suo racconto La sentinella, gli confidò che voleva realizzare «il proverbiale buon film di fantascienza». Negli anni Sessanta, in piena corsa alla conquista dello spazio, il suo proposito era di rappresentare in maniera realistica i viaggi nel cosmo, utilizzando elaborati effetti visivi, modellini e scenografie dettagliate, nonché una fedele riproposizione dei suoni muti in assenza di gravità così da raggiungere una perfetta verosimiglianza. Sul sito della Nasa c’è un elenco di tutti quei dettagli tecnici con cui 2001 ha fornito un’anteprima realistica di come potrebbe essere il nostro futuro nello spazio.

Per dare scientificità e credibilità al film, Kubrick preparò una serie di domande e, nel 1966, spedì un suo assistente con una macchina da presa perché le ponesse ai maggiori esponenti del mondo scientifico. Ventuno personalità del calibro di Isaac Asimov, Margaret Mead, Aleksandr Oparin risposero a domande come «Esiste vita extraterrestre? Che effetti avrebbe questa scoperta sul genere umano? Come sarà l’evoluzione dei computer? Proveranno sentimenti?». Risposte che Kubrick intendeva inserire come prologo al film. Tra i vari contributi spiccano quelli del gesuita Francis J. Heyden, all’epoca direttore dell’osservatorio astronomico della Georgetown University, e del rabbino Norman Lamm, uno dei maggiori rappresentanti dell’ebraismo ortodosso moderno. La loro presenza nel novero di questi scienziati, è segno che anche per Kubrick l’esistenza di forme di vita intelligenti in altre parti del cosmo ha implicazioni filosofiche e teologiche. Alla fine, Kubrick abbandona l’idea del prologo e lascia che il film parli per se stesso. Alla sua uscita nel 1968, un anno prima che Neil Arm-strong compisse il primo passo sulla luna, 2001: Odissea nello spazio disorienta gli spettatori e fatica a trovare un proprio pubblico, finché diventa patrimonio dell’immaginario giovanile, attratto dalla dimensione psichedelica: 2001 trascina lo spettatore in un viaggio di proporzioni inedite, in un «folle volo» per citare Dante, nella celebre sequenza psichedelica della Porta delle Stelle, l’uomo si ritrova inerme e solo di fronte all’Assoluto.

In un’intervista divenuta punto di riferimento per gli studiosi di cinema, incalzato da Eric Norden, Kubrick precisa: «Al centro di 2001 c’è il concetto di Dio» e dichiara che col suo film intende superare «un’immagine tradizionale, antropomorfa di Dio» e ritiene «possibile formulare un’affascinante definizione scientifica di Dio, una volta accettato il fatto che esistono circa cento miliardi di stelle solo nella nostra galassia».

Commentando queste affermazioni, il gesuita e scienziato John Braverman della Georgetown University, intervenendo nel libro Are We Alone? The Stanley Kubrick Extraterrestrial-Intelligence Interviews, ha compiuto un’interpretazione teologica del film, «Il Dio presente in 2001: Odissea nello spazio — scrive — è il Dio dei filosofi. Non è il Dio personale, amorevole, delle relazioni intime caro a Isacco, Abramo e Gesù». Tuttavia, aggiunge, Kubrick potrà anche non credere «in nessuna delle religioni monoteiste della Terra», ma nei passaggi narrativi del film (da “l’alba dell’uomo” a “Giove e oltre l’infinito”) si riconoscono le stesse linee logiche della teologia classica, in particolare quelle della Summa di Tommaso d’Aquino, per cui «attraverso la conoscenza della natura delle cose visibili, l’uomo può accedere a una qualche cognizione di quelle invisibili».

Più che un film da vedere, 2001 resta una esperienza e come tale va vissuto. Quindi, definirlo “preghiera agnostica”, se da un lato contravviene il proverbiale riserbo di Kubrick, dall’altro lascia intendere che, pur nella sua grandezza monumentale, 2001: Odissea nello spazio è la sua opera più personale e intima.

La questione della rete unica

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Francesco Devescovi

La pubblicità è un ottimo indicatore per segnalare le potenzialità di un mezzo di comunicazione. Nella storia dei media, il mezzo pubblicitario più forte ha sempre coinciso con il mezzo di comunicazione più diffuso: fino agli anni Ottanta il mezzo più importante è stato la stampa, attraverso quotidiani e periodici, quando il mercato della pubblicità era piuttosto contenuto; in seguito è subentrata la televisione, che grazie alle Tv commerciali è arrivata a detenere il 65% di un mercato che nel frattempo era esploso; adesso è il web che sta gradatamente subentrando alla Tv.

Nel 2020, infatti, il web ha raggiunto la televisione per quota di mercato. L’incontrastato dominio della televisione, che durava da quarant’anni, cioè dalla nascita delle Tv commerciali, sta quindi venendo meno. Entrambi i mezzi hanno il 43% di quota del mercato, ma è probabile che il web continui a erodere ulteriore terreno alla Tv; in particolare quando le potenzialità del web si potranno esprimere al massimo, quando avremo per esempio un’infrastruttura della rete che garantisca una velocità e una copertura del segnale adeguati agli standard tecnologici raggiunti dalla fibra ottica e in linea con quanto avviene nei Paesi più avanzati.

I dati e le immagini transitano sulla rete, che rappresenta le cosiddette autostrade informatiche. Proprio la funzione altamente strategica svolta dalla rete dovrebbe suggerire che essa sia considerata un bene pubblico e che le sue funzioni siano catalogabili come servizio pubblico. Idea che, però, non è presa in considerazione.

Vediamo qual è la situazione. Intanto si deve decidere chi deve ammodernare la rete e chi deve gestirla. Tim sta rinnovando la sua vecchia rete basata sul rame con la fibra ottica, mentre Open Fiber, società di Cassa Depositi e Prestiti (il 50% appartiene all’Enel, quota che sta per essere ceduta a un fondo estero), sta portando avanti una propria rete che, non operando direttamente nella telefonia, affitterà agli altri operatori privati. Per cui ci sono sostanzialmente due reti, col rischio di moltiplicazioni di costi e con la concreta possibilità che la copertura del segnale non arrivi nelle zone a «fallimento di mercato» per la loro scarsa densità. Il buon senso suggerirebbe, così da evitare duplicazioni e aumenti dei costi, che la scelta migliore sia quella di una rete unica, progetto di cui si parla da anni senza risultati finora concreti.

Qui l’articolo completo

Mcl: Di Matteo (presidente), “il lavoro resta la chiave essenziale della questione sociale”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di (F.P.)

“Come uomini e donne impegnati in un Movimento che ha nel suo Dna quali caratteri essenziali il professarsi ‘cristiani’ e l’impegno per i ‘lavoratori’ non possiamo non sentirci tutti chiamati in causa e fare ancora di più per ascoltare, prestare aiuto concreto e attenzione a quanti (e sono tantissimi) stanno pagando in prima persona gli effetti tragici di questa crisi”. Lo ha detto il presidente del Movimento cristiano lavoratori, Antonio Di Matteo, in occasione della messa celebrata stamani dal presidente della Cei, il card. Gualtiero Bassetti, nella basilica di Sant’Antonio di Padova, a Roma, con la quale il Mcl ha aperto i riti per la Settimana Santa.

Il presidente ha riconosciuto che “viviamo un tempo di crisi profonda, in cui l’umanità si trova a fronteggiare gli attacchi di un virus che sta dispiegando drammatici effetti divisivi, e che rischia di aggravare e far esplodere fratture sociali che già da tempo covavano sotto le ceneri, con ricadute che – come ha sottolineato il Consiglio permanente della Cei appena conclusosi – stanno generando un pericoloso ‘effetto domino sulla salute, sul lavoro, sull’economia e sull’educazione’”. In quest’ottica, secondo Di Matteo, “il lavoro per noi resta la chiave essenziale della questione sociale”.

Osservando che “la forbice delle diversità tra ricchi e poveri, giovani e anziani, donne e uomini, si allarga sempre più rischiando di alimentare la rabbia sociale e il conflitto”, il presidente del Mcl ha assunto l’impegno del Movimento a “rimboccarci le maniche, a continuare con ancora maggior vigore a seminare azioni di solidarietà e di amicizia, di dialogo e di sostegno, ma anche a far sentire la nostra voce invocando – come da sempre facciamo – politiche adeguate e coraggiose che rilancino l’occupazione e mettano al centro le famiglie e i cittadini, i giovani e i poveri”.

Sudan, accordo tra i ribelli dello Splm Nord e il Governo

Il governo sudanese e uno dei gruppi ribelli del Paese hanno firmato un accordo per consolidare la sovranità e l’indipendenza del Paese, aprendo la strada a un accordo di pace finale.

Firmata nella vicina capitale del Sud Sudan di Juba, la Dichiarazione di principi tra il Governo del Sudan e il Movimento di liberazione del popolo sudanese-Nord si concentra  anche sulla libertà religiosa riconoscendo la diversità razziale, etnica, religiosa e culturale della nazione.

“Nessuna religione sarà imposta a nessuno e lo stato non adotterà alcuna religione ufficiale”, afferma la dichiarazione. “Lo stato deve essere imparziale in termini di questioni religiose e questioni di fede e coscienza”.

Il Splm-N era fra i gruppi ribelli che non avevano ancora siglato l’accordo di pace firmato nell’ottobre scorso a Giuba dal governo e altre formazioni armate.

L’accordo inoltre prevede prevede inoltre lo smantellamento delle forze ribelli e l’integrazione dei loro combattenti nell’esercito nazionale.

Agenzia del Demanio: firmato l’atto che trasferisce allo Stato l’area di Tor Vergata

Il Direttore dell’Agenzia del Demanio, Antonio Agostini, ha firmato , insieme al Rettore dell’Università di Roma “Tor Vergata”, Prof Orazio Schillaci, l’atto che sancisce il passaggio in proprietà in favore dello Stato di una vasta area fino ad oggi appartenente all’Università. In particolare i tempi brevi fanno riferimento all’art. 1 – commi 557/560 – della Legge di Bilancio 2021, che su iniziativa del MEF, ha disposto il recupero e lo sviluppo dell’area nella zona di Tor Vergata, che attualmente versa in stato di sostanziale abbandono ed è scenario di ambiziose opere rimaste incompiute ma che affida all’Agenzia la gestione e la valorizzazione di eventuali nuove progettualità. In relazione alla complessità dell’intervento e alla necessità di operare con rapidità e con la massima efficacia istituzionale sulla base delle previsioni di trasformazione e di sviluppo del complesso di Tor Vergata, si valuteranno le modalità di attuazione facilitate e veloci, coerentemente con i vari strumenti legislativi e amministrativi della programmazione negoziata e della sburocratizzazione, tra cui l’eventuale ricorso a modelli amministrativi quali, ad esempio le ZES, le ZFU e le zone a burocrazia zero.

Da oggi esistono reali e fondati presupposti per la realizzazione dell’Hope Campus di Tor Vergata, l’idea lanciata nei giorni scorsi dal Direttore Agostini, della nascita di questo progetto nell’intento di candidarlo tra le possibili proposte al vaglio del Governo per la messa a punto del Recovery Plan o della programmazione delle Politiche di Coesione 2021-2027. In tale cornice l’intento è anche quello di avviare una auspicabile iniziativa di specifico dibattito pubblico volto a promuovere una forte coalizione istituzionale. “Questa è una straordinaria opportunità – ha dichiarato soddisfatto il Direttore dell’Agenzia del Demanio Antonio Agostini – un primo concreto passo verso l’approfondimento dell’idea progettuale del distretto tecnologico, della Città della Conoscenza e di un incubatore di impresa, con una forte ricaduta sul tessuto socio- economico e urbano dell’area interessata. Sono felice dei tempi brevi in cui siamo riusciti a firmare questo atto perché ciò rende più concreto l’avvio dell’ambiziosa sfida per la realizzazione dell’Hope Campus.

Variante brasiliana in Italia, primo caso in Piemonte

Variante brasiliana in Italia, c’è il primo caso in Piemonte. Dall’analisi degli ultimi 150 campioni, inviati dagli epidemiologi locali all’Istituto di Candiolo, è emerso che la variante inglese è presente in oltre il 90% dei casi in Regione, mentre per la prima volta è stato rilevato anche un caso di quella brasiliana. Il sequenziamento che ha permesso la scoperta della mutazione del virus è stato effettuato dal laboratorio dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico di Candiolo per conto della Regione Piemonte e nell’ambito del piano di monitoraggio delle varianti richiesto dall’Istituto Superiore di Sanità.

“Prendiamo atto che le mutazioni del virus non risparmiano nessuno – osserva l’assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi – ragione in più per procedere senza sosta con la campagna vaccinale, in modo da limitare il più possibile lo svilupparsi delle varianti. Il monitoraggio funziona e garantisce un attento e tempestivo controllo della situazione”.

Le notizie della politica. Una noia continua.

A volte l’informazione giornalistica trae in inganno perchè è ripetitiva. Persin noiosa. Ed è vecchia,  anzi vecchissima. È sufficiente, al riguardo, leggere – pur senza una grande attenzione – le  cronache politiche di domenica 28 marzo per rendersene conto. 

Due su tutte, accompagnate da una terza ma richiamata in misura minore. 

Innanzitutto, la prima notizia in assoluto con una molteplicità di interviste ai vari protagonisti, è la  ripresa in grande stile della lotta furibonda fra le correnti del Pd. In gioco la scelta dei capigruppo.  In particolare alla Camera dove lo scontro tra due donne, come da copione come tutti sanno, non  è altro che la battaglia infinita tra le molteplici correnti interne. Verrebbe da dire, nulla di nuovo  sotto il sole. 

La seconda grande notizia, si fa per dire, è la strigliata del comico Grillo al suo partito con  l’intimazione – che avrà la durata, credo, di una settimana al massimo – di far rispettare gli ormai  famosi due mandati dei grillini Cioè, detto in soldoni, dopo 10 anni di Parlamento eletti per caso e  con lauti stipendi, tutti a casa a cercarsi un lavoro. Almeno per la maggioranza di costoro. Un  annuncio che ha provocato, comprensibilmente, il terrore tra le file degli eletti. Ma anche qui, di  grazia, dove sarebbe la novità? Tutti sanno, ma proprio tutti, che dopo avere abbandonato e  archiviato tutto ciò che avevano detto, sbandierato e urlato per anni, l’unico elemento che resta  saldo e granitico per i grillini è la permanenza al potere. A prescindere. E con esso continuare a  godere dei benefit e dei privilegi che tutto ciò comporta.  

Infine, anche se con meno evidenza, la notizia che il leader della Lega sulle cosiddette  “riaperture”, continua a giocare un ruolo di governo e di opposizione. Insomma, un leader di lotta  e di governo. Tutto qui? 

Detto questo, una sola domanda, e per nulla polemica. Ma dove sarebbe la novità, o meglio lo  scoop, di questa triplice notizia? E cioè, il Pd è un partito dominato dalla lotta senza esclusioni di  colpi tra le correnti e le varie bande interne. E quindi? I 5 stelle hanno come un unico se non  esclusivo obiettivo la permanenza al potere, cioè continuare ad avere un seggio in Parlamento. E  quindi? Il capo della Lega continua ad essere un leader di lotta e di governo. E quindi?  

E poi ci si lamenta che le vendite di molti quotidiani continuano a scendere sempre di più. Certo,  se le notizie, a partire dalla politica, sono solo queste… 

Un incontro casuale con Cartotto

Il 26 marzo è terminata la vita terrena di Ezio Cartotto, infaticabile produttore ed organizzatore di idee.

Lo conobbi per la prima volta nel corso della Assemblea Nazionale dei Giovani DC a Taormina nel 1972, dove affascinò letteralmente l’uditorio con il suo discorso, all’interno del quale mi colpì molto la citazione del Duverger sul ruolo del “centro” in politica.

A fine agosto 1994 lo incontrai casualmente nel centro di Roma e mi chiese se poteva salire nel mio studio per spedire un fax, cosa che ovviamente gli accordai. Spedì il fax e poi dimenticò l’originale: era una sua nota organizzativa diretta al cavalier Berlusconi integrata da una pagina scritta dall’amico ligure Luigi Grillo.

Penso sia il miglior modo, questo, per ricordare Ezio è ricordare le tante cose che ha pensato e scritto, senza giudicare troppo.

P.S. Chi desiderasse ricevere copia del documento di Cartotto può scrivere a ildomaniditalia1@gmail.com

Postdemocrazia. Un libro necessario per tempi moderni.

Se fino a una dozzina d’anni fa sembrava ancora poco chiaro, per i distratti, e per i non esperti, in questi ultimi mesi pare a tutti chiaro che la democrazia stia vivendo paradossi notevoli. Anche le democrazie consolidate, come le nostre in Europa occidentale, non hanno mancato di stringere la cinta dei cittadini, prima per motivi economici, ed ora per motivi di ordine sanitario.

In queste ore esce in libreria il nuovo, atteso libro di Danilo Campanella, dal titolo: “Postdemocrazia.  Storia, concetti e protagonisti dal 1950 al 2020”  in cui il filosofo analizza un percorso storico iniziato con la Pace di Versailles e confluito nel postmodernismo. Il fine? Un nuovo ordine del mondo, fondato sul libero mercato.

L’autore esamina i fatti storici che hanno accelerato questo processo e gli attori politici che, più di altri, godranno dei vantaggi di un pianeta globalizzato. Il testo, che vanta la prefazione di Luciano Visco, è una guida aggiornata e indispensabile che narra, con straordinaria scioltezza e semplicità, senza mai stancare gli occhi, il destino della democrazia, che muta, si evolve, trasformando noi stessi. Un saggio attento all’evoluzione del mondo politico ed economico, che entra, con precisione da scienziato, e con gusto da romanziere, nella politica degli ultimi settant’anni, senza dimenticarsi dell’ultimo anno di Covid-19. 

Il dark web e i vaccini anti-Covid

Il dark web è una parte di Internet non rilevata dai motori di ricerca in cui i criminali informatici spesso vendono e acquistano materiali illeciti.

Ora in questo oscuro luogo sono arrivati i vaccini e i certificati vaccinali anti. covid.

I ricercatori americani della società informatica Check Point Software hanno affermato di aver scoperto in vendita vaccini Covid-19  come AstraZeneca e Johnson & Johnson e certificati vaccinali.

I risultati sono prodotti entro 30 minuti e in modo indiscreto vengono inviati via mail.

Questa tipologia di documenti è estremamente richiesta perché potrebbe consentire all’acquirente di spostarsi tra nazioni oppure di poter certificare il proprio stato di salute in sede di assunzione.

Strumenti estremamente pericolosi che potrebbero consentire a chiunque di viaggiare liberamente senza prendere le dovute precauzioni.

 

Assegno unico per i figli. Il testo arriva al Senato

Finalmente dopo tanto tempo sembra che si sia arrivati ad un punto di svolta per l’assegno unico per i figli.

Ma cosa prevede il testo?

L’assegno spetta a tutte le famiglie che hanno un figlio a carico di età fino a 21 anni.

Il sostegno avrà un valore massimo di 250 euro: nella cifra confluiscono una parte fissa e una variabile, legata al reddito complessivo della famiglia.

L’importo, quindi, sarà modulato in base all’Isee e diviso in parti uguali tra i genitori. È prevista una maggiorazione a partire dal secondo figlio e un aumento tra il 30% e il 50% in caso di figli disabili.

Il beneficio è destinato a lavoratori dipendenti, autonomi o incapienti.

Si tratta, quindi, di un credito d’imposta o assegno mensile per i figli da 0 a 21 anni che andrà a tutte le famiglie, compresi incapienti e partite Iva (finora escluse perché gran parte dei sostegni alle famiglie sono legati al contratto di lavoro dipendente o a detrazioni che non si percepiscono con livelli di reddito sotto la no tax area)

Fino ai 18 anni del figlio, l’assegno andrà ai genitori. Poi, su richiesta, dai 18 ai 21 anni può essere dato direttamente ai figli “per favorirne l’autonomia”.

Dalla maggiore età, una somma ridotta rispetto all’assegno potrebbe essere accreditata direttamente al figlio se: è iscritto all’università; è un tirocinante; è iscritto a un corso professionale; svolge il servizio civile; svolge un lavoro a basso reddito.

Per finanziare questa riforma la legge di Bilancio ha stanziato i primi 3 miliardi per il 2021 (tra 5 e 6 a regime a partire dal 2022), che si sommano ai circa 125 miliardi al momento dedicati ad altri strumenti che andranno gradualmente in soffitta, dai vari bonus (nascita, bebè), alle detrazioni per i figli a carico e l’assegno familiare

Senza zone gialle fino al 30 aprile ci sarà un crack da 7 miliardi

Senza zone gialle fino al 30 aprile restano chiusi per il servizio al tavolo o al bancone i 360mila bar, ristoranti, pizzerie ed agriturismi presenti lungo l’intera Penisola con un crack da 7 miliardi per l’intero mese. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sulla possibilità di una Italia solo rossa e arancione per tutto il prossimo mese emersa al termine della cabina di regia Covid sul nuovo decreto. Una situazione insostenibile – sottolinea la Coldiretti – dopo il lockdown di Pasqua che rappresenta un momento importante per ristoranti e per i 24mila agriturismi presenti in Italia particolarmente apprezzati dalle famiglie nei weekend di primavera.

Ristorazione ed alberghi sono i settori più colpiti dalla pandemia Covid che ha tagliato i consumi del 40,2% nel corso del 2020 con un effetto a valanga che – sottolinea la Coldiretti – ha travolto interi settori dell’agroalimentare Made in Italy con vino e cibi invenduti. Si calcola che 300 milioni di chili di carne bovina, 250 milioni di chili di pesce e frutti di mare e circa 200 milioni di bottiglie di vino – precisa la Coldiretti – non siano mai arrivati nel 2020 sulle tavole dei locali con decine di migliaia di agricoltori, allevatori, pescatori, viticoltori e casari che soffrono insieme ai ristoratori.

Anche alla luce dell’avanzare della campagna di vaccinazione – conclude la Coldiretti – è importante quindi iniziare a pensare alle riaperture in sicurezza dei locali della ristorazione dove sono state adottate importanti misure, quali il distanziamento dei posti a sedere facilmente verificabile, il numero strettamente limitato e controllabile di accessi, la registrazione dei nominativi di ogni singolo cliente ammesso.

Covid: calano i contagi tra gli operatori sanitari

Contagi da coronavirus in calo tra gli operatori sanitari. Sono 2.336 i casi di Covid-19, l’1% dei 297.845 nuovi contagi registrati nelle 2 settimane dall’8 al 21 marzo.

Il dato emerge dal report dell’Istituto superiore di sanità, che sottolinea comunque come “a causa della forte pressione sui dipartimenti di prevenzione, si continuano a registrare dei ritardi nella notifica e nell’aggiornamento tempestivo delle informazioni dei casi individuali, che rendono il quadro più recente in parte sottostimato sia per le nuove diagnosi che per i decessi”.

Emerge però con chiarezza che “a partire dalla seconda metà di gennaio si osserva un trend in diminuzione del numero di casi negli operatori sanitari e nei soggetti con 80 anni e più, verosimilmente ascrivibile alla campagna di vaccinazione in corso”.

Intervista a Giuseppe De Rita. La Chiesa di fronte all’era dello Spirito

Intervista pubblicata sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del Direttore Andrea Monda

«Sì, certo che si deve fare questo sinodo della Chiesa italiana ma per parlare di che cosa? E solo per parlare? Io mi permetto di dirlo sotto voce, ma farei un sinodo sullo Spirito Santo».

Giuseppe De Rita ci ha abituati alle sorprese dell’intelligenza e quando ci accoglie di pomeriggio nella sede del Censis, arzillo e pimpante come un ragazzino di 89 anni (reduce del vaccino ricevuto proprio quella mattina), si diverte a sparigliare le carte e, dopo aver invocato, anche sulle pagine di questo giornale, l’urgenza di un sinodo per la Chiesa italiana, oggi ne accusa tutta l’insufficienza. A meno che non lo si organizzi con una mentalità diversa da quella del passato: «Ci vuole prima un atto di consapevolezza e uno scatto in avanti e cambiare il passo, altrimenti un sinodo sarà pura organizzazione, discussione sui poteri e sui ruoli, qualcosa di condannato a non incidere sulla realtà».

Anche al sociologo romano abbiamo chiesto di leggersi l’articolo di Pier Giorgio Gawronski («Le Chiese vuote e l’Umanesimo integrale», «L’Osservatore Romano» 22 febbraio 2021) che De Rita trova molto condivisibile su tanti aspetti: «È ricco di spunti preziosi e di analisi corrette come la domanda di amicizia; inoltre il confronto con le prime comunità raccontate dagli Atti degli Apostoli è molto forte, tutto questo va benissimo, ma vorrei porre la discussione su un altro livello, secondo me infatti c’è un problema più sottile che è quello che gira sul cuore, l’essenza di una comunità, che è il tema del camminare insieme».

Pensavo di incontrare un sociologo e invece mi sono trovato davanti un teologo, che ha voglia di pensare, di parlare, di condividere le sue riflessioni; ne scaturisce come un fiume in piena di intuizioni, stimoli, provocazioni.

Cos’è una comunità? L’amicizia tra i membri è importante ma non è il cuore che secondo me sta nella consapevolezza che tutti i membri stanno camminando insieme, lungo un percorso comune e verso una meta; ci deve essere una finalità. Come dice il Salmo 83: «Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio […] Cresce lungo il cammino il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion» (Salmo 83, 6-8). Tutti noi siamo impegnati a fare questo viaggio, se possibile con vigore sempre crescente: è questo il destino di ciascuno di noi e della comunità ecclesiale in quanto tale.

Fin qui il biblista, ma ora sopravviene il teologo.

Ricordo vividamente una conferenza di Ratzinger del 1990, pubblicata anni dopo su «L’Osservatore Romano», sulla figura del cardinale New-man, in occasione del centenario della morte, in cui diceva che Newman ci ha dato l’incrocio fra storia e teologia, che prima sembravano del tutto lontane perché la teologia è fuori dalla storia. Più precisamente Ratzinger affermò che Newman «mise nelle nostre mani la chiave per inserire nella teologia un pensiero storico, o piuttosto: egli ci insegnò a pensare storicamente la teologia, e proprio in tal modo a riconoscere l’identità della fede in tutti i mutamenti». Uno spunto molto interessante, oggi. Se infatti teologia e storia si intrecciano e si interpretano allora il percorso è la teologia stessa, anzi Dio stesso è il cammino. Ma di quale Dio stiamo parlando? E qui, in punta di piedi, oso affermare, che stiamo parlando dello Spirito Santo.

Quindi non un teologo qualsiasi, ma un esperto di teologia trinitaria. De Rita si rifà al saggio di Roberto Calasso «Il libro di tutti i libri» dedicato alla Bibbia che vede la storia umana svilupparsi sotto l’egida del Padre.

È il Padre onnipotente, onnisciente che interviene nella storia, libera gli uomini con braccio potente… questa storia finisce, si compie, con l’avvento di Cristo. Ma non è che finisce il Dio Padre, che resta ancora, anche se “nei cieli” (infatti tutti noi lo preghiamo quotidianamente), quello che finisce è il rapporto fra la storia umana e Dio in quella modalità, di un Dio che sta in alto e pur partecipando alle storie umane non ha però alcuna dimensione “orizzontale”. Con Cristo subentra la dimensione dell’amore, della relazione, appunto dell’orizzontalità. Ora se per Dio Padre ci sono voluti tre-quattromila anni, penso ad Abramo che il Papa è andato a trovare qualche giorno fa con il viaggio in Iraq, questo vuole dire che ci vorrà un tempo analogo perché si sviluppi il tempo del Dio Figlio. Stiamo quindi dentro questa evoluzione lenta del Figlio, la divinità orizzontale fatta di amore e di primato della relazione, per usare un termine caro a Levinas. Ci vorrà tempo quindi prima che si consumi il ciclo del Figlio. Con l’accortezza che i cicli non si consumano mai del tutto ma tutto è contemporaneo nella storia della salvezza. Il ciclo del Padre quindi non si è consumato, però ha già sviluppato i suoi effetti, ha dato i suoi frutti, il ciclo del Figlio, che è più recente, ancora non è maturato fino a questo punto. Noi ci troviamo qui, in una svolta verso il termine del ciclo del Figlio, che è stato un ciclo complesso, drammatico, un periodo che ha conosciuto grandi lotte di religione perché la dimensione orizzontale porta anche questo, non è sempre all’insegna del “volemose bene”, non è sempre l’abbraccio del fratello, ma anche le guerre di religione, la dialettica di Hegel, il marxismo… La dimensione orizzontale non ha consumato tutto il suo ciclo e finché non lo consuma è difficile che entri in scena il terzo atto, che ovviamente è quello dello Spirito Santo, che è lo spirito che ci guida, come dice il salmo, con vigore sempre crescente, verso l’ascensione al Monte di Dio in Sion.

Faccio notare che il giovane teologo Joseph Ratzinger scrisse la sua tesi su Gioacchino da Fiore e la sua profezia (che Dante riporta nel suo poema) sulle tre ere storiche scandite dalle tre persone della Trinità. De Rita sorride e cerca di mettere a fuoco la terza era, la più affascinante ma anche difficile da comprendere.

Lo Spirito Santo è senz’altro la più difficile delle persone della Santissima Trinità, perché è immateriale, non ha un “volto” come lo ha il Padre Onnipotente o il Figlio che ha il volto di Gesù Cristo in croce. E quindi noi andiamo incontro ad un tempo, che probabilmente durerà un millennio, in cui consumeremo ulteriormente il ciclo del Figlio, segnato dall’orizzontalità e quindi, ad esempio, faremo un accordo con i sunniti, con gli sciiti, e poi con i cinesi, perché è inevitabile perché è Dio che opera, non è che siamo noi che facciamo l’accordo, è Dio che vuole unità nel Figlio, unità nella relazione, in ossequio e corrispondenza alla natura interna della Trinità che è relazione. Dalla relazionalità divina scaturisce la relazionalità dentro la storia che è arrivata con l’incarnazione, con Gesù Cristo che ha immesso la dimensione orizzontale a fianco a quella verticale del Padre. Ma all’orizzonte già si vede qualcosa di nuovo, l’era dello Spirito Santo.

E qui si ritorna alla sociologia, e anche all’articolo di Gawronski da cui eravamo partiti.

Alcune delle cose che noi sentiamo sono sostanzialmente situate nel passaggio tra un ciclo e l’altro, le sentiamo quando parliamo (e anche Gawronski nel suo articolo lo dice) di spiritualità. Nelle nostre ricerche sociologiche registriamo il fatto che la gente cerca spiritualità, poi magari la coltiva nei modi più disparati, in parrocchia o nel corso yoga, ma il dato comunque è questo: sete di spiritualità. Sete cioè di quello Spirito che “soffia dove vuole” e va avanti, ti porta avanti.

In concreto quali effetti comporta questa sete di spiritualità?

Tutto segnala la necessità di un cambio di paradigma perché nell’era dello Spirito non c’è più spazio per una Chiesa “organizzata”. L’organizzazione sul potere del Padre la fai direi “naturalmente”, con la gerarchia; l’organizzazione sulla Chiesa del Figlio la fai perché fai tanta relazione, fai tanto volontariato, l’afflato verso l’Africa… magari fai anche il sinodo, ma l’organizzazione della cultura, come direbbe Gramsci, nella Chiesa dello Spirito come la fai? Ed è qui che noi oggi stiamo. Il sinodo, di cui tanto si parla, rischia che risponda ancora alla logica del Padre, cioè gerarchico, ad uso e consumo dei vescovi, o del Figlio, in una formula “mista”, gerarchica ma aperta al sociale, aperta ai contributi di tutti, dai sindacati alle monache di clausura… ma anche questa sarebbe una formula già vecchia, alla fine insufficiente. E lo dico io che sono un difensore del sinodo aperto al sociale, come fu l’esperienza degli anni ’70: tutti in chiesa 5.500 persone e il giorno dopo tutti nei cinema dell’Appio Latino e della Tuscolana a discutere ancora… quello sarebbe un bel sinodo, però non ti risolve questo problema che è l’arrivo del tempo dello Spirito annunciato da questo forte bisogno di spiritualità. La questione oggi è accogliere il ciclo prossimo venturo dello Spirito, del rapporto interiore con Dio, dell’apertura al mistero. È questo un ciclo molto più faticoso, perché non è filosofico, la dimensione qui è quella propria del mistero. Il cristiano ora è chiamato a camminare finché non arriva al monte di Sion e in mezzo non sa che cosa trova; camminare nel deserto come avevano fatto i nostri progenitori, ma senza riferimenti quotidiani, abituali… non c’è il concilio, non c’è il sinodo, non c’è la messa domenicale. E infatti oggi le messe domenicali vivono se riscoprono un po’ di spiritualità.

Non si corre il rischio di un camminare non insieme ma da soli? Il popolo fedele di Dio che fine fa in questa dimensione spirituale che rischia di essere vissuta in modo intimo, individualistico?

Qui emerge il ruolo dei preti. Il popolo di Dio Padre aveva i preti, pensiamo all’Antico Testamento, c’erano tante figure di sacerdoti ed erano tutti funzionali a quel tipo di Chiesa gerarchica, verticale e di potenza dall’alto. Anche il cristianesimo ha avuto i suoi preti, senza i quali non ci sarebbe stato. Mi viene in mente un’esperienza a me vicina e cara: i rosminiani, una struttura minuscola eppure preziosa: senza i rosminiani, piccoli sgangherati e maltrattati, tenuti all’indice, nessuno si ricorderebbe di Rosmini. L’importanza dei preti è fondamentale. E allora saranno altri preti che permetteranno alla Chiesa di vivere questa dimensione della spiritualità, magari organizzando una riflessione sullo Spirito e citando pure New-man. La questione allora è la modifica dei preti da truppe della gerarchia o della fratellanza a preti di un nuovo sistema. I pascoli a cui siamo abituati non offrono più nulla, dobbiamo andare verso nuovi pascoli, trovare erba fresca, però c’è il problema di chi ti porta su queste nuove strade. Personalmente ritengo che l’evoluzione della Chiesa in questa fase inedita dello Spirito porterà alla forma del “piccolo gruppo”. Lo dico per esperienza personale. La piccola comunità finisce di essere il luogo di riflessione, di discussione… ma i pastori devono essere preparati altrimenti l’alternativa è quella che dici tu: la Bibbia me la leggo da solo, il salmo tutti i giorni me ne leggo uno, ma non ci fai Chiesa. Però, ripeto, secondo me è inutile rimanere ancorati alle vecchie dimensioni verticali o orizzontali del Padre e del Figlio, dobbiamo entrare invece nel ciclo dello Spirito e sento che la gente sarebbe attratta. Perché la domanda c’è, dobbiamo allora osare e giocare d’anticipo. Che cosa ha attratto verso i rosminiani persone come Clemente Rebora o Clemente Riva? Li ha attratti il gusto del cammino intellettuale e spirituale, non fare comunità di grandi numeri.

Ricordo sempre il teologo Ratzinger che parlava appunto del futuro della Chiesa come di una realtà costituita da “minoranze creative”.

Esatto: creatività per anticipare i tempi che a me sembrano già maturi. Per onestà devo ricordare che già quando andammo con il cardinale Poletti ad inaugurare la mensa a Colle Oppio, erano gli anni della Caritas di don Luigi Di Liegro (e quella è la mia storia, anche professionale, tutta la mia vita è sulla dimensione sociale, orizzontale), però devo riconoscere che già allora sentivo una qualche difficoltà a restare in quella dimensione, qualcosa mi mancava. È difficile oggi parlarne perché scatta il sospetto che io stia immaginando una Chiesa individualista, luterana, che ci sia un primato della fede personale rispetto alle opere e sarebbe ovviamente un sospetto infondato. Il punto è invece che la mia riflessione è tesa ad andare verso una Chiesa in cammino che non è né orizzontale né verticale ma una Chiesa che affronta il mistero, abramitica appunto. Mettesi in marcia, in cammino, realizzare un esodo.

Qui l’articolo completo

Una battaglia autentica per la democrazia e la libertà.

Nel 2018 con Giuseppe Gargani, Follini, Mastella, Tarolli, Tassone, Gemelli, Marinacci,Mario Mauro e altri organizzammo il comitato dei Popolari per il NO, con il quale abbiamo concorso alla vittoria referendaria contro il tentativo di “deforma costituzionale” del trio Renzi-Boschi-Verdini.

Nei giorni scorsi ho proposto a Gargani e agli amici della Federazione Popolare DC di attivare il Comitato dei Popolari per l’attuazione degli articoli 48 e 49 della Costituzione che, dalla  fine della Prima Repubblica, sono sostanzialmente disattesi.

Sono due articoli fondamentali per la vita democratica del Paese che, da una parte, assiste al prevalere della finanza sull’economia reale e sulla politica, al tempo della globalizzazione e del rovesciamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), come lucidamente esposto dal prof Zamagni nei suoi diversi interventi accademici ( vedi la nota del 12 Giugno 2018 sul testo della Congregazione per la dottrina della Fede:” Oeconomicae et Pecuniarae Quaestiones”) e, dall’altra, alla nascita di partiti e movimenti etero guidati e/o leaderistici senza alcuna “democrazia interna” come costituzionalmente richiesto dall’art.49.

Sul tema contro il sistema elettorale maggioritario e a favore del proporzionale sono in questi giorni intervenuti lo stesso Gargani con un articolo su Il Dubbio del 26 Marzo 2021 e all’indomani Raffaele Bonanni su Il Domani d’Italia. Proporzionalista da sempre, come lo fummo tutti noi della sinistra sociale DC di Forze Nuove insieme a Bodrato, Bianco e pochi altri, al tempo dell’infausto referendum di Mario Segni, concausa finale della scomparsa politica della DC, ho più volte esposto le ragioni storico politiche a favore di questa scelta.

La nostra storia unitaria nazionale per come si è svolta in parallelo con lo sviluppo del capitalismo nostrano, concentrato nel tempo e nello spazio, ha assunto caratteri e modi molto più simili a quella della Germania e indiscutibilmente diversi da quella della Francia e dell’Inghilterra,  Paesi dalle più antiche e consolidate tradizioni di uno stato centrale forte. Cavour da una parte e Bismarck dall’altra, seppero compiere autentici miracoli politico istituzionali guidando i processi di formazione unitaria dei rispettivi Paesi. Una delle ragioni per cui anche sul piano istituzionale l’Italia dovrebbe guardare molto di più al sistema di uno stato federale come la Germania che non a quello centralistico di Francia o Inghilterra, non a caso sostenuti da leggi elettorali di tipo maggioritario, seppur in un Paese presidenzialista come quello d’Oltralpe e repubblicano parlamentare come il Regno unito.

Non bastassero queste ragioni d’ordine storico politico, è dall’applicazione corretta dell’art 48 della nostra Costituzione che dovremmo partire a sostegno di una legge elettorale proporzionale.  L’art 48 afferma: “ il voto è personale ed uguale, libero e segreto”. Personale vuol dire che il voto dovrà essere sempre dato personalmente e non potrà mai essere delegato. Uguale, è una qualificazione che esclude qualsiasi tipo di legge “maggioritaria” sia nel testo che negli effetti politici sui numeri assegnati in Parlamento ai partiti con premi di maggioranza. Libero è una qualifica che obbliga a impedire qualsiasi condizionalità sia morale che fisica sui votanti e quindi anche con i Capilista, i listini bloccati, le pluri-candidature che hanno effetti distorsivi sui candidati assegnati in Parlamento. Si entra in Parlamento, dunque, solo se sei stato votato dal popolo votante e non per scelta delle segreterie dei Partiti. Segreto, infine, significa che deve essere sempre garantita la segretezza del voto sia quando si vota sia nello spoglio dei risultati elettorali.

Molte di queste norme tassative del dettato costituzionale sono state disattese in questa lunga stagione della Demodissea post DC. E’ tempo che ci si mobiliti per chiedere una legge elettorale rispondente a queste prescrizioni, una legge che non potrà che essere di tipo proporzionale che da sempre indico come simile a quella tedesca, con uno sbarramento opportuno, ma tale da non impedire la rappresentanza delle diverse culture e aggregazioni di interessi sociali ed economici presenti in Italia, e l’introduzione della sfiducia costruttiva a garanzia della continuità degli esecutivi e per rendere più difficile l’oltraggiosa transumanza cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Analoga iniziativa politica dovremo assumere tutti noi Popolari, sia di estrazione  cattolico democratica che cristiano sociale, a difesa e per la completa attuazione dell’art 49 (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”) affinché si possa concorrere “con metodo democratico” e non per volontà di un dominus proprietario o di un gruppo di potere esterno incontrollato e incontrollabile, come sta avvenendo in alcune delle formazioni partitiche che da più o meno lungo tempo sono sulla scena politica italiana. Una battaglia autentica per la democrazia e la libertà.

Quante Dc? Ora sono veramente troppe..

Abbiamo letto con simpatia ed affetto l’intervista al prof. Nino Luciani sul Corriere della Sera.  Abbiamo appreso, non senza curiosità, che sono attualmente ben “8 le Dc in campo” mentre non  sappiamo, a tutt’oggi, quanti sono i partiti, i movimenti e le liste che hanno – o meglio, ambiscono  ad avere – un ruolo politico nazionale riconducibile al patrimonio della Dc. I bene informati dicono  che sfiorano, attualmente, il centinaio. Ma il numero è in costante crescita perchè da queste parti i  partiti, i movimenti e le liste crescono come i funghi in autunno. Per poi, altrettanto puntualmente,  scomparire a vantaggio di altri partiti che nascono e via discorrendo. Insomma, una giostra  continua da dopolavoristi e da amanti della specialità. 

Ora, però, e per parlare di cose serie e al netto, comunque sia, della buona volontà, della  passione e del disinteresse con cui molti amici danno vita ininterrottamente a nuove esperienze  politiche ed organizzative riconducibili seppur vagamente alla Dc, forse è arrivato anche il  momento per mettere un punto e a capo. E questo per una semplicissima ragione, al di là delle  concrete vicende politiche e della dinamiche che determinano gli stessi processi politici nel nostro  paese. E la ragione è questa. Non si può continuare a ridicolizzare un passato politico glorioso ed  importante e, soprattutto, non si può dissipare un patrimonio politico, culturale, programmatico e  di governo con dispute e diatribe che francamente rasentano il grottesco. 

Questo vuol dire alzare una cesura netta con il passato e, nello specifico, con la “nostra” cultura  di riferimento, cioè il cattolicesimo popolare e il cattolicesimo sociale? Ovviamente no. Anzi, al  contrario, se vogliamo ridargli nobiltà e una reale agibilità nella cittadella politica contemporanea,  la storica esperienza democratico cristiana non può continuare ad essere bistrattata e forse anche  un po’ ridicolizzata agli occhi di coloro che, senza pregiudiziali e preconcetti moralistici e di  costume – che allignano purtroppo ancora in molti settori della sinistra italiana e nei luoghi del  populismo demagogico e qualunquista nostrano – continuano a vedere proprio in quella storica  esperienza politica un luogo da cui continuare ad attingere per il futuro. Ovvero, un giacimento di  valori, di principi, di cultura di governo e di concreta esperienza politica e culturale. 

Ecco perchè anche quando si parla ancora, o con rimpianto o con riconoscenza o legittimamente  in chiave critica, della Democrazia Cristiana lo si deve fare però “guardando avanti” come ci  invitava sempre a fare Franco Marini. Senza regressione nostalgica o tentazioni passatiste ma,  semmai, con la consapevolezza che proprio a quella fonte è ancora possibile attingere per il  prosieguo della nostra attività politica o istituzionale o culturale. Ma senza, al contempo, esporla a  goliardiche ricostruzioni o a improponibili se non grottesche riproposizioni. 

Facciamolo anche e soprattutto per il ruolo storico e politico ricoperto dalla Democrazia Cristiana  italiana nel nostro paese e nell’intera Europa. 

Ezio Tarantelli oggi

Di Tarantelli ricordiamo l’impegno, profondo e creativo, per dotare l’economia politica e la politica economica di un modello in grado di governare e condurre a soluzione i complessi squilibri strutturali che zavorravano l’economia italiana negli anni settanta e all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso: il deficit competitivo, il disavanzo della bilancia dei pagamenti, la caduta del cambio, il debito pubblico crescente, la diseguaglianza distributiva, l’aumento della disoccupazione.

Basti ricordare che nel 1980 il tasso di inflazione superava il 21%, che le retribuzioni lorde per addetto, nell’industria, crescevano al tasso medio annuo del 19%, che il tasso di disoccupazione superava il 10% e che tutto ciò trovava la propria, perversa, compensazione nella svalutazione del cambio che dal 1973 al 1979 aveva superato il 40%.
Tarantelli smontò il dispositivo, com’è noto, attraverso la predeterminazione della scala mobile e dell’inflazione, ovvero rescindendo la relazione, a doppia mandata, fra inflazione passata e presente, che operava con il meccanismo dell’indicizzazione, e tra inflazione presente e futura che operava attraverso le attese di una circolarità inflativa che si autoalimentava.

Il meccanismo veniva capovolto: dall’indicizzazione del salario monetario, che non ne arrestava la svalutazione, alla tutela del potere d’acquisto del salario reale e, ciò che non è meno rilevante, il controllo del tasso di inflazione rafforzava i margini competitivi ed apriva prospettive di crescita occupazionale.
Una politica dei salari e dei redditi che avrebbe dovuto estendersi all’Unione Europea per armonizzare i tassi di inflazione e ridurre l’instabilità dei tassi di cambio.
La sua ultima proposta fu l’ “ECU dei disoccupati” per spingere la domanda interna e creare occupazione in un Europa che contava oltre 15 milioni di disoccupati.
Strategia complessa e radicale finalizzata, nella sua visione, ad inaugurare il Modello concertativo fondato: Sulla condivisione e sulla gestione fra Governo e Parti sociali, ognuno per il proprio ruolo e nella propria autonomia, delle linee di politica economica;

Sulla centralizzazione della contrattazione collettiva (interconfederale, categoriale, territoriale, aziendale);
Sulla coerenza negoziale a tutti i livelli.
Tutti ricordiamo lo sviluppo della vicenda, dall’Accordo di San Valentino nel 1984, al referendum nel 1985, alla rottura sindacale ed al lungo travaglio che condusse all’abolizione della scala mobile nel 1991, all’Accordo fra Sindacati Confederali e Governo Amato nel luglio 1992 ed all’Accordo fra Cgil, Cisl, UIL e Governo Ciampi nel luglio 1993 che compendiava l’esito felice, decisivo e vincente dell’intero decennio.
Carlo Azeglio Ciampi, intervenendo come Presidente della Repubblica alla giornata dedicata, dall’Università della Calabria, al ricordo di Tarantelli il 7 febbraio 2001, disse di aver rifiutato di denominare l’Accordo del luglio 1993 come “Accordo Ciampi”, perché se ad un’appartenenza e ad un nome avesse dovuto essere associato sarebbe stato, per atto dovuto, quello di Ezio Tarantelli.

La concertazione inaugurata dall’Accordo del luglio 1993 consentì all’Italia, nonostante l’implosione della prima Repubblica, a fine decennio, di entrare nell’euro.
Tutta la vicenda si è sviluppata sotto il segno originario di Tarantelli. Un merito ed una riconoscenza storici che il mondo del lavoro ed il Paese continueranno a riconoscergli!
Tarantelli e la Cisl.

L’incontro fra Tarantelli e la Cisl non è stato casuale, né improvvisato, né tattico.
E’ stato un incontro fra due strategie riformiste, maturate in contesti ed in percorsi molto diversi, convergenti ‘ante litteram’.
Una costante del pensiero della Cisl è il nesso fra contrattazione e ruolo macroeconomico del sindacato.
Nel Progetto di risparmio contrattuale (fine anni cinquanta, inizio anni sessanta) si parte dalla contrattazione del salario di produttività e si arriva al Fondo comune di investimento dei lavoratori, alimentato dal versamento di quote volontarie di salario di produttività e finalizzato all’acquisto di azioni ed obbligazioni delle imprese per potenziare la crescita e la partecipazione dei lavoratori alle politiche di sviluppo.

Nel Progetto di welfare territoriale (metà anni sessanta) si parte dalla contrattazione, attraverso il prelievo dell’1% sull’imponibile salariale, per alimentare un Fondo dei lavoratori che finanzia servizi sociali di welfare, contrattati con i Comuni della Provincia di Milano, che confluirà, poi, fra il 2009 ed il 2011 nella Fondazione Welfare Ambrosiano.
Nel Progetto del Fondo di accumulazione (inizio anni ottanta) si parte dalla contrattazione, attraverso il prelievo dello 0,50% dell’imponibile salariale, per finanziare il Fondo dei lavoratori, con il compito di favorire la nascita e lo sviluppo di imprese (soprattutto cooperative) nel Mezzogiorno del Paese.

Contrattazione, contributo diretto dei lavoratori alle politiche di sviluppo del Paese, ruolo macroeconomico del sindacato, Patto sociale con i pertinenti livelli istituzionali di governo centrali e periferici sono gli elementi costitutivi ‘ante litteram’ del Patto concertativo tarantelliano che percorrono la storia della Cisl dalla nascita sino all’inizio degli anni ottanta.
Ad essi Tarantelli apporta: la straordinaria competenza e creatività in materia di economia politica, politica economica, econometria; l’originale capacità di rilettura critica delle implicazioni sociali e politiche della storia della ricerca e del dibattito economici;
l’autorevolezza che gli consente di criticare, ‘intra moenia’, i tabù ed i miti sindacali perdenti;

il contributo decisivo a fare del sindacato un attore riconosciuto di politica economica, capace di offrire alla sintesi fra interessi del Lavoro e del Paese la strategia vincente per cambiare il corso della storia.
Un incontro raro e fecondo fra la lungimiranza, il rigore ed il pragmatismo del miglior sapere accademico e la lungimiranza, il rigore ed il pragmatismo del ‘Sindacato nuovo’, la cui profonda seminagione continua a germogliare, a fiorire, a dare frutti.
Per un pensiero strategico Tarantelli non è solo politica dei redditi.

Nel capitolo settimo de ‘Il ruolo economico del sindacato’ sostiene, infatti, che in Italia lo “sfascio delle relazioni industriali” può essere rappresentato “nei termini di uno scarto, di una differenza sistematica (e cumulata…) tra le regole ‘domandate’ (RD) dal sindacato e dalla base, da un lato, (…) e le regole ‘offerte’ (RO) dallo Stato (blocco dominante), l’offerta politica, dall’altro. (….) Questa divergenza sistematica fra regole ‘domandate’ ed ‘offerte’ genera la ‘triangolazione conflittuale del paradigma del sistema socio-politico post keynesiano…”

Questa profonda asimmetria fra regole domandate ed offerte non riguarda, soltanto, il salario reale atteso, ma investe la complessiva domanda politica, dagli investimenti, ai servizi pubblici, alla riforma della pubblica amministrazione, all’edilizia popolare, alla riforma fiscale, all’articolazione democratica e partecipativa dei poteri dello Stato.
Tarantelli era convinto che il fallimento investisse il paradigma socio-politico, non il modello economico keynesiano che subiva le “specifiche incompatibilità del conflitto industriale”.
Oggi la contraddizione fra regole domandate dall’area del disagio e della crisi sociale sempre più vasta (dal lavoro autonomo, al lavoro dipendente, ai working poors, ai pensionati poveri, alla precarietà dei giovani e delle donne, alla povertà ed all’esclusione) e regole offerte dal ‘blocco dominante’ (l’1% negli USA, di cui l’1% ha finanziato il 40% della campagna presidenziale 2020) sta raggiungendo il livello di guardia della crisi delle istituzioni democratiche, che l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio ha, drammaticamente, segnalato al mondo.

Per queste ragioni, è ancora, più che mai il tempo: del pensiero strategico lungo;
degli interventi strutturali per cambiare i dispositivi che distruggono valore economico, naturale e sociale, relazioni fiduciarie, legami solidali; dei codici genetici rigenerativi di armonia naturale e di responsabilità sociale.
E’ ancora il tempo della riflessione creativa sull’attualità del lascito prezioso di Ezio Tarantelli!

Lettera aperta alla redazione di Tuttoscuola

Spett.le Redazione di TUTTOSCUOLA,
leggo questo articolo … molto articolato su Repubblica On line, in data 27 marzo 2021 e mi permetto scrivervi per capire meglio la situazione chiusura-apertura scuole in zona rossa e oltre.

Per quanto riferisce Repubblica esso si basa su un vostro conteggio.
Sulla base di quali dati, mi chiedo?
L’ O.M. del Ministro della salute del 12 marzo u.s. è tuttora vigente. Ma scade il 29 marzo.
Il Presidente Draghi – nella conferenza stampa del 26/3 – ha parlato di rientro per nidi, scuole infanzia, primarie e primo anno di secondaria di primo grado dopo le vacanze pasquali, anche per le regioni rosse.

Forse nessuno ha però tenuto conto che l’O.M. del Ministro della Salute del 12 marzo vale fino al 29 marzo, appunto per le regioni in zona rossa..
Secondo Voi, senza un nuovo provvedimento formale del Ministro (Ordinanza) , del Presidente del Consiglio (DPCM) o del Governo (Decreto Legge) ….. come potranno comportarsi i Dirigenti Scolastici che come ultimo atto/provvedimento ricevuto hanno sulla scrivania, in bacheca e nel sito di istituto solo la “vecchia” OM di Speranza del 12 marzo?
Decideranno forse scuola per scuola? Vi risulta emanato un indirizzo, un provvedimento ad hoc?

In base a quale atto formale le scuole in zona rossa potrebbero essere ancora chiuse (come sarebbe logico fosse…. per non vanificare i 15 gg di chiusura precedenti) ?
Docenti, alunni, famiglie, dirigenti scolastici aspettano una decisione che nessuno prende.
Consideriamo anche il mix tra decisioni nazionali e scelte a livello regionale: è necessario un coordinamento.

Toccherebbe per continuità al Ministro della Salute prorogare la propria O.M. estendendola ai gg 30 e 31 marzo.
Facciamo riaprire le scuole per due g (mense, trasporti e tutto il resto compreso) e poi le chiudiamo per le vacanze pasquali?
Ogni scuola si sta interrogando su questo problema senza avere una risposta.
Gli istituti scolastici hanno bisogno di informazioni chiare e certe. Possibilmente non all’ultimo minuto.

Il Ministro P.I. si è pronunciato? Sarebbe opportuno visto che si tratta della scuole pubbliche dello Stato.
Il timore è che senza un provvedimento formale che regolamenti la chiusura in zona rossa nei giorni 30 e 31 marzo potrebbe crearsi una situazione caotica, senza tutele per nessuna decisione presa in autonomia.
Come ha detto recentemente il Presidente del CENSIS De Rita occorre distinguere la comunicazione informale dall’informazione ufficiale. La certezza del diritto tutela tutti.
Potreste adoperavi per fare chiarezza? Tutta l’Italia ve ne sarebbe grata. Specie quella in zona rossa.

Sarebbe questo sì un bel SERVIZIO PUBBLICO! Una cosa lodevole!
Lo chiedo a Voi considerata la Vostra indiscussa autorevolezza e facilità comunicativa , attraverso i canali istituzionali del Ministero PI. Spero che nel frattempo qualcuno si ponga questo problema: la forma è sostanza.
Ringrazio per l’attenzione.

La nuova legge elettorale della Georgia

In Georgia, il consiglio dello Stao ha approvato una nuova legge elettorale.

Il nuovo sistema prevede varie restrizioni, tra cui requisiti di identificazione più complessi per il voto per posta  e richiedere l’uso di documenti identificativi. Tra le misure della legge anche quella che vieta di portare cibo ed acqua alle persone in fila per votare.

Secondo i Democratici, questo, limiterà in modo preoccupante l’accesso al voto, in particolare per gli afroamericani.

Mentre per i sostenitori di New Georgia Project e Black Voters Matter Fund la legge viola il Voting Rights Act del 1965, la storica legge per la fine della discriminazione elettorale, e il 14esimo emendamento della Costituzione.

L’unico contento, oltre il governatore, sembra essere lo sconfitto Trump

 

Ponti e viadotti: altri 1.150 mld a Province e Città metropolitane

Obiettivo: aumentare la sicurezza delle infrastrutture a beneficio degli utenti potenziando la manutenzione straordinaria

Province e Città metropolitane hanno a disposizione ulteriori 1,150 miliardi per il triennio 2021-23 per la manutenzione straordinaria di ponti e viadotti nella rete stradale di loro competenza. Il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili oggi ha acquisito l’intesa della Conferenza Stato-Città e Autonomie locali sul decreto ministeriale, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ripartisce la cifra prevista inizialmente nel decreto-legge ‘misure urgenti per il sostegno e il rilancio dell’economia’ del 14 agosto 2020 (cosiddetto ‘Decreto agosto’) e rafforzata nella Legge di bilancio per il 2021.

“La dotazione di 1,150 miliardi per il triennio 2021-23 dovrà essere impiegata per aumentare il grado di sicurezza e di fruibilità di ponti e viadotti sulla rete stradale gestita da Province e Città metropolitane, che rappresenta oltre l’80% della viabilità extra urbana del Paese”, commenta il Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini. “Il provvedimento fa parte di una strategia complessiva più ampia e sistemica per aumentare la sicurezza delle infrastrutture a beneficio di tutti gli utenti. Ulteriori risorse potranno essere reperite con la nuova programmazione del Fondo Sviluppo e Coesione”.

Tra gli interventi ammessi, il monitoraggio anche tecnologico degli elementi strutturali, l’adeguamento delle barriere di sicurezza, il rafforzamento dei piloni e altre misure antisismiche o di protezione dal rischio idrogeologico. Nella manutenzione straordinaria rientrano anche le opere di demolizione e ricostruzione. Le risorse sono state ripartite tra le varie Province e Città metropolitane secondo criteri oggettivi, predisposti dalle strutture tecniche del Ministero e condivisi con Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) e UPI (Unione delle Province d’Italia), che tengono conto delle caratteristiche fisiche e geomorfologiche della rete stradale, nonché delle azioni (antropiche, sismiche, idrogeologiche) alle quali sono sottoposte le strutture. Con l’approvazione del decreto (che deve ora essere registrato dalla Corte dei Conti prima della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale) gli enti locali, venendo a conoscenza degli importi assegnati, potranno predisporre fin da ora i piani operativi di intervento all’interno dei loro bilanci.

Il decreto si inserisce in un programma più ampio di interventi per la manutenzione straordinaria della rete viaria secondaria nel triennio 2021-23. Nel complesso Province e Città metropolitane hanno infatti a disposizione finanziamenti di oltre 2,5 miliardi per il solo triennio 2021 – 2023, poiché con precedenti provvedimenti sono già stati assegnati circa 1,4 miliardi. Considerando le assegnazioni per area geografica, il decreto ripartisce circa 440 milioni a Province e Città metropolitane nel Nord Italia, 264 milioni agli enti del Centro e circa 446 milioni agli enti del Sud Italia. Risorse che, rispetto a quelle indirizzate alle grandi opere, possono produrre un più veloce ritorno in termini economici e occupazionali sui territori. Le strutture tecniche del ministero monitoreranno le attività dei soggetti attuatori per verificare il regolare sviluppo dei piani d’intervento.

La chetosi

La chetosi, o acetonemia, è uno stato metabolico caratterizzato da elevati livelli di corpi chetonici nel sangue o nelle urine.

La chetosi è una reazione fisiologica che avviene in situazioni di bassa disponibilità di glucosio, ad esempio nelle diete a basso contenuto di carboidrati (low-carb) o digiuni, e fornisce una fonte di energia aggiuntiva sotto forma di chetoni.

Questi corpi chetonici possono fungere da fonti energetiche, ma anche da molecole segnale.

La chetosi costituisce un trattamento consolidato per l’epilessia, e si è rivelata efficace anche nel trattamento del diabete di tipo 2.

Attualmente sono in corso ricerche sui possibili effetti positivi della chetosi per quanto riguarda patologie neurologiche, sindrome metabolica, cancro e altre condizioni.

Neonati e donne in gravidanza o che allattano, sono i gruppi che sviluppano chetosi fisiologica con particolare rapidità in condizioni di sfide energetiche come digiuni o malattie. In questo caso la chetosi può, seppure raramente, degradare in chetoacidosi nell’instaurarsi della patologie primaria.

La propensione per la produzione di chetoni nei neonati è dovuta alla loro dieta a base di latte materno ad alto contenuto di grassi, a un sistema nervoso centrale ancora sproporzionatamente grande, e alla quantità limitata di glicogeno epatico.

Gli effetti più comuni della chetosi sono mal di testa, fatica, vertigini, insonnia, difficoltà nel tollerare l’esercizio, costipazione e nausea, specialmente nei primi giorni e settimane dall’inizio di una dieta chetogenica.

Si può sviluppare un alito dal sapore dolce e fruttato in seguito alla produzione di acetone, esalato per la sua alta volatilità.

La maggior parte degli effetti indesiderati della chetosi a lungo termine sono noti soprattutto nei bambini, a causa dell’utilizzo consolidato di questa dieta nel trattamento dell’epilessia pediatrica. Tra questi, compromissione della salute ossea, rallentamento della crescita, iperlipidemia e calcoli renali.

Angusto parlare di sinistra Dc e dorotei. Dopo Draghi non si ricomincerà con gli stessi schemi di prima.

Con la consueta franchezza, l’on. Gianfranco Rotondi ha riproposto, su Hufftington Post, la necessità di un leader che sia in grado di svolgere nel centro destra il ruolo che Enrico Letta sta svolgendo nel centro sinistra.

Il presupposto del ragionamento sta nel fatto che la ex sinistra DC, a suo giudizio, è riuscita a fare breccia nel centro sinistra, mentre “i dorotei” (così Rotondi si esprime alla fine del suo intervento) non hanno avuto pari fortuna nel centro destra.
Non mancano evidenze empiriche a fondamento di questa sua spietata constatazione.
Tuttavia le domande che mi pongo sono le seguenti.

La prima. Veramente Rotondi ritiene che possa nascere un “Letta di centro destra” capace di esercitare la leadership di questo schieramento che vede nella Lega ed in Fratelli d’Italia i detentori della stragrande maggioranza delle azioni dell’impresa?
La seconda. Veramente la DC italiana è stata la storia di un semplice “rassemblement” tra “sinistra democristiana” e “dorotei”? E non invece la storia, seppur plurale, di un partito che – nella stagione dello scontro ideologico di sistema – ha interpretato il ruolo del “centro riformatore” avendo (quasi) sempre in mente il principio del “confine a destra” di degasperiana memoria?

La terza. Si pensa veramente che il problema sia oggi valutare le chances di successo a destra o a sinistra di leader riferibili ad una parte o all’altra della vecchia DC?
Non è invece quello di capire se e come – nella comunità prima che nelle istituzioni – si riesce a rigenerare e rilanciare, con linguaggi, contenuti e personale politico nuovi, la cultura di un popolarismo capace di leggere i “segni dei tempi” e di dire parole di verità e di speranza ad un popolo privato della prima e ormai rassegnato a non vedere più tracce della seconda?

La quarta. Veramente si pensa che Draghi sarà una meteora passeggera, dopo il passaggio repentino della quale il sistema politico italiano riprende da dove aveva lasciato? Ritengo che ciò sia improbabile. Dopo Draghi – a prescindere dal suo futuro personale – sorge il sospetto che nulla sarà come prima.

E i “popolari” potranno avere ancora un ruolo utile al Paese solo se sapranno portare la loro peculiare cultura (non il consumato pedigree di discendenze democristiane) dentro un progetto politico e sociale inedito per una nuova Italia Europea: più solidale, più competitiva, più aperta, più efficiente e, invece, meno corporativa, nazionalista, conservatrice e populista.