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Dodici parole. Un anno con Dante

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Marco Grimaldi

L’anniversario dantesco del 2021 cade immediatamente dopo quello di Raffaello, morto nel 1520. Ma tra Dante e Raffaello ci sono molti altri punti di contatto più importanti. Il più celebre è senza dubbio il ritratto di Dante che si può vedere nella Stanza della Segnatura affrescata da Raffaello ai Musei Vaticani. Un doppio ritratto, in realtà. Il progetto iconografico della Stanza è complesso: gli affreschi delle quattro pareti vogliono infatti rappresentare la manifestazione terrena della Filosofia, della Teologia, della Poesia e della Giustizia. I putti ai lati della personificazione della Filosofia che sovrasta l’affresco noto come la Scuola di Atene reggono un cartiglio dove si legge Causarum cognitio, vale a dire ‘la conoscenza delle cause’ che è propria del sapere filosofico. Di fronte alla Scuola c’è la cosiddetta Disputa del Sacramento. Qui il cartiglio che accompagna l’allegoria della Teologia proclama invece: Divinarum rerum notitia. Come spiega Antonio Paolucci in una importante monografia su Raffaello: «I saperi sono cognitio perché praticabili dalle umane facoltà, i supremi veri della Religione sono notitia. Dio li comunica, in un certo senso li notifica» (Raffaello o della «intera perfezione», 2015). Ed è qui che tra i teologi e i dottori della Chiesa disposti attorno all’ostensorio compare il primo ritratto di Dante. L’altro è nell’affresco noto come Parnaso, dove il poeta è raffigurato accanto a Omero e a Virgilio. E in questo caso la figura allegorica recita Numine afflatur: la poesia è ‘ispirata dal dio’. Dante, che nei secoli precedenti era stato spesso descritto anche come filosofo, per Raffaello è prima di tutto teologo e poeta divino.

2. Tutti gli uomini naturalmente desiderano di sapere. Questa frase si legge all’inizio del Convivio, il trattato in volgare che Dante scrive in esilio e che resta incompiuto. Ed è una citazione dalla Metafisica di Aristotele, che nella traduzione di Giovanni Reale comincia così: «Tutti gli uomini per natura tendono al sapere». Molti, leggendo questa frase, penseranno forse a quello che per il filosofo Immanuel Kant doveva essere il motto dell’Illuminismo, cioè sapere aude: ‘abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza’. Ma tra Kant e Dante c’è una differenza fondamentale. Per Dante, infatti, la causa per cui tutti desiderano conoscere non sta all’interno dell’uomo, ma al di fuori: poiché la provvidenza divina ha disposto che ogni cosa deve tendere alla propria perfezione e poiché la perfezione della nostra anima è l’attività intellettuale – che è ciò che ci distingue delle piante e dagli animali e che rappresenta la più alta forma di felicità che possiamo raggiungere – tutti noi siamo soggetti («subietti», dice Dante) al desiderio della conoscenza. La conoscenza non è una libera scelta.

Ma in che cosa consiste il sapere di cui Dante parla nel Convivio? Il fine dell’opera, si sa, è rimuovere gli ostacoli che impediscono di tendere a quella perfezione e per farlo Dante scrive, in volgare – così da essere utile a un pubblico più ampio – un commento ad alcune canzoni composte negli anni precedenti. E questo commento è di fatto un’enciclopedia nella quale si tratta di cosmologia, filosofia, metafisica, teologia, mitologia, politica e di molto altro. In una parola, di scienza. Il desiderio della conoscenza è desiderio di scienza.

3. Dal punto di vista di Dante non c’è distinzione tra cultura scientifica e cultura umanistica. La scienza, nel lessico dantesco, è sinonimo di attività intellettuale, e quindi, per noi, di conoscenza. E Dante, come molti altri intellettuali del suo tempo, aveva interessi estremamente diversificati. Era un poeta, certo, che fino all’esilio scrive soprattutto poesie liriche. Ma intanto Dante legge i classici latini e i filosofi e gli scienziati moderni, compie studi approfonditi ma irregolari (Dante non ha fatto l’università) e raggiunge rapidamente un livello di conoscenze altissimo in tutti i campi del sapere. Per fare qualche esempio: apre una canzone (Io son venuto al punto de la rota) con una perifrasi astronomica che nessuna persona di media cultura scientifica saprebbe oggi interpretare senza un buon commento; inserisce nel Convivio lunghe digressioni sulla struttura del cosmo (com’era inteso al suo tempo) e, se la Questio de aqua et terra è davvero opera sua, in tarda età interviene in una disputa scientifica sul rapporto tra i mari e le terre emerse. Inoltre, aveva un’ottima conoscenza osservativa dei cieli, con tutta la precisione consentita dal sistema tolemaico. Insomma, possedeva i dati sperimentali (quelli disponibili a occhio nudo); e forse oggi pochi laureati potrebbero competere con lui in questo campo. Ed è troppo facile evidenziare le sue lacune. Piergiorgio Odifreddi, ad esempio, ha notato che Dante era «sapiente di Aristotele e Tommaso d’Aquino», «ma ignorante di Euclide e Fibonacci». Ma sottovaluta che Dante probabilmente Euclide un po’ lo conosceva (per via indiretta) e che è del tutto evidente che possedesse una cultura scientifica di buon livello per le competenze medie della sua epoca.

Non bisogna però ricadere nell’errore opposto, e pensare che Dante sia stato il principale teorico e pioniere della divulgazione delle conoscenze scientifiche in Italia. Tra XIII e XIV secolo, infatti, c’è molto altro: c’è soprattutto un ampio fenomeno di volgarizzamento di testi medici, scientifici, geografici e astronomici all’interno del quale Dante si colloca e che non è lui a creare né a dirigere. Il Convivio, nel quale Dante offre un imponente complesso di nozioni scientifiche, è un’opera importantissima, che però ha ben poco successo nel Trecento. La scienza in volgare si diffonde per altri canali. Dante intercetta e interpreta in maniera geniale questa tendenza alla “democratizzazione” del sapere scientifico, ma il processo non si compie solo attraverso di lui. In altre parole, una lode eccessiva del padre della lingua italiana finisce a volte per nuocergli, come in fondo gli nuoce l’idea, piuttosto diffusa tra i professionisti della materia, che nelle scuole debba esserci più Dante. Nelle scuole c’è soprattutto bisogno di uno studio più intenso della storia, della storia della letteratura, della lingua, dell’arte, della scienza. Allo stesso modo, gli studi danteschi avrebbero forse bisogno di meno Dante e di più storia, più scienza, più sociologia, più antropologia e così via. Solo così Dante può essere trasmesso alla modernità, non aumentando le ore di lettura della Commedia.

4. Per Dante c’è un nesso profondo tra amore e conoscenza. Prendiamo la più importante canzone giovanile, Donne ch’avete, che inizia con un’affermazione di grande potenza: le donne alle quali il poeta si rivolge hanno infatti «intelletto d’amore». Questa espressione è stata generalmente interpretata in senso concreto: le destinatarie della canzone ‘sanno che cos’è l’amore’, forse perché l’hanno provato, secondo un’idea tipica della poesia erotica medievale. È tuttavia possibile che debba essere intesa in un’accezione più specifica, poiché intellectus amoris poteva indicare il più alto livello possibile di conoscenza, sintesi di amore e di intelletto. È un’idea che ritroviamo ad esempio in Tommaso d’Aquino, il più importante filosofo del Duecento, che riprende una tradizione più antica risalente almeno a sant’Agostino, secondo la quale il viaggio dell’anima verso il divino si compie nell’unione di amore e intelletto: «Il fine dell’anima umana e la sua ultima perfezione è trascendere attraverso la conoscenza e l’amore l’intero ordine delle creature e pervenire al principio primo, cioè Dio». È un’idea che ha avuto certamente un’influenza profondissima su Dante.

5. Conoscenza è anche la parola chiave di uno degli episodi più celebri della Commedia. Nel canto XXVI dell’Inferno, Dante e Virgilio giungono all’ottava bolgia, tra i consiglieri fraudolenti, dove all’interno di una stessa fiamma stanno Ulisse e Diomede. Quando Dante si rivolge loro, Ulisse, che è il «maggior corno della fiamma», comincia a parlare e racconta la fine della sua storia: la partenza da Circe e la decisione di continuare il viaggio assieme a un piccolo gruppo di compagni (la «compagna / picciola»), invece di tornare a casa da Penelope, per acquisire esperienza del mondo e degli uomini, dei loro vizi e delle virtù. E poi il viaggio in mare aperto verso la Sardegna, la Spagna, Siviglia e il Marocco fino alle colonne d’Ercole, dove Ulisse si rivolge ai compagni per esortarli a superare i limiti (i «riguardi») fissati affinché nessuno andasse oltre («acciò che l’uom più oltre non si metta»). I versi finali del breve discorso sono famosissimi: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza» (XXVI 118-120). Ulisse usa parole molto simili a quelle del Convivio. Parla della semenza, dell’origine, perché «tutti gli uomini naturalmente desiderano di sapere»; e fa leva su un episodio molto noto, la trasformazione in porci di alcuni compagni, perché il sapere è ciò che distingue gli uomini dagli animali e dalle piante. E li esorta quindi a seguire (o a perseguire, come si legge in un’edizione recente) la virtù e la conoscenza (canoscenza è una variante formale caratteristica della lingua poetica del Duecento, che in Dante si alterna a quella dell’italiano moderno) proprio come nel Convivio si afferma che il fine del commento è «inducere li uomini a scienza e a vertù».

Ma Ulisse, si sa, è un dannato. E la sua colpa è senza dubbio di aver consigliato in maniera fraudolenta i suoi compagni, persuadendoli a superare le colonne d’Ercole. Un atto severamente punito (la nave affonda subito dopo l’avvistamento della terra ferma) che Dante descrive come un «folle volo». Quindi: l’orazione di Ulisse è o non è ingannevole? E se è ingannevole, che rapporto c’è con il Convivio? Per Dante la conoscenza è o non è il fine principale di ogni uomo? La risposta, nella Commedia, arriva all’inizio del Purgatorio, nel terzo canto, quando Virgilio spiega a Dante che la ragione umana non può comprendere tutto e soprattutto non può intendere le opere insondabili di Dio, per esempio la natura della Trinità. Dante lo ribadisce nella Questio: «La smettano gli uomini di volere sapere ciò che è al di sopra di loro! E si accontentino di spingersi fin dove possono, sì da raggiungere – per quanto loro possibile – la contemplazione di ciò che è eterno e divino». Ulisse, come quasi tutti i “doppi” letterari, è un doppio in negativo. Ci sono dei confini che non è dato superare – e il discorso di Ulisse per convincere i compagni è quindi fraudolento e ingannevole. La conoscenza umana ha dei limiti che non è possibile superare. L’uomo deve “osare”, come dirà Kant; ma entro dei limiti che non è l’uomo a stabilire. Per tornare agli affreschi della Stanza della Segnatura, da un lato c’è la conoscenza – la cognitio – e dall’altro la rivelazione – la notitia. E la Commedia è forse il più perfetto tentativo di tradurre in poesia la conoscenza (tutta la scienza che l’uomo può desiderare) e la rivelazione.

Qui l’articolo completo

Biden nomina William Nelson a capo della Nasa

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha scelto l’ex senatore democratico Bill Nelson come nuovo capo dell’agenzia spaziale statunitense Nasa.

La notizia, riportata dai media statunitensi, conferma le anticipazioni filtrate nelle scorse ore sul sito “The Verge”. Nelson, 78enne ex astronauta è stato senatore per lo Stato della Florida. Nel 2000 venne eletto, entrando in carica il 3 gennaio 2001. Rieletto per altri due mandati nel 2006 e nel 2012, si ricandidò per un quarto mandato nel 2018 ma venne sconfitto di misura dal repubblicano Rick Scott.

Per il ruolo di vicecapo viene indicato invece il nome della ex astronauta Pamela Melroy, 59 anni. La nomina dovrà essere confermata dal Senato federale degli Stati Uniti. Nelson ha volato sullo space shuttle nel 1986 e ha supervisionato i programmi spaziali della Nasa mentre era al Congresso.

Bonus Cultura, al via edizione per i nati nel 2002. Registrazioni aperte dal 1 aprile

Il Ministero della Cultura annuncia la nuova edizione di 18app. Dal 1 aprile fino al 31 agosto 2021 i ragazzi nati nel 2002 potranno registrarsi al sito www.18app.italia.it per ottenere il Bonus Cultura, un contributo da 500 euro da spendere entro il 28 febbraio 2022 in libri, musica, cinema, teatro, danza, musei, monumenti e parchi, eventi culturali, corsi di musica, teatro o lingua straniera, prodotti dell’editoria audiovisiva e, da quest’anno, anche in abbonamenti ai quotidiani.

Il plauso all’iniziativa del Ministero della Cultura arriva a sorpresa questa mattina da Oltreoceano: Stephen King, che il Ministro Dario Franceschini ringrazia, twitta: “A culture bonus! Now there, ladies and gentleman, boys and girl, is a CIVILIZED IDEA!”

Il Bonus Cultura è un’iniziativa nata nel  2016 per avvicinare i giovani alla cultura. Per registrarsi è necessario soltanto richiedere la propria identità digitale (SPID) e accedere attraverso il sito www.18app.italia.it per poter usufruire del portafoglio digitale con un credito di 500 euro da spendere esclusivamente per i beni sopra citati entro il 28 febbraio 2022.

Il Decreto Ministeriale del 22 dicembre 2020 n. 192 relativo alla misura è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 17 marzo ed entrerà in vigore a decorrere dai 15 giorni dalla data di pubblicazione, il 1 aprile, appunto.

Cina: primo caso di Coronavirus su un lavoratore vaccinato

Il primo caso di coronavirus trasmesso localmente in Cina da febbraio scorso riguarda un lavoratore di un ospedale che aveva già ricevuto due dosi di vaccino tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Ne dà notizia il giornale Health Times, che appartiene al gruppo del Quotidiano del popolo cinese del Partito comunista, secondo cui il paziente, il cui contagio è stato reso noto due giorni fa, lavorava in un ospedale della città di Xian dal 4 marzo e si occupava di raccogliere i campioni per i test delle persone in quarantena.

Secondo il giornale, che cita un gruppo di esperti della provincia di Shaanxi, l’uomo sarebbe stato contagiato dopo essere stato esposto accidentalmente al virus mentre lavorava. Health Times, riferisce il Guardian, fa parlare anche Zeng Guang, ex capo epidemiologo del centro di controllo e prevenzione delle malattie, il quale ricorda che la protezione del vaccino “non è del 100%”, che è “relativamente sicuro, non assolutamente sicuro”. Ma in ogni caso, sostiene, “il tasso di efficacia dei vaccini cinesi nel prevenire casi gravi è di più del 90% e la protezione totale è di oltre il 70%”.

Non è stato specificato quale vaccino cinese – Pechino ne ha approvati tre – sia stato inoculato all’uomo. L’ultimo caso di trasmissione locale in Cina risaliva al 14 febbraio scorso.

Finita l’emergenza, dobbiamo ricostruire l’economia del Paese.

In questi ultimi giorni, il neo ministro del lavoro Andrea Orlando ha fatto sapere ad imprese e lavoratori di voler prorogare il blocco dei licenziamenti previsto il 31 marzo venturo, rimandando la prossima scadenza a fine ottobre per tutti i lavoratori che godono della cassa integrazione in deroga, mentre coloro che a cui si applica la cassa integrazione ordinaria ( lavoratori di medie e grandi imprese), la nuova scadenza scivolerà per fine giugno.

Certamente le proroghe in una situazione così drammatica provocata dalla pandemia ed in vista dei piani di vaccinazioni sono sacrosante. Infatti tutti i lavoratori coperti dalla cig in deroga occupati nelle minute e minutissime aziende del terziario e della piccola industria in genere, sarebbero abbandonati a loro stessi senza alcuna fonte reddito.

Ed intanto gli ultimi dati resi noti dall’Istat descrivono la realtà a tinte fosche, ed è facile immaginare che nei prossimi mesi la situazione non potrà che peggiorare qualora non si cambi davvero il modo di provvedere alla economia, alla valorizzazione delle migliori aziende dell’industria e del terziario, alla implementazione a dosi da cavallo delle capacità professionali dei lavoratori, innanzitutto riguardo alle loro abilità compatibili con le tecnologie digitali.

In tal senso occorre dire che è preoccupante che nessuno si stia dedicando a come riprepararci alla imminente normalità post pandemica nell’ottimizzare la nostra capacità competitiva nell’agone del mercato internazionale. I tempi che viviamo sono caratterizzati da un cambiamento velocissimo riguardo le tecnologie impiegate nelle produzioni e conseguentemente dei necessari nuovi profili professionali. In questa lunga congiuntura pandemica, diversi paesi nostri concorrenti non sono fermi e si stanno attrezzando in ogni modo possibile per riassorbire i danni conseguenti al fermo imposto in molti settori dal Covid, ma noi italiani stiamo pensando solo alla assistenza e non da ora, come se non avessimo ne problemi di debito pubblico, ne problemi di tenuta competitiva.

Il numero degli assistiti ormai ha raggiunto proporzioni abnormi tra cassintegrati di ogni genere, percettori di reddito di cittadinanza e reddito di emergenza. In questa circostanza drammatica la colpa più grave dei governi che si sono succeduti, è stata ed è la assoluta ritrosia ad allestire ambiti idonei in grado favorire la riprofessionalizzazione delle persone e di obbligare gli assistiti a parteciparvi, pena la perdita delle provvidenze.

In un paese normale si decide di fare in tale modo, anche per evitare la pedagogia negativa di elargire il godimento di soldi non sudati e di tempi di interruzione del lavoro senza l’impiego del tempo in senso produttivo. Credo che gli aspetti sottolineati sono tra i più importanti da affrontare, se si dovesse cambiare sarebbe il segno più evidente che nel paese davvero qualcosa cambia: avere attenzione per chi ha bisogno ma che per sostenere l’assistenza a favore di chi in quel momento ha bisogno è necessario un sistema produttivo efficiente e competitivo per raggiungere standard di buona economia.

Dunque governo e parti sociali devono concertare soluzioni al tema spinoso di non allargare ulteriormente il divario tra noi e gli altri paesi Ocse. Per farlo devono sostenere con criteri efficaci le aziende già capaci di fare competizione di confermare i sistemi di assistenza alla unica condizione che ci si renda disponibili o a formarsi, o ad accettare impieghi proposti.

Il Pd e le ragioni di una crisi

L’amico Nino Labate ha commentato un mio recente intervento sul ritorno alla politica di Enrico Letta, chiamato improvvisamente alla guida del Pd. Da oltre quaranta’anni conosco e apprezzo la sensibilità umana e l’intelligenza politica di Nino e, pertanto, ben volentieri interloquisco con lui. Per evitare equivoci, però, devo chiarire alcuni punti. Anche perché leggo delle sue affermazioni su cui registro un’ampia condivisione e capisco che ci possa essere stato qualche equivoco. Probabilmente la colpa è mia, ma cambia poco. 

Il primo, e più importante, è che non abbiamo affatto dato vita a un partito “cattolico”. Insieme, divenuto il naturale sbocco del lavoro prodotto nel corso degli anni da Politica Insieme ed altri gruppi, è un partito laico d’ispirazione cristiana. Chi ha familiarietà con il pensiero popolare e cristiano democratico non fatica certamente a capire la profonda differenza.

L’idea del partito “cattolico” è sempre stata estranea alla tradizione del popolarismo italiano di cui ci sentiamo parte integrante. In questo siamo sturziani: intendiamo distinguere il piano della religione, che è universalità, da quello politico che è confronto e, se necessario, divisione.

Non siamo partito “cattolico” perché non siamo ideologici, bensì programmatici, e perché ben abbiamo presente che, del resto, la Chiesa cattolica, unica tra quelle cristiane a sistematizzare una visione sociale, non ha mai pensato a formulare una Dottrina politica vincolante, anche se da san Paolo in poi si è sempre posta il problema dell’autorità, del suo fondamento e delle basi che ne giustificano l’esistenza e le caratteristiche.

Tutto ciò premesso, è evidente che al caro amico Nino interessa fare un ragionamento sul Pd e sui rapporti che con esso è possibile intrattenere.

Al Pd non rimprovero certo la visione sociale che si presume abbia a fondamento. Anzi, al contrario. Semmai, da tempo sono costretto a riflettere sul fatto che, purtroppo, è mancata la capacità, anche la volontà?, di essere conseguenti con la necessità di attendersi da una forza di centrosinistra che la si veda concretamente operare contro le disuguaglianze. Il prosciugamento dei voti dal Pd da cosa è originato? Dall’abbandono di sempre più larghe parte di strati operai e di ceto medio, mentre, anche nei lunghi anni di governo del centrosinistra, abbiamo registrato un notevole allargamento della forbice tra ricchi e poveri.

Noi non abbiamo alcuna nostalgia “centrista”. Parliamo della nostra autonomia: significa essere consapevoli di aderire ad un pensiero politico d’impronta originale e che sfugge alla logica del bipolarismo il quale ha estremizzato un confronto tra due sole opzioni, entrambe spesso guidate dalle posizioni più estreme dei due schieramenti, a fronte di una società molto più ampia ed articolata. 

Il porsi in alternativa ad entrambi i due fronti contrapposti non significa collocarsi in un centro indistinto e solo geometricamente concepito. Questi sono giochetti verbali intorno cui si sono consumati alcuni tentativi messi in essere da chi gridava “al centro, al centro” e il giorno dopo, per mere ragioni elettorali, tornava a far parte o di questo o dell’altro schieramento.

Valutando la diversità profonda tra i due contesti, esiste una similitudine con l’esperienza sturziana. Egli collocò su una posizione del tutto originale il Partito popolare offrendo un’alternativa programmatica e non ideologica da collocarsi tra liberalismo e socialismo.

In una fase completamente nuova riteniamo utile, non per noi, ma per il Paese, lavorare ad un’analoga proposta alternativa che oggi potrebbe portare alla nascita di una larga area, culturale e sociale, prima che partitica, in cui credenti e non credenti possano elaborare una proposta di rinascita e di trasformazione del Paese utile a superare le esperienze e i risultati fallimentari della cosiddetta Seconda repubblica.

Da tempo parlo della opportunità che si crei un “baricentro” in grado di assicurare e guidare un processo politico istituzionale che, riscoprendo la logica della “coalizione”, sia in grado di garantire il ritorno ad un’attitudine di costruzione, inclusione e partecipazione. Non è certo un discorso che possa vedere il coinvolgimento della Lega di Salvini o dei Fratelli d’Italia, così come alcune parti del centrosinistra che continuano a sposare una visione “radicaleggiante” che, però, non è quella cui Nino pensa io mi riferisca.

Quando parlo di deriva “radicaleggiante” del Pd penso proprio al radicaleggiare del Partito radicale di Marco Pannella. Cioè a quella visione antropologia e politica caratterizzata da un individualismo che antepone l’importanza di taluni diritti parziali a quelli più ampi e più generali, propri e attesi da fasce più larghe della società in materia di lavoro, di famiglia e di educazione.

Molta confusione è stata fatta tra la realtà americana e quella europea facendo divenire tuot court la visione “liberal” con un qualcosa di sinistra e non invece uno dei tanti pensieri che nascono nel capitalismo, la cui visione finisce inevitabilmente a connotarsi con accenti individualistici, piuttosto che personalistici e comunitari. Quelli cui noi facciamo, invece, riferimento. A mio avviso, larghe aree della sinistra sono finite vittime di questa confusione portando il centrosinistra a sposare cultura e azione politica d’impronta liberista più che solidaristica.

Non ad altro mi riferivo. Non certo a quel consunto comunismo storico del quale, vivendo da giovane a Livorno, avevo capito molto in fretta quanto,  in realtà, avesse poco di idealità e molto di gestione del potere.

La congiunzione di questi due aspetti, sposalizio di una cultura avulsa dalla propria storia e tradizione e riflusso quasi esclusivamente su posizionamenti gestionali e di potere, ha ridotto la capacità attrattiva del Pd. Un partito da cui ci si sarebbe attesi vedere, e non solo in occasione dell’approvazione della Legge cosiddetta Cirinnà, come la componente che si dice ex dc, e in questa veste continua a presentarsi al mondo cattolico, fosse capace di imporre una riflessione. Non solo per ciò che riguarda la visione integrale della Persona,  ma anche affinché la solidarietà e la ricerca della Giustizia sociale potessero tornare tra i primi punti dell’agenda del partito che ha continuato ad avere la presunzione di seguire una logica maggioritaria.

Al mio caro amico Nino, perciò, devo precisare che non ho mai giudicato il Pd radicalizzato “ a sinistra” come lui scrive. Francamente, devo dirgli che per quanto riguarda le questioni sociali mi sento molto più a sinistra di questo, ma anche del precedente Pd, se proprio dev’essere usata questa terminologia. Ma non è questo il punto che conta. Adesso va osservato, per inciso, che Enrico Letta è stato uno degli allievi prediletti di Beniamino Andreatta la cui visione cosiddetta “monetarista” non è che lo ponesse proprio come l’alfiere di una politica socio economica tra le più progressiste. Non è un caso che ad Andreatta si debba la famosa scissura tra Tesoro e Banca d’Italia. Nei suoi intenti c’erano indubbiamente sani principi morali, per il trionfo dei quali si batté in quella Dc per la quale coniò la popolare espressione di Balena bianca, ma i risultati sono stati quelli di fronte ai quali oggi ci ritroviamo.

Concordo con Nino nel riconoscere la validità della riflessione di Papa Bergoglio che ci si trova “tutti sulla stessa barca” e sui temi che egli elenca e che giustificano questa affermazione. Noi abbiamo forte questa consapevolezza, ma siamo anche certi che forti opinioni divergenti permangono sulla direzione che deve prendere la barca. O crediamo che Matteo Salvini sia davvero diventato europeista negli stessi modi e stessi contenuti cui noi ci riferiamo?

Siamo oggi in una fase di passaggio, terminata la quale ci troveremo in una stagione del tutto nuova. Sarà richiesta un’assunzione di responsabilità significativa e specifica da parte di tutti coloro che vedono nella politica l’occasione per impegnarsi per il Bene comune. Questo sarà il vero discrimine del domani tra quanto vorranno essere sinceri “costruttori” del nuovo o restauratori.

Ricordo di una conversazione con Alda Merini

Signora Merini, mi perdoni l’esordio banale: poeti si nasce o si diventa?

Questa domanda ha una sola risposta possibile: poeti si nasce, non si diventa. Questo fa parte di una personalità che si può perfezionare perché poi subentrano la scuola, la cultura, la famiglia. Ma poeti assolutamente si nasce. Poi ci sono in giro anche tanti stupidi, fa parte dei rischi delle cose.

Recentemente si è diffusa la notizia di una Sua possibile candidatura al Premio Nobel….

Ma guardi, il Nobel è un riconoscimento che si dà se lo si vuole dare, senza dirlo prima in modo tattico. Ne hanno parlato troppo, in modo sbagliato, perché la ‘donna Nobel’ è ‘pericolosa’, in quanto ha un cervello. Questo in genere all’uomo non piace, perciò era meglio tacere.

Quando il sentimento La prende per mano ed esprime il Suo estro poetico, l’accompagna più facilmente verso il dubbio o la conoscenza, verso l’inquietudine o l’appagamento? E quanto ha contato la sofferenza nell’affinamento della Sua sensibilità?

Diciamo che l’uomo non è nato per soffrire, dovrebbe essere un uomo ‘gioioso’, che scrive quando è felice. Soltanto che altri alle volte vorrebbero che questo uomo cadesse in basso, finisse e con lui la sua gioia; questo accade perché l’invidia è il sentimento prevalente, più forte di tutto il resto. Diciamo che l’uomo è nato cattivo, perfido. Mi riferisco anche all’uomo come maschio. Io ho avuto un primo marito cattivo che mi ha messo in manicomio, l’ho perdonato, ho trovato una giustificazione in questo mal fare e questo è stato poi la fonte della mia gioia, anche se il passato era stato rischioso. Però sono convinta di questo: che l’uomo nasce cattivo. 

Che cosa lo può rendere migliore, può affinare questo sentimento negativo?

Il perdono, come sentimento più alto. L’aveva detto Gesù: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno….” Io non riesco a capire perché ci siano persone capaci di fare del male, volutamente. L’uomo è così, nasce perfido. Pensiamo alle guerre ma anche alle invidie misere di ogni giorno, tizia è più bella dell’altra…. E cose del genere.

In un mondo dominato dalla visibilità mediatica, dall’apparenza, dall’esteriorità, dal calcolato interesse quale spazio resta al gesto artistico, alla sua gratuità e – riferendoci alla poesia – al ripiegamento intimista, all’astrazione, alla rielaborazione interiore della realtà, oltre le apparenze e i luoghi comuni? Forse quello che ciascuno riesce a ritagliare per sé….?

Bisognerebbe avere paura di esprimere questo sentimento, perché la gente cercherebbe di impedirlo. Il genio è come un implume che vuole crescere ma c’è la gente che glielo impedisce e se lo divora, lo vuole mangiare. Lo spazio che resta e che uno vuole ritagliare per sé è importante: ma solo se uno riesce a farlo, estraniandosi dalla cattiveria della gente.

Lei come è riuscita a superare le grandi paure della vita, quelle che abbiamo tutti?

Accettando il manicomio e il fatto che non ci fosse una spiegazione. Ero giovane, mi ero posta delle domande ma non ero stata capace allora di rispondere.

Alla scuola di oggi viene chiesto l’assolvimento di molti compiti: più tecnologie, più apertura al sociale, competenze sempre più sofisticate e legate alle esigenze del mondo del lavoro. Non Le sembra che manchi invece una buona educazione sentimentale, capace di suscitare ispirazioni e produzioni personali nel campo dell’arte? Perché a poco a poco la musica, la pittura, la poesia e le espressioni più libere e umanistiche della formazione e della tradizione culturale vengono marginalizzate e quasi eluse nella educazione delle giovani generazioni?

Io direi che i bambini vanno lasciati bambini. Genitori e scuola non riescono a far capire ai ragazzi che arte e sentimento sono la stessa cosa. Penso che le giovani generazioni comincino ad infischiarsene della vita, perché non sanno cos’è la vita.

Chiedo spesso ai miei intervistati e a Lei con più convinta curiosità quanto possa contare il silenzio nell’organizzazione della Sua attività e del tempo libero, quanto sia cercato, voluto, apprezzato, desiderato, temuto. Certe nicchie di solitudine, voluta o subita, non costituiscono forse per un artista una magica risorsa cui attingere e ritrovarsi per esprimere l’originalità irripetibile del proprio pensiero?

Il  silenzio per l’artista è una fonte d’oro: saper tacere. Purtroppo l’umanità tenta di impedire le occasioni di silenzio, l’uomo vuole mettersi dentro, al posto del silenzio, non ti lascia tacere e distrugge il pensiero che deriva dal silenzio.

Uso, se mi permette , le Sue parole: “Un giorno io ho perso una parola, sono venuta qui per dirvelo e non perché voi abbiate una risposta. Non amo i dialoghi o le domande, mi sono accorta che cantavo in un’orchestra che non aveva voci. Ho meditato a lungo sul silenzio. Al silenzio non c’è risposta”. Che cosa pensa allora di queste nostra vita piena di parole e di ridicola alterigia, di ostentazione e di luoghi comuni dove giochiamo a nasconderci alle verità del silenzio? 

Penso che il mondo stia andando verso lo sfacelo perché la gente non comunica e non comunica perché non parla: blatera. Siamo in una torre di babele. Televisione e internet sono distruttivi, specie e a partire dall’età scolastica.

Signora Merini, in questo grande vociare del nostro tempo e nell’affabulazione che riempie il tempo e lo spazio ma non conclude, si leva una pressante richiesta di verità. Tutti vogliono sapere tutto. Ma davvero tutto può essere spiegato e, soprattutto, può essere capito? O la nostra vera, nascosta ricchezza sta nell’esser parte di un grande mistero universale?

L’uomo ha fame di un miracolo che gli spieghi la verità. Io credo che Dio sia buono, la fiducia in Dio è per me l’unica fonte di consolazione.

Mi permetta chiudere questa intervista parafrasando il titolo di una Sua opera: davvero la notte è sempre ‘superba’? Quando la notte Le parla che cosa Le dice? E quanto conta il sogno nella Sua vita?

Se potessi parlare e fossi capace di esprimere i godimenti che ho avuto di notte, col silenzio, l’ispirazione, queste voci che mi arrivano dall’aldilà, le presenze Divine, la pace….. Non sono capace di dire tutto quello che ho provato e provo. Sì, la notte è superba perché è tenera, con me. Però non ci dev’essere in giro nessuno intorno a me, devo essere sola. Nel sognare, nell’abbandonarmi provo sentimenti belli e inesprimibili, io trovo nella solitudine tutte le risposte che gli uomini non mi hanno saputo dare e che io stessa non ho cercato.

Signora Merini, nel ringraziarLa per la cortesia di avermi ricevuto mi permetta di esprimerLe la mia sincera ammirazione per la Sua semplicità e la bontà d’animo che si coglie dialogando con Lei….

Guardi io cerco di fare quello che si dovrebbe fare a scuola insegnando ai bambini: parlare  delle cose elementari, in modo semplice. Noi della vita abbiamo una visione troppo complicata, drastica: le cose sono più semplici di quello che sembrano. Io sono prima di tutto una mamma e credo che la maternità spieghi molte cose della vita.

 

APPENDICE Ricordo personale di Alda Merini

 

Sono trascorsi oltre undici anni dalla scomparsa di Alda Merini, anima bella e sofferente, ricca di umanità e passioni (“poeti si nasce, non si diventa”): le siamo tutti debitori di sentimenti ed emozioni che la sua esperienza umana e letteraria ci hanno lasciato in dono come scintille di luce in uno scrigno prezioso.

Spinto dalla curiosità di conoscere alcuni testimoni del nostro tempo (e scoprendo – frequentandoli –  che il loro essere grandi coincide spesso con una naturale vocazione alla semplicità, essendo capaci di lasciarsi attraversare dai marosi della vita conservando l’innocenza del cuore, la lucidità della ragione, le rare virtù della dignità e del pudore) ebbi la fortuna di incontrarla nella sua casa dei Navigli a Milano e di realizzare l’ultima intervista della sua vita. Un dono incommensurabile, per la straordinaria personalità della donna e dell’artista. L’avevo contattata con titubanza, mi ero presentato come “persona desiderosa di conoscerla”: mi aveva sorpreso il suo assenso a ricevermi. Suonando due giorni dopo alla sua porta di casa ebbi il timore di un suo ripensamento: sull’uscio era incollato un perentorio avviso: “non si ricevono giornalisti per interviste”. Ma poco dopo sentii la sua voce: “Entri pure, le ho lasciato la porta aperta”. Era a letto, sorseggiava una granita e fumava la fedele sigaretta. Mi accolse con un senso di ospitalità che non potrò mai dimenticare, mi fece sedere a fianco a sè. Parlammo della sua vita, delle sue sofferenze fisiche e spirituali: la malattia, le cure, le percosse. Traspariva dal suo volto e dalle sue parole il senso della sua straordinaria personalità: ci sono persone non comprese, rese disadattate o dimenticate dalla vita cui si riservano tardivi riconoscimenti postumi. Così è stato per lei.

Mi raccontò aneddoti personali (il cappotto che si fece prestare da un’assistente sociale per ritirare un premio alla Scala, l’invito in TV per una investitura ad un premio Nobel in cui lei stessa non aveva creduto, la sua vocazione alla maternità, il disprezzo per i luoghi comuni alimentati dalla TV e dalle tecnologie: “la gente non parla, blatera”…) . Emanava un grande senso di sofferenza fisica (dopo una recente operazione) compensato da “visioni straordinarie”, da un rapporto intimo e confidenziale con Dio e la preghiera (“L’uomo ha fame di un miracolo che gli spieghi la verità.

Io credo che Dio sia buono, la fiducia in Dio è per me l’unica fonte di consolazione”), da una visione concreta e disincantata della sua stessa vita: “Il genio è come un implume che vuole crescere ma c’è la gente che glielo impedisce e se lo divora”. La casa era disadorna, persino trascurata: ma si capiva che il suo pensiero era altrove, che sono i sentimenti e la sensibilità del cuore i valori da coltivare e alimentare. “Il  silenzio per l’artista è una fonte d’oro: saper tacere. Purtroppo l’umanità tenta di impedire le occasioni di silenzio, l’uomo vuole riempirlo e distrugge il pensiero che deriva dal silenzio”. Non potei tacerle una domanda che si è rilevata risolutiva per capire , ogni volta che ci ripenso, la sua visione della vita. “Cosa può renderci migliori, più buoni?”. “Il perdono – mi rispose – come sentimento più alto”.

Colao lancia il digitale dal volto umano: per una vita più facile, più sana e più inclusiva

Giovedì 18 marzo 2021 si è svolta l’audizione parlamentare del Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, nell’ambito dell’esame della Proposta di piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Il Ministro ha elencato i punti principali che guideranno la strategia di transizione digitale: ammodernamento delle infrastrutture su tutto il territorio nazionale, sfruttamento del cloud computing, utilizzo dei dati della pubblica amministrazione, avanzamento della cybersicurezza e infine una maggiore centralità delle persone e delle loro competenze. Nel corso dell’intervento, Colao ha anche illustrato alcune delle misure contenute nel Pnrr. Le proposte presentate si articolano in sei grandi blocchi:

· Investimenti per la banda ultra larga;

· Il piano per la digitalizzazione della PA;

· L’interoperabilità dei dati e la digitalizzazione delle applicazioni per i cittadini;

· Il rafforzamento del sistema di cybersecurity;

· La cittadinanza digitale;

· Le misure contenute nel Pnrr, ad opera del Ministro, coadiuvato dal Dipartimento per la trasformazione digitale, saranno coordinate con altre Amministrazioni vista la loro trasversalità.

In conclusione Colao ha anche illustrato l’impianto strategico che il Comitato interministeriale per la transizione digitale seguirà nel suo lavoro. In primis il digitale come garanzia di opportunità, inclusione e coesione territoriale. “La dimensione digitale – ha affermato – riesce a colmare distanze prima impensabili, a connettere idee, persone, imprese e mercati abbattendo barriere e dando opportunità a tutti non lasciando indietro nessuno.

Il secondo luogo il digitale come nuovo modo di lavorare, fare impresa ed essere cittadini. La digitalizzazione deve essere vista come condizione abilitante di un nuovo diritto di cittadinanza, nella PA come nelle scuole, nella giustizia, come nella sanità, nella capacità competitiva come nella sicurezza. Infine la transizione digitale deve essere concepita come una strategia industriale, geostrategica competitiva, in un’ottica europea e atlantica.

Rotta solidarietà, Un mondo senza umanità non ha futuro.

E’ un progetto di grande respiro partito dalla Sezione ANPI 7 Martiri di Venezia per la quale il dovere di salvare le vite dei dispersi in mare deve prevalere anche sull’interesse di protezione delle frontiere. La solidarietà non è merce di scambio e tantomeno reato e, in questa convinzione, conferma la sua vicinanza a Mare Jonio in questo momento in cui è costretta in condizioni di difficoltà operativa. Una conferma che ANPI 7 Martiri intende dimostrare continuando a sostenere Mediterranea con ancora maggiore determinazione per mezzo del progetto Rotta solidarietà che ogni giorno registra sempre più sostenitori.

L’iniziativa, a cui stanno aderendo molte realtà democratiche e antifasciste e artisti di livello internazionale, nazionale e locale oltreché artigiani e creativi, vuole smuovere le cose a Venezia e, soprattutto, vuole parlare al Mondo e a tutti coloro che resistono alla pandemia, alle quotidiane ingiustizie e non si arrendono neanche di fronte alla disumanità. L’immagine simbolo che caratterizzerà tutto lo sviluppo dell’iniziativa è un generoso e bellissimo contributo di Altan.

Il progetto è già in atto, con l’appoggio di ANPI nazionale: gli artisti delle diverse discipline, creativi e artigiani sono invitati quindi a donare una loro opera per raccogliere fondi utili per riprendere l’attività umanitaria e per poter tornare presto in mare.
L’opening virtuale è stato fissato per i primi giorni di aprile. Prenderà così il via la collettiva visitabile in una pagina dedicata del sito web di Mediterranea, una mostra-mercato, che si potrà arricchire strada facendo, il cui ricavato sarà destinato ad appoggiare l’attività di salvataggio in mare dei migranti.

Invitiamo quindi tutti coloro che vogliono partecipare ad affrettare i tempi, benché ci sarà tempo di inviare le foto delle proprie opere fino al 25 aprile 2021, giornata in cui viene celebrata la Liberazione. A partire dall’inaugurazione dei primi giorni di aprile e durante tutto il periodo dell’esposizione è previsto un ricco palinsesto di eventi, incontri, concerti, letture, battute d’asta. Molti cantanti, attori, giornalisti e associazioni del territorio hanno già aderito all’iniziativa.

Le singole opere messe a disposizione dagli artisti verranno assegnate e spedite alle persone che sosterranno Rotta Solidarietà con le loro donazioni.

La call è aperta ad artisti delle diverse discipline e quotazioni, e tutti da casa potranno prenotare l’opera scelta o anche solo un gadget per sostenere il progetto anche con una piccola cifra, tutti insieme per un unico obiettivo.

Hanno già aderito artisti di tutte le nazionalità, gallerie e centri di produzione culturale come Vincenzo Eulisse, Alessandro Valeri, Jorge Pombo, Ferruccio Gard, Silvestro Lodi, Stefano Grespi; fra i fotografi Paolo Utimpergher, Philippe Apatie, Roberto Bortali, René Seindal; la Galleria Michela Rizzo di Venezia con un’opera di Muntadas; la Scuola Internazionale della Grafica, Laboratorio Stampa d’Arte DoppioFondo e la Tipografia Tintoretto.

Il nuovo Bugiardino del vaccino AstraZeneca

Bugiardino del vaccino AstraZeneca aggiornato dopo il via libera dell’Ema, con attenzione rinnovata su effetti da considerare e sintomi da segnalare.

Quali sono, quindi, i segnali sospetti, quelli cioè che possono far pensare a eventi avversi o a effetti collaterali, da conoscere e monitorare? La risposta arriva dal’Ema.

“Affanno, dolore al petto o allo stomaco, gonfiore o sensazione di freddo a un braccio o una gamba, mal di testa grave o in peggioramento o visione offuscata dopo la vaccinazione, sanguinamento persistente, piccoli lividi multipli, macchie rossastre o violacee o vesciche di sangue sotto la pelle: in presenza di questi sintomi”, dopo la vaccinazione anti Covid con il siero di AstraZeneca, “cerca immediatamente assistenza medica e riferisci di essere stato vaccinato di recente”, spiega l’Ema.

“Il vaccino Covid-19 di AstraZeneca – riporta l’ente regolatorio Ue nelle informazioni rivolte ai pazienti, dopo la valutazione effettuata sul prodotto dell’azienda anglo-svedese – non è associato a un aumento del rischio complessivo di disturbi della coagulazione del sangue”. Tuttavia “ci sono stati casi molto rari di coaguli di sangue insoliti, accompagnati da bassi livelli di piastrine (componenti che aiutano il sangue a coagulare), dopo la vaccinazione.

Madrid legalizza l’eutanasia. I commenti su Famiglia Cristiana.

Pubblichiamo un ampio stralcio dell’articolo di “Famiglia Cristiana” (a firma Giulia Cerqueti) sulla legge pro-eutanasia varata nelle ultime ore dal Parlamento spagnolo.

La legge spagnola stabilisce una serie di passi vincolanti che precedono l’ eutanasia: il paziente, che deve essere di nazionalità spagnola o residente legale nel Paese, deve  essere capace di intedere e di volere e manifestare espressamente la sua volontà in forma scritta due volte in quindici giorni. In questa richiesta deve risultare chiaro che la sua decisione non sia “frutto di alcuna pressione esterna”. Il paziente deve inoltre chiarire di essere stato informato del processo medico che andrà a subire e delle differenti alternative, incluse le cure palliative. Una volta iniziato il procedimento, il paziente avrà sempre facoltà di cambiare la sua decisione. Dopo la seconda richiesta scritta, il medico presenterà la domanda alla commissione competente in ogni regione autonoma che la sottoporrà all’ esame di due professionisti e successivamente darà la sua risposta, affermativa o negativa, che dovrà pervenire entro 19 giorni.

Il premier socialista Pedro Sánchez ha espresso la sua soddisfazione su Twitter. La legge è stata osteggiata dal Partito popolare e dal partito di estrema destra Vox. E’ stata respinta anche dal Comitato di bioetica di Spagna, che non considera l’ eutanasia un diritto, e dall’ Organizzazione medica collegiale, che vigilerà sulla regolamentazione della possibilità dell’ obiezione di coscienza per i medici e il personale sanitario e dichiara che l’ aiuto a morire non è un atto medico, anche se la legge lo inserisce tra le prestazioni sanitarie.

Forte e decisa è la reazione della Chiesa cattolica spagnola, che ha espresso la sua preoccupazione per la nuova legge attraverso la voce di monsignor Luis Argüello, vescovo ausiliare di Valladolid e segretario generale della Conferenza episcopale: «Questo è il momento di favorire una cultura della vita e di compiere passi concreti promuovendo un testamento biologico o dichiarazioni anticipate che permettano ai cittadini spagnoli di manifestare in maniera chiara e determinata il loro desiderio di ricevere cure palliative. La loro volontà di non essere oggetto di questa legge». Il vescovo ha ricordato che ogni anno in Spagna muoiono 60mila persone con grandi sofferenza, che potrebbero essere evitare con una politica adeguata di rimedi palliativi. In questo modo, ha detto monsignor Argüello, non si provocherebbe la morte, ma ci si prenderebbe cura «con tenerezza, vicinanza, misericordia» di quelle persone si grovano nella fase finale della loro esistenza.

Anche monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, si è espresso sulla legge spagnola: «Alla diffusione di una vera e propria cultura eutanasica, in Europa e nel mondo, si deve rispondere con un approccio culturale diverso. La sofferenza e la disperazione dei malati non vanno ignorate. Ma la soluzione non è anticipare la fine della vita. La soluzione è prendersi cura della sofferenza fisica e psichica». ha continuato l’ arcivescovo: «Quando non si può più guarire, possiamo sempre curare le persone. Non dobbiamo anticipare il lavoro sporco della morte con l’eutanasia. Dobbiamo essere umani, stare accanto a chi soffre, non lasciarlo nelle mani di una disumanizzazione della medicina o nelle mani dell’industria eutanasica».

La suggestione ulivista.

La stagione dell’Ulivo, almeno così pare, ritorna d’attualità. Una stagione che, è sempre bene non  dimenticarlo, ha segnato uno dei punti più alti – e certamente il più significativo della seconda  repubblica – della coalizione di centro sinistra nel nostro paese. Certo, una stagione  contrassegnata da molti elementi, positivi e anche negativi, ma sono e restano 2 i punti essenziali  che giustificano, oggi, la riproposizione, seppur in forma aggiornata, di quel progetto politico.  

Innanzitutto la centralità della coalizione al di là di qualsiasi “vocazione maggioritaria” di qualche  partito e la indispensabilità della riproposizione della “cultura delle alleanze”. Che resta uno dei  caposaldi centrali della cultura cattolico democratica e popolare. In secondo luogo la stagione  dell’Ulivo ha permesso ai vari partiti che si riconoscevano nella coalizione la possibilità di  salvaguardare la propria identità all’interno di una quadro più ampio. Un quadro che, tuttavia,  prevedeva una forte convergenza politico e programmatica. 

È ovvio che, oggi, quasi si impone la necessità di ricostruire dalla fondamenta la “cultura delle  alleanze” nel nostro paese. E questo perchè siamo reduci da una stagione dominata dal  trasformismo, dall’opportunismo e dal populismo. Una cornice che, di fatto, ha azzerato alla  radice qualsiasi cultura delle alleanze perchè ha posto al centro dell’attenzione la sola conquista  e, soprattutto, la permanenza al potere. Non a caso, in questi anni – in particolare dopo il voto del  marzo del 2018 con la schiacciante vittoria delle forze populiste – le alleanze politiche sono  diventate un elemento del tutto residuale nello stesso dibattito politico e culturale del nostro  paese. E la ragione di tutto ciò è molto semplice e risiede nel fatto che quando domina il  trasformismo la coerenza nel costruire le alleanze di governo è un fenomeno del tutto trascurabile  se non addirittura nocivo ai fini della conquista del potere. E così è puntualmente avvenuto in  questi ultimi 3 anni dopo le elezioni nazionali. 

Adesso, e anche grazie all’intervento di Enrico Letta nel giorno del suo insediamento come  segretario nazionale del Partito democratico, è possibile ritessere le fila per ricostruire dal basso,  forse addirittura per rifondare, una rinnovata coalizione dal basso. Certo, si deve realmente  ripartire dal basso. L’alternativa, purtroppo, non è che la prosecuzione di una prassi che incrocia il  caos e la confusione. Serve un disegno politico preciso e una coerenza delle rispettive forze  politiche. Certo, l’Ulivo non è replicabile come molti di noi l’hanno conosciuto e teorizzato. Ma un  dato è abbastanza sicuro. Ovvero, una coalizione è credibile se contiene almeno 3 ingredienti: un  progetto di governo serio e percorribile; forze politiche che perseguono con coerenza quel  progetto e, soprattutto un “federatore” che sappia anche unificare e rendere plastico e pubblico  quel progetto. E cioè, il punto di riferimento e di sintesi della intera alleanza.  

Ecco perchè, oggi, l’Ulivo può riprendere il suo cammino, in una versione aggiornata e moderna.  Ma servono coerenza, coraggio e assunzione di responsabilità. L’esatto opposto di quello che è  capitato in questi ultimi anni. Anni confusi, caotici e per molti versi contraddittori. Occorre voltare  veramente pagina.  

Dalla conversioni delle armi nucleari alla sconfitta della fame nel mondo

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Un progetto per smantellare le armi atomiche, usare il combustibile nucleare per produrre energia ad uso civile e destinare le risorse a microprogetti per lo sviluppo sostenibile nei Paesi poveri.
Questo è quanto propone da anni il Comitato per una civiltà dell’amore (www.civiltadellamore.org), un’associazione formata da Professionisti Volontari impegnati ad aiutare gli altri praticando carità, generosità e solidarietà.
Il Comitato è noto per aver svolto campagne benemerite a favore delle popolazioni del Sud del Mondo, tra le quali: “Contro la Fame Cambia la Vita”, “Adotta un papà nel Sud del Mondo”, “Nuclear for Peace”, “Adoption no Abortion”.
Il Comitato ha inoltre promosso 23 micro progetti di sviluppo nelle Missioni di oltre 40 nazioni povere del mondo.
In piena coerenza con l’aforisma di Nelson Mandela adottato dall’associazione – “Tutte le cose sono impossibili finché non vengono fatte” – il Comitato per una civiltà dell’amore ha organizzato il 12 marzo un convegno sul tema: “Dalla conversione delle armi nucleari alla sconfitta della fame nel mondo”.
Il convegno si svolto in modalità webinar dal Sacro Convento di S. Francesco ad Assisi.
L’ingegnere nucleare Giuseppe Rotunno, cofondatore dell’associazione, ha spiegato che «oggi ci troviamo nella situazione storica di avere tante testate nucleari che potrebbero distruggere il mondo. Ma possiamo eliminarle convertendole definitivamente in energie di pace».
Rotunno ha proposto di realizzare un piano di disarmo per convertire 50.000 bombe nucleari (13.400 pronte più almeno 37.000 negli arsenali) in combustibile fissile da utilizzare per alimentate i 300 impianti per la produzione di energia elettrica già esistenti.
Secondo Rotunno, il combustibile nucleare che passa dalle bombe all’uso civile vale 75 dollari per MegaWatt ora (Mwh).
In questo modo si potrebbero risparmiare più di 800 miliardi di dollari per la produzione di energia elettrica nei prossimi cinquant’anni.
I primi 300 miliardi dollari, qualora venissero impiegati per realizzare progetti di sviluppo sostenibile, sarebbero sufficienti ad alimentare i circa 800 milioni di persone che oggi soffrono la fame nel mondo.
In questo modo la minaccia di “apocalisse nucleare” verrebbe cancellata, i missili nucleari smantellati e la fame vinta.
Al convegno è intervenuta anche Simona Beretta, docente di Economia internazionale, responsabile del Master ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
La Beretta è consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e membro del Comitato scientifico delle Settimane Sociali dei cattolici italiani.
Per sradicare la fame nel mondo, la Beretta ha invocato la mobilitazione degli “artigiani di pace” affinché, come ha detto Papa Francesco, sia possibile lo sviluppo umano integrale e il pieno esercizio della dignità umana.
La professoressa Beretta ha spiegato che serve la complementarietà tra finanza pubblica e privata, interna ed internazionale. La centralità della finanza pubblica è necessaria per la produzione di beni e servizi pubblici essenziali, come la salute e l’educazione. E occorre inoltre una lotta coordinata a livello internazionale contro i flussi finanziari illegali.
I benefici attesi dal disarmo sarebbero anche di carattere economico, grazie soprattutto alla riduzione della spesa pubblica militare e di sicurezza nazionale.
La Beretta ha sostenuto che, per consolidare il dialogo internazionale, il negoziato per il disarmo e il processo di pace, è necessario «un lavoro di comunicazione e di pressione sui grandi decisori, pubblici e privati, insieme ad un lavoro capillare di educazione alla pace e allo sviluppo».
Per comprendere quanto le guerre influiscano sulle condizioni di povertà, la professoressa ha ricordato che la grande maggioranza delle persone in situazione di malnutrizione e di insicurezza alimentare cronica (489 milioni su 815 milioni nel 2017) vive in Paesi dove sono in corso conflitti armati.
Inoltre una persona ogni 113 è un rifugiato, un richiedente asilo o uno sfollato. In media, la permanenza in un campo di rifugiati/sfollati è di 17 anni.
La professoressa ha però aggiunto che mettere le persone al centro dei processi di sviluppo è diventato un messaggio che s’incontra sempre più frequentemente, anche in ambiti insoliti.
La “Community Driven Development”, per esempio, è una linea di intervento che sta assumendo crescente importanza nelle attività della Banca Mondiale, specie in condizioni di emergenza e di conflitto.
Le istituzioni di cooperazione allo sviluppo, per avere più efficacia in condizioni di emergenza, si appoggiano alle comunità locali, anche perché non esistono alternative affidabili. Tuttavia questo è possibile solo se le comunità locali sono già esistenti come soggetti organizzati, formalmente o per consuetudine.
Simona Beretta ha concluso il suo intervento citando papa Francesco che, nell’enciclica “Fratelli tutti”, invita a «superare le politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli…».
«L’opzione per i poveri – ha sottolineato il Santo Padre – deve portarci all’amicizia con i poveri».

La più grande paura di Wall Street è l’inflazione

I timori che l’anno passato, a causa del Coronavirus, hanno sconvolto Wall Street , sembrano ormai passati.

La crisi sanitaria non è finita, ma gli investitori sono sempre più fiduciosi che lo sarà presto.

Goldman Sachs prevede che l’economia statunitense spiccherà il volo facendo registrare un più 8% alla fine del 2021. Sarebbe la crescita del PIL più rapida dal 1965.

Ora, però, i pericoli, secondo gli investitori esperti, sono rappresentati da una possibile iperinflazione e da un aumento dei rendimenti obbligazionari.

Infatti secondo fonti autorevoli, lo tsunami di stimoli monetari e fiscali, insieme all’imminente aumento della velocità di trasmissione monetaria mentre l’economia mondiale esce dai lockdown porterebbe a un surriscaldamento economico senza precedenti.

Così, anche se la fiducia sta crescendo, grazie al lancio dei vaccini, all’allentamento delle restrizioni e al supporto senza precedenti da parte del governo federale, i timori non sono del tutto sopiti.

E anche se gli economisti sono molto ottimisti, soprattutto perché lo zio Sam sta fornendo molto più sostegno all’economia di quanto molti pensassero fosse probabile solo pochi mesi fa, rimane il grande timore per la ripresa dei un’inflazione fuori controllo.

Anche perché, nel corso della scorsa estate la Federal Reserve americana ha adottato un cambio di strategia che prevede che i tassi di interesse non vengano alzati anche quando l’inflazione supera la soglia del 2% e finché la disoccupazione non abbia raggiunto un valore valutato sufficientemente basso.

Questo significa che la Fed potrebbe non rispondere subito ad un aumento dell’inflazione sopra il 2%. Scenario, questo, che non rende tranquilli gli investitori americani.

Congedo obbligatorio e facoltativo per i padri lavoratori dipendenti

Con la Circolare n. 42 dell’11 marzo 2021, l’INPS ha fornito indicazioni sul diritto al congedo obbligatorio e facoltativo dei padri lavoratori dipendenti di cui alla Legge 28 giugno 2012, n. 92 (art. 4, comma 24, lett. a), a seguito delle modifiche apportate dalla Legge di Bilancio 2021 (L. 30 dicembre 2020, n. 178, art. 1, comma 363 e 25).

In particolare, il documento dell’Istituto fa riferimento alle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2021, ovvero:
– l’estensione delle disposizioni afferenti al congedo obbligatorio per i padri lavoratori anche alle nascite, alle adozioni e agli affidamenti avvenuti nell’anno 2021;
– l’incremento da 7 a 10 giorni della durata del congedo obbligatorio da fruire, anche non  continuativamente, entro i 5 mesi di vita o dall’ingresso in famiglia o in Italia in caso, rispettivamente, di adozione/affidamento nazionale o internazionale del minore;
– il riconoscimento del congedo obbligatorio e facoltativo anche nel caso di morte perinatale del figlio.
Il provvedimento precisa che, per le nascite e le adozioni/affidamenti avvenuti nell’anno 2020, i padri lavoratori dipendenti hanno diritto a soli 7 giorni di congedo obbligatorio, anche se ricadenti nei primi mesi dell’anno 2021.

Inoltre, a livello generale, l’INPS chiarisce che continua a trovare applicazione la disciplina dettata dal Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, del 22 dicembre 2012.

Per tutti i dettagli, consulta la Circolare.

Terza Conferenza Nazionale sull’ economia circolare

Il 23 marzo prossimo si svolgerà la terza Conferenza Nazionale sull’ economia circolare  che quest’ anno  approfondirà  il ruolo dell’economia circolare nella transizione alla neutralità climatica e darà un aggiornamento sulle principali misure in materia adottate a livello nazionale ed europeo.

Verrà anche presentato Il 3° Rapporto sull’economia circolare 2021, elaborato dal Circular Economy Network (Cen) in collaborazione con Enea che verrà illustrato dal Presidente del Cen, Edo Ronchi.

Il Rapporto aggiorna l’analisi dello stato dell’ economia circolare in Italia analizzando i risultati raggiunti  nelle aree della produzione, del consumo,  della gestione circolare dei rifiuti, oltre che degli investimenti e dell’ occupazione nel riciclo, nella riparazione e riutilizzo.

Alla web conference, introdotta dal Vicepresidente CEN Luca Dal Fabbro, parteciperanno  il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani; l’eurodeputata Simona Bonafè; il Presidente di Legambiente Stefano Ciafani; il Segretario generale CGIL Maurizio Landini; il direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali Enea e presidente ICESP Italia Roberto Morabito; Maria Cristina Piovesana, Vicepresidente per l’Ambiente di Confindustria. L’evento, sarà moderato dal giornalista LA7 Andrea Purgatori. 

Covid, ci si può riammalare? La risposta in un maxi-studio

Ci si può riammalare di Covid-19? I guariti dovrebbero fare il vaccino? Quanto dura l’immunità? Sono nodi cruciali e un maxi studio offre alcune risposte. E’ il primo su larga scala ed è stato condotto in Danimarca, valutando i tassi di reinfezione del 2020 nel Paese. I risultati, pubblicati su ‘The Lancet’, confermano che le reinfezioni con il coronavirus Sars-CoV-2 sono rare, ma – aggiungono gli autori – più comuni fra gli anziani. Emerge infatti che gli over 65 sono più a rischio di contagiarsi nuovamente. In questa fascia d’età la protezione da infezioni ripetute è al 47%, contro l’80% registrato fra i più giovani, gli under 65.

Una precedente infezione ha comunque un effetto scudo sulla maggior parte delle persone guarite: secondo i dati raccolti dallo studio danese solo lo 0,65% dei pazienti ha avuto due volte un test positivo, durante la prima e la seconda ondata affrontate dal Paese, rispetto al 3,27% delle persone risultate positive per la prima volta (che avevano quindi un tasso d’infezione 5 volte maggiore). Altro dato che risulta dalla ricerca è che l’immunità rimane stabile per più di 6 mesi.

“Non ci sono evidenze che indichino che la protezione cali entri i 6 mesi dall’infezione”, evidenzia Daniela Michlmayr, dello Staten Serum Institut danese, ricordando anche che “è stato dimostrato che i coronavirus Sars e Mers, strettamente correlati, conferiscono una protezione immunitaria contro le reinfezioni che dura fino a 3 anni”. Su Covid ora serve un’analisi continua sul lungo termine, aggiunge. Gli autori puntualizzano un aspetto importante di questa analisi: è un lavoro che si è concentrato sul ceppo originario di Sars-CoV-2 e non ha valutato le varianti.

Gli scienziati danesi si sono basati sui dati raccolti nell’ambito dell’iniziativa nazionale di screening con tampone gratuito che ha permesso di testare più di due terzi della popolazione (4 milioni di persone, 69%) nel 2020. Visto l’arco temporale a cui si è fatto riferimento, non è stato possibile stimare la protezione contro reinfezioni da varianti di Sars-CoV-2 e gli autori sottolineano che su questo sono necessari ulteriori studi. Un focus è stato inoltre dedicato agli operatori sanitari, che hanno una maggiore esposizione al virus. Anche in questa sottoanalisi i risultati ottenuti sono stati simili: si è reinfettato l’1,2% di chi aveva avuto Covid nella prima ondata, rispetto al tasso di infezione di chi non aveva mai incontrato il virus pari al 6,2%. Protezione stimata dell’81,1%.

Letta nomina la nuova Segreteria

Il Segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, ha nominato oggi la Segreteria nazionale, di cui, ai sensi dell’art. 10 dello Statuto, darà comunicazione alla Direzione nazionale.

Ne faranno parte:

Europa, Affari internazionali e Cooperazione allo sviluppo
Lia Quartapelle, 38 anni, parlamentare

Istituzioni, Tecnologie e Piano Nazionale di Riforma e Resilienza
Antonio Nicita, 53 anni, docente universitario

Transizione ecologica, sostenibilità e infrastrutture
Chiara Braga, 41 anni, parlamentare

Missione Giovani
Chiara Gribaudo, 39 anni, parlamentare

Politiche per la Parità
Cecilia D’Elia, 57 anni, portavoce della Conferenza nazionale delle donne democratiche

Politiche per la Sicurezza
Enrico Borghi, 53 anni, parlamentare

Giustizia e Diritti
Anna Rossomando, 57 anni, parlamentare

Economia e finanze
Antonio Misiani, 52 anni, parlamentare

Sviluppo economico, Terzo Settore, Missione PMI
Cesare Fumagalli, 67 anni, Segretario nazionale di Confartigianato Imprese dal 2005 al 2020

Istruzione, Università e Ricerca
Manuela Ghizzoni, 59 anni, ex parlamentare

Cultura
Filippo Del Corno, 51 anni, compositore e operatore culturale, assessore alla Cultura del Comune di Milano

Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
Susanna Cenni, 57 anni, parlamentare

Salute
Sandra Zampa, 64 anni, giornalista, ex parlamentare

Sport
Mauro Berruto, 51 anni, giornalista e formatore. CT della Nazionale maschile italiana di Pallavolo dal 2010 al 2015

Autonomie territoriali e Enti Locali
Francesco Boccia, 52 anni, parlamentare

Organizzazione
Stefano Vaccari, 53 anni, ex parlamentare

***

Alla vicesegretaria Irene Tinagli è affidata la missione “Italia globale”.

Al vicesegretario Peppe Provenzano sono affidate la missione “Prossimità”, le politiche del lavoro e il contrasto alle diseguaglianze.

Il segretario promuoverà la costituzione di un Comitato di esperti sulle sfide di Next Generation EU, che sarà coordinato da Antonio Nicita.

Quella terza fase dimenticata

Sono passati molti anni dal 16 marzo 1978 e dal tragico evento dell’assassinio della scorta e del rapimento di Aldo Moro.

Ma non si vuol rievocare una vicenda, per buona parte acclarata, soprattutto dopo la seconda commissione di inchiesta parlamentare, che può essere definita con il giudizio dell’allora Rettore dell’Università degli Studi di Urbino, Carlo Bo: “L’assassinio di Aldo Moro è stato l’omicidio dell’abbandono.”

Si tratta, invece, di riflettere sul pensiero moroteo, sulla sua lungimiranza politica internazionale e su come proprio la sua morte ha cambiato lo stesso corso della storia politica italiana ed europea.

Aldo Moro, uno tra gli statisti (insieme a De Gasperi) più lungimiranti della storia politica italiana.

Benigno Zaccagnini amava ripetere che se Alcide De Gasperi aveva un grande senso dello Stato, Aldo Moro aveva qualcosa in più, ossia anche un grande senso della storia.

Ed infatti, non si può far politica, nel senso più alto del termine, se non si ha senso della storia.

Innegabile è il rilevare che proprio la virtù morotea del grande senso della storia, aveva portato lo statista pugliese a delineare tre fasi della vita politica italiana repubblicana.

La prima fase era quella dell’Assemblea Costituente e poi del Tripartito, nella quale tutte le forze politiche democratiche collaborarono sia per la stesura della Carta Costituzionale, sia nel Governo del Paese per la ricostruzione dopo la sciagurata guerra mondiale.

La seconda fase era quella del centrismo e poi del centrosinistra, in quanto veniva a realizzarsi quella che Leopoldo Elia aveva coniato efficacemente con la definizione di conventio ad excludendum nei confronti del Partito Comunista Italiano.

Ma la crisi del centrosinistra di fine anni Sessanta, la protesta studentesca ed operaia del Sessantotto, portarono Moro a studiare per capire questi eventi sociali rivoluzionari in funzione della difesa della Costituzione repubblicana e per irrobustire le strutture dello Stato democratico.

Moro intuisce che la società stava cambiando, che i vari settori volevano essere attori della democrazia, che il mondo studentesco rivendicava una libertà anche di costumi, che non era più prorogabile il riconoscimento ai lavoratori di un proprio statuto e quindi diritti e salari più dignitosi.

Ma in questo contesto, se nel PCI si faceva strada la politica di Berlinguer (ispirata da Franco Rodano) di una presa di distanza dalle posizioni di Mosca, nella DC la prepotenza dorotea era dominante e soffocante in termini di gestione del potere.

Occorreva, allora, mettersi in una posizione di opposizione interna alla DC per elaborare una nuova linea politica più avanzata ed in sintonia con le nuove istanze della società.

Moro se ne convince ancor di più soprattutto dopo la crociata democristiana e i risultati elettorali del referendum sul divorzio del 1974 e, quindi, inizia a lavorare per una nuova linea politica di avanguardia.

Ma per far questo, egli era consapevole non solo della necessità di una DC unita, ma soprattutto che occorresse una guida politica credibile, interprete dell’antifascismo e dei valori della Costituzione.

L’operazione morotea raggiunse il successo quando, anche con alcune defezioni dorotee (Mariano Rumor), venne eletto Benigno Zaccagnini alla segreteria politica della DC.

Molti avevano pensato ad una sorta di segreteria di transizione in attesa che le acque interne si placassero, ma Moro conosceva benissimo Zaccagnini: dietro quel volto che ispirava serenità e sincerità, vi era un animo romagnolo che aveva combattuto nella resistenza al fianco dei comunisti, che aveva aderito alla sinistra democristiana di Dossetti e, soprattutto, che concepiva il potere non come fine ma come strumento per il bene comune.

Ed infatti, con Zaccagnini il progetto moroteo iniziava a prendere forma: non più la politica dello scontro con i comunisti, ma quella del confronto. La DC, sotto l’iniziativa di Zaccagnini, cominciava a riconquistare credibilità, umanità; i giovani (che non lo conoscevano) erano affascinati dai suoi discorsi sulla moralità della politica; nelle fabbriche tornava la proposta politica di un partito che soltanto qualche mese prima era considerato di potere e conservatore.

La Terza Fase della politica italiana iniziava il suo percorso e destava ammirazione nei ceti popolari, ma diffidenza ed opposizione a livello internazionale, nei centri di potere, all’interno dei due blocchi (USA ed URSS), nelle realtà economiche che detenevano la stragrande maggioranza della ricchezza mondiale.

Moro aveva in animo il coinvolgimento di tutte le masse popolari (così come avvenne nella prima fase della Repubblica), ma non in funzione di quello che volgarmente viene definito consociativismo, bensì su un disegno politico ancora più grande: aiutare il PCI a sganciarsi definitivamente dall’Unione Sovietica in vista di un eurocomunismo che gradatamente portasse alla messa in discussione della Conferenza di Jalta al fine di costruire una Europa dei popoli, ma nel contempo realizzare anche in Italia le condizioni di un’alternanza al potere fra forze politiche popolari e democratiche.

La Terza Fase, però, si esaurisce con il suo rapimento e poi con il suo assassinio. Ma certo, quella Terza Fase oggi dimenticata, andrebbe rimeditata e valutata, pur in presenza di uno scenario politico completamente mutato.

Il Centro, la Sinistra , il Pd, e il …’marxista’ Bergoglio. 

Pubblicato sul sito di “Politica Insieme”, ho letto alcuni giorni  fa con (il solito)  interesse  l’articolo “Torna Letta…” di Giancarlo Infante. Un sito, quello di Infante,  creato  per la rinascita di un vero e proprio partito cattolico italiano ispirato dal “Manifesto Zamagni”.

Chiarisco subito che su tale  progetto  ho  preso le distanze e non mi sono trovato per niente daccordo, sempre accompagnato dallo  sforzo e di leggere quei  “segni dei tempi” che meglio di me sanno leggere  gli studiosi di antropologia culturale con le orecchie tese sui cambiamenti profondi sopraggiunti nei ceti sociali e nei  rapporti umani.

L’articolo l’ho trovato però interessante. Anche se chiaramente,  come dicevo,  saturo  di nostalgia neo-centrista di ispirazione …zamagniana.

Infante vede il PD tutto posizionato sui valori della c.d. sinistra di una volta, su cui dirò  dopo. Ove però per valori di sinistra si sottintende, quasi sempre demagogicamente, tutto quel consunto comunismo storico ottocentesco di un altro Manifesto, consegnato anche nei suoi epigoni definitivamente alla storia.
Ho condiviso la sua riflessione  sulla incapacità del Pd di capire i cambiamenti sociali sopraggiunti, così da interpretare per bene le  novità e le difficoltà di quei ceti sociali che storicamente sono appartenuti a questa area politica.

Ma  mi sono trovato in totale disaccordo,  quando  con un cortocircuito sociologico ha valutato il PD tutto radicalizzato a  sinistra, sottolineandone per questo  le contraddizioni.
Contraddizioni nel Pd  ne esistono, intendiamoci: le hanno messe in risalto sin dai tempi dell’Ulivo le ripetute rifondazioni, le scissioni, le correntine, le regole interne, le primarie, ecc. sino alle  narcise peripezie di Renzi e alle sofferte dimissioni di Zingaretti. Un percorso che letto anche nel suo rovescio,  indica però  una continua   insoddisfazione unita ad una costante  ricerca innovativa di vie nuove .

Ma non sono quelle contraddizioni  che  Infante segnala quando ricorda che nel
Pd convivono  al suo interno due  visioni della società alternative.
Quella individualistica, forse tipica aggiungo io di un iperliberismo austriaco, senza Stato. Quella  del “laissez faire” lasciata nelle mani degli spiriti animali e del mercato. Quella insomma di un capitalismo senza contropoteri che, ahimé, oggi  sperimentiamo in quello finanziario.

E quella che presenta  una tensione solidaristica  con una lotta alle diseguaglianze e una forte attenzione agli ultimi e ai diritti umani,  tipica, com’è noto, di una cultura  cattolico democratica e popolare . Dossettiana e personalista. Ma  anche caratteristica di quel  marxismo che non si è pietrificato sulla  dialettica borghesia/proletariato – categorie sociali oggi  in via d’estinzione – sulla proprietà dei mezzi di produzione oggi in mano al digitale, alla robotica, al 5G, e sulla  presa del “palazzo d’inverno”…Chigi
Non mi pare sia  cosi.

Anzi non è cosi!
E non mi pare che esista questa contraddizione.
Ma l’articolo mi ha spinto oltre. Perché sono infatti da tempo convinto che proprio  i ceti sociali – quelli “storicamente di riferimento” del Pd – fanno parte di  quelle fette di società che oggi hanno subito  radicali cambiamenti maturando  nuovi bisogni e nuove  attese, e si sono collocati in nuovi partiti lontanissimi dalle radici del PD.

È a questo punto che nasce la mia ormai  ripetuta provocazione  sostenuta  fra le righe o palesemente,  da diversi  studiosi che vedono in questa fase la crisi della politica, dei partiti politici e della loro offerta identitaria,  se non addirittura la crisi della demo razia. Sono loro che  si interrogano se  le categorie storiche di destra e sinistra,  comprese le categorie di mezzo e intermedie intese come mescolanze di un oggi fantomatico  centro ( solo politico, e mai sociale), abbiano ai nostri  giorni, e di più in quelli dietro l’angolo, ancora un senso e un significato politico-partitico, come quello che siamo stati abituati a conferirgli nel passato.

Mi chiedo allora – se non scandalizzo – se nell’anno del signore 2021 hanno  ancora un significato quei  valori (storici)  che queste categorie geometriche e orizzontali,  dicono di difendere.
Se la mia curiosità può avere un senso, le domande sono le seguenti.
Non sarà  per caso più vero, per il nostro  futuro  e per quello dei nostri figli e nipoti, il suggerimento bergogliano?
Un futuro  cioè postideologico.  Che ci  trova “tutti sulla stessa barca” :  l’ecologia, l’ambiente , il clima, l’automazione e la disoccupazione, il lavoro e la perdita dei posti di lavoro, la robotica, il digitale e il lavoro da casa,  il verde, il  forte inabissamento  dei ceti medi, il debito pubblico, ecc.?

Un futuro  senza le radicali differenze del passato,  ancora oggi ad uso e consumo del marketing partitico e della social-politica dell’inganno:  capitalismo si, capitalismo no,  Stato si, Stato no, liberalismo si, liberalismo , Welfare si,  welfare no,  ecc.
La barca di Bergoglio necessita solo di discernimento. Una barca  sulla quale per mandarla in avanti su quel mare in tempesta che attende tutto il mondo nel post- Covid, non possiamo fare altro che remare il più possibile tutti insieme, ben coscienti  che il benedetto pluralismo politico si è  oggi trasformato in brandelli e frammenti personali e insignificanti, ed è  stato sempre interpretato male,  essendo spesso fotocopia fra  partiti e partitini, valori e programmi.

Domande che mi pongo da un poco di tempo, convinto che la metafora del ‘marxista’ Bergoglio è una metafora profetica profondamente politica e sociale, storica,  più   che pastorale e teologica.  Ed  oggi, qui da noi in Italia,  paradossalmente  interpretata da Mattarella col suo appello ai partiti e ai  “costruttori” del futuro, evitando con lungimiranza  di rivolgersi ai ricostruttori del passato.

E quando con il suo realismo ha suggerito Draghi , per un governo
di  (quasi)  unità nazionale.
Per entrare  telegraficamente nel merito dei ceti sociali, bisogna allora e  nel frattempo interrogarsi cosa sono e cosa saranno dopo il Covid, il ceto medio, la classe media, i c.d. moderati, la classe operaia, le vecchie e nuove povertà, ecc.
E , per entrare anche in  quello politico,  cos’è e cosa saranno dopo il Covid la destra, il centro e la sinistra.

Non occorre scomodare  Giorgio Gaber. Ma prendendo le distanze dai populismi generici e opportunistici del né Destra, e né Sinistra, bisogna intanto  tenere sempre la barra diritta verso l’eguaglianza e la libertà,  a suo tempo raccomandati  da Norberto Bobbio  prendendo le distanze anche da quel pericoloso populismo nazional-sovranista che sta montando in Europa. E aggiungendo la solidarietà per i più bisognosi, la fraternità nei rapporti sociali, e la carità  cristiana come segno dei diritti umani . Tutti  valori da tradurre in politica con l’aiuto della profezia marinara di Bergoglio.
Mi viene da pensare che il Governo Draghi di unità nazionale è  solo un anticipo del percorso da fare e di quello che ci attende.
Mi sbaglierò, ma in questo momento rivolto nel mondo cattolico  alla ricerca di un centro spaziale-politico perduto,  aiutata da una legge proporzionale, da  Manifesti per un nuova Dc di Centro, da nuovi e tanti  partiti e partitini personali di Centro , da diversi e solitari frammenti centristi, di Moderati di Centro, e chi più ne ha più ne metta, di queste idee ne vedo poche.
Mi auguro, ed auguro ad Enrico Letta, che con il suo profilo, con la sua storia, e con le sue radici culturali, sia proprio lui  a decretarne il superamento , avendo in testa , come ha detto, di creare un “…partito nuovo”!
Letta in questo suo proposito è facilitato. Perché incrocia una fase politica e di governo,  in cui si è appena iniziato a capire, benché proposto dalla  pandemia, che , come detto,  bisogna “remare il più possibile insieme”.  Avendo come rotta quell’Europa politica e unita ancora per poco, criticata per opportunismo  elettoralistico  da partiti  fuori dalla storia perché  ancorati  al passato.

Esattamente un anno fa, di fronte ad una Piazza S. Pietro deserta e anticipando la sua enciclica sociale “Fratelli tutti”, su cui ritorna in questi giorni con un convegno  l’associazione  “Città dell’Uomo”, papa Bergoglio faceva sentire a tutto il mondo il suo profetico convincimento di valenza sociale e laica più che teologica :a “nessuno si salva da solo”! 
Ricordiamolo per gli anni a venire anche nelle vicende politiche.

Moro: lezione sulla fragilità del potere

Articolo già pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del direttore Andrea Monda

«Aldo Moro andrebbe anche sottratto alla cerimonia», è netto nel suo ricordo Marco Follini che con il leader democristiano intrecciò un rapporto intenso a dispetto dei quasi quarant’anni che li dividevano, «Moro infatti era una persona che stava sul terreno della realtà, della controversia, la politica per lui non era un campo di battaglia ma non era nemmeno un prato fiorito. Ne aveva una visione realistica e anche un po’ cruda». Follini vuole mettere a fuoco la parabola politica di Moro per comprendere cosa oggi resta vivo di quella esperienza, qualcosa «che è esattamente ciò che manca al nostro tempo: l’ascolto, l’attesa, la misura, qualche volta anche il silenzio. Tutte cose che lo rendevano inattuale già nella sua epoca. Un uomo consapevole delle avversioni a cui andava incontro, accusato di essere fumoso e inconcludente, eppure è lui il protagonista delle due grandi svolte di quegli anni: il centrosinistra e la solidarietà nazionale».

Il ricordo scende più sul profilo personale, sullo stile, profondamente intriso delle ragioni della fede, dell’uomo politico: «Era un uomo curioso, attento verso il prossimo, capace di ascoltarlo, ricordo colloqui che erano fatti soprattutto dalle sue domande, perché non era abituato alla ritualità degli incontri superficiali né tantomeno a predicare; vedeva le persone più raramente ma in modo più approfondito. Con tutti era così, come se volesse indagare insieme a quelle persone alla ricerca di segni di novità». Non solo curioso ma anche ansioso: «Sì perché era leale a quel principio di non appagamento che governa il rapporto tra i cristiani e la politica, e questa ansia gli imponeva di essere compassato, misurato, di non disperdere il tempo né le parole. Non c’era mai nulla di casuale in lui. Aveva una grandissima attenzione alla sfera religiosa e alla spiritualità della politica; infondeva dentro la contesa politica i suoi valori, le sue convinzioni, i suoi sentimenti, il suo senso di umanità e aveva cura di mettere al riparo la Chiesa dagli errori politici dei cattolici impegnati nella sfera pubblica, atteggiamento che portò anche a qualche attrito con parte della gerarchia ecclesiastica dell’epoca, attrito che lui poteva affrontare con la coscienza tranquilla perché sapeva quanto fosse forte il vincolo dell’appartenenza a quel mondo e a quel sistema di valori».

Qual è la lezione più grande, oggi, di Aldo Moro?

«Se dovessi riassumere in poche battute, partendo dal mio ricordo personale, direi che era un uomo indubbiamente autorevole, solenne, anche potente, ma trapelava da lui il sentimento della fragilità di quel potere. Era un uomo fragile. Io allora ragazzo lo guardavo come un uomo che era un monumento della politica di quegli anni, ma quel monumento rivelava tutta la fragilità della costruzione repubblicana. Che il potere fosse fragile: io penso che questo sia stato il più grande insegnamento che ha lasciato a chi poi successivamente si è trovato a confrontarsi con la sua figura e con il suo lascito. In lui c’era un tormento che evocava la fragilità del potere. Che è il segno della democrazia. Il potere monumentale appartiene ai regimi. Lui sapeva invece di essere su un altro terreno, quello del consenso e del potere condiviso e quindi della massima incertezza del potere. Quando usa la metafora del castello, è significativo che il castello appartiene sempre agli altri, lui non si sente parte del castello, e quando ci sta dentro invoca la necessità di aprire porte e finestre per far entrare il vento che soffia nella vita. Sono immagini un po’ letterarie che alludono però a un inconscio profondo. Moro sapeva che la politica per sua natura finisce sempre male e quel male va corretto, emendato, riscattato, ma sapeva anche che nella politica non c’è l’assoluto, c’è il relativo e che la perfezione non appartiene a quel mondo, e lo dice l’uomo che in quel momento è il più potente d’Italia».

Cittadinanza digitale e informazione: quali le nostre responsabilità?

“Cittadinanza digitale e informazione: quali le nostre responsabilità?” è il titolo del tutorial WeCa online sul sito www.webcattolici.it, su Youtube e su www.facebook.com/webcattolici.

Il tutorial, introdotto dal presidente WeCa Fabio Bolzetta, scritto da Rita Marchetti e condotto da Alessandra Carenzio, guarda alla pandemia dalla prospettiva dell’informazione.

Ciascuno di noi è responsabile di ciò che fa e ciò che dice, soprattutto nei social media.

Questo è tanto più importante in considerazione del particolare momento che stiamo vivendo. Secondo WeCa sono essenzialmente 3 gli elementi chiave a cui prestare attenzione:

1-       L’importanza dell’informazione in un contesto emergenziale;

2-       La perdita di autorevolezza delle istituzioni e il clima di sfiducia percepito dai cittadini;

3-       Il ruolo dei social media.

Questo punto è particolarmente interessante perchè anche noi siamo vettori di informazione e siamo chiamati a essere prudenti nel condividere contenuti.

I tutorial WeCa sono una proposta dell’Associazione WebCattolici Italiani (WeCa) in sinergia con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei e il Centro di ricerca sull’educazione ai media all’informazione e alla tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica di Milano.

Brescia, Trento e Pesaro finaliste del premio Città italiana dei Giovani 2021

“Brescia, Pesaro e Taranto: sono tre le finaliste per il Premio Città italiana dei Giovani 2021, promosso dal Consiglio Nazionale dei Giovani in collaborazione con il Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale e l’Agenzia Nazionale per i Giovani.

I progetti delle tre città finaliste sono risultati coerenti con la necessità di offrire ai giovani lo spazio e il supporto necessario per prendere parte attivamente ai processi decisionali del proprio territorio, come modello di buona prassi, trasferibile e replicabile”.

Queste le parole del Presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani, Maria Cristina Pisani.  “Desideriamo ringraziare tutti i Comuni che hanno presentato la loro candidatura dando un segnale positivo alle giovani generazioni, con la volontà di ripensare le proprie realtà locali come luoghi di protagonismo e rinascita giovanile”, ha sottolineato la Presidente Pisani.

“Il Premio Città Italiana dei Giovani 2021 è il giusto riconoscimento per gli sforzi progettuali delle Città italiane, che hanno partecipato alla selezione, e del mondo delle associazioni giovanili, che si sono attivate per avviare, sul territorio, progetti innovativi inclusivi e resilienti, in grado di promuovere la partecipazione attiva dei giovani nei processi decisionali. È un modello di politiche giovanili replicabile anche in altre realtà italiane, che garantisce alle giovani generazioni un ruolo sempre più da protagonisti all’interno della società civile.”, dichiara il Capo del Dipartimento per le politiche giovanili e il Servizio civile universale, Flavio Siniscalchi.

“Il Premio Città italiana dei Giovani 2021 è un abbraccio che unisce la comunità giovanile e le città in uno scambio reciproco e costruttivo – commenta Lucia Abbinante, direttrice dell’Agenzia Nazionale per i Giovani – Da un lato questa importante opportunità permette ai giovani di essere veramente protagonisti e di fare rete all’interno dei territori, dall’altro consente alle città di essere migliorate e trasformate dalle visioni, dalle energie e dalle competenze dei giovani”. La Giuria procederà alla proclamazione della Città vincitrice in un evento che avrà luogo a Roma il prossimo aprile.

Imprese, credito d’imposta per la formazione 4.0

Il credito d’imposta formazione, che si inserisce nell’ambito del Piano Nazionale Transizione 4.0, è un intervento finalizzato al supporto della trasformazione digitale del nostro sistema produttivo.

L’obiettivo è lo sviluppo delle competenze dei lavoratori, per assicurare un efficace utilizzo delle nuove tecnologie applicate ai processi produttivi e ai singoli modelli di business aziendali.

La misura si sostanzia in un credito d’imposta a favore delle imprese che effettuano percorsi formativi sulle tecnologie abilitanti il paradigma 4.0.

L’attività formativa deve essere destinata al personale dipendente dell’impresa beneficiaria e deve interessare uno o più dei seguenti ambiti aziendali: vendita, marketing, informatica, tecniche e tecnologie di produzione (i settori nei quali svolgere la formazione sono elencati nell’Allegato A della legge di Bilancio 2018).

La misura del credito d’imposta è aumentata al 60% nel caso in cui i destinatari della formazione rientrino nelle categorie dei lavoratori dipendenti svantaggiati o molto svantaggiati.

Per maggiori informazioni

Smart working e attenzione ai consumi

In questo particolare periodo di emergenza sanitaria la maggior parte delle persone è costretta ad affrontare il cosiddetto smartworking. Il significato in sé della parola è quello di “lavoro intelligente” poiché dovrebbe portare alcuni benefici a chi ne fa utilizzo.

Lavorando direttamente da casa si contribuisce anche al rispetto dell’ambiente: si riduce l’inquinamento dovuto ai viaggi necessari per raggiungere il proprio posto di lavoro. Una conseguenza di questo risparmio è anche quello del maggiore tempo a disposizione per se stessi, che può essere impiegato in modo diverso per fare una passeggiata o dello sport.

Lavorando costantemente in casa però, i consumi tendono ad aumentare rispetto alla solita routine fuori di casa.

Andiamo quindi a vedere come fare smart working senza incorrere in bollette salate a fine mese. Ma anche come evitare sprechi e consumi eccessivi che non rispettano l’ambiente che ci circonda.

5 consigli per lavorare da casa in smartworking riducendo i consumi

  1. Il primo requisito per lo smart working è avere una buona connessione internet: sul mercato sono presenti tantissime tariffe differenti per ogni esigenza e senza dover pagare cifre stratosferiche per il telefono fisso che non è ormai quasi più utilizzato.
  2. Fare attenzione alle spine: alla fine della giornata di lavoro è buona abitudine spegnere e staccare tutti i dispositivi utilizzati durante la giornata lavorativa in modo da ridurre il consumo di energia.
  3. Organizza la scrivania vicino ad una fonte di luce naturale e come una finestra, piuttosto che utilizzare lampade o in caso di impossibilità utilizzare lampadine a led. Fai attenzione anche a come ti siedi, una postura scorretta potrebbe causarti problemi alla schiena.
  4. Fare attenzione al riscaldamento, quando si lavora fuori casa non si fa attenzione alla temperatura presente in casa durante il giorno. Ma dato che dovete avere un ambiente confortevole per poter svolgere le vostre attività al meglio è utile tenere una temperatura tra i 18 e i 20 gradi.
  5. Utilizzare apparecchi elettronici come pc o smartphone a basso impatto energetico ma di qualità per la nostra salute. Proteggendo così la nostra vista che è soggetta a questi apparecchi per 8 ore circa al giorno.

Tutte queste pratiche devono essere sempre accompagnate da uno stile di vita corretto, ricorrendo ad una sana alimentazione e a delle pause dalla scrivania per fare un po’ di ginnastica o una passeggiata.

Fonte: https://internet-casa.com/smartworking-consumi/

Il mio ricordo di Ombretta Fumagalli Carulli

Ho conosciuto Ombretta Fumagalli Carulli fin dal 1987 quando fece il suo ingresso a Montecitorio nella decima legislatura dopo il mandato parlamentare al consiglio Superiore della Magistratura.
Entró in Parlamento nel pieno della maturità con un forte bagaglio di esperienza professionale.

Era docente di diritto canonico alla Universita Cattolica. Eppure in quella sua prima legislatura fu impegnata nel duro lavoro istruttorio delle Commissioni: dalla Giustizia alla Giunta delle Autorizzazioni a procedere per finire alla Commissione Antimafia guidata da Gerardo Chiaromonte. E non mancó di manifestare nelle sedi interne le sue forti preoccupazioni rispetto ai tentativi palesi ed occulti di criminalizzare la storia della Dc associandola a connivenze con la mafia. Un giorno, in una riunione interna espresse una posizione dura, durissima come sanno fare le donne forti dei loro convincimenti, anche scontrandosi con uomini e donne del suo stesso partito. Si avvalse della collaborazione femminile di Fiorella Pellegrini che aveva una grandissima esperienza maturata con Amos Zanibelli per tanto tempo Vicepresidente del gruppo Dc. Quindi un tandem al femminile molto solido e determinato.

Dunque nella Dc prima si maturava nell’esercizio delle funzioni parlamentari, poi si veniva catapultati in funzioni di governo. Questa era la regola che premiava il lavoro parlamentare.
Non proprio come oggi dove assistiamo alla investitura di personaggi collocati in posti di responsabilità di governo senza alcuna esperienza e conoscenza professionale. Poi Ombretta verrà la chiamata al Governo, prima in quello Ciampi al Dicastero delle Poste, poi alla Protezione Civile nel governo D’Alema dove portò innovazione e modernità, quindi alla sanità nel governo Amato due.

Mi piace ricordare il suo forte impegno per l’Intergruppo parlamentare che partito nel 1998 in occasione del ventennale del pontificato di Papa Wojtyla, in occasione del giubileo del 2000 determinò la costituzione di cinquanta intergruppi di cinque continenti. In 7.000 saranno in Vaticano nel segno di Thomas Moore per il Giubileo dei rappresentanti del popolo.

Poi l’Intergruppo affrontó il problema del debito dei paesi del terzo mondo portando all’Onu il grande tema della giustizia sociale e del dialogo tra i popoli. Era una questione affrontata scientificamente dal grande economista Luigi Pasinetti fin negli anni ottanta.
È anche il segno della forza della cultura cattolica e della Cattolica che sa guardare ai problemi planetari privilegiando il bene comune agli egoismi.

Donat-Cattin, il magistero che non tramonta.

Carlo Donat-Cattin è scomparso 30 anni fa ma il suo magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale continua ad essere moderno. Anzi, addirittura attuale. E questo per una semplice ragione. E cioè, quando un leader politico è anche espressione di una cultura politica – e nel caso di Donat-Cattin dotato di un coraggio e di una determinazione non comuni – è quasi scontato che   il suo magistero continui ad essere un punto di riferimento anche per le giovani generazioni. Innanzitutto, per tutti coloro che continuano ad individuare nel cattolicesimo sociale e nel cattolicesimo popolare una risposta concreta ai problemi, a volte drammatici, che si affacciano di fronte a noi. E questo, tra gli altri, per almeno 3 motivi di fondo.

Il primo è la costante nel difendere e nel farsi carico, sempre, delle istanze e delle esigenze dei  ceti popolari. Non nella propaganda elettorale o negli slogan quotidiani, ma nella concreta azione politica. Nel Parlamento come nella società civile, nel partito come nel dibattito culturale. E questo è stato il leit motiv dell’azione di Donat-Cattin nel suo lungo e fecondo magistero politico ed istituzionale. I ceti popolari non vanno mai blanditi o ipocritamente strumentalizzati per fini politici.   I problemi che pongono vanno affrontati e risolti e, su tutto, i ceti popolari – per dirla proprio con Donat-Cattin – “vanno trasformati da ceti subalterni a classe dirigente del nostro paese. E lo strumento per centrare questo obiettivo era il partito.

Ecco perchè, ed è la seconda considerazione, il partito resta lo “strumento democratico per eccellenza” dei ceti popolari e di tutti coloro che si battono per una emancipazione politica, sociale e culturale. E quindi il partito, che non sarà mai un fine dell’azione politica, non può e non deve mai trasformarsi in un “banale partito di opinione” o in un brutale “partito del capo”. E le battaglie, infinite e sempre trasparenti, condotte in prima persona e con la sua corrente della sinistra sociale di Forze Nuove nella Democrazia Cristiana sono sempre e solo state ispirate ad  una concezione, sturziana e popolare, per un “partito di liberi e forti” che “crede nella partecipazione, nel confronto e nella sua rappresentanza democratica e sociale”.

In ultimo, e per fermarsi a 3 sole osservazioni, la centralità dell’ispirazione cristiana come  fermento e stimolo continuo ed incessante nella sua concreta azione politica, sociale e culturale. Una ispirazione cristiana lontana da qualsiasi tentazione clericale ed estranea a qualsivoglia degenerazione confessionale. Ma, nella difesa strenua e precisa della laicità dell’azione politica, si riscontrava anche una profonda e convinta adesione al magistero della Chiesa e, nello specifico, alla dottrina sociale della Chiesa.

Il tutto, come ovvio, condito da un carattere e da una tenacia che lo hanno trasformato, da subito, in un leader politico e di governo autorevole ed indispensabile. E questo perchè,  come ricordarono più volte i grandi leader Dc del passato, Carlo Donat-Cattin rappresentava un pezzo   di società definito e riconoscibile. Un pezzo di società di cui la DC, il suo partito, non poteva farne  a meno nel momento in cui doveva declinare, concretamente, la sua natura di partito popolare, interclassista, di governo e di ispirazione cristiana. E quando Aldo Moro definiva Donat-cattin un “democristiano autentico” o quando Forlani lo collocava tra gli “uomini migliori” prodotti dalla   storia della Dc, ciò avveniva perchè ogni suo gesto tradiva la sua appartenenza all’identità che proprio Aldo Moro nel suo ultimo drammatico discorso faceva risalire agli elementi costitutivi del pensiero politico di Donat-Cattin, cioè alla promozione simultanea tanto della dimensione  religiosa, quanto della dimensione popolare e liberal democratica.

Ma Donat-Cattin appariva un “democristiano autentico” non solo e non tanto perchè nei suoi discorsi sapeva “tenere insieme” tutte queste cose, quanto perchè egli riusciva, con rara lucidità,   a farle convivere nelle sue scelte concrete ovunque fosse chiamato ad operare e ad intervenire. In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin di porre la “questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni. La sua vera ambizione era più grande: egli voleva che nell’architettura amministrativa dello Stato democratico quei ceti e quelle istanze non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo. È sufficiente rileggere un passaggio di un suo intervento al convegno di San Pellegrino nel lontano 1961 per rendersi conto dell’importanza della “questione sociale” nel suo lavoro politico. Diceva, infatti, Donat-Cattin, “non ci può essere una vera politica di sviluppo, quando alla accresciuta diffusione della ricchezza si accompagna una sottile e subdola sottomissione carica dei veleni del benessere, sinonimo di ottundimento e di svuotamento e conferma della alienazione del mondo operaio”.

Come si vede, quindi, l’opera e il magistero di Carlo Donat-Cattin rivelano una ricchezza straordinaria che va studiata sotto ogni aspetto attraverso analisi severe e dettagliate e che vanno riproposte a tutti coloro che ancora condividono i valori e le scelte che furono alla base della sua inconfondibile testimonianza terrena.

Insomma, Donat-Cattin continua ad essere un faro che, grazie alla sua testimonianza politica ed istituzionale, illumina la tradizione del cattolicesimo sociale e popolare nel nostro paese.

Il paese dello zero virgola

Valutando la gestione politica della pandemia, ad oltre un anno dalla sua genesi, il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita si è soffermato – in una recentissima intervista -su due elementi di criticità : la scelta di andare a rimorchio degli eventi, rincorrendoli e la carenza di un’ informazione adeguata, sostituita da una comunicazione dai toni emotivi e dalle ripercussioni ansiogene, sincopata, rapsodica, sistematicamente caduta dall’alto e all’ultimo minuto. Se la classe dirigente del Paese imbocca queste due strade dimostra di non possedere capacità di visione d’insieme, lungimiranza e coordinamento, creando le premesse per una sorta di psicosi collettiva da “sospensione”: di scelte, indirizzi, decisioni che sono elementi costitutivi del binomio competenza- responsabilità e che si riverberano sul piano sociale con comportamenti assoggettati a sentimenti di incertezza e insicurezza, vissuti emotivi di sconcerto.

Quanto dura la chiusura delle scuole? Chi procura i tablet per la DAD? Quando arriva il mio turno per vaccinarmi? Aver imboccato la via dei DPCM a spron battuto ha generato la sensazione di vivere un lungo periodo di sbandamento generalizzato, con atteggiamenti collettivi condizionati dall’inevitabile sensazione di subire gli eventi, anche nelle polarizzazioni opposte delle chiusure e del liberi-tutti- la società ha metabolizzato un vuoto di gestione, foriero di contraddizioni e suggestioni tutt’affatto rassicuranti.  La dimensione planetaria della pandemia ha rotto schemi di alleanze strategiche e indotto gli Stati a seguire vie nazionali di uscita, da questo punto di vista l’Europa non ha funzionato come entità geopolitica unitaria, non è esistita sul piano del coordinamento di scelte condivise: il virus ha disastrato la salute dei cittadini, prodotto ripercussioni economiche rilevanti a livello macro e dei singoli soggetti, le piccole imprese, gli stessi nuclei familiari. 

Ma ha creato fratture nelle istituzioni consolidate o in via di consolidamento: si pensi alle oscillazioni dell’OMS, alle incertezze nell’alleanza atlantica, al prevalere della geoeconomia espansiva della Cina sugli assetti degli equilibri che reggono le sorti del mondo. Forse pochi o nessuno dei decisori politici ha letto il libro Spillover di David Quammen: pubblicato nel 2014 e giunto ai nostri giorni  senza aver prodotto una coscienza ecologica collettiva né aver determinato assunzione di provvedimenti da parte della classe politica, nel nostro Paese e altrove. Si pensi alla gestione delle scuole, delle strutture sanitarie, delle mascherine e in ultimo dei vaccini. Si sapeva che il vulnus sarebbe stata la mutazione genetica del virus eppure questo argomento è stato occultato come si fa con la polvere sotto il tappeto, per poi esplodere in tutta la sua drammatica attualità. Eppure il patto tra Stati, case farmaceutiche e agenzie del farmaco sembrava essere rassicurante: ma le forniture non sono arrivate, i tempi di vaccinazione si allungano a dismisura, alcuni vaccini sono messi in dubbio, si profila una lunga attesa.

Non tutti i capi di governo hanno avuto la scaltrezza di Netanyahu che ha stipulato un accordo diretto con le case farmaceutiche. Mentre l’Europa è cassa di risonanza di conflitti e interessi nazionalistici, qui si è andati avanti in un clima di incertezza e disinformazione devastanti, le ricadute psicologiche sono evidenti e non tacitate dalle ondivaghe rassicurazioni. C’è stata un’enfasi sulle consulenze, le task force, la convocazione di Stati generali, le supervisioni ma spesso scienza e politica non hanno marciato affiancate: la sensazione è stata quella di un navigare a vista tra un DPCM e l’altro, senza una visione, un padroneggiamento, cedendo alle lusinghe dei bonus e degli eccessi di annuncio: troppi esperti, troppi opinionisti senza idee e conoscenze scientifiche, troppe ciarle e soprattutto una grande confusione di competenze hanno rallentato processi organizzativi che avrebbero dovuto essere gestiti con razionalità.

Scrive Quammen nel titolo del suo ultimo libriccino: “Perché non eravamo pronti” e non è una domanda ma una spiegazione. Quando una classe dirigente non afferra saldamente le redini del Paese si avverte un vuoto di potere ma ancor prima di cultura, consapevolezza, senso della realtà disarmante.

Riflettendo sulle valutazioni di De Rita si deve prender atto che una politica acefala che decide senza conoscere e comunica senza informare porta allo sbandamento sociale: paghiamo il prezzo di una impreparazione inaccettabile e colpevole, che ha generato la metodica dei pannicelli caldi, la confusione totale sulle competenze (si pensi ai conflitti Stato/Regioni, alle zone colorate e alla sovrapposizione di ordini e contrordini): una pandemia non può essere domata con un DPCM alla settimana, ogni provvedimento assunto con questa logica produce effetti inconsistenti e uno spaventoso disorientamento collettivo, spingendo la gente al delirio della solitudine senza approdi, delle domande senza risposta.

Questa logica va spezzata, di fronte alle evidenze e con il cambio di Governo. Si è chiesto a Draghi un sacrificio ma senza l’aiuto di tutti lo sforzo è immane: troppo forte il condizionamento dei partiti a loro volta lacerati da mille contraddizioni e da una bramosia di potere francamente inaccettabile. 

Mattarella aveva chiesto un Governo di “alto profilo”, ci ritroviamo – a parte Draghi- con una compagine di “altro profilo”. Forse è un problema insuperabile se conoscenza, coraggio e umiltà (le tre virtù laiche dell’ex Presidente BCE) non prendono il posto di incompetenza, cinismo e presunzione. Il vuoto politico è palpabile, il premier ci metterà tutto il suo know how ma la miopia dei partiti mischiata in un impasto devastante di alterigia, primazie e questioni di poltrone tiene banco e detta regole e ricatti. Non si può andare avanti con provvedimenti che durano una settimana, basandosi sulle oscillazioni dello “zero virgola”: a cosa serve chiudere tre giorni se poi si fa il contrario nei gg successivi?  La strategia di gestione durante il periodo natalizio è stata significativamente nefasta: due giorni si, tre giorni no ed è proseguita con la logica delle zone colorate e delle regioni dei “governatori”: il Governo nazionale prende una decisione che è subito smentita o capovolta a livello regionale, una frantumazione del Paese che ci fa tornare al periodo pre-risorgimentale.

Eppure la logica degli algoritmi e dei tavoli di confronto dove tutti devono essere rappresentati e dire la loro continua: ma chi comanda in Italia, il Paese europeo con il maggior numero di leggi e il minor numero di certezze? Non si può chiudere un’attività produttiva, una scuola, blindare i cittadini per uno 0,1 in più o in meno: è una scelta che maschera dietro i numeri l’incapacità di scelte coraggiose e di fondo, anche impopolari. Chiudere le scuole è una ferita per il Paese: culturale, economica, sociale. E gli alunni soli a casa davanti allo schermo sono una sconfitta per la pedagogia anche se ce lo chiede la scienza. Ma chiudere 15 gg e poi riaprire per 2 gg, prima degli altri 6 gg di vacanze pasquali è una scelta illogica: a cosa serve rimettere in moto mense, trasporti, assembramenti per soli 2 gg se poi c’è la pausa pasquale?  Draghi tesse una tela con mani sapienti ma ha bisogno del sostegno della politica. A chi tocca dire alla gente come stanno le cose? Siamo alla terza fase: quante ancora ne verranno? C’è chi si contenta e chi si dispera per scostamenti percentuali insignificanti. Troppi sapientoni con la ricetta in tasca si presentano in TV e ripetono formulette per mentecatti, come un alunno delle elementari che recita le tabelline contando con le dita.

Dovremmo esser rassicurati da tali parole? Quante cose sono state dette e poi regolarmente smentite?

“Queste indicazioni – l’ecologia, la transizione, la riconversione, la digitalizzazione– sono frutto di una genericità di approccio. Per carità, sono tematiche anche serie. Tradotte tuttavia a programma di lungo periodo nella società non funzionano, salta tutto. Perché la società ha bisogno di evoluzioni lente e in qualche modo partecipate”: queste parole di De Rita ci ricordano che abbiamo vissuto troppe stagioni di promesse mentre sottotraccia la Storia seguiva il suo corso.

“Può durare per un periodo limitato, se però per troppo tempo la politica detta le regole del “noli me tangere” e dei distanziamenti, allora io preferisco la metafora del popolo in “trance” rispetto al meccanismo artificiale del comando della truppa”. Draghi chiama ad un senso di responsabilità collettivo.

Andare avanti così non può durare a lungo, sembra dunque necessario sciogliere un antico dilemma che affligge noi italiani, in primis i politici di ogni colore: siamo uomini o caporali?

Non è uno scherzo perché dalla risposta dipende il nostro destino.

L’alfabeto e i numeri delle farfalle

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
È certo che l’universo ha un linguaggio fatto di segni, di colori, di luci, di suoni, di radiazioni, di geometrie, di forze elettromagnetiche… ma mai avremmo potuto immaginare che le lettere dell’alfabeto e i numeri utilizzati universalmente dagli umani potessero essere impressi sulle ali delle farfalle.
È quello che ha scoperto il fotografo naturalista norvegese Kjell Bloch Sandved (1922-2015).
Studiando le innumerevoli foto fatte alle farfalle e alle falene, Sanved ha notato in alcune ali una somiglianza con i numeri e le lettere dell’alfabeto.
Attraverso un’accurata ricerca, è così giunto a realizzare una composizione di ali contenenti le 26 lettere dell’alfabeto latino e i numeri arabi da 0 a 9.
La composizione non solo è stupefacente e bellissima, ma solleva pensieri profondi sulla natura e unità dell’universo.
Indipendentemente dalla fede nell’esistenza di un Creatore, risulta evidente che la Natura risponde a un disegno intelligente ed armonico, coerente e bellissimo.
A questo proposito, scrisse Galileo Galilei: «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile intenderne umanamente parola…».
Le lettere dell’alfabeto e i numeri rappresentano la geometria del mondo dei segni, la base della semantica che permette l’articolarsi delle parole e del calcolo matematico, ed è impressionante scoprire che essi esistevano prima ancora d’essere immaginati dagli umani.
Che gioia scoprire la bellezza e l’intelligenza dell’universo! Che meraviglia scoprire che la creazione non finisce mai di stupirci!

In memoria della prof.ssa Ombretta Fumagalli Carulli

Da tempo, come colleghi e come amici, sapevamo che la malattia di Ombretta non lasciava speranze di potere averla a lungo ancora vicina a noi, gioire per il suo sorriso, apprezzare il suo equilibrio di giudizio, trarre conforto e stimolo dalla sua fede semplice ed esigente al tempo stesso.

Tante sono le cose che potrebbero essere di lei evocate: la finezza dell’analisi giuridica; la determinazione combinata con il rispetto integrale per l’interlocutore; il coraggio nell’affermazione di un punto di vista che poteva talvolta apparire di retroguardia ad un osservatore superficiale; l’ironia capace di applicarsi anche a sé medesima.

Vorrei ricordarla sottolineando, tra le tante, due caratteristiche di Ombretta che mi hanno sempre particolarmente colpito durante la nostra lunga amicizia, maturata soprattutto nell’ultimo quindicennio.

La prima è l’eleganza e la sobrietà dello stile, si trattasse di una riunione di lavoro o di una serata di festa, di un’occasione lieta o di un momento triste. Per lei forma e sostanza si sostenevano e si intrecciavano con modalità davvero mirabili, tanto da fare pensare che quell’eleganza fosse qualche cosa di innato piuttosto che il risultato di un progressivo lavorio e affinamento interiore, al quale non era probabilmente estranea la disciplina di studio cui ha dedicato la sua vita accademica, il diritto canonico.

La seconda caratteristica è la passione per il bene comune, coltivata e rafforzata nel corso dei suoi numerosi incarichi istituzionali (come parlamentare, sottosegretaria di Stato, membro del Csm) e poi riversata nell’esperienza didattica, nella vita familiare, persino nei periodi di vacanza trascorsi nella “sua” Varigotti. Bene comune che per lei, sulla scia di una tradizione robusta e illustre, è il bene di tutti e di ciascuno, dunque qualche cosa di diverso dal mero interesse generale, che può condurre talvolta a sacrificare il bene di ciascuno.

Nell’album dei ricordi, che in questi momenti inevitabilmente si affollano al pensiero, è dominante per me il sentimento di riconoscenza e gratitudine per avere potuto gioire della sua amicizia, tangibilmente dimostrata in ogni occasione. Non posso non ricordare l’attenzione con la quale Ombretta ha seguito i miei sette anni di servizio nelle istituzioni, sia al ministero della salute, sia alla commissione parlamentare per le questioni regionali, sia al Consiglio superiore della magistratura. Relativamente a questo ultimo, la sua affettuosa insistenza fu determinante per indurmi ad accettare nel 2016, dopo la morte di Giovanni Conso, la presidenza dell’Associazione Vittorio Bachelet, che da quarant’anni opera all’interno e in collaborazione con il Csm per promuovere una cultura della giurisdizione ispirata al pensiero del grande giurista assassinato nel 1980 dalle Brigate rosse: Ombretta è stata componente del Comitato di presidenza dell’Associazione sino a quando le condizioni di salute gliel’hanno consentito, esercitando in essa le sue tanti doti di consiglio, di equilibrio e di esperienza istituzionale. Per non parlare dell’attenzione e della delicatezza nei rapporti di colleganza universitaria. Come quando mi propose, all’atto di essere collocata a riposo, di occupare la sua stanza in Università Cattolica, con una splendida vista sulla basilica di Sant’Ambrogio: gli impegni istituzionali che sarebbero sopraggiunti mi impedirono poi di attuare il progetto, ma ricordo molto bene la gioia che provai nel sentirmi accolto in un Ateneo così importante nella mia storia personale. O quando, nella sua qualità di direttore della rivista Jus, mi richiese di scrivere un impegnativo articolo sul modello costituzionale italiano di famiglia.

Vorrei infine dire una parola sulla sua impostazione culturale e scientifica (meglio di me lo faranno i suoi colleghi di materia e i suoi allievi), evocando un passaggio conclusivo di uno dei suoi ultimi scritti, dedicato al matrimonio in Italia tra dimensione religiosa e secolarizzazione: “Non tanto il diritto e i suoi strumenti, ma la testimonianza personale, il costume sociale e la pastorale teologica hanno un ruolo decisivo nell’affrontare e vincere le sfide della secolarizzazione”. Ecco, in questa breve citazione ritrovo tutta intera la professoressa Ombretta Fumagalli Carulli, la sua sobrietà, il suo buon senso, la profondità del pensiero.

E’ l’Italia il paese con più anziani

Da un’analisi Eurostat emerge che Nel 2020, il 20,6% della popolazione dell’UE ha un’età pari o superiore a 65 anni; 3 punti  in più rispetto ad un decennio prima. 

Negli Stati membri dell’UE, la quota più elevata di anziani sulla popolazione totale nel 2020 è stata osservata in Italia (23,2%), seguita da Grecia e Finlandia (22,3% ciascuna), Portogallo (22,1%), Germania (21,8%) e Bulgaria (21,6%). Le quote più basse sono state registrate in Irlanda (14,4%) e in Lussemburgo (14,5%).

A livello regionale, le quote più alte di anziani sono state riscontrate a Chemnitz (29,3%) in Germania, seguita dalla Liguria (28,7%) in Italia, dall’Epiro (27,3%) in Grecia, dal Limosino (27,1%) in Francia e dalla Sassonia-Anhalt (27,0%) in Germania. Le quote più basse sono state registrate in due regioni d’oltremare della Francia: Mayotte (2,7%) e Guyana francese (6,1%) e la regione autonoma spagnola di Melilla (11,1%).

Per la pandemia recuperati dall’Italia cospicui fondi Ue non spesi

L’Italia, con oltre 5,5 miliardi di euro, è il Paese che ha riprogrammato il più alto importo di fondi strutturali europei per fronteggiare la pandemia. È quanto si evince dai dati pubblicati dalla Commissione europea sull’andamento delle due iniziative, denominate CRII e CRII+, messe in campo dall’Ue per fronteggiare la crisi economica e sanitaria causata dall’emergenza Covid.

Il pacchetto CRII non prevede risorse finanziarie aggiuntive, ma dispone una maggiore flessibilità per le risorse esistenti e non spese, con la possibilità di indirizzarle laddove c’è più bisogno, con l’obiettivo di sostenere il sistema sanitario, l’economia e i cittadini. Gli Stati membri hanno fatto ampiamente ricorso alla flessibilità concessa dai due strumenti. Al 3 marzo, in tutta l’Ue sono stati riprogrammati 21,7 miliardi di euro, di cui 11,1 a sostegno dell’economia, 7,2 per il sistema sanitario e 3,4 per i cittadini, in particolare lavoratori e gruppi vulnerabili.

L’Italia ha apportato importanti modifiche a quasi tutti i suoi programmi, privilegiando soprattutto il settore economico. Il nostro Paese ha destinato più di 2,8 miliardi di euro per aiutare le imprese specie nel Mezzogiorno attraverso sovvenzioni (626 milioni di euro) che sono andate a beneficio di oltre 379mila PMI, e prestiti agevolati (2,2 miliardi di euro) che hanno sostenuto più di 145mila PMI. L’Italia ha poi riprogrammato oltre 1,4 miliardi di euro destinati al sistema sanitario: si tratta del secondo importo più alto dopo la Spagna. Lazio, Lombardia e Campania sono le regioni che hanno mobilitato più risorse verso il settore sanitario. Tali risorse sono state impiegate principalmente per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale, attrezzature mediche e farmaci per il trattamento del Covid. Il Fondo sociale europeo è stato invece quello cui gli Stati membri Ue hanno principalmente attinto per finanziare servizi di protezione sociale, azioni a sostegno di gruppi vulnerabili e per il mantenimento dei posti di lavoro. L’Italia è stata ancora una volta il Paese ad aver riprogrammato l’importo più elevato, oltre 1,3 miliardi di euro.

Tra le novità introdotte dal pacchetto CRII, vi è anche la possibilità per gli Stati membri di trattenere i fondi non spesi anziché rimborsarli alla fine dell’esercizio contabile annuo. In questo modo gli Stati membri hanno usufruito di 7,6 miliardi di euro di pre-finanziamenti da destinare al contrasto della pandemia, una misura di cui ha beneficiato in primis la Polonia, seguita da Spagna e Italia. Una delle misure più popolari è stata poi l’uso del tasso di cofinanziamento Ue al 100%, applicato alla maggior parte dei programmi modificati. In Italia 40 dei 51 programmi rientranti nella politica di coesione sono stati finanziati in via temporanea con risorse esclusivamente europee.

Covid: colpisce i malati di tumore in maniera più aggressiva

Dei centomila morti per Covid-19 in Italia circa il 16% sono persone con una storia di tumore. Di fronte all’inizio della terza ondata questi pazienti, se colpiti dal virus, rischiano di più a livello di complicanze gravi e ospedalizzazione.

Per questo sono state inseriti, secondo le raccomandazioni ministeriali, tra le categorie da vaccinare con priorità nella seconda fase del piano vaccinale.

È  noto infatti che gli individui  fragili e con comorbilità (malattie pregresse) sono esposti a un rischio significativo di sviluppare complicazioni potenzialmente fatali della COVID-19, l’infezione provocata dal patogeno pandemico.

Alcuni tumori, inoltre, vengono trattati con terapie e farmaci in grado di sopprimere l’efficacia del sistema immunitario, che è fondamentale per contrastare l’invasione degli agenti patogeni responsabili delle malattie infettive.

Sergio Mattarella: “Una data, quella del 16 marzo 1978, incancellabile nella coscienza del popolo italiano”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 43° anniversario del rapimento di Aldo Moro, ha deposto una corona di fiori in via Mario Fani dove le Brigate Rosse sequestrarono l’allora Presidente della Democrazia Cristiana uccidendo cinque agenti della sua scorta.

Nell’occasione ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Ci separano quarantatré anni dal disumano assassinio in Roma, ad opera dei terroristi delle brigate rosse, di Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino.

Difensori dello Stato di diritto, della libertà e della democrazia della Repubblica, pagarono con la vita il mandato loro affidato di proteggere Aldo Moro, statista insigne, presidente della Democrazia Cristiana, il cui calvario sarebbe durato sino al successivo 9 maggio quando il suo corpo venne fatto ritrovare in via Caetani.

Una data, quella del 16 marzo 1978, incancellabile nella coscienza del popolo italiano.

Lo sprezzo per la vita delle persone, nel folle delirio brigatista, lo sgomento per un attacco che puntava a destabilizzare la vita democratica italiana, rimangono una ferita e un monito per la storia della nostra comunità.

Sono vite strappate agli affetti familiari da una violenza sanguinaria, sono lacerazioni insanabili. Alle vittime va un pensiero commosso e ai familiari la solidarietà più intensa, che il trascorrere degli anni non ha mai indebolito.

La democrazia italiana venne privata, in quell’agguato, di uno dei leader più autorevoli e capaci di visione. Il corso della storia repubblicana ne fu segnato.

In quei terribili giorni si fece strada un forte sentimento di unità, diffuso nel Paese e che fu decisivo per isolare le bande del terrore, per respingere i loro folli progetti e le insinuazioni della loro propaganda.

Una unità che si tradusse in più avvertita responsabilità verso il valore delle istituzioni democratiche, garanzia delle libertà scolpite nella Costituzione».

Antoine-Jean Gros: tra Neoclassicismo e Romanticismo.

Parigi 16 marzo 1771 nasce Antoine-Jean Gros. Da allora sono passati 245 anni…

Grande artista francese di studi accademici neoclassici presso la scuola di Jacques-Louis David, di cui (a detta dello stesso Maestro) egli fu il migliore e più fidato allievo. Gros è portato da David all’età di 12 anni da suo padre, Jean-Antoine, pittore e miniaturista, amico di molti artisti, trasferitosi verso la fine degli anni ’50 da Tolosa, sua città natale, alla “ville lumiere”. Questo desiderio paterno coincide con una forte ispirazione artistica del piccolo Antoine-Jean sorta allorché vede, appena dodicenne, al Louvre durante l’esposizione del 25 agosto 1783, Il dolore e i dispiaceri di Andromaca sul corpo di Ettore, suo marito, dipinto di David, personaggio cui il giorno dopo è presentato. Ne comincerà a frequentare l’atelier due anni dopo, a seguito del rientro del grande artista dall’Italia.

Il rapporto di Gros col clima neoclassico è riconoscibile in una delle sue prime opere su commissione: La Repubblica. Il dipinto (oggi a Versailles) fu eseguito a Genova nel 1795 per il locale Consolato francese, in occasione della sua prima visita in Italia, effettuata per conoscere e studiare l’arte del “bel Paese” e frequentare la cerchia di Napoleone, astro nascente della politica europea. La “Repubblica” è simboleggiata da una figura femminile accampata per intero al centro della tela in atteggiamento solenne. Un’immagine più autoritaria (si consideri la lancia che brandisce nella mano destra) che benevola e che contrasta con il luminoso seno destro ampiamente scoperto (quasi a rievocare il classico soggetto della “carità romana). L’abilità descrittiva e il virtuosismo cromatico confermano la lezione prontamente appresa alla scuola di David. Pur prendendo le mosse dalla Minerva romana (come, d’altra parte, avevano fatto diversi artisti come J.-B. Wicar, al di cui lavoro Gros deve avere guardato) l’iconografia guerriera e lo stemma grosiano appaiono sostanzialmente inventate, eludendo così la specifica tradizione iconografica, non senza qualche attenzione alle vignette rivoluzionarie del Direttorio. Questo fatto comprova il temperamento rude, spontaneo, e comunque sensibile ed educato del pittore. I soggetti mitologici e allegorici che realizza, pur nel rispetto della tradizione, rispondono alla condizione emotiva dell’autore e non tanto all’ “oggettivismo” davidiano o al distaccato stilismo ingresiano. 

I temi innovatori della morte e la tensione, che rendono non soltanto il senso dell’angoscia e dell’ineluttabile, ma anche lo sconfinamento allegorico, sono elementi predominanti in molti schizzi e disegni di fine Settecento. Tra tutti Young vicino al cadavere della figliastra morta del 1793, in cui i soggetti si fanno emblematici fino ad anticipare atteggiamenti preraffaelliti e simbolisti. Ad esso deve aver guardato Girodet nel suo dipinto La deposizione di Atala nella tomba del 1808. Del primo periodo mitologico-allegorico spicca un dipinto del 1798 carico di pathos coinvolgente: La morte di Timofane, conservato al Louvre. La colonna centrale produce una doppia quinta, sulle tracce di Masaccio, così che la scena di sinistra, in cui i soldati uccidono con efferatezza pari alla Strage degli innocenti di Raffaello, sembra temporalmente e spazialmente distante. In essa, inquadrato nell’arco, Timoleone esprime, con forte tensione muscolare e pudore del viso quasi celato, la lacerazione tra il bisogno etico di salvare la patria dalla tirannia invocata dal fratello e il dolore straziante per la di lui inevitabile morte. Questo “assolo” di Timoleone è sottolineato da uno studio preparatorio dello stesso anno, nel quale il segno si dibatte tra la marcatura dei contorni delle gambe e la levità del tracciato nell’alternare l’andamento reale dell’abito e lo sviluppo virtuale dato dal movimento della figura. Timofane cattura i tre quarti dell’attenzione dell’osservatore per l’aggressione che sta subendo e per il dramma che esprime il suo corpo abbandonato quasi a mo’ di una deposizione, alla stessa maniera di quanto accade al personaggio riverso e sostenuto a stento sulle proprie ginocchia in Bonaparte visita gli appestati di Jaffa. In La morte di Timofane la struttura della composizione tiene conto dei pattern triangolari di derivazione davidiana (ad esempio nel Il giuramento degli Orazi del 1784), ma Gros, col dolore di Timoleone, accentua ancor più il suo allontanamento dal classicismo di maniera. 

Se si guarda con attenzione nell’opera di Gros, oltre le tesi consolidate, ci si accorge come egli rappresenti pienamente (come artista e come uomo) le spinte del movimento romantico nascente, in cui emozione e razionalità si alternano alla ricerca del sublime, del senso della vita, di quell’armonia che pone in relazione l’esistenza umana ed il divenire dello spirito.

Solitamente, Gros è citato nei testi canonici di storia dell’arte soprattutto come il cantore dell’immagine trionfante di Napoleone. Bonaparte al ponte di Arcole (1796), La battaglia di Abukir (1806), La battaglia di Eylau (1808), Bonaparte visita gli appestati Jaffa (1804) sono solo alcuni dei numerosi capolavori dipinti dall’artista. 

Secondo ricostruzioni storiche, si intuisce che l’incontro tra l’artista e Napoleone era stato patrocinato da Giuseppina Bonaparte alla quale Gros era stato presentato nel 1796 a Genova. Si narra di un viaggio in carrozza che Giuseppina fece proprio con Antoine-Jean da Genova a Milano, un tragitto che consolidò un’amicizia destinata a durare per l’intera loro esistenza. L’incontro tra l’artista e Bonaparte avviene a Milano, a palazzo Serbelloni, nel novembre di quello stesso anno. “Cosa posso fare per voi?” – gli chiede il Generale, già informato del valore di quell’allievo di David (da Napoleone immensamente stimato). Gros in verità raramente ha dimostrato spirito di iniziativa, temperamento forte e determinazione. Ma in quella occasione è brillante e risponde prontamente: “Il vostro ritratto, Generale”, e così dicendo si assicura fama, gloria e sicurezza economica. Seguirà una serie di ritratti, tra cui il già citato e famoso Bonaparte al ponte di Arcole, che costituisce la prima forte proposta “deviante”. Da qui il grande interesse di tutti i giovani artisti del tempo. Antoine-Jean, non ancora affermato, con quest’opera fa conoscere il suo talento e di lì a poco, nel 1801, sconvolge gli animi sopiti degli artisti accademici e gli ardimenti dei più giovani assetati di novità. Quell’anno, Napoleone indice un concorso per un dipinto nel quale glorificare e perpetuare la vittoria riportata dalla propria armata contro la coalizione di turchi e arabi. Due anni dopo, la battaglia di Nazareth dell’otto aprile 1799 ha il suo pittore-eroe. Il premio viene vinto da Antoine-Jean Gros. Su quel tema egli realizza uno schizzo ad olio fatto con energia e scioltezza: il generale Junot, risalta tra la fanteria francese e alleata ed i dragoni del XIV° reggimento dispiegati nella battaglia: un gruppo bellissimo sui quali dominano i cavalli pieni di ardore.

L’artista diventa il “suiveur” di Napoleone e rappresenta le sue battaglie in spettacolari dipinti, ricchi di movimento e particolareggiati nella narrazione. Tuttavia, il rapporto con Bonaparte non è sempre armonico. La sua personalità, coerente ed autentica, gli impedisce di essere il mero glorificatore di Napoleone e costui lo intuisce, passando da slanci di riconoscenza ed amicizia ad allontanamenti istintivi, atteggiamenti tipici del suo despotismo. Probabilmente ne ha anche una riprova quando Gros riceve da lui la delega fiduciaria (primavera 1797) – nell’ambito di un’apposita commissione – di raccogliere in Italia oggetti d’arte da spedire in Francia. Egli accetta l’incarico senza entusiasmo, anzi manifesta delle remore seppur non esplicite (per un’azione che reputa una illecita sottrazione) fugate tuttavia dal tono cortese, ma deciso del suo “capo”. Del resto, egli non può rifiutare l’incarico anche per ragioni di sussistenza della sua famiglia (aveva lasciato a Parigi la madre e la sorella minore in stato di indigenza; il padre era morto quattro anni prima). Ma, ben presto, Napoleone si rende conto che il giovane pittore non espleta l’incarico al meglio. Riferisce Tripier Le Franc che il sindaco di Perugia e i notabili della città pregarono Gros di essere clemente circa la quantità delle opere del Perugino da sottrarre, offrendogli in cambio la somma di 30.000 franchi. La risposta fu gentile, ma perentoria: “En vous méprenant sur l’honorabilité de mon caractère, vous vous êtes aussi mépris sur mes intentions à l’égard de vos tableaux. Je ne viens pas enlever vos chefs-d’oeuvre; je viens seulement vous demander deux ou trois Pérugin ce nombre suffira au désir de Bonaparte et à la glorie du musée français”. La commissione guidata da Gros resta in carica fino al settembre 1797. Da allora (e fino al luglio dell’anno successivo) arriva da Parigi, una seconda commissione ben più agguerrita e “rapace”. I suoi membri, tra i quali Dannou, Florent, Vicar, Thouin, a differenza del loro predecessore, s’impossessarono di ventidue quadri del Vannucci. 

Carattere insicuro, Gros aveva visto in Napoleone un riferimento (esistenziale e professionale). Ma ciò non arriva al punto di fargli tradire i suoi principi e rinnegare il suo vero interesse che resta “la pittura per la pittura”. Napoleone, probabilmente, coglie tutto ciò, rendendosi conto che Antoine-Jean, pur restando un fedele ammiratore, non lo è tanto da piegarsi totalmente alla sua volontà. 

Dopo gli anni vissuti in Italia, l’artista aveva fatto la sua prima apparizione ufficiale al Salone parigino del 1801. Espone due opere: Napoleone al ponte di Arcole e Saffo a Leucade. In quell’occasione, per quanto plauso riceva per il segno libero e l’ardimento compositivo espressi nel ritratto del Bonaparte, l’autore vive uno dei suoi primi grandi sconforti poiché nessuna attenzione riceve per Saffo a Leucade. Vi aveva riversato tutto se stesso, lo slancio istintivo ed il temperamento romantico, mettendo ai margini la formazione neoclassica e l’esempio specifico davidiano. I modi espressivi ed il tema sono infatti romantici. È uno dei pochissimi casi (forse il solo) carico di tanta evidenza, in cui Gros offre al suo originale temperamento l’occasione di un soggetto appropriato. Ciò a dispetto del fatto che, per tutto il secondo decennio dell’Ottocento, non era ancora sorta la consapevolezza di una chiara distinzione tra temi classici e temi ‘romanzi’. Conseguentemente, gli artisti attingevano spunti da entrambi come, per esempio, Fussli e Blake. Per Gros affrontare il tema di Saffo acquista un significato intrigante. Si tratta di un’occasione languida, oltre che poetica, di una coincidenza perfetta (finalmente) tra conoscenza e sentimento della pittura. Simile nell’atmosfera risulta il quadro Christine Boyer (1800 c.): fantasma serale uscito dal sepolcro sull’isolotto appena a riparo dalla cascata, a seguire con lo sguardo il cespo di rose trascinato via dalla corrente. Un quadro emblematico che sembra già aprire i discorsi verso Runge, il Romanticismo e perfino verso il simbolismo preraffaellita. Christine Boyer, moglie precocemente scomparsa di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, è ritratta post-mortem in atteggiamento pensoso ed inquieto più che angosciante (personalmente, non escludo trattarsi del ritratto di Josephine di Beauharnais, immersa nella sua malinconia e immortalata nel paesaggio che fa da sfondo alla figura femminile campeggiante in primo piano).

Si è già accennato al carattere sostanzialmente debole di Gros, alle sue lacerazioni interiori, malgrado un temperamento ardimentoso, estroverso, elegante e accattivante. David resterà il suo riferimento, ma anche il suo limite ed il Maestro non l’aveva capito, o non lo aveva voluto capire. Infatti, Jacques-Louis si inorgogliva ogni volta che Gros riscuoteva successo e allori, come quando (secondo quanto riferisce Delécluze), all’esposizione del 1806, i vari pittori appesero una simbolica palma sopra il quadro Bonaparte visita gli appestati di Jaffa. “È fuor di dubbio -commenta il critico- che, dopo David, Gros è il pittore che ha maggiormente influenzato le dottrine e la pratica degli artisti contemporanei”.

Con l’esaurirsi del periodo napoleonico, e cioè con l’opera L’imperatore Napoleone arringa i suoi generali e l’armata prima della battaglia delle piramidi del 1810, l’artista si lascia andare (ad esclusione di alcuni ritratti prettamente ottocenteschi) ad una produzione mitologico-classicheggiante, canonica e fiacca. Ciò anche perché ha accettato l’incarico di dirigere la scuola di David al posto del Maestro esiliato. 

Nel periodo che va dalla metà degli anni ’10 al 1835, Gros riceve alte onorificenze e incarichi, in Francia e in Italia. Anche nel periodo della Restaurazione gli sono commissionati diversi dipinti e ritratti dalla Camera dei Deputati, come nel caso del Ritratto della Duchessa d’Angoulême (1816). Ma il massimo impegno verso i reali l’artista lo riversò ne La partenza di Luigi XVIII dal castello Tuileries la notte del 20 marzo (1816) e nel dipinto Imbarco della Duchessa d’Angoulême a Pauillac (1816-1818). 

Gros stava vivendo un periodo di crisi ed è chiaro che, con i tre dipinti presentati al salone del 1835, fece il massimo sforzo nel tentativo di risollevare le proprie condizioni psicologiche ancor prima che professionali. Sotto l’aspetto artistico, egli sente di essere stato sorpassato dalle nuove leve. Viene anche allontanato dai fautori del classico, che tuttavia erano riusciti a dare alla loro tendenza nuove impronte e direzioni. In tal senso, è significativo il fatto che gradatamente molti allievi del grande “peintre d’histoire” si trasferiscano alla scuola di Ingres. 

Sul piano psicologico, finita l’epopea napoleonica, in cui aveva dato il meglio di sé, Gros vive il dramma della perdita di Napoleone, che era sempre stato per lui un importante sostegno. Probabilmente i posteri si sarebbero aspettati una virata nell’impegno artistico, quanto meno nel senso di uno sviluppo più determinato e audace dei motivi innovatori che pure aveva precedentemente espresso. Invece, il carattere ardimentoso e la genialità non erano più sorretti da una adeguata forza, soprattutto psicologica.

Antoine-Jean Gros viene trovato a Bas-Meudon nella Senna privo di vita, suicida, il 26 giugno 1835. Si era assentato da casa il giorno prima al mattino. Fragilità emotive conducono Gros al gesto fatale: contrasti profondi ed una chiara incomunicabilità tra Gros e sua moglie, che gli impedisce di vedere la propria figlioletta naturale Cécile-Françoise Simonier. 

Le sue spoglie riposano nel cimitero del Père-Lachaise di Parigi, visitate da tutti coloro che continuano a riconoscere la sua integrità morale e la straordinaria statura artistica.

Unità d’Italia: solidarietà o esclusione?

Ci avviciniamo ai 160 anni dell’Unità d’Italia, che nel 2021 cadono in piena pandemia e senza eventi pubblici o manifestazioni di piazza. Chi scrive ricorda bene i fasti di dieci anni fa, quando su iniziativa dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il 17 marzo 2011 fu considerato un giorno festivo, ricco di convegni e cerimonie nelle principali città italiane.

Cosa resta oggi di quel clima? Ben poco, nel Paese prevalgono perlopiù stanchezza e disillusione.

Proviamo allora, in questa sede, a riflettere brevemente sul concetto di Stato e di nazione.

Gli Stati si formano, si trasformano e talvolta muoiono: le nazioni invece – come ebbe a dire Papa Benedetto XV nel luglio 1915 – “le nazioni non muoiono mai”. E anche quando, dopo ogni conflitto, è sembrato possibile superare questa condizione, si è sempre trovato nell’immigrato e nello straniero l’oggetto grazie al quale ritrovare la propria “identità”, parola magica che starebbe a sorreggere tutto l’impianto teorico dei “nazionalismi” (di qualsiasi provenienza). Le identità sono potenzialmente infinite: al limite, tante quanti gli esseri umani che vivono sullo stesso pianeta. Partendo da questo dato, abbiamo creduto di trovare facilmente elementi identitari comuni, che ci avrebbero aiutato a dimostrare che tutti gli esseri umani sono uguali e hanno diritto a veder rispettati i loro diritti fondamentali; ma viceversa abbiamo dovuto constatare che troppe identità (ovvero troppe diversità) non sono riuscite a trovare un ruolo totale e cosmopolitico, così che a molti è sembrato più saggio tornare a tracciare confini, raggruppare coloro che si intendono e soprattutto tenerli separati da quelli con i quali non si intendono.

E allora perché non proporsi anche di recuperare vecchie logiche di confine, ripristinare muri, fili spinati e check points? In altre parole, “separandoci” visto che il movimento opposto ha prodotto così tanti disagi? Storicamente il concetto di “nazione” ha creato certi disagi (guerre civili, secessioni, conquiste, separatismi, ecc…) ma ha avuto anche una funzione importante nella vicenda della progressiva formazione degli Stati e in quella della loro interdipendenza, liberazione, possibilità di autogovernarsi. Ad esempio, in Vietnam non sarebbe stata scritta una delle pagine più importanti della storia di liberazione coloniale se la nazione non avesse avuto la forza trainante e coesiva che ebbe. Così fu per l’Algeria e per tutti quei Paesi (circa una cinquantina) che negli anni ’60 del Novecento raggiunsero l’indipendenza. Si tratta, in ogni caso, di vicende che perlopiù si consumano e terminano nel momento di conseguimento del risultato.

Se così non è, se cioè il mito nazionale sopravvive al conseguimento della nazionalità, ciò ha spesso finito per causare più danni che risultati. Il caso italiano è esemplare: l’unità italica non fu il prodotto di grandi slanci ideali, o meglio lo fu soltanto in parte: una volta costituita in Stato e nazione indipendente, si alleò addirittura con gli ex nemici dell’impero austroungarico. Da alleata di questi ultimi, finì per entrare nella “Grande Guerra” contro di essi. Il primo dopoguerra fu noto soprattutto per la “vittoria mutilata” e il nazionalismo diventò uno dei miti simbolici su cui il fascismo costruì il consenso interno e la sua immagine internazionale. Soltanto dopo la seconda guerra mondiale l’Italia approda finalmente a un sentimento sovranazionale che ne fa uno degli attori principali (oltre che uno degli Stati fondatori) dell’attuale Unione Europea. Il cui europeismo è ancora oggi uno dei tratti principali del Paese.

La chiave di lettura di questa riflessione sta dunque nell’internazionalità che supera il localismo, nel riconoscimento reciproco tra popoli, razze, lingue e culture che si integrano, nell’accettazione di norme giuridiche comuni rivolte a produrre gli strumenti di regolazione per le esigenze della vita associata. Avrebbe, tutto ciò, conseguenze negative o destabilizzanti? Non proprio, perché in realtà non si tratta di modificare gli Stati o i loro confini, né di suscitare o esasperare confitti ma di sopirli, superandone le motivazioni. Si tratta di guardare ad altro: dalla nazione allo Stato, dallo Stato alla democrazia e dalla democrazia alla pace. Sappiamo bene che non si tratta di nulla di prossimo (e forse neppure di probabile) ma se almeno i nostri strumenti di analisi ci consentissero di capire meglio il mondo in cui viviamo, forse anche le nostre contraddizioni attuali (chiusure o aperture) potrebbero essere vissute, elaborate e talvolta perfino risolte in modo pacifico. Cioè democratico.

Un nuovo modello di sviluppo

“Un nuovo modello di sviluppo”. L’ultima riflessione di papa Francesco su questo tema non può cadere nel silenzio generale in un momento grave per l’umanità.

Soprattutto la politica deve riflettere su un dato concreto che riguarda il futuro: questa crisi dovuta alla pandemia ha già cambiato il mondo nelle sue diverse forme di vita sociale.

In altre parole, il mondo non sarà più come prima ed è necessario interrogarsi oggi su come costruire una nuova idea di sviluppo sostenibile che archivi definitivamente stili di vita legati soprattutto all’economia.

Non è azzardato affermare che un ciclo dell’umanità si è ormai chiuso ed occorre prenderne atto. Cambieranno stili di vita, rapporti sociali, valori e, conseguentemente, anche il modo di concepire il lavoro.

Verso la fine degli anni Sessanta, in pieno clima di protesta sessantottina, un gruppo di intellettuali francesi sintetizzò in uno slogan un programma di sviluppo del mondo del lavoro rivoluzionario per quell’epoca: “lavorare meno per lavorare tutti.” Il concetto venne ripreso in Italia, agli inizi degli anni Settanta, da Livio Labor e dal suo Movimento Politico dei Lavoratori (MPL).

Ma nella situazione attuale anche questa intuizione non basta più, perché inserita all’interno di un modello di economia che ha fatto il suo corso ed è quindi superato: il nuovo richiede di essere al passo con i tempi se davvero si vuole ridare speranza e dignità di vita ad una moltitudine di cittadini.

Queste esigenze pongono ed impongono alla politica l’assunzione di una grande responsabilità. Più che pensare a nuove organizzazioni interne, a leadership insulse, occorrerebbe interrogarsi su nuove idee programmatiche da offrire ai giovani per un nuovo domani di lavoro e di benessere.

Ma per fare questo, occorre prendere coscienza che il nuovo mondo del lavoro si baserà, oltre che sulle nuove tecnologie che avanzano rapidamente, su una nuova idea di ambiente. Sarà quest’ultimo il settore (insieme a quello dell’assistenza sanitaria) che occuperà una parte consistente della popolazione.

E quando si parla di ambiente non si fa riferimento solo alla sua difesa e tutela, ma anche ad una nuova agricoltura che sappia ripudiare quella cultura liberista secondo la quale il profitto legittima l’uso di concimi e veleni chimici. L’agricoltura, come tutte le altre attività non solo produttive, è finalizzata all’uomo, alla sua qualità, salubrità e benessere di vita.

Rispetto a queste problematiche, gli attuali partiti politici sono totalmente assenti, vivacchiano pensando all’oggi, a come conquistare qualche piccola fetta di consenso per restare in vita, mentre la stragrande maggioranza degli elettori o disertano le urne, oppure, nel vuoto ideale del panorama politico, si aggrappano a rivendicazioni populiste che non rappresentano la propensione verso la costruzione di un sistema basato sul bene comune.

Se la politica non medita su queste questioni e non fa uno sforzo di qualità (rispetto alla quantità), non è difficile immaginare una crisi della stessa democrazia ed il ritorno a quella figura del condottiero che sale al potere per pensare e decidere per tutti.

Letta, i DC e i Popolari

L’elezione plebiscitaria di Enrico Letta alla guida del Partito Democratico smentisce l’aforisma del mio maestro Carlo Donat Cattin: “è sempre il cane che muove la coda”, riferendosi a quei DC che avevano tentato al suo tempo di entrare nel PCI. No, stavolta, con Letta, come ha lucidamente osservato Gianfranco Rotondi, è avvenuto il contrario: la vecchia sinistra DC, soprattutto quella della Base e morotea, col pupillo di Andreatta e dell’AREL, ha assunto il comando di quello che fu il partito di Togliatti, Longo e Berlinguer, squassato dal gioco al massacro di correnti e consorterie che hanno indotto l’ex segretario Zingaretti a “vergognarsi” del suo partito. Pur dimenticando il ruolo giocato da Franco Marini, già capo della mia corrente DC di Forze Nuove, nella nascita del PD, Letta è la dimostrazione palese che, alla fine, per rimettere ordine, “l’amalgama riuscita male”( D’Alema) di quel partito, ancora a un ex DC ha dovuto affidarsi, come già fece con la segreteria di passaggio di Dario Franceschini, dopo l’uscita di Veltroni, il ministro che anche stavolta è stato uno dei player al caminetto dei democratici.

Ho seguito in streaming il discorso di Letta di domenica scorsa, trovando integra la sua formazione cattolico democratica, condita dai riferimenti ala dottrina sociale di Papa Francesco, ai concetti della sussidiarietà e della solidarietà, sino all’annuncio di una proposta politica per la compartecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende. Un richiamo a teorie care alla scuola storica economico sociale di matrice fanfaniana e a molti di noi della sinistra sociale DC. Credo che molte idee del programma esposte da Letta siano del tutto compatibili con molte delle nostre che, dal seminario di Sant’Anselmo (2013) e di Camaldoli (2017), come DC guidati da Gianni Fontana, avevamo esposto per porle alla base del patrimonio programmatico della nostra area politico culturale. Netta l’alternativa alla destra populista e  nazionalista come quella anche da noi DC e componenti della Federazione Popolare DC sempre condivisa. Importante l’impegno a superare la formazione delle liste elettorali di “nominati” dai capi partito, come la volontà di dare pratica attuazione all’art.49 della Costituzione in materia di democrazia interna dei partiti, e il superamento, nei limiti costituzionali, del fenomeno indecente del trasformismo parlamentare che, in questa terza repubblica, ha assunto i caratteri patologici di una vera e propria transumanza permanente per interessi esclusivamente personali. 

Meno accettabile la precisazione fatta domenica sera alla sua prima intervista TV, a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, circa la sua preferenza per sistemi elettorali maggioritari, al massimo temperati nella versione del “mattarellum”, invenzione di fine corsa DC, dell’allora politico a tutto tondo, Sergio Mattarella. Su questo punto, nonostante la differenza immediatamente accentuata con la proposta dello ius soli con la Lega, l’indicazione del neo segretario PD fa il paio con l’interesse concomitante di Matteo Salvini per un sistema forzatamente bipolare, che veda come protagonisti assoluti: la Lega a destra e il PD a sinistra.  L’esperienza fatta in questi anni dal 1993 al 2005, poi sostituita dal “porcellum” e dal tuttora vigente “rosatellum”, ha dimostrato la velleità di dare garanzia di stabilità al sistema politico in forza di una legge elettorale maggioritaria. L’esperienza storico politica italiana, per le modalità dello sviluppo capitalistico nel nostro Paese, e dello stesso processo di unità nazionale, molto più simile a quella della Germania che della Francia e agli antipodi di quella inglese, suggerisce di adottare il proporzionale per definire esattamente natura e consistenza delle forze politiche e culturali in campo. In una fase nella quale, grazie al governo Draghi, stiamo assistendo alla scomposizione e, in taluni casi, al superamento di molti attori della lunga stagione post democristiana, noi DC e Popolari crediamo sia necessario tornare al proporzionale con sbarramento al 4-5%, le preferenze e con l’istituto della sfiducia costruttiva, con il quale, come accade in Germania, è possibile arginare i rischi di ingovernabilità, che nemmeno il maggioritario nelle diverse versioni tentate, è riuscito a realizzare. Serve, in ogni caso, accelerare il processo avviato di ricomposizione della nostra area sociale,  culturale e politica, premessa indispensabile per avviare dal centro e in periferia un confronto serio con le altre forze politiche, a partire da quelle che, come noi, intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. La guida di Enrico Letta del PD costituisce una garanzia di un confronto politico possibile per il bene del nostro Paese.

Di chi sono i voti di Letta?

Avrei potuto, o forse dovuto, esultare per l’elezione di Enrico Letta alla segreteria del Pd e, invece, non l’ho fatto. Dal primo annuncio del suo predecessore dimessosi ufficialmente per piccole beghe che qualsiasi segretario di qualsiasi partito dovrebbe essere in grado di affrontare e, quindi, sostanzialmente immotivate o misteriose, ho cominciato a nutrire quei dubbi che poi l’elezione all’Assemblea ha più chiaramente precisato.

Questa mia riflessione sulla vicenda del Partito Democratico nasce in uno scenario più vasto e preoccupante che possiamo definire senza tema d’errore come crisi della democrazia nei Paesi più sviluppati dell’Occidente. Essa è di natura essenzialmente culturale derivando dallo squilibrio tra l’influenza dei media (“social” e tradizionali di stampa e tv) e gli organi decisori degli Stati che fino a pochi anni fa con le loro decisioni e con gli apparati dell’organizzazione del consenso erano in grado di determinare se non orientare l’opinione pubblica. Oggi – e tutti lo vediamo – gli organi decisori sono sempre meno sostenuti da procedure trasparenti e partecipate e sempre più cooptati al potere da oligarchie che proprio da quello derivano e che non avendo una diretta necessità del consenso tendono ad assecondare una opinione pubblica molto più mobile e frammentata di prima e sostanzialmente priva di efficaci strumenti regolatori. Avviene così che la normale oscillazione degli orientamenti di destra o di sinistra essendo venute meno le filiere del consenso, finisca per determinarsi sempre meno in funzione dei reali bisogni della società e sempre di più, invece, da chi è in grado di influenzare la macchina del sistema mediatico. 

Un processo – quello mediatico – che solo apparentemente sembra appagare le attese popolari e che in realtà generalmente è in grado di risolvere soprattutto i problemi che esso stesso ha creato. La controprova è la pandemia, cioè un problema urgente e reale, che ha impietosamente mostrato l’inconsistenza di una classe politica venuta su per vari livelli di cooptazione e che di fatto il virus ha commissariato.

Questo pervasivo e indistintamente multiforme potere mediatico con l’illusione della partecipazione virtuale al dibattito pubblico, in realtà sta persuadendo masse crescenti di cittadini all’accettazione supina dei comandi da remoto. La distanza tra il decisore e il recettore delle decisioni sta diventando un fossato incolmabile, staccando così l’oligarchia dal resto della cittadinanza e questo, ritornando al nostro discorso, è quello che sta avvenendo anche nel Pd con l’elezione plebiscitaria di Enrico Letta.

E qui torna un antico ricordo. Con il mio amico Paolo Giuntella volevamo entrare con un nostro piccolo gruppo nella Dc, ma ci eravamo scontrati con l’opposizione dei dirigenti delle nostre sezioni territoriali. Una difficoltà inattesa che ci spinse a parlarne con Giovanni Galloni. Venne lui a casa mia, al Villaggio Olimpico, e ci spiegò varie cose della politica che evidentemente non conoscevamo. Una mi rimase impressa: “Se siete un gruppo minoritario e vi propongono di votare uno di voi ad una carica importante, voi dovete stare molto attenti prima di accettare perché la maggioranza che vi attribuiranno non è fatta, se non in minima parte, dai vostri voti e così come vi hanno conferito il potere, ve lo potranno togliere quando vorranno”. Morale: si deve governare (in questo caso si parlava di sezioni) solo con i voti propri.

Fine dei sogni, capimmo allora che le idee non potevano essere disgiunte dall’organizzazione e che questa, se presa seriamente, era anch’essa una scelta politica importante.

Domanda: come ha fatto Letta dopo sette anni di “esilio” dalla politica italiana trascorsi da docente universitario a Parigi, ad ottenere più del 99% (860 a favore, 2 contrari e 4 astenuti) dei consensi? La risposta può essere la domanda rovesciata e cioè: come non avrebbe potuto stravincere avendo il favore assoluto dei media che incidono in quel settore politico? Si è parlato ipocritamente di fine delle correnti proprio quando queste unendosi su un obbiettivo condiviso da chi plasma l’opinione pubblica, hanno dato la prova più evidente della loro disciplinata compattezza. Insomma o i conti tornano così, oppure decisamente non tornano il che vorrebbe dire che il Pd non è per nulla autonomo dalle ondate mediatiche che da remoto facilmente persuadono i membri della sua assemblea.

Per superare questo dubbio si potrebbe argomentare che Letta abbia convinto tutti con la forza del suo discorso. Ma in questo caso non posso non domandarmi come improvvisamente senza che se ne sia parlato da mesi o da anni, 860 (non uno o una dozzina) dirigenti politici nazionali si siano convinti senza il conforto di una analisi sociologica che da sola avrebbe occupato interamente lo spazio del discorso del candidato segretario, ad abbassare l’età del voto a sedici anni? Un miracolo di oratoria, o più semplicemente un pedaggio pagato da Letta a chi (non si sa bene chi o quanti siano stati) crede di trarre vantaggio da tale scelta che contribuisce ad allontanare ancora di più la responsabilizzazione della partecipazione politica? E comunque la decisione di dare il diritto di voto ai sedicenni oggi unanimemente acclamata, avrebbe bisogno di una seria discussione al di là degli ipotetici vantaggi che qualcuno ritiene (e forse a ragione) di ricavare da questa scelta dalla quale il Pd adesso non può più retrocedere.

Stupisce anche che un politico importante e di respiro europeo, per di più provenendo dalla Francia, proponga di punto in bianco l’introduzione dello ius soli quando le città francesi sono scosse dalle proteste delle seconde e terze generazioni di figli di immigrati e da decenni pleno iure cittadini francesi che si battono per un separatismo di tipo razziale. Possibile, mi chiedo, che un politico dal carattere intellettuale come è Letta non si ponga davanti a questo problema in modo critico in considerazione anche dell’evoluzione del fenomeno? Del resto lo stesso Papa che giudica le migrazioni un “diritto dell’uomo”, si è sentito in dovere di aggiungere che vanno anche considerate le condizioni e le possibilità di integrazione dei Paesi di accoglienza. 

E’ abbastanza comprensibile che questi e altri argomenti appartengano alla strumentazione politica di un partito che aspira ad essere progressista e di sinistra e che per questo vanno discussi prima di diventare oggetto di deliberazioni. Ma come? Questo era ed è il problema ancora irrisolto del Pd: cioè la separazione tra dibattito e decisioni, affidando queste ultime alle tendenze mediatiche e non alle risultanze del confronto interno di cui da tempo non c’è notizia, soprattutto dalle sedi periferiche, cioè i pilastri di fondazione dell’edificio-partito.

Insomma se il Pd è nella tempesta mediatica, l’idea di venirne fuori con una soluzione sostenuta dagli stessi poteri mediatici, non mi pare una buona idea. E mi dispiace per Letta che, appena arrivato, ci abbia messo del suo. E resta una domanda: ma uno che viene da una lunga storia democristiana poi “popolare”, che c’entra con questo partito? Possibile che un ex-dc ottenga oltre il 99% dei consensi in un partito di cui è “azionista di minoranza” e che per giunta dichiara di volerlo fare essere più di sinistra? E mi domando se gli eventi di questi giorni (ai quali potrebbero aggiungersi quelli della caduta di Conte e della nomina di Draghi) possano essere considerati passaggi democratici, o piuttosto segnali evidenti di una irreversibile crisi della democrazia via via sostituita dal magma mediatico?

Ma siamo già fuori strada e, ripensandoci, Galloni aveva proprio ragione!

Lo Ius Soli spiegato in modo semplice

Il tema è stato rilanciato dal neo-segretario del Pd, Enrico Letta: approvare lo ius soli.

Subito sono arrivate le proteste dalla Lega e da Fratelli d’Italia.

Ma questi gruppi sanno di cosa parlano?

Le loro prime reazioni hanno messo l’accento sulla facilità di cittadinanza per gli immigrati.
Salvini in un tweet scrive: “la cittadinanza, così come il diritto di voto, arriva dopo un percorso. Italia non è un luna park”.

Lo Ius soli è un termine che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

Quasi tutti i paesi del continente americano applicano lo ius soli in modo automatico e senza condizioni. Tra questi gli Stati Uniti, il Canada e quasi tutta l’America latina. E anche  alcuni paesi europei (Francia, Germania, Irlanda e Regno Unito) concedono altresì la cittadinanza ius soli, sebbene con alcune condizioni.

In Francia, ad esempio,  una persona nata in territorio francese da genitori stranieri può ottenere la cittadinanza facendone richiesta purché abbia vissuto stabilmente sul territorio dello stato per almeno cinque anni.

Anche in Germania la cittadinanza può averla anche chi è figlio di stranieri, purché almeno uno dei due risieda legalmente nel paese da minimo 8 anni e abbia un permesso di soggiorno a tempo indeterminato da minimo 3 anni.

In Spagna, invece, ai nati sul territorio nazionale da genitori stranieri è riconosciuta la cittadinanza su richiesta, dopo un anno di residenza nel paese.

Insomma la cittadinanza viene legata al luogo di nascita, mentre nessuna rilevanza viene data allo status dei genitori.

Norma che sembra di buon senso. Infatti non si capisce perché chi sia nato in Italia, abbia frequentato le nostre scuole e le nostre università, non debba avere la possibilità di sentirsi cittadino a tutti gli effetti. Perché dobbiamo farlo sentire un estraneo a casa sua?

Bisogna, in questi casi, lasciare da parte i piccoli tornaconti personali e non soffiare sul fuoco di chi vuole solo negare i diritti altrui.

 

 

10 anni di Siria

È tutto iniziato come se fosse una piccola manifestazione.

I primi assembramenti non autorizzati, perché vietati dalla legge di emergenza in vigore dal 1963, cominciarono a febbraio. Centinaia di giovani si riunirono fuori da una caserma di Damasco per chiedere la liberazione di alcuni arrestati.

Nei giorni che seguirono, la protesta crebbe. Le manifestazioni antigovernative avevano già travolto Tunisia, Egitto, Libia e Bahrein in un’ondata rapidamente soprannominata Primavera araba. Adesso era il turno della Siria. Mentre i disordini si diffondevano in altre città, i commentatori sembravano sicuri che un altro regime sclerotico sostenuto dai militari sarebbe caduto.

Quella che era iniziata come una rivoluzione popolare, invece, si è trasformata in una guerra civile, quando anche i manifestanti hanno imbracciato le armi. Ora, 10 anni dopo, la catastrofe in Siria funge da squallido esempio di una impossibilità di cambiamento .

Facendo affidamento su un mix di forza bruta contro il suo stesso popolo e assistenza da parte della Russia, l’Iran e altri alleati,  il presidente siriano Bashar Assad rimane al potere.

Ma a quale prezzo?

Si stima che potrebbero essere fino ad un milione i suoi compatrioti uccisi.

Altri milioni di civili si sono sparsi come rifugiati in tutta Europa; decine di migliaia di persone sono scomparse, molte delle quali si presume siano state torturate e uccise nelle carceri governative.

Si sono create le basi per un terreno fertile che ha consentito la rinascita di gruppi islamici estremisti, tra cui Al Qaeda.

La distruzione provocata dalla guerra potrebbe, inoltre, costare fino ad un miliardo di euro.

Somma che Assad, non ha alcuna speranza di raccogliere.

 

A Bergamo il Premio Nazionale del Paesaggio

“La Fondazione Misericordia Maggiore di Bergamo, con il progetto “La biodiversità dentro la città -la Valle d’Astino di Bergamo è la vincitrice della Premio Nazionale del Paesaggio”. Questa la motivazione pronunciata dal Ministro della Cultura, Dario Franceschini, nel corso della première sul canale YouTube del MiC in occasione della Giornata Nazionale del Paesaggio.

Un riconoscimento voluto grazie alla lungimiranza dei nostri padri costituenti , ha ricordato  Franceschini, che iscrissero nell’articolo 9, tra i principi fondamentali, non soltanto la tutela del patrimonio storico e artistico della nazione, ma anche la tutela del paesaggio. Uno sguardo che dimostra la capacità di visione del futuro che aveva quella generazione di politiche e di politici.

Per questo – sottolinea il Ministro – “nel 2016 abbiamo istituito la Giornata Nazionale del Paesaggio, che è un modo per organizzare una competizione virtuosa tra progetti, per tenere vivo questo tema e di partecipare alla selezione europea che si svolge successivamente. È un riconoscimento importante, è una prova di come noi in molti settori siamo all’avanguardia. Dobbiamo essere orgogliosi – ha concluso Franceschini – perché la tutela del paesaggio è uno dei settori su cui l’Italia è più avanti di molti altri paesi”.

Vaccino Sputnik: l’ok entro maggio

Potrebbe arrivare a maggio l’ok dell’Ema al vaccino anti-covid Sputnik. Ad affermarlo Marco Cavaleri, responsabile della Strategia vaccini delll’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, ospite di Radio24. “Sputnik è un vaccino ben disegnato e merita l’interesse di tutti. Ma prima della fine di aprile non saremo pronti per dare l’ok a Sputnik, più probabile maggio”.

Lo Sputnik V, o Gam-COVID-Vac, il vaccino contro il Covid messo a punto dal Centro nazionale di ricerca epidemiologica e microbiologica russo Gamaleya di Mosca ha raggiunto  il 91,6% di sieroconversioni nella registrazione pubblicata su Lancet.

Astrazeneca, Italia, Francia e Germania sospendono l’utilizzo in via precauzionale

L’Agenzia italiana del farmaco Aifa ha deciso di estendere in via del tutto precauzionale e temporanea, in attesa dei pronunciamenti dell’Ema, il divieto di utilizzo del vaccino AstraZeneca Covid19 su tutto il territorio nazionale. Tale decisione è stata assunta in linea con analoghi provvedimenti adottati da altri Paese europei come Francia e Germania.

“Ulteriori approfondimenti sono attualmente in corso. – si legge in una nota -.  L’Aifa, in coordinamento con Ema e gli altri Paesi europei, valuterà congiuntamente tutti gli eventi che sono stati segnalati a seguito della vaccinazione Aifa renderà nota tempestivamente ogni ulteriore informazione che dovesse rendersi disponibile, incluse le ulteriori modalità di completamento del ciclo vaccinale per coloro che hanno già ricevuto la prima dose”.

Letta, un buon intervento con un silenzio di troppo.

Enrico Letta ha fatto un buon intervenento all’Assemblea nazionale del Partito democratico che lo ha incoronato segretario. Un intervento che, tra le molte cose positive che si potrebbero citare, ha avuto il merito di far capire – pur senza dirlo, come ovvio – che il Pd da rifondare profondamente e da rigenerare, non potrà più essere il naturale e scontato erede della tradizione del Pci/PDs/Ds. In altre parole, il Pd non sarà più letto ed interpretato come l’epilogo finale della lunga storia della sinistra italiana nata nel 1921.

Certo, l’opera di rifondazione del Partito democratico non potrà prescindere dal recupero delle sue ragioni originarie. Politiche e culturali. E, al di là del progetto politico da ridefinire e, soprattutto, dell’identità da rideclinare, è inevitabile che proprio Letta dovrà affrontare anche il modello del nuovo partito. Cioè la sua modalità d’essere nella società italiana da un lato e nella sua organizzazione interna.

Come tutti sanno ormai, il nodo centrale è come superare e battere un correntismo sempre più amorale e, soprattutto, sempre meno dettato e giustificato da ragioni politiche e culturali. E cioè, andrà sì salvaguardato il necessario pluralismo politico interno che, però, non potrà più essere confuso con una sempre più insopportabile concezione che vede nella molteplicità delle correnti solo uno strumento per la distribuzione e l’accaparramento del potere. Su questo versante le parole, seppur tardive, di Zingaretti restano dei macigni sulla strada di una autentica rifondazione del partito. Anche su questo versante Letta, comunque sia, ha fatto osservazioni pertinenti ed impegnative. Vedremo.

Ma c’è un aspetto che, almeno per noi cattolici popolari e democratici, vogliamo ricordare dopo l’interessante intervento di Enrico Letta all’Assemblea nazionale del partito. Siamo convinti che sia stata una dimenticanza non voluta. Ma ci saremmo aspettati un ricordo o una citazione di Franco Marini non solo come leader politico e sindacale ma soprattutto come un esponente che con la sua azione concreta è stato decisivo, se non determinante, per far decollare il progetto politico, culturale, programmatico e valoriale del Partito democratico nel lontano 2007. Siamo certi che l’amico Enrico saprà ricordare nel corso del suo ruolo di segretario nazionale del Pd il magistero e, soprattutto, il ruolo avuto da Franco Marini nel dar vita all’avventura del Partito democratico nella storia politica del nostro paese.

Quale progetto condiviso per fare ripartire l’Italia. Suggerimenti per Enrico Letta.

Analizzando la crisi dei partiti “costituzionali”, nazionali e democratici (quelli cioè sui quali l’art.49 della Costituzione fonda la nostra democrazia parlamentare), il cui venir meno ha reso ingovernabile l’Italia nell’ultimo trentennio, Ernesto Galli della Loggia ne individua la causa nell’eccessiva concentrazione di poteri trasferiti a sindaci e presidenti di regione con le elezioni dirette (1993 e 1999), compresa la nomina ad libitum degli assessori, e nella dilatazione delle competenze regionali con la riforma del 2001. Questo è certamente vero, come confermano le recenti inefficienze e contraddittorietà nella gestione della pandemia, ma non è tuttavia sufficiente sopperirvi invocando semplicemente il ritorno ad un passato pur rivalutato.

L’Italia di oggi non è più quella della Costituente (1946), né quella dell’attuazione dell’ordinamento regionale (1970) e neppure quella del ultimo decennio del secolo, quando si pensò che tornando allo smembramento medievale per Comuni e poi a quello pre-unitario sostenuto dalla Lega con più poteri alle Regioni si sarebbe ottenuta maggiore governabilità.

È stato esattamente il contrario, un “suicidio”- secondo Galli della Loggia -“valso a mettere fuori gioco la forma partito tradizionale di cui il PD è rimasto l’ultimo rappresentante e unico erede della Prima Repubblica”. Quei partiti erano infatti il collante delle diversità e il perno su cui ha ruotato per quasi mezzo secolo la democrazia, l’economia e la società italiana. La loro grossolana e sommaria liquidazione ha inceppato il funzionamento dell’intero sistema, travolgendo anche il PCI che, dopo aver supportato la DC nella lotta al terrorismo ed uscito malconcio dal crollo dei modelli che l’avevano ispirato, favorì l’operazione sperando di “ereditare” per via giudiziaria un potere a lungo invano inseguito. Salvo poi a confluire nell’Ulivo con gli ex DC, per poter vincere con Prodi, e poi nel PD.

Ora torna a ricorrere ad un ex giovane democristiano come Enrico Letta per recuperare il ruolo di “partito della Repubblica”, evitando di insistere nella scorciatoia “regionalista” con Bonaccini, di fatto sostenitore delle antitetiche posizioni autonomiste dei “governatori” leghisti.
Nel frattempo sono intervenuti il mercato unico europeo, la moneta unica, il grande allargamento dell’UE ad est, il boom cinese e il postcomunismo russo, il superamento dell’egemonia nord-atlantica con il policentrismo economico e politico, il fallimento delle “primavere” arabe e della politica euromediterranea, il massiccio esodo di giovani da sud a nord, la crisi della finanza virtuale del 2008 e, ora, quella provocata dalla pandemia.

Mentre intorno cambiava tutto, noi rispondevamo ritornando al passato remoto. E neppure si può oggi pensare di riparare tornando al passato prossimo, ma occorre rivedere criticamente la storia, studiare accuratamente la realtà attuale e proiettarsi nel futuro con un progetto funzionale di revisione profonda della governance multilivello. A questo sono chiamati Enrico Letta e la classe dirigente di tutto il vasto campo riformista che aspetta di essere coinvolto.

Un innovativo e documentato progetto di riforma della governance lo suggerisce da tempo la benemerita e titolata Società Geografica Italiana, che ha individuato intorno alle città metropolitane 36 Dipartimenti regionali, da sostituire alle 20 Regioni che – troppo grandi e potenti, oltre che costose e inefficienti- svuotano i partiti, e alle 110 Province, divenute anch’esse fonti ripetitive di sprechi e inefficienze.
Guardando più da vicino alla Sicilia, ciò significa redistribuire in tre enti territoriali elettivi e dotati di autonomi poteri legislativi l’enorme potere politico-burocratico accentrato nella Regione speciale. A salvaguardia della dimensione Sicilia, per mantenerne identità e poteri di macroprogrammazione, si può ricorrere a periodiche sedute congiunte dei tre consigli dipartimentali elettivi, presiedute a turno dai presidenti dei tre Dipartimenti, come accade da tempo con il modello di successo trentino-altoatesino.
Non basta. Per meglio coordinare territori vasti ed omogenei anche nei rapporti con lo Stato e con l’Europa e programmarne sviluppo e grandi infrastrutture, occorre raggruppare i Dipartimenti in tre Macroregioni : Nord, Centro e Sud.

La riforma si può utilmente anticipare ripristinando il Comitato dei Presidenti delle Regioni meridionali, per meglio negoziare il partenariato con lo Stato e con l’UE, a partire dai piani di utilizzo dei fondi della Next Generation EU. Si avvierebbe così anche il superamento della dimensione fin qui rigidamente intergovernativa che ha impedito la crescita politica dell’Europa. È altresì auspicabile che le Macroregioni si dotino degli strumenti di cooperazione transfrontaliera all’uopo creati dall’UE, come i G.E.C.T. istituiti dal Reg.to CE n.1082/2006, al fine di meglio corrispondere alle mutate dimensioni economiche, culturali e sociali di più vaste aree e contribuire a sviluppare le politiche di prossimità e vicinato (esistono già i G.E.C.T Alpino, Adriatico e insulare mediterraneo “ArchiMed”).

Se il PD vuole riposizionarsi con Enrico Letta come partito-pilota del rilancio della democrazia costituzionale repubblicana, dovrà guardare avanti, alle nuove dimensioni dell’Italia, rinnovandone e facendone funzionare le istituzioni, e dell’Europa, accelerandone la crescita politica e ponendosi come perno propulsore nello sviluppo intorno a noi, sopratutto dei Paesi M.E.N.A. Diventando cioè portatore di un grande progetto riformatore, capace di coinvolgere tutte le altre componentI progressiste della società italiana, compresi i 5 Stelle se supereranno definitivamente con Conte lo sterile antagonismo, ma soprattuto i giovani ai quali riconsegnare il loro futuro.

La chiusura delle scuole in zona rossa

Il Ministro della Salute Roberto Speranza con Ordinanza del 12 marzo u.s. ha disposto la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado in ‘zona rossa’ dal 15 marzo per quindici giorni.

Inoltre il Decreto Legge n° 30 del 13 marzo 2021  “individua ulteriori misure in considerazione della maggiore diffusività del virus e delle sue varianti, oltre a misure specifiche valide durante il periodo pasquale. Nei giorni 3, 4 e 5 aprile 2021P, fatta eccezione per le Regioni o Province autonome collocate in “zona bianca”, le disposizioni previste per la zona rossa si applicheranno su tutto il territorio nazionale” 

I quindici gg di chiusura delle scuole valgono fino a lunedi 29 marzo p.v. , quindi le lezioni dovrebbero riprendere il giorno martedi 30 marzo, ma solo per due gg, visto che da giovedì 1° aprile e fino a martedì 6 aprile, le scuole saranno chiuse comunque per il periodo pasquale, come da calendario scolastico nazionale.

Viene spontaneo chiedersi se il Ministro Speranza abbia valutato bene l’ipotesi di riaprire le scuole per due gg (30 e 31 marzo) per poi trovarle chiuse “ope legis” subito dopo per altri 6 giorni.

Una decisione forse presa in fretta perchè se la ratio del provvedimento di chiusura è di sottrarre al pericolo di contrarre il virus gli alunni e il personale scolastico, in coerenza con i provvedimenti restrittivi assunti per le zone rosse (limiti agli spostamenti, chiusure di negozi, divieto di assembramenti, riunioni, presenze fisiche in ambienti chiusi ecc) , quindi per ragioni di profilassi e di emergenza, visto il ritmo incrementale dei contagi, sarebbe stato più logico e coerente protrarre il periodo di chiusura fino alla vigilia delle vacanze pasquali, in modo da estendere il periodo di isolamento.

In questa drammatica situazione due gg in più di chiusura (agganciati alle vacanze pasquali) potrebbero fare la differenza: viceversa riaprire per due giorni le scuole (con relativi servizi come mense e trasporti), vanificherebbe la misura assunta nei 15 gg precedenti. Il buon senso comune suggerisce che una apertura di soli due giorni tra due periodi di chiusura porterebbe solo pericoli e complicazioni.

Viene da chiedersi come mai il Ministro dell’Istruzione e i Presidenti delle Regioni non abbiano pensato che le conseguenze della riapertura “flash” sarebbero più dannose che utili.

L’Italia è  dunque il Paese dei ” ni ” e delle mezze misure? Nella gestione sanitaria della pandemia sembra di si, è tutto un apri e chiudi che non ferma il contagio.

Auguri Papa Francesco

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Siamo all’ottavo anno del pontificato di papa Francesco, e sono così tante le azioni, gli scritti, le encicliche, le omelie, gli incontri, i viaggi, che è impensabile poterne scrivere una sintesi in un singolo articolo.
Per festeggiare l’ottavo compleanno di inizio pontificato, abbiamo pensato di raccontare cosa accadde il 13 marzo del 2013.
Nel 2012 papa Ratzinger aveva scoperto che il suo aiutante di camera lo tradiva. E non solo lui. Alti prelati erano accusati di praticare la pedofilia; da più parti del mondo si chiedeva trasparenza nella gestione dei fondi raccolti dalla Chiesa; le vocazioni nella vecchia Europa erano in costante calo; nel mondo ricco c’erano più chiese che sacerdoti…
La secolarizzazione avanzava e la trasmissione della fede mostrava difficoltà evidenti. In questo difficile contesto accadde l’impensabile. La mattina dell’11 febbraio Benedetto XVI comunicò le sue dimissioni. La comunità dei credenti rimase sgomenta. Se anche il Papa si dimetteva, allora era la fine del mondo!
I cardinali giunsero a Roma per uno dei Conclavi più complicati della storia.
Era il 13 marzo quando mi trovavo in Sala Stampa Vaticana. Si stava per concludere il secondo giorno di votazioni per l’elezione del nuovo Pontefice.
C’era una certa tensione in giro, poi all’improvviso dal camino della Cappella Sistina uscì il primo sbuffo di fumo, che tuttavia non era propriamente bianco. Ma subito dopo il bianco divenne così intenso da stagliarsi chiaramente nella sera buia e piovosa. Ho urlato: «È bianca, è bianca, abbiamo il Papa!», e insieme ai colleghi giornalisti mi sono riversato in Piazza San Pietro.
Quando è stato annunciato il nome di Jorge Mario Bergoglio, la piazza ha mostrato stupore, per un momento ha prevalso il silenzio, poi la gioia è esplosa.
Era l’11 di febbraio quando Benedetto XVI aveva annunciato la sua rinuncia al pontificato. A distanza di poco più di un mese, il mondo acclamava il nuovo Papa. Un uomo semplice, umile, caritatevole, buono.
Al momento pochi compresero che la scelta del nuovo Papa era un fatto sorprendente, senza precedenti nella storia. Jorge Mario Bergoglio, argentino figlio di immigrati italiani, era il primo Papa gesuita, il primo Papa dell’America latina, il primo Papa ad aver scelto il nome di Francesco.
Una vocazione, la sua, manifestatasi in età adulta. Tecnico chimico, era divenuto sacerdote a 33 anni dopo aver conseguito la laurea in Filosofia e in Teologia. Già Provinciale della Compagnia di Gesù, cardinale e arcivescovo di Buenos Aires, è una persona dotata di un’umiltà disarmante.
Testimone di carità e misericordia, ha dedicato gran parte del suo apostolato e della sua vita alla cura dei poveri, dei malati, dei peccatori, degli ultimi.
Da giovane aveva detto alla mamma che voleva studiare per diventare medico. Poi la mamma scoprì che studiava libri di teologia e filosofia e si arrabbiò, ma il giovane Jorge Mario le spiegò che non aveva mentito, perché stava studiando “medicina dell’anima” e voleva diventare un “medico delle anime”.
La scelta del nome Francesco riflette esattamente la sua natura. Persona semplicissima, da vescovo di Buenos Aires non aveva l’autista, si muoveva in bicicletta, in metrò, in autobus. Cucinava per sé e per gli altri. Disponibile con tutti, nessuno che abbia chiesto di incontrarlo è stato respinto. Non aspetta che lo vai a trovare, è lui che ti cerca. Va sempre incontro alle persone, le accoglie, le ascolta, le benedice, le abbraccia. Ha messo piede nei posti dove la situazione è più disperata…
La tonaca, per lui, non è mai stata un impedimento: al contrario, un simbolo della Chiesa di Cristo che cerca le pecorelle smarrite. Insieme alla preghiera, ha dedicato gran parte del suo apostolato alla cura dei bisognosi e dei deboli.
Nel 2001 una sua decisione suscitò scalpore. Durante una visita a un ospedale di Buenos Aires, volle lavare i piedi a dodici malati di AIDS, chiedendo perdono per l’indifferenza della società verso i malati e i poveri.
Papa Bergoglio è un sacerdote felice di essere prete, sobrio e rigoroso come un gesuita, buono e fraterno come un francescano, devoto e dolce come un mariano. Cosciente delle debolezze umane e della misericordia di Dio, umilmente chiede e offre preghiere a chiunque incontra.
Nella sua prima uscita come Papa ha chiesto alla gente di pregare per lui, offrendo le sue preghiere per ognuno dei fedeli. Un padre spirituale che conosce la povertà e la sofferenza ed è vicino alla gente.
Nato nel 1936, compirà 85 anni il 17 dicembre di quest’anno, ma non è detto che l’età avanzata costituisca necessariamente una limitazione. Il suo grado di libertà sembra essere assoluto.
Nel mondo sono in molti a credere che sia un santo. Era difficile prevedere la sua elezione, ma due ore prima della fumata bianca incontrai un caro amico, il prof. Guzman Carriquiry, allora segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, già sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici, il quale mi assicurò che il cardinale Bergoglio sarebbe stato eletto Papa.
In realtà anche il cardinale Josè Saraiva Martins mi aveva detto che sarebbe stato eletto un Pontefice di 76-77 anni, buono, caritatevole, di grande spiritualità e soprattutto capace di riformare la Curia Vaticana.
La quasi totalità dei giornalisti si aspettava un Papa più giovane e Bergoglio non era in nessuna delle liste stilate dagli specialisti, nemmeno tra le possibili sorprese.
Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, confermò che «la sorpresa è stata grandissima». Il portavoce vaticano, emozionato per l’elezione di un confratello, aggiunse: «Abbiamo un Papa che vuole servire, espressione di uno stile di semplicità e testimonianza evangelica…».
Di papa Francesco, il giorno dopo l’elezione, il giovane collega Salvatore Cernuzio scrisse: «Ricorda nell’aspetto Giovanni XXIII, ha la simpatia di Papa Wojtyla, parla con semplicità come Giovanni Paolo I e la pensa come Joseph Ratzinger. Un mix esplosivo. E il responso è chiaro: “Questo Papa ci piace!”».

Il Pd ha Letta

Battezzo avvenuto. Con un voto plebiscitario. Era prevedibile. Gli esempi dei contrari e degli astenuti servono solo per ricordare anche queste due opportunità. Letta è il nuovo segretario del Pd. Lo sarà, così credo di aver capito, per due anni.

Era risaputo della sua serietà e le modalità adottate nel comunicare le proprie idee. L’anno di Presidenza del Consiglio dei Ministri, aveva già abbondantemente svelato ciò che oggi è stato ribadito. Atteggiamento completamente diverso, non tanto dal predecessore, che poco ha inciso nella conduzione del Partito, quanto nei confronti di Matteo Renzi. Diametralmente opposto a quelle modalità toscane. In primo piano, compostezza e serietà. Alcun divismo. Già lo stile della camicia senza cravatta, racconta parecchio.

Seguendo il suo intervento, si è capito la struttura della formazione della persona. Anche in questo caso però, almeno ai miei occhi, non è una sorpresa. Si vede che è un moderato, ma che non rinuncia alla fermezza delle proprie idee. Sembra quindi, ben intenzionato a non smarrire la via tracciata. Difficilmente subirà il naturale mal trattamento dei furbastri di Partito. Devono, quest’ultimi, mettersela da parte, con questo personaggio non avranno sicuramente spazio da occupare.

E’ stato umile, ha affermato che il problema non è il Segretario, ma il Partito. E da quest’ultimo che intende cominciare un serio atto di analisi, di comprensione, di ascolto e di, se possibile, ricostruzione. Il Pd con Enrico Letta può aver trovato carena per il suo vascello. Bisognerà vedere se ci saranno dei buoni timonieri, se le vele saranno ben dispiegate e, soprattutto, se quest’ultime, riusciranno a catturare un vento favorevole.

Certo è che il governo Draghi non subirà nessun scostamento, né avvertirà negativamente il cambio del Segretario del Partito Democratico. Bene così. Sarebbe una sciagura se, dall’inizio, capitassero imperdonabili incidenti di percorso. Le prossime settimane capiremo se il cambio di rotta darà ossigeno a un Partito in visibile difficoltà. Se cioè Enrico Letta potrà attrarre consensi alla sua linea politica.

Da spettatore, più o meno, prevedevo quanto è successo. Di una cosa sono però sicuro, il nuovo Segretario non mostrerà le incertezze palesate da Nicola Zingaretti. Questo comunque, è un bene perché, questi periodi richiedono fermezza e stabilità. Fermezza e stabilità nel Governo, ma anche nelle forze politiche che lo costituiscono.

Uscendo da questo tormento, guarderemo con più criticità in “casa” di ciascuno e, magari, saremo pure contenti, di scoprire qualche negligenza, se non altro per denunciarla e dar modo che sia rimediabile.

I giorni della violenza e dell’attesa. Brescia cattolica e il dramma di Aldo Moro

Ricorre il 16 marzo 2021 il 43° anniversario del rapimento dell’on. Aldo Moro e della barbara uccisione degli uomini della sua scorta. A ricordo di quel tragico episodio si è pensato, in collaborazione con il Ce.Doc. – Centro Documentazione sul movimento cattolico, di riproporre, martedì 16 marzo alle ore 20,30 il video della presentazione del libro di Michele Busi I giorni della violenza e dell’attesa. Brescia cattolica e il dramma di Aldo Moro – edizione GAM – (pp. 320, edizione 2020, € 15,00) tenutasi nel corso della rassegna della Microeditoria di Chiari con la partecipazione di Mons. Gabriele Filippini, responsabile diocesano per la cultura e già direttore della “Voce del Popolo” di Brescia.

Il video sarà preceduto da un breve intervento degli organizzatori della serata e dell’autore del libro.

Il volume si sofferma sulle reazioni del mondo cattolico bresciano – in particolare dell’associazionismo ecclesiale e civile, oltre che del partito della Democrazia Cristiana – nel corso del sequestro Moro. Il lavoro è suddiviso i due parti: la prima ripercorre la cronaca di quei drammatici 55 giorni, con alcuni estratti degli interventi dei protagonisti del mondo civile ed ecclesiale bresciano; la seconda parte riporta integralmente tali interventi. Dalle pagine, meditate e sofferte, emergono alcune lezioni che racchiudono il messaggio perenne di Aldo Moro. Tutti gli interventi, pur diversi nello stile e così genuini nella sincerità, sottolineano come l’ideale del movimento cattolico non era l’egemonia politica a tutti i costi, ma il servizio della comunità in spirito di solidarietà cogli oppressi. Il vero cristiano è colui che sacrifica un po’ del suo tempo, delle sue energie, delle sue risorse per la crescita della comunità civile.

La manifestazione sarà in diretta sul canale Facebook

 https://it-it.facebook.com/rassegnamicroeditoria

e sul canale youtube  Microeditoria TV

https://www.youtube.com/channel/UCidvR_CRRnHdfcQfjXFQ4nA