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A proposito di “Crossroads“. Il vangelo di Franzen, l’ultimo suo romanzo. La recensione del libro (succedeoggi.it).

Il senso di colpa e la possibilità di riscatto (ovvero di resurrezione) sono al centro del nuovo romanzo di Jonathan Franzen. Una vicenda di debolezze e opportunità, ambientata in una strana setta nel Midwest.

Silvia d’Oria

Con il suo nuovo libro, Crossroads (Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi, pagine 600, 22 Euro, il primo della trilogia A Key to all Mythologies) Jonathan Franzen torna a raccontare il suo Midwest in un momento cruciale per la storia americana ovvero gli inizi degli anni ’70. Al centro della vicenda un’organizzazione religiosa giovanile chiamata «Crossroads», appunto, e la famiglia Hildebrandt: il padre, il pastore Russ, incastrato in un matrimonio infelice; la madre, Marion, donna instabile con un passato dal peso sconcertante; il primogenito, Clem, che torna dal college deciso ad arruolarsi per il Vietnam; Becky, la figlia all’apparenza perfetta e il suo rapporto con la fede; Perry, deciso (con qualche ricaduta) a liberarsi dalla sua dipendenza da alcol e droghe. Tutto nei mesi fra l’Avvento e Pasqua.

Ed è questo il punto focale dell’intera opera di Franzen.

Lo scrittore è di formazione cristiana, non un ateo violento ma distante da un sincero credo religioso. I suoi scritti, i romanzi tanto quanto i saggi, rispecchiano la morale del senso di colpa cristiano, un senso di colpa che l’autore declina da parte dei figli verso i padri e viceversa (ma non sempre, purtroppo) e che trova in Crossroads il suo culmine.

Sono figli che si vergognano dei genitori (come Clem che, scoperta la tentazione di suo padre – una tentazione in carne e ossa che ha nome Frances Cottrell – gli dice «è difficile essere tuo figlio») e sono genitori che trovano insostenibile il peso della genitorialità, un peso che diventa inconciliabile con gli umani bisogni, d’animo o carnali.

Franzen pone questi genitori continuamente alla prova, chiedendo loro una resistenza alle tentazioni (di Dio e sociali) quasi insostenibile, come a dire che una volta diventati responsabili di un altro essere umano si smette di essere persone complete per appiattirsi sul ruolo del genitore. E così Marion, che in gioventù ha subito tragedie familiari e sevizie sessuali, non si sente in diritto di confessare a marito e figli di andare in terapia (come se vi fosse una vergogna   insita); Russ non ha il coraggio di dire che pur essendo Pastore, un uomo di Dio, può provare odio, ribrezzo, disprezzo. E desiderio sessuale.

Lo stesso vale per i loro figli: provano vergogna nei confronti dei genitori ma difficilmente riescono a staccarsi dal rispetto dell’autorità che questi rappresentano.

Il modello genitoriale è inabile a insegnare e dare il buon esempio; il modello filiale è incapace di perdonare le debolezze umane dei genitori. L’incomprensione familiare è invalicabile, per Franzen, il senso di colpa che ne deriva una voragine incolmabile. Si tratta di una dinamica che permea tutte le opere di Franzen e cerca di mettere i sentimenti “negativi” sotto il tappeto per impedire alla morale pubblica di intravederli permettendo alla famiglia di cancellarli come se non fossero mai esistiti.

«Tutti i suoi amici erano persone perbene e avevano amici perbene, e dato che di solito le persone perbene allevavano figli perbene, il mondo di Enid assomigliava a un prato in cui l’erba cresceva così folta da soffocare il male: un miracolo di perbenismo». (Le correzioni, Einaudi, 2001, traduzione di Silvia Pareschi). È il perbenismo dell’America che incide sulla vita di stenti dei personaggi di Franzen ma in Crossroads si evidenzia un fattore aggiuntivo: la redenzione cristiana, la resurrezione, il perdono incarnati nel personaggio di Rick Ambrose, il giovane capo della setta religiosa che dà il nome all’opera. Ha le fattezze del Cristo e all’apparenza dimostra una purezza d’animo che si eleva al cielo: in una scena, una delle più alte dell’opera omnia di Franzen, Ambrose si pone dinanzi all’uomo che gli ha appena mostrato tutto il suo odio e il suo disprezzo, Russ, si inginocchia e gli lava i piedi con i capelli lunghi e scuri che gli cadono sul viso.

Il perdono esiste, la ricompensa è la resurrezione.

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https://www.succedeoggi.it/2021/11/il-vangelo-di-franzen/

 

Le alleanze del PD. Può reggere l’opzione strategica a favore dei Cinque Stelle?

Letta parrebbe aver scelto, all’interno dello schema “neo-ulivista”, una via preferenziale e cioè l’accordo con i 5S.  La strada appare comunque impervia. Ora, ci sarà voglia (e coraggio) per avviare e poi concludere una discussione seria, senza cadere nella perenne rissa interna, attualmente sedata dalle vittorie nelle grandi città?

Il PD guidato da Enrico Letta ha deciso di costituire un nuovo centrosinistra del quale siano parte, oltre al PD medesimo che ne sarebbe il dominus, le piccole formazioni del Centro (Azione, Più Europa, eventuali altre ma non Italia Viva, di fatto, in quanto guidata da persona inaffidabile), quelle della Sinistra meno radicale e infine (o meglio soprattutto) il Movimento 5 Stelle guidato ora dal prof. Conte. Questa vasta alleanza nazionale (non ancora, come si è visto, rodata a livello locale se non in casi sporadici) dovrebbe poter sconfiggere quella che il centrodestra (ma sarebbe più corretta la definizione “destracentro”) ha annunciato da tempo (con risultati alle recenti elezioni amministrative tutt’altro che buoni, ma con ottimi responsi dai sondaggi d’opinione).

Il ragionamento si basa sull’attuale legge elettorale molto più che sui contenuti programmatici che, al solito, verranno dopo. Al momento pare sufficiente una condivisione più sincera di quanto appaia quella della parte avversa alle politiche del governo guidato da Mario Draghi. Il problema, però, è che l’ala centrista (definiamola così per comodità, nell’economia di questo articolo) non è disponibile ad allearsi con i pentastellati, che da parte loro ricambiano con pari disprezzo. E non parlo qui di Italia Viva, anzi sospettata di intendenza col nemico. Le affermazioni di Calenda sono nette. E in ogni caso in quel settore della geopolitica nazionale la perplessità (ma sarebbe meglio definirla avversione) nei confronti dei grillini (o ex tali) è diffusa e intensa. E non credo che questa osservazione sia superabile con la considerazione che pure nel centrodestra l’unità è alquanto precaria. Sia perché la lotta interna a questo campo non pare poter raggiungere un punto di non ritorno, ovvero una clamorosa rottura fra i tre partner della coalizione. Sia perché ogni evidenza numerica (al di là della conferma che ne danno i sondaggi) dice che la coalizione PD-5S-Centristi può competere con qualche speranza ma senza alcuna certezza. Ovviamente senza anche solo uno dei partecipanti le possibilità svaniscono. E proprio questo è il punto.

Tenere insieme centristi e pentastellati, senza con questo perdere la sinistra non estrema (ci sono numerose sinistre, come noto, e diversi partitini con pochi voti però) e assicurandosi al contempo il proscenio principale in una sorta di rievocazione della “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria è impresa assai ardua. A mio avviso impossibile.

È peraltro corretto ricordare che prima delle elezioni politiche ci sarà la votazione per la Presidenza della Repubblica. L’esito di quest’ultima potrebbe mutare il quadro generale e pertanto è certo opportuno spostare a dopo ogni ragionamento definitivo. 

Ad ogni buon conto il Pd parrebbe aver scelto, all’interno dello schema “neo-ulivista” (chiamiamolo così solo per semplificazione, perché l’Ulivo era una cosa totalmente diversa), una via preferenziale e cioè l’accordo con i 5S. Il possibile, o probabile, loro ingresso, sponsorizzato dal Nazareno, nel gruppo dei progressisti europei lo sancisce. Una decisione che desta notevoli perplessità in molti dem, al momento però “silenziati” dall’ottimo risultato del partito alle amministrative e da sondaggi dignitosi nonché dal timore di vedersi “cancellati” nella complicatissima gestione delle future liste elettorali. E che invece pare a Conte (e pure al suo competitor interno principale, anche se non dichiarato, il ministro Di Maio) una generosa ciambella di salvataggio a fronte di un movimento che nel suo insieme egli non riesce a governare come ormai è chiaro a chiunque.

Immaginare che la situazione all’interno del mondo pentastellato rimanga così indefinita come è ora, guidata verso un ruolo da junior partner del Pd dal binomio Conte-Di Maio (col supporto di Fico e di qualche altro colonnello) è però illusorio. C’è l’enigmatico silenzio di Grillo, il fondatore ormai stanco e deluso ma ancora in grado di esercitare un ruolo non secondario nella galassia del Movimento, se lo vorrà. C’è la ribellione in atto di Casaleggio junior e Di Battista, prossima ormai a saldarsi per dar vita a un Movimento di protesta coerente con le origini del grillismo d’antàn. C’è la disperazione dei tanti parlamentari che non sanno più che fare, nella vana ricerca dell’alleanza giusta per tentare una rielezione altamente improbabile. Ma c’è soprattutto, e di più, l’incognita di quei milioni di cittadini che votarono M5S in alternativa rabbiosa al “sistema” dei partiti, contro i politicanti, contro la Destra e contro la Sinistra (forse più contro la Sinistra) e che ora si sono rifugiati nell’astensionismo senza perdere quella rabbia contro tutto il mondo che ruota intorno alla politica. Un serbatoio al quale tenteranno di attingere i futuri “alternativisti radicali”, da Di Battista a, magari, Fedez e chissà qualcun altro ancora.

Scommettere sulla tenuta elettorale di Conte e Di Maio è rischioso. Certo, lo sarebbe pure se si puntasse sui “centristi”. Una galassia variegata indebolita dalle troppe sigle, dai troppi personalismi, da una legge elettorale che non li favorisce, dall’assenza di un leader unificante e non divisivo, da molto altro ancora. Ma…ma espressione di un pezzo di società italiana un po’ stufo di un centrodestra divenuto ostaggio di una Destra antieuropeista e ambigua sulla campagna vaccinale contro il Covid così come di un centrosinistra ricalibrato su un versante più individualista che sociale, più populista che popolare, più intriso di radicalismo che di moderazione. Anche se compiutamente europeista, e questo gli viene riconosciuto.

Questa fetta non so dire quanto ampia di italiani, ma in ogni caso non risibile, passa per le varie piccole sigle del centrismo e include quote elettorali di Forza Italia, certo, ma anche dello stesso Pd e probabilmente pure della decisiva componente nordista della Lega sempre più dubbiosa sulla leadership nazionalista di Salvini. Ecco, questa fetta di popolazione – che in parte oggi rappresenta una quota non marginale di quel 40% che stabilmente non risponde all’interpello sondaggistico – io temo che, al dunque, se non avesse alternative, fra sinistra alleata con i pentastellati o quel che resterà di loro e destra securitaria opterebbe – turandosi magari il naso (cit.) – per quest’ultima. Per motivazioni o meglio, preoccupazioni, di politica interna, che rimangono preminenti – purtroppo ed erroneamente – su quelle di politica europea (ad oggi il vero punto forte del centrosinistra italiano). 

Si tratta solo di un’ipotesi. Ma non campata in aria. Soprattutto se il sistema elettorale rimarrà l’attuale, come è piuttosto probabile. Se questa preoccupazione dovesse venir condivisa, come credo sia, da molti nel Pd una seria discussione in argomento sarebbe utile, all’indomani dell’elezione del nuovo Capo dello Stato (un evento che, come detto, potrebbe peraltro mutare il quadro: questo oggi non è dato saperlo).

Ma, nel caso, all’interno del Pd ci sarà voglia (e coraggio) per avviare e poi concludere detta discussione senza cadere nella perenne rissa interna, ora sedata dalle vittorie nelle grandi città? Una domanda alla quale è difficile rispondere, anche se al momento parrebbe più probabile la risposta negativa. Ma in questo caso il rischio di una sconfitta alle politiche sarà elevato. 

A settant’anni da “L’uomo e lo Stato”. La questione della laicità: Maritain è ancora attuale.

Il Segretario Generale dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, Gennaro Curcio, anticipa il suo contributo al convegno su “A settant’anni da L’uomo e lo Stato”, in programma giovedì prossimo (in basso il link per visualizzare la locandina). La sua conclusione, in ordine al problema della laicità nei rapporti tra sfera ecclesiale e organizzazione civile, è che “la forma specifica dell’aiuto reciproco tra Chiesa e società politica è la reciproca assistenza che, nel rispetto della libertà, garantisce il rispetto dei diritti.

Le grandi questioni relative ai temi della bioetica e della libertà individuale impegnano la politica e la cultura nel senso più ampio in un acceso dibattito sui temi della vita, della famiglia, dell’identità personale e del rapporto tra i diritti e i doveri per il buon vivere della comunità umana. Un confronto acuto che inevitabilmente coinvolge i rapporti tra lo stato e la Chiesa, innalzando la discussione al confronto tra lo spirituale e il temporale, tra conservatori e progressisti. 

È possibile un confronto pacifico tale da evitare estremismi e strumentalizzazioni? L’uomo e lo Stato indica nella prospettiva della filosofia pratica, incentrata su dei principi generali immutabili, la strada per la conciliazione e il dialogo di posizioni assai differenti che non riuscirebbero a conciliarsi su aspetti di natura teorica. Maritain, durante la seconda Conferenza internazionale dell’Unesco, coglie nel pensiero pratico l’unico punto di incontro tra posizioni ideologiche e teoriche di natura diversa. Il 6 novembre 1947 a Città del Messico, il filosofo francese pronuncia parole tanto semplici quanto rivoluzionarie, capaci di convogliare tutti le posizioni nella direzione comune dei Diritti umani. Si legge in L’uomo e lo Stato: «Come può essere concepibile un accordo di pensiero tra uomini riunti per un compito di ordine intellettuale da realizzare in comune e che provengono dai quattro punti cardinali e appartengono non solo a culture e civiltà tra loro differenti, ma anche a famiglie spirituali e a scuole di pensiero antagoniste? Siccome la finalità dell’Unesco è una finalità pratica, l’accordo degli animi può attuarsi spontaneamente, non già s un comune pensiero speculativo, ma su un comune pensiero pratico, non sull’affermazione di una medesima concezione del mondo, dell’uomo e della conoscenza, ma sull’affermazione di un medesimo insieme di convinzioni intese a guidare l’azione». 

Il discorso del filosofo invita a cogliere nel bene comune il tèlos pratico della laicità il senso per poter giungere in maniera condivisa all’accordo. Un’osservazione che ancora oggi si mostra essere profondamente valida nelle questioni a cui abbiamo fatto accenno e che rinvia a delle considerazioni sulle convinzioni e sulle responsabilità. Risulta evidente che sia le convinzioni che le responsabilità vivano di un legame stretto che definisce delle conseguenze reali e tangibili del proprio agire nella comunità umana. La consapevolezza di doveri e responsabilità comuni realizza una comunità fraterna fondata sul dialogo tra persone appartenenti a posizioni apparentemente inconciliabili o integraliste. All’agire politico e sociale dei credenti, Jacques Maritain dedica una lezione, pubblicata con il titolo La Chiesa e lo stato. Trattando l’argomento «nella prospettiva di una filosofia pratica adeguata: vale a dire da filosofo, non da teologo, ma da filosofo cristiano, che tiene conto dei dati teologici che permettono di cogliere nel loro pieno valore esistenziale le realtà concrete di cui parla», propone dei principi generali immutabili affinchè Chiesa e corpo politico coesistano nel reciproco rispetto.  

Appartiene, secondo il filosofo francese, a ogni persona la vocazione a ricercare il bene comune. Un bene che, trascendendo il bene comune politico, riguarda lo spirituale più che il materiale; eleva l’uomo a Dio e in esso ritrova la sua dignità. Umanamente, ogni persona impegnata nella ricerca dello spirituale si impegna prima per il bene comune politico. Questo accade perché tra persona e corpo politico intercorre una relazione particolare: «La persona umana è al tempo stesso parte del corpo politico e superiore ad esso». Come parte del corpo politico si impegna per il bene comune della società civile, ma, per la sua esistenza sovratemporale, ricerca un ordine che trascende il temporale. «Sappiamo che l’uomo e tutto l’uomo è impegnato nel bene comune della società civile. Ma sappiamo altresì che in quanto riguarda le cose «che non sono di Cesare», la società stessa e il suo bene comune sono indirettamente subordinati alla perfetta realizzazione della persona e delle sue aspirazioni sovratemporali come a un fine di un altro ordine, un ordine che trascende il corpo politico». 

Nella stretta cooperazione tra i due poli, la laicità si propone come un punto di incontro su dei valori comuni e non negoziabili che riguardano tutti gli uomini. La laicità è un esercizio di inclusione tra persone impegnate nella ricerca di uno stesso fine civile. Affinchè si pratichi la laicità inclusiva Maritain prescrive tre principi generali immutabili: «Il primo principio generale da formulare è la libertà della Chiesa di insegnare, predicare e adorare; la libertà del Vangelo; la libertà della parola di Dio. Il secondo principio generale è la superiorità della Chiesa – in altre parole, dello spirituale – sul corpo politico o sullo Stato. Il terzo è la necessaria cooperazione tra la Chiesa e il corpo politico o lo Stato»6. Si tratta di principi assoluti, immutabili e sovratemporali, concepiti come degli ideali storici concreti che offrono l’immagine in prospettiva del bene per la nostra epoca.  

Rispetto al principio della libertà, Maritain si sofferma sulla differenza tra la concezione della Chiesa per i non credenti e per i credenti. Per i non credenti la Chiesa è un corpo o un’associazione che si dedica ai bisogni religiosi, alle credenze, ai valori spirituali di persone che le hanno affidato la propria vita e la propria integrità morale. Per i credenti, invece, è una società soprannaturale, divina e umana allo stesso tempo, perfetta che, considerando gli uomini cittadini del regno di Dio, li guida verso la vita eterna. Nella prospettiva del credente, la libertà della Chiesa deriva da Dio stesso. Per questo il primo principio generale immutabile sancisce la libertà di predicare, adorare e insegnare la parola di Dio. 

Non sempre nel corso della storia, alla Chiesa è stata riconosciuta la sua libertà. In epoca sacrale e fino al medioevo la distinzione tra corpo politico e corpo sacrale non esisteva o comunque non era ancora netto. In età barocca, invece, la civiltà sacrale si disintegra consentendo all’ordine temporale di affermarsi fino a giungere nella modernità a definire una società profana o secolare che respinge Dio e il Vangelo dalla vita sociale e politica. In una società non più sacrale, come quella in cui viviamo, «uomini che professano credenze religiose e non religiose devono partecipare e lavorare allo stesso bene comune politico o temporale». Da questo emergono: l’autonomia e l’indipendenza del corpo politico; il riconoscimento dell’uguaglianza dei membri come fondamento dello Stato e l’importanza della coscienza individuale di fronte alle coercizioni esercitate da forze esterne. In questo modo, Maritain riconosce che la fede non può essere imposta con la forza. 

Allora quale relazione intercorre tra Chiesa e Stato? 

Affermando il principio della superiorità della Chiesa, il filosofo ne riconosce la presenza ma non l’appartenenza al corpo politico: «La Chiesa…è un tutto; è un regno assolutamente universale esteso al mondo intero: al di sopra del corpo politico e di ogni corpo politico». Una tale superiorità si manifesta attraverso la potenza morale che con cui la Chiesa influenza, penetra e vivifica l’esistenza temporale. Il corpo politico che non conosce altra verità se non quella che viene dal popolo, non può elevarsi alla conoscenza della verità più autentica. Potrebbe però lasciarsi ispirare dallo spirituale così da animarsi di «una sua propria moralità sociale e politica, una  sua  concezione  della  giustizia  e  dell’amicizia  civica,  del  bene  comune  temporale  e  del  compito comune,  del  progresso  umano  e  della  civiltà,  vitalmente  radica  nella  coscienza  cristiana» al fine di rendere  gli  uomini moralmente buoni. 

Riconosciuta  la  superiorità  dell’una  sull’altro,  come  può  la persona vivere bene  se  allo  stesso  tempo è  membro  sia della  società  della  Chiesa  che  dello  Stato?  Maritain  ricorre al terzo principio generale della cooperazione. Scrive: «Le cose  che  sono  di  Cesare  non  sono  soltanto  distinte  dalle  cose che sono  di  Dio,  ma  devono  anche  cooperare.  Quali  sarebbero  dunque,  nel  particolare  modello  di società  politica  cristiana  oggetto  del  nostro  discorso,  i  mezzi  appropriati  grazie  ai  quali  il  principio  di necessaria  cooperazione  tra  la  Chiesa  e  il  corpo  politico verrebbe  applicato? La questione, mi  sembra, ha  tre  implicazioni:  la  prima,  che  riguarda  nello  stesso  tempo  il  corpo  politico  e  lo  Stato,  attiene  alla forma  più  generale  e  più  indiretta  di  reciproca  assistenza  tra  essi  e  la  Chiesa;  la  seconda,  che  riguard a particolarmente  lo  Stato  o  l’autorità  civile,  attiene  al  pubblico  riconoscimento  dell’esistenza  di  Dio; la  terza,  che  in  un  caso  riguarda  specialmente  lo  Stato,  e  in  un  altro  specialmente  il  corpo  politico,  è relativa alle  forme  specifiche  dell’aiuto reciproco  tra  la Chiesa  e  la società  politica». 

Il filosofo  rinvia  al  compito  materiale  di  promuovere  la  ricchezza  e  di  assicurare, secondo giustizia, l’equa  distribuzione dei beni materiali, sostegno dell’umanità.  Dunque, la forma  specifica  dell’aiuto reciproco  tra  Chiesa  e società politica è la reciproca  assistenza che, nel rispetto della libertà, garantisce il rispetto dei diritti.

 

Locandina del convegno su L’uomo e lo Stato

https://istituto.maritain.net/IIJM-Brochure_l_uomo_e_lo_Stato_2021.pdf?c519ce&c519ce

Il futuro della RAI interessa anche chi non vive in Italia. La lettera dell’Associazione “ Svegliamoci Italici” a Carlo Fuortes.

Guarda il nostro Paese e ad alla RAI l’immensa platea dei 250 milioni di Italici sparsi per il mondo. “Noi nutriamo fiducia – spiegano i firmatari – sulla volontà e capacità di rilanciare la RAI e sappiamo che un italico per antonomasia come il Presidente Draghi è la miglior garanzia che questa attenzione ci sarà. 

Svegliamoci Italici

Le immagini del G20 di Roma diffuse nei cinque continenti segnalano un paradosso: quello di uno stato nazionale autorevole e rispettato per il suo ordinamento e per la capacità rappresentativa del suo popolo, ma forse più ancora ammirato in quanto portatore di un sentimento di gran lunga superiore e inclusivo rispetto alla statualità organizzata. Il sentimento che un fine intellettuale dalla lunga esperienza imprenditoriale e politica, Piero Bassetti, ha chiamato della italicità. Roma con la sua storia millenaria e la Nuvola come proiezione inventiva del presente, hanno reso plasticamente la dimensione di una civiltà capace di stupire l’umanità a ogni latitudine.

Nel mondo vivono 250 milioni di persone che hanno l’Italia nel cuore e si riconoscono nello straordinario mix di bellezze artistiche e naturali, tradizioni culturali, creatività industriale, food, fashion e design italiani. Parliamo di una comunità di sentimenti che va ben oltre i sessanta milioni di abitanti della penisola e i milioni di discendenti di italiani all’estero, e che comprende anche tutti coloro che, pur senza avere una goccia di sangue italiano, sono affascinati dal nostro Paese e hanno abbracciato i modelli e i valori di quell’Italian way of life diffuso e apprezzato nei cinque continenti.

L’appartenenza italica, intesa come favorevole predisposizione verso l’Italia, fondata non solo su esclusivi legami di cittadinanza/discendenza, è una risorsa preziosa e costituisce un soft power di fondamentale importanza nell’era della globalizzazione per il “sistema Italia”. Molti italici sono in posizioni apicali nelle istituzioni economico-politico-culturali dei propri Paesi, e costituiscono un grande patrimonio, da valorizzare e connettere. Le istituzioni e la politica italiane stanno scoprendo il soft power italico: un potere soffice, aggregante, non aggressivo e molto distante da pretese di neo-colonizzazione.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ne ha parlato in varie occasioni, riferendosi all’apprezzamento che l’Italia riscuote all’estero “per la sua straordinaria miscela di cultura, esperienze, gusto, natura e saperi”. Gli italici sono una civiltà il cui peso è molto superiore a quello degli italiani in senso stretto. Per riaffermare il ruolo geopolitico della civiltà italica nel mondo globalizzato, per contribuire alla crescita della sua autoconsapevolezza e identificazione, è nata la Italica Global Community. Il suo obiettivo è costruire un network di relazioni stabili con la grande e autorevole comunità degli italici nel mondo.

L’idea ampia di una comunità e di una civiltà italiche, fondate sulla condivisione di valori, interessi ed esperienze comuni, si deve – come detto – a Piero Bassetti, presidente dell’Associazione “Svegliamoci Italici”, protagonista di oltre mezzo secolo di vita economica e istituzionale del nostro Paese, intervenuto quattro anni fa al Palazzo di Vetro, a New York, per lanciare sotto l’egida dell’Onu la sfida degli italici: “Italics as a Global Commonwealth”.  

La scommessa piace al Presidente Mattarella: “Appare particolarmente centrato e moderno il richiamo al ‘Commonwealth’ che, nell’accezione riferita all’Italia e agli italiani, si stinge di ogni patina egemonica, per assumere il senso di una offerta globale dell’italianità/italicità come stile, come ingegno, come canone di buona vita, come valore umanistico”.

Il cantiere della Italica Global Community, la casa dei nuovi italici, è aperto, e il suo ispiratore Bassetti l’ha presentato di recente a Roma, nella sede della Stampa Estera. Un evento seguito in live-streaming da migliaia di italici, collegati dai cinque continenti. Ad illustrare il progetto due volti noti della Rai, Marco Frittella, conduttore del daily della prima rete “Unomattina”, e Monica Marangoni, per un triennio conduttrice del contenitore quotidiano “L’Italia con voi” su Rai Italia, il canale per l’estero del servizio pubblico. Il coinvolgimento dei due giornalisti ha voluto essere un chiaro incoraggiamento a prolungare la riflessione lungo l’asse strategico dell’informazione.

L’intuizione dell’italicità e degli italici ha potenzialità enormi, apparendo ormai non sufficiente la battaglia del made in Italy, perché circoscritta all’universo commerciale e limitata a fornire  sostegno economico ai prodotti italiani da esportare, spesso senza accertarne e certificarne l’effettiva provenienza, la qualità e i processi di lavorazione, e rinunciando così ad allargare il mercato globale di tutto ciò che il nostro Paese può offrire, grazie alla attrattività della propria civiltà bimillenaria.  

Il servizio pubblico radiotelevisivo, tuttora centrale per il “sistema Italia”, dovrebbe avvertire la caratura meta-politica dell’italicità, dichiaratamente non partitica, e accantonare timori reverenziali, o malintese neutralità, provando a intestarsela editorialmente come obiettivo culturale di crescita e rappresentazione del Paese, in tutte le sue componenti e orientamenti.

Non è sicuramente velleitario rivolgersi a Viale Mazzini con un appello che è una invocazione quasi disperata: la nuova governance metta subito mano allo stato di abbandono, dispersione e disorientamento dell’offerta radiotelevisiva per l’estero, negli anni recenti trascurata (il canale esistente) o annunciata invano come segnale di rinnovamento (il canale in inglese). 

E pensare che proprio sul tema della cultura italica, attraverso Rai Italia – erede della ventennale tradizione di Rai International – il servizio pubblico aveva avviato negli ultimi anni un approfondimento speciale e continuativo, anche con il contributo della nostra Associazione, con risultati molto apprezzati dai telespettatori sparsi in tutto il mondo. 

La Rai è da sempre uno dei principali presidi strategici del sistema culturale nazionale e oggi rappresenta il più rilevante giacimento culturale audiovisivo del nostro Paese, oltre che tra i primi in Europa e nel mondo. Il servizio pubblico radiotelevisivo è fondamentale per riaffermare il ruolo geopolitico della civiltà italica nel mondo globalizzato. Il nuovo piano industriale Rai prevede la creazione di dieci direzioni di genere e nei prossimi mesi verrà definito anche il ruolo strategico del servizio pubblico in base a ciò che sarà concordato con il Governo. Noi nutriamo fiducia sulla volontà e capacità di rilanciare la RAI e sappiamo che un italico per antonomasia come il Presidente Draghi è la miglior garanzia che questa attenzione ci sarà. 

Il Presidente Mattarella ha usato parole molto chiare nel Messaggio che lo scorso 9 novembre ha inviato in occasione della presentazione del Rapporto “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes :  “La Comunità di italo-discendenti nel mondo viene stimata in circa ottanta milioni di persone, cui si aggiungono gli oltre sei milioni di cittadini italiani residenti all’estero. La portata umana, culturale e professionale di questa presenza è di valore inestimabile nell’ambito di quel soft-power che consente di collocare il nostro Paese tra quelli il cui modello di vita gode di maggiore attrazione e considerazione. Le “Reti” che animano e costituiscono questo valore di ITALICITA’ meritano riconoscimento e sostegno.”

Nel dare l’avvio alla costituzione della Italica Global Community  avevamo in mente questi milioni di cittadini ed anche gli altri milioni di persone sparse nel Pianeta, che pur non avendo legami di sangue e di origine, amano la cultura, l’arte, la lingua, il modo di vivere, la capacità di guardare al resto del mondo ed in particolare al Mediterraneo, insomma tutto ciò che costituisce la “civiltà italica”. La RAI non può certo disinteressarsene. 

Umbero Laurenti (Vice Presidente), 

Niccolò D’Aquino, Lanfranco Senn, Stefano Clima (componenti del Consiglio Direttivo)

Appello alla Chiesa: un altro mondo è possibile.

Il prof. Sorbi invita il Sinodo della Chiesa italiana ad aprire una discussione sulla possibilità di costruire un mondo dove le ingiustizie economiche e sociali vengano risolte. 

Ce la faremo? Il caos è veramente alle porte? Ma poi quale caos? 

A dar retta a ricerche ed analisi, ci sembra di cogliere in tutto l’Occidente il prevalere di paure irrazionali, come il timore di essere invasi dagli immigrati, o la paura dei vaccini in quanto possibili strumenti di controllo per una dominazione mondiale. 

Paure che sembrano strumenti di distrazione di massa per eludere i veri problemi: ossia la capacità di rispondere alle pandemie, il crescere della disoccupazione, la tendenza a ridurre i salari e sfruttare il precariato, lo sfruttamento schiavistico degli immigrati, la tendenza a ridurre le pensioni… mentre diventata insopportabile la disuguaglianza tra i pochi ricchissimi e le moltitudini che impoveriscono.

Mai come in questo momento le contraddizioni del sistema capitalistico-utilitaristico si stanno rivelando crudeli strumenti di ingiustizia economica e sociale.

Inoltre, in questa fase di cambiamento epocale, sta rapidamente mutando il quadro geopolitico, fortemente condizionato da conflitti di natura economico-commerciale.

Le scelte di “ritiro” militare degli Stati Uniti da molti scacchieri geopolitici sono da vedere nel contesto del complicato fallimento della politica americana causato da decisioni troppo semplificate che non hanno tenuto conto delle questioni interetniche e degli odi corporativi/tribali tra i diversi gruppi fondamentalisti che alla lunga si sono rivelati micidiali.

I focolai di guerra che si stanno accendendo nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Mediterraneo si inseriscono in una lotta per l’egemonia mondiale tra Usa, Russia e Cina.

I mutamenti climatici e il sottosviluppo sono tra i fattori scatenanti dei conflitti nordafricani.

I processi di desertificazione, la carenza di acqua potabile, le guerre prodotte dai gruppi dirigenti corrotti dei Paesi del Medio Oriente e dell’Asia, sono generatori di caos.

A questo si aggiunge la crescita demografica più che geometrica dell’area africana (si prevede che i 1.186 milioni di africani, stimati oggi, raddoppieranno a metà secolo). Mentre, se non si cambia radicalmente politica, i 738 milioni di europei attuali (russi e ucraini compresi), saranno nel 2050 sotto la soglia dei 700 milioni.

Ebbene, questi pur semplici dati ci dovrebbero far capire la decisività della crescita demografica nel prossimo futuro.

A differenza di quanto sostenuto dalle politiche neomalthusiane, i Paesi con crescita demografica positiva svilupperanno vantaggi economici e sociali rispetto alle società con più anziani.

Dal punto di vista strettamente economico, sarà decisivo riuscire a limitare e contenere al minimo il cancro della speculazione finanziaria.

La speculazione finanziaria è un’attività che gonfia a dismisura i titoli azionari, il valore delle merci, delle materie prime e delle varie forme di valuta, generando una situazione debitoria insopportabile per il mondo intero

Tenendo sempre ben presente che è dai modelli che regolano i modi di produzione che deve partire un’analisi attenta a cogliere le radici del supersfruttamento globalizzato.

Sarà inoltre necessario impedire che le stupefacenti innovazioni tecnologiche, come l’intelligenza artificiale, i robot, la rete e la rivoluzione verde, vengano utilizzate per fini speculativi: cioè non per il progresso, la libertà e l’avanzamento degli umani, bensì per la loro schiavizzazione.

Ha scritto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’: «È certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile».

Nel Messaggio al 4° Forum di Parigi sulla Pace, il Pontefice ha evidenziato che «le vecchie strutture sociali sono ispirate da autosufficienza, nazionalismo, protezionismo, individualismo e isolamento, con l’esclusione dei nostri fratelli e sorelle più poveri». 

Un mondo così non si può accettare.

Il Pontefice ha invitato i partecipanti al Forum e il mondo intero a non seguire la via di una “normalità” segnata dall’ingiustizia, ma ad accettare la sfida di assumere la crisi come «opportunità concreta di conversione, di trasformazione, di ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali».

Perché – ha concluso Bergoglio – è possibile generare modelli economici in grado di servire i bisogni di tutti realizzando politiche lungimiranti che preservano i doni della natura, promuovendo lo sviluppo integrale sulla strada del bene comune, della cura dei poveri e della casa comune.

Credo che il Sinodo debba mettere al centro della discussione quanto Papa Francesco sta dicendo. E cioè: un mondo come quello che abbiamo visto prima della pandemia è inaccettabile. La Chiesa deve impegnarsi ad offrire il proprio contributo per costruirne uno nuovo, libero dalla cultura dello scarto e più attento alla condizione dei poveri e dei deboli.

Perché la grandezza di una civiltà non si misura dalla potenza delle forze armate, né dalla ricchezza di pochi, bensì dalla capacità di creare opportunità di lavoro, accogliere e curare i malati, dare occupazione e dignità ai poveri, e assistere i deboli.

Smog, Italia maglia nera in Ue per decessi da NO2

Anche nel 2019 l’Italia si conferma tra i paesi Ue dove sono più alti i rischi per la salute, in termini di morti e anni di vita persi, per l’esposizione allo smog.

Secondo il Rapporto 2021 sulla qualità dell’aria dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), nel 2019 il nostro paese era il primo per numero di morti per biossido di azoto (NO2, 10.640 morti, +2% rispetto ai dati del Rapporto Aea 2020), ed è il secondo dopo la Germania per i rischi da particolato fine PM2,5 (49.900 morti, -4%) e ozono (O3, 3170 morti, +5% sul 2018).

Nell’Ue a 27, nel 2019 circa 307.000 persone sono morte prematuramente a causa dell’esposizione a PM2,5 , 40.400 per l’NO2 e 16.800 a causa dell’esposizione acuta all’ozono. I decessi per smog sono diminuiti del 16% rispetto al 2018 e del 33% con riferimento al 2005. Almeno il 58% dei decessi da PM2,5 in Ue, ammonisce la Aea, si sarebbe potuto evitare se tutti gli Stati membri avessero raggiunto il nuovo parametro OMS per il PM2,5 di 5 µg/m3. Con i parametri Oms l’Italia avrebbe 32.200 decessi in meno (-32.200) da PM2,5.

Oristano: La scienza: tra speranze e scoperte

Si svolgerà il 18 e 19 novembre la sesta edizione del Festival Scienza Oristano intitolata La scienza: tra speranze e scoperte, in cui saranno coinvolti anche gli studenti delle scuole di Terralba e Ghilarza. La manifestazione si inserisce nel quadro del Festival Scienza di Cagliari, organizzato dall’Associazione ScienzaSocietàScienza e giunto ormai al quattordicesimo appuntamento.

Sia pur con i limiti dell’emergenza sanitaria ancora in corso, l’edizione di quest’anno prevede il ritorno in presenza del pubblico per un vasto programma di conferenze, seminari, presentazione di libri, tavole rotonde, readings letterari, laboratori didattici e altri eventi incentrati in particolare sul tema del nostro pianeta Terra e della sua salvaguardia, soprattutto in riferimento ai recenti e drammatici effetti dovuti ai cambiamenti climatici.

Tra gli ospiti più significativi del Festival ricordiamo la scrittrice e narratrice scientifica Sara Segantin e Graziano Pinna, docente del Dipartimento di Psichiatria dell’Università d’Illinois a Chicago che terrà una conferenza il 19 novembre al Liceo Scientifico Mariano IV di Oristano dal titolo Biomarker coinvolti nel disturbo da stress post-traumatico (ptsd) e depressione. Ruolo terapeutico dell’alimentazione.

Sara Segantin, tra i fondatori del movimento Fridays for Future in Italia, impegnata in vari eventi, sarà presente (18 novembre ore 15.30, Chiostro del Carmine) all’ evento organizzato dal Consorzio Uno CLIMATHON 2021 con la presentazione dei progetti partecipanti all’Ideathon e la proclamazione vincitore e poi presenterà il suo libro Non siamo eroi agli studenti sia a Oristano che a Terralba dove si svolgerà La scienza che illumina l’azione, una gara di lettura che coinvolge gli studenti del Liceo Classico che dopo aver letto e studiato il testo con il supporto dei loro docenti, si sfideranno in un’allegra competizione.

Il 19 novembre dalle ore 15.30 al Chiostro del Carmine a Oristano si svolgeranno delle conferenze tematiche a cura di ricercatori dell’IMC per la cittadinanza, decisori, pianificatori, operatori delle filiere ittiche e amministratori: Gestione e conservazione degli ecosistemi marini, a cura di Daniele Grech; Il recepimento dei principi dell’economia circolare nelle filiere ittiche a cura di Elisa Serra e Acquacoltura spaziale: una certezza per la sostenibilità dell’acquacoltura in Sardegna a cura di Erika Porporato e Daniele Trogu.

Due conferenze organizzate dal AMP Area Marina Protetta Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre: sono previste nel Centro Polifunzionale di via Tharros a Cabras, il 18 novembre alle 16.30 La conservazione delle specie protette e l’utilizzo della tecnologia: la patella ferruginea e le tartarughe marine, a cura di Stefania Coppa e Giorgio Massaro, ricercatori dell’IAS CNR di Oristano. Mentre il 19 novembre alle 15.30 Il capitale ambientale e la gestione delle risorse naturali. La contabilità ambientale dell’area marina protetta “Penisola del Sinis – Isola Mal di ventre, a cura del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, dell’Università di Genova, dell’Università di Trieste e della Capitaneria di Porto di Oristano.

Tra i laboratori interattivi che svolgeranno per gli studenti di Ghilarza segnaliamo Fake News e Debunking un’attività interattiva sulla costruzione di una fake news, in cui si metteranno in luce le modalità attraverso le quali è possibile produrre una notizia falsa ma che sembra plausibile da un punto di vista scientifico.  Mentre per quelli di Terralba una tavola rotonda a cura di Legambiente, circolo S’Arrulloni di Terralba, conclusiva del percorso Mi illumino di Scienza sugli aspetti ecologici legati agli ambienti lagunari con l’obiettivo di sensibilizzare gli studenti sui temi del rispetto ambientale, della difesa e della salute delle zone umide

L’edizione oristanese di Festival Scienza è stata organizzata dall’Associazione ScienzaSocietàScienza in collaborazione con il Consorzio UNO Promozione Studi Universitari Oristano, il Liceo Scientifico Mariano IV , il Liceo Classico De Castro, l’associazione Heuristic e la rassegna letteraria Leggendo ancora insieme, l‘IMC – Centro Marino Internazionale ONLUS di Torregrande (Or) e l’AMP, Area Marina Protetta Penisola del Sinis-Isola di Mal di Ventre, e con il patrocinio del Comune di Oristano.

Il Festival dopo gli appuntamenti di Cagliari, Nuoro, Siniscola e Oristano prosegue poi la sua diffusione nel territorio sardo con altre edizioni locali come già avvenuto negli anni passati a Isili – Sarcidano e Iglesias.

Insulti e diffamazioni, ecco la politica attuale.

La svolta nasce a metà degli anni novanta, dopo la rivoluzione di tangentopoli che è stata, e resta, la vera subcultura che ha distrutto e liquidato la politica. Il nemico va annientato: ecco il messaggio o, meglio ancora, il programma della subentrante barbarie antipolitica.

Insomma, insulti, attacchi personali, distruzione sistematica delle persone, diffamazioni e semi diffamazioni, pianificazioni sofisticatissime per criminalizzare politicamente, e non solo politicamente, il nemico. In altre parole, come distruggere le persone sgradite. Sarebbe questo il lascito concreto del tanto decantato ed esaltato populismo di marca grillina che ha caratterizzato il nostro paese per molti anni? Cosa è rimasto della antica e, verrebbe da dire, nobile politica della bistrattata ed odiata Prima Repubblica? Certo, anche in quella lunga stagione gli attacchi personali erano di moda. Basti pensare, per fare un solo esempio concreto a me caro e più conosciuto, agli attacchi ripetuti e alla carovana di insulti e di ogni sorta di demolizione della persona che i comunisti italiani hanno sempre rovesciato addosso ad un leader e ad uno statista democratico cristiano come Carlo Donat-Cattin. Per il suo progetto politico e per le idee che manifestava con coraggio e determinazione nel concreto dibattito politico italiano. Per non parlare di molti altri leader democristiani…..

Ma, se non altro, accanto ai vomitevoli e sempre deprecabili attacchi personali, in quella stagione prevaleva quasi sempre la politica. Ovvero, la politica restava al centro della discussione e del confronto tra i vari leader e i partiti di riferimento.

La vera svolta nasce a metà degli anni novanta, dopo la rivoluzione di tangentopoli e la preparazione del terreno populista che è stata, e resta, la vera subcultura che ha distrutto e liquidato la politica creando le condizioni per ridurre la politica stessa a puro scontro personale. Il nemico va annientato. Punto. E il grillismo e chi lo ha fiancheggiato – e sono tantissimi, soprattutto sul versante dell’informazione – è stato il motore decisivo che ha brutalizzato la politica. Tutta la politica. Perchè ormai l’annientamento del nemico – tra i partiti e all’interno stesso dei partiti – è diventata l’unica regola che disciplina i rapporti personali. E chi lo nega o è un ingenuo o, com’è evidente a tutti, è un ipocrita. Una cultura, cioè, che ha contagiato lo scenario pubblico italiano. Tanto a livello nazionale quanto a livello locale.

Non c’è quindi da stupirsi di ciò che leggiamo oggi attorno all’ultima polemica tra il “Fatto quotidiano” e Renzi o a mille altri casi a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi. Verrebbe quasi da dire, commentando il rapporto epistolare e questo scambio violento di dichiarazioni e di accuse, “è la politica bellezza”. Perchè, in effetti la politica oggi è prevalentemente questo. Ma ci ricordiamo ancora, per fare un solo esempio, ciò che hanno detto, urlato, scritto e giurato per anni in tutte le piazze italiane i grillini? Credo sia inutile ricordarlo perchè è ancora nella mente di tutti quelli che hanno un briciolo di memoria storica. Certo, adesso hanno avuto una misteriosa conversione politica, improvvisa e collettiva e, tutti come un sol uomo, si sono ravveduti per tutto quello che hanno detto, urlato, scritto e giurato per svariati lustri. Ovviamente è una bufala utile per i gonzi che vogliono cadere nella trappola. E questo per una ragione semplice, anzi persin banale. Il dna di un partito non cambia da un giorno all’altro ma è il concentrato di un modo d’essere che ti ha caratterizzato sin dall’inizio della tua esperienza. E per lunghi anni. E visto che i protagonisti politici di questo partito sono sempre gli stessi, è curioso che la conversione politica coincida per tutti nello stesso giorno, nello stesso mese e nello stesso anno….

Ora, al di là di questa sceneggiata, quello che caratterizza concretamente la politica contemporanea è che, purtroppo, domina l’insulto e l’attacco personale. Altrochè il “nulla della politica” denunciato da Martinazzoli a metà degli anni duemila. Qui ci troviamo di fronte ad un imbarbarimento dello stesso linguaggio politico che riduce la politica ad uno scontro permanente dove il vincitore finale è quello che riesce a distruggere meglio il proprio nemico. Con tanti saluti alla cultura politica, ai riferimenti ideali, alla buona educazione e al rispetto delle persone.

Anche per questo elemento e per questa profonda caduta di stile, è sempre più necessario ed indispensabile recuperare quelle culture politiche che concepiscono la politica come confronto continuo ed incessante fra ricette programmatiche contrapposte se non alternative ma sempre nel rispetto rigoroso delle persone e di ciò che rappresentano. Ma per cercare di raggiungere quel risultato e ritornare a quei tempi, si deve sconfiggere definitivamente ed irreversibilmente il populismo e chi continua a cavalcarlo e a inverarlo nella società contemporanea. Se il populismo persiste, come oggi è, sarà difficile, molto difficile, uscire da questo tunnel. Con esiti imprevedibili per il futuro della nostra democrazia e le stesse istituzioni democratiche.

Colletti vs Maritain. L’umanesimo integrale, secondo una critica di tipo laico-illuminista, non è un umanesimo liberale.

Nel convegno organizzato nel 1992, a quarant’anni dalla pubblicazione in italiano de «L’uomo e lo Stato», dall’Istituto Italiano Jacques Maritain e dall’Istituto Suor Orsola Benincasa, Lucio Colletti formulava questa critica al pensiero del filosofo cattolico francese. Il testo qui riportato è uno stralcio dell’intervento svolto all’epoca, e precisamente la parte finale. Vale la pena tenerne conto in vista dell’imminente e analogo convegno, stavolta a settant’anni dalla pubblicazione del libro, in programma a Roma nei prossimi giorni (18-19 novembre 2021).

Lucio Colletti

Per il liberalismo, i poteri, com’è noto, sono e debbono essere molteplici e diversi. Ammettere la «sovranità» al singolare, renderebbe impossibile sfuggire agli sviluppi che ne trassero due pensatori assolutisti: Hobbes e Rousseau. Mi chiedo, tuttavia, se la negazione del concetto di «sovranità» abbia lo stesso significato in Locke e Maritain. In due parole, il dubbio è che, in Maritain, quella negazione significhi piuttosto il rifiuto a riconoscere il potere dello Stato.

È questo il motivo a cui si riannodano tutte le perplessità che Maritain può suscitare in una persona della mia formazione, la quale, per di più, si trovi a non essere credente. La domanda, che mi pongo, è fino a qual punto sia effettivamente garantito, in Maritain, il pluralismo liberale. 

A prima vista, parrebbe che non ci fossero problemi. Maritain si richiama infatti a una filosofia del diritto naturale; ed è noto a tutti come anche il liberalismo, almeno nelle sue lontane origini in Locke, affondi le sue radici in presupposti analoghi. Tuttavia vi è differenza tra il giusnaturalismo utilitaristico e quello cattolico. In Maritain il diritto di natura discende da un’ontologia dei valori che rimanda, seppure alla lontana, alla metafisica tomista. Mi domando ora fino a che punto tale concezione sia conciliabile con le posizioni -ahimé quanto rare in Italia -del cattolicesimo liberale (che è altra cosa, sia consentito dirlo, dalle idee di molti «cattolici democratici»). 

Il punto del mio dissenso è tutto qui. In Maritain, la filosofia politica è tutta ancorata alla legge naturale. Ma, poiché tale legge è un riflesso di quella divina, così com’è statuita nei testi sacri, ne deriva che per lui possano esservi leggi, le quali, pur deliberate nei modi più democratici, non meritino obbedienza perché non conformi al volere dell’Ente supremo, secondo l’interpretazione della Chiesa. È da questo punto di vista che Maritain non offre garanzie alla libertà dei non credenti. Mi spiego con un esempio. Saremmo tutti con i cattolici a difendere la loro libertà contro uno Stato che volesse imporre loro l’obbligo dell’aborto. Dubito che sia vera la reciproca. Cioè che, in linea col pensiero di Maritain, un cattolico possa riconoscere il diritto di un non credente ad abbracciare la pratica dell’aborto. Ma se, come credo, cosl è, è evidente che all’umanesimo integrale di Maritain verrebbe a mancare il requisito essenziale di essere un umanesimo liberale. 

 

(Tratto da L. Colletti, Il problema del pluralismo in Maritain, in AA.VV., Stato democratico e personalismo, Atti del Convegno Nazionale di Studio per il XL de «L’uomo e lo Stato» di J. Maritain, Napoli, 28/2-1/31992, a cura di Giancarlo Galeazzi, Vita e Pensiero, 1995, pp. 130-131).

Locandina del convegno del 18/19 novembre 2021

https://istituto.maritain.net/IIJM-Brochure_l_uomo_e_lo_Stato_2021.pdf?c519ce&c519ce

Cattolici in dialogo. «Non possono essere assenti in politica e sui grandi temi sociali». L’incontro di Milano.

Presso la Fondazione San Fedele, per l’avvio della seconda sessione del percorso socio-politico 2021, si sono confrontati, in una serata inedita (venerdì 12 novembre), i presidenti nazionali di Azione Cattolica, delle Acli e della Fraternità di Comunione e Liberazione. La cronaca dell’incontro è tratta dal sito della Diocesi di Milano.

Annamaria Braccini

I segni dei tempi e il dovere di interpretarli, tornando a essere presenza attiva all’interno di una società complessa che, mai come oggi, richiede il ruolo dei cattolici, al di là di individualismi e steccati ormai anacronistici. Presso la Fondazione culturale San Fedele, per l’avvio della seconda sessione del percorso socio-politico 2021 proposto dalla Diocesi di Milano con il titolo “Fratelli tutti. Una politica che coltivi la fraternità e l’amicizia sociale”, si parla di dialogo e di futuro, ma a fare la differenza sono i tre relatori chiamati a confrontarsi in una serata, per molti versi inedita, dedicata a “La migliore politica. Come alcune associazioni e movimenti rileggono la Fratelli tutti”.


Infatti, per il dibattito, moderato da don Walter Magnoni, responsabile della Pastorale sociale della Diocesi, sono l’uno accanto all’altro, Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli e Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Impegnati a definire, a partire dal cammino delle rispettive realtà, analisi del presente e speranze in un incontro che monsignor Luca Bressan, vicario episcopale di Settore, definisce «inedito», anzitutto, perché «tre grandi realtà ecclesiali, rappresentate dalle figure che le guidano, non solo dialogano, ma si mettono nella posizione di docenti per una Diocesi che vuole imparare». 

Laddove «ormai si denuncia l’assenza del mondo cattolico dalla politica, ma se ne chiede la presenza su grandi temi come il fine vita – prosegue Bressan – si sente il bisogno anche di un pensiero cristiano dentro il governo del mondo. Basti pensare al modo mesto con cui abbiamo dichiarato agli afghani quanto poco ci importa di loro. Occorre una politica che faccia sentire tutti fratelli». Un impegno da vivere con lo stile dell’ascolto indicato, già 35 anni fa, dal cardinale Carlo Maria Martini nel convegno “Farsi prossimo”, svoltosi ad Assago dal 20 al 22 novembre 1986 e che ha portato, nella Chiesa di Milano, a promuovere da tempo il Coordinamento delle Associazioni e Movimenti.

Il dialogo
Tra domande e risposte, partendo dalla Fratelli tutti, si articola la serata, cui prendono parte politici locali, persone impegnate nelle realtà sociali ed ecclesiali del territorio, laici e sacerdoti. Non manca monsignor Giuseppe Merisi, vescovo emerito di Lodi e da sempre attento osservatore di questioni politiche e sociali.


Emiliano Manfredonia si sofferma sulla deriva individualistica del nostro tessuto sociale e su quanto la pandemia abbia inciso. «Leggere le pagine del Papa ci aiuta ad affrontare le sfide, a essere all’altezza del nostro compito di cristiani».


«L’Enciclica è stato un dono straordinario, specie in questo momento di pandemia, perché ci ha offerto parole per capire meglio ciò che abbiamo vissuto», osserva il presidente dell’Azione Cattolica, che sottolinea 2 termini-chiave. «Il futuro con l’invito ad andare oltre per dare senso alla nostra convivenza civile, perché dobbiamo vedere la grande transizione in atto dal punto di vista di un cambiamento profondo, come si è visto nella Settimana sociale dei Cattolici italiani di Taranto e nella Cop 26, e non di un semplice restyling di riforme di corto respiro. Questo porta con sé una conversione, un organizzare la speranza come scriveva don Tonino Bello, con un’espressione ripresa dal Papa. Bisogna fare in modo che le nostre organizzazioni siano “antifragili”, ossia capaci di fare della crisi un’occasione di crescita».


E, poi, naturalmente la politica «quella con la P maiuscola, ragionando politicamente e andando oltre lo scontro muscolare che impedisce alla stessa politica di realizzare il suo compito, essere il luogo del confronto. Dobbiamo camminare e ed elaborare insieme».


Per Carrón, che evidenzia come «Cl abbia accolto la Fratelli tutti all’interno di un percorso educativo», la questione è chiedersi cosa ci renda fratelli. «Non è scontato nemmeno per noi cristiani essere fratelli. Il metodo per vincere i nostri schemi è il Vangelo, sentirci uno in Cristo, riconoscendo la grazia che abbiamo ricevuto con il Signore».


Con la seconda domanda, relativa all’interpretazione dei segni dei tempi – che, tradotto dal linguaggio tipicamente ecclesiale, significa chiedersi su quali questioni sociali e politiche occorre essere presenti – si entra nel vivo e ben lo si comprende dalle risposte.


Notarstefano: «È importante immergersi nella lettura del tempo, resistendo alla tentazione della nostalgia del passato, non accontentandosi di risposte immediate che sfuggono di fronte alla complessità, ma valutando la visione poliedrica della realtà. Siamo convinti che la storia sia un luogo teologico e che, quindi, su certi temi non possiamo essere timidi. Dobbiamo scommettere sul protagonismo dei giovani». Come a dire: «l’annuncio cristiano ha una dimensione ineludibilmente sociale» cui il cammino sinodale può imprimere nuova e profetica forza.

Carrón, colpito dal disinteresse per le recenti elezioni amministrative, aggiunge: «È un segno dei tempi da non sottovalutare, così come l’apatia di fronte al lavoro. La risposta non può essere solo un appello etico, ma si deve proporre qualcosa di attraente che smuova da tali atteggiamenti ridestando interesse per la vita sociale. È questa una delle responsabilità della politica, perché se la vita comune non è percepita come un bene, ma solo come uno sforzo etico, non si risvegliano i cuori; se non risuona in noi la musica della fede, come insegna il Papa, sarà difficile poter dare un nostro contributo».

Manfredonia: «Lo sguardo della Fratelli tutti rivolto alla realtà odierna è impietoso: impietoso sulla politica marketing, su una comunicazione che informa su tutto, ma rende indifferenti, su una commozione momentanea che non diventa mai pietà vera. Il non voto è la fine di un percorso, di un patto tradito tra il cittadino è la società. Lo sviluppo tecnico-economico, che punta solo sulla crescita continua, è spesso costruito su persone che muoiono, perché considerate degli scarti. Il cristiano non può essere indifferente».

Il pensiero va ancora ai giovani e alla denatalità come temi «su cui la politica può avere ancora uno sguardo lungo e dove dobbiamo farci sentire e ascoltare nel segno di un’amicizia, non di un’appartenenza necessariamente legata agli schieramenti politici».

Infine, don Magnoni richiama il cardinale Angelo Scola e quella “pluriformità nell’unità” che è stata una delle vie maestre dell’Episcopato milanese dell’attuale Arcivescovo emerito «su cui la Diocesi e le associazioni hanno lavorato, pur venendo da storie diverse nella logica della sinodalità da compiere».

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https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/cattolici-in-dialogo-non-possiamo-essere-assenti-in-politica-e-sui-grandi-temi-sociali-480670.html

Associazioni e comunicazioni. Copercom, il neo presidente Di Battista: “Trovare un terreno comune per parlarci” (AgenSIR).

Giornalista di lungo corso, è stato eletto ieri alla guida del Coordinamento che rappresenta 29 associazioni del settore della comunicazione che hanno in comune l’ispirazione cristiana. Come invita a fare il Papa nel suo Messaggio in occasione della prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, Di Battista intende ascoltare le tante anime che compongono l’organismo mettendosi in relazione anche con gli altri media.

Elisabetta Gramolini

Un giornalista di lungo corso, con la passione della scienza e della meteorologia, che ha alle spalle anche delle incursioni nella ricerca sul campo riguardo ad un tema attualissimo come il cambiamento climatico. È Stefano Di Battista (61 anni), eletto nuovo presidente del Copercom ieri a Roma. Da 25 anni, il Coordinamento rappresenta 29 associazioni del settore della comunicazione che hanno in comune l’ispirazione cristiana. Come invita a fare il Papa nel suo Messaggio in occasione della prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, Di Battista intende ascoltare le tante anime che compongono l’organismo mettendosi in relazione anche con gli altri media.

Nel suo primo messaggio da presidente ha detto di volersi porre “nella prospettiva dell’ascolto e del recupero dell’identità” del Coordinamento. Qual è secondo lei oggi l’identità del Copercom?

Il Copercom è stato fondato 25 anni fa. La comunicazione nel frattempo ha subito uno stravolgimento. Ieri mattina (venerdì 12 novembre, ndr) sia il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, sia il direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali della Cei, Vincenzo Corrado, hanno ricordato le parole del Papa che ha invocato un cambio di paradigma. Vanno quindi rivisti i fondamenti. Cosa comunicare oggi? Con quali modalità? E soprattutto, le 29 realtà che fanno parte del Copercom cosa hanno in comune da dire al resto del mondo ma innanzitutto a loro stesse? La comunicazione si gioca sempre su un intra e un extra: cosa abbiamo da dirci fra di noi? Al di là delle attività coltivate da ognuno non è così scontato che si trovi un terreno comune per parlarci.

Prima di tutto dobbiamo conoscerci di più.

Questo intento come si tradurrà?

Farò un’indagine conoscitiva con i vari presidenti anche sul piano dei numeri. Queste 29 associazioni che popolo rappresentano quantitativamente? Non è una questione al fine di fare lobbying. Rispetto alla narrazione che va per la maggiore sugli organi di informazione, l’ispirazione cristiana è minoritaria ma una certa potenzialità esiste anche se è dispersa. Uno dei compiti del Copercom dovrebbe essere recuperarla in un’ottica di sinodalità. Il Sinodo è appena cominciato e in questo tempo il Copercom cercherà di fare la sua parte.

Ha dei riferimenti nello svolgimento di questa attività?

Ci sono tre personaggi che faranno da filo conduttore per me in questo nuovo ruolo al Copercom. Il primo è mons. Domenico Pompili, che ho incontrato per la prima volta nel 2011 quando allora era segretario della Cei. Il secondo è l’ex presidente per due mandati, Domenico Delle Foglie, e poi l’uscente, Massimiliano Padula. Loro mi hanno dato delle coordinate su cui vedrò di costruire la mia esperienza per i prossimi tre anni. Anche con Delle Foglie ci ponevamo la questione dello scambio con gli altri giornali non di ispirazione cattolica. Non penso che il coordinamento debba essere diverso dagli altri ma deve cercare di mettersi in relazione con gli altri.

È un compito arduo, quasi impossibile ma spero che lo Spirito Santo mi dia una mano.

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https://www.agensir.it/italia/2021/11/13/copercom-il-neo-presidente-di-battista-trovare-un-terreno-comune-per-parlarci/

 

Cos’è il popolo? E quale il suo potere? Lo spunto offerto da Maritain.

In vista del convegno “A settant’anni da L’uomo e lo Stato”,  che si svolgerà online a Roma, Trieste e Cassino e in formula mista a Potenza il 18 e 19 novembre p.v., riteniamo utile riportare un breve stralcio del libro in cui il pensatore cattolico, molto influente in Italia nel secondo dopoguerra come filosofo di riferimento della classe dirigente cattolica e democristiana, definisce il concetto di popolo nelle sue implicazioni politiche e giuridiche.

Jacques Maritain

Abbiamo posto in discussione la nazione, il corpo politico, lo Stato – ed ora cos’è il popolo? Ho appena detto che il popolo non è sovrano nel senso vero di questa parola. Perché nel suo senso autentico il concetto di sovra

Abbiamo posto in discussione la nazione, il corpo politico, Io Stato – ed ora che cosa è il popolo? Ho appena detto che il popolo non è sovrano nel senso vero di questa parola. Perché nel suo senso autentico il concetto di sovranità si riferisce ad un potere e ad un’indipendenza che sono supreme separatarnente e al disopra del tutto guidate dal re. E’ ovvio che il potere e l’indipendema del popolo non sono supremi separatamente e al disopra del popolo stesso. In quanto al popolo e al corpo politico, dobbiamo dire non che sono sovrani, ma che hanno diritto naturale ad una piena autonomia o ad un auto-governo. 

Il popolo esercita questo diritto quando stabilisce la Costituzione, scritta o no, del corpo politico, o quando, in un piccolo gruppo politico, si riunisce per fare una legge o prendere una decisione; o quando elegge i suoi rappresentanti. 

Questo diritto rimane sempre in lui. E’ in virtù di ciò che il popolo controlla lo Stato e i suoi funzionari amministrativi. In virtù di questo diritto il popolo trasmette a coloro che sono designati a curare il bene comune, il diritto di far leggi e di governare, cosicchè investendo quegli uomini particolari di autorità, con certi limiti fissi di durata e di potere, il vero esercizio del diritto all’autogoverno, restringe allo stesso limite il suo esercizio ulteriore, ma non fa cessare o diminuire in nessun modo il possesso di questi diritti. 

Le persone umane investite del potere esecutivo sono (nel più stretto senso della parola «governanti») l’organo che governa nello Stato, perché il popolo li ha creati, nel corpo politico, deputati del tutto. Tutto questo concorda pienamente con le nostre conclusioni che la più vera espressione che riguarda il regime democratico non è «la sovranità del popolo», è il detto di Lincoln «il governo del popolo, dal popolo, pel popolo». Questo significa che il popolo è governato da uomini che si è scelti ed a cui ha affidato il diritto di comandare, per funzioni di natura e durata determinate e sopra la cui amministrazione esso popolo mantiene un controllo regolare in luogo e per mezzo dei propri rappresentanti e delle assemblee così costituite. 

(J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Vita e Penasiero, 1975, pp. 30-31)

Per i dettagli del convegno

https://ildomaniditalia.eu/a-settantanni-da-luomo-e-lo-stato-di-jacques-maritain-lattualita-di-una-nuova-sovranita-nellepoca-dei-sovranismi/

La regola. L’Osservatore Romano pubblica un estratto del discorso (1988) di Brodskij a un gruppo di universitari americani. 

Tra i diversi importanti anniversari del 2021 (i due secoli della nascita di Dostoevskij, i sette secoli dalla morte di Dante, il centenario della nascita di Sciascia) ricorre quest’anno anche il 25° della morte di Iosif Brodskij. Per ricordare questo quarto di secolo trascorso dalla scomparsa di un classico, che pure è così vicino a noi, si presenta l’estratto di un discorso, che contiene quella che è conosciuta come «la regola di vita» di Brodskij. Fu pronunciato ad Ann-Harbor davanti ai laureandi dell’università del Michigan il 18 dicembre del 1988. La traduzione dal russo è di Lucio Coco ed è tratta dall’edizione russa delle opere: «I.A. Brodskij, Reč’ na stadione» (“Discorso allo stadio”), in «Sočinenija», t.6, Sankt-Peterburg, 2003, pp. 112-119.

 

Iosif Brodskij 

PRIMO PUNTO. Adesso e in seguito, io credo abbia senso concentrarsi sulla precisione della vostra lingua. Cercate di ampliare il vostro vocabolario e di rifarvi ad esso come se aveste a che fare con il vostro conto in banca. Dedicategli una grande attenzione e cercate di rendere maggiore il vostro dividendo. Lo scopo non è di migliorare il vostro eloquio o il vostro successo professionale — benché in seguito anche questo sia possibile — né di trasformarvi in saputelli da salotto. Lo scopo sta nel fatto di darvi la possibilità di esprimervi nel modo più completo e puntuale possibile: in una parola, lo scopo è il vostro equilibrio. Infatti l’accumulazione del non detto, del non espresso può portare propriamente alla nevrosi. Per riuscirvi non bisogna necessariamente trasformarsi in topi di biblioteca. Basta solo procurarsi un vocabolario e leggerlo ogni giorno e, talvolta, anche un libro di poesie…

SECONDO PUNTO . Adesso e in seguito cercate di essere buoni con i vostri genitori. Se questo vi sembra troppo simile a «Onora tuo padre e tua madre», beh pazienza! Io voglio solo dire: cercate di non mettervi contro di loro. Con molta probabilità moriranno prima di voi, per cui potrete risparmiarvi se non il dolore almeno il senso di colpa. Se proprio vi dovete ribellare, fatelo contro quelli che non è tanto facile ferire. I genitori sono un bersaglio troppo vicino (lo stesso dicasi per i fratelli, le sorelle, le mogli e i mariti): la distanza è tale che non potete mancarli.

TERZO PUNTO . Cercate di non fare troppo affidamento sui politici, non perché siano stolti e disonesti, come spesso accade, ma per la mole del loro lavoro, che risulta essere troppo grande anche per i migliori tra loro, e [non contate] neppure su questo o quel partito politico, sistema, dottrina o sui loro programmi. Possono nel migliore dei casi ridurre alquanto il malessere sociale ma non debellarlo. Per quanto la persona che avete eletto abbia promesso di dividere correttamente la torta, non crescerà di dimensioni, anzi necessariamente le porzioni saranno più piccole. Alla luce, o meglio all’oscurità di ciò, dovete basarvi sulla cucina di casa vostra, cioè gestire da voi il mondo, almeno per quella parte che è nella vostra disponibilità e che si trova nel vostro raggio d’azione.

QUARTO PUNTO . Cercate di non mettervi in evidenza, cercate di essere umili. Già adesso siamo in troppi e molto presto saremo molti di più. Questa scalata per un posto al sole necessariamente va a scapito di altri che non la faranno. Il fatto che vi accada di pestare i piedi a qualcuno non vuol dire che dobbiate salire anche sulle sue spalle. In generale c’è sempre qualcosa di sgradevole nello stare meglio del tuo simile, in particolare quando questi simili sono miliardi.

QUINTO PUNTO . Vi consiglierei anche di abbassare la voce ma ho paura che pensiate che stia andando molto oltre. Tuttavia ricordate che a fianco a voi c’è sempre qualcuno: il prossimo. Nessuno vi chiede di amarlo ma cercate di non recargli troppa noia e di non procurargli del male.

SESTO PUNTO . In ogni modo evitate di attribuirvi lo stato di vittime. Tra tutte le parti del corpo state più attenti al vostro dito indice; esso infatti ha sete di denuncia. Un dito puntato è il segno della vittima. In contrapposizione al medio e all’indice divaricati in segno di vittoria, l’indice puntato è sinonimo di resa. Per quanto sia atroce la vostra condizione cercate di non accusare di questo forze esterne: la storia, lo stato, i superiori, la razza, i genitori, le fasi della luna, l’infanzia, lo svezzamento, eccetera. Nel momento infatti in cui voi riponete la colpa in qualcosa indebolite l’intima determinazione a cambiare alcunché. È possibile anche affermare che quel dito assetato di denuncia oscilli così accanitamente perché questa determinazione non è sufficientemente solida.

SETTIMO PUNTO . In generale cercate di apprezzare la vita non solo per il suo fascino ma anche per le sue difficoltà. Fanno parte del gioco e ciò che vi è di buono in esse è che non ingannano. Ogni volta, quando siete nella disperazione o al limite della disperazione, quando avete dei guai e degli intoppi, ricordate: questa è la vita che vi parla con l’unico linguaggio che lei conosce bene. Se vi può aiutare, cercate di ricordare che la dignità umana è un concetto assoluto e non relativo e che essa non dipende da particolari appelli ma è basata sulla negazione dell’ovvio.

OTTAVO PUNTO . Il mondo nel quale state per entrare non ha una buona reputazione; è migliore dal punto di vista geografico che storico; è ancora più attraente sotto il profilo visivo che sociale. Non è un posticino carino come voi presto scoprirete e dubito che sarà diventato molto più gradevole quando lo abbandonerete. Nondimeno è l’unico mondo che abbiamo a disposizione: non c’è alternativa, ma anche se ci fosse ciò non è una garanzia che sarebbe meglio di questo. Là fuori è la giungla, ci sono deserti, chine scivolose, paludi eccetera — in senso letterale e, ciò che è peggio, anche metaforico. Tuttavia, come ha detto Robert Frost: «La migliore via d’uscita è sempre buttarsi dentro». E ancora ha detto, in verità in un’altra poesia, che «vivere nella società significa perdonare».

NONO PUNTO . Cercate di non prestare attenzione a quelli che provano a rendere la vostra vita infelice. Saranno molti, tanto in veste ufficiale quanto autoproclamatisi tali. Sopportateli, se non potete evitarli, ma appena ve ne sbarazzate dimenticatevene rapidamente. Soprattutto non raccontate la storia dell’ingiusto trattamento che avete subito. Rifuggite da ciò, non importa quanto sia comprensivo il vostro uditorio. Quello che i vostri avversari fanno acquista il suo significato o importanza dal modo in cui voi reagite a esso. Quindi passate oltre o più in là di loro come se foste davanti a un semaforo giallo e non rosso.

DECIMO PUNTO . È meglio che mi fermi qui. Io sarò felice, se voi considererete utile quello che ho detto. Se non lo è, ciò dimostra che siete preparati per il futuro molto meglio di quanto ci si potrebbe attendere da quelli della vostra età. Cosa che, io credo, è motivo di gioia, non di apprensione. In ogni caso — che voi siate ben preparati oppure no — vi auguro buona fortuna perché anche così voi avete davanti non una vacanza e vi ci vuole fortuna. Tuttavia io credo che ce la farete.

 

(Il testo, riprodotto qui per gentile concessione, è stato pubblicato sul quotidiano ufficioso della Santa Sede il 12 novembre)

A proposito del sondaggio di Ilvo Diamanti. Cosa rappresenta o significa il primato del Pd? 

L’Osservatorio del sociologo Ilvo Diamanti ha fornito ieri buone notizie per il Nazareno. Secondo l’ultima rilevazione, pubblicata sulle pagine di “Repubblica”, il Pd è in testa nelle preferenze elettorali degli italiani. Non si tratta, però, di una notizia priva di elementi di criticità. In effetti, il dato riconsegna il partito di Letta a una percentuale, poco sopra il 20 per cento, non combaciante con le ambizioni di una forza politica concepita in origine come architrave di un vasto e articolato schieramento di centro-sinistra. L’autore in questa breve nota mette in evidenza il “problema” di un Pd impigrito nelle sue (limitate) sicurezze, tanto da configurarsi come rifugio della sinistra tradizionale, senza effettive e concrete aperture nei riguardi di un elettorato che intende coniugare in una logica di valorizzazione del centro tanto il progresso, quanto la solidarietà.  

 

Il Pd attuale al 20% fa comodo a tanta gente. 

Un Pd di sinistra chiara e forte, come cerca di essere oggi, appaga le anime belle del centrosinistra, garantisce il ceto politico di riferimento e non crea squilibri nel sistema. 

Un Pd poco caratterizzato sul programma riesce a governare sempre e con tutti, con Conte, con il m5s, con Berlusconi, con Salvini, con la Meloni no perché si è chiamata fuori lei. 

A livello locale riesce a formare coalizioni che spesso vincono.

A livello sociale non ha un particolare blocco di riferimento, tranne i garantiti, pensionati e dipendenti pubblici; e perciò può far finta di parlare con tutti e garantire la pace sociale. 

Riesce benissimo ad amministrare il declino del paese da 15 anni e prima lo facevano bene anche I suoi azionisti di riferimento. 

Chi vorrebbe turbare questo “idillio” ?

Fare un congresso per ricostruire un partito a vocazione maggioritaria, con tutti dentro senza azionisti di riferimento, su posizioni di liberalismo inclusivo o socialismo liberale o popolarismo sociale creerebbe un sacco di problemi. 

A chi conviene?

Converrebbe al paese e alle nuove generazioni ma queste votano poco o ancora non votano. E sui tempi lunghi, come diceva Keynes, saremo tutti morti.

 

(Tratto da una chat di riformisti di Roma, iscritti e non iscritti al Pd) 

 

Kyoto sull’orlo della bancarotta senza i turisti (AsiaNews)

Il turismo nell’ex capitale dell’impero giapponese è calato dell’88% nel 2020. Il deficit per l’anno fiscale in corso ammonta a circa 383 miliardi di euro. ll sindaco cerca di evitare il fallimento con un piano di ristrutturazione, che però è stato considerato poco ambizioso.

AsiaNews 

La città di Kyoto attende il ritorno dei turisti per sistemare le proprie finanze. Il calo prolungato del turismo, diminuito dell’88% nel 2020 rispetto al 2019, sta pesando sulle casse dell’ex capitale dell’impero giapponese, tanto da costringere il sindaco Daisaku Kadokawa a ventilare “la possibilità di dichiarare la bancarotta nel prossimo decennio”. Come fa notare Le Monde, il deficit per l’anno fiscale che si concluderà a marzo 2022 dovrebbe aggirarsi intorno ai 50 miliardi di yen (circa 383 milioni di euro), i quali si aggiungeranno agli 860 miliardi di yen di debito accumulato. Se la tendenza continua, le perdite annuali potrebbero raggiungere i 260 miliardi di yen nel 2025.

Al momento la presenza dei turisti negli hotel non raggiunge nemmeno un terzo del dato del 2019 e l’inverno non pare sarà migliore: il governo ha rinviato a febbraio 2022 il programma di sostegno al turismo “Go To Travel”, attualmente in fase di riprogettazione “per essere reso più sicuro dal punto di vista sanitario”, secondo le parole del premier Fumio Kishida. Ai visitatori stranieri, compresi gli studenti internazionali, continua a essere vietato l’accesso all’arcipelago.

Il piano di ristrutturazione elaborato dal sindaco prevede di tagliare 550 posti di lavoro nell’amministrazione entro il 2025 e di ridurre l’assistenza sociale. Questo consentirebbe di risparmiare 160 miliardi di yen e di evitare che il governo centrale assuma la gestione della città come successo ad altri comuni. 

Altri problemi tuttavia permangono: l’amministrazione locale deve ancora ripagare una delle due linee metropolitane della città costruita nel 1997 e il cui numero di passeggeri resta al di sotto delle aspettative; le entrate sono limitate perché il 40% della popolazione è composto da studenti o persone sopra i 65 anni che non pagano quasi nessuna tassa. Anche i templi e i santuari sono esenti dall’imposta sugli immobili, mentre le machiya, le tradizionali case in legno (v. foto), godono di una tassazione inferiore.

Secondo i critici, Kyoto dovrebbe allentare la legislazione sull’edilizia che vieta la costruzione di edifici più alti di 31 metri, valore che si abbassa a 15 metri nel centro storico. “L’area intorno alla stazione centrale potrebbe essere sviluppata per incoraggiare nuovi investimenti”, ha detto il consigliere comunale Risa Emura. “Molti giovani vogliono lavorare a Kyoto, ma non riescono a trovare un buon lavoro. Per fare carriera se ne vanno”.

 

Bianco Quirinale. L’ex Dc sui pro (e contro) dell’opzione Draghi. Intervista all’ex Dc, già segretario del Ppi (formiche.net).

Con Draghi al Quirinale la politica torna a prendersi i suoi spazi, e l’Italia rimane sette anni sui binari europei. Mattarella sul podio dei migliori presidenti, ora lasciamolo in pace.

Gerardo Bianco risponde al telefono con un po’ di affanno. “Scusate, sto posando le buste del mercato”. Il mercato? “Sì, noi primorepubblicani andiamo ancora al mercato, guardiamo in faccia la gente. Veltroni dice che della Prima repubblica non bisogna avere nostalgia, mi permetto di dissentire”. Novant’anni, nove legislature alle spalle, una vita nella Dc, poi segretario del Partito popolare, Bianco ostenta disinteresse per i subbugli della politica italiana, “sono fuori da dieci anni”. In verità la fiamma brucia ancora, e infatti l’ex Dc sta seguendo con grande attenzione la madre di tutte le partite: le elezioni per il Quirinale.

Che idea si è fatto?

Si fidi di chi ne ha vista qualcuna: siamo ancora ai tatticismi, niente di più. I partiti esprimono ognuno i suoi desiderata, sapendo che rimarranno tali. Wishful thinking, dicono gli inglesi.

Insomma, siamo al già visto.

Sì, nel bene e nel male. Dovremmo ricordarci che veniamo fuori da un settennato straordinario. Mattarella per me è sul podio.

Con chi?

Ci metto Einaudi, e Ciampi. Tra i Dc, la palma va sicuramente a Mattarella. Da quando è salito al Colle ha sempre seguito il vero spirito della Costituzione. Oggi ci sono politici che parlano di semipresidenzialismo di fatto, abbiamo perso ogni cognizione.

Ce l’ha con Giancarlo Giorgetti?

Ma no, mi sta anche simpatico. Ce l’ho con questa mal riposta idea di presidenzialismo che la destra oggi, come un tempo l’Ulivo, continua ad abbracciare. Un’idea di Paese che vuole mettere in sordina i corpi intermedi per sostituirli con una struttura verticale di comando. Un’eutanasia democratica. 

Mattarella da parte sua continua a rifiutare il bis. Lo ha fatto di nuovo, ricordando la scelta di Giovanni Leone.

La posizione di Mattarella è di una linearità assoluta. Ha capito il gioco dei partiti. Chi lo prega di restare al Quirinale, chi parla di “una situazione d’eccezione”, lo fa per tatticismi di partito. Come chi in questi giorni fa il nome di Berlusconi.

Il Cavaliere ha zero chances?

È il primo a saperlo. Ma il suo nome potrebbe perfino tornare utile al centrodestra, compattare, almeno all’inizio, i gruppi parlamentari. Sappiamo però che al momento del voto segreto non ci sarà modo di tenerli compatti. Neanche con i vecchi metodi…

Quali?

Suvvia, da ex capogruppo so come funziona. Negli anni i partiti hanno cercato in tutti i modi di “sbirciare” il voto per il Capo dello Stato. Quando venne eletto Scalfaro, Tatarella, allora presidente del gruppo missino, temeva che alcuni dei suoi potessero votare Andreotti, e volle accertarsi dei voti di tutto il gruppo, uno ad uno.

Lei è stato protagonista di un’altra elezione, quella di Ciampi.

Non solo. Fui io a fare il suo nome per la presidenza del Consiglio, quando Prodi si tirò indietro.

Un tecnico prestato alla politica, un po’ come Mario Draghi. L’attuale premier ha il dna giusto per salire al Colle?

Sono figure profondamente diverse. Draghi ha tutti i dna, e certamente sarebbe un ottimo Capo dello Stato. Oggi, a dir la verità, vedo solo due scenari possibili.

Cioè?

Il primo: una soluzione ponte. Un nome concordato fra tutti i partiti che regga la presidenza della Repubblica per un periodo limitato. Dopotutto ci sono buone ragioni, giuridiche e politiche, per difendere la tesi: un Parlamento rinnovato, radicalmente cambiato, elegge un nuovo Presidente.

Altrimenti?

Altrimenti, e questa è la soluzione ottimale, un nuovo settennato di stabilità, con un Presidente scelto da tutti. Per me il nome ideale è Draghi. Con lui al Quirinale l’Italia viaggerebbe altri sette anni sui binari europei.

 

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https://formiche.net/2021/11/bianco-quirinale-draghi-mattarella/

Torna la politica, si archivia la rottamazione. L’opinione di Giorgio Merlo.

Il populismo ha demolito la politica. Ora, dopo anni, l’opinione pubblica ritorna ad apprezzare il merito, accantonando le semplificazioni. La qualità della classe dirigente si misura sui contenuti che esprime, sulla progettualità che sprigiona, sulla cultura politica che declina e, in ultimo, sulla rappresentanza sociale di cui è espressione.

Dunque, se dovesse ritornare la “politica dei partiti” – almeno così si spera dopo l’ubriacatura populista, qualunquista, antipolitica e giustizialista del partito di Grillo e di Conte che perdura, purtroppo, da alcuni anni – inesorabilmente dovrebbe essere archiviata definitivamente ed irreversibilmente qualunque sorta di “rottamazione”. Certo, quando si parla di rottamazione, cioè di come liquidare una classe dirigente di partito per poterla sostituire con la propria corrente e la propria cerchia di amici e conoscenti vari, il pensiero corre immediatamente a Renzi. Ma, come tutti ben sappiamo, i campioni indiscussi della liquidazione e della criminalizzazione politica della classe dirigente politica che li hanno preceduti sono stati indiscutibilmente i 5 Stelle. Poi molti altri partiti e movimenti hanno emulato quel malcostume e quella deriva profondamente antidemocratica e squisitamente antipolitica.

Ora, la stagione del populismo grillino dovrebbe arrivare presto al capolinea politico ed elettorale. Anche se la favoletta che tutti insieme, ed improvvisamente, hanno avuto una conversione politica e culturale che li ha portati – come un sol uomo – a rinnegare radicalmente tutto ciò che hanno predicato, urlato, giurato e scritto per svariati lustri non è granchè credibile e neanche troppo seria. Misteri profondi della politica. O meglio, un mistero che è frutto e prodotto del trasformismo politico e dell’opportunismo parlamentare che abbiamo potuto sperimentare dal 2018 in poi. Ma quello che conta rilevare, al di là delle vicende dei 5 Stelle, dei rottamatori vari e di tutti quelli che hanno avuto per anni come unico obiettivo la distruzione delle classi dirigenti del passato, è che il ritorno della politica e dei suoi strumenti principali, cioè i partiti, non può non contemplare la presenza anche e soprattutto di una classe dirigente di qualità. Cioè una classe dirigente preparata, competente, radicata a livello territoriale ed espressiva a livello sociale e culturale. Ovvero, l’esatta alternativa dello spettacolo a cui dobbiamo assistere quotidianamente. 

L’esempio più fresco e più clamoroso? Come il partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle, si accingono ad aderire a livello europeo al gruppo del Pse. Pare quasi una barzelletta per come l’hanno giustificata e spiegata pubblicamente, dopo anni e anni di giudizi politici sferzanti – per non dire altro – su come consideravano e giudicavano politicamente quella esperienza. Insomma, una rinnovata qualità della politica passa anche e soprattutto attraverso una classe dirigente all’altezza della situazione. Non può esistere un salto di qualità della politica ed una inversione di rotta rispetto alla stagione del populismo anti politico e qualunquista se non fa capolino una classe dirigente altrettanto qualificata. Al di là della carta di identità, della novità, dell’uno vale uno o di corbellerie simili. 

La qualità della classe dirigente si misura sui contenuti che esprime, sulla progettualità che sprigiona, sulla cultura politica che declina e, in ultimo, sulla rappresentanza sociale di cui è espressione. Il resto, appunto, appartiene solo e soltanto alla propaganda, alla demagogia e al “nulla della politica” per dirla con Mino Martinazzoli. Cioè, alle varie rottamazioni che si sono succedute in questi ultimi anni e ai danni che hanno provocato nella caduta di credibilità della intera politica italiana.

 

Democrazia: provocazioni dal (mancato) voto locale. L’analisi di “Aggiornamenti Sociali”.

Riportiamo la parte centrale (“Non esiste un unico astensionismo”) dell’editoriale, a firma di Padre Giuseppe Riggio, che apre il numero di novembre della rivista dei gesuiti di Milano.

La ricerca delle possibili ragioni per spiegare la contrazione significativa nel numero dei votanti deve tenere in conto la complessità della realtà. Alcuni non vanno a votare per disaffezione e disillusione: non si riconoscono in nessuna delle proposte politiche presentate, ritenute distanti, screditate, “pubblicitarie”, ecc., per questo ritengono inutile esprimersi. Diversa è la situazione di coloro che non sono critici nei confronti della politica, ma pensano che il loro voto non possa realmente incidere, perciò decidono di non “sprecarlo”. Questo comportamento si può verificare quando si considera come già acquisito l’esito delle elezioni oppure quando si ritiene che non vi sia una grande differenza tra le proposte dei vari candidati e partiti, per cui la vittoria di uno o dell’altro non avrebbe significativi risvolti pratici. Poi vi sono coloro che sono semplicemente disinteressati ai temi politici o disinformati, a cui si aggiungono – ma costituiscono un caso a parte e fisiologico – quanti non possono recarsi al voto per ragioni oggettive (ad esempio, anziani, malati). Volti distinti di un unico fenomeno, che viene in genere riassunto con la parola “apatia”: di fronte a una situazione che non suscita (o non suscita più) nessun tipo di passione, si resta indifferenti e passivi, non si trova più nessuna spinta effettiva a compiere un’azione, in questo caso quella di votare. L’accento sull’apatia pone l’attenzione sui comportamenti dei cittadini, ma rischia di lasciare in ombra l’altro polo in gioco, quello dell’offerta politica e della sua qualità. In elezioni che non sono particolarmente contese, l’invito a “turarsi il naso” fatto nel 1976 da Indro Montenelli non ha nessuna presa. Perché andare a votare quando ritengo che i vari candidati siano scarsamente preparati? Perché dovrei essere obbligato a comprare un “prodotto” di scarsa qualità?

 

Diversa è l’astensione motivata dalla protesta, dalla sfiducia, dalla contestazione nei confronti del sistema istituzionale e politico nel suo insieme e sugli esiti delle politiche messe in atto. In questo caso le critiche hanno come obiettivo principale la classe dirigente, senza fare troppa distinzione tra quanti sono al governo, chiamati all’esercizio del potere, e coloro che sono all’opposizione, con il compito di dare voce ad altre visioni e soluzioni. L’insoddisfazione è tale che non si trova neanche una motivazione sufficiente per dare un voto di protesta a forze politiche che siano fuori dal “sistema”. L’astensione è allora il mezzo scelto per esprimere il proprio dissenso radicale nella sfera delle istituzioni, mentre le proteste nelle piazze danno voce, alle volte in modo convulso, a un malessere profondo.

 

Ci troviamo di fronte, pertanto, a fenomeni tra loro distinti, che si traducono in una scelta di astensione, più o meno consapevole secondo i vari casi. Nonostante questa varietà, si può comunque rintracciare un elemento di fondo comune: tanto l’astensionismo apatico quanto quello di protesta segnalano che è venuto meno un tassello essenziale perché il circuito democratico, in particolare la relazione tra cittadini e istituzioni, possa funzionare adeguatamente. Questo tassello assente può essere identificato nella fiducia nella politica, nell’adeguata informazione, nell’interesse per quanto accade nella propria città o nel proprio Paese… Però, in modo più radicale, ciò che è venuto a mancare è la percezione dell’importanza del proprio voto, che non è più ritenuto uno dei modi privilegiati per esprimere la propria voce nella società, per sostenere idee e soluzioni in cui si crede per interessi, bisogni e aspettative riconosciuti prioritari. Il crescente astensionismo certifica allora la sensazione di espropriazione della cittadinanza e di impotenza nutrita da quanti si sentono inascoltati e pensano che in ogni caso il loro voto non cambierebbe nulla, costretti a subire le conseguenze di decisioni prese sopra le loro teste. Una dinamica che si ritrova anche nei vari complottismi, che prendono sempre più forza nell’ultimo periodo e si alimentano proprio della sensazione di essere esclusi dai processi decisionali (cfr Riquer C., «Croyance et complotisme», in Ètudes, giugno-luglio [2021] 65-73).

 

Per saperne di più

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/democrazia-provocazioni-dal-mancato-voto-locale/

L’inesorabile questione demografica. Il punto sul settimanale della diocesi di Bergamo (santalessandro.org).

Un mondo dove ci sono pochi bambini non prevede investimenti in asili, scuole, insegnanti, palestre ma richiederà spazi sociali, case di riposo “ospedalizzate”, tutto un vivere ri-tarato per una popolazione anziana.

Nicola Salvagnin

L’Italia sembra non accorgersi che il suo problema principale nei prossimi anni non sarà il Pil altalenante, la questione sanitaria o le liberalizzazioni delle licenze taxi. Bensì la demografia. Non è un’opinione, ma la matematica a dirci che nel 2050 gli italiani saranno almeno 10 milioni meno di oggi, e a fine secolo staremo attorno ai 40 milioni di italiani residenti, rispetto ai quasi 60 di oggi.

In più, quegli italiani liofilizzati avranno un’età media da… casa di riposo. Non è solo una banale questione di chi pagherà le pensioni e l’assistenza a tutti questi anziani: è che – avanti così e considerando che dal 2008 il trend negativo è addirittura crescente di anno in anno – dovremo proprio ripensare l’intera struttura della società italiana.

Un mondo dove ci sono pochi bambini non prevede investimenti in maternità e pediatri, asili, scuole, insegnanti, palestre e strutture sportive. Richiederà invece spazi sociali, case di riposo “ospedalizzate”, tutto un vivere ri-tarato per una popolazione anziana. Che ha bisogno di servizi di prossimità, ad esempio, e non di enormi centri commerciali situati nelle lontane periferie.

Situazione irreversibile? A quanto pare sì. E delude il fatto che le enormi risorse che arriveranno attraverso il Pnrr stiano trovando molteplici direzioni, salvo quella di dare un decisivo sostegno alla maternità. Ripeto: decisivo sostegno, che significa determinare le condizioni per un decisivo cambio di rotta. Quindi non qualche ridicolo bonus bebè o una riformulazione degli assegni familiari che spostano le briciole da una parte del tavolo all’altra.

Si deve considerare che i figli sono il futuro, altrimenti è solo una più o meno rapida decadenza sempre più complicata, tra l’altro. Ma il punto non è la mancia da dare a chi vuole generare figli: è cambiare una mentalità per la quale fare figli è un’opzione messa alla pari con il comprarsi un animale domestico o farsi abbondanti vacanze all’estero.

 

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https://www.santalessandro.org/2021/11/12/linesorabile-questione-demografica/

Papa Francesco, “la casa comune europea non va sfregiata da odio e pregiudizi”.

Riportiamo il testo integrale del discorso che Papa Francesco ha pronunciato ieri in occasione dell’incontro in Vaticano con ai partecipanti a un convegno promosso dalla Fondazione Migrantes della Cei.

Grazie anche ai «milioni di emigranti italiani e di altri Paesi che stanno rinnovando il volto delle città», l’Europa sta diventando «un bel mosaico» e non dev’essere sfregiata o corrotta «con i pregiudizi o con quell’odio velato di perbenismo». Lo ha affermato Papa Francesco rivolgendosi ai partecipanti al convegno «Gli italiani in Europa e la missione cristiana» — promosso dalla Fondazione Migrantes della Cei — durante l’udienza svoltasi stamane, 11 novembre, nella Sala Clementina. Di seguito il testo del discorso pronunciato dal Pontefice.

Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto e ringrazio il Card. Bassetti per le sue parole di saluto e di introduzione. Saluto il Segretario Generale della CEI , il Presidente della Fondazione Migrantes con il Direttore e i collaboratori, e rivolgo un grato saluto a tutti voi, sacerdoti e collaboratori pastorali, che siete al servizio delle comunità e delle missioni di lingua italiana in Europa.

Il tema che guida i lavori del vostro incontro è «Gli italiani in Europa e la missione cristiana». Vedo in questo, da una parte, la sollecitudine pastorale che spinge sempre a conoscere la realtà, in questo caso la mobilità italiana; e, dall’altra, il desiderio missionario che questa possa essere fermento, lievito di nuova evangelizzazione in Europa. In questo quadro, vorrei condividere tre riflessioni che spero possano aiutarvi nel presente e nel futuro.

La prima riguarda la mobilità, la migrazione. Spesso vediamo i migranti solo come “altri” da noi, come estranei. In realtà, anche leggendo i dati del fenomeno, scopriamo che i migranti sono una parte rilevante del “noi”, oltre che, nel caso degli emigranti italiani, delle persone a noi prossime: le nostre famiglie, i nostri giovani studenti, laureati, disoccupati, i nostri imprenditori. La migrazione italiana rivela — come scriveva il grande Vescovo Geremia Bonomelli, fondatore dell’Opera di assistenza degli emigranti in Europa e in Medio Oriente — un’“Italia figlia”, in cammino in Europa, soprattutto, e nel mondo. È una realtà che sento particolarmente vicina, in quanto anche la mia famiglia è emigrata in Argentina. Il “noi”, dunque, per leggere la mobilità.

La seconda riflessione interessa l’Europa. La lettura dell’emigrazione italiana nel Continente europeo ci deve rendere sempre più consapevoli che l’Europa è una casa comune. Anche la Chiesa in Europa non può non considerare i milioni di emigranti italiani e di altri Paesi che stanno rinnovando il volto delle città, dei Paesi. E, allo stesso tempo, stanno alimentando «il sogno di un’Europa unita, capace di riconoscere radici comuni e di gioire per la diversità che la abita» (Enc. Fratelli tutti, 10). È un bel mosaico, che non va sfregiato o corrotto con i pregiudizi o con quell’odio velato di perbenismo. L’Europa è chiamata a rivitalizzare nell’oggi la sua vocazione alla solidarietà nella sussidiarietà.

La terza riflessione riguarda la testimonianza di fede delle comunità di emigrati italiani in Paesi europei. Grazie alla loro radicata religiosità popolare hanno comunicato la gioia del Vangelo, hanno reso visibile la bellezza di essere comunità aperte e accoglienti, hanno condiviso i percorsi delle comunità cristiane locali. Uno stile di comunione e di missione ha caratterizzato la loro storia, e spero che potrà disegnare anche il loro futuro. Si tratta di un bellissimo filo che ci lega alla memoria delle nostre famiglie. Come non pensare ai nostri nonni emigrati e alla loro capacità di essere generativi anche sul piano della vita cristiana? È un’eredità da custodire e curare, trovando le vie che permettano di rivitalizzare l’annuncio e la testimonianza di fede. E questo dipende molto dal dialogo tra le generazioni: specialmente tra i nonni e i nipoti. Questo è molto importante, lo sottolineo: nonni e nipoti. Infatti, i giovani italiani che oggi si muovono in Europa sono molto diversi, sul piano della fede, dai loro nonni, eppure in genere sono molto legati ad essi. Ed è decisivo che rimangano attaccati alle radici: proprio nel momento in cui si trovano a vivere in altri contesti europei, è preziosa la linfa che attingono dalle radici, dai nonni, una linfa di valori umani e spirituali. Allora, se c’è questo dialogo tra le generazioni, tra i nonni e i nipoti, davvero «le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci […], particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 126).

Alla luce dell’esperienza latinoamericana, ho potuto affermare che «gli immigrati, se li si aiuta a integrarsi, sono una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere» (Enc. Fratelli tutti, 135). Accogliere, accompagnare, promuovere e integrare, i quattro passi. Se non arriviamo all’integrazione possono esserci problemi, e gravi. A me sempre viene in mente la tragedia di Zaventem: coloro che hanno fatto questo erano belgi, ma figli di migranti non integrati, ghettizzati. Accogliere, accompagnare, promuovere e integrare. Lo stesso si può dire anche per l’Europa. Gli emigranti sono una benedizione anche per e nelle nostre Chiese in Europa. Se integrati, possono aiutare a far respirare l’aria di una diversità che rigenera l’unità; possono alimentare il volto della cattolicità; possono testimoniare l’apostolicità della Chiesa; possono generare storie di santità. Non dimentichiamo, ad esempio, che Santa Francesca Saverio Cabrini, suora lombarda emigrante tra gli emigranti, è stata la prima santa cittadina degli Stati Uniti d’America. Nello stesso tempo, le migrazioni hanno accompagnato e possono sostenere, con l’incontro, la relazione e l’amicizia, il cammino ecumenico nei diversi Paesi europei dove i fedeli appartengono in maggioranza a comunità riformate o ortodosse.

In questo senso, constato con piacere che il percorso sinodale delle Chiese in Italia, anche grazie al lavoro pastorale della Fondazione Migrantes, si propone di considerare le persone migranti come una risorsa importante per il rinnovamento e la missione delle Chiese in Europa. Soprattutto il mondo giovanile in emigrazione, spesso disorientato e solo, dovrà vedere una Chiesa con i suoi Pastori attenta, che cammina con loro e tra loro.

Il Beato Vescovo Giovanni Battista Scalabrini, la cui azione tra i migranti ha alimentato la missione delle Chiese in Italia, e Santa Francesca Cabrini, patrona dei migranti, guidino e proteggano il vostro cammino nelle Chiese in Europa per un nuovo, gioioso e profetico annuncio del Vangelo.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per quello che fate. Vi incoraggio a proseguire nel vostro impegno e a pensare con creatività a una missione che guardi al futuro delle nostre comunità, perché siano sempre più radicate nel Vangelo, fraterne e accoglienti. Vi benedico e vi accompagno. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

A settant’anni da L’uomo e lo Stato di Jacques Maritain. L’attualità di una “nuova sovranità” nell’epoca dei sovranismi. 

Riportiamo il comunicato stampa che l’Istituto Internazionale Jacques Maritain, presieduto da Franco Miano, ha diffuso ieri per annunciare il convegno di studi  (18 e 19 novembre 2021) a 70 anni dalla pubblicazione in America dell’importante saggio politico del pensatore cattolico francese, scomparso nel 1973. 

Settant’anni fa, Jacques Maritain pubblicava L’uomo e lo Stato. L’opera, considerata il capolavoro sistematico più noto del filosofo francese, è uno dei libri politici più importanti scritti nel ‘900 e una delle maggiori espressioni della scuola democratica che ha ispirato la formulazione di alcune Carte costituzionali e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 e ha formato eminenti personalità politiche come De Gasperi, Moro, La Pira, Frey, Schumann. Riflettere oggi sugli esiti della ventennale ricerca condotta da Maritain intorno ai temi della politica significa ripercorre gli sviluppi di un pensiero che lega lo Stato alla tutela del bene comune e definisce l’azione politica e civica come il servizio alla solidarietà in un contesto democratico in cui l’unico centro delle relazioni sociali è la persona con i suoi diritti e soprattutto i suoi doveri. 

In questa prospettiva si inserisce il convegno nazionale “A settant’anni da L’uomo e lo Stato di Jacques Maritain”, promosso dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain di Roma, l’Istituto Maritain di Trieste e il Centro Studi e Ricerche di Pedagogia Sociale – Istituto Nazionale Jacques Maritain di Potenza, con il patrocinio del Dipartimento di Economia e Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Trieste e del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi della Basilicata. 

Il convegno, organizzato in quattro sessioni, coinvolge studiosi ed esperti nazionali e internazionali in un confronto sulle questioni sollecitate da Jacques Maritain e pubblicate nel 1961 e oggi ancora di straordinaria attualità. Nella sessione inaugurale, giovedì 18 novembre alle ore 11 (on-line), dopo i saluti istituzionali, il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, il prof. Michele Nicoletti dell’Università di Trento e il Presidente della Pontificia Accademia per le Scienze Sociali di Città del Vaticano, il prof. Stefano Zamagni, aprono i lavori con un dialogo sull’essenza del “vivere insieme” alla luce dell’opera maritainiana. La prima sessione, organizzata dall’Istituto Maritain di Trieste (on line, ore 14.30), approfondisce il tema: “Popolo e populismo, sovranità e sovranismi. Uno sguardo sull’oggi a partire da Jacques Maritain”. La seconda sessione, venerdì 19, ore 10 (on-line), condotta dal Dipartimento di Economia e Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale si concentra su “I Diritti dell’Uomo in Jacques Maritain”. Nella terza sessione, organizzata dal Centro Studi e Ricerche di Pedagogia Sociale – Istituto Internazionale Jacques Maritain e dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi della Basilicata, docenti ed esperti si confrontano sul tema “Educazione e politica in L’uomo e lo Stato” venerdì 19 novembre alle ore 15.30. La terza sessione del convegno si svolge in modalità blended: in presenza e in collegamento streaming. 

Gli interessati possono comunicare la propria presenza all’indirizzo email istituto.maritain@gmail.com Sono invitati a partecipare al convegno, studenti, dottorandi, studiosi, ricercatori, professioni e interessati alle tematiche proposte. Si allega il programma del Convegno.

Le elezioni provinciali, a partire dal caso della Tuscia, segnalano l’insorgenza di vocazioni trasformistiche.

Non ha senso mirare alla rivalutazione delle Province dando però segnali, nel medesimo tempo, di scarsa coerenza nella gestione delle alleanze.

Nei tre giorni di dibattito a Parma, alla XXXVIII Assemblea annuale dell’Anci, è trapelata la volontà di restituire alle Province quella funzionalità che la riforma Delrio ha inopinatamente mortificato. Anche la ministra dell’Interno, l’ex perfetta Lamorgese, si è dichiarata favorevole a procedere in questa direzione: più personale e più risorse per garantire, in sostanza, che l’attività amministrativa di area vasta possa configurarsi come strumento efficace in vista delle complesse operazioni del Pnrr. Di certo le Città metropolitane, partecipando della natura delle Province e integrando alcune competenze più incisive, potranno fare da apripista di una organica politica di rilancio dell’ente intermedio.

In questo orizzonte le imminenti elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali – la scadenza prevista è quella del 18 dicembre – rivestono un significato importante. Possono confermare o correggere, qua e là, la tendenza in atto al rafforzamento del centrosinistra negli enti territoriali. Tutto si gioca nei conciliaboli dei partiti, con il vaglio delle varie combinazioni per “stare sul pezzo”, ovvero per dare vita ad accordi che servano a piazzare quanti più eletti possibili attraverso le dinamiche di votazioni ristrette ai soli consiglieri comunali. Di fatto è in corso il tentativo di ossigenare il bipolarismo, dilatandolo artificialmente a discapito di un centro in espansione, magari con il dileggio di Renzi o Calenda come cavalieri solitari (e fastidiosi) dell’anti-bipolarismo.

Voci a riguardo rivelano che al Nazareno guadagni consenso la ricerca di intese sottobanco con Forza Italia o comunque con spezzoni del centrodestra. Poi sussistono tentazioni avventurose, sempre all’insegna della conquista purchessia di seggi, con svarioni come nel caso della paventata grande ammucchiata di Viterbo. Un’ammucchiata, per giunta, che pare incuriosire e interessare anche gli sherpa che siedono nei Palazzi del potere locale, quasi a suggellare la validità di certi scampoli di trasformismo.

La debolezza della politica è la forza di un certo professionismo della trasversalità, senza remore o vincoli particolari. Non può destare allora meraviglia ciò che riaffiora dalla vita reale, vale a dire un gioco a schema libero, di cui si conoscono appena i confini, che ripropone fatalmente un interrogativo a riguardo di elezioni troppo lontane da un sano controllo della pubblica opinione. Un po’ dipende dal sistema elettorale, incentrato come si diceva sul voto di secondo grado, un po’ dal convulso manovrismo dei gruppi dirigenti locali. Conviene esserne consapevoli, per non riscontrare nell’immediato futuro un contraccolpo negativo rispetto alla giusta linea di rivitalizzazione delle Province.

Uscire dal cono d’ombra della dispersione e dell’irrilevanza: servono gli Stati Generali del popolarismo. 

Un comitato promotore dei diversi organismi potrebbe fissare – dice l’autore – le regole organizzative di questa’assemblea nazionale sul tema della ricomposizione politica dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani. 

Proseguono i tentativi per la ricomposizione politica dei cattolici democratici e cristiano sociali. Ora, però, serve uno scatto d’orgoglio in avanti per superare il surplace inefficiente che mantiene in vita le vecchie casematte, ognuna delle quali sopravvivono con l’ambizione/presunzione di poter accasare le altre esperienze in campo. Se non si supera questa condizione di stallo, si arriverà alla scadenza delle elezioni politiche ancora divisi e irrilevanti.

In un incontro informale di alcuni amici, l’On Publio Fiori, l’altro ieri, ci ricordava come fosse prassi della DC nei momenti più difficili ricorrere alla convocazione di un’assemblea nazionale; una sorte di stati generali dai quali vennero sempre idee e soluzioni politico programmatiche importanti per il partito e per il Paese.

Nella pluralità dei linguaggi che sono stati sin qui espressi dai diversi attori, a me sembra che la proposta di Fiori potrebbe essere favorevolmente accolta, non solo dagli amici della Federazione Popolare DC, della DC guidata da Renato Grassi, di Insieme, di Rete Bianca e delle tante associazioni, movimenti e gruppi di ispirazione democristiana e popolare, ma anche da quella più vasta realtà culturale e organizzativo- sociale del mondo cattolico.

Un comitato promotore dei diversi organismi potrebbe fissare le regole organizzative di questa’assemblea nazionale sul tema della ricomposizione politica dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani. In parallelo a questa iniziativa, nelle diverse realtà territoriali gli amici aderenti alle varie realtà associative potrebbero attivare dei comitati civico popolari di partecipazione democratica, aperti alle comunità locali, nei quali poter discutere dei principali temi di interesse dei cittadini. Comitato civico popolari che favorirebbero la partecipazione più ampia e l’emergere delle istanze locali nell’assemblea nazionale.

Se vogliamo reagire al clima dominante di relativismo morale e culturale, di anomia sociale e di nostra sostanziale irrilevanza politica, bisogna ripartire dalle realtà locali e dai concreti bisogni dei cittadini: elettrici ed elettori, che da troppo tempo alimentano la vasta platea dei renitenti al voto. 

In alternativa alle velleitarie ambizioni dei soliti noti, che da molti, troppi anni, galleggiano, favorendola, sulla suicida diaspora succeduta alla fine politica della DC; personaggi non più credibili per rappresentare la fase nuova dell’impegno politico dei cattolici democratici e popolari italiani, dai comitati civico popolari territoriali e dall’assemblea nazionale emergerà la nuova classe dirigente, destinata a inverare nella città dell’uomo le politiche economiche, finanziarie e sociali ispirate dai valori della dottrina sociale cristiana. E con la selezione di una nuova classe dirigente, l’elaborazione di una proposta di programma all’altezza dei bisogni e delle attese della povera gente e dei ceti medi produttivi, unico antidoto alla crisi di rappresentanza e di partecipazione politica, che è alla base della crisi del sistema democratico italiano.

5° Conferenza Nazionale della Sharing Mobility

il 23 Novembre prossimo si svolgerà la 5° Conferenza Nazionale della Sharing Mobility, organizzata dall’ Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility, che, come ogni anno, farà il punto sulle tendenze in atto, le novità del mercato, le opportunità del settore che ha visto la luce 20 anni fa.

L’ evento si svolgerà nel corso dell’intera giornata. Nella sessione mattutina in cui sarà presentato il 5° Rapporto Nazionale sulla Sharing Mobility che aggiorna tutti i dati sulla mobilità condivisa in Italia, interverrà il Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, Enrico Giovannini.

Nel pomeriggio si svolgeranno due workshop, nel primo “Sharing mobility e Governance” si confronteranno gli operatori di sharing mobility e l’Osservatorio con i nuovi Assessori alla mobilità di 4 comuni: Adriana Censi del Comune di Milano, Valentina Orioli, del Comune di Bologna, Sara Foglietta del Comune di Torino e Eugenio Patanè del Comune di Roma.

La Conferenza è realizzata in partnership con Deloitte, RFI, Uber, Voi Technology, Sharenow, Key Energy, Via, Expomove, Bit Mobility e Nordcom. A questo link potete trovare le schede di approfondimento dei Partner della Conferenza.

Osservatorio sulle partite IVA. Sintesi dell’aggiornamento del terzo trimestre 2021

Nel terzo trimestre del 2021 sono state aperte 107.024 nuove partite Iva con un incremento dell’1,4% rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno.

La distribuzione per natura giuridica mostra che il 66,2% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 20,2% da società di capitali, il 2,7% da società di persone; la quota dei “non residenti” ed “altre forme giuridiche” rappresenta complessivamente quasi l’11% del totale delle nuove aperture. L’aumento generale delle aperture rispetto al terzo trimestre del 2020, è dovuto unicamente ai soggetti non residenti (+180%), fenomeno legato alle vendite di beni e servizi online, mentre tutte le altre forme giuridiche mostrano una flessione: persone fisiche -5,5%, società di capitali -5,9% e società di persone -8,2%.

Riguardo alla ripartizione territoriale, il 49,2% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 20,3% al Centro e il 29,7% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente evidenzia andamenti alquanto difformi. I principali incrementi di avviamenti sono avvenuti al Nord: Friuli V.G. (+34,1%), Lombardia (+29,8%) e Veneto (+13,5%), mentre quasi tutte le Regioni centro-meridionali evidenziano flessioni: Calabria (-15,2%), Basilicata (-14,7%) e Umbria (-13,9%).

In base alla classificazione per settore produttivo, il commercio registra sempre il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 25,1% del totale, seguito dalle attività professionali (16,5%) e dalle costruzioni (10,7%). Rispetto al terzo trimestre del 2020, tra i settori principali i maggiori aumenti si notano nel commercio (+17%), nelle attività immobiliari (+15,1%) e nelle attività professionali (+10,3%). Le diminuzioni più rilevanti si registrano nell’agricoltura (-18,4%), nell’alloggio e ristorazione (-16,7% settori maggiormente colpiti dall’incertezza dovuta alla crisi Covid) e nella sanità (-14%).

Relativamente alle persone fisiche, la ripartizione di genere mostra una sostanziale stabilità: (maschi al 62,5%). Il 48,8% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni ed il 30,6% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. In confronto al corrispondente periodo dello scorso anno tutte le classi mostrano un calo di avviamenti: dal -6,2% delle due classi più giovani al -1,8% della più anziana.

Analizzando il Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 20,2% delle aperture è operato da un soggetto nato all’estero.

Nel periodo in esame 46.550 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari al 43,5% del totale delle nuove aperture, con un decremento del 3,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Draghi ricorda La Malfa, riformatore di scuola laico-democratica, sempre attento a bilanciare crescita e uguaglianza.

Pubblichiamo il testo integrale del discorso del Presidente del Consiglio intervenuto ieri alla Camera dei Deputati alla presentazione del “Portale Ugo La Malfa – scritti, discorsi, epistolario, multimedia”. La “rivoluzione” di La Malfa – quella della liberalizzazione del commercio con l’estero e dell’abbattimento del 10 per cento dei dazi, di cui per altro andava particolarmente orgoglioso – ebbe la consacrazione di un Consiglio dei ministri che in pochi minuti deliberò le misure da prendere: a riprova del fatto che “…certe riforme fondamentali – come disse lo stesso La Malfa – non hanno bisogno di anni di discussione”. De Gasperi e Vanoni (a differenza dì Pella) appoggiarono il giovane ministro repubblicano, il quale mise a segno, in questo modo, un’operazione di straordinario effetto sull’economia italiana del secondo dopoguerra, fino al boom di fine anni ‘50. 

Sono molto felice di essere qui oggi per rendere omaggio a Ugo La Malfa. Voglio prima di tutto ringraziare coloro che hanno contribuito a questa importante iniziativa, a partire dal figlio Giorgio e dalla nipote Claudia. L’archivio digitale degli scritti politici di La Malfa, dei suoi discorsi, del suo epistolario non è solo un viaggio nella nostra memoria collettiva.

È un tesoro nazionale, da preservare sì, certo per voi, per le generazioni future, ma anche per noi, ora.

La Malfa è stato uno dei principali costruttori della Repubblica. Antifascista, la sua opposizione al Regime, come ricordava Claudia, gli costò un arresto e la degradazione militare, prima dell’espatrio in Svizzera.

La Malfa portò i valori liberali e democratici del Partito d’Azione nel Comitato di liberazione nazionale e in una nuova casa, quella che fu la sua casa, il Partito Repubblicano Italiano.

In politica estera agì da convinto atlantista ed europeista. Nel dopoguerra, La Malfa è stato uno dei padri del miracolo economico. Ministro del Commercio Estero nel Governo De Gasperi, ha guidato la liberalizzazione degli scambi. 

Nel 1951, abbassò i dazi del 10% e aprì le frontiere al libero commercio, a fronte di accuse di voler distruggere l’economia italiana e di esporre l’industria alla concorrenza sregolata. A motivarlo era la convinzione che fosse necessario stimolare l’economia del Paese con la concorrenza, soprattutto al Sud. Puntare – come ebbe modo di dire – sulla “capacità nazionale di andare sui mercati”, sull’iniziativa e sullo spirito imprenditoriale degli italiani.

Con audacia, senza complessi di inferiorità. La storia gli ha dato ragione. Le esportazioni dall’Italia aumentarono rapidamente per tutti gli anni ‘50 e il deficit commerciale in rapporto ai volumi totali di scambio diminuì. Grazie a La Malfa, l’Italia divenne un modello per l’Europa.

Altri Paesi, come Francia e Inghilterra, rinunciarono poco dopo alle barriere doganali. L’Europa tutta si avviò verso un regime di liberalizzazione del commercio, che sarebbe culminato nel Trattato di Roma e nella Comunità economica europea. 

Queste scelte valsero a La Malfa l’ammirazione dell’Organizzazione per la cooperazione economica europea e della Germania. Ludwig Erhard, durante una visita in Italia, elogiò con un certo stupore il suo coraggio e la sua tenacia. Quell’Italia, aperta e coraggiosa, seppe sorprendere il ministro tedesco dell’economia sociale di mercato – e, con lui, l’Europa intera. 

Da questo passaggio storico si evince un tratto distintivo di Ugo La Malfa. La grande apertura mentale, accompagnata alla profondità di riflessione sull’economia. Conoscenze e convinzioni sviluppate direi soprattutto con la lettura di Keynes e degli economisti americani. Una scoperta avvenuta in un grande luogo della cultura italiana: l’Ufficio Studi della Banca Commerciale.

Fu Raffaele Mattioli nel ‘33 a volere lì La Malfa, nonostante fosse stato da poco liberato dopo un arresto politico e sorvegliato dalla polizia. Mattioli aprì la sua casa ai giovani dell’Ufficio Studi, dove poterono incontrare intellettuali, scrittori e poeti, da Bacchelli a Montale. E in quegli uffici della Banca Commerciale, come ricorda lo stesso La Malfa, si svolse la battaglia clandestina contro il fascismo.

Da uomo di governo, La Malfa continuò a circondarsi di giovani studiosi. Nel 1962, da Ministro del Bilancio, lavorò insieme a Paolo Sylos Labini, a Francesco Forte, a Giorgio Fuà e a Pasquale Saraceno alla Nota Aggiuntiva – il suo maggiore lascito intellettuale. Nella Nota, La Malfa cercò di dare risposta a una questione centrale per la ricostruzione.

Come trasformare il periodo eccezionale che il Paese stava vivendo in una stagione di crescita di lungo termine.

La Malfa ci ricorda l’importanza di una politica di programmazione, necessaria per uno “sviluppo equilibrato”.

E ci invita ad affrontare le situazioni settoriali, regionali e sociali che non riescono a trarre “sufficiente beneficio dalla generale espansione del sistema”. “Soltanto in una fase di grande dinamismo – scriveva La Malfa – è possibile attuare le necessarie modificazioni del meccanismo economico senza incontrare costi elevati”.

L’alternativa è quella che La Malfa chiamò successivamente il “non-governo”. Una definizione fulminante, per sottolineare l’incapacità di affrontare i problemi, di dare continuità alla modernizzazione del Paese. Al “non-governo” va contrapposto il coraggio delle riforme economiche e sociali. Quel coraggio che lui sempre dimostrò, insieme ad una visione direi profondamente pessimista della politica, ma mai sfiduciata. Una visione, quella che Caffè chiamò “la solitudine del riformista”, che non diminuì mai il suo entusiasmo riformatore. Un’azione paziente ma decisa, che eviti gli sterili drammi degli scontri ideologici, per dare all’Italia una prospettiva di sviluppo, coesione, convergenza.

Oggi, ricordiamo La Malfa come grande statista e appassionato riformatore. Uno degli artefici del boom economico, sempre attento a bilanciare crescita e uguaglianza. Un uomo onesto e rigoroso, che non dimenticava quando, da giovane studente alla Ca’ Foscari, per risparmiare si nutriva di fichi secchi. Un protagonista della vita civile dell’Italia, che non ha mai perso di vista i valori morali dell’attività clandestina e della Resistenza e l’importanza di trasmetterne la memoria.

Nella lettera a Donato Menichella all’annuncio delle sue dimissioni da Governatore della Banca d’Italia, La Malfa si preoccupa che i più giovani non conoscano mai “quello che noi abbiamo sofferto e quello per cui tutta la vita abbiamo combattuto”. Sono certo che l’archivio che inauguriamo oggi contribuirà a diffondere la lezione riformatrice di La Malfa, il suo coraggio, la sua passione civile.

 

Per saperne di più

https://www.governo.it/it/articolo/intervento-del-presidente-draghi-alla-presentazione-del-portale-ugo-la-malfa/18495

Essere sindaco ai tempi del Pnrr. Il confronto tra Sala e Gualtieri nell’ambito della XXXVIII Assemblea annuale dell’Anci.

Riportiamo il resoconto che l’Anci ha diffuso a conclusione del dibattito a Parma tra i sindaci (Sala e Gualtieri) e gli ex sindaci di Milano e Roma (Albertini e Veltroni).

Che ruolo ricoprono i sindaci nel nostro Paese soprattutto in questa delicata fase di ripartenza pur nelle molte incognite legate all’evoluzione pandemica? E che spunti possono arrivare dal recente passato e dalle esperienze di chi ha amministrato città metropolitane in altre fasi storiche della vita nazionale? A tale quesito hanno cercato di dare risposta gli attuali primi cittadini di Milano (Giuseppe Sala) e di Roma (Roberto Gualtieri) e i loro predecessori Gabriele Albertini (Milano) e Walter Veltroni (Roma), pungolati dalle domande del direttore del Tg La 7 Enrico Mentana.

“Quella del sindaco di una grande città è una responsabilità triplice, con un ruolo istituzionale a livello di un ministro della serie A e la responsabilità gestionale del presidente di una holding”, ha sottolineato Gabriele Albertini. Che si è soffermato sulla specificità di un momento che ha paragonato a quello di una Terza Guerra Mondiale. “In questo scenario, la cosa che mi sento di consigliare è essere sé stessi, fare le proposte e agire con una propria coscienza, non tanto seguendo da dove si viene, quale partito ti ha eletto, ma la città che ti aspetta”, ha aggiunto l’ex sindaco. Che ha ricordato l’importanza di “coinvolgere nelle scelte e decisioni anche l’opposizione, pur nel rispetto della diversità di opinioni”.

“Stabilità politica, clima di dialogo e semplificazione delle procedure amministrative per snellire tutti gli interventi che permettono di migliorare la qualità della vita”; questa invece la ricetta indicata da Walter Veltroni nella sua veste di ex sindaco di Roma Capitale. “La condizione istituzionale che vive il primo cittadino eletto dalla sua comunità è la migliore possibile, in questi anni ha permesso stabilità e chiarezza dei ruoli anche per l’opposizione che va comunque coinvolta in questa fase straordinaria”, ha aggiunto Veltroni collegato in streaming. Importante è poi la semplificazione delle regole: “servono cose facili e veloci per venire incontro ai bisogni dei cittadini: da qui – ha concluso – passa anche il percorso per rigenerare la passione civile e riavvicinare i cittadini alla politica, dopo gli allarmanti picchi di astensionismo registrati nelle ultime consultazioni elettorali”.

“Se noi continuiamo ad ammantare il nostro lavoro di quell’alone da missionari, facciamo un grande errore: fare il sindaco non è una missione, è un lavoro da professionista e va fatto con passione”, ha chiarito da parte sua il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. “Come tutti i lavori va tutelato – ha aggiunto -. Da qua, quello che si può fare rispetto ad alcune tematiche come l’abuso d’ufficio, va remunerato. Non sto chiedendo niente per me. Oggi c’è troppa differenza con i guadagni, per esempio, di chi lavora in Regione. Anche se mi pare che ci sia un percorso per migliorare queste cose. Va riconosciuto di tutti. Nessun eroismo, nessuna idea di essere missionari, un lavoro fatto però con passione”.

Quanto poi alla questione chiave del Pnrr il primo cittadino milanese ha auspicato chiarezza da parte del governo. “Da qui a Natale deve dire ai Comuni come si faranno le cose e con quali tempi. Sono sicuro che alla fine il governo dovrà passare per forza dai Comuni, è un fatto di pragmatismo. Ma è fondamentale che si faccia chiarezza e poi noi sindaci le cose le faremo”; ha concluso ricordando l’appello lanciato ieri dal presidente dell’Anci Decaro nella sua relazione introduttiva.

Sulla stessa lunghezza d’onda del sindaco meneghino anche quello di Roma Roberto Gualtieri. “Sala ha ragione: non abbiamo bisogno di un’ennesima legge, il governo deve dirci quando usciranno i bandi del Pnrr per permetterci una programmazione coerente e tempestiva. Ci sono anche forme diverse: sui piani urbani integrati non ci sono i bandi, ma ci sono delle risorse per le città metropolitane che ci aiutano a saltare un gradino”.

Nel suo intervento Gualtieri ha fatto anche due importanti annunci: “Per favorire l’azione tra i diversi dipartimenti dell’amministrazione capitolina, ho deciso di creare una cabina di regia per affrontare le questioni operative del Pnrr, penso ad un modello flessibile, ad un foro cui inviterò a seconda delle circostanze anche governo e Regioni”, ha ribadito.

Inoltre, sul tema trasporti, Roma e Milano con le rispettive partecipate, Atac e Atm lavoreranno insieme e presenteranno progetti comuni. Lo voglio – ha spiegato il sindaco capitolino – anche perché Atm è una grande azienda che lavora bene e sono cose che vorremmo estendere, a prescindere delle occasioni aperte dal Pnrr come l’acquisto dei bus elettrici”.

Per una nuova identità del Pd. La politica dei diritti non può offuscare la capacità di equilibrio e di sintesi di una forza riformatrice.

Il Pd deve scegliere. È arrivato il momento di discutere nello specifico gli indirizzi del Pnrr, essendo una occasione irripetibile, questa, per rifondare e rilanciare il sistema-paese, evitando forme di assistenzialismo esasperate.

Si è scritto molto sul voto in Senato a proposito del ddl Zan. Tra le altre cose, dopo la sconfitta, è nuovamente risuonato un invito più o meno esplicito ad uscire dal Pd rivolto a quanti conservano – questa è l’accusa – un legame con Renzi. La confusione è grande perché con l’attacco al renzismo si arriva a mettere a dura prova, per strani sillogismi, il rapporto con il variegato mondo cattolico. Ci si dimentica, ancora una volta, che senza l’apporto dei cattolici si perderebbe il senso dello stesso Pd, per rifare in definitiva i Ds, senza una parte della sinistra e con la conseguente stratificazione di ciò che resterebbe intorno al 15% circa, stando ai risultati delle ultime elezioni comunali. 

Di contro appare evidente come si tralascino, a favore delle tifoserie, le cause oggettive che hanno portato alla sconfitta sul ddl Zan; cause che ricordano il ripetersi di un errore che il centrosinistra ha sovente compiuto dalla caduta del primo e del secondo governo Prodi, specie in occasione della mancata elezione a Presidente della Repubblica di quest’ultimo; e cioè un errore dovuto al fatto che l’attacco prende di mira i franchi tiratori interni sottovalutando, perlopiù, la miopia di una linea politica che assume a parametro decisivo un certo integralismo post-ideologico, non facendo i conti con le implicazioni delle alleanze.

Atteggiamenti rigidi e incomprensivi, privi cioè della flessibilità che serve nei rapporti interni a una coalizione, possono segnare la condotta dei partiti “a vocazione minoritaria”, dediti al culto dell’opposizione in quanto tale, ma non di un partito che rivendica lo status di vera forza responsabile. In effetti, il Pd è l’asse portante – e non da oggi – di un modello o di uno stile di governo che nei passaggi più delicati della vita democratica del Paese ha retto in virtù di un approccio pragmatico e realistico.   

Il Pd deve scegliere. È arrivato il momento di discutere sullo specifico del Pnrr – quali sono le opzioni più importanti? – essendo una occasione irripetibile, questa, per rifondare e rilanciare il sistema-paese, evitando forme di assistenzialismo esasperate. L’impegno deve essere finalizzato, in particolare, a reintegrare nel mercato del lavoro molti di quelli che ne sono stati espulsi nel corso della crisi, sempre mirando al necessario sostegno dei giovani più in difficoltà.

Bisogna avere come obiettivo il miglioramento sensibile delle condizioni di vita degli italiani, non lasciando ai 5 Stelle il grande volano del superbonus e dell’ammodernamento delle infrastrutture; misure importanti, in effetti, che significano rilancio dell’edilizia e del suo indotto; misure capaci di portare ad un aumento del Pil oltre il 7 % annuo, con l’incremento di posti di lavoro e, soprattutto, la formazione di una classe di lavoratori qualificata e competente.

È un orizzonte che evoca la felice materializzazione, se così possiamo dire, di una genuina politica riformatrice, fuori da pregiudizi e fanatismi. Ecco percò che il rilancio del Paese, a livello economico e sociale, deve essere accompagnato ad una crescita dei diritti civili, i quali tuttavia non hanno da subire la torsione di un radicalismo eticamente controverso. Questo è il senso di responsabilità e di equilibrio che si richiede a una grande forza politica di matrice popolare. E, in sostanza, è ciò che la pubblica opinione più attenta e riflessiva si attende dal Pd.

Barometro Cisl. I dati del secondo trimestre relativi al benessere-disagio delle famiglie italiane. 

Domani, 12 novembre, in un webinar organizzato dalla Fondazione Tarantelli saranno presentati i dati più aggiornati del Barometro Cisl. Riportiamo di seguito la sintesi elaborata dalla Fondazione.

Il barometro segnala che l’indice sintetico di benessere-disagio sociale delle famiglie italiane nel secondo trimestre 2021, ha continuato la traiettoria di recupero degli ultimi trimestri, attestandosi:

– a poco sopra 90 (fatto 100 il 2007);

– a 83,5 (fatto 100 il 2007) nel 2020;

– a 96 (fatto 100 il 2007) nel 2019;

– a 80 (fatto 100 il 2007) nel 2013.

Tre gravi recessioni che, in meno di un quindicennio (2008-2009; 2011-2013; 2020), hanno lasciato il segno.

Il recupero immediato nel 2021 dell’indice sintetico, se confrontato con il lento recupero successivo al 2013, rinvia ad una determinazione anticiclica delle politiche fiscali, monetarie, sociali di gran lunga più potente ed efficace di quella dispiegata nelle recessioni precedenti.

Il Barometro dimostra, con precisione (mercato del lavoro, diseguaglianze, giovani, donne, povertà), il ruolo rilevante del Sindacato confederale e della Cisl nel rivendicare, proporre, gestire con il Governo, nell’ambito delle proprie competenze, le risposte alla drammatica emergenza pandemica.

La ripresa in atto nel secondo trimestre 2021 mantiene, ancora, una distanza dal Pil pre-crisi pari a 3,8 punti percentuali. Le previsioni di crescita del Pil su base annua oltre il 6% dovrebbero ridurre, ulteriormente il differenziale e, nel secondo trimestre 2022, il Pil dovrebbe tornare ai livelli del quarto trimestre 2019.

La Nota di Aggiornamento al DEF (NADEF) del settembre scorso assume come obiettivo della politica macroeconomica del Governo il ritorno al livello del Pil 2019, recuperando anche la mancata crescita del 2020, che il Quadro macroeconomico programmatico della NADEF 2019 quantificava nello 0,6%.

Si tratta di un’impostazione del tutto autoreferenziale poiché misura la crescita dell’economia italiana in rapporto a sè stessa anziché al benchmark europeo. Introducendo il quale il quadro di valutazione e la prospettiva mutano radicalmente.

L’Italia nel periodo 2000-2019 ha registrato una crescita cumulata del Pil parial 4,4% (0,23% su base annua); l’Eurozona del 26% (1,4% media annua); l’UE del 32% (1,7% media annua).

Non diversamente per il Pil pro capite che in Italia negli anni 2000-2019 si è ridotto in termini reali dello 0,8%.

Nel 2000 il Pil pro capite italiano era sopra la media UE del 20%, nel 2019 sotto del 6%; nel 2000 il Pil pro capite italiano era sopra la media eurozona del 3%; nel 2019 era sotto del 14% (elaborazioni Mario Baldassarri, Economia reale).

Il vero obiettivo della politica economica e sociale del nostro Paese non può essere il ritorno al 2019 ed il recupero della mancata crescita 2020 ma, almeno, un Pil pro capite nella media europea.

A tal fine, nella fase attuale di uscita dall’emergenza è necessario dare un solido fondamento strutturale alla crescita attraverso i fondi PNRR e le riforme ad essi associate; incorporare nelle radici strutturali gli elementi genetici di un modello di sviluppo socialmente ed ambientalmente sostenibile; gestire un passaggio d’epoca lungimirante e possibile attraverso un grande Patto fra Governo e Parti sociali.

Avviso

Il Webinar del 12 novembre viene trasmesso in diretta, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, sul canale YouTube della Fondazione Ezio Tarantelli. Per accedere alla Piattaforma Zoom occorre dare conferma della partecipazione a: segreteria@fondazionetarantelli.it

La democrazia, dice Mattarella, è la base della vita della Repubblica: se si indebolisce nei Comuni ne risente l’intera società.

A Parma l’Anci celebra i suoi 120 anni dalla sua fondazione. Davanti ai sindaci, il Presidente della Repubblica ha lanciato un monito: guai a trascurare la disaffezione di tanti cittadini. “La soluzione non consiste – ha precisato Mattarella nel suo intervento – in una ulteriore verticalizzazione della vita politica bensì, al contrario, con pazienza, nell’ampliamento delle istanze di partecipazione dei cittadini, a tutti i livelli”. Di seguito riportiamo il testo integrale del discorso tenuto ieri alla XVIII Assemblea annuale dell’Associazione presieduta dal Sindaco di Bari, Antonio Decaro.

Rivolgo un saluto cordiale alla Presidente del Senato, alle altre autorità, a tutti i presenti.

Saluto cordialmente e ringrazio per le parole di accoglienza nei miei confronti – e per il video – Antonio Decaro, Enzo Bianco, Luca Vecchi.

Che bella realtà quest’assemblea, Presidente Decaro!

Saluto Stefano Bonaccini, Presidente di questa Regione e Federico Pizzarotti, Sindaco di Parma.

La sua città, oltre a ospitare l’ANCI, è tuttora capitale della cultura. A causa del Covid, ha dovuto rinviare i suoi programmi ma ha tenuto fede agli impegni; e il prolungamento di questo suo ruolo assume il significato di un ponte per la ripartenza.

Rivolgo un saluto davvero molto caloroso ai sindaci qui presenti e, loro tramite, a tutti gli amministratori locali d’Italia, a tutti i consiglieri comunali.

La dedizione quotidiana dei sindaci è stata decisiva per far fronte sul campo, unitamente all’impegno degli operatori sanitari, alla crisi che il nostro Paese ha dovuto affrontare con la pandemia.

Una prova difficile, in tanti momenti drammatica, che ha evidenziato la capacità di coesione della nostra società.

Desidero anch’io, come ha fatto il Presidente Decaro, in questa sede, esprimere un ricordo e rivolgere un pensiero di riconoscenza agli amministratori locali che hanno perduto la vita a fianco dei loro concittadini a causa del virus.

Abbiamo dato dimostrazione di saggezza e di volontà di ripresa. È stato fatto un grande lavoro. Occorre adesso prevenire e contrastare le ulteriori, pericolose insidie, che provengono dai nuovi contagi.

Il tempo della responsabilità non è ancora concluso.

Soprattutto grazie ai vaccini – e grazie al senso di responsabilità e al rispetto degli altri e delle regole manifestati dalla quasi totalità dei nostri concittadini – siamo riusciti a superare il tornante più impervio, abbiamo riconquistato importanti spazi di normalità, di libertà, e siamo incamminati su un percorso nuovo dove si può tornare a progettare, a costruire, a operare per un futuro migliore anche rispetto a quello che si presentava prima della comparsa della pandemia, come ha detto poc’anzi Antonio Decaro, come dimostra del resto l’andamento della nostra economia.

Le istituzioni comunali hanno dato risposte a persone e imprese, a famiglie e ad attività economiche in affanno, e adesso le stanno accompagnando nella ripartenza, avendo presenti squilibri antichi che si sono aggravati e nuove linee di frattura che sono comparse.

I Comuni hanno contribuito a una risposta delle istituzioni del nostro Paese, una risposta complessiva del Paese, una risposta che è divenuta nei mesi sempre più convergente.

Non era scontato.

Di questa leale collaborazione è giusto dare atto ai sindaci, all’ANCI.

La solidarietà si è dimostrata, oltre che un valore civile di primaria grandezza, una forza essenziale per progredire.

Preziosa si è dimostrata l’articolazione istituzionale del nostro Paese, con le sue tradizioni municipali. I Comuni, le Regioni, le Province, i diversi territori, con le espressioni sociali, con i corpi intermedi, con le piccole e medie imprese accanto alle più grandi, con l’associazionismo, con il volontariato.

Siamo stati colpiti più duramente di altri durante la prima fase della pandemia, ma la nostra ricca conformazione sociale si è espressa positivamente nell’azione comune e sta prevalendo.

Non possiamo rimuovere le cautele, perché abbiamo oggi davanti a noi opportunità inedite e grandi potenzialità, che hanno acquisito caratteri di concretezza grazie anche a scelte europee di alto valore politico.

Dobbiamo essere in grado di trasformare le opportunità in realizzazioni capaci di migliorare il nostro modello sociale, di accelerare nelle transizioni ecologica e digitale, di offrire alle giovani generazioni una società non compromessa da ipoteche insostenibili.

Dopo essere stati tra gli artefici della resilienza, adesso i Comuni sono chiamati ad assumere responsabilità non meno importanti nel Piano nazionale di ripresa.

Il senso del titolo scelto per questa assemblea: “Rinasce l’Italia. I Comuni al centro della nuova stagione” sembra confermare appunto che le municipalità sono ben consapevoli delle responsabilità che competono loro.

Quote consistenti dei progetti inseriti nel PNRR – come ha sottolineato il presidente Decaro – sono assegnati a Comuni e Città metropolitane.

Si tratta di progetti di grande rilievo da cui possono dipendere un miglioramento della qualità del vivere, una spinta alla modernizzazione del Paese, una crescita sia nella capacità di competere sia nell’esercizio dei diritti. Quando si affrontano temi come la sostenibilità sociale e ambientale, lo sviluppo digitale, i piani urbani, le misure per le aree interne, le implementazioni delle infrastrutture materiali e immateriali, i Comuni devono essere anche essi protagonisti di un percorso in cui si legano innovazione ed equità.

La tradizione autonomistica in Italia non ha mai ceduto alla tentazione di avere un connotato dissociativo. Al contrario, si è sempre manifestata come fattore di coesione, nel senso che la responsabilità verso l’intera comunità comincia dalle radici.

Non possiamo vanificare la grande opportunità che si presenta avanti a noi.

È la nostra priorità. Ad essa vanno subordinati interessi parziali.

Come poc’anzi bene ha detto Antonio Decaro “non vi sarà un’altra occasione”.

I programmi dei Comuni d’Italia sono parte di grande rilievo, integrante di un processo di cambiamento che l’Europa intende promuovere, sostenere, e dove possibile accelerare. Un rilancio dell’Europa come attore globale, che poggia anche sulla forza delle sue città, delle sue regioni, delle istituzioni nazionali e di quelle comunitarie.

Il PNRR è occasione significativa per riprogettare il Paese, per il cambiamento, per ridurre ed eliminare i divari tra realtà urbane e zone rurali, per mettere in valore risorse come quelle montane, da tempo esposte al declino. È una sfida difficile che ci costringe a ripensare modelli di vita, distribuzione e accesso ai servizi, dopo decenni in cui la spinta al risparmio di risorse pubbliche, ha inciso profondamente e non sempre raggiungendo gli obiettivi.

Le ridotte opportunità nelle aree interne configurano un indebolimento dei diritti di cittadinanza.

Anche per questo la mobilità in chiave sostenibile e non limitata alla connessione tra le sole aree metropolitane, la riqualificazione delle periferie, l’ottimizzazione del ciclo dei rifiuti, la diffusione delle reti ultra-veloci nelle aree interne come nei centri urbani, i processi di sviluppo digitale, la transizione energetica fino a pervenire al livello zero di emissioni, sono temi che compongono il quadro di un impegno storico a cui siamo chiamati come comunità nazionale.

Amministrare una istituzione locale richiede oggi, accanto alla cura quotidiana della gestione dei servizi, un’accresciuta capacità di previsione e di lungimiranza.

L’amministrazione locale, in maggioranza o in opposizione, è un grande esercizio di vita democratica: nei suoi confronti va espresso rispetto e considerazione da parte delle altre istituzioni e dei cittadini.

Il riconoscimento del valore del ruolo di chi amministra è parte della dignità delle istituzioni democratiche del nostro Paese.

A questo riguardo il Parlamento è impegnato nell’esame di proposte di legge che includono richieste sostenute dall’ANCI anche sul doveroso tema delle responsabilità degli amministratori locali.

La Repubblica si nutre delle esperienze delle comunità raccolte nelle autonomie che la animano. Anche per questo, va rivolta attenzione particolare ai sintomi di disaffezione che talvolta si manifestano.

La soluzione non consiste in una ulteriore verticalizzazione della vita politica bensì, al contrario, con pazienza, nell’ampliamento delle istanze di partecipazione dei cittadini, a tutti i livelli.

Non ci si deve disorientare di fronte alle difficoltà. Non ci si deve rassegnare a quella che può apparire indifferenza verso la cosa pubblica.

Occorre recuperare il consapevole coinvolgimento dei cittadini. E vorrei suggerire cautela nel ricorrere a misure che sembra possano ovviare a difficoltà momentanee e che, tuttavia, inciderebbero sui modelli di partecipazione democratica, accettandone la riduzione di livello.

La democrazia è la base della vita della Repubblica: se si indebolisce nella vita dei Comuni – come di ogni livello istituzionale – ne risente l’intera società.

I Comuni sono sempre stati ambiti decisivi della vita democratica del nostro Paese e luoghi della sua crescita.

L’ANCI, anche nelle sue articolazioni regionali, ha sempre dimostrato di avere uno sguardo di prospettiva, di non nutrire mere logiche rivendicazionistiche, per essere, piuttosto, capace di puntare ad offrire un modello positivo per l’intera società nazionale.

È questo il contributo che, ancora una volta, gli amministratori locali possono dare, unendo fra loro l’impegno per dare vita concreta a un Piano di ripresa efficace e l’impegno per la partecipazione dei cittadini.

Il ruolo delicato e centrale di sindaci e amministratori di ogni Regione attira purtroppo, talvolta, minacce che, con preoccupante frequenza, provengono da ambienti malavitosi e da violenti.

Queste minacce a chi con impegno serve la propria comunità costituiscono un’aggressione alla nostra democrazia e vanno severamente contrastate.

In queste ultime settimane manifestazioni non sempre autorizzate hanno tentato di far passare come libera manifestazione del pensiero l’attacco recato, in alcune delle nostre città, al libero svolgersi delle attività. Accanto alle criticità per l’ordine pubblico, sovente con l’ostentata rinuncia a dispositivi di protezione personale e alle norme di cautela anticovid, hanno provocato un pericoloso incremento dei contagi.

I sindaci, indipendentemente dalle loro appartenenze, si sono trovati ancora una volta in prima fila e hanno saputo schierarsi in difesa della sicurezza e della salute dei propri concittadini.

Le forme legittime di dissenso non possono mai sopraffare il dovere civico di proteggere i più deboli: dobbiamo sconfiggere il virus, non attaccare gli strumenti che lo contrastano e lo combattono.

E in ogni caso atti di vandalismo e di violenza sono gravi e inammissibili e suscitano qualche preoccupazione, sembrando, talvolta, raffigurarsi come tasselli, più o meno consapevoli, di una intenzione che pone in discussione le basi stesse della nostra convivenza.

Presidente Decaro, Signori Sindaci, Signore Sindache, non posso concludere questo saluto senza un pensiero rivolto in solidarietà e impegno rinnovato e sostegno ai Comuni colpiti dai terremoti negli anni passati. A loro, come ha fatto poc’anzi Antonio Decaro, vanno rinnovati vicinanza e sostegno.

Davanti a noi si presenta una stagione di grandi prospettive e di decisioni impegnative.

I Comuni ne saranno certamente un motore.

La Repubblica ha fiducia nella propria capacità di uscirne più forte.

Buon lavoro. Buona assemblea.

Quirinale, metodo Leone o metodo Cossiga. Merlo invita a fare chiarezza.

Per evitare voti a ripetizione e quel malcostume che ha caratterizzato la scorsa elezione a Capo dello Stato, occorrerà da un lato ridurre i candidati – uno per corrente del Pd sono eccessivi compresi i fondatori “onorari” – e, dall’altro, ricercare realmente una vera convergenza politica e parlamentare superando pregiudizi politici, pregiudiziali ideologiche e veti ad personam.

Quasi tutti gli italiani – almeno quelli che seguono le vicende politiche, seppur distrattamente – sanno che quando si avvicina l’elezione del Presidente della Repubblica la politica italiana entra in grande fibrillazione e il tutto si trasforma in una sorta di film a puntate dove capita tutto e il contrario di tutto. Certo, come diceva recentemente Guido Bodrato a proposito della politica italiana, c’è sempre la categoria “dell’imprevedibilità” che rende il tutto impercettibile e possibile. Ma, per fermarsi al capitolo Quirinale del prossimo febbraio, noi sappiamo che di fronte abbiamo due metodi, abbastanza consolidati e praticati nella storia politica italiana dal secondo dopoguerra in poi. E cioè, il “metodo Leone” o il “metodo Cossiga”. Ovvero, o il Presidente si elegge al primo colpo con un una reale e fattiva convergenza politica della stragrande maggioranza dei cosiddetti “grandi elettori” oppure è il frutto di estenuanti trattative che rischiano di ingenerare operazioni politiche al ribasso e dove, veramente, può capitare di tutto. Cioè un Presidente eletto dopo giorni e giorni di trattative, sotterfugi, imboscate, agguati parlamentari e tradimenti. Con tanti saluti alla trasparenza e a tutto ciò che caratterizza a contrassegna la “buona politica”.

Certo, non possiamo dimenticare, al riguardo, cosa è realmente capitato nel 2013 con il doppio malcostume legato alle vicende che hanno bocciato prima Franco Marini – clamoroso – e poi Romano Prodi. Un nutrito gruppo di mascalzoni – molti dei quali sono ancora seduti tranquillamente in Parlamento – ha cecchinato Marini nel segreto dell’urna dopo che la riunione dei grandi elettori al Capranichetta aveva votato e indicato a larga maggioranza uno dei più autorevoli fondatori del Pd come candidato unico al Quirinale. Mascalzoni che poi si sono anche vantati del gesto attraverso post pubblicati sui social o, addirittura, dicendolo in publico. Un malcostume e un cinismo difficilmente riscontrabili in altri momenti della storia parlamentare italiana. Il tutto, come ovvio, fatto in nome dell’onestà, della discontinuità e del cambiamento sposando integralmente i dogmi del populismo imperante in quella fase politica. Sul caso Prodi è inutile soffermarsi perchè in quella occasione furono meno i franchi tiratori – sempre, come ovvio in larga parte del Pd – ma addirittura non si votò nell’assemblea dei grandi elettori del centro sinistra perchè vinse l’applauso da curva sud. Comunque sia, una doppia beffa che ha sfregiato il ruolo della politica, ridotto il peso delle istituzioni democratiche e soprattutto la serietà e la credibilità del Pd.

Per tornare all’oggi, in attesa di quello che deciderà Draghi e anche di quello che sceglierà di fare l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – che ha svolto il suo mandato con un alto senso delle istituzioni, con equilibrio e capacità di superare e risolvere problemi e nodi apparentemente inestricabili e con grande senso di responsabilità politica ed istituzionale – restano in piedi i due metodi indicati in partenza. Certo, per evitare voti a ripetizione e quel malcostume che ha caratterizzato la scorsa elezione a Capo dello Stato, occorrerà da un lato ridurre i candidati – uno per corrente del Pd sono eccessivi compresi i fondatori “onorari” – e, dall’altro, ricercare realmente una vera convergenza politica e parlamentare superando pregiudizi politici, pregiudiziali ideologiche e veti ad personam. Operazioni non facili perchè siamo ancora alle prese con partiti populisti e legati strutturalmente all’anti politica e alla demagogia – anche se adesso lo smentiscono comicamente e grottescamente – come quello di Grillo e di Conte che possono fare di tutto perchè appunto, come diceva in una celebre battuta Donat-Cattin nello scorso secolo, “sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”.

Ecco perchè proprio da questo crocevia, seppur difficile, complesso e articolato, noi capiremo se la politica contemporanea conserva ancora qualche credibilità oppure se è ancora dominata dal populismo, dal trasformismo e dall’opportunismo politico e parlamentare. E questo ce lo diranno solo i fatti. Ovvero, se prevarrà il “metodo Cossiga” o se trionferà, ancora una volta, “il metodo Leone”.

PNRR, più attenzione alla cultura “di prossimità”.

Il rischio è che il nostro Paese finisca per perdere una delle sue filiere produttive e identitarie più importanti. Per evitarlo, urge presentare un piano nazionale di organizzazione del consumo culturale e di finanziamento della sua attività produttiva, nonché tutela e conservazione del patrimonio.

Una recente iniziativa di Roma Capitale ha riscosso un inaspettato successo: ottomila carnet di biglietti per ingressi al cinema e a teatro sono andati esauriti in pochi gironi. Il sito web di Roma Cultura è andato più volte in tilt per i numerosi accessi. Nel silenzio e nell’indifferenza generale del cosiddetto “mondo della cultura”, iniziative come questa rappresentano senz’altro un buon segnale.

La cultura vive infatti del rapporto – unico e originale – che si crea tra chi produce e chi consuma. Un quadro visto sullo schermo del PC, uno spettacolo teatrale fruito in tv, un concerto per pianoforte ascoltato su Youtube: tutto utile, ma anche abbastanza freddo. Il lavoro culturale ha invece bisogno del calore della fruizione collettiva. Per questo motivo bisogna difenderne – oggi più che mai – il valore.

Nel 1941, l’anno dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, il Presidente Roosevelt registrò una delle sue conversazioni radiofoniche dedicandola al cinema e al suo valore economico, sociale e civile. E nell’ambito del New Deal la cultura rappresentò un pilastro importante. Lo scorso mese di maggio il Presidente Macron ha presentato un importante progetto organico sul rilancio della cultura francese articolato attraverso misure di sostegno e interventi strutturali. Una sorta di Recovery Plan della cultura, destinato a sostenere l’arte, il teatro, il cinema, le orchestre, i musei, le biblioteche, con incentivi fiscali, sostegni materiali, una rete di sicurezza sociale per i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro a causa dei lockdown imposti dalla pandemia.

In Italia un rischio concreto è che i fondi del PNRR – stando così le cose – possano andare ad abundantiam alle grandi installazioni e ai grandi musei (il direttore degli Uffizi gareggia con il Ministro Franceschini per numero di ospitate televisive) mentre le istituzioni culturali, i piccoli musei e le piccole biblioteche possano ricevere solo una sorta di “obolo” dai fondi europei.

Il rischio è che il nostro Paese finisca per perdere una delle sue filiere produttive e identitarie più importanti. Per evitarlo bisognerebbe presentare – in tempi ragionevoli – un piano nazionale di organizzazione del consumo culturale e di finanziamento della sua attività produttiva e di tutela e conservazione del patrimonio. Bisognerebbe anche esercitare una sorta di moral suasion nei confronti delle grandi piattaforme digitali, affinché possano restituire il favore alla comunità sostenendo finanziariamente una produzione culturale “di prossimità”. Senza la sua fiorente produzione culturale, infatti, l’Italia non sarebbe più il Belpaese. La cultura è pensiero critico, liberta e ricchezza della nazione.

Il futuro che ci attende – in assenza di correttivi – è una progressiva desertificazione del nostro patrimonio culturale. O ci si rende conto che siamo sull’orlo di un precipizio e che migliaia di persone rischiano di restare ai margini, oppure non avremo più una “industria culturale” domestica. Tertium non datur. Tutti lo sanno, eppure sembra prevalere la rassegnazione e la rinuncia. Dovremmo cercare di impedirlo.

Alcune possibili scelte di politica economica e finanziaria dei DC e Popolari. Le proposte di Bonalberti.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’unico programma politico che tecnicamente consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo Sviluppo dello Stato italiano e della Sua classe media (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :

1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992).
2. 2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini.
3. 3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993).
5. Da ciò deriva la separazione tra banche di prestito (loan bank) e banche speculative (investment bank): abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da GiulianoAmato, Barucci e Colombo. Automatica reintroduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazarimproprietari della City of London.
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico.
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di societàitaliane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia).
10. Conferire il potere ispettivo sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza.
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta (=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992 firmato da Mario Draghi).
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sultasso.
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito.
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente.
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB.
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tassod’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.,Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3,immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e nel notaio delle esecuzioni immobiliari.
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’Interpol e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano.
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute,del paese.

Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente in larga parte incompetente e orientata su una deriva nazionalista e populista l’ha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale.

N.B.

Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell’Economia delle Finanze sull’assetto di controllo delle banche quotate italiane (risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori azioniste di Banca d’Italia con 265 voti su 529, da parte, attraverso le Sub-deleghe conferite agli avvocati (avv. Cardarelli...) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust, Fidelity, Jp Morgan Trust, Black Rock, Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 milionw di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari, indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York perprocurato disastro ambientale e per avere fermato lo sviluppo dell’energia solare, hedge fund e come tali, unicifondi al mondo autorizzati a compiere amorali, immorali, illegittime vendite allo scoperto (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine difarne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano, crolli della borsa di Milano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro

risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

Trattasi di decreti già emessi, non disegni di legge, decreti che comprovano l’avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London, proprietari della City of London, e sede fiscale nel paradisofiscale del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti, indipendente dal 2001). Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk hadimostrato che le società che essi controllano appartengono a Trushelfco, Dikappa più un numero delle sette famiglie kazare, georgiane/arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild, J.P. Morgan, Warburg, Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all’ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l’invenzione della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell’impero Kazaro(600 avanti Cristo-1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell’Armenia, dell’Ucraina.

All’opera strani imitatori di Draghi. La “formula Ursula” cala nella Tuscia. L’ombra del trasformismo e il silenzio del Pd.

In realtà si va oltre la “formula Ursula”, visto che s’intende aggregare assieme al Pd e a Forza Italia anche la Lega. La Tuscia, secondo il coordinatore viterbese di Azione, diventerebbe in questo modo un “laboratorio politico”. L’equivoco s’aggrava per l’assenza di reazioni, almeno finora, da parte del gruppo dirigente del Pd nazionale e regionale. Una grana in più per Enrico Letta.

Gli esami non finiscono mai. Dopo le elezioni comunali, si avvicina la scadenza per il rinnovo dei Consigli provinciali. La riforma Delrio ha trasformato gli enti intermedi in organismi a rappresentanza indiretta, essendo gli eletti il risultato dì un voto riservato ai consiglieri dei comuni facenti parte della provincia. La soluzione si è rivelata infelice dal momento che il debole ruolo una volta esercitato da queste pur nobili e longeve istituzioni, ora ha perduto ulteriormente significato. Poche le risorse attribuite e poche le competenze attivabili sul territorio: più che di una vera  riforma, potremmo parlare di una improvvida destrutturazione.

Ciò nondimeno, laddove scatta una competizione elettorale, è fatale che la politica recuperi la sua funzione catalizzatrice. Fingere che il rinnovo degli organi riguardi l’esangue corpo delle province, senza implicazioni di altro genere, è quantomeno poco realistico. C’è sempre qualcosa, o meglio qualcuno, che determina uno scatto di ingegnosità, anche secondo dinamiche non sempre limpide. La parola magica è “laboratorio”, volendo con questo identificare un esperimento locale alla stregua dì una operazione di raffinata intelligenza strategica. Improvvisamente, una provincia appare la quinta teatrale di un grande scenario politico.

A Viterbo, cuore della Tuscia e quindi non lontano dal Campidoglio, l’iniziativa del leader locale di Azione, Giacomo Barelli, assume i connotati di un originale e controverso tentativo di assemblaggio di forze, quasi a mettere alla berlina l’esigua alleanza che ha portato alla vittoria Roberto Gualtieri nella capitale. L’auspicio di Barelli, infatti, “è che le elezioni provinciali diventino quel laboratorio politico che possa finalmente lanciare sul nostro territorio quella maggioranza ‘Ursula’ che a livello nazionale sostiene il governo Draghi e che, attraverso la rappresentanza in consiglio di tutte le forze che faranno parte di questa coalizione, possa, insieme al presidente che verrà eletto, gestire il fiume di denaro pubblico del Pnrr per garantire anche alla Tuscia di vedere realizzata la promessa di una forte ripartenza dell’economia”.

Il proposito generoso sembra tuttavia ascrivibile alla logica dell’ammucchiata, anche perché equilibrio e buon senso vorrebbero che alla difficile navigazione del governo dì larghe intese di Draghi faccia compagnia, a livello di comunità territoriali, una trasparente dialettica democratica, senza il ricorso a camaleontiche collaborazioni. Il punto è che il “laboratorio” viterbese dovrebbe, se le parole hannno un senso, sprigionare energie in direzione di esperimenti a più largo raggio. Come evitare la caduta nel trasformismo, è davvero un mistero! Ma un mistero che pare sedurre, visto il silenzio che circonda l’uscita del “calendiano” Barelli, quasi che i vertici regionali (Astorre) e nazionali (Letta) del Pd non ponessero mente a questi problemi.

Eppure Letta, smentendo la Federazione romana, ha fatto presto a occuparsi del caso di Ostia, per cercare evidentemente di mettere un freno alle polemiche sulla formazione della mini-giunta municipale. Bene, ora però non deve girarsi dall’altra parte, e con lui nemmeno il segretario regionale del Pd: si tratta di capire se il ricorso alla “formula Ursula”, utilizzata alla bisogna per garantire la consociazione di “draghetti” premurosi, con il cuore e la mente affissi alla calibrata distribuzione delle risorse provenienti dal Pnrr, sia l’orizzonte entro cui si muove la classe dirigente di un partito impegnato a rinnovare se stesso e, quindi, a rinnovare nel complesso la vita politica del Paese.

Riforma dei tribunali per i minorenni: un vulnus alla cultura giuridica ereditata dalla tradizione. L’analisi di Provinciali.

Anticipiamo il testo che l’autore si accinge a pubblicare sul fascicolo n. 11/2021 della “Rivista internazionale di Diritto e Scienza”. La riflessione verte sul provvedimento di legge, approvato il 21 settembre scorso, che prevede una radicale e riduttiva riforma della consistenza, composizione e territorialità dei Tribunali per i minori.

Il disegno di legge approvato in via definitiva dal Senato in data 22 settembre 2021 avente oggetto “Delega al Governo per l’efficienza e del processo civile e per la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie e misure urgenti di razionalizzazione dei procedimenti in materia di diritti delle persone e delle famiglie nonché in materia di esecuzione forzata” prevede entro un anno il Governo emani i decreti legge attuativi per “il riassetto formale e sostanziale del processo civile”.

In questa sede di riflessione sul testo licenziato ciò che interessa considerare è un aspetto non secondario dell’intero corpo legislativo, segnatamente quello che riguarda la riforma del diritto di famiglia  attraverso l’istituzione dei “tribunali per le persone minori e la famiglia”, a modifica dell’ordinamento previgente che prevedeva i tribunali per i minorenni come organi giudiziari a se stanti, separati dai tribunali ordinari e costituiti da magistrati togati e da giudici onorari, questi ultimi nominati dal CSM tra coloro che dimostravano il possesso di titoli idonei sul piano culturale e di competenza maturati attraverso la pratica di esperienze  professionali ritenute pertinenti ed utili, al fine di integrare in via consustanziale lo specifico istituzionale del tribunale minorile, tenuto conto della sua particolare natura  volta a conoscere e valutare i molteplici e delicati aspetti di vita dei soggetti minori, delle loro famiglie e dei loro contesti esistenziali.

Alla base del testo approvato dalle Camere – come in larga parte della produzione legislativa che si trascina irrisolta per lungo tempo – c’è un vizio di origine che potremmo riassumere con questa formula: “eccesso di annuncio”. Da anni, anzi da decenni si è discusso di riforma della giustizia: come spesso accade subentra una causa occasionale che spinge a stringere i tempi ed arrivare ad una determinazione normativa. In questa fattispecie – come acutamente ha osservato nei giorni conclusivi dell’iter  parlamentare la Presidente dell’AIMMF Cristina Maggia (Associazione italiana magistrati minori e famiglia) , Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale per i minorenni di Brescia  “Sappiamo che la necessità di approvare in tempi brevi importanti riforme è collegata alla possibilità di ricevere i contributi economici europei del PNRR, in particolare, quanto alla giustizia civile, alla necessità di contenere i tempi dei processi , talora di estrema lunghezza sia per la mole del contenzioso, sia per la mancanza di risorse di personale e di magistrati. Ebbene, anche se come associazione pensiamo che nulla abbia a che spartire con la ripresa economica del Paese la riforma della materia familiare e minorile, la Commissione Ministeriale che ha predisposto le proposte di modifica ha ritenuto di inserire nella grande riforma del processo civile anche questa materia. Della Commissione ministeriale purtroppo non ha fatto parte alcun esperto di giustizia minorile, né nel corso dei lavori alcun giudice minorile è stato realmente ascoltato (ascoltato non sentito) dai Commissari in modo da acquisire dati di realtà ed esperienziali: il risultato è stata una proposta che ha preso in considerazione soltanto le situazioni di violenza intra-familiare generate da conflitti di coppia o violenza di genere. Con questo specifico e limitato approccio sono state però introdotte nel sistema della protezione dei minori norme di notevole significato sostanziale che per la delicatezza della materia trattata avrebbero richiesto adeguati tempi di riflessione e uno scambio costruttivo con chi in questo particolarissimo e piuttosto sconosciuto contesto lavora da anni”.

E’ interessante a questo riguardo leggere le osservazioni contenute nel Documento licenziato dall’AIMMF il 19 settembre u.s. , cioè tre gg prima che il Senato approvasse il citato disegno di legge a firma della Presidente Cristina Maggia e della segretaria Susanna Galli dell’AIMMF, avente oggetto “Sull’art. 15 bis dell’emendamento predisposto / proposto dal Ministero di Giustizia ai Disegno di Legge AS 1662 Delega processo civile in trattazione dinanzi alla Commissione Giustizia del Senato.

La disamina della questione relativa al riordino delle competenze giudiziarie in materia di giustizia minorile è esaustiva e completa: per non tralasciare alcuna evidenza considerata conviene in questa sede rimandare alla lettura integrale del Documento. Appare dunque in tutta la sua evidenza come il disegno di legge non abbia tenuto in considerazione né tantomeno ascoltato la voce dei magistrati togati ed onorari minorili, in qualità di esperti in materia di  giustizia minorile, proprio in previsione della programmata riforma. Particolarmente significativa può essere considerata la valutazione del provvedimento, desumibile dall’intervista rilasciata a Repubblica dal Procuratore della Repubblica del Tribunale per i minorenni di Milano, Dott. Ciro Cascone.

Illustrando il nuovo, previsto ordinamento il Procuratore afferma:  “Cerco di semplificare al massimo. Facciamo l’esempio di cosa succede in Lombardia. Oggi esiste il Tribunale per i minorenni di Milano. Che ha una competenza su otto province. Nelle quali ci sono i tribunali ordinari che si occupano di famiglia. Con la riforma invece a Milano ci sarà una sezione distrettuale del Tribunale della famiglia che avrà sempre competenza sulle otto province, ma solo per alcune materie, tra cui le adozioni. Ci saranno poi otto sezioni distaccate, quelle che la legge definisce “circondariali”, che avranno sede negli otto tribunali ordinari già esistenti, e che si occuperanno di tutto ciò che riguarda la famiglia e i minori”…. “In base alla materia, per le adozioni la competenza sarà del collegio distrettuale, mentre tutto il resto sarà trattato da un singolo giudice, dalle separazioni e dai  divorzi agli allontanamenti urgenti dei minori maltrattati”.

Nel merito delle attribuzioni poste in capo ad un “giudice monocratico”, anziché ad una camera di consiglio come avvenuto a tutt’oggi, composta da due magistrati togati e da due giudici onorari particolarmente competenti per esperienza e konw how professionali alla trattazione del caso in ispecie, il Procuratore Cascone mette il dito sulla piaga del nuovo ordinamento previsto dal disegno di legge: “Questo è il grosso punto debole della riforma perché in questo modo si spazza via la cultura minorile costruita negli ultimi decenni. Io vedo due grosse criticità, innanzitutto perché una persona sola deciderà quello che oggi decidono più persone con maggiore ponderazione e anche esperienza, domani invece ci sarà una persona che in totale solitudine dovrà prendere decisioni a volte molto delicate e che hanno ricadute molto rilevanti, a volte drammatiche, nella vita delle persone. E che rischia anche una sovraesposizione, specialmente nelle piccole città. Ma non basta. Viene eliminato il fondamentale contributo degli esperti nel prendere queste decisioni….i giudici onorari che danno un importante contributo di competenze e di sapere tecnico anche se spesso a livello di opinione pubblica non godono di buona fama”….. ” Il caso del piccolo Eitan di cui si sta occupando la cronaca in questi giorni, verrebbe trattato dal giudice monocratico circondariale. L’eventuale Appello andrebbe alla sezione distrettuale, analogamente a quanto avviene adesso. Nel caso specifico il giudice tutelare di Pavia ha nominato il tutore, mentre sarebbe il Tribunale per i minorenni di Milano a occuparsi dell’eventuale Appello”…….” Il disegno della nuova procura, anch’essa specializzata, mi piace perché verranno assorbite le competenze civili delle procure ordinarie, ma la mia richiesta è perentoria. Oggi le procure minorili sono fortemente sottodimensionate. Aumentandone le competenze mi aspetto quantomeno un raddoppio di risorse e soprattutto che anche i nostri uffici vengano finalmente informatizzati, mentre adesso viaggiamo ancora con il cartaceo. Ancora un suggerimento, prevedere anche la figura dei vice procuratori onorari proprio come nelle procure ordinarie. E poi questa faccenda dell’anzianità…richiesta per far parte di Tribunale e procura della famiglia, ben 12 anni, che trovo eccessiva e addirittura ingiusta nei confronti dei giovani magistrati, che quanto a competenza ed entusiasmo non hanno nulla da invidiare a quelli più anziani, anzi… Oggi dirigo una procura composta prevalentemente da giovani magistrati, che lavorano molto e bene, ma che con la nuova riforma non potrebbero farne parte, e francamente lo trovo irrazionale”.

Ma per comprendere più a fondo i rilievi mossi al provvedimento legislativo del 22 settembre u.s. conviene riportare quanto, con dovizia di particolari e ricchezza di pertinenti osservazioni ed obiezioni, si legge nel citato Documento licenziato dall’AIMMF il 19 settembre 2021: “… la rigida suddivisione tra la sezione distrettuale, che opera in forma prevalentemente collegiale e con la presenza dei giudici onorari (salvo che per le competenze monocratiche previste in sede penale) e le sezioni circondariali, che operano in composizione monocratica e senza l’apporto dei giudici onorari, ripropone le rilevanti difformità esistenti tra tribunale ordinario e tribunale per i minorenni. Appare non condivisibile l’attribuzione al giudice monocratico di tuttala materia de potestate, comprensiva dei procedimenti relativi a fattispecie gravissime e tali da giustificare la decadenza dalla responsabilità genitoriale, nonché l’assunzione di provvedimenti incisivi e urgenti ai sensi dell’art. 403 c.c., come gli allontanamenti dei minori. Questa soluzione, che priva il giudice delle garanzie della collegialità e della multidisciplinarietà, che la stessa Corte Costituzionale ha più volte ritenuto un valore, si tradurrà inevitabilmente nel rischio di assumere decisioni non adeguatamente ponderate, ovvero che, a fronte di situazioni gravissime, non siano adeguatamente incisive.

Inaccettabile appare l’attribuzione al giudice monocratico dei provvedimenti di cui al titolo I e I-bis della legge 4 maggio 1983, n. 184, comprensivi anche della delicata ipotesi degli affidamenti etero – familiari, che nella prassi, normativamente recepita dalla legge n. 173/2015, ben possono trasformarsi in affidamenti provvisori o “a rischio giuridico”, ove venga promossa la procedura di adottabilità, o in adozioni in casi

particolari. Si determinerebbe, dunque, una dannosa frattura tra la decisione assunta dal giudice monocratico – si ribadisce in assenza di tutti gli strumenti di cui dispone l’attuale tribunale per i minorenni per formulare il progetto di vita più adeguato al minore – e le attribuzioni del giudice collegiale in sede distrettuale, a composizione mista, competente per la procedura di adottabilità e di adozione. Tale previsione collide con i più recenti orientamenti in tema di rispetto della continuità affettiva”.

“Le competenze della sezione distrettuale vengono sostanzialmente svuotate, diventando essa prevalentemente giudice del reclamo dei provvedimenti della sezione circondariale. Preoccupa anche che i reclami avverso i procedimenti de potestate verrebbero decisi da un collegio privo della componente onoraria, che invece permarrebbe nel collegio della corte di appello, che tratterebbe le impugnazioni avverso i provvedimenti emessi dalla sezione distrettuale. Non può non segnalarsi l’evidente depauperamento del ruolo dei giudici onorari, il cui apporto viene escluso proprio nella materia de potestate, in cui è fondamentale la formazione multidisciplinare. Questa impostazione si tradurrà inevitabilmente nella lievitazione degli incarichi di CTU, mentre comunque il giudice monocratico è lasciato

solo nel delicato processo decisionale, in cui prezioso si rivela, nell’esperienza dei tribunali per i minorenni, l’apporto dei giudici onorari anche, ma non solo, per la valutazione del merito tecnico degli elaborati peritali.  Un ulteriore elemento di svalutazione della figura del giudice onorario è la previsione

del loro inserimento come componenti dell’Ufficio del Processo, così attribuendo loro una funzione servente, così snaturando il loro ruolo di portatori di saperi extra – giuridici e di soggetti investiti di una responsabilità decisionale”.

Dalle argomentazioni dedotte e richiamate si evince come il forte ridimensionamento delle funzioni della componente onoraria costituirebbe un vulnus non lieve alla lunga tradizione giuridica maturata nella storia dei Tribunali minorili: si tratta di una vera e propria ‘diminutio’ della cultura multidisciplinare dei tribunali minorili che si sono avvalsi della funzione del giudice onorario come “tecnico” depositario di un ‘sapere esperto’ a valenza integrativa e complementare della giurisprudenza minorile.

È persino  grave che i giudici onorari e il loro apporto sia così gravemente sottovalutato e messo al margine delle attribuzioni e delle competenze della giustizia minorile e familiare. La ricchezza delle esperienze maturate dai giudici onorari nei rispettivi ambiti di espletamento professionale è sempre stato un valore aggiunto di cui, in sede di istruttorie, di audizione dei soggetti minori e dei loro genitori e familiari, nelle camere di consiglio, nella valutazione della potestà genitoriale, il tribunale si è sempre largamente avvalso proprio a motivo della multidisciplinarità richiesta dalla specificità “giudiziaria” dei soggetti minori: ci sono ambiti esperienziali che resterebbero inesplorati o coperti da coni d’ombra, come i vissuti personali, le emozioni, i sentimenti, le dinamiche relazionali e familiari, lo stesso contesto di vita amicale e comunitaria, gli insuccessi, il rischio educativo e il disagio scolastico, gli abbandoni, le ripetenze, le inadempienze all’obbligo formativo che richiedono la presenza e la valutazione di veri esperti del settore, non certo estranei alle dinamiche che afferiscono a tali problematiche.

Certamente più ricchi di esperienze maturate nel rispettivo campo e forieri di indicazioni, suggerimenti, valutazioni pertinenti ove spesso non dirimenti di quanto si possa ricavare dal ricorso ad esperti esterni, spesso sedicenti tali o da CTU limitate in termini spazio-temporali. L’auspicio è ovviamente che in sede di decreti delegati, il Governo possa e voglia rivedere il significato, il valore e il portato collaborativo e competente di queste figure che dal testo del disegno di legge appaiono sottodimensionate, svalutate e messe all’angolo con funzioni meramente accessorie, opinabili o aleatorie. E – sottolineando questa speranza – non si può tacere o non ricordare quanta “cultura dell’attenzione” verso il mondo spesso inesplorato o sottostimato dei minori si è accumulata in decenni di collaborazione, di riflessione, confronto e proposta tra giudici togati e giudici onorati- davvero nel preminente interesse del minore- e di una pluralità di supporti tecnici e competenti che la sua centralità esistenziale vista in un contesto antropologico ampio e aperto a più contributi, postula da sempre, per la natura specifica del suo portato umano e ontologico.

Viene da pensare a quella “giustizia mite” che si è costruita tassello su tassello attraverso convegni, conferenze e contributi pubblicati sulla Rivista Minori Giustizia, organo dell’AIMMF, ricordando la guida  determinante del suo Direttore Piercarlo Pazè e di quello attuale, Claudio Cottatellucci, la vocazione ad essere giudice e poi Presidente di Tribunale minorile, infine Vice presidente della Commissione per le adozioni internazionali di Laura Laera, nonchè la lunga prestigiosa esperienza di due mitiche Presidenti come Melita Cavallo e Livia Pomodoro. Si tratta di esperienze umane e professionali di inestimabile valore che non possono essere cancellate perché esprimono il senso di una vera e propria “missione” che andrebbe ascoltata, rispettata e fatta valere in sede di auspicabili correttivi attuativi.

Fonte: Diritto penale e uomo DPU- Rivista internazionale di Diritto e Scienza – Fascicolo 11/2021

Dove va Erdogan? Mostra i muscoli, ma sconta la diffidenza del mondo occidentale. Il punto di vista di Farinone.

L’autocrate di Ankara porta avanti una politica di chiusura all’interno e di spregiudicata aggressività all’esterno. Al di là delle apparenze, rischia in effetti l’isolamento, se non altro rispetto all’Europa e all’USA. Del resto, in occasione del G20 a Roma, non ha imitato il Presidente dell’India, Narendra Modi. Questi è andato a cingere con una corona di fiori il busto marmoreo di Gandhi all’Eur. Un analogo gesto poteva essere fatto dal leader turco: a distanza di qualche centinaio di metri, sullo slargo stradale intestato ad Atatürk, si staglia un piccolo monumento che ricorda ilpolitico della modernizzazione dell’ex Impero Ottomano. L’iscrizione reca questa scritta: “Pace in Patria, pace nel mondo”. Troppo per Erdogan!

Sono molti e gravi gli interrogativi che le decisioni assunte negli ultimi anni -in particolare dopo il fallito golpe del luglio 2016- da Recep Tayyip Erdogan hanno posto alle cancellerie occidentali. E nessuno di essi ha ancora ricevuto una risposta definitiva. In genere ci si rifugia nella formula “neo-ottomana”: il politico già democratico fattosi autocrate col tempo e con la gestione prolungata del potere che vuole pervicacemente far tornare la Turchia nel grande gioco della diplomazia mondiale, divenendo un player fondamentale in un ambito geografico da essa già frequentato e in parte dominato ai tempi dell’impero ottomano. Ed in effetti dalle coste occidentali del Mediterraneo a quelle orientali e poi, oltre, all’interno sino alle porte dell’oriente, nella regione del Nagorno-Karabakh, la vivace azione politica dell’uomo forte di Ankara ha posto la Turchia in primo piano sino a portare alleati (ma lui li considera davvero tali?) e avversari a domandarsi fin dove voglia spingersi.

Proviamo a riassumere in breve, negli stretti limiti di un semplice articolo, le questioni aperte.

Membro della NATO, e non di secondaria importanza: sia per il posizionamento geografico, sia per entità del suo apparato militare, incluso il numero degli effettivi, sempre più frequentemente Erdogan si è mosso prescindendo dall’Alleanza: la quale ogni volta ha reagito timidamente, creando così le condizioni per il futuro scarto dell’irrequieto membro. L’acquisto dalla Russia di un sistema missilistico antiaereo è stato il punto di maggior criticità raggiunto sinora, ma non l’unico. Le differenze di visione su Siria e Libia sono evidenti. In entrambi i casi Erdogan ha posto innanzi a tutto la sicurezza territoriale del proprio Paese. Ciò risulta molto evidente nelle scelte operate con riferimento al primo quadrante, quello siriano. Le due operazioni militari condotte su quel suolo (“Scudo dell’Eufrate”, nel 2017 e “Ramoscello d’Ulivo”, nel 2018) avevano un obiettivo prioritario: evitare che si creasse un “corridoio curdo” che dai confini turchi arrivasse sino al Mediterraneo, prodromico alla creazione di uno Stato curdo che per Erdogan è l’incubo peggiore, inaccettabile e da evitare ad ogni costo.

La difesa dei confini e un accentuato nazionalismo hanno contraddistinto le scelte di Erdogan dopo il fallito colpo di stato, riportando in auge se non proprio la figura almeno la concezione dello Stato turco di Kemal Ataturk, anche se con un taglio assai meno laico e certamente più islamizzato. In questa logica ogni insediamento curdo al di là dei confini, in Siria nella regione del Rojava, è considerato una minaccia per la Turchia e quindi non è accettabile. E pertanto il futuro della Siria è affare anche nostro, dice in sostanza Erdogan a russi, americani e iraniani.

In Libia l’intervento turco ha invece i tratti più simili a quel neo-ottomanesimo del quale si parla sempre più spesso. Anche in questo caso ogni mossa è stata decisa a prescindere da qualsivoglia logica atlantica ponendo una volta di più la NATO di fronte al fatto compiuto. Ma divenendo così – sfruttando l’inerzia americana e soprattutto europea – il protagonista, insieme ai russi, presente e futuro della regione libica, così ricca di risorse naturali e così povera di statualità.

È evidente però che questa autonomia d’azione poco si concilia con l’appartenenza ad un’alleanza, un’anomalia che prima o poi condurrà ad un chiarimento che non sarà facile, né scontato. E sarebbe troppo semplicistico, da parte di Erdogan, immaginare che il ritrarsi americano dalle vicende del Mediterraneo sia l’equivalente di un ritiro assoluto. Non sarà così, Washington non abbandonerà completamente l’area.

I rapporti con la UE, oggetto del desiderio di una Turchia proiettata ad occidente che non c’è più (o che quantomeno non c’è nella piattaforma politica del partito al potere) sono e rimangono tesi, ultimamente anche di più, dopo l’espulsione dal Paese di alcuni ambasciatori di paesi amici e anche alleati (sette della NATO). Un rapporto imperniato su un contratto esoso – quello sui migranti trattenuti in Turchia – che Erdogan gestisce con l’arma del ricatto nei confronti di governanti timorosi dell’impatto negativo in termini elettorali derivante da una possibile “invasione” di tre milioni di persone, l’oggetto del contratto.

Nel Mediterraneo orientale, non bastasse la permanente occupazione (dal 1974) di Cipro Nord, la Turchia ha aperto un contenzioso sulle “Zone economiche esclusive” nelle acque del Mare Nostrum fra Grecia e Cipro, creando una ZEE libico-turca che collega la sponda sud-occidentale turca con quella nord-orientale libica. Un tratto di mare presumibilmente ricco di giacimenti di gas naturale. Un accordo siglato fra i due Paesi che non è stato riconosciuto dalla UE, ma che Erdogan ritiene pienamente operativo, anche perché rivolto a rendere il Paese assai meno dipendente di adesso dall’energia importata (il 90% di quella consumata).

All’Europa cristiana l’autocrate di Ankara ha inviato un ulteriore messaggio ben poco distensivo, questa volta sul piano religioso e culturale: allorquando ha trasformato in moschea la Basilica di Santa Sofia di Istanbul (divenuta museo ai tempi di Ataturk), ovvero la medesima azione ostile che fecero gli ottomani nel 1453 dopo la conquista di Costantinopoli.

E i rapporti aperti col regime talebano appena reinsediatosi a Kabul confermano una linea intraislamica che mira a conquistare maggiori spazi nel mondo sunnita in contrapposizione, soprattutto, all’Egitto del generale al-Sisi reo di aver disarcionato dal potere i Fratelli Musulmani e indubbio possibile competitor nella lotta per acquisire ruolo geopolitico e, come si è detto, miglia marine sulle quali esercitare diritti di perlustrazione.

Il risultato di così vasto interventismo consiste però nella perdita di qualsiasi possibile amico fidato, se si esclude il Qatar (a sua volta un battitore libero del mondo sunnita avente ambizioni probabilmente superiori alle sue forze). Con gli USA le relazioni sono improntate al sospetto, con la UE il rapporto è solo di convenienza su un tema specifico, nel mondo islamico i Fratelli Musulmani cui Erdogan si richiama sono in evidente difficoltà. E i suoi connazionali, nelle principali città – Istanbul e Ankara – gli hanno votato contro alle elezioni municipali. Dopo che le elezioni del 2018 le aveva vinte col solo 52%. La domanda allora è, certo, “dove vuole arrivare Erdogan” ma, anche, “come può immaginare di arrivarci da solo?”.

30 come noi. Generazioni in dialogo: un evento promosso dall’Acri.

Riportiamo il comunicato dell’Associazione di Fondazioni e Casse dì Risparmio (Acri) destinato alla presentazione di un evento che apre il ciclo dei festeggiamenti per il trentennale delle Fondazioni dì origine bancaria.

 

Martedì 30 novembre, in occasione dell’avvio dell’anno di festeggiamenti del trentennale delle Fondazioni di origine bancaria, Acri ha organizzato un evento dal vivo a Roma, presso l’Auditorium del Massimo (zona Eur), dalle 11,30 alle 13,30.

Condotto dalla giornalista Marianna Aprile, l’evento s’intitola “30 come noi. Generazioni in dialogo” e prevede una serie di dialoghi tra due generazioni: da un lato, Francesco Profumo, Giuseppe Guzzetti, Gherardo Colombo e la senatrice Elena Cattaneo, dall’altro 4 giovani trentenni, che stanno realizzando alcuni progetti con le Fondazioni in diversi settori: dalla cultura al sociale, dalla ricerca all’istruzione.

L’evento sarà l’occasione per raccontare i valori, la visione e il contributo di innovazione che le Fondazioni hanno dato in questi trent’anni al Paese.   A tessere questo racconto saranno alcuni “compagni di strada” che condividono la visione delle Fondazioni e, ogni giorno, contribuiscono ad attivare percorsi di sviluppo e innovazione sociale.  

Per partecipare è necessario registrarsi, entro il 19 novembre, al link dedicato: https://it.surveymonkey.com/r/30-come-noi. Per informazioni si può contattare l’Area Comunicazione Acri (06 68184330 – area.comunicazione@acri.it).

SCHEDA DELL’ACRI

Acri è l’organizzazione che rappresenta collettivamente le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio Spa. Costituita nel 1912, è un’associazione volontaria, senza fini di lucro, apolitica e ha lo scopo di: rappresentare e tutelare gli interessi generali delle Associate per favorirne il conseguimento delle finalità istituzionali, la salvaguardia del patrimonio e lo sviluppo tecnico; coordinare la loro azione, nei settori di rispettivo interesse, per renderla più efficace, nonché di promuovere iniziative consortili e attività di interesse comune; ricercare e promuovere rapporti di collaborazione operativa fra le Associate ed enti e società italiani e stranieri.

La compagine associativa è composta da 107 soci, così suddivisi:

83 Fondazioni di origine bancaria

11 Società bancarie

8 Associazioni territoriali di Fondazioni

2 Altre Società

3 Altre Fondazioni

Il Presidente di Acri è Francesco Profumo; il Direttore Generale è Giorgio Righetti.

Per la conferma di Mattarella e Draghi. Un Manifesto dei democratici volenterosi “anche” d’ispirazione cristiana e popolare.

Invece di ululare alla luna, con l’empito di una nobile e vana promessa mirante alla cosiddetta “rifondazione della Dc”, sarebbe meglio sperimentare una coesione realistica attorno alla soluzione più adatta a garantire le prospettive di stabilità e sviluppo del Paese.

Il dibattito sulla elezione del Presidente della Repubblica è cresciuto di tono nelle ultime settimane, facendosi particolarmente acuto nelle più recenti battute di vari politici, intellettuali e opinionisti. Sempre meno convince, a riguardo, l’ipotesi di spingere Draghi al Quirinale, sebbene nel Pd vi sia una corrente di pensiero che ne sostiene l’opportunità in relazione al ripristino, considerato necessario ed urgente in vista delle future elezioni, della dialettica tra destra e sinistra. Letta, in ogni caso, mantiene una posizione più prudente, a riprova della complessità dei giochi interni al partito.

Ora, il punto debole della soluzione imperniata su Draghi sta nel fatto che contestualmente alla sua elezione al Colle occorrerebbe trovare il sostituto per Palazzo Chigi. Chi prefigura l’avvento di una V Repubblica di titolo gollista, con la concentrazione del potere nelle mani di fatto del nuovo Presidente della Repubblica, non solo forza gli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione, ma tratteggia un scenario politico irrealistico, denso di grandi incognite e contraddizioni. In effetti, lo scivolamento verso le elezioni anticipate sarebbe quanto mai probabile, anche al di là delle migliori intenzioni dei partiti.

Avanza invece la convinzione, fatta propria dallo stesso Maurizio Molinari, ospite ieri dell’Annunziata, che l’interesse dell’Italia sia meglio salvaguardato se al Quirinale potesse restare Mattarella e a Palazzo Chigi Draghi: il tandem ha infatti dimostrato di saper guidare il Paese in una fase – tutt’altro che conclusa – di grave emergenza economica e politica. La stabilità non è un bene superfluo, soprattutto perché la prosecuzione della lotta alla pandemia e la complessa gestione a partire dai prossimi mesi dei fondi del Pnrr, richiedono uno sforzo eccezionale in termini di coesione e responsabilità.

L’impegno a favore della conferma di Mattarella, anche andando controcorrente rispetto alla sua dichiarata contrarietà, sarebbe dunque auspicabile. Una conferma, appunto, che subito ne implicherebbe un’altra, quella dell’attuale Presidente del Consiglio. Su questo punto, a ben vedere, andrebbe ricercata la convergenza del disperso popolo di democristiani, popolari e centristi democratici. E non per mettere in atto così un comprensibile ma errato compattamento partigiano, nel segno cioè della permanenza di un cattolico democratico al Quirinale, bensì per sostenere nella logica della stabilizzazione del quadro politico e istituzionale una scelta valida e rassicurante per le sorti dell’Italia. Ritrovarsi su questa linea avrebbe onestamente un valore di gran lunga superiore a tutte le compulsive e frustranti operazioni che illustrano la volontà di “rifondare la Dc” a prescindere da tutto, anche dalla politica.

5 domande a… Ciro Cafiero “Il lavoro che cambia. La nuova prospettiva solidale”. Intervista su “Comunità di Connessioni”.

L’associazione “Comunità di Connessioni”, animata da P. Francesco Occhetta, ospita sul suo sito l’intervista all’autore del libro che “Famiglia Cristiana”, la rivista dei Paolini, ha portato recentemente in edicola.

Nelle prime pagine del tuo ultimo libro “Il lavoro che cambia” affermi che «l’Italia è disoccupata per generazione, per genere e per territorio». Come si declinano questi tre punti?

Con questi tre punti, intendo sottolineare che la disoccupazione italiana è un fenomeno più verticale che orizzontale, è verticalizzata soprattutto su tre categorie: 1) su giovani e anziani, cioè sulle generazioni, visto che i primi scontano più difficoltà ad accedere nel mondo del lavoro e i secondi invece sono vittime di violente estromissioni dal circolo produttivo quando mancano politiche di invecchiamento attivo; 2) sulle donne, cioè sul genere, visto che, come i giovani, accedono difficilmente al mondo del lavoro e, quando sono dentro, sia per mancanza di serie politiche di conciliazione dei tempi di vita e lavoro, sia per un retaggio culturale sbagliato, in caso di eventi critici sono le prime ad abbandonarlo. Durante la pandemia, i posti di lavoro persi riguardano nel 75% dei casi l’occupazione femminile. Nel dicembre del 2020, la percentuale è salita addirittura al 99%, tanto che il Fondo Monetario Internazionale ha definito “She-cession” questo fenomeno; 3) sul Sud, per la depressione industriale che tradizionalmente vive, e perché in molte località mancano politiche di conciliazione dei tempi di vita e lavoro. L’occupazione invece cresce dove queste politiche esistono. È per tutte queste ragioni che, nel nostro Paese, non bastano ricette generiche per il contrasto alla disoccupazione, ma servono terapie specifiche per i soggetti che ne sono colpiti.

Spesso guardiamo al lavoro dal solo punto di vista numerico (quanti occupati in più, quanti in meno), senza considerare gli aspetti legati alla qualità delle attività che vengono svolte e del rapporto di lavoro che viene instaurato. Pensiamo alla situazione dei rider o di molti lavoratori nei servizi di cura, anche domestici. Nel libro parli dell’importanza di affrontare il problema dell’occupazione cattiva: precaria, povera e senza tutele adeguate. È un destino inesorabile per molte persone o c’è possibilità di un cambiamento?

Con questa domanda, hai toccato il nervo scoperto del nostro mercato del lavoro. Nel Paese, la flessibilità, quella buona nell’ottica di studiosi come Biagi, che è utile ad assecondare le mutate esigenze delle imprese, si è trasformata in cattiva o, in altre parole, in precarietà. Il lavoro precario è povero e senza tutele adeguate. Peggio c’è solo il lavoro nero. Il caso dei rider è il risultato drammatico di questo fenomeno. Ma nulla è perduto: lo sottolineo anche nel volume, che non vuole essere l’ennesimo canto del cigno, come spesso accade quando si dibatte di lavoro, ma uno stimolo a sfide possibili. La soluzione ce la consegnano i modelli già adottati negli Usa, in Gran Bretagna e, in parte, in Germania. Occorre creare uno statuto di diritti basilari comuni ai lavoratori subordinati, già molto garantiti, e agli autonomi, semi-autonomi, che spesso lavorano, nonostante la differente veste giuridica, come fossero subordinati ma senza le relative tutele, dei precari poco garantiti. Questa soluzione non spaventa le imprese che ricorrono alla flessibilità sana, perché esse già riconoscono i diritti che spettano ai lavoratori, ma andrebbe a danno soltanto di quelle aziende che abusano di questa flessibilità rendendola precaria. Lo chiede l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) che promuove il c.d “decent work”, mentre la Chiesa, già da anni, invita ad “aggettivare” il lavoro per renderlo dignitoso: libero, partecipativo, creativo e solidale. 

In che modo il fenomeno della denatalità è legato ai “peccati” della situazione occupazionale italiana? Quali potrebbero essere gli effetti sulla società ma anche le soluzioni?

La denatalità è il frutto avvelenato dei “peccati” che sconta il nostro mercato del lavoro. Quando il lavoro non c’è, o se c’è è precario, povero, nero, senza tutele, conflittuale, carente di politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per i genitori, le coppie rimandano la scelta di avere figli. A spingerli, è il timore di non poterne sostenere la crescita in assenza di certezze sul lavoro. Invece, nell’ottica dei Padri costituenti, la famiglia è il frutto più prelibato che il lavoro dovrebbe generare e proteggere. È la prima formazione sociale in cui la persona fiorisce, entra in relazione con l’altro. Il lavoro deve mirare a garantire la dignità della persona e la sua autorealizzazione, come ci ricorda l’articolo 3 della Costituzione. Il giusto salario, proporzionato e sufficiente, è solo uno strumento in questa prospettiva e non un fine. Il 2050 rischia di essere un annus horribilis con 300 mila nascite. Per evitarlo, prima ancora che puntare sull’immigrazione, occorre lavare il nostro lavoro dai peccati che sconta. Così, la natalità tornerà a crescere. Altrimenti, si rischia di piantare un albero su un terreno che non è fertile: prima o poi, appassirà come gli altri prima di lui.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/5-domande-a-ciro-cafiero-il-lavoro-che-cambia-la-nuova-prospettiva-solidale/

Chi è Ciro Cafiero (sua presentazione)

“Sono nato nel 1984. Sono napoletano. A 18 anni, sono andato via da casa per studiare a Roma. Ho vissuto una straordinaria esperienza universitaria, occupandomi peraltro di associazionismo studentesco. A 24 anni, mi sono laureato in giurisprudenza con il massimo dei voti. A 27 ho conseguito il diploma di specializzazione. Da quasi dieci anni, esercito l’attività legale ed oggi sono il socio fondatore di un Studio che, per fortuna, cresce. Da quando avevo anni 20 anni, mi interesso di diritto del lavoro e delle relazioni industriali, di cui scrivo su riviste scientifiche, su vari siti, compresi Aspenia e “Lavoce.info” e di cui parlo qualche volta in RAI. Collaboro con la cattedra di diritto del lavoro presso università come la Luiss e la Lumsa”.

«Chiesa, dove sei? Una comunità dal volto sinodale». L’editore Gabrielli propone un testo di viva attualità nel campo ecclesiale.

Dopo duemila anni di cristianesimo «è soltanto l’aurora», ha affermato Giovanni XXIII, inaugurando il Concilio Vaticano II. Voleva rinnovare la Chiesa che, secondo il cardinale Martini, «è in ritardo di 200 anni». Per ringiovanirla, papa Francescopropone un processo, un cammino condiviso di sinodalità, “dal basso”.

Gli autori, a partire dalla domanda: “Chiesa, dove sei?”, pongono le premesse perché i cristiani si chiedano dove la Chiesa possa dirigersi, con quali mezzi purificarsi, come tendere alla perfezione cambiando continuamente. Attraverso una teologia che nasce da una riflessione sull’esperienza di fede vissuta dal popolo di Dio e favorendo una metodologia sinodale, sognano una Chiesa capace di ascoltare e di coinvolgere tutti a vivere quel battesimo che ci rende non solo cristiani, ma Cristo stesso. L’eternamente giovane, originale, inedito. Il Risorto del Terzo millennio.

«Con il contributo del vostro libro molti potranno maturare una mentalità e uno stile sinodale, reso più accessibile e familiare da un approccio al tema come quello della teologia narrativa. […] La vostra fatica e la fatica di tanti contribuisca a far crescere in tanti il desiderio e la volontà di “camminare insieme”» (dalla Prefazione del Card. Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi).

Dall’Introduzione:

«Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del Terzo Millennio». Non lascia dubbi l’affermazione di papa Francesco nel discorso pronunciato il 17 ottobre 2015, in occasione del 50° dell’istituzione del Sinodo dei vescovi da parte di Paolo VI.

Si può indicare proprio nella sinodalità il filo conduttore del Magistero di Bergoglio. Una sinodalità – dimensione costitutiva della Chiesa – nella quale avviene una manifestazione particolare dello Spirito.

“Sinodo” è vocabolo della Chiesa antica ma l’aggettivo “sinodale” è una maturazione della coscienza ecclesiale di oggi, che ci induce a educarci ed educare a quello che papa Francesco descrive come “cultura dell’incontro” e “coraggio dell’alterità”, inaugurando un processo sinodale che coinvolga in un cammino comune la Chiesa che è in Italia. Camminare e sognare insieme è la parola di vita di questa stagione ecclesiale.

Per innescare questo cambiamento nelle nostre comunità occorre rifondare una nuova alleanza fra teologia e pastorale. «Non dimentichiamo che anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. Teologia e pastorale vanno insieme».

Con il presente testo vorremmo condividere ciò che sogniamo: una Chiesa appassionata all’umano e impregnata di Cielo. Come teologi-pastori, intendiamo fare la nostra parte e contribuire a far passare la scienza teologica da una teologia delle cattedre a una riflessione sull’esperienza di fede vissuta dal popolo di Dio, offrendo già nell’elaborazione metodologica di questo nostro testo l’esempio non di uno studio individualistico (teologia individualistica) ma di una teologia sinodale.

Abbiamo scritto insieme questo libro in un confronto, in un dialogo tra amici: ci siamo incontrati più di trent’anni anni fa, all’Accademia Alfonsiana di Roma e, anche a distanza, abbiamo sempre mantenuto un mutuo rapporto di amicizia e di preghiera. Ognuno di noi si esprime a partire dalla propria sensibilità, dal proprio stile di vita, dalle diverse esperienze pastorali e di insegnamento accademico. Abbiamo condiviso un cammino di ricerca e animato un convegno dal titolo Chiesa… Dove sei?, per confrontare le nostre intuizioni con i fedeli della diocesi di Acireale. Sono così nati sette capitoli-percorsi di riflessione che adesso condividiamo, con la speranza che spesso il lettore chiuda il nostro libro e apra il suo diario, annotando nuove idee utili a ringiovanire la Chiesa.

Ci auguriamo che le nostre intuizioni possano offrire diversi spunti atti a delineare un volto di Chiesa sinodale, bello e concreto. Ci siamo espressi con uno stile narrativo – laddove è stato possibile – e con l’intento di alimentare speranza, fraternità e… misericordia per la Chiesa e quindi per tutti noi che, al di là dei nostri limiti e peccati, siamo grandi e belli perché siamo cristiani. Anzi, siamo Cristo.

(Valentino Salvoldi – Vittorio Rocca)

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/scienze-religiose/valentino-salvoldi-vittorio-rocca-chiesa-dove-sei/

Oltre la crisi della secolarizzazione. Partecipare tutti all’invenzione del quotidiano. Intervento su “L’Osservatore Romano”.

Per gentile concessione pubblichiamo l’articolo apparso sabato scorso sul quotidiano ufficioso della Santa Sede. L’intervento dì Mantuano s’inserisce nel dibattito aperto dal giornale sulla rottura sociale e antropologica determinata dalla secolarizzazione.

Le parole del concilio Vaticano II hanno spalancato le porte della Chiesa al mondo con una ventata di freschezza e di rinnovamento: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». La Chiesa aveva sposato in pieno la modernità mentre l’avvento della società di massa e delle grandi metropoli rimetteva in discussione tutte le organizzazioni tradizionali dei saperi, delle classi sociali, della politica e della democrazia. La “presa della parola” del maggio 1968 — ha scritto Michel de Certeau — appariva come una nuova presa della Bastiglia che decretava l’inizio del mondo nuovo. A cinquant’anni dalla Gaudium et spes ci chiediamo se siamo nel pieno della tempesta di un «Cristianesimo in frantumi» (è il titolo dell’inchiesta del 1974 di de Certeau con Jean-Marie Domenach) o se siamo all’inizio dell’avvento di quell’epoca dello Spirito, richiamata anche da Giuseppe De Rita su queste pagine, che Henri de Lubac ha descritto nella sua opera monumentale La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore.

Adottando la formula che Umberto Eco ha utilizzato per descrivere il dibattito sui nuovi media della cultura di massa, possiamo schematicamente sintetizzare il dibattito post-conciliare con la formula degli “apocalittici e integrati”: da una parte i profeti di sventura inneggianti al ritorno alla tradizione e ai valori di una volta e dall’altra i lanciatissimi surfisti sulle onde della postmodernità secolarizzata e relativista. In mezzo, la Chiesa, accompagnata dalle discussioni sulle diverse forme della presenza dei cristiani nel mondo, dalla “scelta religiosa” dell’Azione cattolica al cristianesimo come “avvenimento” e presenza di Comunione e liberazione. Intanto la società di massa e la crescita economica hanno cominciato a fare i conti con le grandi contraddizioni e paure del processo sempre più inarrestabile della globalizzazione e gli epocali processi migratori, sempre più percepiti come una nuova ondata dei barbari alle porte che minaccia la sicurezza dell’Occidente. Le nuove grandi narrazioni dello stato di insicurezza e inquietudine che circola in questi decenni sono quelle del cinema e della fiction, dai film distopici come Matrix fino alla serie Squid game, intrisa di violenza e riferimenti filosofici. La teologia stessa e l’aria culturale che respiriamo hanno fatto i conti con il “pensiero debole”, anima della secolarizzazione: non tanto una perdita del sacro quanto piuttosto un’assenza della trascendenza come criterio della verità e della razionalità che finisce per declinarsi come un’interpretazione mai definitiva del senso delle cose. Non si tratta più soltanto della secolarizzazione che ha investito la religione bensì è il pensabile stesso che è “secolarizzato” perché nell’attuale contesto culturale caratterizzato dalla pluralità dei saperi è impossibile restaurare qualsiasi teoria unitaria della conoscenza e delle discipline sempre più parcellizzate e specialistiche. La realtà diventa così “l’oggetto perduto”, sempre supposto e sempre mancante, sopratutto dopo quello che Jean Baudrillard ha chiamato “il delitto perfetto”, l’uccisione della realtà a opera del dominio della televisione e delle immagini dei media per cui diventa impossibile spesso distinguere la realtà dalla finzione.

Michel de Certeau descrivendo la situazione del cristiano in questo contesto — soprattutto nel libro La debolezza del credere — non vuole promuovere un cristianesimo “debole”, ma più in generale ridefinire l’identità e il ruolo dei cristiani nel mondo della complessità. Al centro viene rimessa la testimonianza evangelica dell’individuo, il rischio personale, il legame tra affettività e politica: «Ciò che sparisce è dunque la possibilità per l’esperienza cristiana di fare corpo essa stessa. Ma, d’altra parte, si rinforza la necessità — e il desiderio — di fare corpo con la storia. Come caduta dalla nave ecclesiale, nel momento in cui affonda, l’esperienza di fede si perde nell’immenso e incerto poema di una realtà anonima per ricevere da questa storia indefinita una via che appaga ciascuno oltrepassandolo. Non c’è altro corpo che il corpo del mondo e i corpi mortali».

In un sistema di luoghi definiti da vecchi steccati e confini sia fisici che epistemologici ormai sempre più labili, si introduce il non-luogo della differenza dell’“altro” — il diverso, lo straniero, il “perturbante”, indifferente a ogni tentativo di conversione — che investe pienamente anche la pratica della fede e la rappresentanza politica. Lo stesso credere non è che “una pratica della differenza” in quanto «il credere si pone in rapporto a un altro. Esso implica sempre il supporto dell’altro, che è colui sul quale si deve poter contare, non c’è più il credere lì dove la differenza è cancellata». La categoria dell’alterità ha comportato un vero e proprio cambiamento di paradigma nella cultura contemporanea e nella teologia: da Totalità e infinito di Emmanuel Lévinas — la più radicale critica e rifondazione della metafisica occidentale — a Sé come un altro di Paul Ricœur, da Dio senza essere di Jean-Luc Marion a Il principio speranza di Ernst Bloch, dalla Teologia della speranza di Jürgen Moltmann a Sul concetto della nuova teologia politica di Johann Baptist Metz. Solo per citare alcune delle opere che hanno fatto da “segnavia” a questa nuova weltanschauung. Non si è trattato solo di una grande elaborazione culturale e accademica bensì il frutto di “pratiche” che le comunità hanno prodotto, anche nell’anonimato e nell’apparente marginalità. Perché — e questo è il nodo per un’altra lettura della crisi — sotto la fin troppo sbandierata narrazione della fine dei valori, del riflusso nel privato, della crisi delle ideologie e dello svuotamento delle chiese, possiamo leggere invece un ruolo attivo e creativo delle persone, dei credenti, dei cittadini, dei giovani. E qui il riferimento è ancora a un testo prezioso come L’invenzione del quotidiano di Michel de Certeau. Della crisi religiosa dell’epoca della secolarizzazione e della mancanza di partecipazione alla vita della comunità, ecclesiale e politica, è possibile una differente lettura, capace di andare oltre la semplice rilevazione statistica e i sondaggi, come ha scritto Jean Baudrillard in All’ombra delle maggioranze silenziose. Ovvero la fine del sociale. Dietro l’apparente uniformità dei numeri e delle statistiche che delineano un’assenza delle persone nelle chiese e nella politica si nasconde una molteplicità di pratiche, di tattiche, di “astuzie”, in definitiva di una “invenzione del quotidiano” a opera delle persone e dei cittadini. E che la Chiesa e la politica dei partiti spesso non sanno intercettare. Ci sono delle forme di resistenza, di microlibertà, di prassi che reinventano i luoghi e i modi di vivere la fede e anche l’impegno sociale e politico. Una miriade di pratiche di inversione e sovversione a opera dei più deboli e di coloro che non hanno rappresentanza e che richiedono di essere ancora raccontate.

Fra gli interstizi del potere tecnocratico ed economico della globalizzazione c’è una libertà delle pratiche quotidiane della gente. Ma bisogna essere predisposti a coglierla adottando la lettura cristiana della storia che crede in una fattiva e reale rivoluzione scritta dagli umili e dai poveri. In questa lettura la relazione tra la kenosis e la gloria del Cristo diventa la base per un ripensamento dell’autorità e del potere: la tomba vuota è la condizione della venuta dello Spirito, la verità dell’inizio non si rivela se non nello spazio delle possibilità che apre, «essa non appare che alienata in ciò che permette — scrive Michel de Certeau —, si perde in ciò che autorizza. Muore indefinitamente alla sua particolarità storica ma nelle invenzioni che suscita». Il potere religioso e politico ne risulta stravolto: «Permettere significa morire. Nell’itinerario personale, nella trasmissione pedagogica, nell’organizzazione sociale, la verità spirituale ha ormai per traccia la relazione reale tra la cancellazione di una singolarità e ciò che essa rende possibile: una manifestazione disseminata nella pluralità della “vita comune” (Ruusbroec)». Fino a investire il ripensamento della prassi politica e del potere: «La politica non assicura la felicità, non dona il senso delle cose. Essa crea o rifiuta delle condizioni di possibilità. Interdice o permette: rende possibile o impossibile». In tal senso una politica della semplice difesa dei suoi apparati e autoreferenziale, chiusa all’ascolto dei cittadini, ha ormai manifestato tutta la sua irrilevanza così come le politiche della creazione dei muri e del rifiuto dei poveri. Se l’altro è il fondamento della modernità, la politica ha senso solo come apertura dei possibili, come riconoscimento dei volti dell’alterità. Non a caso l’immigrato diventa la figura esemplare della modernità; egli infatti ha già vissuto sulla sua pelle il destino di ciascuno di noi: vivere “la doppia assenza”, quella dell’abbandono di un’identità ormai impossibile e quella della ricostruzione di un’identità ancora da trovare, come scrive Bruno Forte in Confessio theologi. Ai filosofi: incontrare l’altro «è vivere in sé la frontiera». Siamo tutti migranti e in cammino alla ricerca di una nuova identità plurale, coscienti che l’altro/lo straniero, che spesso ci inquieta e ci mette paura, abita dentro noi stessi. E il desiderio più profondo dell’uomo resta sempre il desiderio dell’altro, come ci ricordano lo psicoanalista Jacques Lacan e, recentemente, Massimo Recalcati.

Oltre l’antropologia dell’illusione individualistica e del primato dell’io si affaccia un nuovo ethos, quello che Italo Mancini indicava col titolo di un suo bel libro, Tornino i volti, e che Michel de Certeau declina con la categoria del “mai- senza-l’altro”. Diventa così possibile rileggere la forza dell’utopia e della costruzione del legame comunitario che Herbert Marcuse aveva descritto in Eros e civiltà alla luce di una “teologia dei pellegrini”: «Pensiero rapsodico, provvisorio, umile certamente — scrive ancora Bruno Forte — e tuttavia appeso a quella Croce che è e resta nella notte del mondo il punto di riferimento, la stella della redenzione».

Saluto di Mattarella al Presidente della Repubblica Algerina. Oggi visita al giardino dedicato a Enrico Mattei.

La visita di Stato, in programma da tempo, ha subito slitta,enti a causa della pandemia. Lo scambio di saluti ha evidenziato il desiderio di rafforzare i legami di collaborazione tra le due nazioni. “La figura di Enrico Mattei – ha detto a riguardo Mattarella al Presidente Abdelmadjid Tebboune – simboleggia in maniera molto forte l’amicizia lunga che c’è tra Algeria e Italia”.

Ringrazio il Presidente per l’accoglienza così amichevole che ha riservato a me e alla delegazione che mi accompagna.

Ho detto al Presidente che sono davvero felice di essere qui ad Algeri per realizzare questa Visita di Stato che era programmata un anno addietro e che la pandemia ci ha costretto a rinviare.

Algeria e Italia hanno dei rapporti profondi, che affondano nel tempo. Per l’Italia, l’Algeria è un partner strategico, e intendiamo consolidare questo rapporto strategico.

Abbiamo parlato – come il Presidente ha ricordato – di una nostra collaborazione economica eccellente, che è anche in grande ripresa dopo la pausa che la pandemia ha recato in tutto il mondo e che intendiamo sviluppare in maniera crescente, ampliandola ad ambiti ulteriori rispetto a quelli già in campo, già utilizzati, e che vedono una grande collaborazione.

Desideriamo anche intensificare i nostri rapporti di carattere culturale, per il legame che c’è di simpatia e di affinità tra algerini e italiani.

Per sviluppare tutti questi rapporti, desideriamo intensificare il nostro dialogo; e l’auspicio che abbiamo scambiato con il Presidente Tebboune è che si possa riunire presto il quarto Vertice intergovernativo tra Algeria e Italia per mettere a punto e sviluppare così tutte le forme di collaborazione possibili.

Abbiamo anche parlato dei rapporti tra Algeria e Unione europea. L’Italia sospinge l’Unione europea a un rapporto sempre maggiore con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, anche perché sono la porta per la collaborazione con il continente africano che per l’Europa è fondamentale.

È nostra convinzione che il futuro di Africa ed Europa sia un futuro necessariamente comune. E in questo rapporto l’Algeria è un punto decisivo.

Il documento che l’Unione europea ha approvato in aprile sviluppa queste prospettive, e speriamo che cresca la collaborazione in maniera positiva sotto ogni profilo tra Algeria e Unione europea. Il felice rapporto che lega Algeria e Italia può essere di ispirazione.

La ringrazio molto, Signor Presidente, di questa accoglienza.

Sono lietissimo di andare domani (oggi per chi legge, ndr) a visitare il giardino che è stato intitolato a Enrico Mattei. Siamo molto grati di questa decisione. La figura di Enrico Mattei simboleggia in maniera molto forte l’amicizia lunga che c’è tra Algeria e Italia.

Così come sono felice di aver accolto il suo suggerimento di andare domani (oggi per chi legge, ndr) a visitare Annaba, che manifesta – anche lì – un forte legame che c’è tra le nostre culture.

Ancora grazie, Signor Presidente. Ho registrato la grande amicizia che c’è tra Algeria e Italia.

Dedicata a Fanin la ex sede Dc di San Giovanni in Persiceto. Il ricordo stilato qualche anno fa da Achille Ardigò.

A San Giovanni in Persiceto, vicino a Bologna, la vecchia sede della Dc è diventata ieri la sede del Patronato Acli. Alla cerimonia hanno preso parte Emiliano Manfredonia, Presidente nazionale delle Acli, e Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Partito popolare. La sede è stata dedicata a Giuseppe Fanin, ucciso nel 1948 in un agguato organizzato da tre braccianti comunisti. Riportiamo il testo integrale del ricordo – pubblicato nel Supplemento al n. 38 de “La Discussione” del 5 novembre 1988 – che del giovane sindacalista cristiano fece Achille Ardigò.

La prima cosa che colpiva in chi conosceva Giuseppe Fanin era il fatto che lui non si presentava come un giovane genericamente cristiano ma come una persona ch aveva compiuto una scelta di ‘personalizzazione’ della Fede. Era cioè, non solo un cristiano convinto, ma possedeva anche una forte carica di soggettiva spiritualità; e ciò anche grazie ad una meravigliosa combinazione formativa che veniva da un lato da una eccezionale famiglia di contadini veneti, e dall’altro dall’esperienza della FUCI. Il grande disegno dell’allora Mons. Montini era appunto quello di formare dei professionisti cattolici che non fossero assorbiti dalla cultura prevalente.

Un altro dato che emrge chiaro nella lettura della figura di Fanin è il suo essere ‘riformatore’, che prelude al grande sforzo riformatore degli anni ’50, e che in lui era già anticipato. Un esempio di questo è ravvisabile nel contratto di compartecipazione per il quale Fanin si batté strenuamente non in chiave ideologica né anticomunista ma perché vedeva in esso uno strumento di crescita economica e sociale per i lavoratori della terra.

Ma essere riformatori in provincia di Bologna era drammaticamente difficile, in una situazione in cui erano molto pochi i coltivatori diretti e con una mezzadria conquistata durante la Resistenza dal PCI. Era difficile a causa del problema drammatico dello stalinismo che nelle campagne bolognesi si presentava nei suoi aspetti più duri e intolleranti. A lungo i comunisti seguirono la logica del ‘collettivo’ bracciantile anche se la famiglia contadina stava emergendo come forte soggetto sociale.

Il martirio di Fanin obbedisce ad una strategia politica precisa dei vertici comunisti e ad un disegno preordinato dall’alto. L’inasprirsi del clima d’intolleranza nelle campagne era dovuto a tre fattori principali: la rottura dell’unità sindacale, la legge sulla proprietà contadina, l’istituzione degli uffici statali di collocamento.

Fanin tenta la carta della compartecipazione famigliare che erode il latifondo e batte sull’altro versante lo stalinismo sotto la forma dei ‘collettivi’. Il riformista è colui che sceglie la strada più difficile; è più facile infatti schierarsi o con gli uni o con gli altri. In prospettiva storica lo sforzo intermedio tentato da Fanin di fare crescere un riformismo che fosse fondamentalmente centrato sui valori di perequazione e di progresso economico e civile in queste zone è stato veramente un’impresa impossibile da realizzare; per essa egli ha pagato con la vita.

«Chiesa, dove sei? Una comunità dal volto sinodale». L’editore Gabrielli propone un testo di viva attualità.

Dopo duemila anni di cristianesimo «è soltanto l’aurora», ha affermato Giovanni XXIII, inaugurando il Concilio Vaticano II. Voleva rinnovare la Chiesa che, secondo il cardinale Martini, «è in ritardo di 200 anni». Per ringiovanirla, papa Francescopropone un processo, un cammino condiviso di sinodalità, “dal basso”.

Gli autori, a partire dalla domanda: “Chiesa, dove sei?”, pongono le premesse perché i cristiani si chiedano dove la Chiesa possa dirigersi, con quali mezzi purificarsi, come tendere alla perfezione cambiando continuamente. Attraverso una teologia che nasce da una riflessione sull’esperienza di fede vissuta dal popolo di Dio e favorendo una metodologia sinodale, sognano una Chiesa capace di ascoltare e di coinvolgere tutti a vivere quel battesimo che ci rende non solo cristiani, ma Cristo stesso. L’eternamente giovane, originale, inedito. Il Risorto del Terzo millennio.

«Con il contributo del vostro libro molti potranno maturare una mentalità e uno stile sinodale, reso più accessibile e familiare da un approccio al tema come quello della teologia narrativa. […] La vostra fatica e la fatica di tanti contribuisca a far crescere in tanti il desiderio e la volontà di “camminare insieme”» (dalla Prefazione del Card. Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi).

Dall’Introduzione:

«Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del Terzo Millennio». Non lascia dubbi l’affermazione di papa Francesco nel discorso pronunciato il 17 ottobre 2015, in occasione del 50° dell’istituzione del Sinodo dei vescovi da parte di Paolo VI.

Si può indicare proprio nella sinodalità il filo conduttore del Magistero di Bergoglio. Una sinodalità – dimensione costitutiva della Chiesa – nella quale avviene una manifestazione particolare dello Spirito.

“Sinodo” è vocabolo della Chiesa antica ma l’aggettivo “sinodale” è una maturazione della coscienza ecclesiale di oggi, che ci induce a educarci ed educare a quello che papa Francesco descrive come “cultura dell’incontro” e “coraggio dell’alterità”, inaugurando un processo sinodale che coinvolga in un cammino comune la Chiesa che è in Italia. Camminare e sognare insieme è la parola di vita di questa stagione ecclesiale.

Per innescare questo cambiamento nelle nostre comunità occorre rifondare una nuova alleanza fra teologia e pastorale. «Non dimentichiamo che anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. Teologia e pastorale vanno insieme».

Con il presente testo vorremmo condividere ciò che sogniamo: una Chiesa appassionata all’umano e impregnata di Cielo. Come teologi-pastori, intendiamo fare la nostra parte e contribuire a far passare la scienza teologica da una teologia delle cattedre a una riflessione sull’esperienza di fede vissuta dal popolo di Dio, offrendo già nell’elaborazione metodologica di questo nostro testo l’esempio non di uno studio individualistico (teologia individualistica) ma di una teologia sinodale.

Abbiamo scritto insieme questo libro in un confronto, in un dialogo tra amici: ci siamo incontrati più di trent’anni anni fa, all’Accademia Alfonsiana di Roma e, anche a distanza, abbiamo sempre mantenuto un mutuo rapporto di amicizia e di preghiera. Ognuno di noi si esprime a partire dalla propria sensibilità, dal proprio stile di vita, dalle diverse esperienze pastorali e di insegnamento accademico. Abbiamo condiviso un cammino di ricerca e animato un convegno dal titolo Chiesa… Dove sei?, per confrontare le nostre intuizioni con i fedeli della diocesi di Acireale. Sono così nati sette capitoli-percorsi di riflessione che adesso condividiamo, con la speranza che spesso il lettore chiuda il nostro libro e apra il suo diario, annotando nuove idee utili a ringiovanire la Chiesa.

Ci auguriamo che le nostre intuizioni possano offrire diversi spunti atti a delineare un volto di Chiesa sinodale, bello e concreto. Ci siamo espressi con uno stile narrativo – laddove è stato possibile – e con l’intento di alimentare speranza, fraternità e… misericordia per la Chiesa e quindi per tutti noi che, al di là dei nostri limiti e peccati, siamo grandi e belli perché siamo cristiani. Anzi, siamo Cristo.

(Valentino Salvoldi – Vittorio Rocca)

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Ora Torino può invertire la rotta: Il commento di Merlo.

Ci sono adesso, grazie alla possibile collaborazione tra il neo-eletto sindaco Lorusso e il Presidente della Regione Cirio, tutte le condizioni per far sì che anche la politica ritorni ad essere protagonista e, con essa, la capacità di indicare concretamente quasi sono le reali necessità che attengono allo sviluppo e alla crescita del Piemonte.

Dopo la parentesi grillina Torino si appresta, seppur lentamente, a risalire la china. È inutile ricordare che il populismo anti politico, demagogico, giustizialista e con una scarsa cultura di governo del grillismo ha prodotto danni incalcolabili per la città e, di conseguenza, per tutto il suo hinterland. È appena sufficiente ricordare la vicenda delle Olimpiadi invernali del 2026 che, dopo la ritirata misteriosa e grottesca della città di Torino, sono state aggiudicate a Cortina e a Milano. Con un esborso di risorse pubbliche gigantesche, senza tenere conto che Torino con le sue valli olimpiche conservano impianti e strutture del tutto inutilizzate dopo l’evento di Torino 2006 che, se ristrutturate e modernizzate, consentirebbero un massiccio risparmio di denaro pubblico. Ma tant’è.

Eppure, c’è stata una stagione – negli ultimi anni – nella politica torinese e piemontese particolarmente feconda e positiva. È stata quella con Sergio Chiamparino Sindaco di Torino e Enzo Ghigo Presidente della Regione Piemonte all’inizio degli anni duemila. Due persone profondamente diverse tra di loro ma che seppero, seppur in un momento favorevole per questo territorio, costruire quella “coesione istituzionale” che riuscì ad affrontare e gestire le problematiche che si affacciavano di volta in volta di fronte alla nostra agenda. Una “coesione istituzionale” che non metteva in discussione, come ovvio, le rispettive appartenenze politiche e gli opposti schieramenti politici. E, pur senza cedere ad alcuna deriva consociativa, in quella stagione la politica torinese e piemontese seppe fare un salto di qualità non solo a livello istituzionale. Certo, la gestione dell’evento olimpico favorì indubbiamente quella “convergenza istituzionale” ma è indubbio che quando ci si trovava di fronte a nodi decisivi e cruciali per il futuro di questo territorio non mancavano il confronto, la dialettica anche aspra, la definizione delle priorità ma, soprattutto, la ricerca delle soluzioni concrete.

Ora, per non dilungarci eccessivamente sul passato, mi pare di intravedere e di cogliere che quel clima politico potrebbe ripetersi dopo le recenti elezioni torinesi. Due persone – Lorusso a Torino e Cirio in Regione – che hanno le caratteristiche, l’approccio e la modalità giuste di agire per riprodurre quella “coesione istituzionale” che in questi ultimi anni è sostanzialmente evaporata per svariate motivazioni. Certo, il progressivo esaurimento della deriva populista sotto questo aspetto è un dato sicuramente incoraggiante. E questo perchè, molto semplicemente, dal populismo anti politico, demagogico e qualunquista è difficile trarre una cultura di governo adeguata e, soprattutto, capace di tessere relazioni funzionali a fissare le giuste priorità per il bene e la crescita del territorio. Non a caso, sono prevalse in questi anni pregiudiziali ideologiche, veti politici e ricette bislacche che hanno, di fatto, bloccato una costruttiva e feconda “convergenza istituzionale”. Con risultati che non hanno certamente aiutato per un vero governo del territorio.

A questo punto, forse – almeno stando ai primissimi passi del neo Sindaco di Torino e alla conoscenza già consolidata del Presidente Cirio – ci sono tutte le condizioni per far sì che anche la politica ritorni ad essere protagonista e, con la politica, la capacità di indicare concretamente quasi sono le reali necessità che attengono allo sviluppo e alla crescita del Piemonte. Per fare un solo esempio, se si apre la possibilità per rivedere il famoso “dossier olimpico” in vista dell’evento internazionale del 2026 causa le enormi criticità tecnico/organizzative e dopo l’aggiudicazione a Milano e Cortina, tanto vale fare uno sforzo per capire se Torino e il Piemonte possono ancora giocare un ruolo. Alla luce, anche e soprattutto, di una cattiva gestione del post olimpico che ha lasciato pesanti strascichi nei territori che sono stati sede delle Olimpiadi di Torino 2006.

Dunque, Torino può apprestarsi ad invertire la rotta dopo anni di stasi e di immobilismo. Il populismo dei 5 stelle sta arrivando al capolinea dopo l’ubriacatura – seppur applaudita da larghi settori del cosiddetto “sistema Torino” – di un recente passato. E per poter centrare questo obiettivo la cosiddetta “convergenza istituzionale” è una risorsa e una prassi da riprendere con forza e con convinzione. Non sempre, come sostengono i populisti di destra e di sinistra, il passato è solo da cancellare, da archiviare o da criminalizzare politicamente. A volte si può e si deve anche recuperare. Per il bene e la crescita dei singoli territori.

Perché Calenda “ama” il Giubileo? Bisogna stare attenti a non travisare il significato di un evento religioso.

L’ultima volta il Papa è andato in Africa per l’inaugurazione dell’Anno Santo. Bisogna evitare, dunque, di alterare il valore dì un appuntamento cosi forte della cattolicità, denso dì implicazioni per la vita civile, che Francesco ha inteso riportare alle sue radici più autentiche: quelle della spiritualità e della solidarietà umana. Ciò rappresenta fin d’ora un chiaro monito per gli amministratori capitolini.

Non ha dato l’idea, in campagna elettorale, di coltivare un rapporto significativo con il mondo cattolico. Laico di formazione, madre valdese, politicamente liberal-socialista, Calenda concepisce il suo impegno pubblico con un certo distacco dalla tradizione cattolico democratica, sebbene esibisca la presenza in Azione di validi collaboratori più vicini a questa linea di pensiero e di azione politica. Non basta, tuttavia, un sodalizio ancora acerbo a qualificare un’apertura o un interesse, a meno di consacrare un gesto di attenzione minimale come architrave di una proposta a largo raggio.

Stupisce, pertanto, che sia stato proprio lui a rivendicare un ruolo di prima piano in vista dell’evento giubilare del 2025. Un suo commento alle voci ricorrenti non lascia adito a dubbi: “Che vada a noi la presidenza della commissione Giubileo? Potremmo essere interessati”. Poi, a scanso di equivoci, ha voluto precisare: “Giuro che nessuno ci ha detto niente”. Ciò significa che se Gualtieri è disponibile, anche Calenda è pronto ad accogliere la proposta di incarico (per sé o per uno dei suoi eletti in Consiglio comunale).

Ora, perché questo balletto attorno al Giubileo? Il Sindaco dovrebbe pensarci su due volte prima di intraprendere una strada che può portare al travisamento di una tappa fondamentale nel cammino del popolo credente. Papa Francesco l’ultima volta è andato ad aprire la Porta Santa a Blanqui, la capitale della Repubblica Centroafricana, rompendo così un’antica tradizione romanocentrica. Il suo magistero, in effetti, sollecita i fedeli a concepire il Giubileo in forme e modi più spirituali, fuori da un contesto di religiosità mondana. Non si vede il motivo, pertanto, che possa modificare direttamente o indirettamente questo forte indirizzo pastorale.

Ora, se la Città vuole disporsi a un’offerta di collaborazione, accompagnando alcuni gesti della cattolicità con il desiderio di avvalorare e sostenere un disegno generale, essenzialmente sotto il profilo delle “buone opere” possibili, tutto dovrebbe fare meno che indulgere alla logica di “grandi opere”, le quali, nel miglior dei casi, rientrano nel novero delle scelte finalizzate a un nuovo sviluppo urbano, di cui Roma ha certamente bisogno. Il governo dovrebbe tornare all’antico, astenendosi dall’attribuzione di risorse ad hoc, come la Roma dei Sindaci democristiani ebbe modo di constatare. Darida non ricevette sostegni governativi e dovette farsi carico autonomamente, per venire incontro a un desiderio di Paolo VI, di quel grandioso sforzo che portò alla eliminazione degli squallidi borghetti sparsi qui e là nelle periferie di Roma, dando finalmente casa a migliaia dì famiglie.

L’esperienza del passato torna utile. Per il prossimo Giubileo non servono nuove strutture ricettive o particolari servizi: basta e avanza ciò che fu realizzato nel 2000, semmai urge un’oculata attività che miri a consolidare l’esistente. Con mezzi poveri si può e si deve concepire un Giubileo che rechi, sul terreno della responsabilità politica posta al servizio di una Roma sofferente, il contrassegno della volontà degli amministratori capitolini a mettere in pratica il richiamo della Chiesa alla difesa dei deboli e dei poveri, con un afflato di autentico solidarismo. Diversamente, scontata la generosità dei propositi di Calenda, vien facile temere che alle buone intenzioni subentri quella “febbre del fare” che solitamente si accompagna, nelle vicende romane, a un amore per cose futili e incoerenti, senza un orizzonte di civile caritas.

Poletti e il governo della Chiesa come servizio. La sintesi degli interventi (RomaSette).

Il cardinale del convegno sui “mali di Roma” al centro della giornata di studi in Vicariato. In questa versione de “Il Domani d’Italia” i due articoli di cronaca di “RomaSette” – in sequenza temporale di Roberta Pumpo e Michela Altoviti – sono stati unificati con qualche stralcio e piccole correzioni. In fondo sono leggibili, utilizzando i rispettivi link, nella versione originale.

«Un padre, un uomo di Dio, un maestro di sapienza, un pastore infaticabile nel suo impegno a favore dell’unione». Questo è stato Ugo Poletti, cardinale vicario della diocesi di Roma dal 1973 al 1991, per il cardinale vicario Angelo De Donatis che la mattina del 4 novembre nell’Aula della Conciliazione del palazzo Lateranense, ha aperto i lavori del convegno di studi dedicato al porporato. Occasione per ricordare il suo impegno pastorale, l’impronta da lui lasciata nella diocesi di Roma che, come amava ripetere, «non è una macchina da far camminare ma una famiglia da amare». Nel trentennale della conclusione del servizio come vicario della diocesi di Roma, “l’uomo del dialogo”, come in tanti lo hanno definito, «ha lasciato una grande eredità fatta di esperienze spirituali, di rinnovamento, di strutture, di creazione e potenziamento di opere di carità – ha detto De Donatis -. Sotto la sua guida la Chiesa di Roma si è interrogata sulla propria identità e sulle proprie responsabilità di fronte alle inquietudini che attraversavano la città. Oggi la sua operosità trova ampi riscontri nel cammino sinodale che la diocesi di Roma sta compiendo».

L’incontro, durante il quale sono intervenuti coloro che hanno conosciuto e collaborato con Poletti, è stato «fortemente voluto dal cardinale De Donatis» nell’ambito del cammino pastorale della diocesi che negli anni scorsi si è soffermato sull’importanza di fare memoria, come ha spiegato monsignor Walter Insero, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato. Diffuso anche l’opuscolo, curato per l’occasione da monsignor Leonardo Sapienza, che raccoglie testi, alcuni inediti e autografi, sul rapporto fra Paolo VI e Poletti.

Nel 1972 Poletti fu nominato pro-vicario generale di Roma e per esercitare il suo ministero pastorale «si rivolse ai parroci – ha ricordato De Donatis – perché collaborassero al fine di attuare il suo programma che fin dall’inizio richiese il dialogo della Chiesa con la città, proprio in uno spirito di servizio e considerò urgente raggiungere i luoghi dove la Chiesa non era presente». Cinque mesi dopo, nel marzo 1973 divenne cardinale vicario e orientò la sua attenzione sulle realtà sociali emarginate dalla scena cittadina. Da questo suo impegno prese le mosse il celebre convegno sui “mali di Roma” del 1974. Il suo programma pastorale, ha aggiunto il vicario del Papa, «ebbe come obiettivo la formazione di una comunità cristiana autentica, capace di vivere in unità e in comunione di carità ad ogni livello. Solo così la comunità cristiana sarebbe stata segno profetico, avrebbe testimoniato la verità nella carità, si sarebbe posta al servizio della giustizia».

Giuseppe De Rita, presidente del Censis, che collaborò all’organizzazione del convegno del 1974, ha posto l’accento su tre fronti sui quali Poletti si impegnò, a partire «dalla soggettualità sociale della Chiesa romana che nacque con lui negli anni ‘70». Si è fatto inoltre promotore di «una Chiesa di popolo la cui crescita veniva dal basso. Suo grande tentativo è stato quello di combinare la responsabilità sociale con quella pastorale con attenzione alle periferie, alla formazione dei parroci e ai diversi settori della società civile».

Mauro Velati, ricercatore di Storia della Chiesa, parlando dell’attività pastorale di Poletti, che dal 1946 al 1951 fu parroco a Borgo San Martino, nella periferia di Novara, ha dato risalto alla volontà di essere «padre di tutti, non solo dei frequentatori della parrocchia. Era proprio ai più lontani che rivolgeva più spesso il suo pensiero». Nel 1964 fu chiamato a Roma a dirigere le Pontificie opere missionarie (Pom) e «il suo obiettivo – ha detto Augusto D’Angelo, docente di Storia contemporanea alla Sapienza – fu quello di preparare le Pom al post-Concilio e portarle a una visione universale del sacerdozio». Dal 1967 al 1969 Poletti fu arcivescovo di Spoleto e Valerio De Cesaris, rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, ha messo in risalto che «in soli due anni il suo episcopato segnò una svolta nella vita della Chiesa a Spoleto. L’aspetto centrale del suo operato fu il tentativo di indirizzare fin da subito la diocesi nella via della ricezione del Concilio».

Ai lavori pomeridiani del convegno di studi dedicato al porporato a trent’anni dalla conclusione del suo servizio pastorale, che si è svolto ieri, 4 novembre, nell’Aula della Conciliazione del Palazzo del Vicariato, sono intervenuti Marco Impagliazzo, professore di storia contemporanea all’Università Roma Tre, e Andrea Riccardi, docente emerito della stessa disciplina e del medesimo ateneo.

«Dopo il Vaticano II – ha spiegato Impagliazzo – Paolo VI volle attuare un’opera vigorosa di rinnovamento nella Chiesa di Roma, per la quale servivano persone nuove e Poletti rappresenta un elemento di rottura con la tradizione essendo il primo vicario in epoca contemporanea a non essere già cardinale al momento della nomina, né un ecclesiastico di fama. Il Papa lo nominò dopo aver consultato alcuni parroci romani dopo la morte improvvisa del cardinale Angelo Dell’Acqua», perché «nei tre anni di attività come vicegerente si era impegnato in un rapporto diretto e personale con il clero diocesano e inoltre conosceva già bene la città e le sue periferie, dove si recava spesso guidando da solo la sua macchina. Era dunque una figura pastorale, su cui il Papa voleva puntare per ricomporre la diocesi, polarizzata da forti tensioni». Fu in quel contesto, ha continuato l’esperto, che «maturò il convegno del febbraio 1974 sulle attese di carità e giustizia della città, meglio conosciuto come il convegno sui “mali” di Roma». Nella conferenza stampa di presentazione dell’evento, «il cardinale Poletti pronunciò parole radicali – ha ricordato Impagliazzo -, chiedendosi: “Ha la Chiesa qualcosa da dire alla società di oggi? Ha da dire che il mondo attuale è inaccettabile”, e fu per questo duramente criticato, specialmente dalla Dc e da Andreotti».

Anche Riccardi ha evidenziato come «Poletti, che aveva in realtà un’idea di governo della Chiesa come servizio, sullo stile di Paolo VI, venne criticato per il suo modo di operare, accusato di essere un accentratore perché decideva sempre come pensava lui» mentre «era un uomo mite, di letture e di incontri, nonché uno scrupoloso amministratore». Più di tutto, «nei 20 anni di attività a Roma – ha continuato lo storico – si è fatto conoscere per la sua capacità di relazione», perché essere il cardinale vicario «per lui significava prima di tutto entrare in contatto con il mondo cattolico con un approccio inclusivo di tutte le realtà e non gestire una struttura».

Anche i tre interventi che hanno interessato la tavola rotonda moderata dalla giornalista Monica Mondo hanno messo in luce sia la «sapienza di governo» di Poletti, sia la sua umanità. «Considero il cardinale un padre e un maestro – ha detto il vescovo Luca Brandolini, vicario dell’arciprete della basilica lateranense, già direttore dell’Ufficio liturgico e ausiliare con delega alla Pastorale sanitaria su nomina dello stesso Poletti -. Tutto quello che ho imparato, sia sotto il profilo umano che pastorale, l’ho imparato da lui». Il vescovo emerito di Alife-Caiazzo Valentino Di Cerbo, che con Poletti vicario guidò il Centro pastorale per l’evangelizzazione, ha ricordato come «dal Concilio Vaticano II aveva attinto uno slancio pastorale che ha interessato tutta la sua vita, conferendo dinamismo alle strutture del Vicariato e stabilendo rapporti positivi con le realtà ordinarie della diocesi». Infine, monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, ha riferito che «Poletti mi confidò come per lui Roma era una città da servire ma soprattutto da amare». A chiudere i lavori, il cardinale vicario Angelo De Donatis, che si è detto «grato per questa giornata, che rimarrà nel cuore. Fare memoria è stato importante perché ci ha portato a dire ancora una volta grazie per la nostra Chiesa di Roma».

Ugo Poletti, artefice del dialogo con la città (Roberta Pumpo – 4 novembre 2021)

https://www.romasette.it/ugo-poletti-artefice-del-dialogo-con-la-citta/

Poletti e il governo della Chiesa come servizio (Michela Altoviti – 5 novembre 2021)

https://www.romasette.it/poletti-e-il-governo-della-chiesa-come-servizio/

Covid 19, il green pass funziona.

Dall’iperscetticismo alle normali ovvietà che non tutti vedono.  L’impegno nel trovare e far rispettare un metodo.

Nonostante le evidenze scientifiche e la lungimiranza di alcune scelte coraggiose (al costo di essere talvolta impopolari) siano confermate quotidianamente dai numeri, è curioso se non incredibile come molte persone sembrino non comprendere affatto concetti semplici e preferiscano lanciarsi in pittoresche elucubrazioni di ogni tipo: cospirazioniste, complottiste, negazioniste.

Quali meccanismi cognitivi portano alcuni individui a declinare questo iperscetticismo esasperato verso mille sfumature, al punto da perdere completamente contatto con i concetti basilari di alfabetismo funzionale? Le posizioni sono tanto contrapposte da essere ormai inconciliabili, Zenit e Nadir al limite dello “scontro social”.Da una parte chi sostiene di “ragionare con la propria testa”, a cui piace firmarsi con hashtag come #sveglia e dall’altra chi allarga le mani indicando l’ovvietà di certi concetti basilari, come in un meme di Khaby Lame.

In Russia si contano più di 1200 morti per Covid ogni 24 ore. Putin ha imposto un lockdown totale di 9 giorni nella speranza di arginare la situazione. In Romania si conta un decesso per Covid ogni 5 minuti. Quasi 20.000 nuovi casi al giorno. Il premier ha dichiarato la situazione una “catastrofe umanitaria”. In Austria, con 220 posti occupati in terapia intensiva sul tetto massimo preventivato di 300, Schallenberg sta predisponendo un lockdown selettivo solo per non vaccinati. Nel Regno Unito è emergenza negli ospedali e crollano tutti i pilastri del “piano Johnson”, al punto che il premier sta valutando l’introduzione di un GreenPass e del vaccino obbligatorio per i sanitari. 36.000 nuovi casi in meno di 24 ore. In Bulgaria la disponibilità di apparecchi ventilatori e assistenza è esaurita e il Premier ha annunciato di essere sul punto d’inviare all’estero i malati di Covid perché il Sistema Sanitario è letteralmente travolto. In Slovenia si è registrato il numero più alto di nuovi casi degli ultimi 10 mesi. In Germania si stanno toccando i 13.000 nuovi casi al giorno: il 57% in più rispetto a due settimane fa. In Cina molte città sono già serrate in lockdown. In Francia è stato prorogato il GreenPass sino al 2022.

Appare chiaro ed evidente a tutti che la situazione italiana sia nettamente meno allarmante. Quantomeno, è la meno peggio.Tutto sommato, qui, si ha ancora la parvenza di una quasi normalità, con le dovute precauzioni. Il “piano Draghi”, la sua visione al di là di tutto e tutti, l’impegno nel trovare e far rispettare un metodo, nel darsi una linea dura e nel saper tirare dritto anche a costo di scelte impopolari sta ripagando e ora viene preso ad esempio da tutto il mondo.

Il GreenPass funziona.

Eppure, qui, c’è chi ostinatamente continua a voler “svegliare” la collettività rifiutando ogni dato statistico verificato, ogni numero ufficiale, ogni organo di stampa… Tranne quando, opportunamente estrapolato e decontestualizzato, può dare la lontana parvenza di essere in qualche modo utile a quello “spengo la TV e ragiono con la mia testa” di cui sopra. Un moderno “far tappetino con la polvere”, insomma. Intanto, nelle zone in cui si è per così dire “manifestato” si registra ad un netto peggioramento della situazione, con picchi geografici ben precisi. La firma è chiaramente sempre quella: “#sveglia”.

Lo sviluppo e la trasmissione ereditaria dell’intelletto sono uno dei cardini dell’evoluzionismo. Possiamo inquadrare questo momento storico particolarissimo come l’evidenza dell’inizio di un processo d’involuzione della Specie e vedere noialtri come individui resistenti a questo processo, oppure identificare anch’esso nella timeline evolutiva come momento in cui si è palesata l’evidenza che alcuni individui non siano dotati affatto di quelle facoltà intellettuali superiori dell’uomo, quali raziocinio, astrazione, autocoscienza, ecc.. Per motivi genetici, o per il mancato esercizio di tali facoltà.

Quest’ultimo caso è molto affascinante, perché apre all’interpretazione del progresso tecnologico stesso quale uno degli strumenti, se non lo strumento, con cui la nostra Specie sta proseguendo la selezione e l’evoluzione. C’è chi lo cavalca, padroneggiando con disinvoltura e chi ne è succube ma, paradossalmente, lo esibisce come proprio vanto.

Unione Europea. Patto di stabilità e crescita: ritorno al futuro. Il focus dell’ISPI.

Il PSC era sotto esame già prima del Covid, ora entra nel vivo la discussione attorno a ciò che qualifica la sua (re)introduzione. In Italia, purtroppo, non si hanno segni di attenzione.

 

La crisi economica da Covid-19 ha reso necessario sospendere il Patto di Stabilità e Crescita (PSC). Un inevitabile (e giusto) “liberi tutti” che è però a scadenza. A meno di sorprese (ed evoluzioni negative legate al Covid), il PSC rientrerà in vigore all’inizio del 2023. Manca quindi poco più di un anno per capire se tornerà con il suo ben noto – e da alcuni temuto – carico di vincoli (come il famoso 3% del deficit/Pil e il 60% del debito/Pil) o se verrà sostituito da un Patto tutto nuovo.

La Commissione europea stava già pensando di riformarlo – nell’ambito di una revisione dell’intera governance economica europea – nel febbraio del 2020, appena prima che il coronavirus irrompesse in Europa. Da allora non solo il Patto ma anche la discussione sul suo futuro hanno ceduto il passo alle iniziative europee per far fronte alla crisi economica. Ma mentre nell’UE torna la crescita (con 24 paesi su 27 che torneranno ai livelli pre-crisi già entro fine anno e i rimanenti che recupereranno entro il prossimo), la Commissione riavvia il dibattito con una Comunicazione     che fa il punto e cerca di tracciare per grandi linee la direzione del Patto post-pandemia. Cosa ci aspetta dunque? Lo stesso Patto? Uno più morbido o uno ancora più rigoroso? E cosa dovrebbe augurarsi l’Italia?

Nel febbraio 2020 la Commissione europea faceva una valutazione della governance economica europea, includendo principalmente il PSC e la Macroeconomic Imbalance Procedure (MIB) che monitora 14 indicatori principali che dovrebbero segnalare possibili squilibri macroeconomici sia interni (indebitamento pubblico e privato, disoccupazione, sviluppo dei mercati finanziari ecc.) sia esterni (saldo delle partite correnti, quota di export mondiale, costo del lavoro ecc.). La stessa Commissione riconosceva diverse lacune testimoniate da un’economia europea con un potenziale di crescita basso, da una inflazione persistentemente bassa (almeno allora) e da livelli di debito stabilmente alti soprattutto in alcuni Paesi. 

Era la stessa Commissione europea dunque a segnalare che, malgrado gli sforzi fatti negli anni passati usando questi strumenti, rimanevano vari problemi: le politiche fiscali degli Stati membri risultavano tendenzialmente pro-cicliche (non si riduceva sufficientemente la spesa in periodi di crescita, per poterla poi espanderla in quelli di crisi); gli investimenti non venivano finanziati a sufficienza (contrariamente alla spesa corrente elettoralmente più utile per i leader politici); la relazione tra PSC e MIB all’interno del Semestre europeo non risultava sufficientemente adeguata (oltre a presentare “duplicazioni” nel monitoraggio, come nel caso del debito pubblico). Per non parlare di vari dubbi che molti sollevavano in merito ad alcuni “problemi metodologici” nel procedere al monitoraggio (come per la definizione e calcolo dell’output potenziale) e ad alcuni aspetti non adeguatamente considerati (come la relazione tra la politica monetaria e quella fiscale o gli effetti delle politiche fiscali nazionali sugli altri Paesi membri).

Insomma, diverse criticità pesavano sull’intero modello di governance economica europea già prima del Covid e da più parti si chiedeva una revisione delle regole soprattutto nella direzione di una maggiore crescita.

 

Nel 2023 il PSC dovrebbe tornare a essere applicato e ad ottobre la Commissione europea ha scritto una Comunicazione che mette in luce non solo le criticità pre-Covid, ma anche quelle post-Covid, avviando al contempo una consultazione pubblica. La Commissione invita quindi a prendere in considerazione anche le lezioni imparate durante la pandemia. L’obiettivo generale che si intende perseguire con questa riforma riguarda la riduzione del debito pubblico (soprattutto in alcuni Paesi, Italia inclusa) da attuare però in modo che risulti sostenibile e “growth-friendly”. Si richiama poi la necessità di rinforzare la natura anti-ciclica delle politiche fiscali e di sostenere gli investimenti nella direzione soprattutto della transizione verde e digitale. Il tutto in un quadro di norme chiare, trasparenti e in grado di far emergere il livello di “compliance” dei vari Stati membri (al posto di quelle odierne che lasciano ampi margini di discrezionalità e interpretazione). Volendo quindi sintetizzare: puntare a una crescita più forte, equa e sostenibile, maggiori investimenti e un più stretto monitoraggio sul “come” – oltre che sul “quanto” – spendono gli Stati membri. È da questa impostazione che si dovrebbero poi far discendere le regole specifiche, decidendo quanto salvare dalle vecchie e quanto invece cambiare.

Diverse proposte concrete sono già state avanzate. Tra queste quella dello European Fiscal Board che propone di eliminare le incertezze e interpretazioni a cui si presta il PSC con tutte le modifiche introdotte nel tempo (incluse quelle del Six Pack che “imporrebbe” una riduzione di 1/20 all’anno rispetto alla differenza tra il debito/Pil attuale e l’obiettivo del 60%). Al suo posto si identificherebbe un unico vincolo (riduzione del rapporto debito/Pil al 60%) differenziato per Paese (più stringente per quelli più indebitati, ma con percorso rivedibile) e basato su un rigoroso controllo della spesa pubblica (net primary expenditure), con la possibilità di derogarvi (ad esempio in gravi situazioni di crisi) a fronte di una valutazione operata da un organismo indipendente.

Per un Paese altamente indebitato come l’Italia si tratterebbe di una opzione auspicabile rispetto a quella odierna (riduzione di 1/20 all’anno)? Secondo alcuni calcoli nei primi anni gli sforzi richiesti all’Italia sarebbero inferiori, per poi aumentare negli anni a venire. Forse anche troppo, al punto che vengono suggerite alcune modifiche sul ritmo di riduzione del debito per rendere gli sforzi più uniformi (ovvero senza eccessivi picchi) nel tempo.

Queste muovono dalle stesse premesse: la constatazione che durante le fasi di consolidamento dei conti pubblici (e conseguente riduzione del debito) sono gli investimenti a farne la spesa. È quello che è successo con la precedente crisi finanziaria quando Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia hanno tagliato a metà la loro spesa per investimenti, mentre aumentava (di circa il 5%) la spesa corrente. Una situazione che inevitabilmente riduce le potenzialità di crescita di questi Paesi. E che potrebbe rendere impossibile perseguire gli ambiziosi obiettivi ambientali dell’UE che richiederebber. investimenti annuali (pubblici e privati) per circa 980 miliardi di euro nell’UE per raggiungere la neutralità ambientale entro il 2050. Si propone quindi di scorporare gli investimenti pubblici necessari per raggiungere questi obiettivi dal calcolo del deficit-debito (“green golden rule”), lasciando per il resto il PSC così com’è.

*Antonio Villafranca, Direttore di ricerca ISPI

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/patto-di-stabilita-e-crescita-ritorno-al-futuro-32259

Sinistra sociale, ora serve alla politica.

Anche in un contesto come quello contemporaneo è utile e necessario riavere una “sinistra sociale” che sappia qualificare e rafforzare, sotto un profilo squisitamente politico, la spinta riformista partendo dalla rappresentanza dei ceti popolari. Una dimensione che per troppo tempo è stata trascurata.

Il contesto politico, sociale ed economico contemporaneo è destinato a cambiare profondamente dopo la terribile e devastante emergenza sanitaria che, purtroppo, non demorde ancora. Ce lo ricordano quotidianamente i numeri. Un cambiamento profondo che ha dato vita a nuovi stili di vita e a nuovi comportamenti. Personali e collettivi. Ma, soprattutto, ha contribuito, al di là delle ingenti risorse che arriveranno nei prossimi anni nel nostro paese, ad acuire le disuguaglianze sociali, ad incrementare le povertà creando, al contempo, nuovi contrasti sociali. Ed è proprio partendo da questi dati, crudi e senza veli, che il ritorno dell’ennesima e ben più drammatica “questione sociale” è destinata ad incrociarsi con la ristrutturazione del sistema politico italiano.

Certo, in un contesto del genere sarà difficile riproporre la ricetta populista grillina come soluzione miracolistica ai problemi che si affacciano di fronte alla nostra agenda. Una “questione sociale” molto diversa rispetto a quella di un passato, anche solo recente, ma comunque si tratta sempre dello stesso tema. Ovvero, di una crisi che produce e genera disuguaglianze tra i ceti – nella stagione ideologica si chiamavano classi” – sociali e che rischia, se non governata politicamente, di avere effetti ben più drammatici rispetto all’andamento di una normale società democratica.

E, come ovvio, si tratta di una dinamica che difficilmente può trovare risposte concrete e pertinenti – come già detto – nella riproposizione del populismo anti politico, qualunquista e demagogico, o nel massimalismo della sinistra e nè, tantomeno, in un liberismo tecnocratico e salottiero.

Ed è proprio su questo versante e in un contesto ancora ferito dal “nulla della politica” provocato dall’irruzione e dal dominio ideologico del populismo grillino e da quello a trazione salviniana, che si rende sempre più necessaria la presenza politica di una vera ed autentica “sinistra sociale”. Non una esperienza testimoniale o vagamente nostalgica, ma una “sinistra sociale” che sappia raccogliere le istanze e le domande, sempre più pressanti, che emergono dalla nostra società frammentata e segmentata. Nessuno mette in discussione, com’è ovvio, la concreta ed efficace azione del Governo Draghi ma, prima o poi, la cosiddetta “politica dei partiti” dovrà ritornare ad essere protagonista senza limitarsi ad appaltare ad altri il ruolo che le compete. Perchè occorrerà pur dire che in una situazione dove la politica non solo era in crisi ma a tratti anche impresentabile, non si poteva che chiedere aiuto a personaggi che, grazie alla loro levatura e alla loro autorevolezza nazionale ed europea, hanno saputo rialzare il prestigio del nostro paese dando risposte il più possibile consone con le aspettative concrete dei cittadini. Ma, come tutti sappiamo, le situazioni emergenziali prima o poi finiscono e lì è necessario essere attrezzati per non ricadere nell’errore appena denunciato.

E quando si parla di ristrutturare la geografia politica, al di là e al di fuori dei massimalismi e dei populismi di vario genere – presenti tanto sul versante della sinistra quanto su quello della destra – è di tutta evidenza che l’area politica di “centro” che sta poter decollare non può non avere al suo interno una forte e marcata sensibilità sociale e di governo. Una “sinistra sociale” di governo, appunto, che sappia interpretare bisogni e istanze per troppo tempo relegate ai margini. Al netto della solita propaganda demagogica e qualunquista. Abbiamo grandi esperienze che possiamo recuperare dal passato e che non possono essere banalmente e grottescamente archiviate come premoderne o antistoriche. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla “sinistra sociale” di ispirazione cristiana che faceva capo, nella Dc, a Carlo Donat-Cattin per molto tempo e poi, in altre formazioni politiche, a quella di Franco Marini.

Una esperienza politica, culturale e istituzionale che ha saputo affrontare le “questioni sociali” che, di volta in volta, attraversavano il nostro paese con il loro carico di domande e di aspettative. Una “sinistra sociale” che sappia da un lato dispiegare un progetto politico all’interno di un partito e che, dall’altro, traduca questa ispirazione in concreti atti legislativi e parlamentari. Perchè la forza di uomini come Donat-Cattin o Marini non era solo quella di evocare la presenza indispensabile e decisiva di una “sinistra sociale” all’interno dei loro rispettivi partiti ma anche, e soprattutto, di farsi carico di quelle domande e di rappresentare, di conseguenza, autenticamente un pezzo di società. Ecco perchè, anche in un contesto come quello contemporaneo, è utile e necessario riavere una “sinistra sociale” che sappia qualificare e rafforzare, sotto un profilo squisitamente politico, la spinta riformista partendo dalla rappresentanza dei ceti popolari. Una dimensione che per troppo tempo è stata trascurata. Ora serve una profonda inversione di rotta.