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Diritti e doveri. Tutti chiedono tutto, con una pericolosa assuefazione al distacco dalle responsabilità verso gli altri.

Quello che si afferma a vista d’occhio è la sindrome da risarcimento. Infatti, pare essere la patologia al momento più diffusa, persino in epoca di conclamata pandemia.

Appartengo ad una generazione che usava dire: “domandare è lecito, rispondere è cortesia”. Guardandomi in giro mi pare di capire che sia rimasta in vigore la prima parte di quell’enunciato, mentre sull’attualità della seconda ho dei dubbi del tutto personali.

Sarà forse che da qualche tempo a questa parte, in politica e nella società, si è riscontrato un accumulo di domande e una carenza o un difetto di risposte. In genere ci si limita alle promesse. Sarà anche vero che la cortesia non è uno stile ricorrente nelle relazioni sociali: mancando quella viene meno l’abitudine o la scelta di rispondere che a sua volta, dunque, non è più né un obbligo né un dovere. Ma senza essere pignoli o attenti osservatori dei costumi l’evidenza più marcata sembra essere l’enorme crescita delle richieste provenienti da ogni persona, contesto o situazione.

Tutti chiedono tutto. Anzi pretendono tutto: basta rivendicare una ragione, ogni punto di osservazione delle cose diventa l’ombelico dell’universo. Non esistono evidenze oggettiva, le opinioni prendono il sopravvento. E se qualcuno resta insoddisfatto c’è sempre un torto da lamentare, una ingiustizia subita da stigmatizzare, la sindrome da risarcimento pare essere la patologia al momento più diffusa, persino in epoca di conclamata pandemia.

Non possiedo cognizioni adeguate per analizzare questa tendenza in modo scientificamente documentabile, mi guardo semplicemente intorno e colgo nei comportamenti più frequenti e intercettabili il segno di una deriva diffusa e radicata: la rivendicazione dei diritti, sotto qualunque profilo di considerazione individuale e sociale.

Se tutto spetta a tutti perché mai bisognerebbe ringraziare per entrarne in possesso? Ma soprattutto: quando mai tornerà (se tornerà) il tempo in cui qualcuno (senza vergognarsene) ci parlerà di rispetto delle regole e di doveri, magari partendo dal ‘buon esempio’ personale, prima e vera lezione di vita, di senso civico, di riguardo per gli altri e di buona educazione?

Democrazia: provocazioni dal (mancato) voto locale. L’editoriale di “Aggiornamenti Sociali”.

Riportiamo il capitolo intitolato “Non esiste un unico astensionismo” tratto dall’articolo di Padre Riggio, pubblicato sull’ultimo numero della storica rivista dei gesuiti di Milano.

La ricerca delle possibili ragioni per spiegare la contrazione significativa nel numero dei votanti deve tenere in conto la complessità della realtà. Alcuni non vanno a votare per disaffezione e disillusione: non si riconoscono in nessuna delle proposte politiche presentate, ritenute distanti, screditate, “pubblicitarie”, ecc., per questo ritengono inutile esprimersi. Diversa è la situazione di coloro che non sono critici nei confronti della politica, ma pensano che il loro voto non possa realmente incidere, perciò decidono di non “sprecarlo”. Questo comportamento si può verificare quando si considera come già acquisito l’esito delle elezioni oppure quando si ritiene che non vi sia una grande differenza tra le proposte dei vari candidati e partiti, per cui la vittoria di uno o dell’altro non avrebbe significativi risvolti pratici. Poi vi sono coloro che sono semplicemente disinteressati ai temi politici o disinformati, a cui si aggiungono – ma costituiscono un caso a parte e fisiologico – quanti non possono recarsi al voto per ragioni oggettive (ad esempio, anziani, malati).

Volti distinti di un unico fenomeno, che viene in genere riassunto con la parola “apatia”: di fronte a una situazione che non suscita (o non suscita più) nessun tipo di passione, si resta indifferenti e passivi, non si trova più nessuna spinta effettiva a compiere un’azione, in questo caso quella di votare. L’accento sull’apatia pone l’attenzione sui comportamenti dei cittadini, ma rischia di lasciare in ombra l’altro polo in gioco, quello dell’offerta politica e della sua qualità. In elezioni che non sono particolarmente contese, l’invito a “turarsi il naso” fatto nel 1976 da Indro Montenelli non ha nessuna presa. Perché andare a votare quando ritengo che i vari candidati siano scarsamente preparati? Perché dovrei essere obbligato a comprare un “prodotto” di scarsa qualità?

 

Diversa è l’astensione motivata dalla protesta, dalla sfiducia, dalla contestazione nei confronti del sistema istituzionale e politico nel suo insieme e sugli esiti delle politiche messe in atto. In questo caso le critiche hanno come obiettivo principale la classe dirigente, senza fare troppa distinzione tra quanti sono al governo, chiamati all’esercizio del potere, e coloro che sono all’opposizione, con il compito di dare voce ad altre visioni e soluzioni. L’insoddisfazione è tale che non si trova neanche una motivazione sufficiente per dare un voto di protesta a forze politiche che siano fuori dal “sistema”. L’astensione è allora il mezzo scelto per esprimere il proprio dissenso radicale nella sfera delle istituzioni, mentre le proteste nelle piazze danno voce, alle volte in modo convulso, a un malessere profondo.

Ci troviamo di fronte, pertanto, a fenomeni tra loro distinti, che si traducono in una scelta di astensione, più o meno consapevole secondo i vari casi. Nonostante questa varietà, si può comunque rintracciare un elemento di fondo comune: tanto l’astensionismo apatico quanto quello di protesta segnalano che è venuto meno un tassello essenziale perché il circuito democratico, in particolare la relazione tra cittadini e istituzioni, possa funzionare adeguatamente. Questo tassello assente può essere identificato nella fiducia nella politica, nell’adeguata informazione, nell’interesse per quanto accade nella propria città o nel proprio Paese… Però, in modo più radicale, ciò che è venuto a mancare è la percezione dell’importanza del proprio voto, che non è più ritenuto uno dei modi privilegiati per esprimere la propria voce nella società, per sostenere idee e soluzioni in cui si crede per interessi, bisogni e aspettative riconosciuti prioritari. Il crescente astensionismo certifica allora la sensazione di espropriazione della cittadinanza e di impotenza nutrita da quanti si sentono inascoltati e pensano che in ogni caso il loro voto non cambierebbe nulla, costretti a subire le conseguenze di decisioni prese sopra le loro teste. Una dinamica che si ritrova anche nei vari complottismi, che prendono sempre più forza nell’ultimo periodo e si alimentano proprio della sensazione di essere esclusi dai processi decisionali (cfr Riquer C., «Croyance et complotisme», in Ètudes, giugno-luglio [2021] 65-73).

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https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/democrazia-provocazioni-dal-mancato-voto-locale/

Salvare la Terra è possibile, ma… Gael Giraud sulla transizione ecologica. La sintesi di “formiche.net”.

In un saggio firmato su Civiltà Cattolica insieme a Loïc Giaccone della Georgetown University, il padre della transizione ecologica sostiene che è necessario mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi, per raggiungere l’obiettivo di “prevenire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico terrestre”.

Riccardo Cristiano

Gesuita ed economista, Gael Giraud è stato tra i primi a parlare e definire i termini della possibile e necessaria “transizione ecologica”. Ora, nei giorni del summit di Glasgow, torna a parlarne dalle colonne de La Civiltà Cattolica, da dove ha animato la discussione negli anni trascorsi.

Il suo saggio, scritto insieme a Loïc Giaccone della Georgetown University e che verrà pubblicato sabato prossimo, muove dal punto cruciale per Cop 26: mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi, per raggiungere l’obiettivo di “prevenire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico terrestre”.

Per riuscirci occorre diminuire le emissioni di gas serra nella consapevolezza che la cattura e stoccaggio del carbonio industriale permetterà di assorbire solo una “quantità marginale di carbonio rilasciato nell’atmosfera”: la conseguenza è che “tutta l’umanità deve puntare a emissioni prossime allo zero entro l’ultimo quarto di secolo”. Così si stabilizzerebbe la temperatura globale.

“Resta inteso che i Paesi in via di sviluppo potranno impiegare più tempo per raggiungere il tetto delle proprie emissioni, e che il raggiungimento dell’obiettivo avverrà «sulla base dell’equità, e nel contesto dello sviluppo sostenibile e della lotta alla povertà» (art. 4 dell’Accordo di Parigi). Tuttavia, questo appello per un’equa risoluzione della sfida ecologica rimane vago e ambiguo all’interno della comunità internazionale”.

Ricostruita la situazione di monitoraggio concordata e gli aiuti previsti ai Paesi poveri per procedere sulla strada tracciata, il saggio prosegue ricordando che rispetto alla fase preindustriale la temperatura è già salita di 1,09 gradi nel periodo 2011-2020 e questo è determinato inequivocabilmente da attività umane. I cambiamenti sono senza precedenti e alcuni, quelli oceanici e delle calotte glaciali, irreversibili “sulla scala di diversi secoli”. Il volto delle terre emerse nel XXII secolo sarà irriconoscibile.

L’Indonesia ha già cambiato capitale per la progressiva invasione di Giacarta da parte del mare, metà Bangladesh sarà sommerso nel 2050. Canicola e alluvioni sono il prodotto dell’attività umana. Ma se gli sforzi umani non possono fermare l’innalzamento dei livelli del mare, possono ridurre le catastrofi meteorologiche. I risultati si apprezzerebbero nell’arco di un ventennio, stando alle risultanze del lavoro condotto dalla World Weather Attribution, che Giraud e Giaccone citano.

Lo studio indica che la soglia di rischio dell’innalzamento della temperatura, cioè una crescita di 1,5 gradi, potrebbe essere raggiunta nel 2030. Ma solo restando sotto questa soglia, o sotto quella dei 2 gradi, si eviterebbero scenari catastrofici. “Il rapporto indica inoltre che in caso di proseguimento delle emissioni non si possono escludere eventi a bassa probabilità ma ad alto impatto, come lo scioglimento accelerato delle calotte glaciali, bruschi cambiamenti nella circolazione oceanica o anche la combinazione di diversi eventi estremi. La corrente del Golfo potrebbe allontanarsi dall’Europa e trasformare il clima di Parigi in quello di New York. Il permafrost siberiano potrebbe continuare a sciogliersi e rilasciare il metano in esso contenuto, accelerando bruscamente il riscaldamento fino a temperature che, secondo alcuni, potrebbero raggiungere +6°C o +7°C nel prossimo secolo. La sopravvivenza dell’umanità sarebbe allora probabilmente a rischio”.

Eccoci allora a Cop26 e alla necessità di rivedere quanto si sta conseguendo con gli accordi vigenti, che determinerebbero un riscaldamento di poco inferiore ai 3 gradi e quindi superiore al rischio possibile. Proseguendo così entro la fine del secolo si supererebbe anche la soglia dei 3 gradi, visto che non tutti rispettano gli impegni presi. Ma Cop26 risentirà nelle sue conclusioni anche del prodotto di un’altra emergenza, quella pandemica. Molti delegati africani con poche risorse ma soprattutto senza accesso al vaccino non possono recarsi a Glasgow e questo inciderà sui negoziati e i suoi risultati. Eppure i risultati che si conseguiranno nei prossimi anni di questo decennio saranno determinanti per tutto questo secolo, soprattutto per la battaglia decisiva, quella sulle emissioni.

“Il secondo obiettivo della Cop26 è l’adattamento ai disastri ecologici già in corso. Di questo non si tiene sufficientemente conto nelle politiche e nei negoziati sul clima, mentre gli impatti del riscaldamento globale sono sempre più forti, in particolare nei Paesi e nelle regioni più vulnerabili. Gli eventi estremi – l’innalzamento del livello del mare o i cambiamenti del ciclo dell’acqua – mettono in pericolo gli ecosistemi e le popolazioni, e questi impatti continueranno a intensificarsi e a diventare sempre più numerosi nei prossimi anni”.

Se si considera che l’accesso all’acqua potabile in Italia potrebbe diminuire del 40% entro il 2040 si capisce perché Spagna e Portogallo stia già lavorando sulla desalinizzazione che però è energicamente molto costosa, dovrà essere verde, ma fotovoltaico ed eolico richiedono rame, minerale destinato a scarseggiare.

La speranza verrebbe dal fotovoltaico organico e quindi occorrerebbe, si avverte, un sistema bancario capace di finanziarlo urgentemente: “Ma il settore bancario, per il momento, si rifiuta di fornire i finanziamenti necessari per questo cambiamento di marcia. Come mai? Perché molte grandi banche europee sono talmente dipendenti dai combustibili fossili che sarebbero in bancarotta se in futuro riuscissimo a fare a meno del carbone, del petrolio e del gas. Per poter garantire agli italiani l’accesso all’acqua potabile nel 2040, è quindi urgente regolamentare e risanare il settore bancario europeo”.

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https://formiche.net/2021/11/cop-26-terra-civilta-cattolica-transizione-ecologica/

Mattarella, nel quadro dell’integrazione europea è «necessaria una connotazione interforze del nostro Strumento Militare».

Pubblichiamo il discorso integrale del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso della cerimonia di consegna al Quirinale delle insegne dell’ordine militare d’Italia in occasione della giornata dell’unità nazionale e delle forze armate.

Rivolgo un saluto molto cordiale ai rappresentanti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, al Ministro della Difesa, che ringrazio per il suo intervento, al Capo di Stato Maggiore della Difesa, ai Capi di Stato Maggiore dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, ai Comandanti generali dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, al Segretario generale della Difesa, al Generale Fornasiero per il Consiglio dell’Ordine Militare d’Italia.

Quest’anno ricordiamo quattro importanti anniversari: 160 anni dall’Unità d’Italia, 150 di Roma capitale, 100 anni dal trasferimento – come poc’anzi ricordava il Ministro – del Milite ignoto al Vittoriano, 75 anni della Repubblica.

Quattro momenti della nostra storia che solennizziamo in occasione del 4 novembre – data che segna oltre che la fine del Primo conflitto mondiale il giorno dell’Unità nazionale e delle Forze Armate. Come di consueto lo celebreremo domani all’Altare della Patria.

La decisione di onorare la salma di un caduto senza nome e, idealmente, così, di tutti coloro che non avevano trovato nemmeno la consolazione di una tomba, pose in luce l’unità del Paese in un momento difficile, unendo in un sentimento di rispetto e di dolore i diversi atteggiamenti che avevano caratterizzato la società italiana di fronte alla guerra.

Erano trascorsi tre anni da Vittorio Veneto, e le fratture, le divisioni, le ferite aperte nella popolazione, sempre più consapevole e impaurita dagli immani effetti provocati dal conflitto, non accennavano a rimarginarsi.

Molte famiglie italiane si angosciavano, con crescente risentimento, e senza riuscire a darsi una risposta, sui sacrifici sopportati, sui lutti, sui mutilati.

Rispetto e dolore accompagnarono, in tutte le città toccate dal tragitto, il trasferimento della salma del Soldato ignoto, come lo indica la legge approvata dal Parlamento nell’agosto del 1921, su sollecitazione del colonnello Giulio Douhet, pioniere dell’Aeronautica italiana, al quale si deve l’iniziativa di commemorare l’eroismo invisibile dei tanti militari che trovarono la morte in quella guerra

Un dolore silente e raccolto unì, in quel momento, il Paese, con rinnovata speranza nel futuro.

In quella triste bara le famiglie vedevano il proprio figlio, padre, fratello, atteso invano e mai più tornato a casa, spesso senza neanche una tomba, un luogo dove poter piangere.

Le undici salme, non identificate, provenienti dai campi di battaglia dove gli scontri erano stati più crudeli – un vero rosario di sofferenze: Rovereto, il Pasubio, l’Ortigara, il Grappa, il Montello, il Basso Piave, il Cadore, Gorizia, il Basso Isonzo, il San Michele – furono, come sappiamo, raccolte nella basilica di Aquileia, e toccò alla madre di un caduto senza tomba, Maria Maddalena Bergamas, indicare, con dolore e turbamento – che furono particolarmente evidenti e coinvolgenti – quale tumulare a Roma.

Questa mattina ho voluto rendere omaggio, ad Aquileia, al cimitero dove riposano gli altri dieci Soldati ignoti e alla sepoltura di quella madre che aveva rappresentato tutte le mamme che avevano perso il proprio figlio, e che, alla sua morte, è stata inumata insieme a loro.

Ho sostato al sacrario di Redipuglia, monito permanente della follia della guerra.

Il 4 novembre celebriamo, appunto, la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale, con il completamento del percorso di unificazione risorgimentale.

L’Italia fu la prima nazione a istituire una giornata per commemorare la fine della Grande Guerra, significativo pur se implicito invito a una riflessione sul conflitto.

Con il pensiero alle intere generazioni di giovani e di meno giovani che uscirono devastate se non addirittura annientate dalla guerra.

Esemplari gesta eroiche sono state tramandate per ispirare nei più giovani i valori di coraggio, resilienza e patriottismo. I nomi di quei protagonisti sono giustamente iscritti su targhe e monumenti.

Quanti gli episodi di eroi rimasti, tuttavia, sconosciuti, talvolta senza neppure una tomba che ne accogliesse le spoglie? Quante le vittime in conseguenza di scelte e strategie sbagliate? Quante le colpe scaricate in modo scellerato sulle truppe, sino all’orrore del sorteggio per decidere, con la decimazione, i soldati da destinare alla fucilazione?

Il senso profondo del monumento al Soldato sconosciuto, del nostro Vittoriano, raccoglie tutte queste inquietitudini.

È in questa Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate che il pensiero di tutti gli Italiani è rivolto a quanti hanno perso la vita per la Patria, alle vittime di tutte le guerre.

Caporetto rimane una pagina nefasta segnata dagli errori nei comandi, ma la storia ci racconta di interi reparti, consapevoli che quello sarebbe stato l’ultimo loro giorno di vita, destinati a morire per rallentare l’avanzata del nemico; ci racconta di singoli militari – Ufficiali, Sottufficiali, Soldati semplici – che, un po’ ovunque lungo la piana friulana, difendevano le popolazioni locali fino all’estremo sacrificio.

Ci dice, tutto questo, del valore e dell’orgoglio dei nostri soldati – sui monti, nelle trincee, lungo i fiumi, in Adriatico, nei cieli – valore e orgoglio che continuarono a manifestarsi con l’avvio della controffensiva e la vittoria.

Ci inchiniamo alla memoria di quei combattenti nel più terribile conflitto europeo, eroi ai quali va il nostro incondizionato riconoscimento.

Un conflitto le cui conseguenze furono aggravate da ottuse scelte prive di lungimiranza, che sarebbero state premesse di una stagione ancora più buia dell’Europa, sfociata nella Seconda guerra mondiale.

La sconfitta del nazifascismo avrebbe consentito di scrivere una grande lezione: evitare di considerare la pace un semplice intervallo utile a preparare la guerra successiva. Evitare di passare dalla guerra alla guerra per ottenere, invece, di passare dalla guerra alla pace autentica.

Ne è derivato in Europa il più lungo periodo di consolidamento di un clima di pace, di libertà e democrazia mai registrato in precedenza.

Sono i valori che con la coesione sociale, il rispetto e la reciproca comprensione tra i popoli e le culture diverse, rappresentano il fondamento dell’Unione Europea.

La Repubblica Italiana è orgogliosa di avere recato il proprio apporto, sin dall’inizio, a questo risultato.

Nazioni Unite, Alleanza Atlantica, Unione Europea, rappresentano i pilastri della nostra politica di sicurezza e difesa: in queste organizzazioni l’Italia svolge da protagonista un ruolo di riferimento.

L’Unione è chiamata oggi a un cambio di passo deciso rispetto ai dossier principali, assumendo piena responsabilità anche nel campo della politica estera e di difesa.

In un mondo multipolare, caratterizzato da scenari complessi, è necessaria una sempre maggiore cooperazione internazionale. Anche per questo è altresì necessaria una connotazione interforze del nostro Strumento Militare.

Dinamiche geopolitiche sempre più insidiose hanno esteso il concetto di sicurezza e di difesa verso nuove dimensioni, evidenziando rischi non convenzionali, come quelli collegati, ad esempio, alla sicurezza cibernetica.

Le Forze Armate della Repubblica sono un esempio di responsabilità, coesione e senso del dovere. I cittadini in uniforme dimostrano quotidianamente di essere una preziosa risorsa, in coordinamento con le altre articolazioni dello Stato, nello svolgimento dei compiti loro affidati dal Parlamento e dal Governo, con motivo di orgoglio per tutta la comunità nazionale.

Particolarmente apprezzato è stato l’operato delle Forze Armate nel corso dell’emergenza sanitaria dove la componente militare, attraverso le sue varie competenze, ha agito con grande professionalità per sostenere la campagna vaccinale e per fronteggiare le situazioni logisticamente più disagevoli.

Parimenti, nel contesto internazionale, 4.800 militari sono impegnati in 38 missioni che sono di pacificazione, di stabilizzazione e di sostegno alle popolazioni più bisognose o di contrasto al terrorismo transnazionale o nelle iniziative delle organizzazioni internazionali cui il nostro Paese aderisce.

Insieme a tutti loro, oltre 7.200 militari sono ogni giorno al lavoro sul suolo nazionale e nel Mediterraneo nelle operazioni Strade sicure e Mare sicuro.

Recentemente, quanto accaduto in Afghanistan ha scosso e rattristato le pubbliche opinioni, non soltanto quella italiana. Il contributo che abbiamo dato alla stabilizzazione di quel Paese così lontano, con sacrifici, non è stato tuttavia vano. Occorre oggi che la comunità internazionale sia consapevole dei gravi rischi di catastrofe umanitaria che si profilano.

Nonostante le difficoltà sorte nella regione circa l’utilizzo di basi d’appoggio, l’effettuazione delle operazioni di ritiro da Herat si è svolta in modo encomiabile. Siamo grati ai governi dei Paesi che hanno cooperato in questa direzione.

Anche a Kabul le nostre Forze Armate si sono distinte per la grande efficienza operativa: oltre cinquemila persone sono state evacuate per via aerea in quindici giorni caratterizzati da ogni sorta di difficoltà e pericoli nella capitale afgana. Per tutto questo ringrazio i Comandi delle Forze armate.

Tra poco procederò alla consegna delle onorificenze dell’Ordine Militare d’Italia a chi si è particolarmente distinto, in Italia ed all’estero, per dedizione e per adempimento del dovere anche in condizioni particolarmente difficili.

A tutti loro e ai decorati dello scorso anno – anch’essi oggi qui al Quirinale – porgo le mie congratulazioni più vive.

Tra loro sarebbe stato presente anche l’Ammiraglio Silvio Vratogna, purtroppo prematuramente scomparso: ne sentiamo l’assenza ed esprimo alla figlia qui presente – e la ringrazio – e a tutti familiari sentimenti di vicinanza rinnovata.

Vorrei dire a tutti i Soldati, i Marinai, gli Avieri, i Carabinieri, i Finanzieri, al personale civile della Difesa, di essere sempre orgogliosi e coerenti con il giuramento di fedeltà alla Repubblica, in nome e per l’affermazione dei suoi valori costituzionali.

A voi tutti e ai vostri familiari porgo l’augurio e il saluto più cordiale, con le espressioni della stima più intensa, a nome dell’intero popolo italiano.

Viva le Forze Armate, viva la Repubblica.

Neocentrismo e nuove frontiere. Il ritorno alla Dc è davvero un’ipotesi fuori della storia?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di Rapisarda, esponente della Dc guidata da Renato Grassi, che intende esplicitare ancor più le ragioni del confronto sul possibile ritorno nell’agone della battaglia politica nazionale di un partito di centro, popolare e d’ispirazione cristiana, come storicamente rappresentato dallo Scudo crociato. A Paolo Frascatore, polemico sulle tesi in precedenza esposte da Rapisarda, si oppone con questo  testo un concetto che ruota attorno alla constatazione di quanto sia grande la voglia popolare circa la riproposizione di quel patrimonio di ideali e di valori di cui è stata espressione la Democrazia Cristiana.

Non è e non vuole essere una polemica e men che meno l’espressione di “un tumultuoso dibattito nazionale” di cui non mi sembra di averne scorto i segni, ma come ha ben chiarito lo stesso Frascatore, nel suo articolo del 31 scorso su questo giornale, ritornando sui passi del suo giudizio, non tenero, di una DC fuori dalla storia, rispondo nel solco di quanto Egli afferma, ossia dentro “...un ragionamento da approfondire in vista di nuovi scenari politici, economici e sociali”.

Intanto sono grato all’amico contraddittore per aver lanciato un sasso su questa realtà emergente che mi sembra non avere, fino ad oggi, trovato grande attenzione nei media. Certo non v’è chi non ha tentato qualche chiave di lettura sull’affermazione delle liste Dc, andate persino oltre l’aspettativa, in Sicilia, ma più nel segno e nella ricerca di un personalismo, che si fa fatica a trovare se non si coglie lo spirito di servizio che ha animato questa scommessa, a cominciare dal suo artefice, Totò Cuffaro.

Meno invece in una chiave di lettura versata ad indagare sulla grande voglia popolare di riproposizione di quel patrimonio di ideali e di valori di cui è stata espressione la Democrazia Cristiana. Ragion d’essere, oggi, di questo risveglio che ha trovato il suo primo motore nelle tante mancate risposte che sta caratterizzando l’attuale quadro politico, emblematicamente rappresentato da un astensionismo alle stelle.

E anche questo confronto che, ovviamente, si inserisce in un latente dibattito che da tempo trova interesse nelle enclave culturali di area cattolico democratica, consente di analizzare, senza veli, una realtà che se, in prima lettura, appare essere fuori dalle consequenzialità dinamiche ed, in questo ultimo decennio, soprattutto dall’accentuazione dei personalismi, che sono alla base di nuove forze in campo, ci fa cogliere quel nervo scoperto, costituito dall’inarrestabile lontananza dalle urne, che tanta accelerazione sta registrando nel corso di questi ultimi due decenni di confronti elettorali.

E ben poco ci può essere di aiuto la lettura di una realtà sociale complessa e messa duramente alla prova da una pandemia che ha messo a nudo tutta la vulnerabilità dell’uomo e delle sue sovrastrutture politiche ed economiche, rispetto ai meccanismi di risposta di una natura che non si può controllare in tutte le sue dinamiche, se la si volesse affrontare con gli strumenti non attualizzati di stagioni politiche passate.

E allora non ci sembra un perfetto stile etichettare una così innegabile realtà politica, con tale espressione, davvero inopportuna e fuor di ragione “…A volte il delirio politico unito all’orgoglio di Partito per un passato glorioso, giocano brutti scherzi e si preferisce sognare rispetto all’analisi concreta della realtà nella quale siamo immersi in questo nuovo millennio”.

Se un così prorompente fiume carsico, che riprende a scorrere in superficie, cominciando da tanti Comuni della Sicilia con percentuali che sono arrivati in taluni casi oltre il 10 percento – focalizzando la dimensione operosa di tante donne e di tanti uomini, che hanno animato quelle liste, pervasi da incomprimibile spirito di servizio – non è la prova tangibile dell’attualità della proposta politica della cosiddetta “nuova Dc”, con l’obiettivo di non lasciare senza risposta quel nuovo orizzonte di cui ha bisogno il paese, e non viene colta come la più eloquente smentita di quelle congetture, in questo caso, sì, campate in aria, mi chiedo se nel mappamondo che guida l’attenta ricerca dell’esimio contraddittore, l’affilato periscopio, non abbia sbagliato pianeta.

Ma vieppiù.

Perché non possiamo fare a meno di rilevare come sia sfuggita alla sua affilata analisi la circostanza che la nuova Dc vuole farsi promotrice di un nuovo modello economico, che coniughi impresa e mondo del lavoro in una nuova sinergia, capace di assicurare una compartecipazione alle scelte in conformità al dettato costituzionale che mette insieme, pur nel riconoscimento della libertà d’impresa, la precipua funzione sociale che essa assume nella dimensione civile ed economica, nell’obiettivo di assicurare una maggiore stabilità dell’occupazione e prospettive di relativa sicurezza del futuro di ciascuna persona.

Aspetti che nel contesto attuale, con una sistema economico prostrato da una pandemia che ha messo in ginocchio ogni angolo del pianeta, hanno poco di negoziabile, pena la compromissione delle condizioni minime per il raggiungimento di quegli essenziali obiettivi per una vita dignitosa cui ha diritto ogni essere umano e la reale salvaguardia delle condizioni naturali del nostro pianeta.

È insomma il segno di un percorso politico, nella ribadita appartenenza a quei valori che sono stati l’asse portante della fisionomia della nostra Repubblica che i padri costituenti seppero scolpire nella Carta costituzionale, ancora attualissima, nella pregiata sintesi dei tre grandi filoni di pensiero.

E non lo affermiamo per semplice “orgoglio di partito”,come fossimo nella consapevolezza di permetterci dei sogni a buon mercato, in spregio ad una realtà che andrebbe da tutt’altra parte. Ma consapevoli di un dovere ineludibile in questo clima politico in cui le evoluzioni, anzi le involuzioni di tanta parte delle attuali formazioni, avulse, da tempo, dagli stili e dai virtuosi metodi del confronto pacato e costruttivo, preferiscono una propaganda sempre più demagogica e populista, con permanente ed aperta, ostilità verso i partiti non alleati.

Per converso non sortirebbe grande credibilità appropriarsi, come un corpo estraneo o senza comuni radici, di un patrimonio di idee e di esperienza politica che solo il filo di una continuità può storicizzare. Anche perché quel patrimonio di ideali e di valori, già virtuosamente impiegati, nella ricostruzione postbellica del paese, non poteva dissolversi e non si è dissolto per effetto di una decisione impropria, come fosse un editto, ma fuor di statuto.

Non è pertanto l’effetto di un semplice atto di mero orgoglio riprendere a far sventolare quella bandiera e parlare nel nome di quei valori e di quel modello di sviluppo, ma la naturale conseguenza di un processo di ricomposizione che parte da lontano e che, la mirabile affermazione delle liste Dc in Sicilia dimostra, non essersi mai realmente spento.

In questo contesto mi pare giusto il caso di sottolineare come in quelle dichiarazioni di Mario Draghi, a conclusione del G20, con le quali ha dato molto risalto ad una nuova e positiva capacità di ascolto delle ragioni di tutti, in funzione di una sintesi che non fosse di pregiudizio a nessuno, si ritrovi il senso e la riproposizione di un metodo che fu la direttrice assoluta dell’esperienza politico-istituzionale democristiana. Ma non può, al contempo, trascurarsi il fatto che, nel firmamento dell’attuale realtà parlamentare, non c’è partito capace di ridare voce e dignità a quel florilegio di ideali, popolari, cattolici e di solidarietà ed autentica equità sociale che la Dc ha rappresentato.

Uno scenario che ora più che mai si presenta come strettamente attuale e imprescindibile. E non solo nel quadrante politico interno che la imminente elezione del nuovo Capo dello Stato può esigere, qualora Mario Draghi, cui dobbiamo l’impronta di una coerenza di metodo e di contenuti, mentre i partiti della sua maggioranza, in rissa permanente, vanno in ordine sparso, dovesse essere scelto come prossimo Presidente della Repubblica.

Ma nel contesto internazionale, per l’esigenza di tener fede al nuovo e più efficace metodo del negoziato multilaterale, dove si richiede autorevolezza, saggezza, lungimiranza, capacità di mediazione, come stile naturale e non come tattica artificiosa, e una visione di comune convivenza e cooperazione, nella consapevolezza che solo una governance condivisa può portarci a risolvere la grave minaccia al genere umano ed a tutto il creato che gli sconvolgimenti climatici ci stanno anticipando, se non interveniamo tempestivamente. Diversamente il rischio è di rendere, in tempi brevi, sempre meno vivibili alcuni angoli della Terra.

Certo non va ignorato l’effetto distorcente che le misure di mitigazione e di adattamento imporranno alle comunità più esposte al rischio di costi umani più alti se non si predispongono, in compensazione, adeguati aiuti tecnologici e finanziari. Questo però richiama in primo luogo le scelte e i modelli economici che andremo ad approntare per superare le disfunzioni e le disarmonie sociali, spesso assai marcate, che il sistema liberista ha sprigionato non solo nelle sue applicazioni più aderenti alla dottrina di Adam Smith.

E qui deve soccorrere la consapevolezza che il cammino intrapreso verso un’immediata transizione ecologica, oltre a non pregiudicare l’obiettivo di salvare il nostro pianeta, non impedisca a ciascun paese, autonomia di progettazione di un proprio futuro sostenibile, tenendo conto dei diversi tempi di partenza della industrializzazione in ciascuno di essi, purché si agisca dentro i parametri di pianificazione energetica concordati. In questo contesto sembra quasi surreale parlare di neocentrismo riguardo alle forze politiche oggi presenti in parlamento.

Mentre sotto i nostri occhi si dipanano disinvolte iniziative di leader che cercano spazio al centro, che non disdegnano di fare da consulenti o mentori a regimi dove i diritti umani appaiono ignorati. E quelle forze politiche, che di questa collocazione ne hanno fatto una bandiera, non hanno pensato di meglio che consegnarsi, per qualche personale sopravvivenza o inseguendo illusori miraggi, alle forze populiste e sovraniste.

Così vien da chiedersi se davvero esista una forza politica che possa credibilmente esprimere, oggi, quel condensato di valori capaci di dare linfa e supporto ad una “rivoluzione tecnologica e finanziaria”, che metta al primo posto la  necessità di un nuovo modello di sviluppo per la salvezza della Terra, del creato e il riconoscimento, in ogni angolo dei continenti, dei diritti essenziali e della piena dignità di ogni persona, come, Papa Francesco con i frequenti ammonimenti, non fa che ricordarci.

Mentre non possiamo più ignorare il fatto di mettere in agenda, al più presto, per la salvezza della Terra, nuove e più frequenti occasioni di governance sovranazionali condivise, se non vogliamo che le intensità degli sconvolgimenti climatici mettano in pericolo il futuro del nostro pianeta, unica casa della comunità umana. Ne abbiamo avuto un mirabile esempio con il recente G20, magistralmente presieduto dal premier Draghi. Egli si è mosso secondo delle direttrici che non hanno mai perso di vista l’ascolto e la comune concertazione, evitando, quanto più possibile, di far pagare eccessivi costi sociali ed umani ai paesi più poveri.

Guarda caso le linee di ordine generale che, di ogni dibattito e confronto tra le nazioni, furono, e ancor oggi si pongono, come la precondizione ineludibile perché un negoziato tra Stati (un esempio eloquente ne è stato, l’istituzione dell’Onu e il trattato istitutivo della Cee e poi della Ue) giunga a serie e concrete conclusioni, capaci di generare risposte.

Ma non basta.

Oggi è necessario invertire ed innovare fortemente i sistemi di produzione agricolo-industriale nella comune consapevolezza che la Terra ed il Creato non sono cose che appartengono alle oligarchie finanziarie e ai singoli Stati. Essi appartengono a tutti i popoli, come a tutti è dovuta una vita dignitosa. In questo quadro appare un fuor d’opera la ricostruzione storica sulla genesi ed i diversi profili identitari della Dc del nostro interlocutore, ed il suo inerpicarsi nello storicizzare l’identità democristiana solo come espressione di un’epoca politica ben definita e non più ripetibile.

Un ragionamento che calza poco con la duttilità che deve caratterizzare l’azione politica di ogni partito perché, in quanto tale, deve essere sempre in grado di dare risposte attuali alle dinamiche sociali ed economiche del paese, senza mettere a repentaglio gli ideali ed i valori identitari che però richiedono un costante adattamento ai nuovi interessi collettivi ed individuali. Come del resto lo si fa con le letture, sempre più rinnovate e aderenti, a cominciare delle interpretazioni di volta in volta innovative al divenire sociale della comunità, della Carta costituzionale(il cosiddetto diritto vivente) senza che per questo si snaturi il patrimonio di valori primari su cui essa si fonda.

Togliamo di circolazione il contante: lavoce.info provvede a rilanciare un’idea più volte oggetto di polemica.

La fase espansiva della spesa pubblica e il Pnrr muovono molto denaro. E c’è il timore che le risorse vengano distratte dall’interesse della comunità. Potrebbe essere il momento per passare a un sistema di pagamenti intrinsecamente sicuro, quello digitale.

Cosa sono le “innocenti evasioni”? Sono le banconote di grosso taglio arrotolate nelle tasche, qualche scontrino dimenticato, qualche fattura gonfiata, qualche ora pagata fuori busta, un contratto improprio, magari un regalo per chiudere la pratica, una infedele dichiarazione per ottenere un bonus o il reddito di cittadinanza o una pensione d’invalidità, salire su un trabattello senza casco, guidare oltre i limiti, togliere un sistema di sicurezza per aumentare la produzione, l’inquinamento, l’abusivismo, i furbetti vari, accorgimenti per eludere il fisco, strane criptovalute.

Tutto qui? L’Istat ha certificato in questi giorni che nel 2019 l’economia sommersa ha sottratto a tutti noi ogni anno 203 miliardi (l’11,3 per cento del Pil) e 3,6 milioni di unità di lavoro standard. Per rendere l’idea: il Piano nazionale di ripresa e resilienza vale 40 miliardi all’anno e le persone in cerca di lavoro sono 2,6 milioni. Che potenziale sprecato. 

Lo stato contrasta il lavoro irregolare, l’economia sommersa (-4,3 per cento dal 2014) e l’elusione attraverso attività ispettive (16 mila controlli fatti dalla Guardia di finanza negli ultimi 18 mesi), informatizzazione del fisco (fattura elettronica, tracciabilità), incrocio banche dati, introduzione di incentivi (lotterie degli scontrini, cashback), ritiro delle banconote da 500 euro, accordi internazionali (global minimum tax). 

Alberto Chiumento e Leonzio Rizzo richiamavano la necessità di evidenze per una seria valutazione del cashback. Dal Politecnico di Milano arrivano i primi dati: nei primi sei mesi 2021 le transazioni digitali sono aumentate del 41 per cento, passando a 3,2 miliardi, per un controvalore passato da 118 a 145 miliardi, 27 miliardi di base imponibile certa in più. Alla misura hanno aderito 9 milioni di cittadini e 6,1 milioni hanno raggiunto la soglia di 50 transazioni, ottenendo il bonus. Lo scontrino medio è sceso di 6 euro (da 51,7 a 45,7 euro): il pos è usato per le spese ordinarie.

Il denaro è una cosa sporca, almeno dal punto di vista sanitario. Così il Covid-19 ha dato un’accelerazione al processo di diffusione dell’uso di quello elettronico, contribuendo alla specifica transizione tecnologica e ribadendo come le persone siano pronte e favorevoli al cambiamento (Mandrone, 2015).

Tutto passa per uno scambio di denaro: lavoro, prestazioni, azioni, favori, sostanze, beni e servizi. Averne traccia è il maggior deterrente a qualsiasi abuso, piccolo o grande che sia. Come illustra il contributo di Leonzio Rizzo e Massimo Taddei, incentivare la moneta elettronica – anziché elevare contravvenzioni, accertamenti o divieti – conduce a un duplice risultato: recuperare risorse per la comunità e migliorare la giustizia sociale. Sembra esserci una relazione diretta e crescente tra economia sommersa e uso del contante.

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https://www.lavoce.info/archives/90640/togliamo-di-circolazione-il-contante/

Profeta della fraternità. Sull’Osservatore Romano la presentazione dell’ultima pubblicazione sugli scritti del Card. Martini.

Riportiamo per gentile concessione del giornale ufficioso della Santa Sede l’articolo apparso nell’edizione del 2 novembre sul VI volume dell’opera omnia del Card. Carlo Maria Martini.

«È estremamente essenziale alla vita che essa debba avere un “centro”. Che ogni suo avvertimento sia rivolto a questo centro e derivi da esso». Questa intuizione di Romano Guardini è la chiave del Farsi prossimo (Milano, Bompiani, 2021, pagine 260, euro 25) che ha intriso il magistero del cardinale Carlo Maria Martini, i cui testi sulla carità tornano in libreria, raccolti nel vi volume dell’Opera Omnia edita da Bompiani. «Da qui deriva – scriveva ancora il teologo tedesco – l’atteggiamento contemplativo della vita», ma in quella vitale dialettica degli opposti per cui «la vita possiede l’enigmatica potenza di stare “fuori di sé”. (…) Già il fenomeno del “centro” importa trascendenza; è infatti centro in rapporto a un cerchio, a una superficie, a un corpo. Qualcosa dunque che sia “al di fuori” del campo di vita centrato sull’hic».

Abbiamo così delineato lo sfondo su cui rileggere il primo quinquennio milanese dell’indimenticato arcivescovo: a una metropoli indaffarata indicò La dimensione contemplativa della vita (1980) come fattore costitutivo del Farsi prossimo(1985). E viceversa, dovremmo ora aggiungere, riprendendo a distanza di quarant’anni e con maggiore coscienza critica quella straordinaria stagione ecclesiale: il farsi prossimo come esposizione prima alla trascendenza.

Come giustamente sottolinea nella sua introduzione Giacomo Costa – confratello del Martini di Farsi prossimo e del Papa di Fratelli tutti – «Per una persona che nella sua vita avrà spesso meditato un passaggio chiave degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, dove si sottolinea che “l’amore si deve porre più nei fatti che nelle parole” (n. 230), l’orientamento pratico, attivo, della carità ha bisogno di essere accompagnato da un atteggiamento contemplativo e quindi dalla disponibilità a lasciarsi interpellare in maniera radicale dalla realtà. Altrimenti manca di radici e rischia di smarrirsi alla prima difficoltà, di cadere nell’autocompiacimento o di ridursi a una serie di azioni determinata una volta per tutte. È per questo che il cardinale sottolinea spesso come la carità autentica resista a lasciarsi definire, sulla scorta della sua profonda familiarità con la Scrittura, per la quale essa, in quanto divina, resta un mistero inaccessibile, “sempre un po’ al di là di ciò che possiamo capirne, perché, come scrive (solo una volta) san Giovanni: Dio è carità”».

Una medesima consapevolezza, quella resistenza a definire intrisa di senso del Mistero, spinge tanto Martini quanto Papa Francesco verso la parabola del buon samaritano, con la quale Gesù si smarcò dalla finzione legalistica – «E chi è mio prossimo?» (Luca 10, 29) – per narrare l’amore in azione.

Risulta in effetti molto feconda una lettura sinottica dei due commenti al testo lucano che avviano rispettivamente la lettera pastorale del cardinale e l’enciclica Fratelli tutti. Ne viene in primo piano, come in una storia degli effetti, la posta in gioco intravvista da Simone Weil fra le due guerre mondiali: «L’amore per il prossimo, essendo costituito di attenzione creatrice, è analogo al genio. L’attenzione creatrice consiste nel fare realmente attenzione a ciò che non esiste. Nella carne anonima che giace inerte all’orlo della strada non c’è umanità. Eppure, il samaritano che si ferma e guarda, fa attenzione a quella umanità assente, e gli atti che seguono confermano che si tratta di un’attenzione reale».

L’attenzione di Martini va esattamente a quel momento in cui il centro della persona ha un sussulto, dilata quell’istante: «Ciò che mi voglio chiedere è che cosa sia scattato in lui, che meccanismo si sia messo in moto nel suo animo, quale concreto cammino egli abbia percorso per farsi prossimo di quel disgraziato, soccorrerlo, prevederne i bisogni futuri». Come osserva padre Costa: «Proprio perché interpella l’interiorità di ciascuno, essa non è questione puramente confessionale, che riguarda solo i cristiani. Anzi può costituire un terreno di incontro dialogo al di là delle appartenenze: se la religione rischia di dividere, tutti siamo ugualmente messi in discussione dalla dignità ferita». Un approccio, questo, di estrema attualità, perché al cuore della scommessa di Francesco «sulla fraternità e sull’amicizia sociale».

Il riferimento a Simone Weil è utile a non smarrire il carattere teologico dell’espressione Chiesa in uscita incarnata dall’eretico Samaritano, con il quale Gesù stesso si identifica. Lei, non battezzata, rimasta sulla soglia della Chiesa istituzionale, consente a chi teme uno scivolamento umanitario dell’azione ecclesiale di non dimenticare: «La fede, dice san Paolo, è visione delle cose invisibili. E quel momento di attenzione è un atto di fede, così come un atto d’amore. Dio solo ha questo potere, di pensare realmente ciò che non è. Solo Dio, presente in noi, può realmente pensare la qualità umana negli sventurati, guardarli con uno sguardo veramente diverso da quello con cui si guardano gli oggetti, ascoltare veramente la loro voce come si ascolta una parola». Non ci sono alibi, dunque. Non si tratta, infatti, della sensibilità di un cardinale, di un Papa o di una filosofa, ma della natura del Vangelo, del movimento in cui la Rivelazione ci coinvolge: farsi prossimo è il supremo esporsi a Dio che si rivela, sospinti come dall’interno di noi stessi a questo salto. Grazia, dunque.

Universalmente noto per avere posto al centro dell’azione pastorale la lectio divina, l’arcivescovo Martini che emerge nell’antologia Farsi prossimo è l’uomo modificato da una città che accolse come testo da decifrare, come il più complesso, straordinario e vivo dei manoscritti avuti fra le sue mani.

È l’impatto con la realtà, con la densità del suo intreccio – avvertito dallo studioso divenuto vescovo come soverchiante – a farlo piegare in totale attenzione su ogni voce, in un esercizio continuo di incontro, comprensibile solo alla luce del suo metodo di preghiera contemplativa, a partire dalla Scrittura. Martini sostiene infatti che quanto propone ai giovani e a tutta la diocesi, di volta in volta «consiste nella lettura di una pagina biblica tesa a far sì che diventi preghiera e trasformi la vita». La contemplazione, dunque, presentata come il gradino più alto dell’esercizio di preghiera, è concepita nel suo effetto trasformativo.

L’antologia che ora ospita il lunghissimo cammino non solo del vescovo, ma della Chiesa milanese all’insegna del Farsi prossimo rivela clamorosamente come il metodo antichissimo della lectio divina non si applichi solo al testo biblico, ma costituisca la via «per andare in profondità di ogni realtà, comprese le dinamiche sociali, con il medesimo obiettivo: farne occasione di preghiera che approfondisca lo sguardo e trasformi la vita». Qui è in gioco non semplicemente una disposizione intellettuale, una preferenza per l’ermeneutica rispetto ad approcci più dogmatici e identitari. Si tratta, piuttosto, di una precisa coscienza della Rivelazione, della certezza che Dio continua a comunicarsi. Dio non si è chiuso in un libro, non si è depositato in una dottrina, non è amministrabile come un patrimonio: farsi prossimo è fargli spazio, uscire da sé è pervenire a se stessi, perdersi è ritrovarsi. Non un magistero individuale, ma un cammino di Chiesa: quello raccolto nel VI volume dell’Opera Omnia del cardinale è perciò un paradigma di sinodalità, non da ripetere, ma da studiare per avere il coraggio del discernimento. Scriveva, infatti, Guardini: «La vita non si ripete; ma si pone un inizio sempre nuovo. Non concede mai all’esperienza di dire: le cose stavano così e così, d’ora in poi saranno allo stesso modo. Perché già alla prossima volta non saranno più “così”».

È alla luce di questa consapevolezza che chi lavora a un modello alternativo alla globalizzazione dell’indifferenza e alla cultura dello scarto oggi sa «per amore della verità preferire le difficoltà».

La secolarizzazione richiede fiducia nel dialogo, Papa Francesco ne è convinto e credibile fautore.

Sollecitato dall’amico Nino Labate, l’autore riprende la riflessione su Chiesa e secolarizzazione, avviata con un articolo da Pio Cerocchi su queste colonne.

Il fenomeno del distacco della società civile dalla dimensione religiosa non è affatto nuovo. Nel 1944, dieci giorni prima della sua tragica morte, Antoine de Saint-Exupéry si chiedeva: «Che rimarrà della nostra civilizzazione, dove ciò che è spirituale è stato massacrato? Mai come adesso lo spirito è stato schiacciato sotto la materia».    

Il pontificato di Bergoglio si è dovuto confrontare con questa realtà. Di sicuro non è papa Francesco la causa dell’evanescenza dei valori religiosi nella vita degli uomini e delle donne di oggi. Semmai è vero il contrario: grazie a lui si sta mantenendo un filo di dialogo con i “non praticanti”, gli indifferenti, i “lontani”, che rappresentano la stragrande maggioranza dell’umanità. Per questo ha spostato il confronto dalle pure verità di fede (ricordiamo la dichiarazione Dominus Iesus del 2000 sull’impossibilità che ci sia salvezza fuori dalla Chiesa) alla fede nell’amore verso il prossimo. Da qui discende l’impegno per il Creato, la “fratellanza universale” sancita insieme ai musulmani sunniti, e ancor prima il superamento con la sua Amoris Laetitia della logica della “casistica del peccato”, fino alla nuova rotta sinodale e al ritorno alla visione conciliare di “Popolo di Dio”.    

Capisco chi storce il muso per una perdita di “mistero” nel ruolo pontificale e più in generale nella vita ecclesiale. Grazie anche alla narrazione che ne facciamo noi operatori dell’informazione, il papa più che come il vescovo di Roma è visto spesso come un leader politico o come una sorta di segretario aggiunto delle Nazioni Unite. Forse è il prezzo da pagare per la nuova “postura” del successore di Pietro. Che anziché innalzarsi verso il cielo (torna agli occhi l’immagine di Pio XII benedicente) si abbassa verso gli scartati, gli ultimi del mondo, gli abitanti delle periferie. La sua veste bianca non rimane immacolata, ma si sporca del fango delle strade, quelle che percorrono i migranti, i profughi, i senzacasa…      

La stessa elezione di Bergoglio, nel 2013, fu la risposta dei cardinali conclavisti alla grande crisi segnata dal secolarismo. Come ha spesso denunciato Francesco, lo spirito mondano è entrato anche nella Chiesa e la minaccia dal di dentro. Ne ha dovuto fare i conti Benedetto XVI, messo in croce da collaboratori attenti ai loro interessi personali anziché all’annuncio della Buona Novella. In un clima diverso, meno corrotto, Ratzinger – chissà – non avrebbe deciso di dimettersi.    

Papa Francesco sta percorrendo il sentiero giusto, forse l’unico praticabile. Quel che ogni tanto lascia scettici, specie a noi del vecchio mondo, è il suo stile di guida, molto latinoamericano. A volte preme troppo sull’acceleratore, altre non rispetta la segnaletica, altre ancora fa salire a bordo autostoppisti poco raccomandabili…Ma la cosa più importante rimane la direzione, che deve essere quella del Vangelo, sine glossa, come piace a lui. Del resto, Bergoglio ha parlato sempre di processi da avviare. Il tempo è superiore allo spazio e si deve avere fiducia nello Spirito Santo. Qualcuno penserà a portare a termine il lavoro.

 

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Enzo Romeo  giornalista italiano. Dal 2002 al 2014 è stato responsabile della Redazione Esteri del Tg2, dove attualmente ricopre il ruolo di caporedattore vaticanista.

Draghi si è impadronito del centro, facendone un centro copernicano.

Il paradosso solo apparente è che più brilla il Sole di questo sistema – esso coincide con la sfera delle operazioni di Draghi – e meno sono visibili i pianeti che lo compongono.

Ciò che Draghi ha detto ieri a Glasgow alla stampa, rispondendo a una insidiosa domanda sull’India, conferma che anche sulla scena internazionale, oltre che in quella della politica italiana, egli si colloca saldamente al centro. Un centro però – è bene non farsi illusioni – copernicano, a cui ogni altro corpo politico gravità attorno. Arrivando al paradosso, solo apparente, che più brilla il Sole di questo sistema e meno sono visibili i pianeti che lo compongono. Fuori di metafora: più Draghi, e la sua ristrettissima cerchia delle persone di cui si fida, opera bene, ha uno stile e fa cose di centro, e più ciò contrasta con la qualità e il grado di progettualità effettivi del centro, e più in generale di gran parte del sistema politico.

Per chi vuol capire, Draghi ha costantemente fatto professione di ossequio a quei poteri che, evidentemente sono sovrastanti rispetto ai livelli degli stati nazionali e delle stesse organizzazioni internazionali. Ne ha ripetuto le parole d’ordine per trarne legittimazione. Cosa che gli consente un grado di autonomia impensabile per qualunque altro, e grande pragmatismo.

Dunque, è in questi spazi “ottriati”, permessi, concessi o tollerati da poteri più grandi di quelli istituzionali, nei quali Draghi si muove con grande abilità e consapevole realismo, che, a mio avviso, va calata la stategia del centro. Una strategia che per forza di cose in questa fase storica in gran parte si riduce in cure palliative per la classe media e nel lenire una agenda globale – digitale, sanitaria e ambientale – che, a dispetto degli slogan di cui si ammanta, appare insostenibile sul piano antropologico prima ancora che su quello sociale ed economico perché concepita da pochi, senza confronto democratico, senza tenere conto del punto di vista della stragrande maggioranza dell’umanità.

Un centro che volesse cimentarsi sul serio in un progetto di società improntato all’ecologia integrale, pur nei limiti imposti dai poteri che sovrastano la politica, farebbe con ogni probabilità una cosa di cui c’è un fortissimo bisogno ma di cui, nei fatti, oltre le parole, pochissimi dimostrano di avvertirne la necessità e l’urgenza.

I simpatici 5 stelle. Sono capaci, dunque sono capaci di tutto.

Il trasformismo del M5S è sotto gli occhi di tutti, non c’è da stupirsene. È sorprendente, allora, come faccia il Pd ad individuare nei 5 stelle – ormai noti a livello politico – il perno di una prospettiva democratica, riformista e progressista per il nostro paese.

Diceva, tanti anni fa, Carlo Donat-Cattin ad alcuni suoi compagni di partito a cui non stava particolarmente simpatico, che “questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Ecco, in questa simpatica, secca ma essenziale battuta, sferzante eppur efficace, si riassume l’esperienza politica e cabarettistica del partito dei 5 stelle in questi anni.

L’elenco delle cose dette, giurate, urlate, scritte e promesse per anni in tutte le piazze italiane e in qualsiasi luogo pubblico sono saltate tutte. Ma proprio tutte. Credo sia inutile ricordarle talmente sono note e conosciute dagli italiani. Da qui la prudenza necessaria sui sondaggi che vengono sfornati a getto continuo sul reale peso elettorale dei 5 stelle. E questo perchè un conto è ciò che dicono i sondaggi; tutt’altra cosa ciò che dicono, invece e al contrario, le urne in questi ultimi tempi. E le recenti elezioni amministrative, al riguardo, sono state un esempio persin troppo calzante. E, di conseguenza, persin inutile da commentare: da Torino a Milano, da Bologna a Napoli a Trieste. Numeri troppo chiari per approfondirli ulteriormente.

Ora, però, per fare un ulteriore passo in avanti, manca l’ultimo tassello di questo simpatico mosaico grillino. L’ultimo baluardo, l’ultima trincea da cui non si può transigere. E cioè, un no secco ed irremovibile al voto anticipato. Da Conte a Gigino Di Maio, dalla Taverna alla schiera dei ministri e sottosegretari. Per non parlare di quelli che non torneranno più in Parlamento, cioè tutti i peones. Un no al voto anticipato per la ripresa del paese e la sua crescita, come ovvio e scontato. E quindi, no no e ancora no al voto anticipato. Motivo? Banalissimo. Garantire i lauti stipendi sino all’ultimo giorno utile e maturare il deprecato vitalizio che scatta, per questa legislatura, solo nel settembre ‘22…

Ammettiamolo, sono simpatici. Del resto, era persin troppo facile prevedere – ma i demagoghi e i qualunquisti professionisti hanno cavalcato, purtroppo e come sempre, per molti anni questa onda populista: dai giornalisti agli editorialisti dei grandi organi di informazione, da molti talk televisivi ai cosiddetti intellettuali e politologi progressisti… e la schiera è, comunque sia, lunghissima – che i pionieri del populismo anti politico, manettaro, giustizialista e demagogico si sarebbero trasformati, in pochissimo tempo, nei difensori acerrimi della casta, dei suoi privilegi, dei suoi benefici e del suo status. E così è puntualmente stato.

E sin qui è tutto normale. Cioè tutto secondo copione. Quello che stupisce è un solo fatto. Di natura squisitamente politica. Come faccia il Pd, partito di potere e governista per eccellenza, ad individuare nei 5 stelle – che ormai tutti sanno cosa realmente sono a livello politico, compreso il trasformismo e l’opportunismo parlamentare – il perno decisivo per dare una prospettiva democratica, riformista e progressista al nostro paese. Sono, appunto, questi i misteri della politica italiana. Ma, come diceva giustamente Carlo Donat-Cattin, questi “sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”.

Cambiamento climatico e sviluppo umano (Radio Vaticana)

Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Roberto Zoboli spiega la sfida rappresentata dal clima con l’invitabile cambiamento dello stile di vita che questo comporta. La riflessione riguarda anche il rapporto tra i Paesi ricchi e quelli poveri.

Nessun problema ambientale ha finora generato una così alta ed acuta preoccupazione collettiva come il cambiamento climatico, considerato ora come un rischio per la specie umana. La Laudato si’ di Papa Francesco (2015), approfondendo decisamente il principio di integrazione profonda tra Dio, umani e Creato, colloca il cambiamento climatico nella sfera generale dell’Ecologia Integrale, con una grande attenzione ai drammatici squilibri generati dai processi di sviluppo nel Sud del mondo.

Il clima è una minaccia che deve essere affrontata attraverso una combinazione di governance politica globale, cambiamenti di attitudine morale verso il Creato e nuovi stili di vita. Vi è ora un generale consenso della scienza, della politica, degli attori economici e delle persone sulla necessità di forti politiche climatiche. Tale consenso è tardivo, e gli attuali impegni per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi potrebbero essere insufficienti: la quantità massima cumulativa di gas serra che è possibile emettere per mantenere l’aumento di temperatura sotto +1,5°C verrà quasi certamente superata nel prossimo decennio.

Assumono quindi importanza critica le strategie di adattamento, e cioè quelle misure e azioni che devono minimizzare gli effetti negativi del clima che cambia. Sia per la mitigazione che per l’adattamento, una questione chiave rimane il rapporto tra i Paesi ricchi ed emergenti e i Paesi poveri. Nel 2019 l’Africa in complesso emetteva solo il 3,8% delle emissioni globali di CO2 equivalente ma è destinata a soffrire grandi costi umani e tecnologici con il clima che cambia. Insufficiente appare il flusso di aiuti tecnologici e finanziari internazionali per sostenere i Paesi più poveri nelle loro azioni di mitigazione e adattamento. Nonostante gli impegni di ‘neutralità climatica’ di Unione Europea, Stati Uniti e Cina, rimangono incertezze aperte sulla possibilità di grandi risultati nella prossima COP 26 di Glasgow.

Il rischio è quello di una debole risposta alla forte invocazione di Papa Francesco: “L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento [del pianeta] o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano” (Laudato si’, 23).

Roberto Zoboli – Docente di Politiche economiche per l’ambiente

Per saperne di più

https://www.comunicazione.va/it/sostienici.html

Istat, censimento 2021 anche per le persone più difficili da rilevare.

Nel comunicato dell’Istituto Nazionale di Statistica si fa notare che nel nuovo Censimento, a differenza di quelli precedenti, si utilizzano come fonte i Registri dai quali dedurre le informazioni anagrafiche sulla popolazione dei senza tetto e dei senza fissa dimora, a completamento del conteggio e della definizione della struttura demografica della popolazione censita.

 

Il Censimento Permanente della Popolazione e delle Abitazioni 2021 si pone come obiettivo anche la rilevazione delle convivenze anagrafiche e delle cosiddette “popolazioni speciali”, ovvero le popolazioni elusive costituite da persone senza tetto, senza fissa dimora o che vivono nei campi attrezzati e negli insediamenti tollerati o spontanei. Esse rappresentano un universo variegato e di difficile intercettazione sul territorio nell’ambito della rilevazione censuaria che ha richiesto un importante cambio di paradigma metodologico.

Con i Censimenti della popolazione, per la prima volta nel 1991 e, in seguito, nel 2011, i senza fissa dimora e i senza tetto erano rilevati con tecnica “point in time”, ossia una rilevazione effettuata nel corso di una notte nei grandi comuni con l’obiettivo di individuarne il maggior numero possibile. Nel Censimento di quest’anno si utilizzano invece come fonte i Registri dai quali dedurre le informazioni anagrafiche su dette popolazioni, a completamento del conteggio e della definizione della struttura demografica della popolazione censita.

Al Censimento del 2011 erano circa 125mila le persone rilevate in altro tipo di alloggio – cioè persone che vivevano nei campi attrezzati, nelle baracche, nei garage e nelle situazioni di fortuna, compresi circa 35mila senza tetto – e si ipotizza che nell’arco di dieci anni questa parte della popolazione sia aumentata come conseguenza della crisi economica.

Nel 2014, grazie a una convenzione tra Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e Caritas Italiana, è stata realizzata in 158 comuni un’indagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema. Dall’indagine è emerso che, nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna 50.724 persone senza dimora, il 2,43 per mille della popolazione regolarmente iscritta presso i comuni considerati, un valore in aumento rispetto a tre anni prima, quando era il 2,31 per mille (47.648 persone).

Per leggere il comunicato stampa integrale

https://www.istat.it/it/files//2021/10/Popolazioni-speciali_Comunicato-stampa.pdf

Canone Rai anche per smartphone e tablet?

L’idea dell’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, consiste nell’imporre un balzello su cellulari ed altro. Quindi, prima si stimola il consumatore a comprare le nuove tecnologie rendendole “indispensabili”, poi vi si applicasopra una nuova tassa. Una sistematica sottrazione di soldi dalle tasche dei cittadini. Se veramente funzionasse il passaparola attraverso l’associazionismo dei consumatori qualcosa si potrebbe fare, civilmente ma con fermezza.

 

Scrisse Luigi Pirandello nella novella “La giara”: “Chi è sopra comanda, chi è sotto si danna”. Un aforisma senza tempo perché da quando esiste il mondo le cose vanno proprio così. Anche ai nostri giorni, in epoca di diritti conclamati, di democrazie e uguaglianza esibite come medaglie, di giustizia sociale sbandierata ai quattro venti. queste parole possono essere applicate a molti aspetti della nostra vita quotidiana e della nostra condizione sociale. Non c’è globalizzazione che tenga, non c’è libero mercato che protegga, non ci sono tutele che sottraggano cittadini, utenti e consumatori da tasse, balzelli, fiscalità opprimente e burocrazia asfissiante.

Ci siamo occupati recentemente di tre vicende emblematiche: la tutela dei lavoratori fragili durante l’emergenza pandemica, l’assegno minimo di invalidità (287,09 euro) reso incompatibile con l’espletamento di una pur minima attività lavorativa da una sentenza della Cassazione (una vicenda vergognosa cui ha posto rimedio il Ministro del Lavoro con un emendamento al Decreto Fiscale – ma ne attendiamo la pubblicazione….) , la graduale riduzione negli anni a venire dei docenti di sostegno nelle scuole. adombrata da un preciso documento del Sindacato UIL e finora mai smentita.

Adesso tocca al Canone Rai: come riferisce Ignazio Stagno su “Il Giornale.it” del 30 ottobre pare che l’amministratore delegato della RAI Carlo Fuortes abbia avanzato la richiesta di applicare il canone di abbonamento RAI (oltre alle TV, come attualmente accade attraverso le bollette dell’energia elettrica) agli smartphone, ai tablet e comunque a tutti i device (tradotto: dispositivi elettronici) in grado di ricevere tecnicamente il segnale.

Lo ha fatto con una intervista rilasciata a Repubblica, di cui Il Giornale riporta il passaggio più significativo: “Non si tratta di una tassa sul telefonino. Ho fatto un ragionamento semplice: in base a una legge del 1938, in Italia il canone è legato al possesso di un’apparecchiatura radiotelevisiva, mentre in tutti gli altri Paesi si paga in base alla possibilità di vedere le trasmissioni. E siccome oggi tutti i device possono accedere ai programmi Rai attraverso Raiplay, sarebbe bene che anche noi ci adeguassimo“. Possiamo solo immaginare che cosa accadrebbe se questa proposta lanciata dall’A.D. della Rai nominato da Draghi diventasse norma e quale aggravio si ripercuoterebbe sulle spalle dei cittadini.

Attualmente infatti l’abbonamento- pur se spalmato sulle bollette della luce come da provvedimento del Governo Renzi – si paga in unica quota, indipendentemente dal numero di apparecchi televisivi posseduti. Il fatto di rimetterne in discussione il canone, con un ragionamento applicato a tutti i terminali elettronici come cellulari, tablet e gli stessi pc , comporterebbe un ricalcolo basato sul censimento di tutti i device esistenti in famiglia, calcolati in base al possesso di ogni singola persona, evidentemente allo scopo di aumentarne l’importo.

Stiamo già vivendo la travagliata stagione dei cambi degli apparecchi TV o dell’acquisto dei decoder per adeguarci agli standard europei: è dunque questo il vantaggio di un’Europa unita? E come la mettiamo con lo smaltimento dei vecchi televisori con l’inquinamento ambientale? Non andava bene l’attuale qualità delle immagini, no, ci vuole il digitale: ma quanto durerà? Tra quanti anni dovremo di nuovo cambiare apparecchi per adeguarci ai futuri standard? Ora si aggiunge anche questa idea del balzello su smartphone & c: prima ci fanno comprare le nuove tecnologie rendendole “indispensabili”, poi ci applicano sopra una nuova tassa. Una sistematica sottrazione di soldi dalle tasche dei cittadini. Il problema consiste nella nostra inerzia, accettiamo tutto come un fatto inevitabile. Se veramente funzionasse il passaparola attraverso l’associazionismo dei consumatori qualcosa si potrebbe fare, civilmente ma con fermezza.

Purtroppo si tratta di tecnologie di cui non possiamo più fare a meno. Alzi la mano chi rinuncerebbe ad usare il cellulare o ad accendere la TV? Già l’annunciata revisione degli estimi catastali adombra tempi duri per l’economia domestica: che almeno si evitino ulteriori canoni Rai oltre a quello esistente.

Roma ha bisogno di larghe intese. Con Gualtieri nasce una giunta debole nel rapporto con la città. Calenda non rinunci al seggio.

Mai era stato toccato un livello di partecipazione elettorale così basso. I numeri indicano la necessità di contenere entro margini ragionevolmente stretti, almeno per una fase più o meno lunga, il naturale conflitto tra maggioranza e opposizioni. Occorre uno sforzo di fantasia tanto sul piano politico che su quello istituzionale.

Una qualche riflessione s’impone dopo lo svolgimento di elezioni così stentate, povere di contenuti politici e persino di schede nelle urne, con l’astensionismo a farla da padrona. Mai il Campidoglio è apparso così brullo, fatto salvo lo spettacolo di consorti e accompagnatori nei giorni del G20.

Una buona notizia, figlia probabilmente delle recenti polemiche sulla stampa romana, può essere rintracciata nel rinvio delle dimissioni di Calenda. A differenza di Michetti, il leader nel-centrista non abbandonerà, almeno per adesso, lo scranno capitolino. Ne guadagnerà la vita democratica municipale, magari con la successiva presa d’atto della necessità, anche in prospettiva, di alimentare nell’Aula Giulio Cesare un confronto politico all’altezza dei grandi problemi della città.  

Ora, a ridosso all’insediamento della nuova Assemblea capitolina, una domanda tiene banco. È normale che si debba avviare il nuovo ciclo amministrativo in maniera burocratica, quasi asettica, senza un colpo di reni della classe dirigente romana? No, non lo è affatto perché, come sappiamo, la crisi che ha investito la capitale in questi anni è più profonda di quanto “normalmente” si creda.

Non è un tempo di ordinaria amministrazione. Maggioranza e opposizioni avrebbero o, meglio, hanno il dovere di cooperare, al di là delle divisioni di schieramento, nella cornice di un onesto e valido “patto per la città”: quali visioni e strategie uniscono le forze sociali, il mondo della cultura, le reti di solidarietà? Come s’intende operare, perciò, affinchè Roma si rimetta in moto vincendo la spirale di scetticismo e riluttanza?

Si avrebbe voglia di stupore ed entusiasmo, invece si registra un tono di passiva accettazione dell’esistente. Nasce una giunta che poggia su basi ristrette, con la città in attesa di capire il domani. Dunque, il Sindaco Gualtieri può cadere prigioniero di se stesso, ovvero della solitudine di un potere fragile; le opposizioni, a specchio, possono consegnarsi inavvertitamente a un ciclo di auto emarginazione dai grandi processi amministrativi, barcamenandosi in vario modo per mettere legna in cascina in vista del lontano 2026.

Roma ha necessità di una scossa, se pensiamo in buona sostanza a una di quelle scosse che attingono alla generosità, piuttosto che alla negligenza e all’avariza. Ecco perchè la ricerca di un’intesa istituzionale larga, con uno sforzo di fantasia per individuarne le forme più adeguate, investe la coscienza dei più responsabili nel pianeta della politica metropolitana, proprio nell’interesse e per il bene di una città in debito di ossigeno, con un futuro che appare fortemente a rischio.

Libertà e coscienza. A proposito del brindisi di Newman sul primato della coscienza e qualche accenno alla vita pubblica odierna.

“..il concetto di libertà chiede per sua natura di essere integrato da altri due concetti: il diritto e il bene. Potremmo dire che la libertà include la facoltà della coscienza di riconoscere i valori fondamentali dell’umanità, quelli che riguardano tutti..” [Benedetto XVI].

Nell’affrontare il tema voglio fare riferimento al salmo 19, 13: “...le inadempienze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo..”. Quando non si vedono più le colpe, il silenzio della voce della coscienza nelle tante situazioni della vita, è una malattia spirituale ben più grave della colpa. Chi non riconosce che uccidere è peccato, è ancora più lontano dalla verità (e dalla conversione). Nell’incontro col Signore, chi pretende di autogiustificarsi, appare come chi è davvero perduto. E ciò è dimostrato dal pubblicano che pur grande peccatore, torna a casa giustificato, rispetto al fariseo, che pure aveva fatto cose buone; il fariseo che sta in pace con la sua coscienza, non sa più che anch’egli ha delle colpe. Il Signore può operare bene con coloro che si riconoscono peccatori perché essi non sono impermeabili a quel cambiamento, quella conversione che Dio aspetta da essi e da ognuno di noi.

Proviamo a trasferire questo concetto di libertà e coscienza al momento storico attuale. Accettando la verità del Vangelo sembrerebbe a prima vista che la morale della coscienza e la morale dell’autorità siano in lotta fra di loro. Quando l’autorità, in questo caso il Magistero della Chiesa, parla di questioni morali, fornisce alla coscienza l’occorrente per formarsi un proprio giudizio. Ma non si può accettare che il giudizio della coscienza sia sempre giusto e infallibile, perché se così fosse, vorrebbe dire che non esiste una verità nelle basi, nei fondamenti della nostra esistenza nel mondo. È allora chiaro che la questione della coscienza ci conduce al cuore del problema, che è la nostra vita. Se la coscienza retta non apre alla verità e resta solo un guscio della soggettività, che ci dispensa dal conoscere la verità, allora essa diventa la giustificazione della nostra personale visione. In tal modo il dovere di cercare la verità viene meno, così come vengono meno i dubbi sulle generali tendenze che vogliono predominare nella società e su quanto in essa è diventata un’abitudine: l’uomo è ridotto alle sue convinzioni superficiali. Se la coscienza giustifica ogni soggettività e il conformismo sociale, il dovere di ricercare la verità viene meno.

Anche i nazionalsocialisti e i comunisti erano profondamente convinti della loro causa e per quanto fossero state oggettivamente spaventose le loro azioni, essi, a livello soggettivo, credevano di comportarsi bene. Ma la capacità di riconoscere la colpa è necessaria. Chi non percepisce più la colpa è spiritualmente ammalato, è “un cadavere vivente, una maschera di teatro”. Forse ne erano totalmente sprovvisti Stalin e Hitler, come anche i padrini della mafia. Se la coscienza si riduce a certezza soggettiva, si rinuncia alla verità. Quando il salmo 13 citato prega per la liberazione da colpe non consapevoli, esso attira l’attenzione su questa connessione. A proposito, viene in mente la famosa frase della lettera al Duca di Norfolk di San John Henry Newman: “Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo—cosa che non è molto indicato fare — allora io brinderei per il papa. Ma prima per la coscienza e poi per il papa”. Per l’uomo moderno, invece, la coscienza sta dalla parte della soggettività, come espressione della libertà del soggetto, mentre l’autorità, anche come Magistero della Chiesa, sembra minacciare o negare questa libertà.

Per Newman è la verità che assicura la connessione fra la coscienza e l’autorità, e la coscienza non è il criterio decisivo di fronte alle pretese dell’autorità, in un mondo, come quello di oggi, in cui la verità è assente e ci si barcamena nel compromesso fra esigenze del soggetto ed esigenze dell’ordine sociale. La coscienza, allora, è il superamento della pura soggettività nell’incontro fra l’interiorità dell’uomo e la verità che proviene da Dio. Un uomo di coscienza non compra il benessere, il successo, la considerazione sociale a prezzo della rinuncia alla verità (come avvenne appunto con la “resistenza” di Tommaso Moro). L’autentica voce della coscienza non coincide con i propri desideri e i propri gusti, né con ciò che può essere socialmente vantaggioso, né con le esigenze del potere politico o sociale. Questo è il punto veramente critico della attualità che viviamo. Perché oggi la verità è stata eliminata ed è stata sostituita da quella di progresso: il progresso sarebbe la verità, progresso che in questa esaltazione collettiva diventa privo di ogni direzione. Ma se non c’è una direzione, la conseguenza sarà un regresso. Questa rinuncia ad ammettere la possibilità di conoscere la verità porta ad un uso formale dei concetti e delle parole e le etichette spopolano: conservatore, reazionario, fondamentalista, progressista, rivoluzionario.

Allora quando i contenuti non contano più, vale la tecnica come criterio unico e il potere, sia rivoluzionario che reazionario, domina la scena: è la forma perversa della somiglianza con Dio, è la contraffazione di un idolo. Ogni uomo dovrebbe interrogarsi non sul potere, ma sul dovere: tutti i martiri attestano la capacità di verità dell’uomo quale limite di ogni potere e garanzia della sua somiglianza divina. E tornando alla frase di Newman sul brindisi prima alla coscienza e poi al papa, il significato autentico dell’autorità dottrinale del papa è nell’essere egli il garante della memoria cristiana. “Tutto il potere che ha il papa è potere della coscienza, servizio su cui si fonda la fede, che deve essere continuamente purificata, ampliata e difesa contro le forme di distruzione della memoria, la quale è minacciata tanto da una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale” (Benedetto XVI).

È il buonismo che permette ai politici di molti partiti di oggi di cavalcare le mode. San Tommaso suddivide l’atto di coscienza in tre momenti: riconoscere (recognoscere), rendere testimonianza (testificari), giudicare (iudicari). San Basilio (329-379 d.C.), confessore e Dottore della Chiesa, primo dei padri cappadoci, scrisse: “L’amore di Dio non dipende da una disciplina imposta dall’esterno, ma è costitutivamente inscritto in noi, come capacità e necessità della nostra natura razionale”. Basilio parla della “scintilla dell’amore divino che è stata nascosta nel nostro intimo”. Ciò significa che nella nostra coscienza è stata infusa l’originaria memoria del bene e del vero, coincidenti, e che c’è una tendenza intima dell’essere dell’uomo, fatto a immagine di Dio, verso quanto a Dio è conforme: è il senso interiore, la capacità di riconoscimento, di cui è percepibile l’eco in noi stessi. Se vogliamo, questo è anche il senso della missione del Vangelo. Infatti la missione si giustifica se i destinatari, nell’incontro con la parola del Vangelo, ri-conoscono: “Ecco, questo è proprio quello che io aspettavo”. Il senso del bene è stato impresso in noi(Sant’Agostino). A partire da ciò siamo ora in grado di comprendere correttamente il senso del brindisi di Newman prima per la coscienza e poi per il papa.

Non può essere il giacobinismo etico il futuro del Pd. Osservazioni critiche sul teorema di Elly Schlein.

Ieri sul “Domani” Elly Schlein, in polemica con Renzi per l’affossamento del Ddl Zan, ha dato un colpo di pennello al ritratto di un “partito del riformismo” che appare ben lontano dal centrosinistra proposto nel 2007 a Orvieto da Pietro Scoppola e Roberto Gualtieri, da cui nacque il Pd.

Elly Schlein tratteggia il volto di un Pd che esorbita dalla storia del Pd, quella storia che segna, come sappiamo, l’incontro di culture popolari fortemente legate alla genesi stessa della Carta costituzionale, divise per decenni lungo l’asse della  dialettica tra comunismo e libertà, ma sospinte a cercarsi e a ritrovarsi dopo il crollo dell’Impero sovietico. Con Schlein l’ideologia, restaurata e abbellita in chiave di giacobinismo etico, finisce per inghiottire la realtà della politica. È un teorema più o meno limpido – il suo – che corrode o svilisce la natura di un partito che non è affatto riducibile a un certo orgoglioso esclusivismo della sinistra.

Dunque, la storia evapora. Schlein non ne tiene conto, un po’ per leggerezza e un po’ per presunzione: predilige un “di più”, in nome della difesa dei diritti individuali, che diventa un “di meno” a riguardo del rispetto delle altrui convinzioni. Infatti, chi ha espresso dubbi sul Ddl Zan appartiene – questo si leggeva ieri nell’intervista sul “Domani” – al mondo oscuro dell’omofobia, copre pertanto l’avversione nei confronti della comunità lgbtqi+ e condanna l’Italia, infine, a stare oltre la “cortina di ferro” del diritto all’eguaglianza di tutti i cittadini. Su questa schematica rappresentazione è difficile concordare, essendo perlomeno poco equilibrata.

Nell’intervista campeggia inoltre un enfatico richiamo al pericolo che i franchi tiratori possano colpire ancora, a febbraio prossimo, quando i grandi elettori saranno chiamati a votare per il Presidente della Repubblica. Ebbene, da questa preoccupazione discende un monito – rivolto a chi? – affinché s’impedisca una manovra tanto deprecabile. Ora, chiudendosi nel recinto delle proprie certezze e quindi nel crogiolo delle proprie ambizioni, si scarabocchia sulla carta un percorso immaginifico alla fine del quale, in virtù probabilmente dell’essere minoranza illuminata, ci sarebbe comunque la vittoria. Non si sa perché.            

Nel complesso, questa visione politica si può identificare nel rovesciamento del prodismo, malgrado l’apparente fedeltà al progetto da esso incarnato sullo sfondo del crollo della Prima Repubblicana. Il nuovo Ulivo della Schlein non è altro che la parodia del vecchio Ulivo: quest’ultimo costituiva l’assorbimento delle istanze radicali nel sistema di mediazione del riformismo, al contrario del centrosinistra che oggi, per bocca della giovane Vice presidente della Regione Emilia-Romagna, verrebbe appunto a configurarsi in termini assai diversi, ovvero come dissoluzione del riformismo in un disegno radical-progressista.

In questo modo il Pd s’avventura su un terreno ostico,  francamente inadatto ad accogliere il fabbisogno di buona politica della società italiana. Anche la formula del partito a vocazione maggioritaria, incunabolo di tale aspirazione ad un’egemonia di tipo etico, s’involve nell’integralismo: chiunque non creda al “modello dei diritti”, riproposto con veemenza dalla Schlein, è fuori dal perimetro delle possibili alleanze. Chissà quale architettura di futuro governo potrebbe allora venir fuori da una pretesa di assolutizzazione di questo protocollo identitario: probabilmente nessuna o meglio, ad essere precisi, nessuna capace anche alla lontana di convincere la maggioranza degli italiani.

Ciò nondimeno, al Seminario di Orvieto del 2007 le relazioni di Pietro Scoppola e Roberto Gualtieri – idealmente degasperiano l’uno, togliattiano il secondo – misero a fuoco le esigenze e i propositi che dovevano animare il nuovo soggetto unitario dei riformisti. L’amalgama doveva consistere nell’estrazione di un pensiero democratico a sfondo popolare, senza il vincolo dì antiche pregiudiziali. A rileggere quei testi vien da pensare che più di qualcosa con l’andar del tempo è mutato, e non in bene, se ora trova ossequio nel Pd un’incongrua perifrasi del neo-radicalismo. È questo, dunque, il futuro del Pd?

Cattolici, la riscoperta dei “maestri” del passato.

Siamo alla viglia di un nuovo, e profondo, cambiamento dello scenario politico italiano. Allora, bisogna far sì che il magistero di grandi leader cattolico democratici, cattolico popolari e cattolico sociali venga sempre più valorizzato e riattualizzato.

Il sostanziale fallimento del populismo, anche se persistono purtroppo, e ancora, gli ultimi colpi di coda, dovrebbe cedere il passo ad una nuova stagione politica nel nostro paese. Una stagione ancora tutta da costruire e da definire ma su un punto, almeno così pare, dovremmo essere abbastanza certi. E cioè, l’indebolimento, progressivo ed irreversibile, politico ed elettorale del partito di Grillo e di Conte è la precondizione essenziale per poter invertire la rotta. Del resto, il ritorno della politica, della competenza, dei partiti possibilmente democratici e collegiali – o di ciò che resta di loro ormai – della centralità dei programmi e, soprattutto, delle culture politiche possono avvenire solo se il populismo giustizialista, manettaro, qualunquista e anti politico scompare definitivamente dalla scena pubblica. Certo, non sarà un processo nè facile e nè rapido. Anche perchè, per fare un solo esempio concreto, il Pd individua ancora nei 5 stelle – il partito populista per eccellenza – l’alleato decisivo e strategico con cui costruire un futuro progressista, democratico e di governo.

Ora, però, c’è un elemento positivo ed incoraggiante che può contribuire a far svoltare la nostra storia politica. Per fermarsi alla sola tradizione cattolico popolare, cattolico democratica e cattolico sociale, c’è una profonda attenzione ed attivismo nel riscoprire e, soprattutto, nel riattualizzare il magistero politico, sociale, culturale ed istituzionale di uomini e donne che, con la loro azione, hanno condizionato e guidato per molto tempo i maggiori processi politici del nostro paese e della nostra democrazia. Da Carlo Donat-Cattin a Franco Marini, da Mino Martinazzoli a Tina Anselmi a molti altri leader del passato. Si moltiplicano le pubblicazioni, i saggi, i convegni di approfondimento e gli studi sulle grandi conquiste politiche favorite dalla loro concreta azione legislativa. Del resto, è abbastanza naturale che quando tramonta l’antipolitica e un volgare e vuoto populismo, ritornano in campo le culture politiche riformiste e costituzionali. E, con esse, il ruolo giocato dai principali leader che li hanno incarnate ed inverate nella concreta dialettica politica italiana. E questo perchè, di norma, un grande magistero politico non si può storicizzare o qualunquisticamente archiviare. Gli esempi da citare sarebbero infiniti. Ne cito solo 2 su tutti. Lo “Statuto dei lavoratori” varato dall’allora “Ministro dei lavoratori”, Carlo Donat-Cattin, nel lontano maggio 1970, continua ad essere un faro che illumina chi non vuole umiliare la condizione dei lavoratori nei concreti luoghi di lavoro.

Certo, come diceva lo stesso Donat-Cattin anni dopo quella straordinaria e unica riforma, anche quello “Statuto” era figlio del suo tempo e che doveva, prima o poi, essere inesorabilmente aggiornato e rivisto. Ma, comunque sia, quell’impianto legislativo era, e resta, il prodotto di una cultura e di un filone ideale che nessun populismo grillino o di altra natura può scalfire ed annullare. E, secondo, la straordinaria riforma sanitaria vergata da Tina Anselmi nel 1978, la famosa legge 833 che ha segnato una pietra miliare nel campo della sanità del nostro paese. Accanto a quella della riforma dell’assistenza psichiatrica. Due leggi ispirate da alcuni criteri di fondo, quali la dignità della persona umana anche nella malattia mentale e la salute come diritto e bene universale, indipendentemente dalle condizioni lavorative, sociali ed economiche. Gli esempi, come dicevo, si potrebbero moltiplicare ma quello che conta rilevare è che proprio il magistero politico, culturale e istituzionale di questi leader e statisti del passato diventano i punti di riferimento da cui partire per innovare e far decollare una nuova stagione politica nel nostro paese.

Ecco perchè siamo alla viglia di un nuovo, e profondo, cambiamento dello scenario politico italiano. E questo ancora al di là della necessità ed indispensabilità di rifare un “partito di centro” che sappia battere definitivamente la sub cultura del populismo grillino e, al contempo, la sempre più insopportabile radicalizzazione politica prodotta da un violento e ormai innaturale bipolarismo selvaggio. E una delle ragioni, peraltro decisive, che può spingere in questa direzione consiste proprio nella riscoperta del magistero dei nostri leader. Leader che certamente sono cresciuti e maturati nella lotta politica attraverso enormi sacrifici personali accompagnati, però, anche da uno studio costante e da una conoscenza diretta dei problemi della società. Altrochè la desertificazione culturale che caratterizza la politica contemporanea ormai da molto tempo. Ma le avvisaglie e i segnali positivi, comunque sia, ci sono. Adesso è necessario assecondarli e far sì che il magistero di questi grandi leader cattolico democratici, cattolico popolari e cattolico sociali venga sempre più valorizzato e riattualizzato. Per il bene della nostra democrazia e per la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

L’alleanza come categoria politica. L’impegno dopo la Settimana sociale. L’editoriale di “Comunità di connessioni”.

Quando parliamo di transizione verde pensiamo sempre ai provvedimenti economici o ai programmi politici, come ai diversi piani di ripresa e resilienza europei.

Eppure, occorre ricordarsi che non ci può essere transizione verde senza considerare anche la dimensione sociale del cambiamento, come ricordato anche allo scorso summit di Oporto. Non si possono abbandonare le categorie più deboli che pagano per prime i costi “diretti” e “indiretti” della transizione verde e del cambiamento climatico. I recenti innalzamenti dei prezzi dell’elettricità, il cosiddetto “caro energia”, e le relative misure poste in atto a livello nazionale ed europeo, dimostrano la necessità di rendere la transizione verde parte di una trasformazione culturale duratura ed efficace. Questo è stato anche il messaggio principale della quarantanovesima settimana sociale dei cattolici italiani a Taranto, dove più di mille partecipanti da tutte le diocesi d’Italia si sono riuniti per discernere insieme come programmare il futuro prossimo per il raggiungimento di un’ecologia integrale.

La settimana sociale non è stata solo un momento di discernimento collettivo, ma è stata anche la tappa di un lungo percorso fatto di relazioni e di azioni concrete che in questi mesi hanno preparato il terreno dell’evento. La tappa intermedia di un percorso che coinvolge le diocesi, le associazioni (quali la FUCI, le ACLI, l’AC e tante altre ancora) e che ha trovato la sua sintesi nel modello dell’Alleanza. Anche Comunità di Connessioni ha contribuito concretamente alla realizzazione delle Settimane Sociali, in particolare nel coordinamento del gruppo dei giovani e nella redazione di un progetto concreto di alleanza ambientale e sociale nel quartiere Acquabella di Milano.

Quest’anno ai giovani è stato dedicato uno spazio speciale a Taranto, per permettere loro di incontrarsi e di ragionare insieme su come ricostruire il Paese. Grazie a questo spazio, più di duecento giovani, provenienti da realtà ed esperienze differenti, hanno trovato il modo per entrare in relazione tra di loro e per cercare una risposta alle sfide della transizione ecologica e sociale. I giovani sono partiti dalle pagine dell’Instrumentum Laboris e dalle parole di Papa Francesco, concentrandosi soprattutto sull’encicliche Laudato sì e Fratelli tutti, e hanno cercato un modello politico semplice e concreto, ma che allo stesso tempo fosse radicato nel loro vissuto spirituale e umano.

Nel lavoro portato avanti dai giovani nei sei mesi preparatori della settimana sociale, due parole sono emerse fin dall’inizio: alleanza e processo. O, per meglio dire, l’alleanza come processo. Infatti, le settimane sociali sono state vissute fin dall’inizio come un percorso di alleanze. L’alleanza stessa è stata scelta per esemplificare il vissuto umano davanti alla sfida della transizione ecologica, di fronte alla quale ci si può sentire fragili e disorientati. Eppure, è proprio l’alleanza lo strumento che permette di scoprire la vicinanza delle nostre esperienze, la comunanza di desideri e intenzioni, la possibilità di remare insieme verso un’unica direzione. L’alleanza come processo rappresenta quindi un modello concreto e locale di condivisione, di cooperazione e discernimento collettivo, applicabile sia su scala europea che nazionale.

L’alleanza, non solo ci permette di rispondere insieme in maniera efficace alle sfide della transizione, ma ci permette anche di ri-incontrare l’altro e, insieme, di farsi carico della transizione, cominciando dal basso e creando «uno spazio di corresponsabilità capace di generare una nuova consapevolezza di fraternità. L’alleanza è forte perché rappresenta l’unità nelle diversità umane e le diversità nelle unità umane. Nel remare insieme ci «incontriamo in un noi più forte della somma delle individualità» (Fratelli tutti). Alleanze in primis generazionali, tra nonni e nipoti, padri e genitori, professori e studenti. Ma anche alleanze economiche, sociali, politiche e culturali e, infine, anche alleanze relazionali come la famiglia.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/i-giovani-alla-49-settimana-sociale-limportante-e-costruire-processi/

Halloween. Ai nostri ragazzi non servono eventi oscuri, ma la testimonianza luminosa dei Santi (AgenSIR).

Fu un pontefice, Gregorio IV a istituire la solennità del primo Novembre chiamandola “giorno di Ognissanti” (in inglese “All Saints” oppure “All allows day”) al fine di cancellare i riti pagani e di stregoneria che si tramandavano con Halloween. Noi cattolici siamo chiamati in questi giorni a mettere l’accento sulla meravigliosa vita di persone realmente vissute e che hanno testimoniato la luce e la gioia dell’esistenza: i Santi.

Il fenomeno di Halloween è ormai generalmente equiparato ad una festività come il carnevale. In realtà la differenza è enorme perché il carnevale ha solide basi religiose in quanto è l’ultimo giorno prima della Quaresima, (“carne-levare”), mentre Halloween ha solo radici consumistiche e neopagane. Rivolgendomi al mondo cristiano ho sempre ripetutol’importanza di non definire questo fenomeno una festività e tanto meno di confonderla o sincretizzarla confondendo e intrecciando le due realtà: la festività di Ognissanti e Commemorazione dei defunti con Halloween.

Coloro che citano la storia per legittimare Halloween, se sono in buona fede, sanno che era la casta sacerdotale dei Celti a celebrare il passaggio notturno di Samhain (Dio delle tenebre) dalla stagione estiva a quella invernale credendo che le anime dei defunti tornassero in vita per partecipare a riti orgiastici e banchettare insieme ai viventi, mascherati nell’occasione con le pelli degli animali appositamente uccisi per la cerimonia. La porta era lasciata socchiusa per accogliere queste anime e chi si fosse rifiutato di partecipare sarebbe stato maledetto. Ecco il significato originario di “trick or treat” (trucco o divertimento) che all’epoca si espliciterà con la domanda: sacrificio o maledizione?

Sappiamo che, al di là dell’evoluzione commerciale di Halloween, persisterà una subdola complicità con il pensiero magico-esoterico in opposizione alla luminosa festa dei Santi.

Fu un pontefice, Gregorio IV a istituire la solennità del primo Novembre chiamandola “giorno di Ognissanti” (in inglese “All Saints” oppure “All allows day”) al fine di cancellare questi riti pagani e di stregoneria. Il termine Halloween comparirà soltanto nel 1556 (come evidenzia The Oxford English Dictionary). Conosciamo poi il successo commerciale ottenuto negli Stati Uniti e rimbalzato poi in tutto l’Occidente.

Non si presta, invece, sufficiente attenzione ai pericoli per la gioventù. Ai nostri ragazzi non servono oggi questi eventi oscuri. Hanno l’esigenza di ben altro, soprattutto nell’attuale crisi educativa e sociale. Di qui l’appello agli insegnanti di religione e ai catechisti affinché non venga meno l’attenzione pastorale verso un mondo giovanile che ha bisogno di luce, di testimonianze credibili da parte degli adulti, di accompagnamento nella crescita da parte delle agenzie educative, di veri modelli di santità.

Che belle le domande che il Servo di Dio don Oreste Benzi, fondatore della mia comunità Giovanni XXIII, poneva ai ragazzi: “vuoi giocare e divertirti con i demoni e gli spiriti del male o invece scegli di gioire e far festa con i Santi, che sono gli amici simpatici e meraviglioso di Gesù?”. E poi rivolgendosi ai genitori chiedeva: “vogliamo che i nostri figli festeggino il giorno di Ognissanti con i demoni, il mondo di Satana e della morte, oppure con gioia e pace vivendo nella luce?”.

Aldo Buonaiuto, Assistente della Comunità Papa Giovanni XXIII.

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https://www.agensir.it/chiesa/2021/10/31/halloween-ai-nostri-ragazzi-non-servono-eventi-oscuri-ma-la-testimonianza-luminosa-dei-santi/

È il momento di un nuovo Patto sociale: la Cisl indica la strada giusta, altrimenti l’Italia resta al palo.

Occorre uno sforzo di unità. Sono disponibili più di 200 miliardi di Euro da investire, certamente decisivi per un Paese che voglia colmare le distanze dai propri concorrenti internazionali, eppure ognuno s’aggrappa allo sventolìo delle proprie bandierine.

Un vecchio adagio usato nella mia campagna abruzzese dice così : “La processione non cammina e la cera si consuma”. Si fa ricorso a questo detto per mettere in guardia dalla perdita di tempo prezioso che non permette di avanzare nel cammino, e per giunta si sprecano anche risorse importanti. Infatti questa raccomandazione si adatta alla nostra situazione.

Mentre Mario Draghi indica e tira dritto sull’obiettivo principale di compiere il programma di cambiare il paese attraverso la digitalizzazione, la transizione energetica, lo sviluppo dei sistemi trasportistici e logistici, ed il cambiamento sistema scolastico e della pubblica amministrazione, buona parte delle forze politiche e sociali, nella sostanza, conservano ed espongono i loro programmi bandiera, che peraltro in buona parte potranno avere sbocco alla sola condizione del risanamento della nostra malandata economia.

È molto difficile comprendere il senso di quello che sta accadendo: sono disponibili più di 200 miliardi di Euro da investire sui punti chiave affinché il paese risolva tutti i suoi gap rispetto ai propri concorrenti internazionali, eppure ognuno ha le sue bandierine da esibire: chi ha il reddito di cittadinanza, chi quota 100 per le pensioni, chi la legge Zan non mediabile, peraltro bocciata in Parlamento in questi giorni, e chi vuol salvaguardare i no vax con annessi capricci ed assurde richieste. In queste condizioni anche il governante più lungimirante, il più ispirato, il più affidabile, non può che avere difficoltà non potendo contare pienamente neanche sui leader dei partiti della maggioranza. Questi, come si può notare, non si affannano certo sui temi del Piano nazionale e né stimolano i loro aderenti locali ad approfondire ed elaborare soluzioni di adattamento delle esigenze territoriali con le direttrici principali del piano e comunque a predisporre condizioni adatte per rendere scorrevole ogni collaborazione ed approvazione delle procedure.

La ricostruzione e industrializzazione del Paese nel dopoguerra avvennero nella piena collaborazione tra tutti i soggetti sociali e politici accomunati da un’unica aspirazione: creare le condizioni di modernizzazione e di benessere che precedono sempre il rafforzamento della coesione sociale e della Democrazia. Partiti e Sindacati fecero la loro parte aprendo una diffusa discussione in ogni territorio della Nazione, così come nei posti di lavoro, costituendo in facto un Patto Nazionale che prescindesse dalle appartenenze, che fu decisivo per i risultati prodigiosi che si ottennero.

Credo che in questo momento un patto sociale, come chiesto dalla Cisl, per coinvolgere i lavoratori nel disegno di modernizzazione del paese, serva ad accrescere il clima di responsabilità collettiva nel paese, nonché di vigilanza per il buon andamento della spesa. In assenza di coinvolgimento di garanti collettivi e popolari, il Piano potrebbe procedere senza una vera anima ed esposta ad ogni rischio di ritardo, distorsione o fallimento, nel mentre soggetti più irresponsabili avranno più facilità nel continuare ad inseguire i loro obiettivi di parte incapaci di comprendere che la risposta ad ogni loro richiesta risiede non nel continuare ad indebitarci, ma a creare nuova ricchezza approfittando all’utilizzo intensivo della grande somma di 200 miliardi disposti dalla UE proprio per dare una grande chance agli italia.

Nuovi valori e vecchie posizioni. L’ipotesi di un soggetto politico di centro non si scalda al sole della nostalgia.

L’orgoglio per un passato glorioso gioca brutti scherzi. Infatti, rispetto all’analisi concreta della realtà, prevale una pretesa astratta. Ciò non aiuta a fare passi avanti.

Il G 20 che si tiene in questi giorni a Roma è soltanto la punta dell’iceberg di un ragionamento politico da approfondire con oculatezza in vista di nuovi scenari politici, economici e sociali.

Questa premessa appare determinante anche per esternare una piccola riflessione riguardante il mio ultimo articolo “Rifare la Dc è fuori dalla storia, ma ciò non preclude l’impegno per il rilancio di una forza politica di centro” apparso su queste colonne una settimana fa.

Non credevo, infatti, di sollevare un tumultuoso dibattito nazionale sulla mia presa di posizione riguardante l’iniziativa di alcuni amici intenti a riproporre il Partito della Democrazia Cristiana.

Non sono tra quelli che pensano che la storia non si ripeta; ma neanche tra quelli che guardano nostalgicamente ad un passato ormai lontano dalle esigenze di questa società completamente cambiata.

A volte il delirio politico unito all’orgoglio di Partito per un passato glorioso, giocano brutti scherzi e si preferisce sognare rispetto all’analisi concreta della realtà nella quale siamo immersi in questo nuovo millennio.

Tutto ciò per rientrare in quello che sta avvenendo nel nostro Paese in questi giorni: un confronto soprattutto sul clima e sull’economia.

Due facce della stessa medaglia. Due elementi collegati intrinsecamente: il clima è infatti il risultato di scelte economiche sbagliate; di obiettivi diversi da una sana concezione di quello che va sotto il nome di creato.

Ed allora prima di parlare di clima, occorre mettere mano seriamente ed in profondità a questo sistema economico liberista che non ha fatto altro che aggravare il divario tra ceti ricchi (pochi) e ceti popolari.

E su questi temi che può essere sviluppato un confronto ed un dibattito su un nuovo soggetto politico che sappia incarnare o reincarnare i valori del centro. Ma non in chiave nostalgica, ma semmai considerando proprio l’esperienza storica riferita alla prima Democrazia Cristiana murriana e del Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Due esperienze politiche diverse dalla Dc di De Gasperi perché diversi i contesti storici nei quali si trovarono ad operare.

Nel primo Novecento il comunismo era ancora in embrione, il problema era lo Stato liberale e poi l’avvento del fascismo. Murri e Sturzo irrompono sulla scena politica nazionale al fine di legittimare l’impegno politico dei cattolici democratici. Ma entrambe le esperienze sono diverse da quella che sarà poi la Democrazia Cristiana del secondo dopoguerra, soprattutto perché sia la prima Dc, sia il PPI non raccolgono il consenso e le simpatie di quella parte del mondo cattolico conservatore e diffidente verso la democrazia.

Nel secondo dopoguerra, invece, il pericolo comunista e la divisione del mondo in due blocchi hanno buon gioco per far sì che la Dc di De Gasperi raccogliesse anche il consenso del mondo cattolico conservatore. È stato, quest’ultimo, il grande merito dello statista trentino: quello cioè di aver evitato che posizioni cattoliche di destra si schierassero con il neofascismo e con il qualunquismo.

Ecco perché ricostruire oggi la Dc è un’operazione fuori dalla storia, che non avrebbe senso. Ha invece un senso ridare dignità ad un mondo cattolico democratico che rifiuta per cultura e per coscienza l’abbraccio politico con le nuove destre.

XIX Convegno nazionale di Diritto sanitario: “Salute e sanità nella prospettiva europea”.

Il 5 e 6 novembre 2021 si terrà a Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il XIX Convegno nazionale di Diritto sanitario, dedicato al tema “Salute e sanità nella prospettiva europea”. Alleghiamo il programma.

La prima giornata del convegno si concentrerà sui profili tecnici del tema e si rivolge prevalentemente a un pubblico di addetti ai lavori.

Offrirà invece uno sguardo più ampio la mattina di sabato 6 novembre. La tavola rotonda sarà aperta dagli interventi di introduttivi di Franco Anelli, rettore dell’Università Cattolica, Roberto Speranza, ministro della Salute, Mario Monti, presidente della Commissione paneuropea per la salute e lo sviluppo sostenibile, Sandra Gallina, direttrice generale della DG Salute della Commissione europea.

Sulle prospettive post-pandemiche e sul futuro della cooperazione europea in materia sanitaria si confronteranno autorevoli relatori, tra i quali il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro. 

La mattina si concluderà con un dialogo tra Renato Balduzzi, direttore scientifico del convegno, e Paolo Perulli, sociologo dello sviluppo, autore di Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo. Condurrà il confronto il giornalista Alberto Bobbio.

Chi fosse interessato a prendere parte alla mattinata, può farlo previa iscrizione all’indirizzo

redazione@cortisupremeesalute.it.

Gente di spirito. La sfida di Halloween (L’Osservatore Romano).

Pubblichiamo per gentile concessione il testo integrale dell’articolo – una critica ragionata che stimola l’autocritica dei cristiani attorno al fenomeno della festa di Halloween – apparso nell’edizione del 30 ottobre del giornale ufficioso della Santa Sede.

Ci siamo. Nelle sacrestie, nei corridoi parrocchiali e sui “catto-social” tutto è pronto per una delle sfide più attese dell’anno: Halloween. Non ho alcun ricordo dell’infanzia legato ad Halloween: non se ne parlava, ed era questa strana cosa che vedevi nei film americani. Lo confesso: quando ero adolescente all’oratorio del paese abbiamo fatto una cosa che più o meno poteva ricordare Halloween. Ma non credo fossimo gli unici: negli anni Novanta, in modo abbastanza ingenuo e senza grosso impegno ideologico, non era raro che si organizzasse un gioco in oratorio a tema “horror”, e a seguire riflessione del “don” sui santi e i defunti. La cosa si è diffusa e si è iniziato a fare qualche pensiero, prendendo atto che effettivamente i legami tra ciò che si festeggia nella solennità di Ognissanti e ad Halloween sono praticamente pari a zero.

Gli argomenti sull’inopportunità di festeggiare Halloween per i cristiani sono molti: dai più culturali (non sarebbe una festa legata alle radici della nostra cristianissima civiltà) ai più teologici (ci sarebbe una visione della morte non compatibile con quella cristiana), fino a quelli esorcistici (meglio non scherzare con fantasmi, streghe e demoni). Eppure è sorprendente come, in pochi anni, questa festa proveniente da oltreoceano abbia riscosso successo. Ma mi domando: i bambinetti che verranno a suonare al campanello vestiti da streghette o mostriciattoli, accompagnati da genitori che indossano un imbarazzante cappello da stregoni e che non vedono l’ora di tornare a casa, davvero stanno celebrando il tramonto della cristianità, l’occulto e lo spiritismo?

Il sociologo Renaud Zeebroek sostiene che il ruolo degli elementi occulti che sarebbero evocati nella festa di Halloween «appare simile a quello dello schermo che maschera l’illusionista per i pochi secondi necessari al suo cambio di personaggio»: in realtà si tratterebbe solo di un pretesto per fare festa, per consentire ai bambini di fare qualcosa di aggregante e originale e ai ventenni di passare una notte in cui concedersi qualche eccesso.

Insomma, diciamoci la verità: il problema ufficiale (e reale, ci mancherebbe!) è che Halloween presenta elementi dottrinali dubbi e problematici. Ma il problema più grande è un altro: questa squadra di festaioli ci sta dicendo che trova molto più interessante vestirsi da mostriciattoli che celebrare tutti i santi e commemorare i defunti. Qui la questione si fa seria. Pastoralmente e teologicamente. Fino a quando avevamo il monopolio dell’intrattenimento giovanile nei paesi, facevamo le mega-pizzate, i super-fantasmagorici giochi, le iper-gite come esche e poi cinque minuti di preghiera finale, sperando che restasse qualcosa; e comunque sapevi che il giorno dopo (un po’ per convinzione e un po’ per inerzia) sarebbero venuti in chiesa. Questi ci hanno presi in parola, solo che hanno trovato posti che non gli chiedono nemmeno di sopportare i cinque minuti finali di preghiera, e se fanno la “serata discoteca” non hanno il mixer pre-diluviano dell’oratorio con l’impianto luci fatto dal “Peppino” (sacrista, idraulico, elettricista, barista e addetto alla grigliata parrocchiale, perché in tutte le parrocchie c’è un “Peppino”), ma tecnologie all’avanguardia e professionisti dell’intrattenimento.

Ok, siamo tutti d’accordo: Halloween è incompatibile con il cristianesimo. Se vogliamo ripetercelo va bene, e se ci fa sentire paladini della fede ribadirlo su internet va benissimo, non c’è nulla di male. Ma dovremmo affrontare poi il problema: quali alternative a una pastorale giovanile “in due tempi”, ossia aggregazione mediante proposte di intrattenimento e a seguire piccole pillole di preghiera o di pensiero cristiano? Perché, se fosse così, la sfida l’abbiamo già persa in partenza. E come fare a mostrare un volto non noioso e celebrabile di santità da parte di un bambino, di un adolescente e di un giovane?

Barometro Cisl: stiamo uscendo dalla crisi, ma non abbiamo ancora recuperato rispetto al 2019.

Pubblichiamo la pagina iniziale della nota (0ttobre 2021) messa a punto in questi giorni dal “Barometro Cisl del benessere/disagio delle famiglie”.

 

Redazione

 

Nel corso della prima parte del 2021 i dati del barometro Cisl hanno mostrato una relativa tenuta dell’indice sintetico del benessere delle famiglie italiane. L’indice di benessere negli ultimi trimestri ha continuato nella fase di recupero (appena sopra 90, fatto 100 il 2007) dopo il crollo (83,5) avvenuto nel corso del 2020. Tutt’ora resta un gap ampio da recuperare per tornare sui livelli pre-crisi, anche se la fase di ripresa in corso lascia sperare in ulteriori progressi nel corso dei prossimi trimestri.

 

Le politiche economiche e sociali hanno protetto le famiglie dagli impatti della pandemia.

 

Si tratta di un risultato certamente non esaltante in termini assoluti, considerando che nel 2021 le condizioni socio-economiche delle famiglie italiane risulterebbero ancora nettamente peggiori non solo nel confronto con il 2019, ma anche con il 2007, anno che precede l’inizio della grande crisi finanziaria. D’altra parte, l’economia italiana è stata attraversata in un quindicennio da ben tre recessioni di entità eccezionale, che fanno di quella in corso una delle esperienze peggiori in assoluto dal punto di vista economico e sociale, tanto in una prospettiva storica, quanto nel confronto internazionale.

Tuttavia, la parziale tenuta dell’indice di benessere negli ultimi mesi rappresenta certamente una nota positiva, alla luce delle difficoltà che hanno colpito larghi strati del tessuto produttivo del Paese, a seguito della pandemia e delle misure di distanziamento sociale che è stato necessario adottare.

 

Tale comportamento è da ricondurre non tanto a una minore gravità della crisi attuale; la differenza l’hanno fatta in buona misura le politiche economiche e sociali, che sono intervenute con misure straordinarie, cercando di compensare le perdite di reddito subite dai lavoratori e dalle imprese. L’entità delle risorse mobilitate attraverso le politiche fiscali e monetarie è stata difatti di gran lunga più rilevante in questa occasione.

 

Questa impostazione è comune alle maggiori economie avanzate. Essa rivela una profonda discontinuità rispetto alle politiche, basate su interventi molto meno radicali, che erano state adottate nel corso delle crisi precedenti, i cui effetti sul contesto socio-economico hanno poi avuto serie ripercussione anche sul quadro politico internazionale degli scorsi anni.

 

Per leggere il documento

Si torna verso la compatibilità dell’assegno di invalidità con un’attività lavorativa.

 

E’ notizia di due giorni fa e si confida davvero che non si tratti di una fake.

 

Francesco Provinciali

 

Dopo le proteste delle Associazioni degli Invalidi, a cominciare dall’ANMIC, a cui abbiamo dato spazio e voce e di cui ci siamo fatti carico assumendoci la responsabilità di stigmatizzare un’ingiustizia e di elevare una protesta, pare che sia venuto il momento di un provvedimento riparatore.

 

Sulla base di una sentenza della Cassazione, l’INPS con nota n.° 3495 del 14 ottobre u.s. aveva stabilito e comunicato che l’assegno di invalidità (ordinariamente quantificato in 287,09 euro mensili) era incompatibile con l’espletamento di una pur minima attività lavorativa. Di converso quest’ultima avrebbe impedito l’accesso all’assegno di invalidità come sopra quantificato.

 

Una situazione esistenziale che sarebbe andata oltre i margini di una precarietà tollerabile, valicando i confini stessi della mera sopravvivenza. Di fronte a questo dato oggettivo, che si commentava da solo, il Governo è corso al riparo, riconoscendo valide le argomentazioni sollevate con grande vigore e indignazione popolare dalle Associazioni e dalla stampa.

 

Pare dunque che ora il Governo abbia preso atto di una situazione oggettivamente insostenibile – “vivere con 287,09 euro al mese” – che determinava una ingiustizia palese in danno degli invalidi. La constatazione che con 287, 09 euro mensili non si campa neppure a pane e acqua – figuriamoci se aggiungiamo il pagamento di affitti, bollette, spese sanitarie, di vestiario ecc.- ha indotto il Ministro Orlando a proporre un emendamento al decreto fiscale in sede di conversione, riconoscendo che alle persone con disabilità venga riconosciuta la compatibilità dell’assegno di invalidità con lo svolgimento di una attività lavorativa che integri le esigenze vitali di sussistenza, ciò nel quadro di una contemperanza tra percentuale di invalidità riconosciuta e limiti di reddito complessivo.

 

Attendiamo con ansia la pubblicazione della legge di conversione del Decreto fiscale, contenente “l’emendamento Orlando” e che siano indicati con chiarezza i parametri entro cui assegno di invalidità e svolgimento di una compatibile attività lavorativa, possano coesistere.

 

La logica dell’inclusione sociale, della dignità e del rispetto verso le persone portatrici di disabilità non avrebbe ammesso una norma punitiva oltre i limiti dell’umano buon senso. Continueremo ad interessarci dei deboli, dei fragili, degli invalidi e dei disabili, come problema sociale prioritario e nei vari contesti di vita: il lavoro, la sanità, la scuola. Il tema della giustizia sociale è centrale per una società che voglia dirsi ed essere autenticamente inclusiva e democratica.

La piazza invisibile. Storia delle comunità dimenticate, dei rifiuti sociali prodotti dalla città progressista (Treccani).

 

Riportiamo un breve stralcio, con la possibilità di accedere con il link a fondo pagina alla lettura del testo integrale, dell’articolo pubblicato sul “Tascabile”, pubblicazione online della Treccani.

 

Juan Lóper Cano

 

Dal 1857, ogni anno in Messico ha luogo la costruzione della Petatera. L’edificio, di 60 metri di raggio e di fabbricazione artigianale, ospita un’arena dei tori per circa 5.000 spettatori, che si riuniscono per tutto il mese di febbraio a Villa de Álvarez, nello stato di Colima, per la festa di San Felipe de Jesús, una ricorrenza mista pagano-religiosa.

 

Nelle sei settimane precedenti, trenta abitanti della città danno forma a uno spazio per eventi composto di 70 gradinate di 2,5 m di larghezza per 3,5m di profondità costruite con tronchi di legno locale, poggiate su chiodi e legate con corda di itxle, una fibra vegetale che proviene prevalentemente dalla pianta d’agave. Il rivestimento è costituito da grandi teli di foglie intrecciate di petate, la palma che dà il nome allo spazio. La Petatera, un’ingegnosa opera frutto di un’unione collettiva – e per di più temporanea – è ai nostri giorni il migliore simbolo della tradizione costruttiva informale e la consapevolezza del suo valore fa parte del patrimonio immateriale nazionale messicano.

 

Se voltiamo lo sguardo all’indietro, troviamo un analogo successo della tradizione informale quando si è affrontata la vicenda piazza Jemaa el Fna di Marrakech. Uno spazio caratterizzato dall’assenza di pianificazione, di funzioni e di elementi costruttivi, ma che consente invece l’accadere di situazioni, che rinforza l’idea del racconto di storie, la possibilità di immaginare quello che non c’è. Entrambi gli spazi offrono l’opportunità di elaborare una riflessione più ampia sui progetti che vedono nell’immaterialità, nel non pensato o nel non appartenente una loro ragione d’essere, e che anzi hanno trovato in questi “difetti” il loro successo.

“Ahora bien, ¿Qué se requiere para que un sitio se convierta en necesario para la comunidad de una localidad? Para ello es menester que los constructores entiendan y respondan a plenitud a lo que la sociedad necesita.” La domanda e la risposta data da Luis Alberto Mendoza Pérez, architetto e ricercatore dell’Università di Colima sono molto chiare: è compito dei professionisti della costruzione rispondere ai bisogni delle società per cui operano.

 

Ma come dimostra la letteratura socio-antropologica urbana contemporanea, questa vicenda non sembra di essere regolare. Si potrebbe scrivere una storia completa, dalla metà dello scorso secolo, su quelle comunità dimenticate nell’atto – o negli atti – di fare città. A queste comunità, che in seguito verranno definite “rifiuti sociali” va dedicata l’indagine sull’attuale produzione spaziale elaborata in questo saggio. Il tutto con l’intento di prefigurare un percorso di produzione e pratica dello spazio collettivo che miri ad essere inclusivo, a varcare quei confini che definiscono il dentro e il fuori, a superare separazioni razziali, di genere o spirituali; una “passeggiata’’ sulle soglie della differenza che nutra il mestiere della produzione spaziale di esperienze e fallimenti e che, come si è appena detto sopra, tenda a includere il più possibile i quesiti posti da quella collettività per cui i progetti vengono ideati.

 

 

 

 

 

Chi è Juan López Cano.

Storico dell’arte e architetto. Dal 2010 è parte dello studio Orizzontale. Ha collaborato con One-Works Milano e lavorato per Medici Senza Frontiere. All’attività professionale coniuga quella universitaria ed editoriale, come redattore della rivista “Vuoto”. La sua prima monografia, “Urbanità Spontanee”, è stata pubblicata con LIBRIA nel 2020.

 

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https://www.iltascabile.com/linguaggi/la-piazza-invisibile/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Riportiamo un breve stralcio, con la possibilità di accedere con il link a fondo pagina alla lettura del testo integrale, dell’articolo pubblicato sul “Tascabile”, pubblicazione online della Treccani.

 

Juan Lóper Cano

 

Dal 1857, ogni anno in Messico ha luogo la costruzione della Petatera. L’edificio, di 60 metri di raggio e di fabbricazione artigianale, ospita un’arena dei tori per circa 5.000 spettatori, che si riuniscono per tutto il mese di febbraio a Villa de Álvarez, nello stato di Colima, per la festa di San Felipe de Jesús, una ricorrenza mista pagano-religiosa.

 

Nelle sei settimane precedenti, trenta abitanti della città danno forma a uno spazio per eventi composto di 70 gradinate di 2,5 m di larghezza per 3,5m di profondità costruite con tronchi di legno locale, poggiate su chiodi e legate con corda di itxle, una fibra vegetale che proviene prevalentemente dalla pianta d’agave. Il rivestimento è costituito da grandi teli di foglie intrecciate di petate, la palma che dà il nome allo spazio. La Petatera, un’ingegnosa opera frutto di un’unione collettiva – e per di più temporanea – è ai nostri giorni il migliore simbolo della tradizione costruttiva informale e la consapevolezza del suo valore fa parte del patrimonio immateriale nazionale messicano.

 

Se voltiamo lo sguardo all’indietro, troviamo un analogo successo della tradizione informale quando si è affrontata la vicenda piazza Jemaa el Fna di Marrakech. Uno spazio caratterizzato dall’assenza di pianificazione, di funzioni e di elementi costruttivi, ma che consente invece l’accadere di situazioni, che rinforza l’idea del racconto di storie, la possibilità di immaginare quello che non c’è. Entrambi gli spazi offrono l’opportunità di elaborare una riflessione più ampia sui progetti che vedono nell’immaterialità, nel non pensato o nel non appartenente una loro ragione d’essere, e che anzi hanno trovato in questi “difetti” il loro successo.

“Ahora bien, ¿Qué se requiere para que un sitio se convierta en necesario para la comunidad de una localidad? Para ello es menester que los constructores entiendan y respondan a plenitud a lo que la sociedad necesita.” La domanda e la risposta data da Luis Alberto Mendoza Pérez, architetto e ricercatore dell’Università di Colima sono molto chiare: è compito dei professionisti della costruzione rispondere ai bisogni delle società per cui operano.

 

Ma come dimostra la letteratura socio-antropologica urbana contemporanea, questa vicenda non sembra di essere regolare. Si potrebbe scrivere una storia completa, dalla metà dello scorso secolo, su quelle comunità dimenticate nell’atto – o negli atti – di fare città. A queste comunità, che in seguito verranno definite “rifiuti sociali” va dedicata l’indagine sull’attuale produzione spaziale elaborata in questo saggio. Il tutto con l’intento di prefigurare un percorso di produzione e pratica dello spazio collettivo che miri ad essere inclusivo, a varcare quei confini che definiscono il dentro e il fuori, a superare separazioni razziali, di genere o spirituali; una “passeggiata’’ sulle soglie della differenza che nutra il mestiere della produzione spaziale di esperienze e fallimenti e che, come si è appena detto sopra, tenda a includere il più possibile i quesiti posti da quella collettività per cui i progetti vengono ideati.

 

 

 

 

 

Chi è Juan López Cano.

Storico dell’arte e architetto. Dal 2010 è parte dello studio Orizzontale. Ha collaborato con One-Works Milano e lavorato per Medici Senza Frontiere. All’attività professionale coniuga quella universitaria ed editoriale, come redattore della rivista “Vuoto”. La sua prima monografia, “Urbanità Spontanee”, è stata pubblicata con LIBRIA nel 2020.

 

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Sudan: genesi del colpo di stato. Approfondimento dell’ISPI.

 

I militari rilasciano il premier Hamdok. Stati Uniti e Unione Europea rafforzano le pressioni su Khartoum, ma sul golpe pesano rivalità e antagonismi regionali. la nota dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

 

Antonella Napoli

 

Quando le Rapid support forces hanno fatto irruzione nel palazzo presidenziale a Khartoum all’alba del 25 ottobre, il primo ministro del Sudan Abdalla Hamdok non era sorpreso, ma pronto e risoluto a non cedere. Sapeva che il suo rifiuto a rassegnare le dimissioni avrebbe avuto delle conseguenze.

 

E così è stato.

 

In poche ore, dopo una notte di arresti che hanno coinvolto altri sei ministri e rappresentanti di istituzioni vicini al premier, si è compiuto il colpo di stato ‘annunciato’.

Intervenendo dalla televisione di stato, occupata dalle milizie, il generale Abdel Fattah Al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano, ha decretato lo scioglimento del governo civile e dell’organo politico e decisionale della transizione da lui guidato, composto sia da militari che da esponenti della società civile.

 

Il golpe non ha sorpreso neanche gli attori internazionali coinvolti nel processo di democratizzazione del paese, in primis gli Stati Uniti che avevano tentato di scongiurare la rottura.

 

Le tensioni crescenti avevano spinto l’amministrazione Biden a inviare in Sudan il rappresentante speciale per il Corno d’Africa Jeffrey Feltman. Nonostante i colloqui con il primo ministro Hamdok e il generale al-Burhan, ai quali aveva ribadito l’importanza dell’inderogabile impegno a portare a compimento la transizione pacifica in Sudan per continuare a godere del sostegno economico e della vicinanza degli Usa, la spaccatura tra le parti è stata inevitabile. Come la reazione Usa che ha sospeso i finanziamenti al paese.

 

I segnali di insofferenza dei generali verso il governo di Hamdok erano evidenti.

 

Nel 2020 il premier aveva subito un attentato, il mese scorso un tentativo di golpe di presunti ‘lealisti’ dell’ex presidente Omar Hassan al Bashir era stato sventato dall’esercito. Infine, due settimane fa, il fronte delle “Forze della libertà e del cambiamento”, coalizione dei promotori delle rivolte che avevano portato alla caduta di Bashir, si era diviso sull’appoggio all’esecutivo.

 

Ed è stata proprio la mancata coesione nell’ala civile che ha permesso al generale Burhan di affermare l’impossibilità del governo di andare avanti.

 

È arrivata così la richiesta delle dimissioni di Hamdok, il quale si era rifiutato di lasciare l’incarico.

 

Ma cosa c’è, davvero, dietro le tensioni e il colpo di stato?

I vertici militari del Consiglio sovrano affermano che le riforme in Sudan procedevano troppo a rilento e che l’impasse creata dalla spaccatura nella controparte civile impediva di proseguire la transizione e hanno chiesto la sostituzione del governo.

 

Ma, a fronte dell’approssimarsi del cambio alla guida del processo di transizione, che secondo l’accordo costituzionale del 2019 confermato nel 2020 con un’intesa a Juba, doveva avvenire a metà novembre, il golpe assume chiaramente i contorni di una presa di potere per non cederlo ai civili.

 

Un peso non indifferente in questo colpo di stato lo hanno avuto le pulsioni islamiste che restano forti nell’apparato istituzionale sudanese. Più di ogni altro elemento, a giocare un ruolo fondamentale è stata però la pressione economica.

 

Il Sudan stava provando a rilanciarsi economicamente in seguito alla fine delle sanzioni statunitensi e all’avvio di una serie di aiuti e finanziamenti internazionali.

Un tentativo di ripresa che ha dovuto fare i conti con gli effetti della pandemia e con una situazione molto difficile condita da un’inflazione galoppante e un disagio sociale crescente.

 

Il settore bancario sudanese è riuscito a risollevarsi prima del collasso ma l’emergenza sanitaria ha frenato il rilancio economico.

 

Durante la prima fase dei tre anni e mezzo previsti di transizione è stata avviata una profonda riforma delle istituzioni statali, con il contrasto alla corruzione e la costruzione di uno stato trasparente ed equo, sviluppando relazioni esterne distese, con un approccio moderato e “occidentalizzato” e un’equa rappresentanza delle donne nelle istituzioni.

 

Novità mal digerite dal fronte più “conservatore”, esponenti del vecchio regime annidati nel sistema sudanese.

 

Secondo il primo ministro Abdallah Hamdok lo sventato golpe di settembre era animato proprio da ‘lealisti’ del precedente governo, dichiaratamente ‘Repubblica islamica’, molti dei quali con ruoli nelle forze armate, nei servizi di sicurezza e in altre istituzioni governative.

 

Nelle ultime settimane sono scesi in piazza centinaia di manifestanti pro-esercito portati appositamente nella capitale Khartoum dalle realtà rurali dove ancora perdura una visione islamista.

 

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Sudan: genesi del colpo di stato

La complessità esige equilibrio. C’è una lezione che va oltre la questione dell’omofobia. Riguarda anche il governo delle città.

 

Brutto epilogo di una vicenda che avrebbe consigliato più rispetto di tutti e tra tutti. Ora, vista la scarsissima affluenza delle recenti amministrative, c’è da sperare che lo spettacolo a cui abbiamo assistito non provochi un aumento ulteriore della distanza dell’opinione pubblica dalla politica nazionale.

 

Nicola Caprioli

 

Ora che la vicenda del Ddl Zan è arrivata al suo triste epilogo parlamentare, ora che vanno progressivamente a ricomporsi i toni da “crisi di nervi” da un lato e da “cori da stadio” dall’altro, è compito di coloro che continuano a credere nella Politica come alto servizio al bene comune analizzare con onestà e realismo l’accaduto.

 

Ebbene abbiamo assistito, trasmessa per di più a favore di telecamere dalla nostra camera alta, alla (in)degna conclusione di una vicenda caratterizzata fin dal suo esordio parlamentare da un’esasperazione ideologica, perpetrata da ambo le parti, che ha finito inevitabilmente per stritolare in modo brutale aspettative di minoranze che avrebbero sicuramente meritato maggiore rispetto.

 

Aspettative che avrebbero meritato, in particolare, un percorso di discussioni ponderate nel merito e nei contenuti e soprattutto, trattandosi di diritti civili, un consolidamento normativo fondato sulla più ampia e sostanziale condivisione possibile tra le forze politiche e basato su quell’imprescindibile fondamento della seria pratica politica che è l’arte della mediazione.

 

Quella stessa mediazione tanto vituperata da quelli che sono incapaci di percepire o accettare la complessità delle dinamiche sociali e civili di oggi o che, ancora peggio, ne sono ben consapevoli ma scelgono di blandire facilmente la pancia del proprio target elettorale. Quella stessa mediazione che potrebbe invece, se praticata con competenza e onesta attenzione verso tutti gli interessi in gioco, essere lo strumento d’elezione per arrivare alla migliore e più adeguata regolamentazione delle complesse realtà sociali e civili odierne.

 

Dopo la scarsissima affluenza delle recenti amministrative c’è da sperare che lo spettacolo a cui abbiamo assistito non provochi un aumento ulteriore della distanza dell’opinione pubblica dalla politica nazionale. Altrettanto incrollabile ottimismo serve probabilmente per augurarsi che quanto accaduto possa essere in questo senso un efficace monito per le forze politiche responsabili di questa triste pagina istituzionale.

 

A tale riguardo giova inoltre ricordare che anche nell’ambito di governo delle amministrazioni locali una mancanza di equilibrio può mettere il piombo sulle ali di un centrosinistra pur vincitore in modo netto dell’ultima tornata elettorale. D’altra parte, però, a tale rischio corrisponde la grande opportunità di riscatto, proprio a partire da tali sfere amministrative percepite vicine dai cittadini, applicando la cultura della mediazione nelle modalità di gestione di ogni “complessità locale” e garantendo la giusta rappresentanza ad ogni realtà e istanza presente sul territorio, lasciando ad altri gli approcci e le forzature di natura ideologica.

Ddl Zan, tramonta la “cultura della mediazione”.

 

Al di là delle dichiarazioni propagandistiche e goliardiche di alcuni partiti, resta sul tappeto l’assenza di una legge che poteva essere una ghiotta opportunità per ripristinare una vera politica dei diritti. Di tutti. Superando pregiudiziali ideologiche e le ridicole aggressioni verbali gli uni contro gli altri.

 

Giorgio Merlo

 

La vicenda finale del ddl Zan è la plateale conferma che nel sistema politico italiano la cosiddetta “cultura della mediazione” o della “politica del confronto”, per citare una terminologia squisitamente democratico cristiana, si sono per il momento inabissati. E questo fa giustizia anche di tutte le corbellerie e gli sproloqui che comunemente si sciupano quando si parla della Democrazia Cristiana, delle sue scelte programmatiche e, soprattutto, del suo “metodo” politico. Perchè di questo si tratta. Un tempo le teste pensanti della DC – anche se non sono mai mancati da quelle parti gli integralisti e i clericali – denunciavano apertamente gli atteggiamenti che si richiamavano ad un contrasto irriducibile tra i “guelfi” e i ghibellini”. Altri tempi ma anche altri leader politici e altri statisti. E questo perchè proprio la mediazione e la ricerca di una sintesi erano il faro che illuminava l’azione politica di quel grande partito popolare, interclassista, riformista e soprattutto con una spiccata cultura di governo. E quando furono fatti errori clamorosi – come quello sul referendum del divorzio – fu l’intera Dc a pagarla pesantemente. In termini politici, culturali e anche elettorali.

 

Certo, nei tempi dominati dal populismo grillino, dalla demagogia salviniana, dall’antipolitica e dal massimalismo della sinistra è quasi inevitabile che tutto diventi scontro frontale e battaglia sino all’ultimo istante. E questo perchè il tema di fondo non è quasi mai il merito concreto della questione in discussione ma la volontà di delegittimare prima moralmente e poi politicamente l’avversario. Che poi è sempre e solo il nemico da annientare. Altrochè la “cultura della mediazione” e la “strategia del confronto” di morotea memoria che sono stati la cifra distintiva della lunga esperienza politica, culturale e di governo della Democrazia Cristiana. E questo è un altro elemento di richiede ed invoca la presenza di un partito/movimento/soggetto di centro che sappia recuperare ed inverare, oggi, nella concreta dialettica politica quelle costanti che, da sempre, caratterizzano una politica democratica e costituzionale. E la lunga vicenda del dibattito e poi del voto finale sul ddl Zan non sono che l’epilogo inevitabile di questa sciagurata gestione politica. Quello che dispiace, al di là delle dichiarazioni propagandistiche e goliardiche di alcuni partiti, è che resta sul tappeto l’assenza di una legge che poteva essere una ghiotta opportunità per ripristinare una vera politica dei diritti. Di tutti. Superando pregiudiziali ideologiche e le ridicole aggressioni verbali gli uni contro gli altri.

 

E questo è il punto vero della crisi della politica contemporanea. Perchè sin quando il populismo, il massimalismo e la demagogia sono i punti di riferimento dell’azione politica di molti partiti, è del tutto inevitabile che non si raggiungeranno mai risultati politici di spessore e di qualità. O meglio, saranno sempre e solo scelte che vengono individuate e vissute come una sorta di clava per colpire l’avversario/nemico. Che, come ovvio, va annientato e liquidato anche a livello morale. Prima ancora che politico. Si tratta, quindi, di cercare di invertire profondamente la rotta. Non è più tollerabile una politica e una prassi che hanno come unico se non esclusivo obiettivo politico quello di distruggere l’avversario. Perchè se questo atteggiamento dovesse proseguire, non potremmo che arrivare alla conclusione che la politica è solo scontro. Religioso – finto ed ipocrita ovviamente -, politico, culturale, programmatico se non addirittura di civiltà. Avevamo appena archiviato la solita e scontata polemica sul fascismo e sull’antifascismo – che, di norma, scoppia sempre nell’ultima settimana di campagna elettorale per poi scomparire, altrettanto puntualmente, all’indomani di ciò che dicono concretamente le urne – che si ripropone l’ormai fisiologica polemica frontale e senza esclusione di colpi.

 

Ecco perchè, forse, è arrivato il momento per riproporre uno “stile” e un “metodo” politico che hanno fatto grande il nostro paese nel passato e che lo riporta, invece, nel tunnel della crisi ogniqualvolta la politica entra in crisi o sprofonda in un campo fatto di aggressioni verbali, di delegittimazioni morali e politiche e di attacchi personali e sfrontati. Perchè senza la “cultura della mediazione” e del metodo del “confronto” continuo e permanente la politica continuerà ad essere dominata dal populismo, dal massimalismo e dalla demagogia. Verrebbe da dire, adesso anche basta.

Dopo le provocazioni della Polonia. Quale rischio corre la UE?

 

I nuovi membri hanno interpretato la UE come una elargitrice di contribuzioni economiche, quasi un corrispettivo dovuto a popolazioni che avevano dovuto patire decenni di economia pianificata, e di conseguenti ristrettezze economiche. Molto meno hanno riflettuto sui doveri conseguenti nel campo delle libertà e dei diritti.

 

Enrico Farinone

 

Le continue provocazioni che Polonia e Ungheria (e sebbene in modo meno plateale quelle degli altri due membri del c.d. Gruppo di Visegrad, ovvero Slovacchia e Cechia) stanno ponendo in essere nei confronti dell’UE non potranno durare all’infinito. L’Unione dovrà agire con severità, se esse dovessero proseguire. Un’anticipazione di quanto potrebbe accadere la si è avuta con il duro scontro fra la Presidente Von der Leyen e il premier polacco Morawiecki nell’aula del Parlamento di Strasburgo. Al successivo Consiglio Europeo i toni sono stati meno aspri, e auspice una mediazione della cancelliera Merkel si è raggiunto un compromesso dilatorio che però non muta i termini della questione. Che è di massima grandezza, oserei dire esistenziale per la stessa UE. E in ogni caso la tensione è ieri risalita al massimo livello dopo la multa inferta a Varsavia (1 milione di euro al giorno) dalla Corte di Giustizia europea.

Non entro qui nello specifico, sia riguardo alla rivendicazione della Corte Costituzionale polacca circa la supremazia del diritto nazionale su quello europeo, sia riguardo alla richiesta di finanziamento comunitario per la costruzione di muri alle frontiere esterne per bloccare l’accesso di profughi. Dico in termini generali: qui si tocca uno dei pilastri sui quali si regge l’Unione. Nel 1993 vennero sottoscritti i “Criteri di Copenaghen”, utili per chiarire con precisione ai Paesi già appartenenti al Patto di Varsavia che alcuni principi non garantiti affatto nei regimi comunisti erano al contrario basilari nell’occidente liberaldemocratico: stato di diritto, separazione dei poteri, istituzioni garanti dell’ordinamento democratico, riconoscimento pieno dei diritti inalienabili della persona umana, rispetto e tutela delle minoranze.

Affermazioni ovvie ad ovest e incarnate nelle dichiarazioni fondative delle principali famiglie politiche, quella popolare e quella socialdemocratica, e pure di quelle minori liberali, ambientaliste, socialiste radicali. Non così purtroppo ad est, per via di un percorso storico differente che però forse si immaginava non avrebbe lasciato sedimenti per un tempo così lungo. Dal 1993, passando per i Trattati di Nizza (che comunque segnarono un grave arretramento sul piano dell’intesa sui valori di fondo, influenzati come furono da una banale disputa aritmetica sul “peso” dei diversi Stati membri) al 2004, anno nel quale venne sancita l’adesione di ben dieci Paesi, ai quali se ne aggiunsero successivamente altri tre, evidentemente non si è riusciti, o non ci si è impegnati in modo adeguato, a favorire la introiezione di questi principi: i nuovi membri hanno interpretato la UE come una elargitrice di contribuzioni economiche, quasi un corrispettivo dovuto a popolazioni che avevano dovuto patire decenni di economia pianificata, e di conseguenti ristrettezze economiche. Molto meno hanno riflettuto sui doveri conseguenti nel campo delle libertà e dei diritti.

La crisi economico-finanziaria ha poi generato un senso di sfiducia, certamente accentuato dalla lunga e discutibile gestione della crisi greca che ha rafforzato un mai del tutto abbandonato nazionalismo tipico dei popoli slavi ma poi debordato altrove, innaffiato con abbondanti dosi di facile populismo che senza difficoltà ha indicato nella UE la principale causa della decrescita iniziata nel 2007/2008.

E quindi – anche se può apparire poco elegante il dirlo – in Europa si sono fronteggiate, e si fronteggiano tuttora, due diverse idee: quella imperniata su democrazia e diritti/doveri, oltre che sul libero mercato e quella essenzialmente utilitarista dei Paesi dell’ex impero sovietico. E’ come se ci fosse ancora una sorta di Cortina di Ferro. Lo dico forzando i toni, naturalmente. Ma non è un caso, ad esempio, se la più forte opposizione a qualsiasi ipotesi di maggior unità (da ultimo, sulla Difesa comune) arrivi sempre da est. Ma mentre nel caso della Difesa si può comprendere la ritrosia di paesi come i baltici (che erano parte dell’URSS) o come gli altri appartenenti al fu Patto di Varsavia a perdere la protezione americana nei confronti dell’assertiva Russia putiniana in favore di una ancora troppo incerta Difesa comune, non è al contrario possibile accettare la pretesa di superiorità della legislazione nazionale su quella comunitaria senza con questo seppellire l’UE medesima.

Il punto è di quelli dirimenti. Insuperabile, però, sino a quando anche un solo Paese, col diritto di veto garantito della regola dell’unanimità, potrà bloccare qualsiasi evoluzione dell’Unione in senso maggiormente federale. Una regola che deve essere superata, ma che non si sa come superare. E la UE rischia di incartarsi.

Biden, Francesco e quell’incontro nel segno di Kennedy. Il punto su “formiche.net”.

 

Oggi l’incontro tra papa Francesco e Joe Biden. Un faccia a faccia che arriva in un momento difficile per la Chiesa cattolica di fronte a cui il presidente Usa cerca un riscatto. Ma l’ostruzione della gerarchia (e non solo) rischia di vanificare la mediazione del pontefice. Tornano attuali le idee del gesuita Murray, di cui Morcelliana ha ripubblicato il libro-chiave, presentato al Centro Studi Americani.

 

Francesco Bechis

 

Il presidente americano, a Roma per partecipare al G20 guidato dall’Italia di Mario Draghi, non naviga in acque tranquille. Atterra nella capitale affannato dalle riforme per la ripresa che continuano a trovare al Congresso il freno dei repubblicani, nonché di una schiera del suo stesso partito.

La posta in gioco è alta, le aspettative anche. Questo venerdì, in Vaticano, si incontreranno i due cattolici più famosi al mondo. Papa Francesco riceverà in udienza Joe Biden insieme alla First Lady Jill. Un incontro che arriva in una fase delicata, per entrambi.

 

L’incontro con Francesco ha una tripla valenza. Personale: Biden è un cattolico praticante, il secondo presidente della storia dopo John Kennedy. Diplomatica: le tensioni emerse anche con irruenza fra Stati Uniti e Santa Sede durante la presidenza Trump, dal criticato accordo sui vescovi con la Cina di Xi Jinping alle frizioni sulla libertà religiosa, sono ancora tutte lì. Politica: Biden ha bisogno di riconquistare la fiducia di un elettorato cattolico che, da quando ha messo piede nello Studio Ovale, si è allontanato sempre più.

 

All’intersezione fra queste tre dimensioni si colloca la visita da un papa che nei suoi otto anni di pontificato ha riorientato non di poco la bussola internazionale della Santa Sede. Viene quasi naturale il paragone con Kennedy, che sessant’anni fa lanciava la prima corsa alla Casa Bianca di un candidato cattolico dopo l’esperienza infelilce di Al Smith. Eppure il contesto è cambiato, se non invertito. Allora Kennedy doveva dimostrare all’opinione pubblica americana, impregnata della cultura protestante, che un presidente cattolico sarebbe stato in grado di onorare la Costituzione americana.

 

Oggi avviene il contrario: Biden deve giustificarsi di fronte all’opinione pubblica cattolica, che per buona parte non lo ritiene rappresentativo della sua fede. Complice un’ostruzione aperta, senza veli della gerarchia ecclesiastica statunitense, con una Conferenza episcopale che fra solo due settimane, a Baltimora, sarà chiamata a votare una carta preparata dalla commissione dottrinale sul rapporto tra eucarestia e vita pubblica (dunque: politica) dei fedeli.

 

Non è un semplice simposio: in ballo c’è la possibilità per un presidente degli Stati Uniti che ha avallato e continua ad avallare politiche pro-aborto (pur essendo personalmente contrario) di accedere ai sacramenti. Un’eventualità senza precedenti, che forse neanche i continui interventi pacificatori di Francesco e della curia – su tutti la lettera di maggio scorso inviata ai vescovi americani dal cardinale Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – basteranno a scongiurare.

 

Fede e politica, sacro e profano sono un intreccio difficile da sciogliere nel costituzionalismo americano, in un Paese dove la Costituzione affida a Dio il popolo. Su questi temi tornano attuali oggi più che mai le riflessioni di un teologo gesuita, John Courtney Murray, che ha lasciato un segno indelebile sui lavori del Concilio Vaticano II, fin dalla nuova dottrina sulla libertà religiosa approvata dal Vaticano nel 1965, e ricorre di continuo nel pontificato di Francesco, a partire dall’enciclica Fratelli Tutti.

 

Non è casuale allora il tempismo con cui la casa editrice Morcelliana, sotto la guida di Francesca Bazoli, ha riportato in vita e ripubblicato il capolavoro di Murray, “Noi crediamo in queste verità”, uscito nel 1960 in America, dove ha ispirato un celebre discorso di Kennedy a Houston, e nel 1965 in Italia. Un anno chiave, ha spiegato mercoledì durante una presentazione del volume al Centro Studi Americani Roberto Regoli, direttore del Dipartimento di Storia dell’Università Gregoriana. Il ’65 è infatti “l’anno in cui si chiude il Concilio Vaticano II, in cui viene pubblicata e votata la dichiarazione Dignitatis Humanae, uno dei documenti più significativi per i cambiamenti concettuali che apporta”.

 

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Biden, Francesco e quell’incontro nel segno di Kennedy

Lo spray anti -droga (Nota Design)

 

Una società inglese, la Millwood, ha lanciato uno spray anti-droga capace di scoraggiare fortemente l’utilizzo dei tavoli e delle altre superfici nei locali per preparare le strisce di coca.

 

James Douglas Hansen

 

Londra ama la cocaina – al punto che, secondo alcuni ricercatori, le anguille che popolano il fiume Tamigi starebbero diventando “iperattive” a causa dei residui della sostanza che finiscono nelle sue acque. Altri studiosi sono scettici sulla questione e fanno notare come ci sia molta più caffeina nel fiume che non cocaina, ma la loro ragionevolezza è meno interessante…

 

Resta comunque il fatto che la coca è particolarmente apprezzata in Inghilterra – si stima che i soli londinesi “pippino” oltre ottantamila piste al giorno – al punto che il suo consumo pubblico starebbe diventando un problema per i gestori dei “pub” e degli altri locali dove “il popolo della notte” si raccoglie. Non è che gli operatori siano dei poliziotti, ma dal punto di vista dell’immagine non è il massimo, e anche la riottosità dei consumatori sembrerebbe creare non poche difficoltà.

 

“Che lo facciano pure se vogliono, ma non qui” è l’atteggiamento che emerge – e che ha creato un’importante opportunità commerciale per una società inglese, la Millwood. L’azienda ha lanciato uno spray anti-droga capace di scoraggiare fortemente – la Millwood dice “fino al 90 percento” – l’utilizzo dei tavoli e delle altre superfici nei locali per preparare le strisce di coca e, in generale, di tutte le altre droghe in polvere che richiedono la “modalità inalatoria” per essere consumate.

 

Lo spray, BLOKit, agisce attraverso due vie: da una parte contiene una resina che “cattura” la droga e la fa aderire alla superficie sottostante di modo che non si possa inalare, dall’altra impartisce alla sostanza stupefacente un gusto amarognolo schifoso che dura delle ore e scoraggia anche chi tenta di grattarla via per il consumo in altra sede. In più, la presenza dello spray sulla superficie trattata non è visibile.

 

Dal punto di vista dei gestori, oltre all’aspetto immediatamente “comportamentale” della clientela, il prodotto offre un altro significativo vantaggio: il suo utilizzo regolare – attraverso lo scoraggiamento della frequentazione da parte dei drogati – permetterebbe di ottenere degli sconti sui premi assicurativi del locale…

 

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Contempliamo l’infinità del cosmo. Intervista esclusiva a Roberto Pesce

«Secondo me la società odierna – dice l’autorevole astronomo – da’ poco valore al silenzio. Parlando di osservazione del cielo, è sicuramente bello farla in compagnia, ma contemplare l’infinità del cosmo in silenzio è qualcosa di assolutamente unico».

 

Prof. Pesce, proviamo tutti stupore osservando il cielo stellato ma occuparsi per professione o per passione di astronomia necessita di attrezzature adeguate. Qual è tecnicamente la dotazione indispensabile per iniziare e fino a che punto di potenzialità esplorativa possiamo disporre per esplorare l’universo? Quali sono i Centri di osservazione astronomica più attrezzati a livello mondiale? Considerando I nuovi telescopi posizionati direttamente nello Spazio possiamo dedurne vantaggi o svantaggi rispetto a quelli ubicati sulla Terra?

Per avvicinarci alle meraviglie celesti in realtà non servono grandi strumentazioni, basta un semplice paio di binocoli o anche la sola visione ad occhio nudo a spalancarci le porte del cosmo. Il grosso problema è l’inquinamento luminoso che rende sempre più difficile l’osservazione astronomica dalla Terra, oltre ad avere gravi conseguenze in termini ambientali ed economici. Attualmente i più avanzati osservatori astronomici si trovano in luoghi abbastanza sperduti, come le montagne del Cile (Very Large Telescope) o dell’Arizona (Large Binocular Telescope), le Canarie (Gran Telescopio Canarias) e molti altri. Questi enormi complessi utilizzano molti strumenti di piccole dimensioni oppure ottiche “segmentate”, per consentire un adattamento in tempo reale alle condizioni della trasparenza atmosferica, consentendo di ottenere immagini eccezionali. Un’alternativa, che evita i problemi legati alla trasmissione atmosferica, è quella di osservare dallo spazio, ma qui il limite è nelle dimensioni degli strumenti che possono essere messi in orbita; l’esempio più celebre è quello del telescopio Hubble, ma a breve dovrebbe essere lanciato il “James Webb Telescope”, che avrà prestazioni ancora migliori. Da diversi anni sono operativi, sia a terra che in orbita, anche strumenti per osservare il cosmo a tutte le frequenze elettromagnetiche, dalle onde radio ai raggi X, e per monitorare non solo i segnali luminosi ma anche a livello di “particelle elementari” (come i neutrini, i raggi cosmici o l’antimateria). In questo ambito non posso non ricordare l’Osservatorio Pierre Auger in Argentina, in cui ho lavorato, con rivelatori di raggi cosmici distribuiti nella pampa su un’area di 3000 km quadrati, e l’esperimento IceCube per rilevare i neutrini che arrivano dallo spazio nei ghiacci del Polo Sud.

Che si osservi la volta celeste ad occhio nudo o che ci si avvalga dei più potenti strumenti di penetrazione visiva dell’universo non riusciamo a dare un senso all’idea che il nulla esista o possa essere descritto, e insieme ad esso il concetto di infinito. Secondo me in questa infinità consiste il vero fascino della ricerca perché, come ho detto, mette in crisi i concetti di tempo, di spazio, di limite, di presenza o diassenza. Che idea personale ha al riguardo?

Guardando il cielo stellato per me si apre veramente una finestra sull’infinito. La cosa bella è che c’è sempre qualcosa di nuovo da osservare e da scoprire, ma dall’altro lato è anche triste pensare che in una vita intera non si potrà conoscere veramente tutte le bellezze racchiuse nel nostro Universo. Un altro aspetto divertente della ricerca è che non si sa mai dove si andrà a parare. La storia della Fisica dei primi del ‘900, con l’avvento della Teoria della Relatività e della Meccanica Quantistica, insegna proprio come la ricerca sia riuscita a mettere in crisi i concetti di spazio e tempo, ma anche quello di determinismo, rendendo necessaria l’elaborazione di nuove teorie scientifiche, che hanno portato a rivoluzioni non solo in ambito accademico (basti pensare ad esempio alla teoria cosmologica del Big Bang) ma anche nella vita di tutti i giorni (senza queste teorie oggi non avremmo gli smartphone o il GPS, tanto per fare alcuni esempi). Cosa scopriremo domani? Non lo possiamo sapere, e questo è quello che a mio parere rende avvincente la ricerca scientifica.

“Tempo” è la parola più ricorrente in tutte le opere di Shakespeare. Il Prof. Arnaldo Benini – emerito all’Università di Zurigo- con cui avevo realizzato un’intervista sulle neuroscienze pone l’accento sui meccanismi cerebrali che regolano la percezione del Tempo: “la neurobiologia del tempo, nonostante i molti aspetti ancora non chiariti, ha dimostrato oltre ogni dubbio che il senso del Tempo è prodotto da meccanismi nervosi sparsi in tutto il cervello. (il cervello è la macchina del Tempo)”, in polemica con i Fisici che non si sono mai interessati alla neuroscienza del tempo (cita ad es. il Fisico quantistico Lee Smolin, che sostiene che il Tempo deve ritornare nella Fisica). La teoria della Relatività Generale ci dice che il Tempo da solo non esiste. Esiste invece lo ‘Spaziotempo’ e lo descrive con formule matematiche precise. Come si sposa questo concetto con le recenti teorie sull’eternalismo, che vedono il Tempo come dimensione relativa e non assoluta? È davvero unidirezionale? Il concetto di dimensionalità apre a sua volta al Multiverso e alla Teoria delle ‘stringhe’. Come si colloca in tal senso il concetto di Tempo?

L’argomento “tempo” è uno dei più complessi e trasversali, in quanto lega fisica, filosofia, neuroscienze, etc. Se posso dare un suggerimento, consiglio la lettura de “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli. Einstein, con la Teoria della Relatività, elaborata tra il 1905 e il 1915, ha mostrato come il tempo è un’altra dimensione che non può essere separata dalle (almeno) tre dimensioni spaziali. L’unidirezionalità del tempo è legata al secondo principio della termodinamica, tanto per capirci quello che impedisce che mettendo a contatto un oggetto caldo e uno freddo, quello freddo diventi più freddo e quello caldo più caldo, ma che avvenga il contrario. L’esistenza di ulteriori dimensioni spaziali e temporali è oggetto di dibattito tra varie teorie, anche non del tutto scientifiche. Tra tutti gli approcci “seri” al problema, a me affascina la teoria del Multiverso di Hugh Everett: banalizzando, ogni volta che l’Universo si trova davanti ad una scelta, si suddivide in universi paralleli in ciascuno dei quali si verifica una delle possibili alternative. Pensiamo al celebre esempio del Gatto di Schrodinger: un ipotetico gatto è chiuso in una scatola ed ha una certa probabilità che un dispositivo lo uccida; nel momento in cui apro la scatola si crea un universo in cui il gatto è vivo e un altro in cui il gatto è morto. Della Teoria delle Stringhe, che prevede l’esistenza di altre dimensioni “arrotolate” intorno alle altre, in numero variabile a seconda della teoria specifica, sono un po’ meno entusiasta ma rimane un campo di ricerca interessante. Tutte queste sono sicuramente tutte idee affascinanti ma anche impossibili da verificare sperimentalmente, almeno per il momento. Se posso altri consigli di lettura, suggerisco “L’universo matematico” di Max Tegmark e “Il paesaggio cosmico” di Leonard Susskind. Parlare di questi argomenti in poche righe è impossibile, ma i libri che ho citato possono dare una buona idea a livello divulgativo, anche se non sono proprio letture facilissime.

In questi giorni si ha notizia (riporto testualmente) di un “brillantamento solare di classe 1.6 prodotto da una macchia solare denominata AR 2882”. A conferma di ciò vi sono le immagini del Solar and Heliospheric Observatory recentemente diffuse che mostrano l’emissione nota come “alone” o “aureola”. La nota di agenzia riferisce di tempeste magnetiche: sono frequenti questi eventi? In che cosa consistono e perché si verificano? Può in un futuro, vicino o ragionevolmente lontano, questo fenomeno diventare sempre maggiore a motivo del ciclo vitale della Stella, al punto da mettere in difficoltà lo scudo dell’atmosfera/magnetosfera terrestre?”

L’attività del Sole segue un ciclo di circa 11 anni, di cui le macchie sono l’evidenza più marcata. Queste macchie sono create dal campo magnetico del Sole, ma ad oggi non sono ancora del tutto chiari i vari aspetti che regolano questa attività, che a volte riserva sorprese. Ad esempio è significativo il minimo dell’attività solare iniziato a metà del ‘600 in cui per quasi 70 anni non si osservò quasi nessuna macchia: ad esso pare essere associata la “piccola era glaciale” di quegli anni. Ogni tanto si verificano invece fenomeni di enorme intensità, anche se di breve durata, come il brillamento solare del 1859, che ha portato alla generazione di aurore polari visibili in tutto il mondo, anche nelle zone equatoriali. La previsione di fenomeni di questo tipo con largo preavviso non è ancora possibile, ma in futuro brillamenti molto potenti potrebbero mettere in crisi tutte le nostre apparecchiature elettroniche, che nell’800 non esistevano. Si stanno comunque facendo molti studi in proposito, proprio perché un eventuale “black out magnetico” potrebbe avere ripercussioni molto gravi. Sicuramente, con l’avanzare dell’età della nostra stella, non sarà più possibile la vita sulla Terra a causa dell’aumento di radiazioni solari, ma questo non si dovrebbe verificare per almeno un miliardo di anni.

L’Entropia dell’Universo non diminuisce mai: come si sposa questo concetto con l’Orizzonte degli Eventi? Il Secondo Principio della Termodinamica afferma che l’Entropia di un Sistema chiuso non può mai diminuire. Se ho ben compreso Hawking, considerando come Sistema chiuso un Buco nero, per non violare tale Principio, la somma della sua Entropia e di quella ordinaria deve essere in continuo aumento. Di conseguenza, l’aumento dell’Entropia del buco nero corrisponde ad un aumento dell’area dell’orizzonte degli eventi. Il concetto stesso di buco nero però esaspera ciò che sta oltre l’orizzonte degli eventi, facendolo tendere idealmente a quello di “densità massima a volume zero”. L’Entropia una volta superato l’Orizzonte degli eventi dunque come si sposa con questo concetto?

Lo scenario descritto nella domanda è corretto: in pratica più il buco nero “ingurgita” materia, più aumenta l’area del suo orizzonte degli eventi ed aumenta la sua entropia. Quello che succede una volta superato l’orizzonte degli eventi è incognito. L’idea, elaborata da Hawking, è che il buco nero sia una “singolarità” dello spazio tempo (tanto per rendere l’idea, un punto in cui la densità di materia tenderebbe all’infinito), e l’orizzonte degli eventi un limite in pratica irraggiungibile. Esistono molte teorie, anche qui non sempre del tutto serie, su cosa possa accadere riuscendo ad entrare nell’orizzonte degli eventi (ma ricordiamoci che non è possibile!). Un ottimo spunto di riflessione in merito è il celebre film “Interstellar” (sicuramente curato dal punto di vista scientifico, ma rimane comunque un film). Anche in questo campo la ricerca continua a fare passi in avanti: penso che tutti ricorderanno a tal proposito la celebre “fotografia” di un buco nero supermassiccio realizzata nel 2019.

Il pianeta Marte sembra essere il prossimo obiettivo per una missione spaziale con astronauti: quali potrebbero essere i tempi di attuazione? Da Marte ci sono giunte foto nitide che non mostrano segnali visibili di vita. Il Pianeta Rosso ospita sia la montagna più alta che la valle più profonda e lunga del sistema solare. Il Monte Olimpo è alto circa 27 chilometri, ovvero tre volte più alto del Monte Everest, ed è un massiccio vulcano con un diametro di circa 600 km. Il 18 febbraio 2021 il Rover Perseverance della NASA è atterrato con successo sul suolo marziano. Tra i vari obiettivi della missione vi è quello di analizzare frammenti di roccia e terreno alla ricerca di indizi riguardo ad una possibile vita microbica nel passato del pianeta rosso. Che cosa può dunque interessarci di questa missione nello spazio certamente più impegnativa dello sbarco sulla Luna? Marte non ha un campo magnetico forte per via delle ridotte dimensioni e per via di un sottilissimo strato di atmosfera quasi inesistente: in che modo progetti come quello di Elon Musk prevedono di poter “produrre” acqua su Marte?

Da sempre il pianeta Marte affascina l’uomo: è uno dei mondi a noi più vicino e potrebbe ospitare o aver ospitato delle forme di vita, che potrebbero addirittura aver portato la vita sulla Terra stessa. Lo abbiamo visitato con molte missioni spaziali, ma l’essere umano non ha ancora posato piede sulla sua superficie. L’ambiente marziano è altamente inospitale: ha un’escursione termica di oltre 100 gradi tra giorno e notte, una bassissima pressione atmosferica che impedisce la presenza di acqua allo stato liquido, ma solo gassoso o solido, e non possiede un campo magnetico in grado di schermare dalla radiazione solare e cosmica, solo per citare alcuni “problemi”. Non escludo tuttavia di poter vedere, nel giro di pochi decenni, degli esseri umani sbarcare sul pianeta rosso. Musk propone di estrarre l’acqua facendo esplodere degli ordigni nucleari, ma questo contribuirebbe a peggiorare ancora l’ambiente marziano. Qualcuno ha proposto di creare un campo magnetico artificiale e quindi un’atmosfera di anidride carbonica facendo sublimare il ghiaccio secco presente nelle calotte polari. Grazie all’effetto serra si riuscirebbe ad ottenere abbastanza pressione e per far sciogliere il ghiaccio normale. Credo che questo secondo approccio sia più sensato.

Secondo una recente ipotesi potrebbe essere messa in discussione la genesi dell’Universo per effetto del famoso fenomeno denominato “Big-bang”. Un Fisico dell’Università di Liverpool, Bruno Bento, spiega, in uno studio (basato su una nuova teoria della gravità quantistica, denominata “teoria degli insiemi causali”) che, in effetti, un Universo “eterno” potrebbe esistere. Questa teoria è stata ripresa da Paul M. Sutter, professore di Astrofisica della Stony Brook University e del Flatiron Institute, recentemente in un articolo su Live Science. Bento e Sutter ci riferiscono di un Universo in cui l’insieme causale risulterebbe “infinito al passato, e quindi c’è sempre qualcosa prima”, in pratica l’universo sarebbe sempre esistito. L’espansione che vediamo oggi potrebbe essere stata provocata da un singolo evento, chiamiamolo pure “Big Bang”, che però rappresenterebbe solo un momento nell’evoluzione eterna degli insiemi causali, non un vero inizio. Come può sposarsi quest’ultima teoria con l’espansione metrica espressa matematicamente da Friedmann – Lemaître – Robertson – Walker?

Anche nell’ambito delle teorie cosmologiche, abbiamo moltissime opinioni. L’evidenza sperimentale a favore di quello che si definisce comunemente “Big Bang” è schiacciante, ma dal punto di vista teorico non abbiamo ancora tutti i pezzi del puzzle: da un lato abbiamo la Teoria Generale della Relatività, dall’altro la Meccanica Quantistica, ma queste due importantissime teorie non si parlano tra di loro. E la genesi dell’universo è un campo di applicazione in cui servirebbe proprio una “teoria quantistica della gravità”, argomento sul quale tra i fisici non vi è ancora una visione unitaria. La Fisica procede per “approssimazioni successive”: le vecchie teorie non sono sbagliate ma solo approssimazioni meno precise delle nuove teorie. Speriamo di arrivare al più presto ad una teoria che unifichi la gravitazione e la meccanica quantistica, non è assolutamente banale, tant’è vero che Einstein provò a trovarne una ma non c’è mai riuscito.

Mi capita di ripensare al 1° gennaio 2019 quando, alle 6.33 la sonda spaziale della NASA New Horizons aveva raggiunto in fly by “Ultima Thule” , cioè l’ultimo corpo celeste n° 486958 – 2014 MU69, appartenente alla “fascia di Kuiper”, ai confini del sistema solare e a 6,5 miliardi di km dalla Terra, inviandoci foto a 10.000 pixel che arrivavano insieme a segnali tecnici attesi dalla missione al Centro Applied Physics Laboratory della Johns Hopkins University, viaggiando alla velocità della luce, in 6 ore e 25 minuti. Una vicenda che mi aveva coinvolto e affascinato. E’ assai probabile che terminata la sua missione, New Horizons seguirà le sorti delle sonde Voyager 1 e 2, esplorando l’eliosfera esterna, l’elioguaina e l’eliopausa, che potrebbe raggiungere nel 2047. Poco importa che di Ultima Thule nel sorvolo più ravvicinato di New Horizons sia giunta alla NASA l’immagine inusitata di un corpo celeste a forma e colore di tartufo: sono moltissime le informazioni ricevute che gli scienziati studieranno nei prossimi anni per ricostruire la storia dell’universo. Prof. Pesce come immagina che sia l’universo “oltre” Ultima Thule? Queste astronavi progettate per inviare immagini alla Terra si perderanno nello Spazio?

Purtroppo queste astronavi si perderanno inevitabilmente nello spazio. Non abbiamo ancora sviluppato una eventuale tecnologia che consenta di far muovere questi veicoli a velocità vicine a quelle della luce. Anche in questo caso ci vorrebbero comunque almeno cinque anni per raggiungere la stella a noi più vicina dopo il Sole. Aver raggiunto Ultima Thule è stato meraviglioso, ma, per fare un paragone, se pensassimo all’Universo come alla nostra Terra, è come se ci fossimo semplicemente alzati dal letto. C’è molto da scoprire, là fuori, non ho proprio idea di tutto quello che potremmo trovare.

Se osserviamo la volta celeste di notte in montagna o in un posto dall’aria rarefatta notiamo il brillare delle stelle e questo è dovuto all’energia che emettono. Agli antichi servivano come orientamento. Tuttavia nulla nell’universo è immutabile: come si possono rilevare spostamenti, misurare distanze e osservare le stelle nella loro veste meno poetica di corpi planetari o pianeti? Con gli strumenti in dotazione ai centri di ricerca spaziale e agli osservatori astronomici riusciamo ad avere una sorta di geometria del cielo? Come possiamo mantenere questa “geometria spaziale”, a distanze enormi? Se il 68% della massa-energia dell’Universo sfugge agli attuali metodi di rilevazione e se sale addirittura al 95% considerando anche la MateriaOscura, l’Universo che “vediamo” (non solo visivamente), può raggiungere dimensioni al di là di ogni immaginazione?

Nessuno sa con precisione quanto sia grande l’universo. La velocità della luce è finita e pertanto oggetti molto distanti non possono essere osservati in quanto la loro luce non ha fatto ancora in tempo a raggiungerci. Se consideriamo l’espansione cosmologica e il fatto che il nostro universo ha un’età di circa 14 miliardi di anni, si ottiene per l’universo visibile un raggio di circa 46 miliardi di anni luce, un numero spaventoso, ma che non è detto sia la reale dimensione del cosmo. Se aggiungiamo a questo il fatto che solo circa il 5% del contenuto energetico dell’universo sia costituito da materia “ordinaria” (il 27% circa da materia oscura e il 68% dalla misteriosissima energia oscura), è chiaro che quello che vediamo in una notte stellata rappresenta solo un granello di una spiaggia immensa. Si spera che il telescopio spaziale Webb, che dovrebbe essere lanciato a fine 2021, contribuisca a far parzialmente luce su questi misteri. La cosa che mi sorprende, se ci penso, è che fino a meno di un secolo fa pensavamo che l’universo fosse limitato alla sola Via Lattea; è infatti del 1924 l’osservazione cruciale di una stella variabile nella “nebulosa di Andromeda” che ha consentito ad Hubble di misurarne la distanza e capire che in realtà si trattava di un’altra galassia, scardinando ancora una volta il dogma aristotelico che ci vorrebbe al centro dell’universo, già demolito nel 1600 da Galileo e Newton.

Credo che l’osservazione e lo studio dello Spazio, oltre che essere Scienza e quindi Astronomia, siano anche una delle occupazioni più affascinanti che esistano. Che sensazioni prova ad immergersi con il cannocchiale in questa infinità incommensurabile? Non crede che dovrebbe essere materia di studio anche per gli studenti delle scuole superiori, oltre il dato strettamente scientifico, come fonte di insegnamento utile per attribuire la giusta misura a tutte le cose, per misurare e commisurarsi, specie in questa epoca buia di complottismi, negazionismi e disinformazione? Sulla Terra vivono 7,5 miliardi di esseri umani, a fine secolo saranno 11 miliardi: il futuro è dunque nella esplorazione dello Spazio?

L’osservazione del cielo è indescrivibile, chi non ha provato la visione di una volta celeste incontaminata dalle luci artificiali non può capire. Tutto quello che possiamo vedere con un telescopio è stato catalogato ed ha un nome (o una sigla). A me piace non solo cercare qualche oggetto specifico, ma anche vagare a caso, tra le migliaia di stelle che si incontrano. Purtroppo non esiste un corso di Astronomia per le scuole. Io tengo qualche lezione, conferenza, etc. per gli studenti e mi piacerebbe anche organizzare qualche evento osservativo, ma ritengo che dovrebbe essere dato più spazio a queste tematiche. Sui complottisti, negazionisti e vari, dallo sbarco sulla Luna al cambiamento climatico al Covid, non spendo parole, dico solo che dovrebbero guardare meglio il mondo, provare stupore ed apprezzarne la bellezza, invece di cercare cospirazioni che non esistono. L’esplorazione spaziale è fondamentale non solo per garantire un futuro ad un’umanità sempre più in crescita in un mondo sempre più stretto. Essa ha anche delle ripercussioni più immediate sulla tecnologia che usiamo tutti i giorni, dal telefonino a materiali in grado di resistere al caldo e al freddo estremi.

Una delle ragioni, forse la principale, della ricerca spaziale consiste nel trovare altre forme di vita o ambienti dove la vita possa esistere. Dalla mitologia agli avvistamenti dei marziani, l’uomo guarda al cielo come fonte di soluzione a molti problemi che ci riguardano. Ha una personale opinione circa la sussistenza di altre forme di vita nello spazio infinito che sta intorno a noi?

Sono fermamente convinto che esistano altre forme di vita nell’universo, ma che siano quasi impossibili da scoprire. In questa immensità di cui abbiamo parlato prima è impossibile che le condizioni che hanno portato alla nascita della vita si siano verificate solo sulla Terra. Sarebbe anche un po’ troppo presuntuoso crederlo, visto anche l’altissimo numero di pianeti extra-solari che vengono scoperti, parecchi anche con caratteristiche simili alla nostra Terra. Tuttavia le enormi distanze in gioco, il fatto che non si può superare la velocità della luce e la relativamente breve durata che si può stimare per una civiltà intelligente, tendono ad azzerare la probabilità che due civiltà differenti riescano ad incontrarsi o a comunicare in qualche modo.

Chiedo spesso ai miei intervistati quale valore abbia il silenzio nella loro vita: credo si tratti di un concetto importante nella considerazione e nello studio dello Spazio. Qual è il suo punto di vista e la sua esperienza?

Secondo me la società odierna da’ poco valore al silenzio. Parlando di osservazione del cielo, è sicuramente bello farla in compagnia, ma contemplare l’infinità del cosmo in silenzio è qualcosa di assolutamente unico. Ricordo che, quando lavoravo in Argentina, nelle notti in cui non ero di turno all’osservatorio (di fatto dietro un computer a manovrare gli strumenti) a volte mi incamminavo da solo lungo la strada cercando qualche angolo buio da cui contemplare il cielo, a occhio nudo o con il mio binocolo: semplicemente meraviglioso!

 

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CV Prof. Roberto Pesce:

Da sempre appassionato di astronomia, è Dottore di Ricerca in Fisica, con specializzazione nella fisica astroparticellare. Dal 2003 al 2012 ha svolto ricerche sui raggi cosmici di altissima energia, collaborando con l’Università di Genova, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e il “Pierre Auger Observatory” con sede in Argentina. Ha insegnato Matematica e Fisica in diversi licei genovesi, dal 2016 è docente di ruolo e dal 2018 svolge la sua attività didattica presso il Liceo “Luigi Lanfranconi” di Genova-Voltri. Dal 2012 è docente di astronomia presso il Centro Universitario del Ponente.

Ddl Zan, la sconfitta di due speculari forzature.

L’errore travalica le tattiche degli uni e degli altri. La verità è che una materia delicata, come quella dell’omofobia, consiglia un approccio diverso: non quello del voto a maggioranze risicate bensì quello di intese ampie. Dove tutti devono tener conto dei passi avanti compiuti rispetto alle posizioni di partenza.

 

Giuseppe Davicino

 

L’esultanza, fuori luogo, della Lega e di Fratelli d’Italia sull’esito del voto al Senato sul ddl Zan, a ben vedere, ricalca lo stesso errore compiuto da chi, sul fronte opposto, ha provato a dirimere con un incerto voto di maggioranza una materia che riguarda l’ethos dell’intera comunità nazionale e dai profondi ed inediti risvolti antropologici e cultural-filosofici. Si tratta in entrambi i casi di un “approccio-forzatura”, come lo ha efficacemente definito l’amico Nicola Caprioli, inadeguato a trovare una sintesi e quel giusto equilibrio che servono per legiferare su una materia tanto delicata, quanto caratterizzata da visioni su cui appare molto impegnativo, seppur non impossibile, trovare un comune denominatore.

 

Tale materia consiglia un approccio diverso: non quello del voto a maggioranze risicate bensì quello di intese ampie. Dove tutti devono tener conto dei passi avanti compiuti rispetto alle posizioni di partenza. Un percorso di dialogo che non è mai mancato nel mondo cattolico e nella stessa gerarchia ecclesiastica. Un atteggiamento ribadito, dopo questo voto, dal presidente della Cei, cardinal Bassetti insieme alla richiesta di vedere rispecchiate nella sintesi finale anche le preoccupazioni e le proposte a vario modo riferibili ai cattolici.

 

Sui due punti più controversi, quello del concetto di identità di genere e quello dell’affermazione della lotta alla violenza e alla discriminazione per orientamento sessuale, affermazione che va fatta in modo che non rischi, a sua volta, di assumere i connotati dell’intolleranza, serve un ulteriore approfondimento, un dibattito vero, animato dall’obiettivo di trovare una sintesi fra le sensibilità di tutti e non quello di farne occasione per uno sterile scontro ideologico o addirittura per sperimentare nuovi, effimeri equilibri politici.

János Kornai: studioso del socialismo, testimone del Novecento. Un ricordo su «lavoce.info».

 

È scomparso l’economista ungherese János Kornai. Si deve a lui l’analisi più profonda di ciò che fu il socialismo reale, di come funzionò concretamente da un punto di vista economico. Ma è stato anche un testimone delle tragedie del Novecento.

 

Emilio Carnevali

 

Gli economisti hanno cominciato a fare uso della matematica nell’ambizione di emulare la precisione e il rigore analitico delle scienze dure come la fisica. E forse nell’illusione di poter raggiungere la stessa capacità predittiva rispetto ai fenomeni osservati.

 

Per l’economista ungherese János Kornai, scomparso il 18 ottobre all’età di 93 anni, l’uso della matematica paveva un vantaggio ulteriore: “Il linguaggio matematico era incomprensibile ai burocrati di partito e a tutti coloro che erano incaricati di sorvegliare editori, giornali e istituti di ricerca. Alla vista di una manciata di equazioni su un manoscritto, mettevano subito giù il foglio attraversati da un brivido”.

 

Erano gli anni immediatamente successivi alla fallita rivoluzione del 1956 e nell’Ungheria comunista guidata da Kadar la censura era ancora molto stretta (l’epoca relativamente più liberale del cosiddetto “socialismo del Goulash” era ancora di là da venire). Kornai aveva da tempo cominciato lo studio dei meccanismi di funzionamento di una economia pianificata che lo avrebbe portato a diventare una fra le più riconosciute autorità in materia a livello mondiale. È per quegli studi che sarà chiamato all’università di Harvard, negli Stati Uniti, dove dalla metà degli anni Ottanta teneva il corso “The Political Economy of the Socialist System” (crollato il muro di Berlino, il corso cambiò titolo in “The Political Economy of Socialism and the Post-Socialist Transition”).

 

Kornai aveva studiato matematica praticamente da autodidatta (i suoi studi universitari erano stati principalmente di filosofia). Dalla sua collaborazione con il matematico Tamás Lipták è nato il cosiddetto modello “Two-level planning”, decritto in un articolo pubblicato nel 1965 sulla prestigiosa rivista (occidentale) Econometrica. Nel 1971, Kenneth Arrow ha inserito quell’articolo fra i ventidue più influenti studi teorici mai pubblicati da Econometrica.

 

Il modello walrasiano di equilibrio economico generale mostra le caratteristiche di un sistema dove sono rispettate tutte le ideali condizioni della concorrenza perfetta, ovvero mostra il funzionamento ideale di un sistema decentralizzato. Il modello Kornai-Lipták utilizza la programmazione lineare per fare più o meno la stessa cosa con la pianificazione centralizzata: mostrare come funziona, o dovrebbe funzionare, la pianificazione “perfetta”.

 

L’incolmabile scarto fra il piano ideale dei modelli matematici e la cruda realtà dell’economia – tanto di quella capitalista che di quella socialista – porteranno Kornai a prendere sempre più le distanze dall’apparato teorico neoclassico. Nel 1971 pubblica il libro Anti-Equilibrium, che sottopone a critica la teoria dell’equilibrio economico generale e che anticipa molti temi sviluppati da altri studiosi in anni successivi, dalle implicazioni delle asimmetrie informative a quelle dei contratti incompleti.

 

Nel volume che rappresenta la summa dei suoi studi sul socialismo – The Socialist System – Kornai scrive che il metodo del suo pensiero più maturo è ispirato all’opera di quattro personalità molto distanti fra loro: Marx, Schumpeter, Keynes e Hayek. Un segno dell’originalità della sua riflessione e della sua abilità nell’attingere da un ventaglio estremamente ampio di conoscenze teoriche ed esperienze di vita.

 

Kornai, di famiglia ebrea, ha vissuto prima sotto l’occupazione nazista dell’Ungheria: suo padre è morto ad Auschwitz e lui stesso, giovanissimo, è riuscito a scappare da un campo di prigionia a Budapest. Successivamente, ha vissuto nell’Ungheria comunista: prima da iscritto al partito comunista e corrispondente economico del giornale del partito, poi da comunista “riformatore”, poi da dissidente sempre più pessimista sulle capacità di autoriforma del sistema, nonostante la sua collaborazione con le agenzie ungheresi per la pianificazione economica. Infine, ha vissuto nell’Ungheria della transizione e del populismo autoritario di Victor Orban (di cui Kornai è stato un feroce critico). Nel 1985 ha fatto parte del gruppo di economisti stranieri invitati in Cina dall’allora premier Zhao Ziyang per discutere della riforma dell’economia cinese (fra gli altri, c’era anche il premio Nobel James Tobin). Le principali opere di Kornai sono state tradotte in cinese l’anno successivo.

 

The Socialist System (sottotitolo: “The Political Economy of Communism”) viene pubblicato nel 1992, all’indomani del crollo dei regimi del socialismo reale dell’Est Europa. Il libro contiene una sintesi di quella che Olivier Blanchard ha definito la “più informata” analisi disponibile fino a oggi di ciò che fu il socialismo reale, di come funzionò concretamente da un punto di vista economico. Anche qui Kornai usa un modello. Ma non un formale modello matematico. La sua generalizzazione delle caratteristiche del “Classical System” intende isolare gli elementi comuni a quella formazione politico-economica sviluppatasi essenzialmente sotto Stalin in Urss e Mao in Cina, per poi studiarne approfonditamente la fisiologia e i legami di dipendenza reciproca: 1) il “potere indiviso” del Partito comunista; 2) l’assoluta predominanza delle aziende statali nel settore industriale e delle aziende cooperative nel settore agricolo; 3) la “coordinazione burocratica” (la pianificazione centralizzata) come metodo alternativo al mercato nell’allocazione delle risorse.

 

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https://www.lavoce.info/archives/90487/janos-kornai-studioso-del-socialismo-testimone-del-novecento/

A proposito dei “Sepolcri”. L’Occidente è tutto. Un commento di “SuccedeOggi”.

A proposito dei “Sepolcri”. L’Occidente è tutto. Un commento di “SuccedeOggi”.

Una nuova edizione del capolavoro di Ugo Foscolo, arricchita dalle illustrazioni di Marco Cazzato), fa scaturire una serie di riflessioni sull’abbandono in cui giace – nella nostra cultura evanescente – l’Ottocento italiano. Perché la sua etica, il suo rigore e la sua lingua non vanno di moda?

 

Domenico Calcaterra

 

Un giovane critico romano, qualche anno fa, a commento di alcune dichiarazioni di sedicenti talentuosi scrittori suoi coetanei sul vanto della loro scarsa o pressoché nulla frequentazione dei classici, dalle colonne di un giornale così sentenziava: «La mia generazione non esiste». Ecco: senza voler raggiungere analoghe vette di pessimismo, sono sempre più dell’avviso che la mia generazione, improvvidamente, perseveri nel non darsi un preciso e condiviso «progetto culturale» che principi dal necessario volgersi indietro, discendendo a quelle radici (culturali e letterarie) a torto rimosse. No, nel dire questo non penso affatto a Tolstoj o Dostoevskij, a Kafka o Proust, a Joyce o Musil, o qualsiasi altro astro maggiore del firmamento otto-novecentesco che fa capolino sovente nei post dotti dell’utente medio-istruito di Facebook o dello scrittore-grancassa che usa i social come azzerante megafono di vacua e ostentata celebrazione d’un indistinto mare di memorabili relitti. Assai più modestamente penso al nostrano Ottocento, che in noi talvolta sembra abbia prodotto come più eclatante risultato nulla più che un inossidabile complesso d’inferiorità, soprattutto se comparato con gli esiti coevi delle altre grandi letterature occidentali. Ché dal conclamato stato di minorità al dimenticatoio, si sa, il passo è breve.

 

A parte il sempreverde Leopardi (peraltro ridotto a figurina neopop dal Giovane favoloso di Martone), a cui è toccata medesima sorte di estenuante volgarizzazione che adesso sta investendo il padre Dante, in occasione delle euforiche celebrazioni per i settecento anni dalla morte, o la omeopatica somministrazione nelle aule di scuola delle pagine di un Manzoni ingiustamente spacciato per romanziere al cloroformio, non mi pare si guardi granché all’Ottocento italiano. Chi, per dirne una, indugia più sulle pagine di un libro di straordinario candore come Le mie prigioni (1832) di Silvio Pellico? O chi legge più romanzi come Giacinta (1879) di Capuana o Fosca (1869) di Tarchetti? Certo non mancano eccezioni, come i recentissimi testi di Agamben e Fois dimostrano, entrambi pronti a mettere in avviso i lettori circa la fuorviante antinomia di due classici imprescindibili dell’Ottocento come il Pinocchio (1881-83) di Collodi e Cuore (1886) di De Amicis; il primo, offrendo un commento che vede nel personaggio collodiano l’ibrida ipostasi dello stare in mezzo nella vita, del navigare a vista, a spanne e «a occhiate», nel mare magno del disvelarsi della verità; il secondo, invece, tornando sulle pagine di Cuore, quintessenza dell’italianità, mettendo a fuoco il giganteggiare, da quel momento in poi, del mito bacato e autoassolutorio degli italiani brava gente.

Eppure, basta dare un’occhiata al dato anagrafico degli autori in questione per comprendere che ciò invero rafforza la preoccupazione generazionale da cui ha preso avvio il mio discorso. Come se il problema dell’identità culturale d’un tratto abbia smesso di riguardare proprio i nati negli anni Settanta, epperò gli stessi, nel frattempo, diventati rampante classe dirigente culturale e politica del nostro bel Paese.

 

Queste ed altre elucubrazioni – che per il benpensante progressista di turno potrebbero suonare come sonore bestemmie, ombelicale retrocessione a lamento passatista di un critico di provincia –, mi sono state suggerite dalla recentissima speciale riproposizione (con tanto di illustrazioni a corredo realizzate da Marco Cazzato) del carme dei Sepolcri (1807) di Ugo Foscolo. Il lontanissimo, il maltrattato, l’inattuale Foscolo, che ha sofferto e soffre tutt’ora di un’ingiustificata tepidezza verso la sua lezione da parte di molti; per non dire poi delle livorose banalizzazioni, da Tommaseo a Gadda. Sorte che non gli viene risparmiata nemmeno oggi, se solo qualche anno fa è apparso Forsennatamente Mr. Foscolo (2018) di Luigi Guarnieri, un romanzo biografico dedicato agli ultimi anni di vita del poeta di Zacinto a Londra, in cui viene descritto al pari d’uno «squilibrato», ostaggio delle proprie nevrosi. Sul ritratto del Guarnieri sembra pesare, insomma, la stessa condanna del Pecchio, suo primo biografo, che vide addirittura negli scrittori come l’autore dell’Ortis degli «avvelenatori della vita».

 

Foscolo, al contrario, a cavallo tra il secolo dei Lumi e i munifici semi di un precorso Romanticismo, pone al centro il dato autobiografico come unico plausibile ponte tra vita e scrittura; affida alla responsabilità di dire io, con funambolico passo, l’equilibrismo di far vibrare assieme (entro un medesimo comune orizzonte) la corda privata e quella civile (alfiere dell’io, al pari d’uno Chateaubriand o di Stendhal); consegna a chi verrà dopo di lui un sillabario valoriale, per quanto si vuole impostato, ma il cui trait d’union risiede nella virtù prima della compassione. E non a caso, in quel non-romanzo referto d’una disfatta generazionale, che tuttavia può benissimo essere letto come storia tragica del travaglio d’una mente, che è Le ultime lettere di Jacopo Ortis (1802), sarà questa l’alta e inequivocabile sentenza messa in bocca all’alter-ego della sua giovinezza infranta: «Tu compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraje». Una volta riconosciuto il primato d’essa, in quanto segno più elevato di una civiltà, a Foscolo non rimaneva che condurre innanzi la sua riflessione per rintracciare nel miraggio della tomba il segno perfetto del concretarsi del più sublime dei sentimenti.

Illustrazione di Marco Cazzato

La tomba che diviene perciò la soglia di corrispondenze («celeste dote»), oltre la quale s’innesca un ventaglio di possibili sopravvivenze che possono e devono essere per primo celebrate dal poeta. Dal limite inoppugnabile della presa di coscienza della finitudine della materia e della morte come nulla, sottoforma di epistola poetica inviata all’amico Ippolito Pindemonte, sgorga la quintessenziale poesia filosofica e civile del carme dei Sepolcri. Il folle prevalere degli ardori umani e delle illusioni, là più e ancora dianzi alla certezza che il tempo ogni cosa «involve». L’erompere del tumulto avversativo che sale in risposta alle pure (per il nostro) ineludibili domande che danno avvio al carme e alla meditazione del poeta sulle sepolture. È il radioso e folle accettare quel colloquio con i morti che perdura e consola i vivi. Non c’è per Foscolo scandalo più grande del giacere per l’estinto senza tomba, privarlo – come accadde allo sventurato Parini – del doveroso tributo «d’umane lodi» e «d’amoroso pianto». Le tombe, lo spazio delle sepolture, come i cimiteri inglesi, diventano un segno, il luogo da cui si diparte la memoria, origina – come fresca sorgente – il lenitivo nutrimento del racconto: «e chi sedea a libar latte o a raccontar sue pene/ai cari estinti» (vv. 126-128). La parola sorgiva del poeta («l’armonia/vince di mille secoli il silenzio», vv. 233-234), ciò vuol dirci Foscolo, è parola di miracolosa persistenza: il diniego più concreto che l’uomo possa realizzare davanti allo scacco della morte; lo strumento più grande per promuovere il faticoso perpetuarsi d’una civiltà e dei suoi valori (si rammentino le incompiute Grazie). Ché fuori da questa luce non si comprenderebbe affatto il naturale accenno all’esemplarità delle «urne dei forti» in Santa Croce a Firenze o il reiterare (novello Omero) il mito dei vinti del bellum troiano che culmina nella figura del soccombente eroe mortale per antonomasia, Ettore, il cui astro brilla ancor più nella sconfitta, nel transito dall’angosciosa paura alla virile accettazione della pugna e del destino di morte. Ed è appunto ciò a giustificare lo stratificato tessuto di rimandi che sottende all’ordito di tutto il componimento.

 

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L’Ottocento è tutto

Un padre nella tormenta. In un volume di Giorgio Aimetti le lettere di Carlo Donat-Cattin (L’Osservatore Romano)

 

Riproponiamo l’articolo apparso ieri sul giornale ufficioso della Santa Sede, con riferimento al volume edito da Rubettini sul leader storico della sinistra sociale della Dc.

 

(Redazione)

 

Due lettere, inviate a suor Teresilla, una suora impegnata nell’assistenza ai detenuti, e al presidente della Repubblica Cossiga, sono un segno del rapporto tra fede e politica di Carlo Donat-Cattin. I documenti sono riportati in diversi capitoli del volume «Carlo Donat-Cattin. La vita e le idee di un democristiano scomodo» di Giorgio Aimetti (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2021, pagine 540, euro 29) che sarà presentato il 26 ottobre (è stato presentato ieri, per chi legge – ndr) presso l’Istituto Luigi Sturzo a Roma.

 

Nel volume si ricorda che «nel maggio del 1980 la storia politica di Carlo Donat-Cattin, a quel tempo vicesegretario della Dc e uomo forte del partito, si fermava perché si era scoperto che il quarto dei suoi figli, Marco, faceva parte del gruppo terroristico “Prima linea”. Lo rivelava agli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il pentito Patrizio Peci, esponente tra i maggiori delle Br». «Le accuse — continua la ricostruzione — erano di aver partecipato all’attività criminale del gruppo terroristico. Partecipazione diretta e tutt’altro che secondaria. Con Savasta e Gallinari era stato nel commando che aveva ucciso il giudice Alessandrini, verso la fine del 1979. Anni pieni di piombo».

 

Di quella vicenda l’Archivio Donat-Cattin conserva molte tracce, tra le quali due lettere. La prima è inviata a suor Teresilla, che si dedicava all’assistenza dei carcerati. Era la risposta a una missiva di cui non resta traccia, ma nella quale non devono essere mancati rimproveri da parte della religiosa. La seconda, in basso, fu indirizzata al presidente della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, dopo la morte del figlio Marco. L’ex brigatista fu travolto da un’auto in un giorno di foschia (il 19 giugno 1988) sull’autostrada nei pressi di Verona. Affidato ai servizi sociali, dopo aver già scontato parte della condanna, si era fermato a soccorrere gli infortunati a bordo delle auto coinvolte in un incidente.

 

 

*****

 

Lettera a Suor Teresilla

 

Cara sorella,

 

devo prima di tutto farmi perdonare per il ritardo col quale le rispondo, causato dalla mia vita randagia e dalla minima capacità di lavoro che mi rimane dopo l’infarto. Ma voglio soprattutto ringraziarLa per l’azione che svolge, con passione, per dare aiuto e riportare alla speranza giovani carcerati per terrorismo e in particolare per l’ultimo dei miei figli, Marco. Mi rendo conto di un’opera sacrificata, esposta alla conoscenza degli abissi del male, non soltanto contro la vita, ma anche e continuamente contro la dignità degli uomini in un sistema di reclusione antiquato e tendente a peggiorare anziché recuperare i condannati. Ma la nostra storia di comunità cristiana nasce ai piedi di un patibolo ed ha le sue radici alimentate dal sangue dei martiri, di infinite testimonianze nella carcerazione, nelle torture e nelle esecuzioni capitali finali. Che Dio l’assista e la Madre di ogni misericordia Le sia sempre vicina. La prego non soltanto per Marco, se pure l’egoismo parentale me lo richiama davanti a tutti nell’immaginazione e nel cuore, ma per tutti quelli che Lei riesce ad avvicinare, e per quelli che non sono avvicinati in alcun modo o non lo vogliono.

 

Nella mia vita ho cercato di pensare al prossimo, di operare per il prossimo, quello che il linguaggio cristiano chiama con questo nome, ma, me ne rendo conto, in forme più generali ed astratte: la giustizia per tutti, il miglioramento delle condizioni di vita, la promozione delle classi subalterne (…). Cosa diversa è l’incontro col prossimo, uomo per uomo, quel sofferente, quel carcerato, quel disperato; è in più di un caso peso lasciato ad altri, alla costituzione di corpi specializzati come quelli delle suore, per la ripugnanza o il fastidio istintivo ed edonistico provocato dalla nostra natura chiusa, e ad un tempo che ha eliminato ogni trascendenza e riduce la vita alla soddisfazione personale (…).

 

Questi sono alcuni dei ragionati motivi, cara sorella, per i quali non sono sordo alla sua passione e non mi irrito per la sua conseguente aggressività; e per i quali la mia gratitudine non sarà mai sufficiente.

 

Quando parla dei partiti, se ho bene inteso, lei parla del potere pubblico. Ed allora consideri che — rispetto a quanti hanno avuto coinvolgimento attivo nella lotta terroristica — l’azione dei pubblici poteri, con non pochi contrasti, è stata indirizzata alla clemenza verso chi abbia mostrato di dissociarsi dal suo passato, mentre è diventata pesantissima (…) verso chi non voglia sconfessarsi. Oggi l’attenzione è concentrata sul tema cosiddetto dei “pesci piccoli” per ottenere l’affrancamento. Credo che in un domani non lontanissimo e forse non lontano si giungerà a forme di remissione non dissimili da quelle stabilite già nel 1947 a beneficio dei fascisti di Salò ed anche dei partigiani che compirono reati nel corso della Resistenza, tenendo conto, tra l’altro, che quel periodo abbondò — come ogni guerra civile e politica — di nefandezze efferate.

 

Il compito essenziale del potere politico, alimentato dai partiti, ognuno con la propria concezione della vita, è, nel caso, in questo campo. Devo dire che si è stentato a far passare criteri di clemenza, specie rispetto alla mentalità media di una fascia notevole del mondo cattolico. Mia moglie ed io abbiamo anche sentito il gelo della ripulsa e dell’emarginazione. Molto più accentuate dal mondo comunista, che — per altre ragioni — mi ritiene un nemico e, secondo i suoi sistemi, persona perciò da eliminare, almeno moralmente. Ma, al di là del contatto umano dei singoli, mentre tra i comunisti è prevalsa l’idea di una clemenza utilitaria — quella verso il “pentito” in quanto delatore —, nel nostro mondo, in parte legato alla mentalità inquisitoria, al rogo per la salvezza dell’anima, alla giustezza della pena anticipata degli uomini, alla salutarietà dei tormenti, è stato ed è ancora difficile entrare nell’anima del perdono. Agiscono in contrasto con quest’atteggiamento donne e uomini come Lei, padre Bachelet, padre Riboldi, molti amici di C.L. e, in generale, la mentalità più attenta della maggior parte dei sacerdoti (…).

 

Sul piano dei sentimenti non Le dirò molte parole. Marco sa di avere non soltanto il perdono, ma l’amore di sua madre, dei suoi fratelli e mio. Sappiamo com’è difficile la vita carceraria e ci siamo resi conto, perciò, anche di alcuni errori successivi. (…)

 

E mentre compio ogni tanto l’esame delle mie responsabilità per le vicende di Marco, prego il Signore perché gli sia vicino anche attraverso la presenza Sua, suor Teresilla, e degli altri che, nel nome di Gesù di Nazareth, sentono con più forza l’amore. Con un cordiale saluto, Carlo Donat-Cattin.

 

*****

 

Lettera a Cossiga

 

Caro Cossiga,

 

mi vorrai perdonare del ritardo col quale, anche a nome di mia moglie, ti ringrazio del biglietto che hai voluto con tanta premura e tanto affetto farmi giungere a Torino subito dopo la morte di Marco. Sono rimasto in condizioni di non saper far nulla altro che le cose meccanicamente conseguenti. La fede è faticosa per la mia logorata umanità; eppure “tutto è grazia”. La prova più problematica è quella di mia moglie: un figlio, giovane, ma il figlio che vivo lacera il cuore, viene ripreso giorno per giorno, per anni di carcere (tutti quelli stabiliti, senza privilegi e neppure consentite condizionali), recuperato da un amore senza confini. Ti ringrazia, in particolare, per il pensiero che le hai dedicato. Cerchiamo di pregare. Ti abbraccio.

Attenti alla realtà effettuale…quando si parla di rinascita della Dc.

 

Una cosa è il sogno e un’altra la realtà della politica italiana. Ragionare in termini esclusivi di ricostruzione della Dc può essere una condizione necessaria ma, certamente, non sufficiente per dare risposte concrete all’esigenza di un centro politico di cui il Paese ha necessità.

 

Ettore Bonalberti

 

Perseguo il sogno della rinascita politica della Dc dal 1994, anno della sua fine mai consumatasi sul piano giuridico come da sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, e ripreso con alcuni amici dal 2012, sin qui con molti ostacoli. Comprendo le ragioni che Guido Bodrato ha sintetizzato con un’immagine: “La Dc era come un cristallo che si è frantumato e non è più ricomponibile”, tanto più che molti dei frammenti di quel cristallo sono animati da pulsioni egoistiche o, peggio, da colpevoli responsabilità che si tenta di occultare anche manovrando taluni sabotatori seriali.

 

Non a caso ho partecipato all’ultimo XIX congresso nazionale (ottobre 2018) nel quale ho contribuito all’elezione dell’amico Renato Grassi alla segreteria del partito. La Dc è il partito di cui continuo a far parte, convinto come sono che, anch’esso possa e debba concorrere alla ricomposizione dell’area più vasta cattolico democratica e cristiano sociale. Ecco perché non raccolgo le provocazioni di qualche amico che vorrebbe dimostrarsi più democristiano di quanti come me lo sono da una vita e lo saranno per sempre. Una cosa, però. è il sogno e un’altra la realtà effettuale della politica italiana. Ragionare in termini esclusivi di ricostruzione della Dc può essere una condizione necessaria ma, certamente, non sufficiente per dare risposte concrete all’esigenza di un centro politico di cui il Paese ha necessità.

 

Basta analizzare, come faccio da diverso tempo, il tipo di legge elettorale che sarà scelta per le prossime elezioni politiche. Se restasse l’attuale “rosatellum” o analoga legge maggioritaria, una Dc, ancorché riunificata  (operazione sin qui risultata impossibile) potrebbe forse garantire qualche candidatura a qualche amico in uno dei due poli in cui si ripartirebbe la scelta politica, mentre il nostro residuo elettorato, come già sperimentato, si tripartirebbe tra destra, sinistra e non voto. In tal caso, insomma, la battaglia per la semplice e pur importante riunificazione dei democristiani, sarebbe quanto mai velleitaria. Se, invece, fosse adottata una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento, è evidente che una Dc da sola non andrebbe da nessuna parte, rischiando risultati con percentuali tali da non superare il 3 o 4 per cento richiesto. Anche e a maggior ragione in questo caso, servirebbe un’ampia unione di componenti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

 

Dopo la formazione dell’attuale governo Draghi, si sta verificando un processo di seria scomposizione-ricomposizione delle forze politiche all’interno del quale assume realistica possibilità, come annunciato da più parti,  quella di una Federazione di centro di cui ho scritto nella mia ultima nota politica. In sostanza, restando la legge maggioritaria, il progetto della rinascita politica della Dc, ancorché meritevole sarebbe inefficace se non per le ambizioni di qualcuno, come lo è stata la rendita di posizione garantita a destra dall’utilizzo per grazia ricevuta del simbolo dello scudo crociato, dal trio dell’Udc: Cesa, De Poli, Saccone insieme alla sen. Binetti. Con la legge di tipo proporzionale, essenziale sarebbe l’unità più vasta dell’area. Se consideriamo ciò che si sta muovendo nello scenario politico italiano, l’idea della Federazione di un centro come più volte da me connotato, penso sia la proposta politico-organizzativa più valida, efficiente ed efficace per garantire una soluzione laica, democratica, popolare, riformista, ispirata ai valori dell’europeismo e dell’atlantismo, della difesa della costituzione repubblicana, nella quale una forte componente di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale sarebbe oltremodo utile e opportuna.

La guerra del gas. Una nuova arma strategica?

 

L’inverno sta arrivando, così come la maggiore richiesta di gas per i riscaldamenti. La Russia offre una risposta concreta e immediata, ma tale generosità ha il sapore di una “manipolazione di mercato”, quella di un Paese che potrebbe utilizzare le necessità altrui a suo favore.

 

Danilo Campanella

 

Ai tempi della guerra fredda c’erano trame, intrighi, misteri. C’erano agenti segreti, col volto coperto dal bavero dell’impermeabile; uomini loschi che si scambiavano informazioni negli angoli bui, in quei quartieri adatti solo alla vita dei ladri, degli assassini e dei cospiratori. Oggi non è più così. Con internet tutto è cambiato. Nel villaggio globale ogni account è una finestra nella vita dell’altro; ognuno di noi è una potenziale spia e le informazioni, vere o false, sono alla portata di tutti, senza bisogno di intermediari. Il KGB faceva spesso uso delle “trappole al miele”: a volte erano sesso, altre volte erano informazioni.

 

Oggi si usa l’energia. “L’inverno sta arrivando” ripete allarmisticamente la narrazione nella celebre serie televisiva de Il trono di spade. E l’inverno giunge anche per noi, col suo vento freddo che stavolta sembra avere l’odore del gas. Il maggior produttore di questo combustibile sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Russia e dall’Iran. La Russia, grazie alla sua vicinanza con i Paesi europei, svolge un ruolo importante nell’approvvigionamento di gas naturale. Alla vigilia dell’anno 2022, in un momento in cui il costo dell’energia sale, a causa della crisi economica post-Covid19, la Russia si offre come salvatrice dell’Europa. Putin aumenterà le forniture di gas, provvedimento che farà comodo a tutte le nazioni e in particolare alla Germania: grazie al progetto russo Nord Stream 2, il nuovo gasdotto che aggira il territorio ucraino, i tedeschi potranno godere in maniera diretta del prezioso gas russo.

 

Nella nostra attuale economia, ancora così energivora, ossia dipendente da fonti quali gas naturale, petrolio, energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari, persino dal sorpassato carbon fossile, un’economia verde, a zero emissioni, appare ancora un miraggio, giustificando il “bla bla bla” dei governi secondo le recriminazioni dell’attivista-bambina Greta Thunberg, governi che ancora non riuscirebbero ad aggirare la dipendenza delle nostre società dalle antiche ed inquinanti forme di energia.

A ottobre 2021 in Italia la bolletta del gas è aumentata del 14,4% rispetto al prezzo di settembre. La richiesta di gas cresce e alcuni Paesi pur di non aumentarne il costo ai propri cittadini, già umiliati dalla recessione e dalla pandemia, preferiscono riaprire le centrali a carbone. Il solare e l’eolico, su cui tanti avevano riposto la loro fiducia, hanno tradito le aspettative di chi, come l’Inghilterra, vi aveva investito tanto. Gli Stati Uniti, dal canto loro, potrebbero esportare più gas in Europa ma, attualmente, non hanno i mezzi per aumentare la fornitura.

L’inverno sta arrivando, così come la maggiore richiesta di gas per i riscaldamenti. La Russia offre una risposta concreta e immediata. Una tale generosità, tuttavia, ha il sapore di una “manipolazione di mercato”, quella di un Paese che potrebbe utilizzare le necessità altrui a suo favore. Il gas sarà una nuova arma strategica? Chiaramente, come la Russia oggi è disponibile ad aumentare la fornitura di energia, sotto forma di gas naturale, è altrettanto verosimile che un’eccessiva dipendenza dalla sua generosità causerà forti problemi all’Occidente, nel caso in cui Putin o il suo successore, per ragioni politiche, un giorno, decideranno, di colpo, di chiudere quei rubinetti con la stessa velocità con cui li avevano aperti.

Scongelare il risparmio? Ma è già tutto scongelato! Bisogna congelare la “non finanza” (Servire l’Italia)

 

Fiat  Lux disse Dio nel creare il mondo. Fiat money hanno detto le due Banche Centrali più grandi del mondo. Questa è la condizione della economia odierna. In realtà, andrebbe congelato o proibito il capitalismo stile Las Vegas

 

Giovanni Palladino

 

Ormai il ritornello è generale, nonché assurdo. Ad ogni “celebrazione” delle tante virtù del risparmio delle famiglie, alcuni rappresentanti del mondo bancario, politico ed economico dicono: “È tempo di scongelare il tanto risparmio che giace nei conti correnti bancari delle famiglie. Bisogna dare fiducia ai risparmiatori per convincerli ad investire buona parte del loro enorme risparmio liquido (ma ‘congelato’, ossia fermo e inoperoso) depositato in banca. L’importo è arrivato a ben 1.700 miliardi di euro!”. Se questa affermazione fosse vera, le banche sarebbero già fallite o “condannate” come quel servo al quale il padrone affidò – prima di un lungo viaggio – un talento d’oro per farlo fruttare e che invece il servo decise di sotterrare per timore di perderlo e di essere poi punito dal padrone.

 

Ma le banche non hanno affatto messo nel “freezer” o sotterrato i 1.700 miliardi loro affidati dai risparmiatori. Li hanno in gran parte utilizzati per fare prestiti alle imprese e mutui alle famiglie, nonché per aiutare lo Stato con l’acquisto dei titoli del cosiddetto “Tesoro”, che in realtà è il pesante fardello del debito pubblico. Quindi non esiste alcun risparmio congelato che andrebbe scongelato…

Tutto questo sta avvenendo dopo che già da molti anni la Banca Centrale Europea (Bce) – seguendo l’esempio della FED (la Federal Reserve Bank di Washington) – ha inondato il mercato finanziario con il QE (“Quantitative Easing”) acquistando migliaia di miliardi di titoli pubblici dell’UE (e degli U.S.A. da parte della Fed), senza alcuna stampa di banconote, ma con accrediti digitali erogati ai diversi Stati “out of thin air”, cioè creandoli dalla “invisibile aria”. Fiat  Lux disse Dio nel creare il mondo. Fiat money hanno detto le due Banche Centrali più grandi del mondo.

Con questa semplice “tecnica” hanno così aiutato anche le banche commerciali, che hanno potuto cedere alla Bce una parte dei titoli del Tesoro da loro posseduti per avere maggiore liquidità da utilizzare per i prestiti alle imprese, prestiti certamente più remunerativi dei titoli pubblici e di maggiore beneficio per l’economia produttiva.

Pertanto non c’è nulla da scongelare nelle banche. Piuttosto andrebbe congelato o proibito il capitalismo stile Las Vegas, oggi rappresentato soprattutto dalla follia delle criptovalute, sotto le quali non c’è nulla di produttivo per l’economia reale, ma solo “fiches” non colorate per un pericoloso gioco d’azzardo, che non si fa sul tavolo verde di un Casinò, ma “on-line” senza alcun controllo delle autorità monetarie e fiscali.

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https://www.servirelitalia.it/flash/flash590.pdf

Il “momento zero” della politica italiana

 

Esiste il rischio di commissariamento della politica italiana? È un’ipotesi azzardata. Avrebbe invece un suo particolare significato una sorta di patto pre-elettorale tra le principali forze politiche sulla condivisione delle regole del gioco, a cominciare dalla nuova legge elettorale, sulla conferma del percorso di risanamento e delle riforme richieste dal PNRR.

Gabriele Papini

In poco più di otto mesi, il governo Draghi ha dimostrato una particolare vitalità, operando “presto e bene” per il rilancio del Paese. Molti indicatori sono oggettivamente migliorati. Ma rimane assai arduo dimostrare a un ipotetico osservatore straniero quale sia il vero volto dell’Italia: la serietà e la trasparenza oppure lo sperpero e la corruzione? Noi siamo convinti che il primo aspetto sia prevalente sul secondo, residuo di abitudini datate, purtroppo trasversali e non solo nel mondo della politica. Tuttavia il nostro amico straniero non capirebbe perché, ad esempio, una seria legge contro l’evasione e l’elusione fiscale (prevista anche dal PNRR) tardi ad essere approvata, rafforzando il sospetto che passata la fase più critica della pandemia possano tornare alla ribalta vecchie e inconfessabili abitudini. Inoltre, il nostro amico straniero ci ricorderebbe che non abbiamo ancora una normativa moderna per la trasparenza degli affari e, in tal senso, l’Ocse ci ha recentemente richiamato a intervenire al più presto.

Eppure la tela delle riforme intessuta con pazienza dal Governo Draghi, rischia di essere rallentata dall’irresistibile demagogia di ogni campagna elettorale che si rispetti. In questo caso, è alle porte la corsa per il Colle. I principali leader politici continuano a ripetere pubblicamente che “di Quirinale si parlerà dopo Natale”. Ma sarà vero? Intanto il “momento zero” della politica italiana non è la migliore risposta che si possa dare adesso, a noi stessi e ai mercati. Perché dà l’impressione che l’enorme sforzo di risanamento fin qui compiuto sia frutto di estemporanee ed episodiche virtù. Dà anche l’impressione che l’eccezionale crescita del Pil prevista nel 2021 (+6%) sia più il frutto di una situazione congiunturale favorevole che un punto di partenza stabile per la ripresa duratura dell’economia (e la riduzione del debito pubblico).

E avvalora – soprattutto – la convinzione che dopo le elezioni politiche (quando saranno) tutto possa tornare magicamente come prima. È comprensibile che i partiti rivendichino con forza il proprio ruolo di indirizzo politico, essenziale in una democrazia compiuta, e si ribellino a un’ipotesi di commissariamento. Lo spazio per evitare lo scenario del “commissariamento” della politica, considerato inevitabile da molti, che svilirebbe ancor più il voto popolare e darebbe nuova linfa al qualunquismo, è assai limitato. Avrebbe invece un suo particolare significato – specie in caso di disponibilità da parte dei principali leader – una sorta di patto pre-elettorale tra le principali forze politiche (che non significa precostituire alcuna “Grande coalizione”), sulla condivisione delle regole del gioco, a cominciare dalla nuova legge elettorale, sulla conferma del percorso di risanamento e delle riforme richieste dal PNRR, sulla transizione ecologica, sulla semplificazione e riduzione dei costi della burocrazia.

Tutte questioni che – stiamone pur certi – riempiranno l’agenda politica e mediatica nei prossimi mesi. Di qui la necessità, a nostro modo di vedere urgente, di un Patto politico. A condizione che non resti, come altri solenni impegni del passato, una desolante lettera morta.

Verso un mondo post-globale. Osservazioni a margine di una riflessione di Giuseppe De Rita.

 

Il Presidente del Censis teme che una rimodulazione dei modelli di sviluppo economico e sociale resti prigioniera del quotidiano dibattito d’opinione, del ‘cortissimo’ raggio della cronaca, racchiudendo in un perimetro autoreferenziale ogni progetto di crescita che peraltro va cercato e sollecitato.

 

Francesco Provinciali

 

In attesa della pubblicazione ormai prossima del 55° Rapporto Censis, Giuseppe De Rita ci fa dono di una riflessione – pubblicata sul Corriere della Sera –  che certamente ne anticipa temi e contenuti.

 

Non da ieri il grande sociologo argomenta intorno all’autoreferenzialità del presente, tanto dibattuto da rendersi “asfissiante”: una politica di corto respiro che  non va oltre il rimuginamento sull’esistente, la blandizie verso la cronaca e il chiacchiericcio inconcludente, quando non si lancia invece nel tratteggiare disegni incompleti e astratti, avvinghiati a prospettive incerte e di maniera. La dimensione di un futuro immaginabile e gestibile attraverso la proposta di modelli sociali ed economici capaci di innescare e padroneggiare lo sviluppo sembra non le appartenga: per questo De Rita, riflettendo – forse con inguaribile ottimismo – su una rapida uscita dalla crisi pandemica che ci ha costretti ad una “casalinghità” di piccolo cabotaggio, argomenta sulla necessità di riprendere il cammino con piglio e vigore, attraverso idee e decisioni che esprimano la consapevolezza di un “profondo passaggio di fase o di ciclo di tutta l’economia… verso la costruzione di un mondo post-globale”.

 

Una caratteristica di questo mondo nuovo dovrebbe consistere- mi permetto di osservare – nel recupero del concetto di identità: la globalizzazione è stata un mare magnum indistinto e omologato verso il basso che ha finito per tutelare e far prevalere logiche su larga scala e poteri forti, nella finanza, nell’informazione, nelle imprese multinazionali per effetto di una “dilatazione universale delle innovazioni”.

 

Secondo De Rita occorre riconsiderare una dimensione economica spazio-temporale di “corto raggio”, che tenga conto delle filiere preesistenti all’impazzimento della globalizzazione e alle spinte espansive a livello geoeconomico. In questa linea di indirizzo vanno viste le tematiche “della sostenibilità, della riconversione ecologica, della qualità dei servizi di vita collettiva, del fisco come strumento di lotta alle diseguaglianze sociali, fino alla esaltazione della economia circolare. Insomma il genius loci – che è valorizzazione del “qui ed ora”, la riscoperta del territorio, la peculiarità delle risorse – troppo frettolosamente espunto dai processi di mondializzazione, ritrova senso e prospettiva nei modelli di sviluppo che vanno “dalla presenza del termine resilienza in ogni ambizione programmatica dell’Europa di oggi al build back better di Biden , interprete del sentire collettivo degli americani”… dopo le recenti esperienze negative di presenza in diversi angoli del pianeta.

 

 

Insomma il genius loci – che è valorizzazione del ‘qui ed ora’, la riscoperta del territorio, la peculiarità delle risorse- troppo frettolosamente espunto dai processi di mondializzazione, ritrova senso e prospettiva nei modelli di sviluppo che vanno “dalla presenza del termine resilienza in ogni ambizione programmatica dell’Europa di oggi al build back better di Biden , interprete del sentire collettivo degli americani”… dopo le recenti esperienze negative di presenza in diversi angoli del pianeta.

 

Ma anche per l’Italia la stagione delle filiere lunghe (“il made in Italy, quella enogastronomica, quella del primato nella produzione dei macchinari, quella del turismo”) necessita di una riconversione sul “corto raggio” gestibile e riprogrammato. Il Presidente del Censis teme al riguardo che una rimodulazione dei modelli di sviluppo economico e sociale resti prigioniera del quotidiano dibattito d’opinione, del ‘cortissimo’ raggio della cronaca che si focalizza sul presente e non preme il tasto dell’ascensore sempre fermo da tempo al piano terra, racchiuda in un perimetro autoreferenziale ogni progetto di crescita che peraltro va cercato e sollecitato.

 

Ciò spinge ad una verticalizzazione dei processi decisionali anziché verso una presa di coscienza ed una condivisione collettiva verso il basso. Il vincolo della delega “a  qualcuno che ci deve pensare” finisce per dilatare il gap tra paese legale paese reale. Una ‘guida’ il Paese l’ha finalmente trovata ed è autorevole , esperta e rispettata nel contesto internazionale: si chiama Mario Draghi e non ha alternative, intorno c’è un vuoto desolante. Non basterà ridurre il numero dei parlamentari per impostare strategie di corto-medio termine, non si tratta di un problema di quantità ma di qualità. L’aver attribuito a questa decisione una portata risolutiva e palingenetica rivela proprio quanta miopia e scarsa lungimiranza renda incerto il cammino.

 

De Rita non lo dice ma la conclusione sembra ineludibile: si può rimodulare la politica come servizio in un’ottica di post-globalizzazione solo se oltre all’oggetto (che il Presidente Censis ha ben tratteggiato) si considera anche il soggetto. Per dirla in breve, usciremo dalle secche del ristagno solo attraverso un radicale e coraggioso ricambio della classe dirigente del Paese. La storia insegna che non basta un generale se gli ufficiali e la truppa non lo seguono.

Il populismo e le culture politiche. Ora si volti pagina.

Il fallimento radicale del progetto populista grillino e il tramonto irreversibile del sovranismo di marca salviniana ripropongono l’esigenza di un rilancio delle culture politiche tradizionali. Cresce, pertanto, la domanda di una “cultura di centro” o di “politiche di centro”, con ipotesi operative che vanno da un partito/movimento di centro ad una formula aderente alla prospettiva, più ampia ma pur sempre coerente, di un governo riformista e democratico.

 

Giorgio Merlo

 

Si è aperta una nuova fase politica nel nostro paese. Dal “nulla della politica” che ha caratterizzato lo scenario pubblico italiano in questi ultimi anni, non possiamo che rallegrarci del lento, ma inesorabile, tramonto del populismo anti politico, giustizialista e manettaro dei 5 stelle da un lato e del sovranismo a trazione salviniana dall’altro. Due sub culture e due derive antidemocratiche che, purtroppo, hanno dominato il panorama politico italiano per troppi anni. Con la compiacenza, come ovvio e scontato, della stragrande maggioranza dei media. Televisivi e della carta stampata, per non parlare di tutti coloro che, grazie all’avvento del populismo e della lotta spietata ai partiti e ai politici, hanno fatto la loro fortuna professionale ed economica.

 

Ma è inutile soffermarsi sul passato. Adesso si deve voltare pagina e i populisti di ieri sono diventati i trasformisti di oggi per cui tutte le cose dette, giurate, urlate, promesse e sbandierate in tutte le piazze italiane e in tutti i vari talk televisivi sono stati semplicemente dimenticati. O meglio, rinnegati ed espulsi dal lessico quotidiano. Questo è, purtroppo, il contesto con cui dobbiamo fare i conti. Politici, culturali ed organizzativi. Tuttavia,  proprio in una fase come questa va messa in campo una iniziativa politica, culturale e, di conseguenza, organizzativa che sia in grado di cogliere le opportunità che emergono da questa travagliata ma, comunque sia, interessante fase politica italiana.

 

E, al riguardo, c’è un compito preciso a cui va data una risposta altrettanto precisa e puntuale. E cioè, chi pensa – e noi cattolici popolari e sociali siamo tra questi – che le culture politiche tradizionali, che il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale dei grandi “maestri” del passato continuino ad avere un valore e soprattutto un significato anche nella stagione politica contemporanea, ha il dovere di riproporle. Seppur con un linguaggio aggiornato e con formule organizzative e politiche del tutto diverse da quelle del passato che abbiamo conosciuto e sperimentato. E la ricorrente e persistente richiesta di avere un “centro politico” riformista e democratico nel nostro paese, se non vuole essere la riedizione di una versione trasformistica e puramente opportunistica, è la concreta dimostrazione che a quelle culture occorre rifarsi. Per quanto ci riguarda si parla di quel cattolicesimo popolare e di quel cattolicesimo sociale che, grazie anche al magistero innovativo e moderno di Papa Francesco, può oggi trovare una rinnovata e attiva cittadinanza nella politica italiana.

 

Al di là delle formule – partito, alleanza o movimento – con cui quella domanda troverà una concreta applicazione. E la conferma di questa considerazione è anche e soprattutto il frutto e il prodotto di una profonda inversione di rotta a livello politico e di sistema. Il fallimento radicale del progetto populista grillino da un lato e il tramonto irreversibile del sovranismo di marca salviniana dall’altro – checchè ne dicano i rispettivi protagonisti – ripropone quelle costanti che hanno caratterizzato per molti decenni la politica italiana. Dalla “cultura di centro” alle “politiche di centro”, da un partito/movimento di centro ad una cultura di governo riformista e democratica che esca definitivamente dal populismo e dal sovranismo. Che saranno destinati a giocare inesorabilmente un ruolo del tutto marginale e periferico nello scenario politico italiano del futuro.

 

Ecco perchè il magistero politico e culturale di uomini come Carlo Donat-Cattin o di Franco Marini, di Tina Anselmi o di Mino Martinazzoli e di molti altri, adesso è il momento di recuperarli e di tradurli nella concreta azione politica italiana. I tatticismi e i meri posizionamenti legati alla contingenza, sono destinati a lasciare il campo alla politica, alla cultura politica e al pensiero politico. Senza ulteriori indugi e reticenze. Si è aperta una nuova fase politica. Tocca ai politici adesso, e non ai populisti di ieri e di oggi o ai sovranisti ad intermittenza, fare un passo in avanti. Se non lo si capisce è perchè anche noi siamo diventati figli e vittime di una stagione populista e demagogica che ha distrutto le basi e il nostro tessuto democratico.

Personalismi, opportunismi e nuova politica. Risposta a Frascatore e Bonalberti.

 

 

L’autore, chiedendo ospitalità al nostro giornale, contesta le tesi – per altro divergenti – di Paolo Frascatore (contrario alla nuova Dc) ed Ettore Bonalberti (contrariato per la mancata costruzione di un nuovo partito di centro), presentate ieri su queste pagine. Dal punto di vista di Rapisarda la riorganizzazione della Dc è in corso, sta avendo i suoi riscontri positivi e per questo merita rispetto ed attenzione. Ora, pur nello spirito di apertura a un confronto anche esigente e complesso, la redazione de “Il Domani d’Italia” considera – per chiarezza – la posizione di Frascatore come la più realistica, benché essa stessa bisognosa di maggiori e più concreti sviluppi per non essere risucchiata nel vagheggiamento di aspettative incongrue.

 

Luigi Rapisarda

 

È da tempo che discutiamo su come riproporre in politica quel florilegio di valori e di ideali che ispirarono l’azione politica della Democrazia Cristiana e che seppero dare impulso ad un’esperienza di governo lunga cinquant’anni. Una sfida ambiziosa che ha visto, in questi quasi trent’anni, dall’uscita di scena del partito, con la scelta di Mino Martinazzoli di dargli nuova identità, una classe dirigente vagare alla mercé di forze politiche che non sono riusciti ad offrire una sintesi accettabile con parte di quel patrimonio di valori di cui la Dc seppe essere espressione. Fu certamente una scelta affrettata, voler chiudere un’esperienza di così grande spessore, al di là di tutte le concause che in quei tormentati primi anni novanta agirono su questa decisione. Ovviamente non poté dissolvere quel prezioso radicamento, nel corpo vivo di tante coscienze, espressione di un progetto di paese che aveva al centro la persona e la sua dignità, funzione diretta e vicendevole al benessere comune, in una visione di piena attuazione del principio di solidarietà.

 

È bastato il tenore di una statuizione giudiziale, con pronuncia definitiva della Cassazione nel 2010, con cui si riconobbe che “la Dc non si è mai ritualmente sciolta”, perché quel fermento di ideali, non sopiti, potessero affiorare con tutta la loro forza. Certo il cammino non è stato agevole, proprio perché c’era da salvaguardare una conformità piena ai dettami statutari, mettendo al riparo l’azione riorganizzatrice dai tanti tentativi personalistici che si sono affiancati al processo ricostruttivo, tutt’ora in atto. Un processo che ha consentito una prima rilevante presenza nelle istituzioni locali in queste recenti elezioni amministrative. Con una risposta assai incoraggiante, soprattutto in quella terra dove furono delineati i contorni identitari con il prezioso apporto di Don Sturzo, De Gasperi e Giuseppe Alessi, con cui si seppe dare, ad un territorio martoriato da una guerra che aveva lasciato in tutta la penisola, devastazione, nei territori e nelle coscienze, una efficace risposta nella poderosa opera ricostruttiva del paese.

 

È in questa luce che non può che apparire semplicistica e poco rispettosa di una sfida certamente assai difficile, la considerazione di Paolo Frascatore su “Il Domani d’Italia” di ieri, che dopo aver esordito con l’impietoso titolo: “Rifare la Dc è fuori dalla storia”, prosegue affermando: “…Non è più tempo né di personalismi, né di utilitaristiche sigle e simboli per accaparrarsi qualche seggio nelle competizioni amministrative. Bisogna uscire allo scoperto. Zaccagnini direbbe “in campo aperto” per proporre un nuovo modo di intendere e di fare politica”. Una posizione che non convince perché trova poi nel prosieguo del suo ragionamento una palese incoerenza.

 

Se da una parte può anche apparire fondata la considerazione che ogni storia politica difficilmente può riproporsi perché espressione di una contestualità che il progredire sociale e civile di una comunità non consente di riprodurre allo stesso modo, è la considerazione che Egli ritenga ineludibile che ci si prodighi nel rilancio di una forza di centro, che rende il ragionamento poco credibile. Sia nei termini di una compatibilità di questo tipo di iniziativa politica con l’attuale scenario delle forze politiche in campo. Sia nei termini in cui, nell’ipotesi dell’autore, un tale auspicato processo aggregativo non fa che presupporre, come requisito credibile, un partito che abbia un dna di centro, che esprima valori cattolici e democratici.

 

Ora se escludiamo quelle forze politiche che in questo momento gravitano in un orbita assai ondivaga tra centro e sinistra, tutte espressione di una cultura riformista, pur se all’interno non mancano esponenti formatisi nei ranghi delle scuole di partito della Democrazia Cristiana, gli europeisti radicali che fanno scuola a sé, e Forza Italia che si è oramai avvitata su un percorso velleitario tra utopia del Quirinale e subalternità ai sovranisti, quale altra forza di centro credibile può esserci rappresentativa di valori e ideali cattolici e popolari? D’altronde l’Udc, oramai in piena desertificazione, mentre da una parte boicotta il processo di Federazione dei democristiani e popolari, in fase di stallo da quasi due anni, si è titolata a fare da caudataria alle posizioni sovraniste, escludendosi da sola da ogni coprotagonismo credibile nel segno di un’idea di centro autonomo, relegandosi in un marginalismo personalista ed inconcludente che Frascatore tanto addebita alla nuova Dc.

 

Ecco perché quel cammino intrapreso da un gruppo di coraggiosi promotori di dare riedizione all’unico partito che seppe mirabilmente mediare tra le tre matrici di pensiero senza traumi e derive populiste e sovraniste, facendo argine ad un blocco comunista assai temibile, anziché essere bollato di opportunismo andrebbe incoraggiato e sostenuto da tutta quell’area che oggi è dispersa in una costellazione di associazioni e movimenti. Un partito che si richiami al pensiero di Sturzo e si faccia portavoce delle forti disuguaglianze sociali che si sono sempre più incardinate e di una transizione ecologica nel segno di un reale Umanesimo integrale, non si può inventare di sana pianta, perché cadrebbe, sì, in quella trappola di “personalismo ed opportunismo” che Frascatore invece paventa come vizio congenito al processo in atto di ricostruzione di una nuova Dc.

 

Mentre non si coglie che quel processo ricostruttivo risponde ad una coscienza popolare che non ha mai abbandonato quegli  ideali che trovarono espressione nella Dc. Una realtà che le consultazioni elettorali, soprattutto in Sicilia, grazie ad una risposta politica seria e coerente, hanno fatto riemergere. Ora se forza di centro vuol dire progetto politico che riaffermi con determinazione i valori fondamentali che la Carta costituzionale ha sancito, nella virtuosa sintesi tra le culture cattoliche, liberali e riformiste, vuol dire allora che si debba saper elaborare e proporre un progetto politico che riporti coesione sociale superando l’aspra contrapposizione tra i ceti che ha caratterizzato, anche per effetto di una politica sempre più estremizzata negli obiettivi, questi due decenni di governance del paese.

 

Ed è impressionante come già negli anni venti del secolo scorso, in un articolo pubblicato sul “Popolo nuovo” il 26 agosto del 1923, dal titolo: “Il nostro centrismo”, don Luigi Sturzo disegnasse la sua magistrale idea di centro: “..Spieghiamo allora cosa intendiamo per centrismo. Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo: – siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; – vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; – ammettiamo l’autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; – rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; – vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo l’imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all’ultimo punto dei nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro”.

 

Vien da chiedersi allora quale solidità può avere la tesi di Frascatore che, a fronte di un idea di centro, tanto enfatizzata, quanto poco chiara, per l’estrema genericità dei suoi contorni, ci propone il paradosso che: ”..Anzi, proprio la fine della Dc è foriera di posizioni politiche più articolate, anche se meno consistenti dal punto di vista elettorale, che possono continuare non una tradizione (che non interessa a nessuno), ma una proposta politica seria ed alternativa rispetto agli attuali attori in campo.mRipartire, cioè, dal Partito Popolare di don Luigi Sturzo, dai programmi come base sia di consenso, sia di alleanze politiche”.”..Occorre, però, il coraggio, il sapersi organizzare, la diffusione ideale, il saper interpretare i nuovi bisogni della società contemporanea”. Parole vuote senza un sostrato concreto.

 

Vien da chiedersi se questo quadro prospettico sia solo un gioco di cogitazione accademica o se si sia perso il senso delle dinamiche politiche che sono alla base della nascita dei movimenti e delle realtà di partito. Una forza politica non si inventa e non può nascere così e semplicemente dalla testa di Giove. Un partito è il frutto di un processo reale e concreto che parte da un lavoro nel territorio, dalla giusta risposta che si propone, da un’idea di paese alle dinamiche sociali e civili avvertite da un corpo sociale. Ed è proprio la domanda che viene dal paese, con il forte astensionismo e la scarsa credibilità di queste forze politiche,  che rende doverosamente ineludibile recuperare la coerenza e la lungimiranza di quel patrimonio di ideali e di valori, che non temono nessuna obsolescenza, anzi, in grado, invece, di dare valore aggiunto alle risposte che il contesto socio-economico e politico-istituzionale richiede da tempo.

 

Pur senza rifuggire dall’idea di convergenze con le altre forze politiche, a cominciare da quelle che esprimono maggiori sensibilità centriste, sulla comunanza di tante tematiche che trovano risposte inadeguate, difficilmente può rivelarsi praticabile, il percorso cui sembra affiancarsi anche l’amico Bonalberti sulle stesse pagine (di ieri, ndr) de “Il Domani d’Italia”, quando afferma: “…indispensabile concorrere alla costruzione di un centro ampio che…potrebbe assumere i connotati di un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, transnazionale… Senza la pretesa di salvifici federatori sedicenti a priori, ma lasciando al campo aperto della politica e del confronto democratico la decisione su chi potrà assumersi l’onere e l’onore di guidare il progetto, credo che insieme a Mastella e a Calenda, anche gli amici di Rotondi e dei Verdi disponibili, così come agli amici di Forza Italia delusi dal mantenere un ruolo subordinato alla destra della Meloni e di Salvini: Carfagna, Gelmini, Brunetta, con quelli di Matteo Renzi, si potrebbe concorrere con tutti gli amici dell’area DC e popolare alla costruzione di una grande centro”.

 

Ma inerpicarsi in un percorso di alleanze organiche e federative, con forze così eterogenee, nei metodi, nei contenuti e negli obiettivi di medio e lungo periodo, senza aver acquisito una forza rappresentativa consistente, vuol dire: frequenti conflitti interni, spinte e controspinte che finirebbero per far deflagrare tutto, come è successo con la Margherita e poi con l’esperienza governativa dell’Ulivo, ed avrebbe il sapore di una presa in giro degli elettori e poi di quanti si rendono protagonisti di questo disegno incauto. Un panorama simile si sta consumando nella coalizione di centrodestra, dove il ribaltamento, in termini di peso elettorale di Berlusconi, ha finito per mettere il suo partito al traino dei populisti e dei sovranisti. Come a sinistra dove, pur con la recente vittoria in diverse parti dei territori comunali del Pd, non sembra trovare la giusta strada la vagheggiata alleanza con i 5 stelle. Il fatto è che le condizioni in cui si dibatte il paese non consentono simili avventure. Meglio guardare avanti nella prospettiva di costruire una forza politica che, ripartendo dalle sue radici, riaccenda una speranza di futuro, nel segno di uno sviluppo equo e sostenibile

Scuola, si va verso la riduzione dei posti di docenti di sostegno?

 

Fare economie sulla scuola significa disinvestire sul capitale umano, impoverire le risorse disponibili e deprivare di potenzialità un servizio pubblico essenziale in una società aperta e inclusiva. I soggetti più deboli debbano dunque contribuire al pareggio di bilancio dello Stato?

 

Francesco Provinciali

 

Per comprendere la domanda posta nel titolo è utile fare riferimento ad un documento elaborato e diffuso dalla Uil-Scuola, che riassume in una scheda alcuni quesiti e interrogativi posti a seguito della attivazione di corsi di formazione in servizio per il personale docente da parte del Ministero dell’Istruzione, segnatamente quello sul tema della ‘sicurezza’ e quello relativo  al ‘sostegno educativo-didattico”.

 

Nel primo caso si tratta di un corso già svolto in larga parte delle scuole, nel secondo di una iniziativa di formazione in atto nel corrente anno scolastico che prevede 25 ore di impegno obbligatorio. In entrambe le fattispecie il Sindacato scuola Uil ribadisce e ricorda che la partecipazione deve intendersi compresa nelle 40 ore annuali di aggiornamento/formazione previste dal vigente contratto nazionale di lavoro. Sulla adesione la UIL ricorda inoltre che il piano della attività di cui trattasi deve essere deliberato dal collegio dei docenti, nell’ottica dell’autonomia scolastica, tenendo conto che il Contratto del 19 novembre 2019 assegna agli istituti scol.ci il 60 % delle risorse disponibili mente il restante 40% viene gestito direttamente dall’Amministrazione della P.I.

 

La UIL argomenta intorno al concetto di obbligatorietà dei due corsi sopra descritti: nel primo caso si tratta di una iniziativa che riguarda la formazione sul tema della sicurezza, per adeguare le competenze alla normativa più recente, anche a livello europeo, della quale occorre tener doverosamente conto.

 

Circa il corso di formazione sul tema del “sostegno” per gli alunni con disabilità o comunque con bisogni educativi speciali, il sindacato scuola UIL adombra neanche tanto velatamente alcune riserve e alcuni dubbi: per capire di cosa si tratti pare corretto leggere testualmente quanto il citato documento riporta.

 

“Con il decreto n.188 del 21 giugno 2021 il Ministero attua quanto previsto dalla legge di Bilancio 2021 relativamente alla introduzione di 25 ore di formazione obbligatoria per tutto il personale docente non specializzato impegnato nelle classi con alunni con disabilità.

La norma inserita in Legge di Bilancio e alla quale ora si darà attuazione attraverso il decreto, nasconde un trucco che tanto celato non è: si determinerà infatti una riduzione in organico di diritto da subito di 1.800 posti e in futuro una riduzione di ulteriori 5.000 posti l’anno sul sostegno. In sostanza con questa formazione si compenserebbero le riduzioni di organico che ricadrebbero su tutto il personale, configurando un carico di lavoro aggiuntivo, quantomeno in termini di intensificazione.

È, infatti, una norma che prefigura la possibile limitazione-eliminazione del docente di sostegno e che ha un’unica direzione: la riduzione dei posti di sostegno, in particolare per quelli in deroga, per cui si tagliano i docenti di sostegno scaricando tutto sugli altri docenti della classe che non sono specializzati sul sostegno.

Per cui, attraverso una formazione obbligatoria di poche ore, si dà attuazione alla riduzione dell’organico di sostegno di almeno 5 mila posti l’anno, secondo quanto indicato nella relazione tecnica allegata alla legge di Bilancio”.

 

Alla luce delle suesposte osservazioni pare legittimo porsi un interrogativo di fondo: la formazione obbligatoria in servizio avviata dal Ministero risponde alla necessità di adeguare le competenze dei docenti di classe o sezione ai bisogni formativi postulati dagli alunni disabili, in modo che essi possano farsene carico condividendo la corresponsabilità educativa con i colleghi di sostegno?

 

Ciò corrisponderebbe alle linee di indirizzo pedagogico-didattico sempre sostenute dalla legge 517/1977 in poi: il docente di sostegno è assegnato ad una classe o sezione frequentata dall’alunno disabile o con bisogni educativi speciali e non per occuparsi da solo di queste specifiche problematiche che vanno condivise con gli insegnanti titolari di classe o sezione. “Il sostegno è alla classe non al solo alunno”.

 

Ma la UIL adombra invece il dubbio che questa “campagna massiccia” di formazione obbligatoria venga avviata al fine di gradualmente sopprimere la figura del docente di sostegno, formando i titolari di classe sulle competenze specifiche di cui il sostegno fino ad oggi si è fatto carico.

Un chiarimento ufficiale del Ministro dell’Istruzione sarebbe quanto mai opportuno.

 

Tutta la normativa degli ultimi decenni è stata orientata ad implementare la presenza dei docenti di sostegno in affiancamento alle classi o sezioni, per garantire – come dice la parola – un supporto didattico alle difficoltà legate ai temi dell’inserimento, dell’integrazione e dell’inclusione degli alunni disabili.

 

Una retromarcia su questa linea sempre adottata a partire almeno dalla citata legge 517 – e sono trascorsi 44 anni – sarebbe un vulnus difficile da metabolizzare. La riduzione dei posti di insegnante di sostegno costituirebbe un notevole aggravio per i docenti di classe che hanno alunni disabili o con difficoltà e per costoro rappresenterebbe una vistosa smentita di tutte le teorie finora sostenute su diritto allo studio e l’uguaglianza delle opportunità educative.

 

Fare economie sulla scuola significa senza mezzi termini disinvestire sul capitale umano, impoverire le risorse disponibili e deprivare di potenzialità un servizio pubblico essenziale in una società aperta e inclusiva. Pare che i soggetti più deboli debbano dunque contribuire al pareggio di bilancio dello Stato?

Prima i lavoratori fragili e la loro lunga battaglia durante la pandemia, poi l’assegno di invalidità percepibile solo in caso di inattività lavorativa (287,09 euro) , ora la graduale riduzione dei posti sostegno per i disabili. Un sindacato ha posto il problema: sarebbe interessante sapere cosa ne pensano insegnanti e famiglie.

Rifare la Dc è fuori dalla storia, ma ciò non preclude l’impegno per il rilancio di una forza politica di centro.

 

Non è più tempo né di personalismi, né di utilitaristiche sigle e simboli per accaparrarsi qualche seggio nelle competizioni amministrative. Bisogna uscire allo scoperto. Zaccagnini direbbe “in campo aperto” per proporre un nuovo modo di intendere e di fare politica.

 

Paolo Frascatore

 

Siamo arrivati al punto che ormai ogni azione umana quotidiana merita di essere considerata se fa audience, se fa spettacolo. A tale nuova “regola” non può sfuggire nemmeno la politica e quello che resta di un impegno politico ispirato dall’umanesimo. Ormai si conta se si appare in TV, sui social; tutto il resto non conta nulla e va classificato come i rifiuti riciclabili, buoni ad uso e consumo per gli interessati.

 

Eppure, il dato politico delle ultime elezioni amministrative, sia al primo che al secondo turno, dovrebbe far preoccupare tutti coloro che si professano politici o classe dirigente, ma che nella buona sostanza sembrano voler vivere quasi alla giornata; ossia secondo l’antico dilemma del “meglio un uovo oggi che la gallina domani”. Fino a quando reggerà? Reggerà fino a quando non si prende coscienza che questa classe dirigente (di entrambi gli schieramenti) è solo minoranza e che può fregiarsi di questo titolo sol perché il 60 per cento degli elettori non si reca più alle urne per esprimere il proprio voto.

 

Tutto questo dovrebbe non solo ridare considerazione alla maggioranza del corpo elettorale che attualmente preferisce non andare a votare, ma anche a proposte politiche e a formazioni diverse e distanti dagli attuali partiti politici elitari. Ma, come al solito, quando si arriva a questo nodo dolente la nostalgia di alcuni prende il sopravvento e si richiama la ormai fu Dc per tentare di riattualizzarla nel contesto politico contemporaneo. È quest’ultima un’operazione fuori dalla storia politica contemporanea e andrebbe archiviata dalle menti più intelligenti del cattolicesimo democratico, anche in considerazione del fatto che la Dc ha rappresentato (al di là dei vari aspetti politico-culturali di rilievo riferibili soprattutto alle esperienze politiche delle sinistre interne) una sorta di baluardo anticomunista in un’epoca dominata dai due blocchi.

 

Oggi, francamente, sarebbe improponibile; ma certo questo non vuol dire chiusura verso posizioni riferibili al cattolicesimo politico democratico. Anzi, proprio la fine della Dc è foriera di posizioni politiche più articolate, anche se meno consistenti dal punto di vista elettorale, chepossono continuare non una tradizione (che non interessa a nessuno), ma una proposta politica seria ed alternativa rispetto agli attuali attori in campo. Ripartire, cioè, dal Partito Popolare di don Luigi Sturzo, dai programmi come base sia di consenso, sia di alleanze politiche.

 

Occorre, però, il coraggio, il sapersi organizzare, la diffusione ideale, il saper interpretare i nuovi bisogni della società contemporanea. Ma occorre anche quel senso di unità che nell’attuale congiuntura politica sembra che venga meno ogniqualvolta si tenta la costituzione di un nuovo soggetto politico di centro: finendo sempre con la personalizzazione e con quell’utilitarismo elettoralistico che non hanno né respiro, né sguardo profondi per il futuro politico. Non è più tempo né di personalismi, né di utilitaristiche sigle e simboli per accaparrarsi qualche piccolo seggio nelle competizioni amministrative. Ѐ, invece, il tempo di uscire allo scoperto; Zaccagnini direbbe “in campo aperto” per proporre un nuovo modo di intendere e di fare politica nel segno degli ideali del popolarismo sturziano.

Verso una Federazione del Centro? Bisogna provarci a tutti i costi.

 

 

Occorre fare un salto di qualità – dice l’amico Bonalberti – senza attendere l’arrivo di sedicenti federatori. A suo dire, i democratici di matrice popolare hanno il dovere di organizzare un centro che sappia offrire risposte politiche e programmatiche ai bisogni insoddisfatti dei renitenti al voto.

 

 

Ettore Bonalberti

 

Da diverso tempo si susseguono interventi tesi a promuovere l’avvio di un rinnovato centro della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Lo stiamo facendo da molti anni noi della Dc, legittima erede del partito storico, come la stessa Federazione Popolare dei Dc insieme a numerose associazioni, movimenti, gruppi facenti parte della vasta e articolata area dei cattolici democratici e cristiano sociali.

 

È mancata sino a oggi la capacità di collegare queste esperienze con quelle assai interessanti degli amici di Rete Bianca, di Insieme, del Centro democratico, persistendo le divisioni che ci hanno visto correre frammentati e, dunque, irrilevanti, anche nelle recenti elezioni amministrative. Uniche interessanti eccezioni: quella dei Dc siciliani con Cuffaro, aperti alla collaborazione con Forza Italia e quella di Mastella a Benevento, con una lista sostenuta da un’ampia aggregazione di consenso dal centro a parti importanti della sinistra.

 

La sconfitta della destra-centro nel voto ottobrino, ha favorito, sollecitato dalla Meloni, l’incontro di Mercoledì scorso a Roma, a Villa Zeffirelli di proprietà del Cavaliere, alla fine del quale sono state raggiunte alcune conclusioni evidenziate nella nota resa pubblica. Da essa si evince l’impegno a procedere uniti verso l’elezione del Presidente della Repubblica e un netto rifiuto del sistema proporzionale. Quanto al primo obiettivo, considerato come il piano A della destra-centro, concesso al Cavaliere come un miraggio nel quale solo Berlusconi crede, esso potrebbe essere il prezzo pagato per l’eventuale premiership della Meloni, così come indicato dalle regole sin qui condivise nel destra-centro: guida chi prende più voti. Insomma due obiettivi che, allo stato degli atti, sembrano premesse di due sicure sconfitte.

 

L’idea di conservare unito il destra-centro si tiene con quella del mantenimento di un forzato bipolarismo che, dal mattarellum in poi, ha saputo sfornare governi instabili a ripetizione finendo col far prevalere l’epistocrazia (governo dei competenti, alla fine, dei tecnici) sulla democrazia. Immediata la reazione negativa di Carlo Calenda all’idea della legge maggioritaria dato che, come tutti noi democristiani, è interessato a un sistema elettorale di tipo proporzionale. È proprio dalle posizioni espresse dall’amico Mastella a Benevento, con l’orizzonte aperto all’impegno più ampio di un centro democratico nazionale e da quelle di Calenda che si potrebbe ripartire. Per non cadere nella trappola che sarebbe mortale per il nostro potenziale elettorato di area Dc e popolare, il quale, con una legge di tipo maggioritario si tripartirebbe tra destra, sinistra e astensione dal voto, è indispensabile concorrere alla costruzione di un centro ampio che, come scrivo da molto tempo, potrebbe assumere i connotati di un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista., trans nazionale, alternativo alla destra nazionalista populista e anti europea e alla sinistra sin qui senza identità.

 

Un centro aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Ecco perché guardiamo con interesse al progetto di una Federazione di partiti e movimenti che credono in tale progetto, nel quale la partecipazione di una vasta componente ispirata dai valori del cattolicesimo democratico e cristiano sociale sarebbe oltremodo utile e necessaria. Senza la pretesa di salvifici federatori sedicenti a priori, ma lasciando al campo aperto della politica e del confronto democratico la decisione su chi potrà assumersi l’onere e l’onore di guidare il progetto, credo che insieme a Mastella e a Calenda, anche gli amici di Rotondi e dei Verdi disponibili, così come agli amici di Forza Italia delusi dal mantenere un ruolo subordinato alla destra della Meloni e di Salvini: Carfagna, Gelmini, Brunetta, con quelli di Matteo Renzi, si potrebbe concorrere con tutti gli amici dell’area DC e popolare alla costruzione di una grande centro così come ipotizzato. Un centro che sappia offrire risposte politiche e programmatiche ai bisogni insoddisfatti dei renitenti al voto del 17 e 18 Ottobre scorsi.

Oltraggio a Carlo Donat Cattin

 

Il recente convegno di Saint Vincent ha rappresentato un momento di mistificazione della memoria e della figura del leader storico della sinistra sociale dc. Bisogna sradicare la mala pianta dell’opportunismo. I valori del popolarismo devono essere ripresi e valorizzati, aggiornandoli, per un nuovo progetto politico di centro.

Domenico Cutrona

Si è svolto a Saint Vincent, un convegno organizzato da Gianfranco Rotondi, sotto la dizione “transizione”, secondo la enciclica di Papa Francesco, con una miscellanea di persone di diversa estrazione politica, in una sede che era propria dei convegni della corrente di Carlo Donat Cattin, della sinistra democristiana.  Nessun legame al pensiero di Donat Cattin, ma solamente un profondo opportunismo, al solo fine di garantirsi un posto in lista e mistificando la storia della Democrazia Cristiana.

Donat Cattin, era sostenitore della politica della terza fase, tracciata da Moro, con un riferimento esplicito ai ceti popolari del paese. Oggi queste posizioni sono tutte disattese, perché la politica è impostata sul trasformismo e sull’opportunismo. Abbiamo ribadito in altre circostanze che la riedizione della Dc non è più ripetibile, perché il glorioso partito ha finito il suo compito storico, per cui è impossibile ripetere e infangare un grande partito come la Dc.

Si assiste giorno dopo giorno ad una presa di posizioni che sono solo opportunistiche di volere creare una nuova Dc.  Addirittura qualcuno parla di nuova Dc di Cuffaro, mai nessuno si era sognato di dire la Dc di Alcide De Gasperi, perché il partito era di tutti. Tutto ciò è molto opinabile, addirittura falsato, nel proporre la Dc solo per un fatto opportunistico e senza alcuna novità o nuova proposta politica.

Nel corso degli ultimi trent’anni della vita politica del Paese, sono sorte alcune formazioni politiche, che si sono rifatte alle idee della Dc, ma sono stati dei piccoli partiti denominati cespugli, perché condotti a titolo personale e senza nessun intendo ad aggregare  una nuova politica, anche per il fatto che non erano uomini di grande spessore politico, con il risultato che oggi conosciamo. Adesso si vuole infangare addirittura la Dc, con una sceneggiata poco signorile, ma piena di furbizia per consegnare la storia di un grande partito a chi non ha storia e cultura democristiana, solo per puro posizionamento personale senza alcun interesse per la vita comune del paese.

Il convegno sotto l’aspetto della proposta politica è stato un fallimento, poiché ha creato solo confusione che si aggiunge a quella già conosciuta, a dimostrazione che oggi in questo paese, non ci sono idee chiare sul futuro politico. Abbiamo visto come la riforma costituzionale del taglio del numero dei parlamentari è stata affrontata  da tutte le parti politiche, in definitiva sono stati tutti d’accordo nel fare votare si alla riforma costituzionale, con un grave danno ai cittadini per la mancanza di rappresentanza in parlamento.

Tutto ciò costituisce solo opportunismo per difendere solo la propria persona, una classe politica che non ha la visione del bene comune e delle prospettive del futuro è una classe politica inadeguata a condurre il futuro del paese, a maggior ragione se quelli che cercano spazio sono quelli che hanno fallito e che si rifanno alla storia per acquisire consensi. Questa è una strada errata e piena di pericoli, tortuosa, turlupinatoria e senza alcuna prospettiva politica, è fatta solo da personale politico inadeguato che cerca di restare in evidenza per sopravvivere, senza alcuna prospettiva politica e senza nessuna proposta.

Il Paese ha toccato il fondo, anche per la pandemia, ma non si vede una prospettiva politica seria, che possa risolvere la questione del lavoro e dello sviluppo. La storia non si ripete, serve solo alla conoscenza del passato, il bravo politico si serve della storia per non ripetere gli errori del passato, ma deve guardare al futuro in base alle esperienza del passato, dunque, questi guardano solo al proprio posizionamento, per avere un posto in parlamento.

A tal uopo, serve un nuovo soggetto politico, distinto dalla destra e dalla sinistra, che non sia un centro geometrico, ma che sia espressione di una politica naturale risalente all’ingresso dei cattolici in politica, dopo la pubblicazione dell’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII. È fortemente auspicabile questo nuovo soggetto politico, che dovrà essere ben distinto da tutti questi amici che sono diventati inadeguati per un serio sviluppo del Paese. Noi siamo tra i promotori di questo nuovo soggetto politico, per proporre al Paese una politica di maggiore giustizia sociale e di sviluppo in tutti i settori della società.

Quando il silenzio sa parlare. «Hammarskjold: etica e politica» di Roger Lipsey. La recensione de «L’Osservatore Romano»

Il diplomatico svedese fu definito da John Kennedy «il più grande uomo politico del Ventesimo secolo». L’articolo è pubblicato per gentile concessione del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

 

Lorenzo Fazzini

 

Cosa c’è nel retrobottega culturale di un grande uomo politico? Quali le sue letture ispiratrici? Quali i legami intellettuali che ne irrigano l’azione? Quando si ha a che fare con un personaggio come Dag Hammarskjöld, il diplomatico svedese di confessione luterana, profondamente credente, che fu per due mandati segretario generale dell’Onu (dal 1953 al 1961, vittima di un incidente aereo di natura dubbia nel Congo dilaniato dalla guerra civile), scandagliare il suo retroterra di pensiero diventa l’occasione per imbattersi nel meglio della cultura umanistica del Novecento.

 

Perché Hammarskjöld sapeva intrattenere relazioni e contatti di altissimo livello, dialogando e argomentando con scrittori, filosofi e pensatori sulla propria posizione diplomatica di delicata statura (siamo del resto negli anni della Guerra fredda). Roger Lipsey, biografo del diplomatico delle Nazioni Unite, ci offre questa possibilità nel suo nuovo libro Hammarskjöld: etica e politica (Qiqajon, Biella 2021. pagine 156, euro 16), dal quale si evincono moltissime notizie. Come, ad esempio, il fatto che il politico svedese era amico e confidente del grande scrittore americano John Steinbeck, l’autore dell’indimenticato Uomini e topi.

 

Con Steinbeck sono numerosi i dialoghi epistolari; come quando a lui confida il principio cardine del proprio agire diplomatico: «Sedersi per terra e parlare con la gente, ecco la cosa più importante». Oppure, è proprio allo scrittore che affida una fatica d’animo con queste parole: «Tutti quei compromessi che, ingannando noi stessi, preferiamo ignorare fino a chiamarli piccoli». E, ancora, un’ammissione di radicale candore: «Potrei desiderare raccontarti alcune cose che vedo accadere e che davvero rendono la perseveranza nella fede tanto necessaria quanto ardua».

 

Hammarskjöld, considerato da John Kennedy nientemeno che «il più grande uomo politico del XX secolo», era capace di unire azione politica e coltivazione dello spirito interiore con una ricerca sempre tesa alla fecondità reciproca (infatti il suo diario Tracce di cammino resta una delle opere più alte della mistica novecentesca). In questo processo decisivi sono stati, per esempio, i rapporti con un gigante del pensiero come Martin Buber, di cui era amico personale: Lipsey ricorda come, quando arrivò in Congo per mediare nel conflitto, Hammarskjöld avesse tradotto in aereo in svedese il fondamentale Io e tu del pensatore esperto di chassidismo. Citando alcune espressioni di Buber in una lettera a Eyvind Johnson, Hammarskjöld scrive: «Il vecchio mistico classifico ha dato nella sua vecchiaia alcune delle espressioni più pure e toccanti per la “conversione”, in cui, come uno dei vecchi profeti, vede l’unica salvezza. “La sola risposta alla diffidenza è nella sincerità” […] Come professionista del campo rischioso della politica internazionale, non posso che confermare quanto abbia ragione».

 

Lipsey, nelle sue pagine, rintraccia anche un debito personale intellettuale di Hammarskjöld verso Albert Camus, sebbene non suffragato da prove certe, ma individuato nella forte sottolineatura che l’autore francese dava al dialogo, alla capacità di argomentare ed entrare nel confronto con l’altro senza perdere la propria identità.

 

Lettore di Henri Bergson da giovane, amico personale dello scrittore e compatriota Premio Nobel Pär Lagerkvist (l’autore del celebre Barabba), Hammarskjöld coltivava, da buon scandinavo, un rapporto viscerale e primordiale con la natura: Lipsey ricorda come facesse lunghe camminate e periodi di esplorazione alpinistica che lo tenevano immerso nel contatto con il creato. Accanto alle letture di Tommaso da Kempis e Maister Eckhart, di cui sono intrise le pagine di Tracce di cammino, questo elemento naturalistico ha forgiato lo sguardo contemplativo del diplomatico di vaglia: «Queste letture trovarono il loro posto accanto alla sua esperienza di silenzio, di quiete, e di qualcosa come l’eterno presente nell’estremo nord scandinavo, dove da giovane amava fare trekking e praticare la montagna. Le esperienze fatte nella natura selvaggia furono per lui così toccanti che egli ne portò per sempre le tracce, e anche qualcosa di più, dentro di sé».

 

Con queste pagine di Lipsey, dunque, si può viaggiare intellettualmente dentro il pensiero e la costruzione della visione intellettuale di un uomo che ha vissuto la politica internazionale del secondo Novecento da grande protagonista, cercando costantemente di perseguire il bene comune, di difendere la dignità della persona, di ottenere la pace ed evitare la guerra, attraverso una costante e indomita propensione al dialogo e alla negoziazione. Letture simili possono essere di stimolo per quegli uomini e donne che, impegnati nella res pubblica, spesso rischiano di restare invischiati nel “respiro corto” che la vita politica attuale ha. Sapendo che attingendo alla dimensione dello spirito, anche la pratica amministrativa o diplomatica può trarne benefici miglioramenti.

Il manuale Cencelli e il ritorno del proporzionale.

 

Qual è il paradosso? Senza il ritorno al proporzionale si arriva all’assurdità di ripartire gli incarichi e i ruoli politici e istituzionali con il vecchio manuale Cencelli e poi di indicare proprio nel proporzionale il male assoluto.

 

Giorgio Merlo

 

Del cosiddetto “manuale Cencelli” un po’ tutti ne hanno sentito parlare. Da svariati lustri. Chi fa politica lo conosce perfettamente. È un sistema, in sintesi, che prevede la ripartizione rigorosamente proporzionale degli incarichi di governo, di sottogoverno e di partito sulla base del peso delle varie correnti all’interno dei partiti stessi. Certo, questo vale nei partiti che conservano ancora uno straccio di democrazia interna perchè nei partiti personali, come ben si sa, non esiste nulla di tutto ciò. Lì l’unico criterio che conta è la radicale fedeltà al padrone, al capo indiscusso o al guru dove esiste. Ma anche nei cosiddetti partiti personali non mancano le faide interne, le rivalità personali e la lotte spietate di potere. E anche lì, pur mancando le differenze politiche che caratterizzavano le tradizionali correnti democristiane, socialiste o laiche – correnti di potere o correnti di pensiero poco conta – il manuale Cencelli diventa la carta decisiva per distribuire il potere. Nel partito e nelle istituzioni.

 

Ora, quello che stupisce e che amareggia è ascoltare quasi tutti i leader e i capi dei vari partiti, a livello nazionale come a livello locale, sentenziare che il manuale Cencelli è il male assoluto ed una prassi da condannare senza appello. Quando tutti sanno, ma proprio tutti, che quello resta il criterio decisivo ed esclusivo che viene praticato per selezionare la classe dirigente. Prima del voto e, soprattutto, dopo il voto. Allora, forse, è giunto il momento per chiarire definitivamente questo equivoco e sciogliere questa insopportabile ipocrisia. È appena sufficiente osservare, senza commentare, la formazione dei governi come delle giunte comunali o circoscrizionali per rendersene conto. Una rigorosa e spietata applicazione del metodo proporzionale.

 

Ecco, ho voluto ricordare questo piccolo particolare che affonda le radici in un passato ormai remoto, per arrivare ad una semplice e persin banale conclusione politica: e cioè, senza il ritorno di un sistema elettorale proporzionale noi arriviamo all’assurdità di ripartire gli incarichi e i ruoli politici e istituzionali con il vecchio manuale Cencelli e poi di indicare proprio nel proporzionale il male assoluto quando si tratta di sceglierlo come regola istituzionale per disciplinare il nostro sistema politico. Un controsenso non solo sotto il profilo formale ma anche e soprattutto su quello sostanziale.

 

Per questi semplici motivi è necessario, adesso, avviare una riflessione seria e non strumentale e nè ipocrita sulla futura legge elettorale. E cioè, senza un nuovo e rinnovato sistema elettorale proporzionale sarà la stessa qualità della democrazia a pagarne maggiormente le conseguenze. Meglio pensarci prima che sia troppo tardi.