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Coronavirus: Gerardo Bianco, il Parlamento sia in seduta permanente

Gerardo Bianco in un appello inviato dall’ultimo segretario del Ppi a tutti i parlamentari cafferma che: “La pandemia del corona virus Covid 19 ha determinato il classico caso di eccezione che crea nei sistemi politici la preminenza del potere Esecutivo con pericolosi rischi democratici”.

“Per fronteggiare la emergenza si è verificato uno spostamento dei poteri verso l’Esecutivo recuperando l’indispensabile equilibrio. Si rende pertanto necessario il responsabile bilanciamento del Parlamento che deve rimanere aperto in seduta permanente, operando, ove necessario e nella legislazione possibile, con commissioni redigenti se necessario”.

“Va riaffermata anche cosi’ l’Unita’ d’Italia”.

Coronavirus: morto lo scrittore cileno Luis Sepulveda

Lo scrittore Luis Sepulveda è morto per coronavirus a Oviedo. Aveva 70 anni.

Luis Sepúlveda Calfucura  è stato uno scrittore, giornalista, sceneggiatore, poeta, regista e attivista cileno naturalizzato francese.

Nato in Cile, Sepúlveda ha lasciato il suo Paese al termine di un’intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l’incarcerazione da parte del regime del generale Augusto Pinochet. Ha viaggiato a lungo in America Latina e poi nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi di Greenpeace. Dopo aver risieduto ad Amburgo e a Parigi, è andato a vivere in Spagna, nelle Asturie.

Autore di libri di poesia, «radioromanzi» e racconti – oltre allo spagnolo, sua lingua madre, parlava correttamente inglese, francese e italiano – ha conquistato la scena letteraria con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, apparso per la prima volta in Spagna nel 1989 e in Italia nel 1993. Amatissimo dal suo pubblico, in particolare dai lettori italiani, ha pubblicato da allora numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra i quali spicca Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.

Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è ‘La fine della storia’ e l’ultima favola ‘Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa’.

 

Ursula von der Leyen presenta le sue scuse all’Italia

Ursula von der Leyen durante la plenaria del Parlamento europeo ha dichiarato “Troppe persone non erano presenti quando l’Italia ha avuto bisogno dell’aiuto all’inizio della pandemia e ora l’Unione europea presenta le sue scuse”.

“L’Unione europea ora deve presentare le scuse più sentite, però offrire le proprie scuse vale solo se si cambia il comportamento e c’è voluto parecchio tempo perché tutti capiscano che dobbiamo proteggerci a vicenda”.

“La verità però ora è questa: l’Unione europea è diventata il cuore pulsante della solidarietà europea. La vera Unione europea è in piedi, presente per aiutare I più bisognosi”

David Sassoli: “L’umanità dei nostri cittadini è la nostra più grande ricchezza”.

David Sassoli, Presidente del Parlamento europeo, durante la sessione plenaria dell’Europarlamento, convocata per un dibattito sull’emergenza sanitaria dichiara: “In questo momento, i nostri operatori sanitari sono in prima linea nella lotta contro questo virus. Meritano tutto il nostro sostegno, ammirazione e gratitudine per il lavoro che stanno svolgendo e per la generosità che li contraddistingue operando in situazioni spesso drammatiche. E il nostro pensiero va anche a tutti i volontari e alle persone che stanno portando il loro sostegno a chi è in difficoltà. L’ho detto e lo ripeto, l’umanità dei nostri cittadini è la nostra più grande ricchezza”.

Sassoli si rivolge a tutti i lavoratori che consentono i servizi essenziali: dai supermarket alle poste, dall’informazione all’agricoltura. “E non dovremmo dimenticare tutti i cittadini che fanno la differenza con gesti semplici: rispettando le misure preventive, comprando per un vicino anziano, chiamando amici isolati, prendendosi cura delle persone più fragili. Piccoli gesti di solidarietà concreta, come ha voluto fare il nostro Parlamento aprendo le sue cucine per preparare fino a mille pasti al giorno per i senza fissa dimora e i volontari. Nei nostri locali di Bruxelles saranno anche ospitate cento donne vulnerabili. Ma anche a Strasburgo e in Lussemburgo abbiamo dato la disponibilità alle autorità di utilizzare i locali del Parlamento per attività legate all’emergenza”.

“Solo insieme, possiamo ottenere risultati per il bene dei nostri cittadini ed è anche per questo che sarà della massima importanza coordinare l’eliminazione graduale delle misure di contenimento e la via di uscita dalla crisi”, ha aggiunto. “Facciamo nostro l’appello della Commissione europea, qui rappresentata dalla presidente Ursula von der Leyen, che ringrazio, di un’uscita dall’emergenza ordinata e coordinata per evitare effetti di ritorno che potrebbero essere devastanti”.

“È particolarmente importante mantenere vive le nostre democrazie e ascoltare i nostri cittadini durante questo periodo. In qualità di loro rappresentanti eletti, discuteremo e voteremo in questa sessione una risoluzione sull’azione coordinata dell’Ue per combattere la pandemia e le sue conseguenze, insieme ad altre misure urgenti”, ha sottolineato. “Il nostro impegno è volto a dare indicazioni sulle migliori misure da intraprendere e indicare i fondi necessari per mettere a disposizione degli Stati membri il massimo di risorse possibili. Dobbiamo essere ambiziosi perché i cittadini europei aspettano risposte rapide. Siamo la voce dei cittadini fieri in questo momento di contribuire con disciplina ad essere utili per costruire un futuro migliore”.

Serve un ricambio della classe dirigente

Scriveva Seneca in una delle sue lettere a Lucillo: “Longum est iter per praecepta, breve et efficax per exempla”, che tradotto significa che l’esempio è la prima e più diretta fonte di insegnamento e ciò vale per la scuola, per la politica e per la vita.

E ha pure i suoi corollari, questo significativo aforisma: si potrebbe dire ad esempio che “chi predica bene, razzola male”, ma anche che il popolo vuole dai suoi governanti meno parole e più fatti, maggiore coerenza tra idee e azioni, un senso più vissuto e tangibile di rispetto, onore, dignità, legalità.

I continui richiami del Presidente Mattarella ai valori dell’ascolto, del dialogo, del confronto pacato, della mitezza dei modi e del rispetto dell’interlocutore non hanno le sembianze della retorica di Stato, sono se mai la summa di un’etica super partes che postula il concetto di civiltà.

Lo stesso Papa Francesco ha – da tempo – sciolto le remore delle riserve e ha alzato il velo sui sospetti di opportunismo secolare, invitando la classe politica ad un contegno etico ispirato a valori alti e contraddistinto da comportamenti pubblici e privati coerenti, chiari, trasparenti, apprezzabili… esemplari, appunto.

L’eco forte di questo richiamo non è rivolto  solo ai cattolici in senso stretto ma all’intera classe politica, la reprimenda non è mirata solo ai “governanti di turno” ma si estende a tutti coloro che hanno fatto e continuano a fare un uso strumentale e poco etico della politica-mestiere, quasi separandola dai contesti di vita privati o sovrapponendo l’una agli altri in un mix comportamentale inaccettabile e insostenibile.

Riproponendo ai cattolici, ai laici  e all’intera società civile il dovere dell’impegno diretto per l’esercizio di una politica-professione che sappia parlare finalmente gli alfabeti e i linguaggi della gente e si faccia interprete dei suoi bisogni. 

Quando sarà passata la lunga tempesta pandemica sarà necessario padroneggiare i meccanismi della ricostruzione del Paese, come accaduto dopo il secondo dopoguerra, decidere come rifondare un’idea di Europa solidale, si ripartirà dai debiti, dal PIL depauperato, da un contesto politico profondamente logorato, sarà necessario alfabetizzare ai bisogni della post modernità e della post globalizzazione una società che ha mostrato di essere impreparata di fronte ad emergenze proiettate sulla ribalta del presente come la sostenibilità generazione e quella ambientale, l’estinzione della biodiversità, le mutazioni demografiche e i flussi commerciali, il nesso tra lavoro e produttività, la comunicazione e i linguaggi digitalizzati, lo smantellamento di una burocrazia paralizzante, la centralità della conoscenza, il fondamento etico di uno sviluppo compatibile. La mera gestione dell’esistente, la logica del rinvio e l’assenza di modelli di società da consegnare alle generazioni future impongono un radicale ripensamento del concetto di politica come servizio, postulano la necessità inderogabile di attribuire un senso pratico all’utopia del bene comune.

Ed è per questo che mi piace ricordare un penetrante aforisma di Corrado Alvaro: “La più grande disperazione che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia una cosa inutile”.

E’ tornato il tempo dell’impegno, bisogna rimboccarci le maniche e chiedere spazio, agire, darsi da fare.

Con le parole ma soprattutto con l’esempio.

Perché la politica dei fallimenti e degli inganni, del massacro ideologico e della criminalizzazione di intere categorie sociali, la politica delle oligarchie e delle gerarchie medievali – vassalli-valvassori-valvassini per finire ai servi della gleba – quella delle faccende private spacciate come pubbliche virtù, la politica del falso merito, delle clientele, dello scandaloso fenomeno dello spoil system (la più indegna e vergognosa risposta ai capaci e competenti), del miraggio del “forte, del bello, del ricco e del vincente” … ebbene “questa” politica non si combatte spiando dal buco della serratura o utilizzando il gossip e la facile indignazione, la retorica della sola condanna morale.

La condizione di latenza ‘ideativa’ della politica che ci ha preceduto e di quella che ci è contemporanea finisce per coinvolgere l’intero sistema, le cui regole vanno dunque riconsiderate, ribaltate, riscritte da capo.

Questa politica sbagliata, ingiusta, iniqua, mortificante, questa politica tutta affari e interessi si combatte con altre idee, altri valori, altre scelte ma sempre e solo sul piano politico, non nei teatrini del casting mediatico di cui siamo da tempo relegati e abituati ad essere spettatori.

E’ venuto il tempo in cui non basta spazzare via i corrotti: siamo caduti in una compromissione etica tale e in una mistificazione così palese e ad un tempo indecifrabile che pare giunta l’ora di cacciare via anche coloro che hanno finora impugnato la scopa.

Chi ha occupato a lungo i templi e i luoghi sacri del potere cominci a riflettere sui propri limiti, poiché c’è una  responsabilità generale della politica sulla crisi attuale.

Cominci a guardarsi attorno per trovare nella società civile, nei giovani, in coloro che hanno maturato significative esperienze umane e professionali e le possono mettere al servizio del popolo, il ricambio, l’alternativa, la consegna.

E’ venuto il tempo per molti di farsi da parte e di passare il testimone.

Abbiamo bisogno di gettare le fondamenta di una cultura politica centrata su valori alti, nobili, condivisi: non è necessario andare lontano, nel tempo e nello spazio.

Ci sono risorse da valorizzare, pagine da rileggere (a cominciare da quelle nobilissime della nostra Carta Costituzionale), altre da riscrivere, principi etici da applicare.

Alcuni stanno nella nostra migliore tradizione, altri vanno commisurati ai tempi nuovi, all’emergenza di bisogni individuali e di spinte sociali: in entrambi i casi il riferimento dei principi e delle regole va cercato nei meandri di quella che chiamiamo “civiltà”, che restituisce dignità alla condizione umana e nobiltà alle intenzioni della politica.

Solo una politica a forte  vocazione popolare può riavvicinare i luoghi delle decisioni a quelli delle azioni.

Perché una politica senza dignità non ha consenso ma una società senza dignità non ha futuro.

CEI: Il lavoro in un’economia sostenibile

L’emergenza seguita alla diffusione del Covid-19 ci sta insegnando che le vicende dell’esistenza rimescolano le carte a volte in maniera improvvisa, rivelando la nostra realtà più fragile. Ci ha fatto comprendere quanto è importante la solidarietà, l’interdipendenza e la capacità di fare squadra per essere più forti di fronte a rischi ed avversità.

L’emergenza sanitaria porta con sé una nuova emergenza economica.

Nulla sarà come prima per le famiglie che hanno subito perdite umane.

Nulla sarà come prima per chi è stremato dai sacrifici in quanto operatore sanitario.

Nulla sarà come prima anche per il mondo del lavoro, che ha prima rallentato e poi ha visto fermarsi la propria attività. Già si contano danni importanti, soprattutto per gli imprenditori che in questi anni hanno investito per creare lavoro e si trovano ora sulle spalle ingenti debiti e grandi punti interrogativi circa il futuro della loro azienda.

Nulla sarà come prima per i settori che sono andati in sofferenza e vivono l’incertezza del domani: si pensi al turismo, ai trasporti e alla ristorazione, al mondo della cooperazione e del Terzo settore, a tutta la filiera dell’agricoltura e del settore zootecnico, alle ditte che organizzano eventi, al comparto della cultura, alle piccole e medie imprese che devono competere a livello globale e si vedono costrette a chiusure forzate, senza poter rispondere alla domanda di beni e servizi. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, comprendiamo il serio rischio che grava su molti lavoratori e molte lavoratrici.

Nulla sarà come prima per tutte le realtà del Terzo settore e particolarmente quelle afferenti al mondo ecclesiale. Già in queste settimane abbiamo registrato gravi difficoltà nel sostenere gli oneri economici di queste imprese (scuole paritarie, case di riposo, cooperative sociali …), soprattutto nei confronti di coloro che vi lavorano. Per altro, non avendo finalità di lucro, le loro attività si svolgono, in gran parte, con margini di sicurezza economica molto ridotti. Non solo i prossimi mesi, ma il loro stesso futuro, rischia di essere pregiudicato.

È con questa preoccupazione nel cuore che ci apprestiamo a celebrare la Festa del 1° maggio di quest’anno.

  1. Il lavoro «in crisi»

In un sistema che – quando mette al centro l’esclusivo benessere dei consumatori e la crescita dei profitti delle imprese – è già problematico per sua natura, la crisi sanitaria e quella economica gravano sensibilmente sulla qualità e sulla dignità del lavoro.

Si generano purtroppo una quantità rilevante di persone «scartate». Le dimensioni del problema non sono più percepibili correttamente con le tradizionali statistiche di occupazione e disoccupazione, perché il lavoro anche quando non manca, spesso è precario, povero, temporaneo, lontano da quei quattro attributi definiti da papa Francesco: libero, creativo, partecipativo, solidale (EG 192).

Il problema della qualità e della dignità del lavoro si intreccia con altre dimensioni di insostenibilità tipiche dei nostri giorni. Già prima dell’emergenza del CoVid-19, lo svolgersi degli eventi è stato un continuo susseguirsi di emergenze sul fronte del lavoro e dei cambiamenti climatici. Si tratta di emergenze correlate, al punto che in alcuni casi (come per l’ex Ilva di Taranto) prospettano l’ingiusto dilemma di dover sacrificare un problema per cercare di risolvere l’altro. In realtà, quello che l’attualità ci sta chiedendo di affrontare, senza ulteriori ritardi o esitazioni, è una transizione verso un modello capace di coniugare la creazione di valore economico con la dignità del lavoro e la soluzione dei problemi ambientali (riscaldamento globale, smaltimento dei rifiuti, inquinamento). L’epidemia del coronavirus ha rafforzato la consapevolezza della nostra debolezza con un drammatico shock che ci ha scoperti nuovamente vulnerabili e fortemente interdipendenti ciascuno dall’altro, in un pianeta che è sempre di più comunità globale. «Nessuno deve perdere lavoro per il coronavirus» è stato lo slogan ripetuto all’indomani della crisi: è fondamentale che questo appello abbia successo, evitando le conseguenze negative di breve e medio termine. Sono auspicabili misure di aiuto a famiglie ed imprese che sappiano fare attenzione a proteggere tutti, soprattutto le categorie solitamente più fragili e meno tutelate come i lavoratori autonomi, gli irregolari o quelli con contratti a tempo determinato.

Il problema per i lavoratori più esposti non è solo quello della perdita del salario o dell’occupazione, ma anche quello delle condizioni sul luogo di lavoro. Gli operatori nella manifattura, nel settore alimentare e della logistica hanno assicurato anche nei giorni della crisi beni e servizi necessari per il resto del paese, lavorando in condizioni difficili e non sempre di sicurezza. Per non parlare degli eroi di questa emergenza, il personale medico e sanitario, professionale e volontario, che, mettendo a rischio la propria vita, non manca di garantire le cure alle vittime dell’epidemia.

Le emergenze dei nostri giorni sono la spia di un problema più profondo che riguarda l’orientamento della persona. L’orizzonte è quello dell’ecologia integrale della Laudato si’, che riprende e attualizza il messaggio della Dottrina sociale della Chiesa per far fronte alle nuove sfide. Abbiamo bisogno di un’economia che metta al centro la persona, la dignità del lavoratore e sappia mettersi in sintonia con l’ambiente naturale senza violentarlo, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile.

  1. Verso un’economia sostenibile

Costruire un’economia diversa non solo è possibile, ma è l’unica via che abbiamo per salvarci e per essere all’altezza del nostro compito nel mondo. E’ in gioco la fedeltà al progetto di Dio sull’umanità.

Per ridare forza e dignità al lavoro dobbiamo curare la ferita dei nostri profondi divari territoriali. Non esiste una sola Italia del lavoro, ma «diverse Italie», con regioni e zone vicine alla piena occupazione – dove il problema diventa spesso quello di umanizzare il lavoro, vivendo il riposo della festa – e regioni dove il lavoro manca e costringe molti a migrare.

Dobbiamo altresì avere il coraggio di guardare alla schizofrenia del nostro atteggiamento verso i nostri fratelli migranti: sono sfruttati come forma quasi unica di manovalanza, a condizioni di lavoro non dignitose in molte aree del Paese. Dobbiamo saper trasformare le reti di protezione contro la povertà – essenziali in un mondo dove creazione e distruzione di posti di lavoro sono sempre più rapidi e frequenti – in strumenti che non tolgano dignità e desiderio di contribuire con il proprio sforzo al benessere del Paese.

L’impegno sociale, politico ed economico per un lavoro degno non passa attraverso la demonizzazione del progresso tecnologico, che può essere invece preziosissimo alleato per sconfiggere più rapidamente un’epidemia o aiutarci a coltivare relazioni affettive e di lavoro a distanza, in un momento di necessaria limitazione delle nostre libertà di movimento. In ogni epoca della storia umana le rivoluzioni tecnologiche hanno sollevato i lavoratori dalla fatica e da mansioni ripetitive e poco generative, aumentando la creazione di ricchezza con la tendenza a concentrarla nelle mani dei pochi proprietari delle nuove tecnologie. Sono state le politiche fiscali progressive a redistribuire la maggiore ricchezza creata in occasione delle rivoluzioni tecnologiche nelle mani di molti, trasformandola in domanda diffusa e facendo nascere nuovi beni e servizi, attività, mestieri e professioni. Non è il progresso scientifico e tecnologico che «ruba» il lavoro, ma l’incapacità delle politiche sociali ed economiche di redistribuire la maggiore ricchezza creata.

  1. Il compito delle istituzioni e di ciascuno

In un mondo complesso come il nostro, il cambiamento non nasce con un atto d’imperio. Infatti, i rappresentanti delle istituzioni, anche quando sono animati dalle migliori intenzioni, si muovono in uno spazio pieno di limiti e vincoli e dipendono in modo cruciale da consenso e scelte dei cittadini e dai comportamenti delle imprese. Ciò vale per affrontare i problemi del tempo ordinario e quelli del tempo straordinario dove il successo del contenimento dell’epidemia passa attraverso la responsabilità sociale dei cittadini e i loro comportamenti.

La cittadinanza attiva e l’impegno di tutti noi in materia di stili di vita e di capacità di premiare con le nostre scelte prodotti e imprese che danno più dignità al lavoro sono oggi una leva di trasformazione che rende anche la politica consapevole di avere consenso alle spalle, quando si impegna con decisione a promuovere la stessa dignità del lavoro.

La sfida che abbiamo di fronte è formidabile e richiede l’impegno di tutti. C’è una missione comune da svolgere nelle diverse dimensioni del nostro vivere come cittadini che partecipano alla vita sociale e politica, come risparmiatori e consumatori consapevoli, come utilizzatori dei nuovi mezzi di comunicazione digitali. Questo chiede a tutti di dare un contributo alla costruzione di un modello sociale ed economico dove la persona sia al centro e il lavoro più degno. Così, senza rimuovere impegno e fatica, si può rendere la persona con-creatrice dell’opera del Signore e generativa.

Nel cammino che la Chiesa italiana sta facendo verso la 49ª Settimana Sociale di Taranto (4-7 febbraio 2021) siamo chiamati a coniugare lavoro e sostenibilità, economia ed emergenza sanitaria. L’opera umana sa cogliere la sfida di rendere il mondo una casa comune. I credenti possono diventare segno di speranza in questo tempo. Capaci di abitare e costruire il pianeta che speriamo.

La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,
la giustizia e la pace

Bologna: l’ordine degli Ingegneri raccoglie i computer per le famiglie meno ambienti

A causa dell’emergenza Coronavirus continua la didattica online e la necessità per le famiglie di avere in casa dispositivi che consentano ai loro figli di partecipare alle lezioni telematiche. A Bologna la domanda di molte famiglie è stata soddisfatta grazie quasi sempre alle forniture delle scuole. Per garantire il diritto allo studio anche l’Ordine degli Ingegneri di Bologna sta partecipando con una propria iniziativa.

Per venire incontro alle famiglie meno abbienti, nell’ambito del progetto di volontariato per le Scuole, l’Ordine degli Ingegneri ha recuperato direttamente da alcune aziende computer fissi e portatili dismessi che possono essere rigenerati. Al momento sono una decina quelli che su richiesta dell’Assessore all’Istruzione di San Giorgio di Piano (BO) Francesca Calandri sono stati recuperati e verranno consegnati. L’Ordine degli Ingegneri di Bologna conta inoltre di potere acquisire altri 10 PC da mettere a disposizione delle scuole che ne faranno richiesta.

L’acquisizione della strumentazione hardware da parte dell’Ordine è la seconda azione, nell’ambito dell’iniziativa promossa da un gruppo di Ingegneri volontari, per supportare le esigenze degli studenti d’ambito territoriale. Il mondo della scuola si è ritrovato a dover organizzare un modello di insegnamento/apprendimento a distanza, non sempre con attrezzature adeguate. Da qui l’intervento ed il supporto informatico di un gruppo di ingegneri volontari.

“I ragazzi delle scuole sono il nostro futuro – dice il coordinatore del progetto Ing. Vincenzo Tizzani. È a loro che dobbiamo rivolgere la maggior parte dei nostri sforzi. Ad oggi abbiamo una squadra formata da oltre quaranta ingegneri volontari che stanno affrontando le esigenze esposte dagli istituti del nostro territorio, tra i quali almeno la metà ha indicato tra le proprie esigenze quella di non lasciare indietro alcuni dei loro studenti, dotandoli, ed è l’aiuto condiviso dal nostro Ordine, degli strumenti più appropriati.”

In questo modo si potrà contare su classi scolastiche strutturalmente omogenee. Nello stesso tempo, nel panorama della evoluzione tecnologica, computer e laptop con caratteristiche inadeguate ai più moderni processi industriali risultano più che appropriati per servire nei programmi di didattica a distanza.

Coronavirus: un percorso per un cambiamento green

a pandemia da coronavirus sta sconvolgendo abitudini e modi di vivere. Questo periodo così difficile può essere un’occasione per ripensare i nostri di vita, per provare a capire meglio le sfide del nostro tempo e imparare alcune lezioni. La pandemia sta mettendo in discussione anche modelli di consumo e di gestione dei rifiuti e causando una riduzione delle emissioni di gas serra, del traffico e dell’inquinamento. Economia circolare, decarbonizzazione e mobilità sostenibile: cosa dobbiamo e possiamo fare per sostenere queste grandi sfide green durante e dopo la pandemia? La pandemia apre anche una riflessione su come ripensare le abitazioni, gli spazi intermedi (terrazzi, balconi, giardini condominiali ecc), le città per vincere le sfide delle green city.

Durante questa pandemia i consumi sono calati, l’attenzione sui consumi alimentari è cresciuta – ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – ma dopo si tornerà al punto di partenza precedente, come se niente fosse accaduto, o avremo fatto qualche passo avanti per capire meglio le sfide del nostro tempo? Di quanto siano importanti e delicati i consumi alimentari, caratterizzati da alti sprechi e alti impatti e come la quantità di materiali che consumiamo sia enormemente cresciuta e ormai insostenibile. Stiamo avendo difficoltà nella gestione dei rifiuti e nel riciclo. Vi presteremo maggiore attenzione e trarremo una spinta maggiore per l’economia circolare, o metteremo in crisi i passi avanti compiuti prima della pandemia? Le emissioni di gas serra stanno calando, ma non dobbiamo trascurare la crisi climatica e le misure di decarbonizzazione perché dopo la crisi le emissioni torneranno a crescere se non si cambia. Il traffico in città è crollato, ma dopo riprenderà come prima o possiamo riflettere su come rendere la nostra mobilità nelle città meno inquinante e meno congestionata?”

Probabilmente, anche attenuata o passata l’emergenza – ha detto Fabrizio Tucci, Professore ordinario della Sapienza Università di Roma e Coordinatore del Gruppo internazionale degli esperti del Green City Network – rimarrà intaccato e mutato nella sua natura e nelle sue modalità il modo di vivere ed “abitare”.  Potremmo vivere questo incredibile periodo di forzata sperimentazione collettiva come occasione da cogliere per decidere di produrre nuove forme e nuovi spazi dell’Abitare, migliori per la collettività, più giusti e più inclusivi per le fasce più deboli, e più in linea con gli obiettivi propri di quello che definiamo green city approach”.

Consumi

La severa lezione impartita da questo drammatico avvenimento deve spingerci a ripensare il rapporto tra uomo e cibo, a partire proprio dalle città che nel 2050 ospiteranno il 70% della popolazione mondiale.  È l’occasione per realizzare una analisi attenta delle diverse criticità determinate da alcuni modelli di produzione agricola e zootecnica – che sono divenuti progressivamente dominanti – e da imprevidenti distorsioni dei comportamenti alimentari, che negli ultimi anni hanno pericolosamente incrementato la loro incisività. Ma le vicende di questi giorni hanno messo in evidenza come sistemi colturali troppo aggressivi possano determinare, anche indirettamente, altre conseguenze negative sugli equilibri ambientali e sul benessere della popolazione mondiale: la progressiva trasformazione ed eliminazione di sistemi naturali, unita ad altri fattori quali il commercio incontrollato e spesso illegale di specie di fauna selvatica, contribuisce in maniera rilevante a facilitare il passaggio di organismi patogeni dagli animali all’uomo.

Consumando, ci limitiamo solo a vedere i prodotti finiti che consumiamo e gli oggetti che usiamo, ma difficilmente riflettiamo sul fatto che questi prodotti e oggetti sono fatti con materiali prelevati in grandi quantità in diverse parti del mondo. Il consumo di materiali nel mondo è cresciuto ad un ritmo doppio di quello della popolazione. Dal 1970 al 2017 la popolazione mondiale è aumentata di 2 volte: da 3,7 MLD a 7,5 MLD. Dal 1970 al 2017 il consumo mondiale di materiali è aumentato di ben 4 volte: da 26,6 a 109 Gt.

 

Economia circolare – Rifiuti

La necessità di contenere i danni generati da questa pandemia al sistema di raccolta differenziata e di riciclo e fare in modo che non diventino permanenti perché è necessario preservare il carattere di servizio essenziale strategico della gestione dei rifiuti che non può essere interrotto e che deve funzionare comunque, e funzionare bene, e restare un perno decisivo di un modello circolare di economia. In questa pandemia occorre fare il possibile per evitare un crollo della raccolta differenziata e del riciclo dei rifiuti. C’è bisogno, in questo contesto di non perdere la bussola e tenere presente che per ogni 10 kg di materiale consumato, 6,5 kg sono di provenienza estera. L’economia circolare è, quindi, una scelta necessaria e conveniente per il futuro dell’economia dell’Italia.

 

Energia e clima

Il crollo dei consumi energetici nelle attività produttive, industria e servizi, e nel trasporto sta generando una riduzione delle emissioni di CO2 nel breve periodo. La riduzione delle emissioni che stiamo registrando durante la pandemia da coronavirus prevedibilmente non durerà dopo la crisi e non dovrebbe portare a sottovalutare l’impegno necessario e di lungo termine per contrastare il riscaldamento globale. L’obiettivo di contrasto ai cambiamenti climatici dell’Accordo di Parigi del 2015 prevede di contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei +2°C (rispetto al periodo pre-industriale), facendo ogni sforzo possibile per centrare la soglia di +1,5°C. In termini di emissioni di gas serra, il target di Parigi si traduce in una riduzione drastica delle emissioni globali, che dovranno raggiungere la neutralità carbonica (ovvero un bilancio netto pari a zero fra emissioni e assorbimenti) intorno al 2050, con obiettivo intermedio al 2030 di dimezzarle rispetto ai valori del 1990. Il trend delle emissioni globali, prima della pandemia da coronavirus era ben lontano dalla drastica riduzione necessaria. In questo quadro la decarbonizzazione del settore civile resta una priorità. I consumi medi di una abitazione italiana normalizzati rispetto alle condizioni climatiche medie europee, sono alti, 1,91 tep/anno, contro, ad esempio, i 1,66 tep/anno della Germania, i 1,58 tep/anno della Danimarca, o i 1,28 tep/anno della Svezia, solo il Belgio (1,95 tep/anno) e il Lussemburgo (2,36 tep/anno) fanno peggio dell’Italia. Nel dossier vengono proposte buone pratiche green nel settore residenziale per contrastare i cambiamenti climatici, aumentando l’efficienza e riducendo i consumi di energia, aumentando la produzione e l’uso nel settore residenziale delle fonti rinnovabili per elettricità e usi termici.

 

Mobilità Sostenibile

Le città sono praticamente prive di traffico da quando il coronavirus ha costretto tutti a restare a casa. Per evitare che a crisi finita si ritorni al traffico congestionato e inquinante delle nostre città si deve approfittare per aprire una riflessione sul modello di mobilità urbana e su come cambiarlo quando il coronavirus se ne sarà andato. Le misure di confinamento (lockdown) mettono allo stesso tempo in discussione comportamenti e abitudini consolidate. La situazione spinge anche a riflettere sui fattori che determinano le scelte di mobilità, come ad esempio l’utilità dello spostamento, la scelta tra diverse possibili modalità in base all’efficienza, le alternative allo spostamento. Aver dovuto limitare il raggio di azione a qualche centinaio di metri intorno alla propria abitazione ha fortemente ridotto il ricorso all’auto, interrompendo un’abitudine. Il dossier indica anche   buone pratiche green per rendere più sostenibile la mobilità nelle città, per ridurre gli spostamenti non necessari, per ridurre l’uso dell’auto nelle città e per promuovere l’uso di mezzi più ecologici.

 

L’Abitare

Nella seconda parte del Dossier si avanzano alcune riflessioni e analisi che partono dal come è cambiato l’utilizzo degli spazi nelle abitazioni durante questa pandemia per pensare a come questi cambiamenti possono influire sulla nostra visione e progettazione dell’Abitare anche dopo la pandemia. Gli spazi attrezzati per lo smart working all’interno dell’abitazione, l’abitazione concepita non più come solo dormitorio, ma anche luogo di lavoro, di studio e di cultura, di svago e di socialità. La pandemia ha insegnato l’importanza di balconi, terrazzi, cortili e giardini anche condominiali, tutti gli spazi intermedi in generale che possono svolgere ruoli importanti, anche dal punto di vista ambientale, con il green building approach. L’ emergenza coronavirus ha fatto anche ripensare all’importanza dello spazio urbano, ad una struttura urbanistica che assicuri prossimità delle residenze ai servizi, alle strutture lavorative e ricreative, così da ridurre gli spostamenti da una zona all’altra della città e i pendolarismi.

Coronavirus: “Test sierologici? inaffidabili e poco precisi”

“I test sierologici rapidi pensati per verificare l’immunità al Covid-19 sono ad oggi poco precisi, non sono stati approvati dal ministero come test per fare diagnosi. Mi spiego, questi test hanno, se utilizzati troppo precocemente, una affidabilità veramente troppo bassa per essere sostituiti ai tamponi. A noi occorre un altro tipo di test per verificare la presenza nel sangue di immunoglobuline capaci di dirci se un soggetto ha sviluppato una immunità al virus”. Così Pierino Di Silverio, responsabile Anaao Assomed Settore Giovani, ai microfoni del programma ‘Genetica Oggi’ su Radio Cusano Campus, in merito al tema dei test sierologici rapidi per fare diagnosi di immunità al coronavirus.

Secondo Di Silverio, dunque, “se sottoponiamo cittadini o medici sperando di fare diagnosi di coronavirus sbagliamo, perché rischiamo di avere falsi negativi, ossia persone che presenteranno i sintomi dopo qualche giorno dal test. Altro punto quello in cui abbiamo un soggetto guarito dal coronavirus, ci sono ancora in corso studi per valutare se un soggetto che l’ho ha avuto possa essere immune oppure no. Ricordiamo che con l’influenza stagionale questo non avviene, infatti il vaccino cambia ogni anno”.

Giuseppe Conte: “Il Mes è un meccanismo inadeguato e anche insufficiente per reagire a questa sfida epocale”.

Giuseppe Conte, intervenendo nello scontro riguardante il Mes ha dichiarato: “Sul Mes sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l’intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni.

La mia posizione è stata molto chiara sin dall’inizio. Ad alcuni miei omologhi che, a fronte di questa emergenza, hanno pensato di affidare al Mes la risposta europea ho replicato: il Mes è un meccanismo inadeguato e anche insufficiente per reagire a questa sfida epocale. Ha un regolamento pensato per shock asimmetrici e per reagire a tensioni finanziarie riguardanti singoli Paesi. Adesso, invece, siamo di fronte al più grave shock economico affrontato dal dopoguerra ad oggi, che compromette fortemente il tessuto socio-economico europeo. Occorre una risposta forte, unitaria, tempestiva.

Insieme ad altri otto Paesi Membri abbiamo lanciato una sfida ambiziosa all’Europa invitandola a introdurre nuovi strumenti per affrontare e superare al più presto questa crisi. In ogni caso alcuni di questi Paesi, che hanno condiviso questa nostra impostazione, sono dichiaratamente interessati anche al Mes, purché non abbia le rigide condizionalità applicate in altre circostanze, ma solo la condizione che l’utilizzo del finanziamento sia per far fronte alle spese sanitarie dirette e indirette.

Il dibattito in Italia è proprio su queste condizionalità. Alcuni sostengono che esiste il rischio che rimangano le tradizionali condizionalità macroeconomiche, altri ritengono che, pur se non previste nella prima fase, alcune condizionalità potrebbero essere inserite in un secondo tempo, altri ancora prevedono che si arriverà a cancellare tutte le condizionalità ad eccezione del vincolo di destinazione per le spese di cura e di prevenzione del contagio. All’ultima riunione dell’Eurogruppo è stato compiuto un deciso passo avanti perché nel paragrafo corrispondente è richiamata espressamente la sola condizione dell’utilizzo del finanziamento per le spese sanitarie e di prevenzione, dirette e indirette.

Vorrei chiarire, però, che discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all’Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico.

Bisognerà attendere prima di valutare se questa nuova linea di credito sarà collegata a meccanismi e procedure diversi da quelli originari. Se questo nuovo strumento finanziario presenterà caratteristiche effettivamente differenti dal Mes, per come finora utilizzato.
Se vi saranno condizionalità o meno lo giudicheremo alla fine, quando saranno concretamente elaborati il term sheet (contenente le principali caratteristiche del nuovo strumento), i terms of reference (che definiranno termini e condizioni della linea di credito) e, infine, il Financial Facility Agreement, le condizioni di contratto che verranno predisposte per erogare i singoli finanziamenti. Solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al Parlamento, al quale spetterà l’ultima parola. Prima di allora potremo disquisire per giorni e settimane, ma inutilmente. Per comprendere questo punto, basta tenere presente l’esperienza che molti cittadini fanno quando chiedono un finanziamento a una banca. Negli incontri preliminari, il funzionario illustra genericamente le condizioni del finanziamento, ma quelle che valgono sono le condizioni generali e le clausole inserite nel concreto contratto di finanziamento.

Io, e qui parlo da Presidente del Consiglio e da avvocato, prima di dire se un finanziamento conviene o meno al mio Paese voglio prima battermi perché non abbia, in linea di principio, condizioni vessatorie di alcun tipo. Dopodiché voglio leggere e studiare con attenzione il regolamento contrattuale che condiziona l’erogazione delle somme. Solo allora mi sentirò sicuro di poter esprimere, agli occhi del Paese, una valutazione compiuta e avveduta”.

Interrogativi sulla app anti covid-19. Il rischio di un pasticcio inammissibile.

Diversi organi d’informazione riportano la notizia che riporta i dettagli della selezione dell’App – sembra però che non si tratti di una sola App – destinata a fungere da strumento di controllo e contenimento del rischio contagio da coronavirus.

Sulle 319 proposte avanzate, ne sono state scelte due dalla task force, con a capo Walter Ricciardi, istituita dal Ministero dell’Innovazione lo scorso 31 marzo. Saltate le tappe intermedie, come ad esempio le interviste alle singole aziende, si è pronti per la scelta definitiva. È dunque da credere che le carte abbiano offerto elementi attendibili per arrivare alla individuazione delle migliori offerte. In sostanza, malgrado l’esiguo spazio riservato nei moduli (un centinaio di parole) alla illustrazione dei progetti, è risultato superfluo qualsiasi approfondimento attraverso verifiche dirette e specifiche.

L’urgenza, per qualche verso, giustifica tutto. Occorre però rilevare che l’Europa si era mossa già prima del Governo italiano. Infatti, la Commissione per l’Innovazione e la ricerca, presieduta dalla bulgara Mariya Gabriel, aveva lanciato una call – in base al programma EIC – con scadenza al 20 marzo (invece la data stabilita nel bando del Governo italiano era quella del 26 marzo). Poi il 27 marzo, con un tweet, la Gabriel comunicava la sua soddisfazione per il fatto che oltre 1000 società avevano presentato “idee per la battaglia contro il covid-19”.

Al riguardo si precisava che verranno eseguite interviste – in Europa evidentemente questa procedura è considerata essenziale anche se i moduli riservavano 30 pagine alle illustrazioni  – per giungere rapidamente ai risultati definitivi intorno a metà mese.

Dunque, se le anticipazioni della stampa non fossero smentite dai fatti, le autorità italiane sí troverebbero nella condizione di  partire con un mese circa di anticipo su quanto previsto dalla Commissione europea. Ma partire come?

Tralasciamo la questione delle interviste. In realtà, senza un qualche coordinamento si rischia comunque di complicare le cose. Ieri ne hanno discusso la Gabriel e il nostro ministro, l’ex assessore di Torino Paola Pisano. Al momento non è dato sapere neppure se le due società italiane, in procinto di ottenere l’imprimatur del governo, abbiano partecipato al bando europeo. Per altro, quest’ultimo non è finalizzato ad assegnare un incarico operativo, ma a sostenere la diffusione dei migliori progetti, anche e soprattutto perché ne siano “sfruttati” i contenuti tecnologici in una logica di condivisione della ricerca.

Non era più semplice, allora, che il Governo italiano chiedesse alla Commissione di accelerare le procedure, piuttosto che emanare un bando alla cieca, senza raccordo con l’iniziativa europea? Tutto ciò rimanda, del resto, alle linee guida assegnate alla task force di Ricciardi per le quali conta, come recita il punto c, la “analisi e individuazione del quadro normativo di riferimento nazionale ed europeo e ricostruzione comparativa delle soluzioni adottate in altri ordinamenti, nel contesto Ue ed extra Ue”.

Emergono pertanto palesi contraddizioni. Da una parte l’Italia invoca solidarietà e si batte per una maggiore integrazione nel quadro UE, dall’altro agisce in modalità autarchica, tanto da far dubitare di questa esibita volontà europeistica. E tanto, infine, da suscitare perplessità circa la necessaria coerenza tra le premesse e lo svolgimento delle proprie azioni amministrative. L’augurio è che queste contraddizioni non diano luogo a un pasticcio inammissibile.

Politica, tutti ai nastri di partenza.

Un autorevole, ed amico, esponente del cattolicesimo democratico mi diceva nei giorni scorsi che dopo la drammatica emergenza sanitaria che ci ha colpiti partiremo tutti dal medesimo nastro di partenza. Ovviamente si riferiva alla ripartenza della politica, dopo la sospensione obbligata e dovuta di questo terribile periodo. Fuorchè qualcuno pensi che oggi la politica in Italia sia viva e vitale. 

Ma perchè tutti insieme ai nastri di partenza? Per un semplice e persin banale motivo. Perchè questa terribile pandemia ha cambiato e cambierà radicalmente i connotati della nostra politica: la sua agenda, le sue priorità, i suoi strumenti concreti e, molto probabilmente, anche la sua classe dirigente. Insomma, cambieranno profondamente i tasselli del mosaico. Alcuni elementi già emergono dall’orizzonte. Seppur ancora in modo confuso. Conteranno molto la competenza, la serietà del politico e della politica, la sua professionalità, il rigore morale della sua classe dirigente e, soprattutto, alcuni valori di fondo che dovranno ispirare e orientare la stessa attività politica. A cominciare dalla solidarietà, dalla sussidiarietà, dal senso dello stato e dalla qualità della democrazia. Insomma, dalla ricerca costante, convinta e determinata, del cosiddetto “bene comune”. 

Sotto questo versante anche la tradizione del cattolicesimo politico italiano può tornare protagonista. E non attraverso la disputa, ormai ventennale, sulla necessità di dar vita alla sessantesima – circa – riedizione di un minuscolo partitino cattolico. Ma, semmai, con la convinzione, se non la certezza, di contribuire con altri all’opera di ricostruzione morale, civile, sociale, economica e politica del nostro paese. Perchè di ricostruzione si tratta, come ormai tutti sanno. E non di semplice aggiustamento o di gestione dell’ordinaria amministrazione. E in questa opera di ricostruzione del paese la nostra cultura di riferimento non potrà certamente essere assente o ritagliarsi un ruolo puramente testimoniale nè, tanto meno, ornamentale. E questo anche per una costante storica. Ogniqualvolta il nostro paese si è trovato di fronte ad un crocevia di grande delicatezza, la cultura, la tradizione, i valori e la stessa classe dirigente del cattolicesimo politico italiano sono stati di una importanza essenziale, se non decisiva, per il futuro e la crescita del nostro paese. 

Ecco perchè anche in questa drammatica circostanza saremmo, ancora un volta, importanti e forse anche necessari. Senza arroganza e senza alcuna presunzione. Ma con la consapevolezza di poter ancora giocare una partita importante. Forse la più importante per il nostro paese dopo il secondo dopoguerra. 

MES Politica economica e futuro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Premessa. 

In giorni così difficili e delicati come quelli che il coronavirus ci costringe a vivere risulta francamente deprimente il dibattito/spettacolo della nostra classe politica con riferimento all’introduzione, all’evoluzione e applicazione del MES. E’ triste “vedere” il Presidente del Consiglio che attacca l’opposizione, l’opposizione che denuncia avvenute sottoscrizioni, il senatore Monti che scarica tutte le responsabilità sui giovani Meloni e Salvini, i leader del Movimento 5 Stelle che dichiarano che mai attiveranno il MES, il PD e Forza Italia che in silenzio portano avanti, a torto o ragione, la strategia di adesione.

La Storia del MES.

Il MES, figlio di due strumenti transitori di stabilizzazione finanziaria, fu “concepito” nell’estate del 2011 con il consenso del IV Governo Berlusconi-Lega, Meloni giovane Ministro e Salvini semplice deputato europeo ed è “nato”, nella primavera del 2012 con il Governo Monti sostenuto da una larga maggioranza che spaziava dal PdL al PD (di Bersani per dirla tutta) con il M5S ancora fuori dal Parlamento. 

Ma non è questo il punto e l’attardarsi di tutta la politica nella ricerca di chi ha la responsabilità di questa paternità è la prova della pochezza dell’attuale stagione politica. Infatti nel dicembre 2017 è iniziata una lunga, complessa e ahimè riservata partita tesa alla revisione del trattato istitutivo del MES, approvata in linea di massima il 21 giugno del 2019, che successivamente ha costituito il motivo del duro confronto tra la Lega, ritornata all’opposizione, e il M5S, alleatosi con il PD, con il risultato a fine dicembre di un compromesso basato sulla garanzia data dall’attuale governo di non firmare modifiche senza una dovuta informativa al Parlamento, chiamato successivamente alla ratifica (come già in passato). Il dibattito di questi giorni con l’inserimento della possibilità di una ulteriore modifica del MES per contemplarne l’uso ai fini della lotta alla drammatica pandemia che stiamo vivendo va quindi inserito in questa modifica più ampia, che sembra essere stata dimenticata, e che invece dovrebbe costituire il cuore del dibattito politico, atteso che i critici delle modifiche hanno richiamato, a torto o a ragione, che le modifiche proposte erano di fatto finalizzate ad eventuali futuri aiuti alle banche franco-tedesche e a creare le condizioni “normative” per una ristrutturazione del debito italiano in danno dei risparmiatori privati. 

Il nodo nascosto.

In altri termini le roboanti dichiarazioni “mai utilizzeremo il MES”, “non abbiamo sottoscritto il MES”, “il MES è una possibilità per fronteggiare la crisi connessa alla pandemia”, sono affermazioni prive di significato politico perché il cuore delle decisioni da prendere attiene, da un lato al blocco delle modifiche in discussione prima dell’esplosione della pandemia e, dall’altro, alla ulteriore modifica nel frattempo sopraggiunta relativa alla possibilità per i paesi Euro di ricevere prestiti fino al 2% del PIL nazionale. Non richiamare la riflessione sui due distinti blocchi e affermare comunque che non si intende utilizzare il MES, eventualmente sottoscritto, è fonte di drammatiche confusioni destinate a essere pagate a caro prezzo. Una classe politica autenticamente responsabile dovrebbe pronunciarsi distintamente per i due blocchi di modifiche, entrando nel merito delle conseguenze a prescindere dalla successiva utilizzazione del trattato rinnovato. Peraltro anche la sola modifica connessa all’emergenza sanitaria va valutata con grande attenzione laddove non è chiaro come il MES intende finanziare i 300 miliardi di euro previsti per la specifica emergenza sanitaria potendo, allo stato delle cose, non solo ricorrere al mercato ma anche alla quota sottoscritta e non versata dagli stati membri, con il paradosso che l’Italia che aprioristicamente ha deciso di non utilizzare il MES si trovi a dover finanziare il MES per circa 35 miliardi di euro! Confondere i due filoni di modifiche, di fatto riducendole ad una, significa avere introdotto ingenuamente o cinicamente un “cavallo di troia” nel complesso iter di approvazione del meccanismo europeo di stabilità con gravi, oggettive responsabilità politiche.

La proposta.

In un Paese nel quale la classe politica non ha paura di assumersi le proprie responsabilità oggi, non domani, il Parlamento e ogni singolo cittadino dovrebbero disporre del testo istitutivo del MES articolo per articolo con evidenza di tutte le modifiche, anche recenti, apportate in termini di “cancellazioni” e “integrazioni”; l’unico modo per evitare equivoci e fraintendimenti. Ma siamo pronti a scommettere che questo passaggio di trasparenza e verità nei prossimi giorni non lo vedremo con grave discapito della democrazia del Paese.

Il ruolo della BCE.

Per quanto sopra espresso è comunque evidente che il “Salva-Stati”, modificato o meno, come più volte affermato dal Presidente del Consiglio, non è lo strumento idoneo a fronteggiare la “crisi pandemica”. Per tale ragione, nelle more di un serio dibattito su un “fondo solidaristico” di nuova costituzione, occorre capire quanti dei 750 miliardi di euro della BCE sono destinati – nel 2020 – all’Italia ed in particolare se le modalità “distributive” restano sostanzialmente proporzionali. Al riguardo andrebbe immediatamente chiarito se, per quanto sopra, è  realistica l’attesa di acquisti di titoli italiani da parte della BCE per un valore complessivo di 130 miliardi di euro.

La situazione italiana.

Con queste consapevolezze, per agire sulla nostra situazione interna, bisogna quantificare, intanto ad oggi, i costi in termini di PIL della crisi pandemica. Al riguardo appaiono realistiche stime che quantificano  in 40 miliardi di euro mensili le perdite relative ai mesi di marzo ed aprile e dei mesi successivi “ceteris paribus”. Volendo ottimisticamente prevedere una prudente ma veloce uscita nei 4 mesi successivi ad aprile stiamo parlando di almeno 160 miliardi di euro di minori redditi. E’ questa la situazione con la quale bisogna confrontarsi. 

La valutazione delle “manovre” (decreto legge 17 marzo 2020 n. 18 e decreto legge 8 aprile 2020 n. 23).

La lettura combinata dei due decreti si presta a qualche preoccupata considerazione. In linea di principio bisogna distinguere, come è noto, tra misure che incidono direttamente sui redditi (i 600 euro per i 5 milioni stimati di potenziali fruitori e tutte le spese sanitarie) e misure che incidono sulla variabile creditizia. In questo senso una approssimata lettura permette di stimare in 20 miliardi di euro l’impatto sui redditi e in 5 miliardi di euro le risorse finalizzate alla mobilizzazione del credito attraverso il rafforzamento della dotazione dei fondi di garanzia MCC e SACE. La domanda politica che bisogna porsi è, pertanto, ridotta all’osso la seguente: quanto reddito dei 160 miliardi di euro che ci apprestiamo a perdere devono essere garantiti alla struttura sociale del Paese per non esplodere e quanto realisticamente vale la manovra creditizia? Procedendo con ordine appare realistico quantificare in almeno 100 miliardi di euro l’ammontare complessivo della manovra tesa a sostenere i redditi dei cittadini. Di contro avere immaginato che con fondi di garanzia aggiuntivi nell’ordine dei 5 miliardi di euro si possano mobilizzare 750 miliardi di euro di nuovo credito come dichiarato dal Governo e dai suoi più autorevoli rappresentanti è francamente, semplicemente, stucchevole. In ogni caso la scelta ideologica di addossare tutti i costi dei rischi di questa tragedia economica al bilancio dello Stato attraverso non solo i fondi di garanzia ma, soprattutto, la garanzia di ultima istanza dello stato per quanto sarà concesso dal sistema bancario appare una scelta di grave responsabilità politica, seppure se ne coglie la necessità, atteso che un sistema bancario oramai a direzione estera difficilmente si renderebbe funzionale ad una massiccia azione creditizia. Di fatto pagando così un ulteriore drammatico prezzo alla svendita di un comparto strategico come quello in oggetto. All’uopo il credito aggiuntivo che si potrà mobilizzare entro fine anno non appare superiore ai 200 miliardi di euro. Per quanto sopra volendo quantificare la manovra aggiuntiva in termini di “deficit” abbiamo bisogno di almeno 85 miliardi di euro (80 miliardi di euro per integrazione reddito e 5 miliardi di euro per integrazione garanzie) di ulteriore deficit oltre ai 25 miliardi di euro già impegnati con i due decreti e al deficit autorizzato (35 miliardi di euro) per il bilancio 2020 per un valore complessivo di 145 miliardi di euro. E’ questa la dimensione macroeconomica che deve guidare il confronto con l’Europa per sostenere un ruolo attivo positivo della BCE e una veloce approvazione del  “fondo per la ripresa” nell’ordine anche solo di 300 miliardi di euro complessivi (e una successiva assegnazione all’Italia di almeno 60 miliardi di euro). La partita, purché si sappia giocare, non appare persa a priori ma certo è difficilissima; per questo occorrono determinazione e lucidità.

Verità e scelte.

Con queste consapevolezze occorre ricordare a noi stessi che i trattati come il MES vanno modificati all’unanimità. Quindi che nessuno domani dica che non si poteva non aderire. Se aderiremo, dopo tutti i necessari chiarimenti, si tratterà di una scelta. Che nessuno la spacci come scelta obbligata per salvare il Paese quando nel Paese c’è veramente chi muore per salvarlo.

Per l’Europa non ci saranno più esami di riparazione

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

Bene ha fatto il Papa a concentrarsi nel messaggio Urbi et Orbi di Pasqua sulla situazione dell’Europa, a incitare l’Unione europea a ritrovare il sano spirito delle origini, ma il problema sembra proprio essere la sordità delle istituzioni politiche. Così esprime le sue preoccupazioni Massimo Cacciari, una voce che non poteva mancare nel nostro Laboratorio sul “Dopo la pandemia”.

Si parla spesso del mondo che verrà fuori dall’emergenza sanitaria, perché sarà diverso, ma innanzitutto, quale lezione secondo lei possiamo apprendere da questa crisi?

Sono diverse le lezioni che potremmo imparare da questa esperienza a livello internazionale, a livello nazionale e a livello locale. Prima di tutto questa pandemia insegna che ci sono delle cause all’origine di queste gravissime situazioni di altissimo rischio, cause che sono state denunciate da anni e alle quali nessuno ha mai messo mano. Penso a tutta la filiera agroalimentare o alla situazione ambientale, ovviamente si tratta di cause concatenate che insieme determinano l’altissimo tasso di rischio di pandemia. Non dimentichiamoci della sars, dell’ebola e di altri casi analoghi precedenti, e di tanti altri segnali che negli ultimi decenni avremmo dovuto raccogliere. Ora siamo in piena emergenza sanitaria ed è chiaro che dovremmo andare in una direzione che renda possibile la creazione di intese tra i diversi paesi colpiti, con strategie condivise. Non dico di creare “la repubblica mondiale” o “il governo planetario”, ma dico che tra i diversi stati su questioni come quelle finanziarie, dell’immigrazione o sulle grandi questioni di politica estera si dovrebbero rafforzare le intese a livello diplomatico e soprattutto politico. Se questo non dovesse verificarsi allora saremmo come oggi, a vivere tutto come “emergenza”, quando invece non si tratta di emergenze ma di elementi fisiologici, figli del processo di globalizzazione. Il movimento dei popoli, le crisi finanziarie, i disastri ambientali, le pandemie sono tutti fenomeni fisiologici per i quali si deve essere pronti. Estote parati, siate pronti come dice il Vangelo, questo vale per ogni uomo ma anche per i diversi paesi che invece sono stati tutti colti di sorpresa.

Questo vale soprattutto per l’Italia, giusto?

Direi soprattutto per l’Italia. Non si può continuare con una gestione solo emergenziale per cui tutto va in tilt a partire dalle strutture sanitarie e ospedaliere. Non si può addossare la colpa a un destino cinico e baro per il fatto che, ad esempio, noi abbiamo tre volte in meno i posti di rianimazione che in Germania o in Francia, questo non è colpa del fato ma di scelte politiche; né è colpa del destino se la struttura regionalistica ogni volta che c’è una crisi va in tilt (per un terremoto, per le epidemie, per le frane…) per cui scoppia sempre un conflitto insanabile tra poteri centrali e regioni, eppure tutti sanno benissimo che il nostro paese è ad altissimo rischio sismico o di inondazioni. Forse allora si dovrebbe mettere mano, per tempo, a un riassetto istituzionale per coordinare poteri centrali e amministrazioni locali. Ma la sensazione è che si continui ad andare a colpi di interventi emergenziali, con nulla di preparato, di organizzato, di programmato. Altro esempio: è noto che in Italia ci siano nove milioni di poveri di cui tre milioni in condizioni di povertà assoluta. Allora interveniamo per garantire un reddito di sopravvivenza ma ad oggi ancora non è stato erogato; il punto è dunque che esistono ancora tutte quelle strettoie amministrative, lacci e lacciuoli burocratici. Quando vogliamo capire che una riforma della burocrazia non è più procrastinabile? Eppure non se ne sente parlare…

L’Europa uscirà senz’altro diversa da questa crisi. Il Papa nel suo messaggio Urbi et Orbi ha dedicato molto spazio all’Europa e ha fatto riferimento allo spirito della fine della guerra, a quel mettere da parte le rivalità per ricostruire insieme con spirito solidale l’Europa. Oggi più che mai.

L’Europa da un certo punto di vista è ancora un’astrazione. O i governi europei trovano di fronte a questa emergenza che li coinvolge tutti una linea comune, una strategia efficace che dimostri di aver imparato la lezione, o la situazione potrebbe solo precipitare. La lezione che scaturisce non solo dalla pandemia ma prima ancora dalla vicenda della Grecia, dalla questione dell’immigrazione, dal fallimento di una politica estera condivisa. Ci sarebbero quindi le speranze di potersi riprendere dalla crisi e di poter procedere nella via dell’Unione europea, consapevoli però che non ci sono più esami di riparazione. Se si fallisce ora, la deriva dei nazionalismi diventerà una valanga inarrestabile. È necessario che i leader europeisti (o sedicenti tali) sappiano che l’Europa è al bivio decisivo: o riparte bene con un grande piano Marshall europeo, gli eurobond e via discorrendo o si fallisce.

Un anno fa lei ha rilasciato un’intervista all’Osservatore Romano e disse che l’Italia e l’Europa erano vecchie, decrepite, ed entrambe avevano bisogno di un “fertilizzante”, e da non credente, indicava nella presenza della Chiesa e della spiritualità cristiana quel fertilizzante; oggi l’Europa sembra, anche fisicamente, in agonia, quale può essere allora la responsabilità dei cristiani?

Senza la cristianità non può esserci nemmeno l’idea di Europa. Ovviamente nella consapevolezza che l’essere cristiano si può definire in vari modi e anche in modi tra di loro confliggenti, ma senza questo riferimento non si va da nessuna parte, tantomeno ora in cui i valori sono necessari e urgenti, uso questa espressione quasi in senso materiale, cioè quello che deve essere messo in campo per uscire da questa situazione. Ebbene, di quali valori stiamo parlando se non quelli della solidarietà, dell’amore del prossimo? È ora di farla finita con la filopsichia, l’amore della propria anima, devono entrare in campo questi valori con tutta la loro concretezza altrimenti non usciamo da questa situazione, ogni paese crollerà con il culto del proprio ombelico fino a sprofondare. E allora diventa importante la presenza della Chiesa, con le sue immagini, i suoi gesti così fortemente simbolici. Pensiamo in concreto al gesto del Papa che in questi giorni va in Piazza San Pietro, vuota, per pregare, benedire, gesti potenti che hanno un enorme valore, gesti di estrema drammaticità che sottolineano quello che dicevo prima: siamo di fronte a un bivio e questo vale anche per la Chiesa. Siamo tutti di fronte a quella piazza vuota, una piazza che non si può riempire come prima, non si può pensare più di riempirla come si faceva prima, con i turisti, con chi si va a fare la passeggiatina, no, sarebbe una tragica illusione. Per la Chiesa come per l’Europa o nascono dei “cives” europei veri, cittadini di questa benedetta terra, impegnati, responsabili oppure l’Europa, e quella piazza, resteranno vuote.

Il predicatore della Casa Pontificia padre Cantalamessa nella predica del Venerdì santo ha detto che non si può tornare a vivere come Lazzaro, che torna dalla morte alla stessa vita di prima, e poi morirà di nuovo, ma si deve risorgere come Gesù, per la vita piena, eterna.

Esattamente: non si può riempire la piazza come prima con l’illusione di ripristinare lo status quo ante. Dalla crisi si esce con una nuova volontà comune europea, che magari riprenda un’idea d’Europa che non si è mai concretizzata, si deve ripartire con quello spirito di riforma interna e di maggiore collaborazione e cooperazione internazionale.

Qualche giorno fa gli italiani hanno applaudito gli albanesi che vengono in soccorso e si sono indignati contro i paesi nordici che non lo fanno, ma il punto forse è che non si può chiedere l’aiuto degli altri per rimanere identici a quello che eravamo, perché prima la situazione non era virtuosa. Possiamo chiedere aiuto ma per cambiare, non per rimanere uguali.

Sono perfettamente d’accordo; una delle cose più odiose è questo piagnisteo nei confronti dell’Europa che ha responsabilità immense (e possiamo parlarne anche peggio dei più severi critici dell’Europa), ma tu devi dire finalmente cosa vuoi fare tu. Anche perché non è l’Europa che ti ha costretto ad aumentare costantemente il debito in questi ultimi 25 anni, non è l’Europa che ti ha costretto a non fare le riforme istituzionali. Quindi tu devi dire cosa vuoi fare e non fare il bambino che dice “chiedo alla mamma, al papà” e poi ti lamenti se il papà e la mamma non ti danno i quattrini. Ci sono tanti problemi, e bisogna quindi uscire da questa crisi con delle politiche di convergenza europea sul piano fiscale e sul piano sociale. Pensiamo al problema dell’immigrazione che va assolutamente affrontato anche se ora al momento tace ma potrebbe esplodere in ogni momento. Facciamo quindi un discorso serio sulle colpe dell’Europa ma prima di tutto facciamo un discorso serio a casa nostra. Ma non sento molti che intraprendono questo discorso, che si chiedono su come noi italiani intendiamo affrontare il dopo emergenza sanitaria quando si tratterà di fare i conti.

Su queste pagine l’economista Stefano Zamagni ha detto che si deve affrontare con spirito critico il neoliberismo, l’assetto economico dominante di cui la crisi ha svelato tutte le contraddizioni.

Da una parte è chiaro, soprattutto in momenti di crisi, che politiche neoliberiste non consentono politiche di welfare, politiche sociali. Allarghiamo però l’orizzonte e usciamo dall’Europa e dagli Usa e pensiamo a ciò che sta emergendo in vista del dopo crisi, ai nuovi equilibri internazionali. Il modello neoliberista è in crisi, da tempo, pensiamo alla crisi finanziaria di una dozzina di anni fa, ma verso quale modello si sta procedendo? Quale modello si sta predisponendo per il dopo? Non mi sembra che sia un ritorno a un modello socialdemocratico. Mi sembra piuttosto un modello che emerge nei grandi spazi imperiali in cui abbiamo un’assoluta simbiosi tra politica e capitalismo, penso ad alcune aree geografiche in particolare. Non si tratta certo del liberismo degli anni ’80, il liberismo dei Reagan o della Thatcher che era basato sul capitalismo liberato dai lacci e lacciuoli statali, ora invece tutti i capitalisti del mondo si stanno accorgendo che hanno bisogno di protezione e di governo, come ha dimostrato la grande crisi finanziaria. Emerge quindi in queste aree un modello basato sul connubio strettissimo tra mercato e classe dirigente che porta a un modello industriale monopolistico dove capitale e politica sono connessi e non puoi più distinguerli. Questo è il grande modello che sta vincendo e oggi anche estendendo un po’ dappertutto, per cui criticare il neoliberismo è giusto ma fuori tempo, perché oggi abbiamo a che fare con un modello nuovo di capitalismo che avanza, diverso, che è per giunta connesso con una funzione inevitabilmente autoritaria che mette in crisi profonda ogni assetto che voglia dirsi democratico. È una tendenza che soffia un po’ dappertutto, con il legislatore e i parlamenti un po’ dappertutto che contano sempre meno, anche qui in Italia, mi sembra evidente. Non è un buon segnale, indica che queste sono le grandi tendenze nel mondo contemporaneo, che dovrebbero risvegliare un sussulto di chi ha a cuore la democrazia prima che la situazione degeneri definitivamente. La missione dei democratici oggi dovrebbe essere questa, anche se all’orizzonte non vedo molto in giro, ma è proprio qui in Europa che dobbiamo cercare, e l’aiuto della parola della Chiesa potrebbe servire.

Una parola che suona un po’ inquietante oggi è “identità”, con la sua ambiguità. Secondo lei c’è bisogno di più identità o di meno identità?

Di più senz’altro. Noi esseri umani passiamo tutta la vita a cercare di conoscere noi stessi, di saperne di più, di capirci. Il che significa ragionare sul proprio passato per vedere che cosa di questo passato sia intervenuto nel formare il proprio carattere e per interrogarci, chiederci cosa speriamo, quale è il senso, lo scopo della vita. Cerchi di mettere a fuoco la tua identità ma poi scopri che questa ricerca non può svolgersi in termini solipsistici ma si svolge all’interno di un dialogo, di un colloquio con gli altri, all’interno di relazioni. Il momento del rapporto e quindi del riconoscimento dell’altro è fondamentale, quindi direi che oggi abbiamo bisogno di sempre più identità ma che deve essere intesa come ricerca da fare insieme, pensiamo alla propria identità ma anche all’identità delle comunità e quindi anche dell’Europa. Se si rimette in moto questa ricerca il problema dell’Europa si risolve, altrimenti si mettono in moto dei “meccanismi identitari” che sono un’altra cosa, sono la degenerazione, il sintomo che con l’identità abbiamo dei problemi. In questi meccanismi identitari viene rovesciata la logica, non si cerca più l’identità ma la si considera in modo astratto, come dato acquisito, non come ricerca da effettuare attraverso il dialogo con l’altro, con la diversità; accade quindi che ogni diversità diventa “nemico”. Una ricerca comune attraverso il dialogo verso un orizzonte che non è mai stabile, fisso, astratto: è così che deve configurarsi l’Europa come organismo vivente che si adatta ai diversi incontri, alle diverse situazioni. Perché l’identità non è un essere ma un dovere essere, uno scopo che puoi svolgere soltanto nel rapporto all’interno di un collettivo, di una comunità.

E invece abbiamo avuto l’esplosione negli ultimi anni dei cosiddetti sovranismi…

Questi fenomeni nascono proprio dall’aver trascurato la dimensione delle identità e avere abbandonato molte persone a questo smarrimento, aver dato così linfa a questi meccanismi autoritari che sono la scorciatoia rispetto alla faticosa ricerca dell’identità. Dal punto di vista politico i nazionalismi sono nient’altro che il prodotto degli errori, dei fallimenti delle politiche unitarie realizzate. Se fai una sciagurata politica di annessione di stati dentro l’Europa senza nessuna cura di quella situazione storica particolare commetti un errore politico che non può non avere gravi conseguenze. Il caso della Grecia è il più macroscopico. Tutti i popoli europei hanno visto come è stato trattato non il governo (che non meritava molto) ma il popolo greco. Prima di allora in Europa c’era soltanto la Le Pen in Francia che aveva un piccolo peso a livello elettorale, ora siamo giunti al punto che i nazionalismi minacciano di prendere la maggioranza del Parlamento europeo, rischio che abbiamo corso dopo la pessima gestione della crisi finanziaria e dell’immigrazione, due fatti che dicono il fallimento dell’Unione europea. Eppure al tempo stesso oggi l’Europa non può permettersi di fallire perché altrimenti il mondo che verrà fuori da questa crisi della pandemia sarà in mano ai grandi imperi, con quali conseguenze è presto per dirlo.

 

 

Coronavirus: 10mila boscaioli tornano al lavoro

Sono oltre diecimila i boscaioli che tornano al lavoro con la ripartenza delle attività forestali e della prima lavorazione del legno in tutta Italia ma è di nuovo operativa anche la filiera della cura e manutenzione del verde nelle città per scongiurare i gravi pericoli determinati dalla caduta di alberi e rami favorita dall’incuria e dal moltiplicarsi di eventi climatici estremi. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti nel commentare gli effetti del Decreto del presidente del Consiglio sulle riaperture di alcune attività a partire dal 14 aprile.

Il lavoro di pulizia nei boschi – sottolinea la Coldiretti –  è determinante per l’ambiente e la sicurezza della popolazione in un Paese come l’Italia dove più di 1/3 della superficie nazionale è coperta da boschi per un totale di 10,9 milioni di ettari. Un patrimonio che va salvaguardato in un 2020 segnato fino ad ora da caldo e siccità che hanno creato condizioni ambientali particolarmente favorevoli allo scoppio degli incendi e alla diffusione degli insetti. La corretta manutenzione delle foreste – precisa la Coldiretti – aiuta infatti a tenere pulito il bosco e ad evitare il rapido propagarsi delle fiamme.

Senza dimenticare – continua la Coldiretti – la necessità di rimuovere nelle zone colpite le piante abbattute dalla tempesta Vaia per il rischio concreto che vengano attaccate dai parassiti con effetti ancora piu drammatici per il bosco.

L’inserimento delle attività di selvicoltura tra quelle riaperte è dunque rilevante – sottolinea Coldiretti –  per consentire alle imprese del settore di tornare al lavoro e concludere le operazioni programmate a partire dalla raccolta della legna e dalla prima lavorazione del legno in un paese come l’Italia che è il maggior importatore mondiale di legna da ardere.

Con l’arrivo della bella stagione ed il diffondersi di pollini è importante anche il via libera ai lavori di manutenzione del verde nelle città per cercare di prevenire il dilagare di allergie con l’entrata nel vivo delle fioriture. Una necessità –continua la Coldiretti – anche per intervenire nelle città nei confronti di alberi pericolanti e siepi sporgenti sulle sedi stradali con le opportune operazioni di taglio e cura del verde pubblico che ora è importante recepire anche nelle regioni dove ci sono ordinanze piu’ restrittive. Il verde urbano pubblico in Italia – conclude la Coldiretti – è aumentato del 3,7% in un quinquennio ed ha raggiunto nei capoluoghi di provincia oltre 564 milioni di metri quadrati che corrispondono ad una disponibilità media di 31,1 metri quadri per abitante, secondo una analisi Coldiretti su dati Istat.

Moratoria dei prestiti e Fondo di Garanzia: nelle prime 2 settimane oltre 660.000 adesioni alle nuove misure.

Oltre 660.000 domande o comunicazioni da parte di famiglie e imprese per un totale di 75 miliardi di euro di finanziamenti residui interessati dalle moratorie sui prestiti fino al 3 aprile. E’ quanto emerge dai primi dati raccolti dalla task force costituita per promuovere l’attuazione delle misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19. In particolare sono circa 437.000 le domande o comunicazioni inviate dal mondo imprenditoriale e accolte dalle banche (per complessivi 58 miliardi) e 227.000 da famiglie e professionisti (per complessivi 17 miliardi). Scendendo nel dettaglio delle novità introdotte dal ‘Cura Italia’, il totale delle comunicazioni relative all’accesso al Fondo Gasparrini per la sospensione del mutuo sulla prima casa è pari ad un valore di quasi 3 miliardi di euro, quelle per la moratoria su prestiti e rate di mutuo pari a importi per oltre 40 miliardi. Ulteriori 4 miliardi riguardano i prestiti non rateali con scadenza prima del 30 settembre.

Con riferimento alle richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese, Mediocredito Centrale, che gestisce il Fondo di Garanzia per le Pmi, ha inoltre rilevato che, nonostante le chiusure derivanti dal lockdown, il flusso delle stesse non si è ridotto, mostrando anzi segnali incoraggianti di tenuta. Mcc ha ricevuto 9.972 richieste di garanzia (per un importo finanziato di oltre 1,6 miliardi), di cui 8.697 ai sensi del DL Cura Italia (per un importo finanziato di quasi 1,5 miliardi). Le domande accolte sono state 8.571 (per un importo finanziato di circa 1,3 miliardi), delle quali 7.451 ai sensi del Dl Cura Italia (per un importo finanziato di quasi 1,2 miliardi). Il Consiglio di Gestione del Fondo ha quindi stabilito di aumentare il numero delle sedute settimanali per velocizzare l’esame delle richieste ricevute e rendere ancora più tempestive le risposte.

Fanno parte della Task Force il Ministero dell’Economia e delle Finanze, la Banca d’Italia, l’Associazione Bancaria Italiana (Abi), il Mediocredito Centrale e – dopo l’introduzione dell’ulteriore stimolo previsto dal “Dl Liquidità” – il Ministero dello Sviluppo Economico e la Sace. La task force costituisce un punto di condivisione di informazioni e di coordinamento, da cui ciascun partecipante trae indicazioni e spunti per la propria attività; monitora e sostiene l’attuazione di misure quali la moratoria dei mutui, il potenziamento e l’estensione dell’operatività del Fondo di Garanzia per le piccole e medie imprese (Pmi), l’ampliamento delle possibilità di accesso al Fondo Gasparrini per la sospensione dei mutui sulla prima casa. Le misure contenute nel “Dl Liquidità” hanno ampliato ulteriormente il ventaglio di opzioni a favore delle imprese: la dotazione e l’operatività del Fondo di Garanzia per le Pmi sono state potenziate in misura significativa e Sace ha ora la possibilità di concedere garanzie a istituti finanziari che eroghino nuovi finanziamenti alle imprese italiane e di potenziare il sostegno pubblico all’export.

Lazio: Orari, chiusure e aperture librerie

L’ordinanza regionaleprevede, per la parte relativa al commercio, alcune importanti disposizioni. Viene stabilito anzitutto che le librerie potranno riaprire a partire da lunedì 20 aprile. Questo per dare il tempo agli esercenti per poter organizzare le misure di sicurezza previste dall’Allegato 5 del Dpcm del 10 aprile scorso, come ad esempio trovare soluzioni per garantire il distanziamento minimo tra le persone nell’accesso e nell’uscita dai locali e durante la loro permanenza, reperire dei guanti monouso da distribuire all’ingresso e favorire l’igienizzazione dei locali.

Oltre alla disposizione sulle librerie, l’ordinanza di oggi prevede anche la proroga fino al 3 maggio della disciplina oraria dei negozi stabilita il 17 marzo scorso, ossia dalle 8.30 alle 19.00 nei giorni feriali e dalle 8.30 alle 15.00 la domenica, per tutte le attività autorizzate a rimanere aperte (dall’obbligo di rispettare questi orari sono esentati, come fino a oggi: farmacie, parafarmacie, edicole e aree di servizio)

Infine, analogamente a quanto fatto per i giorni di Pasqua e Pasquetta, è stata disposta la chiusura degli esercizi commerciali per la vendita di generi alimentari, esclusi centri agroalimentari all’ingrosso, per il 25 aprile e il 1 maggio.

La lezione del coronavirus, la gratitudine e la rinascita

Contro la banalità che normalmente viviamo e che è la più grande ingiustizia che perpetriamo nei nostri stessi confronti vi è solo la resa alla gratitudine. 

“….e allora inchiniamoci davanti al mondo con un immenso grazie, inginocchiamoci davanti all’esistenza, accogliendo anche ciò che non capiamo, di questo meraviglioso mistero irrisolto chiamato vita, amiamola, amiamo la vita più della sua logica, solo così ne capiremo il senso” recita Roberta Arduini in un brevissimo filmato su YouTube, https://www.youtube.com/watch?v=uvfgDqltPLU .

La gratitudine è il più alto sentimento di realismo. Mai come in questi giorni se ne coglie la verità. Non ci siamo dati da noi stessi, il respiro non ci è dovuto, se ci pensiamo ne siamo coscienti. Ma la distrazione spesso ci prende e ci fa perdere di vista la realtà delle cose.

“Spesso viviamo come in una bolla, che ci fa sentire al riparo dai colpi della vita. E così ci possiamo permettere di andare avanti distratti, facendo finta che tutto sia sotto il nostro controllo. Ma le circostanze a volte scombinano i nostri piani e ci chiamano bruscamente a rispondere, a prendere sul serio il nostro io, a interrogarci sulla nostra effettiva situazione esistenziale (…) Paradossalmente, però, proprio le sfide che la realtà non ci risparmia possono diventare il nostro più grande alleato, poiché ci costringono a guardare più in profondità il nostro essere uomini. In situazioni imprevedibili come quella attuale siamo infatti risvegliati dal nostro torpore” ha scritto don Julián Carrón in una lettera inviata al Corriere della Sera, per un contributo alla riflessione sul coronavirus.  

Torniamo a pensare che essere protagonisti della storia non sia ringraziare di quel che abbiamo e partecipare alla creazione con quel pochissimo che siamo e sappiamo fare. Forse non ce ne rendiamo conto, ma è come se pensassimo il contrario, che quello che abbiamo ci è dovuto.

Ma questo non è nella natura, non è nella realtà e l’uomo si illude che poiché tutto è stato fatto per lui, perché lui sia felice pensa che tutto sia suo. Se ne rende conto di nuovo che così non è quando perde qualcosa.

È questione di realismo, prima ancora che di fede. Di vedere come vanno davvero le cose. Questa è la lezione che il coronavirus ci sta dando, che appare più evidente nel giorno di Pasqua, della resurrezione, della rinascita.

E allora la gratitudine, ci fa passare dal senso di appartenenza (tutto è mio, tutto è nostro) al senso di non appartenenza: tutto è dono, nulla ci appartiene. E ci fa comprendere quindi che c’è da ringraziare anche solo per quello che abbiamo già goduto, anche se siamo nel dolore, perché ci è stato appena tolto.

E solo nel silenzio della nostra preghiera la gratitudine diventa incontenibile perché ci percepiamo con la nostra corporeità vivente così fragile. “La gratitudine connessa all’amore è la più potente preghiera”, è ancora il pensiero di  Roberta Arduini. La gratitudine quindi anche al tempo del coronavirus, sia che si abbia fede nel Cristo risorto sia che non se ne abbia.

Cosa si dice spesso alle persone per cercare di dare un consiglio su come vivere in maniera grata, soddisfacente, felice, la propria vita ? Si dice spesso vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, apprezza quello che hai adesso, vivi l’attimo.

Ciò sembra avere buon senso, perché se pensiamo troppo al futuro, al passato, a quello che potrebbe essere non riusciamo a concentrarci abbastanza sulla nostra esperienza e su quello che stiamo godendo in quel momento. 

Siamo maggiormente grati quando riusciamo a comparare quello che abbiamo nell’istante, quello che ci è dato in questo momento con quello che potremmo non avere in un altro momento, come la nostra stessa vita. Quindi un senso di gratitudine ci scioglie e si estende sia nello  spazio che nel tempo.

E si parte da se stessi anche per il futuro, anche se capitano cose, come il coronavirus, di cui non si ha il  controllo. In entrambe le cose che accadono, sia in queste ultime che in quelle di cui si ha più controllo, possiamo gestire il modo in cui ci comportiamo, la nostra  reazione. 

Cercare di reagire in maniera più sana, più positiva, più speranzosa, più grata, e anche più aperta verso le altre persone, ci aiuta a gestire meglio il presente ma anche avere maggiore fiducia nel futuro, in quello che accadrà.  Per esempio quando ci capita di fare un favore al nostro prossimo, aiutarlo per quanto ci è possibile in qualcosa, ci fa sentire meglio, più soddisfatti, più sereni, più lieti.

Se ci sentiamo sempre meglio per quello che facciamo verso gli altri, avremo automaticamente più fiducia che anche gli altri ci tratteranno bene e potremo sentirci più al sicuro all’interno anche di  una comunità stretta. Aiuta moltissimo pensare che qualsiasi cosa accadrà comunque avremo qualcuno su cui contare e su cui fare affidamento e quindi esserne più speranzosi verso il futuro.

E comunque, anche se nulla è scontato, il concepire un dono la propria esistenza e  il darsi agli altri facendo dono di sé, con gratuità è già positivo, senza nulla in cambio. Riempie il tuo istante e può riempire gli istanti successivi, il tuo futuro. 

Per chi ha fede, ma per tutti, Gesù seppe vivere la sua totale non appartenenza (nulla ci appartiene)  consegnandosi, abbandonandosi al Padre, nell’ora della grande prova della gratuità: continuare ad essere dono senza ricevere nessun contraccambio, anzi annientato dalla malvagità umana, nonostante avesse solo fatto del bene. Ed ora è un corpo glorificato e vivo per sempre. 

Ma “Il nemico con cui ci troviamo a combattere non è appena il coronavirus, ma la paura – ha scritto ancora  don Julián Carrón – una paura che sempre avvertiamo e che tuttavia esplode quando la realtà mette a nudo la nostra essenziale impotenza (…) ..È per questo che Dio si è fatto uomo, è diventato una presenza storica, carnale. Solo il Dio che entra nella storia come uomo può vincere la paura profonda (…) Tali affermazioni sono credibili solo se vediamo qui e ora persone in cui si documenta la vittoria di Dio, la Sua presenza reale e contemporanea, e perciò un modo nuovo di affrontare le circostanze, pieno di una speranza e di una letizia normalmente sconosciute e insieme proteso in una operosità indomita”, piena di gratitudine. E se è successo per loro può succedere anche per noi.

Coronavirus: in uno studio dell’ISS l’effetto delle misure di distanziamento sulla riproducibilità del Sars-Cov-2

Le misure di contenimento del virus hanno avuto un effetto positivo sull’indice di riproducibilità del Sars-Cov-2, facendolo diminuire già dai primi giorni dopo l’applicazione sia in Lombardia che, con un certo ritardo temporale, nelle altre regioni. A fotografare l’andamento del primo mese di epidemia in Italia è un articolo appena pubblicato sul sito di preprint MedArxiv.

Nello studio i ricercatori dell’ISS e della Fondazione Bruno Kessler di Trento hanno analizzato i dati del sistema di sorveglianza nazionale fino al 24 marzo (corrispondenti a circa 63mila casi), e oltre a descrivere le caratteristiche principali dell’epidemia, come la mortalità, hanno applicato dei modelli matematici per stimare l’andamento di R0, che dà la misura della capacità del virus di diffondersi in assenza di misure di contenimento, e di Rt, parametro che indica l’indice di riproducibilità del virus in un dato momento in presenza di misure, in alcune regioni. In Lombardia il valore di R0 ha raggiunto il massimo di 3 tra il 17 e il 23 febbraio, per poi iniziare la discesa man mano che venivano adottate le misure di contenimento a livello locale e nazionale. Al 24 marzo l’indice era ancora poco sopra 1, ma con un trend favorevole consolidato (se l’indice è superiore a 1 ogni persona infetta ne contagia più di una, e l’epidemia di conseguenza si espande).

Un discorso simile, in qualche caso traslato nel tempo, riguarda le altre regioni esaminate. In Emilia Romagna ad esempio l’indice era ancora sotto 1 il 10 febbraio, ma ha raggiunto rapidamente i valori della Lombardia tanto da arrivare a circa 3 la settimana successiva. Nel Lazio e in Puglia, dove il virus circolava probabilmente molto meno rispetto alle regioni del nord, il valore 1 è stato superato verso la metà di febbraio, con un picco raggiunto a ridosso dell’inizio delle prime misure su scala nazionale, quando è iniziata una discesa.

“L’infezione da Covid-19 in Italia – concludono gli autori – è emersa con un cluster di esordio simile a quello descritto a Wuhan, e come in quel caso ha mostrato esiti clinici peggiori nei maschi anziani con comorbidità. L’R0 iniziale di 2,96 visto in Lombardia spiega l’alto numero di casi e la rapida diffusione geografica osservata. In generale il valore di Rt nelle regioni italiane sta diminuendo, anche se in maniera diversa nel paese, e questo sottolinea l’importanza delle misure di controllo non farmacologiche”.

Il Fondo monetario internazionale prevede per l’Italia un Pil in calo del 9%

Il Fondo monetario internazionale ha descritto il declino globale come il peggiore dalla Grande Depressione degli anni ’30.

La pandemia ha fatto precipitare il mondo in una “crisi come nessun altra”.

Perchè il lock-down mondiale metterà alla prova la capacità dei governi e delle banche centrali di controllare la crisi.

Gita Gopinath, capo economista del FMI, ha affermato che la crisi potrebbe far cadere $ 9 trilioni (£ 7,2 trilioni) di PIL globale nei prossimi due anni.

L’FMI ​​prevede che l’economia del Regno Unito si ridurrà del 6,5% nel 2020, rispetto alle previsioni di gennaio dell’FMI per una crescita del PIL dell’1,4%.

L’economia cinese dovrebbe espandersi solo dell’1,2% quest’anno, che sarebbe la crescita più lenta dal 1976. L’Australia dovrebbe subire la sua prima recessione dal 1991.

Mentre per quanto riguarda l’Italia la contrazione dovrebbe essere del 9,1%.

Inoltre, se la pandemia avesse una seconda ondata nel 2021, questo eliminerebbe altri 8 punti percentuali dal PIL globale.

Questo scenario potrebbe innescare una spirale discendente nelle economie fortemente indebitate.

E gli investitori potrebbero non essere disposti a prestare soldi alle nazioni più indebbitate.

L’Italia e la geopolitica

Dietro il clamore assordante delle polemiche inutili e la crescita esponenziale del disagio economico/sociale, destinato ad esplodere soprattutto se la pandemia continua, si sta svolgendo una complessa partita della massima rilevanza geopolica che vede al centro l’Italia e dalla quale dipenderà il nostro futuro più di quanto stiamo percependo.

La sintetizzo utilizzando una metafora.

L’Italia assomiglia ad una donna bellissima, dotata di fascino ed intelligenza straordinaria, ma emotivamente un po’ fragile, che sposa giovanissima un uomo ricchissimo, forte fisicamente ma arrogante e presuntuoso (l’America) di cui progressivamente si disamora riuscendo con incredibile abilità a convincerlo ad un divorzio consensuale per potere sposare un uomo solido, serio, non ricco ma benestante e soprattutto con una gran voglia di rivincita (La Germania). Senonché col passare degli anni questo nuovo marito pensa sempre più al lavoro, all’accumulazione fino a trascurare totalmente la moglie, che, invece nonostante il passare degli anni diventa ancora più bella, tanto da suscitare curiosità ed interesse fino agli estremi confini d’oriente, da dove un uomo giovane, diventato ricchissimo ma paziente e lungimirante inizia un corteggiamento spietato fatto di delicatezze ed attenzioni straordinarie (La Cina).
Ci si sarebbe aspettato che il potentissimo ed appagato marito difronte al rischio di perdere una donna unica al mondo reagisse adeguatamente ed invece niente. Solo silenzi e rimproveri! Senonché questa situazione già difficile si complica maledettamente perché inaspettatamente, sconvolto da un amore/gelosia mai del tutto sopito, il primo marito palesa senza giri di parola la ferma determinazione ad una rinnovata unione nel segno del rispetto e dei regali più straordinari.

La donna bellissima ma fragile va in tilt emotivo e all’apice della confusione pensa di chiedere consiglio ai suoi tre fratelli.

Non sappiamo cosa gli hanno consigliato ma sappiamo qualcosa di loro.
Il più giovane molto brillante ha conosciuto da poco il marito tedesco e visto poche volte il primo marito ed il giovane corteggiatore (Conte).
Il secondo invece ha studiato e fatto affari con il primo marito di cui è amico e poi ha lavorato con il secondo spesso scontrandosi (Draghi).
Il terzo, più grande, ha fatto una dura gavetta e per indole è abituato a rispettare i patti ma ama in modo unico la sorella ed apprezza il modo di fare, lo stile del corteggiatore (Mattarella).

Alla fine di questa pandemia sapremo cosa hanno consigliato alla sorella e soprattutto con chi “è finita” questa donna troppo bella e fragile per pensare di poter vivere senza un uomo.

Dal messaggio personalista di Mounier l’attualità dell’impegno per una democrazia”sostanziale”:riflessioni nel 70esimo della morte.

Come Istituto Emmanuel Mounier avevamo pensato ad un convegno da svolgersi in questo periodo per ricordare il 70esimo della sua morte avvenuta il 22 marzo 1950 a soli 45 anni,ma le vicende epidemiche ci hanno costretto a rinviare a tempi migliori l’evento.

Tuttavia non possiamo non affidare almeno a questo sito un breve ricordo del nostro amato padre del personalismo.

Nato a Grenoble il 1 aprile 1905,la sua eredità è affidata ai suoi volumi e soprattutto alla rivista “Esprit”,il cui primo numero esce nel 1932,per creare attraverso un movimento di idee in un Europa quasi del tutto fagocitata da idee totalitarie,di impegni etico-politici,di testimonianza di fronte alla grave crisi che andava delineandosi negli anni inquieti e tormentosi tra le due guerre mondiali. Paul Ricoeur,che fu uno dei più giovani collaboratori di Mounier e che ebbi l’onore da giovane allievo del compianto prof.Armando Rigobello primo Presidente Onorario del nostro Istituto,di conoscere a casa di quest’ultimo in occasione della pubblicazione presso la editrice Jaca Book del famoso”Conflitto delle interpretazioni”,,nel 1983 nel cinquantesimo della rivista scrisse un importante contributo provocatorio dal titolo “Mort le personalisme,rivient la personne”(morto il personalismo,ritorna la persona). Quale può essere oggi il significato di una simile espressione?. Si tratta di individuare prospettive e limiti nel riproporre il messaggio delineato nel primo numero di “Esprit” con l’articolo “Refaire la Renaissance” ovvero dare vita ad un “nuovo Rinaacimento”. Mounier proponeva un programma credo oggi nella società ad alto capitalismo postindustriale e postglobalizzato assai attuale:dissociare lo spirituale dal reazionario e quindi da una poltica senza afflato profetico;prumuovere un anticapitalismo,essendo la ricchezza un ostacolo alla liberazione dell’uomo ed opporsi ad una democrazia “formale” e sostanzialmente borghese e pettegola,facendo invece appello ad una “rivoluzione personalista e comuntaria”,rivolta ad instaurare una democrazia “sostanziale” in tutti i livelli della vita sociale. Riprendere questi temi e riferirli alla situazione presente comporta una conoscenza adeguata del contesto etico politico e religioso francesee della situazione della Francia tra le due guerre mondiali,ma alttettanta consapevolezza della situazione che emerge oggi dalla nostra cultura,dal nostro costume,dalle condizioni di vita,di riflessione morale e speculativa ,oltre che politica e religiosa ai nostri giorni. Come e cosa riprendere dal manifesto personalista di Mounier che divenne “certitude de notre jeunesse”?.

Martin Heidegger ad esempio nel “ripensare” la filosofia di Immanuel Kant,affermava che occorre risalire da testo al problema “originario”,il problema che è all’origine dell’impegno speculativo(cfr.Kant e il problema della metafisica,Bari,1981,p,177) Si tratta allora di cogliere l’ispirazione personalistica al di là ed oltre le soluzioni particolari che Mounier stesso ha dato alle questioni che urgevano nel contesto etico-politico in cui operava,che sarebbe per dirla ancora con Ricoeur “muore il personalismo,ritorna la persona!”,ma più propriamente muore “un” personalismo e ci si pone il problema di un personalismo perenne,di ciò che del personalismo resta valido anche nella diversità delle circostanze di fronte al vertiginoso mutamento cui assistiamo. Il personalismo perenne non connesso ad un particolare momento storico ma capace di informare di sè le più varie situazioni spazio temporali potrebbe articolarsi attorno ad atteggiamenti che sono al tempo stesso modalità etiche,forme dello spirito di spessore ontologico,in ultima istanza,metafisico,La prima cosa da fare per rendere anche il progetto filosofico politico di Mounier oggi attuale è la dissociazione dello spirituale dal reazionario che poi non è altro che una connotazione della fedeltà alla tradizione,consegnare alle giovani generazioni i valori FONDAMENTALI,liberati finalmente da ogni sovrastruttura e colti nella loro autenticità. Ma importanti sono anche “l’affrontement” e ” l’engagement”,intendendo la vita come un avventura che richiede un impegno duttile,dinamico scevro da sclerotizzazioni,il personalismo cristiano come lotta per la giovinezza nel mondo. In questo senso possiamo ricavarne l’imput per una democrazia “sostanziale”:una vita concepita come avventura implicitamente cristiana una come diceva lo stesso Mounier “puissance d’accueil”,cioè una forte disponibilità all’accoglienza al confronto con sottesa continua fraternità affinche la politica non sia “ideologia della dominanza” ma pernsiero,progetto ma soprattutto SINTESI!. In questo senso Mounier concepisce la “persona” come struttura ontologica fondata su tre dimensioni:vocazione al “relativo”,con l’implicito esercizio della contemplazione per scoprirne le dinamiche;l’”incarnazione”,attraverso l’esercizio dell’impegno e quando occorre dell’indignazione;e poi della “comunione”,con l’esercizio della osservazione e della rinuncia alla logica della prevalenza. La persona è quindi tensione globale tra queste tre dimensioni,una necessitata verso l’alto per scoprire la propria vocazione;una verso il basso per realizzarla a livello sociopolitico;una orizzantale che comportando la comunione fraterna e la donazione di sè renda ad esempio la democrazia non un vuoto ideale ma una partecipazione attiva al confronto dinamico con ogni diversità arricchente:una antropologia personalistica fonda la COMUNITA.

Non dobbiamo pensare ad una trasfigurazione utopica dell’essere personale ma una consapevolezza dei limiti che il male della reazionarietà offre all’agguato della storia deprivando la ricchezza ontologica della persona.

Il personalismo è comunque combattimento continuo verso limiti angusti imposti da regole legalistiche alla ricchezza dell’essere. e lo stesso Mounier ricordava sovente che la realizzazione completa e politicamente storica di una società personalistica e comunitaria deve restare un ideale regolativo e quando si credesse di averla attuata saremmo sul crinale pericoloso di una dittatura mascherata da buonismo,come sesso accade oggi e soprattutto a una dittatura spirituale. Questa consapevolezza permette di parlare di personalismo “perenne” e di democrazia sostanziale sul terreno politico perchè l’utopia può muovere la storia ma la storia non è un utopia e profezia e politica sono sempre presenti nelle vicende umane:profezia ma anche azione politica ,denuncia di una situazione e lotta per superarla,come fecero nell’elaborazione del codice di Camaldoli negli anni ’40 coloro che poi applicando gli elementi personalistici vi contenuti,contribuirono alla redazione della Costituzione della Repubblica italiana.. Mounier valuta le vicende storiche e l’intervento in esse come “optimisme tragique” che nasceva dalle certezze escatologiche per una vera rivoluzione comunitaria. Il personalismo deve dialogare con la fenomenologia e l’ermeneutica con necessari spostamenti di interessi e metodologie. Infatti in un articolo del 1937 su “Esprit” intitolato “Anarchie et personalisme” ammoniva che lo stato non è la nazione perchè esso è l’oggettivazione salda del diritto che scaturisce spontaneamente dalla vita dei gruppi organizzati per cui non può essere l’uomo per lo stato ma lo stato per l’uomo. L’uomo va protetto da abusi del potere e ogni potere va controllato a non decadere in abuso. La democrazia “sostanziale” che auspicava Mounier ci deve spingere in un epoca così confusa come l’attuale,ad articolare i corpi intermedi dello stato tra i quali si distribuisce la sovranità per troppo tempo accentrata nelle strutture burocratiche dello stato-nazione,una piena convivenza nella società oltre ogni differenza di religione,sesso,razza,ripudiando la guerra,formando comunità e non unioni di stati sovranazionali alle quali demandare i compiti ,cause finora di conflitti sociali e bellici,ce hanno ancora gli stati nazionali per tiportare il bene comune dove esse è violato,solo così potremmo migliorare la condizione dell’uomo nel nostro non facile tempo che ci è dato vivere.

Cesare Trebeschi: Lettera al figlio Andrea in occasione del battesimo

Questa lettera, scritta in occasione del battesimo del figlio primogenito Andrea, permette di conoscere un po’ più da vicino la spiritualità di Cesare Trebeschi, sindaco dc di Brescia negli anni ’70.

Cellatica, 1963 

Eccoti di nuovo in braccio alla mamma, Andrea: con una lampada che vorrai portare accesa e viva lungo tutta la tua strada. I tuoi genitori ti hanno portato senza esitazioni nella loro Chiesa, per farla diventare anche tua com’è stata dei tuoi nonni, senza attendere che tu potessi sceglierla “liberamente” più tardi: ti hanno dato la vita, non potevano negartene la pienezza fin dai primi giorni, proprio perché anche la tua libertà fosse più piena, e più ricca possa diventare ogni giorno che la luce ti dà maggior consapevolezza di ciò che oggi acquisti. 

Perché i tuoi genitori credono che la verità ti fa libero e ti dà gioia: la verità che tu stesso saprai cercare ogni giorno, e fare tua, faticosamente, nella carità. 

Abbi paura di una libertà infeconda, come di una verità sterile, che non ti portino ad amare, a liberare chi è intorno a te. 

“Più della servitù temi la libertà recata in dono”: vale anche per te, se non saprai conquistarla nella tua vita, liberandoti prima di tutto da ciò che muore dentro di te. 

Oggi la chiesa bianca di fiori ti consegna una veste candida; il coro luminoso dei tuoi cuginetti, tutta la tua famiglia, ti consegna una fiaccola accesa: è un giorno di gioia, soprattutto per papà e mamma. 

Questa veste candida ti restituisce oggi la tua più vera natura: come il primo Adamo, sei rinato a somiglianza di Dio; e se chi ti è intorno cerca oggi di scoprire su te lineamenti cari, tu cerca domani e coltiva su te l’immagine di Dio, di un Dio infinito. 

La tua famiglia cercherà che tu non vada nudo e solo nel mondo: una città, una lingua, una patria, una civiltà: in una cornice naturale stupenda, troverai tesori meravigliosi frutto di lacrime e sangue e lavoro di tante generazioni. Ma tu non annegare in nessuno di questi tesori: senti e vivi tutta la carica di infinito che il battesimo ha riscoperto. 

Assimila e rigenera dentro di te quanto ti sembra vivo: rispetta quanto è vivo per gli altri; onora quanto è stato vivo ieri; ma lascia cadere senza rispetti umani ciò che ha fatto il suo tempo: non precludere al tuo spirito la conquista del nuovo, non imprigionare un Dio infinito in un paese, o in un’epoca, o in una civiltà. 

Se il tuo Dio resta chiuso in una basilica sfavillante di miserabili ricchezze, scaglialo in terra lontano da te: non è più Dio, ma un vitello d’oro. 

Se il tuo Dio è alla testa di un esercito conquistatore, diserta senza paura: il vero Dio ha deposto i potenti. 

Se non ti lascia tempo per la fame dei popoli, se non ti svela la vera sete degli uomini; se non ti rimprovera quando passi indifferente vicino a chi cade, o superbo vicino a chi è caduto, quando spegni il lucignolo che fumiga, quando non piangi sulla tua città che si disperde e decompone; se vuol essere adorato soltanto sul monte Garizim1 o sui colli romani; se in un gregge ben ordinato vuol tacitare la tua ansia per l’agnello perduto; se lascia che tu gli chieda di far piovere soltanto sui giusti, o di tagliar subito la zizzania nel campo; se ti ordina di restituire occhio per occhio, dente per dente, se riduce la tua giustizia alla feroce difesa di qualche diritto, se imperioso ti ricorda cosa ti ha fatto Amalec2: abbi paura di lui e per te, Andrea, e cerca subito il vero Dio, che non hai ancora trovato. 

Non cercarlo nella legge, nella scienza, nella bellezza, nella potenza: Dio supera ogni dimensione nessun valore – altissimo che sia – può essergli comparato. 

Ma se ti guardi intorno, e vedi un artista che crea, uno scienziato che scopre, un tecnico che trova e costruisce; se vedi lo zio Franco3 dare tutto se stesso al faticoso travaglio della città nuova che nasce per te e per i tuoi fratelli: e a questo dono proprio in questi giorni, lo vedi consacrare dal consenso del popolo; 

o don Costa4, eletto vescovo per generare alla Chiesa di Cristo nuovi sacerdoti; 

o due grandi Papi5, che in un nuovo Genesi scrollando antiche incrostazioni svelano agli uomini il fascino dell’acqua sorgiva; 

o nella vita di ogni giorno, giorni grandi come quello d’oggi per papà e mamma: 

c’è in tutti questi attimi – che danno vita e vita nuova a qualcosa che ha pur in se stesso una sua ragion d’essere – una scintilla della paternità di Dio, ex quo omnis paternitas in coelis et in terra nominates6: e nella gioia di questi momenti un pallido riflesso di gaudio che in Dio ci attende. 

Dio voglia donare anche ai tuoi occhi la meraviglia, la gioia, l’entusiasmo di assistere all’esplosione della vita: l’alba in un bosco, con gli uccelli che si svegliano e richiamano l’un l’altro; il primo sole sul mare o tra le Dolomiti; una rosa che sboccia; un bimbo che sorridendo comincia a conoscere la mamma; un popolo che prende coscienza di sé; una Chiesa che ritrova la sua anima. 

Dio ti conceda di essere partecipe – teste ed artefice – di questa sua luce, di questo suo manifestarsi nel tempo e di godere la vita, di essere tu stesso in qualche modo all’origine di una vita nuova: che tu riesca a trovare una strada nuova sui monti, o a creare una varietà di fiori, o a 

scrivere un libro, a stampare le tue impronte nelle opere, o ad assaporare l’estrema dolcezza di questa paternità che oggi ci rende felici. 

Dio ti faccia trovare nella vita il germe dell’eterno, e ti aiuti a renderne gioiosa testimonianza: la tua fede non dev’essere un diaframma fra Dio e il mondo: ama con tutto il tuo cuore i tuoi fratelli che cercano Dio sulla tua stessa strada. Ma non chiudere la tua anima, non spegnere i tuoi occhi su orizzonti angusti: ama sopra tutti chi cerca l’infinito su strade diverse dalla tua, chi vede in te un limite e nella tua fede un ostacolo alla sua ricerca. 

Abbi ribrezzo di una fede tiepida, incapace di riflettersi nella vita quotidiana: ma abbi paura anche di una fede farisaica, di un angelismo non incarnato. Se credi nel Cristo che oggi ti ha redento, cerca di portarlo nel tuo tempo come messaggio di redenzione: guai se la tua fede è così alta da sotterrare il germe di speranza che la resurrezione di Cristo ha reso legittima per l’ultimo peccatore. 

Sii fedele al tuo nome, Andrea, sii uomo: il tuo programma è grande anche se disarmato – da oggi il tuo piccolo cuore è più grande del mondo – il tuo dolce destino non può essere sconvolto neanche dalla più amara sublimazione dell’odio. 

Sii fedele a questo dolce destino come chi ha portato il tuo nome prima di te: l’inferno di Mauthausen ha bruciato un corpo che già ardeva di speranza. Morte, dov’è la tua vittoria? 

L’acqua e lo Spirito Santo ti hanno dischiuso oggi una vita che non conosce la morte: possa dire anche tu un giorno lontano, nel chiudere gli occhi al tempo: oggi è un giorno di festa. 


1 Monte della Palestina dove i Samaritani eressero un tempio rivale di quello di Gerusalemme. 2 Nazione descritta nella Bibbia come nemica del popolo di Israele: lo attaccò durante la fuga dall’Egitto e perciò è considerata come un simbolo del male. 3 Franco Salvi (1921-1994), protagonista della Resistenza bresciana, eletto deputato nel 1963, stretto collaboratore di Aldo Moro. 4 Franco Costa (1904-1977), assistente nazionale della FUCI, dal 1963 vescovo di Crema e assistente nazionale dell’Azione Cattolica. 5 Papa Giovanni XXIII, Papa Paolo VI: i papi del Concilio Vaticano II. 6 Efesini 3,15: “dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome”. 

E’ stato raggiunto l’accordo sul taglio della produzione di petrolio

I paesi dell’Opec+ si sono impegnati a tagliare la produzione di 9,7 milioni di barili al giorno. Si tratta della riduzione maggiore della storia. L’accordo è giunto dopo una settimana di trattative e quattro giorni di videoconferenze.

L’accordo è stato raggiunto anche per far fronte all’impatto della pandemia da coronavirus sulla domanda di petrolio. Canta vittoria anche il Messico al termine del compromesso raggiunto in quanto potrà ridurre la sua produzione di 100 mila barili al giorno, molto meno di quanto chiesto all’inizio. Il Messico rivaluterà la sua posizione dopo due mesi dall’entrata in vigore dell’intesa. Gli Stati Uniti, il Brasile e il Canada contribuiranno con un taglio complessivo di 3,7 milioni di barili.

Determinante per l’intesa sembra sia stata la mediazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che, per facilitare un accordo, ha avanzato la possibilità di conteggiare il taglio della produzione degli Stati Uniti come una riduzione del Messico.

La Spagna prova a ripartire

Dopo due settimane di serrata totale, oltrepassato il picco dell’epidemia, dal 13 aprile la Spagna prova a ripartire riaprendo alcune attività “non essenziali”.

A riaprire, seppur con rigide misure di igiene e sicurezza, sono settori come l’edilizia, l’industria e alcuni uffici. Restano chiusi per il momento scuole, cinema e teatri, ristoranti e bar.

La parziale ripartenza è stata voluta dal governo guidato da Pedro Sanchez, ma è stata contestata da molti operatori sanitari e da alcune forze politiche e amministrazioni territoriali, come ad esempio la Catalogna.
La riapertura prevede misure stringenti nei posti di lavoro come distanziamento, uso di disinfettanti e mascherine. Nelle strade sono stati attivati controlli speciali e sui mezzi pubblici vengono distribuite gratuitamente 10 milioni di mascherine per chi non può andare al lavoro con mezzi privati.

Anche se Sanchez ha chiarito che “non siamo entrati nella fase 2” post-emergenza e che il “confinamento generale” sarà ancora la regola. La “de-escalation”, ha detto, sarà “progressiva e molto cauta”.

Coronavirus, Viminale: 10 milioni di controlli in un mese

Durante il weekend di Pasqua le Forze di polizia hanno rafforzato i controlli su tutte le arterie stradali e ferroviarie per scongiurare gli spostamenti delle persone e mantenere il rispetto delle misure di contenimento contro la diffusione del Covid-19. Nei primi due giorni di Pasqua, fa sapere il Viminale, sono state controllate 582.425 persone e 183.696 attività e sono state sanzionate 23mila persone, sanzioni anche per 400 esercenti.

Nella giornata di ieri, 11 aprile, sono state sottoposte a controllo 280.717 persone e sono stati verificati 89.931 tra esercizi commerciali e attività. Le sanzioni amministrative inflitte ai cittadini che non hanno rispettato le misure di contenimento per l’emergenza Covid-19 sono state 12.514.

Sono state denunciate 104 persone per falsa attestazione o dichiarazione e 53 per violazione dell’obbligo di quarantena.

I titolari di esercizi commerciali sanzionati sono stati 179, le chiusure di attività 35. Nel complesso, dall’11 marzo all’11 aprile 2020, sono state controllate 6.762.858 persone e 2.771.115 attività.

Coronavirus: Israele mette a punto un metodo che consentirà di individuare “da lontano” i sintomi della malattia.

Alcuni ricercatori della Bar Ilan University di Israele, hanno sviluppato un metodo che consentirà di individuare “da lontano” i sintomi della malattia.

Si tratta di un dispositivo che permette di rilevare, anche a decine di metri distanza, i cambiamenti nella motilità dei tessuti provocati dal Covid-19. Può identificare sintomi come il ronco lungo (segno di ostruzione bronchiale, ndr), la febbre e la diminuzione della saturazione dell’ossigeno nel sangue.

Secondo il team, le capacità del nuovo metodo di diagnosi a distanza possono ridurre il rischio di infezione del personale medico.

In un altro studio della stessa università israeliana, i ricercatori stanno lavorando allo sviluppo di anticorpi che possano essere iniettati come vaccino passivo anti-coronavirus. La creazione dei nuovi anticorpi è fatta “mappando” gli anticorpi dei pazienti guariti.

Mons. Bruno Forte: “Bisogna ripartire dal piccolo, dal povero, dall’umile.”

Arcivescovo, in un saggio dedicato alle derive critiche della post-modernità Ella ha utilizzato alcune suggestive metafore per leggere e capire i segni dei tempi: il naufragio come condizione dell’uomo postmoderno, la liquidità dell’esistenza come assenza di punti di riferimento, l’assemblaggio della nave come meticciato di compresenze diverse e infine la navigazione, come necessità di definire la rotta. Può riassumere il senso complessivo della Sua riflessione?

Il tema era “Pensare la crisi”. Ora, la crisi che stiamo vivendo nel “villaggio globale” è talmente complessa che pensare di definirla in termini rigorosi mi appare un compito assolutamente impossibile: ecco perché ho scelto di usare alcune metafore. Anzitutto quella del naufragio, cara ad Hans Blumenberg, che ha voluto in essa descrivere la condizione post-moderna: mentre il testo di Lucrezio a cui Blumenberg si rifà – quello dello spettatore che dalla terra ferma guarda in lontananza il naufragio – è indice della sicurezza dell’uomo “classico” di stare con i piedi per terra a guardare il naufragio lontano, la condizione post-moderna è al tempo stesso quello dello spettatore e del naufrago, del loro identificarsi. Ecco perché l’immagine di Blumenberg – che segnala la crisi di tutti gli ancoraggi e tutti i riferimenti sicuri e assoluti- si collega direttamente all’altra, usata dal sociologo Zygmunt Bauman, della ‘modernità liquida’ dove non ci sono più ancoraggi o certezze, dove sembra che tutto sia fluido.

Eppure, sia Blumenberg che Bauman cercano in questo mare della insicurezza post-moderna la possibilità di una ulteriorità: costruire, assemblare con tavole che forse provengono da altri naufragi, una barca con cui continuare il viaggio. È questa la condizione nella quale ci troviamo e questa barca da assemblare ha bisogno certamente anzitutto dell’assunzione delle diversità, di una sorta di meticciato in cui le identità possano convivere. Sappiamo quanto ciò sia importante anche per il nostro presente in Italia. Insieme a questa operazione di assemblaggio c’è bisogno di una rotta, di una guida nella navigazione, di una sorta di codice cui ispirarsi tutti per orientare il cammino. Ecco perché l’approdo della mia riflessione sul ‘pensare la crisi’ era ed è la necessità di trovarsi intorno ad un riferimento etico che sia ispirativo per tutti e che si fondi su quella centralità della persona umana nella sua dignità assoluta e infinita che proprio il personalismo di ispirazione cristiana ha consegnato al mondo come patrimonio irrinunciabile, e che è la fonte ispirativa anche della nostra Costituzione repubblicana.

Insomma, nel grande mare della liquidità post-moderna occorre ritrovare il valore infinito della persona, dell’uomo immagine di Dio, e ritrovarsi in una fraternità di persone che si riconoscono accomunate davanti al Padre-Madre celeste di tutti: è il progetto che dobbiamo perseguire se vogliamo uscire dalla crisi.

Non Le sembra che la teoria della cosiddetta ‘società complessa’ sia un buon alibi della cultura contemporanea, incapace di tracciare vie d’uscita rispetto a questa crisi di valori forti e identitari?

C’è complessità e complessità. Se per società complessa intendiamo semplicemente un assommarsi di elementi disparati senza alcuna possibilità di coordinamento e di orientamento, questa teoria non riesce a spiegare e superare la crisi, ma ne resta sommersa. Se invece nella complessità tentiamo l’opera dell’assemblaggio, e soprattutto tentiamo di individuare la rotta della navigazione, ecco allora che la complessità da grande sfida diventa anche la grande possibilità, la grande promessa. È esattamente questo il momento storico in cui ci troviamo: tra gli eventi del 2001 e ciò che ad essi è seguito, fino alla ricerca di nuovi possibili dialoghi nel villaggio globale, la grande sfida, cui nessuno ha il diritto di sottrarsi – soprattutto chi ha responsabilità nei confronti degli altri – è quella di ritrovarci a cercare questo comune codice etico, che ci aiuti a leggere la complessità e a decifrarla per progettare l’assemblaggio, costruttivo di un mondo migliore per tutti.

Mi pare che il rapporto tra parola e silenzio sia uno degli aspetti da approfondire con più  avvertita consapevolezza. Credo infatti che sia importante riscoprire il valore della parola come risultato del silenzio, del pensiero e della riflessione: nell’assordante e sovrastante vociferare collettivo le parole si sono infatti allontanate dalla loro storia perdendo il loro originario significato. Parlare ha senso se si dicono cose sensate: non Le sembra che nel linguaggio contemporaneo il ‘logo’ stia sempre più sostituendo il ’logos’?

Non è difficile constatare che siamo in un’epoca di declino della parola. Dopo il tempo delle parole come ‘pietre’, care all’ideologia rampante, sembra che oggi la parola si sia indebolita, cedendo il posto all’immagine, alla vibrazione, all’effetto immediato, alla profluvie verbale. Ora, per riscoprire la centralità della persona, per ricostruire la nave e orientarla nel mare della storia, ciò che è assolutamente necessario è stabilire relazioni autentiche. Queste relazioni hanno bisogno della parola, non di una qualunque parola, ma di quella che sappia essere frutto di un prolungato ascolto, che sia dunque anche carica di silenzio, di accoglienza dell’altro penultimo e dell’altro ultimo, che è il mistero santo di Dio. È allora che la parola ritrova la sua forza, una parola – vorrei dire – tra due silenzi: il silenzio dell’ascolto di Dio e degli altri e il silenzio della vita vissuta, in cui la parola diventa testimonianza e impegno credibile.

Mi piacerebbe approfondire con Lei il tema del silenzio: non luogo della rinuncia e dell’inazione ma occasione di riflessione, mitezza, ascolto, incontro e dono. Quanto pesa questa assenza del silenzio nella nostra formazione personale, direi già a cominciare dai banchi di scuola? Oggi tutto è accumulazione, riempimento, occupazione di tempi e di spazi. Penso ad una metafora del poeta Bertolucci: quella dell’assenza come più acuta presenza. Penso ancora ad Heidegger: ‘l’uomo è la sentinella della silenziosa quiete del transito dell’ultimo Dio’. In quel brivido di silenzio possiamo dunque avvertire meglio la presenza di Dio?

Nel cristianesimo delle origini ci fu un tempo in cui Dio Padre – in rapporto al Figlio Parola eterna – veniva chiamato ‘Silenzio’ (Sighè). Ne è testimone Ignazio di Antiochia in diverse delle sue lettere. Poi il timore del sapore gnostico di questa parola portò la comunità cristiana a rinunciarvi. Tuttavia mai nella tradizione mistica è mancato un riferimento al silenzio divino, che non è il silenzio del mutismo, ma quello della sovrabbondanza della parola, della infinita ricchezza dell’esperienza dell’amore. È in questo senso che il silenzio di Dio va recuperato nel nostro vissuto umano, etico e spirituale. E va recuperato non solo come luogo dell’ascolto, ma anche come spazio dell’affidamento: Dio non è la risposta facile alle nostre domande, ma la custodia del senso di cui tutti abbiamo bisogno per vivere e per morire. Di fronte ad una sfida come quella del recente terremoto in Abruzzo, alla tragedia di queste vite spezzate, di queste esistenze che hanno perduto tutto, dov’è Dio? Ecco la grande domanda che non possiamo non porci e che sempre peraltro il pensiero si è posto:basti pensare al poema di Voltaire di fronte al disastro di Lisbona del 1755.

La risposta non si trova certamente nella negazione di Dio o nella affermazione di un Dio ‘castigatore’, di un Dio onnipresente nel senso del giudizio o della vendetta, bensì nella testimonianza di un Dio vicino, che accoglie le vittime e le custodisce nel suo amore e che sa anche stare vicino ai sopravvissuti e rigenerare in loro la fiducia e la speranza. È il Dio della rivelazione compiutasi in Cristo, il Dio che è amore. 

I miti dell’efficienza e dell’efficacia hanno soppiantato le ideologie, anche nella loro gratificante gratuità. È  questa l’epoca del ‘faire et en faisant se faire’, cioè dell’essere solo per quel che si fa piuttosto che per quello che si è?In che modo si può rimettere l’uomo, la persona, la vita stessa  al centro dei valori da condividere, per dialogare e capirsi?Quali sono i tratti di un nuovo e possibile umanesimo?

Credo che il passo fondamentale sia ritrovare il senso della verità in ogni cosa. Una verità che è innanzitutto essere fino in fondo se stessi ed esserlo in un progetto che ci trascende e ci supera, a cui possiamo dare senz’altro il nome di ‘vocazione’. Quando l’uomo si sforza di essere nella verità, di essere veramente in questo progetto secondo la chiamata di Dio, ecco che la libertà e – al tempo stesso – la necessità del dono di sé agli altri vengono a coniugarsi. La responsabilità è il risultato di questa coniugazione: abbiamo bisogno di un’umanità di donne e uomini responsabili, a partire da questa risposta da dare, da questo ‘pondus’ da portare insieme gli uni per gli altri, dunque da questa verità delle relazioni e dei rapporti, che in ultima analisi si fonda sulla relazione di ciascuna creatura al suo destino trascendente, in cui la verità si fa storia, carne e diventa vita della nostra vita. La rivelazione di questa verità, dell’eterno entrato nel tempo, dell’assoluto che illumina la storia, è la rivelazione del Dio fatto uomo per noi. Ecco perché il cristianesimo ha ancora una straordinaria potenzialità da svelare al mondo di oggi, agli uomini e alle donne della post-modernità, per ritrovare il senso e la gioia di esistere, ma anche la dignità del compito e la responsabilità della chiamata a cui corrispondere.

L’autorealizzazione del singolo, dell’individuo è sempre stato un mito di inizio secolo, mi pare che anche la nostra sia la società del ‘tutti contro tutti’, della competizione e delle prove di forza. C’è chi vince, ma c’è anche chi perde: quali costi umani e sociali hanno questi conflitti? Non Le sembra che manchi alla nostra epoca il cemento del ‘bene comune’?

Il fondamento dell’idea di bene comune, nella prospettiva del personalismo cristiano, non può che essere la dignità infinita di ogni essere umano, soprattutto del più debole. Dunque, bisogna ripartire dal piccolo, dal povero, dall’umile, dai suoi bisogni che sono i suoi diritti verso di noi. Bisogna riconoscere l’altro non come concorrente o avversario, ma come dono, come promessa cui va data risposta nell’amore: è solo allora che il bene comune si illumina del suo senso più profondo. Non si tratta di un bene maggiore a vantaggio di un tutto astratto, si tratta invece di un bene che realizza la persona umana in tutte le sue potenzialità, ad ogni livello, a cominciare da quello di chi meno ha ricevuto, ha meno possibilità ed è più esposto alla tirannia del tempo e allo  sfruttamento dell’altro. Quando l’idea di bene comune saprà essere coniugata nei fatti e nelle scelte alla promozione di tutto l’uomo in ogni uomo, alla garanzia e alla custodia dei diritti dei deboli, allora il bene comune manifesterà tutta la sua straordinaria potenzialità come orizzonte di senso su cui impegnarsi e questa – peraltro – è la grande ispirazione della dottrina sociale della Chiesa, ma è anche l’ispirazione di quel personalismo di ispirazione cristiana che sta alla base della nostra Costituzione Repubblicana, attraverso il Codice di Camaldoli che entrò nello spirito costituente come carta fondamentale della convivenza civile nel nostro Paese.

Ho letto infatti che Lei ha auspicato una rilettura della Costituzione del 1948 e del Codice di Camaldoli del 1943, come strumenti per tracciare la giusta rotta alla navigazione del nostro tempo. Trovo che sia un’intuizione importante, un richiamo forte ai valori del dialogo e della coesione sociale. È  questa la bussola per riprendere il cammino?

Direi che lo è in una doppia prospettiva. Lo è in prospettiva civile, nel senso che in questa bussola condivisa nel testo costituzionale, composta dalle grandi anime che vi confluirono, da quella cristiana a quella liberale a quella socialista, in questa comune ispirazione, fu possibile riavviare il nostro Paese dopo la guerra, operare la straordinaria ricostruzione fisica e morale di cui esso aveva bisogno. La Costituzione Repubblicana, in questo tessuto di valori, resta una carta fondamentale e irrinunciabile per tutti, credenti e non credenti, ed ha dunque un valore civile al quale nessuno di noi deve rinunciare.

Insieme a questo, il cristiano non può non ritrovare nel personalismo che ispira il dettato costituzionale una singolare presenza del dono ricevuto dal Dio di Gesù Cristo: il fatto che Dio si sia fatto uomo e sia morto sulla croce come uno di noi, ‘singolo’ come direbbe Kierkegaard, ci fa capire quanto è grande e infinito il valore di ogni essere umano, quale che sia la sua storia o il suo bagaglio di possibilità. Penso alla dignità del clandestino, dell’immigrato, dell’anziano, dell’ammalato o del giovane senza prospettive sicure di futuro: tutto questo ci interpella proprio a partire da ciò che ha costituito l’anima più profonda della nostra storia e della nostra identità in Europa, a cominciare dalle radici ebraico-cristiane  e dal loro incontro fecondo con l’humus latino e con la cultura greca. Abbiamo bisogno di ritrovare tutto questo perché nella liquidità di questa post-modernità incerta, fluida, disorientante, dobbiamo riassemblare le tavole della nave per riprendere la navigazione sulla rotta del codice etico che Dio ha scritto nel cuore degli uomini. Credenti e non credenti potranno allora lavorare insieme per il bene comune in questo villaggio globale.

Il divorzio Tesoro-Banca d’Italia, la tassa da inflazione e il debito pubblico.

Il dibattito aperto sulle conseguenze del “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia impone qualche considerazione, soprattutto se la valutazione complessiva porta  a sostenere che “ il divorzio fu un colpo di mano in spregio delle istituzioni democratiche è facile rispondere che nessun parlamento aveva mai autorizzato quell’enorme scippo di risorse ai danni dei risparmiatori che lo Stato attuò negli anni settanta con la tassa da inflazione”.
Perche il Parlamento aveva autorizzato la tassa da inflazione con la grande fiammata inflazionionistica  tra l’estate 1946 e l’autunno 1947 quando i prezzi raddoppiarono portando a circa il 50 per cento il coefficiente di aumento rispetto a prima della guerra?  In una situazione come quella del primo dopoguerra del secondo conflitto mondiale, in cui le banche detenevano ingenti riserve liquide, ma con le strozzature della carenza di materie prime e fonti di energia e trasporti disastrati.
Quell’inflazione provocò un drastico abbattimento del valore reale del debito pubblico e dell’indebitamento delle imprese.

Quella azione di stabilizzazione portata avanti dalla Banca di Italia e da Donato Menichella portò frutti innegabili negli anni successive. Uomini come Menichella e Carli avevano idee e inventarono strumenti. Menichella, con  la missione con De Gasperi  negli Stati Uniti, insieme con Carli e Campilli, nascosta come discorso a Cleveland,  determinò  prestiti per 231 miliardi. Per Menichella, parlando all’ABI, i prestiti dovevano essere a 25 anni, con i primi anni solo rimborso di interessi, senza rimborso di capitale. (Questo solo come termine di paragone rispetto alle misure indicate nel decreto liquidità) .

Carli inventò il Mediocredito centrale e i mediocrediti regionali; c’erano le banche pubbliche i certificati di deposito con la raccolta delle Bin allo 0,50 che servivano a Mediobanca per finanziare il sistema industriale.
Questo per memoria. Torniamo agli anni settanta. Come si puo’ dimenticare che l’onda della spesa pubblica si ebbe per il consenso politico, sindacale, confindustriale a cui si è aggiunto spesso l’effetto di sentenze della magistratura, corte costituzionale compresa, con impatti devastanti sul bilancio! Per non parlare del sistema delle indicizzazioni per i lavoratori e per i pensionati  dopo  l’accordo Lama –  Agnelli del 1975.
Le conseguenze del cosiddetto “divorzio” Tesoro-Banca d’Italia  derivarono da un aumento dei tassi di interesse reali, che contribuirono alla crescita del fabbisogno del Tesoro quando ormai il finanziamento dipendeva dal mercato.

Quella decisione  sul divorzio fu presa con una lettera a Ciampi del 12 febbraio 1981, che rispose il 6 marzo. Gianni Goria nella richiesta al Parlamento della anticipazione straordinaria di 8.000 miliardi disse che:”l’intervento restituiva flessibilità al Tesoro, ma non affrontava le cause del disavanzo”. La decisione fu presa “ senza consenso politico” come riconobbe Andreatta dieci
anni più tardi. “Gli effetti del divorzio non sono quelli sperati” riconoscerà Mario Draghi nel 2007.
Errore politico degli anni ottanta fu di puntare sulla capacità della crescita di finanziare il debito.  Il bilancio pubblico ha accentuato la pace sociale. La spesa pubblica passò dal 34 per cento del Pil nel 1970 al 55 per cento del Pil nel 1985. Il livello del debito lievita dal 59 per cento del 1980 all’84 per cento nel 1985. La spesa per interessi cresce dal 5,3 a quasi il 10 per cento del Pil.

Non va poi dimenticato che nel 1985 il 40 per cento dei titoli erano posseduti da banche e istituti di credito. Il 57 per cento degli utili Fiat e il 62 per cento degli utili Olivetti per il 1984 venivano da titoli di stato ci ha ricordato Napoleone Colajanni nei suoi scritti.
Quando in gennaio 1983 il Tesoro chiese l’anticipazione straordinaria alla BI per 8.000 miliardi i tassi veleggiavano sul 18 per cento. Nel 1986- 1987 la spesa per interessi raggiunse l’ 8, 2 per cento del Pil rispetto al 4,5 del 1981. Nell’imminenza della crisi finanziaria del 1992 il tasso di sconto si cifrava al 11,5 per cento. Nino Galloni ha ricordato l’importanza degli investimenti sia pubblici che privati peraltro di poche grandi imprese. Sappiamo bene la spinta demolitrice verso le Partecipazioni Statali in nome di liberalizzazioni senza regole!

Quando in Francia nel 1925-26 si verificò la crisi nel collocamento dei titoli vi furono emissioni al 7 per cento che furono un successo. Fu creato un fondo di ammortamento con la devoluzione di importanti entrate come reddito dei monopoli del tabacco, le imposte di successione e proprietà.  Le spese di ridussero da 58 md a 34 md.
Nella esperienza italiana ricordiamo la rendita Italia 5 per cento del 1935, regio decreto n. 60/34,  Ministro delle Finanze Jung.

Nel caso italiano in una economia aperta e globalizzata con un debito collocato per il 50 per cento ad investitori internazionali o a non residenti non vi è un “trasferimento dalla mano destra alla mano sinistra” ma da un paese ad altri, come era in passato per l’Italia con un debito tutto domestico. Il Paese diviene più povero se paga l’interesse con un trasferimento di ricchezza verso l’esterno, di qui l’errore di non avere affrontato il problema del debito in una fase economica più favorevole attraverso quelle misure come contenimento della spesa corrente dal lato della  spesa militare, e delle entrate con la dismissione di beni patrimoniali.

Ora se rompi i ponti con l’Europa e sogni di fare da solo, devi fare un piano finanziario che non può poggiare su un modesto contributo di solidarietà, ma con un robusto Piano Italia di titoli di stato  a lunghissimo termine che mobiliti la ingente liquidità degli italiani a tassi remunerativi. Per raggiungere questo obiettivo  c’è bisogno di credibilità della classe dirigente e soprattutto di idee ricostruttive. Purtroppo non abbiamo né De Gasperi, nè Menichella.

L’Italia di fronte alla pandemia: programmiamo la ripresa.

Tendo a pensare che – al di la dei singoli interventi e previsioni di riapertura – già iniziare a ragionare a 12-18 mesi sarebbe un passo in avanti invece di vivere alla giornata (o, peggio, secondo il ritorno di gradimento politico di brevissimo termine).

Ragionare a 12-18 mesi permetterebbe, presumibilmente (poi in Italia, purtroppo, la caciara la fa sempre da padrone), di allineare i vari attori istituzionali e intermedi su una direttrice di pensiero dove gli interventi di gestione della crisi contingente, della riapertura progressiva di breve e medio periodo – che comunque richiederà un coordinamento forte altrimenti rischiano di essere sforzi vani – sono intersecati con quelli di ricostruzione e rilancio di medio-lungo (da infrastrutture, a scuola/ricerca, e così via).

Permetterebbe in questo senso (sempre con il caveat della caciara) di legiferare in maniera più adeguata tenendo la barra (più) dritta sulla direttrice del generale rinnovamento del Paese che tende ad essere troppo spesso oggetto di discorsi bellissimi, ma poi svanisce nella concretizzazione (per non dire implementazione) delle proposte.

In generale, permetterebbe più realismo e ragionevolezza sul fattore ‘tempo’ che altrimenti continua nel suo ‘fugit’.
La Germania ha una capacità di gestione del sistema – a partire della ICU – che non è comparabile. Possiamo anche decuplicare i ventilatori o le strutture, ma gli operatori sanitari richiedono tempi di addestramento su strutture e macchinari stessi che sono solo in parte comprimibili.
Anche se non mi piace l’analogia della guerra, un conto è andarci con soldati e armamenti ben addestrati e organizzati, un altro tentare di resistere ad un’invasione pesante pensando di addestrare in pochi giorni contadini e impiegati all’uso di un qualche numero limitato di nuovi armamenti faticosamente prodotti di notte in fabbriche riconvertite in quattro e quattr’otto.

Un po’ di pianificazione di medio-lungo aiuta a prescindere. Se poi le cose vanno meglio – ad esempio arriva un vaccino e/o una terapia efficace, meglio!

Peraltro, non è mica detto la situazione non evolva anche in Germania (per quanto implausibile).
Ne abbiamo già vista troppa di hybris internazionale di paesi (UK rings a bell…) che hanno guardato sin da subito l’Italia come ‘causa del suo mal’, per poi doversi ricredere all’improvviso.

E i dati dicono che l’Italia, al di fuori della Lombardia, e pur con tutto il modo confusionario che abbiamo visto tutti, si sta comportando non male (decisamente meglio di UK).
Cioe’, se si escludono i numeri della Lombardia, e correggendo anche semplicemente per popolazione e per stadio di diffusione, il resto del Paese è in situazione decisamente diversa e migliore di molti altri paesi.

Penso, sin dall’inizio, che in prospettiva storica l’Italia finirà a metà della classifica dei ‘peggiori’, non in testa.

Buona Pasqua

Carissimi, domani sarò con voi e ne approfitterò per rinnovare gli auguri che oggi formulo di cuore, associandoli a questa bella poesia di Manzoni, retaggio dei nostri ricordi di scuola. Buona Pasqua.

Resurrezione 

E’ risorto: il capo santo
più non posa nel sudario
è risorto: dall’un canto
dell’avello solitario
sta il coperchio rovesciato:
come un forte inebbriato,
il Signor si risvegliò
Era l’alba; e molli il viso
Maddalena e l’altre donne
fean lamento in su l’Ucciso;
ecco tutta di Sionne
si commosse la pendice
e la scolta insultatrice
di spavento tramortì
Un estranio giovinetto
si posò sul monumento:
era folgore l’aspetto
era neve il vestimento:
alla mesta che ‘l richiese
dié risposta quel cortese:
è risorto; non è qui.

Alessandro Manzoni

Il Papa all’Europa: “Non è tempo di egoismi”.

Il Papa durante la benedizione Urbi et Orbi, pronunciata, per la prima volta nella storia, dai cancelli dell’Altare della Confessione, all’interno della Basilica vaticana sollecita l’Europa  per la “sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero.  Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni”.

E poi pensando al mondo aggiunge: “In considerazione delle circostanze, si allentino pure le sanzioni internazionali che inibiscono la possibilità dei Paesi che ne sono destinatari di fornire adeguato sostegno ai propri cittadini e si mettano in condizione tutti gli Stati, specialmente quelli più poveri, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui loro bilanci”.

Il Signore della vita… doni protezione ai tanti migranti e rifugiati, molti dei quali sono bambini, che vivono in condizioni insopportabili, specialmente in Libia e al confine tra Grecia e Turchia, non voglio dimenticare l’isola di Lesbo. Permetta in Venezuela di giungere a soluzioni concrete e immediate, volte a consentire l’aiuto internazionale alla popolazione che soffre a causa della grave congiuntura politica, socio-economica e sanitaria”.

L’arresto dello sviluppo italiano dopo gli anni ‘70. Ora si riaprono i giochi per la fine del globalismo selvaggio.

Leggo con interesse – su “Il Domani d’Italia” del 10 Aprile u.s. – la sintesi curata da Giampaolo Galli, sul tema del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (1981), dell’Osservatorio CPI di cui è principale referente il prof. Cottarelli.

Benchè l’intento di tale sintesi sia, esplicitamente, quello di confutare aspetti importanti di quello che sembra esser diventato un cavallo di battaglia del cosiddetto sovranismo italiano, molte delle considerazioni in essa contenute appaiono ragionevoli e condivisibili. E, proprio per questo, meritevoli di svariati approfondimenti.

Così, è giusto sottolineare il collegamento con la svolta del 1979, che non fu solo l’architettura del Sistema monetario europeo (il successore del cosiddetto Serpente, ormai defunto), ma soprattutto il logico collegamento con il G7 di Tokyo, dove venne abbattuto l’ultimo baluardo di Bretton Woods (1944): da quella data nessun Paese avrebbe potuto godere della solidarietà degli altri per riequilibrare la propria bilancia dei pagamenti (svalutazioni e rivalutazioni monetarie, prestiti a tassi non di mercato, ecc.). Quindi, ad esempio, chi avesse avuto un deficit commerciale, avrebbe dovuto attirare capitali (perciò questo mercato venne liberalizzato) dall’esterno, offrendo tassi di interesse invoglianti: così, i Paesi forti esportatori – non dovendo più rivalutare – si rafforzavano e quelli deboli si indebolivano: va da sè che questo modello poco solidaristico saltò poco dopo con la crisi dello SME stesso (Settembre 1992).

Orbene, alla fine degli anni ’70, l’Italia importava fonti energetiche per quasi il 25% del PIL (oggi il 3%) e si parlava di non rispetto del “vincolo estero” quando, date le esportazioni, le crescita tumultuosa del PIL (in questo eravamo i n.1 al mondo) portava i consumatori a scegliere più prodotti di importazione, sorretti da una spesa pubblica generosa e da retribuzioni in continua crescita.

Una delle ragioni della stretta sulla spesa pubblica (perché di questo si trattava, in buona sostanza) poteva essere giustificata dal fatto che bisognasse limitare le importazioni non necessarie, ovvero quelle agevolate dalla crescita della domanda effettiva.

Tuttavia, covava anche una rabbia contro la classe politica di allora, corrotta e clientelare, democristiana e socialista: gli ambienti benpensanti (dai liberali ai comunisti, dalla sinistra “politica” della stessa DC ai radicali di varia estrazione) pensarono di punire quella cultura spendaiola sottraendo alla classe politica della prima Repubblica, il potere più importante, quello di decidere (di far crescere) gli investimenti pubblici.

E’ anche vero che, così l’Italietta finanziaria del mattone piuttosto che del conto corrente o del materasso, si sdoganava verso i famosi “bot people” e che, con i più alti tassi di interesse, diventassimo – addirittura il benchmark mondiale – dell’allora in gran spolvero mercato obbligazionario dei titoli destinati agli emergenti investitori istituzionali, soprattutto americani.

Tuttavia, l’orizzonte temporale delle imprese si accorciò, diminuirono non solo gli investimenti pubblici, ma anche quelli privati perché si faceva meno fatica a comperare – con i profitti – titoli che rendevano il 7% una volta depurati dall’inflazione che combattere con mercati, lavoratori, sindacati, tasse e banche.

Fin da subito, Federico Caffè mi disse che si era trattato di un “errore gravissimo, da sottolineare due volte con la matita blu”: “Speriamo, aggiunse, che non buttino via il bambino con l’acqua sporca”. Sei anni dopo – due o tre giorni prima di scomparire – mi disse: ”Hanno buttato via il bambino con l’acqua sporca”. Con gli oltre trent’anni successivi di esperienza politica e soprattutto amministrativa, posso affermare che il bambino (vale a dire lo sviluppo economico) l’abbiamo buttato via, ma l’acqua sporca (la corruzione) ce la siamo tenuta…

E veniamo all’inflazione. E’ vero, come si dice nella sintesi esaminata, che essa rappresentava una tassa: ma ingiusta soprattutto dal punto di vista dei creditori non indicizzati. In realtà, il Paese degli anni ’70 – terrorizzato dall’inflazione – stava crescendo come mai nella sua storia recente e la nostra manifattura stava diventando la prima al mondo (forse allora non c’erano i sovranisti, ma la loro – ipotetica  – unica ricetta sarebbe stata dazi sulle importazioni e nessuno riteneva utile una cosa del genere).

E’ vero, quindi, che siamo stati fermati per ragioni soprattutto internazionali (ma non voglio spingermi oltre, in questa sede): di qui, oggi, l’argomento “sovranistico” di critica del divorzio e delle sue conseguenze: una posizione, quindi, di mera ricostruzione storica.

Ma cerchiamo di completare il presente ragionamento – se il lettore ha ancora la pazienza di andare avanti – con la dinamica della spesa pubblica dopo il fatidico divorzio.

Come hanno dimostrato – oltre ogni ragionevole dubbio – gli autorevolissimi studi del prof. Giuseppe Alvaro, la spesa per prestazioni, funzionamento istituzionale, ecc. (in termini di PIL, ovviamente) non è variata durante il decennio successivo; quella per investimenti è crollata (e così si è ottenuto il peggioramento della “qualità della spesa” stessa); quella invece per interessi è cresciuta in modalità esponenziale spingendo il debito pubblico a raddoppiare e superare il PIL.

Non aveva avuto ragione Caffè?

Ma, amici antisovranisti, ecco una mia previsione che vi rallegrerà: come la fine dell’economia della solidarietà, per dare spazio al liberismo più sfrenato, spiazzò i partiti liberali; come la caduta del muro di Berlino spiazzò i partiti anticomunisti moderati; così, l’attuale crisi della globalizzazione spiazzerà i sovranismi egoistici. E sapete perché? Perché si sta per aprire un’era contraria ai conflitti, dove il rispetto del vicino prevarrà sull’esigenza di imporre una volontà intransigente all’interno, dove la fine della mondializzazione selvaggia incoraggerà forme di localismo pacifico, reciproco e non aggressivo.

Sassoli, un leader politico.

Dice spesso Guido Bodrato, citando Tocqueville, che quando c’è un progetto politico chiaro e definito, “un leader lo si trova per strada”. Apparentemente una riflessione semplice, nonchè coraggiosa, pronunciata in un contesto dove vanno di moda i capi, i guru e gli improvvisatori. Anche perchè non si può non essere d’accordo con l’indimenticabile Mino Martinazzoli quando, a metà degli anni duemila, ricordava che la differenza tra “la prima e la seconda repubblica è molto semplice. Nella prima c’erano i leader politici mentre nella seconda ci sono solo più i capi politici”. E Mino non ha fatto in tempo a conoscere i cosiddetti capi politici della stagione nata dopo il 2013 e culminata con le elezioni del 2018 con gli attuali vertici dei 5 stelle e via discorrendo…. 

Ho voluto citare questi due piccoli episodi perchè, anche in un contesto come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da una drammatica emergenza sanitaria, possono decollare elementi che fanno sperare per il tanto decantato “dopo emergenza”. Almeno sul versante politico. E cioè, leader politici che senza enfasi, senza fanfare, senza propaganda e, soprattutto, senza ricorrere all’improvvisazione, sanno imporsi all’attenzione della pubblica opinione. È il caso, e lo dico senza alcuna piaggeria, di David Maria Sassoli, attuale Presidente del Parlamento Europeo. Le prese di posizione di questi ultimi tempi, compresa la recente intervista rilasciata a Repubblica sulla cosiddetta trattativa con l’Europa da parte del governo italiano per attrarre nuove risorse finanziarie al nostro paese capaci di affrontare la dura emergenza sanitaria ed economica, confermano sostanzialmente 3 aspetti essenziali e costitutivi della nuova leadership politica. E cioè, competenza, coerenza e cultura politica. Sono tre elementi che, al netto del giudizio che si può dare sulla persona in questione, definiscono le future leadership politiche che non potranno più prescindere da queste caratteristiche.

E sono anche caratteristiche che in una fase di profonda e comprensibile confusione, nonchè di marcata transizione, trovano anche nella tradizione cattolico democratica e cattolico popolare un ancoraggio certo e sicuro. Non alla ricerca di virtuali e grotteschi “partiti cattolici” ma, al contrario, alla definizione di un progetto politico che sia accompagnato da leadership politiche nè improvvisate, né populiste, nè demagogiche e nè estemporanee. Leadership politiche che siano, al contempo, anche coraggiose e con la schiena dritta, come si suol dire. E proprio nel rapporto con l’Europa, con questa Europa, emergeranno le vere leadership politiche di cui il paese ha bisogno, a prescindere dal profilo e dai lineamenti che caratterizzeranno il panorama politico dopo la drammatica emergenza sanitaria. 

Perchè quello che conta, alla fine, è il progetto politico che si incarna, come lo si declina a livello nazionale ed europeo e, soprattutto, il tasso di competenza e di spessore culturale ed ideale che lo accompagna e che lo rende credibile. E David Sassoli, oggi, può essere un leader che concretamente incarna questi requisiti essenziali per ridare nobiltà, dignità e credibilità alla politica. 

In ricordo di Cesare Trebeschi, cattolico democratico, Sindaco di Brescia negli anni ‘70.

La cordialità e la pazienza con le quali l’amico, avvocato Cesare Trebeschi, ci ha accolto e trattenuto un intero pomeriggio a casa sua per lasciarci un ricordo e una testimonianza su Piero Padula dissimulavano appena la fatica alla quale la lunga conversazione certamente lo assoggettava.

Ma non ha voluto mancare all’appello, per amicizia e stima nei confronti di Piero, ma soprattutto perché aveva colto l’intento, per usare parole sue, di «non ridurre il ricordo a caramellosa cerimonia». Non ha mai amato la forma vuota, per propensione personale e per capacità di accogliere la lezione di vita della sua personale biografia e dei maestri che ha incontrato sul suo cammino.

Altri tratteggeranno il suo percorso esistenziale, spesso intrecciato al dolore, la scomparsa del padre morto nel campo di concentramento di Gusen, l’amicizia con il futuro papa Paolo VI, la formazione spirituale e culturale, l’impegno amministrativo nei giorni bui della strage di piazza Loggia, in cui perde il cugino Alberto con la moglie Clementina Calzari, la fede robusta di un laico devoto ma non acritico nei confronti di una Chiesa non sempre capace di profezia.

A noi piace serbare e diffondere la memoria di quel pomeriggio dicembrino, la lucidità che via via scioglieva il suo eloquio, i suoi riferimenti aneddotici – nella corrispondenza successiva si schermiva definendoli “divagazioni”- che coniugavano il Palazzo di giustizia con il concetto stesso di giustizia, l’attitudine alle opere con il riportarsi a La Pira. Abbiamo goduto di un incontro alto, un dono proseguito poi nella raccomandazione a dare seguito alla stesura di un profilo per farne mattonella di un percorso più ambizioso e prospettico, sul quale l’ideale cattolico-democratico possa procedere ancora. Nella mail con cui, per motivi di salute, declinava l’invito ad essere con noi alla presentazione del libro, ci ammoniva: «il vostro vero compito, pagato il debito di amicizia, comincia ora, proprio per un dovere di fedeltà all’impegno di Piero».

E anche in seguito, rivolto a tutti noi amici dell’Associazione, ci ha spronato ad alimentare la vocazione al servizio a favore della comunità e a sorreggerci l’un l’altro, rammentandoci che «insieme il cammino è più agevole».

In un suo scritto di quasi quarant’anni fa (anche a questo abbiamo fatto cenno in quell’intenso confronto), Apologia del mugugno, Cesare Trebeschi indicava il protomartire Stefano come modello di testimonianza in mezzo al popolo, per le sue qualità, quelle per le quali viene eletto diacono: pienezza, impegno totale, disponibilità all’invasione dell’Eterno. Caratteristiche che abbiamo respirato in quella chiacchierata e che oggi certamente rifulgono in lui nella vita completa a cui il Signore lo ha chiamato.

 

Per l’Associazione “Amici di Piero Padula”

Ennio Pasinetti             Franco Franzoni

Strumenti finanziari e riforme

«La patrimoniale non è possibile politicamente, e darebbe un gettito inferiore alle aspettative. Resta il fatto che abbiamo un anomalo rapporto tra grande debito pubblico ed enorme ricchezza privata: 4.374 miliardi di attività finanziarie delle famiglie (contro 926 miliardi di passività), 1.840 miliardi di attività finanziarie delle società non finanziarie; contro 2.409 miliardi di debito pubblico. Penso a un grande prestito non forzoso, finanziato dagli italiani e garantito dai beni dello Stato. Ne hanno scritto Ferruccio de Bortoli e Giulio Tremonti».

Premesso che io non sono un esperto di Economia Politica come invece sembrano essere un non insignificante numero di italiani,sono rimasto colpito dalla sostanziale indifferenza con la quale in questi giorni è stato accolta la intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo, per il Corriere della Sera,da Giovanni Bazoli, Presidente emerito di Intesa San Paolo,della quale ho ritenuto opportuno riportare un frammento in apertura di questa riflessione.

Le frasi pronunciate da Giovanni Bazoli, noto banchiere di solida formazione cattolica,erano la risposta ad una articolata domanda con la quale Cazzullo gli chiedeva,tra l’altro,quali provvedimenti si dovessero e potessero,e anche volessero, adottare per affrontare la crisi economica,produttiva e sociale prevista per il dopo Covid19.

Sono rimasto colpito perché nei giorni successivi si è sviluppato un dibattito dai toni accesi sulle possibilità e sulle modalità di reperire i miliardi di euro necessari per rimediare ai danni più immediati prodotti dalla pandemia e,soprattutto, per rimettere in moto il Sistema Paese sul piano economico, finanziario,produttivo,commerciale e sociale, e nessuno dei pochi tecnici qualificati e dei molti economisti da tastiera che vi ha partecipato ha fatto riferimento alle parole del Presidente emerito di Intesa SanPaolo.

Bazoli, infatti,negando la possibilità politica ed anche la utilità di una imposta sul patrimonio variamente inteso,rilanciava la idea di un << prestito non forzoso>>,garantito dai beni dello Stato e mirato alla realizzazione di <<un grande piano di ricostruzione nazionale >>.

Un prestito della portata di trecento miliardi,uno strumento molto robusto,che procurerebbe una corposa provvista finanziaria pari al 7% della ricchezza privata nazionale,al quale i cittadini italiani potrebbero aderire se,afferma Bazoli, << troveranno conferma delle le qualità morali emerse in questi giorni……. e se si mantiene questa virtù civica repubblicana >>.

Un richiamo alla etica della responsabilità degli italiani che,però,non può prescindere da un fattivo impegno nel campo delle ormai non più procrastinabili riforme necessarie nei diversi ambiti della vita nazionale: Politica, Istituzioni,Lavoro,Scuola,Formazione,Impresa,Socialità.
Soltanto un simile approccio alle macerie lasciate dalla tragedia potrà favorire una rinascita nazionale,indipendentemente dal fatto che ci si affidi al MES, agli Eurobond, alla Bei, ai Contributi di solidarietà, o ad altri strumenti finanziari e istituti europei o nazionali.

Risorgeranno?

Tutti abbiamo visto quella immagine. Da rabbrividire. Un luogo desolato, una fossa, in parte già colmata, e delle bare assiepate una accanto all’altra e anche una sopra l’altra. Poteva sembrare un’immagine di guerra. Cruda. Insopportabile. E invece, l’immagine era colorata. Un’immagine di ieri. New York. Chi l’avrebbe mai detto? Siamo ancora increduli.

Avevamo già assistito a momenti irricevibili per i nostri occhi: camion dell’esercito, a notte fonda, che trasportavano i nostri morti dal bergamasco in altre parti d’Italia. Aveva anche visto la presenza di molte bare nelle nostre Chiese. Erano bare come Dio comanda. Tutto questo aveva già fatto effetto nel nostro animo. Una terribile tristezza.

Ben altro, quello che abbiamo visto a New York. Non intendo descrivere le bare. Le avete viste. Non le nostre, le nostre erano come ne abbiamo viste tante durante i funerali. Quelle della grande città americana avevano un altro aspetto.

Si tratta della città più potente del mondo. Dove fiumi di denaro scorrono nella borsa a Wall Street. In anticipo rispetto a tutto quello che capita nel mondo. L’avanguardia delle avanguardie. Eppure, ci ha consegnato un quadro tra i più desolanti che ci sia capitato di vedere in queste ultime settimane.

Cosa vorrà dire mai? Ci obbliga a riflettere. Non si può liquidare la vicenda dicendo che una città da dieci milioni di abitanti presenti molte persone indigenti e quindi giustifichi l’evento. Non può essere così. Ci deve essere qualcosa di più profondo che va indagato. Dov’è mai finita la fraternità? Ammassarli in quel modo, cancellandone l’identità, facendoli così morire due volte, New York dimostra una cifra d’inciviltà, che non mi sarei mai aspettato di vedere.

Questa pandemia, questa catastrofica pandemia, questa terribile pandemia, non solo lacera noi tutti per le morti che miete, ma si risolve anche nello svelare fenomeni, oso dire, intollerabili alla nostra sensibilità.

Con questo scritto non intendo certo esaminarne le cause. Non posso pretendere di risolvere la cosa in queste brevi note, lo scopo è un altro, quello di soffermarsi su queste tragedie e, ciascuno secondo la propria vocazione a riflettere, cercarne una spiegazione.

Come dire, alzo il sipario, ma la trama teatrale la lascio a ciascuno di voi.

Magari può essere l’avvio per un confronto, per un dialogo tra i vostri pensieri, tra voi, me e altri.

Buona Pasqua.

Dichiarazione del Presidente Mattarella nel 100° anniversario della nascita di Emilio Colombo

Figura di rilievo europeo, nasceva cento anni fa a Potenza, Emilio Colombo.

Esponente di una classe dirigente che aveva trovato nella partecipazione all’Azione Cattolica la espressione della sua “alterità” rispetto al fascismo, negli anni della formazione giovanile, Colombo fu espressione di un riformismo di impronta sociale che, a partire dalla riforma agraria, alla legge su Matera, individuò nel Mezzogiorno la chiave di volta per la effettiva realizzazione dei principi e dei diritti sanciti dalla Costituzione.

Eletto a soli 26 anni all’Assemblea Costituente, avrebbe lasciato la Camera dei Deputati dopo undici legislature per essere poi nominato dal Presidente della Repubblica, Ciampi, senatore a vita nel 2003.

Legato fortemente alla Basilicata, sua terra di origine, Colombo fu anche, per un biennio, Sindaco di Potenza.

Ministro in importanti dicasteri, dal Tesoro agli Affari Esteri, Presidente del Consiglio, lo statista lucano portò la sua competenza a servizio degli interessi del Paese e della costruzione della comune causa europea.

Presidente in carica del Parlamento Europeo, fu fra i promotori della elezione diretta dei membri dell’assemblea di Strasburgo, conseguita nel 1979.

Un ruolo, il suo, che gli valse la attribuzione dei prestigiosi Premio Carlo Magno nel 1979 e Jean Monnet nel 2011.

Alla sua personalità la Repubblica rende oggi omaggio.

Ricordo di Emilio Colombo: la politica come impegno sociale.

“Vorrei dare a ciascuno di voi i miei occhi per farvi vedere cosa eravamo e cosa siamo oggi: solo così potete essere responsabili del vostro presente ed immaginare un futuro sempre migliore…”.

Con queste parole il presidente Emilio Colombo, del quale ricorre il centenario della nascita, ricordava gli inizi della sua attività politica, in quel crinale storico tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della ricostruzione in Italia, uscendo dal terribile periodo fratricida della guerra e non meno cruento della lotta antifascista. Ricordare il presidente, col quale ho avuto amicizia lunga e feconda è per me motivo di commozione e di onore: egli è stato un vero e grande statista, tra i pochi che l’Italia abbia veramente avuto, e parte di quella generazione di uomini politici che hanno costruito la democrazia, realizzato la Costituzione repubblicana, promosso il miglioramento etico e sociale del nostro paese.

Emilio Colombo nacque a Potenza l’11 aprile 1920 e la sua carriera politica inizia ufficialmente nel 1946 con l’elezione all’Assemblea Costituente, grazie a oltre 21 mila voti di preferenza. Tuttavia il suo retroterra e la sua formazione sociale sono piu remoti. Sin da giovanissimo partecipa alle vicende del mondo cattolico, addirittura adolescente, negli anni non facili successivi alla Conciliazione. Il mondo cattolico aveva raggiunto con il Concordato del 1929 una “tregua” con lo Stato, ormai stabilmente dominato dal fascismo, ma non una vera e propria armonia regnava tra questi due mondi. Il fascismo voleva il pieno controllo, soprattutto della formazione dei giovani, per imporre loro un totalitarismo di fatto pagano al quale la Chiesa non poteva offrire il suo assenso. È in questo clima che si forma la coscienza civile del giovane Colombo, una coscienza che sarà sempre irrorata dai principi della Dottrina sociale della Chiesa. 

Il Partito Popolare era un ricordo lontano e il suo fondatore don Luigi Sturzo, ormai da anni in esilio all’estero, pressochè sconosciuto ai giovani anche delle associazioni cattoliche. Vi era solo uno strumento, un canale attraverso il quale poter far sentire la voce dei cattolici non allineati col fascismo: l’Azione Cattolica. Proprio grazie al Concordato del ’29 essa aveva – diciamo – una certa autonomia, pur non potendo svolgere alcuna azione di sensibilizzazione politica. Non mancarono gli attriti al punto che S.S. Pio XI appena due anni dopo, nel 1931, si vide costretto a pubblicare una lettera documento, ”Non abbiamo bisogno”, con la quale avvertiva il fascismo e in particolare Mussolini che la Chiesa non avrebbe consentito silente l’indottrinamento pagano dei giovani alle liturgie del regime. 

In quegli anni Colombo giovanissimo conosce la figura di Paolo Pericoli, detto dalle iniziali “Papà Pericoli”, una figura mitica in quel periodo: il primo vero formatore di giovani in anni così difficili. Ma l’incontro fondamentale nell’adolescenza lo compie proprio in Azione Cattolica, nella quale aveva iniziato a militare. Durante un corso di formazione, intorno agli anni ’35-’36, incontra il Presidente della GIAC, il prof. Luigi Gedda(1902-2000) che si accorgerà ben presto del talento di quel giovane longilineo, studioso e riservato, ma con tanta passione e dai valori etico-sociali assai profondi. 

Negli anni quaranta, precisamente nel 1942, Gedda fonda la Società Operaia per l’evangelizzazione dei laici intorno al culto del Getsemani e Colombo sarà interessato da questo primo sodalizio religioso di soli laici. Ma arrivano gli anni della guerra e l’assolvimento degli obblighi militari, ma anche il conseguimento della brillante laurea in giurisprudenza. Proprio sul finire della guerra, già trasferitosi a Roma, viene nominato insieme ad Agostino Maltarello, segretario della GIAC, carica che Gedda crea appositamente per loro dato che non esisteva fino ad allora negli statuti dell’organizzazione. 

Il legame tra Colombo e il mondo associativo cattolico sarà fortissimo per tutta la vita. Ma l’incontro del “risveglio” politico era avvenuto qualche anno prima: nell’estate del 1943 in quell’anno cosi drammatico, a Camaldoli giovani cattolici e dirigenti del mondo delle associazioni si erano riuniti dal 18 al 24 luglio in quella località del Casentino per discutere che cosa sarebbe stata l’Italia e il mondo una volta fosse finita la guerra. L’incontro a cavallo tra il primo bombrdamento di Roma e il crollo del fascismo fu sollecitato da mons. Giovanni Battista Montini, oggi S.Paolo VI, e dal domenicano padre Mariano Cordovani, nominato nel 1942 da Pio XII Teologo della Segreteria di stato. Ne scaturì il cosiddetto “Codice di Camaldoli”, detto allora “Per una comunità cristiana”. Un documento formidabilmente moderno il quale insieme alla scelta che l’anno dopo Pio XII avrebbe compiuto col Radiomessaggio natalizio intitolato “Il problema della democrazia” e con il messaggio natalizio dell’anno prima contro i totalitarismi, spianò la strada al consenso delle gerarchie per un rinnovato impegno dei cattolici in politica.

Nei tanti colloqui avuti negli anni con Colombo, egli mi ripeteva spesso che proprio il Codice di Camaldoli, le intuizioni in esso contenute, avevano colpito lui e gli altri giovani anche presenti all’incontro stesso. Il documento “Per una comunita cristiana” venne redatto dal giovane Sergio Paronetto, che purtroppo scomparve appena 34enne nel 1945. L’impatto fu dirompente. Nel Codice di Camaldoli prendeva forma il concetto di “comunità politica”, già espresso da S. Tommaso e soprattutto approfondito da Emmanuel Mounier.

Comunità politica non è la semplice società tra eguali, bensì un contesto non casuale di soggetti sociali che si riconoscono nella promozione della “persona”. Questo sara il

 che animerà la redazione della Costituzione Repubblicana, alla quale Emilio Colombo darà il suo fondamentale contributo nella discussione soprattutto dei principi basilari: il concetto di “persona” espresso nell’articolo 2 (“…lo stato riconosce..”) antepone l’uomo coi suoi diritti alla tutela di essi da parte dello Stato. Un capovolgimento a 360 gradi della visione neoidealistica che aveva reso possibile persino il fascismo nell’architettura costituzionale dello Statuto Albertino, nel quale non si parlava MAI di cittadini ma di sudditi! 

Inevitabile riconoscere, in sostanza, l’incontro con la Democrazia Cristiana che De Gasperi aveva fondato nel ’42 riuscendo a realizzare un capolavoro di mediazione politica tra le varie componenti sociali politiche e culturali del mondo cattolico.

In un bel volume pubblicato poco tempo prima della scomparsa, ”Per l’Italia e per l’Europa”, Colombo ripercorrendola a mo’ di conversazione con l’amico Arrigo Levi, ricordava la sua vita politica, soffermandosi su alcuni aspetti importanti collegati fra loro dal concetto di “sintesi” che deve animare sempre la vita politica e soprattutto il progetto politico. E proprio questo progetto lo troverà nella proposta politica di Alcide De Gasperi, al quale come spesso ricordava ”…ho dato sempre del Lei, come anche a Togliatti”. 

La figura e il prestigio di De Gasperi sono l’altro versante che contribuisce a delineare la statura politica del giovane Colombo: l’idea delle coalizioni, la politica come mediazione, l’incontro e lo scambio con le altre esperienze politiche e soprattutto l’idea dell’Europa!

Il legame con la sua terra resterà sempre fortissimo, la sua Basilicata che egli ha restituito all’Italia e ne ha condotto lo spessore delle tradizioni e della cultura anche in Europa e nel mondo. La carriera lunga e illustre di questo Padre della Patria non può certo essere raccolta nelle poche righe di questo modesto anche se sincero ed affettuoso ricordo. Mi limiterò a passare in rassegna solo alcune parti, per me molto significative. L’inizio degli anni ’50, il coraggio che la Democrazia Cristiana e le coalizioni centriste dei governi De Gasperi mostrarono nel varare la riforma agraria, si sente anche in Basilicata. 

Togliatti aveva scritto un articolo molto duro su “L’Unità” intitolato “Matera, vergogna d’Italia”, evidenziandone l’arretratezza e le condizioni precarie di vita. Proprio a seguito di una visita che De Gasperi compì in quella terra, Colombo giovane sottosegretario al ministero dell’agricoltura, promosse la cosiddetta “legge dei sassi”, che erano antichi monasteri pressochè caverne dove la povera popolazione materana viveva da decenni. In virtù di quella legge ben 14.000 persone ebbero per la prima volta una casa e questo fu merito di Emilio Colombo.

La sua illustre carriera di ministro dalla metà degli anni ’50 si caratterizza per la permanenza al ministero dell’industria, delle finanze, ma soprattutto lungamente del tesoro, dove egli, giurista, seppe individuare attraverso figure di alto prestigio quali Ferdinando Ventriglia e Guido Carli, una politica accorta di stabilizzazione economica, dimostrata anche dalla famosa lettera all’allora presidente del consiglio Moro nell’estate 1964 sul pericolo di sforamento della spesa pubblica. Presidente del consiglio dal 1970 al ’72, biennio difficile tra tentativo di golpe borghese e rivolte in Calabria, volle promuovere la nascita dell’università della Calabria e Lucania, non trascurando mai la sua vocazione europeista e contribuendo a riportare indietro la Francia dalla cosiddetta politica della sedia vuota, fino diventare  sul finire degli anni ’70 Presidente del Parlamento Europeo.

Non va neanche trascurata la sua significativa presenza al ministero degli esteri in due periodi delicati – inizio anni ’80 e inizio dei ’90 – quando riuscì a varare gli accordi Colombo-Genscher, con i quali si pacificò e riorganizzò la situazione mediorientale. 

Lo spessore politico di Emilio Colombo fu anche uno spessore culturale,non nel nome di una unità di classe o di lotta ma di solidarietà, giustizia e libertà per tutti perchè al centro vi è sempre il valore irrinunciabilmente ontologico della persona.

Quale insegnamento ricavare dall’esperienza e dal ricordo di Colombo che ci ha lasciato ritornando alla casa del Padre il 24 giugno 2013: credo l’impegno oggi a superare relativismo e individualismo, oltre ogni contrattualismo, perchè l’ordine della politica non va costruito sull’affermazione dell’individuo e sul prevalere dell’economia nei rapporti umani o sul potere del più forte nella sfera del diritto. Ma credo che ricordare uno statista di questo calibro che venne insignito, tra i pochissimi ad esserlo, del premio Carlo Magno e del premio Monnet, oltre a ricevere il laticlavio a vita e reggere la presidenza dell Istituto Giuseppe Toniolo per diversi anni, significhi adoperarci affinchè una migliore articolazione delle società intermedie consenta una piena convivenza democratica e il superamento di ogni divisione di sesso, razza, religione, per una società non fondata su sovranismi, populismi e ideologie, ma sul dialogo e la sintesi che sono alla base di un vero ed efficace pensiero politico.

Emilio Colombo: “I valori dell’Europa”.

Per il centenario della nascita del Presidente Emilio Colombo, pubblichiamo uno stralcio del  discorso al Parlamento Europeo – 19.XI.1981 

Nel perseguire le nostre finalità, noi dovremo dare prova di realismo e di saggezza, ma anche di quell’entusiasmo e di quella capacità di immaginazione che sono necessari in tutte le grandi imprese e che, talvolta, sembrano attenuarsi di fronte alle difficoltà. Noi dovremo dare una risposta agli interrogativi dei nostri concittadini e dei nostri elettori, assillati dai problemi quotidiani, ma insieme ansiosi di un futuro che oggi si presenta incerto ed oscuro. Noi dovremo mostrarci attenti alle esigenze che sono emerse, sia pure confusamente, nell’ambito dell’inquieto mondo dei giovani, insoddisfatti per l’affievolimento di ideali e le stridenti contraddizioni di cui soffre la nostra società.

L’Europa deve fornire una risposta ai gravi e molteplici problemi economici e sociali che si pone una società che si avvia verso nuovi stadi di maturazione tecnologica e culturale, che non rappresentano una semplificazione del suo modo di essere, ma determinano nuove responsabilità. I nostri popoli possono basarsi su un formidabile bagaglio di esperienza e di pensiero, elaborato da una lunga serie di generazioni.

Questo retaggio è la nostra civiltà, una civiltà non esclusiva, capace di accogliere ogni utile apporto esterno, una civiltà multiforme e tollerante di cui tutti possono sentirsi partecipi.

Questo ha reso possibili tra l’altro, e rende fecondi la collaborazione e lo scambio fra forze politiche e ideali, di matrice diversa, ma che tutte nell’apertura e nella tolleranza si incontrano. È la grande comune cultura europea che consente anche a questo parlamento un dialogo così vivo, eppure rispettoso, fra posizioni diverse.

Vi è, credo, un convincimento comune che ci unisce, quale che sia il paese d’origine e quale che sia la parte politica cui apparteniamo ; al mondo l’Europa deve tornare a proporre i valori dello spirito che sono a fondamento della sua millenaria cultura. Tutti ci riconosciamo in quei valori, a nome dei diversi ideali cui dobbiamo reciproco rispetto ; per me, e credo per molti, sono i valori del cristianesimo, quelli che il cristianesimo ha illuminato e reso universali, che possono consentire agli europei di elaborare un modello di società che permetta all’uomo di vivere in armonia con sé stesso ed il proprio ambiente naturale e di lavoro, e di ritrovare in se stesso la fiducia nel progresso della società umana.

Tempo di visione e di ascolto, nel silenzio

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

Come quando entriamo in un luogo buio e la vista è interdetta accade che tutti gli altri sensi automaticamente si acuiscono, aumentano di sensibilità. Così è oggi, che siamo entrati da più di un mese ormai, in questo luogo buio che si chiama pandemia. C’è bisogno di acuire tutti i sensi che prima magari erano lasciati lì intorpiditi. In diversi modi e tempi il Papa ci ricorda alcuni di questi sensi da risvegliare, in particolare due: vista e udito.

Nell’intervista ad Austen Ivereigh di due giorni fa Francesco è tornato su un tema a lui molto caro, la contemplazione: «E a proposito di contemplazione vorrei soffermarmi su un punto: è il momento di vedere il povero. Gesù ci dice che “i poveri li avete sempre con voi”. Ed è vero. È una realtà, non possiamo negarla. Sono nascosti, perché la povertà si vergogna. […] e siccome la povertà fa vergognare, non la vediamo. Sono là, gli passiamo accanto, ma non li vediamo. Fanno parte del paesaggio, sono cose. Santa Teresa di Calcutta li ha visti e ha deciso di intraprendere un cammino di conversione. Vedere i poveri significa restituire loro l’umanità. Non sono cose, non sono scarti, sono persone».

A volte basta vedere per essere toccati e convertirsi, ma bisogna saper vedere. Nel suo libro L’odore dell’India, reportage del viaggio che Pasolini compie nel 1961 insieme ad Alberto Moravia e a Dacia Maraini, il poeta friulano racconta del suo incontro con Madre Teresa di Calcutta. Aveva infatti sentito parlare di questa suora che si occupava dei più poveri dei poveri e deciso di andare a conoscerla (i suoi compagni di viaggio invece si sfilarono, spaventati da quel contesto di degrado). Nel libro non riporta alcun elemento del dialogo avuto con la suora ma solo lo stupore perché mai, scriveva, «lo spirito di Cristo mi è parso così vivido e dolce; un trapianto splendidamente riuscito» e poi per il fatto che pareva una donna che «quando guarda, “vede”».

Spesso i poveri li abbiamo guardati, ora è il momento di vederli, ma qui entra l’organo della vista che, ricorda Saint’Exupery, non è l’occhio. Alla fine quindi è un fatto di cuore, perché come afferma Benedetto XVI «il programma di Gesù è un cuore che vede» (Deus Caritas est, 31)

Tre anni dopo il viaggio in India Pasolini gira La ricotta, un film breve, drammatico e intenso che riproduce la scena della deposizione di Gesù dalla croce e fa precedere la visione con queste parole proiettate sullo schermo e da lui pronunciate: «A scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti». Quando ci si trova di fronte alla bellezza, quella vera, non servono commenti, è più utile fare silenzio. «L’unica vera lezione / Consiste nel guardare» canta il poeta irlandese Patrick Kavanagh, «Senza commenti da parte del filologo. / Stare a guardare è abbastanza / Quando è questione di amore».

In questi giorni la liturgia ci offre i testi sublimi di cui parla Pasolini, quelli che riguardano la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Il Papa nell’udienza di mercoledì scorso ha invitato i cattolici ad avere in questi giorni tra le mani, davanti agli occhi e nel cuore il crocifisso e la Parola di Dio. Anche qui non servono commenti, oltre alla visione il senso da acuire è l’udito e l’unico modo per farlo è nel silenzio. Nel saggio L’uomo eterno del 1925 l’inglese Chesterton, rileggendo i Vangeli, osserva come «Ogni tentativo di amplificare questa storia la diminuisce. Ci si sono cimentati molti uomini di vero genio ed eloquenza come altri troppo sentimentali e volgari retori. […] La potenza schiacciante delle semplici parole del Vangelo è come la potenza di una macina da mulino; e coloro che possono leggerla con sufficiente semplicità sentiranno come le rocce rotolare sovra di loro. La critica non sono che parole sulle parole: ma a che servono le parole su parole come queste?».

Il 25 marzo scorso, l’omelia del Santo Padre sul Vangelo dell’Annunciazione è consistita nella rilettura del brano del Vangelo di Luca, con l’unica avvertenza che «L’evangelista Luca poteva conoscere questo soltanto dal racconto della Madonna. Ascoltando Luca abbiamo ascoltato la Madonna che racconta questo mistero: stiamo davanti al Mistero. Forse il meglio che possiamo fare adesso è rileggere questo passo pensando che è stata la Madonna a raccontarlo». Nessun commento, solo la rilettura, meditata. Una splendida inattualità: in un momento in cui tutti noi, naviganti nella Rete e nei social, siamo diventati un popolo di commentatori, ecco che il Papa ci ricorda il bene più prezioso per l’uomo nasce dall’ascolto e quindi dal silenzio. Anche noi cattolici siamo condizionati da questo meccanismo del commento, per cui andiamo a messa spesso per ascoltare l’omelia del sacerdote, il suo commento al Vangelo, per poi commentarlo. Ed invece il Papa ci ricorda che questo non è l’essenziale. Rilegge il Vangelo e al termine della rilettura ha detto soltanto: «Questo è il mistero». Stiamo davanti al mistero e cerchiamo allora di acuire la visione, il silenzio, l’ascolto, queste cose contano «quando è questione di amore».

Gli 11 giorni di Wuhan e tre domande alla politica

In un circostanziato articolo del 6 aprile u.s. a firma Biagio Simonetta, il Sole24 ore ricostruisce la cronaca degli 11 giorni più importanti nella storia della pandemia Covid-19 che sta impestando il pianeta: quelli iniziali, l’incipit da cui ha avuto origine il contagio che ha provocato la più grande catastrofe umanitaria dopo la seconda guerra mondiale. Emerge dal resoconto che la prima vittima ufficiale del coronavirus muore il 9 gennaio. Nei giorni precedenti aveva frequentato il mercato alimentare di Wuhan: il suo decesso viene reso noto dalla Commissione Sanitaria Municipale. Le autorità sono a conoscenza dell’origine animale del virus: cinque giorni dopo la morte del 61enne cittadino di Wuhan anche la moglie (che al mercato non era andata) si ammala. E’ il segnale che il virus si sta diffondendo da uomo a uomo. Sono i giorni cruciali nella storia di questa polmonite diventata tempesta sanitaria ma la Cina sceglie inizialmente la via fatale del negazionismo. Il 14 gennaio OMS rende noto che ”i cinesi non hanno trovato prove chiare della trasmissione per via umana del nuovo coronavirus isolato a Wuhan”: solo 11 giorni dopo la morte del primo contagiato l’epidemiologo cinese Zhong Nanshan ammetteva alla TV che il contagio stava diffondendosi da uomo a uomo. 48 ore dopo il Presidente Xi Jinping blindava la città e segregava in casa i suoi abitanti. In quei giorni di colpevole silenzio ci sta anche la denuncia del medico cinese Li Wenliang poi deceduto,  che aveva lanciato l’allarme in ospedale ed era stato smentito e diffamato per aver diffuso “voci false”: ora è un eroe nazionale riabilitato. Nel frattempo il sindaco di Wuhan – Zhou Xianwang- dopo aver organizzato il 18 gennaio il XXI banchetto del Capodanno cinese comunicava qualche giorno dopo che 5 milioni di abitanti avevano lasciato la città, diretti altrove in Cina e nel resto del mondo.

E’ l’inizio della fine: secondo quanto riferito nel suo articolo il Sole 24 ore rende noto che uno studio dell’Università di Southampton “ha stimato che se la Cina avesse  agìto con tre settimane di anticipo rispetto… alla data del 23 gennaio, il numero di casi complessivi di Covid-19 si sarebbe potuto ridurre del 95%. Ma anche una sola settimana avrebbe ridotto il contagio globale del 66%”.

Recentemente, sempre nel Regno Unito, il Centro Studi “Henry Jackson Society ha stilato un rapporto intitolato: “Risarcimento da Coronavirus? Stabilire la potenziale colpevolezza della Cina e le vie di una azione legale”. Si stima che i soli Stati del G7 potrebbero intentare una causa del valore di oltre 4000 miliardi di dollari. Qualcuno ha trovato similitudini con il processo di Norimberga: resta il fatto che prima o poi la Cina si troverà costretta a difendersi davanti ad una Corte internazionale dalle accuse di aver favorito la diffusione del contagio a livello pandemico, non avendo adottato nell’immediatezza del riscontro dei primi casi, misure di contenimento adeguate. Eppure l’esperienza della Sars avrebbe dovuto insegnare maggiore tempestività e chiarezza. Invece il Covid-19 sta provocando morti e contagi in tutto il mondo causando uno sconquasso economico mondiale senza precedenti, con conseguenze devastanti imprevedibili.

L’articolo del Sole 24 ore citato, nella sua ricostruzione analitica dei fatti e nella chiarezza delle deduzioni, andrebbe sottoposto all’attenzione del Parlamento, del Governo e del Presidente del Consiglio.

Con tre domande a titolo di accompagnamento.

Prima domanda. Il 28 aprile 2019 venne siglato un accordo tra Cina e Italia che prevedeva alcune  “Aree di collaborazione”  (cito testualmente) : “il rafforzamento della prevenzione e del controllo in frontiera delle principali malattie infettive, il rafforzamento delle misure quarantenarie e dell’ispezione dei mezzi di trasporto internazionali, in entrata e in uscita dai territori italiano e cinese, il miglioramento dell’efficacia delle misure di disinfezione, disinsettazione e derattizzazione, la prevenzione della trasmissione transfrontaliera di malattie infettive”.

Si chiede in che modo questo accordo sia stato rispettato, quali misure di prevenzione sia state adottate, quali concrete azioni sia state poste in essere per evitare la diffusione del contagio dopo che il virus era stato isolato nei laboratori cinesi, se ci siano state informazioni provenienti dalla Cina e dall’OMS . 

Seconda domanda. Qualora – come è nei fatti- questo accordo non sia stato rispettato, quali azioni risarcitorie intende adottare l’Italia nei confronti della Cina, per violazione del citato protocollo d’intesa e per le conseguenze patite.

Terza domanda. Il 23 marzo 2019 l’Italia aveva sottoscritto un Memorandum con la Cina che al punto 27 prevedeva che i bacini portuali di Genova e Trieste sarebbero diventati “i terminali europei della via della seta”, cioè degli scambi commerciali tra i due Paesi. Alla luce di quanto accaduto, della pandemia di origine cinese, della manifesta ostilità a tale accordo da parte degli altri Paesi dell’U.E. sarebbe opportuno sapere se il Governo e il Parlamento Italiano intendano assumere  iniziative di revisione o rescissione del Memorandum o se le cose resteranno come nelle previsioni sottoscritte tra i due Paesi.

Le questioni poste non sembrano di poco conto e implicano assunzioni di responsabilità per il presente ed il futuro oltre ad una ufficiale spiegazione di quanto accaduto.

Troppe vittime, troppo dolore, troppe e gravi conseguenze economiche.

Se le domande sono sensate l’Italia attende chiarezza, verità e giustizia.

 

D’accordo con Pertile, il paese ha bisogno di scelte innovative

Condivido in pieno l’analisi di Pertile. Vorrei che sul tema potessimo invitare qualche esponente del mondo imprenditoriale, per esempio quello della Confindustria, nonché qualche voce della pubblica amministrazione, che ci aiuti nell’individuare la strada per il rinnovamento dello Stato.

C’è bisogno di aria in questo nostro Paese, di invito all’impegno, per chi studi, ricerchi, inventi, investa, applichi, e per chi organizzi, aiuti, favorisca, dia fiducia, controlli ma non ostacoli, incentivi. Insomma la macchina pubblica non va. La cultura giuridica semina troppa sfiducia, blocca, impedisce senza costrutto.

È necessario un concorso di energie per sbloccare il Paese. E forse la tremenda esperienza che viviamo può darci la spinta morale a compiere questo rinnovamento: meno consumismo, più serietà nel lavoro, più dovere, maggiore impegno personale di tutti.

“Svegliamoci Italici”: la cultura italiana un valore da difendere e promuovere

Poco più di un mese fa la pandemia Covid-19 ha modificato molte realtà e molte prospettive. Siamo convinti che la pandemia in atto, non solo modificherà i nostri comportamenti individuali e collettivi, non solo costringerà a rivedere i modelli di organizzazione sanitaria nonché di prevenzione e risposta ai rischi delle calamità naturali, non solo suggerirà di aggiornare il nostro sistema statuale e delle autonomie, ma obbligherà tutti, noi compresi, a riformulare progetti e programmi.

Quando usciremo da questa crisi, saremo obbligati a ripensare alla globalizzazione, alle Istituzioni sovranazionali a partire dall’Unione Europea, a riflettere in modo nuovo sul rapporto tra Nord e Sud del Mondo, dell’Europa e dell’Italia stessa, trovando nuove forme di partecipazione dei singoli e dei gruppi ai processi decisionali ed economici, anche perché ci troveremo per forza dentro un mondo sempre più digitalizzato.

Volontà dell’Associazione “Svegliamoci Italici” nell’immediato, è di dare voce e agevolare il dialogo tra tutti coloro che, italiani e non, condividono i valori della cultura e della civiltà italica.

Tanti stranieri, oltre che tanti italiani nel mondo, sono da sempre attratti dall’Italia e dalla cultura italiana. Questi valori vanno costantemente difesi e promossi, ed aggiornati, a maggior ragione di fronte al cambiamento epocale in atto. Tutto il mondo, oggi, sta convogliando la propria attenzione sull’Italia, facendo emergere l’importanza di poter contare su un’informazione, nazionale ed internazionale, puntuale, corretta, oggettiva sull’andamento di una situazione in costante evoluzione e per un lungo periodo ancora, drammatica.

Di qui l’impegno a fornire, direttamente o indirettamente, un contributo per accedere ad informazioni che possano aggiornare, con empatica affidabilità, tutti coloro che seguono, anche se da lontano ma con la vicinanza del sentirsi con noi e come noi, l’evolversi della situazione nel nostro Paese.

Per rispondere, per quanto possibile, alle aspettative, hanno dato vita ad un gruppo Facebook intitolato ASSOCIAZIONE ITALICI , dove si potranno trovare aggiornamenti su attività culturali “italiche” in Italia e all’estero nonché aggiornamenti e note sulla situazione italiana ed internazionale in tema di coronavirus, ed il gruppo nei suoi due giorni di vita ha già registrato più di 300 iscrizioni. Inoltre un notiziario denominato CORONANEWS, fornirà settimanalmente l’aggiornamento sui dati salienti e veritieri sulla pandemia.

A tutto ciò si sommerà la collaborazione spontanea che sicuramente si svilupperà tra gli Italici, anche grazie ad un Piano programmatico di attività che metteremo a punto nei prossimi giorni.

Milano, Fondo San Giuseppe: a Pasqua gli aiuti per i primi beneficiari

Grazie alle generosità dei cittadini supera quota 5 milioni di euro il Fondo San Giuseppe istituito dall’Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, e dal sindaco Giuseppe Sala, per sostenere chi ha perso il lavoro a causa della quarantena imposta per contenere il Coronavirus.

Le donazioni
Intitolato al santo patrono dei papà, degli operai e dei lavoratori, il Fondo è stato annunciato dall’Arcivescovo, il 22 marzo, quarta domenica di Quaresima durante la messa in Duomo che i fedeli hanno potuto seguire soltanto da casa a causa delle misure sanitarie assunte per contenere il contagio. Nonostante le celebrazioni siano sospese e i sacerdoti non abbiano potuto rilanciare l’appello presso le proprie comunità l’esortazione a fare ognuno la propria parte, avvenuto esclusivamente attraverso i mezzi di comunicazione e i social, ha fatto breccia: in 15 giorni sono pervenute donazioni complessivamente per un milione e 49 euro (1.049.000 euro) che hanno così portato il patrimonio iniziale costituto da Curia (2milioni) e Comune (2milioni) a superare quota 5milioni.  
A Pasqua i primi aiuti

Gli aiuti arriveranno già per Pasqua o nei giorni immediatamente successivi.
Su un totale di 126 domande già pervenute, il Consiglio di Gestione, riunitosi mercoledì 8 aprile, ha approvato le prime 24 per un’erogazione complessiva di 36mila e 600 euro. Nei prossimi giorni, in alcuni casi entro domenica i candidati riceveranno il contributo. La cifra potrà variare dalle 400 alle 800 euro al mese a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare e arriverà direttamente sul conto corrente o sarà consegnata, tramite assegno, dal parroco. Il sostegno sarà garantito per tre mesi, rinnovabili, in caso di necessità per altri due.

Dal 25 marzo è stato possibile presentare le domande, secondo due modalità: compilando il form sul sito del fondo contattando il centro di ascolto parrocchiale più vicino.

Le storie
Giovanni (il suo nome come quello degli altri che citiamo è di fantasia), è stato uno dei primi a chiedere aiuto «Sono un operaio edile ma i cantieri sono tutti fermi e da due mesi sono senza stipendio – spiega nella sua domanda – Tra affitto (400 euro), gli alimenti a mia moglie (300 euro) da cui sono separato e le rate per il furgone (200 euro) che ho comprato per lavorare, non so più come far quadrare i conti».

Valentina è titolare di un piccolo negozio, dove ripara e confeziona scarpe su misura. Ha sospeso l’attività per partorire la sua seconda bambina. Contava di rimettersi al lavoro e invece è arrivato il virus. «Sono separata dal mio compagno e ora non so più come andare avanti: la situazione sta peggiorando, giorno dopo giorno, perché non ho più soldi per pagare l’affitto di casa (650 euro) quello del negozio (550 euro) per acquistare cibo e pannolini. Sono veramente disperata. Vi chiedo gentilmente aiuto!».

«Vado in casa delle signore e offro taglio, messa in piega, manicure e pedicure – racconta Annalisa. Da un mese le mie clienti hanno smesso di chiamarmi, ma nel frattempo le bollette continuano ad arrivare e io non so più come pagarle».

«I profili che emergono dalle prime richieste di aiuto mostrano quanto pesanti sino già stati gli effetti del lockdown per le fasce più deboli della popolazione, il popolo dei lavoretti che vive ai margini del mercato dell’occupazione e per questa ragione è escluso da ogni tutela. Chi oggi galleggia sulla linea della povertà, finirà sotto se non arriveremo in tempo e a quel punto sarà molto più difficile poi aiutarlo a riemergere», osserva Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana.

A chi si rivolge e come si accede
Il Fondo San Giuseppe si rivolge a disoccupati a causa della crisi Covid-19 (ad esempio dipendenti a tempo determinato cui non è stato rinnovato il contratto), lavoratori precari (contratti a chiamata, occasionali, soci di cooperativa con busta paga a zero ore), lavoratori autonomi. Per accedervi occorre essere regolarmente domiciliati sul territorio della Diocesi ambrosiana, essere disoccupati dal primo marzo 2020 o aver drasticamente ridotto le proprie occasioni di lavoro non avere entrate familiari superiori a 400 euro mese a persona.

Il Fondo San Giuseppe opera attraverso i volontari dei centri di ascolto della Diocesi e gli organismi statutari (Consiglio di Gestione e Segreteria) che avevano già gestito il Fondo Famiglia e Lavoro voluto la notte di Natale del 2008 dall’allora arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, per far fronte alla crisi economica.
Lo strumento di carattere emergenziale e temporaneo affianca il Fondo Diamo Lavoro, ultima fase del Fondo Famiglia e Lavoro.

Coronavirus, da galline ad agnelli è boom furti nei campi

Dagli agnelli alle galline fino alle mozzarelle si moltiplicano i furti nelle campagne deserte per le limitazioni agli spostamenti della popolazione con l’emergenza coronavirus. E’ quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti in riferimento all’operazione che a Foggia ha portato a pochi giorni dalla Pasqua all’arresto di cittadini senza fissa dimora per il furto di una pecora e di materiale agricolo.

Si tratta – sottolinea la Coldiretti – solo dell’ultimo di una serie di episodi che si sono verificati lungo tutta la Penisola dalla Lombardia dove a Mandello del Lario (in provincia di Lecco) si è verificato un furto di galline e uova attraverso un buco nella rete fino al Casertano in Campania dove sono stati spariti agnelli e mozzarelle.

Un fenomeno che – continua la Coldiretti – tende ad amplificarsi anche per la situazione di disagio in cui si trova una fetta crescente della popolazione per la mancanza di opportunità di lavoro anche occasionale con le misure restrittive assunte per l’emergenza Covid 19. Non si tratta però sempre di semplici “ladri di polli” poiché spesso si assiste a veri e propri raid capaci di mettere in ginocchio un’azienda, specie se di dimensioni medie o piccole.

Gli agricoltori – sottolinea la Coldiretti – sono vittime di ogni genere di furti, dagli animali ai prodotti agricoli, dalle attrezzature ai macchinari, come gli ultimi blitz notturni delle bande criminali che si sono verificati nella terra del Primitivo in Puglia per saccheggiare le campagne, portando via barbatelle del prestigioso vitigno e pali per spalliere. Un fenomeno che aggrava la situazione di crisi in cui si trova il settore agricolo e a seguito dell’emergenza coronavirus che un calo delle attività che ha interessato il 37% aziende agricole secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’.

Privacy ed emergenza

Il Presidente del Garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro è stato protagonista di un’audizione informale, in videoconferenza alla Commissioni IX (Trasporti, Poste e Telecomunicazioni) della Camera dei Deputati.

Di massima e scottante attualità il tema, ossia l’uso delle nuove tecnologie e della rete per contrastare l’emergenza epidemiologica da Coronavirus.

Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento, tratto dal sito del Garante.

  1. Diritti, deroghe, limiti

La gravissima emergenza che il Paese sta affrontando ha imposto l’adozione- con norme di vario rango- di misure limitative di molti diritti fondamentali, necessarie per contenere auspicabilmente, il numero dei contagi.

La protezione dei dati personali – fondamentale diritto “di libertà”, sancito dalla Carta di Nizza – non poteva fare, naturalmente, eccezione, benché le limitazioni sinora adottate siano nel complesso contenute.

Alcune deroghe al regime ordinario di gestione dei dati sono state previste sin dalle primissime ordinanze intervenute pochi giorni dopo la deliberazione dello stato di emergenza, con prevalente riferimento all’ambito di comunicazione dei dati sanitari.

L’art. 14 d.l. 14/2020 ha sostanzialmente replicato tale disposizione, elevandone la fonte e rimarcandone il carattere temporaneo, senza tuttavia allo stato attuale riferirsi a raccolte di dati particolarmente “innovative”.

Nuove e più invasive raccolte di dati potrebbero fondarsi su esigenze di sanità pubblica che -al pari del “soccorso di necessità”- costituiscono autonomi presupposti di liceità, in presenza di una previsione normativa conforme ai principi di necessità, proporzionalità, adeguatezza, nonché del rispetto del contenuto essenziale del diritto.

  1. Mappe epidemiologiche e sorveglianza

Va valutata entro questa cornice l’ipotesi della raccolta dei dati sull’ubicazione o sull’interazione dei dispositivi mobili dei soggetti risultati positivi, con altri dispositivi, al fine di analizzare l’andamento epidemiologico o per ricostruire la catena dei contagi.

Anzitutto, dal momento che sono ipotizzabili misure molto diverse tra loro, si dovrebbe privilegiare un criterio di gradualità e dunque valutare se le misure meno invasive possano essere sufficienti a fini di prevenzione epidemiologica.

In tale prospettiva non pone particolari problemi l’acquisizione di trend, effettivamente anonimi, di mobilità. L’art. 9 della direttiva e-privacy legittima il trattamento, anche in assenza del consenso dell’interessato, dei dati relativi all’ ubicazione, purché anonimi.

Tale soluzione consente di realizzare, ad esempio, mappe descrittive dell’andamento dell’epidemia, utilissime a fini prognostici e statistici, meno a scopi diagnostici in senso proprio.

Per altro verso, l’uso di dati identificativi sull’ubicazione o sull’interazione con altri dispositivi può risultare funzionale a diversi scopi.

In ogni caso, esso richiede – anche ai sensi dell’art. 15 della direttiva e-privacy – una disposizione normativa sufficientemente dettagliata e contenente adeguate garanzie.

I vari utilizzi possibili di tali dati possono essere finalizzati, in via teorica (e ragionando nei termini assunti dal dibattito pubblico di queste settimane):

  1. a) o alla verifica della posizione del soggetto sottoposto ad obbligo di permanenza domiciliare perché positivo, utilizzando dunque la geolocalizzazione del telefono (che si presuppone, ma non è detto, segua passo passo il soggetto) per accertare l’effettivo rispetto del divieto di allontanamento dal domicilio, oppure:
  2. b) all’acquisizione, a ritroso, dei dati sull’interazione del soggetto poi risultato positivo con altri soggetti, per verificarne, nel periodo in cui aveva capacità virale, gli eventuali contatti desumibili tramite varie tecniche: celle telefoniche, gps, bluetooth.

Le due ipotesi differiscono nella finalità: elemento, questo, indubbiamente rilevante per la valutazione della complessiva legittimità del trattamento.

La prima ipotesi infatti, nell’utilizzare la localizzazione del telefono come fosse una sorta di braccialetto elettronico atipico, presuppone la sostituzione, con l’occhio elettronico, dei controlli “umani”, dando però per acquisito che chi decida di violare gli obblighi di permanenza domiciliare porti con sé il telefono, il che è evidentemente contro-intuitivo.

Tra le altre misure utilizzate a fini di verifica del rispetto degli obblighi di distanziamento sociale vi è il ricorso, da parte dell’autorità di pubblica sicurezza, ai droni.

Anche tali strumenti vanno utilizzati nel rispetto del canone di proporzionalità, soprattutto in ragione delle loro potenzialità particolarmente invasive della riservatezza.

Se utilizzata dalle forze di polizia, non per segnalare “impersonali” assembramenti, ma per monitorare il rispetto puntuale degli obblighi di permanenza domiciliare, infatti, tale misura difficilmente potrà garantire il rispetto del canone di proporzionalità, potendo prestarsi a una raccolta assai ampia di dati personali.

Sarebbe auspicabile, sul punto, una precisazione normativa, considerando anche che la norma di riferimento richiama genericamente le (non del tutto sovrapponibili) esigenze di controllo del territorio per finalità di pubblica sicurezza, contrasto del terrorismo e del crimine organizzato (cfr. art. 5, c.3-sexies d.l, n. 7/2015, convertito, con modificazioni, dalla l. 43/2015, come novellato dal dl 113/2018, convertito con modificazioni dalla l. 132/2018).

  1. Il contact tracing

Più complessa è la seconda ipotesi, relativa alla mappatura a ritroso dei contatti tenuti, nel periodo d’incubazione, da soggetti risultati contagiati. Tale ricostruzione dei contatti può avvenire, almeno astrattamente, attraverso l’incrocio di tipologie di dati diversi: quelli sulle transazioni commerciali, sulle celle telefoniche, quelli sull’interazione con altri dispositivi mobili desunti dal ricorso a tecnologie bluetooth.

Va premesso che ciascuna tipologia di questi dati ha, naturalmente, una diversa significatività a fini epidemiologici, tanto maggiore quanto più idonea a selezionare i contatti più rilevanti perché più ravvicinati e, dunque, maggiormente suscettibili di aver determinato, almeno potenzialmente, un contagio.

Come vedremo più avanti, la scelta della tipologia di dati più efficace incide anche sul complessivo giudizio di proporzionalità, in quanto la maggiore selettività riduce il perimetro di incidenza della misura al solo stretto necessario, con effetti socialmente apprezzabili in termini di tutela della salute, individuale e collettiva.

In termini generali, comunque, il fine perseguito da tale misura risulta particolarmente apprezzabile perché non già repressivo (come invece nel caso della sorveglianza del soggetto in quarantena obbligatoria mediante la sua geolocalizzazione), ma solidaristico.

Lo scopo perseguito coinciderebbe, infatti, con l’esigenza di sottoporre ad accertamenti quanti siano entrati potenzialmente in contatto con un soggetto risultato positivo al virus o, comunque, di adottare le misure utili a prevenire il contagio.

Si perseguirebbe, dunque, quella componente solidaristica del diritto alla salute quale interesse collettivo, valorizzata dalla giurisprudenza costituzionale sugli obblighi vaccinali.

L’utilizzo di tale tecnologia avrebbe, del resto, poche valide alternative ai fini della ricostruzione della catena epidemiologica.

La semplice intervista del paziente può essere, infatti, lacunosa o comunque scontare la mancata conoscenza di molti soggetti con i quali si possa essere entrati in contatto nei più vari contesti (in farmacia, al supermercato ecc.).

Un elemento di fragilità delle soluzioni basate sui dati acquisiti da telefono attiene, però, al suo presupporre che tutti si spostino con il telefono addosso. E se questo avviene quasi sistematicamente per le fasce più giovani della popolazione, non avviene altrettanto sicuramente per gli anziani, che dovrebbero invece essere i primi a dover essere contattati in caso di temuto contagio, per essere curati con la massima tempestività.

Le soluzioni “tecnologiche” sono, infatti, validissime alleate dell’azione di prevenzione epidemiologica ma necessitano, evidentemente, di misure complementari di diversa natura, idonee a superare i limiti imposti, tra le altre cose, dal divario digitale.

Tale considerazione, sui limiti intrinseci alle opzioni tecnologiche, ha un duplice ordine di implicazioni.

In primo luogo, la valutazione dell’efficacia attesa dalla misura non può prescindere da un’analisi inerente le azioni complementari e, dunque, la fase- che dovrebbe ragionevolmente conseguirne- dell’accertamento sanitario dei soggetti individuati, tramite data tracing, quali potenziali contagiati.

Si possono raccogliere, infatti, tutti i dati possibili sui potenziali portatori (sani o meno che siano), ma se poi non si hanno le risorse (e persino i reagenti!) per accertarne l’effettiva positività, non si va molto lontano.

In secondo luogo, la necessità di ricostruire la catena dei contagi mediante i dati di dispositivi elettronici rende problematica l’imposizione di un obbligo generalizzato di uso di tali sistemi. Ciò, infatti, presupporrebbe la possibilità (non solo economica ma anche cognitiva) di utilizzo di smartphone e di loro funzionalità che non sono, oggettivamente, a tutti accessibili.

Inoltre, un simile obbligo di utilizzo sarebbe difficilmente coercibile salvo ricorrere a un vero e proprio braccialetto elettronico.

Se anche si ritenesse, come pure si sta ipotizzando, di far attivare il bluetooth direttamente da una app, come imporre, infatti, di uscire di casa solo se ‘accompagnati’ dal proprio smartphone, tra l’altro abbastanza carico?

Queste considerazioni inducono a preferire il ricorso a sistemi fondati sulla volontaria adesione dei singoli che consentano il tracciamento della propria posizione. Tuttavia, per garantire la reale libertà (e quindi la validità) del consenso al trattamento dei dati, esso non dovrebbe risultare in alcun modo condizionato.

Pertanto, non potrebbe ritenersi effettivamente valido, perché indebitamente e inevitabilmente condizionato, il consenso prestato al trattamento dei dati acquisiti con tali sistemi, se prefigurato come presupposto necessario, ad esempio, per usufruire di determinati servizi o beni (si pensi al sistema cinese).

L’efficacia diagnostica di tale soluzione dipende, in ogni caso, dal grado di adesione che essa incontri tra i cittadini, in quanto la rilevazione potrebbe per definizione avvenire solo limitatamente alla parte della popolazione che consenta di “farsi tracciare”.

La percentuale minima per l’efficacia è stimata nell’ordine del 60%.

E se a Singapore tale soluzione ha visto l’adesione di pressoché tutta la popolazione, ciò sembra imputabile prevalentemente alla specifica cultura e al grado molto avanzato di innovazione digitale di quel Paese.

Ciò non esclude però che un’adeguata sensibilizzazione sull’opportunità di ricorrere a tale tecnica, anche solo a fini egoistici- ovvero per essere informati di essere stati potenzialmente e inconsapevolmente contagiati tramite un contatto con soggetti positivi- possa invece consentire un’ampia adesione dei cittadini.

In tal senso, quindi, la volontaria attivazione di una app funzionale alla raccolta dei dati sull’interazione dei dispositivi, ben potrebbe rappresentare il presupposto di uno schema normativo fondato su esigenze di sanità pubblica, con adeguate garanzie per gli interessati (art. 9, p.2, lett.i) Reg. (Ue) 2016/679).

La seconda fase del trattamento (quella, cioè, successiva alla rilevazione dei dati) consiste essenzialmente nella conservazione degli stessi, in vista del loro eventuale, successivo utilizzo per allertare i potenziali contagiati.

Tale opera di “personalizzazione” dovrebbe avvenire limitatamente ai soggetti risultati poi positivi e a coloro ai quali, con essi, siano entrati in contatto significativo, per il solo periodo di potenziale contagiosità.

Sotto il profilo dell’impatto sulla riservatezza, determinato dalla conservazione in sé dei dati, in vista del loro successivo utilizzo, è certamente preferibile la soluzione della registrazione del “diario dei contatti” sullo stesso dispositivo individuale nella disponibilità del soggetto. Si eviterebbe così la conservazione di dati personali in banche dati dei gestori, che riproporrebbe le criticità rilevate dalla giurisprudenza della Cgue sulla data retention.

I criteri di necessità, proporzionalità e minimizzazione rimarcati dalla giurisprudenza europea indicano, comunque, l’esigenza di contenere tali limitazioni della privacy nella misura strettamente necessaria a perseguire fini rilevanti, con il minor sacrificio possibile per gli interessati.

Seguendo questo criterio, dovremmo allora ritenere anzitutto preferibile la misura più selettiva, che garantisca cioè il minor ricorso possibile a dati identificativi, sia in fase di raccolta sia in fase di conservazione.

In tal senso, ai fini della raccolta, il bluetooth, restituendo dati su interazioni più strette di quelle individuabili in celle telefoniche assai più ampie, parrebbe migliore nel selezionare i possibili contagiati all’interno di un campione più attendibile perché, appunto, limitato ai contatti significativi (così parrebbero orientati Singapore e Germania).

In particolare, sarebbero apprezzabili quelle tecnologie che mantengono il diario dei contatti esclusivamente nella disponibilità dell’utente, sul suo dispositivo, ragionevolmente per il solo periodo massimo di potenziale incubazione.

Il soggetto che risultasse positivo dovrebbe fornire l’identificativo Imei del proprio dispositivo all’asl, che sarebbe poi tenuta a trasmetterlo al server centrale per consentirgli così di ricostruire, tramite un calcolo algoritmico, i contatti tenuti con altre persone le quali si siano, parimenti, avvalse dell’app blue tooth.

Queste ultime riceverebbero poi una segnalazione (nella forma di un alert sul sistema) di potenziale contagio, con l’invito a sottoporsi ad accertamenti che, naturalmente, sarà efficace nella misura in cui sia responsabilmente seguito.

In tal modo, il tracciamento sarebbe affidato a un flusso di dati pseudonimizzati, suscettibili di reidentificazione solo in caso di rilevata positività.

Anche in tali circostanze, comunque, la stessa comunicazione tra server centrale ed app dei potenziali contagiati avverrebbe senza consentirne la reidentificazione, così minimizzando l’impatto della misura sulla privacy individuale.

In alternativa all’alert intra-app, si potrebbe ipotizzare che sia direttamente l’asl ad avvisare e, quindi, sottoporre ad accertamento le persone le quali, dalle rilevazioni bluetooth, risultino essere entrate in contatto significativo con il soggetto positivo.

La conservazione dei dati di contatto, da parte del server, dovrebbe comunque limitarsi al tempo strettamente indispensabile alla rilevazione dei potenziali contagiati.

L’anamnesi rimessa al medico consentirebbe, poi, di realizzare quell’intervento umano sul processo algoritmico richiesto dal Regolamento 2016/679 per evitare l’esclusiva soggezione umana a decisioni automatizzate, correggendone anche, così, possibili distorsioni e inesattezze.

In ogni caso, è auspicabile che la complessa filiera del contact tracing possa  realizzarsi interamente in ambito pubblico.

Ove, tuttavia, ciò non fosse possibile e anche solo un segmento del trattamento dovesse essere affidato a soggetti privati, essi dovrebbero possedere idonei requisiti di affidabilità, trasparenza e controllabilità, rigorosamente asseverati.

Potrebbe infine essere utile prevedere specifici reati propri, suscettibili di realizzazione da parte di coloro che, potendo avere accesso ai dati per qualunque ragione anche operativa, li utilizzino per altre finalità.

La soluzione ipotizzata ridurrebbe, verosimilmente allo stretto necessario, la sua incidenza sulla riservatezza. Tuttavia, benché non massivo, il trattamento di dati personali comunque realizzato richiederebbe, auspicabilmente, una norma di rango primario, (anche un decreto-legge, che assicura la tempestività dell’intervento, pur non omettendo il sindacato parlamentare né quello successivo di costituzionalità, diversamente dalle ordinanze).

Ove non si procedesse a un intervento legislativo ad hoc, sarebbe opportuno quantomeno integrare l’art. 14 dl 14/20, anche con misure di garanzia da prevedersi eventualmente con fonte subordinata.

La norma avrebbe anche una rilevante funzione performativa, fornendo una cornice generale di regole e garanzie cui uniformarsi anche a livello locale. Si eviterebbero così le autonome iniziative, differenziate da zona a zona che- in quanto spesso scoordinate e poco verificabili – rischiano di indebolire l’efficacia complessiva della strategia di contrasto. Quest’esigenza di uniformità vale sia a livello interno che sovranazionale. E’, in questo senso, assolutamente condivisibile l’auspicio del Garante europeo per la protezione dei dati, in favore dell’adozione di un unico progetto di data tracing in ambito europeo.

Naturalmente, come prescritto dalla Consulta per le disposizioni emergenziali, è fondamentale l’efficacia temporalmente limitata della norma, da revocare non appena terminato lo stato di necessità o, comunque, ove la prassi ne dimostri la scarsa utilità (in tal senso, sarebbero opportuni controlli periodici).

Ed è essenziale sancire (con il presidio di sanzioni adeguate) l’obbligo di cancellazione dei dati decorso il periodo di potenziale utilizzo (salva la conservazione in forma aggregata o comunque anonima per soli fini statistici o di ricerca) e l’illiceità di qualsiasi riutilizzo dei dati per fini diversi da quelli di tracciamento dei contatti, nei termini suindicati.

Così circoscritto, il ricorso al contact tracing potrebbe anche concorrere all’eventuale formazione del “passaporto sanitario digitale”.

Ci riferiamo, in particolare, alle varie iniziative suscettibili di adozione nella fase di ripresa delle attività, per la valutazione del grado individuale di rischio epidemico.

Vanno studiate, dunque, modalità e ampiezza delle misure da adottare in vista della loro efficacia, gradualità e adeguatezza, senza preclusioni astratte o tantomeno ideologiche, ma anche senza improvvisazioni o velleitarie deleghe, alla sola tecnologia, di attività tanto necessarie quanto complesse.

La chiave è nella proporzionalità, lungimiranza e ragionevolezza dell’intervento, oltre che naturalmente nella sua temporaneità.

Il rischio che dobbiamo esorcizzare è quello dello scivolamento inconsapevole dal modello coreano a quello cinese, scambiando la rinuncia a ogni libertà per l’efficienza e la delega cieca all’algoritmo per la soluzione salvifica.

115 vaccini per il coronavirus. Cinque di questi sono già in fase clinica.

L’attività di ricerca per un vaccino sta viaggiando ad una velocità mai sperimentata in passato. La rivista ‘Nature’ ha censito in tutto il mondo all’8 aprile 115 vaccini, 78 attivi e 37 per i quali non si hanno informazioni.

Cinque di questi sono già in fase clinica: si tratta del Niaid (National Institute of Allergy and Infectious Diseases) – Moderna Therapeutics (Usa); di un siero dell’Accademia di Scienze Mediche Militari di Pechino – CanSino Biologics (Cina); del prodotto di Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi) – Inovio Pharmaceuticals (Usa); di quelli di Shenzhen Geno-Immune Medical Institute (Cina, due candidati vaccini).

Mentre in Italia ll’Istituto Nazionale Malattie Infettive ‘Lazzaro Spallanzani’,  collabora con entrambe le società che stanno lavorando alla realizzazione di un vaccino, Takis e ReiThera.

In Germania, intanto, è stata avviata una sperimentazione di fase 3 per verificare se un vaccino contro la tubercolosi, denominato VPM1002, possa essere attivo anche contro il Sars-CoV-2.

Comunque l’Ema (European Medicine Agency) stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro Covid-19 sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso.

L’accordo

È il giorno dopo. L’Europa ha sottoscritto un accordo. Meglio così. Prima si fa e meglio è. Ci saranno quelli che si lamenteranno. Normale. Gli accordi sono sempre vie di mezzo. Altrimenti non sarebbero tali. Ci sarebbe altrimenti sopraffazione dell’uno sull’altro. Importante è che sia stato sancito. Mette in moto una quantità elevata di denaro. Ciò è molto importante per l’economia. 

Purtroppo il virus non demorde. Anche ieri ha sfortunatamente mostrato la sua dolorosissima presenza. Tutti pensavamo di poter ricominciare almeno qualche produzione, ma il segnale raccolto ieri sera ci paralizza. Saremmo costretti a consumare anche questo mese in una avvilizione ormai insopportabile. Ma non defletteremo. Il compito nostro, il primo compito nostro, è di liquidare il coronavirus. Costi quel che costi.

oggi, ci saranno tanti a protestare nei riguardi dell’accordo europeo. Sbagliano. Faccio presente solo, per rinverdire la memoria, che per decenni molte voci si levavano, nelle regioni del nord, contro la redistribuzione delle tasse nell’intero Paese. Sostenendo che i soldi del nord restassero al nord. Che le tasse del nord restassero al nord e che il sud organizzasse la sua economia con le tasse versate al sud.

Cosa dicono oggi gli Olandesi? I Finlandesi? I Tedeschi? Dicono che i debiti non devono essere spalmati all’intera Europa, ma che ciascun Paese se la sbrighi con i propri. In sostanza, la stessa logica, senza alcuna sbavatura, che sentivamo da Salvini e da Zaia in tempi recentissimi.

I moralisti, a parer mio, non vanno mai assolutamente ascoltati. Semmai smascherati. In fondo, questi sono bravi nell’indicare cosa devono fare gli altri, ma rasentano la vergogna quando dovrebbero dare l’esempio loro.

Intanto l’accordo europeo ha aperto un nuovo capitolo. L’ha solo aperto. Non sappiamo che destino avrà. Ha aperto la strada per i coronabond. Sarà una strada in salita. Difficilissima. Probabilmente troverà ostacoli insormontabili. Ma, come ho scritto qualche giorno fa, è l’unica che possa davvero connotare l’Europa con lettere maiuscole.

Auspichiamo che questa finalità venga colta, perché solo così troveremo parità tra tutti i cittadini europei. E gli spagnoli, i danesi, gli sloveni, saranno pur sempre spagnoli, danesi e sloveni, ma prima di tutto, universalmente, saranno europei. Come i molisani, i calabresi, i piemontesi, saranno sempre molisani, calabresi e piemontesi, ma prima di tutto saranno italiani.

L’analisi di Pertile è concreta ma bisogna sterilizzarne le interpretazioni populiste.

Roberto Pertile riprende e circostanzia le analisi storico-economiche precedenti e aggiunge considerazioni sulla responsabilità della politica rispetto al progressivo declino del nostro sistema economico negli ultimi decenni.

È anche concreto circa le scelte necessarie per il futuro: privilegiare la produzione industriale rispetto alla speculazione finanziaria, gli investimenti rispetto ai consumi, l’innovazione, il maggior dimensionamento delle imprese, insomma un nuovo modello di sviluppo capace di orientare i settori produttivi sui ritorni a m/l termine del capitale investito, piuttosto che sui guadagni ravvicinati.

Ora a me sembra che il nostro attuale sistema politico, già carente e responsabile degli errori del passato, viva una crisi aggiuntiva dovuta al prevalere, non solo nell’elettorato, di domande/offerte a breve, brevissimo termine. Insomma, io penso che per un nuovo modello di sviluppo l’attuale dialettica democratica sia più un ostacolo che uno strumento.

Lo vediamo in questi giorni in cui tra l’annuncio di aiuti del governo e l’effettiva fruizione dei destinatari ci passa un mare burocratico. Non vorrei cadere in un equivoco: non si tratta di sospendere la democrazia, ma di sterilizzarne le vocazioni populiste andando a forme di governo da unità nazionale per un nuovo modello di sviluppo

Non so neanche se oggi in Italia ci sia una classe dirigente imprenditoriale con una strategia all’altezza di un nuovo modello di sviluppo. Con tutti i limiti analizzati da Pertile, negli anni 50.60 e 70 l’Italia ebbe una strategia industriale, basata essenzialmente sul ciclo auto+autostrade.

Dopo di allora non mi sembra sia apparsa una nuova classe imprenditoriale con una strategia.