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Storie di donne dall’antichità

Domenica 8 marzo 2020, alle ore 11.00, a Roccelletta di Borgia – Borgia (Catanzaro), presso il museo e parco archeologico nazionale di Scolacium, sarà celebrata la Giornata internazionale della donna con una proposta affascinante, suggestiva, di grande impatto emotivo dal titolo Storie di donne dall’antichità.

Sarà, infatti, possibile ripercorrere tramite un’apposita visita guidata le tante testimonianze del mondo femminile presenti in questa Sede afferente al Polo museale della Calabria.

Un itinerario – come precisa appunto la dottoressa Elisa Nisticòattraverso la storia delle donne dell’antichità che hanno lasciato la traccia, il solco profondo del loro passaggio”.

Istituito nel 2005, il museo è allestito in un edificio rurale dell’Ottocento appartenuto ai baroni Mazza. I materiali esposti, frutto della ricerca archeologica compiuta nell’area su cui sorge il museo, si riferiscono ad un arco temporale che va dal V sec. a.C. al VI d.C.. Nel parco, in gran parte coltivato ad ulivi e acquisito al demanio dello Stato nel 1982, spicca l’imponente struttura della basilica normanna detta della Roccelletta, databile tra la fine dell’XI sec. e la metà del XII. Sono inoltre visibili i resti della città romana, erede della greca Skylletion, divenuta colonia, dopo la guerra contro Annibale, con il nome di Minervia Scolacium.

Pertanto la rivisitazione delle tante figure femminili che hanno indelebilmente segnato il loro passaggio terreno è appropriata e in linea per la oramai consolidata e diffusa celebrazione dell’8 marzo.

Il coronavirus in Cina sta perdendo forza

Se secondo gli scienziati cinesi il virus starebbe diventando meno contagioso, lo dice il  team di ricercatori guidato da Zhong Nanshan.

Dopo non aver registrato negli ultimi giorni nessun nuovo caso di infezione, le province cinese del Liaoning e del Gansu hanno abbassato il livello di emergenza che dalla fine di gennaio era ai massimi in tutta la Repubblica Popolare, anche se focolai prima sconosciuti sono stati ora registrati in alcune carceri del Paese.

Proprio in questi giorni per la prima volta che il tasso di guarigioni ha superato quello delle vittime.

Nello Hubei e a Wuhan, ground zero del Covid-19, i nuovi casi accertati sono stati 1.808 e i morti 93, anche questi in diminuzione.

Invece la Corea del Sud ad oggi è il Paese più colpito dopo la Cina, se si escludono i 630 casi sulla nave da crociera ancorata in Giappone.

Cattolici, politica e partito. Un dialogo da continuare.

L’amico Ettore Bonalberti, con la sua consueta passionalità e partecipazione, ha riproposto all’attenzione di tutti noi il tema cruciale di come ridare visibilità e concretezza alla tradizione politica e culturale del cattolicesimo politico e sociale nel nostro paese. Ora, senza entrare nel dialogo epistolare tra Ettore Bonalberti e Lucio d’Ubaldo con le rispettive posizioni, credo sia necessario almeno richiamare tre aspetti che restano importanti per tutti noi. Soprattutto per coloro che arrivano dall’esperienza della Democrazia Cristiana e che si sono riconosciuti per molti anni nell’esperienza politica e culturale dei cattolici impegnati in politica. 

Innanzitutto c’è l’ambizione, condivisa e sentita da tutti, di evitare di continuare a giocare un ruolo meramente satellitare o periferico o marginale nella vita politica italiana. Per troppo tempo, infatti, e per svariate motivazioni, abbiamo assistito ad una sorta di inspiegabile “silenzio” pubblico dei cattolici democratici e popolari che ha avuto la conseguenza concreta di rendere sterile ed inconcludente questo filone ideale nella concreta dialettica politica italiana. 

In secondo luogo resta aperto il tema, peraltro decisivo, di come rideclinare organizzativamente la ricerca e la volontà di ridare un giusto protagonismo politico a questa cultura. E qui la risposta non è nè univoca e nè omogenea. L’unico aspetto su cui mi permetto di avanzare una riflessione è quello di evitare, se possibile, di continuare a dar vita a gruppi o movimenti o partiti destinati al fallimento politico ed elettorale. Abbiamo avuto troppi esempi che, nel corso di questi anni, seppur ispirati dalla buona volontà e dalla generosità dei singoli, si sono dimostrati di fronte alla prova politica ed elettorale del tutto avulsi dalla realtà concreta. Uno stillicidio che non si deve più ripetere anche perché si rischia, inconsapevolmente, di consegnare alla storia una cultura, un pensiero e un progetto politico che invece può ancora giocare un ruolo decisivo nella povertà della politica contemporanea. 

In ultimo, e non per ordine di importanza, la disputa se il futuro di un cosiddetto “partito di centro” deve essere autonomo o deve dichiarare sin da subito la sua collocazione in un “campo politico” definito e definitivo. Ora, anche se siamo collocati in un contesto politico profondamente trasformistico, non c’è alcun dubbio che il mondo cattolico italiano è sempre stato una realtà fortemente plurale al suo interno e, pertanto, con prospettive politiche diverse se non addirittura alternative. Ecco perché non deve stupire se, oggi, ci sia una inclinazione a fare una scelta di campo nel momento in cui si decide, per un verso o per l’altro, di “scendere in campo”. Appartiene alla libera dialettica democratica che, come detto, attraversa storicamente ed orizzontalmente l’area cattolica italiana. 

Quello che conta, semmai, è quello di continuare un dialogo e un confronto libero e franco tra di noi senza lanciare anatemi e senza avere la presunzione e l’arroganza di rappresentare tutti. Solo i moralisti di professione e i cosiddetti “sepolcri imbiancati”, per dirla con Donat-Cattin, rappresentano questa deriva. E proprio il confronto tra Ettore e Lucio dalle colonne del Domani D’Italia è la conferma che si può costruire un percorso condiviso pur partendo da presupposti un po’ diversi. Perché, alla fine, abbiamo una comune cultura di riferimento e leader e statisti altrettanto comuni che ci hanno insegnato molto con il loro magistero politico, culturale, ideale, sociale e forse anche etico. E questo non lo possiamo mai dimenticare. 

Bernie Sanders è sempre più solo nella corsa alla presidenza

Il senatore del Vermont ha ottenuto quasi il 50% dei voti. Alle sue spalle si è piazzato l’ex vice presidente Biden, ma con la metà dei consensi. Tutti gli altri candidati sono distaccati, con Buttigieg al terzo posto e Warren al quarto. Bloomberg non si era presentato per questa consultazione, e scenderà in campo solo nel Super Tuesday (il giorno in cui va al voto il maggior numero di Stati) del 3 marzo.

Solitamente, in tale giorno, si comincia ad avere un’idea piuttosto chiara di chi sarà il candidato Presidente, che sarà poi nominato in estate durante le convention dei delegati. Una notevole eccezione fu il 2008, quando la sfida tra Barack Obama e Hillary Clinton finì in un sostanziale pareggio.

L’ultimo Super Tuesday si tenne il 1º marzo 2016. Esso consolidò il predominio di Donald Trump in campo repubblicano, lasciando però aperta la sfida tra i democratici Hillary Clinton e Bernie Sanders.

All’epoca Hillary Clinton vinse in Vermont su Sanders, grazie al sostegno dei sindacati, a cominciare dalla Culinary Workers Union, la lega dei circa 60 mila lavoratori impiegati negli alberghi, ristoranti e casinò di Las Vegas.

Questa volta il gruppo dirigente della Union non si era schierato apertamente. Tuttavia aveva diffuso un opuscolo per difendere la copertura sanitaria prevista nei contratti collettivi e bocciare, quindi, la proposta di Sanders che vuole istituire un servizio nazionale uguale per tutti, «all’europea».

La fame minaccia oltre la metà della popolazione del Sud Sudan

Circa 6,5 ​​milioni di persone nel Sudan del Sud – più della metà della popolazione – potrebbero essere in acuta insicurezza alimentare tra maggio e luglio.

Secondo il rapporto (IPC) pubblicato dal governo del Sud Sudan, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) e il World Food Programme (WFP) la situazione è particolarmente preoccupante nelle aree più colpite dalle inondazioni del 2019, in cui la sicurezza alimentare è notevolmente peggiorata dallo scorso giugno.

Particolarmente a rischio sono 20.000 persone che da febbraio ad aprile soffriranno i livelli più estremi di fame (livello di “catastrofe” di insicurezza alimentare o IPC 5) nelle contee di Akobo, Duk e Ayod che sono state colpite da forti piogge l’anno scorso, e hanno bisogno di un sostegno umanitario urgente e sostenuto.

Si prevede che il problema peggiorerà progressivamente fino a luglio, principalmente a Jonglei, nell’Alto Nilo, a Warrap e nel Northern Bar el-Ghazal, con oltre 1,7 milioni di persone che affrontano un livello molto alto di insicurezza alimentare (Fase 4 IPC).

Il rapporto stima inoltre che 1,3 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta nel 2020.

 

L’ESA vuole dei volontari sdraiati

Restare sdraiati a letto tutto il giorno per un mese intero o rimanere in una vasca piena d’acqua per poco meno di una settimana, in cambio di un compenso molto alto.

E’ l’European Space Agency (ESA) infatti ad aver comunicato la ricerca di volontari che partecipino ad un programma dettagliato che consenta ai ricercatori di studiare come i corpi umani reagiscono alla vita nello spazio, studiando così gli effetti della microgravità sul corpo umano.

I test saranno effettuati sulla terra perché  effettuare uno studio in orbita sarebbe troppo costoso e complesso.

I test si terranno negli istituti di medicina spaziale Medes di Tolosa e Jozef Stefan di Planica, in Slovenia, tra 2021 e 2022.

Durante i test, i partecipanti dovranno rimanere sdraiati negli speciali letti attrezzati dall’Esa per 60 giorni, senza potersi mai alzare e dovranno tenere sempre almeno una spalla poggiata sul materasso, inclinato di sei gradi, in modo che i piedi siano in posizione più rialzata rispetto alla testa. Questa modalità servirà ai ricercatori di monitorare i cambiamenti del corpo, testando diete alimentari oltre a specifici esercizi fisici.

Coronavirus: chi è più a rischio.

Secondo il maggiore studio epidemiologico realizzato su oltre 44 mila casi di nuovo coronavirus nella Repubblica popolare, pubblicato dal Chinese Journal of Epidemiology il numero più alto di decessi per Covid-19 c’è stato tra persone con più di 80 anni.

L’analisi del Chinese Centre for Disease Control and Prevention ha riscontrato che il tasso di mortalità cresce dallo 0,2% tra 10 e 39 anni al 14,8% sopra gli 80. Un altro fattore di rischio è la presenza di malattie preesistenti, specie quelle cardiovascolari, diabete, insufficienza respiratoria cronica e ipertensione.

Bisogna fare particolare attenzione, anche se non servono allarmismi,  perché al momento la prevenzione si basa solo sulle regole classiche e l’unica terapia, ospedaliera, sembra essere il plasma dei pazienti guariti.

Persone fidate

Carissimi, mi rendo conto che di fronte al coronavirus ci sentiamo tutti un po’ a disagio e tutti bisognosi, anche, di consigli e rassicurazioni.

Vedere gente con la mascherina contribuisce a diffondere l’allarme. Anche l’Organizzazione mondiale della salute è intervenuta (non proprio tempestivamente, ma alla fine è intervenuta).

Colpisce leggere che tra i suoi consigli per combattere il rischio contagio vi sia quello di lavarsi le mani. Che detta così, fa venire in mente le raccomandazioni dei nostri telegiornali quando la canicola estiva imperversa: “Non uscire nelle ore calde della giornata, evitare cibi pesanti, ingerire bevande non troppo gelate…”. Alle donne incinte e agli anziani – ad abundantiam – si prescrive intelligentemente di non fare sforzi.

Avete presente, vero? Non dico bugie o fanfaluche. Questi sono i consigli. Dunque, mentre restiamo in attesa di apprendere notizie confortanti sul fronte del vaccino, ansiosi di uscire dal labirinto di paura, dobbiamo attrezzarci di buona volontà e sciacquarci per intanto le mani al lavandino, magari prima dei pasti.

Ma non finisce qui! Se aprite il sito della suddetta Organizzazione mondiale potrete anche scoprire che nel caso vi sentiate spaventati, meglio di ogni altro rimedio sarebbe rivolgersi a persone di cui vi fidate. In sostanza, non bisogna chiedere aiuto a chi stimiamo poco, ai ciarlatani di professione, agli imbonitori variamente camuffati.

Ecco perché mi scuote la dichiarazione che ho ascoltato ieri sera. Suonava in questi termini: “Chiediamo una risposta chiara a quattro domande: qual è il tasso di contagio, qual è il tasso di mortalità, si può essere infettati da persone asintomatiche, si può guarire. Vogliamo sapere tutto sul coronavirus, altrimenti non potremo dare una mano”.

E che diamine! Siccome nessuno dice niente, tutti tacciono, ciascuno si arrangia come può; siccome giornali e tv fanno pippa, parlando di sport invece che del virus; e siccome, infine, il governo ha posto la censura sull’informazione e tutti i politici si trastullano con altro, senza pensare ai rischi di contagio; per tutte queste ragioni, è giusto – santo cielo – annunciare il disimpegno dal fronte della collaborazione!

Evvia, diciamolo, a quale livello di spregiudicatezza si deve giungere per farsi dire “brava Meloni”! Ma che sia lei, con questi annunci, la persona fidata alla quale ci indirizzano gli esperti mondiali della sanità?

Sassoli: “La paura, per troppo tempo, è stata la nostra risposta ad un mondo che cambia”.

Illustrissime autorità,

Eccellenze,

Gentili ospiti,

Desidero ringraziare innanzi tutto Sua Eminenza mons. Gualtiero Bassetti, salutare le autorità presenti e dare il benvenuto ai rappresentanti delle Chiese del Mediterraneo che si sono riuniti in questi giorni a Bari, una città che è luogo ideale di incontro tra Oriente e Occidente.

Dopo anni di paure, finalmente, si torna a parlare di Mediterraneo come di una opportunità. L’Europa che per lungo ha guardato, anche giustamente, a Nord e a Est ha evitato spesso di concentrare la propria attenzione su quest’area in cui, come ricorda Fernand Braudel, “tutto si mescola e si ricompone in un’unità originale”.

La complessità dell’area del Mediterraneo, invece, ci ha fatto solo paura.

Paura dei problemi che propone, delle questioni nuove che dobbiamo affrontare, degli squilibri che dobbiamo ripianare.

E come sempre avviene, la paura ci ha paralizzati, risvegliandoci di volta in volta e facendoci trovare impreparati, senza strumenti adatti per esprimere un punto di vista condiviso.

La paura, per troppo tempo, è stata la nostra risposta ad un mondo che cambia.

Paura dell’altro e degli altri; paura che in quei paesi potessero nascere classi dirigenti orgogliose non più disposte a svendere le proprie risorse, paura di essere chiamati ad una concorrenza leale e a un confronto impegnativo.

Il vuoto lasciato dall’Europa si è riempito oggi con nuovi attori, interessati ad alimentare i conflitti in corso per assicurarsi la loro presenza.

Senza una politica europea per il Mediterraneo il divario Nord-Sud si è accresciuto. Non si è stati capaci di stabilire interessi condivisi e neppure di operare per il dialogo fra i paesi della sponda sud, la cui incomunicabilità accresce le crisi e i conflitti. Per molti paesi europei è sembrato più semplice alimentare le divisioni fra i paesi del Sahel e del Mashreq piuttosto che facilitarne il dialogo.
Oppure, dispensare sanzioni aiutando i governi a rafforzarsi , i poveri a diventare sempre più poveri e i paesi ricchi a pulirsi l’anima.

Una relazione più stretta e dinamica tra il Nord e il Sud del Mediterraneo rappresenta, invece, la premessa indispensabile per definire un approccio regionale condiviso di fronte a sfide comuni, quali la crescita demografica, il cambiamento climatico, l’inquinamento, le infrastrutture di trasporto, la pianificazione dello sviluppo urbano, l’incremento della domanda di energia e la scarsità di risorse primarie, come l’acqua.

L’Unione europea si trova a vivere una fase di grandi sfide e profondi cambiamenti e all’inizio di questa legislatura europea ci siamo chiesti quale fosse la nostra chiave di lettura della contemporaneità.

E la riflessione ha intravisto una opportunità in un interesse, comune e condiviso, a salvare il Pianeta, come leva per un profondo cambiamento del nostro modello di sviluppo. La tabella di marcia illustrata dalla presidente Von Der Leyen è un buon punto di partenza perché contiene obiettivi ambiziosi e strumenti adeguati per imboccare la strada della sostenibilità attorno a cui rilanciare gli investimenti, sostenere la transizione, sviluppare una strategia integrata contro la povertà e attuare il Patto Verde europeo. Papa Francesco, sapete, fa scuola anche in Europa…

Tutto questo, se finanziato adeguatamente, sarà molto utile anche per rilanciare una politica per il Mediterraneo.

Ecco perché siamo molto delusi della riunione che si è svolta ieri al Consiglio europeo fra i capi di Stato e di governo sul quadro finanziario pluriannuale in cui è emersa poca lungimiranza e molto egoismo.

Lo stesso egoismo che si è declinato in questi anni rinunciando a sviluppare una politica per l’immigrazione, rifiutando di accogliere la decisone, votata a stragrande maggioranza dal Parlamento, per la riforma del trattato di Dublino.

Con quella riforma avremmo avuto una politica europea, e non avremmo avuto paesi meno soli, più capacità di organizzazione e integrazione, più convenienza per tutti e un forte investimento sulla nostra umanità…

Le decisioni che saranno adottate sul bilancio pluriennale avranno un forte impatto sulle nostre opinioni pubbliche. Ne condizioneranno la fiducia. Un’Europa più unita e consapevole è una garanzia per tutti.
E sarà utile anche per guardare al Mediterraneo con occhi diversi, creando le condizioni per una maggiore integrazione tra le due sponde e per uno sviluppo condiviso di tutta la regione.

Ma per fare tutto ciò serve partire dimostrando che abbiamo deciso di sconfiggere la paura.

Non possiamo rassegnarci ad un Mediterraneo trasformato in un cimitero di profughi se vogliamo far leva su questo mare per costruire nuovi ponti.

A testimonianza della ferma convinzione di dover investire con ambizione nelle relazioni euro-mediterranee, come Parlamento europeo, abbiamo deciso di assumere fino al 2021 la presidenza dell’Assemblea parlamentare dell’Unione del Mediterraneo, un forum parlamentare che accoglie i Parlamenti delle diverse sponde del Mediterraneo, l’unica assise dove siedono allo stesso tavolo israeliani e palestinesi.

In questo scenario la diplomazia parlamentare può giocare un ruolo molto importante sui temi più sensibili e sulle sfide comuni. Nel nostro sforzo abbiamo bisogno delle nostre opinioni pubbliche. L’obiettivo della nostra Presidenza, che coinciderà con il 25esimo anniversario della dichiarazione di Barcellona, sarà sicuramente quello di rilanciare questo forum attorno ai valori e alle politiche di interesse comune con i nostri partners della sponda Sud.

Su certe questioni l’Europa deve giocare d’anticipo ed assumere una leadership in termini di proposta e iniziativa. La diplomazia parlamentare è ancora, per certi aspetti, uno strumento poco esplorato. Nei confronti del Mediterraneo dobbiamo sviluppare una riflessione integrata, una strategia comune e nuove politiche al servizio dei cittadini. Ecco perché sostengo l’idea di promuovere una Conferenza dei presidenti dei Parlamenti del Mediterraneo, una occasione che può mettere a fuoco interessi comuni.

Signore e Signori,

stiamo vivendo una fase di svolta e mai come in questo momento abbiamo bisogno di una strategia che sia in grado di dare impulso e slancio alla politica. Nel Mediterraneo, l’Europa ha il dovere di investire su progetti in grado di abbattere le disuguaglianze, favorire il passaggio ad una società sostenibile e rilanciare politiche di partenariato in ambito sociale, economico e culturale. Dobbiamo far valere il nostro peso nella stabilizzazione dei conflitti e aprire una prospettiva di libero scambio.

Pensare il Mediterraneo significa pensare la differenza, la pluralità, l’alterità.

La dimensione interculturale è una componente strutturale di questa regione. Ecco perché investire sul dialogo interculturale e interreligioso è indispensabile. È il senso delle domande che ha posto Papa Francesco in occasione dell’incontro interreligioso di Abu Dhabi, ovvero “come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione e come possiamo far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro”.

Il dialogo e la cooperazione fra le confessioni religiose è fondamentale.

Sappiamo bene quanto siano decisivi in questo passaggio coloro che operano per rafforzare nell’uomo il significato della propria vita. E quanto nel “mosaico di culture” – riprendendo mons. Bassetti – “le religioni possono avere un ruolo inclusivo nello spazio europeo”.

Ed è proprio nel Mediterraneo, nell’antichità spazio del politeismo più spinto, che la vittoria sugli idoli ha fatto diventare questo mare lo spazio del Dio unico. Ne sono testimonianza i giudizi di Geremia e Isaia che ritroviamo quasi alla lettera nel Corano: “Io sono il primo e sono l’ultimo. E fuori di me non vi è Dio”.

Qui non si tratta di annullare le differenze, perché sappiamo che l’idea del Dio unico solleverà sempre questioni sugli attributi di Dio, la Creazione, il libero arbitrio, la predestinazione… Qui si tratta di rispondere alla domanda che il Corano, con semplicità rivolge a tutti coloro che oggi stanno navigando nel Mediterraneo in tempesta: “O genti del Libro, perché litigate?”.

A Bagdad, nella Casa della Saggezza del Califfo Al Ma’mun s’incontravano ebrei, cristiani e musulmani a leggere i libri sacri e i filosofi greci. Oggi sentiamo tutti, credenti e laici, la necessità di riedificare quella casa per continuare insieme a combattere gli idoli, abbattere muri, costruire ponti, dare corpo ad un nuovo umanesimo.

Guardare in profondità il nostro tempo e amarlo anche di più quando è difficile da amare, credo che sia il seme gettato in queste giornate così attente al nostro destino. Basta avere paura dei problemi che ci sottopone il Mediterraneo.
Per l’Unione europea e per tutti noi ne va della nostra sopravvivenza.

Ministri che chiedono quello che non fanno!

I ministri europei sono tutti determinati ad ottenere un risultato irrinviabile: un forte cambiamento fiscale che impegni ogni paese nel mondo a varare di concerto la tassazione per le holding internazionali delle vendite on line, ed interrompere il vagare delle imprese tra i paesi meno costosi fiscalmente per i loro investimenti. Per questo hanno concordato il contenuto di una lettera da mandare alle autorità internazionali.

È risaputo che soprattutto le aziende digitali che si occupano di social e quelle della vendita di beni on line, oramai sono le più ricche della Terra, ma proprio loro non pagano le tasse. Invece le aziende che spostano le loro produzioni in paesi a fisco meno pesante, lo fanno per ridurre i costi per avere i propri prodotti nel mercato globale più competitivi, anche se questi traslochi procurano di riflesso disoccupati nei paesi abbandonati. Dunque questi propositi sono di grande rilevanza e ci auguriamo che l’azione di questi Ministri produca risultati.

Ma vorremmo che gli stessi Ministri economici, chiedendo aiuto alle autorità internazionali, si premuniscano dalla circostanza assai probabile di cadere nel ridicolo, rischiando di sentirsi dire di cominciare intanto loro a fare i compiti a casa. Ad esempio, potranno essere interrogati su cosa intendono fare per ridurre il loro debito, che è la causa principale di pesi fiscali insostenibili a carico dei cittadini. Infatti, chiedere a chi vende beni on line più tasse, equivarrebbe indirettamente anche a colpire i consumatori che oggi, tutto sommato, beneficiano di una sorta di ‘no tax area on line’, e che diversamente li vedrebbe pagare con ulteriori tasse le merci da acquistare, con un aumento dal 20 al 30% delle merci, che subito i venditori on line scaricherebbero su di loro.

Invece, riguardo al dumping fiscale che provoca tante sciagurate delocalizzazioni, prima di chiedere agli altri paesi un allineamento fiscale per contenere il fenomeno in questione, è bene che i ministri europei pongano ai loro paesi, di devolvere la sovranità fiscale alla Unione Europea, per avere un unico fisco almeno in tutta Europa, che eviti il ‘dumping’ nel vecchio continente e che renda più coerente la loro sacrosanta iniziativa. Per equiparare le tasse in ogni parte del mondo, speriamo che i Ministri europei comprendano che probabilmente dovranno chiedere a molti altri di aumentare le tasse, datosi che gli europei le pagano più salate degli altri.

Ecco penso che se nel fare questa richiesta, non si pongono l’obiettivo di ridurre le proprie per aumentare quelle altrui, difficilmente il tema potrà essere risolvibile. In questo tempo è molto ricorrente che i governanti si danno tanti obiettivi solenni, ma che non trovano sbocchi a causa di presupposti non idonei che loro stessi non rimuovono o che addirittura loro stessi compromettono. definitiva se chiedi ad un’altro di fare quello che tu desideri, quantomeno tu avrai dovuto dare esempio da non cadere in contraddizione palese.

Il Piano nazionale contro lo sfruttamento e il caporalato in agricoltura

Soprattutto prevenzione, più vigilanza e contrasto, uniti a protezione, assistenza e reinserimento socio-lavorativo per le vittime. È quanto prevede il primo Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato (2020-2022).

Partendo da una mappatura dei territori e dei fabbisogni di manodopera agricola, il Piano affianca interventi emergenziali e interventi di sistema o di lungo periodo, seguendo 4 assi strategici: prevenzione; vigilanza e contrasto; protezione e assistenza; reintegrazione socio-lavorativa.

Proprio questi assi, saranno declinati in 10 azioni, considerate prioritarie:

1. Un sistema informativo con calendario delle colture, dei fabbisogni di manodopera e altri dati e informazioni sviluppato e utilizzato per la pianificazione, gestione e monitoraggio del mercato del lavoro agricolo.
2. Gli interventi strutturali, investimenti in innovazione e valorizzazione dei prodotti migliorano il funzionamento e l’efficienza del mercato dei prodotti agricoli.
3. Il rafforzamento della Rete del lavoro agricolo di qualità, l’espansione del numero delle imprese aderenti e l’introduzione di misure per la certificazione dei prodotti migliorano la trasparenza e le condizioni di lavoro del mercato del lavoro agricolo.
4. La pianificazione dei flussi di manodopera e il miglioramento dell’efficacia e della gamma dei servizi per l’incontro tra la domanda e l’offerta (CPI) di lavoro agricolo prevengono il ricorso al caporalato e ad altre forme d’intermediazione illecita.
5. Pianificazione e attuazione di soluzioni alloggiative dignitose per i lavoratori del settore agricolo in alternativa a insediamenti spontanei e altri alloggi degradanti.
6. Pianificazione e attuazione di soluzioni di trasporto per migliorare l’offerta di servizi adeguati ai bisogni dei lavoratori agricoli.
7. Campagna di comunicazione istituzionale e sociale per la prevenzione e sensibilizzazione sullo sfruttamento lavorativo e la promozione del lavoro dignitoso.
8. Rafforzamento delle attività di vigilanza e contrasto allo sfruttamento lavorativo.
9. Pianificazione e attuazione di un sistema di servizi integrati (referral) per la protezione e prima assistenza delle vittime di sfruttamento lavorativo in agricoltura e rafforzamento degli interventi per la loro reintegrazione socio-lavorativa.
10. Realizzazione di un sistema nazionale per il reinserimento socio-lavorativo delle vittime di sfruttamento lavorativo in agricoltura.

Carnevale, dolci fai da te in una casa su tre

Una sfilata di dolci da 150 milioni di euro per la settimana del Carnevale con più di 1 famiglia su 3 (38%) che riscopre il gusto di preparare a casa le ricette tradizionali soprattutto durante le feste. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixè.

Un trionfo delle specialità più zuccherose da nord a sud della Penisola nei giorni delle maschere: dai tortelli della Lombardia alle tagliatelle fritte dell’Emilia, dalla schiacciata toscana ai grostoli del Trentino, fino agli scroccafusi delle Marche ma anche la pignolata bianconera della Sicilia, il migliaccio della Campania, gli aciuleddi della Sardegna.

A Carnevale – stima la Coldiretti – vengono consumati oltre 11 milioni di chili di dolci tipici con un costo che oscilla fra 5 euro al chilo di chi usa forno e fornelli casalinghi ai 15 ai 30 euro, con picchi anche di 65, per le diverse specialità che si possono trovare nelle panetterie e nelle pasticcerie. Ma non è solo una questione di prezzo – evidenzia la Coldiretti – perché preparare i dolci a casa permette di fare la differenza sul risultato finale grazie a una scelta accurata di ingredienti freschi e di qualità, a partire dalle uova e dal miele che – continua la Coldiretti – possono essere acquistati anche nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica dove si possono trovare anche le specialità delle feste della tradizione contadina i cui segreti sono stati tramandati da generazioni.

I dolci di Carnevale sono un tesoro anche per i bambini che spesso – precisa la Coldiretti – portano a scuola o nelle feste il risultato dell’abilità in cucina delle proprie mamme. Il fatto poi che una porzione di 50 grammi di classiche frappe contenga 235 chilocalorie significa che un consumo moderato non ha conseguenze drammatiche sulla dieta e sulla salute, ma può avere invece avere un effetto positivo sull’umore di grandi e piccini.

E se le frappe sono fra i dolci più diffusi da nord a sud dell’Italia, con appellativi e forme diverse, la leggenda racconta che la loro origine risalga – precisa la Coldiretti – ai tempi dell’antica Roma con il nome di “frictilia” ed erano realizzate con un impasto di farina e uova che veniva steso, tagliato e fritte nello strutto bollente e mangiato durante le feste, soprattutto nel periodo invernale.

Il Carnevale – ricorda la Coldiretti – prende le mosse dalla tradizione della campagna, dove segnava il passaggio tra la stagione invernale e quella primaverile e l’inizio della semina nei campi che doveva essere festeggiata con dovizia. I banchetti carnevaleschi – conclude la Coldiretti – sono molto ricchi di portate perché, una volta in questo periodo si usava consumare tutti i prodotti della terra, non conservabili, in vista del digiuno quaresimale.

 

CARNEVALE: COLDIRETTI, I DOLCI TIPICI DELLE REGIONI D’ITALIA

 
ABRUZZO: la cicerchiata – spiega Coldiretti – è composta da gnocchetti grandi come ceci, fritti, guarniti con zucchero caramellato e miele e decorati con i canditi e confettini
BASILICATA: dalle pastarelle, biscotti ricoperti da glassa fondente e coriandoli, alle chiacchiere al vin cotto o spolverate di zucchero a velo, dalla torta da sanguinaccio ai taralli al nastro con glassa di zucchero
CALABRIA: la pignolata, fatta da piccole sfere di pasta dolce, fritte in olio di oliva e unite tra di loro dal miele e chiacchiere, e i nacatuli o nacatole
CAMPANIA: struffoli, palline fritte con zucchero e miele, il sanguinaccio e l’antico migliaccio che – afferma la Coldiretti – nasce da una base di semolino, latte e burro.
EMILIA ROMAGNA: sfrappole e lasagnette, tagliatelle dolci fritte bagnate con succo di arancia e cosparse di zucchero a velo
FRIULI-VENEZIA GIULIA: crostoli, frittelle e castagnole
LAZIO: oltre alle classiche frappe e castagnole gustose e morbide palline di pasta fritta riempite di ricotta o crema pasticciera ci sono i cecamariti ciociari preparati durante il carnevale per ingolosire i mariti. Si tratta – spiega la Coldiretti – di golose palline preparate da un impasto abbastanza compatto con cui vengono creati dei grandi gnocchi che vengono arrotolati a mano e fritti.
LIGURIA: le bugie sono nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo
LOMBARDIA: tortelli, dolci fritti cosparsi di zucchero e cannella o farciti con crema o con uvetta
MARCHE: arancini e scroccafusi, palline di pasta con cannella e scorza di limone spolverate di zucchero e bagnate con alchermes
MOLISE: scorpelle, dolcetti ricoperti di miele, tortelli di carnevale guarniti con tre tipologie di ripieno (crema, cioccolato, noci e mandorle, o marmellata di amarene) e poi fritti.
PIEMONTE: Friciò, dolcetti fritti con uvetta e scorze di limone, bugie, rombi o nastri fritti
PUGLIA: chiacchiere e frittelle
SARDEGNA: i brugnolus – sottolinea la Coldiretti – sono a base di farina, uova e purea di patate, fritti e avvolti nello zucchero e le orillettas, listarelle di pasta intrecciate, fritte e ricoperte di miele, aciuleddi con il miele
SICILIA: la pignolata, che è un dolce metà bianco e metà nero composto da pezzettini di pasta fritti e ricoperti da glassa al limone o cioccolata e iravioli fritti con crema o ricotta
TOSCANA: berlingozzi, ciambelle e cenci, nastri di sfoglia fritti e schiacciata dolce realizzata anticamente – ricorda la Coldiretti – con l’uso di strutto insieme a uova, latte e farina.
TRENTINO A.A: grostoi, nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo
UMBRIA: frappe, brighelle e strufoli, dolci fritti e bagnati con alchermes
VALLE D’AOSTA: bugie, tortelli con uva sultanina ammorbidita nel liquore e ricoperti di zucchero e panzerotti alla marmellata
VENETO: i galani, strisce quadrate o rettangolari fritte, frittelle, castagnole, bocconcini e crema fritta alla veneziana.

L’Automobile verso la decarbonizzazione

Un percorso green per avviare la decarbonizzazione delle automobili e centrare gli obiettivi climatici Italiani ed Europei al 2030 e 2050. Questi gli argomenti al centro del convegno “L’Automobile verso la decarbonizzazione” organizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile con il supporto di Groupe PSA Italia che si svolgerà il 25 febbraio a Roma, presso Sala dell’Auditorium del Museo dell’Ara Pacis..

L’Italia, che detiene la più alta percentuale di automobili per abitante in Europa, e punta all’attuazione del piano europeo di investimenti Green Deal deve muoversi rapidamente per realizzare la transizione green della mobilità e dei trasporti, un settore che presenta incoraggianti possibilità di cambiamento verso la green economy e gli assi per il futuro delle automobili: less, electric, green and shared.

L’incontro, previsto dalle ore 10.30 alle 13.00, sarà l’occasione anche per presentare il Rapporto “L’Automobile verso la decarbonizzazione” elaborato dalla Fondazione, e per avviare un confronto fra i principali stakeholder privati ed istituzionali su questo tema e fare il punto sulla “rivoluzione” della mobilità green.

A questo proposito sono stati invitati a confrontarsi diversi attori di rilievo nel mondo italiano e internazionale: fra cui figurano i rappresentanti della IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia) di Ispra, del Governo e del Parlamento italiano. Grazie per l’ attenzione Federica Cingolani Programma allegato

Gli adolescenti sedentari sono più inclini alla depressione a 18 anni

Gli adolescenti sedentari hanno maggiori probabilità di essere depressi rispetto ai loro coetanei attivi. E i sintomi di depressione cominciano a manifestarsi a 18 anni.

Lo dice Aaron Kandola dello University College di Londra, autore principale dello studio pubblicato da The Lancet Psychiatry.

I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 4.257 giovani che hanno indossato accelerometri per una settimana quando avevano 12, 14 e 16 anni. I partecipanti hanno anche completato questionari pensati per identificare eventuali sintomi di depressione o altri disturbi di salute mentale a 18 anni.

Gli accelerometri misuravano oggettivamente quando i partecipanti si dedicavano ad attività leggere, come camminare, o fare esercizi più intensi come correre o andare in bicicletta. I dispositivi hanno anche registrato i momenti in cui gli adolescenti erano sedentari perché stavano facendo i compiti o giocando ai videogiochi.

Tra i 12 e i 16 anni, il tempo medio sedentario giornaliero dei partecipanti è aumentato da circa sette ore a quasi nove ore. Nello stesso periodo, il loro tempo medio giornaliero dedicato ad attività soft come camminare è passato da circa cinque ore a circa due ore.

Lo studio ha rilevato che ogni ora aggiuntiva di sedentarietà a 12 e a 14 anni era associata a un rischio dall’8% all’11% più elevato di sintomi depressivi. Era vero anche il contrario, con ogni ulteriore ora al giorno di attività fisica leggera riduceva le probabilità di depressione a 18 anni si una percentuale variabile tra l’8% e l’11%.

Zamagni tiene il punto ma con prudenza. Si può andare avanti così?

Nel giro di pochi giorni, Zamagni è tornato a parlare della vicenda emiliana. Lo aveva fatto, in precedenza, per criticare Bonaccini sul punto relativo alla gestione del dopo voto. Anche stavolta, nell’intervista a ”Famiglia Cristiana“ , ripete l’accusa: prima si è chiesto l’aiuto dell’associazionismo, anche e soprattutto cattolico, poi si è scelto di ignorare il contributo da esso garantito in campagna elettorale. Da qui discende un ragionamento che porta in evidenza la incapacità della sinistra – ma il discorso vale a maggior ragione per la destra – di “tenere la linea” nei rapporti con l’area del cattolicesimo democratico e sociale.

In effetti, gli argomenti di Zamagni non sono astratti e inventati. Ormai l’insofferenza che monta al “centro” della vita politica italiana, se non altro come ripudio del forzato bipolarismo della cosiddetta Seconda Repubblica, costituisce un dato politico inequivocabile. Senonché, immaginare che il rilancio di una posizione politica consista nel semplice evocare “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, assomiglia a un disagio camuffato da proclama politico. Cos’è questo ritorno al centro? Si riparte da Sturzo, De Gasperi e Moro, rinnovando la cultura e la tradizione democristiana, o si va a pescare nei mari procellosi dell’integralismo, vecchio e nuovo? Zamagni si spertica nel vuoto di una velleità pacioccona, ma non per questo meno complicata e deleteria.

Nell’intervista si dice che non vale l’opzione integralista. Di questi tempi, soffocati dai predicatori dell’identitarismo senza se e senza ma, è già molto. Poi però si dice che il distacco dall’ipotesi del “partito cattolico” deve intendersi nell’ottica della dissipazione di ogni equivoco, a tutto beneficio di un progetto aperto, comunque riconducibile a un’operazione ispirata ai valori e ai principi del messaggio cristiano. La precisazione funge in qualche modo da argano teorico per andare a risollevare la mediazione tra fede e politica, che fu alla base del cattolicesimo democratico fedele alla lezione di Maritain. Ma se fosse così, perché non asserirlo chiaramente? È evidente che sul punto, sempre molto delicato, si rischia di mancare a un dovere di chiarezza.

Più prudente è il discorso sulle conseguenze. Zamagni insiste, ad esempio, sulla possibile candidatura nel 2021 di un civico alla guida del Comune di Bologna, dando opportunamente il là a una critica serpeggiante in città sulla insufficienza dell’attuale Sindaco del Pd. Non è più una minaccia, ma una valutazione: segno che larvatamente riprende a farsi valere, nonostante le impennate di sdegno doroteo sulla mancata nomina di persone di fiducia nella giunta Bonaccini, un sano principio di discernimento a carattere eminentemente politico. Forse Zamagni ha pure avvertito il pericolo della sovraesposizione, essendo a capo della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, tant’è che ammorbidisce i toni per non incorrere nell’accusa di portatore d’acqua di un certo neo-clericalismo. 

Alla lunga questo approccio ancora oscillante, un po’ alla Dossetti e un po’ alla Gedda, è destinato a evolvere in senso più nitido e concreto. Se vuole far politica, Zamagni ha l’obbligo di dimettersi dal suo incarico in Vaticano. Sarebbe un gesto utile a rilanciare alcuni temi che per adesso anche lui ha solo agitato in mancanza di un chiaro progetto politico. Intanto fa piacere osservare che questa agitazione impone a tutti il recupero di interesse per il dibattito sul futuro del cattolicesimo democratico. Tempi nuovi si annunciano…

Presidenziali 2020: sei fattori per cui Trump oggi è il favorito

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccania firma di Mario Del Pero

Tanto può accadere da qui al voto del 3 novembre prossimo. E tanto, ovviamente, sarà determinato dal corso delle primarie democratiche, dalla candidatura che emergerà e dal ticket presidenziale che sarà in seguito costruito. Ma oggi Donald Trump è indubbiamente favorito e le probabilità di una sua rielezione appaiono particolarmente alte. Questo per almeno sei fattori, strutturali e contingenti.

Il primo è storico: negli ultimi 120 anni solo in un’occasione, con Jimmy Carter nel 1980, il presidente di un partito appena ritornato alla Casa Bianca non ha ottenuto un secondo mandato. Tanto è difficile per un partito ottenere tre mandati presidenziali consecutivi – i democratici hanno fallito nel 2000 e nel 2016, i repubblicani nel 2008 – quanto è improbabile che l’elettorato non gli conceda una seconda chance, per completare quanto iniziato o per ovviare agli errori commessi.

Il secondo fattore è legato al sistema elettorale, che sovrarappresenta Stati piccoli e poco popolati dove più forti sono oggi i repubblicani. Nelle ultime sette elezioni i candidati repubblicani hanno vinto il voto popolare una sola volta, nel 2000, ma hanno conquistato o mantenuto la presidenza in tre occasioni. I democratici sono cioè costretti a portare alle urne molti più elettori e laddove nel Wyoming repubblicano (lo Stato meno popolato dell’Unione) il rapporto tra grandi elettori presidenziali e votanti è di uno a 190.000, nella California democratica (lo Stato più popolato) questo rapporto è invece di uno a 720.000.

Direttamente legato a questo è un terzo elemento: la mappa elettorale. Anch’essa sembra avvantaggiare Trump e i repubblicani. Come sempre la partita sarà decisa da un numero limitato (tra i 7/8 e gli 11/12) di Swing States. Più numerosi, e a geometrie maggiormente variabili, paiono essere i percorsi che possono confermare Trump alla Casa Bianca. Rispetto al 2016, il presidente può addirittura permettersi di perdere la Florida, o il Wisconsin e uno tra Pennsylvania e Michigan, e preservare una maggioranza dei grandi elettori. O può vedere crollare l’intero firewall dei tre Stati del Midwest e compensare tale perdita con un successo in Minnesota, dove i sondaggi lo danno particolarmente competitivo e dove nel 2016, con un limitatissimo investimento di risorse e tempo, perse con uno scarto di appena l’1,5% dei voti.

Quarto fattore: la popolarità di Trump e l’apprezzamento del suo operato. Che ha raggiunto oggi i livelli più alti dalla data del suo insediamento e si colloca al di sopra di quello di Obama e Clinton e sullo stesso piano di quello di Nixon nello stesso periodo del loro primo mandato. Tre presidenti – Nixon, Clinton e Obama – tutti poi confermati con un ampio margine.  È, questa, una popolarità spinta dall’esito di un impeachment che pare in ultimo avere galvanizzato più i sostenitori del presidente che i suoi avversari. E alimentata ovviamente dai dati economici di un Paese che continua a crescere a ritmi del 2-2,5% annuo e con una disoccupazione ormai stabile sotto il 4%. Certo sono dati a cui andrebbero fatte mille tare, sottolineando ad esempio che tutti gli indicatori usati 4 anni fa da Trump per denunciare il declino degli Stati Uniti – deficit, disavanzo commerciale, debito pubblico e privato, bassa crescita del manifatturiero – sono ulteriormente peggiorati sotto questa amministrazione repubblicana. E che la crescita è visibilmente drogata da altissimi deficit, che ormai sfiorano il 5% del PIL, quasi il doppio rispetto a quelli del secondo mandato obamiano. La percezione di una parte dell’opinione pubblica è diversa, anche perché la crescita è finalmente accompagnata da un impatto sulle retribuzioni anche dei percettori di redditi più bassi. Lo vediamo bene nel mercato immobiliare, termometro indiretto ma emblematico delle aspettative degli Americani, con l’indice Schiller Case sui prezzi degli immobili che cresce con regolarità; e lo vediamo negli indici di fiducia dei consumatori, che oggi si collocano a livelli superiori rispetto a quelli di 4 anni fa.

Quinto elemento: la maggiore coesione ideologica e demografica dell’elettorato repubblicano. Che rimane strutturalmente minoritario, anche se il rapporto tra gli elettori registrati come repubblicani e quelli democratici si è un po’ riequilbrato a vantaggio dei primi. Tra chi vota repubblicano, e voterà Trump, grandemente sovrarappresentati sono i bianchi, maschi, over 45. Un segmento elettorale, questo, che ha tendenzialmente tassi di partecipazione più elevati, ad esempio rispetto al multiforme elettorato giovane che è oggi in larghissima maggioranza democratico. E che non è attraversato dalle fratture e dalle divisioni che lacerano il fronte avversario.

Qui l’articolo completo 

Partiamo dal programma

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Continua il dibattito sul futuro dei cattolici democratici.

Caro Lucio,

sono molto contento che la rivista da te diretta abbia avviato questo sereno confronto al quale mi auguro possano partecipare altre voci delle nostre due esperienze politiche, convinto come sono che quelle avviate  dagli amici della Federazione popolare dei DC e dagli amici de “ il Manifesto Zamagni” siano, non solo le più importanti attivate sin qui, ma anche quelle che dovranno trovare un momento di sintesi se, come entrambe sostengono, sono interessate alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Confesso di aver usato due attributi forti : “vecchia e stantia”, volendo commentare il vostro reiterato richiamo alla frase degasperiana, spesso citata a sostegno dell’apertura all’alleanza dei DC con la sinistra.

A quel “vecchia e stantia” sono legato dal 1964, essendo state  due parole scolpite nella mia memoria. Parole assai contrastate dai numerosi dorotei che affollavano il palazzo dei congressi di Roma, al congresso della DC, quelle  che Carlo Donat Cattin pronunciò in avvio del suo intervento in opposizione alla relazione del segretario politico dell’epoca, Mariano Rumor. 

Ero diciannovenne, iscritto già da quattro anni alla DC, partecipante per la prima volta da semplice spettatore a un congresso del partito. Fu il mio battesimo democristiano che, proprio in quel congresso in cui il partito vide nascere le correnti. La  sinistra politica della Base, con Forze sociali e il Movimento Giovanile DC avviarono l’esperienza di Forze Nuove e quella fu la mia corrente per sempre.

L’ho, mi auguro, degnamente rappresentata per oltre cinquant’anni: nel consiglio nazionale del MG DC prima e in  quello del partito, poi e sino alla traumatica seduta del 18 Gennaio 1994 che decretò la fine politica della DC.

Vorrei ricordare che l’espressione degasperiana da voi citata fu pronunciata dal leader trentino in un discorso a Predazzo (val di Fiemme), dove il “guardare a sinistra” non era inteso come alleanze con i partiti di sinistra (De Gasperi fu sempre un centrista, e a sinistra aveva il fronte social-comunista sottomesso all’URSS), ma come un indirizzo politico di attenzione ai ceti popolari e alla giustizia sociale. Utilizzarlo in un contesto storico politico molto diverso mi sembra anacronistico e improprio. Quanto poi alla coerenza andreottiana da te citata su tale scelta, credo che non avrai dimenticato le altalenanti incursioni del nostro Giulio a destra ( governo con Malagodi) e le disinvolte acquisizioni di voti in area missina, sino alla colpevole azione dei franchi tiratori contro l’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, col bel risultato del settennato Scalfaro di dolorosa memoria per tutti noi.

Se vogliamo progredire nel dialogo, continuo a pensare che, come nella migliore tradizione DC, dovremmo partire dai contenuti e non dalle alleanze, facilitati dalla premessa comune e condivisa della nostra alternatività alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e meloniana. Le basi del popolarismo non stanno nella scelta pregiudiziale a sinistra, semmai, nell’assumere come ho proposto alla Federazione popolare dei DC, gli undici principi sturziani alla base del comportamento dei cattolici che intendono “servire la politica e non servirsi della politica”, insieme alla volontà di tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa.

Questo e non altro è ciò che fece Sturzo rispetto ai principi indicati dalla Rerum Novarum di Leone XIII e questo è quello che dovremmo fare noi, se vogliamo tradurre in politica le indicazioni pastorali delle ultime encicliche sociali della Chiesa: dalla Centesimus Annus, alla Caritas in veritate e alle ultime di Papa Francesco: Evangelii Gaudium e Laudato Si.

Nella “Lettera agli amici del Manifesto Zamagni” che mi auguro tu possa esaminare, ho indicato alcune proposte sui tre temi prioritari della politica italiana ed europea.

Credo che sulla questione antropologica esistano le maggiori difficoltà della nostra possibile mediazione politica tra i nostri valori non negoziabili e il laicismo radicale prevalente nel PD, come ha potuto sperimentare il prof Zamagni nel caso delle recenti elezioni regionali emiliano romagnole  e con la successiva formazione di quella giunta regionale..

In quel caso, ad esempio, meglio sarebbe stato se avessimo potuto presentare una lista unitaria di ispirazione popolare e di centro, aperta alla collaborazione con chi proponesse soluzioni programmatiche coerenti con i nostri valori e con gli interessi dei ceti popolari e produttivi che intendiamo rappresentare. E’ evidente che, fatte le scelte di schieramento citate, anch’io, in assenza di una tale lista, avrei sostenuto, come voi amici de la rete Bianca avete fatto, Bonaccini in alternativa alla Borgonzoni.

Analogamente, sulla questione ambientale, ho avanzato alcune idee che, a mio parere, potrebbero costituire una valida traduzione sul piano politico istituzionale delle indicazioni pastorali della Laudato SI; così come sulla questione, a mio parere, principale e dirimente di una reale collocazione riformatrice e progressista, in materia di rapporti tra sovranità monetaria e sovranità popolare e di come stare in Europa in alternativa al prevalere del dominio dei poteri finanziari, ho indicato una serie di riforme, la più importante delle quali è il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.

Perché non ci confrontiamo su questi temi e solo dopo aver raggiunto una condivisione tra noi ci apriamo alla collaborazione con chi intende condividere con noi la nostra proposta?

Infine, caro Lucio, continuare a proporre come premessa l’idea di “un centro che muove verso sinistra”, posto che entrambi non intendiamo volgere lo sguardo a destra, da parte di chi, come voi, quell’esperienza l’ha già vissuta dall’interno del PD, non ti sembra quanto meno contraddittorio e una sorta di autolesionismo masochista? Continuo a pensare che meglio, molto meglio, sia costruire prima un rinnovato e forte centro ispirato ai valori del popolarismo e dopo, solo dopo, porci il tema delle alleanze. 

Tutto ciò, poi, in stretta relazione con la legge elettorale che, alla fine, il Parlamento adotterà, che, sia nel caso fosse di tipo proporzionale, o, peggio, di un permanente maggioritario, richiederà la presenza di un centro popolare forte, pronto alle collaborazioni possibili per non cadere nella iugulatoria dicotomia del bipolarismo: Salvini o Zingaretti.  Servirà un centro popolare che per essere tale richiede che le nostre energie e sin qui scarse risorse siano congiunte, come nella migliore tradizione della DC, secondo l’insegnamento di De Gasperi: “ solo se saremo uniti saremo forti, sole se saremo forti saremo liberi”.

 

Via delle Coppelle 35, quel delitto che scosse Roma e le alte stanze di governo

L’atmosfera, nella testé proclamata capitale del Regno, era di grande fermento, grande vivacità. Da Nord e da Sud era un continuo via vai di personaggi famosi e meno famosi, di giovani e meno giovani che si apprestavano a occupare i nuovi uffici politici (e di conseguenza burocratici) allestiti per avviare, ex novo, la macchina istituzionale dell’Italia unita. Così si presentava la Roma preumbertina del XIX secolo.

Anni Settanta. In Campidoglio siede Pietro Venturi, avvocato, sotto il cui mandato hanno luogo il rifacimento delle anse del Tevere (compresa la viabilità su strada) e la bonifica di interi agglomerati del vecchio centro storico come Borgo, Parione, Regola e Campo Marzio. Una bonifica – o meglio una disinfestazione – per difendere la città dalle inondazioni del Tevere e dal diffondersi della malaria. In Parlamento, che ha sede presso Palazzo Braschi, la Destra Storica si appresta a concedere il passo alla Sinistra di Depretis e a gran parte dell’entourage garibaldino – vedi i Nicotera, i Crispi, gli Zanardelli, i Cairoli – fresco reduce dalle primavere risorgimentali. E tra i caffè del Corso e Piazza del Popolo, nei quali si respira un’aria nuova, quasi mondana, girano copiosi i giornali, i giornalini, gli opuscoli e i fogli, che si stanno raddoppiando e ne escono ogni giorno di nuovi. Gli strilloni hanno sotto braccio Il Tribuno, Il Campidoglio, La Raspa, Il Ciceruacchio, Il Don Pirlone e il Don Pirloncino, tanto per citarne alcuni. Tra i molti, dal 1874 comincia a essere pubblicato anche La Capitale, che prende sede in Via delle Coppelle 35, presso Palazzo Baldassini (per capirci, dove oggi si trova l’Istituto Don Luigi Sturzo, a due passi dal Pantheon). Il suo editore, un distinto signore proveniente dalla Milano bene, è un ex deputato radicale eletto nel collegio di Pizzighettone, al momento di professione giornalista. Si chiama Raffaele Sonzogno, ed è il giovane rampollo della stirpe degli stampatori che dal 1818 sono cresciuti sino a divenire una vera e propria industria libraria, giornalistica e musicale. 

Solo poche settimane di vita e La Capitale è già oggetto di querele poiché distintosi per la diffusione di notizie di gossip e per non essere proprio, per così dire, simpatizzante del movimento patriottico facente capo al generale Giuseppe Garibaldi. Ma ha un buon successo. Tra le polemiche più “rumorose”, quella di aver creato motivi di scontro ideologico tra Menotti Garibaldi e il padre. Padre che guarda caso, risiede anche lui a Via delle Coppelle 35, dove, di quando in quando, si organizzano incontri e riunioni politiche tricolori incentrate sull’amor patrio e sui tempi che furono.

Motivo più frequente delle cause giudiziarie che investono La Capitale: diffamazione. Per difendersi, Sonzogno paga profumatamente avvocati e avvocatucci, carte e scartoffie, e per le casse di un giovane giornale non è buon segno. Tuttavia, le cose si mettono male anche e soprattutto in un altro senso. La moglie dell’editore, una volta approdata a Roma la coppia, ha una relazione extra-coniugale e dopo poche settimane rimane incinta. Partono le denunce – allora si parlava di adulterio – quando si scopre che a soffiare la consorte al Sonzogno è stato l’onorevole Giuseppe Luciani, deputato della maggioranza parlamentare, per altro vecchia conoscenza del giovane milanese. Tra un’accusa e un’altra, mentre la cosa diventa pubblica e il chiacchiericcio (specie femminile) si sparge a macchia d’olio, Sonzogno “sguinzaglia” la redazione de La Capitale contro il Luciani; il deputato viene demolito e sputtanato mediante una campagna di stampa che definire denigratoria è un eufemismo. La quale campagna provoca a sua volta uno scandalo che tracima nel moralismo ineffabile di una società per certi versi ancora pudica e conservatrice.

Dall’altra parte, cioè da parte del Luciani e del suo staff, vengono fatte circolare notizie secondo cui sembra che pochi anni prima, Sonzogno, allora residente in Lombardia, fosse un giornalista al soldo degli Asburgo, e automaticamente un potenziale nemico dell’Italia. La “guerra” delle voci e del discredito continua per giorni, sino al fatidico 6 febbraio del 1875, quando in piena notte, probabilmente per buttare giù un articolo o un editoriale, il giovane editore si reca a Via delle Coppelle, in redazione. Lo trovano il mattino dopo nel suo ufficio in una pozza di sangue, ucciso con 13 coltellate. Accanto a Raffaele, esanime, un tizio, immobile e imbambolato, tale Pio Frezza, soprannominato “Spaghetto”, già passato alle cronache perché pregiudicato e fanatico militante garibaldino. Un tipo focoso, non troppo intelligente, men che meno raccomandabile. Proprio quello che ci voleva. 

A seguito delle dichiarazioni dell’assassino – che a torto o a ragione tira in ballo mezzo Parlamento –  Luciani è accusato come mandante dell’omicidio, e il Frezza come esecutore materiale dietro il pagamento hic et nunc di un corrispettivo (cinquemila lire). Le indagini appurano che il delinquente è stato sobillato contro il povero Sonzogno perché fatto passare, quest’ultimo, alla stregua di un congiurato antigaribaldino. Roma è scossa. 

Autunno 1875. Al processo furono chiamati a deporre e testimoniare Felice Cavallotti, Menotti Garibaldi, Costanzo Chauvet e altri del gruppo parlamentare della Sinistra Storica. La alte stanze della politica italiana tremarono per qualche ora, facendo pensare a una serie di dimissioni di massa, ma i capi d’accusa e le relative condanne (all’ergastolo) misero a tacere l’intera vicenda archiviandola come una storia di corna e ripicche. Per la cronaca: pochi anni dopo, più precisamente l’11 marzo 1882, sempre in Via delle Coppelle 35, nella sede de Il Monitore, si uccise il direttore Fedele Albanese, strozzato dai debiti.

Il coronavirus fa respirare il mondo riducendo le emissioni di CO2

Secondo uno studio pubblicato il 19 febbraio da Carbon Brief, l’emergenza del coronavirus in Cina ha contribuito in modo rilevante alla riduzione di un quarto delle emissioni di C02 nel Paese.

Il progressivo blocco di parte delle attività produttive nelle fabbriche (tra il 15% al 40% nei principali settori industriali), il prolungamento delle ferie per il Capodanno cinese, gli obblighi di isolamento e i limiti alla circolazione – misure decise dal governo di Pechino per arginare il diffondersi dell’epidemia – hanno infatti portato a un sensibile abbassamento dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra, con quest’ultime ridottesi di 10 milioni di tonnellate rispetto allo stesso periodo del 2019.

Le prime analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) e dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) suggeriscono che le ripercussioni dell’epidemia potrebbero raddoppiare fino al mezzo percento sulla domanda mondiale di petrolio tra gennaio e settembre di quest’anno.

Nel periodo di due settimane a partire dal 3 febbraio di quest’anno, il consumo medio di carbone nelle centrali elettriche che riportavano dati giornalieri è sceso al minimo, dato più basso degli ultimi quattro anni, senza alcun segno di recupero nei dati più recenti, relativi a domenica 16 febbraio.

Allo stesso modo, i tassi di funzionamento della raffineria nella provincia di Shandong, il principale centro del paese per la raffinazione del petrolio, sono scesi al livello più basso dall’autunno 2015, indicando una prospettiva fortemente ridotta della domanda di petrolio.

Considerato l’enorme peso demografico ed economico della Cina a livello globale, questa “stretta” forzata ha avuto ovviamente dei riflessi anche sul resto del pianeta, facendo registrare un meno 6% delle emissioni mondiali in comparazione allo stesso periodo dello scorso anno.

Clima: sul Po come in estate, è allarme siccità.

Il livello idrometrico del Po è sceso ed è basso come in piena estate ma anomalie si vedono anche nei grandi laghi che hanno percentuali di riempimento che vanno dal 25% di quello di Como al 28% dell’Iseo. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti dal quale si evidenzia che il livello idrometrico del fiume Po al Ponte della Becca è di -2,4 metri, lo stesso di metà agosto scorso. Sono gli effetti – sottolinea la Coldiretti – del grande caldo e dell’assenza di precipitazioni significative in un inverno bollente con una temperatura che fino ad ora è stata in Italia superiore di 1,65 gradi la media storica secondo le elaborazioni su dati Isac Cnr relativi al mesi di dicembre e gennaio.

La situazione critica a causa di siccita’ e delle alte temperature per il fiume Po – sottolinea la Coldiretti – ha spinto l’Autorita’ distrettuale di bacino a convocare per il 6 marzo l’Osservatorio sulle crisi idriche per fare il punto della situazione anche perché non si prevedono precipitazioni se non di scarsa entita’, per cui potrebbero verificarsi ulteriori riduzioni dei livelli idrometrici anche del 20%.

Nel centro sud la situazione è ancora piu’ difficile con l’allarme siccità in campagna che è scattato a partire dalla Puglia dove – sottolinea la Coldiretti – la disponibilità idrica è addirittura dimezzata negli invasi rispetto allo scorso anno secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Anbi che registra difficoltà anche in Umbria con il 75% di pioggia in meno rispetto allo scorso anno caduta nel mese di gennaio ed in Basilicata dove mancano all’appello circa 2/3 delle risorse idriche disponibili rispetto allo steso periodo del 2019. In Basso Molise – prosegue la Coldiretti – i terreni secchi seminati a cereali rischiano di non far germogliare ed irrobustire a dovere le piantine mai i problemi riguardano anche gli ortaggi, che già necessitano di irrigazioni di soccorso.   Difficoltà – continua la Coldiretti – si registrano anche in Sardegna il Consorzio di Bonifica di Oristano hanno addirittura predisposto a tempo di record l’attivazione degli impianti per l’irrigazione per garantire acqua ai distretti colpiti dalle grave siccità a causa della mancanza di piogge a seguito alle segnalazioni relative alle colture in sofferenza per il perdurare dell’assenza di precipitazioni. In vaste aree della Sicilia i campi sono aridi e i semi non riescono neanche a germinare ma la mancanza di acqua ed il vento minaccia anche le lenticchie di Ustica e problemi nella zona del ragusano ci sono nei pascoli per l’erba è secca e si temono speculazioni sul prezzo del fieno per alimentare gli animali.

Nelle campagne lungo tutta la Penisola si fanno i conti con il clima anomalo che ha mandato in tilt la natura con piante in fiore e gli animali con le chiocciole che si sono risvegliate dal letargo prima del tempo nel Veneto ma  – riferisce la Coldiretti –le ripetute giornate di sole hanno risvegliato 50 miliardi di api presenti sul territorio nazionale che sono state ingannate dalla finta primavera e sono uscite dagli alveari presenti per ricominciare il loro prezioso lavoro di bottinatura ed impollinazione ed ora-il rischio e che ritorni di freddo possano far gelare i fiori e anche far morire parte delle api dopo una delle peggiori annate per la produzione di miele in Italia. Il clima mite si fa sentire anche con le fioriture anticipate delle mimose in Liguria e dei mandorli in Sicilia e Sardegna dove iniziano a sbocciare le piante da frutto, ma in Abruzzo sono in fase di risveglio gli alberi di susine, pesche mentre anche gli albicocchi in Emilia e in Puglia hanno già i fiori. Sui banchi – precisa la Coldiretti – sono arrivate con oltre un mese di anticipo le primizie e se nel Lazio gli agricoltori offrono agretti, carciofi romaneschi, erbe spontanee come il papavero e le fave che sono già presenti anche in Puglia insieme alle fragole arrivate prima di alcune settimane e già pronte al consumo.

L’eccezionalità degli eventi atmosferici – evidenzia Coldiretti – è ormai diventata la norma anche in Italia tanto che siamo di fronte ad una evidente tendenza alla tropicalizzazione in Italia dove il 2019 – sottolinea la Coldiretti – è stato il quarto anno piu’ caldo per il nostro Paese dopo i record di 2014, 2015 e 2018 secondo le elaborazioni su dati Isac/Cnr che effettua le rilevazioni dal 1800. L’andamento anomalo di questo inverno conferma dunque – continua la Coldiretti – i cambiamenti climatici in atto che si manifestano con la più elevata frequenza di eventi estremi e sfasamenti stagionali che sconvolgono i normali cicli colturali ed impattano sul calendario di raccolta e sulle disponibilità dei prodotti che i consumatori mettono nel carrello della spesa.

L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con sfasamenti stagionali ed eventi estremi che hanno causato una perdita in Italia di oltre 14 miliardi di euro nel corso del decennio tra produzione agricola nazionale, strutture e infrastrutture rurali.

Nuovi dati su un anticorpo monoclonale contro la malattia di Crohn.

Ci sono buone notizie per i malati di Morbo di Crohn. Un nuovo anticorpo monoclonale potrebbe combatterlo. Le società farmaceutiche Janssen di Johnson & Johnson hanno presentato i dati intermedi dallo studio di fase 3b STARDUST.

Alla settimana 16, il 79% dei pazienti con malattia di Crohn (MC) ad attività moderata-severa ha ottenuto una risposta clinicae il 67% ha raggiunto la remissione clinicab dopo aver ricevuto una dose da ~6 mg/kg per via endovenosa (IV) seguita da una dose da 90 mg sottocutanea (SC) di STELARA® (ustekinumab), in aperto.

L’endpoint primario dello studio sarà valutato dopo 48 settimane, quando sarà confrontata la risposta endoscopica tra i pazienti adulti con malattia di Crohn che ricevono la terapia di mantenimento con ustekinumab. Alla sedicesima settimana, i pazienti che hanno raggiunto una diminuzione pari o superiore a 70 punti dell’indice di attività della malattia di Crohn (CDAI70-responder) sono stati randomizzati in gruppi di trattamento treat-to-target o di cura standard in un rapporto 1 a 1.

 

Il vincolo del partito di centro che muove verso sinistra

Il nostro direttore risponde alla nota di Ettore Bonalberti pubblicata stamane su queste pagine.

Caro Ettore,
il nostro dialogo prosegue come deve, con lealtà, senza illusionismi. Dico subito che il richiamo al “partito di centro che muove verso sinistra” – questa l’espressione usata da De Gasperi per definire la Dc – non può essere facilmente liquidabile. È un vincolo per il nostro ragionamento che presumiamo in linea con l’appartenenza a una precisa tradizione ideale e politica. Non si tratta di una formula “vecchia e stantia”, perché allora sarebbe tutta intera la nostra tradizione “vecchia e stantia” e nessuno avrebbe interesse o diritto a rivendicare un titolo di appartenenza impegnativo.

Se cancelliamo la formula degasperiana non ha più senso questo faticoso e generoso insistere sulla ripresa di una politica di centro. Di quale centro parliamo? In mancanza di un codice identificativo, qualsiasi posizione “di centro” potrebbe apparire conforme – sempre per analogia – alla esperienza democristiana. Invece così non è, altrimenti non staremmo qui a discutere, con reciproco coinvolgimento intellettuale ed emotivo, sulla necessità di riannodare i fili della memoria, superare la fase della diaspora, progettare il rilancio di alcuni valori politici e contenuti programmatici.

Al Congresso di Napoli del 1962, quando Moro riuscì nel miracolo di portare la Dc sostanzialmente unita all’incontro di governo con il Psi, gli oppositori legati a Scelba e Andreotti non proposero – nemmeno loro – di abbandonare il richiamo fatto da De Gasperi. Andreotti, per altro, fu artefice della formula quando, proprio nell’immediato dopoguerra, De Gasperi gli chiese di scrivere la risposta a Togliatti sul presunto conservatorismo della Dc. Dunque, nel suo intervento a Napoli l’andreottiano Pietro Lucisano (produttore cinematografico) disse: “La Dc non può piegare la sua bandiera di partito di centro, sia pure rivolto a sinistra”.

Era una posizione debole, avendo come obiettivo un governo dc in piena autonomia, senza alleanze; debole come lo è la posizione odierna, che pone la fiducia in questo medesimo sogno di sovrana autonomia, sebbene oggi s’ammanti addirittura della pretesa di fare del nuovo partito di centro un aggregato che prescinda dal connotato (“sia pure rivolto a sinistra”) che il moderato e anticomunista Lucisano intendeva comunque rispettare.

Non vedo, insomma, la congruenza di un appello al popolarismo quando le basi del popolarismo vengano divelte. Un generico stare al centro, questo sì appare essere “vecchio e stantio”: non ti ricorda il giolittismo, ovvero l’impasto di tatticismo e spregiudicatezza nella gestione del potere, tanto odiato dal nostro Sturzo?

Attenzione, volendo ancora scomodare l’autorità di De Gasperi, a lui si deve l’osservazione circa il fatto che tutti i partiti si definiscono e sono grosso modo “di centro”; sicché il centro di matrice democratico cristiana, ispirato ai valori del solidarismo e della giustizia sociale, non poteva (e non può) dissolversi in un centrismo informe, inabile di fronte all’istanza di democrazia come “elevazione degli umili”, immemore delle ragioni che la libertas popolare implica e sollecita, tanto da stabilire l’urgenza di “muovere verso sinistra”.

Dove sta l’alternativa? Certo, apprezzo il ditirambo che accompagna l’auspicato ritorno al proporzionale e capisco pure che, nel caso, la libertà dall’incombenza di fare alleanze diventi l’ingenuo presupposto dell’azione politica di centro. E dopo, una volta fatte le elezioni, che succede? Si sceglie anche noi di rendere interscambiabili Zingaretti e Salvini? Di fare cioè come i grillini, omologandoci all’opportunismo di questo nostro tempo politico?

Ecco, sono domande che non possono essere accantonate alla bell’e meglio, rifuggendo dall’obbligo di un’autocritica profonda per essere – chi più progressista e chi più moderato – autentici e sinceri protagonisti di una nuova politica di “centro a sinistra”, l’unica conforme alla tradizione del cattolicesimo democratico e popolare.

P.S. Mi dispiace che sia stato distorto il mio garbato dissenso da Zamagni. Ribadisco la stima che nutro nei suoi riguardi. È però inutile o sbagliato mettere in guardia, come mi sono permesso di fare, affinché si eviti anche nelle polemiche più giustificabili lo “sconfinamento nell’improvvisazione”? Solo Rete Bianca ha dato indicazione di voto per Bonaccini, tanto che rivendica, senza pentimenti, la validità di quella scelta. Era meglio, d’altronde, che vincesse la Borgonzoni, dando aggio a Salvini di chiedere a ragion veduta la crisi di governo e ottenere con ogni probabilità il ricorso alle elezioni anticipate? Forse, dinanzi al pericolo rappresentato dal sovranismo salviniano, dovremmo essere più compatti e soprattutto più fedeli a una consegna di rigore e di coerenza.

Il centro che muove a sinistra? Bando a ogni fissità.

Un punto fermo. Ogni lettura non può che essere storica. Tratta cioè della vita di noi uomini e questa è  leggibile solo in chiave storica. Questo ci insegna Sturzo e questo di recente ha chiaramente ribadito anche papa Francesco. 

Ogni assolutizzazione di fatti e di pensiero è un’astrazione prodotta dalla ragione umana. Sottostanno alla legge della storia anche le affermazioni dogmatiche della Chiesa, figuriamoci del resto! Anche le riflessioni di Sturzo, di De Gasperi e di Moro sono soggette alla lettura storica e vanno quindi storicizzate, non assolutizzate. 

Cosa voleva dire quindi la famosa frase di De Gasperi? A mio avviso questo: perché tanto popolo si rivolge a sinistra? Quale popolo? Quali i motivi? A questi interrogativi secondo De Gasperi bisognava rispondere e quindi offrire risposte che soddisfacessero quegli interrogativi, risposte che fossero compatibili con il patrimonio di cultura politica espresso allora dalla Dc. 

Non vi è quindi il pericolo che qualcuno adombra di una risposta ondivaga o peggio qualunquistica e utilitaristica. Ogni fatto e ogni riflessione sono sotto il segno della relatività storica e della coerenza di pensiero e di azione. Ma anche ogni lettura di tipo fisso è astratta, frutto di ideologizzazione o di alienazione, al limite anche di semplice pigrizia mentale o addirittura di convenienza. 

Tutto è storia. Questo a mio parere. La lettura della famosa frase di De Gasperi rivolta all’oggi è dunque la seguente: perché tanto popolo si rivolge oggi a sostenere le scelte di talune forze politiche? Quale popolo? Quali le istanze? Come dare risposte a questi interrogativi che siano coerenti, compatibili con la cultura politica che noi oggi sosteniamo? 

Bando quindi a ogni fissità e a ogni nominalismo e quindi a ogni lettura ideologica della storia. Questo il mio pensiero.

Oltre la pregiudiziale vecchia e stantia del partito di centro che muove verso sinistra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota di Ettore Bonalberti come contributo al dibattito sulla ricomposizione dell’area democristiana.

Matteo Renzi ha svolto il suo compitino da Bruno Vespa, l’altroieri sera  a Porta a Porta. Risultato: continua la doccia scozzese sul governo Conte e parte il rilancio di una vecchia tesi di Mariotto Segni: l’elezione diretta del premier, sul modello di quella dei sindaci.

Immediata la risposta negativa di Salvini che sa bene come sarebbe difficile per lui, in quel caso, prevalere. Del tutto impervia, poi, quella strada, sarebbe anche per il giovane leader di “Italia Viva”, molto più attrattivo per la sua pattuglia di transumanti parlamentari che per la più ampia platea degli elettori.

La proposta di modifica costituzionale indicata, oltre a tutto, richiederebbe tempi talmente lunghi, di fatto incompatibili con quelli che il presidente Conte si augura per la sua compagine in costante surplace, ossia, fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2023.

Sino a oggi è rimasta ferma anche l’idea di dar vita a un gruppo parlamentare di centro interessato a far sopravvivere Conte, foriero di possibili evoluzioni dello scenario politico italiano. Un progetto al quale anche molti DC e popolari sarebbero interessati.

I due processi politici più rilevanti nell’area vasta del cattolicesimo politico democratico e cristiano sociale sono quelli dell’avviata Federazione popolare dei DC, che vede come protagonisti gli amici Gargani, Cesa, Rotondi, Grassi, Tassone e Paola Binetti con i responsabili di oltre quaranta associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, e degli amici che hanno condiviso “il manifesto Zamagni”, tra i quali, quelli già facenti parte del PD, oggi riuniti nella “Rete Bianca”, coordinata dall’amico Lucio D’Ubaldo.

Sulle colonne de “Il Domani d’Italia” è aperto il confronto tra queste due aree, con gli amici del “manifesto Zamagni” che continuano a esprimere una pregiudiziale di schieramento nei confronti della Federazione popolare DC attraverso la riproposizione del loro riferimento degasperiano al “partito di centro che muove verso sinistra”.

A parte l’evidente contraddizione di questi amici che, proprio sulla base dell’infelice esperienza vissuta prima nel PD, hanno deciso di uscire da quel partito, avendo patito sulla propria pelle la condizione di assoluta irrilevanza in quell’ambito; amici che hanno, poi, ricevuto la controprova nelle recenti elezioni regionali emiliano romagnole, come ha immediatamente sottolineato il prof Zamagni, dopo quel voto e l’elezione della nuova giunta Bonaccini, con la sua intervista del 16 Febbraio a “ Il resto del Carlino”-

Il prof. Zamagni, dopo quell’infelice esperienza, propone ai cattolici nel 2021 di “correre da soli”. Replicare come fa la redazione de “Il Domani d’Italia” a Zamagni, liquidando quell’intervista come “uno sconfinamento nell’improvvisazione”, a me pare sia la conferma semmai della posizione contraddittoria degli amici della rivista.

Vorrei fare alcune domande all’amico D’Ubaldo, sperando che ci consentano di chiarire meglio le nostre rispettive posizioni e aprirci a un confronto che possa favorire il processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale che, credo, sia negli obiettivi reciproci.

Con due precedenti note: la “Lettera agli amici del Manifesto Zamagni” del 23 Gennaio scorso, senza risposta, e “Commento a una nota di Lucio D’Ubaldo” del 27 Gennaio correttamente riportata dalla rivista, avevo indicato alcune proposte di programma sulle quali ritenevo e ritengo fosse e sia prioritario confrontarci, prima di anteporre le questioni di schieramento come pregiudiziali, considerato, poi, che su queste, è ben netta da parte della Federazione popolare la posizione di alternativa alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana-meloniana.

Come ho avuto modo di chiarire con l’amico Giorgio Merlo, che nella sua ultima nota pubblicata sulla rivista sembra riaprire un discorso rivolto soprattutto agli amici del Partito Democratico: “Nessuno di noi è tanto sciocco dal pensare di riproporre la DC (fatto ovviamente storico compiuto e non riproducibile come un qualsiasi artifatto) e come ho avuto modo di esprimere più volte, non è un sentimento nostalgico che guida la nostra iniziativa, ma la consapevolezza che tra la deriva nazionalista a dominanza salviniana e una sinistra che ha perduto ogni identità culturale, nell’età della globalizzazione è solo dal popolarismo, ossia da una cultura politica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, che può venire l’indicazione di valori e principi in grado di offrire una nuova speranza al terzo stato produttivo e ai ceti popolari. Questa è semmai la funzione storica del partito dei cattolici democratici e cristiano sociali, ossia, proprio quella di aver saputo saldare gli interessi e i valori di questi ceti sociali e popolari.

Mi auguro che anche voi della “Rete Bianca”, come ho ribadito a Merlo, non vogliate liquidare il nostro tentativo, che pone fine a una lunga e suicida stagione della diaspora DC, a una mera operazione nostalgica di un progetto senza futuro. A partire dalle prossime elezioni regionali e locali noi presenteremo liste unitarie in ciascuna sede interessata e verificheremo con una rinnovata classe dirigente, se esiste ancora uno spazio politico per un partito di centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. 

Prima ricostruiamo insieme un centro credibile di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, espressione della migliore cultura del popolarismo. Insomma, prima confrontiamoci sui contenuti di programma attorno a tre grandi questioni del nostro tempo: quella antropologica, quella ambientale e quella relativa alla sovranità monetaria e popolare, da cui deriva il discorso sul nostro modo di restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione. Ci sono proposte, su tutti e tre i versanti, analiticamente evidenziate nella mia lettera del 23 Gennaio scorso. Dunque, solo dopo discuteremo di alleanze che si faranno con quanti giudicheremo più omogeni ai nostri valori e agli interessi da noi rappresentati.

Continuare con la formula pregiudiziale, “vecchia e stantia”, del “partito di centro che muove verso sinistra”, non ci aiuta a far passi avanti nel comune e nobile tentativo di riportare il popolarismo sulla scena politica italiana, dopo la lunga, tormentata, disastrosa stagione della diaspora.

 

Il dissenso è una cosa seria

Secondo Charles Larmore – filosofo statunitense, specialista di filosofia morale – l’aspettativa di un ragionevole disaccordo è tipica dell’età moderna.

Ma nel caso degli ultimi avvenimenti legati al Governo Conte, non si riesce a capire se il disaccordo renziano sia veritiero.

E’ anche vero che dei, presunti, diritti viene fatto un uso meramente retorico come arma ideologica collegandoli spesso ad una “verità” etica personale.

Ma in questo caso i valori alla base dello scontro non sembrano essere fondamentali per chi ha iniziato una rappresentazione teatrale della crisi.

La sfiducia a Bonafede non sembra avere una calendarizzazione veloce e Italia viva nelle ultime ore ha, anche, votato la fiducia al Governo.

Un modo di fare abbastanza strano.

Quando vengono violati i propri valori, solitamente, si sbatte la porta, si rovescia il tavolo di trattativa e si esce dalla porta principale a testa alta.

Ma questo non sembra la via intrapresa da Renzi.

La paura è di non superare lo sbarramento al cinque per cento gli fa gettare il sasso e ritirare la mano.

Tutto proteso all’idea di un governo per le riforme, magari guidato da Draghi che gli consenta di continuare a sedere negli scranni senatoriali e gli permetta di allontanare l’immagine dello sfascista.

Da piccoli solitamente i papà redarguivano i figli chiedendogli di contare fino a 10 prima di parlare.

Sembra che papà Renzi non abbia dato questo utile consiglio al figliolo.

Che ora cerca un centro di gravità.

Sandro Pertini, il ‘Presidente più amato dagli italiani’

A 30 anni dalla sua scomparsa (24 febbraio 1990) ripenso ad una frase del mio conterraneo Sandro Pertini, il ‘Presidente più amato dagli italiani’.
Non la ricordo nella sua letterale precisione ma ne colgo il senso, avendola personalmente da lui ascoltata e poi misurata con le alterne vicende della mia stessa vita.
Diceva più o meno questo: ‘che più degli uomini – che sbagliano, tradiscono e cadono volutamente nell’errore – sono importanti le idee’, perché si codificano nei valori che restano immutabili nel tempo e sono di monito e di esempio alle azioni umane fino a diventare motivo e senso dell’esistenza.

“Un uomo è tale quando vince il dolore senza tradire le proprie idee”.
E ai politici aveva rivolto questo richiamo: “L’insidia più grande per un uomo politico è quella di innamorarsi del potere”.
Dovremmo riscoprire e valorizzare oggi il senso esplicito di questa affermazione, in epoca di compromessi e trasformismi, dove il potere viene esercitato con disinvoltura e svincolato da interessi superiori, come l’amore per la Patria e il perseguimento del bene comune.
Prevalgono i calcoli e gli algoritmi, le alchimie tattiche e le logiche spartitorie, i vassallaggi e la pratica dello spoil system che mercificano la militanza ad asservimento, anche rinunciando alla fede gratuita verso gli ideali più nobili e alla rettitudine come prassi di comportamento pubblico e privato.

Pertini era un tutt’uno: non esisteva in lui doppiezza, essere a un modo e presentarsi diverso.
Fino all’apparire duro e intransigente sui principi e sui valori ai quali la sua vita era ispirata: la libertà, la democrazia, la dignità del lavoro.
Con una particolare predilezione verso i giovani che “non hanno bisogno di sermoni, ma di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”.
“Giovani, se voi volete vivere la vostra vita degnamente, fieramente, nella buona e nella cattiva sorte, fate che la vostra vita sia illuminata dalla luce di una nobile idea”.
Seppe pagare di persona la coerenza con le idee che andava propugnando: subì l’umiliazione del carcere, l’esilio, il confino. Partecipò attivamente alla lotta di Liberazione nazionale.
Era una grande persona che esprimeva un nobile e alto pensiero, per questo affermava una cosa saggia e credibile.

Ed è certamente vero che libertà, giustizia, pace, democrazia, uguaglianza sono ideali eterni, ragioni per cui vale la pena di vivere e di combattere, motivo di sussulto delle coscienze, imperativi morali oltre le soggettività, gli egoismi, i facili tornaconti e i meschini compromessi.
Ho ben presenti – infatti – le loro non sempre coerenti declinazioni e mi è più facile stupirmi e inorridire di fronte all’uso distorto che se ne è fatto, con una iniquità direttamente proporzionale alla loro importanza e purtroppo a volte alla stessa apparente autorevolezza dei loro sostenitori.
Ho sentito spesso e con disinvoltura ogni volta sorprendente parlare di ideali e di valori come se fossero decalcomanie da appiccicare alla nostra vita, scudetti e mostrine da esibire, diplomi da ostentare, titoli e appartenenze di status.
Altre volte ho ascoltato persone che parlavano di merito dopo averlo calpestato, di equità facendo ingiustizia, di accoglienza generando discriminazione, di pace seminando discordia, di famiglia senza conoscerne le tribolazioni, di verità sapendo di mentire, discettando di bene e di male e addebitando colpe o elargendo assoluzioni solo nel nome degli astratti principi assoluti, oltre la dovuta, umana comprensione.

A cominciare proprio dalla casa, dagli affetti, dal lavoro, dalle relazioni umane più immediate.
Allora mi sono sempre più convinto che le idee e i valori si misurano con la testa e il cuore delle persone, camminano con le loro gambe, sono fatte della loro carne e del loro sangue.
Per sostenere una grande idea e renderla credibile ci vuole una grande persona: più questa è giusta, saggia, integra e retta e più vero e autentico è il valore che riesce ad esprimere attraverso la coerenza della sua vita.
Come disse qualche anno dopo Giovanni Falcone “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.
Perché…. “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. (Paolo Borsellino).

Sono i comportamenti umani, dunque che confermano o smentiscono di volta in volta i valori: senza i primi resta solo l’assolutismo astratto e spietato di un pensiero vuoto e lontano.
Non per niente le nefandezze più crudeli della storia sono state quelle perpetrate in nome delle ideologie.
E i tribunali della ragione e della fede hanno tagliato con solerzia molte teste sperando così di salvare poche idee.
Tutto ciò cui attribuiamo valore dovrebbe secondo me passare – nel bene e nel male – attraverso la mediazione imprevedibile, persino imperscrutabile dell’esistenza dove anche la carità e il perdono se unite alla giustizia possono elevare l’uomo senza rinnegare la verità.
Non abbiamo bisogno soltanto di definizioni, le idee codificate sono lettera morta se non assumono sembianze umane.

Il ricordo di Pertini è dunque legato a questa coerenza tra idee e azioni.
Per questo- anche oggi – più che invocare astrattamente la giustizia, la libertà e la pace, abbiamo fortemente e davvero bisogno di uomini giusti, liberi e temperanti.

A colloquio con Renzo Piano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del direttore Andrea Monda

Il Messaggio di Papa Francesco per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali è incentrato sul tema della narrazione, sulla necessità, propria dell’uomo «essere narrante», di raccontare storie, perché è il racconto di storie buone che permette di respirare più liberamente in un mondo soffocato dalle chiacchiere e dalle fake news. Abbiamo girato la provocazione insita in questo messaggio a una serie di artisti coinvolti con la loro opera creativa a rendere più bello e umano il mondo e in molti hanno reagito riflettendo “in dialogo” con il testo del Papa. Iniziamo questa serie con le parole che ci ha consegnato Renzo Piano.

L’ha colpita questo messaggio del Papa tutto incentrato sul racconto?

Sì, perché narrare è una cosa che credo faccia parte della nostra umanità così come cercare, esplorare, cercar di sapere. Non c’è niente da fare: siamo nati con questa speranza del sapere ed è questo che fa di noi tutti degli scienziati potenziali. C’è chi prende la strada dell’arte, chi della filosofia, chi della scienza ma tutti noi cerchiamo di capire il mistero. Ne conosco tanti di scienziati, come ad esempio gli astrofisici che lavorano al Cern di Ginevra che di fatto non fanno altro che indagare il mistero dell’universo nelle dimensioni dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. Ma le strade sono appunto tante e diverse, da qui nasce il racconto, che è legato al linguaggio che fa sì che un poeta quello che ha da dire lo dice con la poesia, che lo scrittore lo dice scrivendo, e l’architetto lo dice costruendo. Costruire ripari per gli uomini, questo fanno gli architetti, rispondendo all’istinto propriamente umano del costruire. Cercare, conoscere, costruire, a questi istinti si collega l’istinto della narrazione il quale è un po’ trasversale a tutti gli altri che hanno bisogno di un racconto. La narrazione è lo strumento con cui tutti gli altri possono trovare riscontro. Senza narrazione non ci sarebbe scienza, non ci sarebbe scambio. È un tema affascinante.

Oscar Wilde diceva che lo scultore pensa in marmo. Lei lo fa “costruendo ripari”. Come è successo che a un certo punto della vita ha seguito l’istinto della costruzione?

Io sono un figlio della guerra, sono «figlio di un temporale» come diceva il mio amico De André. Quando ero piccolo, dovevo avere sei o sette anni, seguivo mio padre nei cantieri. Era un piccolo imprenditore con una piccola ditta con dieci, quindici operai e io ci andavo volentieri, lui mi ci portava spesso e lì osservavo la vita del cantiere che a quell’età mi appariva come una cosa magica, perché vedi cose inanimate, mucchi di mattoni, mucchi di sabbia e poi avviene qualcosa di miracoloso e tutto si trasforma. Per gli occhi di un bambino di sette anni questo è miracoloso direi in maniera ingenua, ma poi crescendo ti accorgi che costruire è sempre magia pura. Cresci, vai a scuola, studi per diventare architetto e ben presto capisci che non si tratta solo di costruire, si aggiunge sempre un po’ di magia. Costruire case è già molto bello, ma ancora più bello è costruire luoghi dove la gente si incontra, edifici per la comunità ed è quello che un po’ è successo a me che ho praticamente sempre costruito biblioteche, musei, sale per concerti o università. Questo aggiunge una dimensione sociale e quindi etica al lavoro di architetto: costruisci qualcosa per cambiare il mondo, per far sì che la gente si incontri e incontrandosi possa parlare, conoscersi, conoscere… siamo sempre lì. Per questo dico che c’è un di più, non solo la dimensione etica ma anche quella poetica. Ci deve essere il kalòs, quella cosa gratuita e inutile che è la bellezza senza la quale però nulla ha senso. Una biblioteca serve a conservare i libri, ma non può essere brutta, non può essere priva di questa magia della luce, della bellezza. Come architetto sei anche tu un narratore, costruisci luoghi che permettono la narrazione; non sei un musicista ma sei un liutaio, costruisci un luogo dove la musica può muoversi, svilupparsi. I luoghi che un architetto costruisce sono luoghi di fortissima dimensione umanista: una biblioteca, il luogo dove passa il sapere, la conoscenza, oppure una scuola o un ospedale, non sono edifici da costruire solo con la tecnica, sono luoghi umani, c’è qualcosa in più.

Ritorniamo alle semplici abitazioni, alle case. Ogni abitazione di fatto rivela una storia, quasi come una “pelle” di chi l’abita. Noi umani abbiamo la pelle, poi abbiamo gli abiti che già rivelano qualcosa di noi, di quello che pensiamo e poi c’è la terza pelle che è la casa in cui abitiamo. Anche nelle case private vi è sempre una storia, un’identità, un racconto…

Sì, per questo mi piace il messaggio del Papa. Perché l’architettura risponde senza dubbio ai bisogni pratici di una persona, di una famiglia, di una comunità, ma non ha solo una funzione pratica, è anche sempre legata alle aspirazioni, ai desideri e ai sogni delle persone, dei popoli. Pensiamo alla dimensione popolare: c’è sempre bisogno di spazi dove ci si senta uniti, dove si possano condividere dei valori. Per le singole persone, ebbene anche la più modesta casetta, una capanna assolve la funzione di coprire, riparare, ma porta con sé i tratti di un racconto, di una narrazione per l’appunto. Cioè racconta la storia di quella famiglia, di quella persona, delle sue ambizioni in qualche maniera. Anche nella casa più modesta in qualche maniera c’è sempre dentro questo. Ed è lì che l’abitazione diventa interessante. L’architettura, quella pienamente umana, è quella che si mette a servizio di una narrazione.

Il Papa parla di una narrazione umana che ci parli di noi e del bello che ci abita…

Esattamente, è ciò di cui sto parlando. Un architetto è un costruttore ovviamente, ma è al tempo stesso una persona che umanisticamente appartiene al mondo, che ha una sua etica, che svolge un’attività per cui ha bisogno di parlare con la gente, conoscerla, capirla. Alla fine anche lui porta con sé un racconto e un messaggio, così come un poeta, uno scrittore… e tutti questi messaggi, perché possano essere significativi, devono essere poetici, poetici nel senso profondo della parola, cioè devono avere i caratteri della bellezza. Naturalmente per bellezza qui intendiamo quella giusta, quella di cui parla il Papa, collegata anche al senso del giusto e del buono, pensiamo al Kalòs kai agathòs dei greci e notiamo come in tutto il bacino mediterraneo la parola bello è associata al buono: nel sud Italia “bello” lo si dice anche di un piatto di pastasciutta. Anche in Africa è così, non esiste una parola che indichi una cosa bella e basta, una cosa bella è anche buona. In questa logica, la bellezza è necessaria. Se non c’è questa bellezza in questo suo scrivere il suo giornale, in quello che io cerco di fare nel mio spazio, in quello che dice il poeta, se non c’è questa bellezza il messaggio della narrazione non passa. C’è quella bella scena de Il Postino con Massimo Troisi, quando  Neruda-Noiret recita l’Ode al Mare e il postino gli dice: «Cos’è questa?». E Neruda risponde: «È una metafora  poetica». Allora  il postino gli chiede: «Ma me la spieghi?». E lui gli dice: «Ma io sono un poeta e quello che devo dire lo dico con la poesia, non ho altro modo di dirlo». 

E qui rispunta il tema del linguaggio.

Io sono architetto, non posso far passare il  mio messaggio attraverso le parole mettendomi a scrivere (cosa che non mi sogno nemmeno di fare): non è nel mio linguaggio, fallirei. Quello che ho da dire l’ho costruito facendo Beaubourg a Parigi, facendo la sede di «The New York Times», costruendo un ospedale in Grecia e così via… Esiste una connessione tra la mia narrazione e la dote che il Padre Eterno mi ha dato e di cui tutti, in modo diverso, siamo stati dotati e di cui dovremmo essere grati. Forse dovremmo provare ad accontentarci di quello che abbiamo ricevuto e cercare di usarlo bene. Stando attenti a non confonderci l’uno con l’altro, io lo dico sempre a tutti quanti: «Tu sai scrivere bene, fallo attraverso la scrittura; tu sai cercare, fallo attraverso la ricerca».

C’è però anche un lato negativo della narrazione, ne parla anche il Papa nel suo messaggio quando riflette sui rischi della comunicazione…

Senza dubbio, esiste un aspetto negativo, penso all’informazione, alle news. Sì, c’è anche un uso malato delle news, un uso strumentale, e questa è la tragedia delle fake news. L’uso che si fa delle parole, della narrazione per sedurre o per convincere, addirittura spingendosi fino a creare una narrazione falsa.

Ci può essere un’architettura malata?

Ci potrebbe essere. È il caso di un’architettura aggressiva, che non accoglie, che non dà spazio, che s’impone in qualche modo, è l’architettura che vuole persuadere, manipolare, un’architettura che diventa retorica. Ricordo quello che mi diceva Norberto Bobbio sul fatto che c’è moltissima gente che passa la propria esistenza a persuadere gli altri delle proprie idee, invece che dedicarla ad avere idee giuste. E questi sono i narratori malati, non  cattivi (poi ci sono anche quelli cattivi che raccontano una narrazione volutamente falsa per estorcere o per sedurre) perché questa forma di malattia di cui parla Bobbio è innocente, anche se molto diffusa, una malattia imparentata con il narcisismo. 

Sempre il Papa, parlando di recente in tema di educazione, ha detto che il segno di un buon sistema educativo è se è capace di creare poeti, che ne pensi?

Molto interessante. Detto meglio, è quello che stavamo dicendo prima. Se tu non sei capace, come cineasta, come scrittore, come scienziato, se non sei capace di tradurre tutto  in poesia, e quindi toccare emotivamente chi ti ascolta, il messaggio non riesce a passare, ti scivola via, è interessante, ma non colpisce il cuore. Non penetra profondamente, non ti fa nascere quella vibrazione interna. La dimensione della poesia è fondamentale. Questo mi fa venire in mente un’altra cosa: tutti i grandi scienziati che conosco sono tutte persone che si spingono fino al massimo e poi si fermano sempre di fronte a un mistero.  Ed essendo persone, uomini e donne intelligenti, restano in sospensione. C’è sempre un momento in cui ciò accade. In questo senso siamo tutti uguali. Poi c’è chi lo nega, chi non lo nega, c’è chi lo accetta all’ultimo istante. Ma noi esseri umani siamo tutti quanti accumunati da questa consapevolezza di un mistero che ci sorvola, ci supera. Anche questo ha a che fare con la poesia.

L’immigrazione negli USA nel quarto anno di presidenza Trump

Oltre al falso impeachment e alle false indagini anti-Trump, di una cospirazione contro la parte migliore della nazione americana fanno parte le azioni del potere globalista e immigrazionista, che si oppone a ogni misura volta a contenere l’invasione di immigrati. Una politica dell’immigrazione che non aumenti la già notevole confusione della società, e che sia gestibile da un bilancio federale le cui risorse sono occupate per il 70% dal welfare, è la priorità. Voci credibili affermano che il sistema USA dell’immigrazione può rimanere generoso pur tagliando eccessi ed anacronismi. Quelle voci affermano che leggi più vicine alla realtà sono necessarie: leggi che riformino il diritto di asilo, blocchino i fondi federali alle città-santuario (cioè rifugio di clandestini e piccoli criminali), chiudano le falle maggiori del sistema immigrazione. 

 

Riguardo all’immigrazione e dunque al futuro del paese, decisivo è l’esito delle elezioni del 2020. In primo luogo riguardo all’immigrazione legale, che prosegue come se vi fossero territori di frontiera da popolare e con insufficiente attenzione al merito e alle qualifiche dei richiedenti. Programmi come la catena migratoria (che consente arrivi senza limiti ai parenti, spesso anziani o malati, di chi è già immigrato) sono divenuti un incubo. Secondo dati della Homeland Security, negli ultimi 10 anni sono entrati negli USA, grazie alla “catena”, oltre 6 milioni di persone, su un totale di 10,8 milioni di immigrati legali. La richiesta di Trump di ridurre a proporzioni ragionevoli la catena migratoria, consentendo l’ingresso soltanto al coniuge e ai figli, e di mettere fine alla “lotteria”, che concede 50 mila ingressi l’anno assegnati con una lotteria in paesi dell’ex terzo mondo, non è stata accolta dal Congresso, che è il ramo legislativo del governo e che ha ampi poteri in materia di immigrazione. Come per le obsolete (di oltre un secolo) leggi sul diritto di asilo, come per la pratica del rilascio dei clandestini fermati sul confine purché si accompagnino a minorenni o purché si dichiarino perseguitati nel loro paese d’origine (cosa che fanno quasi tutti), come per la spaventosa illegalità delle città-santuario (in circa 200 città e contee gli immigrati illegali sono esenti da espulsioni anche per i colpevoli di reati), i Democratici in Congresso si oppongono a ogni cambiamento. Ciò di cui essi si occupano è di combattere Trump con accuse infondate. Peraltro anche alcuni senatori del GOP proteggono gli eccessi dell’immigrazione, senza dubbio in favore di datori di lavoro e grandi società che impiegano gli immigrati a costi del lavoro ridotti. 

 

Se Trump otterrà un secondo mandato e se il GOP avrà la maggioranza alla Camera, mantenendo quella in Senato, per l’immigrazione legale un cambiamento potrebbe venire dalla proposta di Trump del maggio 2019 per una riforma che dia priorità a criteri di merito. Benché la proposta non riduca il numero degli ingressi, benché sia fin troppo moderata oltre che in ritardo di anni, i Democratici alla Camera l’hanno respinta. La riforma riduce i visti concessi per legami familiari, elimina la “lotteria” e alza al 55% (dall’attuale 10%) il numero di visti rilasciati in base a criteri di merito. Tra tali criteri vi sono la certezza di un impiego, la conoscenza dell’inglese e un esame di cognizioni civiche. Nessuno parla, invece, della misura che a me sembra necessaria, cioè il blocco totale dell’immigrazione, per un anno o più: unico strumento in grado di consentire una qualche integrazione per i nuovi immigrati. Misura da unire a decise espulsioni verso chi commette reati o verso spacciatori, membri di gang criminali e altro. Troppi giudici sono pronti a bloccare anche le delibere più necessarie. Però Trump è il capo dell’esecutivo. I suoi elettori gli chiedono di agire. Durante il primo mandato, in materia di immigrazione gli esiti sono stati inferiori alle necessità. 

 

Per quanto riguarda l’immigrazione illegale, sul confine con il Messico, che è lungo 2300 km, circa 100 km di già esistenti steccati, spesso facili da superare, sono sostituiti da efficaci barriere di assi d’acciaio e, a inizio 2020, vi sono altri 21 km di nuove barriere. Ma l’obiettivo del governo Trump di 560 km di “muro” (cioè le nuove barriere) entro fine 2020 appare fuori portata. Il grave ritardo ha molti motivi, in primo luogo l’accanimento dei Democratici in Congresso nel non concedere i fondi necessari. Nei bilanci per il 2018 e per il 2019, le richieste di Trump al Congresso per finanziare il muro sono bloccate dall’opposizione di tutti i Democratici e di alcuni senatori Repubblicani. Il database elettronico, per il controllo sui datori di lavoro che impiegano illegali, non entra in vigore. Solo a inizio estate 2019 il governo Trump porta cambiamenti sul confine. Gli ingressi illegali scendono dai picchi di 130-140 mila al mese di aprile-maggio 2019, a cifre di 40-50 mila al mese a fine 2019. I decreti di Trump per modificare il “ferma-e-rilascia” applicato da due decenni, i cambiamenti al vertice di alcune agenzie della Homeland e gli accordi conclusi dal governo Trump con il Messico e i paesi centroamericani, spiegano la riduzione nei passaggi illegali, che comunque rimangono di entità destabilizzante. Nel 2019 gli immigrati illegali sono stati più di un milione, come nel 2012 e 2014. Alla cifra vanno aggiunti coloro che passano non visti e non fermati. 

 

La piaga delle città-santuario e degli stati-santuario (California, Illinois, New Jersey, Maryland) ha devastato la convivenza in intere contee. L’ex ministro della Giustizia Sessions provò ad annunciare il taglio dei finanziamenti federali alle città-santuario, ma cause legali fermarono la sua azione. Da oltre dieci anni quelle città ostacolano e di fatto combattono l’agenzia federale ICE, delegata all’arresto e all’espulsione dei clandestini responsabili di reati. Di recente, a metà febbraio 2020, il ministro della Giustizia William Barr (così tanto invocato da chi chiede giustizia, e così tanto in difficoltà nella battaglia contro la cospirazione) fa un passo avanti con l’avvertire i governi delle città-santuario che “potrebbero essere implicati” in processi penali per aver protetto clandestini e criminali. Barr comunica che tre denunce sono depositate in tribunale (verso gli stati della California e del New Jersey, e verso una contea nello stato di Washington) per aver impedito all’agenzia ICE di applicare la legge. Barr afferma anche che i procuratori locali che condonano reati commessi dagli immigrati illegali verranno perseguiti, e aggiunge: “Prenderemo in considerazione iniziative verso i politici che ostruiscono l’applicazione delle leggi”. Se si tratti di un reale giro di vite, o soltanto di buone intenzioni che non avranno seguito, è difficile dirlo. Io tendo alla seconda ipotesi. La stessa cosa vale per le recenti denunce della Homeland verso la città di New York per aver reso ufficiale la pratica di garantire agli immigrati illegali la patente di guida (il che significa: garantire il voto) e di impedire ad agenzie della Homeland (ICE e CBP) l’accesso all’anagrafe dei veicoli, in questo modo rendendo impossibile il negare benefici a chi ha commesso reati registrati da quell’anagrafe. A New York la protezione e il voto per gli illegali, o anche per chi ha commesso reati (come dimostrano le nuove regole per il “rilascio su cauzione”, che conducono alla scarcerazione di pericolosi criminali), sono priorità per politici come il sindaco De Blasio, attenti a ciò che essi definiscono “i diritti della comunità di immigrati”.

 

Da parte sua il DoJ (Department of Justice) di Barr ha ancora centinaia di alti funzionari, residui del governo Obama, che appartengono alla burocrazia dello “stato profondo” impegnato nella cospirazione contro Trump e contro i suoi elettori. Il risultato è che dopo oltre un anno di gestione Barr non uno solo tra i conduttori della sovversione ha pagato per gli illeciti commessi. Il risultato è anche che decine di procuratori non pagano per azioni giudiziarie dettate da scopi politici avversi al governo Trump. Ciò avviene mentre il presidente viene attaccato dal coro dei media più diffusi anche soltanto per esprimersi in favore dei diritti di un cittadino, come accade quando egli denuncia l’indecente persecuzione giudiziaria, basata su accuse false, del suo ex consigliere Michael Flynn o la condanna, decisa da giurati che sono attivisti politici, del suo ex collaboratore Roger Stone per un reato (aver mentito ad agenti dell’FBI o in Congresso) per il quale i vertici del DoJ, della CIA e dell’FBI di Obama restano impuniti. 

 

Ma torniamo al confine con il Messico. Troppi politici e con loro i maggiori media fingono di non vedere che i cartelli della droga controllano il confine sul lato messicano e fanno passare, insieme agli illegali, quantità di droghe letali. Nel 2019 sul confine i sequestri di droga sono aumentati e, per la prima volta da decenni, negli USA le morti da overdose sono diminuite. Le droghe pesanti che entrano nel paese sono un tema di tale rilevanza per la società americana da giustificare, da solo, la costruzione di un muro e altre misure di controllo. Secondo testimonianze dei vertici della CBP (gli agenti di confine), dopo anni di governo Obama in cui la loro voce era inascoltata e anche denigrata, essi hanno nuovi mezzi. All’interno degli USA, la battaglia del governo Trump contro le gang criminali importate (come la banda MS-13, che è composta da immigrati centroamericani) ha avuto esiti positivi. Il fatto che media come la CNN o la NBC, e politici come il sindaco di New York (o quello di Chicago, o quello di Los Angeles, e molti altri), cerchino di travisare persino la battaglia contro le gang criminali, e attaccare Trump anche su questo tema, è un indice del loro degrado. 

 

Per i politici Democratici dell’era Trump, per il globalismo, per l’immigrazionismo, la difesa della società non è priorità. Tantomeno la difesa della nazione storica. Gli immigrati vengono attirati con le garanzie di un welfare dove molti programmi sono strumenti di consenso politico dai tempi di Franklin Roosevelt e da un decennio sono a rischio di bancarotta. Se un presidente, Trump, definisce emergenza nazionale l’invasione di immigrati illegali e cerca di arginarla, intervengono giudici, spesso nominati da Obama, che bloccano le sue azioni. Si finge attenzione umanitaria per i migranti, mentre si promuove una nuova forma di schiavismo. Si finge di non vedere che difendere il confine dell’Afghanistan dalle infiltrazioni del terrorismo, e avere un confine aperto con il Messico, è un’aberrazione. Si distrugge la convivenza nelle città un tempo vetrina dell’America (Los Angeles, San Francisco, Filadelfia, Denver, ed altre) facendole divenire rifugi di clandestini. Tornano a diffondersi malattie infettive un tempo sradicate, in conseguenza dell’arrivo di immigrati non vaccinati in comunità già sature. A Los Angeles, una città dove vi sono 70 mila persone senza casa che vivono in tende sulle strade, ma il cui governo apre le porte ai nuovi immigrati, a Los Angeles, dove in ville lussuose risiedono i miliardari di Hollywood, a Los Angeles nel 2019 vi è un’epidemia di tifo, dai mucchi di rifiuti escono i topi, alcuni poliziotti vengono ricoverati con diagnosi di malattie infettive. In altre città-santuario vi sono epidemie di tubercolosi, di morbillo, di varicella. Sono tutte città governate dai Democratici. 

 

Inizio estate 2019 è il momento peggiore sul confine con il Messico. In un’intervista (con Maria Bartiromo) del maggio 2019, Trump definisce la situazione sul confine sud “un disastro”. Dalla Camera con maggioranza Democratica non arriva alcun aiuto. Però per due anni, 2017 e 2018, i Repubblicani hanno la maggioranza in Congresso e non agiscono sul tema immigrazione, mentre per mesi Trump si lascia bloccare da polemiche perfide e strumentali, come quelle dell’estate 2017 con le false accuse di “razzismo”. Poi nel marzo 2018 Trump approva un mega-bilancio che non stanzia fondi per il muro sul confine. Il recupero che egli realizza nel 2019 è importante ma tardivo. Da anni nei settori più trafficati del confine (per esempio nella zona di El Paso, Texas) vi è un costante flusso di clandestini per tutto il giorno e la notte. Se essi si presentano con un minorenne, vengono considerati “unità familiare” e passano. Molti bambini vengono “affittati” in paesi del Centroamerica, portati sul confine per far passare i clandestini, e poi rimandati indietro per ripetere la truffa. Prima della riduzione nel “ferma-e-rilascia” di fine estate 2019, gli agenti della Border Patrol fermano gli illegali a migliaia, ma non possono mandarli indietro; devono occuparsi delle loro condizioni sanitarie, e poi devono iniziare la pratica per inviarli davanti a un giudice che deliberi sulla loro richiesta di “asylum” (spesso l’unica parola in inglese che i clandestini conoscono quando volentieri si consegnano agli agenti): un garantismo che sembrerebbe eccessivo persino in Europa. Gli immigrati sanno di aver davanti a sé anni di welfare garantito, e i sindaci Democratici delle grandi città lo ribadiscono a ogni occasione. Chi nel 2018 o 2019, tra i politici o nei media o nella finanza o nelle università, permette che tale “disastro” prosegua, odia l’America, oltre che odiare Trump. E ciò fa parte della cospirazione che ha cercato di rovesciare Trump. Il senatore Repubblicano Ron Johnson dice: “Siamo troppo stupidi per cambiare le leggi”. Ma sul lato dei Democratici e del garantismo immigrazionista non si tratta di stupidità, ma di intenzione malvagia.

 

Per un anno, dall’estate 2018 all’estate 2019, la cifra dei migranti illegali che attraversano il confine sud è tra i 70 mila e i 140 mila al mese. Carovane di migliaia di migranti attraversano il Messico su autobus, su camion, sul tetto dei treni merci, diretti a nord. Ma negli USA figure pubbliche nel mondo del giornalismo o dello spettacolo, e troppi giudici, sostengono l’immigrazionismo senza freni: essi agiscono in malafede o in nome di un’ideologia lesiva della società. Dopo decenni di confini aperti, la nazione paga un prezzo di confusione sociale, di incremento nella diffusione del crimine e della droga, di crisi nell’istruzione primaria (in parte migliorata dalla “scelta della scuola” promossa dal governo Trump), di alti prezzi nella sanità (solo in parte ridotti dalla cancellazione degli obblighi più pesanti per il cittadino, e più utili alle assicurazioni, della Obamacare). I politici Democratici vogliono i confini aperti con obiettivi elettorali e i giudici di sinistra deliberano affinché l’invasione prosegua. 

 

Vi è poi il tema della Homeland Security. Da quando fu stabilita dopo l’11 settembre, la Homeland è un mega-dicastero, il più grande negli USA, con duplicati e troppi incarichi, che vanno dal controllo dei passaporti alla guardia costiera (Coast Guard), dall’agenzia per i trasporti (TSA) a quella per la gestione dei disastri naturali (FEMA). Trump la vuole riformare, ma senza il Congresso non lo può fare. Nella crisi sul confine sud la Homeland è a lungo incapace, secondo osservatori credibili, di interpretare le leggi in modo tale da ridurre l’invasione. Non lo ha fatto il ministro Kirstjen Nielsen, nominato nel 2017, né il ministro McAleenan, nominato nell’aprile 2019, il quale si lamentava fin troppo che la Homeland non poteva, senza nuove leggi, gestire la crisi (da fine 2019 ministro provvisorio è Chad Wolf). Le poche centinaia di militari che nel 2019 arrivano in soccorso sono autisti per portare gli immigrati negli ospedali, psicologi per assisterli, cuochi per preparare i pasti: non militari armati per chiudere un confine al di là del quale il territorio è controllato da gruppi criminali, forniti di armi di ogni tipo. Non ci sono strutture per detenere le decine di migliaia di persone al mese che arrivano. Non ci sono giudici per deliberare rapidamente sulle loro richieste di asilo. Non si può mandare indietro chi arriva da paesi non confinanti. Di conseguenza, fino all’estate 2019 vi è il rilascio quasi totale di chi arriva. Le leggi sono incongrue, ma la Homeland appare priva di iniziativa. Inoltre, davanti a un’invasione, il controllo del confine con il Messico affidato ai civili, cioè alla Homeland, è insufficiente. Non vi è alcun motivo per non impiegare i militari per impedire gli ingressi illegali.  Finalmente, da metà 2019 in poi, vi è una correzione: i numeri del “ferma-e-rilascia” scendono, viene posta qualche condizione al diritto di asilo, e si ottiene che decine di migliaia di migranti attendano in Messico la delibera di un giudice sulla loro richiesta di accoglienza. Ma il flusso dei migranti illegali prosegue, con numeri di 40-50 mila al mese. 

 

Quando nell’aprile 2019 su Fox News David Asman chiede a Brandon Judd (che è a capo del Border Patrol Council): “Quanta parte dei clandestini sono portati sul confine dai cartelli della droga, a cui versano un importo in denaro?”, la risposta è: “Tutti. I cartelli criminali controllano tutto. Non si attraversa il confine, se prima non si paga.”. Tra i suggerimenti che arrivano al presidente vi è quello di definire i cartelli messicani della droga come gruppi terroristi, il che consentirebbe interventi contro di loro sul suolo messicano. O vi è quello di un decreto per respingere i clandestini che eccedono la capacità di detenzione, perché le leggi sul diritto di asilo non possono essere un viatico per il suicidio nazionale. Benché la responsabilità del non agire sia del Congresso e dei Democratici, la mia opinione è che Trump avrebbe dovuto fare di più sul tema dell’immigrazione, e farlo prima: due anni prima dell’estate 2019. Di certo l’indecente guerra mediatico-giudiziaria condotta contro di lui, con le false indagini e le accuse infondate, lo hanno condizionato. Ma, forse, anche il suo passato di datore di lavoro lo induce a una qualche considerazione positiva dei flussi di immigrati. 

 

Un tema esplosivo è quello dei rifugiati che l’ONU dichiara in fuga da paesi ad alta densità di terrorismo e che gli USA accolgono. Obama ne portò il numero a 100 mila l’anno, Trump lo ha ridotto a 30 mila. Uno dei maggiori crimini contro la nazione americana fu compiuto negli anni Novanta quando l’ONU, in accordo con funzionari del Dipartimento di Stato e con ONG americane, ottenne di collocare decine di migliaia di rifugiati somali (poi divenuti centinaia di migliaia) i cui precedenti politici non furono esaminati e che erano ben poco desiderosi di integrarsi. Essi furono assegnati al Minnesota, cioè quello che era uno degli stati più intatti, più vergini, più delineati di chiarezza nordica, d’America (è rimasto tale solo nel nord dello stato). Negli anni successivi centinaia di essi furono arrestati per attività jihadiste. Senza consultare gli abitanti della città (che allora non aveva il sindaco facinoroso e di estrema sinistra che ha oggi), essi trasformarono Minneapolis, la capitale, in una tana di integralismo islamico, che due decenni dopo, nelle midterm del 2018, avrebbe eletto per la Camera una donna, nata in Somalia, la quale esibisce impunita affermazioni di odio antisraeliano e antiamericano. Quanto è accaduto a Minneapolis è documentato da Michelle Malkin nel libro Open Borders Inc. Who is funding America’s destruction, in cui l’autrice definisce questo e altri episodi di insediamento di rifugiati “il racket da un miliardo di dollari”.

 

Nel 2020, e se otterrà un secondo mandato, Trump deve opporsi a tale progetto distruttivo con ogni mezzo che gli fornisce il potere esecutivo. Per arrestare la china, o provare a farlo, non serve la moderazione. Gli argomenti inclusivi, il tono presidenziale e l’ottimismo reaganiano, che hanno dominato l’eccellente discorso di Trump sullo “stato dell’Unione” del febbraio 2020, non modificano la violenta opposizione che egli incontra in materia di controllo dell’immigrazione.  Con i poteri conferitigli dalla dichiarata emergenza nazionale, Trump deve costruire la barriera sul confine nella misura più estesa e più rapida possibile. Deve far applicare alla Homeland Security le leggi esistenti in modo innovativo, mettendo al vertice le persone più adeguate (come fa a metà 2019, con Ken Cuccinelli e Mark Morgan, per due agenzie della Homeland). Deve fermare gli ingressi, anche quelli legali, per un anno o più, per stabilizzare la società. Deve mandare migliaia di giudici sul confine, affinché la delibera sulla richiesta di asilo sia immediata. Deve far deportare almeno i responsabili di crimini. Deve, deve, deve. Il compito è colossale, ma anche dettato da esigenze vitali. Fino a quando i Democratici controllano la Camera, niente può arrivare dal Congresso in materia di immigrazione. Dunque si può agire solo con i poteri esecutivi. Non c’è un terreno comune. Non vi sono obiettivi comuni. Con le elezioni del 2020 la decisione spetta ai cittadini americani.

 

Continua a diminuire il numero di contagi causati dai virus influenzal

Continua a diminuire il numero di contagi causati dai virus influenzali, mentre sale quello dei casi gravi (118 persone) e dei decessi (24 casi).

Sono stati 656.000 gli italiani costretti a letto dall’influenza la scorsa settimana, per un totale, da metà ottobre a oggi, di circa 5.632.000 casi. Ad aggiornare le stime è il bollettino di sorveglianza epidemiologica Influnet, a cura dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Dopo aver raggiunto il picco tra fine gennaio e inizio febbraio, con 12,8 casi per mille assistiti, il livello di incidenza dell’influenza stagionale, nella settimana dal 10 al 16 febbraio è stato di intensità media, con 11 casi per mille assistiti.

Lombardia, Marche, Abruzzo e Basilicata le regioni maggiormente colpite. Intanto continuano a salire i casi gravi, che hanno portato a complicanze e a un ricovero in terapia intensiva.

Bologna: Uniform into the work/out of the work

Uniform into the work/out of the work è il nuovo progetto espositivo della Fondazione MAST curato da Urs Stahel e dedicato alle uniformi da lavoro, che attraverso oltre 600 scatti di grandi fotografi internazionali mostra le molteplici tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali diversi. Nate per distinguere chi le indossa, le uniformi da un lato mostrano l’appartenenza a una categoria, a un ordinamento o a un corpo, senza distinzioni di classe e di censo, dall’altro possono evidenziare una separazione dalla collettività. Le parole italiane “uniforme” e “divisa” evocano, allo stesso tempo, inclusione ed esclusione.

Uniform into the work/out of the work comprende una mostra collettiva sulle divise da lavoro nelle immagini di 44 fotografi e un’esposizione monografica di Walead Beshty, che raccoglie centinaia di ritratti di addetti ai lavori del mondo dell’arte incontrati dall’artista nel corso della sua carriera, per i quali l’abbigliamento professionale, estremamente differenziato e individualistico, rispetta una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme.

È Kristian Ghedina l’Aquila del Carnevale 2020

Sarà Kristian Ghedina il protagonista del Volo dell’Aquila 2020. Il campione italiano con più vittorie negli anni 90 nella discesa libera di Coppa del Mondo di sci alpino, volerà, domenica 23 febbraio alle 12.00, dal Campanile di San Marco sul palco della piazza per il tradizionale evento che ha visto, prima di lui, tra le Aquile sportive, Giusy Versace (2015), Carolina Kostner (2014), Francesca Piccinini (2013), Fabrizia d‘Ottavio (2012).

Il discesista di Cortina D’Ampezzo, con un abito ideato dall’Atelier Pietro Longhi si calerà dal campanile sventolando la bandiera dei prossimi Campionati Mondiali di sci alpino 2021, di cui è Ambassador – il grande evento che si terrà a Cortina e che precederà le Olimpiadi del 2026 – e interpreterà una versione originale di “discesa libera” questa volta non sulla neve ma “in aria” sullo sfondo della piazza più bella del mondo rievocando una delle sue imprese più memorabili, la “folle” spaccata a 140km/h fatta sullo schuss finale di Kitzbuhel nel 2004, storica gara austriaca patrocinata da Red Bull che da sempre “mette le ali” ai talenti del mondo dello sport. Il brand, per il quarto anno consecutivo è main partner del Carnevale di Venezia.

Il Volo dell’Aquila anche quest’anno vuole essere, quindi, un riconoscimento al mondo dello sport, ai suoi valori e alla sua profonda valenza educativa ma anche un messaggio di sostegno per i Mondiali di sci alpino 2021 e, successivamente, le Olimpiadi Invernali che si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026 a Milano e Cortina.

Ad attendere Kristian Ghedina, sul colorato palco del Carnevale di Venezia 2020, ci sarà la conduttrice televisiva Cristina Chiabotto, già madrina della manifestazione nel 2006.

Prima del volo, sfileranno le maschere dei cortei storici del Cers coordinati da Massimo Andreoli. Al pomeriggio, a partire dalle 15.30, il gran finale della maschera più bella.

Il Movimento Cristiano dei Lavoratori affronta i mali di Roma senza indicare un chiaro sbocco politico.

Il dibattito sui mali di Roma deve continuare: è questo il senso dell’iniziativa che il Movimento cristiano lavoratori (Mcl), nato agli inizi degli anni ‘70 da una doppia scissione a destra delle Acli, ha organizzato ieri pomeriggio a Roma. Nel corso dell’incontro sono stati presentati alla stampa gli atti del convegno “Dai mali, le idee: proposte per Roma” che si è tenuto lo scorso 30 ottobre all’Ara Pacis.

Il maggior contributo reca la firma di Pietro Giubilo, già segretario romano dc e per 11 mesi sindaco della città (agosto 1988-luglio 1989), che nel precedente incontro aveva svolto la relazione più densa sul piano programmatico.

Dagli interventi sono emersi ulteriori proposte e progetti per il rilancio di Roma, che saranno approfonditi in altre iniziative ad hoc, sia confrontandosi con le categorie economiche sia andando nelle periferie dove sono presenti e attive sul territorio sedi di Mcl e dei suoi servizi.

“È un percorso che continueremo fino alle prossime elezioni amministrative e anche dopo, se necessario, richiamando tutti, in primis il mondo cattolico, alla disponibilità di un impegno per Roma e i suoi cittadini”, ha detto il presidente del Movimento, Carlo Costalli, a conclusione dei lavori.

La nota più significativa di questa mobilitazione in chiave cattolico moderata è lo sforzo teso ad aggiornare le grandi linee socio-urbanistiche su cui, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, è cresciuto il dibattito sul governo della città.

È mancato tuttavia un chiaro ragionamento sulle future scelte di ordine elettorale. Il Movimento, di certo, non confonde il piano sociale con quello politico. Tuttavia, in questa fase di larvato desiderio unitario dopo anni di diaspora susseguente alla scomparsa della Dc, bisogna capire se e come può intervenire la ripresa di autonomia (al centro) dei cattolici fino a ieri alleati di Berlusconi.

L’orgoglio di Giubilo, ora che si guarda alle res gestae democristiane con più serenità e interesse, merita indubbiamente rispetto. Se però resta solo orgoglio finisce per isterilirsi, non avendo respiro politico. 

Per questo è necessario che ulteriori sviluppi precisino il senso e la portata dell’iniziativa  utilmente avviata dal Mcl nazionale e romano.

Brexit: La Grecia rivuole i marmi del Partenone

La prossima battaglia che il Regno Unito dovrà combattere nei negoziati commerciali post-Brexit con l’Ue sarà sui “Marmi Elgin”, le decorazioni del Partenone di Atene conservate al British Museum di Londra.

Il governo di Atene ha, infatti, chiesto di inserire nel futuro trattato commerciale tra Ue e Regno Unito clausola che obbligherebbe il paese a restituire tutte le opere giunte nelle nelle sue collezioni nel corso dei secoli, tra cui i “Marmi Elgin”.

Il Regno Unito si è sempre rifiutato di restituire alla Grecia i fregi del Partenone all’epoca in cui venne aperto ad Atene il grande museo ai piedi dell’Acropoli. Le grandi  placche scolpite vennero prese all’inizio del XIX secolo per  decisione dell’ambasciatore britannico Lord Elgin.

Secondo Londra i sovrani ottomani avevano dato il permesso di trasferirle a Londra, ma per la Grecia si tratta di una concessione fatta da un occupante il territorio ellenico da  considerare non legale.

Intanto si apre un altro caso: la Gran Bretagna post Brexit chiuderà le porte ai lavoratori non qualificati e a chi non parla inglese. Sono  queste le nuove linee sull’immigrazione presentate dal governo di Boris Johnson, basate su un sistema a punti simile a quello australiano.

Fra le misure elencate sul sito del Guardian viene anche specificato che alla frontiera non verranno più accettate carte d’identità di paesi come Francia e Italia. Secondo il quotidiano il  motivo è di evitare che lavoratori extra Ue ingannino il sistema con carte d’identità falsificate.

 

La settimana dell’amministrazione aperta

La Settimana dell’Amministrazione Aperta (#SAA2020), quest’anno alla sua quarta edizione, è una iniziativa collettiva, promossa e coordinata dal Dipartimento della funzione pubblica nell’ambito della partecipazione italiana all’Open Government Partnership. Sette giorni, da lunedì 2 a domenica 8 marzo, dedicati a sviluppare su tutto il territorio nazionale la cultura e la pratica della trasparenza, della partecipazione e dell’accountability, sia nelle amministrazioni pubbliche che nella società civile. Possono partecipare cittadini, enti pubblici, associazioni e chiunque abbia interesse ad approfondire i temi del governo aperto.

Come già avvenuto nelle precedenti edizioni, anche quest’anno la Settimana dell’Amministrazione Aperta si pone l’obiettivo di chiamare a raccolta tutte le persone che a vario titolo e nelle modalità più diverse si impegnano a rendere la pubblica amministrazione italiana un luogo più aperto al confronto, più trasparente per i cittadini e più aperto all’innovazione.

Per conoscere ed essere aggiornati sulle iniziative si può fare riferimento alla mappa dinamica disponibile sul sito Open Gov Italia. Chiunque voglia proporre un’iniziativa da promuovere nella Settimana dell’Amministrazione Aperta può compilare il form dell’iniziativa e chiedere che venga inserito nell’elenco ufficiale degli eventi.

Il programma della settimana prevede seminari, sia online che in presenza, hackathon, dibattiti pubblici, pubblicazione di documenti e report, rilascio di dati in formato aperto e altre iniziative volte a mettere a disposizione di cittadini e pubbliche amministrazioni strumenti utili ad attuare i principi dell’Open Government, appuntamenti rivolti a chiunque voglia saperne di più sui temi al centro delle iniziative.

Intesa Sanpaolo-Ubi verso una nuova banca

Intesa Sanpaolo  ha lanciato nei giorni scorsi un’offerta volontaria e totalitaria sul 100% delle azioni di Ubi banca. Il valore dell’operazione ammonta a 4,9 miliardi di euro. La formula scelta è quella dell’Ops, ovvero un’Offerta pubblica di scambio attraverso la quale Intesa offrirà 17 azioni per ogni 10 azioni Ubi possedute.

La cifra messa sul piatto da Intesa corrisponde a una valutazione di Ubi banca pari a 0,6 volte il patrimonio tangibile e 12 volte gli utili attesi per 2020 .

Se l’operazione andrà in porto nascerà la terza banca europea per capitalizzazione di mercato, che salirà a 48 miliardi di euro, e la settima per ricavi, a quota 21 miliardi, con impieghi per circa 460 miliardi di euro e 1,1 trilioni di euro di risparmio degli italiani in gestione.

L’operazione non avrà nessun impatto per gli azionisti a cui Messina assicura un dividendo di 0,2 euro sul 2020, superiore a 0,2 euro sul 2021, con l’impegno, anche nel futuro, a mixare alte cedole e un solido capitale.

 

#Rispettiamocinstrada: manifestazione nazionale per la sicurezza stradale.

#Rispettiamocinstrada nasce da un Appello, firmato da oltre 200 sigle e consegnato al Presidente della Repubblica, che chiede  al governo misure urgenti per fermare le morti causate dagli incidenti stradali. Una strage silenziosa che sta rendendo sempre più pericolose e invivibili le nostre strade e le nostre città.

Il corteo partirà alle 11 di domenica 23 febbraio dal Colosseo per raggiungere largo Chigi dove la manifestazione si concluderà con una performance di bici e musica e la lettura dell’Appello. Tra le richieste: disincentivare l’utilizzo delle auto private a favore dei mezzi pubblici, più strumenti per il controllo delle violazioni, opere infrastrutturali per aree urbane con limite a 30km/h, spazio e facilitazioni per la circolazione di pedoni e biciclette, via libera alla micromobilità elettrica.

Una protesta festosa per famiglie e bambini, pedoni, ciclisti, diversamente abili e  monopattini elettrici,  a cui Legambiente parteciperà con convinzione:  basta con l’idea che le strade appartengono solo alle auto!

Premi David di Donatello 2020: tutte le candidature

Queste le candidature ai Premi David di Donatello 2020 dei film usciti al cinema dal 1˚ gennaio al 31 dicembre 2019, votate dal 7 gennaio all’8 febbraio 2020 dai componenti la Giuria dell’Accademia.

Il record di nomination lo ha conquistato Il traditore di Marco Bellocchio con 18 candidature, comprese quelle per miglior film e miglior regia. Di seguito Il Primo Re di Matteo Rovere e Pinocchio di Matteo Garrone con 15. Martin Eden di Pietro Marcello ne ha accumulate 11, 5 è il numero perfetto di Igort 9 e Suspiria di Luca Guadagnino 6.

David di Donatello 2020: le nomination
Miglior film:

Il primo re
Il traditore
La paranza dei bambini
Martin Eden
Pinocchio
Miglior regia:

Matteo Rovere (Il primo re)
Marco Bellocchio (Il traditore)
Claudio Giovannesi (La paranza dei bambini)
Pietro Marcello (Martin Eden)
Matteo Garrone (Pinocchio)
Miglior regista esordiente:

Igort (5 è il numero perfetto)
Phaim Bhuiyan (Bangla)
Leonardo D’Agostini (Il campione)
Marco D’Amore (L’immortale)
Carlo Sironi (Sole)
Miglior sceneggiatura originale:

Bangla
Il primo re
Il traditore
La dea fortuna
Ricordi?
Miglior sceneggiatura non originale:

Il sindaco del rione Sanità
La famosa invasione degli orsi in Sicilia
La paranza dei bambini
Martin Eden
Pinocchio
Miglior attore protagonista:

Toni Servillo (5 è il numero perfetto)
Alessandro Borghi (Il primo re)
Francesco Di Leva (Il sindaco del rione Sanità)
Pierfrancesco Favino (Il traditore)
Luca Marinelli (Martin Eden)
Miglior attore non protagonista:

Carlo Buccirosso (5 è il numero perfetto)
Stefano Accorsi (Il campione)
Fabrizio Ferracane (Il traditore)
Luigi Lo Cascio (Il traditore)
Roberto Benigni (Pinocchio)
Miglior attrice protagonista:

Valeria Bruni Tedeschi (I villeggianti)
Jasmine Trinca (La dea fortuna)
Isabella Ragonese (Mio fratello rincorre i dinosauri)
Linda Caridi (Ricordi?)
Lunetta Savino (Rosa)
Valeria Golino (Tutto il mio folle amore)
Miglior attrice non protagonista:

Valeria Golino (5 è il numero perfetto)
Anna Ferzetti (Domani è un altro giorno)
Tania Garribba (Il primo re)
Maria Amato (Il traditore)
Alida Baldari Calabria (Pinocchio)
Miglior film straniero:

C’era una volta a Hollywood
Green Book
Joker
L’ufficiale e la spia
Parasite (Vincitore)
Miglior cortometraggio:

Inverno di Giulio Mastromauro (Vincitore)
Miglior produttore:

Bangla
Il primo re
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio
Migliore autore della fotografia:

Daniele Ciprì (Il primo re)
Vladan Radovic (Il traditore)
Francesco Di Giacomo (Martin Eden)
Nicolaj Bruel (Pinocchio)
Daria D’Antonio (Ricordi?)
Migliore musicista:

L’orchestra di Piazza Vittorio (Il flauto magico di Piazza Vittorio)
Andrea Farri (Il primo re)
Nicola Piovani (Il traditore)
Dario Marianelli (Pinocchio)
Thom Yorke (Suspiria)
Migliore canzone originale:

Festa (Bangla, musiche di Aiello)
Rione Sanità (Il sindaco del Rione Sanità)
Un errore di distrazione (L’ospite)
Che vita meravigliosa (La dea fortuna, musiche di Antonio Diodato)
Suspirium (Suspiria)
Migliore scenografia:

Nello Giorgetti (5 è il numero perfetto)
Tonino Zera (Il primo re)
Andrea Castorina (Il traditore)
Dimitri Capuani (Pinocchio)
Inbal Weinberg (Suspiria)
Migliore costumista:

Nicoletta Taranta (5 è il numero perfetto)
Valentina Taviani (Il primo re)
Daria Calvelli (Il traditore)
Andrea Cavalletto (Martin Eden)
Massimo Cantini Parrini (Pinocchio)
Migliore truccatore:

Andreina Becagli (5 è il numero perfetto)
Roberto Pastore, Andrea Leanza, Valentina Visintin e Lorenzo Tamburini (Il primo re)
Dalia Colli e Lorenzo Tamburini (Il traditore)
Dalia Colli e Mark Coulier (Pinocchio)
Fernanda Perez (Suspiria)
Miglior acconciatore:

Marzia Colomba (Il primo re)
Alberta Giuliani (Il traditore)
Daniela Tartari (Martin Eden
Francesco Pegoretti (Pinocchio)
Manolo Garcia (Suspiria)
Migliore montatore:

Gianni Vezzosi (Il primo re)
Jacopo Quadri (Il sindaco del rione Sanità)
Francesca Calvelli (Il traditore)
Aline Hervé e Fabrizio Federico (Martin Eden)
Marco Spoletini (Pinocchio)
Miglior suono:

5 è il numero perfetto
Il primo re
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio
Migliori effetti visivi VFX:

Giuseppe Squillaci (5 è il numero perfetto)
Francesco Grisi a Gaia Bussolati (Il primo re)
Rodolfo Migliari (Il traditore)
Theo Demeris e Rodolfo Migliari (Pinocchio)
Luca Saviotti (Suspiria)
Miglior documentario:

Citizen Rosi
Fellini fine mai
La mafia non è più quella di una volta
Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari
Selfie

Posti in piedi al cinema

“Sold out” ieri pomeriggio-sera al cinema Broadway di Centocelle, fino agli anni ’70 prima  periferia di Roma successivamente trasformatasi in quartiere piccolo borghese della Capitale. Oltre trecento persone hanno affollato la sala principale dello storico cinema di quartiere non per assistere alla proiezione del film di successo del momento ma per partecipare alla manifestazione di presentazione  a Roma di “BaseRiformista”, la recente iniziativa politico-culturale avviata all’interno del Partito Democratico. Un folto gruppo di dirigenti, iscritti, militanti e semplici simpatizzanti che intendono portare il loro particolare contributo alla azione politica del Partito Democratico si sono riconosciuti nei valori, nelle idee e nei programmi  di questa realtà nella quale qualcuno, con non eccessiva fantasia,ha voluto individuare l’ennesima “corrente” del Partito Democratico. Più precisamente, e anche più sarcasticamente, la corrente dei “renziani” che non hanno aderito alla iniziativa scismatica di Italia Viva. 

Correntismo  e sarcasmo a parte, BaseRiformista e la sua emanazione cittadina RomaRiformista si muovono lungo un percorso che prende le mosse dalla intuizione primigenia del Partito Democratico e si snoda seguendo i principi illustrati  e condivisi al Lingotto ormai una decina di anni fa. Principi, idee e programmi che per cause molteplici e tutte diverse l’una dall’altra non hanno trovato se non scarsa accettazione ed attuazione, facendo restare nel cassetto il sogno di un partito a vocazione maggioritaria, democratico, popolare, liberale, laico, riformista, ed europeista.

La fusione “a freddo” non è riuscita,le culture  costituenti,quella cattolica post-democristiana,quella socialdemocratica post-comunista e quella radical-ambientalista non si sono correttamente contaminate ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Da questa constatazione intende riprendere il filo del discorso BaseRiformista che,saldamente ancorata all’interno del Partito Democratico,si propone alla comunità degli iscritti, degli elettori  con i suoi modelli di partito e di società aperti ed inclusivi.

Giuseppe Fioroni,nel suo discorso di apertura dell’incontro ha ribadito la convinzione,sua e di tutti i presenti, che il Partito Democratico è ancora il solo ed unico strumento credibile di Governo di questo Paese, ma che lo stesso Partito Democratico o si manifesta realmente come una forza politica aperta a tutte le istanze di una società moderna ed attenta a tutti i cambiamenti ma anche a  tutte le culture politiche di riferimento oppure si condanna ad una presenza meramente testimoniale di una idea di società primo novecentesca ormai sorpassata ed anacronistica.

Il Partito Democratico deve quindi  aprirsi a strati sociali, culturali ed economici  i più diversi, accettandone e metabolizzandone il portato politico, altrimenti si avvierà verso un declino nemmeno troppo lento che lo condurrà ad essere l’ennesima occasione persa da questo Paese.

E su questa linea Lorenzo Guerini ha concluso la manifestazione ribadendo,tra l’altro, la posizione espressa Patrizia Prestipino in ordine alla sicura permanenza degli amici di BaseRiformista all’interno del Partito ed all’impegno per riportare Roma ad una Amministrazione decente e dignitosa e ricordando al Segretario Nìcola Zingaretti che la missione che la stessa BaseRiformista si è data fin dal primo momento della sua costituzione è quella di aiutare il Partito ad “andare avanti e non dietro”.

 

Dio è morto? A Bologna un incontro con Francesco Guccini e il Cardinal Matteo Zuppi

Sabato 29 febbraio, alle 17.45, nell’Aula Magna di Santa Lucia in via Castiglione, 36 a Bologna, si svolgerà l’evento “Dio è morto? Alla ricerca di qualcosa che non trovano” che, dopo i saluti del Rettore Francesco Ubertini, vedrà gli interventi del S. E. Card. Matteo Zuppi e di Francesco Guccini, stimolati dal direttore di QN il Resto del Carlino Michele Brambilla.

L’Alma Mater di Bologna ospita in Aula Magna l’evento organizzato da “Il Resto del Carlino” per un confronto sui grandi temi riproposti dalla canzone degli anni ’60 e divenuta immortale, accompagnando tragicamente la gioventù di quegli anni.

Un dibattito organizzato nell’ambito del programma di eventi collaterali della mostra “NOI. Non erano solo canzonette” in scena a Palazzo Belloni a Bologna.

L’evento è aperto al pubblico, con ingresso libero previa registrazione.

Per soddisfare le numerose richieste, sarà possibile assistere al confronto in diretta streaming. Nei prossimi giorni, sul sito dell’Alma Mater, verranno comunicate le modalità di registrazione e i dettagli per seguire la diretta streaming.

Parlamento europeo: al via le candidature per il “Premio del cittadino europeo 2020”

Ogni anno il Parlamento europeo assegna il “Premio del cittadino europeo”. Questo premio è un premio per risultati eccezionali nelle seguenti aree:

  • Progetti che promuovono una migliore comprensione reciproca e una maggiore integrazione tra i cittadini degli Stati membri o facilitano la cooperazione transfrontaliera o transnazionale all’interno dell’Unione europea.
  • Progetti che prevedono una cooperazione culturale a lungo termine, transfrontaliera o transnazionale che contribuiscono al rafforzamento di uno spirito europeo.
  • Progetti collegati all’attuale Anno europeo (se applicabile). 
  • Progetti che esprimono concretamente i valori sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Le giurie nazionali selezioneranno un massimo di cinque candidati per Paese e sarà compito di una “Cancelleria”, presieduta dal presidente del Parlamento europeo, indicare un massimo di 50 vincitori (di cui almeno uno per ogni Paese membro) entro il luglio prossimo. A novembre, presso il Parlamento europeo la cerimonia di premiazione.

Per candidarti o nominare qualcuno, premi qui.

Scadenza: 20 aprile (23:59, ora di Bruxelles)

Il clima sconvolge i mercati, sui banchi fave e asparagi

Sui banchi sono arrivate con oltre un mese di anticipo le primizie per effetto di un inverno anomalo segnato da temperature bollenti che hanno mandato in tilt le colture lungo tutta la Penisola con la raccolta delle fave nel Lazio avviata molto prima del tradizionale appuntamento del primo maggio, ma anche l’arrivo delle fragole in Puglia e dei primi asparagi in Veneto. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica sugli effetti concreti dei cambiamenti climatici in un inverno che ha fatto registrare fino ad ora nel Vecchio Continente temperature di 3,1 gradi superiori la media di riferimento (1981 -2010). sulla base dei dati del Copernicus Climate Change Service relativi ai mesi di dicembre e gennaio.

Il caldo fuori stagione – sottolinea la Coldiretti – ha stravolto completamente i normali cicli colturali e di conseguenza anche le offerte stagionali presenti su scaffali e bancarelle in questo periodo dell’anno. Per non cadere nell’inganno dei prodotti importati spacciati per Made in Italy è importante tuttavia verificare sempre l’origine nazionale in etichetta che – precisa la Coldiretti – è obbligatoria per la frutta e verdura e privilegiare gli acquisti direttamente dagli agricoltori nelle aziende o nei mercati di campagna Amica dove i prodotti sono anche piu’ freschi e durano di piu’.

Se nei banchi del mercato di Campagna Amica di Roma gli agricoltori offrono anche agretti, carciofi romaneschi, erbe spontanee come il papavero e le fave che sono già presenti anche in Puglia insieme alle fragole arrivate prima di alcune settimane e già pronte al consumo, mentre in Veneto ci sono addirittura già le chiocciole risvegliate in netto anticipo dal letargo insieme ai primi asparagi.

La natura è in tilt e a macchia di leopardo lungo la Penisola dove – riferisce la Coldiretti – si sono verificate fioriture anticipate delle mimose in Liguria e dei mandorli in Sicilia e Sardegna dove iniziano a sbocciare le piante da frutto, ma in Abruzzo sono in fase di risveglio, con un anticipo di circa un mese, gli alberi di susine, pesche mentre gli albicocchi in Emilia e in Puglia hanno già le gemme. Un clima pazzo che non aiuta certamente la programmazione colturale in campagna ma espone le piante anche al rischio di gelate nel caso di brusco abbassamento delle temperature con conseguente perdita delle produzioni e del lavoro di un intero anno.

Se la lunga assenza di piogge e le temperature insolitamente miti di questo strano inverno ha appena portato la Protezione civile dell’Emilia-Romagna a segnalare il pericolo di incendi boschivi per il restante mese di  febbraio, al Sud si fanno i conti con l’allarme siccità in campagna e  si riscoprono addirittura le messe con preghiere propiziatoria come quella che si è svolta nella Chiesa Madre San Nicola di Bari a Gibellina in provincia di Trapani in Sicilia dove in vaste aree dell’isola i campi sono aridi e i semi non riescono neanche a germinare ma la mancanza di acqua ed il vento minaccia anche le lenticchie di Ustica e problemi nella zona del ragusano ci sono nei pascoli per l’erba è secca e si temono speculazioni sul prezzo del fieno per alimentare gli animali. In Basso Molise – spiega la Coldiretti – i terreni secchi seminati a cereali rischiano di non far germogliare ed irrobustire a dovere le piantine ma difficoltà riguardano anche agli ortaggi che già necessitano di irrigazioni di soccorso. La situazione è critica dalla Puglia alla Basilicata fino alla Sardegna.

In Puglia – continua la Coldiretti – la disponibilità idrica è addirittura dimezzata in 12 mesi con circa 140 milioni di metri cubi contro i 280 di un anno fa secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Anbi che registra difficoltà anche in Umbria con il 75% di pioggia in meno rispetto allo scorso anno caduta nel mese di gennaio. In Basilicata mancano all’appello circa 2/3 delle risorse idriche disponibili rispetto a Febbraio 2019 ed oggi sono pari a 257 milioni di metri cubi, ovvero 162 milioni di metri cubi in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Una emergenza che – precisa la Coldiretti – è stata al centro di un incontro della Coldiretti lucana perché rappresenta un grave pericolo per l’agricoltura di qualità dell’intero territorio provinciale ed in particolare del metapontino, quale zona maggiormente vocata alla produzione di colture frutticole e orticole. Ma difficoltà – continua la Coldiretti – si registrano anche in Sardegna il Consorzio di Bonifica di Oristano hanno addirittura predisposto a tempo di record l’attivazione degli impianti per l’irrigazione per garantire acqua ai distretti colpiti dalle grave siccità a causa della mancanza di piogge a seguito alle segnalazioni relative alle colture in sofferenza per il perdurare dell’assenza di precipitazioni.

L’andamento anomalo di questo inverno conferma dunque – continua la Coldiretti – i cambiamenti climatici in atto che si manifestano con la più elevata frequenza di eventi estremi e sfasamenti stagionali che sconvolgono i normali cicli colturali ed impattano sul calendario di raccolta e sulle disponibilità dei prodotti che i consumatori mettono nel carrello della spesa. L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con sfasamenti stagionali ed eventi estremi che hanno causato una perdita in Italia di oltre 14 miliardi di euro nel corso del decennio tra produzione agricola nazionale, strutture e infrastrutture rurali.

Organoidi (cervelli in provetta) per studiare i tumori cerebrali pediatrici

Fanno ammalare gli organoidi (cervelli in provetta) per trovare una cura che funzioni nella realtà sui piccoli pazienti colpiti da tumori cerebrali. Gli organoidi, creati a centinaia nei laboratori dell’Università di Trento, sono utili per comprendere i meccanismi genetici del cancro al cervello in età pediatrica e a trovare nuove cure per queste malattie ancora poco curabili. Il gruppo di ricercatori coinvolti nello studio ha sviluppato, in questo modo, un nuovo modello per studiare i tumori cerebrali nei primi anni di vita.

La ricerca, appena pubblicata sulla rivista Nature Communications, è stata svolta dall’Università di Trento, che ha coordinato un gruppo di ricerca che coinvolge, con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, anche Sapienza Università di Roma e l’Irccs Neuromed, Istituto neurologico mediterraneo, di Pozzilli (Isernia). Lo studio ha potuto contare sul sostegno della Fondazione Armenise-Harvard, di Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e della Fondazione Caritro di Trento.

Gli organoidi sono stati utilizzati per ricreare dei tumori in laboratorio e i risultati aprono nuove prospettive nella ricerca contro i tumori al cervello poiché in futuro potrebbero permettere di produrre una grande quantità di tumori in laboratorio a costi ridotti rispetto alle precedenti tecnologie e perciò di effettuare screening ampi per valutare nuovi farmaci.

Il tumore al cervello è la prima causa di morte per cancro nei bambini. I tumori cerebrali sono patologie aggressive che necessitano di trattamenti multidisciplinari e integrati. Sebbene numerosi passi avanti siano stati fatti nel trattamento di queste malattie, i pazienti che guariscono possono presentare effetti collaterali a lungo termine che influiscono significativamente sulla qualità della vita. Quando poi il tumore si ripresenta a distanza di tempo, le terapie sono generalmente inefficaci. Il medulloblastoma, oggetto di studio di questo lavoro, è il tumore maligno del sistema nervoso centrale più frequente nei bambini. Oggi, la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di medulloblastoma si aggira intorno al 70%.

«Il Bambino Gesù – spiega l’oncoematologa Evelina Miele – ha contribuito in maniera sostanziale allo studio, grazie alla ultradecennale esperienza nel campo della ricerca e dell’assistenza sul medulloblastoma. In questo studio, frutto della collaborazione di prestigiose istituzioni italiane, i ricercatori dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede hanno permesso una migliore caratterizzazione degli organoidi tumorali sfruttando un potente strumento di diagnostica e di ricerca, il profilo di metilazione del DNA, a oggi disponibile in Italia solo presso i nostri laboratori». 

De Mita, la DC ed il Cile

Il direttore dell’Osservatore Romano Andrea Monda ha pubblicato lo scorso 4 febbraio una bella intervista con Ciriaco De Mita. Il quale appare lucido e convincente come sempre, sia nella rivendicazione del proprio popolarismo sturziano, che nel racconto del proprio rapporto dialogico con i vari Papi e con il card. Martini, con Kohl e Gorbaciov, come pure infine nel giudizio lapidario sulla fine della DC : dal 1947 in poi, mentre  realizzava una crescita accelerata del Paese che altrove si era sviluppata lungo secoli, la DC trasformava in democratica un’Italia che era reazionaria; dopo il 1989 il processo democratico e la funzione della DC hanno perso vigore, non c’è stato più pensiero e ha prevalso la convenienza.

A inizio della seconda parte della chiacchierata il giornalista stimola De Mita con una domanda sul Cile post Allende, che può sembrare strana o bizzarra nel contesto di una intervista fino a quel momento tracciata sui fili dei richiami ideali e del dibattito politico italiano. Dico che può sembrare strana, ma solo perché purtroppo una delle conseguenze della fine improvvisa e senza eredi che non siano macchiette, dei grandi partiti politici, è la mancanza di rapporti, spesso anche di conoscenza, con le realtà politiche degli altri Paesi, degli altri Continenti. Gli Stati Uniti li conosciamo per le bizze di Trump, la Cina per la politica economica espansiva ed ultimamente per il virus epidemico, l’Europa per la cristallizzazione delle strutture burocratiche, la contrapposizione tra visioni efficientiste e protezionistiche a dispetto delle istanze comunitarie: conseguenze forse di un allargamento troppo frettoloso a tanti nuovi partner arrivati nell’Unione più per fruire che per condividere.

La Gran Bretagna la conosciamo da poco nella nuova ma in realtà vecchia veste dell’isolazionismo, e dovremo farci i conti assumendo anche noi una nuova mentalità. Ma chi sa qualcosa dell’America Latina, dell’Africa, dell’Asia (dove un solo Paese, l’India, ha un miliardo e trecento milioni di abitanti?). Non voglio scandalizzare nessuno, ma in certo senso capisco il ritorno dei nazionalismi, sia quelli colti che quelli rozzi e salviniani. Solo il superamento dei vecchi steccati statuali e nazionalistici, solo l’abbandono di una visione ottocentesca di un equilibrio basato sui confini, in un confronto mondiale dove le distanze dei territori sono pressoché annullate dalla globalizzazione e dalla velocizzazione dei rapporti, come con splendido e profetico richiamo alla civilizzazione italica ci ripete Piero Bassetti, altro lucido e brillante coetaneo di De Mita, ci potranno ridare la giusta cifra del nostro vivere glocale.

Negli anni ’70 ed ’80 non c’era chiusura, tutto andava meno veloce, ma c’era più curiosità, più voglia di conoscere e partecipare, in particolare quando scoprivamo assonanze o fratellanze politico-ideali. Ciriaco De Mita proveniva per nascita dall’Italia chiusa e provinciale anteguerra mondiale, ma da fine intellettuale fin dagli studi alla Cattolica, ospite del Collegio Augustinianum come un altro grande intellettuale di quattro anni più anziano, don Filippo Franceschi, prematuramente morto quand’era arcivescovo di Padova, si era abbeverato del pensiero di Maritain e Mounier, ma indubbiamente non aveva potuto viaggiare per il mondo. Divenuto nel maggio dell’82 Segretario Nazionale della DC aveva però mostrato subito interesse per i grandi processi politici mondiali e grande acutezza di analisi in particolare sull’America Latina, anche grazie a Gilberto Bonalumi, suo principale consigliere per quell’area geografica.

Me ne resi conto il 6 luglio del 1982, quando essendo giunto in Italia Napoleon Duarte, leader della DC salvadoregna, ed avendo quel giorno Bonalumi un impedimento, dovetti accompagnare da De Mita a piazza del Gesù lo stesso Duarte, che due anni dopo venne eletto trionfalmente presidente della Repubblica di San Salvador. De Mita, che aveva al suo fianco solo il capoufficio stampa Sangiorgi, dette prova di perfetta conoscenza della situazione politica dell’America centrale e Latina, ma anche della dottrina allora (solo allora?) dominante in USA, per la quale il Centro- America è il cortile di casa degli Stati Uniti, e quindi va tenuto pulito e controllato!             

Mi ha colpito quindi la frase finale della risposta che De Mita dà alla domanda sulla “avventura cilena”: ero là sotto il palco alla manifestazione, finito Pinochet, e ricordo che venne un cantante degli Inti Illimani che quando era in Italia cantava in manifestazioni contro la Democrazia Cristiana.

In effetti De Mita andò in Cile, subito dopo il referendum che sconfisse Pinochet nel 1988, accompagnato da Bonalumi e Zaniboni e partecipò alla campagna elettorale della c.d. Concertacion democratica con Patricio Aylwin , esponente democristiano, candidato unitario e poi Presidente cileno eletto nel 1989, dopo 15 anni di feroce dittatura, e sì certamente cantarono gli Inti Illimani ,finalmente rientrati dall’esilio e che io avevo conosciuto 14 anni prima. Per questo ho fatto un sobbalzo alla lettura di quella frase, non so se detta così o mal interpretata dall’intervistatore.

Il fatto è che per noi della Democrazia Cristiana di sinistra, il nervo cileno è ancora scoperto. Noi allora giovani DC, in occasione del nostro Congresso nazionale di Palermo del giugno 1974, avevamo aggiunto alle Tesi congressuali un lungo capitolo intitolato “Cile: una lezione”. Ne riporto alcuni periodi ma andrebbe letta tutta, anche come insegnamento per l’oggi:

“Il colpo di stato dell’11 settembre scorso ha suscitato nell’opinione pubblica internazionale -e specie in Europa e in Italia- un’eco assai superiore a quella di ogni altro golpe latinoamericano degli ultimi anni.

Non si è trattato infatti di una semplice sostituzione di un gruppo di potere con un altro, ma dell’arresto violento di un processo di emancipazione che, per quanto contraddittorio e contrastato, faceva intravvedere in America Latina una via originale per uscire dal sottosviluppo economico-civile e dalla dominazione straniera. In Italia poi, per via di certe analogie che il Cile aveva con noi in ordine agli schieramenti, e alle ragioni ispiratrici delle forze politiche, le vicende cilene hanno avuto ripercussioni eccezionali……Indubbiamente, nella complessità  della situazione cilena, la DC non ha sempre tenuto un atteggiamento lineare; ed anzi, nell’arco di tempo che va dal 1970 -momento in cui in Parlamento diede i voti ad Allende per farlo diventare Presidente della Repubblica- fino all’agosto 1973- in cui fu approvata una mozione in Parlamento che accusava Allende di aver violato la Costituzione, la DC è andata progressivamente su una linea politica di opposizione sistematica all’Unidad Popular. Le responsabilità di questo cambiamento di linea non sono però semplicemente addossabili alla DC……A nostro giudizio infatti la ragione vera del colpo di stato sta nella lotta che si sono fatte le forze politiche parlamentari, e nella mancata coscienza che senza intesa tra DC e Unidad Popular si sarebbe arrivati alla rottura dell’ordine costituzionale…..Vale a dire che il rapporto tra maggioranza ed opposizione concepito come strumento di democrazia formale deve diventare una dialettica matura la quale -pur tenendo distinto il ruolo dell’una e dell’altra- punti al consolidamento, e non già al deterioramento, del quadro istituzionale dato. Dal punto di vista della maggioranza ciò significa abbandonare qualsiasi concezione dogmatica integralistica della propria funzione, e dal punto di vista dell’opposizione significa resistere alle tentazioni massimaliste velleitarie e soprattutto a rivincite puramente elettorali……”  

Con l’arrivo della dittatura in Cile nel 1974, molti democristiani si erano dovuti riparare all’estero ed alcuni in Italia, così come molti comunisti. In Italia nel frattempo era stato dimissionato, in una famosa riunione iniziata il 24 luglio del 1975 e durata ininterrottamente tre giorni e tre notti, del Consiglio nazionale del Partito, Amintore Fanfani ed era divenuto nuovo segretario nazionale Benigno Zaccagnini, idolo di noi giovani, che nel frattempo ci eravamo particolarmente legati a Bernardo Leighton, che  esule con la moglie in Italia, viveva a Roma sull’Aurelia poco sopra i Musei vaticani e partecipava volentieri ai nostri Convegni e corsi di formazione, finché il 6 ottobre del 1975 un commando misto di sicari inviati da Pinochet e neofascisti italiani, non sparò ai coniugi Leighton ferendoli gravemente.

Lo sdegno e la commozione furono immediati e generalizzati. Io all’epoca, oltre che dirigente nazionale dei Giovani Dc, ero anche commissario del M. G. DC romano, toccò quindi a me organizzare in tutta fretta, con l’aiuto di Bartolo Ciccardini per conto del partito adulto, una manifestazione che riempì piazza Santi Apostoli a Roma. Istintivamente leggemmo in quell’attentato, anche per le molte assonanze tra la situazione italiana e quella cilena, un segnale contro i sempre più espliciti passi di Zaccagnini e Moro per una nuova politica aperta al confronto con il PCI.  Francamente, non ero molto esperto di manifestazioni di massa ma avevo sentore che la piazza andava scaldata. Feci un salto (mi aiuta una mia agendina del ‘75 che ho conservato come tutte le altre) nella sede nazionale della Federazione Giovanile Comunista, allora era in via della Vite, e lì dopo molte insistenze, riuscii a convincere i colleghi comunisti, c’erano tra gli altri Massimo d’Alema e Ferruccio Capelli, a darmi il numero di telefono della abitazione di Ariccia dove vivevano esuli gli Inti Illimani. Questi, certamente comunisti, esuli anch’essi in Italia e già notissimi al grande pubblico ed amatissimi dai giovani che con loro immancabilmente intonavano in coro “el pueblo unido jamas sera vencido” si fecero facilmente convincere da me, vennero a piazza Santi Apostoli, cantarono gratuitamente, ebbero tantissimi applausi. Anche a seguito di questa manifestazione che ci vedeva uniti in piazza, noi democristiani con i comunisti (ricordo pure che a darci una mano venne il servizio d’ordine della CGIL) mi stupii, ma solo fino ad certo punto, quando solo tre mesi dopo, per volere di Aldo Moro andai a presenziare ed a parlare a Genova, al Congresso Nazionale della FGCI: era la prima volta che un dc parlava ad un congresso comunista e ricordo ancora Enrico Berlinguer che lesse un libro durante tutto quel congresso, chiudendolo solo quando parlò Massimo d’Alema candidato alla segreteria Nazionale, e quando parlai io a nome del Movimento Giovanile DC nazionale, e certo non perché ero io a parlare.

Chiudo questa lunga carrellata di cose e fatti che non sono solo ricordi del passato, con quattro considerazioni:

  1. La musica, a meno che non sia suonata a mo’ di sfottò o sfida, non divide ma unisce. Ne ebbi prova personalmente all’inizio del 1980 quando, recatomi a Belgrado per lavoro, in preparazione al Convegno Internazionale di Studi Il Sistema Adriatico, che si tenne a Bari il marzo di quell’anno ed al quale parteciparono i rappresentanti della Federazione Jugoslava, delle Regioni italiane adriatiche, dell’United Nations Environmental Programme, della Commissione Esecutiva della Comunità Europea, dell’Ispi e dell’Ipalmo. Bene, a Belgrado, con la cortina di ferro ancora ben attiva ed un clima repressivo da socialismo reale immediatamente palpabile, non c’era internet, non c’erano cellulari né interconnessioni tv, eppure la sera in discoteca trovai la stessa musica che si ascoltava in Italia e capii che prima o poi, grazie ai giovani ed anche alla musica, il mondo sarebbe cambiato.
  2. Grazie ai voli low cost la popolazione mondiale, soprattutto giovanile, viaggia molto di più e grazie al web conosce molto di più luoghi e Paesi anche molto lontani, li conosce dal punta di vista turistico, culturale, linguistico, magari gastronomico, ma ha una conoscenza molto sommaria e spesso nulla della situazione socio-politico-istituzionale di quegli stessi Paesi; lo stesso avviene addirittura con riferimento a Paesi che fanno parte della nostra Unione Europea. Diamoci da fare a riportare in auge lo studio della geografia, della storia, dell’educazione civica!
  3. Ho abbastanza memoria, anche in virtù della mia partecipazione diretta alle vicende politiche europee degli anni ’70, per ricordare quanto sia stata travagliata la storia della adesione della Gran Bretagna all’Unione Europea, comunque avvenuta con la conservazione della sterlina e non adozione dell’’euro: Qualcuno ricorderà che la Francia pose per tutti gli anni ’60 il veto all’ingresso britannico, determinando quindi un moto di soddisfazione da parte degli europeisti convinti, quando nel ’73 ci fu l’adesione, confermata dal voto degli elettori del Regno Unito nel ’75 e sugellato dalla partecipazione alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo nel ’79. Risente di tale clima sicuramente, la famosa dichiarazione di Aldo Moro:” L’Europa non è l’Europa senza la Gran Bretagna”. Ora però la storia ha preso un altro verso, e la Brexit è un fatto compiuto, con cui occorre fare i conti. Prendiamo atto realisticamente della situazione e delle decisioni della Gran Bretagna, dalla quale c’è ora da attendersi una maggiore attenzione verso il Commonwealth, composto da 53 Nazioni con un totale di oltre 2 miliardi di abitanti. L’Europa, attraverso il suo massimo organo rappresentativo democratico, il Parlamento Europeo appunto, deve indirizzare la propria attenzione verso il Commonwealth, sposando lo schema ideale alla base del Progetto Italici, lanciato da Piero Bassetti, schema fondato sul dialogo e la collaborazione tra civilizzazioni. Della civilizzazione europea noi Italici siamo partecipi consapevoli e protagonisti da sempre. La grande e composita civilizzazione europea, anziché inseguire con il rimpianto o l’acredine, le bizze di un singolo Stato ex membro, rivolga la sua attenzione politica, culturale, valoriale, commerciale, linguistica, al Commonwealth delle 53 Nazioni, inaugurando così un nuovo percorso istituzionale multilaterale. Tra l’altro, l’accettazione implicita del nostro principio della doppia appartenenza, che consente agli Italici di sentirsi pienamente Europei, permetterà di vivere questo status ideale e culturale anche se non ancora giuridico-formale, pure ai cittadini maltesi, scozzesi, irlandesi e perché no anche britannici, qualora un giorno volessero ripensarci.
  4. Una riga con un concetto mal espresso, all’interno di una bella intervista di Ciriaco de Mita, mi ha spinto a rileggere appunti e scritti dei decenni passati, credo contenenti insegnamenti non inutili anche oggi, soprattutto se riflettiamo che nel nostro mondo così interconnesso e velocizzato, spesso trascuriamo la conoscenza reale del passato o addirittura del presente vissuto ad un’ora di aereo da noi o a distanza di un click di computer o cellulare. Conosciamo il presente e conserviamo la memoria.

Il “linguaggio dell’amore?”. Meglio praticarlo che predicarlo.

Da qualche tempo, e sempre più curiosamente, assistiamo alla predica insistente sulla necessità di declinare un singolare “linguaggio dell’amore” nella concreta dialettica politica italiana. Il tutto contro l’odio, la violenza verbale, l’attacco personale e, forse, anche contro una potenziale deriva autoritaria e illiberale. Propositi bellissimi, condivisibilissimi e anzi addirittura auspicabili, nella speranza che vengano sempre e comunque declinati concretamente nei rapporti tra le persone. A cominciare dai rapporti politici, fra i partiti e nei partiti. 

Ora, preso atto di queste dichiarazioni che negli ultimi mesi hanno fatto giustamente breccia e, paradossalmente, sono addirittura diventate il dogma di nuovi movimenti politici, forse è giunto anche il momento per ritornare alla realtà cercando di capire come concretamente si declinano questi nobili principi e questi sinceri propositi nel dibattito politico contemporaneo. 

Innanzitutto l’attacco personale, la delegittimazione morale e politica dell’avversario se non del nemico, la polemica verbale violenta e senza sconti non nasce da oggi. Conosciamo questi metodi da tempo. Per fermarsi alla storia italiana dal secondo dopoguerra, non possiamo dimenticare i violentissimi attacchi politici e personali che venivano praticati dal Pci, dalla sinistra estrema e cosiddetta extraparlamentare contro la Democrazia Cristiana e contro alcuni suoi autorevoli esponenti nel corso degli anni. Lo dice la storia e non l’opinione di singoli. Per non parlare della stagione che ha preceduto e seguito “Tangentopoli”. Ma, per fermarsi agli ultimi anni, e’ persin ovvio ricordare che dopo la stagione del “Vaffa day”, e quindi dell’attacco frontale e personale contro tutti coloro che ostacolavano la tua opinione e il tuo progetto politico, tutto è diventato lecito e possibile. Dal “vaffa day” alla “rottamazione” renziana il passaggio è stato breve. E l’attacco frontale alle persone è stato sdoganato. Dopodiché i gruppi dell’estrema destra hanno fatto il resto sino ad arrivare al giorno d’oggi. Eppure, e come ovvio e scontato, non c’è esponente politico e di partito che non predichi il rispetto dell’avversario – meglio sarebbe dire del nemico – e poi pratichi, come da copione e nei fatti, un attacco violento all’avversario. E’ appena sufficiente ascoltare i messaggi, gli slogan, le urla e leggere i manifesti e gli striscioni delle ultime manifestazioni di piazza per rendersene conto. Dalle piazze delle Sardine contro Salvini, la Lega e la destra a quella dei 5 stelle contro la cosiddetta “casta”; dai movimenti della estrema destra contro la sinistra a quella dei movimenti spontanei contro i partiti e singoli esponenti politici. Di fronte a tutto ciò viene spontanea una domanda: ma dov’è in tutti questo circo il cosiddetto “linguaggio dell’amore”? Dove sono il rispetto dell’avversario e la stessa buona educazione? Dove sono i comportamenti virtuosi e, soprattutto, dov’è la qualità della democrazia che molti auspicano e tutti predicano? 

Ora, per non continuare con esempi che sono – come ben sappiamo – sotto gli occhi di tutti, credo che sia necessario fissare solo alcuni paletti. Semplici ma chiari. 

Innanzitutto nessuno ha il monopolio della correttezza e della moralità nella politica italiana. Non ci sono i professionisti del nuovismo. Da nessuna parte. 

In secondo luogo nessuno può ergersi a paladino esclusivo della buona educazione e del rispetto dell’avversario. Ripeto, è appena sufficiente ascoltare gli slogan e leggere con attenzione gli striscioni che vengono sventolati nelle piazze dei vari partiti e dei vari movimenti politici per rendersi conto che il “linguaggio dell’amore” più che una chimera è un pio desiderio. 

In ultimo nessuno può rivendicare in nome di una superiorità morale nel linguaggio o nel comportamento etico una primogenitura democratica. Nessuno. E chi lo fa scivola facilmente nel campo dell’ipocrisia e del ridicolo. 

Ecco perche’, di fronte ad uno scenario del genere – oggettivo e non opinabile – forse è opportuno ricordare, come ci insegnava Carlo Donat-Cattin a noi giovani della sinistra Dc negli anni ’80, che il politico onesto e democratico e’ colui che “l’etica non la predica ma la pratica perché è talmente onesto che non osa ergersi al di sopra degli altri”. Per questo semplice motivo il “linguaggio dell’amore”, che come tale viene evocato con troppa semplicità e spensieratezza, deve essere altrettanto semplicemente e concretamente praticato e non predicato. Altrimenti si rischia di predicarlo dal palco e di rinnegarlo dalla piazza attraverso l’insulto, la demonizzazione personale e la criminalizzazione politica. Ancora una volta ci sovviene un grande cattolico democratico, Pietro Scoppola, quando invitata i cattolici democratici e popolari italiani a tenere sempre unite la “cultura del comportamento con la cultura del progetto”. Che resta l’unico modo per essere credibili nella politica come nella vita di tutti i giorni. In qualsiasi ambiente e in qualsiasi luogo. 

Agnes Buzyn sarà il nuovo candidato sindaco di Parigi per En Marche

Sarà l’ex ministro della Salute, Agnes Buzyn, il candidato sindaco di Parigi alle elezioni municipali di marzo per La République en marche dopo che Benjamin Griveaux si è ritirato a causa di un suo presunto video intimo diffuso su Internet la scorsa settimana dall’artista russo Piotr Pavlenski.

Secondo il quotidiano “Les Echos”, Buzyn dovrà riuscire in una “missione quasi impossibile” visto che la favorita resta la socialista Anne Hidalgo, il sindaco uscente, seguita dalla candidata dei Repubblicani, Rachida Dati.

Buzyn che ha presentato le dimissioni da ministro per dedicarsi interamente alla campagna elettorale era l’unico nome all’interno della maggioranza capace di mettere tutti d’accordo.. Al suo posto è stato nominato il deputato Olivier Veran.

Tedofori di memoria, testimoni di impegno

Il prossimo 21 marzo, Palermo ospiterà la XXV Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti delle mafie promossa da Libera. Ogni anno una città diversa, ogni anno un lungo elenco di nomi delle vittime innocenti delle mafie.

Per i suoi 25 anni, Libera ritorna nei luoghi che in questi anni hanno di volta in volta ospitato la piazza nazionale del 21 marzo. L’iniziativa si chiama “Tedofori di memoria e di impegno”: una fiaccola verrà portata in giro per l’Italia, in una specie di staffetta simbolica che toccherà i vari territori coinvolti. La prima fiaccola è stata accesa il 14 febbraio a Padova, luogo dell’ultimo 21 marzo, per proseguire il suo viaggio da Nord (toccando Torino, Milano, Genova, Bologna), per scendere verso Firenze, Roma, Napoli, Foggia, Locri, per poi concludere il viaggio il 18 marzo a Palermo.

In ogni tappa saranno coinvolti i familiari delle vittime delle mafie, studenti, docenti, rappresentanti delle associazioni, del mondo della chiesa, testimonial del mondo dello sport e della cultura: tutti, per un giorno, diventeranno tedofori di memoria e testimoni di impegno per la ricerca di verità e giustizia.

In ogni città, 25 tedofori percorreranno un tratto del percorso del 21 marzo per un risveglio delle coscienze, perché è anche facendo memoria che si getta il seme di una nuova speranza. Ogni città, un ricordo e una denuncia. Oltre l’85 per cento delle famiglie delle vittime non conosce la verità sulla morte dei propri cari. Una fiaccola, dunque, per mantenere accesi i riflettori sulle oltre 1000 vittime innocenti delle mafie. Una fiaccola di responsabilità civile che, da nord a sud, si propone di unire il nostro Paese per contribuire a scrivere insieme una memoria pubblica e condivisa. Una memoria viva.

 

Lombardia: aperto fino al 1° marzo il bando per gli orti didattici

Regione Lombardia, attraverso l’Ente Regionale per i servizi ad agricoltura e foreste, ha aperto il bando dedicato alla realizzazione di orti didattici, urbani e collettivi. Si tratta, infatti, di strumenti utili a diffondere la cultura del verde e dell’agricoltura, a sensibilizzare le famiglie e gli studenti sull’importanza di un’alimentazione sana ed equilibrata, a divulgare tecniche di agricoltura sostenibile, a riqualificare aree abbandonate, e a favorire l’aggregazione sociale e lo sviluppo di piccole autosufficienze alimentari per le famiglie. La dotazione è di 150 mila euro. Le domande di partecipazione possono essere presentate fin al 1° marzo 2020.

I progetti finanziabili devono essere finalizzati alla realizzazione di:

1) ‘orti didattici’: aree verdi all’ interno dei plessi scolastici o su appezzamenti di terreni resi disponibili da enti pubblici e privati o aziende agricole, destinate alla formazione degli studenti a pratiche ambientali sostenibili e all’ educazione agro-alimentare;

2) ‘orti urbani’: tasselli verdi all’interno dell’agglomerato cittadino che vengono suddivisi in particelle da assegnare a singoli cittadini con lo scopo di contribuire al recupero di aree abbandonate o sottoutilizzate delle città, configurandosi come innovativi elementi del paesaggio urbano contemporaneo e come possibile strumento di aggregazione sociale;

3) ‘orti collettivi’: appezzamenti di terreni gestiti da associazioni, individuati quale luogo di pratica ortofrutticola, organizzati con la finalità di dare l’opportunità a chi non ha un orto e non ha sufficienti conoscenze tecniche di beneficiare dei prodotti di un lavoro collettivo.

 

Herpes zoster

L’herpes zoster, comunemente chiamato fuoco di Sant’Antonio, è una malattia virale a carico della cute e delle terminazioni nervose, causata dal virus della varicella infantile.

L’herpes zoster non è la stessa malattia dell’herpes simplex, nonostante la somiglianza del nome. Il suo nome deriva da due parole greche, “serpente” e “cintura”, che descrivono in modo molto appropriato una malattia dolorosa, come un serpente di fuoco che si annida all’interno del corpo e che a volte ha strascichi lunghi e invalidanti. La malattia è caratterizzata da un’eruzione cutanea dolorosa con presenza di vescicole, solitamente limitata a un lato del corpo, spesso in una striscia.

In tutto il mondo il tasso di incidenza annuale di herpes zoster varia da 1,2 a 3,4 casi ogni 1.000 individui sani, aumentando a 3,9-11,8 all’anno per 1.000 persone tra gli individui con più di 65 anni.

Una larga parte di persone sviluppa l’herpes zoster almeno una volta nella vita, anche se di solito un’unica volta. In uno studio statunitense del 1960, il 50% degli individui che vivono fino a 85 anni ha avuto almeno un attacco, mentre l’1% ha avuto almeno due attacchi.

Il trattamento tramite farmaci antivirali può ridurre la gravità e la durata dell’herpes zoster.

 

Luca Ricolfi: “La società signorile di massa”.

Prof. Ricolfi, in questi anni sono circolate molte definizioni di modelli di società: aperta, trasparente, scientifica, liquida, rancorosa, insoddisfatta, dei penultimi….

Definizioni basate per lo più su congetture ermeneutico-interpretative ad effetto. Nel Suo recente libro “La società signorile di massa” Lei descrive un tipo di società che si è andata configurando in Italia a partire dagli anni 60 e lo fa – da studioso di analisi dei dati – in modo direi fotografico e terzo, senza pregiudiziali ideologiche. Vuole riassumere il significato che attribuisce a questa originale deduzione sociologica? E perché questo tipo di società è un fenomeno direi esclusivamente italiano?

Veramente non c’è un significato che io attribuisco alla mia definizione, perché io uso le categorie sociologiche, ad esempio l’aggettivo “signorile”, in modo analitico-descrittivo, non etico-valutativo. Semplicemente, io ho ritenuto che il modo più conciso di descriverci sia quello di sottolineare che una condizione tipicamente considerata di élite, è divenuta di massa. Gli elementi essenziali della condizione signorile sono, fin dall’epoca feudale, la stagnazione dell’economia e l’accesso al surplus da parte di chi non lo produce. La novità è che anziché avere un’élite di signori (dell’ordine del 5% della popolazione), ora i signori sono più del 50%, circa 2 italiani su 3.

Quanto all’unicità del caso italiano io mi limito a constatarla, e a descrivere come ci siamo arrivati negli ultimi 75 anni. Spiegarla è un compito eccessivo per le mie forze, che lascio volentieri agli storici. 

La Sua analisi, ricca di dati statistici che la suffragano, evidenzia tre pilastri ‘connotativi’ che spiegano come è andata configurandosi una società signorile di massa in Italia: il risparmio e la ricchezza accumulata dai padri, la decadenza fino alla sua distruzione del sistema scolastico, l’affermarsi di una struttura di stampo para-schiavistico. In che misura questi tre fattori convergono e contribuiscono a strutturare una società signorile di massa?

Impossibile quantificare il contributo dei tre fattori, posso solo dire che tutti e tre sono necessari. Senza ricchezza accumulata e distruzione della scuola non vi sarebbe disoccupazione volontaria, senza la presenza di una infrastruttura para-schiavistica non avrei parlato di società signorile, e mi sarei limitato a riprendere o miscelare le definizioni classiche, tipo società dei consumi, società opulenta, società della comunicazione, eccetera.

Emergono – ad una lettura attenta delle derive che le hanno via via prodotte – tre condizioni compresenti nel tessuto sociale: il numero dei cittadini che non lavorano ha superato ampiamente quello dei cittadini che lavorano, l’accesso ai consumi opulenti si è generalizzato raggiungendo larga parte della popolazione, la stagnazione economica è causa-effetto del declino della produzione. Ma se l’ascensore sociale è fermo al piano terra come può verificarsi il fenomeno massivo dell’accesso generalizzato ed esteso ai beni di consumo?

E’ semplice: l’ascensore ha funzionato in passato (fino al 2007), spostando una parte considerevole della popolazione ai piani alti e medi. Ora l’ascensore fa qualche corsa all’insù e qualche corsa all’ingiù, ma i due tipi di corse si elidono: per ogni 1000 individui che salgono, ce ne sono più o meno altrettanti che scendono.  

Ecco perché parlo di “gioco a somma zero”: se il Pil non cresce l’ampiezza della torta resta costante, e il successo di ego diventa inseparabile dall’insuccesso di alter.

Già alcuni anni fa il Censis riferiva di una sorta di “sontuosità iperacquisitiva”, intesa come tendenza a vivere al di sopra delle possibilità generate dall’economia, dal lavoro e dalla produzione. La domanda che ci si pone è : “quanto potrà durare”? E sarà un fenomeno tipicamente italiano o l’incipit di una condizione emergente nelle società dell’occidente?

L’allarme sullo squilibrio fra produzione e consumo risale alla metà degli anni ’70, quando venne denunciato e descritto dall’economista Giorgio Fuà. 

Quanto potrà durare? Nessuno lo sa, se dovessi scommettere direi che, anche in assenza di crisi finanziarie, l’Italia non potrà andare avanti così per più di 10 anni.

Quanto agli altri paesi sviluppati, penso che – prima del 2050 – solo alcuni diventeranno società signorili di massa. Sulla base delle mie analisi vedo in pole position alcuni paesi a matrice cattolica o ortodossa: Belgio, Francia, Spagna, Grecia (se il suo Pil crescerà per almeno un decennio).  Quanto a Israele e ai paesi di matrice protestante tendo a pensare che la cultura del lavoro vi sopravviverà ancora abbastanza a lungo.

Trovo particolarmente significativo – oltre le chiavi di lettura prevalentemente socio-economiche che si usano per comprendere il senso della Sua intuizione sulla descrizione del presente, il riferimento alla decadenza e al declino del sistema scolastico. In una ricerca del 2011 il linguista e Ministro dell’istruzione Prof. Tullio De Mauro , ora scomparso, riferiva che il 70% degli italiani non è in grado di comprendere un testo di media difficoltà. Descrizione suffragata da un recente Rapporto dell’OCSE sulle competenze linguistiche al termine del ciclo di studi. Ma anche dai test Invalsi. Prof. Ricolfi, cosa abbiamo perduto nella nostra scuola, strada facendo? Dobbiamo attribuire ad una carenza di possesso degli apprendimenti basici – sostituiti dai cosiddetti “nuovi saperi”, al declino del prestigio della funzione docente, alle teorie della facilitazione pedagogica questa deriva involutiva?

De Mauro è stato una figura tragica: fu fra i primi a denunciare il basso livello di istruzione degli italiani, ma ha contribuito non poco – con le sue scelte politiche e pedagogiche – a perpetuare ed aggravare il trend che denunciava.

La sostituzione dei saperi tradizionali o “basici” con i nuovi saperi, leggeri e relazionali, non è la causa primaria del declino della scuola. La vera causa è la scelta di promuovere quasi tutti, i nuovi saperi sono solo lo strumento che ha permesso di rendere più indolore l’abbassamento dell’asticella. Se devo promuoverti e sei una capra di matematica, niente di più comodo che valorizzare le tue capacità relazionali, o il tuo talento musicale, o la tua attitudine a lavorare in gruppo.

Questo approccio, comunque, non è una peculiarità italiana, ma deriva dalla “teoria delle intelligenze multiple” di Howard Gardner, uno psicologo americano che ha messo a punto le basi teoriche del progetto di distruggere la scuola come luogo di cultura.

In tema di alfabetizzazione culturale occorre tenere presente l’incidenza delle nuove tecnologie e della tendenza alla digitalizzazione culturale. In Finlandia la letto-scrittura si apprende con i tablet, abolendo l’uso del corsivo: se questa tendenza dovesse diffondersi rischiamo di produrre una generazione di nativi digitali privi di memoria storica, deprivati dello studio dei classici, proiettati in una realtà dove il virtuale sostituirà la cultura finora consolidata e trasmessa?

In realtà lo stiamo già facendo, con l’importante differenza che l’Italia – da questo punto di vista – è meno avanzata degli altri paesi. E’ paradossale: la scuola italiana resta una delle migliori del mondo proprio perché non si è ancora modernizzata abbastanza. Questo è un punto cruciale della mia ricostruzione: il problema della scuola italiana non è la qualità dell’insegnamento impartito (che è peggiorata, ma resta migliore che altrove), ma la sua disponibilità a rilasciare titoli di studio sostanzialmente falsi, perché ad essi non corrispondono le conoscenze e le competenze che  certificano.   

Sì, il piatto pende nettamente dal lato exit. I nostri giovani emigrano per due ragioni: perché esiste un’élite autoselezionata che può permetterselo (anche in quanto ha studiato), e perché le prospettive di reddito e di carriera in Italia sono scoraggianti.

La bulimia legislativa –che connota l’Italia come Paese ad altissima produzione di leggi e norme– e il decentramento autarchico hanno incrementato le politiche di welfare sociale e prodotto una sorta di radicamento dei diritti soggettivi al sostentamento pubblico: l’Italia sta diventando il Paese dei bonus senza controllo? Dell’ ‘una tantum’ che diventa ‘una semper’? Come può la politica occuparsi prevalentemente di deroghe e concessioni senza mai introdurre filtri di controllo della spesa pubblica? Anche questo mi pare un fenomeno correlato al radicamento di una società signorile di massa. Il tema del controllo – interno, esterno, sociale – mi sembra eluso. Sbaglio?

Ha perfettamente ragione, ma qui la responsabilità principale è della politica. Se concedi dei diritti, e poi vai a controllare che non siano goduti abusivamente (false pensioni di invalidità, falsi poveri, falsi studenti bisognosi, eccetera), l’area del consenso si restringe inesorabilmente. Quindi meglio controllare poco e, soprattutto, non sanzionare.

In un saggio pubblicato sulla “Rivista delle Politiche sociali’, G. Sgritta e M.Raitano della Sapienza, pongono il  tema della sostenibilità generazionale che residua alla lunga stagione della “euforia previdenziale” la quale confidava  sulla fiducia che “il sistema” dei benefici e del welfare si sarebbe perpetuato ai nuovi ingressi nel mondo del lavoro.Quanto invece  il “Paese delle culle vuote” e invecchiato descritto in un recente Rapporto ISTAT può abbreviare i tempi di un inevitabile “redde rationem”?

E’ paradossale, ma a pagare il prezzo della lunga stagione dell’irresponsabilità previdenziale passata e presente non sarà la generazione dei baby boomers (la generazione del ‘68), ma saranno le nuove generazioni e le generazioni future. Tutti i privilegi che, durante l’era Conte, si stanno concedendo ai pensionati, diventeranno lacrime e sangue fra 20-30 anni, quando gli adulti di oggi dovranno spartirsi la magra torta dei pochi contributi generati dal manipolo sempre più ristretto dei lavoratori occupati (in un sistema previdenziale “a ripartizione”, qual è quello italiano, l’ammontare delle pensioni non dipende da quanto ciascuno ha versato all’Inps, ma da quanti contributi verseranno gli occupati futuri).

Chi legge il Suo straordinario volume coglie un certo pessimismo di fondo, a conclusione della Sua analisi. Ci salveremo? I corsi e ricorsi storici ci dimostrano che questo auspicio potrà statisticamente realizzarsi. Occorre tuttavia realisticamente fare i conti sui modi e i tempi di questa sopravvivenza del sistema. Sarà così o si prevedono fattori di accelerazione verso un inevitabile declino?

Il non far nulla è già, di per sé, un fattore di accelerazione. Il mio pessimismo non è aprioristico, ma si basa sull’osservazione del passato: a metà anni ’90 esisteva una diagnosi sostanzialmente condivisa sui mali e sulle esigenze dell’Italia, ma quasi nulla si è voluto fare da allora per affrontarli. Perché le classi dirigenti, che non sono state lungimiranti quando si poteva ancora agire, dovrebbero diventare improvvisamente illuminate oggi?

Base riformista a Roma

Anticipiamo uno stralcio – quello incentrato proprio su Roma – dell’intervento che svolgerà Giuseppe Fioroni al convegno di Base Riformista (Pd) in programma oggi pomeriggio al cinema Broadway, nel quartiere di Centocelle.

Credo che le celebrazioni sui 150 anni di Roma Capitale appartengano all’orizzonte di tutta intera la comunità nazionale.

Tutti ci sentiamo un po’ romani dinanzi alla grandezza di un evento che ha cambiato la storia dell’Italia moderna e contemporanea.

Chi vide la ‘novità’ e la inquadrò con acume fu, come sappiamo anche per la menzione fatta il 3 febbraio al Teatro dell’Opera da Papa Francesco, l’allora Cardinale Montini in Campidoglio (ottobre 1962). 

Ecco le sue parole: “Parve un crollo; e per il dominio territoriale pontificio lo fu. Ma la Provvidenza, ora lo vediamo bene, aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti”.

Ora, se noi proviamo a interrogarci sul presente e sul futuro della nostra Capitale, sentiamo immediatamente il dovere di accantonare i luoghi comuni.

C’è bisogno di riannodare i fili di un grande dibattito su Roma. Il suo avvenire è l’avvenire dell’Italia. Ne siamo consapevoli e ne vogliamo trarre le conseguenze. Da qui a un anno le elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale e l’investitura del nuovo sindaco costituiranno una pagina decisiva della politica nazionale.

Tocchiamo con mano, in questa fase, la scarsa incidenza della battaglia politica del nostro partito. Chiusi nella logica dell’opposizione, quando poi condividiamo con il M5S le responsabilità di governo a livello nazionale, rischiamo di unire alla denuncia dell’insufficienza della Raggi il logoramento della linea di opposizione a tutti i costi.

Penso che se non affrontiamo insieme, nella distinzione dei ruoli, le molte emergenze della capitale (viabilità e traffico, rifiuti e decoro urbano, questione abitativa, servizi pubblici e sociali) non offriremo un’alternativa convincente.

Dentro questo scenario, con la premura di essere noi (i  Democratici) i primi a credere nella forza del dialogo, conta lo sforzo di un amalgama nuovo tra le forze di rinnovamento – tra queste metterei le forze espressive, a vario titolo e sotto forme diverse, del cattolicesimo sociale e democratico.

Il partito è fermo, ruota attorno a pensieri di presunte élite, a logiche di potere senza respiro. Non ho da dare consigli, e neppure da pronunciare sentenze, ma quando si registra che il candidato sindaco da noi espresso quattro anni fa ora è fuori dal Pd – dal partito che lo ha visto lungamente impegnato come deputato della città – sarebbe giusto interrogarsi anche sulle nostre responsabilità.

Un partito chiuso determina prima o poi reazioni negative, con clamorosi atti di lacerazione; reazioni che possono suscitare disagio e finanche censure, senza mezzi termini; ma reazioni che, per essere fondate sulla verità, debbono far leva sulla capacità di sentirsi coinvolti in un esame di coscienza collettivo.

Per questo vogliamo un congresso romano all’insegna della ricerca di un nuovo modello di partito. Ma soprattutto di una nuova politica, punto di mobilitazione e di sintesi delle spinte riformatrici, elemento di coagulo di progetti indirizzati al bene della comunità cittadina romana.