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Bologna: Blob-out

In occasione di Arte Fiera, il 22 gennaio 2020 si inaugurerà “Blob-out”, installazione video artistica site-specific realizzata da Basmati Film (Audrey Coïaniz e Saul Saguatti) e Ditraverso con la collaborazione di Opificio Neirami, a cura di Silvia Grandi e Giuseppe Virelli, presso il Parco Commerciale Borgo Mascarella a Bologna.

L’installazione, visibile dal 23 al 26 gennaio 2020, mira a trasformare un tradizionale luogo urbano votato al commercio in un “iperluogo” plurisensoriale in grado di ridefinire la geografia di uno spazio architettonico e, allo stesso tempo, di stabilire nuovi rapporti con i suoi fruitori.

Nello specifico, il progetto, ideato appositamente dagli artisti Audrey Coïaniz e Saul Saguatti di Basmati Film e Ditraverso, mira a modificare l’usuale percezione dell’utente di un centro commerciale in un’esperienza immersiva reale (non virtuale) in continua mutazione attraverso l’utilizzo di forme, luci, proiezioni e suoni che in maniera costante modificano l’ambiente circostante in un’esperienza sensoriale e partecipativa, aprendo così alla possibilità di una percezione “altra” dello spazio.

Dalle finestre dell’edificio centrale del Borgo – il ristorante IKO – escono una serie di protuberanze pseudo organiche in materiale plastico semitrasparente che, come una sorta di “ectoplasmi”, invadono lo spazio circostante cambiandone la struttura architettonica e percettiva. Alcuni di questi Blob fantasmatici, infatti, sono luminosi mentre altri sono animati da proiezioni di immagini video in continua trasformazione. Le gocce luminose e pulsanti saranno accompagnate da musiche appositamente composte da Pasquale Sorrentino per sottolineare maggiormente la natura “fluttuante” e polisensoriale dell’installazione.

L’intera corte interna del Borgo Mascarella si trasforma così in un traboccante e vitalistico vaso di Pandora, dal quale fuoriescono propaggini accattivanti e ludiche protuberanze morbide e luminose, in costante “dialogo” con il pubblico. Un ambiente sinuoso e tentacolare, ricco di suggestioni oniriche, che stempera la rigidità dell’architettura e che avvolge lo spettatore proiettandolo in una dimensione straniante.

Il progetto, inserito nel calendario di ART CITY Segnala 2020, è promosso dal Parco Commerciale Borgo Mascarella, in collaborazione con Ristorante IKO, e patrocinato dal DAR Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna.

A Porta Furba

M’interrogo spesso sulla bellezza di Roma. La si scopre viaggiando dalla periferia verso il centro o viceversa? I visitatori da nord per secoli arrivavano a Piazza del Popolo. Che spettacolo!

Eppure, uscendo da Roma, s’incontrano bellezze note e meno note. Chi conosce Porta Furba? La fece costruire Sisto V, il più grande sindaco di tutti i tempi. Governò solo cinque anni.
M’è venuta in mente Porta Furba considerando, già un anno fa, che se il Pd voleva trasferirsi di sede poteva andare da quelle parti.

C’è anche la metropolitana, con le scale mobili che funzionano.
E poi, se il tema sono le periferie da riconquistare, cosa c’è di più emblematico a riguardo se non il Mandrione, proprio lì a Porta Furba?

Penso che Zingaretti ci debba fare un pensierino. D’altra parte, non si addice al Pd che vuol cambiare tutto, anche il nome, un luogo simbolico adeguato?
Ho fiducia in Zingaretti. Mentre gli altri sono rimasti fermi, lui ha fatto una mossa inaspettata. Ha lanciato non un nuovo partito, ma un partito nuovo.
In effetti, una novità assoluta.

E sembra che già fiocchino i consensi. Aderirebbero al “partito nuovo”, in ordine sparso e non esaustivo, Fassino, Martina, Orlando, Delrio, Franceschini, Marcucci, forse Prodi e forse Veltroni. Poco o tanto? Beh…se serve rientrano pure D’Alema e Bersani.
Ma la novità delle novità sta nel nome che si annuncia, ancora sottovoce, con il passaggio dal vecchio Partito democratico al nuovo “I Democratici”.
Geniale!

Se non fosse stato tonto, Occhetto avrebbe guadagnato gloria e voti abbandonando sì il Partito comunista, ma per scegliere intelligentemente un nome di rottura come “I comunisti”. Quella sarebbe stata la vera svolta!

Oggi, insomma, chi guida il cambiamento non deve più commettere errori.
Mi permetto d’insistere e chiedo scusa: nessuno vuol prendere in considerazione che “I Democratici a Porta Furba” sarebbe un titolo a nove colonne su Repubblica?
Buona domenica.

Allegri. Novità in vista

Inizio anno con una variazione imperiosa. Non avrei mai immaginato, viste le caratteristiche dell’uomo, che Nicola Zingaretti lanciasse l’idea che oggi campeggia su un quotidiano nazionale.

Il Pd ammaina la propria bandiera, archivia il proprio nome e il proprio cognome, tutto passa ai registri di storia recente e annunzia un nuovo congresso, un nuovo simbolo e un nuovo nome.

E, tanto per capirci, non dice che si farà a fine anno o chissà quando, no, precisa che si farà subito dopo le elezioni regionali della Calabria e della Emilia Romagna.

Ditemi voi se questa non è una grande novità nel panorama politico nazionale. Forse, azzardo a dire che è la novità più importante di questi ultimi dieci anni.

Non credo sia un fulmine a ciel sereno espresso dal Segretario, immagino si tratti di una decisone collegiale, magari coltivata dopo la fuoriuscita di Matteo Renzi e, soprattutto, in conseguenza dei magri risultati ottenuti dal Partito Democratico nelle ultime chermes elettorali.

Da quanto si dice, quel simbolo, sembrava ormai essere persino un ingombro. Lo stesso candidato alla Presidenza dell’Emilia Romagna, in più riprese, aveva fato capire che non illuminasse granché il suo campo di battaglia. In aggiunta, bisogna sottolineare, che il fenomeno delle sardine avrà senz’altro accelerato questa comunque inattesa decisione.

Il Pd da molto tempo, pur essendo un partito votato a portare le persone in piazza – classica tradizione del popolo di centro sinistra – non riusciva più a colmare questa esigenza. Infatti, non ricordiamo l’ultimo evento in cui il Pd abbia inteso utilizzare uno spazio esterno per presentarsi al popolo italiano.

Anche durante la festa del suo quotidiano, da qualche anno ormai scomparso, si è ridotta ad essere recintata in uno spazio chiuso e quasi angusto.

Non sarà certo per recuperare i pochi transfughi della prima scissione. Non è sulla scorta del desiderio di riacciuffare Bersani, D’Alema ed Epifani, che Zingaretti apre a questa novità. Però, in questi tempi magri, anche le virgole servono per costruire un romanzo.

Il riordino del campo del centro sinistra, obbligherà tutte le forze politiche a tenere debitamente in considerazione che modello sortirà da quel congresso. Anche perché, di fronte a un depauperamento delle classiche idee politiche e delle vecchie modalità ideologiche, sarà piuttosto interessante capire cosa mai capiterà da quel evento. Nulla è scontato.

Potrebbero rincorrere vecchi modelli, non possiamo escludere che si avventurino a tracciare assolute novità e, non ultimo, individuare strane alchimie per intrecciare forme tra loro magari persino antitetiche. Un bel problema.

Si capisce che se dovessero spingere la prua su versanti marcatamente di sinistra, aprirebbero nuovi spazi al centro, e, comunque, i due partiti di destra che oggi vanno per la maggiore, la Lega e Fratelli d’Italia, non potranno non risagomare se stessi, proprio dalla novità che sorgerà nella sponda opposta.

In questo terremoto, bisogna capire che cosa succederà pure nella tormentata condizione vissuta profondamente, proprio in questo periodo, dal Movimento 5Stelle.

Nessuna stanchezza immaginativa, in questo nuovo 2020. C’è pane per tutti i denti. Ne vedremo delle belle. Siamo pertanto lungo la linea che caratterizza ardentemente l’attualità: dateci costantemente novità, solo e soltanto novità, perché lo spirito è ormai abituato a cibarsi solo di forme nuove.

Intanto, prima che accada quel che abbiamo detto, dobbiamo vedere che cosa capiterà il 26 gennaio. Perché forse potrebbe essere intesa, quella data, come la linea Maginot che la storia ricorda.

Parlamento Ue: “Il futuro è adesso”

“Il futuro è adesso”: è il tema della quarta edizione dell’“Evento della gioventù europea” (European Youth Event, Eye) che si svolgerà a Strasburgo il 29 e 30 maggio 2020.

Da ora e fino al 29 febbraio tutti i giovani europei tra i 16 e i 30 anni si potranno iscrivere in gruppi di dieci partecipanti per volta (modulo online su www.europarl.europa.eu). “Sono migliaia i giovani che ogni due anni si riuniscono a Strasburgo per confrontarsi e contribuire al futuro dell’Europa” in dialogo con eurodeputati e altri attori della politica europea, spiega oggi una nota del Parlamento. Il programma dell’edizione 2020 comprende temi che vanno dal cambiamento climatico all’immigrazione e al Brexit ma anche istruzione, tecnologia e salute.

Momenti di scambio, approfondimento, ricreazione artistica, formazione e quest’anno anche attività sportive e un evento speciale per i giovani giornalisti, riempiranno le giornate. Le “idee migliori” saranno presentate e discusse nelle commissioni parlamentari competenti durante “le audizioni dei giovani” (autunno 2020).

Aree costiere, pronti 10 mln di euro per i Comuni del litorale laziale

Sono i 24 Comuni litoranei (per Roma al Municipio X) del Lazio i destinatari del bando da 10 milioni di euro di fondi regionali, pubblicato dal Burl. Gli enti interessati potranno partecipare singolarmente o anche in forma associata. Inquadrato nel “Piano degli interventi straordinari per lo sviluppo economico del litorale laziale” e previsto dall’articolo 41 della legge regionale n.26 del 2007 –l‘Avviso prevede la possibilità per gli enti locali di vedersi attribuire un contributo regionale per un massimo del 90% del costo dei progetti presentati, con l’importo concedibile che sarà compreso tra un minimo di 500 mila euro e un massimo di 3 milioni di euro. Prevista una riserva di 1 milione di euro per Ponza e Ventotene, Comuni insulari cui viene riconosciuto un valore unico da un punto di vista naturalistico, ambientale, e culturale.

“Ancora una volta abbiamo pensato di dare nuova vita e bellezza al nostro litorale, aggiungendo al nostro lavoro un altro tassello per un Lazio sempre più verde, attento all’impatto ambientale di ogni azione intrapresa, innovativo e inclusivo. Non è infatti un caso che questa edizione del bando per gli interventi straordinari per il litorale intenda valorizzare in particolar modo i progetti ambientalmente sostenibili, eco-compatibili, che contribuiscano alla riduzione dell’inquinamento e introducano nuove tecnologie per migliorare l’accessibilità dei luoghi e che innalzino la qualità dei servizi offerti”. E’ il commento del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

“Va avanti il lavoro della Regione a favore del suo litorale – ha aggiunto l’assessore allo Sviluppo Economico, Paolo Orneli – grazie a questa nuova edizione del bando per gli interventi straordinari dei Comuni costieri, uno strumento che negli anni passati ha impegnato risorse regionali per circa 40 milioni di euro, per 49 milioni di investimenti complessivi previsti, e che ha portato, a oggi al finanziamento di 66 interventi in 21 Comuni. Un lavoro che ci vede impegnati a vari livelli, come provano anche la prima riunione, a metà dicembre, della cabina di regia per l’economia del mare e l’approvazione definitiva da parte della Giunta a fine dicembre del Piano Regionale di Utilizzazione degli Arenili, il cosiddetto Pua, ora all’esame del Consiglio Regionale per il definitivo via libera. Lavoriamo inoltre per inserire la Blue Economy nella Smart Specialisation Strategy della nuova programmazione dei fondi europei per il settennio 2021-2027. L’economia del mare – conclude Orneli –  può e deve diventare uno dei pilastri su cui costruire un nuovo modello di sviluppo basato su sostenibilità e bellezza”.

Molteplici le tipologie d’intervento che possono essere contemplate dai progetti degli enti locali: si va dal recupero archeologico e architettonico di monumenti, alla realizzazione di piste ciclabili, aree pedonali, parcheggi di scambio e aree verdi, fino a l’installazione di impianti di videosorveglianza, Wi-Fi e di colonnine di ricarica per auto e bici elettriche, realizzazione e riqualificazione degli arredi urbani utilizzando materiali ecocompatibili, installazione di impianti di illuminazione energeticamente efficienti. Inoltre, per quanto riguarda specificamente gli arenili, potranno essere realizzati varchi di accesso, eliminate barriere architettoniche e realizzate strutture innovative ed ecosostenibili per l’assistenza, la sicurezza e il primo soccorso come postazioni S.O.S. informatizzate, servizi igienici predisposti per il riutilizzo del ciclo delle acque, fontanelle pubbliche, strutture dedicate alla raccolta di bottiglie e contenitori riutilizzabili ecc. Particolare attenzione sarà accordata ai progetti che prevedano il coinvolgimento di università e centri di ricerca.

Il bando rimarrà aperto 90 giorni fino all’8 aprile alle ore 12. Le domande devono essere inviate alla Regione Lazio “Sviluppo Economico, Commercio e Artigianato, Ricerca, Start-Up, Lazio Creativo e Innovazione” – Direzione regionale per lo Sviluppo Economico, le Attività Produttive e Lazio Creativo – Area  “Economia del Mare”  –  Via Rosa Raimondi Garibaldi, 7 – 00145 Roma, con la denominazione “Presentazione di proposta di intervento: Avviso pubblico L.R. 28 dicembre 2007, n.26 art. 41 (triennio 2019/2021) a mezzo posta elettronica certificata PEC: areaeconomiadelmare@regione.lazio.legalmail.it, oppure consegnate a mano alla Regione Lazio – Servizio Ricezione corrispondenza (stesso indirizzo).

Adottare uno stile di vita salutare a 50 anni ritarda lo sviluppo di malattie croniche

Mangiare sano, svolgere un’attività fisica quotidiana, smettere di fumare e consumare poco alcol. Sono queste le regole per vivere meglio e più a lungo, ma anche per ridurre il rischio di malattie croniche e degenerative. Lo hanno mostrato numerose ricerche, lo conferma uno studio condotto dall’Harvard T.H Chan School of Public Health e pubblicato sul British Medical Journal, che dimostra come uno stile di vita sano permetta alle persone di vivere libere da malattie croniche per 7-10 anni in più.

Un risultato importante, in un’epoca in cui la popolazione mondiale raggiunge in media i 72 anni e in cui il numero di persone di età pari o superiore a 60 anni, secondo le stime dell’Oms, dovrebbe raggiungere i 2 miliardi nel 2050. È una vittoria per l’umanità, che ha debellato molte malattie infettive e parassitarie, bisogna però migliorare le condizioni dell’invecchiamento e ridurre l’insorgenza di malattie croniche e degenerative, come il diabete, il cancro, le malattie cardiovascolari e la demenza senile. Un fattore fondamentale, secondo questa ricerca, è condurre uno stile di vita sano sin dalla mezza età.

Ancora l’illusione del ritorno al partito di ispirazione cristiana.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il Manifesto di Zamagni e l’attività speculativa sul piano culturale di alcuni intellettuali ed opinionisti di formazione cattolica hanno riaperto un dibattito che Il Domani d’Italia ha puntualmente e correttamente ospitato e veicolato nei mesi passati.
Al riguardo dobbiamo registrare in queste ore gli interventi interessanti,ancorchè contrastanti, di altri osservatori attenti e sensibili alle questioni sollevate all’interno del più generale dibattito del quale Rete Bianca ed altre realtà di ispirazione cattolica sono stare le prime protagoniste.

In particolare Paolo Corsini, come “cattolico di tradizione non democristiana”,nel suo ultimo articolo su Il Giornale di Brescia dapprima si pone il problema della presenza dei cattolici nella politica odierna che definisce,tout court, “una politica senza i cattolici”, e successivamente,in chiusura,auspica nemmeno troppo velatamente l’inveramento di una “democrazia dei cattolici”, così come immaginata da Pietro Scoppola, mediante un più marcato impegno politico all’interno del Partito Democratico, a suo dire portatore di comuni e condivisi valori “neoumanistici”.

A Corsini, su Il Domani d’Italia, risponde garbatamente,ma non per questo meno decisamente, Giuseppe Ignesti, altro fine intellettuale cattolico, che affronta il tema utilizzando una cifra dialettica palesemente meno laica e dichiaratamente più ecclesiologica.
Infatti Ignesti,portando persino D’Alema a sostegno della sua tesi della scarsa ed acclarata utilità politica e culturale di un rinnovato tentativo di quella contaminazione di idee e di comportamenti che era alla base del Partito Democratico del Lingotto,nega la validità di un tale progetto a causa, principalmente, del “prevalere nella vita interna di quel partito di logiche di appartenenza ai vecchi ambienti che lo compongono”.

Insomma, per semplificare, gli eredi del Pci-Pds-Ds pretendono di esercitare, e lo fanno, una egemonia politica più che culturale nei confronti di quanti non mutuino le loro posizioni da quella storia e da quel percorso, in particolare verso gli uomini e le donne provenienti dalla esperienza cattolico democratica e più precisamente dalla vasta platea rappresentata dalla militanza partitica ex ex democratico-cristiana.

Al riguardo,pur concedendo a Ignesti di non sbagliare completamente nel suo ragionare,credo sia naturale, oltreché opportuno,svolgere alcune riflessioni a confutazione.
Soprattutto perché le argomentazioni di Ignesti, semplici ma non semplicistiche,appaiono come il frutto di una insufficiente conoscenza della fattuale realtà del Partito Democratico.
Tempo fa,in una analoga risposta a Giorgio Merlo che, registro,negli ultimi manifesta di aver maturato una diversa posizione,scrivevo che” il Partito Democratico non era all’inizio un moloch espressione della Sinistra postcomunista, anche se alcuni,con qualche ragione,continuano a ritenere che forse lo sia ora, giacchè recenti vicende interne alla stesso Partito sembrano inviare,a loro giudizio,segnali preoccupanti in tal senso”.

Scrivevo allora,e continuo a pensare ancora, che ”il Partito Democratico non è stato un evento naturale,presentatosi nella forma che gli elementi costituenti,anch’essi naturali,gli hanno conferito.
Il Partito Democratico è stato, ed è ancora, una creazione umana, e come tale è fallibile e modificabile”.

Nel momento topico,subito dopo il Lingottto, ma in verità anche prima,ai tempi dell’Ulivo e della Unione,molta parte del cattolicesimo impegnato in politica ha rigettato l’idea di avventurarsi,working in progress, su di un percorso culturalmente faticoso ed anche umanamente difficile.
In molti hanno preferito il facile ed comodo rifugio offerto gratuitamente da una destra rappresentata da un Berlusconi ancora col vento in poppa e da un apparentemente non più nostalgico Gianfranco Fini.

Una scelta,a mio parere,decisamente infelice pur se legittima,della quale non era stata considerata la potenzialità in ordine ad un clamoroso effetto sul popolo del non voto,su quella parte dell’elettorato “moderato” che,negli anni successivi si sarebbe sentita sempre più non rappresentata,con le conseguenze politiche e sociali che ogni giorno registriamo.
Questo atteggiamento ha contribuito a che il Partito Democratico non fosse, e forse non sarà nel prossimo futuro, nemmeno quello ipotizzato dal Walter Veltroni,per i marchiani errori di tattica e di strategia commessi da una parte e dall’altra della comunità politica così costituitasi e per la miopia politica spacciata per recupero minimo di identità ideologica.
La sconfitte subite da Matteo Renzi nel Referendum Istituzionale e nelle Elezioni Politiche del 2018 e lo svolgersi delle vicende politiche che da esse originano,fino alla confusa ed instabile situazione di Governo e Parlamento attuale,lasciano credere ad alcuni, collocati a sinistra del duo Salvini-Meloni, che ci sia spazio per una alternativa identitaria“di sinistra” tradizionale in grado di presentarsi autonomamente come forza di governo ed è facile rilevare come su questa posizione si stiano collocando i molti favorevoli ad una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, sia pure con uno sbarramento di misura al momento controversa.

Con altrettanto scetticismo,però,io mi interrogo sulla possibilità,e sulla reale utilità per il Paese,del ritorno sulla scena politica e parlamentare di un partito di ispirazione cattolica,per comune ammissione di consistenza numerica ridotta,forse ai limiti della soglia di sbarramento di cui sopra,che possa costituire un efficace antemurale al populismo sovranistitico e nazionalistico dominante,magari riportando al voto quella massa cospicua di italiani che da troppo tempo disertano le urne elettorali.
E’ un progetto credibile e realizzabile o è l’illusione,in qualche caso un poco narcisistica,di chi ha cuore il valore assoluto della propria testimonianza a discapito del possibile bene del Paese?

E, in conlusione, non sarebbe meglio, come sembra auspicare Corsini, lavorare sulla struttura del Partito Democratico per farne un soggetto politico veramente democratico, liberale, popolare, laico, riformista ed europeista in grado di muoversi nel solco segnato dalle grandi culture politiche e sociali del’900 correttamente e modernamente intese?

Considerando anche che nel Partito Democratico c’era sì Massimo D’Alema,ma c’erano,e ci sono ancora, tanti quadri e tanti dirigenti di cultura e formazione diversa, quella cattolica compresa, che non credono ancora al fallimento definitivo del Partito Democratico.
Forse a quello dell’apparato formale sì,ma a quello della idea di fondo no.

Dazi, pace tra Usa e Cina ma è guerra alla Ue

Dopo l’accordo sui dazi trovato dagli Stati Uniti con la Cina adesso va cercata la pace anche con la Ue in vista della conclusione il 13 gennaio della procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio (USTR) americano sulla nuova black list allargata dei prodotti europei sui quali Trump minaccia di estendere le tariffe e di aumentarle fino al 100% in valore. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione della scadenza del termine fissato dal Federal Register nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus, proprio in concomitanza della visita del vicepremier cinese Liu He sara’ negli Usa per firmare la ‘fase uno’ dell’accordo commerciale.

La minaccia di Trump di imporre tasse aggiuntivi fa tremare in particolare l’Italia del mondo del vino che è il prodotto agroalimentare Made in Italy piu’ esportato in Usa con un aumento del 5% in valore nel 2019 dopo il record di 1,5 miliardi raggiunto l’anno precedente, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai primi nove mesi dell’anno. Tra i nuovi prodotti che potrebbero essere colpiti dai dazi – sottolinea la Coldiretti – c’è infatti anche il vino italiano che a differenza di quello francese era scampato alla prima black list scattata ad ottobre 2019. Gli Stati Uniti – continua la Coldiretti – sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il Prosecco, il pinot grigio, il Lambrusco e il Chianti. L’imposizione di dazi favorirebbe la produzione di vino degli Stati Uniti che ha raggiunto quasi il 10% del totale mondiale per effetto– sottolinea la Coldiretti – di una crescita vorticosa delle coltivazioni che hanno consentito agli USA di diventare il quarto produttore di vino a livello globale dopo Italia, Francia e Spagna con una quantità di 24 milioni di ettolitri. Ma ad avvantaggiarsi sarebbe anche i concorrenti del Cile e dell’Australia particolarmente presenti sul mercato statunitense. A preoccupare sono anche le misure protezionistiche sulle esportazioni di olio di oliva che sono state pari a 436 milioni nel 2018 in Usa.

Una situazione che aggraverebbe il conto delle perdite già subite dall’Italia per effetto dei dazi al 25% scattati il 18 ottobre scorso contro una lista di beni europei che ha colpito molte delle più note specialità tricolori, dal Parmigiano Reggiano al Grana Padano, dall’Asiago al Gorgonzola fino alla Fontina ma anche salumi, agrumi, succhi e liquori per un valore di circa mezzo miliardo di esportazioni. Dalle prime analisi emerge infatti che l’entrata in vigore dei dazi ha azzerato la crescita delle esportazioni alimentari Made in Italy negli Stati Uniti che rimangono stagnanti (+0,6%) ad ottobre dopo che nei nove mesi precedenti erano aumentate in media del 14,1% sulla base delle elaborazioni Coldiretti di dati Istat relativi al commercio estero ad ottobre.

“Ci sono le condizioni per avviare un dialogo costruttivo ed evitare l’acuirsi di uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’impegno a livello nazionale ed internazionale per sventare una minaccia devastante per il Made in Italy agroalimentare.

Roma: i segreti della fotografia notturna

Nell’ambito dell’esposizione fotografica “Carpe Sidera. La Meraviglia del Cielo sulla Bellezza di Roma” in corso al Museo Civico di Zoologia fino al 23 febbraio 2020, il curatore della mostra, l’astrofisico e fotografo Gianluca Masi, astronomo del Planetario di Roma Capitale, terrà due incontri dedicati alla fotografia notturna e ai fenomeni osservati e immortalati nelle sue fotografie.

La partecipazione agli incontri, aperti a tutti fino ad esaurimento dei posti disponibili, è inclusa nel costo del biglietto d’ingresso al Museo. E’ gratuita invece per i possessori della MIC Card.

L’iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

L’incontro in programma oggi alle ore 15.30 avrà come tema “Fotografare il cielo stellato dalla Città: una sfida possibile”. Nonostante la grande quantità di luci artificiali, la città permette di osservare e fotografare eventi astronomici di particolare bellezza. Nel corso dell’incontro Gianluca Masi illustrerà alcuni esempi notevoli, con qualche consiglio utile al fotografo urbano del cielo.

Nella conferenza di sabato 18 gennaio 2020 alle ore 15.30 dal titolo “Paesaggio urbano e paesaggio celeste: regole per una perfetta armonia”, Gianluca Masi svelerà alcuni segreti e proporrà utili spunti per realizzare immagini di notevole effetto compositivo.

La mostra
Attraverso l’esposizione di 30 spettacolari fotografie realizzate dall’astrofisico e fotografo Gianluca Masi, astronomo del Planetario di Roma Capitale, la mostra Carpe Sidera. La meraviglia del cielo sulla bellezza di Roma accosta le meraviglie del cielo e il fascino monumentale di Roma. Lo splendore del cielo notturno, attraverso alcuni dei suoi più spettacolari fenomeni, si accende su quello di monumenti e simboli della Capitale: dalla Stazione Spaziale che attraversa il cielo sopra Piazza di Spagna alla Superluna che incombe all’orizzonte dell’Altare della Patria, da Venere che tramonta accanto al Cupolone, al graffio di luce di un satellite su Piazza del Campidoglio.

L’obiettivo di Gianluca Masi, in qualità di ricercatore ma anche di appassionato divulgatore scientifico, è quello di recuperare, attraverso la bellezza delle immagini, il dialogo tra la volta celeste e gli spazi urbani, punto di partenza per la salvaguardia di quel tesoro di meraviglie nascoste nel firmamento.

Industria: Istat, a novembre 2019 produzione in aumento dello 0,1%

A novembre 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,1% rispetto ad ottobre. Nella media del trimestre settembre-novembre la produzione mostra una flessione congiunturale dello 0,7%.

L’indice destagionalizzato mensile presenta aumenti congiunturali per i beni strumentali (+0,8%) e i beni intermedi (+0,7%); variazioni negative registrano, invece, l’energia (-2,1%) e i beni di consumo (-0,2%).

Corretto per gli effetti di calendario, a novembre 2019 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dello 0,6% (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di novembre 2018). Nella media del periodo gennaio-novembre l’indice ha registrato una flessione tendenziale dell’1,1%.

Su base tendenziale e al netto degli effetti di calendario, a novembre 2019 si registra una moderata crescita esclusivamente per il comparto dei beni di consumo (+0,8%); al contrario, una marcata flessione contraddistingue l’energia (-3,9%), mentre diminuiscono in misura più contenuta i beni intermedi (-1,0%) e i beni strumentali (-0,4%).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (+8,1%), l’industria del legno, carta e stampa (+7,0%) e la fabbricazione di prodotti chimici (+2,9%). Le flessioni più ampie si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,4%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-5,3%) e nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-4,9%).

Linfoma di Hodgkin

Il linfoma è un tumore maligno del sistema linfatico, ovvero di quell’apparato costituito da cellule e tessuti che si occupano della difesa dell’organismo dagli agenti esterni e dalle malattie

I linfonodi più spesso colpiti dal linfoma di Hodgkin sono quelli del collo, ascellari, mediastinici, inguinali e addominali. In alcuni casi, però, la malattia può riguardare anche degli organi, come il midollo osseo, il fegato, i polmoni e le ossa.

Le cause della malattia sono tuttora sconosciute. Tuttavia alcuni fattori di rischio sono noti. Si tratta della pregressa infezione da virus di Epstein-Barr e da Hiv, che possono indebolire il sistema immunitario.

La scelta della terapia (la chirurgia non è quasi mai utilizzata) dipende dallo stadio del tumore, dall’età e dalle condizioni generali del paziente. La strategia terapeutica può comprendere chemio e radioterapia in combinazione o in sequenza ed ha finalita’ di cura: oggi si stima infatti che circa il 70-80% dei pazienti affetti da linfoma di Hodgkin possa essere guarito.

Recentemente è stata inoltre dimostrata l’efficacia dell’immunoterapia con anticorpi monoclonali.

Chi è sovrano, il popolo o il leader?

Non passa giorno in Parlamento che non avvenga un cambio di casacca. Dallo scorso mese di settembre, appena ripresi i lavori parlamentari dopo la pausa feriale e fino all’inizio di quest’anno, si sono registrati 67 cambi da un gruppo politico ad un’altro. Oramai son anni ed anni che questo avviene, ed a ben vedere i fenomeni, chiamiamoli politici, continueranno a moltiplicarsi nella sostanziale indifferenza della opinione pubblica che ormai si è abituata a questo malcostume.

Certamente questo andirivieni non fa bene alla Democrazia italiana, sia per la reputazione dei singoli parlamentari sia per la instabilità a cui vengono esposte le istituzioni, sia per la credibilità del sistema politico. Si pensi che nella scorsa legislatura i ‘cambiamenti’ hanno interessato ben 569 tra Deputati e Senatori: a conti fatti ben 2/3 l’intero corpo di rappresentanza nazionale.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha più volte chiesto ai gruppi politici di rendere più difficili i passaggi con nuovi regolamenti di funzionamento del parlamento, ma sarebbe una soluzione più negativa del male che si dice di voler combattere. Se si vuole farlo davvero, si rendano più democratiche le attività dei partiti; i leaderismi procurano facilmente strappi con chi non vuole sottomettersi a soluzioni non mediate.

Ma il nodo principale sono le preferenze negate per le competizioni elettorali nazionali. Infatti se ci fosse un rapporto diretto tra elettore ed eletto, difficilmente avverrebbero i salti della quaglia recenti.

Il cambiamento di opinione dell’eletto sarebbe non compreso e quindi penalizzato nel voto futuro. È un grave fatto che i cittadini spesso neanche sanno chi sono i propri rappresentanti, perché scelti dal capo politico. La realtà cruda odierna è che si salta il fossato quando il leader che li ha scelti, viene percepito come perdente, ed al contrario si va incontro ad un’altro ritenuto al momento più potente che lo può garantire per ottenere lo scranno in futuro. Se le cose stanno così, chi è sovrano il popolo o i leader?

Liberta’ “e” partecipazione

Ci sono definizioni che diventano presto obsolete perché non sanno più descrivere il loro oggetto o perché non corrispondono più ad un’ immagine condivisa e a noi contemporanea.
Ce ne sono poi alcune che reggono alle mode e mantengono un aggancio con la realtà e altre ancora che diventano veri e propri paradigmi di pensiero, forse ben oltre il loro senso originario, anche quando le parole si allontanano dalla loro storia o dalla Storia sono poi a loro volta smentite .

Se queste sovrapposizioni ma anche se questi sdoppiamenti e abbandoni si riferiscono ai valori che sovrintendono alle nostre azioni può persino accadere che un’intera generazione ne venga condizionata.

Stiamo parlando di una canzone: ma quella definizione di Giorgio Gaber sulla libertà come partecipazione è diventata nel tempo una vera e propria icona, un modello ideale ma anche esistenziale a cui si è ispirata una lunga stagione di comportamenti sociali e persino di militanza politica.

Correvano gli anni della contestazione, della socializzazione, dei collettivi, della condivisione, della mobilitazione, delle lotte di massa.
Anni in cui la piazza non era più l’agorà , il luogo degli incontri tra persone e degli scambi di idee e di beni, la sede deputata ai mercati.

Era soprattutto un luogo di manifestazione e di scontro, di protesta e di dissenso ma anche di minacce e di eversione, dove si misurava lo spazio non come esercizio di libera scelta ma come prova di forza e di possesso, per segnare una presenza e per tracciare un confine.
Molti di noi sono stati in quelle piazze e in molti ci torneremo ogni volta che ce ne sarà bisogno.

Ma l’idea di partecipazione ha segnato tracce profonde anche nell’agire delle nostre quotidianità e delle nostre abitudini, oltre il senso di una chiamata all’appello dai toni ultimativi.
Molta parte di quella stagione è sopravvissuta al di là delle ragioni che la rendevano necessaria: nel modo di pensare, nei comportamenti, nelle abitudini è rimasto sottotraccia un surrogato utilitaristico e commerciale di quelle presenze.

L’aver associato l’immagine della libertà ad una dimensione comunitaria e partecipativa ci ha reso tutti attori sociali, sfocando a poco a poco la dimensione individuale: solo “prendendo parte” agli eventi, partecipando alle azioni, aggregandoci gli uni agli altri potevamo dare un senso compiuto alla nostra stessa identità di persone.
Dimenticando che ai tempi e nei luoghi delle dittature più feroci le piazze diventavano la mascella volitiva del potere o costituivano il ventre molle del corpaccione plebiscitario e certamente nei bagni di folla si potevano scorgere presenze ancor più numerose, braccia tese, consensi viscerali, ostensioni di masse accomunate da simboli e bandiere.
In tempo di pace ci è stato spiegato che dovevamo privilegiare la ricerca della condivisione e del consenso, annullando o valorizzando le differenze a vantaggio di una dimensione comunitaria.

Una valanga di parole ha sommerso la nostra vita, cercavamo la libertà nell’uguaglianza stemperando i meriti e i demeriti in un tutto indistinto.
Ci è stato consegnato un mondo più giusto? Il controllo sociale ha esercitato la dovuta vigilanza o si è limitato ad omologare i nostri vissuti? Media e comunicazione ci hanno reso davvero liberi?

A un certo punto la piazza è stata sostituita dai centri commerciali e la dimensione collettiva del vivere sì è ispirata a meno nobili ideali e a più miti pretese consumistiche.
Ma sullo sfondo la piazza è rimasta come luogo del ritrovarsi esprimendo slogan condivisi: la metafora dell’identità collettiva che stempera le divergenze.
Si sono affermati stereotipi e luoghi comuni adeguati ai tempi ma questo dovere collettivo dell’essere presenzialisti e motivati, questa regola non scritta della redenzione e del riscatto che passano attraverso l’uguaglianza e la partecipazione finiscono per appiattire la nostra vita e per limitare le nostre aspirazioni.
Vedo mani sapienti che governano le nostre azioni, che studiano e pianificano il calendario della nostra vita, che ritualizzano le nostre giornate, che alternano con un’occulta regia anche le nostre più insignificanti abitudini.

C’è bisogno di estro nelle nostre scelte, di svincoli e sdoganamenti alla criticità della riflessione, di valorizzazione delle nostre occultate personalità, di pensiero divergente.
Abbiamo invece imparato che vince chi resta, chi resiste, chi si impegna, chi risponde alla chiamata, chi dice “ok, mi importa, voglio fare la mia parte”.

Una concezione “riempitiva” del tempo e dello spazio: darsi da fare, associarsi, confrontarsi, occuparsi di qualcosa, alzare la mano e parlare, intervenire, dire la propria, in una parola “partecipare”. Per non parlare dell’universo incognito dei social e delle relazioni a mezzo chat.

Spaventano forse il silenzio e la sosta, ci sembrano vuoti e privi di senso: bisogna agire.
Eppure ognuno è alla ricerca di una appagante nicchia esistenziale, di un luogo dove l’astensione e il distacco dalle cose ci restituiscano un’originaria identità perduta.
Ma vince davvero chi resta, agisce e partecipa?
Non siamo forse autenticamente infastiditi da tutto il frastuono delle presenze che ci circondano?

Possiamo o non possiamo più esercitare il libero, gratuito possesso della nostra anima?
Libertà non sarà forse lo “stare sopra un albero” ma quell’idea dello “spazio libero”, del “gesto e l’invenzione” dobbiamo ammettere che risulta stuzzicante.
Ci sono ancor spazi liberi nel nostro vivere, da percorrere generando opinioni, senza portarci appresso la catena dei condizionamenti e delle remore sociali?
Trovare un punto di equilibrio nei rapporti tra noi e il mondo è una sfida che si rinnova ogni giorno.

La partecipazione può essere un dovere più che una scelta, specie quando diventa un tantino pervasiva ed opprimente.
Il ruolo sociale ci appartiene per natura ma il doverismo partecipativo che ci viene ritagliato addosso può risultare alla lunga stretto e persino soffocante.
Quel convergere di masse sincrone, spinte da nobili ideali o dalla ricerca di nuove forme di presenze alternative non risulta sempre convincente: sotto quel pathos partecipativo si nascondono a volte motivazioni istintive sulle quali poi lo scorrere degli anni esercita dissolvenze e distinguo.

Raramente la piazza partorisce nuovi leader, figure da elevare al di sopra della omologazione: più facile che i valori nobilitanti dell’innovazione e del cambiamento emergano dallo studio, dalla conoscenza, dalla riflessione, dall’esperienza e dalla competenza provata.

Da Fedro a La Fontaine a Orwell gli animali hanno spesso raffigurato simbologie umane.
Ma attribuire nuove allegorie e cercare metafore alternative alla dimensione antropologica è una minusvalenza di pensiero: per questo le sardine – al di là dei significati simbolici che ci sforziamo di attribuire loro- sono se mai un passo indietro ripensando ad epoche come l’Umanesimo e il Rinascimento dove l’uomo – non i pesci – erano collocati al centro del mondo e delle sue potenzialità. Questa visione ‘ittica’ del mondo non mi persuade, già ci aveva provato il grillismo a scardinare le istituzioni come scatole di sardine, appunto.
Che si tratti dunque di quelle un tempo imprigionate dai partiti ed ora liberate per esercitare più avanzate forme di democrazia?

Sono le stesse sardine ieri compresse ed oggi artefici di un nuovo modello di società, ispirato magari a valori antichi? Occorre forse riflettere pacatamente, più che sentirsi omologati e compattati in una moltitudine ondeggiante alla ricerca di nuovi capi e di mirabolanti congetture sul futuro.
Il sentirci davvero liberi e realizzati in una dimensione esclusivamente partecipativa è sovente più una finzione, un rituale, un’abitudine che un fermo, intimo, esaustivo convincimento.

A lungo andare l’eccesso di partecipazione genera crisi di rigetto, complicazioni relazionali e produce esiti contrastanti. Non dimentichiamo il tempo in cui le adunate oceaniche diventarono chiamata alle armi: difficile restare pacifisti in piazze confinanti e oppostamente schierate.

Occorre dunque conservare l’uso del pensiero critico che è premessa della propria personale libertà – sommo principio non negoziabile – e questo dovrebbe valere per ogni collocazione politica.

Un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica

Un contributo italiano, per un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica, viene dal Manifesto di cui sono tra i primi firmatari come presidente della Fondazione Symbola con Ettore Prandini presidente Coldiretti, Vincenzo Boccia presidente Confindustria, Francesco Starace Amministrazione Delegato Gruppo Enel, Catia Bastioli Amministratore Delegato Novamont, Padre Enzo Fortunato Direttore della sala stampa del Sacro Convento Assisi, l’architetto e senatore a vita Renzo Piano, Carlo Petrini, presidente e fondatore di Slow Food e oltre 50 esponenti del mondo economico, sociale e culturale.

Affrontare la crisi climatica è una sfida di enorme portata che richiede il contributo delle migliori energie tecnologiche, istituzionali, politiche, sociali, culturali e soprattutto la partecipazione dei cittadini. Importante è stato ed è in questa direzione il ruolo dell’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco.

Siamo convinti che, in presenza di politiche serie e lungimiranti, sia possibile azzerare il contributo netto di emissione dei gas serra entro il 2050. Questa sfida può rinnovare la missione dell’Europa dandole forza e centralità. E può vedere un’Italia in prima fila.

Noi siamo convinti che non c’è nulla di sbagliato in Italia che non possa essere corretto con quanto di giusto c’è in Italia. Noi, in ogni caso, nei limiti delle nostre possibilità, lavoreremo in questa direzione, senza lasciare indietro nessuno, senza lasciare solo nessuno.

È un manifesto, presentato sabato al Forum Internazionale dell’Agricoltura a Cernobbio, promosso da Ermete Realacci, Ettore Prandini, Vincenzo Boccia, Francesco Starace, Padre Enzo Fortunato, Catia Bastioli e già firmato da oltre 50 esponenti del mondo economico, sociale e culturale. Tra questi anche Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem

Le adesioni continueranno nei prossimi mesi in preparazione dell’evento che si terrà il 24 gennaio presso il Sacro Convento di Assisi.

Promuovere la pace imparando a pensare in modo nuovo

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani invita ogni comunità educativa a promuovere azioni di pace in linea con il manifesto Eistein – Russel, promosso nel 1955. L’attuale crisi internazionale tra IRAN e USA, accentuatasi con l’uccisione del generale Soleimani, le dichiarazioni del contrammiraglio iraniano Ali Shamkhani e la posizione di Donald Trump, i sempre più problematici scenari libici implicano una riflessione e un segnale da parte del mondo della scuola atto a sollecitare la classe politica e il mondo della cultura ad intervenire al più presto con azioni incisive e moderatrici per arginare l’odio e scongiurare possibili scenari di guerra.

Solo attraverso la ricerca assidua di possibili risoluzioni pacifiche si può determinare una concreta sopravvivenza del pianeta. Per questo il coordinamento invita i docenti, gli studenti e ogni componente della scuola a promuovere una catena della pace.

Solidarietà, partecipazione, responsabilità, democrazia, diritti umani sono termini che hanno contraddistinto nel corso della storia le battaglie dell’uomo per il raggiungimento di una società più vivibile e civile.

Risulta oggi attualissimo chiederci così come Einstein e Russel hanno fatto, attraverso il loro manifesto, se sia il caso di cominciare a “imparare a pensare in modo nuovo” e cioè domandarci: “Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?”

La democrazia è una parola vuota se non intervengono azioni concrete da parte di tutte le componenti della società idonee a valorizzarla e renderla tangibile. Tanti filosofi, politologi hanno cercato nel corso degli anni di dare una definizione sempre più opportuna e corretta del termine, – conclude il coordinamento – oggi abbiamo di fronte a noi la possibilità di superare la diversità in nome della comune appartenenza al genere umano. Prima che sia troppo tardi.

Libera a Foggia per rispondere alla violenza criminale.

La mobilitazione partirà oggi alle ore 15,00 da Viale Candelaro 27, luogo del primo omicidio dell’anno di violenza criminale per concludersi alla fine di Via Lanza.

“Davanti a questa violenza mafiosa, una cosa è certa bisogna schierarsi – è l’appello di Luigi Ciotti- per non lasciare sole le vittime di questa violenza, per non lasciare soli i rappresentati dello Stato, le forze dell’ordine, la magistratura impegnati quotidianamente in operazioni importanti ed efficaci. Per non lasciare soli i cittadini. Bisogna schierarsi come cittadinanza responsabile e valorizzare il lavoro di resistenza delle tante realtà di quel territorio che provano a costruire percorsi di bellezza e di cambiamento. Bisogna schierarsi per chiamare il male per nome e non girarsi dall’altra parte, perché il male non è solo di chi lo commette ma anche di chi assiste senza fare nulla per contrastarlo. Tutti insieme a Foggia – conclude Luigi Ciotti – perché serve coraggio di avere più coraggio da parte di tutti”.

Startup innovative, al via il nuovo Smart&Start Italia

Il Ministero dello Sviluppo economico ha pubblicato la circolare che definisce i nuovi criteri e le modalità di presentazione delle domande per richiedere l’agevolazione prevista dalla misura Smart&Start Italia, che ha l’obiettivo di sostenere la nascita e lo sviluppo, su tutto il territorio nazionale, di startup innovative.

Smart&Start Italia ha a disposizione circa 90 milioni di euro di risorse per finanziare piani d’impresa, di importo compreso tra 100 mila euro e 1,5 milioni di euro, finalizzati alla produzione di beni e l’erogazione di servizi ad alto contenuto tecnologico e innovativo. Questi piani d’impresa potranno essere realizzati anche in collaborazione con organismi di ricerca, incubatori e acceleratori d’impresa, Digital Innovation Hub.

Le principali novità introdotte, sulla base del decreto ministeriale del 30 agosto 2019, riguardano la semplificazione dei criteri di valutazione e di rendicontazione, l’introduzione di nuove premialità, l’incremento del finanziamento agevolato fino al 90%, un fondo perduto fino al 30% per le imprese del Sud e un periodo di ammortamento fino a 10 anni.

A partire dal 20 gennaio 2020 le domande con i nuovi criteri per la richiesta dell’agevolazione potranno essere inviate a Invitalia, soggetto gestore della misura.

L’Italia non si vaccina contro il Papilloma Virus

L’Italia, con la copertura vaccinale contro il Papilloma Virus (Hpv), che si attesta intorno al 73-76% per le femmine e al 60% per i maschi, è ben lontana dal superare l’80%, tasso che assicurerebbe la cosiddetta immunità di gregge.

Ogni anno in Italia ci sono 46.000 nuove diagnosi di cancro alla cervice dell’utero, un tumore molto aggressivo che, quando diagnosticato tardi, ha una possibilità di guarigione molto bassa. L’Hpv è la causa principale di questa malattia così come di alcuni tumori testa collo, del pene e dell’ano.

La vaccinazione contro l’Hpv, secondo la comunità scientifica, garantisce una efficacia vicina al 100 per cento e una totale sicurezza, poiché privo di effetti collaterali.

E’ gratuito per tutti i giovani tra gli 11 e i 12 anni, secondo programma di vaccinazione ministeriale, ovvero prima dell’età di un possibile contagio e quando il beneficio è quindi massimo.

L’obiettivo dei prossimi anni sarà quello di  arrivare al 95% della copertura vaccinale nei maschi e nelle femmine per eradicare definitivamente il papilloma virus in Italia.

Il Principe di Conselve

I lettori non si facciano ingannare dal nome. Non stiamo parlando del Principe di Condè, che secondo il Manzoni “dormì profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi” (1643) ma proprio di Conselve, un paesino in provincia di Padova. 

In questi anni Venti iniziati tra venti di guerra internazionali e sterili diatribe nazionali (da Rula Jebral a Rita Pavone) c’è una piccola storia di vita “vera” che merita di essere raccontata. 

Un uomo è in fila allo sportello di una nota società privata che gestisce le utenze: «Buongiorno, da stamattina in casa non ho più la luce né il gas». L’impiegato digita i dati al computer e risponde con un certo imbarazzo: «Scusi, ma lei non paga le bollette da mesi». «Ho quattro bambini a carico e non riesco a saldare l’intera cifra. Posso darvela a rate?». «Lei è insolvente da tempo e in questi casi la normativa ci impedisce di rateizzare il pagamento, mi dispiace». L’uomo scoppia a piangere e si allontana con la testa tra le mani. A quel punto, il cliente in attesa dietro di lui si avvicina allo sportello e, abbassando la voce, chiede all’impiegato a quanto ammonti il debito pregresso: «A poco meno di settecento euro». «Bene, posso saldarlo io, ma a una condizione. Voglio restare senza nome per tutti. Anche per lui». È questo signore, rimasto anonimo, il Principe di Conselve. 

Ho dato un’occhiata veloce alle reazioni dei “leoni da tastiera” (hic sunt leones) sul Web. Qualcuno ha messo in dubbio il distacco della luce («dai, al massimo avranno abbassato la corrente»). Altri se la sono presa con il comportamento – discutibile – della società creditrice. Altri si sono chiesti: «E la prossima bolletta chi la salderà?». Altri ancora hanno ricordato il noto episodio in cui l’Elemosiniere del Papa ha riattivato la corrente di un palazzo occupato a Roma (con annesse polemiche).

Quanto è difficile misurarsi con la bontà gratuita e anonima di un piccolo gesto. Davanti a una tastiera siamo diventati tutti scettici (o creduloni). Ma appena ci piomba addosso la vita vera, si sospende il dibattito e ci si rivela, talvolta perfino a noi stessi. Mi piace pensare che l’anonimo benefattore si sia detto: «Se il destino ha voluto che questa scena accadesse sotto i miei occhi, significa che non potevo chiuderli e girare la testa dall’altra parte». Un milite ignoto dell’umanità.

Irrilevanza

Parlare dell’irrilevanza italiana sullo scacchiere internazionale è come sparare su un animale già morto e non ci consola affatto vedere coi nostri occhi che l’Europa conta più o meno come noi.

A parole, tutti a sbracciarsi per qualche colpo battuto dalla UE, possibilmente unitario, ma tutti sappiamo quanto l’Europa sia, allo stato attuale, un’intransitabile utopia. Ma, piuttosto che prendercela con le fantomatiche istituzioni comunitarie, domandiamoci: c’è un’omogeneità di vedute, tra i vari Stati europei e, soprattutto, tra le relative popolazioni, sullo scontro IRAN/USA? C’è sulla Libia e le migrazioni che ne provengono? E su Israele?
Lasciamo stare, forse solo sulla Corea del Nord c’è una condivisione, peraltro solo se Trump non insista troppo con le sue manovre pre-elettorali.

In sostanza, non c’è una visione europea che ne accomuni i popoli ed è inutile darne la colpa alle differenze di lingua o di religione o culturali. Cosa potrebbe accomunare in una visione condivisa situazioni così diverse?

Credo che tale visione esista. Ma solo se assumiamo l’Occidente – e l’Europa ne è parte costitutiva – come contenitore comune di istanze di libertà e il mondo come problema globale.

Ma, ripeto, dentro la gente di centro-sinistra, per fare l’esempio di un pezzo di società che conosco bene, c’è forse una visione condivisa sulla questione Usa/Iran?
E c’è, in America, qualcuno cui freghi un fico secco del tramonto geopolitico dell’Europa? qualcuno pensa, negli USA, che il declino dell’Europa sarebbe una tragedia per tutto l’Occidente?

(Dal profilo fb dell’autore)

Imparare dalle periferie

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Bruno Simili

“Valentina ha due enormi occhi azzurri, belli e brillanti, e i capelli neri, lisci e lunghi. Abita con la nonna a Tor Bella Monaca, all’R4, il comparto che si trova in fondo a via dell’Archeologia, al primo piano di una delle stecche che si affacciano davanti alla scuola elementare. I genitori di Valentina vivono da qualche parte della città, chissà dove. Sono entrambi tossicodipendenti e a Tor Bella Monaca non ci tornano da quanto lei era ancora una bambina”.

Inizia così il racconto del quartiere romano che torna periodicamente al centro delle cronache, basate su fatti colmi di tensione e, spesso, vera e propria violenza. È una delle cinque storie di periferie italiane raccolte da Adriano Cancellieri e Giada Peterle (Quartieri. Viaggio al centro delle periferie italiane, Becco Giallo, 2019) e disegnate per riportare su carta pezzi di quei mondi di cui generalmente non ci interessiamo, salvo quando, all’indomani di una tornata elettorale, ci viene spiegato che sono queste le aree delle grandi città che si vendicano di essere stati abbandonate, di volta in volta dal comune, dalla regione, dallo Stato. Mondi tutt’altro che piccoli, molto complessi e molto diversi gli uni dagli altri, certo, ma anche al loro interno. Sono vere e proprie città, con decine di migliaia di abitanti ciascuna.

In questo libro, chi ha studiato le periferie di Milano (San Siro), Padova (Arcella), Bologna (Bolognina), Roma (Tor Bella Monaca) e Palermo (Zen) introduce il racconto riportato dai diversi disegnatori, uno diverso per ciascun capitolo (Elena Mistrello, la stessa Giada Peterle, Mattia Moro, Alekos Reize, Giuseppe Lo Bocchiaro). Un piccolo viaggio, prezioso perché riesce nell’intento di rendere in modo piano ma non appiattito alcune situazioni di marginalità, ma anche le esperienze riuscite per ricostruire un tessuto sociale molto frammentato, il cui peso ricade interamente su chi abita spazi a lungo trascurati, se non completamente lasciati a sé stessi dalle istituzioni.

Dalla lettura nasce il desiderio di approfondire i singoli casi urbani, ricercando le potenzialità che stanno mano a mano emergendo, per provare a capire quanto le diverse esperienze potrebbero essere esportate o, almeno, potrebbero rappresentare spunti su cui lavorare in altri contesti. Le singole storie, che danno conto della realtà che muta davanti ai nostri occhi ma che noi, il più delle volte, non scorgiamo neppure, ci riportano a questioni molto concrete, che altro non sono se non – banalmente – gli incroci che ogni individuo si trova davanti nel proprio specifico percorso di vita. La scuola, il lavoro, la casa. La capacità di tenere in piedi relazioni sociali. La possibilità di allontanarsi da un destino che, come si dice, appare spesso segnato, dove le famiglie non hanno la forza né, a volte, la capacità di aiutarti.

Che significa, alle soglie degli anni Venti del nuovo secolo, vivere nelle case popolari di San Siro, ad esempio? Che tipo di integrazione possibile tra italiani e stranieri segna nella realtà le scuole di Arcella? Se hai sedici anni e stai a Tor Bella Monaca, quando ti chiedono da dove vieni ti viene da dire piuttosto “sulla Casilina”. E questa immagine che si cerca di dare di sé si ripercuote inevitabilmente sull’idea stessa che si ha di sé e delle proprie possibilità.

Leggendo i racconti e le introduzioni, si ricompone un insieme che colloca al loro posto una serie di sensazioni formatesi nel tempo, sull’incapacità di progettare spazi urbani in base a chi li abita, innanzitutto. Sull’impossibilità di ripensarli se non con investimenti il più delle volte poco mirati, incapaci di riconoscere le forze di cambiamento sociale che lavorano dal basso per modificare (di nuovo) il tuo destino. La creazione di spazi pubblici è spesso conseguenza dell’occupazione di strutture abbandonate: ecco l’illegalità da reprimere, priorità assoluta di gestioni profondamente segnate da criteri di stampo neoliberista. La resilienza, come si dice, è il più delle volte originata da iniziative private, di singoli e associazioni, che raramente trovano il sostegno delle amministrazioni. L’idea che sembra dominare la percezione di chi amministra è di luoghi abitati da minoranze (alla faccia dei numeri: 28 mila persone a Tor Bella Monaca, 44 mila ad Arcella, 16 mila allo Zen di Palermo) che non contano. “Quartieri resilienti ma allo stesso in pericolo”, come scrivono i curatori nella loro introduzione al volume, “che si presentano come laboratori quotidiani, decisivi campi di lotta per l’evoluzione e la costruzione delle città del futuro”. A questo bisognerebbe guardare per costruirsi in testa un’idea di futuro possibile per le nostre città, mettendo definitivamente da parte l’ossessione per il degrado e la sicurezza (di chi abita nel cuore dei centri urbani, però) che sembra dominare gran parte delle nostre politiche urbane.

Qui l’articolo completo 

Il messaggio della Cei: “la Bibbia è un patrimonio culturale per tutti gli uomini”

Cari studenti e cari genitori,

anche quest’anno entro il 31 gennaio siete chiamati a scegliere se avvalervi o non avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica in occasione dell’iscrizione al primo anno dei diversi ordini e gradi di scuola.

Le scelte compiute a larghissima maggioranza negli oltre trent’anni anni trascorsi dalla revisione del Concordato mostrano quanto questa disciplina scolastica si ponga come un servizio educativo molto apprezzato e inducono ad un sempre maggior impegno per la sua qualità.

Il tema del messaggio che vi indirizziamo riguarda la conoscenza e la valorizzazione dello studio della Bibbia sia da un punto di vista culturale, che storico e artistico.

Da quest’anno, infatti, il periodo delle iscrizioni viene a comprendere anche la domenica che Papa Francesco ha voluto dedicare alla Parola di Dio, collocata nel mese di gennaio per assumere una valenza ecumenica nel periodo dell’anno dedicato a rafforzare i legami con gli ebrei e alla preghiera per l’unità dei cristiani (cfr. Francesco, Aperuit illis, lettera apostolica per l’istituzione della domenica della Parola di Dio, 30 settembre 2019, n. 3).

Sembra inutile ricordare come la Bibbia costituisca un patrimonio culturale per tutti gli uomini; essa è stata definita il Grande Codice in cui la cultura occidentale può trovare le proprie radici, ma il suo contenuto va oltre i confini dell’Occidente e intende parlare a tutta l’umanità per avviare un confronto sul significato ultimo della vita e del mondo. Scrive infatti Papa Francesco che «la Bibbia non può essere solo patrimonio di alcuni e tanto meno una raccolta di libri per pochi privilegiati. […] Spesso, si verificano tendenze che cercano di monopolizzare il testo sacro relegandolo ad alcuni circoli o a gruppi prescelti. Non può essere così» (Aperuit illis, n. 4).

Anche solo da un punto di vista culturale, la Bibbia non può rimanere sconosciuta a chiunque si ponga domande di senso e abbia curiosità per conoscere i fondamenti della nostra cultura e della fede cristiana. L’insegnamento della religione è attualmente l’unica occasione per accostare a scuola la Bibbia in maniera corretta, sistematica e approfondita. Le Indicazioni didattiche in vigore per l’insegnamento della religione cattolica dedicano, infatti, ampio spazio alla Bibbia, proponendone una lettura frequente, sostenuta dai più fondati criteri interpretativi oggi offerti dalla critica e dalla ricerca scientifica in proposito. Un ingiustificato pregiudizio considera il testo sacro un documento riservato alle comunità dei fedeli, ma la Bibbia, insieme ai testi delle altre “religioni del Libro”, intende parlare a tutti gli uomini.

È per questo che l’insegnamento della religione cattolica costituisce un’occasione unica per accostarsi alle pagine bibliche anche nella scuola, dove altri testi fondativi della nostra cultura sono studiati e analizzati talvolta anche minuziosamente. La storia dell’interpretazione biblica ha insegnato ad intere generazioni di studiosi i criteri con cui accostarsi a qualsiasi testo, anche a prescindere dalla sua ispirazione sacra. Un serio studio della Bibbia può quindi arricchire la cultura di ognuno.

Con fiducia e convinzione desideriamo rinnovare l’invito a volervi avvalere delle lezioni di religione cattolica, per poter essere accompagnati da insegnanti che siano guide affidabili nell’incontro con un testo che nella storia dell’umanità è paragonabile a pochi altri.

Siamo sicuri che durante queste lezioni potrete trovare docenti e compagni di classe che vi sapranno accompagnare lungo un percorso di crescita umana e culturale, decisivo e fondamentale anche per il resto della vostra vita.

I cieli di Iraq e Iran diventano off limits

Dopo gli ultimi sviluppi, dati dalla crescente tensione tra Usa e Iran, diverse linee aeree hanno deciso di evitare lo spazio aereo iraniano.

Non solo i missili iraniani che hanno centrato due basi militari Usa in Iraq, in rappresaglia per l’uccisione dell’influente generale iraniano Qasem Soleimani, hanno determinato la scelta.

Quello che forse ha pesato di più è la decisione della  Federal Aviation Administration statunitense che ha emesso un avviso per gli aerei commerciali, vietando di “operare nello spazio aereo di Iraq, Iran e sulle acque del Golfo persico e del Golfo dell’Oman”.

Inoltre anche l’Agenzia federale russa per il trasporto aereo ha consigliato alle compagnie aeree di non utilizzare lo spazio aereo sull’Iran e sull’Iraq, nonché sul golfo persiano e dell’Oman.

 

Sicurezza stradale, dal Ministero dell’Interno una nuova campagna

«È davvero insopportabile il costo umano e sociale provocato dalle tante giovani vite perse sulle nostre strade urbane ed extra urbane a causa della velocità eccessiva, della distrazione e delle condizioni psico-fisiche di chi si mette alla guida», ha detto il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese anche in relazione ai tragici incidenti in cui sono morti sette ragazzi tedeschi in Valle Aurina e due donne a Senigallia.

«Sul fronte della sicurezza stradale e della salvaguardia della vita dei pedoni ed in generale degli utenti “deboli” della strada – ha aggiunto la responsabile del Viminale – occorre continuare ad agire con costanza e con severità sul piano dei controlli e della repressione delle violazioni del codice della strada, rafforzando la presenza e l’attività delle Forze di polizia e delle Polizie locali, eventualmente prevedendo un inasprimento delle sanzioni accessorie attualmente previste».

«Tuttavia – ha proseguito il ministro – occorre fare di più sul piano della prevenzione: per questo, insieme alle altre istituzioni interessate e con il coinvolgimento delle amministrazioni locali, mi farò promotrice di un tavolo di coordinamento per una campagna informativa straordinaria, rivolta innanzitutto alle giovani generazioni, sui rischi legati alla violazione delle regole della circolazione stradale e in particolare di quelle previste sul divieto di guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti».

«Ho già chiesto a tutti i prefetti di realizzare, con l’ausilio degli Osservatori sulla incidentalità stradale, un monitoraggio periodico sulle cause e sulle dinamiche più ricorrenti dei sinistri anche al fine di orientare in maniera specifica iniziative da svolgere sui territori», ha concluso il ministro Lamorgese.

La riproducibilità tecnica nell’epoca dell’opera d’arte

In occasione di Arte Fiera, dal 23 al 26 gennaio 2020 Virtual Museum presenta il museo temporaneo di realtà virtuale “WHAT IF. La riproducibilità tecnica nell’epoca dell’opera d’arte”, a cura di Eleonora Frattarolo, all’interno dei nuovi spazi di VRUMS – Virtual Reality Art Rooms in Via Zaccherini Alvisi 8 (Bologna).

Come scrive la curatrice Eleonora Frattarolo: “L’esposizione vuole fare il punto della situazione sulle potenzialità e lo sviluppo della realtà virtuale in campo artistico (dal cinema, all’architettura, alla pittura) attraverso opere che configurano realtà sorte nel passato, o proiettate nel futuro, in mondi fantastici, frutto di immaginazioni totalizzanti. What if. La riproducibilità tecnica nell’epoca dell’opera d’arte, sovverte il titolo del testo di Walter Benjamin e inizia dove termina l’estensione dell’opera d’arte, che nell’attuale sistema culturale può essere tutto, e dunque vive in lotta con i territori del nulla. Questa è una mostra in cui s’intraprendono viaggi nelle possibilità, che la tecnologia delinea dando forma, bellezza, stupore, meraviglia, alle risorse vitali della mente”.

Quattro di queste esperienze virtuali, già esposte nei musei d’arte contemporanea o durante festival specifici, saranno presenti in mostra durante Artefiera, e per la prima volta riunite.

Nel percorso espositivo il visitatore troverà inoltre:

 

Synapse di Enrico T. De Paris esposta alla Triennale di Milano. Un labirinto a struttura molecolare progettato e popolato dall’artista dove lo spettatore si fa parte attiva dell’opera d’arte e diventa a sua volta opera nell’opera: si muove liberamente fra le stanze, viene stimolato da piccoli oggetti volanti, entra in contatto con diverse creature, simboli, emblemi, metafore.
Casa DO UT DO, realizzata per la Fondazione Isabella Seràgnoli su un disegno di Alessandro Mendini con stanze di Alberto Biagetti, Mario Cucinella, Riccardo Dalisi, Michele De Lucchi, Stefano Giovannoni, Alessandro Guerriero, Massimo Iosa Ghini, Daniel Libeskind, Angelo Naj Oleari, Terri Pecora, Renzo Piano, Claudio Silvestrin, Nanda Vigo.
Casa Malaparte, esposta alla Bologna Design Week 2015.
Leggero – Tributo a Freak Antoni, esposta al Museo della Musica di Bologna.

Quello che resta del pensiero di Zygmunt Bauman

Sovente la celebrità e la stessa rilevanza culturale dei “giganti” del nostro tempo resta legata ad una affermazione, un’intuizione, un’idea descrittiva, una sintesi fotografica, efficace e geniale, che spiega in modo suggestivo analisi complesse e approfondimenti che vanno oltre le semplificazioni della definizione e del concetto in se’, spesso banalmente utilizzato per prodotti utilitaristici e commerciali, alla stregua degli stessi pericoli ravvisati in una visione consumistica ed autoreferenziale della vita stessa.

Così è stato per Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo di origine polacca ma di vocazione e declinazione prima occidentale e poi cosmopolita: la sua “società liquida” è stata forse la suggestione culturale più efficace e colorita per descrivere i fenomeni del nostro tempo e la collocazione dell’uomo negli eventi, nei disagi e nei conflitti della contemporaneità.
Ricordo con devota riconoscenza la descrizione interpretativa che il fine Teologo Mons. Bruno Forte mi diede nel corso della sua intervista per un settimanale cattolico: la metafora del “naufragio dell’uomo” ripresa da Lucrezio, che segnala la crisi di tutti gli ancoraggi e tutti i riferimenti sicuri e assoluti e si collega alla ‘modernità liquida’ dove non ci sono più approdi o certezze, dove sembra che tutto sia fluido, inafferrabile.

Secondo Mons. Forte Bauman cerca in questo mare della insicurezza post-moderna la possibilità di una ulteriorità: costruire, assemblare con tavole che forse provengono da altri naufragi, una barca con cui continuare il viaggio. È questa la condizione nella quale ci troviamo e questa barca da assemblare ha bisogno certamente anzitutto dell’assunzione delle diversità, di una sorta di meticciato in cui le identità possano convivere.
Di certo il pensiero e le argomentate e suggestive riflessioni di Bauman sono state un riferimento imprescindibile per il pensiero contemporaneo.

Dietro di lui una lunga scia di “traduttor dei traduttori”, discepoli più o meno diligenti e ortodossi ma tutti indistintamente colpiti e segnati dalla capacità del “maestro” di leggere, tratteggiare, analizzare, portare a sintesi la descrizione di un’epoca centrata sulla fiducia nell’uomo iniziata da molto lontano, con le speranze dell’illuminismo e conclusa con una deriva di involuzione del concetto stesso di modernità e di democrazia.
Nessuno come Bauman ha saputo cogliere lo spaesamento dell’uomo contemporaneo in una società dove sono venuti meno- ad uno ad uno – i punti di riferimento rassicuranti che costituivano la base dell’idea di progresso e di miglioramento della condizione antropologica ed esistenziale.
Al centro di tutto il conflitto tra natura e cultura, tra essere e divenire, tra tradizione e innovazione, conservazione e progettualità, rispetto dei modi e dei tempi di una vita finora rassicurante.

E a seguire, l’uso distorto – ora strumentale e ora finalizzato – delle nuove tecnologie, le difficoltà di gestire l’evoluzione in chiave di progresso, la centralità della persona e dei suoi bisogni primari (libertà, autonomia, capacità di elaborare un pensiero critico, di finalizzare il senso stesso della vita oltre i bisogni artificiali creati da una società dove la logica del profitto prevale su quella dell’identità, l’uso del denaro diventa abuso dei valori fondativi della cultura umanistica, mentre il declino delle istituzioni accompagna questa decadenza dei valori e della loro impagabile gratuità).

Acuto e spietato studioso della “globalizzazione”, nei suoi aspetti più deteriori: declino del valore della solidarietà e mistificazione della retorica del pan-consociativismo retto sugli alibi di una improbabile trasparenza e di una ancora più cruenta intrusione nella dimensione personologica e nei suoi valori correlati, perdita di ogni approdo valoriale e culturale, fondazione dell’idea di progresso sulla sistematica violazione del principio di natura.
Derive di declino e di involuzione ora di matrice nichilista se non di sapiente, orchestrata regia del tentativo di narcotizzare il pensiero nelle formule descrittive preconfezionate, una sorta di istituzionalizzazione e commercio dei luoghi comuni, prodotti che si trovano negli scaffali della omologazione, dell’appiattimento culturale, dell’obsolescenza del pensiero critico e del dubbio e che spostano dall’interno all’esterno dell’uomo i luoghi di elaborazione degli stili di vita individuale e dei modelli sociali in cui più facilmente riconoscersi.
A cominciare dalla perdita del valore della memoria come luogo di sedimentazione della cultura e di elaborare una progettualità fondata su solide, rassicuranti radici, per proseguire con il miraggio delle teorie del ri-cominciamento, quell’anno zero che deve ancora venire, sede e spiegazione dell’esistenza fondata sull’eterno presente e della vita come cifra dell’attesa e del rinvio.

Un mondo indefinito, incompiuto, imperfetto, incerto dove ci si perde nel pantano della compresenza simultanea della totalità della realtà e della indecifrabile lettura di questa tessitura di opposti e di contrari.
Tema che mi fa pensare all’aforisma più significativo di quel capolavoro teatrale di Thomas Bernhard – “Il riformatore del mondo” : “nella nostra vita siamo molto più impegnati a preparare che a fare”, che riassume e spiega in modo dissacrante l’inconcludenza della retorica della post-modernità, quel “faire et en faisant se faire” che tutti ci invischia in una sorte di “notte in cui tutte le vacche sono nere”, come ripeterebbe Hegel.
E poi lo smarrimento cosmico dell’uomo che si estende al disorientamento dell’umanità e in esso realizza il senso dell’inconcludenza, privando il mondo di motivazioni fondative del vivere, del socializzare, del dialogare.

Noi e gli altri: tema sotteso in ogni passaggio significativo del pensiero di Bauman, nella sua valenza di reciprocità tra le due entità, quella singolare e quella plurale.
L’individualismo sfrenato che emerge con la crisi della comunità, rende fragili i contorni della società e la trasforma, appunto, in una entità liquida, dove tutto è possibile, nel trionfo del relativismo culturale e di un mondo dell’apparire più che dell’essere.
Fino a paventare una crisi del modello statuale e istituzionale ereditato dall’800, attraverso uno stereotipo partecipativo dove ciò che è scontato, precostituito e imposto dall’esterno prevale sulle motivazioni ideali che finora hanno fatto la storia.

Quando l’analisi tocca la politica nella sua dimensione ordinativa ed interpretativa della realtà sociale ed istituzionale e soprattutto nella esplicitazione della sua ragion d’essere, diventa per me inevitabile il richiamo a Max Weber non tanto in termini paradigmatici (non si può prescindere dalla contestualizzazione storica come fonte privilegiata di comprensione) quanto per l’ampiezza dell’analisi e la solidità della sintesi, proiettata alla definizione dell’idea di senso della ‘politica come professione’, depositaria di una missione nobile, quel beruf che letto con gli occhiali della contemporaneità appare sfocato e quasi privo di senso.

«Forse la parola democrazia non sarà abbandonata, ma sarà messa in questione la classica tripartizione di potere tra l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario». Addio, dunque Montesquieu: porte spalancate a possibili forme dittatoriali. Anche perché, «perfino la speranza è stata privatizzata».
E addio Bauman, straordinario lettore delle derive oligarchiche e populiste della contemporaneità.
Insieme al tuo pensiero ci lasci l’ineffabile gusto di vivere e la ricerca della libertà come luogo indefinito e indefinibile dell’esistenza.

Il manifesto Zamagni e il Pd. risposta a Paolo Corsini.

Con penna felice, Paolo Corsini, cattolico non di tradizione democristiana, ha scritto ieri sul “Giornale di Brescia” un articolo interessante sul movimento che ha preso origine dal cosiddetto “Documento Zamagni”.

Alla fine del pezzo, l’autore scrive che i responsabili di questo movimento dovrebbero porsi il problema se convenga lavorare alla fondazione di un nuovo partito d’ispirazione cristiana o se non sia preferibile, viceversa, impegnarsi al fianco o dentro il Pd.

A me pare che Corsini ponga solo retoricamente un dilemma. A legger bene la sua scelta è ben chiara, ed è quella che egli definisce “l’impegno a rafforzare una casa comune di quanti condividono i valori neoumanistici che il Manifesto pone a fondamento di una visione e di un progetto”. E tale impegno egli suggerisce si debba assumere militando nella  “casa comune”, cioè nel Pd. 

Ora questa a me pare una visione in contrasto con la chiara esperienza politica del Pd vissuta in questi lunghi anni, caratterizzata dal prevalere nella vita interna di quel partito di logiche di appartenenza ai vecchi ambienti che lo compongono. Gli stessi esponenti di provenienza Pci come D’Alema, uno dei promotori del disegno unitario, oggi onestamente riconoscono che l’auspica fusione non è mai riuscita. 

Lo stesso ricorso a definizioni culturali di tipo neutro, come il “neoumanesimo”, che tutto contengono ma nulla chiariscono, denuncia che il tema culturale è un falso problema. La sola logica politologica del gruppo di potere e della convenienza pratica definisce bene il problema della scelta partitica. 

Lo stesso Corsini onestamente richiama l’attenzione sulla probabile normativa elettorale che comunque non favorirà formazioni partitiche di esiguo consenso. Nell’attuale contesto ecclesiale e culturale della società italiana, chi potrebbe avere l’ardire di applicare la impegnativa formula di Scoppola sulla “democrazia dei cristiani”, definendo quale democrazia e quali cristani? 

Lungi infatti da Pietro ogni idea di democrazia che non fosse anche liberale e ogni idea di cristiano che non fosse sinonimo dell’essere uomo. Lasciamo perdere ogni confusione dei termini. Il progetto del citato Manifesto non riguarda la scelta politica per questo o quel partito. Esso mira ben più in alto, riguarda la vita politica e la vita ecclesiale. 

Mira cioè a favorire la confluenza di tutti gli italiani di buona volontà, animati da forte e libero senso civico e altrettanta libera e forte fede cristiana. Nessuno vi è escluso. Chiaro? Non confondiamo. L’impegno futuro, secondo il Manifesto, riguarderà la formazione della coscienza degli Italiani sia sul piano ecclesiale sia sul piano politico, lasciando poi ai singoli e alle eventuali comunità di declinare liberamente la scelta di come, dove e quando il loro impegno, secondo “quel che ditta dentro”. 

Chiaro? Così almeno io ho inteso. 

La centralità della politica estera.

Per l’intera stagione della cosiddetta prima repubblica e buona parte della seconda almeno per la fase iniziale, la politica estera è sempre stata la “bussola” che orientava le scelte concrete dei vari governi che si sono succeduti. Certo, era un’altra epoca storica e politica. E altri erano i temi al centro dell’agenda. Ma tutto ciò cambia poco. E’ perfettamente inutile tracciare confronti e parallelismi. La politica estera era, è e rimarrà sempre centrale per misurare la credibilità, l’orientamento e l’autorevolezza del governo. Ed è su questo versante che, oggi, noi registriamo purtroppo una radicale dissociazione di metodo, di merito e di contenuto rispetto al passato. Anche solo recente. 

Su questo versante, piaccia o non piaccia, è doveroso fare almeno due osservazioni. 

Innanzitutto la qualità e l’autorevolezza della classe dirigente e di chi ridirò riva il ruolo di Ministro degli Esteri. E’ inutile fare i nomi. Da Fanfani a Moro, da Andreotti a Emilio Colombo, da De Michelis a D’Alema l’elenco potrebbe essere lunghissimo. Si trattava di personalità e di leader politici stimati e riconosciuti all’estero ma, soprattutto, di politici e statisti che, partendo dal proprio paese, sapevano orientare e condizionare la politica estera ed internazionale perché avevano una visone politica di insieme e sapevano indicare una strada per affrontare e risolvere le controversie che, di volta in volta, si affacciavano all’orizzonte. E avevano una strategia di politica estera chiara, coerente e percepibile dagli altri partner europei e mondiali. 

In secondo luogo la politica estera non era un optional, un diversivo saltuario ma, al contrario, il dato costitutivo ed essenziale del progetto di governo di ciascuna forza politica. Di quella coalizione e di quella alleanza politica. Non a caso, qualunque convegno, assise, dibattito o confronto politico dei partiti – quando esistevano ancora, com’è ovvio, e non erano meri cartelli elettorali o il banale prolungamento delle fortune esistenziali del capo di turno – si apriva sempre con una panoramica sulla politica estera e sulle concrete ripercussioni che queste potevano avere sulla politica nazionale. 

Tutto ciò, oggi, semplicemente non esiste. E, non a caso, la politica estera la si affronta solo ed esclusivamente quando l’emergenza la impone. E, nel frattempo, continuano a dominare il dibattito politico sulle eterne rendicontazioni dei deputati 5 stelle con un protagonismo assoluto dell’attuale ministro degli Esteri nel districare l’intricata matassa; la soglia di sbarramento della futura legge elettorale e, soprattutto, la pianificazione del cronoprogramma del governo. Sulla politica estera c’è tempo… 

Ecco, il cosiddetto “cambiamento” della politica, come ormai abbiamo capito un po’ tutti, non passa dalla propaganda massimalista, demagogica e populista degli opposti estremismi. Ma da un recupero, seppur attualizzato, della grande lezione del passato. Quella che diceva, molto semplicemente, che la politica estera era il perno essenziale e decisivo di qualsiasi governo e di qualsiasi strategia politica. Almeno in Italia. 

I laburisti alla ricerca di un nuovo leader

Il Comitato esecutivo nazionale (Nec) ha stabilito il calendario e regole per la corsa alla leadership della formazione laburista.

Saranno tre mesi di lotta politica aperta e senza esclusione di colpi, prima che il 4 aprile prossimo venga nominato il successore del leader dimissionario del Labour, Jeremy Corbyn.

In lizza vi sono sei candidati, tra i quali Sir Keith Starmer, il favorito, e Rebecca Long Bailey, vicina ai corbynisti. Per candidarsi hanno bisogno del sostegno di almeno 22 fra parlamentari ed europarlamentari laburisti e anche del 5% dei membri delle sezioni locali del partito e di tre altri enti.

Lo scrutinio dei voti comincerà il 21 febbraio e si concluderà il 2 aprile. Due giorni dopo verrà annunciato il vincitore, che dovrà ottenere il 50% più uno dei voti degli iscritti e dei nuovi membri.

Tra le regole stabilite dal Nec, spicca l’obbligo per i nuovi iscritti di pagare una tassa di iscrizione di 25 sterline (circa 30 euro). Per i candidati centristi, tale contributo è una barriera che l’attuale vertice “corbynista” ha voluto innalzare per impedire il “ritorno” dei simpatizzanti moderati, allontanatisi dal Labour in polemica con la svolta a sinistra impressa al partito da Corbyn.

Nel 2015, l’enorme afflusso di iscritti di estrema sinistra che portò all’elezione di Corbyn a leader del Labour fu facilitato da una tassa di iscrizione di appena 3 sterline, pari a 3,5 euro

 

Coldiretti: la crisi in Iran avrà un effetto valanga sull’ 85% della spesa delle famiglie

In un Paese come l’Italia dove l`85% dei trasporti commerciali avviene per strada l’impennata del costo del petrolio e il conseguente rincaro dei carburanti ha un effetto valanga sulla spesa con un aumento dei costi di trasporto oltre che di quelli di produzione, trasformazione e conservazione.

E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al rincaro record delle quotazioni del petrolio a causa delle tensioni tra Usa e Iran. Una situazione che oltre alle borse – sottolinea la Coldiretti – ha effetti diretti ed immediati sulla vita dei cittadini poiché l’aumento è destinato a contagiare l’intera economia. Se salgono i prezzi del carburante aumentano i costi per le imprese mentre – precisa la Coldiretti -si riduce il potere di acquisto degli italiani che hanno meno risorse da destinare ai consumi -.

A subire gli effetti dei prezzi dei carburanti – continua la Coldiretti – è anche l’intero sistema agroalimentare dove i costi della logistica arrivano ad incidere fino dal 30 al 35% sul totale dei costi per frutta e verdura secondo una analisi della Coldiretti su dati Ismea.

“Gli shock energetici aggravano un deficit logistico ed energetico che è necessario recuperare investendo su fonti alternative e sbloccando le infrastrutture che migliorerebbero i collegamenti tra Sud e Nord del Paese, ma anche con il resto del mondo per via marittima e ferroviaria in alta velocità con una rete di snodi composta da aeroporti, treni e cargo” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel precisare che “si tratta di una mancanza che rappresenta per il nostro Paese un danno in termini di minor competitività e quindi maggior difficoltà di sviluppo e crescita”.

I 250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven a Roma

Il 2020 è l’anno in cui tutto il mondo celebra i 250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven.

Per l’occasione all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia tornano in cartellone due rarissime Ouverture: Re Stefano, diretta da Antonio Pappano, e La Consacrazione della Casa, scritta da Beethoven negli anni della composizione della Nona sinfonia, diretta da Tomáš Netopil.

Ci sarà poi il debutto sul podio del giovanissimo direttore israeliano Lahav Shani, fresco di nomina come Direttore Principale della Israel Philharmonic e Direttore Ospite Principale dei Wiener Symphoniker, che dirige Emanuel Ax nel Concerto n. 5 Imperatore.

Gianandrea Noseda dirige il Concerto per violino con Leonidas Kavakos. Il violinista greco è protagonista anche nella Stagione da Camera con due appuntamenti per eseguire, con Enrico Pace, l’integrale delle Sonate per violino e pianoforte composte da Beethoven. Sempre nel cartellone cameristico, il ritorno di Nikolai Lugansky e Maurizio Pollini che eseguono alcune Sonate per pianoforte.

Beethoven sarà protagonista anche della tournée che l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, diretta da Daniele Gatti con Leonidas Kavakos, affronta ad aprile ad Atene con l’esecuzione della Sinfonia n.7 e del Concerto per violino.

A giugno Alexander Lonquich, in veste di pianista e direttore, esegue per la prima volta davanti al pubblico ceciliano il ciclo integrale dei 5 Concerti per pianoforte e orchestra.

Le serate del “Festival” saranno arricchite dalla partecipazione del Coro dell’Accademia e da prestigiosi solisti internazionali del calibro di Carolin Widmann, Nicolas Altsteadt e Cristina Barbuti, che insieme a Lonquich eseguono alcuni capolavori della letteratura cameristica composti da Beethoven.

L’esketamina, lo spray nasale per il disturbo deprressivo

Un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI) o un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRI), per gli adulti che soffrono di disturbo depressivo maggiore resistente al trattamento (TRD).

Il 70% circa dei pazienti trattati con esketamina ha risposto al trattamento, ottenendo una riduzione dei sintomi pari o superiore al 50%. Inoltre, la metà circa dei pazienti trattati ha conseguito la remissione al termine degli studi di 4 settimane.

La prosecuzione del trattamento con esketamina spray nasale e un antidepressivo orale ha ridotto il rischio di ricaduta del 70% nei pazienti con risposta stabile e del 51% nei pazienti in remissione stabile, rispetto alla prosecuzione del trattamento con il solo antidepressivo orale.

Alessandro Meluzzi: “le identità personali si difendono non soltanto con il carattere”

Prof. Meluzzi, in un mondo di stereotipi e di luoghi comuni quanto è difficile mantenere una propria personale identità? In questa rete di relazioni umane così globalizzate esiste anche una globalizzazione delle idee, del pensiero e dei sentimenti? Quante maschere indossiamo ogni giorno?

Direi che esiste sicuramente una globalizzazione ed una omologazione ed è inevitabile che sia così perché i linguaggi circolano, si sovrappongono, si condizionano.

Mi sembra che da M. Mc. Luhan in avanti queste tematiche sono state sviscerate frequentemente e molto bene.

Quello che è veramente importante sottolineare è che le identità personali si difendono non soltanto con il carattere, con il temperamento e con la presenza dei valori forti in ciascuno ma anche con l’esistenza di comunità, di memorie e di storie che rappresentano le radici di una società così come quella di un individuo.

La comunicazione è facilitata dalle tecnologie, apprendiamo tutto in tempo reale, c’è simultaneità e sovrapposizione tra i fatti nostri e gli avvenimenti del mondo, siamo qui e altrove, viviamo intensamente emozioni planetarie. Perché, nonostante questo, è così difficile capirsi, comprendersi, accettarsi?

Questo accade perché la comunicazione cosiddetta in tempo reale ci dà una specie di sindrome dell’iper-realtà, per cui è vero che noi siamo sommersi di informazioni con una velocità che non ha pari ed eguali nella storia intera dell’umanità ma è anche vero che si tratta di una informazione basata più che altro sulla circolazione di icone, di immagini, di situazioni che producono quella che io chiamo una ‘sindrome dell’iper-realtà’.

Noi in effetti vediamo l’immagine di una strage, di un bombardamento ma più che scandalizzarci di questo siamo desensibilizzati e quindi siamo sommersi di icone e raffigurazioni che ci forniscono più che il mosaico di una realtà, un  fuoco fatuo di immagini.

Per vivere in modo più mite e incline alla riflessione, per realizzare occasioni di incontro, di meditazione, di apertura e di comprensione bisogna forse circoscrivere le dimensioni dei nostri rapporti a quelle di una comunità o di un cenacolo?

No, io credo di no. Credo che sia inevitabile essere esposti a tutti i rapporti e a tutte le relazioni che la vita ci offre e questo appartiene alla logica del principio di realtà.

Bisogna aprirci, nonostante questa sovraesposizione che spesso ripeto è più formale che reale perché le occasioni vere di conoscere e di incontrare le persone in un condominio, in un quartiere, in una città sono relativamente modeste.

Però anche oggi, nonostante questo, il principio evangelico dei beati i miti perché erediteranno la terra riesce ad essere non soltanto la profezia di un regno futuro ma anche presente perché in realtà molti di questi miti – che sono poi quelli che rispondono davvero alle esigenze concrete delle altre persone – sono quelli che diventano segno di profezia già nelle loro comunità.

 In una vita scandita dai tempi e dai ritmi dell’informazione tambureggiante e ossessiva come possiamo delimitare i confini della nostra privacy? E’ sempre davvero così importante dimostrare di sapere tutto, schierarsi, esprimere giudizi frettolosi fino a vivere intensamente un sentimento di giustizialismo sommario? Perché dobbiamo essere per forza innocentisti o colpevolisti, anche sui fatti di cronaca, trasformando i bar in aule di tribunale?

Io sono convinto che questo sia soltanto un aspetto della realtà.

E’ vero che l’informazione ci somministra dei ‘pacchetti’ di immagini che sembrano essere ineluttabili, però abbiamo anche degli strumenti di difesa: la televisione si può non accendere, si può fare lo zapping, non bisogna per forza stare a inebetirci di fronte ai mass-media, non è necessario attingere a piene mani alla comunicazione generalista, non si deve a tutti i costi passare il tempo a ‘chattare’ su internet.

Quindi ognuno di noi dispone di un libero arbitrio che gli consente di essere quello che vuole.

Non Le sembra –Professor Meluzzi – che manchi al nostro tempo, direi in modo quasi paradossale, una percezione più estesa del futuro? Quando pensiamo al domani lo vincoliamo a categorie mentali sature del  nostro presente.  Quello del presente è un respiro corto, sembra che l’umanità non  sappia darsi orizzonti più distesi. Perché? 

Io credo che per la prima volta nella storia le raffigurazioni del mondo sono più lente delle loro realizzazioni: è come se viaggiassimo su una locomotiva che corre molto veloce però ad una velocità superiore a quella della luce emessa dal faro che illumina i binari.

Quindi per la prima volta la realtà è più celere delle rappresentazioni ed è la prima volta che non c’è una raffigurazione né intellettuale, né ontologica, né ideologica, né profetica della realtà e siamo perciò costretti a navigare a vista.

Questo è tipico delle fasi un po’ apocalittiche della storia, non è la prima volta che succede, non credo che sia necessariamente un evento catastrofico: probabilmente bisogna anche accettare questa sfida con spirito di speranza e con umanità, anche se questo ha i suoi costi.

Cerchiamo di dare alla nostra vita i ritmi delle abitudini e delle rassicuranti certezze, vogliamo circondarci di punti di riferimento per non essere emotivamente spaesati. Eppure coviamo sempre, sopito, il sentimento della paura. E’ questo il mal di vivere?

Le paure più ricorrenti sono quelle che solitamente hanno a che vedere con la paura fondamentale dell’uomo che è la paura della morte, la quale si declina in tutte le sue varie possibilità: dalla paura delle malattie a quella della mancanza di risorse, a quella delle catastrofi naturali, a quella della devianza, della criminalità, della violenza e di tutto ciò che sembra mettere a rischio la bolla del  nostro io.

Credo perciò che l’unico antidoto alle paure sia quello di attenuare le funzioni dell’io e andare invece alle radici profonde delle emozioni che spesso ci fanno apparire le nostre piccole vite un po’ meno importanti di quello che invece un certo ‘gigantismo’ dell’io – che è l’illusione delle illusioni – tende a proporci.

Lo stress, l’ansia, la depressione sono manifestazioni reattive non sempre uguali per tutti. Perché si ricorre spesso alla medicalizzazione di questi mali? Davvero quella pastiglietta che teniamo in tasca o in borsetta ci aiuta più di ogni altra terapia a curare il malessere fino a guarirlo?

La pastiglietta agisce su un pezzo di noi, su una parte, che è il corpo ma dato che noi siamo fatti di corpo, mente e anima, lo sforzo deve essere di ‘ricomposizione’,  dove anche la pastiglietta viene ricondotta alle sue giuste dimensioni che sono quelle di una piccola ‘protesi materiale’.

Gli altri strumenti passano attraverso tutto ciò che la conoscenza e il funzionamento della mente ci offre ma soprattutto dalla rottura di un paradigma determinista e meccanicista sull’uomo che lo riapre anche alla sua dimensione spirituale, all’orizzonte di totalità e di eternità a cui si sente chiamato.

Pongo anche a Lei –Professor Meluzzi – una domanda rituale per tutti gli intervistati. Perché è più facile che saggezza, armonia e senso della giustizia abitino l’anima di persone semplici piuttosto che l’intelletto di persone colte?

Solitamente perché le persone semplici non si lasciano inebetire dalle parole, quindi quella sapienza che ispira ogni angolo del cosmo, dentro e fuori la mente dell’uomo, riesce tra di loro ad emergere in maniera più diretta  senza quella intellettualizzazione e quella concettualizzazione che aumentano ancor di più la frammentazione dello specchio.

Questa è la ragione per cui le persone semplici spesso hanno una capacità di attingere alla verità con una freschezza e una dimensione più diretta di quanto non sia invece per gli intellettuali o pseudo tali.

 

Si parla oggi di riforma della scuola: ce n’è davvero bisogno o anche quella del riformismo e dell’innovazione a tutti i costi è una delle tante nevrosi del nostro tempo? Quali sono, oltre i voti, i grembiulini o il maestro unico, i capisaldi educativi su cui fondare un solido progetto formativo legato ai valori della nostra tradizione culturale e aperto alla speranza di costruire un mondo migliore?

Continuo a pensare che il modello educativo e scolastico italiano tutto sommato – peraltro come il sistema sanitario – sia uno dei migliori del mondo.

Tendo a pensare che le scuole italiane non siano questo ‘covo’ di stupidità che spesso viene raccontato, e inoltre che le riforme solitamente non esistono, nel senso che quando le leggi sono approvate vanno a stabilizzare dei cambiamenti che sono già avvenuti.

Credo che quello che accade sia sostanzialmente la necessità di adeguare ‘parole’ e fatti’, cosa che in Italia è resa particolarmente drogata dalla ‘frenesia’ di una certa informazione.

Quindi, tutto sommato, io continuo a pensare che la scuola italiana in tutte le sue articolazioni – sia in quella statale che in quella paritaria – è portatrice ancora di un ‘complesso di qualità’ che in alcuni casi è clamorosa come nella dimensione del nostro liceo classico che rappresenta ancora quanto di meglio ancora si conosca in tutto l’occidente industriale e post-industriale, così come nelle altre parti del sistema scolastico: un modello funzionale, non soltanto educativo, forte e valido.

Disse Mozart parlando dell’universo: “Tutto è stato composto ma non ancora trascritto”. In che modo, Professore, possiamo leggere lo spartito della nostra vita per essere dei buoni e valenti musicisti?

Aprendoci a quello che Bernanos nella pagina conclusiva de ‘Il curato di campagna’ avrebbe chiamato la dimensione del ‘tutto è grazia’, attraverso l’apertura ad un dono che non viene tutto e solo da dentro di noi ma ha bisogno di far incontrare un grande disegno di armonia universale con il libero arbitrio di un nostro ‘sì’.

E quindi con l’accettare che tutto quello che fa parte della nostra vita non è possesso ma dono, non è scambio ma relazione e che l’autosufficienza, l’autonomia esasperata sono l’illusione delle illusioni di una dimensione che sfiora qualche volta il luciferino faustiano.

Riaprendoci anche al dono, alla cura di sé, all’amore dell’altro noi riscopriamo quella ‘grazia dell’incontro’ che è l’unica vera cifra del nostro futuro.

 

Quali sono le novità sul bollo auto?

Tante novità per il bollo auto.

La novità principale riguarda la procedura di pagamento che dal primo gennaio viene effettuato tramite PagoPa, il nuovo sistema messo a punto dall’Agenzia delle Entrate.

PagoPA, spiega il governo sul portale ufficiale, non è una piattaforma dove pagare, bensì “una nuova modalità per eseguire tramite i Prestatori di Servizi di Pagamento (PSP) aderenti, i pagamenti verso la Pubblica Amministrazione in modalità standardizzata. Si possono effettuare i pagamenti direttamente sul sito o sull’applicazione mobile dell’Ente o attraverso i canali sia fisici che online di banche e altri Prestatori di Servizi di Pagamento (PSP), come ad esempio le agenzie di banca, gli home banking, gli sportelli ATM, i punti vendita SISAL, Lottomatica e Banca 5 e presso gli uffici postali”.

Il bollo auto deve essere pagato entro l’ultimo giorno del mese successivo alla scadenza. Il calcolo dell’importo può essere effettuato sulla pagina dedicata del sito dell’Agenzia delle Entrate o sul sito dell’Aci.

E’ previsto uno sconto del 50% per i possessori di auto e moto di interesse storico e collezionistico con anzianità di immatricolazione compresa tra i venti e i ventinove anni. Esenzione totale del bollo, invece, per un determinato periodo (a seconda della regione di residenza), per chi acquista un’auto ibrida o un’auto elettrica.

In Lombardia dal 2020 chi paga la tassa automobilistica in domiciliazione bancaria usufruisce di una riduzione del 15% sull’importo totale, pari circa a due mensilità.

Consumi, record di 3,5 mld made in italy su tavole estere

E’ record storico per il Made in Italy alimentare sulle tavole delle festività di tutto il mondo con l’export di vini, spumanti, panettoni, formaggi, salumi ma anche caviale Made in Italy che solo per il mese di Natale e Capodanno raggiunge i 3,5 miliardi di euro, in aumento del 7%. E’ quanto emerge dall’analisi Coldiretti sulla base delle proiezioni relative al mese di dicembre 2019 su dati Istat del commercio estero.

Ad aumentare – sottolinea la Coldiretti – è il valore delle esportazioni di tutti i prodotti più tipici del Natale, dallo spumante al caviale, dai tortellini e cappelletti fino ai dolci e panettoni, ma crescono anche i tutti i vini, i salumi e i formaggi.

Tra i grandi protagonisti del cibo made in Italy sulle tavole straniere si conferma lo spumante che, grazie a un aumento in valore del 4%, fa segnare un nuovo record, in linea con la crescita dell’intero settore vitivinicolo, anch’esso in aumento del 4%.

Ma ad essere richiesti – continua la Coldiretti – sono anche il caviale made in Italy, che fa segnare una crescita boom sui mercati internazionali con un +18%, e i dolci nazionali come panettoni, altri prodotti della pasticceria tipica delle feste, in aumento dell’11 per cento in valore. Sempre più gettonate anche le paste farcite tradizionali del periodo freddo, come tortellini e cappelli (+8%). In salita pure la domanda di formaggi italiani che fanno registrare un aumento in valore delle esportazioni del 12%, così come quella di prosciutti, cotechini e salumi (+3%).

“Il record fatto segnare sulle tavole delle feste è significativo delle grandi potenzialità che ha l’agroalimentare italiano che traina la ripresa dell’intero Made in Italy peraltro in una situazione resa difficile a causa delle tensioni internazionali”, ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’andamento sui mercati internazionali potrebbe ulteriormente migliorare da una più efficace tutela nei confronti della “agropirateria” internazionale che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale”.

Austria: attacco informatico contro il Ministero degli Affari Esteri

I sistemi informatici del Ministero degli Affari Esteri austriaco sono stati oggetto di un “grave attacco informatico”. La conferma è arrivata dallo stesso Ministero.

Per contrastare il cyberattacco, che sarebbe stato”individuato molto rapidamente”, “sono state messe in atto immediatamente misure di contrasto” ed è stato istituito un”comitato di coordinamento”, affermano i due ministeri senza fornire ulteriori dettagli.

Un portavoce ha fatto sapere che non si può escludere che si tratti di un “attacco mirato” da parte di uno Stato estero. “In passato, altri Paesi europei sono stati oggetto di attacchi simili”, ha detto il ministero. L’attacco è avvenuto poco dopo il via libera dei Verdi austriaci alla coalizione con i conservatori, dando vita a un’alleanza senza precedenti.

In Cina torna il terrore della Sars

È allerta per una misteriosa polmonite virale che finora ha già contagiato 44 persone, di cui 11 versano in gravi condizioni. Gli aeroporti hanno preso le precauzioni per segnalare i possibili casi sospetti e limitare i contagi, con il terrore di un ritorno del virus della Sars che uccise migliaia di persone tra il 2002 e il 2003. L’infezione è stata segnalata per la prima volta il 24 dicembre scorso a Wuhan, città della Cina centrale con una popolazione di oltre 11 milioni.

Giovedì l’epidemia ha suscitato timori anche a Hong Kong quando una donna, che era stata a Wuhan durante le vacanze di Natale, è stata ricoverata in ospedale per infezione respiratoria.

Nella Cina continentale, le autorità hanno riferito che il principale gruppo di recenti infezioni è concentrato attorno a un mercato alimentare a Wuhan, dove erano stati venduti animali selvatici.

La dignità della politica in Piersanti Mattarella

Riteniamo interessante ripubblicare questa riflessione su Piersanti Mattarella, svolta in una circostanza pubblica nel 1986, nell’anniversario della sua tragica scomparsa. Il lettore saprà individuare i punti che implicano un qualche necessario aggiornamento (Redazione)

 

Se il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella non fosse stato ucciso dalla lucida e spietata determinazione della mafia, oggi avrebbe appena 50 anni. E certamente sarebbe uno dei reali protagonisti della vita politica del Paese.

Credo di interpretare i sentimenti di tutti coloro che, pur non essendo familiari, vissero con dolore quel giorno nell’affermare che da quel momento è cambiato in modo radicale e irreversibile il nostro sentire la politica, il nostro vivere la politica.

Fino all’alba di quel giorno fare politica era un portato naturale del desiderio umano e legittimo di essere protagonisti positivi di un processo di sviluppo e di crescita della nostra Comunità.

Dentro ognuno di noi c’era la convinzione di potere incidere in profondità sulla realtà sociale, economica e civile; c’era la consapevolezza di stare lavorando con dedizione nel senso giusto. Forse eravamo orgogliosi dei nostri piccoli o grandi ruoli.

Quella mattina questo modo di essere in politica fu frantumato.

Tutti nel silenzio della nostra coscienza abbiamo dovuto prendere atto, anche ripensando alla morte di Michela Reina, che da quel momento in poi non bastava essere onesti, leali e responsabilmente dediti ai propri compiti, ma occorreva essere, soprattutto, coraggiosi. Abbiamo dovuto ripensare al perché fare politica nella consapevolezza, nuova, che occorreva trovare motivazioni più profonde ad un impegno così rischioso.

Abbiamo perso le nostre certezze, il nostro orgoglio.

Abbiamo capito che non saremmo stati più in grado di gioire dei nostri successi politici.

Ciò nonostante è maturata in noi la determinazione, che dovevamo continuare, nei modi più opportuni e secondo le competenze ed ì ruoli di ognuno, perché non potevamo abbandonare (tradire), non potevamo far finta di non avere conosciuto, di non essere stati amici di Piersanti.

Ognuno di noi ha dovuto ripensare alla frase di Moro che Piersanti ripeteva continuamente e che volle fosse scritta in calce alla foto dello statista pugliese che teneva nel suo studio “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se non nascerà un nuovo senso del dovere”.

Da quel giorno continuare ad essere in politica è stato, anche, un modo di ricordare, di onorare Piersanti.

Ecco perché l’incontro di stasera non è, per me, e non deve essere, una commemorazione, un semplice rito.

Ed è significativo che questo incontro è stato voluto ed organizzato – nel desiderio di conoscerne il pensiero e l’azione – da un soggetto politico-culturale, quale il Gruppo Politica Giovani, che non ha conosciuto direttamente Piersanti.

Sarebbe infatti tristissimo se per onorare Piersanti, per ritornare con il cuore e la testa alla Sua Persona, attendessimo il 6 gennaio e avessimo bisogno di riunirci in un salone.

Peraltro, sarebbe una mancanza di carità ricordare lui solo e non anche “tutti coloro che hanno voluto e saputo compiere fino in fondo il loro dovere”.

Per chi ha vissuto un rapporto di sincera e profonda amicizia ricordare, onorare Lui – come tutti gli altri – non può non significare che vivere con “le carte in regole”, come amava ripetere con riferimento alta Regione ma anche ai comportamenti individuali, giorno dopo giorno sempre con maggiore determinazione e totalità.

Ed in una simile dimensione ognuno è solo con la propria coscienza e con la Fede se, come Piersanti, credente.

In questo incontro dobbiamo invece assieme riflettere, ragionare sulla sua impostazione politica, sulla sua visione economica, sulla sensibilità sociale che lo caratterizzava.

Dobbiamo chiederci, e chiedere, quanto sia ancora attuale in termini di analisi e di progetto il suo pensiero e verificare quanto è stato realizzato, o non è stato realizzato, in linea con la sua azione di uomo di governo.

Perché come ha acutamente osservato Leopoldo Elia “la dimensione nazionale della sua figura consiste, prima ancora che nella morte subita in ragione del suo ufficio, nella vita spesa a servizio della Comunità e nell’opera di singolare ricchezza da Lui lasciata incompiuta”.

E non è senza significato, almeno per me, il luogo scelto per questo incontro.

Quanti incontri, dibattiti, conferenze, seminari molti di noi stasera qui presenti hanno vissuto in questo salone!

Come non ricordare l’intensità della partecipazione, il livello dei temi trattati, l’attenzione all’ascolto!

Chi può avere dimenticato il profondo sincero affetto, il grande rispetto e l’attenzione con cui Piersanti ascoltava il professore Corsaro, o la vivacità ed il livello dei confronti con Rosario Nicoletti.

Non è mio compito delineare l’impostazione politica, la visione economica e la sensibilità sociale di Piersanti Mattarella, credo, tuttavia, sia opportuno sottolineare due aspetti della Sua personalità che fanno da cornice a tutta la sua opera e che chi ha vissuto quegli incontri, e più in generale quegli anni, sentiva con immediatezza.

Piersanti, come sottolineava Lui stesso nell’articolo sul Giornale di Sicilia dell’11/5/1978, in memoria di Aldo Moro che “aveva scelto come sua guida politica e mora¬le”, sentiva profondamente l’affermazione dello statista pugliese “che primo dovere dell’uomo politico cattolico è quello della comprensione illuminata e serena della realtà, l’impegno di penetrazione e interpretazione di essa”.

Ecco perché il Suo incontrare la gente, il Suo volere discutere, dibattere, approfondire i contenuti della propria azione era sostanziale e non formale.

Se c’era un uomo poco incline a cambiare idea, a modificare le proprie opinioni, questo era Piersanti.

Eppure nessuno come Lui sentiva il bisogno di confrontarsi, di scontrarsi, di approfondire le analisi per poter poi definire le strategie ed i progetti.

Nell’insediare il comitato regionale della programmazione, che aveva voluto con ferma determinazione, affermava testualmente: “il guardare lontano, il volere alzare lo sguardo e pensare anche al domani non è incompatibile con la nostra azione ma, anzi, è necessario e utile perché si sappia a quali obiettivi e a quali linee ci si debba ispirare”.

Per Piersanti una politica senza progetto, una politica senza strategia non aveva dignità.

E l’attaccamento alla Sua “visione” (impostazione) nasceva non tanto da un legittimo orgoglio intellettuale quanto dal vivere col cuore e con la testa la Sua dimensione di un uomo di governo.

E questa Sua passione per la politica, questa volontà ostinata e determinata a contribuire in modo decisivo all’affermazione di un sano sviluppo della nostra Comunità regionale e del Mezzogiorno era palese, visibile.

Non si spiega altrimenti la Sua capacità di attrarre, di coinvolgere, di convincere all’impegno politico anche chi era dubbioso o scettico sulla capacità di rinnovamento del Partito e più in generale della Comunità siciliana. 

Ecco: questa naturale attitudine a coinvolgere, a motivare e poi a sostenere affettuosamente tutti coloro che sentivano i Suoi stessi ideali mi sembra essere il secondo aspetto portante della Sua personalità.

E gli incontri che promuoveva con continuità in questo salone avevano proprio questa duplice finalità: coinvolgere gli uomini, progettare il futuro in coerenza con le idee di fondo di ispirazione cristiana.

Avviandosi a concludere il discorso pronunciato il 25 aprile 1976 nel Teatro dell’Istituto Don Bosco di Palermo, affermava: “Qui è il significato degli incontri che noi, in questi anni, abbiamo fatto, perché non è più tempo di mobilitarsi e di riunirsi alle vigilie elettorali. E’ tempo di seguire insieme, di partecipare insieme, agli eventi che vive la nostra società in maniera attiva e impegnata, perché da questi nostri incontri scaturisca la consapevolezza della necessità di trasmettere ad altre persone taluni concetti, impostazioni e doveri oltre che diritti”. “In qualsiasi occasione: o siamo portatori di alcune idee in cui crediamo o saremo trascinati da minoranze che occupano gli spazi che noi abbandoniamo”.

Un modo di concepire la politica che lo portò, nel tempo, a definire sempre più compiutamente, in coerenza con le sue idee, una strategia di lungo periodo, un complesso di obiettivi intermedi, un sistema organico di strumenti (o di passaggi obbligati), nonché a compiere un insieme di atti politici di valenza nazionale.

Convincimento di fondo di tutta l’impostazione politica di Piersanti era la consapevolezza che la Sicilia, e più in generale il Mezzogiorno, non erano da soli capaci di innescare un processo di sviluppo autosufficiente, che per essere tale in futuro non poteva non caratterizzarsi per una scelta decisamente “industrialista”.

Pertanto occorreva realizzare una strategia caratterizzata dall’unità delle forze meridionalistiche – la più larga possibile e quindi coinvolgendo anche il Partito Comunista – come condizione indispensabile per modificare i rapporti di forza Nord-Sud.

In questa prospettiva gli obiettivi intermedi costituivano la condizione indispensabile per permettere alla Regione di avere “le carte in regola” per interloquire autorevolmente con lo Stato.

“Avere le “carte in regola” che in concreto significava – per Piersanti – risanare gli enti economici regionali, realizzare l’efficienza della spesa pubblica, perseguire la trasparenza nell’azione di governo.

Tutto ciò ponendo in atto un insieme di strumenti (passaggi obbligati) quali il decentramento (avviato con l’approvazione della legge n.1 del 1979 e proseguito con la predisposizione del disegno di legge per la costituzione dell’ente intermedio), la programmazione, la collegialità degli atti di governo e soprattutto il coinvolgimento reale di tutta la Comunità siciliana, nonché dell’opinione pubblica nazionale più aperta attraverso un complesso di atti e di gesti di valenza nazionale

Si pensi alla lettera a Zaccagnini, al rapporto con la Lega Democratica, alla polemica – continua e sempre motivata dal riferimento ai fatti – con le Partecipazioni Statali, alle iniziative per coordinare l’azione politica di tutti i parlamentari siciliani, alle sollecitazioni rivolte alla Confindustria per guardare alla Sicilia in un’ottica non contingente e l’attenzione rivolta all’attività del CNR nella pressante richiesta di una reale valorizzazione delle “intelligenze” del Sud.

Nonché gli inviti rivolti a Roy Jenkins, Presidente della Commissione Esecutività della Comunità Economica Europea, e a Sandro Pertini.

Questa era la politica di Piersanti Mattarella.

li significato, il valore e l’attualità di essa non sta tanto – a mio giudizio – nel merito specifico dei singoli punti, sia di quelli strategici che intermedi, quanto piuttosto nella sua profonda e coerente strutturazione unitaria, capace di coniugare le singole azioni quotidiane con il progetto complessivo. 

A mio giudizio l’insegnamento fondamentale di Piersanti è questa lezione di metodo e non tanto i contenuti, che sicuramente, oggi, lui stesso avrebbe rivisto in connessione al mutamento della realtà.

Credo sia superfluo presentare gli amici che interverranno. Mi sia consentita un’ultima notazione. Nei giorni che seguirono il 6 gennaio molti di noi avvertirono il vuoto perché sembrò dissolversi con il suo autore la prospettiva politica, nuova, capace di rispondere ai bisogni della Sicilia.

A sei anni di distanza rimane un vuoto umano e politico incolmabile ma non possiamo non constatare che non uno ma molti sono oggi gli uomini all’altezza dell’impegnativo compito di contribuire in modo decisivo al bene della Sicilia.

E nel Partito, nelle Istituzioni, nel Sindacato, nella Comunità civile e nel mondo della cultura è possibile individuare punti di riferimento certi.

I relatori di questo nostro incontro – pur nella diversità delle loro storie personali e dell’impegno politico – sono certamente fra questi; a riprova che l’insegnamento di Piersanti non è stato l’astratta esercitazione di un “intelligente” ma la concreta realizzazione di un autentico politico.

Abbiamo parlato di Piersanti come amici, in quanto tali eravamo, ma credo che ne offenderemmo la memoria se, per tali, ci ritenessimo gli interpreti autentici del suo pensiero o, peggio, gli eredi della sua costruzione politica.

Chiunque, ed in tal senso è emblematica l’iniziativa del Gruppo Politica Giovani, ha tutto il diritto, e direi il dovere, di sentirlo come parte della propria storia politica.

La Finlandia riduce l’orario di lavoro. E noi?

La trentaquattrenne nuova premier finlandese, Sanna Marin, affronta con decisione il problema della riduzione dell’orario di lavoro, proponendo 24 ore settimanali con sei ore al giorno, per quatto giorni di lavoro.

La sua tesi è che la forte robotizzazione e digitalizzazione dei mezzi di produzione, permette agli imprenditori di avere buoni margini di guadagni, in grado di mantenere inalterati i salari anche ad orari ridotti. Ritiene che persone che possono trascorrere più tempo con la famiglia e dedicarsi maggiormente ai propri hobby, sono più produttivi perché più felici e rilassati.

In Finlandia le ore medie lavorate sono già a trenta ore, dunque più facili da ridurre ulteriormente. Che dire? Di fronte a tale prospettiva con motivazioni per nulla infondate, si può affermare che il primo ministro finlandese ha proposto un grande ed impegnativo programma di governo.

D’altro canto la condizione economica del paese è buona ed è ben collocata nella Unione Europea: il Pil si aggira sul 2,5%, la disoccupazione è sul 5,5%, il reddito pro capite è superiore il 16% della media europea, il debito pubblico si aggira a circa la metà del prodotto interno lordo di un anno, industria e servizi avanzati sono i suoi punti di forza. Insomma un esperimento fattibilissimo.

Ma questo tema non può riguardare solo i finlandesi: è il tema che riguarda e riguarderà ogni popolo con una economia avanzata; riguarda innanzitutto l’Europa, Italia compresa. Ci sono molte ragioni per porsi un obiettivo così cruciale per rivedere ordine economico e sociale.

Lo sviluppo digitale ha pervaso ogni attività umana, così come la organizzazione del lavoro ed i rapporti tra utili ed investimenti dell’impresa. Ma i contratti e le leggi, oltre alla cultura del lavoro, sono rimasti ancorati al tempo passato. Fa parte dell’ordine naturale delle cose prendere atto del cambiamento e ridurre gli orari a parità di salario.

Ma nell’era digitale, calcolare il lavoro per ore lavorate, sarà sempre più una pratica dalla improbabile efficacia, in quanto la velocità ed intelligenza applicata ad operazioni operate on line, aldilà di spazio e tempo, ci riporta all’epoca pre fordista, con la valutazione dell’ opera svolta in sé; come un lavoro svolto da un artigiano: infatti non si calcola il valore per ore, ma per il valore che rappresenta il lavoro svolto.

Prendiamo ad esempio il lavoro prodotto in regime di ‘smartworking’. Non è un caso che è sviluppatissimo in Italia nel rapporto di lavoro autonomo, mentre risulta molto residuale in Italia nel lavoro dipendente. Questo non significa che nel lavoro dipendente non sia possibile; il problema è che non è ancora sufficientemente regolamentato e contrattato.

È vero che ci sono lavori e lavori, ma le questioni di cui stiamo parlando, sono già adesso molto presenti nella realtà; nel futuro prossimo sarà la modalità più diffusa. Quindi se l’impresa dovrà cambiare per organizzarsi e per essere più efficace, i lavoratori dovranno potenziare ed aggiornare continuamente la loro professionalità ed istruzione.

Inoltre il caso finlandese dice al nostro legislatore, associazioni imprenditoriali e di lavoratori, di saper guardare avanti nel prospettare soluzioni congrue per i tempi che viviamo.

Oro incenso e mirra

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Fabrizio Bisconti

Il suggestivo racconto dell’adorazione dei Magi è riferito solo dall’evangelista Matteo (2, 1-12). La dinamica narrativa propone toni solenni, ma sobri. La stella, che guida i sapienti, appartenenti alla classe sacerdotale della religione persiana, non rimanda a fenomeni astrofisici, ma assurge a un significato religioso, rivestendo un ruolo messianico, da riferire specialmente alla profezia di Michea (5, 1) su Betlemme, patria di Davide.

La rivoluzione cosmica e la concretezza storica nutrono la narrazione del “primo Vangelo”, laddove il concetto della messianicità del Cristo è collegato alla divina regalità, secondo quanto suggeriscono i doni offerti dal Bambino da questi personaggi dall’elevato potenziale sociale, giunti da un lontano e indefinito oriente.
Tali doni mostrano un esponente cristologico, morale e teologico, ma anche cosmologico o istituzionale. I tre doni, per tutte queste accezioni, possono alludere alla Trinità, alle tre parti della terra, ai tre significati della Scrittura, ai tre più importanti gradi della gerarchia ecclesiastica.

Già Ireneo, nel ii secolo, spiega il significato dei tre doni: la mirra corrisponde alla morte del Cristo, l’oro alla sua regalità, l’incenso alla sua divinità. Tale decodificazione pare utile a uno scioglimento cristologico della donazione, che trova soluzioni iconografiche nell’arte dei primi secoli, quando i Magi recano elementi diversificati, ossia l’oro come corone o vassoi, l’incenso come globi e la mirra come piccole fiale. I tre doni, proprio nell’arte più antica, guideranno la scelta di rappresentare tre Magi, anche se in alcuni dipinti catacombali del III e del iv secolo, troviamo due, quattro e persino sei personaggi. Lo schema iconografico definitivo vede i Magi nell’atteggiamento reverente dell’offerta, mentre protendono le mani, talora velate, per recare i doni al Bambino, in grembo alla madre. La solenne processione richiama quello dei barbari vinti, che recano un prezioso tributo all’imperatore. I Magi vestono all’orientale, con una corta tunica manicata cinta, aderenti pantaloni, corto mantello e il berretto frigio.
I doni offerti al Bambino — come si diceva — sono portati tramite piatti circolari o ellittici e non sempre si distingue nitidamente il contenuto. Come abbiamo anticipato, l’oro, per lo più è indicato da una corona, ma può essere anche rappresentato come un piccolo mucchio di monete; l’incenso può essere suggerito da una pisside o da piccoli globi; la mirra da un vaso, da una coppa o da due ampolline.

La più antica rappresentazione dell’adorazione dei Magi va ricercata nella cappella greca della catacomba romana di Priscilla, da riferire alla seconda metà del III secolo, dove la scena dipinta è ridotta alle essenziali silhouettes dei personaggi, ma nella plastica funeraria del pieno iv secolo l’episodio si associa a quello della Natività, mentre tra i tre re spuntano le teste dei cammelli. Con il tempo, nasce un vero e proprio “ciclo dei Magi”, ossia il viaggio guidato dalla stella, l’incontro con Erode, l’adorazione e l’offerta dei doni. La narrazione continua trova la sua manifestazione più definita nell’arco absidale e ora trionfale della basilica romana di Santa Maria Maggiore. La sontuosa decorazione musiva, commissionata da Sisto III, all’indomani del concilio di Efeso del 431, si ispira all’Infantia Salvatoris, anche per il tramite degli scritti apocrifi. Ben due quadri ricordano la storia dei Magi, ossia l’adorazione e l’incontro con Erode.

Nella navata centrale della basilica palatina di Ravenna, concepita da Teodorico e abbondantemente rivista da Giustiniano, nota come Sant’Apollinare Nuovo, torna la maestosa scena dell’adorazione, riferibile alla seconda stagione musiva del monumento ravennate. Negli anni centrali del vi secolo, quindi, i Magi si avvicinano verso la Madonna intronizzata con il Bambino tra quattro angeli, dando avvio alla infinita processione delle vergini, che offrono solennemente le corone del martirio. I Magi, stagliati su un fondo aureo, vestiti con sgargianti e preziosi indumenti, sono definiti dalla didascalia Balthassar, Melchior e Gaspar. I tre re saggi sono rappresentati anche nel sarcofago ravennate di Isacio in San Vitale e nel mosaico dello stesso monumento, laddove Teodora, nel celebre pannello, che la raffigura tra i suoi dignitari, indossa una preziosissima clamide, nella cui balza è ricavata in oro la consueta scena dell’offerta.

Ma il tema ha lunghissima fortuna e attraversa i secoli del Medio Evo, spuntando a Castelseprio, a Santa Maria Antiqua e nell’oratorio di Giovanni VII nell’antico San Pietro in Vaticano. La scena nutrirà l’immaginario iconografico della storia dell’arte moderna e contemporanea, immortalando, con schemi sempre maestosi e aulici, l’arrivo di quei Magi, di quei pii sapienti, che avevano avvistato la stella della Natività, di cui Leone Magno aveva percepito il significato profondo, in quanto cifra del sacramento della Grazia, attraverso cui si attua l’universalità del messaggio evangelico.

Il passato appartiene al passato, anche per il Partito Democratico

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Il Mondo rischia una crisi planetaria che tutte le persone di buon senso auspicano non sfoci in qualcosa che non vogliono nemmeno immaginare.
L’Europa si dibatte in una serie di convulsioni che gli europeisti di tutti i Paese sperano siano di crescita e non di implosione.

L’Italia è sempre più avvolta nelle spire di un populismo putrescente e di un nazional-sovranismo incolto,incompetente ed irresponsabile.
Il Partito Democratico di Zingaretti vive momenti difficili e contraddittori,confuso tra il senso di responsabilità di governo e la percezione della insignificanza della sua proposta politica nel confronto con un alleato di governo spesso improbabile.

Il Partito Democratico di Roma tenta faticosamente di recuperare una posizione politica dignitosa nella città e nei confronti dei cittadini e lavora ad una riorganizzazione strutturale ed alla individuazione di una linea politica che impegnano alcuni dei suoi uomini migliori a tutti i livelli al fine di ripresentarsi credibilmente all’elettorato della Capitale come seria e concreta alternativa alla tragicomica gestione di Virginia Raggi ed alle avventuristiche aspirazioni della Destra nazional-leghista.

Roma è sommersa di rifiuti che continua a produrre ed a non sapere dove collocare e come smaltire e deve registrare ormai il collasso del trasporto pubblico tra stazioni metro chiuse,mezzi che si incendiano, attese interminabili alle fermate ATAC e linee ferroviarie locali inefficienti che non si sa a chi far gestire.
In questo contesto alcuni zuzzurelloni, al momento operativi soltanto nel VI Municipio,sembra abbiano deciso di mettersi a giocare con le tessere del Partito Democratico, avviando, nella prospettiva del prossimo Congresso della Federazione di Roma del Partito,una campagna di tesseramento online che non trova riscontri e precedenti , per i tempi e per i modi, in nessuna altra circostanza analoga del passato del Partito Democratico.

In via del tutto incidentale,forse sarebbe utile anche ricordare che il VI Municipio,quello delle Torri,che si estende tra la via Prenestina e la Via Casilina ed oltre,nella periferia Sud-Est della città, è il territorio nel quale il Partito Democratico raccoglie ormai da anni il minor di consensi in termini assoluti nella città,scendendo a percentuali risibili per un partito che aspiri a confermare o a riottenere il governo della Capitale,della Regione e del Paese.
Il tutto in un quadrante della città che fa registrare uno dei più alti tassi di presenza di immigrati e di consensi al partito di Grillo, Di Maio e Casaleggio che nel 2016 risultò particolarmente attrattivo per un elettorato che in buona parte,in tempi diversi, sarebbe stato definito di sottoproletariato urbano.

Appresa la notizia di tali manovre, spacciate in un post su Fb, per “un segnale di cambiamento”richiesto dai cittadini, un Parlamentare del Partito Democratico ha espresso,invece, la sua severa opinione sulla capacità di cambiare da parte del suo Partito,stigmatizzando la strumentalità di certi comportamenti.
Giusepe Fioroni,fondatore e storico dirigente del Partito Democratici,sulla scorta del suo intervento all’ultimo Convegno di Base Riformista,a sua volta ha denunciato sulla stampa nazionale “pratiche che si pensava appartenessero al passato” sulle quali “Zingaretti non può rimanere silente”, e bene ha fatto,ad intervenire tempestivamente sui social il Segretario Regionale, il Senatore Bruno Astorre,richiamando all’ordine tutti e ciascuno,in particolare bloccando il passo a quanti sembrano voler considerare il Partito Democratico di Roma “terra di conquista” in questo caso e una proprietà privata in altre circostanze.

Il Partito Regionale è una forza politica popolare, plurale ed inclusiva, e deve proseguire nel suo percorso riformatore e modernizzatore della politica italiana, mai concedendo spazio a riti ed atteggiamenti che si richiamino ad un passato,anche non remoto, che appartiene, appunto,alla categoria delle cose passate.
Noi siamo in sintonia con il Segretario Regionale e con la sua idea di partito aperto,visto come comunità partecipata di uomini e donne uniti da un più generale “idem sentire” di fondo.

Una concezione che si inveri,però, in una pratica politica corretta e rispettosa delle varie sensibilità presenti all’interno di una forza politica che vuole tornare grande e che,pertanto, non può e non deve non assicurare cittadinanza a qualunque forma di espressione interna che non si muova supinamente nell’alveo di un pensiero unico che potrebbe apparire, in prospettiva, angusto ed asfittico, e magari registrare con favore i movimenti di un “turismo politico” di ritorno di scarsa affidabilità e di ancora minore tollerabilità in considerazione delle trascorse dinamiche interne al Partito Democratico stesso del VI Municipio di Roma ed altrove.

Ed a Roma e nel Lazio i rispettivi Segretari ed Organi dirigenti sono i garanti indiscussi e responsabili di questa idea di partito,come hanno confermato anche sul numero odierno di “la Repubblica”.

Il Conclave

Bella idea, quella di Zingaretti. Un conclave del Pd ci voleva, anzi ce ne vorrebbe uno anche per il M5S: chiuderli a chiave – deputati e senatori – non dispiacerebbe a Di Maio.
Intanto lo fa il Pd. Non che ad altri sia vietato o sconsigliato, ma il rischio è che un conclave della Lega finisca per eleggere un anti Papa. E non sarebbe bello.
Zingaretti invece dal Papa è andato, s’è fatto benedire e poi, come Scalfari qualche tempo fa, ha pure parlato a nome suo (non a nome di se stesso – Zingaretti – ma a proprio a nome del Papa).

In questo esercizio, per altro, ha dato il meglio di sé riuscendo ad approvare l’operato tanto del Presidente della Regione Lazio, quanto del Segretario politico del Pd. E poco importa che siano la stessa persona, ovvero Zingaretti medesimo in persona. Al Tg1 se ne sono accorti e hanno letto, ieri a pranzo, due righine – proprio due – che trasudavano diplomazia e incazzatura d’Oltretevere.

Non importa! ZIngaretti abbonda perché i latini saggiamente consigliavano di abbondare, non di…deficere.
I deficienti, se vogliamo, non esistono. Sono una nostra invenzione, un fastidio che diventa pensiero, un rigurgito d’insofferenza anti-altruistico. Per questo li evitiamo.
Sicché, dicevamo, si va in conclave.

Naturalmente non tutti possono parteciparvi e quelli che non saranno invitati dovranno rassegnarsi. Purtroppo saranno quelli che appartengono al campo della deficienza, pur non essendo deficienti e magari essendo pure bravi, anzi bravissimi.
D’altronde nel Pd viene facile supporre che vi sia spazio per molti, ma non per tutti.
Anche il Papa gliel’ha ricordato e Zingaretti l’ha ripetuto in cuor suo: molti sono i chiamati, dice il Vangelo, e pochi gli eletti.

Il Conclave serve a rassicurare gli eletti. O no?

Nota a margine della sortita di D’Alema

Anche se ha fatto un certo effetto, l’uscita di Massimo D’Alema non mi ha convinto.

Intanto che quando c’era da condividere gli sbagli degli americani il buon D’Alema non si è certo tirato indietro, e i civili serbi massacrati durante il suo governo ne sanno qualcosa.

Poi certo, rispetto al livello di questo Parlamento lui è una spanna sopra, come Bodrato, De Mita e pochi altri. E va sottolineato il suo riconoscimento della politica di dialogo con il mondo arabo della prima repubblica, nei fatti la linea della Democrazia Cristiana.

Adesso Trump si è lasciato ingolosire dall’eliminazione azzardata di Qasem Soleimani, per la sua campagna elettorale e per rinsaldare i rapporti con Israele.

D’Alema si limita a indicare le ragioni di questo grave errore  del presidente americano. Ma non si può continuare a ripetere che nell’accordo con l’Iran di Obama vi fossero solo luci. C’erano nel contempo molte ombre. Mai dimenticare che nei piani di Obama e della Clinton la Siria sarebbe dovuta cadere sotto il dominio del Califfato “islamico”, allevato da americani, francesi, inglesi e sauditi, e il mondo arabo sarebbe dovuto finire gradualmente sotto l’influenza degli integralisti della Fratellanza musulmana.

A quel punto, per evitare più fronti insieme, serviva una sorta di armistizio con l’Iran, un dilazionamento di qualche anno della destabilizzazione della potenza persiana. L’accordo sul nucleare iraniano nasce così. Poi la buona fede, e gli interessi, dell’Europa, che corrispondono nella fattispecie a quelli italiani, sono un altro aspetto della faccenda.

Piuttosto, giunti a questo punto, con quelli che i media si ostinano ancora a chiamare “ribelli siriani”, in realtà schegge dell’Isis trasferite in Libia, alle porte di casa, con la Russia e la Turchia ai ferri corti, con le macerie di decenni di destabilizzazione del Medio Oriente e del Nord Africa, forse ci si dovrebbe chiedere cosa potrebbe innescare tutto ciò, se a prevalere non saranno le ragioni della ricostruzione su quelle di una ulteriore frammentazione.

Chesterton controcorrente

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Marco Testi

Talvolta capita che il libro divenga debitore dello schermo: è accaduto per Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, balzato all’attenzione del lettore comune per la sontuosità del film di Visconti nel 1963, o a un romanzo iniziatico e misterioso, che diventò, nonostante l’accanita ma vana opposizione dell’autrice, Pamela Lyndon Travers (pseudonimo di Helen Lyndon Goff) il celeberrimo Mary Poppins, targato Disney. È capitato anche al Padre Brown di Gilbert Keith Chesterton, trasformato in Italia in una vera e propria icona televisiva nel corso delle sei puntate che la Rai — a quel tempo ancora generalista — mandò in onda tra il 1970 e il 1971, complice l’accattivante interpretazione di Renato Rascel. L’altro Chesterton, abissalmente attratto dai grandi enigmi della storia dell’uomo, rimase in ombra. Ingiustamente, perché un suo romanzo, più volte tradotto da noi, L’uomo che fu giovedì («The man who was Thursday — a nightmare»), pubblicato nel 1908, prima quindi della serie di Padre Brown, è di una straordinaria importanza per capire il dibattito culturale in quegli anni: il positivismo sembrava aver esalato l’ultimo respiro lasciando la scena all’irrazionalismo e all’estetismo, che si apprestavano — anch’essi limitatamente alle intenzioni, prima di scomparire a loro volta — a scavare la fossa alla religione come dogma e come sentimento popolare, propugnando una raffinata, dotta, estenuata spiritualità, contro la supposta grettezza degli altri, e questi altri erano anche e soprattutto il prete, il credente, il “borghese”.

L’uomo che fu giovedì è la storia della resistenza contro il materialismo e la disperazione; lo scrittore londinese aveva capito a cosa potevano portare lo scientismo radicale, lo scetticismo a tutti i costi, quello sì davvero borghese, l’ironia divoratrice su ogni cosa: «Una nube pesava sulla mente degli uomini, e gemendo passava il vento: sì, una nube malaticcia sull’anima, quando eravamo giovani tutti e due».
Il pensiero moderno rischiava di portare all’ubbidienza mediatica, come genialmente Chesterton aveva profetizzato nel suo primo romanzo, Il Napoleone di Nothing Hill («The Napoleon of Nothing Hill», 1904): «I saccenti scrivevano libri su come i treni sarebbero diventati più rapidi e tutto il mondo sarebbe diventato un unico impero… è molto più probabile che andremo di nuovo alle crociate o adoreremo gli dei della città».
Il protagonista di L’uomo che fu giovedì è Syme, un giovane poliziotto che per combattere l’anarchia, si infiltra in un cenacolo di terroristi che si identificano con i nomi dei giorni della settimana. Il capo dell’organizzazione è lo spaventevole, innominabile, — a detta dei suoi stessi seguaci — Domenica.

Piano piano, dalla solitudine più tetra, allegoria chestertoniana di quella del cristiano nel nuovo secolo, e, risalendo alle origini, di Gesù nella passione, Syme passa al conforto di sapere che quasi tutti gli altri si sono infiltrati nel gruppo per combattere la battaglia contro la morte spirituale e il disordine.
Alla fine Domenica sembra essere in difficoltà, ma riesce a sfuggire alla caccia dei finti anarchici, anzi, fa in modo di farsi inseguire fin dentro un giardino, dove essi vengono paradossalmente accolti, rifocillati, lavati e preparati per un banchetto, imbandito da colui che sembrava il male personificato.

Egli ha fatto sì che essi potessero finalmente rispondere all’unico vero anarchico della compagnia, il giovane Gregory, ribattendo l’accusa che il “borghese” (sui limiti prospettici di questa definizione abbiamo avvertito il lettore) non soffre e non conosce la disperazione degli ultimi: «Io non vi maledico perché siete crudeli: io vi maledico perché siete sicuri!». I difensori della cittadella cristiana assediata gli rispondono che egli mente: hanno sofferto, arrivando anzi a bere il calice del Cristo che nel Getsemani sente di essere solo e abbandonato: «Nessuna sofferenza può essere troppo grande, per comprarci il diritto di dire a costui che ci accusa: “Abbiamo sofferto anche noi”».
L’uomo che fu giovedì è un libro per certi versi anti-moderno, nel senso di un coraggioso opporsi ai tempi in cui la morte e l’oscurità vengono proclamati nuovi (e disperati) dèi, poiché pochi sembrano avere il coraggio di riscoprire, anche nella polvere delle sacrestie, la pace di Dio.

Chesterton in realtà amava andare controcorrente, e ogni tanto si divertiva a lanciare frecciate contro i nuovi miti, soprattutto quelli languidamente estetizzanti, quelli superomistici o dediti al pessimismo: «Ibsen parlando di una nuova generazione che bussa alla porta, certamente non pensava che si trattasse della porta di chiesa» scrisse sarcasticamente una volta. Soprattutto in Uomovivo (Manalive, 1912) egli si prende gioco del conformismo intellettual-progressista narrando una sorta di processo a un uomo che è considerato dai veri perbenisti (quelli passivamente adeguati ai tempi) un criminale ed è invece l’unico che ha riscoperto la bellezza del matrimonio. Smith (si noti la non casualità del cognome usuale, comune, “borghese”) torna a casa sua dopo lunghe assenze passando per il camino e corteggia, dopo anni di matrimonio, la propria moglie perché vuole riscoprire la felicità di una casa e di un amore, tentando la resistenza contro la, questa sì, borghese tentazione della noia e dell’insoddisfazione: «Io sono uno che ha abbandonato casa sua perché non poteva più sopportare di starvi lontano».

I tic di una borghesia assoggettata ai pensieri dominanti senza averne davvero coscienza sono narrati anche in un altro romanzo da noi pressoché sconosciuto: L’osteria volante («The flyng inn», 1914), dove il relativismo, il materialismo, la ricerca di nuove dimensioni — in realtà emozioni — religiose, dimenticando praticamente di averle dentro casa, portano ad altre servitù religiose e politiche, benvenute in quanto esotiche. Come si vede, lo sguardo di Chesterton investe tutta la dimensione umana, anche quella dell’amore: anzi, qui riesce a dare con tratti semplici e commossi il senso della vera bellezza nascosta nella pacificazione con il tutto attraverso l’immagine femminile, con un tocco figurativo che richiama l’incanto della grazia preraffaellita, immersa nel giardino ritrovato. Il suo eroe, il proletario, umile e sensibile Syme «vide la sorella di Gregory, la ragazza dalle chiome d’oro rosso, che recideva lillà prima di colazione, con la sua inconsapevole gravità di fanciulla».

Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito

Il più grande partito italiano del dopoguerra declinato in dodici parole chiave che ne definiscono l’anima. Il ritratto impietosamente obiettivo, ma non privo di affetto della Democrazia Cristiana, il partito in cui l’autore ha militato da dirigente fino alla fine.

Un’interpretazione e, forse di più, l’analisi antropologica del partito-stato che ha governato la Repubblica per un ininterrotto cinquantennio. Si affrontano, da una prospettiva prossima e narrativa, i temi più consueti del bilancio politico e storico dell’esistenza di un partito dominante: come il rapporto tra i democristiani e il potere, la Dc e la destra, il partito diga verso il comunismo, il legame con la Chiesa e con la fede, l’intercettazione del paese profondo.

Ma il libro di Marco Follini si concentra anche su alcuni aspetti più puntuali: l’atteggiamento verso il lusso, le dimore di dirigenti e militanti, biografie esemplari di personalità, aneddoti, le due anime simboliche: Andreotti e Moro, gli «appagati» e i «tormentati», e così via, dentro tutti gli angoli che introducono il lettore nella quotidianità di una forma di esistenza politica che ha aspetti di enigma.

L’enigma non solo della lunga, tuttavia precaria, persistenza al potere, caso più unico che raro nei paesi dell’Occidente, ma anche della convivenza perfettamente equilibrata di posizioni politiche molto lontane fra loro, e quello più fondamentale della attitudine, scettica, flessibile, a volte dominata da un senso di limitazione e di colpa, verso la società e il futuro. E, a voler leggere questo saggio come un racconto, su tutto il testo aleggia la convinzione profonda e probabilmente pensata e ripensata da Follini in questi anni: che in effetti la vicenda della Democrazia Cristiana sia da guardare come un lungo e oscuro presagio.

Nel 2020 i giovani di Taizé attesi a Torino

Sarà l’arcidiocesi di Torino a ospitare la prossima edizione del tradizionale incontro europeo dei giovani organizzato dalla comunità di Taizé.

L’arcivescovo di Torino, S.E. Mons. Cesare Nosiglia, che è stato all’origine dell’invito insieme con altri responsabili cristiani della città, è andato appositamente a Breslavia per essere presente all’annuncio.

La sua reazione è stata la seguente: “L’annuncio da parte di frère Alois di Torino come prossima tappa del «pellegrinaggio di fiducia sulla terra» ci riempie il cuore di gioia e di commozione. A frère Alois e alla Comunità di Taizé esprimo la gratitudine più sincera, a nome dell’intera Arcidiocesi di Torino e di tutte le Confessioni Cristiane presenti nel nostro territorio. È per noi un annuncio importante, che rappresenta la conferma di un legame forte, ma anche, nello stesso tempo, il frutto di un lungo cammino di amicizia con la Comunità di Taizé”.

È la prima volta che si tiene un incontro europeo in questa città, ma sarà il settimo incontro in Italia, dopo Roma (1980, 1982, 1987 e 2012) e Milano (1998 e 2005).

 

Arrivano molti di soldi sull’housing sociale

Riqualificare e incrementare il patrimonio dell’edilizia residenziale sociale per migliorare la coesione sociale e la qualità della vita dei cittadini, in un’ottica di sostenibilità ed evitando il consumo di nuovo suolo, nel rispetto dei principi e degli indirizzi adottati dall’Unione europea, conformi al modello della Smart City. Questo l’obiettivo ambizioso del “Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare”, finanziato dalla Legge di Bilancio 2020 con 854 milioni.

Tali ingenti risorse saranno spalmate in un periodo di 13 anni sino al 2033 secondo il seguente calendario: 12,18 milioni di euro per l’anno 2020, 27,25 milioni di euro per l’anno 2021, 74,07 milioni di euro per l’anno 2022, 93,87 milioni di euro per l’anno 2023, 94,42 milioni di euro per l’anno 2024, 95,04 milioni di euro per l’anno 2025, 93,29 milioni di euro per l’anno 2026, 47,15 milioni di euro per l’anno 2027, 48,36 milioni di euro per l’anno 2028, 53,04 milioni di euro per l’anno 2029, 54,60 milioni di euro per l’anno 2030, 54,64 milioni di euro per gli anni 2031 e 2032 e 51,28 milioni di euro per l’anno 2033. Come ottenere e impiegare i denari?

Regioni ed Enti locali interessati dovranno inviare al Mit le proposte per la rigenerazione urbana e la riqualificazione del patrimonio destinato all’edilizia pubblica.

Sempre con decreto del Mit saranno decisi anche l’entità massima dei contributi riconoscibili e i criteri con cui una commissione ad-hoc, da istituire presso lo stesso Mit, valuterà i progetti presentati.

Al Niguarda 11 trapianti in 5 giorni

Nei giorni in cui l’anno vecchio stava lasciando il posto al nuovo, all’ospedale Niguarda si vivevano momenti intesi e frenetici.

Mentre, infatti, fuori dalle mura dell’ospedale fremevano i preparativi per i festeggiamenti di Natale e del cenone di fine anno, a Niguarda équipe di chirurghi, rianimatori, infermieri, biologi, patologi e tecnici erano impegnati in un superlavoro di squadra per permettere ad 11 persone di poter “tornare alla vita”.

In soli 5 giorni sono stati prelevati 15 organi da 4 pazienti deceduti in ospedale, che sono stati poi trapiantati a 11 persone, tra cui due bambini.
Un fermento di generosità e di dedizione al lavoro che non si fermano mai, anche quando il resto del mondo festeggia o è in pausa. Quanto accaduto in questi giorni, infatti, ha avuto di straordinario anche la capacità con cui l’ospedale ha saputo mettersi in moto per poter effettuare tutte le procedure necessarie e quasi 30 ore totali di sala operatoria.

I donatori avevano un età compresa tra i 19 e gli 81 anni e uno di loro a sua volta in passato aveva ricevuto un trapianto. Certamente il dolore per la perdita di una persona cara non può essere colmato facilmente, ma decidere di donare gli organi può riaccendere una speranza di vita a chi non ha altre possibilità di sopravvivenza. La donazione implica, infatti, un nuovo modo di concepire i rapporti fra le persone, perché ciascuno diventa responsabile della salvezza di altre vite con un semplicissimo, ma non banale “sì”, che è un “sì” alla vita.

In particolare in questa circostanza, la gratuità del dono, tradotta in concretezza dei fatti grazie al lavoro di squadra e alla coralità del Niguarda, sembra proprio avere assunto la forma di una scommessa vincente per il futuro.
La donazione e il trapianto di organi e tessuti costituiscono uno dei progressi più straordinari non solo della terapia, ma anche della solidarietà umana.

Governo verde-turchese a Vienna: la novità investe l’Europa, quindi anche i Popolari italiani.

L’accordo a Vienna tra Popolari e Verdi è una buona notizia per l’Europa.

Mentre la politica britannica da’ esempio di spericolatezza ed egoismo, e in Spagna si registra un maldestro tentativo di animare una Isquierda rimpannuciata alla meglio, nel cuore della Mittleuropa si respira finalmente l’aria della novità.

Due partiti molto diversi, con storie assai distanti l’una dall’altra, hanno deciso di mettere insieme le cose migliori di cui sono in possesso. Nasce un governo con l’ambizione di assegnare all’Austria un ruolo guida nelle politiche ambientali del Vecchio Continente.

Tra gli impegni sottoscritti da Sebastian Kurz per l’Övp e Werner Kogler per i Grünen ce n’è uno che interessa l’Italia: quello di escludere, cioè, il riconoscimento del doppio passaporto per i tirolesi dell’Alto Adige. È un gesto di equilibrio e di saggezza, che non limita, per altro, l’autonomia della minoranza di lingua tedesca, ben protetta dal Patto De Gasperi-Gruber (1946) e da successivi provvedimenti legislativi.

Va detto, invece, che il buon esempio austriaco non si rispecchia nella ribadita volontà di proseguire sulla via della lotta all’immigrazione clandestina. S’intravede, a riguardo, il rischio di perpetuare una vocazione delle nazioni centro-europee a ignorare la delicatezza di un fenomeno che da tempo si è caricato di tragedia sul versante del Mediterraneo. Di questo bisognerà continuare a discutere con assoluta schiettezza, per tentare di avvicinare le posizioni tra Italia e Austria, nonché tra l’Europa dei fondatori e le nazioni dell’ex blocco sovietico.

Il governo verde-turchese – così è stato definito – restituisce per altro ai Popolari austriaci un’immagine di forza dinamica, sensibile alle novità, aperta al cambiamento. La tradizione cristiano-sociale ha significato molto per i cattolici italiani agli albori del secolo scorso. De Gasperi aveva studiato a Vienna. Certo, negli ultimi venti o trent’anni poco o nulla, ai nostri occhi, è rimasto delle battaglie di politica sociale che più di un secolo fa mettevano il Partito popolare austriaco su un piano di efficace concorrenza con i socialdemocratici.

Oggi la svolta di governo conferisce ai Popolari austriaci una credibilità che nel tempo era andata declinando. Si alza nuovamente una bandiera, perché difficilmente l’alleanza verde-turchese potrà perdersi nella banalità del quotidiano: o farà grandi cose o andrà in pezzi clamorosamente. L’augurio, naturalmente, è che possa realizzare quanto di meglio si attende il popolo austriaco e con esso l’Europa intera.

Ma esiste anche un altro augurio, più squisitamente politico. Esso riguarda anche noi, vale a dire noi Popolari italiani ovunque dispersi. L’augurio ruota attorno alla scommessa che irradia l’accordo social-ambientalista, segnando un nuovo percorso del popolarismo europeo, sopratutto se anche i democristiani tedeschi avvieranno un analogo processo di apertura al mondo ambientalista. Sarebbe un errore, in fin dei conti, derubricare a fatto meramente nazionale la svolta che il giovane leader dell’Övp, Sebastian Kurz, ha impresso al suo partito e a tutta la politica austriaca.

Ci sono legami storici tra Popolari al di qua e al di là del Brennero. Forse un’iniziativa sull’asse Roma-Trento-Vienna potrebbe essere interessante, specie se potesse incrociare la ricorrenza del 19 gennaio e quindi il ricordo dei “liberi e forti” di Sturzo. Ci vuole uno sforzo di fantasia, un di più di fiducia sulle possibilità che la politica riserva, anche per innestare su di essa, ovvero sulla nuova politica, qualcosa che conservi il dinamismo della tradizione cattolico democratica e popolare. Non possiamo rimanere fermi.

La vanità alla porta

Siamo ai primi passi dell’anno e invece di raccontare aspetti che hanno attinenza con la progettualità, i buoni proposito, l’unità d’intenti, la condizione per tenere unita la “baracca”, sono invece a raccontare il suo opposto.

Sgretolamento, scaricamento, calce che non tiene, cemento avariato, insomma un processo di nullificazione della relazione.

Si tratta, come avete già intuito della realtà sofferta, della compagine 5Stelle. Si tratta proprio di un impietoso stillicidio giornaliero. Senza ancora mostrare crepe insuperabili, ma un distillato costante di soggetti che lasciano il vecchio porto per inoltrarsi chissà dove. È vero, due di essi hanno già calzato la maglia e il berretto verde, ma di altri successivi. Sembrano invece votati a porsi nell’indistinto. Vale a dire, nei gruppi misti.

Il processo, quando inizia, racconta già parecchio. Ci dice che lo spirito che animava il movimento stia ammainando la bandiera. Del resto, è stato quanto meno illuminante il messaggio offertoci dal suo indiscusso capo: Grillo l’altro ieri, a inizio anno, stava scavando una fossa. L’indirizzo è persino illuminante. Simbolicamente faceva capire che sono destinanti a riempirla con se stessi.

Normalissimo. Se i movimenti smettono di muoversi hanno il tempo segnato. Nella loro indole sono costretti a trovare costanti ragioni che induca ad essere tempo in cammino. Se si fermano, se stazionano, se governano, perdono l’anima. Vale a dire, perdono se stessi.

Era inevitabile, l’avevano scritto nel loro dna. Per salvarsi, per essere sempre vitali, dovevano necessariamente starsene sulla barricata e protestare; ma una volta insediatisi sulla plancia di comando, precipiteranno in una dolorosa contraddizione, che non potrà essere a lungo sopportata.

Dopo un anno e mezzo, abbondante, il virus dà evidenti segni di supremazia: il male è in atto e i sintomi ormai si sprecano. Ogni movimento corre lungo questa pista. Una volta espressa la sua protesta, torna all’ombra. Quando invece intende strafare, non gli resta che darsi da se stessa l’estrema unzione.

Certo, resisterà, non si squaglierà improvvisamente. Perché, nel loro seno, è senz’altro in atto una trasformazione radicale. Non poteva essere che così. La mutazione avviene in ragione della loro stazionarietà. Già alcune indicazioni ce lo prospettano e la forma movimento si sta, pur lentamente, trasformando in qualcosa di fisso.

Verranno a patti con se stessi e si convertiranno, pur con riluttanza, a darsi una casa stabile, ossia a diventare partito. Non fosse così, la nullificazione non solo sarebbe integrale, ma persino immediata.

Questo dramma si ripercuoterà almeno nei prossimi mesi su tutta la realtà politica nazionale. Il resto è più o meno definito, quindi l’attenzione per i sismologi politici dovrà essere completamente assorbita dai fenomeni che emergeranno dalle fila di quelli che avevano raccolto il 32% dei consensi nazionali.

Ah, come tutto è vano!