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Il Presidente Mattarella ricorda il 45° anniversario della strage di Piazza della Loggia

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 45° anniversario della strage di Piazza della Loggia, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Le innocenti vite spezzate quella mattina del 28 maggio 1974, lo strazio dei familiari, il dolore dei feriti, l’oltraggio inferto a Brescia e all’intera comunità nazionale dai terroristi assassini sono parte della memoria indelebile della Repubblica. In questa giornata di anniversario si rinnovano i sentimenti di solidarietà di tutti gli italiani, e con essi desidero esprimere la mia vicinanza a coloro che più hanno sofferto e a quanti hanno contribuito negli anni a quella straordinaria reazione civile e democratica, che ha fatto fallire la strategia eversiva.

Con l’attentato alla manifestazione antifascista organizzata dai sindacati, i terroristi volevano seminare paura per comprimere le libertà politiche. Una catena eversiva legava la strage di Piazza della Loggia ad altri tragici eventi di quegli anni: la democrazia è stata più forte e ha sconfitto chi voleva violarla. L’impegno di uomini dello Stato e il sostegno popolare hanno consentito di portare a compimento il percorso giudiziario.

Particolare gratitudine va espressa all’Associazione dei Familiari delle vittime, la quale è riuscita sempre ad animare, anche in momenti difficili, memoria attiva, partecipazione responsabile, impegno per la verità».

Istat: ad aprile tornano a crescere le esportazioni

Ad aprile 2019 si stima per l’intescambio commerciale con i paesi extra Ue un aumento congiunturale delle esportazioni (+0,5%) di intensità minore rispetto alle importazioni (+0,9%).

L’incremento congiunturale delle esportazioni è limitato ai beni di consumo non durevoli (+3,0%) e all’energia (+1,9%), mentre tutti gli altri raggruppamenti principali di industrie sono in diminuzione. Dal lato dell’import, l’incremento congiunturale è più intenso per l’energia (+5,5%), i beni di consumo durevoli (+4,4%) e i beni intermedi (+3,0%). Al netto dell’energia, si stima una flessione dell’import (-0,8%).

Nell’ultimo trimestre mobile (febbraio-aprile 2019), la dinamica congiunturale dell’export verso i paesi extra Ue risulta negativa (-0,6%) ma al netto della marcata flessione dell’energia (-17,4%) è pressoché stazionaria (+0,1%). I beni di consumo non durevoli (+1,9%) e i beni strumentali (+0,5%) sono in crescita. Nello stesso periodo, le importazioni registrano una diminuzione congiunturale (-2,2%), determinata dalla marcata flessione registrata dall’energia (-6,0%), dai beni strumentali (-2,2%) e dai beni intermedi (-1,4%).

Ad aprile 2019, le esportazioni sono in marcato aumento su base annua (+6,7%), anche per l’effetto del diverso numero di giorni lavorativi rispetto ad aprile 2018. L’incremento è rilevante per i beni di consumo non durevoli (+22,5%) e i beni intermedi (+8,1%). Le importazioni registrano un aumento tendenziale (+7,4%) determinato dai beni di consumo durevoli (+39,2%), beni intermedi (+9,9%) e beni strumentali (+8,1%).

Il saldo commerciale ad aprile 2019 è stimato pari a +1.889 milioni, in lieve aumento rispetto a +1.861 milioni di aprile 2018. Da inizio anno aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +19.575 milioni di gennario-aprile 2018 a +19.724 milioni di gennaio-aprile 2019).

Ad aprile 2019 l’export è in forte aumento su base annua verso Giappone (+25,6%), Svizzera (+24,8%) e paesi ASEAN (+19,4%). In diminuzione, le vendite di beni verso Turchia (-15,5%), paesi OPEC (-5,0%) e paesi MERCOSUR (-2,7%).

Gli acquisti da paesi ASEAN (+25,6%), Russia (+18,7%) e Cina (+17,6%) registrano aumenti tendenziali molto più ampi della media delle importazioni dai paesi extra Ue.

Calabria: a San Luca eletto un sindaco dopo sei anni

San Luca dopo sei anni torna ad avere un sindaco. Dal 2013, quando il Comune fu sciolto per infiltrazioni mafiose, il paese della Locride era stato governato da commissari.

Nel 2015 le elezioni non furono valide perché non fu raggiunto il quorum, mentre negli anni successivi non si era presentato nessun candidato.

San Luca è un paese tristemente noto per una guerra tra clan durata 20 anni. Un episodio di questa faida è stata la famosa strage di Ferragosto a Duisburg in Germania nel 2007 con sei morti.

In questa tornata vince Bruno Bartolo, già assessore al Comune che ha ottenuto un vero e proprio plebiscito, con il 90,51% dei voti.

No deal Brexit

il quotidiano britannico “The Times” alla luce della strabiliante vittoria del Brexit Party Nigel Farage, della contemporanea avanzata di forze filo-Ue come il Partito liberal-democratico, i Verdi ed il Partito nazionale scozzese (Snp), e della parallela netta sconfitta subita da entrambi i due maggiori partiti tradizionali, il Partito laburista e soprattutto i Conservatori scrive che il Regno Unito, che il Regno unito deve prepararsi ad un’uscita senza accordo dall’Europa.

Farage ha, infatti, avvertito di esser pronto a presentare suoi candidati in ogni singola circoscrizione alle prossime elezioni politiche, se il governo non porterà il Regno Unito fuori dall’Ue entro il 31 ottobre prossimo. Inoltre, Farage si dice convinto di poter vincere anche le elezioni nazionali, tanto da aver reso noto di aver ha già iniziato a selezionare i 650 possibili candidati da mettere in campo.

Tutto ciò sta spingendo i candidati alla guida del Partito conservatore e del governo ad abbracciare l’ipotesi di una “no-deal Brexit”. Dopo le europee, dove i Conservatori hanno subito la peggior disfatta di tutta la loro storia, i maggiori contendenti alla successione di Theresa May alla guida del partito e dell’esecutivo si dicono ora convinti che la priorità è la Brexit. costi quel che costi.

Lo hanno affermato alcuni tra i maggiori esponenti dei Conservatori come Boris Johnson, Andrea Leadsome e Domenic Raab, per i quali la Brexit è “decisamente” più importante che cercare di evitare l’ipotesi di una “no-deal Brexit”.

Da parte sua, il leader del Partito laburista, Jeremy Corbyn, sembra ora orientato ad appoggiare l’ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit. Una svolta a cui Corbyn è spinto dai pessimi risultati raccolti dal Labour alle europee, abbondantemente sopravanzato dai Liberal-democratici e tallonato dai Verdi.

A redere ancora più complicata la situazione e la ricerca di una soluzione di compromesso sulla Brexit, è intervenuta Nicola Sturgeon, leader del Partito nazionale scozzese (Snp) che ora vuole un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito al fine mantenere il suo paese all’interno dell’Ue.

Alle europee, lo Snp ha ottenuto il 38 per cento dei voti, sottraendo consensi al Labour. Secondo Sturgeon, il nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia potrebbe tenersi nella seconda metà del 2020.

Zone Economiche Speciali, un incontro per il rilancio dei territori

L’articolo 34 del decreto legge Crescita ha stanziato 300 milioni di euro per un “Piano di sviluppo di grandi investimenti” delle imprese nelle Zone Economiche Speciali, di cui agli articoli 4 e 5 del decreto legge numero 91 del 2017.

Il Piano in questione prevede la costituzione di uno o più fondi che investano in imprese tramite debito, capitale di rischio, oppure in quote di fondi.

Come previsto dalla norma, entro 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto in oggetto, devono essere disciplinati gli aspetti strategici del Piano e le possibili linee di azione.
A tale proposito, domani 29 maggio, sono stati invitati presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, nella Sala monumentale, i presidenti di autorità del sistema portuale delle regioni del Sud coinvolte nelle ZES e gli amministratori delegati di grandi aziende italiane per confrontarsi sulle problematiche delle diverse realtà.

Le Zone Economiche Speciali sono aree circoscritte nell’ambito delle quali l’Autorità governativa da un lato, applica una legislazione economica diversa rispetto a quella utilizzata nel resto del Paese e dall’altro, offre incentivi a beneficio delle aziende attraverso strumenti di agevolazioni fiscali o finanziarie, nonché varie semplificazioni amministrative.

L’istituzione delle Zone Economiche Speciali, ha individuato una serie di disposizioni volte per dare impulso alla crescita del Sud Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna), sia destinandovi risorse, sia incentivando l’utilizzo di strumenti imprenditoriali già esistenti. L’obiettivo principale è quello di rilanciare competitività e innovazione.

Tatuaggi: il ministero della Salute vieta altri due colori

Dopo i provvedimenti dei mesi scorsi, il ministero della Salute ha disposto il ritiro di altri due pigmenti per tatuaggi provenienti dagli Stati Uniti, perché contenenti sostanze vietate dalla legislazione europea in quanto cancerogene.

Il primo è il Rose Satin della Marca Eternal Ink, boccettino da 30 ml con lotto scadenza 27/07/2020. Il secondo, rosso, è il Perma Blend – Queens Red, marca Permablend Pigments, lotto PBQH181812.

Sul proprio sito, il ministero della Salute sottolinea quindi che “l’Italia è all’avanguardia rispetto agli altri Paesi Europei nel settore del monitoraggio e controllo dei pigmenti per tatuaggi. Soltanto nel 2018 sono stati eseguiti, da parte dei Nas, più di 100 campionamenti presso i tatuatori” alla ricerca di “ammine aromatiche e idrocarburi policiclici aromatici” nei pigmenti. E i colori più a rischio si sono dimostrati essere “le tonalità rosse, gialle e arancioni” ma “anche gli inchiostri con pigmenti azoici in generale”.

L’Italia dei moderati è anche l’Italia dei coraggiosi

Già apparso sulle pagine di www.huffingtonpost.it

Siamo d’accordo nel riconoscere che il voto europeo ha ridato ossigeno al Partito democratico. E siamo anche d’accordo, però, nel ritenere che in prospettiva la partita politica sia tutta da giocare, perché le percentuali elettorali variano anche per effetto dell’astensionismo.

L’incoraggiamento degli elettori significa anzitutto che un blocco tradizionale, fedele alla missione del partito, ha inteso rinnovare domenica la propria fiducia. Naturalmente non basta guardare all’attuale base di consenso. L’ondata sovranista è troppo potente per essere insidiata e battuta da un partito incapace di aprirsi a nuove alleanze.

Il problema, tuttavia, è che nessuno può contare sulla facile raffigurazione del futuro quadro del centrosinistra. Dunque, il pericolo maggiore consiste nell’immaginare che piccole formazioni politiche, costruite come protesi del partito maggiore, abbiano la forza e la credibilità d’intercettare la corrente sospesa del mondo moderato.

È vero, quando si parla di moderati si storce sempre il naso. Dovremmo inventare una parola diversa, più accattivante, forse anche più adeguata a esprimere la realtà oggettiva di un segmento così importante dell’elettorato.

I moderati, in ogni caso, esistono e sanno farsi valere, spesso rovesciando le previsioni più accreditate e sicure. A essi e a quanti ne dovrebbero incarnare le ragioni, i Democratici ancora si rivolgono con un misto di sussiego e altezzosità, quasi come un vecchio nobile del ’700 pre-Rivoluzione poteva rivolgersi al suo maggiordomo. Non può essere questo l’approccio.

Bisogna entrare nell’ordine di idee che una rinnovata capacità di rappresentanza del centrosinistra passa dal ricollocamento in area più centrale del Partito democratico. Solo questo “mettersi al centro” offre la possibilità di pensare a una forza di coalizione in grado di attrarre il voto dei moderati.

Si tratta, in definitiva, di cambiare paradigma. Sulla spesa pubblica, il riordino del welfare, la spinta all’innovazione, l’Italia moderata coltiva più ambizioni e attese di ciò che il vecchio moderatismo imbelle potrebbe farci intendere. Oggi con l’aggressivo bi-populismo di governo, sempre più a trazione leghista, emerge nel profondo un’istanza di razionalità ed equilibrio.

Un’istanza cioè di buon governo, dove non manchi il coraggio delle scelte impegnative e finanche coraggiose, purché maturino attraverso il consenso attorno ad una strategia di modernizzazione del Paese.

Se non si guarda a questa Italia, garantendo un nuovo spirito pubblico nel servizio alle istituzioni, si rischia di rimanere al palo.

Il Partito democratico deve farsi interprete di questa Italia che vuole risorgere, anche recuperando con orgoglio le cose buone realizzate dagli ultimi governi.

L’incertezza non fa da stimolo al vero rilancio della coalizione in grado di rivitalizzare la migliore tradizione del riformismo italiano. Un po’ di radici culturali e “identitarie” in questo sforzo ricostruttivo è quanto serve a un progetto politico di apertura e condivisione. Non a parole, ma nei fatti.

Un malinteso senso della libertà

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda 

La vittoria di misura di RN in Francia e quella oltre misura della Lega in Italia rappresentano forse i fatti più eclatanti di queste difficili elezioni europee che aprono nuovi scenari per il cammino del Vecchio Continente. Gli osservatori politici, una volta spogliato l’ultimo voto, potranno concentrarsi e sviluppare tutte le analisi necessarie per leggere e interpretare questo passaggio elettorale che intanto ha registrato il dato positivo del ritorno di un alto livello di affluenza alle urne. Libertà è partecipazione, come recita una nota vecchia canzone. La partecipazione quindi è andata bene, ma la libertà resta il problema di questa Europa; è questo il nodo, molto aggrovigliato, che emerge dal voto popolare.

Il primo aspetto di questo problema è la questione grammaticale. In particolare emerge la questione delle preposizioni. Secondo uno dei più grandi geni teologici del Novecento, Romano Guardini, «La libertà non vuol dire essere sciolto da qualcosa, ma essere sciolto per qualcosa». Papa Francesco, che dalla lettura di Guardini molto ha appreso, è un Papa che “scioglie”, che invita gli uomini a vivere in piena libertà, a condurre con naturalezza le relazioni con se stessi, gli altri, il mondo. Ma appunto sono le relazioni al centro della vita, per cui si deve vivere non sciolto-da ma sciolto-per. Essere sciolti-da in latino si dice ab-soluti, è questo atteggiamento la matrice dell’assolutismo, il recidere ogni legame, il porsi al di sopra di tutto il resto. Oggi l’atteggiamento assolutista ha assunto un’altra forma e un altro linguaggio: il sovranismo. Il sovrano, come indica la parola stessa, è colui che sopra di sé non vuole nessuno, che vuole essere libero-da ogni altra presenza che è vista come un limite soffocante alla propria libertà. È da questo malinteso senso della libertà che nascono i problemi che oggi l’Europa evidenzia nei risultati elettorali. Sovranismo e Europa in effetti sono due idee radicalmente contrapposte. L’Europa è l’unione degli stati, è uno stare-con. Ma questo non deve portare a demonizzare, quanto invece a cercare di comprendere le ragioni per cui si è arrivati a questa apparente contraddizione di un’Europa con forte tendenze sovraniste. Su questo punto può essere utile andarsi a rileggere il grande discorso del Papa al Parlamento europeo del 25 novembre 2014 in cui Francesco invitava a «guardare all’uomo non come a un assoluto, ma come a un essere relazionale. Una delle malattie che vedo più diffuse oggi in Europa è la solitudine, propria di chi è privo di legami. […] Tale solitudine è stata poi acuita dalla crisi economica, i cui effetti perdurano ancora con conseguenze drammatiche dal punto di vista sociale. Si può poi constatare che, nel corso degli ultimi anni, accanto al processo di allargamento dell’Unione europea, è andata crescendo la sfiducia da parte dei cittadini nei confronti di istituzioni ritenute distanti, impegnate a stabilire regole percepite come lontane dalla sensibilità dei singoli popoli, se non addirittura dannose. Da più parti si ricava un’impressione generale di stanchezza e di invecchiamento, di un’Europa nonna e non più fertile e vivace. Per cui i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni. […] L’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare». È la solitudine il problema a fronte del quale si può reagire oppure rispondere. La politica è incanalare le reazioni e trasformarle in risposta. Il sovranismo è la reazione ma l’Europa ha bisogno invece di una risposta che deve passare nel riscoprire le ragioni dello stare-con, del vivere insieme. Risposte, non reazioni. Le parole sono importati e anche quelle paroline, le preposizioni, sono importanti. Ci può essere ad esempio, una vita, e un voto, contro. Spesso questo accade. La dimensione “contro” è una facile scorciatoia che esercita un grande fascino. Contro è una parola che non fa parte dell’elenco classico delle preposizioni ma è l’esatto opposto di due fondamentali preposizioni: con e per. Se uno è contro non è con, e non è per. E invece la politica, soprattutto se vissuta alla luce del Vangelo, è sempre “per”, sempre propositiva mai reattiva o distruttiva. Se è reattiva vuol dire che la paura ha preso il sopravvento. E la paura rende pazzi e spezza i legami.

Su queste pagine alcuni studiosi e intellettuali cattolici hanno avviato una riflessione ricca di spunti, che ricorda, ad esempio, come il cristiano non sia mai “contro” qualcuno (vedi l’intervista di oggi a Marco Impagliazzo in terza pagina), e che non si può ridurre la politica soltanto alla garanzia della sicurezza. Lo ha spiegato efficacemente Giuseppe De Rita qualche giorno fa: ci deve essere a fianco all’autorità civile che garantisce la sicurezza, un’altra autorità, spirituale, che offre ai cittadini il senso dell’esistenza. È questo il ruolo e la responsabilità a cui è chiamata oggi la Chiesa cattolica, il popolo di Dio: indicare un senso, cioè una direzione, un cammino di liberazione non “da” ma “per”, altrimenti l’Europa finisce per diventare come quella nave, di cui parlava Kierkegaard, che dall’altoparlante, al posto della voce del capitano a indicare la rotta, emette la voce del cuoco che elenca il menù.

 

Carra: Le prossime elezioni

Il fatto che Matteo Salvini, come scrive Lucio D’Ubaldo, non abbia “esasperato i toni che appartengono di solito al vincitore” dimostra che il ministro dell’interno punta al centro. Le parole scelte da Salvini, e i suoi gesti, compresi le preghiere e i rosari sventagliati sulle piazze e in tv, confermano una certa impressione. Il successore di Umberto Bossi ha lavorato, con successo, ai fianchi di quell’elettorato cosiddetto moderato la cui esistenza è stata messa in discussione, e con buoni motivi, ma che pure c’è, e vota. Oggi per lui, Salvini. Un elettorato che si è trasformato negli anni reagendo in modo sempre più deciso contro le politiche sull’immigrazione dei governi precedenti l’attuale. Un elettorato che ha reagito negativamente verso le posizioni di papa Francesco senza tuttavia spogliarsi della sua identità cattolica. Insomma, gente che sta con chi fischia papa Francesco in piazza Duomo, disprezza come “buonismo” le soluzioni per realizzare l’accoglienza, ma gode della comprensione e del sostegno di certi vescovi e parroci che la pensano così.  Un’Italia cattolica che non è quella della Dc, un’Italia sostanzialmente reazionaria della quale Salvini è il capo.

Il ministro dell’interno dirige queste anime e ne riceve il consenso. Sa, del resto, che a lui non andranno i voti dei Fratelli di Giorgia Meloni. È comprensibile dunque che esplori e accarezzi, con levità, senza “esasperare i toni”, le grandi potenzialità di un elettorato trascurato e tradito dopo la fine della Dc e stressato dalle pretese troppo forti perché troppo evangeliche di papa Francesco. Un popolo tradito dalle infinite peripezie e dalle prevedibili sconfitte dei vari leader centristi e dei loro partitini, ma anche deluso e sbandato da chi, nel nuovo centrosinistra dell’Ulivo, ha ceduto il trattino tra Margherita e Ds, riunendo il tutto in un partito, il Pd che ancora oggi fatica a darsi un’identità.

Il voto europeo ha radici lontane. In vista delle prossime elezioni, che forse saranno molto prossime, sarà bene prendere nota di questi dati e cercare di scomporli, a partire da quelli dell’ex centro che vota Salvini. Poi si può pensare alle novità che vengono dalle 5Stelle e da Berlusconi. Il Movimento di Casaleggio dovrà scegliere presto da che parte stare dopo che la sua esperienza di quest’ultimo anno di governo ha consumato la sua illusione di resistere a lungo nei panni dello Zelig politico. È già successo così in Spagna, culla del populismo in anni ormai lontani, risolvendosi nella scelta di due movimenti, uno a destra e uno a sinistra.  Per Berlusconi infine, al di là delle parole, dei comunicati, delle dispute interne, quel voto, cinquecentomila preferenze, sono un premio alla carriera che potrà essere replicato: sappiamo bene quanto le care memorie possano motivare vecchi e nuovi aficionados politici. Il voto a Berlusconi, è però, se non soprattutto, un no al Salvini “uomo solo al comando”. E su questo vale la pena riflettere e lavorare. Chi deve farlo, pensando alle politiche.

 

Gagliardi: la doppia vittoria di Salvini

Un dato emerge abbastanza chiaramente dall’esito delle elezioni europee. Il voto di domenica 26 maggio consegna le carte della politica interna interamente a Matteo Salvini. Sia per quanto riguarda la maggioranza di governo e di conseguenza lo stesso Governo sia per quanto riguarda la legislatura.

Salvini, infatti, esce dalle urne con una doppia vittoria in tasca: l’ottimo risultato ottenuto dalla Lega ribalta da una parte i rapporti di forza all’interno della maggioranza di governo (politicamente anche se non numericamente in questo parlamento) consegnandogli una golden share sull’Esecutivo guidato da Giuseppe Conte; e capovolge dall’altra gli equilibri del centrodestra (semmai si possa ancora chiamarlo così visto il peso assunto dallo stesso Salvini) ponendo il suo partito come perno centrale del sistema oltre che di una eventuale ipotetica coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Insomma, il vero unico vincitore di questa tornata elettorale è il ministro dell’Interno e vicepremier leghista che ora si trova a dover gestire un risultato per certi versi atteso ma che comporta oltre ad una grave responsabilità (la tenuta di un governo che deve approvare la prossima legge di bilancio) anche una serie di insidie potenzialmente letali sul piano politico per sè e per il suo partito, a cominciare dall’eccesso di protagonismo che spesso colpisce i ”vittoriosi” innalzandoli in un empireo ovattato (dove si è perso ad esempio Renzi) che li allontana dalla realtà (nel nostro caso tutt’altro che rosea) in cui è immerso il Paese, facendogli perdere il “senso” dell’azione politica e forse anche “il lume” della ragione politica.

Il vero sconfitto è il M5S guidato da Luigi Di Maio, che ora si trova in una strettoia (costretto a scegliere tra fare il cavalier servente o far saltare governo e legislatura) dalla quale sarà difficile se non impossibile uscire indenni.
Ma un altro che esce poco confortato dal voto, o se si preferisce un ”non vittorioso”, è il Pd guidato da Nicola Zingaretti che si è dimostrato con tutta evidenza ”non autosufficiente”, in quanto manchevole di una rappresentanza di ”centro” come potenziale alleato capace di recuperare i consensi in un’area dove il suo partito seppur ”allargato” riesce ad arrivare con grande difficoltà e dove difficilmente arriverebbe anche la componente renziana.

Troppi ”liberal” in uno stesso partito con pochi ”social” sono evidentemente poco attrattivi per l’ex ceto medio impoverito che continua a vagare da una parte all’altra alla ricerca di una rappresentanza politica. Che difficilmente potrà essere interpretata dagli attuali soggetti in campo (comprese le micro sigle che cercano di inseguire l’elettorato cattolico) ma che pone una domanda che non può restare a lungo senza un’offerta seria e credibile, in termini di proposta ma sopratutto di gruppi dirigenti “connessi”  con il territorio. O se si preferisce in termini di “leadership diffusa”. Perchè la credibilità si basa sulle relazioni interpersonali.

Elezioni Europee 2019: i flussi di voto

Fonte Istituto Carlo Cattaneo

Come cinque anni fa, le elezioni europee si sono tenute a un anno di distanza dalle precedenti consultazioni politiche. Un’occasione importante per misurare il consenso dei partiti. Le elezioni di “second’ordine” sono sempre un momento di verifica del gradimento che le forze di governo hanno presso l’elettorato. In particolare, nel caso italiano la situazione era caratterizzata dalla peculiare “litigiosità” che i due partiti di governo – Lega e Movimento 5 stelle (M5s) – avevano manifestano nel corso delle settimane di campagna elettorale.

Come hanno reagito gli elettori a questa inedita campagna elettorale?
I risultati elettorali hanno premiato indiscutibilmente la Lega e punito il M5s. Ma quali sono stati gli spostamenti di voto che hanno prodotto questi risultati? Nelle elezioni europee l’astensione è sempre molto più alta che alle politiche e, per questo motivo, gli osservatori possono cadere in errori interpretativi quando cercano di decifrare gli spostamenti di voto che hanno determinato un certo risultato elettorale.

Leggi qui l’articolo completo.

Il desiderio di sicurezza ha battuto il desiderio di onestà

Fonte Servire l’Italia

Le elezioni europee in Italia hanno dimostrato che per gran parte dei nostri votanti è molto più importante la promessa di sicurezza offerta da Salvini (rafforzata da un provvedimento BIS non ancora approvato dal Parlamento) piuttosto che la promessa di onestà in politica ed economia offerta da Di Maio, una promessa che lascia molti scettici sull’effettiva capacità dei grillini di garantirla. Comunque Di Maio è ormai maturo, per il suo fallimento, di essere messo in panchina.

Non ha infatti funzionato il suo ultimo appello prima del voto: “Questa nuova Tangentopoli deve essere punita non solo dalla Magistratura, ma anche dal voto degli italiani”. Né ha funzionato l’accusa di fascista e di razzista rivolta a Salvini. Né l’accusa di usare in maniera strumentale il Vangelo e il Rosario, simboli autentici di amore e di “apertura” verso tutti gli esseri umani. Ma soprattutto simboli di unione per chi prega a favore della concordia tra i popoli ed evitare così nuove cause di conflitti.

Anche il probabile successo di Salvini in Piemonte non sarà accolto bene da Di Maio, che non dovrebbe continuare a opporsi al TAV. Eppure sarà costretto a farlo per evitare una “rivolta” all’interno del M5S e la caduta del governo. D’altronde Salvini non può minacciare tale caduta per andare poi alle elezioni anticipate, ben sapendo che Mattarella non è affatto favorevole alla fine anticipata della legislatura. Pur di evitarla, questi punterebbe certamente a un governo M5S/PD.

Vittoria di Pirro per Salvini? È probabile, ma l’Italia continuerebbe a soffrire, con le imprese e i giovani sempre più “esportati” all’estero, dove la voglia di fare è in continuo aumento. È purtroppo facile prevedere che anche un prossimo governo M5S/PD vedrebbe la stessa conflittualità paralizzante sofferta dall’attuale governo.

Giuseppe Guzzetti, nel lasciare dopo 22 anni la presidenza della Fondazione Cariplo, ha affermato: “Servono cuore, competenza e determinazione. Abbiamo cercato di fare molte cose. Tenendo sempre presente la lezione di don Sturzo: le diversità sono sempre una forza, non una debolezza. Il controllo democratico non è solo quello della Corte dei Conti, ma quello delle persone che vedono come vengono spesi i soldi della comunità in piena autonomia. Se il Paese vuole ripartire, può farlo solo ripartendo dalle comunità locali abbassando il clima di odio”.

C’è un gran bisogno di dare la “luce verde” alla voglia d’impresa che da decenni gli imprenditori italiani sono capaci di esprimere senza essere frenati e ostacolati da una politica economica e da una burocrazia che non sono mai state all’altezza del loro genio creativo e delle straordinarie ricchezze naturali di cui il Bel Paese è dotato.

La prima mostra in Cina dei Musei Vaticani

Per la prima volta i Musei Vaticani organizzano una mostra in Cina insieme alla più importante istituzione culturale del Paese. L’iniziativa, definita dagli organizzatori “un gesto concreto dall’alto valore simbolico”, verrà presentata oggi dai Musei Vaticani e dal Palace Museum di Pechino.

L’esposizione, curata da padre Nicola Mapelli, responsabile del Dipartimento Anima Mundi dei Musei Vaticani e da Wang Yuegong, responsabile del Department of Palace Life and Imperial Ritual, è stata allestita all’interno degli spazi del Palace Museum nella Città Proibita, a Pechino, e rimarrà aperta al pubblico da oggi al 14 luglio.

La mostra – si legge nella presentazione dell’iniziativa – intende presentare il messaggio culturale della collezione di arte cinese del Dipartimento Anima Mundi dei Musei Vaticani, riportandone una considerevole porzione – ben settantasei opere tra arte popolare, arte buddista e arte cattolica – all’interno della Città Proibita, magnifico complesso architettonico nel cuore del grande Paese asiatico.

Di particolare rilievo un considerevole gruppo di opere realizzate da artisti cinesi che testimoniano l’incontro tra il cristianesimo e le tradizioni artistiche della Cina. Accanto a queste, due straordinari capolavori originali, dipinti ad olio, della Pinacoteca Vaticana: Il Riposo durante la Fuga in Egitto (1570-1573) di Barocci e Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre (fine XVIII sec.) di Peter Wenzel.

Ad impreziosire ulteriormente la mostra, infine, alcune opere selezionate dal Palace Museum che, con un gesto di grande amicizia e generosità, ha voluto aggiungere alcune celebri opere dell’artista cattolico Wu Li (1632-1718) e di Giuseppe Castiglione, un gesuita di Milano conosciuto in Cina come Lang Shining (1688-1766).

Un giudice federale della California blocca il muro di Trump

Un giudice federale della California ha emesso una sentenza che blocca una parte del piano dell’amministrazione Trump per convogliare i fondi federali verso la costruzione di un muro sul confine tra Stati Uniti e Messico.

Il presidente Trump ha dichiarato un’emergenza nazionale a febbraio per iniziare il processo di trasferimento dei fondi dal dipartimento della Difesa e da altre agenzie. La decisione del giudice Haywood Gilliam blocca in modo specifico il “reprogamming” di 1 miliardo di dollari dai fondi per il personale dell’Esercito destinato per progetti sulla realizzazione del muro a Yuma, in Arizona e a El Paso, in Texas.

La causa è stata presentata dalla Southern Border Communities Coalition, un gruppo di attivisti nella regione di confine che lavorano con l’American Civil Liberties Union, sostenendo che i progetti erano illegali a causa della modalità di approvvigionamento del finanziamento.

Vuoi cambiare il nome della tua città? Puoi solo con il referendum

Per la differenziazione del nome al Comune serve sempre il referendum, anche qualora la modifica dovesse essere minimale con l’aggiunta o la deprivazione di una parte del sostantivo d’origine. La consultazione preventiva dei cittadini è imprescindibile. Ad affermarlo è la Corte costituzionale con sentenza n. 123/2019, depositata il 23 maggio 2019, che boccia una legge regionale della Sicilia (n.1/2018) poichè in contrasto con l’ art.133 della Costituzione e con lo stesso statuto regionale.

Nel caso di specie, la norma impugnata dalla presidenza del consiglio consentiva ai Comuni sui cui territori insistono insediamenti o bacini termali, la possibilità di aggiungere la parola “terme” alla denominazione d’origine, con la deliberazione preliminare del Consiglio comunale adottata a maggioranza di due terzi degli stessi consiglieri. A tale riguardo, entro due mesi dalla pubblicazione della delibera nell’albo pretorio, i cittadini avrebbero potuto esprimere il proprio dissenso presentando una petizione sottoscritta da almeno un quinto degli elettori. La mancata presentazione della petizione avrebbe reso definitivo il cambio di nome risparmiando così tempo e denaro in luogo dell’obbligatorietà del ricorso alla formula referendaria.

Secondo la Corte costituzionale, tuttavia, attribuire alla mancata presentazione della petizione l’effetto implicito di adesione alla modifica del nome è inammissibile in quanto “ad una semplice inerzia non può essere riconosciuto alcun valore giuridico, meno che mai quello di adesione alla modifica, all’esito di una assai singolare tacita consultazione”. La Corte mette poi in rilievo la singolarità dell’attribuzione di un effetto di “veto” alla presentazione di una petizione, sottoscritta da almeno un quinto di elettori dissenzienti rispetto alla deliberazione adottata dal Consiglio comunale. Una scelta questa che assegnerebbe “un incongruo potere di blocco a una minoranza, pur a fronte dell’asserito significato adesivo alla proposta di modifica, assegnato al comportamento di coloro (la maggioranza) che tale petizione non abbiano sottoscritto”.

Antibiotici: Nei fiumi del mondo i livelli superano 300 volte il limite

Cresce l’emergenza inquinamento da antibiotici nei fiumi di tutto il mondo che in qualche caso superano i livelli di sicurezza di oltre 300 volte.

Lo afferma uno studio dell’università di New York che sarà presentato al meeting della Society of Environmental Toxicology and Chemistry ad Helsinki.

Sono stati testati i fiumi di 72 paesi in sei continenti e gli antibiotici sono stati trovati nel 65% dei siti monitorati, compresi fiumi ‘storici’ come il Mekong o il Tamigi.

Dopo queste elezioni

Queste elezioni dimostrano che gli orientamenti politici degli europei non sono omogenei. In alcuni Paesi, ad esempio Francia e Germania, i Verdi riportano un successo considerevole. Diversamente, nella fascia mediterranea (Spagna, Italia, Grecia) la loro presenza è finanche trascurabile. Il sovranismo, colorato e mescolato a seconda dei gusti nazionali, conosce punte straordinarie di consenso, ma nel complesso fallisce l’obiettivo di rovesciare gli equilibri nel Parlamento di Strasburgo. Fenomeni relativamente nuovi – si pensi all’esperienza di Macron – non bastano per ora a generare un’idea complessiva di neo-centrismo progressista. Ovunque, salvo in Spagna, i socialisti patiscono il declino di una sinistra senza memoria e senza futuro.

In questo quadro, la grande vittoria di Salvini può essere valutata con sufficiente freddezza: pur consegnando l’Italia all’irrilevanza, non costituisce un pericolo per l’assetto politico europeo. Il paradosso del leghismo xenofobo e nazional-popolare sta in questa forbice di potenza e velleità; sta nel pasticcio del conservatorismo aggressivo “à la Bannon”, per il quale la somma di tutte le espressioni del moto sovranista dovrebbe garantire il riscatto di tutte le identità nazionali, e quindi, miracolosamente, della stessa identità del Vecchio Continente. In realtà il pasticcio non produce che irrazionalità e agitazione, con l’unico obiettivo certo di marcare la volontà di rinchiudere il sogno europeo nel cassetto della storia.

Salvini a caldo non ha esasperato i toni che appartengono di solito al vincitore, escludendo l’ipotesi di una crisi di governo. Non ha potuto fare a meno, però, di ripetere l’infantile ostentazione del rosario tra le dita, a riprova della immaturità e spregiudicatezza di un leader fortunato. A confronto stride invece l’esultanza di Nicola Zingaretti, già dimentico del fatto che stavolta, in assenza di alternative praticabili, il Pd ha rastrellato il voto degli italiani ansiosi di frenare in qualche modo l’ondata sovranista e populista. Occorre attendere poco per leggere meglio il risultato del Pd, dal momento che in Piemonte e nei tanti Comuni chiamati al voto emergerà nel pomeriggio il vero “zoccolo duro” di un partito evidentemente bisognoso, a livello locale, dell’appoggio spesso decisivo delle liste civiche. È azzardato sostenere pertanto che da oggi il Pd è fuori dalla crisi. Basti pensare che da ieri il “Muro” delle regioni rosse non esiste più, crollato sotto il peso della vetustà dei simboli e della lunga gestione del potere. Manca il cenno di un disegno a tutto tondo, come pure la misura del pensiero e dell’azione, se solo si pensa alla fantasiosa richiesta di elezioni anticipate. Se fosse, chi se ne avvantaggerebbe?

Ora per altro bisogna interrogarsi sulle prospettive del Movimento Cinque Stelle. La sua funzione di governo esce tramortita dalle urne. Al contrario di quanto ha detto Di Maio dinanzi ai dati via via più nitidi e sicuri, la sconfitta non dipende dall’elettorato delle regioni meridionali; ché questo, anzi, faticosamente ha tenuto, mentre franava clamorosamente quello delle regioni settentrionali. Il problema è che il bi-populismo rappresentato dall’attuale maggioranza parlamentare doveva prima o poi risolversi in un “redde rationem” tra i due partiti di governo. Ciò è avvenuto con questo drastico mutamento nei rapporti di forza, quasi replicando le percentuali del 4 marzo dello scorso anno, sebbene attribuite in senso inverso. Sicché l’area di governo conserva  inalterato il suo bacino di consensi, ma con uno scambio di pesi al suo interno. Certo, si stenta a comprendere come possa andare avanti l’alleanza, eppure non sono i Cinque Stelle nella condizione di rompere l’intesa con la Lega. Sotto questo profilo la formula giallo-verde è più debole, non fino al punto, però, di perdersi in una spirale che porti in tempi rapidi alla propria dissoluzione. Di fatto non sarà Di Maio a dettare il ritmo dell’iniziativa di governo.

Insomma, le elezioni hanno prodotto una chiara ristrutturazione della maggioranza, non una sua tangibile crescita numerica come ancora un mese fa appariva nei sondaggi. In questo processo si annida la vocazione dell’Italia profonda a ritrovare un equilibrio a destra. Dopo un quarto di secolo le lancette dell’orologio ritornano al loro posto. La destra tende cioè a ricomporsi, affidandosi a Salvini e alla sua promessa di sicurezza e stabilità. Nel 1994 la coalizione guidata da Berlusconi, della quale faceva parte anche il drappello dei radicali di Pannella, prendeva alle europee il 49,9% dei voti; oggi, se proviamo a sommare  i risultati delle liste, la destra unita nelle regioni e nei Comuni, ma non a livello di governo del Paese, arriva con il 49,6%  a replicare il medesimo risultato. A grattare la scorza del dato elettorale si coglie dunque l’essenza della “questione italiana” a seguito della caduta della Prima Repubblica: un misto di anarchismo e autoritarismo, destinato a fungere da collante di una politica eccentrica e irresponsabile, da cui deriva la stagnazione economica di lungo periodo e la rabbia sociale conseguente.

Possiamo dirlo con parole semplici. Berlusconi e Salvini, in tempi e con stili diversi, incarnano il dilemma di un Paese sostanzialmente prigioniero delle sue astuzie di sopravvivenza. Pertanto, denunciare l’aspetto più nascosto della crisi, incidere sul bubbone dell’istintualità dei moderati “en colère”, prendere di petto l’esigenza, spesso enunciata e sempre incompiuta, di un “ritorno al centro” come assunzione di responsabilità verso il Paese; ecco, dopo queste elezioni rivelatrici dell’antico che ritorna, abbozzolato e contenuto per adesso in un improvvisato connubio di governo, si fa più urgente per i democratici e i popolari una seria riflessione sul “che fare”, senza indugiare nel piccolo dogma della uniformità forzosa, e perciò scarsamente feconda, del cosiddetto mondo riformista. Se manca questo sforzo, né facile e né breve, tutto diventa più arduo per l’opposizione. Ci vuole fiducia e soprattutto, a fronte di segnali che potranno venire, proprio della fiducia bisognerà fare buon uso.

Dellai: Prime riflessioni sui risultati Elettorali

1. L’Europa.
È una Europa a macchia di leopardo quella che emerge dal voto.
In generale, comunque, se i partiti tradizionali escono indeboliti, il variopinto aggregato populista e sovranista non sfonda affatto, a differenza di quanto si temeva.
Cresce il voto anti europeo e di destra – in particolare in alcuni Paesi – ma non in maniera tale da poter condizionare il PPE verso un accordo in quella direzione.
L’unica possibile maggioranza politica che possa reggere nel Parlamento Europeo resta quella formata da popolari, socialisti e liberal-democratici di Alde.
Con la conseguenza che il Governo italiano in carica sarà così ancora più isolato e debole a Bruxelles.
2. L’Italia.
A livello nazionale, si consolida la Lega. La svolta a destra è evidente e diffusa su tutto il territorio ed è incardinata sull’asse Salvini-Meloni, che supera il 40 per cento.
Forza Italia è ridotta ormai ad un ruolo marginale (oltretutto politicamente succube di Salvini) e il M5S vede crollare i consensi ottenuti un anno fa.
Il PD porta la sua lista “aperta” oltre il 22 per cento. Più Europa non supera la soglia di sbarramento.
Morale: il vento di destra è ancora fortissimo. L’area democratica resiste con dignità e recupera voti a sinistra – riconquistandone una parte che era finita ai Grillini – ma l’alternativa non è ancora preparata. Serve lavorarci a lungo, con pazienza e con soluzioni nuove.
C’è bisogno di idee, leaders, messaggi più chiari e aggiornati. E di una Alleanza plurale e ampia, sul modello dell’Ulivo, guidata da un candidato Premier autorevole, credibile e capace di parlare alla mente e al cuore degli italiani.
3. I “popolari”.
In questa Alleanza non può mancare una forza di ispirazione popolare e liberal-democratica. Per queste culture non c’è alcun posto nella destra di Salvini e Meloni che sia compatibile con i valori e la storia politica che esse rappresentano.
Ma servono generosità e fiducia reciproca tra le molte esperienze, nazionali e locali, che si stanno muovendo (separatamente e spesso confusamente) in questo campo. All’appello delle forze democratiche ed europeiste – in questo clima di tendenziale post democrazia – non può mancare l’apporto di questa componente. Sarebbe una colpevole abiura.

A Roma la Lega non passa e la Raggi perde i suoi elettori

A Roma, questa volta, ha votato il 56,6% degli elettori, tre punti in meno della scorsa tornata elettorale.
I risultati vedono un Pd che si conferma nettamente primo partito col 30,62%, segue la Lega con il 25,78%, staccato il M5s con il 17,58%:, segue poi FI all’8,70% e poi FI al 5,57%.

Se il test europeo nella Capitale doveva essere anche una sorta di referendum sull’amministrazione Raggi il risultato è stato chiaro.

I Cinque stelle al 17,84%, sono in caduta libera rispetto alle precedenti consultazioni europee (24,95%), alle Comunali di tre anni fa (oltre 35% al primo turno, 67% al ballottaggio) e alle Politiche del 2018 (intorno al 31%, primo partito in città).

Emblematico è il caso delle periferie che, quasi, disertano il voto.

Quelle che nelle ultime tornate elettorali,  erano state serbatoio di voti per l’M5s.

Esulta, invece, il segretario del Pd Roma Andrea Casu: “I dati dalle sezioni confermano quello che chi ha lavorato in questi duri anni di opposizione e ricostruzione per Roma. Grazie a tutti i democratici che insieme hanno contribuito a realizzare questo straordinario risultato!”.

Ecco l’affluenza al voto municipio per municipio

I municipio 52,41
II municipio 56,83
III municipio 51,27
IV municipio 49,31
V municipio 47,16
VI municipio 42,45
VII municipio 50,24
VIII municipio 50,42
IX municipio 50,93
X municipio 47,13
XI municipio 45,74
XII municipio 50,36
XIII municipio 47,87
XIV municipio 46,35
XV municipio 47,11

Elezioni Europee, Lega primo partito, il Pd supera M5s.

In Europa tengono i partiti europeisti.

Mentre in Italia la Lega è il primo partito sopra il 34%. Il Pd secondo partito al 22,8% sopra M5s che si attesta al 17%. Fi  all’8,6% e Fratelli d’Italia al 6,4%. ‘

Restano esclusi, perché non hanno superato la soglia di sbarramento del 4 per cento, +Europa-Italia in Comune (al 3,1); Europa Verde al 2,3; La Sinistra all’1,7; Partito comunista 0,88; Partito animalista 0,6.

A Livello di Macro Regioni, la Lega conquista 3 circoscrizioni su 5, domina soprattutto nel Nord-Est ma anche nel Nord-Ovest e nel Centro Italia (i 5Stelle resistono solo al Sud e nelle isole).

Inoltre, sempre la Lega diventa il primo partito nelle Marche in Umbria e nel Lazio. Unico neo, le grandi città: da Roma a Milano, da Torino a Firenze, a vincere è il Pd.

Però, nonostante questi dati, l’aggressione sovranista alle istituzioni europee è fallita. E di questo se ne renderà presto conto anche Salvini che comunque al momento ha dichiarato: “A livello nazionale non cambia nulla”.

Il segretario Pd Nicola Zingaretti. invece si dice: “Molto soddisfatti per l’esito elettorale, la scelta della lista unitaria è stata vincente. Il bipolarismo è tornato a essere centrato sulla presenza del Pd”.

Mentre Andrea Orlando rilancia dichiarando: “Il Partito democratico c’è, è in campo, è la forza sulla quale costruire l’alternativa”.

Vittorio Zucconi, il lato fresco del cuscino

Nel giorno dell’addio a un grande giornalista, per tracciare un ricordo fedele di Vittorio Zucconi, è utile partire dalla lettura della sua autobiografia, Il lato fresco del cuscino, pubblicata giusto un anno fa da Feltrinelli.

Nel libro ci sono riflessioni profonde, quelle che occupano la mente con il passare degli anni, le classiche domande sul senso della vita. Ci sono soprattutto pagine di alta letteratura, con quella leggerezza tipica del suo stile. Pur avendo scritto anche sul Corriere e sulla Stampa, Zucconi è un “figlio” del quotidiano Repubblica, anche se lui (a differenza di Scalfari) è giornalismo puro, senza fronzoli, sempre comprensibile, le cinque W, come insegna il buon giornalismo anglosassone.

L’assunto del libro è quello di uno zibaldone di ricordi, buttati giù un po’ alla rinfusa, senza un filo conduttore, né logico né cronologico. Lo schema temporale è, in realtà, quello delle Memorie di Chateaubriand, dove fatti recenti e remoti si alternano secondo una logica interna all’autore, il cui effetto però è di non perdere mai l’attenzione del lettore.

La motivazione dell’autore è quella di spolverare da vecchi taccuini ricordi intimi: il rapporto con la famiglia e con il padre, Guglielmo Zucconi (giornalista anche lui). C’è il ticchettio della Olivetti Lettera 22 paterna a cadenzare le insonnie infantili. Ci sono i ricordi da bambino – le vacanze in Romagna, l’afa del mare Adriatico e i letti intrisi di sudore – o l’alba della liberazione di Kuwait City (1991) “mentre in un albergo rovente di Baghdad si cercava solo di dormire per non pensare alla madre di tutte le guerre”. Un viaggio nella memoria, una ricerca archeologica che diventa il romanzo di una vita, con quel poco di nostalgia che tutti ci possiamo concedere.

L’effetto di tutto ciò è quasi un “realismo magico”, per citare un autore amato da Zucconi, come Gabriel Garcia Marquez. Nel libro si intrecciano ricordi personali e frammenti di storia del mondo, in particolare del mondo comunista. Zucconi è stato corrispondente in Unione Sovietica, durante gli anni della guerra fredda. Ha toccato con mano quello che sarebbe potuto accadere anche da noi, se la via italiana al socialismo non ci fosse stata risparmiata dagli accordi di Yalta (e se la Dc di De Gasperi non avesse vinto le elezioni nel 1948). Eppure nel libro, dove è ben percepibile lo “scampato pericolo”, c’è un senso di rispetto e di simpatia umana per la gente vissuta per decenni al di là della Cortina di ferro.

Zucconi è stato il primo giornalista italiano di un grande quotidiano inviato a Tokyo. E’ stato corrispondente da Bruxelles, quando l’Europa era ancora in formazione; da Mosca quando sembrava un romanzo di spie di John Le Carré; da Washington, come racconta lui stesso, “per la durata di sei Presidenti, oltre un trentennio”, da Ronald Reagan a Donald Trump.

Ha visto guerre, coperto catastrofi naturali e campionati mondiali, intervistato personaggi fra i più grandi del pianeta, non con domande e risposte scritte (come si usa oggi) ma “botta e risposta” con quella faccia tosta che Zucconi ha spesso spacciato per timidezza.

Oltre alla scrittura per la carta stampata, un’altra sua passione era quella radiofonica. E’ stato per oltre vent’anni a Radio Capital, che ha diretto dal seminterrato di casa sua, a Washington. I progressi della tecnologia lo facevano sentire come se fosse a Roma. Competenza, passione, umanità e quel tanto di senso della notizia che lo faceva percepire, ai radioascoltatori, come l’amico che si esprime sempre con una battuta, puntuale e definitiva. Anche questo è grande giornalismo.

Nell’era del capitalismo digitale ci vuole un’economia civile, dice Zamagni

Fonte AGI

Marx è stato superato dalla Storia, ma anche il capitalismo ha vissuto momenti migliori. È ora di trasformare, non di riformare. A dirlo in questa intervista all’AGI Stefano Zamagni, l’economista dell’Università di Bologna che ha affiancato Benedetto XVI nel redigere il testo della Caritas in Veritate. A marzo Papa Francesco lo ha nominato presidente della Pontificia Accademia delle Scienze

Professore, che succede? Il capitalismo sembrava una macchina destinata a durare in eterno, invece per qualcuno sta esalando l’ultimo respiro.

“No, il capitalismo non sta morendo. A differenza di altri sistemi può modificare le sue caratteristiche nel tempo. Dura dal XVII secolo, ed è passato in questo tempo dal capitalismo commerciale a quello agricolo e poi a quello industriale, mentre oggi abbiamo il capitalismo finanziario”.

Che è l’ultima.

“No! Dal 2001 è iniziata la sua fase digitale. Il problema è che ad ogni passaggio di fase si pensa che sia finita la Storia, oggi come in passato. Invece siamo già in una nuova fase iniziata da quasi un ventennio. Solo che a tutt’oggi ancora abbiamo capito poco delle caratteristiche di questa nuova forma di capitalismo, e delle sue conseguenze”.

Non può essere lasciato solo?

“La transizione digitale in corso tende al monopolio e all’oligopolio. Riflettiamo su un dato: il valore dell’economia immateriale adesso supera di gran lunga quello dell’economia materiale. Solo che le nostre società non sono arrivate in tempo a regolamentare la dimensione immateriale dell’economia, e questa è una cosa che ha il suo impatto sull’economia e la democrazia. Se si prendono cinque imprese come Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft vediamo che insieme hanno una capitalizzazione di borsa maggiore del PIL del Portogallo. Di un intero Stato europeo. Ripeto: la questione non è solo economica e non può non avere conseguenze sulla democrazia”.

La Fine della Storia che in realtà è Fine delle Democrazie. Da Francis Fukuyama a Jean-Francois Revel.

“Guardi, tutto questo non è inevitabile. Il problema è che le classi politiche finora hanno dormito sonni tranquilli, ritenendo che il digitale fosse solo una questione di tecnologia. Invece è qualcosa di trasversale, che passa dalla pura tecnologia all’economia e alla politica. Qualcuno inizia a reagire: l’Ue ha varato il suo Codice Etico, la Camera dei Lord si è pronunciata. Ma siamo ancora agli inizi: gli Usa non si sono mossi, anche se certo lo faranno. L’Europa comunque al momento ha una posizione isolata, e questo è il cardine del problema”.

Ma se il modello economico liberista mostra tutte le sue rughe, non sarebbe il caso di tornare al Keynes che ci permise di uscire dalla crisi del ’29?

“In economia esistono due grandi paradigmi, più un terzo. Quest’ultimo, quello marxista, è stato abbandonato dopo la fine del sistema sovietico. Nemmeno la Cina lo vuole più. Gli altri due sono l’economia politica e l’economia civile. Il primo risale ad Adam Smith …”

… un po’ vecchiotto.

“Non vada di fretta, sennò sbaglia un’altra volta. Adam Smith è della fine del Settecento. Ma sappia che il modello dell’economia civile di mercato, che è tutto italiano, risale al 1753. In quell’anno l’Università Federico II di Napoli istituì prima al mondo – ripeto: prima al mondo – una cattedra di economia civile. Era la Napoli di Antonio Genovesi”.

E di Giovan Battista Vico. Siamo alla vigilia della Rivoluzione Francese.

“Poi ci arriviamo. Per il momento consideri solo che il modello dell’economia politica è divenuto egemone per via della prima Rivoluzione Industriale. Ora, tra l’economia politica e quella civile ci sono molti contatti, se non sovrapposizioni. Entrambi infatti sono per l’economia di mercato. Keynes rientra perfettamente nella prima, è inglese. Ma è una persona estremamente colta e intelligente, e capisce le aporie del mercato. Non conosce l’economia civile, sviluppatasi in un ambiente cattolico mentre lui è protestante, ma capisce che il mercato deve essere corretto e regolato. È uscito in questi giorni un libro, la riedizione degli scritti di Keynes a cura di Giorgio La Malfa: un libro importante e utile che ribadisce questo aspetto. Non dimentichiamoci, però, che il modello proposto da Keynes da solo oggi non è più in grado di affrontare le nuove sfide”.

Lei stesso, Professore, ha detto che comunque diversi punti di contatto ci sono.

“Anche casi in cui le due scuole si sovrappongono. Ma tenga in considerazione che fra noi e la crisi del ’29 ci sono la globalizzazione e la quarta Rivoluzione Industriale, quella dell’economia immateriale. Poi c’è un’altra differenza: l’economia politica si basa sull’assunto antropologico dell’homo oeconomicus e sulla metafora della mano invisibile del mercato che alla fine tutto riequilibra. L’economia civile parte invece dall’assunto antropologico dell’homo reciprocans e si appoggia sul principio di reciprocità oltre che su quello dello scambio”.

Chiaro, ma così siamo solo sul livello dei principi astratti.

“In concreto questo vuol dire che per l’economia classica l’importante è la massimizzazione del bene totale, del Pil. Per l’economia civile invece il fine è la realizzazione del bene comune. La prima considera l’economia un’attività che nulla ha a che vedere con l’etica e la politica, la seconda esige che tra le tre sfere ci sia un dialogo continuo.”

Per Keynes l’economia non era solo una questione di numeri.

“Appunto: l’economista non è un tecnico, e l’economia è una scienza morale. Eppure si sentono dire delle cose terribili, come sulla Tav. Tipo: l’analisi costi-benefici è una procedura di analisi neutrale. Ma come si può? Aggiungo che il paradigma dell’economia politica è insufficiente su un altro punto. Il modello di ordine sociale che privilegia si basa su due pilastri, lo Stato e il mercato. L’economia civile, invece, pensa a tre pilastri: Stato, mercato e comunità. In Keynes il mercato è governato dallo Stato, il che non basta. Ormai lo Stato non è più in grado di controllare un mercato divenuto globale”.

Ma se lo Stato è insufficiente, a chi ci si affida?

“Alla comunità, alla società civile organizzata che si regolamenta e reinventa la politica. Nel suo ambito la persona agisce e vede riconosciuta la sua capacità propositiva”.

Bene, sembra che lei abbia in mente qualcosa come il Terzo Settore

“Il punto non è quello di tutelare il Terzo Settore, ma di riconoscergli la sua specificità. La riforma del 2017 va in effetti in questa direzione, passando dal regime concessorio a quello del riconoscimento. Il Terzo Settore è il luogo della reciprocità. Il mercato è il luogo dello scambio e lo Stato il luogo del comando. La reciprocità, invece, è la traduzione nella pratica del principio di Fraternità”.

Ecco che c’entrava la Rivoluzione Francese …

“Mica solo quella. La Fraternità – la cui prima formulazione esplicita risale al francescanesimo –  è qualcosa di più profondo della solidarietà, concetto con il quale viene spesso confusa. Da parte loro i cattolici, nel loro complesso, sono per natura di cose portatori di una impostazione che va verso l’economia civile”.

Quindi?

“Quindi non si può fare a meno del loro ruolo politico, del loro apporto. Il problema piuttosto è quello della forma di questo apporto. L’idea di un partito cattolico com’era la Dc è superata. Ma dire che dovrebbero disperdersi a mo’ di lievito nelle altre formazioni politiche è non capire i termini della questione. È la regola democratica: se in un partito rappresenti il 3 o il 5 percento sei irrilevante. Questo è il frutto, inevitabile, del frazionamento. Si deve creare non tanto una rete, che è piuttosto il metodo da seguire, quanto una convergenza su un progetto ben definito. Non in nome della fede, ma di un progetto che sia accettabile da parte di tutti, laici e non laici, di trasformazione della società. Bisogna trasformare, non riformare. Le riforme sono per i tempi ordinari; questi sono tempi straordinari. Ce lo ricorda sempre Francesco”.

 

Irlanda, schiacciante vittoria del “Sì” al referendum sulla riforma del divorzio

L’Irlanda ha votato a stragrande maggioranza per una legislazione più morbida sul divorzio, che fino a oggi era la più restrittiva in Europa.

In base ai risultati ufficiali, l’82% degli votanti al referendum che si è tenuto in concomitanza con le elezioni europee (che hanno visto un successo degli europeisti) ha votato per la rimozione di quella norma che obbliga marito  e moglie a vivere separati per ben quattro anni prima di vedere il proprio matrimonio dissolversi anche dal punto di vista formale.

Il governo, ora, si è impegnato a ridurre a due anni il tempo della separazione prima della richiesta del divorzio.

La vittoria del si, porterà inoltre al riconoscimento dei divorzi ottenuti fuori dal Paese.

Secondo Eurostat l’Irlanda, nel 2015 (ultimo anno di c’è il dato), è stato il Paese con il minor numero di divorzi rapportato a mille persone: appena 0,7, l’esatta metà di quelli registrati in Italia (1,4, aumentati a 1,6 l’anno successivo). La Francia ne ha 1,9 ogni mille abitanti, la Germania 2,0, la Spagna 2,1. Gli sposi si lasciano ancora più frequentemente in Danimarca (3,0), e in generale nei Paesi nordici come Lettonia e Lituana o dell’Europa orientale.

Estate 2019: giovani e volontariato tra i migranti

Tessere con pazienza e creatività reti tra il mondo dei migranti e le nuove generazioni: è questa l’animazione giovanile scalabriniana basata sulla logica dell’incontro, tema scalabriniano per il 2019, del servizio, nella prospettiva di una reale convivialità delle differenze.

Le principali proposte per l’estate 2019, attive sul territorio nazionale, si svolgeranno concretamente a Genova e in provincia di Foggia: Una Casa Lontano da Casa: Una settimana a Genova per incontrare, in porto, i marittimi e per conoscere la realtà migratoria della città e Io Ci Sto: un campo di incontro, condivisione e servizio tra volontari, migranti e la comunità locale nella provincia di Foggia per abbattere i pregiudizi, contrastare lo sfruttamento e promuovere l’integrazione.

Torino: gli urologi pensionano il bisturi

Una delle nuove frontiere della Medicina, sulla quale in questi giorni si sono confrontati al Centro congressi dell’Unione Industriale oltre 400 urologi convenuti al 18° Congresso Nazionale della Società Italiana di Endourologia presieduto dal professor Francesco Porpiglia, direttore struttura complessa di Urologia del San Luigi Gonzaga di Orbassano e dal dottor Cesare Marco Scoffone, direttore struttura complessa dell’ospedale Cottolengo di Torino.

Una una ventina di interventi chirurgici in diretta, trasmessi in alta definizione dalle sale operatorie del San Luigi e del Cottolengo.

La terapia mini invasiva si avvale ora della ECIRS (Endoscopic Combined IntraRenal Surgery) che utilizza laser e microstrumenti per risolvere la patologia  con efficacia e sicurezza.

Rispetto alla chirurgia del passato invasiva e con grossi tagli ,la nuova tecnica si effettua utilizzando le vie naturali o con piccole incisioni, riduce i tempi di catetere e di degenza e consente di operare anche a pazienti “difficili”, bambini e anziani .

La scomparsa del sorriso

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

«L’attitudine umana più vicina alla grazia di Dio è l’umorismo» e più avanti rincara la dose: «Ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri. Il malumore non è un segno di santità: “Caccia la malinconia dal tuo cuore” (Qoèlet 11, 10). È così tanto quello che riceviamo dal Signore “perché possiamo goderne” (1 Timoteo 6, 17), che a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio». Si tratta di Papa Francesco e della sua esortazione apostolica sulla santità Gaudete et exsultate. Nel giorno in cui la Chiesa cattolica celebra la festa di san Filippo Neri viene spontaneo seguire l’esempio del Papa e associare buon umore e santità perché come diceva Leon Bloy c’è solo una tristezza, quella di non essere santi.

Sulle pagine di questo quotidiano negli ultimi giorni alcuni acuti osservatori hanno analizzato l’attuale situazione della società italiana e conversando con loro mi sono anch’io cimentato nella riflessione sulle cause, i segni e gli effetti della crisi e sono arrivato alla conclusione che il segnale più inquietante che emerge dal nostro paese è la crisi del senso dell’umorismo e della comicità.

Quaranta anni fa, nella primavera del 1979, terminarono le puntate del programma della Rai «Non Stop», forse l’ultima “infornata” in televisione di comici veri, in particolare ne ricordiamo due che hanno superato l’usura del tempo: Carlo Verdone e Massimo Troisi. Poi qualcosa si è inceppato, non ricordo più di aver riso di cuore davanti alla tv da quei tempi con l’unica eccezione di Corrado Guzzanti a cui riconosco, soprattutto nei primi anni, quel gusto per il non sense e la capacità di far guizzare il suo genio versatile. Sarò forse troppo drastico ma i comici italiani secondo me non fanno più ridere, e questo è un problema grave. Giustamente Federico Fellini, genio (anche) comico, sosteneva che i comici sono i veri benefattori dell’umanità. Invece sembra che la gravità, cioè la seriosità, avvolga da decenni il nostro paese, un fatto inquietante su cui sarebbe necessario riflettere. Il senso dell’umorismo si è smarrito per strada, in Italia non si ride più, soprattutto non si sor-ride più ma, purtroppo, si de-ride. È proprio nel sorriso che, invece, risiede il senso ultimo di ciò che vuol dire essere umani: quel gesto spontaneo che indica una gioia profonda, una forza che permette agli uomini di affrontare la vita con un sano distacco verso se stessi e una spinta di misericordia nei confronti degli altri, di partecipare quindi alla vita del mondo e degli altri loro simili senza risentimento né snobismo.

Il Vangelo non dice esplicitamente che Gesù abbia sorriso, eppure possiamo facilmente immaginarlo: pensiamo ai suoi tanti incontri, ad esempio con Zaccheo o con il giovane ricco, è veramente difficile immaginarli privi di un volto sorridente. Anche perché è il sorriso ciò di cui gli uomini, oggi più di ieri, hanno sete. Quando si ride oggi invece si tratta per lo più del ghigno cattivo, amaro e cinico oppure del riso di scherno che hanno preso il posto di quella risata del cuore, che è libera e liberatoria e che spingeva Thomas Carlyle a dire che «chiunque abbia riso di cuore anche una sola volta nella vita, non sarà mai irrimediabilmente cattivo». Dalla parte opposta dei “cattivi”, cioè letteralmente “prigionieri”, ci sono gli uomini liberi, che i cristiani chiamano “santi”, i quali conoscevano bene la virtù dell’umorismo, strettamente imparentata anche a livello etimologicamente con la virtù dell’umiltà. Su questo punto un maestro è stato san Tommaso Moro che invitava alla saggezza del saper ridere di se stessi e al buon umore ha dedicato una celebre preghiera molto amata dall’attuale Pontefice. Un altro inglese, il sacerdote Aloysius Roche, nel saggio Sublimità dei santi ha osservato che «la storia di tante eresie è in molta misura una storia di perdita del senso dell’umorismo»; gli fa eco dall’altra parte il tedesco Joseph Ratzinger quando ricorda che: «La gioia profonda del cuore è la precondizione del senso dell’umorismo e così l’umorismo è in qualche modo la misura della fede».

Ciclicamente gli uomini creano le condizioni per realizzare forme di società in cui la gioia è assente e allora si concretizza l’incubo dei regimi totalitari; è proprio in quei periodi che lo spirito critico e l’ironia sembrano scomparire del tutto come aveva intuito Jacques Maritain che avvertiva: «Se una società perde il senso dell’umorismo si prepara al suo funerale». Viene da ribaltare il detto «una risata vi seppellirà» e dire: «solo una risata può disseppellire un paese altrimenti morto». Tornare a ridere e sorridere è quindi la prima urgenza per il nostro paese, altrimenti destinato a chiudersi nella tristezza e il risentimento, e questo è un discorso molto serio.

L’Italia di Buscetta

Fonte Succede Oggi a firma di Lidia Lombardi

Non c’era modo migliore, ieri, per ricordare la morte di Giovanni Falcone, schiantato dalle bombe della mafia ventisette anni fa sulla strada che da Palermo conduce all’aeroporto. A Cannes, sulla mondana Croisette, si è proiettato Il Traditore, il film di Marco Bellocchio in concorso per la Palma d’Oro. E contemporaneamente la pellicola è uscita in 350 copie nelle sale italiane. Un atto molto più politico, di sincero impegno civile, rispetto alle cerimonie commemorative, soprattutto quella tenutasi nell’aula bunker dell’Ucciardone, alla quale non ha partecipato il sindaco Leoluca Orlando – c’erano il premier Conte e il presidente della Camera Fico – in polemica con il ministro dell’Interno Salvini. Un colpo di teatro inutile e fuorviante in una giornata in cui le istituzioni dovevano mostrarsi unite, scevre da polemiche strumentali.

Che cosa racconta infatti Il traditore? La vita di Tommaso Buscetta; meglio, la tranche della sua vita a partire dagli anni Ottanta e fino alla morte. La vita in fuga della prima gola profonda della mafia, un racconto lungo 487 pagine, raccolto da Falcone in un’istruttoria esemplare, che produsse 366 mandati di cattura ad altrettanti boss di Cosa Nostra, tutti condannati. Di fatto, la decapitazione della Piovra siciliana. Tommaso Buscetta è morto nel Duemila, a 72 anni, nel suo esilio negli Usa pagato dallo Stato italiano. È morto nel suo letto, come aveva fortissimamente voluto. Era diventato collaboratore di giustizia per questo motivo, e per proteggere la sua famiglia. Appresso si è portato molti misteri, primo fra tutti come andò veramente il “caso Andreotti”, che egli accusò “per deduzione”, come gli fece notare nel dibattimento l’avvocato Fausto Coppi, difensore del democristiano. Ma aver ricostruito vent’anni di storia italiana che già si offusca e che anzi, quando torna a galla – l’abbiamo visto all’Ucciardone – si piega comunque alle tattiche meschine, è un gran merito di Bellocchio, e di Beppe Caschetto, che ha prodotto il film distribuito da 01.

L’ottantenne regista di Piacenza si è ancora una volta speso per un cinema civile. Ha ripercorso una fetta di storia italiana (come in Vincere e in Buongiorno, notte). Ma insieme al quadro storico – l’epoca delle stragi, col corollario delle legislazioni speciali, l’ombra della trattativa Stato-Mafia, il processo Andreotti – egli disegna il personaggio, qui appunto Tommaso Buscetta, mentre là erano stati Mussolini e Aldo Moro. E lo fa mettendo di fronte allo spettatore cronaca e interiorità del protagonista. Del quale si narra a partire da un banchetto tra boss per la festa di Santa Rosalia che sembra voler chiudere la guerra tra palermitani e corleonesi. Non è così, il traffico d’eroina aizza gli uomini d’onore, Riina vuole tutto il potere, anche quello di Bontade e Badalamenti, l’asticella delle vendette si alza fino all’eliminazione di donne e bambini. Buscetta fiuta l’aria e se ne va a Rio, con la nuova moglie brasiliana e i piccoli. Lascia in Sicilia i due figli maggiori, li affida a Pippo Calò, che invece li farà fuori. Ma il Brasile non basta al “boss dei due mondi”. La Polizia Federale Brasiliana lo arresta, lo tortura. Lui non parla. Rapida è l’estradizione, che non riesce a evitare neanche tentando il suicidio con la stricnina. Lo prende in consegna Gianni De Gennaro, il più fedele collaboratore del giudice Giovanni Falcone. Al primo incontro, a Roma, più o meno le stesse parole pronunciate nell’Ucciardone a inizio processo, dopo aver confermato tutte le dichiarazioni rese in istruttoria: «Sono stato e resto un uomo d’onore, quello spirito non è cambiato, sono loro che hanno tradito Cosa Nostra. Per questo, signor Presidente, io non mi considero un pentito». Intorno, dalle gabbie, ululano e gesticolano feroci guidati da Luciano Liggio. Solo una smorfia mostra Calò. Sono sequenze magistrali per misura e forza, altrettanto quanto quelle del confronto tra Buscetta e Calò e della deposizione di Totuccio Contorno.

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Elezioni europee 2019 come si vota

Per votare ci si può recare presso il seggio elettorale di iscrizione. La sezione, il numero e l’indirizzo del proprio seggio sono riportati sulla tua tessera elettorale.

Al proprio seggio si riceve una scheda, di colore diverso a seconda della propria circoscrizione elettorale:

– grigio, per l’Italia nord-occidentale (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia)

– marrone, per l’Italia nord-orientale (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna)

– rosso, per l’Italia centrale (Toscana, Umbria, Marche, Lazio)

– arancione, per l’Italia meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria)

– rosa, per l’Italia insulare (Sicilia, Sardegna).

Ciascun elettore può esprimere il suo voto di lista tracciando una X nel box corrispondente alla lista scelta. Si possono allo stesso tempo esprimere anche da uno a tre voti di preferenza, per i candidati che appartengono alla lista scelta. In caso di più preferenze, queste devono essere assegnate a candidati di sesso opposto, pena l’annullamento.

Il voto di preferenza si esprime scrivendo il nome e il cognome o solo il cognome dei candidati nelle righe tracciate accanto al box della lista.

 

Confesercenti: L’Italia che non cresce

I consumatori italiani oggi consumano meno di otto anni fa. Nel 2018 la spesa media annuale in termini reali – cioè al netto dell’inflazione – delle famiglie italiane è stata di 28.251 euro, inferiore di 2.530 euro ai livelli del 2011 (-8,2%). Una cifra superiore ad un mese intero di acquisti da parte di una famiglia media e anche alla perdita effettiva di reddito (-1990 euro) registrata nello stesso periodo. Complessivamente, il mercato interno italiano ha perso circa 60 miliardi di euro di spesa negli ultimi otto anni, ed il bilancio probabilmente continuerà a peggiorare.

Si spende di meno praticamente su tutto – ad eccezione di Istruzione e Sanità – ma la spending review delle famiglie non ha colpito con la stessa forza tutte le voci. Tra le spese più rappresentative nei bilanci domestici, sono state tagliate soprattutto le spese per l’abitazione, -1.100 euro circa all’anno per famiglia rispetto al 2011. Tagli importanti anche su abbigliamento (-280 euro), ricreazione e spettacoli (-182 euro), comunicazioni (-164 euro), alimentari (-322 euro). In proporzione, però, è la voce comunicazioni ad aver perso di più: la flessione della spesa è del 19%. Gli italiani spendono di meno anche per gli smartphone, un tempo passione nazionale. Impressionante anche la riduzione del budget impegnato sugli alimentari: una voce di consumo che un tempo si riteneva una ‘spesa incomprimibile’, e che invece ha perso il 6%. Crescono invece le spese per la sanità (+12,1%) e l’istruzione (+24,7%).

Tra questo ed il prossimo anno, la spesa delle famiglie dovrebbe registrare un lieve recupero, anche grazie alle misure espansive adottate nell’ultima legge di Bilancio (vedi Focus): al 2020 si stima una spesa media annuale in termini reali di 28.533 euro, con un incremento annuo di poco più di 140 euro. La previsione, però, non incorpora il possibile aumento delle aliquote Iva previsto dalle clausole di salvaguardia per il 2020, e non ancora scongiurato ufficialmente.

L’aumento dell’Iva annullerebbe tutti i progressi, portando ad una riduzione di 8,1 miliardi di euro della spesa delle famiglie, pari a 311 euro di minori consumi a testa. L’impatto dell’IVA avrebbe un effetto devastante anche sul tessuto delle imprese del commercio, già in sofferenza. La frenata dei consumi che seguirebbe l’incremento delle aliquote IVA porterebbe, secondo le nostre stime, alla scomparsa di altri 9mila negozi circa da qui al 2020.

Maltempo: addio a un frutto su 4

A causa di una primavera maledetta si rischia di perdere un frutto su quattro nelle campagne italiane, dalle fragole alle ciliegie, dalle nespole alle albicocche, dalle pere ai meloni fino ai cocomeri per l’ondata di pioggia, grandine e allagamenti che ha devastato le coltivazioni e ridotto le disponibilità dei primi raccolti nel carrello della spesa. E’ quanto emerge da una prima analisi della Coldiretti sugli effetti del maltempo, anche se bisognerà però attendere ancora qualche settimana per verificare come reagiranno le piante e quantificare l’esatta entità del danno.

Con l’arrivo della nuova perturbazione – sottolinea la Coldiretti – gli agricoltori hanno corso contro il tempo per salvare il salvabile e portare i prodotti di stagione nei mercati di www.campagnamica.it  di tutta Italia a partire da quello di Roma in via san Teodoro 74. Un’iniziativa per sostenere l’economia e l’occupazione locale, ma – precisa la Coldiretti – anche un aiuto agli stessi consumatori per tornare in forma con l’inizio dell’estate e non rinunciare ad alimenti importanti per la propria salute.

La situazione peggiore si registra sulle ciliegie – spiega la Coldiretti – dove è andato distrutto oltre il 50% del prodotto in prima raccolta per effetto del maltempo che ha colpito le principali regioni produttrici, dalla Puglia all’Emilia Romagna alla Campania fino al Veneto. Ma pioggia e grandine non hanno risparmiato neppure le nespole in Sicilia o le pere, soprattutto sui territori veneti ed emiliani, dove si arriva a un calo fino al 70% per le varietà abate e kaiser. Gravi danni anche per albicocche buttate giù da grandine e pioggia e per le fragole, finite sott’acqua a causa degli allagamenti. I problemi interessano però anche i meloni in Lombardia e i cocomeri in fase di maturazione nel Lazio e in Puglia.

Assieme alla frutta si contano pesanti danni anche agli ortaggi – rileva Coldiretti – a partire da insalate e radicchi, senza dimenticare il fatto che il maltempo ha bloccato anche le attività di semina di prodotti come i piselli e quelle di trapianto dei pomodori. Nei campi allagati – ricorda la Coldiretti – è, infatti, impossibile entrare per effettuare le necessarie operazioni colturali mentre dove si è già seminato i germogli e le piantine soffocano per la troppa acqua. Una situazione che mette a rischio i redditi delle aziende agricole, i primati dell’Italia che vanta la leadership in Europa per la produzione di molti tipi di frutta e verdura e la stessa salute dei consumatori.

In queste condizioni – sostiene la Coldiretti – è importante aumentare le attività di controllo per evitare che vengano spacciati per Made in Italy prodotti importati. Ma per ottimizzare la spesa, ottenere il miglior rapporto prezzi-qualità e aiutare il proprio territorio e l’occupazione, il consiglio della Coldiretti è quello di verificare l’origine nazionale, acquistare prodotti locali che non devono subire grandi spostamenti, comprare direttamente dagli agricoltori nei mercati o in fattoria e non cercare per forza il prodotto perfetto perché piccoli problemi estetici non alterano le qualità organolettiche e nutrizionali, i cosiddetti “brutti ma buoni”.

Corridoio di trasporto multimodale panafricano: la visione della Ue

La nuova Alleanza Africa-Europa per la crescita e l’occupazione sostenibile si concentra su tre settori chiave: trasporto aereo, sicurezza stradale e connettività. A oggi, un risultato concreto dell’avvio della piattaforma ad alto livello è stato l’annuncio dei tre filoni di attività: individuare gli investimenti con un forte impatto sulla crescita e la creazione di posti di lavoro; analizzare i rischi degli investimenti energetici e proporre orientamenti per degli investimenti e un ambiente imprenditoriale sostenibili; stimolare gli scambi tra il settore privato africano e quello europeo. A Lipsia gli esperti dei due continenti si sono scambiati idee e proposte su come migliorare la connettività dei trasporti con l’Africa, stimolando gli investimenti in questo settore, al fine di sostenere lo sviluppo del corridoio di trasporto multimodale panafricano, correggerne le inefficienze, realizzare riforme strutturali.

La task force “trasporti”, istituita ad hoc, ha riunito i soggetti del settore energetico privato e pubblico di entrambi i continenti per promuovere il partenariato tra le imprese europee e africane. Essa contribuirà a creare maggiori opportunità nel campo degli investimenti nelle energie sostenibili in Africa e ad affrontare le nuove sfide contrastando i principali ostacoli esistenti. Gli obiettivi generali della piattaforma sono essenzialmente rivolte alla realizzazione delle riforme strutturali nel settore dei trasporti.

A questo riguardo proprio il commissario europeo per i Trasporti, Violeta Bulc, ha detto: “La rete transeuropea, che collega le reti di trasporto stradali, ferroviarie, aeree e fluviali, può fornire indicazioni importanti per essere eventualmente replicata lungo i corridoi di trasporto africani. Lo scambio di conoscenze su come migliorare i collegamenti di trasporto e collegare meglio persone e imprese è l’esempio tipico di attività reciprocamente vantaggiosa che caratterizza l’Alleanza Africa Europa”.

“Un’infrastruttura di trasporto ben funzionante, che garantisca una connettività di qualità, sostenibile e affidabile, è essenziale per lo sviluppo, l’integrazione economica e la crescita – ha aggiunto il commissario per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo, Neven Mimica – . La riunione di oggi costituisce un ulteriore passo avanti verso il raggiungimento degli obiettivi dell’Alleanza Africa-Europa: promuovererà gli investimenti e creerà posti di lavoro in Africa. La prossima mossa sarà aumentare gli investimenti del settore privato in quest’ambito, caratterizzato da un’elevata domanda, grazie a un ambiente settoriale favorevole e migliorato, rispettando i principi di sostenibilità economica, ambientale e sociale”.

Esercizio fisico: un toccasana anche per il tumore

L’esercizio fisico  va prescritto anche nei pazienti con tumore. E dall’Australia arrivano delle linee guida ad hoc.  Le nuove linee guida rappresentano una rivoluzione in questo campo della medicina, caratterizzato nella precedente versione dell’Exercise and Sports Science Australia’s (ESSA), da raccomandazioni generiche in merito all’attività fisica, che prevedeva 3-5 sedute a settimane di esercizi aerobici o di resistenza ad intensità da lieve a moderata.

La nuova versione invece personalizza la prescrizione dell’esercizio fisico sulla base della tipologia del paziente e degli obiettivi da raggiungere, dalla correzione del linfedema, alla fatigue. Frutto questo delle evidenze che si sono accumulate nell’ultima decade.

Anche se un’attività fisica di intensità moderata-elevata potrebbe risultare appropriata per la maggior parte dei pazienti oncologici, nelle nuove linee guida non ci sono prescrizioni prestabilite o ‘quantità’ settimanali standard per tutti i pazienti.
Infatti come non esiste un paziente oncologico uguale all’altro, allo stesso modo non ha senso insomma consigliare un esercizio fisico ‘a taglia unica’.

Anche il leone deve avere chi racconta la sua storia

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Oggi si celebra, tradizionalmente, la Giornata mondiale dell’Africa. La ricorrenza coincide con l’anniversario della costituzione dell’Organizzazione per l’unità africana (divenuta in seguito Unione africana), avvenuta nel 1963 per celebrare l’indipendenza, allora appena conquistata, da molti paesi nei confronti dei regimi coloniali.

Dobbiamo, comunque, riconoscere che, nell’inconscio collettivo occidentale, si è sedimentato nel tempo una sorta di pregiudizio verso questo continente. In effetti, le “Afriche” — è doveroso il plurale parlando di un continente tre volte l’Europa — vengono costantemente redarguite, quasi fossero irriducibilmente bocciate dalla storia, quella delle grandi civilizzazioni.

Ecco che allora, spesso, molto spesso, ogni genere di comunicazione riferita al continente africano si riduce ai soliti stereotipi di atrocità, guerre, carestie, pandemie e permanente instabilità. Non solo. Le Afriche sono solitamente percepite, nell’immaginario nostrano, quasi fossero una realtà a sé stante, anni luce distante dal resto del mondo; una sconfinata terra di conquista fatta di savane, deserti e foreste pluviali i cui popoli, per misteriose ragioni ancestrali, sarebbero istintivamente avversi alla mente razionale e al pensiero scientifico.

Occorre, pertanto, sfatare certi luoghi comuni che soffocano ogni serio ragionamento, nella consapevolezza che questo continente costituisce un poliedrico contenitore di saperi millenari, luoghi di passioni, ricchezza culturale e artistica, galassia di etnie fatte di volti con le loro storie da scoprire. D’altronde, come ricordava sensatamente il compianto storico britannico Basil Davidson, questi pregiudizi non giovano alla causa del bene condiviso, ma semmai acuiscono il fraintendimento, pregiudicando l’incontro. Emblematico è l’aneddoto, raccontato dallo stesso Davidson, riguardante un etnografo e viaggiatore tedesco di nome Leo Frobenius. Questo distinto signore nel 1910 si trovava in Nigeria ed ebbe la fortuna di scoprire delle statuette di terracotta di rara bellezza e fattura. Frobenius non volle ammettere allora che quelle sculture fossero opera di artigiani dell’etnia Youruba e s’inventò di sana pianta una teoria secondo cui i greci avrebbero colonizzato prima della nascita di Cristo le coste dell’Africa occidentale, lasciando ai posteri quei volti umani che le popolazioni autoctone non avrebbero mai potuto concepire.

Si tratta, pertanto, di andare decisamente al di là di certa mentalità, quasi l’uomo bianco avesse bisogno d’inventare le Afriche con le sue affermazioni narcisistiche. E sì perché le Afriche, contrariamente alle indicazioni fornite da certi spot strappalacrime, non sono povere, semmai risultano impoverite. E le stragi perpetrate da quelle parti, che spesso colpiscono direttamente le comunità cristiane, rispondono sempre a logiche predatorie nei confronti di tanta umanità dolente. Poco importa che si tratti delle feroci milizie jihadiste, o di formazioni ribelli come nel caso dei Mai-Mai, nella Repubblica Democratica del Congo, dietro le quinte si celano interessi legati alle commodity, le preziose materie prime di cui è ricco il continente.

Le responsabilità ricadono, certamente, su potentati stranieri, più o meno occulti, con la complicità di quelle classi dirigenti locali, incapaci di servire la Res publica.

Per comprendere la discrasia è sufficiente operare un confronto tra le ricchezze di un paese come la Repubblica Centrafricana — con una superficie due volte l’Italia e una popolazione di 4 milioni e mezzo di abitanti — e una regione italiana come la Basilicata. La prima ha un Pil di circa 2 miliardi di dollari, la seconda di 12.250.329.322 di dollari. Senza voler nulla togliere alle bellezze paesaggistiche e alle ricchezze naturali della Lucania, c’è da rilevare che la Repubblica Centrafricana è ricca di diamanti, petrolio, uranio, legname e quant’altro. Non v’è dubbio che se vi fosse equità, gli abitanti di questo paese potrebbero essere più ricchi di quelli del Canton Ticino. E invece il Centrafrica è stato devastato da guerre civili, stragi perpetrate da bande armate finanziate da lontano.

Ecco perché Papa Francesco, il 30 novembre del 2015, aprì la Porta santa, nella cattedrale della capitale centrafricana Bangui, inaugurando così il Giubileo della misericordia: a fianco dei poveri. D’altronde, come spiegava con lucidità e schiettezza il compianto scrittore nigeriano Chinua Achebe, «Anche il leone deve avere chi racconta la sua storia. Non solo il cacciatore». Un detto ancestrale che evoca l’istanza di guardare alle Afriche senza pregiudizi e stereotipi, andando al di là di una visione paternalistica, ammantata di carità pelosa.

Sì perché questo continente ha una dignità inalienabile che nessuno può misconoscere.

 

Theresa May si dimetterà il 7 giugno

Theresa May lascerà la guida del partito conservatore il 7 giugno, aprendo la strada a un successore che si insedierà come nuovo primo ministro della Gran Bretagna, probabilmente entro la fine di luglio.

Theresa May, durante il suo discorso, ha rivendicato i meriti della sua premiership e ha sottolineato che il successore dovrà cercare un compromesso sulla Brexit.

“E’ e sarà sempre un motivo di profondo dispiacere per me il fatto di non essere stata in grado di portare a termine la Brexit”

Dopo le dimissioni di May ci sarà una nuova elezione. Al momento i favoriti  sono l’ex ministro degli Esteri ed ex sindaco di Londra Boris Johnson e  Andrea Leadsom, la ministra del governo che si occupava dei lavori parlamentari e che questa settimana aveva annunciato le sue dimissioni, in aperta polemica con May. Entrambi convinti sostenitori di una Brexit dura.

Altri possibili futuri primi ministri sono Dominic Raab, ex ministro per Brexit del governo britannico; Jeremy Hunt, il segretario agli Esteri; e Michael Gove, ministro dell’Ambiente.

Comunque, a chiunque verrà eletto toccherà il compito di raccogliere i cocci cercando di non infliggere nuovi danni all’economia britannica.

Elezioni europee: I grandi del Web vogliono sostenere il voto

Strumenti e simboli per invitare al dovere e diritto democratico di votare in queste elezioni europee sono stati elaborati dalle grandi piattaforme social.

Facebook, insieme alla battaglia contro le fake news (ad  oggi, sono oltre 6 milioni gli utenti sospesi dal social network in vista delle elezioni europee) che ha portato avanti in queste settimane, ha attivato informazioni agli elettori e il simbolo “Ho votato” che si potrà cliccare il giorno delle elezioni.

Google ha preparato un “doodle” e richiami al voto.

Sono comparsi anche emojii e stickers. Queste piattaforme, insieme a youtube, instagram e twitter, hanno anche un “punto di contatto per emergenze” durante i giorni delle elezioni.

 

Seattle: la città che ha abbattuto il traffico giornaliero

Seattle una città di 725.000 persone ha compiuto un enorme salto verso il sogno di diventare un luogo dove è facile vivere senza guidare tutti i giorni o senza possedere un’auto.

A marzo 2016, il sistema di ferrovia leggera Link ha aggiunto due stazioni, una nel quartiere di Capitol Hill e una presso l’Università di Washington. “All’improvviso, si può arrivare da Capitol Hill al centro in due minuti”, dice Keith Kyle, presidente del gruppo di pressione Seattle Subway. “Rispetto a quello a cui la gente era abituata, potresti anche teletrasportarti.”

I risultati di questo progetto, l’ultimo di una lunga serie di investimenti di trasporto di massa, sono stati notevoli e Seattle ama pubblicizzarli: dato che la città è cresciuta in termini di popolazione, aggiungendo posti di lavoro ed edifici mentre il traffico automobilistico è diminuito .

Ad affermarlo è il municipio. Dal 2006, epoca in cui la città ha iniziato a crescere, anche il trasporto leggero è aumento e dopo l’espansione più recente, il numero di utenti giornalieri è salito dell’89% rispetto all’anno precedente.

A novembre 2016, ispirati dal successo della metropolitana leggera, gli elettori di Seattle hanno approvato un’impressionante tassa di 54 miliardi di dollari per espandere ulteriormente il sistema di trasporto della regione. Tutto questo per far diventare  il sistema di ferrovie leggere grande quanto il sistema metropolitano di Washington, DC.

E grazie a questa riduzione del traffico, in 12 minuti i ciclisti possono attraversare tutto il centro città senza paura.

Cosa che ha portato più gente verso l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto.

Seattle non ha, però, bandito le auto, né lo vuole. Piuttosto, ha finalmente realizzato un sistema multimodale equilibrato, ricostruendo una città fatta per le auto in una città in cui tutti possano viaggiare senza traffico.

Anche perché meno macchine sulla strada vuol dire maggiore salute per tutti.

 

Al via i laboratori per la valorizzazione dei beni culturali organizzati da AnciLab

Partono mercoledì 29 maggio i laboratori per la valorizzazione dei beni culturali, organizzati e gestiti da ANCILab, società in house di ANCI Lombardia, nell’ambito della rassegna “Laboratori per l’innovazione”. Un approfondimento e confronto su aspetti tecnici, strategici e di innovazione per la valorizzazione dei beni culturali.

I laboratori per la valorizzazione dei beni culturali metteranno a confronto gli stakeholder del settore, su tre principali temi: il finanziamento, la gestione organizzativa e dell’innovazione ed infine la comunicazione. Al centro dei lavori anche l’innovazione tecnologica che rappresenta un’importante occasione di ridisegno degli interventi di valorizzazione del nostro patrimonio culturale.

Le giornate formative saranno dedicate agli amministratori locali, chiamati a svolgere un ruolo di guida e coordinamento tra diversi attori affrontando questioni complesse come la gestione economica del progetto di riqualificazione e il coordinamento con gli altri soggetti pubblici coinvolti e le imprese, che partecipano presentando il loro punto di vista e le esperienze innovative maturate.

I temi e le metodologie operative adottate sono illustrati nella presentazione che alleghiamo.
La partecipazione al Laboratorio è gratuita, ma il numero di posti a disposizione è limitato.

Per prenotarsi è necessario inviare una e-mail di richiesta all’indirizzo info@ancilab.it.
Seguirà una e-mail di conferma di partecipazione al Laboratorio, con maggiori indicazioni sull’organizzazione degli incontri.
Gli incontri del Laboratorio si terranno presso la Casa dei Comuni di ANCI Lombardia, a Milano, in via Rovello, 2.

Corruzione: l’Italia supera la valutazione periodica prevista dall’Onu

Nell’ambito del secondo Rapporto di valutazione, previsto per gli Stati contraenti, il nostro Paese è risultato è risultato pienamente in linea in materia di prevenzione e recupero dei beni. Oltre a dare atto dei progressi compiuti a partire dal 2012 nella lotta alla corruzione, il Report si è concentrato sull’efficacia dell’azione svolta dall’Anac, sottolineando che la legislazione italiana “prevede l’applicazione di tutte le disposizioni della Convenzione relative alla prevenzione”.

Il Rapporto, presentato ieri presso il Ministero degli Affari esteri, elogia il lavoro dell’Autorità sotto diversi aspetti, soprattutto per le buone prassi introdotte. Nello specifico, viene manifestato particolare apprezzamento per lo sviluppo di un modello di controllo sugli appalti pubblici economicamente rilevanti, così da impedire l’infiltrazione mafiosa e quella criminale. Il riferimento è agli “High Level Principles per l’integrità, la trasparenza e i controlli efficaci di grandi eventi e delle relative infrastrutture”, che già l’Ocse aveva definito una best practice internazionale.
Più in generale, per quanto riguarda i profili di competenza dell’Autorità, il Rapporto riconosce vari punti di forza al modello italiano della prevenzione: la centralità del Piano nazionale anticorruzione redatto dall’Anac e lo sforzo per coinvolgere nell’elaborazione dei propri atti normativi tutti gli enti della Pubblica amministrazione e gli stakeholder; la creazione di una piattaforma online dedicata alle segnalazioni di whistleblowing e l’istituzione di un ufficio specifico per la loro trattazione; la collaborazione con la società civile e l’impegno nella promozione di appositi programmi educativi all’interno delle scuole.

“Il lusinghiero giudizio dell’Onu sull’attività dell’Anac è per noi motivo di particolare orgoglio – ha detto il presidente dell’Autorità Raffaele Cantone -. Il Rapporto non solo riconosce il lavoro svolto nel corso di questi anni, ma dimostra quanto sia importante un’azione di sistema per contrastare la corruzione, nella quale la repressione non può essere disgiunta dalla prevenzione. Una valutazione tanto favorevole, fra l’altro – conclude Cantone – produce ricadute positive in termini di immagine e reputazione internazionale di cui può beneficiare tutto il Paese”.

Alzheimer: perché invecchiano i neuroni

Lo studio realizzato dall’istituto americano Van Andel e coordinato dalla ricercatrice Viviane Labrie ha messo in evidenza che nei malati di Alzheimer il cervello perde più rapidamente le sequenze di DNA che modulano l’attività dei geni e mantengono giovani i neuroni. Nello stesso tempo viene invece accelerata l’attività dei geni che favoriscono la formazioni delle placce che uccidono le cellule celebrali.

Gli scienziati hanno analizzato le sequenze di DNA alla scoperta dei fattori che a seconda dell’età e dell’ambiente influiscono sull’attività dei geni nel cervello. In particolare, è stata posta l’attenzione su quegli “interruttori” che accendono e spengono i geni tra individui sani e malati di Alzheimer. Quest’ultimi hanno mostrato una progressiva perdita di sequenze di DNA nei vari stadi della malattia.

Nuovi incarichi e riorganizzazione pastorale nella diocesi di Roma

«Abbiamo lavorato sul ripensare alcuni incarichi, in vista della partenza di monsignor Paolo Lojudice per Siena (di cui è stato nominato vescovo lo scorso 6 maggio, ndr). Abbiamo lavorato con il Papa e con i vescovi ausiliari». Ha esordito così il cardinale vicario Angelo De Donatis, questa mattina (venerdì 24 maggio 2019), davanti ai vescovi ausiliari, ai parroci prefetti, ai direttori degli Uffici e a tutti i dipendenti del Vicariato di Roma, riuniti nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense. E ha illustrato, in sintesi, questa riorganizzazione.

Diventa vescovo ausiliare per il settore Sud, al posto di monsignor Lojudice, monsignor Gianrico Ruzza; prende il suo ruolo di ausiliare per il settore Centro monsignor Daniele Libanori, e diventa prelato segretario generale del Vicariato don Pierangelo Pedretti, che resta vicedirettore ad interim dell’Ufficio amministrativo.

Per «interagire in maniera più profonda», ha annunciato ancora il cardinale vicario, «ciascun vescovo non avrà più soltanto la cura del territorio di settore, ma delle aree di pastorale da prendere in cura che riguardano tutta la diocesi». Quindi monsignor Ruzza è delegato per la Pastorale d’ambiente, per la Pastorale familiare con incarico specifico per lo sviluppo del Catecumenato matrimoniale e la preparazione dell’Incontro internazionale delle famiglie; rimane inoltre cappellano della Camera dei deputati. Il vescovo Paolo Selvadagi, ausiliare per il settore Ovest, è delegato per la Pastorale giovanile, per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso e per la Pastorale della cultura.

Ancora, monsignor Guerino Di Tora, vescovo ausiliare per il settore Nord, è delegato per l’Ordo Viduarum. Monsignor Paolo Ricciardi è vescovo delegato per la Pastorale sanitaria e assume anche la delega per l’Ordo Virginum. Monsignor Daniele Libanori diviene ausiliare per il settore Centro e vescovo delegato per il Clero e i Seminari. Monsignor Gianpiero Palmieri, oltre a essere vescovo ausiliare per il settore Est, assume la delega per il Diaconato permanente nonché per la Carità, la Pastorale dei migranti, dei rom e incaricato del Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese.

Il grande peccatore

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Righetto

C’era anche Vladimir Solov’ev, il filosofo amico e discepolo del grande scrittore, a dare l’ultimo saluto a Fëdor Dostoevskij, quel giorno di febbraio del 1881, al monastero Alexander Nevskij a San Pietroburgo. Solov’ev fu anche il pensatore e critico che più di ogni altro diede una lettura squisitamente religiosa dell’opera di Dostoevskij, che vide in lui un “sacerdote dell’arte”, il profeta di un cristianesimo fondato sulla misericordia, colui che più di ogni altro scrittore ha indagato la profondità dell’animo umano, gli abissi del male in cui può cadere ma al tempo stesso ha spalancato le porte alla redenzione.

Si sa che Dostoevskij, pur essendo profondamente credente, andava poco in chiesa e non amava i preti: tutta la sua attenzione religiosa era focalizzata sulla figura di Cristo. Un’icona era appesa negli studi in cui lavorava, che si trovasse a Pietroburgo o a Semipalatinsk, in Siberia, dove fu mandato nel 1854 dopo quattro anni trascorsi nella fortezza di Omsk in seguito alla condanna subita per cospirazione, preceduta dal famoso episodio della falsa fucilazione. Una situazione che torna spesso nel romanzo di Ferruccio Parazzoli Il grande peccatore, pubblicato da Bompiani (pagine 240, euro 17), tutto incentrato sulla figura di Razumichin, l’amico di Raskolnikov nel romanzo Delitto e castigo, e sul suo rapporto immaginario con l’autore russo.

Ecco cosa dice a metà libro Dostoevskij, che si rivolge al seguace ma a suo modo traditore: «E tu cosa credi, che dopo quattro anni di lavori forzati, io, FM Dostoevskij, il più potente scrittore di storie quali nessuno scrittore ha mai immaginato, io, figlio della santa madre Russia, sotto lo sguardo di quel Cristo che tengo lì, inchiodato al muro, mi lascerò scoraggiare, abbattere, naufragare? Nulla potrà fermarmi, la miseria, i debiti, la famiglia, neppure lo zar. Lavorerò con fervore, con furore, sarò il più grande scrittore che la Russia abbia avuto dopo Puskin».

Il volume di Parazzoli è un omaggio al suo autore prediletto, ma al tempo stesso si fa ritratto irriverente di Dostoevskij e insieme uno scavo del tutto originale in quel sottosuolo che da sempre ha affascinato entrambi. Indagato da Parazzoli in tutta la sua opera, dai romanzi più religiosi alla trilogia su Milano, con quel viaggio nel mondo oscuro della metropolitana che fa ricordare l’apologo di Buzzati Viaggio agli inferni del secolo, in cui in una contemporanea discesa agli inferi s’immagina il regno di Satana come una metropoli bloccata dal traffico: la porta dell’Ade è l’ingresso della metro.

L’invenzione di Parazzoli consiste nel ridare vita a un personaggio minore, Razumichin appunto (o Vrazumichin), che dopo aver assistito ai funerali di Dostoevskij si reca da un editore per proporgli la sua versione della vita dello scrittore, che egli stesso ha affiancato nelle varie fasi, viaggio in Europa e in Italia compreso. Cercando di farsi suo discepolo e di imparare da lui (invano) le arti della narrativa ma contemporaneamente denunciandone le bassezze. Si viene così a sapere che Dostoevskij avrebbe conosciuto Raskolnikov a Wiesbaden, dove come al solito si era fermato per giocare al casinò, e avrebbe convinto il giovane studente universitario a commettere quel crimine efferato ma perfetto cui poi si sarebbe ispirato per scrivere Delitto e castigo. FM — come spesso lo chiama Parazzoli — aveva infatti bisogno di un fatto di cronaca nera per trovare il puntello per dare vita alle sue storie. E, in questo caso, si trattava di dimostrare che «si può commettere un’azione riprovevole conservando la propria integrità morale, toccare la lordura senza restarne contaminato».

Come si può capire, romanzo e vita si sovrappongono: spesso prevale la disillusione, la miseria che può colpire ogni individuo, anche il più grande; altrove si afferma la pietà, come quando nel finale Dostoevskij torna dalla moglie Maria Dmitrievna, che aveva abbandonato per seguire altre avventure, per accompagnarla alla morte. O quando si richiama l’anelito nichilista della gioventù rivoluzionaria. Molti critici del resto, come noto, hanno visto nell’opera dello scrittore russo il presentimento della rivoluzione d’Ottobre, con i suoi demoni e i suoi orrori. Tutto questo c’è nel romanzo Il grande peccatore, che più che le anti-memorie di Dostoevskij definirei uno scavo singolare ma autentico nel sottosuolo mai del tutto esplorato di quello che ritengo il più grande scrittore mai esistito.

Cittadini del mondo

Fonte Associazione Popolari

Per interpretare i grandi cambiamenti del nostro tempo – e per comprendere il successo dei partiti populisti – dobbiamo aver chiari i concetti legati alla sovranità e alla tutela delle identità nazionali in un mondo sempre più globalizzato. Nel nostro piccolo abbiamo la fortuna di pubblicare gli articoli in cui Beppe Ladetto ci fa interrogare sul senso vero delle parole, modificate nella loro percezione dall’evolversi della storia e della cultura. Le sue ultime riflessioni, che partono dal significato del termine “confine”, sono di grande attualità, e sono sostanzialmente condivisibili. Di certo “confine” non è una parolaccia ma un concetto cui dare il giusto valore, così come è positiva l’attenzione al territorio e all’identità nazionale che i confini delimitano.

Il confine in sé non è una cosa cattiva, come non lo è il diritto di proprietà. Tutti diamo per scontato che in casa nostra facciamo entrare solo chi vogliamo e che gli ospiti devono rispettarne le regole. Diversa, tra i proprietari, è la volontà/capacità di accogliere: c’è chi si rinchiude nel bunker, c’è chi apre la propria dimora agli amici e, all’occorrenza, a chi ha bisogno di riparo.

Non tutte le persone, non tutte le popolazioni sono egualmente ospitali, e tutti ne abbiamo consapevolezza, senza che mi attardi in esempi. Tra “chiusura” e “apertura” verso “l’altro da sé” c’è una disputa filosofica che riguarda l’essenza stessa dell’uomo. Ladetto aderisce alla teoria che risale ad Aristotele, ritenendo la nostra specie “costitutivamente sociale”. Siamo nell’eterna contrapposizione tra homo homini lupus e homo homini deo, mai veramente risolta, dato che il libero arbitrio permette sempre all’uomo di scegliere tra il bene e il male, tra la prevaricazione e la collaborazione con i suoi simili. Vorrei poi sottolineare l’amara considerazione di Ladetto sugli animali, che “difendono lo spazio loro indispensabile per sopravvivere”, mentre “gli umani tendono a conquistare territorio per sottomettere e sfruttare altri membri della propria specie”. E anche la condanna dell’individualismo sfrenato della nostra epoca: che questo frutto dell’ultimo liberismo selvaggio, in aggiunta alla brama di potere e ricchezza sempre esistite, abbia creato una serie di guasti sociali e politici, è tanto evidente da non richiedere aggiunte.

Dove però vorrei approfondire il pensiero di Ladetto è per contestare la presunta dicotomia tra l’identità, il senso di appartenenza a una comunità, e il considerarsi “cittadini del mondo”. Premetto che a questo titolo sono particolarmente legato perché da assessore lo scelsi oltre vent’anni fa per una iniziativa di educazione alla cittadinanza e alla multiculturalità realizzata nelle scuole del mio Comune in collaborazione con Amnesty International. Certo, il “cittadino del mondo” che avevamo – e ho tuttora – in mente, non è lo yuppie descritto da Bauman e Lasch, il ricco cosmopolita slegato da ogni comunità territoriale, spinto a muoversi alla ricerca di sempre migliori opportunità.

Il mio “cittadino del mondo” è colei/colui che ritiene tutti gli altri individui del pianeta simili a sé: diversi per colore della pelle, lingua, religione, usi e costumi, ma accomunati dal provare la stessa gioia per la nascita di un figlio e lo stesso dolore per la perdita di una persona cara, la stessa paura per la malattia, la guerra e il terremoto, dall’avere la stessa speranza in un futuro sereno, lo stesso desiderio di una familia, dei figli, di un lavoro gratificante o almeno dignitoso. Insomma, ogni individuo è sì unico e irripetibile – cosa di cui tendiamo a dimenticarci quando pensiamo alle moltitudini con gli occhi a mandorla o quando vediamo un barcone zeppo di giovani migranti neri “tutti uguali” – ma, nello stesso tempo, ci possiamo tutti considerare figli dello stesso pianeta o, per i credenti, di un unico Dio. Questa “eguaglianza umana”, questo “umanesimo” che porta a vedere in ciascuno il “prossimo” dell’insegnamento evangelico, ha ispirato i principi fissati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Proprio la dignità della persona umana, la sua tutela, può e deve rappresentare il collante universale tra individui e nazioni.

Poi la realtà è complessa e confligge anche con i buoni propositi. Possiamo solo condividere con Bauman che “il mondo globalizzato non conosce né la solidarietà, né la tradizione del villaggio, non possiede un centro e manca di integrità”, come ricorda Ladetto. Ed è vero che dalla “dilatazione globalista” dei confini ne nascono per reazione di nuovi: “localismi politici, etnicismi, fondamentalismi religiosi, ma anche i neo-tribalismi metropolitani”. E vediamo bene come diventa difficile mantenere saldi i principi di umanità e accoglienza di fronte a fenomeni epocali come l’esplosione demografica del Sud del mondo e le conseguenti migrazioni. È difficile organizzare accoglienza e integrazione sapendo che ci si deve scontrare con i limiti del possibile, che sono inferiori alle necessità. Molto più semplice è invece dare seguito alle preoccupazioni, alle paure o agli egoismi, e invocare l’innalzamento di muri sui confini.

Ma su questo tema non posso che rimandare al sempre attuale documento che noi Popolari piemontesi abbiamo elaborato un paio di anni fa.

Vale invece la pena ribadire ancora che non trovo contrapposizione tra chi vede la persona umana al centro di un umanesimo senza confini e chi difende le identità culturali.

Non è l’omologazione (l’inglese, la Coca Cola, le star planetarie, ecc.) ma all’opposto la diversità (la lingua nazionale e il dialetto, il vino locale, gli amici d’infanzia, ecc.) a dare valore all’umanesimo universale. Per fare un esempio chiarificatore, la forza del Made in Italy, un marchio a diffusione mondiale, sta nella miriade di produzioni locali tutelate e valorizzate. Allo stesso modo – da inguaribile sturziano – ritengo che la forza di uno Stato poggi sopra un equilibrato sistema di autonomie, democratiche e responsabili, incentrato sul municipio, l’ente più vicino al singolo cittadino e alla primitiva comunità locale. E non confondiamo il campanilismo, chiusura nel proprio ambito territoriale, con il municipalismo, apertura verso comunità con gli stessi intenti e gli stessi problemi. Allo stesso modo rifiutiamo un cosmopolitismo omologato e vuoto, ma auspichiamo una vera multiculturalità, che presuppone l’attenzione verso chi è diverso da noi. Se siamo eredi di una storia particolare e membri di una definita cultura, che è legittimo e anzi doveroso tutelare, non dobbiamo però chiuderci in noi stessi ma essere aperti al dialogo.

Chi crede nel valore della spiritualità, rispetta tutte le religioni e ne ricerca la reciproca conoscenza: nemici della spiritualità sono tanto il relativismo etico (proprio del liberismo ateo) quanto il fondamentalismo di chi pensa di possedere la verità. Chi crede nella libertà, sa che ne conseguono tanto i diritti – di cui tutti si riempiono la bocca – quanto i doveri – che pochi ricordano, come era solito fare Aldo Moro –. E sa che la libertà assoluta, all’insegna dell’individualismo liberista, si risolve a vantaggio di pochi in società globalizzate, come se fossimo in una giungla: lì tutti sono liberi, ma soggetti alla legge del più forte o del più astuto. Doti che nella società umana si sommano: è l’eterno Machiavelli a ricordarci che per primeggiare “bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi”.

Certamente oggi è più difficile che in passato individuare volpi e leoni, dato che il potere , come la ricchezza, ha assunto forme smaterializzate e lontane, dominanti nei mass media. Conviene riprendere lo studio dei fondamenti della politica, che è l’arte della civile convivenza.

Grazie quindi a Beppe Ladetto per averci aiutato a recuperare il corretto concetto di “confine”. Nell’antichità i confini erano spesso fissati lungo fiumi impetuosi, barriere naturali difficili da oltrepassare. Solo avendo chiaro cos’è un limite, possiamo anche valorizzare e apprezzare il concetto di “ponte”. I popoli che si fermano ad una politica che esalta i confini ma resta incapace di costruire ponti, sono destinati a ripiombare in un nuovo, oscuro medioevo.

Giovanni Paolo II: “Vecchia Europa, ritrova te stessa, sii te stessa”

Vogliamo, oggi, pubblicare a poche ore dal voto, alcuni dei passi più significativi dell’esortazione apostolica “Ecclesia in Europa”, firmata da Giovanni Paolo II, un Papa che, sulla propria pelle, aveva vissuto la seconda guerra mondiale. E che quindi conosceva i pericoli dei tempi moderni.

 

Constatiamo con gioia la crescente apertura dei popoli, gli uni verso gli altri, la riconciliazione tra nazioni per lungo tempo ostili e nemiche, l’allargamento progressivo del processo unitario ai Paesi dell’Est europeo. Riconoscimenti, collaborazioni e scambi di ogni ordine sono in sviluppo, così che, a poco a poco, si crea una cultura, anzi una coscienza europea, che speriamo possa far crescere, specialmente presso i giovani, il sentimento della fraternità e la volontà della condivisione. Registriamo come positivo il fatto che tutto questo processo si svolga secondo metodi democratici, in modo pacifico e in uno spirito di libertà, che rispetta e valorizza le legittime diversità, suscitando e sostenendo il processo di unificazione dell’Europa. Salutiamo con soddisfazione ciò che è stato fatto per precisare le condizioni e le modalità del rispetto dei diritti umani.

Nel contesto, infine, della legittima unità economica e politica in Europa, mentre registriamo i segni della speranza offerti dalla considerazione data al diritto e alla qualità della vita, ci auguriamo vivamente che, in una fedeltà creativa alla tradizione umanistica e cristiana del nostro Continente, sia garantito il primato dei valori etici e spirituali 

 

Tra le sfide che si pongono oggi al servizio al Vangelo della speranza va annoverato il crescente fenomeno delle immigrazioni, che interpella la capacità della Chiesa di accogliere ogni persona, a qualunque popolo o nazione essa appartenga. Esso stimola anche l’intera società europea e le sue istituzioni alla ricerca di un giusto ordine e di modi di convivenza rispettosi di tutti, come pure della legalità, in un processo d’una integrazione possibile.

Considerando lo stato di miseria, di sottosviluppo o anche di insufficiente libertà, che purtroppo caratterizza ancora diversi Paesi, tra le cause che spingono molti a lasciare la propria terra, c’è bisogno di un impegno coraggioso da parte di tutti per la realizzazione di un ordine economico internazionale più giusto, in grado di promuovere l’autentico sviluppo di tutti i popoli e di tutti i Paesi.

Di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione « universalistica » del bene comune ad esigerlo: occorre dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana. Lo stesso fenomeno della globalizzazione reclama apertura e condivisione, se non vuole essere radice di esclusione e di emarginazione, ma piuttosto di partecipazione solidale di tutti alla produzione e allo scambio dei beni.

Ciascuno si deve adoperare per la crescita di una matura cultura dell’accoglienza, che tenendo conto della pari dignità di ogni persona e della doverosa solidarietà verso i più deboli, richiede che ad ogni migrante siano riconosciuti i diritti fondamentali. È responsabilità delle autorità pubbliche esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L’accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi.

Occorre pure impegnarsi per individuare forme possibili di genuina integrazione degli immigrati legittimamente accolti nel tessuto sociale e culturale delle diverse nazioni europee. Essa esige che non si abbia a cedere all’indifferentismo circa i valori umani universali e che si abbia a salvaguardare il patrimonio culturale proprio di ogni nazione. Una convivenza pacifica e uno scambio delle reciproche ricchezze interiori renderà possibile l’edificazione di un’Europa che sappia essere casa comune, nella quale ciascuno possa essere accolto, nessuno venga discriminato, tutti siano trattati e vivano responsabilmente come membri di una sola grande famiglia.

Inclusione degli alunni con disabilità: via libera alle nuove norme

Il Consiglio dei ministri ha approvato lunedì, in via preliminare, un provvedimento che interviene modificando le norme in materia di disabilità in ambito scolastico, ponendo in rilievo lo studente e le proprie necessità. Con l’approvazione delle nuove norme vi saranno più sussidi, strumenti, metodologie di studio mirate. I diversi progetti verranno modulati in relazione al tipo di disabilità, attraverso un Piano didattico individualizzato che sappia guardare alle caratteristiche del singolo studente.

“Con il provvedimento approvato in Consiglio dei ministri, che ho fortemente voluto sin dal mio insediamento, facciamo davvero un grande passo avanti – ha detto il titolare dell’Istruzione Bussetti -. Abbiamo lavorato in accordo con le associazioni di settore e l’Osservatorio permanente per l’inclusione scolastica. Il governo ha dimostrato di dare attenzione concreta a questi temi. Siamo passati dalle parole ai fatti. Appena insediato – ha aggiunto – ho subito voluto far ripartire l’Osservatorio sull’inclusione, che era rimasto fermo. Per mesi abbiamo lavorato per raggiungere questo risultato […,]”.

In base alla rimodulazione delle norme, l’intera comunità scolastica sarà coinvolta nei processi di inclusione. Verrà rivista la composizione delle commissioni mediche per l’accertamento della condizione di disabilità ai fini dell’inclusione scolastica: saranno sempre presenti, oltre ad un medico legale che presiede la Commissione, un pediatria o neuropsichiatria e un clinico specializzato nella patologia dell’alunno. Anche i genitori e, dove possibile, nel caso di maggiorenni, gli stessi alunni con disabilità, potranno partecipare al processo di attribuzione delle misure di sostegno, per superare l’attuale impostazione che prevede una meccanica associazione tra la certificazione data ai sensi della legge 104 e il supporto offerto al giovane.

Nascono inoltre i Gruppi per l’inclusione territoriale (Git), formati su base provinciale, ovvero nuclei di docenti esperti che supporteranno le scuole nella redazione del Piano educativo individualizzato (Pei) e nell’uso dei sostegni previsti nel Piano per l’inclusione. I Git avranno anche il compito di verificare la congruità della richiesta complessiva dei posti di sostegno che il dirigente scolastico invierà al preposto Ufficio regionale. A operare sarà altresì il Gruppo di lavoro per l’inclusione, composto dal team dei docenti contitolari o dal consiglio di classe, con la partecipazione dei genitori dell’alunno con disabilità, delle figure professionali specifiche, interne ed esterne alla scuola che interagiscono con l’alunno stesso, nonché con il supporto dell’unità di valutazione multidisciplinare e con un rappresentante designato dall’Ente locale.

Il gruppo di lavoro operativo per l’inclusione avrà il compito di redigere il Piano educativo individualizzato, compresa la proposta di quantificazione di ore di sostegno e delle altre misure a supporto del ragazzo, tenuto conto del suo profilo peculiare. Dal suo insediamento l’Osservatorio permanente per l’inclusione scolastica svolge analisi e studio delle tematiche relative all’inclusione degli studenti con disabilità certificata a livello nazionale e internazionale; monitoraggio delle azioni per l’inclusione scolastica; proposte di accordi inter-istituzionali per la realizzazione del progetto individuale di inclusione; proposte di sperimentazione in materia di innovazione metodologico-didattica e disciplinare; pareri e proposte sugli atti normativi inerenti l’inclusione scolastica.

Giornata biodiversità, in Italia persi 3 frutti su 4

In Italia sono scomparse dalla tavola tre varietà di frutta su quattro nell’ultimo secolo, ma la perdita di biodiversità riguarda l’intero sistema agricolo e di allevamento con il rischio di estinzione che si estende dalle piante coltivate agli animali allevati. E’ quanto afferma la Coldiretti, in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, che si festeggia in tutto il Pianeta il 22 maggio.

In Italia nel secolo scorso si contavano 8.000 varietà di frutta, mentre oggi si arriva a poco meno di 2.000 e di queste ben 1.500 sono considerate a rischio di scomparsa anche per effetto dei moderni sistemi della distribuzione commerciale che privilegiano le grandi quantità e la standardizzazione dell’offerta. L’omologazione e la standardizzazione delle produzioni a livello internazionale mettono a rischio anche gli antichi semi della tradizione italiana sapientemente custoditi per anni da generazioni di agricoltori. Un pericolo – secondo la Coldiretti – per i produttori ed i consumatori per la perdita di un patrimonio alimentare, culturale ed ambientale del Made in Italy, ma anche un attacco alla sovranità alimentare e alla biodiversità.

E proprio per questo che l’agricoltura italiana ha invertito la rotta negli ultimi anni ed è diventato il Paese più green d’Europa. L’Italia – sottolinea la Coldiretti – è l’unico Paese al mondo con 5155 prodotti alimentari tradizionali censiti, 297 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, ma è anche leader in Europa con quasi 60mila aziende agricole biologiche e ha fatto la scelta di vietare le coltivazioni Ogm e la carne agli ormoni a tutela della biodiversità e della sicurezza alimentare. Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e su 533 varietà di olive contro le 70 spagnole.

Senza dimenticare la riscoperta di grani antichi come il Senatore Cappelli che dopo aver rivoluzionato la produzione di pane e pasta in Italia, ha rischiato di sparire, ma adesso torna sulle tavole italiane grazie alla Sis, la Società Italiana Sementi.

Un’azione di recupero importante della biodiversità – continua la Coldiretti – si deve in Italia ai nuovi sbocchi commerciali creati dai mercati degli agricoltori e dalle fattorie di Campagna Amica attivi in tutte le Regioni e che hanno offerto opportunità economiche agli allevatori e ai coltivatori di varietà e razze a rischio di estinzione che altrimenti non sarebbero mai sopravvissute alle regole delle moderne forme di distribuzione. Un’azione formalizzata con i prodotti presenti nell’elenco dei “Sigilli” di Campagna Amica che – sottolinea la Coldiretti – sono la più grande opera di valorizzazione della biodiversità contadina mai realizzata in Italia che può essere sostenuta direttamente dai cittadini nei mercati a chilometri zero degli agricoltori e nelle fattorie lungo tutta la Penisola, una mappa del tesoro che per la prima volta è alla portata di tutti.

La difesa della biodiversità non ha solo un valore naturalistico ma – sottolinea la Coldiretti – è anche il vero valore aggiunto delle produzioni agricole Made in Italy. Investire sulla distintività – conclude la Coldiretti – è una condizione necessaria per le imprese agricole di distinguersi in termini di qualità delle produzioni e affrontare così il mercato globalizzato salvaguardando, difendendo e creando sistemi economici locali attorno al valore del cibo.

I 25 esami diagnostici più richiesti al mondo

L’Università di Waterloo (Canada) pubblica su American Journal of Clinical Pathology  la top 25 degli esami di laboratorio più importanti per sviluppare un sistema sanitario universalistico.

I ricercatori hanno chiesto a cinque ospedali, rappresentativi di nazioni a basso, medio e altoincome(Kenya, India, Nigeria, Malesia e USA). Confrontando volume e costo di questi esami, gli autori dello studio hanno scoperto che la tipologia degli esami più richiesti era molto simile anche in contesti nazionali così diversi.

L’emocromo è il test di laboratorio più effettuato in tutti gli ospedali inclusi nello studio; seguono ai primi posti i test di funzionalità renale, la glicemia, i test di funzionalità epatica. A Nairobi il secondo test più richiesto è l’esame delle urine, mentre il settimo posto è per la ricerca del parassita malarico e l’ottavo posto è occupato dal test fecale per Helicobacter pylori. A Bangalore, spunta al quarto posto il TSH, mentre a Denver il  sesto posto è occupato dall’emoglobina glicata. Ma al di là delle ovvie differenze geografiche, nella top 25 sono rappresentati in pratica gli stessi esami in tutti gli ospedali esaminati, anche se con un ranking diverso.

A sorpresa, nonostante l’elevata prevalenza di tubercolosi in alcune nazioni, solo in un ospedale questo test figurava nella top 25 degli esami più richiesti, probabilmente perché questi esami vengono effettuati al di fuori degli ospedali, in presidi dedicati.

26 Maggio, Rete Bianca rilancia l’opzione europeista

Pubblichiamo il comunicato stampa che l’Ansa ha diramato ieri pomeriggio, con cui la Rete bianca invita a votare le liste autenticamente europeiste.

Votare per le liste europeiste che “contrastano l’azione demolitrice a carattere anti europeo dell’attuale maggioranza di governo”. E’ l’appello di Rete Bianca, la rete a cui fanno riferimento alcune associazioni che si ispirano al popolarismo e al cattolicesimo democratico.

“Il voto di domenica 26 maggio – si legge nell’appello – costituisce una tappa fondamentale sulla strada del rafforzamento dell’europeismo. Sono forti, infatti, le preoccupazioni che generano il possibile deragliamento in chiave populista e sovranista. Oggi, nonostante le insufficienze e le difficoltà del modello post-Maastricht, la frontiera del ‘sogno europeo’ si attesta sull’asse del ritorno ai principi, ai valori e alle scelte dei Padri fondatori”.

“A noi piace difendere e rilanciare – prosegue Rete Bianca – l’idea dell’Europa di De Gasperi e Spinelli, ovvero dell’integrazione e della solidarietà come architrave del progresso dei popoli e delle nazioni del nostro Continente.

Per questo ‘Rete Bianca’, punto di incontro e dialogo tra cattolici democratici, auspica l’aperto sostegno elettorale ai partiti e alle liste che muovono dal presupposto di dover
contrastare l’azione demolitrice a carattere anti europeo dell’attuale maggioranza di governo”.

“L’assenza in questa competizione elettorale di una forza politica di centro, capace di aggiornare e rilanciare il patrimonio ideale del popolarismo – si legge ancora nell’appello –  non autorizza la fuga dalle responsabilitá,  quindi non permette di coltivare l’opzione astensionista. Il voto questa volta è un dovere per ridare all’Europa slancio e vigore, nonche’ all’Italia il ruolo che le spetta nel panorama politico dell’Unione. Con questo impegno concreto, riaffermiamo il nostro sostegno per l’Europa con il respiro ideale del popolarismo, convinti come siamo che la battaglia del 26 maggio incentiva la ricostruzione di un centro democratico e progressista – De Gasperi lo definiva il ‘centro che guarda a sinistra’ – necessario a garantire un autentico rinnovamento morale, civile ed economico del’Italia”.

L’appello  è ifrmato da Giorgio Merlo e Beppe Sangiorgi, portavoce di Rete Bianca, Lucio D’Ubaldo, Direttore de “Il Domani d’Italia”, Giuseppe De Mita, Coordinatore Italia Popolare e Dante Monda, Coordinatore Circoli Liberi e Forti.

Enzo Carra: Marino e la sindrome di Montecristo

Qualche giorno fa la Corte di Cassazione ha chiuso con un’assoluzione il “caso Marino”. Cacciato con ignominia dal Campidoglio, nell’ottobre del 2015, per la coraggiosa iniziativa dei consiglieri democratici, nell’occasione guidati dall’intrepido presidente del partito, nonché commissario del Pd romano, Orfini, il chirurgo è ritornato a Philadelphia, lasciando l’insicura aula Giulio Cesare per la più accogliente camera operatoria della Thomas Jefferson University.

Il palpitante caso giudiziario derivava da alcuni “scontrini” riferiti a cene pagate da Marino con la carta di credito comunale.  Va a sapere se quei simposi fossero istituzionali o privati. Vallo a sapere perché i pm volevano semplicemente che glielo dicesse lui, Marino, che roba fosse quella. Loro invece, in tanto tempo, non sono riusciti a convincere la Cassazione, supremo giudice che lui, l’ex sindaco, avesse cenato a sbafo. Ciò di cui erano convinti quei consiglieri a Cinque Stelle che si fecero fotografare con le immancabili arance da portare dietro le sbarre allo stesso Marino. Avrebbero fatto bene a tenersene un po’ di queste arance per portarle a Regina Coeli a quello che fino a qualche settimana fa presiedeva il Consiglio Comunale eletto dopo la cacciata di Marino.

Le arance e la gogna mediatica non sono bastate a far condannare Marino. Peccato per Orfini e tutti quelli che per conformismo hanno taciuto vigliaccamente in questi anni. Si difende ora l’ex presidente democratico e dice che non si pente perché, anche senza condanna, resta il “giudizio politico”, ovviamente negativo, sul suo ex compagno di partito.  Marino è stato un cattivo sindaco? Il dibattito è aperto, alla luce delle esperienze successive vissute dai romani. Certo, non è che la candidatura di Marino sia stata decisa da un ente diabolico, alle spalle del Pd romano. Casomai sarebbe bastato scegliere un altro, uno che, decifrando le smorfie dei dirigenti di quel partito, si fosse dimostrato più influenzabile del chirurgo di Philadelphia, Pennsylvania.

La Cassazione, assolvendo le cinquantadue cene di Ignazio Marino, e ustionando il cuore legalitario dei Cinque Stelle romani, degli amici di Orfini e dei Fratelli d’Italia, ha reso un grande servizio alla giustizia. Questa, nella motivazione della sentenza che manda assolto Marino, scrive testualmente che la Corte d’Appello, condannandolo, aveva violato “il principio generale secondo cui l’onere di provare l’esistenza degli elementi costituivi del fatto di reato incombe sulla pubblica accusa”. Come per magia, si sente risuonare nel Palazzo della Giustizia il brocardo secondo cui siamo tutti innocenti fino a prova contraria e condanna in pari tempo  il davighese secondo cui siamo invece tutti colpevoli, fino a prova contraria.

Pochi giorni dopo la sentenza, lunedì scorso, mascherato da Conte di Montecristo, il chirurgo Marino posta su Facebook un messaggio agli italiani. In esso rende noto che “le cene di rappresentanza oggetto di tanta attenzione da parte del Partito Democratico, dei partiti di Centro-Destra e del Movimento 5 Stelle sono state giudicate dall’Alta Corte attività ordinaria di promozione dell’immagine e del prestigio della Capitale.” Il caso dunque è chiuso. Poi, l’ex destinatario delle arance grilline conclude graffiando: “ciò che rimane aperto sono le motivazioni che hanno portato tutti consiglieri del Partito democratico e parte dei Consiglieri del Centro-destra a recarsi da un notaio per interrompere il cambiamento che si stava realizzando. Queste sono le uniche motivazioni che ancora oggi non sono state depositate.”

Chissà se parleremo di una “sindrome di Montecristo”. Di sicuro, il messaggio dell’ex condannato è stato “visualizzato” da oltre 530.000 utenti Fb, e ha riscosso 20.000 like con 2.000 commenti. Infinitamente di più di altre Star della scena Social. Una reazione popolare come questa significa che ci sono tanti italiani che odiano le persecuzioni. Ricordiamocelo.

 

Liliana Ocmin: L’attenzione della Cisl alle politiche di genere tra contrattazione ed azione culturale

Fonte “Conquiste del lavoro”

Il lavoro, la dignità nel lavoro ed il contrasto allo pseudo-lavoro restano per la Cisl questioni prioritarie per il riscatto di quanti vivono sulla propria pelle situazioni di sfruttamento e forme di schiavitù che ancora oggi si frappongono come ostacoli al naturale progresso civile della società e rischiano di riportarci indietro nel tempo. Un grande sindacato riformista come la Cisl – sono le parole della nostra Segretaria generale Annamaria Furlan in occasione del 69° anniversario dell’Organizzazione – che “continua a segnare con i suoi valori e le sue scelte libere ed autonome dalla politica le trasformazioni del nostro Paese”, non può distogliere lo sguardo e l’attenzione da queste realtà, da queste “periferie sociali”, dove povertà, emarginazione, discriminazione e disagio segnano profondamente la vita di tante persone, di lavoratrici e lavoratori, cittadini e cittadine, italiane e italiani, straniere e stranieri.

Il tema delle periferie sociali è uno degli assi portanti del Documento di discussione, presentato durante i lavori dell’ultimo Consiglio generale, per la prossima Conferenza nazionale organizzativa della Cisl che si terrà a Roma dal 9 all’11 luglio. Occorre rilanciare, dunque, il ruolo di prossimità della Cisl per essere sempre più presenti “in quelle periferie esistenziali – ha precisato Annamaria Furlan – che Papa Francesco ha indicato come le nuove frontiere della fraternità, dove il disagio è forte e la dignità delle persone è ogni giorno messa in discussione. Questo significa impegno contrattuale, formativo ed un investimento straordinario per aprire nuove sedi dove la povertà sfocia in disperazione”. Occuparsi delle “periferie” vuol dire aiutare chi è rimasto fuori o ai margini del mercato del lavoro. I giovani, ad esempio, in particolare coloro che rappresentano quella fascia di ragazzi e ragazze che non studiano, non lavorano e neanche lo cercano. Anche i migranti e le migranti, non solo in termini di inserimento lavorativo ma anche di integrazione e inclusione sociale. Nell’alveo delle periferie non mancano, purtroppo, le politiche di genere con le donne relegate spesso nelle aree del disagio, dello sfruttamento, della violenza e della discriminazione socio-lavorativa.

Come Coordinamento nazionale donne, facciamo nostro l’impegno della Cisl per rafforzare in questo senso l’azione concreta quotidiana a tutti i livelli, a partire da quello territoriale e locale, sviluppando alleanze con le diverse associazioni a noi più vicine culturalmente, così come stiamo continuando a fare in lungo e in largo per lo stivale con la Campagna contro la tratta e la prostituzione, in collaborazione con l’Associazione Papa Giovanni XXIII, con la Campagna informativa permanente contro le mutilazioni genitali femminili e con il gruppo di lavoro ad hoc, costituito in seno al Coordinamento, per prevenire e contrastare la violenza e le molestie nei luoghi di lavoro. La contrattazione, già orientata in questa direzione, può fare ancora di più, specie se sostenuta anche da processi formativi dedicati e finalizzati oltre che alla partecipazione femminile, come le “quote”, alla diffusione della cultura di genere, cominciando con la disseminazione di un linguaggio più attento e rispettoso dello stesso, a superamento del solito neutro-maschile.

Noi donne ne siamo sempre più convinte, le quote, anche se strumento non ideale, hanno avuto ed hanno il merito di “rompere” il muro dell’immobilismo sociale e professionale delle donne, ma manca ancora quel salto di qualità culturale, sia al nostro interno che all’esterno, in grado di guardare alla parità e alle pari opportunità non più come ad un obiettivo ma come ad un traguardo. Il linguaggio è un veicolo formidabile per modificare pensiero e comportamenti, perciò anche noi come sindacato dobbiamo dare il nostro contributo per superare tutte quelle “cattive abitudini” che di fatto alimentano stereotipi e discriminazioni rendendo “invisibili” le donne. A proposito di invisibilità femminile, se ne discuterà anche all’evento nazionale, organizzato dal gruppo di lavoro dell’ASVIS sulla parità di genere (Goal 5 Agenda ONU 2030), di cui fa parte la Cisl, che si terrà il prossimo 29 maggio a Roma.

Economia: Istat, nel 2019 il Pil previsto in crescita dello 0,3%

Nel 2019 il prodotto interno lordo (Pil) è previsto crescere dello 0,3% in termini reali, in deciso rallentamento rispetto all’anno precedente.

Nell’anno corrente, la domanda interna al netto delle scorte fornirebbe l’unico contributo positivo alla crescita del Pil (0,3 punti percentuali), mentre l’apporto della domanda estera netta e quello della variazione delle scorte risulterebbero nulli.

Nel 2019, la spesa delle famiglie e delle ISP in termini reali è stimata crescere dello 0,5%, in lieve rallentamento rispetto all’anno precedente.

Nell’anno in corso, il processo di ricostituzione dello stock di capitale rallenterebbe in misura significativa. La riduzione coinvolgerebbe sia gli investimenti in macchinari e attrezzature sia quelli in costruzioni. Nel complesso, gli investimenti fissi lordi sono previsti crescere dello 0,3%.

La decelerazione dei ritmi produttivi inciderebbe anche sul mercato del lavoro. Nel 2019 si prevede che l’occupazione rimanga sui livelli dell’anno precedente (+0,1%) mentre si registrerebbe un lieve aumento del tasso di disoccupazione (10,8%). Le retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente sono attese evolvere in linea con il deflatore della spesa delle famiglie residenti (+0,9%).

L’attuale scenario di previsione è caratterizzato da alcuni rischi al ribasso rappresentati da una ulteriore moderazione del commercio internazionale e da un possibile peggioramento delle condizioni creditizie legato all’aumento dell’incertezza e all’evoluzione negativa degli scenari politici ed economici internazionali.