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Economia: Istat, nel 2019 il Pil previsto in crescita dello 0,3%

Nel 2019 il prodotto interno lordo (Pil) è previsto crescere dello 0,3% in termini reali, in deciso rallentamento rispetto all’anno precedente.

Nell’anno corrente, la domanda interna al netto delle scorte fornirebbe l’unico contributo positivo alla crescita del Pil (0,3 punti percentuali), mentre l’apporto della domanda estera netta e quello della variazione delle scorte risulterebbero nulli.

Nel 2019, la spesa delle famiglie e delle ISP in termini reali è stimata crescere dello 0,5%, in lieve rallentamento rispetto all’anno precedente.

Nell’anno in corso, il processo di ricostituzione dello stock di capitale rallenterebbe in misura significativa. La riduzione coinvolgerebbe sia gli investimenti in macchinari e attrezzature sia quelli in costruzioni. Nel complesso, gli investimenti fissi lordi sono previsti crescere dello 0,3%.

La decelerazione dei ritmi produttivi inciderebbe anche sul mercato del lavoro. Nel 2019 si prevede che l’occupazione rimanga sui livelli dell’anno precedente (+0,1%) mentre si registrerebbe un lieve aumento del tasso di disoccupazione (10,8%). Le retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente sono attese evolvere in linea con il deflatore della spesa delle famiglie residenti (+0,9%).

L’attuale scenario di previsione è caratterizzato da alcuni rischi al ribasso rappresentati da una ulteriore moderazione del commercio internazionale e da un possibile peggioramento delle condizioni creditizie legato all’aumento dell’incertezza e all’evoluzione negativa degli scenari politici ed economici internazionali.

Sondaggi, Europee: il Ppe primo partito

Al Parlamento europeo che verrà eletto tra il 23 e il 26 maggio prossimo, il Partito popolare europeo (Ppe) dovrebbe confermarsi primo gruppo con 168 seggi, 49 in meno rispetto a quelli ottenuti alle europee del 2014.

È quanto si apprende da un sondaggio pubblicato dal quotidiano tedesco “Frankufrter Zeitung”. Al secondo posto, il Partito del socialismo europeo (Pse) con 146 eurodeputati, in calo di 41 seggi rispetto alla legislatura che sta per concludersi.

Segue l’Alleanza dei liberali e democratici europei (Alde), che guadagnerebbe 37 seggi salendo a 105 eurodeputati. L’Europa delle nazioni e della libertà (Enf) avrebbe 73 rappresentanti (+36 rispetto al 2014), mentre il Gruppo dei conservatori e riformisti europei (Ecrg) perderebbe 18 seggi scendendo a 57 eurodeputati.

I Verdi europei otterrebbero 55 seggi, soltanto 3 in più rispetto al 2014. La Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (Gue/Ngl) perderebbe un seggio attestandosi a 51 rappresentanti, mentre l’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd) avrebbe 49 eurodeputati, otto in più rispetto a quelli eletti nel 2014.

Altri partiti avrebbero 40 seggi.

Niki Lauda, un grande europeo

Era forte, Niki Lauda, e si fa fatica adesso a parlarne al passato. E’ una figura familiare presente da tanto tempo, che pare quasi infinito. Sconfitto dalle complicanze di una polmonite, a 70 anni. Figlio di noti banchieri viennesi, un cognome fatto apposta per i titoli delle prime pagine dei giornali. Un “self made man” che si dedica alle corse nonostante la contrarietà della famiglia, da cui si separa bruscamente. Arriva al successo negli anni Settanta, quando la Formula 1 è “un club di ex garagisti inglesi” come da brillante definizione di Gianni Brera. Diventa campione del mondo nel momento del boom televisivo del Circus. E’ il primo pilota moderno, quasi rivoluzionario in temi come sindacato piloti (Grand Prix Drivers Association, che prima non esisteva), contratti, sponsor, sicurezza. Dopo l’incidente del 1976 al Nuerbuergring, da cui esce miracolosamente vivo (portandone però le cicatrici per il resto dei suoi giorni) chiede e ottiene l’istituzione della Safety Commission, realtà che opera ancora oggi per la sicurezza dei circuiti.

Era un formidabile cinico, un volto con la sua storia esposta, paura compresa, quella che lo fermò in Giappone, sempre nel 1976, consegnando il titolo mondiale a James Hunt, un amico, al contrario di quanto raccontato dal regista Ron Howard nel film “Rush”. Diceva che la sensibilità di guida si sviluppa con il sedere e non era una battuta, ma un’informazione tecnica. Faceva quasi tenerezza con il suo italiano (con forte accento tedesco) farcito di parolacce e sprovvisto di punteggiatura. Tanto lontano e riservato al volante, quanto lucido ed esauriente nel lungo post-carriera, in cui ha inaugurato due compagnie aeree (Lauda Air, Niki) e più di recente è stato presidente del reparto corse della Mercedes. Impossibile non notarlo mentre si aggirava nel paddock, con la giacca a vento e il cappellino rosso (sempre lo stesso). E’ cresciuto in un’epoca in cui gli addetti stampa non esistevano. Luca Cordero di Montezemolo? “Bravo ragazzo, but completely crazy”. Enzo Ferrari? “Dopo Mondiale 1977 noi no parlati per cinque anni. Poi visto lui a Imola e noi abbracciati”. Lewis Hamilton? “Grande pilota, ma io no potere vedere lui con orecchini” (testuale).

E’ stato, sinceramente, un grande europeo, in un’epoca in cui l’europeismo non era di moda. Ragionava concretamente in termini europei, già negli anni Settanta, ritenendo “inutili” i nazionalismi. In definitiva, ci sono campioni che lasciano dietro una scia di successi e altri che ti insegnano a pilotare l’esistenza, sbandate comprese. Niki Lauda ha dimostrato che nella vita si può e si deve andare avanti, imparando a convivere con le proprie cicatrici. Ha scritto la nostra storia, mentre era impegnato a scrivere la sua. Diceva di sè: “Non ho amici, ho solo dei quasi amici”. Tutti noi, ecco. Presi adesso da una tristezza da abbandono che proprio non va giù.

Parma, il 27 maggio parte la sperimentazione della guida autonoma

Si parla spesso di “rivoluzione della guida autonoma”, sebbene il processo di cambiamento sia graduale e non esente da difficoltà, dal punto di vista tecnico, amministrativo e culturale. Allo stato attuale possono circolare solo in alcuni Paesi previa autorizzazione, in piccole aeree urbane ben delimitate e semi chiuse al traffico, al netto di deroghe concesse caso per caso dalle autorità. Lo stato dell’arte è ancora molto lontano dall’affidabilità totale e l’assenza di una legislazione chiara ed uniforme che permetta di far diventare le auto a guida autonoma un mezzo di trasporto di massa, è al momento uno degli ostacoli principali alla diffusione in larga scala. In Italia comincia a muoversi qualcosa: dal prossimo 27 maggio prenderà via a Parma la prima sperimentazione di veicoli a guida autonoma su strade pubbliche, dopo l’autorizzazione rilasciata a inizio maggio dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Il programma verrà avviato nella città ducale, dove – ai sensi del D.M. n. 70 del 28 febbraio 2018, emanato dal Mit (“Decreto Smart Road”) – la società VisLab S.r.l., ha richiesto, al momento unica ad averlo fatto, di essere autorizzata alle prove.

I collaudi consisteranno nell’esecuzione di sperimentazioni del sistema di guida automatica al fine di testare le capacità di circolazione del veicolo nel traffico cittadino. In particolare verranno testati i sistemi di percezione visiva e mediante radar, il sistema di pianificazione del percorso e il comportamento del veicolo nelle intersezioni, negli incroci e nelle rotonde.

La sperimentazione verrà effettuata lungo le tratte stradali adiacenti a Via 9 Novembre 1989, Via Indro Montanelli, Via Caduti di Nassirya, e anche su Viale delle Esposizioni, Via delle Scienze, Parco Area delle Scienze. Il veicolo impiegato per le sperimentazioni è un Ambarella modello L.

Verso il Mondiale: Le azzurre al lavoro a Riscone di Brunico

Un clima rigido, quasi invernale, per la preparazione a Riscone di Brunico (BZ) della Nazionale Femminile, giunta alla terza fase del raduno di preparazione alla Coppa del Mondo FIFA che si disputerà in Francia dal 7 giugno al 7 luglio.

L’elenco delle convocate per la terza fase del raduno

Portieri: Francesca Durante (Fiorentina Women’s), Laura Giuliani (Juventus), Chiara Marchitelli (Florentia), Rosalia Pipitone (AS Roma);

Difensori: Elisa Bartoli (AS Roma), Lisa Boattin (Juventus), Laura Fusetti (Milan), Sara Gama (Juventus), Alia Guagni (Fiorentina Women’s), Elena Linari (Atletico Madrid), Linda Cimini Tucceri (Milan);

Centrocampiste: Greta Adami (Fiorentina Women’s), Lisa Alborghetti (Milan), Valentina Bergamaschi (Milan), Barbara Bonansea (Juventus), Valentina Cernoia (Juventus), Aurora Galli (Juventus), Manuela Giugliano (Milan), Alice Parisi (Fiorentina Women’s), Martina Rosucci (Juventus), Annamaria Serturini (AS Roma);

Attaccanti: Cristiana Girelli (Juventus), Valentina Giacinti (Milan), Ilaria Mauro (Fiorentina Women’s), Daniela Sabatino (Milan), Stefania Tarenzi (Chievo Verona).

Staff – Commissario tecnico: Milena Bertolini; Dirigente accompagnatore: Elide Martini; Segretario: Alessandra Savini Nicci; Assistenti allenatore: Attilio Sorbi e Federica D’Astolfo; Preparatori atletici: Stefano D’Ottavio e Francesco Perondi; Preparatore dei portieri: Cristiano Viotti; Match analyst: Marco Mannucci; Medici: Matteo Guzzini e Marco Scarcia; Fisioterapisti: Maurizio D’Angelo, Roberto Cardarelli e Daniele Frosoni; Nutrizionista: Natale Gentile.

Ciclicità e memoria

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Marcello Filotei

Con la franchezza che non gli ha mai fatto difetto Ezra Pound sentenziò che «ai poeti che non studiano musica manca qualcosa». Del resto dopo che alla fine del xix secolo i simbolisti francesi sperimentarono le proprietà musicali del linguaggio, ispirandosi principalmente alle opere di Edgar Allan Poe, nessun poeta moderno ha potuto più ignorare la stretta affinità che esiste tra queste due arti. Ma se i simbolisti hanno mirato spesso a realizzare un flusso “sonoro” accattivante anche a scapito del significato, è noto che Thomas S. Eliot, che pure deve molto a quell’esperienza, la pensava diversamente.

Nella sua citatatissima opera monografica sull’argomento, The Music of Poetry, del 1942, l’autore dei Quattro Quartetti ha ampiamente chiarito la sua posizione: «La musica della poesia non è qualcosa che esiste al di fuori del significato. Altrimenti potremmo avere poesia di grande bellezza musicale senza alcun senso, e non ho mai incontrato una tale poesia». Al tempo stesso quello che Eliot chiamava «elemento incantatorio» (in particolare in riferimento alle opere di Poe) riesce ad accrescere la possibilità di comprendere lo stile stesso del poema, mentre l’argomento o la “storia” narrata è spesso di minore importanza in questo senso. Anche di questo ci parla ancora oggi uno dei Quattro Quartetti, il primo. «Tempo presente e tempo passato, sono forse presenti nel tempo futuro, il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.

Se tutto il tempo è eternamente presente, tutto il tempo non è riscattabile». I celebri versi d’apertura di Burnt Norton, qui nella traduzione di Elio Grasso, pongono l’accento sulla fondamentale questione della memoria. È noto che il componimento, del 1936, fu ispirato da una visita di due anni prima a un castello disabitato nel Gloucestershire e la riflessione prende avvio dalla quantità di testimonianze visibili in quel luogo. Una meditazione sulla ciclicità, sul principio e sulla fine. Il giardino delle rose di Burnt Norton spinge Eliot a guardare quei ruderi con il filtro mentale dell’alternasi delle stagioni, evocando la fecondità e l’aridità, ascoltando i suoni ospitati nel passato, annullando la distanza fra il giorno e la notte: tutto confluisce nella memoria.

Appare significativo che proprio in questo quartetto l’autore faccia diretto riferimento alla musica come arte del tempo. «Le parole si muovono, la musica si muove soltanto nel tempo; ma quanto soltanto vive può soltanto morire». Qui in pochi versi, come sanno fare i poeti, Eliot pare inquadrare la fondamentale essenza della musica, la sua caratteristica distintiva: il fatto di inverarsi esclusivamente nello scorrere del tempo, di non esistere nell’attimo singolo, ma di assumere la sua essenza mettendo in relazione ogni momento con quello precedente e con il suo successivo. Forse per questo il poeta individua «soltanto nella forma» e «nel modello» il mezzo attraverso cui «le parole o la musica possono giungere alla quiete», paragonando questo processo alla staticità attiva del vaso cinese che «si muove perennemente nella sua quiete».

E il verso seguente è forse ancora più chiarificatore quando specifica: «Non la quiete del violino, finché la nota resiste, non soltanto quella, ma la coesione, o diciamo che la fine precede il principio, e la fine col principio erano sempre lì prima il principio e dopo la fine». La «coesione», quindi, il rapporto, la relazione. È vero che i versi di Eliot hanno ispirato anche direttamente molte composizioni musicali. Emblematico il caso del musical Cats interamente poggiato su testi del poeta. «Gli attimi di felicità/ Li abbiamo sperimentati ma non ne abbiamo colto il senso/ E avvicinarsi al significato ne fa rivivere l’esperienza» canta Old Deuteronomy e Grizabella riprende il tema in Memory, basato su Rapsodia in una notte di vento, «ricordo il tempo in cui sapevo cosa fosse la felicità».

Meno seguita appare però l’esortazione a ricercare nuovi significati del modello, nel perenne movimento della quiete, non limitandosi alla «quiete del violino, finché la nota resiste». Forse questa può rappresentare una indicazione per gli artisti di oggi che non vogliono limitarsi a riproporre calchi del passato. L’invito a concentrarsi sulla «forma» è probabilmente uno degli elementi principali dell’attualità di Eliot.

Certosa di Bologna torna l’appuntamento estivo

Dal 23 maggio al 26 settembre 2019 torna l’appuntamento Certosa di Bologna con la rassegna di iniziative curate dall’Istituzione Bologna Musei  Museo civico del Risorgimento, in collaborazione con Bologna Servizi Cimiteriali e realtà associative della città, che da undici anni conduce cittadini e visitatori alla scoperta di uno dei luoghi più suggestivi di Bologna, rivelando ad ogni stagione aspetti e curiosità sempre nuovi sulla storia e sull’arte della città.

Sono oltre sessanta gli appuntamenti proposti – fra spettacoli itineranti, performance audiovisive e rappresentazioni teatrali – che utilizzeranno la Certosa come affascinante palcoscenico, oltre alle ormai consuete visite guidate alla scoperta dell’arte e della storia bolognese. Agli appuntamenti notturni si aggiungono visite guidate diurne e passeggiate al tramonto, laboratori e conferenze.

La novità più rilevante di questa edizione è rappresentata dagli appuntamenti promossi da tre importanti realtà associative cittadine che si occupano di disabilità: Accaparlante – CDH, Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza e Fondazione Gualandi A Favore Dei Sordi.

In concomitanza con l’inizio del programma estivo, dal 23 maggio, sarà inoltre online il sito in lingua inglese dedicato alla Certosa.

Le allergie, come evitare che i sintomi si aggravino

Le allergie sono una reazione del corpo ad alcune sostanze esterne che vengono inalate o entrano in contatto con occhi e mucose dando origine ad un’alterata risposta del sistema immunitario alle stesse. Quando gli allergeni all’origine del disturbo sono i pollini delle piante in fioritura, il disturbo è stagionale. Quando invece gli allergeni sono presenti nella vita quotidiana (acari da polvere, piume, pelo animale) il disturbo si cronicizza.

Il decalogo redatto da WAidid (World Association for Infectious Diseases and Immunological Disorders) è un buon metodo per diminuire i sintomi del periodo

  1. Durante i periodi di pollinazione è meglio evitare uscite nelle ore di maggiore concentrazione pollinica, preferendo le uscite in prima mattina o tarda serata.
  2. Tenere chiuse le finestre durante le ore centrali della giornata. 
Sicuramente è importante far cambiare l’aria all’interno dei vari ambineti, ma si consiglia di effettuare tale operazione durante la mattina presto.
  3. Evitare umidità e pioggia perché possono portare a un aggravamento 
dei sintomi nasali e bronchiali. Durante i temporali, i pollini vengono ridotto in frammenti ancor più piccoli rispetto al solito, e in questo modo riescono a penetrare con più facilità nelle vie aeree.
  4. Consultare settimanalmente i calendari pollinici. Questo permette di conoscere il periodo di fioritura delle piante responsabili delle manifestazioni allergiche, e quindi di scegliere con più accuratezza i momenti da trascorrere all’aperto.
  5. Evitare i viaggi in macchina o in treno con i finestrini aperti. Se si viaggia in macchina usare preferibilmente un 
impianto di aria condizionata munito di filtri di aerazione anti-polline/antiparticolato e cambiarli alla fine di ogni inverno.
  6. Lavarsi i capelli e fare la doccia ogni sera. In questo modo, i pollini che si sono depositati sui capelli e sul resto del collo, verranno rimossi e non si rischierà di inalarli durante la notte.
  7. Si consiglia di indossare sempre mascherina e occhiali da sole in occasione di uscite all’aperto.
  8. Evitare l’utilizzo di tappeti in casa e lavare quanto più freqeuntemente possibile i tendaggi dal momento che sono il luogo in cui più facilmente si depositano le particelle allergizzanti.
  9. Evitare le gite in campagna, soprattutto se è presente vento, e non passeggiare nei prati dove sia stata recentemente 
tagliata l’erba. Per evitare che i sintomi si aggravino è possibile utilizzare una mascherina protettiva.
  10. Evitare l’assunzione di farmaci in assenza di un consulto col proprio medico curante.

La società italiana ha bisogno di una Chiesa vitale. Intervista a Giuseppe De Rita.

L‘intervista di Andrea Monda a De Rita appare sul numero oggi in edicola dell‘Osservatore Romano.

Nello stesso momento in cui il Papa rivolgendosi ai vescovi italiani li ha spronati nella direzione della sinodalità, il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, che di Italia se ne intende, si lasciava andare ad una riflessione preoccupata sulla stanchezza della chiesa e quindi della società italiana, augurandosi uno scatto, un sussulto da parte della istituzione ecclesiastica, che potrebbe passare anche attraverso l’indizione di un sinodo. «Un sinodo potrebbe servire perché vorrebbe dire che la chiesa si interroga e cerca di fare un passo in avanti. Ci vuole però uno scarto, una mossa ben pensata. Perché un sinodo oggi non può avere il suo punto di partenza in documenti teologici, in testi dall’alto profilo culturale già esistenti; non si può quindi fare un sinodo intellettuale, e lo dice un intellettuale. Non puoi fare nemmeno un sinodo di apertura al mondo, perché il mondo è più povero di te, a chi ti apri, a Trump? Salvini? Macron? Paolo VI poteva aprirsi ai francesi, Wojtyła aveva un occhio preciso verso gli anticomunisti come Blair… ma oggi con chi dialoghi? No quindi alle élite cattoliche intellettuali e no anche all’apertura al mondo; resta una strada che passa attraverso una forte spinta di autocoscienza del corpo sociale. La chiesa si deve chiedere “verso dove sto andando, verso l’accidia, verso l’abbattimento intellettuale, morale senza speranza?”. Ci vuole quindi un cammino di autocoscienza con dei meccanismi di provocazione, penso a una batteria di non più di dieci domande tese a provocare la coscienza del gruppo (parrocchiale, diocesano, dei religiosi…) che si riunisce e che dice: stiamo parlando della nostra società così come la vediamo noi e alla quale vogliamo partecipare cercando di capire. Questo processo deve arrivare a un ultimo momento di incontro, di pensamento che porta alla stesura di un manifesto che non è un documento di sintesi finale ma appunto un manifesto, proteso in avanti.

Più volte il Papa ha precisato che un Sinodo non deve soltanto produrre documenti ma avviare e accompagnare processi.

Esatto. Il Concilio Vaticano II è partito quando è stato messo da parte il documento preparatorio. Ottaviani e Felici avevano predisposto un testo preparatorio, quando gli altri hanno detto “Questo testo noi non lo discutiamo” è lì che è partito il Concilio. Altrimenti avrebbero discusso su quel testo e basta. Il punto cruciale è trovare il modo in cui la cultura si muove con la base, in cui camminano insieme l’alto e il basso, la testa e l’assemblea. L’assemblea ratifica, analizza ma non può fare tutto da sola, bisogna lavorare tutti insieme, il sinodo deve essere un cammino della comunità, non una mera riflessione.

Bergoglio diventa Francesco sei anni fa e in questo periodo il mondo è cambiato. Ora non c’è Obama ma c’è Trump, e nel frattempo è intervenuta la Brexit, sono emersi i sovranismi e nazionalismi: qual è oggi la sfida più grande per Papa Francesco?

Il problema che è emerso in questi anni è quello dell’identità. Non ho alcuna simpatia per tutti questi sovranisti sparsi per il mondo però capisco che loro gestiscono un problema identitario che i vari Obama degli ultimi decenni hanno trascurato in nome della globalizzazione, per questo arrivano Orban e gli altri a dire: “Prima gli ungheresi” (o gli americani, gli italiani…). La Chiesa dovrebbe affrontare seriamente il problema identitario riconoscendone l’importanza senza entrare in polemica con il sovranista di turno. L’identità è una grande questione e si muove su cerchi concentrici: c’è l’identità personale, familiare, locale, etnica, sociale, politica. Bisogna prendere sul serio questo problema partendo dal fatto che la realtà dell’uomo è molto complessa in quanto l’uomo, inteso come persona, è una rete di relazioni (familiari, sociali, politiche…) e qui entrano in gioco le realtà intermedie. È vero che oggi i corpi intermedi sembrano evaporati, per cui il sindacato non c’è più, il partito non c’è più, l’ideologia non c’è più. Però l’identità intermedia c’è, ci deve essere, sarà l’identità del borgo etrusco o della Padania, però è necessaria e su questa bisogna lavorare. Bisogna tener presente che l’identità viene dall’impasto tra interessi e realtà sociali. La classe operaia nacque dall’impasto degli interessi (orario, salario…) e di una mobilitazione sociale magari contro i cannoni di Bava Beccaris. La stessa identità italiana non è nata sui libri dei padri fondatori come Leopardi, Manzoni, Gioberti, ma è nata grazie a Garibaldi e a meccanismi di mobilitazione sociale e di interessi puntuali (“Vogliamo il Mezzogiorno”, “Vogliamo un pezzo di Austria”…). Oggi per fare identità bisogna stare dietro agli interessi e chi segue gli interessi intermedi sono le piattaforme (di servizi, di comunicazione…). Il vero ente intermedio oggi non è un ente ma è la piattaforma in cui si trova il contadino con lo chef stellato di Shanghai, che si ritrovano insieme in una piattaforma che noi chiamiamo “filiera enogastronomica”. Senza inseguire i corpi intermedi, bisogna invece andare a vedere dove sono gli interessi e chi ci sta agendo sopra. Se non si fa questo si finisce per fare molta retorica. Io che sono stato un cantore dei corpi intermedi oggi non ne parlo, li ho difesi anche contro Renzi, fautore della disintermediazione, che è stata una reazione non pensata. Vista la crisi del partito, del sindacato, della comunità montana, della provincia, si è detto “azzeriamoli”, creando un danno peggiore. Togliere tutto ciò che si trova in mezzo tra il leader politico e il cittadino è stata un’assurdità realizzata con l’illusione di poter parlare direttamente al popolo. In assenza di realtà intermedie questa è l’anticamera del populismo.

L’esempio delle Province è emblematico: nessuno aveva mai posto il problema delle province anche perché era la realtà più identitaria di tutte, per cui uno in Italia si sente molto più viterbese che laziale, cosentino che calabrese. A un certo punto scatta il no alle province: “costano troppo”, “troppe poltrone”… un giornalismo d’inchiesta monta quest’onda contro le province. All’epoca io scrissi due articoli per difendere le province ma non ci fu nessun altro con me su questa battaglia. Il corpo politico si lasciò convincere e le province furono abolite, salvo poi qualche anno dopo ripensare l’opportunità di ripristinarle, perché le province contengono entrambe le cose: l’identità e gli interessi e si tratta di identità tradizionali che sfidano il passare del tempo. Possiamo andare indietro di secoli e pensare al conflitto tra i comuni italiani, tra Perugia e Todi ad esempio, come aveva colto Riccardo Misasi nel suo saggio “Storia di un libero comune”.

Oggi il problema identitario si mescola con il fenomeno della paura sociale. Su queste pagine la scrittrice americana Marilynne Robinson ha parlato di “marketing del rancore”.

Il rancore è il figlio, anzi il lutto, di ciò che non è stato. Non c’è nessuno di più rancoroso di un coniuge che si è separato dall’altro: perché il matrimonio è fallito, è venuto a mancare, quella promessa è crollata. Il rancore oggi circola ordinariamente per tanti motivi: un matrimonio fallito, la perdita di un posto di lavoro, un concorso andato male… Questo rancore ordinario diventa un fatto sociale quando diventa collettivo, strutturale. In Italia l’ascensore sociale, che dal 1945 in poi ha fatto crescere praticamente tutti, a un certo punto si è fermato, per cui tutti siamo diventati ceto medio ma nessuno o pochissimi sono diventati classe borghese. La classe borghese è rimasta una piccola fascia elitaria (i figli del ’68, i figli dei professionisti…) ma il salto di qualità non c’è stato. Questo stop dell’ascensore genera un rancore indifferenziato difficile da affrontare. Si possono certo trovare dei capri espiatori: l’Europa, i governi precedenti, i migranti. Ma questo non è affrontare il problema alla radice. Ci vorrebbe invece una classe politica capace di spingere ancora verso quella mobilitazione sociale verticale che ha fatto grande l’Italia. E invece oggi i politici cercano di rassicurare il ceto medio (e facendo così generano ulteriori paure) coccolandolo con provvedimenti come il reddito di cittadinanza. Bisogna rimettere in moto l’ascensore sociale perché se resta fermo cresce la paura dell’impoverimento, della regressione, per cui si cerca solo il colpevole, si fa saltare il sistema europeo, si chiudono i porti.

La chiesa, la religione può giocare un ruolo in questa crisi?

Ho provato a indicare questa strada nel saggio “Il Consolato guelfo”, che era una risposta al saggio di Misasi e prendeva spunto da quello di Paolo Prodi: “Il romano pontefice”. Nell’epoca dei comuni guelfi esistevano due autorità, quella civile e quella religiosa, la prima garantiva la sicurezza, la seconda il senso della vita. Questo sistema è necessario ancora oggi, ci vogliono queste due dimensioni, altrimenti la società non cammina. La persona che garantisce sicurezza non può dare senso alla vita, se chiudi i porti non puoi indicare un futuro ricco di senso. In Russia Putin ha bisogno del patriarca. Dal punto di vista laico si può garantire sicurezza anche abbastanza facilmente, più difficile è garantire quel “di più”. In Iran, dove si uccidono migliaia di persone al mese per garantire sicurezza però c’è anche la Sharia, la legge coranica a offrire un orizzonte di senso. E anche in Cina c’è una riscoperta di Confucio. C’è bisogno di una sicurezza che io definirei materna e non poliziesca, per cui il pedale della sicurezza va mitigato da un senso più umano, appunto materno, per tenere le due cose insieme, sicurezza e senso. Secondo me non lo puoi fare con la stessa persona ma invece la logica italiana, e in parte europea, vuole la concentrazione dei poteri nell’unico leader. In Occidente noi abbiamo un testo che può essere di grande aiuto, la Bibbia, importante però che non sia preso come libro delle risposte. Alcuni amici mi definiscono “talmudico” per dire una cosa in cui credo, che cioè non c’è una verità chiara e distinta che cala dall’alto ma devi andare a cercartela, provando a capire a suon di tentativi. Devi fare come il talmudista che prende un argomento, una frase, ci gira e ci rigira intorno… così anch’io sono 60 anni che faccio questo mestiere di sociologo e di questo ho fatto un mio piccolo talmud. C’è bisogno secondo me di un sano empirismo, non ci servono documenti pontifici o della conferenza episcopale, no, davanti a me la realtà si presenta come un problema concreto e io devo andarlo a vedere, a conoscere, ci passo e ripasso sopra, lo guardo da destra, da sinistra… Ho la sensazione che spesso nella chiesa italiana questo concetto non riesca a passare. Papa Francesco invece è empirista. Penso ai suoi discorsi da vescovo, ad esempio ad Aparecida, pieni di intuizioni geniali, come quello della realtà che non è una sfera ma un poliedro. Questa idea che una realtà sghemba non la puoi inquadrare in una sfera o in una piramide ma la devi rispettare nel suo essere sghemba è semplice quanto formidabile. Bene, questa cosa qui un vescovo italiano fa molta fatica a comprenderla, il vescovo italiano ha bisogno del testo codificato al quale obbedire. Proprio per questo è necessario, direi urgente, un sinodo poliedrico, sghembo, direi talmudico, che abbia una segreteria che non sia di redattori di testi ma di organizzatori di incontri. Da qui può ripartire la vitalità della chiesa italiana di cui tutta la società ha bisogno.

Dal liberalismo di Rosmini al popolarismo di Sturzo

Fonte Servire l’Italia a firma di Rosario Terranova

Nella ricorrenza del 73 esimo anniversario della proclamazione della autonomia siciliana, il Movimento “Siciliani verso la Costituente” ha organizzato a Caltagirone un incontro per riflettere sul tema “L’Autonomia Speciale Siciliana ed il regionalismo differenziato del Nord”.

Il Movimento, libero e svincolato da appartenenze politiche, non ha nel suo programma di organizzarsi in partito o di sostenerne uno in particolare; vuole piuttosto favorire o, in assenza, costituire un tavolo attorno al quale far incontrare i vari corpi dirigenziali (della politica) nelle sue diverse espressioni ed articolazioni, metterli davanti alle loro rispettive responsabilità istituzionali e sollecitarli a svolgere i loro compiti, fornendo sostegno con analisi e proposte.

L’incontro è stato presieduto dall’on. avv. Antonio Carullo il quale, dopo la presentazione degli illustri relatori, ha sottolineato come il discorso sull’Autonomia speciale Siciliana debba avere come obiettivo principale la ricerca dei mezzi e delle modalità che consentano di perseguire il raggiungimento del benessere della Sicilia e dei siciliani nel contesto del benessere dell’Italia e dell’Europa tutta.

Oggi, accanto al rispetto delle prerogative, dei diritti e degli interessi sociali, economici e civili del popolo siciliano, lo Statuto siciliano deve tenere conto anche dello sviluppo e della trasformazione della società. A distanza di 73 anni dal suo riconoscimento, esso cioè va modificato per riadattarlo ai tanti bisogni emergenti ma tenendo conto, anche, dell’insorgere di nuovi egoismi regionali che subdolamente si profilano all’orizzonte. Se è vero che ciascuna regione ha il diritto di avere riconosciute le proprie prerogative, differenzianti e distintive, questo deve avvenire però nella considerazione che ogni diversità deve essere non divisiva ma arricchente per tutto il paese. Ogni richiesta di riconoscimento di singola identità regionale deve, cioè, avere carattere di accrescimento di opportunità senza ridurre o danneggiare le altre.

Questo in sintesi il senso dell’incontro interessante perché molto ricco di interventi e con relatori di grande qualità. Hanno portato il loro apprezzato contributo il sindaco di Caltagirone, città ospitante, on. avv. Gino Ioppolo, l’on. prof. Nicola Cristaldi, l’on. dott. Salvo Fleres, l’on. prof. Maurizio Ballistreri, l’on. Attilio De Doni, on. dott. Salvatore Grillo e il prof. Carmelo Rapisarda.

Particolarmente significativa la relazione introduttiva del costituzionalista prof. Andrea Piraino, il quale ha avviato le sue riflessioni rifacendosi a quanto scriveva don Sturzo nel giornale di Caltagirone “la Croce di Costantino” del 22 dicembre 1901. Lo statista, auspicando ed anticipando ciò che sarebbe avvenuto nel paese, così si esprimeva a proposito della importanza che lo Stato deve riconoscere alle singole istituzioni territoriali:

“… a proposito del riscatto del mezzogiorno, lasciate che nel meridione possiamo amministrarci da noi; da noi disegnare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare le iniziative ed i rimedi ai nostri mali, e le sproporzioni via via si abbatteranno seguendo una strada senza ingiustizie e senza rancori”.

L’autonomia, cioè, per don Sturzo non era “la ricerca e la celebrazione della autoreferenzialità delle singole istituzioni quanto la ricerca delle condizioni di base per la realizzazione di rapporti inter istituzionali collaborativi, cooperativi, federativi”.

Questa precisazione è stata sottolineata dal prof. Piraino per ricordare che la necessaria attualizzazione dello Statuto siciliano non dovrebbe essere operata secondo una logica meramente rivendicazionista ed autoreferenziale, fermo restando il diritto per la Sicilia ad avere riconosciute forme di compensazione adeguate in funzione dei torti storicamente subiti.

È indispensabile altresì un cambio di passo, nel senso che deve esserci una maggiore voglia di autogoverno e l’assunzione di responsabilità dei governanti e dei governati. Deve essere, cioè, il cittadino siciliano a voler trovare la strada da percorrere insieme ai suoi rappresentanti, in un momento in cui la Regione ha perso ormai i connotati che fino ad oggi l’hanno caratterizzata, dal momento che le Città metropolitane sono già realtà e le Macroregioni in divenire. Nuove istituzioni già si configurano andando oltre le tradizionali realtà territoriali richiedendo di superare vecchie e nuove separatezze, per trovare inedite opportunità e fruttuose convergenze con tutte quelle realtà con le quali c’è affinità e consonanza di interessi e storie. Vi sono macroregioni, già individuate dal Parlamento europeo che hanno dimensioni che addirittura superano per quantità la stessa popolazione italiana, con obiettivi e possibilità di crescita impensabili.

Di fronte a questi nuovi scenari sarebbe ridicolo pensare alle cose di casa nostra con la mentalità della rivendicazione o del riconoscimento di competenze che andavano bene 75 anni fa. Diventa necessario, invece, guardare la Regione con una visione più congrua con i contesti e i problemi del terzo millennio, tenendo conto delle continue migrazioni in corso che già oggi stanno producendo tali e tante trasformazioni culturali e aggregative che sarebbe folle pensare di riuscire a fermare o limitare.

Siamo chiamati, quindi, non soltanto a pensare a nuove linee di aggregazione e cooperazione, di ampio respiro e più fruttuose, ma anche a pretendere tutti quei servizi infrastrutturali che possano renderle attuabili e funzionali. In un mondo globalizzato, immaginare una Sicilia separata e priva di connessioni efficienti che la colleghino alle macroaree con cui può e deve interfacciarsi ed interagire, in assenza di infrastrutture significa stabilire la sua scomparsa.

Oggi la governabilità della Sicilia non è possibile senza una riforma dello Statuto che introduca nel suo corpo normativo la possibilità di avere competenze legislative ed amministrative adeguate al nuovo passo che le macroregioni necessitano. Ma importantissima diventa, anche, l’elevazione qualitativa degli amministratori siciliani e dell’intera struttura burocratica. È questa la condizione necessaria per poter attingere efficientemente alle fonti di finanziamento, esplorare ed utilizzare le ricchezze autoctone, nel nostro caso elevatissime, senza inseguire o copiare modelli di sviluppo economico e sociale estranei alle nostre caratteristiche ambientali e culturali.

Tantissimi altri interventi si sono succeduti, ciascuno aggiungendo argomenti a completamento della ossatura del discorso di fondo contenuti nella relazione del prof. Piraino.

Molto interessante quello del presidente della Regione siciliana on. Musumeci il quale ha sottolineato tra l’altro come sia assolutamente necessario il coinvolgimento del popolo siciliano e la sua responsabilizzazione per la crescita economica, culturale e sociale della Regione. Obiettivo non facile oggi a causa di una generale disarticolazione politica che rende il cammino da percorrere particolarmente arduo. Suo impegno e auspicio è quello di lasciare, a fine mandato, una Sicilia con una organizzazione complessiva migliore rispetto a quella trovata all’inizio della sua esperienza governativa.

Con molto interesse è stato accolto anche l’intervento conclusivo dell’incontro della dott. Antonella Marsala, la quale non ha nascosto tutti i pericoli e le difficoltà che si frappongono all’obiettivo di tirarsi fuori dalle secche in cui la Sicilia è immersa. Problemi antichi ma anche nuovi sbarrano la strada per la crescita della Sicilia e non servono piagnistei o lamentazioni ma analisi serie, capacità politiche e grandi professionalità per gestire le nuove realtà internazionali. Senza passione, impegno e creatività non si possono raggiungere realtà che hanno forti ritmi di crescita, elevate competenze scientifiche e tecnologiche ed efficienza organizzativa. Non è pensabile, pertanto, ricorrere alla politica del cosiddetto “copia e incolla”. Serve piuttosto una politica che sappia sviluppare le competenze e le capacità intellettive presenti nella nostra regione, aggregare tutto ciò che è complementare per evitare la perdita di ricchezza, prima fra tutte quella di risorse umane. L’aspetto demografico è stato ampiamente analizzato per le complesse ricadute che questo ha per il presente e per il prossimo futuro.

A Caltagirone, la ricorrenza del 73 esimo dello statuto non è stata l’occasione per fare discorsi nostalgici ma si è parlato soprattutto di prospettive. Tutto si è svolto all’insegna di analisi dure, finalizzate a guardare il presente ed il prossimo futuro con responsabilità e profonda serietà di giudizio. Il richiamo ad una impegnativa assunzione di compiti è stato il motivo ricorrente degli interventi, tutti svolti all’insegna della voglia di cambiamento e corredati da riferimenti e riflessioni approfondite e realistiche. Si è avvertito un nuovo vento per la Sicilia perché i numeri, duri e reali, non sono stati esorcizzati ma seriamente presi in considerazione ed affrontati, senza nascondersi la posizione di retroguardia esistente e accettando la sfida del presente e del futuro.

La riforma del diritto di famiglia

Fonte rivista “Il Mulino” a firma di Raffaella Sarti

“Storica riforma del diritto di famiglia: diventa assoluta la parità tra i coniugi”, titolava un articolo su “La Stampa” del 23 aprile 1975, commentando l’approvazione, il giorno prima, di quella che sarebbe divenuta la Legge 19 maggio 1975, n. 151. Dopo un iter di quasi nove anni, la riforma arrivava in porto. Senza dubbio, per molti versi la legge rappresentava una “rivoluzione in famiglia”, come recitava un altro articolo sullo stesso giornale. “Le famiglie italiane diventeranno più moderne e più libere”. “Ad essere ‘liberati’ saranno le donne e i figli, spiegava il giornalista: “l’‘oppressore’ del quale vengono limitati i diritti e i poteri, è il padre, finora capo famiglia assoluto”. La famiglia “non è più vista come piramide, che ha al vertice il marito, ‘capo’ e monarca assoluto”, gli faceva eco un articolo su “l’Unità”. In effetti, la legge cancellava quasi completamente il ruolo di capofamiglia, erede per tanti versi della figura plurimillenaria del paterfamilias del diritto romano.

La riforma modificava molti articoli del codice civile del 1942, e – a ventisette anni dalla sua entrata in vigore – faceva un deciso passo verso l’attuazione dell’art. 29 della Costituzione, secondo il quale “il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”. Fino ad allora le leggi, più che tale principio, avevano attuato quanto previsto nella parte finale dell’articolo che subordinava l’uguaglianza alla “garanzia dell’unità familiare”, prevedendo a tali fine limiti di legge. E i limiti, per decenni, erano stati molti e pesanti. Sino alla riforma, infatti, il marito-padre era “il capo della famiglia”: “la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno di fissare la sua residenza”, recitava l’art. 144 del codice civile.

Con la riforma, l’obbligo di coabitazione tra coniugi non veniva meno. Si stabiliva, tuttavia, che la residenza della famiglia e l’indirizzo della vita familiare fossero decisi insieme da moglie e marito. Non solo: i coniugi avrebbero potuto avere ciascuno un proprio domicilio nella “sede principale dei propri affari o interessi” (nuovo art. 45 del codice civile). Insomma, si passava da una legislazione che aveva mantenuto una forte preminenza del marito a leggi che garantivano maggior parità tra i coniugi. Non era, però, una parità assoluta. Certo la riforma stabiliva che “con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri” (nuovo art. 143). Ma permanevano delle asimmetrie. Ad esempio, ora la moglie poteva mantenere il suo cognome. Doveva però aggiungervi quello del marito (art. 143-bis) mentre per il marito non era previsto nulla di simile. Né era previsto che i figli nati in seno al matrimonio potessero avere il cognome della madre. Senza dubbio, comunque, la legge rendeva la moglie meno dipendente dal coniuge: ad esempio, la donna che sposava uno straniero ora non perdeva più la cittadinanza italiana (art. 143-ter).

La riforma metteva i coniugi su un piano di maggiore parità anche grazie alle disposizioni economiche. Il codice del 1942 aveva stabilito che il marito avesse il dovere di “proteggere la moglie, di tenerla presso di sé e di somministrarle tutto ciò che è necessario ai bisogni della vita in proporzione delle sue sostanze”. La moglie doveva contribuire al mantenimento del marito solo se questi non aveva “ha mezzi sufficienti” (art. 145). In base alla riforma, invece, entrambi i coniugi erano “tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia” (nuovo art. 143). Un’altra norma che appariva “rivoluzionaria” riguardava il regime patrimoniale. Fino ad allora era stata in vigore la separazione dei beni tra marito e moglie, mentre la nuova legge introduceva la comunione dei beni, a meno di diversa scelta da parte dei coniugi. Coerentemente, aboliva la dote che, seppur in disuso, per secoli aveva condizionato la vita delle ragazze e delle loro famiglie. Per quanto riguarda gli aspetti economici, la riforma riconosceva inoltre i diritti, fino ad allora disconosciuti, di moglie, figli e altri parenti che lavoravano stabilmente in famiglia o nell’impresa familiare: anzitutto il diritto al “mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia” e poi quello a partecipare “agli utili dell’impresa familiare”. Con una virata in senso democratico, prevedeva anche che le decisioni fossero “adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano all’impresa stessa”. E ridimensionava le gerarchie di genere: “il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo”, recitava l’art. 230-bis.

La tendenza a smussare le gerarchie di genere e generazionali riguardava anche il rapporto tra genitori e figli. La potestà esercitata dal padre veniva sostituita da una potestà “esercitata di comune accordo da entrambi i genitori” (nuovo art. 316). E i genitori non avevano più solo l’obbligo “di mantenere, istruire ed educare la prole”, ma dovevano farlo anche “tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli” (nuovo art. 147). D’altra parte, se permaneva l’obbligo, per la prole, di rispettare padre e madre, veniva meno quello di onorarli. Era poi previsto che i figli contribuissero “in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia” finché avessero convissuto con essa.

“Finiscono le crudeli discriminazioni tra bambini”, sosteneva uno degli articoli apparsi il 23 aprile 1975 su “l’Unità”. Un aspetto importante della legge riguardava, in effetti, le differenze tra figli legittimi e illegittimi, di cui ora si parlava solo come di figli “naturali”. L’art. 30 della Costituzione aveva stabilito che la legge dovesse assicurare “ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale”, ma aveva circoscritto la portata del principio alla tutela “compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”, prevedendo anche limiti per la ricerca della paternità. Di fatto, profonde differenze avevano continuato a caratterizzare la condizione dei figli nati dentro e fuori del matrimonio. La riforma le avrebbe ridotte, non cancellate. Sino ad allora un genitore sposato non poteva riconoscere i figli nati da un rapporto adulterino; ora il riconoscimento era possibile (nuovo art. 252). Prima della riforma, i nati fuori del matrimonio che non potevano essere riconosciuti non avevano il diritto di sapere di chi fossero figli. A parte i casi di incesto, la nuova legge permetteva la ricerca della paternità e della maternità (nuovi artt. 269, 270, 278). Infine, la riforma cancellava molte delle discriminazioni, quanto a diritti successori, dei figli naturali, pur senza equipararli completamente ai figli legittimi.

Il nuovo diritto di famiglia, che interveniva su molti altri aspetti della vita familiare, recepiva l’orientamento favorevole alla democratizzazione dei rapporti di genere e generazionali di una parte crescente della società italiana. Per molti versi rappresentava davvero una discontinuità. Nelle pieghe della legge, tuttavia, si annidavano elementi di continuità. In base al nuovo art. 316, ad esempio, “se sussiste un incombente pericolo di un grave pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili”. Insomma, “l’ultima parola spetta sempre al padre”, notava Danielle Turone sulla rivista femminista “Effe” già nel 1973, analizzando il progetto della legge in un articolo intitolato, significativamente, Dopo anni di gestazione nasce già vecchio il nuovo diritto di famiglia. Cacciato dalla porta, il capofamiglia rientrava, in alcune occasioni, dalla finestra.

Peraltro restava aperto il rapporto tra leggi e più vaste trasformazioni sociali e culturali. “Non basta togliere dal codice la parola ‘patria-potestà’ lasciando integro concetto, o concedere alla donna di mantenere il proprio cognome ‘aggiungendo quello del marito’, per credere di aver dato alle donne la parità”, continuava Danielle Turone. A suo avviso, la donna avrebbe potuto raggiungere la parità “solo quando, oltre ai rapporti inter-familiari, muterà tutta l’organizzazione sociale, quando le sue possibilità di studio, di lavoro saranno uguali a quelle degli uomini, quando il ‘costo’ di una maternità non verrà addebitato al solo nucleo familiare ma diverrà un costo ‘sociale’, quando alloggi, servizi sociali ed assistenziali organizzati, toglieranno la donna dal ghetto delle quattro mura domestiche”. “La nuova legge sulla famiglia dà alle donne nuovi diritti”, ammetteva. “Ma la parità è ancora lontana”. Era il 1973. Da allora le leggi hanno riconosciuto alle donne italiane numerosi altri diritti, importantissimi. Ma molti dei problemi che Turone elencava restano drammaticamente attuali e la parità resta, anch’essa, ancora lontana.

Confini

Fonte Associazione Popolari a firma di Giuseppe Ladetto

Oggi, la parola confine sembra essere diventata una parolaccia, un qualche cosa che mettono in campo le destre reazionarie e razziste per ragioni oscure e comunque sempre negative. “Vogliamo un mondo senza confini” è lo slogan che accomuna anarchici, libertari, liberal, esponenti del mondo finanziario, tecnocrati, molti cattolici ed altri ancora.

Ricordo che Limes è la denominazione di una stimata rivista di geopolitica. Ai tempi di Roma, il limes era quell’insieme di strade militari, di torri, di mura, di fossati, di palizzate che contrassegnava il perimetro dell’impero: era quindi un confine. Perché una tale denominazione per una rivista? Ci dicono gli esperti di geopolitica che al centro dell’interesse della disciplina c’è il territorio, che è appunto delimitato da un confine. Aggiungono che, nella più parte dei conflitti e dei contrasti fra gli Stati, c’è ancora oggi il territorio e i suoi confini, un territorio che per le grandi e medie potenze include anche aree, al di fuori del confine politico propriamente detto, dalle quali esse traggono risorse e sulle quali impongono i loro interessi e la loro influenza.

Questa attenzione al territorio e ai suoi confini, che attraversa la storia del mondo, è una componente della natura umana oppure un prodotto dell’avidità di potere o di ricchezza caratteristico di determinate culture?

Il territorio è al centro della vita non solo degli esseri umani, ma della più parte degli animali. In esso, questi si garantiscono gli alimenti, i luoghi sicuri da pericoli vari, lo spazio in cui trovare i partner sessuali e riprodursi. I suoi confini vengono marcati periodicamente imprimendo odori su alberi e rocce, o emettendo segnali vocali, per segnalare agli altri conspecifici che quello è il loro spazio vitale in cui non c’è posto per un numero di individui superiore a quello già presente.

Si dirà che ciò non riguarda gli esseri umani: essi non sono semplici animali; dispongono di razionalità e cultura in base alle quali sono in grado di sottrarsi ai condizionamenti di ordine genetico. Attenzione a pensare che gli esseri umani, possedendo razionalità e cultura, possano prescindere o ignorare la loro dimensione biologica: è come credere che di un edificio si possano demolire le fondamenta lasciandolo in piedi.

La ricerca etologica, l’antropologia evolutiva e le acquisizioni delle neuroscienze mostrano che la nostra specie è ancora guidata da complesse emozioni ereditarie e da canali di apprendimento prestabiliti. I condizionamenti genetici non sono un male oscuro, inutile retaggio di epoche lontane. Sono frutto di un processo selettivo teso alla nostra sopravvivenza che ha consentito la nostra evoluzione. In tema di territorio, la fondamentale differenza degli esseri umani rispetto agli animali è che, mentre questi ultimi difendono lo spazio loro indispensabile per sopravvivere, non quindi uno spazio superiore alle loro esigenze, gli umani tendono a conquistare territorio per sottomettere e sfruttare altri membri della propria specie. Domini e imperi sono una prerogativa dei soli uomini. Comunque possiamo ritenere che l’attenzione al territorio ci appartenga in quanto esseri umani, e che solo in parte l’evoluzione culturale consenta di ridimensionarla o reindirizzarla.

La nostra specie è costitutivamente sociale. È riuscita ad affermarsi grazie alla capacità di collaborare fra  membri di una comunità circoscritta, inizialmente legata da vincoli di sangue. Anche in seguito, con lo sviluppo della società, superata la dimensione familiare, la solidarietà e la reciprocità, sempre indispensabili, hanno richiesto e tutt’oggi richiedono il sentirsi parte di una comunità non solo territoriale, ma durevole nel tempo che leghi fra loro le generazioni.

Chi vorrebbe la scomparsa dei confini si dichiara “cittadino del mondo”. A proclamarsi tali (come ci hanno detto Zygmunt Bauman e Christopher Lasch) sono persone dinamiche, sicure di sé, disponibili ad andare ovunque intravedano l’opportunità di trovare lavori gratificanti e ben retribuiti o di far carriera. Esse non manifestano più alcun sentimento di appartenenza alla società in cui momentaneamente si trovano a vivere, perché questa non offre loro nulla che già non abbiano o che non possano ottenere autonomamente. Sentendosi cittadini del mondo, non ritengono di avere doveri verso alcuna comunità territoriale.

Tuttavia una società non può essere un semplice aggregato temporaneo e mobile di individui. “Una società dura nel tempo: è erede del passato e prepara l’avvenire”, recita il catechismo, ma oggi i confini si indeboliscono, sia nello spazio, sia nella dimensione temporale.

Infatti, la globalizzazione, nelle modalità in cui si sta realizzando, pone questioni che vanno oltre il discorso sui confini come comunemente intesi. Con i processi di globalizzazione, espressione della modernità ultima, i confini si dissolvono o comunque si indeboliscono, ma la perdita di confini chiari (come messo in luce da Anthony Giddens e da Zygmunt Bauman) riguarda sia lo spazio geografico, sia quello temporale, due ambiti che la modernità collega sempre più. Lo spazio fisico perde in un certo senso di importanza perché si sviluppano contatti e connessioni tra mondi geograficamente lontani, per le crescenti relazioni economiche, sociali e culturali. Quello temporale si appiattisce sulla contemporaneità poiché il presente (come ha scritto Agnes Heller) non collega più passato e futuro, ma è diventato uno spazio da vivere ed esplorare, senza mantenere memoria e avere attese, senza capacità di prevedere e di programmare e senza continuità fra le generazioni.

Si perde in tal modo ogni sentimento di appartenenza e si cade in un individualismo sempre più marcato. Di qui, vengono le culle vuote che in misura maggiore o minore caratterizzano i Paesi europei (non certo solo imputabili alla scarsità di asili-nido e all’inadeguatezza degli assegni familiari, come si sente diffusamente dire).

Torniamo ai confini spaziali propriamente detti. Si dice che oggi il mondo è diventato il “villaggio globale”, ma ci ricorda Zygmunt Bauman che in realtà non è così, perché questo mondo globalizzato non conosce né la solidarietà, né la tradizione del villaggio, non possiede un centro e manca di integrità. E aggiunge che la globalizzazione divide tanto quanto unisce, anzi divide proprio in quanto unisce. La dilatazione dei confini degli Stati, infatti, fa tornare il bisogno di nuovi confini, di piccole patrie. Localismi politici, etnicismi, fondamentalismi religiosi, ma anche i neo-tribalismi metropolitani rispondono a questo bisogno.

Konrad Lorenz scriveva, già negli anni Settanta, che nelle periferie urbane delle moderne metropoli (dove il vincolo comunitario è stato spezzato e l’uomo vive in solitudine, privato della sua dimensione sociale), l’istinto di aggregazione spinge giovani sradicati, privi di riferimenti culturali, a riunirsi in bande che assumono come criterio di appartenenza vuoti simboli e bandiere e si compattano nella lotta contro gli altri (tipico il caso degli ultras nel mondo calcistico, dei gruppuscoli neofascisti e di quelli sedicenti alternativi tipo Black block): nascono così la violenza gratuita, il teppismo, la diffusa propensione all’illegalità e alle attività criminali, fenomeni che caratterizzano sempre più le società industrializzate.

Nel frattempo, altri confini compaiono e si rafforzano diventando barriere: c’è il mondo di chi è povero e quello di chi è ricco, di coloro che decidono e quello di quanti subiscono, di chi ha accesso ai beni, all’informazione, alla conoscenza e chi no. Ci dice Bauman che l’idea di universalizzazione racchiudeva in sé la speranza di dare un ordine al mondo, ma non è stato così perché la globalizzazione si presenta come disordine e caos.

E la confusione va oltre la realtà fisica tangibile e penetra nella sfera delle idee, nelle parole, nei concetti che diventano sempre più sfumati oppure risultano dilatati e quindi non tali da definire quanto racchiudono: definire infatti vuol dire porre un confine, tracciare un perimetro che separa quanto vi sta all’interno da ciò che gli è esterno e quindi estraneo. Ad esempio, voler essere cittadini del mondo, non crea una cittadinanza universale, ma semplicemente rende vuoto e sterile lo stesso concetto di cittadinanza: in pratica significa che non ci sono più cittadini ma solo individui privi di appartenenza. Lo aveva capito già duecento anni fa Giacomo Leopardi allorché scriveva: “Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini, e quando cittadino Romano fu lo stesso che cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo”.

Oggi, anche i valori si fanno incerti, mutevoli per adattarsi alle mode, alle necessità contingenti, valori fra cui scegliere di volta in volta quelli più convenienti al momento, direi “alla carta” come capita nei ristoranti con le portate. A ben vedere anche il rifiuto dei limiti in ogni ambito, una caratteristica dell’uomo contemporaneo, è strettamente associato al venir meno dello stesso concetto di confine, un rifiuto pericoloso alla base dell’hybris che ci sta conducendo verso un possibile disastro planetario.

Questa rappresentazione ci mette sull’avviso. Se dalle contese per le frontiere sono derivate guerre devastanti, dobbiamo tuttavia evitare di attribuire ai confini solo aspetti negativi gettando così via il bambino con l’acqua sporca.

Carmelo Miceli: “Mai si era visto un Governo che fa fuori per decreto il magistrato che ha chiesto il processo per il vicepremier “

Il deputato del Partito democratico Carmelo Miceli, componente della commissione Giustizia della Camera e segretario dem di Palermo, in riferimento all’articolo 3 del Decreto che affiderebbe le indagini sui migranti esclusivamente alle procure di Palermo e Catania ha dichiarato:  “La norma ad personam contro il capo della procura di Agrigento, reo di aver indagato Salvini sul caso Diciotti e di non eseguire i diktat fuori legge del Governo in tema di migranti, sarebbe un atto di gravità inaudita, dagli evidenti profili incostituzionali, e richiamerebbe i tempi delle leggi ad personam di Berlusconi, stavolta col timbro M5s. Vigileremo sul Dl Sicurezza bis, se dovesse esserci una schifezza del genere ricorreremo in tutte le sedi”.

“Il Movimento 5 stelle si prepara davvero – a dare il via libera ad un provvedimento così senza precedenti? Si scontrano, per finta, su tutto, ma non su questo. Mai si era visto un Governo che fa fuori per decreto il magistrato che ha chiesto il processo per il vicepremier e ministro dell’Interno. La legalità cinque stelle si ferma, come al solito, alla poltrona”.

Rapporto UNICEF-OMS, ancora alta nel mondo la percentuale di bambini sottopeso alla nascita

Nel mondo 1 bambino su 7 (20,5 milioni di neonati, dato 2015) nascono ogni anno sottopeso, ossia con un peso inferiore a 2,5 kg.

A rivelarlo è il nuovo studio “Low Birthweight Estimates 2019”realizzato dai ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine, dell’UNICEF e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha preso in esame i dati relativi a 148 Stati e a 281 milioni di nascite, ed è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista medica internazionale The Lancet Global Health,

Quasi 3/4 di questi bambini nascono in Asia meridionale e in Africa Subsahariana, i continenti per i quali disponiamo anche dei dati statistici più limitati.
Il fenomeno rimane tuttavia presente anche nei Paesi ad alto reddito come quelli di Europa, Nord America e Oceania, nei quali non si è verificato praticamente alcun progresso nella riduzione dei tassi di nascita sottopeso dal 2000 a oggi.

Nel 2012, tutti i 195 Stati membri dell’OMS si erano impegnati a ridurre del 30% la percentuale di nascite sottopeso entro il 2025.
Secondo le stime del rapporto (le prime di questo genere) questa percentuale è diminuita solo lievemente, a livello globale, passando dal 17,5% del 2000 (22,9 milioni di nati vivi sotto i 2,5 kg) al 14,6%del 2015 (20,5 milioni).
Secondo il rapporto, con i tassi di progresso registrati negli ultimi 15 anni – ossia, una diminuzione del fenomeno pari a -1,2% annuo – non si raggiungerà il traguardo prefissato a livello globale, che avrebbe richiesto invece un tasso di riduzione annua del -2,7% tra il 2012 e il 2025.

Preoccupa inoltre il fatto che i progressi stiano decelerando: nel quinquennio 2010-2015 il tasso di riduzione annuo delle nascite sottopeso è stato dell’1%, rispetto all’1,4% del quinquennio precedente e all’1,33% del 2000-2004.

Oltre l’80% dei 2,5 milioni di neonati nel mondo che muoiono ogni anno sono anche sottopeso in quanto nati prematuri oppure poco sviluppati rispetto all’età gestazionale.
I bambini con basso peso alla nascita che sopravvivono hanno un rischio maggiore di soffrire di ritardi nella crescita e di avere problemi di salute, incluse disfunzioni croniche come diabete e malattie cardiovascolari.
Gli autori della ricerca sottolineano che in 47 Stati (fra cui 40 paesi a basso e medio reddito nei quali si verifica circa un quarto di tutte le nascite a livello globale) si hanno insufficienti dati a disposizione sul fenomeno.
Le regioni che compiono i progressi maggiori sono anche quelle con il numero più alto di neonati sottopeso: Asia meridionale e Africa Subsahariana fanno registrare un declino annuale nella percentuale di nascite sottopeso rispettivamente dell’1,4% e dell’1,1%.

Ciononostante, a causa dell’incremento demografico, il numero assoluto di neonati sottopeso è aumentato nell’Africa Subsahariana, passando da 4,4 milioni a 5 milioni l’anno. Per le medesime ragioni, a causa del suo peso demografico, l’Asia Meridionale conta tuttora circa metà delle nascite sottopeso globali, circa 9,8 milioni annue.

Secondo la ricerca, i tassi minori di nascite sottopeso (dato 2015) è quello della Svezia (2,4%), decisamente inferiore rispetto a Stati Uniti (8%), Gran Bretagna (7%), Australia (6,5%) e Nuova Zelanda (5,7%).

In Italia il dato è pari al 7%: nel 2015 sono nati sottopeso circa 34.500 dei 495.200 neonati dell’anno.

Sono proprio gli i paesi ad alto reddito a registrare i progressi più lenti, con un tasso di riduzione media dello 0,01% annuo, nonostante un’incidenza del fenomeno del 7%, non molto inferiore rispetto a quella dei Paesi in via di sviluppo.

In alcuni paesi industrializzati si registra persino una tendenza al peggioramento: le nascite sottopeso stanno infatti aumentando nella Repubblica Ceca (+2% annuo), Irlanda (+1,3%), Portogallo (+1,2%) e Spagna (+1,1%).

Il Regno Unito ha registrato dal 2000 a oggi una diminuzione annua dello 0,3%, mentre in Italia la diminuzione è stata di appena lo 0,1% in 15 anni (dal 7,1% del 2000 al 7% del 2015)-

Questi dati evidenziano la l’urgenza di maggiori investimenti e interventi per accelerare i progressi, attraverso la conoscenza del fenomeno e affrontandone i fattori chiave: l’età troppo avanzata della madre, le gravidanze multiple, le complicazioni ostetriche, le condizioni croniche durante la maternità (ad es. ipertensione), le infezioni (come la malaria), lo stato nutrizionale delle donne e l’esposizione a fattori ambientali quali l’inquinamento dell’ambiente domestico e uso di alcol, tabacco e droghe.

Nei paesi a basso reddito, la causa principale del basso peso alla nascita è lo scarso sviluppo dell’utero dovuto all’età troppo bassa della madre.

In Occidente, invece, il basso peso alla nascita è spesso associato alla prematurità del parto (prima della 37° settimana di gravidanza).

Assistente vocale: La Cina è il nuovo leader

Il mercato degli smart speaker ha un nuovo leader: la Cina. Come riferiscono gli analisti di Canalys, il Paese asiatico ha superato gli Stati Uniti grazie ai 10,6 milioni di altoparlanti con assistente vocale integrato consegnati nel primo trimestre del 2019

Stando a quanto affermano gli esperti, la Cina detiene il 51% di un mercato in costante crescita come quello degli smart speaker, che tra gennaio e marzo ha toccato quota 20,7 milioni di dispositivi consegnati in tutto il mondo, il 131% in più su base annua. Negli Stati Uniti sono stati spediti invece 5 milioni di unità, ovvero il 24% del mercato complessivo.

Per quanto riguarda le aziende produttrici, in testa, stabile, c’è ancora Amazon con i suoi altoparlanti Echo: nei primi tre mesi del 2019, il gruppo di Jeff Bezos ha spedito 4,6 milioni di unità, pari al 22,1% del mercato, in crescita rispetto ai 2,5 milioni dello scorso anno. Al secondo posto Google, con 3,5 milioni di dispositivi (nel 2018 erano 3,2). Sul gradino più basso del podio si è posizionata la cinese Baidu, con 3,3 milioni di altoparlanti, seguita da Alibaba e Xiaomi, entrambe a quota 3,2 milioni. Male, invece, HomePod di Apple, finito nella categoria ‘Altri’ del report di Canalys.

Tutti pazzi per il cicloturismo

La bici non è solo un mezzo per stare in buona salute, ma anche uno strumento di coesione  sociale che rivitalizza i territori, risveglia il commercio, rilancia la cultura dei luoghi e del paesaggio. Su questo slancio torna così la nuova edizione di Albergabici, la campagna di adesioni al portale della Federazione italiana ambiente e bicicletta (Fiab), che comprende oltre 650 strutture ricettive italiane tra alberghi, b&b,  agriturismi e ostelli, attrezzati per rispondere alle esigenze dei cicloturisti, e di coloro che vogliono farsi conoscere nel mondo degli appassionati della due ruote a pedali.

La nuova campagna adesioni Albergabici 2020 si rivolge a tutte le strutture ricettive bike-friendly, o a quelle che desiderano diventarlo grazie all’aiuto di Fiab, interessate ad entrare nel circuito peculiare, intercettando il target dei cicloturisti. Tre i requisiti minimi per poter essere ammessi nella rete: accettare pernottamenti anche di una sola notte (escluso agosto); disporre di un posto chiuso e sicuro per bici e attrezzi per la manutenzione di base; garantire ai propri ospiti una prima colazione sostanziosa con alimenti adatti ai ciclisti. Diversificate le formule di affiliazione al circuito, che garantirà la presenza della struttura sul portale dedicato fino al 31 ottobre 2020 e una pagina descrittiva corredata da una galleria fotografica. Il servizio offerto da Albergabici, inoltre, è integrato con il sito Bicitalia e consente di visualizzare la posizione di ogni struttura ricettiva presente, segnalando le migliori piste ciclabili nell’area di riferimento.

“Il cicloturismo è una realtà in costante crescita in tutto il vecchio continente – ha sottolineato Michele Mutterle, della segreteria nazionale Fiab e responsabile Albergabici – In Italia muove un indotto di 3,2 miliardi di euro e, in tutta Europa, di 44 miliardi, dato superiore a quello prodotto dal settore delle crociere che si ferma a 39,4 miliardi. Da considerare, inoltre, la ricaduta sul territorio: il cicloturista spende il 40% in più della media dei turisti di massa, cerca le soluzioni che lo portano vicino alle emozioni e non per forza le più economiche e spende capillarmente ovunque si trovi alimentando la piccola economia locale”.

A conferma di ciò i dati di uno studio Eurovelo, secondo il quale ogni chilometro di ciclabile, inserito in una valida rete cicloturistica, costa tra 30 e 300.000 euro e produce un indotto medio di 110.000 euro all’anno, che ricade in buona parte sulle strutture ricettive e di accoglienza.

Esame abilitazione Medicina. Prima sessione il 18 luglio

È stato pubblicato sul sito del MIUR il Decreto con cui vengono indette per l’anno 2019 la prima e la seconda sessione degli Esami di Stato di abilitazione all’esercizio della professione di medico-chirurgo.

La domanda di ammissione deve essere presentata per la prima sessione non oltre il 5 giugno 2019 e per la seconda sessione non oltre l’8 ottobre 2019, presso la segreteria dell’università presso cui i candidati intendono sostenere gli esami. I candidati possono presentare la domanda di ammissione in una sola delle sedi elencate. L’indicazione di più di una sede è causa di esclusione.

L’Esame consiste in un tirocinio pratico, della durata di tre mesi, e in una prova scritta. Il tirocinio per la prima sessione ha avuto inizio lo scorso 10 aprile, quello per la seconda sessione inizierà il 5 novembre 2019.

La prova scritta, a cui si accede previo superamento del tirocinio, si svolgerà il 18 luglio 2019 per la prima sessione e il 28 febbraio 2020 per la seconda sessione.

Vincent Lambert: la Corte d’appello di Parigi ordina la ripresa dei trattamenti

La Corte d’appello di Parigi ha ordinato la ripresa delle cure per Vincent Lambert.

I trattamenti che tenevano in vita Lambert erano stati interrotti solo stamattina, all’ospedale di Reims. La decisione che ripristina le cure è stata assunta dopo un ennesimo ricorso dei famigliari, contrari alla stessa sospensione.

Nel pomeriggio, la Corte europea dei diritti umani aveva invece respinto il ricorso dei genitori, in assenza di “nuovi elementi”. Mentre il presidente, Emmanuel Macron, aveva detto che la decisione non spettava a lui.

Una decisione provvisoria della durata di sei mesi, che però consente comunque al comitato delle Nazioni Unite di studiare il caso.

Perché bisogna distinguere tra il rosario ed il comizio

Fonte http://www.ildemocristiano.it

Il rosario esibito di Salvini è, insieme, clericale e blasfemo. Più blasfemo che clericale, viene da dire. Come ha osservato giustamente padre Spadaro, l’esibizione così disinvolta e strumentale di simboli religiosi in una contesa politica ed elettorale mette in questione quel “dare a Dio quel che è di Dio, e a Cesare quel che è di Cesare” su cui si fondano un paio di migliaia di anni di insegnamenti civili e religiosi.

Si dirà che non è la prima volta, ed è vero. E tuttavia si potrebbe anche osservare che i democristiani, con tutti i loro difetti, seppero sempre distinguere tra il rosario e il comizio, e che quando si pensò (La Pira) di promulgare la Costituzione “in nome di Dio”, l’argomento fu laicamente lasciato cadere.

Il fatto è che Salvini sta giocando la sua partita con una inquietante spregiudicatezza, fino ad immaginare di poter schierare un Papa contro l’altro, come se la sua guida politica fosse fonte di ispirazione. E tende sempre più a giocarla così mano a mano che si accorge che la sua presa sui destini del paese comincia forse un po’ ad allentarsi. Sicché viene da pensare che la sua parabola discendente non sarà, alla fine, una passeggiata su un letto di rose neppure per i suoi avversari.

Muro contro muro Lega-M5s, Salvini: pronto al voto

Fonte Askanews

Nessuno cede, le posizioni dei duellanti restano le stesse. Dopo due ore e mezzo di discussione in Consiglio dei ministri Lega e M5s non si muovono di un passo, il confronto rimane teso e di fatto è un muro contro muro. Dopo che il premier Giuseppe Conte ha espresso dubbi sul “dl sicurezza bis”, spiegando che perplessità ci sarebbero anche al Quirinale, è stato il leader della Lega Matteo Salvini a prendere la parola per incalzare il premier e M5s, sfidandoli a spiegare quali sarebbero le “criticità” insuperabili del decreto.

Un braccio di ferro che ha portato alla sospensione del Consiglio dei ministri, su richiesta di Matteo Salvini. Il leader della Lega ha spiegato che non intende fare “marcia indietro” e ha chiarito di essere “pronto a votare in cdm”.

La pausa è stata voluta dal ministro dell’Interno per ottenere chiarimenti sulle perplessità che lo stesso Quirinale, secondo Conte, avrebbe sollevato.

 

I cattolici e Salvini, non basta più lamentarsi

La recente, ed ennesima, “scomunica” di alcuni settori autorevoli della Chiesa italiana nei confronti del leader della Lega Salvini, il profondo e palpabile disorientamento di moltissimi cattolici praticanti e osservanti che vanno regolarmente in Chiesa e poi votano in massa proprio la Lega, la crescente dissociazione fra ciò che si predica e si ascolta e ciò che si pratica concretamente nella vita di tutti i giorni, sono all’origine di una confusione che continua a caratterizzare il rapporto controverso e complesso tra i cattolici e le scelte politiche. Come, temo, anche in vista della ormai prossima consultazione elettorale.

Ora, al di là di queste scaramucce a cui siamo abituati da tempo – il famoso titolo di copertina di Famiglia Cristiana contro Salvini risale ad un anno fa – resta sul tappeto un punto che non si può aggirare facilmente ed irresponsabilmente. Ovvero, ciò che emerge da questa ennesima polemica tra alcuni settori religiosi, appunto della Chiesa italiana e la Lega di Salvini, e’ l’assenza, colpevole ed inspiegabile, di una forza politica laica che, con l’appoggio di altre altre culture e altri filoni ideali, sappia intercettare e rappresentare istanze e domande che rischiano, invece, di riconoscersi stancamente in partiti e movimenti del tutto estranei alla loro cultura di fondo. Del resto, come si fa a non prendere atto che nei luoghi tradizionali e storici di maggior consenso della Democrazia Cristiana – parlo soprattutto delle “zone bianche” del Nord – da svariati lustri e’ la Lega che miete consensi paragonabili a quella stagione che ormai viene solo più ricordata nei libri di storia? E’ chiaro a tutti, e lo confermano da tempo tutti i sondaggi, che la stragrande maggioranza dei cattolici praticanti vota la Lega. E sono quelle persone che più ascoltano la parole del Vangelo e l’esortazione e l’insegnamento dei padri della Chiesa. Perché siamo di fronte, quindi, ad una dissociazione così profonda tra ciò che si predica e ciò che si pratica? Non perdiamo tempo a chiederci il perché altri partiti e altri movimenti, seppur lontani dal “credo” leghista, non riescono ad essere interlocutori di quel mondo variegato, complesso e molto articolato qual è il mondo cattolico. Certo, e’ un mondo molto articolato e non mancano, come ovvio, settori che si riconoscono nei partiti della sinistra o in altri movimenti. Ma sono, comunque sia, realtà marginali e non particolarmente incisive.

La vera sfida politica, quindi, e sempre nel massimo rispetto delle posizioni che vengono espresse dai vari settori della Chiesa, dai suoi organi di informazione e da esponenti autorevoli dell’episcopato, resta quella di saper giocare oggi un ruolo politico protagonistico e più visibile. Non da parte della Chiesa, com’è ovvio, ma di quel laicato che si straccia le vesti a giorni alterni sulle posizioni leghiste e poi si nasconde puntualmente un minuto dopo quando si tratta di “scendere in campo”. In gioco, infatti, non c’è la riproposizione – che sarebbe ridicola e sciocca – di un movimento confessionale o, peggio ancora, clericale come qualcuno auspica e proporne anche nel nostro paese. No, la ricetta continua ad essere quella di dar vita ad un movimento/partito laico, plurale, riformista e di governo che sappia, però, recuperare e riattualizzare quel cattolicesimo democratico, popolare e sociale che continua ad essere latitante da troppi anni e quindi complice dell’irrilevanza politica, culturale e progettuale dei cattolici italiani nella concreta vita pubblica. E, per capirci, si tratta di mettere in campo quella forza che giornalisticamente viene definita di “centro” ma che, nello specifico, va intesa come una forza laica che sappia recuperare e tradurre nella contesa politica contemporanea gli ingredienti basilari di quella tradizione. Che resta moderna e di una bruciante attualità. E cioè, cultura della mediazione, cultura di governo, composizione degli interessi contrapposti, rispetto delle istituzioni, cultura dello Stato, rifiuto della radicalizzazione della lotta politica e degli “opposti estremismi” molto cari alla destra di Salvini e alla sinistra di Zingaretti, capacità di fare sintesi delle varie proposte in campo e difesa della qualità della democrazia. Un centro non statico o di potere ma un luogo politico innovativo, moderno, creativo e profondamente democratico e riformista.

Un luogo, cioè, che sappia anche e soprattutto recuperare ed inverare la miglior stagione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale del nostro paese. Senza nostalgia e senza lo sguardo rivolto all’indietro. Perché delle due l’una.

O la minaccia leghista e’ reale e quindi ci si deve attrezzare al di là delle attuali forze politiche in campo, oppure si tratta solo e sempre della solita litania propagandistica e carica di retorica destinata a sciogliersi come neve al sole nell’arco di pochi giorni. Come, purtroppo, avviene da tempo. E lo dico anche rivolto a quei settori del mondo cattolico che urlano a squarciagola contro i “barbari” e poi cadono misteriosamente e puntualmente in letargo quando qualcuno li avvicina o gli chiede di impegnarsi in prima persona. Perché, come ci ricordava già Papa Montini nella enciclica Octogesima Adveniens, i cattolici non possono continuare ad essere accusati del “peccato di omissione”. Ovvero, per tradurlo in termini più convenzionali, di essere complici di questa assenza e di questa colpevole non presenza nella concreta dialettica politica. Cioè, in quel “paese reale” che da troppi anni non registra un punto di vista, seppur laico, della cultura cattolico democratica, popolare e sociale. Praticamente dopo la fine della Dc prima e del Partito popolare italiano poi. Forse è arrivato il momento di trascurare le denunce moralistiche e di comodo e di privilegiare l’azione politica concreta. Come, del resto, ci hanno insegnato i nostri padri nelle diverse fasi storiche che li hanno visti protagonisti.

Giù le mani dal Santo Rosario

C’è un vecchio e rispettoso detto che recita più o meno così  “scherza con i fanti, ma non con i santi”.

E’ del tutto evidente che Salvini non ne è a conoscenza o, più probabilmente, devastato dal delirio di onnipotenza che lo attraversa in questa fase ed esaltato dalle affacciate da balconi imbarazzanti come quello di Forlì, ha semplicemente optato per un inquietante “me ne frego”.

L’accostamento del sacro al profano e peggio ancora l’uso strumentale della fede per bassi interessi terreni di tipo elettorale segna un degrado della politica che non ha riscontri nella storia di forze politiche che indicavano già nel nome le loro radici culturali cristiane; non a caso il Cardinale Parolin (Segretario di Stato Vaticano) è intervenuto in modo deciso per invitare a non mescolare fede e politica, ricordando che “invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso”.

E’ intollerabile – per credenti e non credenti – ascoltare Salvini che dal palco di Piazza Duomo a Milano (dopo aver invocato un elenco di santi) dice testualmente di volersi “affidare al cuore immacolato di Maria, che son sicuro ci porterà alla vittoria”. Perché chiamare in causa la Madonna Immacolata in un discorso elettorale?

E’ una deriva pericolosa che non va sottovalutata perché prefigura scenari in cui qualcuno tenta di auto-assegnarsi anche funzioni di rappresentanza dell’ultraterreno ponendosi a cavallo tra sovranismo, difesa dell’identità e religione, esibendo simboli ed oggetti sacri durante degli sgangherati comizi fatti a base di insulti e minacce nei confronti di chi osa pensarla diversamente.

Piena condivisione del pensiero espresso dal direttore di Civiltà Cattolica Spadaro che ha ricordato come nominare il nome di Dio invano è peccato; per non parlare della strumentalizzazione che ne vorrebbe fare qualche mercante di odio per una manciata di voti in più!

Quindi giù le mani dal Vangelo e dal Santo Rosario, soprattutto se quelle mani sono sporche del sangue di uomini, donne e bambini abbandonati al loro terribile destino perché non salvati e lasciati annegare.

La Svizzera dice addio a mosignor Grab

L’ex vescovo di Coira Amédée (Amedeo) Grab è deceduto domenica pomeriggio all’età di 89 anni a Roveredo Grigioni dove risiedeva.

Originario di Svitto, monsignor Grab era nato il 3 febbraio del 1930 a Zurigo ma aveva trascorso l’infanzia a Ginevra. Aveva in seguito studiato presso il collegio dell’abbazia svittese di Einsiedeln, dove era entrato nell’ordine benedettino con il nome di Amedeo. Ordinato sacerdote nel 1954, si era dedicato all’insegnamento dapprima a Einsiedeln, poi – dal 1958 al 1978 – al collegio Papio di Ascona, con un breve intermezzo (1965-66) all’Università di Friburgo.

Nel 1983 era stato nominato segretario della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) e nel 1987 vescovo ausiliare della diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, di cui aveva assunto la guida nel novembre 1995, fino al suo trasferimento a Coira nell’agosto 1998. All’inizio dello stesso anno aveva assunto la presidenza della CVS, carica che ha esercitato fino alla fine del 2006.

Fino al febbraio 2007 era stato a capo della Diocesi di Coira nonostante avesse dato le sue dimissioni nel febbraio 2005 al compimento del 75esimo compleanno. Nel luglio del 2007 papa Benedetto XVI aveva nominato Vitus Huonder alla successione di Grab.

Girardengo: il primo Campionissimo nella storia del ciclismo italiano

Durante queste giornate di catene e sudore, in cui il giro d’Italia entra nella sua fase più accesa, il pensiero non può non volare verso Costante Girardengo, il Campionissimo.

Infatti, prima che lo attaccassero a Coppi, il soprannome “Campionissimo” era  stato di Costante Girardengo, ciclista della prima metà del Novecento.
Questo appellativo gli venne dato da Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport, mentre stava dominando il Giro d’Italia del 1919, dove vinse 7 tappe su 10 e restò leader dal primo all’ultimo giorno.

Il Corriere di lui scrisse che era “il più talentuoso ciclista che il suolo italico ha mai visto pedalare”.

Nato il 18 marzo 1893 a Novi Ligure, in una cascina in cui i genitori facevano i contadini, era il quarto di sette figli e andò a scuola fino alla sesta elementare.

Quelli furono gli anni in cui i novesi iniziarono a costruire la pista ciclistica in paese.

Forse proprio per questo, fin dai primi anni di vita, il bimbo dimostrò grande interesse per il ciclismo.

E pensare che la famiglia non condivideva questa passione e ci volle molto prima che il padre si convincesse ad acquistargli la prima bici nuova del costo di 160 lire pagata in 7 rate.   

A 18 anni iniziò subito a vincere battendo campioni già famosi .
In una sola annata vinse 22 corse. Per poi passare al professionismo.E anche qui iniziò ad inanellare quell’inimitabile collezione di successi che lo avrebbero fatto entrare nella leggenda.

Luigi Ganna, il vincitore del primo Giro d’Italia, quello del 1909, disse che era “Spettacolare, una tal supremazia in tutti i campi di una gara ciclistica mai si era vista”.

Nel 1914 fa registrare un nuovo titolo italiano per professionisti, ma soprattutto vince la tappa Lucca-Roma del Giro d’Italia che, con i suoi 430 chilometri, costituisce la più lunga tappa mai disputata nella competizione.

Quel giro fu ricordato come il Giro più duro dell’epoca eroica del ciclismo. Con cinque tappe oltre i 400 km di percorrenza.

Il maggior tempo di percorrenza di una tappa, 19.20’47” nella Bari-L’Aquila e il minor numero di corridori al traguardo finale, 8 su 81 partiti.

Ma Girardengo era un esempio di volontà e di onestà sportiva che  lo portarono ad essere leader dello sport dell’epoca.

Tra i suoi successi: 9 tricolori (record imbattuto), 6 Sanremo (la prima nel 1918, l’ultima nel 1928), 2 Giri d’ Italia (il primo cento anni fa’, nel 1919), 3 Lombardia, 5 Giri dell’ Emilia, 5 Milano-Torino, 2 Giri del Veneto.

Tra le vittorie anche il trionfo in Francia nel Gp Wolber del 1924. Una prova che veniva considerata campionato del Mondo ufficioso (il primo titolo ufficiale venne assegnato dall’ Uci nel 1927 in Germania, ad Adenau, e lo conquistò Binda).

Insomma, un uomo che riuscì a fare la storia del ciclismo, che lasciò un segno indelebile nella mente dei tanti amanti di questo sport.

E che dal maggio 2015, è ricordato nella Walk of Fame dello sport italiano al parco olimpico del Foro Italico.

Cosa cambia per gli smartphone Huawei dopo il bando di Google

Fonte AGI

Il bando di Trump non era un terremoto ma il primo sasso della slavina. Eccoli i suoi effetti: Google non fornirà più ad Huawei (e quindi neppure al marchio controllato Honor) “hardware, software e servizi”. Cioè niente Android (fatta eccezione per la versione open source) e – soprattutto – niente Google Play Store e app sviluppate da Mountain View. Le conseguenze, come ha spiegato anche il gruppo americano a Reuters, sono ancora da definire, anche perché il bando potrebbe non essere definitivo. E non è detto che l’unica a rimetterci sia Huawei.

La rottura con Android
Gli effetti della decisione di Google sono due, intrecciati ma distinti. Il primo riguarda il sistema operativo Android, che potrà essere utilizzato solo nella sua versione “pubblica”.

Come tre smartphone su quattro sul pianeta, anche quelli di Huawei hanno a bordo Android. Il sistema operativo di Google ha una base “libera”. Un “pacchetto” di codice (Android Open Source Project, Aosp) cui tutti possono attingere. I produttori lo prendono e ci mettono mano, adattandolo ai propri prodotti e costruendo delle versioni “proprietarie” (cioè non libere e condivise). È il caso, per Huawei, del sistema Emui. È un po’ come se dagli Stati Uniti arrivassero abiti già pronti, che Huawei modifica per renderli “su misura”. Qualche punto qui, qualche taglio là. Tutto questo con il supporto di Google, che (da subito e per tutti dispositivi del marchio cinese) non ci sarà più.

Vuol dire che Android scomparirà dagli smartphone Huawei? No. Di sicuro, ogni aggiornamento richiederà maggiore sforzo da parte di Huawei, perché la versione pubblica di Android è più povera e l’integrazione di nuove funzionalità potrebbe essere più lenta. Il gruppo di Shenzhen non avrà più un canale diretto con Mountain View e dovrà aspettare che gli aggiornamenti arrivino su Aosp prima di utilizzarli. Il tempo, in un mondo nel quale gli aggiornamenti sono fatti non solo per migliorare il servizio, ma anche per tappare delle falle nella sicurezza, è un fattore tutt’altro che secondario. Se fino a ora Google ha riempito l’armadio di Huawei, adesso si limiterà a spedire stoffa e disegno. Al resto ci dovranno pensare in Cina. Difficile, però, dire quali saranno le ripercussioni sugli utenti.

Cosa cambia se hai un Huawei
Il secondo punto riguarda i servizi e le app di Google. Sugli smartphone in circolazione dovrebbe cambiare poco o nulla: resta l’accesso a Google Play (il negozio di app di Android) e restano le protezioni di Google Play Protect (il “vigilante” di quel negozio). Nei nuovi Huawei, invece, niente servizi di Google. Ed è questo, probabilmente, il nodo che potrebbe pesare di più sulle vendite dei prossimi mesi.

Non avere a disposizione Google Play vuol dire non aggiornare le app (tutte le app). Perché le nuove versioni entrano nello smartphone passando dal negozio digitale. Vuol dire che non si potranno scaricare e utilizzare le applicazioni più popolari? Non esattamente. Huawei ha già una propria piattaforma di distribuzione, AppGallery, che funziona in modo simile a Google Play. Quello che mancherà saranno i servizi di proprietà di Big G. L’integrazione con Android fa infatti spesso dimenticare quante applicazioni che già troviamo sullo smartphone siano proprietà di Mountain View. Basta andare sul Play Store e digitare “Google app”. Viene fuori una lunga lista, che tra le altre cose include: il motore di ricerca, il browser Chrome, l’assistente digitale, le gallerie di giochi, film e musica, Google Earth, Calendar, Foto, Lens, Android Auto, Trips, Hangouts, Google Drive, News, Documenti. Ma soprattutto Gmail, Maps e Youtube. Non dovrebbero essere a disposizione sui nuovi Huawei.

La contromossa: diventare autarchici
Per Huawei, non c’è che dire, il colpo è duro. La società ha fatto sapere che “continuerà a fornire aggiornamenti di sicurezza e servizi post-vendita a tutti gli smartphone e tablet Huawei e Honor esistenti”. Cioè sia quelli già venduti, sia quelli in magazzino. Neanche la voce ufficiale, però, si sbilancia sul futuro.

Negli ultimi mesi, comunque, il gruppo si è mosso per cercare di ammortizzare il peggio (che adesso sembra essere diventato concreto). Huawei ha una gamma di servizi (già disponibili) che in parte puntano a sostituire quelli di Google. Che però, soprattutto in Europa, hanno una popolarità molto minore. Sono comunque un tentativo di smarcarsi, che ha proprio in AppGallery, lanciato all’inizio del 2018, una chiara dimostrazione.

Capitolo sistema operativo. A marzo Richard Yu, il ceo della divisione consumer, ha detto a Die Welt di avere “un piano B” nel caso le cose si fossero messe male: “Preferiamo lavorare con gli ecosistemi di Google e Microsoft, ma abbiamo preparato il nostro sistema operativo”. Huawei starebbe lavorando al progetto dal 2012, ma non è dato sapere a che punto sia. In ogni caso, sarà difficile compensare l’assenza di servizi Google, molto usati soprattutto in Europa e nei paesi in via di sviluppo. Sono questi i mercati cui Shenzhen dovrebbe guardare con più preoccupazione: in Cina, infatti, il divorzio con Google – che da quelle parti è bloccata – potrebbe non avere un effetto deflagrante. Così come negli Stati Uniti, dove Huawei non vende i propri smartphone. Discorso diverso in Europa, dove Huawei cresce intrecciandosi con l’ecosistema Google.

Il guaio dei chip
I guai non finiscono né ai servizi né agli smartphone. Stanno sospendendo le forniture a Huawei Intel, Qualcomm e Broadcomm, cioè alcuni dei produttori di chip più grandi del mondo. L’impatto, anche qui, è da valutare. Ma potrebbe avere una portata globale.

I tagli potrebbero colpire gli smartphone di fascia media (che usano i processori Qualcomm) e i portatili Huawei (che montano Intel). E se anche Microsoft si adeguasse alla Casa Bianca? Sarebbe una mazzata simile (anche se di minore portata) a quella di Google, perché i portatili Huawei usano Windows.

Anche in questo caso, varrebbe il “piano B” indicato da Yu. Ma a quale prezzo e con quali tempi? Tra le altre società americane che riforniscono Huawei c’è Micron Technology. I suoi tagli potrebbero impattare sullo sviluppo del 5G. Secondo Bloomberg, Huawei si è già mossa per ammortizzare il taglio dei chip, facendo scorte che gli permetterebbero di andare avanti per almeno tre mesi. A questo si aggiunge l’accelerazione della società cinese nella produzione di proprie componenti. Sui sui top di gamma monta il processore Kirin e a gennaio ha battezzato il modem Balong 5000. Arricchire la gamma di semiconduttori avrebbe un doppio valore: da un lato sarebbe un tentativo di affrancarsi dai produttori americani; dall’altra amplierebbe un segmento fino a ora praticamente inesplorato, quello di Huawei come fornitore di aziende terze. Che però, a questo punto, non potranno essere statunitensi (cioè Apple).

La Cina e i danni collaterali

Chi ci guadagna? Nell’immediato, nessuno. Per Huawei non è certo una bella notizia. Senza i servizi di Google, gli utenti potrebbero decidere di comprare altri smartphone. E il gruppo potrebbe ritrovarsi a corto di chip, ritardando le consegne. Google però taglia un produttore che, nel primo trimestre 2019, ha avuto una quota di mercato del 19%. È vero che è alimentata dal mercato cinese, dove i servizi Google non hanno accesso, ma è pur sempre una fetta consistente. Che vuol dire applicazioni, sviluppatori, utenti, fatturato.

Pare fantasioso, al momento, ipotizzare che di un eventuale calo di Huawei possano beneficiare i Pixel (gli smartphone di Big G). Ancora più problematica potrebbe essere la situazione dei fornitori di chip. Huawei è un cliente forte, difficilmente sostituibile, al quale rinunciano. Non a caso, già nella seduta di venerdì (dopo il bando firmato da Trump, ma prima che le singole società si accodassero), le azioni di Qualcomm e Intel (così come quelle Google) hanno chiuso in calo. In apertura di settimana ha invece festeggiato Samsung (+1,94%): la società coreana è – per varietà di gamma – uno dei concorrenti più diretti di Huawei.

Diverso è il discorso di Apple. Sia perché la fascia di mercato della Mela (i top di gamma) tocca solo una porzione delle vendite di Huawei. Sia perché Cupertino si espone a rappresaglie commerciali da parte della Cina. A risentirne sarebbero anche i fornitori locali, ma le ultime trimestrali stanno evidenziando quanto la debolezza in Asia possa pesare sugli iPhone e sul bilancio di Apple.

Per tornare al motivo del bando da parte di Washington: la sicurezza avrebbe comunque la priorità sui conti economici, ma al momento gli Stati Uniti non ha fornito prove certe dei legami tra Pechino e Huawei. Trump sta quindi facendo la sua mossa: penalizzare anche le imprese americane è un danno collaterale che gli Stati Uniti accettano pur di colpire Shenzhen, rilanciare sul tavolo dei dazi e procedere nella nuova guerra fredda tecnologica.

 

Vincent Lambert: cominciato l’arresto delle cure. La madre, “non è alla fine della sua vita”. I vescovi, “perché tanta fretta?”

Fonte Agensir

L’arresto della somministrazione delle cure che tengono in vita Vincent Lambert è cominciato questa mattina. “È una vergogna, uno scandalo assoluto, i genitori non sono nemmeno riusciti ad abbracciare il loro figlio”, ha detto all’Afp Jean Paillot, avvocato dei genitori. I medici interromperanno la nutrizione e l’idratazione artificiale, attuando una “sedazione profonda e continua” fino alla sua morte. Ma i genitori di Vincent Lambert hanno l’intenzione di non arrendersi e tentare il tutto per tutto per tenere in vita il loro figlio. Dopo aver implorato il Presidente della Repubblica, i loro avvocati hanno annunciato l’intenzione di presentare tre nuovi appelli per cercare di fermare la cessazione delle cure dell’ex infermiere di 42 anni, iniziata oggi, lunedì 20 maggio. Il caso Vincent Lambert irrompe nella campagna per le europee. L’uomo in stato vegetativo da 11 anni è al centro di una battaglia legale tra la moglie Rachel Lambert, che ha chiesto più volte di sospendere le terapie, e i genitori da sempre contrari. Dopo i vari ricorsi respinti, da oggi i medici di Reims dovrebbero cominciare a interrompere l’alimentazione artificiale e sedare Lambert, vittima di un incidente stradale nel 2008 che ha provocato danni cerebrali “irreversibili”. Il via libera è arrivato dal Consiglio di Stato il 24 aprile in base alle volontà espresse da Lambert, già infermiere, prima dell’incidente. I genitori, Pierre e Viviane Lambert, hanno lanciato un ultimo appello a Emmanuel Macron, contro quella che definiscono una forma di “eutanasia mascherata”. Ma Jean Leonetti, padre della legge del 2016 sul fine vita, ha risposto che “il Presidente della Repubblica non può sostituirsi al potere dei tribunali e alle decisioni dei medici”.

Ieri 200 persone si sono riunite davanti all’ospedale di Reims dove è ricoverato l’uomo. A fianco dei genitori, erano presenti alla manifestazione anche personalità del mondo medico, come membri della l’Union Nationale des Associations de familles de traumatisés crâniens (Unaftc), nonché la dottoressa Catherine Kiefer, specialista in pazienti la cui coscienza è compromessa. “È un’eutanasia mascherata”, ha detto alla stampa Viviane Lambert, ovviamente molto provata. “Vincent non è alla fine della sua vita. Non è un’ostinazione irragionevole”, ha aggiunto, denunciando le “calunnie” della squadra medica sulla situazione di suo figlio. Sulla vicenda è intervenuto anche il Comitato internazionale dell’Onu che si occupa dei diritti delle persone disabili, chiedendo alla Francia di non interrompere il mantenimento in vita del quarantaduenne tetraplegico. Nei giorni scorsi erano scesi in campo l’arcivescovo di Reims, mons. Éric de Moulins-Beaufort (da poco eletto anche presidente della Conferenza episcopale francese), e il suo vescovo ausiliare mons. Bruno Feillet. “Gli specialisti sembrano essere d’accordo – si legge nella dichiarazione – che Vincent Lambert, nonostante sia in stato di dipendenza dal suo incidente, non è tuttavia in fine della sua vita”. Sorprende pertanto la decisione di non trasferirlo in un’unità specializzata nel supporto di pazienti in stato vegetativo e di minima coscienza.

Sulla stessa linea, è la posizione molto forte presa dal gruppo di bioetica della Conferenza episcopale francese guidata dal vescovo Pierre D’Ornellas che in un comunicato subito afferma: “Vincent Lambert ha diritto ad una protezione adeguata, proprio come qualsiasi persona disabile. Ogni persona disabile, non importa quanto fragile, ha gli stessi diritti per tutti gli altri”. E ricordando il parere espresso dal Comitato Cidph dell’Onu, chiede: “Perché tutta questa fretta nel condurlo alla morte? Si può riaffermare che la decisione presa riguarda ovviamente solo il signor Vincent Lambert perché la sua situazione è unica e complessa. Ma chi garantirà che tutte le persone che condividono una disabilità simile alla sua, saranno effettivamente protette dallo Stato che, pur impegnandosi ufficialmente, ad oggi però non avrebbe rispettato il suo impegno? La credibilità dello Stato dipende dal rispetto della parola data”.

 

Tac con radiazioni dimezzate

Due giovani ingegnere cliniche di Napoli che con il loro algoritmo permetteranno di effettuare tac più sicure.

Michela D’Antò, della Fondazione G. Pascale e Federica Caracò, dell’Università degli studi Federico II, hanno vinto il Primo premio assoluto dell’Health technology challenge (Htc), consegnato durante il XIX Congresso dell’Associazione nazionale degli ingegneri clinici (AIIC) che si è svolto a Catanzaro.

Nel loro progetto hanno verificato l’efficacia di un protocollo per poter garantire una buona qualità di immagini da una Tac, con maggior sicurezza e minor invasività per i pazienti, dimezzando in pratica la dose di radiazioni.

 

A Panarea nel fondale marino sabbie simili a quelle di Marte

Insolito ritrovamento a Panarea: sul fondale marino dell’isola un gruppo internazionale di scienziati, guidato da Annalisa Ferretti del Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche dell’Università di Modena e Reggio Emilia, ha accertato la presenza di sabbie primordiali simili a quelle di Marte.

Questa scoperta potrebbe consentire alla comunità di scientifica di ottenere una migliore comprensione dei processi geologici che hanno interessato la Terra nella fase della sua formazione e di compiere significativi passi avanti nella ricerca di acqua e forme di vita sul Pianeta Rosso.

I risultati dello studio, coordinato da Marcella di Bella dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, sono stati pubblicati sulle pagine della rivista specializzata Nature Scientific Reports. Hanno dato il loro contributo alla ricerca anche gli esperti del Centre de Biophysique Moléculaire di Orléans e delle Università di Messina e Bologna.

Lo strano Pd “comunista democratico” di Scalfari e Repubblica

Al netto del ritorno del fascismo, della dittatura, dello smantellamento delle libertà civili e democratiche e simili amenità che ascoltiamo ogni giorno con una litania che ormai non fa più neanche notizia, credo che il tema vero che resta misteriosamente ignorato e’ come ricostruire oggi una alternativa politica, culturale e anche programmatica a quello che si vuole annientare e, di conseguenza, distruggere. Cioè a “questa” destra a trazione leghista. Perché delle due l’una: o ci troviamo di fronte ad un pericolo mortale per la nostra democrazia e allora ci si deve attrezzare sul serio, oppure è la solita propaganda della cosiddetta “sinistra al caviale” che individua il fascista, il mafioso e il criminale periodicamente nella politica italiana cambiando di volta in volta il soggetto da colpire. Una storia sufficientemente nota per essere ancora descritta.

Ora, al di là di una prassi ben nota nella storia democratica del nostro paese, c’è un punto che ritengo invece politicamente decisivo per arginare questa deriva di destra. E l’unico argine, in assenza di altre ricette, e’ quella di dar vita rapidamente ad una coalizione che sappia esprimere un progetto politico credibile e realmente alternativo. Ma oggi esiste realmente una alternativa di centro sinistra?

Ho letto, al riguardo, con la consueta curiosità e senza scandalizzarmi granché, nella predica domenicale dell’icona incontestabile e riconosciuto della sinistra italiana, Eugenio Scalfari, sostenere che il Pd oggi non è nient’altro che la prosecuzione del “comunismo democratico di Berlinguer”. Al di là del giudizio che ognuno di noi puo’ dare su questa affermazione e senza minimamente mettere in discussione il magistero politico e culturale del grande leader comunista degli anni ’70 e ’80, credo che Scalfari ha individuato, forse inconsapevolmente, il punto vero della discussione. E cioè, il nuovo corso del Pd e’ proprio quello di pensare che l’alternativa alla destra non è nient’altro che il prolungamento della sinistra. Appunto, un Pd ispirato al “comunismo democratico di Berlinguer” che pensa che tutto ruota attorno al suo ruolo. Una sorta di vocazione maggioritaria al rovescio, dove dopo aver racchiuso in un partito l’intero consenso di un campo politico – l’ormai famoso 40% dei consensi delle elezioni europee del 2014 – adesso quel partito si assume la responsabilità di distribuire i compiti e i ruoli. E cioè, a tavolino decide chi copre il fianco destro, chi il fianco sinistro e chi il fianco centrista/cattolico della coalizione. Appunto, una coalizione che non è nient’altro che il prolungamento della sinistra.

Ecco, ho voluto ricordare questo aspetto, peraltro politicamente decisivo, perché continuo a ritenere che non basta blaterare a giorni alterni della minaccia fascista – che, tra l’altro, nessuno vede se non quando si legge qualche editoriale o ascolta alcuni simpatici mattacchioni nei talk televisivi – ma, almeno per chi fa attività politica, si deve agire affinché si crei una alternativa. Che non può che essere quella di un vero, competitivo, credibile e serio centro sinistra riformista e di governo. Il che non può avvenire, francamente, se qualcuno pensa di riesumare dall’antichità la concezione gramsciana dell’egemonia. Una prassi funzionale per il vecchio partito comunista ma non riproponibile oggi, anche se il nume tutelare dell’attuale Pd, Eugenio Scalfari e la Repubblica, pensano che quel partito non è nient’altro che la riproposizione del “comunismo democratico” di berlingueriana memoria.

Al cardinale Parolin non è piaciuto che Salvini abbia invocato la Madonna

Tratto da AGI

Al Vaticano non è piaciuto che, in chiusura del suo comizio sabato a Milano, Matteo Salvini brandisse il rosario e invocasse la Madonna. “Credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso” ha detto il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, a margine della Festa dei Popoli a San Giovanni in Laterano, come trasmesso dalle telecamere di Rainews24.

Il leader della Lega aveva chiuso il comizio in Piazza Duomo baciato il rosario e si era affidato “al cuore immacolato di Maria” che “porterà la Lega alla vittoria”. Avvea mostrato per la prima volta il rosario l’anno scorso durante il comizio di chiusura di campagna elettorale per le politiche. “Ci hanno deriso, ci hanno attaccato ma il 26 maggio vinciamo noi”, ha detto sabato dopo aver citato diversi santi, patroni d’Europa, tra cui Santa Caterina da Siena e San Benedetto. “Affidiamo a loro il futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli”, aveva detto.

Disappunto ha mostrato anche Famiglia Cristiana nel suo editoriale commentando il comizio. “Il rosario brandito da Salvini e i fischi della folla a papa Francesco, ecco il sovranismo feticista” scrive il settimanale, “Ieri pomeriggio è andato in scena a Milano l’ennesimo esempio di strumentalizzazione religiosa per giustificare la violazione sistematica del nostro Paese dei diritti umani. Mentre il capopolo della Lega esibiva il Vangelo, un’altra nave carica di vite umane veniva respinta e le Nazioni Unite ci condannavano per il decreto sicurezza”.

 

Elezioni europee: Palano (Univ. Cattolica), “maggioranza ‘sovranista’ non potrebbe cambiare la linea politica del Parlamento”

Tratto da Agensir

“Le consultazioni di fine maggio sono importanti. Ma probabilmente non sanciranno davvero una svolta, in un senso o nell’altro, nella vita dell’Unione”. Lo scrive Damiano Palano, docente di Filosofia politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore, in un articolo pubblicato dalla rivista dell’ateneo “Vita e Pensiero” sulle prossime elezioni europee. Considerando la divisione tra “europeisti” e “sovranisti” “semplicistica” alla luce del funzionamento del sistema politico dell’Unione europea, il docente sostiene che “una eventuale ‘sconfitta’ delle forze ‘europeiste’ potrebbe complicare la gestione del Parlamento, incidere sulla stessa elezione del Presidente della Commissione e avere conseguenze sull’attività dell’emiciclo”.

“Ma – osserva – proprio perché non siamo in un sistema parlamentare, l’ipotetica formazione di una maggioranza realmente ‘alternativa’ a quella attuale – ipotesi peraltro piuttosto improbabile – non si rifletterebbe in modo automatico nel cambiamento della linea politica”. Il rischio indicato da Palano sarebbe piuttosto quello di “un maggiore frazionamento delle forze presenti a Bruxelles” che “comporterebbe un indebolimento del peso politico del Parlamento rispetto agli altri organi dell’Ue, e dunque un rafforzamento dell’iniziativa degli Stati”.

“Più che essere vittima del ritorno del nazionalismo, o della seduzione del ‘sovranismo’ – scrive il docente -, l’Ue si trova alle prese con quegli stessi mutamenti che hanno investito i sistemi democratici negli ultimi dieci anni, e che sono riconducibili all’aumento della sfiducia nei confronti delle istituzioni e della classe politica, alla frammentazione partitica e alla crescente spinta alla polarizzazione”. Tendenze che “sono connesse a mutamenti culturali, tecnologici e comunicativi di più ampia portata”.

La Federazione Mondiale delle Associazioni per le Nazioni Unite si incontra a Roma

La SIOI ha organizzato, per la prima volta in Italia, l’incontro della Federazione Mondiale delle Associazioni per le Nazioni Unite (WFUNA) e in particolare la Rete delle associazioni europee per le Nazioni Unite che vi fa capo.

L’evento si tiene fino al 21 maggio 2019 a Roma presso la sede della SIOI, che è l’Associazione Italiana per le Nazioni Unite (UNA Italia) e membro fondatore della WFUNA.

La Rete europea delle Associazioni per le Nazioni Unite della WFUNA è una rete informale istituita a metà degli anni ’90 per integrare la dimensione europea. La rete rappresenta il punto di contatto tra le diverse organizzazioni, promuove la cooperazione attraverso lo scambio di idee, materiali e strategie di comunicazione. Il gruppo si riunisce due volte all’anno a Bruxelles e a Ginevra per discutere progetti, politiche comuni e priorità.

La Rete europea UNA della WFUNA organizza altresì seminari su questioni che riguardano l’ONU e l’Unione europea e facilita lo scambio di informazioni. La Rete  europea organizza anche incontri con funzionari e Eurodeputati e s’interfaccia con l’Intergruppo delle Nazioni Unite e i Membri della Sottocommissione UE-ONU.

Come importante punto di contatto tra le agenzie e le organizzazioni delle Nazioni Unite, la Rete Europea UNA della WFUNA collabora anche con l’UNRIC e i vari uffici regionali delle Nazioni Unite.

Partecipano all’evento rappresentanti del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano, della FAO, dell’UNICRI e del WFP.

Hanno aperto i lavori Franco Frattini, Presidente della SIOI e Bonian Golmohammadi, Segretario Generale della WFUNA.

In Vaticano il calcio è anche femminile

Esordirà il 26 maggio in amichevole contro la femminile della Roma – quarta in serie A –  la giovane squadra di atlete, nata in Vaticano, da un’idea di Danilo Zennari, e guidata dal capitano, la camerunense Eugene Tcheugoue.

Gestite da Susan Volpini, segretario dell’Associazione “Donne in Vaticano” e allenate da Gianfranco Guadagnoli, le giocatrici in maglia gialla e calzoncini bianchi, sono per il 60% dipendenti del Vaticano oppure sono mogli e figlie di impiegati con una esperienza di calcio per lo più amatoriale che le sta costringendo ad allenamenti intensi per poter scendere in campo.

 

L’export stagna ma è record per il cibo

E’ record per le esportazioni agroalimentari Made in Italy nel 2019 che fanno segnare un aumento tendenziale del 3,7% e contribuiscono a salvare la bilancia commerciale dell’Italia. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero a marzo dai quali si evidenzia che le esportazioni complessive sono completamente ferme rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Un risultato in controtendenza che è ancora più evidente – continua Coldiretti – nel caso degli Stati Uniti, dove la crescita annua è stata del 6,7% a fronte di un calo generale dell’11,1% e del clima di incertezza legato ai dazi decisi dal presidente Trump contro una serie di prodotti europei. Ma il cibo Made in Italy cresce anche in Cina (+4,5%), altra protagonista della guerra commerciale in atto, a fronte pure qui di una diminuzione generale del 3,1%.

Un risultato che evidenzia – sottolinea Coldiretti – la capacità del settore agroalimentare tricolore di intercettare la nuova domanda globale di alta qualità e tipicità nell’alimentare ma anche di interpretare l’attenzione alla sostenibilità sociale e ambientale. Lo dimostra il fatto che, secondo uno studio Censis per Coldiretti e Filiera Italia, dalla crisi del 2008 ad oggi le esportazioni agroalimentari sono salite da 23,6 miliardi a 41,8 miliardi di euro, con un aumento record del 47,8% (contro il +16,5% del totale dell’economia).

Gli incrementi dell’export agroalimentare – spiega lo studio di Coldiretti e Filiera Italia – coinvolgono le principali aree italiane, incluse quelle meridionali poiché nel 2008-2018 le regioni del Nord segnano +50,7% (Piemonte +51,9%, Veneto +68,5%), quelle del Centro +49,6% (Emilia Romagna +50,8%, Umbria + 68,1%, Lazio + 51,7%), ed il Meridione +35,6% (Sicilia +46,3%, Calabria +40,2%, Puglia +36,9%, Molise +114,2%). In testa alla classifica dei più esportati si piazza il vino, con un valore di 6,2 miliardi e una crescita del 56,9%, ma spiccano anche i risultati ottenuti nel decennio da prodotti italiani come gli agrumi (+89,5%), latte e formaggi (+82,3%), carni e salumi (+70,2%).

I principali paesi di destinazione dei prodotti italiani – conclude la Coldiretti – sono la Germania (6,9 miliardi di euro, +25,6% dal 2008), la Francia (4,7 miliardi di euro, +44,4%), gli Stati Uniti (4,1 miliardi di euro, +73,9%), il Regno Unito (3,4 miliardi di euro, +30,2%), la Spagna (1,6 miliardi di euro, +32,7%), la Svizzera (1,5 miliardi di euro, +28,1%).

Friuli Venezia Giulia: Per quale Re lottano?

È un oggetto scomodo, ma non per questo deve essere trascurato.

Se n’è parlato tantissimo, da qualche tempo sembra smarrito, non entra più prepotentemente nei commenti giornalistici, televisivi e dei social. Ed è proprio per questo che intendo, in qualche modo, affrontarlo, cercando di mettere in luce alcuni curiosi aspetti riferiti alla nostra politica regionale.

Si tratta del cosiddetto vitalizio.

Non c’è parte di questa nostra amata Italia che non abbiano trovato una onorevole soluzione: viene corrisposto quanto versato.

In altri termini si è passati dal sistema forfettario retributivo, al contributivo. In sostanza, utilizzando il metodo vigente per ogni genere di lavoro.

Da quanto si intuisce, in Friuli Venezia Giulia sembra essere calata una sorta di strana difficoltà. La proposta avanzata nella Conferenza delle Regioni, è stata a suo tempo accolta dal Presidente del Consiglio regionale, Pier Mauro Zanin. Sembra, secondo le cronache, che l’unica Regione ad essersi staccata da questa modalità sia la Regione Sicilia. Tutto il restante mondo ha trovato una onorevole convergenza d’intenti. Ma cosa sta capitando in Fvg?

Sempre secondo le cronache, un solo partito sembrerebbe dimostrare una certa riottosità a porre la firma sotto il progetto di legge. La compagine del Pd ha alzato questo vessillo.

Cosa strana perché il Pd di tutte le altre regioni d’Italia, sempre secondo i resoconti giornalistici, ha sottoscritto il documento unitario che, ricordiamolo, è il frutto di un provvedimento legislativo stabilito dal Parlamento.

Per comprendere la bizzarria del Pd, è bene risalire al novembre 2012. Allora, il gruppo consiliare votò alla unanimità la legge, seguendo gli indirizzi del Governo Monti, che trasformava, già allora, il vitalizio in una erogazione contributiva. Solo sei mesi dopo, luglio 2013, il Pd propone l’abolizione totale del vitalizio, legge che venne approvata da tutto il Consiglio regionale, tranne l’astensione dei penta stellati e il voto contrario di due esponenti della maggioranza. Sottolineo che anche l’opposizione espresse parere favorevole al provvedimento.

Oggi, passati sei anni, l’intero Paese ha finalmente deciso di pareggiare i calcoli in ogni dove: tutte le Regioni devono dotarsi della stessa legge, in sintonia con quella Parlamentare (la cosiddetta delibera Fico).

Da quanto si sa, ora il Pd non intende sottoscrivere la proposta di legge. Cerchiamo pertanto di capirne il motivo: forse perché avevano votato nel 2013 l’abolizione?

Forse perché sono ancora diretti da Serracchiani?

Ma tale condizione non è simile a quella del centro destra?

Non erano pure costoro a deliberare quel provvedimento?

Insomma, il Pd regionale è capeggiato da un gruppo di ribelli che non sottostanno più a quanto vergato dal partito democratico a livello nazionale e in tutte le Regioni. Una situazione imbarazzante, perché mai avremmo immaginato che in quel partito albergasse un simile caos.

Adesso, però, siamo alle strette; l’atto legislativo dovrà essere presentato in aula all’incirca entro dieci giorni. Cosa faranno di fronte alla concretezza? Seguiranno Serracchiani o il partito di Zingaretti? Si scosteranno dall’accordo generale per seguire la bandiera ormai (e)-stinta dell’allora Presidente della Regione o s’imporrà il rigore razionale di un partito che non vuole smarrire una coerenza nazionale?

Eppure il centro destra, sensibile all’accordo tra tutte le Regioni, smentisce il voto del luglio 2013 per trovare, correttamente, una unità nazionale che metta, nel modo migliore possibile, sul versante giusto una vicenda tanto tormentata.

Complimenti al Presidente del Consiglio regionale Fvg e a tutti coloro che hanno inteso raddrizzare un tema così delicato e anche scabroso.

Arriva in Italia una nuova cura per la psoriasi

È ora disponibile anche in Italia, rimborsato dal Servizio sanitario nazionale a seguito della recente approvazione da parte di Aifa, brodalumab il farmaco biologico di Leo Pharma indicato per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a grave.

I risultati del corposo programma di studi clinici AMAGINE-1, AMAGINE-2 e -3, condotti su 4.373 persone con psoriasi a placche moderata-grave, dimostrano che i pazienti trattati con brodalumab hanno raggiunto livelli di cute completamente libera da lesioni (complete skin clearance) in tutte le zone del corpo colpite, più velocemente rispetto ai pazienti trattati con il farmaco di confronto, ustekinumab.

Nel 50 per cento dei pazienti trattati con brodalumab si sono ottenute risposte di complete skin clearance in un tempo più breve rispetto al trattamento con ustekinumab. A 2 settimane, 1 paziente su 4 trattato con brodalumab ha raggiunto una pelle quasi completamente libera da lesioni (PASI 75) e 4 pazienti su 10, dopo 12 settimane di trattamento, hanno ottenuto una cute completamente libera da lesioni (PASI 100): il doppio rispetto a quelli trattati con ustekinumab.

La destra inammissibile di Salvini

La destra inammissibile ha il volto di Salvini che invoca la Madonna Immacolata a Piazza del Duomo, dinanzi al popolo leghista, mostrando il rosario tra le dita nel gesto blasfemo di auto benedizione della sua seducente “politica del buon senso”.

Perché inammissibile? Semplicemente perché la politica, soprattutto quella del buon senso, non può scadere di gradino in gradino fino ad attingere alla fonte dell’indistinzione, o meglio della mescolanza, di religione e opere mondane.

Dove si contempla, non certo nel cammino secolare del cattolicesimo sociale e democratico, l’uso della religione quale “istrumentum regni” nella mani del partito? Siamo fuori da qualsiasi parametro di rispetto della buona regola fondata sulla separazione del sacro dal profano. È il rigurgito di un integrismo plateale e finanche scandaloso, per il carico di strumentalità che mette chiaramente in evidenza.

A Milano il monismo sacralistico della bibbia salviniana ha dato anche il là, per giunta, ai fischi rivolti all’indirizzo di Francesco, un Papa sgradito ai sovranisti e perciò meritevole di pubblica contestazione. Dunque, non solo la politica si ammanta di religione, ma entra nella sfera della Chiesa per decretare il placet sull’operato di chi dirige la “barca di Pietro”.

Basterebbe questo, in fondo, per ridare lustro alla unità dei cattolici, ovvero a un atto di solidarietà di popolo – e specialmente di popolo credente – a difesa di quella libertà della Chiesa iscritta nella sana cultura democratico costituzionale della nostra Italia. Di un Paese cioè che il cattolico De Gasperi voleva non più afflitto dagli storici steccati tra guelfi e ghibellini.

Oggi, con Salvini, la nuova politica ghibellina raggiunge il vertice della improntitudine con il suo tentativo di porsi ambiguamente al di là della Chiesa, nonché di riflesso – e non è un paradosso – al di là dello Stato. Tutto si confonde in questa vocazione semi-totalitaria, ancora tollerata e blandita come di volta in volta accade in un Paese che conosce, per dirla con Moro, istituzioni deboli e passioni forti.

Lo spettacolo triste e allarmante obbliga a un soprassalto di responsabilità. Fra una settimana si vota. Ecco, allora, che a Salvini bisogna opporre con scrupolo l’alternativa della serietà e della compostezza. Non appare lecito distrarsi. Dalle urne può uscire un segnale di ravvedimento collettivo.

Gli svizzeri chiamati a votare sulle armi

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Fausta Speranza

Il popolo più pacifico del mondo, gli svizzeri, sono chiamati a votare domani [oggi per chi legge ndr], domenica 19 maggio, per un referendum che riguarda le armi. Non è una proposta di bando, piuttosto la consultazione mira a rimettere in discussione l’avvenuta ratifica da parte del parlamento svizzero della direttiva europea che limita l’uso di quelle automatiche. Nel paese, che non fa parte dell’Ue ma mantiene con i 28 strettissimi legami tra cui lo spazio Schengen, circolano con regolare autorizzazione due milioni di fucili, pistole e vere e proprie armi da guerra, su una popolazione di appena otto milioni di abitanti contando anche donne, anziani e bambini. Resta il paese con meno episodi di violenza, ma alcuni risvolti di quanto accade in Svizzera in tema di armi rendono il referendum di rilievo anche per il resto d’Europa.

La direttiva europea, che restringe le norme sul possesso di armi automatiche, è stata proposta dalla Commissione Ue il 18 novembre 2015, pochi giorni dopo la seconda strage terroristica di Parigi. L’Europarlamento l’ha approvata il 14 marzo 2017 ed è stata adottata lo scorso settembre dall’Assemblea federale, il parlamento svizzero formato dal Consiglio nazionale e dal Consiglio degli Stati. La maggioranza ha accolto le nuove disposizioni, giudicando la partecipazione elvetica allo spazio Schengen «troppo importante a livello di sicurezza, per metterla in pericolo rigettando la direttiva».

Un “no” alle urne potrebbe condurre, infatti, a una esclusione della Svizzera dall’area di libera circolazione in Europa.
Durante i passaggi tra i due rami dell’Assemblea, la Svizzera ha concordato eccezioni al testo europeo, per esempio per quanto riguarda l’arma personale che ogni soldato ha il diritto di portare a casa: una volta prosciolti dall’obbligo di prestare servizio militare, i cittadini potranno ancora tenere l’arma dell’esercito con il relativo caricatore da venti cartucce e continuare a utilizzarla per il tiro sportivo. L’arma in dotazione all’esercito elvetico di cui si parla è conosciuta come sig sg 550 o Fass 90 o StGw 90: in ogni caso, si tratta di un fucile d’assalto del calibro di 5,56 millimetri. E anche per cacciatori e appassionati di tiro non cambierà nulla. Inoltre, i Cantoni avranno tempo tre anni affinché gli attuali detentori di armi semiautomatiche si facciano confermare il legittimo possesso presso gli uffici preposti. Tale conferma non sarà però necessaria se l’arma non risulta già iscritta in un registro o non è stata ceduta in proprietà direttamente dall’esercito al termine degli obblighi militari. E anche i collezionisti e i musei potranno acquisire armi, a condizione di aver adottato tutte le misure necessarie per custodirle in sicurezza e di tenere un elenco dei dispositivi che necessitano di un’autorizzazione eccezionale.
Nonostante queste rassicurazioni, il Partito Unione democratica di centro (Udc) ha appoggiato la campagna per l’abrogazione, sostenendo che le nuove restrizioni nel possesso di armi metterebbero in pericolo la tradizione elvetica del tiro. Anche la registrazione a posteriori è invisa al comitato referendario.

Secondo Luca Filippini, presidente della federazione sportiva svizzera di tiro nonché del Comitato contrario alla modifica della legge approvata dal Parlamento, «le nuove direttive europee al riguardo, che la Svizzera è obbligata a riprendere poiché associata allo spazio Schengen, non apporteranno alcun miglioramento a livello di sicurezza». Filippini, che è segretario generale e coordinatore del Dipartimento delle istituzioni, sostiene che le nuove disposizioni europee ledono i diritti e le libertà dei cittadini svizzeri. «Se con il diritto attuale un cittadino incensurato ha il diritto di acquistare un’arma semiautomatica, le nuove disposizioni vietano tutti questi fucili e pistole dotate di grandi caricatori», ha dichiarato nei giorni scorsi. Circa la sicurezza, e in particolare il dilemma del terrorismo, Filippini è convinto che i recenti attentati abbiano dimostrato che le armi utilizzate sono «illegali, acquistate magari sul mercato nero», senza contare che «i terroristi hanno fatto anche uso di camion e automobili per portare a termine i loro propositi criminali».

Di opinione opposta è il Partito dei Verdi liberali Ticino, che ha deciso di appoggiare la revisione della legge sulle armi spiegando che migliora la sicurezza e permette di continuare a beneficiare dell’accordo di Schengen che facilita la cooperazione tra la Svizzera e l’estero per la lotta alla criminalità. Sottolineano che la nuova legge rende possibile stabilire con più precisione la provenienza delle armi in circolazione, combattere il traffico d’armi e rafforzare la collaborazione tra le autorità e le forze dell’ordine svizzere con quelle estere. Dai primi anni Novanta, da quando è concreto lo scambio di informazioni, sono state arrestate 4000 persone.

Dopo la strage di Zurigo nel 2001 — 14 persone colpite a morte nel parlamento cantonale — il dibattito sulla vendita delle armi semi-automatiche che sparano a raffica si è fatto più intenso. Lo stesso tipo di armi usate in quel 27 settembre, che ha sconvolto il Paese, è stato rinvenuto a casa del giovane che, a dicembre scorso, pianificava una strage alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona.

Fortunatamente, cinque mesi fa le forze dell’ordine sono intervenute in tempo fermando il giovane. L’attività delle polizie negli ultimi anni ha evidenziato anche altro: la Svizzera, insieme con la Serbia, è finita più volte al centro delle indagini dell’Europol come possibile crocevia del traffico illecito di armi che poi finiscono nelle mani del terrorismo. L’ultimo caso di vendita illegale si è verificato un mese fa nel parcheggio di un supermercato a Cantù, dove le forze dell’ordine hanno fermato quattro persone, di cui due italiani della Brianza, che contrattavano il prezzo del mitragliatore conservato nel bagagliaio della macchina. È un caso emblematico per capire che la posta in gioco nel referendum di domenica non riguarda solo il piccolo paese nel cuore dell’Europa che nell’immaginario di tutti richiama laghi, paesini e picchi alpini, oltre a orologi di precisione e tante banche.

Papa Francesco: a Federazione europea Banchi alimentari, “sprecare il bene è una brutta abitudine che può infiltrarsi ovunque”

Cari amici,

dopo aver sentito quello che ha detto il vostro Presidente, ho sentito la tentazione di non parlare, perché ha parlato come un Santo Padre! Grazie, perché quello che Lei ha detto ho capito che erano parole dal cuore. Grazie!

Vi saluto cordialmente e, attraverso di voi, vorrei salutare tutti i membri e i volontari dei Food Bank d’Europa. Sono contento di accogliervi al termine della vostra riunione annuale, che ha avuto luogo a Roma in occasione dei trent’anni dalla fondazione del Banco Alimentare italiano: tanti auguri di buon anniversario!

Vorrei ringraziarvi per quello che fate: provvedere cibo a chi ha fame. Non è assistenzialismo, vuol essere il primo gesto concreto di accompagnamento verso un percorso di riscatto. Guardando a voi, immagino l’impegno gratuito di tante persone, che operano nel silenzio e fanno bene a molti. È sempre facile dire degli altri, difficile invece dare agli altri, ma è questo che conta. E voi vi mettete in gioco non a parole, ma coi fatti, perché combattete lo spreco alimentare recuperando quello che andrebbe perduto. Prendete quello che va nel circolo vizioso dello spreco e lo immettete nel circolo virtuoso del buon uso. Fate un po’ come gli alberi – questa è l’immagine che viene –, che respirano inquinamento e restituiscono ossigeno. E, come gli alberi, non trattenete l’ossigeno: distribuite ciò che è necessario per vivere perché sia dato a chi ne ha più bisogno.

Lottare contro la piaga terribile della fame vuol dire anche combattere lo spreco. Lo spreco manifesta disinteresse per le cose e indifferenza per chi ne è privo. Lo spreco è l’espressione più cruda dello scarto. Mi viene in mente quando Gesù, dopo aver distribuito i pani alla folla, chiese di raccogliere i pezzi avanzati perché nulla andasse perduto (cfr Gv 6,12). Raccogliere per ridistribuire, non produrre per disperdere. Scartare cibo  significa scartare persone. E oggi è scandaloso non accorgersi di quanto il cibo sia un bene prezioso e di come tanto bene vada a finire male.

Sprecare il bene è una brutta abitudine che può infiltrarsi ovunque, anche nelle opere di carità. A volte slanci generosi, animati da ottime intenzioni, vengono vanificati da burocrazie ingessate, da spese di gestione eccessive, oppure si traducono in forme assistenzialistiche che non creano vero sviluppo. Nel mondo complesso di oggi è importante che il bene sia fatto bene: non può essere frutto di pura improvvisazione, necessita di intelligenza, progettualità e continuità. Ha bisogno di una visione d’insieme e di persone che stiano insieme: è difficile fare il bene senza volersi bene. In questo senso le vostre realtà, pur recenti, ci riportano alle radici solidali dell’Europa, perché ricercano l’unità nel bene concreto: è bello vedere lingue, credo, tradizioni e orientamenti diversi ritrovarsi non per condividere i propri interessi, ma per provvedere alla dignità degli altri. Quello che fate senza tante parole lancia un messaggio: non è cercando il vantaggio per sé che si costruisce il futuro; il progresso di tutti cresce accompagnando chi sta indietro.

Di questo ha tanto bisogno l’economia. Oggi tutto è interconnesso e veloce, ma la corsa frenetica al guadagno va di pari passo con una fragilità interiore sempre più acuta, con un disorientamento e una perdita di senso sempre più avvertiti. Perciò ho a cuore un’economia che assomigli di più all’uomo, che abbia un’anima e non sia una macchina incontrollabile che schiaccia le persone. Troppi oggi sono privi di lavoro, di dignità e di speranza; tanti altri, al contrario, sono oppressi da ritmi produttivi disumani, che azzerano le relazioni e incidono negativamente sulla famiglia e sulla vita personale. A volte, quando esercito il ministero della Confessione, ci sono persone giovani che hanno dei figli, e domando loro: “Lei gioca con i suoi figli?”. E tante volte la risposta è: “Padre, non ho tempo… Quando io esco di casa per il lavoro loro ancora dormono, e quando torno sono già a letto”. Questo è disumanità: questa vertigine del lavoro disumano. L’economia, nata per essere “cura della casa”, è diventata spersonalizzata; anziché servire l’uomo, lo schiavizza, asservendolo a meccanismi finanziari sempre più distanti dalla vita reale e sempre meno governabili. I meccanismi finanziari sono “liquidi”, sono “gassosi”, non hanno consistenza. Come possiamo vivere bene quando le persone sono ridotte a numeri, le statistiche compaiono più dei volti e le vite dipendono dagli indici di borsa?

Che cosa possiamo fare? Di fronte a un contesto economico malato non si può intervenire brutalmente, col rischio di uccidere, ma occorre prestare cure: non è destabilizzando o sognando un ritorno al passato che si sistemano le cose, ma alimentando il bene, intraprendendo percorsi sani e solidali, essendo costruttivi. Occorre metterci insieme per rilanciare il bene, sapendo che se il male è di casa nel mondo, con l’aiuto di Dio e con la buona volontà di tanti come voi, la realtà può migliorare. C’è bisogno di sostenere chi vuole cambiare in meglio, di favorire modelli di crescita basati sull’equità sociale, sulla dignità delle persone, sulle famiglie, sull’avvenire dei giovani, sul rispetto dell’ambiente. Un’economia circolare non è più rimandabile. Lo spreco non può essere l’ultima parola lasciata in eredità dai pochi benestanti, mentre la gran parte dell’umanità rimane zitta.

Con questi sentimenti di preoccupazione e di speranza che ho voluto condividere con voi, vi rinnovo la gratitudine e vi incoraggio ad andare avanti, coinvolgendo quanti incontrate, specialmente i giovani, perché si uniscano a voi nel promuovere il bene, a vantaggio di tutti.

Grazie!

Ucraina: la rock star fonda un nuovo partito politico

La rock star ucraina Svyatoslav Vakarchuk scende in campo e annuncia la nascita del nuovo partito politico “Holos” (Voce) in vista delle elezioni Parlamentari del prossimo ottobre, denunciando che la Verkhovna Rada – il Parlamento di Kiev – si è trasformata in “uno stagno tossico che inghiotte il nostro futuro”. “Dobbiamo cambiare lo stato delle cose”, ha detto il front man del gruppo Okean Elzy ai suoi sostenitori a Kiev.

Il programma del nuovo partito è “tolleranza zero contro la corruzione”, economia libera, niente spazio alle interferenze di Mosca nelle questioni interne dell’Ucraina e maggiore integrazione euroatlantica. “Holos” se la dovrà vedere con “Servo del Popolo”, il partito fondato dal presidente eletto, l’ex attore Volodymir Zelensky. Vakarchuk, che aveva sostenuto attivamente la rivoluzione arancione del 2004-2005, era poi stato eletto alla Rada nel 2007 ma aveva lasciato l’anno successivo.

Maltempo: dall’Ue 277 milioni all’Italia dopo i danni dell’autunno scorso

Proposto dalla Commissione europea lo stanziamento di 277,2 milioni di euro del Fondo Ue di solidarietà per sostenere l’Italia a riparare i danni causati dal maltempo che ha devastato la Penisola nell’autunno scorso. La mozione riguarda i danni subiti da 15 regioni, dal nord al sud Italia, e dovrà ora essere approvata dal Parlamento europeo e dagli Stati membri.

Le regioni italiane che potranno beneficiare delle risorse stanziate dall’Ue sono: Friuli Venezia Giulia, le Province autonome di Trento e Bolzano, Liguria, Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna e il Veneto, la regione più colpita. In maniera minore, riceveranno un supporto anche la Valle d’Aosta e l’Abruzzo. La divisione delle risorse fra le varie amministrazioni regionali non è però un compito dell’Unione europea ma del governo italiano. L’Italia aveva presentato a Bruxelles un conto dei danni causati dal maltempo nell’autunno 2018 pari a 6,2 miliardi di euro. L’ammontare dell’aiuto europeo viene calcolato secondo parametri precisi che tengono conto anche del Pil regionale e nazionale, e può quindi variare fra il 2,5% e il 6% della stima dei danni.

“Siamo a pochi giorni dalle elezioni europee e il Parlamento non sta lavorando, credo che settembre sia la scadenza più ragionevole” per ottenere il via libera dell’assemblea allo stanziamento, “poi spero che il Consiglio lavori velocemente” per l’ok definitivo, ha sottolineato la commissaria Ue alla Politica regionale, Corina Cretu. “Il calcolo dei danni è prima di tutto una responsabilità dello Stato colpito e l’Italia ci ha presentato un rapporto molto dettagliato di quasi 500 pagine – ha chiarito la commissaria – so che ci sono state speculazioni sul fatto che i danni siano stati sovrastimati, ma secondo i nostri esperti la stima è affidabile. Tuttavia, se le valutazioni ex post dovessero evidenziare discrepanze significative, possiamo correggere l’importo del supporto Ue”.

Dal momento della sua creazione nel 2002, l’Italia è il Paese che ha beneficiato maggiormente del supporto del Fondo di solidarietà Ue, con 2,51 miliardi ricevuti a seguito di 9 catastrofi naturali.

Rigetto nei trapianti d’organo: scoperto il gene responsabile

Uno studio internazionale sui trapianti di rene delle Università di New York e di Torino ha trovato il responsabile dei rigetti d’organo.
LIMS1 è il gene che provoca il rigetto nei trapianti di organo, uno dei più grandi problemi per questa tecnica salva vita.
Gli esperti hanno analizzato oltre 2700 coppie donatore-ricevente di trapianto renale, quasi 800 delle quali di Torino.

La prima conseguenza è quella di utilizzare queste informazioni genetiche per trovare le combinazioni più compatibili quando si selezionano i riceventi da trapiantare.

Questo studio, inoltre, ha permesso di mettere a punto le analisi di laboratorio per intercettare la presenza di anticorpi contro la proteina LIMS1. Che potrà pertmettere di  monitorare i trapianti rendendo più efficace la terapia anti-rigetto.

L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi e curarsi di più delle persone

Tratto dall’edizione odierna dell’ Osservatore Romano a firma di Andrea Tornielli e Andrea Monda

Anche se «affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui», e bisogna evitare che certi fenomeni si saldino tra loro «a livello internazionale», in Italia sono ancora prevalenti «iniziative e comportamenti di grande solidarietà». Per questo, anche seguendo l’invito del Papa, è bene che il Vecchio Continente ritrovi lo spirito dei suoi fondatori: «L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone». Lo ha affermato il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, nel corso di un’intervista a tutto campo con i media vaticani (L’Osservatore Romano, Radio Vaticana, Vatican News). Il Capo dello Stato ha parlato delle relazioni «ottime sotto ogni profilo» tra l’Italia e la Santa Sede, del ruolo della Chiesa cattolica nel Paese, dell’importanza del dialogo tra le religioni per la pace nel mondo in relazione alla Dichiarazione di Abu Dhabi firmata da Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar.

Presidente, colpisce la dimensione esistenziale presente nei suoi discorsi, nei quali emerge sempre il senso dell’urgenza rispetto alla crisi delle relazioni: il tessuto sociale appare spesso sfibrato, i legami spezzati, la solitudine la cifra distintiva delle nostre città. È questa secondo lei una priorità rispetto ai problemi del Paese e una questione che la politica deve affrontare?

Sì, è questa la principale preoccupazione che credo occorra nutrire: un’Italia che recuperi appieno il senso e il valore del sentirsi comunità di vita. L’Italia registra, al suo interno, una gran quantità di iniziative, e comportamenti, di grande solidarietà; e questa realtà è nettamente prevalente. Ma affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui. Sono fenomeni minoritari, sempre esistiti, in realtà, ma sembrano attenuate le remore che prima ne frenavano la manifestazione. Non si tratta di una condizione peculiare del nostro Paese: appare così in tutta Europa e anche in altri Continenti. Vi si aggiunge un aspetto, diverso, e da non confondere con quello che ho appena indicato: le conseguenze del profondo disagio sociale, provocato dalla crisi economico-finanziaria del decennio passato e, a ben riflettere determinato, non soltanto in Italia, anche dal trasferimento di risorse, sempre più ingenti dall’economia reale alla finanza speculativa; dal forte aumento della distanza tra i molto ricchi e la gran parte della popolazione. Anche i mutamenti nel mondo del lavoro, conseguenti alla globalizzazione e alle nuove tecnologie — entrambe, peraltro, condizioni, per tanti aspetti, positive — contribuiscono a far sorgere incertezza, e insicurezza, nel tessuto sociale. Si sono generate, come dicono gli studiosi, periferie esistenziali, non soltanto territoriali. Ambiti di sofferenza e di disagio, frutto dello smarrimento che viene avvertito diffusamente. Smarrimento accentuato dal venir meno di soggetti aggreganti in vari versanti della società — dalle varie realtà associative ai partiti politici — o dalla loro diminuita capacità di attrazione e rappresentanza. È necessario evitare che questi fenomeni, così diversi fra di loro, si possano saldare, determinando situazioni di paura, di avversione reciproca, di conflittualità tra persone, tra gruppi sociali, tra territori all’interno di ciascun Paese. Condizione che, come già qualche segnale indica, si trasferirebbe in ambito internazionale. A fronte di tutto questo però, vorrei ripetere, vi è la fiducia ispirata da quanto di positivo si registra, ed è ampio, nella nostra società.

Come definirebbe oggi i rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano? Qual è secondo lei il contributo che la Chiesa dà alla vita della nazione?

Le relazioni sono ottime sotto ogni profilo e — come recita la Costituzione — ciascuno nel proprio ordine. La collaborazione è piena, in ogni ambito e settore in cui le attività, della Santa Sede e quelle dello Stato italiano, si incontrano, in sede interna e in sede internazionale. Per quanto riguarda il contributo della Chiesa alla vita dell’Italia, occorre, naturalmente, distinguere, come soggetti e come operatività, le due, diverse dimensioni in cui si presenta la Santa Sede e la Chiesa italiana. Sul primo versante, il magistero di Papa Francesco riceve grande attenzione ed esercita influenza significativa sui nostri cittadini, anche per l’affetto che questi nutrono nei suoi confronti. Francesco è subito diventato un punto di riferimento per gli italiani. Per parte sua la Chiesa italiana fornisce un contributo, di grandi dimensioni, alla società del nostro Paese, non soltanto sul piano spirituale, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi, indicati dalla nostra Carta costituzionale. La presenza della Chiesa italiana nella dimensione culturale, educativa e sociale è motivo di riconoscenza. Le innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all’esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana, per rafforzare la coesione della nostra comunità.

Papa Francesco all’inizio di questo 2019 ha compiuto già due viaggi in Paesi a maggioranza musulmana. Negli Emirati Arabi ha firmato con il Gran Imam di Al Azhar una impegnativa Dichiarazione sulla Fratellanza umana. Quanto è importante questo dialogo tra le religioni per la pace nel mondo?

Le religioni rivestono un ruolo crescente sulla ribalta internazionale. Se questo è sempre avvenuto in altri Continenti, oggi lo si vede accresciuto anche in Europa. Questo aumento di influenza è di grande rilievo per assicurare al mondo comprensione reciproca e pace. I leader religiosi godono di prestigio e hanno un forte seguito nelle varie popolazioni. Il rispetto reciproco e il dialogo tra le diverse fedi — che parlano di pace e di fratellanza — rappresentano condizioni essenziali; e costituiscono il principale antidoto all’estremismo che cerca di strumentalizzare il sentimento religioso. Sono sempre esistiti questi tentativi di strumentalizzarlo a fini politici e di potere. Il terrorismo di matrice islamista fa parte di questo antico fenomeno, purtroppo amplificato dagli strumenti moderni, nelle conseguenze della sua strategia e attività criminale; che ha colpito, ancora, negli ultimi giorni in Burkina Faso, in Iraq, in Afghanistan. Ad esso si aggiungono violenze e attentati di stampo suprematista, come quello di Christchurch, in Nuova Zelanda, contro fedeli musulmani. La Dichiarazione sulla Fratellanza umana firmata da Papa Francesco e del Grande Imam di Al Azhar è di grande importanza, sul piano dei principi e su quello concreto, per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo, che evoca abusivamente motivazioni religiose. Così come lo è stato il gesto di Papa Francesco a Bangui: far salire con sé, sulla papamobile, l’Imam di quella città, nel corso della sua visita nella Repubblica Centrafricana, in occasione dell’apertura del Giubileo. È stato un grande gesto, di grande efficacia comunicativa e di grande apertura. Esortare a riscoprire le radici autentiche, e profonde, delle fedi religiose — e operare perché tra esse ci sia un clima di dialogo e di fraternità — significa lavorare, concretamente, per la costruzione della pace nel mondo e per la sicurezza di tutti. La forza degli Stati contro il terrorismo è necessaria e può contrastarlo efficacemente ma è la formazione delle coscienze e delle mentalità che può cancellarlo definitivamente.

Papa Francesco ha detto: «Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone». Quanto è importante ritrovare il senso dell’Europa come comunità e che cosa si può fare perché le nuove generazioni lo riscoprano?

Nel mese di gennaio, a Berlino, il Presidente tedesco Steinmeier mi ha prospettato l’idea di un appello per la partecipazione al voto nelle prossime elezioni per il Parlamento europeo: ho subito aderito a questa sua iniziativa e, nei giorni scorsi, è apparso questo documento, firmato da tutti i presidenti delle Repubbliche dell’Unione. Vi è scritto che quella dell’integrazione europea è la migliore idea che abbiamo mai avuto nel nostro Continente. Questa affermazione così decisa muove dalla convinzione che l’Unione non è un comitato di interessi economici, regolato dal criterio del dare e dell’avere, ma è una comunità di valori. Questa convinzione è l’unica che corrisponda, davvero, alla storica scelta dei fondatori dei primi organismi comunitari. Questo viene percepito, forse talvolta inconsapevolmente, ma con effettività, soprattutto da due generazioni: i più anziani, che ricordano qual era la condizione dell’Europa prima di quella scelta, e i più giovani, che possono viaggiare liberamente da Trapani a Helsinki e da Lisbona a Stoccolma. Vede, tutti dovrebbero riflettere cosa hanno provocato due atroci guerre mondiali, combattute soprattutto in Europa; e cosa rappresentava vivere in un’Europa divisa in due dalla cortina di ferro, dal muro di Berlino, dall’angoscia, sempre presente, di un conflitto nucleare devastante. Da giovane sono stato a Berlino, era ancora divisa. Mia moglie e io desideravamo visitare uno splendido museo, il Pergamon, che si trovava a Berlino Est: abbiamo attraversato la frontiera, il muro e nel mio ricordo è incancellabile il senso di oppressione che si provava; e come si percepisse la grave lacerazione della città. Talvolta si dimentica il valore delle condizioni in cui ci troviamo e quel che sono costate di fatica e di sacrifici: bisogna sempre pensare che queste condizioni, per quanto imperfette, sono da preservare e da consolidare; e non sono scontate e irreversibili. Credo che questo sia ben compreso dalle nuove generazioni, quelle dei nativi digitali, del roaming europeo, dei voli low cost e dell’Erasmus. Giovani che, anche senza dichiararlo, si sentono europei oltre che cittadini ciascuno del proprio Paese. Avvertono questa “Casa comune”. Questo non vuol dire che nell’Unione tutto vada bene. La percezione delle sue istituzioni, da parte di larghe fasce di elettorato europeo, non sempre è positiva, anche se è spesso l’egoismo degli Stati — e non quindi quelle istituzioni — a frenare il sogno europeo. Per qualche aspetto l’andamento della vita dell’Unione — anche per il freno posto da parte di alcuni Paesi — dà l’impressione di essersi fermata, come in ordinaria amministrazione; quasi appagata dalla condizione raggiunta, come se il disegno europeo fosse già compiuto. Questo ha, sensibilmente, appannato il disegno storico, la prospettiva e la tensione ideale dell’integrazione. Papa Francesco, con saggezza, indica il centro della questione. L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone. Deve garantire sempre maggior collaborazione, uguaglianza di condizioni, crescita economica, ma questo si realizza realmente soltanto con una crescita culturale, civile, morale.

Non trova che l’Italia sia un Paese che talvolta viene rappresentato male dai mass media e anche dalle istituzioni? Può dirci come vede il nostro Paese dal suo punto di vista privilegiato?

Per il mio ruolo, svolgo molte visite in altri Paesi e ricevo al Quirinale molti capi di stato. Registro sempre, ovunque, un gran desiderio di Italia, una richiesta di collaborazione fortemente insistita. Questa riguarda ogni campo: culturale, scientifico, politico, economico, anche militare per la difesa della pace. Il nostro contingente più ampio è in Libano, apprezzato da tutte le parti fra loro contrapposte, cui garantisce l’assenza di violenze. L’immagine dell’Italia e l’opinione che se ne ha all’estero sono di gran lunga più positive di quanto noi stessi nutriamo. Ma quel che vorrei sottolinearle soprattutto è la sensazione, incoraggiante, che ricevo dalla nostra società, nelle tante visite, che compio nelle nostre città e nei nostri territori, e nelle numerose occasioni di incontro che ho giorno per giorno qui al Quirinale. È un punto di osservazione privilegiato e completo. Il nostro Paese è pieno di energie, comportamenti, iniziative, impegni positivi; di solidarietà, di abnegazione generosa, di senso del dovere, di disponibilità e attitudine a occuparsi dell’interesse generale, del bene comune. Naturalmente, come ovunque, vi è anche ben altro. Vi sono, come accennavo all’inizio, comportamenti gravi e da censurare con severità. Ma, tra i piatti della bilancia, è di gran lunga prevalente quello della generosità e del proprio dovere. Motivo, questo, per cui sono riconoscente ai nostri concittadini.

Antonio Suetta Vescovo di Ventimiglia: Un voto per l’Europa critico e costruttivo

Domenica 26 maggio p.v. saremo chiamati alle urne per il rinnovo del Parlamento europeo; tale appuntamento rappresenta un significativo momento di partecipazione politica, un vero e proprio “esercizio di sovranità” tramite un voto, che non coinvolge soltanto aspetti tecnici o amministrativi, ma mette in campo importanti temi di vita personale e sociale inerenti ambiti decisivi sotto il profilo etico come la vita, la famiglia, la giustizia, la libertà e la solidarietà.

L’Europa culla dell’umanesimo integrale. È precisamente tale più profonda prospettiva a farmi decidere, come pastore, di richiamare l’attenzione al dovere di esprimere un voto “secondo coscienza”, che per un cattolico significa agire in modo da favorire la diffusione della civiltà cristiana, la civiltà dell’amore, caratterizzata dalla fede come valore capace di dare senso all’esistenza intera e di plasmare efficacemente ogni comunità a misura dell’uomo. Tutto ciò è particolarmente vero per l’Europa, realtà culturale e storica, prima ancora che aggregazione di Stati o di sistemi finanziari. Diceva Churchill: «Qui (in Europa) è la fonte della fede cristiana e dell’etica cristiana. Qui è l’origine di gran parte delle culture, delle arti, della filosofia e della scienza, nell’antichità come nei tempi moderni»‘. È importante tenere presente questo, perché i valori umani che professiamo oggi sono frutto di una storia bimillenaria. Come affermava il cardinale J. Ratzinger «I valori umani fondamentali per la visione cristiana del mondo rendono possibile, in un dualismo fruttuoso di Stato e Chiesa, la libera società umana, nella quale è assicurato il diritto alla libertà di coscienza e con esso i diritti fondamentali dell’uomo». Come cattolici, non solo siamo a favore dell’Europa, ma desideriamo pure contribuire come in passato, con l’apporto di un umanesimo autentico e religioso, a creare uno spazio comune che favorisca la libertà, i diritti umani e il progresso integrale dell’uomo. San Giovanni Paolo II parlava dell’Europa dei popoli, che si estende dall’Atlantico agli Urali, immaginando un’Europa che non smarrisse gli ideali cristiani e che fosse propulsore della cristianità.

Una storia rinnegata. In questi anni purtroppo abbiamo registrato una tendenza culturale volta a cancellare, nascondere e ridimensionare la matrice cristiana dell’Europa. Un pensiero anticristiano si è affermato come egemone, in nome di una singolare tolleranza interreligiosa e di una malintesa laicità. Ci scuotono le domande di Papa Francesco: «Che cosa ti è successo, Europa, terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa, madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?»>”. Se l’Europa continuasse a vivere come una colpa la propria tradizione, la propria storia e la propria identità, sarebbe destinata ad arrendersi ad un globalismo mondiale, che rende le persone pedine di un sistema economico che ruota attorno al consumismo e al volume degli affari, in cui non c’è spazio per la solidarietà, per la vita, per la famiglia, per l‘uomo. L’Europa è nata anche nei passaggi cruciali di Poitiers (732), di Lepanto (1571) e alle porte di Vienna l‘11 settembre 1683. Assistiamo a ricorrenti tentativi di creare cittadini europei che non si sentano più “né cristiani, né italiani, né francesi, né padri, né madri, né maschi, né femmine”. Le leggi sull‘eutanasia e sull‘aborto nonché tutta la questione delle rivendicazioni gender hanno mostrato il limite e la pericolosità di questo pensiero.

È bene, al riguardo, precisare che la Chiesa non difende tali valori per tradizionalismo, perché sono i valori di una volta, o per tutelare una posizione di dominanza etica, ma perché si trovano dentro una prospettiva di promozione autentica dell‘uomo. Ancora J. Ratzinger diceva: «Ogni popolo europeo può e deve riconoscere che la fede ha creato la propria patria e che perderemmo noi stessi sbarazzandoci della nostra fede»“. Un’Europa costruita sulla convinzione che dimensione religiosa e identità vadano cancellate, che l‘anima dell‘Europa sia non avere un‘anima, è un‘Europa destinata a dissolversi. La scomparsa della giusta autostima europea è associata ad uno strano” rifiuto di sé dell‘Occidente, che si può qualificare come “patologico”: da una parte esso si mostra completamente aperto a ciò che gli è estraneo mentre si rivela chiuso ed ostile a ciò che la propria storia ha di grande e di puro, evidenziando solo ciò che in essa ci sarebbe di deprecabile e di distruttivo. Come diceva J. Ratzinger: «Nel momento in cui l‘Europa mette in questione o elimina i propri fondamenti spirituali, si separa dalla propria storia e la definisce una cloaca, la risposta di una cultura non europea non può che essere una reazione radicale e un ritorno all‘indietro, a prima dell‘incontro coi valori cristiani». L’occidente sembra oggi vergognarsi della propria storia e addirittura rinnegarla; eppure l’identità è necessaria per realizzare una progettualità di vita, non solo di lavoro o di organizzazione strategica, perché noi apparteniamo alla nostra storia e ne siamo figli. Molti tendono ad alimentare e legittimare la cultura dell’odio verso noi stessi, finendo vittime di un “complesso occidentale”, in cui si enfatizza un presunto debito della nostra civiltà verso altre. Qualcuno auspica il crepuscolo della religione cattolica come la più intollerante di tutte, colpevole di ogni crimine e di ogni misfatto.

La ricerca di altri modelli e altre spiritualità. Molti osservatori rilevano che l’Europa ha perso in gran parte la propria identità interiore”, i valori, la cultura e la fede e, mentre rifiuta le proprie fondamenta religiose e morali, contestualmente insegue spiritualità esotiche. La costatazione del “vuoto interiore” dell’Europa è confermata da vari indicatori, come la mancanza di entusiasmo di fronte al futuro, che si evince specialmente nella reticenza a trasmettere la vita o a fare scelte che impegnino per l’avvenire. I figli sono visti come minaccia per il benessere e l’indipendenza; a ciò si aggiunga la diminuzione delle unioni matrimoniali e la fragilità delle stesse. La «multiculturalità», da tanti spesso invocata e auspicata per annacquare e sminuire la matrice cristiana dell’Europa, significa in realtà il rinnegamento di ciò che ci è proprio. Scriveva Romano Guardini: «l’Europa, ciò che è, lo è attraverso Cristo […] Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo, allora, e nella misura in cui questo avvenisse, cesserebbe di essere»°. Alcuni ideologi oggi sostengono la necessità di “trapianti” dal di fuori, che annullino l’identità europea e la ricostituiscano su altre basi. Qualcun altro sostiene che la multiculturalità e l’immigrazione di massa nascondano in realtà un progetto di massificazione della forza lavoro e di un impoverimento generale, ma su questo rinvio a valutazioni più competenti e argomentate. A me come pastore sta a cuore una società che promuova davvero il bene dell’uomo, in cui vengano rispettate le fragilità come la condizione dei bambini (anche quelli non ancora nati), degli anziani e delle persone che soffrono. Ad esempio, non ritengo che possa essere un segno di progresso un’Europa che facilita e talvolta incoraggia la “dolce morte” dei suoi cittadini, che guarda all’aborto come una conquista di civiltà, preoccupata più dei cambiamenti climatici che della sua vita spirituale. Occorre ritrovare l’amore per la nostra civiltà cristiana. Non si può invocare la superiorità morale di altri modelli, che si rivelano invece persecutori dei cristiani, o sono realmente incompatibili con la nostra concezione di promozione umana: negativamente efficace l‘immagine di un‘Europa che, malata di depressione, è tentata da “pulsione suicida”. Solo un‘Europa capace di ritrovare se stessa potrà essere in grado di rispondere all‘urgenza dell‘accoglienza, cui ci esorta incessantemente Papa Francesco, senza che il “trapianto” diventi “colonizzazione” o “sostituzione”.

Una sovranità responsabile. Un altro punto importante del dibattito in corso ritengo si possa individuare nella contrapposizione tra élite e popolo. Usando con disinvoltura la categoria di populismo si presuppone che ci sia un‘élite illuminata alla quale spetti di decidere le sorti della massa di precari, lavoratori, disoccupati e del ceto medio disagiato. Ad un populismo fomentatore di sentimenti di rivendicazione nelle masse si contrappone una élite che, sulla base di una qualche sapienza superiore, vorrebbe instaurare un mondialismo classista, che alimenti la guerra tra poveri, una sorta di imperialismo che assoggetti i cittadini a decisioni incontrovertibili e ineliminabili, dove le ragioni della finanza e dei mercati prevalgono sul benessere vero dell‘uomo. Questa contrapposizione deve essere superata, comprendendo il disagio sociale, la povertà e la fatica che stanno alla base di certe rivendicazioni frettolosamente etichettate come populiste o estremiste. E in questo la politica deve ritrovare il suo ruolo più specifico quale luogo di mediazione, che ascolta le istanze popolari e trova soluzioni per farvi fronte. Come ci ricorda Papa Francesco, abbiamo il dovere di essere «vigili e attenti al grido dei poveri, di coloro che sono privati dei loro diritti, degli ammalati, degli emarginati, degli ultimi»’. La crisi di fiducia nell’Europa oggi è crisi di fiducia nella politica, intesa come crisi di idee, di risorse e di capacità effettiva di saper interpretare e sostenere le istanze dei cittadini.

Spesso vi è la sensazione di un’Unione Europea caratterizzata da “antidemocratiche, pletoriche, oscure istituzioni”. In tale contesto sembra che nessuno decida più davvero, e che le scelte, soprattutto quelle impopolari, siano sempre colpa di qualcun altro. Chi comanda veramente spesso non è visibile ed esercita un potere dall’ombra, de-responsabilizzato. È questo il fenomeno descritto da alcuni osservatori come una sorta di “espropriazione della sovranità degli Stati e dei popoli”. È opportuno allora recuperare il principio di vera e buona sovranità, in base alla quale lo stato sovrano ha davvero il compito di decidere e determinare secondo la propria volontà conseguenze concrete e fattuali a beneficio del bene comune, di cui deve rispondere davanti ai cittadini. In tal modo si può superare il rischio di un potere globale lontano e inavvicinabile che non ascolta più il popolo e che non guarda più al popolo come al destinatario di ogni sua azione. Restituire sovranità all’Europa, alle nazioni che la compongono e ai suoi cittadini può essere davvero una prospettiva cui guardare con interesse. Parlare di sovranità non significa cedere alla deriva del nazionalismo e del razzismo, puntualmente riprovati da San Paolo VI, che nell’Enciclica “Populorum Progressio” – documento di immutata attualità – scriveva: “Altri ostacoli si oppongono alla edificazione di un mondo più giusto e più strutturato secondo una solidarietà universale: intendiamo parlare del nazionalismo e del razzismo. (…) È pure normale che nazioni di vecchia cultura siano fiere del patrimonio, che hanno avuto in retaggio dalla loro storia. Ma tali sentimenti legittimi devono essere sublimati dalla carità universale che abbraccia tutti i membri della famiglia umana”. Un’Europa di popoli sovrani, non è un’Europa chiusa al dialogo e al confronto, ma un’Europa che tutela e valorizza le comunità locali, le loro specificità e peculiarità, contro un’eterna sudditanza rispetto a poteri che non sono oggetto di una delega democratica, né di una verifica popolare, né possiedono altra legittimazione. Diciamo sì all’Europa: un sì ragionevole, critico e costruttivo.

Conclusioni. Queste elezioni, dunque, chiamano in causa anche la nostra fede, la convinzione, la capacità di testimonianza cristiana e la possibilità di edificare una civiltà autenticamente a servizio dell’uomo. Per questo occorre tornare ad una concezione della ragione che si fondi sul profondo rispetto verso Dio e verso i valori etici fondamentali, derivanti dalla fede cristiana, da cui dare vita a quel «nuovo

Francesco, Omelia durante il viaggio in Macedonia, 7 maggio 2019. S. Paolo VI, Lettera Enciclica Populorum Progressio, Roma 1967, n. 62.

umanesimo europeo» che Papa Francesco auspica. La Chiesa è cattolica anche perché tutti possono convergere intorno a elementi di dottrina e di vita buona, che fanno appello alla ragione dell‘uomo. In sintesi desidero condensare il mio appello proponendo il testo di una preghiera liturgica che bene esprime i riferimenti più significativi per una coscienza cristiana:

“O Dio, che manifesti agli erranti la luce della tua verità,

perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome

e di seguire ciò che gli è conforme”.

Ribadisco accanto al diritto di tutti di esprimere il voto anche il dovere di partecipare alla consultazione elettorale, specialmente per un cristiano, allo scopo di dare buona e ragionata testimonianza di come i contenuti della fede possano e debbano dare forma alle istituzioni e alla vita comunitaria. L‘impegno del cattolico in politica spazia dal coinvolgimento diretto, vero esercizio di carità, come ricordava Papa Francesco sulla scia dell‘insegnamento di San Paolo VI, ad un esame critico e attento delle diverse proposte e all‘onesta divulgazione di nomi, formazioni e programmi rispondenti alla visione cristiana. Nella scelta dei nostri rappresentanti politici, resta valida l‘indicazione dell‘allora cardinale J. Ratzinger: «Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all‘intelletto
degli
altri, ed il loro cuore possa aprire il cuore degli altri»?

È necessario considerare la storia politica delle persone, per escludere esponenti che abbiano già promosso o attuato prospettive non conformi ai nostri valori, ma soprattutto è ancor più necessario considerare attentamente la storia e i programmi dei vari partiti e dei loro riferimenti europei, per scegliere quelli idonei a custodire e incrementare la nostra bimillenaria civiltà cristiana, non dimenticando che, nella difficoltà del discernimento spesso vincolato alla scelta del “male minore”, occorre essere coerenti nel rispetto di una gerarchia di valori che metta al primo posto quelli “non negoziabili” e direttamente correlati ai precetti della legge divina. Condividendo le ansie e i problemi di tutti, Papa Francesco ci invita a realizzare una «amicizia sociale», per un dialogo e un incontro in cui ciascuno offra il contributo della propria esperienza alla vita comune, proprio a partire da quel patrimonio culturale e spirituale cristiano che ha fatto dell’Europa la culla dell’umanesimo integrale.

Messale Romano, Orazione Colletta, Lunedì della III Settimana di Pasqua. 10 «Coinvolgersi nella politica è un obbligo per un cristiano. Noi cristiani non possiamo “giocare da Pilato”, lavarci le mani: non possiamo. Dobbiamo coinvolgerci nella politica, perché la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune», Francesco, Discorso agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e Albania, Roma, 7 giugno 2013. ” J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella Crisi delle Culture, Cantagalli, Siena 2005.

“Vote Youthfully 2019” iniziativa rivolta ai giovani che vogliono prendere una decisione informata

E’ l’iniziativa della Fimcap, la Federazione internazionale dei movimenti giovanili parrocchiali cattolici, che rappresenta 100.000 giovani di tutta Europa, per le elezioni del 23-26 maggio. Anche loro sono scesi in campo per invitare i giovani a votare e incoraggiando i propri membri a prendere una decisione informata prima di scegliere.

Poiché “le decisioni del Parlamento eletto a maggio avranno ricadute concrete sulle vite dei giovani”, la Fimcap ha chiesto ai gruppi politici europei di esprimersi “sui temi particolarmente rilevanti per la vita dei giovani”: inclusione sociale, sostenibilità, scambi e mobilità, obiettivi per i diritti dei giovani e dei bambini, diversità, pace e rispetto. È stato ad esempio chiesto: “Come pensate di sostenere il lavoro delle organizzazioni giovanili?”.

O ancora: “I giovani in Europa vogliono più azioni per il clima. Come pensate di rispondere alla loro esigenza? Come la immaginate un’Europa inclusiva? Che cosa volete fare per realizzare questa visione?” Sul sito si possono quindi confrontare le diverse proposte politiche su ogni domanda. Una parte del sito raccoglie poi le idee e le proposte che membri della Federazione hanno elaborato per migliorare le politiche giovanili in Europa.

Amazon investe 575 milioni di dollari in Deliveroo

Lo annuncia la società londinese di consegne precisando che “questo significa che Deliveroo ha raccolto in totale fino ad oggi 1,53 miliardi di dollari”.

Il nuovo investimento, scrive Deliveroo, contribuirà a: sviluppare il suo team di tecnici e ingegneri nel quartier generale di Londra per ampliare il suo bacino di consegne e offrire i suoi servizi a nuovi clienti. Il creatore (nel 2013) e ceo di Deliveroo, Will Shu, ha affermato in una nota che le nuove risorse raccolte offriranno ai ristoranti ulteriori opportunità di crescita e di espansione del proprio business.

“Amazon è stata un’ispirazione per me personalmente e per l’azienda e non vediamo l’ora di collaborare con un’organizzazione così ossessionata dal ruolo dei clienti”. “Siamo impressionati dall’approccio di Deliveroo e dalla loro dedizione nel fornire ai clienti una selezione sempre crescente di ottimi ristoranti, oltre a comode opzioni di consegna”, ha dichiarato Doug Gurr, Country Manager di Amazon UK.

Nuovo slancio all’economia circolare con il riciclo dei rifiuti di provenienza domestica

Il decreto end of waste per il riciclo dei Pap recupererà, evitando di mandare in discarica, 900.000 tonnellate l’anno di rifiuti. “Un giorno importante e un passaggio epocale per l’economia circolare – ha detto il titolare dell’Ambiente Sergio Costa – Oggi ho firmato il decreto con cui può finalmente decollare un’industria tutta italiana che coniuga il riciclaggio e la conseguente riduzione del problema dello smaltimento dei rifiuti con la creazione di tantissimi posti di lavoro”.

Il decreto end of waste per il riciclo dei Pap, prodotti assorbenti della persona come i pannolini, che permetterà  di far sviluppare una tecnologia industriale italiana creando nuovi posti di lavoro. “Si potranno – ha aggiunto Costa – quindi recuperare e non mandare ad incenerimento o discarica ben 900.000 tonnellate l’anno di rifiuti”.

I prossimi in ordine temporale che stanno arrivando a conclusione, dopo vari passaggi istituzionali, che comprendono anche la valutazione presso la Commissione europea, sono i decreti end of waste per il recupero degli pneumatici, carta e cartone, plastiche miste e rifiuti da costruzione e demolizione.

“Questi sono i sì che ci piacciono – ha concluso il Ministro -. Questi sono i passi giusti per un futuro sostenibile e un’economia circolare che coniughi posti di lavoro e tutela ambientale dando piena realizzazione alla gerarchia dei rifiuti come fissata dall’Unione europea”.

Un rifiuto cessa di essere tale (end of waste) quando è stato sottoposto ad un’operazione di recupero e soddisfa criteri specifici da adottare nell’ambito delle seguenti condizioni (art. 184 ter del Dl 152/06): la sostanza o l’oggetto è comunemente utilizzato per scopi specifici; esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto; la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti; l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà ad impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana. Queste condizioni generali necessitano poi di ulteriori specificazioni che sono rimandate a criteri comunitari.

Tarquinia, Giugno si apre con la festa etrusca

Il 1° giugno, nella suggestiva cornice di Etruscopolis, l’antica ed affascinante cava di macco partirà la festa etrusca.

Si partirà alle 18:00 con la presentazione di due libri, “Gli Etruschi tra noi” di Fabio Carlotti ed “A Tavola Alla Banditaccia” di Laura Pastore, con la partecipazione del maestro Ennio Tirabassi.

Dalle 20:00 prenderà avvio la serata etrusca, in una formula mai vista prima: due guide accompagneranno i visitatori alla scoperta di Etruscopolis, che per l’occasione sarà popolato di antichi etruschi, artisti all’opera, ceramisti, ballerine; sembrerà davvero di addentrarsi in un’altra dimensione, un viaggio nel tempo all’interno del mondo dei nostri avi, ricco di colpi di scena.

Il coordinatore dell’evento, Alberto Tosoni, assicura che sarà davvero una esperienza indimenticabile, ed aggiunge: “La serata, già molto ricca, sarà resa esplosiva da musica dal vivo, una irriverente commedia del Teatro Popolare di Tarquinia, la rievocazione del rito dell’aruspicina ad opera della compagnia delle Etruscherie di Bibbona, un flautista ipnotico, un delizioso apericena etrusco nell’apposita area food&beverage e molte altre sorprese che saranno svelate nelle prossime settimane. Un immenso grazie va’ ai nostri sponsor, che permettono tutto questo e che ci stanno aiutando per realizzare un evento davvero indimenticabile”.

I broccoli fanno bene al tumore

Uno studio  pubblicato su ‘Science’ a firma dello scienziato italiano Pier Paolo Pandolfi, da tempo negli Usa,  dimostra che i broccoli hanno in se una molecola in grado di spegnere un gene, coinvolto nell’insorgenza di diversi tumori.

Una scoperta che spiana la strada a una nuova strategia anti-cancro. “Abbiamo identificato – spiega Pandolfi, direttore del Cancer Center e del Cancer Research Institute al Beth Israel Deaconess Medical Center – un nuovo, importante protagonista, che innesca un meccanismo cruciale per lo sviluppo del cancro, un enzima che può essere inibito con un composto naturale presente nelle crucifere. Questo meccanismo – prosegue – non solo regola la crescita tumorale, ma è anche una sorta di ‘tallone d’Achille’ che potremo colpire con diverse opzioni terapeutiche”.

 

Smartphone e carità cristiana

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Filippo Simonelli

Scaricare applicazioni sugli smartphone è una routine per gran parte di noi, che magari ci lasciamo affascinare da una o più icone colorate la cui utilità si riduce a pochi utilizzi o ad un fuoco di paglia di viralità. La facilità di questo meccanismo però ha offerto uno spunto ad ingegni migliori verso fini più nobili del semplice download di un gioco o di un social network. Applicando la funzionalità degli smartphone ai più elementari principi della carità cristiana Giandonato Salvia, 29 anni, laureato in economia all’Università Aldo Moro di Bari, ha ideato un ingegnoso sistema per favorire le donazioni e l’aiuto agli ultimi che ruota intorno ad una App, Tucum, e ad un principio, quello della cosiddetta economia sospesa.

L’idea che sta dietro a Tucum e all’economia sospesa nasce da un incontro apparentemente strano tra due idee piuttosto distanti: da un lato un’antica tradizione dei bar napoletani, il caffè sospeso, ovvero un caffè pagato in più da un avventore del bar a vantaggio di un bisognoso che dopo di lui avrebbe potuto prendere un caffè già pagato. Dall’altro un procedimento che Giandonato, che si è specializzato nella branca dell’economia che si occupa di intermediari e dei mercati finanziari, ha mutuato dalla pratica dell’arbitraggio, una strategia che punta al beneficio esclusivo dell’agente economico senza però essere nociva per gli altri, in altre parole un comportamento egoistico. Il punto di incontro sta nel cosiddetto “arbitraggio sociale”, che genera non solo ritorni positivi per chi opera l’arbitraggio ma crea anche un beneficio diffuso per chi aderisce alla rete di Tucum.
In concreto il funzionamento di Tucum è piuttosto articolato e si fonda sulla cooperazione spontanea di più soggetti: anzitutto gli utenti, che scaricano l’App ed effettuano le loro donazioni per un ammontare che va dai venti centesimi ai dieci euro, a mo’ di elemosina digitali.

Ma i destinatari delle donazioni non sono direttamente “i poveri” come siamo comunemente portati ad intenderli: il ricavato delle donazioni viene gestito dalla Tucum Odv che inoltra il denaro alla Caritas. La Caritas a sua volta ha il compito di erogare, sotto forma di crediti da caricare su di una carta Nfc, simile alle prepagate, questo denaro ai poveri che possono usare la carta per acquistare beni di prima necessità nei negozi convenzionati che aderiscono all’iniziativa. Questa rete permette non solo di coinvolgere un numero di utenti più vasto possibile, ma preserva anzitutto la dignità dei poveri che ne beneficiano: questi infatti, muniti della loro carta, possono recarsi nei negozi e fare acquisti in maniera del tutto naturale, senza subire il peso dello stigma sociale che le situazioni di povertà portano con sé; gli unici ad essere a conoscenza della loro condizione effettiva sono i negozianti che operano in una sorta di benevola complicità.

I benefici di questo progetto sono però più grandi. Anzitutto tramite il “filtro” della Caritas si evita il pericolo dei falsi poveri o che le donazioni possano essere intercettate dai racket dello sfruttamento delle elemosina; inoltre ai destinatari delle donazioni viene chiesto un contributo mensile di 2 euro, che serve sia a mantenere le attività di Tucum che a responsabilizzarli. Con le risorse che le vengono garantite da questo circolo virtuoso, Tucum è in grado inoltre di sostenere fondi di Microcredito per famiglie in difficoltà e addirittura per sostenere progetti indirizzati nei paesi.

Ma per far funzionare questa macchina occorre un lavoro capillare di diffusione; accanto a metodi tradizionali di passaparola e quelli della viralità tecnologica, Giandonato ha deciso di mettersi ancor più direttamente in gioco partendo per una sorta di Tour dell’Italia in treno facendo tappa per le quattordici stazioni delle città metropolitane italiane, incontrando dapprima i negozianti per convincerli ad entrare nella rete di Tucum, le Caritas locali ed infine quelli che sono al centro di questo progetto, i poveri e gli invisibili, che nelle grandi stazioni sono troppo spesso ammassati in condizioni precarie.

Se doveste vedere una folla felice che si annida per la stazione della vostra città, fateci caso. E per una volta potrebbe anche essere una cosa buona prendere il telefono per scaricare, con cognizione di causa, un’altra App sul vostro telefonino.