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Piercamillo Palamara

Può darsi, come afferma il leader di Magistratura Democratica Giuseppe Cascini, che l’unica vicenda assimilabile a quella che oggi investe il Csm “è quella dello scandalo P2.” Può darsi abbia ragione, ma è tuttavia legittimo chiedersi se il nostro caso non sia più grave di quello degli Anni’80.

Bei tempi, si fa per dire, quelli di Licio Gelli, delle sue trame e delle sue liste di piduisti sequestrate il 17 marzo 1981 dai giudici istruttori Giuliano Turone e Gherardo Colombo a Villa Wanda, provincia di Arezzo. All’epoca, si considerava che la magistratura, soprattutto nei “rami alti”, fosse legata al potere politico. In quegli anni la Procura di Roma veniva ribattezzata il “Porto delle nebbie”, definizione restata al suo posto anche in seguito.

Dopo la P2 in Italia sono successe molte cose. Per esempio, attraverso la grande Catarsi di Mani Pulite, la magistratura ha riscattato, se pure ne avesse avuto bisogno, il suo passato. Alcuni magistrati poi (ricordate un certo Antonio Di Pietro?) sono divenuti vere e proprie Star.

Fa impressione quindi leggere che i fondatori della nuova stagione della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, siano stati azzannati alle spalle da alcuni loro colleghi allo scopo di garantire la “discontinuità” di quella loro gestione che pure ha diradato la nebbia a piazzale Clodio.

Andato in pensione Pignatone, Palamara e altri hanno lavorato intensamente per questa “discontinuità”. Alla fine dell’intenso lavorìo, la maggioranza ha cercato e trovato un candidato alla successione di Giuseppe Pignatone nella persona, degnissima, del dottor Marcello Viola, da Firenze. La corrente della quale è capo Luca Palamara, Unicost,  ha invece scelto un altro magistrato fiorentino ,Creazzo. L’importante comunque era “diradare” ciò che a Roma resta di Pignatone. Leggi il suo vice, Paolo Ielo. Questa è la posta intorno alla quale gira tutta la vicenda “assimilabile alla P2”.

Di assimilabile a quella lontana vicenda c’è piuttosto la peregrinazione giornalistica che un giorno dopo l’altro porta lontano dalla vera questione. Sempre, nei grandi scandali italiani si perdono tempo e servizi giornalistici alla ricerca di personaggi strani, ipotesi alternative, vie traverse.

Cerchiamo di non perdere l’orientamento.  Sul nome di Viola, che va bene al “renzianissimo” Luca Lotti, in nome e per conto, e al Centauro, politico-magistrato, Cosimo Ferri, piovono quattro voti: Magistratura Indipendente, Piercamillo Davigo e i due membri “laici” del Csm espressi dalla Lega e da 5Stelle. Gli altri due candidati, il fiorentino Creazzo, votato dalla corrente di Palamara e il palermitano Lo Voi, ottengono un voto a testa.  Davigo e Palamara, sonouniti dal comune obiettivo di respingere Lo Voi, che garantirebbe la “continuità” con Pignatone. Obiettivo raggiunto

Impressiona il fatto che Davigo sia stato dalla parte della “faccia tonnesca”,  come tanti anni fa Francesco Cossiga definì in tv Palamara e che, piaccia o no, nella magistratura organizzata sia nata una nuova sigla: Piercamillo Palamara.  

Non per mettere in mezzo Davigo, prendiamo però il sottile ragionamento di Marco Travaglio, uno dei suoi ammiratori.   Sul Fatto Quotidiano Travaglio ricorda che al momento di scegliere il nuovo vicepresidente del Csm, tra un professore indicato dai 5Stelle, Arturo Maria Benedetti e un ex deputato renziano, Ermini, prevalse quest’ultimo, come voleva il Pd di Lotti e Ferri. Per il professor Benedetti votarono i “laici” di M5S e Lega e i “togati” di Area e di Autonomia e Indipendenza Davigo e Ardita. In quel caso, dunque, sostiene Travaglio, Davigo sta dalla parte giusta. Dopo qualche mese si ritrova dalla parte sbagliata, con la “faccia tonnesca” e con gli amici di Lotti e di Ferri. Non facciamo supposizioni e non avanziamo sospetti su questa scelta.  Anzi, optiamo per la buona fede di Davigo e diciamo che aver deciso di stare con Palamara contro Lo Voi sia del tutto spiegabile: vogliono entrambi rinnovare la Procura di Roma liberandola dalla gestione di Pignatone e Ielo. È meno spiegabile però che sia sfuggito alla testa fina di Mani Pulite il complesso di bassezze che muoveva i suoi compagni di strada.

 

L’anticorpo sano dell’associazionismo. Intervista a Matteo Truffelli (Azione Cattolica)

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

L’esigenza di una politica concepita e vissuta come «costruzione condivisa di futuro» e il fondamentale contributo del laicato cattolico sono i temi sui quali si sofferma Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, intervenendo in questa intervista nel dibattito sulla crisi della società italiana e sul ruolo della Chiesa.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due, altrimenti la società soffre, diventa schizofrenica. In questa situazione potrebbe giocare un ruolo importante la Chiesa.

Tutta la storia dell’umanità ci mostra con chiarezza la necessità, per il nostro convivere, di entrambe le sfere, quella politica e quella religiosa. Quella della promozione e della garanzia della sicurezza, della pace, della giustizia e dell’esercizio regolato della libertà, e quella della ricerca del significato profondo del vivere, attraverso il radicamento in una ulteriorità che possa sostenere, scandire e al tempo stesso orientare il cammino degli uomini e della società. Al tempo stesso, la storia ci ammonisce severamente rispetto ai pericoli che comporta la confusione tra questi due piani, l’illusione che l’uno possa servirsi più o meno strumentalmente dell’altro, oppure tentare di utilizzarne le specifiche dinamiche, gli strumenti, i linguaggi, senza generare conseguenze distorte. Quando questo è accaduto, la storia ha sempre mostrato il suo volto peggiore. I due piani devono rimanere distinti.

Tuttavia mi pare che la grande sfida con cui il cristianesimo ha tentato di misurarsi nella modernità e che ancora si staglia davanti a noi è quella di assumere questa distinzione senza trasformarla in separazione, nutrendo la dimensione politica con la linfa di una fede incarnata e pubblica, vissuta non individualmente, ma come comunità. E contribuendo perciò alla vita della città offrendo a essa il lievito di una visione dell’uomo e della società, un senso del bene e della giustizia, e l’impegno concreto per la realizzazione di una società più solidale, più libera, più umana.

Questo implica anche, però, che i credenti per primi non si rassegnino a una concezione della politica pensata come semplice regolazione degli inevitabili conflitti e come organizzazione di una convivenza ordinata, insomma come mera amministrazione dell’esistente. Abbiamo bisogno di ritrovare il valore profondo di una politica concepita e vissuta come pensamento e costruzione condivisa del futuro. Pur nella consapevolezza dei limiti intrinseci del suo campo d’azione, la politica deve recuperare il suo respiro progettuale: la sua funzione architettonica, avrebbe detto Giorgio La Pira.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso. In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Mi pare che l’analisi di De Rita, come anche quelle proposte negli interventi che a partire da essa si sono succeduti su queste pagine, siano del tutto condivisibili. Senza dubbio il rancore e l’insofferenza che emergono in maniera sempre più aspra dal profondo della società italiana si radicano in una sorta di disillusione nei confronti del futuro, parola che fino a non molto tempo fa era connotata da una valenza prevalentemente positiva, carica di speranza, di fiducia nel progresso, e che invece oggi si declina sempre più con un senso di incertezza, di timore, di oscurità.

Lo ha ricordato anche il presidente Mattarella nell’intervista rilasciata ai media vaticani pochi giorni fa (cfr. «L’Osservatore Romano» del 18 maggio): le ragioni del disagio sociale sono profonde, e reali. Il nostro Paese è solcato da una serie di contrapposizioni: tra Nord e Sud, o meglio tra i diversi Nord e i diversi Sud che compongono la penisola; tra chi abita in un territorio dinamico e affacciato sull’Europa e chi invece teme di non potersi costruire un futuro se non al prezzo di abbandonare la propria terra; tra chi abita nelle zone spopolate di montagna e chi vive quotidianamente a cavallo di treni e autostrade. Tra adulti e giovani che faticano ad ascoltarsi reciprocamente e ad assumersi le proprie responsabilità; tra italiani impauriti e migranti in fuga dalla morte. Tra cittadini e istituzioni, tra politica e società. Tra rispetto dell’ambiente e crescita economica, tra profitto e dignità dei lavoratori. Tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Siamo divisi anche tra credenti e non credenti, e qualcuno tenta di tracciare solchi persino dentro la comunità ecclesiale.

In questo senso, mi sembra valga la pena aggiungere una sottolineatura: l’aspetto più preoccupante di questa spinta alla frantumazione e alla contrapposizione è il fatto che la politica pare sempre più intenzionata a enfatizzare e allargare le fratture esistenti, invece che preoccuparsi di ridurle. Ed è per far questo che ricorre a un’accezione distorta di identità, riducendola a una specie di fortino dietro cui ripararsi sollevando i ponti levatoi. Ma ogni identità, tanto quella personale quanto quella collettiva, è sempre, per sua stessa natura, un’esperienza relazionale, una dinamica aperta, il prodotto di un insieme composito di somiglianze e differenze, di influenze reciproche, di appartenenze molteplici. Identità è apertura all’altro, necessariamente, fin dalla nascita. È quello che ci insegnano la ragione e l’esperienza, ma anche la nostra fede trinitaria. Ed è quello che inscrive dentro il nostro cuore il nostro saperci fratelli, appartenenti all’unica famiglia umana, in quanto figli di un solo Padre. Vale per ciascuno di noi, singolarmente, ma vale anche per tutti noi come popolo. Proprio per questo abbiamo un grande bisogno, come ha ribadito in più occasioni il presidente Mattarella, di riscoprire e rilanciare le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere una «comunità di vita», del nostro camminare gli uni a fianco degli altri.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Le dinamiche che caratterizzano le due sfere sono differenti, e dunque sono in buona parte differenti, penso, anche le ragioni delle fatiche che si registrano dentro di esse dal punto di vista della difficoltà a camminare insieme. Tuttavia una radice comune può forse essere individuata nella resistenza ad accettare la fatica e il tempo necessari a un autentico ascolto reciproco (e ancor più alla radice all’ascolto del mondo, delle domande, delle paure, dei dubbi e delle delusioni che abitano il cuore delle persone) e a un confronto libero e responsabile tra punti di vista, esperienze, sensibilità e bisogni differenti. Due condizioni indispensabili per ogni esperienza sinodale. Condizioni che postulano la disponibilità a non sapere in precedenza quale potrà essere il punto di arrivo del percorso, accettando il rischio di incamminarsi ugualmente. Se sinodalità significa camminare insieme, allora non può voler dire mettersi in strada con l’intenzione di condurre i compagni di viaggio a un punto di arrivo cui si è già convinti di dover giungere, lungo una rotta predefinita, anche quando la comune direzione generale è chiara. Non può nemmeno voler dire che qualcuno corre avanti mentre qualcun altro rimane indietro. Come sa chi frequenta i sentieri di montagna, camminare insieme chiede la prudenza di procedere senza strappi e la saggezza di rispettare il passo di ciascuno.

Mi pare che queste caratteristiche siano state la cifra dell’intervento di Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze. Non ha suggerito iniziative e priorità o dato indicazioni operative, ma ha sollecitato la Chiesa italiana a mettersi «in movimento creativo» per «avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni». Il magistero di Papa Francesco è così: un pronunciarsi che non chiude i discorsi, ma li apre, avvia processi anziché tirare le somme. Che dice fate, non cosa fare. Dice pensate, non cosa pensare. Anche quando questo può creare inquietudine e generare timore, perché costringe ad avventurarsi in spazi aperti senza navigatore. È in questo modo che può realizzarsi un intreccio armonioso tra un percorso dal basso e uno dall’alto, tra la partecipazione di tutto il gregge e la guida dei pastori.

La condizione perché ciò avvenga, però, è che ci sia fiducia reciproca. Fiducia, in particolare, in quella «immensa maggioranza del popolo di Dio» che sono i laici. Nella loro fede, nella loro passione per la Chiesa e per il mondo, nel loro senso di responsabilità e nelle loro competenze. Da questo punto di vista, avrebbe senso che per non correre il rischio di ridurre l’idea preziosa di un sinodo della Chiesa italiana a una “cosa da fare”, che magari una volta fatta corra il rischio di essere messa da parte per passare ad altro, come a volte purtroppo accade, ci preoccupassimo fin da ora di far crescere un modo di essere Chiesa e delle modalità di lavoro costantemente improntate alla sinodalità. Creando occasioni ordinarie e spazi stabili di confronto, elaborando forme adeguate e possibili di corresponsabilità, valorizzando le esperienze che già sperimentano almeno in parte la grazia di questo modo di essere Chiesa.

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Direi che il suo ruolo principale deve essere proprio quello di essere popolo. Cioè di continuare a intessere dentro la società del nostro Paese una trama ricca di legami tra le persone, le famiglie, le comunità, le formazioni sociali, i territori. Rafforzando e facendo crescere quel tessuto di vincoli solidali, di spazi di corresponsabilità e di partecipazione alla cosa pubblica che già rappresentano la spina dorsale dell’Italia, ciò che la tiene in piedi. Questo significa essere popolo, una realtà molto diversa da quella somma di individui raccolta attorno a un capopopolo con cui lo identificano i populismi.

Credo che proprio qui possiamo intravedere una possibile risposta a quella che Papa Francesco individua, fin dall’esordio dell’Evangelii gaudium, come la tentazione peggiore con cui si deve misurare l’uomo contemporaneo e perciò come la sfida decisiva per la missione evangelizzatrice della Chiesa: quella «tristezza individualista, che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata». Forse una responsabilità specifica spetta, in questo senso, a tutte quelle realtà che nella Chiesa interpretano in maniera particolarmente significativa questa dimensione, questo mettere insieme le persone, le famiglie, le generazioni, i territori, le comunità. Penso a tutte le esperienze di aggregazione, alle associazioni e ai movimenti, che devono mettere questa loro capacità a servizio non solo dell’intera comunità ecclesiale, ma dell’intero Paese. Proprio l’associazionismo può rappresentare per la nostra società un anticorpo sano, in grado di combattere il virus individualista che genera dentro il corpo della nazione processi di disgregazione dei legami sociali.

Abbiamo poi il dovere, come comunità di credenti, di tentare di tradurre in proposte buone per la vita del Paese quello straordinario patrimonio di esperienze, iniziative, idee, persone e valori che la nostra storia ha prodotto nel tempo e che la vitalità della realtà di cui siamo parte continua a generare. Declinando progetti e percorsi concreti attorno a cui confrontarci insieme a tutti coloro che hanno a cuore il presente e il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Pertile: Il bisogno di una nuova sintesi politica

Ragionando sulla possibile presenza politica di un nuovo soggetto politico, si valuta opportuno che venga elaborato un nuovo modello di mediazione politica che sostituisca il presente e innovi rispetto al passato.

Il punto di partenza del ragionamento è che i fattori produttivi tradizionali non sono più le principali leve del motore economico. La prova è che le disuguaglianze economiche e sociali, con i relativi effetti politici, non coincidono più con le istanze del movimento rivendicativo caratterizzato dalla lotta della classe operaia.

Si è, cioè, esaurita da anni la mediazione politica avvenuta tra i ceti produttivi da un lato e dall’altro il ceto operaio e contadino dell’Italia della crescita economica e sociale.
E’ in essere e in divenire una nuova mediazione politica che guarda a nuovi soggetti economici e sociali .

E’ saltato il vecchio nesso tra i luoghi della produzione ed i gruppi sociali ad essi collegati. Salvo rari casi, nel sistema della produzione, non c’è più la catena di montaggio nè le economie di scala di tipo fordista.

Ne discende che nuovi corpi intermedi, quindi nuovi soggetti politici sono chiamati a formulare e a gestire la nuova mediazione politica; mediazione che deve “guardare” (De Gasperi) alla globalizzazione (non coincidenza tra luoghi di lavoro e centri di governo aziendale); alla diffusione dell’intelligenza artificiale ; alla finanza speculativa (mercati internazionali slegati dal senso di responsabilità sociale); al malessere sociale (fenomeno generalizzato nei principali gruppi sociali, così che si può parlare di malessere interclassista) e alla sostenibilità ambientale quale bene comune.
La nuova mediazione non può basarsi (lezione appresa dalla crisi internazionale del 2008) solo sul mercato e sulla logica dell’efficienza; cioè sulla delega al mercato della crescita della ricchezza.

Inoltre, il diffondersi dell’intelligenza artificiale impone una nuova sintesi politica a livello internazionale (un paese da solo non può farcela) per ancorare alle ragioni della democrazia un fenomeno economico e sociale, che sovrasta il singolo individuo e la comunità. Infatti, la diffusione dell’intelligenza artificiale e la sua robotizzazione condizionano il nostro mondo relazionale.
Il lavoro e la vita privata di milioni di persone possono cambiare così radicalmente che potremmo diventare sudditi di un “monarca”, privo di un’anima politica, in grado di minare alle radici la libertà e la democrazia.

L’evoluzione tecnologica, il mondo produttivo digitale e globale, il mercato finanziario internazionale, la tutela dell’ambiente impongono una mediazione politica che faccia coesistere lo scambio economico, la redistribuzione dei redditi, la solidarietà in una forte e solida legittimazione democratica.

Papini: Se John Maynard Keynes torna di moda

Il mondo delle imprese da tempo chiede al governo di uscire dalle risse quotidiane e di impegnarsi in un progetto, concreto e tangibile, di politica industriale. Proprio la richiesta di maggiori investimenti pubblici è riuscita a far tornare in piazza i tre maggiori sindacati italiani, per la prima volta insieme dopo anni di incomprensioni.

E’ dunque molto tempestiva la decisione della casa editrice Mondadori di pubblicare la nuova edizione italiana degli scritti di John Maynard Keynes, un maestro del pensiero economico che ha insegnato come spetti anche agli Stati assicurare un certo livello di attività produttiva e di occupazione, garanzia che non si può lasciare solo alla “mano invisibile” del mercato (come teorizzava invece Adam Smith).

Il volume, pubblicato nella collana dei Meridiani, comprende la principale opera di Keynes, “La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” e altri scritti, la maggior parte dei quali inediti in lingua italiana, tra cui la “Lettera aperta al Presidente Roosevelt” a pochi mesi dalla sua elezione, e il saggio su “Come pagare il costo della guerra” del 1944, nel quale Keynes anticipa l’idea delle politiche dei redditi. La nuova edizione è curata da Giorgio La Malfa, che la ha arricchita con una cronologia essenziale, che in realtà ne è un’interessante biografia.

Keynes non è solo un economista, ma è anche colui che ha ricondotto questa disciplina nell’ambito delle scienze sociali e morali. Che ha rovesciato, alle soglie della Seconda guerra mondiale, il predominio di un indirizzo dominante nei cinquant’anni precedenti: una concezione dell’economia che aveva cercato di assimilarla alle «vere scienze», alle scienze della natura. E l’aveva ridotta a una scienza arida e triste, al di fuori delle possibilità di comprensione e di attrazione per coloro che volevano, dagli economisti, un aiuto a capire e migliorare le società in cui vivono.

Keynes vinse la battaglia, e anche alla sua vittoria teorica è dovuto il mondo di ieri, i trent’anni di benessere diffuso di cui i Paesi capitalistici e liberali avanzati hanno goduto tra gli anni Cinquanta e Ottanta del secolo scorso. Ma non vinse la guerra e la reazione degli economisti tradizionali non si fece attendere per molto, anche con buone ragioni. Sicché oggi la disciplina versa in uno stato di frammentazione.

Non sempre è vero, anzi lo è di rado, ciò che diceva Mao Zedong: «La confusione è grande sotto il cielo. La situazione è eccellente». Ma questa volta lo è. E questa benefica confusione è soprattutto merito di Keynes: è dovuta alla rottura del vaso di Pandora del paradigma dominante. Dunque alla riconduzione dell’economia alla via maestra delle scienze morali e sociali e di conseguenza ai dissensi e ai conflitti di opinione che inevitabilmente le attraversano.

Quali sono le lezioni di Keynes oggi? La situazione odierna, in Italia e in Europa, è profondamente diversa da quella sulla quale Keynes ebbe modo di riflettere, ai tempi della “Grande depressione” degli anni Trenta e dell’assetto che le economie capitalistiche liberali e democratiche si diedero a Bretton Woods nel 1944. Nonostante la grande crescita del reddito, la disoccupazione e la povertà ancora incrinano la coesione sociale di molti Paesi. E siamo nel mezzo di una rivoluzione tecnologica così veloce e profonda che non riusciamo a capire come sarà organizzata la società del prossimo futuro, e se riuscirà a dare lavoro, dignità e reddito ai suoi cittadini.

Non sappiamo, dunque, come Keynes avrebbe risposto a queste sfide. Ma sappiamo come le avrebbe affrontate. L’avrebbe fatto convinto che un capitalismo temperato da interventi pubblici necessari, nel contesto di un ordine politico liberaldemocratico, può trovare una buona soluzione ai problemi della convivenza umana. In economia non ci sono leggi ferree che si impongono con la necessità delle leggi naturali e una «discrezione intelligente» può sempre prevalere su «regole stupide». Se qualcuno trova un’assonanza con quanto una volta disse Romano Prodi (a proposito del Patto di Stabilità) questa non è casuale: Prodi si riferiva a Keynes. Una discrezione intelligente, orientata al bene comune, esige però classi dirigenti capaci di esercitarla. E questo è un problema non proprio trascurabile.

Moody’s:  “il debito pubblico dell’Italia continuerà a salire nei prossimi anni”

Moody’s riferisce che i minibot, potrebbero essere “un primo passo verso la creazione di una valuta parallela e la preparazione dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona”. L

Secondo l’Istituto anche “il semplice fatto che la proposta sia tornata alla ribalta rappresenta un fattore negativo”.

L’agenzia di rating ha poi aggiunto che il debito pubblico dell’Italia “continuerà a salire nei prossimi anni” e l’obiettivo del governo di un deficit al 2,1% del Pil per quest’anno “manca di credibilità”.

Secondo Moody’s, il deficit quest’anno sarà al 2,6% e il prossimo al 2,7%. “Consideriamo la legge di bilancio 2020 un importante passaggio per valutare l’affidabilità creditizia dell’Italia”.

Il provvedimento di Bruxelles secondo l’agenzia non avrà molto senso perchè Roma sarà piegata, prima ancora che dall’Europa, dalla pressione dei mercati finanziari, che minaccia già di farsi insopportabile.

Moody’s prevede di riconsiderare il rating italiano il 6 settembre.

Spagna: la rivoluzione ai vertici di Podemos non ferma le critiche

Dopo la pesante sconfitta elettorale incassata da Podemos, che ha perso circa 1 milione di voti alle legislative del 28 aprile e 900.000 preferenze alle comunali e alle regionali del 26 maggio, Pablo Iglesias ha lanciato una profonda ristrutturazione dei vertici del partito di sinistra, allontanando uno dei suoi più fedeli leader: Pablo Echenique.

Iglesias avrebbe scelto di nominare come nuovo presidente della segreteria dell’organizzazione Alberto Rodriguez (Santa Cruz de Tenerife, 1981).

Anche se  i settori più critici continuano a chiedere una profonda riflessione sulla direzione non accontentandosi di uno scambio di nomi.

Secondo Nacho Escartín. “La situazione in Podemos non riguarda il taglio delle teste, ma la ridefinizione del percorso. “Non credo che Echenique sia l’unico responsabile”, ha detto Ramón Espinar, ex leader a Madrid. 

Questa voglia di congresso che però si respira nell’opposizione non sembra aver aiutato la direzione di Podemos nella decisione di anticipare l’assemblea prevista per il 2021.

 

 

La Caritas Lombardia promuove i campi estivi nei comuni dell’Italia centrale colpiti dal terremoto

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Anche quest’anno nel cuore dell’Italia ferito dal terremoto dell’estate del 2016 si vedranno, purtroppo, pochi villeggianti.
Al loro posto, però, arriveranno volontari e artisti.

Tra luglio e agosto, nei comuni dell’Italia centrale colpiti dal terremoto, si terranno i campi estivi organizzati dalle Caritas delle dieci diocesi lombarde nell’ambito del gemellaggio tra la Delegazione lombarda degli organismi caritativi e la Diocesi di Rieti. Quest’anno, inoltre, a portare una ventata di allegria, farà tappa nel cratere del sisma anche una carovana di clown, giocolieri e saltimbanco.

Nei comuni di Amatrice, Accumoli e nei tanti altri borghi all’interno dell’area terremotata, i volontari vivranno accanto agli abitanti che ancora attendono di poter rientrare nelle loro abitazioni. In particolare dovranno occuparsi dei bambini, affiancando gli educatori della Caritas di Rieti nelle attività di animazione, gioco, studio e preghiera. Ma, stabilendo un contatto con i più piccoli, entreranno in relazione anche con genitori e nonni riempiendo quel vuoto più pesante da sopportare delle stesse macerie. I campi di volontariato si svolgeranno da luglio ad agosto. Ogni squadra sarà composta da un massimo di 15 persone, i turni dureranno ognuno una settimana. Il primo gruppo arriverà la seconda settimana di luglio. Ma ognuna delle Caritas lombarde ha già aperto le prenotazioni (sui rispettivi siti informazioni e numeri di telefono e modalità per offrire la propria disponibilità).

A dare manforte ai volontari, farà tappa nella Diocesi di Rieti, aprendo i campi estivi, il tour di “Esprimi un desiderio”, uno spettacolo di teatro integrato messo in scena da attori con e senza disabilità dalla compagna “Il Carrozzone degli artisti” grazie alla Delegazione delle Caritas lombarde. Il Carrozzone in viaggio per le piazze d’Italia, raggiungerà il 2 luglio Cittaducale, il 3 Accumoli, il 4 Amatrice, il 5 Borbona, per poi tornare in Lombardia dove è partito il 27 aprile. I 15 elementi che compongono la compagnia proporranno uno show incentrato sull’arte circense.

«Il “popolo delle seconde case” è sempre stato per le nostre terre una grande risorsa. Portava energia, vita e dava anche un po’ di linfa all’economia locale. Purtroppo non è ancora rientrato e anche quest’anno non ritornerà, perché la ricostruzione pubblica stenta a decollare e quella privata langue. Proprio ora che sentiamo il peso delle tante decisioni rinviate e delle risposte che non arrivano dalle istituzioni, abbiamo bisogno di percepire forse più ancora che nei giorni della tragedia che non siamo stati dimenticati. Per questo i volontari dei campi estivi e gli artisti saranno per noi una benedizione», spiega il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili.

La Cina va avanti sul 5G

Il 5G è la rete di nuova generazione che andrà a superare l’attuale 4G LTE.

Essa permetterà di usare la rete mobile per tutta una serie di servizi che finora sono stati appannaggio di altri mezzi.

Le velocità del 5G dovrebbe raggiungere valori di picco di ben 20 Gbps. Nell’uso pratico reale le stime però sono molto più basse, ed intorno a 1,4 Gbps. Giusto per mettere le cose in prospettiva, il picco delle reti 4G LTE è di circa 4000 Mbps (LTE Cat. 15), sebbene nella pratica siamo più vicini ai 100 Mbps.

Grazie a questa nuova rete tutti i dispositivi connessi avranno l’affidabilità di un’attuale rete cablata su rete mobile, ovvero disponibile ovunque. Parliamo di videosorveglianza, droni e auto a guida autonoma.

E anche se molti paesi ancora ne discutono, la Cina procede a passo spedito sul 5G, nonostante le turbolenze legate al caso Huawei.

Il ministero dell’Information technology ha assegnato le prime quattro licenze a uso commerciale del nuovo standard di telefonia mobile, affidandole a China Telecom, China Mobile, China Unicom e China Broadcasting Network.

Il 5G porterà “a una nuova generazione di infrastrutture di telefonia mobile ad alta velocità”, ha affermato il ministro Miao Wei.

 

Big Data e intelligenza artificiale per soluzioni innovative di risparmio energetico

Questi gli obiettivi dell’accordo di collaborazione tra Cassa depositi e prestiti, Ansaldo Energia e Snam  con uno sguardo attento allo sviluppo dell’utilizzo dell’idrogeno nel settore energetico.

L’intesa è stata siglata la scorsa settimana a Roma dagli amministratori delegati di Cdp Fabrizio Palermo, di Ansaldo Energia Giuseppe Zampini e di Snam Marco Alverà, con l’obiettivo di avviare iniziative comuni.

Le aree oggetto dell’accordo riguardano la digitalizzazione (robotica, utilizzo di Big Data e Cyber Security); il monitoraggio e la diagnostica predittiva di reti e impianti complessi;
l’efficientamento energetico delle installazioni e dei consumi, nonchè la generazione distribuita; le attività di ricerca e sviluppo sia per il settore del gas naturale liquefatto sia per l’utilizzo dell’idrogeno in ambito domestico, industriale e nella produzione di elettricità; le possibili sinergie tra elettrico e gas.

Ansaldo Energia e Snam condivideranno le proprie competenze tecniche avviando dei tavoli di lavoro dedicati sia su attività già industrializzate e disponibili che su tematiche innovative e di ricerca applicata; Cdp supporterà, dal punto di vista economico e finanziario e in linea con la propria missione istituzionale, i progetti che abbiano ricadute positive a beneficio dell’interesse del Paese.

“L’intesa rappresenta una nuova tappa del nostro percorso a sostegno della transizione energetica – ha detto l’amministratore delegato di Cdp Fabrizio Palermo –  e rinnova la stretta collaborazione con importanti realtà imprenditoriali legate al nostro Gruppo, fornendo soluzioni innovative e di flessibilità della rete per sostenere l’utilizzo dell’energia da fonti rinnovabili e diffondere i risultati della ricerca tecnologica che oggi rende possibili ambiziosi target di efficienza. Questa intesa è un acceleratore verso il raggiungimento dei nostri obiettivi di Sostenibilità anche in campo energetico”.

“Questo accordo – ha sottolineato l’amministratore delegato di Ansaldo Energia Giuseppe Zampini – ci consente di mettere a disposizione l’esperienza di Ansaldo Energia nel campo della digitalizzazione degli impianti, della diagnostica e della manutenzione predittiva e di collaborare con Snam per un ulteriore sviluppo nel campo dell’idrogeno che sarà sempre più significativo sia sull’accumulo di energia da fonte rinnovabile che nella generazione elettrica. Il supporto di Cdp, in questo contesto, potrà più facilmente consentire di raggiungere gli obiettivi sfidanti che le due aziende hanno individuato e che consentono una crescita al sistema Paese nel campo della sostenibilità ambientale”.

“Grazie a questo accordo – ha concluso l’amministratore delegato di Snam, Marco Alverà mettiamo a fattor comune le competenze e le tecnologie di Ansaldo Energia e Snam, con il supporto e il contributo di Cdp, per sviluppare progetti di innovazione nell’energia, dall’utilizzo di Big Data e intelligenza artificiale allo sviluppo dell’idrogeno fino a nuove soluzioni di risparmio energetico. Lavorando insieme facendo sistema possiamo cogliere nuove opportunità di crescita sostenibile derivanti dal processo di transizione energetica, a beneficio delle nostre aziende e del Paese”.

La moderazione è virtù, il moderatismo è vizio.

Pierferdinando Casini, nella sua uscita sul Messaggero, fa riferimento alla categoria dei “moderati”.

La domanda è: che strana creatura sono i “moderati” nella società italiana ed europea del nostro tempo? Dove sono? Quali sono i bisogni sociali che li identificano? Quali le aggregazioni comunitarie che li rappresentano? Non è che per caso parliamo di una categoria interpretativa della società oggi scomparsa sotto i colpi dei mutamenti radicali di questi anni?

La grande parte della società – sopratutto il cosiddetto “ceto medio”, impoverito dai processi economici; privato in gran parte della tradizionale propensione al miglioramento delle proprie condizioni di vita; spaventato dai cambiamenti imposti dalla globalizzazione – esprime piuttosto oggi una domanda di “radicalitá”.

Mai come oggi, dunque, risulta vero l’assunto spesso citato da Mino Martinazzoli: la moderazione è virtù, il moderatismo un vizio.
Il problema drammatico è che le risposte oggi prevalenti non hanno né moderazione come stile istituzionale e cifra di responsabilità, né vera radicalitá riformatrice nei contenuti. Come è tipico di ogni populismo.
Sono convinto che al “populismo cattivo” non è contrapponibile un “populismo buono”, che non esiste in natura.

Ma sono parimenti convinto che chi si attendesse – dopo l’eventuale naufragio di questo Governo – il ritorno ad un “Governo dei moderati” (o anche più semplicemente agli assetti politici precedenti) – resterebbe deluso.

Contro la deriva sfascista della destra serve certamente il richiamo a quella “moderazione” che in realtà è rispetto della “laica sacralità democratica” delle Istituzioni. Ma serve anche una radicalitá riformatrice, che sfidi i populisti sul loro stesso terreno: quello dei “veri” interessi del popolo.

Che significa immaginare e perseguire un nuovo “compromesso” tra democrazia e mercato. La destra populista è bravissima nel rappresentare il disagio del popolo. Ma non ha le idee e la visione per dare risposte sostenibili a questo disagio.
Anche la sinistra (nella sua accezione tradizionale) oggi fatica a interpretare il cambiamento.
Ed è vero che questa difficoltà si è talvolta tradotta in chiavi di lettura e proposte tipiche del “pensiero unico iper liberista”.

Non è, dunque, di una “gamba moderata” che abbisogna il campo politico alternativo alla destra, ma di una “simbiosi ritrovata” con gran parte del popolo.

In questa prospettiva, la rinascita di una formazione politica di ispirazione popolare e liberal democratica potrebbe portare al campo alternativo alla destra un apporto essenziale e – ritengo – doveroso.

Essa non può nascere però come “germinazione” da parte del PD. Non sarebbe credibile. Ciò che serve è un soggetto politico che sia autonomo nella sua identità e alleato col PD nella costruzione di una alternativa democratica ed europeista alla destra.
Chi oggi è nel PD ha un compito diverso e non meno importante.
Tocca a chi non ne fa parte trovare idee, linguaggi, proposte e leaders nuovi, capaci di dare voce e rappresentanza a quel mondo sociale e civile che ancora crede in un progetto.

Ma perché ciò accada serve generosità, confronto, coraggio.
E disponibilità anche di chi oggi è “fuori” dalla politica di metterci la faccia, come hanno fatto in altre epoche i “liberi e forti”.

Il ruolo di Pietro Padula al servizio dello Stato e delle Autonomie Locali.

Altrove sarebbe diverso. Non coglieremmo questo moto gentile di patriottismo locale, che riempie alla vigilia i contorni e le forme dell’evento, solo in parte cittadino. Altrove, in un convegno dedicato a chi fu sindaco nei remoti anni ‘80 del secolo scorso, una pigra e distratta ritualità avrebbe  ingabbiato ogni slancio di interesse o commozione, scivolando nel protocollare

Altrove, certo, ma non a Brescia. L’appuntamento è a Palazzo Loggia, in una giornata che doveva essere d’inizio giugno, ma che presenta all’improvviso, dopo tanto ritardo, la calura dell’estate già matura, quando i bresciani – si dice – ricercano il conforto del monte Maddalena. Sulla piazza, prima di salire lo scalone del Palazzo di città, si coglie la viva sensazione di angoscia e di vergogna, che rimonta a 45 anni di distanza da una strage ancora evocativa di un’Italia ferita, consegnata alla violenza di menti occulte e manovalanza ambigua, contro le istituzioni democratiche; strage che negli annali del terrorismo è il passaggio intermedio di una lucida strategia di destabilizzazione, iniziata nel 1969 a piazza Fontana, nel centro di Milano, e culminata nel 1978 a Roma, in via Fani.

L’invito segna le ore 18.00 del 4 giugno. Prima di tutto, alla presenza del sindaco, i relatori s’incontrano in Sala Giunta per definire gli ultimi dettagli. Il convegno richiama innanzi tutto l’attenzione sulla storia urbana più recente, in un paesaggio intellettuale e politico che suscita rispetto e ammirazione, includendo un Papa indimenticabile (Giovan Battista Montini), grandi famiglie di professionisti (si pensi ai Bazoli e agli Onofri), politici di rango alla Martinazzoli e Salvi, sindaci straordinari come Boni e Trebeschi, fior d’imprenditori e grandi servitori delle istituzioni (anche Guido Carli era nato qui). Liberali e cattolici, a cavallo tra ‘800 e ‘900, hanno forgiato una comunità stratificata ed omogenea, al tempo stesso, che conserva in qualche modo gli anticorpi per  resistere alla tentazione della Lega salviniana.

Nel Salone Vanvitelliano, affollato come nelle grandi occasioni pubbliche, la presentazione del libro (Pietro Padula. La buona politica, a cura di Ennio Pasinetti e Franco Franzoni, Editrice Morcelliana) segue un ritmo ordinato e intenso. Tino Bino, coordinatore dei lavori, legge in apertura il messaggio del Presidente della Repubblica. Non c’è retorica nelle frasi ponderate di Mattarella: Padula, politico preparato e amministratore locale di riconosciute qualità, è stato un “edificatore della Repubblica delle autonomie”. E nel libro, che raccoglie le più varie testimonianze tra cui quelle di De Mita, Bodrato, Bassetti) colpisce appunto la delicata e partecipe scrittura del Capo dello Stato.

Più volte parlamentare, uomo di governo, dirigente di partito, Padula aveva un rapporto molto stretto con la vita amministrativa locale. Guarda caso, andando indietro nelle vicende familiari, si scopre un legame con gli Sturzo di Caltagirone. Dunque, a ricalco della lezione del popolarismo, il municipio rappresenta per il giovane, ma poi anche per il maturo amministratore locale, il vero banco di prova dell’impegno pubblico.

Sul punto ha insistito particolarmente Lorenzo Dellai, sindaco di Trento all’epoca dell’Anci a guida Padula. Nella circostanza vien fuori, proseguendo nel dibattito, che proprio Dellai era il candidato in pectore che Padula immaginava  potesse raccogliere il testimone, nel congresso del 1995, alla fine di un mandato che egli aveva esercitato con autorevolezza ed equilibrio, affrontando le vicende più tormentate della stagione di Tangentopoli.

Quindi Riccardo Marchioro, altro relatore che può vantare di sicuro un legame profondo con Padula, aggiunge nel ricordo dell’uomo quel tratto di umanità e spessore morale che faceva dell’amicizia una categoria politica inserita a pieno titolo nell’agire pratico. Se per altri era la tenacia la qualità più eminente di Padula, per Marchioro lo era invece la lealtà, una virtù impossibile da coltivare al di fuori di un’autentica concezione dell’amicizia. Ciò dava al ruolo di Padula nella vita di partito quella caratura di autorevolezza che discendeva dal visibile connubio di riflessione e slancio operativo, grazie specialmente alla “cultura della mediazione” assorbita negli anni di formazione nel Movimento giovanile della Dc.

In effetti, pensiero e azione costituivano nel loro intreccio fecondo l’anima della politica della terza generazione democristiana. “Da esponente della sinistra di Base, ha sottolineato Lucio D’Ubaldo, egli ragionava sulla politica e ne spiegava le tensioni, i condizionamenti, le scelte”. Andrebbe perciò ricostruita, con grande cura, la fisionomia culturale di questa corrente dei giovani progressisti post-dossettiani. Con essi, nutriti al metodo del confronto a tutto campo e alla rigorosa gestazione e verifica del quadro di programma, il moderno politico di “tipo democristiano” avrebbe assunto i lineamenti che poi la crisi della Prima Repubblica si è purtroppo incaricata di rimuovere. “Dai Basisti, ha precisato dunque D’Ubaldo, potevi attenderti quella sorta di costante illustrazione che rendeva intellegibile la lotta politica. A differenza del modo di fare odierno, con i leader impegnati solo a consacrare il loro sconfinato egocentrismo. Dove prima esisteva il dogma della coerenza, oggi domina l’arbitrio del movimentismo, senza regole. Anzi, con l’unica regola del potere per il potere”.

Alla fine della tavola rotonda è tornato al centro il discorso sulla città. Il sindaco, nel tirare le somme, ha fatto leva sul contributo offerto da Padula, su cui vale la pena interrogarsi ancora. È lievemente commosso, Del Bono. “Brescia, ci diceva Pietro, non deve chiudersi in se stessa. Anche la provincia, in questa visione ambiziosa, aveva e ha un perimetro più ampio di quello giuridico-amministrativo. Va oltre, cioè, l’asse geografico tra Ponte di Legno e Pontevico. Ecco, siamo qui, a dieci anni dalla scomparsa, a commemorare il sindaco che dirigeva lo sguardo verso l’orizzonte di una città – la sua, la nostra – che doveva pensarsi come effettiva e concreta realtà metropolitana”. Ultimo interprete di quella continuità dinamica che appartiene al municipalismo cattolico bresciano, Del Bono ha fissato da par suo un concetto fondamentale per  un’accurata ricognizione dell’esperienza del suo predecessore: per lui un pensiero grato, se non anche affettuoso, avendolo conosciuto e apprezzato nel cimento della lotta amministrativa, quando un giovane consigliere comunale, muovendo i primi passi, avvertiva per intero la necessità di mostrarsi adeguato a condividere con i maggiori protagonisti del tempo il ruolo di rappresentante delle istanze civiche”.

Di questo dibattito rimarrà, infine, il richiamo alla centralità di questioni vecchie e nuove che interessano le battaglie per l’autonomia degli enti locali. “L’Anci di Padula, nelle conclusioni di Del Bono, non era il sindacato dei Primi cittadini. Non era dunque, nella versione più angusta, una corporazione tra le tante. Era piuttosto il luogo politico che raccoglieva e sedimentava le  dinamiche di un autonomismo pensato e vissuto come fattore originario, dotato di pari dignità rispetto agli altri livelli di governo, della “forma” costituzionale dell’ordinamento repubblicano. Un’Anci politica, quella di Padula, che dobbiamo rifare nostra, aggiornando ovviamente le modalità di interpretazione”. Dietro il velo del linguaggio aggraziato si coglie il disagio che cova, specialmente in un’ottica lombarda, nell’ambito dell’associazionismo comunale. A Palazzo Loggia ha fatto capolino un monito garbato, il cui valore assomiglia a quello di una “Brescit”.

P.S. Erano presenti in sala la moglie Luigina, le figlie e altri parenti. Con lo stile, sobrio, che piaceva a Pietro Padula.

Liliana Ocmin: Nel corretto uso del linguaggio il superamento degli stereotipi di genere

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro) 

Come Coordinamento nazionale donne, abbiamo sempre sostenuto che per contrastare efficacemente le violenze e le discriminazioni nei confronti delle donne non bastano gli interventi del solo legislatore. Le leggi tendono ad imporre dei comportamenti ma di fatto non sono sufficienti a creare consapevolezza e ad educare al rispetto della dignità delle persone. Questo fa parte di un più generale processo culturale da realizzarsi in parallelo con la tutela della sicurezza. La rappresentazione della donna nei media rimane ancora oggi distorta, mortificata e ricondotta alla consueta funzione di oggetto del desiderio, da comprare, accostandola di volta in volta ad un’automobile, ad una crema, ad un letto ortopedico o ad un materasso ergonomico.

Così nelle tv nazionali e regionali. Nel Lazio, ad esempio, nonostante l’impegno del Consiglio regionale delle comunicazioni (Corecom) attraverso il Protocollo “Donne e media nel Lazio. La rappresentazione femminile sulle TV regionali”, sottoscritto con istituzioni, media e associazioni, emerge “un’informazione ancora prevalentemente maschile nei contenuti per la quale la donna è “notiziabile” solo in casi di cronaca e soprattutto in quanto vittima”. Anche nell’applicazione delle norme capita spesso che vengano disattesi i più elementari obiettivi educativi che sottendono alle stesse, rendendo più difficile lo scardinamento di stereotipi, convinzioni e rappresentazioni errate della figura femminile all’interno della nostra società. Quante volte abbiamo assistito a pronunciamenti da parte dei giudici che hanno utilizzato espressioni “infelici” e poco rispettose della dignità della donna? “Troppo brutta per essere stuprata”, sentenzia la Corte d’Appello di Ancona, oppure “l’ha uccisa perché in preda ad una tempesta emotiva”, le fa da eco il Tribunale di Bologna.

Al di là del rispetto che ci deve essere per ogni sentenza, non possiamo condividere l’uso di un linguaggio offensivo ed inappropriato, non incanalato in quel perimetro di cambiamento culturale riconosciuto come humus essenziale per lo sviluppo della pari dignità fra uomo e donna. Perché le parole hanno il loro peso e spesso possono ferire “più della spada”. Lo ha dimostrato anche il dibattito che si è sviluppato durante la tavola rotonda organizzata da Cgil Cisl e Uil in Friuli, con il patrocinio del Comune di Palmanova, che ha messo in evidenza il rapporto stretto tra l’uso delle parole e il radicamento degli stereotipi di genere che discriminano e rendono “ordinarie” le violenze e le sopraffazioni, con conseguenze a volte terribili, come si è visto in questi giorni con il caso choc della diciassettenne olandese stuprata in tenera età che, in preda ad una lunga e profonda depressione, ha chiesto ed ottenuto la morte per eutanasia, un epilogo da brividi che interroga ad ampio spettro le nostre coscienze. Personalmente lo ritengo un fallimento per l’intera umanità, anche per i non credenti.

Il linguaggio, dunque, quello corretto, può divenire invece punto di forza nel cammino verso la parità. Abituarci, ad esempio, all’uso del femminile nel definire le singole professionalità e le diverse funzioni all’interno delle relazioni sociali diventa un modo per rendere visibile chi non lo è. E ciò vale per tutti quelle espressioni, confinate nel cosiddetto neutro-maschile, che rendono impercettibili le donne. Per questo abbiamo voluto dar vita in seno al Coordinamento nazionale ad uno specifico gruppo di lavoro con l’obiettivo di avviare riflessioni culturali volte a scovare gli stereotipi proprio nell’uso della lingua e arrivare a definire specifiche proposte per rispondere all’esigenza di femminilizzazione della nomenclatura professionale collegata al mutare della condizione femminile, in linea con quanto esiste già a livello internazionale.

Vogliamo che sia riconosciuta, inoltre, la parola femminicidio, attualmente non presente nelle leggi italiane e in quelle europee, come termine giuridico unitamente alla promozione di un codice organico contro la violenza di genere, anche attraverso la spinta di un’apposita Direttiva comunitaria.
Con questa consapevolezza e con l’impegno condiviso a tutti i livelli possiamo superare l’ostacolo rappresentato dalla cultura maschilista ancora dominante e realizzare un giusto equilibrio tra i due generi.

 

I commerci della Cina e Trump

Gli sbilanci commerciali tra gli USA e la Cina sono ingenti, a vantaggio della Cina, da oltre due decenni, durante i quali in America sono stati ignorati o considerati uno strumento per portare la Cina verso un’evoluzione liberale. I deficit commerciali USA verso la Cina e molti altri paesi sono dovuti alle differenze nel costo del lavoro e agli usi consumisti della società americana. È anche vero, però, che quei deficit – insieme agli impegni di polizia globale svolti dalle forze armate USA – hanno consentito a molti paesi dell’ex terzo mondo di uscire dalla povertà e ad altri di arricchirsi. Nei confronti della Cina quei deficit sono stati di oltre 300 miliardi di dollari l’anno. A ciò si sono aggiunte le attività predatorie cinesi, con il furto di proprietà intellettuale e di tecnologia Made in USA per centinaia di miliardi di dollari. I governi di George W. Bush e di Obama l’hanno tollerato con miope benevolenza, lasciando che i cinesi nascondessero il loro operato dietro la clausola di essere un paese in via di sviluppo. Per esempio, i cinesi hanno sottratto agli USA, con sistemi hacker e con spionaggio anche di semplici studenti, la tecnologia del solare e dell’eolico, e poi l’hanno sviluppata con prodotti più economici. Trump ha avuto il merito di affermare la necessità di una correzione e di portare la Cina al tavolo del negoziato mediante le tariffe, che hanno rallentato, in alcuni settori, la corsa dell’economia cinese. Trump parlò della necessità di una correzione già nel 2000, in libro dal titolo The America we deserve. Egli è il primo presidente a dire con chiarezza ai cinesi: squilibri commerciali di queste dimensioni non possono continuare; e a dire: vi sarà una risposta se i furti di tecnologia, per centinaia di miliardi ogni anno, proseguono; e a dire: se voi mettete tariffe del 25% sui nostri prodotti (come Pechino fa da sempre, per esempio, con le automobili USA), perché non dovremmo noi fare altrettanto? Grazie al potere decisionale che il Congresso in passato ha delegato ai presidenti in materia di commercio con l’estero (potere che essi non hanno in altri campi, come l’immigrazione), Trump ha imposto sulle merci cinesi tariffe efficaci, non soltanto perché hanno fatto incassare al Tesoro USA alcuni miliardi di dollari. Già nel dicembre 2018 The Hill (quotidiano insider di Washington) scrive: “Le tariffe funzionano. Nei quattro principali settori in cui sono applicate, acciaio, alluminio, pannelli solari e lavatrici, le imprese USA hanno aperto oltre 40 mila nuovi posti lavoro. La sola Steel Dynamics ha impiegato 3600 nuovi lavoratori dell’acciaio”. Di fatto l’America è tornata a produrre acciaio, anziché comprarlo all’estero. Per mezzo delle tariffe, l’obiettivo è di arrivare a un accordo credibile e verificabile.

 

Trump non cerca una guerra fredda con la Cina. Non vuole un’economia cinese destabilizzata. Come per il nuovo trattato con Messico e Canada, egli pensa a benefici reciproci. Non vuole tagliare i profitti delle società USA che hanno investito in Cina. Però egli chiede conti commerciali più equilibrati e avverte la necessità di salvaguardare, per quanto possibile, la tecnologia USA, contestando il progetto cinese di leadership tecnologica raggiunta con la complicità degli USA. Durante i mesi di ricerca di un accordo, tra il dicembre 2018 e il maggio 2019, Trump per due volte impone una tregua al contenzioso, decidendo di non aumentare dal 10 al 25% le tariffe su 200 miliardi di dollari di export cinese. Intorno a lui, in minoranza sono le voci – come quella del suo ex stratega Steve Bannon, o di Lou Dobbs – che consigliano di alzare le tariffe per indurre la Cina ai cambiamenti richiesti. Per lo più, invece, i consigli che gli arrivano – anche da voci nel suo governo, tra cui il Segretario al Tesoro Mnuchin – sono di accettare le concessioni cinesi in quanto a maggiori acquisti di merci negli USA. Tra febbraio e aprile 2019 vi è intorno a Trump un battere di tamburi mediatici (con il Wall Street Journal in prima fila) che ripetono: un accordo con la Cina è necessario. Anche se quell’accordo continua a favorire i cinesi, anche se non garantisce piccole imprese e artigiani americani. La fazione moderata del globalismo si impegna a fondo: il mondo degli affari, le società di Internet, ascoltati senatori. Ma un patto che non preveda la protezione dello spazio informatico USA e la fine dei furti di tecnologia, non è l’accordo di cui l’America ha bisogno. I colloqui sul commercio tra il governo Trump e la Cina non hanno lo scopo di assicurare la stabilità dei mercati finanziari o di favorire il rialzo delle quotazioni a Wall Street. Come le tariffe, essi hanno lo scopo di mettere condizioni al cammino della Cina verso il dominio finanziario, nella misura in cui quel cammino si fonda su furti hacker e su benevolenza fuori dalla realtà da parte dei governi USA. Il terzomondismo del pensiero liberal, e in qualche misura anche la teoria del libero mercato quando diviene ortodossia, per molti anni hanno reso debole la leadership USA.

 

Chi nelle società o nel mondo del business USA (la Chamber of Commerce, la Round Table, i fratelli Koch, i magnati di Internet, quelli di Wall Street) guarda con indulgenza al mercantilismo imperialista della Cina, o anche lo corteggia, ha adottato il pensiero dei leader di Pechino, per i quali il furto di programmi civili e militari occidentali è un diritto acquisito – acquisito al tempo, forse, della rivolta dei Boxer (1899). In realtà non vi può essere un accordo senza cambiamenti da parte cinese e senza verifiche. In passato i cinesi hanno violato gli accordi conclusi con i presidenti USA; e del resto, nel 2019, durante i mesi di trattative con gli inviati USA, gli attacchi cyber e i furti da parte di Pechino (spesso ad opera di strutture controllate dai militari) sono proseguiti. Per tutto ciò i conservatori non globalisti dicono a Trump che egli deve tenere aperta la possibilità di ulteriori tariffe, che sono la principale leva in mano al suo governo.

 

Il nuovo e inatteso atto del lungo confronto con la Cina prende avvio nel maggio 2019, quando l’accordo sul commercio sembra pronto. Già da alcune settimane i delegati cinesi erano impegnati a rendere meno precisi gli impegni da sottoscrivere nel segretissimo documento di 150 pagine negoziato da mesi. A inizio maggio il governo di Pechino fa marcia indietro e si ritira da impegni specifici. Benché il capo dei negoziatori cinesi, il vice premier Liu, sembri cercare davvero un accordo con Lighthizer e Mnuchin, il governo di Pechino, abituato a trattare con gli USA senza completa onestà, si prepara a rompere l’accordo ancor prima di averlo firmato; e lo fa senza pubblicità. Trump dice no. Il 5 maggio Trump annuncia che le tariffe su 200 miliardi di dollari di merci cinesi salgono dal 10 al 25%, e che sul resto dell’export cinese negli USA (325 miliardi di dollari) verranno messe tariffe in mancanza di un accordo. L’annuncio di Trump consente ai media più diffusi in America – con larga e sprovveduta, oppure in malafede, copia in Italia – di imputare l’ovvio, temporaneo calo delle Borse alle “minacce” di Trump. In realtà, lo stop al negoziato deriva dal prevalere a Pechino di quanti considerano i furti in Occidente una parte non rinunciabile del loro progetto egemone, tanto che il presidente Xi parla di “una nuova lunga marcia” a cui deve essere pronta la Cina: il che per i cinesi è un messaggio di battaglia e di sofferenze in arrivo. Quanto alla risposta di Trump, egli una volta di più sorprende i cinesi, mettendone in questione le aggressioni economiche. Chi a Pechino pensava che questo giorno non sarebbe mai arrivato, deve rifare i conti.

 

La Cina dipende di più dalle vendite di merci negli USA che non viceversa: 525 miliardi di dollari l’anno l’export cinese negli USA, 130 miliardi l’export americano. La Cina ha bisogno di esportare in America. Dunque, da parte USA, il mantenere le tariffe è uno strumento cruciale del negoziato. Le tariffe sulle proprie merci sono l’unica cosa che il governo cinese non può ignorare. Uno dei massimi esperti di Cina, Michael Pillsbury, scrive (Wall Street Journal, 6/5/2019): “È meno probabile che la Cina evada gli impegni se l’osservarli conduce a una riduzione delle tariffe. Se non vi sono tariffe a garantire l’accordo, la Cina lo violerà”. Nel maggio 2019, alle nuove tariffe imposte da Trump la Cina reagisce con l’annuncio di dazi su 60 miliardi di dollari di merci USA. Come già accaduto nel 2018, con le tariffe di rappresaglia la Cina cerca di colpire i farmers americani delle Grandi Pianure (che sono elettori di Trump) riducendo gli acquisti di derrate agricole. Molto opportuno è l’impegno di Trump a compensare in via temporanea il mondo dell’agricoltura, usando parte dei ricavi delle tariffe. Il governo Trump mette in atto un programma di sostegno al settore agricolo per 16 miliardi di dollari, benché i Democratici provino a fermarlo in Congresso. Il programma è tanto più necessario dopo le severe inondazioni che hanno colpito il Midwest nella primavera 2019, con gravi danni alle colture e ai silos del grano, e con perdite di bestiame, dal Nebraska all’Iowa, dal Kansas all’Indiana.

 

La scelta di Trump di non accettare un accordo difettoso è l’unica strada per provare a correggere squilibri che riguardano non solo gli USA, ma tutto l’Occidente. Piuttosto indecente è la reazione non soltanto dei media più diffusi, ma dei centri del potere finanziario, come Goldman Sachs e la Business Round Table (che rappresenta decine di multinazionali), i quali rendono pubbliche dichiarazioni contro “l’escalation delle tariffe” di Trump. Anche in Europa il potere globalista e i suoi media fingono di non comprendere che cosa significano ingenti deficit commerciali protratti per anni, o fingono di considerare le tariffe uno strumento antiquato. I media americani non spiegano il costo di 30 anni di massicci trade deficit per la classe media e gli americani non ricchi in termini di perdita di reddito, di salari e di lavoro. Però un argomento molto presente su quei media è che le tariffe sono “tasse pagate dai consumatori USA”, cioè che i dazi fanno aumentare i prezzi al consumo. In realtà le tariffe del 10%, in essere su merci cinesi per oltre un anno dalla primavera 2018 in poi, hanno causato un aumento minimo nel prezzo dei relativi prodotti e non hanno danneggiato, al contrario, l’economia USA.

 

Trump dice no a un accordo finto, nonostante le pressioni che arrivano da lobby influenti. Per lui sarebbe stato facile accettare un accordo con cui la Cina compra più grano o soia o automobili in America: avrebbe ottenuto i consensi di Wall Street, con il rialzo dei mercati globali. Quella di Trump è una scelta di leadership. Steve Bannon la vede addirittura come un punto di svolta per fermare il molto annunciato declino americano. Di certo, con l’impresa di cambiare la relazione con la Cina in materia di commercio e in materia di attività hacker, Trump non diviene un altro presidente (dopo Obama) che acconsente al declino nazionale. Trump sa che del declino fanno parte le fabbriche che chiudono e la droga che entra nel paese, i furti di tecnologia civile o militare e gli eccessivi sbilanci commerciali. La coerenza di Trump nel respingere un accordo difettoso è una sconfitta maggiore dei globalisti.  

 

L’accordo commerciale possibile tra USA e Cina, che si riprende a negoziare nell’estate 2019, è soltanto un armistizio nella guerra economica. I suoi contenuti sono i seguenti: Pechino si impegna a ridurre lo sbilancio commerciale con l’acquisto di più merci USA, anzitutto derrate agricole ed energia (tra cui 18 miliardi di dollari di gas liquido); si impegna a ridurre le tariffe da sempre applicate su merci USA, tra cui le automobili, e a non eseguire svalutazioni competitive della valuta (il yuan); si impegna, con promessa personale di Xi gradita a Trump, a imporre controlli sulla produzione in Cina di fentanyl, la droga sintetica che ha invaso l’America: nelle parole di Xi, “qualunque entità cinese” trasferisca (il che spesso avviene via Messico) la droga negli USA va incontro in Cina a “pene capitali”, in base a una nuova legge. Meno definiti sono gli impegni cinesi in materia di spionaggio e furti hacker, che il governo di Pechino nega e su cui dunque è evasivo. Un’altra nuova legge cinese dovrebbe ridurre la pratica usuale delle pressioni su aziende occidentali che operano in Cina, affinché consegnino tecnologia a consociate cinesi; però i critici affermano che l’impegno non è formulato in modo convincente. E in ogni caso le leggi in Cina hanno un valore relativo, perché sono del tutto superabili dal volere politico di chi dirige il partito comunista: il sistema legale è una provincia minore e controllabile del potere.

 

Di fatto l’accordo è molto difficile. La Cina non vuole rinunciare ai vantaggi acquisiti. Trump ha denunciato un pesante squilibrio: ancora nel 2018, quando le tariffe hanno iniziato a rallentare l’export cinese, gli USA, in pieno rilancio economico, hanno un deficit commerciale con la Cina di quasi 400 miliardi di dollari, il più alto da 10 anni, che inizia poi a calare nel 2019. Il governo cinese fa alcune concessioni, altre le finge. Se Pechino non ammette le intrusioni cyber, o il furto di proprietà intellettuale, o le tecniche usate per sottrarre dati militari, e si limita a comprare più mais e soia, o più gas, l’accordo rimane parziale, cosmetico. Trump chiede, come condizione per un patto commerciale, che i cinesi mettano fine ai furti di programmi americani. Poi però, come nel caso dell’immigrazione legale e di quella illegale, egli non può governare da solo. In Congresso, per i Democratici il problema maggiore sembra quello di rovistare nelle sue dichiarazioni dei redditi. In ogni caso, con la sua resistenza alla Cina, Trump ha imposto la realtà che gli USA sono una nazione sovrana, e non l’anello di una catena in un’economia globalizzata le cui regole sono concordate da Goldman Sachs con il governo di Pechino. Da parte sua, il governo cinese vuole soltanto la revoca delle impreviste tariffe di Trump; e poi vuole aspettare un diverso presidente USA.

 

Che cosa si può davvero ottenere da un accordo commerciale con la Cina? La riduzione del deficit commerciale USA (o dei deficit europei, se i governi europei fossero schierati con Trump), con maggiori acquisti di merci da parte cinese: questo sì. Tutto il resto è incerto. Il governo cinese non vuole rinunciare ai furti e allo spionaggio che da decenni consentono di saccheggiare programmi ad alta tecnologia. Inoltre, solo in parte è possibile ridurre la pratica cinese di costringere al trasferimento di tecnologia le imprese americane (o europee) che entrano sul mercato cinese, anche perché la decisione finale spetta a quelle imprese. Quanto alle società cinesi, esse continueranno a essere controllate dallo stato. Quasi niente il governo cinese concede sulla riduzione dei sostegni per le società di stato, perché tali sostegni fanno parte del modello economico cinese e mantengono il potere del partito unico. Per esempio, il motivo per cui il maggior produttore al mondo di treni veloci è cinese (la società CRRC) si trova, oltre che nei furti di tecnologia in Occidente, nei sussidi che esso riceve dallo stato. Da ultimo, tutte le correzioni previste dall’accordo sono legate al permanere delle tariffe imposte da Trump, come strumento per forzare l’applicazione di quanto concordato. E poiché le violazioni da parte cinese restano probabili, l’obiettivo che si impone al governo Trump è di disimpegnare l’economia USA da quella cinese e di affidare all’intelligence la guerra contro le intrusioni cyber e lo spionaggio della Cina. Il dovere delle agenzie di intelligence americane e dei loro sofisticati strumenti non è quello di lasciarsi coinvolgere in finte indagini su collaboratori o familiari di Trump – finte indagini indegnamente promosse dai repulsivi politici Democratici che nel 2019 sono a capo delle Commissioni Giustizia, Intelligence e Sorveglianza della Camera –, bensì quello di difendere la nazione anche sul piano informatico e anche con ritorsioni.

 

Tempesta perfetta

Quotidiano esercizio di individuazione di quel che potrebbe capitare. Il valzer potrebbe essere alle sue battute finali. Come si sa, il valzer è un ballo triste. Non possiamo più permetterci il lusso di assistere a quelle giravolte dal sapore depressivo; il Paese ha bisogno di una musica più decisa, seria, responsabile e in parte anche velata da un sano ottimismo. All’Italia servirebbe un canto alla Beethoven.
Non passa ora che tutti i commentatori signoreggiano sulla nuova discordia dei due contendenti. Non ne possiamo proprio più. E non solo perché tra un po’ si affaccerà l’estate e avremo bisogno di andamenti meno smorzati, ma soprattutto perché su di noi puntano gli occhi i cupi sparvieri del mercato, l’avvoltoio dello spread.
Ieri, ma si sa è solo una mossa diversiva, Salvini e Di Maio hanno acciuffato un accordo sullo sblocca cantieri. Però, incombono altri macigni. Oggi, giungerà la lettera della Unione Europea, cosa scriveranno, solo Dio lo sa. Possiamo solo prevedere che non saranno confetti di nozze. Alla porta bussa il tema dell’autonomia e scalpita, per bocca di Salvini, la flat-tax. Qui, credetemi, non ci sono, a parer mio, compromessi che riusciranno a incollare le due sponde: qualcuno dovrà cedere e cedere troppo.
Di fronte a questo amaro scenario, visto da noi spettatori e anche dagli attori in campo, condurrà la compagine a un inevitabile scoramento. È altamente probabile che il Governo non ce la faccia.
Tutti si riempiono la bocca di elezioni anticipate. Non c’è commentatore che non preveda un simile evento. Io, per parte mia, modestamente, sono di parere opposto. Perché immagino una tempesta perfetta. Vale a dire un tormento che, in fondo, accontenterà tutta la compagine parlamentare e, soprattutto, troverà nel Presidente Mattarella la chiave di volta per ammaestrare la cosiddetta tempesta perfetta.
Descriviamola:

1. fine del Governo;
2. ricerca di una nuova maggioranza;
3. armonizzazione delle parti in commedia;
4. perno centrale la Lega di Salvini;
5. centro destra con supporti esterni;
6. transfughi dai 5Stelle al nuovo fuoco governativo;
7. benedizione di Mattarella, esclusione di elezioni anticipate.

Tutti felici:

I 5Stelle, pur se dimagriti di qualche decina di unità, resteranno incollati alle sedie parlamentari; il Pd non deve fare immediatamente i conti al suo interno; Forza Italia tira un sospiro di sollievo, rimangono al 14% rappresentati in Parlamento; la Lega assieme alla Meloni raggiungono l’agognata meta: metteranno il primo Ministro e un vice a rappresentarli; gli altri partiti minori si asciugheranno il sudore con il fazzoletto.
Tutto questo potrebbe prender forma durante questo periodo tardo primaverile e la stagione estiva. E il “capolavoro” potrebbe presentarsi sulla scena teatrale nella seconda metà di settembre, pronto a scrivere la finanziaria 2010.

Casini Ghostbusters

Pierferdinando Casini, quando parla dei moderati, insegue un ectopalsma.
E’ vero che ”lo spazio immenso che si è creato al centro” dello schieramento politico dovrà essere coperto in qualche modo da qualcuno. Ma dovrebbe essere altrettanto chiaro, a chi ancora riesca a pensare politicamente senza l’ottundimento emotivo derivante dall’astinenza da palcoscenico, che tentare di riempire il vuoto con il nulla è impresa inutile oltre che impossibile.Poichè il moderatismo non è una categoria politica, politicamente equivale al nulla. La moderazione, casomai, può essere uno stile di vita, un metodo di comportamento e di relazione, un’attitudine preziosa, eventualmente anche in politica. Ma richiede al contempo una chiarezza ”evangelica” su obiettivi, progetto, strumenti e motivazioni, che si stenta ad intravedere nei ragionamenti di Casini.

Ma anche volendo sorvolare questi particolari, ciò che sorprende è la fervida fantasia che fa immaginare a Casini di poter qualificare come moderati, ”in grado di parlare ai moderati”, due personaggi politici come Renzi e Calenda che sono l’uno la quint’essenza dell’intemperanza e dell’incontinenza, l’altro un campione dell’ondeggiamento e dell’irresolutezza. Passi per Tabacci, che all’abilità e alla scaltrezza vetero democristiana associa la verve soporifera di un flacone di Tavor. Ma pensare di costruire un centro moderato, politicamente evocativo come una ribollita di patate lesse, con profili di questo genere, è davvero troppo.

Su una cosa, però, Casini potrebbe aver ragione: tra la Lega di Salvini che cerca di cannibalizzare i Cinquestelle e il Pd di Zingaretti che tenderà a inglobare le sinistre, esiste uno spazio che può essere riempito da una classe dirigente credibile in grado di fornire risposte alle attese del ceto medio impoverito, dei ceti operai e impiegatizi a basso reddito (compresi i pensionati), ma anche dei ceti produttivi che hanno bisogno di stabilità e certezze per programmare i loro impieghi e di quell’equilibrio politico (che oggi manca) capace di fare sintesi dei diversi interessi secondo un criterio di giustizia e di bene collettivo.

Ognuno può definire tale spazio come preferisce, ma quello che conta sono i quattro elementi sopra citati e la capacità di un gruppo promotore di fare da aggregatore di persone.
Ma è indicativo che l’intervento di Casini e quello di Panebianco siano apparsi sui certi giornali.

L’Europa torni a essere il sogno dei padri fondatori

Articolo pubblicato sull’Osservatore Romano,  del 3-4 giugno 2019

«L’Europa torni ad essere il sogno dei padri fondatori»: sul volo di rientro verso Roma, al termine del viaggio in Romania, il Papa conclude il consueto incontro con i giornalisti con un auspicio e, al tempo stesso, una preghiera. Francesco invita credenti e non credenti a unirsi in un’unica intenzione. Ai primi raccomanda: «pregate per l’Europa, per l’unità». E ai secondi chiede: «augurate la buona volontà, l’augurio del cuore» per un continente chiamato a riscoprire le sue radici per tornare a coincidere con il «sogno» dei grandi europeisti.

Per il Pontefice «bisogna riprendere lo spirito dei padri fondatori», perché «l’Europa ha bisogno di essere sé stessa, della propria identità» per «superare le divisioni e le frontiere». Un tema risuonato più volte nel colloquio con i giornalisti a bordo dell’aereo che nella serata di domenica 2 giugno ha riportato il Papa a Roma dopo tre intense giornate trascorse in terra romena. Tre giorni culminati nella beatificazione di sette vescovi greco-cattolici, elevati agli onori degli altari durante la divina liturgia celebrata domenica mattina a Blaj alla presenza di una grande folla di fedeli giunti da tutto il Paese. A loro Francesco ha affidato l’eredità dei presuli martiri — sintetizzata in due parole, libertà e misericordia — esortandoli a opporsi alle «colonizzazioni ideologiche che disprezzano il valore della persona, della vita, del matrimonio e della famiglia e nuocciono, con proposte alienanti, ugualmente atee come nel passato, in modo particolare ai nostri giovani e bambini lasciandoli privi di radici da cui crescere».

Nel pomeriggio, prima della partenza dalla Romania, la visita al quartiere Barbu Lăutaru ha offerto infine al Pontefice l’occasione per elevare una richiesta di perdono per le discriminazioni che nel corso della storia hanno colpito la comunità Rom.

Giornata mondiale della bicicletta

Si è celebrata  la Giornata mondiale della bicicletta voluta delle Nazioni Unite per promuovere le due ruote come mezzo di trasporto e per il tempo libero. Sappiamo bene che sostituire l’auto con la bici apporterebbe benefici enormi all’ambiente e all’aria che respiriamo. Un uso diffuso della bicicletta ridurrebbe drasticamente le emissioni di Co2. Secondo uno studio dell’European Cyclists’ Federation, se i cittadini della Ue dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i danesi nel corso del 2000 (una media di 2,6 chilometri al giorno) tutti i Paesi conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

“La bicicletta è un mezzo di trasporto sostenibile ed economico che oltre a far bene alla salute e all’ambiente è capace di dare slancio e prospettiva di sviluppo a una variegata filiera dell’economia che ruota attorno al mondo delle due ruote” ha detto il titolare dell’Ambiente, Sergio Costa. “Per il Ministero e per questo governo – ha aggiunto – la promozione delle mobilità dolce è fondamentale. Non penso solo ai 361 milioni di euro sbloccati dal Mit per 10 progetti di ciclovie (tra i quali la ciclovia Venezia Torino e il Grab di Roma), ma anche al bando che abbiamo aperto per le città sopra ai 50 mila abitanti per finanziare la mobilità ciclabile con stanziati 10 milioni per interventi sulla ciclabilità, 3,5 per la sharing mobility e 1,5 milioni per i mobility manager. Una persona in più che si sposta in bici in città è un’auto tolta dalla strada”.

“Il mio desiderio è che l’Italia diventi un Paese a misura di bicicletta – ha spiegato il ministro – con il potenziamento delle infrastrutture urbane necessarie a garantire la sicurezza e l’attenzione dovuta alle categorie deboli della strada. Insieme a questo immagino anche un “Italia Paese Parco” dove l’asset principale della conservazione della natura sia proprio l’ecoturismo e quello su due ruote è certamente la nicchia più importante. Un parco ricco di ciclabili è un parco più attraente per chi ci vive e per chi lo visita. Laddove si investe in infrastrutture legate alla mobilità dolce si creano nuovi posti lavoro, circa cinque per ogni chilometro di ciclabile. Se vogliamo davvero costruire un’economia nuova e a zero emissioni, da dove vogliamo partire se non da questi progetti?”.

Conte ci prova ma non è detto che riesca.

Può essere l’ennesima prova di quanto precario risulti il meccano governativo dei gialloverdi. Un tentativo fallace, pertanto, che nasconde l’ansia di ricomporre in qualche modo un equilibrio arrovesciato dopo l’esito elettorale del 26 di Maggio. Insomma, un maldestro espediente per sopravvivere all’incombenza del redde rationem tra leghisti e grillini, in attesa del gran finale. Sta di fatto che la conferenza stampa di Conte un risultato lo porta a casa e va nella direzione di un di più di autonomia nell’azione di Palazzo Chigi.

È un segnale pallido, indubbiamente. Eppure, tra le pieghe di tante sovrabbondanze di lamentazioni e aggressività, il discorso del Presidente del Consiglio si manifesta concreto e preciso: laddove, cioè, a tutela degli interessi della nazione, il premier rivendica e ottiene il diritto a una delega piena nei rapporti con l’Unione europea. Su questo punto fa testo l’immediato via libera di Salvini. Certo, non si tratta di una delega in bianco, né di una fiducia incondizionata. Ma tant’è! Se le parole hanno un senso la trattativa con Bruxelles, tesa a scongiurare l’avvio della procedura d’infrazione per eccesso di deficit, non è subordinata al gioco di distinguo e rilancio dei due vice-premier.

Conte ha voluto dire che insieme a Tria si premura di alzare il tono della partita a scacchi con la Commissione europea. Tuttavia, per vincere le resistenze e uscire a testa alta dal confronto ai tavoli di Bruxelles, c’è bisogno di un’Italia capace di parlare con una voce sola, senza l’umiliazione di telefonate nel cuor della notte per spiegare e convincere, e quindi per avere da “chi conta davvero” il consenso su quanto deciso in accordo con gli interlocutori della Commissione.

L’arringa e il piagnisteo dell’avvocato del popolo per adesso scongiurano il pericolo di una incontrollabile crisi di governo. Conte si fa forte della mancanza di alternative, giacché nemmeno Salvini è pronto a individuarne una, con le conseguenze del caso. Il leghismo rigonfio di voti può esplodere come la rana che nella favola s’immaginava di eguagliare il bue. Al di là degli atteggiamenti smargiassi, Salvini avverte il rischio di ridursi a metafora vivente di una conclamata impotenza rispetto all’Europa, il vero “bue di questa teatrale e impossibile sfida del sovranismo. Qui c’è lo stallo e qui, pertanto, il rilancio di Conte. Avrà fortuna? Per il bene del Paese, e con lo spirito di un’opposizione che non intende lucrare in modo spregiudicato sui passi falsi della maggioranza, ci si vorrebbe anche sperare contro ogni speranza. L’Italia danza sul ciglio del burrone.

Il Centro da ricostruire. Risposta a Bonalberti.

Nei giorni scorsi, visto anche l’esito delle europee, Ettore Bonalberti aveva lanciato un nuovo appello alla riaggregazione delle forze di centro. Qui pubblichiamo la risposta del nostro direttore.

Caro Ettore,

ci troviamo d’accordo, non ci sono obiezioni sostanziali ai tuoi richiami. Se aggiungo qualcosa è per amore di dibattito. Più ci confrontiamo, con fiducia e pazienza, più rendiamo serio il percorso di riattualizzazione dell’esperienza democratica di matrice cristiana.

In Italia serve un nuovo centro. Finalmente, dinanzi alle pericolose incongruenze dell’alleanza gialloverde, trova riscontro il genuino significato della formula a noi cara: il centro che guarda a sinistra (o cammina verso sinistra, come precisava De Gasperi). Il che significa la propensione, come direttiva morale e politica, a collocare il cattolicesimo popolare fuori dal perimetro del conservatorismo, quindi ancor più, in questa fase tormentata della vita nazionale, fuori dalla morsa di populismo e sovranismo.

Non è un guadagno da poco, considerato il fatto che ancora alla vigilia di questa campagna elettorale serpeggiava l’ambizione di allestire alla bell’è meglio una proposta di stampo neo-centrista; una proposta tuttavia che appariva lontana dalla realtà, senza un orientamento percepibile a riguardo degli interlocutori da privilegiare e gli avversari, viceversa, da combattere con maggiore urgenza e determinazione. In pratica, un angusto tentativo di autopromozione.

Chi vi ha creduto, seguendo suggestioni inevitabilmente fragili, è affogato nello stagno di percentuali elettorali sconfortanti. In mancanza di propositi coerenti, forti di un legame autentico con la nostra vocazione riformatrice, si rischia il naufragio preventivo. Non possiamo evocare la cultura democristiana, fondativa per altro del migliore europeismo, con la presunzione di acquisire l’automatica speranza di riaccreditamento presso ampie fasce di elettorato,  in quell’amalgama privo di rappresentanza di ceti popolari e ceti medi.

Il centro può rinascere solo in virtù di una riscossa ideale. Non si discute la volontà di salvaguardare – per esso e con esso – il principio di autonomia, con ciò volendo sfuggire al cappio della subalternità. Sicché la questione di come si debba vivere il rapporto con il Pd – unica forza organizzata, allo stato degli atti, nel campo dell’opposizione – esige un approccio rigoroso. Bisogna evitare lo schematismo, derivante dal presupposto ingenuo o capzioso, che una deriva a sinistra del nostro principale interlocutore apporti un vantaggio nel posizionamento dei Popolari al centro.

A mio avviso, dovremmo avere lo scrupolo di sollecitare l’attenzione anche del Pd verso l’area intermedia dell’elettorato, dove sappiamo che s’addensa, per così dire, lo strato gelatinoso di un popolo ostile tanto alla radicalizzazione quanto al pressappochismo. In altre parole, alla irresoonsabilità. Anche il Pd, nel suo insieme, ha il dovere di misurarsi con tale istanza di equilibrio e discernimento. Ha poco senso la ciclica scommessa su possibili scissioni. È più conveniente che Renzi e Calenda assolvano alla loro missione dall’interno, così da frenare e correggere le spinte che vanno in direzione di un populismo sussiegoso, ordinato secondo un canone di sinistra, tendenzialmente cedevole all’ipotesi di alleanza con il M5S.

Sotto questo aspetto, l’autonomia dei Popolari consiste nel dare vigore e compiutezza al riordino in senso degasperiano del “centro progressista”, punto di irradiazione della politica riformatrice e di stabilizzazione della dialettica democratica. Per questo occorre un duplice sforzo: da un lato, a garanzia di un’ampia e feconda partecipazione, senza strumentali pregiudiziali o discriminazioni; dall’altro, a sostegno della rigenerazione di “formule ideali” destinate a vivificare un programma di risanamento e sviluppo del Paese, a partire dalla battaglia per la riduzione del debito pubblico.

Insomma, nessuno sia impedito e nessuno sia costretto: insieme, con chiarezza di obiettivi, sperimentiamo i termini di un nuovo approccio condiviso. Ce la possiamo fare, a patto che si abbia lo slancio giusto laddove, a partire dalle comunità locali, le circostanze consiglino di investire sulla formazione di una nuova leva di nuovi Popolari.

Lorenzin: Roma è una città implosa

Noi romani siamo un po’ abituati a tutto, è la storia millenaria della città eterna che dona ai suoi abitanti una vena provvidenziale mista a quel disincanto di chi sa che la città ne ha viste talmente tante che può sopravvivere e risorgere dalle sue stesse macerie.

Ma il disincanto non può essere assuefazione al degrado e al brutto, né tantomeno un alibi per le classi dirigenti per rassegnarsi all’inevitabile.

Qual’è la grande capitale occidentale in cui gli abitanti filmano in pieno giorno topi che scorrazzano tra i cassonetti eternamente tracimanti immondizia?
In cui gabbiani grandi quanto tacchini hanno colonizzato la città, sorvegliano il territorio dai tetti delle nostre auto e dopo aver decimato la fauna autoctona, cacciano topoloni  e saccheggiano le pattumiere?

Inutile parlare del corollario: zecche e topi nei parchi giochi dei bimbi e al netto dell’abbandono dell’igiene pubblica abbiamo anche le zanzare killer.

La città eterna che ha resistito a più di un’invasione scricchiola nell’incuria, voragini e buche, implosione del sistema di trasporto pubblico, neanche la metro si salva più e non si capisce dopo mesi quale fermata della metro A o B si possa utilizzare.

I servizi sociali, oggetto dell’ignobile intreccio di Mafia capitale sono più che inadeguati e carenti rispetto ad una metropoli così in sofferenza. Politiche della casa, dell’ambiente, della cultura: non pervenute.
Intanto le fantomatiche politiche della sicurezza dove sono? Intere piazze continuano ad essere zona franca per gli spacciatori e le tende dei disperati continuano a mettere i paletti nei parchi urbani, così come le efferatezze di Ostia ci spalancano lo scenario di una città dove la malavita mostra la sua faccia feroce ed arrogante.

Questa non è Roma, non è una Capitale del primo mondo.

Il dibattito sul SalvaRoma di questi giorni non è all’altezza della sfida in campo. La #lega si rifugia nel solito vecchio slogan a lei caro del “Roma Ladrona” per non autorizzare un piano di risanamento e riqualificazione della Città Eterna, dimenticandosi che i cittadini romani non solo sono vittime, ma pagano con una tassazione che non ha eguali in Italia per risanare i 12 miliardi di debito della città , senza oramai avere garantito neanche l’ordinaria amministrazione.

La Lega finge di non essere al #governo e abbandona la #Capitale d’Italia ad uno spettacolo di degrado che finisce periodicamente su tutta la stampa internazionale, penalizzando gravemente l’immagine della nazione e le capacità di chi la governa.

D’altra parte il M5S ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza rispetto alla sfida e arriva a questo punto della sua amministrazione con una città che non ha un solo profilo di miglioramento. Soprattutto ha mostrato di non avere né una visione né una road Map per risanare la città sia dal punto di vista economico , sia sociale e culturale, sia per lo sviluppo e la trasformazione amministrativa.

Il confronto non è solo impietoso con le altre capitali europee che pur hanno dovuto affrontare non poche sfide e problemi in questi decenni, basta pensare a #Parigi o #Berlino, ma anche con Milano che ha saputo cogliere tutte queste sfide ed è diventata una delle città più attrattive d’Europa.

Ecco perché c’è bisogno di una grande alleanza per Roma che abbandoni il provincialismo stucchevole del dibattito politico del governo. Un’alleanza che veda la partecipazione di tutte le forze politiche e sociali per rimettere in piedi la città e scongiurare la crisi di liquidità paventata e il collasso della Capitale.

Serve un grande piano, concreto e misurabile che coinvolga i cittadini e li faccia partecipi del modello di risanamento e rilancio della propria città.

Il salva Roma serve e va costruito con attenzione, approfittando di questo decreto, deve salvare la città sul serio e non solo la sua attuale amministrazione rimandando il problema alle prossime elezioni.

Macche’ “Movimento”, e’ Casaleggio e associati s.r.l.

Non lo abbiamo scoperto noi. E’ cosa riconosciuta e comprovata. Se ne è scritto in giornali ed in libri. Quello dei “Cinque Stelle” non è un partito, o qualcosa che gli somigli, una associazione di cittadini mossi da sentimenti e convincimenti politici comuni che si siano messi assieme per esercitare il diritto sancito dell’art. 49 della Costituzione.
Il cosiddetto Movimento 5 Stelle è un pezzo della proprietà della “Casaleggio e Associati” S.r.l., uno strumento di produzione di quel lucro che è il fine di tale società.
Si è contestato, non senza fondamento, a Berlusconi di essersi considerato sempre il “proprietario” di Forza Italia. Berlusconi era (e per quel che ne resta, è) l’unico che pone e dispone di Forza Italia, partito senza organismi collegiali e con dirigenti che non siano nominati da lui, dal padrone. Che è quello che “ci ha messo e ci mette i soldi” (e “la faccia”).
Nel cosiddetto Movimento 5 Stelle, Casaleggio, prima il padre, poi il figlio, i soldi ce li ricavano e, a quel che si dice, molti.

Il rapporto tra consiglieri, deputati, senatori cinquestelluti e movimentisti è, in realtà rapporto con la società Casaleggio e Associati S.r.l. Sono dipendenti con una sorta di “rapporto di lavoro”, con uno “Statuto” che è una sorta di contratto collettivo con carattere privatistico.
Gli eletti “rendono” alla S.r.l. Casaleggio versando una quota delle loro indennità. Sono munti come vacche da latte.
Non a caso Di Maio viene chiamato “capo politico” dal Movimento. Il che sta a significare che a gestirlo ci sono altri capi che si occupano della baracca redditizia.
Ma, mentre il carattere “patrimoniale” di Forza Italia è stato sbattuto in faccia a Berlusconi ed a tutti gli aderenti e considerato di per sé motivo di diffidenza e di presa di distanza di quel partito, dal suo leader e dalla sua politica, con la “Casaleggio S.r.l.” hanno trattato non solo oggi la Lega e Salvini, ma in passato anche Renzi ed altri.
E, mentre contro il finanziamento dei partiti si è fatta una legge chiaramente diretta a renderlo difficile ed a farne quasi un delitto, nessuna regola è stata imposta, se non la stessa rappresentata dalla Costituzione, per impedire o, almeno, ostacolare, limitare, lo sfruttamento di quelli che vengono presentati al Paese come “partiti” quale fonte di redditi ed oggetto patrimoniale redditizio di società e imprese più o meno chiare.
E’ questa la più grave e disgustosa manifestazione di ipocrisia che abbia dato il nostro mondo politico.

Gli espedienti per “mungere” gli eletti 5 Stelle (e, di conseguenza la buona fede degli elettori) sono vari e spesso illegittimi alla luce delle stesse disposizioni costituzionali. Basti pensare alle “penali” a carico dei Parlamentari che lasciano il Movimento ed i suoi Gruppi: norma che sfacciatamente viola il “divieto del vincolo di mandato” per gli Eletti in Parlamento.
Si dirà che il versamento di una quota dell’indennità non l’hanno inventata né Casaleggio né Di Maio. Ma, a parte l’entità, una cosa è il concorso alle spese del proprio gruppo parlamentare ed il versamento al Gruppo, ad altri Parlamentari con i quali si lavora, altra il versamento al “proprietario” del partito, ad una società a scopo di lucro di cui il partito è solo l’ombra.
Vi sono dei corollari di questa sciagurata invadenza di una società di lucro nello sfruttamento della vita politica istituzionale dello Stato che, solo ad ipotizzarli, fanno rabbrividire.

Anche se gli affari della Casaleggio e C. vanno a gonfie vele, non può escludersi l’ipotesi di un eventuale fallimento.
In tal caso la Curatela fallimentare ed il Tribunale metterebbero piede (e le mani) nel funzionamento di un gruppo parlamentare e disporrebbero dei Parlamentari.
Mezzo Parlamento sarebbe sottoposto a qualcosa che ha a che vedere con la procedura concorsuale.
Nessuno ha sollevato tale questione di estrema delicatezza. Certamente ogni specifico rimedio normativo rischierebbe di apparire ancora più gravemente lesivo dei principi di libertà e di autonomia del Parlamento di quanto già non lo sia questa assurda baracca di sfruttamento della politica e della vita delle istituzioni cosiddette democratiche.
Un personaggio che ben conosce il marchingegno della Casaleggio S.r.l., interrogato da un giornalista sulle prospettive di sopravvivenza dell’attuale Governo, ha risposto che questo durerà finchè Salvini non farà il nome di Casaleggio.
C’è proprio bisogno che lo faccia Salvini?

Economia circolare: 4 imballaggi in carta su 5 tornano a nuova vita

Il Programma specifico di prevenzione pubblicato da Comieco presenta risultati  incoraggianti. Il documento rileva  come nel 2018 gli imballaggi cellulosici immessi al consumo siano stati oltre 4,9 milioni (+0,78% rispetto al 2017). Ma il dato di maggior interesse è quello riferito al  numero dei rifiuti da packaging destinati al riciclo, che si attestano a più di 3,9 milioni, con un incremento, rispetto all’anno precedente, del 2,45% e un tasso di recupero pari all’81,44% (+1,66% rispetto al 2017). A diminuire del 2,34% sono invece i quantitativi di imballaggi cellulosici avviati a termovalorizzazione, che passano da 382.768 tonnellate nel 2017 a 373.882 tonnellate nel 2018. A riprova del fatto che diminuisce la presenza di imballaggi in carta e cartone nel rifiuto indifferenziato.

In Italia la raccolta di macero, considerando sia la provenienza domestica sia quella industriale, raggiunge complessivamente quota 6,6 milioni di tonnellate. Un dato destinato a salire se si considera la crescita costante delle percentuali di raccolta differenziata al Sud, che sta recuperando terreno nei confronti del Centro e del Nord. Aumenta inoltre il numero dei Comuni convenzionati con Comieco (attualmente sono oltre 5.600), una rete che copre l’83,8% del territorio nazionale e coinvolge 51,3 milioni di abitanti. Un ulteriore incremento c’è stato a partire dal gennaio 2019 con numerosi Comuni, che prima gestivano la propria raccolta al di fuori del consorzio, che hanno chiesto di sottoscrivere nuove convenzioni. Questi flussi, insieme alle maggiori quantità da amministrazioni che prima affidavano al consorzio solo parte della propria raccolta e ai volumi aggiuntivi attesi principalmente al Sud, porteranno Comieco a prendere in carico e avviare a riciclo oltre 600.000 tonnellate di materiale in più rispetto al 2018. Questo per effetto di una contrazione dei prezzi del macero, dovuta anche al blocco alle importazioni imposto dalla Cina.

La raccolta differenziata ha un importante valore non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello economico per il territorio e le comunità. I corrispettivi erogati da Comieco ai Comuni,  ammontano ad oltre 110 milioni di euro, in una duplice logica di sussidiarietà e garanzia del riciclo, sostenendo a tutto campo lo sviluppo dei servizi di raccolta differenziata per la crescita dell’economia circolare.

La sfida è tra fautori di un futuro possibile e irresponsabili demagoghi.

Si è scritto molto sulla famosa “lettera” che il Governo italiano ha mandato a Bruxelles in risposta alla richiesta di chiarimenti sullo stato del nostro debito pubblico.
Sappiamo che questa lettera dice ciò che il Governo in carica – con le sue divisioni – poteva dire. Cioè ben poco, se non fare riferimento – legittimo, ma scontato – alle condizioni generali di mancata crescita registrate, seppur meno che in Italia, a livello europeo.
Qualcuno sostiene che la Commissione Europea, sulla base di questa lettera – ma forse,  più che altro, sulla base della oggettiva debolezza politica di un organismo in scadenza – non attiverà subito nessuna procedura formale di infrazione contro l’Italia per violazione degli accordi liberamente sottoscritti anche dal nostro Paese in materia di debito pubblico.
Sinceramente lo auspico, da italiano e da europeo.
Sbaglierebbe l’opposizione a scommettere su un esito diverso dell’istruttoria in corso a Bruxelles, nonostante il fatto che il Governo italiano abbia fatto di tutto per mettersi (e mettere tutti noi) nei guai.
Tocca all’opposizione – e a tutte le forze sociali e civili del Paese – dimostrare quel senso dello Stato e quella responsabilità che Lega e M5S non hanno saputo esprimere fino ad ora.
Del resto, il passaggio vero non sta nell’esito di questa famosa “lettera”.
Se la Commissione aprisse formalmente la procedura di infrazione sarebbe drammatico: ma se anche – come si spera – non lo facesse, i problemi per l’Italia non sarebbero certamente superati.
Resta, in ogni caso la necessità di una manovra autunnale di Bilancio che – stante la situazione – neppure Mago Merlino potrebbe confezionare senza decisioni gravi e impegnative.
In poche parole – Bruxelles o non Bruxelles – non ci sono i soldi per realizzare neppure una minima  parte delle promesse in base alle quali Lega e M5S – oltretutto con proposte tra loro divaricanti – hanno vinto le elezioni politiche del marzo 2018 e tanto meno per realizzare il “contratto di Governo”,  che ne rappresenta non una sintesi, ma una semplice sommatoria, di volta in volta “tirata per la giacca”.
Le poche risorse finanziarie a disposizione sono state ipotecate da misure ottime dal punto di vista elettorale, ma di dubbia efficacia sul piano della crescita e anche su quello dell’equità sociale. E nessuno sa dire come sarà possibile reperire le risorse necessarie per finanziare tutto il resto che si sbandiera.
Sarebbe buona cosa se il Governo dicesse la verità: la questione della “lettera” di cui alle discussioni attuali con Bruxelles riguarda la situazione attuale – già precaria – della nostra finanza pubblica, non  il suo prossimo futuro.
Entro il quale si colloca – tra l’altro – anche la promessa di una Flat Tax da 30 miliardi (peraltro in campagna elettorale la Lega aveva proposto una misura da 50/70 miliardi) senza che ciò riduca né la spesa corrente “sociale” né la spesa di investimento (già ridotta all’osso) e senza che ciò comporti l’aumento dell’IVA già iscritto come previsione nel Bilancio 2020 per circa 24 miliardi.
Come si pensa di ottenere questo risultato? Dio solo lo sa.
Si dice che la soluzione non può più essere quella della “austerità”. Giusto.
Le politiche restrittive sono state una dura necessità nel momento dell’emergenza finanziaria ma non possono essere un dogma valido sempre e comunque. Lo sappiamo bene.
Il problema sta nel fatto che il rilancio di una politica espansiva (orientata alla crescita e alla equità sociale) non potrà essere praticata dai singoli Stati Nazionali: nessuno di loro (a maggior ragione quelli più gravati da un gigantesco debito pubblico come l’Italia) ha le risorse e le capacità di farlo, a fronte del nuovo scenario competitivo globale. Condivido l’idea che il ricorso al debito – in una situazione come questa – può essere una necessità.
Ma come possiamo pensare che ciò possa essere fatto dai singoli Paesi ed in particolare dal nostro?  Quali sarebbero le conseguenze sui mercati finanziari? L’Italia già oggi deve mettere ogni anno a Bilancio circa 80 miliardi per pagare gli interessi sul debito: soldi che dobbiamo stanziare per pagare gli interessi a chi ci presta nuovi soldi per pagare i debiti già contratti che vengono a scadenza.
La mia opinione è che solo i Paesi Europei della Zona Euro, tutti assieme, potrebbero mettere in campo una strategia di finanziamento straordinario a debito di investimenti strutturali per la crescita e la lotta alle disuguaglianze.
La vera battaglia a Bruxelles non dovrebbe essere sulla “flessibilità” nel calcolo del rapporto tra Pil e Debito Pubblico nei singoli Bilanci Nazionali (flessibilità che peraltro l’Italia ha usato ampiamente nel recente passato) ma sulla decisione di dare vita ad una Autorità Finanziaria della Zona Euro abilitata ad emettere obbligazioni garantite dalla BCE e finalizzate a sostenere investimenti straordinari per accrescere la competitività economica, l’innovazione tecnologica, l’efficienza infrastrutturale, la ricerca e la coesione sociale.
Certo è che per varare un programma di questo tipo servono una forte volontà di segno “europeista” ed una fiducia reciproca che oggi non si vedono.
Speriamo che il nuovo Parlamento Europeo trovi al proprio interno una maggioranza che punti su questa prospettiva.
Non saranno però certo gli “amici euroscettici” di Lega e M5S a poter dare un consenso a questo progetto.
Il sovranismo è arma a doppio taglio. Mitizza la sovranità dei singoli Paesi ma non concepisce la vera, unica dimensione che oggi può garantire questa “sovranità”: quella della sua condivisione in chiave europea.
Dunque, non siamo oggi di fronte ad una disfida tra “rigoristi” fautori dell’austerità da una parte e propugnatori di una politica finanziaria ed economica espansiva dall’altra.
Siamo semplicemente di fronte ad uno scontro tra fautori di un futuro possibile e demogoghi irresponsabili.

Merlo: Quali paletti per il centro?

Dunque, senza avventurarsi in sermoni interminabili, credo sia giunto il momento per piantare alcuni paletti. Pur senza dimenticare che si trattano sempre e solo di opinioni. Soprattutto quando si parla di nuovi equilibri politici e di luoghi politici da ricostruire.

Ora, e brevemente, cerchiamo di elencare alcuni aspetti essenziali.

Innanzitutto, e parlando del fatidico “centro” – politico e culturale, di governo e plurale – da ridefinire e da ricostruire, non possiamo non prendere atto che un centro autonomo e autosufficiente da tutto e da tutti semplicemente è un non senso. O meglio, si tratta di un progetto politico tecnicamente improponibile. Fuorché si faccia della testimonianza la ragione sociale della propria presenza in politica.

In secondo luogo, come ha confermato per l’ennesima volta il recente voto europeo, non esiste un “partito dei cattolici”. Pur con tutto il rispetto del caso, è ovvio che le esperienze del passato, seppur gloriose e nobili, non possono più essere meccanicamente riproposte. E tutti i tentativi messi in campo in questi ultimi mesi – al netto delle buone intenzioni – si sono dimostrati oltrechè drasticamente perdenti anche un po’ patetici e anche goffi. E ciò per una semplice ragione: i partiti “identitari”, e anche un po’ nostalgici, sono semplicemente fuori tempo e fuori luogo.

In terzo luogo, fortunatamente, e’ tornata di moda la “cultura delle alleanze”. Dopo la sbornia della “vocazione maggioritaria” del Pd e la tentazione dell’attuale segreteria del Pd di costruire la coalizione a tavolino pianificando chi deve coprire il fianco destro, il fianco sinistro e il fianco centrista e cattolico, forse siamo arrivati al risultato di far ritornare protagonista nella cittadella politica italiana la grande intuizione della Democrazia Cristiana della “cultura delle alleanze”. E la cultura delle alleanze non può prescindere dal fatto che il “centro” ci sia e che, di conseguenza, si schieri. Fuorché, lo ripeto a scanso di equivoci, decida di giocare un ruolo puramente e stancamente testimoniale.

E quindi, e in ultimo, se il centro deve anche contribuire a costruire una coalizione, non può non decidere da che parte stare. Ora, per fermarsi su questo versante, è indubbio che un “centro” non solo identitario ma plurale deve essere collocato nel contesto storico concreto in cui è inserito. E se la storia, la cultura, il pensiero e la tradizione del cattolicesimo democratico e popolare non può subire una deriva conservatrice o di destra, è abbastanza ovvio che non può non “guardare” da un’altra parte. A due condizioni, però: che sia radicalmente autonomo e che sappia esprimere una posizione politica netta, con un definito riferimento culturale, con un radicamento sociale e territoriale e con un classe dirigente altrettanto autorevole. Ovvero, un “centro” che non sia un banale e stanco prolungamento di ciò che decide e vuole l’azionista di maggioranza della coalizione. E che, soprattutto, esprima una posizione politica e non un semplice posizionamento geografico.

Ecco, questi mi pare sono alcuni paletti essenziali – seppur affrontati in chiave volutamente sbrigativa ed essenziale – per orientare il dibattito e il confronto sul “nuovo partito di centro” che sta per decollare. Certo, restano sempre e solo opinioni. Ma è indubbio che la fase della contemplazione e della semplice osservazione e’ ormai alle nostre spalle. Il recente voto europeo accelera una fase politica che deve vedere proprio il “centro” protagonista politico, culturale e programmatico e non una semplice comparsa.

Autonomia e spirito della “coalizione”. Necessario il chiarimento

Credo che alcuni contributi pubblicati su Il Domani d’Italia in questi giorni, e il contemporaneo dibattito in corso tra gli amici della Rete Bianca, meritino una riflessione molto approfondita.

Non vorrei che si delineasse, infatti,  uno spartiacque all’interno delle considerazioni condotte negli ultimi mesi. Queste sembravano poter portare ad un potenziale sbocco convergente ed estremamente positivo tra quanti hanno comuni, forti riferimenti di pensiero.

E’ come se per qualcuno l’arrivo sulla scena di Nicola Zingaretti, molto più interessato al recupero della sinistra, significhi davvero qualcosa di dirimente in un percorso che, invece, è inevitabilmente più articolato.

Mi ha molto colpito che,  mentre il dibattito nazionale, durante e dopo le elezioni europee,  sia stato in buona parte richiamato da quella che le strumentalizzazioni di Salvini hanno fatto emergere come una rinnovata questione dei “ cattolici”, che meglio sarebbe definire voto dei cattolici, il neo segretario del Pd non abbia avviato, invece,  una neppure piccolissima riflessione al riguardo.

Credo di avere chiari i motivi di questa “ latitanza”. Essa richiama,  infatti, la necessità di un profondo ripensamento della deriva pieddina che ha preferito impegnarsi in una lunga battaglia, la cosa risale ai Dico di Bertinotti, a favore di  diritti parziali, così sacrificando quelli più generali e quegli elementi di criticità etico morali che richiederebbero una ben più forte assunzione di responsabilità.

Confrontarsi con il pensiero popolare e democratico cristiano non significa, comunque, solo parlare di legge Cirinnà, di bioetica, di applicazione completa della 194 o di fine vita. C’è questo e c’è altro: il lavoro, la famiglia, la scuola e l’educazione, il Mezzogiorno, il  riequilibrio da assicurare tra Stato centralizzato e le autonomie, il rispetto dei corpi e delle rappresentanze sociali intermedie, recuperando un autentico spirito di funzionalità , di solidarietà e sussidiarietà. Cose su cui manca la tensione adeguata anche da parte dei 5 Stelle, per non parlare della Lega.

Da tempo vogliamo  ridare corso ad una iniziativa politica ispirata al pensiero popolare e democratico cristiano. Secondo me, e secondo tanti altri, una tale presenza dovrebbe caratterizzarsi sulla base di elementi  di libertà e di autonomia.

Ciò è fortemente richiesto, tra l’altro, da una realtà territoriale in espansione, intenzionata a mettersi in gioco dopo la grande stagione dell’indifferenza e dell’irrilevanza degli ultimi 25 anni e l’accettazione di un gioco bipolare che ha segnato la fine,  non solo della capacità di presenza del nostro pensiero e della nostra sostanziale rappresentanza in Parlamento, ma anche quella di altri grazie ai quali è stata creata l’Italia repubblicana e democratica, come i liberali, i repubblicani e i socialisti.

E’ scontato che esiste la necessità di non concepire un’iniziativa politica destinata, se non bene preparata e ben gestita, a sfociare in una mera testimonianza oppure, peggio, ad  assumere una fisionomia clericale ed integralista (ce ne possono essere anche con accenti sociali di “ sinistra).

Deve anche essere evitato l’abbandonarsi a quelle suggestioni a “ farsi lievito”, indubbiamente doverose per ogni singolo cristiano, ma che sotto il profilo politico si sono rivelate del tutto inconsistenti. Così come,  tali si sono rivelate le intenzioni vagheggiate da qualcuno convinto dalla politica dei “ cento fiori”, alla Mao Zedong. Da noi, in Italia, potremmo definirla delle “ cento presenze”. Resta confermato dalle recenti esperienze  che in politica e, soprattutto, sul piano legislativo, non funzionano sempre le regole della matematica.

Questo ragionamento è sollecitato dalle riflessioni più volte avanzate da Lucio D’Ubaldo sulla necessità di non dimenticare quella caratteristica peculiarità dei cattolici democratici che richiama lo spirito degasperiano della  coalizione .

Salvo brevi pause, utili a superare momenti di crisi importanti, quelle che chiamavamo dei governi  “balneari”, tutta la storia della presenza Dc, dalla nascita della Repubblica in poi, è stata vicenda di coalizioni. Sotto questo profilo, non bisognerebbe dimenticare Aldo Moro.

Il concetto della “coalizione”, cui D’Ubaldo giustamente si riferisce, è importante. Salutare metodo mentale e adesione realistica e pratica alla concretezza nell’agire politico, fu più marcatamente distintivo in De Gasperi, a causa del contesto storico in cui egli operò dopo il 1944.

Le prime coalizioni degasperiane furono  inevitabile conseguenza della lotta di liberazione e della partecipazione alla Resistenza. Almeno  in parte-soprattutto per la posizione dei vertici settentrionali della Dc- anche per il successivo, violento  scontro Repubblica – Monarchia.

Le coalizioni che vennero dopo ebbero preminentemente sullo sfondo delle vicende internazionali  dalla fortissima influenza su quelle interne. Non si trattava, dunque, solo dello sviluppo delle caratteristiche intellettualmente innate in De Gasperi  e nel gruppo dirigente formato e sostenuto da uno dei più grandi santi della Politica, come fu Montini, bensì di cogliere e mettere in pratica quel “ fondamento realistico dei processi politici” che Lucio richiama.

L’approfondimento che dobbiamo fare, ma qui adesso devo solo limitarmi a porre la questione, è quello di come possa essere ripreso e rigenerato il concetto della coalizione. Aggiungendo i quesiti : da chi? con chi? sulla base di quale progetto?

Gli attuali processi politici in corso, in una fase del tutto improntata alla variabilità e all’indeterminatezza, caratteristiche  probabilmente destinate ad accentuarsi a seconda di come si risolveranno le questioni preminenti dei conti pubblici e del rapporto con l’Europa, possono fare intravedere già oggi una qualche coalizione praticabile e spendibile?

La montagna con cui si presenta oggi la destra, senza alcuna possibilità per noi di inerpicarcisi, ha di fronte un’altrettanto impervia ripa scoscesa rappresentata da un indifferente Pd a certe istanze.

Tornando al riferimento storico, vale la pena di ricordare come Don Luigi Sturzo non perse mai i collegamenti intellettuali con le frange più illuminate del liberalismo, soprattutto Gobetti e Sforza, e con la sua versione radicale storica, principalmente quella nittiana. Interloquì con gli esponenti del  socialismo umanitario alla Salvemini o con i non massimalisti come Turati. Ma partì e continuò a disegnare un Ppi decisamente “autonomo”.

Se viene mosso un rilievo al prete di Caltagirone è quello di aver sacrificato sull’altare dell’autonomia la possibilità di rispondere al fascismo con l’alleanza con Giolitti da lui invece, avversato fino alla fine,  nonostante vedesse chiaramente il pericolo rappresentato dalla destra estremista. Provò , con un ultimo guizzo, a pensare ad una coalizione con Turati, ma ciò restò appena appena abbozzato: evidente era l’impossibilità di avviare una collaborazione con tutto il Psi.

Come scrisse Mario Scelba nel 1960, la scelta dell’autonomia sturziana e popolare fu un atto di lealtà verso lo Stato, oltre che un elemento di chiarezza verso i laici, la Chiesa ed il mondo cattolico. Un mondo cattolico in gran parte ingabbiato nel clerico moderatismo i cui toni ed accenti sembrano trovare nuova forza ai nostri giorni.

Sin dagli inizi del ‘900, Sturzo capì che il movimento democratico dei cattolici, perché ad essi solo si rivolgeva, non a tutti i cattolici!, doveva definire e presentare  un’identità ben specifica. Essa non ruotava attorno alla necessità di dare vita ad una organizzazione fine a se stessa, bensì trovava alimento in quell’originale messaggio universale definito dalla Rerum Novarum di papa Pecci.

Il contributo di Aldo Moro nel coniugare autonomia, identità e capacità di ascolto e dialogo è talmente evidente, e più recente, da non richiedere molte parole.

Anche nel suo pensare, e nel suo agire, si coglie come il concetto di coalizione richieda il delinearsi di soggetti ben definiti e la forza e la capacità di rappresentare, ciascuno, un fenomeno dalla fisionomia chiara e distinta. Altrimenti, il rischio è quello di trasformare il “fondamento realistico dei processi politici” nell’adattarsi in panni non propri. E noi ne abbiamo visto i risultati grazie a coloro che si sono immersi nel “berlusconismo” o in un Pd ritrovatosi senz’anima.

So già che qualcuno mi verrà a parlare di quella “emergenza democratica” di cui dovremmo tenere conto. Non vorrei ora anticipare la risposta a rilievi che ancora non sono stati espressi, ma che io vedo possibili. Si tratta di osservazioni che ho, comunque, ben presenti, perché già ribadite, ma che credo debbano ricevere altra risposta rispetto a quella proposta da quanti credono possibile creare una “ corrente cristiana” nel Pd o in un “fronte” che ruoti attorno al Pd.

Sono convinto che l’attuale destra non si sconfigga solo in un modo e, in più,  rischiando di regalarle altri pezzi del voto dei cattolici, comunque oggi rifluiti in gran parte nell’astensione.

Allora, in attesa che i processi politici maturino, non è meglio cominciare ad individuare un altro percorso, ricostruendo dal basso, nei territori? Più che a coalizioni sul piano politico, che mi rendo conto possono costituire una più facile via d’uscita per chi ha anche legittime ambizioni elettorali, penso che sia meglio applicare questo spirito di coalizione, possibilmente caratterizzato da forti contenuti programmatici e da facce nuove, all’interloquire con le realtà sociali, con le categorie di rappresentanza e con tutto quel “nuovo” che sta emergendo nella stessa realtà dei laici cattolici italiani, più che mai alla ricerca di una voce e di una presenza originale.

 

Festa della Repubblica: 2 giugno una data storica per l’Italia

Spesso si attribuisce facilmente, in questa  nostra società che sembra governata dalla comunicazione non sempre veritiera, ad un evento, ad una data, ad un incontro, oppure a una scoperta o a una invenzione, l’aggettivo di storico, poi ci si rende  conto, che di storico non c’era quasi nulla. A questa constatazione fa certamente eccezione la data del 2 giugno 1946. Infatti è stato il primo giorno delle votazioni del popolo italiano sul referendum per la scelta di forma costituzionale dello Stato, tra Repubblica o Monarchia, nel secolo scorso.

La prima consultazione a suffragio universale, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale alla quale parteciparono, per la prima volta, anche le donne. La tragedia della guerra era alle spalle di chi aveva conosciuto lutti, occupazione straniera e miseria, venti anni di dittatura erano stati sconfitti, sulla rinascita e la ricostruzione i cittadini attendevano con speranza quale strada intraprendere, e il nostro Paese si confrontava su che tipo di futuro scommettere. 28 milioni di italiani, uomini e donne, avevano il diritto di esercitare questa scelta con il loro voto, conquistato con tanti sacrifici, con tanti martiri, con tante privazioni, con tanti drammi  conosciuti e sconosciuti, per dare al nostro Paese democrazia, libertà e giustizia.

Nella votazione referendaria la Repubblica ottenne 12.718.641 voti, la Monarchia 10.718.507 voti, e un milione e mezzo di voti furono annullati. Nella circoscrizione di Roma il dato elettorale vide attribuiti circa 740 mila voti alla Monarchia e 711 mila alla Repubblica. La proclamazione ufficiale che  confermò il risultato delle urne da parte della Corte di Cassazione, avvenne il 18 giugno 1946. Quindi con lo storico referendum del 2 giugno 1946, venne sancita la fine della Monarchia dopo 85 anni di Regno, e la nascita della Repubblica Italiana. Il 1° luglio Enrico De Nicola viene nominato primo Presidente della Repubblica Provvisorio, Alcide De Gasperi è il primo Presidente del Consiglio. Il 1° gennaio 1948 viene promulgata  la Costituzione della Repubblica Italiana, approvata dall’Assemblea Costituente, con 453 voti su 515 costituenti.

Con la Festa del 2 giugno si  celebra nel nostro Paese anche la nascita della Nazione moderna, in maniera simile al 14 luglio francese (anniversario della presa della Fortezza della Bastiglia a Parigi nel 1789), e al 4 luglio statunitense (anniversario della dichiarazione d’indipendenza dalla Gran Bretagna del 1776), giorno in cui nacquero ufficialmente gli Stati Uniti d’America. Prima della nascita della Repubblica, la giornata celebrativa nazionale del Regno d’Italia era la festa dello Statuto Albertino, che si teneva nella prima domenica di giugno.

Questa giornata di Festa Nazionale si caratterizza per una serie di celebrazioni ed eventi simbolici: dalla Parata militare con tutte le Forze Armate italiane, le Forze di Polizia della Repubblica, i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile, la Croce Rossa e le Freccie Tricolori, alla presenza delle più Alte Cariche dello Stato con il Presidente della Repubblica, e la partecipazione di tanti cittadini che vengono a Roma da molte città del nostro Paese, dalla visita ai Giardini del Quirinale aperti al pubblico alle cerimonie ufficiali che si tengono su tutto il territorio nazionale e nelle sedi delle Ambasciate italiane nel mondo.

La Parata viene dedicata ogni anno a una tematica differente, a secondo delle situazioni e delle circostanze. Se ne ricordano alcune: “ Le forze armate per la Patria”, “ La Repubblica e le sue forze armate impegnate in missioni di pace”, “150° anniversario dell’Unità d’Italia”, “I terremotati dell’Emilia”, “Al centenario della Grande Guerra”. In questo 2 giugno 2019, il tema scelto è “L’inclusione” che secondo fonti del Ministero della Difesa, “che vuole evidenziare la volontà di non lasciare indietro nessuno, di combattere contro le emarginazioni sociali. Un segno di attenzione agli ultimi per un evento che ha di per sé un carattere inclusivo proprio perché si svolge in occasione della Festa della Repubblica, ricorrenza che unisce tutti gli italiani.” La sfilata militare si svolgerà nella consueta cornice di via dei Fori Imperiali nella Città Eterna.    

Oggi a 73 anni da quel voto storico, c’è bisogno di riscoprire con entusiasmo i valori di una scelta fondamentale per la nostra democrazia attraverso la lettura, le testimonianze, gli approfondimenti.  

Oggi tradurre i comportamenti e l’agire dei principi che la scelta del 2 giugno 1946 ha indicato alle donne e agli uomini  anche del nostro tempo, attraverso la Carta Costituzionale, deve significare recuperare l’etica, lo spirito di solidarietà, la partecipazione, per fare del nostro paese un grande protagonista nella famiglia europea.

Oggi il richiamo infaticabile e  costante del Presidente Sergio Mattarella, come quello del 29 maggio scorso, in occasione della cerimonia di premiazione degli studenti vincitori del concorso dal titolo “Conoscere, capire, amare: i doveri nella Costituzione”, dove ha sottolineato come “I valori della Costituzione, sono in realtà quel che tiene insieme il nostro Paese, ciò che lo tiene unito. Il nostro Paese contiene – come è naturale e come è bene che sia – tante opinioni diverse, e anche interessi diversi. E questo è normale in qualunque Paese, ed è anche bene che vi sia un confronto, una dialettica di idee, di posizioni, di convinzioni. Ma quel che tiene unito, al di sopra di questo, il nostro Paese è il complesso dei valori che la Costituzione indica, perché la Costituzione è un grande risultato per il nostro Paese, che va tenuto sempre in grande attenzione e valore, e va preservato, conservato, tutelato. La democrazia è una condizione che va continuamente alimentata da impegno nuovo, da convinzione, da dedizione sempre rinnovata. Sono i valori che vivono nella quotidianità, nei comportamenti di ogni giorno”.

Questo deve essere lo spirito e la consapevolezza nel ricordare questa data storica del 2 giugno per la scelta referendaria di oltre 70 anni fa,  che ha aperto la strada alla Costituzione Repubblicana Italiana, ed è la legge fondamentale dello Stato Italiano rappresentando il vertice della gerarchia delle fonti nell’ordinamento giuridico della Repubblica. Ecco perché, riflettere sulla nostra Carta Costituzionale, può aiutare tanti cittadini a capire quale deve essere il nostro futuro. Anche questo può essere  un modo per ricordare la Festa della Repubblica.

 

Perchè Francia e Italia dovrebbero andare d’accordo

Partiamo da un dato certo. Francia e Italia hanno un interesse comune a porre fine alla guerra civile in Libia, a promuovere la stabilità in Nord Africa, a gestire la migrazione, a cooperare per costruire una difesa europea più forte in termini sia militari che industriali e a sviluppare le loro economie attraverso investimenti e infrastrutture transfrontaliere .

Dopo la Brexit, inoltre, saranno la seconda e la terza economia dell’Unione europea e avranno bisogno del sostegno reciproco per controbilanciare il potere della Germania e di un gruppo di paesi settentrionali fiscalmente conservatori sul bilancio dell’UE.

Invece, Parigi e Roma non sembrano capire questo semplice assioma.

L’arroganza francese e le spacconate italiane infatti sono di intralcio ad un potenziale riavvicinamento fra i due paesi. I sospetti che i rispettivi leader si sono lanciati in campagna elettorale, hanno minato le relazioni di amicizia. E, anche se entrambi i paesi hanno bisogno l’uno dell’altro per raggiungere i propri interessi nazionali e per una più ampia sicurezza europea e mediterranea, sembra che poco facciano per capirlo.

L’unico sprazzo di buona volontà è arrivato dall’incontro del 2 maggio, tra i Presidenti Macron e Mattarella.

Solo in quell’occasione, nell’ultimo anno, si è ricordato quanto strettamente intrecciati sono culturalmente e storicamente i due paesi. 

 

Non si può morire di debito pubblico

Fonte http://www.associazionepopolari.it a firma di Daniele Ciravegna

Da almeno 35 anni il debito pubblico costituisce lo snodo che condiziona le scelte di politica economica italiane. Da un generico: “questo non si può fare perché l’eccessivo peso del debito pubblico non ce lo permette” a uno specifico: “quell’azione di politica economica – ad esempio, una politica fiscale espansiva, necessaria per far crescere domanda, PIL e occupazione – non è realizzabile perché creerebbe deficit del bilancio pubblico, che farebbe aumentare il debito pubblico, il che è impensabile”…

Gran parte di ciò che s’individua come necessario per il nostro Paese è bloccato per non creare preoccupazione agli investitori finanziari stranieri, che “potrebbero affossare la nostra economia” (quando poi la quota del debito pubblico posseduta dai non residenti non supera il terzo del totale, e di questo bisognerebbe tener conto anche quando si esecra il fatto che gli interessi sul debito pubblico siano pari al 3,5 per cento del PIL: un’insopportabile distruzione d’ingenti risorse nazionali…).

Per non parlare del fatto che “il debito pubblico supera il PIL, per cui non è sostenibile”; quando il rapporto fra debito pubblico e PIL è semplicemente un indicatore di dimensione del debito pubblico in termini relativi (come facevano un tempo i geografi che rendevano in termini relativi le grandezze economiche di territori differenti esprimendole per numero di abitanti o per kmq.) e non certo un indicatore di capacità di rimborso di un debito pubblico poiché – quando il debito pubblico è di una certa dimensione – la predetta capacità non è data dal potenziale gettito di imposte dirette e indirette ordinarie: un ingente debito pubblico può essere ripagato, per via fiscale, solo con il ricorso a imposte patrimoniali.

In effetti, il male effettivo del debito pubblico italiano sta nel blocco che esso ha imposto nel dibattito e nell’azione politica: un obiettivo intermedio che blocca il raggiungimento di obiettivi più importanti, in quanto concorrono a formare il bene comune. Ma tant’è, e quindi occorre escogitare un qualche meccanismo che attenui il vincolo del debito pubblico, pur in presenza di un rilevante debito pubblico.

Prima di proseguire, facciamo un passo indietro, riandando agli Anni Ottanta (nel corso dei quali rapporto Debito pubblico/PIL passò dal 54 al 92%) e prima metà degli Anni Novanta del secolo scorso (dal 92 al 118%). V’è chi imputa questo alla perdita della sovranità monetaria da parte dello Stato, iniziata con il “divorzio” tra Tesoro dello Stato e Banca d’Italia nel 1981, che abolì l’obbligo (introdotto nel 1975), per la seconda, di comprare titoli del debito dello Stato che fossero rimasti invenduti nelle aste pubbliche di assegnazione dei titoli stessi.

Questo “divorzio” aveva avuto tre cause: 1) seguire l’impostazione della politica monetaria statunitense, in quel momento, di tipo significativamente restrittivo; 2) in virtù del credo monetarista, togliere allo Stato il controllo dell’offerta di base monetaria, poiché “la moneta è cosa troppo seria perché sia lasciata in balia dello Stato”; 3) dare un segnale forte ai mercati internazionali che la politica economica italiana avrebbe operato seriamente per combattere l’inflazione dei prezzi. Si ricordi comunque che – a norma dell’art. 123 del Trattato dell’UE (TUE) – non è permessa la monetizzazione dei deficit pubblici, poiché la Banca Centrale Europea (BCE) e le banche centrali dei singoli Paesi membri hanno il divieto categorico di “acquisto diretto di titoli di debito degli Stati membri e di tutti gli organismi di diritto pubblico o delle imprese pubbliche degli Stati membri”, oltre che di concessioni agli stessi di “qualsiasi forma di facilitazione creditizia”.

La spiegazione sopra riportata è alquanto debole, poiché il “divorzio” non significò cessazione immediata dell’acquisto di titoli pubblici di nuova emissione da parte della Banca d’Italia, la quale continuò a comprarli, in totale autonomia, per quasi tutti gli Anni Ottanta, e in questi anni il rapporto Debito pubblico /PIL – come si è visto – prese ad aumentare in modo continuativo e rilevante, e poi per il fatto che la Banca d’Italia cessasse di comprare titoli del debito pubblico, di per sé, non portava a ridurre il debito pubblico, bensì la quota di esso nei confronti della Banca d’Italia.

La spiegazione della crescita impetuosa del rapporto in parola deve quindi essere trovata altrove: nella forte crescita della spesa dello Stato per interessi sul suo debito e, negli Anni Ottanta, nella forte presenza di disavanzi primari (al netto dell’ammontare degli interessi passivi pubblici, la cui entità portò il rapporto fra disavanzi complessivi e PIL a superare l’11%) e anche, negli Anni Novanta, la flessione della dinamica del PIL, a causa della componente prezzi. D’altra parte, la diminuzione del rapporto Debito pubblico/PIL dal 118% del 1996 al 101% del 2004 fu dovuta sia all’abbassamento dell’entità degli interessi passivi sia a un significativo avanzo primario conseguente alla manovra dei governi dell’Ulivo di rincorsa per l’aggancio alla moneta unica europea.

In definitiva, la perdita della sovranità monetaria dello Stato italiano non ha avuto significative ripercussioni d’incentivazione sul rapporto Debito pubblico/PIL. Ad ogni modo, il rapporto in parola ha ripreso a crescere negli Anni Dieci del corrente secolo, arrivando al valore 132% nel 2016 (e stabilizzandosi su quota 131-132% nel biennio 2017-2018): ancora una volta sono stati gli interessi passivi a guidare l’aumento, affiancati dalla riduzione degli avanzi primari e dalla mancanza di crescita del PIL nominale.

A questo punto, riprendiamo la domanda anticipata sopra: come fare a permettere una politica fiscale espansiva senza far aumentare il debito pubblico?

Una via è data dal far diretto riferimento al rapporto Debito pubblico/PIL: che si continui ad aumentare il Debito pubblico in conseguenza di un deficit di bilancio pubblico che aumenta e che, attivando un moltiplicatore della domanda aggregata che fa aumentare il PIL di due volte l’aumento del deficit pubblico, fa ridurre il rapporto Debito pubblico/PIL (130/100 che diventa 131/102 = 1,28 e non invece che diventi 129/98 = 1,32, che si avrebbe se si operasse per ridurre debito pubblico e PIL). Ma questo processo di riduzione del debito pubblico sarebbe di dimensioni contenute e comunque lento a realizzarsi.

Un’altra via sarebbe un’azione politica concertata a livello comunitario che, per lo meno per il presente, veda il deficit pubblico calcolato al netto delle spese pubbliche d’investimento e quelle, anche correnti, per sanità, istruzione, giustizia, recupero dei patrimoni ambientali e architettonici; tutte spese che concorrerebbero ad allungare il lato dell’offerta aggregata e non solo il lato della domanda aggregata, come fanno le altre spese correnti. Il che è riconoscere che gli obiettivi e i vincoli di natura meramente quantitativa sono inadeguati; essi devono essere espressi anche in termini qualitativi. Ovviamente questo toglierebbe una parte rilevante del freno a una politica fiscale espansiva, ma farebbe aumentare il debito pubblico; la presenza di quest’ultimo non andrebbe però a bloccare la prima. Analogamente, la presenza del debito pubblico non andrebbe a indebolire la capacità di attivare una politica fiscale espansiva qualora fosse eliminato il predetto art. 123 del TUE e quindi fosse possibile finanziare deficit pubblici con la creazione di nuova base monetaria, eliminando quindi eventuali spiazzamenti della domanda privata conseguenti ad aumenti dei tassi d’interesse, che altrimenti si potrebbero avere.

Un’altra via ancora sarebbe evinta dallo statuto del SEBC (Sistema Europeo di Banche Centrali) e della BCE (art. 14, comma 4): «Le banche centrali nazionali possono svolgere funzioni diverse da quelle specificate nel presente statuto, a meno che il Consiglio Direttivo decida, a maggioranza dei due terzi dei votanti, che tali funzioni interferiscono con gli obiettivi e i compiti del SEBC. Tali funzioni sono svolte sotto la piena responsabilità delle banche centrali nazionali e non sono considerate come facenti parte delle funzioni del SEBC».

Mi domando come la maggioranza dei due terzi del Consiglio Direttivo del SEBC potrebbe – sul piano politico – cassare l’iniziativa della banca centrale di un Paese volta ad evitare lo strangolamento della sua economia – con evidenti forti ricadute negative occupazionali e sociali – causato da una politica di austerità, imposta dalle istituzioni dell’Unione Europea, per rispettare supposti obiettivi di stabilità finanziaria che – alla luce di una corretta interpretazione teleologica e sempre che si sia in presenza di stabilità dei prezzi – sono secondari rispetto agli obiettivi primari della piena occupazione e del progresso sociale, alla realizzazione dei quali lo stesso SEBC – ai sensi dell’art. 2 del proprio statuto – ha il dovere di concorrere!

Ma perché lo Stato di un paese dell’Eurozona non può emettere, lui stesso, mezzi monetari a sola circolazione interna nel Paese stesso, con cui pagare merci, servizi e uso di fattori produttivi acquisiti per produrre consumi pubblici o per realizzare investimenti pubblici o attuare interventi di riduzione del gettito fiscale? Gli Stati e le banche centrali diversi dalla BCE non possono emettere banconote e moneta a corso legale in tutta l’Eurozona (art. 128 del Trattato per il Funzionamento dell’Unione Europea), ma nulla vieta l’emissione di biglietti di Stato a sola circolazione interna al singolo Paese.

In altre parole, lo Stato crea una “criptomoneta” (la moneta ufficiale rimane l’euro) emessa per finanziare una politica monetaria espansiva, a parità di moneta ufficiale e senza che il deficit di bilancio vada a toccare il valore del debito pubblico. La criptomoneta potrebbe avere un impiego limitato ad acquisti di beni (merci e servizi) all’interno del paese, onde evitare che prenda la via dei mercati finanziari (la maggior parte delle criptomonete non sono monete liberamente spendibili, ma hanno un campo d’impiego fissato dal soggetto che le crea e accettato da chi le utilizza).

Sarebbe il modo per realizzare una politica espansiva senza creare euro – la cui creazione aspetta alla sola BCE – e sottraendosi alla morsa dei mercati finanziari internazionali. D’altra parte, perché ridurre la fattispecie della moneta ai soli debiti bancari (della banca centrale e delle banche ordinarie)?

Possibile? Sì, lo dimostrano casi della storia. Il più rilevante fu il Programma MEFO, creato da Hjalmar Schacht, Ministro dell’economia tedesco dal 1934 al 1937. Chi vendeva beni allo Stato tedesco non riceveva marchi, ma cambiali-MEFO, garantite dallo Stato, che potevano circolare nell’economia ed essere scontate presso la Reichsbank, rappresentando uno strumento monetario parallelo. In questo modo la spesa pubblica poteva svolgere un’azione espansionistica senza far aumentare la circolazione monetaria ufficiale, bloccata dai rigidi vincoli del Trattato di Versailles, che avevano affossato la Repubblica di Weimar. Costituì lo strumento per la rinascita dell’economia tedesca nel primo periodo del regime nazista; strumento di sviluppo dell’economia e dell’occupazione ma, ahimè, anche del riarmo dello Stato nazista.

Ovviamente occorre essere molto attenti a non fare della moneta di Stato uno strumento che crei inflazione, come avvenne con gli assignat della Rivoluzione francese e con le monete inconvertibili dei paesi belligeranti nella Prima e Seconda guerra mondiale. Occorre che sia gestito per stimolare la domanda aggregata, evitando però, ovviamente, che essa sia spinta oltre il potenziale produttivo del sistema economico. Lord Keynes riconobbe a Schacht di aver creato un meccanismo che consisteva «nel risolvere il problema eliminando l’uso di una moneta con valore internazionale e sostituendola con qualcosa che risultava un baratto fra diverse unità economiche. In tal modo riuscì a tornare al carattere essenziale e allo scopo originario del commercio, sopprimendo l’apparato che avrebbe dovuto facilitarlo, ma che di fatto lo stava strangolando. Tale innovazione funzionò bene, straordinariamente bene».

Meccanismo pericoloso? Non di più dello strangolamento dell’economia da parte di un sistema che non permette a questa di uscire da uno stato di folle austerità, in un momento in cui l’economia soffre di una forte scarsità di domanda di beni prodotti rispetto alle risorse di lavoro e di capitale che ha a disposizione. A condizione – come sempre – che i beni che vengono prodotti siano di elevata qualità personale e sociale. 

Ovviamente è un meccanismo delicato, che occorre gestire molto accuratamente affinché non scappi di mano. Che sia efficace dipende anche, in modo rilevante, dall’autorevolezza del Governo che lo mette in pratica; autorevolezza sia interna al Paese sia, ancor di più oggigiorno, a livello europeo e mondiale.

La fuga di notizie sulla lettera di Tria agita il governo

Fonte Agi

È giallo sulla lettera del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, alla Commissione Ue. Il testo della missiva circolato nelle redazioni a metà pomeriggio è stato smentito “nel modo più categorico” dal Tesoro, che in una breve nota ha parlato di contenuti che “non corrispondono alla realtà”. “La lettera vera ce l’ho io, non i media”, aggiunge il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Nelle anticipazioni il governo parlava di tagli alla spesa per il reddito di cittadinanza e la quota 100 e diceva no alla flat tax in deficit. “Dal lato della spesa, il Governo sta avviando una nuova Revisione della spesa e riteniamo che sarà possibile ridurre le proiezioni di spesa per le nuove politiche in materia di welfare nel periodo 2020-2022. Inoltre – riportava il testo poi smentito – siamo convinti che una volta che il programma di bilancio sarà finalizzato in accordo con la Commissione Europea, i rendimenti dei titoli di Stato italiani diminuiranno e le proiezioni relative alla spesa per interessi saranno riviste al ribasso”.

Dopo la diffusione delle anticipazioni, il vicepremier e leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, ha subito preso le distanze: “Non ho avuto ancora il piacere di leggere la lettera preparata dal ministro Tria all’Unione Europea, ma apprendo che prevede tagli alla spesa sociale, alla Sanità, a Quota 100, al Reddito di Cittadinanza. Ma stiamo scherzando? Lo dico chiaramente: al governo Monti non si torna”.

E ha insistito: “Basta austerità, basta tagli, di altre politiche lacrime e sangue non se ne parla. Non esiste! Magari è utile fare un vertice di maggioranza con la Lega insieme al presidente Conte e allo stesso Tria, così sistemiamo insieme questa lettera, prima che qualcuno la mandi a Bruxelles!”. Ma dal fronte leghista fanno sapere che non è stato concordato nessun vertice di questo tipo. E il Tesoro ha confermato che la lettera “sarà inviata stasera entro i tempi previsti”. E le 48 ore fissate dalla Ue per rispondere scadono a mezzanotte.

Caccia alla talpa
“Il presidente del Consiglio ha appena sentito telefonicamente il ministro Tria e ha concordato con lui di sollecitare tutte le verifiche, anche giudiziali, affinché chi si è reso responsabile di tali fughe di notizie false sia chiamato alle conseguenti responsabilità”, si apprende da fonti di Palazzo Chigi.

“È bene rimarcare la gravità della diffusione di testi, peraltro in versioni non corrispondenti a quelle su cui il ministro Tria e il Presidente Conte stanno lavorando, trattandosi di questioni particolarmente delicate che incidono su interessi fondamentali dello Stato, e che coinvolgono la delicata interlocuzione con le Istituzioni europee e che possono avere ricadute negative sui mercati”, aggiungono le fonti.

Cosa c’era scritto davvero
Alla fine il testo viene divulgato, in forma ufficiale. La missiva, di 4 pagine indirizzata al vicepresidente Valdis Dombrovskis e al commissario agli affari monetari, Pierre Moscovici, è accompagnata da un documento di 50 pagine in cui si esaminano i fattori rilevanti che influenzano l’andamento del debito pubblico in Italia.

“L’utilizzo delle nuove politiche di welfare è finora inferiore alle stime sottostanti alla legge di bilancio per il 2019”, scrive Tria.

Il ministro richiama “lo spirito di collaborazione che ha consentito di raggiungere l’accordo dello scorso dicembre” e sottolinea che per il 2018, “sebbene le condizioni macroeconomiche non abbiano consentito all’Italia di soddisfare gli sfidanti requisiti della Regola di riduzione del debito”, il Governo “abbia seguito un approccio prudente e responsabile”.

Poco prima il viceministro dell’economia, Laura Castelli, aveva commentato: “Mi sorprende la smentita del Ministro Tria sulla versione della lettera pubblicata dagli organi di informazione. Nel pomeriggio anche io ho visto una bozza della lettera che girava con quei contenuti e purtroppo quel passaggio sul taglio al welfare c’era ancora. Come sempre sono disponibile a supportare il ministro per rivederne il contenuto. Mi rincuora, nel rispetto dell’azione e della volontà del Governo, che il Presidente Conte, prendendone visione, abbia deciso di correggere alcuni aspetti per noi irricevibili, come il taglio alla spesa sociale”.

 

La dottrina Trump

Già pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Mario Del Pero

Ogni amministrazione ha una sua dottrina di politica estera. Perché è costretta in vari documenti pubblici, oltre che nei discorsi presidenziali, a definire una propria visione delle relazioni internazionali e dell’interesse nazionale. E perché le dottrine servono non solo a fissare le coordinate di massima della politica estera, ma anche a convincere l’opinione pubblica interna e, nel caso del soggetto egemone, quella mondiale della bontà del proprio approccio e della propria filosofia. Sono, in altre parole, artefatti discorsivi: strumenti con cui costruire l’indispensabile consenso attorno alle proprie strategie e azioni.

Anche Trump ha dunque una sua dottrina. E pure una dottrina chiara e ben definita; meno opaca o cangiante di quelle di molti suoi predecessori. Quali sono i pilastri, categoriali e operativi, di questa dottrina Trump? In estrema sintesi, ne possiamo individuare cinque, tra loro strettamente intrecciati.

Ostentato e dottrinale realismo

Il primo è il suo ostentato e dottrinale realismo, secondo cui quello internazionale è un contesto anarchico, nel quale ogni soggetto cerca di sfruttare la propria potenza per massimizzare i propri interessi in un contesto intrinsecamente competitivo: in un “gioco a somma zero”, dove l’equilibrio ultimo è garantito dal fatto che al successo di una parte corrisponde ipso facto la sconfitta di un’altra. Nella retorica trumpiana, col suo vocabolario ipersemplificato e le sue schematizzazioni binarie, queste categorie realiste appaiono in continuazione. Ma questo è vero anche per i principali documenti strategici dell’amministrazione. La National Security Strategy (NSS) del dicembre 2017 è puntellata di riferimenti alla competizione di potenza con Cina e Russia e alla necessità di ripristinare la piena sovranità degli Stati Uniti: «La competizione per il potere», vi si afferma, «è una costante centrale della storia … siamo impegnati a difendere la sovranità dell’America». Analoghe considerazioni si trovano nella National Defense Strategy (NDS) del 2018, che individua tre competitori (e minacce) fondamentali per gli USA: le potenze revisioniste come Cina e Russia, gli Stati fuori controllo (rogue states) come Corea del Nord e Iran e le minacce terroristiche transnazionali. Il quadro descritto nella NDS rimanda anch’esso ai pilastri categoriali e all’argot basilare del realismo: il contesto globale, afferma il documento, si contraddistingue per «il riemergere della competizione strategica e di lungo periodo tra le nazioni».

Nazionalismo non-eccezionalista

Il secondo elemento della dottrina Trump è il suo nazionalismo non-eccezionalista. Questo è probabilmente uno dei maggiori elementi di rottura del trumpismo. Un discorso scopertamente, e spesso rozzamente, nazionalista non si accompagna alla consueta rivendicazione di eccezionalità degli USA. In discontinuità con tutti i presidenti del dopoguerra, con la sola parziale eccezione di Nixon (1969-74), Trump rigetta l’idea che vi sia una naturale convergenza tra gli interessi statunitensi e quelli del resto del mondo o una superiorità etica degli Stati Uniti e delle democrazie occidentali. Il suo non è un nazionalismo universalista e, appunto, eccezionalista. In un sistema anarchico e competitivo non vi sono differenze tra i suoi attori, come Trump ribadì candidamente durante un’intervista con l’ex giornalista di Fox New Bill O’Reilly; quando O’Reilly accusò Putin di essere un “assassino”, il presidente offrì una risposta scioccante: «cosa credi», disse «che il nostro paese sia così innocente?».

Unilateralismo

Il terzo elemento, per molti aspetti scontato, è l’unilateralismo (e qui le somiglianze col Bush post-11 settembre sono assai marcate). Nell’arena internazionale non vi è utilità alcuna nel lasciarsi imbrigliare dentro i meccanismi multilaterali delle organizzazioni internazionali, che limitano la potenza del soggetto dominante, si fondano sulla fittizia pretesa di uguaglianza degli Stati e sono spregiudicatamente sfruttati da quei soggetti, Cina su tutti, che a vincoli e regole riescono a sottrarsi. Di qui la preferenza per informali negoziati bilaterali o per azioni unilaterali; di qui il disinteresse ad usare forum e istituzioni internazionali (tanto che nella disputa con la Cina, l’amministrazione Trump non ha fatto uso dell’arbitrato dell’Organizzazione mondiale del commercio, utilizzato invece a più riprese sia da Bush Jr. sia da Obama).

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La trasparenza (im)possibile

Presentato la scorsa settimana a Roma presso la sede dell’Anac, l’eBook di Avviso Pubblico dal titolo “La Trasparenza (Im)possibile. Tutto quello che c’è da sapere sul diritto di accesso in Italia”. Il testo è stato pensato come una guida utile sia per gli Enti locali che per i cittadini, nella convinzione che la trasparenza, intensa prima di tutto come cultura, sia uno degli strumenti imprescindibili per contrastare e prevenire mafie e corruzione, e per favorire l’esercizio della buona politica e della buona amministrazione, rafforzando così il rapporto fiduciario tra cittadini, istituzioni e democrazia.

La trasparenza dell’operato della Pubblica amministrazione è infatti un’arma fondamentale per prevenire, contrastare e sconfiggere le mafie e la corruzione. L’eBook è stato pensato in seno all’Osservatorio Parlamentare di Avviso Pubblico ed è frutto della collaborazione a titolo gratuito di qualificati esperti. La buona politica e la buona amministrazione, elementi indispensabili per la tutela dei beni comuni, della nostra democrazia e della nostra sicurezza, esistono e si mantengono se nelle comunità vi sono cittadini responsabili che svolgono con impegno, serietà e coerenza le funzioni pubbliche loro affidate, se agiscono con imparzialità e trasparenza, sono fedeli alla Costituzione e alla sue leggi. E l’evoluzione normativa della chiarezza amministrativa, fino al suo temporaneo approdo, raccontato nella pagine di questo libro, ha rappresentato nel nostro Paese una conquista di civiltà la cui importanza viene talvolta sottostimata e che, proprio per questo, va fatta conoscere nel modo più esteso possibile.

Dialogare tra ignoranza e pregiudizi

Articolo pubblicato da http://www.messaggerosantantonio.it di Giulio Albanese

Viviamo in un’epoca in cui un po’ tutti facciamo fatica a dialogare. Basta leggere i giornali o seguire i dibattiti televisivi per rendersi conto che le posizioni, tra i vari interlocutori in campo, spesso, si radicalizzano. Ecco che si fa fatica a tenere vive conversazioni pregne di contenuto, ma anche ad ascoltare le altre persone, a prestare attenzione a quello che viene comunicato.

La miglior difesa, nei salotti dell’etere, è l’attacco di chi la pensa diversamente, peraltro facendo scadere di significato ogni genere di confronto. Le banalizzazioni sono all’ordine del giorno ed esprimono un po’ dappertutto – sia verbalmente come sui social – una crassa ignorantia, infarcita di luoghi comuni e pressapochismi.

D’altronde, il tempo nel quale viviamo è segnato da profonde trasformazioni. Ed è il tempo la risorsa più importante che ci viene data in sorte quando nasciamo, dal nostro personale istante zero. Eppure oggi, nella cosiddetta società postmoderna, si ha la sensazione d’essere sopraffatti da un magma di parole, messaggi e informazioni all’insegna della negatività e del pessimismo.

Sta di fatto che molti avvertono una sorta di decadimento, non solo economico, ma anche politico, religioso e sociale. Un’alterazione che ci travolge e interferisce sfavorevolmente sulla sfera valoriale, generando ansia e insieme un bisogno di leggerezza che sembrano distrarci per un po’ da temi come divorzi, fallimenti, terrorismo, guerre, elezioni e pandemie. La voglia di capire davvero come stanno le cose convive con il desiderio di lasciar andare.

Per comprendere meglio l’origine di questa tendenza a non approfondire, possiamo aggiungere la paura di condividere quello che si sente o la vergogna quando quello che sentiamo viene percepito come qualcosa da nascondere.

Forse, mai come oggi, dovremmo davvero comprendere che il dialogo, come scrive il teologo nordamericano Leo­nard Swidler, «è una conversazione su un argomento comune tra due o più persone con opinioni differenti, il cui scopo principale è quello, per ogni partecipante, di imparare dall’altro/a così che lui/lei possa cambiare e crescere». Per dialogare, in questa prospettiva, è essenziale la condivisione.

Quest’ultima ha bisogno di una posizione emotiva, intellettuale, onesta, che consideri l’interlocutore come un soggetto e non un contenitore nel quale riversare i nostri saperi, ma qualcuno con cui creare la conversazione. E qui è fondamentale l’ascolto dell’ascolto, ossia è importante che chi parla – sia in una comunicazione reale che digitale – si renda conto se l’altro lo stia seguendo o meno. La circolarità della comunicazione produce significato e senso, passando per la soggettività di entrambi. Solo così sarà possibile innescare livelli di empatia per entrare in profondità.

 

L’articolo completo si può leggere qui  http://www.messaggerosantantonio.it/content/dialogare-tra-ignoranza-e-pregiudizi

Zingaretti, non abbandono vocazione maggioritaria: coltiviamo la pianticella

Fonte Rai news

La direzione Pd,  è terminata dopo la relazione del segretario Nicola Zingaretti. All’ordine del giorno della Direzione Nazionale del Pd c’era l’analisi dell’ultima tornata elettorale del partito per le elezioni Europee e per le  Amministrative. Dalle minoranze è arrivata la richiesta di rinviare il dibattito a dopo i ballottaggi. La richiesta è stata accolta.

Il segretario del PD Nicola Zingaretti ha lanciato un’appello alla coesione dicendo: “Nuovo partito e nuova alleanza ma non dobbiamo fare confusione. Concentriamoci soprattutto sul PD, coltiviamo la pianticella, per questo non abbandono l’idea della vocazione maggioritaria che si propone in modo nuovo, quella che non esaurisce tutti gli spazi ma ha l’ambizione di diventare noi un luogo plurale, ricco di spazi, con culture e sensibilità diverse e riesca a parlare alla società italiana e che allora può diventare il pilastro forte per attirare altre forze”.

Inoltre Zingaretti ha fatto presente che: “Il tema del partito va affrontato all’indomani dei ballottaggi, serve una vera e propria rivoluzione o non ce la facciamo. Non possiamo fare come Salvini, affidarci al protagonismo di un leader. Io a quel modello non credo, non ho scelto questa strada e non la praticherò mai. Il comando assoluto di una sola persona è la premessa di solitudine e anche di sconfitta”, ha sottolineato il segretario del Pd, continuando “Da subito una nuova segreteria, forum e incarichi di lavoro. Dovremo discutere di come organizzarci nel Mezzogiorno, nei piccoli centri.

Il voto delle Europee è una tappa, un primo passo che ci consente di affrontare le sfide che abbiamo davanti”. Nicola Zingaretti alla Direzione Pd ha poi evidenziato come la “Gestione rassicurante di noi stessi non sarà risposta sufficiente a navigare nella tempesta politica di oggi”. Zingaretti ha poi annunciato per l’autunno un evento pubblico per presentare proposte all’Italia, ai fini del rilancio dell’azione del partito parlando di una ‘Costituente delle idee’: “Dobbiamo impegnare tutti i territori in una ‘Costituente delle idee’, aprire un grande dibattito sull’Italia per preparare ad ottobre –  novembre un grandissimo evento pubblico, anche in più giorni, di proposte all’Italia” Calenda: lavoro per allargare il Centrosinistra ma io sono sempre rimasto nel PD Carlo Calenda, l’euro parlamentare dem-liberal campione di preferenze, all’entrata del Nazareno ha tenuto a precisare: “Lavoro per allargare il Centrosinistra, ma io sono sempre rimasto nel PD” anche se non si tira indietro all’ipotesi di lavorare, nel caso di una richiesta specifica in tal senso da parte del segretario Zingaretti, alla costruzione di un’alleanza elettorale volta a realizzare la gamba ‘lib-dem’ del partito come ha specificato anche su Twitter.

Merlo: Centro, ora è tutto più chiaro

Dunque, il voto europeo ci ha fornito alcune certezze da cui non si può più prescindere. Se la Lega di Salvini ha un consenso, un radicamento, un blocco sociale di riferimento e un ruolo politico che ricordano la vecchia Democrazia Cristiana – al netto delle profondi differenze politiche, culturali e di classe dirigente – è indubbio che nell’altro campo politico si deve ripartire dalle fondamenta. Checche’ se ne dica, il centro destra c’è. E’ forte, competitivo, radicato e con un chiaro progetto politico. Certo, a trazione leghista ma, come ovvio, oggi quel partito raccoglie la maggioranza del consenso, delle speranze e dei desideri degli italiani.

La caduta verticale del movimento 5 stelle può avere effetti imprevedibili. Certo, una cosa è sufficientemente nota. Quel movimento ha politicamente fallito la sua “mission” perché nel momento in cui si è misurato con la prova del governo non è stato in grado di tradurre concretamente e credibilmente ciò che aveva annunciato, strombazzato e denunciato per molti anni.

Quello su cui è necessario riflettere è come si ricostruisce il campo del centro sinistra. Che oggi, come ben sappiamo, non esiste. Ora, proprio il voto europeo ci ha confermato che il “nuovo corso” del Pd di Zingaretti ha dato buoni risultati ma, al netto dei risultati, ha confermato che il Pd/Pds raccoglie consensi a sinistra – pur perdendo 100 mila voti rispetto al voto politico del 4 marzo del 2018 – ma è decisamente in difficoltà sul fronte cosiddetto moderato e centrista. Una situazione talmente evidente che non richiede neanche commenti ulteriori.

Ora, il punto centrale e’ come si ricostruisce, oggi e non ieri, una potenziale alleanza di centro sinistra. Soprattutto nel momento in cui il Partito democratico, azionista maggiore di questa potenziale alleanza, ha virato comprensibilmente e visibilmente a sinistra. Ma lasciando del tutto aperta la questione di chi può rappresentare e intercettare un consenso che tradizionalmente si può alleare ma non convergere nel grande, si fa per dire, partito della sinistra italiana. Sotto questo versante, l’unico elemento che non si può accettare e’ che la futura alleanza riformista e di centro sinistra possa decollare a tavolino. Ovvero, dopo la tanto declamata “vocazione maggioritaria” del Partito democratico ormai definitivamente tramontata, non vorrei che venisse sostituita dalla tentazione tardo gramsciana di decidere a tavolino come si ricostruisce la potenziale coalizione da contrapporre al centro destra e a ciò che resta del movimento antisistema e antipolitico dei 5 stelle. Ovvero, pianificare a tavolino chi copre il fianco sinistro, chi il fianco destro e chi il fianco centrista/cattolico. Un po’ quello che sta avvenendo, almeno così si capisce sfogliando i giornali e ascoltando le varie dichiarazioni, con le piroette di Calenda e le prese di posizione del movimento Demos.

Ecco, questo è l’unico metodo da sconfiggere. Se si pensa che una alleanza politica, programmatica e di potenziale governo nasce a tavolino con la distribuzione dei ruoli politici a prescindere, si rischia di avere come unica certezza quella della sconfitta. Come è avvenuto, anche per questi motivi, nella Regione Piemonte dove si è consumata una batosta elettorale di dimensioni storiche.

Pertanto, se la strada della pianificazione dall’alto è da respingere al mittente senza appello, quello che resta da fare – con altrettanta rapidità ed intelligenza – è ricostruire una presenza politica, sociale e culturale indispensabile per far ripartire seriamente una coalizione e, al contempo, per rappresentare un pezzo di società che oggi continua stancamente a votare partiti e movimenti estranei a quel mondo oppure a rifugiarsi nel pianeta dell’astensionismo. Ci sono le forze, i gruppi sociali, la classe dirigente e i mondi vitali che invocano, quasi ad alta voce, di ridare vita e speranza ad un progetto politico che ormai da troppo tempo e’ irresponsabilmente assente dalla cittadella politica italiana. E, in questo contesto, la presenza, il ruolo, la cultura e la tradizione del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese può e deve giocare un ruolo protagonistico.

Ovviamente con altre culture e sensibilità ideali riconducibili a quel filone politico.
Solo così sarà possibile tentare di ricostruire una vera, seria e competitiva alleanza di centro sinistra. Se ci si ferma alla vocazione maggioritaria del passato o alla tentazione di pianificare a tavolino la futura alleanza si corre il rischio di far fallire anticipatamente un progetto che merita di essere perseguito sino in fondo. Come emerge in modo palpabile anche dal recente voto europeo.

Il voto per i Verdi al Parlamento europeo

Articolo già apparso sulla rivista il mulino a firma di Gianfranco Pellegrino

Forse accade sempre, o è sempre accaduto da quando il mondo tranquillo in cui si era vissuti prima del crollo del Muro di Berlino e la supposta fine della Storia è andato in frantumi. Accade sempre che i risultati delle elezioni si possano leggere in maniere difformi e spesso opposte e le tendenze espresse dal voto siano varie e talvolta contraddittorie. È accaduto anche nelle recenti elezioni europee, ma c’è un dato su cui forse varrebbe la pena di riflettere, forse anche con una prospettiva più a lungo termine. Non solo la vittoria di forze anti-europeiste e sovraniste non è stata netta – con le eccezioni ingombranti, naturalmente, di Francia e Italia. Ma in alcuni Paesi dell’Europa del Nord abbiamo assistito a un ritorno di partiti Verdi che mettono al centro delle loro proposte la difesa dell’ambiente. Come interpretare questo fenomeno?

Innanzitutto, vale la pena di ricostruire con un qualche dettaglio maggiore. I Verdi sono stati il terzo partito (13,5%) in Francia, il secondo (20,5%) in Germania, il quarto in Irlanda (con il 15%) e in Austria (con il 14%), mentre in Belgio per la prima volta hanno eletto due rappresentanti al Parlamento europeo. Si tratta quindi di una presenza rilevante, ma certamente non è un’ondata, quanto  piuttosto un avanzamento a macchia di leopardo, un fenomeno ancora soltanto tendenziale. Complessivamente i verdi dovrebbero passare dai 50 seggi del 2014 a più o meno 70.

Ma al di là dei dati, quali le questioni più ampie sollevate dal voto ai Verdi? Ce ne sono almeno cinque: le cause, il contesto, il significato del voto, le eccezioni (soprattutto l’eccezione italiana) a questa tendenza e il modello di politica che gli elettori dei Verdi mettono in campo. Si tratta di questioni che richiederebbero trattazioni ampie e specializzate, e che verranno chiarite anche col passare del tempo, soprattutto con i dati di elezioni successive e osservando il comportamento futuro dei partiti Verdi. Al momento si possono però fissare almeno alcuni punti.

Il voto ai Verdi è senza dubbio un effetto – o forse uno degli effetti – anche della mobilitazione e dell’attenzione al tema del cambiamento climatico suscitati dai Fridays for Future e dall’attivismo di Greta Thunberg. In un certo senso, non è azzardato dire che, forse in maniera temporalmente più immediata e spiccata che nel caso di movimenti come i no global degli inizi degli anni Novanta, il movimento ambientalista ha cercato subito una realizzazione partitica, elettorale, delle sue istanze. Ciò rileva, come vedremo, per capire il modello di politica che questi partiti e i loro elettori potrebbero stare realizzando. C’è poi un evidente aspetto generazionale che potrebbe essere un fattore causale rilevante: il voto ai Verdi è soprattutto un voto giovanile, secondo molti (circola una stima per cui il 34% degli elettori tedeschi tra 18 e 24 anni ha votato per i Verdi; nello spiegare il risultato dei Verdi in Austria, va considerato che là hanno diritto di voto i sedicenni), e – soprattutto se lo si confronta con la provenienza generazionale del voto a partiti tradizionali, spesso derivante da elettori più anziani – mostra una sorta di spaccatura della società, con differenti segmenti di età che hanno preoccupazioni diverse e orizzonti politici difformi.

Le cose diventano ancora più sfumate se consideriamo il contesto del voto ai Verdi. Innanzitutto, è evidente che una cosa è considerare quanto accade in un Paese come la Germania in cui il partito dei Verdi ha una presenza tradizionale nella scena politica e un’altra è considerare l’avanzata dei Verdi in Francia, dove si registra la contemporanea ascesa del movimento sovranista di Marine Le Pen, o in Irlanda, dove prevale un partito appartenente al gruppo dei popolari al Parlamento europeo.

Queste riflessioni conducono direttamente a considerare l’eccezione italiana. In Italia l’effetto Greta è stato quasi nullo – i temi ambientali continuano a essere marginali nella discussione politica nel nostro Paese e, pare, anche nelle preoccupazioni degli elettori. Il movimento dei Fridays for Future non è stato preso sul serio neanche dai suoi avversari, che si sono rifugiati nel dileggio, senza neanche troppi sforzi. E si può dire che questo registri la mancanza in Italia di un partito dei Verdi che sia radicato e con una tradizione. Ma si deve dire pure che una parte abbastanza cospicua del complesso immaginario politico del Movimento 5 Stelle riguarda temi ambientali – si consideri ad esempio la sofferta discussione sulla Tav. Anche considerando l’astensione – un punto come sempre negli ultimi tempi cruciale per interpretare correttamente il voto, che per molti riguarda soprattutto elettori che avrebbero votato per il Movimento – l’elettorato verde in Italia sia rimasto, per così dire, silente o congelato da un’offerta politica eccentrica.

Tutti questi problemi, come già detto, necessitano di analisi anche demografiche più approfondite, e dovranno essere visti alla luce degli sviluppi futuri. In una prospettiva più ampia rimangono interessanti però altre due questioni: il significato del voto ai Verdi e il modello di politica che esso presuppone. Da un lato, è ovvio che questi comportamenti elettorali esprimano una richiesta – quella che la politica nel senso più tradizionale si faccia carico di certi problemi ambientali globali. Eppure, questi richiami derivano da una realtà non tradizionale, o non troppo tradizionale. I partiti Verdi, anche quando hanno una tradizione, non sono partiti-massa e non raccolgono l’eredità degli schieramenti partitici novecenteschi – anzi, spesso tendono a differenziarsi  rispetto all’asse tradizionale destra-sinistra. E i Fridays for Future sono un fenomeno di attivismo movimentista dal basso, non organizzato da partiti, non irregimentato dalle fabbriche tradizionali della mobilitazione.

Quindi, da un lato abbiamo partiti non tradizionali e movimenti dal basso, dall’altro la richiesta politica affiora in un momento centrale della politica tradizionale – le elezioni. La sfiducia nella politica tradizionale o l’emergere di politica dal basso si coniugano con il ricorso a forme tradizionali della politica – comportamenti elettorali, sostegno a gruppi partitici. Può sembrare paradossale, ma in realtà è una conseguenza diretta della natura delle questioni in gioco. La giovane Greta Thunberg e il suo movimento si concentrano sulla prevenzione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Mitigare gli effetti del cambiamento climatico richiede azioni globali e collettive ma anche condotte individuali e private: un regime internazionale autenticamente globale e cambiamenti di stili di vita che nessuna legge potrà mai provocare, perché derivanti solo dalla coscienza di ognuno di noi. Per far fronte al cambiamento climatico non ci sono altre ricette: bisogna andare in piazza e andare a votare, impegnarsi nella vita di tutti i giorni e sostenere personale politico altamente specializzato. In un’Europa molto frammentata, solo alcuni l’hanno capito.

Costituzione e cittadinanza :il fondamento personalistico della Costituzione Italiana

Articolo già apparso sulle pagine di http://www.istitutomounier.it a firma di Giulio Alfano

La Costituzione della Repubblica Italiana è entrata in vigore il 1 gennaio 1948,dopo un anno e mezzo di lavori parlamentari da parte dell’Assemblea Costituente,eletta il 2 giugno 1946,dopo la fine della seconda guerra mondiale. Le elezioni per l’Assemblea erano avvenute contestualmente al referendum in cui gli italiani,comprese per la prima volta le donne,avevano anche scelto tra monarchia e repubblica. Fino a due anni prima,infatti,l’Italia era una monarchia e la sua carta costituzionale era lo Statuto Albertino,una costituzione “ottriata””ovvero emanata da Carlo Alberto di Savoia quando era re di Piemonte e Sardegna il 4 marzo 1848 o estesa al Regno d’Italia il 17 marzo 1861.

La Costituzione Repubblicana è divisa in tre gruppi di norme o articoli)principi Fondamentali;Diritti e Doveri;Ordinamento dello Stato). E’ nella prima parte,Diritti e Doveri dei cittadini al titolo IV sui Rapporti Politici,che troviamo l’articolo 54 che stabilisce che tutti i cittadini:”..devono essere fedeli alla repubblica democratica,rispettando i principi democratici sovversivi contro le Istituzioni,non agendo contro lo stato al servizio di altri Paesi o gruppi di potere stranieri2. Si tratta di un articolo scritto per guardare al futuro che nasce da un doppio motivo evidenziato dai due commi. Storicamente si rivolge a quei milioni di italiani che avevano votato per la monarchia e ricorda loro che il cambio di regime costituzionale è ormai avvenuto e che non si torna indietro. Tale interpretazione è rafforzata dal fatto che l’ultimo articolo della Costituzione,il 139,afferma nettamente che “la forma istituzionale repubblicana non può essere cambiata”. Certo esiste una procedura per riformare la Costituzione,ma non può essere applicata in questo caso. Dal punto di vista politico-istituzionale,si rivolge in modo particolare ai dipendenti e funzionari dello Stato,molti dei quali erano stati legati alla dittatura fascista dato che durante il regime,che aveva governato l’Italia per oltre vent’anni,avere la tessera del Partito Fascista e giurare fedelta al fascismo,truccata da fedelta allo Stato, era obbligatorio per tutti i dipendenti pubblici. Ora la Costituzione Repubblicana chiede a coloro che ricoprono cariche pubbliche o che sono dipendenti dello Stato,un impegno e una promessa di fedelta supplementare detta “giuramento Promissorio” alla Repubblica e alla sua Costituzione. Per questo spirito Alcide De Gasperi volle inserire,con il concorso determinante del Partito Comunista,i Patti Lateranensi e il Concordato del 1929 nella Costituzione all’articolo 7 affinche anche il mondo cattolico riconoscesse il regime repubblicano superando timori e nostalgie per la monarchia che aveva condotto l’Italia alle Leggi Razziali,alla Guerra e alla Shoah!

E sempre per questo motivo non ritenne opportuno chiedere il voto palese,bensi segreto,per inserire l’indissolubilita del matrimonio nella Costituzione,al fine di non mescolare dettami religiosi in leggi statali e affidarsi alla matura coscienza dei cattolici per onorare il vincolo matrimoniale.

La Costituzione Italiana del 1948 si inserisce nella lunga storia politica occidentale,che affonda le sue radici nel medioevo e prosegue durante le epoche successive.la concezione chiave di tale storia è il COSTITUZIONALISMO;il modo più semplice per capirlo è pensare al suo opposto:tutte le forme di potere illimitato ed assoluto antiche e moderne. Il Costituzionalismo si basa su due principi fondamentali che ci permettono di identificare tutti i documenti che rientrano nella storia delle costituzioni occidentali:

il principio che il potere politico deve avere dei limiti ben precisi
il principio che siano salvaguardate delle sfere di autonomia,dei diritti,delle liberta per la comunita,gruppi,ceti,individui,ovvero che il potere pubblico si impegni,attraverso delle norme a rispettare alcuni diritti e liberta dei suoi cittadini. Tutti i documenti pubblici che rispettano questi due principi sono considerati fondamenti del diritto costituzionale occidentale. Tuttavia il documento che inaugura questa tradizione giuridica è la Magna Charta libertatum,firmata da Giovanni senza terra e i baroni inglesi nel 1215;le tensioni tra il sovrano e i feudatari esprimevano un passaggio chiave dell’evoluzione politica europea di quel periodo:l’instaurarsi delle monarchie nazionali in realta sociali in cui esisteva una pluralita di corpi sociali(signorili,ecclesiastici,economici,corporativi)che non volevano cedere i loro spazi di autonomia e le loro liberta al nuovo potere politico. La soluzione della Magna Charta permise di trovare un accordo soddisfacente per entrambi i contendenti:il potere regio manteneva il potere assoluto sulla sfera del governo(politica estera,ordinanze per la pace interna,controllo della pubblica amministrazione,che era chiamato “potere di prerogativa”. allo stesso tempo il sovrano dichiarava di sottomettersi ai principi del “common law”,ovvero alle leggi e alle consuetudini inglesi e riconosceva quindi una sfera giuridica in cui non erano consentiti arbitri. Con questa Carta in Inghilterra si gettarono le basi per un sistema dualistico del potere pubblico che si sarebbe evoluto nei secoli successivi:da una parte il Re dall’altra il Parlamento,che comunque era un assemblea consultiva che si riuniva quando veniva convocata e un organo di giustizia che applicava le leggi quando sorgevano delle controversie tra re e altri poteri del regno. Nel mondo inglese il sistema “dualistico” si sarebbe sviluppato con la progressiva trasformazione del parlamento in un organo bicamerale rappresentativo del regno in cui si confrontavano il re,i lords secolari e spirituali,i rappresentanti dei borghi e delle comunita. Tale concezione della rappresentanza come espressione di interessi era compiuta nel XVI secolo e nel successivo lo scontro tra il re che voleva estendere le proprie prerogative ed il parlamento,provoco’ben due rivoluzioni e terminò con il “bill of right”del 1689 che poneva limiti giuridici invalicabili al potere regio e faceva così nascere la prima monarchia costituzionale della storia. Il modello inglese ha subito successive evoluzioni,ma ancora oggi è testimonianza del costituzionalismo delle origini,che coniuga tutela dei diritti,forma moderata di governo,separazione dei poteri legislativo,esecutivo e giudiziario. Nella seconda meta del ‘700 altre tappe fondamentali furono la Rivoluzione Americana del 1776 e quella francese del 1789 e le costituzioni approvate in seguito a quegli eventi. Così nacque l’idea moderna di Costituzione come norma che fonda una comunita politica nuova;una legge che stabilisce principi e regole,limiti e divisione dei poteri,ordinamento dello stato e istituzioni rappresentative,diritti e doveri dei cittadini . Ma con la Costituzione della Repubblica Italiana si afferma e sancisce il primato della persona,di quel luogo dove l’essere si fa parola come ammoniva Emmanuel Mounier! Fu possibile grazie al lungo periodo di formazione che i cattolici avevano vissuto tra gli anni trenta e quaranta culminato nel programma del Codice di Camaldoli del 1943,ma anche dalla riflessione delle forze politiche democratiche laiche,comunisti,socialisti,liberali,repubblicani,su cio che avevano dovuto subire sotto la dittatura fascista,sugli errori commessi alla vigilia dell’avvento del regime liberticida,che convinse nella necessita di dialogare,confrontarsi costruire uno stato democratico veramente avanzato. Cio lo si può vedere nei diversi articoli della Costituzione,ma credo soprattutto nell’articolo 3,che fa della Repubblica Italiana uno stato NON censitario,che viceversa si impegna a superare le differenze etniche,sociali culturali perchè salute,istruzione e soprattutto lavoro sono diritti naturali inalienabili della persona,in uno stato che si ferma di fronte al primato ontologico della persona:lnon l’uomo per lo stato come nella concezione neoidealistica che aveva creato lo stato etico,ma lo stato per l’uomo. E questo è il fondamento personalistico che la Costituzione reca come marchio indelebile e irrinunciabile!

Al via un fondo d’investimento per l’energia pulita

In occasione della IV riunione ministeriale di Mission Innovation tenutasi il 27 maggio a Vancouver, la Commissione europea, la Banca europea e Breakthrough Energy Ventures hanno dato il via ad un fondo d’investimento di 100 milioni di euro per aiutare le imprese europee a sviluppare e commercializzare tecnologie energetiche pulite radicalmente nuove. A tale riguardo è stato recentemente pubblicato della Commissione europea, in proiezione al 2050, il Libro Bianco che guarda allo sviluppo e alla diffusione di tecnologie innovative per applicazioni nel campo dell’energia, finalizzate al raggiungimento di maggiori efficienze ed alla riduzione dell’impatto ambientale dei processi di produzione, trasformazione, accumulo e trasporto dell’energia. L’attività include i processi di conversione energetica ecosostenibile da combustibili fossili, da biomasse/biocombustibili e da rifiuti con l’obiettivo di aumentare l’efficienza energetica, promuovere la cogenerazione, ridurre e monitorare le emissioni inquinanti e climalteranti, aumentare la quota di rinnovabili nella produzione e nei consumi di energia. In particolare, è oggetto di indagine lo sfruttamento delle energie rinnovabili dal sole, dal mare (principalmente onde, correnti) e dal vento.

“Siamo pionieri nell’allineare gli investimenti pubblici e privati nell’innovazione di punta a beneficio dell’Unione dell’energia e dell‘azione per il clima – ha detto il vicepresidente responsabile per l’Unione dell’energia, Maros Sefcovic”.

“Manteniamo l’impegno a stimolare gli investimenti pubblici e privati nell’innovazione nel campo dell’energia pulita – ha aggiunto il commissario responsabile per la Ricerca, la scienza e l’innovazione, Carlos Moedas -. Solo unendo le forze tra i settori e i continenti potremo lottare contro i cambiamenti climatici e costruire un futuro sostenibile”.

La Mission Innovation e il Patto mondiale dei Sindaci per il clima e l’energia hanno inoltre annunciato il loro impegno a rafforzare la collaborazione e l’impegno tra i cittadini e i governi locali e nazionali al fine di offrire la ricerca e l’innovazione necessarie a contribuire ad accelerare la rivoluzione delle energie pulite. Mission Innovation è un’iniziativa mondiale, cui aderiscono 24 Paesi e la Commissione europea per conto dell’Unione che opera a favore di un’energia pulita con l’obiettivo di renderla accessibile su larga scala.

Agostino Di Bartolomei, un Capitano tragicamente grande

Avevo incontrato, per la seconda volta nella mia vita, Agostino Di Bartolomei in una calda serata di Maggio,di quelle che si possono godere soltanto a Roma e, ancora di più su una bella terrazza romana con vista sul Biondo Tevere.
In Prati, nel suo appartamento al decimo piano di un palazzone priminovecento,un amico-collega di lavoro aveva organizzato una festa per un motivo particolare e mi aveva invitato a partecipare.

Da Presidente del Milan Club VIP di Roma, e la cosa non faccia sorridere perché in quei tempi era possibile anche una cosa del genere, voleva festeggiare alla grande la recentissima conquista da parte dei Rossoneri della Coppa dei Campioni di Calcio.
Infatti, soltanto pochi giorni prima il Milan di Berlusconi aveva battuto sonoramente,ad Atene, il Barcellona allenato da Johan Cruyff, un mito del calcio mondiale, prima come giocatore e poi come allenatore.

Appunto, lo avevo incontrato di nuovo quella sera, dopo averlo velocemente conosciuto in una Estate di più di dieci anni prima a Nettuno, quando era venuto a trovare il mio amico Bruno Conti, insieme a qualcun altro compagno di quella fantastica Squadra Primavera della Roma che aveva dato al calcio romano e nazionale campioni del mondo come lo stesso Bruno, grandi calciatori sfortunati come Francesco Rocca, grandi giocatori sottovalutati come Agostino, e un gruppetto di giovani che avrebbero avuto, chi più chi meno, una dignitosa carriera nel calcio professionistico.

Erano il prodotto del Settore Giovanile della Roma di Gaetano Anzalone, costruttore romano, poi anche Consigliere Comunale di Roma per la DC, al quale è d’obbligo riconoscere il merito di aver realizzato il Centro Sportivo di Trigoria prima di lasciare la Presidenza della Società giallorossa.
Quella sera, al fresco del Ponentino avevamo parlato molto della Roma, del Milan, nel quale si era trasferito al seguito del Barone Liedholm, del Cesena e della Salernitana, squadre minori nelle quali aveva deciso di tirare gli ultimi calci di una carriera prestigiosa quanto contraddittoria.
Una carriera che lo aveva visto protagonista nella Roma, fino allo Scudetto del 1983, ed in tutte le Nazionali Giovanili, dall’Under 15 all’Under 23, senza mai però potersi avvicinare alla Nazionale maggiore.

Quelli,dicevano,erano gli anni di Giancarlo Antognoni, il Putto Biondo Umbro che giocava nella Fiorentina, e quindi per il mite e silenzioso ragazzo della Montagnola non c’era spazio in maglia azzurra.
In molti non eravamo d’accordo e la Storia del Calcio si è poi incaricata di darci ragione.
“Ago” non era inferiore ad Antognoni, ed il suo peso in campo si avvertiva sempre molto di più.

Ma tant’è,non erano bastati nemmeno i passaggi illuminanti agli attaccanti e gli innumerevoli calci di punizione che lui spesso e volentieri metteva in rete alle spalle dei portieri,al contrario di quasi tutti gli altri che venivano considerati degli specialisti.
Avevamo parlato di questo ma anche di altro, e in particolare,di argomento che a me sembrava potesse essere di comuni interesse.
Gliavevo proposto, infatti, di venire a dirigere i Corsi di Calcio Estivi per giovani calciatori che io stavo organizzando a Sportilia,uno splendido centro sportivo sulle colline dell’Appennino-Tosco Romagnolo che lui conosceva bene, avendone fatta, nella Estate precedente, una succursale nel suo Albergo di San Marco di Castellabate, nel Cilento.

Lo stesso Albergo sulla Terrazza del quale,qualche giorno dopo,sarebbe accaduto quello di cui oggi ricordiamo il venticinquennale.
Si era mostrato interessato,mi aveva chiesto informazioni sull’organizzazione e sullo staff che stavo mettendo in piedi e mi aveva assicurato che ci avrebbe pensato.
La risposta, tragica ed inattesa, era arrivata qualche giorno dopo con l’assordante rumore di quel colpo di Smith&Wesson calibro 38.

Dopo di “Ago” abbiamo avuto altri Capitani romani della Roma, Francesco Totti e Daniele De Rossi su tutti, altri ne avremo, sicuramente Alessandro Florenzi e forse Lorenzo Pellegrini, ma per me, e credo, per tutti i Romanisti il vero ed ed unico Capitano, per la sua tragica grandezza, resterà sempre Agostino Di Bartolomei.

Dialogo tra sordi

Il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ha dichiarato ieri che “si deve dialogare anche con Matteo Salvini, dialoghiamo con tutti.” Poi ha spiegato meglio: “Il papa continua a dirlo: dialogo, dialogo, dialogo. E perché non con Salvini? Anzi, il dialogo si fa soprattutto con quelli che non la pensano come noi e con i quali abbiamo qualche difficoltà e qualche problema.” Fosse pure un dialogo tra sordi.

L’apertura di Parolin però è arrivata dopo una difficile, per il Papa, assemblea della Cei e due giorni dopo l’intervista al Corriere della Sera dell’ex prefetto della congregazione per la dottrina della fede, Gerhard Müller, nella quale il cardinale tedesco ha scudisciato il “cerchio Magico” del Papa, ddi cui Parolin fa parte. Il giorno dopo il voto europeo, Müller ha riflettuto, severo, che “dire come hanno fatto il direttore della Civiltà Cattolica Antonio Spadaro e il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, che Salvini non è cristiano perché è contro l’immigrazione, è stato un errore”.

Proviamo a ragionare come fa Müller, con lui in tanti. Questi dicono: Salvini sarà pure contro l’immigrazione, all’accoglienza preferirà i porti chiusi anche per le navi militari italiane che trasportano profughi. Salvini attaccherà il Papa davanti al Duomo di Milano di Paolo VI e del cardinal Martini e godrà ascoltando i fischi che il suo popolo riserva a Bergoglio. Salvini sarà tutto questo, ma è anche uno che bacia il crocifisso, attorciglia le sue manone attorno a un rosario, si rivolge alla Beata Vergine chiedendole aiuto. Che volete di più? Salvini è la Madonnina che piange più Twitter. A suo elogio Müller aggiunge che quell’ uomo : “si è rifatto ai patroni dell’Unione europea, alle sue radici cristiane.” Un busto da inserire tra quelli di De Gasperi e di Adenauer.

È chiaro a questo punto che quando Parolin apre al dialogo con “quelli che non la pensano come noi” non ci dà una grande notizia. Dialogare, la Chiesa, i papi l’hanno sempre fatto, da Attila in poi. Qui è diverso, e il malcelato imbarazzo del Segretario di Stato tradisce la sua difficoltà più grande, affiancare e difendere un Papa sotto attacco.

L’importanza del dialogo e del racconto per Papa Francesco

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Se ripercorriamo la lunga intervista che Papa Francesco ha rilasciato alla giornalista messicana Valentina Alazraky si rimane colpiti da tanti passaggi ma forse ancora di più dal tono e dallo stile, davvero “a cuore aperto”, che il Papa ha avuto durante la conversazione.

Un tono e uno stile essenzialmente dialogici, non è un caso che “dialogo”, “dialogare” siano le espressioni più ripetute nelle risposte del Papa. Il dialogo è il “condimento” che il Papa inserisce in ogni argomento affrontato, sin dall’inizio parlando dei muri che si alzano a difesa «quando la difesa è il dialogo, la crescita, l’accoglienza..», quel muro che rende prigionieri chi li costruisce, quando invece «chi costruisce ponti fraternizza, dà la mano, anche se resta dall’altro lato, c’è dialogo».

Per sviluppare un dialogo costruttivo ci vuole creatività dice il Papa citando Paolo VI: «Ma la politica è creativa. Non ci dimentichiamo che è una delle forme più alte della carità».

Il dialogo è l’essenza della politica e la linfa vitale della società, un dialogo che si muove in verticale, tra le generazioni, e in orizzontale, tra uomini e donne: «Io consiglio sempre ai giovani di parlare con gli anziani. E agli anziani di parlare con i giovani, perché un albero non può crescere se gli tagliamo le radici. […] Dialogare con le radici. Ricevere dalle radici la cultura. Allora cresco, fiorisco e do frutto. E genero e si va avanti. Questo dialogo tra gli anziani e i giovani per me è fondamentale nella presente congiuntura».

E poi il dialogo tra uomini e donne a cui il Papa dedica un lungo passaggio della sua conversazione con la Alazraky, quasi una riflessione a voce alta dai toni a tratti commossi come quando parla ad esempio delle donne del Paraguay «fantastiche lottatrici» che «hanno difeso la patria, la cultura, la fede e la lingua». Un’ammirazione per le donne che lo porta ad affermare che «il mondo senza le donne non funziona», perché «c’è una parola che sta per uscire dal vocabolario, perché fa paura a tutti: la tenerezza. È patrimonio della donna». Tenerezza e forza, per niente in contraddizione ma in perfetta simbiosi. Quella forza che permette di affrontare il male chiamandolo per nome, ad esempio quando l’intervistatrice conduce il Papa sui temi più scottanti come quello degli abusi sessuali. Il Papa non arretra, non sfugge di fronte alla sfida di un male che «non si può spiegare perché non ha senso, usando una definizione di un filosofo francese. Non ha senso. Qui vediamo solo lo spirito del male che induce tutto questo. E dico la verità, non riesco a spiegarmi il problema della pedofilia, senza vedervi lo spirito del male». Paul Ricoeur, il filosofo francese, diceva infatti che il male è l’assenza della spiegazione, non si può spiegare ma si può raccontare. Ecco lo stile, il metodo che Papa Francesco sta praticando da sei anni: raccontare storie, cioè dotate di un nome e un volto, che vuol dire anche raccontarsi, guardandosi negli occhi. Ci vuole forza, coraggio, sincerità nel dire la verità chiamando le cose con il loro nome, il passaggio sul tema dell’aborto in questo senso è emblematico. Se manca questo coraggio non può nascere quel dialogo che è apertura al confronto e ricerca del bene, anche quando si è di fronte a qualcosa che è visto come male.

Come al solito il Papa non si diletta in elucubrazioni teoriche ma offre spunti concreti, molto pratici. Illuminante da questo punto di vista la sua riflessione, utilissima per chi voglia oggi stare nell’agitato mondo della comunicazione, su come dialogare con i “nemici”: «Voglio essere onesto in questo. Di fronte a un governante io cerco di dialogare con il meglio che ha. Perché è a partire dal meglio che ha che può fare del bene al suo popolo […] bisogna riconoscere il bene che c’è in una persona, anche se poi ha pure cose cattive. “Lei ha questo, è bene, continui in questa direzione”. Così mi muovo. E trovo qualcosa di buono in tutti, buona volontà, anche nei non credenti, fanno sempre qualcosa di buono. E questo serve anche per le persone. Cioè, “questa persona mi sta antipatica”. Bene, ma questa persona antipatica, che parlerà persino male di me, ha qualcosa di buono? E se ha questo e quello… Allora penso in ciò che ha di buono e la tormenta si calma. È una cosa che sarebbe bene che tutti facessero».

C’è qualcosa di gesuitico in questo atteggiamento, che ricorda l’invito di S. Ignazio a “cercare e trovare Dio in tutte le cose”, ma ancora di più, c’è qualcosa di biblico nel modo con cui il Papa attraversa il mondo affrontando le sfide più insidiose, che spesso si annidano proprio nel mondo dei media: «Io con i media mi sento a mio agio […] Nella fossa dei leoni, ma a mio agio e rilassato. E in generale le domande sono rispettose. Chiaro che quando i problemi sono più scottanti, può essere più difficile per me rispondere, ma ciò non vuol dire che io mi senta distaccato dai media, no, anzi, sono a mio agio con voi». Ecco il punto, rimanere forti ma senza distaccarsi dall’interlocutore, provando affetto per lui e sforzarsi di mantenere vivo il dialogo, raccontando la propria storia, scommettendo sul bene che splende in fondo a ogni situazione, anche nella bocca di una fornace o in una fossa di leoni.

Inps, Inail e diversi Ministeri pagano in ritardo le imprese

“Quando sono le imprese a ritardare il versamento dei contributi previdenziali o assicurativi – ha dichiarato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – questi istituti sono solerti e intransigenti nel far scattare immediatamente le sanzioni e gli interessi di mora previsti dalla legge. Diversamente, quando sono chiamati a liquidare i propri fornitori, questa inflessibilità nel rispettare i tempi di pagamento viene inspiegabilmente meno. Al punto che sia l’Inps che l’Inail, l’anno scorso hanno liquidato le imprese in grave ritardo, violando i limiti stabiliti dalla normativa”.

A rilevarlo è un’indagine dell’Ufficio studi della Cgia estrapolando i dati relativi agli indicatori di Tempestività dei Pagamenti (Itp) e l’ammontare dei debiti commerciali delle principali Amministrazioni pubbliche presenti nel Paese. Amministrazioni pubbliche che, per legge, oltre all’Itp devono pubblicare sul proprio sito anche il numero dei creditori e l’ammontare complessivo dei debiti maturati ogni trimestre e alla fine di ciascun anno per le seguenti voci di spesa: somministrazioni, forniture, appalti e prestazioni professionali.

Nel 2018 l’Inps ha registrato un Itp pari a +10,13. Questo dato certifica che l’anno scorso l’istituto ha liquidato i propri fornitori con oltre 10 giorni medi di ritardo rispetto alle disposizioni previste dalla legge in materia di tempi di pagamento. Tutto ciò, al 31 dicembre 2018, ha contribuito a produrre un debito commerciale complessivo nei confronti dei fornitori pari a 157,2 milioni di euro.

Per quanto riguarda l’Inail, invece, nel 2018 l’Itp (riferito al quarto trimestre 2018) è stato pari a +54,45. Nel suddetto periodo di riferimento l’istituto ha saldato i propri fornitori con quasi 2 mesi di ritardo. In relazione al tema tutte le Amministrazioni pubbliche sono obbligate per legge a riportare i dati riferiti ai pagamenti nei propri siti internet, ma a distanza di quasi 5 mesi l’Inail non ha ancora pubblicato l’ammontare complessivo del debito maturato al 31 dicembre 2018. Un’anomalia reiterata poichè verificatasi anche per gli anni 2016 e 2017.

L’Inps e l’Inail non sono però le uniche Amministrazioni ad aver violato l’anno scorso la legge in materia di pagamenti nei rapporti commerciali con le aziende private. Quasi la metà dei Ministeri, infatti, presenta un valore assai lento negli indicatori di Tempestività dei Pagamenti. Un esempio tra tutti è quello del Dicastero della Difesa, che l’anno scorso ha liquidato i fornitori con 67 giorni di ritardo maturando, a fine anno, ben 313,2 milioni di euro di debiti.

Due esempi di generosità

Diceva uno scrittore francese, Jules Renard, che “è più facile essere generosi che non rimpiangerlo”. Naturalmente è un aforisma, a sua volta generoso, nei confronti del genere umano, ma pur sempre utile. Soprattutto nei tempi in cui viviamo, dove la magnanimità tende spesso a essere liquidata come puro buonismo, dunque sospetto.
Per fortuna ogni tanto ci sono alcuni episodi che smentiscono il “mainstream” corrente e ci riconciliano con il genere umano. Si tratta di esempi a loro modo straordinari (cioè non ordinari) che fanno di martedì 28 maggio scorso una giornata, dal punto di vista del mondo sportivo, per certi versi memorabile.

Andiamo con ordine. “Rinuncio a due anni di contratto, perché la mia storia con la società non potrà mai essere una questione di soldi”. Rinunciando a ciò cui probabilmente nessuno rinuncerebbe, ovvero alla modica cifra di una decina di milioni di euro (lordi) di liquidazione, per cederli ai collaboratori del suo staff, l’allenatore del Milan Gennaro Gattuso ha dato una nobile lezione di grandezza d’animo in un mondo (quello sportivo) e in un clima generale del Paese, tutt’altro che ben disposto alla gratuità del dono. Cacciato dal Milan dopo una stagione non irrilevante, sorte che purtroppo lo accomuna ad altri (più titolati) allenatori. E nel Paese in cui non si dimette mai nessuno, il suo gesto rappresenta una rarità.

Certamente di altri tempi, è anche il gesto del ciclista Francisco Ventoso che passa la borraccia al collega Vincenzo Nibali, nel momento più difficile della tappa più difficile del Giro d’Italia, la temibile salita del Mortirolo.

Ventoso e Nibali, quasi come Bartali e Coppi, protagonisti di uno storico scambio di borracce rimasto avvolto nel mistero (su quale dei due campioni la porgeva e quale la riceveva), ma pur sempre capace di accendere l’immaginario degli appassionati di ciclismo e di rinforzare il mito degli italiani “brava gente”, generosi e altruisti.

Diceva il Manzoni che la generosità “è una colpa che non viene perdonata dal genere umano, specie se viene fatta con sincerità”. Speriamo che i gesti di Gattuso e Ventoso siano correttamente intesi dai “leoni da tastiera” del popolo dei social.

Identificata dai ricercatori del Gaslini una nuova causa di epilessia ed autismo infantile

Identificata dai ricercatori del Gaslini una nuova causa di epilessia ed autismo infantile in collaborazione con il premio Nobel per la Medicina James Rothman: l’importante risultato è frutto di una collaborazione tra i ricercatori del Gaslini ed i ricercatori dell’Università di Londra.

La ricerca è stata svolta dal dottor Vincenzo Salpietro, ricercatore pediatra presso l’UOC di Neurologia Pediatrica e Malattie Muscolari del Gaslini e dell’Università di Genova, diretta dal professor Carlo Minetti, con la collaborazione del professor Pasquale Striano e del dottor Federico Zara. La collaborazione internazionale ha coinvolto il Laboratorio di Neurogenetica dell’ University College di Londra (UCL) diretto dal professor Henry Houlden ed il Laboratorio di Biochimica della stessa Università diretto dal professor James Rothman, già Premio Nobel per la Medicina 2013, per le sue scoperte in merito alla trasmissione delle sinapsi, che rappresentano la sede della comunicazione e del passaggio dei segnali tra le cellule del sistema nervoso rappresentate dai neuroni, e quindi permettono il funzionamento corretto del cervello e dell’intero sistema nervoso dell’uomo.

I ricercatori hanno studiato un gruppo di bambini affetti da autismo, epilessia resistente ai farmaci, disturbi del linguaggio e disordini del movimento, ed hanno identificato, grazie a tecnologie di analisi genetiche di nuova generazione, mutazioni in un gene chiamato VAMP2. Gli effetti di tali mutazioni sono stati studiati grazie ad un lavoro di collaborazione internazionale, evidenziando una possibile alterazione del corretto rilascio delle “vescicole” che trasportano i neurotrasmettitori che quindi determina un’anomala comunicazione tra neuroni a livello delle sinapsi.

Il lavoro è stato recentemente pubblicato dall’ importante rivista internazionale “American Journal of Human Genetics”.

Tale risultato evidenzia il ruolo cruciale della trasmissione sinaptica nell’epilessia e nell’autismo, in linea con altri recenti studi. La ricerca ha coinvolto famiglie da Italia, Spagna, Francia e Stati Uniti. Con l’utilizzo delle nuove tecniche di sequenziamento del DNA sono sempre più i casi di patologie neurologiche rare che possono essere diagnosticate da un punto di vista molecolare, con importanti ricadute per la prognosi e in certi casi anche per la terapia dei bambini affetti.

“Voglio ringraziare i ricercatori e tutto il personale dell’Istituto Gaslini: risultati come questo restituiscono speranza a tante famiglie. Siamo fieri di avere in Liguria il Gaslini, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico che si conferma all’avanguardia a livello internazionale anche sotto il profilo della ricerca scientifica in pediatria” ha sottolineato la vicepresidente e assessore alla Sanità di Regione Liguria Sonia Viale.

“Questa ricerca, dichiara il professor Carlo Minetti, direttore scientifico dell’Istituto G. Gaslini, è frutto di un’importante collaborazione internazionale del nostro Istituto, e conferma l’importanza del ruolo delle sinapsi nei disordini del neurosviluppo. Oggi trovare il gene difettoso, che causa queste rare malattie, ci offre la grande opportunità di poter fornire alle famiglie possibili informazioni sull’evoluzione della malattia, e in alcuni casi terapie “di precisione” che tengono conto delle differenze individuali e possono talvolta fornire strategie di prevenzione per le famiglie e cure personalizzate per ogni bambino”.

La lettera Ue all’Italia

L’Italia “non ha effettuato progressi sufficienti nel corso del 2018 per rispettare il criterio del debito”.

Nella lettera, il cui contenuto si attiene strettamente ai termini previsti dalla procedura, si chiede all’Italia, come prevede il patto di stabilità, di illustrare quali siano i fattori rilevanti “per valutare in modo complessivo in termini qualitativi l’eccedenza rispetto al valore di riferimento”, che lo Stato membro può fare presenti alla Commissione. “Per consentire alla Commissione di riflettere pienamente l’input aggiornato sui fattori rilevanti nel suo rapporto, saremmo lieti di ricevere la vostra risposta entro il 31 maggio 2019”.

La presa di posizione della Commissione europea era attesa da tempo, inevitabile dopo che recenti dati Eurostat hanno mostrato un aumento del debito pubblico italiano dal 131,4% nel 2017 al 132,2% del Pil nel 2018.

Qui si può leggere la lettera lettera_ue_italia

Occorre mettersi in marcia.

La pubblicazione dei risultati elettorali definitivi delle Europee 2019 e le prime ipotesi sui flussi dei voti in relazione alle politiche dello scorso anno, consente alcune iniziali ipotesi interpretative.
Una prima considerazione è di contesto. Con qualche prudenza si potrebbe ipotizzare che, al di là dei risultati, la società italiana resta in una sostanziale situazione di stallo.
In altri termini: ci sono migrazioni elettorali di prossimità politica (anche cospique) in un bacino elettorale generale che si riduce progressivamente, ma non si vedono significativi salti di qualità nella rappresentanza (se non in simboliche carnevalate) capaci di acquietare le ragioni profonde delle angosce esistenziali presenti nel paese.
Del palcoscenico della società italiana continua ad essere illuminata solo una parte e la politica pare occuparsi solo di ciò che è nel cono di luce.

Veniamo ai numeri.

Cresce la Lega, anzi raddoppia rispetto allo scorso anno.
Si dice che vinca prendendo voti al M5S e a Forza Italia. Un successo figlio della strategia di confine di Salvini, al quale con molta leggerezza è stato consentito, da Di Maio e soprattutto da Berlusconi, di giocare nel campo populista e contemporaneamente in quello del centrodestra con convincente ambiguità.
Il successo della Lega è indubbio, quanto privo di elementi di novità sotto il profilo della rappresentanza: da un lato, raccoglie voti di elettori delusi dai 5 stelle, ma ancora irretiti da paure e rancori; dall’altro lato, prende i voti di un elettorato di centrodestra che inizia a sentirsi orfano di un leader forte.

Eviterei abbagli come nel 2014: questo risultato non pare la rappresentazione di qualcosa di nuovo, quanto una sorta di pettinatura dell’esistente. L’idea di una Lega che penetra nell’elettorato moderato offrendogli, novello PD renziano, una pacificazione con il disagio, ha basi effimere. Ripeto, a me pare che la Lega metta insieme un elettorato (evidentemente anche cattolico) già presente sul mercato dell’esasperazione sociale e gli offra un prolungamento di permanenza, forse più solido e maschio di quanto poteva offrire la posizione ondivaga e inconcludente dei grillini. Mentre sul fronte opposto recupera intorno a sé una parte di quegli elettori perduti per la strada del tramonto berlusconiano.
Perde il M5S, anzi dimezza i voti. È una conferma per chi pronosticava la condizione fragile dei grillini, ma è una smentita per chi concludeva che quella condizione avrebbe portato gli elettori a ritornare su scelte del passato. Il disincanto per Di Maio ha come effetto o l’incanto per Salvini o la ritirata nell’astensione. Al di là della evidente ostinazione a restare al potere, ben oltre la più tenace resistenza dorotea, il punto politico è che le contraddizioni del movimento sono ormai esplose e fingere di ignorarle non sarà certo un modo per risolverle.

Vince il PD, anzi no: resiste, con fatica. L’aumento percentuale viene subito ridimensionato dalla verifica dei voti reali. Rispetto al 2018 non ci sono novità nella quantità dei numeri; mentre ve ne sono nella loro qualità.
Molti voti arrivano al PD (come del resto è accaduto alle ultime primarie) in forza della sua posizione di unica forza alternativa a quelle di governo, e arrivano anche da un elettorato di rito non PD. Grossolanamente si potrebbe utilizzare l’esempio delle teste di lista non PD in quattro circoscrizioni su cinque, non di provenienza PD e capaci di attirare appunto una significativa quota di elettori non PD.

Dunque, il PD regge all’urto, ma non ha ancora una direzione di marcia. Anche qui si può dire che non ci sono elementi di novità nella rappresentanza, non si sradica dall’astensione quella parte della società che è forse più esigente sotto il profilo della qualità politica.
Sarà banale ripeterlo, ma continua ad essere l’astensione il termometro più attendibile di una condizione sociale fatta di speranze perse, apatia rassegnata, resistenza privata alle illusioni populiste, e dell’assenza di proposte politiche in grado di affrontare le ragioni della crisi guardando oltre, senza ripiangere il passato.

Può apparire paradossale ma la ragione del successo di Lega e PD pare essere più l’inerzia delle cose, che nell’introduzione di elementi di novità.
Ma potrebbe essere proprio questa inerzia a mettere in crisi gli apparenti vincitori delle elezioni, più che i reali sconfitti.

La Lega non è espressione di un nuovo centro con baricentro a destra. È un catino nel quale si sta raccogliendo un indistinto schiumoso di disagio sociale e conservazione del potere (visto dal Sud questo fenomeno è molto nitido). Su questo crinale di ambiguità non ha nessun interesse a mutare lo stato delle cose. Anche se è immaginabile che sarà la crisi dei 5 stelle e le loro divisioni interne a costringere la Lega ad uscire dal mercato elettorale chiuso di cui si è giovata.

Il PD resta un riferimento totemico dei valori costituzionali, ma rischia di non andare molto oltre questo valore simbolico se in un qualche modo non prova a sciogliere i nodi culturali e politici che si porta dietro ormai dalla sua nascita.
O decide di riscoprire, magari con un po’ più di elaborazione di pensiero, la matrice di partito “democratico”, sintesi innovativa e innovatrice delle culture politiche storiche, e dunque riprende una vocazione che, se non è maggioritaria, è quantomeno di centralità sociale. Oppure decide di farsi partito di una sinistra che si misura con la storia e prova a riprenderne le fila e le ragioni di una presenza, ed allora riscopre la cultura della coalizione e del dialogo con un centro politico. Questo forse non dipenderà solo dal PD, ma anche da quale domicilio vorranno darsi i cattolici popolari in questo passaggio politico.

Allo stato ciò che genera maggiore preoccupazione non è la oggettiva complessità degli scenari in campo. Ciò che preoccupa di più è la prosecuzione dello stallo. In fondo la situazione che viene fuori dalle urne può offrire una sorta di vantaggio di posizione ai due vincitori sulla carta: con una Lega orientata a non mettere in discussione la posizione intermedia e a non scegliere tra governo attuale e centrodestra; e un PD volto a conservare la posizione di rendita elettorale quale unico argine ai populisti/sovranisti, senza una precisa identità culturale.

Questa tentazione, da temere soprattutto in casa PD sia per l’assenza di elementi esterni di pressione sia per l’indolenza dimostrata dai suoi gruppi dirigenti a misurarsi con il “vizio genetico”, rischierebbe di ingessare pericolosamente lo stato delle cose, creando una asfittica dialettica più sul piano della propaganda che sul terreno delle proposte.
Occorrerebbe immaginare non tanto una via per successi elettorali, quanto una strada per ricomporre l’equilibrio politico nella rappresentanza complessiva del paese. Come ci dimostra l’esperienza delle scorse elezioni europee, un successo senza equilibrio politico non ha lunga vita.

Oggi più che mai, sarebbe necessario costruire forze politiche in grado di pensare anche per gli altri e non solo per se stesse. Forze politiche capaci di ripensare le ragioni della democrazia, specie sul piano europeo.
Ma quale che sia la strada, questo risultato elettorato suggerisce una volta di più che occorre mettersi in marcia.

Merlo: Alleanze, adesso si deve partire

Lo dicevamo prima e, a maggior ragione, lo diciamo oggi dopo il voto europeo. E sempre partendo dall’assunto che in Italia “la politica è sinonimo di politica delle alleanze”. E se questo resta la costante della politica italiana, e’ persin ovvio arrivare alla conclusione che se si vuole ricostruire una coalizione e una alleanza credibile e competitiva non è sufficiente riproporre la vocazione maggioritaria o l’autosufficienza di un partito.

Fuor di metafora, se l’obiettivo resta quello di ricostruire una alternativa al centro destra – che oggi, checche’ ne dica il segretario del Pd Zingaretti, purtroppo non esiste ancora – che non sia solo un banale e semplice prolungamento di un partito, e’ sempre più indispensabile la presenza di un partito di centro, riformista, plurale e di governo. Una richiesta che emerge in modo persin troppo chiaro dal voto europeo e anche dalla consultazione per il rinnovo della guida della Regione Piemonte che ha registrato, per l’ennesima volta, la sconfitta della sinistra a vantaggio di un centro destra a trazione leghista. Malgrado la presenza di un candidato come Sergio Chiamparino che, come tutti sapevano tranne la “propaganda giornalistica amica”, non è riuscito a far la differenza attraverso il fantomatico “voto disgiunto”.

Ora, e’ del tutto evidente che la sinistra non è più politicamente ed elettoralmente autosufficiente. Ed è altrettanto chiaro che un centro sinistra e’ credibile, ed esiste, nella misura in cui riesce a comporre una alleanza variegata e articolata. Nonché rappresentativa e realmente espressiva di pezzi di società. Insomma, non è più credibile una alleanza che viene gestita e pianificata a tavolino e dall’alto. Al netto della buona volontà e della consapevolezza di uscire dall’isolamento e dall’angolo, non è più praticabile la strada di dar vita ad una coalizione decidendo a tavolino chi copre il fianco destro, chi il fianco sinistro e chi il fianco centrista/cattolico della coalizione. Questa concezione di una parte del Pd non è, ovviamente, più percorribile. Quello che adesso serve, e forse è anche utile per la democrazia italiana, e’ quello di ricostruire una alleanza di centro sinistra dove la forza di un centro dinamico e riformista, moderno e plurale, deve essere il più possibile visibile e protagonista. Un luogo politico che certamente esprima anche un leader – considerando che la politica in Italia continua ad essere fortemente leaderistica e personalizzata – ma che, soprattutto, sia in grado di declinare una posizione politica capace di essere contendibile con l’agglomerato leghista e conservatore. Un “blocco sociale” che, comunque sia, va rispettato e non ridicolmente disprezzato e ridicolizzato come continua a fare, con una arroganza moralistica e culturale senza limiti, la sinistra salottiera e al caviale dell’arcipelago progressista italiano.

Un centro dinamico, appunto, che sia in grado però di non ricoprire una semplice casella mancante della alleanza ma che ritorni ad essere decisivo nella sua capacità di rappresentare interessi sociali, mondi vitali e culture politiche reali. Ed è proprio sotto queso profilo che l’area cattolico democratica e popolare può e deve giocare un ruolo politico, culturale, programmatico ed organizzativo decisivo. Non per ritrarsi in una dimensione identitaria ma, appunto, per contribuire con altri a ridefinire un progetto politico che può essere alleato con una sinistra democratica e di governo ma che, al contempo, non può essere subalterno o gregario rispetto ad un’azionista di maggioranza.

Un progetto politico che deve essere messo subito in campo e che sia in grado di saper unire la politica con l’organizzazione, la rappresentanza di interessi sociali con una dimensione valoriale e culturale. Chi continua a commentare e dispensare giudizi dall’esterno può tranquillamente prendersi un periodo di riposo. Adesso è il momento dell’azione e della progettualità politica.

Monda: Cosa imparare da Salvini

“Gli Italiani sono più avanti di qualche fine analista politico che riempie le pagine dei quotidiani”. Così Matteo Salvini ha commentato a caldo i risultati elettorali, cioè la sua clamorosa vittoria alle europee, il 34% dei voti, con cui la Lega si posiziona primo partito in Italia, seguito a lunga distanza dal PD (22%) e M5S (17%), nonché il diffuso successo alle amministrative. Tentando un’analisi lucida e intellettualmente onesta, si deve innanzitutto riconoscere per buone queste sue parole iniziali: l’elettore ha sempre ragione, “è avanti”.
Dunque, un buon modo per comprendere il senso di queste elezioni, e per lo meno i risultati in Italia, è innanzitutto ascoltare le parole del vincitore scelto dagli Italiani. Andando a fondo, occorre comprendere la coerenza interna del suo messaggio: solo entrando nel suo orizzonte si potrà contrapporre un’alternativa e muovere una critica. Dunque, esaminiamo i suoi primi discorsi da vincitore indiscusso delle elezioni europee.

“L’emozione è grande, la soddisfazione è grande… la responsabilità è grande”, sottolinea. Dalle prime parole entra in gioco il tema della responsabilità, dell’affidabilità e della solidità. Gli Italiani, dice, sono “concreti, sani, onesti”. Un’onestà leggermente diversa però sia dall’#onestà assunta a slogan anti-casta e principio cardine dal M5S, sia dalla riproposizione anni ’90 e primi 2000 in chiave anti-berlusconiana e moralista della “questione morale” che la sinistra ha per fortuna ormai pressoché abbandonato. È un’onestà fondata sulla concretezza dei “fatti” e dei “dati” (“i dati ci danno ragione”), che impone “il momento della responsabilità”, perché “la festa dura pochi minuti”.

Infatti non c’è più tempo, lo slogan è “fare, fare, fare!”, come e cosa fare vengono in secondo piano. “Il forte mandato” (“ancora sopra il 50%” i voti a favore delle forze al governo) dei cittadini spinge a “rivedere i parametri europei”, a “riportare al centro del dibattito europeo il diritto al lavoro, alla salute, alla vita”. Non viene chiarito però in che modo “rivedere” e in che senso “riportare al centro”: ri-tornare dove? Questo non viene detto, o meglio, viene supposto come chiaro ed evidentemente deducibile dalla valanga di “dati” e “fatti” di cui Salvini invade i media. Come ogni buon studente, sa che il modo più veloce per convincere di essere preparato e suscitare fiducia in un professore (spesso pigro o disattento) è assordarlo con singole nozioni e informazioni, immagini forti ed esempi. La tesi di fondo resta sfumata, perde importanza, il piano generale non importa più, ma l’esame si passa.

Di buono c’è che le due simili onestà sopra citate (istituzionale di sinistra o forcaiola grillina), che coinvolgevano e indagavano il privato, vengono ora parzialmente superate in nome di un certo garantismo. Eppure sembra non siano scomparse, ma solo riassorbite in una sorta di etica del lavoro (negli ultimi mesi Salvini avrà detto decine di volte “mi pagano per fare il ministro”) di simile durezza divisiva, fondamentalmente stacanovista, fondata sul sacrificio (l’accenno alle ore di sonno arretrato) e infine sulla lotta (il ministro che “combatte gli spacciatori”, lo slogan ripetuto “contro tutto e tutti”). L’andare “contro corrente”, l’essere politicalmente scorretto, è la vera forza di Salvini. Più gli si oppone frontalmente, più aumenta la sua forza d’urto. Come dice chiaramente, “ho vissuto questa campagna elettorale con passione e con orgoglio, con attacchi quotidiani e vergognosi, però la vita reale è più forte degli attacchi virtuali”: bisognerebbe aggiungere un nesso causale fra “orgoglio” e “attacchi”, innanzitutto perché molti attacchi se li è cercati (la vicenda del Salone del Libro è un esempio lampante), inoltre perché tali attacchi sono stati, come detto, controproducenti, in quanto fondamentalmente faziosi e/o inconsistenti.

Ma, al di là degli slogan e della ricerca della rissa, c’è forse una concretezza che Salvini ha davvero in mente, un nocciolo politico rilevante, da inquadrare sul serio: quella che lui chiama “la vita reale”. Cosa intenda con queste parole si ricava innanzitutto dal primo punto che indirettamente pone sul tavolo delle trattative con i compagni di governo: abbassare le tasse. La vita reale è fatta innanzitutto di soldi in più che restano in tasca al cittadino. La teoria economica neoliberista secondo cui la riduzione delle tasse aumenta la domanda e dunque rimette in moto l’economia è semplicemente ciò che fa tornare i conti e dà (forse, speriamo) le coperture, ma Salvini sa che quello che conta per lui è che l’italiano si senta direttamente coinvolto in quanto risparmiatore-lavoratore, difeso e tutelato, nei suoi interessi immediati e quantificabili, da uno Stato al contempo benevolente ma forte, uno Stato che sintetizzi vicinanza e lontananza, sicurezza dalla criminalità e libertà dalla burocrazia. Uno Stato fondamentalmente miracoloso.

Chiama in causa Dio (o meglio “chi c’è lassù”) per ringraziarlo, certo non per i risultati elettorali (sorge la domanda: e allora perché ringraziarlo la notte delle elezioni?), ma perché aiuta a “ritrovare speranza, orgoglio, radici, lavoro, sicurezza”. Ecco la genialità di Salvini: collocare sullo stesso piano e mescolare la speranza, virtù teologale che coinvolge il “destino e il futuro” del Paese, con concetti terreni e autoreferenziali: “orgoglio, radici, lavoro, sicurezza”. Dei cinque doni di Dio secondo Salvini la prima, la speranza, è l’intrusa, ma serve a dare una veste nuova alle altre, a proiettarle emotivamente verso un futuro aperto e progressivo. Salvini è paradossalmente coerente nel suo progetto di confusione di terra e cielo, che lui ci creda o meno. Il risultato è efficace, ce lo dicono i risultati, i suoi cari fatti, e lui stesso dichiara di voler “riappassionare alla politica gli Italiani con i fatti”. Qui sta il punto. Serve a poco che quando sguaina la croce argentata e la bacia qualcuno urli in lontananza “giù! Giù!”. Non basta gridare alla strumentalizzazione (e ghettizzare ancora una volta la religione nella sfera privata), bisogna invece mostrare come egli effettivamente si distorcano i contenuti del messaggio cristiano e, ancor prima, i fatti stessi; bisogna dimostrare innanzitutto come la sua visione di “orgoglio, radici, lavoro, sicurezza” comprometta nei fatti la “speranza” di un orizzonte di lungo periodo di una società aperta orientata a una crescita integrata al suo interno e nel contesto mondiale.

Come rispondere a Salvini

Quando si comprenderà che l’alternativa a Salvini è proprio il contrario dello scontro frontale di cui è campione, e che la vera partita si gioca sui contenuti concreti e sulla loro narrazione proiettata sul “futuro e sul destino” del Paese? Insomma, quando si comincerà a prendere Salvini davvero sul serio? Perché finché non lo si fa continuerà a vincere. Al contrario, proviamo ora a dare una breve lettura critica del suo sopra citato “pentalogo”: “speranza, orgoglio, radici, lavoro, sicurezza”, e a presentare un’alternativa. È una serie molto eterogenea di parole chiave emotivamente forti, in cui vi è un paradossale gioco di equilibri quasi geometrico fra la prima parola, “speranza”, che apre al futuro, e l’ultima, “sicurezza”, che chiude all’altro, protegge e difende da un pericolo. Equilibrio precario, sbilanciato totalmente da quelle parole centrali, “orgoglio” e “radici”, urticanti per una certa classe borghese, che oltre a far pendere a destra la bilancia, gettano una strana luce sulla “speranza” di Salvin: forse intendeva “sopravvivenza”, “autoconservazione”, “mors tua vita mea”. Infine c’è il “lavoro”, i fatti, i dati, la serietà, la concretezza. Non c’entra niente con le altre, ma serve a farle passare come innocue al ceto un po’ più istruito (quello che ha appena rabbrividito a sentire “orgoglio” e “radici”): i fondo Salvini è solo un buon amministratore. Nel menù ce ne è per tutti: si rassicurano i moderati-progressisti che devono investire (“speranza”), si compattano i vecchi conservatori identitari (“orgoglio” e “radici”), si rassicurano i moderati conservatori del ceto medio-basso (“lavoro” e “sicurezza”).

Chi rimane fuori? Gli “altri”, e i giovani. Per quanto Salvini denunci spesso la fuga dei cervelli, ne fa una questione di orgoglio nazionale e quasi di protezionismo applicato agli studenti. Quella che manca, fondamentalmente, è una vera speranza, cioè visione di lungo periodo di una società aperta. Quella che manca è la fuoriuscita dal paradigma secolare della disciplina e dell’ordine statale che irregimenta, protegge e garantisce. Quello che manca semplicemente è il futuro e la comprensione di un mondo che manca. Salvini riesce abilmente a presentarsi come il futuro, ma è essenzialmente una riproposizione rimescolata e rivisitata del vecchio modello dello Stato forte e neoliberista. “Lavoro e sicurezza”, cioè in sostanza “spremere di più il limone”, come stigmatizza Magatti in un suo recente saggio. Una visione miope del nuovo paradigma nel quale siamo, che impone sfide di ben più alta portata.

L’alternativa alle cinque parole di Salvini deve dunque smontare pezzo per pezzo la sua proposta, e proporre un modello di società aperta, non semplicemente per buonismo e vago cosmopolitismo da salotto, ma per una corretta e concreta visione della realtà nel suo evolversi sul lungo periodo e nel suo contesto globale. La “vita reale”, per usare le sue parole, di questa società aperta presenta un “lavoro” inteso non come assegnazione individuale di un posto fisso e dunque come tornaconto privato (la miopia del “meno tasse”), ma come forma di relazione libera e generativa con l’altro (il prossimo), con cui collaborare sempre in forme nuove e diverse; questa società aperta non ha bisogno di dirsi orgogliosa delle proprie radici, perché è abbastanza forte da essere da riscoprirle sempre nuove proprio nell’incontro con l’altro e il diverso; è abbastanza forte, infatti, da non dover per forza dirsi “sicura”, “protetta” da qualcosa (perché lo si dica, l’emergenza sicurezza semplicemente non esiste). Insomma occorre uno sforzo intellettuale per comprendere e far comprendere che la costante prova di forza di Salvini è semplicemente prova della debolezza e dell’ansia che egli avverte e contribuisce a generare, in un circolo vizioso. Occorre essere più forti di lui nel presentare un’alternativa decisamente incentrata sul dialogo e sulla cooperazione nel lavoro, nell’istruzione, nel rapporto fra generazioni e fra popoli.

Moretton: Un Travaglio incerto

Il risultato delle elezioni europee del 26 maggio, consente alcune riflessioni che vanno oltre alla indiscussa vittoria della Lega. Mi riferisco al Partito Democratico che, arrivato secondo e prima del Movimento 5 Stelle, ritiene di aver aver superato il rischio sparizione. Ed è così soddisfatto che festeggia il risultato nonostante abbia perso 6 milioni di voti rispetto alle europee del 2014 e 100 mila elettori rispetto alle disastrose politiche del 2018 (alle politiche hanno votato molti più italiani rispetto alle europee). Ma il nuovo segretario Zingaretti ritiene che il risultato sia positivo e ancor più la lista unitaria del Pd, presentata in queste europee. Ritiene anche che si debba allargare l’attuale compagine alle altre forze della sinistra per così partir da una base elettorale del 28%. Basterà per essere l’alternativa di governo come continua ad affermare Zingaretti? Difficile crederlo e, infatti, già si sentono commenti non favorevoli all’ipotesi di Zingaretti.

È Calenda che per primo sgombra il campo dai facili entusiasmi. Per evitare di pendere solo a sinistra perdendo i moderati c’ è una sola cosa da fare, avverte l’ ex ministro: creare un’ ampia alleanza che coinvolga il Pd, i Verdi e un vero partito Siamo Europei. Un partito che nasca sul serio. E un’ alleanza, non una lista unica. Sembra quindi che Calenda, forte di un ottimo risultato elettorale, abbia tutte le carte in regola per guidare un nuovo soggetto politico liberal-democratico. E comunque, l’ ex ministro, come molti anche nel Pd, ritiene che il Partito democratico non sia in grado da solo di attirare i voti dei moderati e che servano forze nuove. Il dibattito sulla conquista del centro era stato aperto da Renzi alla vigilia delle Europee. Ma dopo il voto, con il Pd che non guadagna consensi rispetto al 4 marzo quella discussione si è fatta più accesa. Soprattutto tra i renziani il cui leader ufficialmente non interviene nel dibattito. Non un commento sul risultato del Pd, non una parola sul segretario…

Dal dibattito interno del Pd emerge da più parti che il presunto campo largo non è più largo delle ultime elezioni politiche, anzi i risultati sono anche peggiori.

È grave che il Pd non sia praticamente riuscito a catturare i voti in uscita dai 5 Stelle e da Forza Italia che hanno preferito la Lega e Fratelli d’Italia. E che il Pd si ostini a rivolgersi al bacino della sinistra che oltre il Partito Democratico non esiste, meglio sarebbe che si concentrasse su quello enorme dell’astensione dove si collocano i delusi e i moderati.

Comunque, allo stato attuale, non si capisce quale direzione intenda prendere il Pd anche se si comprende che una parte di pidini forse potrebbe far nascere un nuovo soggetto politico di centro moderato capace di interessare i molti elettori che oggi non hanno ancora deciso che cosa votare, preferendo l’astensionismo per l’assenza di nuova proposta politica che li convinca a recarsi alle urne.

L’American dream e la nuova sinistra americana

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Articolo già pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Antonio Funiciello

Che cos’è il sogno americano? Lo storico premio Pulitzer James Truslow Adams ha scritto, in The Epic of America (1931):

«è il sogno di una terra in cui la vita dovrebbe essere migliore, più prospera e più ricca per tutti, con opportunità per ciascuno secondo le proprie capacità o i risultati raggiunti. È un sogno difficile da interpretare adeguatamente per le classi dominanti europee… Non è un soltanto un sogno di auto nuove e salari elevati, ma un sogno di ordine sociale, nel quale ogni uomo e ogni donna devono essere capaci di raggiungere la massima realizzazione di cui sono, per natura, capaci di raggiungere; e devono essere riconosciuti dagli altri per quello che loro sono, a prescindere dalle circostanze fortuite legate alla nascita o alla posizione».

Thomas Jefferson, sempre in polemica con l’Europa classista, aveva già fissato l’obiettivo della nuova Repubblica che gli americani stavano costruendo: opporre all’aristocrazia europea dei privilegi e della ricchezza un’aristocrazia americana delle virtù e dei talenti. Una Repubblica guidata da una siffatta aristocrazia non avrebbe potuto che accrescere le proprie potenzialità e disporsi a essere lo spazio di vita migliore per quel pursuit of happiness che, in ultima istanza, è il vero fondamento e lo scopo del sogno americano.

Ma come calibrare il primato dell’American dream in una società aliena o allergica alla lotta di classe che, a partire dalla metà dell’Ottocento, infiammava invece il vecchio continente come un enorme bosco di alberi secchi? Semplice: concependo il sogno americano in un’ottica espansiva e includente. Lo suggeriva anzitutto la filosofia: quell’illuminismo schietto a cui i padri fondatori erano legati. Lo consigliava anche la geografia: in una terra così immensa per una popolazione così esigua, non c’era motivo di pensare che non ci sarebbe stato spazio e fortuna per tutti. Ma lo ispirava anche la lontananza da quell’Europa bigia e litigiosa, organizzata in società dove il destino dei singoli era strettamente legato alla discendenza familiare.

Così l’American dream divenne l’essenza dell’ethos nazionale americano: perché era un sogno che univa senza dividere; un sogno da fare insieme, eppure ognuno a casa propria; un sogno cominciato con tredici colonie, ma che non poteva avere fine perché i suoi principi erano truths to be self-evident in ogni luogo e in ogni tempo. E da subito, infatti, i partiti maggiori e i leader americani più importanti cominciarono a modellare la propria identità sulla base di chi meglio sapeva interpretare la capacità di espansione e il potere di inclusione dell’American dream.

Se è vero che la Guerra civile scoppiò prevalentemente per ragioni economiche, essa fu in realtà così dirompente perché si nutriva di una stringente contraddizione: negare la partecipazione attiva all’American dream a esseri umani di diversa pigmentazione di quella della maggioranza degli americani. Una contraddizione che andava sradicata almeno nominalmente, con esplicito richiamo nella legge fondamentale dell’Unione. Consapevolezza che lentamente maturò in quel secondo padre della patria che, dopo George Washington, fu Abramo Lincoln.

Da Lincoln in poi, i soggetti del bipartitismo statunitense si sono definiti in relazione al sogno americano. Nel Partito democratico, si è assistito a una divisione interna tra gli ammiratori del sogno e i loro imitatori (la suggestione kierkegaardiana è qui voluta, con il conseguente parallelo tra sogno americano e cristianesimo). Da Woodrow Wilson a John Kennedy, una lunga schiera di democratici ammiratori del sogno hanno centrato su di esso il loro racconto. Da Lyndon Johnson a Bill Clinton, un altrettanto importante insieme di imitatori, interpreti e testimoni viventi del sogno (uomini venuti dal nulla e arrivati al 1600 di Pennsylvania Avenue) hanno rafforzato, con la loro esemplare biografia, il legame della sinistra americana con il sogno.

Sia gli imitatori sia gli ammiratori dell’American dream non sono mai venuti meno – e ciò li unisce indissolubilmente – alla versione di un sogno che fosse espansiva e includente. In fondo, anche il lungo dibattito post Seconda guerra mondiale, che portò alle leggi del presidente Johnson contro l’apartheid verso i neri d’America, era un dibattito centrato sull’American dream. In particolare, i leader dei diritti civili si dividevano tra chi (Martin Luther King su tutti) concepiva la battaglia per i diritti civili come l’ennesima tappa dell’espansione includente dell’American dream a ogni cittadino e chi proponeva una versione redistributiva ed escludente del sogno.

Alla fine, com’è noto, l’ebbe vinta ancora una volta la versione originaria, quella che allarga il campo, contro quella che s’incarica di creare divisione e conflitto. Il più bel discorso politico di tutti i tempi, l’orazione di King al Lincoln Memorial di Washington, era proprio il racconto di una visione espansiva e accogliente del sogno americano («I have a dream that one day in Alabama… little black boys and black girls will he able to join hands with little white boys and white girls as sisters and brothers»).

Oggi che nuove minoranze pesano felicemente e finalmente nella politica statunitense, e i loro rappresentanti al Congresso cominciano a farsi sentire, il punto di complessità della questione democratica che pongono è ancora una volta sull’interpretazione dell’American dream. Martin Luther King, a differenza di altri leader neri, non ha mai detto che per dare ai neri (includendoli nel sogno) bisognava togliere ai bianchi (riducendo il loro spazio nel sogno). Oggi, viceversa, molti dei leader delle minoranze che vivacizzano la nuova sinistra americana propongono un’interpretazione redistributiva ed escludente del sogno.

C’è di buono che questi leader, a parte qualche sciocchezza detta su Israele, ripudiano la violenza e si sentono appassionatamente ingaggiati nelle forme istituzionali e nei modi costituzionali dell’Unione. Tuttavia le loro battaglie sono per lo più all’insegna di una contestazione feroce dell’occupazione degli spazi politici negati dai wasp e dalle piccole minoranze ai wasp alleate. Se le loro modalità di lotta non somigliano a quelle violente degli anni Sessanta, la loro retorica non somiglia purtroppo a quella di King.

È vero: l’incremento del gap tra chi ha di più e chi ha di meno negli States è costantemente cresciuto negli ultimi anni. In particolare sotto Barack Obama, l’uscita dalla grande crisi economica è stata accompagnata da un forte indebitamento generale, con il paradossale (per un presidente di sinistra…) ulteriore aumento del gap di cui sopra. Questo problema esiste, non solo in America, ed è enorme. Ma le minoranze che animano a sinistra la politica americana sono poste di fronte a un tema che, prima di essere sociale ed economico, è filosofico e culturale.

Limitarsi, infatti, a una critica economica e sociale delle degenerazioni del sogno rende inefficace la critica in quegli Stati, in particolare del Midwest, dove la globalizzazione e la grande crisi economica hanno fatto danni non tra le minoranze emergenti, ma nella maggioranza bianca del Paese. Le policies economico-sociali della nuova sinistra americana non possono fare breccia in quegli Stati. Se si vuole davvero che la critica produca una proposta di governo nazionale capace di essere competitiva alle prossime presidenziali, l’esercizio intellettuale e politico va impegnato anche sul fronte dell’interpretazione filosofica e culturale dell’American dream a cui ci si vuole associare.

L’American dream funziona quando non nega ad alcuno di potercela fare: un americano non può usare l’America dream contro un altro americano. Quando è successo, c’è stata la guerra tra gli americani o tensioni sociali che hanno mietuto morti e feriti. Il sogno americano o è espansivo e includente o non è il sogno americano. È un punto concettuale dirimente, con il quale la nuova sinistra americana è chiamata, che le piaccia o meno, a fare i conti.

Il Presidente Mattarella ricorda il 45° anniversario della strage di Piazza della Loggia

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 45° anniversario della strage di Piazza della Loggia, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Le innocenti vite spezzate quella mattina del 28 maggio 1974, lo strazio dei familiari, il dolore dei feriti, l’oltraggio inferto a Brescia e all’intera comunità nazionale dai terroristi assassini sono parte della memoria indelebile della Repubblica. In questa giornata di anniversario si rinnovano i sentimenti di solidarietà di tutti gli italiani, e con essi desidero esprimere la mia vicinanza a coloro che più hanno sofferto e a quanti hanno contribuito negli anni a quella straordinaria reazione civile e democratica, che ha fatto fallire la strategia eversiva.

Con l’attentato alla manifestazione antifascista organizzata dai sindacati, i terroristi volevano seminare paura per comprimere le libertà politiche. Una catena eversiva legava la strage di Piazza della Loggia ad altri tragici eventi di quegli anni: la democrazia è stata più forte e ha sconfitto chi voleva violarla. L’impegno di uomini dello Stato e il sostegno popolare hanno consentito di portare a compimento il percorso giudiziario.

Particolare gratitudine va espressa all’Associazione dei Familiari delle vittime, la quale è riuscita sempre ad animare, anche in momenti difficili, memoria attiva, partecipazione responsabile, impegno per la verità».