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Il flop dell’hotspot albanese e l’esempio dimenticato di Mimmo Lucano

I primi 14 emigranti erano già in Albania, sbarcati su una torpediniera della marina militare italiana. Trattati, usando la metafora della filosofa Francesca Rigotti, come polvere da aspirare e buttare. Tuttavia, secondo il tribunale di Roma, devono tornare urgentemente in Italia. Un fallimento in ogni senso, compreso quello economico.

La “felice allegria” iniziale di Giorgia Meloni, alimentata dal sostegno di alcuni paesi europei al suo metodo, è stata celebrata da Tg e giornali. Ma il nostro Primo ministro ha regalato oltre 700 milioni di euro al collega albanese Edi Rama, invece di investirli a Lampedusa o nella sanità pubblica. In cambio, ha ottenuto 5-6 ettari di terra a Shengjin, un paesino di fronte a Brindisi con una spiaggia modesta, lontana dalle bellezze di Lampedusa e dalla sua famosa “Spiaggia dei Conigli”.

L’isola, proposta a più riprese come candidata al Nobel per la pace, vede oggi il suo centro per migranti chiuso e in rovina. Al contrario, in Albania è stato costruito un hotspot: non un lager o una prigione, ma un “punto caldo di accesso” recintato e sorvegliato, creato per identificare, registrare e controllare chi arriva senza regolare permesso. Persone, non oggetti. Tuttavia, i costi di gestione – personale, medici, sorveglianza, manutenzione – si stanno rivelando enormi, suscitando critiche al governo.

In difesa della Meloni è intervenuto anche Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, attaccando con leggerezza la Caritas e le cooperative, accusate di gestire un lucroso business sull’accoglienza.

Riflettendo sulla soddisfazione iniziale della Meloni, mi viene in mente un’altra “felice allegria”, vissuta però in silenzio: quella di Mimmo Lucano. Quattro volte sindaco di Riace, oggi eurodeputato, premiato nel 2010 come uno dei migliori sindaci al mondo e nel 2016 come uno dei leader più influenti. Lucano ha fatto rivivere il suo borgo accogliendo 400 migranti e integrandoli, offrendo loro casa e lavoro, risollevando l’economia locale e incarnando quei valori di accoglienza tipici della cultura meridionale.

Il suo esempio ricorda i valori espressi da Papa Francesco in Fratelli Tutti, dove il mondo intero è rappresentato come un’unica barca, nella quale dobbiamo remare insieme, senza dividerci in piccole e pericolose barche sovraniste.

Dalla propaganda alla verità effettuale: è così forte la destra di governo?

Esiste un grande scarto tra la propaganda – “attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni” (1) – e quella che Machiavelli definiva come “verità effettuale”, ossia la descrizione realistica e non distorta degli atti e dei fatti. Ogni detentore del potere dovrebbe, da un lato, fondare la propria azione politica sulla verità effettuale, ma dall’altro, spesso utilizza la propaganda per consolidare il suo potere. Ciò è avvenuto con tutti i governi e accade anche con l’attuale governo di destra, che controlla gran parte del sistema televisivo pubblico e privato, con Tele Meloni e le tre reti Mediaset, lasciando a La7 il ruolo di unica voce critica. Anche i quotidiani si dividono lungo linee editoriali dominate da ideologie socialmente condizionate, a destra come a sinistra, a scapito di un pensiero critico.

Questa contrapposizione tra propaganda e verità effettuale è particolarmente evidente nei provvedimenti del governo sul bilancio dello Stato. Ad esempio, il governo può sostenere, numeri alla mano, di aver destinato più risorse alla sanità, ma l’opposizione dimostra facilmente come il rapporto tra spesa sanitaria e PIL sia inferiore a quello dei precedenti governi e insufficiente rispetto alle reali esigenze del settore. Non a caso, i diversi attori della sanità avvertono: “Così si va verso il collasso del sistema sanitario nazionale”.

Lo stesso vale per i provvedimenti finanziari del ministro Giorgetti: la tassa sugli extraprofitti bancari si è ridotta a un’anticipazione di cassa, una sorta di prestito, mentre per i lavoratori autonomi è stato introdotto l’ennesimo condono. Nel frattempo, i lavoratori dipendenti e i pensionati continuano a subire la tassazione alla fonte, perpetuando un sistema di ingiustizia fiscale sempre meno tollerabile. Attendiamo le tabelle definitive del bilancio per capire quanto saranno colpiti Comuni e Regioni, oltre ai tagli del 5% già decisi per i ministeri, e quale impatto questi avranno sui servizi ai cittadini.

Alle distorsioni della realtà propagandate dal governo si contrappongono le prime risposte della società: scioperi nel settore dei trasporti in crisi, nella scuola, nei vigili del fuoco, nell’INPS e nella pubblica amministrazione, fino al comparto metalmeccanico, che sta affrontando una delle crisi più gravi della sua storia.

A tutto ciò si aggiungono i dati drammatici sulla povertà in Italia: 2,2 milioni di famiglie, pari a 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta, secondo i dati ISTAT del 2023. La povertà è più diffusa nel Mezzogiorno, dove colpisce il 10,2% delle famiglie, seguita dal Nord-Ovest (8,0%) e dal Nord-Est (7,9%). Questi numeri descrivono una “verità effettuale” che nessuna propaganda può negare. Solo una visione socialmente condizionata può oscurare il pensiero critico necessario per comprendere cosa sta accadendo in Italia.

Non meno preoccupante è la situazione in politica estera. Per la seconda volta, la nostra Presidente del Consiglio è stata esclusa dal “quartetto di Berlino” sull’Ucraina. I nostri alleati continuano a mostrare incertezze verso un governo che appare ambiguo, diviso tra l’atlantismo della premier e il sostegno a Putin del vicepremier Salvini. Allo stesso modo, mentre Giorgia Meloni si vanta del suo discutibile “modello albanese” per la gestione dei flussi migratori, applaudito da alcuni Stati sovranisti, Francia, Germania e Spagna hanno risposto con un netto NO, ampliando l’isolamento dell’Italia in Europa anche su questo fronte.

Serve una seria alternativa a questo governo, espressione della maggioranza della minoranza elettorale. In un panorama politico confuso a sinistra, si attendono segnali dall’area cattolico-democratica, liberale e cristiano-sociale, ancora frammentata e divisa. Alcuni amici mi criticano per il mio insistente richiamo a un nuovo centro politico, ma credo che, per il bene dell’Italia, è proprio da lì che si dovrebbe ripartire, per evitare che il malcontento sociale, privo di un’adeguata rappresentanza politica, sfoci in situazioni difficili da gestire.

Netanyahu tra guerra e diplomazia: in attesa del nuovo Presidente Usa.

Dopo l’uccisione del capo di Hamas, l’ideatore della mattanza del 7 ottobre, l’auspicio diffuso è che con questo evento si sia aperta una fase nuova del conflitto, verso una auspicabile tregua. Possibile, ma difficile sia così, almeno per le prossime due settimane. Quando si saprà il nome del nuovo Presidente degli Stati Uniti.

È ormai infatti chiaro che Netanyahu abbia inteso utilizzare sino in fondo l’evidente debolezza di Biden a fine mandato, una debolezza resa ancor più evidente dalla sera nella quale il Presidente fallì disastrosamente il confronto televisivo con Trump. Il premier israeliano sa perfettamente che il sostegno americano è indispensabile, sul piano politico e su quello militare. Sa pertanto che col nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà assumere un atteggiamento ben diverso, naturalmente consapevole che un conto sarà discutere con Harris e un altro con Trump. Quindi ha cinicamente “sfruttato” tutto il tempo garantitogli dalla forse imprevista debolezza di Biden nell’ultimo anno di mandato. Con l’obiettivo dichiarato di distruggere la catena di comando e l’insediamento territoriale di Hamas a Gaza, prima, e di Hezbollah in Libano, dopo. Impegnando tutta la forza e la violenza a suo avviso (e dei suoi sostenitori e alleati, alcuni dei quali estremisti assoluti) necessarie per ottenere il risultato voluto. Incurante del progressivo discredito e isolamento nel quale Israele è sprofondato agli occhi della comunità internazionale.

Ora Netanyahu può dichiarare che il “lavoro non è finito” e proseguire con gli attacchi, a Gaza e nel Libano. Rinviando ancora l’apertura alla inderogabile necessità di un intervento umanitario internazionale senza del quale il rischio è la morte per fame di altre decine di migliaia di civili palestinesi imprigionati nella Striscia. 

Il Segretario di Stato USA, Anthony Blinken, effettuerà ora l’ennesima missione recando con sé il piano americano per una tregua: consapevole, questa volta, di poter convincere il governo israeliano della opportunità di un cessate-il-fuoco ora che le strutture di vertice, e non solo, dei due gruppi terroristici finanziati dall’Iran sono state annichilite o quasi.

Occorre cominciare a costruire il futuro, sosterrà l’inviato di Biden, posto che ormai tutti, nella regione e nel mondo, devono aver compreso (questo era l’intendimento dall’inizio della guerra, oltre al desiderio di vendetta) che Israele non tollererà più, mai più, la presenza di organizzazioni terroristiche ai suoi confini. Via dunque Hamas da Gaza, via Hezbollah dal Libano meridionale (e comunque da ogni posto di governo, formale o di fatto, a Beirut). Un messaggio chiaro rivolto innanzitutto, come ovvio, all’Iran, nei confronti del quale è tuttora in sospeso la reazione all’attacco missilistico subìto nelle scorse settimane. Una ritorsione che Blinken raccomanderà essere contenuta, efficace nella sua simbolicità più che nella sua distruttività.

Ora che è più forte sul piano interno Bibi, come è chiamato il Primo Ministro più longevo di Israele, dovrà decidere se seguire il proprio personale istinto vendicativo e le pressioni dell’ala fondamentalista e radicale del suo governo o il respiro della politica, teso a superare una fase e aprirne una nuova proiettata sul domani. È probabile che si prenderà questi giorni che ci separano dal 5 novembre per decidere in quale direzione procedere e, naturalmente, per vedere chi sarà il suo nuovo interlocutore a Washington. Nel frattempo continuerà con i bombardamenti e i rastrellamenti, per continuare e perfezionare il “lavoro”.

Formiche | Se l’ONU non c’è: lezioni dall’Ucraina al Medio Oriente.

Ormai è sin troppo chiaro che l’Organizzazione delle Nazioni Unite è parte importante del problema della propagazione dei conflitti che rischiano di far divampare un nuovo conflitto mondiale. L’Onu è nata con l’obiettivo di favorire la pace e prevenire i conflitti, tuttavia, la sua operatività è spesso limitata dal potere di veto dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Russia, Usa, Regno Unito e Francia). Questo potere di veto permette a questi Paesi di bloccare qualsiasi intervento che non sia in linea con i loro interessi nazionali, rendendo l’Onu inefficace in molte situazioni critiche.

Un esempio della limitazione dell’Onu è la crisi in Ucraina, dove la Federazione Russa clamorosamente ha invaso il Paese violando i trattati internazionali, e l’Onu non ha potuto intervenire a causa del veto russo. Un altro esempio si trova in Medio Oriente, dove il gruppo paramilitare Hezbollah, finanziato e diretto dall’Iran, ha insediato basi nel sud del Libano e lancia missili contro Israele. Nonostante la presenza di 10 mila soldati dell’Onu (di cui oltre mille italiani) come forza di interposizione, l’organizzazione non riesce a fermare questi attacchi, interpretando la risoluzione Onu n. 1701 come mero monitoraggio senza azioni concrete. Unifil dovrebbe sostenere l’esercito libanese al controllo del Paese proteggendolo da Hezbollah, ma non fa nulla a che costoro non spadroneggino nelle zone di confine con Israele sparando missili e costruendo sottoterra infrastrutture militari.

La situazione a Gaza è simile, con Hamas che gestisce tunnel e postazioni missilistiche e l’Unwra (l’agenzia Onu presente a Gaza con 12 mila operatori) che non interviene. L’intelligence israeliana denuncia che molti dipendenti dell’Unwra hanno legami con Hamas o la Jihad islamica, contribuendo ulteriormente all’inefficacia dell’Onu nella regione. Inoltre, i ribelli Houthi nello Yemen, anch’essi sostenuti dall’Iran, lanciano missili contro Israele e le navi occidentali nel Mar Rosso, danneggiando l’economia mediterranea ed europea.

Insomma l’Onu oltre ad essere inefficace, sembra prestare il fianco ai Paesi autocratici per conseguire i loro obiettivi di rivolgimento degli equilibri mondiali, e tale anomalia rischia di infiammare ancor più i focolai regionali del mondo.

 

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https://formiche.net/2024/10/riformare-onu-conflitti-ucraina-medio-oriente/#content

La Voce del Popolo | I danni dell’illusione del populismo.

Il populismo non ha sconfitto le élites. Le ha solo peggiorate. Quelle di ieri avevano almeno un barlume di visione, e spesso dialogavano in modo proficuo con le élites del resto del mondo (o almeno di quella parte di mondo con cui eravamo interessati a intenderci). 

Quelle di oggi sono sulla difensiva, dunque svendono, si nascondono, si ritirano, cercano maldestramente di acchiappare qualcosa senza avere più molto da offrire in cambio. Ha ragione Giuseppe De Rita, nel suo ultimo libro. 

Nel dopoguerra furono le oligarchie ad accompagnare il paese lungo il percorso della sua ricostruzione. Banchieri e imprenditori illuminati, dirigenti politici provvisti di un senso di missione, insegnanti e pensatori abituati a guardare avanti. Un insieme di persone e di ambienti che avevano chiaro il destino da costruire e che, a suo tempo, fecero del loro meglio per attrezzare un paese nel quale ancora fumavano le macerie della guerra. 

Nessuno di quei signori era troppo concentrato sui propri vantaggi. Ognuno di loro era guidato da una visione che abbracciava, insieme, l’utile e l’ineluttabile. Quella generazione aveva quello che manca a noi: e cioè il senso del tempo. Che vuol dire un misto di pazienza e di misura. 

Quelle virtù sono state via via impoverite, ma non del tutto dilapidate. A bruciarle definitivamente, direi, ha provveduto soprattutto l’illusione del populismo. Laddove ha preso di mira le poche élites che erano ancora rimaste a disposizione del paese, facendo di ogni erba un fascio e senza neppure tentare di distinguere tra i costruttori e i predatori. Con tutto vantaggio per questi ultimi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 17 ottobre 2024.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Armida Barelli, il lungo viaggio delle donne verso la partecipazione democratica.

 

“Tua res agitur. Le sorti della famiglia, della convivenza umana…sono nelle vostre mani”. Le parole del papa alle 15000 persone presenti, donne dell’A.C, del CIF, delle ACLI, della DC appena costituita, con una sottolineatura della uguale dignità di donne e uomini nella sfera pubblica.

È il riconoscimento di un lungo percorso di consapevolezza e di crescita culturale che ha permeato la formazione spirituale e umana delle donne cattoliche dal primo dopoguerra e questo percorso ha una protagonista soprattutto: Armida Barelli, presidente dal 1918 della Gioventù Femminile di A.C., cofondatrice e strenua sostenitrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Animatrice della fioritura di associazioni nel mondo cattolico già nel primo dopoguerra e alla fine della dittatura fascista, quando forte comincia a essere la partecipazione femminile; una partecipazione che contribuirà in maniera determinante alla ricostruzione del Paese e alla costruzione della vita democratica.

Alla guida della Gioventù Femminile crede fermamente nel valore della formazione, sia umana che spirituale e non abbandona questa prospettiva neanche negli anni bui della dittatura fascista e della guerra, preparando una intera generazione al processo di rinascita del dopoguerra e alla costruzione della convivenza democratica. Infatti l’investimento sulla formazione, sviluppato e custodito negli anni del regime offre alla neocostituita Democrazia Cristiana e al paese la classe dirigente che guiderà la ricostruzione, garantendo l’unità nazionale e il passaggio difficile dalla monarchia alla repubblica. Si riversa nell’agone politico un laicato di donne e uomini responsabili e culturalmente radicati nei valori cristiani.

In vista delle elezioni del plebiscito e delle elezioni dell’Assemblea Costituente Armida gira l’Italia in lungo e in largo, scrive sulla rivista “Squilli” chiamando le donne all’esercizio del voto per una Costituzione cristianamente ispirata. La sua G.F. è il primo modello di organizzazione femminile di massa in cui la soggettività femminile è un tutt’uno con la esperienza di fede. L’esercizio del voto è il riconoscimento di questa soggettività e insieme una responsabilità da assumere con consapevolezza.

Ma l’investimento sulla formazione per Armida Barelli continua, non si ferma con l’elezione dell’Assemblea  Costituente. Sa che la democrazia è un processo complesso, che le sirene della lotta di classe come ricerca della giustizia sociale  e di una prospettiva solo storica e immanente della vita umana sono in agguato. Il Comunismo, percepito come nemico della  religione, è  una prospettiva che va allontanata con impegno missionario per diffondere invece gli ideali di una società cristianamente ispirata. Lasciata la G.F. per la vicepresidenza dell’Azione Cattolica promuove la “Missione religioso-sociale”, un tempo di “aratura cristiana” che la porta a girare nelle  diocesi italiane per un’opera di educazione sociale e politica in vista delle elezioni politiche del ’48.

È un lavoro di sinergia con il partito della DC, non propaganda, ma il convincimento di contribuire a “portare l’Italia verso la pace, il lavoro, la giustizia sociale e la religione”.

Il partito è lo strumento per veicolare nella politica, nelle Istituzioni gli ideali della società cristiana. Nel dibattito sui rapporti tra mondo cattolico e politica, in vista delle elezioni del 1948, Armida si esprime per favorire l’unità dei cattolici intorno alla DC anche con immissione di candidati dell’A.C. nelle liste, contro le propensioni “qualunquiste” di alcuni.

Svolge con passione questo ultimo impegno, certamente politico, certamente finalizzato a creare una consapevolezza collettiva dei cattolici sui temi della democrazia e della partecipazione.

Armida Barelli protagonista della storia del movimento cattolico, della storia delle donne italiane. A lei dobbiamo la formazione spirituale, civica e sociale di una generazione di donne che ha contribuito alla nascita della democrazia, al suo irrobustimento quotidiano, sia sul piano dell’azione politica, con leggi che hanno progressivamente garantito diritti e parità, sia sul piano sociale con la capacità di resilienza  nei cambiamenti epocali che hanno segnato il ‘900.

Famiglie, città, campagne, fabbriche, uffici, scuole, comunità ecclesiali: luoghi attraversati dalle Donne del ‘900 con sofferenza, discriminazioni, fatica, nella costanza del lavoro di cura che non è mai venuto meno e che ha sostenuto come una rete invisibile i momenti più difficili della nostra storia. La loro emancipazione è stata determinante nei cambiamenti culturali, la loro forza elemento di coesione sociale nelle tempeste.

A queste donne dovremmo ancora ispirarci nei giorni in cui la nostra democrazia mostra le sue crepe per una politica debole, autoreferenziale, spesso lontana dalla realtà. Con queste donne ripensare i valori della partecipazione consapevole e gratuita, scrutare il presente per cogliere con intelligenza i problemi e le soluzioni, esercitare con discernimento la forza di opinioni pubbliche sui temi che interessano la comunità. Perché forse il presente e il futuro sono ancora nelle nostre mani.

Lungotermismo, 80.000 miliardi di motivi per non curarsi del presente.

In un succoso articolo sul Corriere della Sera, nella rubrica “Dataroom” di Milena Gabanelli, si racconta del “lungotermismo”, una corrente di pensiero che ha fatto presa sui signori della Silicon Valley e che si traduce nella attenzione che occorre avere per le generazioni future.

Detta in questo modo, nulla di veramente originale se non fosse per il fatto che il nostro procedere rischia realmente di compromettere i giorni delle future generazioni. Si tratta di guardare ai prossimi 80.000 miliardi di abitanti del pianeta da qui fino ai prossimi 700.000 anni, periodo in cui si prevede l’estinzione della razza umana. 

Ogni cosa ha un suo prezzo. Così piuttosto che riempire lo stomaco e dare la sopravvivenza ai 733 milioni di poveri al mondo sarebbe preferibile spendere risorse investendo in tecnologia che permetterebbe di colonizzare il “Superammasso della Vergine”, quindi andare su pianeta che ancora non soffre del riscaldamento climatico della terra. 

Insomma, se si è ben compreso, si tratta di prendere piede su un altro pezzo di terra all’interno della nostra galassia che etimologicamente indica il latte e induce subito ad una immagine dove gli uomini trovano salvezza nutrendosi del prezioso liquido che la dea Era, ” Regina del cielo ”, aveva utilizzato per disegnare la Via Lattea, il retto percorso di crescita per l’umanità. Poteva essere solo questa dea, con il suo nome, ha richiamare all’un tempo il passato necessario per destreggiarsi nel futuro.

La brillante idea è quella di organizzarsi per trasferirsi prima o poi in qualche altra parte del cielo ancora vergine di uomini. Del resto è fatale che armati di desiderio ci si voglia rivolgere proprio dalle parti di una Vergine su cui ammassarsi come via di scampo.  

Vergine è una strana parola che nella sostanza è il contrario del comune convincimento di una creatura imberbe. Par che segni invece chi è ormai maturo per generare e per l’attività sessuale, quindi in una fase assai più avanzata della nostra idea di innocenza. Tanto che in astronomia era ricondotta dai Greci a Demetra, dea appunto della fecondità.

Non va trascurato che Vergine è colei che, stando al vocabolario, non ha avuto rapporti sessuali completi, ma che comunque qualche esperienza, sia pure al minimo della misura, ha consumato. Si dovrà vedere di che pasta sarà l’ammasso della Vergine di cui si ipotizza la colonizzazione, se sarà un territorio del tutto illibato o già in parte corrotto.

C’è chi dice che il lungotermismo non sia altro che spostare egoisticamente l’asticella più in alto fregandosene di quello che avviene ora dabbasso. Si guarda ipocritamente al futuro per non risolvere hinc et nunc ciò che affligge nel presente i terrestri. Siamo in attesa di un nuovo Cristoforo Colombo che ci porterà alla salvezza con tutta la violenza della nostra civiltà e celebreremo anche lui nei millenni a venire, siliconando il cielo a nostra immagine e somiglianza.

Ci dicono, per salute e per eleganza, di mantenere sempre una postura eretta senza guardarsi sgarbatamente i piedi; i santi dicono di guardare il cielo piuttosto che pensare alle cose di qua sotto. “Per aspera ad astra” è il motto consigliato per destreggiarsi nella vita, “duc in altum” è la regola a cui ispirarsi. Lungotermismo sarà forse il nuovo credo, come termiti invaderemo altri suoli da rosicchiare per poi cominciare da capo e ancora. Stare a dieta non fa per noi, solo i poveri ne sono campioni.

Su “Il Popolo” non polemiche ma costruzione di un progetto.

La riflessione che ho innescato con il mio recente articolo sulla gloriosa testata de “Il Popolo” su queste colonne ha prodotto, comunque sia, un utile e costruttivo confronto. Innanzitutto, però, credo sia doveroso sottolineare la gratitudine all’amico Ettore Bonalberti e a tutti i suoi collaboratori per aver proseguito in questi anni, in versione on line, l’esperienza del Popolo.

Detto questo per onore di cronaca, è evidente a tutti che sulla riproposizione del “Il Popolo” non ci si può e non ci si deve accontentare della sola versione online, pur importante ed encomiabile. E, sotto questo versante, esiste un nodo politico – purtroppo antico ed endemico – che prima o poi andrà sciolto. Sempreché chi oggi detiene la chiave per sciogliere quel nodo decida di non decidere, come si suol dire – com’è capitato, del resto, sino ad oggi – oppure che non si ritenga più la riproposizione de “Il Popolo” una strada utile ed indispensabile per riattualizzare e rilanciare il patrimonio politico, culturale, sociale, storico ed etico del cattolicesimo politico italiano. 

Certo, tutti ci rendiamo conto che “Il Popolo” non può più diventare l’organo di un partito e, men che meno, lo strumento di qualche corrente all’interno di un partito. Nello specifico, e per non essere ipocriti, non può diventare il mezzo per organizzare l’ennesima corrente in un partito come quello della sinistra radicale e massimalista della Schlein.

Ora, c’è una sola possibilità concreta per poter rilanciare – eventualmente e realisticamente – unatestata come quella de “Il  Popolo” in un contesto politico che registra un forte e radicato pluralismo politico ed elettorale dei cattolici democratici, popolari e sociali. E la soluzione resta quella di fare de “Il Popolo” un organo – sempre autorevole e qualificato – di un’area culturale, seppur articolata e composita, che abbia come obiettivo centrale, se non addirittura esclusivo, quello di rilanciare un patrimonio culturale anche nell’attuale cittadella politica italiana. Poi, come ovvio, una testata plurale – almeno per quanto riguarda la sua linea editoriale – ma, comunque sia, consapevole che un nobile nonché moderno filone di pensiero non può ridursi a giocare un ruolo del tutto ornamentale e periferico nel concreto dibattito politico del nostro paese.

Questo era, e resta, l’obiettivo prioritario per il futuro di una testata come “Il Popolo”. La speranza, anche se remota, è che in un clima che vede una multiforme e variegata presenza politica degli ex democristiani, permanga un sussulto di buon senso e di responsabilità nel saper convergere nella ricostruzione di una testata giornalistica. E politica al tempo stesso. Perchè, per dirla con il sempre acuto e problematico Mino Martinazzoli, “l’unità dei cattolici in politica non è un dogma, ma non è un dogma neanche la diaspora”. Facciamo sì, soprattutto per chi può decidere, cioè l’Associazione nazionale dei Popolari, che questo monito del simpatico Mino non vada disperso.

Almeno per il futuro de “Il Popolo”.

Laicità, pluralismo e governabilità: un nuovo quadro di convivenza sociale e politica.

La crisi che da decenni avvolge l’Occidente ha assunto, negli ultimi anni, aspetti sistemici. I valori che hanno caratterizzato le democrazie più longeve, negli Stati Uniti e in Europa, non sono più al centro dell’economia, non interpretano più le trasformazioni sociali e non guidano più le persone. In questo quadro poco rassicurante, in cui l’Europa appare disorientata, le democrazie arretrano e l’Oriente conquista la scena politica, il tema della laicità, che ci ha a lungo caratterizzati, sembra aver perso il suo fascino.

EuropaForum – Laicità È per questo motivo che, oggi, abbiamo deciso di mettere al centro di questo Forum un tema che ha segnato profondamente la storia moderna europea, spesso oggetto di dispute e forti scontri tra intellettuali: cos’è oggi la laicità? È ancora uno spazio che consente di definire il rapporto tra sé e gli altri, tra sé e lo Stato, tra sé e la dimensione spirituale?

La laicità evoca da sempre temi etici e richiama virtù civiche. Ha una lunga antologia che, nel corso dei secoli, ha guidato il nostro cammino. Tuttavia, in un’epoca così severa, talvolta priva di speranza, è ancora uno strumento utile per comporre conflitti tra diverse identità? Ci interrogheremo se sia necessario cercare nuove parole o riaffermare antiche regole per tracciare nuovi sentieri di convivenza.

Storicamente, la laicità è stata lo strumento con cui gli ordinamenti nazionali si sono emancipati dal controllo ecclesiastico, diventando un elemento fondante per costruire valori civili. Questi valori avrebbero dovuto ispirare i cittadini e indicare i principi cardine della vita comune.

Rifletteremo allora su questo percorso storico-normativo, non solo per comprendere meglio la nostra storia, ma anche perché EuropaForum parte dalla nostra Carta Costituzionale con l’obiettivo di esplorare i confini da essa stabiliti.

Dall’esame dei resoconti dell’Assemblea Costituente, emergono due interventi paradigmatici. L’onorevole Aldo Moro dichiarava: “Noi non desideriamo certamente uno Stato-Chiesa, uno Stato protettore della Chiesa, uno Stato maestro di dogmi religiosi. Ma lo Stato non ha alcuna verità da insegnare, né in materia religiosa né in altre materie. Esso è organizzatore di scuole, dove accoglie democraticamente il contenuto educativo che la coscienza sociale, espressa dai padri di famiglia, gli presenta e gli impone. Non lo Stato teologo, dunque, ma lo Stato libero e democratico, quello che accoglie tutte le esigenze sociali e le soddisfa, senza sostituire arbitrariamente il proprio dogma laicista alla coscienza religiosa del popolo italiano.”

In parallelo, l’onorevole Palmiro Togliatti affermava la necessità di una “Costituzione non ideologica, che consenta la libera azione non solo delle forze politiche, ma anche di tutti i movimenti ideologici che ne sono il retroterra”.

 

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L’energia come motore di pace: riflessioni sul futuro del mondo.

“Immaginare la pace”, è stato il tema di un importante convegno della Comunità di Sant’Egidio, svoltosi a Parigi tra il 22 e il 24 settembre scorso. In un contesto internazionale caratterizzato da oltre 55 conflitti, da violenze diffuse e azioni terroristiche, mettere in connessione l’energia e gli obiettivi di pace, potrebbe sembrare un’utopia, ma guardando alla storia contemporanea, l’intuizione di pace costruita dai “padri” dell’unità europea (Adenauer, De Gasperi, Schumann) fu mettere in comune quei beni (carbone e acciaio) utilizzati principalmente per combattere in guerra. 

Da qui una riflessione che riguarda la connessione tra le produzioni energetiche e l’affermazione della pace.

Il legame tra energia e pace è un tema di grande rilevanza globale, che evidenzia come le risorse energetiche siano sia un’opportunità per il progresso, sia una causa di conflitti. Il controllo delle risorse energetiche ha storicamente influenzato le relazioni tra nazioni, creando tensioni, rivalità e talvolta vere e proprie guerre. Tuttavia, l’energia può anche essere un potente strumento per la promozione della pace, della cooperazione e dello sviluppo sostenibile.

 L’energia come causa di conflitti

Le risorse energetiche, in particolare petrolio, gas naturale e minerali rari, sono spesso alla base di tensioni internazionali. Molti conflitti geopolitici degli ultimi decenni sono stati direttamente collegati al controllo o all’accesso a tali risorse. Il Medio Oriente, con la sua ricchezza di petrolio, è un esempio lampante di come la competizione per l’energia abbia alimentato guerre e instabilità politica. Allo stesso modo, le dispute territoriali legate al gas naturale, come nel caso del Mar Caspio o del Mediterraneo orientale, dimostrano come le risorse energetiche possano diventare fattori scatenanti di conflitti internazionali.

Inoltre, le economie dipendenti da una singola risorsa energetica, come il petrolio, spesso soffrono di instabilità politica e sociale interna, creando terreno fertile per guerre civili e autoritarismo. Questo fenomeno, noto come la “maledizione delle risorse”, sottolinea come la ricchezza energetica, in assenza di una gestione equa e trasparente, possa aggravare le disuguaglianze e le tensioni sociali.

Energia come strumento per la pace

Dall’altro lato, l’energia ha anche il potenziale di diventare un motore di cooperazione internazionale e di pace. La transizione verso fonti energetiche rinnovabili – come il solare, l’eolico e l’idroelettrico – può contribuire a ridurre la competizione per le risorse limitate e promuovere un modello di sviluppo più sostenibile e meno conflittuale. Le energie rinnovabili sono ampiamente disponibili e distribuite in maniera più equa a livello globale rispetto ai combustibili fossili, riducendo così la dipendenza dalle risorse concentrate in specifiche aree geografiche.

Progetti di cooperazione energetica, come la condivisione di infrastrutture (fondamentali per la trasmissione e la distribuzione energetica) tra Paesi o l’integrazione dei mercati energetici regionali, possono favorire relazioni pacifiche e stabili. Un esempio positivo è l’Unione Europea, che ha iniziato il suo processo di integrazione proprio attraverso la cooperazione nel settore del carbone e dell’acciaio, creando le basi per una pace duratura tra ex nemici storici.

Accesso all’energia e sviluppo sostenibile

Un altro aspetto cruciale è l’accesso equo all’energia come prerequisito per la pace sociale e la stabilità. Nei paesi in via di sviluppo, l’accesso insufficiente all’energia moderna è spesso correlato a povertà, esclusione sociale e conflitti. Senza un accesso affidabile all’energia, è difficile promuovere lo sviluppo economico, migliorare i servizi sanitari, educativi e garantire condizioni di vita dignitose.

Progetti di elettrificazione rurale e di espansione dell’accesso all’energia pulita possono contribuire a ridurre le disuguaglianze economiche e a migliorare le condizioni di vita, diminuendo così le tensioni sociali interne e il rischio di conflitti. Le iniziative di sviluppo sostenibile promosse dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in particolare l’Obiettivo 7 (“Garantire a tutti l’accesso a un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna”), riconoscono l’importanza dell’energia per la promozione della pace e della giustizia.

Il ruolo della diplomazia energetica

La diplomazia energetica è diventata un elemento centrale nelle relazioni internazionali, con il potenziale di promuovere la stabilità e la cooperazione tra nazioni. Gli accordi multilaterali sulla sicurezza energetica, lo sviluppo di infrastrutture condivise (come oleodotti e gasdotti transnazionali) e le alleanze per la transizione energetica sono esempi di come l’energia possa essere utilizzata come strumento per costruire relazioni pacifiche.

In questo contesto, la transizione energetica verso un’economia decarbonizzata offre nuove opportunità per la cooperazione internazionale. La riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, che spesso alimentano i conflitti, e l’espansione delle tecnologie verdi possono contribuire a ridurre le tensioni geopolitiche legate all’energia.

La pace energetica nel contesto delle crisi globali

Infine, in un mondo sempre più segnato dai cambiamenti climatici e dalle crisi ambientali, l’energia diventa una questione di sicurezza globale. Le migrazioni forzate causate da disastri climatici, la scarsità di risorse naturali e la desertificazione sono tutte problematiche che possono alimentare conflitti interni e internazionali. In questo senso, la transizione verso un sistema energetico sostenibile è essenziale non solo per affrontare la crisi climatica, ma anche per promuovere la pace a lungo termine.

Riflessioni conclusive

In sintesi, l’energia può essere sia una causa di conflitto sia un elemento fondamentale per la pace, a seconda di come viene gestita. La sfida per il futuro è utilizzare le risorse energetiche in modo responsabile, promuovendo la cooperazione, riducendo le disuguaglianze e garantendo che l’accesso all’energia sia equo e sostenibile. Solo attraverso un approccio olistico, che riconosca l’importanza della pace energetica, sarà possibile costruire un mondo più stabile e giusto.

Oltre il bipolarismo: “Il Popolo” online come spazio di dibattito.

Egor Vikhrev Free to use under the Unsplash License

Prendo spunto dall’articolo del 13 scorso su questo giornale, di Giorgio Merlo dal titolo: “Il Popolo, la nostra gloriosa testata manca all’appello”, che ha fatto da falso presupposto ad un appello, oggi quanto mai necessario, circa la doverosa ricomposizione dell’area politica dei cattolici.

Pur nella condivisibile esigenza di dare una forte accelerata al processo in atto, che soffre da tempo una fase di stallo, è sembrato ingeneroso e sorprendente l’ignorare, da parte dell’autore, la fervida nuova vita del glorioso giornale della Dc (“Il Popolo”) nella mise editoriale online, ilpopolo.cloud, divenuto punto di riferimento, da più di cinque anni di cuella parte cattolica che ha ridato vita alla Democrazia Cristiana. 

Di certo, in questi oltre cinque anni di vita, non è stato poco il contributo di analisi, di commenti e di proposte per contribuire a dare più forza ad una sensibilità politica ed istituzionale, oggi emarginata da un sistema politico avvelenato da un bipolarismo sempre più estremizzato; auspicando al contempo politiche più attente a quei ceti sociali, che da anni stanno pagando un prezzo salato per l’accavallarsi di una congiuntura economica che si dibatte tra recessione e inflazione.

In questo quadro, assai pregevole mi è sembrato il garbato richiamo alla realtà dell’amico Ettore Bonalberti che sempre su auesto giornale ha così replicato: ”…La voce de Il Popolo è ancora presente e vive in mezzo a noi, pronta a raccogliere la voce di quanti sentono di appartenere alla vasta realtà culturale, sociale e politica della Dc e dei Popolari..”.

Con orgoglio, essendo tra i redattori, posso affermare che da un buon lustro questa nuova versione de “Il Popolo” si è affermata come un serio e documentato laboratorio di dibattito e di informazione, articolata e critica, anche scomoda, soprattutto quando le scelte del partito sono sembrate essere assai divisive, senza mai trascurare, grazie ad una pregevole antologia dei tanti illustri protagonisti, la rilettura delle vicende cruciali che caratterizzarono la cinquantennale azione politica della Dc.

Anche in questi frangenti nei quali si sta organizzando una inedita Dc, con l’ambizione di rendere protagonista quell’elettorato cattolico che da anni sta alla finestra aspettando il ritorno in campo di una forza capace di riproporre, in chiave attuale, un progetto politico-istituzionale credibile ed autorevole, come quello che consentì alla Dc di essere artefice indiscussa della crescita civile, sociale ed economica del paese, l’ampio contributo critico non appare di poco conto.

Non va poi trascurato il fatto che attorno al giornale sta crescendo un virtuoso fermento che si traduce in pregevoli analisi, proposte e confronti su una visione politica originale, ricalcata sugli schemi dell’esperienza politica democristiana, tesi a innervare e valorizzare nel tessuto sociale e politico del paese quegli elementi riequilibratori e quei fattori di bilanciamento marginalizzati da un bipolarismo, sfuggito di mano e sempre più condizionato, quindi, dall’emergere di risposte populiste e demagogiche.

Prendiamo spunto, allora, da questo grido d’allarme, soprattutto ponendo a momdnto di confronto e di incontro proprio quel glorioso giornale, “Il Popolo”, che Giorgio Merlo non ha visto passare tra i protagonisti di questa nuova, anche se ancora lenta, riaggregazione. Puntiamo cioè alla riaggregazione di un nucleo composito, espressione delle diverse culture cattolico-moderate del popolarismo – liberale e riformista – che comincia ad identificarsi in un unico virtuoso progetto. Tutto qyesto per ridare stimolo al processo di ricomposizione di una base valoriale comune, avendo tra i primi obiettivi l’elaborazione di una nuova legge elettorale nel quadro di un organico progetto di riforma istituzionale che guardi ad un modello di Cancellierato alla tedesca.

La Dio-incidenza secondo Eva: un diario di vita e fede in Africa.

Finalmente ha deciso di raccontare la sua esperienza umanitaria in Africa, condividendo un diario di viaggio intriso di ironia, fede e umanità. Pubblicato da Bur Rizzoli l’8 ottobre, il libro della Crosetta (conduttrice del programma di approfondimdnto religioso Sulla via di Damasco in onda su Rai 3) rappresenta un’autentica testimonianza del potere trasformativo dell’amore e della solidarietà.

L’autrice narra un percorso di vita che prende una piega inaspettata, grazie a quella che lei stessa definisce una “Dio-incidenza”: l’incontro con don Matteo Galloni, fondatore della Comunità Amore e Libertà, un’organizzazione che dal 1988 si dedica all’accoglienza di bambini e ragazzi in difficoltà, sia in Italia che nella periferia di Kinshasa, in Congo. È proprio qui, nella missione di Masina III, che Eva Crosetta trascorre un periodo a stretto contatto con una realtà a tratti dura, ma ricca di speranza e di umanità.

Il libro si articola come un diario di viaggio, dove la scrittura delicata dell’autrice ci guida attraverso momenti quotidiani talvolta commoventi, talvolta crudi. Tra le pagine, conosciamo personaggi come Mbui, un ragazzo sordomuto dotato di uno spiccato talento teatrale, e Giovannino, un bambino che nonostante la giovanissima età dimostra un’incredibile grinta. Non mancano figure carismatiche come Alessandra, considerata una sorta di “maman” per gli ospiti della missione, e Gabriella, che dopo un primo viaggio in Congo ha deciso di restare e adottare un bambino del posto.

Crosetta ci offre una riflessione profonda sul significato della fede e della conversione, ma anche una critica velata verso i “diktat sociali e umanitari” che spesso risultano ingannevoli nella loro apparente bontà. Con una scrittura sincera e priva di retorica, l’autrice riesce a trasmettere il senso di riconoscenza e meraviglia per la vita, invitando il lettore a prendersi una pausa dai ritmi frenetici della quotidianità per riflettere sull’importanza della vera solidarietà.

In “Che colpa ne ho se sono nato in Congo all’ombra di un mango?”, Eva Crosetta non offre solo il racconto di un’esperienza personale, ma un invito a scoprire l’essenza del dono reciproco e del potere dell’amore. Un libro che non solo informa, ma commuove, toccando corde profonde e spingendo a riflettere sulla nostra posizione nel mondo e sul significato della nostra esistenza.

Europa padrona del proprio destino? il governo Meloni scelga la coerenza.

[…] l’Europa deve assumere una sovranità diversa nel contesto geopolitico internazionale, lei [Giorgia Meloni, ndr] lo ha richiamato, e non può più permettersi di lasciare ad altri la definizione della propria identità e della propria potenza. O l’Europa diventa pienamente padrona del proprio destino, o non sarà più Europa. E questo significa, nell’ambito della difesa, una difesa comune, e questo significa, nell’ambito anche delle politiche commerciali e industriali, una visione strategica comune, e questo significa anche portare avanti politiche che valorizzino l’Europa come il luogo della produttività, anche delle componenti necessarie per le principali fasi della transizione, ivi compreso un processo di miglioramento, di informazione e di formazione alle nuove competenze.

Tutto questo è il nuovo che noi dobbiamo costruire, ma nel nuovo che dobbiamo costruire non dimentichiamoci che usare i toni che ancora oggi abbiamo sentito, che rispetto all’Europa è stato tutto sbagliato, ecco questo, invece, è qualcosa di estremamente dannoso. L’Europa non è più il sogno delle nostre madri e dei nostri padri costituenti, l’Europa è un fatto storico che ha presidiato lo sviluppo, il progresso, la libertà, la democrazia per le nostre Nazioni: o noi questo sogno lo trasformiamo ancora convintamente in un fatto che sia ancora più compiuto, oppure ci condanneremo al disfacimento, all’isolazionismo e, purtroppo, anche ad essere aggrediti da quei dittatori disumani che stanno colpendo l’Ucraina, come Putin, che è di fatto un primo attacco all’Europa.

E allora, Presidente, lo chiediamo con forza: non è possibile che nel Parlamento europeo si siano sentite le parole filo-putiniane che Orbán ha portato in quel Parlamento e non è possibile che, nel prato di Pontida, quelle stesse parole siano state pronunciate, sottoscritte da Ministri del suo Governo. Prenda le distanze da questo spirito antieuropeista, che è uno spirito antitaliano e antipatriottico perché solo nel destino europeo si potrà giocare il destino italiano. Abbia il coraggio di prendere questa distanza perché il popolo italiano glielo chiede nelle aspirazioni che sono contenute nella nostra Costituzione perché quelle aspirazioni solo nel contesto europeo si svolgono e si compiono pienamente.

Sul tema dell’immigrazione, io non mi voglio associare ai toni apocalittici che ho sentito, però diciamocelo chiaramente: la questione dell’Albania e la scelta dell’Albania è una scelta che non è efficace a risolvere il problema, che va affrontato con una strategia europea che lavori anche per un’inclusione. Penso, in particolare, al tema della forza lavoro degli immigrati, ma su questo, Presidente, – e qui chiudo – io, glielo dico da donna a donna, vorrei richiamare delle parole. Quando si parla di immigrazione, si sta parlando di vite umane e io vorrei che in quest’Aula risuonassero le parole di De Gasperi, un padre dell’Europa che aveva una sensibilità popolare, anche di radici cristiane: “Io spero, dunque, che in queste vostre riunioni, oltre alle formule unificatrici delle risoluzioni, avrete riconfermato nel vostro spirito che una cosa sola è essenziale. Questa sola esige tutti i sacrifici, questa sola esige i compromessi, esige compromessi personali, familiari, nazionali. Questa cosa è il senso unitario del consorzio umano, questo senso di fratellanza universale, al di sopra delle Nazioni e della politica, che è l’eredità e il patrimonio del cristianesimo”.

Non dimenticate mai, mai che la dignità delle persone e la vita umana vengono comunque prima di tutto, prima delle ideologie, prima delle grida, prima degli applausi scomposti e meritano queste sole il nostro impegno congiunto e cooperante nel contesto europeo.

Alcide De Gasperi, lo statista.

Nel parlare di De Gasperi anche noi dovremmo adoperare le parole che usò lui, il 28 ottobre del 1922, per manifestare il suo stato d’animo in un momento difficile per il Paese, con la marcia su Roma in pieno svolgimento. Su una cartolina indirizzata alla famiglia, che a Borgo Valsugana attendeva sue notizie, scrisse con l’immagine del Duomo di Orvieto davanti agli occhi: “Cercando nelle opere della passata grandezza un conforto per l’ansiosa attesa dell’oggi”. Eccco, la grandezza che ci sovrasta, è pure elemento di conforto; e noi sappiamo quanto grande è stato De Gasperi, e come la sua figura abbia inciso sulla vita pubblica del nostro secondo Novecento. Per questo il settantesimo anniversario della scomparsa costituisce un’occasione preziosa per riflettere sull’attualità della sua lezione, per trarne politicamente conforto.

Uno dei suoi meriti. Ampiamente riconosciuti, è stato quello di aver traghettato l’Italia verso uno stabile sistema  democratico. Tutta la sua impresa si compie in otto anni, visto che inizia a fine 1945 e termina a metà del 1953. Ora, non si capisce De Gasperi se non si conosce la sua formazione. In sintesi, nasce in un piccolo borgo Trentino, Pieve Tesino, quindi è cittadino Austro-Ungarico, ovvero suddito di un impero in cui la scuola, obbligatoria sino a 14 anni, assolve pienamente alla funzione di contrasto all’analfabetismo, una piaga altrove devastante. Vive in un contesto in cui i cattolici, sulle orme di quanto promosso in Germania e Austria, possono organizzarsi in partito, mentre il non expedit avrebbe impedito a lungo, fino alla nascita del Ppi nel 1919, un’analoga libertà organizzativa dei cattolici italiani.

Lapertura della Chiesa trentina, specie sotto la guida del vescovo Endrici (1904-1940), valorizza lapporto dei laici al punto che nel 1905 al giovane De Gasperi viene affidata la direzione de La Voce cattolica”, organo ufficiale della diocesi. È questo l’ambiente in cui il futuro statista doveva maturare la consapevolezza che per i cattolici si imponevano nuove forme di impegno, tanto più che le masse contadine si affacciavano alla politica, agli esordi del nuovo secolo, con la tradizionale diffidenza del montanaro verso una certa aristocrazia intellettuale ed economica di stampo liberale, nonché verso lapproccio, a volte puramente ideologico, dei socialisti. 

Dopo lelezione nel 1909 al Consiglio comunale di Trento è la volta dell’ingresso, a due anni di distanza, al Parlamento di Vienna. Non sono tempi facili. Scoppia la Grande guerra e per i trentini, obbligati a combattere contro gli italiani, è una prova doppiamente amara sia per l’impatto materiale che per quello morale. De Gasperi è impegnato a dare protezione e sostegno alle migliaia di sfollati – la sua gente – costretti a vivere in condizioni spesso drammatiche. Vienna alla fine perderà la guerra. Nell’ottobre del 1918 è pronto a dichiarare in Parlamento che le terre irredente devono tornare alla madrepatria, scartando ambigue soluzioni autonomistiche come quella prospettata dai Popolari friulani per la vecchia contea di Gorizia-Gradisca.

Con il ricongiungimento del Trentino al Regno dItalia inizia la seconda vita di De Gasperi. Il primo intervento che fa alla Camera dei Deputati il 24 giugno 1921 è incentrato sulla difesa dellautonomia territoriale ma chiede come mai alla stazione di Trento, dove prima operavano tre impiegati agli sportelli di biglietteria, ora fossero diventati dodici, nonostante la diminuzione del numero dei biglietti. E tra lilarità dei colleghi deputati chiede se non sia  opportuno,  di fronte alla disparità di spesa con la precedente gestione asburgica, “arrivare a risparmiare lo spago, le buste e la ceralacca”.

 

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Italia Informa | Soddisfazione e innovazione: come ripensare il lavoro nell’era digitale.

Il quotidiano online Italia Informa evidenzia, con i suoi dati del 15 giugno 2024, che solo il 5% degli italiani è contento del proprio lavoro. Il quotidiano fornisce un altro dato interessante: il 56% di coloro che hanno cambiato lavoro per stare meglio, nel giro di un anno si è pentito. Tutto ciò avviene in un contesto in cui l’88% delle società italiane (dato Doxa, anno 2023) trova difficoltà a trovare le figure professionali desiderate.

Quindi, per poter dare una soluzione all’attuale “non incontro” tra la domanda di soddisfazione lavorativa e la corrispondente offerta di lavoro, è prioritario progettare nuovi modelli organizzativi, che rendano le organizzazioni attrattive per il loro “saper vivere bene”. Significa, cioè, promuovere a tutti i livelli una profonda riorganizzazione delle attività produttive.

In altri termini, bisogna avere ben chiari i valori di fondo che, attualmente, governano il taglio dei lavori ripetitivi, privi di componenti creative, eseguibili dalle macchine digitali; vanno, cioè, adottati valori che promuovano lavori di qualità, aperti alla trasformazione digitale e, al tempo stesso, idonei ad apportare benessere al lavoratore.

A questo proposito, se non è ben gestita, la trasformazione digitale può aumentare la disaggregazione sociale nell’ambiente di lavoro. Ciò è, invece, risolvibile mediante solidi modelli di partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale. Un’altra politica di sostegno del lavoro ricco di valore sociale è la diffusione del progresso tecnologico, mediante reti territoriali tra i soggetti interessati, sul territorio nazionale, perseguendo un efficace coinvolgimento delle imprese, dei centri di ricerca e delle Università. L’obiettivo è lo sviluppo di comunità tecnico-scientifiche al livello della base produttiva.

La risposta al malessere dei lavoratori è ottenibile anche mediante la formazione di una nuova imprenditorialità che sappia superare il fallimento sociale del modello neoliberista, tuttora dominante nel mondo occidentale, modello che ha favorito la crescente disparità economica e sociale dei lavoratori, disuguaglianza che non incrementa l’operatività e la coesione sociale, indispensabili per affrontare con successo la competitività internazionale.

Non solo, ma nella misura in cui si mette al centro del lavoro la difesa e lo sviluppo dell’occupazione, diventano fondamentali le politiche della formazione professionale. Possono essere un’efficace risposta all’indebolimento del mercato occupazionale che, sovente per colpa della cattiva politica, non provoca un ripensamento strutturale delle politiche di intervento, bensì un incremento dei “bonus” assistenziali.

È anche decisamente ingannevole l’errato convincimento che l’intervento delle Istituzioni sul mercato sia fallimentare, perché incapace di condizionare il ciclo economico. Invece, gli eventi negativi del mercato possono essere assorbiti positivamente applicando un modello partecipativo; in tale modo, come già sostenuto, la forza autoprodotta nella comunità produttiva, per effetto dei comportamenti responsabili di tutti gli attori, può ottenere rilevanti miglioramenti nei risultati economici dell’impresa.

In conclusione, il malessere lavorativo può essere ridotto, se non annullato, con l’adozione e la personalizzazione di modelli di organizzazione del lavoro capaci appunto di gratificare, come sottolineato, l’impegno lavorativo. È un processo di gratificazione che si ottiene, innanzi tutto, con un’applicazione della tecnologia digitale coerente alla salvaguardia della persona e non nell’esclusivo interesse del profitto.

 

[Articolo qui riproposto integralmente per gentile concessione dell’autore]

Colf filippine in Corea del Sud: luci e ombre del programma di Seoul.

Due donne filippine assunte come collaboratrici domestiche nell’ambito di un programma internazionale e che erano fuggite dalle case sudcoreane di Seoul in cui erano impiegate, sono state ritrovate nei giorni scorsi a Busan. Le due donne erano scomparse dal quartiere di Gangnam-gu il 15 settembre. 

La settimana scorsa, un rappresentante del Dipartimento dei lavoratori migranti delle Filippine, Bernard Olalia, ha raccontato che le due donne si sentivano in difficoltà per “eccessi di lavoro e sorveglianza”, aggiungendo che sono state ritrovate il 4 ottobre dopo essere state assunte come addette alle pulizie. “È lì che sono state arrestate, con il loro nuovo datore di lavoro. Sono state portate all’autorità per l’immigrazione di Busan”, ha spiegato Olalia.

Le due donne si trovavano in una struttura di accoglienza nel quartiere di Yeonje-gu, hanno inoltre specificato i media sudcoreani. Le autorità filippine hanno continuato dicendo che in caso di espulsione (come ha inteso di voler procedere il ministero della Giustizia della Corea del Sud) le due collaboratrici riceveranno dal governo l’assistenza legale e finanziaria necessaria. 

L’amministrazione metropolitana di Seoul aveva avviato il progetto pilota a inizio agosto, prendendo a modello politiche già attive a Singapore e Hong Kong. È stato inizialmente concepito per una durata di sei mesi per poi essere esteso, l’anno prossimo, a tutta la Corea del Sud, portando il numero di lavoratrici filippine a 500 nel 2025 e a 1.000 entro il 2028, nel tentativo di fornire assistenza a basso costo alle famiglie e ridurre la crisi demografica del Paese, considerata una vera e propria emergenza nazionale.

In accordo con il governo di Manila, 100 donne filippine tra i 25 e i 38 anni sono state inviate in 169 nuclei familiari (priorità è stata data a famiglie con più bambini a doppio reddito o situazioni monoparentali) appositamente selezionati dalle autorità metropolitane. 

Il programma ha finora mostrato luci e ombre. Oltre 20 famiglie si sono ritirate, citando questioni legate agli orari. Anche le lavoratrici filippine, in specifiche riunioni organizzate dalla città di Seoul hanno messo in luce una serie di problemi, tra cui l’obbligo di coprifuoco, che imponeva alle collaboratrici di tornare nei propri alloggi entro le 22, malgrado la distanza delle case delle famiglie, che costringono a lunghi viaggi in treno, soprattutto per chi lavora per più di un’abitazione, impedendo di tornare negli alloggi a riposarsi.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Seoul:-due-lavoratrici-filippine-scappano-dal-programma-coreano-per-le-colf-61709.html

Vatican News | IA e solidarietà globale: l’Intervento di Suor Petrini al GSS-24.

“Sebbene rappresenti un importante risultato del progresso tecnologico, l’Intelligenza artificiale (IA) rimane uno strumento al servizio dell’essere umano”. Questa la posizione espressa da suor Raffaella Petrini, segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, intervenuta al Global Standard Symposium (GSS-24) di Nuova Delhi, in India, nell’incontro di alto livello incentrato sulle leadership e il loro ruolo nel “disegnare il futuro dell’innovazione”. Suor Petrini guida la delegazione della Santa Sede, presente anche una delegazione del Dicastero per la Comunicazione guidata da monsignor Lucio Adrián Ruiz.

 

Progresso tecnologico e sviluppo umano

Il segretario generale del Governatorato ha esordito legando il concetto di “progresso tecnologico” a quello di “sviluppo umano”, notando come, da una parte, gli strumenti più innovativi permettano “di ridurre i rischi, di migliorare il nostro lavoro e le nostre condizioni di vita” e come dall’altra la società sia chiamata ad un loro utilizzo “eticamente responsabile”. Ciò si rende vero per le tecnologie “relativamente semplici” ma “ancora più necessario in relazione all’uso dell’IA”, capace di rappresentare, riprendendo il concetto espresso da Papa Francesco nel corso della sua partecipazione alla sessione del G7 sul tema, “una vera e propria rivoluzione cognitivo-industriale”.

 

Uno sviluppo etico per l’IA

I criteri scelti per “allenare” tali tecnologie sono, nella visione di suor Raffaella Petrini, “fattori cruciali” nel determinare “se i diritti umani fondamentali sono rispettati”, se tali sistemi sono “affidabili e duraturi” e se essi risultino effettivamente “sostenibili”. In tale contesto, la “cooperazione internazionale”, basata su un “dialogo onesto”, risulta “essenziale nello stabilire politiche condivise che possano guidare lo sviluppo di questi modelli secondo standard di sicurezza e principi etici.” Un compito “impegnativo”, tuttavia “necessario per produrre riflessioni condivise e soluzioni politiche volte a ricercare ciò che è buono e giusto”.

 

La sede del Global Standard Symposium a Nuova Delhi, in India

 

L’algor-etica delle nuove tecnologie

Durante il suo intervento, il segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano cita ancora Francesco, che nel messaggio per la Giornata mondiale della pace 2024 notava la “necessità di un dialogo interdisciplinare finalizzato a uno sviluppo etico degli algoritmi – lalgor-etica , in cui siano i valori a orientare i percorsi delle nuove tecnologie”. La tecnologia, ha ricordato ancora la religiosa, “è nata con uno scopo”, ovvero quello di rimanere “uno strumento per costruire il bene di ogni essere umano e un domani migliore per tutti”. Una concreta “ispirazione” nell’applicazione di tale auspicio “esemplifica oggi una forma concreta di solidarietà che permette ai governi di stabilire priorità e alle organizzazioni di assumersi responsabilità per tutti i loro interlocutori”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-10/vaticano-intelligenza-artificiale-suor-petrini.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Upb, Lilla Cavallari: “Investimenti e riforme essenziali per il futuro del Paese”.

“Dar vita a una manovra che sia anche una spinta all’economia è assolutamente necessario”. Lo ha affermato la presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), Lilia Cavallari, intervistata da Manuela Moreno a Tg2 Post alla vigilia del Consiglio dei ministri, che discuterà il disegno di legge di bilancio e il Documento programmatico di bilancio da inviare a Bruxelles entro il 15 ottobre. Tempi stretti, dunque, tanto che il ministro dell’Economia sta lavorando a oltranza in vista del Cdm di domani.

L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) è un organo indipendente istituito nel 2014 con il compito di valutare le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica, nonché monitorare l’andamento dei conti pubblici, fornendo pareri tecnici su documenti chiave come la legge di bilancio e il Documento programmatico di bilancio.

“C’è un percorso di consolidamento che è impegnativo e prolungato nel tempo, ma dall’altro lato è necessaria una spinta alla crescita, e per questo servono investimenti e risorse”, ha spiegato Cavallari. “Occorre accelerare la spesa del Pnrr e mantenere un livello elevato di investimenti pubblici anche dopo il 2026, alla conclusione del Pnrr. E procedere con le riforme, che insieme agli investimenti possono migliorare l’efficienza e la capacità produttiva, incidendo sulla crescita potenziale.”

Cavallari ha poi sottolineato che il Piano strutturale di bilancio già individua aree chiave per riforme e maggiori investimenti pubblici, come la giustizia e la pubblica amministrazione. “Questo è fondamentale, perché il motore di crescita nei prossimi anni saranno proprio gli investimenti e le riforme”, ha ribadito.

Infine, rispondendo a una domanda su come affronterà l’approssimarsi di questa mezzanotte, termine per la presentazione del Dpb a Bruxelles, Cavallari ha dichiarato: “Aspetto con tranquillità e con fiducia”.

 

P.S. Lilia Cavallari è un’economista di rilievo con una lunga esperienza accademica e istituzionale. Prima di essere nominata presidente dell’Upb, ha ricoperto incarichi di docenza e svolto ricerche nel campo della politica economica, con particolare attenzione all’analisi delle politiche fiscali e monetarie.

Il calcio di oggi e il ricordo di Gigi Meroni.

Ma c’è ancora qualcosa che lega il calcio di ieri – degli anni ‘60, ‘70, 80, ‘90, – con quello di oggi? E lo dico e lo chiedo proprio in questi giorni, ricordando quel drammatico 15 ottobre 1967 che vide la morte di Gigi Meroni, idolo dei tifosi del Torino e icona dell’intero calcio italiano in un incredibile incidente automobilistico avvenuto nel centralissimo corso Re Umberto nel capoluogo piemontese. Il “George Best del calcio italiano”, veniva chiamato in quegli anni, paragonandolo al grande campione del Manchester United. Ma Meroni era molto di più.

Era innanzitutto un ragazzo – quando muore aveva appena 24 anni ed era già un campione riconosciuto a livello nazionale ed europeo – che amava la vita, giocava a calcio ma non rinunciava affatto ai suoi ideali e al suo “stile inconfondibile”. Uno stile che lo ha portato in quegli anni – metà degli anni ‘60 – a convivere con una donna già sposata, a vivere in una minuscola soffitta di Piazza Vittorio Veneto a Torino, ad essere noto anche come pittore e creatore di vestiti ma, soprattutto, era una persona con un forte profilo umano e una grande dirittura morale. Ed era, per fermarsi all’ambito calcistico, un giocatore che amava il Torino, la maglia granata, il popolo granata.

Insomma, Gigi Meroni era un punto di riferimento dell’universo granata anche e soprattutto per la sua inconfondibile personalità. Un leader in campo e fuori dal campo che ha fatto di Meroni l’emblema di un calcio umano, popolare, legato al territorio e anche espressione di valori veri, autentici e solidi. Sì, eravamo negli anni ‘60 ma si tratta, comunque sia, di un calcio romantico che infiammava i tifosi, e non solo i tifosi. Galvanizzava una città, una regione e un intero paese. La violenza non era di casa, la criminalità organizzata non gestiva le curve degli stadi ‘perché, molto semplicemente, i tifosi erano degli appassionati di calcio e non professionisti della violenza o del teppismo cittadino. I calciatori non erano miliardari in quegli anni – c’era ancora la lira, come ovvio – anche se erano indubbiamente ben pagati ma non affatto dei “paperoni”.

Insomma, e al di là di qualsiasi regressione nostalgica o passatista, è indubbio che quel calcio non torna più. Appartiene ad una fase che è ormai consegnata alla storia. Eppure le icone di quei tempi, i miti di quelle stagioni continuano ad essere al centro dei ricordi dei tifosi, dei simpatizzanti e di tutti coloro che amano un calcio fatto di competizione, di sudore, di tecnica e raffinatezza, di profumo dell’erba, di cori e slogan, di sberleffi e di colonne sonore, di colori della squadra e di serietà e professionalità dei calciatori. Cioè dei protagonisti del campo. E Gigi Meroni, a quasi 60 anni dalla sua scomparsa culminata in una piovosa domenica sera dopo una gara vinta al Comunale per 4-2 contro la Sampdoria con tre reti di Nestor Combin, grande amico della “farfalla granata”, continua ad essere un punto di riferimento. Soprattutto per chi continua ad amare un calcio dal volto umano e ricco di valori. E Gigi Meroni ce lo ricorda ancora oggi. E non solo ai

tifosi del Torino.

L’ira della Regina Cleopatra nel gioco delle nomine imperiali

Un punto per Cesare. Se mai ci fosse una partita tra due contendenti così diversi e un arbitro dovesse stabilire i punteggi da assegnare, questa volta Cesare vedrebbe assegnato a sé un punto. Già, perché la regina Cleopatra/Meloni ha perso la pazienza e, non sapendo governare l’ira, è andata giù con gli insulti.

Ma veniamo ai fatti. C’è da nominare un giudice della corte suprema dell’Impero. Siccome tra le regole c’è la possibilità che venga esaminato anche Cesare, quest’ultimo si astiene. La regina Cleopatra/Meloni interpreta il silenzio come un via libera e, siccome nel regno d’Egitto si fa così, applica il suo metodo e designa uno dei suoi. Ma c’è un “ma” di troppo: la nomina deve raccogliere i voti di tutti quelli che rappresentano il Senatus Populusque Romanus, e quindi va organizzata la conta. Esercizio di democrazia che una regina, capo assoluto, non sa come gestire. Si affida ai suoi e commette un errore: informa la ciurma senza prima aver ben concordato con i due luogotenenti e senza aver fatto un discorsetto ai suoi sul valore del silenzio e dello spirito di corpo, dando per scontato che le obbediscano.

Invece, come le serpi del deserto, la notizia del nominato si diffonde veloce e silenziosa, e il poveretto finisce trombato senza nemmeno essere votato. L’ira della regina si manifesta subito. Radunata la ciurma sul ponte, dalla tolda parte la ramanzina. Prima contro se stessa e poi contro tutti quelli che ha personalmente scelto per formare la ciurma tra gli egiziani più fidati, riconoscendo che è inutile faticare per degli ingrati. La ciurma ascolta, e tra quelli che sanno ma mantengono il silenzio, scorre qualche sorrisetto beffardo (potevi lasciarci in Egitto a governare il tuo regno, invece di trascinarci in questa avventura con Cesare al grido “siamo pronti”… quando tanto pronti non lo eravamo). E poi contro i traditori, ovvero quelli che hanno impallinato il candidato. Infami, li chiama, piuttosto che ignavi, come sarebbe più corretto… perché costoro non sono senza fama (in-fama), ma senza coraggio per esprimere il proprio dissenso, e quindi ignavi: senza volontà e codardi.

La regina, però, è furiosa, teneva molto al risultato. Pure il prescelto sperava di andarsene e il subentrante di arrivare vicino alla luce irradiata dalla regina. Ma l’amata Cleopatra/Meloni è ancora digiuna di tattica, e ora si trova nell’impasse: non tanto per il fatto di governare una ciurma che non l’ascolta, quanto per avere accanto qualcuno che forse le stava troppo stretto e di non poter far arrivare chi l’avrebbe compiaciuta di più. Se solo avesse chiesto, umilmente, a Cesare, maestro di strategia e tattica, come si porta a casa il risultato quando l’Impero non è ancora tuo, si sarebbe risparmiata l’ira, la rabbia e l’umiliazione di aver perso per colpa degli ignavi/infami. Onta e inconsolabile animo rabbioso.

La ciurma, tuttavia, incassa l’insulto senza troppo dispiacere e affila le armi per il prossimo ordine che verrà.

Il Nobel a Geoffrey Hinton costituisce motivo di riflessione

Più volte mi sono occupato di Geoffrey Hinton e del suo approccio al tema dell’intelligenza artificiale fino ad esserne considerato uno dei padri fondatori, della sua carriera in Google di cui è stato per dieci anni eminenza grigia e portavoce: ricordo di averlo citato ad esempio in relazione al tema della realtà aumentata e delle strade aperte dal Metaverso, in alcuni scambi epistolari con il Prof. Vittorino Andreoli, comprese le recensioni dei suoi libri più recenti. Entrambi avvertivamo il pericolo di una concezione pervasiva e totalizzante dell’intelligenza artificiale e dei suoi cascami ideologici, fino a rischiare di perdere nei ragionamenti e nei comportamenti derivanti, il concetto di “normalità”.

Insieme a queste deduzioni si avvertiva di converso la necessità di ripristinare i limiti necessari per evitare uno stravolgimento negli stili di vita e il timore che le azioni umane fossero condizionate dalla tecnologia e dal mondo virtuale fino a perdere il senso dell’etica condivisa.  Geoffrey Hinton aveva offerto spunti di riflessioni importanti per la sua esperienza e per l’autorevolezza del suo carisma, consolidato nel periodo di permanenza nell’azienda leader dei motori di ricerca.

Debbo ammettere di essere rimasto affascinato dalla sua personalità, dalla sua penetrante intelligenza, dal suo equilibrio che ha saputo conservare in un mondo immersivo e virtuale come quello in cui ha elaborato teorie e analizzato tutti gli aspetti di questa dimensione complessa, che richiede competenze e padroneggiamento.

A un certo punto e direi al culmine della sua ascesa professionale che lo aveva reso autorità indiscussa in materia, Geoffrey Hinton – pioniere della ricerca sulle reti neurali e sul “deep learning” – lasciava Google con una motivazione che faceva riflettere: “I programmi di IA hanno fatto passi da gigante e ora “sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”, aveva affermato alla BBC prefigurando scenari distopici impensati persino dalla fantascienza. “Il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano, mentre ‘cose’ come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale”.

Una rappresentazione immaginata alle soglie di un baratro ormai prossimo.

Proprio in questi giorni allo scienziato è stato attribuito il Premio Nobel per l’intelligenza artificiale e a questo prestigioso riconoscimento non sono estranee le riflessioni e gli approfondimenti che proprio nel momento apicale della sua carriera – che ha coinciso con valutazioni decisamente non allineate al trionfalismo dei fautori più convinti dell’I.A. – gli hanno restituito una dimensione umana, critica e riflessiva, peraltro interpretando dubbi e perplessità circolanti nell’immaginario collettivo.

L’apprendimento dei computer è da tempo importante per la scienza, perché permette di analizzare enormi quantità di dati. Hopfield (premio Nobel per la fisica) e Hinton (Premio Nobel per l’intelligenza artificiale)  hanno usato gli strumenti della fisica per porre le basi dello sviluppo attuale dell’apprendimento automatico. La capacità di imparare in modo autonomo da parte dei computer, basata sulle reti neurali artificiali, oggi sta rivoluzionando la scienza, l’ingegneria e la vita quotidiana”: questa è stata la motivazione del Premio.

Che è poi sostanzialmente un riconoscimento ai progressi compiuti in questo ambito dove l’intelligenza umana si incrocia in continuazione con l’intelligenza della “macchine” che produce, e che in Hinton ha assunto i toni del ripensamento ma anche di una consapevole lungimiranza. “Ho lasciato perché non mi sentivo libero di parlare dei rischi dell’intelligenza artificiale…Me ne sono andato per poter parlare dei suoi pericoli”.

Questa scelta sorprendente mi ha ricordato le spiegazioni che Reinhold Messner mi aveva dato parlando dei rischi delle ascese in montagna, della capacità di sapersi fermare in tempo, dell’importanza della valutazione dei pericoli possibili, delle pause e delle soste, perché “le dimensioni umane nascoste sono più importanti di quelle trionfalistiche”.

Il paragone potrà apparire eccessivo e fuori tema: citandolo voglio solo ricordare che ci sono limiti invalicabili di cui bisogna avere consapevolezza e che in questo, piuttosto che nell’avventura senza momenti di riflessione, sta la grandezza dell’uomo saggio che sa soppesare vantaggi, pericoli e conseguenze.

Trovo perciò che questo Nobel assegnato a Geoffrey Hinton ne metta in luce gli straordinari progressi sul tema dell’intelligenza artificiale ma sia anche un tributo alla capacità di fermarsi e “soppesare”, insomma un riconoscimento al valore del “pensiero critico”, massimo traguardo di ogni esperienza esistenziale.

Dibattito | Il Popolo non rispnde all’appello? Eppure esiste una versione online.

Caro Giorgio Merlo, quanto da te denunciato sulla chiusura de Il Popolo nell’articolo pubblicato su Il Domani dItalia (Il Popolo, la nostra gloriosa testata manca allappello), appare sacrosanto da un lato, ma quantomeno ingeneroso dall’altro.Il Popolo ha cessato le sue pubblicazioni come organo ufficiale della Democrazia cristiana (Dc) con la fine del partito stesso, entrando così in un contenzioso (che meriterebbe un riesame alla luce della sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010), risoltosi poi con il compromesso tra Buttiglione e Castagnetti, in occasione della spartizione dei beni della Dc tra due eredi, entrambi illegittimi, come sentenziato in via definitiva dalla Suprema Corte. Se il “de cuius” non è mai stato dichiarato giuridicamente defunto, come potevano i presunti eredi spartirsi le spoglie?

Per anni abbiamo cercato, senza successo, di fare chiarezza su questa complessa questione, anche dopo il tentativo dell’autoconvocazione dell’ultimo consiglio nazionale del partito nel 2012. Onestamente, lascio ai giuristi il compito di approfondire questa vicenda, che comunque non rende onore alla storia della Democrazia cristiana. È sacrosanto, quindi, come tu sottolinei, cercare di sciogliere questo nodo – che non è certo l’unico – relativo al patrimonio immobiliare e immateriale della storica Dc. Tuttavia, è ingeneroso non riconoscere l’impegno e la dedizione con cui Tommaso Stenico sta portando avanti la pubblicazione della testata online de Il Popolo.

Grazie anche alla tua preziosa collaborazione, negli ultimi mesi la testata ha raccolto testimonianze di molti amici su una settantina di esponenti democristiani che hanno servito il Paese “con dignità e onore”. Questo sforzo culminerà con la pubblicazione di un libro, curato dallo stesso Stenico e dal sottoscritto, intitolato Scuola di Democrazia Cristiana, che contiamo di presentare alla stampa il prossimo novembre.

La voce de Il Popolo è dunque ancora presente e viva, pronta a dare spazio a quanti sentono di appartenere alla vasta realtà culturale, sociale e politica della Dc e dei Popolari. Non so se, quando, o chi potrà porre fine alla vergognosa vicenda della spartizione illegittima dei beni della storica Dc (Il Popolo e La Discussione compresi), ma so che Il Popolo online (www.ilpopolo.cloud) è oggi uno strumento essenziale per dare voce, in piena libertà, a tutti noi “dc non pentiti”. Lunga vita, dunque, a Il Popolo, ora come allora.

Vita e Pensiero | Un risveglio inaspettato: giovani e fede in Francia.

Daniela Zappalà

 

Questestate, con le Olimpiadi, il mondo è stato nuovamente stregato dalla Francia. Ma in questo 2024 condito di record in terra transalpina, ve n’è uno, intimo e meno evanescente, che parla del cuore giovane della stessa Francia, sedotto, come non accadeva da lustri, dalla chiamata del battesimo.

La scorsa Pasqua, in tutto il Paese, il numero di catecumeni giunti davanti al fonte battesimale ha conosciuto un picco decisamente imprevisto. Tanto da sorprendere gli stessi responsabili della Chiesa francese, costretti da anni a leggere statistiche ben poco confortanti, accanto alle analisi di sociologi e filosofi sul presunto declino ineluttabile della fede fra le contrade della ‘Figlia primogenita della Chiesa’.

La notte di Pasqua, i battezzati in età non più infantile sono stati oltre 12mila. Più precisamente: 7.135 adulti e 5.025 adolescenti, con un aumento del 31% rispetto all’anno precedente. La progressione più marcata riguarda gli anni di passaggio all’età adulta. Al punto che nell’ultimo quinquennio, in questa fascia fra i 18 e 25 anni, l’aumento è stato del 150%, secondo la Conferenza episcopale francese. Quest’anno, la fascia dei giovani adulti ha riguardato più di un terzo di tutti i catecumeni (36%), mentre prima della pandemia non rappresentava neppure un quarto (23%). Gli aumenti più forti, inoltre, riguardano la Francia rurale: un altro fattore scrutato con grande attenzione, dato che la pratica religiosa ha rappresentato negli ultimi decenni nel Paese soprattutto un fenomeno urbano, con una partecipazione più spiccata alle liturgie da parte di credenti con livelli elevati di studi. Ma fra i nuovi catecumeni, questo sbilanciamento preoccupante pare ora ridimensionato, grazie a una presenza crescente di giovani legati a ceti meno agiati.

Il Paese sta conoscendo unondata di ripensamentisulla fede? L’interrogativo traversa di nuovo il dibattito. Ma la questione, in realtà, è più ricca e sfaccettata. Anche perché circa il 5% dei catecumeni sono degli ex musulmani pronti a convertirsi, nonostante il clima ancora a dir poco refrattario a queste traiettorie di fede, in un’ampia parte delle famiglie e comunità islamiche.

Queste cifre sono giunte come una boccata dossigeno, in un Paese che conosce da decenni una rarefazione progressiva dei battesimi infantili: si è passati dai circa 400mila nel 2000 ad appena 209.600 nel 2022, in anni in cui la pratica religiosa non è di certo cresciuta. Di fatto, solo un quarto dei bambini francesi sotto i 7 anni risultano oggi battezzati, rispetto alla metà nel 1996. E i timori circa una disaffezione verso la Chiesa erano ancor più cresciuti di recente, nella fosca scia degli scandali degli abusi sui minori o sulle donne, che hanno finito per investire anche due figure di riferimento della carità cristiana in terra di Francia, entrambi all’origine di celebri movimenti internazionali di sostegno ai più fragili: Jean Vanier, fondatore dell’Arca e co-fondatore di ‘Fede e Luce’, e l’abbé Pierre, iniziatore di Emmaus.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-se-la-francia-si-riscopre-cristiana-6596.html

Morire democristiani? Stasera in Tv la storia di un dilemma etico-professionale.

Enrico, Fabrizio e Stefano condividono, oltre a una lunga amicizia, una carriera vissuta insieme. Il loro percorso professionale ha radici nel vasto e complesso mondo della sinistra italiana, sebbene con sfumature diverse. Nel loro lavoro rivendicano un costante impegno a mantenere quella che definiscono una “purezza etica”. Questo ideale guida le loro scelte professionali, spingendoli a selezionare con attenzione i progetti a cui dedicarsi, senza cedere a compromessi che potrebbero tradire le loro convinzioni.

La svolta arriva quando ricevono una proposta che potrebbe cambiare le loro vite: la realizzazione di un documentario per una Onlus che si occupa di immigrazione. È un’opportunità concreta per dare respiro alle loro ambizioni, ma rappresenta anche un dilemma morale. Accettare un incarico da un’organizzazione esterna, anche se formalmente impegnata in cause giuste, implica per loro il timore di cedere a dinamiche di mercato, di auto-promozione o di spettacolarizzazione delle tragedie legate all’immigrazione. Il timore poi è che la Onlus non sia completamente trasparente o che, sebbene animata da buoni intenti, operi in un sistema dove la gestione dell’immigrazione possa essere strumentalizzata Dunque, in gioco è quella purezza professionale che i tre amici hanno sempre difeso.

Il film Si muore tutti democristiani va in onda stasera alle 21.15 su Rai 5. La regia è firmata dal collettivo “Il Terzo Segreto di Satira” – Pietro Belfiore, Andrea Fadenti, Davide Rossi – già noti per la loro pungente satira sulla politica e sulla società contemporanea. Con toni leggeri, il film affronta i dilemmi dell’esistenza pratica. Il titolo, in sé provocatorio, fa riferimento all’idea che prima o poi tutti debbano fare i conti con la vita come essa si presenta realmente. In questo senso, “democristiani” appare sinonimo di un modo non ideologico di affrontare i problemi, specie nel campo del lavoro, mantenendo comunque una direzione rispettosa di valori etici.

Il cast include volti noti come Marco Ripoldi, Massimiliano Loizzi, Walter Leonardi, Renato Avallone e Valentina Lodovini, che danno vita a personaggi credibili, sempre in bilico tra idealismo e pragmatismo.

Vivere nella speranza: la lezione di Sammy Basso.

Non so il perché e il come me ne andrò da questo mondo, sicuramente in molti diranno che ho perso la mia battaglia contro la malattia. Non ascoltate! Non c’è stata mai nessuna battaglia da combattere, c’è solo stata una vita da abbracciare per comera, con le sue difficoltà, ma pur sempre splendida, pur sempre fantastica, né premio né condanna, semplicemente un dono che mi è stato dato da Dio”.

La lettera di addio di Sammy Basso, scritta nel 2017 e letta durante la celebrazione funebre dal Vescovo di Vicenza, Mons Giuliano Brugnotto, è stata un vero e proprio inno alla vita, una testimonianza di profonda fede, che riafferma la centralità e la sacralità della persona nella storia dell’umanità. In questa sua lettera, il ventottenne biologo veneto, ha descritto la sua esistenza di uomo malato di progeria, una malattia degenerativa che causa un invecchiamento precoce. Un messaggio di forte impatto e commozione, che ha sollevato numerosi interrogativi e riflessioni, specialmente sui temi della dignità, del diritto all’autodeterminazione e della sofferenza umana.

Uno degli aspetti più emozionanti della lettera è la lucidità con cui Sammy affronta il tema della morte. Egli non parla dell’interruzione della vita come una condizione “facile” da accettare o priva di sofferenza; al contrario, emerge il dolore per dover lasciare i propri affetti e la vita stessa. Tuttavia, lo scritto è anche la manifestazione di un desiderio di libertà e dignità, che egli sentiva di non poter più vivere a causa della sua condizione fisica e delle limitazioni imposte dalla malattia.

Nel suo addio, però, si percepisce anche una profonda gratitudine verso coloro che gli sono stati accanto, e un senso di pace nel sapere che la sua sofferenza stava per concludersi. E si ricava, allo stesso tempo, un grande segnale di speranza per chi vive la condizione della malattia. La testimonianza della sua breve esistenza ci ha insegnato quanto sia preziosa la vita e la ricchezza espressa dalla persona in quanto tale.

Questo contrasto tra il dolore e la serenità finale di Sammy tocca corde emotive universali, rendendo la sua lettera un documento umano straordinariamente potente. Dal punto di vista etico e filosofico, la lettera si colloca direttamente nel dibattito sul tema del diritto alla vita, come espressione dell’importanza della persona in quanto tale e della profondità del messaggio cristiano nelle forzature del mondo che cambia.

Questa straordinaria lezione di vita ci obbliga a riflettere su quanto sia importante ascoltare chi vive condizioni di sofferenza estrema. Ci ha lasciato davvero – ha detto il Card. Parolin – una inestimabile testimonianza di vita e di fede! Mentre affidiamo Sammy alla misericordia del Padre, mi auguro che la luce che egli ha acceso continui a illuminare e a riscaldare il cuore di tutti noi e, attraverso di noi, i cuori di quanti soffrono e cercano ragioni per vivere e sperare”. Parole che sentiamo di condividere, semplicemente.

Il Popolo, la nostra gloriosa testata, manca all’appello.

Lo so. Il tema è antico e non privo di polemiche ed incomprensioni. Ma oggi, però, si ripropone in tutta la sua crudezza a fronte di un quadro dell’informazione alquanto singolare ed anacronistico.

Oggi, pur in assenza dei quotidiani di partito perché, semplicemente, non esistono più i partiti ma solo cartelli elettorali prevalentemente personali, ci troviamo di fronte ad una informazione sempre più faziosa e settaria. È appena sufficiente scorrere i talk televisivi – nello specifico quelli della emittente La7 – per arrivare alla facile conclusione che non può esistere una informazione più settaria, ideologica, faziosa e di parte e accomunata dalla lotta contro un “nemico” implacabile. Per non parlare di alcune testate giornalistiche della carta stampata che, in virtù dell’indipendenza di giudizio e della libertà di informazione, assomigliano quasi più ad organi di corrente che non di partito talmente sono faziosi e settari. Penso, nello specifico, ai quotidiani del Gruppo Gedi, e cioè la Stampa e Repubblica. Perché quelli che hanno un orientamento di centro destra – e tutti sappiamo quali sono – perlomeno lo ammettono serenamente senza esercitarsi in una sempre più insopportabile ipocrisia.

Ora, di fronte ad uno scenario alquanto chiaro che non richiede ulteriori commenti, non possiamo non avanzare anche una precisa riflessione che ci riguarda e che ci interpella direttamente. E parlo proprio dell’area, seppur composita e variegata, cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale. Detto con parole ancora più semplici, ma perché di fronte ad una significativa ed importante riscoperta dell’impegno politico e pubblico del mondo cattolico italiano e, soprattutto, della volontà di ricominciare ad incidere attivamente nella cittadella politica contemporanea, non può ritornare una testata che, per la sua gloria antica e per la sua riconosciuta levatura politica, culturale e giornalistica, potrebbe rappresentare una utile e necessaria palestra di confronto, di

dibattito e di approfondimento?

La domanda credo sia legittima e pertinente. Certo, si può e si deve discutere se dev’essere un organo settimanale, bisettimanale, mensile o anche quotidiano. Ma l’unica cosa che non si può più fare è bloccare – o continuare ad ostruire – la pubblicazione de “Il Popolo”. È ovvio, e lo sappiamo tutti, che chi crede nella ripubblicazione de “Il Popolo” può perseguire disegni e prospettive politiche diverse. In sè, un fatto legittimo e quasi scontato. Ma anche di fronte a questa considerazione, peraltro oggettiva, le uniche due cose che non si possono continuare a fare sono quelle di far marcire negli archivi polverosi la tradizione de “Il Popolo” da un lato e, dall’altro, pretendere che può essere ripubblicato solo se diventa un organo di partito o di una corrente di un partito. Ad esempio, del partito della sinistra radicale e massimalista della Schlein.

No, “Il Popolo” – per la sua storia e per la sua gloriosa e nobile tradizione – merita di più. Facciamo

tutti uno sforzo, leale e costruttivo, per farlo uscire dalla palude e dalle sterili polemiche da cortile.

Dibattito | Iniziativa Popolare per la federazione delle componenti di centro.

Tra i reduci della diaspora democristiana condividiamo l’idea che la cultura del popolarismo rappresenti una delle risposte politico culturali più efficaci nell’attuale situazione interna e internazionale. Condividiamo, inoltre, la necessità di superare la lunga stagione delle nostre divisioni suicide dopo la fine della Democrazia cristiana. Sappiamo che la disaffezione alla partecipazione elettorale degli italiani è causata dalla rottura intervenuta nel processo di mediazione tra interessi e valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, che è stata la funzione svolta dalla Dc per oltre quarant’anni della politica italiana.

Una disaffezione favorita da un sistema elettorale di tipo maggioritario, che obbliga a una scelta forzata tra schieramenti disomogenei a destra come a sinistra. Sono state tentate molte strade per superare tale triste condizione, sempre ostacolate dal prevalere di interessi e ambizioni personalistiche tra esponenti sempre pronti a coordinare, ma difficilmente disponibili a compartecipare all’eventuale coordinamento e a cogliere le opportunità più facili di galleggiamento e sopravvivenza politica.

Condividiamo, infine, un giudizio negativo su un governo guidato dalla destra meloniana, che dopo le tante promesse elettorali deve fare i conti con le difficoltà dell’attuale situazione economica, sociale e finanziaria dell’Italia. Una situazione, aggravata anche sul piano istituzionale, sia dalle proposte di premierato e di autonomia differenziata, che dal progetto di rendere subordinata la magistratura al potere esecutivo. Trattasi di un progetto di rivincita degli eredi almirantiani, all’opposizione per oltre quarant’anni, oggi impegnati a scardinare le fondamenta della Costituzione repubblicana frutto delle battaglie antifasciste Resistenza.

Se tutto questo è ciò che è condiviso dalla  maggior parte di partiti, movimenti, gruppi e persone dell’area cattolica democratica, liberale e cristiano sociale, si tratta di decidere se e come procedere insieme verso un progetto di federazione democratico cristiana e popolare essenziale per concorrere, con altre componenti di ispirazione democratico liberale e riformista socialista, alla costruzione del centro nuovo della politica italiana.

Questi temi sono stati affrontati, mercoledì scorso, in un incontro del direttivo del movimento di Iniziativa Popolare che ha condiviso un documento nel quale si afferma che:

“Iniziativa Popolare è disponibile per un progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica, democratico cristiana e popolare, per concorrere alla costruzione di un centro della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra alla ricerca della propria identità. Nessuna disponibilità per scelte subalterne a destra o a sinistra”.

Il documento continua: “Consapevoli che, per favorire la nascita di questo centro ampio e plurale, servirà il ritorno alla legge elettorale proporzionale con preferenze, Iniziativa popolare ritiene sia indispensabile verificare con la Dc di Cuffaro-Grassi, che ha espresso il suo interesse, e con altre formazioni politiche” (v. Noi moderati di Lupi, Insieme di Infante, Piattaforma Popolare di Tarolli, amici Sanza, D’Ubaldo, Merlo) la condivisione dei seguenti obiettivi:

  • La partecipazione al comitato per il cancellierato di prossima costituzione notarile.
  • La partecipazione alla raccolta firme per una legge di iniziativa popolare per il proporzionale.
  • Il sostegno al referendum contro il progetto di autonomia differenziata del governo..

Iniziativa Popolare è interessata a verificare la disponibilità al dialogo con il gruppo di Orizzonti Liberali (Marattin) e con Forza Italia, nell’ipotesi di un distacco di quel partito dal governo della destra, per concorrere alla costruzione del nuovo centro della politica italiana.

Insieme a queste azioni da perseguire a livello centrale, si ritiene indispensabile avviare in sede locale dei comitati di partecipazione democratica e popolare, luoghi di dialogo e di ascolto, con le diverse componenti di area cattolica, popolare, liberale e riformista.

Cartine di tornasole saranno:

  1. L’estensione del comitato per il cancellierato in tutte le sedi locali interessate/bili.
  2. Il sostegno all’azione dell’On Palumbo e del comitato referendario per la rappresentanza per il ritorno alla proporzionale.
  3. Il sostegno al NO al progetto di autonomia differenziata del governo.

È indispensabile sviluppare un progetto di programma di politica economico finanziaria, che tenga conto dei problemi gravi che il Paese dovrà affrontare, al fine di favorire la crescita economica, il superamento della grave ingiustizia fiscale a danno delle classi lavoratrici, dei pensionati e del ceto medio produttivo e dei seguenti pilastri:

  • scarsità delle materie prime.
  • necessità di una politica giovanile in grado di affrontare la questione generazionale che il Paese sta vivendo ( denatalità, scarsità di mano d’opera, fuga dei giovani all’estero)
  • tema dei diritti.
  • opportunità e rischi dell’intelligenza artificiale nei processi di socializzazione e acculturazione.
  • funzione e ruolo dei saggi di terza generazione in una seria politica per la terza età.

A 80 anni dall’Olocausto di Marzabotto: la figura di Mons. Gherardi.

Per l’8 Settembre parlavamo di Castellano e Montanari che alla fine per la riuscita dell’Armistizio se la sbrigarano da soli. In questo 80° Anniversario dell’eccidio di Marzabotto la sua insuperabile memoria nella Storia deve molto a Mons. Luciano Gherardi.

 

Luciano Gherardi, uno studioso dagli impegni ecclesiali a Marzabotto

Don Gherardi, bolognese, classe 1919, fu ordinato sacerdote il 28 Giugno del 1942 dal Card. Nasalli Rocca. In quel giorno suoi compagni di Messa furono Don Giovanni Fornasini e Don Ubaldo Marchioni. Tutti e due massacrati dalle SS del Maggiore austriaco Walter Reder all’inizio dell’Autunno del 1944 sugli Appennini della Gotica intorno a Sasso Marconi.

Parroco nella Città bononiense ai Ss. Bartolomeo e Gaetano alle Due Torri dal 1960 al 1999, anno della sua morte, Luciano Gherardi riposa nel piccolo cimitero di Casaglia, uno dei luoghi simbolo dell’eccido, accanto alla tomba di Don Giuseppe Dossetti. A Monteveglio Dossetti aveva fondato la Piccola Famiglia dell’Annunziata, lì morì il 15 Dicembre del 1996. Ma aveva voluto non a caso un insediamento della comunità anche a Casaglia, dove poi fu tumulato tre giorni dopo la sua morte.

Per le tante competenze ed incarichi Mons. Gherardi è stato protagonista del suo tempo in ambito diocesano e nazionale, avendo particolarmente a cuore l’attuazione della riforma liturgica voluta dal Vaticano II.

Laureato in Lettere con 110 e lode all'”Alma Mater” nel 1959, sue opere contribuiscono in maniera decisiva alla beatificazione e poi alla canonizzazione della ragazza Clelia Barbieri (morta a ventitré anni di tubercolosi nel 1870). Documentatissimo, colto, brillante e versatile nella scrittura, Mons. Gherardi ha scritto poesie, diretto riviste e pubblicato importanti studi storici.

Ma soprattutto Luciano Gherardi è quello che ha portato alla luce della coscienza civica nazionale, della politica, delle istituzioni e della stessa rinserrata Chiesa Cattolica la tragedia dell’Autunno ’44 a Marzabotto. Facendo di Marzabotto un vero caso per l’intera nazione.

Non lo fece tanto perché sospinto da personale sensibilità verso gli orrori e i soprusi della guerra ma per togliere dal dimenticatoio ed onorare i suoi confratelli di Messa, e anche gli altri sacerdoti martiri della programmata disumanità nazista: Don Ferdinando Casagrande (con la sorella Giulia), il salesiano Don Elia  Comini e il dehoniano Padre Martino Capelli. Da notare: tutti uccisi in giorni diversi, dal 29 Settembre al 13 Ottobre, giorno della morte di Don Fornasini (allorché il capitano di una squadra di SS rincasa la sera dicendo “Pastore kaputt!”;  ucciso dalle percosse e una pugnalata al collo, il corpo insepolto, con la testa staccata, fu ritrovato dal fratello nell’Aprile del 1945). Le uccisioni in date diverse dicono che la loro morte non fu l’essersi trovati coinvolti d’improvviso in un’unica rappresaglia ma il frutto di volontà omicide selezionate.

(In Emilia Romagna il conto dei sacerdoti morti durante la Seconda Guerra Mondiale arriva a 123: 14 cappellani militari per motivi di servizio, 45 sotto i bombardamenti, 37 quelli uccisi dai Nazifascisti e 27 da partigiani o spacciantisi per tali “in odium fidei”).

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Memoria e fantasia del giornalista Italo Bocchino

Il 3 ottobre Italo Bocchino, in una lunga intervista al Corriere della Sera, dava come inizio del bipolarismo le elezioni del 1993 per il Comune di Roma. Era «la prima volta che un sindaco veniva scelto direttamente dai cittadini. Lo schema su cui si lavorava, in memoria di un tentativo fatto da don Sturzo alle elezioni di Roma del 1952, era un’alleanza tra i centristi e la destra… L’operazione però naufragò e da lì si arrivò alla candidatura di Gianfranco Fini». Il resto è cosa nota, vinse Rutelli ma emerse il modello di un centro-destra, auspice Berlusconi, che abbatteva la pregiudiziale antifascista.

Chi avrebbe dovuto guidare la nuova Operazione Sturzo? Bocchino fa il nome di Rocco Buttiglione, ma in quel frangente il filosofo ciellino era nella cerchia dei collaboratori di Martinazzoli. Il leader bresciano, impegnato a rifondare l’aggregato politico che ancora s’identificava con la Dc, benché fosse vicino il passaggio al nuovo Partito popolare, si muoveva in una prospettiva rigorosamente di centro, con esplicita chiusura a destra.

Per altro, su Buttiglione pesava il giudizio di sfiducia che Vittorio Sbardella, infiacchito per la malattia ma sempre al comando del partito di Roma, non si peritava di nascondere. Per questo cercò di convincere Luca Cordero di Montezemolo, raccogliendo una disponibilità che svanì dopo che all’interessato non fu dato il via libera da Casa Agnelli. L’episodio non è trascurabile, anzi, se rivisitato con accuratezza, potrebbe aiutare a capire fino a che punto l’avventura di Berlusconi sia stata il frutto di una febbrile intuizione personale o non abbia goduto fin dagli albori del tacito consenso dei cosiddetti poteri forti.

Alla fine, nel quadro di una fattiva concertazione tra Piazza del Gesù e Piazza Nicosia – Sbardella sosteneva lealmente l’azione di Martinazzoli – si ripiegò sulla rispettabile figura del prefetto Carmelo Caruso, romano di adozione, venuto alla ribalta nella seconda metà degli anni Settanta come vittorioso antagonista, alla guida degli andreottiani, della segreteria «basista» della sezione dc di IV Miglio. Non riuscì ad andare oltre il 13 per cento e ciò contribuì a consolidare l’idea della fuoriuscita dalla gabbia del vecchio partito, con la speranza di sicura rinascita nel segno del popolarismo.  La sconfitta di Roma si riverberò, nello spazio di due mesi, sull’assise di scioglimento.

Si può dire, insomma, che la ricostruzione di Bocchino non ha riscontro effettivo, salvo per la questione dell’innesco del bipolarismo. Infatti, se la vera Operazione Sturzo rappresentò una pericolosa insidia per la Dc, obbligando De Gasperi a prendere nettamente le distanze, il tentativo operato nel 1993 rimase nelle fantasie di una destra che all’improvviso sentiva di poter uscire dal suo storico isolamento. Nulla di più. La Dc ammainava le bandiere, forse con poca solennità, ma non con il «timore e tremore» di vedersi risucchiata nel vortice di un’opzione, chissà dove realmente coltivata, contraria alla natura e alla storia del cattolicesimo democratico.

 

P.S. Sulla vicenda è tornato ieri Aldo Cazzullo e, come già in altra occasione, ha colto l’occasione per pennellare un ritratto della Dc come partito di destra moderata. Con rispetto, si tratta di una distorsione.

Dibattito | Moro e il futuro del Pd: rafforzare la democrazia.

Caro amici del Pd, il vostro appello, se accompagnato da una task force di ascolto capace di penetrare nel bunker di Elly e farle arrivare le istanze della base, può rappresentare un punto di svolta per superare l’attuale impasse di un Partito Democratico che non cresce né si sgretola, grazie soprattutto all’abnegazione della sua segretaria. Chi vi scrive, con 48 anni di esperienza nelle istituzioni locali, di cui gli ultimi 18 come deputato, ha avuto l’incredibile fortuna di avere come Maestro e amico personale Aldo Moro. La sua lezione, purtroppo spesso disattesa anche all’interno della stessa Democrazia cristiana, è oggi di scottante attualità, come mi accingo a dimostrare in sintesi. Moro, vittima di un martirio del quale, ahimè, Elly sembra sapere poco o nulla, nemmeno attraverso il suo maggiore sostenitore, Dario Franceschini.

Molti si sono chiesti perché le principali vittime del terrorismo in Italia siano state figure come Moro, Ruffilli e Bachelet, esponenti di spicco della tradizione cattolico-democratica. La risposta risiede nella loro visione strategica di una “democrazia matura fondata sull’alternanza”. Essi rappresentavano un ostacolo insormontabile per chi propugnava una rivoluzione violenta. Fu proprio grazie all’affidabilità di Moro che Enrico Berlinguer riuscì a rompere il legame con il Cremlino, dichiarando di sentirsi più sicuro “sotto l’ombrello della Nato”.

Ricordo con chiarezza uno degli incontri che ebbi con Moro durante un weekend sul lungomare di Terracina. In quell’occasione, egli mi spiegò che una pausa dall’ininterrotto esercizio del potere sarebbe stata salutare per la Democrazia cristiana, permettendole di rigenerarsi e riproporsi come una forza di governo capace di affrontare le sfide del futuro.

Non posso non citare una delle frasi più celebri, che però (come tale) Moro non pronunciò mai, quella delle “convergenze parallele”. In essa, comunque, c’è lo spirito del moroteismo. A prima vista poteva sembrare un ossimoro, una contraddizione, ma in realtà esprimeva la profonda convinzione che la convergenza tra diverse forze politiche fosse necessaria per rafforzare l’unità costituzionale del Paese, pur mantenendo un’alternanza di governo, pilastro di una democrazia matura.

Oggi il Pd potrebbe incarnare proprio questa visione strategica di rinnovamento, offrendosi come alternativa reale al modello di premierato personale autoritario che la Destra vorrebbero imporre. Un modello che non trova paragoni in alcun regime democratico nel mondo, tranne in un tentativo rapidamente abbandonato in Israele. Tuttavia, la stabilità dei governi è una questione che va affrontata, senza cedere alle sirene dell’autoritarismo. L’Italia non può più permettersi di essere fanalino di coda in Europa, con ben 12 Presidenti del Consiglio in 20 anni, impossibilitati a realizzare le riforme strutturali di cui oggi il Paese ha un disperato bisogno.

Solo risolvendo queste criticità il Pd potrà davvero assumere il ruolo di forza propulsiva del cambiamento, garantendo un futuro di stabilità e crescita all’Italia, senza scivolare in derive antidemocratiche.

Macron: “Stop alle armi per la pace in Medio Oriente”.

Durante il vertice dei Paesi mediterranei dell’Unione Europea (Med9) tenutosi a Cipro, il presidente francese Emmanuel Macron ha ribadito una posizione chiara e decisa sulla crisi in Medio Oriente, in particolare sul conflitto in corso tra Israele e i gruppi militanti palestinesi. Macron ha dichiarato che “fermare le esportazioni di armi” utilizzate nei teatri di guerra di Gaza e del Libano è “l’unico modo” per porre fine ai conflitti in corso, sottolineando che tale misura rappresenta una leva fondamentale per cercare di ristabilire la pace e fermare l’escalation di violenza.

Tuttavia, il presidente francese ha voluto precisare che tale proposta non deve essere interpretata come un tentativo di disarmare Israele. “Questo non è in alcun modo un appello a disarmare Israele contro le minacce contro questo Paese e questo popolo amico”, ha affermato, riferendosi alla lunga e storica alleanza tra la Francia e lo Stato di Israele. Macron ha infatti riconosciuto il diritto di Israele a difendersi dalle minacce esterne, ma ha sottolineato la necessità di regolamentare il flusso di armi nella regione, ritenendolo un passo essenziale per evitare un’ulteriore intensificazione delle ostilità.

Il vertice di Cipro, che ha riunito i leader dei Paesi mediterranei dell’Unione Europea, ha rappresentato un’occasione importante per discutere delle tensioni crescenti in Medio Oriente, con particolare attenzione alla sicurezza regionale e alle conseguenze della guerra tra Israele e Hamas. Macron ha insistito sul fatto che la posizione francese non è isolata, ma condivisa da altri leader europei. “La Francia ha chiesto di mettere fine all’esportazione di armi utilizzate in questi teatri di guerra. Altri leader hanno fatto lo stesso. Sappiamo tutti che questa è l’unica leva che può porre fine a questa situazione”, ha aggiunto, indicando come anche altri Paesi dell’UE siano concordi nel ritenere che il controllo degli armamenti sia cruciale per fermare il conflitto.

Inoltre, Macron ha lanciato un monito contro le recenti azioni militari israeliane che hanno coinvolto le forze dell’Unifil, la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite dispiegata nel sud del Libano. “Non tollereremo nuove sparatorie israeliane dopo quelle degli ultimi due giorni contro l’Unifil”, ha dichiarato il presidente francese, facendo riferimento agli incidenti che hanno coinvolto i peacekeeper internazionali e che hanno alimentato ulteriore tensione nella regione. “Lo condanniamo. Non lo tolleriamo e non tollereremo che si ripeta”, ha ribadito Macron, ponendo l’accento sull’importanza di rispettare il mandato delle forze internazionali di pace e di evitare ulteriori provocazioni che potrebbero destabilizzare il Libano e l’intera area.

La posizione assunta da Macron durante il vertice riflette un impegno della Francia non solo a sostenere la sicurezza di Israele, ma anche a cercare una soluzione diplomatica che possa fermare il flusso di armi verso le fazioni militanti nella regione. In un momento di grande incertezza internazionale, la Francia si propone come un attore chiave nel promuovere una de-escalation del conflitto, facendo leva sulle relazioni internazionali e sulla cooperazione tra i Paesi europei e mediterranei.

Asia News | Hibakusha e Premio Nobel: il commento di Padre Berra.

“Non è un riconoscimento sul passato, ma una scelta che guarda alla situazione internazionale di oggi. Dare il Premio Nobel per la pace agli hibakusha è un appello al mondo che è tornato a parlare dell’uso di questi terribili ordigni”. P. Alberto Berra, missionario italiano del Pime, commenta proprio da Hiroshima la notizia dell’assegnazione del premio Nobel per la pace 2024 all’associazione Nihon Hidankyo, che riunisce le vittime delle terribili esplosione degli ordini nucleari sganciati dagli Stati Uniti nell’agosto 1945 su Hiroshima e Nagasaki. In Giappone dal 1990, padre Berra svolge da tanti anni il suo ministero proprio nella città segnata dalla prima delle due esplosioni atomiche che 79 anni fa lasciò dietro di sé oltre 148mila morti, circa il 62% della popolazione, insieme a un’eredità pesantissima di malattie che sarebbero emerse anche dopo molti anni a causa delle radiazioni. Altre 74mila persone sarebbero poi state uccise tre giorni dopo dalla seconda bomba sganciata su Nagasaki.

Il missionario del Pime ha visto tante volte gli hibakusha raccontare le proprie storie nel Giardino della pace, il parco adiacente al museo che nel cuore di Hiroshima ricorda quella grande tragedia e dove sorge anche la Genbaku Dome, la cupola del palazzo della fiera fusa dal calore dell’esplosione, divenuta il simbolo dell’esplosione atomica. Tutte le scuole giapponesi visitano il Giardino della pace, fermandosi al monumento a forma di airone che ricorda le migliaia di bambini uccisi il 6 agosto 1945.

“Nelle testimonianze degli hibakusha c’è tutto l’orrore della guerra e delle sue conseguenze – spiega -. Certo, tutte le guerre lasciano dietro di sé morte e distruzione. Ma mai era successo prima in quella forma così straziante e con conseguenze sul corpo che durano nel tempo, per alcuni addirittura ancora oggi, dopo quasi ottant’anni. Sentono di aver ricevuto una missione: essere voce per il mondo”.

La loro associazione Nihon Hidankyo – a cui il Comitato di Oslo ha assegnato oggi il Premio Nobel – è nata nel 1956, undici anni dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Erano rimasti per anni in silenzio ad affrontare le proprie sofferenze; ma furono gli esperimenti sulla bomba a idrogeno condotti dagli Stati Uniti sull’atollo di Bikini, nelle Isole Marshall, esponendo nuovamente la popolazione locale e i pescatori ai pericoli delle radiazioni, a convincerli che avevano un messaggio da comunicare a tutti.

Secondo le statistiche più recenti del governo giapponese, diffuse nel marzo scorso, sono circa 107mila i sopravvissuti alle due esplosioni tuttora in vita, con un’età media di 85,6 anni. Sono ormai poche decine a Hiroshima quelli ancora in grado di prestare servizio volontario al Giardino della pace. “Per favore, abolite le armi nucleari mentre siamo ancora vivi”, ha dichiarato oggi dopo l’annuncio Toshiyuki Mimaki, capo della Confederazione delle organizzazioni degli hibakusha della prefettura di Hiroshima.

“È un compito che continuano a sentire molto – continua p. Berra -. Qualche mese fa, per esempio, uno di loro, a più di ottant’anni, si è messo a studiare l’inglese per essere in grado di parlare a un numero maggiore di persone che passano da Hiroshima. È davvero una missione verso l’umanità intera”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-Nobel-per-la-pace-agli-hibakusha:-‘Messaggio-sulle-guerre-di-oggi’-61688.html

La Voce del Popolo | C’è un limite ai continui litigi nei due poli?

Non arrecano troppo conforto le cronache parallele dei nostri due schieramenti. A destra, Meloni e Salvini parlano linguaggi agli antipodi (e tanto più Salvini e Tajani). A sinistra, Schlein e Conte (e Renzi) non si parlano affatto. La leggenda dei due poli incontra smentite ogni volta che c’è da affrontare un problema. Salvo darsi una fittizia unità quando c’è da rastrellare voti. Per poi disfarsi – o quasi – l’indomani.

Ora, è chiaro che non si potrà mai espungere dalla politica italiana il conflitto tra i simili. Ma c’è un limite anche ai litigi, e tanto più ai litigi tra gli affini. Dopo anni e anni di sistemi elettorali almeno in parte maggioritari abbiamo imparato a costruire le coalizioni. Ma la loro vita dovrebbe proseguire il giorno dopo e quello dopo ancora. E invece ci si torna a dividere non appena affiora un argomento imprevisto.

E cioè, praticamente tutti i giorni. A questo punto sarebbe davvero il caso di rimettere mano alla legge elettorale. Poiché essa, esempi alla mano, ci racconta che quando ogni partito corre da solo, il giorno dopo cerca e trova alleati. Quando invece si è costretti a correre fittiziamente insieme, il giorno dopo la reciproca insofferenza genera conflitti inesorabili e velenosi.

La premier sembra aver (saggiamente) rallentato il percorso del premierato. Anche perché non era affatto chiaro a quale legge elettorale si accompagnasse la sua riforma. Ora si potrebbe riparlare dell’argomento cominciando a mettere sul tavolo proprio la questione del sistema di voto. Non ne nascerebbe certo una miracolosa unità di intenti. Ma almeno sarebbe più chiaro su quali argomenti si intende litigare, e come.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 10 ottobre 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La galassia centrista in cerca di unità: una missione impossibile?

Nelle scorse settimane abbiamo osservato movimenti all’interno della galassia “centrista” degni della canzone di Branduardi “Alla fiera dell’est…”

Italia Viva ha girato lo sguardo verso il PD e da là è uscito Marattin per posizionarsi al centro, dove c’è Azione di Calenda, il quale non vuole aprire a Renzi ma si allea alle regionali con il PD e per questo Carfagna, Gelmini e Costa sono andati nel centro destra.

Nel quale ci sono Forza Italia e Noi Moderati che non riescono a incidere sulle politiche del governo e della maggioranza, si guardi al dibattito sullo ius scholae e sulla tassazione degli extra profitti delle banche, nonostante facciano parte del partito di maggioranza relativa europeo, il PPE.

Al quale non ha aderito la piattaforma di ex popolari di Fioroni che fa parte del PDE, partito del gruppo di Renew Europe, dove ci sono già IV, Azione e più Europa. Più Europa a sua volta è ufficialmente parte del campo largo ma in Liguria ha subito il veto di Conte contro IV, nel silenzio di Elly Schlein.

La leader del PD che sogna di fabbricare in laboratorio una gamba centrista della coalizione affidandola a Beppe Sala. Gamba centrista che potrebbe far parte della coalizione ma della quale non si conoscono programmi e idee ma solo che sarà ancorata al PD.

Se qualcuno si fosse perso in questo racconto che sa tanto di girotondo, non si preoccupi è normale. Ciò che dovrebbe destare preoccupazione è la volontà di costruire in laboratorio una lista centrista silente e accomodante, così come l’incapacità di dialogo tra le varie forze di questa galassia che, principalmente per questioni personali, invece di combattere insieme le comuni battaglie godono nella distruzione dell’altro.

Tutto questo si inserisce purtroppo in uno sciagurato sistema elettorale maggioritario che obbliga ogni partito a scegliere se guardare a destra o sinistra. Questo contesto porta ciascun leader che ha un minimo di consenso a farsi la sua piccola listina, distinta ed in contrapposizione alle altre, continuando a perseverare nello scellerato giochino di scindere l’atomo in porzioni sempre più piccole.

Quale è il risultato? Che le componenti liberaldemocratiche, cattoliche e riformiste rischiano di essere irrilevanti, nonostante un peso elettorale significativo perché suddiviso in mille liste. In aggiunta, ogni movimento è soggetto a veti contrapposti. Così se ciascun partito correrà autonomamente sarà poco attrattivo per gli elettori, se, invece, accetterà i diktat delle rispettive coalizioni non inciderà nella scrittura dei programmi dei futuri esecutivi.

Alla fine di tutto questo percorso, molti elettori saranno sfiduciati e si asterranno o voteranno disillusi sapendo che il loro voto potrebbe essere inutile, in un modo o nell’altro.

Cosa serve allora? Uno scatto di reni e una ripresa del dialogo almeno tra tutte le forze che si riconoscono nel gruppo europeo di Renew Europe e che si oppongono ad alcune misure dell’attuale esecutivo italiano: in primis autonomia differenziata, premierato e tassazione degli extraprofitti delle banche.

Si tratta dunque di riprendere il filo della comunicazione, nel rispetto della storia e delle differenze culturali che ognuno ha, tra Azione, Italia Viva, PiùEuropa e Piattaforma Popolare. L’obiettivo dovrebbe essere quello di creare una federazione di esponenti liberaldemocratici, cattolici e riformisti che, mantenendo libertà di posizionamento su alcune questioni etiche, riporti avanti la così detta Agenda Draghi.

Una federazione capace di correre da sola o di essere cardine di un vero centro sinistra riformista, non populista e alternativo alla coalizione meloniana o alleata ad una Forza Italia libera dall’estremismo. Sicuramente questa federazione non potrà rappresentare la ruota di scorta di un triciclo denominato fronte popolare che sbanda a sinistra e gira in continuazione su stesso.

Non si tratta di azzerare, dunque, gli attuali partiti ma di creare un luogo di dialogo e un’unica voce più forte e più riconoscibile per gli elettori. Compiendo questo passo, le posizioni “centriste” saranno più robuste e immuni da qualunque forma di veto. Una federazione che dovrebbe avere un simbolo e un nome chiaro da usare in tutte le competizioni elettorali, evitando che ad ogni elezione si formino ircocervi particolari e sempre diversi.

È ovvio che ci sono infinite difficoltà nel portare avanti un processo di questo tipo. Per esempio, far tornare a parlare i l’ego di Renzi e Calenda, o come mettere allo stesso tavolo personalità laiche come Emma Bonino con esponenti della diaspora democristiana come Fioroni.

Ci vuole una personalità in grado di compiere la sintesi e di portare maggiore armonia. Una personalità non catapultata da altri partiti ma proveniente dalla storia centrista. Recentemente gli articoli di giornali hanno indicato il sindaco di Milano, Sala, per ricoprire questo ruolo. Nessuno può mettere in dubbio le capacità amministrative del sindaco, tuttavia, dai primi rumors relativi al progetto emergono alcune criticità (che non sono irrisolvibili a priori ma che vanno chiarite appena possibile).

La prima criticità riguarda la composizione di questo movimento attorno a Sala. Se vuole rappresentare realmente il variegato mondo centrista questa non può essere l’ennesima lista personale che deve fare da cartello elettorale per eleggere il leader. Come detto in precedenza, deve essere un luogo di aggregazione di partiti già presenti e di nuovi esponenti.

Il secondo tema è il tempo, il sindaco ha espresso la volontà di aspettare la conclusione del suo mandato a Milano prima di dedicarsi al progetto. Se in linea teorica il discorso ha una sua serietà, nella pratica politica non è sostenibile. Se, infatti, la lista deve essere un progetto serio e non solo un brand elettorale ci vuole tempo per sanare le ferite attuali, ricomporre una galassia scissa in infiniti rivoli e soprattutto ci vuole tempo per farsi conoscere dagli elettori di tutto il Paese.

Il terzo tema è il programma. Quali idee vuole portare avanti questo progetto? È facile dire che si vogliono rappresentare gli elettori centristi ma questi elettori non si lasceranno abbindolare da progetti vuoti. Infine, c’è l’ultimo punto, forse il più importante: l’indipendenza dal PD. Un movimento centrista non può nascere come lista civetta, come frutto di un esperimento di laboratorio diretto dalla segretaria del PD. Un simile specchietto per le allodole non avrebbe molta fortuna (sembra il ripetersi del progetto dimaiano del 2022).

Un progetto centrista serio non deve chiudere a priori ad una coalizione comune attorno al PD ma non ci può stare dentro a tutti i costi. Ci sono dei paletti, dei punti programmatici inalienabili ma soprattutto non ci possono essere veti su idee e persone. Come detto prima, questo movimento non può essere un semplice portatore di voti ad un’alleanza sbilanciata a sinistra. Se stanno così le cose, se non si è capaci di costruire un vero centro sinistra riformista (la Liguria sembra essere un esempio), allora è meglio imboccare due strade separate, da una parte la sinistra e dall’altra il centro.

Il sindaco di Milano dovrebbe fornire una risposta a questi quattro punti il prima possibile. In alternativa, c’è un esponente politico con un curriculum eccellente (premier, ministro, parlamentare, commissario UE) che in passato ha contribuito a fondare una lista centrista come la Margherita che a breve tornerà in Italia. Sembra destinato a divenire un’eccellente riserva della Repubblica ma con un po’ di sana follia potrebbe decidere di rientrare nella mischia e mettere ordine nel condominio più caotico della politica italiana.

Una federazione con idee e progetti politici seri, come la contrarietà all’introduzione di nuove tasse, all’autonomia differenziata e al premierato. Un progetto che proponga soluzioni con un forte posizionamento europeista e atlantista (in primis sostenendo la resistenza ucraina e la teoria dei due popoli due stati in Medio Oriente), con uno spirito garantista e innovativo, che porti avanti le storiche battaglie sul lavoro della CISL, per l’introduzione di un sistema elettorale proporzionale e che porti ad una revisione delle politiche dei bonus per trovare fondi da investire in scuola e sanità.

So che sembra una missione impossibile ma noi elettori liberaldemocratici e/o cattolici e/o riformisti stiamo stufi di vedere innumerevoli litigi e divisioni o liste civetta associate a qualche coalizione. Una forte intesa tra tutti i liberaldemocratici, cattolici, riformisti rappresenta l’unica opportunità per vedere seriamente rappresentati le nostre istanze e idee.

Forza Italia oltre Berlusconi? Ezio Mauro suggeriva un percorso.

Una Sinistra perspicace e realmente interessata a costruire una credibile alternativa al governo della Destra anziché occuparsi di quel fantomatico e oggi inesistente Campo Largo (Conte dixit) dovrebbe osservare con attenzione l’improvviso attivismo di Forza Italia, partito da sempre definito “di plastica” e dato più o meno da tutti per “finito” all’indomani della scomparsa del suo fondatore, ideatore, interprete, leader assoluto, insomma del suo unico e ineguagliabile dominus, Silvio Berlusconi.

Perché la sconfitta della Destra passa attraverso la conquista del Centro (area oggi lasciata libera dopo il fallimento del duo Calenda-Renzi e dopo i numerosi e mai riusciti tentativi di rilanciarlo compiuti negli ultimi lustri) o meglio dire di quell’ampia fascia di elettorato insoddisfatta e finanche incompatibile col bipolarismo urlato che ormai da tempo – veicolato da talk show televisivi e social media digitali unicamente orientati alla polemica e non alla mediazione – impera nella politica nazionale e non solo.

E verso il Centro sta muovendo Forza Italia. È stata una delle migliori penne del giornalismo italiano, uomo di sinistra e implacabile avversario proprio di Berlusconi durante gli anni della sua direzione di Repubblica, a evidenziarlo, con un editoriale firmato un paio di mesi fa sul quotidiano romano. Una lettura che alla luce delle prese di posizione di Tajani nelle ultime settimane e dai suoi ripetuti scontri con Salvini si conferma acuta e assolutamente interessante per cercare di capire quali potranno essere i successivi sviluppi di una iniziativa politica che comincia a preoccupare anche la stessa Presidente del Consiglio.

Ezio Mauro ha così illustrato (Repubblica, 19 agosto) il possibile processo politico del quale Forza Italia potrebbe essere protagonista: “Occupare il mitologico Centro della scena politica non con una velleitaria rifondazione, partendo da zero, ma con una metamorfosi, usando un soggetto che già esiste e cambiandogli poco per volta l’identità, la natura, il tono del linguaggio, scommettendo di non dover alla fine cambiare gli elettori ma anzi di sommare i vecchi ai nuovi sotto l’insegna dei moderati, oggi senza bandiera”.

E in effetti l’estate appena conclusa ha visto un protagonismo del partito ora guidato dal Ministro degli Esteri (molto più concentrato sulle vicende nazionali che su quelle internazionali, peraltro) inatteso, per certi versi sorprendente.

Il primo obiettivo (mantenere un livello di consenso accettabile e concorrenziale con quello della Lega salviniana sempre più spostata a destra) è stato conseguito alle elezioni europee e questo risultato era ovviamente indispensabile per poter avviare il nuovo corso. Che è stato favorito dall’autogol dell’ex Terzo Polo, che con la sua spaccatura ha dilaniato ogni ipotesi di una forza centrista in grado di offrire un’alternativa interessante per quegli italiani non propensi a sostenere la Destra o la Sinistra. Lasciando così uno spazio moderato e riformista che può arricchire il consenso alle due ali dello schieramento parlamentare, ricreando le condizioni per ricostruire un vero centrodestra e un vero centrosinistra. Forza Italia si è messa in moto per occupare quello spazio e ampliarlo, ovviamente sul suo versante, quello destro. Facilitata anche dalla sua appartenenza al PPE (una intelligente intuizione di Berlusconi) e dalla sua solida e indiscutibile postura atlantica in politica estera. Non poco davvero, in un periodo storico nel quale le relazioni internazionali sono più importanti che mai, addirittura decisive.

L’operazione sarebbe però risultata più complicata se Giorgia Meloni avesse proseguito la sua marcia verso l’establishment europeo, votando Ursula von der Leyen e opponendosi alla deriva estremista dei “patrioti” europei alla quale si è disperatamente aggregato Matteo Salvini. La premier invece non ha voluto, forse perché non poteva, lasciare il suo spazio politico originario ed elettivo temendo proprio la concorrenza del suo agitato alleato leghista. Così facendo, però, ha lasciato libero lo spazio dei moderati, luogo privilegiato per il partito di Tajani. Sotto l’impulso di Marina e Piersilvio Berlusconi e con la consulenza degli immarcescibili amici di sempre del loro genitore (Fedele Confalonieri e Gianni Letta) Forza Italia ha aperto a tematiche legate ai diritti individuali sino ad oggi patrimonio della sola Sinistra lanciando così più di un amo nella direzione opposta a quella dei suoi alleati di governo.

Un tentativo per allargare lo spettro del proprio elettorale potenziale e per evitar di rimanere prigioniera di una coalizione troppo connotata a destra, che pure non può abbandonare. Ma che vuole riequilibrare. Anche, se del caso, attraverso una propria “metamorfosi”, secondo la citata definizione datane da Ezio Mauro.

Siamo solo agli inizi. Bisognerà vedere se i protagonisti di questa innovativa iniziativa saranno in grado di proseguirla e rafforzarla. E se a guidarla sarà ancora l’attuale coordinatore del partito, peraltro oberato da troppi e gravosi impegni, o se invece essa sarà nuovamente targata Berlusconi. A quel punto in perfetta continuità con la propria storia.

Il giornalismo militante esiste. Perché negarlo?

Foto di günter da Pixabay
Foto di günter da Pixabay

Nel mondo giornalistico del nostro paese esiste una anomalia carica di ipocrita e di viltà. Un atteggiamento ed un comportamento che, alla fine, rischiano di incrinare la credibilità e la stessa efficacia del giornalismo – televisivo o della carta stampata poco importa – nel nostro paese. Per entrare nello specifico, parlo del cosiddetto giornalismo militante quando viene spacciato per libera informazione, del tutto imparziale ed oggettiva e scevra da qualsiasi faziosità.

Ora, – e come ovvio e persino scontato – nel pieno rispetto di tutte le opinioni e di tutte le concezioni che si hanno, è addirittura banale prendere atto che certi talk televisivi o alcune testate della carta stampa assomigliano sempre di più a semplici bollettini di partito che a testate cosiddette indipendenti. Certo, sono scomparsi i tradizionali quotidiani di partito ma a volte viene da pensare che forse erano meno faziosi e settari proprio quei quotidiani rispetto ad alcuni organi d’informazione contemporanei. E mi riferisco, nello specifico a tre antichi quotidiani di partito: Il Popolo, L’Unità e lo stesso Avanti. Perché, per entrare ancora più nel dettaglio, cosa c’è di indipendenza giornalistica e di imparzialità politica e culturale nei vari talk de La 7? Lo chiedo perché, a volte, si ha l’impressione che la faziosità e il settarismo più smaccati sostituiscano qualsiasi criterio giornalistico, al di là della indubbia professionalità dei vari conduttori.

Una faziosità ed un settarismo che sono ormai talmente scontati e ripetitivi che prima di iniziare ed approfondire il tema in discussione il normale telespettatore già conosce e preconizza l’esito finale. Ovvero, sempre e solo l’attacco personale e politico nei confronti del nemico politico. Che ormai è diventata anche e soprattutto un nemico ideologico. E lo stesso copione si ripete in alcune testate della carta stampata, storicamente indipendente anche se sempre funzionali agli

interessi politiche ed imprenditoriali dell’editore. Ora, non c’è nessuno sandalo nel teorizzare e praticare un giornalismo fazioso e settario. Anzi, è anche perfettamente in linea con l’attuale andamento della politica italiana, sempre più ispirata alla deriva degli “opposti estremismi” che non ad una sana e fisiologica democrazia dell’alternanza. Purchè si abbia il coraggio di ammetterlo senza recitare la solita litania di un giornalismo imparziale ed oggettivo.

Sotto questo versante, c’è una responsabilità precisa e quasi scontata. Ed arriva puntualmente dal campo della sinistra nelle sue diverse e multiformi espressioni. E questo perché gli organi di informazione – televisivi e della carta stampata – vicini al centro destra non hanno alcun problema a dire e a sostenere che si riconoscono politicamente e culturalmente in quel campo. Così non avviene nel campo avverso. Perché ogni qualvolta vengono giustamente e comprensibilmente accusati di essere eccessivamente faziosi e settari – cosa, del resto, talmente palese che non fa neanche più notizia – quasi si ribellano e rivoltano la polemica verso quelli che avanzano quella accusa specifica e diretta.

Ecco perché la morale della favola, senza ulteriori ed anche inutili approfondimenti, è molto semplice. E cioè, quando si pratica un giornalismo pubblicamente, oggettivamente e strutturalmente fazioso e settario basta ammetterlo. Senza, appunto, inutili ipocrisie e ridicoli auto attestati di imparzialità. A volta le cose sono molto più semplici di quel che appaiono. Anche perché, nello specifico, lo sanno tutti. Ma proprio tutti.

Vatican News | Francesco e Zelensky: nuovo incontro per la pace.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky torna per la terza volta in Vaticano in udienza da Papa Francesco. Lo rende noto la Sala Stampa della Santa Sede, informando che l’appuntamento è fissato per questo venerdì 11 ottobre, alle 9.30. L’incontro tra il Pontefice e il leader del Paese “martoriato” da un conflitto che dura da oltre due anni e mezzo –  oggi [ieri per chi legge, ndr] impegnato in Croazia ad un vertice tra l’Ucraina e i Paesi dell’Europa sud-orientale – avviene a quattro mesi dal bilaterale durante il G7 in Puglia e ad oltre un anno e mezzo dall’ultimo incontro nell’Auletta dell’Aula Paolo VI, del 13 maggio 2023. Quaranta minuti di colloquio allora, durante i quali il Papa aveva assicurato la sua preghiera costante per il Paese mai dimenticato nei suoi appelli pubblici e l’invocazione continua di pace.

 

L’ultima udienza in Vaticano nel maggio 2023

Entrambi, informava allora una nota vaticana, avevano “convenuto sulla necessità di continuare gli sforzi umanitari a sostegno della popolazione” e il Papa sottolineava “in particolare la necessità urgente di ‘gesti di umanità’ nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto”. Zelensky – che quel giorno aveva avuto un colloquio anche con monsignor Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati – tramite un post su X ribadiva la gratitudine al Papa per la “personale attenzione alla tragedia di milioni di ucraini” e confermava di aver parlato a Francesco delle “decine di migliaia di bambini ucraini deportati” da riportare a casa con “ogni sforzo”. Aggiungeva di aver chiesto di “condannare i crimini russi in Ucraina” e di aver parlato della “Formula di Pace” come “unico algoritmo effettivo per raggiungere una pace giusta”, proponendo di “aderire alla sua attuazione”.

 

I contatti dallo scoppio della guerra e il bilaterale al G7

La prima volta che Zelensky aveva fatto il suo ingresso nel Palazzo Apostolico vaticano era stato l’8 febbraio 2020, quando in Europa iniziava ad aleggiare la minaccia della pandemia di Covid-19 e la guerra sembrava un fantasma segregato solo nella zona Est dell’Ucraina. Sin dal primo bombardamento russo a Kyiv, con il Papa ci sono stati diversi contatti tra lettere e telefonate, una il 28 dicembre 2023 per gli auguri di Natale e ribadire l’auspicio di una “pace giusta per tutti noi”.

Un anno e mezzo dopo lo scoppio del conflitto, Zelensky – non più isolato come nei primi mesi – è tornato poi a viaggiare e, a maggio dello scorso anno, ha compiuto un itinerario che ha toccato diverse capitali europee, tra cui Roma e Città del Vaticano. Quest’anno, a giugno, il presidente ha partecipato insieme a capi di Stato e di Governo al summit del G7 a Borgo Egnazia, in Puglia, e in quell’occasione ha avuto un bilaterale riservato con il Papa.

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-10/udienza-papa-francesco-zelensy-11-ottobre-2024-ucraina.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Marco Rizzo fuori dal politicamente corretto: a lui piace la gnocca.

Alla fine Marco Rizzo è sbottato ed ha guadagnato d’un colpo più consensi che mille comizi già spesi con il Partito Comunista di cui è stato Segretario o adesso come coordinatore nazionale di Democrazia Sovrana e Popolare, camminando sotto braccio a Gianni Alemanno.

La biografia di Rizzo è la storia di tutti i travagli e le contraddizioni della Sinistra italiana ricca di divisioni e nascita convulsa di sigle e formazioni, difficili, per numero, da mandare a memoria. Rizzo è uscito fuori dal politicamente corretto non trattenendo più la bocca e le idee, esprimendo ciò che prima o poi per lui andava detto e rompendo la convenzione del pensiero alto della Sinistra in tema di sessualità e di nuovo conformismo. Rizzo è uomo calmo e pacato. Ha il pregio della onestà intellettuale, non gigioneggia con l’elettorato, non vuole piacere a tutti i costi, ha una sua posizione qualunque sia la direzione del vento a tirare.

Eppure questa volta, malgrado la calvizie, a Rizzo gli si saranno drizzati i capelli in testa, si è rizzato di colpo dalla poltrona per dire la sua verità. “Sovra l’anche rizzosse”, a mo’ di Luigia Pallavicini caduta da cavallo, ed ha disarcionato d’un colpo le opinioni correnti soprattutto nella opposizione politica in materia di uomini e donne. Ha avuto l’ardire di dichiarare che a lui piace la gnocca. Ha criticato il fatto per cui “ormai non c’è un film o una pubblicità in cui non ci sia un gay o un nero. Engels diceva che la famiglia è il primo nucleo della società borghese e…senza la famiglia, senza la pensione dei nonni e delle vecchie zie, oggi in Italia avremmo 11 milioni di poveri in più. La famiglia è un presidio dello stato sociale e che fa Elly Schlein invece di occuparsene? Si mette a ballare sul carro de Gay Pride”.

Certe espressioni, adesso ci si è messo di mezzo anche il sesso, generano singolari confusioni. La gnocca designa nel linguaggio corrente una bella ragazza. In grammatica è una sineddoche, che consiste nella sostituzione tra due termini in relazione tra di loro: la parte per il tutto o viceversa. Si tratta di un plauso ad una rappresentante del genere femminile a cui si attribuiscono qualità di bellezza.

Al contrario lo gnocco va per altro più ruvido senso. Sta infatti per nocchio o da nodo di legno ma designa anche una protuberanza, una sorta di escrescenza che non rinuncia a farsi notare. Potrebbe ricondursi in questo caso ad un bernoccolo assegnato da Rizzo al Pd e compagnia bella. Ciò malgrado, per il contrario, si dice gnocco anche alludendo ad una persona ingenua, agevolmente abbindolabile, che vive in una condizione di debolezza di fronte al prossimo.

Sempre sul tema anche il sesso dà luogo ad incertezze interpretative. Deriverebbe dal greco Tek-os, generato o procreato che si voglia; altri invece richiamano la parola al sec-are, cioè al separare, distinguendo tra uomini e donne.

Il nostro politico, come una mannaia, ha diviso, quanto a gusti, ciò che lo attrae da quello che non lo riguarda, senza nascondersi nel silenzio o nel sincretismo sessuale. Una nube di polvere, invecchiandone crudelmente d’un tratto le ideologie, starà cadendo sulle teste del mondo politico dai discorsi ben impostati, infarinandoli con ingredienti di una tradizione che, con Rizzo, non rinuncia a dire la sua. Del resto a base degli gnocchi è innegabile come ci sia la farina ma anche la patata e Rizzo sembra averne ricordato con fierezza la incontestabile ricetta da lui pubblicamente apprezzata. Giovedì gnocchi, poi si vedrà.

Con “Babbo Sangiorgi” si legge dal vivo la storia della Dc

È un autentico viaggio nel tempo il volume di Giuseppe Sangiorgi, Babbo Sangiorgi. Il romanzo di una generazione (Rubbettino, Roma 2024, pp. 182, € 15).

L’autore, Giuseppe Sangiorgi (Roma 1947), giornalista, è stato presidente dell’Istituto Luce, per il quale, fra le altre sue iniziative, ha curato la realizzazione de La Storia d’Italia del XX secolo, insieme a Valerio Castronovo, Renzo De Felice, Pietro Scoppola, per la regia di Folco Quilici, e de Il Vento del Concilio, con Luigi Accattoli, Vittorio Citterich, mons. Lorenzo Chiarinelli, per la regia di Leandro Castellani. Ma Sangiorgi ha fatto ed è stato anche molto altro: direttore del quotidiano “Il Popolo”, commissario dell’Autorità per lo garanzie nelle comunicazioni, segretario generale dell’Istituto Sturzo, ha pubblicato, fra gli altri suoi libri, Il romanzo del Popolo (Gangemi 2003), Piazza del Gesù, un diario politico (Monda-dori 2005); Rivoluzione Quirinale (Gaffi 2010); De Gasperi. Uno studio (Rubbettino 2014); Dossetti, la politica oltre (II Settimo Libro 2015).

Inoltre, venne designato come “portavoce” da Ciriaco De Mita quando quest’ultimo, nel 1982, divenne segretario della Dc. Giuseppe Sangiorgi, dunque, ha una conoscenza di prima mano della politica, dei meccanismi che la regolano e dei suoi protagonisti, che ha conosciuto da vicino.

 

Gli anni della guerra e di Azione Cattolica

Ma Babbo Sangiorgi è qualcosa di più, e di diverso: attraverso la figura del padre, Giovanni Sangiorgi, l’autore ci racconta la storia dell’Italia del Novecento, e di alcuni fra i suoi maggiori protagonisti.

In queste pagine, pertanto, troviamo in azione Alcide De Gasperi, papa Montini, Giulio Andreotti: tutti personaggi che Giovanni San-giorgi conobbe bene, data la sua attività pluridecennale. Egli, lungo l’arco della sua vita (1901-1988), fu militante cattolico dai tempi della Fuci del primo Novecento e dell’Azione Cattolica, giornalista dell'”Osservatore Romano”, antifascista e per questo spiato dalla polizia segreta di Mussolini, partigiano, artefice del “Popolo” clandestino nella Roma del 1943-44, e poi, nel Dopoguerra, dirigente nazionale delle attività artistiche della Dc, fondatore e segretario generale di un ente, i “Premi Roma”, con sede a Palazzo Barberini, che promosse per quarant’anni molte fra le maggiori iniziative culturali della Capitale ed ebbe a che fare con alcuni fra i più grandi artisti della seconda metà del Novecento.

Una vita pienissima, quella di Giovanni Sangiorgi, ricca di incontri con figure che hanno lasciato un segno nella Storia, e che comincia proprio con l’impegno nella Fuci e nell’Azione Cattolica: una fucina sia per la classe dirigente che sarebbe emersa dopo il Secondo conflitto mondiale, sia per una forma di antifascismo che fosse radicata nel senso dell’adesione ai valori del cristianesimo e dell’uomo. Per questo, i membri in vista dell’Azione Cattolica (la sola associazione che nel Ventennio fosse rimasta estranea a quelle emanazioni del Pnf, raggruppate nell’Opera Nazionale Balilla) erano oggetto di controllo da parte dell’Ovra, la polizia fascista.

 

Vita privata e impegno politico

Come annota Sangiorgi (p. 29), la Fuci, i Laureati Cattolici, l’Azione Cattolica sono movimenti che ancora esistono, certo, ma che hanno perso, per tanti motivi, quella presenza politica e quel ruolo educativo e formativo sui giovani svolto nella prima parte del Novecento, quando la loro presenza era davvero una spina nel fianco del regime fascista. In effetti, anche dopo il Concordato del 1929, l’Azione Cattolica restò terreno di scontro fra il regime e una Chiesa che non voleva né poteva rinunciare alla sua presenza nel campo dell’educazione giovanile; e per rivendicare questa attività apostolica, con il riservare ai vescovi la nomina dei dirigenti diocesani (da sottrarre quindi all’ingerenza fascista), Pio XI non aveva esitato a scrivere una lettera enciclica, Non abbiamo bisogno (1931).

C’è nel volume un episodio significativo, che dice la commistione di vita privata e impegno politico e insieme morale che ha sempre caratterizzato la vita di Giovanni Sangiorgi: nella primavera del 1944 morì di tosse convulsa – patologia gravissima per i neonati – una sorellina dell’autore, Agnese, di poche settimane. La bambina fu sepolta dentro il Vaticano. Il mesto corteo che dalla vicina casa dei Sangiorgi varcò l’ingresso di Sant’Anna fu anche l’occasione per il trasferimento di documenti compromettenti, per evitare il rischio di una perquisizione.

Già in precedenza, annota Sangiorgi, le bozze di pubblicazioni vietate venivano scambiate sotto gli occhi delle sentinelle tedesche, grazie per esempio a Luciana Segreto Amadei, austera nobildonna romana che conosceva bene il tedesco e, potendo rispondere adeguatamente ai soldati nella loro lingua, veniva lasciata passare Iei e le bozze nascoste nella sua borsa, insieme all’elenco ai redattori del “Popolo” clandestino. La storia della morte di Agnese Sangiorgi fa riflettere il fratello, decenni dopo, inducendolo a scrivere come, a causa delle crudeli necessità imposte dai tempi, «neppure la sofferenza cosi privata della morte di una figlia si poté rispettare, trasformando in altro il corteo funebre di una bambina» (p. 52).

 

La figura della madre

Il volume di Giuseppe Sangiorgi non si concentra solo sull’attività del padre, ma anche su quella della madre, ugualmente impegnata: così, a p. 164 troviamo il capitolo significativamente intitolato “1954, mamma in battaglia”. Sono passati quasi dieci anni dalla fine della guerra, e ormai, «superata la fase iniziale legata alla sopravvivenza, la politica prende la piega della lotta per il potere» (ibid.), specialmente in quel momento, in cui la stella di De Gasperi – lungo la cui linea i genitori di Sangiorgi si sono sempre mossi – si è offuscata.

Il nuovo segretario della sezione, approfittando di un periodo di malattia della madre di Sangiorgi, cerca dunque di estrometterla dall’incarico di delegata femminile; ma ella risponde con energia, indirizzando al collegio dei probiviri del partito una dettagliata ricostruzione delle sue attività, raccontate con impeto e tenacia. E l’impegno della madre dell’autore è sempre alto, a difesa della famiglia, non tanto di una idea di moralità da santino, ma quella forte della persona, che ne rispettasse l’integrità e la dignità. In questo senso, Sangiorgi ricorda l’attività della madre che si collega a quella di Luigi Gedda, già a capo dei Comitati Civici alle elezioni del 1948 e che sfocerà, insieme a tante altre sollecitazioni, nella istituzione, nel dicembre 1972, di una commissione d’inchiesta «sui mezzi finanziari e i profitti degli editori e divulgatori della stampa pornografica e periodica» (qui pp. 172-173). Come sottolinea Sangiorgi, «impressiona come le denunce degli anni Settanta di mamma proiettino la loro attualità tanti decenni dopo, in una società della comunicazione che dilata a dismisura strumenti, modalità, piattaforme trasmissive varie, attraverso cui diffondere ogni genere di messaggi che inducono alla violenza».

 

Libertà, dignità, cultura e fede

In un certo senso, è consolante comprendere come i propri genitori fossero nel giusto, anche se è desolante vedere che i tempi sembrano andare in tutt’altra direzione.

In una intervista rilasciata da Giuseppe Sangiorgi ad Antonio Monda per “Studi Cattolici” nel 2005, Sangiorgi, rievocando gli anni della “corazzata DC”, affermava:

 

All’epoca c’era ancora politica. Ricordo le assemblee, i congressi… non erano come quelli di oggi, rivolti per lo più ai quadri dei partiti, ma erano aperti alla base, competizioni “vere” il cui esito era spesso incerto fino all’ultimo. Quegli anni segnarono un momento “alto” della storia della Dc, una storia, come tutte quelle umane, ricca di luce e di ombre. Però devo dire che la Dc dei momenti migliori è stato un grande partito (…) Fu un partito popolare che si diede da fare concretamente per i bisogni della gente con un senso vero della democrazia che era, secondo la lezione di Aldo Moro, “il tempo della decisione”.

 

Quelli rievocati sembravano tempi lontanissimi nel 2005, immaginiamoci ora. Però, alla luce del clima intellettuale, politico e morale delineato, piace chiudere queste note di lettura con le parole stesse con cui Sangiorgi chiude il suo libro, ovvero con le parole che il padre scrisse su di sé per una campagna elettorale negli anni Cinquanta: «Sangiorgi ha lavorato sempre per la libertà, la dignità, la cultura, la fede cristiana in cui è nato e in cui vive da militante».

 

Per leggere il testo originale

https://www.store.rubbettinoeditore.it/wp-content/uploads/2024/10/giovanni-sangiorgi-stud-cattolici.pdf

Benessere, un’analisi completa con l’indice di well-fare del Consiglio nazionale dei giovani.

La conoscenza delle giovani generazioni, delle loro esigenze e delle loro difficoltà, richiede strumenti di lettura innovativi e metodologicamente solidi. In questa direzione, il Consiglio Nazionale dei Giovani ha strutturato un Indice di Well-fare. Si tratta di uno strumento di misurazione unico che non si limita ad analizzare la semplice equazione tra benessere e salute mentale dei giovani ma, in una prospettiva del tutto innovativa, integra le quattro dimensioni del benessere individuale (percezione di sé, salute fisica, motivazioni, capacità di gestire le emozioni), del benessere relazionale (famiglia, rapporti amicali, rapporto con la comunità), del benessere spaziale (ambiente, sicurezza, qualità dell’abitare) e del benessere sociale (partecipazione sociale, adesione ai modelli culturali dominanti, capacità di cogliere le opportunità). L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di giovani tra i 15 e i 35 anni, offre una fotografia dettagliata sul livello di benessere delle nuove generazioni, mettendo in luce aspetti positivi e criticità.

L’Indice di Well-fare, realizzato con il supporto tecnico di “EU.R.E.S. Ricerche economiche e sociali”, evidenzia, infatti, una “prevalente soddisfazione” tra i giovani, con un punteggio medio di 63,9 su 100. Tra le dimensioni osservate, il benessere relazionale registra il punteggio più alto (69,3), seguito dal benessere individuale (65,6), sociale (63,7) e spaziale (56,9).

Tuttavia, emergono differenze significative per genere e territorio: le giovani donne e i giovani del Sud riportano livelli di benessere inferiori rispetto ai loro coetanei maschi e ai giovani del Nord.

“Abbiamo scelto di pubblicare il nuovo Rapporto Well-Fare proprio in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, perché per molti anni, il benessere e la qualità della vita sono stati analizzati prevalentemente attraverso il ricorso a fattori materiali e oggettivi, quali la situazione socio-economica, il livello di reddito e le condizioni di salute, trascurando altri aspetti di eguale rilevanza, come l’autostima, la motivazione al raggiungimento di scopi e obiettivi lavorativi e personali e la qualità dell’interazione sociale” ha commentato in una nota Maria Cristina Pisani, Presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani.

“Non a caso, l’indice indica che le relazioni con gli amici sono spesso il primo supporto emotivo, molto più della famiglia, soprattutto per le ragazze, che in numeri percentuali risultano fare più fatica a gestire emozioni e autostima. La centralità dei comportamenti alimentari e dello stile di vita per il benessere psico-fisico – ha aggiunto Pisani – appare ampiamente condivisa e trasversale, risultando il grado di accordo sempre vicino al 90% in tutte le componenti del campione; in particolare quello femminile sembra registrare una maggiore sensibilità. Il dato che mi preoccupa maggiormente – aggiunge Pisani – è vedere come ancora ci siano difficoltà nel sentirsi ascoltati, integrati e accolti negli ambienti sociali e fisici. Non è un caso che solo il 7,1% dei giovani giudichi “ottimo” il livello di soddisfazione per la qualità dell’ambiente in cui vive (spazi, relazioni, sicurezza, inquinamento), o che per il 21,8% le esperienze/situazioni di isolamento subite abbiano influenzato “molto” negativamente il proprio benessere psicologico con una percentuale che sale al 39,5% quando si indagano gli effetti “piuttosto negativi”.

“Al di là delle criticità sottolineate, i giovani si collocano complessivamente nell’area di una ‘prevalente soddisfazione’ per le diverse dimensioni che definiscono il benessere, esprimendo in termini prospettici un atteggiamento ancora di prevalente fiducia. Anche sul fronte delle previsioni nel medio periodo, la maggioranza degli intervistati immagina che la propria condizione tra 5 anni sarà migliore di quella attuale. La maggiore preoccupazione che emerge leggendo i dati – ha proseguito la presidente del Cng – è invece il ridotto numero di giovani che, pur provando un disagio psicologico, chiede aiuto. Parliamo del 27,9% su un 75% che dichiara di aver sentito il bisogno di un supporto psicologico”.

“Pur nella consapevolezza che è solo l’inizio di un percorso di ricerca da implementare, sviluppare e perfezionare negli anni, si tratta di un’iniziativa unica e innovativa per ottenere risultati comparativi e per cogliere, anche direttamente, spunti e suggerimenti utili al vasto lavoro di proposta e rappresentanza delle nuove generazioni”, ha concluso Maria Cristina Pisani.

Le relazioni proibite di Trump e Putin nell’ultimo libro di Woodward

L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe continuato a intrattenere comunicazioni segrete con il presidente russo Vladimir Putin anche dopo aver lasciato la Casa Bianca. Ciò sarebbe avvenuto almeno sette volte. Questo dettaglio, emerso dalle anticipazioni del libro “War” del celebre giornalista investigativo Bob Woodward, pubblicate dal New York Times, getta ombre sul comportamento di Trump, sollevando gravi preoccupazioni sulla limpidezza della sua condotta anche al di fuori del mandato presidenziale.

Secondo il libro, Trump non solo avrebbe mantenuto contatti con Putin, ma avrebbe anche inviato al leader russo nel 2020, mentre era ancora in carica, una rara apparecchiatura per test diagnostici sul coronavirus, destinata all’uso personale del presidente russo. Ciò dimostra quale fosse il livello di collaborazione tra i due e come la richiesta di Putin, volta a mantenere il riserbo su tutto per evitare possibili danni alla reputazione di Trump, emerga come un ulteriore segnale di allarme. Questo episodio, celato agli occhi del pubblico e del Congresso, solleva interrogativi sui possibili riflessi in ordine alla politica estera americana durante e dopo il mandato di Trump.

Woodward, il campione del giornalismo investigativo grazie al ruolo di primo piano che ebbe nello scandalo Watergate – le dimissioni di Richard Nixon ne furono la conseguenza -, si rivela ancora una volta implacabile nel denunciare comportamenti impropri ai più alti livelli del potere. Quanto delineato nel libro evoca scenari di pericolosa connivenza con Mosca.

Sebbene il Comitato elettorale di Trump abbia prontamente respinto le accuse, descrivendo Woodward come un personaggio del tutto “squallido” e “incompetente”, non è stata fornita un’adeguata confutazione delle accuse. Alcune lacune risultano oltremodo inquietanti se messe in relazione con le voci circa pressioni esercitate da Trump sui repubblicani affinché, dopo l’invasione russa del 2022, la loro azione in Congresso fosse contro gli aiuti militari all’Ucraina. Un’intervento che, se confermato, potrebbe aggravare il giudizio sui rapporti del Tycoon con il Cremlino, dando un colpo molto duro alle sue aspirazioni presidenziali.

Dibattito | Io delegittimo, tu delegittimi…ecco il bipolarismo straccione.

Siamo tutti concordi, soprattutto dopo il recente voto europeo, che nel nostro paese è tornato con prepotenza il bipolarismo. Un bipolarismo che, almeno in teoria, dovrebbe certificare e consolidare la presenza di una vera e propria democrazia dell’alternanza. Ma è proprio su questo

versante che entra in gioco la contraddizione che mina la credibilità, la trasparenza e la stessa efficacia del bipolarismo all’italiana. Perché un conto è il confronto politico e programmatico e la dialettica tra due schieramenti, seppur diversi al loro interno, che si alternano alla guida del governo come decidono liberamente e democraticamente gli elettori. Altra cosa, tutt’altra cosa, è

quando uno schieramento non riconosce politicamente il suo avversario che viene letto ed interpretato solo ed esclusivamente come un nemico da abbattere se non addirittura da annientare.

Ora, è abbastanza evidente che di fronte a questo scenario non ci potrà mai essere una credibile democrazia dell’alternanza e, di conseguenza, una sana e fisiologica efficacia dell’azione di governo. Del resto, è appena sufficiente verificare come si articola il dibattito pubblico nel nostro paese per arrivare alla conclusione che sin quando c’è la volontà da una parte dello schieramento politico di distruggere l’avversario/nemico la democrazia continua ad essere zoppa. Non si può, infatti, continuare a delegittimare moralmente e politicamente un intero schieramento senza che questo atteggiamento non abbia delle ripercussioni sull’intero sistema politico. Certo, esistono delle ricette politiche e programmatiche diverse ed alternative. Ma il tutto deve rientrare in una normale dialettica democratica. Perchè se la vittoria di una coalizione viene dipinta come la

concreta possibilità di un cambiamento di sistema o, peggio ancora, come l’avvio di un regime potenzialmente antidemocratico e anti costituzionale, difficilmente può decollare in un contesto del genere una vera democrazia dell’alternanza.

E questo perché ogni qualvolta si arriva alla vigilia delle elezioni scende puntualmente in campo una corazzata politico e mediatica che denuncia una possibile e potenziale sospensione, se non addirittura, cancellazione degli istituti democratici nel nostro paese se vince la coalizione avversa. Una denuncia, e una polemica, che mettono francamente in difficoltà il buon funzionamento della democrazia e la concreta possibilità di poter rimuovere tutte quelle pregiudiziali ideologiche e politiche che impediscono il decollo di una fisiologica alternanza al governo del paese.

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, è compito oggi della intera sinistra massimalista, radicale e populista del nostro paese e anche di alcuni settori della destra di assumersi la precisa responsabilità politica di rimuovere definitivamente ed irreversibilmente i vari pregiudizi ideologici e personali avviando, al contempo, un percorso che porti il sistema politico italiano ad una vera e propria democrazia dell’alternanza. Senza riproporre o riprodurre o rilanciare meccanismi e modalità politiche che ormai appartengono ad una stagione consegnata agli archivi storici.

Se la politica manipola il consenso, la società si sgretola.

Nel nostro tempo è ormai diffusa la necessità di polarizzare su posizioni contrapposte ogni opinione: per catturare l’attenzione di una platea sempre più inebetita dalla circolazione massiccia di informazioni parziali e contraddittorie, non si è più in grado di articolare un pensiero che non sia vittima della semplificazione del “bianco o nero”, della contrapposizione sterile da tifoseria.

Ciò purtroppo esplode quando l’opinione pubblica si trova, come avvenuto recentemente in Liguria, di fronte a inchieste giudiziarie che toccano la classe politica.

Mi astengo da qualunque valutazione in merito al rilievo penale delle questioni, perché non dispongo delle competenze necessarie in questo campo e per il massimo rispetto nei confronti dell’operato della Magistratura.

Assunto ciò, da cittadino che credeva nella politica al punto da essersi schierato pubblicamente a vent’anni e che, malgrado tutto, continua a credere nelle Istituzioni, non posso non stigmatizzare l’ennesima occasione per alimentare la contrapposizione strumentale tra due fazioni, quella dei cosiddetti giustizialisti, e quella dei garantisti a tutti i costi, o sovente, a senso unico.

Rifiuto pertanto questa ennesima banalizzazione e tento di portare all’attenzione dei miei “quattro lettori” e forse anche elettori, alcune considerazioni più articolate.

Questa esperienza vissuta in politica attiva, dall’altra parte della barricata, è servita a farmi superare una volta per tutte una forma di assenso acritico, di cui anche io ero schiavo, che mi portava a condizionare le opinioni in funzione dell’appartenenza; ebbene, tutto questo, da tempo, non accade più. Da ciò è scaturito il mio approccio da “spirito libero”

‘, che mi è costato l’iscrizione nella lista di proscrizione da parte chi

mal tollera ogni forma di confutazione o dissenso, anche costruttivo.

Fatta questa premessa, penso che il cittadino, invece che continuare ad assecondare il “gioco dei potenti” schierandosi in fazioni come Guelfi e Ghibellini, dovrebbe indignarsi per la totale mancanza di attenzione nei confronti delle proprie istanze ed esigenze da parte di chi amministra la “cosa pubblica”; invece erroneamente cade nell’inganno della narrazione.

Ho detto narrazione, proprio così, perché oggi il consenso si governa attraverso le suggestioni che si vogliono stimolare negli elettori, spesso corroborate da argomentazioni accattivanti, benché banali.

A tal proposito mi sorge spontanea una domanda: il cittadino, invece che sprecare energie per scegliere la tifoseria a cui appartenere, si sta chiedendo se ciò che viene narrato corrisponda a verità?

Il primo tradimento di cui l’elettore è vittima è proprio questo!

Inoltre: chi, entrando nell’ingranaggio del potere, rileva la menzogna che sta dietro alla narrazione, davvero ha gli strumenti per intervenire? Molto spesso no, perché gli spazi in cui argomentare vengono scientemente ridotti ai minimi termini anche nei circuiti istituzionali, ma soprattutto perché chi sta dall’altra parte, ovvero l’elettore, non gli crederebbe; è infatti molto più comodo rifugiarsi in un’illusione fallace piuttosto che affrontare la realtà.

L’etica pubblica vorrebbe che ogni iniziativa intrapresa da un pubblico amministratore fosse esclusivamente nell’interesse della collettività;

oggi invece la leva del potere è strumento di autopromozione, un palcoscenico da sfruttare per progredire e trarne dei vantaggi, in una dimensione da campagna elettorale permanente.

In questo quadro la competenza diventa una minaccia e non più un requisito da valorizzare nell’interesse di tutti: ciò genera un criterio di selezione antimeritocratico, basato sulla disponibilità all’assenso acritico e all’obbedienza passiva, invece che sulla qualità delle persone; da qui l’assenza di classe dirigente, letteralmente soppiantata da pletore di personaggi ossequiosi e mediocri, disposti a difendere l’indifendibile in cambio di qualche favore o promozione.

Pertanto, al di là di ogni dinamica giudiziaria rispetto a cui, come già detto, non intendo esprimermi, ciò che emerge dalla politica odierna è la gestione padronale delle Istituzioni.

Il destino della democrazia rappresentativa è esclusivamente nelle mani dei cittadini-elettori: a loro mi rivolgo auspicando che non si facciano ammaliare da narrazioni semplicistiche, che non subiscano il fascino di chi urla di più, di chi “la spara più grossa” ma si affidino a quei politici seri – fortunatamente numerosi, anche se marginalizzati – che con onestà intellettuale non si attribuiscono falsi meriti né generano ipertrofiche aspettative, ma svolgono con sobrietà le loro mansioni e coniugano l’interesse pubblico con la propria legittima ambizione, trovando un punto di equilibrio.

In caso contrario si alimenterà un sistema oligarchico arrogante, il cittadino continuerà ad essere inconsapevolmente schiavo di un apparato che, dai cortigiani al capo, cerca l’acclamazione plebiscitaria attraverso la somministrazione quotidiana di slogan e luoghi comuni; contemporaneamente, la società verrà progressivamente svuotata di valore e privata perfino dei servizi essenziali come le prestazioni sanitarie. In questo desolante quadro, il partito dell’astensione, rifugio inefficace di chi consapevolmente si è arreso, continuerà a prevalere, in termini numerici, su chi ancora nelle urne si esprime.

 

Stefano Costa

Consigliere comunale di Genova

Rivoluzione microRNA, un Nobel a forte impatto sul futuro della medicina.

Il mondo scientifico ha festeggiato l’assegnazione del Nobel per la Medicina a Victor Ambros e Gary Ruvkun, premiati per aver scovato l’esistenza dei microRNA, piccole molecole di RNA che svolgono un ruolo cruciale nella regolazione dell’attività genica.

La scoperta apre nuove possibilità per il trattamento di molte malattie, in particolare quelle di origine genetica, prefigurando terapie mirate in grado di correggere i “difetti d’origine” alla base delle patologie. Va detto che negli ultimi decenni il Premio Nobel per la Medicina ha avuto un impatto significativo sul progresso della ricerca biomedica. Abbiamo adesso nuove cognizioni che ci permettono di affrontare malattie un tempo ritenute incurabili.

Notevole è stata e continua ad essere l’influenza esercitata nel campo della ricerca sul cancro: la scoperta degli oncogeni e dei geni soppressori dei tumori ha fornito una comprensione fondamentale dei meccanismi molecolari che portano allo sviluppo della malattia. Proprio gli studi sui telomeri e sulla telomerasi hanno fatto compiere un salto di qualità nell’analisi dei processi d’invecchiamento, come pure dell’oncogenesi. Inoltre, con le tecniche di imaging avanzate – PET e MRI –  si è aperta la frontiera della diagnosi precoce.

Oggi, la scoperta dei microRNA, insieme a tecnologie di editing genomico come CRISPR-Cas9, offre la possibilità di correggere i difetti genetici alla base di malattie rare come la fibrosi cistica e l’anemia falciforme.

Dunque, il premio Nobel non è solo un riconoscimento, per altro di altissimo valore, ma rappresenta anche un forte incentivo alla promozione e allo sviluppo del lavoro di laboratorio. Attira, cioè, l’attenzione dei media, dei governi e delle industrie farmaceutiche, portando alla crescita d’investimenti nel quadro di una sempre più intensa collaborazione tra scienziati di tutto il mondo. A Roma, sotto la direzione del prof. Giuseppe Novelli, opera da anni il Laboratorio di genetica medica del Policlinico Tor Vergata.

È motivo di speranza, insomma, che nuovi trattamenti per malattie ora incurabili vengano individuati e messi presto a disposizione. Nel mirino della comunità scientifica rientrano in particolare l’Alzheimer e il Parkinson. L’obiettivo, forse a portata di mano, è rendere meno incerta e difficile l’età della fragilità.

Fioroni affianca Franco: due ex ministri alla guida della Fondazione Gemelli.

Giuseppe Fioroni, ex ministro della Pubblica Istruzione durante il secondo governo Prodi, è stato nominato vicepresidente della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma. La sua nomina è avvenuta durante la prima riunione del nuovo consiglio di amministrazione, tenutasi ieri 7 ottobre, presieduta dal neo presidente Daniele Franco, ex ministro dell’Economia nel governo Draghi.

La Fondazione Gemelli riveste oggi un ruolo centrale nel sistema sanitario della capitale, avendo “in pancia” non solo il prestigioso Policlinico Gemelli, ma anche altre due importanti strutture ospedaliere: il Fatebenefratelli e la clinica Columbus. Questa rete offre una risposta integrata e complessa ai bisogni di salute dei cittadini, coprendo un ampio spettro di specializzazioni e servizi. In effetti, la complessità gestionale della Fondazione è aumentata notevolmente negli ultimi anni, con il coinvolgimento di queste strutture, ciascuna con una propria storia e identità, ma ora unificate sotto un modello di governance condiviso.

La nomina di Fioroni riflette una scelta di continuità ma anche di rinnovamento, in un’ottica di consolidamento e sviluppo della sanità cattolica a Roma. Il nuovo consiglio di amministrazione vede la presenza di figure di spicco del mondo accademico e della sanità, come il Prof. Massimo Antonelli, il Prof. Antonio Gasbarrini e il Prof. Giampaolo Tortora, oltre a personalità provenienti da vari settori, tra cui Mons. Claudio Giuliodori e Salvatore Nastasi. Il mix di competenze politiche, manageriali e mediche rappresenta una risorsa cruciale per affrontare le sfide che la Fondazione si trova di fronte.

Con la definizione di programmi ambiziosi, da calare nel confronto con la Regione Lazio, si rafforza ulteriormente l’impegno della Fondazione a rispondere in modo efficace e innovativo alle sfide del presente, assicurando così che il sistema sanitario romano continui a essere un punto di riferimento a livello romano e nazionale.

Torino ritrova un cardinale dopo vent’anni: Mons. Repole tra i nuovi porporati.

Tra i nomi scelti da Papa Francesco per il nuovo collegio cardinalizio c’è anche quello di Mons. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e di Susa. Un annuncio, atteso ma forse ancora inaspettato, arrivato direttamente al termine dell’Angelus di domenica 6 ottobre. Un incarico, peraltro prestigioso e autorevole, che verrà formalizzato al concistoro fissato per l’8 dicembre.

È inutile nascondere che la notizia romana ha innescato, a Torino e nell’intero Piemonte, una reazione di gioia e di grande incoraggiamento per la chiesa torinese che si trova ad avere nuovamente un cardinale. Repole prenderà parte al collegio insieme a 21 nuovi cardinali. Ma, per quanto riguarda il contesto torinese, si tratta di una nomina che in città mancava da oltre vent’anni, da quando cioè l’arcivescovo Severino Poletto venne fatto cardinale da Giovanni Paolo ll. Era il 2001. Da allora, e per tutto l’episcopato di monsignor Cesare Nosiglia, non si è avuta più una nomina diocesana. E questo anche perchè con Papa Francesco le scelte sui nuovi cardinali hanno superato quella che era quasi una automatica e meccanica ascesa dei vescovi delle grandi diocesi italiane. E quindi non solo Torino ma anche Genova, Milano, Napoli e Venezia non accedevano al collegio cardinalizio. Con l’eccezione, però, di Mons. Matteo Zuppi, attuale arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ciò non è più accaduto. E questo perchè la visione di Papa Francesco ha modificato in profondità una prassi che nel passato era quasi data per

scontata. Aprendo, di fatto, ad una visione universale e globale nella ricomposizione del collegio cardinalizio, sempre meno eurocentrico e molto più attento alle chiese nuove e lontane dal potere romano, ma forse più vive e vitali rispetto ad un cristianesimo che attraversa un momento di autentica crisi. Tra una secolarizzazione crescente e ormai consolidata e una conseguente, e del tutto naturale, crisi della partecipazione attiva alle dinamiche interne della Chiesa, per non parlare delle caduta verticale delle stesse vocazioni al sacerdozio.

E la scelta di monsignor Repole è, appunto, dentro questa visione. Come quella di altri cardinali italiani ed europei non ci sarà, quindi, un ritorno al passato, agli automatismi delle nomine. Sebbene Francesco abbia nel cuore il Piemonte, la sua terra d’origine. Le sue radici, del resto, sono note, come la storia della sua famiglia, passata da Asti alla Chiesa di Santa Teresa a Torino, dove furono battezzati i genitori. E la vicinanza spirituale e teologica di Papa Francesco con il vescovo torinese è anche un segno di “riconoscimento” per la Chiesa locale, ma in una dimensione diversa dal passato perchè nuova ed inedita. Insomma, per Mons. Repole questa nomina assume un significato importante. Si affacciano, cioè, di fronte al suo nuovo incarico impegni plurimi per la realizzazione di una azione pastorale non priva di grandi difficoltà e straordinarie sfide. E la porpora, al riguardo, sarà sicuramente un buon viatico per le comunità del vescovo teologo, sempre più in costante e organico rapporto con il Papa e il collegio dei cardinali. Repole, del resto, è stato Presidente dell’Associazione Teologica italiana dal 2011 al 2019 ed è stato consacrato Vescovo di Torino nel maggio del 2022.

Comunque sia, e al di là dell’azione concreta e pastorale e del nuovo impegno cardinalizio e dello stesso futuro personale di monsignor Repole, è indubbio che la nomina a cardinale del vescovo di Torino suscita grande attesa e alimenta antichi e fecondi ricordi tra i cattolici torinesi e piemontesi. E non solo cattolici, come ovvio. A partire, è inutile negarlo, dal magistero indimenticabile di Padre

Michele Pellegrino negli anni ‘60 e ‘70, di Anastasio Ballestrero, di Giovanni Saldarini e di Severino Poletto. Un passato che non può non condizionare il futuro magistero di Mons. Roberto Repole.

7 ottobre, Kamala Harris promette la fine di Hamas.

In occasione del primo anniversario dell’attacco palestinese contro Israele, la vicepresidente e candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha ricordato la necessità di combattere Hamas, promettendo di distruggerne l’organizzazione e liberare gli ostaggi ancora detenuti.

“Farò tutto ciò che è in mio potere per assicurarmi che la minaccia di Hamas venga eliminata, che non possa più governare Gaza, che fallisca nel suo intento di annientare Israele e che la popolazione di Gaza possa liberarsi dalle sue grinfie,” ha dichiarato Harris, ricordando appunto gli eventi del 7 ottobre 2023.

Harris ha inoltre ribadito il suo impegno a “lottare senza sosta per il rilascio di tutti gli ostaggi, inclusi i sette cittadini statunitensi,” sottolineando che il sostegno americano a Israele sarà continuo e che gli Stati Uniti restano fermamente impegnati a garantire la sicurezza del loro alleato mediorientale.

Parallelamente, anche il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha rilasciato una dichiarazione in cui ribadisce la volontà di a lavorare senza sosta per un cessate-il-fuoco a Gaza e per il ritorno in patria degli ostaggi. Biden ha aggiunto che gli Usa restano convinti che l’unica soluzione per il conflitto israelo-libanese resti quella della via diplomatica.

Ieri, in definitiva, è stata la giornata in cui nel mondo sono stati ricordati i drammatici eventi del 7 ottobre 2023, quando Hamas, da Gaza, orchestrò un attacco coordinato che provocò la morte di 1.200 persone, il ferimento di oltre 5.500 e il rapimento di almeno 250 ostaggi. Per tutta risposta, Israele ha scatenato un’offensiva durissima – il Papa ha persino alluso al suo carattere sproporzionato – contro il movimento palestinese, lanciando una massiccia campagna di bombardamenti sulla Striscia di Gaza.

Il prezzo è stato molto alto. Secondo le autorità sanitarie locali, da quel giorno sono oltre 42.000 le vittime registrate a Gaza, una tragica conseguenza del conflitto in corso. L’anniversario di questi eventi rappresenta un ulteriore monito sulla complessità e la gravità della situazione nella regione, mentre la comunità internazionale continua a cercare soluzioni diplomatiche che possano porre fine al ciclo di violenza.

Israele contro Iran: la guerra che potrebbe cambiare il volto del M.O.

Se Israele bombarderà gli impianti petroliferi o i siti nei quali si sta sviluppando il nucleare iraniano sarà guerra aperta fra Gerusalemme e Teheran. Una guerra regionale con possibili, anzi probabili, conseguenze globali. Con il proprio attacco Israele confermerà la decisione che ormai è chiaro sia stata assunta dal suo governo, supportata da una larga maggioranza della popolazione: sconfiggere definitivamente (se poi questo avverbio sarà in futuro confermato dai fatti è tutto da vedere) i suoi nemici mortali, quelli che ne minacciano l’esistenza: ovvero l’Iran e i suoi agenti regionali operanti in Palestina, in Libano, in Siria, nello Yemen. Dunque non solo le “3 H” e le altre formazioni jihadiste ma anche il loro protettore e finanziatore.

Una logica di guerra, quella di Netanyahu e del suo governo, che va ben al di là della reazione al massacro del 7 ottobre perché è evidente la sproporzione, anche solo in termini di vite umane sacrificate, prevalentemente civili. Ma che è spiegabile con il convincimento da parte della comunità ebraica che senza una reazione forte, dura, violenta, implacabile la nazione e il popolo israeliano sarebbero a forte rischio di distruzione, come da manifesto intendimento dei suoi nemici.

Che non sono più – ecco la novità introdotta dal processo che ha condotto ai c.d. Accordi di Abramo – gli arabi in generale, come è stato per i decenni successivi alla costituzione dello Stato di Israele. L’asse del male ruota intorno all’Iran, che del mondo arabo sunnita è pericoloso avversario: religioso, politico, militare. Si spiega così la prudenza con la quale, sinora, le monarchie e gli emirati della regione hanno gestito i dodici mesi recenti. Denunciando l’eccessiva condotta israeliana a Gaza, la cui comunità musulmana è stata così violentemente decimata, ma al tempo stesso non interrompendo le relazioni con il potente vicino non più nemico come un tempo.

Anche perché Israele. e questo viene più o meno esplicitato da tutti, sta affrontando l’Iran sciita, reo di aver acutizzato con la rivoluzione khomeinista del 1979 una divisione feroce nell’islam datata secoli e ora incarnata da una teocrazia intenzionata a fare dell’Iran medesimo l’attore regionale dominante. Condizione palesemente inaccettabile per gli arabi tutti, da sempre sospettosi quando non apertamente ostili nei confronti dei tre stati non arabi del medio oriente: gli ottomani turchi, gli ebrei israeliani e, appunto, i persiani iraniani.

Ai governi arabi è risultato chiaro sin dal 7 ottobre che quell’azione intrapresa da Hamas e certamente nota a Teheran aveva l’obiettivo di sabotare il possibile e ormai probabile a quel tempo accordo di pace fra Israele e Arabia Saudita sulla scia di quelli già siglati con altri stati della regione. Un accordo che avrebbe avuto, fra i suoi punti essenziali, l’impegno bilaterale per la ripresa del negoziato sulla questione palestinese. Ora rinviato per chissà quanto tempo se non, forse, eliminato dai radar per sempre.

I governi arabi si sono trovati a dover gestire la naturale e comprensibile indignazione delle loro opinioni pubbliche innanzi alla catastrofe umanitaria di Gaza e anche all’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi dellaCisgiordania avendo però ben presente che il vero nemico, il vero ostacolo ai loro interessi – geopolitici ma anche religiosi – è l’Iran sciita, come ampiamente dimostrato, ad esempio, in Siria con il sostegno decisivo al tiranno Bashar al-Assad nella decimazione del suo popolo.

L’esultanza delle folle sunnite in diverse località libanesi e pure siriane alla notizia della morte del capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, è stata la vivida testimonianza dell’odio generato presso di esse dalle azioni compiute dalla milizia sciita, incistatasi nel paese dei cedri e dopo la guerra civile siriana pure nel regime di Damasco: sempre sotto l’egida iraniana.

E dunque è chiaro il perché della prudenza araba a fronte della violenza israeliana: se l’IDF riuscisse a smuovere le fondamenta del potere teocratico di Teheran una nuova pagina potrebbe aprirsi in tutto il Medio Oriente, e a Riad e nelle altre capitali arabe ciò non dispiacerebbe affatto.

Asianews | La Russia oltre i suoi confini: il mito dell’espansione eterna.

Stefano Caprio
Sono passati ormai due anni dal 30 settembre 2022, quando al Cremlino venne solennemente annunciata la farsesca annessione delle quattro regioni occupate in Ucraina, quelle di Lugansk, Donetsk, Zaporižja e Kherson. Vladimir Putin intervenne con un ampio e confuso discorso programmatico, che altro non era che la ripetizione dei vari ritornelli propagandistici che accompagnano la “operazione militare speciale”. I “nuovi territori” della Russia non potevano del resto suscitare lo stesso entusiasmo dell’annessione della Crimea nel 2014, sia perché la penisola del mar Nero ha ben altro significato storico e simbolico, sia perché le terre del Donbass non sono mai state veramente conquistate fino in fondo, e rimangono fino ad oggi le diverse “ucraine”, vale a dire i “confini” dei due volti del mondo russo, quello orientale e quello occidentale.
Poco più di un mese dopo la proclamazione, infatti, le armate russe hanno dovuto abbandonare in fretta e furia la capitale Kherson della regione più meridionale, senza neppure fare in tempo a togliere gli striscioni con la scritta “La Russia è qui per sempre”, e nell’altra capitale Zaporižja non sono neanche riusciti ad entrare. Eppure la retorica dell’annessione rimane totale e inappellabile, nonostante i continui cambiamenti sul fronte degli scontri bellici in queste regioni. Gli abitanti dei territori occupati si dividono nel frattempo in diverse categorie: oltre ai fuggitivi relokanty, ci sono gli žduny, “quelli che aspettano” la liberazione dagli occupanti, chiamati kolonizatory in senso dispregiativo, oppure varjagi, come gli antichi scandinavi scesi a formare la Rus’ di Kiev alle origini della storia millenaria.
Questo richiamo ai variaghi (detti anche normanni o vichinghi, a seconda del contesto) è uno dei più esplicativi dell’origine delle teorie del “mondo russo”, perché mette l’ideale dell’annessione o della conquista al principio della stessa identità collettiva: il popolo russo non ha veramente un “proprio territorio”, ma si riconosce nella continua ricerca e unificazione di “territori nuovi”. I variaghi sono stranieri tanto quanto gli asiatici, i caucasici, gli europei o i turanici che in varie epoche hanno ricomposto e ampliato la “russicità”, intesa come somma e non come specificità di un ramo orientale degli slavi. Nelle narrazioni dell’antica annalistica che illustrano la “chiamata dei variaghi”, i gruppi dei russi che si affacciavano ai mari del nord nel IX secolo erano chiamati dagli scandinavi come l’insieme del Gardariki, la terra dei gard o paesi, centri abitati di una società tutta da inventare.
Lo stesso Putin aveva fatto un’affermazione che ricapitola questa storia antica e nuova, quando intervenne alcuni anni fa in un programma televisivo, dove alcuni ragazzi rispondevano con grande preparazione a domande su storia, geografia e altre materie. Alla domanda su “dove finiscono i confini della Russia”, uno di essi aveva elencato i termini estremi della mappa federale in tutte le coordinate, ma Putin lo ha interrotto, dicendo tra il serio e il faceto che “i confini della Russia non finiscono da nessuna parte”. Questo è davvero il motivo fondante della sobornost, la “comunione universale” che alimenta le tante varianti della socialità russa: andare oltre, non lasciarsi rinchiudere in nessuna dimensione, quell’attitudine che in russo si chiama bezpredelnost, la “assenza di limiti” che si può intendere come avventurismo o anche incontinenza, incapacità di rispettare qualunque regola, fossero pure gli accordi internazionali sui confini degli Stati.
Putin è soltanto l’ultimo erede dei tanti varjagi della storia russa, che hanno cercato di “portare la civiltà” nelle terre oltre confine e nel mondo intero. Oggi l’annessione si calcola non tanto in chilometri quadrati, ma in somme di “valori tradizionali” come potevano essere in passato la rivoluzione socialista o la difesa zarista delle autocrazie, la “terza internazionale” o la “terza Roma” di Ivan il terribile, fino al “sovranismo ortodosso” attuale. Non sono gli altri Stati che devono annettersi alla Russia, è la Russia che si “annette” alle terre e ai popoli in cerca della civiltà nuova e definitiva. Per questo gli striscioni della “Russia per sempre” rimangono anche nelle sconfitte e nelle ritirate, come a Kherson e in passato in tante altre situazioni; la Russia in effetti non ha mai vinto una guerra di occupazione e annessione, ma ha piuttosto dimostrato la capacità di espellere da sé stessa il nemico, dai Tartari, i Cavalieri Teutonici e gli Svedesi fino a Napoleone e Hitler, per affermarsi a Parigi e a Berlino come “nuove capitali” della Russia stessa.
L’annessione in fondo è un concetto definitorio, rispetto alla semplice “occupazione”, come quella degli ucraini nella regione di Kursk che non si ha intenzione di annettere, nonostante si potrebbero usare argomenti speculari, in quanto molti kuriane, gli abitanti della zona, parlano più volentieri la lingua ucraina rispetto a quella russa. Quando nei conflitti una nazione occupa un territorio, l’annessione è il risultato di un complesso procedimento di giustificazioni e accordi internazionali, come quando la Cina si annesse il Tibet nel 1951 grazie a un formale accordo con il governo locale, o Israele si prese Gerusalemme est con una legge nazionale. L’Ucraina ritiene oggi la Crimea e il Donbass come regioni “temporaneamente occupate”, e così rimarranno probabilmente per decenni o per secoli, mentre la Russia esalta sé stessa con le grida Krym Naš!, “la Crimea è nostra!” e anche, se pure con minore entusiasmo, Donbass Naš!.
Sia a Sebastopoli che a Donetsk l’annessione è stata consacrata con un “referendum popolare”, senza preoccuparsi di conferire ad esso neppure l’illusione della legittimità; già nel 2014, quando ancora non era in corso un aperto conflitto militare, i seggi erano presidiati dall’esercito russo. Il concetto di “sovranità” risulta molto aleatorio in questi territori, rispondendo soltanto a imposizioni di forza che producono finti consensi, il 95% in Crimea e addirittura il 99% a Lugansk e Donetsk, 93% a Zaporižja e “solo” l’87% a Kherson. Le autocrazie in generale amano i “referendum”, e non tanto per conferire una parvenza di democrazia, piuttosto per esaltare il consenso dell’intera popolazione e demoralizzare i contrari, convincendoli che non ci possono fare niente e allo stesso tempo scoraggiare le “rivolte di palazzo” di chi nelle élite di potere volesse contrapporsi al regime dominante.
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Tra chiodi e locomotive, l’inossidabile Salvini.

L‘opposizione i giorni addietro avrebbe volto inchiodare Savini alle sue responsabilità del Ministro dei Trasporti sperando che lui attaccasse i guantoni ad un chiodo.
Il blocco del traffico ferroviario ne è stata la causa scatenante. Ora il traffico ha ripreso il suo normale andamento, ma il chiodo messo maldestramente da un addetto ai lavori sui cavi elettrici di una centralina, che ha comportato la paralisi ferroviaria, ha lasciato le sue stimmate forse anche per il futuro.
I contestatori hanno commentato con un ”roba da chiodi” mentre gli amici di Salvini pensano che i suoi avversari abbiano contro di lui un chiodo fisso e che vogliono a tutti costi equiparare la incespicante locomotiva dei trasporti a quella economica del paese.
Salvini tira dritto forse perché ricorda che ne 1808 un certo Trevithick costruì un veicolo ferroviario chiamato provocatoriamente “ Catch me who can”, Mi acchiappi chi può; così, correndo in avanti, tenta sempre di lasciarsi alle spalle i suoi denigratori.
Salvini manovra impavido il suo ruolo di Ministro come alloggiato saldamente nel Caboose, il vagone ferroviario agganciato in coda al treno che serve da freno ma anche per carro attrezzi, officina di emergenza e per alloggiare l’equipaggio del mezzo con tanto di stufa per scaldarsi e di cucinino.
Locomotiva sta per un moto da e per un luogo. I contrari al Governo sbuffano per protesta come una locomotiva ma, stando agli effetti, sembrano restare sempre allo stesso punto.
La macchina di ferro per loro è ferma alla età del ferro e cercano in ogni modo di battere il ferro finché è caldo. Il Ministro tocca ferro e, di rimando, con mano di ferro continua incurante per la sua strada.
Il suo motto sembra essere “Moleste ferre”, sopportare a malincuore chi lo addita a responsabile dell’accaduto e non cade nella rete in cui vorrebbero imprigionarlo con la richiesta di dimissioni. La sua rete ferroviaria o di resistenza politica è più salda dei fischi al suo indirizzo.
I treni fino ad una certa velocità di andatura sono muniti di un fischio, superata la quale si ricorre ad una tromba. Pare che, con il progresso tecnologico e l’avvento della alta velocità, si ricorra appunto alla tromba con diverse modalità di suoni, arrivando persino al celebre beep – beep dell’inafferrabile uccello della famiglia dei cuculidi, protagonista del cartoon di Willy il Coyote della Warner Bros.
Salvini, con pari fortuna del cuculide, sembra sempre sul punto di cadere per mano del nemico perennemente in agguato, trovando però ogni volta la via della salvezza.
Di certo Salvini non vuole essere trombato e neppure finire crocefisso politicamente su una rete ferroviaria. Lui sa come attaccare il cappello al chiodo di una poltrona che non intende mollare per colpa di uno sprovveduto operaio pasticcione. Così chiude la porta in faccia a chi ne reclama la testa.
Il simpatico abusivo venditore di caffè sui treni del film “pane e cioccolata” raccontava, per dire delle traversie della sua vita, come “Fischiava il vento e urlava la bufera …”.
Per questi frangenti e per un giorno di tempesta è passato ancora una volta immune il buon Salvini fregandosene altamente di un triste passo della celebre canzone “J’attends siffler le train” dove, a proposito di addii, si dice come sia triste il fischio di un treno la sera, sentirò fischiare questo treno tutta la mia vita.
Gli fischiano le orecchie, ma neanche troppo. La testa è già dopo Pontida, una simpatica riunione di amici senza incidenti, dove non si tirano botte da Orban come avvenuto nel corteo pro Palestina a Roma.
Tanto meno presta attenzione a quel rivoluzionario di Guccini che narra di come corre, corre, corre la locomotiva e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria: “Fratello, non temere, che corro al mio dovere! Trionfi la giustizia proletaria!
Salvini non frena il passo, ispirandosi alla regola di Sant’Agostino per cui ogni questione si risolve camminando. Un’ ultima nota a piè di pagina: La ragione sociale della azienda che ha piantato l’insano chiodo si declina in Str92. Almeno le iniziali non inducono al meglio, comunque ne andrebbe almeno riaggiornata la data.