Home Blog Pagina 418

Intervista | Gian Luca Galletti, Presidente UCID: “Scommettiamo sull’economia civile”.

Presidente Galletti, qual è il “valore aggiunto” che caratterizza il mondo delle imprese che si ispirano ai valori dell’umanesimo e della dottrina sociale della Chiesa? Mi permetta una citazione ‘laica’ che credo possa essere assunta a principio ispiratore per tutti: “Agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre come nobile fine, mai come semplice mezzo” (Kant).

Trovo appropriata la citazione di Kant. Troppo a lungo abbiamo considerato il lavoro come un semplice input produttivo, un fattore della produzione al pari di commodities quali carbone e acciaio. L’epoca industriale sia germinata in Europa dall’illuminismo e della rivoluzione scientifica, ma è mancato un apporto realmente umanistico.

È sfuggito di considerare che dietro al lavoro c’è l’uomo e che il lavoro umano ha parte importante nella costruzione della società. La letteratura già additava ciò che ai cantori dell’industria sfuggiva: basta leggere Flora Tristan o Charles Dickens e lascarsi svelare l’altra faccia della prima industrializzazione, a lungo ignorata. Oggi la condizione del lavoro è migliorata molto e tante sono le sfide che vedono imprenditori e lavoratori dalla stessa parte. La dottrina sociale della Chiesa propone da sempre di superare la lotta tra capitale e lavoro, riconoscendo a entrambi pari valore nella costruzione della società, un’alleanza da cui può partire il rinnovamento delle relazioni industriali.

 

Quali sono i temi sui quali l’impegno dell’UCID può esprimere una linea di indirizzo verso un modello inclusivo di solidarietà sociale, ispirato alla umanizzazione del mondo del lavoro che tenga conto delle radici culturali del cattolicesimo sociale?

Innanzitutto, il tema delle competenze: il cambiamento di ciò che ci circonda richiede l’aggiornamento continuo del saper fare e quindi un’attitudine aperta all’apprendimento che fa bene all’organizzazione aziendale e al contempo potenzia l’occupabilità e la qualità del lavoro. Poi c’è il tema del welfare: oggi l’impresa è chiamata ad affiancare i sistemi pubblici per rispondere ai bisogni sociali emergenti. Quante famiglie si trovano schiacciate tra compiti di cura dei figli e compiti di cura degli anziani.

Sono le cosiddette famiglie sandwich, le donne sono particolarmente toccate da questo surmenage e troppo spesso ne fanno le spese trovandosi nella condizione di dover scegliere tra vita professionale e famiglia. In gran parte questi problemi possono trovare risposte, ma serve l’impegno di aziende e politica, insieme. Il rapporto lavoro deve essere il più possibile supportivo, comprendendo servizi di welfare (dall’asilo nido aziendale fino a bonus e convenzioni che allevino le spese di cura) e prevedere una certa flessibilità organizzativa (penso alla banca ore, allo smart working, alle varie formule dei pacchetti-flessibilità).

Quando si parla di umanesimo del lavoro, si tratta di cose molto concrete, quotidiane, che diano il senso dell’alleanza tra la persona che lavora e l’impresa per cui lavora.

Le spinte verso la tecnologia e la digitalizzazione sono parte della deriva verso un nuovo modello sociale ormai assunto come spinta al cambiamento, affinché diventi innovazione e promozione, anche in prospettiva della qualità della vita. Si parla infatti di transizione ecologica. Quale contributo in termini di idee e di concreta fattibilità possiamo aspettarci dall’imprenditoria cattolica?

I cattolici sono tutt’altro che chiusi verso l’innovazione, ma giustamente riflessivi sulle implicazioni della tecnologia. Qui il nostro compito è difendere i valori della democrazia liberale: la tecnologia deve ampliare gli spazi di libertà, non deve divenire potere controllante, ma rimanere una forma operativa controllabile, la cui governance va sottoposta a regolamentazione e democratizzata. L’Europa ha avviato un percorso in questo senso con l’AI Act, vedremo con che margini di efficacia. Ma penso che siamo sulla strada giusta e che come cattolici abbiamo da dire la nostra quando sento parlare padre Benanti, cappuccino e tra i massimi esperti di intelligenza artificiale.

 

Continua leggere

La politica dell’insulto erode le basi del confronto democratico.

Dunque, ci risiamo con la “guerra civile” tra i partiti. L’ultimo allarme lo lancia Giorgia Meloni nei confronti della sinistra e di tutti coloro che, dall’opposizione, ogni giorno sgranano il solito rosario fatto di insulti, denunce, contumelie, attacchi personali e aggressioni verbali nei confronti della Presidente del Consiglio. Certo, non è che dalle parti del centro destra ci troviamo di fronte ad un esercito di chierichetti.

Ma c’è una differenza di fondo – politica, culturale e di metodo – tra le due coalizioni nell’aggredire l’avversario. Con una doverosa premessa. Non c’è alcun dubbio che ci troviamo di fronte ad un clima dove l’insulto, la demolizione dell’avversario e la delegittimazione morale e politica del nemico non sono una eccezione ma la regola di comportamento nel cosiddetto confronto tra i partiti. Ed è proprio all’interno di questo contesto che si inserisce la differenza tra le due attuali coalizioni in campo. Se nel centro destra l’attacco personale e la strategia dell’insulto rispondono più a criteri artigianali ed estemporanei – ovviamente sempre deprecabili e da denunciare – la strategia della sinistra è molto più sofisticata, precisa, puntuale e specifica. E questo perché storicamente la cultura politica della sinistra italiana, ex e post comunista, è molto più attrezzata in questo specifico settore. Dai tempi della Democrazia Cristiana l’attacco personale e l’aggressione verbale sono stati gli elementi determinanti e costitutivi della battaglia politica contro l’avversario/nemico. Che, com’è persin inutile ricordare, ha sempre fatto dell’annientamento politico dell’avversario/nemico la sua regola fondamentale. E questo risaliva ai tempi del Pci dove, comunque sia, c’era un disciplina di partito, una cultura politica e una autorevolezza della classe dirigente neanche lontanamente paragonabili a ciò che capita, adesso, nella concreta situazione politica italiana.

Certo, il violento antiberlusconismo prima e l’irruzione del grillismo poi con il suo carico di violenza verbale e di squadrismo nel linguaggio quotidiano, hanno sdoganato un comportamento politico che ha rappresentato un forte e plateale peggioramento rispetto anche solo ad un passato recente.

E, accanto a questa escalation del linguaggio – sempre più violento, aggressivo e frontale – noi purtroppo assistiamo anche ad una recrudescenza sul terreno più squisitamente politico. Con una progressiva radicalizzazione del confronto politico tra i partiti e le rispettive coalizioni. Se da un lato non passa giorno senza ascoltare da parte del cartello delle sinistre – e cioè Schlein, il duo Fratoianni/Bonelli e Conte e tutto il circo mediatico che li sostengono – il “ritorno della dittatura”, la “svolta illiberale”, la “torsione autoritaria”, la “minaccia fascista”, la “negazione delle libertà democratiche” e tutte queste sciocchezze, sul fronte del centro destra non mancano repliche altrettanto grossolane ma politicamente meno raffinate e precise.

Dopodiché, e infine, non possiamo non evidenziare che questo clima – volgare, insopportabile e sempre più violento – è semplicemente il frutto di una crescente radicalizzazione del conflitto politico. Una radicalizzazione che non contempla “posizioni di mezzo” nè, soprattutto, un confronto di merito sulle questioni perché la delegittimazione morale, la demolizione personale e l’annientamento politico dell’avversario/nemico sono diventati le regole auree dello stesso dibattito politico. Ed è anche, ma non solo, per questi motivi che si rende sempre più necessario ed indispensabile il ritorno del Centro. Della cultura politica di centro. Del metodo centrista. E, infine, di un progetto politico di centro.

Perché la Dc? Una superlativa ricognizione storica di Stefano Baietti. 

L’opera indaga sulla complessa elaborazione che presiede all’idea di ricostruzione del Paese e alla costituzione del nuovo partito dei cattolici democratici, la Democrazia Cristiana (1942), a cominciare dai momenti immediatamente successivi all’entrata in guerra. Nell’opera vengono documentati tutti i passaggi del formarsi della preparazione prepolitica che faranno di De Gasperi il riferimento pensante e svettante del processo di ricostruzione fisica e morale del Paese.

Contemporaneamente, la dottrina sociale della Chiesa fa notevoli passi avanti, anche nel senso della modernità, con il nuovo papa Pio XII, eletto al soglio nel 1939, che si dà molto da fare sia per conseguire una interlocuzione diretta con la classe operaia sia per l’aggiornamento internazionale dei concetti in materia sociale ed economica da evocare nei suoi messaggi. Sia De Gasperi che Pacelli, aiutato dal sostituto alla segreteria di Stato Montini, per un caso (Montini dice: per la Provvidenza) si servono dello stesso giovane economista che ha approfondito la tradizione dei cattolici democratici a scala europea nei movimenti che intendono proporre la propria visione e interloquire sulla vita sociale, sulla vita economica e sulla vita politica delle comunità. Tradizione che è fondata sul primato del sociale (si ricordi in Italia Giuseppe Toniolo). Il nome di questo giovane economista è Sergio Paronetto.

Paronetto, lavorando all’IRI come stretto collaboratore del direttore generale Donato Menichella, suo maestro in fatto di industria e finanza, aiuta gli altri suoi due maestri Montini e De Gasperi, fino al punto di diventare per loro “amico e maestro”, come scriverà Ezio Vanoni a dieci anni dalla morte del suo fraterno sodale. Paronetto si fa estensore-ombra sia dei testi per Pio XII (oltre che del Codice di Camaldoli) sia dei testi firmati da De Gasperi. Il discernimento è massimo.

Questa produzione di dieci testi – che tutti assumiamo sotto il protocollo di ‘prepolitica’ – avrà una forte influenza sulla ricostruzione italiana e sulla vita pubblica italiana. Così come ce l’avranno gli articoli della Costituzione ‘paronettiani’ – l’11, il 41, il 46, il 47 e il 99 -, i quattro enti inventati dal valtellinese – il CNEL, la SIOI, la Svimez, l’ISCO – e l’adesione precoce alle agenzie delle Nazioni Unite, l’UNRRA, la FAO, l’FMI e la Banca Mondiale.

La forma impressa all’Italia repubblicana dai Grandi Ricostruttori – De Gasperi, Menichella, Vanoni, Einaudi, Montini – deve molto al lavoro e all’impegno di Sergio Paronetto. È giunta l’ora di ricordarlo e di celebrarlo.

 

Scheda dell’autore

Stefano Baietti, romano, due lauree (in Ingegneria e in Architettura) e una specializzazione, ha visto divisa la sua vita di lavoro come dirigente industriale in tre aziende, l’Italstat dell’IRI, le Ferrovie dello Stato, l’Anas. Cultore della materia in Storia economica, nell’impegno universitario di ricerca ha dedicato molta attenzione alla storia dei gruppi nei quali ha operato, appunto l’IRI, le Ferrovie dello Stato, l’Anas, producendo alcune pubblicazioni.

In questa luce, ha incontrato la figura di un collaboratore stretto del direttore generale dell’IRI Donato Menichella, arrivato a essere vicedirettore generale, un valtellinese allievo prediletto del sostituto segretario di Stato vaticano Giovanni Battista Montini (poi papa Paolo VI) e ghost-writer del papa Pio XII. Si tratta di Sergio Paronetto, il principale collaboratore di Alcide De Gasperi nei primi anni Quaranta. Su questa figura è uscito nel 2012 il libro scritto con Giovanni Farese che ne ha segnato la riscoperta, Sergio Paronetto e il formarsi della costituzione economica italiana.

L’impegno di ricostruzione storica su quanto avvenuto negli anni Quaranta lo ha portato a definire nel suo nuovo scritto Lidea di ricostruzione. Gli anni della prepolitica 1941-1945 le coordinate interpretative sui fondamenti con cui un pugno di personaggi sono riusciti a stabilire una formula valida per ricostruire da zero l’Italia uscita dalla catastrofe bellica.

L’attivismo di Putin e l’ambiguità di XI Jinping: l’instabile partita d’Oriente.

L’attività diplomatica di Vladimir Putin si è molto accentuata negli ultimi mesi con l’evidente obiettivo di aggirare quell’isolamento anche personale che l’Occidente gli ha creato intorno dopo l’avvio della guerra in Ucraina. È interessante osservare lo sforzo messo in atto nelle scorse settimane, concentrato nell’Asia orientale. Perché conferma – fra le righe, ovvero dietro la cortina fumogena della propaganda – quello che molti analisti sostengono e cioè che la cosiddetta “amicizia senza limiti” fra Mosca e Pechino nasconde più di un’insidia per il Cremlino, della quale lo zar è perfettamente consapevole. E quindi cerca, come può, di mitigarla. Procediamo con ordine.

Il vertice di Pechino dello scorso maggio ha certamente rafforzato il rapporto economico fra i due partner ma non quello politico e neppure quello militare. Xi Jinping mantiene un atteggiamento formalmente amichevole e gentile ma al tempo stesso distaccato e ambiguo. L’alleanza – più che l’amicizia, che nelle relazioni internazionali fra Stati è un sentimento che non esiste – si fonda sulla comune volontà di attenuazione del predominio internazionale americano ma per il resto essa è fortemente sbilanciata a favore del Drago cinese. Che dall’avventura ucraina dei russi ha tratto almeno due vantaggi considerevoli, anzi tre. Innanzitutto di natura economica, perché ha potuto acquistare da Mosca a prezzi assai vantaggiosi quel gas e quelle materie prime di cui ha assoluto bisogno per procedere nel suo oggi meno imperioso sviluppo economico. E questo vantaggio si consolida mese dopo mese fintanto che le sanzioni occidentali ostruiscono i canali commerciali moscoviti.

In secondo luogo Pechino gode dell’inevitabile impegno statunitense su un fronte, quello europeo, che la Casa Bianca (anche con Biden, sia pure in maniera più blanda rispetto al suo predecessore) aveva intenzione di rendere meno costoso per il proprio bilancio e che attenua quello dedicato al Pacifico, ovvero all’area che prioritariamente interessa alla Cina. Vantaggio che ne genera in automatico un terzo, in quanto essa può – attraverso Mosca – saggiare le reali capacità reattive degli occidentali di fronte a una crisi geopolitica significativa quale indubbiamente è quella ucraina, che si manifesta su un territorio, quello europeo, di sicura importanza (anche se non come una volta, ma da adesso possiamo di nuovo dire “come una volta”) per Washington e i suoi alleati. Misurare le reazioni oggi può essere utile per prevedere quali potrebbero essere domani a fronte dell’attacco a Taiwan, che resta nei piani della dirigenza cinese. La quale al momento ha constatato con soddisfazione che il giro di vite imposto a Hong Kong non ha provocato scossoni internazionali sensibili…

In questo quadro la visita di Putin in Corea del Nord, accolto dal dittatore Kim Jong Un non può aver entusiasmato i cinesi, quanto meno perplessi se non addirittura preoccupati dagli accordi nel settore militare siglati a Pyongyang. Non tanto per il rifornimento di munizioni da impiegare in Ucraina, evidentemente. Quanto per la possibile assistenza russa di natura tecnologica che rafforzerebbe un vicino regionale che Pechino considera un “amico” da tenere però sotto osservazione, visti i suoi proclami nucleari ovviamente invisi agli americani e ai loro alleati giapponesi e sudcoreani e dunque pericolosi per la stabilità nella regione, necessaria invece ai cinesi per poter ragionare lucidamente e con il tempo richiesto sul “che fare” a Taiwan.

Pure il patto di “reciproca difesa” in caso di attacco subìto da uno dei due contraenti non è stato gradito dietro le mura della Città Proibita, anche se al contempo si è avuta così conferma della debolezza del socio russo: costretto ad accordarsi e a stringere una “ardente amicizia” con uno stato reietto dalla gran parte della comunità internazionale.

La visita in Vietnam, seguita a quella in Nord Corea, ha da parte sua confermato il tentativo di Putin, senz’altro comprensibile dal suo punto di vista, teso a uscire dall’isolamento e a dimostrarne la capacità di reazione e quella diplomatica. Anche Hanoi ha dedicato all’ospite una calda accoglienza nonché la sottoscrizione di 11 memorandum, alcuni dei quali di cooperazione nei settori del nucleare civile, dell’energia, del petrolio: materie importanti e non secondarie, dunque. Ma niente di più.

Il Vietnam, paese guidato da un regime comunista assai aperto all’Occidente e in ottimi rapporti d’affari con gli Stati Uniti, ha inteso così rafforzare la sua posizione indipendente nel contesto geopolitico mondiale e tendenzialmente amichevole con tutti i suoi principali protagonisti: una politica – la cosiddetta “diplomazia del bambù”, flessibile con i venti ma che non si spezza – autonoma non particolarmente apprezzata da Pechino ma contro la quale non intende al momento far nulla, posto che con Hanoi già esistono frizioni in relazione al Mar Cinese Meridionale. Solo la conferma, per Xi, che il suo “amico” Putin è perfettamente consapevole della propria debolezza nel loro rapporto e cerca di adottare qualche contromossa. Ecco perché, certo, l’amicizia c’è, ma non è affatto “senza limiti”. Ci sono, eccome.

Uomini e partiti della Destra non ci hanno presi alla sprovvista

Le Destre, quella nostalgica e rancorosa di Fratelli d’Italia, quella triviale e pretenziosa della Lega e quella non sempre allineata ma ormai sommessa di Forza Italia, lo avevano scritto nei loro programmi e promesso ai loro elettori. Lo avevano dichiarato pubblicamente ed ora lo ribadiscono a suon di provvedimenti legislativi e di atti di governativi con una tempistica che si richiama più ad un accordo tra sodali interessati alle loro reciproche fortune che ad una programmazione legislativa ed operativa tra alleati di governo finalizzata a perseguire i reali interessi del Paese.

Li abbiamo visti arrivare nel loro clamore e nella loro apparente incoscienza delle conseguenze e dei guasti che le loro populistiche e raffazzonate decisioni avrebbero causato sul tessuto politico, economico, sociale e culturale della comunità nazionale.

Al netto di iniziative diciamo discutibili, come la decisione di tornare indietro sulla rinuncia alla costruzione del Ponte sullo Stretto e come il confuso accordo con l’Albania per la gestione degli immigrati, per i quali in passato avevano caldeggiato il cosiddetto “blocco navale”, il primo vero e forte segnale lo hanno fatto pervenire alle forze politiche di opposizione (ed al Paese tutto) con la approvazione, pressoché in contemporanea, al Senato, in prima deliberazione del disegno di legge sul premierato e alla Camera, in via definitiva, della legge sulla Autonomia regionale differenziata.

Su questo ultimo punto provvederemo ad intervenire in un secondo ma prossimo momento, mentre rispetto al disegno di legge sul premierato non abbiamo nessuna remora a definirlo immediatamente un “mostrum giuridico” sul quale intendiamo avviare “hic et nunc” una riflessione a nostro avviso necessaria e perentoria.

Il ddl n. 935 approvato in Senato il 18 giugno, si prefigge di assicurare al paese non un leader bensì un capo i cui poteri saranno tali da far assumere al governo una posizione di assoluta preminenza all’interno del sistema, a scapito del Parlamento, del Presidente della Repubblica e degli altri poteri dello Stato.

I dubbi sulla qualità della riforma proposta sorgono anzitutto da un’analisi comparatistica in quanto, salvo il fallimentare caso israeliano archiviato dalla storia nel 2001, non rilevano ulteriori esperienze analoghe. Le ragioni dell’assenza di floride ipotesi di premierato sono molteplici e risiedono principalmente nell’estrema rigidità di un modello che fonda le sue radici nella puerile idea per la quale sarebbe possibile disinnescare surrettiziamente le crisi di governo. Si pensi, a titolo meramente esemplificativo, al macchinoso sistema “anti-ribaltone” descritto nella riforma, in base al quale a fronte di un fallimento del capo, nel maldestro tentativo di blindare gli esecutivi, si instaurerebbe un pericoloso “vincolo di fedeltà” dei parlamentari di maggioranza in evidente contrasto con il divieto di mandato imperativo sancito dall’art. 67 della Costituzione.

In secondo luogo, rileva il pericoloso inserimento in Costituzione di un sistema elettorale che attribuisce il 55% dei seggi alla coalizione vincente per mezzo di un premio di maggioranza senza soglia minima di accesso. Tale impostazione si pone in aperto contrasto con la posizione della Corte Costituzionale che, nella sentenza n.1 del 2014, ha censurato un tale artifizio in quanto potenzialmente lesivo del principio costituzionale di uguaglianza del voto. In effetti, siffatto “premio”, consentirebbe ad una lista con un’esigua maggioranza relativa di acquisire artificiosamente la maggioranza assoluta dei seggi per sostenere un capo in grado di esercitare, il potere di revisione costituzionale, di eleggere il presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i presidenti delle Camere.

Una tale riforma, alla luce di quanto detto, non merita di essere condivisa poiché la sua entrata in vigore determinerebbe uno stravolgimento della nostra democrazia parlamentare, già ferita dalla tracotanza dei governi attraverso il costante abuso dei decreti-legge, la compressione sistematica della discussione parlamentare e l’utilizzo indiscriminato della questione di fiducia.

Per garantire la tanto agognata “governabilità” e porre un argine alla crisi dei partiti la soluzione non può dunque essere il premierato ma, piuttosto, si potrebbe fornire nuova linfa ai canali della partecipazione popolare rafforzando, ripensandone le funzioni, i luoghi della rappresentanza nella prospettiva di una nuova centralità del Parlamento. In termini pratici, si propone di:

1) intervenire sul modello bicamerale, ormai mortificato da una prassi “monocamerale de facto”;

2) riformare il sistema elettorale in senso proporzionale al fine di dare piena rappresentanza alla plurale articolazione politica del Paese;

3) prevedere in Costituzione strumenti di razionalizzazione del sistema parlamentare diretti a rafforzare la stabilità del governo come la cosiddetta “sfiducia costruttiva” tipica del sistema tedesco.

Di tali proposte, purtroppo, non vi è traccia nel disegno di legge costituzionale recentemente vagliato a Palazzo Madama e la “reductio ad unum” paventata dal premierato minaccia un totale svilimento del parlamentarismo e del pluralismo visti non già come una ricchezza, dando seguito alla visione dei Costituenti, bensì alla stregua di un insormontabile limite in un contesto sociale e politico sempre più drammaticamente polarizzato.

Codesta riforma costituzionale pare esser portatrice di effetti ancor più detonanti se analizzata in combinato disposto con la cosiddetta “autonomia differenziata”. In effetti, si verrebbero a delineare i contorni di un Paese governato “a livello centrale” secondo un principio verticistico lesivo delle diverse culture politiche mentre, “a livello periferico”, si avrebbe una netta e pericolosa accentuazione del già presente divario tra Nord e Sud in termini sia economici, sociali e culturali, sia in termini organizzativi con un certo aggravio di carattere burocratico che rischia di paralizzare il già fragile tessuto produttivo italiano. Per un approfondimento sulle insidie dell’autonomia differenziata rimandiamo, come anticipato, ad un prossimo contributo nel frattempo segnaliamo che se è vero che la Costituzione è perfettibile e può essere emendata ai sensi dell’articolo 138, è altrettanto vero che per farlo occorrerebbe un clima politico di confronto e condivisione tipico dei momenti costituenti che oggi, nel radicalismo ideologico di un bipolarismo artefatto, non pare scorgersi neppure all’orizzonte.

Tante mulieres progressiste sbaragliano le truppe di Cleopatra/Meloni.

Cleopatra debet timere mulieres, quia ab illis generatur mutatio… inizia così la lettera che un accorato Cesare scrive a Cleopatra mettendola in guardia da quanto sta succedendo nelle provincie dell’Impero. La regina Cleopatra/Meloni ha iniziato spavalda il suo comando, apostrofando in malo modo la svizzera Schlein, che lei “..non è donna che si fa sottomettere dagli uomini”, sapendo tutti che lei stessa si è fatta valere con imperio come capo indiscusso e di fatto facendo terra bruciata per le pochissime donne del suo gruppo ha cui è affidato un compito, uno qualsiasi: gli uomini, invece, tutti gregari. Dietro di lei c’è un grande spazio vuoto, poi iniziano i vari ufficiali e sottoufficiali, per perdersi lontano nella anonima truppa.

Le donne di quelli che “stiamo a vedere quanto dura il viaggio della regina Cleopatra/Meloni”, cercando essi una ragione dell’incomprensibile successo della regina tra la plebe dell’Impero, hanno deciso, proprio le donne, che la “cosa pubblica” – oscura occupazione di cui gli uomini vanno orgogliosi e che chiamano brevemente politica – poteva rivestire un qualche interesse degno dell’impegno personale. E nella modalità tutta femminile di ognuna per sé, sono scese in politica con l’intento di conquistare le poltrone messe a disposizione. E ci sono riuscite bene. La plebe le ha elette nel segno di un possibile cambiamento “di aria”, quella che in provincia si fa sempre più pesante: hanno sconfitto gli ufficiali uomini di Cleopatra, poco accorta, mandati lì tanto per…

La regina Cleopatra/Meloni non le ha prese in considerazione e continua a pensare che sono un fenomeno local, tanto stanno nelle periferie dell’Impero di Cesare; ma queste “mulieres” non sono amiche e nemmeno innocue, daranno battaglia proprio su quel progetto di riordino delle province imperiali che va sotto il nome di “differentia autonomiae”, che quando a Cesare l’hanno spiegato il poveretto si è sentito male. Tutto l’Impero si regge sul sistema delle tasse a Roma e poi sulla redistribuzione alle provincie, qui invece le tasse restano nelle province e servono per la gente del luogo, a Roma vanno…se avanza qualcosa. Quello che Cesare ha unito con i risultati delle tante guerre condotte, la regina Cleopatra/Meloni sfascia in men che non si dica, e le neo elette “mulieres” sono inaspettatamente un aiuto proprio a Cesare che l’Impero lo vuole unito e non frantumato secondo “reditus et tributa”.

Non va meglio nelle alleanze del vasto continente imperiale. La regina non si è accorta che la “mulier” Ursula dei Galli Germani, è intenzionata a restare per un altro quinquennium, e  sono i baci, abbracci, strette di mano tra le donne che fanno la differenza. Perché a differenza degli uomini che negli stessi gesti vedono consolidata fiducia e appartenenza di gruppo, le donne, le cui relazioni si basano su sentimenti quali l’empatia e la vicinanza di vissuto personale, vedono solo momenti di pura e formale cortesia. Quanti baci sulle guance, abbracci e strette di mano ci saranno stati tra la Regina e Ursula? Moltissimi ma nessuno vero. “Time mulieres”, ricorda Cesare, perché forse da esse potresti finire “sottomessa”. Vale.

Violenza sessuale e giustizia: una gara entro 20 secondi decisivi.

La questione puzza di stantio. Eppure, più si evita di annusarla tanto più ti accorgi che già ti entrata nel naso e ti costringe ad una smorfia non proprio di compiacimento.

Gorni fa, la Corte d’Appello di Milano ha sentenziato l’assoluzione dell’ex sindacalista Fit Cisl Raffaele Meola, all’epoca dei fatti in servizio a Malpensa, in ordine alla accusa di violenza sessuale di una hostess che in passato si era rivolta a lui per una vertenza sindacale. Potrebbe facilmente commentarsi che, chi mal fa mal…pensa. Così si sarebbe arrivati alla soluzione del caso e sciolto in una felice soluzione tutti quegli ingredienti che invece avrebbero fatto pensare, almeno da principio, per il contrario.

Più che di sesso, in molti sono rimasti di sasso ad apprendere la notizia. Immanentemente l’avvocato Manente, responsabile legale della Associazione Differenza Donna, ha dichiarato che proporrà ricorso in Cassazione.  Dovrà pur esserci una differenza tra ciò che è stato e ciò che ha mandato in tilt dallo schifo il tuo cuore. Il ragionamento seguito, in aderenza a quanto stabilito dalla Convenzione di Istambul, è che debba intendersi per reato sessuale qualsiasi atto sessuale compiuto senza il consenso della donna e il cui dissenso deve intendersi pertanto sempre presunto. Su questa linea l’onere della prova del consenso della donna dovrebbe essere a carico dell’imputato e non viceversa.

Se ben si è capito, il pensiero dei giudici che ci riguardano fonda sulla circostanza che la donna avrebbe atteso ben 20 secondi per opporre rifiuto alla tentata violenza denunciata e quindi un tempo eccessivo per potersi configurare un dissenso dalla criminosa iniziativa che ha lamentato a suo danno. Non si conoscono le carte e tantomeno si è stati presenti al dibattimento, dunque è sempre arduo esprimersi solo su notizia di cronaca.

In ogni caso, imprudentemente, si rammenta che Pietro Mennea, decenni or sono, in meno di una ventina di secondi segnò il record del mondo e non mancarono folle a spellarsi le mani per applaudire il fenomeno di Barletta, vincitore di una celebre corsa dei 200 metri piani. Il nostro indimenticabile campione ha avuto tutto il tempo di percorrere una curva di 120 metri per poi affrontare un rettilineo finale di altri 80 metri.

Non Mennea ma la mannaia della legge si è abbattuta sulla hostess che avrebbe dunque avuto tutto il tempo, nelle diverse fasi del suo scorrimento, di registrare l’approccio dell’uomo, realizzare le sue intenzioni, verificare di non essere lei ad ingannarsi, superare il momento di panico per quanto stava subendo e poi opporre finalmente resistenza.  Il giudice ha giocato di cronometro. Ha stabilito in una manciata di secondi, non si comprende il criterio, comunque inferiori allo stesso primato del mondo del nostro grande uomo di sport, il tempo per dare segno di rifiuto, mancando in aula la prova manifesta di contrasto al malintenzionato.

Chronos indicava per i Greci lo scorrere materiale dei minuti mentre il Kairos designava la qualità del tempo in relazione alla opportunità di una certa azione. I giudici di Milano si sono concentrati sul primo, forse trascurando che, solo di per sé considerato, può trarre talvolta in inganno.

Chronos, figlio di Urano e di Gea, del cielo e della terra, prese il posto del padre ed a sua volta fu spodestato dal figlio Zeus. Una vicenda tormentata. Quando ci si affida esclusivamente al Chronos si può correre il rischio di commettere qualche errore.

Per l’hostess ancora più tormentata è stata l’ammissione della Giustizia di essere stata creduta ma, per difetto di Chronos, non hanno potuto darle soddisfazione. Si fosse ragionato in termini di opportunità e di possibilità di un gesto forse si sarebbe arrivati ad un esito diverso. La donna, per i maligni, credeva forse di essere nell’Aion, secondo i Greci cioè nel tempo assoluto, una dimensione del tutto estranea al Chronos e in quella si sarebbe adagiata.

Nel corso di una violenza si deve, invece, essere lestissimi ad organizzare le idee, approntare le contromosse e soprattutto avere in tasca una clessidra che ti dica lo scadere dei 20 secondi, che ti rubi le lacrime che scendono, raccogliendole a gentile testimonianza. Venti di sventura per chi non saprà farlo.

Dibattito | Le prospettive dei cattolici democratici e popolari dopo il voto.

L’analisi di Giorgio Merlo, nel suo articolo di ieri su questo blog, mi trova pienamente d’accordo. Senza mezzi termini, egli riconosce l’inconcludenza dell’estenuante stagione che ha tentato fino all’ultimo di raggiungere, senza riuscirci, la ricomposizione dell’area cattolico democratica e popolare, affermando quanto segue: “…non possiamo non prendere atto, e forse definitivamente, che il pluralismo politico, culturale, programmatico e forse anche etico dei cattolici italiani è così profondo che non si può più invertire la rotta rispetto a questo assunto. Certo, in politica nulla è irreversibile.Ma i processi storici non si possono ignorare”.

In questo quadro si iscrive la recente umiliazione inflitta alla nuova Dc (quella di Totò Cuffaro, ndr), da un Tajani cinicamente proiettato verso la velleitaria idea di voler incarnare una credibile idea di centro, ignorando parallelamente il suo ruolo di fedele gregario di un melonismo a doppia faccia. Così che la Dc si è ritrovata con il cerino in mano dopo i tanti no (oltre a quello di Tajani, v’era stato il no di Calenda e, a nome di Stati Uniti d’Europa, della Bonino) ad un’alleanza con forze centriste per una lista congiunta che avrebbe consentito ad essa, soprattutto nella cornice di una comune partecipazione, con FI, alla grande famiglia del Ppe, di partecipare alla recente tornata elettorale europea.

La débâcle impone una forte riflessione sul che fare. L’interrogativo non è da poco perché si tratta di cogliere in tutta la reale evidenza gli aspetti più significativi di questa impasse per arrivare a definire una prospettiva di crescita del paese in un quadro di sviluppo e di assestamento democratico, mentre il nostro sistema è sempre più esposto a riscritture populiste e plebiscitarie, nonché a diseguaglianze sempre più sfacciatamente normativizzate (la recente legge sull’Autonomia differenziata ne è un clamoroso esempio).

Appare perciò importante riuscire a dare piena espressione ad un progetto politico che tenga conto dei mutamenti in atto. Questi incidono in modo altalenante su crescita e occupazione, innescando un crescendo esponenziale di nuove rivendicazioni civili, economiche e sociali, con la necessità di dare risposte adeguate. Grande fu la lezione della Democrazia cristiana che seppe trovare nei suoi leader le multiformità nelle risposte istituzionali attraverso alleanze, talora sofferte, ma che non si acconciavano mai al trasformismo del leader di turno, ma si radicavano volta per volta nella multiformità culturale dei filoni e delle correnti di pensiero che consentivano di dare identità politica e capacità di risposta ai leader di quelle aree.

In questo quadro Moro fu l’espressione più alta. Consapevole che in una democrazia bloccata era impossibile superare dei confini di schieramento internazionale che i due massimi partiti rappresentavano, capì che un serio coinvolgimento, in nome di valori di leale rispetto del quadro democratico e della centralità della persona, sia pure coniugate in modi differenti, come differenti e non convergenti ne erano le ideologie, avrebbe giovato molto al paese E ciò senza una dichiarata alleanza politica, ma con l’intento di affermare l’efficacia delle politiche industriali e del lavoro per uno sviluppo più armonico e meno conflittuale, quale poi sempre meno caratterizzò quegli anni fino a degenerare nel terrorismo, di cui Moro fu la vittima più emblematica. Quella intuizione che costò la vita al presidente Moro e lacerò le forze politiche tra fermezza e trattativa per salvare la vita al presidente della Dc, fu una lezione che dovremmo saper riprendere, pur nel mutato contesto storico e geopolitico.

Compito non facile, ma che si impone ai tanti cattolici democratici e popolari affinché siano promotori di una proposta che guardi nell’immediato ad una comune convergenza sui temi essenziali della dignità della persona, della pace e dei presupposti della convivenza dei popoli  guardando ai conflitti in atto del lavoro, della sanità – nel meridione sempre più in affanno – e  della natalità; ma poi anche e soprattutto della democrazia e dello Stato di diritto, laddove urge approntare la difesa della Carta costituzionale, specialmente nella parte in cui si condensa quel mirabile equilibrio tra i poteri presidiati da una serie di contrappesi al fine di salvaguardare il sistema da ogni debordante prevaricazione istituzionale. Una prevaricazione che invece la proposta di premierato si prefigge di introdurre, nella previsione di un forte indebolimento della centralità del parlamento e del ruolo e delle prerogative del Capo dello Stato

C’è da augurarsi che il confronto politico interno, avviato con la recente conversazione che ho avuto con il leader del partito, Totò Cuffaro, sul bilancio della nuova Dc ad un anno dalla sua segreteria e sulle immediate prospettive future, pubblicato il 17 giugno scorso (v. https://www.ilpopolo.cloud/1440-il-bilancio-della-nuova-dc-ad-un-anno-dalla-segreteria-di-toto-cuffaro.html), possa preludere a decisioni importanti, anche nella prospettiva un Congresso straordinario, affinché si ritrovi un cammino capace di invertire la rotta di questo bipolarismo sempre più estremizzato ed indigesto per più della metà degli elettori (tanto da poter affermare che ormai si governa nella forma di una indubbia tirannia della minoranza egemone) che volontariamente diserta le urne, con grave danno per una credibile rappresentanza democratica.

Cattolici, il dovere della presenza e non della sola testimonianza.

Molti lamentano, e giustamente, che le svariate e molteplici iniziative di ricordo della Dc, della sua nascita o del suo tramonto; che le varie riletture del magistero e dell’azione di molti leader democristiani; che i moltissimi appelli ad un rinnovato impegno dei cattolici nella vita pubblica italiana e via discorrendo, non porteranno a nulla di concreto. Ovvero, non stimoleranno – almeno nell’immediato – una nuova e rinnovata iniziativa e presenza politica dei cattolici italiani.

Una osservazione del tutto condivisibile per almeno tre motivazioni di fondo.

Innanzitutto perchè non c’è un leader – riconosciuto, coerente e carismatico – che sia in grado di raccogliere questa domanda, seppur confusa e contraddittoria. E quando manca un leader, perchè non possiamo trascurare il fatto che nel nostro passe la personalizzazione della politica è ancora un elemento determinante e decisivo, difficilmente decolla una iniziativa politica capace di aggregare e di porsi all’attenzione di tutti.

In secondo luogo non possiamo non prendere atto, e forse definitivamente, che il pluralismo politico, culturale, programmatico e forse anche etico dei cattolici italiani è così profondo che non si può più invertire la rotta rispetto a questo assunto. Certo, in politica nulla è irreversibile. Ma i processi storici non si possono ignorare perchè altrimenti si rischia di vivere o con lo sguardo rivolto all’indietro o percorrendo strade che ti portano solo in un vicolo cieco.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, non c’è una reale volontà di ricomporre un mondo culturale ed ideale, e quindi anche politico, che ormai è diviso anche nei rapporti personali.

Spiace rilevare questo fatto, forse secondario, ma comunque decisivo ai fini di favorire o promuovere una vera ed autentica ricomposizione politica ed organizzativa. Percorsi diversi, rapporti personali incrinati, progetti politici quasi alternativi, approcci culturali distinti hanno finito per fare dell’area popolare, ex democristiana e cattolico sociale un campo minato. Un campo che continua certamente a produrre idee, cultura ed esperienze civiche e politiche locali e regionali ma che difficilmente, anzi quasi sicuramente, non riuscirà a costruire un polo politico nazionale.

Per questi semplici motivi, seppur descritti e richiamati con la rapidità dettata da un articolo, è abbastanza evidente che esiste, tuttavia, una lezione che si può ricavare da questa situazione oggettiva. Ed è quella, almeno a mio parere, di saper inverare negli strumenti politici attualmente esistenti – cioè nei partiti che ci sono e non in quelli in cui si auspica nei prossimi decenni la nascita – quelle idee, quella cultura, quella prassi, quel metodo, quel progetto politico e quella sensibilità ideale che hanno caratterizzato nella storia le migliori stagioni della presenza politica dei cattolici italiani. Perché l’alternativa concreta a questa prospettiva è una sola. E cioè, il rifugio sicuro e anche piacevole della ricostruzione storica oppure la scorciatoia della testimonianza o della presenza pre politica. Dimensioni del tutto apprezzabili e nobili ma che esulano radicalmente dalla presenza politica attiva e protagonistica. Che, è sempre ben non dimenticarlo, non è mai stata la cifra distintiva dei grandi leader cattolici impegnati in politica nelle diverse fasi storiche. E questo perchè i leader e gli statisti della Dc, di cui ricordiamo e celebriamo i vari anniversari, tutto facevano tranne che praticare o coltivare l’assenza dall’impegno concreto nella cittadella politica. È bene farne tesoro ogniqualvolta si partecipa a questi convegni e si parla della nostra comune storia.

Chi era il nonno della Funaro? Una nota biografica di Bargellini.

Nacque a Firenze nel 1897, dove iniziò la sua formazione in scuole tecniche (il padre era ingegnere dell’Istituto geografico militare). Dopo l’esperienza della guerra iniziò a frequentare la Facoltà di Agraria dell’Università di Pisa, ma abbandonò ben presto gli studi avviati per dedicarsi alle lettere presso l’Accademia di Belle Arti. Maestro elementare e più tardi direttore didattico, iniziò ancora giovane l’attività di scrittore, e nei primi anni ’30 giunse ad una certa notorietà con i volumi Fra Diavolo del ’32 e soprattutto San Bernardino da Siena del ’33.

Altrettanto vivace la sua opera di organizzatore culturale: dopo aver fondato e diretto dal 1923 il Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, nel 1929 fondò la ben più importante Il Frontespizio, alla quale avrebbero contribuito autori come Carlo Bo, Mario Luzi, don Giuseppe De Luca, oltre a Gatto, Parronchi e Sereni. Vicino per molti versi alla esuberante personalità intellettuale di Giovanni Papini, Bargellini fu consapevole portatore di una cultura cattolica dai forti tratti apologetici, antiilluministici, attenta al fascino popolare del mondo contadino e ‘strapaesano’.

Lasciata nel 1938 la direzione della rivista (che cessò le pubblicazioni poco dopo), fu impegnato in una vasta opera didattca e divulgativa: a lui fu in varie occasioni affidata la redazione di antologie e libri di testo per le scuole. Dopo la guerra, pur continuando una copiosa produzione letteraria, iniziò l’attività politica nelle fila della Democrazia Cristiana, e fu a lungo assessore alla cultura nelle giunte La Pira negli anni ’50. Nel ’66 venne eletto sindaco: svolse la carica solo per pochi mesi, ed era già dimissionario quando piombò su Firenze la tragedia dell’alluvione, a rimediare la quale si dedicò con enorme impegno e notevole capacità organizzativa.

Dal 1968 fu senatore DC. Morì a Firenze nel 1980. Il ruolo di Bargellini per la storia di Firenze, oltre che nelle numerose iniziative di promozione artistico-culturale intraprese come amministratore, sta soprattutto nella sua inesauribile produzione divulgativa: alla storia della città, all’arte e alle strade fiorentine, alla dinastia Medici dedicò migliaia di pagine, in molti casi pubblicate in fascicoli a puntate, e scritte per un pubblico di massa. Un’opera divulgativa spesso molto semplificata per raggiungere una più vasta diffusione, ma che proprio per questi caratteri di ampio consumo ha significato un contributo eccezionale alla consapevolezza della propria storia da parte dei fiorentini.

 

Opere La splendida storia di Firenze, Fiorenze, Vallecchi, 1964, 4 voll.; Le strade di Firenze (con E. Guarnieri), Firenze, Bonechi, 1980, 4 voll.; I Medici, Firenze, Bonechi, 1980. Alle grandi opere qui ricordate andrebbe tuttavia aggiunta una lunghissima serie di scritti d’occasione, fascicoli e pubblicazioni a carattere divulgativo su aspetti, figure, luoghi della storia di Firenze che Bargellini pubblicò soprattutto dagli anni ’50.

Studi su Piero Bargellini C. Fusero, Bargellini, Firenze, Vallecchi, 1949; P.F. Listri, Tutto Bargellini. L’uomo – lo scrittore – il sindaco. Con il diario inedito dei giorni a Palazzo Vecchio, Firenze, Nardini, 1989 (con bibliografia in appendice); P.L. Ballini, Piero Bargellini, in P.L. Ballini (a cura di), Fiorentini del Novecento, 3, Firenze, Polistampa, 2004, pp. 41-55.

 

Il testo è tratto dal “Portale Storia di Firenze”

http://www.storiadifirenze.org/?storici=bargellini-piero

Insieme | Dignità e sicurezza sono requisiti essenziali del lavoro.

L’Italia è l’unica nazione tra quelle sviluppate che ha una popolazione attiva inferiore a quella delle persone inattive.

Primo passo per recuperare la piena dignità del lavoro è quello di garantirne la sicurezza.
La vita umana e la salute delle persone sono un irrinunciabile prerequisito di ogni attività produttiva. Quindi più formazione, più controllori, più controlli, pene severe, rapide e certe, dove si riscontrano negligenze e omissioni di sicurezza.

Al tempo stesso, vanno introdotti meccanismi operativi per una partecipazione responsabile al lavoro.
Ogni lavoro deve emergere, essere riconosciuto e pagato dignitosamente. Vanno applicati solo i Contratti Nazionali stipulati dalle Associazioni imprenditoriali e sindacali maggiormente rappresentativi.

Occorrerà definire per legge la paga minima oraria. Occorre abilitare gli Enti bilaterali, promossi dalle parti sociali per la formazione continua e per i programmi di riconversione (Fondi interprofessionali e Fondi di solidarietà), a svolgere un ruolo trainante nelle politiche attive, finalizzate ad accelerare il ricambio generazionale e di genere, e il reinserimento delle persone in cerca di lavoro. L’attività dei Fondi deve essere estesa anche alle Professioni e ai lavoratori autonomi.

INSIEME ribadisce la necessità di rivolgere attenzione agli immigrati regolarmente soggiornanti, buona parte dei quali costretti a lavorare in condizioni salariali e ambientali inaccettabili, attivando la procedura di regolarizzazione del soggiorno prevista dalla normativa per i lavoratori stranieri irregolari che collaborano nelle iniziative rivolte a contrastare il lavoro sommerso.

Dobbiamo muoverci verso il modello partecipativo. È necessario che i lavoratori siano coinvolti nella gestione, in toto o compartecipata, per sentirsi attori responsabili all’interno della comunità produttiva che si chiama impresa, e da ciò non potranno non discendere anche rilevanti miglioramenti nell’impegno dei lavoratori e, quindi, anche nei risultati economici dell’impresa stessa.

Le possibilità di sviluppo di ogni lavoratore, e i risultati complessivi del lavoro, sono tanto migliori quanto più ha modo di esprimersi l’intelligenza di chi lavora, quanto più è apprezzata e stimolata (e non, invece, osteggiata) la sua intraprendenza, quanto più ampia è la libertà di partecipare al conseguimento di obiettivi condivisi.

SuccedeOggi | I salmi nella versione di un traduttore d’eccezione: Guido Ceronetti.

Pasquale Di Palmo

 

Se vedete sui gradini di una chiesa di provincia un uomo magro, il volto scavato di un asceta, capelli tagliati alla paggio sotto il basco stinto, un impermeabile logoro, due o tre libri per le mani compresa una grammatica araba, piena di note a margine, non fategli l’elemosina perché non è un povero vagabondo. Si chiama Guido Ceronetti, è uno dei più grandi scrittori italiani di questo secolo». Così scriveva Claudio Serra in un articolo apparso quasi quarant’anni fa nella Domenica del Corriere. Nato il 24 agosto 1927 a Torino e morto a Cetona il 13 settembre 2018, Guido Ceronetti fu il crudele cantore di una modernità che sembra coinvolgere una moltitudine di esistenze sempre più artefatte, innaturali, in cui non sussiste più niente di decoroso. Le sue vicissitudini editoriali si snodarono attraverso un percorso intellettuale eccentrico e, al contempo, intransigente, dalle infinite sfaccettature, che passa dalla traduzione dei classici al saggio di taglio erudito, dall’aforisma folgorante ai numerosi articoli e elzeviri, dal romanzo anomalo alla poesia di impronta anacronistica, dalla pièce per gli spettacoli di marionette alla recensione caustica, sulfurea.


Si tratta di un’opera smisurata e complessa, non ancora conosciuta nella sua integrità. Ceronetti si è imposto all’attenzione della critica e dei lettori più avveduti come una sorta di oracolo contemporaneo, avvalendosi del tono profetico che contraddistingue tante sue versioni, dalle veterotestamentarie a quelle di autori latini come Giovenale e Catullo, Orazio e Marziale. D’altro canto la vicenda bibliografica di Ceronetti appare quanto mai articolata, contraddistinta sia dal ricorso a editori particolarmente presenti come Einaudi, Rusconi e Adelphi sia dalla collaborazione con piccoli stampatori di qualità che gli hanno permesso di licenziare titoli apparentemente marginali o di sbizzarrire un estro creativo finissimo anche sul versante grafico (è noto che l’autore torinese era un eccellente illustratore: si veda in tal senso il catalogo della mostra tenuta nel novembre 2006 al Palazzo Ducale di Genova intitolato Nella gola delleone, pubblicato da Il Melangolo nello stesso anno).

Inoltre bisogna considerare che molti titoli originariamente pubblicati per una casa editrice sono stati riproposti, spesso in forma rimaneggiata, in altri contesti editoriali. Si tratta dunque di una bibliografia quanto mai composita, che abbisognerebbe di ulteriori studi e approfondimenti. In questa sede ci limitiamo a segnalare i due titoli forse più rari dell’autore torinese, corrispondenti a un dittico poetico che rappresenta il suo esordio. Si tratta dei Nuovi Salmi. Psalterium primum, editi da Pacini-Mariotti di Pisa nel 1955, cui seguono nel 1957 i Nuovi Salmi, pubblicati a Torino presso L’Impronta. Quest’ultimo titolo, in 8°, comprendente 84 pagine, contiene diciassette componimenti numerati in numeri romani, per lo più in endecasillabi sciolti, ispirati all’Antico Testamento. In seguito l’autore si specializzerà proprio in questo peculiare ambito, divenendo uno dei più accreditati traduttori di libri biblici, a partire dai Salmi, la cui edizione originale apparve nei “Millenni” einaudiani nel 1967.

 

Continua a leggere

https://www.succedeoggi.it/2024/06/ceronetti-salmista/

Si gioca in Parlamento il ruolo dell’opposizione

Abbiamo vissuto una settimana cruciale per il Paese. Con l’approvazione di due provvedimenti importanti: il disegno di legge sul premierato in prima lettura al Senato e l’autonomia differenziata in via definitiva alla Camera.

Due proposte che renderanno l’Italia più debole, meno competitiva e meno resiliente. Il motivo è semplice: entrambi i provvedimenti tolgono potere al Parlamento, in un Paese che è una Repubblica parlamentare.

L’autonomia differenziata, com’è costruita, esclude il Parlamento dalla definizione delle intese tra Stato e regioni e gli sottrae potere decisionale in materie che sono di interesse nazionale. Ciò che interessa tutto il Paese dovrebbe avere una regia unica nel Parlamento, nell’istituzione democratica che rappresenta tutti i cittadini, e non altrove.

Il premierato, subordinando di fatto l’azione parlamentare a quella governativa, ribalta la relazione tra potere esecutivo e legislativo: è sulla fiducia del Parlamento che si reggono i governi e non viceversa.

Nel corso della sua storia l’Italia ha dimostrato che solo nella capacità di definire strategie condivise si trovano soluzioni stabili, efficaci e in grado di rilanciare il Paese. La scelta di indebolire il Parlamento e esasperare il bipolarismo renderà d’ora in poi inefficace qualsiasi tentativo di sintesi e di dialogo tra le forze politiche, ed è questa la triste realtà che si nasconde dietro al premierato e a una finta stabilità di governo: con un Parlamento svuotato, assumere scelte condivise e stabili – il tabellone verde al voto sull’assegno unico, per intenderci – diventerà sempre più complicato. E così verrà meno quella resilienza che le nostre istituzioni hanno saputo mostrare nei momenti di crisi: pensiamo alla pandemia, quando con una scelta di responsabilità si è deciso di unirsi nel governo guidato da Mario Draghi per dare al Paese le risposte di cui aveva disperato bisogno.

L’altra riforma, quella sull’autonomia differenziata, non fa che amplificare e cementare le differenze nel Paese andando solo ad aumentare le disuguaglianze sociali e la burocrazia. Frammentare settori strategici quali l’energia, il lavoro, l’export, la sanità e la ricerca (solo per citarne alcuni) non avrà altro effetto che indebolire la competitività dei nostri territori e dell’intera nazione. La premier e la sua maggioranza lo sanno, ed è il motivo per cui hanno approvato questa riforma di notte con tempi contingentati per la discussione, con una vera e propria forzatura istituzionale. Perché non farlo alla luce del sole, quando i cittadini e i giornalisti avrebbero potuto seguire il dibattito in aula? Per fare nascere un dibattito sulle modalità e evitare accuratamente di entrare nel merito di una riforma che non porterà nulla di buono al Paese.

A questo gioco delle parti le altre opposizioni hanno ceduto, opponendo barricate a barricate e per giunta in piazza, asseverando così l’idea che il Parlamento non basti. Per noi è un errore fatale e non abbiamo voluto cedervi, perché pensiamo che la serietà chieda di cambiare sul serio il Paese, che questo debba essere fatto nelle sedi istituzionali della nostra democrazia, ricordando prima di tutto a noi stessi  e al governo che l’Aula è sovrana, e che questo lavoro debba essere incessante nel merito e nella chiarezza delle proposte alternative a questo governo.

 

[Il testo è stato diffuso su whatsapp]

Quella casa sul lago: cronaca di un dono ad Alcide De Gasperi.

Sulle rive del lago di Castelgandolfo, in località Castelvecchio, anni or sono il sindaco democristiano della cittadina laziale, dr. Marcello Costa, che fu per molti anni primo cittadino, fece apporre su una villetta stile liberty una targa in ricordo della presenza di Alcide De Gasperi in quella casa negli ultimi anni della sua vita terrena. Quella targa rappresenta una storia, non soltanto per la città laziale, sede della celebre villa pontificia costruita da Urbano VIII, ma per ciò che ha rappresentato nella storia politica del secondo ‘900.

Il 3 aprile 1951 De Gasperi compiva 70 anni, non era un periodo facile per lo statista democristiano e non lo sarebbe stato anche nei tre anni precedenti la sua scomparsa: la riforma agraria fortemente voluta da lui anche a seguito del congresso di Venezia del 1949 in cui il partito aveva visto una forte affermazione col 35% dei voti della sinistra interna di Dossetti, La Pira e Fanfani, stava erodendo significativi sostegni soprattutto nel sud da parte dei vecchi ceti clientelari; l’alluvione del Polesine aveva messo  in gravi difficoltà zone già di per s assai deboli economicamente;la destra clericale premeva per una svolta a destra della Dc, soprattutto in vista delle elezioni comunali a Roma dell’anno successivo. Insomma un periodo non facile…De Gasperi era un esempio di onestà, correttezza e rigore come forse nella nostra storia nazionale non avevamo mai avuto. Aveva pagato il più alto prezzo al fascismo che con l’accusa assurda di tentativo di espatrio candestino lo avea arrestato e messo in carcere, addirittura insieme alla moglie Francesca, preziosa compagna di una vita; il suo antifascismo lo aveva pagato caro..soltanto la generosità si papa Pio XI, che certamente aveva avuto un ruolo nell’allontanamento di don Sturzo dalla segreteria del Partito Popolare all’avvento del regime, ma che era stato però il primo a capire la deriva pagana del fascismo, tanto da scrivere nel 1931 l’enciclica Non abbiamo bisogno per denunciare le violenze squadriste ad appena due anni dal Concordato, questo Pontefice lo aveva accolto in Vaticano come bibliotecario.

Si trattava di un incarico peraltro precario, che risolveva un problema molto semplice: quello che sarebbe diventato di lì a poco il più grande statista italiano della seconda metà del’900, non era ridotto alla fame, ma certamente in grandi ristrettezze economiche. Addirittura fino al 1938 De Gasperi non aveva come bibliotecario in Vaticano uno stipendio fisso, ma rinnovato di mese in mese e fu soltanto l’intervento d mons. Montini, futuro papa Paolo VI, anch’egli conoscitore di quanto il fascismo aveva leso la dignità delle libere istituzioni, a perorare la causa di una paga fissa per un uomo di quasi 60 anni che manteneva moglie e 4 figlie in una famiglia esemplare, con un esiguo stipendio peraltro precario. Pio XI accolse subito la perorazione di Montini, ma per non insolentire Mussolini, che aveva in uggia da tempo lo statista trentino nonostante fosse Duce di un Impero, fece assumere stabilmente De Gasperi non direttamente dalla Santa Sede, ma da Propaganda Fide, presso la sede della quale avrebbe trovato rifugio con lo pseudonimo di Alfonso Porta durante l’occupazione nazista di Roma anni dopo.

Lo stile di vita austero e onesto avrebbe caratterizzato la vita di De Gasperi costantemente. Ebbene, un uomo di questa statura proprio nel 1951 cercò di far superare all’Europa l’antico quasi millenario antagonismo tra gli stati, creando la CECA, Comunità Europea Carbone Acciaio, con il sostegno di altri due grandi statisti, Konrad Adenuer e Robert Schuman; ma in quell’anno accadde un episodio legato a quella casa sul lago. Nell’avvicinarsi del genetliaco, gli iscritti della Democrazia Cristiana si autotassarono per regalare finalmente una casa di proprietà al loro leader; naturalmente tutto avvenne nel segreto più assoluto e quando ebbero raggiunto una cifra adeguata per l’acquisto di una villetta, la scelta cadde su un villino restaurato qualche anno prima a Castelgandolfo, sul tornante est vicino proprio al convento di Propaganda Fide che era stato, come quasi tutti i castelli romani, duramente bombardato nel 1944 dopo lo sbarco alleato ad Anzio del 22 gennaio.

Il problema era fare accettare il dono a De Gasperi. La moglie e le figlie con il pretesto di visitare una casa da affittare sul lago per una figlia minore reduce da una patologia respiratoria, lo portarono in quella che sarebbe stata la sua residenza negli ultimi anni e riuscirono a vincerne le resistenze dicendogli che se non avesse accettato avrebbe dovuto trascorrere forse mesi seduto a scrivere ad ogni iscritto donatore le motivazioni dell’eventuale rifiuto, considerato che anche gli iscritti col reddito più umile avevano voluto offrire al leader un segno tangibile del loro affetto e della loro riconoscenza.  De Gasperi accettò commosso quel dono: l’unica proprietà che ebbe nella sua vita!

Il prossimo 19 agosto ricorrerà il 70esimo della morte di quest’uomo colto,determinato, semplice, di grande vera fede e di uno spessore politico assai raro. Anni dopo l’amministrazione comunale di Castelgandolfo volle apporre sul frontale della villetta la già citata targa in ricordo della permanenza dello statista. Sono passati tanti anni e il costume politico si è inasprito e direi assai involgarito, forse per la mancanza di maestri veri come Alcide De Gasperi. A chiunque capiterà di transitare sulla via laterale di Castelgandolfo, suggerirei di dare uno sguardo a quella casa  soprattutto perché proprio gli iscritti alla Democrazia Cristiana seppero offrire al loro leader un segno così forte e permanente. La Dc non c’è più ma l’intelligenza dei democristiani ha sedimentato valori in Italia incancellabili.

 

Prof. Giulio Alfano

Presidente Istituto Emmanuel Mounier

Intervista | D’Ubaldo: “Moro è inattuale, per questo ci attrae“.

Intervista | D’Ubaldo: “Moro è inattuale, per questo ci attrae“.

 

“Non fu luomo del compromesso storico, bensì la personalità più attenta alla evoluzione della politica democratica”. Riportiamo un ampio stralcio dell’intervista – a cura di Valentina Busiello –  pubblicata sul sito di Politica meridionalista. 

 

Valentina Busiello

 

“Moro è inattuale, per questo ci attrae“. Una frase e un pensiero di Lucio D’Ubaldo, già Senatore della Repubblica, che conduce da anni “Il Domani d’Italia”, testata online con la stessa denominazione del settimanale fondato nel 1900 da Romolo Murri, lo sfortunato profeta della prima democrazia cristiana. L’attenzione nei confronti di Moro è una costante del suo impegno intellettuale e politico. Ha curato la raccolta degli scritti giovanili dello statista pugliese (La vanità della forza. Gli articoli su «La Rassegna» di Bari 1943-1945, Eurilink, 2017). Lo spunto da cui nasce questa conversazione ce lo fornisce l’altro suo libro: Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro (Il Domani d’Italia, 2020).

 

Perché ha dato al suo saggio su Aldo Moro il titolo di Amare il nostro tempo”?

Nei discorsi di Moro ricorre sovente questo tema: non ci si può allontanare dal tempo in cui operiamo, in un modo o nell’altro ne siamo condizionati, specialmente sul piano politico, per cui ogni azione deve calarsi nella concretezza delle circostanze e delle condizioni date in quel momento. Anche nel suo ultimo discorso ai Gruppi parlamentari, quando cerca con tutta la sua autorevolezza di convincere i colleghi di partito a dare il via libera all’ingresso del Pci nella maggioranza di governo, Moro sottolinea quanto sia decisivo e necessario il richiamo al vincolo temporale. Ecco le sue parole: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà…”.

 

 

Quando matura questo pensiero?

Possiamo rintracciarne la formulazione già negli scritti giovanili, segno di straordinaria continuità e coerenza di pensiero. Nella formazione di Moro c’è il concetto cristiano della salvezza come incarnazione di Dio nella storia, dunque nel contesto dell’umanità in cammino; una storia che non si ripete ciclicamente e all’infinito, ma pur svolgendosi in modo lineare conosce nel suo sviluppo avanzamenti e pause, addirittura arretramenti, con guadagni e perdite a segnare la “crescita di bene”. Il progresso è una conquista che muove dall’intelligenza e dall’amore, essendo l’una al servizio di una ordinata e lucida comprensione dei problemi; l’altro costituendo, invece, la molla più potente della tensione che rende possibile l’amicizia civile e, pertanto, il buon ordinamento della società civile. Il questo orizzonte ideale, il tempo che attiene alla politica è forse la categoria che meglio spiega la richiamata esigenza del realismo: i principi vanno calati nel “kairòs” – il tempo per eccellenza – ed è il “kairòs” a scandire il movimento della politica, entro i limiti della condizione creaturale dell’uomo.

 

Il tempo sì, ma forse anche lo spazio e quindi la geografia. Moro non è anche, con la sua sensibilità, un uomo del Meridione?

Non c’è dubbio, basta leggere i suoi discorsi in occasione della Fiera del Levante. A Giuseppe Petrilli, prossimo a insediarsi alla guida dell’Iri, fece solo una raccomandazione da segretario della Dc: garantire gli investimenti al Sud. Suggerirei tuttavia di leggere quanto scriveva su «La Rassegna» nel febbraio del 1945. A lui non piaceva il “Vento del Nord” ma neppure l’auto isolamento dei meridionali. Il Paese richiedeva uno sforzo concorde per risollevarsi dopo il disastro della guerra. “…l’Italia sarà salvata da tutti gli Italiani e da rinnovate energie morali”. A questo spirito di unità e convergenza sarebbe rimasto sempre fedele. Moro, in sostanza, credeva che la questione meridionale dovesse collegarsi vitalmente al processo di crescita unitaria della nazione.

 

Continua a leggere

https://www.politicameridionalista.com/2024/06/08/amare-il-nostro-tempo-un-libro-di-lucio-dubaldo/

Maurizio Carta: “Le città del mondo possiedono una vibrazione narrativa”.

«In questo libro racconterò dell’oscillazione tra felicità e infelicità delle città del mondo che ho visitato, narrerò storie di successo, e segnalerò anche le ombre che caratterizzano alcune, nel pieno spirito di un’opera aperta come sono eminentemente le città, le quali “credono d`essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura” – per dirla con Calvino – perché serve anche l’anima delle persone che le abitano».

Quarantadue storie di città – dalle immancabili (New York, Londra, Pechino, Mosca, Parigi, Bar-cellona), alle meno ovvie (Paducah, Hangzhou, Brest, Aalborg, Tirana, Favara) – che possono anche funzionare come una guida di viaggio o una mappa oppure un breviario, sotto il segno della «rigenerazione urbana», in cui si condensano le trasformazioni prodotte dagli organismi-città.

«Le farò parlare – spiega Maurizio Carta nell’Introduzione – per dare scrittura alle storie che mi hanno raccontato visitandole per pochi giorni o abitandole per periodi più lunghi tra il 2006 e il 2023. Racconterò delle esperienze e delle atmosfere e anche le curiosità più minute – una canzone, un cocktail, un miraggio, una cena o una corsa – che hanno reso memorabili quei dialoghi tra un urbanista e una città e che mi consentono di raccontarli in un romanzo urbanistico, invece che nella forma più consueta di un saggio scientifico. Le città che racconto hanno tutte percorso un viaggio di rinascita, di evoluzione, di fuga dall`eterno presente per raggiungere un nuovo futuro che è oggi il loro presente».

Gli itinerari dell’urbanista Carta, sapienti o occasionali, inquadrano non astratti modelli, ma luoghi modellati da architetture logorate dall’uso, dall’insinuarsi della natura nell’artificio e il contrario, da stratagemmi ludici e strategie di convivenza. E i luoghi comandano anche la velocità di percorrenza, che sia la lentezza svagata del flâneur o l’affanno nervoso del runner: perché «le città del mondo possiedono una vibrazione narrativa che tutti noi percepiamo».

 

[Il testo è quello che appare su Amazon come presentazione del libro di M. Carta, Romanzo urbanistico. Storie dalle città del mondo, Sellerio editore, 2024]

 

Maurizio Carta (Palermo 1967), urbanista e architetto, è professore ordinario all`Università di Palermo. Tiene lezioni e svolge attività di ricerca in numerose università, tra cui la Columbia University di New York, l`Institut d`Urbanisme de Paris, la Leibniz University di Hannover. Dal 2017 dirige l`Augmented City Lab, dedicato alle città sostenibili del futuro prossimo.

Nel 2019 è stato Italian Design Ambassador. È autore di numerose pubblicazioni, in Italia e all`estero. Tra i suoi libri più recenti: Cosmopolitan Habitat (2021), Homo urbanus. Città e comunità in evoluzione (2022), Palermo, un`idea di cui è giunto il tempo (2023).

 

Per acquistare il libro

https://amzn.eu/d/06K0XuX7

 

 

L’importante è votare: l’astensionismo mortifica la democrazia.

Non abbiamo sentito in una lunghissima campagna elettorale proposte chiare, possibili con tempistica e finanziamenti sostenibili. Ogni parte politica, ovviamente, secondo le proprie categorie valoriali. Qui – si direbbe – casca l’asino. “Europa sì, ma non questa”! Vogliamo cambiare l’Europa! Come? La scadenza delle legislature europee è sempre di cinque anni e la turnazione dei G7 sono note, ma a quanto pare non si ha uno sguardo lungo, per lavorare strategicamente sui futuri assetti. Sono gli statisti che nutrono utopie e costruiscono il futuro!

Abbiamo il diritto di conoscere i programmi dei partiti con la loro visione statuale, amministrativa, etica. Quindi abbiamo bisogno di partiti: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (Art. 49 Costituzione), che è tempo di normare con legge ordinaria. Perché non si è ancora, o non si vuole, fare una legge che garantisca a tutti i cittadini la democraticità della organizzazione, degli organi, dei finanziamenti?

Fino a quando non sarà possibile scegliere anche alcune rappresentanze saranno irrilevanti. È quanto si dice per la presenza dei cattolici nelle liste prima e negli organi di partito e nelle istituzioni, se eletti, poi. Con l’attuale legge elettorale se le segreterie non li accettano in lista c’è poco da fare anche con le preferenze; nel caso delle recenti elezioni europee, sarebbe stato necessario che chi desiderava avere testimoni a Bruxelles ponesse la croce e la preferenza sui candidati di radici cattoliche, presenti in diverse liste.

Bastava andare a votare e scovarli, evitando la geremiade circa la mancanza di alcune espressioni culturali e sociali. Vale ovviamente per ciascuna richiesta di rappresentanza. Se non si votano candidati di riferimento come sarà possibile vedere dibattiti e controllare scelte coerenti con le proprie opinioni? Soprattutto in una Italia con caratterizzazione bipolare servono le preferenze per attrarre il voto degli elettori.

Non c’è un altro modo per vivere la democrazia che partecipare!

Non può essere positivo il giudizio su chi critica, ma approfitta di

quanto la politica produce (magari non paga nemmeno le tasse) e non vota.

Qualche giustificazione è accettabile quando la critica riguarda lo standing della classe dirigente. Linguaggio volgare, insulti agli alleati, sciatteria nel vestire. L’eletto e la eletta non valgono uno, perché rappresentano tutta la comunità e da loro discende l’esempio di comportamento civile. Ci si aspetta un atteggiamento signorile, non superbo o distaccato, ma di grande rispetto verso le persone, tutte, e magari soprattutto con le più modeste. C’è un adagio non male “signori si nasce, ricchi di diventa“. Non c’è borgataro che non possa essere “signore” se ben educato, e ricchi volgari, maleducati e incolti.

 

[Il testo è tratto dalla newsletter che l’ex ministra, oggi presidente dell’Associazione Partigiani Cristiani, invia periodicamente per e-mail]

Ucid, il congresso degli imprenditori e dirigenti della storica Unione cristiana.

Si terranno il 28 e il 29 giugno, presso il Teatro S. Antonino della Cattedrale di Sorrento, le attività per l’Assemblea nazionale Ucid, Unione cristiana imprenditori e dirigenti, realtà che promana dalla Conferenza episcopale italiana e che, con oltre 3mila iscritti nel Paese, promuove la dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’impresa. Nel pomeriggio del 28 giugno, si terrà l’Assemblea riservata ai soci, mentre il 29 giugno, alle 9.30 si aprirà la giornata aperta al pubblico, dedicata al tema “Partecipazione e democrazia nell’impresa. In cammino verso la 50° edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani”.

A spiegare il titolo dell’evento è Gian Luca Galletti, presidente di Ucid: “c’è un legame stretto che tiene insieme l’Assemblea di Ucid e le Settimane sociali dei cattolici ed è il bisogno del mondo imprenditoriale cattolico di acquisire una voce e di esprimersi sulle questioni più attuali del nostro tempo. Fondamentale è il tema di aprire l’impresa alla partecipazione, di renderla davvero strumento di democrazia economica e attore sociale responsabile: ce lo chiede l’Europa con i criteri ESG, ma più ampiamente è un compito che la dottrina sociale da sempre riconosce in campo all’organizzazione aziendale. Per questo oggi il messaggio di Ucid è più che mai attuale”.

 

Sarà presentato il 29 giugno alle ore 12.00 un documento, redatto da Ucid, che definisce una proposta dell’imprenditoria cattolica per un’impresa etica e sostenibile, capace di farsi carico delle aspettative sociali quanto a transizione ambientale, responsabilità sociale ed equità della governance. “A partire dai contenuti del documento vorremmo promuovere un dialogo ampio, che comprenda le istituzioni civili, quelle ecclesiastiche, il mondo accademico e le parti sociali. L’Assemblea nazionale dell’organizzazione sarà occasione per muovere in questo senso” spiega Stefania Brancaccio, segretario generale Ucid.

Nella prospettiva di avviare un dialogo ampio, tra gli altri sarà ospite Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl. “Con il sindacato rappresentato da Sbarra c’è una vicinanza culturale che rende stimolante e costruttivo il confronto, a partire dalla proposta di legge di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori in azienda, promossa da Cisl e sostenuta da Ucid, ora in discussione in Parlamento” sottolinea Galletti. La partecipazione dei lavoratori in azienda è uno degli ambiti su cui i relatori del convegno saranno chiamati a confrontarsi. “come Ucid crediamo nell’importanza delle relazioni industriali come strumento per elevare la qualità del lavoro e l’efficienza dell’attività imprenditoriali, adempiendo al mandato della Costituzione che prescrive l’utilità sociale dell’iniziativa economica, a vantaggio della salute, dell’ambiente e della dignità umana” afferma Brancaccio.

Tanti gli ospiti rilevanti del convegno, dagli esponenti della Chiesa cattolica come Mons. Francesco Savino, Vicepresidente della CEI e a Don Antonio Mastantuono, assistente spirituale di Ucid, agli accademici come il Prof. Stefano Zamagni, economista, e il Prof. Vincenzo Sanasi d’Arpe, amministratore delegato di Consap, fino ai tanti rappresentanti del territorio campano come Mons. Francesco Alfano, Vescovo di Sorrento, l’Avv. Massimo Coppola, sindaco di Sorrento, Amedeo Manzo, presidente della Bcc di Napoli e Nino Apreda, Presidente di Ucid Campania.  A intervenire in rappresentanza degli imprenditori cristiani, oltre al presidente Galletti e al segretario generale Brancaccio, saranno anche il senatore Riccardo Pedrizzi, presidente del Comitato Tecnico Scientifico di Ucid, Fabio Storchi, presidente Ucid Reggio Emilia e Sigrid Marz, presidente Uniapac Europa.

 

 

L’Ucid associa in Italia oltre 3.000 imprenditori e dirigenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa ed è emanazione diretta della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

La Dc dei detrattori pronti a farsi adulatori

Sandro Fontana, l’indimenticabile storico, saggista e politico della Dc e uno dei maggiori teorici della sinistra sociale di ispirazione cristiana, li avrebbe definiti semplicemente “cattivi maestri”. E penso, citando queste parole, agli straordinari corsivi a firma Bertoldo che hanno deliziato per un po’ di tempo il sempre un po’ dormiente quotidiano della Dc, “Il Popolo”. Certo, si trattava di una penna ricca di contenuti e di cultura politica ma anche, e soprattutto, carica di sferzanti battute contro tutti coloro che coltivavano, ieri come oggi, l’ipocrisia, la doppia morale, il moralismo, il trasformismo e la mai sopita superiorità etica.

Mi è tornato in mente Sandro Fontana e con Fontana i corsivi di Bertoldo ascoltando i simpatici e goliardici adulatori contemporanei della Democrazia Cristiana. Insomma, da strenui ed intransigenti, se non addirittura violenti – in tutti i sensi – detrattori della esperienza politica, culturale ed istituzionale della Democrazia Cristiana a misurati ed equilibrati adulatori. Tutto ciò, almeno credo, capita per un motivo molto semplice. Fingendo che ormai tutti abbiano dimenticato il passato dopo varie rottamazioni e il potente vento populista grillino che ha dissacrato e criminalizzato tutto ciò che non appartiene alla contemporaneità, anche gli storici detrattori della Dc rialzano la testa – che peraltro non hanno mai abbassato forti della loro indole trasformistica ed opportunistica – e dispensano pagelle a destra e a manca. Anche perché hanno la scientifica certezza che quella esperienza – sempre la Dc – è consegnata agli archivi storici definitivamente.

Per ragioni storiche e politiche certamente ma anche, e soprattutto, per una strutturale insipienza e gracilità di chi ha continuato a riconoscersi in quel patrimonio politico e culturale ma non ha avuto il coraggio di riproporlo seppur con una veste aggiornata e rivista.

Ora, per non soffermarsi sui singoli convegni o sugli articoli falsamente entusiasti e celebrativi, è evidente che per tutti costoro la Dc continua ad essere un “inciampo della storia” o, nella migliore delle ipotesi, un partito che non poteva avere futuro perchè appartenente ad una fase politica italiana ormai definitivamente ed irreversibilmente storicizzata. A differenza, come da copione, della sinistra che invece può riproporre tranquillamente un neo “Fronte Popolare” con Schlein, Fratoianni/Bonelli e Conte perchè la sua cultura e il suo universo valoriale continuano ad essere di straordinaria attualità e modernità. Come ci spiegano ogni giorno i loro gazzettieri dalle colonne dei noti quotidiani e dai talk de La 7.

Ecco perché, anche di fronte ad una rivisitazione/rilettura storico politica della Democrazia Cristiana ad 80 anni dalla nascita e a 30 anni dalla sua fine, i “cattivi maestri”, per tornare a Sandro Fontana, non cessano mai di esistere. Lo erano ai tempi del “né con lo Stato e né con le Br”, lo erano ai tempi dei vari “appelli” – dal commissario Calabresi in poi – e lo sono tutt’oggi. E, guarda caso, prevengono quasi sempre – salvo rarissime eccezioni – dalla medesima parte politica. Quella che pensa, ieri come oggi, che la verità politica appartiene sempre e solo ad una parte. Dall’altra c’erano, ci sono e ci saranno sempre e solo la barbarie e l’inciviltà.

Asianews | Putin in Asia gioca la carta della tensione permanente

Stefano Caprio

 

Con il viaggio di questi giorni in Corea del nord e in Vietnam, Vladimir Putin ha superato ogni barriera nel degrado della reputazione della Russia. Secondo un’espressione che si attribuisce alla poetessa Anna Achmatova, sono terminati in Russia i “tempi vegetariani”, come la grande dissidente dei tempi staliniani scriveva nei suoi diari degli anni Cinquanta del secolo scorso. Confrontando gli anni Venti leniniani dopo la rivoluzione, con gli anni Trenta del terrore staliniano, ella diceva che dal “periodo relativamente vegetariano”, con le repressioni più spaventose l’Unione Sovietica era sprofondata nel “pieno cannibalismo”.

La Achmatova andava oltre la sua stessa tragedia familiare, che aveva travolto il marito Nikolaj Gumilev, altro grande protagonista della letteratura russa di inizio Novecento, finito nelle prime ondate dei lager insieme ad altri 96 rappresentanti dell’intelligentsija di San Pietroburgo (ormai diventata Leningrado), accusati di partecipazione alla cosiddetta “rivolta militare” del professor Tagantsev (un analogo delle “azioni di discredito delle forze armate” della Russia putiniana), e furono tutti destinati alla fucilazione. Come racconta la Achmatova, i “tempi vegetariani” finirono a dicembre del 1934 con l’assassinio di Sergej Kirov, l’astro nascente del comunismo leningradese, che faceva ombra al dittatore georgiano, inaugurando gli anni del “Grande Terrore”. Con la morte in lager del principale oppositore di Putin, il martire delle proteste di piazza Aleksej Naval’nyj, siamo tornati ai sentimenti dello stalinismo più trionfante, celebrato in questi giorni da Kim Yong-un e Nguyễn Phú Trọng.

Una storia simbolica illumina proprio questa dimensione del putinismo più estremo, come si sta evidenziando sempre più dopo la rielezione plebiscitaria e l’incoronazione dei mesi scorsi. Un criminale tristemente famoso, il satanista e cannibale Nikolaj “il Duca” Ogolobjak, si era riscattato nella guerra in Ucraina, ma tornando a casa è stato nuovamente arrestato per narcotraffico. Nel 2010 era stato condannato a venti anni di lager per un omicidio rituale di quattro persone, ma lo scorso anno si era arruolato nel cosiddetto Štorm Z, il battaglione dei detenuti per l’Ucraina, per poi essere ricompensato con la grazia presidenziale. Il “duca” era il leader di una banda di satanisti, che si dilettavano a smembrare gli adolescenti fin dal 2008, con diversi riti sanguinari in cui sacrificavano gatti, cani e giovani uomini saziandosi della loro carne e sangue; Ogolobjak era l’unico maggiorenne del gruppo, e gli fu comminata la pena più severa.

In Ucraina, Nikolaj ha combattuto soltanto sei mesi, tornando trionfante e libero a casa, ma al fronte non hanno intenzione di riprenderlo dopo i nuovi crimini, visti i suoi comportamenti piuttosto spaventosi anche tra i commilitoni, per cui vive tranquillo a casa con la madre, difeso dalla fama di “eroe della patria”. Un caso ancora più paradossale in questi giorni è quello di Andrej Orlov, un mite cittadino russo della regione di Tomsk in Siberia che ha sparato con un fucile al suo migliore amico, colpendolo al fianco dopo una bevuta comune di vodka per finire in lager, da cui finalmente può andare a guadagnare soldi in guerra, visto che non era stato accettato come volontario per problemi burocratici. Al processo ha raccontato che “se non fossi stato ubriaco lo avrei fatto fuori, ma almeno mi sono guadagnato il biglietto per l’Ucraina”.

I cannibali della guerra russa guardano quindi con entusiasmo alle parate del loro grande leader a Pyongyang e Hanoi, dove Putin si è recato in primo luogo per fare scorte di armi e munizioni, e magari per progettare altre minacce nucleari un po’ più efficaci delle navi da guerra inviate a Cuba, che si sono disfatte all’arrivo al porto dell’Avana. Oltre all’amicizia “eterna e strategica” con Pyongyang, la visita ad Hanoi ha riportato la Russia ai fasti novecenteschi del riconoscimento della repubblica socialista in guerra con la Francia e gli Stati Uniti, quando Mosca protesse il Vietnam anche dagli assalti della Cina, che ora guarda con molto dispetto alle parate di Putin intorno al suo regno. Se la Corea del nord può aiutare la Russia con le forniture militari, Putin assicura ai vietnamiti le attrezzature belliche che costituiscono il 70% del suo arsenale difensivo, anche se le preoccupazioni per le sanzioni internazionali stanno spingendo Hanoi verso altri fornitori come la Corea del sud, il Giappone, l’India e la Cechia. Ma ora la fratellanza con la Russia dovrebbe ricostituire un fronte sicuro contro i “grandi colonizzatori” del mondo occidentale, senza scordare che i russi contano molto sulle materie prime dei vietnamiti, e sul fascino del sud-est asiatico per i turisti russi, ormai esclusi dall’Europa e da tutto l’Occidente.

Nell’incontro con Kim Yong-un, Putin ha nuovamente ribadito che “la Russia sta lottando con il gegemon”, il diavolo egemonico statunitense, e apprezza molto l’appoggio della Corea del nord alla sua guerra santa. “Sto parlando della nostra lotta con la politica colonizzatrice ed egemonica che ci viene imposta da molti decenni dall’imperialismo americano e dai suoi satelliti, soprattutto contro la Federazione Russa”, ha precisato il capo del Cremlino. In effetti il responsabile delle sanzioni americane in Europa, David O’Sullivan, ha insistito sul fatto che “bisogna trovare nuove forme di pressione contro la Russia, per riuscire a fermare la guerra in Ucraina”, che finirà soltanto quando si costringerà Putin a ritirare le truppe.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/Putin-in-Corea-e-Vietnam-e-il-cannibalismo-della-guerra-russa-60999.html

La realtà smentisce il mito: perchè parliamo di Italiani brava gente?

Italiani brava gente? Forse non tutti. Un mito del novecento, frutto di uno spirito religioso poco esigente e di un carattere civile ancora precario. Un mito del secolo scorso messo di recente in crisi da storici intelligenti (come Angelo Del Boca, o i giovani Valeria Deplano e Alessandro Pes) che hanno fatto emergere tutte le atrocità commesse nel novecento dagli italiani per rubare le terre di altri popoli in Africa, ma anche per consegnare ebrei e militanti antifascisti ai nazisti per essere giustiziati subito o con l’internamento, o anche nel trattamento riservato ai prigionieri di guerra nel primo e nel secondo conflitto.

La morte tragica di Satnam Singh, il giovane lavoratore indiano sfruttato, maciullato e gettato a pezzi come un rifiuto, fa emergere una faccia che non piace guardare del popolo italiano. Giorgia Meloni si è affrettata a gridare che questi comportamenti non corrispondono alle tradizioni e ai valori degli italiani: “atti disumani che non appartengono al popolo italiano”.

Purtroppo non è così. La premier ha bisogno di proiettare una immaginetta edulcorata, come uno specchio riflettente e deformante, per dire agli elettori: non vi preoccupate, lo so che siete tutti buoni. Altri sono i veri cattivi. I sindacalisti impegnati, gli agenti delle tasse, le forze dell’ordine democratiche, i bravi insegnanti, i medici che fanno con coscienza il loro dovere, i volontari dei servizi civili, gli amministratori locali che operano con passione, tutti quelli che si impegnano a rafforzare e migliorare la casa comune europea.

Spiace fotografare una situazione reale differente: ci sono in Italia diverse migliaia di piccoli imprenditori che inpunemente e rapacemente sfruttano la fame altrui, il bisogno drammatico di uomini e donne che la vita ha ridotto in schiavitù per sopravvivere. “Scarti”, li ha chiamati Papa Francesco. Non solo nell’agricoltura (dove il cognato ministro tace e inneggia alle virtù degli uomini rurali come faceva il duce), nell’edilizia, ma anche nella meccanica e in tutti i settori dei servizi.

Il numero elevato di morti e feriti gravi sul lavoro ci dice che il bacino di cattivi comportamenti è assai ampio, e non basta colpire i singoli casi che emergono drammaticamente ma bisogna intervenire in profondità. I prefetti hanno le mani legate dal ministero e dal potere politico del governo. Non basta incaricare un maggior numero di ispettori del lavoro per fare più controlli. Il nostro è anzitutto un problema culturale, sociale e politico.

Prendiamo ad esempio la pianura pontina dove il giovane indiano ha vissuto il suo martirio (e che ne sarà della sua giovane moglie Sony?): è un territorio ricco, storicamente fascista, ancora assai legato al partito che non vuole spegnere la fiamma nel simbolo. Un territorio dove i nonni furono così ferocemente fascisti da sparare contro gli anglo-americani sbarcati ad Anzio nel ‘44 per liberare l’Italia, perché gli era stato detto che gli alleati arrivavano per prendersi le loro terre.

La raccolta dei pomodori, delle fragole, dei prodotti agricoli di migliaia di serre, la cura delle centinaia di bufale che danno latte per le mozzarelle: queste ed altre attività fruttano ingenti guadagni per tanti piccoli imprenditori che si avvalgono di migliaia di lavoratori stranieri invisibili. Faticano 10-12 ore al giorno, vivono in baracche e casupole affittate da altri sfruttatori. Non hanno diritti né servizi.

Ora si getta tutta la responsabilità sul caporalato, che pure esiste e va estirpato, per coprire chi soprattutto dei caporali si avvale e si appropria del maggior guadagno dello sfruttamento. I caporali, come gli scafisti, (tutta gente che non vota si direbbe) sono additati come i veri responsabili, mentre si tace su chi fonda i suoi profitti sulla pratica del lavoro nero, precario e sottopagato. Come diceva Falcone, per spezzare queste catene paramafiose, bisogna indagare e colpire lì dove si formano i maggiori guadagli.

Se ci fosse la volontà politica non ci vorrebbe molto a modificare questo stato di cose, anche con un lavoro graduale che parta dalle condizioni più gravi. C’è questa volontà politica? Oppure l’agro pontino è una riserva protetta di voti della destra meloniana, e dunque si farà finta di colpire un caso, l’ultimo caso di cronaca, per poi lasciare tutto come prima? A Latina e in altre aree del paese.

Bisogna porsi subito queste domande e bisogna avere delle risposte. Dal tenore di queste ultime si capirà se si vuole modificare una situazione ormai insostenibile sul piano civile, morale e politico, oppure si vuole fare la commedia e dire in un orecchio ai piccoli imprenditori pontini “state buoni, non vi preoccupate, fra poco la buriana si calma e si torna a sfruttare in pace”.

Sarà affidata al vescovo Ivan Maffeis la Lectio degasperiana 2024.

A vent’anni dalla sua prima edizione, torna domenica 18 agosto 2024, alle 1700, il tradizionale appuntamento di Pieve Tesino. Una Lectio degasperiana dai risvolti originali, in cui l’analisi storica incontra le suggestioni della sapienza biblica nel delineare il carattere quasi profetico dell’esperienza degasperiana. La figura di De Gasperi non cessa di essere da stimolo per il nostro tempo. A 70 anni dalla sua scomparsa, il suo pensiero e la sua opera di statista appartengano ad un momento speciale della storia del Novecento. Le scelte del decennio di governo degasperiano hanno affrontato o anticipato tutte le difficoltà e tutte le aspirazioni della politica contemporanea, definendo i tratti quasi biblici di una marcia attraverso il deserto della democrazia e della miseria in cui si trovava l’Italia alla fine della Seconda guerra mondiale.

Con passo sicuro, attraverso sentieri mai battuti prima e coinvolgendo tutte le forze antifasciste e democratiche, De Gasperi ha guidato il Paese verso una nuova stagione della democrazia. Garantiti all’Italia un quadro economico e una collocazione internazionale favorevoli alla ricostruzione, dal 1948, una volta approvata la Carta costituzionale, per la politica italiana si apriva la strada del confronto politico e della militanza che ha consentito di dare identità e diritti a un popolo e di immaginare l’approdo europeo come una vera e propria “terra promessa” di pace e prosperità. Come accadde a Mosè, anche lo statista trentino morirà prima di raggiungerla con il suo popolo.

Per ripercorrere questo cammino, declinando il senso della profezia degasperiana alla luce delle sfide attuali della politica, la Fondazione è onorata di accogliere il prossimo 18 agosto a Pieve Tesino don Ivan Maffeis, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, un trentino che, come De Gasperi, ha dentro di sé lo spirito della sua terra e lo sguardo universale della fede. Purché il «profeta» non venda illusioni, ma parli con parole di verità, anche a costo di dire cose scomode e scoprirsi incompreso. Un leader politico, capace di annullarsi nel servizio al bene comune, non può essere né vanitoso né accomodante: così fu De Gasperi, un democristiano «a modo suo», un cattolico libero, che visse fino in fondo l’inquietudine e il tormento di un compito magnifico: difendere la democrazia con il metodo della libertà.

Le modalità di prenotazione e di partecipazione all’evento, che si terrà come da tradizione nel centro polifunzionale di Pieve Tesino, paese natale di Alcide De Gasperi e sede del Museo a lui dedicato, saranno comunicate nelle prossime settimane.

 

Il relatore

Nato a Pinzolo nel 1963, Ivan Maffeis dopo aver conseguito il dottorato in Scienze delle comunicazioni sociali, ha diretto il settimanale diocesano “Vita Trentina” dal 2000 al 2009. Parroco a Ravina e Romagnano, nel gennaio del 2010 ha lasciato i suoi incarichi in diocesi per prestare servizio nella Conferenza episcopale italiana, dove gli sono stati attribuiti vari incarichi, fino a quello di Sottosegretario dal 2015 al 2020. Tornato in diocesi, è stato parroco a Rovereto, prima che Papa Francesco lo nominasse Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve (2022). È membro del Dicastero per la Comunicazione (2017) e di quello delle Cause dei Santi (2024).

Virginio Rognoni, un modello di uomo e di politico.

Ci siamo conosciuti a Pavia nel 1957. Avevamo solo undici anni di differenza, lui nato il cinque agosto 1924, io il primo agosto 1935; lui ghisleriano negli anni 1946-47; io negli anni

1955-59. Ma, nel 1957, io ero un giovane studente universitario mentre lui era già docente di procedura civile, un giovane ma già autorevole docente, allievo del famoso Enrico Tullio Liebman. Devo anche al buon voto che meritai all’esame di procedura civile con il professor Rognoni se riuscii a riportare la media dei miei voti al livello richiesto per non essere cacciato dal Ghislieri, che era stata pregiudicata da un pessimo e ingiusto ventuno in diritto civile. Si aggiunse così un sentimento di riconoscenza alla stima e ammirazione che già avevo per la sua figura, per il suo stile, il suo equilibrio, il suo iniziale ma già ben visibile impegno pubblico che faceva seguito alle prime attività antifasciste realizzate prima della fine della guerra e del regime. Era per me un modello.

Dopo la laurea (1959) io lasciai Pavia per Monaco di Baviera, Roma, Milano, non senza mai recidere i legami con Pavia alla quale mi ero molto affezionato e con i magnifici quattro anni trascorsi nella sua Università e nel Ghislieri. Pavia aveva segnato il mio primo distacco da Brescia ma anche la contestuale scoperta di una per me nuova città lombarda che divenne rapidamente assai importante per me. Fu amore a prima vista con questa “città fluviale” e del “silenzio”, “incavernata in fondo alla Lombardia”, come la definì il suo massimo cantore, il sacerdote poeta Cesare Angelini, che mi aprì gli occhi anche alla comprensione del grande fascino, naturalistico ma anche culturale della pianura. Quante volte, nei decenni successivi, vissuti a Milano, ho sentito il bisogno di prendere la macchina e di calarmi a Pavia, solo per la gioia di passeggiare, da solo, lungo le sue viuzze medioevali e sul lungo Ticino, soffermandomi davanti a San Michele, ai collegi storici Ghislieri e Borromeo e all’antica Università, grandi testimonianze del tempo profondo e della continuità, pur nella capacità di evolvere.

Mi soffermo su Pavia anche perché Virginio Rognoni amava profondamente Pavia e, pur attratto dai crescenti doveri politici a Roma, mai pensò di lasciare Pavia. Anzi il suo legame con Pavia divenne ancora più profondo quando con la moglie Giancarla ricuperò una casa-cascina a Cà della Terra, trasformandola in una tipica dimora della campagna pavese, al limite della città ma già campagna. Una dimora moderna ma classica, dolcissima, accogliente. A onor del vero fu la moglie Giancarla, bresciana, la creatrice della dimora di Cà della Terra. Fu lei a donarle lo spirito e lo stile e a dotarla di un bellissimo e commovente giardino. È stato Rognoni insieme ad Angelini ed a Cà della Terra a farmi capire a fondo la bellezza intima di Pavia e la profondità della sua civiltà.

Rognoni, dopo un lungo impegno pubblico al Comune di Pavia dal 1964 al 1967, fu attratto dalla politica nazionale venendo eletto deputato alla Camera nel 1968 dove rimase per 7 legislature sino al 1994 e assumendo responsabilità governative sempre più importanti. Per questo nel decennio ‘68-‘78 le nostre frequentazioni non furono intense ma rimasero vive grazie ai rapporti con la famiglia e con i figli che crescevano parallelamente con i nostri. E fu proprio grazie ad una vicenda legata a suo figlio Vincenzo, coetaneo di mio figlio Luca, che io riconobbi veramente chi era Virginio Rognoni. L’evento avvenne in un campetto di calcio di un oratorio alla periferia di Pavia nel giugno 1978. Entrambi appassionati di calcio avevamo organizzato una partita tra le squadrette delle classi medie dei rispettivi figli. Noi scendemmo da Milano con un pulmino, loro giocavano in casa. Era in corso l’accanita partita quando Rognoni venne chiamato al telefono. Quando ritornò poco dopo mi sembrò cambiato, con uno sguardo profondo, lontano, deciso, impegnato. “Mi hanno chiesto di assumere la responsabilità di Ministro degli Interni”, mi disse a mezza voce.

Dopo le dimissioni di Francesco Cossiga da Ministro degli Interni come conseguenza dell’assassinio di Aldo Moro, la carica di Ministro degli Interni spaventava. Eravamo al culmine della lotta armata e della violenza terrorista (i cosiddetti anni di piombo). Toccava a lui, vicepresidente della Camera dal 1976. Fu in quel preciso momento che capii veramente chi era Rognoni. Dietro la sua cortesia e quasi bonomia c’era un uomo d’acciaio, dal coraggio e dalla determinazione straordinari. Un combattente che non si faceva spaventare dalla lotta ma che avrebbe condotto la sua battaglia con grande determinazione, con una fedeltà assoluta con i suoi principi che erano quelli della democrazia e della Costituzione.

E così è stato nei cinque anni in cui è stato Ministro degli Interni (1978-1983). In quei cinque anni terribili, nonostante il suo crescente impegno, le nostre frequentazioni, a Cà della Terra, aumentarono ed ebbi così modo di apprezzare da vicino la sua grande e lucida forza d’animo, il suo grande impegno. Allora in Italia al Ministero degli Interni contavano più di 200 organizzazioni terroristiche attive e nel 1979 fu registrata la cifra record di 659 attentati.

E ciò può spiegare perché, allora, molti uomini politici importanti (tra i quali ricordo Ugo La Malfa) chiedevano misure di contrasto al terrorismo eccezionali, anche in deroga alle norme ed alla tutela giudicate ordinarie. Rognoni prese misure e ottenne risultati importanti ma si rifiutò di prendere misure eccezionali. Fu sua l’idea di un gruppo interforze specificamente dedicato alla lotta al terrorismo alla cui guida chiamò il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che, nella qualità di “coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo”, rispondeva direttamente al ministro Rognoni. Fu sua, tra le riforme più significative, quella della smilitarizzazione della Polizia di Stato nel 1981 della quale si pose in risalto l’“organicità globale della Amministrazione della Pubblica Sicurezza alle dipendenze dirette dell’autorità politica, al di fuori, quindi, di ogni sospetto di corpo separato”. E quando l’attenzione si rivolse maggiormente al contrasto della criminalità organizzata, fu Rognoni nel 1982, il promotore, insieme a Pio La Torre, della fondamentale legge Rognoni-La Torre del 13 settembre 1982. La Torre fu assassinato dalla mafia nell’aprile 1982 e Dalla Chiesa cadde vittima della mafia, insieme alla giovane moglie, cento giorni dopo la sua nomina da Rognoni a Prefetto di Palermo, nel quadro dei programmi di contrasto alla mafia.

Furono passaggi e vicende difficili e dolorosissime e posso testimoniare la sua grande tristezza, ma mai vidi Rognoni vacillare nella sua fede nella democrazia e nella sua profonda fiducia che la democrazia, il diritto, il popolo italiano, le forze dell’ordine, la magistratura ordinaria, la Costituzione, avevano la forza di resistere e battere sul campo sia il terrorismo che la criminalità organizzata. Fu questa fede e questa fiducia e la serena forza che da esse emanava il segreto della sua e della nostra resistenza in quegli anni terribili.

Dopo la cessazione delle responsabilità come Ministro degli Interni, Rognoni ebbe altri importanti incarichi tra i quali: Ministro di Grazia e Giustizia (1986-87), Ministro della Difesa (1990-92), componente del Consiglio superiore della magistratura e vice-presidente della stessa (2002-2006). In ognuna di queste attività ha fatto cose sempre significative, ben riassunte nelle condoglianze e nel commiato che dopo la sua morte (notte del 20 settembre 2022) il vice presidente del Consiglio Superiore della magistratura, David Ermini, pronunciò con parole che meritano di essere ricordate: “Un galantuomo, un democratico, un europeista, un uomo delle istituzioni. È stato studioso e giurista insigne e politico appassionato e autorevole. Rognoni è stato un uomo dall’altissimo senso dello Stato che ha saputo guidare il CSM con equilibrio e saggezza in anni di forte tensione tra politica e magistratura. La sua è stata una figura pubblica di primissimo piano nella storia repubblicana, e il suo nome sarà per sempre ricordato grazie alla legge, firmata con Pio La Torre, che introdusse il reato di associazione di tipo mafioso e il sequestro e la confisca dei beni delle organizzazioni criminali”.

Ma il suo lascito più importante, il suo imperituro monumento restano la sua fede e la sua fiducia nella democrazia e nella Costituzione. Non democrazia e Costituzione generiche ma quelle che scaturivano dalle sofferenze e dalle lotte per la libertà del popolo italiano.

Giustamente la motivazione del premio Ghislieri alla carriera che gli fu assegnato nell’ottobre 2015 ricorda che: “L’impegno politico di Rognoni non si è però esaurito nel solo agone parlamentare e governativo. Si è anzi distinto peer un continuo richiamo a valori che l’esperienza antifascista giovanile aveva fortemente radicato in lui. Pochissimi mesi fa, intervenendo a una celebrazione locale peer il 25 aprile, dinanzi a una platea di giovani aveva ribadito che “l’antifascismo che noi celebriamo oggi è la democrazia”, la democrazia trova nell’antifascismo un sostegno, una sorta di ossigeno”. Fra i suoi numerosi interventi riguardo all’attualità politica e giuridica dell’Italia, segnaliamo una interessante considerazione riguardo all’autonomia della magistratura ospitata, come molti suoi scritti, dal “Corriere della Sera”.

Quando nel 2006 cessò la sua ultima attività pubblica al CSM, la sua maggior presenza riattivò Cà della Terra come luogo di incontri e di riflessioni, incontri animati dalla sua sempre lucidissima ed informata intelligenza e frequentata da persone per bene e di grande qualità. Negli ultimi anni quando non ci furono più incontri di gruppo e lui rimase solo fui io che cercavo di incontrarlo a Cà della Terra in incontri personali, perché avevo bisogno più di sempre del suo pensiero sulle difficili vicende politiche del nostro paese, avevo bisogno della sua guida intellettuale. Ma anche in questi colloqui personali, con i quali cercavamo di

capire cosa stesse succedendo nel nostro Paese, Rognoni cercava di essere positivo, vedere il bicchiere mezzo pieno e di domandarsi che cosa potessimo fare per contribuire a riempirlo.

Aveva pensato di poter contribuire all’Ulivo come uno dei dodici saggi chiamati a scrivere il Manifesto del Partito Democratico e come Presidente del Collegio dei garanti del Partito Democratico ha affermato che “La storia dei cattolici democratici è legata, con i suoi valori alla comprensione della laicità della politica, al gioco della libertà e al dovere della giustizia. Questa coscienza i cattolici l’hanno trovata nel PD” (Corriere della Sera 7 novembre 2009). E questo fu,

forse, il suo unico errore politico in tanti anni di colloqui. Riponeva molte speranze nel PD e credeva nel conferimento nel PD dei grandi principi cattolici di stampo sturziano che Martinazzoli aveva cercato di rievocare nel 1994 con il nuovo Partito Popolare Italiano al quale Rognoni aveva aderito. Ma si sbagliava.

Nel suo commovente funerale del 23 settembre 2022 nella Chiesa di Santa Maria del Carmine notai che al di là dei meritati omaggi istituzionali e degli amici di sempre, premeva il popolo pavese che non aveva nessun motivo di essere presente se non quello di testimoniare il suo affetto e la sua riconoscenza ad un grande leader politico e civile che aveva tanto fatto per la sua città e per l’Italia tutta. Ed ho rivolto un ringraziamento a chi lo aveva chiamato dolcemente a sé, nella notte del 20 settembre in piena lucidità e senza sofferenze, chiamandolo in tempo per impedirgli di vedere il dissesto in atto dei valori democratici e costituzionali che sono stati, per tutta la vita, la sua bussola, la sua speranza e il suo lascito per noi più importante.

Elezioni francesi, l’ultimo sondaggio conferma l’avanzata di Marine Le Pen.

Sylvain Courage

 

Secondo il sondaggio condotto dall’istituto Odoxa per “Le Nouvel Obs”, il Rassemblement National, largamente in testa alle intenzioni di voto (33%), è in grado di ottenere una maggioranza assoluta (da 250 a 300 seggi). Il Nuovo Fronte Popolare (28%) dovrebbe costituire la principale forza di opposizione (da 160 a 210 seggi), molto più avanti dell’attuale maggioranza (19% di intenzioni di voto e 70-120 seggi).

I francesi hanno capito la sfida rappresentata dalle elezioni legislative anticipate del prossimo 30 giugno e 7 luglio. Secondo il nostro sondaggio Odoxa – “Le Nouvel Obs”, si annuncia una partecipazione eccezionale: il 64% delle 2000 persone intervistate afferma di essere pronto ad andare a votare. Un livello molto superiore ai tassi di partecipazione delle elezioni legislative del 2017 (48,7%) e 2022 (47,5%), e mai più raggiunto da più di vent’anni (64,4% nel 2002).

 

Verso una partecipazione record

La prevista mobilitazione eccezionale ricorda quella registrata nelle elezioni legislative anticipate del 1997, tenute a seguito dello scioglimento deciso dal presidente Jacques Chirac. All’epoca, al primo turno votò il 68% degli elettori. Il prossimo 30 giugno, la partecipazione potrebbe avvicinarsi a questo record, o addirittura superarlo.

Tuttavia, rimangono discrepanze nella mobilitazione. Il 77% degli anziani mostra l’intenzione di partecipare alle elezioni contro il 54% dei giovani. Gli uomini (67% di loro intendono andare a votare) sopravanzano le donne (62%), i dirigenti (68%) gli operai (49%) e i francesi più benestanti (72%) quelli più modesti (57%).

Comunque, è tra le categorie più astensioniste che si osserva la crescita più forte: l’intenzione di andare a votare aumenta tra le donne (+17 punti rispetto alle europee del 9 giugno 2024), tra i giovani (+21 punti) e, infine, tra le famiglie più modeste (+21 punti).

 

La RN domina, la NFP progredisce

Se si svolgesse domenica prossima, il primo turno delle elezioni legislative vedrebbe la RN vincere con il 33% dei voti. Questo punteggio consacrerebbe un incremento di quasi 15 punti rispetto al risultato delle ultime elezioni legislative del 2022 (18,7%).

Con il 28% di intenzioni di voto, il Nuovo Fronte Popolare appare come l’altro probabile vincitore delle elezioni legislative: se questo punteggio dovesse essere confermato nelle urne, l’NFP progredirebbe sensibilmente rispetto alle elezioni legislative del 2022 (25,6% dei voti). Il giorno dopo l’annuncio dello scioglimento, quando l’alleanza elettorale tra sinistra e ambientalisti non era ancora formalizzata, le prime rilevazioni accreditavano lo schieramento di sinistra solo attorno al 22% al 23% dei voti. Quindi, a una decina di giorni dal primo turno, l’NFP può ancora sperare di avanzare.

Secondo lo studio Odoxa – “le Nouvel Obs”, il grande perdente delle future elezioni legislative dovrebbe essere Ensemble, il raggruppamento dei partiti dell’attuale maggioranza presidenziale (LREM, Horizon, MoDem). Un punteggio del 19%, come risulta dal nostro sondaggio, rappresenterebbe un calo di 7 punti rispetto al risultato di Renaissance e dei suoi alleati alle elezioni legislative del 2022.

Un altro perdente: i repubblicani. Dopo la scissione provocata da Eric Ciotti e dalla sua trentina di candidati, con l’intesa raggiungerà con RN, la formazione storica della destra si attesta sul 7% delle intenzioni di voto, ovvero 3,5 punti al di sotto del risultato ottenuto nelle elezioni legislative del 2022.

 

Continua a leggere

https://www.nouvelobs.com/politique/20240621.OBS90068/sondage-exclusif-odoxa-le-nouvel-obs-le-rn-33-a-portee-de-la-majorite-absolue-le-nouveau-front-populaire-en-dynamique-28-et-ensemble-en-grand-peril-19.html

 

(Traduzione della redazione)

Satnam, lo strazio di morte nell’agro pontino.

Ci sono fatti che hanno il vizio di lasciarti di stucco, talmente tanto stucchevoli che, per legge fatale degli opposti, ti ci abitui subito. Quindi te li lasci cadere di dosso perché il male oggi è morto, lascia segni di qualche minuto e non oltre, ha smarrito la sua identità, non fa chiasso e si chiede che senso abbia e cosa ci stia a fare al mondo, tanto che forse sta per abbandonare il campo. Si spera sia un trucco degli uomini per farlo fuori definitivamente.

Satnam vuol dire “la vera identità”, così si chiama l’uomo indiano che nei campi dell’agro pontino ci ha rimesso un arto, maneggiando un macchinario agricolo e poi, per le conseguenze dell’incidente, anche la vita. Sembra che il responsabile dell’azienda abbia fatto “l’indiano” scaricando la vittima, al pari di una cassetta di ortaggi, nella sua bicocca per poi darsela a gambe.

Satnam non è stato un diavolo da cui guardarsi e neanche l’invincibile Batman che alla fine la spunta sempre in ogni scazzottata. La sua vera identità e la sua sorte è stata di essere un bracciante, di quelli che, a schiena piegata, lavorano nei campi senza che qualcuno controlli davvero su condizioni di lavoro da inaccettabile sfruttamento. Sono reclutati da caporali, gente di testa fine che sanno scegliere quelli dal fisico robusto che possano dare la miglior resa. Sembra quasi un anagramma. Caporale si traduce nella lingua inglese in “corporal”, qualcuno comunque che si preoccupa di fisicità, pezzo più pezzo meno.

Al momento del fattaccio per il nostro bracciante d’Oriente nessuno si è sbracciato o si è adoperato più di tanto. È stato abbandonato nel mentre, sembra, si siano chiamati i soccorsi. Si potrebbe dire che, per lo schifo, c’è da farsi cadere le braccia per terra. Forse Satnam ha urlato di dolore e di terrore ma è stato come predicasse a braccio o a vento e nessuno lo ha accompagnato d’urgenza al primo soccorso sanitario possibile. Il suo capo non gli ha offerto il braccio per un immediato aiuto, forse perché non ha saputo recitare a braccio, improvvisando una parte imprevista. In questo caso non si potrà dire di braccia rubate all’agricoltura ma semmai il contrario e il responsabile sarà raggiunto dal braccio della giustizia ma a Satnam nessuno restituirà la vita.

Siamo di fronte al braccio violento di una mancanza di umanità. Ciò che è certo che da quelle parti Dante non sia stato letto: ”La bontà infinita ha sì gran braccia…” perché ci sono campi di lavoro troppo simili al braccio della morte. Prima o poi qualcuno deve lasciarci la pelle.

Questa volta è stato il turno di Satnam ma sarà materia anche per altri. Resterà il dubbio se sarà sepolto insieme al suo braccio o ne approfitteranno per un carico più leggero.   Resterà il dubbio se dalle paludi pontine emergerà una speranza a cui di nuovo aggrapparsi o se, dal loro fondo, un braccio la tratterrà per altro tempo ancora, fino ad annegarla per sempre.

La voce del Popolo | Europa: l’auspicabile ruolo dell’Italia.

La voce del Popolo | Europa: l’auspicabile ruolo dell’Italia.

 

In questa circostanza occorrerebbe essere un po’ patriottici e sperare che l’Italia “meloniana” abbia un ruolo importante nella nuova commissione. Ma la premier fa di tutto per renderlo difficoltoso.

 

Marco Follini

 

È presto per dire come si risolverà la querelle europea. Si intrecciano troppe criticità e troppe differenze e, solo il supplemento di tempo che i leader si sono concessi l’altro giorno a Bruxelles, consentirà di dipanare la matassa ingarbugliata delle nomine. Quello che è chiaro però è che per l’Italia governata da Giorgia Meloni non ci sarà un pareggio. Potrà capitare di vincere, entrando a pieno titolo sulla tolda di comando. Oppure di perdere, venendo ricacciati nel girone degli esclusi.

La via di mezzo, paradossalmente, resta la più improbabile. In questa circostanza occorrerebbe essere un po’ patriottici e sperare che l’Italia “meloniana” abbia un ruolo importante nella nuova commissione. Sentimento che probabilmente scavalca le linee di partito. Ma che la premier fa di tutto per rendere difficoltoso almeno ai suoi critici. Infatti la scelta delle alleanze e la rivendicazione dei ruoli vengono

presentate come un affare interno della maggioranza. Senza neppure cercare il conforto di un consiglio fuori dalle mura di Palazzo Chigi. Non si vuole certo evocare lo spiritello malizioso del consociativismo. Non ci sono posti da spartire tra maggioranza e opposizione. Ma sarebbe saggio che su temi di questa portata e di questa delicatezza almeno ci si parlasse.

Mentre invece si resta tutti paralizzati dai muri innalzati in nome della campagna elettorale, delle riforme a maggioranza, delle (reciproche) faziosità. Meloni oggi appare più forte. Ma appunto per questo dovrebbe usare la sua forza anche presso se stessa, domando certi suoi istinti troppo bellicosi e correggendo gli eccessi della sua stessa maggioranza.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 20 giugno 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

È una svolta illiberale o solo frastuono propagandistico?

Se non vogliamo buttarla in caciara, come si suol dire, adesso forse è arrivato il momento per chiederci seriamente se siamo in un contesto che prelude ad una “svolta illiberale”, ad un “cambio di regime”, ad una “torsione autoritaria” o una “semi dittatura” nel nostro paese. Lo chiedo perchè dopo l’approvazione alla Camera del progetto sull’autonomia differenziata e al Senato della riforma che introduce il premierato, si sprecano le accuse e le minacce che partono dal nuovo ed inedito “Fronte Popolare” sul ritorno del fascismo, seppur in una versione aggiornata e rivista. Accuse e minacce che vengono puntualmente amplificate dai quotidiani di sinistra e d’opposizione, dai soliti talk televisivi de La 7 e dal tradizionale e ben noto arcipelago editoriale, artistico, accademico, intellettuale e cinematografico della sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni.

Ora, e al di là del rispetto rigoroso delle singole opinioni, è quantomai importante chiedersi se tutto ciò risponde al vero o se, al contrario, appartiene solo e soltanto al campo della propaganda spicciola. Un elemento, questo, decisivo perché quando la polemica politica – in sè legittima e scontata – assume questi toni è di tutta evidenza che se il pericolo non è reale e percepito, ci troviamo di fronte ad una burla che se viene ripetuta ossessivamente rischia anche di trasformarsi In una farsa. Perché se si è veramente alla vigilia di una svolta illiberale o ad un cambio di regime non ci può essere un attimo di tregua. Non può valere, cioè, quella gag del teatro comico napoletano che “rinvia la rivoluzione all’autunno perchè d’estate fa troppo caldo”… E poi, forse, per tornare all’oggi, adesso ci prendiamo anche una pausa sul “rischio fascista” perché ci sono gli Europei di calcio che sono, come ovvio, ben più importanti e nazional-popolari.

Insomma, per evitare di girarci attorno, anche il neo Fronte Popolare deve chiarirsi le idee.

Scendere in piazza una volta o due al mese per denunciare l’arrivo di un regime dispotico, illiberale e strutturalmente anti democratico è una operazione del tutto legittima ma che alla fine rischia di diventare ridicola se poi questo regime non si materializza concretamente. Si corre, cioè, il rischio di replicare la narrazione dei “martiri dell’informazione”. Cioè di professionisti dell’informazione che confondono la libertà di pensiero e di espressione con i loro contratti milionari. E che il circo mediatico cosiddetto progressista eleva a guru intoccabili e dogmatici a difesa delle libertà democratiche di tutti noi e che per questi motivi ci invita nuovamente alla mobilitazione permanente in piazza…

Ecco perché la sinistra – quella radicale e massimalista della Schlein, quella estremista e fondamentalista del duo Fratoianni/Bonelli e quella populista, demagogica e antipolitica dei 5 Stelle – adesso deve sciogliere, e definitivamente, questo nodo. E cioè, o la situazione complessiva richiede una nuova, inedita e permanente Resistenza – allora non c’è pausa temporale o stagionale che tenga – oppure, e al contrario, si tratta del solito copione a tutti ben noto da svariati decenni. E cioè, dai governi di Alcide De Gasperi dal secondo dopoguerra in poi, ogniqualvolta la sinistra non è al potere c’è un concreto rischio di “deriva fascista” nel nostro paese. Ma questo, detto fra di noi, appartiene solo al frastuono e allo schiamazzo propagandistico di un campo politico che ha scarsi argomenti da mettere in campo per essere una vera e credibile alternativa. Solo il tempo, comunque sia, ci dirà da che parte sta la ragione.

L’apostolato dei medici nelle parole di Giulio Andreotti

Nel rimettere in ordine alcune scartoffie, mi sono imbattuto casualmente in un testo autografo che ha catturato la mia attenzione. Sui fogli fotocopiati si staglia, da me aggiunta a penna solo una parola identificativa del materiale: Andreotti.

Incuriosito, ho cercato, non senza fatica, di decifrarne il contenuto. La calligrafia è la sua, precisa, ordinata, con correzioni, cancellature e aggiunte.

Con uno sforzo ancora maggiore, sono riuscito a identificarne la collocazione temporale. Infine, con una piccola ricerca di archivio ho verificato che il testo, vergato davvero dalla mano di Giulio Andreotti, era già stato pubblicato nel 1985 e ho potuto ricostruire da questa prima pubblicazione il contesto nel quale il discorso dell’allora Ministro degli Esteri fu pronunciato.

A distanza di quasi 40 anni ho ritenuto opportuno riproporlo quale elemento conoscitivo della visione e testimonianza della sensibilità e dei valori di una personalità politica che ha segnato un lungo tratto della nostra storia e che resta incompresa, spesso intenzionalmente distorta, talora caricaturalizzata, sempre comunque complessa e controversa. Ho rispettato integralmente lo scritto, anche per quanto riguarda le sottolineature e la punteggiatura. Le mie interpolazioni sono indentificate con l’indicazione NdR: Nota del Redattore).

L’occasione del discorso fu un meeting internazionale tenutosi in data 28 maggio 1985, pochi mesi dopo l’istituzione della Pontificia Commissione per la Pastorale degli Operatori Sanitari. Alcuni degli interventi tenuti nel corso della riunione furono poche settimane dopo pubblicati nel numero 5-6 (Maggio-Giugno) di Orizzonte Medico, il mensile dell’Associazione dei Medici Cattolici Italiani (AMCI). Per comprendere il senso della riunione, è necessario richiamare alcuni antefatti. Il 13 maggio 1981, il mondo aveva vissuto in diretta l’attentato a Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, per mano di Alì Agca. Il Papa rischiò la morte e attribuì il miracolo della sua sopravvivenza alla protezione della Madonna di Fatima, della quale ricorreva quel giorno la festa. Da allora incominciò per il Papa un lungo calvario di sofferenza, complicazioni, interventi, nuove malattie, che lo portarono a soggiornare così spesso in ospedale da arrivare a definire il Policlinico Gemelli come un secondo Vaticano.

Un anno dopo si tenne a Roma, organizzato dall’AMCI, il XV Congresso Mondiale della Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC), della quale sarei divenuto Segretario Generale nel 1998 e successivamente, dal 1996 al 2002, Presidente. In modo eccezionale per l’epoca, non furono i 3500 Congressisti a recarsi in udienza dal Papa, ma fu il Pontefice a fare loro visita nell’Auditorium di via Conciliazione, straripante di persone entusiaste.

 

Continua leggere

Ucraina e Gaza, la politica non scioglie i nodi della guerra.

Nei giorni passati chi scrive ha cercato su queste pagine di individuare alcuni pur flebili “spiragli di luce” che lasciano intravvedere un possibile avvio di una nuova fase, destinata a far cessare le violenze nei due principali – e purtroppo non unici – conflitti in atto nel mondo.

Sono “spiragli” che effettivamente un osservatore molto attento può cogliere, ma solo se motivato da una esigente ricerca della pace. Spiragli che una diplomazia come quella vaticana, ad esempio, potrebbe esplorare nel dettaglio. E chissà che non lo stia facendo.

Ciò premesso, resta che negli ultimi due/tre giorni i segnali pervenuti, per così dire, dal “campo” vanno in tutt’altra direzione. In Israele lo scontro emerso fra i militari e il governo ha confermato una volta di più la truce determinazione del premier Netanyahu, volta a proseguire la guerra a Gaza sino alla completa distruzione – a questo punto – di ogni struttura esistente nella Striscia e ora fors’anche tesa ad aprire un nuovo fronte, a nord, contro l’altro gruppo islamico radicale alleato dell’Iran, Hezbollah. Sappiamo ormai tutti che il capo del governo di Gerusalemme può sperare di rimanere al potere e di non precipitare molto in basso nel suo paese solo proseguendo a tempo indeterminato le operazioni militari.   In Ucraina continua l’offensiva russa, sempre più aggressiva, ma al tempo stesso la nuova dotazione di armi difensive e offensive in arrivo dagli USA lascia a Zelensky la esplicita speranza di poter continuare la lotta ancora per lungo tempo. I venti di guerra dunque non hanno cessato di soffiare.

Poi c’è la politica. E questa, la grande assente dagli scenari anzidetti, in quanto capacità di volgere lo scontro in confronto prima e in mediazione successivamente, pare a sua volta orientata nel senso del conflitto.

A occidente si vive in attesa delle elezioni americane. La diplomazia di Biden e Blinken, per quanto assai attiva, non può non soffrire della sua possibile – alcuni giudicano probabile – eclissi: si spiega anche così l’atteggiamento del governo israeliano verso il suo potente, e decisivo, alleato e ora anche le dure parole rivolte da Netanyahu nei confronti di Washington. Confidente, quest’ultimo, in un ritorno di Trump, l’artefice degli Accordi di Abramo e avversario giurato del nemico iraniano.

L’Unione Europea, da parte sua, non è certo uscita rafforzata dalla recentissima competizione elettorale. Divisa più che mai e indebolita nei suoi “fondamentali” dall’avanzata imperiosa delle destre anti-federaliste soprattutto nei suoi due paesi principali, quelli che da sempre ne hanno orientato l’azione. E quindi se già prima il suo peso nei conflitti in corso era pressoché nullo tanto più lo sarà nei prossimi mesi, o anni.

A oriente, le autocrazie/dittature si organizzano fra loro senza l’impaccio di un confronto democratico con le proprie opinioni pubbliche, as usual. E così Putin rinsalda gli accordi militari con il feroce satrapo nordcoreano, accordi che consentono alla Russia un rifornimento in armamenti molto importante, fors’anche decisivo. Pagandolo con l’impegno ad un soccorso militare in caso di attacco subìto, timore sempre presente nella mente contorta del dittatore di Pyongyang. Inoltre, sia pure al prezzo di esserne uno junior partner, rafforza i legami col cinese Xi Jinping, pronto a utilizzare la guerra ucraina in funzione anti-americana, il fronte che a lui interessa davvero.

Tutti costoro, e questa è la novità di maggior interesse emersa nell’ultimo biennio, stanno giocando la carta del Sud Globale attraverso il club BRICS+. La mancata sottoscrizione del documento di Lucerna sulla guerra in Ucraina da parte di alcuni suoi paesi membri ne è buona testimonianza. Ora, l’ambiguità di quel club è gigantesca, ove si pensi ad esempio alla recente partecipazione in Puglia al G7 allargato di Brasile e India o all’alleanza militare e non solo fra Arabia Saudita e Stati Uniti. Paesi impegnati in un difficile e rischioso equilibrismo fra occidente e oriente che però ha un obiettivo, sul quale non si può non riflettere, ovvero riequilibrare i rapporti di forza fra nord e sud del mondo. Alla luce dei nuovi e consolidati diversi pesi demografici e di una questione ambientale che essi non vogliono affrontare secondo i canoni ritenuti iper-ecologisti e nemici del loro appena avviato sviluppo economico che l’occidente pare aver abbracciato. Per essi, in fondo, l’indebolimento dell’Europa del Green Deal e il possibile come-back di Trump sono notizie da apprendere con indubbio piacere. Proprio come per Putin.

AgenSIR | Curata da Rosina, un’ampia ricerca dell’Istituto Toniolo sui giovani.

Lorenzo Garbarino

 

Anche se alle ultime elezioni europee è aumentato il tasso di astensione elettorale, l’interesse dei giovani nei confronti della politica resta saldo. A sostenerlo è l’ultima ricerca dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo su giovani, democrazia, partecipazione politica e visione dell’Europa. I numeri dello studio sono stati presentati martedì 18 giugno all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e hanno evidenziato come sia presente tra i ragazzi una maggiore domanda di partecipazione, di spazi e modalità di espressione.

Fiducia nella Presidenza della Repubblica e nellUe. Per analizzare la fiducia nelle istituzioni, la ricerca ha suddiviso i consensi anche in base ai titoli di studio di laurea, diploma superiore e inferiore. Per la maggioranza delle istituzioni si è osservata una progressiva erosione a fronte di una minore scolarizzazione dell’intervistato. L’unico dato dove il paradigma si ribalta è nei social network, più alta tra chi ha meno titoli di studio. Saldamente in cima alla classifica resta la presidenza della Repubblica, che ottiene il 61,8% del consenso dei laureati, il 56,4% dei diplomi di scuola superiore e il 46% del diploma inferiore. Il secondo posto è riservato all’Unione europea, che raccoglie il 54,5%, confermando in sostanza il livello pre-elezioni europee del 2019 (quando era al 54,2%). Il consenso resta alto anche nelle istituzioni non di parte. “La ricerca scientifica e il volontariato restano realtà solide per i giovani – ha dichiarato Alessandro Rosina, coordinatore dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo -. I dati positivi li vediamo tra i ventenni, che sentono più spazio di partecipazione nella politica. Con l’avanzare dell’età media, tuttavia, la sfiducia e la disillusione aumentano.

I giovani non pensano che i partiti siano tutti uguali, e riconoscono il loro ruolo fondamentale per la democrazia, ma non li considerano all’altezza e di sapersi mettere in discussione.

Di fronte a un sistema bloccato, aumenta la richiesta di un leader decisionista e forte per il 72% degli intervistati”. A confermare questa tesi sono i livelli di fiducia nei partiti. Seppur in costante crescita (nel 2013 all’8,5%), oggi restano molto indietro rispetto alle istituzioni più accreditate, mantenendosi sul 31,6%.

Poco spazio riservato ai giovani. Una richiesta che non lascia emergere il rischio di una dittatura, ma il timore che la democrazia si svuoti. “Per i giovani la democrazia è malata, ma recuperabile – ha affermato Cristina Pasqualini, ricercatrice di sociologia dell’Università Cattolica e componente del Comitato scientifico -. Dalle loro parole emerge una democrazia come un concetto denso, che si sintetizza nelle parole di partecipazione, popolo e libertà. Il parlamento italiano invece risulta come un circo, delegittimato rispetto al suo glorioso passato. Per loro produce più problemi che soluzioni. Per questo le manifestazioni di piazza sono un’occasione per far sentire la voce, ma le sentono come il sintomo di un problema, come se fosse l’ultima spiaggia”. Un primo effetto di questi rischi, secondo la ricerca, è l’attuale calo della partecipazione elettorale, anche se emerge un’elevata domanda di impegno per il bene comune, che mobiliti anche dal basso.

Per quasi 3 giovani su 4, seppur complesso, è ancora possibile impegnarsi in prima persona per migliorare il Paese. Più elevata è la percentuale di chi afferma che, se la politica italiana offrisse spazio di partecipazione per i giovani, si avvicinerebbe all’impegno politico.

 

Continua a leggere

https://www.agensir.it/chiesa/2024/06/19/istituto-toniolo-i-giovani-restano-interessati-alla-politica-nonostante-tutto/

Adultizzazione, ovvero il vulnus dei diritti di bambini e ragazzi.

Il fenomeno della adultizzazione precoce oltre ad essere la causa di molte distonie comportamentali la cui soglia di accesso si abbassa sempre di più quasi a lambire la stessa infanzia, finisce per comprimere, ridurre, e svuotare della loro spontaneità le prime esperienze di formazione e socializzazione dei bambini e degli adolescenti. La famiglia cd. “patriarcale” di un tempo (che non abbiamo motivo di rimpiangere ma che aveva le sue regole) induceva ad un prolungamento di quella fascia di età che i pedagogisti chiamano “statu pupillari”: una condizione di graduale emancipazione pilotata dagli adulti, genitori o educatori che fossero. Da questo punto di vista l’abbassamento del livello di accesso e fruizione al mondo dei social ha determinato una dirompente precocità di esperienze sul piano comportamentale, sotto l’aspetto individuale e sociale. In linea di massima ogni generazione guardando a ritroso e ricordando i giochi, i passatempi, le frequentazioni amicali, le libertà concesse e quelle proibite dei primi dieci-dodici anni della propria vita, coglie sempre una differenza comparandoli con il presente e spesso prevale una ineffabile nostalgia.

I segreti e le fantasie di un tempo conservavano una certa innocenza, oltre le apparenti malizie: ‘dire, fare, baciare, lettera e testamento’ erano approcci di conoscenza della realtà e delle relazioni amicali che esprimevano una non ingannevole trasgressione. Tuttavia la deriva del presente sta velocemente assumendo i tratti di una esponenziale anticipazione: in questo l’uso delle tecnologie, la Tv, il libero accesso all’universo sconosciuto del web, senza limiti, senza controlli, senza facoltà di discernimento e criteri etici a fronte di un potenziale di offerta praticamente illimitato non considerano certo l’età come discrimine della loro fruizione. Se l’infanzia delle favole, del gioco libero e creativo, della manualità come forma di conoscenza materica degli oggetti e della realtà e dello scorrere gratuito del tempo sparisce e l’adolescenza scompare inghiottita nello schermo di uno smartphone ecco che viene a mancare una fascia temporale essenziale per la formazione e la costruzione della propria identità.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e costituiscono un fondato motivo di preoccupazione in famiglia e a scuola, laddove ve ne sia consapevolezza. Di fatto questa concezione meramente strumentale, consumistica e commerciale dei primi anni di vita produce una serie di cascami e conseguenze negative che sovraespongono bambini e ragazzini ai pericoli del fuori controllo. Trovo che l’omologazione imposta dai media, la digitazione compulsiva, la ripetitività, il transfert degli accessi al “tutto”, gli azzardi in rete, la molteplicità dei canali spesso disinformativi e diseducativi sono la fase prodromica di azioni dissociative: la stessa esplosione di manifestazione di aggressività e violenza tra pari, l’agire in gruppo socializzando una concezione distruttiva della realtà e lesiva dei valori di rispetto della dignità umana producono una sorta di montante emulazione nel superarsi verso il peggio. Bullismo, cyberbullismo, revenge porn, violenze di genere nascono da qui.

Forse il termine “baby gang” è inappropriato ed eccessivo (tuttavia suscita l’attenzione dei tribunali minorili per l’emergenza dei casi, pur nell’ottica di una ‘giustizia riparativa’) perché paradossalmente la violenza agìta è l’emulazione dei cattivi esempi o delle omissioni degli adulti. Esprime invece – sembra inverosimile- una debolezza nel controllo delle pulsioni proprio a motivo di quella deriva anticipatoria e di adultizzazione precoce che ha di fatto bypassato l’infanzia e la prima adolescenza. Ciò produce un fenomeno di disconnessione dalla realtà che è la speculare conseguenza dell’iperconnessione tecnologica: connessi e digitalizzati nel mondo virtuale e disconnessi e fondamentalmente soli e abbandonati in quello reale.

Sotto questo profilo di considerazione non condivido affatto la scelta della scuola di rendersi strutturalmente “ipertecnologica” a scapito di un decadimento delle relazioni empatiche e affettive. Paradossalmente l’autonomia scolastica si è ammalata di ipertrofia burocratica ed ha imposto l’uso delle tecnologie con risultati scadenti sotto il profilo formativo: nella scuola primaria i tablet sostituiscono il corsivo, nelle superiori vengono trascurati i grandi capolavori della letteratura per far posto agli esperimenti di intelligenza artificiale, ai test, agli web-quest, alle flipped class room e alla gamification. Già nel 2020 in una intervista che realizzai con lui, Umberto Galimberti puntava senza indugi l’indice su questa intrapresa fuorviante: “Anche la scuola ha perso i suoi scopi fondamentali: è diventata luogo di apprendimento-istruzione più che di educazione: i contenuti intellettuali – come ci insegna Platone – passano attraverso categorie emotive. Qui passa la differenza tra istruzione ed educazione, i sentimenti si acquisiscono come le nozioni, si imparano: il luogo privilegiato per insegnarli è la letteratura che ci dà i paradigmi per collocare i nostri stati d’animo – l’amore, il dolore, la noia, l’amicizia ecc. – in una narrazione che ho acquisito leggendo. I ragazzi, interrogati sul perché stanno male non sanno nemmeno nominare il luogo del loro disagio e qui subentra la disperazione”. Concetti ribaditi durante l’evento “G-talk: Riflessioni: famiglia e figli nell’era digitale” ripreso in un servizio di Orizzonte Scuola del 7 giugno 2024: “La scuola italiana istruisce ma non educa. Stiamo assistendo alla morte dell’homo sapiens. Bisogna riempire le scuole di libri, non di computer”.

Ciò che manca alla scuola di oggi non è dunque qualche aggiuntivo armamentario digitale ma una buona, efficace e motivante educazione sentimentale. Ai giovani alunni che essa riceve, spesso afasici e incerti nel comunicare, carenti di relazioni affettive primarie e amicali non si possono offrire solo tablet, algoritmi, cloud computing e STEM: sovente essi provengono da nuclei familiari inadeguati e necessiterebbero di alfabetizzazione e di affinamento dei sentimenti. Se i contesti esistenziali umani, fin dall’infanzia, sono forgiati e regolamentati dalle tecnologie esse finiscono per diventare preponderanti, specie se famiglia e scuola non sono in grado di preparare anticorpi e alternative centrate sui valori. Ricordo che – sempre nel 2020 –  Vittorino Andreoli mi disse che “il comportamento dipende anche dalla modalità con cui noi abbiamo vissuto il nostro passato e in particolare da come abbiamo vissuto l’infanzia, importantissimi sono i primi tre anni di vita”….”La più grande terapia è il legame, è l’amore”…Allora io penso che la scuola debba cambiare per aiutare i ragazzi a vivere in un mondo difficile e la scuola non deve diventare parte della difficoltà del mondo”.

Riannodando le fila di questa riflessione non posso esimermi dal citare quanto detto da Paolo Crepet al Riformista e ripreso da Tecnica della Scuola del 22/11/2023. “Non c’è nessuna voglia di ascoltare i figli, non ci interessa, è tutto un delegare, la famiglia delega alla scuola, la scuola delega non si sa a chi, il ministero pensa di risolvere non si sa come. Se vogliamo veramente cambiare le cose, come dicono i rivoluzionari da salotto, cominciamo dai bambini non a diciotto anni quando ormai è troppo tardi. Finanziamo le scuole dell’infanzia, iniziamo a togliere tutta questa tecnologia dalle scuole per i piccoli, le mie parole sono rivoluzionarie perché io dico una cosa che nessuno vuol fare, che nessuno vuole sentire, perché quando si toccano degli interessi nessuno vuole sentire. La Svezia ha detto di sì a questa proposta di diminuire la tecnologia nelle scuole, il ministero italico invece ha detto che ci deve pensare”.

Ho citato tre autorevoli esperti che seguo da tempo: inutile sottolineare – per quel che conta – che sono in totale sintonia con le loro valutazioni che io stesso – nel mio piccolo – scrivo e sostengo da anni in decine di articoli e nel mio libro “Scuola e dintorni” (2017) con la prefazione del Presidente del Censis Giuseppe De Rita.

Famiglia e scuola sono definite “istituzioni in crisi” perché hanno perduto da tempo il senso dei loro compiti formativi della singola persona e nel contesto sociale in cui agiscono. Bisogna ripartire dai fondamentali, restituendo all’infanzia e all’adolescenza creatività, motivazioni, interessi, gioia di vivere e di crescere. Ciò può avvenire solo se si rispettano i diritti della loro età. A cominciare dal gioco: perché i nostri bambini non giocano più ma emulano gli adulti? E poi responsabilizzando i genitori: famiglia è chi ti chiama, chi ti cerca, chi ti ascolta chi ti sostiene. Per finire con la scuola: trovo che l’urgenza più avvertita e pressante sia di valorizzare la libertà di insegnamento costituzionalmente garantita ma oggi prigioniera di un modello organizzativo iperburocratico e irregimentato. Non sempre autonomia fa rima con democrazia.

Libri | La tecnologia sta modificando la fisionomia della cura medica

Nel 1976 Jerrold S. Maxmen sosteneva e prevedeva la scomparsa della figura del medico nel ventunesimo secolo. Un’era in cui questa figura sarebbe diventata obsoleta per motivi tecnologici, politici, economici e sociali, un’era in cui si sarebbe instaurato un modello di erogazione delle cure gestito dal computer e da una nuova figura professionale. Già allora si poteva prevedere come le funzioni cliniche e non cliniche dei dottori avrebbero potuto essere gestite da un computer. Per l’autore, con le conoscenze e la tecnologia, già allora a disposizione, la necessità del medico era solo un mito. Maxmen ha fatto previsioni fino al 2025 e buona parte di queste si sono realizzate sia nel campo delle comunicazioni che in quello della tecnologia così come molte in quello biomedico.

Come è cambiata la medicina dall’inizio del secolo scorso e come sta cambiando nel ventunesimo secolo?

I mutamenti sono stati sostanziali e rapidi come mai è avvenuto nei secoli precedenti. Possiamo distinguere grossolanamente quattro fasi. Nella prima fase, dall’inizio del novecento fino agli anni ’50, il medico acquisiva finalmente strumenti per curare e guarire malattie acute e infettive. Le vaccinazioni di massa, la scoperta degli antibiotici e di altri farmaci efficaci cambiavano radicalmente le condizioni di salute della popolazione nel mondo occidentale. Il medico aveva un ruolo importante e definito nella società e gestiva la cura in modo autoritario e paternalistico. La seconda fase fino agli anni ’80 è stata caratterizzata dalla esaltazione delle specializzazioni nate dallo sviluppo della tecnologia prevalentemente diagnostica.

Questo ha portato ad una frammentazione delle conoscenze e delle abilità mediche, ha mutato la formazione accademica e ha portato la maggior parte dei medici ad occuparsi in maniera quasi esclusiva di un organo, di un apparato o di una apparecchiatura diagnostica o terapeutica complessa. La terza fase inizia alle soglie del 2000, la tecnologia permette di curare molte malattie e di modificarne la storia naturale. Permette di cambiare la demografia dei continenti. Cambiano le aspettative dei pazienti e la domanda di prestazioni sanitarie.

Con la globalizzazione la tecnologia non ha più confini, la figura del medico muta geograficamente solo perché viene disegnata dai sistemi di erogazione delle cure decisi dalla politica. In questa fase la medicina si interessa anche di ambiti estranei alla sua tradizione. Fecondazione assistita, manipolazioni genetiche, chirurgia estetica, protesi meccaniche, trapianti di organi, clonazione, transessualità, sopravvivenza di soggetti ridotti a una vita vegetativa ed eutanasia sono tutte nuove prestazioni mediche. La quarta fase è quella in cui siamo immersi, è quella dell’inflazione di informazioni, quella degli algoritmi, delle piattaforme di rete, dell’IA e della genetica.

 

[Il testo è tratto dal primo capitolo del volume pubblicato da Gabrielli editore]

 

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/narrazioni/politica-e-societa/giuseppe-maso-dopo-ippocrate/

I morti del Mediterraneo non contano sui tavoli di Bruxelles

C’è da giocarsi i numeri al lotto e forse recuperare un pizzico di fortuna da un fatto andato per storto. Sembra siano partiti in 78. La solita ciurmaglia di gente che vaga per mare in cerca di Europa. Se ne sono salvati 12 mentre sarebbero 66 i dispersi, una parola delicata per non richiamare direttamente la morte, per sfumarne o disperderne gli effetti di quando, se va bene si finisce in una bara e se va male letteralmente in bocca ai pesci ed alle onde che ti spugnano pian piano anche le ossa.

È accaduto nel mare Ionio che già dal nome racconta di una vicenda travagliata. Ionio fu una fanciulla amata da Zeus in forma di nube. Per sfuggire alla rabbia della Dea Era riparò in mare dando il nome a quelle acque. Già dalla nascita le acque si fanno torbide e confuse. Per altri, infatti, Ionio sarebbe il figlio del re Durazzo che, aggredito dai fratelli per prenderne il regno, riuscì a prevalere, grazie al figlio che strinse amicizia con l’invincibile Ercole. Ancora per la cabala ed all’amore per i numeri si legge che lo Ionio 3 è l’isotopo radioattivo del torio, di numero atomico 90 e numero di massa 230, appartenente alla famiglia radioattiva dell’uranio. Qualcosa di complicato da maneggiare.

Ad oggi sarebbero, per quanto risulta, circa 800 le vittime dall’inizio dell’anno. Con la bella stagione aumenteranno senz’altro di numero. La morte in questi giorni emigra verso un clima caldo, ama la brezza del mare. Si stuzzica l’appetito non appena vede un barcone in difficoltà e affonda nel gusto non appena vede annegamenti ammucchiarsi nel suo palato. Annusa i venti e si lascia trasportare andando alla loro deriva. Dove la porteranno ci sarà certamente per rifocillarla in un banchetto niente male. Nel canale di Sicilia nello stesso giorno se n’è mangiati un’altra decina, ma fanno meno notizia, si è trattato solo di un antipasto su un menù assai più ricco di proposte.

I 78 erano partiti su una barca a vela, nessun rischio di un motore che potesse imballarsi o di crepare nella stiva tra fumi tossici ed ustioni. In genere in questi casi ci si affida ad uno skipper, ad un comandante in grado di seguire una rotta. Non c’è l’hanno fatta neanche per rotta di collo. Del resto “skip” è una parola ambigua. Vuol dire troppe cose tutte insieme. Oltre al comando, significa anche saltare oppure omettere. I profughi hanno saltato l’appuntamento con la salvezza perché il destino ha omesso di offrirgli un futuro. I telegiornali insistono sui bambini scomparsi tra le onde, come se gli adulti fossero invece morti tutto sommato sopportabili.

È tempo di villeggiatura: chi può, andrà a riposarsi dagli affanni invernali in alberghi o villaggi attrezzati di invitanti piscine. Lì non ci sarà il rischio, tra una nuotata e l’altra, di sbracciare inavvertitamente su un cadavere a pelo d’acqua o intravedendo una sagoma scheletrica mentre si va sott’acqua a caccia di polipi con cui banchettare la cena. I bagnini sono muniti di occhiali e dovranno vigilare sul traffico a pelo d’acqua; all’incrocio delle onde sia precedenza ai vivi e dopo i morti. Dovranno essere attenti ed osservare, concentrati, la linea di galleggiamento del loro tratto di mare. Da un po’ sono allenati anche ad intuire ciò che appena affiora, timidamente, e che non ha l’ardire di mostrarsi del tutto. I morti hanno una loro riservatezza pur non disprezzando il sole, che proprio non riescono a rinnegare.

È ora di calare la vela e stenderla sull’acqua per coprire carni inammissibili al cospetto umano, piante solo dalle onde che ne urlano ancora la speranza, malgrado tutto sia già finito. Il Mediterraneo non è una medicina ma una medusa urticante che ti fa fuori appena ti ci accosti. Intanto in Europa si dibatte di grandi accordi per il nuovo assetto da darsi. Anche lì si danno cinicamente i numeri, contare il peso di ogni partito per spostare il baricentro della politica, tirare la corrente dalla propria parte. Sul tavolo delle trattative croci, preghiere e lamenti non hanno spazio. Dal mare si è salvata una bambina che ha perduto tutta la sua famiglia. Che ne sarà di lei è una risposta che i potenti non sono in gradi di darsi. Non è questo quello che conta.

L’astensionismo si combatte creando luoghi e occasioni di confronto

È doveroso preoccuparsi ed indagare sul fenomeno dell’astensionismo elettorale. Francesco Provinciali ha pubblicato una analisi interessante e condivisibile in tutto, specialmente laddove parla dell’idea sostanzialmente proprietaria che alcuni leader si sono fatti del loro partito. C’è un punto però che può essere ulteriormente indagato per capire il fenomeno ed ha due facce: i media e la formazione dell’opinione pubblica e la partecipazione attiva dei cittadini alla vita associativa dei partiti.

Giorgio Gaber cantava che la libertà è partecipazione. In anticipo di qualche decennio aveva capito la natura della crisi politica che poi sarebbe esplosa all’inizio degli anni ’90 e che si è andata aggravando fino ad oggi. E in questa linea i due aspetti – opinione pubblica e partecipazione – possono essere considerati insieme. Si vuole far credere e molti lo credono che seguire passivamente la politica sui media equivalga alla partecipazione attiva nella vita dei partiti e nella formazione del loro indirizzo politico. Evidentemente assistere alle tante discussioni tra i politici e gli opinionisti sulle reti televisive, non esaurisce lo spazio della formazione e della condivisione di una idea politica. Tanto più poi quando questi dibattiti sottintendono la riduzione della complessità socio-politica ad uno schema semplificatorio bipolare all’interno del quale basta dire sì oppure no, come se altro non esistesse. Insomma l’applicazione autoritaria del principio aristotelico “tertium non datur” che ha valore nel campo della logica, ma non certo in quello della politica.

Nelle ultime elezioni europee abbiamo assistito agli esiziali esiti ottenuti dal mancato accordo tra Calenda e Renzi che in termini elettorali ha significato 1.654.812 voti buttati al vento, mentre con meno voti il partito che candidava la Salis ha ottenuto, godendo di un forte effetto mediatico, ben sei europarlamentari. E il problema è proprio dipendere dai media se è vero – come è stato detto – che nelle urne si raccoglie quello che è apparso sui media. Una questione complicatissima alla quale non c’è una risposta univoca e semplice.

Nella corsa dei leader ad apparire i partiti hanno finito per trascurare il loro radicamento sul territorio e con la base tanto che perfino le recenti elezioni regionali in Sardegna e Basilicata sono state vissute come drammatici eventi nazionali. Di questo passo accadrà che anche la più modesta prova elettorale finirà per divenire un caso nazionale umiliando il residuale tessuto organizzativo dei partiti sul territorio il cui governo sarà anch’esso espropriato alle competenze locali (buone o mediocri poco importa) e attribuito secondo lo schema semplificatorio del potere mediatico.

Anche queste ultime elezioni ci hanno insegnato l’insindacabilità del potere da remoto dei media (pubblici o privati), i quali pur in polemica tra loro, a danno delle tante particolarità del’Italia degli oltre ottomila comuni, vogliono imporre un bipolarismo che non è nella nostra tradizione politica e neppure nella mentalità popolare. Destra e Sinistra sono presentate come i due territori possibili ed esclusivi delle scelte politiche restando entrambe per rendita di posizione nel cerchio delle loro contrapposte (ed ideologiche) visioni. La differenza che poi determina il risultato la faranno i media con i loro intrecci opachi di potere coperti dalla presenza dei soliti noti scelti non si sa come, con il compito di persuasori per l’una o l’altra sponda, con il privilegio di parlare a una platea di milioni di isolati che spesso si convincono “per principio” anche contro i propri interessi. È necessario rompere questo isolamento. È il primo passo per una riconquista della sovranità politica del popolo. Occorre perciò creare luoghi e occasioni di confronto e di dialogo dove le persone possano liberamente esporre le proprie ragioni ed ascoltare quelle altrui. Confronti nei quali l’opinione politica si plasma senza filtri dal basso creando così maggiore consapevolezza e, soprattutto, l’emersione di figure rappresentative e come tali riconosciute. Occorrono fantasia e coraggio, ma non si vedono altre vie d’uscita. Fantasia nell’individuazione dei luoghi e delle occasioni; coraggio nell’affrontare i problemi e i nodi da sciogliere.

Vedersi magari anche in pochi, ma cominciare creando di fatto una tendenza e una nuova cultura politica nella quale l’intelligenza creativa possa avere il suo luogo di espressione e di verifica. Quell’intelligenza della storia che è nella corde di chi si accosta alla politica e vuole dare a quella il sassolino del proprio originale e sincero contributo. Credo che si possa cominciare e certo male non farà, ma se si vuole dare un senso politico al centro sociale penso che non ci sia altra strada. Per adesso quella del leaderismo ha fatto buttare al macero 1.654.812 voti liberamente espressi. Calenda e Renzi evidentemente sono attesi a questi confronti dai quali dovrebbe prendere figura un embrione di nuova classe politica e dirigente.

Premierato, Calenda: “La riforma del governo è pasticciata e confusa”.

Signor Presidente, noi siamo fermamente contrari a questa riforma per tre ordini di ragioni: nel merito, nel metodo e per le conseguenze politiche che avrà.

Nel merito, di cui credo si sia parlato molto, in linea di principio mi sembra che questa riforma dica che, se un Governo va male e perde il consenso dei cittadini, il Premier è comunque blindato, nonostante tutto, qualunque cosa accada al Paese. All’inefficacia della politica si risponde, cioè, non con una politica più efficace, ma blindando la politica anche quando è inefficace. Potrei dire che basta guardarsi intorno: o siamo i più intelligenti di tutti – cosa su cui, dal punto di vista istituzionale, ho un dubbio – o forse ci dovrebbe sorgere qualche perplessità per il fatto che intorno a noi nessuno lo usa.

Si potrebbe dire che la legge elettorale che verrà associata avrà e porterà squilibri che probabilmente la renderanno anche non costituzionale, o comunque che questo è un punto delicato. Si può dire tutto questo, ma nel merito anche voi sapete che questa riforma non funziona. Sapete anche voi – o almeno una grande parte delle persone che sono in quest’Aula – che è pasticciata e confusa. Tuttavia, a mio avviso, il punto non è questo; non è questo che interessa ed forse non è il fatto più negativo.

Quello che interessa è il metodo: arrivare a un confronto frontale, sempre e comunque. Ne conoscete rischi e sapete che questo – lo abbiamo già vissuto – può portare a dolorose sconfitte. Ma il punto non è questo, a mio avviso. Il punto è spostare l’attenzione. Se 120.000 giovani se ne vanno dall’Italia; se 4 milioni di cittadini sono sotto la soglia di povertà; se si ha una situazione per la quale la scuola oggi prepara molto meno che in tutti gli altri Paesi europei, questi sono punti rilevanti, difficili e complessi da affrontare. Allora si pensa di uscirne come ne siamo usciti negli ultimi trent’anni: con una grande ordalia tra il bene e il male. Possiamo già dire cosa succederà i prossimi mesi, perché l’abbiamo già visto: diremo che, da un lato, c’è la pulsione verso tragici passati e, dall’altro lato, ci sono i traditori della volontà popolare e andremo avanti così, finché a votare rimarrà il 30 o il 35 per cento degli italiani.

Dopo le elezioni europee non mi sento di dare a nessuno consigli su come prendere il consenso. Ma mi sento di dire che il prossimo anno noi segheremo un altro pezzo del ramo su cui siamo seduti tutti insieme, cioè le istituzioni repubblicane. Lo faremo con un conflitto continuo, costante, su tutto, che non produrrà niente e al termine di tutto questo saremo tutti più deboli. Io non so se vincerete voi o se vinceremo noi, non ne ho idea; è tutto molto imprevedibile ed effimero. So, però, che più cittadini si allontaneranno dalla politica e se ne allontaneranno talmente tanti che, alla fine, il pericolo democratico sarà non la riforma in sé, ma ciò che essa provoca, ciò che il modo di portarla avanti provoca, ciò che questo modo di discutere della Costituzione provoca.

Quello che provoca è la sensazione nel Paese che in queste Aule discutiamo di cose lunari, perché sappiamo perfettamente che i poteri del Presidente del Consiglio sono enormi e le cose che non funzionano sono la pubblica amministrazione, il federalismo e la giustizia. Di questo, però, non parleremo, perché da trent’anni siamo abituati a questa ordalia, è un riflesso condizionato. Quindi, ci si insulta, faremo scene come quelle che sono successe e ne succederanno altre, che i cittadini giudicheranno riprovevoli e non ce ne importerà niente, perché il punto non è riportare i cittadini al voto. Il punto è che a votare rimangano solo le curve perché, se a votare rimangono solo le curve, quello che fai o non fai, quello che produci o non produci diventa irrilevante, perché l’unica cosa che diventa rilevante è il tifo. Il problema è che i tifosi saranno sempre meno dei cittadini e a un certo punto i cittadini ci lasceranno del tutto. (Applausi).

 

Il testo del premierato approvato ieri al Senato

https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/437617.pdf

Cos’è stata la Dc e quale traccia ha lasciato nel Paese?

Il “Corriere della Sera” di lunedì scorso, 17 giugno, ha dedicato due pagine alla Democrazia cristiana. Due intere pagine, con ricostruzioni, commenti e titoli lusinghieri. Un fatto inaspettato, da anni non accadeva una simile attenzione su un giornale, per di più il “Corriere”, e per questo tanto più gradito. Persuasivo in particolare il titolo di apertura: “Al centro della storia”.

L’occasione è stata la presentazione del convegno che avrà luogo a Roma domani, giovedì 20, al teatro Quirino, come inizio di un programma triennale rievocativo degli ottanta anni dalla nascita di questo partito nel tumultuoso passaggio del dopoguerra dal fascismo alla democrazia, e dalla monarchia alla repubblica.

Perché la cronaca diventi storia è necessario che il tempo scorra, liberando la ricostruzione dei fatti dalle passioni e dalle polemiche del momento che ne alterano la visione. Perciò a ottanta anni dalla nascita, e trenta dalla sua fine, può iniziare un’analisi più obiettiva sulla Dc, superando quella fortunata, ma altrettanto ingiusta battuta di Luigi Pintor, uno dei fondatori del “Manifesto”, che si augurava di “non morire democristiano”.

Nei mesi scorsi un saggio del Mulino, Storia della Democrazia Cristiana, di Guido Formigoni, Paolo Pombeni e Giorgio Vecchio, ha in qualche modo aperto questa nuova fase facendo seguito, e iniziando a sistematizzare, una grande massa di scritti, biografie, memoriali che in questi anni hanno rievocato spontaneamente – dando vita a un inedito e prezioso “scaffale bianco” – circostanze e protagonisti della Dc.

Il convegno del Quirino ha una particolarità: sarà un dibattito fra “esterni”, come si sarebbe detto ai tempi della Democrazia cristiana. A guidarlo sarà Paolo Mieli, e ad animarlo saranno Ernesto Galli della Loggia, Agostino Giovagnoli, Aldo Schiavone, Alberto Melloni e Francesco Bonini. La presentazione del programma triennale di studi sarà di Ortensio Zecchino, la personalità alla quale si deve l’ideazione del progetto e la sua concretizzazione grazie al sostegno delle istituzioni governative che ne hanno riconosciuto la validità.

Non sarà una commemorazione, un volgere lo sguardo al passato, quanto piuttosto un tentativo di comprendere come la Democrazia cristiana sia riuscita per più decenni a costituire il baricentro politico istituzionale del Paese, mantenendone senza incertezze il fondamento democratico. Una lezione tanto più valida per l’oggi.

Con i piedi in tre scarpe, così la Meloni in Europa.

La Meloni insiste nelle sue ambiguità e paga dazio per voler essere la leader delle destre europee. Può suonare antipatico, ma questa sua collocazione non giova ad accreditarla nel circuito dell’Europa che conta, quello della collaborazione privilegiata tra Francia e Germania. Tuttavia può usare il grimaldello di una iniziativa politica intelligente, per contrattare una presenza significativa nell’esecutivo europeo, dove oggi per l’Italia c’è Gentiloni, e soprattutto per garantire ad abundantiam (senza entrare in maggioranza) la rielezione della sua “amica” Ursula, magari sbanderiando…l’interesse dell’Italia.

Spetta a lei agire con lungimiranza, per vincere le diffidenze ancora molto robuste. Probabilmente, in una prospettiva larga, per la quale conta essenzialmente il futuro dell’Europa come spazio di libertà e solidarietà tra le diverse nazioni, può crescere nei partner dell’Unione, a certe condizioni, la fiducia nella sua estraneità alla logica disgregante dei sovranismi. Deve però convincersi, la nostra Premier, che non può stare con i piedi in tre scarpe: l’Europa federale del futuro, quella confederale degli stati nazionali, quella di estrema destra con rigurgiti fascisti e nazisti.

Vale la pena ricordare che in Europa la sua leadership è sotto osservazione speciale per le controverse riforme istituzionali del governo da lei presieduto. Il premierato elettivo, infatti, è molto più grave degli abusi di Orbán – non a caso sotto procedura di infrazione – perché, cancellando l’equilibrio costituzionale vigente, determina un “abuso di potere” strutturale per mancanza di pesi e contrappesi nell’ordinamento.

Altrettanto grave è l’autonomia differenziata delle Regioni, considerando gli squilibri territoriali che potrà determinare a discapito soprattutto del nostro Meridione. Non è una polemica artificiale. Guarda caso, il voto del Sud ha penalizzato proprio Fratelli d’Italia. Eppure, anche contro i propri interessi la Meloni è obbligata a continuare su questa strada, pena la dissoluzione dell’alleanza con Salvini.

Ovviamente queste contraddizioni in Europa sono note e certo non rafforzano l’immagine dell’Italia. Il mix di centralismo e localismo – tutto il potere al capo del governo ma con ampio decentramento della spesa pubblica – costituisce fonte di preoccupazione per l’impatto concreto sulla governabilità del sistema e anche per i rischi di contagio rispetto ad altri ambiti nazionali, dove la questione del decentramento assume un carattere dirompente.

Da oggi, a Bruxelles, si entra nella fase più intensa delle trattative, dopo che ieri sono stati avviati i primi colloqui informali nella cena a 27. L’intenzione è quella di chiudere entro fine mese, prima delle elezioni legislative in Francia. Non sarà facile per la Meloni scansare tutti gli ostacoli che si frappongono sulla strada del suo (ancora) anomalo percorso europeistico. Dalla sua ha la forza del consenso, ma non è sufficiente a rompere l’assedio delle pregiudiziali o anche solo delle esitazioni che affollano i pensieri degli interlocutori, taluni pronti a non fare il minimo sconto.

I partiti personali e l’ipocrisia dei passi indietro

Il voto europeo ha rimesso in circolazione una strana teoria politica. Strana e singolare perché, entrando nel merito, si pensa e si auspica che i leader e i capi dei partiti personali si facciano da parte dopo le sconfitte politiche ed elettorali. È il caso, nello specifico, di Renzi e di Calenda che dopo avere dissipato un enorme patrimonio politico e soprattutto elettorale scaturito dal voto del settembre 2022, sono di nuovo incappati in una sonora batosta elettorale nella recente consultazione europea. Frutto, questa volta, di una manifesta volontà di spaccare un progetto politico per reiterate questioni personali e caratteriali.

Ora, al di là del comportamento e delle concrete scelte politiche di questi due partiti, Italia Viva e Azione, il nodo politico di fondo è un altro. E cioè, i partiti personali non possono fare a meno del loro leader/capo, pena la dissoluzione e il tramonto immediati dei medesimi partiti. È un tema, questo, talmente scontato che non richiede neanche un minimo di riflessione. Ed hanno profondamente ragione, al riguardo, sia Renzi che Calenda che hanno già annunciato – il giorno dopo la sconfitta elettorale – due “congressi costituenti dal basso” dei rispettivi partiti. Dopodichè, par di capire, per la scelta dei vertici vinca il migliore. Ma, e sempre nel caso specifico, il risultato è già scritto alla vigilia perché quel cartello elettorale o quel partito personale esistono nella misura in cui li guidano e li comandano il capo. Punto.

Detto questo, e senza alcuna polemica politica, perché è un fatto semplicemente oggettivo e anche scontato, il nodo si pone nel momento in cui quei partiti personali si inseriscono in un progetto più largo e articolato. In questo caso nella ricostruzione del campo del Centro. Sempre più indispensabile e necessario da un lato ma ancora difficile da delinearne il profilo, la mission e lo stesso progetto. Quando si parla del Centro che guarda all’attuale sinistra di Schlein, Fratoianni/Bonelli/Salis e Conte. Perché, e per fermarsi al nodo dei partiti personali, credo sia importante sottolineare un aspetto non irrilevante. Qualunque sia il profilo e il progetto del nuovo e futuro Centro che guarda a questa sinistra, l’apporto dei partiti personali rischia sempre di minarne la sua unità e, soprattutto, rischia di bloccarne il suo decollo. E questo per la ragione che il leader/capo del partito personale è portato, quasi naturalmente, a condizionare il cammino di un agglomerato più grande attraverso il suo carisma o la sua leadership. Che, detto fra di noi, può rallentarne il suo cammino se il progetto non coincide con le sue aspettative.

Ecco perché è inutile parlare del decollo di un progetto politico, che dovrebbe essere plurale e collegiale, se al suo interno si contempla anche, e soprattutto, la presenza di partiti personali o del capo. Perché al di là delle seppur buone intenzioni, l’eccessiva e brutale personalizzazione della politica non può favorire la realizzazione di una buona politica. È bene saperlo prima che sia, di nuovo, troppo tardi.

Il Mulino | La Corte costituzionale lavora con un membro in meno.

Ugo Adamo

 

La Corte costituzionale è (dovrebbe essere) composta da 15 giudici designati in maniera paritaria dai tre poteri: giudici supremi, Parlamento in seduta comune e presidente della Repubblica. Da sette mesi, però, la Corte costituzionale risulta composta da soli 14 membri, e ciò perché il Parlamento continua a non adempiere a un preciso e chiaro dovere costituzionale: eleggere un giudice costituzionale «entro un mese» dalla scadenza del mandato del giudice uscente. D’altronde, quando spetta al Parlamento eleggere il nuovo giudice, la probabilità che il plenum della Corte rimanga incompleto per un tempo assai lungo è più una regola che un’eccezione.

La ragione per cui non si è ancora proceduto all’elezione del giudice in sostituzione della presidente Silvana Sciarra risiede nel fatto che i tempi del Parlamento non coincidono con quelli previsti dalla Costituzione. Il che significa che il termine del mese a disposizione non è considerato come un tempo congruo al fine di assicurare un patto compromissorio per logiche spartitorie fra le stesse forze politiche. La conseguenza è lapalissiana: la scadenza è difficilmente rispettata. D’altronde, non essendovi alcuna sanzione, il termine è ordinatorio e non già perentorio.

Col passare dei mesi, appare sempre più plausibile che i partiti che sostengono l’attuale maggioranza vogliano posticipare il più possibile l’elezione del nuovo giudice, estendendo il termine fino a 13 mesi, almeno fino al 16 dicembre 2024, quando scadranno i mandati dei giudici Barbera, Modugno e Prosperetti. In quel momento, il Parlamento dovrà eleggere tutti e quattro i giudici, poiché quelli in scadenza sono stati eletti tutti dal Parlamento. E non era mai accaduto che a uno stesso organo spettasse il rinnovo quasi completo di un terzo della composizione della Corte.

È plausibile ritenere che, nei sette mesi già trascorsi, i vari scrutini siano stati condotti non tanto per trovare una convergenza su una figura autorevole da eleggere, quanto per abbassare il quorum necessario per l’elezione

Che il ritardo con cui il Parlamento in seduta comune procede nell’elezione dei giudici costituzionali rappresenti una costante non vuol dire che tutto ciò debba essere accettato come prassi e debba avvenire nell’indifferenza generale delle istituzioni, in particolare del Parlamento in seduta comune e del suo presidente, che è il presidente della Camera dei deputati.

È evidente che la politica non può piegare il testo costituzionale ai propri fini e alle proprie esigenze. Ciò vale a maggior ragione se si considera che la situazione in cui la Corte è costretta a lavorare a ranghi ridotti non è certamente meno grave rispetto a quella in cui non riesce del tutto a farlo nell’ipotesi di stallo. Un collegio incompleto (anche per una sola cessazione non seguita da una rapida elezione) viola il valore fondamentale alla base del quorum strutturale che è di 11 giudici: tale numero indica la soglia di funzionamento minima in grado di garantire la presenza di almeno un componente di tutte e tre le estrazioni. La Corte, così composta, non è in grado di svolgere pienamente la sua funzione, mancando dell’apporto completo di tutte le competenze, esperienze tecniche, sensibilità culturali e ideali che convergono nella predisposizione della decisione elaborata in camera di consiglio.

La violazione continuativa del principio di completezza può causare una serie di problemi: sovraccarico di lavoro, rischio di accumulo di arretrati e possibili divisioni interne alla Corte. Queste divisioni possono derivare da una presidenzializzazione delle decisioni, poiché una Corte composta da 14 giudici può arrivare a una decisione risolutiva solo grazie al voto del presidente, che si esprime per ultimo con un voto decisivo in caso di parità.

 

Continua a leggere

https://www.rivistailmulino.it/a/l-incompletezza-della-corte-costituzionale

Qual è la spiegazione dell’astensionismo elettorale?

Le recenti elezioni europee, ma anche le precedenti regionali e poi quelle amministrative fino a risalire alle politiche hanno espresso un dato vistoso che nessun analista e gli stessi partiti potrebbero eludere, pena l’essere tacciati di indifferenza ovvero di abituarsi ad una deriva che di fatto falsifica l’esito del voto: senza ombra di dubbio l’astensionismo costituisce un fenomeno che meriterebbe di essere studiato con urgenza perché ormai è stata superata la soglia del 50% di coloro che hanno rinunciato ad esprimere una scelta. Innanzitutto bisognerebbe capire se questa tendenza ormai sedimentata, tanto da far dire che viviamo una sorta di democrazia minoritaria, possa essere ascritta ad un deficit partecipativo, imputabile ai cittadini-elettori.

In parte potrebbe essere così, tuttavia credo che le attenuanti generiche stiano compensando le ‘aggravanti’ contestabili alla politica e ai suoi protagonisti. Occorrerebbe scandagliare più a fondo per comprendere le ragioni di una disaffezione così vistosa. Più volte il Censis e il suo Presidente Giuseppe De Rita hanno posto il problema della progressiva disintermediazione sociale in una società senza centro e periferia e inoltre la crescita del divario che separa la gente dalle istituzioni. Si tratta forse di una sorta di “indifferenza reciproca e ricambiata”, anche se vale ancora la triste ma veritiera descrizione di Massimiliano Valerii quando afferma che assistiamo alla “ritrazione silenziosa dei cittadini dimenticati dalla Repubblica”. Chi confidava che il dimezzamento dei parlamenti avrebbe ridato slancio alla partecipazione democratica e sfoltito la burocrazia ha fallito: in realtà è accaduto il contrario fino al superamento della soglia psicologica del 50% degli astenuti tra gli aventi diritto al voto.

Tra i motivi che potrebbero in parte spiegare questo abbandono crescente del diritto-dovere di votare va certamente ascritta la tendenza alla personalizzazione della politica. I partiti raramente celebrano congressi dove – come nella ‘famigerata’ Prima Repubblica – la linea di un partito scaturiva dal dibattito e dal confronto su temi di indirizzo politico, attraverso tesi o mozioni. Prevale ora invece una sorta di costruzione piramidale e verticistica interna la cui prima preoccupazione è il consolidamento della leadership del capo fondatore o della guida a connotazione proprietaria degli organismi del partito: un tempo i simboli elettorali erano la sintesi di idee o di programmi, l’imprimatur di un indirizzo e di un modello di orientamento sociale. Aveva persino più corrispondenza ideologica l’ispirazione del posizionamento: centro, destra e sinistra.

Adesso diventa centrale e prevalente il nome del capo a cui si attribuisce una connotazione che finisce per diventare carismatica: il tutto rafforzato da un sistema elettorale – mi riferisco alle elezioni parlamentari- dove sono abolite le preferenze e la scelta e l’ordine delle candidature sono imposte in maniera verticistica. Certamente ciò induce i cittadini a pensare che i giochi siano pilotati e tutto sia già stato deciso: alzi la mano chi può affermare il contrario senza essere sbugiardato dai fatti. Questo è un vulnus rilevante che non stimola certamente il recarsi alle urne non potendo esprimere un voto personale fiduciario sullcandidature. La personalizzazione della politica, oltre a generare una concezione proprietaria dei partiti (si pensi al fenomeno marginale ma significativo e trasversale dei coniugi e parenti parlamentari) impone la scelta di candidati non per meriti acquisiti ma rappresentanza e impersonificazioni di fatti di cronaca eclatanti, se non di collusioni o viceversa conflitti con la magistratura: giudici e imputati che sono messi in lista per ragioni che poco hanno a che fare con la linea di un movimento politico.

La risonanza mediatica di certe candidature assume un valore simbolico che non ricorda certo la vocazione, il beruf direbbe Max Weber, di una scelta o il riconoscimento di un talento. Cambi di casacca, alleanze tattiche che non diventano strategiche, divergenze di vedute anche su aspetti marginali che trasmutano in pretesti per dividere piuttosto che per unire: si pensi alla grande occasione perduta dai partiti e partitini di centro, un’area moderata che meriterebbe una più consistente rappresentanza e che forse resta malcelata in larga parte delle astensioni. Ragioni personali e di primazia e visibilità hanno impedito di accorpare queste forze politiche e l’elemento divisivo va ascritto in prevalenza a fattori soggettivi e rivalità personali. Viene spontaneo chiedersi quali ragioni ancestrali costituiscano ‘impedimenti dirimenti’ e ostativi a compattare l’area centrista che subisce erosioni sulle due sponde del bipolarismo e non stimola l’elettorato moderato a recarsi alle urne.

In questo modo una larga fetta di opinione pubblica resta senza rappresentanza. Anche perché è finita l’epoca della sovrapposizione tra ceto medio e forze cd. moderate. Lo scontento sociale, il senso di insicurezza, i timori, le ansie, le paure e – come sottolinea il Censis – una certa malinconia post-populista spingono gli elettori a rinunciare: manca la motivazione ideologica stemperata nell’assenza di modelli sociali rappresentativi di scelte orientate e coraggiose.

È anche vero che molte delle cause della “ritrazione” vanno cercate oltre che nella delusione suscitata dalla politica anche nello stesso corpo elettorale. Se non c’è persuasione e orientamento verso questo o quel partito ciò può essere spiegato dai sentimenti prevalenti nel corpo sociale Indifferenza, scarso senso civico, diffidenza verso i propri pari, disimpegno, egoismo: se nessuno è in grado di rappresentarci in un contesto socio-culturale dove l’omologazione e le comunicazioni dei social media sostituiscono le relazioni personali allora tanto vale non scegliere per non sbagliare. I partiti non sanno attingere dal contesto sociale persone di valore che pure ci sono, non interessa tanto cercare talenti e competenze quanto piuttosto fedeltà e obbedienza: ecco che la politica diventa un hortus conclusus per soli iniziati.

Questo stato di latenza erode progressivamente i consensi da una democrazia partecipata verso un’oligarchia che si esprime attraverso cordate di amici e cenacoli per soli invitati. Ci sono anche persone che hanno vissuto una vita di lavoro, di studio, di rinunce e sacrifici e raccolgono solo vessazioni e fregature: più di uno si interroga e si arrende di fronte a cooptazioni e candidature scaturite da effetti speciali, echi di cronaca, successi editoriali, visibilità mediatica. Potrebbero essere utili – questi esponenti di una maggioranza silenziosa che non trova spazi di agibilità politica – ma restano anonimi e dimenticati nel corpaccione sociale dell’uno vale uno.

Un vero peccato questo scoramento generalizzato che sta diventando preponderante: le troppe promesse e le troppe illusioni sono due versanti speculari di un isolamento prevalente. Sarebbe interessante una ricerca sociologica che cercasse di approfondire il fenomeno dell’astensionismo: si fanno sondaggi ed exit poll ma ad urne chiuse si conferma questo lento scivolamento dell’affluenza al voto. Superata la soglia del 50% il timore è che il non voto diventi il movimento di opinione prevalente. Una sconfitta per la democrazia ed un’incognita per il futuro.

Le Pen prova a rassicurare i moderati

Marine Le Pen non chiederà le dimissioni di Emmanuel Macron in caso di vittoria. La promessa è comparsa ieri su Le Figaro. E ovviamente il tutto in caso di vittoria di Rassemblement National alle elezioni legislative, convocate da Macron stesso dopo i risultati delle europee.

“Io sono rispettosa delle istituzioni, non chiedo il caos istituzionale, ci sarà semplicemente la convivenza”, promette Le Pen che definisce il Nuovo Fronte Popolare “un abominio per il Paese”, evidentemente riconoscendo per lei e per il suo partito il primo vero ostacolo che si è trovata davanti negli ultimi mesi di crescita nei sondaggi. Infatti di fronte all’ondata dell‘estrema destra, i partiti di sinistra francesi in poche ore hanno composto quella che non sono riusciti a fare per anni: una nuova alleanza con cui presentarsi alle legislative anticipate del 30 giugno e 7 luglio indette dal presidente Macron.

“È ovvio che l’abominio per il Paese è Nupes 2 che è peggio di Nupes 1”, attacca Le Pen deputata uscente del Pas-de-Calais (che sebbene sia stato la culla del socialismo francese, l’ha votata in questi anni) ed ex candidata alla presidenza per Rn, sempre sconfitta sinora.

Quanto al neonato Fronte popolare, risorge proprio dalle ceneri della Nupes, l’unione con cui gli stessi partiti progressisti si erano presentati alle urne nel 2022. Una coalizione finita poi in frantumi a causa di profonde divergenze sorte in particolare a causa del controverso leader della più radicale France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che è però tornato alla ribalta proponendosi come candidato premier.

Infine, Le Pen attacca tutto il fronte   parlando di “islamo-sinistrismo” che “sostiene quasi senza remore la scomparsa di tutte le nostre libertà. La prima tra tutte è quella di essere francese e di trarne qualche vantaggio”.

Uno spiraglio di pace tra Kiev e Mosca?

Ci sono due modalità per commentare l’uscita di Putin dell’altro giorno, da un lato, e l’avvio della Conferenza di Pace a Burgenstock/Lucerna, dall’altro. La prima è quella più ovvia, immediata e oggettivamente incontrovertibile: una trovata propagandistica – e nemmeno fra le più riuscite – delle due parti, posto che se il capo del Cremlino ha messo in campo una proposta di pace palesemente irricevibile degli ucraini e dai loro alleati occidentali, dall’altro l’incontro ospitato in Svizzera dalla Presidente della Confederazione elvetica è alquanto curioso, non prevedendo la partecipazione ad esso di una delle due parti in conflitto. Perfetto. Ma, ciò detto, la domanda è: che senso ha tutto ciò? O un senso – citando Vasco – questa storia non ce l’ha?

Guardando le cose in controluce, e con una discreta dose di ottimismo, in verità, e pure con un naturale senso di disgusto per la guerra e le sue devastazioni fisiche e morali, si può adottare invece una seconda modalità interpretativa. E con essa, forse, intravvedere un timido, cauto tentativo di individuazione delle pre-condizioni necessarie per l’apertura di una trattativa vera.

Del resto, le parole di Andriy Yermak – responsabile dell’amministrazione presidenziale ucraina – vanno in quella direzione: alla fine della Conferenza, ha detto, Kyiv consegnerà a Mosca un piano ivi definito e concordato per porre fine al conflitto e dunque per avviare una vera trattativa di pace. Certo, impresa non facile dal momento che sempre Yermak ha subito precisato che l’Ucraina non è disponibile ad alcuna concessione territoriale, ovvero proprio ciò che aveva proposto Putin nella sua sortita alla vigilia della Conferenza: la sovranità di Mosca sulle quattro regioni oggi parzialmente occupate dai russi (Donetsk, Lugansk, Kherson, Zaporizhzia).

Però proprio dall’intervento di Putin possiamo trarre due possibili indicazioni: sostanzialmente lo zar lascia all’Ucraina Kharkiv e soprattutto Odessa, due città strategiche che egli considera russe dal punto di vista storico e che erano i principali obiettivi della “operazione militare speciale” avviata due anni fa. Un modo per far intendere che in una trattativa di pace si potrebbe discutere anche di altri oblast? (certamente non della Crimea, né di Donetsk e Lugansk).

E ancora: la rinuncia formale ucraina di partecipazione alla NATO, altra linea rossa putiniana, può essere un possibile risultato finale da “vendere” in patria come eccellente, ben sapendo che Washington giocherà quella carta esattamente ai fini del raggiungimento di un compromesso finale.

Dal lato di Zelensky la proposta che esce dal documento sottoscritto dalla maggior parte – ma non da tutti – dei partecipanti a questa anomala Conferenza si presta essa pure ad un suo duplice utilizzo. Perché le tematiche in esso sottolineate lasciano ampi margini per individuare in un tempo successivo compromessi prodromici alla trattativa finale, quella sui territori e sulle garanzie per il futuro: dal ritorno in patria dei bambini deportati in Russia allo scambio di prigionieri, dall’esportazione del grano alla sicurezza della centrale nucleare di Zhaporizhzia. Ma soprattutto perché proprio la mancata firma del documento conclusivo da parte di paesi importanti come Brasile, India, Sudafrica, Arabia, Messico – per lo più appartenenti al nuovo club BRICS+ del quale fanno parte come è noto anche Cina e Russia – potrebbe consentire al presidente ucraino la ricerca di una qualche mediazione, di un qualche compromesso anche territoriale motivato dalla capacità persuasiva (naturalmente tutta da dimostrare, a oggi) di questi partner del Sud Globale nei confronti di Mosca, che potrebbe essere a sua volta fortemente sollecitata proprio da questi ultimi a ricercare una soluzione concordata con il nemico ucraino.

Tutte supposizioni, naturalmente. E con la certezza che fino al prossimo inverno la guerra proseguirà di certo. Ma dicendosi latori di una proposta, al di là del merito della stessa, i due avversari – Putin e Zelensky – implicitamente si sono legittimati a vicenda in quanto capi di stato. È già qualcosa. Una flebile luce nella notte ancora cupa.

InTerris | L’attualità del messaggio di Padre Pio. Intervista a Padre Lotti.

Milena Castigli

 

‘Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero’. Queste parole di Gesù ai discepoli sono una magnifica sintesi dell’intera esistenza di Padre Pio da Pietrelcina. L’immagine evangelica del ‘giogo’ evoca le tante prove che l’umile cappuccino di San Giovanni Rotondo si trovò ad affrontare. Oggi contempliamo in lui quanto sia dolce il giogo di Cristo e davvero leggero il suo carico quando lo si porta con amore fedele. La vita e la missione di Padre Pio testimoniano che difficoltà e dolori, se accettati per amore, si trasformano in un cammino privilegiato di santità, che apre verso prospettive di un bene più grande, noto soltanto al Signore”: con queste parole, la domenica del 16 giugno del 2002, Papa Giovanni Paolo II proclamava santo Padre Pio.

 

Lintervista a Padre Luciano Lotti

A 22 anni dalla canonizzazione, l’affetto dei fedeli verso il santo si è trasformato in una devozione che ispira scelte di vita significative. Padre Luciano Lotti, Segretario Nazionale dei Gruppi di Preghiera San Padre Pio, rivela a Interris.it come il santo abbia influenzato generazioni di fedeli con i suoi doni mistici, con un particolare risalto al dono delle stimmate come segno tangibile del suo legame con Dio. In un mondo segnato da conflitti, il messaggio di Padre Pio continua a essere attuale, invitando alla preghiera e alla pace comunitaria, senza tralasciare l’importanza di un’autentica visione ecclesiale.

 

22 anni fa Giovanni Paolo II proclamò padre Pio santo dinanzi a una folla gremita. Come è cambiato in questi anni laffetto dei fedeli verso la figura del santo?

“Possiamo dire che l’affetto verso Padre Pio è diventato sempre più una devozione che impegna le scelte di vita. Inizialmente infatti era legata soprattutto a una ricerca di protezione, di intercessione, di aiuto. Oggi, le scelte di vita della gente diventano sempre più importanti. Padre Pio è diventato negli anni un punto di riferimento per intraprendere un cammino di conversione e autenticità”.

 

Tra i tanti doni mistici del santo (la taumaturgia, la bilocazione, la profezia, la lettura del cuore etc.) qual è quello che maggiormente lo caratterizza e perché?

“Padre Pio è stato il primo sacerdote stigmatizzato: non è possibile prescindere da questo fatto miracoloso. Dal mio punto di vista, Padre Pio viveva un fenomeno di sofferenza stigmatica già dal 1910, anche se esternamente non si vedeva. A un certo punto queste stimmate (o stigmate) sono diventate visibili. È chiaro che quando parliamo di fenomeni stigmatici c’è chi può crederci, chi non ci crede, quindi rispettiamo un po’ tutti. Però, da credenti, possiamo cogliere in questo fenomeno straordinario la scelta di Dio di comunicarci qualcosa attraverso le ferite del santo. Ma comunicare cosa? Che padre Pio colpisce e ‘conquista’ il prossimo proprio grazie al suo corpo ferito: lui dà senso alla sofferenza. Direi dunque che questo è il fenomeno più evidente”.

 

Continua a leggere

https://www.interris.it/copertina/fra-lotti-messaggio-pace-padre-pio-oggi-piu-attuale-mai/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=giornaliera

Le mosse di Giorgia Meloni nel risiko europeo

Sull’eventuale bis di Ursula von der Leyen l’Italia “valuterà”, ma a Bruxelles deve essere recepito il “chiaro messaggio” arrivato dalle elezioni, riconoscendo a Roma “il ruolo che le spetta”. Chiuso il G7 Giorgia Meloni sposta la sua attenzione sulla partita dei ‘top jobs’ europei: la premier sarà lunedì nella capitale belga per il primo round della trattativa. I leader del Consiglio europeo sentiranno prima la presidente della Commissione uscente (che aspira alla conferma) e poi si riuniranno per una cena informale per avviare il confronto.

La maggioranza resterà Ppe-Pse-Liberali (potrebbe essere allargata ai Verdi) e del resto i numeri dicono che non ci sono altre possibilità. La trattativa di Meloni sarà dunque sulle deleghe del commissario italiano e sulla possibilità di inserire alcune priorità nell’agenda europea. Nella conferenza stampa finale a Borgo Egnazia, la presidente del Consiglio non esclude il sostegno a von der Leyen ma fa capire abbastanza chiaramente che un eventuale sì non sarebbe ‘gratis’. Lunedì il Ppe, in quanto primo partito, presenterà la sua proposta, che a questo punto dovrebbe vedere la conferma di von der Leyen per la Commissione, mentre in pole per la guida del Consiglio ci sarebbe il socialista portoghese Antonio Costa. A quel punto, spiega la premier, sul ‘pacchetto’ complessivo “faremo le nostre valutazioni”. Per avere il via libera del suo governo, Meloni pone due condizioni. In primo luogo all’Italia deve essere “riconosciuto il ruolo che le spetta, in termini di competenze”.

Dunque la premier vuole un commissario con deleghe di peso, non una seconda fila. Legato a questo punto, per Meloni l’Europa deve comprendere “il messaggio che è arrivato dai cittadini europei” che chiedono “pragmatismo e un approccio molto meno ideologico”.

Un messaggio per lei “chiaro” che ha visto in Italia premiare la coalizione di governo e in particolare il suo partito e nell’Unione l’avanzare delle destre. Nella sostanza, come aveva detto nei giorni scorsi, il suo è il governo “più forte” e questo ruolo deve trovare un riscontro, in qualche modo deve essere ‘monetizzato’.

Anche per questo, per sfruttare la debolezza dell”odiato’ Emmanuel Macron, uno dei ‘big’ europei, il governo italiano accarezza l’idea di rinviare tutte le decisioni sui vertici comunitari a dopo le elezioni legislative francesi. Lo aveva ipotizzato nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Antonio Tajani e oggi lo ribadisce lei: sarebbe una proposta “di buon senso” anche se “non pregiudiziale”, anche perchè comunque vada il voto l’interlocutore resterà sempre il presidente francese. Una seconda sconfitta nell’arco di un mese, però, renderebbe la sua posizione ancora meno forte. Attendere il 7 luglio, data del ballottaggio, però comporterebbero un rallentamento dell’iter che la maggior parte dei Paesi (e dei partiti di maggioranza) difficilmente potrebbero accettare, consapevoli che tenere la pratica aperta è sempre un rischio.

Rischio che in particolare Macron e Olaf Scholz non sembrano intenzionati a correre: entrambi in difficoltà sul fronte interno sono tornati a stringere il loro rapporto. La lite dell’inquilino dell’Eliseo con la premier italiana al G7 è un segnale, le parole del cancelliere tedesco (Meloni è “all’estrema destra dello spettro politico”) la conferma.

Berlinguer e Berlusconi insieme…malgrado tutto.

È di questi giorni l’anniversario di due leader politici che hanno segnato la storia politica nazionale come ben altri pochi. Per singolare combinazione il capo del PCI, Enrico Berlinguer, nella morte, ha preceduto di un giorno dello stesso mese, Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia scomparso il 12 giugno. Hanno dato l’addio alla vita in anni diversi, ma quanto al mese, sembra proprio andati sotto braccio.

Sobrio il primo e scanzonato l’altro. Differenze abissali di stile personale, politico e di interpretazione del ruolo. Entrambi coraggiosi all’inverosimile. Enrico che chiama l’autonomia del suo partito dal PCUS e Silvio che conquista la Presidenza del Consiglio, sbaragliando il campo della comatosa Prima Repubblica per dare inizio ad una sua seconda stagione.

Avevano in comune un dato che forse nessun altro politico può vantare. Sarà forse perché avevano nel cognome una stessa radice. Berl-inguer e Berl-usconi avevano un marchio che sopravanzava chiunque altro volesse mettersi con loro in competizione. Si tratta di una comunanza emersa proprio con la loro morte e che piaccia o no li destina insieme nel ricordo emotivo. Per loro vanno scomodati i sentimenti del dolore e del senso di abbandono di una società che, senza i due personaggi, ha registrato un vuoto che altri, fuori da espressioni di retorica, difficilmente potranno colmare.

Alle esequie di Berlinguer, a cui diede omaggio persino anche Giorgio Almirante, l’allora Segretario del vecchio MSI, migliaia di persone con il braccio alzato ed il pugno chiuso gli resero onore. Molti piansero, intimamente feriti per un compagno che avevano stimato e ancor più amato. Al funerale di Berlusconi, il popolo di Forza Italia ha patito la stessa tristezza e costernazione. Se ne andava un amico vero, capace di lanciarsi impavidamente nella avventura e di strapparti un sorriso anche se quel giorno ti girava male.

I due “Berl” hanno tirato, ciascuno con il suo modo, sberle pesanti alle regole del mondo in cui si muovevano. Hanno fatto sberleffi a quanti li contrastavano, non conoscendo forme di intimorimento. Al primo è andato sempre ogni forma di rispetto anche dei partiti che gli si opponevano. Quanto al secondo, hanno sempre provato a metterlo alla berlina ma è andato dritto per la sua strada, forte di un super io che non si lasciava intimidare dal prossimo che lo avversava. Per molti è stato Berlicche, il diavolo del celebre racconto di Lewis, per altri l’uomo della libertà.

Enrico e Silvio sono stati sinceramente amati. Questa è la caratteristica che non sembra possa appuntarsi ad altre figure politiche, tanto meno di questi tempi. “Amor ergo sum”, sono amato e quindi ha avuto significato il mio vivere, è quanto entrambi potrebbero dirsi raccontando il loro passaggio terreno. C’è un popolo in attesa di innamorarsi ancora ma non sa a chi rivolgere il proprio afflato. Per molto tempo ancora l’orizzonte non proporrà altro che rimpianto.

Vita e Pensiero | Moltmann: “L’amore dei nemici è come la luce del sole”.

 

Jürgen Moltmann

 

La violenza si presenta come un fenomeno molteplice: c’è quella quotidiana nelle relazioni reciproche fra gli uomini e le creature più deboli, quella contro i bambini, contro le donne, contro i disabili, contro gli animali; ci sono le molestie sul posto di lavoro, le brutalità fisiche, le crudeltà psichiche e molte altre ancora.

Mi limito qui a quella violenza che nasce dalla domanda “guerra o pace”. Distinguo fra “violenza” e “potere” o “forza”.

Con il termine violenza intendo l’impiego ingiustificato della coercizione. Parliamo in questo senso anche di violenza bruta, violenza fuori legge e tirannia. Con il termine potere intendiamo la minaccia legittima e l’uso della coercizione attraverso il diritto e la giustizia. Intendiamo però con il potere molto più che il superamento non violento dei conflitti: il potere della comprensione, della riconciliazione, dell’amore, della vita.

La vita stessa si distingue fra violenza e forza. La violenza ha a che fare con l’offesa alla vita e in fondo sempre con la morte. La forza della vita al contrario consiste nella vita e nelle forze dell’affermazione della vita. Il potere è buono, come potremmo altrimenti affermare che Dio è onnipotente? La violenza è quindi la perversione della forza vitale attraverso la pulsione alla morte. Può esistere, questa è la nostra domanda fondamentale, una conversione della violenza della morte al potere della vita?

Che cosa ha a che fare il cristianesimo con la forza e la violenza in questo senso? Se entriamo in una chiesa, per esempio la chiesa collegiale di Tubinga, vi ascoltiamo il vangelo della pace e siamo salutati e benedetti con la pace di Dio. «Beati i pacifici» dice Gesù nel sermone della montagna «perché sarete chiamati figli di Dio». Che ha a che fare Gesù con la violenza? «Rimetti la tua spada nel fodero» dice a Pietro «perché chi di spada ferisce di spada perisce» (Mt 26,52). Non troviamo forse nel sermone della montagna le indica- zioni per una vita non violenta e per servire la pace? Non sta forse al centro dell’adorazione cristiana di Dio l’inerme bambino nella mangiatoia e l’impotente uomo sulla croce? Non c’è forse una radicale messa in questione ed il rifiuto di ogni violenza in questo mondo con la fede nella presenza di Dio in Gesù? O abbiamo forse tralasciato qualcosa?

Poi, quando usciamo dalla chiesa collegiale di Tubinga, ci troviamo sulla piazza del mercato davanti ad una colonna: rappresenta San Giorgio che uccide il drago con la sua lancia. Davanti a tutte le chiese di San Giorgio e di San Michele Arcangelo della cristianità ci sono questi uccisori di draghi; o è San Giorgio che uccide il drago terrestre o è l’arcangelo Michele che schiaccia nel cielo il drago apocalittico, l’antico serpente, il Satana, il Principe di questo mondo (Ap 12,7-9). A differenza della Cina, il drago nell’Occidente è il simbolo del male, della brutalità, del veleno puzzolente e dell’intollerabile ripugnanza. Nel Sacro Romano Impero, dopo gli imperatori cristiani Teodosio e Giustiniano, il drago viene definito come nemico di Dio e nemico dell’Impero. I nemici della fede sono nemici dello Stato e devono essere uccisi come il drago. San Giorgio da martire cristiano è diventato il difensore del Sacro Impero, e l’arcangelo Michele l’angelo protettore del Regno Santo. ll primo uccide il male terreno, l’altro il male ultraterreno. Uccidono spietati e con grande violenza. Ottone I vinse i pagani ungheresi nel 955 ad Asburgo sotto la bandiera di Michele uccisore del drago celeste. Dai confini del Sacro Impero, dal Mont Saint-Michel in Normandia fino al Monte Sant’Angelo nel Gargano nell’Italia meridionale, erano questi i luoghi di pellegrinaggio dell’Impero cristiano.

Come si è arrivati a questa contraddizione fra il messaggio di pace di Gesù e la cristiana battaglia di draghi in cielo e in terra?

 

Continua a leggere

https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-il-terrorismo-la-pace-e-i-draghi-del-xxi-secolo-6512.html

Al G7 di Borgo Egnazia prove di sana politica

Si sapeva  che sul vertice G7 di Borgo Egnazia si sarebbero riversate tensioni legate tanto alla situazione internazionale che alle campagne elettorali negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Francia, unite ai postumi del voto europeo. Così nelle opinioni pubbliche interne dei Paesi membri ha dominato un clima di accesa propaganda. L’Italia non ha fatto eccezione. Si è andati dall’esaltazione della presidente Meloni come unica leader dell’Occidente uscita rafforzata dal voto alla narrazione opposta e offensiva, di qualche grande network straniero della terra “in stile -mafia” prescelta per l’evento e, compiendo salti mortali a livello di logica, alla contemporanea denuncia di una maggioranza parlamentare facinorosa sul caso dell’on.Donno.

Ma oltre il brodo della propaganda nei due sensi antitetici, emerge anche l’osso di una qualche sostanza politica, non scontata alla vigilia, e alla quale, occorre purtroppo constatare, il sistema dell’informazione sembra avere riservato una attenzione insufficiente. Come le parole pronunciate all’apertura dei lavori dalla presidente del Consiglio, che non sono (solo) l’opinione della Meloni ma la posizione del Paese, condivisa dalle massime autorità dello stato, secondo cui il G7 non è fortezza chiusa in se stessa, che deve difendersi da qualcuno, ma è un’offerta di valori, aperti al mondo, per uno sviluppo condiviso.

Una apertura che non è passata inosservata nel Resto Del Mondo al punto che vedendo che a questo G7 sono stati invitati oltre ai Paesi membri anche altri 13 stati, tra i quali Brasile, India, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Ucraina, Argentina, il presidente dell’Unione Africana, qualcuno ha ironizzato che scorgendo la lista degli invitati, si poteva pensare che si trattasse di un incontro tra Brics and friends!

A suggello di questo spirito di apertura pur in tempi di guerra, in una terra come la Puglia accogliente e protesa storicamente come ponte di dialogo e di pace fra Ovest ed Est, è arrivato ieri, per la prima volta nella storia del G7, l’intervento del Papa, che ha partecipato alla sessione dedicata all’intelligenza artificiale. Papa Francesco ha colto l’occasione anche per ribadire la sua condanna della guerra e per lanciare un appello a una “sana politica”, capace di guidare le trasformazioni  profonde della nostra epoca e di comporle in “un’economia integrata, in un progetto politico, sociale, culturale e popolare che tenda al bene comune”.

Nonostante le questioni contingenti sul tappeto come i nuovi aiuti all’Ucraina e le relazioni non prive di difficoltà con la Cina, si fa strada l’impressione che il G7 in Italia sia riuscito a imprimere al club dei più importanti Paesi occidentali uno spirito di apertura, tanto nuovo quanto tanto antico per la cultura dell’Occidente. Un messaggio decisamente positivo, un ramoscello d’ulivo, di Puglia, teso in vista del vertice Brics a 10 di Kazan in programma dal 22 al 24 ottobre prossimi e per il G20 brasiliano che si terrà a Rio de Janeiro il 18 e 19 novembre, subito dopo le elezioni americane. Oltre agli eserciti in questi tempi difficili anche la politica è in movimento, e questa è la bella notizia per il popolo su cui ricadono le conseguenze delle scelte dei potenti della terra. Forse però manca la consapevolezza che dibattere e analizzare gli sforzi della politica per evitare che si imponga la politica della forza, è importante.E così anche un vertice di rilevanza mondiale che si chiude oggi in casa nostra rischia di finire nel tritacarne di una militanza politica partigiana esercitata nelle sedi proprie e purtroppo anche in quelle improprie.

Centro, un desiderio o un progetto? Di sicuro una necessità.

Dunque, la vulgata che va per la maggiore è ormai chiara dopo il recente voto europeo. E la possiamo riassumere così. Serve un Centro sia alla coalizione guidata da Giorgia Meloni che a quella coordinata da Elly Schlein. Anche perché, come tutti sanno, non solo in Italia si governa “dal centro” e “al centro” ma, sempre in Italia, le elezioni si vincono al centro. Occorre, cioè, saper intercettare quel segmento della pubblica opinione – da tempo nascosto per lo più nell’astensionismo – che non è riconducibile alle tifoserie organizzate da un lato e agli “opposti estremismi” dall’altro. Ora, alla luce di queste banali e persin scontate considerazioni, è di tutta evidenza che ci si deve attrezzare in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Locali e nazionali. Ma per poterlo fare è indispensabile, nonchè necessario, che il Centro e “la politica di centro” non siano strutturalmente esterni ed estranei alle coalizioni che li dovrebbero ospitare. E questo era, e resta, il vero nodo politico da sciogliere.

E, per entrare nello specifico, si tratta di capire quindi come viene costruito e concretamente declinato questo Centro. Sul versante della sinistra si prospetta un ostacolo che non è affatto secondario ai fini di un tale progetto. Ovvero, il blocco sociale costituito dalla sinistra radicale e massimalista della Schlein, dalla sinistra estremista e fondamentalista di Fratoianni/Bonelli /Salis e dal populismo dei 5 Stelle, è sostanzialmente estraneo a tutto ciò che è riconducibile al Centro, alla sua prassi, alla sua cultura, alla sua tradizione e al suo pensiero politico. E, non a caso, emerge la necessità a tavolino di dar vita ad una sorta di “gamba centrista” coordinata da qualche professionista della politica – ovviamente organico al Pd e alla sinistra – che dia almeno l’impressione di saper intercettare quel mondo. Con il rischio, più che concreto, che pensare di sommare elettoralmente tutte le attuali opposizioni al governo Meloni per ottenere maggior consenso è una pia illusione. C’è chi lo pensa, ovviamente. Ma il risultato non sarebbe quello auspicato dagli strateghi di questa operazione perché, da sempre, non si sommano le pere con le mele.

Sul versante opposto, invece, il Centro già c’è. Ed è quello interpretato e rappresentato da Forza Italia. Si tratta, al riguardo, di capire adesso come avviene un potenziale processo di allargamento politico del partito e come si intende rafforzare il profilo e l’identità culturale di quella formazione politica. Una iniziativa che si rende semplicemente necessaria ed indispensabile, se si vuole radicare la cultura politica di Centro all’interno del partito e, soprattutto, come farla pesare maggiormente nella coalizione di riferimento.

In mezzo, almeno per il momento, restano i cocci di una ambizione politica miseramente fallita e su cui è meglio stendere un velo pietoso dopo l’ultima ed incommentabile performance elettorale. Quella, cioè, rappresentata dai due partitini personali di Renzi e di Calenda. Ecco perché, in conclusione, il Centro indubbiamente risorgerà. Ma non a prescindere dal profilo politico e culturale, e quindi dall’identità programmatica delle rispettive coalizioni. Questa non sarà una variabile indipendente ai fini della compatibilità del Centro e del suo ruolo concreto nella politica contemporanea.

CittàNuova | Malinconia, per Kafka una potente fonte di immaginazione creatrice.

Ichele Genisio

Franz Kafka è morto cento anni fa, il 3 giugno del 1924, intorno a mezzogiorno. È morto giovane, prima di compiere 41 anni. Dopo mesi di agonia, è morto di tubercolosi in una stanza del sanatorio di Kierling, non lontano da Vienna, nella clinica del dottor Hoffmann: oggi è un piccolo museo dedicato allo scrittore boemo.

Accanto a Kafka c’erano l’amico di sempre, Max Brod, e la sua ultima fidanzata – forse la più devota – la polacca Dora Diamant. La loro relazione era fresca, non aveva neppure un anno. Kafka, disteso sul letto, era in condizioni pietose: Max Brod dice che nonostante il suo metro e ottanta di altezza, era pelle e ossa, pesava circa 50 kg, vestiti compresi. Durante l’ultimo periodo di malattia Kafka non riusciva più a parlare, comunicava con i suoi amici scrivendo su pezzi di carta i suoi pensieri, le sue preoccupazioni, i suoi ricordi. Alcuni di questi fogli, che non sono mai stati pubblicati, si trovano nella Libreria Nazionale di Israele, a Gerusalemme.

Kafka, che fino ad allora aveva pubblicato pochissimo, chiese a Dora Diamant e Max Brod di distruggere tutti i suoi lavori letterari. Dissero di sì, ma non gli obbedirono: è grazie a loro che ancora oggi possiamo leggere quelle opere straordinarie. La vita di Kafka è stata tormentata. È stata una vita fortemente permeata dalla malinconia. Quel sentimento che Romano Guardini, nel suo bellissimo Ritratto della Malinconia, vede tutt’altro che negativo e definisce “nostalgia dell’infinito”. Lui vedeva la malinconia come una potente fonte di immaginazione creatrice.

Eugenio Borgna, il grande psichiatra, precisa: “la malinconia può sconfinare nella depressione, sebbene l’una sia radicalmente diversa dall’altra”. La depressione è una patologia che va curata; la malinconia porta spesso a uno sguardo penetrante, lucido, nell’oscurità della realtà. La malinconia di Kafka, in parte derivava dal suo innato carattere, in parte dalla tormentata relazione con il padre Herman. A lui scrisse una lettera, dura, spietata, che mai gli recapitò. La fece leggere solo alla madre, che gli consigliò di tenerla per sé. Da questa lettera appare chiara l’ambivalenza della sua relazione con il padre. Che era segnata, da un lato, da un’ammirazione smisurata e dalla voglia di essere come lui; dall’altro, dalla rabbia di non riuscirci e sentirsi sempre umiliato.

Kafka cercava spesso di compiacere il padre, ma era un tentativo vano, perché facendo così non era se stesso, e si sentiva ancora più frustrato. Cercava rifugio in sua madre Julie, una donna riservata e affettuosa, che si occupava della gestione della casa e della famiglia, ma che era totalmente oscurata dalla predominanza del padre. Padre e figlio, così vicini, così lontani. Non sono mai riusciti a incontrarsi. Questo ha avuto una grande impatto nella vita emotiva e affettiva di Franz Kafka. Che descriveva il padre come un uomo sicuro di sé, dotato di «forza, salute, appetito, potenza di voce, capacità oratoria, autosufficienza, senso di superiorità, tenacia, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, irascibilità».

 

Continua a leggere

https://www.cittanuova.it/kafka-e-la-nostalgia-dellinfinito/?ms=005&se=007

AsiaNews | In Malaysia un convento si trasforma in scuola internazionale.

Joseph Masilamany

 

Il Convent Light Street di George Town, Penang, più antico convento missionario del sud-est asiatico, fondato nel 1852, continuerà a servire come centro di apprendimento internazionale dopo aver operato per 172 anni come scuola femminile missionaria. Istituito dalle suore cattoliche francesi della Missione del Santo Bambino Gesù, su invito del vescovo Jean-Baptiste MEP, servendo dapprima come orfanotrofio, ha chiuso i battenti nel marzo dello scorso anno, lasciando dietro di sé un’esemplare storia di dedizione all’istruzione delle ragazze della regione settentrionale della vecchia Malesia.

L’edificio, che comprende un’iconica cappella, ha ospitato un collegio destinato alle alunne di ogni estrazione sociale: tra queste principesse della casa reale della Thailandia, figlie di sultani e aristocratici malesi e ragazze di ricche famiglie cinesi. Nel 1852 tre suore pioniere del Santo Bambino Gesù, note come Dame di San Mauro, si stabilirono in una capanna di legno vicino alla Chiesa dell’Assunzione, in Church Street a George Town. Questo fu l’umile inizio del Convent Light Street. Le suore insegnavano durante il giorno e la notte cucivano vestiti per raccogliere fondi per acquistare beni di prima necessità. Inoltre, dovettero adattarsi al rigido clima tropicale e imparare le lingue locali. Con l’aumento del numero di bambini affidati alle loro cure e il conseguente sovraffollamento delle strutture in legno, emerse la necessità di trovare una nuova struttura. Sr. St Mathilde si mise alla ricerca di un luogo adatto, finché non trovò la Government House abbandonata di Light Street, già residenza del capitano Francis Light, esploratore inglese, dopo la fondazione di Penang nel 1786. Nel 1859 le suore acquistarono l’edificio in stile anglo-indiano e il complesso circostante di sette acri per 50.000 franchi francesi. Per questo il convento prese il nome di “Convent Light Street”.

La Casa fu trasformata in un noviziato, mentre le strutture circostanti in legno furono utilizzate come dormitori, cucine e aule. Da questo momento in poi, le suore continuarono ad accogliere orfani, sia maschi che femmine, indipendentemente dall’etnia e dalla provenienza. L’accoglienza era prevista fino ai loro 11 anni, quando sarebbero usciti per entrare nel vicino istituto di San Saverio, fondato nel 1786 dal sacerdote cattolico francese Padre Arnaud-Antoine Garnault. Dopo 80 anni dalla sua fondazione, il convento continuò ad espandersi. L’attuale Old Hall, i chiostri e le aule furono costruiti nel 1882. L’edificio fa parte della “Categoria 1” della Zona del Patrimonio Mondiale di George Town. Altri ampliamenti ultimati entro il 1934 composero il Convent Light Street com’è oggi.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/Convento-missionario-più-antico-del-sud-est-asiatico-diventa-scuola-internazionale-60949.html