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LE MOLTE FACCE DELLA POVERTÀ NEL 21° RAPPORTO DELLA CARITAS.

Dovrebbe essere utile all’agenda politica del nascente Governo e del nuovo Parlamento il 21° Rapporto della Caritas italiana sulla povertà in Italia, presentato il 17 ottobre u.s. sulla base dei dati raccolti dai circa 2800 “centri di ascolto” del Paese. In attesa del 56° Rapporto CENSIS, l’elaborazione delle evidenze da parte del più importante organismo di assistenza delle persone indigenti costituisce un documento utile per conoscere, analizzare, comprendere e intervenire sul crescente disagio che i riflessi e le ricadute della pandemia, della guerra in Ucraina, della ripresa dell’inflazione, dell’incombente recessione e del gap sempre più divaricato in tema di disuguaglianze sociali stanno vistosamente accelerando.

I dati sono eloquenti e significativi, presentando i molteplici aspetti della povertà che ormai interessano e coinvolgono 1 milione 960 mila famiglie, pari a 5.571.000 persone (il 9,4% della popolazione).

Lo studio di Caritas Italia comprende inoltre un’indagine comparativa transnazionale condotta complessivamente in 10 paesi europei, congiuntamente a Caritas Europa e Don Bosco International, sul tema della transizione scuola-lavoro per i giovani che vivono in famiglie in difficoltà, mettendo al centro delle conseguenti riflessioni le politiche di lotta alla povertà, utilmente declinabili per chi dovrà porre mano alla gestione del Pnrr e al Programma europeo Next generation. I dati esposti dalla Caritas presentano dunque uno spaccato sulle facce della povertà del nostro tempo.

Nel 2021 nei centri di ascolto le persone incontrate e supportate sono state 227.566, con un più 7,7% rispetto al 2020, e un correlato incremento delle persone provenienti da altri Paesi (il 55% del totale ma fino al 65,7% e al 61,2%, rispettivamente nel Nord-Ovest e nel Nord-Est, mentre nel Sud e nelle isole prevalgono gli assistiti di cittadinanza italiana pari rispettivamente al 68,3% e al 74,2% dell’utenza) e con margini di oscillazione fluttuanti dentro e fuori dalla condizione di bisogno. Quasi paritetico il rapporto tra uomini (50,9%)  e donne (49,1%) mentre l’età media dei beneficiari si attesta a 45,8 anni.

Significativo il dato delle persone senza dimora assistite: 23.976 in totale, corrispondente al 16,2% dell’utenza, concentrate per quasi la metà nelle regioni del Nord, dove il divario tra agiatezza e povertà estrema si fa più marcato. Cresce la correlazione tra stato di deprivazione e bassi livelli di istruzione: chi ha la licenza media passa dal 57,1% al 69,7%, comprese le persone analfabete o con la sola licenza elementare, mentre nelle isole e al Sud si contano l’84,7% e il 75%, con prevalenza di cittadini italiani.

Altrettanto eloquente il dato innervato nella situazione di chi ha un lavoro e di chi invece è senza: l’evidenza pertiene le ricadute delle fragilità in epoca di pandemia, così i disoccupati incrementano dal 41% al 47,1 mentre di converso gli occupati scendono dal 25% al 23,6%. Tra le cause delle povertà latenti o emergenti si devono considerare nell’ordine le condizioni economiche, la carenza lavorativa e abitativa, le problematiche familiari come le separazioni, i divorzi, i conflitti di coppia, infine la salute e i flussi migratori. Sono evidenze causali che vanno lette in un’ottica multidimensionale, in quanto sovente compresenti tra loro. A fronte delle situazioni riscontrate Caritas Italia ha realizzato circa 1.500.000 interventi, provvedendo al fabbisogno alimentare, abitativo e di accoglienza, di sussidi, di igiene personale, di pagamento di utenze morose. Il dossier della Caritas evidenzia i poliedrici aspetti della condizione di povertà, soffermandosi in particolare su quella ereditaria e intergenerazionale, che incide in prevalenza sulle classi sociali medio-basse: da anni gli istituti di ricerca  (ISTAT e CENSIS in primis) hanno sottolineato il progressivo blocco dell’ascensore sociale e i dati della Caritas confermano questa deriva, che peraltro lambisce e interessa anche quella che un tempo era chiamata ‘borghesia’. 

Non solo questo ascensore è fermo ma anche inaccessibile anche agli strati un tempo più benestanti della popolazione: si tratta di situazioni spesso nascoste, che vanno intercettate e lette nella loro esponenziale pervasività, in un mix di condizionamenti oggettivi e dirompenti (si diventa ‘poveri’ a poco a poco o per evenienze improvvise e devastanti come gli affitti e le bollette non pagate o il lavoro perso) e di percezioni e cadute emotive e psicologiche (bassa autostima, sfiducia, frustrazione, traumi, mancanza di speranza e progettualità, stile di vita familiare).

In conseguenza di un vissuto a lungo esposto alla povertà ci si trova soli ed emarginati.

Questa deprivazione di status si riverbera e si ‘eredita’ anche nelle giovani generazioni, con un condizionamento esercitato dalle disuguaglianze nelle condizioni di partenza: “sono infatti i figli i figli delle persone meno istruite a interrompere gli studi prematuramente, fermandosi alla terza media e in taluni casi alla sola licenza elementare; al contrario tra i figli di persone con un titolo di laurea, oltre la metà arriva ad un diploma di scuola media superiore o alla stessa laurea. Anche sul fronte lavoro emergono degli elementi di netta continuità. Più del 70% dei padri degli assistiti risulta occupato in professioni a bassa specializzazione”. A fronte delle situazioni di bisogno, il sostegno della Caritas riguarda pertanto non solo la presa in carico per elargire aiuti materiali ma – specialmente nella fattispecie delle povertà  intergenerazionali – la restituzione di relazioni di fiducia e l’integrazione nella comunità di appartenenza, per evitare l’isolamento sociale. 

Questo indicatore sarà utile per rimodulare radicalmente la tipologia degli interventi di welfare, a cominciare dal reddito di cittadinanza che deve perseguire l’ottica inclusiva nel mondo del lavoro e riguardare i casi accertati di effettivo bisogno: da quanto illustrato nel Rapporto risulta infatti che i percipienti sono stati 4,7 milioni di persone, dato che riguarda meno della metà dei poveri assoluti (44%). Secondo la Caritas il “reddito” dovrebbe raggiungere “tutti coloro che versano nelle condizioni peggiori”, a partire dalle situazioni di indigenza totale. Occorre superare una concezione assistenziale e una metodica burocratica degli ammortizzatori sociali, con particolare attenzione verso le giovani generazioni sulle quali ricadono pesantemente le deprivazioni socio-culturali ereditate da condizioni di partenza cariche di oggettive, gravi limitazioni di status e di appartenenza.

DOVE VA GIORGIA MELONI? LA TREGUA CON BERLUSCONI NON RENDE MENO ARDUA LA SFIDA DEL GOVERNO.  

Anche dopo l’incontro di ieri i rapporti fra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi rimangono tesi. Al di là delle inevitabili differenze di personalità, e soprattutto generazionali, di storie individuali, e di genere (che nel modo di concepire la vita da parte del Cavaliere hanno senz’altro il loro peso) le considerazioni che vengono svolte al riguardo dai commentatori oscillano fra due opposti: chi ritiene che, certo, Meloni è davvero tosta, e complimenti, ma sta sfasciando il suo campo elettorale e quindi ne pagherà le conseguenze neppure troppo in là nel tempo. E chi all’opposto reputa che la determinazione con la quale la leader di Fratelli d’Italia si è mossa nelle scorse giornate ne certifichi la capacità di rischiare e di guidare i processi politici, e questo in prospettiva è un dato che i suoi avversari (sia fra gli alleati, sia nel centro e nella sinistra) dovranno necessariamente considerare.

 

In genere in casi come questi si dice che la verità sta probabilmente nel mezzo. E forse sarà anche così. Eppure qualcosa lascia intendere che non solo Meloni la partita voglia giocarsela sino in fondo alle sue condizioni (come del resto il combinato disposto di risultato delle urne e legge elettorale in vigore le consentono di fare) ma pure che dietro questa sua tenacia vi sia, oltre che carattere, un preciso disegno politico.

 

Il punto è capire quale sia questo disegno. E qui io azzardo due possibili ipotesi, aggiungendo che sono propenso a ritenere fondata più la seconda che la prima, essendo peraltro quest’ultima la più semplice a immaginarsi e quella che l’opposizione preferirebbe senz’ombra di dubbio.

 

Consapevole d’esser figlia di un dio minore, erede sia pure non diretta di una tradizione politica emarginata da oltre 70 anni a causa dei tragici misfatti compiuti, ora che – grazie soprattutto a lei (“io sono Giorgia”) – quel piccolo partito nazionalista e sovranista orgogliosamente “di destra” da lei fondato è divenuto maggioranza elettorale nel Paese è giunto il tempo di togliersi qualche soddisfazione. Facendo capire con le buone e con le cattive a Berlusconi che il suo tempo è concluso (elezione di La Russa alla Presidenza del Senato) e a Salvini che vi sono spazi per un’alleanza politica più stretta in nome del sovranismo e di taluni valori identitari (elezione di Fontana alla Presidenza della Camera) ma in posizione subordinata, in quanto la leader – così hanno voluto gli italiani – dell’alleanza medesima è lei (definizione dei ministri più importanti: no allo stesso Salvini agli Interni, probabile promozione del suo principale avversario nella Lega, Giorgetti, all’Economia).

 

Una partita dura, ad alto rischio ma di sicuro rafforzamento di una leadership (per di più, per la prima volta, femminile) che non esclude nemmeno (nel caso la faccenda si mettesse male) il ricorso a clamorose elezioni anticipate (nessun governo tecnico sarebbe oggi possibile, per tanti motivi, a giudizio di Meloni: e qui forse si sbaglia).

 

Questo scenario, da un certo punto di vista persino inquietante, potrebbe però lasciare lo spazio ad una seconda ipotesi. Molto più insidiosa per il centro e la sinistra, o per il centro-sinistra nel caso decidesse di risorgere, un giorno. Muovendo dal suo ruolo apicale presso i Conservatori europei, Meloni può cercare di costruire nel tempo (il tempo di un governo medio italiano, un anno e mezzo) un movimento inserito a pieno titolo nelle dinamiche comunitarie – e quindi non direttamente ostile alla UE – il cui fine sarebbe di conquistare un ampio consenso alle elezioni per il Parlamento Europeo del giugno 2024 e da lì cercare di cambiare (senza stravolgerla, ma comunque cambiandola significativamente) la linea politica dell’Unione provando a costruire un’alleanza conservatrice con i Popolari (un partito che dopo il ritiro di Angela Merkel si trova in crisi e per questo più orientato a destra rispetto al passato, recente e meno). Il partito-traino di questa operazione sarebbe Fratelli d’Italia, in virtù di un risultato elettorale molto importante (questa, la scommessa) in uno dei Paesi (anzi, come dice lei, delle Nazioni) principali d’Europa.

 

Se questo fosse lo schema di gioco, la semi-rottura con Berlusconi e il semi-accordo con Salvini hanno lo stesso obiettivo: piegare una parte dei loro partiti al suo disegno politico e portarla con sé. Un rischio enorme per i due leader usciti ammaccati il 25 settembre.

 

E un grosso problema per le opposizioni. Che dovrebbero, a quel punto, decidere come e cosa fare per contrastare una possibile nuova forza politica conservatrice libera dai cascami del Novecento e guidata da una donna, giovane e talentuosa, che si muove senza problemi come un vero leader politico. La quale però, e qui sta il punto, nei prossimi mesi avrà un enorme problema da affrontare: le crisi multiple (economica, energetica, sociale…) che rischiano di abbattersi sull’Italia se la guerra di Putin non finirà. Queste crisi, esse sì, potrebbero rompere il suo ambizioso progetto, se davvero fosse questo.

CENTRO, TERZO POLO E CATTOLICI DEMOCRATICI.

Il Centro, il “terzo polo” e il futuro dei cattolici popolari sono temi che, bene o male, si intrecciano tra di loro. E questo per motivazioni politiche, culturali e forse anche storiche.

Innanzitutto quando si parla di Centro – o di “politica di centro” – nel nostro paese il pensiero corre rapidamente e quasi istantaneamente alla esperienza storica e di governo della Democrazia Cristiana. E, di conseguenza, al ruolo politico che per molti decenni hanno avuto e giocato i cattolici popolari e i cattolici sociali nello scenario politico italiano. Un ruolo che non è cessato di esistere ma che si è articolato diversamente mancando, di fatto, un partito di riferimento. Del resto, oggi i cattolici popolari esistono in molti partiti e nessuno di loro può pensare di rappresentarli in modo esclusivo. Anzi, in molti partiti non sono neanche più presenti con una “corrente” organizzata come si sarebbe pensato e definito un tempo. Semplicemente, si tratta di presenze singole, seppur autorevoli e qualificate, ma del tutto ininfluenti e sostanzialmente irrilevanti ai fini della concreta incidenza nella elaborazione complessiva del progetto del partito. È appena sufficiente citare un solo caso, quello del Partito democratico, per rendersi conto dell’ irrilevanza della cultura del cattolicesimo popolare e sociale. Per non parlare degli altri partiti dove la stessa cultura politica di riferimento coincide, il più delle volte, con il messaggio e il progetto del “capo” partito.

Ecco perchè continua ad esserci una certa attesa per chi, nel panorama politico italiano, dice di richiamarsi e di riproporre il Centro. O meglio, che non si riconosce più nell’attuale “bipolarismo selvaggio” che da ormai troppi anni caratterizza la politica italiana e che è riesploso dopo il risultato del 25 settembre scorso. Un bipolarismo selvaggio alimentato e forgiato soprattutto dal comportamento politico concreto assunto dalla sinistra nella sua compolessita. Cioè dalla sinistra politica, culturale, sindacale, televisiva, editoriale, televisiva ed intellettuale. Dove, cioè, la “superiorità morale” da un lato e la denigrazione sistematica dell’avversario/nemico dall’altro hanno avuto il sopravvento rispetto a qualsiasi altra valutazione.

Ma, per tornare al Centro e ai cattolici popolari, non c’è alcun dubbio che il cosiddetto “terzo polo, per come è nato e per come si è sviluppato recentemente, resta un elemento di forte interesse. Purchè ci siano due condizioni di fondo che lo accompagnino nel suo percorso politico.

Innanzitutto questo progetto politico non può ridursi ad essere la somma di due “partiti personali”. Ma, al contrario, un progetto che sappia valorizzare realmente l’apporto di molte energie presenti nella società e che, nello specifico, sappia realmente aprirsi alle forze nuove che sono convinte di impegnarsi e di essere presenti nel partito per superare, seppur lentamente e con molte difficoltà, l’ingessatura sempre più bislacco e forzato dell’attuale bipolarismo.

In secondo luogo, e non meno importante, la necessità che il futuro partito di Centro sia realmente un “partito plurale”. E questo non solo perchè un partito, se vuol essere credibile, deve avere una cultura politica di riferimento. Ma anche, e soprattutto, per la ragione che solo attraverso un riconosciuto e praticato pluralismo culturale interno è possibile costruire un vero e credibile progetto politico riformista e di governo.

Si tratta, però, di due condizioni essenziali che devono ancora avere una vera ed autentica cittadinanza all’interno del cosiddetto “terzo polo”. Due condizioni che, se non saranno protagoniste nei prossimi mesi, ridurranno lo stesso ruolo di quel partito ad un soggetto politico molti simile agli altri. E quindi per nulla originale ed innovativo.

Infine, l’unico elemento che dovrà caratterizzare tutti quei cattolici popolari e sociali che intendono ancora scommettere su un progetto di Centro nello scenario politico italiano, è quello che dovranno essere il più possibile uniti e determinati. Senza questa unità di intenti – e quindi di natura politica e anche organizzativa – il tutto rischierebbe di trasformarsi nell’ennesima scommessa perdente e autoreferenziale. È bene saperlo prima che sia troppo tardi.

ADLAI STEVENSON, LA TESTA D’UOVO CHE KENNEDY NON AMAVA. GRAZIE A LUI NEL 1962 LA CRISI DI CUBA NON ESPLOSE.

I documenti desecretati dal National Security Archive – su cui si appunta la nota dell’AGI che qui di seguito riportiamo – gettano un fascio di luce sui drammatici frangenti che videro sfidarsi Kennedy e Krusciov. Davanti alle provocazioni sovietiche e alla scoperta di quei missili affacciati sull’America, Stevenson fu l’uomo che dissuase il presidente da un attacco aereo contro Cuba e da qualsiasi reazione militare, ammonendo Kennedy delle “incalcolabili conseguenze” di una mossa del genere. 

Agenzia Italia

Uno come Adlai Ewing Stevenson II poteva persino ambire, e forse ambì, alla presidenza degli Stati Uniti, favorito dal lignaggio familiare e da una preparazione talmente raffinata che sarebbe stato coniato per lui, per poi entrare nell’uso comune, il termine ammirativo (e dispregiativo assieme) di “egg-head”: testa d’uovo. Giunto ai piani alti della carriera, dopo essere stato governatore dem dell’Illinois e avere onorato i successi politici dell’omonimo nonno, che era giunto alla vicepresidenza degli States, Adlai Stevenson si dovette accontentare – per così dire – della nomina a rappresentante permanente degli Usa all’Onu. 

Non s’era mai preso moltissimo con il presidente John Fitzgerald Kennedy e questa fu, con il senno di poi, una vera fortuna rispetto alla Storia. Fortuna che emerge oggi, sancita dai documenti desecretati dal National Security Archive, e che riguarda i drammatici frangenti della crisi dei missili a Cuba. Sessant’anni dopo viene fuori il ruolo probabilmente decisivo di Stevenson per evitare un disastro nucleare al quale mancò giusto un passo. Perché era uno che sapeva dire di no al presidente.

Lo stop decisivo si riassume nel rigo e mezzo autografo dell’appuntino che l’ambasciatore Stevenson consegnò a JFK e che potrebbe essere la sua epigrafe tombale, la sua massima nobiliare e un viatico per qualunque diplomatico: “Ricatto e intimidazione mai; negoziato e buon senso sempre”. Dove due parole sottolineò la penna: il never di “mai” e l’always di “sempre”. Davanti alle provocazioni sovietiche e alla scoperta di quei missili affacciati sull’America, Stevenson fu l’uomo che dissuase il presidente da un attacco aereo contro Cuba e da qualsiasi reazione militare, ammonendo Kennedy delle “incalcolabili conseguenze” di una mossa del genere. 

Negoziare. Negoziare senza cedere alle intimidazioni però con la “sanity” di non determinare una disastrosa escalation. E in quella manciata di giorni, che da drammatici potevano diventare tragici, la linea della “testa d’uovo” prevalse su quella di altri consiglieri della Casa Bianca. Ma a un prezzo che all’epoca, e per decenni, è stato mantenuto “top secret”. Il leader del Cremlino Nikita Krusciov non ritirò i suoi missili da Cuba soltanto perché gli Stati Uniti si impegnarono a non invadere Cuba in futuro. Ma anche perché – secondo “negoziato e buon senso” – Kennedy si accordò con Mosca sul ritiro dei propri missili Jupiter dalle basi in Turchia.

A Washington la linea soft di Stevenson – e forse il passo cui aveva spinto Kennedy – non la perdonarono né gliel’avrebbe perdonata lo stesso presidente, stando alla documentazione che oggi emerge dagli archivi. Un violento articolo intitolato “In Time of Crisis”, pubblicato ai primi di dicembre 1962 su The Saturday Evening Post, accusava la “testa d’uovo” di avere suggerito una pacificazione comparabile a una Monaco 1938, che avrebbe “barattato le basi Usa per le basi cubane”. Bisognava celare il ritiro statunitense dalla Turchia e propugnare la narrazione che nel braccio di ferro con l’Urss i sovietici avevano chinato il capo di fronte alla determinazione americana smantellando le basi di Cuba. E nient’altro più.

Ora emerge che quell’ingeneroso articolo, firmato da due uomini vicini a Kennedy, Charles Bartlett e Stewart Alsop, fu addirittura letto e riaggiustato in bozza per mano di JFK. Al “top secret” sull’intera vicenda sarebbe seguita neanche un anno dopo la fine cruenta del presidente, ucciso a Dallas il 22 novembre 1963. Meno di due anni dopo, stroncato da infarto il 14 luglio ’65, se n’andava l’ambasciatore “testa d’uovo”, cui oggi nell’ottobre corrusco del 2022 – soffiando i venti di un altro paventato disastro – s’inchina chi ritiene che “Blackmail and intimidation never; negotiation and sanity always” sia ancora una valida massima. 

PUNITO IL RIFORMISMO SENZA BASI POPOLARI, ORA È TEMPO DI RIFONDARE UNA POLITICA DI LIBERTÀ E SOLIDARIETÀ.

L’accentuazione del carattere “radical-riformista” del Pd ha indebolito progressivamente la capacità di raccolta del consenso. La sconfitta è figlia della falsa iridescenza di un progressismo fantasioso, non incline a fare i conti con le preoccupazioni dell’Italia profonda. Adesso urge prendere nota della necessità di una opposizione che muova da condotte responsabili, senza l’inciampo di vecchi e nuovi radicalismi. Dobbiamo essere pronti a a rimescolare le carte affinché la politica di centro-sinistra mostri il volto del riformismo popolare e democratico.

La sconfitta ha posto il Pd dinanzi allo specchio della realtà. Qualcosa ha interrotto il flusso di attenzioni e simpatie che fino a metà campagna elettorale davano nei sondaggi la misura di una crescita non eccezionale, ma neppure trascurabile. Dicevano, i sondaggi, che l’asticella poteva salire al 22 per cento, per alcuni istituti anche sopra. Non a caso, sull’onda di questi dati, Letta si determinava a spingere sull’acceleratore della competizione diretta ed esclusiva con Fratelli d’Italia. Sembrava possibile compensare il successo della coalizione di destra, data per scontata, con l’affermazione del Pd come primo partito in assoluto. Anche un giornale importante come “Repubblica” ha finito per appoggiare questa impostazione immaginando che le conseguenze del voto andassero calibrate sulla scorta di una duplice vittoria: quella della Meloni come leader della destra coalizzata e quella di Letta come leader del Pd. 

Tutto questo si è dissolto nel prosieguo della campagna elettorale. L’accentuazione del carattere “radical-riformista”, specie sul fronte dei diritti individuali, e insieme l’attenuazione del legame con l’esperienza del governo Draghi, hanno indebolito progressivamente la capacità di raccolta del consenso. Una parte dell’elettorato non si è più sentita rappresentata, nemmeno in forza di quel richiamo insistito e un po’ altezzoso al cosiddetto voto utile. È iniziato così il calo nei sondaggi tra lo sconcerto dei quadri di partito e lo scetticismo degli strateghi elettorali, spesso troppo sicuri delle loro personali convinzioni circa la condotta delle persone in carne ed ossa, anche quelle tradizionalmente legate al Pd. È stato un grave errore di valutazione.

La sconfitta è figlia della falsa iridescenza di un progressismo fantasioso, non incline a fare i conti con le preoccupazioni dell’Italia profonda e destinato perciò a rendere meno inclusiva la proposta della rabberciata coalizione di centro-sinistra. Eppure il Pd aveva in origine   l’obiettivo di saldare nell’unica opzione riformista segmenti di opinione pubblica e di elettorato oscillanti tra la sinistra democratica e il centro progressista. Dentro la sconfitta c’è il peso di una visione alterata dell’Italia, da cui, infine, discende quel tratto “antipatico” di partito dei ceti più protetti, prevalentemente urbani, di fatto meno esposti ai venti della crisi. Al Pd è mancata in campagna elettorale la capacità di rafforzare il suo profilo di partito responsabile, architrave del governo Draghi, pilastro della politica di solidarietà atlantica, punto di riferimento ineludibile dell’europeismo, difensore “senza se e senza ma” delle ragioni del popolo ucraino: questo patrimonio è parso frantumarsi in episodiche sortite, senza più l’efficacia di un messaggio a tutto tondo.

Adesso, nell’imminenza di consultazioni che preludono alla nascita dell’esecutivo a guida Meloni, urge prendere nota della necessità di una opposizione che muova da condotte responsabili, senza l’inciampo di vecchi e nuovi radicalismi. 

Lo scenario è destinato a mutare. È chiaro che si deve quanto prima ricomporre l’area autenticamente riformista ed è altrettanto chiaro che questa ricomposizione può esigere soluzioni al momento imprevedibili. Occorre una buona dose d’intransigenza nella difesa dei principi, ma serve al tempo stesso un disegno di apertura, per coinvolgere i distanti e i dubbiosi. Dobbiamo essere pronti a a rimescolare le carte affinché la politica di centro-sinistra mostri il volto del riformismo popolare e democratico, dando respiro alle identità diverse di una coalizione incentrata sui valori di libertà e solidarietà. Molto possono, fare ancora, i cattolici democratici.

Luca Bedoni, Presidente del Consiglio municipale – Roma IX.

LA LEGISLATURA È PARTITA MALE, ORA OCCORRE COSTRUIRE UN’AREA DI CENTRO.

Quanto è avvenuto al Senato l’altro giorno, con Forza Italia in contrasto con gli alleati sulla elezione di La Russa, è il cedimento di quel sistema che ha rimosso la politica e avviato l’era dei capi. Chi ha una certa età ricorda il confronto a volte aspro per il centro sinistra. Altri tempi? Altro mondo? Sì, ma era il tempo della democrazia. Da queste considerazioni prende spunto il discorso sulla ricostituzione di un centro vero dove anche la componente democratica cristiana prenda corpo.

Anche questa legislatura non è partita benissimo. La divergenza registratesi nella elezione del presidente del Senato tra Forza Italia (che non ha votato La Russa) e Fratelli d’Italia non è un incidente di percorso, ma la spia di un sostanziale distacco tra le componenti del centro destra, che esiste sin dal 2018 nelle formazioni degli ultimi tre governi, dove solo Fratelli d’Italia ha presidiato il campo della opposizione. Una scelta su cui il Partito di Giorgia Meloni ha lucrato, ottenendo un successo il 25 settembre, ribaltando i rapporti di forza con le formazioni di Salvini e Berlusconi,rimasti sul campo con qualche ammaccatura e robuste delusioni da smaltire. Berlusconi ha ripetuto sin dal 1994 che con l’avvento di F.I. sarebbe finito il “teatrino della politica” messo in atto dai vecchi partiti. 

Quanto è avvenuto al Senato l’altro giorno è il cedimento di quel sistema che ha rimosso la politica e avviato l’era dei capi. Nella cosiddetta prima repubblica non son mancate furbizie, intralci umanamente inevitabili. Ci saranno stati anche dei teatrini ma gli attori erano dirigenti politici di elevata sensibilità istituzionale. Nessuno mai avrebbe provocato un strappo istituzionale nella elezione della seconda carica dello Stato. 

Le difficoltà economiche, la guerra alle porte dell’Europa,la credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo non hanno indicato la strada della compostezza istituzionale, venuta meno sull’altare distributivo dei posti ministeriali. Ma il malessere è più complesso. Il sistema delle signorie non regge più. Una situazione rabberciata,lacerata che nessuna rammendo risolve. Nella prima fase della repubblica è vero che i governi avevano vita breve, ma il sistema reggeva,il disegno di governo resisteva ed era quello scelto dagli elettori.  Ma prima delle alleanze maturavano nei partiti i processi di approfondimento programmatico, in un dibattito che si svolgeva in ogni sezione di partito in tutti i comuni e le frazioni e quindi nel Paese. 

Chi ha una certa età ricorda il confronto a volte aspro per il centro sinistra. Altri tempi? Altro mondo? Sì, ma era il tempo della democrazia, il mondo della dignità delle istituzioni rappresentative. Qualcuno oggi vagheggia un possibile accordo tra Fratelli d’Italia e il PD.  È una ipotesi da rigettare. Le scelte degli elettori vanno rispettate e non può essere ripetuto quello che avvenne nel 2018, quando il governo si fece con gli avversari che si erano contrapposti per tutta la campagna elettorale. Il responso delle urne va seguito altrimenti si torna alle urne. La legislatura si salvò,  ma a quale prezzo! Le astensioni il 25 settembre sono aumentate. Bisogna costruire un’area di un centro vero dove anche la componente democratica cristiana prenda corpo, con operazioni di contenuti e non…commerciali… 

I principi, i valori non si comprano ma si vivono

DIO BENEDISSE IL FUTURO

I grandi passaggi storici non sono percepiti dai contemporanei. L’Occidente si è salvato, epoca dopo epoca, in forza della produzione di nuove sintesi da parte del cristianesimo. Vale oggi un pensiero illuminante di Joseph Ratzinger, guardando al futuro: «Nonostante la cultura oggi dominante sia una cultura dell’assenza di trascendenza, la Chiesa non mancherà di forza creatrice, come avvenne ai tempi di San Benedetto».

 

Quando finisce un mondo, difficilmente i contemporanei se ne accorgono. Sono gli storici, secoli dopo, che individuano tagli netti, cesure tra un prima e un dopo. A scuola si data la fine del mondo antico al 476 dopo Cristo, l’anno in cui fu deposto l’ultimo imperatore romano d’Occidente, il dodicenne Romolo Augustolo. Ma nessuno ebbe la sensazione chiara che si aprisse una nuova epoca. Del resto, un altro imperatore continuava a regnare sulle sponde del Bosforo. Siamo noi ad aver dato al suo regno il nome di “impero bizantino”, con quel tanto di decadente che l’aggettivo ha assunto nel tempo. Lui si continuava a firmare e si firmò per secoli come basileus ton Romaion: re dei Romani. Ed era vero.

Ma era pur vero che un mondo si stava inabissando a poco a poco e nessuno vedeva chiaro nel groviglio di popoli e nazioni che procedevano da Oriente a complicare, o ad arricchire il mosaico di popoli che era già allora l’Europa. E comunque, quasi mai in pace.

L’impero — o ciò che ne restava — era ufficialmente cristiano. Costantino aveva aperto la strada nel 313, Teodosio aveva ratificato 80 anni dopo la sua scelta comandando col braccio secolare ai pagani di tacere per sempre. Costantino aveva fatto un sogno e seguito un’intuizione, Teodosio aveva voluto imporre per legge ciò che per legge non può essere imposto.

Dopo di lui, l’eredità del mondo classico era ormai smisuratamente a rischio e sembrò volervi porre una pietra tombale, un secolo dopo, il suo successore Giustiniano.

Nel 529, dopo aver promulgato il Corpus iuris civilis, Giustiniano credette di aver assolto al suo compito principale. Assicurare all’impero l’eredità del diritto. Sul resto, manifestò altre intenzioni e compì l’atto simbolico più importante del suo lungo regno: la chiusura definitiva delle scuole filosofiche di Atene, in particolare di quell’Accademia che Platone in persona aveva aperto nel 387 a.C. Tramontava così, per decreto, l’ultimo baluardo di un mondo che si voleva dissolto per sempre.

Ma in quello stesso anno, nelle campagne laziali, un giovane cristiano di nobili natali decise di porre la prima pietra di un luogo di preghiera e scrisse di suo pugno una Regola in cui, fra le altre cose, imponeva ai suoi monaci di imparare a leggere e a scrivere. E affidò loro il compito di conservare quello che il mondo antico aveva trasmesso fino a quel momento. Non solo testi cristiani, ma tutto ciò che l’umano aveva creato di grande e che Cristo rendeva più vero dandogli compimento.

Così commentava qualche anno fa questo momento cruciale della storia Joseph Ratzinger: «Nonostante la cultura oggi dominante sia una cultura dell’assenza di trascendenza, la Chiesa non mancherà di forza creatrice, come avvenne ai tempi di San Benedetto. Egli non richiamava particolare attenzione a livello dell’opinione pubblica, ma ha fatto qualcosa che indicava il futuro. Sembrava ai margini della realtà, fece qualcosa di strano. Tuttavia, in seguito, questa stranezza si è dimostrata come l’arca di sopravvivenza dell’Occidente».

In questo modo, nonostante i potenti del tempo che credono di interpretare i segni dei tempi, «Dio — come si legge del libro di Giobbe (Gb 42, 12) — benedisse il futuro». 

A 60 ANNI DAL CONCILIO VATICANO II. FAGGIOLI: «COME 60 ANNI FA IL PAPA È LA VOCE PIÙ AUTOREVOLE». 

Tra analogie e differenze, indagare il periodo storico in cui si è aperto il Concilio può diventare una bussola anche per orientarsi nel presente. Il settimanale “La voce dei Berici” ne ha parlato con Massimo Faggioli, storico della Chiesa e docente alla Villanova University in Pennsylvania, Usa che spiega: “Oggi il magistero si trova in un empasse: è impossibile pensare alla ‘guerra giusta’ quando sono in ballo armi nucleari”.

 

Andrea Frison

 

Professor Faggioli, partiamo dalle differenze: quali sono quelle tra oggi e sessant’anni fa, quando si è aperto il Concilio Vaticano II?
Sono molte. La prima: sessant’anni fa si pensava di avere imparato la lezione della Seconda Guerra Mondiale e c’era una fiducia nella capacità del genere umano di non ricorrere alla guerra che oggi non c’è. Le organizzazioni internazionali godevano di maggior prestigio e, tutto sommato, era un mondo “semplice” che vedeva contrapporsi due modelli economici: quello liberale e quello comunista. Infine, la Chiesa cattolica appariva più compatta in pubblico su questi temi di quanto non lo sia oggi sulla Russia.

E le analogie?
Una, soprattutto: il papato continua ad essere la voce più influente dal punto di vista spirituale. Questa cosa non è cambiata anzi, è ancora più evidente.

Tuttavia, la voce del Papa sembra avere difficoltà a farsi ascoltare. Perché?
Nel 1962 c’era un Concilio e un magistero di Papa Giovanni XXIII che con “Pacem in terris” pensava a come risolvere la questione della legittimità della guerra in era nucleare. Oggi il magistero si trova in un empasse: è impossibile pensare alla “guerra giusta” quando sono in ballo armi nucleari. C’è un dilemma da affrontare: fino a che punto affermare il diritto all’autodifesa quando questo ci porta vicini a una guerra nucleare.

Qualcuno ha ricordato il rischio guerra atomica toccato con la crisi dei missili di Cuba. Eppure Kennedy e Kruscev erano più disposti a dialogare di Zelensky e Putin. È d’accordo?
All’epoca l’azione dell’Unione sovietica era all’interno di uno schema bipolare, ma non attentava alla sovranità di uno Stato. Questa guerra ha caratteristiche coloniali, più da seconda guerra mondiale che da guerra fredda.

Lei vive e lavora negli Stati Uniti. Qual è la narrazione prevalente sul conflitto in Ucraina?
Non c’è più di tanto una narrazione. Tra poco si terranno le elezioni di mid-term e la questione Ucraina sta sullo sfondo. Negli Usa sono tutti molto stanchi di parlare di guerra, lo fanno ininterrottamente da vent’anni, dall’11 settembre e dall’invasione in Afghanistan. C’è riluttanza anche a sinistra nel vedere la guerra come episodio importante per i destini dell’Occidente. È una faccenda seguita molto da vicino dagli ambienti militari e diplomatici. Anche se gli Usa sono molto impegnati, è materia di élite.

 

[Precedentemente pubblicato su “La Voce dei Berici”. Il testo qui riprodotto è stato rilanciato da AgenSIR]

NO ALLA RADICALIZZAZIONE DEL CONFRONTO POLITICO: LA POLITICA DI CENTRO È ANCHE POLITICA DI EQUILIBRIO E DI RISPETTO.

Si è votato “terzo polo” perchè si è data una delega in bianco a chi cercava di riproporre, dopo la lontana stagione di Martinazzoli e di Marini con il progetto del Ppi, una politica di centro. Ora, l’alternativa non si può costruire  sulle pregiudiziali ideologiche e sull’odio personale. Il ruolo del centro si applica a questa ricerca, anzitutto nella dialettica parlamentare, del rispetto politico e istituzionale. In ogni caso, senza l’apporto decisivo del filone del cattolicesimo politico non si potrà parlare di una politica di centro, ma solo e soltanto di una posizione “terza”.

Diciamoci la verità sul cosiddetto Centro che pare essere timidamente rinato dopo le elezioni dello scorso 25 settembre. Sì, è vero, il cosiddetto “terzo polo” non ha centrato l’obiettivo di un risultato a doppia cifra. Come, del resto, e almeno per il momento, non è stato determinante ai fini della costruzione degli equilibri politici. Ma il consenso al “terzo polo” – questo è abbastanza evidente al di là delle stesse analisi demoscopiche – è stato il frutto di due elementi incrociati. Da una lato una sorta di “identità in negativo”, come si suol dire, ovvero si è votato il “terzo polo” perchè il bipolarismo selvaggio che ha caratterizzato gli ultimi anni della politica italiana era ormai giunto al capolinea come credibilità complessiva. E, non a caso, l’esordio di questa legislatura lo ha già confermato platealmente. E, in secondo luogo, si è votato “terzo polo” perchè si è data una delega in bianco a chi cercava di riproporre, dopo la lontana stagione di Martinazzoli e di Marini con il progetto del Ppi, una “politica di centro” nella cittadella politica del nostro paese. 

Queste, in sintesi, le due argomentazioni decisive che hanno portato il “terzo polo” ad un consenso che ha sfiorato l’8%. Al di là e forse anche al di fuori degli stessi leader che si sono fatti carico di questa scommessa politica ed elettorale.

Ora, però, questo Centro e, soprattutto, “la politica di centro”, devono ritrovare piena cittadinanza e visibilità nelle dinamiche quotidiane della politica italiana. Sarebbe quantomeno singolare, nonchè anacronistico, se il tutto si trasformasse nel consolidamento di due partiti personali con le rispettive ambizioni e prospettive. Forse è giunto veramente il momento per far decollare un cantiere che sia in grado di incidere nelle dinamiche politiche nazionali e per affrontare la nuova stagione che si è aperta. Una stagione che, inevitabilmente, sarà ricca di novità e forse anche di colpi di scena ma che, comunque sia, richiede di essere affrontata con le armi della politica e non della sola propaganda. Al riguardo, è persin patetico se non addirittura ridicolo, continuare ad assistere al grido d’allarme della sinistra italiana sul “nuovo corso” della politica contemporanea. 

Ma come si può, di fronte alle sfide immani che attendono il nostro paese e che ci metteranno alla prova nei propri mesi, continuare con la noiosissima litania del rischio della “postura fascista” dopo la vittoria del centro destra? Ma come si può declinare un’iniziativa politica credibile e seria se si limita ad un semplice e banale prolungamento dei soliti talk televisivi e dei rispettivi “soloni” che fanno ormai della battaglia antifascista e anti dittatura la loro ragion d’essere? È evidente a tutti, al di là del giudizio che ognuno di noi può e deve dare sul profilo politico della coalizione vincente e sui vertici appena eletti delle istituzioni parlamentari, che non si può costruire un progetto e una prospettiva politica se sono basati esclusivamente sul pregiudizio politico, sulle contrapposizioni ideologiche e sull’odio personale. Altrochè battere la “cultura dell’odio” che quotidianamente viene predicata e blaterata dai “guru” politici, televisivi e giornalistici della sinistra post comunista italiana.

Ecco, di fronte ad un quadro del genere è quantomai necessario, nonchè quasi imperativo, il ritorno della politica e di quegli istituti che sono collaterali ad una politica alta e nobile. E cioè, cultura della mediazione, cultura di governo, rispetto degli avversari e delle istituzioni democratiche, capacità di comporre interessi contrapposti, stop alla radicalizzazione del conflitto politico ed un approccio autenticamente e credibilmente riformista di fronte ai problemi che sono sul tappeto. Ed è proprio su questo versante che il Centro e una politica di centro possono e debbono giocare un ruolo determinante e decisivo ai fini del recupero della stessa qualità della democrazia. Un Centro che non deve vivere di soli pregiudizi e di disprezzo degli avversari, come la sinistra ha già manifestato in questo nuovo corso che la caratterizza e che, su questo versante, ritrova una piena corrispondenza con il qualunquismo e il populismo grillini.

È persin inutile ricordare, al riguardo, che l’apporto decisivo per declinare una vera ed autentica politica di centro arriva dal contributo della cultura cattolico popolare e cattolico sociale. Il Centro, cioè, non si può ridurre ad essere una semplice somma tra la cultura post azionista, liberale e repubblicana. Senza l’apporto decisivo del filone del cattolicesimo politico non si potrà parlare di una politica di centro ma solo e soltanto di una posizione “terza”. Però, senz’anima e forse anche senza una prospettiva reale di crescita elettorale e di spessore politico.

VOX POPULI. COSA HA SIGNIFICATO E QUALI CONSEGUENZE IMPLICA IL VOTO DEGLI ITALIANI? 

C’è la necessità di studiare i risultati con molta attenzione. Ancora una volta il primo partito è risultato vincitore, con margini ancora più consistenti. Dopo il taglio (sconsiderato) dei parlamentari, le nuove Camere registrano un certo grado di nepotismo: mogli, mariti, cognati, figli e nipoti. De Gasperi, andrebbe ricordato, non pagava lo stipendio alla figlia Maria Romana. È stucchevole, più in generale, agitare questioni pregiudiziali. Le opposizioni aspettino le scelte del governo per orientare i loro comportamenti. Infine, la campagna elettorale del PD è sembrata concentrata sul ‘contro’ invece che sul ‘saremo’: ovvero, l’impegno ad essere una forza tranquilla, forte, attenta ai bisogni di chi è fragile di fronte al futuro.

I voti degli elettori non si contestano ma, come le sentenze, si possono analizzare e studiare. L’antica aspirazione, soprattutto dei cittadini, è di sapere la sera delle elezioni “chi ha vinto“- e questa volta è accaduto – e desiderano che governo e legislatura siano stabili. E questo è l’augurio. L’alternanza nelle democrazie è la vera occasione di controllo da parte dei cittadini sull’operato e sulla efficacia dei programmi con cui la maggioranza ha ottenuto il consenso.

Tuttavia il maggior partito, anche questa volta, e in modo accentuata, ma perfino previsto, è quello della astensione. La recente campagna elettorale è stata breve – forse menomale! – e brutta. Dopo una legislatura in cui più di 300 parlamentari hanno cambiato casacca (coerente rappresentanza del mandato!), un taglio sconsiderato del numero dei parlamentari senza riforme conseguenti a partire dalla legge elettorale, uno sfarinamento delle alleanze, la distribuzione “fuori sede” dei candidati hanno reso la rappresentanza territoriale ridicola, anche a causa di collegi enormi. I sondaggi si sono autorealizzati. La comunicazione del centrosinistra è stata complessa in un tempo e con un sistema che ormai ha abituato alla semplificazione.

Un elemento di novità assoluta è stato il protagonismo di una donna leader, che non si è proposta come possibile rivincita femminile, in nome di una rivendicazione ‘femminista’. Semplicemente ha fondato un partito e lo ha guidato da percentuali irrisorie fono al 26% e alla guida del Paese. Le donne di sinistra non hanno mai conteso il vertice dei loro partiti storici o attuali, nemmeno presentando liste autonome, di genere, ai congressi. Il risultato di Giorgia Meloni fa emergere con più evidenza la timidezza del centrosinistra – e di tutte le donne parlamentari – nel proporre una donna alla Presidenza della Repubblica. Col retropensiero che Sergio Mattarella non avrebbe potuto rifiutare la rielezione, si è giocato a vedere le proposte altrui, con grande disprezzo della dignità delle personalità che venivano quotidianamente affidate al circo mediatico. In tal modo la prima donna del Paese è la leader della destra.

Da qui la necessità di studiare i risultati molto attentamente e non può essere che prima di qualsiasi riunione, direzione, congresso e proposte i giornali incominciano col totosegretari (i giornalisti non inventano i nomi! Qualcuno li suggerisce oltre alle autocandidature esplicite). Soprattutto non si accampino giustificazioni femministe: ricordiamo come sono state nominate le sottosegretarie del governo Draghi? Le nuove Camere registrano un certo grado di nepotismo: mogli, mariti, cognati, figli e nipoti. De Gasperi non pagava lo stipendio alla figlia Maria Romana, che lavorava come segretaria, perché riteneva che non potessero essere a carico dello Stato due stipendi in famiglia. Altri tempi, e infatti erano Statisti! Si conta un certo numero di immarcescibili che hanno scantonato la stagione delle rottamazioni ma la maggioranza è di neoeletti che ci aspettiamo si facciano conoscere per la loro diligenza nel frequentare il loro posto di lavoro e nel percorrere il territorio in cui sono stati eletti per confrontarsi, proporre, ‘imparare’ dalla gente le vere priorità della vita quotidiana.

Hanno capito tutti – anche i proponenti – che uno non vale uno. Diverse le responsabilità e diversi i doveri e obblighi. I deputati e i senatori non sono semplici cittadini, investiti di onore e oneri che nelle democrazie rappresentano il massimo della dignità istituzionale, perché devono interpretare ‘la sovranità del popolo italiano’ (art. 1 Cost.). Senza disturbare ancora i nostri esemplare predecessori, significa che anche i comportamenti personali, pubblici e privati, devono esprimere coerenza e rispetto delle regole. I media offrono una ribalta tanto importante quanto difficile da governare con saggezza.

A tutti compete rappresentare tutti, perché è una prerogativa – direi privilegio – rappresentare tutti ‘senza vincolo di mandato’ come garantisce la preziosa norma costituzionale (art. 67). E da questo punto di vista il parlamentare non può essere vincolato alla disciplina di partito per le questioni ‘non negoziabili’. La libertà di coscienza è un diritto mai comprimibile e a maggior ragione per un legislatore.

È stucchevole anche in questi giorni, agitare questioni pregiudiziali. Le opposizioni aspettino le scelte del governo per orientare comportamenti che siano funzionali a far emergere con chiarezza il profilo della propria forza e la forza delle proprie proposte alternative e contestative. Ci sono già stati due governi di destra e per due volte Prodi li ha sconfitti. Ad ogni sconfitta non può subentrare – in politica! – lo scoramento e il pessimismo. Si riparte dal consenso ottenuto e…si pedala. Cambiare nome al partito? Scioglierlo? Per ripartire da quale piattaforma? I cittadini sono disorientati da continui rivolgimenti: hanno bisogno di riconoscersi in proposte radicate in una storia che fa immaginare il futuro. L’ultima campagna elettorale del PD è sembrata concentrata su ‘contro’ invece che ‘saremo’ una forza tranquilla, forte, attenta ai bisogni di chi è fragile di fronte al futuro. L’assenteismo, che rende minoritario nel Paese anche i vincitori (fatta la tara dell’assenteismo cronico), a questo è dovuto, all’assenza di uno specchio nel quale i cittadini si vedono rappresentati. Per tutte le forze politiche è questo il punto di partenza.

 

IL PAPA AI 50 MILA DI COMUNIONE E LIBERAZIONE: «VI INVITO AD ACCOMPAGNARMI NELLA PROFEZIA PER LA PACE».

«Vi invito ad accompagnarmi nella profezia per la pace — Cristo, Signore della pace! Il mondo sempre più violento e guerriero mi spaventa davvero, lo dico davvero: mi spaventa —; nella profezia che indica la presenza di Dio nei poveri, in quanti sono abbandonati e vulnerabili, condannati o messi da parte nella costruzione sociale; nella profezia che annuncia la presenza di Dio in ogni nazione e cultura, andando incontro alle aspirazioni di amore e verità, di giustizia e felicità che appartengono al cuore umano e che palpitano nella vita dei popoli». Con queste parole Papa Francesco si è rivolto alla “compagnia” di Comunione e Liberazione ricevuta — sabato mattina 15 ottobre, in piazza San Pietro — in occasione del centenario della nascita del fondatore Luigi Giussani (1922-2005). 

Ecco il discorso del Pontefice.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

 

Siete venuti in tanti, dall’Italia e da vari Paesi. Il vostro movimento non perde la sua capacità di radunare e mobilitare. Vi ringrazio di aver voluto manifestare la vostra comunione con la Sede Apostolica e il vostro affetto per il Papa. Ringrazio il Presidente della Fraternità, prof. Davide Prosperi, come pure Hassina e Rose, che hanno condiviso le loro esperienze. Saluto il Cardinale Prefetto, il Cardinal Farrell, e i Cardinali e Vescovi presenti.

 

Siamo riuniti per commemorare il centenario della nascita di Mons. Luigi Giussani. E lo facciamo con gratitudine nell’animo, come abbiamo sentito da Rose e Hassina. Io esprimo la mia personale gratitudine per il bene che mi ha fatto, come sacerdote, meditare alcuni libri di don Giussani — da prete giovane —; e lo faccio anche come Pastore universale per tutto ciò che egli ha saputo seminare e irradiare dappertutto per il bene della Chiesa. E come potrebbero non ricordarlo con gratitudine commossa quelli che sono stati i suoi amici, i suoi figli, i discepoli? Grazie alla sua paternità sacerdotale appassionata nel comunicare Cristo, essi sono cresciuti nella fede come dono che dà senso, ampiezza umana e speranza alla vita. Don Giussani è stato padre e maestro, è stato servitore di tutte le inquietudini e le situazioni umane che andava incontrando nella sua passione educativa e missionaria. La Chiesa riconosce la sua genialità pedagogica e teologica, dispiegata a partire da un carisma che gli è stato dato dallo Spirito Santo per l’“utilità comune”. Non è una mera nostalgia ciò che ci porta a celebrare questo centenario, ma è la memoria grata della sua presenza: non solo nelle nostre biografie e nei nostri cuori, bensì nella comunione dei santi, da dove intercede per tutti i suoi.

 

So, cari amici, fratelli e sorelle, che non sono per niente facili i periodi di transizione, quando il padre fondatore non è più fisicamente presente. Lo hanno sperimentato tante fondazioni cattoliche nel corso della storia. Bisogna ringraziare padre Julian Carrón per il suo servizio nella guida del movimento durante questo periodo e per aver mantenuto fermo il timone della comunione con il pontificato. Tuttavia, non sono mancati seri problemi, divisioni, e certo anche un impoverimento nella presenza di un movimento ecclesiale così importante come Comunione e Liberazione, da cui la Chiesa, e io stesso, spera di più, molto di più. I tempi di crisi sono tempi di ricapitolazione della vostra straordinaria storia di carità, di cultura e di missione; sono tempi di discernimento critico di ciò che ha limitato la potenzialità feconda del carisma di don Giussani; sono tempi di rinnovamento e rilancio missionario alla luce dell’attuale momento ecclesiale, come pure delle necessità, delle sofferenze e delle speranze dell’umanità contemporanea. La crisi fa crescere. Non va ridotta al conflitto, che annulla. La crisi fa crescere.

 

Sicuramente don Giussani sta pregando per l’unità in tutte le articolazioni del vostro movimento; sicuro. Voi sapete bene che unità non vuol dire uniformità. Non abbiate paura delle diverse sensibilità e del confronto nel cammino del movimento. Non può essere diversamente in un movimento nel quale tutti gli aderenti sono chiamati a vivere personalmente e condividere corresponsabilmente il carisma ricevuto. Tutti lo vivono originalmente e anche in comunità. Questo sì è importante: che l’unità sia più forte delle forze dispersive o del trascinarsi di vecchie contrapposizioni. Un’unità con chi e con quanti guidano il movimento, unità con i Pastori, unità nel seguire con attenzione le indicazioni del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, e unità con il Papa, che è il servitore della comunione nella verità e nella carità.

 

Non sprecate il vostro tempo prezioso in chiacchiere, diffidenze e contrapposizioni. Per favore! Non sprecare il tempo!

 

Adesso vorrei ricordare alcuni aspetti della ricca personalità di don Giussani: il suo carisma, la sua vocazione di educatore, il suo amore alla Chiesa.

  1. Don Giussani uomo carismatico. È stato certamente un uomo di grande carisma personale, capace di attrarre migliaia di giovani e di toccare il loro cuore. Ci possiamo chiedere: da dove veniva il suo carisma? Proveniva da qualcosa che aveva vissuto in prima persona: da ragazzo, a soli quindici anni, era stato folgorato dalla scoperta del mistero di Cristo. Aveva intuito — non solo con la mente ma con il cuore — che Cristo è il centro unificatore di tutta la realtà, è la risposta a tutti gli interrogativi umani, è la realizzazione di ogni desiderio di felicità, di bene, di amore, di eternità presente nel cuore umano. Lo stupore e il fascino di questo primo incontro con Cristo non lo hanno più abbandonato. Come disse alle sue esequie l’allora Cardinale Ratzinger: «Sempre don Giussani ha tenuto fisso lo sguardo della sua vita e del suo cuore verso Cristo. Ha capito in questo modo che il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma che il cristianesimo è un incontro; una storia d’amore; è un avvenimento». Qui sta la radice del suo carisma. Don Giussani attraeva, convinceva, convertiva i cuori perché trasmetteva agli altri ciò che portava dentro dopo quella sua fondamentale esperienza: la passione per l’uomo e la passione per Cristo come compimento dell’uomo. Tanti giovani lo hanno seguito perché i giovani hanno un grande fiuto. Quello che diceva veniva dal suo vissuto e dal suo cuore, perciò ispirava fiducia, simpatia e interesse.

 

Il Presidente ha detto che vi impegnate affinché il carisma donato a don Giussani per il bene di tutta la Chiesa produca sempre nuovi frutti. Questa è la custodia saggia del dono trasmesso a voi, una custodia che non è solo conservativa del passato ma che, vivificata dallo Spirito Santo, sa riconoscere e accogliere i nuovi germogli di questo albero che è il vostro movimento, che vive nella terra buona della comunione ecclesiale.

 

A questo proposito vi chiederete: come possiamo rispondere alle esigenze di cambiamento del tempo presente custodendo il carisma? Anzitutto, è importante ricordare che non è il carisma a dover cambiare: esso va sempre nuovamente accolto e fatto fruttificare nell’oggi. I carismi crescono come crescono le verità del dogma, della morale: crescono in pienezza. Sono i modi di viverlo che possono costituire un ostacolo o addirittura un tradimento al fine per il quale il carisma è stato suscitato dallo Spirito Santo. Riconoscere e correggere le modalità fuorvianti, laddove necessario, non è possibile se non con atteggiamento umile e sotto la guida sapiente della Chiesa. E questo atteggiamento di umiltà lo riassumerei con due verbi: ricordare, ossia riportare al cuore, ricordare l’incontro con il Mistero che ci ha condotti sin qui; e generare, guardando avanti con fiducia, ascoltando i gemiti che lo Spirito oggi nuovamente esprime. «L’uomo umile, la donna umile ha a cuore anche il futuro, non solo il passato, perché sa guardare avanti, sa guardare i germogli, con la memoria carica di gratitudine. L’umile genera, l’umile invita e spinge verso ciò che non si conosce. Invece il superbo ripete, si irrigidisce […], va indietro e si chiude nella sua ripetizione, si sente sicuro di ciò che conosce e teme, teme sempre il nuovo perché non può controllarlo, se ne sente destabilizzato… perché? Perché ha perso la memoria»1. Guardate la memoria del fondatore.

 

Carissimi, abbiate a cuore il dono prezioso del vostro carisma e la Fraternità che lo custodisce, perché esso può far “fiorire” ancora molte vite, come ci hanno testimoniato Hassina e Rose. La potenzialità del vostro carisma è ancora in gran parte da scoprire, ancora c’è gran parte da scoprire; vi invito perciò a rifuggire da ogni ripiegamento su voi stessi, dalla paura — la paura non ti porterà mai a un buon porto — e dalla stanchezza spirituale, che ti porta alla pigrizia spirituale. Vi incoraggio a trovare i modi e i linguaggi adatti perché il carisma che don Giussani vi ha consegnato raggiunga nuove persone e nuovi ambienti, perché sappia parlare al mondo di oggi, che è cambiato rispetto agli inizi del vostro movimento. Ci sono tanti uomini e tante donne che non hanno ancora fatto quell’incontro con il Signore che ha cambiato e reso bella la vostra vita!

 

  1. Secondo aspetto: don Giussani educatore. Fin dai primi anni del suo ministero sacerdotale, di fronte allo smarrimento e all’ignoranza religiosa di molti giovani, don Giussani sentì l’urgenza di comunicare loro l’incontro con la persona di Gesù che lui stesso aveva sperimentato. Don Luigi aveva una capacità unica di far scattare la ricerca sincera del senso della vita nel cuore dei giovani, di risvegliare il loro desiderio di verità. Da vero apostolo, quando vedeva che nei ragazzi si era accesa questa sete, non aveva paura di presentare loro la fede cristiana. Ma senza mai imporre nulla. Il suo approccio ha generato tante personalità libere, che hanno aderito al cristianesimo con convinzione e passione; non per abitudine, non per conformismo, ma in modo personale e in modo creativo. Don Giussani aveva una grande sensibilità nel rispettare l’indole di ognuno, rispettare la sua storia, il suo temperamento, i suoi doni. Non voleva persone tutte uguali e non voleva nemmeno che tutti imitassero lui, che ognuno fosse originale, come Dio lo ha fatto. E infatti quei giovani, crescendo, sono diventati, ciascuno secondo la propria inclinazione, presenze significative in diversi campi, sia nel giornalismo, nella scuola, nell’economia, nelle opere caritative e di promozione sociale.

 

Questa, amici, è una grande eredità spirituale che vi ha lasciato don Giussani. Vi esorto a nutrire in voi la sua passione educativa, il suo amore per i giovani, il suo amore per la libertà e la responsabilità personale di ciascuno di fronte al proprio destino, il suo rispetto per l’unicità irripetibile di ogni uomo e ogni donna.

  1. E terzo: Giussani figlio della Chiesa. Don Giussani è stato un sacerdote che ha amato tanto la Chiesa. Anche in tempi di smarrimento e di forte contestazione delle istituzioni, ha sempre mantenuto con fermezza la sua fedeltà alla Chiesa, per la quale nutriva un grande affetto — amore! —, quasi una tenerezza, e nello stesso tempo una grande riverenza, perché credeva che essa è la continuazione di Cristo nella storia. Diceva: «Tu hai incontrato questa compagnia: questa è la modalità con cui il mistero di Gesù […] ha bussato a casa tua»2. Usava questa bella espressione: la “compagnia”. I gruppi del movimento erano per lui una “compagnia” di persone che avevano incontrato Cristo. E, in definitiva, la Chiesa stessa è la “compagnia” dei battezzati che tutto tiene insieme, da cui tutto trae vita, e che ci mantiene nel giusto cammino.

 

Don Giussani ha insegnato ad avere rispetto e amore filiale per la Chiesa e, con grande equilibrio, ha saputo sempre tenere insieme il carisma e l’autorità, che sono complementari, entrambi necessari. Voi cantate spesso nei vostri incontri il canto “La strada”. Giussani, proprio usando la metafora della strada diceva: «L’autorità assicura la strada giusta, il carisma rende bella la strada»3. Senza autorità si rischia di andare fuori strada, di andare in una direzione sbagliata. Ma senza il carisma il cammino rischia di diventare noioso, non più attraente per la gente di quel particolare momento storico.

 

Anche tra voi, alcuni sono incaricati di un compito di autorità e di governo, per servire tutti gli altri e indicare la strada giusta. Questo consiste, in concreto, nel guidare e rappresentare il movimento, nel favorirne lo sviluppo, nel portare avanti progetti apostolici specifici, nell’assicurare la fedeltà al carisma, nel tutelare i membri del movimento, nel promuovere il loro cammino cristiano e la loro formazione umana e spirituale. Ma accanto al servizio dell’autorità è fondamentale che, in tutti i membri della Fraternità, rimanga vivo il carisma, affinché la vita cristiana conservi sempre il fascino del primo incontro. Non dimenticatevi mai di quella prima Galilea della chiamata, di quella prima Galilea dell’incontro. Sempre tornare lì, a quella prima Galilea che ognuno di noi ha vissuto. Questo ci darà forza per andare sempre in obbedienza nella Chiesa. Questo è ciò che “rende bella la strada”. Così i movimenti ecclesiali contribuiscono, con i loro carismi, a mostrare il carattere attraente e di novità del cristianesimo; e all’autorità della Chiesa spetta indicare con saggezza e prudenza su quale via i movimenti devono camminare, per rimanere fedeli a sé stessi e alla missione che Dio ha affidato loro. Con parole di don Giussani possiamo affermare che «è un’esigenza irrinunciabile dell’incarnazione questo continuo scambio tra istituzione e carisma. In nessun modo questo rapporto tra grazia e libertà può essere pensato in alternativa dialettica, quasi che l’istituzione non sia il carisma e che il carisma non abbia bisogno dell’istituzione. Un carisma va istituzionalizzato. E un’istituzione deve mantenere la dimensione carismatica. Essi sono alla fine l’unica realtà della Chiesa. Si potrebbe forse pensare l’organismo umano senza lo scheletro che lo sostiene? Così non è pensabile che la Chiesa viva senza istituzione»4.

 

Voi sapete che la scoperta di un carisma passa sempre attraverso l’incontro con persone concrete. Queste persone sono testimoni che ci permettono di accostarci a una realtà più grande, che è la comunità cristiana, la Chiesa. È nella Chiesa che l’incontro con Cristo rimane vivo. È la Chiesa il luogo in cui tutti i carismi vengono custoditi, alimentati e approfonditi. Pensiamo, negli Atti degli Apostoli, all’episodio di Filippo e dell’eunuco, funzionario della regina di Etiopia. Filippo fu determinante per la sua conversione, egli fu il mediatore dell’incontro con Cristo per quell’uomo in cerca della verità. Ebbene, come termina questo episodio? Filippo battezza l’eunuco e il testo dice: «Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più» (At 8, 39). “Non lo vide più”! Dopo averlo condotto a Cristo, Filippo scompare dalla vita dell’eunuco! Ma la gioia dell’incontro con Cristo rimane, — quella gioia dell’incontro rimane sempre! — infatti il racconto aggiunge: «E pieno di gioia, proseguiva la sua strada». Tutti siamo chiamati a questo: essere mediatori per gli altri dell’incontro con Cristo, e poi lasciare che essi percorrano la loro strada, senza legarli a noi.

 

E, per concludere, vorrei chiedervi un aiuto concreto per oggi, per questo tempo. Vi invito ad accompagnarmi nella profezia per la pace — Cristo, Signore della pace! Il mondo sempre più violento e guerriero mi spaventa davvero, lo dico davvero: mi spaventa —; nella profezia che indica la presenza di Dio nei poveri, in quanti sono abbandonati e vulnerabili, condannati o messi da parte nella costruzione sociale; nella profezia che annuncia la presenza di Dio in ogni nazione e cultura, andando incontro alle aspirazioni di amore e verità, di giustizia e felicità che appartengono al cuore umano e che palpitano nella vita dei popoli. Arda nei vostri cuori questa santa inquietudine profetica e missionaria. Non rimanere fermi.

 

Carissimi, amate sempre la Chiesa. Amate e preservate l’unità della vostra “compagnia”. Non lasciate che la vostra Fraternità sia ferita da divisioni e contrapposizioni, che fanno il gioco del maligno; è il suo mestiere: dividere, sempre. Anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia, e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi quale fu il ’68. E in seguito don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa.

 

Ringraziamo insieme il Signore oggi per il dono di don Giussani. Invochiamo lo Spirito Santo e l’intercessione della Vergine Maria, perché tutti voi possiate proseguire, uniti e gioiosi, sulla strada che egli vi ha mostrato con libertà, creatività e coraggio. Di cuore vi benedico. E per favore, vi chiedo di pregare per me. Grazie.

Fonte: L’Osservatore Romano – 15 ottobre 2022.

IL SUD, LA FIDUCIA E L’ITALIA CHE CE LA PUÒ FARE. SU FORMICHE.NET LA LECTIO MAGISTRALIS DI CARLO MESSINA.

Il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha ricevuto dal Politecnico di Bari una laurea magistrale honoris causa in Ingegneria gestionale. Ecco cosa ha detto alla cerimonia che si è tenuta nell’aula magna del dipartimento di Architettura.

 

Carlo Messina

 

Vi ringrazio moltissimo. Devo dire che sono rimasto particolarmente colpito da quello che avete detto rispetto a quello che ho fatto. Quindi, prima di entrare nell’argomento di oggi, vorrei fare alcune considerazioni, se me lo permettete, rispetto a quello che avete descritto come il mio percorso fino ad oggi.

 

La prima considerazione immediata, mentre descrivevate le motivazioni, è che in qualunque organizzazione, quando si raggiungono dei successi, non è mai soltanto merito di chi guida l’organizzazione, perché puoi essere la persona con i maggiori talenti (e questo lo dico per i ragazzi che sono presenti), puoi avere la maggior capacità di apprendere, di avere competenze tecniche, ma, se le squadre e le persone che lavorano con te non sono motivate e non sono tutte orientate a raggiungere il tuo stesso obiettivo, le organizzazioni non saranno mai organizzazioni di successo con i risultati che si vogliono ottenere anche sul fronte della responsabilità sociale, cioè fare in modo che quello che viene realizzato in un’azienda di successo possa essere portato a vantaggio della comunità, della collettività, che è sempre più una priorità di tutti noi e lo sarà sempre di più… e nella mia relazione, entrerò più in dettaglio su questo.

 

In Intesa San Paolo noi abbiamo centomila persone che lavorano, centomila persone che, dal punto di vista delle considerazioni che facevate, meritano di avere lo stesso tipo di complimento, lo stesso tipo di felicitazione per il modo con cui noi lavoriamo, perché non c’è nessuno, in nessuna organizzazione, che possa rappresentare una leadership sostenibile se l’organizzazione non è un’organizzazione di successo grazie a tutte le persone che ci lavorano. Quindi devo dirvi che, da questo punto di vista, la vostra visione assolutamente positiva, e che mi onora, nei miei confronti, io la voglio condividere con le persone che lavorano con me in banca, perché indubbiamente questo è un passaggio fondamentale.

 

Avete descritto il mio percorso dentro la banca. Io ho iniziato partendo e scalando tutta la struttura organizzativa dell’azienda, ma non sarei mai riuscito a far diventare Intesa Sanpaolo un leader europeo ormai certo e indiscusso, se non avessi avuto con me tutte le persone della Banca orientate al raggiungimento di questi stessi risultati, dalla persona che interagisce nelle filiali con i clienti fino alle persone che hanno responsabilità apicali all’interno dell’organizzazione.

 

Detto questo, prima di entrare nei miei ragionamenti, vorrei fare una considerazione sulla coesione sociale, l’inclusione sociale, le disuguaglianze, perché questo è un tema che tutti noi nel corso della fine del 2022 e del 2023 dovremo aver ben chiaro. Noi ci troviamo di fronte, in questa fase del mondo e in particolare dell’Italia, che è quello che ci interessa principalmente, ad uno scenario in cui certamente gli effetti del conflitto, l’incremento dei prezzi, la scarsità delle risorse energetiche, rappresentano un grandissimo elemento di attenzione e anche un grandissimo punto che deve portarci a guardare chi ha più bisogno in questo momento nel nostro Paese.

 

Io sento moltissimi che fanno delle previsioni catastrofiche sul futuro del nostro Paese nel corso del 2023, che io non condivido per nulla. Noi abbiamo di fronte uno scenario complesso, indubbiamente complesso, abbiamo di fronte la necessità di mitigare l’impatto di quello che sta accadendo su chi ha più bisogno, perché quello che succederà è che chi è povero diventerà più povero, chi è un cosiddetto working poor avrà bisogno di essere supportato in una fase in cui il suo potere di acquisto si ridurrà, le aziende e, in particolare, quelle di più piccole dimensioni, avranno bisogno di essere supportate per riuscire a superare questo momento, ma parliamo di una fase transitoria, cioè non parliamo della fine di un sistema industriale.

 

Questo è importante che tutti lo abbiamo in mente. Noi dobbiamo lavorare in questa fase per sostenere chi ha più bisogno, ma avendo chiaro che noi, nel corso del 2023, avremo un recupero che ci porterà nel 2024 a una crescita. Questo significa che tutte le nostre azioni dovranno essere orientate a continuare ad investire, a continuare a guardare al futuro nella prospettiva di riuscire a portare il nostro Paese di nuovo a una fase di crescita e da questo punto di vista, vi ricordo solo che quando siamo entrati nel periodo del Covid, non esistevano i vaccini, non avevamo una prospettiva e il Pil è sceso del 9% nel nostro Paese, lì, veramente, avevamo di fronte un’incertezza drammatica, su quelli che potevano essere gli sviluppi futuri.

 

Oggi, qualunque previsione voi guardiate di quello che sta accadendo nel mondo nel corso del 2023, la peggiore ipotesi su cui si immagina è che il Pil del nostro Paese, possa scendere dell’1, dell’1,5, nel peggior caso, per poi ritornare a crescere nel 2024. Allora, cerchiamo di mantenere il giusto equilibrio anche nella prospettiva che abbiamo di fronte, dove dobbiamo aiutare chi ha bisogno e aumenterà il numero di quelli che avranno bisogno, aumenterà per le famiglie e aumenterà per le imprese.

 

Però, come accennavate prima, io sono fortemente convinto che ognuno deve fare la propria parte e, in particolare, quelli che hanno di più come nel caso di Intesa, dove abbiamo utili, abbiamo dotazioni patrimoniali, abbiamo possibilità di sostenere chi ha bisogno, ma tutte le aziende che hanno questa posizione di strutturale forza, acquisita negli anni passati, devono usare questo anno 2023 per contribuire ad arrivare a un 2024 di crescita. Non dobbiamo aspettare che sia lo Stato soltanto ad aiutarci, dobbiamo fare in modo che ognuno di noi si impegni, e moltissime aziende l’hanno dimostrato, moltissimi bilanci nel 2022 delle aziende chiuderanno con degli utili molto importanti – anche se nel 2023 ci sarà una riduzione degli utili – che destineremo a favore di chi ha più bisogno, creeremo le condizioni per un 2024 di forte crescita per tutti noi.

 

Quindi, questo è un messaggio che vorrei portare a tutti voi e a completamento del percorso che avevate descritto del come sono state condotte le valutazioni per poter assegnarmi questa laurea di cui sono veramente onorato. Però, detto questo, vi vorrei ribadire che abbiamo di fronte uno scenario complesso dove i più poveri e le aziende più, in difficoltà dovranno essere aiutati, ma chi è in condizioni di poter aiutare gli altri, questo è il momento in cui lo deve fare perché non abbiamo un bilancio pubblico che può sostenere in modo infinito le aziende, solo perché ridurranno gli utili nel corso del 2024 o le banche o tutti gli operatori, che opereranno nel nostro sistema.

 

Per leggere il testo integrale

https://formiche.net/2022/10/sud-lectio-magistralis-carlo-messina/

UNA NUOVA EUROPA PER COSTRUIRE IL MONDO FUTURO.

 

Dobbiamo portare in dote, nei rapporti con il mondo, il soft power italico guardando oltre le macerie e le miserie della politica domestica. Abbiamo le carte in regola. L’esempio straordinario di De Gasperi si lega idealmente, lungo un tragitto di elaborazione e aggiornamento programmatico-culturale, alla bella testimonianza di Sassoli. Vale anche la pena rileggere le carte che sono a fondamento della costruzione del Partito popolare europeo: siamo lontani anni luce dal sovranismo. Perché non eleggere nel 2024 un Parlamento che sia espressione di un collegio unico europeo, senza “filtri” nazionali?

 

Umberto Laurenti

 

 

Chissà se Alcide De Gasperi ha seguito dall’aldilà la riunione dei Capi di Stato e di Governo svoltasi pochi giorni fa a Praga, per la nascita della Comunità Politica Europea, una sua proposta per la quale si era tenacemente battuto nel 1951, non riuscendo però a vederla realizzata. Questa volta la proposta veniva dal presidente francese Macron, ed abbiamo letto sui giornali del debutto di questo “nuovo Organismo”: un forum intergovernativo che dovrebbe favorire e rappresentare “l’intimità strategica tra i Paesi Europei”. I governanti di 44 Paesi (Russia e Bielorussia non erano invitati) si sono riuniti il 6 ottobre scorso per “organizzare l’Europa, dal punto di vista politico, oltre il perimetro dell’Unione Europea” ma in realtà il comunicato ufficiale emanato a fine incontro, parla più modestamente della “volontà di promuovere il dialogo politico e la cooperazione per affrontare questioni di interesse comune in modo di rafforzare la sicurezza, la stabilità e la prosperità del continente europeo”: un po’ poco per giustificare e dare credibilità ad un nuovo Organismo Internazionale, in una fase che già vede terribilmente appannata l’immagine dell’Onu, incapace di influire sull’andamento della crisi Ucraina. Non so se abbia ragione Sergio Fabbrini che sul Sole 24 Ore del 9 ottobre, sbrigativamente liquida l’iniziativa come espressione della logica sovranista delle destre europee, favorevoli a ridimensionare l’Unione Europea a semplice coordinamento tra le Nazioni pienamente sovrane.

 

Certo è però che, al di là di tutte le buone intenzioni anche dei non-sovranisti, l’espandere il perimetro dell’Europa Unita, non l’ha rafforzata, e non aiuterebbe il disegno unitario politico un ulteriore allargamento, che meglio dovrebbe essere chiamato annacquamento. Non ritengo quindi di esagerare se definisco “bizzarra” la proposta lanciata nel maggio scorso da Macron ed ora recepita senza entusiasmo ma anche senza un tentativo di approfondimento, dai Governi interessati, nel totale disinteresse dell’opinione pubblica, complice l’assordante silenzio dei media. La Comunità Politica Europea reclamata da De Gasperi, analogamente alle proposte dei “padri fondatori” ed alle istanze federaliste, immaginava una Comunità solidamente unita e formata da una decina di Paesi Europei accomunati da valori, obiettivi, pratica democratica, solidità istituzionale, modelli socioeconomici. Sappiamo bene come è andata nel concreto: la visione federalista ha segnato il passo, e ci si è accontentati di rafforzare l’integrazione economica e sociale, lasciando in vigore il principio dell’unanimità dei Governi e del diritto di veto, allargando sempre di più i confini esterni dell’Unione, senza abbattere davvero i confini interni, rinunciando al percorso della integrazione politica, istituzionale e culturale.

 

Doppiamente “bizzarra” la proposta di Macron, visto che un Organismo internazionale con finalità simili, partecipato da 46 Stati membri (compresi ovviamente i 27 dell’Unione Europea, e praticamente tutti gli altri presenti a Praga, dal Regno Unito alla Turchia, e con l’estromissione analoga di Russia e Bielorussia) esiste dal 1949 e funziona egregiamente, organizzato con un modello istituzionale che prevede come organo decisionale il Comitato dei Ministri dei Governi membri, ma anche una Assemblea Parlamentare con rappresentanze di tutti Paesi ed una Assemblea  dei “Poteri locali e regionali”, una Conferenza delle ONG Internazionali ed infine la notissima Corte dei Diritti dell’uomo, il tutto con sede a Strasburgo, in Francia. Come è possibile che nessuno abbia sollevato questi dubbi a livello governativo o parlamentare?

 

Lo so, potrà apparire secondario tutto ciò, rispetto alle priorità della guerra Russia-Ucraina, della crisi energetica, del rischio di uso bellico del nucleare, delle criticità climatiche ed ambientali,  del costante divario tra Nord e Sud del mondo, e così via, della incapacità di prevedere ed anticipare le diverse crisi che si vanno accumulando ed intensificando, un problema non certo del solo pensiero occidentale, bensì globale, tanto da non riuscire finora ad intervenire per correggere il modello  che regola gran parte della produzione, degli scambi, dell’utilizzo delle risorse, in primis quelle naturali.  So bene che gran parte dei politici ha rinunciato da tempo a riflettere sulla sempre più debole incisività delle Istituzioni multilaterali, in primis dell’ONU, sul ruolo imprescindibile dei movimenti culturali e sociali e dei popoli stessi, sul recupero di una visione dello sviluppo che non si regga sull’unico criterio del profitto e del potere incontrollato delle multinazionali, della necessità di una ricerca condivisa tra le grandi culture/civiltà del mondo, sulle modalità per la coesistenza equilibrata a medio e lungo termine.

 

La comunicazione sempre più semplificata dai media, sta accreditando una frettolosa e rinunciataria identificazione dell’Occidente come un “unicum” socio-culturale-politico, cosa non vera ed a cui non dobbiamo rassegnarci, sia perché nel cosiddetto Occidente convivono da sempre culture diverse che interagiscono tra loro, alcune delle quali abituate storicamente ad accettare l’ibridazione culturale, ed anche perché non deve passare il concetto semplificatorio di un Occidente omologato ed a guida Usa, poiché questo è un modello che attiene situazioni strategico-militari e già esiste e si chiama NATO. Per noi poi è autolesionismo il dimenticare il tema Europa e Mediterraneo, dando per cosa ininfluente ed irreversibile l’assenza politico-diplomatica dell’Unione Europea, la quale sembra aver rinunciato al proprio sogno di unione politico istituzionale, accontentandosi di esprimere indirizzi ed attuare misure, pur necessarie, economiche.

 

La guerra in corso tra Ucraina e l’invasione russa che l’ha determinata, è il colpo di coda del vecchio equilibrio mondiale basato sui blocchi di potere, quella che un tempo si chiamava politica imperiale, con la rinascita dei nazionalismi ed il ricorso alla forza militare, opzioni che l’umanità sembrava aver archiviato o almeno limitato ai conflitti locali. Non a caso questa guerra dagli esiti ancora indecifrabili vede convivere l’utilizzo massiccio delle nuove tecnologie ed il ricorso a brutalità fisiche proprie d’altri tempi, il tutto vissuto da gran parte dell’opinione pubblica come un virtual war game.

 

È innegabile la pressoché totale assenza dell’esercizio di un ruolo politico-diplomatico, nella gestione di una situazione conflittuale a livelli critici mai finora registrati, da parte dell’Unione Europea, con l’opinione pubblica concentrata sulle conseguenze economiche e sociali della guerra, anziché sulle cause ed i modi per fermarla. In particolare, in Italia, Parlamento devitalizzato e forze politiche sempre meno rappresentative, si apprestano ad affrontare il tema europeo “dopo” la soluzione degli equilibri di potere post-elettorali, con un antistorico ritorno alla retorica della “nazione”, nonostante ne sia evidente l’inconsistenza a fronte della crisi sia economica che politica in atto, e nonostante i confini siano solo “immaginari” a fronte dell’espandersi dei virus e dell’inquinamento atmosferico, anche nucleare.

 

Noi italiani sappiamo benissimo che l’Italia unita si è avuta anche perché lo ha voluto il “concerto degli Stati Europei”. Davvero possiamo pensare che uno staterello come il Piemonte poteva arrivare, certo anche con il sostegno e la mobilitazione della “minoranza del pensiero” risorgimentale di ispirazione mazziniana e le scorrerie delle bande irregolari garibaldine, a conquistare l’intera penisola senza il consenso delle potenze europee? E proprio questa intuizione coltivata ed assecondata con manovre diplomatiche ed atti concreti certifica la grandezza di Cavour come statista. Il biennio cruciale che consente al piccolo Piemonte di uscire dall’emarginazione ed abbandonare momentaneamente la tradizionale inimicizia con l’Austria è il 1854-1855, con la crisi e la guerra di Crimea e l’invio a fianco delle potenze europee contro la Russia, di un corpo di spedizione piemontese.

 

Agli oppositori che nel difficile dibattito parlamentare rinfacciano al Governo di aver abbandonato le aspettative di unificazione della Penisola per andare a combattere in una lontana landa, Cavour ribatte in maniera definitiva e perentoria che il Piemonte è parte dell’Occidente e dell’Europa e solo in quell’ambito si troverà la soluzione del problema italiano. E ad un parlamentare genovese che lamenta la perdita economica per i suoi elettori, noleggiatori di navi per il trasporto del grano russo verso l’Europa occidentale, visto che lo Zar ne aveva disposto il blocco, Cavour risponde che la situazione sarebbe di facile soluzione se il problema fosse solo l’approvvigionamento del grano, visto che lo Zar non vorrà tenerselo ancora per molto e farlo marcire. Noi sappiamo oggi che il problema non è solo il grano, ma sempre più l’approvvigionamento e quindi la autosufficienza delle fonti energetiche, E sappiamo pure che rispetto alle baionette dei soldati allora inviati in guerra, ci sono purtroppo i rischi della guerra nucleare globale. Sappiamo anche che gli attori sul campo sono sempre gli stessi: la Russia, la Turchia, allora Impero Ottomano, l’Europa, più debole di allora. Dovremmo studiare di più la storia e la geografia, in modo di non accorgerci solo all’improvviso e troppo tardi della esistenza dell’Ucraina, ed in modo anche di constatare che la Crimea è rimasta ancora un nervo scoperto nei rapporti tra Russia ed Europa.

 

Tornando ai giorni nostri, possibilmente accompagnati dalla conoscenza del passato e dalla consapevolezza della complessità sempre più accentuata della situazione geopolitica, mi pare di poter affermare che il “nostro” progetto per una Europa unita politicamente e militarmente, oltre che sul piano dell’economia reale, attenta ai bisogni sociali, è tuttora valido ed attuale, anche a beneficio della pace e sicurezza nel Mediterraneo, e dello sviluppo per il Sud del Mondo. Dico “nostro” poiché chi si riconosce nella storia politica dei cattolici democratico-popolari e nei valori che ne hanno ispirato la presenza nelle Istituzioni, non può e non deve rinunciare all’obiettivo di una Europa federale, unita innanzitutto sul piano politico-istituzionale.

 

La prematura scomparsa di David Sassoli è stata una gravissima perdita personale per tutti noi che eravamo a lui legati da amicizia e condivisione di idee, ma ha pure privato l’Italia e l’Europa della voce di chi più nitidamente aveva ribadito ed aggiornato quella nostra posizione (1). Davide Sassoli aveva infatti, da Presidente del Parlamento Europeo lucidamente cercato soluzioni in grado di preparare un futuro istituzionale migliore: “Per prevenire crisi future e migliorare le nostre risposte, il mondo di domani dovrà più che mai essere strutturato intorno alla cooperazione, al multilateralismo ed alla solidarietà” (2).

 

Occorre coltivare la speranza che tutto ciò non vada disperso e possa manifestarsi e crescere una proposta politico-programmatica che abbia il coraggio di parlare ai cittadini europei, anziché solo agli italiani, con l’obiettivo di avere presto un Parlamento europeo composto dai rappresentanti di forze politiche europee, transnazionali. Occorre infatti superare le barriere nazionali, anche in politica, anche nella strutturazione e nelle proposte dei partiti; non salveremo le nostre idee ed i nostri valori, né riusciremo ad immaginare e costruire una proposta per il futuro, continuando con piccole manovre tattiche, furbe fughe in avanti, ridicole nostalgie di tempi irripetibili: dobbiamo guardare “oltre”, ed il nostro più naturale e rassicurante approdo, che consenta al contempo di confrontarci con i protagonisti di un assetto planetario in rapida evoluzione, è l’Europa.

 

Un impegno politico nuovo ma radicato alla storia ed ai valori, sarebbe positivo in funzione di un’Europa realmente unita anche nel suo assetto politico-istituzionale, ed al contempo occasione e stimolo per una rigenerazione delle forze politiche, finalmente orientate a legiferare e governare in maniera e con ottica europea. Credo pure che ciò potrebbe favorire anche la possibilità per il Partito Popolare Europeo, di esprimere una proposta politica più “plurale” e rappresentativa, recuperando la partecipazione di espressioni politiche significative, in particolare quella della ex-Margherita fuoriuscita nel 2004 e poi troppo frettolosamente confluite nel “contenitore socialista”.

 

Essendo io, per banali motivi anagrafici, rimasto unico vivente tra i DC italiani che sottoscrissero gli Atti fondativi del PPE (3), ho il dovere di testimoniare, anche se per motivi di spazio non posso farlo in questa sede, che le Tesi programmatiche approvate nel 1978 all’atto della costituzione del Partito Popolare Europeo, non sono assolutamente di destra, nazionaliste, sovraniste, arretrate, conservatrici. Tutt’altro, e molte di quelle proposte sono pienamente valide, purtroppo non ancora messe in atto.

 

Abbiamo le carte in regola, fornite dal nostro passato di presenza politica in Italia ed in Europa, e peraltro la storia millenaria della civiltà italica (4), che è anche europea, testimonia che è possibile la condivisione dei valori e degli obiettivi comuni, vissuti in solide comunità locali ma con l’attitudine dell’approccio globale per comprendere le altre culture e civiltà, recependone stimoli utili a costruire il futuro. Infatti l’alleanza tra cultura e tecnologia, genera, rinnova e rafforza la piena cittadinanza, superando i confini di spazio e tempo, dando ai cittadini, alle Istituzioni ed anche alle realizzazioni dell’ingegno e del lavoro, quindi al modo di vivere e rapportarsi, una impronta moderna ed al tempo stesso con radici riconoscibili. Come obiettivo concreto nel futuro di una Europa rafforzata nelle sue istituzioni, vedo un Parlamento eletto dall’Europa identificata come circoscrizione elettorale unitaria, e quindi  con liste e forze politiche europee, con parlamentari eletti per rappresentare il popolo europeo, e nell’immediato, auspico la presenza di candidature di “italici” nelle liste dei vari Paesi Europei già dalle elezioni del 2024, per lasciare un’impronta politica ed al contempo culturale.

 

 

(1)https://ildomaniditalia.eu/persona-grata-gli-italici-con-sassoli-il-senso-di-una-proposta-di-speciale-valore-simbolico/

(2)https://ildomaniditalia.eu/quale-europa-per-il-futuro-che-ci-attende/

(3)Firmatari italiani dell’Atto costitutivo del Partito Popolare Europeo 7.3.1978: Zaccagnini, Piccoli, Andreotti, Colombo, Granelli, Rumor, Falcucci, Laurenti, Antoniozzi.

(4)https://www.quotidianoarte.com/category/soft-power-italico/

GIOCHI DI POTERE E MAGGIORANZE VARIABILI. ANCORA SUL CASO LA RUSSA: LE TENSIONI TRA LEGA E F.I. RESTANO.

Anche dopo l’elezione di Lorenzo Fontana (Lega) alla Presidenza della Camera, con la ritrovata unità della maggioranza meloniana, rimane sullo sfondo il problema di come al Senato la stessa maggioranza abbia clamorosamente sbandato. L’elezione di La Russa premia comunque la forza traente di Giorgia Meloni. La XIX legislatura comincia però con un colpo di scena, l’irritazione di qualche primattore e i giochi di palazzo tra l’improvvisato e lo studiato dietro le quinte.

Francesco Provinciali

Quella andata in scena al Senato per l’elezione del Presidente Ignazio La Russa secondo alcuni è la rappresentazione del trasformismo politico che adatta tatticamente alle circostanze – con una caduta di tono verticale e in modo disinvolto – le affermazioni di principio e i distinguo esternati nella campagna elettorale ormai lontana.

Per altri si è trattato di una ‘genialata’ ma con un conto da saldare per i pompieri che hanno spento sul nascere l’incendio – appena se ne presenterà l’occasione – al fine di supplire allo sbandamento nella maggioranza causato dalla presa di posizione di Berlusconi (che, dopo aver mandato a quel paese Ignazio La Russa, tuttavia ha votato insieme alla Presidente uscente Elisabetta Casellati) e degli altri senatori forzisti che invece non hanno partecipato al voto.

Due vecchie volpi come Casini e Mastella hanno commentato negativamente l’opportunità persa dall’opposizione di proporre un candidato di bandiera per contarsi ma anche per dignità, senza considerare che l’astensione di Forza Italia e il puntiglio del Cavaliere avrebbero potuto provocare un grosso guaio alla maggioranza di centro destra: il primo ha detto di intuire a quali gruppi parlamentari attribuire questo endorsement offerto al candidato di FdI e di capire anche il ‘do ut des’ sotteso a questa machiavellica e spregiudicata operazione di supplenza e di puntello alla Meloni e alla coalizione che dovrebbe guidare il Paese. Il secondo – richiesto di immaginare il titolo di un giornale a commento dei fatti – ha proposto in modo esplicito  “Una prova di imbecillità dell’opposizione”.

Più sobriamente forse sarebbe bastato “Abbiamo una nuova maggioranza”, non importa se con il punto interrogativo o senza. Potrebbe forse essere stata infatti per alcuni una ghiotta e imprevista circostanza per prendere parte al convivio delle nomine e delle poltrone, una sorta di prova generale per dare una mano al centro destra e al governo che verrà, prendendo intanto il posto di chi per un ministero in meno adombra di salire per conto proprio al Colle e poi smarcarsi magari con un appoggio esterno o una clamorosa uscita dalla coalizione.

Il potere logora chi non ce l’ha: questa lezione di Andreotti, che dell’arte di governare anche in mezzo ad insidie di ogni tipo era un maestro sopraffino, potrebbe essere un’occasione offerta su un piatto d’argento per ottenere inattesi risultati varcando quella linea la

bile e sottile che separa le opposizioni dalla maggioranza di governo e che di volta in volta può essere spostata per mera convenienza.

Per ora niente patti, staremo a vedere, ma un segnale importante è stato consegnato al destinatario.

Qualcuno ha indagato sul tempo di transito sotto il catafalco dei vari senatori che avevano appena ritirato la scheda di votazione ed in effetti quello che in parte si è visto, almeno per i maggiori sospettati, è significativamente eloquente. Chi è passato velocemente non avrebbe avuto il tempo necessario per scrivere un nome a differenza di chi si è soffermato una decina di secondi in più.

La politica parlamentare ci ha riservato sovente in passato questi siparietti e non sembra il caso di approfondire, oggi a me domani a te. Certamente conta il risultato che premia la forza traente di Giorgia Meloni. La XIX legislatura comincia dunque con un colpo di scena, l’irritazione di qualche primattore e i giochi di palazzo tra l’improvvisato e lo studiato dietro le quinte. Le maggioranze variabili sono un classico della letteratura parlamentare, cambiano i suonatori (poi mica tanto…) ma la musica resta sempre la stessa: navigare necesse est, vivere non est necesse.

UDIENZA DI CL IN VATICANO. DON GIUSSANI, «IL MONDO C’È: LA COMPAGNIA CHE DA CRISTO È NATA HA INVESTITO LA STORIA».

Oggi Papa Francesco, in occasione del centenario della nascita di don Luigi Giussani, riceverà in udienza la Fraternità di Comunione e Liberazione.

Di seguito riportiamo la lettera che il Presidente della Fraternità ha inviato in preparazione dell’evento.

 

Davide Prosperi

 

Cari amici,

 

con l’approssimarsi dell’udienza che papa Francesco ci ha concesso per il Centenario della nascita del nostro amato don Giussani, riempiendoci di profonda gratitudine e gioia, avverto l’urgenza di rinnovare con voi le ragioni della nostra partecipazione a un evento così importante, per aiutarci ad attenderlo con cuore umile e sincero, spalancato nella preghiera.

 

L’udienza sarà un passaggio fondamentale del cammino che stiamo compiendo. In un momento così delicato per il movimento, con il pellegrinaggio alla casa di Pietro vogliamo affermare ancora una volta la nostra affezionata sequela al Papa e in essa il nostro appassionato amore a Cristo e alla Chiesa. A papa Francesco affidiamo, dunque, come figli, il desiderio che dal profondo ci anima di offrire, attraverso la concretezza della nostra esistenza, il nostro contributo di fede e di costruzione del bene comune a vantaggio di tutti i nostri fratelli uomini, continuando a mendicare, anzitutto per noi stessi, Colui che solo può compiere la sete del cuore dell’uomo: Gesù di Nazareth. È questo che don Giussani ci ha insegnato e testimoniato con la sua vita: «Nel grande alveo della Chiesa e nella fedeltà al Magistero e alla Tradizione, abbiamo sempre voluto portare la gente a scoprire – o a vedere in modo più facile – come Cristo è presenza» (don Giussani). Noi «esistiamo solo per questo».

 

Teniamo quindi desta nelle settimane che ci separano dall’udienza la domanda a Cristo che ci renda capaci di rinnovare in ogni istante il nostro sì alla Sua chiamata: è nel sì di ciascuno di noi, infatti, che si concretizza la sequela alla Chiesa che desideriamo esprimere con la presenza di tutti noi, uniti, in piazza San Pietro il 15 ottobre.

 

Nella attesa dell’incontro col Santo Padre, con il cuore aperto ad accogliere con gratitudine lieta le sue parole e la sua benedizione, fiduciosi nell’abbraccio misericordioso della Chiesa, affidiamo all’intercessione della Madonna il cammino del nostro movimento. Siamo coscienti del nostro nulla e allo stesso tempo pieni di indomita speranza in Colui che può tutto, nel percorrere quella «strada bella» della quale don Giussani non ha mai smesso di renderci certi: «La familiarità con Lui, da cui nasce l’evidenza della sua parola come unica che dia senso alla vita, come possiamo viverla? Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia: è la Chiesa, suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi. È perciò una familiarità quotidiana di impegno nel mistero della sua presenza entro il segno della Chiesa. Di qui può nascere l’evidenza razionale, pienamente ragionevole, che ci fa ripetere con certezza ciò che Lui, unico nella storia dell’umanità, disse di sé: Io sono la via, la verità, la vita» (don Giussani).

 

Preghiamo lo Spirito Santo perché ci accompagni e ci illumini, e preghiamo sempre per il Papa e le sue intenzioni.

RIFLETTENDO SULL’ILIADE. SIMONE WEIL E LA «PRIGIONIA» DELLA FORZA.

Fonte wikimedia

 

Per la pensatrice francese il poema omerico non è solo un documento ma un modello sempre attuale perché individua nella forza il centro della storia umana. In linea con le parole di Papa Francesco che definisce la guerra una follia, la Weil già scriveva (per esempio in Non ricominciamo la guerra di Troia, 1939) che le parole della guerra sono insensate.

 

Fabio Pierangeli

 

Simone Weil (1909-1943) è tra le più acute pensatrici del nostro secolo che hanno riflettuto sulle dinamiche della guerra, passando, drammaticamente, da una radicale posizione pacifista, alla giustificazione della resistenza armata contro Hitler. Il breve saggio LIliade o il poema della forza viene elaborato poco prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale, tra il 1936 e il 1939. Per Weil il poema omerico non è solo un documento ma un modello sempre attuale perché individua nella forza il centro della storia umana. Si tratta della forza che rende un uomo disarmato e nudo, minacciato da un’arma, già cadavere, materia servile, ma è anche la forza della sopraffazione che uccide subdolamente, del piccolo o grande potere dell’uomo contro l’altro uomo.

 

Nella guerra «la forza annienta tanto impietosamente, quanto impietosamente inebria chiunque la possiede o crede di possederla». Si finisce tutti schiavi della forza, si elimina ogni spazio di alterità, in un meccanismo atroce dove, come per Achille davanti alle suppliche di Ettore umiliato, viene cancellata la pietà, devastata dalla logica della vendetta.

 

In altri scritti sulla guerra (si veda la raccolta presso Il Saggiatore, Sulla guerra, 1933-1943, a cura di Donatella Zazzi) la Weil dichiara, contro i nazionalismi, che il nemico capitale è l’apparato amministrativo, poliziesco, militare, qualunque sia il nome di cui si fregi (democrazia, fascismo, Stato) quello che dice di essere nostro difensore e fa di noi degli schiavi, il peggior tradimento possibile è di sottostare a questo apparato che calpesta in se stessi e negli altri ogni valore umano.

 

In linea con le parole di Papa Francesco che definisce la guerra una follia, la Weil già scriveva (per esempio in Non ricominciamo la guerra di Troia, 1939) che le parole della guerra sono insensate: «Se potessimo afferrare, nel tentativo di comprenderla, una di queste parole gonfie di sangue e di lacrime, vedremmo che è priva di contenuto. Le parole che hanno un contenuto non sono omicide». Per quanto strano possa sembrare, screditare alcune parole vuote può salvare vite umane. Considerato che ogni nazione non vuole perdere il prestigio, inseparabile dall’esercizio del potere (ma potremmo dire lo stesso per i conflitti quotidiani tra le persone e i popoli) «Sembra di trovarsi davanti ad un vicolo cieco da cui l’umanità potrebbe uscire solo per miracolo. Ma la vita umana è fatta di miracoli. Chi crederebbe che una cattedrale gotica possa restare in piedi, se non lo constatassimo tutti i giorni? Poiché in effetti non c’è sempre la guerra, non è impossibile che vi sia pace per un periodo indefinito. Un problema posto con tutti i suoi dati reali è molto vicino alla soluzione. Il problema della pace internazionale e civile non è ancora mai stato posto in questi termini».

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 14 ottobre 2022

[Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del giornale]

SCEGLIERE CON CURA AMICI E AVVERSARI.

 

La maggioranza parlamentare – ampia ma non amplissima – promette al governo che verrà una navigazione tribolata. Perché non offrire all’opposizione la presidenza di una delle due Camere? Moro e Zaccagnini lo fecero, Berlinguer rispose indicando Ingrao (suo avversario all’interno del partito). Un galateo politico ormai scomparso.

Marco Follini

 

Giorgia Meloni farebbe bene a scegliere con più cura amici e avversari. Riservando ai primi una severità ancora maggiore di quella offerta in questi primissimi giorni di legislatura. E ai secondi un’apertura di credito più generosa di quella, così avara, che si ricava dall’elezione dei nuovi presidenti di Senato e Camera.

 

Infatti la maggioranza parlamentare – ampia ma non amplissima – promette al governo che verrà una navigazione tribolata. Tanto più se si considera che, sotto la coltre dei dissensi di bottega (Ronzulli e dintorni) cova un dissidio ben più serio e perfino drammatico sulla politica estera, che sarà il vero cuore delle dispute di questa legislatura. Per questo sarebbe stato un gesto nobile offrire all’opposizione la presidenza di uno dei due rami del Parlamento.

 

Nobile e anche furbo. Così da associare le minoranze al proprio stesso travaglio. E magari da dividerle al loro interno dato che il Pd, Conte e Calenda non sembrano certo così ansiosi di concertare le cose tra loro. Nel 1976 fu la Dc ad offrire ai comunisti la presidenza di Montecitorio. Lo fecero Moro e Zaccagnini (nella foto), venendo a capo di molte obiezioni dei loro stessi parlamentari disorientati da tanta generosità verso la loro storica controparte.

 

A Botteghe Oscure venne fatto in prima battuta il nome di Amendola. Che poi rinunciò per ragioni personali e indicò – in modo piuttosto irrituale – il nome di Ingrao, che era il suo principale avversario nelle dispute interne del Pci. Esempi di un antico spirito di cavalleria di cui ora si sono purtroppo perse molte tracce.

 

 

Fonte: La Voce del popolo – 13 ottobre 2022

[Il testo è qui pubblicato per gentile concessione dell’autore]

IL LABURISMO NELL’0RIZZONTE DEL CRISTIANESIMO DEMOCRATICO. FELICE E ROSSINI NE PROPONGONO LA RISCOPERTA.

 

Non si tratta di una semplice ricognizione storica. Scrive infatti Acocella che “in anni come i nostri resta la inestinguibile eredità del principio, pronunciato da [Achille] Grandi, della preminenza morale del lavoro, a cui in momenti critici il mai sviluppato laburismo cattolico ha potuto appellarsi”.

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore un estratto dalla Prefazione” al volume, presentato ieri all’Istituto Sturzo, di Flavio Felice e Roberto Rossini, Per un laburismo cattolico. Idee per le riforme, Scholé, pp. 240, € 18,00.

 

Giuseppe Acocella

 

[…] Il primo ad ipotizzare la consistenza di un laburismo cattolico fu, nel medesimo anno della promulgazione della Rerum novarum, il ventitreenne Francesco Saverio Nitti, che pubblicò l’ampio saggio Il socialismo cattolico, che – improntato alle tesi del germanesimo economico – esaminava le varianti ormai numerose della galassia socialista, dedicando speciale ed acuta attenzione alle formazioni sociali (ma anche politiche) pro-labour del mondo cattolico. Nasce in quegli anni e nel contesto leoniano la vocazione sociale di Luigi Sturzo, la cui posizione nei confronti del sindacalismo di ispirazione cattolica è complessa e dinamica. Felice e Rossini – come sottolineano la rilevanza della conoscenza diretta da parte di Sturzo della vita pubblica nella esperienza dell’esilio londinese – così scrivono che le «categorie di libertà, intesa come rule of law, di inclusione, intesa come democrazia competitiva, e di pluralismo sociale, inteso come irriducibile pluralità delle forme sociali potrebbero non essere estranee ai socialisti italiani, nella misura in cui si adoperino pere dar vita ad un “laburismo italiano” che assuma una posizione non classista e non marxista».

 

[…] Un elemento di grande novità è costituito dall’itinerario tracciato dagli autori attraverso Camaldoli, Friburgo e Londra per delineare consonanze e risonanze tra Il Manifesto della Scuola di Friburgo del 1936, il Piano Beveridge del 1942 ed il Codice di Camaldoli del 1943, che si sforza di rintracciare audacemente una linea di continuità la quale possa decisamente collocare le fonti dirette ed indirette del laburismo cristiano al di fuori delle aree politicamente antagoniste al libero mercato, sottraendole decisamente alle suggestioni marxistiche. Il Piano Beveridge è costantemente presente (insieme a Keynes) alle elaborazioni sviluppatesi nella prima metà del Novecento nell’area cristiano-sociale di tutta Europa, alla ricerca di una strategia politico-sociale di valorizzazione del lavoro e della sua centralità che risultasse compatibile con le esigenze economiche del mondo libero e con gli orizzonti solidali che si profilavano dopo la fine della seconda guerra mondiale, il crollo del nazifascismo e l’avvento delle democrazie costituzionali. In questa prospettiva La Pira è sicuramente più propenso a confidare nell’azione dello Stato, in decisa contrapposizione a Sturzo (a sua volta distante dalle inclinazioni degasperiane).

 

La chiave di volta per intendere dunque e giungere a definire la riconoscibilità del laburismo cristiano sta nella affermazione del principio della preminenza morale del lavoro, espressione che un fondamentale esponente di questa tendenza affermò in una sede alta come l’Assemblea Costituente, di cui era Vice Presidente, Achille Grandi, mentre erano appena iniziati i lavori dell’Assemblea che configurava la nuova Costituzione ed in essa i caratteri fondativi del nuovo Stato.

 

[…] Il Capitolo terzo del volume ricostruisce con grande acribia le esili tracce che, convergendo idealmente, contribuiscono a delineare un quadro consistente del percorso di questa sorta di laburismo cristiano che non vuole essere né una dilatazione della specificità del sindacalismo bianco di ispirazione cattolica, né una corrente di sinistra del complesso movimento politico dei cattolici, ma – pur attingendo dall’una e dall’altra esperienza – di fatto si presenta come un filone politicamente rilevante e socialmente nutrito di principi di dottrina sociale cristiana.

 

[…] Contribuiscono a spiegarlo bene gli autori del volume con i larghi riferimenti del capitolo terzo al dossettismo e con lo scavo delle fonti culturali cui una generazione si è abbeverata. In anni come i nostri resta la inestinguibile eredità del principio, pronunciato da Grandi, della preminenza morale del lavoro, a cui in momenti critici il mai sviluppato laburismo cattolico ha potuto appellarsi. Se un’età nuova si sta profilando, con tutte le novità che il volume annuncia e descrive, la questione sociale si presenta con nuovi profili: l’accesso delle masse popolari alla fruizione di diritti e di servizi vien ostacolato e suscita la preoccupazione delle èlites che considerano proprio dominio l’esercizio della cosa pubblica e il godimento di beni e servizi.

 

[…] Nel capitolo quarto gli autori portano a conclusione la ricostruzione, indicando gli elementi insopprimibili per un laburismo cristiano: «Il laburismo non è un cartello politico-elettorale per la maggiore dignità dei lavoratori. È semmai la convinzione che la maggiore dignità dei lavoratori derivi, più che da un atto potestativo, da un’attenta costruzione sociale dove i corpi intermedi esistono, collaborano e concorrono con lo Stato – pur nella inevitabile conflittualità – nella costruzione del bene comune».

 

Il video del dibattito organizzato all’Istituto Sturzo

https://www.facebook.com/istitutoluigisturzo/videos/414054467581783/

GIGI MERONI, UN ANNIVERSARIO CHE NON TRAMONTA.

 

Domani ricorre l’anniversario della scomparsa del grande calciatore granata. È ormai inutile raccontare lincredibile incidente stradale che lo vide tragicamente coinvolto. Ma da quella serata il mito” di Gigi Meroni non solo è entrato per sempre nella leggenda granata ma è destinato a segnare la stessa storia del calcio italiano.

 

Giorgio Merlo

 

Era il 15 ottobre 1967. Muore in un incidente stradale, a sera inoltrata e in una giornata piovosa, nel centralissimo corso Re Umberto, Gigi Meroni, il George Best del calcio italiano. Un calciatore singolare, originale, estroso e straordinario. Un idolo del “popolo granata”, ma soprattutto una persona, un giovane ragazzo che ha saputo anticipare le dinamiche di una società in perenne evoluzione e in continuo cambiamento.

 

Gigi Meroni è scomparso ad appena 24 anni e, per tutti, resta la famosa ala destra dal numero 7, i calzettoni abbassati, i capelli lunghi con baffi folti che abita in una soffitta di piazza Vittorio Veneto a Torino, che convive con una donna già sposata e che, soprattutto, entusiasma gli stadi di tutta Italia con i suoi dribbling inconfondibili e le sue fantasie inimitabili sul campo. Un ragazzo corretto in campo che non litiga mai con i difensori, anche quelli che lo marcano duro perchè non riescono a fermarlo nè sulle ali e nè, tantomeno, al centro del terreno di gioco.

 

Eppure Gigi Meroni, anche nella sua trasparenza e correttezza di comportamento, è un “segno dei tempi”. Anticipa, forse inconsapevolmente, il ‘68. Con la sua personalità negli stadi, con il suo stile di vita – mai ostentato – nella dimensione privata e, soprattutto, con il suo modo d’essere nella società di quel tempo. Meroni, per fare un solo esempio, non gioca granché in Nazionale – pur avendone, come ovvio, il talento e le capacità – perchè la sua “capigliatura” è incompatibile con il clichè di quella stagione. E lo stesso Avvocato Gianni Agnelli, recita la leggenda, – ma non solo – rinuncia all’acquisto della mitica “farfalla granata” per ben 600 milioni di lire nel 1966 perchè le avvisaglie parlano già di una rivolta degli operai “granata” della Fiat se quella operazione dovesse andare in porto. E anche l’Avvocato, straordinario conoscitore dei talenti calcistici, si dovette fermare….

 

Ma Gigi Meroni si ferma per sempre in quella brutta, fredda e piovosa serata del 15 ottobre 1967. È ormai inutile raccontare le dinamiche di quell’incredibile incidente stradale e le ore che lo hanno preceduto. Si spiega solo con quel “destino” crudele e spietato a cui non ci si può ribellare. Ma da quella drammatica serata il “mito” di Gigi Meroni non solo è entrato per sempre nella leggenda granata ma è destinato a segnare la stessa storia del calcio italiano. Perchè oggi, come ieri e come ieri l’altro, quando si parla di Gigi Meroni il pensiero corre subito, e senza esitazioni, lungo la strada del talento calcistico, della capacità di stupire, dell’anticonformismo vissuto e non urlato e della sua voglia di fantasia creativa e non replicabile.

 

E noi, tifosi “granata” ma anche e soprattutto amanti del calcio, ogni qualvolta corriamo lungo corso Re Umberto non possiamo non volgere lo sguardo o a destra o a sinistra – a seconda della direzione di marcia – per continuare a salutare Gigi ricordato da una targa, un pallone e quel suo sguardo triste, genuino e pulito. Uno sguardo identico a quello che lo vede uscire dal prato verde dello stadio “Comunale” di Torino nel tardo pomeriggio di quel 15 ottobre 1967 dopo aver contribuito, con la consueta maestria, a battere la Sampdoria per 4 a 2. In attesa del derby con la Juventus della domenica successiva che vincemmo con un sonante 4 a 0 ma dove Gigi Meroni lo seguì già in compagnia dei “campioni” del Grande Torino di Valentino Mazzola.

20° CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE: XI ASPETTA L’INCORONAZIONE. I DISSIDENTI LANGUONO IN CELLA.

 

Rafforzato lo Stato di polizia e il controllo sociale con la politica zero-Covid”. Casi estremi in Tibet e Xinjiang. Molti attivisti e avvocati per i diritti umani rimangono in prigione in attesa di processo o di una sentenza. In Cina si devono affermare i due capisaldi” di Xi.

 

 

 

Asia News

 

Mentre il Partito comunista cinese si appresta a celebrare il suo 20° Congresso, il regime intensifica la repressione e il controllo sociale. Per assicurarsi un terzo, storico mandato al potere, Xi Jinping ha rafforzato il suo Stato di polizia con la politica “zero-Covid”, anche a scapito delle prestazioni economiche della nazione. L’obiettivo di “azzeramento” del Covid è usato a scopi politici soprattutto in Tibet e nello Xinjiang, dove Pechino dice di combattere separatismo e terrorismo.

 

Come riporta Chinese Human Rights Defenders, sono molti ad esempio gli attivisti umanitari che languono in prigione in attesa di processo o della sua conclusione. Xu Zhiyong e Ding Jiaxi sono tra i più noti: per loro si attende la sentenza in un procedimento già concluso. Lo stesso discorso vale per Chang Weiping, processato il 26 luglio. Ci sono preoccupazioni per Li Qiaochu, fidanzata di Xu. Non versa in buone condizioni di salute: il suo avvocato sostiene che le autorità carcerarie la obbligano ad assumere farmaci che le hanno fatto perdere molto peso.

 

È in condizioni peggiori la attivista Xu Qin: in una visita in luglio al centro detentivo di Yangzhou il suo avvocato l’ha trovata sulla sedia a rotelle. Malgrado la sua situazione fisica, Xu si rifiuta di dichiararsi colpevole. La nota avvocato per i diritti umani Li Yuhan è in carcere da più di cinque anni. Attende la sentenza di un processo chiuso un anno fa: da tempo i suoi familiari e difensori hanno chiesto la scarcerazione per gravi motivi di salute. Alla vigilia del Congresso, la macchina partitica è impegnata a promuovere i “due capisaldi” di Xi: stabilire il suo ruolo come “centro” del Partito e affermare il suo pensiero come guida per il Paese. Per i dissidenti non c’è spazio.

 

 

Fonte

https://www.asianews.it/notizie-it/20°-Congresso-Partito-comunista:-Xi-aspetta-incoronazione.-I-dissidenti-languono-in-cella-56872.html

LILIANA SEGRE. IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO

Buongiorno a tutti, colleghe senatrici e colleghi senatori.

Rivolgo il più caloroso saluto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest’Assemblea (Applausi). Con rispetto, rivolgo un pensiero a Papa Francesco. (Applausi).

Certa di interpretare i sentimenti di tutta l’Assemblea, desidero indirizzare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri, con la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato. (Applausi). Il presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: «Desidero esprimere a tutte le senatrici e i senatori di vecchia e nuova nomina i migliori auguri di buon lavoro al servizio esclusivo del nostro Paese e dell’istituzione parlamentare, ai quali ho dedicato larga parte della mia vita». (Applausi).

Anch’io, ovviamente, rivolgo un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove colleghe e a tutti i nuovi colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dall’austera solennità di quest’Aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi.

Come da consuetudine, vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali. Incombe su tutti noi, in queste settimane, l’atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore, in una follia senza fine. Mi unisco alle parole puntuali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «La pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino». (Applausi).

Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva. In questo mese di ottobre, nel quale cade il centenario della marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio a me assumere momentaneamente la Presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. Il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente, perché – vedete – ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre ed è impossibile, per me, non provare una specie di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco della scuola elementare. E oggi si trova, per uno strano destino, addirittura sul banco più prestigioso del Senato. (L’Assemblea si leva in piedi). (Applausi).

Il Senato della XIX legislatura è un’istituzione profondamente rinnovata non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai diciotto ai venticinque anni, ma anche e soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a duecento.

L’appartenenza a un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità, ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l’esempio. Dare l’esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con disciplina e onore, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse. Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa Assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto (Applausi), interpretando invece una politica alta e nobile che, senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all’ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.

Le elezioni del 25 settembre hanno visto – come è giusto che sia – una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. Il popolo ha deciso: è l’essenza della democrazia. La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l’imperativo di preservare le istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell’interesse del Paese e devono garantire tutte le parti.

Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.

In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione repubblicana che – come dice Piero Calamandrei – è non un pezzo di carta, ma il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943, ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti. (Applausi).

Il popolo italiano ha sempre dimostrato grande attaccamento alla sua Costituzione, l’ha sempre sentita amica. In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi. Anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali – e purtroppo questo è accaduto spesso – la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte costituzionale e alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.

Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata, come essa stessa prevede all’articolo 138. Ma consentitemi di osservare che, se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione, peraltro con risultati modesti, talora peggiorativi, fossero state invece impiegate per attuarla (Applausi), il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.

Il pensiero corre inevitabilmente all’articolo 3, nel quale i Padri e le Madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, che erano state l’essenza dell’ancien régime. Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla Repubblica: «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Non è poesia (Applausi) e non è utopia. È la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere gli ostacoli.

Le grandi Nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria. Perché non dovrebbe essere così per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date divisive, anziché con autentico spirito repubblicano (Applausi): il 25 aprile, Festa della liberazione (Applausi), il 1° maggio, Festa del lavoro (Applausi), il 2 giugno, Festa della Repubblica (Applausi)? Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.

Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico (Vivi e prolungati applausi. L’Assemblea si leva in piedi) e contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.

Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso della passata legislatura. I lavori della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza. Questi lavori si sono conclusi con l’approvazione all’unanimità di un documento di indirizzo, segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.

Concludo con due auguri. Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di questa Assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative e riaffermare, nei fatti e non a parole, la centralità del Parlamento. Da molto tempo viene lamentata, da più parti, una deriva ed una mortificazione del ruolo del potere legislativo a causa dell’abuso della decretazione di urgenza e del ricorso al voto di fiducia. E le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.

Nella mia ingenuità di madre di famiglia, però, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato. Per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei Governi quando era minoranza e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.

Una sana e leale collaborazione istituzionale, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni. (Applausi).

Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo, in collaborazione col Governo, un impegno straordinario ed urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese, che si dibattono sotto i colpi dell’inflazione e dell’eccezionale impennata dei costi dell’energia, che vedono un futuro nero, che temono che disuguaglianze ed ingiustizie si dilatino ulteriormente, anziché ridursi.

In questo senso, avremo sempre al nostro fianco l’Unione europea, con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale. Non c’è un momento da perdere. Dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere livelli di guardia e tracimare. (Applausi).

Senatrici e senatori, cari colleghi, buon lavoro.

A 25 ANNI DALLA SCOMPARSA DI DON LUIGI DI LIEGRO: LE COMMEMORAZIONI RICHIEDONO UN DI PIÙ DI VERITÀ.

 

In Campidoglio, ieri, il ricordo del Fondatore della Caritas romana. Iniziativa opportuna, ma prigioniera di uno schema consolidato. Si è persa la memoria della formazione, implicitamente politica, che aveva portato il giovane prete alla scoperta del cattolicesimo sociale…à la Maritain. Perché non ricordare il Di Liegro che confessava, in una intervista a “Il Popolo”, la disponibilità a seguire le orme di Sturzo, per assumere all’occorrenza la guida dei Popolari.

 

Lucio D’Ubaldo

 

L’incontro in Campidoglio, svoltosi ieri nella Sala della Protomoteca, ha avuto il merito di rimettere a fuoco dopo anni di relativa trascuranza la figura di Luigi Di Liegro. In serata il Card. Zuppi, un tempo giovane vice parroco di Santa Maria in Trastevere, legato alla Comunità di Sant’Egidio e impegnato “à còté” della Caritas di don Luigi, quindi un po’ in accordo e un po’ in concorrenza nell’opera diuturna di servizio ai poveri della città, ha celebrato nella Chiesa dei Santi Apostoli la messa in memoria. Ad organizzare questa opportuna celebrazione ha provveduto, come per altre analoghe iniziative del passato, la Fondazione Di Liegro e in particolare la nipote Luigina, che all’interno della strutttura ricopre la carica di segretaria generale.

 

Di particolare rilievo il messaggio inviato da Sergio Mattarella al Presidente della Fondazione, P. Sandro Barlone S.I.: «Don Luigi Di Liegro – scrive il Capo dello Stato -, Fondatore e Direttore della Caritas romana, ha impresso segni che resistono al trascorrere dei decenni. Opere concrete che tuttora recano sollievo e conforto ai più bisognosi ed emarginati. Percorsi di amicizia e di condivisione sui quali tante persone, tanti giovani, si sono incamminati, seguendo il suo esempio. Testimonianze così forti e impegnative da rappresentare una sfida permanente per l’affermazione dei diritti di cittadinanza garantiti dalla Costituzione. A 25 anni dalla morte, la sua instancabile opera di costruttore della solidarietà, di testimone tenace e coerente di quei valori umani che sono fondamenta di vita per la comunità rimane una ricchezza inestimabile per Roma e l’Italia. Don Di Liegro ha offerto e chiesto a tutti condivisione. Ha indicato la dignità e i diritti dei più poveri come orizzonte necessario di un’autentica crescita sociale. Ha promosso l’incontro tra gli operatori della solidarietà affinché la loro rete e i loro valori fossero ben visibili alle istituzioni, alla politica, alla società».

 

Nel confronto a più voci, in Protomoteca, si sono affiancate e sovrapposte le tante sfumature di una pressoché unanime considerazione per l’uomo di fede e di azione. Si sa, comunque, che le commemorazioni si estenuano il più delle volte nell’eco di postumi riconoscimenti, senza il guizzo dell’interrogazione critica su ciò che la memoria ha definito o persino irrigidito. In questi 25 anni, nel progressivo assestamento del ricordo pubblico, è andata perduta la “radice democristiana” della visione sociale e politica di don Luigi; andrebbe invece riconosciuta, non solo per quanto attiene alla sua formazione sul campo, nella parrocchia di San Leone Magno al Prenestino, con l’incontro che porta il prete fresco d’ordinazione a “scoprire” le letture militanti  dei giovani democristiani degli anni ‘50 e ‘60, anzitutto l’Umanesimo integrale di Jacques Maritain; come pure, infine, andrebbe dissotterrata l’intervista a Giuseppe Sangiorgi su “Il Popolo”, quando la Dc si era già liquefatta e il nuovo Ppi stentava a proseguirne la storia, nella quale si stagliava l’affermazione circa la disponibilità a “scendere in campo” sulle orme di Sturzo, per farsi guida all’occorrenza dei Popolari.

 

È questo profilo, ingiustamente smarrito, che oggi potrebbe restituire alla pubblica opinione una verità più profonda, pur essa suscettibile di analisi critica, in grado di illuminare l’opera di un cristiano testardo e generoso, fedele alla missione, in tutti i sensi, di  “prete romano”, sempre al fianco dei più deboli ed emarginati, dei più bisognosi, come erano e sono i tanti immigrati per disperazione.

FINO A QUANDO LA LITANIA SUL RITORNO DELLA DITTATURA?  

 

Se il buongiorno si vede dal mattino, è abbastanza naturale, nonché scontato, che la battaglia della sinistra post comunista sarà tutta concentrata sugli slogan che conosciamo da oltre 50 anni e che troveranno puntualmente nella deriva degli opposti estremismi” il suo epilogo finale.

 

Giorgio Merlo

 

Che la sinistra comunista e post comunista, in Italia e da sempre, identifichi i propri nemici/ avversari con i fascisti è una notizia talmente risaputa che non merita neanche di essere commentata. È stato così per molti lustri con la straordinaria esperienza politica, culturale, sociale e di governo della Democrazia Cristiana. È stato così per Berlusconi, poi per Salvini, addirittura per Renzi ai tempi del referendum costituzionale. Figurarsi con l’arrivo al governo di Giorgia Meloni e della sua coalizione di centro destra.

 

Certo, è un vecchio difetto della sinistra comunista e post comunista quello di criminalizzare politicamente il suo avversario/nemico e il tentativo di annientarlo e distruggerlo a livello politico ed elettorale. Sotto questo aspetto, c’è una straordinaria convergenza politica e metodologica con il partito populista e qualunquista per eccellenza, cioè il partito di Grillo e di Conte.

 

Ma, detto questo – cioè un fatto abbastanza risaputo nella storia politica italiana – adesso il tema assume un’altra valenza. E cioè, si tratta di capire se la sinistra italiana nelle sue molte sfaccettature – politica, culturale, sindacale, televisiva, artistica ed editoriale – concentrerà la sua battaglia politica nei prossimi mesi quasi esclusivamente sul “rischio del ritorno del fascismo”, sulla “deriva illiberale”, sulla “potenziale dittatura”, sulla “compressione dei diritti”, sul potenziale pericolo della “riduzione delle libertà” e simili cianfrusaglie propagandistiche e demagogiche. Del resto, è appena sufficiente ascoltare le simpatiche, ma sempre più noiose e ripetitive, prediche del segretario del Pd Letta e di tutti i suoi sostenitori a livello politico, giornalistico e televisivo per rendersi conto che questa litania forse è appena agli inizi. Altroché l’opposizione dura ma costruttiva; altroché accettare il responso democratico delle urne; altroché la centralità dei contenuti a scapito delle pregiudiziali ideologiche e novecentesche. Se il buongiorno si vede dal mattino, è abbastanza naturale, nonché scontato, che la battaglia della sinistra post comunista sarà tutta concentrata sugli slogan che conosciamo da oltre 50 anni e che troveranno puntualmente nella deriva degli “opposti estremismi” il suo epilogo finale.

 

Ora, tutti sanno che il ruolo dell’opposizione è storicamente quello di cacciare al più presto la maggioranza di governo per ritornare al potere. E questo vale a maggior ragione per un partito come il Pd, cioè di una formazione politica “governista” per eccellenza, espressione del sistema e garante ufficiale dell’establishment del potere nel nostro paese. Ma se questo obiettivo non merita neanche di essere approfondito talmente è scontato ed ovvio, resta aperta la vera posta in gioco: ovvero, e guardando solo agli interessi del paese in una fase così delicata a livello economico e sociale, ci sarà una opposizione ispirata alla sola logica distruttiva del “tanto peggio tanto meglio”, con ricorso sistematico alla “piazza” e con ripercussioni e ricadute ad oggi imprevedibili ed imponderabili? Dico questo perchè se la litania della dittatura, del rischio fascismo, del regime alle porte, della libertà in discussione, della democrazia in pericolo e dei diritti che saltano dovesse continuare in modo incessante ed incontenibile, il vero pericolo sarebbe quello di un avvelenamento del clima sociale e democratico con conseguenze incalcolabili per la stessa tenuta delle nostre istituzioni.

 

Ecco perchè, d’ora in poi, tutto dovrebbe avere un limite. Anche la propaganda più sfacciata deve avere un limite oltre il quale non si può andare. Soprattutto quando si denuncia un pericolo virtuale ed astratto che pochissimi percepiscono. Se non coloro che lo agitano per ritornare, comprensibilmente ma irresponsabilmente, al più presto al potere.

NON SI SFUGGE: SE LA DESTRA SI PRESENTA COMPATTA, LE ALTRE FORZE POLITICHE NON POSSONO ANDARE DIVISE.

 

Non si è capito (o meglio, non si è voluto capire!) che per competere con una destra che si attesta complessivamente sempre tra il 42 ed il 45 per cento dei consensi è necessario mettere insieme più o meno tutto il resto. La mancanza di questa visione da parte delle forze politiche non ricomprese nella coalizione di centrodestra rischia di minare anche l’organizzazione di una seria opposizione in grado di esercitare la legittima funzione di controllo e proposta in Parlamento e nel paese.

 

Massimo De Simoni

 

Il fatto che il Partito Democratico – a differenza di altre forze politiche che hanno preso meno voti – sia impegnato nell’analisi di una sconfitta è un sintomo di serietà culturale e politica, che denota un senso di responsabilità che resiste anche in presenza di un il risultato tutt’altro che soddisfacente. In altri partiti si assiste invece alla presentazione di risultati oggettivamente scarsi, ma che vengono celebrati come fossero dei successi elettorali; per non parlare poi della continua girandola di commenti sul PD, con consigli dall’esterno – non richiesti – su ciò che lo stesso PD ha fatto o che dovrebbe fare, arrivando ad esprimere il gradimento sulla segreteria politica presente e sulle ipotesi per quella futura.

 

Purtroppo i problemi con i quali ci si deve confrontare non riguardano solo il nome del segretario o del partito, ma investono una questione più profonda che attiene alla difficoltà che si incontra oggi nel far passare dei contenuti complessi in un sistema di comunicazione – e soprattutto di ricezione – che recepisce solo slogan, ovvero solo messaggi molto semplificati e diretti che non richiedano elaborazione e comprensione di un testo articolato. E alcune proposte avanzate dal Partito Democratico erano e rimangono giuste, ma non si limitavano ad un semplicistico “si o no” su alcuni importanti temi di carattere economico, lavorativo e sociale; quelle proposte richiedevano infatti uno sforzo di approfondimento che oggi non è “di moda”.

 

Una riunione di oltre dieci ore della direzione nazionale, sicuramente non esaustiva né sufficiente, indica quantomeno la volontà di comprendere le difficoltà che attraversano il centrosinistra al proprio interno e il paese più in generale. Una consapevolezza che è certamente mancata in chi ha deciso di staccare anticipatamente la spina al governo presieduto da Mario Draghi, salvo poi dal giorno dopo sollecitarlo quotidianamente ad intervenire e prendere decisioni sulle diverse questioni aperte. La stessa consapevolezza che è mancata nelle forze politiche che non hanno capito (o meglio, non hanno voluto capire!) che per competere con una destra che – prescindendo da oscillazioni e travasi interni alla stessa coalizione –storicamente si attesta complessivamente sempre tra il 42 ed il 45 per cento dei consensi è necessario mettere insieme più o meno tutto il resto, ovvero tutto ciò che è fuori da quel perimetro di destra; e invece niente! Finti accordi, ripensamenti e veti incrociati hanno determinato per Meloni & C. la classica situazione del rigore da calciare a porta vuota. E il risultato poteva essere solo quello che poi è stato il 25 settembre.

 

Questa mancanza di visione da parte delle forze politiche non ricomprese nella coalizione di centrodestra rischia di minare anche l’organizzazione di una seria opposizione in grado di esercitare la legittima funzione di controllo e proposta in Parlamento e nel paese. Le forze che hanno già impedito la nascita di una coalizione elettorale di centrosinistra incarnano la tentazione di arrivare a momenti di collaborazione con la destra ed in particolare con la vera vincitrice delle elezioni, Giorgia Meloni, che già oggi si trova in difficoltà nei rapporti con i suoi alleati.

 

Uno scenario del genere spiegherebbe molte cose, apparentemente incomprensibili, accadute negli ultimi tre mesi e renderebbe più difficile anche la formazione di un’area progressista e riformista in vista dei prossimi appuntamenti politici.

LA DISCRIMINAZIONE SUI LAVORATORI FRAGILI LASCIA IN GRAVE DIFFICOLTA’ COLORO CHE NON POSSONO USUFRUIRE DELLO SMART WORKING.

 

Coloro che non possono accedere allo smart working sono costretti al rientro in servizio e – se malati o contagiati dal Covid – devono fare ricorso al congedo contrattuale, esaurito il quale restano le ferie e poi scatta la tagliola del licenziamento. Una discriminazione oggettiva. Se non si risolve questo problema si possono determinare situazioni di estrema gravità sotto il profilo della carenza di tutele giuridiche e di responsabilità che ricadono sul datore di lavoro.

 

Francesco Provinciali

 

Solo chi vive sulla propria pelle il vulnus normativo lasciato in eredità dal Governo uscente può descrivere la solitudine, il disagio e la frustrazione che concretamente ne derivano. Ecco: assenza di lungimiranza, di conoscenza delle realtà diversificate nel mondo del lavoro, di bisogni e di diritti dei soggetti più deboli ed esposti al pericolo di contagio e mancanza di senso della concretezza hanno caratterizzato la soluzione politica al problema dei lavoratori fragili privi di tutele, segnatamente per il vuoto normativo che – dopo due anni di rattoppi e provvedimenti retroattivi – ha lasciato davvero senza fiato e senza speranze alcune migliaia di persone a cui non sono state prorogate integralmente le previgenti tutele, scadute il 30 giugno u.s.

 

Nonostante le promesse che hanno preceduto la campagna elettorale la montagna ha partorito un topolino nel cd. “decreto aiuti-bis”: il Ministro del Lavoro Orlando l’ha appunto definita una promessa mantenuta, per la quale si è speso in prima persona e ha messo sul piatto un obolo di diciotto milioni di euro, il tutto per rinnovare solo una delle due tutele sulle quali in passato – nei due anni di pandemia-  i fragili potevano contare, quello smart working che è stato propagandato come brillante soluzione al problema ma che in realtà ha lasciato nei guai proprio quei lavoratori che non possono avere accesso al  lavoro agile e ciò per due ragioni cogenti.

 

La prima è l’impossibilità oggettiva di declinare nello smart working il proprio lavoro, ci sono alcune categorie di lavoratori che non possono farlo, basti citare gli insegnanti, gli operatori scolastici, i postini, le cassiere del supermercato, i magazzinieri e tutte quelle realtà che non consentono a certe professioni di poter essere svolte da casa.

 

Queste persone fragili – non essendo stata rinnovata l’equiparazione della loro malattia al ricovero ospedaliero senza computo dei periodi di assenza nel comporto contrattuale – sono costrette a svolgere il servizio nella ordinaria sede di lavoro: se si ammalano, se si sottopongono a terapie delicate, se contraggono il Covid per assentarsi devono attingere al congedo del rispettivo contratto collettivo, esaurito il quale possono solo contare sulle ferie, dopo di che inesorabilmente scatta la tagliola del licenziamento.

 

La seconda riguarda il rischio di prossimità dei chemioterapici, degli immunodepressi e dei soggetti certificati fragili rispetto alla promiscuità del rispettivo ambiente lavorativo: proprio coloro che necessiterebbero di maggior protezione e tutela finiscono per essere sovraesposti al contagio, tenuto conto che ad oggi e nel giro di una settimana i positivi sono aumentati di oltre il 50%, i ricoveri del 30% e si viaggia su una media giornaliera superiore al tasso di positività del 20%. Si oscilla senza bussola tra provvedimenti restrittivi e liberalizzazioni, mascherine sì e mascherine no, vaccini non obbligatori ma consigliati, il tutto senza tener conto che l’auspicata normalizzazione e il ritorno ad una vita di contatti e relazioni non sono per tutti uguali. Ciò che è stato deciso ha il sapore amaro della propaganda e della beffa.

 

Garantire la sola opzione dello smart working non ha risolto il problema dei lavoratori fragili anzi ha creato un gap, una vera e propria discriminazione tra i soggetti che possono optare per il lavoro da casa e coloro che invece – non potendo esercitare questa facoltà – sono obtorto collo – costretti a rimanere in servizio e in caso di malattia o contagio ad attingere al proprio congedo, alle condizioni sopra specificate.

 

Francamente non si capisce come possa essere definita “promessa mantenuta” e archiviata come una conquista, una evidente discriminazione determinata dal tipo di attività ordinariamente svolta a fronte di una condizione patologica che spesso richiederebbe invece maggiori tutele. I decisori politici non potevano e non possono ignorare la realtà dei fragili negli ambienti lavorativi ma nel Pnrr e nei provvedimenti legislativi hanno scelto per altre priorità: i soggetti deboli ed esposti a patologie degenerative sono stati abbandonati ad un destino ingrato, per loro solo elemosine, concesse quasi con fastidio e cadute dall’alto senza approfondire le situazioni oggettive nella loro evidenza, nel prima e nel dopo, senza valutare cum grano salis le conseguenze che una soluzione rabberciata, parziale e decisamente discriminante avrebbe potuto provocare.

 

Detto fatto: ci sono situazioni delicate che necessitavano di tutele più estese, come deciso in passato, nei due anni di pandemia e di stato di emergenza fino al 31 marzo u.s. Successivamente, un rinnovo stiracchiato fino al 30 giugno con un vuoto totale di protezioni dal 1° aprile al 24 maggio, per la tardiva approvazione della legge 19/05/2022 n. 52.

Ora, con il decreto aiuti-bis, c’è solo il lavoro agile ma anche la rimozione della tutela della malattia equiparata al ricovero ospedaliero, introdotta nel lontano 2020 con DL 17/3 n.° 18 , art. 26 – comma 2. Come scritto in esordio ci sono soggetti affetti da patologie immunodepressive, peraltro riconosciute dal DM del Ministero della Salute del 4/2/2022 che – pur rappresentando la fattispecie più esposta e bisognosa di tutele – non beneficiano di alcuna protezione.

 

Francamente una vergogna per un Paese che voglia dirsi civile e che abbia a cuore le sorti dei deboli e degli svantaggiati.

 

Va inoltre considerato che i ‘fragili’ sono ‘persone’ prima di essere lavoratori e come tali sono portatori di diritti inalienabili che precedono e prescindono dalla contingenza pandemica: qui sono in discussione principi e valori che riguardano la cultura giuridica di un Paese e le sue declinazioni nel sociale. Le persone fragili sono oggettivamente svantaggiate e questo assunto va recepito nella sua interezza: le tutele non sono un dono ma un diritto di chi le riceve e un dovere per chi le provvede. Ora non resta che sperare che il Governo che si insedierà prenda in mano il dossier dei lavoratori fragili ed assuma decisioni che vadano oltre il 31/12 p.v. superando la discriminazione tra chi può accedere al lavoro agile e chi invece ne è precluso. Due pesi e due misure eticamente inaccettabili e insostenibili.

LA CRISI ENERGETICA, NUOVA SFIDA PER L’UE (E PER GIORGIA MELONI).

 

La UE non sta offrendo sin qui ai suoi cittadini quella buona capacità di azione comune messa in campo con successo in risposta alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia. Occorre avere il coraggio per decidere di fare nuovo debito comune, così come fatto con Next Generation UE. In caso contrario, ogni Paese andrà per conto suo con esiti nefasti. E fra pochi giorni a Palazzo Chigi siederà Giorgia Meloni. È auspicabile, nellinteresse dellItalia, che la nuova premier sappia gestire la situazione, che è tremendamente seria.

 

Enrico Farinone

 

La brutalità con la quale la Russia continua ad aggredire gli ucraini, con il drammatico corollario di lutti e disperazione, ha avuto ieri l’altro una sua plastica rappresentazione nell’attacco missilistico su obiettivi civili della capitale Kyiv e di altre città dell’Ucraina. Queste vili azioni però non possono che rafforzare il senso di solidarietà degli europei nei confronti del popolo aggredito.

 

Per creare problemi sempre maggiori agli europei e provocarne la divisione, un altro dei suoi obiettivi, Putin utilizza invece un diverso strumento: la leva energetica. Confida nel “generale inverno”, ovvero nelle prevedibili contestazioni popolari ai governi che inevitabilmente dovranno definire e adottare misure d’emergenza di contenimento dei consumi di gas. Oltre a dover affrontare l’ondata di proteste e il rischio di una seria crisi recessiva a fronte del gigantesco aumento dei costi che i consumatori (famiglie e imprese) stanno già ora cominciando a patire. Non avendo alcuna considerazione della UE, è altresì convinto che le difficoltà porteranno i diversi esecutivi occidentali a cercare soluzioni individuali piuttosto che comunitari.

 

Al momento la scommessa del Cremlino ha buone probabilità di essere vinta. Le divisioni già emerse, a cominciare dal fondo anticrisi da 200 miliardi per finanziare il tetto al prezzo del gas deciso in piena autonomia dalla Germania, sembrano andare nella direzione immaginata da Mosca. La UE non sta offrendo sin qui ai suoi cittadini quella buona capacità di azione comune messa in campo con successo in risposta alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia. Acquisti comuni dei vaccini e Recovery Fund sono stati la dimostrazione che, uniti, i paesi europei hanno la forza per conseguire eccellenti risultati. E’ dunque di tutta evidenza che pure in questa nuova crisi solo una risposta comune potrà fornire una valida alternativa alla altrimenti inevitabile spaccatura fra i membri dell’Unione.

 

Se quest’ultima non dovesse comprendere, nel suo insieme, che le bollette monstre” sono insostenibili per famiglie e imprese, e quindi non attuasse quegli interventi di emergenza che si rendono indispensabili e che sono, già ora, urgenti, perderebbe quel credito di fiducia che ha riconquistato con la gestione della crisi pandemica.

 

È di questo che dovrà occuparsi il Consiglio Europeo del 20 ottobre. Occorrerà una forte e determinata “volontà politica” per raggiungere un qualche risultato degno di nota. Perché senza di essa ognuno cercherà di salvarsi per conto proprio, come appunto la Germania ha già cominciato a fare. Berlino dovrebbe però sapere che la divisione fra europei nel medio termine produrrà difficoltà serie anche al sistema economico tedesco (ma purtroppo il suo attuale esecutivo non pare avere compattezza interna sufficiente, al riguardo).

 

Quali siano i principali interventi da adottare è ormai abbastanza chiaro a tutti. Dall’ormai famoso price cap per i contratti (in vigore e futuri) di acquisto del gas da tutti i fornitori; allo sganciamento dal prezzo del gas del costo dell’energia elettrica prodotta con fonti alternative al metano; alla creazione di una piattaforma di acquisti comuni che garantisca ciascun Paese evitando una stolta corsa all’accaparramento che produrrebbe speculazioni e quindi rialzi delle quotazioni.

 

Occorre avere il coraggio per decidere di fare nuovo debito comune, così come fatto con Next Generation UE. In caso contrario, ogni Paese andrà per conto suo con esiti nefasti, e non solo per la crisi di legittimità che la UE subirà di fronte ai propri cittadini. Per prendere decisioni così impegnative è necessario avere leadership politiche autorevoli e riconosciute. Il problema è che oggi, dopo l’uscita di scena di Angela Merkel e ora di Mario Draghi (che per 18 mesi ne ha di fatto preso l’eredità), non c’è nessuno (nemmeno Macron, che pure ci prova, e certo non Scholz, come si è visto) in grado di guidare l’Unione con accortezza e visione generale.

In questo vuoto il rischio che il virus nazionalista si insinui nuovamente negli Stati torna ad essere reale. E fra pochi giorni a Palazzo Chigi siederà Giorgia Meloni. Al di là della contesa politica e della giusta opposizione che al suo governo dovrà essere fatta dalle forze del centro e della sinistra, è auspicabile, nell’interesse dell’Italia, che la nuova premier sappia gestire la situazione, che è tremendamente seria, all’insegna del realismo e della capacità di governo e non di quella sloganistica nazionalistica con la quale ha sino ad oggi alimentato i suoi comizi.

LA MELONI DI “PIAZZA” E LE SFIDE DEL NOSTRO TEMPO.

Elisabetta Campus

 

A poche ore dall’inizio della legislatura, le aspettative sulla capacità di governo della nuova maggioranza sono alte, di una altezza che potrebbe far venire le vertigini e qualche brivido a chi non può sottrarsi alla prova, essendo ormai noto che di gran lunga si vive meglio a fare l’opposizione che a governare. La prova vede un politico donna cimentarsi per la prima volta nella leadership di Governo: sulle sue spalle c’è qualcosa che potremmo definire il “sovraccarico dei principianti”, tanto che il futuro appare costellato di severi giudizi e poche concessioni benevole.

 

L’investitura della Meloni viene non dal partito ma dal Paese che ha scelto lei prima e poi il partito che rappresenta, allo stesso modo che avvenne per la Thatcher, ma non per la May e la Truss, uscite dalle dinamiche o dalle alchimie del Partito conservatore,  scontando perciò un appeal modesto nel rapporto con la gente comune. Ma la Meloni invece in piazza ci va e la tiene, eccome, la piazza: un comizio dopo l’altro anche al di fuori dalla campagna elettorale, in un dialogo diretto che è fatto di uno stile che premia passione e ragione, tralasciando il ragionamento perché quest’ultimo…richiederebbe più tempo. La Meloni “di piazza” ha una posizione di rendita politica che dovrà essere tesaurizzata con molta oculatezza, se vorrà resistere più della stagione dei primi 100 giorni di governo. Questa giovane donna sale al potere in un pessimo momento storico. Infatti, per la prima volta dopo 70 anni la guerra è di nuovo presente in un angolo del Vecchio continente, la politica europea è concentrata sulla crisi energetica, con tanto d’inflazione e recessione alle porte. Tutto incide, negativamente, sul portafoglio dei cittadini.

 

Già oggi il Paese avverte i venti della crisi e di conseguenza appesantisce l’azione che spetta alla politica. Avere un portafoglio ridotto non è una buona partenza. A questo si aggiunge che le aspettative del mandato elettorale per un cambio netto di rotta (quasi un colpo di bacchetta magica) sono il vero macigno sul quale si gioca la leadership meloniana. Perché si sa, nella vulgata della cultura popolare le donne riescono per tenacia ed ingegno laddove gli uomini sembrano arrestarsi, senza più risorse interiori. Ora anche a lei, leader donna, si chiede la “salvezza” che stenta a manifestarsi altrove, nel campo della politica maschile. La stessa salvezza del passaggio nel Mar Rosso, che questa volta prende i connotati della crisi energetica e della guerra ai bordi dell’Europa (guerra che – dobbiamo saperlo – è destinata ad inasprirsi).

 

Qualunque sia la capacità di presentare un gruppo coeso, capace di essere “governo” e di agire per il meglio, la Meloni non potrà scansare la doppia emergenza rappresentata dalla crisi energetica e dalla guerra. Il timore è che non ci sia una classe dirigente preparata ad affrontare problemi come questi, se non altro perché li avevamo dimenticati. Apparivano fino a ieri un oggetto di ricerca, al più un ricordo di scuola. Invece ne dobbiamo recuperare la potenza, aprendo nuovamente gli occhi sulla “verità” della guerra, di cui giova rammentare l’intima e tremenda funzione di conquista, per dare al vincitore più territorio e più risorse.

LA POLITICA AMMESSA E VEICOLATA DA “CHE TEMPO CHE FA”.

 

“Che Tempo Che Fa” si conferma fedele alla sua missione: quella di presidiare il recinto delle opinioni ammesse, all’occorrenza di autorizzarne di nuove, di sdoganare svolte o ripensamenti, in un gioco condotto esclusivamente dall’alto. Ecco, da esso ci si deve sottrarre, se si vuole rilanciare la sfida dell’autonomia politica e culturale delle forze popolari.

 

Giuseppe Davicino

 

 

Le scorse elezioni politiche hanno confermato la strutturale debolezza della politica ufficiale, quella che si fa nei palazzi, che spesso non coincide più con i reali centri decisionali. A questa crisi concorre la qualità della classe politica e dirigente nel suo insieme, che sembra non riuscire più ad assolvere in modo sufficiente al suo compito di rappresentanza dei cittadini e di guida.

 

Com’è noto però in politica i vuoti non esistono: c’è sempre comunque qualcuno che decide. Di questa catena di comando di fatto, che in Occidente inizia dai piani alti del potere economico transnazionale, uno snodo fondamentale è costituito dal sistema dell’informazione. Da anni si assiste sulle questioni fondamentali ad una curiosa quanto anomala inversione delle parti: sono gli operatori dell’informazione, al massimo comunicatori (il temine giornalista non sembra più adatto a designare queste figure professionali) in quanto espressione dei poteri che, come direbbe monsieur La Palisse,  comandano, che incalzano e chiedono conto ai politici dell’agenda portata avanti dai padroni del circuito dell’informazione.

 

Talora questa supremazia degli uni può infierire sulla subalternità degli altri con una gamma di strumenti che può variare dall’ironia, al dileggio, al discredito fino alla censura per quanti non ripetono ossequiosamente il mantra richiesto dal mainstream.

 

Ma c’è una trasmissione che assolve al suddetto medesimo compito, di recinto del politicamente corretto ovvero degli interessi dell’élite ultra-ricca,  in maniera gentile. Si tratta di “Che Tempo Che Fa”, che domenica scorsa ha iniziato la sua 20ª edizione. Un ventennio dolce, che ha visto scorrere come un fiume di latte e miele, un flusso di mai casuali narrazioni e ospitate, intervallate da momenti culturali e di finissima comicità, che ambiscono a irrorare con un mellifluo glu-glu-glu le menti dei telespettatori affinché, come le oche che vengono ingozzate si risparmiano la fatica di ingoiare, questi si possano risparmiare la fatica di valutare.

 

Il tutto è agevolato da una tassativa mancanza di contraddittorio, con buona pace di ciò che rimane del concetto di servizio pubblico, per non richiamare quello di pluralismo di cui sembrano essere scomparse anche le vestigia, cancellate da una narrazione che, sulle cose che più andrebbero discusse ( siano esse la pace o la guerra, l’economia, la giustizia sociale, la salute, l’istruzione…) procede ormai a senso unico.

 

La prima puntata – in onda lo scorso 9 ottobre – della nuova edizione della trasmissione non ha fatto eccezione. Dal segretario del Pd che recita la parte scontata della riflessione sui motivi della sconfitta e dei buoni propositi per una opposizione credibile, alla virostar che in un sol colpo può permettersi di cambiare la narrazione sull’efficacia dei rimedi al virus, al climatologo malthusiano che ravviva l’allarme e inneggia alla decrescita, all’intellettuale di sinistra che instilla i pensieri “giusti” nei delusi per la sconfitta elettorale.

 

“Che Tempo Che Fa” si conferma fedele alla sua missione che è quella di presidiare il recinto delle opinioni ammesse, all’occorrenza di autorizzarne di nuove, di sdoganare svolte o ripensamenti, in un gioco condotto esclusivamente dall’alto, non dissimile da quello dei sistemi totalitari dove un’opinione che prima era passibile della Siberia, solo al momento opportuno, da quando lo decide il Politburo, diventa pensabile e dicibile in pubblico.

 

Da un tal sistema non credo ci siano particolari morali da trarre. È la bruta legge dei rapporti di forza che determina una siffatta deriva. Chi ha il potere lo esercita, pensando di essere così forte da poter fare a meno delle opinioni e prescindere dagli interessi degli altri gruppi sociali. Ma questo ferisce al cuore lo spirito democratico, causando gli scompensi di natura sociale, economica e bellica che possiamo purtroppo ammirare.

 

Programmi come “Che Tempo Che Fa” misurano il grado di asservimento della politica all’economia, indicano a quale punto sia giunta la subalternità culturale delle tradizioni e delle forze politiche, e sociali, rispetto ai poteri effettivi. Temo valga per tutti. Ma pensando all’area che ci sta più a cuore, la componente cattolica del centro che guarda a sinistra, non credo si potrà mai rilanciare la sfida dell’autonomia culturale e organizzativa delle forze di matrice popolare, non si potrà mai formare un personale politico che sia all’altezza di questa sfida se nella definizione delle strategie, dei programmi e prima di ogni dichiarazione pubblica ci si porrà la seguente domanda: “ma questo giudizio lo possiamo dare, è già stato detto a “Che Tempo Che Fa?”.

CHARLES DE FOUCAULD, UNA VITA “CONTROCORRENTE” CERCANDO IL GETSEMANI.

Considerazioni a margine di un libro, curato dal giovane studioso Francesco Marcelli, che oggi pomeriggio viene presentato nell’aula Paolo VI della Pontificia Università Lateranense.

 

Giulio Alfano

Sintetizzare  in poche parole un libro singolare e non comune è sempre un operazione se non ardua certamente non facile, soprattutto dopo che il libro lo si è letto e se ne è assaporato il gusto innovativo. Cercherò comunque di farlo traendo un bilancio da quanto il volume consegna al lettore.

Lo sviluppo delle tesi argomentate riguardo la singolare esperienza di Charles de Focauld recentemente elevato agli onori degli altari da Papa Francesco nel maggio 2022, in questa sua ricerca muovono da tre versanti fondamentali: il valore della persona, la sua singolare irripetibilita, la sua attualita nella dimensione della creauturalità. Il tutto nella meravigliosa cornice che il curatore, brillante studioso che ha perfezionato la sua formazione presso la University of York in Gran Bretagna, ha saputo offrire rispetto alla “missionarietà” di questo singolare testimone di Cristo.

Il concetto di “persona” ancora oggi non trova collocazione neanche nei manuali di sociologia, ma deriva essenzialmente dal diritto canonico, vale a dire da quel diritto che conferisce alla persona il suo “statuto ontologico”. Dire “persona” oggi significa andare incontro a non poche aporie e va fatta subito una distinzione in omaggio alla chiarezza che De Foucauld ha dimostrato – basta scorrere il ricco repertorio di lettere che Marcelli acclude al suo studio – facendo perno sulla persona come fede sussistente.

Il concetto di persona non va confuso con quello di individuo, almeno nella moderna concezione filosofica, giacchè in De Foucauld sussiste una “concordia discors” tra individuo e persona, in ossequio anche alla concezione boeziana che parla di persona come “sostanza individuale e di natura razionale”, arricchita da parte sua con la preghiera, non solo liturgica ma relazionale. Qui si riscontra il senso dei suoi viaggi, dei suoi incontri con tribù e società ai margini della vita industriale all’inizio del secolo scorso; e qui, dunque, l’aspetto centrale per comprendere il volto intenso dell’uomo di Dio.

Oggi viceversa occorre una precisazione in virtù dell’esperienza missionaria di questo straordinario religioso. S’intende per “individuo” l’uomo “in sé”, mentre per persona si considera l’uomo “per sé”, vale a dire l’uomo in relazione con il suo prossimo e immerso nella socialità intersoggettiva; un uomo capace, appunto, di essere e sapersi porre in collegamento con la propria vocazione sociale. Fa bene quindi Marcelli, presentandole anche cronologicamente, a definire le lettere del monaco Charles frutto di meditazione, ma anche espressione della ricchezza dell’essere persona. Come pure fa bene a sottolineare il valore attualissimo della persona in quanto soggetto etico di matrice ontologica, che proprio la missione di Foucauld, a volte solitaria ma intensamente sociale, ha espresso.

Importante  la sottolineatura etica, che è l’insieme di comportamenti ispirati da imperativi morali, ma soprattutto spirituali. Occorre capire che il perfezionamento non riguarda solo il perfezionamento di sé. Ecco, in questo monaco così ignorato per molto, direi troppo tempo, la “compagnia” dell’essere uomo solitario, e tuttavia mai solo, è per il tempo inquieto che viviamo motivo di grande riflessione.

Charles de Foucauld si rivela nella sua attualità direi anche e proprio attraverso la lettura politica sviluppata da Marcelli, in particolare laddove viene alla luce il valore fondamentale della persona all’interno delle società contemporanee. Il monaco Charles parla chiaramente del diritto di ribellione al conformismo borghese, senza con ciò fare della disobbedienza gratuita qualcosa che supera l’obbedienza, essendo questa rivestita comunque di virtù. Tuttavia, quando l’uomo è spogliato della propria dignità, allora l’indignazione è legittima e lo è di fronte ad ogni tiranno, sia per l’oppressione fisica che per la limitazione morale in ordine al suo diritto naturale; un diritto all’interiorità irripetibile che la preghiera sublima nel silenzio del getsemani, come Foucauld riscopre e indica, forse non primo ma tra i primi nel tempo della sua esistenza.

Significativo è pure, nel volume del giovane studioso, il chiarimento attorno al concetto di “controcorrente” – termine assunto nel sottotitolo – che non va identificato con il diritto di ognuno a fare ciò che meglio crede o vuole, bensì come diritto a seguire cio che la natura ci ordina di fare nell’orientamento, naturale e corretto, delle nostre indicazioni. E ciò anche in relazione all’impegno morale che l’uomo di fede deve svolgere all’interno della società, così da realizzare quello sviluppo armonico delle diverse componenti che qualificano il dialogo quale vero servizio per la promozione dell’uomo.

In definitiva questo saggio non solo si inserisce a pieno titolo tra le opere che significativamente trattano aspetti fondamentali della dottrina cristiana e di quella che il Santo Padre Francesco definisce “a servizio della creatura umana specchio di Dio”, ma rivela una sua originalità per quanto attiene alla visione ontologica che Charles de Focauld esprime nella sua originale e mai egotica solitudine: in quel Getsemani, dicevamo, che egli frequenta nella terra di Cristo e che assume spiritualmente a “regola” del suo rapporto con gli altri, per dialogare e non per insegnare. La sua vitale solitudine è legata altresì ai fondamenti assiologici di un dettato di cultura della pace, ancor oggi attualissimo e, sovente, ignorato. Quindi un sentito ringraziamento per questo bel volume su un santo che ha vissuto il cristianesimo anche tra le sperdute genti del Sahara, sempre con la forza di una limpida fede, capace di un dialogo tra etnie e culture, senza volontà di egemonia, esempio di anima mai turbata da vuoto attorno, così da essere compresa solo in ritardo.

Prof. Giulio Alfano – Pontificia Università Leteranense

INTEGRALISMO RUSSO, LA SFIDA CHE METTE L’OCCIDENTE DI FRONTE A NUOVI IMPEGNI E NUOVE RESPONSABILITÀ.

 

Difronte a tutto quello che sta accadendo, nessuno può cavarsela con generici, asettici e magari equidistanti appelli alla Pace. Anche da questo punto di vista, è il tempo della Responsabilità. Il tempo di una Politica che non abbia paura di indicare un percorso, benché difficile ed in salita.

 

Lorenzo Dellai

 

Mentre in Italia si discute – giustamente – sul voto del 25 settembre; il PD vive il suo psicodramma da formicaio impazzito;  i vincitori delle elezioni sono alle prese con la spartizione del potere acquisito e con il problema di come conciliare le attese suscitate con la dura realtà della vita e l’Unione Europea manco riesce a trovare un accordo su una comune strategia energetica di emergenza, la Guerra di Putin procede imperterrita.

 

Che quella di Putin contro l’Ucraina non fosse una “semplice” guerra di confine e neppure una azione a tutela della minoranza russa sotto la sovranità di Kiev era evidente fin dall’inizio. Ciò che è acceduto in questi lunghi sette mesi ed i fatti degli ultimi giorni lo stanno a dimostrare. Solo l’ingenuità o il pregiudizio filo-putiniano ed anti occidentale potevano indurre a analisi diverse. Un conto è la nostra profonda “volontà di Pace”, che per fortuna – da noi – possiamo manifestare liberamente senza temere di finire in carcere. Un altro conto è capire quello che sta succedendo. Non si è mai costruita Pace “vera e giusta” senza comprensione delle volontà in campo.

 

Putin vuole ricostruire l’Impero Russo dentro un nuovo assetto mondiale. E si gioca il tutto per tutto. Reagisce al – presunto – atto di “terrorismo” di Kiev per via dello smacco subìto al Ponte di Crimea, quando dal 24 febbraio Mosca sottopone gli ucraini a bombardamenti a tappeto, torture, deportazioni, esecuzioni sommarie di civili, ad opera del suo esercito e delle bande di tagliagole reclutate in Cecenia e in mezzo mondo. L’aggressione all’Ucraina – finora riuscita in minima parte, grazie al coraggio degli Ucraini e al sostegno di alcuni Paesi liberi – e il ridicolo Referendum nei territori militarmente conquistati – puntano ad un “nuovo ordine internazionale”. Anche a costo di minacciare la violazione del tabù nucleare. Un ricatto che non può essere accettato, né da parte della Russia, né delle altre, troppe, Nazioni dotate di armi atomiche.

 

L’Occidente affronta questa drammatica sfida nelle condizioni peggiori. L’Europa – nonostante i coraggiosi tentativi degli ultimi mesi, che pure non vanno sottovalutati – è ancora largamente incapace di assumere decisioni unitarie ed efficaci. Non meravigliamoci: senza una ulteriore cessione di “sovranità” da parte degli Stati Nazionali all’Unione, in particolare nei campi della politica estera e di difesa, non potrà esserci nessun vero ruolo europeo. Altro che rafforzamento della sovranità statale, di cui si legge nei programmi trapelati del futuro governo italiano. L’Europa paga una pluridecennale, miope incertezza sul proprio assetto politico. Molte delle Nazioni che la compongono – Francia e Germania comprese –  non hanno capito che, nel mondo globalizzato, semplicemente non toccano palla senza una Unione Europea forte e coesa. E senza strumenti comuni di politica estera e di difesa. L’aveva invece capito Alcide Degasperi, con la sua incredibile, inascoltata lungimiranza, fin dai primi anni cinquanta.

 

Gli Stati Uniti vivono la loro stagione di credibilità più bassa, e non da oggi. La recente decisione dell’OPEC – concordata con Mosca – di ridurre la produzione di petrolio per tenere alti i prezzi la dice lunga al riguardo. Così come il posizionamento ambiguo di grandi Paesi come l’India, mentre l’Africa sta ormai diventando un condominio spartito tra l’influenza cinese e quella russa. Gli Stati Uniti pagano la loro illusione di poter “governare” un mondo globalizzato senza una “dottrina” adeguata ai tempi e senza un nuovo pensiero politico globale. Mancano da anni di “soft power”. E la loro marginalizzazione nelle aree più critiche e strategiche del pianeta lo dimostra.

 

Dentro queste due crisi (dell’Europa non compiutamente decollata e degli Stati Uniti in progressivo declino) si manifesta una crisi ancor più grave: quella della Democrazia Occidentale. Pochi mesi prima di invadere l’Ucraina, Putin disse con chiarezza esemplare: “La Democrazia Liberale è ormai morta e sepolta”. Putin lo sa bene. La nostra è una Democrazia stanca, con un carisma affievolito presso il suo stesso popolo, alle prese con cambiamenti antropologici, economici, sociali e tecnologici rispetto ai quali non ha ancora rielaborato un suo “pensiero”. Non a caso, Putin rafforza il suo legame con tutte le “autocrazie”; intensifica la repressione interna verso ogni forma di dissenso; cerca di condizionare le opinioni pubbliche europee, facendo leva sui suoi “amici” e sul disagio di crescenti ceti popolari; utilizza la benedizione del Patriarca Ortodosso di Mosca – che promette la remissione dei peccati ai russi che si arruolano per la battaglia finale contro l’Occidente – come una sorta di copertura religiosa per la sua strategia aggressiva, dispotica, nazionalista e violenta.

 

La domanda è: quanto siamo disposti a pagare noi – che viviamo oggi nella libertà e nella sicurezza delle Democrazie Occidentali – per difendere i nostri valori, che non sono solo nostri, ma di tutta l’Umanità e per rigenerarli ed innovarli nei nuovi scenari? E quanto siamo consapevoli che la nostra libertà e la nostra sicurezza non sono un bene acquisito una volta per sempre, ma esigono cura, attenzione, educazione, talvolta anche sacrificio, spesso determinazione e robusta capacità di “tenuta”? Siamo capaci – col supporto necessario dei pubblici poteri nazionali ed europei, che gli strumenti li avrebbero, se solo li volessero attuare – di immaginare e condividere un periodo di difficoltà energetica ed economica per non tradire i nostri principi di umanità e democrazia e per non finire dentro un assetto mondiale che ci vedrebbe vassalli di autocrazie illiberali ed imperialiste?

 

La Storia dovrebbe insegnarci qualcosa, al riguardo. Lo scambio tra Democrazia e presunta Sicurezza (anche economica) non ha mai portato nulla di buono.

 

Il Movimento 5 Stelle propone una manifestazione nazionale per la Pace. Ma Conte non è il Papa, che può chiamare a raccolta le comunità attorno ai valori cristiani e umani della Pace, come peraltro ha fatto fin dall’inizio. E non è neppure il capo di una Associazione della società civile. Conte è un rappresentante politico. E ha il dovere di dire – al pari dei suoi colleghi leader di tutti i partiti – come e con quali scelte concrete intende perseguire la Pace. Deve dire se essere per la Pace significa abbandonare l’Ucraina – Paese candidato ad entrare nella UE – al suo destino di Nazione smembrata, violentata e oppressa. Se significa adottare una ipocrita strategia di “neutralità”. Oppure ricercare una sorta di “pace separata” con l’aggressore, in cambio di un po’ di gas o di petrolio. Oppure ancora se condivide la necessità di una forte e unitaria iniziativa europea ed atlantica per fermare Putin e costringerlo ad un vero tavolo di trattativa. In questo caso, deve dire se e come il nostro Paese è tenuto a partecipare (politicamente e militarmente) a questa iniziativa.

 

In assenza di questa chiarezza, personalmente non parteciperò a nessuna manifestazione di questo genere. Anche se il valore della Pace ispira gran parte della mia formazione etica, culturale e politica. Il Papa, per nostra fortuna, fa il Papa: è tutto il contrario del Patriarca Kirill. Bisogna ascoltarlo, perché rappresenta l’unico riferimento morale globale in questo momento di follia. Ma la Politica deve fare la Politica. Difronte a tutto quello che sta accadendo, non può cavarsela con generici, asettici e magari equidistanti appelli alla Pace. Anche da questo punto di vista, è il tempo della Responsabilità. Il tempo di una Politica che non abbia paura di indicare un percorso, benché difficile ed in salita. Il resto, tutto il resto, è propaganda effimera. Non è la soluzione, ma è parte del problema.

LA PACE NON È ARRENDEVOLEZZA. LA VERSIONE DI FIORONI.

 

La vera pace, quanto mai urgente, si può ottenere solo con la difesa. Non può valere, pertanto, un appello alla pace che scivoli ambiguamente sulla piatta esigenza di un cessate il fuoco, senza individuare chi debba operare in questa direzione. Spetta a Mosca compiere un gesto di buona volontà

Giuseppe Fioroni

 

La guerra diventa ogni giorno più insopportabile, ma non può cadere nel vuoto la prova di fermezza degli ucraini, il sacrificio di un popolo aggredito, le sofferenze dei civili sotto le bombe dell’esercito putiniano. Non può valere, pertanto, un appello alla pace che scivoli ambiguamente sulla piatta esigenza di un cessate il fuoco, senza individuare chi debba operare in questa direzione. Spetta a Mosca compiere un gesto di buona volontà.

 

Un rilassamento della pubblica opinione, certo sull’onda di un seducente pacifismo, costituirebbe in potenza l’avallo della logica imperiale della Russia. Ciò non toglie che si pensi alla pace e si lavori per essa, sforzandosi di trovare gli spazi, anche minimi, di una iniziativa diplomatica. Tuttavia la diplomazia è proiezione necessaria della politica, non vive e sussiste a prescindere dalla politica. Finora l’Europa ha tenuto una linea rigorosa, anche mettendo a rischio i suoi legittimi interessi: non ha ceduto alla “minaccia del gas” e ha avviato il processo di sganciamento dalla dipendenza energetica da Mosca. Ciò rende l’impegno dell’Europa un pilastro ineludibile della possibile strategia di pace.

 

Ecco, invocare la diplomazia non significa immaginare soluzioni improbabili. Appare francamente illusoria la prospettiva di una pace costruita sull’intesa tra America e Cina, mettendo all’angolo l’Europa. È più realistico pensare a una ripresa di dialogo tra Washington e Mosca, con un ruolo importante delle cancellerie europee e della stessa Unione Europea. Non è uno scenario impossibile, benché al momento la guerra sul terreno renda tutti pessimisti.

 

E pessimisti è dir poco, visto come si articola con leggerezza, da qualche tempo a questa parte, la discussione sull’apocalisse nucleare. Ma proprio nel gorgo della irrazionalità si deve a tutti i costi rintracciare la possibile “controffensiva” della razionalità politica. L’occidente può temere l’olocausto, ma nondimeno la Russia, responsabile del temibile primo colpo, sarebbe chiamata a patirne le conseguenze. L’esigenza impellente della pace, ancor più dell’auspicio in virtù di buoni sentimenti, marcia ai bordi di questa tremenda consapevolezza sui danni dell’opzione atomica.

 

Putin non deve contare, in sostanza, sulla divisione dell’Occidente e dell’Europa. Non deve illudersi che la forza gli consenta di vincere l’orgoglio del popolo ucraino. Non deve affidarsi, men che meno, alla convinzione che il “sogno di pace” degli europei si muova al di fuori dei confini della ragione, prigioniero di un istinto di arrendevolezza morale e psicologica. La vera pace, quanto mai urgente, si può ottenere solo con la difesa e la riconferma di un sacrosanto principio di rispetto di quell’indipendenza di popoli e nazioni a sostegno l’ordinamento di sicure e stabili relazioni internazionali.

 

 

 

Fonte: formiche.net – 10 ottobre 2022

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore)

UN PD DA RIFONDARE? LA POLITICA ESCA DAL GUSCIO DELLE FORMULE E FACCIA I CONTI CON LA REALTÀ. 

 

L’Italia si mostra sempre più incapace di operare scelte incisive riguardo a sviluppo complessivo e crescita economica.  Isogna cambiare paradigma. Giorgio La Pira, negli anni Cinquanta del secolo scorso, formulò in un libro la seguente domanda: “Come può pregare un disoccupato?”.

 

Paolo Frascatore

 

Ne è passata di acqua sotto ai ponti dal quel 20 marzo 2021, quando su queste colonne usciva l’articolo dal titolo “Un Pd a trazione posteriore”. Certo è che non eravamo (e non siamo) né profeti, né astrologi e tanto meno chiromanti, ma probabilmente solo un poco intuitivi e riflessivi rispetto ad azioni ed idee riferite a personaggi dell’attuale panorama politico nazionale e regionale. A quel periodo sopra richiamato risalgono alcuni fatti determinanti del Partito Democratico: Zingaretti sbatte la porta e lascia la segreteria; subito i maggiorenti del partito, in evidente difficoltà, si precipitano a richiamare Enrico Letta da Parigi per offrirgli su un piatto d’argento la segreteria nazionale.

 

Il neo-segretario, nominato e non eletto dal congresso (ma ormai questa sorta di prassi sta diventando regola, anche all’interno delle istituzioni repubblicane, in primis a livello parlamentare), ritorna di buon grado in Italia per assumere le funzioni di segretario nazionale del Pd e poi ricominciare la sua carriera parlamentare. La sua è una gestione grigia, che non sa se spostare il Partito democratico a sinistra o al centro e, nel dubbio, arranca, non convince neanche i propri elettori. Il Pd sembra essere solo un “partito di potere”, cioè di mera gestione del potere.

 

Le elezioni politiche del 25 settembre ne sono la prova lampante, inconfutabile: sotto accusa è un partito nato dall’idea veltroniana (sbagliata) di favorire il bipolarismo e il leaderismo, attraverso prima di tutto una legge elettorale maggioritaria e senza preferenze, per far decidere alle oligarchie dei partiti, o meglio al capo di turno, chi deve sedere in Parlamento. Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto di chi mastica un poco di politica. Ossia una sorta di liquidazione sia del centro che della sinistra, entrambi storicamente in Italia punto di riferimento dei ceti medi e di quelli meno abbienti, che costituiscono la maggioranza degli elettori.

 

Se si parte dal dato che quasi il cinquanta per cento degli aventi diritto al voto hanno preferito disertare le urne, allora la prima analisi corretta da fare è che in questa circostanza non ha vinto la destra, ma quella metà del popolo italiano che è ormai stanca e stufa di questi partiti, di questi politici e, soprattutto, dell’evanescenza dei programmi. Qual è stato durante tutta la campagna elettorale la proposta del Partito democratico e di Letta in particolare? Il monito di non consegnare il Governo del Paese alla destra. Invece quest’ultima con tutti i problemi che oggi affliggono la maggioranza delle famiglie italiane ha saputo. come si suole dire, parlare alla pancia di chi deve scontrarsi giorno per giorno con tributi, cartelle e bollette da pagare a fronte di remunerazioni che ormai sono ferme da vent’anni.

 

Non è questo un discorso ed un ragionamento che vuole esaltare il populismo; piuttosto si tratta di guardare negli occhi la realtà sociale attuale, il dato cioè di questa Italia sempre più povera e sempre più incapace di operare scelte incisive riguardo a sviluppo complessivo e crescita economica. Un politico ed un credente d’altri tempi, ma comunque straordinariamente attuale, Giorgio La Pira, negli anni Cinquanta del secolo scorso formulò in un libro la seguente domanda: “Come può pregare un disoccupato?”. Tradotto nella realtà sociale attuale: come può votare per il Partito democratico un cittadino medio che, tra problemi economici quotidiani, si sente continuamente rimbombare in testa lo slogan “attenzione, non consegniamo il Paese alla destra”?

MA CHI AFFRONTA LA QUESTIONE SOCIALE? È TEMPO DI AGGIORNARE E RILANCIARE LA CULTURA POLITICA CATTOLICA.

 

Si tratta di capire come politicamente, e culturalmente, si può affrontare di petto e con coscienza critica la “questione sociale” contemporanea. La storica cultura storica del cattolicesimo sociale, seppur rinnovata ed aggiornata alle domande della società contemporanea, deve uscire dal letargo e dalla pura rimeditazione del passato. Deve trasformarsi, ancora una volta, in iniziativa politica.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, tutti parliamo – giustamente – di bollette care, di povertà crescente, di ceto medio fortemente impoverito, di disuguaglianze spaventose e, soprattutto, di incertezza del futuro e di assenza di speranza. Di fronte ad una situazione francamente difficile e complessa, chi è in grado oggi – al di là della propaganda di rito e della conseguente demagogia – di farsi carico sotto il profilo politico di questo pesante fardello? Ma, soprattutto, chi ha l’armatura culturale, ideale, valoriale e forse anche etica per affrontare di petto questa rinnovata ed inedita “questione sociale?

Noi oggi ci ritroviamo di fronte una sinistra – tradizionalmente il campo politico più funzionale e più gettonato per affrontare e governare l’intera “questione sociale” – che è sostanzialmente divisa in tre tronconi, al di là delle stesse percentuali numeriche.

 

C’è una sinistra populista, trasformista e qualunquista, che è interpretata in modo eccellente dalla nuova veste del partito di Grillo e di Conte, ossia il M5S: una “sinistra per caso”, la potremmo definire, dove la rappresentanza degli interessi varia a seconda delle convenienze del momento. Oggi, per fermarsi all’ultima svolta compiuta, è una sorta di sinistra assistenziale e pauperista. Sino a quando? Non si sa, almeno sino alla prossima piroetta.

 

Poi c’è la storica sinistra massimalista, estremista e tardo comunista. O meglio, una sorta di Democrazia Proletaria aggiornata per la stagione contemporanea. Una esperienza dove la cultura di governo è sostanzialmente estranea, se non per occupare i posti e coprire gli spazi di potere nelle istituzioni. Come è puntualmente capitato anche alle recenti elezioni politiche.

 

In ultimo la sinistra per eccellenza, cioè quella che si identifica nella storica filiera italiana del Pci/Pds/Ds/Pd. La “gauche caviar”, come viene ormai comunemente definita. Si tratta, cioè, dell’ultima esperienza concreta del Partito democratico. Ovvero, parliamo di un partito che interpreta, intercetta ed è votato prevalentemente dai ceti medio alti, dalla media/alta borghesia, dai garantiti e dalla società che sostanzialmente “sta meglio”. Un partito, come dicono gli stessi protagonisti, nonchè i vari istituti demoscopici, radicalmente avulso dalle condizioni concrete in cui vivono i ceti popolari e tutti coloro che non riescono più a condurre una vita normale e dignitosa. Appunto, un partito funzionale agli interessi della zona “ztl” e neanche più realmente rappresentativo di quel mondo alto/borghese. Il resto della sinistra, presente anche alle ultime elezioni, appartiene al mondo dei “gruppettari” e quindi non è degno di nota.

 

Accanto alle varie articolazioni della sinistra contemporanea, non possiamo però dimenticare – come ovvio ed evidente – la tradizione e la cultura della “destra sociale” che storicamente e politicamente nel nostro paese non è mai stata estranea ai temi sociali e che in queste ultime elezioni ha premiato massicciamente il partito di Giorgia Meloni.

 

Ora, però, al di là della descrizione oggettiva di ciò che offre il mercato politico contemporaneo, è indubbio che la cosiddetta “questione sociale” non può essere affrontata in modo saltuario ed approssimativo. È sempre più indispensabile, nonchè necessario al riguardo, recuperare la tradizione, la cultura e la sensibilità di quella che un tempo veniva comunemente definita come la “sinistra sociale”. Seppur in mancanza di leader autorevoli che oggi possono incarnare concretamente quella sensibilità culturale ed ideale e di strumenti, cioè i partiti, che possano farsi carico organicamente di quei problemi e di quelle istanze. A volte drammatiche e sconvolgenti per centinaia di migliaia di persone e relative famiglie.

 

Insomma, si tratta di capire come politicamente, e culturalmente, si può affrontare di petto e con coscienza critica la “questione sociale” contemporanea. Senza improvvisazione, senza dilettantismo e, soprattutto, senza appaltarla a partiti o singoli esponenti politici che non sono affatto attrezzati e muniti di cultura politica per farsi carico di quelle istanze. Per questi motivi la storica cultura del cattolicesimo sociale, seppur rinnovata ed aggiornata alle domande della società contemporanea, deve uscire dal letargo e dalla pura rimeditazione del passato. Deve trasformarsi, ancora una volta, in iniziativa politica. Come era un tempo e come deve diventare oggi. Non per il bene di quella cultura, ma per un futuro dignitoso e più equo della nostra società. Delle persone e delle famiglie.

CARITAS E FONDAZIONE MIGRANTES FOTOGRAFANO LA CONDIZIONE DEGLI OLTRE 5 MILIONI DI CITTADINI STRANIERI REGOLARI.

 

Presentato venerdì 7 ottobre a Roma, presso l’Auditorium della Conferenza episcopale italiana (CEI), il XXXI Rapporto Immigrazione.

Il tema di questanno è stato quello scelto da Papa Francesco per la 108esima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si è celebrata lo scorso 25 settembre: Costruire il futuro con i migranti”.

“Se non si interviene con politiche complessive e unitarie – ha detto nel suo intervento Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, Presidente della Caritas – per colmare le lacune che i dati ci mostrano ormai e da tempo fin troppo chiaramente, avremo perso tutti quanti, come società e paese, la sfida di costruire il nostro futuro”.

Riportiamo di seguito la prima parte della Sintesi del Rapporto, rinviando al link (fondo pagina) per la lettura del testo integrale.

 

Redazione

 

Contesto internazionale

La mobilità internazionale cresce, insieme alle situazioni di vulnerabilità.

 

Il numero di migranti internazionali è stimato in 281 milioni nel 2021 (3,6% della popolazione mondiale), a fronte dei 272 milioni del 2019. Di questi, quasi due terzi sono migranti per lavoro. La principale causa dell’aumento del numero complessivo di persone che si trovano a vivere in un Paese diverso dal proprio sta nell’acuirsi e nel protrarsi del numero di contesti di crisi registrati a livello mondiale, che hanno fatto superare ad inizio 2022 per la prima volta nella storia la soglia di 100 milioni di migranti forzati (con un notevole incremento rispetto agli 89,3 milioni di fine 2021). Significativa anche l’esistenza di circa 345 milioni di persone a grave rischio alimentare, quasi 200 milioni in più rispetto a prima della pandemia. Nell’area del Mediterraneo allargato si registra un incremento della situazione di vulnerabilità della popolazione straniera residente, con pesanti conseguenze sui processi di integrazione dei migranti nei Paesi di destinazione.

 

Contesto italiano

Popolazione straniera in Italia. Segnali di ripresa e opportunità da cogliere.

 

L’attuale edizione del Rapporto Immigrazione è la prima post-pandemia: i dati attestano sia lenti segnali di ripresa sia criticità e fatiche dei cittadini italiani e stranieri, dovute ad una scarsa attenzione delle politiche sociali verso le fasce più fragili della popolazione nel periodo culminante dell’emergenza sanitaria.

 

Fra i segnali incoraggianti troviamo, ad esempio, la ripresa della crescita della popolazione straniera residente in Italia: i dati al 1° gennaio 2022 parlano di 5.193.669 cittadini stranieri regolarmente residenti, cifra che segna una ripresa dallo scorso anno. Nel quadro delle prime 5 regioni di residenza, si conferma il primato della Lombardia, seguita da Lazio, Emilia-Romagna e Veneto, mentre la Toscana sopravanza il Piemonte al 5° posto. Il quadro delle nazionalità rimane sostanzialmente inalterato: fra i residenti prevalgono i rumeni (circa 1.080.000 cittadini, il 20,8% del totale), seguiti, nell’ordine, da albanesi (8,4%), marocchini (8,3%), cinesi (6,4%) e ucraini (4,6%). Sono aumentati anche i cittadini stranieri titolari di permesso di soggiorno (al 1° gennaio 2022 sono 3.921.125, mentre nel 2021 erano attestati sui 3,3 milioni), così come i nuovi permessi di soggiorno rilasciati nell’anno: nel corso del 2021 sono stati 275 mila, +159% rispetto al 2020 (105.700); in particolare si è registrata un’impennata dei motivi di lavoro, certamente come esito della procedura di sanatoria varata dal governo nel 2020. Anche i provvedimenti di cittadinanza hanno segnato una certa crescita: sono stati 118 mila nel 2020, ovvero un +4% dall’anno precedente.

 

Secondo le stime dell’Istat, nel 2021 le famiglie con almeno un componente straniero sarebbero il 9,5% del totale (ovvero 2.400.000); di queste 1 su 4 è mista (con componenti sia italiani che stranieri) e 3 su 4 hanno componenti tutti stranieri. Rispetto alle diverse tipologie delle famiglie, quelle unipersonali (composte da single/vedovi/separati/ divorziati) è per i cittadini stranieri leggermente più elevata che per gli italiani (34,7% contro 33,4%) ed è più cospicua anche la tipologia di coppia con figli conviventi senza altre persone (36,6% per i cittadini stranieri e 31,0% fra gli italiani). Rispetto ai ragazzi italiani è più alta di oltre 4 punti percentuali la quota di minori stranieri che vivono solo con la madre, mentre è più bassa la quota di quelli che vive con entrambi i genitori o solo con il padre.

 

In generale la popolazione straniera ha una struttura più giovane di quella italiana: ragazze e ragazzi con meno di 18 anni rappresentano circa il 20% della popolazione e per ogni anziano (65 anni o più) ci sono più di 3 giovanissimi di età compresa fra gli 0 e i 14 anni. I ragazzi nati in Italia da genitori stranieri (“seconde generazioni” in senso stretto) sono oltre 1 milione e di questi il 22,7% ha acquisito la cittadinanza italiana; se ad essi aggiungiamo i nati all’estero, la compagine dei minori stranieri (fra nati in Italia, nati all’estero e naturalizzati) supera quota 1.300.000 e arriva a rappresentare il 13,0% del totale della popolazione residente in Italia con meno di 18 anni.

 

Si è assistito nell’ultimo anno anche al preoccupante aumento del numero dei minori stranieri non accompagnati, arrivati nell’aprile del 2022 a 14.025, certamente anche per effetto della guerra in Ucraina, da cui proviene il 28% circa del totale. Il 46,4% dei giovani stranieri si dichiara molto o abbastanza preoccupato per il futuro: i timori riguardano principalmente la guerra, la povertà o il peggioramento delle condizioni economiche. Emerge altresì che i giovani stranieri (e le ragazze più dei ragazzi) sognano un futuro in altri Paesi molto più dei coetanei italiani (59% contro il 42%). Il quadro socio-anagrafico si presenta dunque per diversi aspetti preoccupante e pone l’urgenza di politiche che potenzino efficacemente le opportunità da offrire ai ragazzi stranieri, anche per non disperdere il potenziale prezioso che rappresentano per un’Italia sempre più vecchia.

 

Leggi il testo completo

https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/sintesi_XXXI_rapp_immigrazione.pdf

IL PRIMO GOVERNO DI DESTRA DEL SECONDO DOPOGUERRA. COSA ASPETTARSI? LA “LETTERA” DI COTTA.

 

“Che cosa è la Lettera quindicinale?”. Dice Maurizio Cotta a proposito della sua proposta di comunicazione: “Molto semplicemente lo sguardo, sperabilmente abbastanza oggettivo, di un osservatore su realtà politiche che gli pare debbano essere seguite con attenzione. Buona lettura!”.

Della Lettera pubblichiamo, con il consenso dell’autore,  lo stralcio della prima parte (Numero zero, ottobre 2022).

 

Maurizio Cotta

 

Non è ovviamente privo di interesse (e magari di preoccupazione) osservare il formarsi e poi i primi passi del governo che sarà guidato e dominato da quello che generalmente si considera il partito più a destra (sul punto però qualche ulteriore riflessione sarà necessaria) del sistema politico italiano. Certamente un inedito nella storia repubblicana.

 

Per il momento, a governo non ancora formato, più che di valutazioni è tempo di domande. E queste riguardano, in generale, come il futuro governo saprà affrontare i nodi critici che si pongono in questo momento per l’Italia (e l’Europa in generale), ma anche più specificamente che cosa potrebbe voler dire (e in quali campi) un governo guidato dalla destra.

 

Per semplificare potremmo delineare una scala di livelli di libertà di scelta per il nuovo governo. Le questioni di politica internazionale “calda”, dunque la guerra in Ucraina, sono quelle nelle quali il governo avrà il minore margine di manovra. Se le cose continuano così, sul campo e nelle sedi decisionali occidentali, sarebbe assai difficile per il nuovo governo spostarsi da un chiaro “allineamento euro-atlantico” e, nonostante le sbavature dei suoi alleati, Meloni ha già espresso con tutta chiarezza questa posizione (d’altra parte il suo alleato principale sulla scena europea, il PIS al governo in Polonia, è fermissimo su questa linea).

 

Sui temi europei cruciali quali il PNRR e la disciplina di bilancio i margini di libertà sono solo lievemente maggiori, ma anche qui non ci dobbiamo aspettare grandi movimenti perché i rischi per l’Italia sarebbero troppo consistenti. Su altre politiche europee ci sarebbe in teoria maggiore spazio di autonomia, ma nei fatti il governo Meloni dovrà faticare a ottenere ascolto a Bruxelles perché non potrà certo vantare il prestigio che Draghi aveva presso Francia e Germania e il suo partito di riferimento a livello europeo (i Conservatori) non ha certo il peso del PPE, dei Socialisti o del Renew Europe. Su alcune questioni non decisive potrebbe far comodo, ad uso interno, al governo presentarsi come il difensore intransigente degli interessi nazionali additando Bruxelles come il “nemico”….. ma con cautela.

 

Se ci spostiamo verso politiche più decisamente nazionali si aprono, almeno in teoria, per il governo maggiori spazi di scelta. In alcuni di questi ambiti i partiti della coalizione hanno espresso proposte- bandiera assai nette: pensiamo alla richiesta della Lega di abolire “la Fornero” o di introdurre la

 

cosiddetta flat tax (che proprio flat non è..), di Forza Italia di aumentare le pensioni minime, o il forte controllo dell’emigrazione e l’elezione diretta del Capo dello Stato proposti da Fratelli d’Italia ma anche dagli altri partiti. É presumibile che su alcuni di questi temi i partiti del nuovo governo vogliano prendere iniziative anche per accontentare il loro elettorato più identitario. Naturalmente alcune di queste richieste (in specie in materia fiscale e pensionistica) andrebbero ad incidere anche pesantemente sugli equilibri di bilancio e per questa via si ricollegano ai vincoli europei (a meno che non si tagli decisamente da altre parti). Gli spazi di manovra potrebbero essere nei fatti piuttosto limitati. Tanto più che contemporaneamente il governo dovrà provvedere alle urgenze prodotte dai costi dell’energia e dall’inflazione.

 

Più libertà d’azione il governo lo avrà invece su questioni che non toccano i bilanci e hanno valenza simbolica. Un esempio ovvio potrebbe essere una mossa sul “presidenzialismo” o, per esser più precisi, sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica (le due cose non sono proprio la stessa). Senza entrare qui sul significato vero di una misura del genere, si può facilmente rimarcare che questo tema potrebbe offrire il destro alle opposizioni di condurre una vigorosa campagna contro il governo evocando i pericoli (fondati o infondati che siano) di una deriva autoritaria del governo, anche richiamando le radici lontane del suo partito maggiore, e renderebbe difficile perseguire la strada di una approvazione a larga maggioranza della riforma costituzionale. Ma le riforme a maggioranza semplice non sono state in passato molto fortunate….

Interrogativi importanti riguardano anche la qualità della classe dirigente che Fratelli d’Italia, per la prima volta in prima fila nel governo, saprà metter in campo. Ricordando sempre che in UE i ministri nazionali sono anche costantemente impegnati sulla non facile scena europea.

 

Le domande sono dunque non poche e richiederanno una osservazione attenta dell’azione del governo, senza trascurare i comportamenti delle opposizioni che per un po’ saranno in cerca di nuovi equilibri.

 

 

 

Maurizio Cotta è professore emerito di scienza politica nell’università di Siena. Le sue ricerche si sono concentrate sullo studio delle elite politiche, delle istituzioni di governo e del sistema politico dell’Unione Europea. Sta scrivendo il libro “EU in turbulent times”.

UN PARLAMENTO «DI EMERGENZA E DI SPERANZA». LINEE DI RIFLESSIONE DELL’AZIONE CATTOLICA.

 

Continua il lavoro dellAc per accompagnare le persone in questa complessa fase politica, sociale ed economica. Il nuovo Parlamento assuma un ruolo centrale su tre parole-chiave: pace, ascolto, partecipazione.

 

Marco Iasevoli

 

In questa delicata e complessa campagna elettorale, intenso è stato lo sforzo dell’Azione cattolica per accompagnare soci e simpatizzanti, e chiunque fosse in cerca di piccole rotte da seguire, offrendo alcune note di politica per approfondire i temi e le modalità dell’appuntamento elettorale. In particolare, per la forte sensazione di solitudine in cui questo impegno si è svolto – solitudine che dovrebbe interrogare tanti –, ha assunto quasi il significato di una provocazione la campagna contro l’astensionismo, che ha visto soprattutto i giovani motivati protagonisti.

 

Il tempo successivo al voto certo non è meno importante. Anzi. Già la scorsa settimana la rivista Dialoghi  e la Presidenza nazionale hanno promosso un importante appuntamento di riflessione e discernimento a Spello, in cui sono state messe a fuoco le sfide attuali delle nostre democrazie. Anche il prossimo numero di Segno nel mondo, il periodico dei giovani e degli adulti di Ac, avrà un ricco dossier sulla legislatura che inizia, con un’ampia intervista al presidente nazionale Giuseppe Notarstefano. Una riflessione che proseguirà nell’approfondimento che Dialoghi  farà nei prossimi mesi e che costituirà un’ulteriore piattaforma di approfondimento formativo e associativo.

 

Ac, messe a fuoco le sfide attuali delle nostre democrazie

 

Ma capire cosa è successo, e cosa potrebbe succedere nel breve e nel medio periodo, è esercizio che attraversa tutta la vita dell’associazione e riguarda tutti: dai gruppi parrocchiali ai Consigli diocesani. E tanti soci si sentono personalmente mobilitati da questa fase oggettivamente straordinaria della vita del Paese. La stessa ripartenza della vita associativa lungo tutta la Penisola, proprio in questi giorni, non è estranea al momento che viviamo: ne riflette le preoccupazioni, le aspettative, ne riflette sia l’irrequietezza sia il desiderio di darsi da fare quasi a testa bassa, senza stare lì a fare calcoli. “Tempo di emergenze e di speranze”, sintetizza efficacemente proprio la rivista Dialoghi.

 

Per questo motivo, a pochi giorni dall’insediamento del nuovo Parlamento, dell’istituzione più importante e centrale della nostra democrazia, ciò che l’associazione mette sul tavolo non è l’ennesima lista di cose da fare. Si tratta piuttosto di ritrovare insieme le ragioni e i fondamenti essenziali e “costituenti” che animano la nostra democrazia, riconoscendo la centralità della dialettica parlamentare oltre che l’efficacia o meno dell’azione di governo, nella consapevolezza che entrambe le istituzioni, Parlamento e governo, agiscono in costante riferimento alle istituzioni comunitarie e alla condivisione della visione europea. E si tratta, sopra ogni cosa, di comprendere a fondo il duplice sentimento in cui oscilla il Paese: viviamo come se l’emergenza attanagliasse ogni secondo delle nostre giornate; al contempo viviamo con la ferma certezza che ne verremo fuori mettendo ciascuno il suo.

 

Valorizzare il contributo che tanti vogliono dare

 

Chiuse le feroci polemiche pre-elettorali, il nuovo Parlamento ha un compito che prescinde posizioni di parte: provare sincera empatia con questi due moti dell’anima collettiva del Paese. E quindi non dire solo a chiacchiere di comprendere quanto la gente stia soffrendo, ma di andare a vedere e toccare con mano sofferenze materiali e immateriali in cui milioni di nostri concittadini stanno provando, va detto crudamente, a sopravvivere (e il nuovo aumento delle bollette non potrà che acuire e allargare la fascia della fragilità socio-economica). Allo stesso tempo, compito del nuovo Parlamento è fare leva su questo desiderio di venirne fuori, valorizzare sul serio e non solo nei convegni il contributo che tanti vogliono dare generosamente e senza essere strumentalizzati dalla politica: ascoltare davvero e animare quel “terzo pilastro” rappresentato dai corpi intermedi di cui il nostro Paese è davvero ancora molto ricco. Questo Parlamento di un’era pandemica e bellica esca dalle dorate stanze per vedere come si sopravvive anche in case insospettabili. E allo stesso tempo faccia entrare tutte le istanze reali e concrete della società dentro dibattiti, confronti e decisioni, perché una politica autoreferenziale è destinata a fallire sia nell’affrontare le emergenze sia nel sostenere le speranze.

 

Marco Iasevoli, giornalista politico di “Avvenire” e direttore di “Segno nel mondo”.

 

 

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https://azionecattolica.it/un-parlamento-di-emergenza-e-di-speranza/

AFRICA IN TUMULTO. SPAZI DI COMPETIZIONE E NUOVI RISCHI PER LE POPOLAZIONI AUTOCTONE.

 

LAfrica è ricca di commodity dogni genere, fonti energetiche in primis, che in tempi di recessione economica globale e di manifesta crisi del multilateralismo politico ed economico, rappresentano un fattore destabilizzante, a dir poco letale. È interesse dellEuropa guardare al continente africano non solo per opportunità in considerazione della devastante crisi energetica scatenata dalla speculazione finanziaria. Come ai tempi della Guerra fredda, i paesi africani rischiano non solo di divenire spazi di competizione tra Oriente e Occidente, ma teatri dove a pagare il prezzo più alto saranno le popolazioni autoctone.

 

Giulio Albanese

 

Le divisioni determinate a livello globale a seguito della crisi armata che insanguina l’Europa orientale stanno manifestandosi sempre più anche nell’Africa subsahariana.

 

È proprio di questi giorni la dichiarazione di Vedant Patel, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, il quale ha messo in guardia la nuova giunta al potere in Burkina Faso dai rischi di un’alleanza con la Russia, il cui gruppo paramilitare Wagner ha mostrato un forte sostegno agli autori dell’ultimo colpo di stato. Infatti, la sera del 30 settembre scorso è stato deposto il precedente leader golpista, il tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, salito al potere lo scorso gennaio, con l’accusa di non aver mantenuto la promessa di reprimere l’insurrezione islamista che attanaglia il Burkina Faso dal 2015. Al suo posto si è insediato il trentaquattrenne capitano Ibrahim Traoré. Classe 1988, è di fatto il più giovane capo di stato africano, precedendo anagraficamente altri due leader golpisti: il colonnello guineano Mamady Doumbouya, classe 1981, e il colonnello maliano Assimi Goïta, classe 1983. Da rilevare che a seguito dell’ascesa al potere di Traoré, il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Viktorovich Prigozhin, ha annunciato in un post sui social network di sostenere il capitano Ibrahim Traoré e i suoi uomini, che «hanno fatto ciò che era necessario (…) per il bene del loro popolo». Motivo per cui gli Stati Uniti, attraverso il portavoce del Dipartimento di Stato, hanno espresso preoccupazione per quanto sta avvenendo in Burkina Faso: «I Paesi in cui è stato schierato il gruppo [Wagner] sono lasciati indeboliti e meno sicuri, e lo abbiamo visto in diversi casi solo in Africa», precisando che occorre evitare un ulteriore deterioramento della situazione nel Paese saheliano: «Condanniamo qualsiasi tentativo di peggiorare l’attuale situazione in Burkina Faso e incoraggiamo vivamente il nuovo governo di transizione ad aderire al calendario concordato per il ritorno a un governo civile democraticamente eletto», ha aggiunto.

 

Non è un caso se martedì 4 ottobre alcune decine di manifestanti sono scesi in piazza nella capitale burkinabé Ouagadougou, scandendo slogan a favore della Russia e critici nei confronti della ex potenza coloniale francese. Durante il suo breve periodo al potere, il tenente colonnello Damiba non è riuscito a contrastare efficacemente i militanti islamisti i quali si sono impadroniti di vaste aree rurali, circondando in molti casi i centri abitati e lasciando ai militari burkinabé il controllo di solo il 60 per cento del Paese, secondo alcune stime della società civile. Il colpo di stato comandato da Traoré è l’ultimo di una lunga serie che da un paio d’anni interessano l’Africa subasahariana, dal Mali alla Guinea, dal Sudan al Burkina Faso, per non parlare della controversa morte del presidente ciadiano Idris Déby e dell’investitura del figlio Mahamat. È evidente che in un contesto planetario in cui l’attenzione dei grandi player internazionali è concentrata sulla guerra russo-ucraina, quanto sta avvenendo nel continente africano passa inevitabilmente in secondo piano.

 

Eppure la posta in gioco è alta in quanto la guerra che sta insanguinando l’Ucraina è in qualche modo rivelatrice di una dinamica in corso già da tempo in tutto il continente africano. Una dinamica — è bene precisarlo — che probabilmente è stata sottovalutata per gli effetti che potrebbe avere sugli equilibri internazionali. Occorre infatti considerare che l’Africa è ricca di commodity d’ogni genere, fonti energetiche in primis, che in tempi di recessione economica globale e di manifesta crisi del multilateralismo politico ed economico, rappresentano un fattore destabilizzante, a dir poco letale. A parte la presenza di Wagner in Libia, quello che il governo di Mosca ha portato avanti nei Paesi della macroregione subsahariana si identifica oggi, in molti casi, come supporto spiccatamente militare nei vari teatri di crisi, come nel caso della Repubblica Centrafricana o del Mali.

 

In gergo tecnico si tratta di una sorta di «conflict management» spesso criticato negli ambienti diplomatici ma anche nei circoli della società civile in quanto anziché favorire politiche negoziali, le ostacola, minacciando non solo il raggiungimento di una stabilità in questi contesti, ma anche gli interessi occidentali. Secondo Human Rights Watch (Hrw), nei mesi scorsi, «Il governo di transizione ha sempre più limitato la missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, la Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite nel Paese. Ha escluso le forze di pace dalle aree in cui le forze governative erano coinvolte in operazioni abusive, come la città di Moura, dove Human Rights Watch ha documentato gravi abusi a marzo da parte dell’esercito maliano e di soldati stranieri identificati come combattenti russi» (https://www.hrw.org/news/2022/08/09/mali-rights-reforms-crucial-civilian-rule). Le autorità russe hanno naturalmente sempre respinto queste accuse, stigmatizzando invece le ingerenze di matrice neocoloniale in Africa. È bene rammentare che Sergei Lavrov, ministro degli esteri russo, ha ribadito in più circostanze la posizione ufficiale di Mosca secondo cui Wagner «non ha nulla a che fare con lo Stato russo». Una cosa è certa: come ai tempi della Guerra fredda, i paesi africani rischiano non solo di divenire spazi di competizione tra Oriente e Occidente, ma teatri dove a pagare il prezzo più alto saranno le popolazioni autoctone. In ogni caso, qualsiasi potrà essere la portata delle azioni militari e diplomatiche russe nella macroregione, quello che appare evidente è che, almeno per il momento, le prospettive di cooperazione tra russi e attori occidentali sono compromesse.

 

Occorre comunque evidenziare, stando a fonti diplomatiche, che in questi ultimi mesi alcuni contingenti della Wagner sarebbero stati ritirati da alcune zone operative africane per dare manforte all’esercito russo impegnato in Ucraina. Rimane il fatto che di fronte a questo scenario africano, non deve venire meno il dialogo diplomatico dell’Occidente con il Cremlino, non solo in riferimento alla guerra russo-ucraina, ma anche in riferimento alle crisi in atto nell’Africa subsahariana; un dialogo che è sì difficile, ma indispensabile.

 

È impossibile fare previsioni guardando al futuro, visto il perdurare delle forti tensioni tra i Paesi occidentali e la Russia, ciò non toglie che è interesse dell’Europa guardare all’Africa non solo per opportunità in considerazione della devastante crisi energetica scatenata dalla speculazione finanziaria. Gli interrogativi posti dalla presenza di formazioni jihadiste nella fascia saheliana, nel Corno d’Africa e addirittura nel nord del Mozambico contribuiscono a definire un quadro macroregionale aleatorio e volatile, dove i movimenti islamisti insediati nelle zone rurali sono pronti a capitalizzare la rabbia popolare e rilanciare la loro sfida ai sistemi di potere in carica.

 

Inoltre, l’onda lunga della crisi pandemica e le incertezze sulla ripresa post-pandemia rischiano di prolungare il malcontento pregiudicando l’agognato riscatto, all’insegna della sicurezza e dello sviluppo. Scenari di povertà, conflitto ed alienazione così profondi, dove la migrazione come via di fuga o l’adesione alla militanza violenta sembrano essere le uniche alternative possibili, richiedono una maggiore assunzione di responsabilità da parte di tutti.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romamo – 7 ottobre 2022

(Articolo riprodotto per gentile concessione

QUELLA RETORICA FINTAMENTE PATRIOTTICA. GIORGIA MELONI TRA EUROPEISMO E NAZIONALISMO.

 

La campagna elettorale della Meloni si è snodata, con qualche abilità e qualche ambiguità, navigando tra questi due scogli.

 

Marco Follini

 

Sarà la politica tedesca a stabilire il grado di europeismo del governo italiano che verrà. Infatti, la decisione di Berlino di fare a modo suo sul fronte dell’energia costringerà Giorgia Meloni a decidere a sua volta se accodarsi al sovranismo altrui o invocare la prevalenza del diritto europeo sui calcoli (e gli egoismi) nazionali.

 

Non è questione da poco, come tutti intendono. Infatti la campagna elettorale della Meloni si è snodata, con qualche abilità e qualche ambiguità, navigando tra questi due scogli. Da un lato un malcelato nazionalismo (la “pacchia” di cui si annunciava la fine). Dall’altro una vaga consapevolezza, mai troppo visibile, del fatto che il nostro Paese avrebbe ben poche possibilità di contare mettendosi contro l’Europa che conta. Cosa che la retorica patriottarda fa finta di non accettare più di tanto ma a cui poi il realismo strategico consiglia di adeguarsi.

 

Ora è evidente che a questo punto Meloni può far finta di apprezzare che il governo tedesco, forte della sua maggior forza, faccia di testa sua. Un po’ come la destra italiana ha suggerito di fare o di minacciare tante altre volte. Ma è ancor più evidente che il nostro interesse nazionale richiede all’opposto che nessuno si distanzi dal concerto europeo. Andare in ordine sparso su argomenti così delicati vorrebbe dire infatti esporci – noi più di tutti – al maggior rischio.

 

Il bivio sta lì. Tra una retorica fintamente patriottica che rischia di far danno al paese. E una scelta europeistica che archivia quella retorica con saggezza e lungimiranza.

 

 

Fonte: La Voce del popolo – 6 ottobre 2022

(Articolo riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale della Diocesi di Brescia. Il titolo differisce in parte dall’originale).

I CATTOLICI, IL CENTRO E IL TERZO POLO: ADESSO SERVE UN’INIZIATIVA POLITICA.

 

Occorre che il Centro sia realmente il luogo politico in grado di dispiegare unazione decisiva ai fini della costruzione dei futuri equilibri politici. A riguardo, lapporto della tradizione cattolico popolare e sociale diventa, adesso, decisiva.

 

Giorgio Merlo

 

Il tema del ruolo politico del Centro – e, di conseguenza, di una politica di centro – nel nostro paese, la funzione dei cattolici popolari e sociali e l’esperienza del recente “terzo polo” sono elementi che si intrecciano l’un l’altro e che adesso, però, richiedono un salto di qualità. Mi spiego meglio.

 

Se il “bipolarismo selvaggio” che ha caratterizzato la dialettica politica italiana in questi ultimi anni si è rivelato uno schema inadeguato e profondamente sbagliato, è sempre più necessario far scendere in campo un Centro politico che sappia reintrodurre nella cittadella politica italiana contemporanea quegli istituti che storicamente hanno arricchito la “qualità” della nostra democrazia. E, al contempo, è anche giunto il momento affinchè i cattolici popolari, sociali e democratici battano un colpo. Non si tratta di organizzare la classica “corrente” identitaria di vecchio conio all’interno di questo contenitore politico ed elettorale. Molto più semplicemente, è proprio l’area cattolico popolare e cattolico sociale che si deve riappropriare della categoria del Centro politico, di comune accordo – come ovvio e scontato – con altri filoni ideali e culturali.

 

Del resto, per fermarsi ai due principali leader di questo futuro soggetto politico, se Calenda interpreta naturalmente la cultura liberale, laica, repubblicana e tardo azionista è indubbio che il profilo culturale di Renzi è molto diverso in quanto proviene dalla tradizione popolare e cattolico democratico. Ma, al di là delle singole provenienze culturali dei vari leader, è quanto mai importante che proprio in uno spazio di centro l’area cattolico popolare e sociale abbia un ruolo. E questo perchè in un partito che si candida a svolgere un ruolo importante nella cittadella politica italiana e con un consenso significativo, il suo profilo culturale può non essere “plurale”. Ed è nella pluralità che quest’area culturale può apportare un contributo di qualità all’elaborazione dello stesso progetto complessivo del partito.

 

Ora, credo sia giunto il momento per attivare una iniziativa e far sì che il Centro sia realmente il luogo politico in grado di dispiegare un’azione decisiva ai fini della costruzione dei futuri equilibri politici. Se le due coalizioni maggioritarie difficilmente potranno reggere di fronte alle difficoltà straordinarie che si prospettano all’orizzonte per il nostro paese, è giocoforza che sia proprio il Centro che possa svolgere un ruolo politico decisivo ai fini dell’efficacia della stessa azione di governo. Purchè sia un luogo politico plurale da un lato e, soprattutto, che svolga un ruolo determinante per la costruzione degli equilibri politici complessivi. Sotto questo versante è indubbio che molto dipenderà da come si costruisce il profilo politico del futuro partito e, nello specifico, dalle radici culturali del suo progetto politico.

 

Ecco perchè l’apporto della tradizione cattolico popolare e sociale diventa, adesso, decisiva. E, al riguardo, è indispensabile attivare una iniziativa politica finalizzata a centrare un obiettivo che da troppo tempo è atteso nel nostro paese e che non è più stato dispiegato nella sua interezza ed organicità dopo la fine della prima repubblica e il tramonto prima del Ppi e poi della Margherita.

 

 

CE LA FARÀ IL PD? OGGI LA DIREZIONE NAZIONALE AVVIA IL DIBATTITO IN VISTA DEL CONGRESSO.

Il rischio rimane quello di un dibattito nominalistico, fatalmente rovinoso, senza una chiara direttrice di marcia. Torna la critica di D’Alema sulla

 

Cristian Coriolano

La direzione nazionale del Pd avrà il compito stamane di frenare la spinta verso un congresso vampirizzato dal fatuo leaderismo che sembra dominare il confronto interno. È inevitabile, secondo logica, che Letta sia invitato a gestire con la dovuta calma una transizione a dir poco complicata. La richiesta di Base Riformista, tutta protesa invece ad imprimere un ritmo più accelerato alle operazioni congressuali, sconta il limite di una certa povertà di argomentazione. Il rischio rimane quello di un dibattito nominalistico, fatalmente rovinoso, senza una chiara direttrice di marcia. Finora si è cercato di nascondere il problema, per un verso o per l’altro relativo alle alleanze, con il liturgico appello alla riscoperta o alla ridefinizione dell’identità. Ma qual è l’identità di un partito che è sorto, all’opposto, con l’idea di liquidare le formule identitarie del Novecento?

 

Ieri D’Alema nella sua intervista al Fatto Quotidiano, al solito intelligente e velenosa, ha riconfermato la critica all’astrattezza di una scelta che ha preteso di forzare l’evoluzione del centro sinistra dando vita all’inglobante del nuovo riformismo post guerra fredda. Al contrario, sarebbe stato meglio tenere distinte due formazioni, una di matrice socialista e l’altra di orientamento cattolico progressista. Una tesi, si dirà, che D’Alema ha sempre sostenuto; ma non certo una tesi che per questo possa dirsi infondata, se i risultati elettorali del 25 settembre evidenziano il forte restringimento delle basi di consenso del “partito unico del riformismo”. Insomma, D’Alema può aver anche torto, ma a questo suo torto va opposta una ragione convincente.

 

Sta di fatto che il dilemma esiste e pesa enormemente. Non si può non osservare, infatti, quanto il Pd sia vittima di se stesso, ovvero della sua fluidità di genere, per stare al gergo dell’attualità. Indovinare la via d’uscita dalla crisi equivale a pensare la definizione di una identità condivisa, pena l’usura del criterio fondativo del partito e quindi delle sue aspettative presenti e future. Serve un dibattito serio, perciò con tempi adeguati alla serietà dei problemi in gioco. C’è la farà il Pd? Chi se lo augura, pur non essendo del Pd, ha a cuore il bene del Paese..

IL TEOREMA KADYROV: LA GUERRA FINO ALLE ESTREME CONSEGUENZE, NON ESCLUSA L’ATOMICA.

Forte di migliaia e migliaia di follower, sedicente perseguitato dalle sanzioni dell’Occidente, il leader ceceno diventa il riferimento di tutti coloro che – negando qualsiasi tentativo di giungere ad un accordo diplomatico – vedono nell’uso della forza e segnatamente nel ricorso alle armi nucleari l’unica scelta obbligata per proseguire il conflitto bellico fino alle conseguenze più estreme, giocando il tutto per tutto. Intanto il terrore resta sullo sfondo e corre sul filo delle minacce e delle incognite.

Francesco Provinciali

 

Mentre prosegue la controffensiva ucraina che recupera numerosi villaggi, si riprende Lyman e sfonda il fronte di Kherson, le cancellerie delle capitali europee convocano gli ambasciatori russi per formalizzare il mancato riconoscimento delle annessioni delle autoproclamate Repubbliche popolari di Luhans’k e Donetsk e le regioni di Zaporizhzhya e – appunto – Kherson, a seguito della farsa dei referendum a cui sono state chiamate le popolazioni di quei territori sotto la minaccia delle armi. “Il popolo ha fatto la sua scelta, una scelta netta. Non c’è niente di più forte della volontà di milioni di persone”, ha detto Putin, aprendo al Cremlino la cerimonia per la firma dei trattati. Poi ha chiesto un minuto di silenzio per quelli che ha definito gli “eroi” che combattono in Ucraina e per le “vittime delle azioni terroristiche di Kyiv”: “gli abitanti del Donbass vittime di attacchi da parte del regime di Kyiv” e tutti i filorussi d’Ucraina che hanno combattuto “per la loro nazione”. “Voglio che mi sentano a Kyiv e in Occidente: le persone che vivono nel Luhans’k, nel Donetsk, a Kherson e Zaporizhzhya sono nostri cittadini per sempre”.

 

Lo Zar prosegue la sua scellerata ‘mobilitazione parziale’, in realtà sempre più una guerra feroce che mette in conto atrocità e devastazioni, veri e propri eccidi di civili senza riguardo per donne, anziani  e bambini (secondo l’agenzia Ukrinform dall’inizio del conflitto sono stati uccisi 416 minori e ne sono stati feriti 784 mentre 240 mila sono stati deportati in Russia e di loro si è persa ogni traccia), sempre più infarcita di menzogne e minacce, con la chiamata alle armi dei riservisti e una movimentazione che adombra lo spettro del ricorso all’uso del nucleare. Intanto fa scivolare nei mari artici il sottomarino a propulsione nucleare K-329 Belgorod lungo 184 metri, largo 15 e con una potenziale autonomia sott’acqua di 120 gg, capace di scendere fino a mille metri e per questo di fatto praticamente inintercettabile.

 

Secondo la NATO esiste il sospetto che la sua vera missione sia di testare il missile-siluro Poseidon, capace di lanciare testate nucleari a diecimila km di distanza. Intanto sul sabotaggio del gasdotto Nord Stream (inizialmente attribuito al sommergibile ma finora senza prove) la Svezia e la Norvegia lanciano un allarme: “La fuga di gas non si è fermata, ma è aumentata”, come le immagini televisive peraltro riportano in tutto il mondo. Esce nel frattempo alla ribalta il leader ceceno e luogotenente di Putin, Ramzan Kadyrov, accusato da anni di atrocità e violazione dei diritti umani, sanzionato da USA e UE. Noto per la sua ferocia e per l’odio verso l’Occidente ma per questo benedetto dal Patriarca Kirill (secondo cui “morire in guerra equivale a togliere tutti i peccati commessi: chi muore per la patria va in paradiso”): lui, ben oltre Putin, Medvedev, Lavrov, Peskov e Lukashenko, rappresenta il frontman dell’ala più intransigente, ortodossa e dottrinale, ancora più feroce e ultimativa della linea ufficiale del Cremlino, tanto da diventare un alleato scomodo e oltranzista per Mosca.

 

 

Kadyrov critica i generali russi finora movimentati sul campo e ne chiede la rimozione per inerzia e scarsa determinazione: come prova della sua posizione intransigente e totalitaria, per una guerra senza remore umanitarie, manda al fronte i suoi tre figli minori Akhmat, Eli e Adam rispettivamente di 16, 15 e 14 anni. In realtà Kadyrov muove un attacco senza precedenti nei confronti dell’esercito regolare e quindi miratamente al ministro della Difesa Sergei Shoigu e al capo di stato maggiore Valerij Gerasimov, rappresentando il grosso delle milizie irregolari insieme ai mercenari prezzolati della brigata Wagner al comando di Evgenij Prigozhin. Ed è con lui che Kadyrov sta tessendo una tela ostile a Shojgu avendo come obiettivo di convincere Putin a desautorarlo per mettere al suo posto Aleksej Djumin, governatore di Tula ed ex guardia del corpo dello Zar. Mandando a combattere i suoi tre figli minori Kadyrov mette in campo la sua credibilità personale, disposto a rischiare un sacrificio familiare per onorare l’alleanza con Mosca e aderire ai sermoni visionari e sanguinari dell’onnipotente patriarca Kirill.

 

Ma sono le sue manovre di infiltrazione e convincimento rivolte al Cremlino per adottare una linea dura, intransigente e spietata che preveda l’uso tattico dell’atomica che stanno spingendo Putin a scelte estreme, per non essere sorpassato in quanto a efferata e sorda determinazione. Kadyrov gioca anche la carta dell’ironia per accreditarsi come esponente della linea più oltranzista: “A proposito, forse vogliono fare un film sul terribile Ramzan Kadyrov a Hollywood? Sono pronto per interpretare il ruolo principale”, ha detto Kadyrov secondo la Tass. Forte di migliaia e migliaia di follower, sedicente perseguitato dalle sanzioni dell’Occidente, il leader ceceno diventa il riferimento di tutti coloro che – negando qualsiasi tentativo di giungere ad un accordo diplomatico – vedono nell’uso della forza e segnatamente nel ricorso alle armi nucleari l’unica scelta obbligata per proseguire il conflitto bellico fino alle conseguenze più estreme, giocando il tutto per tutto (mentre da Mosca il portavoce di Putin – Dmitry Peskov – si affretta a smentire l’immediatezza di tale passo: “La Russia non intende prender parte alla retorica nucleare alimentata dai media occidentali”, come dire che la tattica russa del temporeggiare contempla il colpo alla botte e quello al cerchio). Nel frattempo – lo ha annunciato lo stesso Kadyrov sul suo canale Telegram – il leader ceceno è stato insignito da Putin del grado di colonnello generale: “Voglio condividere con voi una buona notizia. Il Presidente della Russia mi ha conferito il grado di colonnello generale, con decreto n.°709 e si è congratulato con me”.

 

Intanto il terrore resta sullo sfondo e corre sul filo delle minacce e delle incognite: mentre gli USA dipingono Putin come un pugile suonato all’angolo del ring, il consiglio comunale di Kyiv riferisce che sta fornendo ai centri di evacuazione le pillole a base di ioduro di potassio, nel timore di un eventuale attacco nucleare alla capitale ucraina. E di pastiglie di iodio si comincia a parlare – sommessamente – anche fuori dai confini del Paese.

DIALOGO CON L’OPPOSIZIONE RIFORMISTA: I DEMOCRATICI CRISTIANI NON POSSONO FARE DA SGABELLO ALLA DESTRA.

Ridursi al ruolo di valvassini della destra se può garantire, come a Cesa e De Poli, il galleggiamento politico, ora di qua e ora di là dei collegi elettorali sicuri, non può essere il progetto politico del partito che intende collegarsi alla storia del popolarismo sturziano e della DC di De Gasperi, Fanfani, Moro, Zaccagnini, Marcora e Donat Cattin.

 

Ettore Bonalberti

 

Dopo il voto settembrino è nata una maggioranza articolata e scomposta, insieme a tre opposizioni: quella più numerosa del PD che, con il congresso avviato, è alla ricerca della sua identità; una di tipo populista, guidata da Conte col M5S e una di tipo liberal democratica riformista rappresentata dal terzo polo di Calenda e Renzi.

 

Noi DC sopravvissuti alla lunga stagione della diaspora (1992-2022) viviamo una fase particolarmente difficile, nella quale emergono due posizioni ben distinte: quella di coloro che hanno condiviso la scelta di Totò Cuffaro che, in Sicilia, ha scelto l’alleanza con la destra, e quella di coloro che come me, sono rimasti coerenti con la scelta per un centro politico nuovo democratico, popolare,liberale, riformista, euro-atlantista, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità.

 

Ora il partito, alla vigilia del congresso nazionale, si trova a un bivio: confermare la scelta siciliana per aderire a un’alleanza con la destra italiana, oppure riprendere il dialogo con i parlamentari del Terzo Polo disponibili a concorrere alla costruzione del nuovo centro della politica italiana. Considero la scelta a destra del partito errata e contraria a tutta la storia politica e culturale dei cattolici democratici e cristiano sociali di cui, in questi dieci anni ( 2012-2022), ci siamo considerati legittimi eredi. Una scelta tanto più improponibile da realizzare con amici come i sopravvissuti dell’UDC, i quali, come ha ben scritto Carmagnola, in tutti questi anni hanno “abusato” dell’utilizzo del nostro glorioso simbolo scudo crociato per esclusiva rendita politica personale, spostandosi ora dalla parte di Forza Italia, ora da quella della Lega e finendo nel ruolo subalterno della destra estrema di Fratelli d’Italia e della Meloni. Come si possa ipotizzare addirittura l’unificazione con l’UDC, dopo le tante prove negative vissute, se può trovare una giustificazione tattica nella scelta di Cuffaro, con la quale sei consiglieri regionali si sono potuti eleggere al parlamento siciliano, o per tanti degli amici i quali quell’esperienza UDC l’avevano già vissuta dopo la fine della DC storica, non può assolutamente trovare l’adesione da chi, come il sottoscritto, dal 1993 si è battuto per la ricomposizione politica della DC, partito mai giuridicamente sciolto, da “democristiano non pentito”. Nessuna pregiudiziale, ovviamente, per ricomporre l’unità possibile dei DC, ma sull’alleanza con la destra della politica italiana, non ci sarà mai la mia adesione, sempre convinto dagli insegnamenti dei nostri padri fondatori che vollero la DC partito “democratico, popolare e antifascista”, rifuggendo sempre le tentazioni di alleanze organiche con la destra italiana.

 

Quanto ha scritto l’amico Giorgio Merlo su “ Il Domani d’Italia” in merito al progetto politico del Terzo Polo che non potrà perseguire l’obiettivo calendiano di “un partito repubblicano di massa”, una sorta di azionismo ex post che, ora come allora, non potrebbe che risultare del tutto minoritario, coincide con la nostra stessa idea; semmai, condividendo quanto espresso da Matteo Renzi nell’intervista all’Avvenire del 1 Ottobre, vorremmo concorrere alla costruzione di un partito nel quale la presenza della componente cattolica fosse decisiva. Certo, come scrive Renzi: “I sovranisti e i populisti prendono pezzi di mondo cattolico, ma l’anima culturale del pensiero politico popolare guarda al centro riformista”. Sì, tra l’adesione alla destra, per me un suicidio strategico per la DC, e il NO all’alleanza con l’opposizione populista del M5S o a quella con il PD in corso di restauro strutturale, credo che la nostra prospettiva sia quella di un incontro con l’opposizione di centro riformista che potrebbe assumere un ruolo decisivo per gli equilibri politici dell’Italia. Progetto al quale io credo potrebbe concorrere anche l’amico Bruno Tabacci, di sicura antica fede democratico cristiana.

 

Ridursi al ruolo di valvassini della destra se può garantire, come a Cesa e De Poli, il galleggiamento politico, ora di qua e ora di là dei collegi elettorali sicuri, non può essere il progetto politico del partito che intende collegarsi alla storia del popolarismo sturziano e della DC di De Gasperi, Fanfani, Moro, Zaccagnini, Marcora e Donat Cattin. Riprendere il dialogo al centro con l’opposizione riformista liberal democratica, credo, possa e debba essere la strada migliore da intraprendere con fiducia e forte determinazione.

“UNA DISTANZA DA COLMARE”. CONTINUA IL DIBATTITO DI C3DEM SULLA RIGENERAZIONE DELLA DEMOCRAZIA.

 

In vista del convegno su “Rigenerare la democrazia” (Milano, 26 novembre 2022), l’Associazione C3Dem (Costituzione Concilio Cittadinanza) prosegue nel lavoro di raccolta e pubblicazione di vari contributi (https://www.c3dem.it). Di seguito riportiamo il testo di Pizzul, presentato sul sito dell’Associazione il 3 ottobre.

 

Fabio Pizzul

 

Le recenti elezioni politiche hanno lanciato nuovi segnali riguardo la scarsa partecipazione degli italiani alla politica, anche al semplice, ma fondamentale momento del voto.
Mai si era registrata un’affluenza così bassa alle elezioni politiche e mai si era registrata una campagna elettorale così concentrata sui leader e su occasioni di comunicazione slegate dalla presenza fisica di candidati ed elettori. I partiti sono stati messi in secondo piano dai leader e i candidati, complice una sciagurata legge elettorale, non hanno, salvo poche eccezioni, fatto campagna elettorale. D’altronde, l’unica possibilità per l’elettore era quella di mettere una croce sul simbolo del partito prescelto con conseguente votazione a strascico per l’uninominale e il proporzionale.

Le elezioni del 25 settembre 2022 sono però solo l’ultima tappa di un percorso che già da tempo ha portato i partiti ad abbandonare un reale radicamento territoriale e gli elettori ad allontanarsi dalle istituzioni.

Una situazione preoccupante per chi ha sempre creduto a ciò che la Costituzione prevede a livello di partecipazione popolare, a livello sociale, economico e politico.

I partiti avrebbero dovuto favorire la partecipazione dei cittadini e consentire alla società di portare le proprie istanze all’interno delle istituzioni. Per qualche decennio i partiti hanno svolto una funzione di mediazione, anche in virtù della forte contrapposizione ideologica e del forte senso di appartenenza culturale delle masse popolari di allora. Negli ultimi anni, il rischio è che i partiti siano diventati, nella migliore delle ipotesi, dei semplici comitati elettorali, pronti ad attivarsi solo per garantire l’elezione dei propri candidati.

 

Come uscire da questa situazione per recuperare lo spirito di partecipazione auspicato e previsto dalla Costituzione?

Un primo elemento di riflessione riguarda la democrazia interna ai partiti e la possibilità di vedere applicate regole democratiche per la selezione della classe dirigente. Al di là di affermazioni di principio o iniziative formalmente volte alla promozione dell’attenzione ai giovani, la sensazione è che le dinamiche interne dei partiti siano bloccate da leadership personali, in alcuni casi al limite del padronale, o da gruppi di potere interni destinati a bloccare qualsiasi reale ricambio o rinnovamento.

Un passo significativo potrebbe essere quello di attuare quanto previsto dall’articolo 49 della Costituzione riguardo la democraticità dei partiti.

 

Negli anni si sono anche individuate da parte di alcuni partiti e movimenti alcune forme di partecipazione più ampia, sia nella definizione della posizione politica sia nella scelta dei candidati alle cariche monocratiche piuttosto che ad altri appuntamenti elettorali. Non sempre, però, l’utilizzo di questi strumenti si è poi trasformato in autentici percorsi di coinvolgimento di iscritti o simpatizzanti nelle scelte decisive per la vita dei partiti.

Sarebbe utile aprire una riflessione sul significato e l’utilizzo delle primarie, per quanto riguarda il PD, che le ha molto evocate, ma utilizzate ad intermittenza, e della piattaforma Rousseau da parte del Movimento 5 Stelle, strumento interessante, ma utilizzato in modo opaco e improvvisato. Ricorrere con troppa disinvoltura a una piattaforma di questo tipo potrebbe portare ad un’eccessiva disintermediazione e alla polverizzazione della vita di un partito, ma sarebbe comunque un passo avanti rispetto a scelte fatte in maniera opaca e calata dall’alto.

 

Le Agorà democratiche sono state un interessante esperimento di democrazia partecipativa, ma l’impressione è che non si siano trasformate in un dibattito davvero diffuso all’intero corpo del Partito Democratico. La stessa impressione, d’altronde, ha destato anche la ben più strutturata consultazione per il futuro dell’Europa promossa dalla Commissione Europea con l’utilizzo della medesima piattaforma scelta per le Agorà. Lo strumento informatico può essere molto utile, ma non può certo sostituire la vita reale di un partito che si deve basare anche su incontri e sedi fisiche sul territorio se non vuole smarrire la propria capacità di creare aggregazione e mobilitazione delle persone o, almeno, quanto resta di questa.

 

I partiti faticano sempre più a proporsi come i veicoli per portare nelle istituzioni le istanze della società civile e rischiano, come detto, di attivarsi solo in occasione degli appuntamenti elettorali. Non si ha più traccia, salvo poche eccezioni, di attività di studio e approfondimento da parte dei partiti che si limitano a rilanciare riflessioni che provengono da altre realtà senza essere reali protagonisti di una riflessione capace di proporre convincenti visioni per il futuro del Paese ed espressioni di posizioni magari diverse, ma che si rispettano sulla base della comune volontà di costruire un percorso comune.

 

In questo panorama, sarebbe interessante capire quale contributo possa portare la cultura politica che fa riferimento al cattolicesimo democratico.
Può bastare un impegno, peraltro non molto efficace negli ultimi tempi, affinché vengano eletti esponenti cattolici? Non ne sono per nulla convinto.

Credo, inoltre, che non possa bastare neppure il pur prezioso e meritorio impegno di centri culturali o associazioni di riflessione politica che rischiano di rimanere elitarie se non c’è un rinnovato impegno a trattare temi di carattere socio-politico all’interno delle comunità cristiane di base. La Dottrina Sociale della Chiesa è una delle grandi assenti nei percorsi formativi e nel dibattito interno a parrocchie, associazioni e movimenti. Questa assenza si trasforma in crescente indifferenza per i temi sociali e politici e, probabilmente, anche in una maggiore propensione a disertare gli appuntamenti elettorali.

Non ci si potrà neppure rammaricare per lo scarso contributo dei cattolici in politica se è la comunità cristiana per prima ad essere poco significativa o incapace di fornire un’autentica testimonianza della differenza cristiana che vada oltre la ripetizione di riti e tradizioni.

 

MATTARELLA AD ASSISI: “PACE, LIBERTÀ GIUSTIZIA SI DIFENDONO CON STRUMENTI DI PACE, DI LIBERTÀ, DI GIUSTIZIA, DI DEMOCRAZIA”.

 

“Il magistero di Francesco dAssisi – ha detto Mattarella nella Basilica di Assisi – ha un preminente valore religioso, che le istituzioni della democrazia hanno il dovere di rispettare. Contiene, tuttavia, anche un messaggio che al di là della fede interroga ciascuno: Francesco attribuiva maggiore importanza alla coerenza dei comportamenti piuttosto che alle parole che li descrivono e li interpretano”.

L’intervento del Presidente della Repubblica si segnala per una parola semplice e decisiva: dialogo. Il riferimento è alla guerra in Ucraina, alle tensioni che evocano una concreta minaccia nucleare, agli spiragli di una trattativa non ancora all’orizzonte. Eppure, per la prima volta in modo così esplicito, anche sull’onda dell’appello insistito e solenne del Santo Padre, Mattarella indica la strada del dialogo.

Di seguito riportiamo il testo integrale dell’importante discorso di Mattarella.   

 

Redazione

 

Oggi la Chiesa cattolica ricorda e celebra san Francesco. Di Francesco la figura, la vita e la testimonianza rivestono un significato profondo, non soltanto per i credenti. Il Parlamento della Repubblica ha infatti voluto riconoscere il 4 ottobre come momento dedicato ai valori universali di cui San Francesco e Santa Caterina, patroni d’Italia, sono espressione, qualificando questa giornata come “solennità civile e giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse”.

 

Vi è sapienza in queste norme dettate dal legislatore. Raccolgono anche il senso del messaggio spirituale del Santo e indicano alla nostra comunità un cammino di speranza, di condivisione, di attenzione anche nei confronti della natura che ci è madre e a cui non abbiamo portato il rispetto dovuto. Affermazione di questi sentimenti è la tradizione della “Lampada votiva”, offerta dai Comuni d’Italia. Un gesto di fraternità che è prova di unità ed è espressione della pluralità che rende il nostro Paese così ricco di esperienze, di bellezze, di creatività, di passioni civili.

 

San Francesco è una delle radici antiche della nostra identità. La forza profetica delle sue scelte di vita ha esaltato valori che sentiamo vivi per il domani dell’Italia, dell’Europa, del Mediterraneo, del mondo.

 

La pace, anzitutto.

 

La nostra Costituzione l’ha, coerentemente, iscritta come fondamento e traguardo della nostra comunità. Quella pace tradita proprio nel cuore dell’Europa, che, nella prima metà del secolo scorso, aveva conosciuto gli abissi del male e si era riscattata con nuovi ordinamenti interni e internazionali. Non ci arrendiamo alla logica di guerra, che consuma la ragione e la vita delle persone e spinge a intollerabili crescendo di morti e devastazioni. Che sta rendendo il mondo più povero e rischia di avviarlo verso la distruzione. E allora la richiesta di abbandonare la prepotenza che ha scatenato la guerra. E allora il dialogo. Per interrompere questa spirale.

 

Sono trascorsi ottocento anni dall’incontro tra Francesco d’Assisi e Malek al-Kamel. Ed è la sincera volontà di dialogo ciò cui sono chiamati anzitutto i Paesi e le istituzioni, per garantire futuro all’umanità. La pace è un diritto iscritto nelle coscienze e rappresenta l’aspirazione più profonda di ogni persona, appena alza lo sguardo oltre il suo presente. La pace non è soltanto assenza di combattimenti bensì – ci ricorda san Francesco – è connaturata all’armonia con il Creato. Quando si consumano a dismisura le risorse, quando si depreda la natura, quando si creano disuguaglianze tra i popoli, quando si inaridisce il destino delle future generazioni, ci si allontana dalla pace.

 

Dobbiamo riparare, restituire. È la grande urgenza della nostra epoca. Non abbiamo altro tempo oltre questo. È un compito che riguarda tutti noi – nessuno è irrilevante – nessuna buona opera è inutile. È un compito che va svolto insieme. Il Papa, che per primo ha scelto il nome di Francesco – e a cui rivolgiamo da Assisi un saluto deferente e riconoscente – ci ha offerto una chiave di interpretazione e di impegno parlando di “ecologia integrale”.

 

È proprio questa la sfida. Equilibrio ambientale da ricomporre; giustizia sociale da perseguire rimuovendo gli ostacoli che le contingenze frappongono; diritto di ogni donna e di ogni uomo a sviluppare appieno la propria personalità. Con la sua vita, con le sue rinunce, divenute pienezza, san Francesco aveva compreso in anticipo e si è posto alla testa di quanti vogliano condividere questa visione di salvezza per l’umanità.

 

I gesti compiuti oggi in questa Basilica non rappresentano, quindi, un rituale. Corrispondono alla consapevole rivendicazione del cammino che la Repubblica ha saputo compiere con la ricostruzione nazionale e lo sviluppo dopo la dittatura e la guerra, consolidando democrazia e libertà, recando nel mondo il contributo di un Paese operoso, creativo, aperto alla cooperazione e all’incontro tra le culture. Sono gesti, quindi, che avvertiamo come un vincolo morale, per esprimere l’assunzione di valori e di criteri di vita.

 

La Conferenza episcopale italiana ha voluto ricordare, in questa occasione, tutti coloro che, con sacrificio, talvolta anche della propria vita, si sono prodigati per contrastare il Covid19 e le sue molteplici conseguenze e, insieme, per ricordare le tante vittime di questa pandemia. Un atto di riconoscenza collettiva e un gesto di memoria riguardo a una calamità senza precedenti che ha colpito il nostro popolo.

 

Un ringraziamento per gli operatori della sanità anzitutto, per tutti i militari e i civili che sono stati volto e braccia delle istituzioni, per gli operatori dei servizi essenziali, per le famiglie che hanno sopperito con amore a ogni genere di carenza, per i volontari che hanno portato fraternità dove c’era dolore, conforto e amicizia dove cresceva la paura.

Quella drammatica emergenza ha reso evidenti sentimenti radicati. La solidarietà, la responsabilità verso gli altri, il senso del dovere.mAbbiamo saputo affrontare insieme i momenti duri e dolorosi della pandemia grazie all’apporto della scienza, all’organizzazione sanitaria e alla professionalità del suo personale. E – va sottolineato – grazie a quel senso di comunità che è presente anche se, talvolta, sottovalutato e che sa tradursi in comportamenti responsabili e attivi.

 

È accaduto nei decenni passati. Si è ripetuto. È stata una preziosa ancora di salvataggio. La pandemia ci ha ricordato i nostri limiti. Ci ha costretti a ripensare a ciò che è essenziale e a ciò che è superfluo. Ci ha fatto toccare con mano quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri. Anche a livello internazionale, con un’Europa che ha saputo essere protagonista positiva, aperta anche al sostegno verso popoli meno fortunati in altri continenti. È con questo senso di comunità che ci rivolgiamo nuovamente, con il nostro pensiero, ai tanti concittadini che non ci sono più, ai familiari che ancora li piangono, a coloro che – nei giorni più terribili – non hanno avuto neppure il conforto di un parente al capezzale o di un funerale.

 

La pandemia non è definitivamente sconfitta, anche se l’azione dei vaccini e la risposta responsabile degli italiani ne hanno frenato l’espansione, ne hanno ridotto grandemente la pericolosità e hanno salvato la vita a decine di migliaia di persone. Vi sarà ancora bisogno di intelligenza collettiva e responsabilità. Il magistero di Francesco d’Assisi ha un preminente valore religioso, che le istituzioni della democrazia hanno il dovere di rispettare. Contiene, tuttavia, anche un messaggio che al di là della fede interroga ciascuno: Francesco attribuiva maggiore importanza alla coerenza dei comportamenti piuttosto che alle parole che li descrivono e li interpretano.

 

Il Vangelo sine glossa di Francesco ne costituisce un esempio. La sua vita, la sua Regola ne sono state ulteriori illuminanti dimostrazioni. Più che le parole i comportamenti parlano; e la coerenza è la modalità, la condizione per dialogare in modo autentico. Le religioni – tutte – hanno responsabilità nella costruzione della pace. Scavano fossati quando legittimano la violenza e il sopruso, se giustificano comportamenti di morte. Diventano straordinari vettori di riconciliazione e di crescita quando professano con determinazione lo spirito del dialogo e dell’accoglienza, quando riconoscono l’umanità nell’uomo, in ogni persona, anche in quelle di altri fedi.

 

Abbiamo bisogno dello spirito di Assisi; e che si propaghi!Pace, libertà, giustizia, democrazia si difendono con strumenti di pace, di libertà, di giustizia, di democrazia. I mezzi sono parte dei fini; e devono essere con essi coerenti. Ci avviciniamo all’ottocentesimo anniversario della morte di Francesco d’Assisi. A lui guardiamo come a uno dei padri della nostra civiltà, come a un visionario che plasma la realtà, capace di indicare un percorso verso un futuro al quale intendiamo essere fedeli.

 

Un futuro migliore! È questo, oggi, da Assisi, l’augurio per l’Italia e per il mondo.

 

IL TERZO POLO COME LA MARGHERITA? IN EFFETTI L’ESPERIENZA DI “DEMOCRAZIA È LIBERTÀ” PUÒ ESSERE ESEMPLARE.

 

Occorre un partito plurale, capace di operare nella diversità delle ispirazioni e con vero spirito di tolleranza. Insomma, può esserci una somiglianza tra il “Terzo Polo” centrista di Renzi e di Calenda e il ruolo politico che giocò la Margherita di Rutelli e di Marini – per citare i due principali leader – nel condizionare il futuro della politica italiana.

 

Giorgio Merlo

 

Forse c’è più di una somiglianza tra il partito che recentemente si è presentato ale elezioni sotto il nome di “Terzo Polo” di Renzi e di Calenda e l’esperienza concreta della Margherita. Certo, si tratta di due contesti politici, culturali e storici profondamente diversi tra di loro. Un fatto, però, è indubbio. Allora come oggi c’è la necessità di dar vita ad un soggetto politico centrista, democratico, plurale e di governo nel nostro paese dopo una stagione caratterizzata dal cosiddetto “bipolarismo selvaggio”. Un partito, cioè, che non si adegua a giocare un ruolo marginale, se non addirittura ornamentale rispetto ai partiti principali degli opposti schieramenti. E, del resto, la Margherita seppe giocare un ruolo importante nei confronti dell’azionista di maggioranza del centro sinistra dell’epoca, cioè i Ds. E proprio grazie a quel ruolo la coalizione di centro sinistra fu realmente competitiva nei confronti del centro destra.

 

Ora, ci sono almeno due elementi decisivi su cui il cosiddetto “Terzo Polo” non può fare passi falsi. E questo non perchè deve assomigliare al ruolo politico e culturale che giocò negli anni duemila la Margherita, ma per la semplice ragione che proprio quei due elementi sono e restano decisivi per qualificare la stessa “mission” del futuro partito centrista nel nostro paese.

 

Innanzitutto ci dev’essere una leadership diffusa. Lo so che questa definizione è un po’ ardita in un partito che ha due leader naturali e carismatici come Matteo Renzi e Carlo Calenda. Ma la leadership politica diffusa di un partito giovane come il “Terzo Polo” può e deve rappresentare un valore aggiunto e una garanzia per la stessa crescita politica di questo partito. Un elemento, questo, decisivo per evitare la riproposizione di un partito personale da un lato e, dall’altro, per far sì che a livello territoriale emergano dirigenti e potenziali leader che possono solo qualificare il futuro soggetto politico. Un metodo, questo, che fu perseguito con tenacia e determinazione proprio dalla Margherita nel suo, purtroppo, troppo breve percorso politico.

 

In secondo luogo la Margherita fu un autentico partito “plurale”. Plurale sotto il profilo culturale ed ideale. Come ovvio, la pluralità culturale del partito non veniva appaltata al solo “capo” ma, soprattutto, erano le singole culture politiche a garantire e a rendere visibile questa ricchezza. Per fare un solo esempio concreto, la cultura cattolico popolare e cattolico sociale che si riconosceva nella leadership di Franco Marini conviveva tranquillamente con quella liberal democratica, come il filone ambientalista con quella liberale, repubblicana e tardo azionista. Insomma, si trattava di una pluralità culturale che fu in grado di sprigionare un progetto politico vincente e competitivo senza limitarsi a giocare un ruolo puramente ancillare o di affidare il suo futuro al solo capo o di essere ancorato ad una sola cultura.

 

Ecco perchè può esserci una somiglianza tra il “Terzo Polo” centrista di Renzi e di Calenda e il ruolo politico che giocò la Margherita di Rutelli e di Marini – per citare i due principali leader – nel condizionare il futuro della politica italiana. Purchè, per fermarsi all’oggi, quelle due caratteristiche vengano perseguite e diventino gli elementi costitutivi del nuovo partito di centro, riformista, democratico e di governo nel nostro paese.

NO A UNA DC CORICATA A DESTRA. ALESSI COMUNICA A CUFFARO LE SUE DIMISSIONI  DA OGNI CARICA DI PARTITO.

 

“Oggi il centro-destra in Italia – scrive l’ex parlamentare, figlio del primo presidente della Giunta siciliana – si è estinto laconicamente e impera la destra-centro e dunque gli affari della DC Nuova non mi riguardano più”.

 

Alberto Alessi

 

Garbato Cuffaro,

 

non puoi negare tutte le Tue espressioni pubbliche per Renzi e il fatto che proprio Tu mi abbia sensibilizzato perché la Direzione Nazionale della DC agevolasse, appunto, un accordo con Italia Viva e io in tal senso mi sono mosso.

 

La fonte della Tua richiesta di due candidature nel plurinominale non è una mia elucubrazione, ma proviene da fonte autorevole romana e comunque io doverosamente approfondirò  il tema e se tu hai ragione provvederò a scusarmi con Te. Constato però come Tu abilmente da vecchio lupo di mare eviti di scrivere tutto il resto e cioè la Tua inversione a destra e novello accordo con l’ UDC siciliano e la cui modesta dirigenza per mesi e mesi Ti ha calunniato in modo indegno e miserando e che l’ unico che Ti ha difeso apertamente sono stato io. Come nascondi la Tua silente ma con-creta ed esplosiva nei fatti e dei tuoi aderenti palermitani, e particolarmente il Tuo altro Vice Commissario Regionale palermitano, avversione concreta verso mio figlio Giuseppe e taci anche sul fatto e la circostanza che per mesi Ti sei apertamente dichiarato erede politicamente degli ideali e dell’azione di Giuseppe Alessi Maior e poi nel procedere avere archiviato il tutto.

 

Ritengo cosa buona e giusta la Tua nuova riconosciuta posizione giuridica e morale, come mi appare poco sobrio il Segretario nazionale della DC, Renato Grassi, il quale si spende ad ogni avvenimento che Ti riguarda e si spertica a comporre Lodi dannunziane e che sono fuori luogo, perché quei democristiani che seguono le nostre modeste vicende, hanno compreso che Tu sei per lui un faro che illumina i naviganti in difficoltà e non comprende che per un vero politico la prudenza e la cautela sono le migliori virtù, perché l’autorevolezza non si conquista con la riverenza uguale a quella di don Abbondio: o la si ha oppure no.

 

Per il resto, io mi sono dimesso da ogni carica e incombenza che riguardi il mio rapporto con una DC coricata a destra, perché oggi il centro-destra in Italia si è estinto laconicamente e impera la destra-centro e dunque gli affari della DC Nuova non mi riguardano più e Ti consiglio sommessamente di procedere correntemente e con prudenza, perché non vengano bruciate e ridotte in cenere le buone intenzioni.

 

Con ogni riguardo

L’ITALIA CHE STA A GUARDARE: I NUMERI IMPIETOSI DEL NON VOTO.

 

Un fenomeno da analizzare attentamente. Sono 17 milioni e mezzo gli Italiani che hanno deciso di stare alla finestra o con la penna sul tavolo. 

 

Elisabetta Campus

 

Per capire in quanti hanno votato il 25 settembre alle politiche, come si sono distribuiti nei territori e come hanno votato o non votato, ci vuole prima di tutto una buona dose di pazienza. Perché i dati del Ministero dell’Interno sono distribuiti su banche dati differenti e vanno prima di tutto incrociati ed è una attività che richiede concentrazione, ma alla fine riserva sorprese.

 

Ad andare a votare, ovvero il cosiddetto elettorato attivo che partecipa direttamente alla vita democratica del Paese, è costituito da 51 milioni e 422 mila, su una popolazione di 59 milioni; 5 milioni di noi o hanno meno di 18 anni o non sono iscritti alle liste elettorali dei Comuni della Repubblica (in tutto 7.904, un po’ di meno di quanto siamo soliti credere). Ed una prima riflessione va fatta per sapere esattamente quanti sono questi non iscritti e la loro composizione, la loro distribuzione sul territorio nazionale, tenuto conto che sono molte le ragioni, quasi tutte giudiziarie, per le quali si perde il diritto all’esercizio del voto in modo permanente o transitorio.

 

Degli aventi diritto, poi gli iscritti effettivi diventano 46 milioni, di cui 316 mila diciottenni, e quelli che sono andati a votare sono poco meno di 30 milioni. La media percentuale è del 64% con un 51% dei votanti della Calabria, segno che l’offerta politica è piaciuta davvero poco e la risposta è stata tiepida, al 72% dell’Emilia Romagna che da sempre ha un elettorato la cui partecipazione è alta e convinta, specie in questo caso dove la campagna politica della contrapposizione delle forze politiche avrà chiamato anche qualche elettore più stanco, in questa come in altre Regioni.

 

In termini numerici il non voto – sto a casa – significa 17 milioni di Italiani che non hanno trovato rappresentanza o non l’hanno neppure cercata come fanno da tempo. E qui un primo dato manca, i 316 diciottenni sono fra coloro che non si sono recati alle urne pur essendo il loro “primo giorno” da elettorato attivo? Quanto a coloro che stavano già alla seconda esperienza da elettori e oltre, difficile capire dai dati del voto la loro composizione, perché potrebbero esserci tanto gli anziani che i giovanissimi entrambi alla ricerca di un riconoscersi nelle proposte politiche, come anche l’età di mezzo (45/60 anni) che patisce gravemente la crisi economica e sociale in cui versa il Paese.

 

I poco meno dei 30 milioni che hanno votato hanno però mandato anche un altro segnale, di solito trascurato: le schede bianche: 530 mila schede bianche per lo scrutinio della Camera dei Deputati. In Sicilia sono il 5 % ovvero 112.519 schede bianche: gli elettori si sono recati alle urne ma non si sono espressi, è il caso di dire hanno messo la penna sul banco e probabilmente proseguiranno in questo loro modo di rappresentare il dissenso per l’offerta politica presentata. Seguono gli elettori della Valle d’Aosta, con il 3,7% ovvero 2.229 schede bianche, e la Basilicata con il 2,9 %. Le schede bianche andrebbero aggiunte come analisi politica ai 17 milioni che stanno a casa non essendo dissimili le ragioni del non-voto; l’unica differenza è l’esercizio, in un caso c’è nell’altro no.

 

E poi viene il dato dello spoglio delle schede per la Camera dei Deputati. Qui la questione come si sa è in fieri, l’unico raffronto possibile è quello tra i voti attribuiti e i votanti, (premesso che il caso del votante che si reca alle urne ma non ritira la scheda è rarissimo) che dovrebbero essere tutti coloro che hanno ritirato la scheda e l’hanno riconsegnata.  Se i dati sono corretti mancherebbero all’appello ben 1 milione e 200 mila voti, con una significativa presenza in Lombardia (195 mila voti), in Piemonte (101 mila) e in Sicilia (171 mila).  Da qui la difficoltà oggettiva di poter attribuire i seggi e la corretta composizione della Camera. Il sistema del voto e dello spoglio resta ancora farraginoso e questa incertezza dell’attribuzione del voto, il passare dei giorni senza la dovuta trasparenza sulle attività in corso, non giova certo alla causa di coloro che vorrebbero far tornare a votare i 17 milioni e mezzo di Italiani che ha deciso di stare alla finestra o con la penna sul tavolo.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE CAMBIA LA CONDIZIONE MATERIALE E PSICOLOGICA DELL’UMANITÀ.

 

Oggi sono richieste competenze sempre più sofisticate per professioni nuove mentre la transizione digitale e l’intelligenza artificiale possono sostanziare una nuova idea di razionalizzazione che sembra compiere il percorso inverso: dall’interno all’esterno, per costruire macchine, strumenti ed apparati che si sostituiscano al lavoro dell’uomo, lo facilitino e lo rendano più efficace e programmato.

 

Francesco Provinciali

 

La diffusione delle tecnologie e la prospettiva della digitalizzazione hanno introdotto procedure a valenza utilitaristica e semplificativa ma hanno anche posto questioni etiche che riguardano l’antropologia del nostro tempo. Attaccata dalla pandemia, in conflitto con la natura, condizionata dall’iperbole demografica, l’umanità è alla ricerca di una nuova dimensione di sostenibilità.

 

In che misura il pensiero computazionale e l’avvento delle macchine e degli algoritmi come fattori regolativi e guida in progress stanno modificando la nostra vita? Rivedere e aggiornare la dimensione ontologica comporta forse la necessità di riscrivere il concetto stesso di identità? Alcune problematiche etiche sono connesse ai temi della comunicazione, dell’informazione e delle relazioni umane: ad esempio la questione delle “fonti” della conoscenza e della loro attendibilità, l’utilità o la necessità di un controllo interno ed esterno a queste dinamiche.

 

Si pensi al transito in rete di una quantità incommensurabile di dati, notizie, eventi. Max Weber aveva posto il tema della conoscenza come processo di progressivo disincantamento dal mondo, una sorta di razionalizzazione che procede attraverso la specializzazione per cui non è necessario conoscere tutto lo scibile quanto piuttosto selezionare ciò che apprendiamo secondo il criterio di attendibilità delle fonti.  Questa Weltanschauung rafforzava il concetto di dominio dell’intelligenza umana rispetto alla realtà: scienza e politica – in due sue famose conferenze – erano suscettibili di diventare professioni se esercitate come ‘vocazione’.

 

Si trattava in sostanza di un processo di interiorizzazione del sapere: questa sistematizzazione riassumeva e spiegava secoli di storia, il transito dall’esterno all’interno, la metabolizzazione delle conoscenze diventava sapere e saper fare. Oggi sono richieste competenze sempre più sofisticate per professioni nuove mentre la transizione digitale e l’intelligenza artificiale possono sostanziare una nuova idea di razionalizzazione che sembra compiere il percorso inverso: dall’interno all’esterno, per costruire macchine, strumenti ed apparati che si sostituiscano al lavoro dell’uomo, lo facilitino e lo rendano più efficace e programmato.

 

Su questi temi ho realizzato l’intervista – presente oggi sul nostro blog – con il Prof. Luciano Floridi, uno dei più autorevoli studiosi a livello internazionale in materia di digitalizzazione e intelligenza artificiale.

FLORIDI, “L’ONLIFE È UNA RIVOLUZIONE. IL RISCHIO? UNA CULTURA INDIVIDUALISTA DI MASSA”. INTERVISTA ESCLUSIVA.

 

La nostra identità – spiega il prof. Floridi, uno dei massimi esperti di cultura digitale e di intelligenza artificiale – trova una capacità espressiva molto più ampia attraverso il digitale, ma ciò a condizione che il digitale sia al servizio della persona e non viceversa”

 

Francesco Provinciali

 

Prof. Floridi ogni pubblicazione è una scommessa, trovo che la sua sia molto speciale: il titolo – “In poche battute” – riassume suoi articoli e saggi scritti tra il 2011 e il 2021, il sottotitolo “Brevi riflessioni su cultura e digitale” inquadra e propone al lettore un’ampia serie di tematiche attuali, si potrebbe definire una ‘summa’ sulla contemporaneità, uno sguardo sulle evidenze del nostro tempo. Che cos’è oggi il digitale?

 

È un cambiamento nella natura delle cose, una rivoluzione ontologica, per dirla con il lessico della filosofia. Il mondo ha assunto una dimensione ulteriore rispetto a quella analogica. È la dimensione digitale. A volte, tale dimensione ha surclassato e surrogato quella fisica. Un esempio? La musica una volta era un solco inciso su un supporto – il disco – che poteva essere graffiato. La puntina che scorreva sul vinile riproduceva il suono. Questa era la musica che la mia generazione ha conosciuto. Poi sono arrivate le cassette, supporto magnetico riscrivibile, almeno in una certa misura, attraverso operazioni di smagnetizzazione e ri-magnetizzazione, a differenza dal disco. Oggi il supporto della musica digitale è totalmente riscrivibile, manipolabile all’infinito, perché liberata dalla dimensione analogica. La musica è generata a partire da un codice binario, fatto di zero e uno. Vediamo che è cambiato il modo di essere delle cose, che divengono immateriali e al contempo aprono un universo di possibilità. C’è un tema di libertà: il vinile non era trasformabile, la cassetta lo era poco, il supporto digitale lo è all’infinito. Se prendessimo le playlist delle app di ascolto di tutti gli smartphone del mondo non ne troveremmo una uguale all’altra. Ognuno può scegliere – e continuamente cambiare – l’ordine della sequenza e le canzoni stesse, l’assenza di vincoli che spalanca le frontiere della personalizzazione. È l’effetto che definisco “cut and paste” del digitale: la capacità di ricombinazione della realtà.

 

Lei insegna ad Oxford dove dirige il Digital Ethics Lab. Nel paragrafo dedicato all’intelligenza artificiale pone l’accento sulla necessità di dotarsi di un nuovo “codice ontologico”. La diffusione delle tecnologie e la prospettiva della digitalizzazione hanno introdotto questioni etiche che riguardano l’antropologia del nostro tempo.

In che misura il pensiero computazionale e l’avvento delle macchine e degli algoritmi come fattori regolativi stanno modificando la nostra vita? Ciò comporta forse la necessità di riscrivere il concetto stesso di identità?

 

 

La nostra identità trova una capacità espressiva molto più ampia attraverso il digitale, ma ciò a condizione che il digitale sia al servizio della persona e non viceversa. Pensiamo alla quantità di proiezioni personali che sono possibili a seconda che la persona si proietti su Linkedin, su un sito di incontri oppure sul metaverso. La moltiplicazione dei registri linguistici, delle comunità di riferimento, dei modi di rappresentare sé stessi si amplia enormemente.

La proiezione virtuale infatti fa saltare i vincoli di fisicità, i limiti territoriali, libera da essi l’individuo. Durante la pandemia ci sono stati concerti con milioni di partecipanti sul metaverso, quando la presenza fisica in un luogo era impedita dalle regole per il contenimento del contagio. Diverso quando il digitale viene usato da altri sull’individuo. Qui l’esito cambia, si rischia un’erosione dell’autonomia personale, la compromissione della libertà. Pensiamo ai sistemi di raccomandazione, che spesso non si limitano a segnalarci quello che potrebbe piacerci, ma finiscono per manipolare la nostra capacità di scelta, inducendo bisogni, creando preferenze.

Il risultato è la massificazione: tendiamo tutti verso gli stessi prodotti, gli stessi stili di vita, le scelte si fanno meno libere. Potremmo dire quindi che conta chi conduce il gioco: se è la persona che agisce attraverso il mezzo digitale, la realtà si amplia, si genera libertà, l’esperienza si personalizza. Se invece la persona non è che la pedina di un gioco agito da altri i margini di libertà si riducono, le scelte si spersonalizzano e la società tende alla massificazione. Vediamo come sartorializzazione e massificazione dell’esperienza siano le due facce della medaglia, i due risvolti estremi. Sembra contraddittorio, ma ci stiamo muovendo in entrambe le direzioni. Il digitale determina entrambi i movimenti e riscrive in questo modo le nostre identità.

 

Che cosa significa questo a livello sociale, di comunità?

 

Viene a comprimersi – se non a elidersi – la dimensione meso-sociale, quella che si realizza tra la massa e l’individuo, rischia di venire meno la mediazione tra l’uno e l’altro e questo è grave perché saltano i legami di comunità. I riflessi in termini civici – per non dire politici! – sono più che evidenti. Rischiamo una cultura individualista di massa.

 

La cultura – intesa come traditio e ratio, stabilità e trasformazione, radici e innovazione – sta evolvendo, Lei ben lo sottolinea, verso una cultura proxy. Come affrontare un tema così complesso “In poche battute”? E dove porta questo processo?

 

La cultura del secolo scorso, quella dei mass-media, ha lavorato tantissimo sugli aspetti classici della semiotica, quelli tanto cari a Umberto Eco. I semiologi hanno studiato molto ciò che “sta per” qualcos’altro, dalla marca della bibita in lattina sui manifesti pubblicitari, fino all’icona di pericolo sui cartelli in prossimità delle cabine elettriche. Si tratta di segni che “stanno per”, che rappresentano, che rimandano. Il proxy aggiunge un elemento, quello dell’operatività. Un sito proxy non è solo un sito che “sta per” un altro sito, ma è anche lo strumento attraverso il quale posso operare come se fossi sull’altro sito.

C’è un rapporto di surrogazione. Il proxy è un prodotto della cultura digitale che non si limita a dare rappresentazione a qualcosa, ma sostituisce quel qualcosa e opera al posto suo. Il proxy “sta per” e “lavora al posto di”.  L’icona del dischetto su un file non serve solo a rappresentare la possibilità di salvare quanto ho scritto, ma opera il salvataggio, lo realizza. Dal punto di vista culturale, il proxy ci porta a superare il livello meramente cognitivo, aggiungendo la dimensione dell’operatività. Finora la semiotica si è occupata di una lettura cognitiva-rappresentativa.

Ora ci stiamo spostando verso un mondo che è anche e soprattutto operativo. Oggi l’icona non è solo un modo per rappresentare la realtà, ma lo strumento per agire su di essa. Finora l’idea è stata che ci fosse il mondo da una parte, la sua rappresentazione dall’altra e le due cose non comunicassero se non a livello cognitivo, tramite rimandi, connessioni o associazioni. Oggi invece sul mondo si opera attraverso i proxy, che sono rappresentazioni a cui è aggiunta la dimensione di operatività. Qui sta il salto culturale. La semiotica non si è occupata di prassi, oggi invece tutto il mondo del digitale usa i proxy per operare sul mondo, sull’ambiente circostante. Oggi agendo attraverso il digitale si arriva ad operare anche sul mondo fisico.

Non è una transizione da poco. Pensiamo al denaro, qui la trasformazione è evidente. Il denaro è qualcosa che “sta per” qualcos’altro – una misura del poter d’acquisto – allora tanto vale che sia digitale. Il pezzo di carta non serve più, la banconota è superata, in quanto mera rappresentazione.

 

Mi sono sempre posto il problema del transito generazionale: chi non è nativo digitale, le persone anziane, chi si basa più sulle rassicuranti abitudini che sui codici alfanumerici non rischia forse di vedersi escluso per una parte significativa della propria vita dall’evoluzione imposta dai processi della digitalizzazione?

 

Il divario tra nativi digitali e generazioni precedenti è enorme. La distanza anagrafica determina una differenza nella forma mentis. In mezzo si è prodotto lo spartiacque della rivoluzione digitale, velocissima, pervasiva e con effetti indubbi sul modo di pensare e di vedere delle persone. Temo che non tutto il divide sia “recuperabile”, chi è rimasto indietro – parlo soprattutto delle generazioni meno giovani – farà molta fatica a integrare uno sguardo sulle cose radicalmente rinnovato, quello che si riassume nel termine onlife.

Cosa dobbiamo fare? Di certo, non possiamo arrestare i processi di sviluppo digitale per via delle reticenze delle generazioni più anziane. E parlo come uno di loro. Dobbiamo immaginare un mondo a due velocità, attraverso politiche che tengano conto dei divari e riproducano formule più analogiche per alcuni, continuando a generare opportunità digitali per gli altri.

 

In un interessante intervento, riportato nel Suo libro, Lei mette in relazione i processi di digitalizzazione della conoscenza e dei saperi con la transizione ecologica, evidenziando ad esempio quanto risparmio produca la dematerializzazione, nel pubblico e nel privato. Per questo motivo dunque digitalizzazione, green economy, risparmio energetico ed energie rinnovabili, share economy devono marciare affiancate.

Secondo l’ONU siamo alla vigilia della sesta estinzione della vita sul pianeta, la prima per mano dell’uomo. La conferenza di Glasgow Cop26  ha posto chiari ultimatum, l’ambiente si sta trasformando in modo irreversibile, dal rialzo termico allo scioglimento dei ghiacciai e dei poli, all’innalzamento dei mari, persino le stagioni sono caratterizzate da eventi climatici catastrofici.

Quale strada intraprendere per rendere verosimile la speranza in un futuro sostenibile, verde e blu scrive Lei, per il nostro pianeta?

 

Non possiamo salvare tutto, purtroppo dobbiamo essere realisti. Al punto in cui siamo abbiamo la possibilità di limitare i danni. Sappiamo che una parte della biodiversità è già andata perduta e che un’altra parte irrimediabilmente si perderà. Lo stesso vale per l’innalzamento delle temperature, che continuerà nei prossimi anni. L’obiettivo è evitare che superi soglie oltre le quali gli effetti sarebbero molto difficili da sostenere. Già sarebbe un risultato soddisfacente. Siamo partiti tardi e ora si tratta di contenere le conseguenze negative.

Dunque, al netto di aspettative salvifiche, il ruolo delle tecnologie digitali è certamente centrale. L’espressione che Lei ricorda – “il verde e il blu” – è l’espressione che coniai molti anni fa per dare una rappresentazione alla connessione profonda tra l’ambiente (il verde di tutti gli ecosistemi in cui passiamo la nostra vita, da quelli naturali a quelli urbani, da quelli sociali a quelli economici) e le tecnologie digitali (il blu elettrico delle tecnologie digitali presenti e future). La struttura di fondo di questo binomio riguarda la gestione migliore delle risorse, l’individuazione di tecnologie a basso impatto, la diffusione dell’informazione e la conseguente determinazione del consenso politico: tutto questo il digitale e le sue tecnologie già lo stanno realizzando.

Le potenzialità per invertire le tendenze che fin qui hanno danneggiato l’ecosistema ci sono. Potremmo addirittura dare luogo a strutture – le città, ad esempio – che invece di produrre emissioni carboniche, riescono ad assorbirne. L’obiettivo posto dall’Europa è net zero: saldo carbonico zero. Alcune città si sono candidate a raggiungere tale obiettivo già nel 2030. Si tratta di un traguardo molto ambizioso, quello successivo sarà il saldo carbonico negativo. Ci vuole il coraggio politico e la giusta governance e nei prossimi anni potremo invertire la rotta.

 

La rivista Time informa che “la US Securities and Exchange Commission riferisce che nei primi sei mesi del 2022 la parola metaverso è apparsa nei documenti normativi più di 1.100 volte. L’anno precedente ha registrato 260 menzioni. I due decenni precedenti? Meno di una dozzina in totale”.

Ci aiuta a capire in cosa consiste questo mondo virtuale che si sta preparando ad uno sbarco nella nostra vita, e che consentirà l’interazione umana in una sorta di universo parallelo al mondo reale?

 

Al contrario di quanto si racconta, non credo che il metaverso rappresenti un cambio di paradigma. Si tratta di un arcipelago di siti attraverso i quali avremo occasione di vivere esperienze immersive. Già ora, come accennavo, ci sono persone che usano il metaverso per seguire eventi (concerti, conferenze, etc). Si tratterà di una nuova possibilità di realizzazione della persona, se usato bene, e di un’ulteriore possibilità di massificazione se usato male, così come le altre tecnologie digitali. Non credo nella retorica dell’universo parallelo, pur molto in voga, penso invece che l’esperienza del metaverso si inserirà nel paradigma dell’onlife, come ulteriore punto di fusione tra mondo fisico e virtuale, in cui già oggi siamo immersi.

 

Nell’articolo “Come gestire i rischi dell’A.I” (l’acronimo A.I. sta per intelligenza artificiale) Lei individua alcuni strumenti di cui le aziende e le istituzioni dovrebbero attrezzarsi: “assicurazione, prevenzione, legislazione e audit: è questo il futuro prossimo della gestione dei rischi insiti nell’AI”.

Mi soffermerei sul concetto di prevenzione: attraverso quali mezzi è possibile anticipare utilizzo improprio dell’intelligenza artificiale? Stiamo parlando di altissima tecnologia…

 

Finora abbiamo avuto un rapporto falsato con i rischi dell’intelligenza artificiale, ciò era dovuto ad una scarsa conoscenza della tecnologia che finiva per ammantarla di ombre spaventose, ma ben poco realistiche. Pensiamo al timore della rivolta delle macchine. Oggi abbiamo un approccio più ponderato con la tecnologia e siamo capaci di individuare le vere dimensioni di rischio. Nell’ottica della prevenzione, che è senz’altro quella corretta, è importante anzitutto l’affermarsi di una coscienza diffusa di quali sono i rischi veri (pensiamo alla privacy, all’utilizzo non autorizzato dei dati per finalità manipolatorie, la sicurezza cyber, etc). A seguire bisogna cercare l’assetto legislativo e regolamentare che permetta di contenere i fenomeni deteriori. In sede Europea, finalmente vediamo porre i problemi giusti.

 

Professore, vorrei concludere questa interessante conversazione con una Sua valutazione del rapporto tra sistema scolastico e formativo del nostro Paese (anche a livello di specializzazione universitaria, master, dottorati di ricerca), rispetto alle competenze al termine del corso di studi e know how richiesti dal mercato del lavoro a livello internazionale.

 

 

Se da una parte abbiamo la generazione dei nativi digitali, che è naturalmente predisposta alla comprensione della tecnologia, dei rischi e delle opportunità che genera, dall’altra parte abbiamo ancora un sistema scolastico e formativo novecentesco, decisamente analogico e spesso poco consapevole. Questo fa sì che la rivoluzione digitale finisca per rimanere aliena alle strutture che educano, formano, costruiscono competenze. Questo poi si ripercuote sul lavoro, sui servizi, sul modo di funzionare delle cose.

 

Mi conceda un esempio personale: quando ho iniziato a insegnare anche a Bologna, volevo aprire un conto corrente in euro e pounds, non ho trovato in Italia una banca che mi permettesse di aprire un conto online di questo tipo. L’ho trovato in Inghilterra, a costo zero, interamente online e solo digitale, gestibile con una semplice app che funziona benissimo. Che cosa succede dunque? La rivoluzione digitale sembra riguardare pochi tecnici molto qualificati, ma finisce per giungere con grande ritardo a informare il funzionamento della società. Si produce uno scollamento che credo peserà molto anche dal punto di vista generazionale. L’aggiornamento del sistema formativo e delle competenze è fondamentale per ricucire questo strappo.

Chi è Floridi

 

Luciano Floridi insegna all’Università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab, ma si sta legando progressivamente anche all’Università di Bologna, dove tra l’altro dirige il comitato scientifico di Ifab, la Fondazione su Intelligenza Artificiale e Big Data, che governa la potenza di calcolo del Tecnopolo bolognese, i cui maxi-computer muovono ben l’80% della capacità di calcolo europea. 

IL RISULTATO ELETTORALE PONE IL TERZO POLO NELLA CONDIZIONE DI RAPPRESENTARE UN CENTRO DI ATTRAZIONE.

 

Il nuovo contenitore, non dovrà presentarsi come una forza politica caratterizzata soltanto dalla presenza liberal-democratica, infatti il suo progetto potrà essere attrattivo anche di un ampio spazio all’interno del mondo cattolico, oggi stressato tra il populismo di destra e di sinistra.

 

Antonello Assogna

 

Il quadro politico emerso nelle recenti elezioni del 25 settembre, segnato da un chiaro successo dello schieramento di centrodestra trainato dalla crescita di Fratelli d’Italia, conferma comunque la variabilità del consenso elettorale, che ha caratterizzato le consultazioni politiche nel nostro Paese dal 2013 in poi. Nel giro di qualche anno abbiamo assistito all’approdo dei flussi elettorali intorno a forze politiche dalle prospettive diverse: dal 40,8% del PD alle Europee del 2014 al 32,7% del M5S nelle politiche del 2018; dal 34,7% della Lega alle Europee del 2019 sino al 26% di Fratelli d’Italia (che partiva dal 4,3% del 2018 e dal 6,4% del 2019). Questo “disorientamento” è certamente il frutto delle condizioni derivanti dai lunghi riflessi economico e sociali della crisi finanziaria del 2007/2009: crescita delle disuguaglianze e delle differenze territoriali nel Paese; messa in discussione della rappresentanza democratica con il progressivo aumento dell’astensione al voto e dalla conseguente presenza di movimenti e partiti dagli accenti “antisistema”.

 

La vittoria elettorale del centrodestra è indubbiamente l’unico dato di stabilità (almeno elettorale), che è emerso negli ultimi dieci anni di storia nazionale; vedremo se questo successo saprà tramutarsi in visione programmatica e capacità di governo. Alcune indicazioni fanno però emergere uno dei tratti distintivi della condizione politica degli ultimi anni, sulle quali si dovranno confrontare le scelte delle prossime forze di governo, a partire da Fratelli d’Italia: l’elettorato non premia (o non gratifica particolarmente) chi governa o chi si ispira a chi governa, anche di fronte a comprovate capacità di gestione, come dimostra l’esperienza del Governo Draghi. I commenti espressi da Lega e M5S post voto, anche su condizioni diverse, confermano questa valutazione: Salvini parla del crollo del partito, come il risultato dell’eccessiva esposizione nel Governo Draghi; Conte invece sottolinea la validità della decisione di uscire dalla maggioranza, quale valore aggiunto nella campagna elettorale dei grillini, che ha permesso un parziale recupero del consenso perso negli anni di responsabilità governativa.

 

Su questo punto condivido molto il commento dell’On. Marattin, il quale afferma “Sembra che scopo e condizione ideale della politica sia stare all’opposizione. E io che pensavo fosse “cambiare lo stato presente delle cose”. Riconnettere il sentimento popolare alla cultura di governo sarà infatti la sfida vera che la politica dovrà affrontare nei prossimi anni, superando il confronto tra le forze politiche attraverso gli slogan e i provvedimenti ad effetto e dal taglio assistenzialistico (ad es. il reddito di cittadinanza, il contrasto strumentale dei flussi migratori), accompagnati da campagne mediatiche strutturate, così come avvenuto in questi anni. Considerando la crisi del PD, che non è riuscito a valorizzare gli anni di forza trainante delle maggioranze di governo e che non ha ancora definito con chiarezza la sua opzione identitaria, chi ha interpretato al meglio questa dimensione è la lista “Italia sul serio” guidata da Carlo Calenda e Matteo Renzi.

 

Tutto ciò al di là delle aspettative più o meno dichiarate alla vigilia delle elezioni. Infatti la nascita di questa aggregazione elettorale ha evidenziato, più efficacemente dell’esperienza di Scelta Civica di Monti, la possibilità di rappresentare una vasta area del Paese trasversale a diverse culture, ma caratterizzata da convergenze comuni sui temi dell’economia e del lavoro, delle infrastrutture, dell’innovazione, della qualità della spesa pubblica e del welfare e soprattutto dalla valorizzazione delle competenze e dalla capacità di affrontare i temi scottanti (energia, fisco, politica estera, europeismo etc..) con realismo e parlando con trasparenza all’elettorato. Questa proposta politica, organizzata elettoralmente in poco più di un mese, se accompagnata da un’attenzione diffusa alle varie sensibilità presenti nell’area riformista, potrà costituire la vera novità nel contesto politico nazionale.

 

L’intenzione espressa dai leader del cosiddetto Terzo Polo, di istituire non soltanto gruppi parlamentari unici, ma di andare verso la costituzione del contenitore italiano di Renew Europe, è un progetto interessante che potrà favorire la realizzazione di una forza moderna, con le caratteristiche giuste per presentarsi al Paese come baricentro per la modernizzazione e per la garanzia di equità sociale. E’ evidente che tutto ciò avrà una sua prospettiva certa se, come già precedentemente evidenziato, si sapranno mettere al centro del progetto la convergenza e il rispetto delle culture politiche del riformismo italiano, a partire dall’anima sociale e politica del cattolicesimo democratico e popolare. Il nuovo contenitore, non dovrà presentarsi come una forza politica caratterizzata soltanto dalla presenza liberal-democratica, infatti il suo progetto potrà essere attrattivo anche di un ampio spazio all’interno del mondo cattolico, oggi stressato tra il populismo di destra e di sinistra. Su questo punto, sono importanti le affermazioni di Matteo Renzi contenute nell’intervista all’Avvenire di domenica 2 ottobre che rivendica la provenienza dalla cultura democratico-cristiana di molti dei protagonisti di questa nuova esperienza politica.

 

Questo aspetto, tutt’altro che secondario, sarà un valore aggiunto per la costruzione di una grande alleanza di governo che possa presentarsi come alternativa al sovranismo, al populismo e all’assistenzialismo strumentale, partendo da un’opposizione determinata, che superi però lo stile e i metodi dell’antiberlusconismo.

 

Sarà una sfida nuova e qualificante per chi ha passione per la politica e per l’impegno sociale; una sfida che potrà avere effetti positivi anche per un’area della sinistra che non vuole arrendersi agli stereotipi di un radicalismo a tutti i costi, cogliendo trasversalmente i veri bisogni del Paese (lavoro, servizi efficienti, equità). Attendiamo di vedere realizzate le intenzioni e i progetti, oltre i nomi e le rendite di posizione e per essere all’altezza delle importanti questioni aperte nel Paese e nelle dinamiche internazionali.