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La tempesta perfetta. Il clima che cambia: “Daily News” dell’Istituto di Studi di Politica Internazionale. 

I cambiamenti climatici, la guerra e la crisi economica affamano il mondo. L’Onu: “Basta scuse: i combustibili fossili sono un vicolo cieco”.

Istituto ISPI

Il cambiamento climatico è già qui. E fa paura. Eventi estremi, siccità, ondate di calore, desertificazione e alluvioni sono e saranno sempre più frequenti a tutte le latitudini. Bisogna invertire la rotta, puntare sulle energie rinnovabili e a basso impatto ambientale, senza perdere altro tempo: è questo, in estrema sintesi, il contenuto dell’ultima pubblicazione dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo/Omm), massima autorità delle Nazioni Unite per il clima. Nel suo “Stato del clima globale 2021” gli scienziati di oltre 190 paesi confermano che gli ultimi anni, in particolare dal 2015 al 2019, sono stati i più caldi di sempre, mentre quattro indicatori chiave del cambiamento climatico hanno battuto nuovi record nel 2021: concentrazioni di gas serra, innalzamento del livello dei mari, temperatura e acidificazione degli oceani. Quello che succede – spiega Petteri Taalas, capo dell’Omm – è che il clima sta cambiando davanti ai nostri occhi”. Secondo lo studio, tutti questi dati dimostrano ancora una volta la realtà dei cambiamenti causati dalle attività umane su scala planetaria, terrestre, oceanica e nell’atmosfera, cambiamenti che “hanno ripercussioni deleterie e durevoli sullo sviluppo sostenibile e degli ecosistemi”.

 

Record di danni?

 

Secondo lo studio dell’Omm, nel 2021 le concentrazioni di anidride carbonica nell’aria hanno raggiunto 413,2 parti per milione (ppm) a livello globale, pari al 149% dei livelli preindustriali. Anche il livello medio dell’innalzamento dei mari ha raggiunto un nuovo record, aumentando in media di 4,5 millimetri all’anno dal 2013 al 2021. E gli oceani continuano a riscaldarsi sempre di più, con una reazione chimica che provoca la loro acidificazione, minacciando direttamente gli organismi e gli ecosistemi. Il tutto mentre il buco dell’ozono ha raggiunto un’estensione preoccupante: 24,8 milioni di chilometri quadrati, grande come l’Africa. E le prospettive per il futuro non sono incoraggianti: gli scienziati ritengono che ci sia una probabilità del 93% che almeno un anno, tra il 2022 e il 2026, diventi il più caldo mai registrato, scalzando il 2016 dalla prima posizione. Sale del 50%, inoltre, la probabilità che la temperatura media globale annuale aumenti temporaneamente (almeno per uno dei prossimi cinque anni) di 1,5 gradi centigradi al di sopra del livello preindustriale. Una linea rossa tra gli obiettivi tracciata dagli Accordi di Parigi del 2015 per ridurre le emissioni globali di gas serra.

 

Una vittima oggi 48 secondi

 

Come se non bastasse, il cambiamento climatico rischia di far precipitare milioni di persone nell’insicurezza alimentare. A causa del riscaldamento globale eventi meteorologici estremi come la siccità sono diventati più frequenti e intensi. L’Africa è in assoluto il continente più vulnerabile. In Somalia, Etiopia e Kenya il numero di persone che soffrono la fame è passato da 10 a 23 milioni in un anno e l’appello delle Nazioni Unite per una risposta umanitaria oggi è finanziato solo al 2%. Le politiche di contrasto all’insicurezza alimentare sono al centro della ‘COP15 desertificazione’, in corso fino a domani ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Invertire la tendenza non è mai stato così urgente, considerato che la desertificazione e la siccità provocano in Africa orientale – secondo un nuovo rapporto di Oxfam e Save the Childrenuna vittima ogni 48 secondi. L’attuale siccità nel Corno d’Africa, la peggiore degli ultimi 40 anni, ha bruciato le riserve economiche, decimato il bestiame, ridotto drasticamente la disponibilità di cibo per milioni di persone. Il tutto accade in paesi stritolati da un debito che è più che triplicato in meno di un decennio – passando da 20,7 miliardi di dollari nel 2012 a 65,3 miliardi di dollari nel 2020 – sottraendo risorse ai servizi pubblici e a misure di protezione sociale. Paradosso nel paradosso: la regione non ha ‘colpe’ per la desertificazione poiché non incide nella crisi climatica, essendo responsabile di appena lo 0,1% del totale delle emissioni globali di CO2.

 

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Il magistero sociale è teologico: per la “guerra giusta” come per la pena di morte. Pillole di teologia su “L’Osservatore Romano”.

Dio è amore e solo amore, come tale non può chiedere l’esercizio della violenza di un credente su un essere umano, in nessun senso e in nessun momento. D’altronde, come ha detto Benedetto XVI a Regensenburg, «agire con violenza è contro la natura dell’anima e di Dio».

Antonio Staglianò 

Se la Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II ha stabilito che la dottrina sociale della Chiesa appartiene al campo della teologia e della teologia morale (cfr. n. 41), allora anche il magistero sociale è teologico: e lo è davvero, quando Fratelli tutti chiede di eliminare la pena di morte, impegnando tutti i cattolici a promuovere iniziative ad ampio raggio, perché gli Stati la eliminino definitivamente, insieme all’ergastolo che è una forma di pena di morte prolungata nel tempo.

Si può capire la natura teologica di questo “gesto” del Papa, pensando al fatto che la pena di morte era stata già tolta dal Catechismo della Chiesa cattolica, in quanto — pur coerente con la dottrina sociale della Chiesa in extrema ratio — è assolutamente incompatibile con il Vangelo e la rivelazione cristiana. Perché? Semplice, perché Dio è amore e solo amore, per il Maestro di Nazareth. Come tale non può chiedere l’esercizio della violenza di un credente su un essere umano, in nessun senso e in nessun momento. Questo è cristianesimo “puro”, ineccepibile, svelamento del vero volto di Dio Padre del Figlio che dona lo Spirito.

E non è di questo che si occupa la teologia, in quanto scienza di Dio? Nel documento sulla fratellanza umana, firmato da Papa Francesco insieme al grande imam ad Abu Dhabi, emerge chiaro fin dove il cristiano si può spingere nel dialogo interreligioso su Dio. In quel documento c’è scritto: «Non ucciderai l’anima innocente». L’islam impone per dovere religioso di uccidere l’anima colpevole, perché «Allah lo vuole» e i musulmani sono sottomessi ad Allah, a questo preciso volto di Dio. Fratelli tutti invece è un documento tutto cristiano che firma solo il Papa: qui è evidente il compimento del volto di Dio solo amore che chiede di non uccidere nessuno, perché «agire con violenza è contro la natura dell’anima e di Dio» (Benedetto XVI a Regensburg).

Il concetto di “guerra giusta” va allora ricompreso, in questa direzione, alla luce del Vangelo, dalla teologia che serve la Chiesa e l’umano di tutta l’umanità.

Fonte: L’Osservatore Romano del 19 maggio 2021. L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

 

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“La cooperazione? Entra nel modello aziendale l’organizzazione democratica e solidaristica”. Intervista a Daniele Ravaglia. 

È necessario unirsi, non per stare uniti, ma per fare qualcosa insieme.
(Goethe)                                   

La genesi della cooperazione risale a Rochdale, anno 1844, per iniziativa di un piccolo gruppo di tessitori. Il modello cooperativo, che nella cittadina inglese prese forma, si diffuse presto in tutta Europa, in modi e in tempi diversi, ma proponendo i medesimi valori. L’epoca era quella della rivoluzione industriale e la cooperazione ebbe fortuna in quanto strumento per rimediare alle iniquità e agli squilibri che andavano producendosi. Il modello cooperativo mirava a dare lavoro a condizioni eque e dignitose, garantendo da forme di sfruttamento e permettendo ai ceti indigenti di migliorare gradualmente la propria condizione economica. Fin qui la storia. 

Oggi la domanda è: cosa resta di attuale dell’esperienza cooperativa? Per rispondere non basta fare appello alla grandezza della tradizione o a valori che si presumono “senza tempo”. È necessario indicare proposte concrete davanti alle sfide di oggi (digitalizzazione, transizione ecologica), che sono di certo foriere di nuove opportunità, ma rischiano di lasciare indietro molti e produrre nuove diseguaglianze. Come la cooperazione intende interpretare il proprio ruolo storico oggi e domani?

 

Presidente Daniele Ravaglia, che cosa c’è di attuale nella storia della cooperazione? E quali sono – alla luce della Sua personale esperienza – i valori della tradizione cooperativa da riscoprire oggi?

 

La storia della cooperazione è carica di significato. Fino a che non emersero le prime iniziative cooperative, l’attività imprenditoriale era condizionata alla disponibilità di capitali ingenti e alla capacità di chiedere ed ottenere credito. In una società rigidamente suddivisa in classi questa precondizione escludeva gran parte della società dall’iniziativa di impresa e relegava molti lavoratori in un vicolo cieco di occupazioni mal pagate e molto contese. Questo stato di cose permetteva a capitalisti senza troppe remore di impiegare il lavoro delle persone come qualunque altro mezzo produttivo: comprimendone il più possibile i costi e modificandone le quantità in base alle necessità del momento. 

La cooperazione ribalta tutti i valori: la remunerazione del capitale non è più il fine dell’agire di impresa, al suo posto si mette il lavoro e la persona. L’impresa cooperativa si preoccupa di retribuire equamente il lavoro, di avvantaggiare gli utenti e anche di produrre valore per la propria comunità. Questa prospettiva ci parla di responsabilità sociale d’impresa. Lo sviluppo sostenibile non è altro che l’estendersi di principi e metodi connaturati all’esperienza cooperativa. Con riferimento alla gestione di impresa, la cooperazione nasce dando valore alle singole persone: si decide che contano le teste della compagine sociale, non le quote possedute dai singoli soci. È la forma democratica che entra nel modello aziendale. A mio parere questa forma societaria resta attuale oggi più che mai, seppure qualche innovazione anche qui va portata. Lo spirito cooperativo ha dimostrato, specie in questi anni di pandemia, quanto sia basilare la valorizzazione del rapporto umano e del benessere sociale e non esclusivamente dell’imprenditore o dell’azionista. Addirittura oggi assistiamo a un fenomeno molto interessante: quello delle B-Corp (Benefit Corporation), società di capitali che in parte cercano di replicare il modello cooperativo quanto alle finalità cui tende l’impresa.

 

Considerando che Confcooperative proviene dall’associazionismo di matrice cattolica e dal movimento sociale che, facendo capo alla dottrina della Chiesa, ha preso forma a cavallo tra ‘800 e ‘900, Le chiedo che cosa rimane, in termini di ispirazione e di valori attuali – di questa eredità?

 

Non c’è una risposta univoca, dipende dalla sensibilità delle persone che gestiscono le cooperative. Sappiamo bene che oggi che il cristianesimo democratico e popolare non è più una parte politica, può però diventare un’eredità comune. Confcooperative è tra le organizzazioni che si fanno custodi e tentano di attualizzare questo patrimonio, richiamandosi espressamente nel proprio statuto ai principi della dottrina sociale della Chiesa. Credo che tra gli orizzonti di maggior attualità vi sia la valorizzazione della società civile e delle sue organizzazioni. Leone XIII scrive la Rerum Novarum – vero e proprio caposaldo moderno della dottrina sociale – in un periodo in cui ai cattolici era impedito l’impegno politico diretto. Si sentiva la necessità di essere presenti, di non estraniarsi: si rispose puntando sulle organizzazioni civili (cooperative, società di mutuo soccorso, iniziative editoriali e pedagogiche, etc). Si diede vita ad un movimento sociale di orientamento cattolico di cui la cooperazione è stata parte importante. 

Oggi i connotati identitari sono più sfumati, ma attualissima rimane la centralità della società civile. Si è resa evidente la necessità di superare il binomio Stato-mercato: in vista del bene comune serve un terzo polo che coinvolga la società nelle sue forme organizzate, dal volontariato alle cooperative, dagli enti filantropici alle associazioni di promozione sociale. La dottrina sociale della Chiesa indica questa via da tempi antichi, riproponendola alla modernità a partire dalla Rerum Novarum e dai suoi sviluppi.

 

Quali prospettive provenienti da questo passato possono dunque illuminare il presente? Mi riferisco al valore culturale, associativo, organizzativo e di supporto che il mondo cooperativo può offrire sul piano economico e sociale, secondo le sue peculiarità.

 

Domanda interessante. Le organizzazioni della società civile – cooperazione in primis – possono assumere un ruolo più ampio di quello giocato finora. A Bologna, ad esempio, le cooperative danno lavoro a 80mila persone, sviluppando un fatturato di alcuni miliardi di euro e in molti ambiti esprimendo aziende leader nell’innovazione. Serve un passo in più. Dove ve ne sono le condizioni, le cooperative dovranno farsi promotrici di un rinnovamento del dialogo con le istituzioni, assumendo una voce importante nella scelta delle politiche pubbliche. È il paradigma della sussidiarietà circolare, eredità della dottrina sociale: le organizzazioni della società civile e le istituzioni avviano un dialogo aperto e trasparente in vista di un disegno di società condiviso. Finora abbiamo vissuto due dimensioni della sussidiarietà: quella verticale, che riguarda i rapporti tra enti pubblici e cittadinanza; quella orizzontale, in cui il pubblico delega attività a enti espressione della società civile quando ritiene che essi possano dare risposte più vicine all’interesse generale. Oggi il codice del Terzo Settore dà strumenti giuridici per un cambio di passo verso la sussidiarietà circolare. Si prescrive infatti l’implementazione del paradigma della coprogrammazione e della coprogrettazione (art. 55). La prima parola indica la scelta condivisa delle priorità di azione, la seconda riguarda la messa a terra concordata di interventi concreti. In Emilia-Romagna abbiamo alcuni esempi virtuosi, a partire dal Patto per il lavoro e per il clima. Si tratta di sistematizzare questo approccio, che supera i rischi del dirigismo pubblico e dell’individualismo privatistico, valorizzando il pluralismo democratico, linfa vitale di ogni società. Bologna è il primo Comune in Italia ad essersi impegnato direttamente, con la costituzione di una “delega alla sussidiarietà circolare”. Ci aspettiamo molto.

 

Le organizzazioni di rappresentanza delle cooperative hanno eredità molto diverse: Legacoop viene dal socialismo, Agci dalla tradizione repubblicana. Come si presentano e si compongono oggi queste differenze in un mutato quadro economico e sociale?

 

L’economista Stefano Zamagni ricorda sempre che la cooperazione nasce tricolore (il verde repubblicano, il bianco cattolico, il rosso socialista) ed è per questo che rappresenta il Paese. Oggi che la stagione ideologica è superata, la differenza di provenienze e di sensibilità diviene ricchezza per tutti. 

Inoltre, ho una radicata convinzione: se andiamo a chiedere ai soci di una qualsiasi cooperativa a quale associazione vorrebbe che la sua azienda aderisse, la risposta sarebbe certamente “a quella che mi garantisce il lavoro e una vita dignitosa”. Nessuno farebbe una scelta ideologica. 

Va inoltre detto che le cooperative di differenti matrici collaborano bene, a Bologna lo vediamo ad esempio sul fronte della rigenerazione urbana. I progetti più ambiziosi spesso vedono questo tipo di collaborazione: le cooperative mettono insieme risorse finanziarie, competenze, relazioni, progettualità. I risultati parlano di ricadute positive per tutta la comunità. Non a caso, si è costituita l’Alleanza delle cooperative, organizzazione che nasce per rappresentare unitariamente Agci, Confcooperative e Legacoop. Non è così in tutti i territori, purtroppo, perché permangono divisioni estemporanee. A Bologna sperimentiamo l’efficacia della rappresentanza comune. Pensiamo ad esempio al Protocollo appalti con cui, insieme ai sindacati, abbiamo ottenuto dal Comune che i servizi nei quali la componente del lavoro è prevalente non possano venire appaltati al massimo ribasso. Nelle attività in cui il lavoro è la principale voce di costo – pensiamo alle mense, ai servizi di pulizia e sanificazione – gli appalti al massimo ribasso finiscono per schiacciare verso il basso le retribuzioni. Si tratta di una misura molto concreta a tutela del lavoro, a cui siamo stati in grado di giungere dialogando con le istituzioni con una voce sola.  

 

Siamo inclini solitamente a pensare che siano o debbano essere i sindacati farsi carico della centralità e della dignità del lavoro. Che rapporti sussistono tra l’associazionismo cooperativo e le i rappresentanze sindacali dei lavoratori? Con quali valori aggiunti reciproci?

 

La cooperazione e i sindacati nascono e si diffondono nello stesso periodo storico. Sono forme distinte di reazione alle iniquità che la rivoluzione industriale ha portato con sé. I sindacati intrapresero la via rivendicativa, chiedendo diritti all’interno dei contesti produttivi esistenti utilizzando varie forme di pressione, compreso lo sciopero. La cooperazione si diffuse costituendo un’alternativa pratica ai modelli che generavano sofferenze sociali e iniquità. 

Sono forme diverse di agire in vista di un fine che, almeno in parte, è comune e che condividiamo ancora oggi ad esempio nella lotta alle finte cooperative, che usano strumentalmente la forma cooperativa, contraddicendone i valori. A Bologna, la collaborazione ha portato alla nascita di un Osservatorio congiunto sul workers buyout, le imprese rigenerate dai lavoratori. Quando si manifestano fasi di crisi o la necessità di turn over, i lavoratori possono decidere di rilevare l’azienda e portarne avanti l’attività attraverso la forma cooperativa. Si garantisce così la continuità occupazionale, si conserva il capitale umano (attitudine al lavoro, competenze, relazioni) e si evitano gli ammortizzatori sociali, che pesano sui conti pubblici. L’Osservatorio ha il compito di monitorare le situazioni, valutando i rischi e accompagnando i lavoratori. 

 

La cooperazione fu strumento di riscatto e di giustizia sociale durante la rivoluzione industriale. Davanti alle grandi trasformazioni che viviamo – digitali, ecologiche, tecnologiche – che cosa può offrire la cooperazione, oggi?

 

Il compito più importante – il mandato storico della cooperazione – è continuare a garantire, pur nelle difficoltà delle transizioni, la centralità del lavoro e della persona nel lavoro. C’è necessità di aggiornarsi.  Sul fronte della sostenibilità molto spesso le cooperative sono un passo avanti. Non sempre manifestano la stessa capacità di innovazione tecnologica. Ciò anche in ragione del fatto che gran parte delle coop operano in settori tradizionali, dove i modi della produzione faticano ad aggiornarsi (dai trasporti all’agricoltura) anche per resistenze culturali. C’è un deficit di formazione e informazione a cui è necessario supplire. Spesso poi le cooperative incontrano alcune difficoltà nel reperimento di risorse finanziarie, che per imprese di certe dimensioni sono necessarie in quantità ingenti. Le società di capitali rispondono più facilmente ai requisiti previsti da normative europee (in particolare dalla BCE) sulla finanziabilità, se non altro per una più ampia capacità di patrimonializzarsi.

Ricordo che le cooperative possono aumentare il proprio patrimonio o attraverso le quote sociali o con gli utili utile, entrambe le soluzioni non permettono forti incrementi in poco tempo. 

Di qui, l’esigenza di prendere strade innovative ma sempre assolutamente nel solco valoriale della cooperazione: penso alle società di capitali controllate al 100% da cooperative. In questo caso, la società di capitali non è che un mezzo in mano alla cooperativa, non ne inficia la natura. Si accede ai capitali necessari all’innovazione e al contempo si salvaguarda lo spirito cooperativo.

 

Sono in molti a denunciare una scarsa aderenza delle grandi cooperative ai valori fondativi ed istituzionali enunciati. È così? C’è il rischio di uno snaturamento con l’aumentare delle dimensioni organizzative e della pluralità degli interessi?

 

Il rischio c’è. Nelle grandi cooperative il rischio di un’eccessiva centralità del management e la perdita di ruolo dei soci è evidente. Inizialmente, può sembrare quasi un’opportunità: si affida l’azienda a manager capaci di massimizzare i risultati economici e ci si leva il pensiero. Sul medio e lungo termine questa scelta si può rivelare una trappola: la cooperativa rischia di perdere equilibrio, la compagine sociale diviene marginale e si disgrega, si perde aderenza al territorio, alla missione originaria, si dissipano relazioni e reputazione. A questo punto, ci si ritrova con un’azienda senza identità e si rischia grosso anche in termini di tenuta. Bisogna non caderci. E qui la differenza la fa la governance della cooperativa: amministratori e dirigenti, che devono essere formati sia sotto l’aspetto professionale, sia sotto l’aspetto valoriale.

Credo non sia utile avere un dirigente “bocconiano”, molto qualificato, se poi si finisce per operare come una qualsiasi azienda commerciale. Non si può trascurare l’importanza dei soci: più la cooperativa si amplia e l’insieme di interessi da esprimere si fa complesso, più è necessario potenziare e rendere capillari le strutture di rappresentanza interne alla cooperativa. La banca cooperativa che dirigo – Emil Banca – conta 50mila soci e ha comitati che ne rappresentano le istanze a tutti i livelli: nei quartieri cittadini, nei piccoli comuni, addirittura a livello di frazioni e borgate, e questo tanto nelle zone di insediamento storico, quanto nelle aree dove siamo approdati da poco. La compagine sociale si sente rappresentata e contribuisce a dare indirizzo alla banca. Tante sono le cooperative che hanno applicato strategie simili per crescere senza snaturarsi.

 

Quali sono oggi le sfide più significative e condivise per il modello cooperativo in termini di aggiornamento e crescita culturale e sociale? Faccio riferimento al valore dell’intermediazione sociale, sempre richiamata dal CENSIS e – purtroppo – oggi caduta in disuso.

 

È vero, il capitalismo della disintermediazione ha fatto grandi danni. L’idea che si potesse risolvere tutto potenziando l’individuo e slegandolo dalle relazioni identitarie è stato un errore storico che ancora paghiamo. I corpi intermedi in Italia hanno retto meglio che in altri contesti, pensiamo ad esempio al Regno Unito. Ciò non toglie che la crisi di rappresentanza c’è ed è grave. Credo sia necessario agire su tre linee convergenti: in primis, i corpi intermedi devono proporre un nuovo patto di rappresentanza e meritarsi la fiducia dei soggetti di cui hanno il mandato. Saremo vagliati dall’opinione pubblica e dovremo risultare credibili. Il che significa ridefinire in modo chiaro priorità e obiettivi, aggiornare le competenze, agire e comunicare con trasparenza. Serve poi un passo avanti delle istituzioni, che sempre più dovranno considerare i corpi intermedi i propri alleati naturali per un’amministrazione di successo della cosa pubblica. La politica ha un ruolo importante nel legittimare le organizzazioni della società civile e viceversa. Infine, il mercato e i suoi operatori dovranno comprendere appieno il nuovo corso e fare spazio a logiche rinnovate, che comprendano finalità diverse e superiori dal mero profitto e includano dinamiche tese al bene comune (il paradigma della sostenibilità in tutte le sue dimensioni: sociale, ambientale di governance). Si tratta di processi già in corso, per questo – credo – possiamo concederci un cauto ottimismo.

 

Daniele Ravaglia

Presidente di Confcooperative Bologna e di Alleanza Cooperative Bologna (unione delle tre grandi realtà cooperative: Agci, Confcooperative e Legacoop), nonché Direttore Generale della “Emil Banca-Credito Cooperativo”.

 

Trovi qui il curriculum vitae curriculum vitae Presidente Confcooperative Bologna Dr. Daniele Ravaglia 2022

Pd e 5 stelle, alleanza populista? È giunto il momento di chiarire, al di là della legge elettorale, natura e identità dei singoli partiti.

Al Nazareno si continua ad individuare nel partito di Grillo e di Conte l’alleato politico più affidabile e solido. Eppure è francamente misterioso comprendere le ragioni politiche, culturali, programmatiche e anche storiche per le quali un partito di potere e governista come il Pd punta in modo deliberato e quasi fideistico ad allearsi con il partito populista per eccellenza.

Un vecchio adagio popolare recita “che chi si assomiglia si piglia”. Nel caso specifico si parlava di matrimonio e di famiglia. Un adagio, detto fra di noi, che affonda le sue radici nella saggezza popolare e che poco si discosta, di conseguenza, dalla realtà. Ho voluto citare questo antico detto dopo aver appreso che la segreteria nazionale del Pd, attraverso la sua Direzione, continua ad individuare nel partito di Grillo e di Conte l’alleato politico più affidabile e solido per dare una prospettiva democratica e riformista all’intero paese anche in vista delle ormai prossime elezioni politiche.

Ora, tutti sanno – ma proprio tutti – che il partito di Grillo e di Conte è il partito populista per eccellenza nella cittadella politica italiana. Un partito che, attraverso la predicazione del suo fondatore, ha dato un profilo politico e culturale – culturale si fa per dire – netto ed inequivocabile. Un mix di populismo, di demagogia, di anti politica, di giustizialismo manettaro, di anti istituzionalismo e di nuovismo che ha contribuito a consolidare una immagine del partito alquanto chiara. Il tutto condito, come noto, da un linguaggio triviale, violento ed aggressivo nei confronti di tutti quelli che non condividono quei dogmi e quelle parole d’ordine. 

Questo è stato il partito dei 5 stelle sino all’avvento di Conte dopo l’indiscussa leadership del suo guru/fondatore. Una leadership a tutt’oggi misteriosa e caratterizzata prevalentemente dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare. E, come sempre, senza una precisa cultura politica, senza un chiaro riferimento ideale e con un programma alquanto ballerino ed altalenante. Ma, al di là della cosiddetta identità del partito, quello su cui vale la pena richiamare l’attenzione è che la comunità dei 5 stelle è sempre quella. A livello nazionale come a livello locale. Certo, molti sono fuggiti – per cercare un potenziale riparo e una conseguente candidatura da un’altra parte, come ovvio – e lo stesso consenso si è più che dimezzato rispetto alle elezioni del 2018. E, quasi certamente, si ridimensionerà ancora seccamente in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Ecco perchè il cemento unificante, in mancanza d’altro, continua ad essere e a restare il populismo. Forse in una versione meno triviale e meno violenta del passato ma identico nella sua sostanza politica.

Ed è proprio all’interno di questa dimensione che si inserisce il capitolo delle alleanze in vista delle prossime elezioni. E diventa francamente misterioso comprendere le ragioni politiche, culturali, programmatiche e anche storiche per le quali un partito di potere e governista come il Pd punta in modo deliberato e quasi fideistico ad allearsi con il partito populista per eccellenza. Un mistero che, però, rischia di trasformare quella alleanza in una coalizione semplicemente populista. E di fronte ad un quadro del genere, è giocoforza chiedersi come si devono comportare le forze democratiche, riformiste e di chiara connotazione centrista – di radice cattolico popolare e sociale o di altro riferimento culturale poco importa – per la costruzione di una coalizione che escluda qualsiasi deriva populista, demagogica, giustizialista e manettara. 

Ma anche qui, e quasi sicuramente, “chi si assomiglia si piglia” e, di conseguenza, diventa quantomai difficile dar vita ad una coalizione che coinvolga forze politiche autenticamente riformiste, democratiche e distinte e distanti dal populismo grillino e dal trasformismo di Conte. Forse è giunto il momento, al di là del futuro sistema elettorale – che quasi sicuramente resterà quello attuale – per chiarire definitivamente il profilo, l’identità e la natura dei singoli partiti. E se l’alleanza con un partito populista diventa un elemento irrinunciabile e discriminante per il Pd e altre forze di sinistra, il compito dei partiti “centristi” e anti populisti non potrà che guardare altrove. Dove lo decideranno solo le condizioni politiche specifiche di quel particolare momento storico.

 

Mi connetto, dunque sono. Il rischio di vivere connessi. Salvino Leone, docente di teologia morale, interviene sul blog de “Il Regno”.

Se il mezzo è messaggio, come ci ha insegnato McLuhan, viene da chiedersi – scrive l’autore – quale possa essere il messaggio veicolato da un cellulare di ultima generazione o da una delle tante risorse social che lo affollano. 

Salvino Leone

 

Due episodi avvenuti negli ultimi giorni mi hanno colpito particolarmente. Il primo riguarda una ripresa video che mi era stata fatta nel corso di un briefing per metterla su Instagram. Ovviamente nessun problema da parte mia. Ma quando l’indomani sono andato a cercarla, non l’ho trovata. Mi hanno spiegato che era normale, perché questa tipologia di storia dura solo 24 ore, eph’emera come si direbbe in greco, in un’espressione che ha dato vita al nostro aggettivo «effimero» e a un ordine di insetti (Ephemeropterai) la cui vita dura, appunto, un solo giorno.

 

Il secondo episodio riguarda uno scenario ben noto a tutti i docenti scolastici che leggono queste righe. Mi avevano chiamato «da esterno» a parlare del suicidio assistito. Era un gruppo di ragazzi che svolgevano liberamente attività extrascolastiche, per cui non obbligati a stare in classe ad ascoltare un insegnante. Per circa un’ora sono stati tutti connessi al cellulare, e quei pochi in qualche modo interessati hanno posto domande banali, ripetitive di quanto ascoltato nei talk show televisivi.Tutto questo, ovviamente, fa riflettere.

 

In primo luogo sul consumismo della notizia. Mi è stato spigato, peraltro, che se non si rinnova il messaggio su alcuni social si perdono i follower (mi chiedo poi che male ci sia in questo, ma sarebbe una considerazione troppo giurassica). La notizia o il fatto va comunicato brevemente e in modo efficace, ma poi dimenticato senza i necessari tempi per la sua elaborazione o, come dicevano gli scolastici, per la sua ruminatio. Tutto questo rende estremamente difficile l’invito alla riflessione e le stesse modalità con cui questa si dovrebbe realizzare. 

 

D’altra parte la concentrazione che un ragazzo dovrebbe avere nell’ascolto, distolta com’è da questo continuo rimanere connessi, non ha più motivo di esistere. L’attività «cogitativa» è stata sostituita da quella «connettiva»: me connecto, ergo sum, potremmo dire in un improbabile maccheronismo.

 

Indubbiamente sul piano comunicativo abbiamo attraversato diverse fasi: quella delle antiche civiltà dell’ascolto (oggi impensabili, ma che ci hanno trasmesso i poemi omerici o le sacre Scritture). Poi quelle dell’immagine, che hanno valorizzato un ulteriore canale sensoriale, quello visivo, lasciando che questo imprimesse nuovi solchi nel nostro vinile cerebrale. Ma l’immagine era in qualche modo permanente; si poteva tornare rivederla come facciamo oggi con i vecchi film in bianco e nero di immutato interesse e bellezza.

 

È subentrata adesso una nuova cultura, mediatica, in cui suono e immagine arrivano, sganciano la bomba (tanto per usare una metafora di triste attualità) e vanno via lasciando il fruitore col bisogno di un nuovo approccio, di un nuovo consumo, una vera e propria dipendenza mediatica. Certamente si tratta di qualcosa di più nobile ed elegante rispetto alle altre consolidate dipendenza, ma proprio per questo non meno pericoloso. 

 

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https://ilregno.it/blog/mi-connetto-dunque-sono-il-rischio-di-vivere-connessi-salvino-leone

Siria: Mosca attiva la difesa aerea contro i caccia israeliani (AsiaNews)

Elena Regina Flickr Flight Code: IH870 Foto Di dominio pubblico

Usati per la prima volta missili S-300 in risposta a un attacco israeliano che ha causato cinque vittime e danni. Solo nel 2022 ve ne sono stati 12 da parte di Israele, decine negli anni passati. Una scelta che analisti ed esperti legano alle critiche israeliane alla guerra lanciata dal Cremlino in Ucraina. 

Agenzia AsiaNews 

Incidente sfiorato fra Russia e Israele nei cieli della Siria. Una vicenda che risale ai giorni scorsi, ma emersa solo in queste ore, che potrebbe indicare un cambio di rotta da parte di Mosca verso i caccia con la stella di David, “tollerati” in questi anni nelle loro operazioni a Damasco e in altre aree del Paese contro obiettivi di Hezbollah e filo-iraniani. Il Cremlino, infatti, non aveva mai risposto ai raid aerei israeliani; tuttavia le velate critiche israeliane – rispetto ai tentativi iniziali di mediazione – in merito all’operazione “speciale” [leggi invasione] russa in Ucraina potrebbero aver determinato un cambio di rotta e spinto i russi a rispondere sul campo. 

Il 14 maggio scorso le forze russe presenti sul terreno siriano hanno risposto con lancio di missili antiaerei avanzati S-300 a un attacco degli aerei Iaf (l’aviazione israeliana) nel nord-ovest della Siria. Una prima volta, ma che non può passare inosservata e per gli analisti potrebbe significare ben più di un avvertimento, quanto di un cambio di “atteggiamento” di Mosca verso Israele e che desta particolare preoccupazione. 

I caccia con la stella di David stavano bombardando una serie di obiettivi nei pressi di Masyaf. Nell’attacco – il 12mo dall’inizio dell’anno in territorio siriano – sono morte cinque persone, fra le quali un civile, e incendiato diverse coltivazioni dell’area. 

Stavolta le truppe russe ben presenti sul territorio [l’ingresso di Mosca a fianco del governo di Damasco e del presidente Bashar al-Assad si è rivelato decisivo per le sorti del conflitto siriano] hanno risposto all’attacco, lanciando missili terra-aria S-300. I razzi non avrebbero colpito, né danneggiato alcun mezzo militare israeliano, ma il valore simbolico del gesto resta elevato, anche perché non possono essere lanciati senza l’autorizzazione delle alte sfere russe. 

Alcune fonti militari, dietro anonimato perché non autorizzate a parlare con la stampa, hanno riferito che i missili sparati verso i caccia sono “una sorta di rappresaglia” da parte del Cremlino per il sostegno di Israele all’Ucraina. Una scelta che potrebbe complicare, e di molto, ulteriori operazioni dello Stato ebraico in Siria.

Lineamenti di un nuovo popolarismo. A proposito del libro di Prenna: riflessioni su “c3dem”, sito di cattolici democratici.

La proposta di Lino Prenna di porre una correlazione tra l’attitudine moderna del cattolicesimo democratico e l’antropologia teologica di papa Francesco, raccogliendo alcune istanze nel presente per un “nuovo popolarismo”, appare così una sfida importante nell’attale crisi della politica ed un cantiere aperto.

Alessandro Cortesi  

Lino Prenna indicando le finalità della sua opera così scrive “L’intento è di stabilire una correlazione tra l’attitudine moderna del cattolicesimo democratico e l’antropologia teologica  di papa Francesco, interprete critico ma cordiale della modernità: di rilevare la trama dottrinale sottesa a suo ministero sociale e proporne un’iniziale declinazione politica, verificando l’ipotesi che, come per il cattolicesimo democratico, la mediazione, così per Bergoglio la dialettica compositiva delle opposizioni polari, costituiscano la ‘ragione ermeneutica’ congiuntiva e risolutiva delle contraddizioni che abitano la ‘tensione politica’ del mondo. Sono anche le categorie del nuovo popolarismo che il libro propone come comprensione politica del cristianesimo popolare e tracciato di un nuovo umanesimo politico, ispirato alla Teologia del popolo di papa Francesco” (L. Prenna, Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco, Il Mulino Bologna, 2021, Introduzione p. 21).

Il testo può essere letto in un’articolazione che vede una strutturazione in tre grandi parti: i capp. I-VI sono dedicati a sondare nella condizione del presente le grandi questioni in gioco dal punto di vista politico: la questione della cittadinanza, i temi della democrazia, della solidarietà e di una politica in rapporto ad una visione antropologica che scorge la socialità non come aspetto opzionale e aggiuntivo alla condizione del singolo individuo ma quale dimensione strutturale di uomini e donne costituiti nella relazione e chiamati a costruire la città quale luogo di impegno politico.

Una seconda parte del libro può essere individuata tra i capitoli VII e XIII: in essa mi sembra venga sviluppata una declinazione dei tratti fondamentali del cattolicesimo democratico, non da intendersi come aggregazione di tipo partitico e confessionale ma nella sua qualità di orientamento culturale che trae ispirazione da istanze di fede cristiana e nel contempo si colloca in una scelta chiara di adesione alla democrazia dove la fede democratica non costituisce aggettivo ma sostantivo della fede religiosa e comporta distinzione di ambiti. È sottolineato il tratto di autonomia nel situarsi in una condizione che non prevede dipendenze siano esse dal trono siano esse dall’altare. La tradizione del cattolicesimo democratico si caratterizza anche per un modo di concepire la fede in rapporto alla storia e alla partecipazione alla vicenda umana secondo la cultura della mediazione. 

Mediazione significa tenere insieme orientamento etico a valori e principi e nel contempo responsabilità di traduzione nel bene possibile e concreto e nel dialogo. Mediazione implica la fiducia nel diritto che si oppone ad ogni logica di privilegio. La scelta di attuare una mediazione storica a fronte di situazioni e problemi che esigono un approccio di ragionevolezza e di condivisione nel pluralismo implica innanzitutto un orientamento chiaro verso la costruzione di una società solidale, equa e in cui siano riconosciuti i diritti fondamentali a partire dai più fragili. D’altra parte implica la fatica mai conclusa di discernere le vie possibili e concrete di attuazione nel contesto delle diversità che compongono il mondo attuale. Il criterio di riferimento fondamentale è la ricerca del bene comune indicato quale bene di tutti e di ciascuno con un primato da porre nell’attenzione alle singole persone nel quadro sociale.

Una terza parte del libro contiene una proposta con sguardo al presente e al futuro. Il cattolicesimo democratico ha una storia e una tradizione che proviene dal passato e ha visto momenti salienti nell’orientamento iniziale dato da Luigi Sturzo ad una scelta chiara della democrazia da parte di cristiani chiamati a scoprire la propria responsabilità nella città dell’uomo. Momento di particolare fecondità dell’orientamento dei cattolici democratici in Italia è stata l’elaborazione della Carta costituzionale e l’impegno che ha condotto alle maturazioni ecclesiologiche del Concilio Vaticano II. Dal Concilio hanno preso avvio nuovi cammini di responsabilità laicale e di impegno nella storia. Nel momento in cui stiamo vivendo Prenna propone di riprendere alcune linee del pensiero di Bergoglio per orientare un rinnovato impegno politico di fronte alle sfide di questo tempo.

In particolare richiama i sentieri proposti per “gerarchizzare la politica come valore nel cuore dell’uomo e come orizzonte di sintesi e di unità in una comunità” e le indicazioni espresse in Evangelii Gaudium.

Del pensiero di Bergoglio è evidenziato il suo riferimento alle opposizioni polari che risalgono ai suoi studi su Romano Guardini. Prenna evidenzia innanzitutto il tratto di spiritualità della tensione che caratterizza la proposta di Bergoglio particolarmente feconda in un tempo segnato dalla pluralità e dai conflitti.

La politica ha il compito di affrontare e non evitare la condizione di opposizione e conflittualità e in tale ambito deve svolgere il compito di una mediazione in vista di un bene possibile e con i tratti di un bene di tutti e di ciascuno, in particolare dei meno garantiti e difesi: i tratti di un bene comune che riconosca il primato dell’attenzione ai diritti della persona.

I quattro principi presentati in Evangelii Gaudium in rapporto alle tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale sono richiamati quali orientamenti per una azione politica nel presente.

Rilevanza particolare è data al principio che il tutto è superiore alla parte per affrontare il binomio individuo-comunità e l’opposizione tra beni particolari e bene comune.

Il principio secondo cui l’unità è superiore al conflitto apre a cammini di costruzione dell’amicizia sociale, quale sfida di essere popolo e costituire una pluriforme unità nella convivenza civile.

Il primato della realtà sull’idea è indicazione di un metodo e di un orientamento a rifuggire dalla pretesa di applicazione alla realtà di costruzioni ideali che divengono vuota retorica o forzatura e imposizione.

Infine la priorità del tempo sullo spazio è principio che introduce la considerazione dell’importanza di avviare processi come movimento alternativo a quello di occupare spazi.

 

Alessandro Cortesi Op

 

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https://www.c3dem.it/lineamenti-di-un-nuovo-popolarismo/

Cassese stronca la riforma di Roma Capitale. Meglio soprassedere. A che giova certo “riformismo romantico”?

Il progetto, come evidenziato in un nostro precedente articolo (https://ildomaniditalia.eu/roma-capitale-la-riforma-e-un-mostriciattolo/), non rappresenta una risposta concreta alle esigenze della capitale, bensì un esercizio di ingegneria istituzionale destinato a produrre confusione.

Finalmente s’è rotto il silenzio su Roma Capitale. È stato il prof. Sabino Cassese, ieri, con un editoriale ad ampio raggio sul Corriere della Sera (“La Camera e il Senato possono fare molto di più”) a suonare la squilla, individuando il risvolto negativo di questa specifica proposta di riforma. Ora, all’approccio superficiale di chi plaude solitamente a una novità purchessia, quale ne sia cioè il valore effettivo e l’impatto reale, si contrappone il commento del giurista abituato “a stare sul pezzo” dell’azione legislativa. Se non è una stroncatura, poco ci manca: le buone intenzioni, a una verifica oggettiva, spesso non trovano riscontro nei risultati.

Il progetto, in sostanza, non rappresenta una risposta concreta alle esigenze della capitale, bensì un esercizio di ingegneria istituzionale destinato a produrre confusione. La modifica dell’articolo 114 della Costituzione, secondo l’articolato che la commissione affari costituzionali della Camera dei deputati ha varato recentemente, suscita molte perplessità. Il testo, attualmente all’esame dell’Aula, attribuisce al Comune di Roma potestà legislativa (nell’ambito della cosiddetta legislazione concorrente, con esclusione della sanità), trasformandolo in una regione di rango inferiore. In pratica si tenta la strada dell’accomodamento – il classico compromesso abborracciato – rispetto alla tesi radicale della elevazione del Campidoglio al rango di regione tour court sul modello della città-stato presente nell’ordinamento tedesco (quindi…Roma come Berlino). 

In realtà, come insegna l’esperienza, ogni tentativo di trasposizione di un determinato modello istituzionale da un contesto a un altro porta in sé numerose possibili controindicazioni, non solo di carattere giuridico-formale. Incidono i fattori più disparati, dalla storia alle tradizioni locali ai retaggi politico-culturali, sicché diventa difficile se non impossibile conformarsi ad un’asciutta formula di trascrizione di sistemi e criteri normativi che pure, in ambienti istituzionali diversi, risultano validi e convincenti.     

Qual è, nel dettaglio, la critica di Cassese? “Nel corso del dibattito parlamentare – scrive – non si è valutato che Roma non soffre di un deficit di potestà normativa, ma di un deficit di capacità amministrativa; che le leggi non eviteranno ai romani di trovarsi i cinghiali sotto casa; che creare una mini regione romana ridurrà la regione Lazio a una ciambella o a un guscio vuoto, innescando una tensione permanente tra Città e regione; che l’aumento dei legislatori in Italia accresce lo sbriciolamento normativo di cui già soffriamo; che i problemi  di Roma derivano dall’essere la capitale, e che quindi vanno affrontati rafforzando i raccordi con lo Stato centrale”. E di seguito conclude, lapidariamente: “Insomma, a Roma non serve di poter dettare leggi, ma di connettersi meglio con le esigenze della capitale, cioè con la nazione, e di essere amministrata, non abbandonata a sé stessa, com’è oggi”.

C’à da augurarsi, a questo punto, che il Parlamento freni l’ansia pre-elettorale di fare comunque qualcosa, non importa se improduttiva o persino dannosa. Anche da ciò si vede la crisi dei partiti, dato che proprio i partiti dovrebbero assolvere alla funzione di controllo e valutazione delle scelte che vanno ad impattare sull’ordinamento dei pubblici poteri. Un certo “riformismo romantico”, incapace di selezionare ciò che serve veramente, rappresenta un motivo generale di indebolimento della proposta e dell’iniziativa delle forze che più si richiamano ai valori della politica democratica e riformatrice, dando di esse un’immagine deformata. 

La democrazia dei partiti è nei partiti.  “Forum al centro” vuole esaltare l’idea di partecipazione. #ScelgoIO

“Il nuovo padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra di noi!”. Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, 1840.

Come può esserci democrazia (governo del popolo) senza partiti capaci di rappresentare i valori, le idee, i bisogni e le aspirazioni dei cittadini? Come può definirsi compiuta una democrazia liberale e una repubblica parlamentare, se non ha partiti democratici e contendibili? I nostri padri costituenti risposero a questi quesiti dando vita all’articolo 49 della nostra costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Se tutto viene deciso dai “capi”, degli attuali pseudo-partiti, vuol dire che non stiamo attuando l’articolo citato. Ci sono “partiti” che non fanno tesseramento, non svolgono congressi locali e nazionali, non discutono la linea politica nelle direzioni, tutto viene deciso dai capi e dai loro amici fedeli. Perché partecipare attivamente alla vita politica? Se come semplice cittadino, so già che le mie idee non incideranno mai sulla linea politica del “partito”, perché dovrei “perdere” il mio “prezioso” tempo libero?

Ancora più grave è la mancata attuazione dell’articolo 48 della Costituzione: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Se il mio voto vale “meno”, perché non “eguale” ai voti espressi per le finte coalizioni, come può essere “libero”? Se non posso esprimere la mia “preferenza” per un candidato, come può essere “libero”? Come può essere “libero” se il “capo” ha deciso le liste bloccate o i collegi uninominali? Come posso esercitare il mio diritto di voto che l’articolo citato definisce “dovere civico”?

Per riformare la Politica dovremmo avere tre primi obiettivi: proporzionale, preferenze e legge sulla democrazia nei partiti. Come “Forum al Centro”, in collaborazione con altri gruppi e associazioni, siamo impegnati da tre anni nel chiedere che questi tre obiettivi vengano attuati e continueremo a farlo finché il parlamento non approverà tali leggi.

Senza veri partiti democratici e contendibili non può esserci partecipazione attiva, senza partecipazione non può esserci vera democrazia.

Per veri partiti, non intendo una fedele copia delle strutture organizzative del ‘900, ma penso a strutture agili, che grazie al digitale possano rendere fattibili gli articoli della costituzione che ho citato. Nella mia precedente e modesta esperienza partitica, ho compreso bene cosa vuol dire essere un ventenne di provincia, lontano da Roma. Il digitale può accorciare tali distanze, se non ha il retropensiero della manipolazione populista. Può essere la leva della vera partecipazione popolare, non per la democrazia diretta, ma per contribuire attivamente alle scelte democratiche.

Vorrei scegliere io il partito, la classe dirigente e il parlamentare, perché non sono e mai sarò “lo straniero tra voi”.

 

Documento appello per la Costituente dei democratici cristiani e popolari italiani. Bonalberti e Tucciariello lanciano la proposta.

Facciamo buona politica – dicono i promotori dell’appello qui riportato integralmente – e diamo finalmente una casa al nostro popolo. E sarà la casa nella quale ci riconosciamo tutti, matrice immagine identità speranza e forza.

Alla vigilia delle prossime elezioni politiche facciamo appello alle donne e agli uomini,  ai giovani e agli anziani che ritengono doveroso e necessario impegnarsi in questo momento di grave crisi  sociale ed economica che interessa il nostro Paese nel quale l’integrazione europea è diventata parte della nostra vita quotidiana; una crisi aggravata dal permanere di un conflitto insensato determinato dalla guerra prodotta dall’aggressione russa all’Ucraina; crediamo nei  valori e nelle  tradizioni che hanno permesso all’Italia di trasformarsi da “terra povera” e di “dolorosa emigrazione” in un’area tra le più industrializzate del pianeta; valori e tradizioni che si basano sul primato della persona e della famiglia e sulle realtà associative che, operando in ambito sociale, economico, culturale e politico, intendono continuare la nostra tradizionale “voglia di fare insieme” anche ricorrendo agli strumenti più avanzati delle moderne tecnologie.

Siamo impegnati per la costruzione di un’Europa dei valori, unita, aperta, diversa e più umana, che tragga linfa vitale dalle sue radici cristiane e delle libertà civili, all’interno della quale le peculiarità e le particolarità regionali e locali possano lavorare assieme per promuovere il benessere di tutti, superando i limiti dell’attuale organizzazione burocratica senza un riferimento costituzionale condiviso.

Crediamo in  un libero mercato ed una libera concorrenza che sono alla base di un “welfare” che sappia coniugare in modo equilibrato libertà individuale, responsabilità personale, sviluppo economico e solidarietà sociale.

Riconosciamo il primato della politica come momento di sintesi ideale e come luogo di rappresentanza reale di valori e di bisogni diversi e diffusi; per una politica che rifugga le inutili conflittualità personalistiche e di parte e che riassuma i valori del popolarismo inteso come diretta partecipazione dell’Uomo – Cittadino alla costituzione del futuro suo e dei suoi Figli.

Siamo convinti assertori di un sistema elettorale proporzionale e bipolare nel quale il premio di maggioranza con sbarramento favorisca l’aggregazione fra i partiti e scoraggi la frammentazione dell’elettorato: ma intendiamo impegnarci con urgenza per modificare la legge elettorale in vigore che, con l’abolizione delle preferenze, ha di fatto eliminato ogni forma di legittimazione popolare alle classi dirigenti parlamentari. Diciamo NO a un sistema elettorale che senza garantire stabilità di governo ha favorito solo il più indegno trasformismo parlamentare.

Siamo convinti che le cose nuove non partano dai vertici ma dall’ascolto della base; partono dal popolo che si sottrae al populismo e al leaderismo. Le cose nuove partono dalla base sconfitta ed umiliata rimasta senza partito negli ultimi trent’anni. Ecco perché facciamo appello ai nostri concittadini affinché  si pongano come entità libere, pronti ad autodeterminarsi, ad autorappresentarsi sulla base di un consenso che derivi da un dibattito, anzi da un dialogo in fermento e dunque fertile, una entità attiva, estesa, partecipata, forma di “cultura dell’incontro in una pluriforme armonia”, come papa Francesco chiede. 

Facciamo buona politica e diamo finalmente una casa al nostro popolo. E sarà la casa nella quale ci riconosciamo tutti, matrice immagine identità speranza e forza.

Crediamo che la politica non debba essere esclusivamente strumento per vincere le competizioni elettorali, ma debba agire per salvaguardare e costruire anche gli interessi delle generazioni future, alle quali dobbiamo saper garantire quel lungo periodo di pace, di libertà e di benessere che i nostri padri hanno assicurato a noi.

Sosteniamo con forza l’idea di uno Stato Federale che sappia essere popolare e che nelle sue articolazioni territoriali riconosca le funzioni costituzionalmente garantite dei Comuni, delle Province, e delle Regioni.

Viviamo l’autonomia locale come forma di massima libertà, esaltando la partecipazione responsabile nel rispetto del principio di sussidiarietà in quella prospettiva europea che oggi ci appartiene. Una sussidiarietà tuttavia che deve riguardare non solo le istituzioni, ma anche il rapporto tra istituzioni e società civile; ciò che può fare meglio il cittadino, singolo o associato, non deve essere fatto dalle istituzioni pubbliche.

Abbiamo vissuto la lunga stagione della diaspora che dal 1993 ha frantumato la presenza politica organizzata dei cattolici italiani e intendiamo  dar vita a un’iniziativa che, partendo dal basso, sappia organizzare l’assemblea costituente e di ricomposizione politica  dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Diamo vita, dunque, ad un modello di valori e di democrazia che sappia coinvolgere tutti coloro che fanno riferimento agli ideali e ai programmi del Partito Popolare Europeo, tutti coloro che con entusiasmo e motivazione ideale intendono mettere a disposizione le propria intelligenza, capacità e professionalità per il bene comune.

È comune la volontà di concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC e popolari: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Massima disponibilità a collaborare con chi assuma come programma la difesa e la completa attuazione della carta costituzionale, compresi quanti di area liberale e riformista si riconoscono crocianamente nei valori dell’umanesimo cristiano.

Chiediamo a quanti si riconoscono in questi valori e in questa proposta di sottoscrivere il documento e di partecipare attivamente alla prossima assemblea costituente nazionale di ricomposizione politica dell’area democratico cristiana e popolare che insieme convocheremo con procedure democratiche condivise dai territori in sede locale sino all’assemblea dei delegati che deciderà su nome, simbolo, programma e classe dirigente del nuovo partito.

Ettore Bonalberti — Veneto

Pasquale Tucciariello — Basilicata

 

 

 

Il valore dei congressi nella storia della Cisl. Una eredità proiettata al futuro.

La Fondazione Ezio Tarantelli presenterà il prossimo 17 maggio, in un webinar che si svolgerà dalle 15.00 alle 18.30, il suo ultimo “working paper”, stavolta dedicato alla storia dei congressi della Cisl. Di seguito riportiamo il testo introduttivo del Vice Direttore, il quale ricorda con un filo di tristezza e commozione che il XIX congresso confederale si svolgerà in assenza di due grandi leader della Cisl, scomparsi negli ultimi anni: Pierre Carniti e Franco Marini. 

Se ci fosse un’agenda dedicata al consolidamento e allo sviluppo delle prassi di democrazia nel nostro Paese, il cammino organizzativo e politico che terminerà con il Congresso Nazionale della CISL dal 25 al 28 maggio prossimi, sarebbe da inserire tra i principali appuntamenti.

Migliaia di assemblee sui posti di lavoro, congressi di categoria e confederali nei territori e nelle regioni, congressi nazionali di categoria, che hanno messo al centro del dibattito il lavoro, le difficoltà sociali, i processi riorganizzativi delle imprese private, della Pubblica Amministrazione e della scuola, la formazione e la partecipazione dei lavoratori ai processi decisionali, i temi della sostenibilità, dell’ambiente, dell’innovazione digitale e della sicurezza sui posti di lavoro,  sono un esercizio democratico di cui la nostra società, il mondo del lavoro e della produzione hanno bisogno. Tutto ciò inserito in particolare in un contesto, come quello attuale, fortemente caratterizzato dai riflessi che la pandemia ha determinato non soltanto sul piano economico e dalle “macerie” di una guerra, causata dall’aggressione della Federazione Russa ai danni dell’Ucraina e alle porte dell’Unione Europea e del mondo libero.

Condividere la vita democratica di un’organizzazione, poter confrontarsi direttamente e sulle dinamiche associative e sui processi globali di trasformazione di un mondo in continua evoluzione, è la riproposizione costante della partecipazione quale strumento di protagonismo dei lavoratori iscritti alla CISL e alternativa a forme di confronto virtuale  e strillato, che purtroppo contraddistinguono troppo spesso il dibattito politico mediatico, come sottolinea nella sua comunicazione Massimo Mascini, direttore de Il Diario del Lavoro.

Tornare poi ad incontrare in presenza le persone che lavorano, dopo questi due anni di distanziamento dovuti alle misure di prevenzione dal Covid19 e non avendo comunque mai fatto mancare l’assistenza e la responsabilità della rappresentanza, assume anche un valore simbolico per un sindacato come la CISL, che è sempre entrata nel merito delle questioni sociali ed economiche aperte nel Paese, discutendo con i propri associati.

È la storia di una concezione che inizia con la fondazione stessa dell’Organizzazione nel 1950 e che incarna valori fondativi basati su autonomia, senso di appartenenza e identità del lavoratore in quanto tale e come soggetto attivo e protagonista nella società, così come riporta con la chiarezza dello studioso il Prof. Giuseppe Acocella nel suo articolo “..La «rivoluzione» innestata dalla Cisl nel sistema italiano era dunque riferibile anche alla individuazione dello Statuto non come atto di una sovranità limitata e derivata (dalla politica, come nella tradizione sindacale euro[]pea), ma originario e derivante dal libero associarsi dei lavoratori in una organizzazione autonoma ..”. Un lascito che il padre fondatore della CISL, Giulio Pastore, ribadisce nel progettare i contenuti dei primi congressi di Napoli (1951) e Roma (1955) ed evidenziato dal Prof. Andrea Ciampani “Proprio nel congiungere strettamente libertà associative (personale e collettiva) e natura confederale (responsabile e partecipativa), Pastore individuò la principale forza del sindacato, chiamato a farsi strada attraversando temperie politiche, fraintendimenti culturali, opposizioni ideologiche.

Un percorso di qualità accompagnato dall’attenzione alla formazione, quale elemento distintivo della CISL nel ribadire  la costruzione di un gruppo dirigente saldamente ancorato a questi elementi identitari, descritto bene dal Direttore del Centro Studi Francesco Scrima “La formazione dei dirigenti e dei quadri fu la chiave per affrontare la costruzione dell’identità del nuovo sindacato”.

La CISL ha pertanto assunto un ruolo di primo piano nelle dinamiche della società italiana ed è sempre stata ed è protagonista nei momenti decisivi della storia del Paese. Nelle interviste che pubblichiamo del Presidente del CENSIS De Rita, di Bruno Manghi, di Sergio D’Antoni e Giorgio Benvenuto, del Direttore dell’Ufficio Nazionale della CEI per i problemi sociali e del lavoro, Don Bruno Bignami, ritroviamo scanditi gli accadimenti e le coraggiose scelte sindacali e politiche (anche controcorrente) decise e percorse dai gruppi dirigenti dell’Organizzazione ai vari livelli, tra i lavoratori e nelle difficoltà del Paese.

Troviamo l’impronta caratteristica cislina nell’impostazione della cultura riformista italiana con chiare indicazioni programmatiche nella ricostruzione del Paese, nell’affermazione del primato della contrattazione e dello sviluppo del secondo livello negoziale, nell’attenta salvaguardia del mondo agricolo, nelle lotte per le rivendicazioni operaie di fine anni ’60 e inizio anni ’70, nel contrasto  all’inflazione con l’avvio del metodo concertativo negli anni ’80 e primi anni ’90, nelle riforme del Pubblico Impiego e della Sanità, nelle proposte sulle riduzioni dell’orario di lavoro, nella realizzazione della complementarità  in campo previdenziale e dell’assistenza sanitaria, nella gestione delle tutele dei lavoratori coinvolti nei processi di riorganizzazione e riassetto produttivo dell’industria, del terziario e dei servizi.

Un particolare riferimento va poi messo in evidenza al valore mostrato dalle donne e dagli uomini della CISL durante gli anni della “Notte della Repubblica” (cit Sergio Zavoli) con il presidio delle Istituzioni democratiche  nel periodo della “strategia della tensione” (strage di Piazza Fontana, il cosiddetto Golpe Borghese, gli attentati all’Italicus e la strage di Bologna) e nella lotta al terrorismo nella società e sui posti di lavoro (a partire dalla strage di Via Fani, dal rapimento e uccisione del Presidente Aldo Moro e del delegato Cgil Guido Rossa), pagando con il sacrificio di vite umane e con diversi episodi di intimidazione nei confronti di sindacalisti e studiosi vicini al Sindacato. Ricordiamo in particolare il sacrificio di Ezio Tarantelli, prestigioso economista sceso in campo con la CISL per innovare la proposta sindacale nel contrasto all’inflazione e per la crescita dell’occupazione, e poi quello di Massimo D’Antona e di Marco Biagi; intellettuali accomunati dall’idea di poter cambiare il mondo del lavoro attraverso provvedimenti innovativi.

Si celebrerà pertanto il XIX Congresso confederale nel solco di quanto seminato nella storia dell’Organizzazione e lo si farà affrontando i temi all’ordine del giorno del dibattito nazionale e globale. Saranno al centro delle attenzioni le tre transizioni centrali nel mondo in cambiamento: ecologico-ambientale, digitale e demografica. Tre macro argomenti che comportano e comporteranno riflessi determinanti nel mondo del lavoro, della produzione e nei rapporti sociali (nuove organizzazioni del lavoro, riconversioni produttive e professionali, un nuovo mercato del lavoro, nuovi modelli educativi e di istruzione, ruolo essenziale del primo e del secondo welfare) in un contesto sempre più interconnesso. La vocazione europeista e una visione complessiva del lavoro e dei cambiamenti della società favoriranno l’elaborazione delle strategie dell’organizzazione per i prossimi anni. Partire proprio dalla costruzione di un’Europa unita e maggiormente efficace sul piano sociale, così come mostrato in questi anni di lotta alla pandemia e con gli investimenti previsti dal programma NGEU e dagli altri profili di finanziamento, sarà per il sindacato un obiettivo fondamentale per affermare un nuovo protagonismo dei lavoratori; come afferma Emilio Gabaglio (ex segretario generale CES) “Nel corso del tempo i risultati ottenuti con il dialogo sociale non sempre sono stati all’altezza delle aspettative del movimento sindacale dipendendo dalle alterne vicende del processo d’integrazione europea ed anche dai rapporti di forza. È giusto tuttavia riconoscere che in nessun altro contesto internazionale il movimento sindacale gode di capacità di influenza e iniziativa comparabili e, ancora, che l’obiettivo   di rendere i lavoratori organizzati protagonisti della costruzione europea perseguito dalla CISL fin dagli inizi del suo impegno “europeista” dispone oggi attraverso il ruolo  della CES delle condizioni e degli strumenti per essere raggiunto”.

Su queste basi dovrà continuare anche il rapporto e il lavoro di aggregazione con le giovani generazioni, sulle quali la CISL dovrà concentrare le proprie attenzioni cercando di coglierne le istanze, cercando di offrire riposte, investendo in idee e risorse intellettuali. Molto opportuno quanto descritto da Nicoletta Merlo nel suo articolo, a proposito della relazione tra giovani e il sindacato  “Il tema del futuro è strettamente collegato alla gestione del cambiamento che, per essere realmente efficace, deve essere convincente ed inclusivo agli occhi dei giovani: se vogliamo un domani migliore è necessario creare una comunità aperta a nuovi soggetti e a nuove idee, occorre consentire alle giovani generazioni di poter emergere, di potersi mettere alla prova e di poter dare un contributo fattivo nella costruzione di quel futuro che proprio loro saranno chiamati ad abitare.”

Nelle tesi confederali in discussione per questo congresso, sono sottolineati due contenuti che saranno dirimenti nel “governo” delle transizioni sopraindicate: formazione e partecipazione. Saranno punti centrali all’ordine del giorno del confronto con le controparti e con le Istituzioni: nella gestione della “giusta transizione” non si potrà non garantire adeguati percorsi di riconversione professionale per generazioni di lavoratori, che rischierebbero di essere espulsi dai processi produttivi, come del resto non si potrà non tenere in considerazione il cambiamento sostanziale dei programmi scolastici in un mondo orientato alla sostenibilità e al graduale cambiamento del modello di sviluppo. Ettore Innocenti, giovane ricercatore e formatore della Fondazione Tarantelli e del Centro Studi CISL, nel suo contributo al Working Paper coglie bene l’essenza della posizione dell’organizzazione “Tra i temi di discussione del XIX Congresso della Cisl, desta interesse la concezione della formazione professionale continua non soltanto come investimento teso ad innalzare la produttività, ma anche come volano imprescindibile per aumentare il livello d’occupabilità all’interno dei mercati transizionali del lavoro.

Infine la CISL, nelle parole del Segretario generale Luigi Sbarra, ha ribadito più volte che non potrà essere più rinviabile una decisa partenza del confronto sull’applicazione dell’art. 46 della Costituzione, per avviare processi di coinvolgimento effettivo dei lavoratori nella gestione delle imprese. Il cambiamento presuppone anche queste scelte definitive; dovranno essere le controparti e le Istituzioni di governo e i dubbiosi nel movimento sindacale ad essere pronti a condividere un percorso, che dalla sua fondazione la nostra Organizzazione ha posto all’attenzione dell’agenda politica e delle relazioni sindacali. La CISL sarà ancora all’altezza di queste sfide, come la sua storia insegna e il Congresso dimostrerà di nuovo questa capacità elaborativa.

Chiudiamo con un ricordo; celebreremo il XIX Congresso confederale senza la presenza di due fra i più grandi protagonisti della storia della CISL, del movimento sindacale e della politica italiana: Pierre Carniti e Franco Marini. Un filo di tristezza accompagnerà i lavori dell’assemblea congressuale, ma siamo certi che saranno comunque idealmente presenti nei pensieri e nella quotidianità della proposte dell’Organizzazione.

 

Antonello Assogna

Coordinatore Redazione Working Paper – Fondazione Ezio Tarantelli

 

Se l’amore salverà il mondo…Il dovere di un esame di coscienza.

C’è da riflettere, fino in fondo, sulle trasformazioni economiche e politiche degli ultimi anni. Non ci sono alibi e salvacondotti per nessuno: l’esame di coscienza deve interessare anche gli eredi di una storia interpretata e vissuta, sebbene faticosamente, all’insegna dei principi cristiani. Se l’amore salverà il mondo, allora è necessario un atto di amore, vero, sincero, disinteressato di chi ritiene di rappresentare ancora la cultura e i valori del cattolicesimo democratico.

Non meravigliano certe passerelle di presentazione di libri che riflettono soltanto un ritorno all’ovile di quella politica sterile, dorotea, capace soltanto di sopravvivere con la semplice gestione del potere e con la ricerca quasi spasmodica di posti e di candidature importanti. In effetti, la situazione reale richiede altri tipi di considerazione, altri atteggiamenti nell’approccio ad un rinnovato impegno politico. Evitiamo in ogni caso – solo perché il tema è abbastanza inflazionato e ormai fa parte del patrimonio comune della quasi totalità delle menti pensanti –  i risvolti dell’attuale situazione drammatica che sta attraversando l’Ucraina, anche se occorrerebbe una valutazione più obiettiva e meno settaria. Sta di fatto che il fulcro della questione è rappresentato dalla necessità di ripartire in termini di sviluppo e non solo economico.

L’economicismo non può rappresentare il punto di partenza di una politica che vuole essere vicina al cittadino comune (con tutte le problematiche, certamente anche economiche, che lo riguardano) o, più consapevolmente, i mezzi usati sinora vanno riconsiderati alla luce del nuovo che è emerso nel Terzo Millennio. Achille Ardigò diceva che “ogni conquista che non sia interiore non tiene” e quindi occorre saper interpretare l’animo umano al di là delle tecniche economiche fini a sé stesse, perché occorre riconsiderare tutte le strutture economiche che sinora hanno retto il sistema a livello mondiale. Per cui, occorre anche dire che nel rinnovamento delle strutture economiche è superfluo, ma soprattutto perdente pensare di operare un cambio di rotta usando gli stessi metodi e gli stessi mezzi della vecchia politica liberista.

Ma perché questo cambio di rotta? Al di là delle nuove esigenze che son venute alla ribalta con la nuova visione del mondo, vi è al fondo la constatazione che il sistema economico nel corso degli anni si è progressivamente distaccato dai principi della morale e dell’etica; anzi, possiamo dire che il sistema economico liberale o capitalista rifiuta esplicitamente di agire secondo i valori della morale. Lo Stato, o il sistema liberale, non ha altro fine se non quello di lasciare libero gioco al potere economico, disinteressandosi di tutto ciò che avviene nel sociale, ossia tra la stragrande maggioranza dei cittadini.

Se guardiamo la situazione politica attuale nel nostro Paese (ma non solo), constatiamo che ormai quella funzione sociale della sinistra storica, sull’onda della propria ideologia marxista che, comunque, si legava al destino degli sfruttati e dei poveri, ormai è sparita quasi completamente nell’attuale sistema partitico. Dall’altro, la stessa cultura dei cattolici democratici (legata soprattutto alle posizioni più avanzate delle sinistre democristiane) oggi sconta sia l’evanescenza ideale di una classe dirigente confluita nel Pd, ma soprattutto l’abbraccio mortale con la cultura liberista che tanti danni sta producendo a livello sociale ed economico. Né appaiono credibili iniziative e nuovi partitini sull’onda dell’emozione personale, ossia di quel culto dell’individualismo che non appartiene alla cultura vera e migliore del cattolicesimo democratico.

Più che soffermarsi sul liberismo degli anni Ottanta a livello mondiale, occorrerebbe anche guardare alla situazione italiana di quel periodo nel quale una parte maggioritaria della sinistra democristiana (osannata ancora oggi da taluni) non ha rappresentato altro che uno strumento di potere e di pressione dando il via alla fine del pensiero politico dei cristiani. Se l’amore salverà il mondo, allora è necessario un atto di amore, vero, sincero, disinteressato di chi ritiene di rappresentare ancora la cultura e i valori del cattolicesimo democratico, ma che in realtà altro non è che un uso personalistico del potere lontano e distante dalla realtà e dai problemi quotidiani del popolo italiano.

I russi bombardano l’Ucraina e l’oro si impenna.

Muta il rapporto tra la ricchezza finanziaria, in primis azioni e altri titoli di borsa, e le riserve auree. I cittadini comuni e le piccole imprese, se non falliscono, vendono, anzi, svendono, i loro beni a chi può comprarli. E fra questi “beni” c’è l’oro.

Da dove arrivano i soldi protetti in Svizzera? Da dove arriva la sua riserva d’oro? La domanda non è peregrina ma potrebbe essere proposta per qualsiasi nazione occidentale. Al tempo della guerra Russia/Ucraina, calano le borse, mentre salgono i prezzi delle materie prime. Torna in auge il bene rifugio per eccellenza: l’oro. I contemporanei Goldfinger (ricordando il personaggio di un film della serie “Agente 007”, del 1964), si sfregano le mani. L’effetto Ucraina gonfia il prezzo dell’oro, e più il conflitto dura, più il prezzo del metallo nobile sale alle stelle. Infatti, in queste ore, il prezzo dell’oro 18 carati è salito sopra ai 40,00 euro al grammo. Quello dell’oro 24 carati invece oltre i 54,00 euro al grammo.

Le azioni, strumenti finanziari prediletti, hanno sofferto dello stress geopolitico, acuito dalla pandemia prima, e dalla guerra ora. Ma non è stato sempre così. Infatti, il sistema aureo (gold standard), in cui il valore della moneta è dato da una quantità di oro fissata per legge, è stato il principale sistema monetario dal 1870 al 1914. Voluto dall’Inghilterra, ed adottato in seguito dalle principali economie occidentali, tale sistema consentiva la stabilità economica interna e quella commerciale tra le nazioni, consentendo alla moneta di essere facilmente convertita in oro, e viceversa. Essendo certo il valore in oro assegnato da un Paese alla propria moneta, gli scambi internazionali erano sicuri ed agili: la lira, ad esempio, aveva un controvalore in oro pari a 0,29 grammi. Quello della sterlina era di 7,32 grammi. Dunque occorrevano 25,24 lire per una sterlina.

I prezzi a quel tempo erano stabili, essendo ridotto il rischio di inflazione dovuto al costo della materia prima. Tuttavia, questo sistema di cambi fissi tra le monete nazionali non consentiva una facile gestione dei deficit commerciali tra le suddette nazioni. Per questo motivo, quando un Paese si trovava nella necessità di mantenere inalterato, costante nel tempo, il valore della sua moneta, doveva ridurre la moneta in circolazione: logica conseguenza era la riduzione dei salari e la diminuzione dei prezzi: la deflazione.

La spesa pubblica era limitata dall’obbligo di non “sperperare”, di non spendere oltre la riserva in oro che ogni Paese aveva deciso di destinare per coprire la moneta in circolazione. Un sistema efficace fin quando il mondo non cominciò ad accelerare, così come le sue crisi. Nel 1914 i cittadini tedeschi, per paura della guerra imminente, esercitarono il loro diritto di convertire i loro risparmi in oro. La banca centrale tedesca registrò in poche settimane un calo della propria riserva aurea. Decise quindi di sospendere la conversione della moneta in oro. Era il 13 luglio del 1914. Gli altri Paesi occidentali, in breve tempo, la seguirono. La Prima guerra mondiale portò all’interruzione degli scambi commerciali tra nazioni nemiche. Ciò condusse a una decisione obbligata, quella del “corso forzoso” della moneta, che la disgiunse dal controvalore in oro. La fine della parità aurea. Il corso forzoso funzionò, soprattutto per i vincitori della guerra; ma la fine della Grande Guerra pose tutti davanti la necessità di ricostruire il commercio internazionale.

Nel 1920 la nascita del “Gold Exchange Standard” non obbligava la moneta di una nazione alle proprie riserve, garantendo invece la convertibilità in una moneta ancorata all’oro, come il dollaro statunitense o la sterlina, che adottò il “Gold Bullion Standard”. Il nuovo sistema sembrò funzionare, fino alla svalutazione della sterlina, nel 1931, e del dollaro, nel 1933. Tali svalutazioni decretarono la fine di quel sistema e la ratificazione degli accordi di Bretton Woods del 1944. A loro volta, quest’ultimi, vennero infranti dalla decisione del Presidente Nixon di porre fine nel 1971 alla convertibilità del dollaro in oro.

Con la crisi finanziaria del 2007-2008 le nazioni europee hanno attinto ai propri “gioielli di famiglia” per riempire le casse dello Stato. In piccolo, anche le famiglie lo hanno fatto. Chi in casa aveva un poco di oro lo ha venduto, desideroso di liquidità. Nel 2000 l’oro costava 7,00 euro al grammo. Nel 2011 costava 35,00 euro al grammo. Oggi è salito a 55,00 euro al grammo. Ma chi ha saputo arricchirsi di più è colui che si è tenuto il proprio oro, magari comprandosene dell’altro in sovrappiù.

Se consideriamo gli Stati, ad oggi gli Usa sembrano possedere il primato di riserve auree: oltre ottomila tonnellate in lingotti. Segue la Germania, con tremila tonnellate d’oro. Gli oligarchi che posseggono ingenti quantità di oro si guardano bene da rendere pubbliche le loro finanze, lasciando gestire il proprio portafoglio aurifero a società per azioni. Grandi miniere d’oro estraggono ancora il prezioso minerale dalle viscere della terra. La più grande miniera è in Sudafrica, a Johannesburg. La seconda in Nevada, negli Stati Uniti. In Sudafrica i magnati delle miniere si guardano bene di lasciare il posto, sebbene Ivan Glasenber sia stato “costretto” al pensionamento di recente, da amministratore delegato di Glencore, multinazionale con sede in Svizzera e impegnata nel commercio delle materie prime che, con la pandemia prima e la guerra in Ucraina adesso, stanno aumentando il loro costo.

I cittadini comuni e le piccole imprese, se non falliscono, vendono, anzi, svendono, i loro beni a chi può comprarli. E fra questi “beni” c’è l’oro. È proprio il caso di citare il titolo di quel celebre film del 1974, con Alberto Sordi: “Finché c’è guerra c’è speranza”.

Quel gesuita euclideo missionario di amicizia. In «Centro di gravità permanente» la storia di Matteo Ricci

A un anno dalla morte, L’Osservatore Romano dedica ampio spazio al ricordo di Franco Battiato. Di seguito proponiamo, per gentile concessione, il testo che il giornale ufficioso della Santa Sede ha pubblicato nell’edizione di ieri 16 maggio. “Il verso di Battiato dedicato ai gesuiti euclidei – scrive l’autore dell’articolo – ci ha permesso di gettare un podi luce su uno degli episodi interculturali significativi della storia dellumanità: lincontro, nel segno del dialogo, della scienza, dellamicizia e della fede tra lumanesimo rinascimentale europeo e la straordinaria dinastia cinese dei Ming”.

Gianni Criveller

«Gesuiti euclidei / Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori / Della dinastia dei Ming». È uno dei versi più famosi e intriganti di Franco Battiato, scomparso il 18 maggio 2021. Appartiene alla canzone Centro di gravità permanente, uscita nel settembre 1981, inclusa nell’album La voce del padrone. Ebbe un successo enorme e vendette più di un milione di copie. Citando i gesuiti euclidei, Battiato mostra la vastità della sua cultura e la molteplicità delle sue ispirazioni. Il riferimento è ovviamente a Matteo Ricci, gesuita, umanista, scienziato e soprattutto missionario, nato a Macerata nel 1552. Tra il 1583 e il 1610, fondò cinque comunità cristiane in importanti città della Cina. È il padre del cattolicesimo cinese, e molto si è scritto su di lui; ma quando Battiato compose la sua canzone, Ricci e la sua impresa erano assai meno conosciuti di adesso.

Matteo Ricci arrivò a Macao nel 1582 e l’anno seguente, con Michele Ruggieri, fondò la prima presenza gesuitica in Cina continentale. Si stabilirono a Zhaoqing, lungo il fiume delle Perle, non lontano da Guangzhou (Canton). Per essere accettati dal Governatore provinciale Wang Pan, e su indicazione del loro superiore, il “Visitatore” Alessandro Valignano, i due missionari si rasero barba e capelli e si vestirono come dei monaci buddhisti (ovvero bonzi), indossando la lunga veste arancione. Abitarono presso una pagoda, e si fecero chiamare «monaci dall’ovest», una definizione dalla forte connotazione buddhista (una religione che, per i cinesi, proveniva dall’ovest, ovvero dall’India). Questa strategia missionaria passerà alla storia come «metodo dell’accomodamento».

Ricci, Ruggieri e i pochi compagni che via via li raggiungevano, riuscirono a convertire alcune persone, ma la gran parte del popolo pensava che quegli stranieri fossero davvero buddhisti. Ricci se ne rese conto, e non ne era affatto contento. Ruggieri, a cui questa strategia invece andava bene, tornò in Italia per organizzare un’ambasceria a Pechino, che non poté essere realizzata. Con il consenso del Visitatore Valignano, Ricci cambiò strategia missionaria. Nel 1595, dopo anni di accomodamento buddhista, Ricci si lasciò crescere barba e cappelli e decise di vestirsi con la lunga tonaca del letterato confuciano e adottando il loro tipico copricapo. E così è ritratto nel famoso dipinto che si conserva presso la chiesa del Gesù a Roma. Nei suoi anni in Cina, Ricci aveva assorbito la cultura e studiato i testi confuciani (che tradusse in latino), e dunque si era guadagnato il diritto di essere considerato un letterato. Ricci riteneva che la filosofia confuciana fosse propedeutica al cristianesimo e con esso compatibile. Nello stesso 1595 Ricci pubblicò Dell’amicizia, il suo primo scritto in lingua cinese. L’amicizia fu dunque il manifesto missionario e lo stile di vita di Ricci tra il popolo cinese.

Entriamo nello specifico del verso di Battiato: l’episodio a cui si riferisce accadde tra il 25 e 27 gennaio 1601. Matteo Ricci, dopo difficili disavventure che non possiamo qui raccontare, fu finalmente ammesso alla Città proibita, ovvero la corte imperiale a Pechino. L’imperatore della dinastia dei Ming si chiamava Wanli. Ricci era in compagnia del missionario spagnolo Diego De Pantoja e di due coadiutori gesuiti di origine cinese Zhong Mingren e You Wenhui (conosciuti nelle fonti occidentali con nomi portoghesi Sebastião Fernandez e Manuel Pereira). È chiaro dunque che, a differenza di quanto si afferma nella canzone, Ricci e compagni non erano vestiti da bonzi ma da letterati confuciani.

I missionari si inchinarono davanti al trono… vuoto, in quanto l’imperatore non riceveva di persona nessuno, neanche i suoi ministri. Da perfetto taoista, Wanli governava attraverso l’assenza e il non-governo. La filosofia taoista insegna infatti che, grazie al non-agire, tutto funziona meglio, perché ogni cosa segue la propria energia interiore.

Le fonti gesuitiche ci dicono però che Wanli era curioso di vedere per la prima volta degli stranieri in vita sua. Si nascose dietro una tendina e da lì li sbirciava. I gesuiti portarono all’imperatore sedici doni, tra cui la mappa del mondo di Ortelius e due orologi, uno grande e uno piccolo, che per funzionare richiedevano manutenzione. Un piccolo stratagemma con il quale speravano di poter tornare a corte e stabilire contatti permanenti e un’influenza in quell’ambiente. E visto che parliamo di musica e canzoni, in quell’occasione Ricci donò all’imperatore anche un clavicordio, strumento musicale a corde dotato di tastiera. Il missionario fu richiesto di insegnare a suonarlo agli eunuchi di corte. Per questo motivo compose le Otto canzoni che gli permisero tornare regolarmente alla Città proibita.

La missione di Ricci può essere interpretata come un viaggio, ovvero un’ascesa a Pechino, sede dell’imperatore. Raggiungere il centro dell’impero era il suo obiettivo. Voleva ottenere dall’imperatore il riconoscimento della libertà d’evangelizzazione e, dal centro dell’impero, avviare un’opera missionaria diffusa su tutta la nazione. Pechino era intesa dai gesuiti come una nuova Roma, da cui poteva partire una grande opera missionaria. La conversione dell’imperatore era, a quel tempo, un obiettivo fuori portata, ma lo diverrà in seguito. La Cina del tempo era governata dalla dinastia Ming (1368-1644), l’ultima di nazionalità cinese. La dinastia precedente, i Yuan, era dei mongoli (iniziata da Gengis Khan). Quella seguente, i Qing, conclusasi nel 1911, era dei mancesi.

Matteo Ricci, oltre che missionario e umanista, era uno scienziato di grande valore: astronomo, geografo, musicista e matematico “euclideo”, esattamente come riferisce Battiato. Nel 1607 pubblicò a Pechino la traduzione cinese dei primi sei libri di Euclide, contenuti nel testo di Cristoforo Clavio, I 15 libri degli elementi di Euclide. La traduzione di Euclide è stato il testo fondamentale per l’introduzione della matematica occidentale in Cina. Ricci si avvalse della collaborazione del suo migliore discepolo ed amico, lo scienziato (e poi politico) Xu Guangqi, noto nelle fonti gesuitiche come il “dottor Paolo”. Paolo Xu e altri tre alti funzionari convertitosi alla fede cristiana, furono chiamati le «colonne della cristianità cinese». Il confuciano cristiano e “euclideo” Paolo Xu divenne un ministro molto importante e fu tra gli uomini più vicini a Chongzhen, l’ultimo imperatore della dinastia dei Ming.

Il verso di Battiato dedicato ai gesuiti euclidei ci ha permesso di gettare un po’ di luce su uno degli episodi interculturali significativi della storia dell’umanità: l’incontro, nel segno del dialogo, della scienza, dell’amicizia e della fede tra l’umanesimo rinascimentale europeo e la straordinaria dinastia cinese dei Ming. Matteo Ricci, missionario dell’amicizia, ha portato in Cina la fede e i doni che la fede suscita: l’amicizia, la scienza, la cultura e l’arte. E dagli amici cinesi ha ricevuto altrettanto: scienza, cultura, lingua, filosofia e arte cinese, che il grande missionario gesuita trasmise all’Europa, dando vita a uno straordinario scambio culturale.

 

 

 

Cattolicesimo liberale e dossettismo. A proposito de “La forza mite del riformismo” di Giorgio Armillei. La recensione su “santalessandro.org”

 

Gli scritti di Armillei, scomparso prematuramente l’anno scorso, ruotano attorno alla esplicitazione del confronto (storico) tra visione liberale e visione integralistica – per usare un aggettivo d’altri tempi ma tuttora adatto a descrivere la tendenza – del cattolicesimo politico. Il dossettismo, in questa rappresentazione, è  la palla al piede del riformismo democratico, non la sua variante più impegnativa e rigorosa. Il volume, edito da Il Mulino, uscirà in libreria giovedì 19 maggio.

 

Giovanni Cominelli

 

Il cattolicesimo politico ha ancora qualcosa da dire alla società e alla politica o è ormai ridotto a conati politico-culturali individuali dispersi sull’intero arcobaleno politico? Una risposta proviene dalla raccolta di scritti di Giorgio Armillei, morto prematuramente quasi un anno fa.

Circoscritti ai primi vent’anni del Terzo millennio e organizzati da Stefano Ceccanti e Isabella Nespoli, si muovono attorno a tre nuclei tematici: la critica quotidiana della ragion politica contingente, l’europeismo, le vicende del cattolicesimo politico in Italia.

Il titolo dell’antologia è “La forza mite del riformismo”, edita da Il Mulino 2022. Le categorie generali del liberalismo cattolico sono qui messe alla prova nella critica dello stato di cose presente e, in particolare, della sinistra, che l’Autore descrive come tuttora “impigliata in quel Novecento nel quale naviga ancora quella parte del Pd, che si ispira alla filiera Gramsci, Berlinguer, solidarismo cattolico, socialismo liberale, femminismo, ambientalismo, azionismo”.

 

Il cattolicesimo politico liberale, cui attinge creativamente Armillei, è quello che proviene da don Sturzo, che è poi confluito nella DC,  progettata, tra il 17 e il 23 luglio 1943, a Camaldoli da Mons. Montini, da Mons. Bernareggi e da De Gasperi, fiorita per oltre quarant’anni e poi dissoltasi… liberalismo cattolico, che ha continuato con Pietro Scoppola e i suoi discepoli fucini, oggi dispersi produttivamente tra accademia,  politica e istituzioni.

 

Che cosa significhi concretamente “liberale” emerge dall’analisi “geopolitica” del Pd, condotta con un affilato rasoio di Occam. Seconda questa analisi, il PD consta di tre aree: un centro doroteo, che, più o meno, gioca sul patronato delle cariche; una sinistra zingarettiana e corbyniana, che in linea di massima la pensa come il M5S; un pezzo liberale, che ancora si deve riprendere dalla sconfitta del 4 dicembre 2016. E che, però, si limita alla politics.

 

Il PD è descritto come prigioniero dentro un “il quadrilatero della conservazione”.

 

Il primo bastione è quello del “neointransigentismo costituzionale”, in forza del quale la “Costituzione più bella del mondo” è immodificabile. Questo approccio impedisce di cambiare anche la seconda parte, quella che riguarda le istituzioni. Il conservatorismo istituzionale rinvia al cambiamento dei partiti e eventualmente della politica, mediante nuova legge elettorale, ciò che solo nuove istituzioni potrebbero realizzare: una nuova riconnessione tra cittadini, società civile, Stato. Che dalla faglia in allargamento tra società civile e Stato possano uscire i miasmi del populismo diviene a questo punto inevitabile. Il motore del cambiamento politico e partitico, secondo Armillei, è l’Institution Building. Così propone “una limpida e ben congegnata riforma semipresidenzialista, che ponga le condizioni istituzionali per partiti coesi, semmai divisi dalla ricerca di una migliore logica governativa, con leader effettivi e responsabili verso la base elettorale”. Cominciare dal vertice o dalla base? La risposta: “occorre cominciare da ciò che condiziona piuttosto che da ciò che é condizionato, se si vuole realmente riformare il nostro sistema politico, le nostre istituzioni di governo e il nostro sistema dei partiti, restituendogli il profilo costituzionale di «soggetti della democrazia»”.

 

Il secondo bastione è quello del giustizialismo, dal quale tutt’oggi il PD fa fatica a congedarsi.

 

Il terzo è “lo statalismo azionista”.  Secondo questa filosofia politica, il Bene comune non viene definito nella libera dialettica civile e politica, ma dallo Stato, che è, in quanto tale, sovraordinato alla società civile e alle stesse istituzioni repubblicane. Viceversa, nella concezione poliarchica – ispiratore R. A. Dahl – della “statless society” “la politica è un pezzo di società accanto ad altri,  con una sua funzione specializzata e suoi precisi confini”. “E non c’é nulla di anomalo nel fatto che economia, cultura, religione la condizionino e – per certi aspetti – la regolino”. Si tratta di una concezione sussidiaria, non perfettista dei rapporti tra società e stato. Ma lo statalismo ha sempre avuto forti radicamenti nel mondo cattolico, non solo in quello degli anni ’30, ostile e comunque diffidente nei confronti delle democrazie anglosassoni e… protestanti.

 

Del resto, Mons. Olgiati, tra i fondatori dell’Università Cattolica, scriveva negli anni ’20 a Padre Gemelli: “Lo stato è il divino nel mondo”. Giuseppe Dossetti nel famoso discorso sullo Stato del 1951 teorizzò che è lo stato che “fa la società, traendo il corpo sociale dall’informe”. Lo Stato ha una funzione di “reformatio” del corpo sociale. Concezioni per niente affatto distanti dal comunismo e dalla socialdemocrazia, al netto dell’ateismo, che, certo, nel ’51 manteneva una distanza. Lo schema dossettiano è rimasto come dogma profondo, ha contribuito ad una radicalizzazione della sinistra e, da ultimo, del Pd, e “rappresenta forse la tendenza intellettuale più influente del cattolicesimo politico italiano”. Ed è perciò l’avversario più prossimo del cattolicesimo liberale.

 

Secondo Armillei, il “dossettismo conservatore” è entrato a far parte di quello che viene definito “il triangolo di ferro della tradizione riformista e comunista italiana”. I suoi tre lati: il legame tra forma di governo parlamentare e partiti burocratici di massa; la concezione della legge elettorale come una sovrastruttura della dinamica politica; il sospetto nei confronti del governo del leader – con o senza partito – fulcro della democrazia del pubblico. Così che “qualcuno potrebbe maliziosamente tentare di rintracciare nascosti fili rossi tra dossettismo, sinistrismo azionista e grillismo”, uniti nella difesa dello stato istituzionale di cose presente.

 

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https://www.santalessandro.org/2022/05/14/cattolicesimo-liberale-e-dossettismo-a-proposito-de-la-forza-mite-del-riformismo-di-giorgio-armillei/

Nuove tecnologie. L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla struttura e l’organizzazione del lavoro.

 

Riproponiamo, per gentile concessione dell’autore, la parte finale dell’articolo in origine pubblicato su Harvard Business Review Italia (maggio 2022) con il titolo “Come l’intelligenza artificiale sta ridisegnando il lavoro”.

 

Marco Bentivogli

 

Nell’ultimo secolo, la tecnologia ha creato più posti di lavoro di quanti ne abbia rimpiazzati. La tecnologia e l’innovazione stanno cambiando la natura del lavoro, portando alla domanda di abilità cognitive avanzate e una maggiore adattabilità tra i lavoratori. I dati di numerose ricerche sull’Europa ci indicano che mentre la tecnologia sostituisce alcune mansioni, in generale aumenta anche la domanda di lavoro. Complessivamente, si stima che proprio la tecnologia che sostituisce il lavoro di routine abbia creato oltre 23 milioni di posti di lavoro in tutta Europa dal 1999 al 2016 (Gregory 2016). Il digitale “scongela” lo spazio (i suoi luoghi) e il tempo (gli orari) del lavoro. Mette in discussione l’autostrada bicolore lavoro dipendente/autonomo. Cresce la terza corsia, non solo per i lavori collegati alle piattaforme, ma per tutto il lavoro. Le resistenze culturali e ideologiche al riconoscimento del nuovo lavoro lo consegnano al vuoto di nuove normative e di nuovi contenitori giuridici e contrattuali. Le modalità e le condizioni con cui le persone lavorano richiederebbero un urgente ripensamento dei sistemi di protezione sociale che, specie in Italia, non tutelano i contratti non-standard, come le partite Iva.

 

Non solo, per valutarne la sostituibilità, ricordiamo sempre che l’IA non sa fare tutto e che anche le persone hanno abilità molto diversificate: secondo l’indagine Ocse del 2017 “Computers and the Future of Skill Demand”, solo l’11% degli adulti è attualmente al di sopra del livello di abilità che l’IA è vicina a riprodurre. La gran parte è molto al di sotto. Tema che chiama in causa un ambito poco efficace nel nostro Paese, la formazione e la riqualificazione professionale (reskilling) degli adulti. In uno degli studi più interessanti realizzato in Italia si compie un’analisi attraverso lo Standard Internazionale Isco 2008, incrociandolo con la classificazione Cp 2011 e si comparano i risultati della potenziale esposizione all’IA delle 800 professioni rilevate in Italia da Istat. Il digitale e l’IA secondo la ricerca, consentono il distanziamento sociale, tutelando il lavoro. In realtà consentono anche di immaginare sistemi di organizzazione del lavoro che limitino la prossimità non solo con le persone, ma anche con le macchine e i luoghi di lavoro.

 

I nostri sistemi di protezione sociale e le tutele contrattuali si basano su sistema su un’occupazione a salario stabile, definizioni chiare del datore di lavoro, delle sue responsabilità e del rapporto di lavoro e una previsione di data di pensionamento. Questo approccio, tuttavia, riguarda un numero sempre più ridotto di persone e ne lascia fuori un numero crescente, poiché la natura mutevole del lavoro sconvolge proprio la capacità regolatoria delle normative tradizionali. La tecnologia sposta la domanda di benefici per i lavoratori da parte dei datori di lavoro verso prestazioni che tutelino le discontinuità occupazionali e di reddito e, soprattutto, il diritto soggettivo alla formazione, di qualità e lungo tutta la vita lavorativa. L’orizzonte full time, a tempo indeterminato, non solo è una promessa tradita ma lascia fuori da ogni diritto tutti gli altri.

 

L’IA determina profondi mutamenti sul lavoro, ma apre, al contempo, molti spazi per rafforzare la persona dentro questi mutamenti. Tra essi, ci aiuta nel superare il sempre meno efficace “fordismo” dei nostri sistemi di istruzione e formazione. Programmi e metodi di apprendimento uguali per tutti e sempre più inutili. Eppure, il nostro Paese aveva iniziato da precursore col piede giusto. Un esempio agli albori della rivoluzione digitale, mai sufficientemente narrato, fu l’introduzione dell’italianissima “Perrottina”, la “programma 101” realizzata da Piergiorgio Perotto. Oltre ad essere il primo personal computer, fu la prima sperimentazione di formazio­ne computer based (CBT), il cui cuore non era cedere le capa­cità di calcolo alle macchine ma apprendere il pensiero logico alla base del loro funzionamento.

 

Oggi l’IA aiuta a rendere più adattivo l’apprendimento (adaptive learning) dei lavoratori con formazione meno fordi­sta e più sartoriale. Come sostiene Franco Amicucci, l’IA ha una grande potenzialità nell’aumentare la personalizzazione della formazione. Alcune applicazioni di recommendation system riguardano la possibilità di generare tutor intelligenti che assistano i processi di apprendimento, aiutare l’anali­si semantica per la classificazione e il tagging di contenuti formativi e consigliare percorsi di formazione personalizzati. Per consentire alle persone di stare dentro il gorgo dell’inno­vazione saranno necessari, a livello aziendale e territoriale, ambienti digitali di apprendimento di upskilling e re-skilling capaci, in prospettiva, di costruire il predictive learning, ossia anticipare, in un contesto di rapida obsolescenza di professio­ni e competenze, l’apprendimento delle competenze neces­sarie nel futuro prossimo. Il centro di queste piattaforme non può che essere la persona.

La guerra come discontinuità di una politica discontinua. Una attenta lettura su “Vita e Pensiero”.

 

Il caos in cui viviamo rende difficile capire che cosa succede. La guerra in Ucraina risulta difficile da capire se non teniamo conto che dal senso si è passati al puro funzionamento”.

 

Miguel Benasayag

 

In questo mese e mezzo abbiamo giustamente sentito parlare molto dellinvasione russa in Ucraina e il mondo, per lo meno una parte, sembra essere sconvolto. Cerchiamo di approcciare l’argomento tratteggiando qualche puntino di contestualizzazione del mondo in cui abitiamo e del caos che viviamo, provando a vedere se può emergere una logica e qualche elemento di comprensibilità.

Per quanto riguarda la situazione ucraina in sé, bisogna ricordare in primis che sono oramai otto anni che va avanti un conflitto soprattutto nel Donbass, una delle principali regioni contese nel conflitto e che la Russia vorrebbe occupare. Dopo otto anni di un conflitto conosciuto da tutti senza che causasse una sola lacrima, Putin decide, di fronte alla possibilità che l’Ucraina entri a far parte dell’alleanza militare NATO, di attuare un’invasione e un’aggressione terribili. L’Ucraina, malgrado tutto, prova a resistere, forte delle armi inviate da alcuni Paesi dell’alleanza atlantica e contro le aspettative.

Un altro elemento di contestualizzazione: la guerra che stiamo vivendo non è ovviamente il primo conflitto scoppiato in questi anni né il primo cui partecipa, seppur indirettamente, la NATO (né, tra l’altro, la prima invasione russa degli ultimi decenni). La guerra in Siria, per prendere un esempio celebre, non è finita (nonostante i giornali ne parlino meno). Numerosi sono i conflitti, a partire dallo Yemen, in corso nel continente africano, per non parlare della tragica situazione libica. La guerra in Ucraina non costituisce nemmeno il primo evento tragico causante numerose morti che avviene “vicino a noi”, non più in terre lontane: come poter affermare una tale assurdità, quando a pochi chilometri dalle nostre coste, europee ma italiane in particolare, abbiamo assistito durante gli anni – non senza colpe – alla tragedia di circa trentamila morti innocenti che cercavano di scappare da una realtà ingiusta per provare a sperare in qualcosa di meglio?

Si tratta ovviamente di una lista” ristretta, semplificatoria, che non pretende fornire un quadro dettagliato del caos guerrigliero e mortifero in cui siamo immersi.

Nonostante tutto, per di più, nessun elemento qui menzionato costituisce la minaccia più imponente e preoccupante, rappresentata invece dalla devastazione degli ecosistemi e dal riscaldamento climatico. È appena uscito l’ultimo rapporto del GIEC, secondo il quale rimangono soltanto tre anni (entro il 2025) per raggiungere il picco di emissioni e limitare il riscaldamento climatico a 1,5°. La dipendenza da carbone e gas, l’estrattivismo dilagante, la riduzione drastica della biodiversità (tanto da poter parlare di una terza estinzione di massa), i sette milioni di morti all’anno a causa dell’aria inquinata sono soltanto alcuni degli elementi di una situazione tragica che nessuno, tra i governanti, sembra affrontare seriamente.

LA COMPLESSITÀ DEL CONTEMPORANEO
Perch
é citare tutti questi elementi? Si tratta di mettere in luce e provare a descrivere il caos che stiamo vivendo e che corrisponde al cambiamento di un’epoca (la Modernità, nata più o meno durante il Rinascimento e che ha attraversato una lunga crisi tra la fine del XIX secolo e tutto il XX) e all’incontro con la complessità (chiamiamo così, in mancanza di altri termini, l’epoca attuale).

Lemergenza del caos che viviamo, in particolare legato alle questioni climatiche e ambientali, è il sintomo del fatto che il modo di agire, di produrre, di abitare il mondo proprio della Modernità occidentale non è sostenibile né vivibile. Sono ovviamente le drammatiche conseguenze sulla possibilità stessa per la vita di continuare ad esistere su questo pianeta i testimoni più affidabili. Il problema è che nell’epoca complessa in cui viviamo si presentano a noi molto chiaramente i disastri e la distruzione causati dall’agire umano (e occidentale in particolare) per secoli, molto meno chiaramente, invece, le nuove forme di costruzione e di creazione di qualcosa di altro, di un agire e un pensare all’altezza dell’epoca della complessità.

È unepoca caratterizzata dalla discontinuità, dallimpossibilità di restare dentro lo schema moderno di una causalità lineare, che ci obbliga a un agire non più teleologico e transitivo che assuma le sfide della situazione e i rischi che ogni impegno comporta, senza garanzie di successo. All’interno di questa confusione, grande è il rischio di assistere ad attitudini paternaliste e autoritarie da parte di chi governa e dovrebbe quindi “gestire” le nostre società: che sia in pandemia o in guerra – e al di là delle considerazioni di merito sul contenuto – è evidente il modo di comportarsi da parte del potere che segnala ciò che si deve pensare, ciò che è importante pensare e ciò che è superfluo o ciò che non si deve pensare.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-la-guerra-come-discontinuita-di-una-politica-discontinua-5853.html

Il ruscismo, l’ideologia del terzo millennio. La nota di “Mondo Russo”.

 

Ruscismo è il nuovo ideale di conquista del mondo post-globale, in cui al posto dellomologazione di tutti i popoli, ognuno cerca di vincere una guerra totale. Impone nuovamente lattualità delle armi che sembrava superata da quasi un secolo. Come alla fine della Belle Époque ottocentesca, quando linvenzione dellilluminazione elettrica, della radio e dellautomobile sembrava aver definitivamente tratto lumanità fuori dalle caverne.

Stefano Caprio

 

 

Ci sono tanti modi per cercare di spiegare l’ideologia del Mondo Russo, il Russkij Mir, per affermare il quale Putin ha scelto la via della guerra con il mondo intero, dichiarata con l’invasione dell’Ucraina. Si rievoca la missione medievale della “Terza Roma”, impersonata dal patriarca Kirill che tuona dalle chiese con in testa il klobuk, la mitra “a pentola” dei gerarchi bizantini. La figura di Putin viene accostata a diversi zar del passato, da Ivan il Grande “riunificatore delle terre” a Nicola I “gendarme d’Europa”, che definiva il proprio potere come narodnost, il “popolarismo” da contrapporre al populismo dei rivoluzionari. C’è ovviamente la suggestione staliniana del “comunismo universale in un solo Paese”, la correzione all’internazionalismo marxista in salsa slavofila. Il filosofo Dugin, uno dei consiglieri attuali del Cremlino, parla di “eurasismo” come “quarta ideologia”, dopo il liberalismo, il fascismo e il comunismo, basata sulla tradizione ortodossa e autocratica delle tante Russie del passato.

 

Proprio la tesi duginista sembra riassumere le caratteristiche principali di questa nuova sintesi, che parte dal “fascio-comunismo” di cui lo stesso filosofo fu protagonista attivo negli anni ’90, aderendo al partito rosso-bruno di un altro visionario, Eduard Limonov. Essa si basa sulla proclamazione della “fine del liberalismo” e della democrazia di tipo occidentale, ritenuta un inganno dei veri potenti per illudere il popolo, che pensa di essere la fonte del potere costituito. È una visione che richiama l’espressione divertita di Pietro il Grande, che nel 1698 osservò da spettatore una riunione del primo parlamento della storia, la camera dei Lord di Guglielmo III a Londra: “è buffo vedere il popolo che dice la verità al sovrano”, quando in realtà la verità rimane sempre e solo quella decisa dal sovrano.

 

Il Mondo Russo è un mondo autoritario e decisionista, discriminatorio e aggressivo: una nuova forma di totalitarismo, che tra il “potere del popolo” e la “dittatura del proletariato” pretende di affermare la “superiorità morale” di una parte sull’altra, di una nazione sulle altre, di una persona sopra ogni sistema. È un nuovo fascismo e razzismo insieme, non eugenetico, ma “spirituale” e teocratico. Gli ucraini, giocando sui suoni delle parole, hanno coniato per questa ideologia un nuovo termine, il rašizm, “russismo”, razzismo e fascismo allo stesso tempo, che in italiano viene ripreso da alcuni come “rascismo”, oppure come “ruscismo”.

 

A partire ovviamente dal termine fašizm, fascismo in slavo, gli ucraini giocano sulla fonetica inglese, per cui “Russia” si pronuncia “Rascia”, da cui appunto “rascizm”, il nuovo fascismo russo, simile a rasizm, il razzismo. In italiano la pronuncia inglese non suona immediata, e “ruscismo” rende meglio la crasi tra russismo e fascismo, anche se perde un po’ la connotazione razzista, componente non secondaria del “complesso di superiorità” dei russi putiniani. Ruscismo è il nuovo ideale di conquista del mondo post-globale, in cui al posto dell’omologazione di tutti i popoli, ognuno cerca di vincere una guerra totale. Non solo il sovranismo sciovinista del “prima i nostri”, ma ci si difende dalle “invasioni” (degli immigrati, delle pandemie, dell’immoralità, dell’Oriente e dell’Occidente) andando per primi all’assalto.

 

In una conferenza-stampa di aprile da una stazione del metrò di Kiev, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj affermò che “nei futuri manuali di storia e nelle pagine di Wikipedia si parlerà di rašizm, paragonandolo al nazismo”. Era la risposta all’accusa russa di “nazificazione” dell’Ucraina, intesa come l’invasione dei valori e degli interessi dell’Occidente nel mondo russo, prima ancora che la definizione di un regime autoritario, che di per sé non fa certo scandalo a Mosca. Diversi politici ucraini hanno ripreso la definizione di Zelenskyj: l’ex-vice-premier Aleksandr Syč ha invitato la comunità internazionale a condannare “l’ideologia e la pratica dello Z-rascismo russo”, mentre l’ex-deputato della Rada Borislav Bereza insisteva da tempo che bisognava usare il termine rašizm, già prima dello stesso presidente, e l’11 marzo, due settimane dopo l’inizio dell’invasione, il segretario del Consiglio di sicurezza Aleksej Danilov aveva proposto il termine ai giornalisti della stampa internazionale, che finora però non l’hanno molto utilizzato, essendo poco comprensibile per i non slavi.

 

In realtà molte pagine di Wikipedia hanno cominciato a proporlo in varie lingue, tra cui inglese, spagnolo, turco, arabo – non in italiano, e ovviamente non in russo – riproducendo l’originale ucraino. Questo era in realtà apparso già nel 2014 dopo l’annessione della Crimea, ma non era stato ripreso fino all’attuale “operazione militare speciale” putiniana. Secondo alcuni, il termine era stato coniato ancora prima, come minimo nel 2008 durante la guerra della Russia in Georgia per le repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, anticipo della futura guerra ucraina. Un giornalista ucraino, Ostap Kryvdyk, rivendica la primogenitura dell’uso di rašizm in un suo articolo del 2010, per definire “l’ideologia e la pratica del regime vigente nella Federazione Russa”, che diede origine alla pagina di Wikipedia, il tribunale universale delle definizioni ufficiali del mondo di oggi.

 

Volendo risalire ancora più indietro, alcuni ricordano l’uso della parola “russismo” nel 1995 da parte del leader separatista ceceno Džokhar Dudaev, che la definiva una “malattia russa molto grave, cronica e pericolosa”. Il terrorista ceceno Šamil Basaev, che organizzava attentati in tutta la Russia, scrisse nel 2001 una lettera a Putin (nominato presidente nel 2000 per “fare fuori i terroristi”) in cui accusava “la vostra illusione grande-russa, che voi sognate mentre state con il fango fino al collo, che ci farà sprofondare tutti nella stessa melma, e questo è il russismo”. Un altro leader ceceno, Aslan Maskhadov, nel 2004 sosteneva che “il russismo esiste da 200 anni, ben di più del fascismo italo-tedesco, ma ora deve morire, dopo aver fatto tanto soffrire la terra cecena, e noi gli faremo torcere il collo”. Proprio a partire dalla Cecenia, in realtà, Putin ha costruito la sua “verticale del potere”, soffocando tutte le aspirazioni di autonomia locale non solo nel Caucaso, ma nell’intera Federazione, e proprio l’erede dei capi ceceni, Ramzan Kadyrov, è oggi uno dei più fanatici esponenti del ruscismo.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-ruscismo,-lideologia-del-terzo-millennio-55748.html

 

 

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Biden aumenta l’aiuto militare, l’Europa punta al negoziato, la Russia continua l’offensiva sul terreno. Dialogo tra sordi?

 

La crisi russo-ucraina desta preoccupazione in tutte le principali cancellerie e l’auspicata soluzione sembra affidata più al decorso della situazione militare sul campo piuttosto che ai negoziati

 

Giorgio Radicati

 

I festeggiamenti del 9 maggio a Mosca hanno, per certi versi, deluso le aspettative di coloro che immaginavano un Putin intenzionato a scoprire le carte, a manifestare cioè apertamente le sue vere intenzioni in un momento in cui, da un lato, l’atteggiamento degli americani e dei vertici della NATO è sempre più determinato a sostenere Zelensky e, dall’altro, alcuni paesi europei (la Francia in testa) sembrano voler prendere le distanze dalla strategia militarista di Biden, mostrando (alcuni per convenienza economica, altri su pressione di movimenti pacifisti) di privilegiare genericamente la via negoziale, senza cioè precisarne tempi e modalità, ignorando la perdurante indisponibilità a trattare  del Cremlino.

 

Sembra di assistere ad un dialogo fra sordi…

 

In occasione dell’imponente manifestazione, organizzata, come al solito, da una impeccabile regia, il neo Zar ha evitato di soffermarsi troppo sugli eventi militari in Ucraina, omologando l’intervento armato come ineluttabile poiché causato dalle minacce della NATO, una decisione cioè adottata per tutelare la sicurezza nazionale. Insomma, una sorta di autodifesa. Nulla di straordinario (“business as usual…”) e men che meno una guerra. Una “operazione militare speciale”, di cui non ha approfondito dinamica e conseguenze né tanto meno ventilato la durata. Straordinario egli ha definito soltanto il comportamento del popolo russo che settanta anni prima aveva strenuamente e vittoriosamente combattuto il nazismo, pagando un pesante prezzo in vite umane, con un significativo (ma sicuramente ardito) parallelismo con il confronto armato che si sta verificando oltre confine, sul territorio ucraino. Infatti, ieri come oggi – egli ha sostanzialmente affermato – la Russia è pronta a respingere le minacce e a battersi per la propria sicurezza, sovranità e indipendenza. Al tempo stesso, il governo rende i dovuti onori ai caduti e sosterrà in tutti i modi le loro famiglie. Infine, un messaggio incoraggiante: nessuna ipotesi di guerra totale né minacce nucleari.

 

Per alcuni è sembrata un’apertura al negoziato, per molti altri, invece, una nota rassicurante dedicata alla popolazione, costretta a subire una guerra fonte di gravi lutti al fronte, ristrettezze economiche per i ceti medio-bassi e timori nell’intero paese per un incerto futuro. I giorni seguenti, Lavrov non ha, comunque, mancato di confermare che nulla sta cambiando nella strategia russa ossia che l’offensiva militare continuerà fino a quando gli obiettivi prefissati (quali?) saranno conseguiti.

 

Insomma, da Mosca nessuna nuova novella. Del resto, i combattimenti sul campo sono sempre molto intensi, facendo registrare una perdurante lenta avanzata russa nel sud ed un significativo contrattacco ucraino nella parte centro orientale, mentre in Moldavia la tensione fra filorussi della Transnistria ed il governo di Chisinau non si è allentata, anzi ha fatto registrare un seppur leggero aumento, confermato dalle improvvise visite di Michel, prima, e Guterres, subito dopo, destinate a infondere coraggio alle locali autorità, che continuano a temere l’invasione russa.

 

Contemporaneamente, Biden firmava disposizioni attuative per la consegna immediata di nuove forniture militari all’Ucraina, per l’ammontare di alcune decine di miliardi di dollari (deliberazioni simili a quelle decise nel 1941 contro la Germania nazista…), mentre la Commissione Europea ha intensificato i negoziati al suo interno per varare il sesto pacchetto di sanzioni che comprendono il petrolio, cercando di superare le resistenze di alcuni Stati membri (l’Ungheria soprattutto) che si ritengono più danneggiati di altri da tali penalità per la loro fortissima dipendenza energetica dalla Russia.

 

Al termine del semestre di presidenza, Macron ha inviato un messaggio al Parlamento europeo, auspicando la creazione di una comunità politica da affiancare all’Unione Europea per rendere il continente ancora più forte ed omogeneo, slegandolo dalla pastoia dei farraginosi regolamenti comunitari, che spesso la rendono invisa. È stato un modo come un altro per distinguersi, cercare nuovi sentieri per allargare l’alleanza e, al tempo stesso, tracciare un più rapido percorso per l’Ucraina in vista della integrazione in Europa, senza entrare nella già piena rituale lista d’attesa per poi adeguarsi ai rigidi parametri selettivi dell’Unione, che ne rendono complicato l’ingresso. Niente di più.

 

Il premier francese ha poi voluto ribadire il concetto che dopo lo scontro tra Occidente e Russia occorrerà evitare in tutti i modi possibili di umiliare Putin, leader di una grande potenza nucleare. Argomentazioni riprese da Draghi in un altro contesto, nel corso del suo incontro a Washington con Biden, seppur costretto a muoversi in un equilibrio instabile lungo il ripido crinale delimitato, da una parte, dall’intransigenza americana nel condannare Putin, dalla ferma intenzione di privilegiare l’opzione armata nonché dalla ferma determinazione ad approfittare della crisi ucraina per limitarne il potere e, dall’altra, dall’atteggiamento dell’opinione pubblica italiana e di alcuni partiti politici presenti nel governo sempre più orientati a frenare l’invio di armi all’Ucraina nonché a premere per una sempre più insistente volontà di stabilire una tregua e aprire un tavolo negoziale.

 

In Italia questa flagrante divaricazione non sembra ancora in grado di registrare comportamenti fattuali diversi, concretizzandosi soltanto in sterili dichiarazioni formali. Fino a quando il governo continuerà a fornire armamenti e aiuti di vario genere a Kiev, la volontà espressa di privilegiare un negoziato (puntualmente rifiutato da Mosca) servirà soltanto a puntellare la maggioranza di governo e difendersi dalle crescenti critiche di pacifisti incalliti, le cui file sembrano aumentare giorno dopo giorno. È lecito, peraltro, chiedersi fino a quando questa ambiguità di fondo è destinata a perdurare, tenuto conto che le elezioni politiche non sono poi così lontane.

 

“Last but not least”, si deve registrare l’intenzione delle autorità finlandesi di chiedere a breve l’ingresso nella NATO, temendo una possibile futura invasione russa, nonché un analogo passo in corso di valutazione a Stoccolma.  Mentre Mosca ha prontamente definito questi orientamenti come una manifesta provocazione, riservandosi di adottare le necessarie contromisure, Erdogan ha espresso qualche perplessità in relazione all’ospitalità che i paesi scandinavi sarebbero usi dare a varie organizzazioni terroristiche come il PKK.

 

Da ultimo, ha suscitato sorpresa la notizia della telefonata del Segretario alla Difesa americano Austin al suo omologo russo Shoigun, durante la quale sarebbe stato sollecitato un “cessate il fuoco”, apparentemente senza alcun seguito. Ciò nonostante, tale gesto (dovuto probabilmente, almeno in certa misura, alle recenti esortazioni in tal senso di Draghi e Macron) deve considerarsi positivamente, poiché se non altro rappresenta la ripresa di un dialogo che era interrotto da quasi tre mesi.

 

In conclusione, la crisi russo-ucraina continua a destare preoccupazione in tutte le principali cancellerie e l’auspicata soluzione sembra essere affidata più al decorso della situazione militare sul campo piuttosto che ai negoziati tra Putin e Zelensky, vanamente fino ad oggi auspicati, con sempre maggiore insistenza, dai maggiori leader europei.

In memoria di Valerio Onida. Giurista insigne, merita l’appellativo di “viva vox constitutionis”.

 

“La parola venutami alla mente – dice l’amico e il sodale Balduzzi – è disponibilità, ma essa include tanti suoi sinonimi, alcuni dei quali molto cari all’antico presidente della Fuci di Milano: servizio, attenzione, fraternità”.

 

Renato Balduzzi

 

 

 

Non è facile ricordare un amico, un maestro nella conoscenza scientifica del diritto costituzionale, un fratello maggiore, un sodale di tante battaglie, accomunati da un percorso culturale e spirituale assai simile. Per me il professore Valerio Onida è tutte queste cose. Ed è ancora più difficile ricordare una personalità così luminosa e poliedrica come la sua, tale da rendere ogni ritratto inadeguato per difetto.

 

Allora mi limito a trasmettervi la prima parola che mi viene in mente pensando a Valerio: disponibilità.

 

La disponibilità anzitutto verso i più giovani, anche non suoi allievi. Conobbi Valerio appena acerbo laureato, in una delle riunioni a Genova che Federico Sorrentino aveva promosso per impostare una grossa ricerca su strumenti tecnici e indirizzi politici nella giurisprudenza della Corte costituzionale, e che vedeva tra i cinque coordinatori nazionali anche Sergio Bartole, Lorenza Carlassare e Gustavo Zagrebelsky. Iniziò lì una frequentazione mai più interrotta, e la conferma della sua generosità. Non ricordo un’occasione in cui Valerio si sia sottratto ad una richiesta di presiedere un convegno, di fare una relazione di sintesi, di intervenire ad una tavola rotonda, come molti alessandrini ricordano bene: anch’egli è stato una viva vox constitutionis.

 

La disponibilità a camminare su sentieri anche impervi, ma che fossero impregnati di tensione ideale e di solidarietà con coloro i cui diritti costituzionali vengono offesi: mi limito a segnalare la partecipazione di Valerio, già affaticato dalla malattia, al percorso di riflessione che ha condotto alle “10 Tesi per il contrasto ai caporalati”, promosse dall’Associazione Vittorio Bachelet, che saranno presentate proprio lunedì 16 maggio alla Camera dei deputati.

 

Una disponibilità poi, non venuta meno neppure negli ultimi mesi della malattia che lo affaticava ogni giorno di più. A febbraio, all’indomani dell’approvazione della revisione costituzionale in tema di ambiente e One Health, mi permetto di chiedergli un commento a caldo per la rivista Corti supreme e salute: in pochi giorni arriva, puntuale e preciso, quello che forse è il suo ultimo scritto scientifico.

 

Una disponibilità, ancora, ad accogliere suggerimenti relativi alla malattia che l’aveva colpito e che ancora non ha una risposta terapeutica adeguata – anche se le frontiere dell’immunoterapia lasciano sperare -, unita all’affettuosa riconoscenza per averlo messo in contatto con una specialista in mesotelioma pleurico maligno dell’ospedale di Alessandria, la dottoressa Federica Grosso, in grado non solo di confermare che il protocollo di cura cui era stato sottoposto fosse quello più avanzato e appropriato, ma di aiutarlo a gestire la malattia nella vita quotidiana (e che, appresa in queste ore la notizia della morte del professore, mi ha scritto “grazie per avermelo fatto conoscere”).

 

Infine, quasi naturalmente, una disponibilità e una curiosità intellettuale sconfinata, che lasciava sempre affascinati i suoi interlocutori: tra i tanti ricordi, un seminario franco-italo-ispanico a porte chiuse a Parigi, promosso dal Conseil constitutionnel francese a Palais Royal, dov’eravamo tre francesi, tre italiani e tre spagnoli, e dove tutti fummo incantati dal suo spaziare, a braccio, nell’universo della giustizia costituzionale dei diversi continenti.

 

La parola venutami alla mente è disponibilità, ma essa include tanti suoi sinonimi, alcuni dei quali molto cari all’antico presidente della Fuci di Milano: servizio, attenzione, fraternità. E bene ha fatto Luigi Ferrarella a sottolineare l’attenzione del professor Onida verso i più deboli, i fragili, i ristretti.

 

Alla famiglia tutta, e in particolare al figlio Francesco, prezioso tramite in questi mesi, il ringraziamento affettuoso per averci consentito di non perdere, sinché possibile, il contatto con la dolcezza, mite e insieme determinata, di papà Valerio.

Pasetto, uomo sensibile e concreto. Chi ha conosciuto il suo impegno sul territorio, ne testimonia il valore politico.

 

Si sono svolti ieri, ad Anzio, il funerali dell’ex parlamentare. Oltre al Presidente della Regione Zingaretti e al Sindaco di Roma Gualtieri, ha espresso il suo cordoglio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La testimonianza di Di Pietrantonio porta alla luce l’impegno di Pasetto sul territorio, nel collegio elettorale di Prenestino-Centocelle.

 

Luciano Di Pietrantonio

 

Quando un amico come Giorgio Pasetto all’improvviso ci lascia, si provano sentimenti spesso contraddittori: di grande tristezza per la scomparsa di una persona con la quale hai condiviso un tratto della sua vita nell’impegno politico, ma anche di riconoscenza per ciò che ha rappresentato, cercando sempre di fare il proprio dovere di eletto dai cittadini con spirito di servizio, con dedizione, con professionalità e con umiltà.

 

Crediamo che la sua militanza prima nella Gioventù di Azione Cattolica, poi nella Democrazia Cristiana e, successivamente a tutta la diaspora democristiana, con i Popolari, L’Ulivo, La Margherita e il Partito Democratico, ha reso Giorgio Pasetto uno dei cattolici democratici più rappresentativi e riconoscibili nello scenario politico. Gli incarichi che ha ricoperto a livello di partito, e quelli Istituzionali come Sindaco di Anzio, consigliere provinciale e regionale (con due anni di Presidenza della Regione Lazio), deputato nel Collegio Prenestino-Centocelle, per due legislature, e poi senatore, hanno contribuito a rendere Pasetto un grande “esperto  istituzionale”.

 

Tornano alla mente, nel tempo del suo mandato di deputato nel quadrante Est di Roma, i tanti momenti significativi di un impegno politico, svolto a Centocelle nella sede di via delle Acacie, dove si parlava di questioni contingenti, ma anche di progetti per il futuro e delle amarezze per i ritardi nell’avviare le scelte di trasformazione del territorio. Quando cioè si metteva alla prova, in una parola, la politica come rappresentanza delle aspirazioni dei cittadini. Quindi una politica come veicolo di partecipazione alle decisioni per la comunità, ma anche di approfondimento e conoscenza di norme tecniche e giuridiche: per Pasetto la preparazione culturale dei cittadini impegnati nel sociale era fondamentale, perché la conoscenza di chi si occupa del bene comune deve essere sempre aggiornata.

 

Spesso le riunioni si trasformavano in discussioni che avevano più la caratteristica pedagogica che non quella della rivendicazione politica.

 

Ecco perché Giorgio ha rappresentato per oltre dieci anni (era il deputato del territorio) questo tipo di approccio  fra eletto ed elettori. E così si creò la realtà di via delle Acacie, fatta appunto di politica e formazione, nonché di occasioni di gioia e si potrebbe dire di “agape amicale”. In quel contesto sono cresciute persone che poi sono state elette nel Consiglio Municipale e in Campidoglio. Quindi, non possiamo che ricordare, in particolare, la quotidianità di un impegno nel quale non è mai venuto meno l’essere un cattolico democratico, in una fase di trasformazioni con l’avvio della costruzione della Metro C (la cui caratteristica fondamentale rimane l’assenza del conducente), la via Prenestina Bis, la valorizzazione della tenuta di Mistica, e le tante opere minori che hanno in parte migliorato le condizioni di vita del territorio.

 

Bisogna far memoria di tutto questo. Giorgio si è spento giovedì 12 maggio a Roma, avrebbe compiuto 81 anni il prossimo 4 luglio. Ieri pomeriggio ad Anzio, nella Chiesa parrocchiale dei Santi Pio e Antonio, si sono svolti i funerali. Hanno partecipato alla cerimonia religiosa, insieme ai famigliari, uomini e donne che nel tempo hanno conosciuto e apprezzato il suo impegno pubblico, le autorità comunali e tante persone che hanno portato l’estremo saluto al loro ex-Sindaco. La Chiesa era affollata.

 

Durante la cerimonia, sentita e partecipata, il Parroco ne ha tratteggiato la figura, ricordando episodi inediti e sottolineando i pregi dell’uomo. Un’amica personale di Giorgio, con una toccante testimonianza, ha richiamato alcuni aspetti di vita quotidiana. Infine il figlio Francesco ha letto il telegramma che il Presidente della Repubblica ha inviato alla famiglia. Mattarella, nel formulare le proprie condoglianze, ha messo in risalto la sensibilità e concretezza di Giorgio, suo collega per anni in Parlamento, ma prima ancora amico.

 

Cosa possiamo aggiungere? Poche parole, ma sentite. Ti salutiamo, caro Giorgio, con le nostre preghiere, esprimendo tutta la nostra vicinanza ai tuoi cari, in modo particolare a Tua moglie e a tuo figlio Francesco.

Ifad: c’è spazio di azione per salvare i Paesi più poveri dalla crisi. Intervista di Radio Vaticana a Federica Cerulli.

 

Di fronte alle conseguenze economiche sul piano mondiale della guerra in Ucraina, il Fondo delle Nazioni Unite lancia un’iniziativa concreta per proteggere i mezzi di sussistenza e i mercati più vulnerabili. Sono almeno 22 i Paesi più colpiti, a partire dalla Somalia. Lo spiega Federica Cerulli, esperta Ifad, denunciando un paradosso: più sono poveri e indebitati e più è difficile intervenire.

 

Fausta Speranza

 

 

 

In uno scenario in cui la guerra in Ucraina sta facendo salire i prezzi di alimentari, carburante e fertilizzanti a livelli record mettendo a rischio la sicurezza alimentare in molti dei Paesi più poveri del mondo, il Fondo Internazionale delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) ha lanciato in questi giorni l’Iniziativa di risposta alla crisi (Crisis Response Initiative) per far sì che i piccoli agricoltori nei Paesi ad alto rischio possano produrre nei prossimi mesi cibo per nutrire le loro famiglie e comunità, riducendo al contempo le minacce verso i raccolti futuri.

 

Ne abbiamo parlato con Federica Cerulli, esperta dell’Ifad per la mobilitazione delle risorse finanziarie.

 

Lo sconvolgimento dei mercati globali sta scuotendo i sistemi alimentari nel profondo, avverte Cerulli sostenendo che è particolarmente allarmante per i Paesi già colpiti dall’impatto del cambiamento climatico e da quello del COVID-19, dove un maggior numero di persone è alle prese con povertà e fame. La nuova iniziativa dell’IFAD – spiega – aiuterà a proteggere i mezzi di sussistenza e i mercati in modo che le persone più vulnerabili possano continuare a nutrire le loro famiglie e comunità.

 

Un’azione concreta e immediata

 

Il ruolo dell’IFAD è fondamentale per mitigare qualsiasi shock ai sistemi alimentari e, così facendo, proteggere il progresso dello sviluppo a lungo termine. Lo ricorda Cerulli affermando che la comunità internazionale deve essere pronta ad affrontare le conseguenze profonde e destabilizzanti di questo conflitto in Europa. L’iniziativa dell’Ifad è concreta: il Fondo Onu chiede agli Stati membri di contribuire alle ingenti risorse necessarie per coprire tutti i 22 Paesi elencati nell’Iniziativa come prioritari in base al bisogno. E – mette in luce  Cerulli –  in particolare per i primi tre, tra cui la Somalia, chiede un impegno immediato.

 

Le aree più colpite

 

Le ripercussioni della guerra – ricorda l’esperta – si fanno sentire in maniera più forte in alcune parti dell’Africa, del Vicino Oriente e dell’Asia centrale, ma anche altri Paesi e regioni vengono colpiti di giorno in giorno. Molti Paesi sono vulnerabili agli shock dei prezzi a causa della loro forte dipendenza dalle importazioni di cibo ed energia dalla Russia e dall’Ucraina. Altri Paesi  specialmente in Asia centrale  – chiarisce –  stanno sperimentando un deterioramento del commercio insieme ad una significativa riduzione dell’afflusso di rimesse. L’elenco completo comprende: Somalia, Afghanistan, Yemen, Mozambico, Haiti, Etiopia, Burundi, Eritrea, Madagascar, Repubblica Centrafricana, Malawi, Ciad, Niger, Mali, Uganda, Liberia, Guinea-Bissau, Gambia, Comore, Sri Lanka, Bhutan, Benin.

 

Risorse essenziali per l’agricoltura

 

Le popolazioni rurali vulnerabili sono colpite duramente dall’aumento dei prezzi dei fattori di produzione agricoli essenziali, soprattutto ora che inizia una nuova stagione di semina. I piccoli agricoltori – è il primo esempio di Cerulli – stanno lottando per pagare il carburante per i macchinari, i costi dei fertilizzanti e dei trasporti per raggiungere i mercati, e la maggior parte non ha la capacità di assorbire gli aumenti dei prezzi.

 

Cerulli spiega che, basandosi sulla recente esperienza dell’IFAD nella risposta al COVID-19, l’Iniziativa è orientata a garantire ai piccoli agricoltori l’accesso ai principali fattori produttivi agricoli, al carburante, ai fertilizzanti, ai finanziamenti per le necessità immediate e all’accesso ai mercati e alle informazioni relative al mercato. L’iniziativa contribuirà anche a ridurre le perdite post-raccolto investendo in infrastrutture su piccola scala.

 

Il caso Somalia

 

In Somalia, uno dei Paesi prioritari per la Crisis Response Initiative, i costi dell’elettricità e dei trasporti sono saliti alle stelle – denuncia Cerulli – da quando è iniziato il conflitto in Ucraina. I piccoli agricoltori che fanno affidamento sull’irrigazione alimentata da piccoli motori diesel ne sono stati colpiti. Questo shock aggrava le preoccupanti prospettive di carestia in un Paese già nel mezzo di una grave siccità. La maggior parte degli agricoltori locali non è in grado di comprare il carburante e di conseguenza ha subito delle perdite. Si sente l’effetto a spirale sul costo dei trasporti, del cibo e di tutti gli altri beni essenziali. Il punto è che la spirale dei prezzi del cibo e dell’energia potrebbe alla fine portare a disordini sociali e destabilizzare i Paesi, in particolare gli Stati fragili. È in gioco la stabilità a lungo termine.

 

Il paradosso del debito

 

Con la crisi del COVID-19, l’indebitamento è naturalmente aumentato in modo marcato in ogni regione del mondo, per le economie africane ha significato l’aumento dei timori circa la sostenibilità del debito o in alcuni casi ha segnato la resa in questo senso. C’è poi il caso della Somalia che risulta aver fallito l’obiettivo di rientrare nei parametri. E purtroppo – è il fattore che vuole denunciare Cerulli – nella crisi attuale tutto questo comporta un’impasse: non si possono assicurare fondi di aiuti a questi Paesi non in regola con il debito. L’Ifad che risulta essere uno degli enti finanziari creditori e dunque non può erogare altri fondi o inserire Mogadiscio in alcuni programmi. Tutto quello che si può – spiega Cerulli – è lavorare con partner che assicurano aiuti sul territorio. L’Ifad è impegnata per assicurare in varie modalità che arrivi in ogni caso sostegno agli agricoltori in questo difficilissimo contesto, ma spiega che l’Ifad è impegnato intanto attivamente a sostenere la causa della cancellazione del debito.

 

 

Per saperne di più

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-05/guerra-ucraina-crisi-alimentare-energia-agricoltori-ifad-debito.html

“La forza del noi al servizio del Paese e dell’Europa”. L’intervento di Ciani al primo congresso nazionale di Demos.

 

Il congresso si tiene a Roma e riunisce l’area di centro-sinistra le cui “radici, dice il manifesto del partito, “affondano nel cattolicesimo democatico e progressista e nella cultura laica, civica, solidale e anti-fascista”. Di seguito riportiamo il discorso, in versione pressoché integrale, che ha pronunciato ieri il coordinatore nazionale (candidato ad assumere il ruolo di Segretario).

 

Paolo Ciani

 

Nell’ottobre del 2018 in una bella assemblea lanciammo la proposta di un nuovo soggetto politico: qualcosa che partisse “dal basso”; che vivesse la sfida di incontrare e coinvolgere chi era disamorato, stanco, lontano, “respinto” dalla politica. Abbiamo vissuto la “fatica” di farlo in epoca di pandemia, ma anche questo ci ha convinto di quanto fosse giusta l’intuizione di fondo: ricreare reti umane sui territori. Noi infatti crediamo nelle persone, e vogliamo un partito fatto di persone.

 

[…]

 

Per questo ci siamo messi a costruire un Partito che vogliamo inclusivo, empatico e organizzato. Ci siamo impegnati perché crediamo nel valore della politica e della democrazia. Ci ha preoccupato che si sia svilito il ruolo della politica, insultata, ridicolizzata, banalizzata. Certo, con indubbie responsabilità di alcuni attori in gioco, ma anche con l’incoscienza di credere che della politica si potesse fare a meno e, assieme ad essa, si potesse fare a meno delle regole comuni della convivenza, delle leggi ed in ultima analisi della democrazia stessa, descritta troppo spesso come un fastidioso orpello che appesantisce il decisionismo, il risolvere, il fare. Ma mai dobbiamo dimenticare cosa è la democrazia, conquistata e difesa a caro prezzo in altre epoche storiche, i cui principi e valori vanno riscoperti, raccontati e mai, mai messi in dubbio! Lo diciamo con maggior convinzione oggi, mentre assistiamo a una pericolosa rimessa in dubbio della democrazia, in tanti paesi – pensiamo al rifiorire di colpi di Stato in Africa – ma anche ad alcune realtà in Europa. La democrazia porta con sé sempre un po’ di disordine e di confusione, ma qs non deve spaventarci: è l’unico sistema che garantisca libertà e diritti a tutti. Ma il modello autoritario cresce e affascina: dobbiamo difendere e riaffermare lo spazio comune che è quello della democrazia. Come una piazza delle nostre belle città italiane, in cui tutti possono andare, parlare e incontrarsi, dove nessuno è escluso.

 

Non crediamo nella politica leaderistica, ma in una comunità di persone che facciano da ponte tra istituzioni e popolo. Abbiamo lanciato e creduto in un’idea: “la forza del noi”.

 

Jonathan Sacks ha affermato: “Quando ci spostiamo dalla politica dell’IO a quella del NOI, riscopriamo quelle verità contro-intuitive che trasformano la vita: che un Paese è forte quando si prende cura dei deboli, che diventa ricco quando si occupa dei poveri, che diviene invulnerabile quando si occupa dei vulnerabili”. Quanta verità in queste parole.

 

[…]

 

L’irruzione della guerra in Europa, il coinvolgimento diretto di una potenza atomica, il riemergere di nazionalismi violenti, chiamano ognuno di noi ad un supplemento di responsabilità. Chiariamo subito un punto: in Ucraina c’è un Paese aggredito e un Paese aggressore il cui Presidente ha scatenato una invasione feroce e violenta. Sappiamo distinguere tra vittime e carnefici, ma siamo preoccupati dalla rapida superficialità con cui in troppi hanno iniziato a parlare di guerra.

 

Siamo preoccupati da una narrazione bellicista, dalla corsa al riarmo, dall’esaltazione e dalla “normalizzazione” della guerra e delle armi; La guerra sta cambiando natura: come è stato detto noi rispettiamo un popolo che resiste ma guardiamo già al dopo. Ciò che definisce le democrazie è il dopo: come sarà la pace? Non ci interessa la vittoria ma la pace. Anche perché l’unica vittoria non può che essere la Pace! Mentre ragionavamo su come ripartire dopo la pandemia, come costruire un mondo nuovo, siamo stati catapultati nel peggiore degli orrori: la guerra

 

Credo che proprio il momento storico che stiamo vivendo ci ricordi l’importanza dell’unità e ci chiami ad essere responsabili costruttori. Ma cosa vogliamo costruire? E’ una domanda semplice, ma troppo spesso ignorata. È stata ignorata quando si è deciso di edificare cementificando ettari ed ettari di terreno, ignorando le conseguenze di un consumo sconsiderato del suolo. È stata ignorata nelle relazioni internazionali, quando si è pensato che fosse sufficiente costruire relazioni mercatiste più che comprendere con chi stessimo intrattenendo quei rapporti.  È stata ignorata quando invece della collaborazione multilaterale in Europa e nel mondo abbiamo scommesso su una logica soltanto competitiva e aggressiva, pensando che ciò non ci avrebbe travolti… È stata ignorata – giorno dopo giorno – pensando di “rimanere sani in un mondo malato” e credendo che il dolore e la disperazione di tanti non fosse un problema nostro. Pensiamo al tema della “3 guerra mondiale a pezzi”: chi ci credeva? Chi lo prendeva sul serio? Chi conosce le vicende della Siria, del Sud Sudan, dell’Afghanistan, del Mozambico, della Libia, dello Yemen? Noi non vogliamo dimenticare, non vogliamo girarci dall’altra parte!

 

Quando è arrivata la pandemia, sono emerse tutte le nostre fragilità. Abbiamo ascoltato Papa Francesco dirci: “Ci troviamo tutti sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme”. In tanti hanno detto di essere d’accordo, di condividere. Ma è durato poco.

 

La pandemia ha messo a nudo tanti aspetti della nostra società: enormi disuguaglianze, economia sommersa, ambiguo ruolo dei social, infragilimento della sanità di territorio, emarginazione degli anziani e poi il dramma della mancata socialità con tutte le conseguenze soprattutto sui più giovani.

 

Nell’assemblea del Seraficum Andrea Riccardi ha richiamato la nostra attenzione sulla fine di un rapporto fecondo tra politica e cultura: questo rimane un grave vulnus in un tempo in cui il presentismo e la superficialità la fanno da padroni.

 

Ringraziamento ad Andrea Riccardi, non solo per l’amicizia personale e per come Demos abbiamo deciso di impegnarci con un faro: guardare le città, l’intero Paese, la società, il mondo, dalle periferie e con gli occhi dei più fragili. Perché la realtà si capisce meglio dalle periferie, quelle geografiche ed umane, quelle urbane e quelle globali. E perché siamo convinti che una società a misura di fragili è a misura di tutti. Dalla periferia si capisce bene che un sostegno economico di base è necessario per tanti; e che tanti vorrebbero lavorare.

 

Ma si capisce anche che tanti imprenditori – nell’edilizia, nella ristorazione, nell’agricoltura – cercano lavoratori: e allora è necessario guardare questo fenomeno con occhi nuovi e inventare nuove modalità di incontro di domanda e offerta. Il reddito di cittadinanza è stata una salvezza per molti. Con i dovuti correttivi e miglioramenti, lo difendiamo, come sostenemmo il reddito di inclusione arrivato finalmente dopo anni di proposte e  denunce dell’alleanza contro la povertà. La società civile lo aveva visto prima della politica… Ma manca ancora il vero strumento di incontro tra domanda e offerta.

 

Il mercato va aiutato ma non può fare tutto: l’idea di un mercato onnipotente che risolve tutti i problemi non ci appartiene. Lo sviluppo economico non può essere fine a se stesso, o a beneficio di pochi, ma deve essere funzionale alla crescita del benessere sociale, attraverso il lavoro dignitoso e entro il paradigma della sostenibilità ambientale, sociale e economico/finanziaria.

 

Vediamo l’ingiustizia della disuguaglianza crescente: e siamo convinti che sia cresciuta a dismisura ormai anche all’interno delle singole città dove nascere in un quartiere o in un altro rappresenta un discrimine. La cifra della politica di Demos –sui territori come a livello nazionale- è quella della lotta contro le diseguaglianze: deve essere una tensione permanente della politica puntando a rialzare tutti. La difesa del ceto medio avviene così: con un’attenzione a quando si divarica la società, si spezza socialmente, rende impossibile la mobilità sociale.

 

Così come siamo convinti che chi in un tempo così difficili ha realizzato grandi profitti, e ancor più chi ne realizzerà nell’”economia di guerra” debba essere tassato in maniera diversa e più consistente degli altri. Vogliamo guardare la società con gli occhi delle donne, che al di là di tanti proclami – spesso finti – troppo spesso ancora devono scegliere tra lavoro e maternità, sono sottorappresentate, sottopagate, e ancora troppo vittime di violenza! Basta! E in questo sono fiero che molte delle prime elette e amministratrici di Demos siano donne: grazie a loro!

 

Ci preoccupa lo stato di salute del pianeta: stava nascendo e rafforzandosi una nuova, faticosa consapevolezza. Il contributo di pensiero della La laudato sì, i vertici internazionali, il protagonismo e la volontà dei giovani in ambito ecologico, le implicazioni ambientali della pandemia. Ci siamo impegnati con Demos anche per questo: vogliamo uno sviluppo sostenibile, convinti che “l’ingiustizia che fa piangere la terra e i poveri non è invincibile”. Qualcosa si stava – certo lentamente – iniziando a muovere. Poi questa situazione sciagurata ci ha rigettato indietro e sentiamo parlare di ritorno al carbone… una sciagura.

 

Vorrei dire una parola sull’Europa: per troppo tempo considerata matrigna, dileggiata e minacciata da nazionalismi e sovranismi; certo, probabilmente troppo chiusa nei “palazzi” e troppo eurocratizzata; poco empatica e poco “umana”… ma quanto necessaria! Dobbiamo ripensare e rilanciare l’idea e il bisogno di Europa; l’Europa come protezione: pensiamo al next generation EU; l’Europa deve essere di più una nostra passione, non qualcosa a cui ricorrere in momenti difficili (e menomale che c’è). Il premier Draghi a Strasburgo recentemente ha rilanciato le conferenze intergovernative per riprendere il cammino dell’integrazione. Abbiamo bisogno di qs unità politica: magari si faccia solo con chi ci sta: ma si faccia. Quello che è necessario è un’Europa davvero sociale: con la pandemia ha dato il meglio di sé ed è questo il vero metodo contro ogni demagogia e populismo senza prospettive.

 

Vogliamo combattere la cultura dello scarto. La nostra società è divenuta più attenta (almeno formalmente) ad alcuni diritti individuali, ma sembra aver smarrito lo slancio di passioni e di ideali che hanno portato a grandi conquiste sociali per i lavoratori, le donne, ampi strati della società: penso ad esempio alla chiusura dei manicomi o degli orfanotrofi; e allora oggi noi vogliamo dire che la vita degli anziani e dei disabili non è una vita inutile, non è una vita di scarto e vogliamo lanciare una nuova grande battaglia culturale, umana e politica: la deistituzionalizzazione di anziani e disabili.

 

Diceva saggiamente don Benzi: “Dio ha creato la famiglia, l’uomo ha creato gli istituti”. Liberiamo tanti nostri concittadini dalla solitudine spersonalizzante degli istituti. Il dramma del Covid ha dimostrato drammaticamente l’inefficacia di questi luoghi come luoghi di protezione. E la recente clamorosa inchiesta sulle Rsa in Francia sintetizzata nel libro inchiesta ”Les Fossoyeurs” (i becchini) che ha scatenato stampa, parlamento, governo e giudici, ha mostrato come questi istituti oltre ad essere spesso luoghi disumani, siano sopratuutto macchine per fare soldi. La sola soluzione a questo scandaloso sistema è una “riconversione industriale”: puntare sulla domiciliarità in tutte le sue forme e sull’assistenza domiciliare. In questo potranno aiutarci i fondi del Pnnr e le novità sulla sanità di territorio, che ci auguriamo possa essere il grande momento di svolta per l’integrazione socio sanitaria.

 

Dobbiamo ricominciare a riflettere insieme sull’integrazione euro-mediterranea e su un nuovo modello di gestione dei flussi migratori che non può prescindere dai corridoi umanitari. Nel 2022 non possiamo accettare che si muoia in mare cercando una vita migliore e non si può accettare di finanziare i lager per migranti in Libia.

 

Venendo al dibattitto attuale, c’è la legge elettorale: proporzionale, maggioritaria? Siamo aperti a questo dibattito: ciò che a mio avviso è importante, è lasciare uno spazio nel nuovo parlamento ad espressioni politico sociali diverse. In un Paese dove aumenta l’astensionismo e la distanza dalla politica, il problema è allargare rappresentanza e partecipazione… Noi siamo per una coalizione elettorale larga, inclusiva e non spocchiosa ed escludente. Il dire “se ci stanno loro, non ci stiamo noi” non ci piace… Noi siamo convinti che la principale passione da suscitare sia quella per il bene comune: occorre impegnarsi assieme, con un patto per il futuro comune.

 

[…]

 

Noi con il Poeta brasiliano Vinicius de Moraes crediamo che la vita sia “l’arte dell’incontro”: un’arte troppo spesso dimenticata, talvolta vituperata, sicuramente troppo poco praticata. Noi siamo stanchi di scontri, insulti, rapporti esacerbati da continue contrapposizioni… sembra esserci un gusto inquietante nel metterci gli uni contro gli altri… noi dobbiamo pensare al bene comune, è il caso di stare insieme bene, in maniera intelligente…

 

Ecco cari amici perché siamo qui, ecco perché ci siamo impegnati e perché vi chiedo oggi di impegnarci ancora e di più! Talvolta ci è sembrato duro, difficile, la politica avvolte ci è sembrata rispondere a logiche e modalità che non amiamo. Ma possiamo cambiarle! Soprattutto vogliamo cambiare la nostra società e questo mondo! E crediamo nella forza della democrazia e della partecipazione. Non vogliamo solo lamentarci di ciò che non funziona o non ci piace, vogliamo e possiamo dare il nostro contributo. Vogliamo vivere in maniera responsabile in questo nostro tempo, senza nostalgie o vittimismi!

 

Come disse Martin Luther King: “Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla”.

 

Ecco, forse non siamo responsabili di tante cose che non vanno o non condividiamo della nostra società, ma faremo di tutto per cambiarle!

 

Per leggere il Manifesto del partito

https://www.democraziasolidale.it/il-manifesto-di-democrazia-solidale/

Europa Europa.

 

Le novità sono sotto gli occhi di tutti. I cittadini hanno sentito e visto l’Europa un po’ diversa da certa narrazione degli euroscettici, sovranisti e populisti. Nonostante le ricorrenti crisi, il processo d’integrazione è andato avanti. Ora tocca a noi con grandi e piccoli passi ma senza interruzione, anzi accelerando.

 

Mariapia Garavaglia

 

Maggio è un mese di date da ricordare perché senza memoria non c’è modo di educare all’impegno civile. Si ricordano eventi legati alle nostre vite e quelli che segnano la storia d’Italia e dell’Europa.

 

La pandemia prima e la guerra ai confini dell’Europa ci hanno risvegliato dal letargo di anni di pace e di relativo benessere, anche se non per tutti, facendo cogliere come il pianeta è piccolo e quanto siamo interconnessi. Il reticolo di social e le notizie, comprese le ‘fakes’, in qualsiasi momento ci rendono presenti eventi, persone e parole: si suol dire in tempo reale. E la realtà ci insegue e ci rende incerti.

 

Accade che anche la politica si assume gravi responsabilità nella incertezza generale e sta dimostrando di saper dare risposte sia pure con le fibrillazioni dei partiti che hanno orecchie e occhi sulle scadenze elettorali piuttosto che “il fiuto della gente” (Papa Francesco).

 

I cittadini hanno sentito e visto l’Europa un po’ diversa da certa narrazione degli euroscettici, sovranisti e populisti.

 

Ad ogni grave crisi l’Europa ha risposto con passi avanti nella cooperazione fra gli Stati.

 

Ai traumi della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa ha risposto con la creazione delle prime istituzioni per la cooperazione economica. L’Unione Europea dei pagamenti favorì il ritorno alla stabilità delle monete e la ripresa degli scambi commerciali. La Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio abolì le barriere doganali e altri impedimenti alla libera circolazione delle merci in settori cruciali dell’economia. Le tensioni geopolitiche nate con la crisi di Suez nel ‘56 contribuirono ad accelerare il percorso verso i Trattati di Roma. Di fronte al crollo del sistema di Bretton Woods nel ‘71, i Paesi europei reagirono con l’istituzione del serpente monetario e poi del Sistema Monetario Europeo. Al crescente euroscetticismo degli anni ‘80, si rispose con i programmi di interventi mirati proposti dalla Commissione Delors e con l’Atto Unico del 1986. Alla fine dell’Unione Sovietica e alla riunificazione della Germania, l’Europa fece seguire la firma del Trattato di Maastricht, la creazione dell’Unione monetaria e, infine, l’allargamento a Est dell’Unione Europea. La crisi dell’eurozona nei primi anni dello scorso decennio ha portato a un rafforzamento e a una modernizzazione delle istituzioni economiche, a partire dalla Banca Centrale Europea. La pandemia ha portato alla creazione del Next Generation EU.

 

Questo lungo cammino di integrazione ha cambiato le nostre vite per il meglio.

 

Un risultato costruito “pezzo per pezzo, settore per settore”, per citare Robert Schuman, perché l’Unione Europea non poteva nascere “di getto, come città ideale”. La lungimiranza dei Padri fondatori fece iniziare il cammino nel mettere insieme quegli interessi economici che avevano causato le guerre (come ora).

 

Ora tocca a noi con grandi e piccoli passi ma senza interruzione, anzi accelerando.

 

Come il naufrago grida terra terra quando vede apparire la salvezza, dopo lo scoppio della guerra di aggressione alla Ucraina si sente invocare, da più parti, Europa Europa!

E questo ci condurrà – speriamo presto – a recuperare le falle del percorso a partire dalla assenza di una difesa comune. Nonostante la consapevolezza sembra ancora timido l’iter verso la meta.

 

Purtroppo sono molte le differenze anche organizzative e gestionali nelle nostre abitudini e nelle scelte politiche. L’armonizzazione che conduca alla totale integrazione passa dalla condivisione delle ‘best pratices’ la’ dove sono insediate da tempo e di cui ammiriamo i risultati. Si potrebbero elencare molti esempi: perché non imitare sistemi universitari che consentano a tutti giovani europei pari occasioni; oppure perché non imitare lo smaltimento dei rifiuti, ecc. Copiando gli esempi virtuosi si risparmierebbero soldi e tempo: è incredibile che a Roma si litighi per il termovalorizzatore. Se non vogliamo ispirarci alle capitali nordeuropee basta studiare il sistema Brescia che funziona da circa cinquanta anni! La guerra in Ucraina ci ha fatto riflettere in merito ai risultati negativi ottenuti per anni di mancanza di visione e di strategie. Serpeggia il malcontento contro l’Ucraina perché aumentano i prezzi di molti prodotti di cui si è ridotta la produzione per colpevole miopia (affronteremo sacrifici ma non siamo sotto le bombe!). Si pensi alla agricoltura: quanto terreno destinato a pannelli solari, a cementificazione, ecc. Le scelte urbanistiche influiscono sulla vita delle città e quindi degli abitanti, sull’equilibrio bioambientale, ecc. recuperare implica grande determinazione nelle scelte politiche, nel consenso popolare, ma soprattutto tempo!

 

Per programmare le scelte e creare cultura e consenso occorre lavorare coi dati, il sistema nervoso della organizzazione sociale. Non è sorprendente che in questo momento nel nostro bel Paese mancano medici e infermieri? Le associazioni imprenditoriali non trovano tecnici, panettieri, camerieri… il ministro Massimo Garavaglia, per aiutare il turismo, settore nel quale manca moltissimo personale, chiede di attivare flussi di immigrati… Abbiamo bisogno non di divenire ma di essere Europa, secondo gli auspici di un indimenticabile europeista, David Sassoli, che definiva l’Europa “un nuovo progetto di speranza, che innova, che protegge, che illumina”.

Raccontare il dolore per affrontarlo ed elaborarlo. Breve recensione di “Storia del dolore” scritto da Vittorino Andreoli.

Il libro è denso, carico di significati e di esplicitazioni per favorire un approccio narrativo e quindi una più agevole comprensione delle trame paradigmatiche in cui riconoscere una parte di sé e rispettare la sofferenza altrui, con la dignità che merita. L’immediatezza del racconto ci immerge in questa lunga, interminabile storia del dolore.

“Tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano” [William Shakespeare]

Ho sempre pensato al ‘dentro’ e al ‘fuori’ come a due categorie che sostanziano e – a volerle approfondire – spiegano la nostra esistenza. Sono luoghi fisici, innanzitutto, corporei e ci appartengono come persone, ma anche entità immateriali che non sempre riusciamo a cogliere e a leggere nella loro complessità. Riguardano i pensieri e le azioni che ne derivano, i sentimenti che sono generati nei meandri reconditi della nostra intimità e si traducono in comportamenti: amore, odio, comprensione, indifferenza, empatia, rancore inevitabilmente interrelati in una dimensione relazionale con gli altri.

C’è un dentro e un fuori in noi ma anche nei contesti della nostra quotidianità: ad esempio basta aprire o chiudersi alle spalle una porta di casa per rendersi conto di quanto complessa e sovente inimmaginabile sia la molteplicità della realtà che ci pertiene. Molto spesso celata dalle apparenze, nascosta ai più, indescrivibile, insospettabile, indossa le molte maschere delle alterne vicende della vita, è sfuggente, interessante, non di rado inesprimibile ove non addirittura lungamente inespressa. Chi per professione deve gestire e guidare questa realtà per conoscerla, capirla, aiutarla ad emergere dai coni d’ombra impenetrabili se non attraverso scandagli interiori, dialoghi maieutici, ascolto, metabolizzazione e condivisione degli aspetti problematici di quella condizione di precarietà che avvolge le fragilità della dimensione umana dell’essere e dell’esistere, si prende cura di stati d’animo che procurano distonie e sofferenze.

Ci vuole preparazione professionale, intuizione, pazienza, disponibilità, capacità narrativa e di convincimento, abilità nel saper affrontare in modo condiviso il senso di inadeguatezza e le difficoltà della vita e poi una dote antica, un dono che da secoli chiamiamo ‘sapientia cordis’ che io traduco come benevolenza, ricchezza smisurata di umana comprensione, bontà dell’anima.

Il Prof. Vittorino Andreoli ha svolto questo compito come psichiatra di fama internazionale da molti decenni e ci ha lasciato in dono una enorme produzione bibliografica, si può dire che abbia voluto raccogliere e condividere nei suoi libri le esperienze umane e professionali realizzate con sapienza, competenza, scienza e coscienza, come in una sorta di compendio sulla vita. Un vero dono di entità e valore incommensurabili.

Se dovessi esprimere – in tutta umiltà –  con due parole le qualità personali e scientifiche che più mi hanno colpito della figura carismatica del Professore userei questi due termini: serietà e dedizione.

Ricordo un’interessante e per suo merito profonda e affascinante intervista che mi aveva concesso che si concludeva (dopo aver considerato le paure, lo stress, l’ansia, la depressione, le psicopatologie del quotidiano, le sofferenze dell’esistenza, persino la follia) con una valutazione del concetto di ironia come modo per alleggerire le difficoltà della vita e guardare ad essa con ottimismo, quasi per bypassare i problemi nei quali sovente finiamo per impantanarci come in una sorta di eccesso di zelo nell’ascolto. Non dimentico la sua risposta, quasi severa, sulla quale spesso torno ad interrogarmi: “Io non ne posso più della ‘ironia’, adesso sono tutti spettacoli dove si deve fare ironia, satira: è tutta grande ignoranza. Invece la serenità è una cosa molto seria che si fonda sul rispetto dell’altro, sul saper vedere la  positività nell’altro, sul sapergli sorridere invece di scappare. E’ ora di finirla di dire che l’ironia salva il mondo: è una idiozia. Ciò che salva il mondo è il rispetto dell’altro, fino a riuscire ad amarlo”.

Questo richiamo alla serietà con cui affrontare con dedizione e ‘amore’ i marosi della vita è per me il modo migliore per introdurre l’ultimo libro del Professor Andreoli: “Storia del dolore”.

Un tema che non vorremmo mai affrontare, considerando il dolore un accidente della cronaca e della storia della vita, un argomento da evitare per la sofferenza fisica o mentale che procura. Andreoli ne tratta in quasi 500 pagine e affronta un tema così difficile da metabolizzare ed elaborare, usando il metodo espositivo della narrazione: racconta 5 storie in cui in modo diverso e soggettivamente interiorizzato ed espresso il dolore è il protagonista delle trame di vissuti che esprimono stati di sofferenza diversi tra loro ma egualmente connotativi e denotativi della condizione umana nella sua dimensione ontologica e storicizzata: l’essere e l’esistere.

Forse un testo di saggistica di analoghe dimensioni sarebbe stato inevitabilmente destinato ad un pubblico più ristretto di lettori, attrezzati in quanto a codici semantici, simbolici ed espressivi strettamente clinici.

In questo modo invece, l’autore si rivolge a tutti e il suo libro diventa una sorta di romanzo sul dolore, le vicende narrate riprendono casi di cui il Professore si è occupato che diventano paradigmatici per esprimere e approfondire diversi aspetti della vita come luogo di transito e di sosta di situazioni umane e (inevitabilmente) relazionali in cui le condizioni del dolore e della sofferenza si intrecciano con le storie dei protagonisti ed offrono uno spaccato intelligibile dove potersi riconoscere, pur nella specificità dei contesti.

Il racconto è a un tempo il modo per esprimere, descrivendolo, il proprio dolore e la terapia per elaborarlo.

Trovo fondamentale l’approccio metodologico: considerare il dolore nella sua caleidoscopica rappresentazione come una parte essenziale del vivere, direi ineludibile, inevitabile, consustanziale.

Un gesto umano e professionale di coraggio quello intrapreso dal Professor Andreoli poiché la realtà oggi è intesa come una sorta di luogo dell’effimero e transeunte, la vita stessa assume un valore relativo, dobbiamo fuggire le situazioni che ci allontanano dalla fruizione del godimento, affrontare con spavalderia i pericoli, affermare se stessi anche soverchiando il nostro prossimo.

Ed espungere il dolore come un fastidioso accidente temporale, eluderlo inebriandosi con ogni mezzo che ci consenta di superarlo. Vita e morte sono categorie del meramente possibile, notiamo come spesso i giovani attribuiscano un valore riduttivo all’una e all’altra condizione, basti pensare ai giochi pericolosi, al consumo del corpo, alle sfide con il destino, al carpe diem inteso in senso estensivo come “ora, qui e tutto”.

Educare a metabolizzare il dolore è un dovere professionale per uno psichiatra, vincere resistenze, chiusure, stati d’animo volti al peggio, sofferenze indicibili.

Oggi il termine “sofferenza” è considerato una malattia, terrorizza e l’imperativo è di eliminare il dolore, anche quello fisico…Ma l’uomo senza dolore non lo riconoscerei, l’uomo che non sa amare e dunque che manca del desiderio di legarsi e farsi parte dell’altro, non mi attrae. L’uomo che non desidera, perché ritiene di essere e di avere tutto mi spaventa”.

Ricordo ciò che mi disse il Maestro Pupi Avati in esordio di intervista: “Io penso che attraverso le dichiarazioni di inadeguatezza, che sono una costante dei miei protagonisti  – sono tutti personaggi portatori di disistima, di ingenuità , di complessi di inferiorità, incapaci di vivere all’altezza del contesto e delle aspettative sociali, – alla fine del racconto quelli che sembravano i più fragili e i soccombenti diventano nelle mie trame in fondo degli eroi. Per rendersi reciprocamente attendibili io debbo esordire con lei confessando una mia debolezza, se esprimo fin da subito quello che è un mio limite lei si fida di me e mi ascolta con maggiore attenzione”.

Sta dunque qui la chiave per superare i limiti e le difficoltà della vita: aprirsi agli altri, raccontarsi, lasciarsi penetrare dalle vicende umane altrui, considerare la sofferenza, la disistima, l’inadeguatezza e il dolore stesso come passaggi obbligati per riappropriarsi di una autenticità che è ‘valore’ potenziale, punto di partenza per compiere il nostro viaggio carichi di sentimenti e di consapevolezze.

Il Professor Andreoli ci propone di attraversare la storia del dolore (come attore, soggetto, non oggetto di studio) cercando di conoscerlo, per affrontarlo come un aspetto, certamente il più faticoso e difficile dell’esistenza.

Il suo libro è denso, carico di significati e di esplicitazioni per favorire un approccio narrativo e quindi una più agevole comprensione delle trame paradigmatiche in cui riconoscere una parte di sé e rispettare la sofferenza altrui, con la dignità che merita.

Nulla è tralasciato al caso o abbandonato all’oblio, l’immediatezza del racconto ci immerge in questa lunga, interminabile storia del dolore, perdervisi è un’apparenza perché l’impianto del libro è – ad ogni pagina – un invito a ritrovare se stessi. Da leggere.

 

 

Vittorino Andreoli

Psichiatra di fama mondiale, è stato direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona – Soave ed è membro della New York Academy of Sciences. È presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association. Si oppone fermamente alla concezione lombrosiana del delitto secondo cui il crimine veniva commesso necessariamente da un malato di mente, e sostiene la compatibilità della normalità con gli omicidi più efferati.  È autore di libri che spaziano dalla medicina, alla letteratura alla poesia, e collabora con la rivista Mente e Cervello e con il giornale Avvenire. Ha realizzato alcune serie di programmi, con puntate della durata di circa 30 minuti, dedicati agli adolescenti (Adolescente TVB), alle persone anziane (W i nonni) e alla famiglia (Una sfida chiamata famiglia).
Tra le sue opere, pubblicate con Rizzoli, ricordiamo Elogio dell’errore (2012, con Giancarlo Provasi), Il denaro in testa (2012), Le nostre paure (2011), Il rumore delle parole (2019) e Il futuro del mondo (2019). Nel 2014 esce L’educazione (im)possibile. Orientarsi in una società senza padri e l’anno successivo Ma siamo matti. Un paese sospeso tra normalità e follia. Nel 2016 esce La mia corsa nel tempo, nel 2017 La gioia di pensare. Elogio di un’arte dimenticata (Rizzoli), Uomini di Dio. Un’indagine sui preti e il sacro (Piemme). Nel 2018 esce Il silenzio delle pietre (Rizzoli), Beata solitudine. Il potere del silenzio (Piemme) e Homo stupidus stupidus. L’agonia di una civiltà (Rizzoli).Con Solferino , L’uomo col cervello in tasca (2019), Una certa età (2020), Fare la pace (2020), La famiglia digitale 2021, L’origine della coscienza (2021), Storia del dolore (2022).

Roma caput cyber. Numeri e temi di Cybertech Europe 2022 nell’analisi di “formiche.net”.

 

Si è conclusa a Roma ledizione 2022 di Cybertech Europe, la due giorni dedicata al settore cyber. Tra i numerosi ospiti lamministratore delegato di Leonardo, Profumo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega alla sicurezza, Gabrielli, il direttore generale dellAgenzia per la cyber sicurezza nazionale, Baldoni e il sottosegretario alla Difesa, Mulè.

 

Marco Battaglia

 

Roma “capitale” cyber per due giorni. Si è infatti concluso Cybertech Europe 2022, il più grande evento dedicato al settore della cyber-security organizzato in collaborazione con Leonardo. Numeri importanti per questa quinta edizione, che riprende i lavori dopo la pandemia: migliaia di visitatori e più di 90 aziende e start up hanno partecipato alla convention, provenienti da oltre 50 Paesi. Alla Nuvola di Roma, esperti e società hanno avuto modo di confrontarsi e aggiornarsi sullo scenario attuale della sicurezza informatica, ora più che mai prioritario e discusso in tutti gli ambienti, dalla politica all’economia, ai social. La pandemia, infatti, ha cambiato radicalmente il modo di vivere in generale, e questo ha portato a un moltiplicarsi delle sfide, facendo emergere la necessità per Stati, aziende, organizzazioni e cittadini di mettere in atto nuovi modi per proteggere le proprie reti.

Un approccio globale alla cyber-security

Ad aprire i lavori è stato proprio l’amministratore delegato della società, Alessandro Profumo, che ha registrato come si continui a investire in modo significativo nel settore della cyber-security in diverse aree, dalle comunicazioni sicure all’Internet of things (IoT). “Sviluppare un approccio globale alla sicurezza che includa sia la dimensione fisica che quella digitale è fondamentale per proteggere i nostri sistemi economici, politici e sociali” ha commentato il ceo del gruppo di piazza Monte Grappa, ricordando come la cyber security sia un lavoro di squadra: “Aziende private, governi nazionali e istituzioni europee devono unirsi in un quadro di collaborazione, per promuovere la resilienza informatica, salvaguardare le comunicazioni e i dati, mettere in sicurezza la società e l’economia europee”. Profumo ha anche ricordato il ruolo di Leonardo quale “punto di riferimento della sicurezza nazionale”. L’azienda, infatti, investe circa il 13% del suo fatturato in ricerca e sviluppo nel settore “siamo intorno a 1,8 miliardi di euro, e sono tanti soldi”, ha aggiunto Profumo.

 

Un tragitto ancora lungo

 

Insieme a lui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega alla sicurezza della Repubblica, Franco Gabrielli: “Sul fronte della cybersecurity l’Italia ha imboccato la strada giusta, pur avendo davanti un percorso lungo e problematico”. Il prefetto Gabrielli ha anche annunciato la prossima comunicazione sulla composizione del comitato tecnico-scientifico dell’Agenzia per la cyber sicurezza nazionale, che sarà resa nota subito dopo la presentazione della strategia nazionale sulla cybersicurezza 2022-2026, attualmente al vaglio del presidente del Consiglio Mario Draghi. Il comitato “sarà composto da un numero selezionatissimo di persone e non avrà nulla di pletorico”, ha specificato ancora Gabrielli.

 

Serve più formazione

 

L’Agenzia che vuole essere “un punto di riferimento per il Paese, per il settore pubblico e privato, che definisce la strada che dobbiamo percorrere per essere un Paese più consapevole dal punto di vista della resilienza”, come ha dichiarato il suo direttore generale, Roberto Baldoni, intervenuto a Cybertech. “Il fatto di aver posto l’Agenzia sotto il presidente del Consiglio è garanzia di una uniformità sulle politiche che saranno portate avanti”, ha spiegato ancora Baldoni. Particolarmente cruciale, secondo il direttore, sarà il piano della formazione: “tutti sono rimasti indietro perché tutti i settori hanno avuto una trasformazione forte e profonda”. Per questo, ha ricordato ancora Baldoni: “Serve un cambiamento culturale, che deve entrare in ognuno di noi come cittadini, manager di azienda, impiegati, direttori delle Pa”.

 

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https://formiche.net/2022/05/cybertech-europe-2022/

Giorgio Pasetto ci ha lasciato, ma non ci lascia la sua fedeltà a un’idea di politica buona, nel solco del cattolicesimo democratico.

Fonte: Affariitaliani.it
Fonte: Affariitaliani.it

Ricordo di un amico, di un politico dotato di volontà e passione, di un uomo capace di esprimersi con affetto, al riparo da ogni spregiudicatezza.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Giorgio Pasetto era l’immagine del rabdomante che avanza fiducioso e prudente con la bacchetta in mano. Esplorava, prima di andare diritto alla meta. Le incognite della politica non lo spaventavano, ma nemmeno lo spingevano all’avventura. Poiché amava il mare, non si fidava di uscire al largo come che sia, spensieratamente, non curando del tempo. Curiosità e diffidenza ponevano capo al suo stile gioviale, benché si celasse, dietro quell’apparenza di facile approccio, una difesa istintiva rispetto alle insidie della politica: non poche, in verità, specie nella Dc della sua gioventù. E la politica era la sua missione, per la quale nutriva un sentimento di genuina ed intima appartenenza.

 

È stato sindaco, consigliere provinciale, poi consigliere e assessore e Presidente di Regione, quindi deputato e infine senatore; ha percorso tutti i gradini del cursus honorum di antica memoria, affermando le sue qualità lungo un percorso impegnativo; si è speso molto nella vita di partito, ricoprendo ruoli apicali nelle diverse configurazioni che l’aderenza al patrimonio cattolico democratico gli ha suggerito e imposto, prima appunto nella Dc, poi lungo l’asse Ppi-Margherita-Pd. È stato per molti, soprattutto in anni difficili, un punto di riferimento essenziale in città, a Roma, ma sempre con i piedi e la testa nel contesto della provincia, conservando un legame speciale con la sua Anzio.

 

Nelle Acli aveva fatto il suo apprendistato. Il periodo è quello di Labor e dei suoi eredi, con i furori e le contraddizioni della cosiddetta “opzione socialista” che l’Associazione andava affermando sulla scia della contestazione studentesca e operaia del biennio ‘68-‘69. Viene perciò catapultato nell’agone della politica democristiana finendo per incrociare l’esperienza della Base, la sinistra politica della Dc, quando perlopiù gli aclisti tendevano invece a confluire nell’altra sinistra, quella sociale, rappresentata da Forze Nuove.

 

Ebbe con Giovanni Galloni, leader della Base a Roma e nel Lazio, un legame che gli vietava di partecipare al “mugugno” di cui si nutrivano spesso le relazioni umane e politiche, specie all’interno delle correnti. Grazie alla scuola basista, se così si può dire, aveva affinato una sensibilità speciale, quasi un culto, per le alleanze: senza, in effetti, non c’è politica. O non c’è nei termini che la visione democratica più matura e corretta esige provvidenzialmente dai partiti o dai movimenti. Sta qui, in ultimo, una radice di tolleranza che rende umana e civile la lotta per il potere nel contesto delle società libere.

 

Bisogna riconoscere che nel travaglio in morte della Dc seppe conservare una encomiabile dirittura di pensiero e di azione. Visse con entusiasmo la stagione del nuovo Partito popolare e fu, al congresso di scioglimento, protagonista insieme a pochi di una resistenza che appariva dettata dal senso di fedeltà alla vicenda storica del cattolicesimo democratico. Poi venne il tempo dell’ibridazione, più tentata che realizzata, almeno positivamente, nel modello di partito plurale. Vi si adattò con intelligenza e riuscì a costituirsi interlocutore degli “ex” diversi da lui, dimostrando come fosse essenziale per un uomo della sua formazione sposare la causa di una politica di largo respiro, aliena da qualsiasi tentazione settaria e gruppuscolare.

 

Ebbe sempre cura di non cedere alla routine di partito e all’angustia di una politica autoreferenziale. A chi spetterà più avanti, nella calma di un ricordo meno intriso di commozione, ricordarne le amicizie e le frequentazioni che attestavano il desiderio di mantenere vivo un retaggio di motivazioni ideali, non potrà sfuggire l’importanza di alcuni legami duraturi, sempre vissuti con sufficiente discrezione, come accadde ad esempio con don Luigi Di Liegro.

 

A Giorgio si poteva pure rimproverare qualcosa, data l’incontrovertibiile natura belluina della politica, ma in fondo gli si perdonava tutto in virtù della sua buona fede, della sua passione sincera, del suo modo di concepire e coltivare i beni dell’amicizia. Con lui se ne va un tempo che abbiamo amato, ma non la speranza che da quel tempo possa nascere una politica ancora più autentica e generosa, la stessa che Giorgio saluterebbe con l’espressione sorniona dei giorni della sua buona battaglia, al servizio di un ideale democratico e cristiano, per un’affermazione di umana giustizia.

Perché serve di nuovo la “sinistra sociale”. La versione del popolarismo che Merlo predilige e sostiene, con forza argomentativa.

 

Di fronte a nuove emergenze produttrici di ineguaglianze e sofferenze, chi proviene dalla storia e dalla cultura cattolico sociale e cattolico popolare ha quasi il dovere morale di riprendere la tradizione di una sinistra sociale di ispirazione cristiana e, al contempo, di saperla inverare nei partiti in cui milita o si riconosce.

 

Giorgio Merlo

 

L’esperienza politica e culturale della “sinistra sociale” è stata per molti anni un elemento costitutivo nella politica italiana. Una esperienza presente in molti partiti. Ma indubbiamente quella che ha fatto più notizia, perché meglio organizzata e politicamente più visibile, è stata la sinistra sociale di ispirazione cristiana. Ovvero, la corrente della Dc di Forze Nuove guidata da Carlo Donat-Cattin. E prima ancora Forze Sociali e Rinnovamento. Ma, comunque sia, la “sinistra sociale” era presente anche in altri partiti. Certo non nel Pci che era caratterizzato dal centralismo democratico di ispirazione leninista e dove non potevano esserci correnti organizzate che si confrontavano attraverso il classico e fisiologico metodo democratico, visto che il partito doveva apparire all’esterno come un “monolite” granitico e compatto. Mentre nel Psi e in molti altri partiti minori la “sinistra sociale” era presente ma meno espressiva, meno visibile e politicamente meno significativa.

 

Ecco perchè quando ancora oggi si parla di “sinistra sociale” il pensiero corre immediatamente alla cultura politica dei cattolici italiani. Nello specifico, alla tradizione del cattolicesimo sociale che storicamente ha svolto un ruolo di grande importanza perchè rappresentava pubblicamente uno spezzone di società e, al contempo, sapeva dare attraverso la classe politica di riferimento risposte concrete – politiche e legislative – alle domande e alle istanze che provenivano da quei mondi vitali.

 

Ora, per tornare all’oggi, è indubbio che l’esplosione di una nuova, drammatica ed inedita “questione sociale” merita e richiede, da parte della politica nel suo complesso, una risposta efficace e tempestiva. Certo, senza riproporre i modelli del passato. Perchè i tempi scorrono e, detto tra di noi, anche perchè il livello, la qualità e l’autorevolezza di quella classe dirigente la possiamo solo più leggere sui libri di storia e negli archivi di partito. Ma è indubbio che di una “sinistra sociale” oggi c’è bisogno. Incardinata nei partiti, come ovvio, ma che sia capace di saper interpretare il profondo disagio dei ceti popolari e di dare risposte tangibili. Del resto, non potevamo chiedere ai tecnocrati di ieri o ai tecnocrati di oggi di sapere interpretare politicamente quel disagio. Avevano e hanno un’altra cultura, un altro approccio, un’altra visione della società e delle stesse relazioni politiche.

 

Ma il disagio è sempre quello, aggravato oggi dalla pandemia sociale e dalle conseguenze di una guerra assurda e lacerante. Dalla crescente povertà alla crisi irreversibile del ceto medio; dall’aumento massiccio e spropositato delle materie prime alla potenziale chiusura di centinaia e centinaia di piccole e medie aziende; dall’esplosione di una nuova e drammatica disoccupazione alla crescita esponenziale delle disuguaglianze sociali; dalla perdita secca del potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie alla emarginazione crescente di porzioni di società sempre più escluse da ogni ipotesi di crescita e di sviluppo economico e sociale.

 

 

Di fronte ad un quadro del genere, chi proviene dalla storia e dalla cultura cattolico sociale e cattolico popolare ha quasi il dovere morale di riprendere la tradizione di una sinistra sociale di ispirazione cristiana e, al contempo, di saperla inverare nei partiti in cui milita o si riconosce. Certo, oggi più che di partiti si parla prevalentemente di cartelli elettorali e di strumenti in mano a dei capi, ma tutto ciò non deve limitare od offuscare l’eredità pesante e ricca di contenuti, di esempi, di testimonianza e di impegno concreto che abbiamo ricevuto dai nostri “maestri”. Se, per fare un solo esempio, al posto delle molteplici correnti di tessere subentrassero quelle che un tempo si chiamavano “correnti di idee” e se, nello stesso momento, nei partiti centristi e riformisti fosse presente questo richiamo e questo marcato anelito di giustizia sociale, probabilmente ne uscirebbe arricchita la stessa politica. Non dimentichiamoci mai di un particolare, seppur al netto della profonda diversità rispetto ad un passato recente e meno recente. I contenuti, l’azione e il peso della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana e popolare è stata condotta e guidata per molti decenni a livello nazionale da una componente/corrente all’interno di un grande partito come la Dc che contava a malapena – in quel partito – il 6-7% della intera rappresentanza politica. Contavano però i contenuti che sapeva dispiegare, al di là del numero delle tessere e dei blocchi di potere.

 

Ecco, oggi, seppur con la comprensibile differenza storica, politica e culturale, si deve riprendere quell’esempio. Sono necessari alcuni ingredienti, però: buona volontà, coraggio, coerenza con la propria cultura e determinazione. Se si vuole si può, basta volerlo.

Libia, caos continuo. Ed è una minaccia per l’Italia.

 

L’annullamento delle elezioni ha portato ad un nuovo aggrovigliamento della situazione nel martoriato paese che si affaccia sull’altra sponda del mediterraneo. La difficile mediazione dell’Onu.

 

Enrico Farinone

 

Non solo Ucraina. La situazione in Libia continua a preoccupare, sia in relazione all’approvvigionamento di fonti energetiche sia soprattutto con riguardo al dramma migratorio con le conseguenti tragedie nel Mar Mediterraneo. Siamo a un punto morto. Fallite, e non poteva essere diversamente, le improbabili elezioni presidenziali annunciate per lo scorso dicembre e poi non tenute, la Libia resta uno Stato fallito diviso in due entità ostili l’una all’altra. Ciascuna con un suo governo, un suo premier, un suo Parlamento (Tripoli e Tobruk), una sua amministrazione, un suo esercito (in realtà un insieme di milizie di origine tribale quando non, in diversi casi, di natura mercenaria).

 

Ogni entità ritiene d’essere la legittima espressione del volere del popolo libico. Senza esserlo, naturalmente. Fino allo scorso dicembre la comunità internazionale, o meglio dire una sua parte consistente, riconosceva il governo insediato a Tripoli, guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Per la verità già si trattava di un sostegno meno convinto di quello del quale aveva goduto – peraltro senza ottenere alcun risultato concreto – il precedente premier, Fayez al-Serraj. Un governo molto indebolito dalla guerra portatagli dal dominus dell’est del Paese, il generale Khalifa Haftar sostenuto dai russi ma incapace di assestare un colpo definitivo all’avversario della Tripolitania quando tentò di occuparla, senza successo, nel 2019.

 

L’annullamento delle elezioni ha portato ad un nuovo aggrovigliamento della situazione. Il generale Haftar non ha più riconosciuto Dbeibeh quale premier in quanto dimessosi a dicembre per candidarsi alle elezioni presidenziali che poi, come detto, non si sono celebrate. Ha così fatto nominare dal Parlamento di Tobruk, che egli controlla strettamente, un nuovo premier, l’ex ministro dell’interno del governo Dbeibeh. Fathi Bashega, questo il suo nome, naturalmente non è stato riconosciuto da Tripoli, ove Dbeibeh è rimasto primo ministro, di fatto solo per la Tripolitania.

 

Quindi oggi ci sono due premier, o almeno due persone che tali si definiscono. Con due governi. Una situazione paradossale. Quasi comica, se non fosse tragica per il Paese e la sua popolazione. Che è quella che soffre il disastro economico prodotto da questo caos, oltre ai migranti provenienti dal Sahel e poi detenuti nei campi di concentramento libici.

 

Dbeibeh a questo punto vorrebbe organizzare elezioni per giugno, ma palesemente anche stavolta i tempi non sono realistici e soprattutto la situazione generale, come si è visto, non è ideale, per usare un eufemismo. L’ONU sta tentando una mediazione il cui obiettivo sarebbe la definizione di un percorso che conduca finalmente alle elezioni. Ma sinora lo sforzo non ha portato risultati.

 

Il caos libico continua. Come sappiamo, esso è una sicura minaccia anche per noi.

Europa religiosa, Europa politica. Una intervista a Olivier Roy proposta dalla newsletter de “Il Mulino”.

 

«Parlare di identità europea è diventato possibile perché non abbiamo più una definizione di Europa in termini valoriali: quando non si condividono più dei valori, si ricomincia dallidentità».

 

Antonio Ballarò

 

Antonio Ballarò Professore, parlare di Europa è diventato complicato. La crisi dellUnione, emersa in tutta la sua evidenza dopo il 2008, ha messo in questione limmaginazione politica, culturale e religiosa da cui era nata.

 

Olivier Roy In effetti è così. L’Europa si è costituita politicamente dopo la Seconda guerra mondiale, sulla base di valori come la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani, nonché sull’idea che ci fosse una storia comune, almeno per l’Europa occidentale. E poi dopo la Cortina di ferro. Questo spazio era sostanzialmente quello del cristianesimo latino fino alla Riforma, per cui si può dire che nella visione europea ci sia una tradizione cattolica. È la Chiesa che ha inventato un sistema di istituzioni per così dire sovranazionale: non c’erano nazioni all’epoca, ma quel sistema era al di sopra dei re, dei sovrani, del feudalesimo… La Chiesa, il clero, ha inventato una burocrazia, nello specifico una burocrazia organizzata e con una libertà di movimento transnazionale: i chierici potevano muoversi e insegnare in Francia, in Italia, in Germania. C’era una gerarchia e il papato aveva pretese di carattere temporale; il che offriva, in fondo, una risposta alla frammentazione feudale. Peraltro, tra i padri fondatori dell’Europa c’erano dei cattolici ‑ Adenauer, De Gasperi, Schuman ‑ alleatisi con dei socialdemocratici. L’alleanza tra i democristiani e i socialdemocratici metteva in comune una visione sociale dello Stato, che comprendeva la Chiesa cattolica con la sua dottrina sociale, e l’idea che la politica dovesse fondarsi su valori di solidarietà e condivisione. C’era una coerenza. Ma a partire dagli anni Settanta questa visione comincia a diradarsi.

 

AB Il tema diventa lidentità europea.

 

OR Sì. Anzitutto con la crisi della Dc dopo gli anni Ottanta. Poi con la crisi della socialdemocrazia, che accetta il neoliberalismo, il mercato: Mitterrand, più in là Blair, Schröder… Si rinuncia a una visione sociale e viene meno un’idea dello Stato, visto non più positivamente ma come burocrazia. Si assiste a una crisi dei valori tanto a destra quanto a sinistra, nella Dc come tra i socialdemocratici. E si va verso una riconfigurazione: una nuova destra che non si preoccupa di valori, con esponenti come Berlusconi o Sarkozy, e una sinistra che perde il suo senso del sociale. Una crisi che tocca valori condivisi da un lato all’altro dello spettro politico.

 

AB Parla di valori condivisi per evitare letture identitarie?

 

OR L’Europa non è un’identità, è un progetto politico. Un progetto politico fondato su quei valori, certo. Ma si tratta di valori condivisi. Il concetto di identità nel dibattito politico è recente, lo si vede arrivare negli anni Novanta, in particolare rispetto all’immigrazione. Prima di allora non se ne parlava. Si discuteva di un progetto politico, ci si chiedeva se l’Europa avesse un’anima, si utilizzava un vocabolario più spirituale. Non per caso in seguito si verificano una crisi dei valori condivisi e una crisi spirituale.

 

AB Il Sessantotto…

 

OR Se prendiamo ad esempio la Chiesa cattolica è chiaro. Una certa questione valoriale viene posta abbastanza tardi dalla Chiesa, dato che il progetto politico europeo attingeva molto dalla Dottrina sociale. È a partire dal Sessantotto che essa pone dei valori normativi intorno alla vita o alla sessualità e non più dei valori collettivi, dunque si ha una morale sessuale che si rivolge essenzialmente agli individui. Il processo culmina con due papi molto europei, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che hanno definito l’Europa sulla base di tali valori normativi. Ed è interessante come Wojtyla proponga delle norme ma non difenda la Democrazia cristiana: il senso è che la difesa dei valori sia di competenza della Chiesa.

 

AB Resta il fatto che la Chiesa sostiene lEuropa.

 

OR La Chiesa è europeista: ha un progetto per l’Europa, ma questo progetto non è sempre stato percepito allo stesso modo. La Chiesa ha constatato che la cultura europea era cambiata dopo gli anni Sessanta, il che era vero. I valori di oggi sono più individualisti, mirano alla riuscita, al successo personale. Non c’è più un progetto collettivo. Perfino la storia di gran parte dei partiti populisti mostra come agli inizi avessero una declinazione regionalista, non nazionalista: a eccezione della Francia, è stato così in Italia, in Belgio, nel Regno Unito con la Brexit. La differenza rispetto ai piccoli Paesi è la percezione della nazione in senso etnico: è il caso della Danimarca, dei Paesi Bassi…

 

AB Vorrei tornare al ruolo di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. In che modo interagiscono spiritualità e politica riguardo allaccento sui valori?

 

OR Il quadro è quello di una crisi generale. I valori della Chiesa sono valori normativi: i papi chiedono ai Parlamenti di votare o non votare delle leggi. Di fatto non si difende soltanto una spiritualità, ma si è impegnati in una lotta normativa: il caso dei valori non negoziabili. La Chiesa rientra non in conflitto, ma in tensione con gli Stati poiché non ha più legami politici come in passato, quando c’era la Dc o una destra conservatrice ispirata alla morale cristiana. Dopo il Sessantotto anche la destra accetta del tutto il paradigma dell’individualismo del piacere, se posso dire così: il successo personale, il profitto, la libertà sessuale. Pertanto, non avendo più contatti immediati, la Chiesa si confronta direttamente con la classe politica. Al punto da sembrare dissidente più che una forza propulsiva.

 

AB A pensarci bene lEuropa sta attraversando una fase della sua storia in cui il dissenso è esercitato da più parti e in modo piuttosto vocale.

 

OR La scena politica europea resta una scena nazionale, che rende possibile la comparsa di movimenti populisti che contestano i valori europei. Così è possibile che la Polonia o l’Ungheria si sentano europee ma rifiutino il liberalismo. Il consenso su questi valori è scomparso. Perché la destra populista non è una destra cristiana, tanto che il rapporto con il cattolicesimo non è uguale ovunque: c’è il sostegno di alcuni episcopati, almeno in parte, ma ci sono Paesi in cui ciò non avviene, come l’Italia, la Francia, la Spagna e la Germania. Parlare di identità europea è diventato possibile perché non abbiamo più una definizione di Europa in termini valoriali: quando non si condividono più dei valori, si ricomincia dall’identità.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/intervista-a-oliver-roy?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+3+-12+maggio+%5B8513%5D

Bene Usa-Italia a Washington. Ma a Roma, cosa succede adesso? Le elezioni del 2023 non possono prescindere da Draghi.

Il viaggio del Presidente del Consiglio ha permesso di rinsaldare i rapporti con l’America di Biden nell’ottica di una consolidata e vitale cooperazione transatlantica. Si profila un ruolo più marcato dell’Italia nella ricerca della pace in Ucraina. Ora, la domanda che attanaglia la pubblica opinione è la seguente: il Paese si può permettere di fare a meno di Draghi? Deve essere lui, insieme ai partiti che intenderanno seguirlo, a guidare le elezioni del 2023.

Gli esiti della globalizzazione hanno creato le premesse per un nuovo ordine mondiale: ne era ben consapevole Federico Rampini quando teorizzava che il 70° anniversario della NATO aveva più le sembianze di un funerale annunciato che di una ricorrenza che avrebbe rinsaldato i legami tra i Paesi membri.

L’incontro tra Biden e Draghi a Washington ha assunto dunque un significato simbolico persino necessario: era ora di uscire dalle secche dell’equidistanza tra Italia ed Europa da un lato e USA e Russia dall’altro, deriva in atto da diversi anni e suffragata da rapporti di amicizia e sintonia tra diversi rappresentanti della politica del nostro Paese e Putin in persona; viaggi a Mosca equivoci, nessuna avvertita consapevolezza di un mutamento di scenari a livello internazionale né di una lunga e silenziosa campagna di disinformazione dell’opinione pubblica attraverso una infiltrazione sottotraccia nei network giornalistici e televisivi (ci sono state in occasione dell’aggressione russa alla nazione ucraina delle conversioni di orientamento politico nei mezzi di comunicazione che stanno facendo impallidire la metafora della via di Damasco.

Se ne sta occupando il Copasir e speriamo che l’indagine venga assunta in proprio da qualche Procura della Repubblica perché sull’informazione pubblica non ci devono essere coperture di segreti di Stato, non si scherza perchè ci sono enormi interessi di condizionamento e suggestione in gioco)   senza dimenticare l’ossessione della terzietà dell’U.E. non sostanziata da una precisa connotazione identitaria.

Per anni e anni l’Europa ha rinnegato le proprie radici storiche e di civiltà, sovraesponendosi al fondamentalismo di matrice islamica, cedendo alle lusinghe della Turchia, aprendosi ai flussi culturali ed economici di Paesi autarchici e con spese militari in crescendo mentre da noi la par condicio, il pacifismo ecumenico e la fobia dell’inclusione tout court erano i temi dominanti.

Non abbiamo maturato convincimenti saldi sul valore delle nostre millenarie tradizioni, siamo diventati terra di conquista per potentati economici delle multinazionali mascherate sotto l’egida nobile della cooperazione internazionale. Ma le aggressioni si fermano solo se si è attrezzati, con un solido ordinamento istituzionale, organizzativo e militare, pur nell’ambito – sia chiaro – di clausole difensive che (tuttavia) devono essere ostentate e dimostrate con dotazioni di mezzi.

Ma appena lo Zar ha mostrato le proprie intenzioni aggressive, radendo al suolo un intera nazione, negandole il principio dell’indipendenza, della sovranità e dell’autodeterminazione, distruggendo città e uccidendo civili inermi, ecco che materializzandosi inimmaginate minacce da “cupio dissolvi”, Paesi neutrali da sempre come Finlandia, Svezia e la stessa Svizzera hanno chiesto asilo politico nell’alleanza atlantica. Per decenni il vecchio continente e il nostro Paese non hanno fatto i conti ad esempio con la questione delle fonti energetiche, con gli approvvigionamenti di materie prime, immaginando incautamente e colpevolmente che gli equilibri geopolitici e geoeconomici rimanessero stabili e non creassero problemi futuri. Come acutamente osserva Giuseppe Sabella nel suo paper sulle cause economiche che hanno indotto Putin a muovere alla conquista dell’Ucraina, c’è la straordinaria ricchezza che questo Paese vanta a livello mondiale nei giacimenti di metalli preziosi. Nello scudo ucraino si estraggono uranio (tra i primi tre esportatori al mondo), titanio (decimo esportatore), minerali di ferro e manganese (secondo esportatore): tutte materie prime fondamentali per le leghe leggere (titanio) e anche per acciaio e acciaio inossidabile (minerali di ferro e manganese). Inoltre nel suo territorio si trovano giacimenti di litio, chiamato “oro bianco”, fondamentale per la produzione di batterie.

E a monte o a valle di questo c’è la mira di diventare il più grande bacino produttivo di materie prime, alleato con il più grande Paese manifatturiero del mondo, con un potenziale di esportazioni planetario ed egemone: la Cina. L’intuizione di Draghi, ma anche di Macron e di Schulz riguarda proprio il consolidamento dell’alleanza atlantica e la difesa dei valori e della storia dell’Occidente. In questo senso se le sanzioni stanno avendo un effetto disgregativo nei confronti dell’economia russa (pur con gli inevitabili ritorni negativi che si ritorcono contro chi le emana), ed è proprio stata un’idea di Draghi quella di congelare gli asset della Banca Centrale Russa all’estero.

Da parte sua l’atteggiamento sornione della Cina ricorda quel tale seduto sulla riva del fiume mentre aspettava che passasse il cadavere del suo nemico. Vedremo se e quanto durano intese e simpatie. Ma il pregio principale della missione negli USA di Draghi è che egli è andato a illustrare a Biden i pericoli che corre l’Europa, ad evidenziarne le potenziali conseguenze rovinose per l’America stessa e soprattutto a parlare di pace, della necessità di focalizzare ogni impegno diplomatico e l’orientamento dell’ONU e della NATO verso questa prospettiva da realizzarsi in tempi brevi.

Draghi è ovviamente preoccupato delle ricadute economiche negative di lungo periodo per l’Ue, ne vengono condizionati i PNRR nazionali degli Stati membri, oltre il dato della minaccia politica che il 9 maggio Putin sembra aver ridimensionato ad una ipotesi di impegno diretto dell’alleanza atlantica nel conflitto. In linea con il Presidente Mattarella, il nostro premier non ha mai smentito la necessità di sostenere con mezzi, dotazioni e armamenti l’Ucraina.

Da uomo di Stato sa che – come sosteneva Henry Kissinger – gli Stati non hanno pregiudiziali nemici ma cogenti e impellenti interessi. Ma intanto incassa il prestigioso Distinguished Leadership Award 2022, consegnato dalla Segretaria al Tesoro USA Janet Yellen. Il nostro Presidente del Consiglio ha di fatto autorevolmente imposto una linea senza se e senza ma al Governo che presiede, forte del fatto che a parte qualche pugno sul tavolo di chi “pretende” spiegazioni, “cane che abbaia non morde” specie avvicinandosi le elezioni del 2023 (ove non anticipate per qualche sciagurato colpo di testa del mentecatto di turno).

Le argomentazioni dei cogitanti e dubbiosi, nichilisti e negazionisti sono speciose, vere e proprie figure retoriche di stile (deteriore). Nonostante il fatto che l’Italia sia all’atto pratico l’unico Paese dell’Ue che esprima un 37,4% di  cittadini filorussi, grazie ad una campagna di disinformazione pretestuosa, mistificata e autolesionista.

La storia dell’accerchiamento della NATO verso la Russia è davvero insostenibile: meno accettabili sono le posizioni negazioniste di fior di opinionisti sulla matrice militare delle stragi di Bucha e Kramatorsk, sulla distruzione di Marìupol, sulle mire espansionistiche dello Zar con la benedizione della Chiesa Ortodossa e del suo Patriarca Kirill che – come ha ricordato Caprarica – vanta un patrimonio personale di svariati miliardi di dollari e gira con un orologio al polso da 30 mila dollari: anche per i buonisti-pacifinti teorici della cultura interreligiosa basterebbe il confronto con il Crocifisso di acciaio di Papa Francesco (che ha rinunciato ad incontrare proprio Kirill a Gerusalemme). Kirill benedice la guerra, Francesco la pace.

Draghi ha dunque fatto ciò che gli competeva come capo di Governo di un Paese dell’Alleanza atlantica: non mi risulta che si sia inginocchiato di fronte a Biden, semmai gli ha esposto le ragioni della fine del conflitto e della necessità di una pace stabile e duratura. Ha anzi parlato apertamente di pace. Come ebbe a dire il politologo e sociologo americano Charles Tilly ”…gli Stati fanno le guerre e le guerre fanno gli Stati”. Ne ha consapevolezza Mario Draghi che sa bene come geopolitica e geoeconomia non sempre siano sovrapponibili in quanto spesso finiscono per prefigurare interessi e scenari non esattamente coincidenti.

Tuttavia l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stato certamente un fatto epocale, denso di significati e purtroppo suscettibile di polarizzazioni interpretative. Ora io credo che il realismo politico del nostro Presidente del Consiglio lo abbia indotto a compiere delle scelte e a prendere delle posizioni nette e necessarie, oserei dire non solo per l’Italia ma con una assunzione di responsabilità che l’Europa intera deve condividere poiché, nella fase apicale del conflitto, sono stati messi in discussione il suo ruolo e i suoi destini, in termini drammatici e quasi ultimativi. Per questo la visita a Washington del premier italiano non è stata una gita di circostanza. Infatti, da un lato ha caratterizzato l’orientamento prevalente nel Governo italiano, espresso dalla sua guida politica; dall’altro ha contribuito a rafforzare i legami tra Italia e USA, evidenziando una favorevole reciprocità di interessi che giova all’Europa nel suo complesso.

I commenti negli Stati Uniti e in Italia sono stati pressoché unanimi: la missione di Draghi è andata bene. Emerge però la preoccupazione, a questo punto, che in vista delle elezioni del prossimo anno il quadro politico italiano possa fibrillare pericolosamente, mettendo a repentaglio i risultati raggiunti dal governo di solidarietà nazionale. L’agenzia Bloomberg ha segnalato laconicamente che nel 2023 “Draghi non sarà tra i candidati”: è una prospettiva che evidentemente non tranquillizza. Occorre far crescere una corrente di opinione che abbia la forza di mettere al centro il ruolo, insostituibile anche dopo il 2023, del Presidente del Consiglio in carica.

Peraltro ci sono altri scenari aperti e non ancora chiariti, determinati da un orientamento generale politicamente addebitabile al Governo Conte: dal Memorandum della via della seta, agli accordi economici con la Cina per la fornitura di mascherine, monopattini e cellulari (famosi quelli acquistati dall’esercito e poi mandati al macero perché risultati taroccati per captare informazioni militari: una notizia del novembre 2019 durata lo sbadiglio di un cane). C’è da sperare che Draghi chiarisca anche questi aspetti prima delle elezioni.

Sperando che nel frattempo si rafforzi il fronte moderato e si costituisca un centro politico capace di dare una stabilità e una linea di indirizzo senza cedimenti al prossimo esecutivo. Confidando che i partiti comprendano una volta per tutte ogni significato palese e recondito di un aforisma non scritto che gira in politica: “indietro non si torna”.

Idee per la ricomposizione dell’area democristiana. Come si dovrebbe procedere? Il nodo della legge elettorale esiste.

 

Sarebbe inefficace e inopportuno partire dalle alleanze. Il nuovo progetto unitario dovrebbe essere, semmai, il risultato di una verifica di compatibilità politiche e programmatiche conseguenti anche al tipo di legge elettorale che, alla fine, sarà adottato per le prossime elezioni politiche. Intanto varrebbe la pena lavorare alla proposta di un’Assemblea costituente.

Ettore Bonalberti

 

C’è una gran voglia di un centro nuovo e diverso da quello sin qui espresso dopo la fine della prima repubblica (1948-1993) e sino ai nostri giorni. Ho raccolto nella mia cartella elettronica oltre settanta interventi di esponenti di diversi partiti, associazioni e movimenti politici che fanno riferimento, sia all’area cattolico democratica e cristiano sociale, che a quella liberal democratica e riformista socialista, tutti inneggianti all’avvio di un nuovo centro. Ho più volte sostenuto che per far decollare il nuovo centro serve, innanzi tutto, ricomporre politicamente la nostra area di riferimento democristiana e popolare sin qui frammentata e vittima di una diaspora (1993-2022) che continua tuttora. Una diaspora, molta parte della quale collegata alle diverse modeste ambizioni di personaggi interessati, soprattutto, alla loro sopravvivenza politica personale. Quella garantita sin qui dalla sistemazione nei poli di destra o di sinistra, favoriti dal bipolarismo forzato conseguente alle diverse leggi elettorali in larga misura maggioritarie: mattarellum, porcellum e rosatellum.

 

La nostra ricomposizione d’area può e deve favorire una più ampia federazione con parti politiche d’ispirazione liberal democratica e riformistico sociale, alternativa alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Il problema è come realizzare detta ricomposizione. Credo, come ho ripetuto ad abundatiam, che sarebbe inefficace e inopportuno partire dalle alleanze, ossia da una decisione che, inevitabilmente divisiva, dovrebbe, semmai, essere il risultato di una verifica di compatibilità politiche e programmatiche conseguenti anche al tipo di legge elettorale che, alla fine, sarà adottato per le prossime elezioni politiche.

 

Non condivido quanto sostenuto dall’amico Giorgio Merlo (vedi il suo recente articolo su Il domani dItalia: “Centro sì, al di là della riforma elettorale” – 10 Maggio 2022) secondo cui il centro nuovo potrà e dovrà nascere anche nel caso in cui permanesse l’attuale legge elettorale prevalentemente maggioritaria. Credo, infatti, che nell’ipotesi di un bipolarismo ancora una volta riproposto e che potrebbe avere il carattere di uno scontro tra una destra guidata dalla Meloni e una sinistra dal Pd, i nostri potenziali elettori si tripartirebbero tra destra, sinistra e astensione.

 

Ecco perché ho scritto le ragioni della nostra scelta per una legge proporzionale alla tedesca (vedi www.ilpopolo.cloud – 9 Maggio 2022) che, last but non least, favorirebbe certamente la nostra ricomposizione, ma, soprattutto, permetterebbe di superare una situazione nella quale, col rosatellum, possono nascere certamente delle coalizioni elettorali, ma non è affatto garantita la governabilità, come verificatosi nei lunghi anni della nostra lunga e dolorosa Demodissea. Aggiungo che con questo sistema, abbiamo sin qui portato in Parlamento dei “nominati”, ligi solo ai poteri dei capi partito, e, spesso, senza alcun legame con gli elettori del loro territorio.

 

Se la proporzionale è, almeno secondo me, la premessa per la ricomposizione, confermo che per procedere serve definire un programma politico organizzativo all’altezza dei valori e degli interessi degli elettori che intendiamo rappresentare. Un modesto contributo al riguardo è stato da me offerto nei giorni scorsi, con la speranza che possa aprire un costruttivo confronto. Ciò che ha impedito sin qui la nostra ricomposizione è l’appartenenza alle diverse realtà politiche e associative, nelle quali alcuni ritengono di poter meglio garantirsi la sopravvivenza politica. Ora è tempo di dichiarare espressamente se siamo disponibili a un salto di qualità e a passare dall’attuale frammentazione alla ricomposizione politica e organizzativa. Abbiamo già e sin troppo accertato che con le nostre divisioni, sul piano elettorale, proporzionale o maggioritario, non si garantisce alcuno, tranne “i soliti noti”, pronti ad accasarsi nel polo più disponibile all’accoglienza, per svolgere, alla fine un ruolo subordinato e irrilevante.

 

Suggerirei allora di condividere un appello per un’assemblea costituente di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana; documento che potrebbe essere redatto da alcune delle personalità più autorevoli di questa vasta e complessa realtà e di aprire l’adesione a tutte le cittadine e i cittadini italiani interessati al progetto. Un sistema condiviso per l’elezione di delegati provinciali e/o regionali all’assemblea costituente nazionale da parte di coloro che avessero sottoscritto il documento appello e aderito col versamento di una quota simbolica ( 5 o 10 €), favorirebbe la convocazione dell’assemblea costituente nazionale nella quale decidere insieme: programma e scelta della classe dirigente del nuovo partito. Nessuna leadership precostituita, consapevoli che molti di noi, figli della prima repubblica, hanno consumato le proprie energie e logorato la propria capacità di consenso specie tra le nuove generazioni, ma certi, che solo dal confronto libero e democratico che si potrà svolgere ai livelli territoriali provinciali e regionali, potranno emergere i nuovi leaders per l’assemblea costituente.

 

Solo dopo aver condiviso una proposta di programma, sarà l’assemblea costituente a decidere le possibili e più opportune alleanze che dovranno, in ogni caso, garantire la difesa e piena attuazione della Costituzione, nel rispetto dei principi essenziali della solidarietà e sussidiarietà propri dell’umanesimo cristiano.

Le figure di Piersanti Mattarella e Pio La Torre: un convegno della Società San Paolo ne ha celebrato il ricordo.

 

Liniziativa ha avuto un carattere eminentemente culturale, ma si è distinta altresì per una volontà di testimonianza nella lotta contro la mafia, presente sul territorio agrigentino, in passato anche colpito duramente dalle organizzazioni criminali.

 

Vincenzo Martorana

 

Lo scorso 7 maggio in Bivona (AG), su impulso del Centro Culturale della Società San Paolo, si è tenuto il convegno: “Piersanti Mattarella e Pio La Torre: la politica come vocazione”. Sono intervenuti il sindaco Milko Cinà e l’assessore alla cultura Angela Cannizzaro (coorganizzatori dell’evento), Vito Lo Monaco (presidente del Centro Studi Pio La Torre), Pierluigi Basile (autore del libro su Persanti Mattarella: “Le carte in regola”), Francesco D’Onofrio (emerito all’Università La Sapienza di Roma, già ministro della Repubblica) che aveva collaborato con Piersanti neo eletto presidente della Regione Sicilia. Ha coordinato i lavori Vincenzo Martorana, per il Centro Culturale San Paolo. Presente in sala una delegazione degli studenti degli istituti scolastici superiori con la preside Giusy Gugliotta, anche lei intervenuta.

 

Dal dibattito è emersa la statura gigantesca e la natura testimoniale dei due uomini politici siciliani; l’assunzione di responsabilità per il bene comune e il senso del dovere che li avevano consapevolmente condotti all’estremo dono di sè, pur provenendo da diverse esperienze formative e di partito.

 

Piersanti Mattarella, il più grande presidente della Regione Sicilia. Nato il 24 maggio 1935 a Castellammare del Golfo, formatosi da giovane nell’Azione Cattolica, ne porterà avanti gli insegnamenti maturati negli anni a venire. Il suo impegno politico e culturale, infatti, riverbera la centralità del Vangelo nelle scelte ispirate alla giustizia e alla correttezza istituzionale. Egli spende tutti i suoi giorni dedito al lavoro finalizzato a servire fedelmente la Polis.

 

Sin da giovane: carismatico, incline all’ascolto, punto di riferimento per il bene, coraggioso, leale, generoso, autenticamente religioso. Martire della Politica. Egli tocca, infatti, gli interessi economici della mafia a Palermo e in Sicilia, con la sua visione controcorrente di una Regione “con le carte in regola” e orientando la propria azione legislativa per mettere ordine dove regnava il caos del “sacco di Palermo”, di una presenza mafiosa all’interno della DC siciliana, nonché delle tante storture burocratiche e amministrative da cui la mafia traeva linfa e finanze ingenti. Viene ucciso il 6 gennaio 1980 a Palermo, mentre con la propria famiglia si recava in automobile alla Messa dell’Epifania.

 

Pio La Torre nasce il 24 dicembre 1927 a Palermo. Egli inizia il suo cimento socio-politico con la Federterra e poi con la CGIL, attraverso cui difende con abnegazione i braccianti sfruttati dai “capibastone”, già mettendosi di traverso agli interessi dei mafiosi. Si iscrive successivamente al Partito Comunista Italiano, vicino ad Enrico Berlinguer (come Piersanti era vicino ad Aldo Moro), indirizza la proprie scelte politiche efficacemente al contrasto della mafia: a lui si deve (postuma) la legge Rognoni-La Torre che colpisce i patrimoni dei mafiosi, oltre che la sanzione del reato di associazione di tipo mafioso. Il suo slancio caritatevole a favore dei diritti dei braccianti lo accomuna a Giuseppe Di Vittorio, a Giacomo Matteotti, al giovane Don Luigi Sturzo. Viene ucciso il 30 aprile 1982 a Palermo insieme al compagno di partito Rosario Di Salvo.

 

L’iniziativa culturale si è distinta per la presa di posizione contro la mafia, presente sul territorio agrigentino, in passato anche colpito duramente dalle organizzazioni criminali. Dunque la cultura e l’educazione come strumenti di emancipazione territoriale dei contesti insidiati dal malaffare, dalla corruzione, dalla prevaricazione e dal prepotere della mafia.

 

Lo scopo è servire le nostre comunità e non servirsene per spadroneggiare: è anche l’insegnamento di Don Luigi Sturzo, nonché, in fondo, del Buon Pastore che cura il gregge, cerca chi rimane indietro e offre con responsabilità la propria vita per proteggere e salvare la collettività insidiata dalla efferatezza dei briganti di turno.

 

 

*Vincenzo Martorana

Cooperatore Paolino, Centro Culturale – Società San Paolo

Hong Kong, arrestato il card. Zen. La nota di AsiaNews.

 

Il fermo avvenuto nellambito di una indagine sul Fondo 612, che aiutava i cittadini coinvolti nelle proteste del 2019. Rilasciato su cauzione alle 23 locali. Fermati altri amministratori fiduciari dellorganizzazione benefica. Laccusa è quella di collusione con forze straniere, punita dalla legge sulla sicurezza nazionale.

 

AsiaNews

 

 

La polizia ha arrestato oggi (ieri per chi legge, ndr) il 90enne card. Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito della città e noto sostenitore del movimento democratico. Lo affermano fonti locali e diversi media cittadini, secondo cui il fermo è legato alla gestione del Fondo 612, che fino alla sua chiusura ha assistito migliaia di manifestanti pro-democrazia coinvolti nelle proteste del 2019. Alle 23 ora locale il porporato è stato rilasciato su cauzione: l’agenzia on line Hong Kong Free Press ha diffuso le immagini che lo ritraggono mentre esce dalla stazione di polizia di Chai Wan. Ma la liberazione su cauzione lascia comunque aperto il procedimento contro di lui.

 

Il card. Zen era uno degli amministratori fiduciari dell’organizzazione benefica, che ha smesso di operare nell’ottobre scorso. Le autorità lo hanno arrestato insieme ad altri promotori del Fondo, tra cui la nota avvocatessa Margaret Ng, l’accademico Hui Po-keung e la cantautrice Denise Ho. Anche loro in serata hanno ottenuto la libertà su cauzione.

 

Da quanto si apprende, l’indagine delle Forze dell’ordine si concentra sull’eventuale “collusione” del Fondo 612 con forze straniere, in violazione della draconiana legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nell’estate 2020.

 

Il card. Zen è da tempo nel mirino del governo cinese. A gennaio la stampa pro-establishment ha pubblicato quattro articoli in cui lo si accusava di aver incitato gli studenti a rivoltarsi nel 2019 contro una serie di misure governative.

 

Il porporato è inviso a Pechino per le sue critiche al controllo esercitato dal Partito comunista cinese sulle comunità religiose. Egli ha condannato la rimozione delle croci dall’esterno delle chiese in Cina e ha celebrato negli anni messe in ricordo dei martiri di Tiananmen a Pechino: i giovani massacrati dalle autorità il 4 giugno del 1989 per aver chiesto libertà e democrazia. Il cardinale è anche contrario all’accordo tra il Vaticano e la Cina sulla nomina dei vescovi.

 

Un aperto difensore dei diritti civili a Hong Kong e nella Cina continentale, il card. Zen ha spesso assistito alle udienze che vedono imputati politici e attivisti filo-democratici, finiti alla sbarra con l’accusa di aver violato il provvedimento sulla sicurezza nazionale.

 

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha affermato quanto segue: “La Santa Sede ha appreso con preoccupazione la notizia dell’arresto del cardinale Zen e segue con estrema attenzione l’evolversi della situazione”.

Con la guerra nasce un nuovo panorama politico in Italia.

 

Il pericolo per gli italiani è di andare a votare, la prossima primavera, per due coalizioni divise profondamente al loro interno su una questione di sicurezza nazionale, ovvero la politica estera dell’Italia.

 

Enrico Farinone

 

La guerra in Ucraina sta determinando un nuovo panorama politico in Italia. Al momento ancora in fase di definizione ma le linee di fondo sono ormai abbastanza chiare. Il problema è che esso va in contrasto, forse addirittura frontale, con il sistema di alleanze delineatosi da tempo (a destra) e più di recente (a sinistra) secondo lo schema forzatamente bipolare voluto dal legislatore, da ultimo con la assai imperfetta legge elettorale votata nel 2017.

 

La questione non è di poco conto. Perché è determinata da un evento esterno di inaudita violenza che inevitabilmente pone tutti gli attori politici, nei singoli paesi e nella UE nel suo insieme, di fronte a scelte molto significative, decisive per il futuro. Non siamo, insomma, in presenza di uno dei tanti atti del teatrino politico nazionale. Siamo nel territorio della politica estera, dunque siamo in pieno dentro la politica.

 

Ciò che sta emergendo è alquanto facile da illustrare, nella sua schematicità, quanto al contrario estremamente complicato da decrittare se non si ha il coraggio (per un qualsiasi motivo: errato calcolo elettorale, assolutizzazione delle alleanze immaginate, miopia politica) di osservare e valutare freddamente le cose per quello che effettivamente sono.

 

Dunque, da un lato c’è un sostegno convinto alla NATO e alle iniziative assunte per aiutare militarmente l’Ucraina. In questo ambito c’è pure l’aspirazione – finalmente! – ad un ruolo più attivo e autonomo dell’Unione Europea, ancor oggi mancante di una politica estera e di difesa comune. Strumentalmente qualcuno, a destra come a sinistra, cerca di utilizzare quest’ultimo come un cuneo per separare paesi europei e Stati Uniti, ma questo è un tema ulteriore che andrà affrontato a parte. Contrapporre atlantismo ed europeismo significa deviare dalla linea, coerentemente europeista e atlantista, sempre perseguita dall’Italia democratica così come delineata da Alcide De Gasperi.

 

Dall’altro c’è un dissenso, ancorché parzialmente dissimulato, verso questa linea. Le parole, le modalità, la convinzione attraverso le quali questi due opposti atteggiamenti si manifestano sono diverse ma volendo ridurre la questione all’osso le due posizioni principali sono quelle.

 

Il problema è che esse penetrano come una lama acuminata dentro le alleanze elettorali esistenti. I due principali partiti, stando ai sondaggi, ovvero Fratelli d’Italia e Partito Democratico, hanno assunto una postura atlantista confermando senza sottintesi l’alleanza con gli Stati Uniti. Certo, il primo dialoga con chi oggi a Washington è all’opposizione mentre il secondo è simpatetico col partito del Presidente Biden. Le differenze sono evidenti, e grandi. Anche in considerazione delle forti divaricazioni perfino valoriali esistenti nell’America di questi anni. Ciò detto, entrambi i partiti non mostrano tentennamenti sul tema. Per la verità nel Pd esiste una sorda perplessità rispetto alla netta linea imposta dal segretario Letta ma non ha ancora avuto la forza (e il coraggio: fra poco si compileranno le liste elettorali) per manifestarsi.

 

Questa posizione atlantista è propria anche di tutti i vari spezzoni centristi presenti in Parlamento e fuori. Un collage di sigle e di aspiranti generali che potrebbe acquisire una certa potenza elettorale se solo sapesse superare le ridicole animosità e gli umanamente comprensibili ma inaccettabili personalismi che lo contraddistinguono. Nell’area atlantista è associabile anche Forza Italia, pur se con qualche prudenza dovuta da un lato alle scorie lasciate su quel simbolo dalle altisonanti esternazioni pro-Putin di Silvio Berlusconi e dall’altro dalla volontà di saldatura di un asse con la Lega tale da indebolire o almeno contenere la poderosa avanzata di Giorgia Meloni, alleata sempre più aggressiva (come si è visto con la convention da lei organizzata provocatoriamente a Milano).

 

L’area atlantista sostiene Draghi e il suo governo. Ma anche no (Fratelli d’Italia, come noto). Non proprio un dato secondario.

 

Poi, come detto, c’è lo schieramento formalmente dubbioso, quando non esplicitamente contrario alla linea atlantista. A destra, la Lega di un Matteo Salvini ormai in chiara difficoltà e confusione, incapace di scegliere una strada sola per percorrerla con coerenza e invece – questo il difetto di chi segue l’umore social – quasi disperatamente, di certo grottescamente, proteso a ricercare supposte riserve di facile consenso. Oggi sul fronte pacifista, senza rendersi conto di quanto si renda ridicolo dopo aver in passato assunto posizioni securitarie di tutt’altro verso. E cercando di limitare l’opposizione – col no all’armamento degli ucraini – al regime putiniano, col quale i rapporti sono stati, pare proprio, alquanto stretti sino a non troppo tempo fa.

 

A sinistra, alle posizioni tradizionalmente pacifiste ma in primo luogo anti-americane della sinistra d’opposizione si aggiungono quelle dubitative del partito di Speranza e Bersani, sostenitore del Governo Draghi ma soprattutto desideroso di ri-unirsi col Pd e ora in difficoltà di fronte alla postura atlantista di Letta.

 

E poi ci sono i 5 Stelle. Al governo, e addirittura col Ministro degli Esteri. Il quale è fedele alla linea Draghi, atlantista e sostenitrice senza dubbi dell’Ucraina e degli aiuti ad essa. E al tempo stesso sempre più critico verso Draghi e il suo gabinetto, con il capo-politico Giuseppe Conte, ex Presidente del Consiglio di due governi dal colore politico opposto. E’ intuibile il disegno dell’avvocato del popolo: costruirsi una linea che in qualche modo riprenda alcuni spunti anti-sistema del grillismo originario e darsi così un profilo in grado potenzialmente di (ri)catturare elettori “contro”. Come quelli che costruirono le fortune pentastellate alle urne del 2013 e poi del 2018.

 

Un profilo che, allontanandosi sempre più da un governo ormai a termine, possa riavvicinare anche i descamisados alla Di Battista evitando così un pericoloso potenziale (io credo certo) competitor elettorale. E che ponga in serie difficoltà il competitor interno, quel Di Maio impeccabilmente vestito e pettinato al pari dell’azzimato avvocato ma ormai sempre più espressione d’una logica di sistema lontana dallo spirito delle origini. Questa linea, dettata a Conte dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, va dritta-dritta a confliggere con il Pd. E per chi non lo avesse ancora inteso, l’opposizione romana all’inceneritore voluto dal sindaco Gualtieri (unica speranza di avvio a soluzione del terribile “problema-monnezza” che infesta la capitale) è la prova del nove dello schema studiato.

 

Ora, il pericolo per gli italiani è di andare a votare, la prossima primavera, per due coalizioni divise profondamente al loro interno su una questione di sicurezza nazionale, ovvero la politica estera dell’Italia. E allora, con la stessa determinazione con la quale sta tenendo il punto sulle alleanze internazionali Enrico Letta dovrebbe valutare la possibilità di fare un discorso chiaro agli italiani provando a tradurre la comune visione internazionale oggi a sostegno di Draghi in una proposta di governo per il futuro. L’elettorato potrebbe anche premiarla, questa coerenza. Innanzitutto perché rispettosa dei cittadini, ai quali si proporrebbe un disegno chiaro sostenuto senza ambiguità o furbizie a buon mercato. Lasciando i 5 Stelle al loro destino. Qualunque esso sia.

 

Non dimentichino, Letta e il Pd, che dall’altra parte Giorgia Meloni è premiata proprio perché ha dimostrato coerenza con le sue posizioni. L’alternativa a quelle posizioni deve mostrare pari coerenza. Tatticismi, opportunismi e calcoli elettorali incerti (quanto valgono davvero i 5 Stelle, posto che al Nord praticamente non esistono?) non aiuterebbero di sicuro.

Da Bergamo a Roma, con il cuore all’America latina: il percorso politico di Bonalumi nella Dc dei grandi leader.

 

Intervista a Gilberto Bonalumi, classe 1941, leader dei giovani Dc dal 1967 al 1971, poi Parlamentare sia alla Camera che al Senato, dal 1972 al 1992, sottosegretario agli Esteri nei governi Goria e De Mita, poi presidente dell’Ipalmo, promotore di Rial e Ial, associazioni per lo sviluppo delle relazioni con l’America Latina.

 

Maurizio Eufemi

 

Caro Gilberto, gettiamo anzitutto uno sguardo sugli esordi. Quale ricordo conservi dell’approccio alla politica?

 

Ho iniziato quando i partiti erano importanti e i gruppi giovanili altrettanto. Sono stato delegato dei giovani democristiani del mio comune, poi delegato provinciale di Bergamo, infine delegato nazionale dal 1967-1971. Ho percorso tutte le tappe ed è stata un’esperienza molto formativa.

 

Quindi sei arrivato al vertice del Movimento giovanile nella fase calda del ‘68, in piena contestazione?

 

Esattamente. Ricordo bene la grande protesta universitaria, a Valle Giulia, con gli scontri violenti tra manifestanti e polizia. Moro era Presidente del Consiglio e chiamò i dirigenti delle organizzazioni giovanili dei maggiori partiti. Ci trovammo allo stesso tavolo io, in rappresentanza del Mgdc, e Claudio Petruccioli, all’epoca segretario della Fgci.

 

 

Che fece in quella circostanza Moro?

 

Ci interrogò. Voleva capire da noi cosa stesse accadendo. Non gli sfuggiva la novità e, insieme, la complessità degli eventi. Fu l’occasione, diretta o indiretta, per mettere a fuoco una iniziativa del partito. Ciò si tradusse in una grande manifestazione, al Palazzo dello Sport di Bologna, in apertura della campagna elettorale del 1968. Riuscimmo a coinvolgere 30.000 ragazzi provenienti da tutta l’Italia, raccogliemmo l’entusiasmo che trasondava dal mondo studentesco, mettemmo i paletti giusti tra contestazione e mobilitazione violenta. Noi proponevamo il mito della Nuova Frontiera e guardavamo a Robert Kennedy e George McGovern, quindi all’ala progressista e pacifista – pesava la guerra del Vietnam – all’interno del Partito democratico americano. Comunque stava finendo un ciclo, anche in seno alla Dc: Moro si apprestava a lasciare la Presidenza del Consiglio e si profilava all’orizzonte l’arrivo del segretario Rumor, l’uomo più rappresentativo del gruppone doroteo, destinato dopo le elezioni a traslocare da Piazza del Gesù a Palazzo Chigi.

 

Cosa avvenne subito dopo? Intendo dire, quale sviluppo ebbe l’iniziativa di Bologna?

 

Ecco, Moro mi chiamò per ringraziarmi e venne fuori tutto un discorso…Si capiva che dentro di sé maturava il pensiero di una inevitabile modifica del quadro politico, con il rischio di uno smarrimento della Dc. A un certo punto del colloquio si lasciò sfuggire una frase: “…dobbiamo prepararci a lasciare la mano…”. Avvertiva la spinta di un sommovimento che si ripercuoteva sul governo, mettendo in crisi la sua stessa leadership.

 

Nella geografia democristiana non appartenevi alla corrente di Moro, eppure avevi un rapporto di vicinanza con lui.

 

Una cosa che non è mai apparsa in nessun libro o in nessuna intervista accadde in occasione della riunione del 28 febbraio 1978 ai gruppi parlamentari con il discorso di Moro per varare il governo della solidarietà nazionale. Pochi sanno che se la proposta contenuta in quel discorso fosse stata messa in votazione secondo me, probabilmente, sarebbe stato bocciata. Perché passò? Perché l’on. Franco Salvi, che era il vero “confessore”, il vero amico del cuore di Moro – quando si parla degli amici di Moro si parla di tutti, meno che di Franco Salvi! – quando Moro iniziò a parlare mi disse: “Qui sento aria brutta, intanto che Moro parla, tu raccogli le firme”.

Sto cercando il documento tra le mie carte d’archivio. Diedi a Zaccagnini, che presiedeva la riunione, le 286 firme raccolte. Quando Moro finì di parlare, Zaccagnini disse: “Il collega Bonalumi ha consegnato 286 firme, quindi ritengo la proposta di Moro approvata”. E chiuse la riunione.

Chi più si agitò fu Donat Cattin, che voleva invece discuterne in ragione dei suoi timori a riguardo di un’ulteriore apertura al Pci. Non era scontato l’appoggio della maggioranza dei Gruppi parlamentari. Senza l’operazione suggerita da Franco Salvi, avremmo corso dei rischi altissimi. Se si fosse aperta la discussione, potevamo benissimo finire sotto.

 

Ero presente in quella riunione notturna, ne respiravo la tensione. Della raccolta di firme che Salvi ti chiese di organizzare non conservo memoria. Seguivo passo passo il discorso di Moro, la profondità dei suoi ragionamenti, l’esigenza dell’unità di partito. A un certo punto l’apertura fece un’apertura a Scalfaro:  evidentemente intendeva tranquillizzare la destra della Dc.

 

Sono frammenti di una storia che gli eventi hanno travolto. Pochi giorni dopo, infatti, ci fu il rapimento di Moro. Votammo in tutta fretta la fiducia al governo Andreotti nel clima di allarme e sconcerto determinato dall’eccedio di Via Fani. Il Paese era sotto assedio.

 

 

Torniamo alle tue vicende. Prima di diventare segretario nazionale dei giovani democristiani già frequentavi l’ambiente di partito?

 

Sì, mi sono lasciato prendere dalla politica molto presto. Non ancora maggiorenne, frequentando l’oratorio del mio paese, ho iniziato a capire, a contatto con gli altri, che i nostri ideali giovanili avevano bisogno di strumenti. Sicuramente il partito rappresentava il veicolo più efficace per mettere in pratica le aspirazioni che guidavano la nostra ansia d’impegno.

 

I tuoi riferimenti chi erano, sia locali che nazionali?

 

L’ambiente giovanile bergamasco era formato da leader naturali, destinati ad esercitare ruoli importanti nel partito e nelle istituzioni. Granelli, ad esempio, ben presto si trasferì da Bergamo a Milano, trovandosi sotto l’ala protettiva di Marcora. Altri invece entrarono nel Pci e tra questi, successivamente, alcuni fecero la scelta del Manifesto. Mi riferisco a Giuseppe Chiarante, che non viene associato normalmente alla realtà giovanile della Dc bergamasca; così come pure Lucio Magri, cugino in seconda di Luigi Magri, oggi direttore dell’ISPI, la cui parabola politica coincise con l’animazione delle battaglie a sinistra del Pci, lungo l’asse della critica al burocratismo di un apparato vecchio, anche ideologicamente, e prigioniero del suo rapporto con Mosca.

Andrebbero anche menzionati quei personaggi che non ebbero la ventura di “sfondare” sul piano nazionale: per tutti Gian Pietro Galizzi, figlio del più grande grande latinista, divenuto negli anni ‘90 sindaco di San Pellegrino.

Nella direzione nazionale del Movimento giovanile Dc trovai Gianfranco Astori, responsabile del settore scuola, poi Pierluigi Castagnetti, Mario Tassone, Elio Fontana di Brescia, Renato Grassi di Messina, Michelangelo Agrusti di Pordenone, Adriano Paglietti e Paolo Cabras di Roma, Rodolfo Brancoli, poi corrispondente Rai.

 

Qual era tua collocazione all’interno della Dc?

 

Per le ragioni che ti ho detto, sono sempre stato nella sinistra di Base. Qual era l’impianto teorico di questa corrente? La Base si definiva una sinistra “laica”, volendo con ciò significare che prediligeva l’esame dei problemi politici al di fuori di qualsiasi approccio di tipo integralistico. Bisognava rompere le gabbie ideologiche per aprirsi alla modernizzazione del Paese. Ecco, basterebbe che “Gingio” Rognoni recuperasse gli unici due numeri de “Il Ribelle e il Conformista”, un periodico a forte impianto culturale che il nucleo bergamasco, valorizzato intelligentemente da Albertino Marcora, immaginava come sua carta d’identità politica. Aveva spunti di grande interesse. In ogni caso, non si avvertiva l’angustia del provincialismo. I contatti con altre realtà in giro per l’Italia davano slancio alla nostra azione: non eravamo isolati. Uno scambio costante avveniva con i nostri amici di Milano, Avellino, Novara, Firenze…Qui Nicola Pistelli aveva fondato la rivista “Politica”. Lo abbiamo perso ancora giovane, per un incidente stradale, ma ha lasciato un segno indelebile nella esperienza della sinistra dc. Mi piace ricordare che a Bergamo il mio circolo era intitolato proprio a lui, Nicola Pistelli.

 

Anche Vincenzo Gagliardi di Venezia faceva parte di questa rete?

 

Sì, anche lui. Era tutto un filone di personalità emergenti nei vari contesti locali. A Venezia c’era anche Wladimiro Dorigo – una mente eclettica – con la sua rivista “Questitalia”: si leggeva con enorme interesse, per quanto era fatta bene. E visto che mi solleciti, mi permetto di accennare alla presenza femminile all’interno della nostra area politica. Come non parlare, dunque, di Lidia Brisca Menapace? Anche lei, dopo tante battaglie nella Dc, finì per approdare nei ranghi della sinistra…più a sinistra del Pci.

 

Tu scrivevi su “Per l’Azione”, il periodico dei giovani dc?

 

Chi seguiva da tempo il settore stampa a livello nazionale era Francesco Mattioli, finito poi a Bruxelles come corrispondente della Rai. Dalle ceneri di “Per l’Azione” nacque poi, come organo ufficiale del Movimento giovanile, “Italia Cronache”. Io sono arrivato dopo questa stagione.

 

Allora è meglio andare nuovamente alle vicende di Bergamo. Con Filippo Maria Pandolfi come erano i tuoi e vostri rapporti? Lui non era un dossettiano?

 

Discreti. Quella radice, il dossettismo, non aveva più la valenza di una volta. Erano intervenuti cambiamenti di un certo rilievo nella struttura del partito. La Dc a Bergamo aveva tre gruppi fondamentali: i dorotei, i fanfaniani e i basisti. Pandolfi, uomo d’intelligenza notevole, rappresentava il filone che potremmo definire “doroteo-moroteo”. Invece i fanfaniani erano guidati da Enzo Berlanda, parlamentare di lungo corso e poi Presidente della Consob.

 

Ho ben presente Berlanda: fece la riforma dell’Autorità sul risparmio e intervenne sull’ordinamento della Borsa con l’obiettivo di potenziarla, modernizzarla e adeguarla ai tempi nuovi…

 

Insieme a Pandolfi, a capo dei “moro-dorotei” operava Giovanni Battista Scaglia. Di noi, ovvero della sinistra di Base, ti ho già detto abbastanza. Questi erano, appunto, i tre gruppi più forti. In Lombardia, in particolare a Bergamo e Milano, contava meno la sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin. Non aveva il peso che in altre regioni la rendevano più incisiva. Nulla a confronto della nostra ramificazione estesa e robusta: a Como Lecco e Varese operava corposamente quella sinistra di Base che annoverava, oltre il fondatore Aristide Marchetti, figure di grande spessore come Cesare Golfari e Giuseppe Guzzetti. E a Brescia avevamo Mino Martinazzoli, espressione colta del mondo cattolico e democristiano locale. Questa fioritura di classe dirigente, molto apprezzata anche all’esterno della Dc, la si deve per molti aspetti a Marcora, il cui prestigio rimontava alla periodo della Resistenza, quando operò nella brigata dei partigiani cristiani guidata da Alfredo Di Dio.

 

Hai toccato il tasto della Resistenza e mi vengono in mente le polemiche esplose in occasione dell’ultimo 25 aprile. Ora, ti chiedo, come vedi la vicenda del pacifismo?

 

L’uomo che su questi temi mise più in difficoltà De Gasperi fu certamente Giovanni Gronchi, futuro Presidente della Repubblica. Come sai, proprio sulla scelta atlantica si manifestarono opinioni contrarie nella Dc (non solo da parte dei dossettiani). Gronchi non era estraneo alle iniziative, nascoste o palesi, che miravano a infrenare la politica euro-atlantica di De Gasperi. Con il senno di poi, dobbiamo riconoscere che se fosse nata la Comunità Europea di Difesa (CED), cruccio dello statista trentino fino alle ultime ore della sua esistenza terrena, molte preoccupazioni sarebbero rientrate, dando una curvatura diversa al confronto politico dei decenni successivi.

Noi giovani, comunque, non ci tirammo indietro. Anche a costo di censura dei vertici di partito, alzammo la voce sulla guerra del Vietnam. Clamoroso fu l’episodio che segnò – dietro le quinte – il grande convegno di Milano, da me organizzato nel 1969 come Delegato nazionale, dal titolo emblematico: “Per fare la pace cambiare la NATO”. Mariano Rumor, allora segretario del partito, inviò in missione il brillante sottosegretario alla Difesa, Francesco Cossiga, con l’incarico di visionare il discorso che avrei pronunciato a chiusura del convegno

 

Ti volevano controllare?!

 

Beh… certo!

 

Che volevate? Qual era il significato dell’iniziativa?

 

Uscì un libro della Dc di Firenze, devo dire un libro che fece molto scalpore. La tesi fondamentale era questa: certamente la NATO poteva rimanere in piedi, come struttura militare, ma era necessario recuperare il disegno europeista della CED. Ecco, noi giovani eravamo su questa linea.

 

Ma il dissenso interno alla Dc sul patto Atlantico – peraltro riassorbito da De Gasperi con il metodo democratico – era anche di ordine economico per non far mancare risorse alla economia, alla ricostruzione e allo sviluppo. Forse una preoccupazione eccessiva alla luce del successivo miracolo economico…

 

Anche adesso la battaglia sul 2 per cento del Pil è ridicola. Se avessimo davvero la forza di riattualizzare la CED, non ci sarebbe spazio per queste preoccupazioni di ordine economico. Con l’esercito unico europeo si può anche risparmiare. Il nocciolo del problema è tutto qui.

 

Alle volte si ha l’impressione che le forze politiche che conosciamo oggi non siano in grado di gestire processi così impegnativi. Perché l’europeismo non va avanti? Perché le posizioni sono così differenziate?

 

La tua non è un’impressione fuori luogo. Ci dovrebbe essere più determinazione e lungimiranza, invece ci si perde in polemiche anguste. Per questo siamo in panne. La questione la si può risolvere se interviene una scelta analoga a quella immaginata per la CED e soprattutto se la Francia, con Macron appena reinsediato all’Eliseo, avesse il coraggio di rinunciare al seggio permanente dell’Onu a favore dell’Europa. Tanta incertezza su questo, aggravata per altro dalla sciagurata operazione della Brexit, non fa che appesantire e talvolta vanificare l’iniziativa della Ue.

 

In effetti è così! Vado ancora avanti. M’incuriosisce il percorso che hai seguito una volta uscito dal circuito politico in senso stretto. Ad esempio, finito l’impegno parlamentare, ti sei dedicato all’Ipalmo. Immagino che le relazioni internazionali accumulate nel tempo ti siano tornate particolarmente utili.

 

Lo confermo. All’Ipalmo ho potuto dare seguito a tante idee  che la conoscenza di uomini e situazioni legavano a una prospettiva di sviluppo concreto. Ma mi sono dedicato anche ad altro. Ho lavorato allo sviluppo di una struttura chiamata Rial, fondata da Fanfani nel 1954, che vedeva in origine la presenza della Camera di commercio di Milano, dello stesso Comune Milano, della Regione Lombardia e del Ministero degli Esteri. Il lavoro sull’America Latina, in particolare, ha determinato due grandi risultati: il primo si riferisce all’istituzione a quella conferenza biennale che oramai, tramite un’apposita legge, è stabilmente organizzata dal Ministero degli Esteri; l’altro, a seguire,  indica il fatto che Milano, senza questo lavoro, l’Expo del 2015 non l’avrebbe vinta. La Merkel, infatti, aveva dirottato i voti su Smirme e questa, tra i paesi dell’Unione Europea, in effetti prese più voti. Noi ribaltammo l’esito grazie al rapporto da noi lungamente coltivato con l’America Latina. Abbiamo potuto accertare che l’ago della bilancia a favore di Milano fu spostato grazie ai voti di 29 Paesi su 30 dell’area latinoamericana.

 

Un tuo grande successo personale, non c’è dubbio. Ti sei avvalso della preparazione che negli anni avevi maturato nella vita politica e nelle stituzioni. Parlamentare, sottosegretario, dirigente di partito… insomma, un curriculum invidiabile. Ecco, lasciami fare allora una domanda a chiusura di questa nostra conversazione, forse dettata da una affinità di pensiero e quindi di sensibilità, per cui azzerderei una tua battuta finanche prevedibile: cosa pensi della classe politica attuale?

 

Magari ti deludo, ma avendo fatto tutto quello che hai voluto amabilmente ricordare, mi picco di non dare nessun giudizio. Penso tuttavia che sia più avanti la società civile che i partiti. Ai nostri tempi, al contrario, erano i partiti che guidavano i processi e stavano più avanti.

Martelli ricorda la sua amicizia con Falcone a 30 anni da Capaci.

 

Chi era il giudice che la mafia volle eliminare con fredda determinazione? Leonardo Sciascia fa dire a un personaggio alla fine di uno dei suoi più celebri romanzi: “che aggettivo e aggettivo: l’uomo non ha bisogno di aggettivo”.

Francesco Marcelli

Erano le 17:57 del 23 maggio 1992 quando un’esplosione apocalittica fece saltare in aria un pezzo dell’autostrada A29 in prossimità dello svincolo di Capaci insieme a Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini di scorta. Assieme a quell’autostrada anche lo Stato italiano era in frantumi quel giorno. Come ricorda Salvatore Lupo, “in quel tragico momento la storia della mafia andò a intrecciarsi con la storia d’Italia in maniera indistricabile, come mai era successo”.

 

Ad oggi sono trent’anni esatti da quella terribile strage. Ma andiamo con ordine. Non voglio in questo articolo raccontare cose già dette tante volte. Parlerò invece di un aspetto più originale e poco conosciuto, e cioè della storia di collaborazione e amicizia tra Giovanni Falcone e Claudio Martelli, come mi è stata raccontata da quest’ultimo in un’intervista rilasciatami di recente nella sua abitazione a Roma.

 

Nella primavera del 1987 i due si incontrarono per la prima volta. Martelli, desideroso di conoscere “il giudice più famoso al mondo”, andò a trovare Falcone nel suo ufficio a Palermo. Ebbero una lunga discussione durata dalle 16.00 alle 20.00 circa. Fu quella, come ricorda Martelli, “una lunga e interessantissima lezione di mafia; rimasi molto colpito da quel primo incontro con Falcone, persona che mi ha comunicato una grande, grandissima serietà. Si dedicò a istruirmi, in quanto avevo un’idea convenzionale, non attuale della mafia”. Tanto che alla prima domanda che gli pose, subito Falcone lo interruppe dicendogli che quella che viene definita genericamente mafia, lui preferiva chiamarla con il suo vero nome: Cosa Nostra. Questo loro incontro fu il primo di una lunga serie. Solo quattro anni dopo infatti, si ritrovarono a Roma per lavorare insieme.

 

Infatti nel febbraio del 1991, Giuliano Vassalli, giurista di grande valore, lasciò l’incarico di ministro di grazia e giustizia, ruolo che sarà appunto ricoperto da Claudio Martelli a partire dallo stesso mese. Tra le prime decisioni che prese, ci fu appunto quella di chiamare Falcone a lavorare a Roma, assegnandogli la carica di direttore dell’ufficio affari penali presso il ministero di grazia e giustizia. Come ha sottolineato l’onorevole Martelli, “lo chiamai al ministero perché a Palermo non poteva più lavorare. Era letteralmente perseguitato dai suoi colleghi”. Infatti Falcone, come ricordano tutti quelli che gli furono vicini, in primis Paolo Borsellino, fu spesse volte vittima di invidie e giochi di potere interni a quello che è stato definito “il palazzo dei veleni”.

 

All’estero era il giudice più famoso al mondo, in Italia un uomo non compreso o, ancor peggio, attaccato pubblicamente sui giornali e in televisione. Falcone era consapevole della pericolosità dell’azione volta a screditarlo e a isolarlo, ed è per questo che, quando il ministro di giustizia lo chiamò a lavorare al ministero, intravide in quella possibilità un’importante opportunità per debellare più efficacemente Cosa Nostra. Come afferma infatti anche lo storico Salvatore Lupo, “Falcone aveva deciso che non voleva essere un profeta disarmato. Sceglieva un alleato potente come Martelli sapendolo interessato a qualificarsi davanti all’opinione pubblica come avversario della mafia. E non aveva remore a puntare su Roma, tirandosi fuori dagli incancreniti conflitti del ‘palazzo dei veleni’ palermitano, per ottenere i risultati generali di politica giudiziaria che considerava ineludibili”.

 

Falcone e Martelli iniziarono quindi a lavorare insieme, ognuno insegnando all’altro qualcosa del proprio mestiere. “Che cosa fosse la mafia e quali fossero i mezzi opportuni per combatterla lui ne sapeva cento volte più di me; di come fare le leggi e farle approvare dal Parlamento e rendere la lotta alla mafia una priorità di governo glielo dovevo insegnare io”, ricorda Martelli. Iniziò a stabilirsi così tra loro un vero rapporto di amicizia, essendo tra l’altro accomunati da molte cose. “Avevamo due madri siciliane; entrambi da ragazzi eravamo stati influenzati dalla lettura dei Doveri dell’uomo di Giuseppe Mazzini; avevamo un amor di patria molto forte, che derivava in parte dall’educazione letteraria, in parte da quella familiare. Un tratto comune della nostra educazione era sia un forte senso del dovere, che si manifesta nel fare il proprio lavoro nel modo migliore possibile, sia un sentimento di amor di patria che si manifesta nell’idea che si deve servire la patria con il proprio impiego pubblico”.

 

Martelli ricorda inoltre quanto Falcone fosse un grande appassionato dell’Illuminismo e come questo suo essere “laico, repubblicano e illuminista”, li avvicinasse molto. I due parlavano per gran parte del tempo di lavoro, essendo entrambi individui abbastanza riservati, ma ogni tanto discorrevano anche “di politica, di costumi siciliani, della disorganizzazione dello Stato”. Avevano inoltre dei “piaceri comuni, come la buona tavola, il buon vino, il whisky”. Qualche volta, sottraendosi alle proprie scorte, andarono insieme al ristorante, a comprare qualche regalo e addirittura una volta anche al cinema. Per ragioni di lavoro capitò loro anche di fare viaggi insieme molto lunghi di dieci o dodici ore, persino negli Stati Uniti.

 

A tal proposito Martelli racconta un aneddoto interessante. Ricorda che una volta, essendosi mezzo addormentato sulla poltrona dell’aereo durante un tragitto molto lungo, fu svegliato dal respiro affannoso e ansimante di Falcone che sedeva accanto. Subito gli chiese cosa stesse accadendo e Falcone senza scomporsi rispose che stava facendo degli esercizi di contrazione dei muscoli, trattenendo il respiro per allenarsi e mantenersi in forma. Potrebbe apparire questo come un particolare insignificante, ma a mio parere credo che dica molto sul conto di un uomo che da giovane aveva fatto molto sport e che ora era costretto a vivere sempre blindato nel suo ufficio e che quindi non aveva grandi possibilità di mantenersi in esercizio all’aria aperta come fanno tutti coloro che godono di piena libertà. Falcone aveva imparato ad allenarsi in questo modo, come un recluso in carcere.

 

Nel frattempo la lotta alla mafia procedeva in maniera sempre più celere e certo non mancarono gli avvertimenti di Cosa Nostra nei confronti di chi si stava dimostrando troppo determinato a sconfiggere la criminalità organizzata. La sera del tre marzo 1991 due pregiudicati per associazione mafiosa esplosero colpi di arma da fuoco contro la scorta che presidiava la villa sull’Appia dell’onorevole Martelli. Il messaggio era chiaro: mandare un segnale al ministro di giustizia che qualche giorno prima era riuscito attraverso un “artificio giudiziario” a procrastinare la scadenza dei termini di carcerazione preventiva di una quarantina di boss mafiosi, che altrimenti sarebbero stati definitivamente messi in libertà da un giorno a un altro. Il giorno dopo Falcone stesso si recò sul luogo e definì l’accaduto non un attentato, bensì un “avvertimento”.

 

Guardando un attimo dopo negli occhi Martelli e scorgendo quasi una certa delusione da parte sua per questa definizione riduttiva, gli disse poi “tranquillo però Claudio, se continui così l’attentato te lo fanno”. Cosa che di fatto la cupola mafiosa cercò di realizzare nel gennaio del 1993 a Messina. Secondo quanto affermato anni dopo dal capo della polizia Manganelli, Cosa Nostra aveva deciso di far saltare in aria il ministro di giustizia che avrebbe dovuto presiedere a un comizio a Messina. All’ultimo però Martelli decise di disertare quel comizio, perché preferì evitare alla vigilia dell’assemblea nazionale del Psi di andare a una manifestazione troppo faziosa che poteva lacerare ulteriormente i rapporti tra le varie correnti interne al partito. Così per puro caso scampò all’attentato che Cosa Nostra aveva organizzato piazzando un po’ di tritolo sotto al palco dove egli avrebbe dovuto parlare. “Un colpo di fortuna”, come lo ha definito il diretto interessato.

 

Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone non ebbe la stessa fortuna. Tra l’altro sarebbe andata forse diversamente, se egli quel giorno non avesse deciso di guidare personalmente l’auto. Infatti dopo l’esplosione e lo schianto dell’autovettura lui e la moglie che erano seduti davanti persero la vita, mentre al contrario l’uomo di scorta seduto dietro riuscì a sopravvivere. Martelli ha spesso ripetuto come Falcone avesse questa mania di guidare spesso lui l’auto, cosa che per la sua sicurezza gli rimproverava sempre, così come anche il fatto di andare troppo a Palermo. “Io lo rimproveravo perché andava sempre tutte le settimane a Palermo. Lui mi rassicurò, anche se ero perplesso”. Purtroppo il destino gioca ogni giorno con la sorte degli uomini ed è senz’altro impossibile prevedere tutto. Falcone fu così barbaramente ucciso da Cosa Nostra presso Capaci con un attentato di proporzioni apocalittiche mai viste prima. Un attentato volto a eliminare il “nemico numero 1 della mafia”, per usare un’espressione di Marcelle Padovani, e a ripristinare la pax mafiosa; davanti a un’azione del genere però non possono non venire alla mente le parole di Tacito: “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (dove fanno il deserto, lo chiamano pace).

 

Credo infatti che quelle macerie causate dall’esplosione ben rappresentino il vero significato di pax mafiosa. Non appena saputa la notizia dell’attentato, Martelli salì a bordo di un aereo della presidenza del consiglio (essendo anche vicepresidente del consiglio) e si recò sul posto quanto prima. Ricevette in viaggio la notizia della morte di Falcone. Così egli commenta oggi l’accaduto: “Fu come se mi fosse venuto addosso un pezzo di quell’autostrada; quello fu il giorno più brutto della mia vita. Non vollero farmi vedere il cadavere, perché era in condizioni pessime. Nell’arco di qualche ora sul dolore si impose poi la rabbia e il dovere di reagire”. Reazione dello Stato che in effetti non si fece attendere e anzi, come dice anche Salvatore Lupo, fu “serratissima.

 

Il Parlamento varò i provvedimenti lungamente richiesti da Falcone, un regime carcerario speciale per i detenuti di mafia (articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario). Il giorno stesso della morte di Borsellino, Martelli decretò il trasferimento di centinaia di loro, destinazione le isolette di Pianosa e dell’Asinara, le ‘carceri speciali’ in cui erano stati rinchiusi i brigatisti: il blitz fu realizzato alle tre di mattina del 20 luglio, con uno spettacolare spiegamento di forze. Un paio di giorni dopo, Amato ordinò la cosiddetta ‘operazione Vespri siciliani’, cioè il dispiegamento di reparti dell’esercito nelle strade siciliane, a difesa di obiettivi sensibili”.

 

Il 15 gennaio del ’93 si arrivò addirittura all’arresto del capo dei capi, Totò Riina. “Dimostreremo che con questo assassinio la mafia ha fatto il peggiore affare della sua vita”, disse il ministro di giustizia il giorno della strage di Capaci. Ebbene, al di là della reazione del governo che può essere giudicata più o meno efficace, è innegabile il fatto che da quel momento la popolarità e il consenso che ruotava intorno a Cosa Nostra ha iniziato a vacillare sempre più. Quell’eccidio segna infatti una cesura fondamentale nella storia della lotta dello Stato italiano a Cosa Nostra; beninteso, la mafia non è stata sconfitta e c’è tutt’ora, ma nel sentire comune della popolazione locale non si può non scorgere un certo mutamento dal ’92 in poi, seppur ancora non determinante.

 

Riflettendo sulla tragica sorte del suo amico, Martelli parla dell’esistenza di “un’azione parallela contro Falcone volta a isolarlo e a depotenziarlo”: da una parte Cosa Nostra, dall’altra alcuni suoi colleghi del Csm e della Corte di cassazione. Come ha affermato infatti anche Borsellino qualche giorno dopo la morte di Falcone, “la magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il primo gennaio del 1988”, quando appunto il Csm, nonostante tutto, nominò Meli al posto di Falcone come successore di Antonino Caponnetto. Era quella un’inequivocabile azione atta a isolare Falcone e, come egli stesso ha anche ripetuto, l’isolamento è il preludio della morte in Sicilia: “si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”.

 

Non credo dunque sia sbagliato parlare di “azione parallela” contro Falcone, secondo cui egli era preso fra due fuochi: da una parte Cosa Nostra pronta a ucciderlo fisicamente, dall’altra una certa magistratura pronta a ucciderlo professionalmente. “Le parallele sono due rette che in geometria non si incontrano mai, ma questo è vero solo in geometria, nella vita si incontrano”, sostiene Martelli a tal proposito.

 

Dovendo scegliere una parola per descrivere il suo amico Falcone, Martelli ha utilizzato il termine probitas, con tutte le varie sfumature di significato che esso contiene. Parola indicante un uomo onesto, retto, ma specialmente tutto di un pezzo. Se ne sono usati tanti di vocaboli per descrivere positivamente Falcone, e non solo da parte di chi Cosa Nostra l’ha sempre combattuta; penso ad esempio al pentito di mafia Antonino Calderone che una volta disse: “ho collaborato con Falcone perché è uomo d’onore”, intendendo il vero senso dell’onore e non quello falso e ipocrita dei boss mafiosi.

 

Ho riflettuto anche io su quale parola o espressione fosse più adatta per descrivere una personalità come Giovanni Falcone, ma alla fine non ci sono riuscito; in risposta a tale quesito le uniche parole che mi sono venute in soccorso sono quelle che Leonardo Sciascia fa dire a un personaggio alla fine di uno dei suoi più celebri romanzi: “che aggettivo e aggettivo: l’uomo non ha bisogno di aggettivo”. Così come in quel romanzo, anche nella realtà credo che Falcone non necessiti di aggettivi, egli era un uomo, e basta.

Charles de Foucauld, profeta dell’esilio.

Fonte Jean-Louis Zimmermann
fonte Jean-Louis Zimmermann

 

Secondo le parole di Antoine Chatelard, uno dei più grandi studiosi del santo, «non andò nel deserto per stare più vicino a Dio ma per essere più vicino alla gente che il deserto tiene lontano dal mondo». L’articolo è qui riprodotto per gentile concessione dell’Osservatore Romano.

 

Rosario Capomasi

 

«Charles de Foucauld mi appare come uno dei profeti dell’esilio meno chiassosi e più incisivi che siano stati destinati da Dio alla nostra contemporaneità ecclesiale». Questa frase del teologo milanese Pierangelo Sequeri descrive meglio di qualsiasi altra l’essenza del monaco francese, beatificato da Benedetto XVI nel 2005 e in procinto di essere proclamato santo il 15 maggio. Alla figura del “fratello universale”, che spese la vita fra i tuareg del deserto algerino difendendoli fino all’estremo sacrificio, è dedicato il libro Charles de Foucauld. Il Vangelo viene da Nazareth (Vita e Pensiero, Milano, 2022, pagine 18, euro 14), in cui Sequeri rivela il profondo interesse per l’esistenza di un uomo in gioventù lontano dalla fede ma folgorato da un viaggio in Palestina, dove comprese di essere chiamato a vivere «come viveva la Santa Famiglia di Nazareth».

 

E fu proprio nel Sahara algerino che il proposito venne realizzato, nel silenzio, nella preghiera, nel lavoro e nell’assistenza ai poveri. Il tutto, pur vivendo in mezzo agli abitanti del deserto, senza lasciare un discepolo o proseliti. Una vita apparentemente inutile ma proprio quando essa è venuta drammaticamente meno, a Tamanrasset, dove aveva fondato un eremo, si è irradiato in tutto il mondo lo splendore del mistero di Nazareth che frère Charles sperimentò quotidianamente, sottolinea l’autore, e che ha portato poi alla nascita dei Piccoli fratelli e Piccole sorelle di Gesù.

 

L’esistenza nascosta e silenziosa che Gesù vi passò per trent’anni prima del suo ministero pubblico ha un senso radicale e significativo: Nazareth è il lavoro, la prossimità domestica, la condivisione della vita ordinaria da parte del Figlio di Dio. In questo modo Gesù manifesta la comunione del Padre con «l’umanità dell’uomo», annullando ogni distanza: nessuno, neppure il più lontano, è escluso dall’ospitalità di Dio: qui è già Vangelo, è già «buona notizia» dove si intravedono anche la Passione e la Gloria del Signore. In sostanza, puntualizza Sequeri, de Foucauld «ha “riscattato” lo spessore teologale del mistero di Nazareth» restituendolo alla sua centralità «nell’economia dell’incarnazione redentrice». Questo perché Nazareth non è il prologo della vita di Gesù ma “è” la vita di Gesù, trionfante nel cuore del religioso: la presenza eucaristica del Cristo, il “vivente” con cui il piccolo fratello convive («a mezzo metro da me!») ne è la dimostrazione.

 

E frère Charles lo ha fatto conoscere in quei luoghi anche a quanti non lo conoscono ma che hanno imparato a percepirlo attraverso la preghiera che stabilisce “fra i due” un legame fondamentale. Egli infatti, puntualizza l’autore usando le parole di Antoine Chatelard, uno dei più grandi studiosi del santo, «non andò nel deserto per stare più vicino a Dio ma per essere più vicino alla gente che il deserto tiene lontano dal mondo». Con i suoi limiti e con le sue certezze: nei suoi scritti, infatti, si legge delle sue paure e inadeguatezze ma anche del suo «incessante senso di Dio, della sottilissima trama dei suoi affetti teologali, dell’instancabile vitalità della comparazione evangelica dei suoi pensieri e dei suoi atti». Dove emerge pian piano l’integrazione tra imitazione evangelica di tipo eremitico e insediamento domestico nella condizione umana, da lui definita «un piccolo focolare monastico».

 

Da questa tensione spirituale unita a maniere affabili era avvolto il religioso francese, il cui stile l’autore pone come esempio da seguire e riproporre nella Chiesa di fronte ai tanti deserti di questo tempo per una evangelizzazione che incarni i suoi insegnamenti. L’interesse per una meditazione sulla condizione attuale della fede cristiana ispirata alla testimonianza di Charles de Foucauld è divenuta di nuovo attuale in vista della sua imminente canonizzazione, che ha spinto a nuove riflessioni che lo dipingono specificamente icona spirituale della consacrazione religiosa cristiana. La sua testimonianza «cosi devotamente osservante e così perfettamente anomala rispetto alla teologia e alla pastorale della sua epoca», è una forza trainante, secondo Sequeri, rappresentata da tre “vettori”: l’abitare del Figlio tra gli uomini, l’adorare l’Altissimo in spirito e verità, e il fraternizzare. Frère Charles si fa così, come Gesù fra la gente, “seminatore” della buona novella, intendendo la sua missione non come una pre-evangelizzazione ma pienamente sovrapposta a quella del Verbo e alla «sequela del Signore che si fa nostro fratello e ci rende suoi fratelli», manifestando tutto il suo amore verso Dio: un’adorazione in cui «il tempo dedicato a parlare con Dio deve essere infinitamente più lungo del tempo dedicato a parlare di Dio». Quello che impegnò il religioso francese in tutta la sua vita, proclamando alla comunità umana, unita fraternamente, l’opera di redenzione divina che trionfa nella storia.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 10 Maggio 2022

Centro sì, al di là della riforma elettorale.

C’è un ritornello, del tutto fuori luogo – dice Merlo – che si può sintetizzare con uno slogan: ovvero, senza un sistema rigorosamente proporzionale non ci potrà essere una forza di centro. Un’affermazione certamente legittima ma del tutto priva di fondamento.

Il “centro” sarà presente nella ormai prossima consultazione elettorale. O attraverso la “federazione” di tutti quei movimenti, soggetti politici e partiti che non si riconoscono nell’attuale bipolarismo selvaggio, o con una forza politica che sia in grado di superare tranquillamente lo sbarramento che ci sarà. Su quest’ultimo punto è persin inutile soffermarsi perchè è un semplice dettaglio tecnico/procedurale, anche se appassiona i dietrologi e i ricercatori di scoop giornalisti. Quello che conta rilevare è, al contrario, il progetto politico e la necessità di riavere una formazione di centro nella cittadella pubblica italiana. Che è ormai nei fatti.

Sotto questo versante c’è un ritornello, del tutto fuori luogo a mio parere, che si può sintetizzare con uno slogan: ovvero, senza un sistema rigorosamente proporzionale non ci potrà essere una forza di centro. Un’affermazione certamente legittima ma del tutto priva di fondamento. Almeno nell’attuale contesto politico italiano. E questo per una semplice ragione. E cioè, in un sistema strutturalmente proporzionale sarebbero proprio le forze di centro ad uscirne più malconce perchè il voto inesorabilmente si polarizzerebbe attorno alle forze politiche più forti, più strutturate e più visibili. E, di conseguenza, anche se dovesse restare questo singolare ed anacronistico sistema elettorale denominato ‘rosatellum’, le forze di centro sarebbero ugualmente decisive. Almeno per quanto riguarda la quota maggioritaria potendo, di conseguenza, correre tranquillamente nella quota proporzionale che rappresenta i 2/3 della intera rappresentanza parlamentare.

Ho voluto ricordare questa semplice e banale considerazione per rimuovere una preoccupazione che, oggi e non ieri, è del tutto infondata. Perchè oggi – come ovvio e scontato – non ci troviamo nè nella condizione di inizio ‘900 dove la forza di un partito di centro era attesa da larghi strati del popolo italiano; nè dopo la seconda guerra mondiale che ha visto la presenza di un partito di centro massiccio, radicato nei territori e con una straordinaria classe dirigente e nè, tantomeno, in un contesto come quello che ha segnato l’avvio della cosiddetta seconda repubblica. Oggi, di fronte ad un “bipolarismo selvaggio” ma comunque ancora imperante, la forza di una proposta di centro è sempre più necessaria ed indispensabile ma non è legata esclusivamente ad un sistema elettorale. Quello è certamente importante ma è del tutto secondario ai fini del successo stesso di una “politica di centro”.

Ecco perchè, allora, è fondamentale nonchè decisivo soffermarsi adesso attorno al progetto di un “centro” politico, riformista, democratico, plurale e di governo. Tutto il resto è secondario, anche lo stesso sistema elettorale. Che, detto fra di noi, quasi sicuramente resterà quello attuale per comprensibili e svariate motivazioni dettate esclusivamente da ragioni tattiche e di mera convenienza politica ed elettorale. Anche perchè le varie proposte di modifica in campo non hanno nulla a che vedere con le ragioni profonde del nostro sistema politico e democratico ma solo e soltanto per motivazioni di pura convenienza di partito. E in un clima come quello contemporaneo, dominato dalla inaffidabilità reciproca tra le varie forze politiche in campo e senza una strategia che vada oltre una manciata di mesi, è praticamente impossibile modificare le regole del gioco.

Per questa semplice ragione è bene, adesso, non fare confusione e non alimentare facili illusioni del tutto prive di fondamento.

La lunga strada per Helsinki. Domenico Sassoli ne dava, a ridosso della firma degli Accordi, un inquadramento storico. 

L’articolo che qui riproponiamo integralmente fu pubblicato su “Il Popolo” e firmato da uno dei giornalisti più autorevoli del quotidiano ufficiale della Dc: Domenico Sassoli, padre di David.

Domenico Sassoli

Presentazione

Il vertice a cui partecipano 36 paesi è uno dei più importanti eventi diplomatici da un secolo e mezzo ad oggi, anche se non ha mai avuto una risonanza adeguata – dopo la spartizione del mondo in blocchi, non si erano mai visti tanti governanti riuniti intorno allo stesso tavolo per discutere problemi comuni – La curiosa nascita dei “panieri”- Obiettivo dei lavori seppellire il passato e costruire un nuovo avvenire per i popoli.

I sovietici rivendicano il merito di aver messo in moto il processo della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Il vertice di Helsinki è stato annunciato il 15 luglio dalla Tass in tono trionfale. E in realtà furono i sovietici, nel 1954,ad avanzare per la prima volta nel dopoguerra, l’idea della Conferenza. Tuttavia bisogna pur sottolineare che il suo contenuto ed i suoi obiettivi hanno variato continuamente negli anni successivi con il variare delle situazioni e l’insorgere di nuove preoccupazioni. Prima che l’idea della Conferenza apparisse realizzabile, dovettero trascorrere ben 18 anni. Nel 1954 il mondo era in piena guerra fredda. Fu all’indomani della conferenza quadripartita su Berlino (inverno 1954) che l’allora ministro degli Esteri sovietico, Molotov, propose la stipulazione di un trattato di sicurezza collettiva. Sulla proposta, sempre da parte sovietica, si ritornò nell’estate, con la richiesta di convocare, sullo stesso argomento della sicurezza collettiva, una conferenza “pan-europea”.

La risposta occidentale fu un secco “no”. Appariva fin troppo chiaro che i russi avevano in vista due obiettivi precisi: da una parte ottenere dall’occidente una specie di sanzione al sistema degli Stati satelliti, stabilito con la forza delle armi nell’Europa orientale; dall’altra, creare degli ostacoli al progetto, allora in discussione, della Comunità  europea di difesa. Il rifiuto occidentale non disarmò il Cremlino, il quale non trascurò l’occasione per rilanciare la richiesta. Allora, era la “questione tedesca” ad offrire le occasioni più frequenti e talora spettacolari come, ad esempio nel 1954,quando il ministro degli esteri polacco Rapacki, avanzò il progetto di una riunione pan-europea per la demilitarizzazione dell’Europa centrale. Il “no” occidentale si giustificò con gli obiettivi fin troppo chiari della diplomazia dell’est tesa ad ottenere dall’occidente un riconoscimento dello “statu quo” dell’Europa orientale e, in primo luogo,della divisione della Germania.

Un fatto nuovo si verificò quando nel 1970, gli accordi firmati da Willy Brandt a Mosca e gli accordi quadripartiti per Berlino, sembrarono il terreno dei rapporti Est-Ovest dall’ipoteca tedesca. Questi avvenimenti, registratisi sulla scia della “Ostpolitik” tedesca, ammorbidirono il no pregiudiziale dell’occidente alla proposta sovietica. Non si trattava più soltanto di riconoscere, a 25 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la realtà della situazione determinatasi in seguito alle conquiste militari russe, ma anche di individuare le possibilità e le condizioni di una distensione tra le due europe, quella dell’Est e quella dell’Ovest. L’URSS si era trovata nella urgente necessità di ottenere investimenti e tecnologie occidentali per accelerare lo sviluppo economico interno. Ecco quindi, al termine “sicurezza”, aggiungersi quello di “cooperazione”. Verificata l’esistenza fra i due campi, di una convergenza di volontà politiche e di interessi, occorreva esplorare la possibilità di individuare delle linee di compromesso fra due concezioni opposte dell’Europa.

Fu il compito della “preconferenza” che si aprì ad Helsinki il 22 novembre 1972, fra 34 ambasciatori accreditati presso il governo finlandese.

Presero parte a quelle conversazioni multilaterali, i rappresentanti di tutti i Paesi dell’Europa dell’Est e dell’Ovest, compresi Stati minuscoli, come Santa Sede, S. Marino e Malta; e ad eccezione dell’Albania filo-cinese.

Inoltre gli Stati Uniti e il Canada, i quali mantengono dalla fine della seconda guerra mondiale delle truppe nel vecchio continente, parteciparono alle conversazioni a fianco delle potenze propriamente europee.

La pre-conferenza durò sette mesi, sino al giugno del 1973. 

Nel luglio seguente, i ministri degli Esteri dei Paesi interessati,  si riunirono nella capitale finlandese per inaugurare solennemente la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Nel frattempo, gli Stati partecipanti da 34 erano diventati 35, perché Monaco, ancora incerto nel novembre 1972, aveva domandato ed ottenuto di essere ammesso alla Conferenza.

Nell’autunno dello stesso anno, il negoziato lasciò la Finlandia e si trasferì a Ginevra, di nuovo a livello di funzionari, con la promessa di tornare ad Helsinki per la solenne chiusura. Ma il negoziato, nei suoi due anni di vita, non è rimasto chiuso nel forum finlandese o elvetico. Esso è stato invece costantemente al centro degli  innumerevoli contatti diplomatici fra i responsabili dei destini dell’Europa.

Questi contatti hanno pesato in modo determinante sul destino della conferenza, decidendo volta a volta il “blocco” e lo “sblocco” delle varie materie in discussione. In fondo, alle delegazioni presenti a Helsinki o a Ginevra, non è stato concesso che di dibattere problemi di dettaglio. Si è individuato un po’ uno dei paradossi della conferenza. Si era cominciato con l’assicurare che tutti i paesi rappresentanti, dal più grande al più piccolo si sarebbero trovati, in quella che era stata inizialmente definita la conferenza più democratica finora riunitasi, in condizioni di assoluta eguaglianza e con eguali possibilità di udienza; ma verso la fine, le piccole potenze hanno dovuto rassegnarsi ad assistere all’intreccio del dialogo fra blocchi che passava al di sopra delle loro teste. La Svizzera, per esempio, che non aveva partecipato direttamente ad alcuna grande conferenza internazionale dall’epoca napoleonica, ha più volte, spalleggiata da altre piccole potenze, espresso il suo malcontento nei confronti di questa situazione.

Fin dall’inizio delle trattative, i problemi della cooperazione non presentarono, in generale, delle gravi difficoltà, finché i sovietici non pretesero di usufruire, nei commerci con l’ovest, della clausola cosiddetta della “nazione più favorita”. Sul piano della politica, invece, alla formula sovietica della “inviolabilità delle frontiere”, che implicava il riconoscimento dello “statu quo” e dei confini imposti con le armi nel 1944-45, si oppose il desiderio occidentale di perforare in qualche modo gli argini che proteggono il monolitico sistema sovietico.

Su questi punti, il dibattito è sempre stato oltremodo aspro e difficile. Soprattutto nella fase ginevrina, dove la resistenza russa alla volontà occidentale di raggiungere dei risultati concreti in materia di liberalizzazione degli scambi di persone e di idee, portò a momenti il negoziato al limite di rottura. Le posizioni apparivano inconciliabili: al principio occidentale del rapporto “uomo a uomo”, mirante a favorire sempre più intensi scambi fra gli individui dei due campi, l’URSS ed i satelliti opponevano il principio dei contatti fra organizzazioni.

La disputa su questo delicato e importante argomento rientrava nel cosiddetto “terzo  paniere”; le questioni relative allo “statu quo”, nel primo; la cooperazione economica, nel secondo; l’eventuale istituzionalizzazione della conferenza, nel quarto.

Come si è arrivati ad introdurre un vocabolo così curioso nel linguaggio diplomatico? Ci si rese conto all’epoca della pre-conferenza di Helsinki, della impossibilità di sintetizzare in un ordine del giorno le richieste dei due campi e che occorreva classificare le proposte. Ne fu incaricato il delegato svizzero Samuel Campiche, il quale sistemò, davanti ai rappresentanti dei 24 Paesi, una serie di panieri, chiedendo loro di deporvi le  proposte. Dopo lo spoglio ed il raggruppamento dei suggerimenti, il diplomatico svizzero constatò che essi potevano essere riuniti in quattro gruppi, e ciascun gruppo conservò il nome di “paniere”.

Evento diplomatico fra i più importanti da un secolo e mezzo, cioè dall’epoca del congresso di Vienna, la conferenza per la sicurezza e la cooperazione non ha avuto una risonanza pari alla sua importanza. Dopo la spartizione del mondo in blocchi di Stati antagonisti, con sistemi politici e sociali differenti, non si erano mai visti 35 Paesi riunirsi ad uno stesso tavolo per discutere problemi comuni. Tuttavia, bisogna riconoscerlo, questo aspetto spettacolare dell’evento non ha colpito l’opinione pubblica mondiale; esso è stato fin dall’inizio eclissato dal suo carattere di negoziato tra le quinte.

Ha contribuito a tenerla distante dall’interesse del grande pubblico, anche la terminologia poco esplicita, inaccessibile.

Abbiamo appena rammentato i “panieri”; bisognerebbe  parlare anche del termine “consensus”che, pur essendo l’equivalente latino di “consenso”, significa qualcosa di più sfumato, incerto, non privo di remore e di riserve. La stessa struttura della Conferenza, barricata in un labirinto di commissioni  e sottocommissioni, ha scoraggiato spesso ogni tentativo di approccio e di comprensione. In altre parole, come del resto è già stato rilevato, la Conferenza, dietro il mistero delle porte chiuse,  è apparsa come una specie di società segreta tagliata fuori dalla vita quotidiana. Fare il punto sui suoi lavori è sempre apparso compito di sottili esegeti.

Non ci si può tuttavia fermare alla parte visibile dell’iceberg, vale a dire agli aspetti devianti, alle formule arcane, alle sottigliezze delle disquisizioni giuridiche. Non si può negare tuttavia che la Conferenza ed il suo destino, interessi in modo vitale tutti i cittadini d’Europa. Essa si è data l’obiettivo ambizioso di seppellire il loro comune passato e di dare un certo indirizzo al loro avvenire. Da 30 anni non si fa che ripetere che l’Europa prevale ancora un rapporto di forze stabilito dalle armi e non dal diritto e dal comune sentire europeo. Il contenzioso ereditato dalla seconda guerra mondiale attende ancora di essere regolato. Come è possibile, in queste condizioni, vivere in Europa, da europei?

In fondo, è questo il motivo che ha guidato la Conferenza.

Presto sapremo se due anni di aspre discussioni non saranno state una vana logorrea, e se veramente, come ha scritto di recente Renaud Rosset  sul Figaro,  la Conferenza sarà l’espressione europea della distensione.

 

(Fonte: Il Popolo – 30 luglio 1975)

ISPI Speciale Ucraina. Il discorso del re.

Nel giorno della Vittoria contro la Germania nazista Putin accusa la Nato: “Ci minacciava”. Da Strasburgo per la giornata dell’Europa, Macron risponde: “Non siamo in guerra contro Mosca”.

Molta retorica e nessun annuncio: si potrebbe riassumere così il discorso pronunciato oggi da Vladimir Putin sulla piazza Rossa nel giorno in cui la Russia celebra la vittoria dell’allora Unione Sovietica sulla Germania nazista nella Seconda guerra mondiale. Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che truppe e volontari russi nella regione del Donbass ucraino stanno “combattendo per la madrepatria, come i loro padri e i loro nonni prima di loro” e ha accusato l’Occidente di preparare “un’invasione della Crimea e della nostra terra”. Putin ha definito la Nato “un’evidente minaccia” per la Russia e affermato che la sua “operazione militare speciale” si è resa necessaria di fronte alle minacce e che è stata “una decisione giusta”. 

Dopo 74 giorni di guerra, e contrariamente alle attese, il leader del Cremlino non ha annunciato la coscrizione obbligatoria né dichiarato una ‘guerra totale’. Ha invece affermato che lo stato farà “di tutto” per prendersi cura delle famiglie che soffrono i lutti causati dalla guerra in Ucraina e che “la morte di ogni soldato e ufficiale è dolorosa per noi”. Poi ha ammonito che “l’orrore di una guerra globale non si deve ripetere”. Un intervento che ha spiazzato gli osservatori, che nei giorni scorsi si erano interrogati su quali annunci il presidente russo avrebbe fatto in una data intorno a cui la stessa propaganda russa aveva amplificato le aspettative. Poco o nulla di nuovo, invece, si è registrato nell’intervento che sembrava finalizzato a proiettare incertezza negli interlocutori sulle prossime mosse del Cremlino.

Un V Day senza vittoria?

È stato un discorso, quello del presidente russo, più indirizzato al pubblico interno che a quello esterno, e un’occasione per giustificare la guerra contro l’Ucraina. Putin “deve legittimare la sua aggressione e sta cercando di presentarla al mondo e ai russi come una sorta di lotta per la giustizia storica”, spiega al Washington Post Tatiana Stanovaya, capo dell’organismo di consulenza politica con sede a Parigi R.Politik, aggiungendo che “il problema strategico che la Russia deve affrontare oggi è che la società russa non era preparata per una guerra lunga e costosa. Si aspettava una vittoria veloce e decisiva, ma Putin non può dargliela”. 

Per ovviare al controsenso di un giorno della vittoria senza una vittoria da poter presentare, il leader del Cremlino ha offerto al suo pubblico un discorso denso di risentimento nazionalistico e retorica neoimperialista. Secondo diversi osservatori, tuttavia, l’assenza più significativa registrata alla parata sulla Piazza Rossa sarebbe quella di Valery Gerasimov, capo di Stato maggiore russo che voci non confermate riferiscono essere stato ferito a Izium, in Ucraina. Secondo il Kyiv Post, il generale sarebbe rimasto ferito in un bombardamento di una base russa messo a segno dall’esercito ucraino nella regione di Kharkiv alla fine di aprile.

Un altro 9 maggio?

“Abbiamo vinto allora, e vinceremo adesso”: lo ha detto in un video pubblicato oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ribadendo che il suo paese “non cederà un metro quadro della sua terra” alla Russia. E mentre sulla piazza Rossa si teneva la parata delle forze armate russe, a Strasburgo si festeggiava la giornata dell’Unione europea. Oggi, infatti, i 27 celebrano il progetto di integrazione comunitario, nell’anniversario del discorso pronunciato il 9 maggio del 1959 dall’ allora ministro degli Esteri francese, Robert Schuman. Un evento previsto da tempo, dunque, e che coincide con la conclusione dei lavori della Conferenza sul Futuro dell’Europa, ma che la guerra in Ucraina ha trasformato di fatto in una risposta indiretta alla Russia di Vladimir Putin. Così mentre a Mosca sfilavano soldati e mezzi militari, a Strasburgo il presidente francese Emmanuel Macron precisava che se l’Europa aiuta Kiev ciò non significa che sia in guerra con la Russia. “Oggi – ha detto Macron – la libertà e la speranza per il futuro hanno il volto dell’Unione europea. È in nome di questa libertà e di questa speranza che continueremo a sostenere l’Ucraina, il suo presidente e tutto il popolo ucraino”. A Strasburgo il presidente francese, come pure Ursula von der Leyen, ha aperto anche alla riforma dei trattati Ue, in particolare per introdurre il voto a maggioranza qualificata in politica estera e in materia fiscale. Un tema che incontra la resistenza di molti, ma riportato in primo piano dal veto ungherese che impedisce l’adozione del sesto pacchetto di sanzioni dell’Ue contro la Russia.

 

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Una lingua morigerata. Lo stile di Enrico Berlinguer. A cent’anni dalla nascita. La newsletter della Treccani.

Nella lingua di Berlinguer prevale ancora – sostiene l’autore – un forte senso di appartenenza a un partito: una dimensione collettiva e comunitaria, oltre che filosofico-ideale.

Edoardo Buroni

Protagonista della politica italiana del secondo dopoguerra, Enrico Berlinguer rappresentò per oltre un decennio – quando ricoprì la carica di segretario del PCI, dal marzo 1972 al giugno del 1984 – il punto di riferimento principale della sinistra del nostro Paese. Voce autorevole e stimata, anche dagli avversari, in anni durante i quali il dibattito civile e i fermenti sociali erano molto vivi, Berlinguer si distinse anche per il suo stile comunicativo (e caratteriale) sobrio, a tratti severo, assai più incline all’argomentazione che all’invettiva; uno stile comunicativo che si rifletteva nella lingua da lui impiegata: misurata, meditata, improntata al confronto dialettico, ideologicamente marcata, caratterizzata da un forte carisma personale che però non sfociava nell’egocentrismo leaderistico.

A lui, più o meno direttamente, si devono anche parole o espressioni che hanno segnato la vita politica di quegli anni: si pensi all’eurocomunismo elaborato d’intesa con gli omologhi partiti spagnolo e francese, o, più ancora, alla proposta di «quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano» (come si leggeva su «Rinascita» il 12 ottobre 1973). Una di queste formule, forse la più longeva anche perché purtroppo sempre attuale, è questione morale: rileggendo la storica intervista Dove va il PCI? rilasciata a Eugenio Scalfari per «la Repubblica» nel luglio del 1981 si possono rintracciare molti tratti dello stile linguistico e comunicativo di Berlinguer di cui si è fatto cenno.

Metafore e lessico figurato

L’esposizione si serve spesso di parole ed espressioni che presentano i concetti trasponendoli da un piano denotativo a uno più evocativo e suggestivo. Gli ambiti semantici a cui Berlinguer ricorre non presentano però particolare originalità o arditezza rispetto alla consolidata prassi della comunicazione politica (e giornalistica): ecco allora, ad esempio, i rimandi al mondo della medicina o della biologia come «i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei mali d’Italia», «col nostro ingresso [nel governo] si pone fine a una stortura e a una amputazione della nostra democrazia», «ciò ha accentuato il malessere della Dc», «il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione», o «Infine, la spesa pubblica: un cancro che divora le risorse del Paese in mille modi».

Sono rare le immagini forti come «È la questione morale che oggi divora la Dc, come divora le istituzioni. E, andando più al fondo, è la insuperata discriminazione contro di noi […] che oggi si sgretola» o quella con cui si chiudeva l’intervista: «non è venuto il momento di cambiare e di costruire una società che non sia un immondezzaio?»; prevalgono infatti più semplici parole ed espressioni figurate, talvolta proprie anche del lessico quotidiano e informale, quali «Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui», «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni», «[i partiti] sono macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere», «ci hanno scongiurato in tutti i modi […] di partecipare anche noi al banchetto», «tener bordone», «pirati della salute», «sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla Dc», «noi non abbiamo mai chiesto l’elemosina d’esser “ammessi”» o «Direi che abbiamo girato la boa e siamo di nuovo in ripresa».

Una retorica semplice

Analoga misura si ritrova a proposito delle altre strategie che rendono più espressiva ed elaborata l’argomentazione; tra queste si può menzionare giusto qualche caso di accumulo, efficace per rendere il discorso più concitato ed enfatico, e spesso, anche per questo, associato a una sintassi in stile nominale o a ripetizioni anaforiche: «Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante!», «Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali», «La questione morale, nell’Italia di oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati».

La sintassi viene poi interessata da casi di focalizzazione che, sfruttando alcuni costrutti marcati (certo in parte riconducibili anche all’origine orale dell’intervista), consentono a Berlinguer di mettere in risalto gli elementi logico-argomentativi su cui si vuole concentrare l’attenzione: si va da un più semplice «Ebbene, non sono io che la penso così, sono i fatti a dircelo» a un più elaborato esempio, ancora in accumulo, quale «In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi».

Le parole tra ideologia e realtà

Com’è naturale, il livello del lessico è particolarmente sfaccettato e mostra la compresenza di vocaboli che afferiscono a categorie differenti. Non può mancare quella più strettamente legata alla matrice marxista e progressista del segretario del PCI, da cui vengono attinti parole e sintagmi come borghesi, borghesia produttiva, capitalismo (insieme a sviluppo capitalistico, occidente capitalistico, forme capitalistiche), classe operaia, compagni socialisti, comunisti, laburismo, lotta di classe, masse lavoratrici, modelli di socialismo, movimento operaio, movimento sindacale, operai, organizzazioni sindacali, partiti operai, privilegio, progresso, socialdemocrazia, sottoproletari, voti operai, a cui si aggiungono altre voci o formule più ampiamente e genericamente proprie del lessico politico quali assistenzialismo, azione eversiva, bene comune, ceti medi, congressi, cosa pubblica, costo del lavoro, crisi, democrazia, inflazione, legislatura, maggioranza, riformismo, politica fiscale e politica previdenziale.

Vi sono poi le parole e le espressioni che riflettono il momento storico e politico di quell’intervista, prima fra tutte, appunto, la più volte ripetuta questione morale; ma a tale riguardo si possono ricordare anche alternativa democratica (altra formula, in quel contesto, di recente conio berlingueriano), Br, governi di unità nazionale, maggioranza di solidarietà nazionale, pregiudiziale anticomunista, scala mobile e soprattutto quelle voci impiegate dall’allora segretario comunista per denunciare il sistema di gestione della cosa pubblica e della vita interna ai partiti: baronie, “boss” e “sottoboss” (da intendersi in senso figurato, come segnalano le stesse virgolette del testo), burocratismo, camarille, clientele, correnti, famigerato manuale Cencelli, lottizzazione, mercimonio che si fa dello Stato, opportunismo, P2, tradizionale tutela democristiana, verticismo.

 

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Il 9 maggio dell’Italia e quello dell’Europa.

 

A Mosca si celebra la vittoria sul nazismo. L’Europa ricorda invece il “discorso fondativo” di Schuman. In Italia, dal 1978, la data ha significato la costante rievocazione di una politica di superamento dei muri e delle cortine di ferro. In ogni caso, la ricorrenza del martirio di Aldo Moro non deve essere inutile. Mario Draghi, nei colloqui americani, non deve avere incertezze a far valere il peso anche storico del grande Paese che siamo. Intanto c’è un messaggio che vale per Bruxelles: occorre cambiare i trattati europei.

 

Andrea Piraino

 

Improvvisamente il 9 maggio è diventato il giorno topico dell’Europa e del suo futuro! In questo giorno, la Russia celebra il ricordo del “Giorno della Vittoria” contro il nazifascismo dopo la resa tedesca del 1945, firmata a Berlino dal generale Wilhelm Keitel. Da quando Putin ha scatenato la guerra contro l’Ucraina, però, il ricordo della vittoria ha assunto un altro significato. Come recita infatti il coro che verrà intonato durante la grandiosa manifestazione di uomini e mezzi militari che si svolgerà oggi sulla piazza Rossa, il nuovo senso della celebrazione è che “(lo) possiamo fare ancora”. Vale a dire che i soldati ed, a milioni, i cittadini russi sono impegnati a ripetere quel passato glorioso nel presente e nel futuro, contro chiunque (oggi, Ucraina; domani, qualunque altro Paese europeo) si dovesse frapporre alle mire del neo zar Vladimir Putin di affermare il suo progetto imperiale di nuovo status di potenza mondiale della Russia. Insomma, siamo di fronte  alla sovrapposizione di un passato onorato ad un presente scellerato che si tenta di connotare, con ogni sorta di propaganda e di fake news, come opposto a quello che la dura realtà proclama.

 

Ma il 9 maggio è anche il giorno in cui si ricorda un altro momento storico. Per l’Unione Europea è, infatti, la data nella quale nel 1950 l’allora ministro degli esteri francese, Robert Schuman, nella Sala dell’Orologio del Quai d’Orsay pronunciava il famoso discorso con il quale prospettava per la prima volta la necessità che Francia e Germania si impegnassero a mettere in comune la produzione di carbone ed acciaio e quindi a costruire (assieme all’Italia) un’unione economica dell’Europa. Era il primo passo per la realizzazione della CECA. Il primo organismo comunitario che avrebbe reso la guerra “non solo impensabile ma materialmente impossibile”. Oggi, questa data la ricorderà e celebrerà (dal 1985 è la giornata della Festa dell’Europa) Emmanuel Macron con il suo primo discorso sulle quistioni europee da quando la Russia ha invaso l’Ucraina ed il presidente francese è stato riconfermato all’Eliseo. L’evento, che peraltro coincide con la chiusura della “Conferenza sul futuro dell’Europa”, ha finito così per assumere il significato di una sorte di contro-manifestazione da opporre alla celebrazione putiniana. Per fare emergere che il conflitto in atto è tra due modelli di società e due visioni del mondo. “La nostra ambizione è mostrare l’attualità della democrazia liberale, con ciò che può portare in termini di libertà ma anche di efficienza”.

 

In poche parole, due 9 maggio. In cui andranno sugli altari, come ha sottolineato un consigliere dell’Eliseo, a Mosca il revisionismo storico di Putin che oggi sta insanguinando e distruggendo il suolo ucraino ed a Strasburgo “la forza delle democrazie liberali e della libertà di espressione”.

 

Entrambi, però, narrazioni lontane anni-luce dal terzo 9 maggio. Quello italiano del 1978. Giorno in cui si celebra il  ritrovamento, a Roma in via Caetani vicino alle sedi del Pci e della Dc, del corpo senza vita del Presidente Aldo Moro trucidato dalle Brigate Rosse dopo l’agguato del 16 marzo in via Fani, che ne aveva reso possibile il sequestro. Si tratta – in questo caso, del brutale assassinio di Moro – come ha scritto proprio ieri su formiche.net Giuseppe Fioroni, presidente nella scorsa legislatura della specifica Commissione parlamentare d’indagine, dell’atto apicale di una strategia eversiva barbara e spietata. “Troppo potente e ramificata per essere solo domestica” e tale, quindi, da non poter non avere connessione con i riflessi di natura internazionale.

 

La politica di elaborazione della nuova forma di democrazia (“compiuta”), impostata da Moro dopo la vittoria dei sì al referendum sul divorzio del 1974, portava con sé imprescindibili  conseguenze riformistiche che si sarebbero rese necessarie sul piano interno degli equilibri politici dello Stato. Naturalmente, questo tragico evento  determinò nella coscienza comune del Paese un duro contraccolpo che si è riverberato immediatamente sull’evoluzione della politica di “solidarietà nazionale” e soprattutto ha posto fine al tentativo moroteo di fare evolvere la democrazia liberale verso forme di comunitarismo in grado di contenere anche il protagonismo del Pci in una normale dialettica di partiti politici legittimati dal reciproco riconoscimento.

 

Da quella data, allora, il 9 maggio in Italia ha significato – oltre il ricordo struggente per l’uomo, il cattolico, il giurista e teorico dello Stato, il politico Aldo Moro – anche la costante rievocazione di una politica di superamento dei muri e delle cortine di ferro coraggiosamente iniziata, ma presto  ferocemente stroncata e completamente abbandonata. Con l’aggiunta che la memoria di questa lungimirante iniziativa morotea ha carsicamente alimentato una coscienza popolare secondo cui il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo è soprattutto quello di costruire con pazienza il dialogo tra i popoli e le nazioni, soprattutto quando gli stati cui ci si riferisce sono europei o legati a noi da storiche amicizie o trattati e da comuni partecipazioni ad organizzazioni internazionali.

 

Ora, se questo è vero, lo spirito con il quale Russia ed Unione Europea stanno celebrando in queste ore le ricorrenze dei rispettivi 9 maggio non è assolutamente quello adeguato al drammatico momento storico che stiamo vivendo. Non si tratta, infatti, di cogliere l’occasione per cimentarsi in un algido e rancoroso confronto di civilizzazioni ma piuttosto di intuire l’opportunità per far qualche gesto di reciproca apertura che possa portare verso l’inizio di un nuovo dialogo in grado  di ripristinare, in prospettiva, rapporti di reciproca fiducia.

 

In ogni caso, la ricorrenza del martirio di Aldo Moro non deve essere inutile per noi italiani. A cominciare dal presidente del Consiglio che, nei prossimi incontri americani con il governo degli USA e all’interno del G7, non deve avere incertezze a far valere il peso anche storico del grande Paese che siamo e soprattutto della volontà e capacità di dialogo che caratterizzano il nostro Popolo. Successivamente e su queste basi, come proprio Mario Draghi ha detto parlando al Parlamento europeo, ci sarà spazio e tempo per lavorare ad un “federalismo pragmatico” e superare, finalmente, in seno al Consiglio Europeo il principio di unanimità. Non facendosi bloccare neppure dai Trattati il cui cambiamento è sicuramente indispensabile.

Perché Moro ci manca. Conversazione tra Provinciali e D’Ubaldo.

Nel giorno in cui se ne ricorda il sacrificio, vale la pena domandarsi in che senso e in che misura Moro ci manca. Ovvero manca alla politica nel suo complesso, non solo alle ristrette cerchie del cattolicesimo democratico. Per fare questo pubblichiamo un piccolo estratto  (troverete a fine pagina il pdf completo) del colloquio tra Provinciali e D’Ubaldo.

 Rimasta in sospeso e poi ripresa, questa nostra conversazione su Aldo Moro, a ridosso della fatidica data del 9 maggio, ha assunto una forma più precisa alla luce del “grande trauma” che stiamo attraversando. Ci battiamo ancora con la pandemia, piegata dai vaccini ma non ancora debellata. Nel contempo, alle porte dell’Unione europea, è scoppiata una guerra inimmaginabile fino a quella che mese prima. Aggiungiamo due novità importanti sul piano della politica interna: l’esperienza del governo Draghi, con il suo tratto di eccezionalità in virtù di un sostegno di maggioranza quanto mai esteso, a riprova del bisogno di unità nazionale in questa contingenza critica; l’inattesa splendida conferma al Quirinale di Sergio Mattarella per un altro settennato. In questo contesto si articola la presente riflessione su Moro, il suo ambiente, la sua storia; su quello che ha rappresentato e ancora, in altre condizioni e forme, può rappresentare.

N: B: Nel dialogo la parte dell’intervistatorre è svolta da Francesco Provinciali. I suoi interventi sono tutti in grassetto.

Il momento è difficile perchè, da un lato, il Covid ha travolto gli argini di una relativa sicurezza sociale, dall’altro la guerra ha infranto il modello condiviso tra le classi dirigenti dell’Occidente riferito a un mondo felicemente globalizzato dopo la caduta dell’impero sovietico. In questa cornice, è comprensibile che la curiosità induca a porsi l’interrogativo su cosa avrebbe potuto dire Moro di fronte a questo eccezionale mutamento di quadro, sia a livello nazionale che internazionale. Come possiamo cominciare? Chi era Aldo Moro?

Gli studi sulla figura di Moro sono cresciuti abbondamente negli ultimi anni. Alcune biografie – penso a quella “monumentale” di Guido Formigoni – si presentano come un esempio di accuratezza e capacità di approfondimento. L’elenco tuttavia sarebbe lungo e lascerebbe fuori, senza volerlo, preziosi lavori specialistici, magari confinati in cenacoli per addetti ai lavori. Il nipote, Renato Moro, ha svolto un’opera meticolosa, basata su una documentazione di prima mano, che ha permesso di conoscere la formazione intellettuale e politica dello statista pugliese. Proprio in queste settimane ha pubblicato Una maestra del Sud che fu la madre di Aldo Moro (Bompiani, 2022), un testo prezioso anche per capire la sensibilità umana e religiosa che unisce il giovane alla figura materna. Ormai possiamo inquadrare sempre più correttamente l’impegno di Moro nell’ambiente universitario ed ecclesiale del periodo a cavallo della seconda guerra mondiale. È noto il suo percorso nella Fuci, essendo stato il Presidente della federazione di Bari e poi della organizzazione nazionale: sbaglieremmo, dunque, a sottovalutare il rapporto con la Chiesa locale, specie con il suo Vescovo, Marcello Mimmi. Il biennio ‘43-‘45 rappresenta per lui un momento di vita tormentato. Dopo aver perso la mamma, a cui era particolarmente legato, perde anche il fratello.

Prendiamo spunto dal dramma della guerra, dall’elemento in fondo sempre uguale della devastazione materiale e morale che essa inevitabilmente produce. Moro ha conosciuto la guerra, i suoi scritti giovanili, di cui hai curato una ricca antologia (La vanità della forza, Eurilink, 2017), si misurano con i problemi della caduta del fascismo e della faticosa rinascita del Paese. Il suo è un osservatorio privilegiato, vivendo e operando a Bari, la città che condivide con Brindisi la proiezione in chiave di difesa nazionale della monarchia e del governo Badoglio. Dopo il 20 settembre, l’Italia meridionale e la Sardegna (seguirà nel febbraio del 1944 la Sicilia) sono in mano agli Alleati. Moro in quel momento, tra alti e bassi, incomincia a fare politica.

Dici bene: fra alti e bassi. Moro, a parte le resistenze locali che gli oppongono i vecchi popolari, perlopiù infastiditi dinanzi alla sua figura di giovane intellettuale di raffinata formazione cattolica, non è sicuro di doversi impegnare sul terreno strettamente politico. Negli articoli sulla “Rassegna” di Bari torna a più riprese sul perché possa o debba preferirsi all’impegno di partito la dedizione a compiti di studio e formazione. Sì, la scelta della politica matura in fretta ma non senza titubanze, essendo abbastanza diffuso nei ranghi della Fuci e dell’Azione cattolica dell’epoca un sentimento di distacco da una opzione di militanza esplicita e diretta. Basta leggere l’ultimo bel lavoro di Tiziano Torresi (La scure alla radice, Studium, 2022) per rendersi conto del travaglio di una generazione alle prese con un cambiamento di fase epocale. La seminagione di un papato, quello di Pio XI,  più attento alla vita pastorale che non alla vita politica, aveva lasciato tracce profonde. Nei giovani emerge certamente la consapevolezza della funzione rigeneratrice, in chiave popolare e nazionale, del cattolicesimo organizzato; ma nel dibattito che segna il passaggio dalla dittatura alla democrazia questa consapevolezza non si traduce in una immediata volontà d’ingaggio nel campo della politica.

Se non erro Andreotti è più determinato. La sua presidenza, in effetti, sposta la Fuci sul terreno della battaglia politica. Giunge anche a rimproverare i suoi amici…

Diciamo che nel caso del giovane Andreotti l’incertezza sfuma molto presto dinanzi alle responsabilità che incombono sulle forze antifasciste e quindi anche sui popolari raccolti attorno a De Gasperi. Dopo il 25 aprile avanza nella capitale l’opera di riorganizzazione dei partiti nazionali. Pesa l’occupazione tedesca, ma nulla frena l’iniziativa delle forze democratiche che si ritrovano a collaborare nel CLN. L’antifascismo a Roma si declina nella identificazione di una prospettiva politico-istituzionale che aveva le radici nella battaglia aventiniana, sfortunatamente combattuta all’indomani delle elezioni del 1924 dagli strenui oppositori di Mussolini. De Gasperi su questo punto è intransigente. E Andreotti, come sappiamo, ha la fortuna di entrare subito in contatto con De Gasperi e di condividere sul nascere la formazione della Democrazia Cristiana. Invece Moro a Bari respira un altro clima e conosce, nel biennio 1943-1945, l’impatto dei processi di potere (non sempre limpidi) nel brusco passaggio dalla dittatura alla democrazia. Bisogna considerare che inizialmente resta fuori dal quadro politico romano, non può contare sul sostegno del partito, non ha altri “amici” in grado di proteggerlo, se non il suo vescovo. Spesso si trascura che a differenza di Andreotti o di Dossetti non avrà l’onore di essere designato alla Consulta.

 

Moro P.D.

Ancora molti i misteri che avvolgono il più terribile omicidio politico della storia contemporanea del nostro paese.

 

Oggi 9 maggio, in occasione della Festa dell’Europa e dell’anniversario della morte di Aldo Moro, un invito a seguire la presentazione del libro di Pino Nazio che si svolgerà a Rignano Flaminio alle ore 18:30 presso la biblioteca comunale (e in diretta sulla pagina Facebook Flaminia Radio Tv). Dopo i saluti del Sindaco Vincenzo Marcorelli, l’autore dialoga con Raffaella Rojatti (Consigliere delegato alla Cultura del Comune di Rignano Flaminio) e Nicola Rinaldi (Consigliere delegato alla Cultura del Comune di Faleria).

 

Francesco Marcorelli

 

Esiste un filo sottile, invisibile come un fiume sotterraneo, che lega tanti avvenimenti oscuri del dopoguerra, dalla strage di Portella della Ginestra all’attentato a Togliatti, dai tentativi di colpo di Stato alle stragi, fino all’uccisione di Aldo Moro. Sono passati oltre 40 anni dall’agguato di via Fani, ma i misteri che avvolgono il più terribile omicidio politico della storia contemporanea del nostro paese sono ancora molti.

 

Moro non è stato protetto con una macchina blindata che sarebbe bastata a evitare la tragedia nonostante da un mese si sapesse che a Roma era in preparazione un’azione clamorosa; le armi usate nell’attentato di via Fani sono state nascoste in una palazzina della banca Vaticana alla Balduina che ha ospitato estremisti tedeschi, società che lavoravano per la Nato, finanzieri libici e il discusso monsignor Paul Marcinkus; il presidente della Dc non è stato ucciso sul pianale della Renault 4 rossa dove venne fatto ritrovare in via Caetani, proprio tra le sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista…

 

Oltre all’impeccabile ricostruzione degli eventi, è estremamente interessante l’analisi che l’autore fa degli equilibri politici che si sono sgretolati nel nostro Paese in seguito a questo fatto di sangue che è ben più di un caso di cronaca nera come gli altri. Infatti, dopo essersi occupato con successo di molti casi ancora alla ribalta, come quello di Emanuela Orlandi, di Serena Mollicone, di Yara Gambirasio e di Giuseppe Di Matteo, Pino Nazio, muovendosi dal rapimento di Moro, dipinge con mano sicura il quadro storico-politico che ha caratterizzato il clima della Guerra Fredda in Italia, facendo collegamenti e confrontando episodi e testimonianze fondamentali per comprendere anche l’attualità di oggi solo apparentemente lontana da certe dinamiche.

 

Una lettura imperdibile, tra sociologia e giornalismo, per chi ama studiare la Storia per capire e vivere il presente con consapevolezza e dignità. Il libro contiene anche una originale analisi grafologica delle lettere che Moro ha scritto durante i giorni della sua prigionia.

 

Il libro

Aldo Moro. La guerra fredda in Italia, Pino Nazio, prefazione di David Sassoli, edizioni Ponte Sisto, 2018.

 

Note sull’autore

Pino Nazio è nato a Roma nel 1958. Giornalista professionista e sociologo della comunicazione, lavora in Rai dal 1992 come autore, regista e inviato. Per 13 anni ha lavorato a “Chi l’ha visto?”, ha firmato oltre mille servizi, spot, documentari e programmi tv. Ha scritto una dozzina di libri, alcuni basati su storie di cronaca nera raccontate in chiave di romanzo.

L’Europa si faccia costruttrice di pace. L’editoriale di “Comunità di connessioni”.

 

LUnione deve riscoprire il proprio ruolo e fare di più sul fronte diplomatico. Infatti la diplomazia deve essere rimessa al centro, sullesempio di Papa Francesco che non si arrende di fronte ad un portone ancora chiuso. Per dare corso a questa volontà, bisogna cambiare il linguaggio utilizzato dai leader, optando per la scelta di parole più miti e moderate che favoriscano lapertura. Al netto di una condanna ferma alle brutalità, i toni devono stemperarsi. Serve ricostruire un terreno comune di dialogo trattando linterlocutore alla pari e riconoscendogli quellimportanza strategica che ancora può avere sullo scenario globale. Il testo è pubblicato con il consenso dell’autrice.

Rosalba Famà

Pace Ponte Avente Comuni Estremi” con questo acrostico, l’italiana Elena Garbujo di soli 16 anni vinceva il concorso “Pace, Europa, Futuro” indetto dall’Unione Europea nel 2012, con cui si chiedeva ai giovani europei cosa significasse per loro la pace in Europa. Nel 2012, per la prima volta, il premio Nobel per la pace veniva assegnato a una non persona fisica. Infatti, a ricevere l’onorificenza sul palco del municipio di Oslo c’era una rappresentanza delle istituzioni europee. L’Unione Europea, sin dalla sua fondazione, come recita il comunicato stampa, ha «contribuito a trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace». Anche destre e sinistre convergono nell’individuare, tra gli achievements dell’Unione, proprio l’aver assicurato oltre sei decenni di pace e prosperità ai propri cittadini, sostituendo alle armi tavoli negoziali democratici permanenti in cui gli Stati Membri possono confrontarsi.

Dal 24 febbraio 2022, la guerra si è nuovamente affacciata sul nostro continente, spazzando via la prima delle nostre certezze: la pace, «Pace in terra, anelito degli esseri umani di tutti i tempi». In un momento delicato, quando stavamo iniziando a rialzarci dal dramma della pandemia, la guerra ci ha riportato un nuovo stato di ansia e incertezza. Allo stesso tempo, però, la nostra identità europea si è rafforzata. A fronte dell’attacco russo a un paese inerme come l’Ucraina, la risposta dell’Unione Europea è stata unanime.

LUE ha subito condannato linvasione, coerentemente con il diritto internazionale che considerava già linvasione della Crimea del 2014 una violazione sia del divieto dell’uso della forza sancita dalla Carta delle Nazioni Unite, sia del Memorandum di Budapest del 1994, sottoscritto da Russia, USA, UK, in cui gli stessi riconoscono e garantiscono l’indipendenza, la sovranità e i confini territoriali dell’Ucraina, che includono la Crimea e il Donbass. Al tempo stesso, l’Unione e i suoi cittadini hanno messo in campo una rete di solidarietà e di accoglienza dei profughi, mutando repentinamente il proprio approccio rispetto ai migranti: sono ad oggi oltre 5 milioni gli ucraini che hanno trovato rifugio in UE dall’inizio del conflitto.

Più complesso è il profilo relativo alle azioni da intraprendere a livello UE in risposta all’attacco russo. Già nel 2014 l’UE aveva adottato sanzioni economiche nei confronti della Russia, che tuttavia non sono riuscite a fermare l’escalation. Sono legittimi, pertanto, i dubbi di coloro che si interrogano sull’efficacia delle nuove sanzioni europee, che mirano ad indebolire il Paese destinatario dall’interno, spingendo i vari stakeholder che sostengono il governo russo a esercitare la propria influenza nella direzione della fine del conflitto per tutelare i propri interessi.

Le sanzioni, come spiega la prof.ssa Maria Paola Mariani, sono lunica via pacifica per rispondere agli illeciti e portare le parti a un tavolo negoziale. Al tempo stesso comportano un costo per chi le impone, con gravi ripercussioni in termini economici, che verosimilmente si andranno a scaricare sulle fasce più deboli della popolazione, ingenerando sofferenza sociale che influirà sul voto delle prossime tornate elettorali. Ma vi è di più, il grande quantitativo di gas russo che l’UE importa ogni giorno e la sua possibile riduzione preannunciano la più grave crisi energetica degli ultimi cento anni e spaventano il sistema produttivo. LUnione Europea si sta dunque confrontando con grossi temi, pagando lassenza di visione strategica degli ultimi ventanni.

Nel suo discorso del 3 maggio al Parlamento Europeo, il premier Draghi ha individuato i temi centrali della Conferenza sul futuro dell’Europa che si chiuderà il 9 maggio: l’autonomia energetica europea, l’autonomia della filiera produttiva e la difesa comune. Il Presidente Draghi è ben consapevole dei meccanismi decisionali dell’Unione che in alcune aree ancora richiedono l’unanimità, come le questioni relative alla Politica estera e alla sicurezza. Lunanimità alimenta un sistema di veti incrociati”, bloccando lassunzione delle scelte più ambiziose. Per questo Draghi ha parlato di «federalismo pragmatico» e della necessità di rivedere i trattati istitutivi.Tuttavia, la revisione dei trattati è un processo politicamente difficile, che richiede la ratifica a livello nazionale dei 27 stati membri, in alcuni casi anche attraverso referendum popolari dall’esito spesso incerto (cfr. Brexit). Sul tema è intervenuto anche il Presidente Mattarella con un autorevole intervento all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa il 27 aprile 2022 a Strasburgo quando ha ricordato il ruolo decisivo della comunità internazionale e la distensione, la coesistenza e il ripudio della guerra rilanciando il metodo di Helsinki e non di Jalta.

 

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/leuropa-si-faccia-costruttrice-di-pace/

Non è Stoltenberg che può dettare la linea della Nato.

 

La Nato consideri di più i risvolti socioeconomici in Europa della guerra. Criticare la strategia di afghanizzazione dell’Ucraina, non solo è legittimo ma significa aiutarla a non compiere errori che potrebbero mettere a rischio, e pure in un tempo non remoto, la tenuta sistemica dell’Europa. La via è quella indicata da Papa Francesco, far tacere le armi.

 

Giuseppe Davicino

 

Anche se il segretario del Pd Enrico Letta trova ignominioso parlare di guerra per procura in Ucraina, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg continua a fare dichiarazioni che sembrerebbero non solo confermarlo ma addirittura, come ha osservato Pierluigi Castagnetti, a inserirsi su aspetti su cui non ha titolo, come la valutazione del futuro della Crimea, che spetta non a lui ma all’Ucraina decidere.

 

Forse più ancora delle dichiarazioni, fa riflettere il curriculum di Stoltenberg Un curriculum che appare rivelativo di chi stia gestendo l’Occidente: ex direttore generale Gavi, l’alleanza mondiale di Bill Gates sui vaccini, ora Nato e al termine della scadenza che è stata prorogata, già designato governatore della banca centrale della Norvegia. Uno schema di porte girevoli dove sanità, guerra e economia paiono innanzitutto faccende private gestite per raggiungere obiettivi che solo si può sperare siano volti sempre al bene comune. Per questo la situazione risulta molto delicata e si fatica tuttora a capire come da parte “occidentale” possa lasciare spazio a soluzioni diplomatiche.

 

Resterà da vedere, anche se temo lo potremmo vedere assai presto, se il piano di afghanizzazione dell’Ucraina del segretario generale della Nato possa esplicarsi nel corso di decenni. In questa sua previsione non si considera l’effetto dello tsunami inflattivo da sanzioni e da interruzione della catena globale degli approvvigionamenti che sta per abbattersi sull’Europa.

 

Perché in ultima analisi, mentre la forza economica del “nuovo mondo” si basa sull’economia reale (hanno le “cose”, le materie prime, la demografia, la tecnologia, costituiscono oltre l’80% del mondo), la forza dei Signori dell’Occidente è il larga parte virtuale, si basa su una montagna di debito, parte del quale hanno deciso di riversare sui cittadini attraverso l’inflazione che va ad erodere la ricchezza reale della gente.

 

Ma se i cittadini europei si dovessero impoverire troppo e all’improvviso, il gioco potrebbe non riuscire, creando una situazione socioeconomica molto instabile, mentre per il resto del mondo non sarebbe un problema perché compenserebbero in gran parte l’inflazione con alti tassi di crescita, o perlomeno di non recessione. E vi è ormai un sistema di valute indipendenti dal Dollaro, di fatto ancorate all’oro e ad alcune materie prime, che attutirebbe fuori dall’Occidente gli effetti di una nuova crisi finanziaria globale. La stagflazione sarebbe, come già è, tutta per l’Europa.

 

E dunque, alla fine credo occorrerà interrogarsi, con lo spirito di una discussione franca fra alleati (come avvenne a proposito dell’invasione dell’Iraq, dove la storia poi dimostrò la validità della posizione italiana) su  quanto ci conviene proseguire per il persorso tracciato, forse con eccessiva sicurezza, dalla Nato con il rischio di trovarsi presto in una situazione senza possibili vie d’uscita che non contemplino il ricorso alla forza.

 

Sappiamo che esiste un’alternativa, che è quella che può risparmiare ulteriori tragedie. La indica Papa Francesco, la persegue con autorevolezza e realismo il presidente del consiglio, la vuole la ragione: è quella di mettere un limite al conflitto, far tacere le armi e riportare lo scontro e le opposte rivendicazioni inerenti l’Ucraina, i problemi irrisolti di governance mondiale su un piano diplomatico.

Zazo da Kiev: “Un negoziato è possibile, ma si aspetta Putin e il 9 maggio”. Intervista all’Agenzia Giornalistica  Italia.

fonte: Agi
fonte: Agi

 

Intervista all’ambasciatore italiano in Ucraina, in un colloquio dal suo ufficio a Kiev. “Non chiudere l’ambasciata fu una scelta importante”.

 

Francesco Venturi

 

L’Italia è uno dei Paesi che “crede in una possibile soluzione diplomatica” alla guerra in Ucraina, e anche se “siamo ancora nel pieno del conflitto, potrebbero aprirsi finestre di opportunità e noi potremmo cercare di dare un nostro contributo per cercare di riavviare il percorso negoziale”. Lo ha spiegato all’AGI, in un colloquio dal suo ufficio all’ambasciata italiana a Kiev, l’ambasciatore Pierfrancesco Zazo, uno dei primi rappresentanti diplomatici a fare ritorno nella capitale dopo il ritiro dei russi e dopo che, all’inizio del conflitto, era stato fra gli ultimi a lasciarla.

 

Il primo passo, ha osservato, “dovrebbe essere il cessate il fuoco, e poi un possibile accordo di pace, come più volte evidenziato dal ministro Di Maio”.  L’Italia – ha ricordato – è uno dei Paesi, con Usa, Regno Unito, Francia, Germania, Polonia e Turchia, che ha dato la sua disponibilità a fungere da garante se ci dovesse essere l’accordo”.

 

Grazie alle buone relazioni bilaterali che Roma aveva prima della guerra sia con Kiev che con Mosca, l’Italia è stata da subito candidata a un ruolo diplomatico nella crisi: “E’ stato riconosciuto all’Italia di avere la predisposizione di capire i diversi punti di vista e la capacità di trovare un punto di contatto. Quando è iniziata la guerra, il ministro era appena stato a Kiev e Mosca. Ci chiesero di farci portavoce con il Cremlino delle conseguenze catastrofiche che avrebbe avuto una escalation”, ha spiegato l’ambasciatore.

 

L’apertura del presidente Zelensky, che ha ipotizzato un ritiro russo alle posizioni precedenti il 24 febbraio, secondo Zazo “è importante e indicativa del suo desiderio di fermare la guerra” anche se “è difficile per gli ucraini cedere sul Donbass”.

 

Sul tema della neutralità rispetto all’Alleanza atlantica, dovrà andare di pari passo con una prospettiva concreta di ingresso nell’Unione europea, ma la questione delle garanzie si è invece fatta “particolarmente complessa” e, ha spiegato Zazo, “gli ucraini vorrebbero che fra i Paesi garanti ci fosse anche la Cina”, che invece per ora ha mantenuto toni prudenti.

 

Il primo obiettivo è il cessate il fuoco

 

“È una sfida molto importante in questo contesto, ma noi crediamo veramente in una soluzione negoziale, nonostante le obiettive condizioni di difficoltà e il fatto che più si va avanti e più la situazione si incancrenisce. Per ora prevale una componente emotiva, e molto dipenderà da che cosa succederà nei prossimi giorni in Russia”.

 

“Dobbiamo evitare l’escalation, e il primo obiettivo è il cessate il fuoco”. L’Onu, che ieri ha adottato all’unanimità dei Paesi del Consiglio di sicurezza il primo documento in cui auspica una soluzione pacifica alla crisi, “ha incontrato qui difficoltà enormi per riuscire a realizzare i corridoi umanitari. Ho incontrato l’inviato speciale per la crisi,  Amin Awad, che ha avuto lo stesso ruolo in Siria e ha detto che i problemi nel riuscire a organizzare i corridoi sono gli stessi, al di là degli aspetti politici”.

 

Si attende il 9 maggio

 

Ora però gli occhi sono tutti puntati sul 9 maggio e su quello che la Russia sta preparando in vista del  Den’Pobedy o giorno della vittoria (sul nazismo alla fine della Seconda guerra mondiale ndr): “E’ difficile fare previsioni – ha spiegato Zazo – al momento siamo nel pieno dell’intensificazione del conflitto, i russi cercano di impadronirsi dell’intero Donbass e della fascia costiera sul Mar Nero. Ma vediamo una forte resistenza ucraina, e alla vigilia del 9 maggio possiamo dire che quegli obiettivi minimi che Mosca puntava a raggiungere probabilmente non verranno conseguiti”. Ora “gli Ucraini parlano solo di resistenza armata, perché, pensano ‘più resistiamo e più siamo in posizione di forza’”.

 

Ma il Paese è in attesa “della prossima mossa di Putin: per il 9, gli scenari sono vari, una mobilitazione generale o il proseguimento delle attività militari in modo meno intenso”. I negoziatori ucraini, ha spiegato ancora Zazo, “hanno riferito della sensazione che le controparti russe non avessero mandati precisi dal presidente. L’unico progresso può venire da un colloquio diretto fra i presidenti, come ha proposto Zelensky in diverse occasioni”.

 

Una iniezione di fiducia all’Ucraina è derivata dal “fatto di essere riusciti a salvare Kiev” oltre che “dal grande sostegno dei Paesi occidentali”.

 

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https://www.agi.it/estero/news/2022-05-07/ucraina-russia-ambasciatore-zazo-16648810/

Il sacrificio di Moro.

 

Lo statista democristiano viene eleminato perché dilaga, negli anni ‘70, la lotta violenta contro l’ordinamento dello Stato. Il disegno sovvertitore mira al cuore del sistema e incrocia di necessità la presenza della Dc, cardine delle istituzioni democratiche. Il terrorismo, prima versione, è stato combattuto e vinto; ora alza nuovamente la testa, in modo più subdolo, un altro tipo di terrorismo. Contro cui bisogna combattere con eguale determinazione.

 

Mario Tassone

 

Il 9 maggio del 1978 la tragedia umana di Aldo Moro, cominciata il 16 marzo con la barbara esecuzione della scorta e il Suo sequestro, si concludeva. Iniziava la sofferenza del Paese che si era trovato impreparato, distratto a non cogliere nei molti assassini delle Brigate Rosse i segnali di un disegno destabilizzante, la cifra italiana della guerra fredda e della rivoluzione.

 

Quella rivoluzione mancata dopo la fine del secondo conflitto bellico anche se i granai erano pieni di armi e moltitudini di partigiani comunisti volevano “menar le mani” per imporre il sol dell’avvenire. Stalin era collocato in una icona luminosa come l’artefice principale della sconfitta del nazifascismo che si celebra proprio il 9 maggio (1945). Passò la linea di Togliatti, moderato per convenienza perché aveva visto e convissuto con gli orrori stalinisti, che indicava la conquista del potere da parte del fronte della sinistra con le elezioni. Il successo della Dc di De Gasperi nelle elezioni del 18 aprile del 1948 fece evaporare quel progetto incompatibile con le ritrovate libertà democratiche suggellate nella Carta Costituzionale.

 

Ma la lotta per sovvertire lo stato continuò sotto altre forme. L’attivismo della estrema sinistra, il suo organizzarsi nelle brigate rosse e in una miriade di altre formazioni si trasformava in lotta armata: il terrorismo. Vittime innocenti, magistrati, servitori dello stato, uomini di cultura furono eliminati. La guerra alle istituzioni democratiche, ai valori di libertà entrava in una fase acuta. Complicità diffuse domestiche ed estere sono state diverse di cui non si è voluto andare fino in fondo nell’accertare la verità. Solo riferimenti a brandelli di episodi, ad errori macroscopici che è arduo imputare a semplice indolenza e inadeguatezza.

 

Moro doveva essere eliminato perché la sua filosofia sterilizzava il comunismo, allargava l’area della democrazia e distruggeva un velleitarismo rivoluzionario mai estinto. Il ricordo dell’eccidio del 16 marzo e del 9 maggio del 1978 perseguita il Paese. Ha reso fragili le istituzioni democratiche, ha compresso l’area dei diritti, della democrazia e della libertà.

 

Lo vediamo in questi giorni nei molti fiancheggiatori di Putin, una complicità a una lunga scia di sangue in violazione della sovranità delle nazioni e dei diritti dei popoli. Si applaude alle aggressioni. Questa è una versione di terrorismo apparentemente incruento che sostiene la violenza. La formazione dei 5 stelle e dei sovranisti sono in testa in una lotta contro lo Stato e la scelta atlantica del Paese. Il terrorismo della prima fase, è stato sconfitto. Oggi bisogna sconfiggere un terrorismo di ritorno incruento ma violento. Bisogna contrapporsi a seminatori di odi, eversori per modestie di idee e di morale politica.

 

Prendiamo coscienza che ci sono tante risorse non utilizzate. Onoriamo il sacrificio di Moro e di tanti servitori dello Stato trovando volontà e forza per rimettere il Paese lungo una traiettoria in cui non latitano compostezza, razionalità e amore per la libertà!

 

 

[Il resto è tratto dalla pagina Fb dell’autore]

La storia infinita delle tutele per i lavoratori fragili: l’ultimo vulnus.

 

La mancata retroattività delle tutele al 1° aprile, senza oneri per lo Stato, lascia un paio di mesi “scoperta” questa sfortunata e dimenticata categoria di lavoratori. Il Parlamento ha respinto l’ordine del giorno che prevedeva il ripristino retroattivo e il Governo nel suo testo si è dimenticato di inserire questo passaggio “cruciale”. Una grave dimenticanza.

 

Francesco Provinciali

 

Se dovessimo accorpare in una sorta di monografia la serie innumerevole di articoli che – singolarmente o insieme – abbiamo scritto su quotidiani, magazine, agenzie sindacali o di associazioni dei disabili sul tema delle “tutele normative e sanitarie per i lavoratori fragili” in questi due anni e più di pandemia, ivi comprese le dichiarazioni e le proroghe di stato di emergenza e ora oltre, ne uscirebbe un tomo ponderoso, una sorta di summa di tutte le situazioni possibili: da quelle garantite a quelle dimenticate, dai distinguo incomprensibili ai più, tra commi, articoli, decreti legge e loro conversione, periodi di previsione normativa e altri di latenza, per dimenticanza, calcoli sbagliati, forse persino per noncuranza o indifferenza.

 

Abbiamo scritto al Governo e in ispecie ai singoli Ministri interessati (Salute, Lavoro, Disabilità) e alla Presidenza del Consiglio, con lettere dedicate o aperte, senza mai ricevere una risposta. “Mai”, nelle Conferenze stampa governative successive ai provvedimenti di volta involta assunti, qualche collega ha avanzato domande in proposito, “mai” i talk show televisivi che discettavano di mascherine, vaccini, ordini, veti, divieti, deroghe, green pass, prescrizioni, DaD, banchi a rotelle ecc. hanno accennato a questo tema specifico, come se la categoria dei lavoratori fragili e il tema delle disabilità sui posti di lavoro non esistessero: come se si trattasse del solito corollario che non fa testo, come se riguardasse i furbetti del certificato facile, specie quando il problema non ci tocca di persona e alla fine la gente si arrangia come può.

 

Noi non abbiamo mai dimenticato l’esistenza di questo grave problema, segnalando una situazione di incertezza, disagio, persino angoscia che ha attraversato questo lasso temporale tra conferme, smentite, imprecisioni negli atti legislativi, richiami, rimandi con quel linguaggio oscuro della burocrazia che mortifica i cittadini e divarica il gap che li separa dalla umana comprensione e spesso dall’incompetenza di chi dovrebbe rappresentare le istituzioni. Stiamo parlando di quei lavoratori che a motivo delle loro precarie condizioni di salute (chemioterapici, cardiopatici, immunodepressi, affetti a artrite reumatoide, invalidi ex legge 104/92), sono stati in questi due anni  – e lo sono ancora – potenzialmente sovraesposti al rischio di contrarre il Covid. Riassumere il tutto- si è trattato di una battaglia epica, da una parte diritti sanciti dalle carte degli organismi internazionali e da fonti normative specifiche, malati dichiarati “inidonei” perché come tali certificati dal medico competente o dalle autorità sanitarie ad hoc,  a svolgere le normali mansioni lavorative, nel settore pubblico e in quello privato – sarebbe impossibile e forse ansiogeno.

Umiliati spesso in un tiramolla elemosiniere con i datori di lavoro, a fronte di leggi, decreti e circolari di difficile interpretazione, quasi mai chiari e perentori, spesso sibillini, che si prestavano a diverse interpretazioni per un comma, una postilla, un codicillo, o per inapplicabilità stigmatizzata con un formulario lessicale che aveva la pretesa di regolamentare tutto e sistematicamente li dimenticava.

 

Veniamo all’oggi. Dopo il termine dello stato di emergenza ma perdurando il contagio epidemiologico, dal 1° aprile u.s. si doveva procedere al rinnovo delle tutele di volta in volta (spesso tardivamente, in un paio di occasioni del tutto inesistenti) rinnovate: faceva testo l’attestazione medica di inidoneità rilasciata alle autorità sanitarie. In sede di audizione presso la Commissione parlamentare per la “semplificazione” il Ministro Brunetta – smentendo le previsioni di spesa contabilizzate in circa 60 milioni di euro dalla Ragioneria dello Stato, quale “copertura” finanziaria ai costi derivanti dal rinnovo delle tutele scadute il 31/3 – aveva assunto l’impegno a presentare un proprio emendamento al DL 24/3/2022 n.° 24 che nel frattempo aveva rinnovato solo la tutela del “lavoro agile” e non anche quella dell’equiparazione dello stato di malattia del fragile al ricovero ospedaliero, al fine di evitargli di dover attingere al congedo per salute del periodo di comporto contrattuale o, peggio, di dover ricorrere alle ferie per evitare situazioni di contagio sul luogo di lavoro. Addirittura per quanto riguarda lo smart working la normativa prevedeva da subito un periodo di fruizione inferiore a quello dei lavoratori non-fragili, fino al 28/2 anziché al 31/3 come per tutti gli altri. Un paradosso che spiega con quale leggerezza si sia affrontata la materia. Insomma il DL 24/2022 – per dirla in burocratese- aveva rinnovato l’art. 26 al comma 2/bis del DL 18 del 17/3/2020 e non anche al comma 2, che riguardava la seconda fattispecie sopra considerata.

 

Correttamente e con lodevole, personale impegno il Ministro Brunetta – in dissenso dalle previsioni di spesa della Ragioneria – aveva promesso che avrebbe rimediato.

L’On.le Massimiliano De Toma che da tempo con il collega sen Lucio Malan (insieme avevano rimediato ad analogo pasticcio verificatosi nel primo trimestre 2022) seguiva la vicenda dei fragili aveva predisposto un ordine del giorno (al quale avevamo peraltro ‘tecnicamente’ contribuito) al fine di offrire al Ministro Brunetta il supporto normativo necessario per inglobare nel provvedimento in fieri le dovute correzioni, nonostante il Governo avesse posto il voto di fiducia sull’intero testo.

 

Inoltre per consentire al Parlamento di inserire specificamente in sede di conversione in legge del citato D.L.24 due precise e specifiche integrazioni e modifiche. La prima riguardava la proroga del comma 2 dell’art. 26 (come sopra specificato: leggasi equiparazione della eventuale malattia al ricovero ospedaliero).

 

La seconda, la retrodatazione di entrambe le proroghe (comma 2 e comma 2/bis) a decorrere dal 1° aprile, giorno successivo al termine dello stato di emergenza. Nonostante un accorato appello dell’On.le De Toma nel suo intervento (il video è diventato virale e impazza sul web) il suo emendamento è stato respinto (stessa sorte per uno analogo della Lega), mentre nel testo governativo predisposto dal Ministro Brunetta e approvato, è rientrato il comma 2 accanto al 2/bis ma non è stata contemplata la decorrenza di entrambe le tutele dal 1° aprile u.s. Con la conseguenza che – essendo prevista la conversione del DL 24 entro il 23 maggio p.v. e prevedendo una validità delle due citate tutele fino al 30 giugno p.v., i lavoratori fragili potranno fruirne per poco più di un mese. Lasciando scoperto il periodo dal 1° aprile alla data di conversione in legge. “Inspiegabile”, visto che – come avvalorato da Brunetta – la decorrenza retroattiva non comportava oneri: viceversa lascia “scoperti” i lavoratori fragili (che paradossalmente con il D.M del Ministro della Salute del 4/2/2022 avevano visto “legittimate ed elencate pedissequamente le patologie che danno titolo e luogo alla condizione di fragilità) per tutto aprile e quasi tutto maggio. Come dire :il testo convertito in legge smentisce in fatto e in diritto il D.M del Ministro Speranza, poiché “vanifica” per quasi due mesi lo status patologico di fragilità sancita dal D.M. stesso.

 

C’è da augurarsi che nessuno dei fragili  si ammali nel frattempo di Covid dovendo rientrare in servizio.

Oppure che chi dovesse far ricorso alla malattia non abbia esaurito il proprio congedo contrattuale e non debba prendersi dei gg di  ferie per tutelarsi. Già: veramente inspiegabile questa scelta restrittiva e punitiva. O meglio: forse spiegabile in due modi. 1) la bocciatura dell’emendamento De Toma ha un sapore politico, poiché – nonostante fosse pieno di buon senso, logica e autotutela per le istituzioni – proveniva dall’opposizione. 2) una disattenzione ingiustificabile da parte del Governo e una sottostima del problema da parte del Parlamento. Non ci hanno pensato a questo vulnus palese il Ministro del Lavoro Orlando, quello della Salute Speranza e quella delle Disabilità Stefani? Eppure pochi gg fa a tempo di record il Ministro Orlando di concerto con i Sindacati (ma non potevano “concertarsi’ anche per le tutele dei lavoratori fragili?  Su questo punto il loro silenzio è stato assordante, nessuna iniziativa, nessuna protesta) ha prorogato di 4 mesi il contratto ai navigator, che scadeva il 30/4 u.s.

 

Qui non ci sono state questioni, eppure tutta la materia del reddito di cittadinanza e dell’impiego dei navigator meriterebbe a consuntivo, per come sono andate finora le cose, una commissione parlamentare d’inchiesta.

 

Ci abbiamo messo la faccia e la firma per due anni, per spiegare e perorare le necessità di tutele per i lavoratori fragili e non ci rassegniamo a questa dimenticanza o svista finale, il disappunto è marcato. Quasi due mesi di totale scopertura per loro è un fatto davvero grave, non certo un segnale di attenzione, cura, protezione. Speriamo che il Governo sia ancora in tempo a rimediare ‘motu proprio’ a questa solenne ingiustizia : nel frattempo i lavoratori malati fragili, lasciati in balia di se stessi, comincino a riflettere sul voto contrario di certa parte politica alla piena copertura temporale delle loro tutele. Dalla Costituzione in giù e per tutte le leggi che si approvano queste consistono in “diritti” e prima ancora in certezze di civiltà.