Home Blog Pagina 477

David Sassoli: Azione Cattolica, “testimone concreto e contemporaneo di quella politica con la ‘P’ maiuscola”.

 

Tra i numerosissimi interventi a ricordo del Presidente del Parlamento europeo, scomparso l’altra notte all’età di 65 anni, abbiamo ritenuto di dover riprendere quello dell’Azione Cattolica in ragione della implicita sottolineatura del “modo d’essere” di un autentico cattolico democratico, qual era indubbiamente il “nostro” Sassoli.

 

Agensir

 

“La sua passione politica e civile, oltre a portarlo al vertice delle istituzioni comunitarie, tracciano il profilo di un uomo votato alla causa europeista, senza se e senza ma. Persona moderata nei modi e negli accenti, non ha mai ceduto nella difesa della causa del bene comune”.

 

Lo scrive oggi l’Azione Cattolica, in una nota di cordoglio per la scomparsa di David Sassoli, presidente del Parlamento europeo. Facciamo nostre, scrive l’Ac, le parole pubblicate poche ore fa sui suoi profili social: “Con David Sassoli l’Europa e l’Italia perdono un uomo delle istituzioni di primario livello, che credeva nella politica nella sua accezione più nobile, in un’Europa baluardo dei diritti e delle opportunità, nell’impegno a favore delle persone più deboli e indifese, nella lotta contro ogni forma di ingiustizia e prevaricazione, sempre con il sorriso”.

 

L’Azione cattolica lo ricorderà come “testimone concreto e contemporaneo di quella politica con la ‘P’ maiuscola, come la chiama papa Francesco, intesa come la più alta forma di amore per il prossimo, perché si rivolge non solo ai vicini ma guarda ai ‘Fratelli tutti’, si lascia toccare il cuore dalle fragilità altrui, cerca di compensare le ingiustizie, dà la parola a chi non ha voce”. Questo “era David Sassoli, un uomo immerso nel suo tempo, consapevole che il futuro personale e comunitario si costruisce solo attraverso – sono sue parole – ‘confronto, dialogo, condivisione’”.

 

Nella nota, inoltre, l’Azione cattolica inserisce l’ultimo editoriale di David Sassoli per la rivista Dialoghi (3/2019), “L’Europa per un domani comune”. Un testo, spiega, di “una travolgente attualità”.

Dialogo per capire e per capirsi: la risposta di Campanini sulla questione del ruolo dei cattolici in politica.

 

“La mia opinione, scrive Campanini, è che la necessità di un dialogo più costante e stringente tra i cattolici riformisti/democratici/sociali prescinda dalla questione della nascita di nuove formazioni politiche più o meno di diretta ispirazione cristiana”. Pubblichiamo di seguito la lettera inviata a “Il Domani d’Italia”.

 

Sandro Campanini

 

Caro Direttore,

sono onorato dell’attenzione che Ubaldo Alessi e Giorgio Merlo hanno riservato alla mia riflessione. Si tratta di osservazioni assolutamente interessanti, così come il rimando alla vicenda di Livio Labor, che aiuta a ricordare alcuni importanti passaggi della nostra storia.

 

Come indicavo nell’articolo, la mia opinione è che la necessità di un dialogo più costante e stringente tra i cattolici riformisti/democratici/sociali prescinda dalla questione della nascita di nuove formazioni politiche più o meno di diretta ispirazione cristiana. Le quali non mi sembra che, almeno stando alle condizioni attuali, abbiano molte possibilità di affermarsi, sempre ammesso che, oltre alle tematiche su cui c’è maggiore sensibilità, ci siano identità di vedute programmatiche su tutti gli altri aspetti che attengono alla vita sociale e politica. Ragion per cui, io credo più produttivo – almeno nella fase storica che stiamo vivendo – continuare a cercare di incidere da cattolici in formazioni più grandi, popolari, in grado di rappresentare, con programmi di ampio respiro, larghe fasce di cittadini e di candidarsi a governare, ai vari livelli istituzionali.

 

Ovviamente seguo con la massima attenzione il possibile sviluppo di altre esperienze che invece puntano a una presenza “autonoma”, seppure più ridotta numericamente, dei cattolici (per meglio dire, di una parte di essi), anche perché sono coinvolte alcune personalità di grande spessore e valore – non c’è nemmeno bisogno di nominarle. Ma al di là di tutto ciò, il mio appello era ed è rivolto soprattutto a chi, come me, ritiene opportuna e inevitabile la presenza dei cattolici in più formazioni e, in particolare nel Partito Democratico – che, non dimentichiamolo, ha avuto come co-fondatore “La Margherita-Democrazia è Libertà”, formazione che a sua volta aveva federato partiti che avevano in tutto (PPI) o in parte (I Democratici e Rinnovamento Italiano) una significativa presenza di  cattolici democratici e sociali – ma pensa anche che, sia all’interno del PD, sia con altri al di fuori di esso, sia infine con i cattolici impegnati sul piano sociopolitico a livello civile, ci debbano essere momenti di confronto e di dialogo, non dico per arrivare per forza a una linea comune su ogni tema, ma almeno per provare a individuare dei punti in comune o comunque arricchirsi delle reciproche conoscenze e riflessioni.

 

Sarebbe fino troppo facile chiedersi se come cattolici si sarebbe potuto dare –  e si potrebbe tuttora –  un contributo utile e propositivo per arrivare a una più condivisa formulazione del DDL Zan, salvando naturalmente tutto ciò che c’era di indispensabile per combattere con decisione ogni forma di discriminazione e violenza. O  confrontarci sul messaggio sociale di Papa Francesco, sulla lotta alla proliferazione delle armi, su profughi e immigrazione, su DAT e fine vita, sulla transizione ecologica…Non c’è in questa proposta l’intenzione di promuovere una specie di “lobby” cattolica traversale, perché anche “tra noi” ci sono sfumature e sensibilità diverse, anche su temi eticamente sensibili. Ma di credere nella forza “formativa” e di lievito del dialogo, che non è mai esercizio inutile, come ci hanno insegnato i nostri maestri e maestre, da Moro a Tina Anselmi, da De Gasperi e Dossetti a Donat-Cattin e  Martinazzoli (e aggiungo – anche per affetto – Scoppola, Ruffilli, Elia e Ardigò; ma il pantheon come sappiamo è molto, molto più ampio).

 

Grazie e un cordiale saluto.

Quel linguaggio burocratico che pervade le leggi e allontana la partecipazione democratica alla vita dello Stato.

Ci troviamo di fronte ad un costrutto normativo spaventoso e fagocitante, impenetrabile e assoggettato a valutazioni sovente opinabili e discrezionali. La burocrazia degli apparati alimenta la sua funzione autoreferenziale e criptica. Servirebbe, in un certo senso, cambiare codice.

Agli inizi del suo settennato – quindi trent’anni fa – il Presidente Oscar Luigi Scalfaro aveva chiesto se la dichiarazione annuale dei redditi potesse essere semplificata e ridotta in quattro fogli chiari e intellegibili per i cittadini: richiesta non esaudita visto che il modulo da compilare è diventato sempre più corposo e complicato. Credo che l’Italia detenga il record della pervasività burocratica e non da ieri. Prendiamo ad esempio e leggiamo un comma a caso del D.L. 30/12/2021 n.° 228, il cosiddetto “Decreto mille proroghe”:  “Art 1 – comma 8 – punto2) il comma 7 è sostituito dal seguente: «7. Le assunzioni di personale delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco previste, per gli anni 2020 e 2021, dall’articolo 66, comma 9-bis, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, in relazione alle cessazioni dal servizio verificatesi negli anni 2019 e 2020, dall’articolo 1, comma 287, lettere c) e d), della legge 27 dicembre 2017, n. 205, dall’articolo 1, comma 381, lettere b) e c), della legge 30 dicembre 2018, n. 145, dall’articolo 19, commi 1, lettera a), e 3, del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 2020, n. 8, e dall’articolo 1, comma 984, lettera a), della legge 30 dicembre 2020, n. 178, possono essere effettuate entro 31 dicembre 2022».

 Consideriamo, per restare  in tempi recentissimi, anche l’art 17 comma 1 del DL 24/12/2021 n. 221: “Sono prorogate le disposizioni di cui all’articolo 26,  comma 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n.  18,  convertito,  con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino alla  data  di adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque  non  oltre  il  28 febbraio 2022. Al fine di garantire la sostituzione del personale docente, educativo, amministrativo, tecnico  ed  ausiliario delle istituzioni scolastiche che usufruisce dei benefici di cui  al  primo periodo è autorizzata la spesa di 39,4 milioni di  euro  per  l’anno 2022”. Un articolo che sta creando dubbi e incertezze in tema di “smart working e tutele dei lavoratori fragili” perché richiama il comma 2-bis e non anche il comma 2, oltre a contraddire la proroga dello stato di emergenza stabilita dallo stesso Governo al 31/3/2022. Sono solo due esempi di legiferazione pervasa da un linguaggio burocratico che va nella direzione opposta alla tanto ventilata semplificazione normativa: così è in ogni contesto della vita sociale, dal fisco alla scuola, dalla salute ai trasporti, nemmeno in epoca di crisi pandemica si riesce ad esprimere in modo accessibile all’utenza ciò che si deve o non si deve fare. Siamo stati sommersi da DPCM, poi da decreti legislativi, da leggi regionali spesso in contrasto con quelle nazionali creando diaspore, ricorsi e conflitti di competenze, ordini e contrordini, in modo sincopato: volendo regolamentare tutto si è finito per creare una torre di babele linguistica e un labirinto impercorribile persino per gli incaricati di controllarne l’applicazione e di sanzionare le irregolarità nei comportamenti individuali e collettivi.

Sembra che la tripartizione del potere enunciata da Montesquieu nell’«Esprit des lois» stia venendo meno: a fronte di una produzione legislativa ipertrofica e mostruosa – molta parte della quale viene affidata alla decretazione d’urgenza lasciando al Parlamento il compito della mera ratifica –  i temi e i contenuti oltre agli aspetti formali degli enunciati transitano dalle Camere alla burocrazia degli uffici legislativi di Palazzo Chigi e dei Ministeri, ciò che determina sovente che deputati e senatori approvino leggi di cui disconoscono il contenuto, come argutamente osservato da Sabino Cassese in un articolo (“La lingua oscura delle leggi (e i danni chiari a tutta la politica), apparso sul “Corsera” del 7/1 u.s. Si aggiunga a ciò che proprio il linguaggio contorto e foriero di contraddizioni e cavilli delle leggi aumenta a dismisura i processi civili e amministrativi e crea difficoltà agli organi di controllo come la Corte dei Conti e il Consiglio di Stato: molto spesso la magistratura è costretta – border line – a sostituirsi agli organi legislativi per dirimere tematiche confliggenti. Né appare credibile che i processi di digitalizzazione degli atti della P.A. producano una semplificazione nell’accesso e nella corretta interpretazione delle norme: ci troviamo di fronte ad un costrutto normativo spaventoso e fagocitante, impenetrabile e assoggettato a valutazioni sovente opinabili e discrezionali.

Ciò allontana la partecipazione democratica alla vita dello Stato da parte dei cittadini mentre le istituzioni sono avvinghiate in procedure paralizzanti e inestricabili: non sempre si riescono a dare ed ottenere spiegazioni dirimenti e tutto ciò alimenta il disagio e la sfiducia nella gente. Mai come in questo caso trova più corretta e adeguata applicazione il concetto di “situazione kafkiana”. In questa condizione di “sospensione” viviamo tutti male e ci si chiede – se lo chiede lo stesso Cassese- a cosa si riduca la funzione legislativa del Parlamento. La sua risposta è drastica e disarmante: “a un bel niente”. La burocrazia degli apparati alimenta la sua funzione autoreferenziale e criptica mentre Deputati e Senatori non sono in grado – specie nelle ultime legislature – ad alzarsi e proporre all’emiciclo e al Paese un modello aperto al futuro ed inclusivo di società e di Stato.

Suicidio assistito e eutanasia. Lezioni da nove paesi (e trent’anni di applicazione). L’analisi dell’Istituto Cattaneo

 

I nodi del lungo dibattito sulle varie forme di morte medicalmente assistita stanno ormai venendo al pettine. La sentenza della Corte Costituzionale, il referendum in arrivo e il disegno di legge in attesa di discussione sembrano diretti su una rotta di collisione nella cornice di un dibattito ancora decisamente polarizzato. Ma che cosa ci dicono le esperienze di quei paesi, come Svizzera, Belgio, Olanda, Canada, Usa, dove suicidio assistito e/o eutanasia sono già stati introdotti?

 

Asher D. Colombo

 

L’analisi dei dati disponibili sull’andamento dei suicidi assistiti e dell’eutanasia rivela due aspetti, uno relativo alle dimensioni del feno- meno, l’altro relativo alla sua dinamica. Per quanto riguarda l’incidenza delle morti assistite, i dati mostrano livelli di eterogeneità tutt’altro che trascurabili. È plausibile che queste differenze dipendano dal diverso grado di disapprovazione della pratica nelle opinioni pubbliche. Per quanto riguarda l’andamento del fenomeno, invece, sono tre gli aspetti più rilevanti. Il primo è che in tutti i paesi in cui eutanasia o suicidio as- sistito sono stati depenalizzati o legalizzati, si è registrata una crescita nel tempo dei livelli di ricorso a queste procedure.

 

Questa è variata, in media, tra l’8% e il 16% annuo a seconda del periodo e del paese, ma è la Svizzera il paese in cui è stata più elevata. Il secondo è che in nessuno di questi paesi si sono visti segni di interruzione o di rallenta- mento anche a trent’anni di distanza. Il terzo è che la crescita non sempre è stata li- neare. Ad aumentare, infatti, non è solo il numero di morti assistite sul totale, ma anche il tasso di incremento annuo.

 

Come sono state fatte le analisi?

 

Per produrre le analisi presentate in questo studio, l’Istituto Cattaneo si è avvalso di molte fonti diverse. I dati relativi ai decessi per diverse forme di morte assistita vengono da rapporti pubblicati o dagli istituti nazionali di statistica (è il caso della Svizzera), o da istituzioni governative a cui è stato attribuito il compito di monitorare l’andamento del fenomeno e che pubblicano, a cadenza in genere annuale, un rapporto contenente, in genere scarne, informazioni statistiche sull’andamento dei casi di eutanasia e di suicidio assistito, a volte stratificati secondo alcune caratteristiche, come il sesso e l’età (è il caso del Belgio, dell’Olanda, del Lussemburgo): ((BFS), 2020; Regional Euthanasia Review Committees, 2020; CFCEE, 2020; (BFS), 2012; Centraal Bureau voor de Statistiek, 2003; Oregon Health Authority – Public Health Division, 1999; Commission fédérale de Contrôle et d’Évaluation de l’Euthanasie, 2002).

 

La scelta di pubblicare i dati in questa forma appare anomala se confrontata con i decessi dovuti ad altre cause, oggetto di distribuzione periodica nelle statistiche sulle cause di morte. la ragione di questa differenza è che il suicidio assistito e l’eutanasia non costituiscono categorie specifiche tra le cause di morte primarie o secondarie. Nessuna delle due compare, infatti, nella classificazione standard delle cause di morte (IDC-10). Nelle statistiche relative alle cause di morte i decessi dovuti a suicidio assistito o a eutanasia, tanto volontaria che non volontaria, sono rubricati sotto le cause per le quali è stata fatta la richiesta di accesso alla morte medicalmente assistita da parte del personale sanitario.

 

Scarica e leggi l’analisi

https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2018/03/2022-01-10-suicidio-assistito.pdf

David Sassoli, ardito e generoso. L’abbraccio all’amico che ci ha lasciato.

La notizia del suo ricovero era giunta solo ieri. In condizioni già precarie, la sua fibra non ha retto. Il Presidente del Parlamento europeo si è spento in nottata: avrebbe compiuto sessantasei anni a maggio.

Ho conosciuto David, fiorentino di nascita e romano di formazione, a metà degli anni ‘70. Faceva parte di un manipolo di giovani, poco più che ragazzi, riuniti da Paolo Giuntella nel circolo “Francesco Luigi Ferrari” al quartiere Prati. Aveva il suo bel da fare con le agitazioni scolastiche, ma non se ne lasciava assorbire più di tanto. Diventammo amici e qualche volta andai a casa sua, in via delle Coppelle, sopra l’Istituto Sturzo. Più che Maritain amava Mounier, a riprova di un cattolicesimo democratico in cammino verso un orizzonte di libertà e inquietudine. poco ossequioso della disciplina di partito.

Certo non era un campione di puntualità,  una volta riuscì a dare buca persino ad Aldo Moro. David gli aveva chiesto di venire al “Ferrari” e l’appuntamento era stato combinato, ma toccò constatare all’allora Ministro degli Esteri, dopo due ore di attesa vana, che in pratica era saltato. Il motivo? La distrazione di David: si ricordò dell’incontro quando ormai era troppo tardi. Fortunatamente riuscì a rimediare perché Moro si rese disponibile – ecco l’attenzione che aveva verso i giovani! – per una nuova data.

La maggiore qualità di David, quasi la stigmate del suo carattere, stava nella buona mescolanza di candore e intraprendenza. Aveva immaginato, a un certo punto, di ottenere l’investitura a capo dei giovani dc, benché non avesse i numeri dalla sua: il congresso si fece a Bergamo, nel 1977, ma non lo vide protagonista.

Forse provò delusione o forse, chissà, identificò nel giornalismo il vero cimento della vita. In fondo, avrebbe seguito le orme del padre, penna finissima e intelligenza penetrante, uno dei migliori professionisti de “Il Popolo” e de “La Discussione”. Il suo primo impegno sarà nella redazione de “Il Giorno”, il quotidiano più vicino alla sinistra dc, ma presto varcherà la soglia della Rai. La conduzione del Tg1 gli consentirà di entrare nelle case degli italiani con quel tratto gentile che lo rendeva familiare ed amico. Il suo mondo divenne la televisione, senza però cedere alle logiche di quel mondo, spesso traversato da spinte di potere.

Dopo anni c‘incontrammo casualmente in un bar di via Monserrato, lui usciva ed io entravo, sorpresi entrambi ma decisi a rivederci, senza alcuna smanceria.

Fissammo un pranzo e lì capii che non poteva vivere senza la politica. Gli mancava, ma non muoveva un dito per accostarsi nuovamente all’attività dei primi anni giovanili. La sua educazione glielo impediva, la nostra stima, al contrario, glielo doveva riproporre. A Franceschini che chiedeva suggerimenti per il capolista alle europee del 2009 – collegio dell’Italia centrale – giunse pertanto il nome di David. Lui, ovviamente, non ne sapeva nulla.

Quindi, non è stato un giornalista passato alla politica, ma un politico che è tornato a fare il suo “mestiere” dopo un lungo e fecondo periodo di lavoro in Rai. È stata la sua rinascita. A Bruxelles, già nel primo mandato, si era fatto valere. Poi è venuto nel 2019 il riconoscimento ultimo, quello più prestigioso, l’incarico di Presidente del Parlamento europeo. Due anni spesi bene, i suoi, sempre con equilibrio e serietà, sempre con passione e intelligenza, mostrando autentica fede nel ruolo dell’Europa. Di ritorno da Davos, invitato insieme a grandi personalità del pianeta, confessò di aver trovato nei vari interlocutori una formidabile curiosità attorno alle vicende di questo nostro continente che denominiamo “vecchio” nonostante la giovane storia delle sue istituzioni comunitarie. Ne trasse conforto e stimolo, voleva lavorarci su e provare, in questo modo, a distillare gocce di futuro, in nome di un autentico europeismo.

Ora, di fronte alla volontà del Signore, non possiamo che inchinarci. David poteva fare molto, ancora a lungo, avendo energia e capacità. Poteva essere il nostro punto di riferimento nella politica a venire, dentro un vasto processo di riordino e rilancio del modello Italia. Con lui, certamente, l’identità di noi cattolici democratici poteva rifulgere con più immediatezza e facilità. Tutto questo lo andremo a conservare nella memoria e nella nostalgia, sapendo che l’amico ci ha lasciato per un vita più piena, come vuole la nostra fede, sicché la sua presenza – buona e ardita – non verrà comunque meno. Nell’ora del dolore, riceva l’abbraccio di tutti noi.

Mattarella: «La scomparsa prematura di David Sassoli rappresenta un motivo di dolore profondo per il popolo italiano ed europeo»

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«La scomparsa inattesa e prematura di David Sassoli mi addolora profondamente.

La sua morte apre un vuoto nelle file di coloro che hanno creduto e costruito un’Europa di pace al servizio dei cittadini e rappresenta un motivo di dolore profondo per il popolo italiano e per il popolo europeo.

Il suo impegno limpido, costante, appassionato, ha contribuito a rendere l’assemblea di Strasburgo protagonista del dibattito politico in una fase delicatissima, dando voce alle attese dei cittadini europei.

Sassoli, con gli altri leader europei, ha saputo accompagnare una svolta decisiva per il futuro dell’Europa: dai diritti civili e sociali, al dialogo con gli altri Paesi, a partire dal Mediterraneo. Anche con l’impegno per la Conferenza sul futuro dell’Unione.

Politico appassionato, leader leale, rigoroso, ha saputo nutrire con la sua cultura una iniziativa politica al servizio delle persone e delle istituzioni. Uomo del dialogo, ha fatto del metodo del confronto la cifra del suo rapporto con gli interlocutori, alla ricerca del bene comune. Qualità che aveva saputo esprimere anche nella sua attività di giornalista.

Ai suoi familiari sono rivolti la vicinanza e il cordoglio di quanti lo hanno conosciuto e il sentimento di riconoscenza della Repubblica per la sua opera preziosa, espressione di intensa passione civile».

Berlusconi avverte: con Draghi al Colle si va al voto.  Toti “osservato” per le sue ultime aperture. Dov’è l’unità del centro-destra?

 

L’ex premier oggi a Roma, venerdì probabile vertice del centrodestra. Probabilmente il monito di Forza Italia ha influito sullatteggiamento di Draghi in conferenza stampa, con il rifiuto categorico a rispondere a qualsiasi domanda sul tema Colle.

 

Askanews

 

Silvio Berlusconi arriverà domani [oggi per chi legge] a Roma, per coordinare da villa Grande le grandi manovre per il Quirinale. E si fa precedere da un avvertimento netto: “Se Draghi va via da palazzo Chigi si va a votare”, dice a chiare lettere Antonio Tajani, dopo settimane in cui il concetto veniva affidato ai retroscena. “Chi altro sarebbe in grado di tenere insieme una coalizione tanto eterogenea?”, chiede retoricamente il coordinatore azzurro. Che così gioca una delle carte di Silvio Berlusconi nella corsa al Quirinale: puntare sull’attuale premier porterebbe alla fine anticipata della legislatura, con tutte le conseguenze – anche previdenziali – per i parlamentari.

 

Un argomento che lo stesso Silvio Berlusconi ripete in tutte le sue (numerose) telefonate di questi giorni a deputati e senatori, convinto che le chance per Draghi siano al momento ridotte proprio perchè “la sua elezione porterebbe automaticamente al voto anticipato”. Proprio in virtù della posizione di Forza Italia, finora condivisa anche dalla Lega: “Neanche loro – assicurano gli azzurri – sosterrebbero un altro governo in questa legilsatura”.

 

Una posizione che potrebbe essere messa nera su bianco nel prossimo vertice di centrodestra: in settimana, ma dopo la riunione di direzione e gruppi Pd convocata per giovedì 13, spiegano fonti di coalizione, per aspettare l’eventuale mossa dei Dem. E dunque probabilmente venerdì. Non si sa ancora in quale formazione, stante il “fastidio” e “l’irritazione” con cui Forza Italia sta assistendo al pressing di Coraggio Italia a favore di Draghi: “Il 23 Toti è venuto al vertice e ha sottoscritto un documento comune che diceva un’altra cosa…”, si fa notare.

 

Che poi sarà questa la posizione che il centrodestra terrà fino alla fine è ancora tutto da vedere. Nella Lega c’è chi pensa che Berlusconi prima o poi farà un passo di lato: “Vuole essere il king maker, e magari in cambio della rinuncia ottenere il seggio da senatore a vita”, ipotizza un parlamentare di lungo corso del Carroccio.

 

Ma intanto l’ex Cavaliere tiene il punto, e chissà se il monito di Forza Italia abbia influito sull’atteggiamento di Draghi in conferenza stampa, con il rifiuto categorico a rispondere a qualsiasi domanda sul tema Colle. Nonostante le voci di un possibile passo indietro del premier – fatte circolare per tutto il pomeriggio – nel centrodestra avevano preventivato il silenzio di Draghi: “Ci aspettavamo questo, nè passi avanti nè passi indietro. Non è caduto in nessun tranello. E anche ritirarsi sarebbe stato assurdo visto che in teoria non si è mai candidato…”, dicono fonti della coalizione.

Come si esegue correttamente in autonomia un tampone rapido

Nonostante il triplo shot vaccinale e antinfluenzale e la FFP3 ormai tatuata addosso, praticamente un giorno sì e uno no eseguo ugualmente un tampone rapido, a scopo precauzionale.

Lo ritengo un dovere morale, essendo quotidianamente a contatto sia con persone ultrafragili che con altre che svolgono attività fisica intensa attivando quelle fasi della respirazione profonda che, se poco protette da mascherina, le rendono potenzialmente molto contagiose.

Praticamente assolvo ai doveri minimi richiesti (ritengo giustamente) ad un “no vax” qualsiasi dall’obbligo del GreenPass, pur chiaramente non essendolo.

Penso sia giusto farlo anche se “protetto” dallo scudo vaccinale, che protegge in qualche modo me dal rischio d’intensiva, i medici da un superlavoro evitabilissimo, il SSN da un dispendio inutile e le persone fragili da un rischio enorme che magari io non corro ma loro, sì.

Molti altri, prudentemente, si controllano così sovente come faccio io.
Se sono riuscito a non contrarre ancora il Covid (e a mia volta a non trasmetterlo a mio padre ultrafragile) è anche grazie a questo piccolo gesto, per noi normale, e sono grato a chi, come me, si controlla spesso.

Eppure, mi è capitato di veder eseguire MALISSIMO il tampone rino-faringeo.

Se già di per sé è molto alto il rischio di “falso negativo”, cioè di non riuscire ad identificare la presenza del virus con il tampone rapido (addirittura quasi un risultato su due potrebbe esser falsato e non rilevare soprattutto le varianti), eseguirlo male rende ancora più inutile o dannoso il test.

Oltre a far male, può dare l’illusione di un esito negativo anche in presenza del virus, spingendo chi l’ha fatto ad esibire una spavalda certezza basata sul nulla.

Il tampone rinofaringeo si chiama così perché si fa SOLO così, rivolgendo in ORIZZONTALE il bastoncino come nell’immagine.
LA DIREZIONE DEL TAMPONE NON DEVE ESSERE VERTICALE: oltre ad essere molto più doloroso, serve a poco se è diretto in alto, verso la fronte, perché non raccoglie muco.
Parimenti errato è, a prescindere dalla direzione, fermarsi all’ingresso delle narici.

Spero che questo possa essere d’aiuto a qualcuno, che magari non avendolo mai fatto o avendo visto svolgere male la manovra la ripete altrettanto male se non peggio.

Non dovete tentare una lobotomia transorbitale… Solo fare un tampone rapido.

GIORGIO PROVINCIALI
Preparatore atletico , founder and CEO di Advanced Sports Engineering Lab

Scuola /Presidi Andis scrivono a Draghi: ad oggi impossibile garantire le misure previste dal Dl 1/2022

“Il Governo e il ministero dell’Istruzione hanno il dovere di mettere in campo il massimo sforzo con azioni di affiancamento alle scuole perché diversamente il sistema scolastico non riuscirà a gestire la prevista diffusione del contagio nella fascia di età scolare”. E’ questo in sintesi l’appello che l’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici (Andis) ha inviato in queste ore al governo Draghi.
“Preso atto – si legge nella missiva – che il monitoraggio settimanale pubblicato ieri da I.S.S./Min. Salute documenta un ulteriore aggravamento della curva pandemica, con il raddoppio dell’indice di trasmissibilità RT e con un consistente aumento del tasso di occupazione delle terapie intensive; che si preannuncia per i prossimi giorni il passaggio di ben 10 regioni/province autonome nella fascia ad alto rischio; che il Comitato Tecnico Scientifico non si è espresso né ha pubblicato proiezioni circa un possibile incremento del contagio in conseguenza della riapertura delle scuole dopo le festività natalizie; che le Aziende sanitarie hanno dimostrato nelle ultime settimane di essere in affanno nell’assolvere i compiti di testing e di contact tracing dei contagi nelle scuole; che le famiglie degli alunni in autosorveglianza o in quarantena manifestano oggettive difficoltà ad acquisire le certificazioni necessarie per il rientro a scuola dei figli, l’Andis chiede al Governo di considerare che ad oggi non ci sono tutte le condizioni per rendere operative in tutto il territorio nazionale le misure previste dal D.L. n.1/2022”.
“Molte Regioni di fatto non sono più in condizione di garantire il testing e il tracciamento dei contagi; non sono state implementate nuove e più efficaci iniziative per incentivare la vaccinazione dei bambini in età 5-11 anni; le istituzioni scolastiche non sono in condizione di riorganizzare tout court il servizio scolastico (verifica positività – riorganizzazione del tempo scuola – gestione del servizio mensa – sostituzione personale assente a vario titolo, attivazione DAD, ecc.) dal momento che non conoscono in tempo reale i dati relativi a contagi/contatti/vaccinazioni del personale e degli studenti;  non è stata avviata la fornitura alle scuole di mascherine FFp2, per i quantitativi che si renderanno necessari lunedì 10 gennaio”.

Draghi al Quirinale? Meglio che resti a Palazzo Chigi.

 

Con il passare dei giorni l’ipotesi del trasloco di Super Mario al Colle ha perso mordente. Cresce al tempo stesso, dietro le quinte, il consenso sulla rielezione di Mattarella.

 

Cristian Coriolano

 

Gli occhi di tutti sono puntati sulla conferenza stampa che Draghi terrà oggi. In questi giorni sono fioccate le anticipazioni, poi regolarmente smentite da Palazzo Chigi: non è vero che il Premier ritornerà sulla questione del Quirinale per fare chiarezza o per correggere, men che meno per chiudere la questione della sua candidatura al Quirinale. Parlerà solo di Covid senza perciò avventurarsi sul terreno della battaglia per la Presidenza della repubblica.

 

In realtà, con il passare dei giorni, l’ipotesi del suo trasloco al Colle ha perso mordente. Solo Renzi fa capire di essere pronto a sostenerla, dando  a vedere che il lavorio di aggregazione al centro assicura – numeri alla mano – la continuità della legislatura, eventualmente con un sostituto premier anche nel caso dell’improbabile disimpegno della Lega. Pare tuttavia che non con convinca, anzi determini il moltiplicarsi di “suggerimenti” a mezzo stampa per la permanenza di Super Mario sulla tolda di comando, anzitutto come garante della corretta gestione governativa dei fondi del Pnrr.

 

È da notare come nell’opera di dissuasione si distinguano alcune personalità del vecchio mondo socialista. Gennaro Acquaviva, elegantemente, sollecitava ieri un’iniziativa che passi per lo stesso Draghi al fine di trovare un accordo sulla scelta del nuovo Capo dello Stato. Invece Rino Formica, più ruvidamente, alza la voce proprio contro di lui, il vezzeggiato (fino a ieri) Presidente del Consiglio, giudicandolo inadatto: “In lui prevale la cultura del banchiere. I banchieri non hanno una visione di lungo periodo, sono attenti alla convenienza di quel che il mondo offre in quel momento” (v. intervista del 2 gennaio a Repubblica). Sembra di cogliere, a distanza di anni, la dura reprimenda che s’abbatté sul giovane funzionario ministeriale, allora di stanza a Washington, per un intervento giudicato da Bettino Craxi fuori linea rispetto ad alcune direttive del governo. Insomma, non è da escludere sia rimasto qualcosa nel “vissuto socialista”, ancora riflesso nel solitamente lucido argomentare dell’ex ministro Formica, che spinge a dichiarazioni così poco amichevoli.

 

Sta di fatto che i giochi per la più alta Magistratura dello Stato si presentano tuttora aggrovigliati. Già si parla di “saltare” le prime tre votazioni, quelle con il quorum rafforzato, per immaginare un atterraggio più facile a partire dalla quarta, quando cioè l’elezione scatta sulla base della maggioranza semplice. È un segno ulteriore di quanto sia ingarbugliata questa storia. I tessitori non mancano, anche se finiscono, in disordine e loro malgrado, per agire alla stregua di Penelope: filano di giorno e disfano di notte la tela degli accordi. Per questo prende sempre più forma, giorno dopo giorno, l’idea che la rielezione di Mattarella meriti l’uscita dal limbo di titubanze e ammiccamenti, per farla rifulgere come stella polare nella traversata del deserto dei Grandi elettori.

Ripartire dalla base per una Federazione popolare, riformista e liberale: giusto il dialogo proposto da Campanini.

L’unità possibile dell’area cattolico democratica e cristiano sociale è o dovrebbe essere, la premessa per una più ampia collaborazione con le altre culture democratiche liberali e riformiste che, insieme alla nostra, sono state a fondamento del patto costituzionale e hanno fatto grande l’Italia.

 

Ettore Bonalberti

 

Nella crisi di sistema dell’Italia e con la scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale, l’assenza di un centro capace di rappresentare gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e delle classi popolari, alimenta la renitenza al voto. Un’astensione elettorale  aggravata dalla presenza di una classe dirigente sempre più lontana dalle attese dei cittadini. In questo quadro, tuttavia, permangono intatti gli ideali del popolarismo sturziano e degasperiano, così come s’impongono gli orientamenti indicati dalle ultime encicliche dei Papi: San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, le quali attualizzano la dottrina sociale della Chiesa Cattolica nell’età della globalizzazione.

 

Perché allora, dopo quasi un trentennio dalla fine della DC, continua la maledizione della diaspora post democristiana, nonostante il vitalismo diffuso di movimenti, gruppi, associazioni e partiti che si rifanno a quella tradizione politica? Credo che molta parte di ciò sia collegata alla scarsa attendibilità di molti degli attori protagonisti che, con diversa legittimità e fortuna, hanno tentato la ricomposizione politica e culturale di quest’area. Esauriti tutti i tentativi sin qui compiuti per la ricomposizione politica della nostra area, stanco e sfiduciato ho scelto di collocarmi tra gli “osservatori non partecipanti”, convinto che in questo fallimento abbia influito anche la scarsa e, in taluni casi, nulla credibilità di molti degli attori protagonisti in campo, quasi tutti interpreti di diversi ruoli e responsabilità nella difficile fase di transizione tra la fine della DC e l’avvio delle nuove e differenti personali avventure politiche spesso risultate di mera sopravvivenza. Ecco perché è necessario prendere atto che non spetta più a questi attori, vecchi e logorati nella loro affidabilità, svolgere ruoli di guida, i quali potranno/dovranno essere assunti, invece, da una nuova generazione. Un’autocritica questa che, ovviamente, ci coinvolge tutti noi che apparteniamo alla quarta e ultima generazione della DC storica.

 

Non si può più operare dall’alto in basso (top down), come ancora sta avvenendo in questi giorni con l’assegnazione di incarichi dal centro ad alcuni amici di realtà locali, una sorta di “missi dominici” del dominus romano, ma serve ripartire dal basso, con un procedimento bottom up, ricomponendo a livello territoriale l’unità possibile di quanti si riconoscono nei valori sturziani cattolico democratici e cristiano sociali, facendo emergere dal confronto democratico di base la nuova classe dirigente. Non uno, ma due passi indietro, dunque, specie da parte di coloro che hanno, sin qui, lucrato personali posizioni di rendita dal riferimento alla DC e/o dall’utilizzo strumentale del suo storico simbolo, lasciando campo aperto ai giovani in grado di interpretare gli orientamenti della dottrina sociale cristiana nei tempi nuovi della globalizzazione. L’unità possibile dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in sede locale è, o dovrebbe essere, la premessa per una più ampia collaborazione con le altre culture democratiche liberali e riformiste che, insieme alla nostra, sono state a fondamento del patto costituzionale e hanno fatto grande l’Italia.

 

Ciò comporta:

  • disponibilità dei grandi vecchi della politica democristiana di mettersi a disposizione dei giovani;
  • individuare i giovani meritevoli che possono rappresentare democraticamente tutte le anime e voci esistenti;
  • eliminare ogni riferimento a diaspore e simboli che possono essere barriere d’entrata;
  • rinsaldare i principi cristiani in una visione laica moderna;
  • presentarsi compatti, uniti, forti e decisi al pubblico, subito in questi giorni, proponendo in primis un Mattarella bis secondo le condizioni anche temporali del capo dello Stato in carica e sostenere fino in fondo in modo unanime questa candidatura di continuità per far finire il lavoro a Draghi poi si vedrà.

 

 

Uniti sì, ma per quali obiettivi?

 

Quanto al merito: i contenuti di un possibile programma politico vanno assolutamente saldati intorno ad un polo europeista, liberale, non estremista, dialogante, che sia di ispirazione degasperiana ed einaudiana, di  valori cristiani e laici e che accolga e riconosca le diversità, che premi la meritocrazia, valorizzi i  giovani con uno scambio reciproco con chi ha costruito il paese,  dia slancio e spazio (vero e non per quote) alle donne, spinga il Paese alla valorizzazione delle imprese, lo renda meno schiavo di una presenza statale “asfissiante e soffocante”, che ci salvi da un debito pubblico insostenibile, che abbia capacità di programmazione per i futuri 30 anni,  che possa e sappia dare un Sogno e un Futuro alle nuove generazioni, che  sappia garantire il lavoro e salvare la pensione ai giovani, e un riconfermato ruolo alla democrazia repubblicana oggi subordinata agli interessi dei poteri finanziari dominanti.

 

Si dovrà aprire un dibattito su un progetto di programma politico per una federazione di centro aperto popolare, riformista e liberale, sintetizzabile nell’allegato decalogo:

 

  1. Conferma della costituzione repubblicana, no a deformazioni, si a un armonico e organico aggiornamento ai tempi dopo 70 anni di democrazia compiuta eliminando certi doppioni e chiudendo alcuni capitoli e titoli ancora incompiuti che creano problemi allo Stato, al rapporto Sato-Regioni e alle funzioni-spese delle Regioni  rispondendo alla opzione di una autonomia a gradi e solo su alcuni temi;
  2. Lo Stato deve costare meno in soldi in tempi morti e il dipendente pubblico deve essere un esempio per il dipendente privato, essere pagato in base al lavoro fatto, meno dirigenze e più responsabilità, più semplificazione, più velocità di accesso alle pratiche, riduzione dei passaggi da un tavolo all’altro, controlli a valle dei processi burocratici; più attenzione al cittadino-elettore, tasse e imposte proporzionali al reddito, proporzionalità crescente e decrescente; una Camera legislativa e un Senato di controllo generale e di partecipazione delle regioni; un numero minore di Regioni; aggregazione province volontariamente; aggregazione obbligata dei comuni confinanti con meno di 3000 abitanti e massimo 4 fusioni;
  3. Uguaglianza di tutti i parametri e contratti per tutti i lavoratori, attenzione diversa fra imprese piccole e imprese grandi, partecipazione sindacale federale più unitaria possibile, sindacati moderni e misurati al reddito dei lavoratori, non lasciare indietro nessuno dal migrante al gender, ma con regole uguali per tutti, diritti e doveri sullo stesso piano, in primis e soprattutto per i politici;
  4. Lavoro (reddito minimo sociale a fronte sempre di un servizio reso), scuole (+ formazione educazione inclusione), sanità (+assistenza per tipo di malato e non per reparto/malattia/ primariati) sono gli unici campi-ministeri dove è possibile fare debito pubblico e deficit statale e regionale, in una linea precisa di ampia occupazione-servizi-qualità di assistenza, reddito equo in base a responsabilità e controlli a tutti i livelli
  5. La famiglia è la prima figura sociale di riferimento crescita educazione formazione, ma anche moderna, dinamica, presente, aggregata e come punto per diverse iniziative legislative
  6. Europa sempre, ma meno burocrazia, costi fissi, arrivismo statalista, finanza, monetarista, più egualitaria, partecipante a problemi comuni, per una difesa unica comune, per un’azione comune all’estero su certi temi, modello fiscale e aliquote unico in base a produttività e redditività, condivisione dei surplus finanziari ;
  7. Individuazione degli asset-paese (turismo, alimentazione, portualità, acciaio, medicali….) anche privati inalienabili, che siano reddituali o almeno in grado di essere autosufficienti economicamente, da difendere sempre con interventi pubblici ad hoc, mettere in atto tutte le norme già esistenti in materia
  8. Economia sociale civile sussidiaria ecologica ambientale, deve essere prioritaria in ogni esercizio e campo al posto di quella solo monetaria e solo finanziaria, ritorno alla economia reale in certi campi, controllo e tassazione delle mega rendite anche finanziarie e della gestione patrimoni e assicurazioni da ristornare al cittadino, regole e tasse eque ai colossi del web, energia, finanza, farmaceutica;
  9. Grande progetto integrato da più funzioni per i 2/3 del territorio italiano montano/collinare più vulnerabile, svantaggiato, difficile, abbandonato che può crollare a valle, ma anche premiato e autentico patrimonio culturale paesaggistico nazionale che ha in sé già milioni di posti di lavoro e fare in modo che ritornino gli occupati a fare impresa e servizi, dalle scuole ai pronto soccorso, dalle regimazioni idrauliche all’antropologia di servizio
  10. Una giustizia nuova, veloce, vera, equa, separazione delle carriere, un autogoverno sui temi costituzionali e non su altro, carriere certificate con parametri pubblici, nuovo processo penale, carceri più vivibili,più sanzioni amministrative e servizi sociali, certezza della sentenza per i reati gravi.

 

Mi auguro che sia possibile individuare, come ha ben scritto il prof. Sandro Campanini, una sede permanente di dialogo e confronto in cui tale dibattito si possa svolgere. Al di fuori dei diversi cantieri aperti, spesso in conflitto tra di loro, non potrebbe assumere l’iniziativa l’Istituto Sturzo?

Lavoratori fragili e tutele sanitarie. Scrivi al governo e risponde solo “Il Fatto Quotidiano”.

Ringraziamo la redazione web de “Il fatto Quotidiano” per aver segnalato a riguardo dei “lavoratori fragili” quelle carenze legislative che, se non verranno corrette, provocheranno uno stato di incertezza suscettibile di problematiche non lievi.

Nell’imminenza dell’approvazione del Decreto Legge 24 dicembre 2021 n.221 e subito dopo la sua pubblicazione sulla G.U. 305 – stessa data – avevamo scritto al Governo, inizialmente con due articoli che chiedevano quali misure si intendessero assumere a tutela dei cd. “lavoratori fragili” e – successivamente al decreto citato –  chiedendo con una lettera aperta di decifrare e chiarire i provvedimenti assunti. Nessuna risposta è giunta, speravamo almeno nel Sottosegretario alla Salute On.le Prof. Sileri, notoriamente sensibile ed umano nelle sue interlocuzioni con i cittadini.

Il tutto nel silenzio assordante dei Sindacati a cui tale appello era stato inoltrato per opportuna conoscenza. A tal proposito leggi:
Primo articolo
Secondo articolo
Terzo articolo

Leggendo poi con attenzione l’art.17- comma 1 del DL 221/2021 ci siamo accorti che – a differenza di quanto avvenuto nei due anni di pandemia, con provvedimenti normativi (prima o poi) reiterati nella forma più estensiva e tutelante, e confrontandoci con l’ANMIC, il testo chiarisce che viene rinnovato, ma solo fino al 28 febbraio 2022,  l’art. 26 comma 2-bis (e non anche il comma 2) del Decreto legge 17 marzo 2020 n.18: ciò si traduce all’atto pratico in un rinnovo dello smart working ma non in un altrettanto rinnovo della tutela che finora prevedeva in caso di malattia di un lavoratore fragile che la stessa sia equiparata al ricovero ospedaliero, per evitare una decurtazione dei giorni di assenza dal cd. “periodo di comporto”.

Un doppio pasticcio. Il primo: mentre in via generale lo stato di emergenza è protratto fino al 31 marzo 2022, per i lavoratori fragili il citato art. 17, comma 1 del DL 221/2021, riduce il periodo di fruibilità dello smart working al 28 febbraio creando i presupposti per un possibile contenzioso tra lavoratore ed ente di appartenenza, considerato che i certificati di inidoneità temporanea nel frattempo rilasciati agli interessati dalle autorità sanitarie estendono la loro validità  a ‘tutto’ il periodo di emergenza e non solo ad una parte di esso. Il secondo: limitando il rinnovo del comma 2-bis e non anche del comma 2 dell’art. 26 del citato DL 18/2020, viene ‘ope legis’ preclusa la via dell’equiparazione degli eventuali periodi di malattia dei lavoratori fragili al ricovero ospedaliero.

In pratica, se vogliamo ricorrere a un semplice esempio, dovendosi assentare dal lavoro per una terapia ciclica o di urgenza, il “fragile” dovrà attingere al periodo di comporto contrattuale, correndo il rischio di decurtazioni economiche stipendiali, poiché è chiaro che un chemioterapico o un immunodepresso che ricorre a terapie salvavita lo deve fare seguendo le necessità della malattia stessa e ciò ancor più in un periodo come quello da due anni in corso in cui recarsi al lavoro – nonostante mascherine e altri presidi – comporta il grave rischio di sovraesposizione al contagio. Inoltre non tutti i lavori possono essere svolti in smart working: una bidella in lavoro agile cosa fa? Pulisce casa sua? Una cuoca cucina per la famiglia? Un postino consegna la posta a se stesso? E via dicendo.

Non sappiamo se aver escluso questa tutela sia stata una scelta o una dimenticanza: guardandoci in giro leggiamo (con grande soddisfazione, condivisione e apprezzamento per il coraggio dimostrato) che solo la redazione web de “Il Fatto Quotidiano”, con un illuminante articolo di Chiara Brusini del 4 gennaio u.s., segnala il venir meno di questa tutela, aggiungendo altre evidenze, come quella per cui “non hanno più diritto all’indennità i circa 10 milioni di italiani che hanno ricevuto la seconda dose da oltre 5 mesi, non hanno fatto ancora il booster e dunque in caso di contatto con un positivo al Covid sono tenuti a chiudersi in casa. [Pertanto]…chi svolge attività che non consentono lo smart working deve sperare che il datore di lavoro voglia farsi carico del dovuto”. Infatti, come si legge nel titolo dell’articolo “…l’assenza dal lavoro non è più pagata dall’INPS come malattia”. Infine “lo stesso problema si pone per i genitori di bambini quarantenati, visto che il bonus baby sitter non è stato rifinanziato. Rimane solo, fino al 31 marzo, l’opzione del congedo parentale”.

Ringraziamo la redazione web de “Il Fatto Quotidiano” per aver segnalato queste carenze legislative che, se non verranno corrette, provocheranno uno stato di incertezza suscettibile di problematiche non lievi. Nel caso dei lavoratori fragili cui è precluso lo smart working e che hanno in tasca un certificato di inidoneità fino al temine dello stato di emergenza, ai quali è stata tolta la tutela dell’equiparazione della loro malattia al ricovero ospedaliero, anche possibili contenziosi. Tutto questo per il rinnovo del comma 2-bis e non anche del comma 2 del famoso articolo 26/DL 18/2020. Una cosa da spiegare e da chiarire.

I temi della libertà e della fraternità cristiana nell’analisi del cardinale Michele Pellegrino. A cura di Andrea Monda

 

Ripubblichiamo per gentile concessione dell’Osservatore Romano la seconda sezione antologica dopo quella apparsa lo scorso 23 dicembre sullo stesso giornaletratta dalla lettera pastorale «Camminare insieme» del cardinale Michele Pellegrino (arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977), dedicata ai temi della libertà e della fraternità affrontati nel documento.

 

Andrea Monda

 

Al punto 17 di Camminare insieme il cardinale Pellegrino riflette sulla questione della “libertà nella Chiesa” e si concentra sul tema del dialogo che, scrive, «dev’essere non solo accettato ma cercato, nella Chiesa locale, a tutti i livelli: tra il vescovo e tutta la comunità, tra i sacerdoti, tra sacerdoti e religiosi, tra sacerdoti e laici, tra le comunità e i gruppi. La libertà dev’essere rispettata nel campo della cultura, anche teologica: “sia riconosciuta ai fedeli, tanto ecclesiastici che laici, una giusta libertà di ricercare, di pensare e di manifestare con umiltà e coraggio la propria opinione nel campo in cui sono competenti” (Gaudium et spes, 62)». Al punto successivo afferma che «il diritto alla libertà fonda il dovere di usare della libertà. Usarne, come ammonisce san Paolo (Romani, 6, 12-19), evitando di ricadere sotto il dominio del peccato, ma facendosi servi della giustizia». E poi invita a un atteggiamento che oggi Papa Francesco definirebbe con una parola antica, “parresia”, per cui l’uso della libertà è finalizzato a «rivendicare il diritto di operare secondo il dettame della coscienza senza assoggettarci alle pretese di chi voglia imporci arbitrariamente le sue scelte senza averne l’autorità. Usarne per parlare e operare con sincerità e franchezza vincendo il rispetto umano e andando contro corrente se la coscienza ce ne impone il dovere». Essere liberi e schietti per contrastare quella mentalità, per dirla sempre con le parole di Francesco, per cui “si è sempre fatto così”, cioè «per vincere le tentazioni di un conformismo pigro e inerte che trova più comodo fare ciò che si è sempre fatto, ciò che non scontenta nessuno, invece di domandarci che cosa esige da me, in questo ambiente e in questo momento, l’adempimento del mio dovere. Non è dunque lecito rinunziare alla libertà di operare secondo coscienza, per paura degli altri, per preoccupazioni di carriera, per amore del quieto vivere. La libertà, diritto-dovere primario dell’uomo e del cristiano, dev’essere espressione di responsabilità. La libertà è sempre in ordine a qualche cosa. Non c’è libertà senza una meta. La libertà tende responsabilmente ad attuare l’amore» (n. 18).

 

Dal tema della libertà a quello del pluralismo il passo è breve, e al punto 19 si legge: «Il rispetto della libertà porta con sé il riconoscimento d’un legittimo pluralismo. Capita talvolta che chi rivendica per sé il massimo di indipendenza nei confronti dell’autorità si mostri prepotente nell’imporre agli uguali le sue idee e i suoi metodi. Mi riferisco in particolare al campo della pastorale. […] Sono troppi coloro che non partecipano allo sforzo comune, preferendo condursi secondo le idee proprie o di piccoli gruppi, sia per chiudersi in un conservatorismo rigido e infecondo, sia per lanciarsi all’avventura guidati da concezioni teologiche arbitrarie, incuranti della comunione col vescovo e con il resto della diocesi. Per alcuni tutte le iniziative comunitarie, anche se studiate lungamente, in dialogo aperto e paziente, sono oggetto di critica sistematica e demolitrice».

 

Il punto 20 segna il passaggio dalla libertà alla fraternità. «La fraternità cristiana, fondata sul battesimo e sull’eucaristia, comporta uno spirito vivo e iniziative concrete per superare le divisioni di ogni genere tra gli uomini in nome di Cristo venuto per riunire i figli di Dio dispersi dal peccato e per vincerne le cause. Esige anzitutto la testimonianza di comprensione, aiuto, rispetto, ascolto tra i membri della Chiesa, pur nella vitale e utile dialettica. Vuol dire inoltre creazione inventiva, in tutte le direzioni, di servizi alla comunione tra le persone umane, la cui crescita va stimolata da un’esperienza di reale condivisione, con riguardo tutto speciale a chi è più oppresso, emarginato, sofferente. […] Dobbiamo essere i primi a dare questa testimonianza di fraternità incontrandoci fra noi intorno a Cristo, il vero Fratello maggiore, Colui nel quale solo possiamo trovare la sorgente dello spirito autentico di fraternità. […] Pregare insieme, lavorare insieme. Non si insisterà mai abbastanza sull’affermazione che il lavoro pastorale non è un lavoro da franchi tiratori; è un lavoro di Chiesa, deve essere attuato come Chiesa, comunitariamente. Il lavoro pastorale d’insieme, tra i preti, nello studio, nell’analisi della situazione, nella programmazione dell’attività, nell’esecuzione, dev’essere preso come un criterio irrinunciabile. Non sarebbe certo lavorare insieme accettare semplicemente una divisione del lavoro in determinati settori, senza che l’uno si interessi di quello che fanno gli altri. Questo non soltanto nell’ambito della parrocchia, ma nell’ambito della zona e della diocesi. Anche qui il cammino da fare è ancora lungo. È necessario superare una mentalità individualistica che rende difficile il dialogo e la collaborazione» (n. 21). […] «Ma lavorare insieme non basta. Lo spirito di fraternità deve portarci a vivere insieme, a praticare più largamente, tra i sacerdoti, la vita comune. […] Il senso comunitario, alimentato quant’è possibile dalla vita comune e operante nel lavoro pastorale in équipe, è anche un mezzo singolarmente efficace per rompere quell’isolamento del prete che costituisce una delle cause più importanti di frustrazione e di crisi. Il celibato scelto e vissuto per amore di Cristo e dei fratelli trova nello spirito comunitario un sostegno e una forza» (n. 22).

 

Con la fraternità, come per la sinodalità, ci troviamo al cuore della realtà della Chiesa. Pellegrino afferma al punto 24: «Nell’ambito della diocesi la fraternità è postulata dalla natura della Chiesa locale. Essa non è un puro dato sociologico e giuridico, ma una realtà di fede, poiché la diocesi, “aderendo al suo pastore, e, per mezzo del Vangelo e della SS. Eucaristia, unita nello Spirito Santo, costituisce una Chiesa particolare, nella quale è presente e opera la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica (Christus Dominus, n. 11)”».

 

La fraternità non è un dato acquisito una volta per tutte ma è un processo, che ha un nome preciso: conversione. «Siamo fratelli perché figli dell’unico Padre celeste, “il quale, per la sua grande misericordia, ci fece rinascere, risuscitando Gesù Cristo da morte, a una vivente speranza” (1 Pietro, 1, 3); perché riconosciamo in Cristo Signore il “Primogenito fra i molti fratelli” (Romani, 8, 29); perché siamo invitati a sedere all’unica mensa in cui Cristo si dà a noi come pane di vita. La preghiera (Padre nostro!), soprattutto la messa, deve esprimere e accrescere l’amore fraterno. È tempo di superare quella concezione grettamente individualistica della “pratica religiosa” per cui un cristiano ritiene di aver compiuto il suo dovere quando “ha assistito” alla messa domenicale. Nella messa dobbiamo riconoscerci fratelli, dobbiamo, se è necessario — e quanto è necessario e urgente! — convertirci alla fraternità. Dobbiamo deporre ogni egoismo, ogni risentimento; dobbiamo esaminare noi stessi se non vogliamo mangiare e bere la nostra condanna. Questo avviene, ci ammonisce severamente san Paolo ( 1 Corinzi, 11, 27 e ss.), se nell’incontro eucaristico chi sta bene non si cura di chi sta male. Certo, nessuno ha diritto di giudicare la coscienza del fratello sostituendosi all’unico giudice, Cristo. Ma guai a chi si vale del potere o del denaro per opprimere il debole, per provocare o mantenere situazioni d’ingiustizia, sperequazioni per cui “troppo spesso, in realtà, i diritti dell’uomo restano ignorati, se non scherniti, ovvero il loro rispetto è puramente formale” (Octogesima adveniens, 23), per cui “si danno delle situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo” (Populorum progressio, 30) (n. 28)».

 

[a cura di Andrea Monda]

Un certo “laborismo” di Campanini: quale dialogo, per fare cosa?

 

Campanini si trova a rimaneggiare una proposta che Livio Labor lanciò a Lucca nel 1967 quando ancora non aveva rotto con la Dc. A suo giudizio era giunto il momento di modellare, contro l’eventualità di una “diaspora improduttiva”, un’alternativa orientata alla “riqualificazione politica dell’esperienza dei cattolici”. Dunque, suggeriva di dar vita a un movimento a base popolare cristiana, di per sé autonomo dal partito. Cosa può evocare oggi questa idea, ben sapendo delle differenze di quadro storico-politico?

 

Ubaldo Alessi

 

Come abbiamo letto su queste pagine online, Sandro Campanini denuncia un deficit d’iniziativa dell’area popolare e riformatrice operante nel quadro di un cattolicesimo politico oggi in affanno. Non si nasconde le difficoltà e gli intoppi legati all’impresa, ma li sottopone al vaglio di una preoccupazione crescente, quella cioè dell’inaridimento delle fonti ispiratrici e a seguire, sul piano pratico, quella della caduta di creatività e incisività del “cristianesimo democratico”, a contatto con una società oramai fortemente secolarizzata. Non è un problema organizzativo, dunque, o meglio non è solo un problema di tipo organizzativo; se fosse questo, avremmo avuto dei frutti a seguito delle reiterate combinazioni d’incontri e di annunci, talvolta persino con la temeraria convinzione di aver fondato un partito, un partito vero, e magari pure con la supponenza di presentarsi come soggetto pubblico nuovo, al di là o finanche al di sopra della pur gravosa suggestione dell’evo democristiano; e perciò, essendo l’organizzazione un parametro di un disegno ben altrimenti pensato e nutrito sotto l’aspetto delle argomentazioni strategiche, ecco che la questione si pone nei termini più appropriati, ossia come richiamo alla serietà della politica, al suo carattere predittivo a misura del progetto adottato, alle responsabilità calibrate sulle ambizioni ostentate.

 

Si coglie allora nell’invito di Campanini al dialogo – non in nome dell’unità cattolica, bensì in ragione dell’affinità di visione dei riformisti cristiani – la fiducia o comunque la speranza che maturi per questa via la crescita di consapevolezza di un movimento che nella fragilità dell’ora sente, in ogni caso, il dovere di non rassegnarsi a giocare nelle retrovie della storia. È una scommessa, ma non azzardata come spesso accade nel pragmatismo della politica, vuoto di premesse e rigonfio di azzardo; essa presume, al contrario, di piegare la pigrizia e il disincanto, per ridare spessore alla formula dell’engangement; e infine si pretende, con essa, di chiamare a raccolta quelli che potremmo ancora definire, con spirito nuovo, “gli uomini di buona volontà”.

 

In effetti, Campanini si trova a rimaneggiare a distanza di oltre mezzo secolo una proposta che Livio Labor lanciò quando ancora non aveva rotto con la Dc. Correva l’anno 1967 e l’occasione fu data dal convegno di studio convocato a Lucca da cinque “intellettuali d’area”, vale a dire Vittore Branca, Sergio Cotta, Gabriele De Rosa, Cornelio Fabro e Vittorino Veronese. Labor partiva dalla constatazione che un ciclo della vicenda civile ed ecclesiale si era chiuso, sicché con l’avvento della società dei consumi e l’impatto del post-Concilio la Dc rischiava di perdere la bussola, sempre più distaccandosi dalla realtà. “Ora, come non accorgersi – spiegava nel suo intervento dalla tribuna – che anche in Italia la civiltà industriale con il suo impetuoso avanzare ha messo in crisi le ideologie e i sistemi, ha fatto esplodere tutte le soluzioni prefabbricate”. A subire lo scacco era il classismo marxista, ma nondimeno l’interclassismo democristiano “quale mediazione di interessi e squilibri precostituiti”. Dunque, secondo Labor bisognava rispondere alle nuove sfide puntando a “coagulare precise volontà politiche capaci di impiegare – di pilotare direi – a servizio dell’uomo tutte le conquiste della scienza e della tecnologia”. Ecco perché, concludeva l’allora Presidente delle Acli, era giunto il momento di modellare, contro l’eventualità di una “diaspora improduttiva”, un’alternativa orientata alla “riqualificazione politica dell’esperienza dei cattolici”.

 

Da questa analisi Labor faceva scaturire la prospettiva di un dialogo a tutto campo tra forze sociali e partito, riconoscendo al pluralismo delle esperienze civili – gruppi, associazioni, sindacato – una peculiare ricchezza di elaborazione e indirizzo, per ricostruire sul rispetto e la valorizzazione di tali autonomie “un grande movimento di democrazia cristiana”. Talché, asseriva alla fine, questo “movimento potrebbe più facilmente superare tutto ciò che di rigido, di chiuso si usa associare oggi al termine «partito» …[dando vita a] una realtà nuova, veramente aperta e disponibile agli apporti distinti che provengono dalla società”. Si trattava, in definitiva, di pensare la nascita di un movimento che non fosse il prodotto del partito, ma piuttosto l’actio finium regundorum di sensibilità e posizioni autonome, così da preservare il filo di unità tra le diverse esperienze del cattolicesimo sociale e democratico. All’usura della Dc veniva applicata non già la cosmesi del doroteismo, quanto la forza creativa del sentimento popolare cristiano.

 

Labor muoveva dal rischio di depauperamento del cattolicesimo democratico e aveva di fronte un partito anchilosato, ma elettoralmente robusto. Oggi le condizioni sono tali da non permettere la pedissequa ripetizione di quello schema, vuoi perché la base popolare cristiana si è ristretta, vuoi perché non esiste un partito di riferimento simile, appunto, alla Dc del tempo. Tuttavia, dello schema di Labor residua il principio di una vitalità del pre-politico che occorre riconoscere e valorizzare, sapendo visualizzare l’obiettivo di fondo. Campanini confessa di preferire che ciò avvenga dentro la cornice di un grande partito, dando perciò credito al rinnovamento del Pd; altri considerano eccessiva questa fiducia, immaginando che prima o poi sopraggiunga il big bang dell’attuale universo politico e quindi l’apertura di altri processi aggregativi o riaggregativi. Certamente è una differenza che pesa nel dialogo da intraprendere, come indica il “laborista” Campanini; e però non impedisce, tale differenza, di rompere gli indugi, andando incontro a una verifica onesta e produttiva, almeno tra i cattolici dì orientamento per così dire progressista. L’importante è tenere aperta la riflessione sul che fare, dimenticando per un momento l’assillo di un partito su misura per i cattolici.

Cattolici, il dovere di esserci. Comunque sia. La risposta di Merlo a Campanini.

 

La categoria della “imprevedibilità”, come ricorda spesso Guido Bodrato, è sempre dietro l’angolo in politica. Ma il tramonto, seppur lento ma irreversibile del populismo grillino, invoca e richiede il ritorno anche delle tradizionali categorie politiche: e cioè, la destra, la sinistra e il centro. Ed è proprio all’interno di questa cornice che il patrimonio del cattolicesimo politico, sociale e democratico può e deve rivestire una importanza decisiva ai fini della riqualificazione della politica.

 

Giorgio Merlo

 

La suggestiva riflessione di Sandro Campanini pubblicata ieri su queste colonne in merito al ruolo politico dei cattolici nella società contemporanea merita di non cadere nel vuoto. Certo, il tema è antico ma, al contempo, sempre attuale. Per una ragione molto semplice, al di là delle modalità organizzative con cui si può tradurre nella cittadella politica italiana. E cioè, dice Campanini riprendendo un vecchio dilemma, i cattolici devono lievitare con la propria cultura e i propri valori le formazioni politiche che li vedono protagonisti e presenti oppure pensano ancora di riproporre una formazione autonoma, ovviamente laica ma ispirata ad una precisa cultura? Cioè a quella del cattolicesimo politico, popolare e sociale?

 

Detta così, la risposta appare quasi scontata. Ovvero, chiunque di noi – almeno coloro che provengono da quel patrimonio culturale e da quella esperienza politica maturata e praticata concretamente nel passato – sceglierebbe la seconda strada. C’è solo un piccolo particolare – e lo dico con una sciabolata, della qual cosa mi scuso in anticipo – che non possiamo e non dobbiamo trascurare. E cioè, in questi lunghi 20 anni – dalla fine, forse troppo frettolosa, del Partito Popolare Italiano di Marini e Martinazzoli in poi – tutti i tentativi che sono stati messi in campo per un partito il più possibile identitario sono miseramente falliti. Politicamente irrilevanti ed elettoralmente insignificanti. Al di là della buona volontà e della tenacia dei vari protagonisti che in questi lustri hanno dato tempo ed energia per far decollare il più possibile questo progetto politico e culturale.

 

Perchè è capitato tutto ciò? Ci sarà pure una risposta a questa domanda che non è nè secondaria e né, soprattutto, astratta. Probabilmente la risposta risiede nel fatto che i partiti identitari, o vagamente identitari, non intrecciano più le domande dei cittadini elettori travolti prima dall’antipolitica e poi dal populismo. Due sub culture entrambe di marca grillina. Ma le fasi storiche cambiano, e cambiano anche rapidamente. Il fallimento del populismo grillino è sotto gli occhi e, non a caso, si intravede all’orizzonte un timido ritorno della politica. E con la politica, anche il possibile ritorno dei partiti organizzati e democratici e delle rispettive culture politiche.

 

Certo, il tutto non avviene meccanicamente e con una pianificazione razionale. Perchè la categoria della “imprevedibilità”, come ricorda spesso Guido Bodrato, è sempre dietro l’angolo in politica. Ma il tramonto, seppur lento ma irreversibile del populismo grillino, invoca e richiede il ritorno anche delle tradizionali categorie politiche: e cioè, la destra, la sinistra e il centro. Ed è proprio all’interno di questa cornice che il patrimonio del cattolicesimo politico, sociale e democratico può e deve rivestire una importanza decisiva ai fini della riqualificazione della politica, della qualità della democrazia e della stessa autorevolezza della classe dirigente. Ma tutto ciò, purtroppo, non è direttamente funzionale alla formazione di un soggetto politico strettamente identitario. Salvo ripercorrere la strada fallimentare che ricordavo all’inizio e che ha costellato i vari tentativi – purtroppo tutti falliti – di riproporre nello scenario politico italiano una formazione identitaria o, comunque sia, di chiara ispirazione cristiana e cattolica.

 

Ecco perchè, essendo alla vigilia di una nuova fase politica dopo l’eclissi – per fortuna e finalmente – del verbo e del dogma grillino, cioè dell’ideologia populista e demagogica, giustizialista e manettara, antiparlamentare e anti politica, abbiamo il dovere di contribuire al ritorno del ruolo e della funzione della politica, dei partiti e delle culture politiche. Dopodichè si vedrà se i partiti identitari avranno ancora uno spazio concreto o se, invece, si cercherà di condizionare il corso e il progetto nei rispettivi partiti di appartenenza. Lo decideranno gli eventi certamente, ma anche la buona volontà e l’azione concreta di molti di noi. Non tutto è legato al fatalismo, alla casualità e alla improvvisazione.

Sul nucleare occorre decidere in fretta. La sferzata di Bonanni contro l’indecisionismo della classe dirigente italiana.

 

La disputa sulla strategia da adottare in campo energetico non deve essere influenzata da ideologie o dall’attaccamento alle proprie opinioni del passato. L’energia è la risorsa più importante per la modernità e per le produzioni; ottenerla in piena autonomia politica, sicura, pulita, poco costosa, è l’obiettivo ottimale da conseguire al costo anche di ritornare sulle decisioni del passato.

 

Raffaele Bonanni

 

Il popolare detto: “mai dire mai”, ha dimostrato in più occasioni di avere fondamento. Quante volte sarà accaduto nella storia dell’uomo che pronunciamenti definitivi di contrarietà su un qualcosa, successivamente nel tempo sono stati rimeditati. Non è sfuggito a questa regola neanche il tema  assai delicato della produzione di energia elettrica con le tecnologie nucleari, su cui si erano sprecati dinieghi e feroci giudizi.

 

Noi italiani, ad esempio, con il referendum del 1987 poi ripetuto nel 2011; rispettivamente suscitati dai fatti di Chernobyl e poi di Fukushima, in un sol colpo chiudemmo ben cinque centrali nucleari costate ai contribuenti cifre iperboliche seppure dovevano servire a superare la esposizione economica italiana degli acquisti all’estero di carbone, petrolio e gas, che faceva costare (come continua a costare ora)  mediamente il 30% in più di quella prodotta con il nucleare. Anche i belgi decisero lo stop al nucleare, mentre i tedeschi ne chiusero alcune facendo restare in funzione altre, che ancora sono in piena attività. Decidere il no per il nucleare per potenze industriali come l’Italia e la Germania  non fu  allora una scelta semplice, sapendo che il costo molto più alto della nuova bolletta dell’energia non nucleare per le produzioni industriali ci avrebbe esposto pericolosamente nella competizione con i concorrenti industriali. Ma poi gli accadimenti luttuosi influenzarono la opinione pubblica sollecitata da ambienti in buona fede ma anche da chi, sempre in agguato, manovrava (e manovra ancora) l’informazione per mantenere lo status quo, cioè gli affari enormi delle forniture di petrolio e gas.

 

Ora sull’onda degli aumenti esorbitanti del gas e dei petroli, del ricatto potenziale dei paesi fornitori, economico e politico, si ritorna a discutere del possibile potenziamento della produzione di energia nucleare da affiancare alle altre produzioni rinnovabili. D’altronde la maggior parte dei paesi membri della Unione Europea, Francia in testa, si sono affidate da tempo a questa modalità di produzione, consci da tempo dei costi più contenuti che si ottengono e delle bassissime emissioni rispetto al carbone, ai carburanti e al gas. A questa convinzione storicamente acquisita, se ne aggiungono altre che sollecitano questi paesi a proseguire su tale strada dovendo fare i conti con nuovi problemi riguardanti la conquista dell’autonomia strategica dell’energia. I problemi da valutare sono: le fonti rinnovabili per raggiungere la dimensione sufficiente prevista dal piano europeo di transizione dal fossile al rinnovabile, in Europa ed in Italia, avrà bisogno da 15 a 20 anni di tempo; in conseguenza i paesi fornitori di gas e petrolio in questo lasso di tempo faranno pagare care le loro forniture, sia sul piano economico che politico; da soli l’idroelettrico e soprattutto il fotovoltaico, non potranno assicurare certezza di continuità della fornitura a causa della imprevedibilità e imponderabilità delle produzioni realizzate da una rete estesissima di terminali che porta a rischi di frequenti blackout.

 

Non è un caso che l’Unione Europea propone di riclassificare l’utilizzo del nucleare che produce energia pulita e che ormai può disporre di sistemi molto più sicuri del passato, per sostituire validamente il super inquinante carbone, che storicamente però è stato lo zoccolo duro della garanzia di continuità della erogazione dell’energia elettrica. Di fronte a questi fatti c’è solo da sperare che la disputa sulla strategia da adottare non sia influenzata fortemente da ideologie o dall’attaccamento alle proprie opinioni del passato. L’energia è la risorsa più importante per la modernità e per le produzioni; ottenerla in piena autonomia politica, sicura, pulita, poco costosa, è l’obiettivo ottimale da conseguire al costo anche di ritornare sulle decisioni del passato. Ma occorre decidere presto.

Caro presidente, ti scriviamo… Lettera di Comunità di Connessioni al futuro Presidente della Repubblica.

 

Volentieri presentiamo qui un ampio stralcio dì questo editoriale scritto a più mani. Parte dallidea che ha avuto LEspresso che nel numero 1 del 2022 ha chiesto ad alcune firme una Lettera al Capo dello Stato che verrà”. A partire dal pezzo di Francesco Occhetta, pubblicato da LEspresso, anche gli appartenenti a “Comunità dì Connessioni” hanno voluto contribuire con tale sinfonia di voci e di competenze.

 

 

Comunità dì Connessioni

 

Caro/a Presidente,
attraverso tre parole cerco di esprimerle l’augurio e le attese per il suo prossimo mandato. Anzitutto la parola dignità. Non si stanchi di difenderla e di amarla, è il valore madre della nostra Costituzione definita dai princìpi dei primi dodici articoli come “inviolabile”. Il potere politico è chiamato a custodirla, lo Stato a servirla, il Presidente a difenderla. Il servizio più nobile di un Presidente in una democrazia è prestare la voce a chi non ce l’ha, incluso i non-cittadini. Le violazioni della dignità sono ancora molte: abusi, violenze, lavori umilianti, criminalità, femminicidi, cyberbullismo e poi i gesti e le parole ostili contro gli immigrati, i poveri, le donne, i disabili, contro chi è diverso. Ce lo ricordi: chi nega i diritti degli altri, prima o poi finisce per perderli anche lui. Lo ricordava ai suoi allievi Kant: «Ci sono cose che hanno un prezzo, altre che hanno una dignità». Me lo insegnano i miei studenti che provengono da Paesi in guerra. Per l’umanesimo italiano la dignità non è “qualcosa” che ha un prezzo, ma è “qualcuno” che ha valore e merita rispetto.

La seconda parola è “riforme”. Per farle occorre un direttore d’orchestra come Pappano al Parco della musica o Muti alla Scala, altrimenti rimangono tanti primi violini che suonano tutti con tonalità diverse. L’idea di Nazione, il ruolo del Parlamento, gli organi di garanzia, la pubblica amministrazione, i partiti e la concezione del lavoro fordista sono implosi come i ponti quando mancano di manutenzione. La democrazia liberale sta lasciando posto ad altre forme democratiche che includo la Rete. Per giungere alla riva della transizione ecologica e digitale serve una voce mite, enzima delle riforme. L’atleta guarda all’allenatore, l’allievo al maestro, il credente al proprio leader religioso. Ma tutti guardano al Presidente come “capo dello Stato e rappresentante dell’unità nazionale”. In un Pese anziano e sterile di figli, le riforme si potranno fondare solo su una laicità che non sottragga le identità – per esempio augurarsi buon Natale – e includa le diversità culturali.

La terza parola è “resilienza”, la capacità di resistere agli urti della storia. I giovani che accompagno mi hanno chiesto di suggerirgliela. È la condizione per garantire sostenibilità e circolarità dei processi produttivi, interdipendenza e connessioni sociali. I giovani cercano un Presidente testimone di “alleanza” per superare le dicotomie del Novecento tra imprenditori e lavoratori, parti sociali e governo, giovani e anziani, ricchi e poveri, credenti e non credenti.

Per i suoi predecessori l’azione politica è stata un’esperienza di prossimità, nell’al-di-là del proprio orizzonte personale. Lo spirito costituente è stato resiliente ma per rigenerarlo nel nuovo spazio geopolitico occorre nutrirlo di una presidenza che garantisca i vaccini della fraternità e dell’amicizia sociale come chiede Francesco. Vivrà nel Palazzo del Quirinale abitato nella sua storia da 30 papi, quattro re e da 12 presidenti della Repubblica. Mi rimane di augurarle ciò che i gesuiti insegnano ai leader politici che accompagnano lungo la storia, essere contemplativus in actione, in cui l’azione fluisce dalla contemplazione che capovolge il potere in servizio.

Francesco Occhetta

 

Caro Presidente,
per questo suo mandato Le affido, in particolare, i carcerati e le vittime di ingiustizia. Li custodisca perché la società e la politica sappiano rispettarne i diritti e i bisogni. Che lo sguardo vigile del Presidente della Repubblica vegli sia sulle nostre carceri che sulle famiglie provate dall’ingiustizia, affinché sia data a tutti la possibilità concreta di lasciare da parte l’idea di una giustizia come vendetta, per aprirsi invece alla cultura della giustizia come riparazione e cura.

Francesca Carenzi

 

Caro Presidente,
nel mondo del lavoro, lalleanza tra imprenditori, sindacati e lavoratori, comincia a prendere il posto del conflitto, tipico della società capitalistica. Lo dimostra l’attuale smart working, grazie a cui gli imprenditori hanno ceduto margini di fiducia ai lavoratori e questi si sono responsabilizzati verso gli obiettivi di produttività. Con risultati straordinari per entrambi. È chiaro che solo l’alleanza può vincere sfide come quelle della pandemia. Occorre un ulteriore passo in avanti, i tempi sono maturi per un Testo Unico della Partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. L’architettura è quella che, più di 70 anni fa, ha disegnato l’articolo 46 della Costituzione.

Ciro Cafiero

 

Caro Presidente,
rappresenti con forza il valore della credibilità, soprattutto per i giovani perché possano ricominciare così ad avere fiducia nelle istituzioni. Una credibilità fatta di volti e policies, per dimostrare che è possibile abbattere le disuguaglianze e tutelare i più fragili. In particolare, le donne hanno bisogno di un Paese che lotti per abbattere le barriere che non permettono pari opportunità per pari capacità. Non occorrono risposte facili, ma volti, sostegni concreti e politiche credibili che abbattano i pregiudizi, valorizzando il di “più” offerto dalla diversità e unicità femminile, facendole emergere come risorse vitali della ripartenza.

Alessandra Luna Navarro

 

Caro Presidente,
lavoro nelle Istituzioni e sento di chiederle di realizzare tre desideri. Fiducia. Lo Stato è divenuto per molti il nemico da abbattere. Rinnovi nei cittadini la fiducia in chi opera nelle Istituzioni. Unità. Sia garante del bene comune, quale collante morale delle Istituzioni centrali e locali. Pensiero istituente. Sia promotore di una “prassi istituente” per creare nuovi organi e rivitalizzare le istituzioni stesse.

Fabrizio Urbani Neri

 

Caro Presidente,
tra i suoi predecessori, Luigi Einaudi riassumeva con tre semplici verbi – semplici solo in apparenza – l’azione del Presidente: insegnare, incoraggiare e, infine, avvertire. Rivolgo estrema fiducia nella sua figura affinché possa essere portavoce dell’interesse comune e coltivare la cultura della mediazione, mettendo al centro la persona e la dignità umana, anche grazie all’impegno e al supporto di sempre più donne e uomini di buona volontà. La comunità ha bisogno di riconoscere nuova fiducia tanto nelle Istituzioni quanto nella politica per essere inclusiva e responsabile

Laura Lizzi

 

Caro Presidente,
nel farle il mio augurio di buon lavoro e buon cammino per il suo mandato, le chiedo di essere sempre vigile sul destino delle nuove generazioni e di riportare costantemente l’attenzione della politica e degli organi istituzionali al futuro dei giovani, perché possano godere di un percorso lavorativo che non li denigri ma che li valorizzi e perché possano formarsi ed istruirsi al meglio per costruire insieme il paese e lEuropa, nostra casa e destino comune.

Tommaso Galeotto

 

Caro Presidente,
all’ Assemblea costituente, l’on. Umberto Tupini, parlando della centralità del Parlamento disse: «è illusione pensare che un regime democratico possa funzionare senza i partiti politici». Dobbiamo praticare questa raccomandazione: dare centralità alla Politica attraverso i partiti, che sappiano di popolo e formino classe dirigente. A lei, affido l’art. 49 della Costituzione, una funzione “pedagogica” al nostro sistema politico e i partiti, quindi, la democrazia.

Matteo Marcaccio

 

Caro Presidente,
non può mancare nello sguardo profondo che dovrà guidare il prossimo settennato un impegno per le nuove generazioni. Per le giovani donne nel cammino verso l’uguaglianza sostanziale, nel lavoro, in politica e nei ruoli manageriali apicali, che il loro capitale umano possa emergere come energia vibrante per la Nazione. Per i giovani alla ricerca del lavoro, che il nostro Paese possa diventare una terra di opportunità e sogni da realizzare. Ma soprattutto che la politica possa tornare a donare il coraggio di avere “visione”, come quella di un architetto futurista che immagina la propria costruzione.

Rosalba Famà

 

Caro Presidente,
siamo abituati ad ascoltare notizie che arrivano dall’Italia e del mondo, che ci ripetono quanto sia faticoso vivere. Eppure, dovremmo ricordarci dell’esistenza della Bellezza. Per me la bellezza è scoprire nuove città, conoscere nuove culture. Bellezza è vedere un genitore che spiega un’opera d’arte al proprio bambino. Bellezza è salvare vite e accogliere chi è in difficoltà. Soltanto evocando la bellezza, possiamo rendere bello ciò che ci circonda. Con l’augurio che possa cercare, trovare e farci riscoprire la Bellezza nel suo mandato, nel nostro Paese, nei nostri concittadini.

Martina Raia

 

Continua a leggere

 

https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/caro-presidente-ti-scriviamo-lettera-di-comunita-di-connessioni-al-futuro-presidente-della-repubblica/

A quando una sede di confronto tra gruppi e movimenti che fanno riferimento al cattolicesimo democratico e sociale?

 

Sul sito “c3dem” è apparso il 6 gennaio l’intervento di cui si riporta di seguito l’ultima parte. L’autore non fa mistero del suo scetticismo circa la possibilità di rilanciare un partito a base cattolica. Ciò nondimeno considera il dialogo tra i riformisti di matrice cristiana un fattore essenziale di crescita democratica, di cui evidentemente il Paese potrebbe avvantaggiarsi.

 

Sandro Campanini

 

[…] il dibattito sulla presenza dei cattolici in politica – e in particolare dei cattolici di sensibilità riformista e democratico-sociale – si è spesso polarizzato attorno a due tendenze: la prima […] che vede ancora la necessità e financo la possibilità di una (o anche più) formazioni che si richiamino esplicitamente alla dottrina sociale della Chiesa, seppure presentandosi in modo laico e con programmi potenzialmente attrattivi per tutti; la seconda, per la quale è molto difficile e persino poco auspicabile portare avanti un progetto del genere, e dunque i cattolici – ormai minoranza nel Paese – devono spendere i loro “talenti” all’interno dei grandi partiti e lì far valere il loro “peso” culturale; i cattolici dispersi nelle varie formazioni dovrebbero dialogare e ritrovarsi su alcuni temi e proposte comuni.

 

Chi scrive ritiene che in politica non si debba mai escludere a priori nulla, perché i contesti storici possono cambiare e richiedere scelte diverse da quelle ritenute valide in precedenza, ma è, non da oggi, convinto che la seconda tendenza sia preferibile (e più praticabile).

 

C’è un però, ed è su questo che vorrei richiamare l’attenzione. Come ho personalmente provato a proporre in diverse occasioni e colloqui personali, mi sarei aspettato – e tuttora mi aspetto – che chi tra i cattolici riformisti/democratici/sociali ha un ruolo politico, soprattutto se di una certa importanza, si impegni a creare occasioni di incontro e scambio con altri/e che militano nella sua stessa formazione e in altre, nonché nell’ambito associativo. Non per costituire correnti più o meno confessionali o eventi di facciata, ma per condividere esperienze, idee, proposte. In alcune occasioni e su alcuni temi specifici questo è avvenuto, ma soprattutto grazie alla spinta di alcuni movimenti cattolici e in modo episodico.

 

Tutto ciò fa sorgere due domande: 1. I cattolici impegnati in politica, che pure si dicono talvolta preoccupati per il rischio di una scarsa incidenza, sono disponibili a lavorare su questo fronte o tutto sommato lo ritengono un obiettivo secondario? 2. A quando una sede permanente di dialogo e confronto tra loro e anche con associazioni, gruppi, movimenti che fanno riferimento alle stesse radici culturali? Il 2022 potrebbe essere l’anno giusto per rispondere a queste due domande. Anche perché fra  qualche mese – salvo sorprese – non potremo nemmeno più dire “abbiamo Mattarella come Presidente della Repubblica…”

 

Per leggere il testo integrale

https://www.c3dem.it/cattolici-in-politica-e-ora-di-parlarsi/

Suor Claudia racconta ad Agensir il dramma del Kazakistan: “Proviamo a sostenere come possiamo la gente del posto”.

 

Missionaria della Consolata colombiana, con esperienza di missione in Tanzania, Suor Claudia va dritta al cuore del problema: Noi abitiamo – dice la religiosa – a unora circa di macchina da Almaty. Ci hanno tagliato internet e le comunicazioni sono molto deboli. Il governo ha dichiarato lo stato demergenza per due settimane e ha chiesto a tutti gli abitanti, sia delle città che dei villaggi, di rimanere a casa”.

 

Amerigo Vecchiarelli

 

“Siamo chiusi in casa anche se qui nel villaggio la situazione è tranquilla, sappiamo quello che sta succedendo nelle città e per questo innalziamo a Dio una preghiera incessante affinché torni presto la pace”. Suor Claudia, missionaria della Consolata colombiana, con esperienza di missione in Tanzania, racconta quanto sta accadendo in Kazakistan. “Noi – dice la religiosa – abitiamo in un villaggio a circa 40 chilometri da Almaty, un’ora circa di macchina dalla città. Dall’altro ieri ci hanno tagliato internet e le comunicazioni sono molto deboli. Sappiamo che tutto è chiuso, che la città è chiusa e che per entrarvi è necessario un pass speciale. Inoltre, il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza per due settimane e ha chiesto a tutti gli abitanti, sia delle città che dei villaggi, di rimanere a casa. Qui nel nostro villaggio non c’è movimento nelle strade e sono pochissimi i negozi aperti”.

 

Avete conferma di quanto sta accadendo in città?
Sì, sappiamo quello che sta succedendo ad Almaty ed in altre città del sud. Sappiamo che la situazione è molto delicata.

Abbiamo visto anche noi le immagini degli incendi e delle repressioni. Inoltre le notizie su quanto sta accadendo ad Almaty ci sono state confermate anche da tanti nostri amici.

 

Averte subito ritorsioni anche voi?
No, noi siamo in una situazione più tranquilla rispetto a quella delle città. Il clima è più pacifico ma sappiamo che si sta consumando un dramma. Al momento sappiamo poi che l’Aeroporto è stato chiuso, che non si può partire né arrivare almeno fino alla sera di domenica.

 

Come pensate di essere presenti e utili in questa situazione in cui tanta gente sta perdendo la vita?
Innanzitutto con la preghiera. Ieri siamo stati tutto il pomeriggio in adorazione davanti al santissimo chiedendo pace per il popolo del Kazakistan. Questa è la prima cosa. E poi proviamo ad essere presenti nella vita di chi ci vive accanto.

Andiamo a trovare i nostri vicini facendoci compagni, ascoltiamo le loro difficoltà e cerchiamo di essere con loro e per loro. È chiaro poi che questa situazione incide sul lavoro che diminuisce e quindi proviamo anche a sostenere come possiamo la gente locale.

 

Da quello che sapete come è la situazione nel Paese?
Abbiamo da poco passato le feste per l’anno nuovo, feste che qui sono sempre molto sentite dalla popolazione. Qualcuno aveva comprato un po’ di cibo in più ma ora le scorte stanno terminando e se non riaprono presto i negozi si rischia la fame. Mancano i prodotti. Sappiamo che questa è comunque una situazione che accomuna tante famiglie che vivono in povertà e patiscono questa la situazione. Sappiamo che i lavoratori di Almaty e delle città sono in seria difficoltà. Difficoltà che ora si uniscono a quella generata dal Covid che ha provocato seri problemi in tutto il Paese. Tutto questo ha inciso sull’economia e le conseguenze ricadono inevitabilmente sulle famiglie e sugli anziani.

 

[AgenSIR – 7 gennaio 2022]

Il business dell’uranio africano. Sull’Osservatore Romano l’analisi di Padre Albanese.

 

Attualmente lAfrica riveste un ruolo non irrilevante nelle attività estrattive di uranio a livello planetario.

Secondo i dati pubblicati nel settembre scorso dalla World Nuclear Association e riferiti al 2020, sono 3 i Paesi africani inclusi nella classifica dei primi venti produttori mondiali: Namibia al terzo posto con 5.413 tonnellate, il Niger che si attesta al sesto posto con 2.991 tonnellate, segue poi in undicesima posizione il Sud Africa con 250 tonnellate.

L’articolo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano del 7 gennaio.

 

Giulio Albanese

 

Il bombardamento nucleare di Hiroshima e quello successivo di Nagasaki, avvenuti nell’agosto del 1945, sono ricordati come gli eventi bellici più catastrofici e spaventosi della storia umana. Si trattò di due devastazioni che non ebbero nulla a che fare con le armi tradizionali e che causarono complessivamente oltre 200.000 morti e 150.000 feriti.

 

Ebbene, uno dei due ordigni atomici (denominato “Little Boy”, sganciato su Hiroshima) venne realizzato utilizzando l’uranio estratto nella miniera congolese di Shinkolobwe, nella regione del Katanga.

 

Da rilevare che dalla fine della seconda guerra mondiale l’utilizzo dell’uranio è stato direttamente connesso allo sviluppo dei processi di fissazione nucleare e al loro uso a fini bellici (bombe atomiche, propulsione navale) e civili (centrali nucleari). Sebbene l’uranio sia stato soggetto a straordinarie oscillazioni di prezzo sui mercati mondiali, legate all’altalenante destino dell’energia nucleare, esso continua a suscitare l’interesse di molti Paesi. Nei primi anni Duemila il costo di questo metallo pesante salì alle stelle a seguito di un’ondata di fiducia internazionale verso il nucleare, mentre si è poi fortemente contratto dopo il disastro di Fukushima del 2011 in Giappone.

 

Attualmente l’Africa riveste un ruolo non irrilevante nelle attività estrattive di uranio a livello planetario. Secondo i dati pubblicati nel settembre scorso dalla World Nuclear Association e riferiti al 2020, sono 3 i Paesi africani inclusi nella classifica dei primi venti produttori mondiali: Namibia al terzo posto con 5.413 tonnellate, il Niger che si attesta al sesto posto con 2.991 tonnellate, segue poi in undicesima posizione il Sud Africa con 250 tonnellate.

 

Ma andiamo per ordine. La Namibia, che attualmente rappresenta il 7 per cento della produzione mondiale, dispone di due grandi miniere attualmente operative — Rössin e Husab — gestite dalla China National Uranium Corp (Cnuc), una sussidiaria della China National Nuclear Corp (Cnnc), e dal China General Nuclear Power Group (Cgnpg). Il Niger, invece, vanta una lunga tradizione estrattiva e per anni è stato il leader africano nella produzione di uranio, ma dal 2016 è stato superato dalla Namibia.

 

In questo Paese saheliano la multinazionale francese Orano (ex Areva) è azionista di maggioranza di Somaïr (Societé minière de l’Aïr con il 66 per cento delle quote) e Cominak (Compagnie Minière d’Akouta con il 59 per cento), gestendo rispettivamente le miniere di Arlit e Akouta, cittadine della regione nordorientale di Agadez, a cui è stata attribuita fino al 2020 tutta la produzione nigerina. Sebbene in questo Paese sia avvenuta, nel marzo scorso, la chiusura per esaurimento della miniera di Akouta, la Orano si è impegnata presso il governo di Niamey a sviluppare un nuovo sito, quello di Imouraren.

 

Per quanto concerne il Sud Africa, invece, gran parte del terreno produttivo e potenziale per l’estrazione di uranio, come sottoprodotto dell’oro, è localizzato nel bacino del Witwatersrand, un’area di circa 330 chilometri x 150 a sudovest di Johannesburg. Sebbene il tasso di produttività nel Paese Arcobaleno sia stato basso, anche a seguito delle limitazioni imposte dalla pandemia, esso dispone di una riserva stimata attorno alle 113.000 tonnellate, pari al 5 per cento del totale a livello planetario.

 

Ma l’uranio è presente anche in molti altri Paesi africani. In alcuni casi, come ad esempio in Malawi, in passato vi sono state attività estrattive, attualmente in fase di ripresa, mentre in altri le ricerche e gli studi dei terreni sono ancora in corso e stanno calamitando gli interessi di investitori stranieri.

 

Per quanto alcuni Paesi industrializzati come il Giappone e la Germania abbiano avviato una politica di smantellamento delle loro centrali nucleari per motivi di sicurezza e ambientali, altri, come India, Cina, Russia e Arabia Saudita, hanno aperto al contrario nuovi reattori nucleari per soddisfare le loro esigenze energetiche. Emblematico è l’impegno assunto dal colosso nucleare pubblico russo Rosatom che ha deciso di portare avanti il progetto di sfruttamento dell’uranio nella zona di Mkuju River, situata nel settore meridionale della Tanzania, non lontano dal confine con la provincia mozambicana di Cabo Delgado. In effetti, già nel decennio scorso era stata avviata una proficua collaborazione tra il governo di Mosca e quello tanzaniano attraverso la società Uranium One, divisione mineraria internazionale della Rosatom.

 

Tra gli Stati africani che aspirano a sfruttare le proprie risorse di uranio c’è anche il Botswana nella macro regione dell’Africa australe. Qui va segnalata in particolare la presenza dell’australiana A-Cap Energy alla quale nel 2016 sono stati concessi per 22 anni i diritti minerari del sito di Letlhakane nel nordest del Paese. Da rilevare, comunque, che la maggioranza del pacchetto azionario della A-Cap è cinese con le società Jiangsu Shengan Resources Group Co Ltd che detiene il 41,04 per cento e l’Ansheng Investment Co Ltd con il 19,78 per cento.

 

Dal punto di vista estrattivo, potrebbe essere imminente una ripresa della produzione nella Repubblica Centrafricana e più precisamente nel sito di Bakouma. Prima del 2012, le attività estrattive erano condotte dalla multinazionale francese Areva, poi vennero sospese a seguito del deterioramento della situazione generale del Paese e di altre controversie. Areva, che oggi si chiama Orano, sebbene possieda ancora la sua controllata centroafricana, non è intenzionata a riprendere le attività estrattive e il sito è sul mercato al miglior offerente. Non è da escludere che possano entrare in gioco altri player come il colosso nucleare russo Rosatom.

 

Non sono pochi i Paesi africani che dispongono di giacimenti o che in passato erano produttori e stanno cercando di riavviare le loro miniere di uranio inattive: dall’Algeria alla Repubblica Democratica del Congo; dal Gabon alla Guinea Equatoriale; dalla Nigeria alla Guinea; dal Mali alla Mauritania. A dispetto di una produzione continentale attuale del 15 per cento, in Africa sarebbero localizzate oltre il 20-23 per cento delle riserve di uranio riconosciute del pianeta. Il problema principale è legato all’impatto delle miniere di uranio sull’ambiente e sulle popolazioni autoctone che vengono coinvolte nelle attività estrattive. Si tratta di una manodopera a basso costo che raramente ha consapevolezza delle reali implicazioni del business minerario sulla qualità della vita.

 

Le miniere di uranio richiedono grandi sbancamenti di terreno e l’impatto sull’ecosistema e in particolare sulle acque sotterranee è spesso devastante. Nonostante le denunce di alcune organizzazioni internazionali e della società civile, l’estrazione e la ricerca mineraria continuano speditamente, senza che le enormi ricchezze del sottosuolo si traducano in reali benefici per le popolazioni locali.

 

Purtroppo, come peraltro avviene per molte altre materie prime, fonti energetiche in primis, a beneficiare dei vantaggi economici sono i Paesi ad alto reddito, mentre a pagare le conseguenze (ambientali, sanitarie e sociali) risultano essere i paesi a basso reddito. Sta di fatto che mentre in Europa si dibatte sul caro bollette, oltre la metà della popolazione subsahariana — circa 600 milioni di persone — vive nell’oscurità senza avere accesso all’energia elettrica.

 

A riprova che il mercato energetico ha bisogno di una radicale conversione a qualsiasi latitudine, nel pieno rispetto dell’uomo e dell’ambiente. Prima che sia troppo tardi.

Progetto Insulae: raccontare in modo nuovo il patrimonio culturale italiano. Un’iniziativa per Expo Dubai di Treccani e Magister Art.

 

Si tratta di una sfida importante, che ha lambizione di diventare un percorso culturale denso di sviluppi e diramazioni. Il progetto e i suoi prodotti avranno un ulteriore spazio di visibilità sul portale Treccani e, a partire dal 10 marzo, in un evento istituzionale a EXPO Dubai presso lAuditorium del padiglione italiano,

Redazione

Il progetto Insulae, ideato e realizzato da Treccani e Magister Art, renderà pubblici i risultati della prima tappa del suo percorso a EXPO Dubai con la proiezione, nelle giornate dal 9 al 15 gennaio 2022, di quattro cortometraggi all’interno della Galleria e della Sala Studio del Padiglione Italia. Le prime quattro opere sono dedicate a Murano, Pienza, Procida e Castro (Lecce) e rappresentano un’innovativa sintesi fra strumenti tradizionali e modalità digitali. I contenuti enciclopedici certificati della banca dati Treccani si coniugano infatti con immagini e infografiche per raccontare queste piccole e nondimeno importanti realtà, valorizzandone l’eredità storico-archeologica, il paesaggio, il patrimonio artistico e soprattutto dando voce alle persone che quei luoghi abitano e rendono vivi.

 

 

Il progetto Insulae parte dunque dalle storie straordinarie di due piccoli comuni come Castro e Pienza, isole concettuali, e di due isole geografiche reali, come Procida e Murano; i cortometraggi mostrano il viaggio di avvicinamento, l’immersione nella fisicità dei luoghi e attraverso questi la vita quotidiana e il lavoro delle persone, la storia e i suoi lasciti preziosi. Sviluppando il tema dell’insularità, della specificità, Insulae, con questo primo tassello e con gli sviluppi futuri, vuole contribuire a creare una nuova mappa culturale dell’Italia e così essere un innovativo strumento per promuovere all’estero i piccoli Comuni e le isole con il loro specifico valore.

 

La dimensione insulare viene inserita in un contesto apparentemente connotato in modo diverso come EXPO Dubai, il cui tema generale è il collegamento, la connessione (Connecting minds, creating the future). Anche il Padiglione Italia, che si presenta con un volto estremamente innovativo, mette in risalto l’importanza dei legami con il tema La bellezza unisce le persone. Naturalmente, approfondendo lo sguardo, appare feconda proprio la relazione tra identità e connessione, tra diversità e legame, tra particolare e universale, che aiutano a capire la specificità del patrimonio culturale italiano, armonioso e complesso mosaico di ‘isole’ che pur nella loro unicità non vivono come monadi non comunicanti.

 

Continua a leggere

https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Progetto_Insulae.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Dopo il Covid, il cambiamento arriverà. Su “Vita” le ricerche dell’Associazione delle Cooperative di Consumatori.

 

Nell’annuale Rapporto dell’Associazione Nazionale Cooperative Consumatori (con Nomisma), le speranze e i timori degli italiani. Una spinta a cambiare se stessi ma anche la società, sempre con un occhio all’emergenza pandemica.

 

Giampaolo Cerri

 

Cambiare non stanca. L’appuntamento coi survey di fine anno dell’Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori – ANCC, fra voglia di ripresa, sentimenti di speranza e, ovviamente, con qualche timore, riconduce ancora una volta, per una notevole fetta degli interpellati, alla parola “cambiamento”. Il 19% per cento degli intervistati la indica infatti come la parola dell’anno che verrà, dietro a “speranza”, che compare nel 35% delle risposte, e poco sotto “ripresa”, indicata da 16 interlocutori su 100.

 

Certo, un cambiamento, che risente anche delle incertezze legate all’emergenza, come osservano alla stessa ANCC che, in una nota, parla di italiani “in bilico sul trampolino, pronti al grande salto verso il nuovo futuro a cui la pandemia sembra aver dato inizio, ma allo stesso tempo su quello stesso trampolino ancora trattenuti dalle incognite del momento”.

 

Dalle due ricerche, curate dell’Ufficio studi Coop, condotte in dicembre e quindi già nel pieno delle nuova ondata pandemica, una in collaborazione Nomisma, “2022, Coming Soon – Consumer” su un campione rappresentativo della popolazione italiana e la seconda, “2022, Coming Soon – Manager”, sulla community di esperti del sito italiani.coop, dalle due ricerche, dicevamo, emerge una foto interessante su come gli anni del Covid hanno comunque generato, in molti, la voglia di cambiare, a cominciare da se stessi.

 

Indicando gli obiettivi, le aspirazioni, i desideri per il nuovo anno, i rispondenti evidenziano sempre, anche se a diverso titolo, la necessità di una mossa personale: il cambiare, per esempio, l’attitudine verso il proprio benessere e la propria salute, riconducibile a quel “prendersi cura di sé”, indicato dal 57% degli intervistati; o il mutare rapporto fra la vita professionale e la vita di relazione, citato da 56 su 100, alla voce “cercare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata”.

 

O, ancora, “rivedere le proprie priorità” che, il 55% associa come passo necessario per il post-Covid; un “dopo” a cui 21 interlocutori su 100 annettono anche la possibilità “di costruirsi una nuova vita”, mentre quasi uno su tre, pari al 29% del campione, “pensa di cambiare lavoro”, praticamente il rimbalzo italiano della Great Resignation, il fenomeno delle dimissioni massive, che ormai sta caratterizzando molti Paesi, Stati Uniti in primis.

 

Certo, tutto appare coniugato al futuro, nella consapevolezza di dover uscire ancora dall’emergenza sanitaria, ma che non si possa restare più quelli di prima, lo si vede anche dall’area dei valori e dell’impegno.

 

Il “cambiamento climatico” registra, per esempio, una percentuale elevatissima di risposte (78%) nella convinzione che “gli Stati di tutto il mondo devono porvi rimedio con la massima urgenza” (82%).

 

Un cambiamento che non è però solo rimesso alle determinazioni dei Paesi e delle organizzazioni sovrannazionali perché, spiega la ricerca di ANCC, “il 97% si dice disposto a cambiare almeno alcune delle proprie abitudini”, mettendoci cioè del proprio. Certo, indicando soluzioni le più diverse, e talvolta mettendo dei paletti a difesa del proprio stile di vita: “Disposti a acquistare lampadine a basso consumo (pensa di farlo l’80% del campione), gli intervistati eviterebbero gli sprechi alimentari (61%), ma solo il 18% rinuncerebbe alla lavastoviglie, il 15% sceglierebbe l’usato e appena il 14% ridurrebbe l’uso della lavatrice”.

 

È forse la medesima voglia di cambiamento di fondo che può spiegare la forte fiducia nella tecnologia e nei suoi sviluppi: “Quasi 9 italiani su 10 si vedono nello spazio entro il 2050”, prosegue ANCC, “e 6 su 10, se potessero, manderebbero già oggi cartoline dalla luna. Entro il 2030 la realtà virtuale farà parte della quotidianità per il 57% degli intervistati, nello stesso periodo per 4 italiani su 10 la carne sintetica sarà consuetudine sulle nostre tavole e sulle nostre strade circoleranno auto a guida autonoma per un intervistato su tre (37%)”.

 

Continua a leggere

http://www.vita.it/it/article/2022/01/06/dopo-il-covid-il-cambiamento-arrivera/161495/

E se nel collegio dì Roma I Berlusconi decidesse dì lanciare la sfida nel segno della sua candidatura al Quirinale?

 

Una campagna elettorale smorta potrebbe dì colpo infiammarsi, con esiti imprevedibili. Un’ipotesi assurda, la trasformazione della battaglia in un referendum per il Quirinale? Forse, sebbene al Cavaliere non dispiaccia il colpo dì teatro.

 

Cristian Coriolano

 

Non molta attenzione è stata finora prestata alla imminente prova elettorale nel collegio di Roma 1, proprio nel cuore della città, per assegnare il seggio lasciato vacante dal sindaco Gualtieri. Lo notava ieri “Il Foglio” in un articolo (“Voto fantasma”) dal tono sconsolato e polemico per l’inconsistenza del confronto politico tra i candidati in lizza: Cecilia D’Elia (Partito democratico), Simonetta Matone (centro-destra), Valerio Casini (Renzi-Calenda). Non per colpa loro, a dire il vero, perché la deprecata sottomissione della politica alla logica della teatralità, per la quale il leaderismo costituisce al tempo stesso la premessa e l’epilogo, finisce per mettere in crisi lo sviluppo sul territorio di una dialettica autentica tra i partiti, ovvero tra chi ne incarna localmente le sorti.

 

L’analisi del giornale, benché stringata, colpisce nel segno perché “quella che doveva essere una campagna in grande […] è a dir poco sommersa e  schiacciata dalle notizie pandemiche e da quelle pre-quirinalizie”. Per “Il Foglio” sono dunque elezioni che “rischiano di trasformarsi in formalità burocratica […] E pensare  che poco meno di un mese fa su Roma 1 si consumava apparentemente (solo apparentemente) una sorta di battaglia epocale tra populismo e antipopulismo […] il tutto come canovaccio di prossime future lotte (prima il Quirinale, poi le Politiche)”. In effetti, lo scarto è macroscopico e nasconde a mala pena l’incombere di un astensionismo a livello record.

 

Viene da chiedersi, tuttavia, se questo scenario sia destinato a restare immobile, ovvero se non vi sia all’orizzonte l’eventualità del classico colpo di scena, per il quale improvvisamente si scombina il quadro vecchio e se ne apre uno nuovo, anche in maniera clamorosa. Impossibile? Fino a un certo punto. Non sarebbe certo implausibile che un Berlusconi determinato a forzare la mano a ridosso della partita del Quirinale possa chiedere alla candidata di centrodestra, la schiva Matone, di lanciare lo slogan in grado di rompere ogni indugio sulla questione del Quirinale: insomma…Berlusconi for President.

 

Ebbene, si tratta di un collegio che vede la prevalenza del centrosinistra, ma si dà il caso che il centrosinistra ipotizzato sulla carta  – da Conte a Calenda, passando per Letta e Renzi – si presenti invece diviso, con due distinte candidature, senza che nemmeno abbia una delle due, vale a dire quella del Pd, il sostegno esplicito del M5S. Per questo una mobilitazione dell’elettorato che pure conserva un certo legame, anche emotivo, con Berlusconi potrebbe risultare particolarmente insidiosa. E un risultato a sorpresa, in questa prefigurazione astratta e tuttavia realistica, avrebbe un effetto dirompente sulla successiva partita che i Grandi elettori dovranno affrontare. Tanto vale pensarci.

Occorre rifondare i partiti perché altrimenti s’impoverisce la democrazia. Decisiva l’elezione del Presidente della Repubblica.

 

Serve una rifondazione che non può che passare attraverso tre canali, antichi ma che conservano una bruciante attualità. Ovvero, una cultura politica definita e riconoscibile; una classe dirigente qualificata e altrettanto riconoscibile e, in ultimo, un radicamento territoriale frutto di un insediamento sociale e culturale nè effimero e nè volatile.

 

Giorgio Merlo

 

C’è un aspetto, tra i molti che si potrebbero citare, che evidenzia in modo persin troppo plastico la debolezza cronica e strutturale dei partiti contemporanei. E l’esempio è offerto quotidianamente su tutti gli organi di informazione e si riferisce alla sostanziale impossibilità dei capi partito di controllare le “truppe” parlamentari in vista dell’elezione del futuro Presidente della Repubblica. Li definisco “truppe” perchè sono stati nominati attraverso il metodo della fedeltà e dell’obbedienza cieca al capo politico di turno e quindi senza alcuna valenza politica legata al merito, al radicamento territoriale o alla espressività sociale. Ma, come sempre capita quando si arriva in un luogo di potere per casualità o per fortuna, appena si intravede l’impossibilità di ripetere l’esperimento per le motivazioni più varie, scatta immediatamente un’altra logica. Nel caso specifico, la ricerca esclusiva del proprio interesse personale. Con tanti saluti alla fedeltà e alla sottomissione al capo.

 

Ecco, è appena sufficiente registrare questo fatto – cioè il non controllo dei gruppi parlamentari da parte dei rispettivi vertici di partito – per arrivare ad una conclusione politica già nota ma abbastanza cruda nella sua essenza. E cioè, i partiti di fatto non esistono più. Oggi si può parlare solo di cartelli elettorali, di gruppi estemporanei, di aggregazioni casuali che rispondono a logiche personali e del tutto avulse da logiche e costanti politiche, valoriali culturali o vagamente programmatiche. Nulla a che vedere con i partiti del passato ma anche lontani dai partiti che hanno caratterizzato la cosiddetta seconda repubblica. E non solo perchè erano strumenti con una cultura politica, una classe dirigente più o meno qualificata e con un una ramificazione organizzativa disseminata in tutto il paese. Quando tutto ciò viene a mancare, prevalgono esclusivamente gli interessi personali, le convenienze singole e i calcoli sul proprio destino. Ovvero, l’esatto contrario dei criteri che ispirano e disciplinano una buona e costruttiva politica.

 

Riflessioni che, comunque sia, portano ad una conclusione squisitamente politica. E cioè, proprio di fronte allo spettacolo abbastanza squallido che viene evidenziato dal non controllo dei rispettivi gruppi parlamentari, emerge la necessità di una profonda rivisitazione e rifondazione dei partiti politici nel nostro paese. Una rifondazione che non può che passare attraverso tre canali, antichi ma che conservano una bruciante attualità. Ovvero, una cultura politica definita e riconoscibile; una classe dirigente qualificata e altrettanto riconoscibile e, in ultimo, un radicamento territoriale frutto di un insediamento sociale e culturale nè effimero e nè volatile. Senza questi tre requisiti di fondo si rischia di consolidare una situazione effimera e liquida dove la stessa qualità della democrazia si riduce e si impoverisce irreversibilmente.

 

Ecco perchè anche dalla vicenda delicata ed importante della elezione del Presidente della Repubblica può arrivare una lezione decisiva per il futuro e per il ruolo dei partiti politici nel nostro paese.

Il futuro dei territori devastati dal sisma nel Centro Italia. La Corte dei Conti suggerisce un cambio di passo.

 

La ricostruzione, dicono i giudici contabili, procede troppo a rilento. Le norme sono fonte di complicazioni, a danno dei cittadini in attesa di giusti ristori. Ormai pronto il “Codice della Ricostruzione”: approvarlo in fretta è atto di serietà e concretezza politica.

 

Augusto Gregori

 

La Corte dei Conti ha concluso la sua indagine sul post-sisma nel Centro Italia certificando un dato che è sotto gli occhi di tutti: la ricostruzione procede troppo a rilento, in alcuni casi non è ancora partita.

 

In veritas i magistrati contabili vanno anche oltre e suggeriscono alla politica qualcosa che merita di essere approfondito: la creazione, cioè, di nuovi interventi legislativi per velocizzare le procedure in casi come questo, tenendo conto dell’alta sismicità del territorio Italiano.

 

Le cause delle pur inaccettabili lungaggini sono varie e riguardano soprattutto i tempi della burocrazia e le fasi di instabilità politica. In poche parole, i soldi sono stati stanziati ma non spesi, con un’inversione di tendenza da questo punto di vista solo a partire dalla seconda metà del 2020.

 

Tuttavia, dietro ai numeri e alla burocrazia ci sono storie di famiglie che attendono ormai da cinque anni e mezzo i lavori di ricostruzione delle loro case; storie pertanto di sofferenza che non vanno solo ascoltate, ma alle quali, piuttosto, occorre fornire risposte concrete. E tocca alle Istituzioni adempiere a questo compito di giustizia.

Il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha invitato a pensare caldamente – ed è corretta la sua intuizione – a quella che passa nel linguaggio più appropriato come “l’Italia fra i due mari” (il Tirreno e l’Adriatico). Ora, la vera scommessa consiste appunto nell’utilizzare bene i fondi del PNRR, per fare del Centro la locomotiva del Paese, partendo proprio dal rilancio delle zone terremotate e sviluppando piani di rigenerazione urbana, del tessuto sociale, economico, produttivo e imprenditoriale. Ed ovviamente di ricostruzione.

 

Vale la pena ricordare, senza spirito di partigianeria, che il Pd ha recentemente affrontato questo impegnativo dibattito in un’Agorà Democratica Interregionale, con un incontro fra i segretari regionali di Lazio, Abruzzo, Marche, Umbria, gli amministratori locali, le associazioni di categoria e dei cittadini. Si è stilata un’agenda per la ricostruzione e la rigenerazione dei territori interessati, con l’impiego coordinato dei fondi del PNRR e della ricostruzione nella prospettiva, in più, di una normativa-cornice che farà seguito all’attuale legge delega.

 

Esiste già la proposta di “Codice della Ricostruzione”, che per fine di dotare la Penisola di strumenti, tecnici, logistici e legislativi rapidi ed efficaci rispetto ad eventuali situazioni emergenziali future. Proprio per evitare quelle lungaggini burocratiche, quelle norme affastellate l’una accanto all’altra, con ciò determinando quel rebus inestricabile che la Corte dei Conti ha giustamente censurato.

 

Accelerare la ricostruzione significa dunque ridare vita a quei territori. È arrivato il momento di chiudere un capitolo triste della nostra storia recente e iniziarne uno nuovo fatto di dignità, riscatto e rinascita.

La Politica si faccia trovare pronta, davvero.

 

Augusto Gregori

Presidente Pd Lazio

Oggi l’argilla grida al suo Creatore. Sull’Osservatore Romano la solennità dell’Epifania nella tradizione bizantina.

 

Dai testi liturgici sgorga il tema, presente in ambedue le feste, sia il Natale sia lEpifania, cioè quello della nuova creazione che avviene per lumanità intera dallincarnazione del Verbo di Dio. Alcune preghiere, attribuite al grande teologo e poeta Romano il Melodo (+556), propongono la figura di Adamo peccatore rimasto cieco, nel buio e senza vestiti, illuminato e rivestito dalla nuova creazione in Cristo.«Ad Adamo, accecato nellEden, è apparso a Betlemme il sole, e gli ha aperto le pupille, lavandole con le acque del Giordano».

 

Manuel Nin

 

La tradizione bizantina, nel periodo Natale-Epifania, celebra due grandi feste o se si vuole celebra due dei misteri centrali della nostra fede cristiana: la nascita nella carne del Verbo di Dio incarnato il giorno 25 dicembre e il suo battesimo nel Giordano il giorno 6 gennaio. Mentre le pericopi evangeliche lette nel Natale sono quelle della nascita di Cristo e della sua manifestazione ai pastori e ai magi, quelle lette nella festa dell’Epifania sono quelle del battesimo di Cristo. Vorrei soffermarmi in alcuni temi che troviamo nei tropari dei giorni della pre-festa, dell’Epifania stessa e del giorno immediatamente dopo. Sono degli aspetti che fanno parte della nostra professione di fede cristiana e che i testi della liturgia cantano in modo poetico e con una profondità teologica unica.

 

Un primo aspetto che troviamo nei testi liturgici del periodo dell’Epifania è il parallelo o il vincolo stretto tra Natale ed Epifania. Uno dei tropari mette in evidenza i segni che accompagnano l’una e l’altra delle manifestazioni del Signore: «Splendida la festa appena passata, ma ancor più splendida, o Salvatore, quella che sta per venire. La prima ha avuto un angelo come araldo della buona novella; questa ha avuto il precursore per prepararla. Nella prima è stato versato sangue, sicché Betlemme gemeva, privata dei figli; in questa, con la benedizione delle acque, si fa conoscere il fecondo fonte battesimale. Allora una stella ti ha indicato ai magi; ora il Padre ti mostra al mondo». Bel parallelo tra l’angelo di Betlemme e Giovanni Battista, tra la stella che indica Betlemme e la voce del Padre che indica il Figlio beneamato.

 

I testi liturgici, inoltre, si servono di quello che potremmo chiamare una cristologia per via di contrasto per mettere in evidenza il mistero della filantropia di Dio: il fiume che riceve colui che è sorgente, la nudità di colui che riveste tutte le cose con la sua bellezza. Anche Giovanni Battista presentato con l’immagine dell’argilla, di colui che ha le mani di fango, e che si rivolge a chi l’ha modellata: «Come potranno i flutti del fiume ricevere te, Signore, che sei fiume di pace e torrente di delizie, come sta scritto, o onnipotente, mentre in essi entri nudo, tu che rivesti i cieli di nubi, per mettere a nudo tutta la malizia del nemico e rivestire di incorruttibilità i figli della terra? I flutti del Giordano hanno accolto te, la sorgente, e il Paraclito è sceso in forma di colomba; china il capo colui che ha inclinato i cieli; grida l’argilla a chi l’ha plasmato, ed esclama: Perché mi comandi ciò che mi oltrepassa? Sono io ad aver bisogno del tuo battesimo».

 

Dai testi liturgici ne sgorga un altro tema, presente in ambedue le feste, sia il Natale sia l’Epifania, cioè quello della nuova creazione che avviene per l’umanità intera dall’incarnazione del Verbo di Dio: «Facciamo piamente risuonare i canti vigilari dell’augusto battesimo del nostro Dio: poiché ecco, come uomo, nella carne, egli sta per venire dal suo precursore a chiedere il battesimo salvifico per riplasmare tutti quelli che, nella fede, vengono santamente illuminati e partecipano dello Spirito. Esulta, Adamo, insieme alla progenitrice: non nascondetevi come un tempo nel paradiso, poiché, avendovi visti nudi, egli è apparso per rivestirvi della prima veste. Cristo si è manifestato, perché vuole rinnovare tutto il creato». Specialmente uno dei tropari attribuiti a sant’Andrea di Creta (660-740) collega il battesimo di Cristo alla redenzione di tutta l’umanità, da Adamo in poi, e propone già il tema pasquale della riapertura del paradiso: «Il mio Gesù alla sua volta nel Giordano si purifica o, meglio, purifica noi dai nostri peccati. Viene infatti veramente al battesimo, volendo cancellare con l’acqua il documento scritto che accusa Adamo, e dice a Giovanni: Vieni, o battista, presta il servizio supremo allo straordinario mistero; vieni, stendi presto la tua mano, e tocca il capo di colui che spezza la testa del drago e apre il paradiso che la trasgressione aveva chiuso, per l’inganno del serpente, quando un tempo fu assaggiato il frutto dell’albero».

 

Alcuni dei testi liturgici danno voce a Giovanni Battista e al Giordano stesso in un bel dialogo che ricorda i testi delle dispute che troviamo spesso nei testi liturgici siriaci e anche bizantini: «Venite, fedeli tutti, lasciamo la Giudea e passiamo al deserto del Giordano: là […] colui che, apparso per noi nella carne, chiede il battesimo nei flutti del Giordano, mentre il battista si rifiuta […]: non oso stendere le mani sul fuoco con palme di fango. Il Giordano e il mare sono fuggiti, o Salvatore e si sono volti indietro; e come imporrò io la mano sul tuo capo che fa tremare i serafini? […] e come non affonderà nel caos e nell’abisso, vedendo te nudo tra i suoi flutti? Come non mi brucerà, tutto incendiato da te? Ma grida il Giordano a Giovanni: Perché tardi, o battista, a battezzare il mio Signore? Perché impedisci la purificazione di tanti? Tutta la creazione egli ha santificato; lascia che santifichi anche me e la natura delle acque, perché per questo si è manifestato».

 

Infine, alcuni brani di due tropari, attribuiti a Romano il Melodo (+556), grande teologo e poeta nella scia dei grandi teologi che hanno saputo trasformare la teologia in poesia, che collegano la figura di Adamo peccatore rimasto cieco, nel buio e senza vestiti, illuminato e rivestito dalla nuova creazione in Cristo: «Ad Adamo, accecato nell’Eden, è apparso a Betlemme il sole, e gli ha aperto le pupille, lavandole con le acque del Giordano. Per colui che era divenuto scuro e ottenebrato, è sorta la luce inestinguibile; non ci sarà più notte per lui, ma tutto sarà giorno […]. Al tramonto, infatti, egli si era nascosto, come sta scritto, ma ha trovato un raggio che lo ha ridestato, lui che verso sera era caduto: è stato liberato dal buio ed è giunto a quell’alba, che col suo apparire ha illuminato l’universo […]. Quando Adamo per sua volontà perse la vista per aver assaggiato il frutto che rende ciechi, subito contro la sua volontà fu denudato […]. Egli era dunque nudo e accecato, e a tentoni cercava di afferrare il diavolo che lo aveva spogliato. Ma quello sogghignava vedendolo brancolare qua e là e cercare il vestito che aveva perduto. A tale vista, Colui che per natura è compassionevole si avvicinò a lui dicendo: “Nudo e accecato io ti accolgo: avvicinati a me, che sono apparso e ho illuminato ogni cosa”».

 

Romano il Melodo mette in relazione il peccato di Adamo e la salvezza di Cristo per mezzo della sua incarnazione e la sua nascita. Parallelo anche tra l’Eden e Betlemme: il primo luogo del peccato e della cecità, il secondo luogo della nuova luce. Adamo viene “guarito” dalla sua cecità quasi come nei miracoli in cui Gesù guarisce i ciechi con l’acqua o col fango. Nel nostro testo l’acqua che guarisce è quella del Giordano. Il tropario sottolinea quindi il battesimo come guarigione, come illuminazione: La notte passa, fugge e appare il giorno senza tramonto. L’alba diventa subito mattino e giorno pieno. Ancora il parallelo tra il tramonto e l’alba: Adamo pecca al tramonto, con il buio del peccato diventa anche cieco, e anche si nasconde da Dio e dalla luce. Il tropario ha anche degli accenti pasquali: un raggio ridesta Adamo, come Cristo scendendo nell’Ade lo ridesterà nel sabato santo. Adamo salvato dal buio e portato alla salvezza che illumina tutto l’universo: «Quell’alba, che col suo apparire ha illuminato l’universo […]».

 

Manuel Nin
Esarca apostolico per i cattolici di rito bizantino residenti in Grecia

Interrogazione al governo di Dario Parrini per il volantino Br messo all’asta. Anche Fioroni stigmatizza l’episodio.

 

Riportiamo il testo integrale della interrogazione a risposta orale che il deputato del Pd ha rivolto al Ministro della cultura, Dario Franceschini, in relazione all’iniziativa della casa d’aste Bertolami Fine Arts di bandire la vendita dì una delle riproduzioni del volantino che le Brigate Rosse diffusero all’indomani dell’eccidio dì Via Fani e il rapimento dì Aldo Moro. A tale riguardo Giuseppe Fioroni, Presidente nella passata legislatura della Commissione parlamentare dì indagine sul “Caso Moro”, ha stigmatizzato l’episodio richiamando tutti al “perenne rispetto” per le vittime, perché – ha detto –  “il loro martirio laico non può essere oggetto dì speculazione in nessun modo”.

 

Redazione

 

Interrogazione a risposta orale

 

Al Ministro della Cultura

 

Premesso che:

 

in data 5 gennaio 2022 è stato reso noto che la casa d’aste Bertolami Fine Arts ha bandito la vendita – con prezzo base di euro 600 – di una delle riproduzioni originali, ciclostilate, del volantino recante il Comunicato n. 1 con il quale le Brigate Rosse, nelle ore immediatamente successive all’eccidio di Via Mario Fani del 18 marzo 1978, rivendicarono l’avvenuto sequestro di Aldo Moro e il barbaro omicidio dei cinque agenti della sua scorta;

 

la notizia ha suscitato vasta e comprensibile riprovazione, sia da parte dei parenti e dei discendenti delle vittime, sia da parte dell’Associazione nazionale funzionari di Polizia;

 

la commercializzazione di documenti così profondamente legati a snodi dolorosissimi della storia della Repubblica desta preoccupazione sotto molteplici profili: da un lato, il valore storico e simbolico di simili documenti dovrebbe escludere che da essi possa trarsi profitto economico; d’altro canto, su un piano più generale, la messa in commercio del volantino denota il rischio di una diffusa banalizzazione di eventi della cui gravità non possono essere disperse la memoria e la consapevolezza, laddove decenza e umanità imporrebbero invece di preservare i documenti, così come i luoghi, che di quella memoria sono veicolo;

 

Considerato che:

 

il d. lgs. n. 42/2004 (cd. Codice dei beni culturali) e in particolare i suoi articoli 59 e seguenti dettano precise condizioni per la commerciabilità di beni e documenti di interesse o rilievo culturale, protetti dal medesimo codice;

 

il Ministro in indirizzo, nell’imminenza del diffondersi della notizia, ha già comunicato che svolgerà accertamenti sulla vicenda, specie al fine di valutare l’effettivo interesse storico-culturale del documento messo all’asta;

 

la vicenda impone altresì di avviare una riflessione sulla conservazione della memoria della gravità degli eventi e delle vicende legati alla violenza e all’eversione terroristica nella storia della Repubblica;

 

si chiede di sapere

 

– quali ulteriori iniziative intenda intraprendere il Ministro in indirizzo per verificare l’effettivo rispetto, nel caso di cui in narrativa, delle prescrizioni contenute nel d. lgs. n. 42/2004;

– quali iniziative intenda altresì intraprendere il Ministro in indirizzo per valorizzare la conservazione della memoria degli eventi e delle vicende legati alla violenza e all’eversione terroristica, anche attraverso l’irrobustimento dei vincoli relativi a luoghi e documenti a tali vicende collegati, specie in relazione alla possibilità di trarre da essi profitto economico.

Elezioni libiche, un errore aver forzato i tempi. Ora l’augurio è che la situazione non torni a radicalizzarsi.

 

Il dopo Gheddafi ha comportato lo sfaldamento dello Stato, poi la guerra civile e infine la spartizione di fatto del paese fra turchi e russi, i primi in Tripolitania e i secondi in Cirenaica. L’Europa, grazie soprattutto all’asse franco-italiano, punta alla stabilizzazione. Naturalmente Ankara e Mosca remano in senso contrario.

 

Enrico Farinone

 

Non era francamente difficile prevedere che in Libia le annunciate elezioni, previste per lo scorso 24 dicembre, non si sarebbero tenute. Troppo stretti i tempi per garantire lo svolgimento di una vera campagna elettorale, e dunque di sensibilizzazione di tutta la popolazione. Troppo precaria la tregua fra le opposte fazioni e troppo labili gli impegni presi dalle medesime. Troppe le tensioni all’interno dell’apparato pubblico per non dire di quelle nelle stesse forze di sicurezza interna, per garantire un corretto andamento delle operazioni elettorali.

E a conferma della pulviscolare frammentazione della società libica, se ancora la si può definire tale, si erano candidati alla presidenza ben 98 persone, praticamente l’intero gotha istituzionale incluso personaggi molto controversi, a cominciare da Saif al Islam Gheddafi, figlio dell’ex dittatore. Quale fosse il clima è facilmente intuibile dalle dichiarazioni di “stupore” fatte dai suoi avversari quando il generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, annunciò la propria candidatura in nome dell’unità, della sovranità e dell’indipendenza del Paese: stupore in effetti comprensibile di fronte all’uomo che aveva un anno prima dichiarato guerra al Governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale, spaccando così definitivamente la Libia e intrappolandola in un duro conflitto civile fra Tripolitania e Cirenaica e favorendo così l’intrusione di mercenari e militari stranieri al servizio di turchi da una parte e russi dall’altra.

Insomma, la profonda divisione interna unita alla sostanziale assenza di un riconosciuto involucro statale unitario non consente una rapida convocazione dei comizi elettorali. Occorre tempo, oltre che volontà politica reale, peraltro tutta da dimostrare. E’ stato dunque un errore forzare i tempi, col risultato che ora il rinvio sine-die potrebbe re-innescare tensioni che potrebbero sfociare in nuove violenze: le armi in Libia sono ovunque, le milizie difficilmente controllabili pure e quindi il rinvio potrebbe venire utilizzato quale pretesto da qualche cellula interessata a fomentare un clima di rinnovato scontro. Un errore nel quale è incorsa la comunità internazionale e nel quale soprattutto sono incorse Francia e Italia, che ancora solo a metà novembre con Macron e Draghi avevano non solo sponsorizzato ma anche date per scontate le elezioni.

I corni della questione sono due. Da un lato c’è la positività dell’alleanza franco-italiana, sancita dal Trattato del Quirinale, ora attiva anche sul fronte libico. Non bisogna dimenticare infatti quanto gli interessi dei transalpini siano stati nel tempo conflittuali con quelli italiani, sino all’azione che condusse alla caduta del rais. Dall’altro però c’è la questione geopolitica. Il dopo Gheddafi non venne adeguatamente preparato, ed il risultato fu dapprima lo sfaldamento dello Stato, poi la guerra civile e infine la spartizione di fatto del paese fra turchi e russi, i primi in Tripolitania e i secondi in Cirenaica. Con il sostegno dei rispettivi referenti arabi. E con la sostanziale estromissione proprio degli europei, in primis proprio francesi e italiani.

L’obiettivo delle elezioni per gli europei, e per gli americani (pure essi ora relativamente marginali), era dunque – ed in prospettiva è – avere un interlocutore unico legittimato dalle medesime con il quale poter discutere e trattare interessi e problemi comuni, da quelli relativi agli approvvigionamenti energetici a quelli dei flussi migratori.

Ciò naturalmente renderebbe meno rilevante il ruolo di turchi e russi, e così la presenza sul territorio delle milizie in loro supporto, dislocate a poche miglia marine dalle nostre coste meridionali. Non è pertanto difficile immaginare il ruolo svolto da Ankara e Mosca nel rendere impossibile il voto del 24 dicembre…

Ed ora c’è da sperare che la situazione non si radicalizzi di nuovo. Non bastano, quindi, le buone intenzioni. Nel caos libico occorre prevedere tutto nei dettagli. La tempistica, del resto, non è mai un dettaglio.

Capitol Hill, un anno dopo. Il daily focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

 

A un anno dallassalto di Capitol Hill, la commissione dinchiesta sembra incastrare lex presidente Trump. Nel frattempo, anche le sue attività private sono sotto accusa per frode al fisco. Che ne sarà del partito repubblicano?

 

Mario Del Pero

 

Il 6 gennaio del 2021 la democrazia a stelle e strisce venne messa in pericolo da un’orda estremista che, rifiutando il risultato delle elezioni, attaccò violentemente la sede del Congresso degli Stati Uniti. Un anno dopo, gli USA sono cambiati, Joe Biden è il nuovo presidente e la pandemia torna a preoccupare: un milione i nuovi casi registrati in 24 ore. Sui fatti di Capitol Hill, la commissione preposta ad indagare il coinvolgimento dell’ex presidente Donald Trump comincia a certificarne le responsabilità. La figlia Ivanka chiese ben due volte al padre di mettere fine alle violenze in corso. Insomma, Trump sapeva cosa stava accadendo al Campidoglio ma non fece niente per impedirlo.

 

Per l’anniversario dell’assalto – in cui morirono cinque persone e oltre 700 sono state indagate – l’ex presidente aveva inizialmente convocato una conferenza stampa dalla sua residenza invernale, salvo poi cancellarla, e rimandare al comizio che terrà in Arizona il 15 gennaio. “Alla luce della faziosità e della disonestà della commissione d’inchiesta sul 6 gennaio, cancello la conferenza stampa in programma a Mar-a-Lago”, ha detto Trump, che continua a sostenere la tesi delle frodi elettorali, cioè la “grande bugia”. Nel frattempo, però, il tycoon è sotto accusa anche per le sue attività economiche: la procura generale di New York ha convocato Trump e due dei suoi figli per interrogarli nell’ambito dell’indagine sulle manipolazioni del valore delle sue proprietà. Nell’anno del midterm, le accuse contro Trump hanno un peso enorme non solo per i residui del trumpismo ma anche per il futuro del partito repubblicano.

 

Fu colpo di stato”?

I fatti di Capitol Hill non hanno precedenti nella storia statunitense, ma giornali, opinionisti e politici sono divisi sulla natura di quegli eventi: alcuni sostengono che fu un colpo di stato a tutti gli effetti, altri una semplice insurrezione. Pochi giorni dopo, il presidente uscente – che non ha mai direttamente riconosciuto la vittoria di Joe Biden – venne messo in stato d’accusa. Trump è infatti l’unico presidente che ha affrontato due volte la procedura di impeachment. La seconda fu proprio per incitamento all’insurrezione, ma come la prima volta il Senato lo assolse, lasciando quindi aperta la possibilità che Trump si ricandidi nel 2024. La commissione d’inchiesta presieduta dal democratico Bennie Thompson e dalla repubblicana Liz Cheney presenterà un primo rapporto preliminare entro la prossima estate, e uno definitivo entro l’autunno. Thompson e Cheney hanno però rivelato ad alcuni giornali che ci sono “testimonianze di prima mano” secondo cui mentre era in corso l’attacco a Capitol Hill venne chiesto alla Casa Bianca di intervenire. In particolare, viene detto che Ivanka Trump chiese almeno due volte a suo padre, di cui all’epoca era anche consigliera, di metter fine alle violenze. Le richieste di intervento rimasero inascoltate.

Secondo le ricostruzioni, furono almeno 2mila i sostenitori di Trump che, spinti dalla “grande bugia” delle frodi di Biden, assaltarono il Congresso. Tra gli altri obiettivi, anche la testa del vicepresidente Mike Pence, reo di aver concesso la transizione dei poteri. La folla, stando alle accuse, venne istigata dal precedente comizio di Trump “Save America March” in cui chiese ai suoi sostenitori “fight like hell”, cioè di scatenare l’inferno.

 

Frode al fisco?

 

Parallelamente ai lavori della commissione sull’attacco del 6 gennaio, c’è unaltra inchiesta, di carattere civile, che pesa sul futuro di Donald Trump. La procuratrice generale dello stato di New York, Letitia James, ha convocato prima il tycoon e poi i figli Ivanka e Donald Trump Jr per verificare le attività della Trump Organization. In particolare, la procura newyorchese vuole interrogare i Trump per capire se questi abbiano gonfiato i valori dei propri asset per ottenere prestiti dalle banche e se gli stessi siano poi stati ridotti per pagare meno tasse. L’indagine era iniziata nel 2019 dopo la testimonianza al Congresso dell’ex avvocato di Trump, Michael Cohen, che sostenne le manipolazioni sulle proprietà della famiglia, tra cui ci sarebbero anche il grattacielo di Wall Street, un hotel a Chicago e una tenuta nella contea di Westchester. Lunedì scorso, gli avvocati della famiglia Trump hanno chiesto l’annullamento del mandato di comparizione sostenendo che la richiesta di testimonianza della procuratrice James interferirebbe con un altro procedimento, di carattere però penale, sempre contro la Trump Organization.

 

Continua a leggere

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccd0d7543&sd=166050ccd0ca47a&n=11699e4be8bf205&mrd=166050ccd0ca464&m=1

Il discorso su destra e sinistra è obsoleto. E il centro, come può non esserlo? Altro è difendere i “nostri” valori…

 

Non bisogna inseguire le illusioni ottiche. Se il centro politico cattolico per gli anni 2000 si vuole distinguere capovolgendo la “Fratelli Tutti” in “Fratelli Pochi”, e così identificare i suoi valori e principi politici con quelli inviolabili della Chiesa cattolica, è padronissimo di farlo. Ben sapendo dei pericoli di integralismo tradizionalista e conservatore che corre, mostrandosi ignaro della secolarizzazione galoppante. Salvare i valori del cattolicissimo democratico vuol dire, più che mai, sottomettersi a un notevole sforzo culturale, e solo culturale, per non farli disperderli.

 

Nino Labate

 

Guardando all’anno appena concluso, devo per forza rivolgere il pensiero ad alcuni stimati amici che non hanno perso l’occasione di battere il chiodo del “Centro politico”,  sempre partendo dai nobili valori del cattolicesimo democratico e popolare, se non addirittura dalla storica DC; spesso prendendo le mosse dal centrismo, antropologico e politico, presente di fatto nella dimensione locale e comunale; qualche volta perché incomprensibilmente allarmati dai pericolosi “opposti estremismi”, posizionati nei poli antiliberali, antidemocratici e populisti, presenti in Italia.

 

La dimensione locale

 

La famiglia, lo spazio locale, il nostro piccolo o grande comune di nascita, il nostro vicinato, il rione e il quartiere dove abbiamo giocato da ragazzi, sono quelle dimensioni sociali ed esistenziali di base che lasciano un segno per tutta la vita. Anche se non ce ne rendiamo conto, i mondi locali della nostra infanzia e della nostra fanciullezza, quelli vitali della nostra prima socializzazione, rappresentano le pietre angolari del nostro orizzonte cognitivo. La realtà  intorno a noi però cambia. Cambia col tempo. E cambia con la storia. Dobbiamo allora  avere solo la pazienza (e la sapienza) di ritarare costantemente il nostro modo di pensare, i nostri pregiudizi, il nostro atteggiamento nel  valutare le cose, tenendo la barra sempre dritta verso alcuni valori senza tempo, e ben sapendo che “…quando si è  bambini si parla, si pensa e si ragiona da bambino, e quando si diventa grandi, si elimina tutto”. Dunque, lasciamoci trasformare rinnovando il modo di pensare, ci raccomanda San Paolo.

 

Senza perciò evocare il trito e ritrito  trasformismo,  sempre semplificato e identificato col camaleonte che guarda al proprio tornaconto, la storia di questi cambiamenti di opinioni e delle nostre visioni del mondo, ci suggerisce e ci  insegna anche qualcosa di positivo. La dimensione locale è utile e serve. Sappiamo ormai, però, che le rivoluzioni epocali provocati dal gas serra e dalle trasformazioni climatiche, dal 5G, dalle inevitabili ondate di emigranti bloccati al semaforo rosso, e dalle progressive diseguaglianze in forte movimento al semaforo verde, non li risolve il sindaco di Cefalù o di Casalpusterlengo. E neanche il Comitato di quartiere sotto casa nostra, con le premure e gli affanni per la fontanella in piazza. Sono problemi che si risolvono rimanendo insieme e tutti uniti, a partire dalla dimensione locale, nazionale, sovranazionale, europea, e addirittura di governance mondiale, cedendo autonomia e  sovranità; oppure essi rimangono, con il loro carico di problematicità, senza soluzioni.

 

In questo indispensabile lavoro per il futuro che ci attende,  dobbiamo solo stare attenti a quelle élite neoliberiste che con i loro monopoli mondiali possono pilotare  silenziosamente dall’alto queste “rivoluzioni”, giocando tutto sull’individuo e sulle metodologie del liberismo di vecchia scuola viennese che lo esaltano, quindi sul libero e autonomo mercato, senza avere lo Stato di mezzo. Naturalmente in questo discorso è compreso il mercato finanziario controllato da quell’1% di supericchi che gestisce  le banche  del mondo. Ebbne, lasciamo questo ultraliberismo centralizzato al suo destino. Lo sforzo da compiere riguarda le attenzioni rivolte a quel futuro sconosciuto che ci attende, per altro già iniziato da tempo, guardando lontano dai nostri spazi di vita locali, dai nostri desideri politici, dai nostri convincimenti, ed evitando così quelle divisioni che nascono dalla nostalgia e dal rimpianto di passati gloriosi, senza nessuna possibilità di ritorno.

 

Il paradosso dei nostri giorni

 

Se facciamo questo sforzo, non si fa allora molta fatica a notare un paradosso dell’attuale paesaggio politico italiano. Quello che in piena pandemia “universale” – che nel rispetto della diversità dovrebbe spingere a risposte univoche, e sollecitare coesioni, solidarietà, e interpretazioni unitarie della realtà, scommettendo anche sulla scienza-tecnica – si avvertono invece incomprensiii sollecitazioni e desideri di essere a tutti i costi diversi e di rimanere slegati. Ciò attiene ad alcuni Stati che scelgono l’autonomia antieuropeista, con il filo spinato, sino ad alcuni partiti, nei diversi Stati, che prediligono la strada solitaria. Partiti, questi ultimi, quasi mai originali, ma sempre ripetitivi sui grandi valori dei diritti umani e  della democrazia politica liberale. Con la voglia di distinguersi lo stesso. Disuniti e sovrani sin dal proprio stato, dal proprio partito politico e dalla propria corrente partitica; ma soprattutto nel proprio ideologico spazio politico orizzontale, di centro o destra o sinistra che sia. Categorie, queste, da abbandonare perché non più utili e significative, ma che invece ancora oggi suggeriscono contrapposizioni ideologiche assieme a  bisogni inspiegabili di essere diversi, convinti anche da un certo narcisismo caratteristico di quei tanti leader che poi, grazie ai media vecchi e nuovi, hanno affossato i loro partiti.

 

Il localismo e il locale: il pluralismo finto delle superfici

 

A questa miopia, pervicace e preoccupante, fa compagnia un abbaglio sociologico, ormai diventato un vero vizio; che è quello, poi, di valutare la sfera politica rimanendo sempre in superficie. Partendo cioè  sempre dal  leader, dalla classe dirigente nazionale e locale di un partito, senza nessuna attenzione ai contesti e alla storia, come ci aveva raccomandato don Luigi Sturzo circa 100 anni fa. E, aggiungo, soprassedendo alla domanda politica che sale dal basso, ovvero sulla composizione dell’elettorato e sulle sue scelte. Nelle ultime elezioni il 46% della classe operaia ha votato Lega e M5s, il 10% Fratelli d’Italia. Il 30% degli assidui praticanti la Messa domenicale ha votato M5S, il 22% Pd, il 16% F.I., e il 15% Lega, nonostante il Vangelo e il Crocefisso di Salvini. Tutti dati che pur nella loro non matematica certezza, vengono trascurati.

 

Capita che non si prenda in esame neanche la fluidità del voto, anche quando si viene a sapere che tra il 15 e 20% del vechio voto Pd si trova ora collocato nel M5s, il cui profilo, ci dice il Cattaneo, scuote alcuni consolidati stereotipi: è  (o era?) un elettorato formato per il 56,9% da operai e liberi professionisti (esattamente 29,5 % operai, e 27,4  liberi professionisti); dal 39,7% da credenti non partecipanti e praticanti (anche qui, per l’esattezza, 24,4% sono i credenti non partecipanti, e il  15,3% di  praticanti). E per finire, che  il 34,5% di quel voto proviene da Pd e Idv. La domanda allora è: quando si parla di partito di centro a quale elettorato ci si riferisce e, dove si troverebbe  collocato ora questo elettorato? La solita risposta è consistita nel dire che questo elettorato è rimasto costantemente a casa, in pantofole, e che solo grazie a un sistema elettorale proporzionale può tornare ad uscire di casa.

 

C’è comunque, di là di queste osservazioni finanche banali, una lezione da trarre: il pluralismo autentico non è mai un pluralismo di superficie e di desideri. Non è un pluralismo fotocopia. E va anche da sé che un microsovranismo partitico non è oggi la piu persuasiva risposta al vivere insieme e al sentirci “Fratelli tutti”, imbarcati cioè sulla stessa barca, di fronte agli tsunami che ci attendono. Guardare al granellino di sabbia e chiudere gli occhi sulla montagna di sabbia di cui è parte, non è mai stata una scelta ragionevole e un segno di autentico pluralismo.

 

Conclusioni

 

Le conclusioni di questo appunto sono molto semplici. Almeno per me. Sono convinto che il mondialismo non è ( più e  solo ) una utopia cristiana. E gli obiettivi di eguaglianza e giustizia sociale, scrutando bene con attenzione, non sono più caratteristici unicamente della cosiddetta sinistra. Cosi come la dimensione locale dei nostri mondi vitali giornalieri, quella nazionale e quella sovranazionale europea, come pure quella globale che ci aspetta dietro l’angolo, non sono antitetiche e tra di loro  conflittuali. O, almeno, non lo potranno essere. Sono solo diverse per le dimensioni quantitative, ma non per quelle qualitative.

In sostanza, ho seguito come ho potuto l’interessante dibattito sulla RI-nascita di un “Centro” politico Italiano. Con attenzione e rispetto. Un Centro diverse volte identificato con il radicamento territoriale e l’attenzione per le istanze locali, come ho detto. Spesso, questo dibattito, appare comunque rivolto agli ultrasessantenni, perché immaginato e desiderato come luogo della vecchia Dc: nel migliore dei casi degli alti valori del cattolicesimo democratico. Un qualcosa, nel profondo, quasi sempre da “RI-comporre e Ri-costruire, con quel prefisso teso a duplicare la stessa cosa guardando però al passato, e quasi mai da “Comporre e Costruire ex novo“, guardando al   futuro,  come raccomanda Mattarella .

 

Ecco, forse a motivo del fatto che sono da tempo convinto che le categorie politiche di destra, centro e sinistra non servano più in quanto obsolete, non ho mai confuso questi spazi geometrici di tipo orizzontale con quelli dell’uguaglianza, vale a dire con quelli verticali, tra gli “alti” e i “bassi”, tra i primi e gli ultimi, tra i ricchi e i poveri, che una autentica democrazia liberale sociale e solidale, di stampo keynesiano, con al centro la persona, deve o dovrebbe tutelare. Se il centro politico cattolico che si auspica per gli anni 2000 si vuole distinguere capovolgendo la “Fratelli Tutti” in “Fratelli Pochi”, e così identificare i suoi valori e principi politici con quelli inviolabili della Chiesa cattolica, è padronissimo di farlo. Ben sapendo dei pericoli di integralismo tradizionalista e conservatore che corre,  mostrandosi ignaro della secolarizzazione galoppante. E in più sapendo di un Papa come Bergoglio, che attraverso un Sinodo sollecita i suoi cardinali, i suoi vescovi, i sacerdoti e i laici, a uscire dalle parrocchie e a guardare con attenzione le “metamorfosi” sociali, ambientali e culturali del mondo, affiancando alla irrinunciabile spiritualita della Chiesa il segno dei tempi.

 

Se invece i sostenitori del “Centro” intendono verificare quanti valori della Dottrina sociale della Chiesa si trovano oggi depositati nella nostra Costituzione, e quanti di questi valori sono stati fatti propri dalle socialdemocrazie liberali del mondo, non devono fare altro che immergersi nella realtà, non solo politica, e osservarla attentamente senza pregiudizi. Il cattolicesimo democratico e popolare è ancora testimone di un patrimonio di valori che necessitano di non essere dispersi. È vero, senza dubbio! Quello che però serve è solo un notevole sforzo culturale, e solo culturale, per non farli disperderli. Non altro.

Il 2022 si apre con la speranza di una ripresa ancor più forte del Paese. Draghi, per questo, deve restare a Palazzo Chigi.

 

I cittadini italiani hanno ben compreso, anche meglio delle forze politiche, quanto il binomio Mattarella-Draghi sia stato importante, utile ed efficace, anche sul piano internazionale. Tuttavia lemergenza non ancora superata, per effetto della recrudescenza della pandemia, richiede sommamente che l’attuale Presidente del Consiglio rimanga al suo posto.

 

Mariapia Garavaglia

 

Si suol dire anno nuovo e vita nuova e mi fa piacere ricordare questo adagio, perché il 2022 sarà un anno in cui i sacrifici e le incertezze degli ultimi mesi potranno trovare sollievo a causa della grande dimostrazione di responsabilità e solidarietà che gli Italiani sanno dimostrare.

La scienza ci aiuterà con nuovi rimedi e potremo alimentare la speranza perché insieme ce la faremo: siamo un grande popolo.

 

Un’altra grande prova vinceremo nel nuovo anno: continueremo col governo Draghi ad implementare l’attuazione dei progetti previsti dal PNRR. Penso dobbiamo gratitudine al Presidente del Consiglio che si è dimostrato completamente dedito al compito affidatogli dal Capo dello Stato che per perseguire due obiettivi, ancora attuali, la strategia antiCovid e l’implementazione del Recovery plan, che ci piace definire Next Generation eu.“L’onore va all’Italia. Non per la bravura dei suoi calciatori, che hanno vinto il grande trofeo europeo, né per le sue popstar, che hanno vinto l’Eurovision, ma per la sua politica” (Economist).

 

I cittadini italiani hanno ben compreso, anche meglio delle forze politiche, quanto il binomio Mattarella-Draghi sia stato importante, utile ed efficace anche sul piano internazionale. La competenza, la pazienza e la prudenza del Presidente del Consiglio sono virtù che stanno riconciliando i cittadini con la politica. È un risultato non scontato e che i partiti dovranno evitare di disperdere. Proprio sul fronte della politica una novità certa sarà la elezione del Presidente della Repubblica e, nel caso si tratti di una donna, sarebbe una novità assoluta.

 

Da molti mesi – troppi – ben prima della scadenza naturale si è diluito un dibattito ad ogni livello, giuridico, politico, ‘astrologico’ sulle opportunità che Mattarella potesse essere riconfermato, che Draghi sarebbe il presidente designato, e via una serie di nomi, con poco rispetto delle persone ma per me, soprattutto, delle istituzioni. Anche all’estero viene manifestato interesse alla nostra vicenda perché con la presidenza di Draghi al governo è aumentata la reputazione del nostro Paese sul piano internazionale.

 

Se Draghi salisse il colle del Quirinale avremmo una breve ‘vacatio’ al Governo e quindi un eventuale – non necessariamente – stato di confusione con richiesta di elezioni, ecc.; soprattutto si interromperebbe il percorso per la puntuale e precisa realizzazione di tutti i progetti da approvare entro il 2023. Senza Angela Merkel sulla scena europea, non sarebbe più utile, per tutti, Draghi a Bruxelles? La lettera scritta a quattro mani di Draghi con Macron è un vero innovativo programma verso una Europa che consolida la sua leadership a livello planetario: “una” per radici culturali, per potenza di Pil, per forza di deterrenza militare e soprattutto per la sua concezione umanistica dello sviluppo e del welfare.

 

La politica lungimirante e alta prepara il futuro con pazienza, perspicacia e lavoro diplomatico. Il destino dell’Italia non è confinato a sud delle Alpi ma da protagonista in Europa. Proprio L’emergenza che continua chiede che Draghi stia al suo posto. Al Quirinale ‘ basta’, si fa per dire, un politico di alta levatura morale, che ha esperienza parlamentare e di governo, ami le istituzioni più di se stesso, si faccia guidare dalla Costituzione, rispetti la dialettica parlamentare e le dinamiche dei partiti. Il Governo è il vertice per le decisioni emergenziali. Il Presidente della Repubblica le accompagna.

 

Purtroppo le virtù della buona politica sembra si siano perse per strada se, per calcoli tattici, si sono operate modificazioni della Costituzione senza considerare “le conseguenze delle conseguenze” (Aldo Moro). Non era chiaro che questa legislatura avrebbe dovuto votare il Capo dello Stato? Non si dica che, siccome le prossime assemblee legislative avranno un numero ridotto di parlamentari, la elezione del Presidente della Repubblica è ‘delegittimata’. È già accaduto: si ricordi che questa fu la giustificazione per le elezioni anticipate che ‘dimisero’ il governo Ciampi, nel 1994.

 

Un presidente osannato da tutto il Paese all’inizio della attuale legislatura era stato fatto oggetto di richiesta di ‘Impeachment’. Circa il 74% dei cittadini preferirebbe il presidenzialismo. Pericolosi i sondaggi per decidere…

Siamo un popolo abituato a osannare o a demolire personaggi e istituzioni, facile alla ‘ eroicizzazione’. Credo che abbiamo tutti applaudito in cuor nostro il Preside Mattarella, unendoci alle ovazioni tributategli alla Scala. Il teatro milanese non è nuovo a dare messaggi politici. Ricordiamo il viva V.E.R.D.I risorgimentale? Ma standing ovation, perché censore verso i politici, gli spettatori della prima scaligera tributarono a Francesco Saverio Borrelli ai tempi d’oro dei pool di “Mani pulite”.

 

Perciò sarei cauta sulla elezione diretta. Credo che il sentimento degli Italiani a favore in questo momento a favore del presidenzialismo sia da attribuire alla grande ammirazione e gratitudine verso questo Presidente. Sergio Mattarella ha ‘indossato’ la Costituzione per servire il Paese. Ha saputo ‘costruire’ tre così diversi governi in questa legislatura per rispettare il voto degli Italiani e consentire tuttavia di accompagnare e in qualche modo guidare le soluzioni di volta in volta più coerenti don le necessità del Paese. La sua storia personale che per un lungo tratto di strada ho condiviso nel partito e nelle istituzioni è il fondamento di un agire che ha intercettato i sentimenti del popolo. Ricordo il suo discorso di insediamento quando ha ricordato “i volti della Repubblica”: ci ha proposto una rassegna dei volti degli Italiani che nel suo settennato ha incontrato, guardando nei loro occhi, dei bambini, come dei vecchi, degli sportivi come dei malati…lascia un segno importante nelle istituzioni e una testimonianza per tutti, da non sprecare, dimenticando.

 

Sarà bene quindi che in futuro ogni proposta per modificare la Costituzione venga inquadrata in un disegno complessivo e ben ponderato.

Partono le petizioni delle donne per una candidatura femminile al Quirinale, ma il Paese sonnacchioso non è in ascolto.

 

Il rischio di “grida nel deserto” è molto alto. Conforta il severo monito del Papa a riguardo della violenza contro le donne. Serve gettare un secchio d’acqua gelata addosso a un Paese addormentato.

La redazione de “Il Domani d’Italia” accoglie volentieri questo contributo, anche per i consolidati rapporti d’amicizia con l’autrice, ma desidera confermare l’indirizzo finora espresso a favore della riconferma di Sergio Mattarella.

 

Elisabetta Campus

 

Come era logico supporre quando ormai manca poco alla convocazione dei grandi elettori al voto per il Quirinale, le donne nel Paese provano a far sentire la loro voce. Ma la questione è se la politica fatta dai decisori delle candidature sia in ascolto o quanto meno abbia l’intenzione di farlo: perché il rischio di “grida nel deserto” è molto alto.

 

Un po’ onestamente per cattiva volontà dei decisori ( quei 4/5 capi di partito che decideranno la rosa dei nomi) che nella candidatura femminile vedono ancora e solo la riserva per sparigliare i giochi di potere e non una vera risorsa per il Paese e un po’ per la mancanza di amplificazione nel dibattito pubblico delle istanze delle donne. Alla prima si può tentare di porre rimedio, ma per la seconda ci vuole uno scatto nella cultura del Paese, che al momento non si vede all’orizzonte. Eppure proprio su questo secondo punto bisognerebbe investire per far sì che le petizioni non restino mute.

 

Incoraggia l’assist di Papa Francesco sulla violenza alle donne come violenza diretta a Dio che cerca di scuotere le coscienze e le anime non solo dei cattolici sul concetto di violenza/sopraffazione dell’altro/a, che nessuna differenza di genere o di età può legittimare. Ma cade su un Paese addormentato e sonnacchioso se a meno di 24 ore un uomo uccide il figlio e tenta di ucciderne la madre. Una patologia, certo, ma è destinato ad essere il primo di un elenco di femminicidi di questo 2022, perché non c’è stato lo sdegno collettivo del Paese nel dire a voce alta: “Ora basta!”. Per questo serve una candidatura femminile affinché, come un secchio di acqua gelata versata in faccia all’addormentato Paese, si possa dire quell’«ora basta!» che ci serve in questo momento: per le donne, per i lavoratori, per i giovani, per le imprese, per noi tutti.

Luci e ombre nella periferia romana: Nuova Gordiani, a Natale, si rivela un quartiere in cammino.

 

Sono cambiate molte abitudini per i cittadini, modificata la vita sociale, e per usare un modo comune di espressione “non siamo più quelli di prima della pandemia”. Vale la pena, dunque, raccontare il vissuto del Natale in una delle periferie romane, ormai integrate al nucleo urbano consolidato. L’esperienza di Nuova Gordiani è interessante.

 

Luciano Di Pietrantonio

 

Le feste natalizie ormai sono quasi alla conclusione con l’arrivo dell’Epifania. Questo periodo rappresenta sempre per molte persone una sorta di spartiacque, un inizio e una fine, oltre a farci (qualche volta) tornare fanciulli, per sognare e sperare in situazioni ed  eventi spesso migliori, con meno preoccupazioni e difficoltà. La realtà è sempre insieme a noi, e ci richiama a una quotidianità che condiziona pesantemente, (oltre ai problemi storici della Città Eterna, come trasporti e ambiente) da circa due anni di pandemia con le varianti sempre più insidiose, e incide pesantemente in tutto il mondo sulla vita delle persone.

 

Sono cambiate molte abitudini per i cittadini, modificata la vita sociale, e per usare un modo comune di espressione “non siamo più quelli di prima della pandemia”. Guardando i grandi numeri di quest’ultimo periodo, ci si rende conto della complessità della pandemia, dove circa il 90% degli italiani sono vaccinati, ma ancora 5.5 milioni di persone non conoscono il vaccino e circa un milione di cittadini sono i positivi al covid 19. Anche così si comprende l’insicurezza di una situazione, che è difficile da governare, ed avere una visione di futuro. La ricerca di normalità è sentita giustamente in varie parti del nostro paese: dai grandi comuni ai piccoli borghi, e non a caso anche “le piccole cose diventano importanti e vale la pena raccontarle”.

 

Ecco perché è forse utile, e offre una speranza in più, raccontare quanto accade a Roma.

 

Due eventi, apparentemente “naturali e scontati”, che fanno la differenza: un addobbo luminoso e una rappresentazione sacra, in una quotidianità spesso caotica, preoccupata e rassegnata del quartiere di Nuova Gordiani, una piccola parte della storica periferia romana del Prenestino-Casilino nel V° Municipio. Sono state allestite delle luminarie bianche e bleu per quasi tutte le strade del territorio e d è stato collocato nel marciapiede centrale di viale Partenope (chiamato comunemente “biscottone”) l’Albero di Natale luminoso stilizzato. Gli addobbi luminosi, apprezzati dagli abitanti, sono stati realizzati con il contributo e gli auguri di oltre 90 commercianti delle strade interessate: forse è il segno non solo della ripresa delle attività commerciali, ma anche del rilancio dell’Associazione di categoria degli operatori economici, e conseguentemente per lo sviluppo e la riqualificazione del territorio.

 

Per altro assistiamo al ritorno, dopo la sospensione dello scorso anno, per i vincoli imposti dalle norme anti-covid 19, del “Presepe di strada”, organizzato dal Gruppo Scout di Roma 92, con il coinvolgimento delle famiglie e della Parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia. Invece, la rappresentazione della Natività è stata collocata sul tradizionale spazio all’incrocio di viale Partenope con via Marcianise.

 

Nelle motivazioni scritte su un “foglio” affisso al fianco del Presepe si legge: “Quest’anno abbiamo portato una delle creazioni del nostro amico Licio, “artista del Presepe”, recentemente scomparso, colui che da tantissimo tempo faceva il Presepe nella nostra Parrocchia…ma anche in molte altre chiese di Roma, donando la sua pazienza, la ricerca della perfezione, la bellezza, quello che lui poteva donare al Gesù che rappresentava”.  Il  “Presepe di strada” è stato visitato da tanti giovani e meno giovani, donne e uomini, credenti e non, persone di altre fedi religiose, e questo è un segno di integrazione fra uomini di buona volontà.

 

Aver richiamato questi due accadimenti, definiti “naturali e scontati”, in questa fase ove il futuro sembra che non abbia luce, sono state fatte cose che lo scorso anno sono state impossibili fare.

Dai piccoli eventi, organizzati da più persone, nasce la speranza che partendo dal territorio, anche come a Nuova Gordiani, si può immaginare un nuovo cammino malgrado le difficoltà pandemiche.

Mattarella, punto di equilibrio tra il sistema e il sentire popolare. Il bis sarebbe essenziale anche per Draghi.

 

La riconferma di Mattarella non sarebbe stata (e non sarebbe) motivata dalla sostanziale incapacità di convergere su un nome diverso, come accadde nel 2013 con Napolitano. Sarebbe stata (e sarebbe) piuttosto il frutto di una consapevolezza: la sua missione è – oggettivamente – a metà del guado. Dellai ragiona sul filo della speranza e del realismo, mentre i senatori dei 5 Stelle, ieri sera, si scoprivano a sorpresa “mattarelliani”.

 

Lorenzo Dellai

 

L’interesse del Paese avrebbe richiesto la riconferma di Mattarella al Quirinale. So bene che il Presidente non ne vuole sapere: lo ha detto in mille modi. Ma proprio il suo ultimo sobrio e forte discorso di fine anno dimostra che questa sarebbe stata per il Parlamento la scelta più giusta. L’ipotesi è ormai archiviata? Probabilmente si. Ma, come si dice, “spes, ultima dea”.

 

Il fatto è che la riconferma di Mattarella non sarebbe stata (e non sarebbe) motivata dalla sostanziale incapacità di convergere su un nome diverso, come accadde nel 2013 con Napolitano. Sarebbe stata (e sarebbe) piuttosto il frutto di una consapevolezza: la sua missione è – oggettivamente – a metà del guado. E ciò conta molto di più della prassi (peraltro, come sappiamo, non prevista espressamente dalla Costituzione) in tema di non rieleggibilitá dei Presidenti della Repubblica. Mi riferisco alla missione di “garantire” l’uscita dalla lunga e travagliata crisi della Repubblica (prima e seconda, per usare termini gettonati) a fronte delle trasformazioni radicali, inedite e repentine degli assetti sociali, politici ed economici che il Covid ha solo accelerato.

 

Le ultime tre Legislature – con i diversi Governi, quasi mai espressione di maggioranze politiche decise dal voto degli elettori – hanno reso palese una crisi strutturale delle nostre Istituzioni e del nostro sistema politico che ha radici antiche. La continuità della Presidenza Mattarella era (è) forse l’unica strada per aiutare il sistema a chiudere questa incompiuta transizione. Allo stesso modo, a metà del guado è anche la missione del Premier Draghi. Lo sarà alla fine di questa Legislatura; lo è a maggior ragione adesso. Le scommesse economiche, sociali ed amministrative che il Governo e il Parlamento hanno lanciato in chiave interna ed europea sono vitali, ambiziose e tutt’altro che scontate. Anzi.

 

Il PNNR da troppi viene inteso come una mera opportunità di risorse finanziarie aggiuntive (invero in larga parte da restituire, essendo prestiti) e non invece come vincolo irreversibile per una vera modernizzazione del Paese e per il recupero di un suo sentiero di responsabilità civica e fin anche morale. Scommesse che, nei prossimi anni, saranno tutte ancora “calde” e richiederanno concentrazione, volontà riformatrice, leadership e convinto consenso popolare. La continuità necessaria, a mio parere, dei due Presidenti si intreccia dunque con una questione di fondo, quasi preliminare: la rigenerazione della Politica: delle sue culture, della sua capacità di rappresentanza; delle sue regole (anche elettorali).

 

Mattarella è oggi un punto di equilibrio tra il sistema e il sentire popolare. E Draghi non interpreta affatto una istanza “anti politica”. Semmai, è una sorta di antibiotico che il sistema ha accettato per curare l’infezione populista che l’aveva da anni colpito. Ma, come sappiamo, interrompere la cura antibiotica prima del tempo comporta effetti tutt’altro che salutari. Serve tempo alla Politica italiana per ritrovare se stessa e le sue ragioni fondative. È il tempo che serve alla nostra Democrazia per rigenerare le sue virtù, dopo la follia di questi tempi, vissuti come se merito, competenza, responsabilità diffusa, senso del dovere, capacità di visione, vocazione al servizio del Bene Comune fossero ormai orpelli di un passato da abiurare. Ed invece proprio le sfide della modernità richiedono questi talenti come basi da coltivare e valorizzare. Nella politica e nella vita sociale.

 

Una interruzione di questo percorso sarebbe esiziale per gli interessi del Paese e per la stessa Europa, che ha bisogno di una Italia forte e rinnovata. E sarebbe esiziale per la politica italiana, che rischierebbe di essere fagocitata nel vortice delle proprie fragili, consumate dinamiche. Purtroppo è mancato fin qui il coraggio di accompagnare l’Agenda Draghi con un’Agenda di riforme del sistema politico ed elettorale. Sarebbe stato (sarebbe) questo il vero, plausibile viatico per un Mattarella Bis da parte di un Parlamento che ha votato una banale e sciocca riduzione del numero dei propri componenti (obolo offerto al Dio della semplificazione demagogica) con l’impegno ad una riforma elettorale, poi svanito nella nebbia.

 

Una quarta Legislatura di seguito costretta a cambiare governi ogni anno e mezzo e a ricercare poi l’ennesima “soluzione di salvezza nazionale” non sarebbe tollerabile per la nostra Democrazia e per gli interessi del Paese nel nuovo contesto globale. Molto meglio adottare un sistema proporzionale con alta soglia di sbarramento, che responsabilizzi le varie componenti politiche (ognuna chiamata a rigenerare il proprio riferimento culturale ed ideale ed il proprio rapporto con il popolo) e che ponga le basi per un patto parlamentare a favore di un Governo Draghi anche per la prossima Legislatura. La quale sarà decisiva – come tutti dovrebbero sapere – per intraprendere in modo irreversibile il sentiero della ripresa del Paese. Solo così l’Agenda Draghi potrà diventare la vera Agenda Italia, oltre ogni percezione solamente “tecnica” e potrà fondarsi su quella rinnovata alleanza tra tutte le aree democratiche, popolari, riformatrici ed europeiste che l’attuale sistema politico- elettorale – di fatto – non consente.

 

Tra l’ormai improbabile “governo di schieramento” figlio del vecchio sistema maggioritario e l’irrituale ed emergenziale “Governo di salute pubblica”, esiste la terza via di un Governo parlamentare di coalizione tra le forze che vogliono veramente cambiare in profondità il Paese senza abiurarne le radici europeiste ed i valori di coesione e solidarietà. Un sussulto di consapevolezza e di coraggio dei partiti – iniziando dal PD, per finire agli ambienti più responsabili del centro destra e passando per la oggi dispersa galassia del centro – sarebbe un atto di vero servizio al futuro possibile – ma non scontato – dell’Italia.

 

I segnali non sono affatto buoni, ma – come detto – la speranza è l’ultima a morire.

D’Alema nel Pd? È cosa buona e giusta…dice Merlo.

 

Che il leader storico della sinistra italiana ritorni nel più grande partito della sinistra italiana è scontato; che un leader della sinistra chieda al suo campo di unirsi in una sola grande famiglia di sinistra è altrettanto scontato; e, infine, che un leader di sinistra non ami granchè chi, all’interno di quella famiglia, declini anche una “politica di centro” non è affatto blasfemo o calunnioso. Tocca a a coloro che si pongono l’obiettivo di ricostruire un “partito di centro” gettare le fondamenta per un’altra casa politica.

 

Giorgio Merlo

 

Non capisco, francamente, la gazzarra che si è aperta nel Partito democratico dopo la volontà del principale leader storico della sinistra italiana, cioè Massimo D’Alema, di rientrare prossimamente nel partito che aveva contribuito a fondare e poi abbandonato nel recente passato per dare vita alla piccola esperienza di Liberi e Uguali. Certo, il linguaggio di D’Alema è sempre colorito e sferzante ma, al di là di questi dettagli, è indubbio che le sue recenti dichiarazioni fanno discutere. E questo per due semplici ragioni, direi persin banali.

 

Innanzitutto D’Alema è un leader politico. Sì, forse è anche un capo come si chiamano oggi i politici, ma è anche e soprattuto un vero leader politico. Merce abbastanza rara nell’attuale panorama politico italiano. È di tutta evidenza che quando i leader parlano cerano dibattito e confronto e anche scontro. Sono, cioè, divisivi. E D’Alema, su questo versante, è quasi un campione assoluto. Ossia, le sue dichiarazioni non passano quasi mai inosservate perchè non sono ascrivibili alle regole della comunicazione dell’attuale crisi politica. Cioè non si possono ridurre ad un banale tweet o ad un insignificante post su FB. No, sono di norma riflessioni – condivisibili o meno che siano – che richiedono inesorabilmente riflessioni, approfondimenti e ovviamente repliche. Anche piccate. Come è puntualmente avvenuto anche questa volta. E come da copione. Il resto sono solo chiacchiere inutili.

 

La seconda riflessione non è di metodo ma di merito. D’Alema ha detto, in sostanza, che si deve ricostruire una grande forza di sinistra, progressista e di governo. Dopo la parentesi di Renzi e il tentativo, a suo modo di vedere, di dare una sterzata moderata e centrista al Partito democratico. E quindi, di conseguenza, destinato a mutare il profilo di sinistra e progressista di quel partito.

 

Verrebbe da chiedersi, al riguardo, ma dove consiste la novità? Ma da quando il Partito democratico non vuol più essere un partito di sinistra e progressista nello scenario politico italiano? C’è qualcuno, per caso, che mette in discussione – al di là delle insignificanti riflessioni sul metodo e sulle variabili linguistiche – nel Partito Democratico che quel soggetto politico non può più definirsi il grande “campo della sinistra italiana”? È del tutto scontato, quindi, che Articolo 1 confluisca nel Partito democratico. E chi si stupisce o è un ipocrita o è un ingenuo. Delle due l’una, non si scappa da questa tenaglia.

Semmai, se vogliamo dirci la verità sino in fondo, c’è un elemento che imbarazza l’eventuale e potenziale ritorno di Massimo D’Alema tra le fila del Partito democratico. E questo elemento ha un solo problema: la leadership politica che D’Alema ancora conserva intatta. Certo, brutto carattere, il che poi non è affatto vero; l’essere forse divisivo, come tutti i veri leader politici; la capacità di non ridurre la politica a sola bega personale; e, in ultimo, il timore, forse, che ritorni un confronto politico di qualità che esce dall’ordinaria amministrazione e dalla pura gestione dell’esistente.

 

Ecco perchè, in conclusione, si tratta di un dibattito e di una polemica abbastanza curiosa nonchè singolare. Che il leader storico della sinistra italiana ritorni nel più grande partito della sinistra italiana è scontato; che un leader della sinistra chieda al suo campo di unirsi in una sola grande famiglia di sinistra è altrettanto scontato; e, infine, che un leader di sinistra non ami granchè chi, all’interno di quella famiglia, declini anche una “politica di centro” non lo trovo affatto blasfemo o calunnioso. Ma, al contrario, del tutto normale e scontato.

 

Invece, tocca a tutti coloro che si pongono l’obiettivo di ricostruire un “partito di centro”, democratico e riformista, e che sappia declinare una vera ed autentica “politica di centro” gettare le fondamenta per un’altra casa politica, culturale e programmatica. Come, del testo, molti di noi stanno già facendo.

Il primo reset da fare? Quello su certi programmi televisivi.

Nessuno vuole che la TV faccia opera di pedagogia sociale e nessuno deve scandalizzarsi più del necessario . Ma la televisione è qualcosa di ben diverso, si tratta a suo modo pur sempre di un servizio pubblico. Buttarla in caciara non è il massimo in tema di libertà della comunicazione e neppure dell’informazione.

Quando si considera il tema del condizionamento esercitato sui nostri stili di vita dalle nuove tecnologie ci si indirizza verso il mondo sommerso del web, verso internet, i social, le chat dove i grandi network esercitano un potere di penetrazione massiva e nell’habitus mentale di ogni individuo talmente imprevedibile negli esiti fino a perderne, nella peggiore ipotesi, il controllo. L’accesso facilitato e la globalizzazione no-limit creano una molteplicità di piste fruibili, mentre sovente è difficile individuare le tracce dei passaggi e arduo compiere il percorso a ritroso.

Queste forme di condizionamento occulto e di attrazione virale, quasi di sostituzione del mondo virtuale rispetto a quello reale, al punto che si crea una sorta di dipendenza e di immedesimazione, hanno target variegati per offerte informative, intrattenimenti, modelli comportamentali senza base etica: attingono da queste fonti le loro ispirazioni i fenomeni del cyberbullismo, delle emulazioni pericolose, della pedopornografia, del revenge porn, solo per citare esempi sempre più frequenti spesso debordanti in veri e propri reati, mentre attraverso questi mezzi sofisticati cadono le vittime e i carnefici degli adescamenti, delle sostituzioni di identità, delle truffe e dei raggiri.

Se pensiamo che i frequentatori più assidui e i fruitori più vulnerabili di questi social distorsivi sono gli adolescenti (con una fascia sempre più estesa e debordante per età, verso il basso e verso l’alto) possiamo facilmente immaginare quanto sia arduo per le famiglie e la scuola arginare queste derive che stanno creando un universo simbolico alternativo sul piano dell’informazione, della formazione e dell’educazione. Da quando la fruizione di programmi, giochi, siti ecc. “on-demand” ha preso il sopravvento ci siamo disabituati a considerare gli influssi e gli esempi che passano attraverso i normali canali televisivi.

La TV è anzi collocata stabilmente al centro delle nostre più o meno rassicuranti abitudini domestiche, fa parte ormai della famiglia come oggetto di uso comune e condiviso. Eppure basta accendere e fare zapping sui vari canali per rendersi conto del fatto che essa conserva una molteplicità di offerte e una forza di penetrazione pervasiva e per certi aspetti dominante.

Innanzitutto sul piano di una implicita credibilità: si tratta di uno strumento legittimato da provider e fornitori di servizi palesi e ufficiali, non occultati nei meandri reconditi della fruizione nascosta e individuale. La Tv, in altre parole, la guardano tutti e ciò determina una sorta di posizione dominante nell’offerta informativa, di spettacoli, film, documentari, talk show ecc., si rivolge agli anziani, ai genitori, ai ragazzi, ai bambini (fatta salva l’attivazione del parental control, in italiano “filtro famiglia”), al punto che pare quasi retorico parlarne, in fondo ci fa incontrare il mondo stando seduti sul divano, occupa lo spazio dello svago e del tempo libero, è persino compagna fedele e sempre presente, non si nega mai pur di riempire le ore tristi e vuote di tante diffuse solitudini.

Non sempre tuttavia l’offerta dei programmi – inframezzati dagli annunci pubblicitari utili per il fatturato – riesce a soddisfare le aspettative degli utenti che cercano creatività, intrattenimento, informazioni attendibili, trattazione documentata di temi di attualità, approfondimenti culturali.

Specialmente in questo periodo di crisi pandemica ci si sarebbe aspettati un palinsesto non dico calibrato in  funzione di una compensazione terapeutica – rispetto ad un contesto esistenziale sempre problematico ove non drammatico (ordini, contrordini, veti, divieti, limitazioni, scadenze, zone , colori, viaggi, trasferimenti, lavoro, chiusure, mascherine, tamponi, contagi, ricoveri, intubati, deceduti e chi più ne ha più ne metta) -ma almeno un diversivo che portasse la mente altrove per un paio di ore, la sera. O servizi mirati ad una corretta e non opinabile ma competente e responsabile informazione scientifica. Invece la fascia oraria più densa e trafficata di programmi si è rivelata la più ansiogena: è vero che si può anche spegnere l’apparecchio – visto che cambiare canale procura la sensazione di una sorta di labirinto senza via d’uscita, un monopolio tematico asfissiante – ma carichi di patemi e preoccupazioni non sempre si dispone dell’alternativa – che so – di una lettura rilassante o di un passatempo scacciapensieri.

In questi due anni la TV è stata lo specchio delle vicende drammatiche della pandemia, sovente confondendo però la comunicazione con l’informazione. I talk show serali sono state corride per affabulatori seriali, tra negazionismi e allarmismi, prevalentemente rappresentati da persone prive della minima competenza scientifica, per alterchi, offese, accuse incrociate ma anche della buona creanza visto che dialogo pacato ce n’è stato poco, in compenso si sono sprecate le interruzioni dei discorsi altrui, i toni urlati e incomprensibili, le invettive, le offese: una indegna gazzarra che si è riverberata tra la gente comune. Nulla di cui avessimo realmente bisogno per capire e orientarsi, mentre la stessa presenza di immunologi e virologi esprimeva divergenze di valutazione che provocavano sconcerto e confusione.

 

Molti sono arrivati, a furia di parlare, a smentire se stessi e l’arroganza ha superato persino le poche, buone ragioni da esporre, le opinioni hanno sostituito le idee mentre la citazione di dati e documenti è stata pilotata e addomesticata dalla contrapposizione politica o dalle pregiudiziali negazioniste. Nessuno vuole che la TV faccia opera di pedagogia sociale, nessuno deve scandalizzarsi più del necessario, sappiamo bene che nei bar, per la strada, sui luoghi di lavoro o nel condominio non si parla d’altro. Ma la televisione è qualcosa di ben diverso, si tratta a suo modo pur sempre di un servizio pubblico. Buttarla in caciara non è il massimo in tema di libertà della comunicazione e neppure dell’informazione, che sono – come scritto due cose diverse. Lo spettacolo andato in scena è stato in larga misura indecoroso. Qualcuno ha parlato di “reset”: sarebbe opportuno incominciare ricalibrando in stile e contenuti certi talk show.

Lode a Francesco Forte nel ricordo di Eufemi.

FRANCESCO FORTE DOCENTE

 

il suo atteggiamento era sempre costruttivo, mai impositivo. Faceva prevalere il valore profondo delle idee alla forza dei numeri.

 

Maurizio Eufemi

 

Ci ha lasciati in questo fine d’anno Francesco Forte, docente universitario, ordinario di Scienza delle Finanze a Torino nella cattedra che fu di Luigi Einaudi, economista insigne, parlamentare, Ministro. Quando giungono notizie così tristi pensi ai momenti di incontro, alle occasione che nella vita ti hanno portato a contatto con personaggi così straordinari e poi ti portano a seguirlo nel tempo attraverso i suoi scritti, le interviste che propagano un pensiero mai banale così come è avvenuto fino ai giorni scorsi sul “Sussidiario” con prese di posizione sui temi di attualità economica e politica, dove forse più liberamente riusciva ad esprimersi senza remore con una visione globale.

 

Mi aveva colpito la sua attenzione alla economia sociale di mercato e la sua disponibilità a collaborare con filosofi ed economisti (tra questi voglio ricordare i lavori con Flavio Felice) di più giovane generazione come a rinvigorire la ricerca economica attraverso un confronto intergenerazionale mai chiuso in se stesso. C’era l’impronta degli anni di insegnamento trascorsi alla Cattolica nella cattedra di Ezio Vanoni e alla collana editoriale di Vita e Pensiero. Poi certo l’influenza di James Buchanan con le teorie delle scelte pubbliche, ma anche attenzione a Roepke. Anche nelle riunioni politiche di maggioranza nelle quali partecipava in rappresentanza del Psi il suo atteggiamento era sempre costruttivo, mai impositivo. Faceva prevalere il valore profondo delle idee alla forza dei numeri.

 

Voglio però ricordarlo con un pregevole lavoro che fece nel 1981 per una riflessione sul convegno economico di Perugia del 1972. Fu mia la cura del volume inserito nella collana Studi e Documenti del Gruppo Dc per le edizioni Cinque Lune: lo definì, per parte sua, di spessore molto grande. Era titolato “Verso una economia intermedia avanzata”. In quel contesto, pose attenzione sulla deresponsabilizzazione della spesa degli enti locali, la lotta alla evasione fiscale, il superamento della cassa integrazione e la configurazione delle Agenzie del Lavoro, il rapporto tra imprese pubbliche e private, il drenaggio di risorse finanziarie da parte delle imprese pubbliche, la troppa attenzione culturale alla macroeconomia e alle macrostrutture anziché alle microeconomia e alle microstrutture, la consapevolezza che il riformismo illuminato è una strada facile da perseguire in teoria e difficile da praticare nella realtà. Rifiutava, in sostanza, la teoria secondo la quale il nostro meccanismo di sviluppo si sarebbe inceppato sostenendo  invece la validità costruttiva e dinamica del modello di società intermedia di cui l’Italia fin dagli  anni settanta aveva assunto i tratti. Voleva dire non solo presenza di piccole e medie imprese, ma un dosaggio con le grandi senza trascurare le tecnologie intermedie. Cioè avere il compito di diventare una economia intermedia avanzata riformando “Stato sociale” e “Stato fiscale”.

2022, un nuovo patto di cittadinanza.

 

Con l’elezione del Presidente della Repubblica emergerà il nuovo assetto politico-istituzionale che il nostro Paese assumerà nelle prossime settimane. Le forze politiche sono chiamate a fare la loro parte, individuando una figura davvero “istituzionale” e una scelta davvero condivisa. Nel pieno della quarta ondata, il Paese non potrà permettersi i 23 scrutini che occorsero per eleggere Giovanni Leone (o i 20 di Pertini).

 

Gabriele Papini

 

Mettiamola così: nel 2022 avremo tutti inevitabilmente un anno in meno. Come nelle gare ciclistiche, talvolta il tempo può essere neutralizzato. Perché non può accadere anche nella vita civile? Ciò non vuol dire, naturalmente, che l’anno appena trascorso (come il precedente) debba essere dimenticato per una particolare quanto improbabile terapia dell’oblio. In tempi pre Covid avremmo senz’altro azzardato bilanci prevedibili dell’anno uscente e timidi pronostici su quello entrante. Oggi ci domandiamo: a che punto è la notte della pandemia? Nel 2022 un po’ più d’umiltà anche nelle previsioni potrebbe non essere inutile, assieme a una dose “booster” di solidarietà nei confronti di chi è stato colpito dalle conseguenze economiche e sociali di lungo termine causate della pandemia. In altre parole, occorre pensare a un rinnovato patto di cittadinanza.

 

Ognuno di noi ha una responsabilità maggiore nei confronti degli altri. Sia perché, nell’osservanza delle regole, deve continuare a tutelarli. Sia perché non si può pensare seriamente che la salute non abbia un costo (che qualcuno dovrà pur pagare) né ritenere che ci si possa indebitare senza limiti con uno Stato sociale che continua a proteggere e sussidiare tutti.

 

Se il 2022 si fosse aperto senza la prospettiva di una vaccinazione “integrale” saremmo stati senz’altro più tristi e indifesi. Invece è stata una vittoria della scienza e del progresso, oltre che dell’organizzazione della macchina statale. Il completamento della “terza dose” del ciclo vaccinale – assieme ad una auspicabile mitigazione della variante Omicron in primavera – sarà il sigillo del nuovo patto di cittadinanza. L’altro grande “sigillo” è il nuovo assetto politico-istituzionale che il nostro Paese assumerà nelle prossime settimane. Nell’ultimo discorso di fine anno del suo settennato, il Presidente Sergio Mattarella ha tracciato un ideale identikit delle necessarie caratteristiche del suo successore: dovrà “spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico solo del bene comune”. Il Capo dello Stato ha anche sottolineato la certezza che “l’Italia crescerà quanto più avrà coscienza del comune destino del nostro popolo e dei popoli europei”.

 

Le forze politiche sono dunque chiamate a fare la loro parte, con responsabilità, individuando una figura davvero “istituzionale” e una scelta davvero condivisa. Nel pieno della quarta ondata, il Paese non potrà permettersi i 23 scrutini che occorsero per eleggere Giovanni Leone (o i 20 di Pertini). Si dice che la fretta è nemica del bene, ma in questo caso bisognerà fare “presto e bene”.

 

Buon anno a tutti.

La grande levatura politica e intellettuale di Ermanno Gorrieri. Un esempio, il suo, per i cattolici democratici d’oggi.

 

Urge una sorta di valutazione critica su tutto ciò che ha rappresentato la più recente esperienza del cattolicesimo democratico, specie in rapporto con le idee e l’azione pratica che proprio Gorrieri ha saputo esprimere in maniera critica e costruttiva.

 

Paolo Frascatore

 

È una situazione politica strana quella che stiamo vivendo, ma che non è certamente nuova in questa seconda Repubblica che ha archiviato l’esperienza politica dei Partiti del Novecento per abbracciare più che la deideologizzazione, il rifiuto della politica fondata sui valori. Si torna a parlare in continuazione di centro politico rispetto ad una realtà che paralizza, o meglio radicalizza, le posizioni politiche sull’uno o sull’altro versante.

 

I risultati al centro, stando alle ultime iniziative, mettono in evidenza soltanto una personalizzazione dell’intervento politico (privo di qualsiasi respiro futuro) che non trova riferimento, né tanto meno esempi alti di cultura legata all’esperienza dei cattolici democratici. Eppure gli esempi non mancano! Non manca l’esperienza del cattolicesimo democratico di frontiera rispetto alla decadenza della politica, alle alleanze equivoche ed interessate, al suo modo di saper interpretare gli avvenimenti politico-sociali di questo tempo difficile da vivere, ma, proprio per questo, più significativo e foriero di nuove idee originali ed incisive nella storia politica italiana, ormai ridotta ad una semplice contesa di potere.

 

Figure come quella di Ermanno Gorrieri andrebbero studiate e riattualizzate in questo scenario politico inconcludente e arido, soprattutto se riferito agli attuali “partiti” politici. Urge infatti una sorta di valutazione critica su tutto ciò che ha rappresentato, almeno da quattro lustri, l’esperienza politica del cattolicesimo democratico, specie se confrontata con le idee e l’azione pratica che proprio Gorrieri ha saputo esprimere in maniera critica e costruttiva non solo negli ultimi anni della sua vita terrena. Non è certamente un caso se il suo interesse si concentrava sempre sulla realtà sociale, sull’uguaglianza delle condizioni di vita, materiali ed immateriali, di tutti i cittadini al fine di costruire uno Stato veramente sociale, ossia capace di realizzare le condizioni di vita dignitose per tutti.

 

La forza delle sue proposte rimandava in maniera decisa ed indissolubile alle idee dossettiane (anche quando Dossetti decise l’abbandono della politica attiva per sposare la causa del servizio religioso) nella consapevolezza che non solo si poteva far politica anche al di fuori delle istituzioni (Parlamento), ma soprattutto che occorreva mettere mano ad uno Stato sociale che non garantiva (e non garantisce) quella uguaglianza tra cittadini, che per Gorrieri non era mai stata quella meccanica e semplicistica rivendicazione ideologica della sinistra marxista, ma azione concreta e sostanziale nel portare tutti i cittadini su uno stesso piano di vita civile e materiale.

 

Oggi sembra di rileggere le idee di Gorrieri nelle affermazioni di Papa Francesco: le guerre viste come fallimento della civiltà laicista e radicale, materialista. Le prese di posizione contrarie all’accoglienza come stato essenziale di quanti sono sempre più legati all’egoismo, all’individualismo, all’utilitarismo. Certo, la guerra mondiale è vista dal partigiano Gorrieri non solo come motivo di decadenza culturale, morale e civile, ma anche come catarsi della storia, come bagno purificatore per costruire una società fondata sui valori della fratellanza, della solidarietà e della uguaglianza. Su Gorrieri si può e si deve tornare nella consapevolezza che il suo magistero politico (insieme agli uomini migliori del cattolicesimo democratico) costituisce oggi il faro per qualsiasi iniziativa seria in funzione di una nuova presenza dei cattolici in politica.

Il 2021 di Francesco tra viaggi, riforme e le sfide di Covid e salute. Un piccolo compendio su Radio Vaticana.

 

Un anno intenso quello del Papa che lo ha visto impegnato in tre viaggi apostolici internazionali e in importanti eventi, dentro e fuori Roma. Otto i Motu proprio pubblicati per riforme in ambito pastorale, giudiziario, finanziario. Poi lavvio del percorso sinodale nel mondo e gli appelli su vaccini, clima, pace, disarmo. A luglio loperazione al colon al Policlinico Gemelli.

 

Salvatore Cernuzio

 

Tre viaggi apostolici internazionali, dalle rovine dell’Iraq alle periferie della Slovacchia fino al crocevia di sofferenze che è l’isola di Lesbo. Otto Motu proprio, tra ministeri per le donne, modifiche del sistema giudiziario, Messe antiche. L’avvio di un inedito percorso sinodale che coinvolgerà le diocesi del mondo. Poi incontri, udienze, eventi internazionali fuori e dentro Roma. E, in mezzo, l’operazione al colon al Gemelli.

Merita realmente di essere ripercorso per intero il 2021 di Papa Francesco, considerando la mole di appuntamenti e impegni che hanno visto protagonista il Papa. Un dato non scontato in un anno di incertezze e restrizioni causate dall’emergenza Covid e tenendo anche conto delle condizioni di salute dell’85enne Pontefice che ha iniziato l’anno con problemi alla sciatica che gli hanno impedito di presiedere il Te Deum del 31 dicembre e la Messa del primo gennaio.

 

Vaccino per il corpo, vaccino per il cuore.

 

Un anno, questo che sta per concludersi, che si è aperto con il Papa ancora “ingabbiato” (mutuando una sua stessa espressione) nella Biblioteca apostolica per gli Angelus domenicali e le udienze generali, al fine di evitare assembramenti e contagi. Dal Palazzo Apostolico vaticano, in diretta streaming mondiale, mentre il mondo si affacciava al 2021 con addosso le ferite della pandemia, Francesco esordiva:

“Quest’anno, mentre speriamo in una rinascita e in nuove cure, non tralasciamo la cura. Oltre al vaccino per il corpo, serve il vaccino per il cuore: è la cura. Sarà un buon anno se ci prenderemo cura degli altri…”.

Pellegrino in Iraq

 

E la “cura” per il Papa argentino si è concretizzata nei tre viaggi internazionali, in porzioni di mondo ferite da guerre, povertà, migrazioni. Prima fra tutte, e non solo per ordine cronologico, la visita del 5-8 marzo in Iraq: “il” viaggio del pontificato, il primo di un Papa nella cerniera mediorientale devastata da violenze estremiste e profanazioni jihadiste. Una decisione, annunciata nel dicembre 2020, definita azzardata e rischiosa da più parti per il rischio contagi ma anche per questioni di sicurezza. Il Papa ha però voluto andare fino in fondo e non lasciare deluso il popolo che, vent’anni prima, non era riuscito ad abbracciare Giovanni Paolo II. Tra gente sofferente che lo ha accolto per i quartieri polverosi di Baghdad o le strade sterrate di Qaraqosh, Francesco si è fatto presente come “pellegrino”, incontrando anche il grande ayatollah Ali al-Sistani, figura cardine dell’islam sciita. E da Mosul, scenario in passato di torture ed esecuzioni, ha elevato al cielo un grido contro ogni forma di violenza compiuta in nome di Dio.

 

Tra i poveri della Slovacchia e i migranti di Lesbo 

 

Grido riemerso nel viaggio in Slovacchia (12-15 settembre): dal memoriale della Shoah di Bratislava, Francesco ha parlato di “blasfemia” quando il nome di Dio viene usato per distruggere la dignità umana o quando, nel ghetto rom di Luník IX, ha stigmatizzato razzismo e discriminazioni. Grido che si è fatto appello e poi condanna di quel “naufragio di civiltà” che prende la forma dei fili spinati e dei container afosi d’estate e gelidi d’inverno dove vivono in condizioni disumane migliaia di migranti nel Reception and Identification Centre di Lesbo, visitato al termine del viaggio a Cipro e in Grecia (2-6 dicembre). Da questo limbo alle porte dell’Europa, dopo aver “guardato negli occhi” la carne ferita di uomini, donne e bambini, la voce di Francesco è risuonata vigorosa

 

Non lasciamo che il Mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum”.

 

Riforme

 

In giro per il mondo, ma con lo sguardo fisso alle riforme che prenderanno corpo nella prossima costituzione apostolica Praedicate Evangelium, Francesco ha pubblicato da gennaio a novembre otto Motu proprio per introdurre modifiche e novità in ambito pastorale, finanziario, giudiziario. Il primo, lo Spiritus Domini (11 gennaio) col quale ha stabilito che i ministeri laicali di lettorato e accolitato possono essere affidati alle donne. Poi il Motu proprio del 16 febbraio che ha aggiornato il settore della giustizia penale, a cui è seguita la Costituzione Apostolica Pascite gregem Dei, firmata il 23 maggio, con cui è stato promulgato il nuovo Libro VI del Codice di Diritto Canonico, contenente la normativa sulle sanzioni penali nella Chiesa. Il 24 marzo, considerando il disavanzo che da anni caratterizza la gestione economica della Santa Sede e l’aggravamento per la pandemia, il Papa ha deciso di tagliare le retribuzioni di cardinali, superiori e religiosi e, sulla stessa scia, il 29 aprile ha introdotto una stretta anti-corruzione stabilendo che i dirigenti dovranno sottoscrivere una dichiarazione in cui attestano di non avere condanne o indagini per terrorismo, riciclaggio, evasione fiscale, e che non potranno avere beni nei paradisi fiscali. Il giorno dopo, 30 aprile, la decisione che il Tribunale vaticano di primo grado sarà competente anche per i processi penali riguardanti cardinali e vescovi. Ancora, l’11 maggio Francesco ha pubblicato Antiquum Ministerium per istituire il ministero di catechista. In piena estate, il 16 luglio, è stato promulgato invece Traditionis Custodes per ridefinire le modalità di utilizzo del Messale antico. Il documento ha suscitato reazioni generalmente positive, ma anche diversi dubia che hanno ricevuto risposta dal Culto divino il 18 dicembre. Ultimo Motu proprio, infine, il 26 novembre, per istituire una Commissione pontificia di verifica e applicazione nella Chiesa italiana del Mitis Iudex Dominus Iesus (in vigore da sei anni) sui processi di nullità matrimoniale.

 

Continua a leggere

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-12/il-2021-di-papa-francesco-viaggi-riforme-salute-pandemia.html

L’anno che verrà: l’Asia nel 2022.

 

L’anno appena iniziato sarà cruciale per il continente asiatico. Anche se il contrasto alla pandemia continuerà a essere la preoccupazione principale per molti governi, sul piano politico diversi eventi sono già in programma. Alcune delle date principali da tenere sott’occhio.

 

(AsiaNews)

 

Politca, sport, ricorrenze ed eventi ecclesiali: di seguito tutti gli appuntamenti che attendono il continente asiatico nel nuovo anno.

 

Politica

 

A gennaio la presidenza dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean) passerà alla Cambogia. Il primo ministro Hun Sen ha già annunciato che i primi giorni dell’anno farà visita al generale Ming Aung Mlaing, capo della giunta birmana del Myanmar, ribaltando la politica di non interferenza dell’organizzazione mantenuta fino ad ora e facendo preoccupare Washington, che teme un riposizionamento della regione verso Pechino. Restiamo nel sud-est asiatico: a ottobre si dovrebbe tenere il G20 a Bali, in Indonesia (nuove varianti di coronavirus permettendo). Un mese dopo si terrà la COP27, ma a Sharm El-Sheik, in Egitto.

A marzo sono previste le elezioni presidenziali in Corea del Sud e a maggio quelle delle Filippine, dove Marcos junior, figlio dell’ex dittatore del Paese continua a essere in testa ai sondaggi. Sempre a marzo si dovrebbero tenere le elezioni generali in Libano e quelle del chief executive di Hong Kong, dopo le elezioni parlamentari tenutesi il 19 dicembre scorso che hanno registrato un’affluenza ai minimi storici.

Occhi puntati sulla Cina: a marzo si aprirà l’Assemblea nazionale del popolo, dove inizieranno i preparativi per l’evento più importante dell’anno, il 20esimo Congresso del partito comunista cinese previsto per i primi giorni di novembre. Nel 2018 la Cina ha rimosso il limite di due mandati presidenziali: molti analisti si aspettano quindi un terzo mandato quinquennale di Xi Jinping, ma molto dipenderà dalle dinamiche interne del partito. Sicuramente ampio spazio sarà dato a riforme sociali interne. Verso la fine dell’anno si terrà inoltre il 14esimo vertice dei Paesi BRICS (Brasile, Russia India, Cina, Sudafrica) la cui presidenza nel 2022 passerà a Pechino.

Una notizia passata in sordina riguarda invece la dichiarazione di Biden di voler terminare le operazioni militari di combattimento in Iraq entro la fine dell’anno: un ritiro che verrà osservato con attenzione dopo quello dall’Afghanistan, il cui futuro appare molto incerto.

 

Anniversari

 

Molte anche le ricorrenze storiche importanti: i primi mesi dell’anno l’Egitto festeggerà il centenario dell’indipendenza dall’Inghilterra e i 70 anni dal colpo di Stato del 1952. Un altro centenario sarà quello dell’arresto di Mahatma Gandhi in India, Paese che insieme al Pakistan celebrerà i 75 anni di indipendenza ad agosto.

A luglio saranno passati 25 anni dall’handover di Hong Kong dall’Inghilterra alla Cina. In Medio Oriente a settembre si ricorderà il 50esimo anniversario del massacro delle Olimpiadi di Monaco e a novembre un altro centenario, quella della fine dell’impero ottomano.

 

Eventi sportivi

 

Il 2022 si aprirà con le famigerate Olimpiadi invernali di Pechino, che diversi Paesi anglosassoni hanno dichiarato di voler boicottare a livello diplomatico. Ad aprile si disputerà l’Asia Cup in Sri Lanka, mentre i Giochi asiatici si terranno a Hangzhou, in Cina, a settembre. Alla fine dell’anno prossimo, tra novembre e dicembre, si terranno i mondiali di calcio in Qatar, già ampiamente criticati per il disumano utilizzo di manodopera immigrata.

 

Ecclesia

 

Per le Chiese dell’Asia il 2022 sarà caratterizzato dalle fasi locali del percorso sinodale che vedrà la sua concluisone a Roma nel 2023. Tra gli altri appuntamenti calendarizzati finora dal Vaticano: a maggio verrà proclamato santo da papa Francesco Lazzaro Devasahayam (1712-1752), l’ex ministro di corte che convertitosi al cristianesimo predicò l’uguaglianza dei dalit. Sarà il primo laico indiano a esse canonizzato. In una recente intervista il pontefice ha inoltre espresso il desiderio di compiere nel 2022 il viaggio apostolico in Timor Est e Papua Nuova Guinea, inizialmente programmato per il 2020 e poi rinviato a causa della pandemia.

Meloni non vuole il bis di Mattarella. Dunque, è proprio indispensabile il voto dell’opposizione di destra?

 

Un conto è lavorare alla costruzione dì un consenso che vada oltre le logiche della maggioranza dì governo, altro è trasformare una forza di opposizione, animata da revanscismo nazional-popolare, nel dominus della elezione presidenziale.   

 

Cristian Coriolano

 

Con una dichiarazione che traligna dal generale sentimento di riconoscenza e apprezzamento, cui fa da riscontro il dato dei tredici milioni di italiani che hanno seguito in diretta il discorso di Mattarella, la leader di Fratelli d’Italia alza la voce contro l’ipotesi della sua rielezione. Giorgia Meloni si pone pertanto in posizione di rigida contrarietà rispetto allo scenario da tutti considerato fuori portata, visto l’atteggiamento dì Mattarella, ma non per questo impossibile a riproporsi tra qualche settimana.

 

“Un grazie sincero – ha così esordito – al Presidente Mattarella per le sue parole di commiato, alte e di grande valore istituzionale. Il suo discorso di commossa vicinanza agli italiani di ogni ceto, lo stimolo per proseguire a rialzare la testa e il ringraziamento alle categorie e agli uomini delle Istituzioni, fanno di questo messaggio di fine anno la degna alta e nobile conclusione di un difficile settennato. Il suo è il miglior augurio che alla più alta tra le Istituzioni salga persona capace di svolgere l’alto magistero con lo spirito patriottico che serve alla nostra Italia. Nel ringraziarlo ancora ci uniamo al suo auspicio. Se qualcuno volesse nuovamente utilizzare l’allarme Covid, per indurre il presidente a modificare il suo pensiero e riproporne strumentalmente la rielezione, sappia che Fratelli d’Italia sarebbe contraria. Con rispetto ma con altrettanta fermezza”.

 

Ora, se pur resta valido il tentativo di ampliare il consenso attorno alla scelta da compiere per la più alta carica dello Stato, non può essere vincolante l’appoggio dì un partito che mira a rafforzare a tutti i costi, anche a prescindere dai problemi che la recrudescenza della crisi pandemica determina, il suo ruolo di “ferma” opposizione. Dialogare va bene, a patto però che non sia il pretesto per rendere vincolante il voto di una destra così impegnata a coltivare il suo “particulare”.

 

Contestare con veemenza il bis di Mattarella significa ignorare la fiducia che raccoglie la sua specchiata figura di Presidente. Nessuno nega che un accordo ampio su un nome di prestigio possa rappresentare di per sé una garanzia certa per la continuità di questa meritata fiducia: le istituzioni democratiche non s’identificano mai in una persona. Ciò nondimeno, qualora il confronto in corso tra le forze politiche sfociasse nella consapevolezza circa la complessità della situazione a causa del virus, non dovrebbe essere impedita la giusta riflessione sulla opportunità di un ulteriore mandato. Eleggere di nuovo Mattarella sarebbe, in ogni caso, un atto di sincera premura per l’avvenire prossimo del Paese.

Politica, tempi nuovi si annunciano? La sfida coinvolge la galassia del cattolicesimo democratico e popolare.

 

Non si tratta di evocare le celebri parole di Aldo Moro pronunciate nel lontano 21 novembre 1968: Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai”. È inutile fare paragoni storici, politici e culturali con il passato. Tuttavia, dopo la sbornia populista si apre una fase politica nuova e diversa. Dunque, quale sarà la futura ricomposizione della geografia politica italiana?

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, siamo alla vigilia di quella che molti opinionisti definiscono la “scomposizione per una nuova ricomposizione” del quadro politico. Un cambiamento che, appena eletto il nuovo Presidente della Repubblica”, prenderà il largo. E questo non solo perchè è un dato di fatto abbastanza oggettivo in questo particolare momento storico, ma per il semplice motivo che nuovi protagonisti e nuovi soggetti politici saranno in campo in vista delle prossime elezioni generali. Che, come quasi tutti pensano, saranno nel 2023. Il tutto per poter garantire ancora un anno di stipendio e relativa maturazione del vitalizio ad un esercito di parlamentari che o non hanno un lavoro fisso o hanno la certezza matematica di non rientrare più nei palazzi del potere per ovvie motivazioni: la massiccia riduzione dei deputati e dei senatori da un lato e il secco ridimensionamento elettorale di alcuni partiti dall’altro. A cominciare, soprattutto, dal partito dei 5 stelle.

 

Ma, al di là di questa considerazione – che ormai non fa neanche più notizia – quello che conta rilevare è che tutti i sondaggi che vengono attualmente sfornati, oltre ad essere del tutto precari, sono anche privi di significato perchè fanno i conti con un panorama politico che quasi sicuramente non sarà quello che si presenterà di fronte agli elettori all’inizio del 2023. Ce lo ha confermato nei giorni scorsi lo stesso simpatico Pagnoncelli – l’unico sondaggista che continua a dare con indefessa certezza l’aumento costante del Pd rispetto a tutti gli altri partiti – che ci ha sostanzialmente detto che, al di là della solita primogenitura del Pd, manca all’appello il ruolo politico e il peso elettorale del futuro “centro” per poter avere un sondaggio credibile ed affidabile. O “lista” di centro o “partito di centro” che sia. Cioè, la presenza di una aggregazione di “centro” cambierà, di molto o di poco lo verificheremo solo a urne scrutinate, la geografia politica italiana. Di qui la precarietà e la fragilità degli attuali sondaggi.

 

Ora, però, è proprio su questa “scomposizione/ricomposizione” del quadro politico con cui occorrerà fare i conti. Certo, non si tratta di evocare le celebri parole di Aldo Moro pronunciate alla vigilia di un altro grande cambiamento che ha caratterizzato il nostro paese nella sua lunga storia democratica e repubblicana. Mi riferisco ad un passaggio dell’intervento di Moro ad un Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana nel lontano novembre 1968 quando diceva che “tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai”. Come ovvio, non possiamo fare paragoni storici, politici e culturali con le grandi fasi politiche del passato e i leader che le incarnavano con la pochezza dell’attuale classe dirigente e la politica ridotta a mercanteggiamento continuo condita da trasformismo parlamentare e opportunismo politico. Ma è evidente che dopo la sbornia populista, demagogica, anti politica e giustizialista rappresentata quasi esclusivamente dai 5 stelle, si apre una fase politica nuova e diversa. Nessuno, ad oggi, riesce ad individuare come e con quali modalità concrete si incanalerà la futura ricomposizione della geografia politica italiana. Ma forse, e questa è la proposta modesta, umile ma non priva di significato, si tratta di contribuire attivamente a scrivere una pagina che potrà risultare importante, se non addirittura decisiva, in vista della prospettiva del nostro sistema politico. E, forse, anche della qualità della nostra democrazia. Nonchè della nostra cultura cattolico popolare e sociale.

 

Ecco perché, forse per la prima volta, anche Pagnoncelli ha azzeccato una previsione. Tanto vale percorrerla sino in fondo.

La società dei due terzi. Nel 1989, sull’Unità, ne parlava il suo inventore: Peter Glotz, intellettuale e politico della Spd.

 

Pierluigi Castagnetti, nel sul recente colloquio con Gianni Cuperlo sul Domani (29 dicembre 2021), ha recuperato la questione della “società dei due terzi”. Chi ne teorizzò l’avvento, con tutto il carico di suggestioni e insidie, fu Peter Glotz (scomparso nel 2005).

In una intervista a Giancarlo Bosetti, pubblicata sull’Unità dell’8 luglio 1989, egli ne definiva la cornice ideale e politica, individuando i nodi problematici relativamente allo sviluppo di una nuova strategia delle forze progressiste, in primis del Partito socialdemocratico tedesco. Dell’intervista proponiamo di seguito ampi stralci, estrapolando i passaggi più significativi dalle risposte da lui fornite.

In fondo alla pagina è indicato il link per accedere alla pagina dell’Unità.

 

Redazione

 

[…] parlare di fine del secolo socialdemocratico, come ha fatto Ralph Dahrendorf, è un errore. […] Noi dobbiamo mantenere e difendere l’immagine, l’idea dello Stato sociale europeo, ma dobbiamo rafforzare il concetto della sicurezza comune e quello della modernizzazione ecologica delle nostre società, insieme a quella del femminismo, per ricordare alcune delle idee-chiavi del socialismo democratico. Non sono pessimista.

 

[…] Noi abbiamo cambiamenti strutturali nelle nostre società, abbiamo popoli più istruiti, più gente occupata nei servizi, meno occupati nell’Industria. Così abbiamo cambiamenti nella classe operaia e nella sua coscienza. Penso che mai nella storia è stata cosi differenziata come è oggi. L’interesse concreto dei lavoratori, dei colletti blu dell’industria pesante e quelli del lavoratori dei servizi informatici sono molto diversi, ma sia gli uni che gli altri appartengono, in un cero senso, alla classe dei lavoratori. Questa è la nuova situazione, dobbiamo lottare per diversi «milieu», non si può parlare di due classi, nel senso marxiano, la classe operaia degli sfruttati da una parte e quella degli sfruttatori dall’altra. Abbiamo schemi diversi, diversi «milieu».

 

La struttura della società cambia e personalmente penso che il grande pericolo di queste società è quello di diventare quelle che io ho definito «società dei due terzi» e che dobbiamo raggiungere un nuovo tipo di legame di solidarietà tra le classi economiche dirigenti, i lavoratori qualificati, i lavoratori con posto di lavoro sicuro e quel terzo della società fatto di redditi bassi, di pensionati al minimo, disoccupati, giovani che non trovano lavoro, gente schiacciata sul fondo della classifica nella nostra società. Questo mi porta allo slogan, se vogliamo, alla speranza che dobbiamo riuscire a essere «forti tra i forti», con i lavoratori qualificati, con i tecnici e ricercatori, con quei settori della società che sono opinion leaders. Questo è il cambiamento di strategia che occorre al sindacato e ai partiti dei lavoratori.

 

[…] Io penso che per costruire questi ponti tra la debolezza e una parte della forza economica non è sufficiente parlare di politiche economiche e di interesse economico. Se ci occupiamo solo di interessi personali diretti della intellettualità tecnica, della classe manageriale, di tutti coloro di cui abbiamo bisogno perché sono determinanti per l’opinione pubblica, allora non possiamo costruire quei ponti perché i loro interessi sono molto diversi da quelli dei disoccupati. dei poveri, dei pensionati a basso livello ecc. Allora dobbiamo guardare ad altri temi, a cominciare da quelli della modernizzazione ecologica delle società industriali e del Sud del mondo. Dirigenti d’azienda e disoccupati sono ugualmente soggetti al pericolo di una catastrofe ambientale. Ugualmente cresce la sensibilità sul tema delle relazioni tra Primo a Terzo mondo, per il fatto che questo può mettere in pericolo la libertà personale, la situazione di ciascuno.

 

Sempre di più si percepisce che è impossibile una situazione in cui miliardi di uomini muoiono di fame nel Sud, che 5 miliardi di uomini vivono in condizioni terribili e 1 miliardo di uomini nello splendore delle città del Nord, con le loro ricche strutture sociali. Questi temi, ecologia, terzo mondo, problemi della pace – la sicurezza comune, il pericolo di un disastro nucleare – sono interessi comuni non di una sola classe, non direttamente personali. Ma sono interessi comuni che affratellano. Penso che la strategìa delta sinistra si deve riferire anche a questi elementi, non solo ai problemi economici. Dobbiamo fare programmi che consistono in diversi punti e mettere in rilievo quelli che sono comuni a gente di diversa condizione economica.

 

[…] Non pensò che possiamo affidarci alla speranza che la gente sia buona e spontaneamente si preoccupi degli altri. Non mi affido a un simile moralismo. Credo davvero che in un mondo cambiato dalle comunicazioni le persone intelligenti vengono accorgendosi che non è più sostenibile questo contrasto tra Sud e Nord. […] Io non sottoscrivo la certezza che domani avremo un sistema migliore, che domani la sinistra ce la farà a risolvere la questione.

 

[…] Liberalismo e socialdemocrazia sono formule molto generali. Abbiamo già parlato di quello che bisogna intendere per liberalismo, lo sono sicuro che Dahrendorf ha ragione quando dice che le moderne socialdemocrazie devono includere certi elementi di liberalismo, per esempio la flessibilità del tempo di lavoro. Questo, si può dire, è un tipo di approccio liberale, ma non è possibile avere successo nel futuro senza accettare criteri dì questo genere. Personalmente penso che il partito socialdemocratico e il socialismo democratico in generale devono cambiare in certi campi; bisogna riformare le scelte dì programma, dobbiamo discutere, anche voi in Italia nel Partito comunista italiano, questa ricollocazione. Nelle nuove piattaforme elementi liberali sono necessari, ma per- sonalmente credo che, sì, i principi fondamentali della socialdemocrazìa, molti, moltissimi dei suoi principi, saranno necessari nel futuro. Dobbiamo saper cambiare alcune posizioni e mantenerne altre. Un movimento socialdemocratico capace di essere flessibile in questo modo, potrà avere successo […].

 

Per leggere l’intervista completa

https://archivio.unita.news/assets/main/1989/07/08/page_004.pdf

Inizia la presidenza francese. Polemica a Parigi: sui luoghi simbolo solo la bandiera europea (RaiNews).

 

Il gigantesco vessillo dell’Unione sulla tomba del milite ignoto, sotto l’Arco di Trionfo, senza una bandiera francese: insorgono i candidati di destra. Si apre così un anno segnato dalle elezioni presidenziali.

 

RaiNews

 

La Francia celebra l’inizio della presidenza di turno dell’Ue con bandiere europee nei principali simboli nazionali a Parigi nella notte di Capodanno. Ma il gigantesco vessillo europeo sulla tomba del milite ignoto, sotto l’Arco di Trionfo, senza una bandiera francese, ha provocato immediate polemiche da parte dei candidati della destra, aprendo un anno che nella sua prima parte sarà segnato dalle elezioni presidenziali francesi di aprile e la contemporanea presidenza di turno europea.

 

Fervente europeista, Macron ha voluto ornare i luoghi celebri della capitale con i colori dell’Europa. A mezzanotte la Tour Eiffel e il palazzo dell’Eliseo si sono illuminati di blu. E il tema dell’Europa non potrà che essere al centro della campagna elettorale del presidente. Non a caso la presenza della sola bandiera europea sulla tomba del milite ignoto ha immediatamente sollevato le proteste dei candidati della destra, riferisce il quotidiano conservatore Le Figaro. Marine Le Pen ha palato di “provocazione” che “offende chi si è battuto per la Francia”, mentre l’altro candidato di estrema destra, Eric Zemmour, si è scagliato contro quello che ha definito “un oltraggio”. La candidata dei conservatori Les Republicains, Valerie Precresse, ha chiesto di rimettere immediatamente anche la bandiera francese. “Presiedere l’Europa sì, cancellare l’identità francese no”, ha dichiarato.

 

La Francia manterrà la presidenza del Consiglio dell’Unione europea per un periodo di sei mesi. “Avrà un ruolo centrale da svolgere con i suoi partner europei nel portare avanti i negoziati a favore di un’Europa più sovrana, un nuovo modello europeo di crescita e un’Europa umana”, si legge sul sito web dedicato alla presidenza di turno, la prima per il Paese dal 2008. Il passaggio formale dalla Slovenia, che ricopriva l’incarico dal 1 luglio, è avvenuto alla mezzanotte; in seguito toccherà alla Repubblica Ceca. “La Francia”, si legge ancora sul sito web, “sarà in particolare responsabile dell’organizzazione delle riunioni del Consiglio dell’Unione europea, della cooperazione tra gli Stati membri e delle relazioni del Consiglio con la Commissione e il Parlamento europeo”.

 

Continua a leggere

https://www.rainews.it/photogallery/2022/01/Inizia-la-presidenza-francese-la-bandiera-europea-sui-luoghi-simbolo-a-Parigi-e-polemica-0e7e4aea-8aa3-4439-ab0b-369bb3c9fea4.html

Che cosa chiedi o Madre?

“Che cosa chiedi o Madre?”.
“La salvezza dei viventi”.
“Mi provocano a sdegno”.
“Compatiscili, Figlio mio”.
“Ma non si convertono”.
“E tu salvali per Grazia”.

“Santissima Icona della Vergine Maria nel Duomo di Spoleto, che Federico Barbarossa donò alla città nel 1185 in segno di “pace e riconciliazione”. Il cartiglio che la Vergine Maria tiene in mano riporta un dialogo pieno di consolazione tra il Figlio e la Madre. Possiamo entrare con fiducia in questo nuovo anno, in ogni suo giorno così come ci accoglierà, protetti dal santo manto di Maria nostra Madre. Lei prega per noi in ogni istante con le parole di questo dialogo con il suo Figlio. Per noi e per ogni uomo, anche per il più lontano e corrotto. E lo abbiamo sperimentato, come quel giorno a Cana, ogni preghiera della Madre è una legge d’amore per il Figlio. Non abbiamo nulla da temere, nemmeno noi stessi e la nostra debolezza. Perfino quando avremo difficoltà e non vorremo convertirci Maria pregherà per noi, e otterrà la compassione e la salvezza per Grazia dei suoi figli. E dentro questo dialogo vivremo un anno colmo di amore nel quale imparare da Maria Madre di Dio a vivere, obbedienti e abbandonati, da figli di Dio. Buon anno con Maria. E sarà un anno fantastico. Come lo è stato questo che sta terminando.

Messaggio di Fine Anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Palazzo del Quirinale, 31 dicembre 2021

 

Care concittadine, cari concittadini,

ho sempre vissuto questo tradizionale appuntamento di fine anno con molto coinvolgimento e anche con un po’ di emozione.

Oggi questi sentimenti sono accresciuti dal fatto che, tra pochi giorni, come dispone la Costituzione, si concluderà il mio ruolo di Presidente.

L’augurio che sento di rivolgervi si fa, quindi, più intenso perché, alla necessità di guardare insieme con fiducia e speranza al nuovo anno, si aggiunge il bisogno di esprimere il mio grazie a ciascuno di voi per aver mostrato, a più riprese, il volto autentico dell’Italia: quello laborioso, creativo, solidale.

Sono stati sette anni impegnativi, complessi, densi di emozioni: mi tornano in mente i momenti più felici ma anche i giorni drammatici, quelli in cui sembravano prevalere le difficoltà e le sofferenze.

Ho percepito accanto a me l’aspirazione diffusa degli italiani a essere una vera comunità, con un senso di solidarietà che precede, e affianca, le molteplici differenze di idee e di interessi.

In questi giorni ho ripercorso nel pensiero quello che insieme abbiamo vissuto in questi ultimi due anni: il tempo della pandemia che ha sconvolto il mondo e le nostre vite.

Ci stringiamo ancora una volta attorno alle famiglie delle tante vittime: il loro lutto è stato, ed è, il lutto di tutta Italia.

Dobbiamo ricordare, come patrimonio inestimabile di umanità, l’abnegazione dei medici, dei sanitari, dei volontari. Di chi si è impegnato per contrastare il virus. Di chi ha continuato a svolgere i suoi compiti nonostante il pericolo.

I meriti di chi, fidandosi della scienza e delle istituzioni, ha adottato le precauzioni raccomandate e ha scelto di vaccinarsi: la quasi totalità degli italiani, che voglio, ancora una volta, ringraziare per la maturità e per il senso di responsabilità dimostrati.

In queste ore in cui i contagi tornano a preoccupare e i livelli di guardia si alzano a causa delle varianti del virus – imprevedibili nelle mutevoli configurazioni – si avverte talvolta un senso di frustrazione.

Non dobbiamo scoraggiarci. Si è fatto molto.

I vaccini sono stati, e sono, uno strumento prezioso, non perché garantiscano l’invulnerabilità ma perché rappresentano la difesa che consente di ridurre in misura decisiva danni e rischi, per sé e per gli altri.

Ricordo la sensazione di impotenza e di disperazione che respiravamo nei primi mesi della pandemia di fronte alle scene drammatiche delle vittime del virus. Alle bare trasportate dai mezzi militari. Al lungo, necessario confinamento di tutti in casa. Alle scuole, agli uffici, ai negozi chiusi. Agli ospedali al collasso.

Cosa avremmo dato, in quei giorni, per avere il vaccino?

La ricerca e la scienza ci hanno consegnato, molto prima di quanto si potesse sperare, questa opportunità. Sprecarla è anche un’offesa a chi non l’ha avuta e a chi non riesce oggi ad averla.

I vaccini hanno salvato tante migliaia di vite, hanno ridotto di molto – ripeto – la pericolosità della malattia.

Basta pensare a come l’anno passato abbiamo trascorso le festività natalizie e come invece è stato possibile farlo in questi giorni, sia pure con prudenza e limitazioni.

La pandemia ha inferto ferite profonde: sociali, economiche, morali. Ha provocato disagi per i giovani, solitudine per gli anziani, sofferenze per le persone con disabilità. La crisi su scala globale ha causato povertà, esclusioni e perdite di lavoro. Sovente chi già era svantaggiato è stato costretto a patire ulteriori duri contraccolpi.

Eppure ci siamo rialzati. Grazie al comportamento responsabile degli italiani – anche se tra perduranti difficoltà che richiedono di mantenere adeguati livelli di sicurezza – ci siamo avviati sulla strada della ripartenza; con politiche di sostegno a chi era stato colpito dalla frenata dell’economia e della società e grazie al quadro di fiducia suscitato dai nuovi strumenti europei.

Una risposta solidale, all’altezza della gravità della situazione, che l’Europa è stata capace di dare e a cui l’Italia ha fornito un contributo decisivo.

Abbiamo anche trovato dentro di noi le risorse per reagire, per ricostruire. Questo cammino è iniziato. Sarà ancora lungo e non privo di difficoltà. Ma le condizioni economiche del Paese hanno visto un recupero oltre le aspettative e le speranze di un anno addietro. Un recupero che è stato accompagnato da una ripresa della vita sociale.

Nel corso di questi anni la nostra Italia ha vissuto e subito altre gravi sofferenze. La minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamista, che ha dolorosamente mietuto molte vittime tra i nostri connazionali all’estero. I gravi disastri per responsabilità umane, i terremoti, le alluvioni. I caduti, militari e civili, per il dovere. I tanti morti sul lavoro. Le donne vittime di violenza.

Anche nei momenti più bui, non mi sono mai sentito solo e ho cercato di trasmettere un sentimento di fiducia e di gratitudine a chi era in prima linea. Ai sindaci e alle loro comunità. Ai presidenti di Regione, a quanti hanno incessantemente lavorato nei territori, accanto alle persone.

Il volto reale di una Repubblica unita e solidale.

È il patriottismo concretamente espresso nella vita della Repubblica.

 

La Costituzione affida al Capo dello Stato il compito di rappresentare l’unità nazionale.

Questo compito – che ho cercato di assolvere con impegno – è stato facilitato dalla coscienza del legame, essenziale in democrazia, che esiste tra istituzioni e società; e che la nostra Costituzione disegna in modo così puntuale.

Questo legame va continuamente rinsaldato dall’azione responsabile, dalla lealtà di chi si trova a svolgere pro-tempore un incarico pubblico, a tutti i livelli. Ma non potrebbe resistere senza il sostegno proveniente dai cittadini.

Spesso le cronache si incentrano sui punti di tensione e sulle fratture. Che esistono e non vanno nascoste. Ma soprattutto nei momenti di grave difficoltà nazionale emerge l’attitudine del nostro popolo a preservare la coesione del Paese, a sentirsi partecipe del medesimo destino.

Unità istituzionale e unità morale sono le due espressioni di quel che ci tiene insieme. Di ciò su cui si fonda la Repubblica.

Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore.

Non tocca a me dire se e quanto sia riuscito ad adempiere a questo dovere. Quel che desidero dirvi è che mi sono adoperato, in ogni circostanza, per svolgere il mio compito nel rispetto rigoroso del dettato costituzionale.

È la Costituzione il fondamento, saldo e vigoroso, della unità nazionale. Lo sono i suoi principi e i suoi valori che vanno vissuti dagli attori politici e sociali e da tutti i cittadini.

 

E a questo riguardo, anche in questa occasione, sento di dover esprimere riconoscenza per la leale collaborazione con le altre istituzioni della Repubblica.

Innanzitutto con il Parlamento, che esprime la sovranità popolare.

Nello stesso modo rivolgo un pensiero riconoscente ai Presidenti del Consiglio e ai Governi che si sono succeduti in questi anni.

La governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare ha permesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente difficili e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio.

Ci troviamo dentro processi di cambiamento che si fanno sempre più accelerati.

Occorre naturalmente il coraggio di guardare la realtà senza filtri di comodo. Alle antiche diseguaglianze la stagione della pandemia ne ha aggiunte di nuove. Le dinamiche spontanee dei mercati talvolta producono squilibri o addirittura ingiustizie che vanno corrette anche al fine di un maggiore e migliore sviluppo economico. Una ancora troppo diffusa precarietà sta scoraggiando i giovani nel costruire famiglia e futuro. La forte diminuzione delle nascite rappresenta oggi uno degli aspetti più preoccupanti della nostra società.

Le transizioni ecologica e digitale sono necessità ineludibili, e possono diventare anche un’occasione per migliorare il nostro modello sociale.

L’Italia dispone delle risorse necessarie per affrontare le sfide dei tempi nuovi.

Pensando al futuro della nostra società, mi torna alla mente lo sguardo di tanti giovani che ho incontrato in questi anni. Giovani che si impegnano nel volontariato, giovani che si distinguono negli studi, giovani che amano il proprio lavoro, giovani che – come è necessario – si impegnano nella vita delle istituzioni, giovani che vogliono apprendere e conoscere, giovani che emergono nello sport, giovani che hanno patito a causa di condizioni difficili e che risalgono la china imboccando una strada nuova.

I giovani sono portatori della loro originalità, della loro libertà. Sono diversi da chi li ha preceduti. E chiedono che il testimone non venga negato alle loro mani.

Alle nuove generazioni sento di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società.

Vorrei ricordare la commovente lettera del professor Pietro Carmina, vittima del recente, drammatico crollo di Ravanusa. Professore di filosofia e storia, andando in pensione due anni fa, aveva scritto ai suoi studenti: “Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare…”.

Faccio mie – con rispetto – queste parole di esortazione così efficaci, che manifestano anche la dedizione dei nostri docenti al loro compito educativo.

Desidero rivolgere un augurio affettuoso e un ringraziamento sincero a Papa Francesco per la forza del suo magistero, e per l’amore che esprime all’Italia e all’Europa, sottolineando come questo Continente possa svolgere un’importante funzione di pace, di equilibrio, di difesa dei diritti umani nel mondo che cambia.

Care concittadine e cari concittadini, siamo pronti ad accogliere il nuovo anno, ed è un momento di speranza. Guardiamo avanti, sapendo che il destino dell’Italia dipende anche da ciascuno di noi.

Tante volte abbiamo parlato di una nuova stagione dei doveri. Tante volte, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo sottolineato che dalle difficoltà si esce soltanto se ognuno accetta di fare fino in fondo la parte propria.

Se guardo al cammino che abbiamo fatto insieme in questi sette anni nutro fiducia.

L’Italia crescerà. E lo farà quanto più avrà coscienza del comune destino del nostro popolo, e dei popoli europei.

Buon anno a tutti voi!

E alla nostra Italia!

Culture politiche e partiti: non possiamo rassegnarci. Alcune osservazioni nel merito dell’intervista di Pierluigi Castagnetti.

Prendere atto che le culture politiche sono esaurite è importante ma, al contempo, noi abbiamo anche il dovere di indicare quali sono le strade concrete che si debbono percorrere per ricreare un confronto politico serio e credibile tra i vari soggetti in campo. 

In una interessante, e lunga, intervista rilasciata da Pier Luigi Castagnetti al quotidiano “Domani” viene riproposta e affrontata la questione del “superamento delle culture politiche del novecento”. Una osservazione nota, e da tempo dibattuta, ma che richiede un supplemento di riflessione perchè semplicemente ne vale la pena. Del resto, che le culture politiche non alimentino più i partiti contemporanei è cosa nota. Almeno da quando i partiti italiani non sono più espressione di filoni ideali e di tradizioni culturali ma, molto più banalmente, il diretto prolungamento delle fortune e della popolarità del “capo” partito. Tutto, cioè, dipende dal tasso di simpatia e di empatia del capo. Con tanti saluti alla concezione del partito che affonda le sue radici in una cultura politica, al partito comunità e, soprattutto, ad un confronto tra visioni politiche ancorate ad un universo valoriale definito. 

Di qui il trionfo del trasformismo parlamentare e dell’opportunismo politico. L’esempio classico di questo malcostume politico, di questa decadenza culturale e di questo smarrimento etico lo offre quasi quotidianamente quello strano e singolare partito che risponde al nome dei 5 stelle. E questo perchè nell’arco di appena 3 anni questo partito ha fatto tutto e il contrario di tutto. Ha detto tutto e il contrario di tutto. E lo dico senza alcun accenno polemico ma per la semplice ragione che un partito senza identità e senza cultura politica – elementi da sempre teorizzati e praticati da quella formazione politica – riduce la politica ad un mercanteggiamento continuo privo di qualsiasi riferimento ideale e di qualunque coerenza politica.

Ora, prendere atto che le culture politiche sono esaurite è importante ma, al contempo, noi abbiamo anche il dovere di indicare quali sono le strade concrete che si debbono percorrere per ricreare un confronto politico serio e credibile tra i vari soggetti in campo. Se i partiti identitari non sono più riproponibili – e lo abbiamo sperimentato in questi ultimi anni dopo i ripetuti fallimenti di chi, seppur in buona fede, ha cercato di mettere in campo esperienze politiche riconducibili ad un impianto identitario – abbiamo, però, la necessità di individuare anche le strade attorno alle quali si qualifica e si articola un confronto politico. Perchè altrimenti il tutto si riduce inesorabilmente ad un gioco delle parti dove prevalgono il trasformismo, l’opportunismo e la ricerca del potere fine a se stesso. E dove perderebbero di significato le stesse categorie di destra, di sinistra e di centro. E questo perchè quando tramontano le culture politiche difficilmente regge lo scontro e la stessa polemica tra i vari schieramenti. Se non per ragioni di puro potere e di mera convenienza momentanea.

Ecco perchè la bella ed interessante riflessione di Pier Luigi Castagnetti merita di essere ripresa ed approfondita. Non solo perchè tocca un tasto cruciale del nostro tempo ma anche, e soprattutto, perchè ci obbliga a ripensare la nostra cultura e i nostri storici riferimenti ideali. Parlo, nello specifico, della nobile e ricca tradizione del cattolicesimo sociale e del cattolicesimo politico che difficilmente daranno vita ad esperienze partitiche dirette ma che, sicuramente, continuano ad alimentare ricette politiche e progetti politici. Si tratta, quindi, di saper ridare cittadinanza politica a questo giacimento ideale, culturale, etico e sociale. È un compito difficile, certamente. Ma occorre provarci. L’alternativa è il modello 5 stelle. Cio, per dirla con Mino Martinazzoli, “il nulla della politica

 

Addio a Edward O. Wilson, l’uomo che parlava alle formiche.

Uno degli obiettivi primari del grande studioso è stato per tutta la vita quello di fondare un campo di indagine a metà strada tra le scienze della natura e le discipline sociali: ad esso diede il nome sociobiologia.

Edward Osborne Wilson se n’è andato nel sonno a 92 anni: ci lascia uno dei più grandi scienziati del nostro tempo, una mente metodica ma intuitiva e innovativa tanto da essere considerato l’erede di Darwin per i suoi studi sulle evoluzioni delle specie e perché intuì come il comportamento degli animali (quindi anche dell’uomo) fosse il prodotto dell’interazione tra l’ereditarietà genetica e gli stimoli ambientali. Noto soprattutto per gli studi in mirmecologia (la branca dell’entomologia che studia le formiche e nella quale non aveva eguali tra gli scienziati), si interessò a lungo di biodiversità. È considerato il padre della formulazione della teoria della sociobiologia e dei programmi di ricerca ad essa correlati. Dalla formica al pianeta, la sua curiosità non aveva confini e la sua visione del mondo esprimeva un approccio olistico dentro il quale stava l’interesse per la vita in tutte le sue mutevoli cangianze. 

“L’uomo che sussurrava alle formiche”, così lo ha definito simpaticamente Telmo Pievani nel suo ricordo pubblicato il 28 dicembre dal “Corriere della Sera”. È una metafora che spiega una incredibile attitudine all’osservazione – sembrerebbe inverosimile immaginare che lo abbia accompagnato per tutta la vita –  radicata fin da ragazzino. Aveva 13 anni e cominciò a coltivare questa grande passione che gli avrebbe aperto orizzonti di esplorazione infiniti, come la biologia e lo studio delle correlazioni tra vita e ambiente. È per questo che non deve sembrare riduttivo il suo impegno ad approfondire la vita delle formiche. Dopo aver letto “In un volo di storni” del Premio Nobel Giorgio Parisi potremmo affermare che egli cercava nella biologia quella “complessità” che il Prof. Parisi ha cercato per lunghi anni nella Fisica. Menti geniali che vanno oltre le apparenze e cercano una spiegazione ad ogni fenomeno, anche il più apparentemente casuale o banale, persino insignificante.

Grazie alla citazione del Prof. Arnaldo Benini, Emerito all’Università di Zurigo, di lui mi aveva colpito un ammonimento che si è rivelato tanto fondato quanto lungimirante fino a diventare di drammatica attualità, poiché legato all’eziopatogenesi pandemica e che riguardava il tema della sostenibilità ambientale e della presenza dell’uomo sulla Terra: “Una volta superati i 6 miliardi di persone, affermò Edward 0sborne Wilson, l’umanità è prossima all’incompatibilità con l’ambiente. La popolazione è di 7 miliardi e mezzo e cresce di 70 e più milioni l’anno. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. L’alterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie. Andando avanti con questi ritmi di crescita demografica arriveremo ad 11 miliardi di esseri umani a fine secolo”. 

Osservando e riflettendo ciò che ad altri pare sviluppo ed espansione, positività e dominio del mondo, il suo punto di vista ha dato un contributo determinante  per comprendere il concetto di tolleranza ecosistemica, per certi aspetti assimilabile alle intuizioni di David Quammen – l’autore di “Spillover” – per significare come le alterazioni ambientali favoriscano le mutazioni genetiche, il passaggio virale per zoogenesi al genoma umano, proprio studiando in parallelo il nostro contesto di vita e quello degli animali. Uno degli obiettivi primari del grande studioso è stato per tutta la vita quello di fondare un campo di indagine a metà strada tra le scienze della natura e le discipline sociali: ad esso diede il nome sociobiologia. Dentro questa intuizione di sintesi tra comportamenti e biologia fu interessato dagli aspetti sociali del comportamento umano concludendo che essi si possono spiegare attraverso la biologia, e in particolare quella evolutiva. Definì la natura umana come un insieme di regole epigenetiche, un modello genetico dello sviluppo mentale, profetizzando che l’etica sarebbe stata presto rifondata su basi neurobiologiche, tanto da auspicare la convergenza di idee in discipline diverse quali filosofia, biologia e evoluzione che chiamò “consilienza”. 

La sua produzione di opere scientifiche è sterminata, vinse due volte il premio Pulitzer per i suoi libri di saggistica: The Ants (1990, con Bert Hölldobler) e On Human Nature (1978). Il Prof. Benini mi ha cortesemente inviato una sua recensione del 13 dicembre u.s. – pubblicata sul “Corriere del Ticino” – dell’ultimo libro scritto da Wilson per Cortina editore, uscito in Italia nell’ottobre del 2021: “Storie dal mondo delle formiche”. Da questa recensione emerge tutta l’ammirazione per questo grande scienziato che il Prof. Benini esprime con naturalezza e con altrettanta efficacia, il sottotitolo spiega perché: “Uno dei più autorevoli entomologi del mondo ci guida tra insospettabili meccanismi”. Ciò che distingue uno scienziato è infatti la capacità di conoscere e penetrare i misteri della vita, invisibili ai più. Riuscendo a farlo anche con argomentazioni inoppugnabili nella loro apparente semplicità, transitando persino dalla materia alla trascendenza. 

La rivista “Greenreport.it” ricorda questo grande pioniere della scienza con un passo di un suo libro: «Ogni specie è un piccolo universo in se stesso, diverso da tutti gli altri a causa dei suoi geni, anatomia, comportamento, ciclo vitale, ruolo nell’ecosistema; un sistema indipendente, creato nel corso di una storia evolutiva, complesso oltre la nostra immaginazione. Ogni specie merita che i ricercatori le dedichino la loro carriere e che poeti e storici la celebrino. Nulla di minimamente simile può essere detto su un protone o un atomo di idrogeno. In poche parole, reverendo, questo è il più forte e il più trascendente argomento morale, fornito dalla scienza per sostenere il bisogno urgente di salvare la Creazione».

 

Edward Osborne Wilson 

Sociobiologo statunitense (Birmingham 1929 – Burlington 2021); insegnante di zoologia alla Harvard University (1955), poi lecturer presso il Kings College di Cambridge, dal 2007 prof. di entomologia alla Harvard University. In Sociobiology: the new synthesis (1975; trad. it. 1979) estende il darwinismo allo studio del comportamento sociale e delle società animali affermando, nel contempo, la possibilità di studiare la specie umana anche attraverso l’analisi sociobiologica, oltre che attraverso l’analisi genetica o endocrinologica. Rilevante, se pure controverso, il suo contributo alle scienze sociali, aperto all’impiego dei metodi e dei principî della biologia delle popolazioni e della sociobiologia. Altre opere: A primer of population biology (con W. H. Bossert 1971; trad. it. 1974); The insect societies (1971; trad. it. 1976); On human nature (1978; trad. it. 1980); The ants (con B. Hölldobler, 1991), che gli è valso il premio Pulitzer; Journey to the ants: a story of scientific exploration (1994; trad. it. 1997); In search of nature (1996; trad. it. 2003); Consilience: the unity of knowledge (1998; trad. it. 1999); Biological diversity: the oldest human heritage (1999); The future life (2002; trad. it. 2004); Silent spring (2002); The creation: an appeal to save life on Earth (2006; trad. it. 2008); Nature revealed: selected writings 1949-2006 (2006); The superorganism: the beauty, elegance, and strangeness of insect societies (2009); The leafcutter ants. Civilization by instinct (2011); The social conquest of Earth (2012; trad. it. 2013); Letters to a young scientist (2013; trad. it. 2013); The meaning of human existence (2014; trad. it. 2015); Half-Earth. Our planet’s fight for life (2016; trad. it. Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, 2016); The origins of creativity (2017; trad. it. 2018); Genesis: the deep origin of societies (2019; trad. it. 2020) e Tales from the ant world (2020; trad. it. 2021). Nel 2010 ha esordito nella narrativa con il romanzo autobiografico Anthill (trad. it. 2010). Vincitore di due Premi Pulitzer. [Fonte Treccani]

 

Natale 1920, Benedetto XV e l’enciclica della speranza.

Dopo le macerie della Grande Guerra 1914-18, si levò forte il grido del pontefice perché venissero aiutati tutti i bambini coinvolti dal conflitto.

Fu eletto Papa  il 3 settembre 1914, esattamente due mesi dopo lo scoppio della guerra, la prima del XX secolo, la più devastante di sempre, almeno sino a quel momento. In realtà, al contrario di come la storiografia più convenzionale lo ha sempre descritto, ovvero “il Papa degli anni di guerra”, egli fu il primo e più ardente oppositore all’uso delle armi. 

Giacomo Della Chiesa non fu un semplice spettatore passivo del conflitto, ma costituì una rara voce di pace levatasi in una vasta landa di scontri, insofferenze, odio: l’Europa di inizio Novecento. Nel maggio 1919 venne firmato il Trattato di Versailles; a Londra, negli stessi giorni fu fondata Save the Children; il 1° dicembre del 1920, quando i paesi ex belligeranti stavano tentando una disperata ripresa per risollevarsi dalle macerie lasciate poco più di un anno prima, Benedetto XV promulgò Annus Iam Plenus, nona enciclica del suo pontificato. A pochi giorni dal Natale, si trattò di un appello inequivocabile alle nazioni più ricche perché soccorressero con qualsiasi tipo di aiuto i bambini rimasti senza una casa, quelli diventati orfani e quelli feriti (loro malgrado). 

Il Papa  sapeva molto bene che gli effetti della guerra non si sarebbero esauriti con la semplice distruzione di vite umane, e il timore per la nascita di nuove tensioni era molto forte, soprattutto a causa del persistere del «disprezzo per l’autorità, per i beni materiali fatti unico obiettivo dell’attività dell’uomo, quasi non ci fossero altri beni, e molto migliori da raggiungere». 

Circa 60 milioni di uomini erano stati strappati dalla loro vita abituale e coinvolti in un’esperienza senza precedenti nella storia dell’umanità; viceversa, milioni di donne ne avevano preso il posto nelle più disparate attività lavorative (prima fra tutte nel lavoro nei campi). Non solo. La guerra funse anche da fortissimo acceleratore sociale, laddove, oltre alla avvenuta ridefinizione dei confini nazionali, la vita associata di tantissime popolazioni subì dei mutamenti epocali. L’industria bellica aveva trascinato dalla campagna ai grandi centri urbani tanti giovanissimi lavoratori non qualificati, e tante ragazze erano subentrate ai fratelli e ai mariti nelle mansioni familiari quotidiane. C’era inoltre il difficilissimo, drammatico tentativo di reinserimento dei reduci, i quali trovarono una società profondamente cambiata che avrebbe, negli anni a seguire, provocato nuovi e violenti conflitti politici e sociali. 

Gli stessi cattolici si divisero fra quanti sostenevano i vecchi temi cari all’intransigentismo legato alla difesa dell’Austria come “baluardo all’irrompere dei nemici di Dio contro l’Europa cristiana”, e quanti si mantenevano fedeli alla politica della Santa Sede, che si era pronunciata a favore della neutralità e della pace. Tuttavia, all’insegna del regit et tuetur, la personalità e la politica di dialogo di Benedetto XV stavano dando i loro frutti: grazie a lui, la Chiesa di Roma stabilì rapporti di reciproca stima e collaborazione con i paesi usciti dalla dissoluzione dell’Impero asburgico e furono gettate le basi per la normalizzazione delle relazioni con le autorità italiane dopo la lunga crisi scaturita a seguito della “questione romana”.