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venerdì, 13 Marzo, 2026
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Il centro deve rappresentare, con l’apporto dei democratici di matrice cristiana e popolare, la rivoluzione del Terzo Stato produttivo.

Questa lettera, inviata a Ivo Tarolli in qualità di promotore del convegno di Insieme, tenuto ieri pomeriggio online, prelude alla riflessione che lautore svolgerà nella giornata odierna in occasione della iniziativa romana della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani, dal titolo: La Nuova Visione del Centro politico. Una nuovaCamaldoli.

Grazie per avermi invitato al vostro incontro e complimenti per lattività che state svolgendo. Il seme che abbiamo piantato Insiemequalche anno fa ha germogliato molto bene. Ti confermo quanto ti ho detto più volte e scrivo da molti anni: tutto ciò che va nella direzione di una ricomposizione politica  dellarea cattolico democratica e cristiano sociale va valutato positivamente. In particolare noi DC e della Federazione Popolare DC, abbiamo condiviso quanto è scritto nel manifesto Zamagni, dal quale deriviamo molte consonanze con quanto anche noi abbiamo scritto nel nostro patto associativo.

Le riflessioni dellamico Andrea Tomasi sul rapporto tra cattolici e politica invitano ad approfondimenti importanti sul piano etico, culturale e socio politico che, tuttavia, non possono non tenere conto di ciò che accade nella realtà politica italiana con i suoi tempi, scadenze e ritmi veloci, se non vogliamo continuare la Demodisseadi cui ho scritto nel mio recente libro sulla lunga stagione della diaspora democristiana (1993-2020).

Nel condividere quanto scrive appunto Tomasi, evidenzio lesigenza di partire dalla consapevolezza che noi cattolici, già divisi sul piano culturale e frammentati su quello politico, siamo una minoranza nel Paese nel quale, come in Europa e in tutto il mondo occidentale, trionfa il relativismo morale più volte denunciato dalle encicliche pontificie, in particolare da quelle di Papa Benedetto XVI.

La crisi delle culture politiche che hanno costruito la nostra democrazia repubblicana e il clima di relativismo etico e culturale che si accompagna a una condizione prevalente di anomia (in senso durkheimiano, come discrepanza tra mezzi e fini, venir meno del ruolo dei corpi intermedi, assenza di norme di riferimento condivise) ha favorito il prevalere di movimenti e partiti sovranisti e populisti che, in assenza di culture di riferimento, se non regressive, vivono una condizione permanente di trasformismo politico.

Eravamo minoranza anche al tempo del primo Partito popolare, ma ci fu un gigante, come Don Luigi Sturzo che seppe tradurre nella politica e nelle istituzioni i principi della Rerum Novarum al tempo della prima rivoluzione industriale.

Eravamo minoranza e perseguitata nelle sue espressioni associative anche durante il fascismo, ma potemmo godere di quel gigante conterraneo di Tarolli, Alcide De Gasperi che, dopo Camaldoli (Luglio 1943) con le sue idee ricostruttive della DC(Novembre 1943) seppe compiere con Spataro, Alessi, Falck e altri il miracolo della DC.

Certo, oggi, non abbiamo questi giganti, e siamo consapevoli che a quelli della mia generazione (la prima della Repubblica) non spetta più alcun ruolo dirigente attivo, se non quello di essere dei trasmettitori della nostra migliore cultura e tradizione politica a una nuova generazione di giovani, dotati di passione civile, pronti a tradurre nella città delluomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa. Quelli delle encicliche dei Papi San Giovanni Paolo II Magno (Laborem Exercens e Centesimus Annus), di Papa Benedetto XVI (Caritas in veritate) e Papa Francesco (Laudato Si e Fratelli tutti), le quali hanno affrontato e analizzato criticamente meglio e più di ogni altra cultura i fenomeni collegati alla società nelletà della globalizzazione.

Credo che su un punto possiamo tutti convenire: allItalia, come allEuropa, serve in questa difficile fase della storia e della politica una forte presenza di un partito di centro, espressione degli interessi e valori del terzo stato produttivo e delle classi popolari, quelle che La Pira connotava come le attese della povera gente(tanto più attuali, dopo i dati Istati di questi giorni sulla povertà assoluta e relativa italiana, aggravati dalla pandemia e dalla correlata crisi economico sociale). Un centro nel quale, però, al di là delle confuse ipotesi di ristrutturazione oggi annunciate e in corso di formazione, manca la nostra componente di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale.

Credo si debba evitare di dividerci a priori sul tema delle alleanze, tema divisivo anche al tempo di Sturzo e di De Gasperi, e che ha caratterizzato tutta la lunga stagione dellegemonia-dominio della DC italiana. Dobbiamo partire dal programma e dai contenuti di una politica seria e riformatrice allaltezza dei bisogni di quel terzo stato produttivo e delle classi popolari che oggi sono in larga parte prive di rappresentanza. È questa la ragione del convegno che, anche con la tua partecipazione, la Federazione Popolare DC ha organizzato domani Sabato 19 Giugno (oggi per chi legge, ndr)a Roma, cui seguiranno tre importanti incontri – al Nord, al Centroe al Sud con tutte le diverse e articolate espressioni di movimenti, gruppi, associazioni e partito (sono oltre cinquanta) che alla Federazione Popolare DC fanno riferimento in qualità di soci.

Certo, molto dipenderà dalla legge elettorale che ci auguriamo proporzionale, premessa indispensabile per la nostra ricomposizione politica. Anche il vostro impegno è indispensabile in questo progetto e, come ben sapete, ciò che ci unisce è molto di più di quello che può averci sin qui diviso. Non è più tempo di divisioni ma, come ammoniva De Gasperi al III° Congresso DC di Venezia (1949): mettiamoci tutti alla stanga, per riportare in campo la nostra cultura politica e una nuova classe dirigente. Buon lavoro

Il distinguo di Ceccanti costringe Bettini a precisare cosa significa “apertura al centro”. Ma soprattutto cosa rappresenta il Partito democratico sulla scena politica italiana.

Sulla scorta delle dichiarazioni di Goffredo Bettini al Corriere della Sera, lex Presidente nazionale della Fuci e oggi deputato Dem ha impostato un ragionamento, sintetico ma chiaro, che rende quanto mai esplicita la differenza di valutazioni sulla natura e le prospettive del Pd. Non sembra particolarmente efficace, a riguardo, la risposta di colui che tende ormai a configurarsi come il vero leader della sinistra interna (preoccupato del fatto, stante allintervista, che la sinistra italiana non esiste più”). Di seguito lo scambio di battute riportate dallAgenzia Dire.

“Mi viene un dubbio nel leggere l’intervista di Bettini al Corsera rispetto al ’76: chi sarebbero i “cattolici democratici” ricompresi nel “campo alternativo alla destra”? I soli candidati nelle liste del Pci? E Moro e Zaccagnini sarebbero stati la “destra”? Oppure anche Moro e Zaccagnini erano cattolici democratici anche se guidavano la Dc, pur essendo in minoranza interna?”.

Se lo chiede il deputato del Pd Stefano Ceccanti, in un intervento sul suo blog. “Il dubbio – aggiunge Ceccanti – è rilevante perché il Pd nasce dall’idea che c’erano forze riformiste momentaneamente divise dalla Guerra Fredda che andavano ricomposte, separandole dalle forze non riformiste (massimalisti di sinistra, conservatori) con cui erano momentaneamente unite nel primo sistema dei partiti. Insomma, a seconda di come si scioglie quel dubbio, ci si muove nello schema dell’unità della sinistra o dell’unità dei riformisti, due schemi alternativi. Nel secondo ci sono le storie del Pd, nel primo no. Spero che Bettini intendesse il secondo”.

“A proposito della mia intervista di oggi al Corriere della Sera, Stefano Ceccanti, con la consueta intelligenza, pone il dilemma tra l’esigenza dell’unità del centrosinistra e quella dell’unità dei riformisti. Per me le due questioni coincidono”. Così Goffredo Bettini, membro della direzione nazionale del Pd, interloquisce con Stefano Ceccanti, capogruppo del Pd in Commissione Affari costituzionali della Camera.

“Basta mettersi d’accordo sulla definizione ormai troppo vaga di “riformisti”. Il Pd – aggiunge Bettini – nasce per unire i riformisti democratici e progressisti che intendono trasformare le cose e i rapporti di forza tra chi opprime e chi è oppresso. Dentro tale definizione si trova a suo agio tutta la sinistra democratica, che è troppo silente e debole. Anche nel Partito democratico. E si trova a suo agio tutto il pensiero cattolico-democratico e laico-socialista che pure agisce con essenziale utilità dentro il nostro Partito. Altra cosa sono le manifestazioni di un riformismo esteriore che nasconde dietro la parola “riformismo”, da tempo mal utilizzata, il fine di innovare o oliare i vecchi meccanismi imposti dai ceti più forti che da sempre governano l’Italia”.

Il rap come rivoluzione. Intervista a Paola Zukar.

Sinonimo di rivoluzione e ribellione, il rap negli ultimi quarantanni non solo ha trasformato la scena musicale, ma ha condizionato la nostra cultura, la capacità di raccontare il nostro tempo. Ha inventato un nuovo spazio e un nuovo linguaggio per leggere il mondo.Atlantedi Treccani offre questa settimana la possibilità di approfondire un fenomeno che va oltre laspetto originario.

Ne parliamo oggi con Paola Zukar, leggendaria manager dei più famosi rapper italiani. Nel 2018 ha fondato TRX Radio, la prima app radio dedicata al rap; e da qualche settimana è arrivata in libreria la nuova edizione, ampliata e aggiornata, del suo Rap. Una storia italiana (Baldini+Castoldi, 2021).

 

Paola, il tuo libro è una grande operazione di carotaggio nelle profondità di una parola: rap. Per cominciare questa nostra conversazione, allora88 vorrei partire proprio dalla parola rap. Cos’è il rap? Come nasce?

Il rap è un genere musicale che nasce nel contesto, più ampio, della cultura hip hop. A sua volta, la cultura hip hop nasce negli anni Settanta, a New York, grazie a DJ Kool Herc, che ha avuto lintuizione di unire due giradischi e creare un nuovo suono, mixando brani già editi, un nuovo beat, una nuova strumentale, un nuovo genere.

 

Potremmo soffermarci sullhip hop come cultura?

La cultura hip hop newyorkese degli anni Settanta era una cultura nel senso che inglobava più arti: cera il ballo, la break dance; cera il djing, larte di suonare con i giradischi; il graffiti writing; labbigliamento. Una cultura declinata su più piani, quello che ha avuto più successo, larte che ha avuto più successo, è stata il rap.

 

Dal sostantivo passiamo al verbo: che significa rappare?

Rappare significa comporre in metrica delle rime che si incastrano perfettamente con le strumentali. Agli inizi, il dee-jay che creava questo sottofondo musicale ne usufruiva soprattutto nelle feste dei quartieri magari allacciandosi allelettricità pubblica dei pali della luce , puntava sullentusiasmo e sulla versatilità degli MC (Master Of Cerimonies), quelli che parlavano, rappavano, rimavano sopra queste strumentali. È questa è lorigine del Rap.

 

E per te cos’è il rap?

Tutto quello che ho sempre cercato nella vita. Un modo per esprimere qualcosa, per esprimermi, per sentire altri esprimersi, in libertà e con una vena di ribellione. Perché il rap, dagli inizi, ma anche ora, è la musica più ribelle: era cominciata negli ambienti underground, adesso ha avuto accesso al mainstream, ma non ha mai perso la sua aspirazione allimpegno.

 

Mi interessa molto questaspetto. Ci racconteresti la rivoluzione dellhip hop e del rap?

La ribellione, la rivoluzione intrinseca nellhip hop e del rap è una rivoluzione intelligente. Perché non si limita a distruggere: il suo intento è costruire. Il rap affonda profondamente le sue radici nella musica afroamericana, e possiede sempre, anche nei momenti più disperati, una sua luce. Che è propria del gospel e del rhythm and blues, dellallegria disperata di tanti artisti che si affermavano negli anni Cinquanta. Ecco, per me è una rivoluzione intelligente perché riesce, da una parte, a stigmatizzare le storture della nostra società, come il razzismo, un tema molto affrontato nellhip hop; e dallaltra, si prefigge lobiettivo di unire tutti sotto lo stesso ritmo, latini neri bianchi. Questa è la rivoluzione dellhip hop e del rap: restituire la forza per stare uniti; di scontrarsi ma sempre e solo sul piano artistico.

 

Forse questa è la dimensione che viene più fraintesa.

Allinizio il rapper Afrika Bambaataa apparteneva alle gang di New York, in una stagione violentissima. Ha scelto di passare allhip hop. Lì tutte le sfide, tutti gli scontri, dovevano svolgersi su un piano artistico, non dovevano mai debordare nella violenza fisica. Sono nati da questa esigenza, lhip hop e il rap, era troppa la violenza nelle strade, troppa la distruzione. C’è stato chi ha cercato, allora, di costruire qualcosa.

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https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/rap.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

Popolari per trasformare il Paese. A confronto i sostenitori, a vario titolo, della necessità di un nuova iniziativa politica dei cattolici. Basta la buona volontà?

Il dibattito online si svolgerà oggi pomeriggio, venerdì 18 giugno, a partire dalle ore 15.00. La grande diversità di approccio alla questione del rilancio dellarea politico-culturale di matrice cristiana non assicura uno sbocco costruttivo alliniziativa generosamente promossa da Ivo Tarolli.

Lintento ha una sua plausibilità. Si vuole tenere aperto il canale di comunicazione tra diversi e talvolta opposti momenti di elaborazione e impegno sul terreno politico. Non è chiaro però lo sbocco di una proposta che rimane allo stato delle cose una manifestazione di buona volontà.  Da destrainfatti viene una richiesta di continuità sotto le insegne della casa comune di tutte le forze che hanno partecipato in questi decenni al consolidamento della esperienza del centrismo declinato in chiave berlusconiana.      

È inevitabile che il confronto, in mancanza di un principio di autentico discernimento critico, porti allo scoperto leterogeneità di posizioni e orientamenti.

La prima parte del convegno, sino alle 18.00, sarà una “Tribuna per un confronto aperto” in vista dellAdunanza Plenaria di Insieme del 3-4 luglio a Roma, con interventi di rappresentanti di partiti e associazioni politiche di ispirazione cristiana per rispondere a due domande: è possibile una nuova stagione dei liberi e forti? Con quale strategia e quali strumenti?

Introdotti da Alessandro Risso, della Segreteria collegiale nazionale di Insieme, interverranno Ettore Bonalberti, Luca Caputo, Mauro Carmagnola, Mario Giro, Mario Mauro, Giuseppe De Mita, Lucio DUbaldo, Giuseppe Gargani, Renato Grassi, Pietro Giubilo, Nino Luciani, Maurizio Lupi, Giorgi o Merlo, Giovanni Palladino, Gabriele Pazienza, Piero Pirovano, Ernesto Preziosi, Bruno Tabacci, Marco Zabotti, oltre ai componenti del Coordinamento nazionale di Insieme.

Dalle ore 18 la Tavola rotonda con un “Dialogo tra riformatori”, introdotta da Giancarlo Infante, (Segreteria collegiale di Insieme) con Marco Bentivogli (Coordinatore di Base Italia), Michele Polini (Segreteria politica Partito Repubblicano), Maurizio Sacconi (Presidente Associazione Amici di Marco Biagi), Ivo Tarolli (Segreteria collegiale di INSIEME), Stefano Zamagni (Presidente Pontificia Accademia delle Scienze sociali).

Per partecipare clicca sul seguente link (che sarà attivato dalle ore 15.00)

https://us02web.zoom.us/j/86075292792

Torna la questione sociale. E dov’è la “sinistra sociale”d’ispirazione cristiana?

Linterrogativo che in questo articolo riemerge con forza fa da cornice alla fatica di un raccordo più esplicito e coerente tra analisi della società e impegno politico. No alla vuota predicazione.

 

Dunque, lIstat ci consegna un quadro molto allarmante. A livello sociale e a livello politico, di conseguenza. Era del tutto prevedibile, del resto, dopo la drammatica emergenza sanitaria che ci ha colpito e che continua a sfregiare il nostro tessuto economico e produttivo. E proprio i numeri sono alquanto eloquenti: 5,6 milioni di cittadini italiani sono in seria difficoltà; lindice di povertà è passato dal 7,7% del 2019 al 9,4% di oggi; il 47% di questa popolazione poverarisiede al Nord, in particolare nel ricco Nord-Ovest e il 38,6% nel Mezzogiorno; e proprio il Nord registra un incremento della povertà che passa dal 6,8% al 9,3%. E, in ultimo, lincidenza della povertà assoluta raggiunge l11,3% fra i 18 e i 34 anni mentre per gli over 65 si ferma al 5,4%.

Insomma, siamo di fronte ad una nuova, diversa ma altrettanto drammatica questione sociale. E, proprio di fronte a questo quadro, peraltro solo sommario, viene persin scontato chiedersi se esiste ancora nel nostro paese una politica in grado di farsi interprete seriamente e convintamente di una situazione che potrebbe, prima o poi, esplodere. E, per entrare ancor più nello specifico, esiste ancora la possibilità di avere una sinistra socialedi ispirazione cristiana che si faccia anche carico di questa nuova ed inedita questione socialedivampata dopo la pandemia?

Una sinistra socialedi ispirazione cristiana che ha caratterizzato ed attraversato per molti anni il cammino della politica italiana. Certo, se per molto tempo questa presenza è stata politicamente visibile o attraverso una corrente definita in un partito o con leader nazionali altrettanto qualificati e carismatici, oggi questa presenza e questa cultura languono nel deserto della politica contemporanea. Solo per fare due esempi concreti, è appena sufficiente ricordare il lungo magistero politico, sociale, culturale ed istituzionale di Carlo Donat-Cattin nella Democrazia Cristiana e di Franco Marini prima nel sindacato e poi nel Ppi, nella Margherita e infine nel Partito democratico – seppur non più in prima linea per limpegno politico – per rendersene conto. Una presenza politica rilevante che ha contribuito, attraverso la sua sensibilità e la sua progettualità concreta, a segnare la stessa qualità del ruolo politico dei cattolici democratici e popolari nella società italiana.

Certo, le stagioni politiche scorrono rapidamente e nellepoca del populismo dove dominano incontrastati il trasformismo e lopportunismo politico e parlamentare, è difficile rideclinare un patrimonio culturale, sociale e politico che non può essere ridotto a slogan quotidiano e a promesse qualunquistiche e demagogiche. E purtroppo, e soprattutto, mancano anche quella classe dirigente e quei leader, carismatici e rappresentativi, che hanno saputo essere interpreti attivi di un fecondo patrimonio ideale nella concreta dinamica politica italiana.

Ecco perchè, allora, diventa quantomai importante sapere come oggi quella sinistra socialedi ispirazione cristiana può ritrovare cittadinanza attiva nella dialettica politica del nostro paese. E su questo fronte almeno due riflessioni si impongono.

Innanzitutto non c’è più un solo partito che possa interpretare in modo diretto ed esclusivo quella cultura e quel giacimento di valori, di iniziative e di progettualità politica. Anche su questo versante il pieno riconoscimento del pluralismo delle opzioni politiche è un dato di fatto. Nè sul versante della sinistra, soprattutto dopo lalleanza con il populismo dei 5 stelle, nè sul fronte della destra sovranista questa componente può trovare una compiutezza definitiva ed organica. Troppe sono le contraddizioni politiche, almeno stando agli attuali equilibri, che impediscono a questa cultura di riconoscersi sino in fondo in queste due coalizioni o in alcuni partiti che vi fanno parte.

In secondo luogo, come ricordavo pocanzi, lassenza di un personale politico che sia realmente espressione diretta di quei mondi vitali e di quella cultura sociale, politica ed economica. Nessuno pretende, come ovvio, che ci sia oggi una classe dirigente seppur lontanamente paragonabile a quella di un tempo che ha, comunque sia, contributo a segnare in profondità levoluzione e la crescita della nostra democrazia e, al contempo, la stabilità delle nostre istituzioni democratiche.

Del resto, dopo aver teorizzato e praticato per molti anni lideologia dell’”uno vale unoe, soprattutto, dopo aver demolito a colpi di insulti e di ogni contumelia le classi dirigenti del passato con larma implacabile della delegittimazione morale e politica di marca grillina e populista, è addirittura scontato che i potenziali eredidi quelle classi dirigenti hanno coltivato altri obiettivi e praticato altri lidi. Una presenza, comunque sia, che si è progressivamente indebolita anche per altre ragioni. A cominciare dalla colpevole assenza di formazione e dipreparazione di nuovi quadri sul versante dellassociazionismo cattolico popolare e cattolico sociale.

Ma, al di là di queste annotazioni, peraltro oggettive, non c’è dubbio che la rinnovata presenza di una sinistra sociale di ispirazione cristianaoggi si impone. E i numeri dellIstat quasi lo impongono. A prescindere anche dagli attuali schieramenti politici e dalla natura delle forze in campo. Perchè per continuare ad essere interpreti fedeli e coerenti di un mondo popolareche pone concretamente alla politica le sue ansie, le sue domande, le sue esigenze e le sue difficoltà significa anche dare un senso ad una ispirazione, quella cristiana appunto, che altrimenti corre il rischio di ridursi ad una bella ma impotente predicazione o, peggio ancora, ad una azione di testimonianza disancorata dai problemi veri che scuotono e attraversano le persone. Soprattutto dopo questa terribile e perdurante emergenza sanitaria, sociale ed economica.

Una sinistra socialedi ispirazione cristiana che, sullonda del magistero concreto di uomini come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini, possa ancora oggi portare un contributo significativo e di qualità per un obiettivo tanto nobile quanto contemporaneo. Ovvero, per dirla proprio con Donat-Cattin, per la difesa, la promozione e la tutela dei ceti popolari nel nostro Pese. Un impegno a cui non ci si può più sottrarre. Al di là delle parole dordine del populismo grillino e della demagogia e del qualunquismo antipolitico.

Il dibattito sulla “notte delle autonomie locali”. L’errore vero consiste nell’ignorare come, più dei Sindaci. la frustrazione pervada l’impegno dei consiglieri comunali.

Il 14 giugno Massimo Cacciari pubblicava su La Stampaun pezzo dal titolo Sindaci, viaggio al termine della notte. Il giorno dopo Antonio Decaro, Presidente dellAnci, rispondeva sulle stesso quotidiano torinese affermando (sempre nel titolo): Caro Cacciari, la stagione dei Sindaci non è fallita. Con questa lettera aperta, indirizzata per lappunto a Decaro, la combattiva Ciambella lanciava ieri il suo grido di dolorea nomedei consiglieri comunali. Sono loro, sostiene la consigliera nazionale dellAnci, i capri espiatori di un sistema imballato.

Lettera aperta al Presidente dellAnci Antonio Decaro

Noi dovremmo essere ben felici che si apra una discussione seria su questo viaggio alla fine della notte, evocativo del fallimento della stagione aperta con le riforme dei primi anni 90, che interessa tutto intero il mondo delle autonomie locali.

La risposta allintervento di Massimo Cacciari, assertore del fallimento riguardante il sistema inaugurato con lelezione diretta dei Sindaci, ha bisogno di espandersi in una coralità di valutazioni. La crisi non appartiene in esclusiva ai Sindaci, ma agli amministratori locali nel loro complesso. Anzi, riguarda in proporzione più questi – i consiglieri comunali – che non i Sindaci.

Se fosse, infatti, solo un problema di maggiore o minore protagonismo politico, così da restringere la crisi a mero confronto tra gli attori che fino ad oggi hanno interpretato il ruolo di Primi cittadini, non avrebbe molto senso lallarme lanciato da Cacciari. Infatti c’è molto di più.

Sta di fatto che una riforma concepita per esaltare il potere locale ha trasformato lelezione diretta del Sindaco nel collo di bottiglia della democrazia comunitaria. Le assemblee elettive hanno perso il ruolo che un tempo avevano, troppo facilmente classificato sotto la sigla di assemblearismo improduttivo. I consiglieri comunali sono ormai degli amministratori di serie B: le cose che contano le decide e le gestisce il vertice municipale, ovvero il sistema(giunta, dirigenza amministrativa e manager delle società partecipate) che ruota attorno al Sindaco con tutte le limitazioni del caso, avendo certe le responsabilità ma non le risorse.

Leffetto è quello di una evidente frustrazione collettiva, dato che il confronto nelle aule consiliari ignora a questo punto il valore della dialettica positiva tra maggioranza e opposizione. I due schieramenti misurano, per ragioni diverse, il ricattodi una disposizione che impedisce di correggere strutturalmente il percorso amministrativo, essendo la sfiducia al Sindaco foriera di scioglimento del Comune.

La notte, si dice, è illuminata da lanterne e sono proprio i Sindaci a portare queste provvide lanterne, se non addirittura a rappresentarle metaforicamente. Ecco, vero o non vero, si tratta di un discorso poco convincente. Lilluminazione lasciamola ai cultori di altre materie. Noi dobbiamo farci carico della distorsione, se colta nei risvolti pratici, manifestatasi nel corso di vari lustri. E dobbiamo farlo restituendo dignità e valore al servizio che gli eletti – tutti gli eletti – sono chiamati ad assolvere per il bene della comunità locale. Il loro impegno, la loro missionedevono essere apprezzati e considerati dal sistema che invece li ha relegati troppo spesso a qualche vetrina del momento.

Varrebbe dunque la pena che unAssociazione fedele alla sua storia come lAnci, che nasce allalba del Novecento per rappresentare un momento di solidarietà a tutto campo tra gli amministratori locali – dedichi un adeguato spazio a ciò che viene emergendo in questa notte delle autonomie locali. La prossima Assemblea annuale guadagnerebbe allora prestigio se fosse animata da questo interrogativo sullubi consistam della repubblica delle autonomie. La difesa dei Sindaci, in sostanza, non è altra cosa dalla difesa degli amministratori locali. Sincerità e chiarezza si impongono: infatti, qualora fosse altra cosa a dispetto del buon senso, di certo apparirebbe come un involontario e incongruo esempio di corporativismo fine a se stesso.

Proviamo a fare un salto in avanti.

Elezioni del 1921, l’Italia si avvita in una spirale di crisi: sullo sfondo la sagoma vittoriosa del fascismo.

Corsi e ricorsi storici: un secolo fa si aprì una delle fasi più controverse della storia patria contemporanea. La scellerata leggerezza della classe dirigente liberal-democratica.

Era di maggio, come scrisse un poco noto poeta contemporaneo, il buon Salvatore Di Giacomo. LItalia, dopo aver vissuto sulla sua pelle la tragedia del primo conflitto mondiale e tutto ciò che ne conseguì, si preparava ad affrontare unaltra (altrettanto) delicatissima fase, specie nel suo futuro più immediato. Ma se le responsabilità per la catastrofe del 1914-18 avrebbero dovuto essere distribuite equamentetra le diplomazie di mezza Europa cosa che non successe ciò a cui andò incontro il paese nel biennio 21-22 lo si deve per gran parte alla scellerata leggerezza di chi in quel momento aveva la facoltà di decidere, o quanto meno aveva la possibilità di dare una svolta diversa alla politica del Regno.

Cerchiamo di identificarne i protagonisti principali e la causa/effetto.

Le elezioni del 15 maggio 1921 videro laffermazione dei socialisti e dei popolari, con il 45% dei voti complessivi su scala nazionale. Un buon risultato, ma non si trattò tuttavia di una vittoria. Cosa successe perché lItalia fosse messa in condizione di correre incontro a una grave crisi interna, a nuovi spargimenti di sangue e a una guerra civile che ne avrebbe condizionato i costumi e la società sino a questo terzo millennio?

Andando per ordine, va ricordato innanzitutto lerrore commesso dallottuagenario Giolitti richiamato a formare un governo di scopo nel sottovalutare i sommovimenti interni e il malcontento nel paese manifestato a seguito della fine della Grande Guerra e della Pace di Versailles, le quali avevano smosso le coscienze dei movimenti nazionalisti e ridotto alla fame milioni di persone, soprattutto quelle appartenenti ai ceti più modesti (contadini e operai).

In secondo luogo, la questione sociale. Mentre dilagavano infatti gli assalti delle squadre fasciste alle camere del lavoro, alle sedi delle leghe e ai municipi estendendosi anche alle aree mezzadrili del Centro-Nord, gli autori delle violenze arrivarono a godere di unampia impunità da parte di chi, nel governo e nella magistratura, non vedeva di buon occhio lavanzata dei partiti popolari di massa e si serviva dei loro acerrimi oppositori per ridurre a più modeste pretese le sinistre.

Un altro errore imperdonabile fu quello commesso dalle correnti moderate liberal-democratiche, che nel 1921 permisero linserimento di ogni sorta di movimento politico nei cosiddetti blocchi nazionali” – di cui facevano parte con la rinnovata intenzione di tenere fuori dal giogo di governo la corrente popolare guidata da Don Sturzo e gli stessi socialisti. Queste strategie legittimarono lintensificazione degli scontri e delle aggressioni tra avversari politici permettendo inoltre lingresso di 35 deputati fascisti in Parlamento.

La storiografia attuale, benché siano stati versati fiumi di inchiostro per redigere congetture, ipotesi, tesi più o meno attendibili, romanzi e deduzioni, in damnatio memoriae ha ancora dubbi, me compreso, sul perché Vittorio Emanuele III la notte del 28 ottobre del 22 rifiutò, al pur debole governo Facta, di firmare lo stato dassedio per bloccare i marcisti che entravano a Roma. Facta non ne volle parlare, ma ogni conclusione può ancora oggi essere valida. Fu effettivamente e solo una decisione politica o venne obbligato a farlo? E da chi? Ai posteri lardua sentenza.

Alcuni eventi sono ciclici; in molti casi, ciclica è stata ed è la tendenza dei riformisti (e delle sinistre più in generale) a mettersi nelle condizioni di dare enormi vantaggi agli antagonisti e permettere loro di vincere le elezioni. E come un secolo fa, le spaccature di una corrente così variegata che si oppone alle destre probabilmente saranno decisive anche in merito ai risultati delle politiche 2021. In un senso o nellaltro.

Una iniziativa civica esemplare nella periferia romana L’esempio dei giovani dell’Azione Cattolica

Spesso le iniziative, i fatti, gli accadimenti, che caratterizzano la vita sociale e civica della periferia romana non hanno risalto mediatico, ma quella intrapresa da un gruppo di giovani, ragazzi e ragazze, nel V° Municipio di Roma, appartenenti all’Azione Cattolica di Roma della Parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia ai Gordiani, va fatta  conoscere anche per dovere di cronaca. Niente di eccezionale, ma tante volte dalle piccole testimonianze possono nascere comportamenti e collaborazioni positive per rendere la nostra quotidianità più a misura di uomo. Domenica scorsa una ventina di persone giovani, genitori ed educatori, hanno deciso di bonificare e rendere più vivibili degli spazi urbani del territorio, dove si abita e si studia. 

Hanno raccolto con entusiasmo  l’invito di una sollecitazione diocesana dal nome “Prendiamoci Cura”, che chiedeva un momento di “Cura e preghiera per il creato”, con un chiaro riferimento allo spirito all’Enciclica di Papa Francesco, del giugno 2015. Il gruppo di volontari si è organizzato in due squadre, una ha operato sulle strade principali del Quartiere Nuova Gordiani (Viale Partenope, Viale Telese, Largo Irpinia, ecc.), e l’altro all’interno del polmone verde di Villa Gordiani (dalla parte di Largo Battipaglia – Via Olevano Romano). Lo stupore dei “volenterosi volontari” è stato grande per la raccolta di immondizia di ogni genere: bottiglie di vetro e di plastica, lattine di bibite, tappi, mascherine anticovid, mozziconi di sigarette, fazzoletti di carta, e altri oggetti.

Una quantità di rifiuti impressionante, che con poco più di due ore di lavoro, ha fatto riempire una ventina di sacchi di rifiuti urbani. Non ci domandiamo il perché di questa situazione di degrado! L’apprezzamento dei cittadini presenti, nei diversi luoghi oggetto di bonifica che hanno visto i volontari operare non è mancato, anzi hanno sollecitato e incoraggiato che questi interventi  siano più frequenti. Analogamente la comunità parrocchiale ha ringraziato i partecipanti di questa significativa testimonianza civica ed educativa.

In questi ultimi giorni  la Comunità Europea prima e successivamente i Grandi della Terra, si sono incontrati non solo per il dopo pandemia, a rilanciare l’economia e lo sviluppo, ma anche per trovare e rinforzare una politica ambientale a livello mondiale. Così come sei anni fa “l’Enciclica Laudato si sulla cura della casa comune” richiamava  tutta l’umanità di ogni credo, la preoccupazione per le condizioni dell’ambiente, eleva l’ecologia integrale quale nuovo paradigma, perché la natura non è una “mera cornice” della vita umana. 

Siamo in presenza di grandi cambiamenti in tutti i campi, e la “cura della casa comune” è certamente uno di quelli fondamentali. Occorrono grandi e piccole decisioni, ma ciascuno deve assumersi la propria responsabilità con i comportamenti, con la mobilitazione civica, con progetti educativi, con la vivibilità degli spazi urbani, perché questa sfida sulla salvaguardia del Creato è decisiva per le sorti del nostro Pianeta.

Ecco perché un piccolo ma significativo gesto promosso dai giovani dell’Azione Cattolica di una Parrocchia di periferia, come quella dei Gordiani, può assumere un significato che può rappresentare un esempio di vita.  

Popolarismo: alternativa al populismo – Dialogo su “Popolarismo liberale” di Flavio Felice

In alternativa alle semplificazioni populiste e paternaliste, resta la via del popolarismo della poliarchia, dell’economia sociale di mercato e della sussidiarietà. Resta la via del riformismo gradualista, cioè reale e non illusorio.

Il senso della vita. Conversazioni tra un religioso e un pococredente

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia

Mons. Paglia, nelle pagine di esordio del Vostro dialogo Lei spiega in modo netto che “il futuro si edifica sulla via di una fraternità universale”. Questa affermazione, che potrebbe essere la chiusa di un ragionamento, diventa il fondamento di una prospettiva da imboccare per governare i destini dell’uomo, far prevalere le ragioni del bene comune e della concordia, immaginare un modello di sostenibilità planetaria che poggi sulla condivisione di alcuni valori essenziali: il rispetto, la benevolenza, la solidarietà, la sconfitta dell’indifferenza attraverso il “vaccino” dell’umana comprensione. Sono peraltro temi che Papa Francesco ha considerato nella sua enciclica ‘Fratelli tutti’. Eppure permangono alcune difficoltà. Dopo il tempo della post-modernità, dello spaesamento, della liquidità non ricomponibile con cui ci ha affascinato e spaventato Zygmunt Bauman, il declino delle ideologie, la globalizzazione e la deriva tecnocratica avvertiamo il fallimento della stagione dei diritti, del relativismo etico che favorisce prevaricazioni e ingiustizie, dell’individualismo sfrenato in cui radicano interessi confliggenti, il dominio del ‘dio denaro’. Mi disse Mons Giovanni Barbareschi, sacerdote della Resistenza: “Oggi tutto si vende e tutto si compra, perché tutto è cedibile” e aggiunse ”Te lo dice un prete: il primo atto di fede che l’uomo deve compiere è nella sua libertà, nella sua capacità di essere e di diventare sempre di più una persona libera”. C’è coerenza tra questa affermazione che riguarda la persona con il Suo richiamo alla fraternità, dato che Lei stesso ammette non trattarsi di un “idillio ma di una conquista ardua e faticosa”?

Risposta Mons. Paglia.  Il libro nasce a partire dalla pandemia, a partire cioè dalle questioni, anche concrete, esistenziali, che in questo difficile tempo siamo costretti ad affrontare e che riguardano diversi settori della vita sociale, produttiva, politica. Siamo in un profondo cambiamento d’epoca, come ama dire papa Francesco e non semplicemente in un’epoca di cambiamento. Ne usciremo, certamente, ma dipende dalle scelte che già facciamo oggi per uscirne rinnovati. Per parte mia sono convinto che dobbiamo impegnarci perché il mondo sia migliore, più solidale, a partire dai rapporti tra di noi. Il virus non ha frontiere, non viene fermato da barriere fisiche, da confini o da muri. Le barriere le abbiamo costruite noi, sono artificiali e non servono. L’altro, gli altri, non è mio nemico, non sono nemici. Dobbiamo allearci tra tutti, esseri umani, donne ed uomini, per costruire una nuova civiltà. Certamente è una conquista, ardua e anche faticosa. Pensiamo agli ideali universali dell’Illuminismo: fraternità, libertà, uguaglianza. Sono trascorsi più di 200 anni e non li abbiamo realizzati, se non in minima parte, e non in tutto il mondo. Ma il messaggio della Bibbia e del Vangelo oggi ci spingono con maggiore forza a riscoprirci un unico genere umano, fratelli e sorelle tra noi, e a trarne le conseguenze politiche, economiche, sociali.

Domanda per l’On.le Prof. Luigi Manconi

Caro Professore, Lei lo chiede esplicitamente, già nell’aforisma d’esordio e poi il Suo discorso mantiene questo tema sottotraccia, come un filo conduttore che attraversa tutta la Sua riflessione:  la condizione umana ed esistenziale nella civiltà contemporanea, dominata in maniera estensiva e irreversibile dalla dimensione tecnologica, esprime un senso di precarietà, un’assenza di approdi, siamo un po’ attori e un po’ spettatori del naufragio così ben descritto da Hans Blumenberg. Non trova che si sia realizzata una sorta di rivoluzione copernicana per cui non la persona in quanto tale ma il contesto in cui vive è il centro dell’universo simbolico nel quale siamo immersi?  Abbiamo davvero bisogno di nuovo Umanesimo, di un nuovo Rinascimento? Qual è il percorso storico che dobbiamo culturalmente  ripensare e quali le possibili immaginazioni di un futuro che continuiamo a rimandare? Il tramonto delle ideologie ci consegna destini incerti: come possiamo avere una visione di modelli comportamentali e sociali da perseguire se stiamo diventando orfani del pensiero critico e dell’immaginazione? Ricordo Rita Levi Montalcini nell’intervista che mi concesse: conta più l’immaginazione e la creatività della mente umana rispetto alla scienza codificata, in quanto apre nuove virtualità. Ma siamo capaci di proiettarci in questa dimensione di libertà intellettuale che rimetta l’uomo e non il profitto o il prodotto al centro dei nostri interessi?

Risposta Prof. Manconi. Purtroppo l’immagine del naufragio ha perso da tempo la sua dimensione metaforica per tradursi, piuttosto, in una realtà concreta e in una tragica emergenza umanitaria. Nel nostro mare, nel “mare nostro”, i naufragi si contano a centinaia e migliaia e migliaia sono le persone che affogano in quelle acque. Ne emerge una sconsolata verità: a livello inconscio, coloro che naufragano sono percepiti da noi come esseri umani inferiori. Solo ammettere questa crudele evidenza può aiutare a comprendere perché mai la strage nel Mediterraneo possa riprodursi da decenni senza che noi italiani ed europei vi poniamo rimedio: e nemmeno, in realtà, tentiamo di farlo. Finiamo, dunque, per accettarlo. Basterebbe questo per rispondere alla sua domanda. C’è stato un totale spaesamento morale degli attuali abitanti del nostro continente. Dico spaesamento e non, ad esempio, crollo, perché ciò che mi pare evidenziarsi è qualcosa di simile a uno stato confusionale, a una condizione di scissione psicologica e intellettuale dai nostri elementari punti di riferimento, dai nostri principi e, direi, dalle nostre stesse convinzioni. Insomma, come facciamo a riconoscerci in questo agnosticismo etico che ci suggerisce l’inerzia davanti alle tragedie, non solo del mondo, ma a quelle propriamente domestiche, “di casa nostra”, delle stesse acque in cui ci bagniamo. Di conseguenza, l’umanesimo cui tendere non è altro che la volontà di mettere al centro di tutto – della politica e della filosofia, dell’economia e del nostro quotidiano agire – l’uomo, nient’altro che l’uomo. Ad esempio, se colloco l’uomo al centro di ogni mio sentimento e di ogni mio operare, consegue che l’obiettivo di “abolire il carcere” diventa un’assoluta priorità: e l’esigenza di controllare i soggetti socialmente pericolosi viene dopo. Sia chiaro: viene, deve venire, ma solo a patto che il controllo, la pena, la messa in stato di inoffensività siano misure tutte interne alla prospettiva dell’abolizione della cella chiusa. È un esempio estremo, ma, mi auguro, aiuti a comprendere la mia idea di azione pubblica e di politica.

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia

Mons Paglia, in un passaggio importante del Vostro libro Lei evoca le due encicliche di Papa Francesco, Laudato sì e Fratelli tutti, in ciò esprimendo la visione del Pontefice e la presenza della Chiesa rispetto a problematiche di grande attualità, a partire dalla crisi pandemica che sta affliggendo il pianeta, fino alla dimensione ecumenica delle relazioni umane, ispirata ad un afflato di fratellanza universale ma non priva di riflessioni sulle solitudini e le diaspore del nostro tempo.  La pandemia  in atto, i suoi effetti a livello planetario, le restrizioni alle libertà nella vita quotidiana dei cittadini di tutto il mondo impongono degli interrogativi ai quali mi pare la Chiesa non voglia restare estranea. Lei stesso, citando Karl Jaspers, parla di un momento “assiale” per i destini dell’uomo. Si ha la percezione (il Rapporto ONU del 2019 lo ha confermato) di vivere una lunga transizione verso un radicale mutamento del concetto di sostenibilità ambientale. Ciò significa che l’uomo ha vissuto in modo distorto, speculativo e consumistico il suo rapporto con la natura: si impone un ripensamento drastico. Senza entrare negli aspetti scientifici del tema non Le pare necessario un recupero di consapevolezza sull’importanza della vita, in tutti i suoi aspetti, anche nei rapporti inevitabilmente imposti dalle derive tecnologiche che incidono sull’ecosistema? Quale uomo e quale modello di umanità la Chiesa intende proporre al dibattito culturale e al senso poietico della creatività spirituale che ne deriva, con l’autorevolezza delle proprie deduzioni? In fondo questa emergenza asseconda lo scopo del vostro libro: capire e spiegare il senso della vita.

Risposta Mons. Paglia. Il senso della vita! È una domanda che implica una risposta lunga tutta una vita. Per il credente l’orizzonte è suggerito dal messaggio di Gesù sulla destinazione dell’umanità che va oltre la morte, come scrive l’Apocalisse verso “cieli nuovi e terra nuova”. Come si può intuire il messaggio è pienamente umano. E’ a dire che la destinazione universale non è disincarnata. Al contrario l’azione per il futuro inizia già da ora e la dimensione della risurrezione è umana, non spirituale o astratta. Per questo il credo cristiano parla di “risurrezione della carne”, non semplicemente di immortalità dell’anima. Il cuore del cristianesimo è l’agape, la carità, verso Dio e verso il prossimo. Papa Francesco con le sue due encicliche che lei cita fornisce l’orizzonte nel quale collocare la nostra azione. Dire ‘vita’ significa interessarci delle condizioni di vita, della qualità della vita, di tutti i nostri compagni di viaggio, uomini e donne del nostro tempo. Abbiamo una sola vita da vivere e che sia umana, degna, possibile. Ed abbiamo un solo pianeta sul quale vivere, che non è ‘nostro’ ma lo abbiamo in prestito dalle generazioni future. E le tecnologie incidono sui rapporti, sulla  qualità della vita, sulle condizioni di vita. Il nome che papa Francesco – e non solo – ha dato a questa prospettiva è efficace e profondo: Bioetica Globale. Ed è un cambiamento di prospettiva radicale, che chiama ognuno a una revisione e conversione, a partire dai comportamenti quotidiani fino alle scelte politiche. 

Domanda per l’On.le Prof. Luigi Manconi

Professore, rileggendo le riflessioni di Pierre Bourdieu sulla violenza simbolica trovo che ripensandola oggi la ritroviamo affinata, diversificata, esponenzialmente cresciuta dalla preponderanza pervasiva del “pensiero calcolante”.  Mi sembra che tutto diventi strumentale sia rispetto ai processi che ai prodotti.  Ad esempio una malintesa valutazione dei principi di privacy e trasparenza sta mettendo le manette ai polsi delle relazioni sociali. La gente – pur disponendo di mezzi straordinari e potenzialità impensabili un tempo- non si parla e non si comprende più. Emergono solitudini nuove che non hanno target sociali o riferimenti anagrafici, poiché in fondo viviamo un’esistenza dominata dalla globalizzazione che ci spinge alla diffidenza, ad appartarci dentro nicchie di incomunicabilità. Non pensa che ci sia – nella nostra situazione esistenziale – un prepotente ritorno dei meccanismi di condizionamento dei comportamenti, fino a renderci schiavi del ‘pensiero pensato’ piuttosto che creatori e artefici di un ‘libero pensiero pensante’? Nella stessa quotidianità molta parte di ciò che facciamo non è dettata da ragionati convincimenti ma da luoghi comuni, stereotipi, opinioni, modelli precostituiti. Per dare un senso alla vita dobbiamo recuperare l’uso del discernimento?

Risposta Prof. Manconi.  Uno dei testi della mia formazione è stato “La folla Solitaria” di David Riesman. Aggiornare il volume di Riesman alla situazione attuale e, in particolare, alla incontenibile diffusione del web e dei social sarebbe assai interessante. Si scoprirebbe che il ruolo del soggetto nell’attuale infosfera conferma il paradigma di Riesman nella forma più esasperata e acuta. Mai come oggi, all’interno di un campo affollatissimo e di una comunicazione incessante e prepotente, l’individuo conosce la propria solitudine. È come se lo sviluppo formidabile delle relazioni sul web finisse con l’esaltare l’atomizzazione delle persone e l’alienazione dell’una rispetto all’altra. L’essere permanentemente connessi costituisce il surrogato del legame sociale in via di accelerato deperimento. A questa crisi, i social network non riescono in alcun modo ad opporsi e il massimo delle interrelazioni convive con la più profonda scissione inter-individuale. Rispetto a questo processo, sembra esservi poco o nulla da fare: è una tendenza incoercibile che non sembra possibile contenere. E, tuttavia, alcune misure di profilassi sono realizzabili e potenzialmente efficaci. Ad esempio, dopo l’insopportabile tendenza a ridurre l’azione politica allo scambio online e alla retorica del click e del like, già sarebbe utile favorire tutte le forme di partecipazione politica dal vivo e di mobilitazione fisica dei corpi nell’incontro diretto, nello scambio in presenza, nell’“assembramento” intorno a opzioni condivise e a movimenti comuni. Ed è solo un esempio.

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia

Mons. Paglia, argomentando sulla necessità di ricostruire un nuovo Umanesimo Lei evidenzia le difficoltà di questo progetto ponendo una questione centrale: “sono convinto che la società contemporanea fatichi a uscire dalla deriva nella quale è caduta, perché ha rimosso Dio dal suo orizzonte”. Ho apprezzato la citazione di Luigi Zoja – che ho la fortuna di conoscere e di aver intervistato- il quale offre un’interpretazione decisiva su questo tema nel suo libro “La morte del prossimo”. Afferma Zoja che “nel mondo attuale dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade nell’individualismo o peggio nella solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo. Da quando il mondo si è fatto laico…Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio. E il vivo in morto, uscendo dal tempo”. Zoja individua due aree critiche: una sociologica, che descrive una società dominata dai media e – nello stesso tempo – la tendenza all’individualismo, alla separazione, come reazione ai fenomeni di globalizzazione con un ritorno ai localismi. Il secondo aspetto è l’invadenza della tecnologia. Se sono queste  le cause e gli effetti di questo fenomeno così dilagante proprio nell’epoca dell’immediatezza e della potenzialità comunicativa,  quali sono a Suo parere  i possibili rimedi?

Risposta Mons.Paglia. Vedo all’orizzonte – ma un orizzonte prossimo, vicino, molto vicino – la necessità di riannodare due fili: da un lato il sapere scientifico e dall’altro la visione umanistica. La Pontificia Accademia per la Vita l’anno scorso ha espresso in maniera plastica questa unione quando abbiamo parlato di Intelligenza Artificiale e della necessità di una visione etica delle tecnologie. Abbiamo parlato di renaissance! Perché siamo nell’epoca in cui l’umanità può distruggere se stessa attraverso il nucleare o con gli interventi genetici, ma può anche uscire dalla strettoia di un dominio esasperato del profitto e delle tecnoscienze capaci di manipolare molti a vantaggio di pochi. E possiamo farlo, potremo farlo, nell’alleanza di scienza ed umanesimo, nell’unità fondamentale dei saperi in favore di un approccio umano alla vita, per offrire spazio, possibilità, speranza a ciascuno e a tutti.

Domanda per l’On.le Prof. Luigi Manconi

Nel paragrafo dove Vi confrontate sul senso dell’amore, la sua gratuità e la sua appropriazione Lei stigmatizza alcuni atteggiamenti della Chiesa ancora diffusi: come l’usare il termine ‘misericordia’ per le relazioni omosessuali o la concezione punitiva del godimento sessuale poiché  “fare l’amore” deve essere  finalizzato alla procreazione. Ecco che il dibattito degli ultimi giorni sul DDL Zan pone questioni nuove e forse capaci di dividere anche il fronte più progressista e libertario. Mi riferisco ai temi delle differenze di genere, dell’identità sessuale biologica e di quella elettiva: “sentirsi” uomo o donna a prescindere dal requisito anagrafico, una sorta di situazionismo elettivo che a mio parere non contribuisce alla costruzione di una identità affettiva e sentimentale che metta ordine alla dimensione relazionale. Mi domando se ciò non crei una confusione persino fraudolenta. Come possiamo affidare lo statuto biologico della natura ad un atto di volontà? Con quali garanzie di orientamento e di radicamento identitario introduciamo a scuola questa variante opzionale che legittima la teoria ‘gender’, blandendo e solleticando il senso della trasgressione? Lasciamo perdere Dante e l’amor cortese, qualcuno parla di azioni legali per estromettere dai programmi scolastici dell’infanzia le favole di “Biancaneve” e della “Bella addormentata” perché il bacio del Principe non è consenziente e diventa abuso sessuale. Mi pare che si stiamo travalicando i limiti del buon senso comune: io non ho un concetto chiaro di cosa sia normale o trasgressivo in un rapporto a due (o a tre e più). Ma avverto il rischio di una paralisi dei sentimenti e dei gesti di affetto per il timore di sanzioni penali inflitte da giudici cervellotici, così come pavento il pericolo di crescere una generazione di soggetti asessuati e defedati, insicuri e infelici. Cosa ne pensa Professore?

Risposta Prof. Manconi. Credo che il mio interlocutore, Monsignor Vincenzo Paglia, grazie anche una mia affettuosa aggressività, abbia detto cose assai importanti e, credo, inedite, sul possibile approccio della Chiesa Cattolica al tema, sempre censurato o almeno trascurato, del piacere. Ma spetta a lui ribadire e approfondire. Per quanto riguarda la  questione dell’identità sessuale – uso intenzionalmente questo termine perché mi sembra il più asettico – non sono proprio d’accordo sulla critica a ciò che viene definito come “situazionismo elettivo”. Sì, penso che si possa “affidare lo statuto biologico della natura” ad un “atto di volontà”, per il semplice motivo che in realtà si tratta d’altro. Si tratta, cioè, di riconoscere la possibilità di definire il proprio genere prescindendo dal mero dato biologico-anatomico. È la stessa natura che porta alcune persone a voler cambiare e ad affermare una propria identità, sulla base della propria inclinazione e del proprio desiderio, diversa da quella indicata dall’atto di nascita. Questo è differente da ciò che viene detto “fluidità di genere”. Non si vuole rivendicare un capriccio e trascriverlo normativamente: si intende, piuttosto, nel definire l’identità, far valere la propria esperienza, il proprio vissuto, la propria cultura, i propri bisogni. E, a proposito, non c’è alcuna “ideologia gender” da combattere, tanto meno nelle nostre scuole. Si tende, invece, a chiamare ideologia gender ciò che è, né più né meno che la formazione al rispetto: anche delle identità sessuali che appaiono irregolari e, magari, incerte. 

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia 

Risposta Mons Paglia nel libro Lei considera ad un certo punto come sia mutato il contesto generazionale a motivo dell’allungarsi  della vita, che comprende “ i ragazzi, i giovani gli adulti e gli anziani”. Le età della vita sono più differenziate che in passato e la pandemia ha posto alcuni problemi etici rispetto ad esempio ai tempi e ai modi delle cure, alla somministrazione dei vaccini  in relazione ad una condizione di fragilità degli anziani, confermata purtroppo dalle statistiche sui decessi, specie nelle RSA, ad un certo punto apicale si è adombrato il pericolo di quali vite salvare: quelle lungamente vissute sono alla fin fine risultate soccombenti. Accanto all’età anagrafica esiste un’età mentale che offre una chiave di lettura diversa al concetto di  “vita piena”, si parte dalla precarizzazione del lavoro giovanile, alla sua labilità nel mantenerlo in età adulta, al trascorrere del tempo nella terza età deprivata di autosufficienza e dello status di pienezza esistenziale. Ciò era pur vero anche prima che il flagello pandemico investisse il pianeta. In una interessante Ricerca curata da G.B.Sgritta e M.Raitano il tema della sostenibilità generazionale è considerato sotto il profilo della compatibilità economica. Negli studi sulle età della mente di A.Benini e G.Maira viene evidenziato il problema del lento declino delle potenzialità cognitive e relazionali degli anziani. Si aggiunga che in una società globalizzata e competitiva chi non è produttivo finisce inesorabilmente per essere marginalizzato: questo ha delle conseguenze sul piano relazionale, emotivo e riguarda proprio il concetto di “senso della vita” nella sua quarta fase (per usare il suo paradigma). Lei è stato nominato dal Ministro della salute in qualità di Presidente di una Commissione incaricata di studiare nuove modalità di assistenza agli anziani, tenuto conto di tutte le fragilità connesse all’età. Come intende procedere in tale veste verso una più dignitosa considerazione di questa parte finale della vita? Quale “senso” attribuirle? Quali iniziative assumere?

Mons. Paglia. Serve, oggi, un cambiamento radicale nell’assistenza andando a recuperare lo spirito originario con cui sono nate le residenze: luoghi di recupero, ristoro e cura, e dunque necessariamente temporanee, per poter poi tornare a casa. È necessario mettere alò centro l’assistenza domiciliare sanitaria e sociale degli anziani con servizi a domicilio, il cohousing, i centri diurni ad alta qualificazione, capaci di terapie occupazionali e cognitive e processi di inclusione e socialità, formazione ed educazione. È necessario prevenire. Non lasciamo soli gli anziani, non li scartiamo. Gli anziani sono una risorsa preziosa da valorizzare, non da buttar via.

Domanda per l’On.le Prof Luigi Manconi

Il Vostro dialogo sul “senso della vita” tocca inevitabilmente i temi della procreazione, della crescita demografica,  della bioetica, del dolore e della morte. Mi ha colpito il Suo ricorrente richiamo al pensiero di Alex Langer, pensatore poco conosciuto come Lei stesso ammette, che tuttavia pone come cruciale il concetto del “limite”. In realtà riflettendo su di esso si potrebbero maturare convincimenti risolutivi per le nostre scelte esistenziali: come collocarci nel mondo, che rapporto mantenere con la natura, quali codici etici considerare imprescindibili, quali tassonomie graduare. Estensivamente potremmo utilizzare alcune sue riflessioni per spiegare la crisi epocale che stiamo attraversando, quella pandemia che ci sta radicalmente cambiando, nelle possibilità del presente e nelle prospettive che dovremo affrontare, non escludendo scelte drastiche o sviluppi ingovernabili. Vuole completare il già esaustivo riferimento a questo autore e l’incidenza che conserva nei Suoi convincimenti personali?

Prof. Manconi. Via via che trascorrono gli anni, mi rendo conto di essere assai più Langeriano di quanto fossi quando Langer era vivo ed era tra i miei amici. Oltre al concetto di limite, dal quale – penso – si possa ricavare un’intera e ricca strategia politica, mi riferisco all’altro termine, “mitezza”, che in genere si accompagna al ricordo di lui. La mitezza in Langer non aveva alcunché di dolciastro e, nemmeno, di retorico. Era l’espressione, ancora, di quella consapevolezza del limite (limiti della politica e limiti del conflitto) che innervava tutta la sua azione pubblica e la sua vita privata. Una mitezza che, lungi dallo sminuirla, sottolineava la radicalità delle sue opzioni e dei suoi obiettivi. Ecco, tardivamente e confusamente, cerco di mettere in pratica questa sua importantissima lezione.

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia

Mons. Paglia, come Lei sottolinea nel libro non è più tempo di conflitto tra fede e ragione. Abbiamo il diritto-dovere di usare il pensiero critico agendo nella ricerca della verità  e conciliando questo atteggiamento razionale con una scelta di “affidamento”: questo è il senso della Fede che mi pare di percepire dal Suo pensiero. Potremmo affermare che il “Velut si Christus daretur” ha prodotto i migliori risultati, infatti la scelta cristiana di darsi a Dio ha grandi vantaggi anche nell’etica pubblica: dare senso e dignità alle nostre azioni, operare secondo coscienza, agire per realizzare con onestà il bene comune. Sono questi i fondamenti etici cui possiamo ispirarci per  restituire una direzione di marcia a questa epoca così ibrida e attraversata da mille conflitti e contraddizioni morali, per dare “un senso alla vita”? Senza un “faro” che illumini la via della verità e del bene riusciremmo ad orientarci da soli? Possiamo infine dire con  Charles Peguy  “la fede che più amo è la speranza”?

Risposta Mons. Paglia.  Qui a mio avviso “tocchiamo” lo snodo fondamentale che ha a che fare con il “senso della vita”. La fede è ragionevole, è possibile, è sensata. E il cambiamento d’epoca in cui siamo ci rende più responsabili nei confronti delle sorti di tutta l’umanità. Se penso agli ultimi tre Papi, questa linea mi sembra esplicitarsi in maniera molto chiara. San Giovanni Paolo II è il pontefice della Fides et Ratio, della grande sintesi che unifica fede e ragione come due poli della ricerca dell’umanità. Benedetto XVI è il pontefice della Deus Caritas Est, che inscrive la logica della fede all’interno dell’amore, dell’agape, della cura e dell’interesse verso l’altro. Papa Francesco oggi esplicita ancora di più questa dinamica ecclesiale e la approfondisce, la rende imprescindibile come via della Chiesa “in uscita” verso le periferie reali ed esistenziali. Il fatto nuovo è decisamente forte e decisamente semplice: abbiamo superato il binomio tra fede e ragione. La fede non deve più mostrare la sua “ragionevolezza”. E non vale il ragionamento di una volta secondo cui chi aveva fede ad un certo punto “spengeva” la razionalità per affidarsi a qualcosa di anti-razionale. D’altro canto chi seguiva la ragione doveva essere ateo “per forza”. Così si è detto per secoli. Oggi di fronte alle sfide epocali che abbiamo di fronte, la via da seguire ci porta verso un trinomio: fede e ragione si incontrano nella dimensione fraterna, della carità, dell’amore per il prossimo e della cura per il Creato. 

Le domande di chi non crede sono domande di senso per la vita, come ho potuto verificare negli incontri e nei dialoghi con tanti non credenti. Basti, per tutti, l’ultimo libro, l’ampio e approfondito colloquio con Luigi Manconi di cui stiamo parlando. Anche nel libro noi due alle domande che ci siamo posti non rispondiamo con la dialettica. Non è una sorta di incrocio di spade dove qualcuno vince e l’altro perde! Alle domande, alla ricerca di senso, non si risponde con la dialettica e basta, non è un confronto di “scuole” di pensiero. Per il credente non è mai così. Il credente si fa compagno di strada e di vita, è in cammino, in ascolto, in dialogo, sa che la “verità” della fede non si impone, si mostra nella vicinanza, nel Samaritano che si ferma ed ha un atteggiamento di compassione senza chiedere nulla in cambio. La grande via su cui procediamo è l’amore per il prossimo. Da quello vedrete che siete miei discepoli, come ci dice il Vangelo. Lo verifico ogni giorno nel mio impegno di vescovo, di credente, di uomo di Chiesa e di essere umano. 

Domanda per l’On.le Prof. Luigi Manconi

Caro Professore, mi ha colpito nel sottotitolo del libro  la sua autodefinizione di “pococredente” , per  descriversi nel contesto dell’interlocuzione con Mons. Paglia. Non voglio pensare ad una “diminutio” quantitativa, non è un problema di pesi e contrappesi materiali ma di convincimenti spirituali. La fede implica un processo di affidamento e di trascendenza, mi permetto di pensare che il dubbio riguardi anche l’aspetto dogmatico, certi orpelli e corollari che esprimono una dimensione di esteriorità alla quale sono in molti a non aderire. Ritengo che nel nostro transito esistenziale la vita sia l’unica certezza di cui disponiamo: considerarla un dono o un compito da realizzare (lei afferma “un dono di cui possiamo disporre come vogliamo”)  non inficia il senso del dovere che deve spingerci ad operare per il bene. Il dubbio di vivere rettamente, disse Corrado Alvaro, è una grande disperazione che ci allontana dalla ricerca della verità. Mi piacerebbe perciò che Lei commentasse queste parole del nostro scrittore Mario Rigoni Stern: “Come vivere? Questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un millennio, di un secolo, di un anno, ma tutti i giorni, e tutti i giorni svegliandoci, si dovrebbe dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose bene, perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto”. Le chiedo questo perché sono certo che la Sua “pococredenza” sia un’ammissione di inadeguatezza (non un senso di colpa) che tutti dovremmo condividere poiché reca implicito e taciuto il senso di una finitudine creaturale di cui – confido- anche Lei sia consapevole, come l’avvertire un bisogno di completamento che Le rende onore e che forse tra le pieghe nasconde una “fede” magari non ortodossa ma certamente ricca di dignità, onestà intellettuale e volontà di fare sempre “cose ben fatte”. Sono convinto infatti che la coscienza morale che abita in ciascuno di noi sia il vero discrimine di tutto ciò che ci riguarda,  per misurare se stessi e commisurarci agli altri. Ci riassume il senso di questa “autodefinizione”?

Prof. Manconi. Come molte volte mi accade le mie definizioni e autodefinizioni, si esprimono in un negativo: in un non seguito da un termine declamatorio o, come in questo caso, in quell’avverbio di quantità, poco. Ma anche il mio motto personale – “limitare il disonore” – indica esattamente una misura e la definizione di male minore è, in qualche modo, il titolo della mia strategia politica, se mai ne abbia una. Dunque, pococredente, innanzitutto perché non sono credente. Ma non sono noncredente, né agnostico né ateo, e quella formula pococredente allude a una postura di ascolto – di tutto ciò che è fatto religioso – e di problematica attesa. Più orientata pessimisticamente verso la probabile delusione, ma non per questo meno interessata all’imprevedibile e all’inaspettato che l’attesa può infine rivelare.

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S.E. MONS. VINCENZO PAGLIA
Vincenzo Paglia è arcivescovo, presidente della Pontificia Accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Tra i suoi ultimi libri, Vivere per sempre (Piemme 2018), La coscienza e la legge, con Raffaele Cantone (Laterza 2019), e L’arte della preghiera (Terra Santa 2020). Per Einaudi ha pubblicato, con Luigi Manconi, Il senso della vita. Conversazioni tra un religioso e un pococredente (2021).

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On.le Prof. LUIGI MANCONI
Luigi Manconi, già docente di Sociologia dei fenomeni politici, è stato parlamentare, sottosegretario di Stato alla Giustizia e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. È editorialista di «Repubblica» e «La Stampa». Per Einaudi ha pubblicato, con Federica Graziani, Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale (2020) e, con Vincenzo Paglia, Il senso della vita. Conversazioni tra un religioso e un pococredente (2021). Di prossima pubblicazione, presso lo stesso editore, La scomparsa dei colori. Diario di un cieco.

Elezioni amministrative: quale futuro per le autonomie locali?

Sul sito di Dialoghi, trimestrale di approfondimento culturale promosso dallAzione Cattolica, appare uno stimolante contributo (qui pubblicato in parte) di De Martin, professore emerito della Luiss. Coraggiosa e limpida una sua affermazione: È necessario anche riflettere e adottare misure tempestive su certi rischi evidenti connessi all’elezione diretta dei sindaci.

 

All’ordine del giorno del dibattito politico e dell’attenzione dei media in queste settimane sta la tornata autunnale delle elezioni, che riguardano circa 1300 Comuni pari ad 1/7 del totale tra i quali peraltro le quattro più grandi città del Paese (Roma, Milano, Napoli, Torino), nonché altri due capoluoghi regionali (Bologna e Trieste) e 15 capoluoghi provinciali. È uno dei ricorrenti appuntamenti con le urne di Regioni ed enti locali, ormai in larga misura sfasate rispetto a qualche decennio orsono per via soprattutto delle molte vicende di scioglimenti anticipati di singole autonomie territoriali, che non rientrano più nella tornata generale delle elezioni amministrative.

Tuttavia in questa occasione come in precedenti recenti vicende di rinnovo degli organi di talune Regioni l’interesse dei media è particolarmente attratto dalle dinamiche delle candidature a sindaco delle principali città, dato il rilievo politico che assumono queste scelte, oltretutto effettuate dai vertici delle forze politiche nazionali e non dai responsabili territoriali, a testimonianza anche delle possibili implicazioni sulle alleanze di governo e sui rapporti al centro tra partiti e movimenti.

Si può aggiungere che stante anche la ormai irreversibile crisi dei partiti nella loro organizzazione sul territorio e nella formazione della propria classe dirigente le candidature prese in considerazione riguardano di frequente personalità senza precedenti esperienze politiche, individuate nella cd. società civile tra figure che godono di unimmagine per la professione esercitata e le attitudini comunicative, piuttosto che per una sperimentata capacità di rappresentanza e gestione di questioni di pubblico interesse.

È questa una prospettiva per molti versi a rischio, perché finisce spesso per non considerare in via primaria la necessità di avere al vertice delle istituzioni comunali sindaci collaudati e in grado di fare squadra in base a relazioni già consolidate, in grado di assicurare da subito se eletti quel governo autonomo e responsabile, che è alla base del riconoscimento costituzionale di Comuni e Province come primi protagonisti e sentinelle della democrazia repubblicana, con funzioni fondamentali di prossimità o di area vasta e di attribuzione di risorse in modo oggettivo e perequato.

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https://rivistadialoghi.it/elezioni-amministrative-quale-futuro-le-autonomie-locali

Torna a crescere la povertà assoluta. Il rapporto dell’Istat fotografa il fenomeno esploso nel 2020.

I dati dello scorso anno indicano che sono in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie (7,7% del totale da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%). Dopo il miglioramento del 2019, nellanno della pandemia la povertà assoluta aumenta raggiungendo il livello più elevato dal 2005 (inizio delle serie storiche). Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019).

Nel 2020, secondo le stime definitive, sono oltre due milioni le famiglie in povertà assoluta (con unincidenza pari al 7,7%), per un totale di oltre 5,6 milioni di individui (9,4%), in significativo aumento rispetto al 2019 quando lincidenza era pari, rispettivamente, al 6,4% e al 7,7%.

Il valore dellintensità della povertà assoluta – che misura in termini percentuali quanto la spesa mensile delle famiglie povere è in media al di sotto della linea di povertà (cioè “quanto poveri sono i poveri) – registra una riduzione (dal 20,3% al 18,7%) in tutte le ripartizioni geografiche. Tale dinamica è frutto anche delle misure messe in campo a sostegno dei cittadini (reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, estensione della Cassa integrazione guadagni, ecc.) che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà.

Anche in termini di individui è il Nord a registrare il peggioramento più marcato, con lincidenza di povertà assoluta che passa dal 6,8% al 9,3% (10,1% nel Nord-ovest, 8,2% nel Nord-est). Sono così oltre 2 milioni 500mila i poveri assoluti residenti nelle regioni del Nord (45,6% del totale, distribuiti nel 63% al Nord-ovest e nel 37% nel Nord-est) contro 2 milioni 259 mila nel Mezzogiorno (40,3% del totale, di cui il 72% al Sud e il 28% nelle Isole). In questultima ripartizione lincidenza di povertà individuale sale all11,1% (11,7% nel Sud, 9,8% nelle Isole) dal 10,1% del 2019; nel Centro è pari invece al 6,6% (dal 5,6% del 2019).

Per classe di età, lincidenza di povertà assoluta raggiunge l11,3% (oltre 1 milione 127mila individui) fra i giovani (18-34 anni); rimane su un livello elevato, al 9,2%, anche per la classe di età 35-64 anni (oltre 2 milioni 394 mila individui), mentre si mantiene su valori inferiori alla media nazionale per gli over 65 (5,4%, oltre 742mila persone).

Rispetto al 2019 la quota di famiglie povere cresce a livello nazionale in tutte le tipologie di comune, sebbene con alcune differenze a livello ripartizionale: al Nord aumenta – da 6,1% a 7,8% – nei comuni fino a 50mila abitanti (diversi dai comuni periferia area metropolitana) e nei comuni periferia delle aree metropolitane e comuni da 50.001 abitanti (dal 4,8% al 7,0%). Nel Centro a peggiorare sono le condizioni delle famiglie residenti nei centri area metropolitana, con unincidenza che passa dal 2,0% al 3,7% mentre nel Sud lincidenza di povertà cresce, dal 7,6% al 9,2%, nei comuni fino a 50mila abitanti (diversi dai comuni periferia area metropolitana).

Nel 2020, lincidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (9,4%, da 8,6%), ma la crescita più ampia si registra nel Nord dove la povertà familiare sale al 7,6% dal 5,8% del 2019.Tale dinamica fa sì che, se nel 2019 le famiglie povere del nostro Paese erano distribuite quasi in egual misura al Nord (43,4%) e nel Mezzogiorno (42,2%), nel 2020 arrivano al 47% al Nord contro il 38,6% del Mezzogiorno, con una differenza in valore assoluto di 167mila famiglie.

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https://www.istat.it/it/files//2021/06/REPORT_POVERTA_2020.pdf

Il ritmo del 5G: un milione di abbonamenti al giorno. Ma l’Europa è fuori tempo.

LEricsson Mobility Report conferma l’aspettativa che il 5G diventi la generazione mobile adottata con più rapidità nella storia. Dovrebbe impiegare due anni in meno del 4G LTE per raggiungere il primo miliardo di abbonamenti. Larticolo è tratto dalla pagina web dellAgenzia Italia.

(Paolo Fiore)

Un milione di nuovi abbonamenti al giorno: è il ritmo al quale sta viaggiando il 5G. Alla fine del 2021, le sottoscrizioni saranno 580 milioni. Lo prevede la ventesima edizione dellEricsson Mobility Report. Si conferma quindi l’aspettativa che il 5G diventi la generazione mobile adottata con più rapidità nella storia. Dovrebbe impiegare due anni in meno del 4G LTE per raggiungere il primo miliardo di abbonamenti. Arriverebbe a 3,5 miliardi (il 40% del totale) e una copertura del 60% della popolazione mondiale entro il 2026.

A che punto è il 5G oggi

Alla fine del primo trimestre 2021, le sottoscrizioni al 5G erano 290 milioni, con un guadagno netto di 70 nuovi abbonamenti tra gennaio e marzo. L’accelerazione attesa è dovuta soprattutto alla spinta della Cina e alla crescente disponibilità di dispositivi commerciali: i modelli già lanciati o annunciati con connettività 5G sono infatti più di 300. Malgrado l’ostacolo Covid-19, è proseguito il lancio di servizi di quinta generazione: oggi coinvolte oltre 160 gli operatori.

Europa in ritardo

Secondo il rapporto, il trend dovrebbe proseguire nei prossimi anni, anche se con un ritmo disomogeneo nelle diverse aree del pianeta. “L’Europa è partita più lentamente e paga un ritardo”, afferma lo studio. In Europa Occidentale il 4G rappresenta ancora la tecnologia dominante, che costituisce il 78% di tutti gli abbonamenti. Più di 60 operatori hanno lanciato servizi 5G, ma le aste per l’assegnazione delle frequenze hanno subito ritardi che stanno rallentando lo sviluppo del 5G. Si stima che la penetrazione di abbonamenti 5G raggiungerà il 69% entro la fine del 2026.

Viaggiano a un’altra velocità Paesi come Cina, Stati Uniti, Corea, Giappone e mercati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar).Il Nord Est Asiatico dovrebbe avere la quota maggiore di abbonamenti al 5G entro il 2026, con 1,4 miliardi di sottoscrizioni. Mentre i mercati del Nord America e del Golfo dovrebbero distinguersi per la più alta penetrazione: saranno 5G l’84% e il 73% degli abbonamenti mobili.

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https://www.agi.it/innovazione/news/2021-06-16/ritmo-abbonamenti-5g-europa-lenta-12942409/ 

Se la solitudine fa il giro del mondo. Il saggio di Kazuo Ishiguro.

Per evitare la banalità di raccontare un futuro disumanizzato, Ishiguro lo popola di sfumature diverse. Con queste parole Clericuzio va al cuore della riflessione dello scrittore britannico di origine giapponese. Il testo è tratto dallOsservatore Romano.

(Alessandro Clericuzio)

Difficile dire cosa ci spaventi di più di questa distopia ambientata in un futuro non tanto lontano, se il fatto che tra gli umani si aggirino robot parlanti e pensanti, o piuttosto la distinzione sempre più netta tra chi può e chi non può “emergere, socialmente e professionalmente parlando, o, ancora, il ricorso a periodici incontri di interazionetra esseri umani che altrimenti vivono sempre più isolati nei loro piccoli universi ipertecnologici. O anche cosa, di tutto ciò, ci affascini, perché tra le pagine dellultimo romanzo di Kazuo Ishiguro, Klara e il sole (Torino, Einaudi, 2021, pagine 250, euro 19.50, traduzione di Susanna Basso), si insinuano riflessioni di una profondità disarmante, su questioni che, se oggi appartengono alla fantascienza, fra qualche decennio non c’è alcun dubbio che saranno in cima allagenda globale.

La maestria narrativa dellautore premio Nobel 2017 si fa sentire da subito: il romanzo affida la voce narrante alla Klara del titolo, e il lettore si ritrova a condividere le percezioni limitate di questo AA, un Amico Artificiale, una futuribile invenzione robotica ideata per far compagnia a bambini e adolescenti. Klara vede per riquadri e segmenti, ma per il resto sente e parla come un umano, incamera informazioni e rielabora quelle già inserite nel suo meccanismo e diventa lamica speciale della protagonista, la piccola e malata Josie. Il fatto che dopo un centinaio di pagine scopriamo di essere in un peraltro anonimo Midwest americano poco ci consola: la tanto deprecata solitudine che è solitamente attribuita alla cultura di quella nazione ha tranquillamente fatto il giro del mondo, e non solo a causa della pervasività della rete, o a causa della pandemia. E la storia di Klara e la sua amica-proprietaria Josie potrebbe essere ambientata nel Giappone o nella Finlandia o nellItalia del ventiduesimo secolo.

Scorci di un mondo che verrà, in cui la tecnologia sembra voler prendere sempre più il sopravvento sullanima delle persone, fino allipotesi più inquietante, ovvero di sostituirsi a essa. Ma non è il caso di svelare i dettagli di una trama che parte con la flemma artificiale e circoscritta, appunto, di Klara che guarda il mondo dalla vetrina del negozio in cui è esposta, e che gradualmente coinvolge il lettore in un dilemma lacerante. Basti dire che Josie è afflitta da una malattia non ben definita, molto probabilmente mortale, e sua madre deve fare i conti con la possibilità di perderla per sempre così come ha già perso unaltra figlia per un male simile. Saranno opportune, etiche, accettabili, le ipotesi messe in campo dal progresso tecnologico? Sarà il caso di sfidare le più imprescindibili leggi della natura?

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-134/se-la-solitudine-br-fa-il-giro-del-mondo.html

Il Pd patisce l’incertezza, mentre Conte per il suo M5S sogna una “assoluta maggioranza”.

Lo strumento delle primarie di rivela, anche alla luce del flop di Torino, poco adatto a sciogliere i nodi di una precaria elaborazione strategica. Nei confronti dei 5 Stelle il Pd appare addirittura supino, specie per la riluttanza a incalzare la tuttora fragile operazione di Conte. Intanto il centro destra si riorganizza oalmeno ci prova.

Dopo le primarie flop torinesi che hanno evidenziato lanomalia di uno strumento burocratico/protocollare sempre più fuori luogo e fuori tempo – anche se il Pd continua a viverle come una sorta di dogma infallibile e un totem ideologico intoccabile – la coalizione di centro sinistra appare sempre più attraversata da contraddizioni e stop and go. Mentre sul versante opposto – quella di centro destra – al di là del dibattito confuso che la attraversa sul versante dei contenuti e della stessa organizzazione interna, lunità in vista degli appuntamenti elettorali è un dato di fatto ed inequivocabile.

Almeno due, del resto, sono i limiti oggettivi di una coalizione – il centro sinistra, appunto – che registra ancora troppi tatticismi ed equivoci.

Innanzitutto il pasticcio della selezione della classe dirigente. Per restare alle primarie, non possiamo non prendere atto che da strumento democratico e di grande partecipazione popolare sono diventate progressivamente ed irreversibilmente una semplice conta allesterno delle varie correnti di potere e tribù del partito. Una prassi che, al di là di tutte le giustificazioni, è diventata un affare di pochi. E che riguardano quasi esclusivamente una questione di conta allinterno del partito e delle rispettive clientele al di fuori del partito.

Come la recente esperienza di Torino ha platealmente confermato senza neanche il caso di soffermarsi per ulteriori commenti. In attesa di quello che capiterà a Roma dove non pare che la città sia ansiosa di conoscere il nome e il cognome del candidato a Sindaco del Pd che uscirà dalle primarie di domenica prossima…Diciamocelo una volta per tutte: i partiti, o ciò che resta di loro, ritorneranno credibili se riusciranno a selezionare al proprio interno una autorevole e qualificata classe dirigente senza appaltare allesterno un tema centrale per la stessa qualità della politica. Primarie prive di popolo stanno diventando un escamotage sempre più patetico e ridicolo.

In secondo luogo il rapporto con i populisti dei 5 stelle. Unalleanza politica ed elettorale che ormai cambia a seconda delle stagioni. Da storicaa strutturale, da organicaa semplice alleanza. Insomma, una babele di linguaggi, di definizioni e di prospettiva che porta lalleanza tra la sinistra e il populismo dei 5 stelle – dolceo meno che sia è sempre populismo e antipolitica – ad un fatto puramente tattico e legato ad una logica da pallottoliere da mettere in campo contro il nemicogiurato: per lunghi 25 anni Berlusconi, poi Salvini e adesso la Meloni. Ma sempre con lassenza di un progetto politico e di governo a lunga gittata che non sia quello puramente numerico per raggiungere il potere.

Ora, è del tutto ovvio e scontato che in un contesto del genere tutto può capitare. E le alleanze politiche e di governo non possono assumere una valenza strategica e progettuale che, invece, richiederebbe questo momento storico.

Ecco perchè è quantomai opportuno che adesso lidentità politica e culturale della sinistra da un lato e la costruzione di alleanze credibili dallaltro siano e rappresentino due sfide decisive per ridare credibilità ad un progetto politico e coerenza ad un partito e ad una coalizione. Con la speranza che le primarie diventino un bel ricordo del passato senza riproporle come uno strumento salvifico. E questo per evitare che si trasformino in un boomerang senza precedenti, come puntualmente è avvenuto domenica scorsa a Torino

Biden e Draghi ricompattano la NATO

Tutti gli osservatori parlano di una svolta. LAlleanza, ora a trenta con lingresso della Macedonia del Nord, torna ad esercitare un ruolo cruciale. A questo punto il Memorandum sottoscritto dal governo Conte-Uno con la Cina appare disallineato rispetto alla scelta strategica che Biden ha saputo definire nel dialogo costruttivo con lEuropa.

Sono trascorsi due anni dal 70° anniversario di fondazione della NATO e sembra che molte cose stiano cambiando nellalleanza atlantica rispetto a quella ricorrenza che un profondo conoscitore del mondo americano come Federico Rampini si era spinto a definire più somigliante ad un funerale che ad un evento celebrativo dai toni rassicuranti. Questa acuta sottolineatura di un attento lettore delle dinamiche internazionali della politica faceva peraltro il paio con un articolo comparso sul Financial Times nel quale un docente dellUniversità di Cambridge evidenziava come, dallosservatorio europeo, lAlleanza Atlantica indugiasse a superare una visione geopolitica dellordine mondiale ancorata al XX secolo.

Ciò avveniva e avviene tuttora mentre Russia e Cina stanno dispiegando una strategia geoeconomica rispetto alla quale quella geopolitica è di fatto subordinata.

Da tempo Washington è consapevole che la sua egemonia sulla gestione della globalizzazione non è più duratura. Gli asset strategici delleconomia globale si sono spostati verso lAsia. Tutto ciò implica per i partner europei una diversa riconsiderazione dei fondamentali e dei corollari della NATO allinizio del terzo millennio, superando gli schemi e i rapporti di forza derivati dalla rivoluzione industriale per adeguarsi alle dinamiche economiche e alla mondializzazione tecnologica del tempo presente.

La globalizzazione ha finora prodotto più danni che benefici e mi viene in mente che cosa potremo aspettarci dallapplicazione del punto 27 del Memorandum sottoscritto nel marzo 2019 tra Italia e Cina sui traffici commerciali e sullindividuazione dei bacini portuali di Genova e Trieste come terminali della via della seta: mentre Trieste nel frattempo si è chiamata fuori stipulando unalleanza portuale con Amburgo, Genova resta sotto il controllo di Singapore e in virtù di quanto previsto dal Memorandum – in prospettiva con la Cina. Un cavallo di Troia nel ventre molle dellEuropa, politicamente una scelta disallineata rispetto allalleanza atlantica, azzardata e non palesata con lungimiranza e coerenza rispetto alla tradizionale politica estera italiana.

Le merci e i prodotti non viaggiano da soli: viene da chiedersi che cosa sarebbe successo se tale accordo fosse già stato operativo, in questa situazione di espansione del contagio. Di tutto questo e di molti altri impliciti sembrano essersi capacitati il Presidente USA Biden e il nostro Premier Mario Draghi nel summit del G7 di Carbis Bay. Che Biden intendesse recuperare il rapporto con lEuropa come scelta strategica era noto fin dallesordio del suo mandato,ma se ciò si inquadra in un rilancio dellalleanza atlantica assume il valore di una svolta.

Ha favorevolmente colpito gli osservatori politici dellOccidente la presa di posizione senza see senza madi Draghi, risolutamente orientato a rivalutare le ragioni di fedeltà allatlantismo e a stigmatizzare le incognite politiche e le mire occulte della Cina, definito senza mezzi termini Paese autocratico. Nella lectio magistralis alla Cattolica lex Presidente BCE aveva parlato di competenza, coraggio e umiltà, come requisiti dei decisori politici: direi che sta dimostrando di possedere queste tre doti. La chiarezza cristallina con cui ha descritto la patina torbida e le azioni disinvolte con cui la Cina sta muovendo alla conquista dei mercati del pianeta non lascia dubbi. E il G7 ha discusso anche nel merito di una decisa azione chiarificatrice sullorigine della pandemia, sempre malcelata da opportunismi, timori e occultamento di dati richiesti dalla Comunità internazionale, da Wuhan in poi.

Europeismo e atlantismo escono rafforzati dal Summit del G7. E, quel che più conta, Draghi sembra avere le idee molto chiare sulla revisione del Memorandum che il Governo Conte-uno frettolosamente aveva siglato, suscitando lirritazione degli USA e dei governi europei

Comunali di Bologna, Lepore si copre al centro con “ReteBianca”.

Il dibattito online ha messo in risalto la consistenza di una tradizione che risale emblematicamente al Libro Bianco su Bologna, predisposto da Dossetti nella competizione municipale che lo vide opposto al sindaco uscente dellepoca, il comunista Giuseppe Dozza. Con me nella fabbrica del programma e al governo, c’è spazio per i cattolici: questo, in conclusione, il messaggio lanciato da Lepore.

Matteo Lepore accoglie a bordo anche i cattolici democratici di ReteBianca e puntella la propria cordata al centro. “Sono felice di avervi con noi in questo percorso, che successivamente proseguirà nella fabbrica del programma e, sono fiducioso su questo, anche nel governo della nostra città“, ha detto stamane (ieri per chi legge, ndr) il candidato Pd alle primarie di centrosinistra durante una diretta social con Nicola Caprioli, coordinatore regionale e cittadino di ReteBianca, e alcuni esponenti nazionali del movimento.

“Sono molto contento che ReteBianca abbia deciso di aderire alla nostra coalizione. Credo ci sia spazio per il cattolicesimo democratico, del resto a Bologna questo spazio c’è sempre stato”, ricorda Lepore ricordando le prossime sfide su welfare, lavoro e integrazione degli stranieri nati in Italia. “La pandemia – ricorda Lepore – ha aggravato le diseguaglianze, oggi è fondamentale che la politica torni in campo. Uscire da questa pandemia vuol dire rimettere in fila le priorità, a Bologna possiamo sperimentare nuove forme, non solo resistere ma anche creare qualcosa di nuovo e alternativo”.

ReteBianca insiste in particolare sulla “sussidiarità circolare”. “Le prossime amministrative – secondo Caprioli – sono una opportunità da cogliere per andare in questa direzione. Bisogna predisporsi ad una collaborazione continua tra istituzioni pubbliche, imprese e terzo settore, con pari dignità“. Bologna, sottolinea ancora l’esponente di ReteBianca, “ha una grande ricchezza, abbiamo naturale propensione alla collaborazione. Ora bisogna rilanciare e rinnovare la nostra comunità“.

Giorgio Merlo, dirigente nazionale di ReteBianca, interviene nel corso della diretta insieme al direttore del “Domani d’Italia” Lucio D’Ubaldo. E osserva: “Vedo che queste primarie sono una competizione vera, non virtuale, sperando che non vada come nella mia Torino. Ma credo che a Bologna non sarà così“, dice poi. “Credo che Bologna con Matteo Lepore – conclude poi Merlo – possa continuare ad essere un modello che faccia della pluralità culturale la sua regione d’essere”.

Rinnovabili e difesa della biodiversità: parliamone.

Il dibattito è animato da ambientalisti tradizionali, protettori di una natura incontaminata, e da post-ambientalisti, favorevoli a sacrificare ecosistemi naturali. Il testo originale, al quale si può accedere attraverso il link in basso, appare sulla rivista Il Mulino.

Il 28 settembre del 2011 sul «The New York Times» comparve un editoriale firmato dal biologo Steve E. Wright, intitolato The Not-So-Green Mountains. Lautore considerava un progetto di parco eolico sulle Lowell Mountains in Vermont, deplorava la «profanazione [] compiuta nel nome dellenergia verde”» e constatava il fatto che «il fascino dellenergia eolica minaccia di distruggere paesaggi di grande valore ambientale». Secondo Wright, linstallazione degli impianti lungo i crinali avrebbe richiesto di costruire strade al posto dei sentieri creati da orsi, cervi, alci e linci, di far esplodere parti delle montagne per procurarsi materiale da costruzione, di abbattere foreste, il che a sua volta avrebbe causato una maggiore erosione e, naturalmente, la distruzione di interi ecosistemi. Wright constatava con stupore il fatto che molti gruppi ambientalisti non si fossero opposti al progetto, per paura di apparire contrari allo sviluppo di energie «verdi». Questa la conclusione dellarticolo:

«progettare impianti eolici di grande ampiezza sui crinali del Vermont rappresenta un errore terribile di visione e pianificazione e una mancata comprensione di quel che una società responsabile dovrebbe fare per rallentare il riscaldamento del nostro pianeta. Rappresenta anche la profonda incapacità di comprendere il valore del paesaggio».

Queste parole, oggi, non suonano nuove. È di pochi giorni fa la notizia del contrasto fra ministero della Transizione ecologica e dei Beni culturali, relativa allipotesi di allentare i vincoli alledificazione di nuovi impianti eolici nei paesaggi italiani, così come la presa di posizione di alcune associazioni ambientaliste a favore delleolico. Parrebbero esserci due schieramenti: gli «ambientalisti tradizionali o conservazionisti», per cui paesaggi ed ecosistemi debbono restare intatti e il fine di produrre energie «pulite» non giustifica mai, o quasi mai, la distruzione di ambienti e specie intatti pre-esistenti; e i «post-ambientalisti» (potremmo chiamarli anche «pragmatici» o «climatisti»), per i quali non si può avere tutto e lobiettivo di frenare il cambiamento climatico assicurando un livello di sviluppo accettabile giustifica il sacrificio di ambienti, ecosistemi, e al limite anche di specie.

Gli impianti eolici sono in competizione con molti animali, piante ed ecosistemi: le pale eoliche condividono lhabitat con molte specie di uccelli, con svariate specie vegetali, con molti ecosistemi. Basta immaginare lestensione di terreno occupata dai basamenti delle pale, limpatto delle pale medesime sul volo degli uccelli, le modificazioni del territorio necessarie a garantire laccesso agli impianti le vie daccesso, come minimo, ma anche altre infrastrutture. Lenergia eolica, insomma, ha quasi sempre un prezzo in termini di diminuzione di biodiversità. Ma naturalmente si può obiettare a tutto questo che le energie alternative sono comunque un miglioramento necessario e indispensabile sulla strada della conversione o della transizione ecologica. 

Una parte delle ragioni a favore o contro questi due modi di vedere dipende da questioni empiriche. Bisognerebbe vedere, ad esempio, se veramente le fonti tradizionali di energia che gli impianti eolici potrebbero sostituire o integrare siano le sorgenti maggiori di emissione. Si dovrebbe stabilire con esattezza il tasso di efficienza dellenergia eolica. Bisognerebbe determinare il contributo marginale, cioè aggiuntivo, che ogni singolo impianto può dare alla produzione complessiva di energia eolica. Si dovrebbero anche esplorare strategie diversificate e più flessibili: per esempio, valutare con attenzione dove impiantare, distinguendo con attenzione gli impatti (è ovvio che ci siano differenze fra impianti marini e impianti a terra, fra impianti piccoli e grandi, e così via).

La complessità di valutazioni di questo genere non invita, ovviamente, a una deregulation. Anche se si volesse ottenere una maggiore efficienza, garantendo tempi più rapidi, rimarrebbe comunque necessaria unanalisi molto accurata di tutte le questioni elencate sopra, da compiere prima di autorizzare ogni nuovo impianto.

Ma c’è anche un livello di riflessione più generale. Può capitare di pensare che il cambiamento climatico in sé sia un male e che qualsiasi mezzo per fermarlo, o attenuarlo, sia lecito. Ma il male da allontanare non è il cambiamento climatico in sé e per sé, bensì il cambiamento climatico «pericoloso», cioè quello che ha effetti nocivi effetti nocivi sugli esseri umani, ma anche sulle altre specie viventi e sui loro habitat. Quindi, le politiche di mitigazione e adattamento vanno valutate soprattutto in termini di effetti: effetti dellaumento o della riduzione delle temperature presenti e future, ma anche effetti delle politiche medesime.

Il cambiamento climatico è un male non solo perché provocherà condizioni peggiori per la vita umana, ma anche perché causerà lestinzione di specie (qualcuno parla di sesta estinzione di massa), perché distruggerà ecosistemi in maniera irreversibile, perché tutto questo provocherà uninevitabile perdita di biodiversità. Ogni politica di contenimento del cambiamento climatico e dei suoi effetti devessere valutata nei termini degli effetti comparati della politica in questione e del cambiamento climatico futuro. Bisogna stabilire quante specie si estinguerebbero se si continuasse come prima, ma anche quante specie si estinguerebbero se la politica discussa venisse attuata. Si deve calcolare il numero e il tipo di ecosistemi la cui esistenza verrebbe messa a repentaglio dal cambiamento climatico futuro, e quanti ne verrebbero danneggiati se la politica in questione venisse attuata.

C’è unargomentazione ricorrente dei post-ambientalisti che è giusta. Non si può avere tutto: ogni scelta implica perdite e guadagni, che si debbono confrontare. Anche linazione è una scelta: di fronte a situazioni catastrofiche, come è il cambiamento climatico, intestardirsi a conservare piccole nicchie ecologiche può rischiare di farci perdere di vista il quadro complessivo. Peraltro, il feticcio della natura selvaggia o intatta è ormai non solo concettualmente inadeguato, ma anche praticamente deleterio: la natura incontaminata, se mai è esistita, non esiste più nellAntropocene, nellepoca di massimo impatto umano sul pianeta. E, peraltro, il cambiamento climatico è proprio lambito in cui dovremmo essere consapevoli degli effetti sistemici e irreversibili della nostra azione sullambiente che ci circonda e dovremmo anche tenere conto della storia ecologica della specie umana, che è una storia di interazioni continue e reciproche: abbiamo sempre mutato il nostro ambiente, siamo animali la cui nicchia ecologica è in continua trasformazione, anzi la cui natura forse è proprio quella di trasformare tutto ciò che circonda.

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https://www.rivistailmulino.it/a/sulle-politiche-di-contenimento-delle-emissioni?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+11-15+giugno+%5B7905%5D

Il popolarismo: alternativa al populismo. Dialogo con Flavio Felice, autore di Popolarismo liberale. Le parole e i concetti.

Che rapporto c’è fra politica e vita? Cosa è la società civile? Che ruolo ha oggi l’economia sociale di mercato? Cosa si intende per ecologia integrale?

Per riproporre queste ed altre domande, mercoledì 16 giugno alle 18:00 verrà presentato sulla pagina Youtube de Il domani d’Italia il libro di Flavio Felice Popolarismo liberale, un testo sintetico che indica i punti cruciali di confronto fra il pensiero politico cattolico incarnato dal popolarismo sturziano e il liberalismo classico, da Hayek a Popper a Einaudi e Friedman. Nel testo si parte dalle concezioni della limitazione del potere statale, si chiariscono i caratteri e il senso della tanto evocata società civile, si allarga lo sguardo sul senso storico dell’ecologia integrale fondata sulla persona, passando in rassegna il possibile solidarismo liberale e richiamando la Dottrina Sociale della Chiesa fino all’attuale Pontefice. Strade non parallele.

Il breve volume verrà proposto come spunto di riflessione sull’attualità, in un momento di incertezza politica, sociale ed economica, in cui la confusione “in cui tutte le vacche sono nere” rischia di far perdere la bussola e il contatto con la realtà nella sua complessità e dinamismo. In alternativa alle semplificazioni populiste demagogiche e paternaliste, resta la via del popolarismo della poliarchia, dell’economia sociale di mercato e della sussidiarietà. La via del riformismo gradualista, cioè reale e non illusorio.

Oltre all’autore, interverranno la prof.ssa Emma Fattorini, l’on. Marco Follini, l’on. Lucio D’Ubaldo. Modererà Dante Monda.

 

Bologna tra sussidiarietà e futuro. Lepore a confronto stamane con i cattolici democratici di Rete Bianca.

Nei giorni scorsi sono stati avviati nel capoluogo emiliano interessanti contatti con il candidato che al momento sembra riscuotere i maggiori consensi in vista delle primarie del centro-sinistra. Ne è scaturita l’idea di un confronto online su uno dei temi caratterizzanti la visione aggiornata del “municipalismo sociale”, una formula pregna di significati che evoca, sul piano storico-ideale, il contributo offerto dalla tradizione popolare sturziana. Riportiamo il comunicato che ha diffuso nella giornata di ieri l’ufficio stampa di Matteo Lepore.

 

 

La sussidiarietà come strumento per risolvere le nuove complessità socioeconomiche, che sono emerse con forza durante la pandemia, e per vincere le sfide per far crescere la nostra comunità in modo inclusivo e rendere ancor più resiliente il tessuto sociale.

 

Se ne parlerà al confronto “Bologna tra sussidiarietà e futuro”, che si terrà domani (oggi per chi legge, ndr) 15 giugno alle ore 11 sulla pagina Facebook del candidato alle primarie del centrosinistra Matteo Lepore.

 

L’incontro è promosso dal movimento politico nazionale Rete Bianca, che affonda le proprie radici nella tradizione, nella cultura e nella storia del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese al fine di recuperarne e riattualizzarne il pensiero.

 

“Nel mondo in cui ci troveremo ad operare, un mondo che ci porrà innanzi a problematiche nuove, ma anche ad enormi opportunità, sarà indispensabile adottare un metodo condiviso per la progettazione e la gestione delle politiche. Un metodo in grado di massimizzare il beneficio per la nostra comunità dato dalla collaborazione tra amministrazione pubblica, imprese e terzo settore, ognuno nel proprio ruolo specifico ma con piena e pari dignità”, afferma Nicola Caprioli, coordinatore regionale e cittadino di Rete Bianca.

 

Interverranno:

Matteo Lepore, candidato sindaco alle primarie del centrosinistra

Cristina Ceretti, presidente “Una città con Te”

Lucio DUbaldo, direttore de “Il Domani d’Italia”

Giorgio Merlo, dirigente nazionale movimento Rete Bianca

Nicola Caprioli, coordinatore regionale e cittadino di Rete Bianca

 

L’iniziativa potrà essere seguita, a partire dall’orario indicato, sulla pagina Fb del candidato alle primarie del centrosinistra.

Come il covid sta cambiando la geopolitica mondiale

Il direttore di Orbisphera, sito di comunicazione e approfondimento di area cattolica, con il quale “Il Domani d’Italia” ha stretto uno speciale rapporto di collaborazione, fa il punto sulle trasformazioni indotte a livello planetario dalla pandemia. Dopo il G7 la sfida con la Cina diventa cruciale.

 

 

Nell’Incontro del G7 svoltosi a Carbis Bay in Cornovaglia si è molto discusso di come liberare il mondo dalla pandemia di Covid-19.

 

Ricordiamo che il G7 è un’organizzazione intergovernativa composta da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. L’Unione Europea partecipa alle riunioni del G7 in qualità di invitato permanente con una propria rappresentanza. Si tratta dunque degli Stati più sviluppati del pianeta, il cui peso politico, economico, industriale e militare riveste una centrale importanza su scala globale.

 

La grande notizia è che verranno donati un miliardo di dosi di vaccino ai Paesi poveri. Il che significa che il mondo intero potrebbe essere vaccinato già nei primi sei mesi del 2022.

 

A questo proposito Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, ha promesso che il suo Paese da solo intende donare 500 milioni di dosi di vaccino. Al di là delle promesse che sono comunque gradite e benvenute, un contributo decisivo alla vaccinazione di tutti gli abitanti del pianeta sta venendo dalla Cina.

 

Le società cinesi “Sinovac” e “Sinopharm” hanno triplicato la loro produzione. Al momento attuale, la Cina è il primo produttore mondiale di vaccini anti Covid. Al ritmo di 20 milioni di vaccinati al giorno, con una media di 600 milioni di vaccinati al mese, la Cina vaccinerà tutta la sua popolazione (1,4 miliardi di abitanti) entro la fine di agosto.

 

Inoltre, da settembre, almeno mezzo miliardo di dosi del vaccino cinese saranno disponibili per la distribuzione al mondo intero. Se ai vaccini cinesi si aggiungono le donazioni dei Paesi del G7, si calcola che l’immunità di gregge a livello mondiale potrebbe essere raggiunta prima di marzo 2022.

 

Se il Covid verrà sconfitto, le attività economiche mondiali potranno tornare a crescere superando i livelli raggiunti nel 2019, quando la pandemia non si era ancora manifestata.

 

Nel contesto nella grande crescita economica e commerciale che si prospetta, gli Stati Uniti hanno cercato di convincere l’Europa a contenere l’espansione economica e tecnologica della Cina, perché potrebbe mettere in pericolo la sicurezza dei Paesi del G7.

 

L’Europa ha condiviso le preoccupazioni in merito all’espansione cinese, ma non ha accettato l’idea di congelare le politiche commerciali e di collaborazione economica e ambientale con Pechino.

 

Gli esperti sostengono che, mentre gli Usa vedono nella Cina una minaccia alla sicurezza del mondo, l’Europa ha una visione diversa ed intravede una possibilità di collaborazione economica soprattutto nel campo dello sviluppo infrastrutturale e della rivoluzione verde per lo sviluppo sostenibile.

 

Gli Stati Uniti temono la concorrenza della Cina in campo economico e nel settore tecnologico e spaziale. Non è così per l’Europa, che ha ben chiaro come la Cina stia offrendo opportunità e investimenti nel campo dei trasporti, dello sviluppo civile, dell’innovazione telematica e della trasformazione verde della produzione energetica.

 

Gli Stati Uniti sanno che la competizione con la Cina si è spostata sul piano delle politiche di sviluppo. Per questo Biden ha proposto agli Europei un progetto alternativo alla “Nuova via della seta” cinese, parlando di centinaia di miliardi di dollari di investimenti. Ma mentre la Cina sta realizzando molti progetti, gli Stati Uniti per ora hanno solo prospettato eventuali investimenti senza presentare un piano progettuale preciso.

 

Per avere un’idea di quanto siano avanti i cinesi nelle connessioni commerciali con l’Europa, basta citare alcuni dati. Oggi vi sono 39 linee ferroviarie che collegano 15 città europee con 20 città cinesi. Nell’agosto del 2019 il numero di treni merci Cina-Europa ha raggiunto le 10mila unità.

 

Nel nodo ferroviario di Duisburg (Germania), attivato nel 2011, arrivano ogni settimana circa 30 treni cinesi carichi di container, con prodotti da distribuire in tutta Europa. A giugno 2017 è partito il primo treno fra il porto di Zeebrugge, in Belgio, e la città cinese di Daqing.

 

A settembre 2018 il primo treno merci da Pechino è arrivato alla stazione logistica di Saint-Priest, vicino a Lione, in Francia. Sono in corso di realizzazione i collegamenti tra Belgrado, Budapest e la Cina.

 

Nonostante la pandemia, il commercio della Cina con 17 Paesi dell’Europa centrale e orientale è aumentato, nel primo trimestre del 2021, del 50,2% su base annua, arrivando a 30,13 miliardi di dollari. Mentre le importazioni cinesi dai Paesi dell’Europa centrale e orientale sono aumentate del 44,7%.

 

In questo contesto, il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi ha mostrato ancora una volta di essere tra i leader più illuminati, ed ha spiegato che non si può fare a meno della Cina per vincere sfide come il cambiamento climatico e la minaccia della pandemia. Soprattutto nel progetto mondiale di transizione ecologica non si può fare a meno dell’alleanza con Pechino.

 

In merito al futuro dell’economia, Draghi ha affermato: «Ci sono ottimi motivi per avere una politica di bilancio espansiva». Ed ha aggiunto: «Bisogna assecondare la crescita per rafforzarla, ma senza dimenticare la protezione dei lavoratori in un momento che registra transizioni anche drammatiche».

 

Secondo Draghi, «questa crisi va gestita in maniera differente rispetto alle crisi precedenti, quando ci siamo dimenticati della coesione sociale». Per questo motivo – ha sottolineato – «è un dovere morale agire diversamente, concentrandosi sulle politiche attive del lavoro, sui giovani e sulle donne».

 

Per visitare il sito di Orbisphera e leggere in originale l’articolo

https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5122/Come_il_Covid_sta_cambiando_la_geopolitica_mondiale

Cina e Russia, cosa chiede Biden a Draghi?

Educato negli Usa (come Amato), Mario Draghi è il più transatlantico dei nostri presidenti del Consiglio. Non sorprende allora lintesa (allinsegna del pragmatismo) trovata con Joe Biden al G7 su tanti dossier scottanti dellagenda internazionale, Cina e Russia in testa. Il commento – estratto in parte dal sito di “Formiche” – di Federiga Bindi, professoressa di Relazioni Internazionali allUniversità di Roma Tor Vergata.

 

 

Dal 20 gennaio 2021, giorno dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, negli Stati Uniti si è respirata immediatamente un’aria nuova. Grazie alla sue pluridecennale esperienza politica e agli otto anni da Vice Presidente, nonché conscio di avere solo due anni a disposizione prima delle prossime elezioni per il Congresso, Biden è partito a passo di marcia e sta andando come un treno.

Domesticamente, Biden ha capito che il Covid è un evento epocale, destinato a marcare il futuro del mondo, e sta approfittando della crisi post-Covid per disegnare l’America del futuro, a partire dalle infrastrutture.

Se, come alcuni dicono, il Covid, non è solo un evento naturale e/o l’obbiettivo del ritardo nella comunicazione da parte della Cina era quello di far saltare l’America, ha decisamente avuto l’effetto inverso.

 

Senza parlare della vaccinazione, che in molti Stati – anche Repubblicani – è ormai ben oltre la soglia del 70%. Incastrata nelle sabbie mobili delle burocrazie europee e nazionali, l’Europa sta invece tristemente perdendo la sfida con il futuro.

 

In politica estera, Biden si è circondato di molte persone che avevano già rivestito ruoli di rilievo nell’Amministrazione Obama. Questo ha avuto il chiaro vantaggio di poter essere, anche qui, operativi fin dal primo giorno. Il primo risultato visibile è stato il rientro nell’Accordo di Parigi sul clima, grazie a John Kerry.

 

D’altra parte, però, questo ha implicato una serie di retaggi, in particolare su aree di interesse per l’Italia come la Libia e la Russia. Sulla Libia, Biden si è limitato alla classica pacca sulla spalla durante la sua bilaterale con Draghi. Se (se) qualcosa salterà fuori per il nostro paese lo si vedrà solo dopo l’incontro tra il presidente Americano e quello Turco, Recep Erdogan, l’ormai vero king-maker.

 

Sulla Russia, da sempre bestia nera di Victoria Nuland, una che non ha mai amato l’Italia e adesso è sottosegretario per gli affari politici – dopo il lapsus nell’intervista con George Stephanopoulos – Biden ha strategicamente puntato all’antagonismo, essendo un nemico ampiamente interiorizzato dal popolo americano, e quindi in grado di unire Democratici e Repubblicani.

 

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https://formiche.net/2021/06/cina-e-russia-cosa-chiede-biden-a-draghi-la-versione-di-f-bindi/

Per la cura della casa comune. Una sfida per amministrazioni ed enti locali. Intervista a Davide D’Arcangelo, esperto di transizione digitale.

La sempre più larga distribuzione dei vaccini sta portando una nuova stagione di riapertura. Difficile ricominciare da dove avevamo lasciato. Il Covid e lemergenza climatica hanno rivoluzionato lo scenario della produzione e del consumo. L’Osservatore Romano ha intervistato Davide DArcangelo, esperto di politiche industriali, consulente per la transizione digitale di diverse amministrazioni pubbliche italiane. Il testo integrale si può leggere cliccando sul link in fondo alla pagina.

 

(Pierluigi Sassi)

 

Dottor DArcangelo, lei è un tecnico vicino alle istituzioni centrali europee come anche ai piccoli comuni italiani. Come cambierà lo scenario nella nuova stagione che si sta aprendo?

 

A livello internazionale il virus ha evidenziato una volta di più le drammatiche differenze tra paesi ricchi e paesi poveri. Questa volta però la cosa è apparsa inaccettabile anche ai più fortunati, i quali hanno capito bene che il problema si potrà risolvere solo quando affrontato a livello globale. Oserei dire che il Covid ci sta costringendo, più che invitando, a quella solidarietà universale alla quale Papa Francesco ci richiama da tempo. Le ricadute sullo scacchiere internazionale non sono trascurabili. La nuova consapevolezza mondiale sulle responsabilità delle istituzioni e della politica nella gestione di crisi epocali — come pandemia e riscaldamento globale — ha aumentato sensibilmente le aspettative di un’opinione pubblica sempre più attenta e critica. Dobbiamo approfittare di questo salto di qualità per prendere la strada giusta. L’occasione è costata molto e forse proprio per questo va considerata irripetibile.

 

E a livello locale?

 

Durante la crisi sanitaria i Comuni sono stati chiamati ad attuare sul territorio ogni decisione presa a livello centrale. Di fatto sono stati loro il vero avamposto dove le politiche prendevano forma. Credo che la centralità delle amministrazioni locali sia destinata a crescere nel futuro soprattutto nell’ambito delle transizioni ecologica e digitale. È fondamentale però che a questa spinta centrifuga gli enti locali rispondano adeguatamente, soprattutto migliorando le proprie competenze tecniche, dalle quali abbiamo visto dipendere aspetti fondamentali per le nostre vite. Come recitava una massima di successo: per uno sviluppo davvero sostenibile dobbiamo imparare a pensare globale e ad agire locale.

 

Ma quali sono i principali cambiamenti della politica industriale ai quali andiamo incontro? E cosa cambierà per i cittadini?

 

È evidente a tutti quanto il Covid abbia accelerato la transizione digitale anticipando significativamente lo scenario di una “economia dei servizi”. Trasporti, commercio, sanità. Non c’è settore economico che non abbia visto con assoluta chiarezza il futuro digitale che l’aspetta. E l’accelerazione non si è limitata alla nascita di nuovi servizi o di nuove imprese. Nella rivoluzione 4.0 sono stati repentinamente coinvolti tutti gli attori del mercato, dalle istituzioni alla finanza, dagli imprenditori ai lavoratori. Credo che alla fine questo risulterà un aspetto molto positivo, soprattutto se ci consentirà di ripensare in modo completamente nuovo la qualità della vita. Il cammino era già segnato, ma rischiavamo di percorrerlo senza riflettere, sotto la debole spinta dell’inerzia. Invece con il Covid le tecnologie hanno dimostrato in poco tempo le loro potenzialità e i loro limiti, costringendoci a ripensare il futuro in modo nuovo e dandoci l’opportunità di riconsiderare la centralità dell’uomo. Speriamo davvero che questa occasione non vada sprecata.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-132/una-sfida-br-per-amministrazioni-br-ed-enti-locali.html 

Sostiene De Rita che le epopee prima si fanno e poi si raccontano…

Lo spunto è dato da un recente editoriale del fondatore del Censis, sicché l’autore ricava dall’analisi di questo originale e autorevole sociologo cattolico le linee per un discorso più autentico, e dunque meno scontato, sulle prospettive del Paese dopo l’emergenza sanitaria.

Quando De Rita inforca gli occhiali dell’analista sociale riesce sempre a puntualizzare la situazione del presente, contribuendo a decifrarla per renderla intellegibile, oltre i coni d’ombra che ne nascondono l’essenza, oltre le apparenze e le opinioni che spesso non vanno oltre i meri luoghi comuni interscambiabili.

Partendo da quello “stato di sospensione” che tutti ci avvolge in questa fase di transizione tra crisi pandemica in fase auspicabilmente risolutiva e malcelate speranze di ripresa, il Presidente del Censis riesce persino ad ironizzare, con il dovuto garbo che gli è consueto, sui fautori della ripartenza che colgono nello “zero virgola” e nei decimali del PIL i segnali di una inversione di tendenza. Ricordano costoro, tutti presi a misurare la realtà con il metro degli indicatori economici peraltro a volte persino contraddittori, i monsignori di Voltaire, sempre più protesi a gareggiare nel distinguersi tra di loro che impegnati nell’assomigliare a Cristo (sia detto qui in senso laico e paradigmatico).

Capita allora che nella latenza del presente, condizionati dall’enfasi della ripartenza ancora densa di incognite ma aggrappata al seducente potere semantico e simbolico delle parole, ci si proietti in visioni programmatiche di lunga gittata – come la digitalizzazione e la riconversione ecologica – senza disporre di un quadro sinottico da cui si evincano dati e prospettive basati su evidenze reali capaci di innervare nel tessuto sociale, produttivo e istituzionale tangibili e sostanziali riscontri.

Quando la magia delle parole non va oltre l’enfasi delle promesse, mentre il tempo trascorre con ritmi propri tra incertezze, conferme e smentite, rincorse degli eventi e programmazioni “girevoli”, l’immaginario collettivo non riesce a metabolizzare segnali di cambiamento.

Allora l’ansia – sentimento individuale legato alle storie di ognuno ed emozione condivisa nella paralisi del rinvio – diventa a un tempo componente della spinta iniziale, che qualcuno deve pur attivare, e sintomo di un disagio avvertito e diffuso: una specie di convitato di pietra agli innumerevoli tavoli di discussione, concertazione e progettazione.

Il messaggio di Giuseppe De Rita appare chiaro e convincente – come lo si ricava da un recente editoriale sul Corriere della Sera – poiché con poche misurate argomentazioni ci ricorda che le epopee dei grandi investimenti e del rilancio (come fu ad esempio nel secondo dopoguerra) necessitano di un radicamento popolare e di una motivazione condivisa e convincente.

“Non sorprende quindi – dice il fondatore del Censis – che la stessa grande discussione di massa sull’epocale «programma europeo di resilienza» non sia riuscita a traguardare un immaginario collettivo in cui far emergere coerenti flussi di valutazioni e comportamenti del nostro corpo sociale; ci siamo limitati alla curiosità per la quantità di risorse disponibili e per le loro ufficiali destinazioni, spesso troppo tecniche e sofisticate per destare sociali partecipazioni collettive”.

Per come siamo ancora tramortiti dalla lunga sofferenza della crisi pandemica (una crisi, si badi bene ‘olistica’, cioè totale, che ha interessato l’evidenza sanitaria, l’economia, il lavoro, l’istruzione e i sottesi condizionamenti emotivi, come il timore di non farcela, la paura dell’ignoto, la dimensione planetaria del fenomeno, le ricadute sulle singole soggettività e sugli stati d’animo collettivi) non è facile decifrare vie d’uscita percorribili: le istituzioni comunitarie, quelle dai singoli Stati, le strutture intermedie sembrano ancora avviluppate nella fase prodromica di una iniziale presa di coscienza

L’idea di una Italia diversa e migliore sta prendendo corpo ma necessita di un coinvolgimento sociale largo, lento e condiviso. L’invito di De Rita è di semplificare e rendere partecipate le linee di indirizzo innovativo: la politica non deve verticalizzare o far cadere dall’alto direttive disomogenee e complicate, il primo nemico da battere è la burocrazia paralizzante e punitiva, bisogna far rinascere nella gente la spinta della motivazione, del sentirsi parte di un processo di graduale promozione del bene comune.

Per questo, ricorda infine De Rita, la conclamata epopea della ripresa andrà raccontata e valutata in corso d’opera, concedendo il tempo necessario alle dinamiche che la sottendono nel profondo.

Dire famiglia oggi?

Happy family standing in the park at the sunset time. Concept of friendly family.

Lapidario l’incipit dell’ultimo editoriale del Padre gesuita sul si sito di “Connessioni”. In sostanza la famiglia è fuori moda. L’autore tuttavia, oltre a ricostruire una trama ideale per capire il senso profondo di questa peculiare istituzione, passa in rassegna rapidamente le ultime misure adottate dal governo a sostegno della famiglia. E ritiene che sia un “buon segno” quanto prefigurato dalle decisioni di Draghi.

 

 

Dire “famiglia” oggi è fuori moda, parlarne sembra quasi démodé eppure la Costituzione italiana dedica alla famiglia e al matrimonio gli articoli 29, 30 e 31, le cui disposizioni sono tra loro connesse. Per i costituenti regolare listituto familiare implicò un «cambio di rotta» culturale rispetto alla visione etica e antropologica su cui si basava l’idea di famiglia nel periodo storico prerepubblicano.

 

Nello Statuto Albertino del 1848 il termine «famiglia» compariva solo per la “famiglia reale”. Lo Stato liberale si limitava a tutelare listituto giuridico della famiglia per disciplinare il patrimonio dagli effetti del matrimonio. La famiglia era pensata come l’«ambiente» in cui la «donna-madre preparava l’avvenire del popolo italiano», insegnando la morale e la religione. Il diritto di famiglia italiano dall’Unità al periodo fascista è stato influenzato dal Codice Civile di Napoleone del 1804, nel quale la famiglia, pensata come «cellula dello Stato», era fondata sul matrimonio civile (un trattato di diritto pubblico) che tracciava la separazione tra lo Stato e la Chiesa e il rapporto tra coniugi si basava sulla disuguaglianza.

 

Con lavvento del regime fascista, la famiglia venne asservita ai fini dello Stato. I genitori avevano il dovere di educare e di istruire la prole sui «princìpi della morale», in conformità al «sentimento nazionale fascista» (art. 147 cc.). Per favorire le nascite il regime introdusse la tassa sui celibi, escluse l’accesso ai pubblici impieghi per i non coniugati, istituì privilegi di carriera ed esenzioni d’imposta per coloro che avevano una famiglia numerosa. Un decreto del 1938 limitò ad un massimo del 10% la presenza delle donne nel pubblico impiego, mentre rimaneva marcata la disuguaglianza tra uomo e donna. Basti ricordare due esempi: l’adulterio della moglie costituiva reato, mentre l’uomo compiva reato solamente nel caso di concubinato; la comunione dei beni era imposta per legge e includeva tutti i beni della dote della moglie di cui il marito era l’unico amministratore.

 

In breve, fino alle soglie della Costituente del settembre 1946, la famiglia aveva il compito di trasmettere i valori fascisti e garantire la figura del pater-familias.

 

La sinistra era interessata a regolare la famiglia per introdurre il principio di uguaglianza tra i coniugi, ma al suo interno esistevano forti punti di divergenza. Per i socialisti la famiglia si limitava ad essere una «costruzione storica», che la Costituzione non avrebbe dovuto regolare. Per i comunisti, invece, regolare la famiglia era una forma di controllo della società e del territorio. Per queste ragioni, sia l’on. Togliatti sia l’on. Jotti non si schierarono a favore del divorzio per almeno tre motivi: era stato vietato in Russia nel 1935 da Stalin; il loro elettorato contadino e parte dei loro deputati erano contrari; temevano una campagna politica della DC a loro svantaggio. Ma c’era di più, in quanto i comunisti giocarono su due fronti: da una parte insieme ai cattolici per la difesa della famiglia, dall’altra contro di loro sulla questione dell’indissolubilità del matrimonio.

 

Per il gruppo democristiano regolare la famiglia nella Costituzione significava, da una parte, assicurare alla persona umana la sua crescita e il suo sviluppo e, dall’altra, garantire alla società il più importante «ente intermedio» che a livello sociale si poneva tra il singolo e lo Stato.

 

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Dire famiglia oggi?

Il privato è un bene pubblico (10 idee per salvare il pianeta). Un libro spiega come.

Nelle edizioni “Città Nuova” è uscito di recente questo saggio di Matteo Nardi e Letizia Palmisano (10 idee per salvare il pianeta. Prima che sparisca il cioccolato). Cosa dice la scheda editoriale? Il prossimo decennio sarà cruciale per il nostro pianeta. Siamo di fronte a una sfida di sostenibilità che richiede un impegno da parte di tutti noi. Di seguito riportiamo alcuni passaggi della presentazione di Matteo Girardi sul sito di “Città Nuova”.

 

 

Proteggere il pianeta

«Siamo determinati a proteggere il pianeta dalla degradazione, attraverso un consumo e una produzione consapevoli, gestendo le sue risorse naturali in maniera sostenibile e adottando misure urgenti riguardo il cambiamento climatico, in modo che esso possa soddisfare i bisogni delle generazioni presenti e di quelle future».

Così è scritto nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, programma d’azione sottoscritto nel 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU. E questo impegno a gestire le risorse naturali in maniera sostenibile riguarda i governi, le imprese e ciascuno di noi, ogni nostro gesto, ogni nostra decisione.

 

Essere cittadini green

Dovremmo continuamente domandarci: posso spostarmi in modo da inquinare il meno possibile? Come posso trasformare la mia casa e l’ufficio in cui lavoro in spazi a minimo impatto ambientale? Come faccio a mangiare in modo sano, gustoso e sostenibile? Ho la possibilità di essere un genitore green e di operare scelte alternative a pannolini monouso e omogeneizzati?

 

Il libro

È per rispondere a queste e ad altre domande che Matteo Nardi e Letizia Palmisano, giornalisti ambientali impegnati da sempre nella diffusione della cultura della sostenibilità, hanno scritto il volume 10 idee per Salvare il Pianeta (prima che sparisca il cioccolato), da oggi in libreria, in cui sono contenute alcune preziose istruzioni, suggerimenti a volte semplici ma capaci di restituire consapevolezza ai nostri gesti e metterci nelle condizioni di fare la nostra parte nella lotta contro i cambiamenti climatici.

 

Rimboccarsi le maniche adesso

«Non c’è un secondo tempo, il momento per rimboccarsi le maniche è adesso, prima che sia troppo tardi e sparisca il cioccolato – scrivono i due autori — il mondo ha bisogno di ognuno di noi perché anche nel piccolo della nostra quotidianità possiamo davvero fare la differenza. Vivere in modo più green è facile e si può iniziare da semplici piccoli passi: a guadagnarci saremo noi e il pianeta».

 

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https://www.cittanuova.it/correlati/privato-un-bene-pubblico-10-idee-salvare-pianeta/

Futuri leader di pace: l’iniziativa di “Rondine” spiegata dal presidente Franco Vaccari in una intervista a Radio Vaticana.

Giovani protagonisti della ripartenza post-pandemia: lAmbasciata dItalia presso la Santa Sede e lorganizzazione “Rondine Cittadella della pace” lanciano la campagna per promuovere percorsi di formazione per una cultura in grado di ribaltare le logiche del conflitto.

 

 

Oggi viene presentata al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede la campagna Leaders for Peace, organizzata dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede insieme con l’organizzazione “Rondine Cittadella della Pace”. Si tratta di un appello concreto per sostenere percorsi di formazione precisi, come sottolinea il fondatore e presidente dell’organizzazione “Rondine Cittadella di pace” Franco Vaccari.

 

Vaccari ricorda che due anni fa i giovani di Rondine hanno presentato alle Nazioni Unite la richiesta di un finanziamento – una percentuale decisamente irrisoria del budget, sottolinea  – per percorsi di formazione. Innanzitutto si tratta – spiega Vaccari – di ribaltare la logica del conflitto: scoprendo che è falsa l’idea del nemico. Si tratta – sottolinea – di diffondere una cultura di pace che nell’organizzazione Rondine si vive praticamente quotidianamente e che – suggerisce il presidente – può formare i futuri leader. Vaccari ricorda che da sempre Rondine accoglie giovani che hanno vissuto sulla propria pelle l’odio, il conflitto armato, “l’inganno del nemico” e che, attraverso il Metodo Rondine, imparano a trasformare tutto ciò in prospettive diverse.

 

Il ricorso allOnu

 

Nel 2018, in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, il ministero degli Affari Esteri italiano ha proposto a Rondine Cittadella della Pace di rappresentare il Paese per portare alle Nazioni Unite la propria esperienza come “esempio concreto da cui ripartire sul grande tema dei diritti umani”. Rondine ha risposto alla chiamata lanciando la campagna globale Leaders for Peace. L’appello – ricorda Vaccari – è stato scritto dagli studenti e dagli alumni di Rondine – per chiedere agli Stati membri dell’Onu un impegno concreto nella formazione di giovani leader, in grado di intervenire nei principali contesti di conflitto nel mondo.

 

Lappello

 

Si chiede di sottoscrivere l’Appello di Pace della campagna Leaders for Peace. Innanzitutto, Vaccari mette in luce il primo aspetto: un impegno concreto nella formazione di giovani leader di pace, in grado di intervenire nei principali contesti di conflitto nel mondo. E poi cita l’esigenza di inserire l’insegnamento e l’educazione ai diritti umani nei sistemi d’istruzione nazionali, integrati – ribadisce – con le sperimentazioni del Metodo Rondine sulla trasformazione creativa dei conflitti, che ha permesso loro di diventare ambasciatori di pace.

 

La sfida

 

Vaccari spiega che si avverte sempre l’esigenza di iniziative come quella proposta da Rondine ma che in questo periodo storico diventa urgente comprendere che si devono fronteggiare vecchi e nuovi conflitti: ci sono infatti – sottolinea –  i conflitti che la pandemia sembra aver pericolosamente riportato sullo scenario internazionale, ma anche conflitti del tutto nuovi che lacerano la società globale.

 

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https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-06/ambasciata-italia-organizzazione-rondine-di-pace-conflitti.html

Ma i sondaggi sono credibili?

Non convince la dinamica delle diverse rilevazioni. Letta gioisce per un risultato del Pd che solo Pagnoncelli accredita. Anche per gli altri partiti ci sono più dubbi che certezze.

 

I sondaggi, come ben sappiamo, rilevano solo tendenze presenti nell’elettorato in quel particolare momento in cui vengono fatti. Nulla di definitivo e anche di certo, come ovvio e scontato. Ma, al di là della buona fede di chi li fa e di chi li commissiona, è curioso e singolare leggere quasi quotidianamente sondaggi che registrano un cambiamento massiccio di orientamento degli elettori in contrasto gli uni contro gli altri.

 

Quasi quasi viene il sospetto che il sondaggio riflette di più il legittimo convincimento politico di chi lo fa che non il “comune sentire” del campione selezionato. Per questi banali motivi non vedo l’ora di conoscere realmente la scelta politica – quella sì certa e definitiva – dei cittadini italiani che si recheranno alle urne il prossimo ottobre per il rinnovo di molte amministrazioni comunali. In particolare nelle più grandi città italiane. Lì, come noto, i sondaggi faranno un passo indietro a vantaggio del voto reale dei cittadini.

 

Ma, per tornare ai sondaggi di questi ultimi giorni, è francamente interessante registrare che il Pd – tanto per fare un solo esempio – non riesce a rimontare in quasi tutte le rilevazioni demoscopiche che vengono fatte restando sempre inchiodato tra il 17 e il 18% tranne nel caso del sondaggio di Nando Pagnoncelli, per il quale, invece, è in costante crescita al punto da farlo diventare addirittura il primo partito italiano. E, al contempo e da copione, si registra una perdita altrettanto secca della Lega di Salvini e una ascesa, seppur modesta, dei Fratelli d’Italia della Meloni.

 

Ora, francamente, c’è qualcosa che non funziona in tutto ciò. Anche perchè, leggendo questi numeri, viene anche il dubbio che – sempre parlando del Pd in versione Pagnoncelli – questo partito possa raggiungere nell’arco di poche settimane il 30% dei consensi con tutti gli istituti che lo danno abbondantemente sotto il 20%.

 

Altra anomalia riguarda il partito di Grillo e di Conte, cioè i 5 stelle. Dopo mesi di assenza concreta di leadership politica per le persin troppe note motivazioni, dopo le infinite polemiche interne, dopo aver abbandonato quasi tutti i totem ideologici e demagogici che hanno caratterizzato questo partito dal “vaffa day” in poi, i consensi al partito di Grillo e di Conte sono quasi sempre gli stessi. Si aggirano, cioè, tra il 15 e il 18%. Ma come è possibile tutto ciò? Com’è pensabile, e possibile, che un partito politicamente allo sbando per così lungo tempo, possa continuare ad avere un consenso elettorale sempre così alto e non scalfibile? Mistero dei sondaggisti. Anche perchè, se fossero veri questi numeri, nel momento in cui questo partito si stabilizza con una nuova leadership e, forse, anche con un nuovo ed ennesimo progetto politico, le cifre potrebbero schizzare sempre più in alto.

 

Ecco perchè, al di là dei numeri che vengono sfornati dai vari sondaggi e che evidenziano, almeno a mio parere, una scarsa sintonia con ciò che capita realmente nel tessuto sociale del paese, non ci resta che attendere il voto di ottobre. Tuttavia, con sempre il massimo rispetto per i vari sondaggisti che, comunque sia, forniscono tendenze e sensibilità presenti nell’elettorato. Seppur con numeri e cifre che rasentano, a volte, anche un po’ il grottesco.

Plurarchia e auto-governo delle risorse comuni. Un ricordo di Elinor Ostrom.

Scomparsa tre anni fa, la politologa dell’Università dell’Indiana ha legato il suo nome alla ricerca sulla gestione dei cosiddetti beni comuni, dimostrando che esiste una via comunitaria in grado di sfuggire all’alternativa tra struttamento privatistico e controllo statalistico. L’articolo, qui riportato in stralcio, appare in originale sull’ultimo numero dell’Osservatore Romano.

 

Il 12 giugno del 2012 ci lasciava Elinor Ostrom, una delle politologhe che ha maggiormente contribuito alla teoria politica e al dibattito pubblico, sia nel campo accademico sia in quello politico e sociale, giungendo nel 2009 ad essere insignita del Premio Nobel per l’economia.

 

Professoressa presso l’Università dell’Indiana, dove dirigeva con il marito il Centro di ricerca di studi e analisi politica «Vincent and Elinor Ostrom», la Ostrom si è occupata della governance dei cosiddetti commons, le risorse comuni, quelle risorse naturali – terre per pascoli, aree ittiche, boschi per legname, acqua per irrigazione dei campi agricoli – o immateriali – come la conoscenza – per cui è molto costoso controllare ed escludere il consumo degli “utilizzatori”. Il problema di queste tipologie di risorse è che sono sovra-sfruttate o comunque la loro cura è trascurata dagli utilizzatori. La ragione sta nel fatto che i soggetti si comportano opportunisticamente considerando la risorsa a cui accedono, senza possibilità di esserne esclusi, una risorsa gratuita, e perciò massimizzano i propri benefici privati, trascurando o collettivizzando i costi; è ciò che Garret Hardin ha descritto con l’espressione “tragedia dei beni comuni”. La soluzione alla tragedia dei commons, prima del contributo della Ostrom e dei suoi studi, era quella di privatizzare le risorse o, in una prospettiva simmetrica, definire un Leviatano per una loro gestione statale.

 

La Ostrom ha invece dimostrato che all’interno delle comunità possono emergere dal basso regole e istituzioni di non-mercato e neppure riconducibili al governo, in grado di assicurare una gestione efficiente dal punto di vista economico di tali risorse. La Ostrom riporta esempi delle terre comuni nei villaggi giapponesi di Hirano e Nagaike in Giappone, il meccanismo di irrigazione huerta tra Valencia, Murcia e Alicante in Spagna, la comunità di irrigazione zanjera nelle Filippine.

 

Come ha messo in evidenza l’economista Massimiliano Vatiero, partendo dai contributi teorici di Ronald Coase, di Douglass North e di Oliver Williamson, la Ostrom isola i caratteri principali degli auto-governo locali. Una prima condizione istituzionale alla base del successo di questi meccanismi è la chiarezza del diritto. Le regole oltre a essere chiare, devono essere condivise dalla comunità. Per questo un elemento essenziale dell’auto-governo è la definizione di metodi di decisione democratica, tali da coinvolgere tutti i fruitori della risorsa. Inoltre, i meccanismi di risoluzione dei conflitti devono avere ambiti locali e pubblici, in maniera tale da essere accessibili a tutti i soggetti di una comunità. Accanto a meccanismi di sanzioni progressive, si prevede che si instauri un controllo reciproco tra gli stessi fruitori della risorsa. Ciò ha un duplice effetto: primo, chi è interessato a una gestione corretta della risorsa è anche interessato a svolgere un controllo sulla medesima; secondo, i fruitori sono i soggetti che hanno le maggiori informazioni su come la risorsa possa essere utilizzata in maniera inappropriata dagli altri. Dunque, le regole oltre a essere chiare, condivise e rese effettive da tutti i fruitori, non devono contrastare con livelli superiori di governo.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-131/plurarchia-br-e-auto-governo-br-delle-risorse-comuni.html

Giuseppe Notarstefano intervistato da Famiglia Cristiana: «Ripartiamo insieme e con le periferie».

Il neo-presidente dell’Azione Cattolica fa il punto sullo stato di salute della più antica realtà associativa ecclesiale e traccia le linee dell’impegno futuro alla luce dei risultati dell’ultimo congresso. Il testo è ripreso dal sito dell’Azione Cattolica.

 

 

In questi giorni i media nazionali e locali hanno dato risalto alla nomina del nuovo presidente di Ac, Giuseppe Notarstefano e agli impegni prossimi e futuri dell’associazione. Tra gli altri, ne hanno parlato Radio Vaticana, RadioinBlu, Avvenire, Sir, Rai Sicilia, La Repubblica Sicilia e oggi un’ampia intervista a Famiglia Cristiana che vi proponiamo integralmente.

«Aiutiamo chi stenta ad abbracciare dei valori, nuovi poveri ed emarginati, carcerati. In primo luogo, io, siciliano, mi affido a Livatino e Padre Puglisi»: così Notarstefano in un passaggio dell’intervista che tocca diversi temi di attualità sia ecclesiali che sociali.

 

 

«Un’associazione resiliente, giovane e sinodale». Giuseppe Notarstefano prende in mano un’Azione cattolica vivace, forte dei suoi quasi 270 mila iscritti e con una capacità rafforzata di intercettare e rispondere alle domande e ai bisogni del nostro tempo. Lo fa, palermitano vissuto a Canicattì, «affidando le mie preghiere, non lo nascondo, a Rosario Livatino. Sono particolarmente legato al giudice ucciso dalla mafia e ho vissuto con gratitudine spirituale il fatto che la mia nomina sia avvenuta poco dopo la sua beatificazione». Bocconiano, ricercatore di Statistica economica e attualmente professore alla Lumsa di Palermo, dopo aver insegnato in vari corsi in università italiane e straniere, ricorda l’impegno dell’associazione per la legalità, come «questione che ci tocca nel profondo perché la necessità e il bisogno di giustizia sono sempre un atto di carità».

 

In che senso?

 

«Ricordo i tanti soci che, dal Veneto alla Lombardia, all’Emilia Romagna, sono venuti in Sicilia, nella terra di Rosario Livatino e padre Pino Puglisi, per le attività estive, quelle che chiamiamo campi scuola, quasi per riconoscere il valore di alcune testimonianze e, nello stesso tempo, per dire l’importanza che abbiamo nell’educare ai temi della giustizia e della legalità, e a essere realtà che opera per il bene di tutti. Lo dice papa Francesco nella Laudato si, quando parla di bene comune, in termini di giustizia; c’è se raggiunge i più fragili, i più vulnerabili, se genera inclusione e coesione sociale».

 

E invece cresce la disuguaglianza?

 

«Cambiano tante cose, lo abbiamo visto in questo tempo, ma rimane un profondo bisogno di giustizia soprattutto quando c’è un dato sociale così drammatico come le disuguaglianze a tutti i livelli: sociali, nella scuola – dal digital divide al fenomeno della dispersione scolastica –, nel mondo del lavoro tra uomini e donne… In questo contesto il tema della giustizia dovrebbe essere obiettivo della politica ma, prima ancora deve essere un punto fermo nell’educazione».

 

Azione cattolica e pandemia…

 

«È stata capace di fare di questo tempo una opportunità di trasformazione. È riuscita, anche attraverso le nuove piattaforme, a dare continuità alla sua vita. Certo i piccoli e i più giovani hanno sofferto ed erano stanchi perché avevano già la scuola in dad e, quindi, la proposta associativa in piattaforma è stata un ulteriore richiesta di sforzo. Gli anziani sono riusciti a fare un grande upgrade tecnologico, spesso aiutati dai nipoti. C’è stata forte consapevolezza che la sfida non riguarda solo noi. E che la ri-partenza significa che dobbiamo fare memoria di quello che abbiamo vissuto, anche dei dolori, dei drammi, e cercare di elaborare un percorso capace di rispondere alle esigenze di questo tempo».

 

Quali sono?

 

«Una questione importante per i giovani è tenere assieme la vita associativa, quella professionale e quella familiare. Questa fascia d’età è quella socialmente più colpita dalle crisi degli ultimi decenni. In molti sono stati costretti a spostarsi nei territori. E non solo per una giusta aspirazione, perché magari si decide di studiare a Milano perché c’è un corso attivo solo lì. Spesso questa mobilità è forzata e genera precarietà. Per noi è importante,

visto che l’associazione è presente da Lampedusa a Cortina D’Ampezzo, che le persone possano sempre sentirsi accolte e invitate a camminare insieme. Per fare questo ci vuole una rete capace di incontrare, andare a scovare le persone, ci vogliono responsabili attenti e ci vuole una spiritualità dell’accoglienza».

 

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https://azionecattolica.it/ripartiamo-insieme-e-con-le-periferie

Progettare la città dopo la pandemia

L’uomo, dice l’autore, deve tornare al centro della questione urbana “perché detentore della capacità di trasformare il luogo in identità”. L’originale del testo appare nella sezione che l’Università di Padova ha dedicato al dibattito sul futuro della città.

 

Muovendo dal concetto di città come sistema sociale globale e pertanto come realtà poliedrica e ricca di sfaccettature, nella sua dimensione spazio-temporale e ambientale, la città contemporanea appare in tutta la sua natura dinamica, e il suo essere città-flusso. Concepita come un accampamento sulle rive del tempo, attenta alla sua eredità storica, ma governata dal movimento, dalla trasformazione, dalla transitorietà. Nelle descrizioni dei sociologi, urbanisti, antropologi, etnologi ed economisti ricorrono termini come eterogeneità, frammento, discontinuità, disordine, caos (si vedano, ad esempio, fra gli altri, i lavori di Zygmunt Bauman, David Harvey, Allen J. Scott, Giandomenico Amendola e Guido Martinotti) e più recentemente di complessità (ad esempio: Bertuglia C.S. e Vaio F., Non linearità caos e complessità, 2003; Complessità e modelli, 2011; Il fenomeno urbano e la complessità, 2019, Bollati Boringhieri, Torino; Ceruti M. e Bellusci F., Abitare la complessità. La sfida di un destino comune, Mimesis, Sesto S. Giovanni, 2020).

 

Certamente le città sono soggette a un continuo processo di trasformazione. I centri delle città declinano oppure cambiano nella loro forma e nelle loro funzioni; sorgono nuovi business districts; immigrati di varia provenienza si raggruppano e si mescolano tra loro; gruppi etnici e razziali vengono segregati in ghetti e ‘slum’; si vengono a formare nuove enclave culturali, mentre quelle vecchie scompaiono. Le divisioni spaziali di per sé non sono nulla di nuovo, ma non sono affatto stabili nelle loro cause, nella loro apparenza, nella loro scala, nei loro effetti (Marcuse P. e Kempen van R., eds., Globalizing Cities. A new spatial order?, Blackwell, 2000).

 

Negli anni Ottanta appare ormai concluso il periodo delle grandi espansioni, delle previsioni di ampliamento territoriale della pianificazione urbana, dell’aumento demografico e della previsione delle città satelliti. Inizia il momento in cui la città comincia nuovamente a guardare al suo interno, cercando spazi fisici dimenticati da riutilizzare, riqualificare e trasformare.

 

Dagli anni Novanta importanti cambiamenti di ordine geopolitico, tecnologico e sociale hanno ridefinito il ruolo della città europea che non può più essere letta come “spazio chiuso”, inscritto in ambiti nazionali “bloccati”. In questo periodo l’incremento della libera circolazione delle persone e delle merci ha fatto registrare un aumento esponenziale degli scambi, un trend in continua crescita; la città cerca, così, la sua collocazione all’interno di una nuova geografia, quella dell’Unione Europea.

 

Negli ultimi anni si porta a calibrare ulteriormente il punto di osservazione, ponendo diverse e più complesse questioni che anticipano o sostituiscono del tutto il disegno della città, il suo progetto.

 

Ma lo spostamento del piano delle indagini e della ricerca dei nuovi sistemi di relazioni e modelli di organizzazione sociale in grado di ridefinire la struttura delle città (così come quella degli Stati e delle regioni), toccando «tutti i rami dell’organizzazione sociale, dalla produzione al marketing, dal tempo libero alla politica, per estendersi fino a nuove forme di controllo e sorveglianza» (Castells M., Galassia internet, Feltrinelli 2002), non mette in crisi la centralità dello spazio nel sistema città.

 

Attorno allo spazio, da intendersi come luogo, si formano le identità collettive. Lo spazio urbano diventa un caleidoscopio ove decifrare le tendenze e gli scenari nuovi o post che convivono, con intensità e modalità variabili, con la città “moderno-tradizionale”.

 

La progettazione dello spazio urbano non può fare a meno di partire dall’uomo che lo frequenterà e che riconoscerà in esso un ruolo autorevole e rappresentativo. Luomo, dunque, deve tornare al centro della questione urbana perché detentore della capacità di trasformare il luogo in identità.

 

Il sistema urbano con i suoi luoghi, ha via via visto accrescere, da un lato, la tendenza a una dilatazione della città in un territorio più ampio e complesso, favorita anche dall’efficienza delle connessioni fisiche o virtuali, e, dall’altro, l’uso di approcci bottom-up con processi di progettazione partecipata in grado di coinvolgere attivamente i vari attori e i portatori di interesse in contesti locali, puntuali e specifici.

 

Un assunto su cui sociologi urbani e geografi sembrano concordare è la progressiva rottura del tradizionale vincolo di dipendenza centro-periferia e la sua sostituzione col nesso globale-locale (Perulli P., a cura di, Globale/locale, il contributo delle scienze sociali, Franco Angeli, 1993-2001).

In questo caso è indubbio che il tema delle connessioni (fisiche e non) e della mobilità, entra a far parte del gioco divenendo partner essenziale nel “funzionamento” della città nella sua complessità. Il delicato equilibrio città-territorio si misura con questioni come mobilità, trasporti, connessioni, velocità, scambio di informazioni, in una dialettica tra spazio e tempo.

 

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https://ilbolive.unipd.it/it/news/progettare-citta-dopo-pandemia

Difendiamo i lavoratori ma dentro una politica capace di creare lavoro

Se permane il convincimento che basti la pura tutela dell’occupazione, l’economia reale finisce per restringersi in una logica di sopravvivenza, senza sviluppo e senza lavoro.

Nella nostra vita quotidiana ogni volta che si ferisce la dignità del lavoratore, la garanzia della sua incolumità, la perdita dello stesso posto di lavoro, per ciascuno di noi è istintivo invocare il primo articolo della nostra Costituzione, come a dire che c’è sfasatura tra le solenni affermazioni e la realtà: lItalia è una Repubblica fondata sul lavoro.  

Ci fu una lunga discussione tra i costituenti sulla importanza di assegnare nella Costituzione al lavoro un valore costitutivo per la Repubblica: al lavoro nel senso di energia collettiva prodotta dallimpegno e dallingegno di lavoratori ed imprenditori in grado di assicurare redistribuzione della ricchezza in parte equa, secondo impegno, rischio, responsabilità. Ci furono opposizioni a questa ipotesi, ma prevalse grazie a coloro che si ispiravano alla dottrina sociale della Chiesa e a laicilegati alla cultura dellumanesimo. 

Insomma la Repubblica deve fondarsi sul lavoro in quanto base essenziale per garantire benessere economico e sociale, ma anche come ancoraggio morale e fondamento di responsabilità: attraverso il lavoro le persone si realizzano personalmente nella relazione con gli altri che vi partecipano, così creando vincoli di responsabilità che ricadono positivamente sulla comunità e sulla personale esperienza di maturità. In questi giorni si parla molto delle nuove occasioni di lavoro che potremo generare grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e giustamente si sottolinea che da questo piano può originare la ripresa economica italiana, come per i giovani occasioni qualificate di impegno lavorativo, di accelerazione verso la modernità. 

Infatti limpiego di ben circa 200 miliardi di Euro per gli obiettivi della transizione energetica, adeguamento alla cultura ed operatività digitale, infrastrutturazione trasportistica, e sviluppo dei presidi della prevenzione di sanità, possono ben corrispondere agli obiettivi indicati e tanto necessari al Paese. Ma per ottenere questo risultato, non solo occorre accompagnare al Pianoriforme della pubblica amministrazione, della giustizia civile ed amministrativa, del fisco e del lavoro, senza le quali si rischia di insabbiare gli ingranaggi della operazione, ma bisogna anche riportare le ruote del treno nei binari dello spirito che animò i costituenti nel fondare la Repubblica sul lavoro. 

Non credo possano coesistere nello stesso paese, e senza conseguenze, un piano per impegnare i giovani in vista di una economia virtuosa e politiche assistenziali senza finalità correlate allimpegno lavorativo, tanto da premiare lopportunismo. Il tema non riguarda soltanto lo spreco di decine di miliardi finora utilizzati, che potevano essere impiegati in attività economiche remunerative o in attività di riqualificazione professionale tanto essenziali per rimuovere la condizione mortificante della coesistenza di tanti disoccupati e nel contempo di richieste di professionalità non rintracciabili nel mercato del lavoro; ma riguarda anche la necessità di percezione di un clima culturale orientato alla responsabilità e alla ricerca della efficienza. 

I momenti di svolta sono davvero tali quando nella realtà sociale ogni aspetto è coerente con ogni altro elemento che concorre a centrare lobiettivo. Laltra sera, partecipando ad un seminario sul lavoro e le delle occasioni di sviluppo che si possono cogliere, confesso di essere stato molto a disagio nellaver ascoltato le conclusioni, che sostanzialmente si sono sviluppate nel seguente modo: i sussidi salariali sono un risarcimento dovuto alla riduzione del lavoro per lavanzamento delle tecnologie. Ed invece noi dovremmo dire che si dovrebbero risarcire i contribuenti che pagano i sussidi pubblici con politiche di sostegni alle persone alle quali però spetta almeno impegnarsi a rafforzare la loro professionalità per accelerare la transizione dai vecchi lavori a quelli nuovi o a prestare la loro opera in attività di interesse pubblico, sicché in un modo o nellaltro la società ne abbia un beneficio.  

Dunque i principi costituzionali si fanno vivere non di ritirateculturali risarcitorie, ma di pretesa continua e rigorosa della valorizzazione dei talenti posseduti e da sviluppare dei lavoratori, nel loro personale interesse e nellinteresse di tutti. Ed a tale proposito, anche la annosa vicenda della sacrosanta necessità di frenare i licenziamenti in questa epoca di pandemia, se non accompagnata da una robusta attività di riqualificazione in un epoca di grandi cambiamenti dimpiego di nuove tecnologie e di richieste di nuove professionalità, potrà solo esporci a ritardi insostenibili per la stabilità dei posti di lavoro e la stabilità della economia.

Papa Francesco libera la Chiesa dall’ideologia teocon e la riporta all’evangelizzazione e alla promozione umana. Intervista a Massimo Borghesi.

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani dItalia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dellintervista curata da Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Una delle ragioni della crisi profonda che attraversa la Chiesa cattolica è lessersi fatta strumentalizzare dallideologia teocon”, e aver assunto posizioni dure e conflittuali sia allesterno che al suo interno.

Nel libro Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo” (Jaca Book, 2021) il prof. Massimo Borghesi spiega in dettaglio come, dopo il 2001, lideologia teocon sia riuscita a prevalere. Con la conseguenza di stravolgere il cristianesimo che, da missionario e aperto al dialogo, è diventato identitario e conflittuale; da sociale e accogliente, ha assunto una funzione efficientista e burocratica; da portatore di pace, si è fatto bellicoso e sostenitore del conflitto di civiltà; da fraterno e universalista, ha ceduto al pensiero unico basato su ideologie primatiste, occidentali e neocolonialiste.

In 272 pagine il prof. Borghesi spiega molto bene, con vastità e profondità di argomentazioni, come, con larrivo di Papa Francesco, la Chiesa abbia ripreso il cammino indicato da Paolo VI con lEsortazione apostolica Evangelii nuntiandi”: cioè evangelizzazione e promozione umana.

Per conoscere meglio le ragioni di quanto sta accadendo allinterno e allesterno della Chiesa cattolica, per comprendere quali sono le motivazioni che alimentano lo scontro fra teocon e Papa Francesco, Orbisphera” ha intervistato il prof. Massimo Borghesi.

Intellettuale di vasta esperienza e spessore, Massimo Borghesi è Professore ordinario di Filosofia morale presso il Dipartimento Filosofia Scienze Sociali, Umane e della Formazione dellUniversità di Perugia. Tra le sue più recenti pubblicazioni, ha avuto molto successo il libro edito in più lingue Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale” (Jaca Book, 2017).

Nel libro Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo” lei sostiene che, dopo l11 settembre, la corrente neoconservative” americana ha prodotto una vera e propria metamorfosi del cattolicesimo che, da missionario e aperto al dialogo, è diventato identitario e conflittuale. Una corrente che Lucio Brunelli ha definito dei cristianisti”. Può spiegarci quali sono i fondamenti dellideologia teocon e perché si è rivelata un dramma per la Chiesa cattolica?

L11 settembre 2001 ha provocato un sensibile cambiamento negli scenari politici e religiosi del mondo. Labbattimento islamista delle Torri gemelle a New York ha inaugurato lera della teopolitica”, dello scontro teologico-politico tra lOccidente e il cosiddetto Asse del male”.

I neocon” cattolici, i cui inizi datano agli anni 80 segnati dalla presidenza Reagan, diventano i teocon”, fautori dello scontro guerriero contro leterno avversario, lIslam, individuato nellIraq di Saddam Hussein.

In realtà gli avversari sono due: il relativismo etico dominante in Occidente ed il fondamentalismo islamista. Questi due obiettivi, per i teocon, polarizzano tutta lazione dei cristiani nel mondo. Donde una impostazione fortemente eticista”, contrassegnata dalle cultural wars” contro la cultura libertaria.

Unimpostazione che trascura le due dimensioni che, per il Paolo VI della Evangelii nuntiandi”, costituivano i poli della presenza cristiana nella storia: evangelizzazione e promozione umana.

I neoconservative” cattolici, guidati da intellettuali come Michael Novak, Richard Neuhaus, George Weigel, Robert Sirico, svolgono in questo un ruolo fondamentale nella Chiesa americana. Contribuiscono ad orientare i cattolici delusi dal progressismo del Partito democratico verso le posizioni del Partito repubblicano, patrocinando unadesione totale al modello capitalistico e allethos calvinista ad esso soggiacente.

Il risultato è che il cristianesimo, da missionario e aperto al dialogo, diventa identitario e conflittuale, da sociale diventa efficientista e burocratico, da pacifico si fa bellicoso, da cattolico e universalista diviene occidentalista.

Può aiutarci a capire che cosa intende Papa Francesco quando dice che la Chiesa deve essere ospedale da campo” e perché questa visione è alternativa al progetto teocon?

La diversità con la prospettiva teocon emerge netta con la Evangelii gaudium”, lEsortazione apostolica che già nel titolo riprende la Evangelii nuntiandi” di Paolo VI. Il Papa antepone il kerygma, lannuncio cristiano, alle battaglie etiche.

In un mondo secolarizzato, che non ha più memoria dei fondamenti della fede, la testimonianza di Cristo precede le sue conseguenze morali. Queste ultime sono importanti, ma non possono capitalizzare per intero la presenza cristiana. Esse, inoltre, richiedono di essere allargate. Il cattolico pro-life” negli Usa è spesso favorevole alla pena di morte e allindustria delle armi, così come è ostile alle politiche di tutela dellambiente.

Il Papa chiede di allargare lambito di tutela della fragilità”: dalla vita non ancora nata, ai poveri, agli anziani, ai portatori di handicap, ai malati incurabili. La (giusta) lotta contro laborto deve servire da modello per la difesa della debolezza in ogni sua espressione. In questa difesa si misura il valore di unautentica democrazia, il suo grado di civiltà.

La Chiesa si afferma qui come ospedale da campo”. E questo non solo in senso sociale, ma anche in senso spirituale. Nel mondo secolarizzato il male può essere riconosciuto, portato, sopportato, solo se la Misericordia precede il giudizio. Questo è quanto la deriva eticistica” non comprende. Le battaglie etiche hanno un loro senso sul terreno politico, arginano la deriva individualistica del mondo liquido. Non cambiano, però, il cuore degli uomini.

Lospedale da campo non indica una Chiesa onlus” bensì un cattolicesimo missionario e sociale, nel quale la tenerezza di Dio ha il volto del padre che accoglie il figliol prodigo.

Tra gli argomenti più controversi su cui si fonda la frattura fra teocon e Papa Francesco c’è la dottrina sociale. Per i teocon il modello liberal-capitalistico costituisce il migliore dei mondi possibili. Qui la distanza con il Papa appare profonda…

Sì, il contrasto è sensibile. I teocon cattolici negli Usa sono riusciti, nel ventennio che occupa gli anni 90 e la prima decade del nuovo millennio, ad imporre una lettura unilaterale della dottrina sociale della Chiesa. Ci sono riusciti grazie alla interpretazione che Novak, Neuhaus, Weigel hanno offerto dellEnciclica Centesimus annus” di Giovanni Paolo II. Secondo la loro lettura, il Papa avrebbe innovato profondamente la dottrina sociale legittimando, per la prima volta, il modello capitalistico ed operando un break” con la dottrina sociale a lui precedente.

Si tratta di una interpretazione palesemente forzata che va chiaramente contro il testo papale, il quale, al contrario, usa a più riprese toni fortemente critici verso il capitalismo vincitore del comunismo. Passi ignorati dagli interpreti teocon, i quali riescono comunque nel loro intento: Giovanni Paolo II diviene, nella vulgata mediatica nordamericana, il pontefice che ha sdoganato il sistema economico occidentale ed aperto le porte al cattocapitalismo”.

Da qui la dura reazione verso Francesco, il Papa sudamericano” accusato di populismo-peronismo-filomarxismo, proprio perché riporterebbe la dottrina sociale della Chiesa a Paolo VI, alle posizioni precedenti alla Centesimus annus”.

Come mostro nel mio volume, quella dei teocon è una lettura fortemente ideologica, strumentale, finalizzata a quella riconciliazione piena tra cattolicesimo ed ethos americano in cui consiste il cosiddetto americanismo cattolico”.

Francesco manda in crisi questa prospettiva e ciò spiega le reazioni, durissime, che il suo pontificato ha suscitato e sta suscitando.

(www.orbisphera.org)

Non è più il tempo di slogan e demagogia

La politica appare risucchiata in un gioco tattico che non produce effetti positivi per il futuro del Paese

La politica italiana come un grande gioco di ruolo. Si fa tattica, si fanno lunghe discussioni su alleanze, federazioni di aree da conquistare e voti di consenso da stanare. È un gran movimento logistico, forse anche la politica, allora, farebbe bene ad affidarsi a vari “Figliuolo” che sicuramente le forze armate potrebbero fornire. 

La politica non era quell’arte di governare per dare ai cittadini ciò che è un loro diritto, nel rispetto dei doveri e soprattutto realizzare pienamente il dettato della nostra Carta costituzionale? Immagino che i nostri cittadini sarebbero sconcertati se un giorno, ascoltando, i vari Leaders, sentissero proporre soluzioni e iniziative a breve e medio termine che incidessero sulla loro vita quotidiana. Soluzioni concrete, decise e realizzate, toccate immediatamente con mano e che modificassero la vita quotidiana. 

Uno stato amico, una burocrazia che dica al cittadino: “Non preoccuparti, i tuoi problemi sono i miei problemi”. Un ambiente culturale e concreto che permetta ai giovani di fare valere le proprie capacità e le proprie competenze. Basta questuanti con la mano tesa a chiedere i favori da chi mantiene ben stretto e perpetua un potere di scelta a seconda della fedeltà feudataria. Questo è il vero aiuto alle nuove generazioni, e non l’obolo di turno. Una giustizia amministrata con celerità e senza la paura di cadere in un crogiuolo infernale che può distruggerti la vita. 

Una informazione seria e responsabile che non ammicca a questo o quel potere per partecipare al massacro politico. Insomma un capovolgimento delle coscienze e delle intelligenze in favore di un Paese che ormai è allo stremo e non ne può più di partite a scacchi per conquistare un po’ di consenso. Mi rivolgo ai vari leader, soffermatevi un secondo di più allo specchio e se avete anche solo il minimo dubbio di potere aiutare questo Paese con i suoi cittadini ad essere un Paese diverso, andatevene, un atto minimo di responsabilità e avreste la riconoscenza di tutta la comunità. E appello vale per tutte quelle persone che, occupando posti di responsabilità, possono aiutare il cambiamento. 

Non è più il tempo degli slogan, della demagogia, dell’alzare cortine fumogene nell’intento di ritardare la consapevolezza dei cittadini. Prendervi gioco di loro è pochezza umana oltre che viltà.

Renzi e le grandi manovre

Un certo affanno connota l’azione dei renziani mentre i sondaggi inchiodano il partito a percentuali modeste

La stagione delle grandi manovre è iniziata, soprattutto in casa renziana, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Il dopo Draghi sembra essere l’agenda politica degli attuali Partiti che lo sostengono, tutti proiettati su futuri nuovi scenari politici.

A condurre i giochi o, se si vuole, le trattative è il fido Ettore Rosato (presidente di Italia Viva) noto per la legge elettorale che porta il suo nome e che, di fatto, non ha fatto altro che continuare sul sistema delle liste bloccate senza possibilità di scelta da parte degli elettori.

Il prode renziano ha iniziato a girare l’Italia, nelle varie realtà regionali, a caccia di proseliti illustri per rafforzare un partitino che ad oggi, stando ai sondaggi, non raggiunge la soglia minima del tre per cento.

Ci sarà sicuramente tempo per rafforzarsi in vista delle politiche del 2023, ma come dice il famoso proverbio “chi ben comincia è a metà dell’opera” sembra riguardare soprattutto il piccolo stuolo renziano che sta affilando le armi in vista delle competizioni elettorali venture.

Il problema vero o, meglio, l’assillo dell’ex sindaco di Firenze è soprattutto quello di poter ereditare quell’elettorato moderato che fa capo a Silvio Berlusconi, tenuto conto che quest’ultimo, ormai, insieme al suo Partito è in caduta libera.

Ma principalmente anche in considerazione del fatto che PD e Movimento 5Stelle viaggiano a braccetto per una prossima alleanza politica di centrosinistra.

La scaltrezza del fiorentino è proprio quella (al di là delle dichiarazioni di intenti che negano alleanze con Salvini e con la Meloni) di poter far leva su tutto un elettorato moderato per porsi alla guida di un nuovo centrodestra e di contendere la leadership del Governo e del Paese al duo Letta-Conte.

Sul piano della strategia politica il progetto renziano è senza dubbio lungimirante, aggressivo e, se ben calibrato, vincente in termini immediati. Ma occorre confrontarsi e tener presente tutta una serie di problemi che ad oggi appaiono insormontabili. Ad iniziare dalla politica populista di Salvini e di Meloni, rispetto alla quale una forza politica moderata non solo dovrà fare i conti, ma soprattutto dovrà attenuare e ridurre ai minimi termini in quanto totalmente al di fuori della propria posizione politica.

Certo è che Renzi, proprio perché consapevole di queste realtà difficilmente componibili, si sta muovendo in maniera utilitaristica, avendo contezza che in politica contano i numeri e poi le idee.

E allora il senso di queste grandi manovre che Ettore Rosato ha iniziato nelle varie regioni hanno il senso e l’obiettivo di convincere soprattutto chi ha cospicui pacchetti di voti che Italia Viva acquisterebbe in dote per contrastare efficacemente Lega e Fratelli d’Italia, ma che poi sarà in grado di ricambiare ai diretti interessati come nuova legittimazione per la propria carriera politica.

Il gioco, anche se appare efficace, è abbastanza antico e richiama alla mente vecchie consuetudini interne alla Democrazia cristiana.

La nota dolente di questo progetto politico è, probabilmente, che l’uomo politico di Firenze ancora non calcola che dopo questo Governo Draghi (complice soprattutto la pandemia) nulla sarà più come prima e buona parte di questa classe dirigente dovrà, come si suol dire, fare le valige e tornare a casa.

Viviamo in un mondo di virus  

Wuhan, China - East Asia, Corona virus, Pneumonia

Cosa ci racconta nel suo nuovo libro l’autore di Spillover, il bestseller sull’origine del Covid-19

David Quammen, l’autore di Spillover, il celeberrimo libro sull’origine della pandemia Covid 19, pubblicato negli USA nel 2012 nell’indifferenza generale e poi riscoperto e diventato il testo di riferimento per studiare le evidenze scientifiche del terribile “virus zoonotico”, ha completato il suo già documentato lavoro di ricerca con una pubblicazione recente, un volumetto di poche pagine edito dalla Adelphi (la stessa casa editrice di Spillover). Si intitola: “Perché non eravamo pronti”, che poi è la stessa locuzione usata dal sagace Prof. Arnaldo Benini, Emerito all’Università di Zurigo, come affermazione a spiegare che l’eziopatogenesi del Coronavirus è un pull di fattori convergenti e concomitanti, alla cui base stanno i comportamenti umani degli ultimi decenni, talmente inconsapevoli sulle conseguenze di certe azioni da diventare scellerati e nemici della natura, dell’equilibrio ecosistemico e della compatibilità ambientale di ciò che con troppa disinvoltura chiamiamo “progresso” (cfr. https://ildomaniditalia.eu/pandemia-covid-19-lumanita-impreparata-intervista-ad-arnaldo-benini/).

Spiegando di aver sentito parlare per la prima volta di SARS (severe acute respiratory syndrome) nel 2006 dal medico Alì Khan del National Center for Zoonotic Vector Borne and Enteric Discases (NCZVED), su casi verificatisi già nel 2003 nella Cina meridionale contagiando 8000 persone (di cui una su dieci era morta), Quammen la definisce “il proiettile che aveva sfiorato sibilando l’orecchio dell’umanità”, ma all’epoca non era stato stabilito un nesso con il coronavirus. Anni dopo Alì Khan, che aveva dedicato la sua professione allo studio delle malattie trasmissibili dagli animali, richiesto da Quammen di spiegare l’origine biologica del Covid 19, ritornò con il ricordo a quella strana polmonite atipica chiamata SARS ed affermò che la scienza aveva sbagliato nel sottovalutarla: “L’impreparazione era dovuta a mancanza di immaginazione”.

La descrizione delle modalità di contagio è impressionante: dagli hotel, alle stanze ospedaliere, alle sale di attesa, ai mezzi di trasporto, ovunque transitasse qualcuno (definito ‘super-diffusore’) che era stato a contatto con ambienti o persone affette da SARS. Il 12 marzo 2003 l’OMS diramò un allerta mondiale per quella forma di polmonite atipica. Furono adottate le misure di contenimento e cura che conosciamo: quarantena, isolamento, intubazione nei casi gravi. Dopo la SARS in Corea nel 2015 si diffuse un virus non conosciuto, denominato MERS: l’intuizione era la stessa maturata per la SARS, cioè la diffusione per zoogenesi dai cammelli e dai pipistrelli all’uomo. Ma anch’essa sottostimata, nonostante numerosi studi monografici nei cui titoli compariva sempre la parola ‘pipistrello’: focolai di corona-virus diversi si accendevano ma non si diffuse una consapevolezza locale e mondiale dei pericoli incombenti.

Sottovalutazione, sottostima: questo fu l’approccio sbagliato, nonostante una documentata relazione scientifica del 2017 che metteva in guardia dal reiterarsi di forme diverse di zoonosi per coronavirus. Quammen cita le ricerche della dottoressa Zheng-Li-Shi, direttrice del laboratorio di virologia di Wuhan, che andò a caccia di pipistrelli nella grotte cinesi, raccogliendo campioni dei loro fluidi corporei fino a dimostrare che la stessa SARS era passata da questi animali all’uomo. La spiegazione era questa: le proteine spike (spina), per via di sporgenze nodose si legano ai recettori presenti sulle cellule di altri pipistrelli ma anche a quelli presenti nelle cellule dell’apparato respiratorio umano.

Arriviamo a Wuhan e alla parte di storia che conosciamo, con una precisazione che Quammen aggiunge: non ci fu passaggio diretto dal pipistrello all’uomo nel famoso mercato di Huanan (“nemmeno se l’avessero tagliato a dadini e mangiato come antipasto”) nei primi 27 casi isolati, bensì attraverso un “ospite intermedio”: un serpente, oppure un “pangolino” ovvero la civetta delle palme. Quammen propende per il pangolino, conosciuto in 8 specie – mentre ce ne sono 1400 nei pipistrelli- diffuso come alimento in Camerun, in Nigeria e nell’Asia, soprattutto Thailandia, Cina, Malesia, Vietnam. come ospite di transito del coronavirus nell’uomo e lo fa descrivendo questo animaletto squamoso (utilizzato dalla medicina cinese per la cheratina delle squame oltre che come cibo). Campioni di tessuti prelevati da pangolini morti avevano dimostrato la presenza al 99% di dati genomici da coronavirus del Tipo Sars-Cov-2.

Dagli studi di laboratorio a Wuhan era emerso che il coronavirus fosse stato “importato” in città prima ancora del suo transito dal famigerato mercato animale. La “mancanza di immaginazione” di cui aveva riferito anni prima Alì Khan viene da Quammen imputata più ai decisori politici che agli operatori sanitari. Alle origini del Coronavirus sta l’impreparazione dei governi nazionali, l’inerzia dell’OMS, l’assenza di drastiche misure preventive di isolamento e contenimento, a cominciare dagli USA: lo stesso Trump dichiarò : “Nessuno ne aveva idea”.

Il lavoro di incessante ricerca e documentazione di Quammen si arricchisce dunque di una nuova ipotesi circa la trasmissione da animale all’uomo del coronavirus: non più o non solo i pipistrelli ma più probabilmente un ospite intermedio come il pangolino. Resta il fatto che occorre gettare un fascio di luce che faccia auspicabilmente chiarezza sull’incipit della pandemia. A prescindere dall’ipotesi della fuga virale dal laboratorio o a quella inquietante del complotto.

L’alterazione dell’ecosistema per mano dell’uomo ha provocato mutazioni genetiche e transiti virali per zoogenesi: alla base di tutto sta la distruzione degli equilibri vitali del pianeta, la compatibilità uomo-ambiente superato il livello di guardia demografico, l’alimentazione selvaggia e primitiva in certe parti del mondo, insieme all’utilizzo degli animali per fini medicali o cosmetici. Civiltà totalmente diverse di cui si auspica l’integrazione senza avere una minima cognizione storica e fattuale delle differenze inconciliabili.

Poi c’è l’insipienza della politica: avvitata su se stessa e sorda ai richiami della scienza, bypassando la storia e le alleanze in nome di una geoeconomia basata sul profitto e gli interessi economici espansivi. Ne sappiamo qualcosa anche dalle nostre parti perché mentre in Cina esplodevano i focolai di nuovi e inesplorati coronavirus, il 23 marzo 2019 sottoscrivevamo il Memorandum della via della seta, che non è stato più sospeso o revocato. Ignorando il protocollo d’intesa siglato il 28 aprile successivo dai rispettivi governi per il controllo frontaliero dei transiti commerciali dalla Cina all’Italia. Ma in questo gigantesco caravanserraglio ci sono responsabilità enormi che hanno investito il pianeta e impongono un ripensamento a 360°. Lo stesso Quammen conclude il suo nuovo libro con queste parole: “Occorre risolvere il problema alle origini, sono necessarie altre ricerche sul campo, altre campionature di animali selvatici, altri esami sui genomi. Una maggiore consapevolezza del fatto che le infezioni animali possono diventare infezioni umane, perché gli esseri umani sono animali. Viviamo in un mondo di virus e a malapena abbiamo iniziato a comprendere questo”.

Sono trascorsi 40 anni dalla tragedia di Vermicino. Gli italiani non l’hanno dimenticata.

 La nazione, davanti alla televisione, seguì l’agonia del piccolo Alfredo Rampi. La vicenda del ”pozzo maledetto” cominciò alle 19 del 10 giugno 1981. Un cronista dell’epoca ricorda, in questa breve ma densa nota, l’emozione e lo smarrimento di quei lunghissimi tre giorni.

 

 

Ricordo un’alba fredda al termine della tragedia di Vermicino. Noi cronisti distrutti dopo tre giorni trascorsi al caldo e al freddo della notte nell’attesa (vana) di dare una notizia di vita tra i filari dei vigneti sulle coste dei Colli Albani. Noi con il taccuino e la biro contro la diretta tv; uno degli ultimi atti della grande cronaca.

 

Indugiavo (e non ero il solo) tra ciò che restava della scena della tragedia di Alfredino Rampi; faticavo a staccarmi da quel pozzo attorno al quale avevo trascorso giorni e notti e da lì alla casa dei vignaioli da dove avevo dettato i pezzi e mangiato qualcosa. Un senso di vuoto; per la prima volta, infatti, avvertivo l’inutilità della mia fatica.

 

Mentre mi allontanavo con in testa le parole scambiate tra Nando e Alfredino, quelle della madre in un dialogo finito nel silenzio della morte, cominciavo a rendermi conto dell’inutilità di quel grande lavoro di emozione, di scrittura, di memoria. Tutti avevano già saputo ogni cosa dalla diretta tv e adesso dormivano ed io mi chiedevo che avrei potuto scrivere ancora. Ma erano le ore morte dell’informazione e, dunque, pure questo pensiero non serviva. Anche le ribattute erano andate in stampa.

 

La pietà civile si era già consumata e la sentivo a canto come una candela agli ultimi bagliori.

 

Quella storia raccontata ai dimafonisti in fretta e furia è rimasta sull’anima e da allora non se ne è più andata via. Prima c’era stato il terremoto del Sud in Irpinia, nel Sannio e nella Basilicata; poi l’attentato al Papa: gli ultimi bagliori della grande cronaca. Ed io li avevo vissuti tutti fino alla storia di questo bambino infreddolito e addormentato per sempre nel pozzo dove era caduto. E non potevo staccare il mio pensiero da lui in quell’alba fredda e ormai solitaria nel silenzio delle coste dei colli in quel mattino mai così tristi.

 

(Dalla pagina facebook dell’autore)

Il Pnrr determinerà una ripresa dello sviluppo?

Per il rilancio è essenziale il contributo di tutti i suoi territori e lutilizzo di tutte le risorse disponibili. L’articolo, qui riportato in stralcio, è stato pubblicato sulla newsletter de “Il Mulino”.

 

 

Riuscirà il Piano di rilancio (Pnrr) a determinare una ripresa del processo di sviluppo nel Mezzogiorno, e in generale nelle regioni (anche dell’Italia centrale) che nell’ultimo ventennio hanno avuto maggiori difficoltà? La domanda è cruciale: per il rilancio dell’intera Italia è essenziale il contributo di tutti i suoi territori, l’utilizzo di tutte le risorse disponibili; fenomeni di crescita nelle aree più forti non si diffondono spontaneamente e non sono sufficienti a garantire all’intero Paese un futuro diverso dal triste inizio del XXI secolo che abbiamo sinora sperimentato. Al momento, l’unica risposta possibile a questa fondamentale domanda è: forse.

 

Per capirlo è bene ricordare, in generale, che la discussione intorno al Piano di rilancio è piuttosto modesta. Circostanza molto negativa, alla luce tanto della sua importanza quanto del fatto, come si dirà in conclusione, che le modalità del suo processo di attuazione saranno decisive per determinarne gli effetti. Ancor più, del fatto che il governo Draghi ha lavorato al Piano senza alcun confronto con l’esterno. Il Parlamento ha discusso per due mesi e mezzo sul testo inviato dal governo Conte e poi si è trovato a dover approvare la versione finale in poche ore, senza avere neanche il tempo di leggerla; il governo ha poi inviato a Bruxelles una versione ancora lievemente modificata rispetto a quella trasmessa alle Camere, corredata con un’appendice documentale tanto vasta (oltre duemila pagine) quanto complessa e disomogenea, sostanzialmente illeggibile.

 

Le forze economico-sociali e le ricche e attente rappresentanze associative (fra le altre, particolarmente attivo il Forum Disuguaglianze e Diversità, che aveva predisposto un articolato documento) sono state ignorate, con una sensibile differenza con ciò che è avvenuto in altri Paesi, a cominciare dal Portogallo. Forte della sua vastissima maggioranza parlamentare, il governo sta ora procedendo ai primi interventi attuativi. Sembra prevalere, nella discussione pubblica, una totale delega all’esecutivo, un’aprioristica fiducia nelle sue capacità tecniche. Una retorica del rilancio grazie alle «mani giuste». Un clima non positivo: come si proverà ad argomentare, la migliore attuazione, i più positivi impatti del Piano potranno venire da una sua continua e attenta discussione, da una attuazione trasparente e partecipata, da una profonda condivisione non di un generico «ce la faremo» ma degli specifici obiettivi delle missioni.

 

Il Pnrr, a una prima analisi d’insieme, appare un documento che contiene moltissimi interventi assai utili e condivisibili, e che certamente produrranno effetti positivi; tuttavia essi paiono mirare più a una modernizzazione dell’Italia che a una sua trasformazione e alla rimozione dei vincoli strutturali alla sua crescita; ispirato a una grande fiducia, una volta compiuta questa modernizzazione, nella capacità delle forze di mercato di determinare uno strutturale aumento della produttività e dell’occupazione. In quali aspetti il Mezzogiorno del 2026 grazie al Pnrr sarà diverso da quello attuale e dunque in grado di procedere assai più speditamente sulla via dello sviluppo? Impossibile avere una risposta in termini precisi e non solo generici dal Piano. Molti interventi del Pnrr saranno certamente utili per il Sud: ma saranno in grado di trasformarlo e rilanciarne lo sviluppo?

 

Si confida molto sulla dimensione quantitativa degli interventi: il Piano alloca nell’insieme circa 82 miliardi al Sud. Una cifra cospicua, specie in confronto alle tendenze degli ultimi anni (per quanto assai inferiore a quella che sarebbe scaturita applicando i criteri europei di riparto fra Paesi al riparto interno fra territori). La ministra Carfagna è molto fiduciosa che ciò produrrà un forte aumento della crescita; anche perché queste risorse si sommeranno agli altri interventi, europei e nazionali, per la coesione territoriale. Considerazione giusta; eppure soggetta nell’insieme alle sensibili e non banali criticità che li hanno caratterizzati negli ultimi due decenni (cui sono dedicati un paio di capitoli analitici di un recente volume) e che occorre vengano corrette da un forte indirizzo politico: come dimenticare il grande definanziamento del Fondo sviluppo e coesione 2007-2013, per circa 20 miliardi, operato nel 2008-2010 dal ministro Tremonti, o la circostanza che solo nel 2018 fu avviata dal governo Gentiloni la primissima programmazione dei fondi 2014-2020, dopo l’inazione dell’esecutivo precedente? Alla luce di quegli eventi, delle trasformazioni indotte dal Covid-19 e della stessa esistenza del Pnrr appare ad esempio cruciale che i Fondi strutturali 2021-2027 siano programmati con obiettivi e modalità completamente diversi da quelli del passato (ad esempio riguardo alla frammentazione degli interventi, anche alla luce delle caratteristiche del Pnrr di cui si dirà fra un attimo): ma sul tema non vi è alcuna discussione.

 

Ma quelli del Pnrr sono tutti investimenti nuovi, aggiuntivi? Anche a questa cruciale domanda non vi è precisa risposta. Nel Piano, come si legge a pagina 247, sono infatti inclusi 69,1 miliardi di «progetti esistenti» per i quali vengono attivati prestiti Ue: ma non è nota (a differenza di quanto parzialmente avveniva nel testo approvato dal governo Conte: si veda ad es. la p. 22) la loro composizione. Quanti degli 82 miliardi rifinanziano al Sud progetti già finanziati? Quest’informazione manca.

L’aspetto più significativo è che gli 82 miliardi sono un «totale in cerca di addendi». Non è infatti disponibile nel Pnrr, né è possibile ricavarla, una ricostruzione degli interventi inclusi in tale cifra. Lo stesso peso percentuale degli interventi nel Mezzogiorno nelle singole missioni indicato in un documento del ministero non è incluso nella versione trasmessa a Bruxelles. Questa circostanza è ancora più rilevante tenendo conto che il Piano si compone di ben 133 linee di investimento che si traducono, stando a una ricostruzione di Intesa-San Paolo, in 930 interventi. Il livello di approfondimento, ad esempio in chiave di allocazione territoriale, di ciascuno di essi è disomogeneo; e le appendici a ogni missione che danno conto dell’impatto sulle priorità trasversali del Piano, fra cui quella territoriale, sono assai generiche. Grazie anche allo splendido lavoro dei Servizi studi di Camera e Senato (che include l’analisi delle oltre duemila pagine aggiuntive di cui si è detto) è possibile verificare che solo in pochi casi sono individuati con precisione i progetti che si realizzeranno al Sud (ad esempio le Zone economiche speciali o alcuni interventi ferroviari oppure alcune misure nell’ambito scolastico). Mancando queste informazioni, mancano gli specifici target che il Piano mira a raggiungere nei diversi ambiti di intervento: quanti treni correranno al Sud nel 2026? Quanti bambini andranno all’asilo nido? E questo spiega l’impossibilità di ricostruire una «visione» più precisa del Sud al 2026 di cui si è detto.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/il-pnrr-determiner-una-ripresa-dello-sviluppo?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+1-10+giugno+%5B7887%5D

Nei sondaggi il partito di Giorgia Meloni sale ancora. Il centrodestra sfiora il 50%

Quanto alla maggioranza di governo, risale dopo alcune settimane di lieve flessione. È quanto emerge dalla Supermedia settimanale elaborata da YouTrend.

 

 

Fratelli d’Italia continua ad accrescere i suoi consensi stabilizzando il suo secondo posto e tallonando la Lega a poco più di due punti di distanza. Di conseguenza il centrodestra unito arriva a sfiorare il 50%. Si arresta la flessione del Pd, che recupera lo 0,1%, mentre il M5s registra un calo di mezzo punto. Quanto alla maggioranza di governo, risale dopo alcune settimane di lieve flessione. È quanto emerge dalla Supermedia settimanale elaborata da YouTrend per AGI. In dettaglio, il partito di Giorgia Meloni cresce di 0,3 punti, portandosi al 19,3%, mentre il Carroccio resta fermo al 21,5%. Il Pd si attesta al 18,8%. M5s lascia sul terreno mezzo punto, è al 16,4%. I giallorossi (Pd, M5s e Leu) nel complesso restano al 36,8%.

 

SUPERMEDIA LISTE

 

Lega 21,5 (=)

FDI 19,3 (+0,3)

PD 18,8 (+0,1)

M5S 16,4 (-0,5)

Forza Italia 7,2 (-0,2)

Azione 3,0 (-0,1)

Italia Viva 2,5 (+0,2)

Sinistra Italiana 2,1 (-0,2)

Verdi 1,8 (-0,1)

Art.1-MDP 1,7 (+0,1)

+Europa 1,6 (+0,1)

 

SUPERMEDIA AREE PARLAMENTO

 

Maggioranza Draghi 74,1 (+0,4) di cui:

– giallorossi (PD-M5S-MDP) 36,8 (-0,5)

– centrodestra (Lega-FI-Toti) 30,2 (+0,6)

– centro liberale 7,1 (+0,3)

Opposizione dx (FDI) 19,3 (+0,3)

Opposizione sx (SI) 2,1 (-0,2)

 

SUPERMEDIA COALIZIONI POL 18

 

Centrodestra 49,5 (+0,9)

Centrosinistra 25,8 (+0,2)

M5S 16,4 (-0,5)

LeU 3,8 (-0,1)

Altri 4,5 (-0,5)

 

NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (27 maggio).

NOTA: La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, realizzati dal 27 maggio al 9 giugno dagli istituti Demopolis, EMG, Euromedia, Ipsos, Noto, SWG e Tecnè. La ponderazione è stata effettuata il giorno 10 giugno sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

Acli: a Roma il Congresso nazionale dei giovani “Attori del presente, connessi all’oggi, costruttori del domani”

Riportiamo questa nota dell’Agenzia Sir considerando l’importanza di un evento che tocca comunque la vita di una storica associazione, ben radicata nel mondo del lavoro e nella vita ecclesiale italiana.

 

“Giovani: attori del presente, connessi all’oggi, costruttori del domani”. Questo il tema del Congresso nazionale dei Giovani delle Acli in programma, a Roma, nelle giornate di giovedì 10 e venerdì 11 giugno presso la sede nazionale dell’associazione. Il tema – spiega una nota – verrà “declinato in un documento contenente le tesi congressuali sviluppate intorno a 4 macrotemi: un lavoro degno, formare per dare valore, la ricchezza del bene comune, tutto è connesso”.
La due giorni congressuale si aprirà, domani, con l’espletamento di tutte le formalità e la votazione delle modifiche dello Statuto. Venerdì, invece, si svolgerà una sessione pubblica, a partire dalle 10.30, con la relazione congressuale del coordinatore nazionale dei Giovani, Giacomo Carta, i saluti istituzionali del presidente nazionale, Emiliano Manfredonia, e quelli dell’arcivescovo di Bologna, il card. Matteo Maria Zuppi. A seguire interverranno Maria Cristina Pisani (presidente del Consiglio nazionale dei Giovani), Daniel Zanda (Felsa Cisl), Alessandro Fortuna (Uil) e Paola Vacchina (presidente di Forma). Modererà la tavola rotonda Giulio Saputo, coordinatore dell’Assemblea del Consiglio nazionale dei Giovani. I lavori della sessione mattutina sono pubblici e potranno essere seguiti anche attraverso il canale YouTube delle Acli. La sessione pomeridiana invece sarà riservata ai delegati al congresso e si svolgerà a partire dalle alle 18.30 con il voto dei delegati su piattaforma online, per la scelta del nuovo coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli.

 

 

https://www.agensir.it/?post_type=post-type-take&p=904099

Marini, sindacalista e politico: un autentico protagonista della vita pubblica italiana.

Domani “il lupo marsicano” sarà ricordato in un convegno online che vedrà la partecipazione del Vescovo di Pinerolo

 

Venerdì 11 giugno alle 18 in diretta Facebook su @mondadori.pinerolo ci sarà la presentazione dell’ultimo libro di Giorgio Merlo, “Franco Marini, il Popolare”. Il libro, pubblicato da Edizioni lavoro, ripercorre il lungo magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale di un uomo che ha contribuito, con la sua azione concreta, a rafforzare e a consolidare la democrazia nel nostro paese.

 

Leader indiscusso dei Popolari e del filone culturale del cattolicesimo sociale, Marini è sempre stato un uomo coerente con le proprie radici culturali e sociali ed è stato, al contempo, un autorevole uomo delle istituzioni. Presidente del Senato, ha sfiorato nel 2013 l’elezione a Presidente della Repubblica e fu bocciato solo dai franchi tiratori del suo partito. Marini è stato collaboratore e amico di Carlo Donat-Cattin, il leader storico della sinistra sociale della Democrazia Cristiana.

 

Interverranno alla presentazione del libro Tom Dealessandri, già segretario provinciale Cisl di Torino, Gianfranco Morgando, Direttore della Fondazione Carlo Donat-Cattin, Mons. Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo. Modera: Luca Rolandi, Giornalista professionista. Il collegamento dell’incontro sarà a cura di Federico Depetris.

 

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo di seguito un breve stralcio del libro.

 

 

Al di là di ogni tentazione agiografica e fuori luogo, è del tutto evidente che Franco Marini è stato un sindacalista prima e un politico poi riconosciuto come un esponente corretto e coerente. Sempre. Ma, al di là dello stile personale e formale, c’è un aspetto che non può essere trascurato e che va evidenziato con forza. E cioè, Marini si è sempre contraddistinto per il suo modo d’essere nello scenario pubblico. Un tempo, per citare lo storico Pietro Scoppola, si parlava di “cultura del comportamento e cultura del progetto”.

 

Ecco, Franco Marini si è sempre caratterizzato nel suo impegno pubblico lungo questo binario che unisce la credibilità del comportamento personale con la lungimiranza di un disegno politico. Un binomio inscindibile cha ha fatto di Marini non solo un protagonista del suo tempo ma un esempio, non propagandato e mai sbandierato o ostentato, per molte generazioni che hanno creduto nell’impegno sociale e politico dei cattolici italiani. Marini, secondo la migliore tradizione popolare e cristiana, si è imposto nel dibattito pubblico, sindacale, sociale, politico ed istituzionale solo attraverso il suo impegno e la sua testimonianza concreta. Cioè con il suo ca- risma. Non c’è mai stata arroganza o presunzione nella sua azione concreta e politica come è, invece e al contrario, facilmente riscontrabile in molti leader della sinistra italiana – salottiera, vagamente moralistica e con una presunta “superiorità culturale ed intellettuale” – e alto borghese e anche in alcuni settori, peraltro minoritari, della stessa area cattolica.

Non ha mai distribuito pagelle e, soprattutto, è sempre stato un Popolare tra i Popolari. La conferma arriva non solo dal suo stile di vita ma dalla concreta militanza politica e sociale. Dove, è bene ricordarlo, non c’è mai stata chiusura pregiudiziale e preconcetta nei confronti di chicchessia. Nella sua concezione politica non c’era la tesi dei confini delimitati o dei fortini chiusi ed invalicabili. Come capita, ad esempio, nelle molteplici correnti del Pd contemporaneo. Marini, sia quando era al vertice del partito e sia quando era uno dei leader più influenti degli stessi partiti, non si è mai ispirato ad una dimensione elitaria ed aristocratica della politica.

 

Su questo versante la sua esperienza è stata simile a quella di Donat-Cattin dove uno degli elementi costanti era quello dell’apertura all’esterno e, soprattutto, di continuare a formare e a preparare una nuova classe dirigente. Una classe dirigente che non sempre, anzi quasi mai, è rimasta fedele negli anni alla sua vocazione originaria. Cioè all’interno di quei partiti dove c’era il leader che aveva contribuito a formarli e ad aiutarli nel concreto agone politico. Ma proprio questa azione di semina politica, culturale ed anche organizzativa ha contribuito a ritagliare quel ruolo di leader aperto e disinteressato che oltrepassava la stessa appartenenza di partito. Non a caso, Marini quando ha assunto, o stava per assumere, qualificati ed importanti ruoli istituzionali, la sua personalità è sempre stata descritta nello stesso modo. Sia da parte dei compagni di viaggio nei partiti di appartenenza e nel suo schieramento politico e sia da parte degli avversari. Un riconoscimento pubblico al profilo della persona e al suo modo originale di declinare nella società il suo impegno politico, sociale, culturale ed organizzativo. Un uomo, cioè, che univa e che non divideva. Un uomo di Stato, quindi. Uno statista.

 

Ecco perché Franco Marini non può avere eredi diretti ma, al contempo, lascia una grande e ricca eredità. Politica, culturale, sociale, istituzionale e umana. Spetta a coloro che si sono ricono- sciuti a lungo nel suo magistero e che ne hanno condiviso le bat- taglie, l’impeto e la coerenza con le quali le portava avanti, far sì che Franco Marini continui ad essere un punto di riferimento, au- torevole e qualificato, nella società contemporanea per il futuro della storia e della cultura del cattolicesimo popolare e del catto- licesimo sociale nel nostro paese. Perché, come diceva Donat-Cattin in un memorabile inter- vento a Saint-Vincent durante un convegno di Forze Nuove, “bisogna imparare una seconda volta il dialogo, il dialogo tra noi. Non chiudersi nella superbia di quelli che credono di essere i soli capaci. Non per avere. Per essere”. E Franco Marini era, appunto, uno di quelli che dialogava senza arroganza. Per riaffermare le sue ragioni e per contribuire a far crescere e consolidare il “bene comune”.

Il superamento del liberismo

 Oggi il modello economico capitalistico, insensibile all’esigenza di una maggiore giustizia sociale, mostra i caratteri di una crisi irreversibile

 

Nel momento in cui tutto sembra procedere verso un liberismo sfrenato ed antisociale, che fa dell’economia il motore di ogni attività politica e sociale, si riapre con forza il grande ruolo dei cattolici democratici nella nuova fase e del pensiero politico che ha accompagnato la nascita dello Stato democratico.

Scriveva Giovanni Galloni, nel marzo del 1994 sul primo numero di “Nuova Fase”: “Una politica che intenda realizzare i fini posti allo Stato dalla Costituzione non può essere che una politica sociale e non certamente di restaurazione del capitalismo puro a base individualista.”

Questo monito, ancor più valido oggi, dovrebbe costituire la base di partenza della riflessione e della nuova politica; perché oggi non è possibile continuare stancamente in una sorta di assopimento politico e culturale.

Infatti, è proprio nel sociale che possono essere colte tutte le ingiustizie e le contraddizioni insite nel sistema capitalistico puro.

Occorre procedere, finalmente, ad una seria riflessione culturale e politica, partendo dalla realtà economica che si è determinata a livello mondiale e che continua a determinarsi, con la creazione di sempre maggiori sacche di disoccupazione e di povertà.

Sono molti gli studiosi di questioni economiche a sostenere, in questi ultimi tempi, che il sistema economico a livello mondiale è vittima di una “crisi di sistema”.

Il che equivale a dire che il capitalismo puro è entrato in una crisi irreversibile.

Se il capitalismo, infatti, ha avuto buon gioco e si è affermato sempre più durante il secolo scorso, quando il mondo era diviso in due blocchi; oggi, lo stesso capitalismo è vittima della sua politica ormai satura che non consente più ulteriori sbocchi di allargamento del mercato e, conseguentemente, di profitto.

Le vicende economiche degli ultimi tempi testimoniano ampiamente questa crisi e mettono a nudo anche la continua crescita non solo della disoccupazione, ma anche di strati sociali che sino a qualche decennio fa godevano se non di uno stato di benessere massimo, comunque di un certo agio economico che permetteva loro di guardare positivamente al futuro.

Se alla metà degli anni ottanta la sinistra democristiana rifletteva sul dato di Peter Glotz della famosa “società dei due terzi”, con il terzo escluso ed emarginato dal sistema economico che, proprio per essere minoranza, non poteva in alcun modo far valere i propri diritti (dittatura della maggioranza); nella situazione attuale assistiamo ad un processo inverso, con una situazione completamente rovesciata. Sono i due terzi, cioè la maggioranza, a vivere in una situazione economica globale di difficoltà e di crisi (dittatura della minoranza).

Allora, se la nuova fase politica che si è aperta a livello mondiale con la caduta del muro di Berlino non viene ricondotta lungo una coraggiosa politica di riforme strutturali a livello economico, si rischia una terza guerra mondiale. Cioè, le condizioni sempre più indigenti della maggioranza della popolazione mondiale possono portare ad effetti devastanti, paragonabili ad una guerra mondiale.

Occorre, allora, riflettere sui limiti del sistema capitalistico. Una riflessione che non può non coinvolgere la stessa Chiesa ed il suo ruolo di guida spirituale e morale.

Questo vuol dire procedere verso quel principio teorizzato da Dossetti di una libertà finalizzata.

Perché una libertà che non abbia un fine sociale è una falsa libertà in quanto, oltre a non rendere liberi tutti gli individui, genera altresì diseguaglianze economiche che, di fatto, annullano qualsiasi libertà individuale.

Non sono pochi gli esempi di democrazie avanzate che stanno realizzando una sorta di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa insieme ai datori di lavoro.

Oggi più che mai è chiaro che, con la nuova fase che si è aperta, l’impresa diventa una società intermedia finalizzata a produrre un risultato di beni e servizi in funzione sociale.

Nell’età contemporanea, la situazione politica è completamente nuova e richiede idee innovative e strutture che ridiano preminenza ai cittadini. Non basta più, però, tornare al concetto di Stato democratico, occorre, invece, realizzare lo Stato sociale; ossia non solo il coinvolgimento dei popoli nella vita dello Stato, ma anche come reali fruitori della ricchezza prodotta.

Lo Stato sociale è lo Stato in cui tutti i cittadini, oltre a partecipare attivamente alla vita dello stesso (democratico), sono anche i destinatari finali della ricchezza prodotta, in funzione di quei principi di giustizia e di uguaglianza che stentano a realizzarsi nel Terzo Millennio per le resistenze, ormai vecchie, di un potere economico che rappresenta meno di un terzo della popolazione mondiale.

L’orizzonte spirituale della «Commedia». La Teologia di Dante

Riprendiamo dall’Osservatore Romano un ampio stralcio dellarticolo del cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura pubblicato integralmente sul numero di giugno di «Vita Pastorale», diretto da don Antonio Sciortino.

 

L’immagine è “folgorante”: la fede è una «favilla che si dilata in fiamma poi vivace, e come stella in cielo in me scintilla». Così Dante, nel Paradiso ( XXIV , 145-147), conclude il suo Credo nell’esame a cui si sottopone di fronte al maestro, san Pietro apostolo, simile a un “baccelliere”, ossia a uno studente che supera la prova orale per accedere al corso superiore di teologia ( XXIV , 46). In quella prova di conoscenza teologica che occupa l’intero canto XXIV il Poeta proclama due verità fondamentali della fede cristiana.

La prima riguarda il Dio unico creatore, «che tutto ’l ciel move, non moto, con amore e con disio» (vv. 131-132). Suggestivo è, in questa frase, l’incrocio tra la riflessione filosofica aristotelica della divinità come motore immobile («move, non moto») e la visione personalistica cristiana del Dio amore («con amore e con disio»). Una verità che si alimenta, quindi, alla filosofia, alle «prove fisice e metafisice» (vv. 133-134), ma che attinge soprattutto alla luce delle Scritture, «per Moïsè, per profeti e per salmi, per l’Evangelio e per voi che scriveste», cioè per le Lettere apostoliche ispirate dallo Spirito (vv. 136-138). Si compie, così, il legame dinamico tra ragione e fede, un altro dei capisaldi della teologia cristiana.

Il secondo articolo di fede è trinitario: «Credo in tre persone etterne» che sono «una essenza sì una e sì trina», per cui il discorso su di esse può essere condotto sia con il «sono» (la terza persona plurale) sia con l’«este», cioè l’«è» della terza singolare (vv. 139-141). La Trinità, per altro, sarà anche l’ultima teofania del poema allorché si accenderanno nel cielo tre arcobaleni «di tre colori e d’una contenenza» ( XXXIII , 117), diversi e identici nella trinità delle persone e nell’unicità dell’essenza divina. Adottando un’altra metafora luminosa, Dante conclude coi versi da noi citati in apertura: la fede è simile a una «favilla», a una scintilla di luce «che si dilata in fiamma poi vivace», in un fiammeggiare che illumina e riscalda, fino a diventare «come stella in cielo» che «in me scintilla», un astro che rischiara il firmamento dell’anima. Un crescendo di luce, quindi, che trapassa da favilla a fiamma e a stella.

Si deve riconoscere che l’intera struttura ideale della Commedia è retta dalla teologia, sia a livello di riflessione sistematica (si pensi alle figure di san Tommaso d’Aquino e di san Bonaventura che incarnano simbolicamente le due maggiori scuole di pensiero medievali), sia a livello personale. Dante è un credente inconcusso, la cui fede rivela anche la parresía della critica alle istituzioni ecclesiali e alle attestazioni non esemplari degli uomini di Chiesa. Indiscutibile è, però, anche la solidità del legame col messaggio evangelico nella sua dimensione sia teologica sia etica. Difficile è, allora, sintetizzare la visione spirituale dantesca perché essa pervade l’intero orizzonte della sua opera.

Accanto alla confessione di fede (Paradiso XXIV ) — alla cui lettura integrale commentata rimandiamo (anche per un esercizio di riappropriazione del Dante che è «nostro», come amava dire Paolo VI ) — proporremo ora la sintesi delineata da Francesco nella Lettera apostolica Candor lucis aeternae, emessa lo scorso 25 marzo. Lo schema adottato è quello insito alla stessa Commedia, affidata com’è al dinamismo di un viaggio che, dalla «selva oscura» e dal fango infernale della storia col male, i vizi, le tragedie umane, ascende faticosamente sul monte purgatoriale della purificazione per accedere alla vetta suprema della salvezza paradisiaca.

Siamo di fronte a un paradigma teologico incarnato nella stessa vicenda storica che l’umanità vive e sperimenta in quell’«aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XXII , 151), ma che è aperto all’escatologia. Per questo Dante può essere definito come «profeta di speranza e testimone del desiderio di infinito insito nel cuore dell’uomo». La sua concezione teologica è la riedizione libera e poetica del tema del regno di Dio che attecchisce come seme nel terreno spesso arido e sassoso del mondo, ma che è destinato a crescere in albero sul quale si posano gli uccelli del cielo, per usare una celebre metafora evangelica. In questo itinerario verso la pienezza sono in azione due potenze efficaci: da un lato, la misericordia di Dio che stende la sua mano liberatrice, e dall’altro, la libertà umana che la afferra, così da essere sottratti al gorgo tenebroso del male.

È interessante notare che Francesco riserva alla dialettica grazia-libertà un’intensa riflessione adottando come emblema lo scomunicato re Manfredi, figlio di Federico II , che sulla soglia della morte, trafitto da due colpi di spada, confessa: «Io mi rendei, / piangendo, a quei che volontier perdona. / Orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei» (Purgatorio III , 119-123). Facile è scorgere in filigrana la parabola evangelica del Figlio prodigo.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-128/l-orizzonte-spirituale-br-della-commedia.html

 

 

Prima la nostra Camaldoli, poi la costituente di centro

La proposta fatta dall’amico Mario Tassone di un’assemblea costituente di tutti gli amici DC, oltre che a essere pienamente condivisa, costituisce anche uno degli obiettivi che ci siamo posti come Federazione Popolare DC. In questi giorni la DC guidata da Renato Grassi, cui mi onoro di appartenere, è impegnata nel tesseramento 2021, che darà diritto di partecipare al prossimo XX Congresso nazionale annunciato per l’autunno prossimo. Analogo impegno è quello degli amici di “Insieme”, guidati da Giancarlo Infante, con riferimento a quanti si riconoscono nelle proposte del “Manifesto Zamagni”.

Tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in Italia non può che essere salutato positivamente. Essenziale, tuttavia, sarà superare l’antico vizio italico secondo cui: tutti vogliono coordinare e nessuno vuole essere coordinato. Analogamente sarà bene por fine alla tragicomica sequela di “se-dicenti segretari” di fantomatiche democrazie cristiane, espressioni di malcelate ambizioni di qualche “ultimo giapponese”, o, peggio, delle manovre di vecchi arnesi dell’ultima DC, non estranei alle indegne pratiche illegali che accompagnarono miseramente la fine ingloriosa e per certi versi fraudolenta del patrimonio immobiliare del partito.

Permane, come sempre fu nella storia politica del cattolicesimo italiano, la distinzione tra coloro che si ritengono gli eredi legittimi del pensiero degasperiano e moroteo di “ un partito di centro che guarda a sinistra” e quelli che, avendo partecipato in forme più o meno dirette all’esperienza berlusconiana, continuano a rivolgere il loro interesse a destra.

Da parte mia, considero più efficiente ed efficace puntare verso un soggetto politico nuovo di centro, più volte connotato come: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dalla dottrina sociale cristiana e dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Un centro alternativo alla destra nazionalista e populista, oggi a trazione di Fratelli d’Italia e della Lega, e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Per questo è indispensabile non porre preliminarmente la questione delle alleanze, oltre tutto nell’incertezza sulla legge elettorale, maggioritaria o proporzionale, che alla fine sarà scelta per le prossime elezioni nazionali. E’ evidente che, premessa indispensabile per la nostra ricomposizione politica è e sarà l’adozione della legge elettorale proporzionale, poiché, con qualunque altro tipo di legge maggioritaria, il voto della nostra area si dividerebbe a destra e a sinistra, con una percentuale elevata di renitenti al voto.

Ecco perché con la Federazione Popolare DC, sul modello di quanto fecero i democratico cristiani nel 1943 con l’incontro programmatico di Camaldoli, abbiamo deciso di organizzare il nostro seminario per il programma: “ La nuova “visione” del centro politico- Una nuova….Camaldoli”, che si terrà il prossimo 19 Giugno a Roma.

Riteniamo, infatti, che sia indispensabile confrontarci sul programma; sulla proposta, cioè, che, come DC e Popolari, intendiamo offrire agli italiani per corrispondere alle attese soprattutto dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, quelle che Giorgio La Pira definiva: “ le attese della povera gente”.

Sarà l’avvio di una riflessione, che dovrà continuare negli incontri da organizzare nelle sedi territoriali regionali per ascoltare “ i mondi vitali” delle diverse realtà, raccogliere le loro proposte alle quali la politica dei DC e Popolari intende dare risposta. Solo dopo queste verifiche, a mio avviso, si potrà organizzare con metodo democratico condiviso tra tutte le diverse espressioni d’area, oggi riconducibili essenzialmente a quelle della Federazione Popolare DC e degli amici di Insieme e Rete bianca, un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro. Una costituente nella quale, oltre al programma, si deciderà la linea politica del partito e si sceglierà la classe dirigente incaricata di guidarlo, nella quale ampio spazio sarà affidato ai giovani e alle donne per un’autentica rinascita politica del cattolicesimo democratico e cristiano sociale.

Follini e quella “predizione” sfavorevole sul futuro della DC

Articolo pubblicato su ilpopolo/cloud

Qualche disorientamento, tra i tanti inossidabili democristiani, l’avrà messo in conto Marco Follini quando ha sentenziato quel giudizio negativo sulla possibile riedizione della DC, nel suo riproporre, nelle tante interviste, i tratti più significativi del suo libro, ” Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito”, pubblicato nell’ottobre del 2019.

Certo non gli si può negare l’attenuante della imprevedibilità sul quadro di eventi sciagurati che hanno minacciato seriamente l’umanità e hanno reso il tempo ancora più prezioso nel suo scorrere.

Tanto da essere il fattore determinante nella scommessa, davvero epocale, che l’Italia ha intrapreso con l’ampio processo di ristrutturazione che investirà gli ambiti ordinamentali più importanti, dall’assetto giudiziario e del Csm, ai settori normativi più incidenti nel rapporto Stato – cittadino.

In questo quadro una più attenta rimeditazione del recente passato e di qualche giudizio severo sul futuro della DC, si impone.

E tra i tanti non si può tralasciare e non mettere sotto un nuovo focus, anche, l’asserzione, appunto, di Marco Follini: “..la DC non può più rifarsi”.

Di certo, la rilettura di quell’analisi, ci fa collocare, senza dubbio, l’impietoso giudizio in una contestualità datata e ormai obsoleta e perciò inverosimile nel rapporto con la realtà odierna.

In fondo è il limite di qualsiasi opinamento umano, non riuscire a disancorarsi del tutto dalla sua connotazione dimensionale, finendo per perdere la sua giustificazione fuori dal suo tempo, i cui ritmi imprevedibili della Storia terrena ne stravolgono, spesso, la immutabilità del suo divenire.

Sono mesi che ci stiamo arrovellando su come uscire da una pandemia così devastante.

Colpiti nelle profondità, talora, incommensurabili dei nostri sentimenti, non risparmiando alcuna latitudine, ha davvero messo in serio rischio il futuro delle nostre generazioni, rendendo ancora più profondo ed impervio il cammino per una pacifica convivenza tra i popoli.

A maggior conto, non si può restare indifferenti davanti ad un pronostico così risoluto sulla impossibile rinascita della DC, non ripercorrendo le ragioni di tanto giudizio.

Eppure non molta acqua è passata sotto i ponti tra quel ritratto, a volte, impietoso,ma pieno di sentimenti forti e di passione – nel quale il bilancio politico e storico che Egli fa della Dc, interseca i tanti aspetti in cui si è plasmata quella virtuosa sintesi progettuale – ed il nuovo scenario delle relazioni umane generato dai tanti flagelli: nelle famiglie, nei rapporti sociali e nel sistema economico, che la pandemia ha causato, non solo nel nostro paese.

Ebbene, non sono il solo a essere convinto che, in questo inedito scenario, Follini riconsidererebbe quel suo giudizio.

Come sono convinto che non resterà inerte di fronte al gravoso onere che attende le forze politiche per ridare al paese nuove prospettive con l’attuazione del Recovery plan, dentro la cornice di riforme che investiranno tutti quei settori precipui per rendere più efficiente la capacità di risposta che uno Stato di diritto deve saper assicurare ai suoi cittadini, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Quale migliore contributo se non quello di chi ha vissuto intensamente, da giovanissimo, un ampio arco delle stagioni politiche della DC, poi generosamente impegnato nel tentativo di non disperdere quel patrimonio di valori nelle esperienze centriste, fino al tormentoso cammino che lo ha portato a lasciare la militanza attiva.

Ma oggi di fronte alle sempre più preoccupante carenza di una classe dirigente che non riesce più a trovare, nel sestante politico, una sintesi accettabile tra le istanze dei nuovi ceti sociali nel rapporto tra interesse pubblico e privato e un’adeguata tutela per una fattiva collaborazione dei corpi intermedi, ridare voce a quegli ideali e a quella visione, affinché in questo delicato percorso di ricostruzione politica, civile, economica, sociale si diano risposte solide, equilibrate e lungimiranti, è per tutti, ma soprattutto per chi si riconduce a quei valori, un dovere civile ed etico.

Certo, saranno gli elettori alla scadenza di questa legislatura, o forse anche prima, in esito all’elezione del nuovo Capo dello Stato, a decidere.

Ma, intanto, non possiamo affidare la riproposizione di quel patrimonio di ideali ai personalismi o a commistioni ibride tra differenti culture politiche. Del resto in quello spaccato di vita politica che Follini ci ha saputo trasmettere, entrando nei meandri dei tanti episodi vissuti in prima persona con statisti del calibro di Fanfani, Moro, Andreotti e tantissimi altri protagonisti, non c’è anche una funzione maieutica?

Tanto che non ci pare un fuor d’opera pensare quanto quel ripercorrere le tante vicende politiche e le capacità di risposta, mai occasionali, all’intersecarsi di interessi complessi, possa aver rafforzato, soprattutto tra i tanti giovani, che, in sempre maggior numero cominciano a trovare linfa in quel virtuoso patrimonio culturale, l’idea di un concreto coinvolgimento e di attiva partecipazione, sotto quel nome e sotto quel simbolo.

Sarebbe, invece,un errore imperdonabile, lasciare a questa classe politica che sembra aver smarrito del tutto ogni consapevolezza del bene comune e del primato della persona, il compito di disegnare il futuro del nostro paese, affievolendo queste potenzialità ed energie, di cui il paese ha bisogno, in quel  “..percorso lungo e faticoso” come Follini dice, attendendo che si configurino (guardando al processo di nuova aggregazione post-ulivista di Zamagni) in nuova identità politica.

Ma quanto può valere un simile modello aggregativo lo testimoniano i diversi tentativi che dalla “Margherita“ in poi, a destra e a sinistra, hanno caratterizzato la cosiddetta “seconda Repubblica“: sovente un mix di ideali e di visioni senza un denominatore comune (a tal proposito invito a leggere l’intervista al Sen. Renzo Gubert, pubblicata su Il Popolo di qualche settimana fa).

Altra cosa è invece riproporre quell’identità che un tale valoroso patrimonio ha saputo esprimere nella sua esperienza precedente.

Diversamente si finirebbe per disperdere ogni energia disponibile, oltre a esporre il paese a un declino irrecuperabile.

Non vedere altre vie d’uscita, accrediterebbe una visione miope, non compatibile con il filo conduttore di quella rievocazione politica.

Così che anche quando Follini afferma risolutamente “… il punto di partenza, penso, debba essere questo e non altri.Tutto il resto viene dopo”, alla luce del nuovo contesto di impegni appena assunti con il Next generation eu, una opportuna riconsiderazione non sarebbe fuor di luogo.

Sarebbe un avventurismo senza ritorno affidarsi ad un nuovo processo costituente, accantonando definitivamente nome e simbolo.

L’Italia sta entrando nella fase cruciale di quel programma di ammodernamento, tra scadenze perentorie (cinque anni appena, ossia entro il 2026) e condizioni poco negoziabili, concordate con l’Ue ed affidarla bellamente a un sistema politico polarizzato che, dopo Draghi, riprenderà ad egemonizzare quell’elettorato, dove prevarrà, ancora una volta, quell’Italia “… che pretende soluzioni semplici e veloci a problemi complessi”, significa lasciarla in una deriva senza rotta con un modello di governance politica lontano un miglio dalle “…ragioni della mediazione, del dialogo, del confronto, della riflessione…”.

E poi quel patrimonio identitario si porrebbe, anche, come argine al culto del leaderismo, per la precipua caratteristica dei democristiani di avere nella cultura e nel dna un vero e proprio antidoto contro ogni intruppamento populista.

Mentre troverei preoccupante non riconsiderare quel ragionamento,a fronte delle amare constatazioni che si traggono, in quelle pagine, su questa classe politica, quando non vi era ancora un tale devastante scenario.

Ove non si usano toni velati per descrivere l’inadeguatezza strutturale di queste forze politiche: “… con la DC prevaleva una visione complessiva del paese.. Oggi invece assistiamo al conflitto permanente tra diverse partigianerie”.

Giudizi non da poco per rendere tutto il senso del vuoto di progetti credibili per il paese che aleggia da diversi lustri.

E in una simile congiuntura politica come possiamo contribuire a risanare il paese aspettando che maturino processi costituenti, di cui non si intravedono neanche iniziali contorni, mentre servono risposte immediate, serie e lungimiranti, sotto l’egida di quel simbolo, come garanzia di credibilità sia interna che nei quadranti internazionali?

Colmando, al contempo, il vuoto di lealtà e coerenza rispetto agli impegni assunti, attesi da un elettorato e da un diffuso sentimento popolare, lontani un miglio dal pressappochismo e dall’avventurismo di formazioni politiche orientate spesso dagli interessi delle grandi lobby o di settore, oggi egemoni, o da dottrine populiste, giustizialiste, antiparlamentariste, trasformiste e in aperto contrasto con la naturale idea della famiglia.

In definitiva, in quale altro modo tempestivo possiamo arginare quanto Follini molto bene scolpisce: “… Si è perso il senso dell’insieme, della politica come strumento di partecipazione e di coinvolgimento, nel rispetto delle differenze e delle diverse posizioni. È un male che riguarda molti partiti attuali”.

Vuol dire, in fondo, che anche lui riconosce che a un sistema malato, bisogna opporre forze sane, capaci, coerenti e dalla visione lungimirante affinché il destino immediato e futuro di questo nostro paese non sia lasciato a un declino irreversibile.

Intelligenza della fede e promozione dell’umano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Cetera

Nella mattinata di martedì 8 giugno è stato presentato  «Salviamo la fraternità – Insieme». Un appello (pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana nella collana «Humana Communitas») scritto da un gruppo di dieci teologhe e teologi su sollecitazione della Pontificia Accademia per la vita e del Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II, due istituzioni che rappresentano altrettanti laboratori di pensiero, dove — spiega l’arcivescovo Vincenzo Paglia — si è avvertita «l’esigenza di coinvolgere alcuni ricercatori nell’ambito della teologia, nell’allestimento di un percorso mirato e concreto sul futuro del pensiero cristiano in ordine alla comunicazione della fede e alla forma della teologia nel quadro della forma ecclesiale, umana e civile» del post-pandemia. Il percorso, che intende raccogliere le provocazioni della Fratelli tutti  di Papa Francesco, «vedrà una successione di eventi che avranno lo scopo di attivare una “polifonia” di contrappunti e di sviluppi di questa duplice domanda. La nostra teologia potrà avere un futuro degno della sua tradizione? E reciprocamente: il futuro che abiteremo potrà avere una teologia all’altezza del suo kairos ?». L’obbiettivo è un dibattito aperto, un confronto franco tra teologi e intellettuali che sarà ospitato anche nelle pagine de «L’Osservatore Romano».

L’appello «Salvare la fraternità – Insieme» — una cui sintesi è proposta nella scheda che apre questo “primo piano” — con cui un nutrito gruppo di teologi e filosofi intendono rilanciare la necessità di un pensiero dialogico intorno alla proposta di un Nuovo umanesimo, si propone come manifesto di una “rifondazione teologica”, in chiave esperienziale.

L’iniziativa, promossa dalla Pontificia Accademia per la vita, nasce a valle dell’incontro del 5 maggio scorso presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II , che ha visto Christoph Theobald, Elmar Salmann e Pierangelo Sequeri, immaginare sotto diversi punti di vista un riposizionamento epistemologico delle scienze teologiche. Un incontro che — trasmesso in streaming — ha registrato una partecipazione, superiore a ogni aspettativa, di oltre diecimila contatti. Segno che un ripensamento del discorso teologico è oggi esigenza avvertita anche fuori del “recinto” teologico.

Ne parliamo con l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente dell’Accademia, e appassionato promotore dell’iniziativa.

Monsignor Paglia, innanzitutto, perché un’iniziativa di questo spessore, che coinvolge tutto il mondo ecclesiale, nasce proprio dall’Accademia Pontificia per la vita? Qual è il nesso?

Vede, l’Accademia è nata con il mandato di costituire una rete di eccellenze professionali nei campi della scienza e della tecnica, ma anche della filosofia e della teologia, per orientare il necessario discernimento bioetico dei saperi relativi alla cura della vita umana. Fino a oggi questo discernimento si è esercitato soprattutto intorno alle soglie estreme della vita umana, quelle insomma dove vulnerabilità e dipendenza dall’altro sono totali. Ma l’evoluzione del mondo attuale ha ampliato il campo delle sfide. Le faccio qualche esempio. Da un lato la scienza è ormai impegnata a costruire forme di vita geneticamente selezionate in modalità incompatibili con quelle dell’umano che finora conosciamo, dall’altro lato i limiti naturali dell’esistenza, nascita e morte, oggi non esauriscono i temi in cui si manifesta la vulnerabilità umana, ma impongono una riflessione nuova su ciò che è bene e ciò che è male, tra il giusto e l’ingiusto, tra l’oppressione e la libertà. Vi è un passaggio d’epoca che non ha una dimensione solo culturale, ma più profondamente antropologica, e che ci impone dunque un orizzonte di “bioetica globale”. Pensi, fra tutte, alle nuove e incredibili questioni poste dall’evoluzione delle intelligenze artificiali. È chiaro che tutte queste evoluzioni richiedono un ripensamento anche del nostro modo di fare teologia, che ha da avere un carattere sempre più esperienziale: non è più tempo per le speculazioni dal carattere apologetico, spesso fini a se stesse; è piuttosto il tempo — per usare una frase di Papa Francesco che avete recentemente riportato sul vostro giornale — che «ci lasciamo schiaffeggiare dalla realtà». E la realtà che ci interpella non è più quella delle ideologie del secolo scorso, ma quella delle domande che ci pongono le scienze e i mutamenti antropologici in divenire. Pensi ad esempio alle frontiere nuove che ci pongono le neuroscienze. Occorre dunque un dialogo con le scienze, e occorre una ricerca necessariamente interdisciplinare.

Qual è il “punto di caduta” di questo ripensamento? Quali gli obiettivi?

L’obiettivo principale è quello di lavorare nel solco di Fratelli tutti. Vede, come le dicevo, siamo dentro un passaggio di civiltà. Tutto è cambiato, e tutto sta cambiando. Molto rapidamente. È un passaggio stretto dal quale possiamo, dobbiamo, uscire nell’orizzonte di un Nuovo Umanesimo. Noi cristiani dobbiamo essere tra gli attori di questo nuovo Umanesimo. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una avanzata impetuosa dell’individualismo radicale e ad una progressiva mortificazione del senso comunitario e dell’aspirazione al bene comune. Un degrado che è quotidianamente sotto i nostri occhi e che ha sorpreso anche quei propugnatori della modernità che si illudevano che cancellando una secolare testimonianza religiosa della trascendenza si spalancassero le porte ad un umanesimo civile. Al contrario torna a riproporsi con forza in questo momento della storia un grande bisogno di “fraternità”. Come uomini e donne di fede, dinanzi a questo degrado, non possiamo abbandonarci alla rassegnazione o, peggio ancora, alla nostalgia e al risentimento. Piuttosto dobbiamo sviluppare in questo tempo una responsabilità creativa dal punto di vista della fede, con tutta l’intelligenza e la passione che ci appartengono. Questo documento che oggi presentiamo, redatto nell’ambito di una collaborazione fra specialisti della teologia fondamentale e dell’antropologia teologica, si iscrive appunto in questo solco di ampliamento e approfondimento. Il “punto di caduta” che lei mi chiede è quello della promozione di un dialogo più profondo e assiduo tra intelligenza della fede e promozione dell’umano. Non è presuntuoso affermare che questo dialogo implichi una rifondazione del “fare teologia”. Si tratta in poche parole di declinare la visione profetica dell’enciclica Fratelli tutti.

Qui l’articolo completo

Il caso Moro e la prima repubblica

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Guido Formigoni

Walter Veltroni negli ultimi anni ha pubblicato sul «Corriere della Sera» molte interviste a personalità politiche del Dopoguerra, spesso centrate attorno alla memoria del caso Moro. Ora ci torna con un libro, in cui ripresenta alcune delle stesse interviste con un’ampia introduzione, una sorta di saggio critico. Il parterre dei testimoni è apparentemente abbastanza bilanciato (tre democristiani: Rognoni, Pisanu e Segni; due comunisti: Tortorella e Occhetto; tre socialisti: Formica, Signorile e Martelli; una radicale: Bonino). Peraltro, le interviste, tutte interessanti, non sono identicamente legate al caso Moro (ad esempio lo toccano solo tangenzialmente Occhetto, Segni e Bonino). Prima di queste, l’autore ripresenta un più antico colloquio, condotto addirittura nel 1993, con Prospero Gallinari in carcere.

L’autore ricama quindi testimonianze e memorie, per presentarci alcune sue riflessioni sull’eredità della tragedia del 1978 nella storia del Paese. Merita discuterle per più ragioni, soggettive e oggettive. Le prime considerano la loro rilevanza nelle forme del dibattito pubblico. Veltroni è stato politico di primissimo piano, ma è ormai diventato anche una personalità mediatica a tutto tondo, con un importante ruolo creativo, giornalistico ed editoriale. Sono certo che le sue visioni lascino traccia. L’interesse oggettivo mi pare legato soprattutto ai meccanismi della memoria e a come questi condizionino, orientati in un modo o nell’altro, la coscienza collettiva. Il testo si muove, infatti, nel cuore di un nesso tra ricordi personali e memoria stratificata di un evento.

Il libro insiste sull’identificazione del caso Moro come spartiacque decisivo della storia della Repubblica. Il sequestro fu motivato dalla politica del leader Dc: «L’obiettivo del rapimento del 16 marzo era la funzione di cerniera che Moro aveva assunto in quel passaggio delicatissimo della storia nazionale» (pp. 23-24). Raccontando le origini degli orientamenti di Moro e Berlinguer per un’intesa, egli chiarisce anche che i due progetti non coincidevano negli sviluppi previsti dopo una fase di collaborazione. Veltroni sottolinea poi, efficacemente, la difficoltà della situazione creatasi dopo il 1976, con i contraccolpi subiti rispettivamente dai due protagonisti all’interno del proprio mondo. Il Pci dopo la grande avanzata doveva sostenere un monocolore Andreotti, la Dc che si era salvata dal declino elettorale doveva accettare di non poter governare senza l’assenso del grande avversario storico: questo snodo delicato portò a un clima di reazione da una parte e dall’altra.

In questo contesto delicato, il gorgo che si apre con via Fani. In primo luogo, riflettendo su quel passaggio si evidenzia il fallimento delle Br che «volevano il comunismo e hanno prodotto il pentapartito» (p. 34). Poi, la constatazione dei misteri irrisolti: «È tutto strano, è tutto sporco nella vicenda Moro» (due volte a p. 23). Quindi emergono i risvolti internazionali: «I veri trionfatori della vicenda Moro, va detto, sono stati i conservatori. I conservatori della Guerra fredda» (p. 35). Infine, la questione della fermezza: «Il Pci era onestamente convinto che le istituzioni non dovessero cedere al ricatto delle Brigate Rosse» (p. 48), nonostante il «disastro» della divisione con il Psi. Il concetto di chiusura: dopo la fine di Moro, la «Prima Repubblica» era finita, ma la Seconda nei fatti non è mai nata.

Queste riflessioni si inseriscono in un dibattito pluridecennale, che ha riempito ormai biblioteche intere, su tutti i risvolti della vicenda. Ma se si leggono congiuntamente alle sottolineature che emergono nelle interviste, portano acqua ad alcune concezioni diffuse di quel passaggio – sul piano della memoria collettiva – che non paiono affatto neutre. E che val la pena provare a misurare, anche alla luce delle acquisizioni della ricerca storica, che si basa sui documenti, aggiungendoli alla memoria o utilizzandoli per correggerla.

Qui l’articolo completo 

Al via il primo Programma per l’adattamento ai cambiamenti climatici nei centri urbani

Con la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale diventa operativo il primo “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano”. L’iniziativa del Ministero della Transizione Ecologica – Direzione per il Clima, l’Energia e l’Aria –  in stretta collaborazione con l’ANCI e con il contributo scientifico dell’ISPRA, è finalizzata ad aumentare la resilienza dei centri urbani ai rischi generati dai cambiamenti climatici, con particolare riferimento alle ondate di calore e ai fenomeni di precipitazioni estreme e di siccità.

Si tratta di un Programma sperimentale, il primo a porsi questi obiettivi a livello nazionale, per ora destinato ai Comuni con popolazione superiore ai 60.000 abitanti, teso a favorire la pianificazione a livello locale per l’adattamento e la sperimentazione di misure pilota e concrete da attuare nelle aree urbane, con il coinvolgimento di amministrazioni e cittadini, per fronteggiare in modo più efficace le conseguenze del global warming, riducendo la vulnerabilità delle città.

In particolare, il Programma destina circa 80 milioni di euro alla realizzazione di interventi green e blue, – come ad esempio la realizzazione di forestazione periurbana, di edilizia climatica, di tetti e pareti verdi, boschi verticali e barriere alberate ombreggianti, di coibentazione e ventilazione naturale o finalizzati al riciclo e riutilizzo delle acque reflue depurate – e di interventi grey – quali la creazione di piazze, percorsi, giardini ecc., con la rimozione della pavimentazione esistente e il ripristino della permeabilità del suolo o di  soluzioni per il drenaggio urbano sostenibile, intese in chiave di rigenerazione urbana.
Il Programma prevede inoltre una serie di misure di rafforzamento della capacità adattiva, finalizzate a migliorare la conoscenza a livello locale, la redazione di strumenti di pianificazione comunale di adattamento ai cambiamenti climatici e di sensibilizzazione, formazione, partecipazione per gli operatori del settore e per la rete dei portatori di interesse.

Vai alla pagina del Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano

Entrate tributarie: nei primi quattro mesi dell’anno gettito pari a 133,8 miliardi

Nel periodo gennaio-aprile 2021, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 133.816 milioni di euro, segnando un incremento di 10.086 milioni di euro rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+ 8,2%). Il confronto tra il primo quadrimestre 2021 e quello del corrispondente periodo dell’anno precedente presenta un evidente carattere di disomogeneità dovuto al fatto che il lockdown, con le conseguenti misure economiche dirette ad affrontare l’emergenza sanitaria, è stato adottato a partire dall’11 marzo 2020. Inoltre, si ribadisce che i provvedimenti di sospensione e proroga dei versamenti di tributi erariali, emanati nel corso dell’ultimo trimestre del 2020, hanno influenzato anche il gettito relativo ai primi quattro mesi del 2021 modificando il consueto profilo temporale dei versamenti delle imposte.
Il mese di aprile ha evidenziato una variazione positiva delle entrate tributarie pari a 9.283 milioni di euro (+37,4%). Le imposte dirette hanno registrato un incremento del gettito pari a 2.623 milioni di euro (+18,5%) mentre le imposte indirette hanno segnato un maggiore incremento pari a 6.660 milioni di euro (+62,6%).

IMPOSTE DIRETTE
Nel primo quadrimestre 2021 le imposte dirette ammontano a 74.912 milioni di euro, con un incremento di 3.225 milioni di euro (+4,5%).
Il gettito dell’IRPEF si è attestato a 65.577 milioni di euro con una crescita di 2.552 milioni di euro (+4,0%), riconducibile all’andamento delle ritenute effettuate sui redditi dei dipendenti del settore pubblico (+745 milioni di euro, +2,5%) e delle ritenute lavoratori autonomi (+345 milioni di euro, +9,3%). Hanno registrato un andamento positivo anche le ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (+ 1.095milioni di euro, + 3,8%), il cui gettito ha beneficiato della proroga disposta dal “Decreto Ristori” a favore dei sostituti d’imposta che, a decorrere dal mese di marzo 2021, hanno provveduto al versamento delle ritenute alla fonte sui redditi di lavoro dipendente e assimilati e su indennità di cessazione del rapporto di collaborazione a progetto corrisposti negli ultimi tre mesi del 2020.
Tra le altre imposte dirette si segnala l’incremento dell’imposta sostitutiva sui redditi nonché delle ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale (+19 milioni di euro, +0,5%) e delle ritenute sugli utili distribuiti dalle persone giuridiche (+315 milioni di euro, +60,7%).
L’IRES ha evidenziato un gettito pari a 1.439 milioni di euro (+ 206 milioni di euro, +16,7 %).

IMPOSTE INDIRETTE
Le imposte indirette ammontano a 58.904 milioni di euro, con un incremento di 6.861 milioni di euro pari al 13,2%. Al risultato ha contribuito prevalentemente l’IVA (+6.380 milioni di euro, +20,7%) e in particolare l’IVA sugli scambi interni (+5.768 milioni di euro, +21,3%). Anche la componente relativa alle importazioni ha evidenziato un incremento di gettito di 612 milioni di euro, pari a +16,5%.
Tra le altre imposte indirette, ha registrato un andamento negativo l’imposta sulle assicurazioni (-72 milioni di euro, -17,1%), mentre l’imposta di bollo (+13 milioni di euro, +0,5%), e l’imposta di registro hanno evidenziato una crescita di gettito (+375 milioni di euro, +30,8%).

ENTRATE DA GIOCHI
Le entrate relative ai “giochi” ammontano a 3.547 milioni di euro (+193 milioni di euro, +5,8%).

ENTRATE DA ACCERTAMENTO E CONTROLLO
Il gettito delle entrate tributarie erariali derivanti da attività di accertamento e controllo si è attestato a 2.339 milioni di euro (-728 milioni di euro, –23,7%) di cui: 1.081 milioni di euro (-335 milioni di euro, –23,7%) sono affluiti dalle imposte dirette e 1.258 milioni di euro (-393 milioni di euro, – 23,8%) dalle imposte indirette.

Aducanumab: il primo trattamento per Alzheimer

Assorted pills

Approvato in Usa dall’Fda il primo trattamento per Alzheimer anche se la stessa FDA ha richiesto all’azienda produttrice Biogen di condurre una nuova sperimentazione clinica.

Il farmaco è un anticorpo monoclonale (Aducanumab) di Biogen ed è indicato per chi ha forme lievi di deterioramento cognitivo o una demenza allo stadio iniziale, entrambe causate dall’Alzheimer.

Ma, bisogna essere chiari, non cura la malattia né può invertire i suoi drammatici effetti sulla condizioni mentale dei pazienti.