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Con il suo comportamento serio Epifani è stato d’esempio nel sindacato e nella vita politica.

È un fulmine a ciel sereno la scomparsa di Guglielmo Epifani, che ha rattristato l’intero movimento sindacale. Ho condiviso con Guglielmo per quattro anni l’impegno sindacale nei marosi delle trasformazioni che già in quell’epoca hanno interessato il mercato del lavoro, le politiche contrattuali, le vicende sociali esacerbate ancor più dalla crisi finanziaria originata negli Stati Uniti; e che hanno ferito fortemente anche le condizioni dei lavoratori italiani, ferite che ancora non sono state sanate.

Non sempre siamo stati d’accordo, ma abbiamo condiviso soluzioni unitarie date ai problemi con lealtà e senza rotture irreversibili. Infatti per cultura e indole caratteriale non amava le contrapposizioni, ed anzi nutriva rispetto e curiosità per le altre posizioni, avendo un ancoraggio solido di convinzioni che si rifacevano alla cultura umanistica della sua antica appartenenza al movimento socialista.

Paziente e tollerante, aperto al dialogo, ha dato alla Cgil un contributo importante per permettergli di restare saldamente tra i lavoratori, pur dovendo affrontare nodi non facili per i cambiamenti avvenuti su scala mondiale. In quel periodo il Sindacato confederale ha svolto un ruolo di primo piano sul sociale, sull’economia, ed anche sulle questioni istituzionali.

Non c’era governo che non privilegiasse il confronto con le organizzazioni del lavoro per rafforzare la coesione sociale nazionale: insomma eravamo ancora lontani dal periodo in cui le forze politiche, perché più deboli,  tentassero di annettere a se stesse ogni ruolo che è più sensato svolgere nel coinvolgimento di tutti i soggetti attori, soprattutto nella realtà sempre arroventata del lavoro italiano.

Nei confronti con i governi i temi di principio per Epifani erano sempre importanti, e non  amava né posizioni estremiste, né plebeismi di sorta, pur presenti in situazioni ingarbugliate di territori o fabbriche. Insomma, durante il suo permanere nel sindacato confederale l’armonia sempre impegnativa da ottenere si è avuta. Poi, come si sa, transitò in politica avendo desiderato molto completare il suo impegno personale nelle istituzioni.

Lo abbiamo notato, da deputato, segretario del Pd e nei ruoli istituzionali assegnatigli, lo stesso approccio pacato, schivo, lontano da esagerazioni. Guglielmo lo ricorderemo certamente come un militante sindacale e un politico sì di parte, ma certo persona consapevole del fatto che in una società complessa la ricerca dell’intesa e della collaborazione è il solo modo di far contare davvero gli interessi della gente. Gli scontri, il populismo come base per fare consenso, costituiscono invece il modo peggiore di servire i lavoratori e gli interessi generali della Nazione.

La confusione della politica.

Colorful paper confetti

È sufficiente ricordare tre concetti, peraltro fondamentali, della nostra cultura cattolico popolare,  democratica e sociale per mandarci un po’ in crisi quando si parla di cattolici, di politica e di  partiti. Ovvero, quando si parla di “giustizia sociale”, di “difesa e promozione dei ceti popolari” e  di “qualità della democrazia” facciamo molta fatica a capire chi interpreta e declina  concretamente oggi, senza la solita e nauseante propaganda altezzosa ed arrogante, quei  concetti che da sempre caratterizzano e accompagnano il nostro filone ideale.  

Certo, un tempo le cose erano più semplici. Per fare solo alcuni esempi, seppur schematici, del  passato noi sapevamo quali erano le forze politiche e, soprattutto, i leader politici nazionali che  intercettavano quelle sensibilità e che si battevano per tradurre quei principi e quei valori in azione  politica e legislativa concreta. Se, ad esempio, Carlo Donat-Cattin era il leader della sinistra  sociale e sindacale della Democrazia Cristiana, Franco Marini è stato per molti anni il punto di  riferimento più significativo della corrente dei Popolari nei vari partiti dopo la fine della Dc e la  chiusura forse troppo frettolosa del Partito Popolare Italiano. Se il centro sinistra, per svariati  lustri, ha saputo interpretare la domanda di giustizia sociale, la difesa degli interessi dei ceti  popolari e di chi ne aveva più bisogno oltre che ad essere l’alfiere della cosiddetta qualità della  democrazia nel nostro paese – e di alcuni partiti che si riconoscevano in quella coalizione – oggi  tutto ciò è francamente più difficile e più complicato da decifrare.  

In altre parole, quali sono, concretamente e senza retorica, le forze politiche e i leader politici che  oggi interpretano visibilmente quei valori e che incarnano di fronte all’opinione pubblica quella  linea e quel progetto politico? Non si tratta di riprendere la vecchia e un po’ stantia discussione  sull’esaurimento, o meno, della coppia simbolica e post ideologica destra/sinistra ma è indubbio  che i tradizionali punti di riferimento sono evaporati e oggi, al di là delle formalità, è tutto più  fluido. Fuor di metafora, quando si dà quasi per scontato che in tutte le periferie delle grandi città  italiane che andranno al voto nel prossimo autunno permane una prevalenza politica ed elettorale  delle forze politiche riconducibili al centro destra sorge spontanea una domanda: e la cosiddetta  sinistra da quelle parti non ha più nulla da dire? Quando si dà quasi per altrettanto scontato che  alcune preoccupazioni principali che interessano direttamente milioni di cittadini – dalla sicurezza  del territorio al governo della giustizia, dalla tassazione ai diritti sociali – sono scivolati  misteriosamente ma irreversibilmente dalla sinistra storica alle forze cosiddette di centro destra è  persin ovvio che si arriva alla conclusione che sono saltate definitivamente le tradizionali  appartenenze ideologiche e, forse, anche le singole scelte politiche dei cittadini. 

Di qui la difficoltà a comprendere sino in fondo le attuali dinamiche politiche e, soprattutto, la  presa d’atto che sono saltate le letture del passato che distribuivano in modo quasi dogmatico le  patenti di destra e di sinistra a seconda dei ceti sociali che i partiti rappresentavano  concretamente nella società italiana. Certo, quando si dice che la sinistra italiana, cioè il Pd,  interpreta alla perfezione i desideri, le ansie, le preoccupazioni, le domande e il “sentiment” delle  varie “zone ztl” si dice una profonda verità ma si consegna anche una immagine che quel partito  si autoqualifica di sinistra ma interpreta i bisogni di un pezzo di società agiata, borghese, alto  borghese e benestante. Altrochè la promozione e la difesa dei ceti popolari….E quando sul tema  della democrazia le principali battaglie sulla modifica della Costituzione sono arrivate da  esponenti e leader politici che guidavano partiti di sinistra – penso ai referendum di Renzi – o gli  immancabili richiami “giustizialisti” di larghi settori della sinistra italiana, diventa francamente  difficile coniugare tutto ciò con la cultura progressista, sociale e democratica. 

Ecco perchè, forse, è giunto anche il momento per recuperare sino in fondo il patrimonio, il  magistero e anche l’esempio di quei partiti e di quei leader politici che quando si qualificavano di  sinistra o di centro sinistra lo erano veramente. Ma non perchè lo predicavano con saccenza  politica, con arroganza culturale e con spocchia moralistica ma per il semplice motivo che lo  vivevano quotidianamente. Cioè, per sensibilità, per status e per cultura. Solo così parole e  concetti come “giustizia sociale”, “qualità della democrazia” e “difesa e promozione dei ceti  popolari” potranno nuovamente avere un significato coerente e partiti e politici che li difendono e  li declinano con altrettanta coerenza e credibilità.

Con la Cina dialogo, ma non pavido silenzio

A nemmeno sei mesi dall’inizio del mandato presidenziale Joe Biden viene in Europa per dedicarvi non poche giornate il cui obiettivo è chiaro: il rilancio dell’alleanza fra le democrazie occidentali all’insegna dei comuni valori liberali. Un approccio multilaterale e collaborativo a giudizio della Casa Bianca indispensabile per affrontare col realismo necessario il Dragone cinese, ritenuto un problema crescente, se non addirittura IL problema di questo secolo.

La differenza con Trump, che pure aveva individuato nella Cina l’avversario principale dal quale guardarsi, è proprio nella ricerca di una comune intesa fra gli europei e, in Oriente, India, Giappone, Australia, membri dell’alleanza QUAD, oltre ad altri storici amici degli USA a cominciare dalla Corea del Sud, in luogo del precedente atteggiamento muscolare unilaterale.

Ma la sostanza, in questo campo, è la medesima: Pechino è un insidioso avversario portatore di una concezione totalitaria del potere, e pertanto da non sottovalutare affatto. Anzi, da contenere. Con un po’ di ritardo, ma forse la UE ha compreso la portata del messaggio proveniente da Washington e questa visita si incaricherà di confermarlo. Certo è che la “sospensione” da parte europea degli “sforzi per ratificare l’intesa sugli investimenti” sottoscritta con i cinesi lo scorso dicembre non è stata casuale, anche nella sua motivazione: un clima reciproco “non favorevole”.

Del resto che l’approccio meramente commerciale adottato dagli occidentali negli anni della globalizzazione seguiti al massacro di piazza Tienanmen del 1989 non sia stato un successo lo testimoniano numerose asimmetrie registratesi nel tempo fra gli impegni assunti dalla Cina e la loro concreta realizzazione, dalla partecipazione al WTO agli accordi disattesi su Hong Kong (la cui sovranità, ormai violata, avrebbe dovuto essere assicurata almeno sino al 2047).

Le ambizioni non negate che stanno dietro alla Belt & Road Initiative e quelle, pure esse alquanto trasparenti in controluce, che Pechino riversa ormai su Taiwan hanno aperto gli occhi pure a quanti li avevano volutamente chiusi nella finta illusione che le riforme politiche avrebbero senza dubbio fatto seguito allo sviluppo economico raggiunto anche grazie ai fitti rapporti commerciali instaurati con l’Occidente.

Al contrario, gli anni di Xi Jinping (ovvero dal 2013 ad oggi) hanno visto la decisa involuzione di ogni timida apertura verso un minimo di democrazia: il segretario-presidente ha abolito il limite dei suoi mandati, ha inserito in Costituzione il proprio pensiero (onore sino a prima toccato solo a Mao Zedong, padre della Patria), ha eliminato i suoi avversari interni e, come detto, ha imposto di fatto il comando cinese su Hong Kong.

Ma forse è una vicenda che sino a qualche tempo fa era poco o nulla conosciuta in occidente a rivelare il vero volto del regime: la sistematica campagna di annichilimento della minoranza musulmana uigura, nel nordovest dell’immenso Paese, lo Xinjiang, condotta attraverso l’impiego di “campi di rieducazione” nei quali viene praticato il lavaggio del cervello a persone allontanate dalle loro famiglie, deprivate della propria volontà, separate dai propri bambini, forzatamente – nel caso delle donne – sterilizzate. Come oramai puntualmente denunciato da numerose istituzioni internazionali. 

Ora, avere relazioni d’affari con una potenza mondiale come la Cina è senz’altro necessario. Persino inevitabile. Ma non al costo del silenzio, della passività, dell’obnubilamento della politica. Il rispetto dei diritti umani è un valore che l’Occidente non può svendere per un qualsiasi vantaggio commerciale. Questo è quanto Biden dirà, fra l’altro, agli europei.

Adolescenti e linguaggio dei social

Ogni generazione ha un suo linguaggio prevalente e molte delle incomprensioni tra giovani e adulti derivano proprio dalle reciproche specificità espressive.

Non si tratta solo di tratteggi semantici, di approccio narrativo, di forma.

Ci sono anche i contenuti, le ricorrenti analogie del dire e del fare che riflettono la corrispondenza con le esperienze di vita e i modi di pensiero e che sono lo specchio dei tempi e dei luoghi dell’esistenza.

Gli stili espositivi replicano gli stili di vita.

I bambini, i ragazzi di oggi si esprimono con più facile disinvoltura, sono più svincolati dai codici espressivi consegnati dalla famiglia e dalla scuola, a volte usano una terminologia ripetitiva e generalista, quasi disarmante.

Tra di loro però si capiscono e questo rafforza il teorema del gap generazionale.

E poi c’è tutto il mondo delle nuove tecnologie, dei telefonini, del rap e della musica metal: un mondo di marchingegni e diavolerie che ha affinato certe competenze e certe abilità a discapito di altre.

Non dobbiamo però vedere tutto in termini negativi, anche il nostro punto di vista è in fondo relativo.

Mi sembra che il linguaggio dei giovani meriti più benevolenza critica e più indulgenza emotiva di quanto gli venga solitamente riservato.

Molta parte di quelle debolezze espressive che riconosciamo in modalità comunicative spicce e leggere è anche da attribuire alla lunga deriva di “deregulation” che il mondo degli adulti ha applicato a se stesso.

Abbiamo accarezzato la lusinga della società complessa per affrancarci da punti di riferimento esistenziali che comportassero regole e obbedienze, puntando sulla facilitazione come chiave di approccio e di lettura alle cose della vita, abbiamo cavalcato la teoria del ‘più pratica e meno grammatica’ e adesso non ci resta che ‘goderci’ la ricaduta di queste scelte.

Non possiamo però valutare i ragazzi solo in base al parametro dell’impoverimento linguistico, non possiamo generalizzare. 

Trovo in molti giovani una maturità e una consapevolezza dei valori addirittura superiore a quella di certi loro genitori disimpegnati e bamboccioni.

Anche se abbiamo codici espressivi diversi, se usiamo termini non collimanti, con questi ragazzi ci si può intendere: ci vuole disponibilità all’ascolto, ci si può capire.

I loro intercalari non sono il senso compiuto del messaggio che a volte, parlando, rivela consapevolezze imprevedibili anche se ci colpisce di più il linguaggio colorito, effervescente, irrituale, spesso banale, la terminologia sempre nuova e aggiornata, a volte persino indecifrabile, le cadenze, la ripetitività lessicale.

Se non si parla con loro, se non si dialoga non si migliora il senso e il contenuto della comunicazione e non si offrono opportunità di arricchimento espressivo.

Ricordo una ragazzina ascoltata in tribunale che raccontando i suoi vissuti e la caduta nel mondo della droga, rimproverava alla famiglia e alla scuola di non averle mai impartito una buona educazione sentimentale. Penso sia questa la vera carenza formativa, oggi.

Dovrebbero girare più libri e vocabolari nelle nostre scuole, per abituare i ragazzi ad utilizzare gli idiomi più pertinenti, per non disperdere il patrimonio linguistico della nostra cultura.

Come ha sollecitato l’attore Pierfrancesco Favino, in occasione del recente conferimento dei David di Donatello, le scuole dovrebbero aprire le porte al teatro, alla musica e alle arti figurative.

Il mondo ‘esterno e parallelo’ dei social ha soppiantato i canali tradizionali di trasmissione della cultura e le stesse relazioni umane. Il web resta pur sempre un universo sconosciuto denso di incognite, con accessi facilitati e ritorni difficili, ci sono pochi semafori lungo il cammino e molte occasioni di perdersi in un labirinto senza regole e privo di codici etici di comportamento, non ci sono precettori di buone maniere ma imbonitori e influencer che offrono modelli ispirati all’apparire piuttosto che all’essere. Tutto questo sollecita pulsioni e comportamenti divergenti, che spesso utilizzano linguaggi ed esempi violenti o ammantati da codici semantici e simbolici poco edificanti. 

Ma il gergo disimpegnato dei nostri figli non può essere di impedimento al dialogo che tocca pur sempre a noi attivare e mantenere desto.

Ad esempio guardando con simpatia, curiosità e rispetto il mondo dei loro sentimenti che trasuda ricchezza interiore e si esprime nei modi spumeggianti di un linguaggio frettolosamente giudicato povero e banale, a volte irriverente.

“Nel senso….cioè”, per usare un’espressione ricorrente tra gli adolescenti,  che sono gli adulti che spesso danno il cattivo esempio.

Come ci ha insegnato Seneca: “Longum iter est per praecepta, breve et efficax per exempla”. Lunga è la strada che passa per gli insegnamenti, breve ed efficace quella attraverso gli esempi. (Seneca-Epistulae ad Lucilium -VI-5).

Il primo orologio del clima installato nella sede del Ministero della Transizione ecologica

È stato inaugurato il primo Climate Clock italiano, alla presenza del Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e dell’Amministratore delegato del Gestore dei Servizi Energetici (GSE SpA), Roberto Moneta. Il grande orologio, installato in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente – che si celebrerà il 5 giugno – indica in poco meno di 7 anni (6 anni e sette mesi) il tempo utile, secondo gli scienziati del MCC (Mercator Research Institute on Global Commons and Climate Change), per adottare comportamenti e interventi che limitino a 1,5° gradi l’aumento della temperatura media del pianeta. Un tempo che, naturalmente, può variare a seconda delle iniziative che saranno prese a livello globale.

Nato sulla scia della campagna internazionale inaugurata il 19 settembre 2020 dagli artisti Gan Golan e Andrew Boyd con il Climate Clock installato sulla facciata del Metronome di Union Square a Manhattan, l’orologio italiano indicherà anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo, oltre a citare il pensiero di sei fra artisti, scienziati e attivisti noti per il loro impegno verso l’ambiente e la natura.

“Nei prossimi mesi ci attendono sfide fondamentali, dal G20 Ambiente, Clima ed Energia fino alla Cop26 sul clima a Glasgow, passando per la Youth4Climate e la PreCop che ospiteremo nel nostro Paese”, ha dichiarato il Ministro Cingolani. “L’orologio del clima che inauguriamo sulla facciata del MiTE da oggi dialoga in contemporanea con quello già installato anche a Glasgow. Il tempo che questi orologi indicano è il tempo che abbiamo per agire. Un tempo che possiamo invertire. La transizione ecologica è lo strumento principale per spostare queste lancette e liberarci dalla spada di Damocle dei rischi a cui ci espongono i cambiamenti climatici. L’ora che segna è l’ora della volontà”.

L’installazione ha, infatti, l’obiettivo di sensibilizzare le coscienze dei cittadini sul tema dei cambiamenti climatici, in modo che ognuno possa sentirsi parte di un percorso condiviso, che condurrà a un futuro a basse emissioni di carbonio.

“La battaglia contro il riscaldamento globale è la sfida del XXI secolo”, ha dichiarato l’Amministratore delegato del GSE Roberto Moneta, spiegando che si tratta di “una sfida che richiede una decisa accelerazione per essere vinta. Le energie rinnovabili saranno le leve principali e “agire” la parola chiave per esprimere quel cambiamento culturale necessario ad aggiungere tempo prezioso alla “lifeline” del nostro Pianeta. Promuovere lo sviluppo sostenibile è la nostra missione. Ogni azione del GSE è rivolta a incentivare e supportare cittadini, imprenditori, professionisti e Istituzioni nel percorso di transizione energetica del nostro Paese per il raggiungimento degli obiettivi al 2030 e al 2050. Con l’indirizzo del MiTE”, ha concluso Moneta, “sapremo lasciare una nuova impronta ambientale per le future generazioni”.

Collocato all’ingresso della sede del MITE in via Cristoforo Colombo a Roma, l’orologio del clima rientra nelle numerose iniziative previste dal Ministero della Transizione Ecologica di avvicinamento alla Conferenza sui cambiamenti climatici (COP 26) che si terrà a Glasgow, in Scozia, dall’1 al 12 novembre 2021.

Le citazioni riprodotte nel display dell’orologio sono le seguenti: “La CO2 è come il sale, indispensabile alla nostra vita, ma velenosa se in eccesso” del chimico James Lovelock, “Non abbiamo più tempo per essere pessimisti” dell’analista ambientale e fondatore del Worldwatch Institute, Lester R. Brown, “Il futuro ci giudicherà soprattutto per quello che potevamo fare e non abbiamo fatto” del regista Ermanno Olmi, “L’immutabilità è il mutare della Natura” della poetessa Emily Dickinson, “La gestione sostenibile delle nostre risorse naturali promuoverà la pace” del premio Nobel per la pace Wangari Maathai e “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli” del Capo nativo americano See-ahth.

Tutte le informazioni e i dati relativi all’iniziativa Climate Clock sono reperibili sul sito: https://climateclock.world/

La Cdu ha retto, l’ultradestra tedesca ha fallito la ‘spallata’

Articolo pubblicato sulle pagine di AGI a firma di Roberto Brunelli

“Un risultato sensazionale”, lo definisce Paul Ziemiak, il capo organizzativo della Cdu, a urne ancora calde. In effetti, nel temutissimo voto in Sassonia Anhalt la Germania non si è assistito al sorpasso dell’ultradestra sui cristiano-democratici, come profetizzato dai sondaggi. Anzi, la Cdu è andata ben oltre le aspettative, ottenendo il 35,9% dei voti, staccando di oltre 13 punti l’Afd, che non va oltre il 22,7%.

Niente “spallata” dell’ultradestra, mentre il partito che fu di Adenauer e di Kohl vede aumentare, in barba alle lacerazioni interne, le chances per Armin Laschet, il suo contestato leader, nella corsa alla cancelleria dopo 16 anni di era merkeliana.

Nel dettaglio, stando alle proiezioni Infratest-dimap per il primo canale pubblico Ard, oltre all’Afd – che pure insiste nel dirsi “soddisfatta” del risultato, dato che comunque si conferma seconda forza politica in questo Land dell’ex Ddr – gli altri perdenti della contesa sono certamente l’Spd, che precipita all’8,3%, così come i Verdi, che vedono limitate le proprie ambizioni ad uno striminzito 6,5% dei consensi, sideralmente lontani dal 22% ottenuto nei sondaggi nazionali.

Altro dato importante la performance dei liberali dell’Fdp, che con il 6,4% dei voti supera la soglia del 5% riuscendo così a rientrare nel parlamento regionale, mentre la Linke, il partito della sinistra, ottiene il 10,9%: rappresenta un calo di oltre 5 punti rispetto al 2016, con ciò mettendo a segno il suo risultato storicamente peggiore in Sassonia Anhalt.

Per quanto riguarda l’Afd, è un risultato dal doppio taglio: da una parte la sua forza rimane quasi intatta rispetto all’exploit di cinque anni fa, dall’altra le promesse della vigilia che questo sarebbe stato “un voto shock”, la cui onda lunga si sarebbe sentita fino all’apertura delle urne nazionali di fine settembre, risultano come minimo smorzate.

In sostanza, a soli tre mesi e mezzo dalle elezioni federali, il voto della Sassonia Anhalt viene letto dai vertici della Cdu come “un segnale” per Berlino, allontanando almeno un po’ le ombre legate alle lacerazioni interne e ai dubbi circa la ‘debolezza’ del candidato Laschet. “Certo che ci porta una spinta per Berlino”, corre a dichiarare il capogruppo Cdu/Csu Ralph Brinkhaus, secondo il quale questo voto dimostra che i cristiano-democratici “sono capaci di governare anche con Laschet” alla guida.

Dal punto di vista delle costellazioni di governo, l’esito del voto sembra indicare la continuazione dell’attuale governo in Sassonia Anhalt con la coalizione formata da Cda, Spd e Verdi, anche se in teoria a questo punto sarebbero possibili pure una maggioranza formata da Cdu Verdi e liberali oppure un allargamento dell’attuale alleanza all’Fdp. “Io comunque parlerò con tutti i partiti democratici”, ha annunciato subito il governatore Haseloff.

Qui l’articolo completo

Bisogna rivedere i metodi e le virtù dei coraggiosi ricostruttori dell’Italia

Resilienza dal latino resilire che significa rimbalzare. Non può che essere questo il risultato del Recovery Plan. Si è anche qualificato come un impegnativo programma per la new generation europea. Crescita e resilienza non sono automatiche. Bisogna governare (gubernare dal latino ‘reggere il timone’) perché le scelte ottengano i risultati desiderati.

Mai prima d’ora -nemmeno il piano Marshall, fatte le debite proporzioni- l’Italia fu provvista di una massa così ingente di fondi da investire, e non per ripianare debiti. Con meno di 100 miliardi a fondo perduto, tutti gli altri (il totale è di poco superiore a 248 miliardi di euro) sono prestiti da restituire entro un trentennio a tassi minimi. Nessun altro Paese della Unione ha ricevuto una dotazione tanto ampia e quindi si spiega l’interesse di tutti gli altri Stati membri perché l’Italia rispetti i patti e le scadenze. Ma anche le generazioni future hanno il medesimo interesse perché il debito pubblico – enorme – se non diventa “buono” (conio Mario Draghi) ricadrà sulle loro spalle. Per questo motivo è indispensabile che si riproducano, attualizzate, le virtù dei governanti che ricostruirono l’Italia e che procurarono il boom economico degli anni ‘60. Maggioranze e opposizioni hanno la responsabilità di sostenere le scelte che si sono decise perché dovranno, nelle alternanze possibili di governo, continuarne l’attuazione. Credo sia utile rivedere metodi e virtù dei coraggiosi ricostruttori dell’Italia: come vivevano anche le loro vite private, i tempi di decisone, la severità nel rispettare i fondi pubblici. Si studi come furono progettate, finanziate e attuate le grandi opere che hanno reso l’Italia uno dei Paesi G7.

Al rigore freddo delle norme e della contabilità la classe politica dovrà infondere il ‘gusto del futuro’, perché il cambio di passo che il Paese crede di intuire faccia raggiungere le mete indicate. Il piano attuativo del Recovery indica con precisione le scadenze e le riforme richieste, per cui nel caso non fossero rispettate, non solo non otteremmo le rate dei finanziamenti ma addirittura dovremmo restituirle.

I pilastri di questo importante augurio all’Italia sono la cornice europea, il Sud, la modernizzazione del Paese. Senza Europa – gli Stati Uniti d’Europa – ogni Stato europeo per quanto grande e importante, non potrebbe competere con le economie e gli sviluppi socioculturali dei giganti a est e a ovest, Cina, India, Stati Uniti, Russia.
Senza il Sud, completamente recuperato e integrato alle infrastrutture nazionali, l’intero Paese manterrebbe una zavorra ai passi avanti di cui siamo capaci. Perciò Sud, Sud, Sud! Il turismo e l’industria agroalimentare hanno bisogno di strutture, tempestivamente adeguate.

Anche un’industria pesante come l’ILVA, deve trovare finalmente pace; i progetti erano pronti da almeno due governi fa: perché tanto ritardo? La tecnologia e la buona volontà possono rendere compatibile una grande industria con l’ambiente e la salute. L’Italia non può rinunciare alla materia prima che aiuta la sua manifattura ad essere la seconda in Europa. L’altro grave ritardo che riguarda anche la modernizzazione del Paese è lo scandalo Alitalia. Per una inutile italianità, in Europa e nel mondo sono stati bruciati miliardi senza mantenere i livelli occupazionali e assicurare una compagnia di bandiera competitiva.
Come dimenticare la situazione scandalosa in cui versano ancora i territori colpiti dal terremoto decenni fa. Ci sono modi e metodi per rimuovere gli ostacoli alla velocizzazione, nella legalità, e consentire alle popolazioni e ai territori di tornare alla invocata, ma disattesa da troppo tempo, normalità.

La modernizzazione del Paese corre su due binari, quello digitale e quello della trasformazione ecologica: entrambi fautori di nuova occupazione e di miglioramento ambientale. Tutto è sostenuto da una architrave che è la Next generation eu, istruzione, formazione continua e ricerca. Anche questo ambito esige l’armonizzazione fra Nord e Sud. Lo stesso criterio deve guidare la programmazione e il controllo dei servizi sanitari perché, come è apparso evidente a tutti a causa della pandemia, devono essere garantiti secondo i principi e i diritti fondamentali che la nostra Costituzione da oltre settant’anni promette: uguaglianza di tutti i cittadini, da Nord a Sud, senza diseguaglianze territoriali; equità e perciò a ciascuno secondo il suo bisogno nella migliore qualità possibile e, infine, equità per garantire gli accessi a tutti.

È dibattito attuale utilizzare strumenti che rendano possibile raggiungere gli obiettivi entro il 2026, come richiesto dal Recovery Plan. Tre sono le spine che le forze politiche si stanno reciprocamente infliggendo e riguardano gli appalti (la velocità delle procedure si può ottenere senza il massimo ribasso, anzi!). I livelli occupazionali hanno bisogno di flessibilità ma non di blocchi. Il personale, indispensabile per far funzionare qualsiasi ingranaggio del Paese, deve essere preparato secondo necessità e reclutato secondo le regole. Per esempio i concorsi, qualora necessari per immettersi nella PA, devono essere periodici e continuativi per non trovarci come ora con carenza di medici, infermieri, operatori ai vari livelli non solo in sanità ma anche nella scuola. In questo servizio – il più delicato del Paese – si formano sacche di precariato, seguite da inique sanatorie.

Maria Paola Colombo Svevo, una cattolica democratica libera e forte. Presentazione del volume di Maria Chiara Mattesini.

Mercoledì 9 Giugno 2021 dalle ore 18,30 alle ore 19,30  andrà in onda un  Webinar   dal titolo  “Maria Paola Colombo Svevo, una cattolica democratica libera e forte”

Il Webinar prende spunto dal  libro di Maria Chiara Mattesini., “Maria Paola Colombo Svevo, una cattolica democratica libera e forte” editore Laterza, Bari 2021.
La  Mattesini è una giovane studiosa col “vizio” di non accontentarsi delle biblioteche peri andare sul campo a ricercare e intervistare.

Il suo saggio ha innanzitutto il pregio di mettere a fuoco una protagonista della democrazia italiana, che ha contribuito a cambiare i costumi, la mentalità, le leggi senza squilli di trombe, stendardi, applausi per proporla alle nuove generazioni.

Un atto di giustizia nei confronti delle tante donne di cui la storia non conserva memoria ed è un esempio per le nuove generazioni, perché, come scrive Giuseppe Guzzetti nella prefazione, definendola «mite e forte»:  «Ai giovani che, non senza qualche buon motivo, reputano la politica una cosa “sporca” da cui stare alla larga; ai milioni di italiani che non vanno più a votare perché i partiti non consentono loro di essere protagonisti della democrazia partecipata (…) abbiamo bisogno di dare idee forti serie e meditate, ma soprattutto di fare loro conoscere testimoni che hanno speso la loro vita per un Paese più coeso, più giusto, per una democrazia forte nelle sue istituzioni parlamentari e nel pluralismo istituzionale»..

Giuseppe Notarstefano nominato nei giorni scorsi Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

Il professore Giuseppe Notarstefano è il nuovo Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il triennio 2021-2024. È stato nominato nei giorni scorsi dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, che lo ha scelto all’interno della terna di nomi che il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana ha indicato dopo la conclusione della XVII Assemblea nazionale dell’Associazione.

Siciliano, 51 anni, Giuseppe Notarstefano vive a Palermo con la moglie, Milena Libutti, e il figlio, Marco, di 12 anni. È ricercatore di Statistica economica e attualmente insegna all’Università Lumsa sede di Palermo. L’esperienza associativa, e in particolare il servizio educativo e l’impegno sociale, hanno accompagnato le diverse fasi della sua vita: è stato responsabile diocesano dell’Acr nella diocesi di nascita (Agrigento); poi, dal 1999 al 2005, responsabile nazionale dell’Acr, componente del Centro studi di Ac, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto “Vittorio Bachelet”, Consigliere nazionale per il settore Adulti e dal 2014 vicepresidente nazionale Ac per il settore Adulti.
Collabora attualmente come esperto all’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei e dal 2016 è componente del Comitato scientifico organizzativo delle Settimane Sociali dei cattolici italiani. Coopera con numerose società scientifiche, tra le quali la Società Italiana di Economia Demografia e Statistica, del cui Consiglio direttivo fa parte. È membro della redazione di Aggiornamenti SocialiLa SocietàEsperienze Sociali e Dialoghi.
È inoltre autore di numerose pubblicazioni sui temi delle economie regionali, dell’impatto economico locale del turismo, dei metodi di valutazione delle politiche pubbliche, delle misure statistiche del benessere e della qualità della vita e dell’impatto dell’economia sociale.

Di seguito, la prima dichiarazione del neo Presidente Giuseppe Notarstefano, il saluto del Presidente uscente Matteo Truffelli, e gli auguri dell’Assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana, mons. Gualtiero Sigismondi.

La prima dichiarazione di Giuseppe Notarstefano, neo Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

«Vorrei innanzitutto esprimere la mia commossa gratitudine verso il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana e i Vescovi italiani per avermi voluto affidare il compito di rappresentare, coordinare e promuovere l’associazione in un “tempo difficile, imprevisto e inedito”, che rivela “anche segni di fiducia, motivi di gratitudine e nuovi sentieri di speranza (Messaggio della XVII Assemblea nazionale dell’Ac alla Chiesa e al Paese, 2 maggio 2021). Mentre mi accosto a questo importante servizio, grande è la percezione della mia personale inadeguatezza, resa più sopportabile solo dalla consapevolezza che ogni compito associativo è svolto nella corresponsabilità di tanti e nella cooperazione di tutti.

L’Azione cattolica mi ha accompagnato sin da ragazzo e in essa ho maturato un grande senso di riconoscenza: verso il Signore che mi ha donato questa strada da percorrere alla scoperta della gioia rigenerante del dono di sé e del servizio agli altri, soprattutto ai “più piccoli”, e verso la Chiesa, cui ho imparato a voler sempre più bene grazie alla compagnia di laici e sacerdoti “giardinieri sapienti”, che hanno seminato e coltivato in me un profondo desiderio di bene e di comunità. L’Ac è per me una lunga storia di amicizie bellissime: mi vengono subito in mente tutte le persone con cui ho condiviso gli scorsi anni di responsabilità a livello parrocchiale, diocesano e nazionale, i presidenti nazionali con i quali ho avuto modo di collaborare, e in particolare Matteo Truffelli, amico carissimo e compagno di strada, da cui ricevo un testimone particolarmente impegnativo.

Il primo pensiero, oggi, va tutti gli aderenti, a quanti simpatizzano con la bellezza e l’entusiasmo della nostra “passione cattolica”: ai piccolissimi, ai bambini e ai ragazzi, ai giovanissimi e ai giovani, agli adulti, nelle tantissime associazioni territoriali di base presenti ovunque nella nostra bella Penisola: un popolo davvero numeroso in questa città! Sono particolarmente grato a tutti e a ciascuno per aver riconosciuto questo tempo difficile come un’opportunità e l’associazione stessa come la forma resiliente e fraterna per viverlo nella gioia. Un grazie che si estende a quanti collaborano e lavorano per rendere più sostenibile la vita associativa.

È bello pensare che la vita associativa sia soprattutto un camminare insieme, prendendosi cura reciprocamente e concretamente gli uni degli altri, praticando la delicata arte dell’ascolto del cuore e del custodirsi spiritualmente, promuovendo un dialogo autentico tra diverse vocazioni, età e condizioni di vita. La gratuità, insieme all’umiltà e alla mitezza, sono le caratteristiche che papa Francesco ha sottolineato in occasione dell’udienza concessa al Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana lo scorso 30 aprile: “umiltà e mitezza sono le chiavi per vivere il servizio, non per occupare spazi ma per avviare processi. Sono contento perché in questi anni avete preso sul serio la strada indicata da Evangelii gaudium. Continuate lungo questa strada: c’è tanto cammino da fare!”

Voglio ringraziare ancora il Santo Padre per le sue parole cariche di affetto e stima e per la prospettiva indicata all’Ac di divenire sempre più una “palestra di sinodalità” a servizio della Chiesa italiana e del nostro Paese.

A nome di tutti noi rivolgo, infine, un pensiero grato e riconoscente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, guida autorevole in questa fase di delicata transizione della vita del Paese e delle sue istituzioni democratiche: la nostra associazione conferma il vivo desiderio di essere un piccolo seme di rinnovamento civile, ricercando percorsi fraterni e alleanze generative di amicizia sociale per promuovere il bene comune.

In Azione cattolica tutti abbiamo imparato ad amare senza riserve e a servire senza guardare l’orologio, perché amare e servire sono i verbi che coniugano la gioia del Vangelo come ci ha detto Vittorio Bachelet, modello luminoso per tante generazioni di aderenti e responsabili associativi.

Intercedano per noi le nostre sorelle e fratelli maggiori, venerabili, beati e santi dell’Azione Cattolica. A loro e a Maria, Madre del cammino e della strada, venerata nella mia cara terra di Sicilia come Odigitria, affido questo itinerario che inizia oggi, perché ci sorreggano e ci incoraggino a perseverare nella speranza».

Suor Maria Laura Mainetti è stata proclamata beata.

Suor Maria Laura Mainetti, uccisa con 19 coltellate il 6 giugno 2000 da tre ragazze minorenni a Chiavenna durante un rito satanico, è stata proclamata beata. La formula è stata pronunciata durante una messa nello stadio comunale del comune lombardo. Il martirio di suor Mainetti, che mentre veniva colpita chiedeva a Dio di perdonare le giovani, è stato riconosciuto da papa Francesco il 19 giugno 2020 perché compiuto “in odium fidei”.

Per monsignor Cantoni, la suora “ha respirato la fede in famiglia e nella sua comunità, perché non siamo cristiani da soli”. Conquistata dalla certezza, maturata da giovanissima al termine di una confessione, di “voler fare qualcosa di bello per Dio e per gli altri”, nella famiglia religiosa delle Figlie della Croce “suor Maria Laura ha trovato la scintilla ideale per sviluppare e portare a compimento il suo santo proposito”. La croce, sottolinea, “è l’espressione massima dell’amore di Cristo per ogni uomo, segno di una vita che è un continuo uscire da sé, per essere protesi verso i fratelli, in piena gratuità”.

La festa della nuova Beata, secondo il decreto papale letto durante la funzione, sarà celebrata proprio il 6 giugno, “giorno della sua nascita al Cielo”.

 

I 5 Stelle mettono il freno alla democrazia

Ha ragione il nostro amico Giorgio Merlo quando, ieri, su queste pagine parlava del modello 5 Stelle. Che però sembra essersi imposto come dominante in parlamento. Purtroppo qui Santoro, pur con tutte le riserve sul personaggio, credo colga nel segno. Quando il dibattito diventa a senso unico sulle questioni dirimenti per il futuro, la politica si riduce, non solo nel M5S, a quello che Giorgio ha indicato con dettagliato e crudo realismo.

Mi sbaglierò, ma la sensazione che avverto, è che nel Paese, dietro un’apparente ampia area di indecisi, cova una possibile ondata di astensionismo di massa capace di fare scendere la partecipazione al voto non alle comunali ma alle prossime politiche, ben al di sotto al 50%. Quanto spazio avrebbe un centro che solo avesse voglia di uscire dal proprio guscio e di stare sul pezzo, elaborando una strategia sull’enormità storica di processi che ci stanno passando sotto il naso senza che la politica se ne renda conto per tempo.

Ma il tempo per mettersi in gioco per il ’23 verosimilmente è già scaduto. Soprattutto perché, a mio avviso, mancano due elementi fondamentali per definire una proposta credibile agli elettori non entusiasti dello status quo:

– la volontà di riprendersi una autonomia culturale, di linguaggio, politica rispetto all’élite globale nella definizione di un’agenda dal basso, che rifletta gli interessi dei ceti medi, popolari e lavoratori.
(Per inciso: scommettiamo che quest’estate se il mainstream dicesse che devono arrivare gli extraterrestri, noi ripeteremo all’unisono questo mantra per paura di esser bollati come negazionisti dei marziani, e sosterremo senza riserve tutte le restrizioni apposite per far fronte alla nuova “minaccia” aliena?)

-in secondo luogo sembrano venuti meno per il suddetto compito i tradizionali soggetti capaci di organizzare gli interessi popolari, ormai indistintamente tutti cooptati a cause di ben altro valore secondo un parametro a loro però estrinseco (non dico sindacato, non dico cattolicesimo sociale, non dico corpi intermedi), ma vi è (forse) anche l’assenza di agenti di altro tipo interessati solo a condizionare l’orientamento elettorale, come fu fatto con il Movimento 5 Stelle, che di certo non si è autogenerato.

Cosicché i 5 Stelle rischiano di rappresentare l’emblema di ciò che succede quando si mette il freno a mano alla democrazia e si rinuncia a tentare di disinserirlo.
Non è mai troppo tardi per iniziare a farlo, abbiamo nella società italiana un oceano di interessi non più rappresentati che non chiedono altro.

Franco Marini: una eredità da non disperdere. Recensione del libro di Giorgio Merlo.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giovanni Cerro

Qual è il ruolo che i cattolici possono svolgere nelle democrazie odierne? Alla tradizione del cattolicesimo sociale può essere ancora riconosciuto uno spazio nella politica contemporanea? Il lavoro e la giustizia sociale possono essere valori decisivi in un tempo dominato dalla finanza e dalla globalizzazione? Queste sono alcune delle domande che emergono dalla lettura del volume che Giorgio Merlo dedica al ricordo della figura e dell’opera di Franco Marini, venuto a mancare all’inizio del febbraio 2021: Franco Marini, il Popolare, (Roma, Edizioni Lavoro, 2021, pagine 120, euro 15) con prefazione di Annamaria Furlan e introduzione di Gerardo Bianco. In pagine ricche di affetto e riconoscenza, Merlo ripercorre i momenti salienti della biografia di Marini, che si intreccia con le vicende della storia politica italiana del secondo dopoguerra.

Nato nel 1933 a San Pio delle Camere, paesino abruzzese a cui rimarrà sempre legato, Marini inizia giovanissimo la sua militanza nella Democrazia cristiana, così come il suo impegno in ambito sindacale, collaborando con Giulio Pastore. Nel 1985 diventerà segretario generale della Cisl, gestendo delicate trattative, come l’accordo con il governo De Mita sulla restituzione del fiscal drag ai lavoratori, e promuovendo la ricomposizione dello strappo che si era creato con la Cgil dopo il taglio alla scala mobile deciso dal governo Craxi. Come sottolineava lo stesso Marini: «Se mi si passa l’immodestia, posso dire che per un periodo sono stato il miglior contrattualista non della Cisl, ma di tutto il sindacato italiano».

Nel 1991, raccoglie il testimone di Carlo Donat-Cattin alla guida della corrente democristiana di Forze Nuove; in quello stesso anno, è nominato ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nel settimo governo Andreotti. Nel 1992 entra per la prima volta in Parlamento, superando nella circoscrizione di Roma Vittorio Sbardella, allora esponente della corrente andreottiana della Dc. Fondatore del Partito popolare italiano, ne sarà segretario dal 1997 al 1999, subentrando a Gerardo Bianco. Sarà inoltre una delle figure chiave per il passaggio dei “popolari” in seno alla Margherita, prima, e al Partito democratico, poi. Operazioni condotte senza mai abbandonare il suo sguardo critico sul presente. Nel 2006 è eletto presidente del Senato, riuscendo a imporsi per una decina di voti proprio su Andreotti. In questo itinerario, che unisce impegno nel sindacato, nella politica e nelle istituzioni, non manca una delusione: la mancata elezione a presidente della Repubblica nel 2013.

Nel suo libro, Merlo insiste sia sul ruolo di organizzatore politico svolto da Marini in fasi cruciali della storia nazionale recente, sia sulle sue intuizioni, come quella di indirizzare la cultura politica del cattolicesimo democratico e popolare verso il centrosinistra, a cui cercò di dare concretezza con determinazione. Marini, ricorda Merlo, non fu soltanto un uomo politico capace di operare difficili sintesi tra interessi diversi e di ricomporre fratture ritenute insanabili, ma anche esempio di rara intransigenza e di coerenza rispetto ai principi che dovevano essere per lui al centro della politica, quali appunto il lavoro, la giustizia, l’equità sociale, la solidarietà.

Merlo sottolinea quanto egli fosse in continuità con il pensiero e l’azione di Donat-Cattin, che nel settembre 1990, in un convegno svoltosi a Saint Vincent, lo aveva indicato pubblicamente come suo erede. Ad avvicinarli, oltre a un temperamento simile, vi era la comune formazione cristiana, mai intesa in chiave confessionale, la fedeltà alla democrazia e la lotta in favore del riconoscimento dei diritti di quelle che un tempo si sarebbero chiamate classi subalterne.

Marini, sostiene Merlo, ci ha trasmesso una preziosa eredità, che si fonda su precisi capisaldi. Anzitutto, la convinzione che la politica debba essere considerata lo strumento principale per individuare le contraddizioni della società e soprattutto per provare a risolverle. In secondo luogo, l’idea che i partiti e i sindacati sono un elemento centrale della vita democratica, a patto però che si fondino a loro volta su pratiche democratiche e partecipative, cioè che non si trasformino in organizzazioni personalistiche e oligarchiche, dominate da capi carismatici. Infine, l’opinione che non è possibile attuare riforme degne di questo nome e battersi in difesa dei bisogni degli ultimi e delle attese delle giovani generazioni senza progettualità e immaginazione politica e senza una classe dirigente all’altezza dei tempi. Il problema è se sapremo far fruttare questa eredità, senza disperderla.

Una primavera di Bellezza – L’Italia che Vogliamo

Il Centro Studi Aldo Moro, insieme a AMBIENTE e Il Domani D’Italia ha organizzato, per Lunedì 7 Giugno alle ore 18:30, un convegno-dibattito online dal titolo “Una primavera di Bellezza – L’Italia che Vogliamo” per discutere di tutela del territorio, salvaguardia del paesaggio, difesa dell’ambiente e promuovere una moratoria sulle energie rinnovabili.

Ne parleremo con autorevoli relatori Luisa Ciambella Vittorio Sgarbi Stefania Proietti Sindaco di Assisi Antonio Rancati Marco Frittella e Fiorello Primi

Vi invitiamo a seguire l’evento in diretta sulla nostra pagina e quella di AMBIENTE e Il Domani D’Italia

Identità digitale riconosciuta in tutta l’Unione europea

La Commissione di Bruxelles ha proposto un quadro per un’identità digitale europea che sarà disponibile per tutti i cittadini, i residenti e le imprese dell’Ue, valida e utilizzabile in tutti i ventisette Stati dell’Unione. I cittadini potranno dimostrare la loro identità e condividere documenti elettronici dai loro portafogli (wallet) d’identità digitale europea solo con l’uso dello smartphone. “Potranno accedere ai servizi online con la loro identificazione digitale nazionale, che sarà riconosciuta in tutta Europa. Le piattaforme molto grandi dovranno accettare l’uso di portafogli di identità digitale europea su richiesta dell’utente, ad esempio per dimostrare la propria età.

L’utilizzo del wallet sarà sempre a scelta dell’utente”, spiega la Commissione in una nota. “L’identità digitale europea ci consentirà di fare in qualsiasi Stato membro ciò che facciamo a casa senza costi aggiuntivi e con meno ostacoli. Sia affittare un appartamento o aprire un conto bancario al di fuori del nostro Paese d’origine.

E farlo in modo sicuro e trasparente”. Ha spiegato la vice presidente esecutiva della Commissione europea, Margrethe Vestager, che ha delega al Digitale. “In questo modo decideremo quante nostre informazioni vogliamo condividere, con chi e per quale scopo. Questa è un’opportunità unica per portarci tutti più a fondo nell’esperienza di cosa significa vivere in Europa ed essere europei”, ha concluso.

Covid: scoperti nuovi anticorpi in grado di inibire l’infezione

Anticorpi umani in grado di inibire l’infezione da coronavirus sono stati generati nei laboratori del Ceinge-Biotecnologie avanzate di Napoli ad opera dei ricercatori della task force Covid-19, progetto finanziato dalla Regione Campania. Un traguardo importante nella diagnostica e nella terapia del Covid-19 raggiunto, in particolare, dal team guidato da Claudia De Lorenzo, ordinario di Biochimica presso il Dipartimento di Medicina molecolare e Biotecnologie mediche dell’Università Federico II e principal investigator del Ceinge.

Gli studiosi hanno utilizzato una tecnologia innovativa, basata sulla selezione dei frammenti anticorpali sulla regione Rbd di Spike mediante “competizione” con il recettore (Ace2nel caso specifico).

Tale metodologia potrebbe consentire in futuro di isolare altri anticorpi “funzionali”, vale a dire specifici per determinate regioni dei bersagli molecolari con ruolo chiave nella patologia che si intende combattere. I ricercatori hanno inoltre generato tali anticorpi con un isotipo che non induce processi infiammatori, e che pertanto non dovrebbero provocare effetti collaterali indesiderati. I risultati sono stati ottenuti su colture cellulari in vitro e andranno poi confermati e validati in vivo. Gli anticorpi generati nei laboratori del Ceinge, per i quali è stata depositata la domanda di brevetto, riconoscono anche la proteina Spike di altri coronavirus e suggeriscono un loro potenziale impiego sia in campo diagnostico che terapeutico.

“Il nostro progetto nell’ambito della Task Force Covid-19 del Ceinge è stato finalizzato alla generazione di nuovi anticorpi umani utili per inibire l’infezione del virus Sars-Cov-2”, spiega Claudia De Lorenzo. “A tale scopo – aggiunge – abbiamo scelto una regione specifica della proteina Spike, che sappiamo essere presente sul rivestimento virale e che è responsabile dell’interazione con il recettore Ace2 sulla superficie delle cellule delle nostre vie respiratorie. A partire da vasti repertori di frammenti anticorpali umani, con tecniche di selezione per affinità, abbiamo identificato anticorpi in grado di legare specificamente la proteina Spike e alcuni di essi si sono dimostrati capaci di inibire l’infezione di colture cellulari umane del virus Sars-Cov-2 e della sua variante inglese”.

Il lavoro è stato pubblicato dalla rivista Scientific Reports (Nature Group) e ha visto la collaborazione dei teams di ricerca diretti rispettivamente da Massimo Zollo e da Nicola Zambrano, professori dell’Università Federico II e principal investigators Ceinge, con il contributo dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno. Nel gruppo di Claudia De Lorenzo hanno lavorato al progetto anche due giovani ricercatrici: Margherita Passariello, assegnista di ricerca, e Cinzia Vetrei, dottoranda, presso il Dipartimento di Medicina molecolare e Biotecnologie mediche della Federico II.

È Draghi il nostro vero tutor e sono i partiti a doversi muovere oltre il recinto delle loro convenienze.

Giorni fa si è festeggiata la Repubblica che ha già  tre quarti di secolo, ed a partire dal Presidente Sergio Mattarella, ogni considerazione riferita  a quel 2 giugno 1946 di fondazione, dopo il referendum che sancì la fine della monarchia, ha riguardato il confronto tra l’esperienza terribile del dopoguerra e quella che ancora stiamo vivendo della pandemia. 

Le città italiane erano un cumulo di macerie, le casse dello stato prosciugate, le famiglie a lutto per la perdita dei propri padri e figli, fratelli e mariti, eppure, come si è ripetuto all’unisono, gli italiani hanno affrontato la realtà con coraggio e determinazione e già dopo più di un decennio, nel mondo si parlava degli italiani come popolo capace di originare un boom economico difficile da rintracciare nelle storie dei vari popoli. 

Ora, a settantacinque da quella ripartenza, sono in grado classe dirigente e popolo di ritrovare quella stessa tensione morale ed intraprendenza? In quell’epoca i governi non distribuivano a piene mani bonus ai cittadini, le casse pubbliche erano vuote molto più di ora e i debiti di guerra pesavano come macigni sul futuro come ora. C’era da ricostruire strade, ponti, città, fabbriche e credito internazionale, ma gli italiani si diedero da fare, e con essi i rappresentanti delle istituzioni. 

Anche allora c’erano forti divisioni tra le forze politiche, ma erano divisioni che riguardavano la visione che si prospettava per lo sviluppo della società: da una parte la democrazia liberale, dall’altra il socialismo ad egemonia di una classe. Non erano dunque disfide sul niente come spesso avviene ora, eppure tutti collaborarono per ricostruire sul piano economico ed istituzionale la spina dorsale della nuova Italia. 

Ed invece ora? Al massimo, e per fortuna,  ci si è sforzati ad accettare Mario Draghi a capo di un governo, pur sempre con l’occhio ai calendari per il voto, ed a promettere bonus, salari non sudati, ristori. Ma il nostro debito è cresciuto al 160% del PIL per distribuire denari che non faranno altri denari, circostanze che se non avessimo le spalle coperte dall’Europa e dalla BCE, saremmo già facile pasto per gli avvoltoi della finanza internazionale. 

Si dirà che abbiamo la carta jolly dei 200 miliardi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza, e questo è vero, ma rischia di diventare come un acquazzone di agosto che si riversa su terreni argillosi in assenza di riforme. E bisognerà anche sperare che l’inflazione non rialzi la testa come sembra stia avvenendo. 

Se dovesse capitare, insieme ad un disallineamento dell’economia USA rispetto a quella europea, soprattutto grazie ad investimenti da capogiro di 20 mila miliardi di dollari, le banche internazionali aumenteranno i tassi di interesse e di conseguenza anche la BCE, ingrossando così ancor più il nostro debito. Insomma questi fattori potranno depotenziare la forza d’urto delle somme che impiegheremo, oltre ai piombi  ai piedi se si dovesse ancora persistere a mantenere il fallimentare status quo nella pubblica amministrazione, nel fisco, nella giustizia e nel lavoro,  che invece vanno immediatamente cambiati: fattori ormai incompatibili  con gli interessi delle famiglie, delle imprese e degli investimenti esteri. 

Le riforme su fisco, amministrazione pubblica, giustizia e lavoro dunque vanno fatte per premunirci da ogni accadimento pericoloso e per dare efficacia agli investimenti ed  evitare di essere risucchiati  nel girone della insostenibilità del debito, conclamata e certificata. Dunque ai capi di partito bisognerebbe dire con semplicità: abbiamo la fortuna di avere a capo del governo Draghi, che è una indubbia garanzia per i mercati internazionali e per l’Europa, ed allora si investa ogni propria ambizione di parte sugli interessi della Nazione. 

Il dividendo per il benessere di tutti sarà grande ed anche vostro in termini di prestigio. Infatti i capi dei partiti del primo dopoguerra, pur nella divisione, erano da tutti rispettati proprio per aver saputo costruire le premesse essenziali per il benessere. Quel benessere che però in questi ultimi anni si è indebolito.

 

Il “centro” e i 5 stelle.

Qualsiasi “partito di centro” e, soprattutto, qualunque “politica di centro”, sono semplicemente  incompatibili con tutto ciò che politicamente, culturalmente e storicamente hanno detto e fatto i 5  stelle in questi ultimi anni. È una considerazione, questa, persin scontata che non meriterebbe  alcuna ulteriore riflessione e si potrebbe chiudere qui la pratica. Ma, tuttavia, credo sia utile  avanzare almeno altre due valutazioni di merito. Sotto il profilo politico, come ovvio. 

In primo luogo chi coltiva e crede in una “politica di centro” – cioè in una politica che rifiuta e  respinge la radicalizzazione dello scontro politico, il giustizialismo manettaro, la demagogia anti  politica, il populismo come totem e la incompetenza e il pressappochismo come fari illuminanti  dell’azione politica – non può sottoscrivere un accordo politico e di governo con il partito di Grillo  e forse domani di Conte. Appunto, è politicamente impossibile perchè incompatibile. Fuorchè si  faccia ricorso, come è accaduto in questi ultimi anni, alla prassi del trasformismo opportunistico a  livello politico e parlamentare. 

In secondo luogo, e soprattutto, una “politica di centro” riformista e democratica, inclusiva e  socialmente avanzata, non può trovare una sintesi feconda e costruttiva con un partito che ha  fatto, e che fa al di là della propaganda spicciola, del populismo e della demagogia anti politica la  sua ragion d’essere. Perchè, alla fine, governare non può solo essere sinonimo di conservare il più  a lungo possibile il seggio parlamentare per garantire lo stipendio con il sistematico e perenne  terrore delle elezioni anticipate. Certo, si governa anche con una maggioranza parlamentare ma  non si possono fare scelte di governo significative e soprattutto incisive con l’unico obiettivo di  garantire il proprio status quo. 

Ecco perchè, per fermarsi solo ai titoli, chiunque intende recuperare, o rilanciare, o inverare o  declinare una “politica di centro” nella società contemporanea non può condividere quella prassi,  quella tradizione e quella cultura con l’esperienza dei 5 stelle. Non per un pregiudizio politico,  come ovvio. Ma, al contrario, per il rispetto della politica e del suo ruolo nella società italiana.  

La versione di Hamilton

Sul “Corriere della Sera” di oggi (ieri per chi legge) c’è una significativa intervista al pilota britannico più vincente della storia della F1, Lewis Hamilton. Di quelle da ricordare, perché non si ha la necessità di promuovere un libro in uscita e si può conversare a ruota libera (e a cuore aperto). Quando ciò riesce, vale la pena continuare ad alzarsi la mattina e comprare i giornali.

Sir Lewis Hamilton si trova in una fase dell’esistenza in cui non ha più molto da chiedere allo sport (tutti i record della F1 sono saldamente suoi) ma ha ancora molto da chiedere alla vita. Il desiderio di un maggiore impegno nel sociale emerge con forza, quasi balza fuori dalla pagina. Il giornalista se ne avvede e glielo chiede. Il campione quasi si schermisce (“non sono bravo in politica”) fingendo di non sapere che nel suo Regno Unito non esiste solo il numero 10 di Downing Street. Nel 2016 disse pubblicamente che al referendum sull’Unione Europea si augurava la vittoria del Remain perché “io mi sento di casa a Londra come a Bruxelles”. 

Uno sportivo che sa prendere le difese della collega Naomi Osaka, la giovane tennista – afroamericana – ritirata dal Roland Garros per problemi di depressione: “essere multati per aver parlato della propria salute mentale non è stato elegante, tutte le reazioni pubbliche contro di lei sono state ridicole. E’ una grande attivista e una grande atleta: ma ricordiamoci prima di tutto che è un essere umano”.

Ancora, il rimpianto per non aver potuto incontrare uno dei suoi miti di gioventù, Nelson Mandela, con la consapevolezza odierna: “Certo, se potessi rivederlo ora gli chiederei come ha fatto a prendere un thé con le guardie carcerarie che lo tenevano prigioniero a Robben Island”. 

Il tema del razzismo per il leader della F1 (secondo figlio di padre nero e madre bianca) è quasi una ragione di vita. Lo slogan black lives matter nello sport è opera sua e dei colleghi del basket NBA. Negli Stati Uniti il tema è esploso in conseguenza della morte di George Floyd, ma in Europa la spinta propulsiva risale a qualche mese prima. Certamente l’anno della pandemia ha giocato un ruolo importante “nel ripensare il nostro sport in modo diverso, più inclusivo”. Sono le parole di un futuro leader politico? Ai posteri l’ardua sentenza…

Quale futuro per Israele e Palestina?

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Simon Levis Sullam

È difficile riflettere a mente e cuore sgombri sulla situazione in Israele e Palestina, mentre in queste ore risuona il fragore dei missili dai due lati, si contano centinaia di morti e forse non si sono ancora del tutto placati gli episodi di violenza tra ebrei e arabi israeliani in alcune città dello Stato ebraico. La spirale di una guerra sproporzionata e asimmetrica ha ripiombato le diverse parti in causa del conflitto mediorientale in una situazione apparentemente senza via di uscita e di tragico, ripetitivo stallo che risale in questi schemi e forma almeno ai tempi del precedente conflitto tra Israele e Gaza del 2014. E che nuovamente radicalizza, per motivi e con finalità diverse, i due principali contendenti in primo piano: l’Israele di Netanyahu (capo del governo de facto da quasi un decennio) e la Gaza di Hamas, ma anche la West Bank di Mahmud Habbas, con sullo sfondo gli altri decisivi giocatori: dagli Stati Uniti, all’Iran e alla Turchia, ma anche la Russia, la Cina, l’Egitto e i firmatari degli accordi di Abramo, Emirati Arabi e Bahrein, non esclusa l’Arabia Saudita che formalmente non ne fa parte.

Nonostante tutto, vale la pena provare a fermarsi e riflettere – anche in questi giorni drammatici e senza che ciò costituisca una via di fuga dalla realtà o una mancata ferma critica della violenza da entrambi i lati ‑ su quello che i principali contendenti, israeliani e palestinesi, hanno in comune – che è anche ciò che profondamente li divide. E allo stesso tempo riflettere sulle possibili vie di uscita, almeno teoriche e affidate dall’immaginazione politica, a proposte alternative allo scontro frontale, tra quelle che sono state formulate nell’ultimo secolo a proposito di quella regione e dei suoi storici, viscerali conflitti. Non solo per ricordarsi, nel momento in cui ogni possibilità di dialogo e convivenza pare nuovamente impossibile, che queste idee sono state formulate. Ma anche per coltivare la speranza che – quando le armi finalmente taceranno di nuovo – si possa cominciare a ricostruire relazioni e nuove forme di convivenza senza partire solo dalla tragica conta dei morti e senza ricostruire cominciando esclusivamente dalle macerie: sia degli edifici distrutti, sia dei tessuti politici e sociali lacerati tra israeliani e palestinesi, tra ebrei e arabi cittadini israeliani.

Un tema concreto e simbolico drammaticamente condiviso da palestinesi e israeliani, e prima da arabi ed ebrei, è quello della terra: della terra di origine, promessa, contesa e condivisa. Come condivisa – o, almeno, idealmente ed emotivamente condivisibile – è stata ed è l’esperienza che ha preceduto la conquista della, o ha seguito l’espropriazione e il possibile ritorno alla madrepatria: cioè l’esilio. Ma è sulla terra che particolarmente vorrei fermarmi, proprio per rilevare il problema dell’attaccamento simbiotico alla madrepatria, come è stato coltivato ed espresso ad esempio sul piano letterario da palestinesi e israeliani. Penso alle dense pagine del racconto del noto scrittore palestinese Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole(1962, trad. it. Sellerio, 1991) e a quelle oggi non tra le più note dell’israeliano David Grossman, nel suo reportage nei Territori occupati, uscito alla viglia della prima Intifada (Il vento giallo, trad. it. Mondadori, 1988).

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La ricetta per la neutralità climatica nelle città

Efficienza energetica degli edifici, mobilità elettrica e condivisa, elettrificazione dei consumi finali e produzione locale da fonti rinnovabili. Questi gli ingredienti della ricetta per favorire la neutralità climatica delle città, responsabili oggi di oltre il 70% di emissioni di CO2 e sempre di più al centro del problema climatico.

È quanto emerge dallo studio “Verso Città Carbon Neutral. Scenario Verona”, realizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile in collaborazione con il Green City Network,con il sostegno di Volkswagen Group Italia e di AGSM AIM e il patrocinio del Comune,presentato il 20 maggio nell’ambito dell’iniziativa Agenda Verona Sostenibilità promossa dal gruppo editoriale Athesis.

Prendendo la città di Verona come paradigma delle città d’arte italiane,lo studio indaga il potenziale di riduzione degli impatti relativi al muoversi e all’abitare in città. Due aspetti che a Verona riguardano il 70% dei consumi energetici e che più di altri hannodirettamente a che fare con il modo di vivere dei cittadini e le loro abitudini. Nel caso del muoversi, ad esempio, lo studio evidenzia come il 90% degli spostamenti dei cittadini avvengano all’interno del contesto urbano, e cometali esigenze di spostamento siano per il 70% soddisfatte mediante auto private, con oltre 200 milioni di litri di carburanti consumati ogni anno. Dall’analisi del settore residenziale, si riscontra che l’85% delle oltre 122 mila unità abitative, distribuite in 25 mila edifici, risultano energeticamente poco efficienti con consumi energetici che per l’80% hanno a che fare con esigenze di riscaldamento, soddisfatte bruciando 145 milioni di metri cubi di gas metano.

A partire da queste evidenze, lo studio indaga il potenziale di riduzione dei consumi e delle emissioni associati a questi due settori mettendo in evidenza  come soluzioni organizzative efficaci e tecnologie efficienti consentirebbero di ridurre fino al 76% il fabbisogno di energia finale, determinando una riduzione di oltre l’80% delle emissioni di CO2, che passerebbero dalle attuali 815 mila a 150 mila tonnellate/anno, riducendo il fardello associato a ogni abitante da 3,14 a 0,59 tonnellate ogni anno.Ma non solo. Lo studio evidenzia anche come la riduzione del fabbisogno energeticosia la vera chiave di volta per rendere più agevole il cammino verso la completa decarbonizzazione dei consumi, rendendo possibile coprire il fabbisogno residuo di energia finale mediante produzione da fonti rinnovabili locali.

“Per la dimensione degli impatti che generano e per i potenziali di miglioramento che consentono –ha affermato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile- il contributo delle città nella mitigazione della crisi climatica è imprescindibile. Lo studio mette in evidenza sia il potenziale ancora inespresso di questo contributo, sia le possibili soluzioni da adottare nella transizione verso la neutralità carbonica. La transizione può compiersidando concretezza progettuale alle politiche promosse dal Green Deal europeo e alle risorse stanziate nel PNRR nel quadro di un modello di economia green e circolare”.

L’analisi di scenario proposta dallo studio guarda a un orizzonte futuro senza un obiettivo temporale definito, ma le ipotesi prese in considerazione nel modello di calcolo guardano a soluzioni organizzative e tecnologie assolutamente futuribili. E anzi, molte delle soluzioni prese in considerazione sono già oggi disponibili per avviare la fase di transizione.

Per quel che riguarda le esigenze di mobilità dei veronesi, ad esempio, lo studio evidenzia come rispetto alla situazione attuale un incrementofino al 50% dell’utilizzo di soluzioni modali condivise e fino al 30% di spostamenti coperticon mezzi alternativi all’auto privata, e in particolare a piedi e in bicicletta, in combinazione con l’elettrificazione della flotta di veicoli circolanti, sia pubblici che privati, consentirebbe di risparmiare oltre 120 mila tonnellate equivalenti di petrolio di consumi di energia finale (-80% rispetto alla situazione attuale) e di ridurre del 75% delle emissioni attualmente imputabili al consumo di carburanti fossili.

Ma oltre alla riduzione dei consumi e delle emissioni di gas serra, i vantaggi di una mobilità efficiente, elettrificata nelle sue componenti di consumo e in grado di coprire il proprio fabbisogno energetico da fonti rinnovabili, riguardano anche la qualità della vita, con la riduzione degli inquinanti atmosferici locali e l’abbattimento del rumore da traffico veicolare: tutti elementi che incidono in modo determinante sul benessere di una comunità cittadina.

Proprio sul tema mobilità si sofferma Massimo Nordio, Amministratore Delegato di Volkswagen Group Italia: “Lo studio mette in evidenza e approfondisce alcuni aspetti chiave e offre spunti di riflessione notevoli. Dati alla mano, emergono principalmente due considerazioni: la prima è che l’elettrico è una soluzione concreta, la tecnologia migliore e più efficiente per raggiungere i target climatici globali, e assume un ruolo ancora più rilevante nel contesto urbano. Per questo è fondamentale accelerare la transizione verso la mobilità elettrica, con l’impegno tangibile e coordinato di tutti i player coinvolti: costruttori automobilistici, aziende energetiche e istituzioni. Per quanto ci riguarda, l’obiettivo del nostro Gruppo è la carbon neutrality e per centrarlo stiamo lavorando su tutti gli aspetti necessari, con una visione ampia che mette al centro l’e-mobility ma va molto oltre al prodotto, tenendo conto dell’intero ciclo di vita di un veicolo. La seconda considerazione è che lo sharing, rigorosamente a zero emissioni, può essere una risorsa importante per le città. Se pensato in maniera intelligente, può diventare uno strumento privilegiato per la diffusione della mobilità elettrica e contribuire al cambiamento culturale attraverso l’esperienza diretta”.

Per quel che riguarda l’abitare a Verona, a parità di benessere, il risparmio di energia termica associato alla riqualificazione degli edifici insieme all’elettrificazione di tutti i consumi finali domestici –per sfruttare la maggiore efficienza delle tecnologie disponibili (come nel caso delle pompe di calore elettriche per il riscaldamento e raffrescamento)–nonché all’installazione di soluzioni domoticheIoT a supporto della programmazione dei consumi da parte degli utenti, consentirebbe di ridurre del 75% dei consumi finali e del 64% le emissioni di CO2 del settore residenziale.

Secondo gli scenari analizzati dallo studio,rendere più efficiente e full electricil muoversi e l’abitare a Verona consentirebbe di ridurre fino al 76% l’energia finale consumata per queste attività, che passerebbe dalle attuali 294 mila a 70 mila tonnellate equivalenti di petrolio.Una situazione che, al netto della quota di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili già installata in città, consentirebbe di soddisfare il fabbisogno residuo moltiplicando per 13 la potenza degli impianti fotovoltaici già attivi sugli edifici nel territorio comunale: una sfida certamente impegnativa ma non impossibile se alla crescita attesa di impiantifotovoltaici privatiin ambito residenziale, anche grazie agli strumenti di incentivazione già disponibili,come il Superbonus 110%, si accompagnano investimenti inulteriori installazioni da parte dell’amministrazione, ad esempiosulle superfici libere degli edifici pubblici o nelle aree industriali dismesse.

Uno dei tasselli per l’obiettivo della città carbon neutral è il concetto dei 15 minuti – spiega il Sindaco di Verona Federico Sboarina -. I cittadini devono trovare servizi, svago e occasioni a questa distanza nei propri quartieri. Ed è il cambiamento che abbiamo avviato per Verona con due strumenti fondamentali: il Pums, Piano urbano della mobilità sostenibile che incentiva nuove forme di mobilità; e la rigenerazione urbanistica che porterà la rigenerazione di tante aree dismesse con funzioni pubbliche e molti servizi in molte zone di Verona. Da non dimenticare, inoltre, che l’efficientamento energetico, la riduzione dei consumi, il miglioramento dell’ecosistema urbano, passano anche attraverso progetti allargati di rinnovamento dei servizi pubblici. Su questo fronte, dal 2018, da parte del Comune e aziende partecipate, sono stati investiti 38 milioni di euro, in favore di ambiente, mobilità sostenibile e miglioramento del sistema di trasporto pubblico. Il tutto per l’incremento, ad esempio, di piste ciclabili, raddoppio delle ciclostazioni del Bike Sharing in tutti i quartieri, rinnovo flotta autobus trasporto locale. E, ancora, saranno sostituiti 35.000 punti luce, con nuove sorgenti a LED, con un risparmio energetico di kWh 15.076.612, pari al 65% in meno dell’energia consumata”.

La neutralità climatica delle città, che è una delle tessere principali del green city approach, sarà il tema della IV Conferenza nazionale delle Green City, organizzata dal Green City network il prossimo 8 luglio, in occasione della quale verrà presentata la “Carta delle città verso la neutralità climatica”

Economia: Nel 2021 +4,7% per il Pil

Stando all’Istituto nazionale di statistica, “nel 2021, in media d’anno, il Pil segnerebbe un deciso rialzo rispetto al 2020 (+4,7%) trainato dalla domanda interna che, al netto delle scorte, contribuirebbe positivamente per 4,6 punti percentuali; la domanda estera netta fornirebbe un limitato apporto positivo (+0,1 punti percentuali) mentre quello delle scorte sarebbe nullo in entrambi gli anni di previsione”. La stima del Pil diffusa a dicembre era di un +4,0%. “La fase espansiva dell’economia italiana – prosegue la nota – è prevista estendersi anche al 2022 quando, verosimilmente, l’attuazione delle misure previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dovrebbe fornire uno stimolo più intenso”. Stando ai dati diffusi, nel 2022 il Pil è previsto aumentare (+4,4%) sostenuto ancora dal deciso contributo della domanda interna al netto delle scorte (per 4,5 punti percentuali) mentre la domanda estera netta fornirebbe un marginale contributo negativo (per -0,1 punti percentuali).

Per quanto riguarda i consumi delle famiglie e delle Isp nel 2021 si prevede un incremento in termini reali (+3,6%) con un leggero aumento della propensione al consumo mentre, nel 2022, il progressivo miglioramento delle condizioni sul mercato del lavoro, congiuntamente a una più decisa riduzione della propensione al risparmio, porterebbe a una crescita di intensità maggiore (+4,7%). Anche i consumi della Pa sono attesi aumentare nel 2021 (+2,4%) per poi registrare un rallentamento nel 2022 (+0,3%).

Rispetto agli investimenti, “le previsioni per gli anni 2021 e 2022 sono fortemente legate alle ingenti misure di sostegno agli investimenti pubblici e privati previste dal Pnrr”. Il processo di accumulazione del capitale è previsto in marcata accelerazione nel 2021 (+10,9%), spinto sia dal proseguimento della fase espansiva delle costruzioni sia dalla ripresa di quelli in macchinari e in proprietà intellettuale, per poi restare vivace nel 2022 (+8,7%). L’evoluzione attesa per gli investimenti permetterebbe anche un deciso recupero della quota sul Pil che salirebbe di circa 2 punti percentuali, dal 17,8% del 2020 al 19,6% del 2022.

Anche “la fase di recupero dell’occupazione è attesa estendersi anche ai prossimi mesi”. Nel 2021 si attende una crescita delle Ula (+4,5%) che, in parziale decelerazione, proseguirà anche nel 2022 (+4,1%). Il tasso di disoccupazione aumenterà nel corso dell’anno (9,8%) per poi ridursi nel 2022 (9,6%). Infine, “nel prossimo anno la dinamica dei prezzi è prevista in parziale decelerazione”.

ITsArt, c’è la piattaforma digitale pubblica

Il patrimonio culturale italiano trova un nuovo palcoscenico per il proprio rilancio: debutta infatti la nuova piattaforma digitale pubblica ITsArt. Tramite un’iscrizione gratuita, l’iniziativa consente di fruire di una serie di contenuti multimediali che spaziano dall’arte, alla musica, alla storia, alla danza e al teatro. Inizialmente, il contenitore digitale, disponibile alla consultazione in italiano e inglese, prevede 700 contenuti gratuiti e a pagamento che vengono rilasciati secondo una programmazione piuttosto serrata: fra questi figurano anche il concerto del 3 giugno con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il racconto musicale dalla Villa di Poppea.

Tra gli altri eventi in programma, da segnalare diversi concerti di cantanti e artisti di primissimo piano che hanno deciso di utilizzare la piattaforma digitale per veicolare le proprie produzioni. Non mancano percorsi culturali storici come quello offerto dal Museo Egizio. Il programma completo è disponibile sul sito Internet tramite una griglia particolarmente semplice da consultare e accessibile da qualsiasi dispositivo.

Vaccino Pfizer e rare miocarditi nei giovani

C’è un “possibile collegamento” tra il vaccino anti-covid Pfizer e rare miocarditi segnalate nei giovani immunizzati. Lo segnala un report presentato al ministero della Salute in Israele. Il documento contiene un primo dato sulla frequenza di questi eventi: tra 1 su 3.000 e uno su 6.000 ragazzi (maschi) di età compresa tra 16 e 24 anni che hanno ricevuto il vaccino hanno sviluppato miocardite. I ricercatori, secondo quanto riportato sulla rivista ‘Science’ online, affermano che questo vaccino sembrerebbe mettere i giovani a “rischio elevato di sviluppare l’infiammazione del muscolo cardiaco” in questione. Ma la maggior parte dei casi è stata lieve e si è risolta in poche settimane, come è tipico della miocardite.

I vaccini di Pfizer e Moderna, tra l’altro, sono ora in fase di sperimentazione a dosi più basse nei bambini sotto i 12 anni, con risultati attesi nei prossimi mesi.

Il pentitismo e il condono non giustificano le responsabilità del passato

I sentimenti che animano l’immaginario collettivo, come deposito di una sapienza condivisa, spesso non coincidono con le leggi e le norme che si applicano ai fatti giudiziari, ai fuoripista della politica, al pentitismo postumo e all’oblio. Restano nella memoria popolare i fatti di cronaca, siano essi riferiti a delitti ritenuti efferati al momento della loro attuazione e poi inglobati e attenuati nel grande contenitore del tempo che passa, dove chiodo schiaccia chiodo, siano invece riconducibili a ripensamenti rispetto a sbandierate espressioni di intransigenza assunte nel nome della coerenza morale ma spesso declinate a mere opportunità elettorali, per fare man bassa di consensi gettando fango sugli avversari politici.

In questi giorni di attenuazione della preoccupazione sulla pandemia e di auspicata ripresa delle salvifiche abitudini quotidiane di un’epoca che sembrava non ritornare, abbiamo prestato maggiore attenzione ad alcuni eventi che ci hanno riportano anni indietro.

La scarcerazione di Giovanni Brusca, cui vengono attribuiti circa 150 omicidi tra cui le vittime della strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Falcone e parte della scorta e lo scioglimento nell’acido di un bambino innocente, ha suscitato lo scalpore che francamente la notizia merita. 25 anni di carcere sono parsi a molti riduttivi rispetto ai crimini commessi e ci si è interrogati – non senza laceranti conflitti interiori- sulla compatibilità e sulla “giustizia” della normativa per i collaboratori di giustizia “pentiti”, con l’efferatezza dei delitti. C’è un rituale anche per queste vicende di morte, di colpevoli e di vittime: il dolore e lo sgomento del fatto, i palloncini liberati al cielo (specie, lo si noti, per femminicidi e minoricidi),  l’esecrazione rinnovata ad ogni ricorrenza, alternata ad un oblio prevalente, la certezza della pena sistematicamente ridiscussa da pentitismi postumi, un’impunità diffusa, da un buonismo di maniera e dall’auspicata redenzione del reo.

La pena estingue il reato, è vero: a condizione che sia congrua rispetto al crimine.

Ma morti, bombe, vittime e loro familiari restano sullo sfondo come le tavole di pietra dove sono scolpiti i dieci comandamenti, per i quali si deve rispondere alla giustizia umana, a quella divina e a quella speranza che spinge il mondo e che si chiama civiltà. Senza contare che leggi speciali e sconti di pena per collaborazioni tardive spesso portano a comparare le disparità di trattamento, in termini di pene e sanzioni, con delitti di minore rilevanza per il codice penale e per la stessa coscienza morale e civile.

Non dobbiamo dimenticare gli anni della Resistenza e della lotta di liberazione – ci viene sempre ricordato -ma non possiamo chiudere un occhio di fronte a reati la cui avversione dovremmo insegnare nelle scuole.

Nella legislazione sul pentitismo e lo sconto di pena non si tiene conto delle ferite non rimarginabili che restano nella storia, nella memoria condivisa e cozzano con durezza contri i principi etici che vogliamo tramandare alle giovani generazioni.

Anche se totalmente diverso e decisamente incomparabile al precedente esempio, il ripensamento di un Ministro della Repubblica verso la “gogna mediatica” usata in passato come strumento per acquisire consensi, è stato salutato come un gesto d’onore: in sé lo è davvero ma non cancella il passato.

Chi voleva l’impeachment di Mattarella, si sottraeva al confronto e al dialogo e voleva aprire il Parlamento come una scatola di sardine ha legato le proprie fortune politiche alla sistematica demonizzazione degli avversari: sorprendono le giravolte tattiche che riguardano la considerazione delle istituzioni e delle persone, cercano attenuanti ai limiti del doppio mandato e si aprono ad alleanze un tempo demonizzate come il male assoluto, rimuovono radici e legami di giuramenti un tempo indissolubili.

Invochiamo spesso il valore della memoria senza accorgerci che diventa corta e interessata, selettiva e assoggettata a quello che chiamiamo il diritto all’oblio.

La violenza, come scelta del male sul bene, sia essa fisica o simbolica non può essere rimossa confidando sul perdono concesso in uno stato di grazia e di ripensamento.

Restano cicatrici che senza suscitare sentimenti di vendetta ci ricordano che il coraggio della conversione va misurato con la coerenza tra passato, presente e futuro.

Il ritorno degli USA nel mondo

E’ impressionante quanto lo scorrere del tempo, continuo e rapido, faccia spesso dimenticare fatti ed eventi solo qualche mese prima sulle prime pagine dei quotidiani, sulle copertine dei rotocalchi, in testa ai trend topic dei social. Era il 6 gennaio e il tempio della democrazia americana veniva invaso da una folla di esaltati aizzati dal Presidente sconfitto alle elezioni svoltesi poche settimane prima. Cinque mesi dopo Donald Trump appare come un vago ricordo, isolato nei suoi campi da golf in Florida, mentre il nuovo Presidente imprime agli Stati Uniti una svolta come neppure la presidenza Obama, col suo carico di simbolismo e di fiducia nel futuro – yes, we can – aveva saputo fare.

Ascoltare Joe Biden mentre espone le sue idee, le sue scelte fa venire in mente il sarcastico appellativo col quale Trump lo denigrava, “l’addormentato Joe”: un eloquio pacato, lineare, razionale. Rivolto più alle menti di quanti lo ascoltano che ai loro cuori eppure al tempo stesso ricco di umanità, ragion per cui non lo si può definire “piatto” o “noioso” perché tale non è, anche se forse lo appare. E certo non lo è nei contenuti.

Ha fatto scalpore a livello mondiale il suo schierarsi in favore del libero accesso ai brevetti per i vaccini anti-Covid, un pugno in faccia all’industria farmaceutica e al settore biotech che probabilmente non si tradurrà in scelte rivoluzionarie perché il negoziato al riguardo in ambito WTO sarà lungo e complesso, ma che ha avuto il merito di porre con forza un problema dell’umanità nel suo complesso, e cioè che senza vaccini per tutti gli abitanti del pianeta non vi potrà essere libertà assoluta dal virus per ognuno nel mondo, inclusi i cittadini dei paesi più ricchi, ancorché vaccinati. Dimostrando così che l’America è tornata, is back: è tornata ad occuparsi dell’intero globo terracqueo. Notizia buona o meno buona a seconda dei punti di vista e delle opinioni, ma comunque una notizia.

Ed infatti la politica internazionale – terreno sul quale il nuovo Presidente si muove con indubbia esperienza – è tornata ad assumere un ruolo rilevante. Iniziando col porre in chiaro a Cina e Russia in primis che il sistema delle democrazie occidentali non subirà passivamente ulteriori loro azioni volte ad allargarne lo spazio – commerciale, militare, tecnologico – condotte in spregio ai diritti umani e politici. Un messaggio duro, a volte anche irriverente (come accaduto con Putin), che mira da un lato a ricompattare un fronte un po’ sfilacciato (appunto invitando l’Europa a una condotta un po’ meno ambigua nei suoi rapporti con russi e cinesi) e dall’altro a rafforzare la “coscienza di sé” dell’America, del suo ruolo nel mondo. Già, perché se è vero che la politica estera non è (quasi) mai stata decisiva nelle scelte dell’elettorato statunitense è anche vero che il caso cinese, nei suoi vari aspetti, comincia a presentare molteplici criticità che generano concrete preoccupazioni: Trump le aveva colte e Biden non le nega, anzi le rafforza.

E’ in questo quadro allargato che allora va considerata l’affermazione sui brevetti vaccinali, così come pure quell’altra – del segretario al Tesoro Janet Yellen – sulla tassa minima sui profitti delle società da concordarsi a livello globale. Un’inversione a “U” rispetto alla politica ribassista di Trump ma anche nei confronti di un andamento storico che ha visto nel tempo una autolesionistica competizione fra i Paesi a ridurre le aliquote fiscali con solo vantaggio per le grandi Corporation e danni certi per le popolazioni degli Stati e per la stessa globalizzazione nei suoi aspetti positivi (esistono pure quelli, nonostante tutto). Altra tematica che richiede, e richiederà, una trattativa internazionale di non facile svolgimento. Ma che, appunto, è di rilevanza globale. Perché è lì, nel mondo, che Biden vuole ricollocare gli USA.

Ecumenismo e dialogo interculturale nel pensiero di Papa Francesco

  1. Una costruzione complessa Concludiamo con questo intervento il nostro esame delle due ultime encicliche di Papa Francesco, la Laudato si’ e la Fratelli tutti. Abbiamo esaminato nel primo saggio la Laudato si’, che costituisce lo sfondo delle proposte avanzate in Fratelli tutti: uno sfondo drammatico, anzi diremmo catastrofico (anche se temperato dalla speranza), perché Papa Francesco è ben consapevole del fatto che l’umanità, continuando il cammino che ha intrapreso, giungerà a una soglia di non ritorno che comprometterà, gravemente o definitivamente, la nostra sopravvivenza sulla terra. Questa è l’acquisizione fondamentale della Laudato si’. Rispetto ad essa la Fratelli tutti avanza, come abbiamo visto nel secondo saggio,  una proposta che vuole essere all’altezza della gravità della crisi, cioè concreta e praticabile – anche se indubbiamente comporta uno sconvolgimento di meccanismi d’azione universalmente dati per scontati. Tale proposta si incentra sulla fraternità universale degli esseri umani, al di là di tutte le differenze fenomeniche, e sulla solidarietà vivente tra esseri umani e mondo della natura. Questa consapevolezza deve oggi diventare il  fondamentale criterio di azione dell’umanità: sia per motivi di principio, religiosi e filosofici, sia per motivi di calcolo preveggente, perché l’alternativa, ossia la continuazione del modo di agire finora prevalente, darebbe luogo a una catastrofe di proporzioni finora inaudite. Proprio questo cambiamento rivoluzionario è per Papa Francesco l’unica via d’uscita concreta e praticabile dal vicolo cieco in cui ci troviamo. Cercheremo, in quest’ultimo saggio, di analizzare tale cambiamento in una delle sue dimensioni più importanti, quella dell’ecumenismo religioso.
  2. L’ecumenismo può essere considerato come il versante positivo del pluralismo delle religioni e, più in generale, delle culture – mentre il versante negativo è costituito dalla logica dell’autoaffermazione religiosa, che può condurre facilmente alle guerre di religione. Infatti, se il fine del confronto interreligioso è costituito dal riconoscimento universale di una sola religione come l’unica vera, allora sarà inevitabile, da parte dei sostenitori di ciascuna religione, mettere in evidenza le prerogative eccezionali delle proprie credenze, che sarebbero le uniche vere, sfidando gli interlocutori ad aderire ad esse. Questo atteggiamento ‘combattivo’ potrà essere di tipo puramente intellettuale – e allora, nel caso migliore, rimarrà nell’ambito di dispute accademiche che, confermando lo status quo della competizione religiosa, servono a ciascuno degli oratori per rafforzare e riaffermare il proprio sé, in quanto messaggero e difensore dell’Altissimo. Oppure potrà  travalicare i confini della disputa retorica o accademica  e innescare, o almeno legittimare, la pratica della violenza religiosa, come è accaduto innumerevoli volte nella storia, anche recente, dell’umanità.  

Come sul tema dell’avvenire della nostra civiltà mondiale e sul nuovo patto che deve essere stretto tra esseri umani, creature naturali e Dio, così anche sulla questione dell’ecumenismo gli approfondimenti apportati da Papa Francesco sono rilevanti. Ci pare che il suo modello di riferimento sia diverso da quello tradizionale delle dispute religiose: infatti non è il mondo delle religioni, che si confrontano ciascuna  adducendo le ragioni della propria superiorità, il centro di riferimento del suo ragionamento ma i centri sono due: sopra di noi, l’Assoluto, Dio; e tra noi, la sfida che ci impone  il nostro mondo, tanto quello della vita di noi umani quanto quello che sta al di là, al di fuori di queste dispute – la terra, la natura, la vita. Le religioni sono chiamate a confrontarsi – e dunque, si spera, a collaborare – su come servire nel migliore dei modi Dio: ma questo vuol dire oggi anzitutto su come far fronte al problema drammatico della sopravvivenza dell’umanità, della natura, della vita. L’urgenza dei tempi – che è il sigillo delle due ultime Encicliche – impone una revisione, esplicita o implicita, del paradigma del confronto religioso – e, prima, del modo in cui ciascuna religione si pensa. In questo senso il riferimento a San Francesco, con cui questa Enciclica si apre e si chiude, è fondamentale. E tuttavia non dobbiamo dimenticare la finezza ecumenica di Papa Francesco, nel chiamare a testimoni della Verità, accanto a San Francesco, esponenti di altre culture non cattoliche (e, alla fine, di un cattolico che amava profondamente il mondo musulmano): “In questo spazio di riflessione sulla fraternità universale, mi sono sentito motivato specialmente da San Francesco d’Assisi, e anche da altri fratelli che non sono cattolici: Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e molti altri. Ma voglio concludere ricordando un’altra persona di profonda fede, la quale, a partire dalla sua intensa esperienza di Dio, ha compiuto un cammino di trasformazione fino a sentirsi fratello di tutti. Mi riferisco al Beato Charles de Foucauld”.

  1. ll modello di San Francesco 

Cominciamo dalla presentazione che Papa Francesco fa di San Francesco.  “La fedeltà al suo Signore era proporzionale al suo [di San Francesco] amore per i fratelli e le sorelle. Senza ignorare le difficoltà e i pericoli, San Francesco andò a incontrare il Sultano con il medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli: che, senza negare la propria identità, trovandosi «tra i saraceni o altri infedeli […], non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio». In quel contesto storico era una richiesta straordinaria. Ci colpisce come, ottocento anni fa, Francesco raccomandasse di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna ‘sottomissione’, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede”. “Egli non faceva la guerra dialettica, imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio. Aveva compreso che «Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). In questo modo è stato un padre fecondo che ha suscitato il sogno di una società fraterna, perché «solo l’uomo che accetta di avvicinarsi alle altre persone nel loro stesso movimento, non per trattenerle nel proprio, ma per aiutarle ad essere maggiormente sé stesse,  si fa realmente padre»”. 

Già queste prime osservazioni di Papa Francesco ci permettono di vedere l’eccezionalità del messaggio di San Francesco – che è stato tanto ammirato a parole quanto messo da parte nella tradizione ecclesiastica prevalente. Infatti, per secoli e secoli quali sono state le modalità di rapporto con l’altro (religioso) – cioè con il seguace di un’altra religione, che era insieme il rappresentante di un’altra cultura –   praticate dal mondo occidentale-cristiano (le due caratteristiche erano, fino a qualche tempo fa, fuse insieme)? Sono state, sul piano del discorso, esattamente quella ‘guerra dialettica’ che San Francesco e Papa Francesco deprecavano e deprecano e, sul piano pratico, l’aggressione, schiavizzazione, distruzione delle culture autoctone (come nel caso delle Americhe), oppure una continuità di attacco e difesa, dunque di aggressione reciproca,  come nei rapporti con il mondo islamico, oppure ancora, nel caso di molte altre grandi civiltà-mondo dell’Asia, la conquista politico-militare e insieme l’assoggettamento economico, che non equivalse allo sradicamento della cultura e della religione autoctone anche per l’enormità dei territori conquistati, rispetto all’esiguità del numero dei conquistatori. In genere possiamo dire senza paura che nel binomio ‘occidentale e cristiano’ è stato senz’altro il primo termine ad essere prevalente, talvolta ingoiando completamente il secondo. Non vogliamo con questo negare il valore di testimoni dell’autentico cristianesimo come, nel Cinquecento, frate Bartolomé de las Casas, che condusse una generosa battaglia in difesa dell’umanità degli Indios contro altri teologi ‘cattolici’,  che invece li relegavano al rango di ‘sottouomini’, anticipando così di alcuni secoli i nazisti che avrebbero coniato il termine di ‘subumani’ (Untermenschen).  Ma purtroppo Bartolomé de las Casas e altre nobilissime figure  furono sconfitti dai praticanti della politica di potenza.  Dunque, la prima cosa da fare è, insieme a rivendicare il modello positivo di San Francesco, anche riconoscere le proprie colpe, gli errori compiuti dalla Chiesa Istituzione: cosa che Papa Francesco fa, con ammirevole onestà intellettuale.

4.Diverse accezioni di dialogo interreligioso 

4.1 Il ‘dialogo’ interreligioso nella concezione cattolica tradizionale  

E’ doloroso dover ricordare tanti errori – in termini teologici, tanti peccati – che, sull’argomento del dialogo interreligioso,  sono stati compiuti nel passato dalla Chiesa cattolica, così come da altre religioni. Ma è necessario almeno accennarvi, perché altrimenti non si comprende l’innovazione apportata da Papa Francesco – che è poi il ritorno alla più pura fonte del Vangelo di Gesù. Bisognerà solo aggiungere che l’impostazione tradizionalista, esemplificata dal Sillabo di Pio IX (1864), non è l’unica espressione della tradizione cattolica: pensiamo per esempio al Cardinal Cusano, o a Erasmo da Rotterdam, o alla grande mistica apofatica, come esempi di un’impostazione cattolica alternativa, in linea di principio aperta all’alterità, che era stata per secoli sconfitta e che viene implicitamente recuperata dal magistero di Papa Francesco.  

Che significa dialogo  A pensarci bene quasi nessuno, nella storia del Cristianesimo, ha negato il principio del dialogo con i credenti in altre religioni. Semplicemente, fino a tempi molto recenti esso veniva inteso, nella maggioranza dei casi, semplicemente come un modo per convertire ‘gli altri’, cioè ‘gli infedeli’, ‘i pagani’ o ‘gli eretici’, all’unica Verità religiosa, detenuta dalla Chiesa cattolica. Questa concezione implicava una serie di riduzioni del concetto di dialogo tramite alcuni passaggi: 

  1. a) una concezione puramente intellettuale del dialogo, sganciato da ogni componente di empatia con l’altro. L’unica forma di emotività ammessa era la rabies theologica (che si pensava come giusto sdegno verso la malvagità) contro i sostenitori dell’eresia, dunque dell’Errore, dunque del Male. 
  2. b) Questo ‘dialogo’ era dunque in realtà un conflitto intellettuale volto alla conversione – o, qualora non si ottenesse questo risultato, alla condanna, comunque al disprezzo, dell’altro. Il fine era di mostrare irrefutabilmente la superiorità della propria dottrina su quella sostenuta dall’altro che, se perseverava nel sostenere la sua fede,  assumeva la figura dell’avversario (del diábolos, colui che divide). Egli era quindi destinato alla dannazione eterna – e, se possibile, anche a quella terrena. Oggi, la situazione è completamente cambiata e i cristiani generalmente non perseguitano più gli aderenti ad altre religioni – anzi, spesso sono perseguitati: potremmo dire che la Chiesa cattolica, dopo una resistenza plurisecolare, ha assimilato alcuni aspetti della tradizione liberale dell’Occidente, recuperando così – un bel paradosso storico! – alcuni momenti   decisivi del pensiero di Gesù Cristo. 

 

  1. c) La parabola del Buon Samaritano sintetizza, in modo efficacissimo, il senso di questa svolta nel campo dell’ecumenismo – una vera e propria svolta antropologica –  che potremmo definire così: dalla ortodossia  alla ortoprassi. 
  2. d) Il vecchio tipo di approccio, che potremmo definire di pseudo-dialogo, prescindeva completamente dalla riflessione che oggi noi diremmo antropologico-culturale, cioè dalla considerazione di come le diverse culture, e persino le diverse lingue, siano espressive di una visione del mondo da cui le religioni sorgono e di cui si nutrono.
  3. e) Il contesto generale in cui si muoveva questa apologetica bellicosa era definito dal cosiddetto rifiuto del relativismo. 

4.2 La risposta di Papa Francesco 

Il contrasto tra queste posizioni e la concezione cattolica contemporanea del dialogo interreligioso, quale è espressa da Papa Francesco, non potrebbe essere più radicale.  

  1. a) L’empatia come precondizione del dialogo

“Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”. Vengono qui elencate una serie di indicazioni, che potremmo definire psico-fisiche, sulla fenomenologia del dialogo: non a caso cominciano con il verbo ‘avvicinarsi’, che esprime la sostanza più profonda di questo processo, per cui il dialogo è un uscire fuori dalla propria postazione, andare verso l’altro, attratti proprio dal suo non-essere come me, dalla sua diversità psico-fisica. E infatti  i verbi che seguono il primo (avvicinarsi) esprimono queste modalità, che non sono soltanto psichiche o intellettuali, ma  riguardano la totalità delle dimensioni dei miei rapporti con l’altro (esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto). In una pagina celebre della Fenomenologia dello spirito, Hegel analizzava l’avventura della coscienza nel suo rapporto con l’altra coscienza e giungeva alla conclusione che necessariamente questa dialettica – il desiderio di riconoscimento di una coscienza da parte dell’altra – sfociava nella polarizzazione antagonista, cioè nella fissazione, attraverso la sfida della morte, dell’una come coscienza del signore e dell’altra come coscienza del servo. Nell’interpretazione hegeliana il confronto sfocia di per sé nella dominazione dell’uno dei due interlocutori sull’altro, è impossibile come arricchimento reciproco su un piano di parità. Questa impostazione era in fondo il precipitato di una plurisecolare esperienza del mondo compiuta dall’Occidente laicizzato – e non solo da quello: era la primordiale natura animale (mors tua vita mea) che si affermava attraverso la lotta delle coscienze. Non così nel Cristianesimo, e in Papa Francesco, che ne recupera la più profonda verità originaria: ‘forte come la morte è l’amore’, esso è la potenza originaria che costantemente ricrea relazioni, avvicina, unifica, combatte l’isolamento e la morte. 

  1. b) La filosofia del dialogo

A questo primo, decisivo passaggio, seguono una serie di determinazioni ulteriori, che potremmo definire, riprendendo una formula di Guido Calogero, come una “filosofia del dialogo”. Esso appare qui come l’universale elemento costitutivo della socialità autentica dell’essere umano. “Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare. Non c’è bisogno di dire a che serve il dialogo. Mi basta pensare che cosa sarebbe il mondo senza il dialogo paziente di tante persone generose che hanno tenuto insieme famiglie e comunità. Il dialogo perseverante e coraggioso non fa notizia come gli scontri e i conflitti, eppure aiuta discretamente il mondo a vivere meglio, molto più di quanto possiamo rendercene conto”. Il dialogo autentico va quindi distinto accuratamente dal dialogo falso, che è una sorta di monologo mascherato caratterizzato dall’“abitudine di screditare rapidamente l’avversario, attribuendogli epiteti umilianti, invece di affrontare un dialogo aperto e rispettoso, in cui si cerchi di raggiungere una sintesi che vada oltre”. Invece, osserva Papa Francesco, “l’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi. A partire dalla sua identità, l’altro ha qualcosa da dare ed è auspicabile che approfondisca ed esponga la sua posizione perché il dibattito pubblico sia ancora più completo”. Potremmo dire che il vero dialogo è mosso dalla curiosità autentica verso l’altro, le sue esperienze, le sue convinzioni, mentre il falso dialogo è governato dal presupposto tacito della propria infallibile verità e dell’altrettanto scontata falsità delle posizioni dell’altro, in quanto siano, sostanzialmente o formalmente, difformi dalla mia.   

  1. c) Dal dialogo al pluralismo sociale e religioso: la dimensione antropologica

Una conseguenza di questa cultura del dialogo, che va sottolineata perché stride acutamente con la tradizione cattolica prevalente in un passato non lontanissimo, è la difesa del pluralismo, compreso il pluralismo religioso. Il dialogo, precisa Papa Francesco, non implica – come invece ritengono i tradizionalisti più ottusi –  rinunciare alle proprie posizioni, non vuol dire “dissimulare ciò in cui crediamo”. Sostenere la propria fede non vuol dire “smettere di dialogare, di cercare punti di contatto, e soprattutto di lavorare e impegnarsi insieme … Pensiamo che «le differenze sono creative, creano tensione e nella risoluzione di una tensione consiste il progresso dell’umanità».” Come si vede, nella categoria di pluralismo vengono comprese insieme il dialogo personale, quello sociale e quello religioso. “«La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». Tante volte ho invitato a far crescere una cultura dell’incontro, che vada oltre le dialettiche che mettono l’uno contro l’altro. E’ uno stile di vita che tende a formare quel poliedro che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature, perché «il tutto è superiore alla parte». Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda, benché ciò comporti discussioni e diffidenze. Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo”. La conseguenza di questa impostazione sostenuta da Papa Francesco è duplice: da una parte, si tratta di affermare ciò che egli chiama, molto significativamente, “il gusto di riconoscere l’altro” (che “implica la capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere sé stesso e il diritto di essere diverso”). Questo è per così dire, l’effetto antropologico di questa impostazione: ci indica cioè che tipo di essere umano (aperto, disponibile, capace di mettersi in discussione) bisogna essere per affrontare autenticamente quel rapporto con l’altro che costituisce per me una sfida, una provocazione a uscire dai miei confini d’esperienza abituali, proprio perché l’altro è diverso da me, in quanto portatore di una diversa cultura. “San Paolo menzionava un frutto dello Spirito Santo con la parola greca chrestótes (Gal 5,22), che esprime uno stato d’animo non aspro, rude, duro, ma benigno, soave, che sostiene e conforta. La persona che possiede questa qualità aiuta gli altri affinché la loro esistenza sia più sopportabile, soprattutto quando portano il peso dei loro problemi, delle urgenze e delle angosce. E’ un modo di trattare gli altri che si manifesta in diverse forme: come gentilezza nel tratto, come attenzione a non ferire con le parole o i gesti, come tentativo di alleviare il peso degli altri. Comprende il «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano», invece di «parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano»”. 

Ma c’è un’altra implicazione  almeno altrettanto importante:  la potremmo definire  gnoseologica o conoscitiva.  

  1. d) La dimensione gnoseologica: una verità esistenziale

Il capitolo settimo, Percorsi di un nuovo incontro,  comincia con un appello a “Ricominciare dalla verità”, in riferimento a conflitti, ferite da rimarginare, dolore e contrapposizioni. Rispetto ad essi, è inderogabile la necessità di ricostruire con onestà le tragedie del passato – non a scopi di vendetta, ma perché “la verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia”. Occorre spezzare la barriera della violenza e dell’odio – Papa Francesco lo dice con parole profonde e toccanti: “Ogni violenza commessa contro un altro essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci ‘diminuisce’ come persone  […] La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio, e la morte altra morte. Dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile”. Come si vede già da queste parole, la verità di cui si parla qui rientra tra quelle che nel gergo filosofico definiremmo verità esistenziali: non si tratta di un’affermazione che prescinda dall’impegno del soggetto, che voglia essere valida per tutti, quale che sia il loro atteggiamento, che dunque sia obiettiva e universale. E’ invece una verità che coinvolge totalmente il singolo, che anzi è tale se e solo se lo coinvolge profondamente, se diventa consapevolezza dell’esperienza vissuta. Da questa punto di partenza nasce una prospettiva nuova, che riguarda, dice il nostro Papa, “l’architettura e l’artigianato della pace”: “Occorre cercare di identificare bene i problemi che una società attraversa per accettare che esistano diversi modi di guardare le difficoltà e di risolverle. Il cammino verso una migliore convivenza chiede sempre di riconoscere la possibilità che l’altro apporti una prospettiva legittima – almeno in parte – qualcosa che si possa rivalutare, anche quando possa essersi sbagliato o aver agito male”. Da qui la richiesta successiva: “Chiedo a Dio di ‘preparare i nostri cuori all’incontro con i fratelli al di là delle differenze di idee, lingua, cultura religione; di ungere tutto il nostro essere con l’olio della sua misericordia che guarisce le ferite degli errori, delle incomprensioni, delle controversie; la grazia di inviarci con umiltà e mitezza nei sentieri impegnativi ma fecondi della ricerca della pace”. E’ evidente la differenza rispetto all’atteggiamento cattolico tradizionalista: non si parla qui “delle ferite degli errori, delle incomprensioni, delle controversie” causate dagli altri, si ammette implicitamente la corresponsabilità del mondo cattolico in queste degenerazioni del dialogo interreligioso, che si tramuta in scontro tra le religioni. E infatti a questa constatazione segue la preghiera, che riguarda ancora una volta tutti e non soltanto ‘gli altri’: la richiesta della “grazia di inviarci con umiltà e mitezza nei sentieri impegnativi ma fecondi della ricerca di pace”.  E’ evidente allora che la verità di cui si parlava prima non è un monopolio teologico posseduto dall’unica religione vera, quella cattolica, ma è il principio universale di un’aspirazione che deve accomunare tutte le religioni, le quali devono sapere di essere sempre insidiate dalla tentazione dell’arroganza, della presunzione, del pregiudizio. Insomma in questa impostazione le diverse religioni mondiali non solo non sono riconosciute come un male, come nella dottrina tradizionale, ma neanche come un bene attenuato, qualcosa che deve essere giudicato sulla base dei parametri della mia propria religione, come nella Dichiarazione Nostra aetate del 1965, pur così importante: esse invece risultano, al di là di diversi aspetti contingenti e discutibili, come un bene perché “creano tensione e nella risoluzione di una tensione consiste il progresso dell’umanità”.  “Le diverse religioni, a partire dal riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiamata ad essere figlio o figlia di Dio, offrono un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società. Il dialogo tra persone di religioni differenti non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza. Come hanno insegnato i Vescovi dell’India, «l’obiettivo del dialogo è stabilire amicizia, pace, armonia e condividere valori ed esperienze morali in uno spirito di verità e amore»”. Dio, lo spirito di verità e amore che comprende e oltrepassa tutte le singole denominazioni, viene qui invocato come creator spiritus, forza che rende possibile il riconoscersi come fratelli/sorelle di uomini e donne di diversa cultura, senza che questo comporti in  alcun modo l’abbandono della propria fede, lingua, cultura. Questo riconoscimento del valore dell’alterità non significa assolutamente l’adesione, da parte di Papa Francesco, ad un irenismo [pacificazione] tanto illusorio quanto fallace. L’esposizione in proposito di Papa Francesco è particolarmente felice, e va riportata interamente. Essa attraversa tre passaggi.

1) “La Chiesa apprezza l’azione di Dio nelle altre religioni, e «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che […] non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini»”. Dunque, riconoscimento dei semi di verità presenti nelle altre religioni, come nella Nostra aetate.

2) “Tuttavia come cristiani non possiamo nascondere che «se la musica del Vangelo [che meravigliosa definizione!] smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo  smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna»”. Dunque, volontà di conservare la meravigliosa musica del Vangelo che ‘non smette di vibrare nelle nostre viscere’. 

3) “Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo.  Da esso «scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti»»”. Dunque, dovunque ci sia “il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro”, lì c’è Dio. Per i cristiani la strada che porta a questo risultato è “la musica del Vangelo”. Ma nella storia dell’umanità tante sono le strade, tante le musiche nella vita dello spirito: ciò che è veramente importante, ciò che è decisivo, è che tutte le strade salgano verso Dio attraverso il fratello, che tutte le musiche si compongano in una suprema armonia.  L’amore di Dio e del fratello è il compendio della legge,  aveva detto Gesù: Veritas in caritate.

  1. f) Differenza fra relativismo e relatività

Papa Francesco critica a più riprese la nozione di ‘relativismo’. E fa bene: perché con essa si intende l’impossibilità di stabilire alcun giudizio di valore, alcun principio morale universalmente valido e quindi la legittimazione di qualunque comportamento, anche il più malvagio, con le più svariate razionalizzazioni (e noi esseri umani siamo sempre stati bravissimi in questo). Hitler e Stalin, per esempio, adducevano diverse ragioni per i loro crimini e, almeno per un certo tempo, furono creduti dai loro popoli, o almeno da parti consistenti di essi. E non è mancato nella storia della filosofia, per esempio, chi ha teorizzato la spietatezza come segno dell’autenticità del (super)uomo. Tuttavia sarebbe un grave errore confondere, come fanno alcuni pensatori tradizionalisti o reazionari,  la categoria di relativismo con quella di relatività. Se noi facessimo così, allora per non aderire al relativismo dovremmo incorrere in una qualche forma di assolutismo – cioè di negazione della storia, di assunzione letteralistica di tutte le affermazioni della fede, senza alcun discernimento tra la sostanza metastorica e le forme storicamente determinate. Questa impostazione potrebbe avere un effetto energizzante nel breve periodo su un piccolo gruppo di fedeli, ma alla lunga, spegnendo in linea di principio la ricerca teologica, renderebbe sempre meno comprensibile il messaggio evangelico alle donne e agli uomini di oggi e renderebbe impossibile un autentico dialogo interreligioso (che infatti è malvisto dai tradizionalisti). Non è certo questa l’impostazione di Papa Francesco, né per quanto riguarda il dialogo interreligioso né per quanto riguarda il confronto con la cultura moderna (ricordiamo che il punto di partenza delle due Encicliche è costituito dai risultati delle scienze, naturali e sociali, moderne). Certo, questa impostazione aperta non solo lascia spazio, ma richiede un ulteriore approfondimento teologico e filosofico, nelle sedi opportune. In ogni caso è importante rilevare questa apertura di principio, senza cui tutto l’impianto delle due Encicliche risulterebbe  incomprensibile. 

  1. g) La parabola del Buon Samaritano nella versione di Campanella

Un’espressione meravigliosa di questa impostazione è data dalla parabola del Buon Samaritano, un cui aspetto non sempre è posto nella dovuta evidenza, nella sua duplice valenza, storica e metastorica o simbolica. Per quanto riguarda il primo aspetto, i Samaritani non sono nominati a caso. Dopo alterne vicende storiche, seguite al ritorno da Babilonia dei maggiorenti del popolo ebraico che erano stati lì deportati, i Samaritani  erano diventati per l’ortodossia ebraica, in cui Gesù crebbe e che cercò fino alla fine di riformare, il prototipo dell’eretico, disprezzabile e ‘vitando’. Questo è il punto di partenza anche di Gesù, come viene testimoniato dal suo divieto, rivolto ai discepoli, di predicare in città samaritane. Ma non certo il suo punto di arrivo, come risulta chiaro, oltre che  dalla parabola del Buon Samaritano, dall’incontro con la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe e dal passo di Luca in cui, dei dieci lebbrosi guariti da Gesù, solo uno, il Samaritano, torna da  lui a ringraziarlo. La parabola del Buon Samaritano è centrale nella predicazione evangelica perché dichiara espressamente secondarie e subordinate le argomentazioni di tipo puramente teo-logico, cioè relative ai “ragionamenti su Dio” e alle pratiche rituali conseguenti. Non che esse siano di per sé totalmente irrilevanti, ma certo non costituiscono il centro del Vangelo, che invece è costituito dalla predicazione della bontà misericordiosa di Dio e della necessità per tutti noi, nonostante i nostri limiti e i nostri peccati, di cercare il più possibile di conformarci ad essa. Dunque, la teologia non è fine a se stessa (come invece spesso tende a considerarsi) ma, per così dire, una specie di piattaforma  per il tuffo verso l’Alterità – intesa tanto nel senso di Dio quanto nel senso dell’altro, il  fratello.  Una teologia senza pratica della carità,  o addirittura che teorizzi una pratica contraria alla carità, non è solo gravemente insufficiente: è anche profondamente dannosa. 

Un grande filosofo cristiano, Tommaso Campanella (1568-1639), imprigionato per decenni e sottoposto a torture che non lo piegarono, aveva compreso perfettamente il senso profondo della parabola e ne propose una versione attualizzante che, quando fu composta, poteva forse destare scandalo nel mondo cattolico ma che oggi dovrebbe risultare per quel che è,  il recupero dell’intenzione originale della parabola di Gesù. Ecco la versione di Campanella:

“Da Roma ad Ostia un pover uom andando / fu spogliato e ferito da’ ladroni:/ lo vider certi monaci santoni/, e ‘l cansar, sul breviario recitando./ Passò un vescovo, e, quasi nol mirando/ sol gli fe’ croci e benedizïoni:/ ma un cardinal, fingendo affetti buoni,/ seguitò i ladri, lor preda bramando./ Alfin giunse un Tedesco luterano,/ che nega l’opre ed afferma la fede:/ l’accolse, lo vestío, lo fece sano./ Chi più merita in questi? chi è più umano?/ Dunque al voler l’intelligenza cede,/ la fede all’opra, la bocca alla mano;/ mentre quel che si crede,/ s’a te e agli altri è buon e ver, non sai:/ ma certo è a tutti il vero ben che fai”.   

  1. g) Il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune 

La sintesi di queste considerazioni è espressa nella parte  conclusiva dell’Enciclica. Essa comprende: a) un Appello che riporta alcuni  passi decisivi del Documento firmato con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyed ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 b) l’indicazione di alcuni dei maestri universali dell’ecumenismo e c) due toccanti preghiere finali – la  Preghiera al Creatore e la Preghiera cristiana ecumenica. La prima potrebbe essere considerata una piattaforma comune a tutte le religioni monoteiste (e, con qualche leggera variazione, a tutte le religioni) mentre la seconda costituisce un apporto specificamente cristiano – una splendida determinazione, non certo una negazione della prima. Sarebbe molto bello se queste preghiere fossero  ampiamente conosciute, presentate e recitate anche nelle nostre chiese. Ricordiamone due capisaldi: 

  1. Il rifiuto di principio della violenza.  “Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza e allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini”. Il fondamentalismo ottuso e violento costituisce il pericolo più grave che  è sempre stato presente nel mondo delle religioni, ma che oggi assume particolare rilievo. In questo caso le religioni, invece di essere lo strumento privilegiato per innalzare l’essere umano verso una dimensione più autentica e alta, diventano il mezzo principale per inchiodarlo alla barbarie: presunzione, ignoranza, aggressività costituiscono un cocktail micidiale, se ciò che è ignorante, stupido e malvagio viene presentato come un comando divino. Il primo passo verso una pacificazione religiosa consiste dunque nel rivendicare un più alto, nobile, autentico concetto di Dio rispetto a quello ristretto, meschino e insieme crudele dei fanatici. D’altra parte questa immagine di Dio, dell’Assoluto come apertura al mistero e alla sacralità dell’altro compare in tutte le fonti della sapienza religiosa. Esiste veramente, al di là delle molteplici formulazioni, un ethos religioso condiviso che costituisce il fondamento comune delle diverse religioni e che va rivendicato come base per una più ricca e umana convivenza tra le diverse società umane al tempo della globalizzazione. Per questo è così importante  l’affermazione di Papa Francesco che “il comandamento della pace è iscritto nel profondo delle tradizioni religiose che  rappresentiamo”. “Risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”.
  2. L’appello alla fraternità universale in nome di Dio

Ci pare che questo appello, così profondo e intenso, compendi in modo meraviglioso la congiunzione necessaria tra il culto di Dio e la fraternità (tra gli esseri umani e con la natura). Questo appello costituisce anche una netta presa di posizione di quelle che potremmo definire le religioni dell’Assoluto contro la pseudo-religione che avanza oggi in tutto il mondo: la pseudo-religione dell’immediatezza – del profitto, della superficialità e del ‘piacere’ – indotta dalla società dei consumi, della manipolazione del mondo e della manipolazione delle menti, nell’ignoranza di ciò che è supremo, nelle sperequazioni e  nell’isolamento,  intanto che procede il grande processo mondiale di distruzione della natura e del mondo. Rispetto a tutto questo Papa Francesco, insieme al Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb e sicuramente ad altri saggi uomini di fede di quasi tutte le confessioni, propone un’alleanza mondiale delle religioni, da cui si autoescludono solo i fanatici fondamentalisti,  che ha un particolare valore nel momento storico attuale – quando il tempo sta scadendo, molte distruzioni dell’ambiente naturale sono già state compiute in modo irreversibile e altre minacciano di esserlo in un prossimo futuro. ‘Solo un Dio ci può salvare’ era il titolo dell’ultima intervista di  Heidegger, pubblicata postuma: forse, adattando il discorso del grande filosofo, si potrebbe dire che ci può salvare solo una nuova coscienza antropologica e una nuova coscienza ecologica – una nuova coscienza teologica: “vedere il mondo in un granello di sabbia/ e un paradiso in un fiore selvaggio/  tenere l’infinito nel palmo della mano/ e l’eternità in un’ora” (William Blake, Auguri di innocenza).  

 

Monsignor Gianfranco Poma, teologo. E’ stato assistente spirituale dell’Azione cattolica della diocesi di Pavia (1988-1995), docente in Seminario (1966-2000), direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi (1997-2005), delegato vescovile per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (2005 – 2016).

Prof. Walter Minella: saggista e filosofo. Ha tradotto il breve saggio di  Varlam Tichonovič Šalamov,Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Como – Pavia 2012). Ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini,  Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Caltanissetta – Roma 2015); sullo stesso autore ha scritto la monografia Pietro Prini (Città del Vaticano, 2016). Ha curato con altri studiosi il volume Credere oggi in Dio, ancora e nonostante: Pietro Prini filosofo del dialogo tra fede e scienza (Roma 2018).

 

Voglia di futuro

Sarà la primavera con i suoi colori e le sue giornate più lunghe, sarà il tepore del sole che finalmente si fa sentire, saranno i tanti giorni passati in casa davanti al computer, le restrizioni così a lungo vissute, l’ansia che ci ha accompagnato; ma c’è nell’aria una voglia di uscire, di tornare a incontrarsi, di respirare; di respirare persino la confusione delle strade, i rumori della vita quotidiana.

E c’è un’emozione particolare nel ritrovarsi, nel tornare a fare lezione in presenza, nel riprendere contatto con il proprio ufficio, nel viaggiare in treno dopo tanti mesi, nell’acquistare un abito pensando a quando lo si indosserà, nell’andare al cinema, nel mangiare una pizza seduti a un tavolo che non è quello di casa propria, in mezzo ad altri. Una normalità perduta e pian piano ritrovata. Gesti quotidiani e situazioni di interrelazione che si vivono ancora con preoccupazione, ma che hanno il sapore di una libertà recuperata, che vorremmo non dover lasciare più. E, d’altra parte, come potremmo non immaginare che tutto quello che abbiamo vissuto – la paura, la sofferenza, la morte delle persone care, la paralisi di attività, l’impoverimento di tanti – possa finalmente avere fine? Le riaperture su cui tanto si insiste in questi giorni – vessillo di una propaganda politica senza fine, mantra ripetuto ad ogni passo – hanno una forza che è simbolica oltre che economica o funzionale. Riaprire è riprendere a vivere, “riprendersi la vita” come qualcuno ama dire. È alzare finalmente lo sguardo, guardare avanti, ricominciare a immaginare, a progettare, ritrovare il gusto di proiettarsi verso il futuro. Riaprire è pensare che il futuro sia nuovamente possibile.

Nel tempo della pandemia, il futuro è apparso come soffocato. Matrimoni rinviati, attività sospese o addirittura chiuse, percorsi di studio e progetti costretti a rimodularsi in un’assoluta incertezza. Un tempo sospeso che ci ha consegnato a una lentezza dimenticata e a una profondità possibile, ma che ha visto assottigliarsi la proiezione nel futuro. E ora, è proprio il futuro che si riprende la scena: un desiderio incalzante di futuro.

Anche la politica torna a parlare di futuro: di investimenti, ripresa, modernizzazione, digitalizzazione, semplificazione. Come se si dovesse spiccare la corsa in avanti: con decisione e rapidità. Ora o mai più. E i fondi stanziati dall’Europa cominciano ad essere percepiti finalmente non come un semplice sostegno alla crisi – uno strumento di ripristino – quanto piuttosto come un investimento per il futuro, per le giovani generazioni, per costruire il mondo che verrà.
E poi, ci sono i vaccini con cui «l’Italia rinasce con un fiore». Tra ansie, diffidenze e polemiche, ma anche tra l’emozione di chi finalmente potrà tornare a vedere i figli lontani, a muoversi, a uscire, a sperare di poter combattere il virus, di lasciarsi alle spalle la devastazione di cui esso è stato capace.
L’orizzonte del futuro, la voglia insistente e intensa di futuro, domina queste giornate primaverili in cui lavoriamo alla chiusura del numero 2 di «Dialoghi».

Ma a riportarci indietro, invece, ci sono voci e immagini di situazioni che pensavamo non più ripetibili con così tanta drammaticità. I morti bruciati per strada in India, neppure più contati per il dilagare dell’epidemia e l’assenza di soccorso: una povertà radicale, nella mancanza di ossigeno e nella negazione di ogni ragionevole diritto. E poi la violenza nuovamente riesplosa tra palestinesi e israeliani, a Gerusalemme, dove le tensioni sono endemiche, pur nell’intreccio inestricabile di culture e tradizioni, epicentro di conflitti già molte volte in passato, ma anche luogo senza la cui pacificazione non ci sarà pace nel mondo.
E poi ci sono gli scontri, più o meno “diplomatici”, per il controllo delle aree di pesca tra la Francia e la Gran Bretagna e tra l’Italia e la Tunisia. E i naufragi, che ormai non sconvolgono neppure più, con il loro carico di morte; i barconi e i migranti sempre più disperati e sempre più “bambini”, con un’età che continua ad abbassarsi: quei migranti che nessuno vuole e che si discute all’infinito su come “ricollocare”.

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Credito e liquidità per famiglie e imprese

Le moratorie tuttora attive riguardano prestiti del valore di circa 144 miliardi, a fronte di 1,3 milioni di sospensioni accordate; superano quota 173 miliardi le richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese presentati al Fondo di Garanzia per le PMI. Attraverso ‘Garanzia Italia’ di SACE i volumi dei prestiti garantiti raggiungono i 24,1 miliardi di euro, su 2.186 richieste ricevute.

Sono questi i principali risultati della rilevazione effettuata dalla task force costituita per promuovere l’attuazione delle misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19, di cui fanno parte Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero dello Sviluppo Economico, Banca d’Italia, Associazione Bancaria Italiana, Mediocredito Centrale e Sace.

La Banca d’Italia continua a rilevare presso le banche, con cadenza settimanale, dati riguardanti l’attuazione delle misure governative relative ai decreti legge ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’, le iniziative di categoria e quelle offerte bilateralmente dalle singole banche alla propria clientela. Sulla base di dati preliminari, riferiti al 21 maggio, sono ancora attive moratorie su prestiti del valore complessivo di circa 144 miliardi, pari a circa il 52% di tutte le moratorie accordate da marzo 2020 (circa 280 miliardi). Si stima che tale importo faccia capo a circa 1,3 milioni di richiedenti, tra famiglie e imprese. L’importo delle moratorie in essere differisce da quello delle moratorie concesse per vari motivi, tra cui il venire a scadenza di una parte di esse.

Le moratorie attive a favore di società non finanziarie riguardano prestiti per circa 115 miliardi. Per quanto riguarda le PMI, sono ancora attive sospensioni ai sensi dell’art. 56 del DL ‘Cura Italia’ per 115 miliardi. La moratoria promossa dall’ABI riguarda al momento 4 miliardi di finanziamenti alle imprese.

Sono attive moratorie a favore delle famiglie[2] a fronte di prestiti per 23 miliardi di euro, di cui 4 per la sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa (accesso al cd. Fondo Gasparrini). Le moratorie dell’ABI e dell’Assofin rivolte alle famiglie riguardano circa 3 miliardi di prestiti.

Sulla base della rilevazione settimanale della Banca d’Italia, si stima che le richieste di finanziamento pervenute agli intermediari ai sensi dell’art. 13 del DL Liquidità (Fondo di Garanzia per le PMI) abbiano continuato a crescere fino al 21 maggio, a 1,75 milioni, per un importo di finanziamenti di circa 152 miliardi. Sono stati erogati prestiti a fronte di oltre il 92% delle domande, e a fronte di circa il 95% nel caso delle domande per prestiti interamente garantiti dal Fondo (art. 13, lettera m)).

Il Ministero dello Sviluppo Economico e Mediocredito Centrale (MCC) segnalano che sono complessivamente 2.178.822 le richieste di garanzie pervenute al Fondo di Garanzia nel periodo dal 17 marzo 2020 al 2 giugno 2021 per richiedere le garanzie ai finanziamenti in favore di imprese, artigiani, autonomi e professionisti, per un importo complessivo di oltre 173,5 miliardi di euro. In particolare, le domande arrivate e relative alle misure introdotte con i decreti ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’ sono 2.168.093 pari ad un importo di circa 172,5 miliardi di euro. Di queste, 1.147.088 sono riferite a finanziamenti fino a 30.000 euro, con percentuale di copertura al 100%, per un importo finanziato di circa 22,3 miliardi di euro che, secondo quanto previsto dalla norma, possono essere erogati senza attendere l’esito definitivo dell’istruttoria da parte del Gestore e 524.257 garanzie per moratorie di cui all’art. 56 del DL Cura Italia per un importo finanziato di circa 14,4 miliardi. Al 3 giugno sono state accolte 2.158.475 operazioni, di cui 2.147.986 ai sensi dei Dl ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’.

Salgono a circa 24,1 miliardi di euro, per un totale di 2.186 operazioni, i volumi complessivi dei prestiti garantiti nell’ambito di “Garanzia Italia”, lo strumento di SACE per sostenere le imprese italiane colpite dall’emergenza Covid-19. Di questi, circa 8,9 miliardi di euro riguardano le prime dieci operazioni garantite attraverso la procedura ordinaria prevista dal Decreto Liquidità, relativa ai finanziamenti in favore di imprese di grandi dimensioni, con oltre 5000 dipendenti in Italia o con un valore del fatturato superiore agli 1,5 miliardi di euro. Crescono inoltre a 15,2 miliardi di euro i volumi complessivi dei prestiti garantiti in procedura semplificata, a fronte di 2.176 richieste di Garanzia gestite ed emesse tutte entro 48 ore dalla ricezione attraverso la piattaforma digitale dedicata a cui sono accreditate oltre 250 banche, istituti finanziari e società di factoring e leasing.

Il lento tramonto del populismo.

Che il populismo sia una delle cause principali del decadimento etico della democrazia e della  crisi della politica, è ormai un dato di fatto. Pochi continuano a considerare il populismo – anti  politico, manettaro, giustizialista e demagogico – come una risorsa su cui continuare ad investire.  Il tutto, come ben sappiamo, accompagna la crisi del grillismo e la parabola politica ed elettorale  declinante del partito di Grillo e forse di Conte lo conferma in modo persin plateale.  

Ora, però, al di là di questa fotografia, peraltro oggettiva, resta un particolare non affatto  trascurabile. Ovvero, il populismo – che poi è degenerato nel più bieco trasformismo  opportunistico politico e parlamentare – continua a circolare prepotentemente nel sottosuolo della  società italiana e, purtroppo, anche nel comportamento di molti partiti che restano ancorati a  quella prassi. Del resto, un partito come i 5 stelle – che, a tutt’oggi, nessuno sa bene cosa sia se  non un partito di potere e di sistematica occupazione del potere – difficilmente può rinunciare a  quei totem ideologici che l’hanno contraddistinto sin dall’inizio pur avendo abbandonato  progressivamente, come tutti sanno, quasi tutti i caposaldi costitutivi dell’ideologia grillina. E il  populismo, come il giustizialismo manettaro – al di là delle simpatiche “scuse” di Di Maio – restano  gli ultimi baluardi prima di scomparire definitivamente dall’orizzonte politico contemporaneo. Ma il  problema si aggrava ulteriormente quando ci si allea con un partito dichiaratamente e  manifestamente populista. Perchè è difficile, oggettivamente, battere il populismo con tutte le sue  degenerazioni quando si stringe un’alleanza politica e di governo con un partito del genere.  Semplicemente non si può, pena mettere in discussione la valenza stessa della alleanza politica  ed elettorale.  

Ecco perchè il dibattito attorno al populismo è destinato a restare centrale nella politica e nella  cultura del nostro paese. Certo, ormai ne conosciamo i suoi limiti e le sue oggettive pericolosità.  Ma è altrettanto indubbio che il verbo populista è ormai radicato nella cultura politica italiana  anche se le mode sono sempre passeggere e momentanee. E dopo le mode, di norma, ritorna la  politica. Quella con la P maiuscola, come si suol dire. Ma non sempre la traiettoria è lineare e  coerente. A volte, le degenerazioni che hanno raggiunto le radici della nostra democrazia sono più  salde di come appare e difficilmente vengono sradicate nel breve tempo. Sono, cioè, destinate a  restare saldamente piantate nel terreno della contesa politica concreta.  

Compito di chi si oppone culturalmente, politicamente ed eticamente alla deriva populista,  demagogica, anti politica e giustizialista è quella di mettere in campo una iniziativa larga e diffusa  che sia in grado di isolare questa malapianta che ha causato enormi danni al tessuto stesso della  nostra democrazia. Se qualcuno pensa, dopo molti anni, che si può ancora rinnovare la politica,  riqualificarne il suo ruolo e rilanciare la salute della nostra democrazia convivendo con la deriva  populista, corre il serio rischio di consolidare questa deriva nel futuro. Con tanti saluti alla  credibilità della politica e alla stessa solidità delle nostre istituzioni democratiche. 

L’intuizione di Walter Benjamin

Tra il 1935 e il 1939 Walter Benjamin – filosofo, scrittore, critico letterario e teatrale, sociologo, epistemologo tedesco- si cimentò in  più stesure del saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. L’ultima versione del 1939 uscì postuma solo nel 1955. La prima traduzione italiana apparve nel 1966 pubblicata dalla casa editrice Einaudi. Soggetto a varie revisioni e integrazioni da parte dello stesso autore ma anche a tagli redazionali non autorizzati e ad arbitrarie  manipolazioni il saggio fu di fatto riconsiderato dalla critica a partire dagli anni 60, diventando addirittura un testo citato e approfondito nelle Università durante il periodo della contestazione studentesca.

Tuttavia a poco a poco guadagnò una sua centralità nella cultura sociologica e artistica ortodossa del secondo 900 fino a diventare un classico nello studio, nell’analisi e nella valutazione della cultura di massa partendo da un particolare profilo di considerazione che peraltro si riassume nel titolo stesso del suo lavoro che – va precisato- non esprime solo una critica in senso deteriore sulla cd. “arte di massa”, volendone peraltro cogliere aspetti positivi e potenzialità culturali di cui oggi ci capacitiamo nella pienezza della loro valenza divulgativa.

Considerata l’epoca in cui Benjamin mise mano al suo lavoro di revisione critica del concetto di arte alle soglie della modernità, possiamo senza forzature concettuali ed epistemologiche considerare questo saggio come uno dei primi- forse il primo in assoluto- compendio di interpretazione intuitiva più che metodologica di un iniziale fenomeno di tensione verso la globalizzazione, partendo proprio dalla matrice artistica dell’analisi nella sua accezione estensiva di ”fruizione di massa” e di “divulgazione estesa dell’opera d’arte prodotta in altre parentesi temporali della storia.

Già dal primo paragrafo- per entrare subito in medias res – Benjamin evidenzia come l’opera d’arte – per sua natura fortemente identificata e contestualizzata nel suo autore e in un’epoca fino a caratterizzarla in modo distintivo  – è sempre stata riproducibile e riprodotta, per studio, passione o lavoro, attraverso procedimenti quali la xilografia ed altre tecniche grafiche, ma queste forme di riproduzione erano comunque procedimenti artigianali, di dimensioni limitate, legate ad una produzione prettamente manuale, con tempi e modi limitati per quantità e abilità del duplicatore. La stampa – e siamo nel 1455 per merito di Johannes Gutenberg anche se in Asia si usava un sistema similare inventato da Bi Sheng  già dal 1041 – è stato il primo procedimento di riproduzione meccanico, che ha trasformato profondamente la produzione scritta e le sue forme di utilizzo. Allo stesso modo e con lo stesso ritmo la litografia ha reso possibile una riproduzione ed una diffusione commerciale capace di riprodurre anche le immagini e le scene della quotidianità e di riconfigurare il rapporto tra l’oggetto dell’arte, tradizionalmente elevato, e la vita. Queste tecniche erano tuttavia ancora legate ai modi e ai tempi della manualità: la fotografia e la ripresa cinematografica, dipendenti dal senso della vista, hanno impresso un’ulteriore accelerazione, raggiungendo la velocità del “qui e adesso” che era in tempi remoti privilegio intrinsecamente legato all’opera d’arte nella sua unicità al momento irripetibile: il concetto di fermo immagine (oggi usato ad es. nella scienza, nello sport, nella criminologia) derivava dalla lastra su cui era impresso il fissaggio di una ripresa in tempo reale. Ma le potenzialità tecniche presenti nella prima metà del XX° secolo non riguardavano solo la capacità di produzione e riproduzione artistica, ma modificavano anche le modalità di fruizione dell’arte da parte del pubblico.

L’intuizione di Benjamin consisteva dunque nell’evidenziare come lo sviluppo della scienza e della tecnica poteva incidere sotto diversi aspetti nell’accesso di un target sempre più esteso di persone al godimento estetico dell’opera d’arte, indipendentemente dall’epoca e dal luogo della sua produzione: ciò poteva avvenire in modo esponenzialmente crescente per rapidità e differenziazione grazie appunto all’evoluzione dei mezzi tecnici che ne consentivano la fruizione. 

Intuizione decisiva come spartiacque nel rapporto tra opera d’arte in sé, fissata nella storia, unica e irripetibile e modalità della sua potenziale fruibilità, ciò che riguarda in sintesi estrema la relazione tra l’arte e il talento dell’autore da una parte e lo spettatore dall’altra. L’autenticità intesa come unicità ed irripetibilità dell’opera d’arte, dal suo esistere solo all’atto della sua produzione configurava addirittura fino ad allora il concetto stesso di falsificazione rispetto ad ogni tentativo della sua riproduzione. 

Tuttavia – e in questo si misura la potenzialità innovativa dell’intuizione di Walter Benjamin – l’avvento di nuove tecniche riproduttive già a partire dalla prima metà del ‘900 poteva contribuire a diffondere a livello di massa la fruibilità dell’opera arte, prima vincolata all’hic et nunc della sua creazione: in ciò il sociologo tedesco – ben a ragione – anticipava con lungimiranza i temi della democrazia come metodica sociale che consente il più esteso accesso alla singolarità di un oggetto o di un evento ed è facile immaginare come questo concetto abbia radicalmente mutato l’idea di fruibilità.

Un tempo privilegio di pochi, poi attraverso la stampa, i musei, l’inclusione nei programmi di studio, un fenomeno sempre più divulgativo. Benjamin seppe cogliere per primo la portata di questo fenomeno, intuendo come l’introduzione di nuove tecnologie volte a produrre, riprodurre e diffondere l’arte potrebbero condizionarne l’originalità creativa, la genialità, l’unicità, finanche il valore eterno e l’alea di mistero che la avvolge. Fino alla perdita di quella che Benjamin definisce la sua “aura”, intesa come carattere individuale e di unicità dell’opera d’arte originale: da evento unico e irripetibile essa si trasforma attraverso la molteplicità delle riproduzioni.

Basti pensare al cinema come forma primordiale della fruizione artistica di massa: lo spettatore viene soppiantato dal pubblico e l’evento estetico diventa consumo. Per poi considerare l’influenza dei media e dei social nell’era contemporanea, dalla TV al web, dalla tecnica alla tecnologia alla digitalizzazione che viene adesso enfatizzata come modello di comunicazione necessario.

Nel ragionamento di Benjamin -che resta attuale- la riproducibilità dell’opera d’arte attraverso modalità sempre più sofisticate ed evolute enfatizza la preponderanza della rappresentazione e della fruizione estetica-espositiva rispetto allo spirito primordiale del gesto dell’artista, che è essenzialmente un valore culturale, quasi di immedesimazione e di intima devozione.

In ciò consiste “l’aura” che viene scemando: la diffusione estensiva dell’opera d’arte mentre democratizza la cultura finisce per perdere quel legame primigenio che univa l’artista alla sua produzione, fino all’immedesimazione dell’unicità-autenticità che all’atto pratico non sarà mai riproducibile.

Sviluppo della tecnica e formazione di società massificate fino alla globalizzazione possono generare una dissolvenza dell’arte tradizionale, attraverso la perdita dell’aura e dell’originalità autentica.

La comunicazione e la cultura dei social e dei media ha sostituito a poco a poco quella che si trasmette per esperienza e competenza, perdendo in originalità e soggettività.

La globalizzazione è anche questo livellamento in cui siamo – come dice De Rita – coriandoli sparpagliati e fruitori di una conoscenza imposta e fatta prevalentemente di luoghi comuni e di pensiero pensato altrove.

Si finisce allora nell’isolarsi per scrivere, leggere, suonare, produrre per se stessi, pur nella consapevolezza che la divulgazione di un testo, di un saggio, di uno spartito sono legati a incidenze commerciali: la tecnologia non sempre valorizza la qualità del prodotto, quanto la sua ricettività nel mercato globale.

L’estetica diventa moda imponendo criteri non squisitamente artistici, il destinatario finale non è lo spettatore del bello ma l’utente della tendenza prevalente: ci sono sempre meno artisti in senso classico, capaci di produrre un unicum e sempre più influencer come divulgatori di azioni e prodotti massificati.

Circola molta frustrazione tra chi si cimenta nel tentativo di produrre qualcosa di personale: la democrazia applicata all’arte non sempre coglie originalità e talento, in genere la genialità è un valore riconosciuto postumo, a forza di duplicare e riprodurre l’omologazione prende il posto dell’originale.

Ma credo che sottotraccia questi inediti d’autore riemergano a poco a poco, per il gusto e il piacere di chi si occupa di riscoprirli e valorizzarli.

Oggi viviamo in una sorta di casting mediatico in cui ci sono molte comparse e poche eccellenze note.

Mi chiedo anche spesso perchè un Caravaggio, un Mozart, un Leopardi per tralasciare il resto oggi non ci sono più: la stagione dei geni universali svincolati dal tempo e dallo spazio sembra essere finita.

Ci sono pochi autori e molti traduttor dei traduttori: e qui forse lo stesso Benjamin potrebbe essere colto da un ripensamento nel considerare la riproducibilità dell’opera d’arte come conquista della democrazia.

La possibilità di fruire di un’immagine , di un quadro di un brano musicale grazie alla tecnica che ne facilita la diffusione forse ci ha allontanato dal gusto di produrre qualcosa di veramente originale.

Bisogna saper distinguere tra passione (che dipende dalla volontà) e talento che è DNA, estro, genialità intrinseca: una dote innata, per dirla a chiare lettere.

Forse l’arte sta diventando un terreno fertile dove coltivare molte illusioni.

Guardando a ritroso, leggendo un testo d’autore, ascoltando un brano classico  o visitando un museo sembra di capire che da tempo la bellezza artistica – come immediatezza espressiva irripetibile se pur certamente riproducibile all’infinito-  volge sempre più al passato. 

Recovery Plan: nasce Libenter per monitoraggio attuazione Pnrr.

A lanciarlo è stato oggi don Luigi Ciotti, presidente di  Libera/Gruppo Abele, intervenuto alla presentazione del progetto Libenter, nato con l’obiettivo di monitorare in modo trasversale l’attuazione del Pnrr.

“La lotta alle mafie e alla corruzione richiede adeguate misure giuridiche e repressive, ma perché siano incisive è necessario un grande impegno culturale, educativo, sociale”, ha avvertito don Ciotti, secondo il quale oggi “riscontriamo un pericolo strisciante: c’è tanta disattenzione che porta alla normalizzazione di questi fenomeni, cioè il fingere che il problema sia meno grave di quel che sembra o che addirittura non esista, complice il suo manifestarsi in forme anche nuove e meno aggressive”.

Dunque, «la lotta alle mafie e alla corruzione non può essere una questione solo delegata agli addetti ai lavori, come se fosse un settore specifico della vita pubblica: è necessario allargare a tutti questa battaglia, attraverso percorsi di partecipazione”. Questo “è il senso delle comunità monitoranti di Libera”,  il contributo che p”ortiamo a questo progetto” perché “fa piacere costruire un noi e camminare con altri”.

Oltre alle comunità monitoranti, per una riuscita dei progetti contenuti nel Pnrr e per un utilizzo corretto delle risorse europee serve in primis l’elaborazione di un metodo di valutazione soprattutto delle Amministrazioni regionali e/o locali chiamate a spendere il denaro. Ne è convinto il presidente di Fondazione etica Gregorio Gitti: “Una buona capacità amministrativa è la premessa essenziale per i Comuni e/o le Regioni che puntano su investimenti trasparenti e di successo”.

“La riuscita dei singoli progetti e più in generale del Pnrr – ha concluso il presidente del Cnel Tiziano Treu – è strettamente connessa, oltre che alla qualità del monitoraggio attuato dai soggetti e delle categorie sociali direttamente interessate”, allo “strumento della partecipazione” dei corpi intermedi.

Il modello economico neoliberista e la crisi della città ai tempi della pandemia.

I due primi mesi del lockdown imposto dalla pandemia del Covid-19 hanno reso evidente la distruzione del welfare urbano da parte dell’economia liberista. Il contagio è infatti dilagato senza che nessuno se ne accorgesse in tempo perché a partire dagli anni ’90 era stata smantellata la rete decentrata di tutela territoriale della sanità pubblica, dai medici di base ai piccoli presidi ospedalieri. Nella grande privatizzazione della sanità, non c’era alcuna convenienza nel gestire le funzioni minute di monitoraggio dello stato di salute dei territori. Era più conveniente mettere le mani sul sistema ospedaliero. Si è in questo modo affermata una politica di concentrazione dei luoghi della cura che ha portato alla costruzione di grandi ospedali nelle città maggiori e alla parallela rarefazione delle strutture decentrate di presidio territoriale. 

È come se le lancette dell’orologio fossero state spostate indietro per farci tornare nella città medievale, in cui esistevano ospedali per la cura dei malati ma mancava la concezione del sistematico controllo dello stato di salute della popolazione e dei territori, che sarebbe stato acquisito soltanto nei secoli successivi. Il paradosso è che in quelle lontane città il servizio sanitario era gratuito. Oggi gli ospedali a pagamento sono all’incirca la metà di quelli pubblici. Del resto, le stime più attendibili parlano di una carenza di personale medico vicina ai 50 mila addetti. La sanità pubblica doveva diminuire la sua influenza e, anche per questo, l’Italia vanta il tragico primato in Europa per il numero di morti per contagio del coronavirus rispetto alla popolazione residente.

All’interno del sistema della cura, un ruolo particolare nella diffusione del virus è stato svolto, come noto, dalle residenze sociali assistite (Rsa). Nella città delle regole liberali erano avvenuti rilevanti esperimenti di decoro urbano come la realizzazione del Pio albergo Trivulzio. Una struttura nata dalla filantropia di un mecenate si collocava all’interno della città, ne qualificava le funzioni e ne ricavava un rapporto di integrazione. Negli anni della cancellazione delle regole, conta solo l’estrazione di valore e le città scompaiono. Le ispezioni effettuate dalle autorità pubbliche a seguito dei focolai di contagio hanno messo in luce inadeguatezze strutturali, illegalità e, appunto, la casualità delle localizzazioni, spesso lontane e isolate rispetto al contesto urbano. Non sono state più le regole inclusive a disegnare la rete di quei nuovi servizi. È la proprietà immobiliare ad aver imposto il proprio disegno.

Gli altri capitoli della distruzione del welfare urbano messi in luce dal lockdown riguardano il sistema scolastico e quello dei trasporti pubblici. Il primo si è dimostrato incapace di rispondere alla sfida e i corsi delle classi superiori e delle università sono stati a lungo interrotti in presenza. Quasi tutti i paesi europei hanno lasciato aperte le scuole anche nei periodi di chiusura totale. In Italia no. Il sistema scolastico non è stato in grado di adeguarsi alla nuova fase e, a parte le imbarazzanti iniziative di acquisto dei banchi monoposto, nessun plesso scolastico è stato sottoposto al radicale ripensamento che era lecito attendersi. È noto che anche in questo settore vengono stanziate risorse economiche inferiori a quelle degli altri paesi europei. E, come nel campo sanitario, a causa dei tagli di bilancio degli ultimi decenni, mancano all’appello almeno 80 mila docenti. La scuola pubblica, uno dei pilastri del welfare urbano, è stata resa marginale, specie nelle aree geografiche marginali.

Per il segmento del trasporto pubblico, è il caso di rammentare che di fronte all’incalzare della pandemia, erano stati promessi progetti per il potenziamento della rete locale anche per differenziare gli orari di accesso negli uffici e nelle strutture scolastiche. Dalla fine del primo lockdown sono passati nove mesi e il trasporto pubblico non ha avuto alcun segnale di attenzione. Mesi preziosi gettati al vento, con la conseguenza di aver reso più difficili gli spostamenti nelle aree urbane. 

Ma oltre a questi tre fondamentali diritti dei cittadini smantellati dalla concezione liberista della città, è ormai indispensabile riflettere sulla distruzione della stessa concezione della città da parte dell’economia dominante. 

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https://ilbolive.unipd.it/it/news/modello-economico-neoliberista-crisi-citta-tempi

A maggio 2021 il settore statale mostra un fabbisogno di 15,1 miliardi

Nel mese di maggio 2021 il saldo del settore statale si è chiuso, in via provvisoria, con un fabbisogno di 15.100 milioni, in miglioramento di circa 10.500 milioni rispetto al risultato del corrispondente mese dello scorso anno (25.586 milioni). Il fabbisogno dei primi cinque mesi dell’anno in corso è pari a circa 68.900 milioni, in miglioramento di circa 5.600 milioni rispetto a quello registrato nello stesso periodo del 2020 (74.464 milioni). Sul sito del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato è disponibile il dato definitivo del saldo del settore statale del mese di aprile 2021.

Nel confronto con il corrispondente mese del 2020, il saldo ha beneficiato di un miglioramento degli incassi fiscali che lo scorso anno avevano subito una forte contrazione per la sospensione dei versamenti tributari e contributivi disposta dai provvedimenti legislativi emanati al fine di contenere l’emergenza Covid-19.

Di contro si segnala un aumento dei pagamenti dovuto alla maggiore spesa delle Amministrazioni Centrali e Territoriali nonché alle prestazioni erogate dall’Agenzia delle Entrate e dalla Protezione civile per sostenere le misure previste dai provvedimenti per il contenimento dell’emergenza epidemiologica.

La spesa per interessi sui titoli di Stato è in linea con quella di maggio 2020.

Vaccini Lazio in farmacia, cosa c’è da sapere

La campagna vaccinale anti-Covid con Johnson & Johnson è partita nelle oltre 600 farmacie della Regione Lazio dove ci saranno, per ogni singolo esercizio, 25 dosi a settimana fino al 27 giugno e le prenotazioni sono già sold out per le prime due settimane. Lo ricorda, in una nota, Federfarma Roma, dopo l’avvio della campagna vaccinale in farmacia, alla presenza del governatore del Lazio Nicola Zingaretti e dell’assessore alla Sanità Alessio D’Amato, che hanno spiegato come la campagna proseguirà, nei prossimi mesi, con più dosi, in tutte le 800 farmacie che hanno aderito e che saranno centrali, insieme ai medici di famiglia, per la vaccinazione autunnale.

“Quello fatto negli ultimi 20 giorni dall’organizzazione messa in piedi dalle farmacie di Roma e del Lazio e dalla struttura regionale – dice Andrea Cicconetti, presidente di Federfarma Roma – è stato uno sforzo enorme. In poco tempo sono state messe in rete tutte le farmacie attualmente autorizzate a somministrare i vaccini (e alle quali se ne aggiungeranno di giorno in giorno tantissime altre), sono state distribuite le dosi e siamo andati a regime nei tempi prestabiliti. Si tratta di un punto importantissimo nella lotta alla pandemia perché i cittadini potranno tranquillamente recarsi nella farmacia sotto casa per ricevere la somministrazione del vaccino anti-Covid Johnson & Johnson”.

L’accesso alla vaccinazione in farmacia – ricorda la nota di Federfarma -avviene solo attraverso il sistema di prenotazione on-line della Regione Lazio: non è possibile prenotare direttamente nelle farmacie. Le persone che vogliono prenotare il vaccino devono: avere a disposizione la propria tessera sanitaria (in corso di validità) per comunicare il codice fiscale e le ultime 13 cifre del codice numerico Team posto sul retro della tessera; scegliere nell’elenco la farmacia dove intendono ricevere il vaccino; selezionare il giorno; lasciare il proprio numero di telefono: la farmacia scelta chiamerà per fissare l’orario dell’appuntamento. Una volta effettuata l’inoculazione del vaccino sarà rilasciato un attestato di avvenuta vaccinazione, fondamentale per accedere al green pass.

La Repubblica, 75 anni di speranze e attese

A 75 anni dalla sua nascita, la Repubblica si trova di fronte a un nuovo tornante della sua storia, saranno necessarie scelte difficili come quelle fatte negli anni del dopoguerra democristiano: fu quella la stagione della grande trasformazione economica e sociale. In quel periodo, infatti, si decise il modello di sviluppo economico, sociale e culturale della Repubblica e, tra la metà degli anni cinquanta e la metà degli anni sessanta, l’exploit dell’Italia fu incredibile, investendo la mentalità, le abitudini di vita, i sistemi produttivi, i costumi dell’intera popolazione.

Questa congiuntura favorevole coincise con la nascita e lo sviluppo dei partiti di massa, capaci di rappresentare gli interessi di diversi gruppi sociali e di collegarli con le istituzioni di governo, coinvolgendo attivamente tantissime persone. Nella semplificazione delle formule politiche, si potrebbe periodizzare la «Repubblica dei partiti»: gli anni cinquanta sono quelli del dominio centrista, sotto il governo di De Gasperi con i suoi piccoli alleati, ma anche sotto le pressioni della Guerra fredda; poi arrivano gli anni sessanta con il primo centrosinistra (Moro-Nenni), un’alleanza di democristiani e di socialisti fondata su un modello di riforme; seguono gli anni settanta caratterizzati dall’intesa fra la Democrazia cristiana e il Partito comunista, che prende il nome di «compromesso storico».

Si giunge al decennio ottanta, dove nel vuoto di potere si inserisce Craxi, ma l’evento storico più rilevante è rappresentato dalla caduta del Muro di Berlino, ultimo baluardo della Guerra fredda che, per riprendere il titolo di un celebre saggio politico di Francis Fukuyama, segna l’inizio della «fine della storia». Fu indubbiamente un periodo di crescita, di cambiamenti, di conquiste sociali, di diritti civili, ma furono anche anni pieni di conflitti e contraddizioni, in alcuni casi dei veri e propri spartiacque storici: il governo Tambroni, per esempio, il Sessantotto, la drammatica vicenda di Aldo Moro. In questi tre quarti di secolo la Repubblica è stata colpita dal terrorismo di estrema sinistra e dallo stragismo di estrema destra, una offensiva eversiva che segnò l’intensificazione della «strategia della tensione», e infine dall’attacco più violento e più devastante portato avanti dalla mafia.

Oggi ricorrono anche i 40 anni dalla morte di Rino Gaetano, un grande artista che con graffiante ironia e con uno sguardo poetico ha saputo raccontare i disagi, i vizi e quelle contraddizioni della società italiana. Il cantautore, giocando con le parole, nei versi non mancava di ricordare la sua Calabria e il Sud.

Rileggendo, di recente, Questo Novecento di Vittorio Foa, mi sono soffermato su una riflessione ripresa dall’autore in riferimento alla stagione dei grandi cambiamenti e ai conseguenti sconvolgimenti sulla vita quotidiana: l’ho trovata tanto attuale, come i testi di Rino Gaetano. È di Vera Lutz, economista inglese e studiosa del Sud: «Le strade costruite dalla Cassa del Mezzogiorno servono ormai agli abitanti per andarsene per sempre dai loro paesi».

Ecco, in questo nuovo tornante della storia, festeggiamo la Repubblica ma proviamo anche a ricostruire e, soprattutto, a unire il Paese, sul serio.

 

 

Le scuse di Di Maio: questione di toni o di sostanza?

Pare che una delle categorie della politica nostrana sia diventata quella delle “scuse”.

Categoria apprezzabile sul piano personale, ma da considerare con prudente cautela su quello politico.

Dice Giuseppe Conte che Di Maio ha fatto bene a scusarsi con l’ex Sindaco di Lodi.

È giusto riconoscere – sostiene Conte – che in passato il Movimento ha usato “toni” sbagliati.

“Toni sbagliati”?

È dunque una questione di “bon ton” quella che si pone in materia di giustizia e di rapporto tra essa, i cittadini e la politica? O invece di sostanza?

Erano sbagliati i toni o erano sbagliate la concezione di fondo e l’architettura di pensiero sulle quali il M5S ha costruito in tutti questi anni il suo successo elettorale (sul terreno della giustizia come su tutti gli altri)?

Il populismo è questione che riguarda i “toni” oppure la degenerazione della democrazia e del rapporto virtuoso tra la politica e la pubblica opinione, come magistralmente ha scritto nel suo ultimo libro il compianto Padre Sorge?

Bastano un modo forbito e pacato di esprimersi e le antiche frequentazioni cattoliche per trasformare, da nuovo leader, un movimento populista, forcaiolo e demagogico in un soggetto politico che ambisce a occupare lo spazio del “centro” rimasto privo di solidi presìdi e di generosi autentici interpreti (che pur ci sono qua e là, ma non sembra affatto che abbiano tanta voglia di superare le loro auto referenzialitá)?

Domande, tutt’altro che faziose e irrispettose, che meritano una riflessione, sopratutto da parte di chi (a sinistra come anche al centro) scommette su questa improbabile trasformazione e su di essa pare disposto a investire le ambizioni (altrettanto improbabili) del futuro equilibrio politico del Paese.

L’Italia della repubblica e della costituente

Sono passati, ormai, settantacinque anni dal 2 giugno 1946, dal Referendum su Monarchia o Repubblica e dall’elezione dell’Assemblea Costituente.

Sembra che si parli del passato remoto, di un’Italia che non ci appartenga più (soprattutto se si tiene conto dell’involuzione politica di almeno gli ultimi vent’anni); eppure il 2 giugno rappresenta non solo la memoria storica di un percorso democratico e politico-istituzionale che l’Italia e il popolo italiano si sono dati, ma soprattutto un momento di riflessione su quello che dovrebbe essere il prosieguo di una vita repubblicana nel suo significato più autentico.

Il ricordo e le commemorazioni come tali non bastano per celebrare una tra le migliori stagioni del nostro Belpaese. Occorre andare alle radici di un sentimento comune che, anche nelle diverse situazioni soprattutto di pensiero e di costume tra Nord e Sud, ha saputo intrecciarsi nella convivenza sulla base del sentimento di unità come Nazione e come Popolo.

Del resto, già in sede di Assemblea Costituente si colgono i valori ispiratori di un sentimento che, pur nella divisione ideologica accesa, sanno introdursi nel crogiuolo del confronto corretto (mai offensivo), democratico, disinteressato per arrivare a quel fine che porta il nome di Costituzione della Repubblica Italiana.

Certo, non può non rilevarsi che questo risultato fu pagato a caro prezzo: la lotta di liberazione partigiana sparse sangue, orrore e dolore dappertutto. Ma si trattava di un pedaggio da pagare per costruire una Nazione nuova, un Popolo nuovo che volevano sostituire alla pseudo cultura della barbarie, della guerra e dell’odio razziale, una nuova cultura basata sul principio dell’amore umano e cristiano.

A distanza di tanti anni, cosa resta di quella cultura? Il Mondo è sicuramente cambiato! Il concetto stesso di Popolo travalica ormai i confini stessi di Nazione per inverarsi in quel sentimento che Papa Francesco ha sintetizzato nel titolo dell’enciclica “Fratelli tutti”.

Ciononostante, i problemi non mancano, le guerre aumentano, l’odio razziale è cronaca quotidiana, i Paesi poveri vengono ancora abbandonati a sé stessi e sfruttati a fini economici, il dibattito politico è regredito a livelli di sottocultura.

Allora, ripensare al 2 giugno 1946 significa anche (ma direi soprattutto) riscoprire i veri valori della vita e della convivenza pacifica tra i popoli. Significa ricordarsi che il cammino umano ha un termine e che va inteso come propensione ed impegno (ciascuno nel suo piccolo) nel realizzare una vita dignitosa per tutti. Significa sostituire alla cultura economica del profitto quella della persona che vive in una comunità per elevarla sul piano umano e sociale.

È in grado questa politica, questa classe dirigente di spendersi per la realizzazione di questi ideali? Basta accendere la TV e guardare uno dei tanti talk show per rendersene conto.

La politica ridotta a spettacolo è quello cui si assiste quotidianamente, quasi impotenti rispetto a personaggi che usano l’aggressione verbale, la voce alta nella consapevolezza che solo così si possa aver ragione e demonizzare l’avversario di turno.

Siamo arrivati ad un livello così basso che memoria storica non ricordi. Non esiste più quella capacità di lungimiranza nel saper disegnare un nuovo progetto di sviluppo che riguardi tutti. Non esiste più quel costume e quella cultura secondo i quali la politica è essenzialmente propensione al bene comune e, come tale, rifiuta il settarismo.

Nell’ottobre del 1989, qualche settimana prima di morire, in un incontro pubblico a Cesena, Benigno Zaccagnini disse: “dobbiamo avere, anzi abbiamo il dovere di fare delle cose grandi.”

Spetta ad ogni persona il dovere di impegnarsi per fare delle cose grandi, ciascuna nel suo ruolo; ma ciascuna anche consapevole che il dovere di fare delle cose grandi oggi significa anzitutto ripudiare questa politica per tornare ai valori, alla cultura ed all’impegno del 2 giugno 1946.

Al centro ritroviamoci noi, tutti insieme

Ci proviamo dal 2012, con il costante impegno per la ricomposizione politica della DC  con Gianni Fontana e Renato Grassi e, dal 2019, con la nascita della Federazione Popolare DC presieduta dall’amico Peppino Gargani. E’ stato il ventennio della diaspora DC, che ho ampiamente descritto nel mio: DEMODISSEA, la Democrazia cristiana nella lunga stagione della diaspora (1993-2020) –Edizioni Il Mio Libro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/

Ci hanno provato, senza riuscirci,  gli amici Rotondi e Tabacci a  costituire un gruppo parlamentare di Popolari a sostegno del  governo Conti 2. Il primo, Gianfranco Rotondi, con il proposito di mettere insieme ex DC, esponenti di Forza Italia e dei Verdi, come sperimentato a St Vincent nel Novembre 2020. Il secondo, Bruno Tabacci, più orientato a sinistra, con gli amici del Centro democratico più Europa. Da parte sua il governatore Toti, staccatosi dal Cavaliere, di cui fu uno degli ultimi eredi predestinati, dopo avere dato vita al movimento “ Cambiamo”, nei giorni scorsi ha raccolto l’invito del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, per avviare il progetto di un nuovo gruppo parlamentare dei “moderati”: “ Coraggio Italia”.

C’è, dunque, un tentativo affannoso di occupare uno spazio al centro dello schieramento politico italiano, dopo la crisi progressiva e forse inarrestabile di Forza Italia. Quello che fu un movimento-partito aziendale capace di ereditare larga parte della crisi del quadripartito moderato della prima repubblica, trova adesso in alcune frazioni di Forza Italia, Cambiamo di Toti e amici di Quagliariello ( “ Idea” con Carlo Giovanardi), già  con la supervisione e controllo del “parmesan della politica”, Brugnaro, la sua sostituzione con lo strumento, “ Coraggio Italia”, col quale si tenta di prolungare la funzione di rappresentanza dei moderati già assicurata dal Cavaliere.

Servivano le risorse finanziarie e molti speravano/sollecitavano Urbano Cairo, sin qui in surplace. Ha colto, invece, al balzo l’opportunità, Brugnaro, che, da tempo, aspira a un ruolo politico più ampio di quello di sindaco della città Serenissima. Imposto già il suo colore elettorale, rosa fucsia, Brugnaro si appresta a trasferire nel nuovo partito i metodi sbrigativi aziendali già sperimentati a Venezia con i suoi assessori e collaboratori. 

Deputati e senatori quasi certi della difficile, se non sicura prossima rielezione, hanno prontamente adempiuto a quella che, nel Veneto, chiamiamo la regola dell’articolo quinto: “chi  che gà i schei el gà sempre vinto” ( chi ha i soldi ha sempre vinto) e, così,  il gruppo-partito neo fucsia di Brugnaro, Toti e Quagliariello si è con rapidità realizzato con il rassicurante titolo di “Coraggio Italia”.

Se la politica è l’arte con cui si tenta di dare risposte a livello istituzionale agli interessi e ai valori prevalenti in un dato contesto storico politico, culturale  e sociale, a me pare che in questa fase dominata a livello globale dal finanz-capitalismo, gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e di quelli popolari, molto difficilmente potranno essere rappresentati da questa nuova compagine politica. In tutta la nostra storia nazionale, dall’unità d’Italia in poi, senza il contributo decisivo delle componenti di area democratico popolare e cristiano sociale, ispirate dalla dottrina sociale della Chiesa, il nostro Paese ha conosciuto solo crisi e difficoltà.

Il PPI di Sturzo prima e la DC di De Gasperi, Fanfani e Moro poi, sono stati gli straordinari strumenti politico partitici che hanno permesso a vaste masse popolari e dei ceti medi produttivi laiche e cattoliche di assumere il ruolo di classe dirigente, alla fine dello stato liberale prima e, dopo,  in tutto il dopoguerra e per oltre quarant’anni.

Ecco perché dal 2011-12 ho rivolto il mio impegno, da un lato, a promuovere e concorrere al progetto di rilancio della DC, partito mai giuridicamente sciolto, e dal 2019 ad avviare con la Federazione Popolare DC, quello della ricomposizione politica della più vasta area cattolico democratico popolare e cristiano sociale italiana.

Sono convinto, infatti, che in questa fase storico politica dominata dal superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), in cui la finanza detta i fini, subordinando ad essa l’economia reale e la stessa politica, solo un partito ispirato dalla dottrina sociale cristiana, oggi espressa, soprattutto, dalle encicliche “Laudato SI”, come bene ha inteso Rotondi, e “Fratelli Tutti” annunciante la buona politica ( capitolo quinto), possa offrire una nuova speranza ai ceti medi e alle classi popolari italiane. Dispiace che agli sforzi portati avanti dagli amici Grassi della DC e Gargani della Federazione Popolare, resistano ancora, per la DC, i comportamenti assurdi e autolesionisti di alcuni sabotatori seriali impenitenti e, probabilmente, telecomandati da qualche vecchio DC già impegnato nella spartizione del de cuius mai morto; per la Federazione Popolare dal solito Cesa che, al dunque, subisce nell’UDC il dominio del padovano De Poli, già accolito forzista di Galan, oggi di Ghedini e di Zaia, giungendo a considerare “interessante” la proposta di Salvini di unità di tutte le destre in Europa. Ho ricordato a Cesa che i DC e i Popolari italiani sono per un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alle destre populiste e nazionaliste e distinto e distante da una sinistra senza identità. 

Questo il progetto della DC e della Federazione Popolare che concreteremo sul piano del programma con la prossima “Camaldoli 2021”e, in seguito, con un’assemblea costituente nazionale del nuovo soggetto politico di centro come quello descritto. Spetta agli amici di “Insieme”, guidati da Infante e Tarolli e a quanti si ritrovano  sulle linee indicate dal “manifesto Zamagni”, come “Rete bianca” degli amici D’Ubaldo e Merlo, raccogliere il nostro invito. Noi, come tutti loro, da soli, non ce la possiamo fare, ma tutti insieme, invece, sapremo capaci da cattolici democratici popolari e cristiano sociali di offrire ai ceti medi produttivi e alle classi popolari una nuova e sicura rappresentanza politica.

 

Ora dobbiamo guardare avanti, forti dei principi della Costituzione, per vincere la sfida della libertà.

Forse chi ha lottato per un’Italia democratica e repubblicana mai avrebbe potuto pensare che dopo tre quarti di secolo la Repubblica si sarebbe trovata nella peggior crisi della sua storia. Il Due Giugno 1946 però si elesse anche l’Assemblea Costituente per redigere la Costituzione.

Se riusciamo adesso, dopo i terribili 15 mesi di pandemia e dopo il durissimo decennio di austerità autoimposta che la ha preceduta, a intravvedere una via d’uscita lo dobbiamo in gran parte proprio al lavoro inscalfibile dei padri costituenti che 75 anni fa ricevettero il loro mandato.

È grazie agli ideali e alle concezioni giuridiche, sociali, antropologiche e ontologiche a cui essi si ispirarono, che la Costituzione contiene le risposte per far fronte alle molteplici crisi in corso.

Proprio mentre abbiamo dovuto affrontare ogni tipo di restrizioni dei diritti fondamentali e delle libertà per motivazioni sanitarie – che col tempo si sono mostrate sempre più opinabili – abbiamo sperimentato la solidità delle garanzie ai cittadini dell’impianto costituzionale.

La Repubblica Italiana infatti esprime una concezione temperata dello stato. Lo stato non è originario e onnipotente, esso viene collocato agli antipodi dell’assolutismo hegeliano e delle sue terribili realizzazioni storiche. Lo stato viene dopo la società civile. Il diritto naturale, la persona, la famiglia e tutti i corpi intermedi preesistono all’autorità statale, che li “riconosce” e li coordina in armonia e in modo sussidiario, dunque discreto e non invasivo, sempre attento a non invadere ambiti che non gli spettano. E meno che mai propenso a invertire l’onere della prova in materia di libertà, di giustizia , di sanità, di fisco o di quant’altro. È sempre bene ricordare che nostro ordinamento giuridico e costituzionale non esiste l’idea che tutti sono considerati trasgressori, colpevoli, malati o evasori fino a prova contraria da esibire a loro discolpa. Nessuno deve giustificare le proprie libertà, dimostrare di non esser colpevole o di non essere malato o di non essere evasore. Sono gli organi dello stato, in un solido quadro di garanzie, che nel caso devono farlo.

Una concezione che trova solenne e suprema espressione nell’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…”.

In quel verbo “riconoscere” c’è tutta la differenza fra la nostra Repubblica democratica e i regimi totalitari. Per il grande filosofo e giurista Giuseppe Capograssi che fu tra i maggiori ispiratori di questa concezione dello stato, ciò che contava nella Costituzione era la seguente domanda: in essa “c’è questo senso di rispetto della vita in tutte le sue forme concrete, del libero muoversi e realizzarsi della varia, incredibilmente varia, natura umana?”. Sì c’è, è codificato al massimo grado. Nessuno e per nessun motivo può disporre dei diritti inalienabili della persona umana e delle società naturali che essa forma.

Questa costituisce la pietra angolare su cui edificare il ritorno alla normalità post covid. Ciò che è successo con lo stato di emergenza rappresenta una situazione di fatto e con inderogabili limiti temporali, che ha potuto imporsi solo perché accettata dalla maggioranza delle persone e non in ragione del diritto. No, la Costituzione non dà ragione a Carl Schmitt. In essa sono presenti gli anticorpi per impedire il disegno che ciclicamente riemerge nella storia, di consegnare la sovranità a chi provoca lo stato d’eccezione.

È proprio grazie ai principi fondamentali in essa enunciati che stiamo sconfiggendo il disegno di chi pensa di poter aggirare gli “intralci” costituzionali, infondendo terrore senza fine per realizzare un modello di governo che abbia le caratteristiche gradite ai santuari del capitalismo della sorveglianza, che hanno come modello la Cina comunista e come scopo quello di soddisfare gli appetiti delle corporations-stato globali.

Dal lavoro dei costituenti troviamo anche la via con cui affrontare la crisi dell’Europa, impantanata da anni nelle sabbie mobili di un mercantilismo che fa aumentare, anziché ridurre, le divergenze fra gli stati membri. La misura di tutto è la sacralità della persona umana, con ciò che ne deriva in termini di diritti e di socialità, non cervellotiche regole di bilancio. E la pari dignità, in una, per fortuna, inesauribile diversità dei popoli che la compongono. Se l’Europa intera si ricorderà delle sue origini post belliche, e in essa la nostra Repubblica saprà recuperare lo spirito di libertà che ha circondato la sua nascita, allora potremo guardare con un certo ottimismo sia alla conclusione definitiva dell’emergenza sanitaria che alla ripresa di un vero cammino costituente europeo.

Istat: Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,1 punti percentuali.

Rispetto a marzo, nel mese di aprile 2021 si registra un lieve aumento degli occupati e una crescita più consistente dei disoccupati, a fronte di una diminuzione degli inattivi.

La crescita dell’occupazione (+0,1%, pari a +20mila unità) coinvolge le donne, i dipendenti a termine e i minori di 35 anni; diminuiscono, invece, gli uomini, i dipendenti permanenti, gli autonomi e gli ultra 35enni. Il tasso di occupazione sale al 56,9% (+0,1 punti).

L’aumento del numero di persone in cerca di lavoro (+3,4% rispetto a marzo, pari a +88mila unità) riguarda entrambe le componenti di genere e tutte le classi d’età. Il tasso di disoccupazione sale al 10,7% (+0,3 punti), tra i giovani scende al 33,7% (-0,2 punti).

Ad aprile, rispetto al mese precedente, diminuisce anche il numero di inattivi di 15-64 anni (-1,0%, pari a -138mila unità) a seguito del calo diffuso sia per sesso sia per età. Il tasso di inattività scende al 36,2% (-0,3 punti).

Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2021 con quello precedente (novembre 2020-gennaio 2021), il livello dell’occupazione è inferiore dello 0,4%, con una diminuzione di 83mila unità.

Nel trimestre aumentano le persone in cerca di occupazione (+4,8%, pari a +120mila) a fronte di un calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,6%, pari a -79mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione, registrate dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a gennaio 2021, hanno determinato un calo tendenziale dell’occupazione (-0,8% pari a -177mila unità). La diminuzione coinvolge gli uomini, i dipendenti permanenti, gli autonomi e prevalentemente i 35-49enni. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,1 punti percentuali.

Rispetto ad aprile 2020, le persone in cerca di lavoro risultano in forte crescita (+48,3%, pari a +870mila unità), a causa dell’eccezionale crollo della disoccupazione che aveva caratterizzato l’inizio dell’emergenza sanitaria; d’altra parte, diminuiscono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-6,3%, pari a -932mila), che ad aprile 2020 avevano registrato, invece, un forte aumento.

Lavoro, fare inclusione: un grande progetto e una grande rete.

Nasce un sito – www.fareinclusione.it – per raccontare un grande progetto e una grande rete. Tutto parte da quattro lettere, due consonanti e due vocali, un verbo cortissimo che usiamo tutti i giorni: “fare”. Un verbo transitivo: si fa (o non si fa) qualcosa. Se lo andiamo a cercare sul vocabolario troviamo: “compiere una determinata azione o attività, eseguire, realizzare: fare un gesto, un urlo; fare un passo avanti, un’escursione; fare una buona azione, un gioco”. Ma anche: “passare all’azione, essere attivo”.

Una parola semplice e fondamentale che ben spiega non solo l’idea di partenza (FARE è qui acronimo per Formazione, Appartenenza, Responsabilità, Esperienza), ma anche e soprattutto un percorso che si concretizza nei fatti. Si tratta di un progetto nato per sensibilizzare l’inserimento nel mondo del lavoro di persone socialmente fragili, un’organizzazione per mettere al centro la dignità di ogni individuo. La rete è costituita da associazioni ed enti che si occupano di inclusione sociale nelle province di Novara, Verbania, Varese e Vercelli.

Lo scopo? Trasformare in risorsa sociale ed economica uomini e donne che sono di solito esclusi da dinamiche aziendali e lavorative. L’idea? Affiancare persone a persone: chi insegna e chi impara, nell’ottica di un’impresa sociale totalmente sostenibile. I lavoratori che vengono formati e inseriti in azienda diventano una risorsa: una catena virtuosa che dà il via a una crescita personale, professionale ed economica per tutti gli attori coinvolti. Essere parte attiva di una comunità vuol dire davvero mettersi a FARE.

Le parole chiave sono due: inclusione sociale e volontariato. E anche il sito fareinclusione.it è stato pensato e diviso in due aree per essere un’importante cassa di risonanza. L’obiettivo è proprio quello di fare rete per offrire la possibilità a persone disabili o in difficoltà di formarsi. L’organizzazione è aperta e accogliente: non solo per raccontare le tante attività e azioni già in atto, ma anche per aprirsi a nuovi enti e associazioni, aziende e realtà lavorative, persone che vogliono dedicare un po’ del proprio tempo e delle proprie competenze al volontariato. Per farsi avanti ci sono due email: fare@fareinclusione.it | volontariato@fareinclusione.it

Le associazioni e organizzazioni del terzo settore che, a oggi, fanno parte di FARE sono: Associazione Amici di Tommy e Cecilia (Sesto Calende, VA), Associazione Dignità e Lavoro – Cecco Fornara ODV (Borgomanero, NO), Il Ponte Cooperativa Sociale (Invorio, NO), Centro Gazza Ladra (Invorio, NO), Il Sogno Cooperativa Sociale (Domodossola, VB), Insieme si può (Massino Visconti, NO), Irene Impresa Sociale (Borgomanero, NO), L’Aquilone Cooperativa Sociale (Sesto Calende, VA), La Bitta Cooperativa Sociale (Domodossola, VB), Mamma Parliamone (Arona, NO), Rete Nondisolopane (Arona, NO), Risorse Cooperativa Sociale (Verbania, VB), Associazione di Volontariato Villa Rolandi (Quarona, VC), Cooperativa Bi.plano (Venegono, VA). FARE nasce anche grazie al bando del terzo settore della Regione Piemonte.

Green pass covid, tutto quello che c’è da sapere

Green pass o certificato Covid europeo digitale per viaggiare in Europa. Un lasciapassare che dovrebbe esentare i viaggiatori all’interno dell’Ue dagli obblighi di test e/o quarantene. Ma chi può ottenerlo? E come? Quanto dura? Il Green pass sarà valido “quattordici giorni dopo l’ultima dose” di vaccino anti-Covid e, per i guariti dal coronavirus, per 180 giorni a partire dal test Pcr positivo. Per i test, invece, quelli molecolari avranno una validità di “72 ore”, mentre quelli rapidi “48 ore”, ha spiegato il commissario europeo alla Giustizia Didier Reynders presentando, in conferenza stampa a Bruxelles, la nuova proposta di raccomandazione per i viaggi nell’Ue, chiesta dal Consiglio europeo la settimana scorsa in vista della stagione estiva.

Da oggi, 1 giugno, sarà tecnicamente possibile, per gli Stati Ue che sono pronti e interessati a farlo, emettere già certificati Covid Ue digitali, o Green Pass, e riconoscere quelli emessi da altri Stati membri. Oggi la Commissione europea renderà pienamente operativo il Gateway, la piattaforma che consentirà al certificato Ue di funzionare attraverso i confini. Il pass sarà un diritto di tutti i cittadini Ue che hanno i requisiti (vaccinazione, guarigione o test) a partire dall’1 luglio, quando entrerà in vigore il regolamento che lo istituisce.

“La data prevista per il via del green pass europeo è il 15 giugno: sarà un modello informatico, ma finché non entrerà in funzione potrà essere sostituito da un documento cartaceo”, ha spiegato il ministro del Turismo Massimo Garavaglia che ha sottolineato: “In Europa si viaggerà con tre regole: vaccino, tampone, oppure anticorpi. L’importante è che siano chiare le regole e semplici”.

Le persone pienamente vaccinate, cioè con due dosi per AstraZeneca, Pfizer/BioNTech e Moderna e con una dose per Janssen (J&J), che detengono il certificato, dovrebbero essere esentate, in viaggio, da test e quarantene 14 giorni dopo aver ricevuto l’ultima dose. Lo stesso deve valere per le persone che sono guarite e che hanno ricevuto una sola dose di vaccino, considerata sufficiente per la protezione dalla malattia.

Nel caso in cui uno Stato membro accetti una prova di vaccinazione per rimuovere le restrizioni alla libera circolazione dopo la prima dose, allora deve accettare anche i pass Ue per i vaccini alle stesse condizioni. Se un Paese vuole essere “più flessibile” rispetto alla raccomandazione, “può farlo”, spiega un alto funzionario Ue. Ma questa flessibilità deve valere per tutti, non può essere limitata ai cittadini di quel determinato Paese.

Le persone guarite dalla Covid-19 dovrebbero essere esentate da test e/o quarantene nei 180 giorni successivi al test Pcr positivo, che attesta l’avvenuta infezione (la validità è a partire dall’undicesimo giorno dopo il test, una volta terminato il periodo di contagiosità). Per chi non è vaccinato né guarito, allora resta l’opzione del test, che il pass certifica e che viene così riconosciuto anche all’estero.

Per i test viene proposto un periodo di validità standard (oggi ogni Paese stabilisce il periodo di validità autonomamente): per i test Pcr o molecolari la validità è di 72 ore, mentre per quelli rapidi antigenici è di 48 ore. Viene previsto un meccanismo di freno d’emergenza: gli Stati possono reintrodurre le restrizioni anche per le persone vaccinate e guarite, se la situazione epidemiologica si deteriora rapidamente o dove è riportata un’elevata prevalenza di varianti preoccupanti.

In generale, al di là dei titolari del pass, vengono anche proposte la semplificazione, per quanto possibile in un’Unione a 27, e il chiarimento dei requisiti necessari per viaggiare. Per i viaggiatori che arrivano dalle aree verdi (secondo la mappa aggiornata ogni giovedì dall’Ecdc), non dovrebbero esserci restrizioni.

Per chi arriva dalle zone arancioni, è possibile richiedere un test (rapido o Pcr) prima della partenza. Per chi viaggia da una zona rossa, gli Stati possono chiedere una quarantena, in assenza di un test Pcr o rapido negativo.

Per i viaggiatori provenienti dalle aree rosso scuro, vale il principio che i movimenti da queste zone andrebbero “fortemente scoraggiati”. In questi casi, dovrebbero rimanere i requisiti di test e (non ‘o’) quarantena.

Per evitare di separare le famiglie alle frontiere, i minorenni che viaggiano con genitori esentati dall’obbligo di quarantena, per esempio perché sono vaccinati, dovrebbero essere esentati anche loro dalla quarantena (in caso contrario, le vacanze all’estero per le famiglie con figli sarebbero impossibili). I bambini sotto i 6 anni di età dovrebbero essere esentati anche dai test.

Inoltre, la Commissione propone di adattare le soglie utilizzate per le mappe dell’Ecdc, che fanno fede per molti Stati Ue e per le raccomandazioni del Consiglio, anche se poi all’interno dei propri confini gli Stati usano la scala cromatica che vogliono (la zona bianca italiana, per esempio, non esiste nella gamma utilizzata in Ue).

Per le zone arancioni (oggi è arancione buona parte d’Italia, fatta eccezione per Valle d’Aosta, Toscana, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria, che sono rosse) si propone di aumentare la soglia del tasso di notifica cumulativo di nuovi casi negli ultimi 14 giorni da 50 a 75; per le zone rosse il tasso viene alzato dagli attuali 50-150 a 75-150.

Infine, per le persone che fanno la prima iniezione di vaccino in uno Stato membro e la seconda in un altro, ciascuno dei due Stati è tenuto a fornire certificazione dell’iniezione, di modo che il titolare può avere un certificato composto dai certificati emessi da due Stati membri diversi.

Le scuse, la goliardia e la politica.

Dunque, è partita la stagione delle “scuse”. Come ovvio e come quasi tutti sanno, si tratta di  atteggiamenti dettati unicamente ed esclusivamente dalle opportunità del momento, dalla  contingenza politica finalizzata ad un riposizionamento personale nello scacchiere politico  nazionale. E questo per due motivi di fondo. Innanzitutto non si tratta di “scuse” accompagnate  da un percorso politico, culturale e di merito. Sono, appunto, solo battute che possono essere  espresse in un giorno e tranquillamente smentite dopo pochi giorni perchè non più funzionali per il  proprio disegno politico. In secondo luogo si tratta di “scuse” ad intermittenza. Non a caso,  possono valere per i compagni di viaggio e, puntualmente, non vengono applicate ai momentanei  nemici politici. Attenzione, nemici e mai avversari, come ovvio. 

Ora, non è il caso di stracciarsi i capelli per spiegare simili atteggiamenti. Siamo in un contesto  politico dominato, da tempo, dal trasformismo e dal più spietato opportunismo. Ogni strategia  politica che viene messa in campo prescinde radicalmente da una prospettiva politica a lungo  termine perchè, appunto, è riconducibile a quei disvalori. È appena il caso di osservare da  spettatori il capitolo delle alleanze tra il Pd e i 5 stelle per rendersene conto in modo persin  plateale. Da nemici irriducibili ed implacabili per molti anni ad alleati storici ed organici ad alleati  tra diversi. Insomma, il tutto e il contrario di tutto. Le “scuse”, pertanto, sono il frutto e la  conseguenza di questa stagione politica singolare ed anacronistica che ormai dura da molti anni e  che stenta ad uscirne fuori con dignità e coerenza. E questo per motivi altrettanto semplici da  spiegare e da capire. Quando una forza come i 5 stelle ha fatto la propria fortuna politica e  soprattutto elettorale per due elementi costitutivi, ovvero il populismo e il giustizialismo, non c’è  scusa che tenga. Perchè se si rinuncia a questi due totem cade l’intero castello politico di un  partito che ha già dovuto rinunciare, per motivi di puro potere, a tutto ciò che ha promesso e  predicato per molti anni. E tutti conosciamo a memoria i vari tasselli e le molteplici promesse  sacrificati sull’altare del potere. 

Ma, al di là di questa ovvia e persin scontata considerazione, credo che senza magnificare  atteggiamenti destinati a cadere alla prima occasione utile – e, nello specifico, nello stesso giorno  è già partito un attacco ad un “nemico” politico della Lega…- l’unica alternativa credibile passa  attraverso un recupero di dignità e di credibilità della politica. Stavolta però con la P maiuscola,  come si suol dire. Tutto il resto appartiene al campo della goliardia e del battutismo quotidiano.  Che, purtroppo, è la naturale conseguenza di una politica ridotta al folklore di derivazione  populista. 

Abbiamo perso il duende e la coscienza morale

L’articolo di Pierluigi Castagnetti, che evoca lo smarrimento del “duende” ha suscitato in me un forte impatto emotivo. Ho scelto da anni questa parola di origine spagnola per il mio indirizzo e.mail personale.

In realtà in Brasile e nell’America latina duende è usato per significare uno spirito interiore, declinato come “folletto”, energia vitale, forza dirompente: la molla che ci spinge ad osare, a proporci, il suggeritore più intimo e nascosto nei meandri della nostra vitalità sopita, delle nostre scelte ai bivi e agli incroci della vita.

L’intervento di Castagnetti- se mai ce ne fosse stato bisogno- conferma la sua intelligenza intuitiva: è talmente pregnante di motivazioni e di scosse emotive che non ha certo bisogno di ulteriorità, per esplicitare il senso più recondito e profondo del messaggio che reca con sé.

In filosofia, ma anche nelle scienze umane come l’antropologia, la sociologia, la pedagogia esso richiama il valore della motivazione e dello slancio vitale, l’esplicitazione di una potenzialità inespressa.

Per questo motivo l’invito alla riscoperta del nostro duende interiore può essere utile anche alla politica in senso lato e alla società in generale, dopo la lunga parentesi della crisi pandemica non ancora conclusa.

Lo stato di “sospensione” che stiamo vivendo – come mi ha ricordato Giuseppe De Rita nella Sua ultima intervista – coinvolge le azioni e i comportamenti ma prima ancora i pensieri e i desideri, la stessa volontà che resta conculcata in una condizione di latenza.

Non tutto è ancora finito e questa esperienza planetaria lascerà il segno.

Confido che come ogni fase di trapasso e di dolore, di sofferenza e di condizionamenti ci lasci almeno l’eredità di un ripensamento globale: sulla vita, la sostenibilità ecosistemica, quella generazionale, il rapporto tra progresso e rispetto della natura, lo sviluppo demografico, le compatibilità tra interessi generali, beni comuni e diritti e doveri collettivi e individuali, le regole dell’economia e quelle legate alla dignità umana.

Per questo motivo riconsiderare quello che Bergson chiamava lo “slancio vitale” è la premessa di ogni ripresa.  Abbiamo bisogno a questo punto di una sorta di “ricapitolazione di tutte le cose”, come la descriverebbe San Paolo.

Per questo motivo il duende va liberato dai lacci e lacciuoli della burocrazia opprimente, della politica debordante, della progettualità senza lungimiranza.

In questo senso si ricomincia a parlare di nuovo umanesimo: rimettere l’uomo al centro delle auspicate ripartenze ma contestualizzarlo in un disegno di compatibilità con la natura: virtuale e reale devono coesistere, non confliggere, lo slancio deve essere compensato dal ‘lento pede’, dalla ragionevolezza.

Troppe fughe in avanti hanno contribuito ad una sorta di spaesamento generale e senza approdi, a scelte acefale e orfane di previsioni e di controlli. 

Abbiamo rivissuto la metafora del naufragio e dobbiamo evitare di ripeterla.

Ecco allora che il duende – evocato con forza come motore della ripresa – richiama la necessità di una guida razionale e di un coinvolgimento emotivo che recuperi una dimensione relazionale basata sui sentimenti positivi.

Da troppi anni il CENSIS ci ricorda che siamo come avvitati in una spirale autoreferenziale che ci impregna di diffidenza, indifferenza, cattiveria, rancore: sono derive negative che pervadono lo stesso immaginario collettivo, nella sua dimensione poietica.

Accanto al duende è necessario allora collocare la coscienza morale come fonte cui attingere per ogni scelta che ci aspetta: la rileggo in senso kantiano perché mi sembra la descrizione più completa e pertinente per esprimerne un completo e utile significato.

“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”.

La storia – a ben vedere – ha sempre fatto i conti con questo imperativo categorico che nobilita la condizione umana.

Transizione ecologica. Ci riusciremo?

A chi vi pone la domanda: “Cosa si può fare da subito per favorire gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi?”. La risposta, più banale ed appropriata,  non può che essere quella di diminuire gli inquinanti presenti nell’aria.

Stile di vita e mobilità incidono sulla decarbonizzazione.  E questo è un fatto assodato. Come altro fatto assodato è che non si può più difendere modelli energetici vecchi e inquinanti.

Già lo scorso anno, a seguito delle restrizioni agli spostamenti e alle attività produttive causate dalla pandemia di Covid-19, abbiamo potuto notare come le emissioni di anidride carbonica si siano effettivamente abbassate  fino a farci tornare ai livelli giornalieri globali del 2006.

Ma se il lockdown planetario ha contributo a ridurre fortemente le emissioni di molte sostanze inquinanti e di gas serra (in particolare anidride carbonica) nell’atmosfera, l’impatto sulle concentrazioni stabili di CO2, già presenti nell’aria accumulatesi in anni di emissioni, è stato pressoché nullo.

Secondo gli analisti di DNV GL per mantenere l’aumento della temperatura mondiale sotto 1,5 gradi, dovremmo replicare il calo emissivo del 2020 praticamente ogni anno.

Inoltre, questa esperienza ci ha fatto comprendere come non siano sufficienti, per quanto meritevoli, le azioni individuali per contrastare l’impatto sul clima.  E ci ha indicato come sia necessario imporre delle azioni “strutturali” di grande impatto.

Quindi non possiamo lasciare alla bontà dei singoli individui la sensibilizzazione ambientale.

Servono azioni più stringenti. Bisogna poter regolare tutti i principali settori delle società moderne, dall’economia all’ambiente. Bisogna incentivare la mobilità sostenibile, lo smart working (incentivando con specifici finanziamenti le aziende che ne fanno un uso massivo) e  la trasformazione digitale. Bisogna continuare, senza ambiguità, a seguire una linea di una decarbonizzazione sempre più rigorosa. Dare il via libera all’innovazione per accelerare la transizione, applicando politiche di innovazione mirate e accelerando la diffusione delle tecnologie. Riorganizzare il sistema finanziario in linea con i rischi climatici di lungo termine e le opportunità, ovviando agli incentivi distorti.

E seppur questo obbiettivo sarà impegnativo da raggiungere, non possiamo farci scappare dalle mani la lezione, unica positiva, che il covid ci ha lasciato.

Floridi: “Non abbiate paura dell’Intelligenza artificiale: non è così intelligente”

AGI – Intelligenza artificiale: quanta confusione possono fare due parole. Prima di tutto perché di intelligente non c’è nulla. E poi perché l’accostamento trae in inganno: sembra il frutto di un matrimonio, quello tra ingegneria e biologia, unite nel tentativi di ricreare la mente umana. “In realtà è un divorzio”, afferma Luciano Floridi, professore di Filosofia ed Etica dell’informazione a Oxford e presidente dell’International Scientific Board di Ifab. Niente drammi: un divorzio può essere una tappa per creare un matrimonio tra “blu e verde”. Cioè tra digitale e tutela dell’ambiente.

Professore, perché l’intelligenza artificiale è un divorzio?

Perché creare artefatti e provare a replicare l’intelligenza umana sono in realtà divergenti. Con l’intelligenza artificiale divorziano la capacità di agire con successo e la necessità di essere intelligente per farlo. Faccio un esempio…

Prego…

Il robot che taglia l’erba, muovendosi nel giardino in totale autonomia, ha intelligenza zero, ma fa una cosa molto bene. Se dovessi farla io, sarei meno efficiente e dovrei applicare la mia intelligenza per evitare di distruggere il cespuglio di rose. È un miracolo: non è mai successo prima di avere grande successo in qualcosa senza applicare l’intelligenza. Di fatto, oggi produciamo straordinarie lavatrici, capaci però di fare cose sempre più complesse.

Come si fa a far funzionare questo divorzio?

Il divorzio funziona quando è possibile “scollare” processo e intelligenza. Il successo dipende quindi da quanto riesco a trasformare l’ambiente in modo che sia accogliente per l’AI. Guardiamo le auto a guida autonoma: riescono già ad andare da A verso B, ma per funzionare devono cambiare le strade. Il semaforo è fatto per i nostri occhi, mentre all’intelligenza artificiale serve un trasmettitore radio. Grazie a questo processo di trasformazione, il divorzio può funzionare: va ripensato il problema in modo che sia risolvibile da un’intelligenza artificiale.

Plasmare l’ambiente per l’intelligenza artificiale apre questioni etiche e potenziali rischi…

Sì, certo. Capacità di agire e intelligenza hanno sempre viaggiato insieme. E nel gap creato da questo scollamento inedito nascono i problemi. Il primo riguarda il valore delle persone e la nostra autonomia. È pericoloso, ad esempio, che nella gig economy ci siano uomini gestiti da software. È l’inizio di una società distopica in cui non vogliamo vivere. Ma la nostra autonomia è in gioco anche quando guardiamo un film in streaming: se hai guardato A, la piattaforma ti suggerisce di vedere B e C, condizionando le tue scelte. Poi c’è anche un altro problema.

Quale?

Sono i bias [“pregiudizi” che un algoritmo tende a rafforzare, ndr]. Se un software prende decisioni ingiuste, non bisogna prendersela con l’intelligenza artificiale ma con i dati. L’intelligenza artificiale non ha capacità di correggere i bias. Se un’azienda ha sempre assunto uomini, i manager possono capire che è un comportamento scorretto e decidere di assumere anche donne. Ma se si incaricasse un’intelligenza artificiale di selezionare i candidati sulla base dei dati, continuerà a indicare uomini.

È per questo che afferma che la vera sfida non è l’innovazione digitale ma la governance?

A fare la differenza è chi ha le mani sul volante, non chi ha il piede sull’acceleratore. La legislazione europea, ad esempio, dice che deve esserci una supervisione umana costante.

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https://www.agi.it/innovazione/news/2021-05-24/floridi-intelligenza-artificiale-nasce-da-divorzio-12662387/

 

La pandemia colpisce anche il settore delle rinnovabili

La pandemia colpisce anche il settore delle rinnovabili: nel 2020 si è registrata una drastica riduzione del numero degli impianti «utility scale» ed una brusca frenata per il segmento «commercial» (+3% su base annua, contro il +20% nel 2019 rispetto al 2018) e per il segmento «small industrial» (+20% su base annua, contro il +41% nel 2019 rispetto al 2018).

Va in controtendenza solo il segmento «industrial» (500kWp-1MWp) che traguarda un incredibile +64% (contro un -12% nel 2019 rispetto al 2018). «Ma solo grazie al Decreto FER1, e nonostante le complicazioni ed i tempi della burocrazia» osservano gli analisti di EnergRed.com.

Più in generale l’effetto COVID-19 sulle rinnovabili nel 2020 è stato pesantissimo, facendo segnare un crollo del 35%, con il fotovoltaico che resiste con una perdita meno gravosa (-15%).

Ad approfondire il tema è ora uno studio realizzato da EnergRed, E.S.Co. impegnata nel sostenere la transizione energetica delle pmi italiana attraverso soluzioni di efficientamento energetico, oggi in primissima linea per lo sviluppo di soluzioni di generazione elettrica distribuita da fonti rinnovabili, con un particolare focus sul solare fotovoltaico.

Basandosi sui dati dell’associazione ANIE Rinnovabili (Osservatorio FER) e del GreenVestingForum (Quaderno Energia, Economia e Società nro. 3) e sui modelli economici ed ingegneristici di EnergRed (metodologia Care&Share), i ricercatori Dorina Polinari e Giorgio Mottironi, analizzano nei dettagli l’attuale situazione ed il trend 2030.

«Nel 2019 il solare aveva battuto ogni record di crescita rispetto al settore delle rinnovabili stesse, rappresentando il 62% di tutte le installazioni. Ed è anche quello che nel 2020 ha subito il minor rallentamento. Ma, se si guarda agli obiettivi PNIEC 2030, sconta purtroppo un grande ritardo accumulato negli anni precedenti, un ritardo che riguarda soprattutto i cosiddetti impianti “utility scale” per cui è più difficile gestire la burocrazia, ma che tocca anche le aziende, quelle più restie al cambiamento, dove manca la cultura della sostenibilità ambientale» dichiara Giorgio Mottironi.

Guardando al futuro, per raggiungere gli obiettivi del Piano Energia e Clima 2030 l’Italia deve ancora installare 40,7GW di capacità da fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica. Si tratta di uno sforzo titanico per ridurre le emissioni del comparto e per sostenere la continua elettrificazione dei consumi a basse o zero emissioni, per cui si rende necessario raddoppiare l’attuale capacità.

Ma se fonti come l’idroelettrico ed il geotermoelettrico hanno praticamente esaurito il loro ruolo, il solare e l’eolico stanno accumulando un grande ritardo, avendo rispettivamente raggiunto appena il 41% ed il 56% dell’obiettivo fissato dal piano.

«Per riallinearsi al piano, il solare dovrà addirittura crescere del 14% all’anno per i prossimi 10 anni —includendo anche il 2021— il che significa quintuplicare la capacità installata ogni anno, passando dagli attuali 620MWp fatti registrare nel 2020 a circa 3GWp di installazioni annue» .

Nel 2020 la taglia media delle installazioni del segmento «commercial» (10-100kWp) è stata di fatti di circa 28kWp, inferiore del 49% alla media aritmetica, mentre in quello «small industrial» (100-500kWp) è stata pari a 220kWp, inferiore del 22% alla media aritmetica.

Tutt’altra storia nel segmento «industrial» (500kWp-1MWp) dove la taglia media si è attestata nel 2020 a 800kWp, addirittura leggermente superiore alla media aritmetica del 7%.

«Guardando i numeri della crescita complessiva che si era innescata tra il 2018 ed il 2019, almeno mille aziende sono rimaste fuori dalla transizione energetica e sono stati persi circa 48MWp di potenza destinata all’autoconsumo, con un danno economico pari a 128 milioni di euro. Per questo abbiamo deciso di dare ancora più forza alla nostra azione espandendo i nostri investimenti diretti al fianco delle piccole e medie imprese italiane per un totale di 22MWp all’anno per i prossimi 5 anni» si impegna l’ingegner Moreno Scarchini, ceo di EnergRed.

Oggi portare le aziende italiane verso l’autoconsumo, sfruttando la configurazione SEU (Sistema Efficiente di Utenza) di un impianto fotovoltaico, è una missione imprescindibile per portare nei territori e nelle comunità una maggiore prosperità economica ed ambientale: secondo le stime di EnergRed per ogni kilowatt di potenza installata si possono infatti generare fino a 3.000 euro di benefici economici tra risparmi diretti e crescita di valore degli asset, oltre a generare una riduzione di 0,7tonCO2/anno.

«L’autoconsumo nella dimensione “impresa” è il primo passo verso la costruzione delle comunità energetiche, potendo spesso sfruttare spazi più ampi rispetto alle esigenze di autoconsumo interne, e destinando così potenza fotovoltaica al territorio limitrofo» ci ricorda il ceo di EnergRed, Ing. Moreno Scarchini.

«Considerando che dobbiamo portare le nostre emissioni pro capite ad una media di 2,7ton/CO2 all’anno entro il 2050 e che l’Italia si trova oggi in una situazione di 5,7tonCO2 pro capite all’anno, dovremmo installare circa 4,3kWp per ogni cittadino italiano, ovvero installare ulteriori 260GWp di potenza fotovoltaica, ben 6 volte gli obiettivi 2030 del Piano Energia e Clima, premurandoci ovviamente di spostare i consumi e dunque le varie utenze sul vettore elettrico, a partire della mobilità privata e pubblica» puntualizza l’ingegner Paolo Cecchini, cto di EnergRed.

Assemblea di Bankitalia: le considerazioni finali del governatore Ignazio Visco

Nelle considerazioni finali del governatore Ignazio Visco in occasione della relazione annuale di Bankitalia, inevitabilmente al centro c’è la pandemia e le politiche messe in campo per i prossimi mesi e anni per contrastare gli effetti negativi sull’economia. A partire dal Pnrr passando per i sostegni all’economia e le misure di semplificazione appena approvate.

Qui il testo completo cf_2020

Lo spegnimento del duende

È vero, siamo cambiati per la solitudine della pandemia e ora dobbiamo ritrovare tutti, non solo i giovani, un nostro slancio vitale. 

“Molti anziani sono morti e molti giovani si sono spenti”. È l’immagine fin troppo icastica degli effetti della pandemia, fatta l’altro ieri da un mio amico sacerdote. 

Questo processo di spegnimento della personalità e della vitalità di tanti giovani mi intriga particolarmente, sia perché lo trovo ben raccontato sia perché ha investito non solo i giovani. Guardiamoci intorno con onestà. 

Chi di noi può dire di non avere cambiato almeno il proprio umore di fondo dopo il lockdown, un’esperienza che ci ha tolto o ridotto le relazioni personali, gli interessi intellettuali (per mesi si è parlato solo di COVID), la visione della realtà esterna alla propria persona sempre più rattrappita, l’attesa del futuro (quando sarà il mio turno vaccinale?), i problemi da affrontare e decidere (pensiamo ai pubblici amministratori o ai politici in genere), il ritmo sconvolto e frammentato del percorso scolastico dei nostri figli e nipoti, i weekend diventati uguali ai giorni feriali, la chiusura delle attività di ristoro culturale ed emotivo del tempo libero diventato uguale al tempo obbligato, la cessazione di ogni stimolo esterno alla routine familiare. 

Insomma tutto ha concorso a trasformarci in persone almeno più “spente” rispetto a prima (senza parlare dei casi più gravi di insorgenza di patologie psicologiche). 

Ci si è spento il duende!

Cos’è il duende? È una parola spagnola praticamente intraducibile. Allude a un elemento interiore misterioso che le persone conoscono ma non sanno dire (consiglierei la lettura di una magnifica Lectio sul tema di Garcia Lorca, in spagnolo possibilmente, tanto è comprensibile). Qualcuno lo traduce con “folletto”, ma è qualcosa di più e di diverso. È un atteggiamento interiore, psicologico, spirituale, è una sorta di spirito della vita. È vita e vitalità. È anima e futuro. 

È proprio necessario che i giovani, ma non solo loro, ritrovino il duende. Perché così questo tempo è troppo cupo e pesante da portare.

[Dal profilo Fb dell’autore]

Gli “Indipendenti” di Marco Bentivogli. Il lavoro al tempo dei nuovi modelli di organizzazione.

L’ex segretario generale della Fim-Cisl esce in libreria con questo suo ultimo libro, Gli Indipendenti. Guida allo Smart working (Rubettino, 2021), presentato a mo’ di semplice manuale, ma in realtà denso di analisi e riflessioni sul futuro del lavoro nei paesi più avanzati sul piano industriale e tecnologico. Riportiamo di seguito la presentazione dell’editore.

Durante la pandemia lo smart working è arrivato a coinvolgere più di 6 milioni di lavoratori. 

Per molti è stato un sogno, per altri un cottimo digitale a 20 ore al giorno, per altri ancora si è trattato di riposo forzato. Il “fai da te” di questi mesi è stato spesso deludente, ma lo smart working in realtà rappresenta una grande sfida di sostenibilità per riprendersi la vita e costruire un lavoro migliore. 

Una sfida che ha molto a che fare con la fiducia: il rapporto fra manager e lavoratore infatti si modifica, in quanto non più fondato sulla presenza fisica e sul numero delle ore di servizio, ma sui risultati ottenuti. Ma soprattutto sulla libertà e l’autonomia in opposizione alla cultura di “controllo” su cui si fondano gran parte delle organizzazioni. 

Si tratta di un processo di innovazione dell’impresa e dell’organizzazione del lavoro, delle città, della vita. Per questo è importante che coinvolga tutti, per approdare insieme ad un cambiamento culturale prima che organizzativo. L’autore mette in luce i vantaggi del lavoro agile senza però trascurare i pericoli di un utilizzo improprio. 

Questa guida pratica offre un percorso per realizzarlo nelle organizzazioni e indicazioni utili per regolare meglio diritti e doveri dello smart worker. Il messaggio è che lo smart working è un lavoro “intelligente” perchè valorizza la reciprocità e trasferisce quote di responsabilità e libertà alle persone, favorendo il loro benessere e la produttività.